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COMMISSIONE D'INCHIESTA SULLA MAFIA

(20 dicembre 1962 - 4 luglio 1976)

http://archiviopiolatorre.camera.it/

Senato della Repubblica - Camera dei Deputati

RELAZIONE DI MINORANZA - PISANO'


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PARTE SECONDA

(Relazione del senatore PISANO')

MAFIA, POLITICA E POTERI PUBBLICI

ATTRAVERSO LA STORIA DI LUCIANO LEGGIO

Nel capitolo quarto della Relazione di maggioranza («Le ramificazioni territoriali della mafia»), dopo avere trattato l'evoluzione del fenomeno mafioso in questo dopoguerra, attraverso una rapida sintesi della vita di Luciano Leggio dall’inizio della sua attività criminale fino aJla sua cattura avvenuta a Milano il 16 maggio 1974, si afferma (paragrafo 7):

«Naturalmente sarebbe vano cercare di individuare le responsabilità personali che hanno permesso a Leggio di non essere chiamato a rispondere dei suoi crimini con la necessaria tempestività... ».

Ebbene, noi non concordiamo con questa affermazione.

Le testimonianze e i documenti raccolti dalla Commissione antimafia offrono pienamente la possibilità di individuare queste responsabilità, permettendo contemporaneamente di comprendere i motivi di fondo che hanno consentito all'organizzazione mafiosa siciliana di rafforzarsi paurosamente nel corso di questi ultimi decenni, estendendo le sue attività a tutto il territorio nazionale.

Questi documenti e queste testimonianze consentono infatti, ricostruendo passo passo l'attività banditesca di Luciano Leggio (che è stato e resta il simbolo stesso della delinquenza mafiosa dal primo dopoguerra ad oggi), di mettere a fuoco le complicità, i collegamenti, le protezioni che, a livello di poteri politici, statali ed economici, hanno dato modo all'organizzazione mafiosa di imporre la sua criminosa presenza anche in quelle regioni d'Italia settentrionale sempre rimaste immuni da fenomeni del genere.

I documenti e le testimonianze esistenti negli archivi della Commissione antimafia (e che noi citeremo nel corso della nostra relazione) portano infatti a collegare il nome di Luciano Leggio e ile vicende di cui è stato protagonista il dottor Pietro Scaglione, Procuratore capo della Repubblica di Palermo, assassinato il 5 maggio 1971, al dottor Angelo Vicari, già prefetto di Palermo e Capo della polizia dal 1960 al 1973, a Salvatore Lima, già sindaco democristiano di Palermo, eletto quindi deputato e divenuto Sottosegretario idi Stato alle finanze con il secondo Governo Andreotti, al banchiere De Luca, già creatura di Sindona, che, attraverso il suo Banco di Milano, ci porta a Graziano Verzotto, ex senatore democratico cristiano e già presidente dell’Ente minerario siciliano, di cui nome torna sempre a galla ogni volta che si parla del rapimento del giornalista Mauro De Mauro, scomparso nel settembre del 1970 mentre stava indagando sulle ultime ore di vita di Enrico Mattei, presidente dell'ENI, tragicamente finito nell’esplosione in volo del suo aereo la notte del 27 ottobre 1962, due ore dopo essere decollato dall'aeroporto di Catania.

Cominciamo, quindi, con la storia di Luciano Leggio, dagli inizi della sua attività nel 1944 e lungo tutta la sua prima latitanza, durata praticamente dal 1948 al 14 maggio 1964, giorno in cui venne catturato a Corleone. È una storia che riportiamo quasi integralmente da un documento della Commissione (Doc. XXIII, n.2quater — I Legislatura — «Cenni biografici su Luciano Leggio») e che offre alla meditazione non solo un impressionante «spaccato» della criminalità mafiosa in Sicilia tra il 1944 e gli anni sessanta, ma anche la dimostrazione della impotenza, della incapacità, o peggio, degli organi dello Stato ad affrontare il fenomeno criminoso.

«Luciano Leggio può considerarsi il degno successore dei grossi pezzi da novanta: dopo Vito Cascio Ferro, Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo la mafia non aveva avuto così prestigioso esponente, che non fosse soltanto il basso delinquente sanguinario ma che unisse alla temibile criminalità delle innegabili doti di organizzatore, di capo, di contrattatore.

«Appartenente a famiglia di umili contadini, ai Leggio intesi "Ficateddi” per distinguerli dai Leggio intesi ’’Fria”, Luciano nacque a Corleone il 6 gennaio 1925 da Francesco Paolo e da Palazzo Maria Rosa.

«Aveva dunque solo 18 anni quando lo sbarco delle forze alleate in Sicilia scuoteva Pisola, facendo rivivere le vecchie forze maliose già represse ma mai dome, portando un vento di ribellione e di rivolta, dando via libera a ogni ruberia e a ogni violenza, nell'inevitabile tumulto di animi, di cose, di istituti e di ordinamenti provocato dal passaggio del fronte.

«Corleone era al centro di un vastissimo territorio in prevalenza riarso e collinoso, dotato di ampi boschi quali quello della Ficuzza di Goffrano e quelli di Santa Maria di Bisacquino, reso di difficile accesso per la presenza di notevoli rilievi montuosi, dominati dalla nuda e selvaggia Rocca Busambra, a soli 56 chilometri da Palermo ma in realtà molto più lontana dalla capitale, ignorata di fatto dalle autorità centrali e costretta al rango di retroterra depressa.

«Su questo sfondo, si affacciava Luciano Leggio nel 1944-45 e decideva subito di dedicarsi ad attività più lucrose riuscendo a farsi assumere come campiere dal dottor Corrado Caruso, proprietario di una grossa azienda agricola in contrada Strasatto, subentrando al campiere Punzo Stanislao, ucciso il 29 aprile 1945 in località Galardo di Roccamena. Nessun elemento emerse contro di lui per l'eliminazione del Punzo, ma è certo che la morte di costui, individuo onesto e non legato alla mafia, consentì a Luciano Leggio di diventare, all'età di venti anni, campiere di una importante azienda agricola. Guardiani e campieri di altri feudi (Rubinia, Malvello, Muranna, Lupotto, Rao, Ridocco, Piano di Scala, Patria, Galardo, Guardinello) furono molti di coloro destinati ad essere i compartecipi delle azioni criminose del giovane, o suoi complici o sue vittime future: Pasqua Giovanni, Roffino Giuseppe, Streva Antonino, Catanzaro Vincenzo, Pennino Carmelo, Governale Antonino, Vintaloro Angelo, Leggio Biagio, Coltura Vincenzo, Maiuri Vincenzo.

«L’esatta natura del rapporto instauratosi tra il dottor Caruso e il giovane delinquente, già noto per la personalità aggressiva e violenta, emerge dalia sentenza 14 agosto 1965 del Giudice istruttore di Palermo, che rinviò il Leggio a giudizio per vari reati, dalla quale risulta che il Caruso (morto il 3 marzo 1951) quando tornava dalle sue terre era spesso di pessimo umore, tanto da volersi appartare dai suoi stessi congiunti; onde, in considerazione dell'indole prepotente e avida del Leggio, si può a ragione ritenere che il malumore del possidente era probabilmente dovuto alle angherie, alle intimidazioni e alle sopraffazioni che egli era costretto a subire ad opera del suo pericoloso dipendente. Le condizioni generali della zona in quel periodo possono ben immaginarsi, peraltro, se si tien presente che soltanto nel territorio di Corleone furono denunciati nel 1944: 278 furti,120 danneggiamenti e 22 rapine ed estorsioni; nel 1945: 143 furti,43 danneggiamenti e 22 rapine ed estorsioni; nel 1946: 116 furti,29 danneggiamenti e 10 rapine ed estorsioni; negli stessi anni, gli omicidi salirono dagli 11 del 1944, ai 16 del 1945, ai 17 del 1946!

«Il controllo della terra era di fatto suddiviso dalla mafia in zone di influenza, che facevano capo a Governali Antonino, Coltura Vincenzo e Catanzaro Vincenzo, dai quali si risaliva al medico dottor Michele Navarra, eminenza grigia dell'intero corleonese e successore del famigerato Calogero Lo Bue. Luciano Leggio si affacciò presto alla ribalta mettendosi in mostra come validissimo elemento, per spregiudicatezza e sanguinarietà, della cosca del Navarra.

«Il 1° giugno 1944 veniva denunciato per la prima volta per porto abusivo di armi da fuoco.

«Due mesi dopo, il 2 agosto 1944, veniva arrestato in flagrante dalle guardie campestri Splendido Pietro e Cortimiglia Pietro, con la collaborazione della guardia giurata Colajanni Calogero e denunciato per furto di covoni di grano; nel successivo ottobre otteneva la libertà (provvisoria.

1 - L'uccisione di Colajanni

«Il 28 marzo 1945 la guardia giurata Colajanni veniva uccisa a colpi di lupara nei pressi della sua abitazione in Corleone; solo alla fine del 1949, dopo che si era già concluso il conseguente procedimento penale a carico di ignoti, il comando forze repressione banditismo, con rapporto del 31 dicembre 1949, denunciava quale autore dell’omicidio Luciano Leggio che, in concorso con Pasqua Giovanni, avrebbe agito per vendicarsi di essere stato arrestato e denunciato dalla umile guardia campestre. Dopo sei armi, la Corte di Assise di Palermo, con sentenza 13 ottobre 1955, assolveva il Leggio e il Pasqua per insufficienza di prove: e dopo altri 12 anni, il 18 febbraio 1967, la Corte di Assise di Appello di Bari, alla quale il procedimento era stato rimesso dalla Corte di Cassazione, rigettava l'appello del Pubblico ministero e confermava la sentenza di proscioglimento di primo grado. Nel corso delle indagini di polizia giudiziaria e Pasqua, arrestato dai Carabinieri mentre il Leggio si manteneva irreperibile, rendeva ampia confessione, dichiarando che il Leggio gli aveva manifestato propositi vendicativi contro il Colajanni per essere stato da lui denunciato e do aveva invitato ad aiutarlo nel conseguimento della vendetta.

«Avendo egli accettato, all'alba del 28 marzo 1945, dopo un tentativo andato a vuoto la sera precedente, avevano appostato il Colajanni nei pressi della di lui abitazione e appena uscito di casa gli avevano esploso addosso alcuni colpi di lupara. La vedova del Colajanni, alle precise contestazioni dei Carabinieri, richiamava l’episodio dell’arresto e della denuncia del Leggio ad opera del marito e dichiarava che la sera precedente il delitto, il Colajanni, rincasando, aveva riferito ai familiari di aver notato nei pressi di casa il Leggio e il Pasqua armati; essa stessa, all'indomani, aperta la porta all'esplosione dei colpi, aveva visto fuggire il Leggio. Il timore della sicura rappresaglia del delinquente le aveva impedito di riferire prima tali circostanze. Tre figli del Colajanni confermarono di aver appreso dal padre che il Leggio e il Pasqua erano stati da lui incontrati presso casa poche ore prima che egli venisse ucciso e aggiunsero che la madre, passato il primo momento di più cocente dolore, aveva loro confidato di aver riconosciuto in uno degli assassini Luciano Leggio. Certo De Prisco Vito, arrestato col Leggio per il furto di covoni di grano, riferì che durante la detenzione il Leggio stesso gli aveva espresso duri propositi di vendetta nei confronti di colui che aveva dato causa al loro arresto.

«Senonché, in sede giudiziaria, il Pasqua ritrattava la sua confessione, frutto — secondo le sue asserzioni —, delle violenze e dei maltrattamenti subiti; anche il De Prisco ritrattava le confidenze fattegli dal Leggio. Mantenevano sostanzialmente la loro versione soltanto i familiari dell'ucciso. Il magistrato, dal canto suo, disponeva persino la ricostruzione dei fatti, l’ispezione e la planimetria dei luoghi, da cui si accertava che l'abitazione del Pasqua distava metri 150 dal luogo del delitto mentre molto lontana ne era quella del Leggio.

«La Corte di Assise di Appello di Bari (presidente De Giacomo, Procuratore generale De Bellis), come quella di primo grado di Palermo, dubitava della causale della vendetta, perché remoto nel tempo (agosto 1944) il fatto che avrebbe dato origine all’omicidio commesso sei mesi dopo (marzo 1945); dubitava della spontaneità della confessione del Pasqua perché ritrattata dinanzi al magistrato e "frutto di pressioni e di intimidazioni” (non disponeva però di procedere a carico di coloro che, illecitamente, avrebbero posto in essere tali pressioni e intimidazioni); negava ogni valore di prova alle dichiarazioni dei familiari del Colajanni, per le "reticenze, le contraddizioni e le incertezze” in cui essi erano caduti e perché "non sono stati coerenti”, avendo tra l’altro, la moglie dell'ucciso, (preferito confidarsi con i giovanissimi figlioli anziché con le cognate e, dopo 22 anni dal fatto, il 18 febbraio 1967 assolveva definitivamente il Leggio e il Pasqua dall'omicidio della povera guardia giurata.

«Il 7 febbraio 1948 veniva ucciso tal Piraino Leoluca di Giovanni: pochi giorni dopo, il 18 marzo 1948 il commissariato di Pubblica sicurezza di Corleone, con rapporto n.247 diretto alla Procura della Repubblica di Palermo, denunciava Luciano Leggio quale autore dell’omicidio, commesso in correità con Bellomo Salvatore. Veniva iniziata formale istruttoria, ma al termine di essa, con sentenza del 21 giugno 1950, il Giudice istruttore di Palermo proscioglieva il Leggio e il Bellomo con formula piena, per non aver commesso il fatto. Nessuno, neppure i parenti della vittima, avevano portato alcuna accusa contro l'imputato.

«Intanto nel 1946-1948 il dottor Navarra — eliminato di direttore dell’ospedale e ufficiale sanitario di Corleone, dottor Carmelo Nicolosi, trovato ucciso il 29 aprile 1946 ad opera di ignoti — rafforzava il suo potere mafioso in tutto il corleonese: medico condotto, medico fiduciario dell'INAM, direttore dell'ospedale civile, Michele Navarra aveva oltremodo potenziato il gruppo mafioso dei suoi accoliti di cui Luciano Leggio divenne in breve uno dei primi esponenti. Attraverso la cosca del Navarra passavano ormai i controlli nell'assunzione della manodopera bracciantile ed operaia, i versamenti in danaro (pizzo) per protezioni ai campi, alle messi, ai lavori, alle abitazioni, alle persone. Ovviamente era lo stesso gruppo mafioso che organizzava sequestri di persona a scopo di estorsione, delitti contro la persona nei confronti di avversari personali o politici o di cosca, e nei confronti altresì di "scassapagliari” che osassero recare disturbo alla zona protetta o di influenza, e i delitti di ogni genere suscettibili di recar danno o intimidazione (pascoli abusivi, danneggiamenti, abigeato, incendi, eccetera). La vera e propria associazione a delinquere di cui il Navarra era il capo e il Leggio di luogotenente — pur se talvolta sfuggente al controllo dello stesso Navarra — aveva assunto un assetto e una potenzialità criminosa di tale pericolo che molti rinunziavano, per paura, a denunziare i danni ed i soprusi subiti.

«La "famiglia" agiva in campi di specializzazione ed i proventi delittuosi che ne conseguivano servivano sia alle spese di organizzazione dell’associazione sia a gettar le basi di quelle solide posizioni economiche che ancor oggi si registrano nei confronti del Leggio e di altri personaggi allora appena ventenni. Gli interessi del feudo, che il Navarra aveva preso a cuore e proteggeva e per tornaconto economico e per motivi politici, contrapponendosi la classe agraria o feudale alle masse in fermento che reclamavano le assegnazioni di terra e migliori redditi di lavoro, videro a un tratto in Luciano Leggio, espressione egli stesso del più umile proletariato, un insperato paladino.

