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Non sappiamo cosa sia la vita, eppure
la manipoliamo come se fosse una soluzione di sali inorganici

Abbiamo deciso di non stare alla finestra dopo esserci imbattuti casualmente in una affermazione del grande biochimico Erwin Chargaff:

“Non sappiamo cosa sia la vita, eppure la manipoliamo
come se fosse una soluzione di sali inorganici"

Prima o poi bisogna porre dei limiti alla scienza, in nome della diversità umana. Non si può cianciare sulla brevettabilità dei semi di soia e poi permettere che si faccia di tutto e di più con gli esseri umani e in nome della libertà di cura o della libertà dell'avere figli (mi diceva ieri sera un amico - che voterà SI' per motivazioni economicistiche - che i più richiesti nelle banche del seme sono nordici, praticamente biondi e occhi azzurri).
CI ASTERREMO pertanto dal votare (anche se avremmo preferito votare NO).
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Web@master - 25 maggio 2005

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Fonte:
Il Foglio 10.2.2004

AUSCHWITZ 1987. PROFEZIA DI UN INCUBO MOLECOLARE

di Erwin Chargaff (traduzione di Aldo Piccato)

Si dice spesso che il progresso - sociale, economico e persino culturale - è messo in moto dallo sviluppo tecnologico. Circola anche una spiegazione alternativa, vale a dire che esigenze, bisogni e desideri, nati per inspiegabili motivi, generano le tecniche necessarie per soddisfarli. In altre parole: o "dove c'è il mezzo c'è la volontà", oppure "dove c'è la volontà c'è il mezzo".


La produzione semi-industriale di bambini sembra appartenere alla prima categoria: l'esigenza era senza dubbio meno impellente del desiderio che gli scienziati avevano di mettere alla prova le loro nuove tecnologie. I bambini generati in provetta sono qualcosa di più di un semplice sottoprodotto, e hanno contribuito a finanziare, attraverso i loro "genitori" e altri fondi pubblici, la ricerca sui feti. Un i termine come "tecnologia riproduttiva" è in realtà una definizione di comodo, che comprende diverse attività, alcune delle i quali probabilmente non molto edificanti. i Comprende infatti ogni genere di ricerca sulla fertilità, la patologia fetale, il trapianto di embrioni e così via. Per come la vedo io, include anche casi strazianti come quello riferito sul numero del 5 giugno 1986 della rivista Nature a proposito di una donna schizofrenica incinta che era stata persuasa o costretta ad acconsentire a un aborto per permettere ai medici di esaminare a fondo il feto. Comunque, non è questa l'impostazione che ho scelto per il presente articolo.


Ciò che intendo fare è esprimere le mie personali obiezioni nei confronti di vari tipi di ricerca oggi condotti nel campo della riproduzione umana. Lo faccio come un vecchio biochimico i cui specifici interessi (la chimica cellulare) toccano da vicino il tema delle mie presenti obiezioni. Ma, ancor più, lo faccio come un uomo che vuole protestare contro la sempre più grave decadenza di una società che viene ingannata da fantastiche prospettive, al solo scopo di tenere nascoste azioni riprorevoli. Credo sia giunto il momento di sostituire la massima comunemente accettata dalla nostra civiltà scientifica, "è il fine che santifica i mezzi", con quest'altra: "Sono i mezzi che demonizzano il fine".


La chimica delle obiezioni


Voglio sottolineare che le mie non sono le parole di un esperto. Abbiamo dato troppo valore alla nostra ammirazione per la competenza specifica e professionale in una data materia. I giudici, dopo tutto, non sono degli esperti in furti e scassi. La competenza professionale spesso paralizza e annulla ogni tipo di common sense. Serve per sapere come si fanno certe cose, ma non a stabilire se queste cose sono auspicabili o discutibili. In altre parole, è assolutamente cieca di fronte a simili  distinzioni.


Quando, grazie a una qualsiasi delle nuove tecnologie riproduttive ora in corso di sperimentazione, si riuscirà a generare un bambino, dovremo dire che l'operazione ha avuto successo. Ma non è forse una conclusione troppo affrettata? Il destino di un essere umano comincia con il concepimento, ma non termina con la sua nascita. Quanti anni dovranno passare - dieci, quindici, venti? - prima di poter annunciare di avere avuto successo? E' davvero insensato pensare che, nel caso di un concepimento normale, entrano in gioco dei fattori che non possono essere riprodotti nell'ambiente sintetico in cui avviene la fecondazione in vitro? (E non sto pensando a influenze mistiche , bensì a concreti processi chimici). Quando si manipolano meccanismi che la natura, nella sua saggezza, ha elaborato nel corso di milioni di anni, bisogna essere consapevoli del pericolo che le nostre scorciatoie Possono costarci molto care.


Nel concepimento normale l'ovulo femminile viene inondato da un enorme numero di spermatozoi. La fecondazione può allora sembrare un fatto puramente casuale o, in alternativa, può essere considerata come un processo in cui l'ovulo seleziona lo spermatozoo con il quale congiungersi. Non si tratta di un cavillo metafisico, anche se, al momento, sembra essere un problema al quale non si può dare ancora una risposta precisa: siamo davvero sicuri che la sequenza nucleica del Dna contenuta in due diversi spermatozoi sia assolutamente identica, anche se entrambi sono provvisti di tutti i geni necessari per la definizione della specie?


A una gran parte del Dna umano non è ancora stata assegnata una precisa funzione genetica. I biologi parlano del "genoma umano" e di un "Dna privo di funzione e significato"; ma forse sono loro a fare affermazioni prive di senso.


E' piuttosto probabile che  queste porzioni di Dna siano responsabili di funzioni che non sono ancora state individuate. Non sappiamo che cosa sia la vita, ma ciononostante la manipoliamo come se fosse una soluzione salina di composti inorganici. Quando aggiungiamo del cloruro di sodio a una soluzione di nitrato d'argento, riteniamo giustamente che non ci siano differenze fra gli atomi d'argento che si sono disciolti e quelli rimasti nella soluzione. Ma quando facciamo una fecondazione artificiale, non cacciamo forse le nostre maldestre dita nella rete incredibilmente fine e complessa del destino umano? Facciamo nascere un bambino che altrimenti non sarebbe forse mai nato.