2 - L'uccisione di Rizzotto

«Il 10 marzo 1948 scompariva da Corleone il segretario della locale camera del lavoro, Placido Rizzotto, che come già il sindacalista Bernardino Verro, ucciso nel 1915, si prodigava nel movimento contadino e bracciantile, per la revisione della politica agraria e per. la ripartizione dei grossi feudi incolti e improduttivi, contro la resistenza dei proprietari terrieri e ancor più contro quella dei gabellotti del prepotere mafioso che attingeva forza e mezzi di vita dalla struttura feudale dell'economia agraria. Il Rizzotto ricopriva pure l'incarico di segretario della locale sezione combattenti e reduci e come tale si era opposto alla nomina del Navarra a socio onorario dell’associazione (il Navarra, ufficiale medico di complementi nel 1930, venne congedato nel 1931 dopo il servizio di leva; richiamato alle anni nel 1935, fu dichiarato inabile e ricollocato in congedo; e benché promosso tenente nel 1938 e capitano nel 1942, non era  né combattente  né reduce). Inoltre, circa un mese prima della sua scomparsa, Placido Rizzotto si era venuto a trovare in Corleone al centro di uno scontro tra ex partigiani di passaggio ed alcuni studenti sostenuti dai mafiosi locali e nella circostanza si era schierato a fianco degli ex partigiani, che ebbero ragione degli avversari. Il giovane sindacalista, che aveva osato contrastare i "picciotti” della cosca dominante presenti e, più ancora, sfidare i capi che erano assenti imo a colpire ed a ferire un lontano nipote di uno di essi (La Torre Leonardo), divenne subito per la mafia, un "tragediatore" (spione, infido): ce ne era abbastanza per decretarne ila fine.

«Nella cartella biografica di Michele Navarra redatta dalla Questura di Palermo, si legge, a un certo punto, che egli agì come ”mandatario" (voleva probabilmente dirsi mandante) di numerosi omicidi, fra i quali in particolare quelli in persona del dottor Nicolosi e del Rizzotto. Certo è che il 21 marzo 1948 il quotidiano La Voce della Sicilia (n.28) pubblicò un articolo dal titolo "Un bimbo morente ha denunziato gli assassini che uccisero Placido Rizzotto nel feudo Malvello”, nel quale si assumeva che Placido Rizzotto sarebbe stato sequestrato da numerosi uomini che, ad un segnale di certo Crisciòne Pasquale, lo avrebbero condotto nel feudo Malvello, dove un ragazzo dodicenne, Letizia Giuseppe, rimasto in quel feudo per sorvegliare il gregge, avrebbe visto gli assassini compiere il delitto. Atterrito e sconvolto per la scena terribile che si sarebbe svolta sotto i suoi occhi, il ragazzo avrebbe avuto delle allucinazioni e nonostante le cure prodigategli in Corleone dai medici dottori Navarra e Dell'Aira sarebbe morto dopo pochi giorni per cause non accertate. In altro articolo pubblicato nel n.29 del 26 marzo successivo, col titolo "Per avvelenamento e per trauma psichico l'allucinazione e la morte del bambino?” lo stesso giornale riferiva che uno di coloro che avrebbe "cacciato a forza il Rizzotto nella macchina come una bestia sul carro del macellaio” sarebbe stato il Leggio Luciano, fuggito la sera del 16 marzo alla sola vista dei Carabinieri.

«L'autorità di Pubblica sicurezza procedette agli accertamenti opportuni in merito a quanto riferito dal quotidiano e con rapporto del 22 marzo 1948 comunicò al Procuratore della Repubblica che il Letizia era deceduto per tossicosi, come da certificato di morte redatto dal dottor Dell’Aira Ignazio; che il ragazzo aveva avuto delle allucinazioni ed aveva narrato al sanitario che due individui l'avevano invitato a prendere un coltello col quale avrebbero dovuto uccidere due persone e poi lui stesso; che la macchina di cui si faceva cenno sarebbe stata una «Fiat 1100» appartenente a Leggio Luciano; che nessun elemento concreto era, però, emerso a carico di costui. Interrogati dal Nucleo mobile Carabinieri di Corleone e successivamente dal giudice inquirente, i congiunti del Letizia esclusero che egli avesse narrato di avere assistito all’uccisione di Placido Rizzotto. Dall’autopsia eseguita sul suo cadavere, integrata da una perizia clinico-tossicologica sui visceri, risultò che la morte era stata determinata da grave intossicazione, e più precisamente da una infezione acuta febbrile encefalopatica, che va sotto il nome di "delirio acuto".

«Successivamente, il comando Compagnia Carabinieri di Corleone, con rapporto del 3 aprile 1948 denunciò in istato di irreperibilità, quale autore del sequestro di persona del Rizzotto, il Leggio Luciano, che avrebbe agito in concorso con Crisciòne Pasquale, Crisciòne Biagio, Benigno Leoluca e Leggio Giovanni; ma non si acquisirono validi elementi nei loro confronti e in esito alle risultanze istruttorie il Giudice istruttore, con sentenza del 30 novembre 1949, prosciolse il Leggio e gli altri con formule varie. La stessa sera del 30 novembre 1949, venivano fermati dai Carabinieri del comando Gruppo squadriglie del comando forze repressione banditismo in Corleone, Crisciòne Pasquale e Collura Vincenzo, perché da fonte oltremodo attendibile (come si legge nel rapporto di denunzia del predetto comando) era stato riferito che la sera del 10 marzo 1948 Leggio Luciano era stato notato insieme col Collura e quella stessa sera, verso le ore 22, era stato nuovamente notato nei pressi del caffè Alaimo, nell'atto in cui chiamava ad alta voce il Crisciòne che era insieme col Rizzotto.

«Contestati i nuovi elementi raccolti a loro carico, tanto il Crisciòne quanto il Collura ammisero dinanzi ai verbalizzanti, capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, brigadiere Capizzi e carabiniere Ribezzo, di avere partecipato al sequestro di Placido Rizzotto, in concorso con Leggio Luciano, che avrebbe poi ucciso la vittima con tre colpi di pistola.

«Dichiarò, in particolare, il Crisciòne che la sera del 10 marzo 1948, trovandosi nella piazza principale del paese, aveva visto il Rizzotto insieme con Benigno Ludovico e con altro individuo. Verso le ore ventidue, nei pressi del caffè Alaimo, era stato chiamato dal Leggio Luciano, che gli aveva ingiunto di avvicinare il Rizzotto e di proseguire con lui verso la villa comunale, mostrandogli per intimidirlo una pistola che teneva nella cintura sotto il mantello. Ciò egli aveva fatto e nella via Marsala il Leggio li aveva raggiunti e minacciando il Rizzotto con la pistola gli aveva ordinato di seguirlo verso la via Sant'Elena, all'estremità della quale si era unito ad essi Collura Vincenzo, pure armato. Il Rizzotto era stato posto nel mezzo tra il Leggio e il Collura e condotto verso la contrada Sant’Ippolito, mentre a lui, Crisciòne, era stato ingiunto di ritornare indietro e di non far cenno con alcuno di quanto era avvenuto, pena la morte. Il giorno successivo il Leggio gli aveva detto che il Rizzotto era caduto in un fosso dove nessuno avrebbe potuto trovarlo.

«Collura Vincenzo confermò quanto dichiarato dal Crisciòne, aggiungendo che, ritornato indietro il Crisciòne, egli, Leggio e Rizzotto, dopo avere attraversato la contrada Sant’Ippolito, erano pervenuti in un terreno seminativo, nella contrada Casale, dove era stato a lui ingiunto di rimanere ad attendere, mentre Leggio e Rizzotto avevano proseguito verso le pendici della montagna. Pochi minuti dopo egli aveva inteso tre colpi di pistola; dal Leggio, ritornato indietro, gli era stato riferito che aveva ucciso Rizzotto perché questi era un "tragediatore" e che ne aveva buttato il cadavere in una "ciacca”. Aveva rivisto il Leggio due giorni dopo e successivamente egli era stato dal medesimo raccomandato di mantenere il silenzio assoluto su ciò che era accaduto. Sulla causale del grave delitto non dette spiegazioni.

«In base alle indicazioni fornite dai fermati, il comando del Gruppo squadriglie Carabinieri di Corleone accedette il giorno 6 dicembre 1949 nella località Scala del Cardone, e, identificato il terreno di cui aveva fatto cenno il Collura, rintracciò, dopo alcune ore di ricerche, tra le quattro o cinque "ciacche" esistenti nella zona rocciòsa delle pendici della montagna del Casale, occultata da una parete rocciòsa, una foiba dall’imboccatura ristretta, profonda oltre 50 metri, come si potè accertare calandovi una grossa pietra con una fune di quella lunghezza.

«Due giorni dopo, con un sistema a carrucola fu tentata l’esplorazione della foiba facendovi calare un militare, il quale sceso sino alla profondità di 4050 metri riuscì a scorgere nel fondo, alla luce di una lampadina elettrica, delle masse informi. Il successivo giorno 13, con l'intervento di una squadra dei vigili del fuoco, furono estratti dalla foiba i resti scheletrici di tre cadaveri non essendo stato possibile recuperarli totalmente a causa delle ristrettissime dimensioni dell'ingresso della foiba e dei cunicoli discendenti, ile cui pareti, frastagliate e anfrattuose, non solo impedivano di tirar su pesi voluminosi, ma rappresentavano un serio pericolo per chi dovesse risalire con una corda da guida e con movimenti intralciati.

«Furono prelevati dai resti umani, lembi di indumenti e oggetti utili per l'identificazione, tenendoli per quanto possibile distinti per ciascuno dei tre cadaveri (pezzi dì stoffa, portafogli di tela cerata grigia, cinghia di cuoio bleu, la montatura di uno specchio, striscia dii gomma piatta costituente un legaccio reggicalza, un pettine nero, due scarponi chiodati con salvapunte di ferro, due gambali di cuoio, una fondina con cinghia per pantaloni, due scarponi tipo americano con suole e tacchi di gomma e resti ossei nell'interno, nonché una calza, una cordicella elastica legata a farfalla, presumibilmente usata come reggicalza, una pistola modello 1889, due scarponi con suole e tacchi di gomma, tipo americano, con resti di piede umano, lembi di stoffa per mutande).

«I reperti furono portati nella sala mortuaria del cimitero di Corleone ed il giorno successivo,14 dicembre, senza che il Procuratore della Repubblica di Palermo ritenesse di inviare un suo sostituto, ad onta della gravità del caso, il vice pretore onorario di Corleone, dottor Di Miceli Bernardo, cugino del dottor Navarra, procedeva alla ricognizione dei resti scheletrici e degli indumenti ed oggetti recuperati nella foiba, fra i quali: parte di una teca cranica, frammenti ossei del cranio, radio e ulna in discrete condizioni di conservazione, un frammento di articolazione del radio, parte di una calotta cranica ben conservata nel lato posteriore fino alla base con capelli rappresi di colorito castano. Lo stesso giorno (14 dicembre 1949) i resti e oggetti repertati furono mostrati ai) familiari di Placido Rizzotto e precisamente al padre e ai fratelli Antonino, Biagia, Giovanna, Concetta, Giuseppa, Agata ed alla matrigna Mannino Rosa. Tutti dichiararono di riconoscere come appartenenti al congiunto gli scarponi di tipo americano con suole e tacchi di gomma, nonché lembi di stoffa di color verdastro e lembi di stoffa da mutande.

«Le sorelle Biagia e Giuseppa riconobbero inoltre la cordicella elastica legata a nodo che asserirono essere stata adoperata come reggicalze dal fratello Placido; Mannino Rosa credette di poter riconoscere anche la calotta cranica.

«Il comando Gruppo squadriglie di Corleone denunziò quindi, con rapporto del 18 dicembre 1949, quali autori dell’efferato omicidio del Rizzotto, il Luciano Leggio sempre irreperibile, il Crisciòne Pasquale e il Collima Vincenzo, in stato di arresto; denunciò pure, per favoreggiamento, certo Eutropia Biagio.

«Procedutosi a carico dei denunciati, il Crisciòne, il Collura e il eutropia negarono ogni addebito. Dichiararono, i primi due, di non aver reso alcuna confessione e di avere firmato dei verbali ignorandone il contenuto, perché sottoposti ad estenuanti' interrogatori ed a violenze di ogni sorta da parte dei verbalizzanti, nelle camere di sicurezza della stazione di Bisacquino.

«Si procedette nel cimitero di Corleone alla ricognizione delle cose e dei resti dinanzi al magistrato e anche questa volta le scarpe ed i pezzi di stoffa color verde furono riconosciuti da Rizzotto Carmelo, nonché da Benigno Ludovico.

«I periti accertarono che lo scheletro di cui facevano parte la tibia ed il perone repertati erano di individuo robusto, di sesso maschile, alto centimetri 165 circa, giovane tra i venti e i quaranta anni; ritennero che la morte risalisse ad un anno o due e non furono in grado di stabilirne le cause. Circa gli altri pezzi scheletrici, essi dovevano appartenere a due scheletri diversi, l’uno di individuo dai 20 ai 30 anni, alto centimetri 159160 e l'altro di individuo di sesso maschile, di età tra i 20 e i 30 anni e di statura non precisabile. La morte di entrambi risaliva ad uno o due anni prima. In sede di ispezione dei luoghi, il giudice accertò che dalla periferia dell’abitato di Corleone, e precisamente dall’ultimo fabbricato della via Sant’Elena, percorrendo a piedi la trazzera di Sant'Ippolito denominata strada vicinale Punzotto e poi la vicinale Rozzola Pane e la trazzera Sant’Agata, si perviene nella proprietà Vintaloro, ove trovasi la foiba, superando una distanza di chilometri 8,200 ed impiegando poco più di tre ore. I Carabinieri che accompagnarono sul posto il magistrato inquirente riferiscono che l'imboccatura dalla foiba, all'atto in cui era stata scoperta, era ostruita da due grossi massi che riducevano l'apertura, massi rimossi durante le operazioni di estrazione dei resti dei tre cadaveri.

«In seguito a varie istanze presentate da Rizzotto Carmelo per ottenere che fossero estratti dalla foiba del Casale tutti i resti dei tre cadaveri, non solo per darvi degna sepoltura ma anche per agevolare le indagini per la sicura identificazione degli uccisi, il comando dei vigili del fuoco comunicò che le difficoltà di accesso nella foiba, rendendo impossibile l’impiego di mezzi di respirazione speciale autonoma, non consentivano di procedere ad ulteriore esplorazione; i periti nominati dal Giudice istruttore confermarono che le anguste dimensioni dei cunicoli discendenti, fortemente frastagliati, sconsigliavano di ritentare ogni esperimento e giudicarono che la migliore soluzione per rendere possibile l'accesso nella foiba fosse quella di allargare rimboccatura mediante uno scavo in verticale. Data l’entità, della spesa da sostenere, prevista in lire 1.750.000, la Procura della Repubblica, con nota del 1° agosto 1950, ritenne opportuno informare il Ministero di grazia e giustizia perché autorizzasse l’esecuzione dei lavori, ma espresse il parere che la estrazione degli altri resti dei cadaveri fosse di scarsa importanza ai fini processuali.