Il termine "pre-embrione" mi sembra del tutto ingiustificato. Temo che serva soltanto da alibi. La vita dell'embrione comincia con la fecondazione dell'ovulo, nel quale si trovano tutte le potenzialità dell'organismo. Il tentativo di determinare con mezzi scientifici il momento in cui fa la sua comparsa quella che da tempo immemore è stata chiamata l'anima umana è ovviamente ridicolo. Stabilire una data serve soltanto a permettere l'esecuzione di esperimenti che un normale rispetto per la vita umana avrebbe dichiarato illegali. Esperimenti che fino a pochi anni fa sarebbero stati, di fatto, nemmeno immaginabili.


Embrioni congelati


Oggi esistono tecniche per congelare e conservare gli embrioni. Si è dimostrato (anche se non so con quale percentuale) che questi embrioni possono essere trapiantati, dopo essere stati scongelati, nell'utero della "madre", vale a dire la stessa donatrice dell'ovulo, oppure nell'utero di un'altra donna, la "madre sostitutiva". Poiché con questa tecnica sono nati bambini sani, la si considera un successo. Ma il rapido congelamento dei tessuti e la loro conservazione a temperature bassissime non sono sempre dei procedimenti innocui per quanto riguarda le macromolecole, come ad esempio gli acidi nucleici. La concentrazione elettrolitica in continuo cambiamento durante la fase di congelamento e la trasformazione dei liquidi interni in ghiaccio possono causare effetti negativi.


Sebbene il valore di un neonato - a differenza di quello di una minestra - non si basi sulla sua, per così dire, "commestibilità", ossia sulla possibilità di essere usato e consumato, ovunque si continuano a fare tentativi per dimostrare che ciò che va bene per le verdure va bene anche per gli esseri umani. La vita dell'uomo è, tuttavia, un esperimento irripetibile: nessun controllo, nessun placebo. Sebbene le aspettative che ha davanti a sé un allevatore di uomini, e che gli impongono certi limiti, dovrebbero essere essere più alte di quelle che frenano un allevatore di animali, non ci sarà nessuno a fare i conti quando sarà giunto il momento. L'allevamento umano è, una professione così nuova che la società non ha ancora imparato come difendere se stessa.


L'etica è un ramo della filosofia, e dovrebbe essere lasciata al suo posto. Fino a poco tempo fa nessuno si sarebbe aspettato che fosse applicabile alla pura ricerca scientifica. L'etica della chimica o della geologia non sembrerebbero avere maggiore significato dell'etica degli scacchi o del violino. E "non etico" non equivale a "criminale". Quando un'industria scarica prodotti inquinanti in un fiume agisce non in modo "non etico" ma semplicemente "criminale". Soltanto recentemente, parallelamente all'affermarsi della nuova professione dell'etico, alcune applicazioni pratiche della ricerca scientifica hanno incominciato a essere classificate come etiche o non etiche: classificazione che dimostra l'inadeguatezza del nostro codice criminale.


Così, in un recente numero della rivista Nature (19 settembre 1986) è stato pubblicato un articolo intitolato: "Proposte di principi etici per la tecnologia riproduttiva". Questo articolo, scritto da Gina Kolata, riassume una serie di raccomandazioni adottate dalla American Fertility Society. Un manuale di giardinaggio scritto dal peggior caprone non avrebbe potuto essere più permissivo.


Si distinguono quattro categorie: 1) eticamente accettabile; 2) adatto per esperimenti clinici; 3) adatto per ricerche scientifiche; 4) eticamente inaccettabile.


Le prime tre categorie includono praticamente tutto ciò che viene fatto al momento. Eticamente inaccettabili sono il brevetto di procedimenti medici e l'utilizzo di madri "sostitutive" per ragioni non mediche.


Quanto possano essere disinteressati gli scienziati, con la testa e gli occhi rivolti all'empireo della conoscenza e della verità, si può capire dal fatto che nessuno sembra aver considerato che in tutte queste varie operazioni notevoli somme di denaro passano di mano in mano, cosa che spesso finisce per far scomparire ogni senso etico.


La confusione in cui cade la società quando deve esprimere un giudizio su alcuni risultati della ricerca scientifica contemporanea non mi sorprende. C'è stata abitudine, in questo secolo, di considerare la scienza come la più elevata e pura impresa dell'uomo. La scienza era l'incessante  ricerca per scoprire i veri segreti della natura, una ricerca che ci avrebbe aiutato a capire il funzionamento del nostro pianeta.


Questa fiduciosa speranza è scomparsa, io credo, con la fusione atomica, la manipolazione del nucleo cellulare, la capacità di manipolare l'eredità genetica. E' cominciata una nuova era: la scienza è ora l'arte della manipolazione, modificazione, sostituzione e ridefinizione delle forze della natura. Ciò non vale, naturalmente, per tutte le discipline scientifiche, ma vale senza dubbio per quella che sto discutendo in questo articolo, una forma di biologia applicata che rischia di farci compiere brutalità che la società, quando aprirà gli occhi, forse non sarà facilmente pronta a tollerare.


Se i controlli arrivano tardi


A questo punto devo fare una precisazione. Con le mie parole non intendo affatto stabilire una distinzione tra una società incolpevole e una scienza malvagia. La scienza, ovviamente, è un prodotto della società e non potrebbe esistere senza il suo sostegno. E' infatti proprio in virtù di questo sostegno che la società, per mezzo dei suoi rappresentanti, può esercitare forme di controllo. Ma di solito i controlli arrivano troppo tardi per la gente comune. Per tutti noi, cresciuti in un ambiente che garantisce la libertà di pensiero ed espressione, sembra impensabile che ci possano essere eccessi nella ricerca scientifica. La tecnologia riproduttiva, nella forma in cui mi viene descritta, sembra rappresentare un esempio di questo genere.


Non sono in grado di fare una discussione filosofica su ciò che si intende per destino umano; una discussione che dovrebbe affrontare inoltre la questione se, e fino a che punto, le "arti curative" del passato fossero anch'esse una lotta contro il destino. Mi sembra che la stessa inefficacia di quelle arti faccia automaticamente sparire il problema. I confini di ciò che è curabile sono stati estesi lentamente e con fatica. La prevenzione sanitaria pubblica e l'uso degli antibiotici ha per- messo di sconfiggere molti virus, ma il corpo umano è rimasto il veicolo del proprio destino. Il destino doveva essere accettato, proprio come si accettava, e si accetta ancora, il decreto stabilito da quella inesorabile Signora che si chiama morte. Ma se la medicina continua a seguire la strada sulla quale sembra essersi ora incamminata, ben presto sentiremo dire che la sua grande e più autentica missione è la sconfitta della morte, una prospettiva che persino il più convinto degli ottimisti esiterebbe a concedere ad altri fuorché a se stesso.


Se una delle numerose Accademie delle Scienze che in passato organizzavano competizioni a premi per il miglior saggio su una determinata questione fosse stata abbastanza stravagante da proporre il tema "Come rendere innecessari i rapporti sessuali senza pregiudicare la riproduzione umana?", le attuali tecniche innovatrici di riproduzione sarebbero state certamente degne di vincere la medaglia d'oro. Che una domanda del genere non fosse a quel tempo neanche pensabile non dipende soltanto dallo stato ancora arretrato della ricerca scientifica, ma anche dal fatto che gli scienziati di allora erano meno intriganti di quelli di oggi, e preferivano evitare l'inevitabile.


Non so dire se il loro senso etico fosse più sviluppato di quello attuale; ma lo era certamente il loro senso estetico: si tenevano lontani da ciò che era indecente e mostruoso. Non posso nemmeno immaginare che un von Baer o un Virchow avrebbero mai accettato la produzione di embrioni umani al solo scopo di distruggerli.


Se la decisione spettasse a me, proibirei senz'altro la produzione di embrioni umani a scopo d'esperimento. La curiosità scientifica non è un impulso al quale non si debbano mettere limiti, benché non neghi che, ad esempio, il problema della differenziazione cellulare durante la crescita embrionale sia di grande interesse. Imporre un limite alle proprie domande è un sacrificio che anche uno scienziato deve essere pronto a fare in nome della dignità umana. Ci sono ancora così tante cose che non sappiamo: cominciamo da quelle.


Ritengo si debba condannare anche l'uso delle madri sostitutive, soprattutto nel caso sia fatto per guadagno. E' vero che il capitolo 30 della Genesi offre una vivace descrizione di una situazione alquanto confusa; ma lasceremo a quell'antico popolo del deserto il compito di mettersi a posto con la propria coscienza, sebbene si debba osservare che questo celebre racconto descrive in realtà una forma di adozione impiegata in una comunità primitiva poligamica.


Gli straordinari progressi che ha compiuto la scienza (soprattutto nelle sue applicazioni pratiche) nell'era moderna sono il risultato di un'infinità di piccoli passi in avanti, ognuno dei quali appare alla gente innocuo o persino vantaggioso. Aiutare qualche coppia che altrimenti sarebbe condannata a restare senza figli o a ricorrere all'adozione può sembrare una cosa giusta e meritevole agli occhi del medico. Ma stiamo già assistendo a una forma incipiente di allevamento umano, con la creazione di fattorie degli embrioni.


E chi potrà impedire la produzione di massa e lo sfruttamento industriale degli embrioni umani, la nascita di un nuovo settore della biotecnologia? E chi potrà negare l'interesse scientifico rappresentato dalla produzione di chimere, dallo studio della crescita di un embrione umano nell'utero di un animale? Ebbene, io penso che la società potrebbe impedire questo e anche altro; ma temo che non lo farà. Quello che vedo nel prossimo futuro è un gigantesco mattatoio, una Auschwitz molecolare, in cui, anziché denti d'oro, verranno estratti enzimi e ormoni.


"Nulla rimarrà invendicato": così ci assicura un celebre verso del "Dies Irae". Ma quel giorno non è ancora arrivato e, tenendo conto della natura umana, io vedo soltanto due modi per impedire che accada il peggio: mettere un freno alla cupidigia e mettere un freno all'ambizione degli uomini. Se la prospettiva del guadagno fosse del tutto eliminata, e l'utilizzo della tecnologia riproduttiva concesso gratuitamente, con vero spirito samaritano; e se fosse imposta una completa anonimità, in modo tale che ogni nuova scoperta fosse resa nota senza citare il nome del suo autore, credo che quasi tutti i peggiori eccessi potrebbero essere evitati. Il carattere ridicolmente utopico di questi miei suggerimenti deve essere considerato direttamente proporzionale alla mia mancanza di speranze.



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Fonte:
E. Chargaff "Il fuoco di Eraclito" Garzanti 1985
"On the dangers of genetic meddling", Lettera di Erwin Chargaff indirizzata all'editore di "Science", 1976 Jun 4

Il pericolo di un pasticcio genetico

Il tentativo recentemente intrapreso di far gustare al pubblico il bricolage genetico, pone un curioso problema. I National Institutes of Health (NIH) si sono lasciati coinvolgere in una controversia (probabilmente perché qualcuno li ha pregati di stabilire «linee direttrici»), in cui non hanno proprio nulla da cercare. Forse, si sarebbe dovuto rivolgere una siffatta richiesta al dipartimento della giustizia, il quale, però, dubito che si sarebbe occupato dei problemi di una biologia molecolare colposa.


Anche se non credo che un’organizzazione terroristica abbia mai chiesto alla polizia federale di emanare direttive riguardanti l’esecuzione corretta di esperimenti con esplosivi, sono sicuro del tipo di risposta: dovrebbero mantenersi estranei a qualsiasi azione illegale. Ciò rientra anche nel caso di cui intendo ora parlare: nessuna cortina fumogena e nessun laboratorio di sicurezza del tipo P3 o P4 possono esimere il ricercatore dalla colpa, se ha recato danno a un suo simile.


Devo riporre le mie speranze nelle donne delle pulizie e negli addetti agli animali impiegati nei laboratori a giocherellare con i DNA ricombinanti, o nel legislatore che deve ravvisare un’occasione d’oro nella possibilità di perseguire le pratiche biologiche illecite, e nelle corti d’assise che disdegnano dottori di ogni tipo.


Nell’esecuzione della mia impresa donchisciottesca - una lotta contro mulini a vento muniti di laurea in medicina - comincerò con la follia principale, ciooè con la scelta dell’Escherichia coli come ospite. In tale contesto vorrei citare una definizione contenuta in un prestigioso manuale di microbiologia: «L’Escherichia coli viene indicato come il “bacillo dell’intestino crasso”, perché è la specie predominante in quel tratto dell’intestino».


In realtà noi ospitiamo molte centinaia di diverse varianti di questo utile microorganismo, responsabile di poche infezioni, ma forse del maggior numero di lavori scientifici che qualsiasi altro organismo vivente. Se gli uomini del nostro tempo si sentono chiamati a produrre nuove specie di cellule viventi (specie che il mondo non ha probabilmente mai visto dagli inizi della sua esistenza), perché scegliere proprio un microorganismo che da gran tempo è convissuto con noi in rapporti più o meno felici?