«I familiari dello scomparso confermarono le precedenti dichiarazioni e Rizzotto Carmelo aggiunse che, pur non potendo fornire alcun elemento concreto, era pienamente convinto che fra i responsabili del delitto vi fosse oltre al Leggio e agli altri denunziati anche il Michele Navarra, quale mandante. Rizzotto Antonino precisò che il defunto suo fratello era stato in ottimi rapporti con Crisciòne Pasquale sino a quando parte delle terre dell’ex feudo Drago erano state concesse alla cooperativa agricola "Bernardino Verro" e dichiarò che nei primi giorni di marzo, uscendo una sera dalla sede della camera del lavoro, aveva notato, nelle immediate vicinanze, Leggio Luciano e Crisciòne Pasquale che pareva fossero in agguato. In merito al riconoscimento delle scarpe già effettuato dinanzi al magistrato, precisò che non poteva sussistere dubbio alcuno in lui, perché aveva egli stesso calzato quel paio di scarpe, che essendo per lui strette aveva poi cedute al fratello.

«Rinviati a giudizio dinanzi alla Corte d'Assise di Palermo, il Pubblico ministero richiese l’ergastolo a carico di Luciano Leggio, del Crisciòne e dell Collura: ma la Corte (presidente Gionfrida), con sentenza 30 dicembre 1952, li prosciolse per insufficienza di prove, revocando il mandato di cattura emesso a suo tempo contro il Leggio, dubitando delle confessioni "stragiudiziali" rese ai Carabinieri dal Crisciòne e dal Collura, dubitando del riconoscimento dei miseri resti effettuato dai congiunti del Rizzotto, dubitando dell’effettiva causale del raccapricciante assassinio.

«La sentenza venne appellata dal Pubblico ministero; ma soltanto 7 anni dopo, l’11 luglio 1959, a oltre 11 anni dal fatto, la Corte di Assise di Appello di Palermo (presidente Criscuoli, Pubblico ministero Sesti) portava il suo esame sulla macabra vicenda. Ancora una volta il Pubblico ministero chiedeva la condanna all'ergastolo del Leggio, del Crisoione e del Collura, e ancora una volta la Corte li assolveva con formula dubitativa, confermando la sentenza di primo grado. Ciò perché, secondo i giudici di appello, non potevano considerarsi attendibili le confessioni «stragiudiziali» del Crisciòne e del Collura, poi ritrattate dinanzi al magistrato, anche per le "insistenti pressioni” che si doveva "fondatamente pensare” fossero state poste in essere dagli inquirenti; non poteva darsi; soverchia fede al riconoscimento dei resti effettuato dai parenti del Rizzotto; non potevano ritenersi univoche le causali prospettate a movente dell’assassinio.

«Il ricorso che il Pubblico ministero proponeva in Cassazione veniva rigettato in data 26 maggio 1961, tredici anni dopo il fatto, e la sentenza diveniva così definitiva.

«Il grave episodio della scomparsa del sindacalista Rizzotto, che si attribuiva coralmente al Navarra e al Leggio, l’esigenza di non deludere un’opinione pubblica che nel corleonese era giunta, dopo alcuni anni di violenze, di sopraffazioni, di intimidazioni mafiose, ad uno stadio ormai insopportabile di terrore e di esasperazione, indussero le autorità di Pubblica sicurezza — indipendentemente dall'esito delle indagini in corso — a proporre i due per il confino di polizia: ciò avvenne in data 12 novembre 1948 per il Navarra, riconosciuto socialmente pericoloso e assegnato per un periodo di cinque anni a Gioiosa Ionica (da cui faceva però ritorno dopo pochi mesi a seguito di riforma del provvedimento) e, in data 28 novembre 1948, per il Leggio. Costui però non si presentava alla Commissione provinciale per il confino, dove era stato convocato per la seduta del 15 novembre 1948, e restava anche successivamente irreperibile.

«È degno di meditazione il fatto che il difensore del Leggio nel processo Rizzotto, avvocato Dino Canzoneri, deputato regionale, nella seduta del 23 agosto 1963 dell’Assemblea regionale siciliana, nel corso di un acceso dibattito circa l'accusa che gli si lanciava di aver avuto a Corleone numerosissimi voti di preferenza per una presunta attività elettorale spiegata dal Leggio a suo favore, pubblicamente dichiarava che "il Leggio in passato era stato accusato e perseguitato giudiziariamente dai comunisti, i quali evidentemente per consolarsi della assoluzione subita, perché era stata dimostrata calunniosa la loro accusa per la scomparsa di un sindacalista di sinistra, hanno bisogno di fare del Leggio Luciano un democristiano, anzi addirittura un propagandista democristiano”.

«Dopo gli omicidi Colajanni e Rizzotto, il potere e il prestigio del giovane mafioso si accrebbero enormemente. Egli non era più il piccolo delinquente audace e sanguinario, possibile sicario di autorevoli mandanti,  né il modesto esecutore di ordini altrui, ma aveva bisogno di lavorare in proprio, sullo stesso piano dei più autorevoli mafiosi della zona. Nel novembre 1948 Luciano Leggio si sottrasse all'arresto e si dette alla latitanza, che doveva protrarsi per ben 16 anni, ad eccezione di un breve intervallo tra il 1957 e il 1958, in cui ritorna libero a Corleone, finché il 14 maggio 1954 non veniva arrestato in circostanze tuttora poco chiare, ad opera dei Carabinieri e della Polizia, in troppo scoperta gara di emulazione tra loro. Per lungo tempo il Leggio si era tenuto nascosto nell’"Ospizio Marino” di Palermo, sotto il falso nome di Gaspare Centineo, alloggiato in una confortevole camera appartata e assistito dal medico dottor Gaetano La Mantia, evidentemente suo buon amico. La lunga latitanza serve anche a dimostrare quali enormi profitti abbia ricavato dalle sue imprese criminose; è sufficiente pensare alle ingenti somme necessariamente spese in tanti anni per spostarsi continuamente da una località all'altra, per ricoverarsi o soggiornare in costosi luoghi di cura, per retribuire informatori e favoreggiatori, perché si abbia una idea approssimativa e certamente inferiore alla realtà dei cospicui guadagni da lui realizzati sfruttando convenientemente la sua posizione di capomafia, mediante l’estorsione praticata nelle più svariate forme, quasi sempre neppure denunciate, dall’imposizione diretta della mediazione negli affari ed alla partecipazione senza oneri in lucrose attività commerciali e industriali.

«L'arricchimento di Luciano Leggio non può avere altre spiegazioni; ed è da escludere che egli possa essere stato in qualche anodo aiutato dai suoi congiunti, perché costoro, che non ne avrebbero comunque avuto la possibilità, anziché depauperarsi hanno anzi notevolmente migliorato le proprie condizioni economiche, dimostrando così di avere beneficiato anche essi del suo arricchimento.

«Protetto dal Navarra, che, reduce nel 1949 dal confino di polizia e abbandonati i legami politici di un tempo (prima separatista, poi liberale) aveva sposato la causa del partito al potere dopo le elezioni del 18 aprile 1948 per rifarsi una verginità e consolidare la propria posizione, Luciano Leggio per alcuni anni, sia perché latitante sia perché intento a gettare le basi di un sicuro avvenire, non dà luogo a manifestazioni criminose di rilievo o meglio non si hanno le prove di tali manifestazioni. Egli opera e agisce in silenzio, fidando sui timore che incute e sul proprio prestigio e preferendo evitare dimostrazioni clamorose. Tuttavia, secondo il dettato dell'esperienza, è proprio nei periodi apparentemente più tranquilli che la mafia si mostra nell’intera sua possenza, quando cioè nessuno osa contrastarle di passo e nessuna voce si leva contro quella autorevolissima dei suoi accoliti.

3 – L'uccisione di Splendido

«E la conferma la si ha nel febbraio 1955, allorché viene ucciso il guardiano Splendido Claudio, addetto alla sorveglianza del cantiere stradale Lambertini sulla statale Corleone-Agrigento. Il cadavere dello Splendido venne rinvenuto la sera del 6 febbraio di quell’anno e il movente della vendetta appariva evidente dal volto, sfigurato da colpi di rivoltella sparati a bruciapelo e schiacciato da un sasso insanguinato rinvenuto nei paraggi. Con insolita sollecitudine l'istruttoria giudiziaria per l'orrendo delitto veniva definita pochi mesi dopo, con dichiarazione di non doversi procedere essendo rimasti ignoti gli autori del Teatro. Soltanto 11 anni dopo, a seguito delle dichiarazioni di un detenuto di Corleone ristretto nelle carceri dii Palermo, tale Raia Luciano, il quale riferiva di aver appreso che lo Splendido era stato soppresso perché, a ragione del suo lavoro, aveva visto spesso il Luciano Leggio e i gregari della sua cosca mafiosa riunirsi in un terreno sito in prossimità del cantiere da lui sorvegliato, si riapriva. l'istruttoria. Si accertava che lo Splendido era stato confidente dell’autorità di Pubblica sicurezza e dei Carabinieri ed aveva segnalato la presenza nella zona del ricercato Luciano Leggio e di altro suo complice, provocando due battute rimaste infruttuose. Il Leggio Luciano veniva rinviato a giudizio per rispondere dell’omicidio dello Splendido, ma con sentenza 10 giugno 1969 della Corte di Assise di Bari era assolto con formula piena.

«L'ampia libertà di azione e la protezione accordata dal Navarra, consentirono al Luciano Leggio di assurgere a posizioni di primo piano, a tal punto che, nel tempo, la natura prepotente ed ambiziosa e la sete di potere e di più forti guadagni lo portarono inevitabilmente a volersi sostituire al suo stesso capo e "padrino”.

«Nel 1956 veniva costituita in Corleone, in contrada Piano di Scala, una società armentizia per l'allevamento di ovini e bovini fra i mafiosi Di Carlo Angelo, Leggio Francesco Paolo, Leggio Francesco, Leggio Leoluca. Il Leggio Luciano ne fu l'ideatore ed il membro più influente anche se il suo nome non appariva nella società e al suo posto figurava il di lui padre Francesco Paolo. Il Di Carlo Angelo, che aveva sopportato il maggior onere finanziario, non poteva effettuare un continuo e vigile controllo sull'attività sociale, essendo residente a Palermo. Ne approfittò il Luciano Leggio che gradualmente e scaltramente finì per impedirgli qualsiasi ingerenza nell'azienda, diventando così il padrone (con il fido gregario Leoluca) di tutti i beni sociali.

«Tale predominio consentì al Leggio di garantirsi quella fonte di guadagno che egli fin dall'inizio si era ripromesso e cioè la macellazione clandestina del bestiame rubato ed dii successivo avvio ai mercati di Palermo, ciò che praticamente non era possibile fare nel bosco della Ficuzza, ove il fidato amico e protettore del Navarra, Catanzaro Vincenzo, non glielo avrebbe consentito. Piano di Scala diventò così il centro di operazioni della cosca che ormai faceva capo a Luciano Leggio e alla quale affluivano i proventi dei numerosi abigeati di tutto il corleonese.

«Non contento di avere neutralizzato il Di Carlo, il Leggio, imbaldanzito dal successo e forse equivocando sul significato della prudente attesa del Navarra, passò all'azione anche contro uno dei suoi più fedeli luogotenenti, Vintaloro Angelo. Costui aveva acquistato 40 salme di terreno a Piano di Scala, confinanti' con le terre della società armentizia e con le disponibilità di un "baglio" in comune. Ciò aveva fatto secondo la migliore tradizione maliosa, chiedendo, cioè, prima dell'acquisto ed in ossequio alla regola di rispetto verso gli "amici" confinanti, se nulla essi avessero in contrario; nessuna obiezione venne sollevata e l’acquisto fu così perfezionato. Ma poco dopo ebbero inizio da parte del Leggio una serie di danneggiamenti e di. azioni di disturbo, ai danni del Vintaloro, tali da impedirgli ogni cura per 'le terre acquistate. Piano di Scala diveime, verso il 19571958, dominio incontrastato di Luciano Leggio, e dei suoi gregari, fra i quali spiccavano Bagarelila Calogero, Provetnzano Giovanni, Riina Giacomo e Roffino Giuseppe. Il Vintaloro dovette subire anche l’onta del furto di un fucile e di 7 quintali di formaggio, da imputarsi senza ombra di dubbio al gruppo Leggio.

«Tali. prepotenze ed angherie nei confronti di un vecchio amico del Navarra non potevano evidentemente lasciare indifferente il "capo”, al quale non erano sfuggiti gli atteggiamenti di sprezzo, indipendenza e tracotanza assunti da colui che, fino a poco tempo prima, era stato ossequiente e rispettoso e che, per quanto aggressivo, violento e spavaldo, altro non era e doveva considerarsi che un gregario dell'associazione.

«Era. perciò inevitabile che da parte di Michele Navarra si corresse ai ripari con l’unico rimedio possibile e concepibile: la eliminazione dell'irrequieto e insubordinato Luciano Leggio. Forse egli sarà stato anche oggetto, in un primo tempo, di appelli e di inviti, affinché desistesse dalla posizione assunta e si mostrasse più sottomesso, e non è da escludere, dato lo svolgersi cronologico dei fatti, che sulle prime, di' fronte alla sua ostinazione, il Navarra abbia anche esitato ad ingaggiare un conflitto aperto, non fosse altro per non compromettere una posizione ormai di primo piano in tanti settori. Poi, però, sia per timore del suo avversario, sia per non pregiudicare il suo prestigio, si deve essere determinato a passare dagli avvertimenti all'azione.

«Si arriva così all’attentato di Piano di Scala, verso il 23 o 24 giugno 1958, organizzato da Michele Navarra contro il Leggio; alcuni individui armati e con il viso bendato facevano improvvisamente irruzione, verso le ore sette del mattino, nei "bagli” e sparavano numerosi colpi di' arma da fuoco in direzione di Leggio Luciano, Leggio Francesco, Leggio Leoluca e Roffino Giuseppe che vi si trovavano riuniti. Il Leggio Luciano riportò solo una leggera ferita di strisciò ad una mano, gli altri restarono incolumi. L’attentato andò così a vuoto e aprì definitivamente, tra il Leggio e il Navarra, un solco che avrebbe potuto chiudersi solo col sangue (1)

4 - L’uccisione di Navarra

«La reazione non si fece attendere: a distanza di quasi due mesi, il 2 agosto 1958, Michele Navarra fu ucciso, nella strada statale 118, in località Sant'Isidoro della contrada Imbriaca di Palazzo Adriano, mentre in automobile faceva rientro da Lercara Friddi a Corleone. Insieme veniva ucciso di dottor Giovanni Russo, occasionale accompagnatore e vittima innocente. L’autovettura su cui viaggiavano i due veniva rinvenuta in una scappata sottostante la strada; a bordo, erano i cadaveri crivellati di colpi, uno dei quali, quello del dottor Russo, ancora al (posto di guida.

(1) Per tale episodio comparvero dinanzi alla Corte di Assise di Bari, per rispondere di tentato omicidio, soltanto Vintaloro Angelo, Mangiameli Antonino e Maiuri Antonino, essendo stati uccisi dalla vendetta del Leggio prima del giudizio il Navarra e gli altri suoi. gregari che vi avevano partecipato: Marino Giovanni, Marino Marco, Maiuri Pietro, Streva Francesco Paolo e Governali Antonino. I tre superstiti vennero assolti con formula piena con la discussa sentenza del 10 giugno 1969. La sentenza venne appellata dal Procuratore della Repubblica di Bari e dal Procuratore generale presso la Corte di Appello della stessa città, che, con sentenza del 23 dicembre 1970, assolse gli imputati per insufficienza di prove.