La risposta è che noi ne sappiamo di più sull’Escherichia coli che su qualsiasi altro essere vivente, inclusi noi stessi. Ma questa è una risposta valida? Prendetevi tempo, fate con diligenza le vostre ricerche e ricaverete alla fine molte cose su microorganismi che non possono vivere nell’uomo e nell’animale. Non c’è fretta, non c’è per niente bisogno di avere premura. A questo punto, molti colleghi mi interromperanno assicurandomi di non poter aspettare più a lungo, di avere una fretta incredibile di aiutare l’umanità sofferente.


Orbene, senza mettere in dubbio la nobiltà dei loro motivi, devo dire che, per quanto io sappia, nessuno ha mai presentato un progetto chiaro dì come preveda di guarire tutto, dall’alcaptonuria alla degenerazione di Zenker, per non parlare del modo con cui intende migliorare e sostituire i nostri geni. Ma schiamazzi e vuote promesse riempiono l’aria: «Non volete in fin dei conti avere un’insulina a buon mercato? Non vi piacerebbe vedere il grano prendere il suo azoto direttamente dall’aria? E non sarebbe bello se a verde umanità potesse preparare il suo cibo mediante fotosintesi: dieci minuti al sole come colazione, trenta minuti per il pranzo e un’ora per la cena?». Bene, forse sì, forse no.


Se è veramente necessario che il dottor Frankenstein continui a produrre i suoi piccoli mostri biologici (ma io ne nego l’urgenza e persino la necessità) deve forse essere l’Escherichia coli a fornire il grembo materno? Questo è un campo dove quasi ogni esperimento costituisce un. colpo sparato a casaccio, e chi può sapere che cosa mai si riesce a impiantare nel DNA dei plasmidi che saranno moltiplicati dal bacillo sino alla consumazione dei secoli?


E alla fin fine questa roba penetrerà nell’uomo e nell’animale, nonostante tutte le misure di sicurezza. Tra interno ed esterno non c’è una reale differenza. In seguito ci assicureranno che i lavori verranno eseguiti con virus lambda indeboliti e con ceppi di E. coli modificati e difettosi, i quali non possono vivere nell’intestino. Ma come la mettiamo con lo scambio di materiale genetico nell’intestino?


Come possiamo essere sicuri di quel che accadrà, quando i piccoli mostri sgattaioleranno fuori dal laboratorio? Ecco un’altra citazione dal ragguardevole manuale: «In effetti non si può escludere la possibilità che mediante una ricombinazione genetica nel tratto intestinale persino bacilli innocui possano diventare in qualche occasione virulenti». Io, però, penso a qualcosa di peggio della virulenza. Stiamo giocando con il fuoco.


Non è un motivo di sorpresa ma di deplorazione se i gruppi con il compito di stabilire «linee direttrici» e i diversi comitati consultivi siano stati formati esclusivamente, o in maggioranza, di sostenitori di questo genere di sperimentazione genetica. Si è trascurato completamente (questa, almeno è stata l’impressione) il fatto che ci trovavamo di fronte a un problema non tanto di igiene quanto di etica, e che la domanda cui si doveva anzitutto rispondere era se noi avevamo il diritto di porre un’ulteriore terribile ipoteca su generazioni non ancora nate.


Uso l‘aggettivo «ulteriore» in rapporto al problema irrisolto e altrettanto pauroso dell’eliminazione delle scorie nucleari. Il nostro tempo è condannato a lasciar prendere decisioni di enorme portata da persone deboli, travestite da specialisti. C’è qualcosa di più vasta portata della creazione di nuove forme di vita?


Ora, poiché è chiaro che i National Institutes of Health non sono adatti a decidere su dilemmi così importanti, posso soltanto sperare, anche senza alcuna seria prospettiva, in un’azione del parlamento. Si potrebbero, per esempio, valutare le possibilità di compiere i seguenti passi: 1) divieto assoluto di utilizzare come ospiti batteri presenti nell’organismo umano; 2) istituzione di un’autorità veramente rappresentativa di questo paese, la quale dovrebbe accordare e sostenere ricerche su ospiti e metodiche meno contestabili; 3) rendere monopolio federale qualsiasi forma di «ingegneria genetica»; 4) concentrazione di tutto il lavoro di ricerca in un solo luogo, per esempio a Fort Detrick. Naturalmente sarà necessaria una forma di moratoria sino alla promulgazione di norme legislative di sicurezza.


Ma al di là di tutto ciò si presenta un importantissimo  problema di carattere generale: la spaventosa irrevocabilità dei propositi. Si può smettere con a fissione atomica, si può desistere dal visitare ancora la Luna, ci si può astenere dall’uso di aerosol, è possibile persino prendere in considerazione la decisione di non uccidere intere popolazioni per mezzo di alcuni tipi di bombe, ma non si possono revocare nuove forme di vita. Una cellula di Escherichia coli appena costruita e in grado di vivere, che porti con sé un DNA plasmidico insieme a un pezzo di DNA eucariotico trapiantato, sopravviverà a noi, ai nostri figli e ai nostri nipoti.


Un attacco irreversibile alla biosfera è una cosa talmente inaudita e sarebbe parso così impensabile alle generazioni passate, da indurmi soltanto a desiderare che la nostra generazione non commetta tale colpa. L’ibridazione di Prometeo con Erostrato produce necessariamente risultati cattivi. In effetti, i risultati sinora pubblicati delle sperimentazioni in questo campo non sono certo convincenti. Comprendiamo assai poco del DNA eucariotico e non sono ancora pienamente intellegibili  il significato delle interruzioni e delle sequenze ripetute del DNA e la funzione dell’eterocromatina.


Si ha l’impressione che esperimenti di ricombinazione in cui un pezzo di DNA animale viene incorporato nel DNA di un plasmide microbico siano effettuati senza capire a fondo ciò che sta succedendo. Il luogo in cui un dato gene si trova nel DNA con riferimento alle sequenze dei nucleotidi contigui viene lasciato al caso o si tratta dì controllo e regolazione reciproci? Possiamo essere sicuri - tanto per citare qualcosa di fantasticamente improbabile - che il gene per un determinato ormone albuminico, funzionante soltanto in alcune cellule specializzate, non diventi cancerogeno, qualora sia introdotto, per così dire, nudo e crudo nell’intestino? è una cosa saggia mescolare ciò che la natura ha tenuto distinto, cioè i genomi di cellule eucariotiche con quelli di cellule procariotiche?