«La carrozzeria presentava numerose tracce. di proiettili da tutti i lati, con i vetri e il parabrezza in frantumi; nella parte anteriore destra aveva subito una collisione recente. Sulla carreggiata erano una. pistola "Smith" calibro 38 e vari bossoli di calibro diverso, alcuni dei quali simili a quelli rinvenuti nel cortile di Piano di Scala dove si era svolto il conflitto a fuoco del precedente maggio fra gli assalitori del Leggio e gli uomini di costui. Numerosi frammenti di vetro rosso — che una perizia tecnica accertava appartenere a un catarinfrangente posteriore montato esclusivamente sulle autovetture "Alfa Romeo 1900 super” — portavano a ritenere che l'autovettura del Navarra fosse venuta a collisione con una macchina di tale tipo, che probabilmente le aveva sbarrato il cammino. Si accertava subito che Leggio Giuseppe, intimo del Luciano, era proprietario di un' "Alfa Romeo 1900 super" targata PA 31500, da lui acquistata un mese prima; la macchina non veniva rinvenuta e il giovane Leggio dichiarava che. gli era stata rubata circa 8 giorni prima del 2 agosto. Senonché, da una parte, egli non aveva mai denunciato il furto ad alcuno e, dall'altra, una contravvenzione per infrazione stradale contestata a Leggio Giuseppe alle ore 21,45 del 1° agosto in Palermo, comprovava che quanto meno fino a poche ore dal fatto il Leggio Giuseppe era ancora in possesso dell’auto. Lo stesso Leggio Giuseppe, inoltre, invitato a indicare come avesse passato il pomeriggio del 2 agosto, dava varie risposte; e precisava, da ultimo, di essersi trattenuto al cinema Nazionale di Palermo: il locale, però, era quel giorno chiuso per restauro.

«Per il gravissimo episodio del 2 agosto venivano rinviati a giudizio Leggio Luciano e Leggio Giuseppe. La Carte di Assise di Palermo, con sentenza 23 ottobre 1962, li assolveva entrambi per insufficienza di prove, condannandoli soltanto (anni 5 di reclusione) iper il reato di associazione per delinquere. Con la stessa sentenza venivano assolti per insufficienza di prove alcuni gregari del Navarra (Roffino Giuseppe, Ferrara Innocenzo, Ferrara Pietro) imputati di essere stati gli esecutori, su mandato del capo, dell'omicidio del noto e famigerato Collima Vincenzo, ucciso in Corleone il 24 febbraio 1957.

«Il Pubblico ministero appellò la sentenza e la Corte di Cassazione rinviò di giudizio di secondo grado alla Corte di Assise di Appello di Bari che, con sentenza del 23 dicembre 1970, condannò il Leggio Luciano alla pena dell’ergastolo per il duplice omicidio; lo stesso Leggio Luciano, Leggio Leoluca, Leggio Francesco, Bagarella Calogero, Provenzano Bernardo, Riina Salvatore e Riina Giacomo, alla pena di anni 5 di reclusione per associazione per delinquere. Comminò a Leggio Luciano anche altre pene per reati minori.

«È di grande rilievo il fatto che nel corso del dibattimento di primo grado, si constatò che i frammenti di vetro da fanaleria rinvenuti sul posto il 2 agosto 1958 e riconosciuti ad una prima perizia come appartenenti a vettura Alfa Romeo 1900 super, dello stesso tipo cioè di quella di proprietà di Leggio Giuseppe, erano stati sostituiti da altri nello stesso reperto giudiziario (n.23565). I giudici non mancarono di farlo notare in sentenza, osservando testualmente: "Il reperto è stato sicuramente manomesso ed il relativo procedimento penale instaurato dal Pubblico ministero si è chiuso purtroppo con sentenza di non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato: non si è potuto accertare neppure dove e quando sia avvenuta, ma che sia avvenuta la manomissione non può revocarsi in dubbio. Nè deve meravigliare il fatto che i sigilli erano integri e le firme autentiche, perché una organizzazione criminosa potente ed operante come quella di Corleone non si arrestava certo dinanzi a tali ostacoli. Il colpo di scena, sollecitato e voluto dagli imputati, che hanno chiesto il richiamo e il riesame dei reperti, si è risolto in loro favore, avendo suscitato dubbi e perplessità nella Corte”.

«La gravità dell'episodio dispensa da ogni commento!

«Ma la guerra tra il gruppo di Navarra e quello del Leggio non finì con la morte del primo. La cosca del Navarra rappresentava la vecchia mafia agraria e feudale, arroccata su posizioni di potere che avevano le loro radici da una parte nel latifondo e nella statica economia della terra e dall'altra nei legami con la politica e l'apparato amministrativo pubblico (e lo confermano i numerosi incarichi del Navarra medesimo). La cosca del Leggio era invece espressione della nuova mafia dei ribelli, che nati e cresciuti all'ombra della prima, insorgevano a un tratto contro i capi, dando vita a gruppi di potere autonomi e indipendenti, che contrapponevano a quelli tradizionali altri sistemi di sfruttamento, più dinamici e redditizi, abigeato, macellazione clandestina, estorsioni, per tentare poi l’assalto alla stessa Palermo nel settore dei mercati e dell’edilizia. Fu una lotta che si concretizzò in una catena di imboscate, di attentati, di assassini che dal 1958 al 1963 videro decine di vittime.

5 - La strage di Corleone

«Un mese dopo l’omicidio del Navarra, il 6 settembre 1958, Corleone era teatro di uno dei più sanguinosi scontri della mafia: nelle prime ore della sera i superstiti del gruppo navarriano si scontrarono con la banda Leggio e nel conflitto a fuoco restavano uccisi Marino Marco, Marino Giovanni e Maturi Pietro, tutti del gruppo Navarra, mentre venivano gravemente feriti due gregari del Leggio (Roffino Giuseppe e Provenzano Bernardo) ed alcuni passanti che si trovavano occasionalmente per strada e che riuscirono a stento a salvare la vita (Cutrona Maria, Santacolomba Annamaria, Guastella Anna, Panzarella Antonio). Il 13 ottobre 1958 era la volta di Lo Bue Carmelo, anche egli navarriano. L’11 febbraio 1961 veniva eliminato Cortimiglia Vincenzo, giovane mafioso che si era messo in vista come accanito avversario del Leggio e che prima di morire rispondeva ai colpi degli avversari uccidendo uno dei suoi aggressori, Provenzano Salvatore, del gruppo Leggio.

«Un anno dopo, il 3 luglio 1962, era ucciso Rima Paolo, che pur essendo estraneo alla mafia, era stato testimone dell'omicidio Cortimiglia, gestendo egli all'epoca un negozio di generi alimentari a pochi passi dal luogo del delitto.

«Il 10 maggio 1963 veniva attirato in una imboscata e fatto segno a numerosi colpi di arma da fuoco Streva Francesco Paolo che, morto il Navarra, aveva assunto la direzione della sua cosca. Il malcapitato riusciva a sopravvivere, ma per poco, perché quattro mesi dopo, il 10 settembre 1963, veniva ucciso insieme con i fedeli amici Pomilla Biagio e Piraino Antonino.

«In pochi anni, così, i navarriani erano stati di fatto eliminati dalla scena maliosa di Corleone e Luciano Leggio poteva affermare incontrastato tutto il suo prestigio di nuovo capo della mafia non più solo di Corleone, ma di un vasto, redditizio e turbolento territorio alle spalle di Palermo. I navarriani avevano perso la maggior parte dei loro esponenti: agli uccisi debbono aggiungersi gli scomparsi, senza più dar notizie di sé, forse finiti in qualche foiba di Rocca Busambra, forse emigrati all’estero, forse annegati in mare: Listi Vincenzo, Deio Giovanni, Trombadori Giovanni, Governali Antonino, Sottile Salvatore».

Fin qui il documento della Commissione (XXIII, n.2quater V Legislatura), ma va aggiunto che, sempre in quegli anni, Luciano Leggio, uscito dalla rocca feudale di Corleone, era calato nel frattempo su Palermo, divenendo uno dei capi della più temibile associazione a delinquere che imperversava nella città e nelle zone circostanti e che comprendeva i notissimi mafiosi Angelo La Barbera,

Tommaso Buscetta, Rosario Mancino, Salvatore Greco detto «ciaschiteddu», Salvatore Greco detto l'«ingegnere», Vincenzo Rimi, Filippo Rimi, Pietro Torretta, Giuseppe Panzeca, Francesco Paolo Bontade, Giovanni Di Peri e Michele Cavataio, che sarà poi ucciso con altre tre persone, il 10 dicembre 1969, negli uffici di viale Lazio del costruttore Monca da.

Ma si legge ancora nel citato documento

«Ha avuto complici o conniventi, Luciano Leggio, fra pubblici dipendenti, fra le personalità politiche, fra gli amministratori locali, che hanno favorito le sue imprese, per amore o per forza, e che hanno reso possibili le sue sconcertanti avventure?

«Non è difficile rispondere...  

«Le stesse innumerevoli assoluzioni per insufficienza di prove da lui riportate bastavano da sole a dare la dimostrazione della sua pericolosità e a comprovare il (terrore che egli incuteva, e con di quale è sempre riuscito a ''cucire” le bocche di chi sapeva, assicurandosi i mezzi, autorità e prestigio che gli procuravano un'infinita rete di favoreggiatori grazie ai quali — come egli stesso impudentemente e con iattanza dichiarava nelle interviste concesse alla stampa all'indomani della sua scarcerazione — poteva senza pericolo circolare per la provincia di Palermo e curare gli affari del proprio commerciò (fra i quali anche un'impresa di autotrasporti), non avendo nemmeno la preoccupazione di travisarsi!

«Come meravigliarsi, dunque, che, pur latitante, egli si accompagnasse talora, nei suoi viaggi a bordo di autovetture, con ricchi e incensurati proprietari terrieri, che non disdegnavano la sua compagnia, come il barone Valente Antonino da Corleone? E perché meravigliarsi che, sempre latitante, egli mantenesse persino una relazione amorosa con l’insegnante Marino Nania Anita, di Cinisi, ed amministrasse, nello stesso periodo, una officina meccanica e garage, di cui era proprietario a Palermo?

«Nel novembre 1948 il commissariato di Pubblica sicurezza di Corleone, dopo aver segnalato che da fonti confidenziali attendibilissime egli risultava l’autore, oltre che dell'omicidio Colajamni nel 1945, anche degli omicidi in persona di Punzo Stanislao, nel 1944, di Capra Antonio, nel 1948, e di Piraino Leoluca, nel 1948, rivelava gli illeciti guadagni della di lui attività criminosa, tali da consentirgli fino da allora un tenore di vita "lussuoso” e lo proponeva per il confino di polizia per anni cinque, data la sua pericolosità sociale.

«Luciano Leggio non raggiungeva mai il confino di polizia, e ancora otto anni dopo, la Compagnia Carabinieri di Corleone, osservando come egli fosse elemento socialmente pericoloso, che viveva col ricavato di azioni delittuose, e designato dalla voce pubblica come "abitualmente (sic) colpevole di omicidio, furto, estorsione, violenza privata ed altro”, rilevava che era considerato spietato e fedele esecutore delle sentenze decise dalle organizzazioni di mafia e che in Corleone era odiato per i lutti ed il male cagionati e temuto per la fredda determinazione e la ferocia del carattere e per la lunga catena di delitti a cui aveva partecipato, proponendolo, quindi, per un provvedimento di polizia. Anche questa volta il provvedimento non venne, onde il 3 gennaio successivo lo stesso comando tornava a segnalare il Leggio, alla Questura di Palermo, come soggetto indicato dall'opinione pubblica quale autore di numerosi gravi delitti di sangue e tale che nessuna delle vittime osava denunziare sue malefatte per paura di incorrere, prima o poi, nella sua spietata vendetta. Finalmente, il Questore di Palermo, in data 21 marzo 1957, invitava Luciano Leggio a "vivere onestamente”, a "rispettare le persone e le proprietà”, e ad "osservare le leggi e i regolamenti”, nonché a ottemperare agli altri obblighi imposti nell’atto di diffida.

«Un mese dopo, il comando Compagnia Carabinieri dii Corleone così lo descriveva al Gruppo esterno dei Carabinieri di Palermo:

«Tipico elemento della malvivenza locale, ha compiuto molti gravi reati che vanno dalla rapina all’omicidio aggravato, al sequestro di persona, all'estorsione, alla compartecipazione con elementi della sua risma nella consumazione di altri gravi reati di varia e complessa natura.

«Carattere naturalmente violento, criminale per costituzione e tendenza, determinato e feroce, ha seminato in molte famiglie il lutto, beneficiando di lauti compensi, per la sua opera di fedele sicario.

«L'odio e la paura che le sue gesta hanno generato, anche tra i mandanti dei molteplici delitti, lo hanno consigliato ad abbandonare Corleone, e pertanto vive a Palermo, apparentemente estraniato dall'attività della mafia locale. In effetti, è elemento attivo, a malapena trattenuto dalla amicizia più che dall'ascendente dei capi della mafia, di Piazza Sopram, con i quali tende a dividere l'imperio morale su queste contrade.

«Gode di molto ascendente tra la malvivenza locale, in ispecie tra i giovani, per il morboso interesse che le sue imprese hanno destato e per le ‘reiterate assoluzioni per insufficienza di prove.

«Naturalmente diffidente, ama vivere inosservato. Si mantiene in istato di semiclandestinità per essere pronto ad eludere sia l’azione delle forze di polizia, sia la eventuale azione da parte di malviventi avversari, diretta ad eliminarlo data la potenziale minaccia ohe egli costituisce per i mandanti dei molteplici delitti da lui stesso consumati ”.

«Passavano gli anni: e nel 1963, sempre perdurando la sua latitanza, Ila Squadra di polizia giudiziaria dea Carabinieri di Corleone così io indicava al Nucleo di Polizia giudiziaria dei Carabinieri di Palermo:

«Persona scaltra, sanguinaria e violenta, di indiscusso ascendente sui suoi gregari, incute paura ed orrore in Corleone. È il responsabile delle innumerevoli stragi verificatesi nella zona e unica causa dalla precipitazione della sicurezza pubblica nel corleonese, nel palermitano e nei paesi viciniori.

«Con le sue imprese brigantesche ha racimolato potenza e rispetto nella malavita siciliana.

«È capo di una masnada di delinquenti agguerriti che lo servono in ogni suo desiderio seminando lutti e terrori fra le pacifiche popolazioni del luogo.

«Portatore di lutti, ha gettato nella sciagura decine e decine di famiglie.

«E primo attore nel teatro intricato e drammatico delle cosche maliose locali ed elimina quanti a lui si oppongono,

«Responsabile delle innumerevoli sparizioni di persone appartenenti alla cosca navarriana, quali: Governali Antonino, Trombadori Giovanni, Listi Vincenzo, Deio Giovanni ed altri, è temuto e, a causa di tale stato di cose, viene rafforzata la omertà locale e la libertà dì agire del masnadiero.

«Pericoloso, scaltro sino all’incredibile, è latitante da più di una decina di anni ed è riuscito sempre a farla franca in tutto, anche negli attentati a lui diretti.

«Nel palermitano vuolsi addentrato sia nel contrabbando che nella edilizia e nell’industria. Sembra protetto da personalità politiche che appoggia e fa appoggiare dalla sua cricca, durante le elezioni regionali o nazionali,

«In ogni fatto criminoso degno d’importanza per le modalità ed i fini vi è implicato Luciano Leggio ”».