Il peggio è che non lo sapremo mai. Rispetto all’uomo, i batteri e virus sono sempre appartenuti a un movimento biologico clandestino estremamente attivo, la nostra comprensione della guerriglia per mezzo della quale essi influiscono su forme superiori di vita è molto lacunosa. Mentre aggiungiamo a questo arsenale insondabili strutture vitali (procarioti, che moltiplicano geni eucariotici) gettiamo un velo di incertezza sulla vita delle future generazioni. Abbiamo .il diritto di operare in contrasto con la saggezza evolutiva di milioni di anni per accontentare l’ambizione e la curiosità di alcuni scienziati?


Questo mondo ci è dato soltanto in prestito. Arriviamo e ce ne andiamo e dopo di noi lasciamo terra, aria e acqua ad altri che ci seguono. La mia generazione - o forse quella che l’ha preceduta - ha intrapreso per prima sotto la guida delle scienze esatte una distruttiva guerra coloniale contro la natura. Perciò il futuro cimaledirà.



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Fonte:
http://www.impegnoreferendum.it/ - rimedi della tecnoscienza (21 maggio 2005)

Nasce in provetta il nuovo populismo

di Claudio Risé

Il prossimo referendum, che si propone di trasformare la procreazione assistita, prevista dalla legge vigente, in una procreazione fabbricata tecnologicamente, promossa secondo regole di mercato, rappresenterà uno snodo importante nella storia della democrazia, non solo italiana. Si tratterà infatti del primo banco di prova di un populismo tecnoscientifico, il cui obiettivo non sarà più la difesa di privilegi locali, o la richiesta di leggi di polizia (tradizionali richieste populiste), bensì la fabbricazione dell’uomo, a prezzo della soppressione di organismi umani viventi.


Il carattere populista dell’iniziativa è dato innanzitutto dallo strumento prescelto, il referendum, col suo caratteristico scavalcamento delle istituzioni parlamentari, ed il suo "dare direttamente la parola" al popolo. La cui opinione è fortemente condizionata dallo schieramento mediatico, controllato dai maggiori gruppi industriali e finanziari, favorevole al referendum. Un "popolo" dunque pilotato, come spesso accade da poteri forti. Populista è però anche il contenuto affettivo della posta in gioco. Nella quale, come sempre nel populismo, si contrappone una richiesta egoistica all’interesse del più debole.


La richiesta egoistica in questa vicenda è quella delle coppie sterili, che trasformano la loro domanda di figli, in "diritto", da soddisfare, anziché attraverso l’adozione di bimbi abbandonati, o comunque bisognosi, attraverso la fabbricazione di nuovi esseri umani che verrebbero loro consegnati, come "proprietà", dall’apparato tecno-scientifico che si dichiara in grado di fabbricarli.


Particolare non secondario, questa fabbricazione richiede la soppressione di esseri umani già viventi in forma embrionale.


Contrariamente all’impostazione dell’intero dibattito, che i radicali, promotori del referendum, spalleggiati da operatori più fortemente impegnati in strutture ospedaliere, e dagli opinionisti dello schieramento, hanno presentato come una scelta tra scienza e fede, la questione posta sta già tutta all’interno di una coscienza laica che riconosca la propria responsabilità nei confronti degli altri (anche se poi interpella a vario titolo anche l’uomo religioso).


Le domande poste alla coscienza laica sono essenzialmente due. La prima: "È legittimo che uno Stato decida la soppressione di esseri inermi, che non possono difendersi, dietro la spinta plebiscitaria di masse, organizzate da interessi di particolari gruppi (qui gli individui che esigono figli, pur non essendo in condizione di averli naturalmente, e i gruppi di pressione sanitari e scientifici interessati allo sviluppo di questo mercato)"? La seconda: "Può una democrazia sopravvivere in una situazione nella quale decisioni decisive dal punto di vista sociale (in questo caso per gli effetti sulla famiglia, e sulla vita e morte di individui), vengono prese sotto fortissime pressioni di "esperti", che si presentano come detentori di verità scientifiche?.


Questa seconda questione irrompe nel dibattito politologico dei Paesi dotati di facoltà di Scienze Politiche autorevoli, nel secondo dopoguerra, a seguito della riflessione sul ruolo determinante svolto dai fisici nella realizzazione di armi di sterminio di massa, una vicenda che aveva dimostrato le enormi possibilità di produzione di morte ad opera della scienza. L’esame della questione assume poi forma più strutturata nel successivo dibattito sulla "tecnocrazia", di cui i gruppi di pressione tecnoscientifici sono parte, sviluppatosi a metà del anni 60, cui partecipai in quanto assistente e collaboratore, a Losanna, di uno dei suoi protagonisti, Jean Meynaud. Come la maggior parte dei politologi di formazione democratica Meynaud temeva fortemente "l’affermazione di nuovi signori la cui autorità non deriverebbe più da una delega popolare, ma dal potere derivante dalle competenze". E concludeva che, per ora, il modo migliore di evitare una simile deriva era rafforzare i partiti, e difendere i poteri e le competenze dei parlamenti.


Lo spettro di referendum di spinta tecnocratica su materie etiche, come quello cui andiamo incontro, non si era ancora configurato; ma le sue potenzialità erano già presenti. Lo erano, a ben vedere, già da un pezzo: almeno dalla presa del potere da parte di quel particolare tipo di populismo tecnocratico che fu il nazionalsocialismo.


Lo sfondo di questo dibattito, spostandoci sul punto di vista epistemologico, della filosofia della scienza è quello del sapere scientifico, ed in particolare della medicina. Una questione non affrontabile oggi, prescindendo dai lavori di Michel Foucault e, dal punto di vista della medicina di Ivan Illich. Lavori relativamente recenti, che sollevarono accesi dibattiti in tutto il mondo, ma che qui, in Italia, in questi giorni, tutti sembrano aver dimenticato (semmai li hanno conosciuti), soprattutto nel campo che si qualifica come portatore "del progresso scientifico".


I lavori più radicali sono quelli di Ivan Illich, come Medical Nemesis. The Expropriation of Health, ed anche Tools for Conviality Foucault riprende Medical Nemesis nel suo lavoro Crisis de un modelo en la medicina. Ne La convivialità, Illich presenta efficacemente la questione. "La perversione della scienza nasce dalla credenza in due specie di sapere: quello, inferiore, dell’individuo, e quello, superiore, della scienza. Il primo apparterrebbe alla sfera dell’opinione, sarebbe l’espressione di una soggettività, e non avrebbe nulla a che fare col progresso. Il secondo sarebbe obiettivo, definito scientificamente , e diffuso da portavoce competenti…. Sotto il nuovo regno il cittadino abdica ad ogni potere in favore dell’esperto, unico competente".