6 - Leggio e la morte di Giuliano

Di fronte a questa realtà, già così pesantemente drammatica agli inizi degli anni sessanta, e di fronte alla evidente impotenza dei poteri pubblici ad affrontare e risolvere il caso di questo bandito le cui imprese già da tempo stavano offuscando persino il ricordo di Salvatore Giuliano, c’è da domandarsi: ma di quali protezioni, e a quale livello politico, godeva questo pericolosissimo capomafia per permettersi di sfidare tanto impunemente tutte le leggi dello Stato?

Qualcuno ha tentato di dare una risposta a questa domanda avanzando l'ipotesi che Luciano Leggio si fosse conquistato una quasi totale impunità agli inizi della sua «carriera» in quanto era stato lui, e non Gaspare Pisciotta, a uccidere Giuliano nella notte del 5 luglio 1950, per conto della mafia che, come è noto, aveva deciso di «collaborare» con de forze dell'ordine contro il bandito di Montelepre, allorché si era accorta che lo stesso nuoceva, con la sua attività, ai tradizionali interessi della loro organizzazione.

Non è il caso, in questa sede, di approfondire l'argomento. Basti comunque. precisare che l'ipotesi trova un suo fondamento nei seguenti fatti:

1) La verità assoluta circa l'uccisione di Salvatore Giuliano non è mai stata raggiunta. Ufficialmente a sparargli nella casa dell’«avvocaticchio» De Maria a Castelvetrano fu Gaspare Pisciotta, d’accordo con d Carabinieri dal comando forze repressione banditismo in Sicilia. Ma dalle testimonianze raccolte dalla Commissione antimafia, risulta chiarissimo che Pisciotta non aveva avuto il compito di uccidere Giuliano, il quale, tra l’altro, venne assassinato mentre dormiva. Nella seduta del 22 maggio 1969 (. Doc. XXIII, n.2sexies — I Legislatura —), il colonnello dei Carabinieri, Antonio Parente, ohe la notte del 5 luglio 1950, quando era ancora capitano, aveva comandato l’operazione che doveva portane alla cattura di Giuliano, rispondendo alle domande dei Commissari dell’Antimafia, testimoniò ripetutamente in questo senso. Ecco alcuni' brani significativi della testimonianza Paranze:

«Tuccari. Ma era indispensabile farlo uccidere (Giuliano) da Pisciotta?

«Perenze. Ma no, indubbiamente no.

«Tuccari. Quindi, sarebbe stato possibile prenderlo vivo?

«Perenze. Noi speravamo di poterlo prendere vivo: anzi, eravamo protesi proprio verso quello scopo lì.

«Bernardinetti. Sicché, quando Pisciotta lo ammazzò, fu per voi una novità?

«Perenze. Una novità, un fatto del tutto imprevisto.

«Tuccari. Io mi permetto di essere sorpreso di fronte a questo, dato che Pisciotta, in fondo, agiva di concerto con voi.

«Perenze. Ma Pisciotta non doveva ucciderlo, doveva stanarlo: accertare, prima di ogni altra cosa, dove si trovasse e poi tirarlo fuori.

«Tuccari. Ma che ragione avrebbe avuto di ucciderlo, se 'l'uccise nel sonno? Non ci fu neanche un motivo di legittima difesa.

«Perenze. C'è stato un motivo: Giuliano, cioè, era stato avvertito, qualche minuto prima, o la sera prima, o nella stessa giornata, che Pisciotta era con noi, che Pisciotta lo tradiva.

«Tuccari. E come mai, allora, quella notte si addormentò tranquillamente?

«Perenze. Non credo che si fosse addormentato tanto tranquillamente, sa! Credo che siano rimasti in piedi per molte ore a chiacchierare: e Pisciotta, che aveva una dialettica non indifferente, riuscì a convincere Giuliano che si sbagliava, e quello che gli avevano detto era inesatto e così via...  

«Tuccari. Ma io tomo alla mia domanda: come mai Pisciotta che era il vostro bracciò (e quindi, come lei dice, conosceva la vostra volontà di prenderlo vivo) invece l’ha fatto fuori?

«Perenze. Ma glielo ho detto, gliel'ho spiegato! Perché, per quello che ricordo (sono passati tanti anni!), quando Pisciotta arrivò in casa di questo avvocato De Maria, mi sembra che Giuliano stesse cenando, con il De Maria, con la domestica del De Maria, o con qualcuno. Pisciotta entrò, si mise a sedere, e quell’altro lo aggredì, letteralmente: gli disse: «Traditore! Bastardo!». Gliene disse di tutti i colori. E questo mi sembra che sia stato ripetuto anche al processo.

«Tuccari. Ma, colonnello, Giuliano fu ucciso nel sonno! Lei lo sa benissimo: fu ucciso nel sonno.

«Perenze. Questo fu ripetuto anche al processo di Viterbo. Pisciotta, dunque, aveva la sicurezza matematica che non sarebbe uscito vivo da casa De Maria. Questa è la giustificazione di Pisciotta.

«Tuccari. Ma se Giuliano dormiva, e fu ucciso nel sonno, come è possibile dire che Pisciotta non sarebbe uscito vivo dalla casa? Ormai Giuliano dormiva!

«Perenze. Bisognava vedere quali erano le vere intenzioni di Giuliano. Giuliano non era un tipo che non sapesse uccidere a sangue freddo.

«Tuccari. Ma Pisciotta aveva l'appoggio vostro, era d’accordo con De Maria; Giuliano dormiva...  

«Perenze. Era d’accordo con De Maria? Non credo! Per quel che io so, quando Pisciotta entrò, quella era la prima volta, quel giorno, che De Maria lo vedeva.

«Tuccari. Ma De Maria aveva saputo da voi a che cosa doveva servire Pisciotta, no? Come mai Pisciotta fu fatto entrare in casa? Evidentemente non era uno sconosciuto, ma arrivava per assolvere ad una certa missione; non sarà stato spiegato al De Maria quale era, ma comunque...  Il padrone di casa, insomma, doveva sapere chi era Pisciotta.

«Perenze. Ma Pisciotta non sapeva nemmeno con sicurezza se Giuliano fosse da De Maria: non lo sapeva.

«Bernardinetti. E quindi, De Maria non sapeva niente di questa azione che si stava portando a compimento, d'accordo tra Pisciotta e la Polizia?

«Perenze. Niente, nel modo più assoluto. Se De Maria, guardi, fosse stato un mafioso, non avrebbe mai tollerato che si uccidesse dentro casa sua, perché sarebbe stato squalificato.

«Bernardinetti. Ed allora come giustifica il fatto che ospitò Giuliano?

«Tuccari. Mi scusi, la sua è una domanda ingenua. Lo ha ospitato per incarico dei mafiosi!

«Perenze. Non glielo so dire. Forse per incarico dei mafiosi. Ma per quel che ricordo, De Maria era un tipo da niente.

«Tuccari. Io vorrei far rilevare l'inspiegabilità di questa uccisione, avvenuta in un momento di tranquillità di Giuliano, ecco.

«Perenze. Pisciotta ha detto che ha dovuto far finta di dormire per parecchio tempo; di russare per parecchio tempo: «Soltanto quando mi sono accorto che Ini dormiva sicuramente, ho sparato».

«Bernardinetti. Questo ha dichiarato Pisciotta?

«Perenze. Sì. E gridò: ”Avvocato, stanno sparando”.

«Tuccari. Ed allora, perché voi non avete rivelato subito questa verità ed avete invece montato quella messa in scena?

«Perenze. Perché noi avevamo tutto l’interesse, come le dicevo, a tenerci ancora Pisciotta, visto che era venuto meno Giuliano, per sapere tutti i retroscena del banditismo e risalire, principalmente, al cognato di Giuliano, Sciortino.

Dalle parole del colonnello Perenze che, ripetiamo, fu l’uomo che comandò l'azione di quella notte a Castelvetrano, emerge quindi che Giuliano sapeva idi essere stato tradito da Pisciotta. Quest’ultimo, però, entrò ugualmente nella casa dove si nascondeva il suo capobanda, discusse a lungo con lui e lo convinse che gli era ancora fedele. Poi Giuliano si sarebbe addormentato, dando prova, perlomeno, di una ingenuità e di una tranquillità addirittura inconcepibile in un bandito che sapeva di essere braccato come un cane rabbioso, e Pisciotta, allora, pur sapendo che i Carabinieri volevamo Giuliano vivo, avrebbe approfittato del sonno del capobanda, e gli avrebbe sparato. Una storia, vista alla luce dell’interessante testimonianza resa dal colonnello Perenze, che non sta in piedi. Ma c'è dell’altro.

 Gli stessi superstiti della banda Giuliano, infatti, non sono convinti che sia stato Pisciotta a uccidere Salvatore Giuliano. Frank Mannino, interrogato dalla Commissione nelle carceri di Civitavecchia, il 2 luglio 1970, ha dichiarato, riferendosi ad un momento del processo di Viterbo nel corso del quale vennero processati i componenti della banda Giuliano: «Quello che posso dire è questo. Prima che Pisciotta dicesse ”Io ho ucciso Giuliano”, l'avvocato ci parla e ci dice: "Badate che Pisciotta dirà di avere ucciso Giuliano: ma state tranquilli perché non è lui». Io, oggi, sono convinto che Pisciotta non ha ucciso Giuliano. È un traditore, Pisciotta, ma non è l’uccisore di Giuliano». E ancora: «È questo che si dovrebbe chiarire. Perché non fu Perenze ad uccidere Giuliano. Pisciotta non fu. Chi fu che uccise Giuliano? Chi diede il colpo di grazia? Perché, per conto mio, è stata la ”bustina" ohe ha bloccato Giuliano». Intendendo, il Mannino, per «bustina», una dose di sonnifero.

E Antonio Terranova, altro componente della banda Giuliano, interrogato anche lui il 2 luglio nelle carceri di Civitavecchia:

«Inoltre lui (Pisciotta) aveva promesso a me che avrebbe detto la verità, a Viterbo, ma nel senso come la intendevo io, e cioè la verità vera. Mi disse che la sapeva e che l'avrebbe detta. Lui, in un primo tempo, disse che aveva ucciso Giuliano. In un secondo tempo disse di no. Successivamente cambiò ancora opinione affermando che avrebbe detto chi era il responsabile...».

Ma Gaspare Pisciotta non fece in tempo a dire più niente perché, come è noto, venne misteriosamente avvelenato nel carcere di Palermo la mattina del 9 febbraio 1954.

Assassinato da chi? E perché? Questi interrogativi sono tali da rendere fondata, come dicevamo aprendo questa parentesi sulla morte di Giuliano, l'ipotesi che sia stato Luciano Leggio a uccidere il bandito di Montelepre, garantendo così alla organizzazione mafiosa, di cui era diventato uno degli uomini di punta, la protezione e l’appoggio di quelle forze politiche che avevano l’assoluta necessità di eliminare il famoso capobanda.

Protezione e appoggio che, come documenteremo in seguito, si manifestarono infatti in termini addirittura clamorosi.

In quel periodo (prima metà del 1950), Giuliano era diventato un personaggio troppo ingombrante e pericoloso, non solo per i gruppi degli uomini politici che, nel marasma siciliano del primo dopoguerra, l’avevano strumentalizzato spregiudicatamente, ma anche per la mafia che, per sfruttare pienamente tutte le enormi possibilità fornitele dalla nuova realtà politica del paese e dalla evidente debolezza dei pubblici poteri, aveva bisogno di sgomberare il campo da un (pericoloso concorrente per colpa del quale, tra l’altro, la Sicilia occidentale viveva ormai da troppo tempo in un perenne stadio di assedio.

E la mafia, infatti, come è noto e ampiamente documentato, «collaborò» attivamente con i poteri pubblici per giungere alla distruzione della banda Giuliano.

Dice a questo proposito la Commissione antimafia (Doc. XXIII, n.2septies — I Legislatura — al capitolo quarto, 1° paragrafo «Mafia e Banditismo»): «In questo disegno la mafia si accorge che il banditismo può nuocerle e non esita perciò ad abbandonarlo, mettendosi a disposizione della Polizia per braccare, nei singoli nascondigli, i singoli banditi... ».

Così Giuliano, in quel luglio del 1950, è rimasto praticamente solo, isolato, inseguito da vicino dalle forze di Polizia. Il suo più fido luogotenente, Gaspare Pisciotta, è ancora a piede libero per il semplice morivo che si era messo a disposizione dei Carabinieri. E lui lo sa. Ma Pisciotta, come conferma il colonnello Perenze, non ha l'ordine di uccidere Giuliano: deve solo scovarlo e farlo catturare, vivo.

Troppi, però, in Sicilia sono coloro che non hanno alcun interesse a far cadere Giuliano vivo nelle mani dei Carabinieri: il bandito sa troppe cose, e può compromettere troppe posizioni di potere.

Così, quella notte del 5 luglio 1950, in casa De Maria, Giuliano viene ucciso mentre dorme profondamente, tanto profondamente da non accorgersi della trappola nella quale è caduto. Una trappola organizzata, ora lo sappiamo bene, non dai Carabinieri e non da Pisciotta.

Da chi, allora? La risposta è ovvia: dalla mafia, che agisce ormai in stretto collegamento con quei centri di poteri politici che hanno interesse a far tacere Giuliano per sempre. Quei centri di potere che manovrano nell’ombra, dietro lo schieramento delle forze di Polizia impegnate nella cattura del bandito.

Ma se di mafia si tratta, e tutto coincide nell'avvalorare questa tesi, è fuori dubbio che in quei primi mesi del 1950, nella Sicilia occidentale, la mafia si identifica soprattutto nel binomio Navarra-Leggio, essendosi conquistato, quest’ultimo, i gradi di killer più spietato dell'organizzazione.

Torniamo quindi a Luciano Leggio.

Nel periodo in cui Giuliano viene eliminato, Leggio è già latitante. Ma la sua è una strana latitanza. Già notissimo per essere quel delinquente che è, già inseguito da numerosi mandati di cattura per omicidio e altri pesanti reati, Leggio vive ed opera indisturbato nella Sicilia occidentale e, specificamente, nella zona di Corleone, senza che nessuno riesca a mettergli le mani addosso.

Anzi, proprio a Corleone, gode dell’aperta protezione di alcuni notabili del luogo, primi tra i quali il barone e la baronessa Valente, che tengono alle loro dipendenze, quale amministratore, un notissimo mafioso, Antonino S tre va, che è uno dei luogotenenti di Leggio. Il fatto viene ufficialmente confermato dal colonnello dei Carabinieri Ignazio Milillo nella deposizione da lui resa davanti alla Commissione in data 26 giugno 1969. Sempre Milillo, nel corso della sua deposizione, confermerà la notizia, già nota, che i Valente, a loro volta, erano legati da amicizia con il dottor Angelo Vicari, all’epoca in cui questi, tra il 1948 e il 1953, era Prefetto di Palermo.

7) La carriera di Angelo Vicari.

Angelo Vicari, nato a Sant'Agata di Militello (Messina) il 2 gennaio 1908, era entrato nell'amministrazione dello Stato nel 1931. Funzionario estremamente abile e capace, lo ritroviamo,già vice prefetto nel 1946, quale Capo di gabinetto del Ministro dell'interno Romita all'epoca del referendum istituzionale. Per l'attività svolta in quel periodo, il 1°agosto 1948 viene nominato Prefetto, a soli quarant'anni, e destinato a Palermo. Dopo l'eliminazione di Giuliano, verrà promosso Prefetto di prima alasse per i meriti acquisiti nella lotta contro il bandito di Montelepre. Destinato successivamente Prefetto a Genova nel 1953 e poi a Milano nel 1958, diventerà infine Capo della polizia: carica che ricoprirà ininterrottamente dall'ottobre 1960 al 1973, sotto undici governi di centro-sinistra,avendo quali ministri dell'interno Scelba, Paviani, Restivo e Rumor. Quando se ne andrà in pensione, la malìa sarà dilagata dalla Sicilia in tutto il territorio dello Stato, ponendo le basi più efficienti nelle regioni del Nord.

Luciano Leggio restò dunque latitante dal 1948 al 1964, allorché i Carabinieri, che operavano in maniera piuttosto autonoma rispetto agli altri organi di polizia, cominciarono a stringere il bandito in una morsa sempre più stretta.

La prima azione decisa per giungere alla sua cattura venne eseguita nel settembre del 1963.

Nella relazione predisposta dal Comitato ristretto della Commissione incaricato di seguire la dinamica dei fatti di mafia (e composto dal Presidente, senatore Luigi Carraro, dal senatore Giorgio Pisano e dai deputati Pio La Torre, Marcello Sgarlata e Manlio Vineis), relazione svolta nella seduta del 30 gennaio 1974, si legge, a questo proposito (Doc. XXIII, n.1 allegato I — VI Legislatura):

«Nel 1963, fonti confidenziali riferirono ai Carabinieri del Gruppo esterno di Palermo, comandato dal tenente colonnello Ignazio Milillo, che il Leggio, affetto da morbo di Pott, a Palermo, era degente nel ricovero Albanese. I Carabinieri ritennero che l'accennata località si identificasse con la clinica Albanese e, pertanto, il 5 settembre 1963, vi effettuarono una perquisizione, che non ebbe però risultato positivo. Il Leggio, infatti, come poi si stabilì, era ricoverato a quell'epoca nello "Ospizio Marino”, sotto il falso nome di Gaspare Centineo, nato a Partinico il 3 gennaio 1925.

«Questa circostanza fu accertata dagli inquirenti, quando il Leggio aveva già lasciato la casa di cura. Essa tuttavia si rivelò ugualmente decisiva per la cattura del bandito. Gli inquirenti, infatti, poterono anzitutto rilevare dai documenti sanitari dello " Ospizio Marino ” i nomi di alcuni medici e di un'infermiera che avevano accompagnato, raccomandato ed assistito il Leggio. Si accertò anche che, durante la sua degenza' , il bandito era stato visitato da un mobiliere di Palermo, Francesco Paolo Marino, e che dopo avere lasciato la casa di cura, aveva preso alloggio nella sua abitazione».

Mentre le indagini dei Carabinieri sono in pieno sviluppo arriva a Corleone (16 novembre 1963) un funzionario di Polizia, espressamente inviato dal Capo della polizia, dottor Vicari: si fratta del commissario di Pubblica sicurezza Angelo Mangano.

8) Mangano e Vicari.

Nato a San Giovanni Giarre (Catania), il 2 gennaio 1920, Angelo Mangano era entrato nell'amministrazione dello Stato nel 1939. Vice commissario nel 1952, commissario nel 1955, faceva parte, all'epoca dei fatti in oggetto, dell’Ufficiò affari riservati del Ministero dell'interno, un organismo speciale che rispondeva della sua attività esclusivamente il Capo della polizia.

Circa questa sua diretta dipendenza, ecco quanto il dottor Mangano ebbe a dichiarare nel corso dalla testimonianza resa alla Commissione il 13 febbraio 1974:

«Pisano. Dottor Mangano, dal quadro della sua deposizione, daii rapporti che lei aveva con il mondo della mafia che doveva combattere, risulta praticamente che nell’azione della Polizia italiana, lei era una specie di battitore libero, nel senso che si muoveva in maniera autonoma rispetto alle questure e aveva compiti particolarissimi. Questo è chiaro. Ma lei, delle sue azioni, a chi rispondeva direttamente?

«Mangano. Al vice capo della Polizia, dottor Lutri.

«Pisano. Il suo rapporto diretto era con lui? Le informazioni che lei riceveva a chi le passava e come?

«Mangano. Al dottor Lutri.

«Pisano. Erano rapporti continui, diretti? Era tenuto a riferire continuamente tutto quello che veniva a sapere?

«Mangano. Sì, tutte le emergenze che si verificavano, le riferivo al dottor Lutri.

«Pisano. E gli ordini, eventualmente, là riceveva da questo funzionario?

«Mangano. Sissignore

«Pisano. Ma non poteva essere sempre lui, dato che lei sono anni che agisce sul fronte della mafia.

«Mangano. Bisogna vedere in quale periodo. Per il dottor Lutri parlo dell'oltimo periodo, dal 1970 in poi. Prima ero a La Spezia ed ho avuto vari questori. Poi sono andato a Trieste ove avevo Marzano e De Nozza. Da Trieste sono venuto a Roma ed avevo De Nozza e quindi dipendevamo dall’allora Capo della polizia Carcaterra. Poi sono andato a Frosinone...  

«Pisano. Rapporti diretti con ii Capo della polizia Vicari?

«Mangano. Sì. Io ero a Genova e il Capo della polizia mi chiama; telefona al questore Lutri e gli dice: ”Manda già Mangano ”. Questo nel 1963. Io mi presento e il Capo della polizia mi 'dice: ” Senti, tu sei stato destinato...  ” anzi, mi dice: ’’Io desidero che tu vada a Palermo, a Corleone, però lì c’è da lottare, ce da arrestare Leggio, ci sono molti delitti impuniti. Vai? ”. ” Sì, senz’altro vado ”.

«Pisano. Quindi, lei si muoveva per ordini del Capo della polizia?

«Mangano. Naturale. Il Capo della polizia ha disposto il movimento e sono andato a Corleone. Poi mi ha trasferito a Milano...  

«Pisano. Comunque, il rapporto era diretto sia pure per interposta persona. Cioè, lei riferiva al dottor Lutri...  

«Mangano. Dall 1970. Quando ero in Sicilia, la prima volta, riferivo direttamente al Questore di Palermo perciò non ho mai riferito direttamente al Capo della polizia, neanche quando fu arrestato Leggio perché quando fu arrestato Leggio ha telefonato il questore Melfi, non io.

«Pisano. Ad ogni modo chi sovraintendeva a questo servizio speciale era il Capo della polizia?

«Mangano. Sissignore. Naturalmente. Il1 Capo della polizia poi mi mandò, in un secondo tempo, prima a Corleone a dirigere la polizia criminale di tutta la Sicilia e, naturalmente, i miei rapporti andavano al Capo della polizia, attraverso il Questore di Palermo.

9) La polemica tra Mangano e i Carabinieri.

Ciò precisato, veniamo alla cattura di Luciano Leggio (14 maggio 1964) che costituisce, nel quadro degli sconcertanti retroscena che sempre hanno contrassegnato le vicende di questo capobanda mafioso, uno degli episodi più significativi.

Come abbiamo già scritto, il commissario Mangano giunse a Corleone, inviato dal Capo della polizia, quando i Carabinieri, da mesi sulle tracce dal bandito, erano giunti a incalzarlo da vicino.

La cattura ebbe luogo alle ore 22 del 14 maggio 1964, quando gli inquirenti accerchiarono alcuni isolati e fecero irruzione in mi appartamento di via Nicolò Orsini, n.6, delle sorelle Sorisi, dove, in una stanza, trovarono Luciano Leggio.

In un primo rapporto ufficiale, inviato al Ministero dell'interno dal prefetto di Palermo, dottor Ravalli (rapporto n.4854 — Divisione Gabinetto — del 16 giugno 1964) era detto che «alla rischiosa operazione, alle complesse, difficili indagini dirette e coordinate dal Questore, davano il loro validissimo e determinante apporto, il commissario di Pubblica sicurezza dottor Angelo Mangano ed ili commissario aggiunto di Pubblica sicurezza dottor Nicola Ciocia, nonché il personale dell commissariato di Pubblica sicurezza di Corleone, unitamente a quello dell’Arma diretto dal tenente colonnello Ignazio MildilJo e dal capitano dei Carabinieri Aurelio Carlino».

Il rapporto, inoltre, metteva in risalto che l’intera operazione era iniziata praticamente con l’arresto, effettuato dal Mangano, di un noto mafioso amico del Leggio, Salvatore Riina, e relegava in secondo piano il contributo dato dai Carabinieri.

Successivamente, però, lo stesso prefetto Ravalli, richiesto dalla Commissione antimafia di fornire chiarimenti circa le modalità dell’operazione, dovette convenire, con una nota in data 1° giugno 1965, che le prime notizie circa l’imminente cattura di Leggio gli erano state fornite dal tenente colonnello Milillo, che «una certa preminenza» nella positiva conclusione dell'operazione doveva essere riconosciuta all’Arma e che il primo rapporto in data 18 giugno, contenente gli elogi nei confronti di Mangano, era stato sì firmato da lui, ma predisposto dalla Questura.

Questa richiesta di chiarimenti al prefetto Ravalli era stata determinata dalla furibonda polemica esplosa tra Carabinieri e Polizia, ma più specificatamente tra i Carabinieri e il commissario Mangano dopo l'arresto di Leggio.

Mangano, infatti, si era assunto subito l'intero merito della faccenda ed era anzi circolata una fotografia nella quale lo si vedeva con una mano sulla spalla del bandito appena catturato, mentre i Carabinieri sostenevano che all'arresto del bandito cerano arrivati loro.

A sostegno della sua tesi, il dottor Mangano, tra l’altro, aveva inviato al Questore dii Palermo, in data 18 maggio 1964, una «relazione di servizio» nella quale, dopo avere duramente accusato d Carabinieri di sleale comportamento nelle fasi precedenti alla cattura del bandito, così descriveva l’arresto di Leggio:

«Dopo la vana perquisizione della casa in Ciaculli dei La Rosa e dopo un ulteriore incrociarsi di indagini...  si apprendeva della possibilità che il Leggio potesse trovarsi a ’ Corleone, in una casa che veniva, poi, indicata.

«Telefonicamente facevo concentrare venti uomini tra agenti e carabinieri di stanza a Corleone al bivio di Prizzi e, alle ore 20,15, a bordo di quattro autovetture, si partiva alla volta di Corleone. Qui giunti una macchina faceva il giro esterno del paese per prelevare gli uomini ivi concentrati mentre le altre puntavano decisamente verso l’obiettivo.

«Disponevo i servizi attorno all’isolato e, quindi, mi avvicinavo alla porta d’ingresso dell'appartamento che avrebbe dovuto ospitare il pericoloso bandito. I due tenenti colonnelli si tenevano ad una certa distanza coperti dalle mura dei fabbricati adiacenti.

Ero seguilo dal collega Ciocia e da altri agenti e carabinieri, ai quali si erano accodati gli altri ufficiali dei Carabinieri.

«Dopo avere bussato ed aperta la porta entravo decisamente nell'interno, salivo la rampa di scale e sul pianerottolo mi colpiva una porta chiusa a chiave, l'aprivo e in fondo alla stanza su un lettino si delineava, nella oscurità, la sagoma del pericoloso bandito, senza indugio accendo la luce e in un baleno ero addosso al Leggio il quale esterrefatto, senza più speranze di salvezza, mi diceva: ”Commissario sono l'uomo che lei cerca”.

«Dopo di me entravano gli altri collaboratori e, quindi, dopo parecchi minuti, da me fatti chiamare, entravano i due tenenti colonnelli fino allora rimasti a debita distanza, forse in attesa di sentire crepitare l'arma micidiale del bandito.

«Ad avvenuta cattura rivolgevo vive raccomandazioni al Milillo perché la diffusione delle notizie avvenisse con assoluta lealtà, tenendo presente la perfetta collaborazione e la parità delle fatiche. Sebbene mi venivano fornite in tal senso le più ampie assicurazioni, gli ufficiali, collaborati dagli altri loro dipendenti, facevano a gara a mettersi in evidenza sia attraverso la stampa, la radio e la televisione che presso le altre autorità alle quali avevano telefonicamente comunicato l’avvenimento escludendoci dalla comune gioia.

«All'avvenuto arresto del bandito convocavo un fotografo locale il quale provvedeva a scattare le conseguenti fotografie. Al termine gli ufficiali facevano sequestrare il rotolino e, previa intesa, si impegnavano di consegnarmi alle ore 7,30 del mattino 5 foto per ogni negativo oppure il rotolino stesso. Alle ore 9, alla richiesta delle foto, giustificavano ’ che ii fotografo era andato a dormire, mentre le foto stampate venivano da loro e a loro piacimento distribuite alla stampa, naturalmente escludendo in linea di massima quelle dove appariva 'la Polizia. Alle continue insistenze, alle ore 13, mi venivano consegnate le negative, cioè solo quando ormai la stampa aveva pubblicato quelle da loro consegnate.

«Attorno alle ore 12 il maggiore Favali, con tono sprezzante ed imperioso, mi diceva apertamente che senza ordini del tenente colonnello Milillo, in quel momento tra l'altro presente, non poteva consegnarmi le foto. Molto risentito gli facevo notare che Milillo comandava tanto quanto me e che io non ero un servo, ma, tra l'altro, avevo sostenuto la fatica preponderante dell’operazione.

«Ho la coscienza e la gioia di potere affermare, senza tema di smentita, che tutte le indagini sono state dirette, organizzate e materialmente espletate da me, mentre gli ufficiali dell’Arma si alternavano nella collaborazione. Quasi tutti gli interrogatori degli arrestati, dei fermati, nonché tutti i confronti sono stati personalmente da me verbalizzati.

«Ogni 'altro adempimento è stato da me curato con la collaborazione materiale di alcuni sottufficiali dei Carabinieri e della Pubblica sicurezza.

«Anzi il primo giorno, essendo carente di mio personale, si è dovuto faticare per avere un’autovettura e qualche carabiniere per effettuare il trasporto degli arrestati alle carceri giudiziarie. Per ovviare a questo grave inconveniente, il giorno successivo, facevo venire degli uomini di Pubblica sicurezza e dei Carabinieri, con proprio automezzo da Corleone. Anche la compilazione dei relativi rapporti è opera esclusiva mia.

«A conclusione 'di quanto sopra raccontato è doveroso ancora aggiungere che, tra l'altro, il capitano Carlino e il maresciallo Tobia, dopo il primo mese di lavoro, iniziavano una campagna di denigrazione nei miei confronti, cercando di far sollevare il personale dipendente al quale ricordavano l’eccessivo superlavoro, praticamente non tollerabile, per cui proponevano la riduzione dei servizi stessi.

«Suggerivo loro che avrebbero potuto benissimo astenersi dal partecipare ai servizi, anche perché da solo ero in grado di mantenere la efficienza dei servizi necessari.

«Sebbene questa deleteria opera veniva fatta serpeggiare tra il personale dipendente, questi, consci delle loro responsabilità, non solo non aderivano ma sdegnosamente respingevano il loro atteggiamento.

«Infime, per essere completamente estranei ad ogni influenza da parte di altri organi concorrenti, veniva stabilita quale sede del ”quartier generale” l’ufficiò del tenente colonnello Milillo.

«Questo nostro generoso gesto di signorilità, però, alla conclusione dell’operazione, veniva artatamente travisato e tentavano di accampare, almeno attraverso la pubblicità, un maggior diritto. F. to Mangano».