Questa situazione ha ricadute politiche, e psicologiche devastanti, di grande rilievo anche dal punto di vista delle questioni buttate oggi con inaudita violenza nella macchina referendaria. "Il conflitto personale non ha più alcuna legittimità dal momento che la scienza promette l’abbondanza per tutti e pretende di dare a ciascuno secondo le sue esigenze personali e sociali, obiettivamente identificate. La persona non può più contribuire di suo al continuo rinnovamento della vita sociale. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffé. Il cittadino si siede davanti allo schermo, e tace."


Perché analizzare, per esempio, e trasformare psicologicamente, e simbolicamente, il conflitto conseguente alle difficoltà di procreazione se la scienza si dice capace di fornirti un figlio bello pronto? Peccato che poi, a parte le menzogne della scienza megafonata (in questo caso documentate, ad esempio, da esperti come Agnoli, e Vescovi, resi però pressoché invisibili nel megaschieramento mediatico tecnoprogressista), poiché la realtà è fatalmente ed unicamente quella prodotta dagli individui, questo scavalcamento dell’elaborazione del Sé, della propria reale condizione, attraverso l’accesso al tecnicizzato prodotto-figlio, apra, come vede poi lo psicoterapeuta, baratri di ogni genere. Ciò accade proprio perché in questo procedimento un sapere astratto e inefficace (in quanto prescinde dal soggetto), ha dislocato l’essere umano in una condizione che non è la sua.


Per Foucault, i medici e la medicina, "proprio a causa della loro efficacia provocano degli effetti, alcuni puramente nocivi, altri incontrollati, che obbligano la specie umana ad entrare in una storia azzardata, in un campo di probabilità e rischi la cui ampiezza non può essere misurata con precisione". E ricorda, tra i moltissimi altri esempi, come il trattamento anti infettivo abbia prodotto una diminuzione generalizzata nella capacità degli organismi di difendersi. Certo il rischio medico, nota, cioè il legame tra effetti positivi e negativi della medicina, fa parte di tutta la sua storia. "Il livello di consumo medico, conclude, e il livello di salute non sono in relazione diretta".


La pratica psicoterapeutica conferma con chiarezza sia le intuizioni di Illich, che i lavori di Foucault. Il benessere psichico dell’individuo é direttamente proporzionale alla sua capacità di porsi in modo riflessivo e critico nei confronti delle promesse salvifiche e di benessere del potente circo tecnomediatico. La cui tendenza a presentarsi come lo strumento che allontanerà dalla vita umana l’esperienza del dolore, della perdita e della mancanza, oltre a possedere lo stile volgare della ciarlataneria, e ad abituarvi le persone, imbarbarendo la cultura nel suo complesso, suscita aspettative destinate a venire deluse. Non perché la tecnoscienza non possa fabbricare bambini, ma perché questa fabbricazione, avvenendo fuori dal mondo umano dei corpi e delle loro relazioni affettive ed emotive, crea una molteplicità di complicazioni psichiche di difficile soluzione.


Infine, questo è il mio parere, l’individuo sterile viene privato dall’intervento pseudo rassicurante (in realtà profondamente ansiogeno), del funzionariato tecnoscientifico, di una parte importante della sua verità, e della sua storia. Alla quale il soggetto è chiamato a dare un senso, una risposta, una soluzione, vivendo, insieme, l’esperienza profondamente umana della consapevolezza del limite, anziché la fantasia psicotizzante di onnipotenza indotta dalla tecnoscienza. Elaborazione del senso ed esperienza del limite possono essere positivamente vissuti nell’ambito, tradizionalmente proprio dell’ umano, di quella che Illich chiamava la convivialità: la vicinanza, i corpi, il provvedere ai bisogni degli altri, per esempio di un bimbo senza genitori.


L’essere umano di questo ha bisogno: calore, sentimento, incontro, scambio, affetto. Certo il mondo dei corpi, e degli affetti, ci mette davanti al limite: della procreazione, delle performance impossibili, dell’invecchiamento sicuro, e tanti altri ( tra i quali, certa, la morte). Per ognuno di questi limiti la tecnoscienza sfodera, a singhiozzo, sfavillanti rimedi.


Questi rimedi separano la storia di chi li adotta, da quella del resto dell’umanità, che accetta il limite, a cominciare da quello della costante connessione tra corpo, e affetto. Una scissione di cui razionalmente, laicamente, in tutta la mia esperienza di vita e professionale, osservo le drammatiche conseguenze.



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Fonte:
Il Foglio di oggi 12 aprile 2005

Sono di sinistra e non schiodo

di Alessandra Di Pietro

Sono di sinistra e non schiodo. Voterò al referendum sulla legge 40 ma metterò lo stesso qualche No. Potendo, abrogherei per intero, come chiedevano i radicali, ma non per i loro stessi motivi bensì perché sono sempre stata d’accordo con un intervento legislativo leggero, il minimo possibile. Avrei dunque cancellato tutta la legge 40 sperando, forse invano, in nuove norme non misurate sull’adesione o sulla sottrazione trasversale a una fede, quella cattolica o quella nella scienza.


Mi piacerebbe che a sinistra fosse autorevole e maggioritaria la cautela su tecnologie che hanno al centro il corpo delle donne e il potere di generare, che provassimo in molti un po’ di sana diffidenza verso scienziati che fanno business sul desiderio di maternità.


Diffido dell’ipotesi di trasformare l’accesso alla fecondazione artificiale in un diritto specifico, mentre penso che grande attenzione vada messa sulla sicurezza e sulla salute delle donne - questo si un diritto - che non può essere centrata sulla produzione o meno di tre embrioni ma riguarda, piuttosto, l’insieme di cure e pratiche che precedono gli interventi di fecondazione, i trattamenti della sterilità: stiamo parlando, è bene ricordarlo, di tecniche che martoriano il corpo.


E un dibattito politico che enfatizza, anche senza volerlo, la maternità biologica come condizione fondante della femminilità offende non solo lo stesso principio di scelta della maternità (è legittimo pure scegliere di non essere madre), ma anche coloro che madri non potranno diventare. Come si vede, sono piena di “riserve etiche” anche se non vado d’accordo con Camillo Ruini.


Se in questi referendum vincerà l’astensione, la legge diventerà intoccabile e a poco servirà dire che non c’è stato un esplicito consenso popolare: l’astensione potrà essere letta come la legittimazione del lavoro parlamentare. Se si vinceranno i Si, le norme andranno riscritte per tenere conto di ciò che dice il paese. In entrambi i casi servono cittadini e cittadine consapevoli, per davvero, sull’uso delle biotecnologie e dunque in grado di esprimere un giudizio fortemente informato.