La versione del colonnello Milillo.

Ma se questa è la versione dei fatti data dal dottor Mangano, ecco quella che venne fornita dal colonnello Milillo allorché, dopo la clamorosa assoluzione data al Leggio dalla Corte d'Assise di Bari il 10 giugno del 1969 (e della quale parleremo più oltre), venne ascoltato dalla Commissione antimafia in data 26 giugno 1969.

Ne riportiamo il testo quasi integralmente, perché riteniamo che la testimonianza del colonnello Milillo sia molto importante, al fine di inquadrare le precise funzioni affidate dal Capo della polizia Angelo Vicari al dottor Mangano in ordine alle vicende che coinvolsero, in quel periodo, Luciano Leggio.

«Presidente. La cattura di Leggio è avvenuta subito, non appena gli organi di polizia sono stati informati del posto dove si trovava, oppure hanno tergiversato qualche giorno o comunque un periodo più o meno lungo? E poi, come è avvenuta? Pacificamente o con una reazione da parte di Leggio?

«Milillo. È avvenuta subito e pacificamente. Il Leggio, quando siamo entrati nella camera, giaceva nel lettino in fondo alla stanza. Appena mi ha visto mi ha detto: " Sempre a lei colonnello (senza che io fossi neppure in divisa, mi aveva individuato, e questo mi sorprese: probabilmente mi deve aver visto in fotografia) sempre a lei l'avrei data la pistola e non a quel buffone”. Si rivolgeva al commissario, nei confronti del quale indirizzò anche altri epiteti poco piacevoli.

«Li Causi. Chi era il commissario?

«Milillo. Il commissario Angelo Mangano.

«Presidente. Ed ha insultato Mangano?

«Milillo. Si rivoltò contro Mangano un po' anche perché questi aveva preso il fratello in piazza in pieno giorno, fratello che era un deficiente...  

«Li Causi. Era un minorato.

«Milillo. Sì, un minorato psichico. Aveva dichiarato ai giornali di avario "catturato ed un po’ perché sembrava deluso di certi atteggiamenti che si attendeva dal Mangano. Non so, comunque, cosa volesse effettivamente dire, quali sentimenti volesse esprimere o quali reazioni avesse nei riguardi di Mangano.

«Lì Causi. Poiché ci troviamo in argomento, vorrei chiederle quale è la figura di questo Mangano. Come lo consideravate, dal momento che non era ufficiale di polizia giudiziaria? Come è piombato in Sicilia, con quale veste? Perché ha avuto tutta questa autorità?

«Milillo. L’autorità l'ha avuta direttamente dal Capo della polizia. Almeno si vantava di essere il bracciò destro di Vicari e il suo inviato speciale. Su tutta la stampa in Sicilia si parlava di lui come dell'inviato speciale del Capo della polizia, il quale faceva determinate cose, non dico in contrasto, ma al di fuori di quello che era l'indirizzo locale della Questura. Almeno ufficialmente, non riconosceva come superiori, il Questore di Palermo,  né il vice questore o altri funzionari.

«Li Causi. E la Magistratura come reagiva di fronte a questo atteggiamento?

«Milillo. C'è un particolare. Il Mangano è arrivato in Sicilia il 16 novembre 1963, dopo la strage di Ciaculli. Nel periodo fra il 1° luglio — subito dopo cioè i funerali delle vittime — e da fine di ottobre, i primi di novembre, noi avevamo già quasi terminato gli arresti in massa. Questi arresti talvolta erano dettati dalla necessità di poter fermare determinate persone per sottoporre alla diffida e poi rimetterle in libertà, perché non si poteva adottare poi il provvedimento del confino se prima non vi fosse stata la diffida. Cosa che abbiamo fatto, e a ripetizione anche, per dare la libertà vigilata e per applicare poi, se era il caso, il provvedimento del soggiorno obbligato. Mangano, quindi, è venuto quando era terminato il grosso lavoro di massa, quando praticamente, diciamo anche a seguito di questi arresti, era stata assicurata la tranquillità (o quasi) nella zona di Corleone...  

«Li Causi. Eccetto la cattura di Leggio.

«Milillo. Eccetto la cattura di Leggio. Ma Leggio era sfuggito alla cattura per un errore commesso da me, perché la notizia che poteva portarci alla cattura di Leggio già mi era venuta; avevo saputo che era ammalato e che stava in una casa di cura e alla fine venni a sapere che si trattava di una certa casa di cura Albanese. Io equivocai: ritenni che si trattasse della clinica Albanese e andai alla clinica Albanese. La stampa pubblicò la notizia, Leggio lo venne a sapere e gli amici lo portarono subito via dall'“Ospizio Marino Albanese” dove effettivamente si trovava. Quindi ripresi daccapo le indagini per poter arrivare alle persone che avevano portato via e qui spuntò fuori Marino, spuntarono fuori il dottor La Manti a, il Centineo ed altri.

«Presidente. Quanti giorni dopo l'arrivo di Mangano a Corleone è stato arrestato Leggio?

«Milillo. Leggio venne arrestato alla fine di maggio 1964; Mangano era arrivato alla fine di novembre dell’anno precedente. Ma l'arresto avvenne solo allora perché abbiamo dovuto riprendere tutto daccapo e in questo, non per attribuire dei meriti a me, le indagini, sia dirette che attraverso confidenti, per arrivare...  

«Presidente. Allora come spiega, colonnello, che dopo essere sfuggito così per questo infortunio comprensibilissimo all'arresto, Leggio ritorna proprio nel momento in cui c’è anche la presenza di Mangano quale inviato speciale del Capo della polizia a Corleone?

«Milillo. Direi che la cosa, dapprima, mi ha sorpreso. Quando poi fu catturato Leggio, seppi che si era trasferito a Corleone addirittura dopo l'arrivo di Mangano. Mangano arriva a Corleone verso il 16 di novembre; dopo alcuni giorni, o alcune settimane,

«Milillo. C'è un particolare. Il Mangano è arrivato in Sicilia il 16 novembre 1963, dopo la strage di Ciaculli. Nel periodo fra il 1° luglio — subito dopo cioè i funerali delle vittime — e ila fine di ottobre, i primi di novembre, noi avevamo già quasi terminato gli arresti in massa. Questi arresti talvolta erano dettati dalla necessità di poter fermare determinate persone per sottoporle alla diffida e poi rimetterle in libertà, perché non si poteva adottare poi il provvedimento del confino se prima non vi fosse stata la diffida. Cosa che abbiamo fatto, e a ripetizione anche, per dare la libertà vigilata e per applicare poi, se era il caso, il provve

Leggio che era sempre o quasi sempre stato fuori di Corleone e comunque aveva passato la maggior parte del periodo di latitanza in Palermo, si trasferisce a Corleone in casa delle sorelle Sorisi, dove poi fu catturato. Questo è un particolare che veramente mi sorprese e che appresi successivamente, nel corso delle 'indagini fatte dopo la cattura. ]

«Li Causi. Lei conferma che i magistrati di Bari possano, sulla base di tutti gli dementi dell’istruttoria che avevano in mano, avere qualche giustificazione per aver emesso un verdetto così sconvolgente e sconcertante?

«Milillo. Io sono stato a Bari come testimone e ho confermato, naturalmente, quanto da me e dall’Arma era stato fatto già molti anni prima. Ma rapporti più stilati a suo tempo, per esempio per la morte di Navarra, sono stati copiati letteralmente, a distanza di anni (dal 1958 al 1964), da Mangano cambiando alla fine qualche piccola cosa. Per esempio il mandante: il rapporto dai Carabinieri affermava che il mandante era Leggio; il rapporto più recente che riportava integralmente quello, alla fine cambiava però — tanto per 'dire — la parte relativa ai mandanti, dicendo che il mandante era un altro. È bastato questo perché gli avvocati avessero buon gioco nel mettere in dubbio le affermazioni del primo e del secondo rapporto.

«Li Causi. Come mai poteva sorgere questo dualismo? Perché lei si era prodigato con accertamenti ad individuare il mandante e poi c’è l’altro che prende gli elementi così come sono e cambia il mandante?

«Milillo. Non so se lo abbia fatto in base ai suoi accertamenti...  

«Li Causi. E il giudice, idi fronte a queste divergenze, quale atteggiamento prendeva?

«Milillo. So che il Pubblico ministero di Bari si è impegnato per venire a capo di questa questione. Mi ha fatto anche delle domande per appurare, per poter convalidare alcuni punti. Ma poi dinanzi...  

«Li Causi. Ma, a Palermo, ohe fece il Giudice istruttore, di fronte a queste divergenze così importanti, per cui tutti gli elementi sono riportati in modo identico, ma, giunti alle conclusioni, i Carabinieri nel loro rapporto identificano un mandante X, mentre l’altro rapporto, con la firma di Mangano, perviene alla individuazione del mandante V?

«Milillo. Non saprei che dire. Posso solo affermare di essermi trovato in una situazione anche più imbarazzante, quando feci la denuncia di una cinquantina di persone, mafiosi di Corleone. Mangano, che dopo la cattura di Luciano Leggio aveva avuto la promozione ed era andato via, il 29 marzo dell’anno successivo ritornò a Palermo; asserì che tornava per una licenza di 20 giorni da godere a Corleone, cosa alquanto strana perché ci sono tanti bei posti...  Penso, infatti, che era venuto con qualche altro scopo. Sta di fatto che, appena arrivato, ha riunito alcuni suoi amici dicendo che veniva per far liberare alcune persone e ha fatto liberare effettivamente 50 di quelli che io avevo messo dentro. Non so se l’ha fatto con uno scopo molto più serio, molto più importante o no.

«Presidente. Ha fatto liberare da chi?

«Milillo. Dalla Magistratura. Voglio, per onestà, dire che gli elementi che potevamo fornire alla Magistratura, sul conto di quei mafiosi erano elementi talvolta effimeri, o quasi; comunque c’era un particolare...  

«Presidente. Si dice che siano stati liberati alcuni indiziati mafiosi (indiziati in modo consistente), mentre invece sono state, quasi contestualmente o a 'distanza di poco tempo, arrestate persone che avevano dimostrato di voler collaborare in qualche modo.

«Milillo. Per la verità qualche caso risulta anche a me: i figlioli di qualcuno di questi che erano in passato mafiosi, ma che poi, essendo diventati professionisti, volevano forse riscattare l’onta di essere additati come mafiosi e volevano farsi perdonare; quindi questi hanno collaborato, dando le più preziose notizie sulla situazione nel suo complesso di Corleone. Essi stessi sono poi stati arrestati, da Mangano. ,

«Gatto Vincenzo. Anche se mi risulta difficile, vorrei chiedere ad un uomo dell'esperienza del colonnello Milillo se tutto ciò può essere solo il frutto di un certo spirito di corpo, di rivalità, di emulazione, o se c’era qualcosa di obiettivo.

«Milillo. Spirito di corpo davvero non può chiamarsi, perché io ho collaborato in perfetta armonia col questore di Palermo (prima era Melfi, poi In tu ni si) sono sempre stato in ottimi rapporti col capo della Squadra mobile, ho collaborato con Gambino e tutti gli altri senza differenza alcuna; anche con gli altri funzionari andavamo d’accordo. Ad esempio, quando ce stato il triplice omicidio di Francesco Paolo Streva, di Pomillia e di Piraino, io stesso ho chiamato il dottor Mendoilia, capo dalla Squadra mobile e Mendolia è venuto, anche se stava male e quel giorno poco ci mancava che non ci restasse, perché quella zona è franosa ed inaccessibile, tanto più che aveva piovuto, ed io ho dovuto farlo riaccompagnare con d'elicottero, altrimenti Mendolia ci restava. Questo tanto per fare un esempio, per chiarire con quanto zelo e quanto piacere siamo sempre stati insieme. Non è, secondo me, che Mangano era contro l’Arma: era contro tutti, era anche contro la Questura: non hanno desiderato che venisse in Sicilia nemmeno i suoi colleghi.

«Gatto Vincenzo. Ma quesito intervento ad hoc...  

«Milillo. Non so: questa è una domanda che deve essere rivolta al Capo della polizia, Vicari.

«Lì Causi. Ma questo Mangano che si vanta di essere l’" inviato " di Vicari...  

«Milillo. Beh, è stato inviato e ha anche ottenuto una promozione in barba a tutti quanti gli altri.

«Li Causi...  era stato inviato perché si era riscontrata qualche carenza nella vostra j azione precedente?

«Milillo. No, certo, perché avevamo già operato tutti gli arresti: lui è venuto dopo!

E direi, addirittura, che Luciano Leggio ha avuto paura di lui che è venuto ad abitare, a Corleone dopo il suo arrivo! Se fosse sta:

Lo vero che aveva avuto paura, non credo che sarebbe tornato!

«Gatto Vincenzo. Il dottor Mangano è venuto una prima volta a Corleone il 16 novembre 1963; poi fu promosso e trasferito. Già in questa prima fase si erano determinati attriti?

«Milillo. No, gli attriti si verificarono subito dopo l'arresto di Leggio; egli era stato invitato da me a partecipare a questo servizio appunto per evitare storie e campanilismi; fu lui ad impedire quasi che vi partecipassero altri suoi colleghi. Noi avevamo avuto disposizioni di evitare qualsiasi esibizionismo, di evitare fotografie, di evitare ogni scalpore sulla stampa. Anche per una questione di sistema, io mi ritirai quando vidi che il fotografo era già pronto — e non so chi l'avesse chiamato — per fare una fotografia a Leggio mentre varcava la soglia della casa — Mangano tornò invece indietro, allontanò il maresciallo e si mise in posa accanto a Leggio, a colui, cioè, che fino a poco prima l'aveva offeso! Io non facciò considerazioni: poco prima era stato offeso, ma lui si mise in posa come per far capire...  

«Lì Causi. Gli aveva detto "buffone"!

«Milillo. Insomma, aveva i suoi scopi: non avrebbe dovuto farlo; invece l’ha fatto con uno scopo preciso e poi ha sfruttato quell gesto. Infatti poi ha detto che aveva preso lui Leggio! È andato pure in America, tutti i giornali ne hanno parlato distorcendo la verità dei fatti sulla cattura di Leggio: la verità fino ad ora non si è saputa e non si saprà tanto facilmente perché ogni tanto spuntano fuori giornali, riviste dove compaiono le fotografie di Mangano e non le mie, dove si dà sempre una versione errata della cattura, deformando la verità dei fatti».

Questa la storia della cattura di Luciano Leggio e del comportamento del commissario Mangano in quella occasione, secondo la testimonianza resa dal colonnello Milillo.

Ora, delle due luna; o mente Mangano o mente Milillo.

Ce però un elemento di fondo che porta a dare maggior credito alla versione dei Carabinieri: e cioè che il dottor Mangano (nominato vice questore il gennaio 1965 e infine questore il 30 giugno 1971) ha costantemente ricoperto, nella vicenda Leggio, un ruolo piuttosto equivoco e sconcertante, come confermano gli avvenimenti connessi alla «ballata delle bobine» di cui parleremo più oltre, e sempre operando agli ordini diretti del Capo della polizia Vicari, che continuò ad affidargli incarichi nella lotta contro la mafia nonostante gli insuccessi registrati.

Per cui, accettata per buona la versione dei Carabinieri, non si capisce bene se Mangano sia piombato nel novembre del 1963 a Corleone per catturare effettivamente Leggio, ormai braccato da vicino dagli uomini di Milillo, oppure per contrastare in qualche maniera l'operato dell’Arma. Salvo poi recitare ad ogni costo, una volta caduto Leggio in trappola, la parte del vincitore, per creare un alibi a se stesso e a chi l’aveva inviato a Corleone.