Credo, infatti, che l’atteggiamento di chi compra, dunque finanzia il mercato delle biotecnologie, può incidere più del proibizionismo sulle rotte della ricerca scientifica, quantomeno su alcune sue applicazioni.


Se si crede, e nulla fa pensare il contrario, che l’opinione pubblica possa avere idee chiare sull’uso della fecondazione artificiale, è necessario abbandonare slogan e emotività. Nel mio piccolo, penso che fermare la propaganda sia un dovere, ne siamo tutti contaminati. Ieri, per esempio, ho cestinato un video contro la legge 40 che gira via e-mail, confezionato con cura da un o una appassionata ma estremamente increscioso per noi di sinistra. Il filmato propone una sequela di bugie e mezze verità alternate a immagini di bimbi tra corolle di fiori o neonati cullati da un foulard.


Alcune affermazioni contenute in questo video, tipo: “In Italia c’è una nuova legge che impedisce ai bambini di venire al mondo e alle donne di diventare madri”, riecheggiano argomenti ideologici che il Movimento per la vita ha usato contro la legge 194 e che vanno rigettati, fosse solo per marcare la differenza di uno stile politico. Sempre dal video: “(…) ci sono bambini nati da spermatozoi e ovociti di donatori esterni alla coppia che non nasceranno. Ora gli uomini e le donne sterili in Italia non potranno più avere figli”. Questo è un messaggio terrorizzante che definisce come vittima chi ha un problema di sterilità, il che non aiuta le vittime a risollevarsi né a combattere il presunto carnefice.


L’infelice foto che illustra questa infelice frase ritrae decine di bambole tutte uguali, vestite con una tuta rosa ma, a ben guardare, in mezzo c’è una creatura vera, assolutamente uguale alle bambole (o viceversa). L’immagine evoca ovviamente il “supermarket dei bambini”, definizione che non amo perché riassume una possibile, reale deriva in un semplicistico slogan, più facile da rifiutare che da accogliere per una riflessione. La foto, inoltre, allude - sempre senza volere, immagino - alla clonazione, su cui in Italia è stato messo un assoluto divieto bipartisan, ma che spintona ancora a forza nella ricerca scientifica seppur sotto la definizione di clonazione terapeutica, apparentemente più debole. Il filmato mi è arrivato anonimo e credo non sia riconducibile al Comitato dei referendum per il Si, ma è zeppo di luoghi comuni semplificatori.


Un dibattito pubblico informato e di buona qualità, invece, farebbe saltare gli schemi politici che consentono a entrambi gli schieramenti di fare propaganda. E potrebbe smarcare la questione della fecondazione artificiale e dell’uso delle biotecnologie dall’infelice contrasto cattolici/laici, creando un’inedita trasversalità di valori e di idee. Il paradosso dei referendum, infatti, è che i quesiti sono puntuali, le risposte secche, tuttavia le scelte possono essere motivate da ragioni che non trovano rappresentanza e non coincidono con gli attuali schieramenti, oppure li attraversano in libertà, senza sentimento di appartenenza.


Così è almeno nella mia esperienza. Tre esempi. Voterò Si all’abrogazione del primo articolo. Ritengo che per proteggere l’inizio della vita non sia necessario considerare il concepito un soggetto (coinvolto).


Per mia personale convinzione, supporre che l’embrione debba essere difeso anche contro la madre (Chi dovrebbe esercitare questa difesa poi? I giudici? Ancora i giudici?), intacca uno dei principi fondanti di questo mondo, la relazione tra chi genera e chi è generato, inscindibile legame e grande tesoro. Le donne si sono sempre prese scrupolosamente cura della vita dall’inizio dei tempi e questa è una delle ragioni per cui siamo ancora qui a parlarne.


Sulla procreazione godono di una autorità che ha radici nei fatti e nella storia. È molto triste e pericoloso che non si facciano largo in questo dibattito voci femminili capaci di riconoscere e tradurre questa verità di cui ogni donna è consapevole, e che a sinistra per difendere l’autodeterminazione si faccia appello alla scienza e non alla riflessione e alla elaborazione della parte migliore del femminismo. Non tenere saldo questo timone fa perdere l’orientamento alle donne, sia a quelle che parlano sia a quelle che ascoltano.


Né la posizione di chi si china sugli embrioni come su una culla, né quella di chi non se ne preoccupa affatto ha il sapore della consapevolezza femminile. Soffocata dalle grida di una parte e dell’altra, la verità delle donne, della loro esperienza, del loro equilibrio, del loro essere più sapienti della scienza non dà frutto.


In coerenza con queste mie idee, ho molti dubbi anche sulla fecondazione eterologa. Sono una fan di tutte le possibili combinazioni familiari, omosessuali comprese, ma temo fortemente, per esempio, le conseguenze dell’anonimato (la retromarcia della liberale Inghilterra insegna) e il mercato degli ovuli a danno delle più povere (se ne è preoccupata pure la Commissione europea).

Terzo esempio, il quesito sull’uso degli embrioni sovrannumerari.


Mi pare significativo che la comunità scientifica si divida sulla prospettive della ricerca sulle cellule staminali embrionali e che in molti oggi non lo ritengano il migliore binario per trovare soluzioni a malattie incurabili. Dunque, nel dubbio e per cautela, dico No.


Si, ne sono sicura, i miei pensieri e le mie domande sono di sinistra, ma ogni tanto mi sento isolata. Per fortuna altri dubitano. Il deputato verde Paolo Cento, intervistato da Avvenire, ha ricordato che le biotecnologie sono anche un business, la diffidenza verso la manipolazione genetica è un patrimonio della cultura ecologista, c’è uno spazio da occupare tra il proibizionismo e l’affidamento acritico alla scienza, votare Si, No o astenersi sono tutte posizioni legittime.


Le proposte di approfondimento di Paolo Cento, che non ama la legge 40 e lo ha sempre dichiarato, sono state liquidate in modo sbrigativo e in qualche caso ai limiti della volgarità. So che è un colpo basso metterla così, ma vorrei chiedere: come mai tutta quella gente di sinistra che è contraria alla manipolazione genetica della verdura non batte ciglio davanti alla manipolazione genetica degli esseri umani?




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Fonte:
Corriere della Sera, 6 ottobre 2004

Fecondazione, Chiesa, valori, laicismo

di Ernesto Galli della Loggia


Si ha l'impressione molto spesso, in Italia, che la vera sostanza del laicismo (cosa ben diversa dallo spirito laico) consista nella superficialità  (talora assai rozza) con la quale esso è solito definire e/o interpretare la posizione cattolica. Lo si sta vedendo ancora una volta da qualche tempo a proposito della legge sulla fecondazione assistita e di tutte le questioni relative. Lo schieramento politico culturale laicista è infatti incline ad additare al pubblico disprezzo quanto sostiene la Chiesa e ricorrendo abitualmente ai graziosi epiteti di «oscurantista», «medievale», «nemico delle donne», «reazionario». 


Ne parla come un punto di vista fuori dalla storia ma soprattutto privo della benchè minima dignità  culturale, intriso di pregiudizio antiscientifico e al servizio del puro e semplice desiderio della Chiesa e del clero di essere gli unici tribunali della coscienza. àˆ difficile immaginare una delegittimazione più radicale.

A me pare, invece, che non ci sia bisogno di essere dei cattolici osservanti nè di aderire alle posizioni della Chiesa sulla questione specifica (personalmente io non sono la prima cosa e non aderisco alle seconde: in particolare mi lascia molto perplesso l'estensione che il Magistero fa del concetto di «vita», inclusivo dell'embrione, fino a farlo coincidere di fatto con il concetto di «persona», con conseguente estensione dei diritti di questa all'altro), non c'è bisogno di tutto ciò per capire che al fondo degli orientamenti della Chiesa e dei suoi ostracismi si agitano questioni decisive, per il futuro non già  della Santa Sede bensì per quello di tutta l'umanità .

Questioni ineludibili che meritano ben altra attenzione di quella, per lo più infastidita e sprezzante, che tanta parte della società  italiana, in particolare del ceto dei colti, è solita riservargli. Voglio citarne solo due: quelle che tra tutte a me sembrano della massima importanza.

La prima è riassumibile in alcuni interrogativi: può esserci, è ammissibile o no che ci sia, un limite all'applicazione delle scoperte scientifiche alla realtà  sociale? (Attenzione sto parlando non di un limite alla ricerca scientifica, ma di un limite, alla sua, per così dire, traduzione nel corpo sociale, nella vita quotidiana di uomini e donne)? 


Oppure è giusto - ecco l'altro corno del dilemma - acconsentire a tutto ciò che la scienza rende e renderà  domani possibile, consentire che ogni possibilità  diventi concreta, sia fatta transitare senza alcun vaglio nella trama dei rapporti umani di cui siamo in certo senso i depositari storici e gli eredi? 


Ancora: è giusto che domani ci si disfi di un embrione qualunque malattia gli sia diagnosticabile per il futuro? Oppure per alcune malattie ciò sarà  ammissibile e per altre no? 


E come scegliere? In base a quale criterio? In altre parole, e in generale: è lecita o no una discussione pubblica sulla scienza e sui suoi effetti sociali? 


E si può parlare della scienza a prescindere dal suo proprio punto di vista o di quello di coloro che, per essere addetti ai lavori, pretendono che la propria opinione abbia un valore superiore a quella dei profani? 


E' permesso parlare ad esempio della fecondazione assistita e delle sue conseguenze sulla società  umana infischiandosene del parere del celebre ginecologo o di quello della famosa astronoma? 


I quali, tra l'altro, non si vede quale titolo abbiano a pronunciarsi su cose che non conoscono o conoscono nè meglio nè peggio di chiunque altro? 


Oppure sulle conseguenze sociali delle scoperte scientifiche è lecito che prendano la parola solo gli esperti, e che la decisione in merito spetti esclusivamente alle singole volontà  degli individui dal momento che ciò corrisponderebbe ad un loro «diritto», che domani potrà  estendersi chissà  a quali altri desideri?

Ecco alcune delle questioni di qualche peso che la posizione della Chiesa cattolica, con la sua netta ostilità  alla manipolazione artificiale della riproduzione umana, contribuisce a porre e a tenere aperte. Quest ioni che ne sollevano una ulteriore: a che cosa si ridurrebbe mai una sfera politica che nel governo della società , dopo essersi spogliata - come almeno in parte si sta spogliando - di molte decisioni in materia economica, si spogliasse pure di quelle in materia di applicazioni sociali della scienza? 


La seconda questione che la posizione cattolica contribuisce più o meno direttamente a sollevare e ad agitare riguarda anch'essa chiunque di noi, dal momento che riguarda nè più nè meno che la natura degli umani. 


In realtà , infatti, le accanite discussioni sull'inizio della vita, sul concepimento, sull'embrione e via dicendo, non riguardano tanto il mondo intrauterino quanto il mondo dei già  nati, dei già  vivi ad ogni effetto, il mondo nostro, la sua organizzazione e i suoi principi.

Dalla notte dei tempi fino ad oggi infatti quella che chiamerei l'apparente casualità  genetica è stato un elemento costitutivo della persona. Nessuno è in grado di conoscere le qualità  e il destino di un essere umano che vede la luce: in esso si può nascondere un genio o un imbecille; così come di conseguenza nessuno è in grado di conoscere le sue potenzialità  evolutive, sia fisiche che intellettuali. 

Ebbene, l'esistenza di questo vero e proprio velo di ignoranza intorno al progetto biologico nonchè intorno alle capacità  e al carattere del singolo individuo, è decisiva, nel legittimare la rivendicazione di una piena eguaglianza tra tutti gli esseri umani e la loro necessaria libertà .

Se quel velo d'ignoranza viene meno, infatti, se un'appropriata diagnosi genetica fosse in grado domani di farci conoscere qual è il destino biologico di questo o di quello, quali la sua speranza di vita, le sue possibilità  di ammalarsi, quali, anche, la sua capacità  di apprendere, di applicarsi al lavoro, e così via ipotizzando (ma la ricerca autorizza ormai quasi ogni genere d'ipotesi), ognuno capisce che diverrebbe in pratica difficilissimo mantener saldo quell'orientamento ideologico, oggi di gran lunga prevalente nella nostra società , che non solo reputa imprescindibile l'uguaglianza dei diritti, ma non rinuncia neppure ad augurarsi anche l'eguaglianza delle chances, dei punti di partenza. 


C'è bisogno di aggiungere che l'orientamento ideologico in questione si chiama democrazia? Ancora domande dunque, e sempre sullo stesso punto decisivo: il limite. C'è un limite? E dove lo si fissa? E chi lo fissa? E in base a quale criterio? Oppure, viceversa, è tutto mobile, si cambia di continuo tutto a seconda dell'avanzamento della ricerca scientifica, o magari in base al semplice desiderio di ognuno di noi, per l'occasione ribattezzato con il sacro nome di diritto.


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