Certo è, comunque e in ogni caso, che Mangano non ha agito di sua iniziativa, ma ha obbedito a ordini ricevuti.

Ma torniamo a Luciano Leggio. Arresosi ai Carabinieri senza opporre resistenza, il bandito andò a raggiungere i suoi complici già nelle marni della giustizia.

Con due successive sentenze, del 14 agosto 1965 e del 13 ottobre 1967, ili Giudice istruttore di Palermo, dottor Cesare Terranova, lo rinviò a giudizio, unitamente ad altri 64 mafiosi tutti di Corleone, per l'assassinio di Vincenzo Cortimiglia, Marco Marino, Giovanni Marino, Pietro Maiuri, Paolo Francesco Streva, Biagio Pomillla, Antonino Piraino, Paolo Riina e Claudio Splendido.

A seguito delle due sentenze di rinvio a giudizio, Leggio e i suoi complici vennero destinati a comparire davanti alla Corte di Assise di Bari, con un carico di imputazioni che comprendevano nove omicidi, otto tentati omicidi e quattro associazioni per deliquere.

Nelle carceri di Bari, in attesa del processo, Leggio ebbe modo di avvicinare e frequentare numerosi altri mafiosi, tra i quali il notissimo Frank Coppola, detto «Frank tre dita», detenuti sotto diverse imputazioni, alcuni dei quali ritroveremo poi puntualmente nelle successive vicende del bandito.

Il processo ebbe inizio nel marzo del 1969. Si trattò di un processo difficile e complesso, sia per il numero degli imputati, sia per il numero e la gravità delle imputazioni, sia per la diffusa omertà e il sentito timore che impedivano qualsiasi collaborazione con la giustizia. Basti ricordare che i parenti delle vittime non si costituirono parte civile. Giudici e giurati popolari, inoltre, vennero «avvisati di morte» dall’organizzazione mafiosa se avessero condannato Leggio e gli altri imputati.

Leggio e l’assoluzione di Bari.

Dopo un dibattito durato quasi tre mesi, e nonostante la pubblica accusa (dottor Zaccaria) avesse avanzato richiesta di condanna all’ergastolo, il 10 giugno 1969, la Corte emise una clamorosa sentenza di assoluzione per Leggio e per i suoi complici: «insufficienza di prove» per quanto concerneva il reato di associazione a delinquere e «per non avere commesso il fatto» in ordine agli omicidi.

La Commissione antimafia così commentò la sentenza (Doc. XXIII, n.2quater, I Legislatura, pagina 120):

«La sentenza della Corte d'Assise di Bari provocò viva sorpresa in tutti gli ambienti e allarmò l’opinione pubblica, per la strenua difesa che essa faceva dei diritti degli imputati e per l’insistenza con cui, pur non essendovene ovviamente alcun bisogno, essa riaffermava l’ultroneo concetto che compito del giudice è quello di punire o di assolvere a seconda che i fatti risultino o meno provati "nel rispetto costante dei limiti di carattere formale e sostanziale imposti dalla legge all’esercizio del dovere-potere di giudicare”. E ciò, dopo avere riconosciuto la "estrema cautela” (e cioè la omertà) con la quale tutti i testimoni chiamati a deporre hanno reso le loro dichiarazioni e la "costante preoccupazione” (e cioè il timore) di ognuno di non riferire fatti che in qualche modo potessero pregiudicare gli imputati "sino al punto di negare anche circostanze prive di ogni rilievo ai fini processuali”».

Ma le sorprese erano appena incominciate.

Una volta scarcerato, Leggio si recò a Bitonto (Bari), unitamente al suo fido luogotenente Salvatore Riina, godendo dell'appoggio e dell'amicizia del dottor Mitolo, uno dei professionisti che l’avevano assistito durante il dibattimento.

Il giorno successivo,11 giugno, la Questura di Palermo 'Segnalò alla Procura della Repubblica di quella città l’opportunità di proporre l'adozione, a carico del Leggio, della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, previa emissione di ordine di custodia precauzionale a suo carico.

In altre parole, la Questura propose che Leggio venisse arrestato in attesa che fosse emanato l’ordine di soggiorno obbligato.

La stessa proposta venne avanzata nei confronti del Riina.

Il 17, il Leggio e il Riina vennero muniti dalla Questura di Bari di foglio di via obbligatorio per Coricane, con l'ingiunzione di presentarsi entro il 19 presso quell'ufficiò di Pubblica sicurezza, e con la diffida a non fare ritorno a Bitonto per un periodo di tre anni.

Leggio e Riina lasciarono Bitonto, ma mentre Riina proseguì per Corleone, Leggio si fermò a Taranto e, il 18 giugno, si fece ricoverare nell'ospedale civile della Santissima Annunziata, nel reparto malattie infettive, diretto dal professor Ippolito, figlio di un noto mafioso, residente a Palermo, così descritto in un rapporto dai Carabinieri: «È temuto dalla popolazione perché prepotente e capace di commettere delitti: già appartenente alla mafia prima dell’ultimo conflitto, tiene attualmente contatti con numerosi pregiudicati di Palermo e del trapanese».

Per quanto riguarda poi il reparto dell’ospedale di Taranto diretto dal professor Ippolito, ecco che cosa si legge in un «appunto» inviato alla Commissione antimafia dalla direzione generale di Pubblica sicurezza del Ministero dell’interno in data 14 gennaio 1970: «Fino a qualche mese fa, il reparto malattie infettive della SS. Annunziata costituiva luogo di concentramento di ammalati siciliani affetti, nella quasi totalità, da mali che nulla o ben poco avevano a che spartire con la specialistica funzione del reparto stesso».

E lì, comunque, che Leggio si rifugia, bene accolto e confortato, interrompendo il suo viaggio per Corleone.

Leggio e Scaglione.

Lo stesso giorno 18 giugno, intanto, il Procuratore capo della Repubblica di Palermo, dottor Scaglione, accoglie la proposta di applicazione, a carico del Leggio e del Riina, della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno in un determinato comune (ai sensi degli articoli 1 e 2 della legge 31 maggio 1965, n.575). Tali proposte sono state sottoscritte dal sostituto procuratore della Repubblica, dottor Pietro Giammanco, e vistate dal dottor Scaglione. lai pari data, il Presidente della prima sezione civile e penale del Tribunale di Palermo, dottor Nicola La Ferlita, competente per le misure di prevenzione nei confronti delle persone pericolose, emette la richiesta ordinanza di custodia precauzionale nei confronti del Leggio e di Riina.

A partire da quel momento, i due banditi possono essere arrestati dovunque si trovino, in qualunque punto del territorio dello Stato.

Invece non succede niente.

Succede solo che Salvatore Riina, giunto a Corleone il 20 giugno e presentatosi a quel commissariato di Polizia, viene arrestato in base all'ordinanza emessa dal Presidente del Tribunale di Palermo e tradotto nelle carceri dell’Ucciardone. Il 5 luglio successivo, comparirà davanti alla prima sezione del Tribunale che, con decreto del 7 luglio, gli applicherà la misura di prevenzione della sorveglianza speciale, con l’obbligo di soggiorno nel Comune di San Giovanni in Persiceto (Bologna) per la durata di 4 anni. Scarcerato e munito di foglio di via obbligatorio per la località emiliana, Salvatore Riina non raggiungerà mai il Comune di residenza obbligata e si renderà irreperibile.

Leggio, intanto, è sempre a Taranto. Ha saputo che Riina, appena giunto a Corleone, è stato arrestato, e sa quindi perfettamente che, se vi si reca, lo attende la stessa sorte.

Sa molto bene inoltre, da mafioso allenato ad ogni tipo di avventura giudiziaria, che il provvedimento di arresto può essere eseguito anche contro di lui in qualunque momento e in qualunque località si trovi.

Eppure non si muove, non se ne va da Taranto, non si nasconde. Evidentemente si sente molto sicuro del fatto che nessuno andrà ad arrestarlo.

E così accade, nonostante che in data 25 giugno la Questura di Taranto gli notifichi in ospedale una nuova ordinanza di rimpatrio, con l'ingiunzione di presentarsi a Corleone entro tre giorni.

Il colmo, poi, lo si raggiunge il 7 luglio successivo, quando il nome del Leggio compare sul «Bollettino delle ricerche» n.78, nonostante che la presenza del mafioso nell’ospedale di Taranto fosse perfettamente nota non solo agli organi di polizia periferici, ma anche a quelli centrali, nonché all’opinione pubblica regolarmente informata dai giornali delle vicende che interessavano il bandito.

Ma Leggio resta indisturbato a Taranto. E ci resta fino al 28 settembre, quando si trasferisce, anziché a Corleone, nella clinica «Villa Margherita», in viale di Villa Massimo, a Roma. Trasferimento regolarmente notificato alla Polizia dal suo difensore avvocato Gironda.

Bisogna arrivare al 10 ottobre 1969 perché il Presidente del Tribunale di Palermo, dottor La Fedita, si decida a chiedere notizie agli organi di polizia per «conoscere l’esito dell'ordinanza di custodia precauzionale», vale a dire per sapere se Leggio è stato arrestato o no.

E si sente rispondere, come da testimonianza da lui resa alla Commissione antimafia il 27 gennaio 1970: «Stia tranquillo, abbia pazienza ancora per alcuni giorni. Noi arresteremo Leggio».

Invece Leggio non viene arrestato nemmeno in quella occasione. Nè accade nulla di nuovo quando tre giorni dopo, il 13 ottobre, il commissario idi Pubblica sicurezza di Corleone rompe gli indugi, denuncia Leggio per contravvenzione al foglio di via obbligatorio, sia pure con tre mesi di ritardo, e ne informa tutte le Questure, compresa ovviamente la Questura di Roma che, nel frattempo, «sorveglia discretamente» il bandito ricoverato nella clinica «Villa Margherita».

Leggio, intanto, viene sottoposto a intervento operatorio in data 18 ottobre.

E il 19 novembre successivo, ristabilito, abbandona la clinica eludendo la «discreta sorveglianza» e si rende irreperibile, dandosi nuovamente alla clandestinità, dalla quale riapparirà solo cinque anni più tardi, il 16 maggio del 1974, allorché 'la Guardia di finanza, indagando sull'anonima sequestri agli ordini di due magistrati milanesi, il Giudice istruttore Turone e il Pubblico ministero Caizzi, lo arresterà in un appartamento di via Ripamonti, a Milano.

Scomparsi il Leggio, finalmente il 19 gennaio 1970 viene diramata una circolare per l’arresto del bandito, il cui nome viene pubblicato questa volta sul «Bollettino delle ricerche» e anche su quello dell'Interpol, facendo menzione del provvedimento restrittivo a suo carico.

L'opinione pubblica apprende così quanto era accaduto e, soprattutto, viene a sapere che Leggio doveva, e poteva, essere arrestato già sette mesi prima, a partire dal 18 giugno.

Le ripercussioni furono enormi.

La Commissione parlamentare d’inchiesta aprì immediatamente una indagine, i cui atti sono raccolti nel «Documento XXIII, n.2, I Legislatura», per dare soprattutto una risposta alla domanda che tutti si ponevano: come mai, cioè, poteva essere accaduto che Leggio, colpito da un mandato di arresto ohe portava la data dell 18 giugno 1969 e che poteva essere eseguito su tutto il territorio dello Stato, fosse rimasto tranquillamente in circolazione fino al 19 novembre successivo, rendendosi poi irreperibile.

Tra il 20 gennaio e il 12 febbraio, la Commissione procedette alla raccolta dei documenti e delle testimonianze necessarie a chiarire l’enigma.

13 - Il mancato arresto di Leggio: la Polizia accusa Scaglione.

Ne venne fuori un quadro di una gravità estrema, che denunziava non solo una aperta dichiarazione preventiva di resa incondizionata dei pubblici poteri, una loro confessione di impotenza e di inefficienza, ma soprattutto delle precise responsabilità ad altissimo livello che coinvolgevano il Procuratore capo della Repubblica di Palermo, dottor Pietro Scaglione, e il Capo della polizia, dottor Angelo Vicari.

La Polizia, nelle persone dei vice capo della Polizia e direttore della Criminalpol, dottor Giuseppe Lutri, del questore di Palermo dottor Paolo Zamparelli, del dirigente il commissariato di Corleone dottor Francesco Piacente, del vice questore vicario di Palermo dottor Emanuele De Francesco, dei vice questori di Palermo dottor Aldo Arcuri e dottor Gaetano Fortino, del commissario capo presso la Questura di Palermo dottor Salvatore Scandariato, del dirigente la Squadra mobile di Palermo dottor Nino Mendolia, del funzionario della Squadra mobile di Palermo dottor Francesco Cipolla, e del dottor Mario Bertero, vice questore di Bari, fu unanime nel rovesciare sul Procuratore capo della Repubblica di Palermo e, in subordine, sul Presidente del Tribunale di Palermo che aveva emesso il provvedimento, ogni responsabilità, dichiarando senza mezzi termini che il procuratore Scaglione aveva accettato di proporre al Tribunale le richieste misure di prevenzione nei confronti del Leggio e del Riina, subordinandole però alla precisa condizione che l'arresto dei due pregiudicati dovesse essere eseguito solo ed unicamente qualora i due banditi avessero rimesso piede a Corleone.

Si legge nel rapporto del 20 gennaio 1970 del questore, dottor Nino De Vito, inviato alla Commissione dal Capo della polizia: «L’azione responsabile della Questura di Palermo diveniva penetrante nell'ambito giudiziario, ove non mancava, con contatti diretti, dall'illustrare a quel procuratore della Repubblica, dottor Scaglione, la necessità di tempestivi provvedimenti di prevenzione.

«Il suddetto magistrato, con sensibilità adeguata alla bisogna, inoltrava subito la proposta al Tribunale tanto che il Presidente idi quella 1a sezione, dottor La Fedita, investito del procedimento, con ordinanza del 18 giugno 1969, disponeva che il Leggio, nelle more procedurali, fosse, intanto, tenuto sotto custodia nel carcere giudiziario di Palermo. Analogamente si operava per il Riina.

«A questo punto accade qualcosa che rallenta e rende più difficile l'iter cautelativo, così tempestivamente disposto.

«Come è noto, un provvedimento del genere innanzi indicalo, alla pari degli altri che limitano la libertà personale, non trova limite territoriale di applicabilità, sul suolo nazionale.

«L'immediata divulgazione presso tutte le questure del cennato provvedimento, ai fini dell’esecuzione, avrebbe determinato l'arresto tempestivo del Leggio o, in caso di suo ricovero in luogo di cura per comprovate esigenze, il suo legittimo e continuativo piantonamento con la conseguente impossibilità, del predetto, di rendersi irreperibile.

«Veniva invece disposto che l’ordinanza di custodia precauzionale fosse eseguita solo a Corleone, per l’eventualità che ivi il Leggio avesse fatto apparizione per "dimorarvi” (anche solo temporaneamente).

«Per facilitare tale avvenimento, la Questura di Palermo, di accordo con quella Procura, inoltrava richiesta alla Questura di Bari affinché i due compari fossero subito muniti di figlio di via obbligatorio, con Fingimi z ione di presentarsi all'autorità di Pubblica sicurezza di Corleone».

Stralciamo ora dai verbali della Commissione le battute più significative dette dai funzionari della Questura di Palermo nel corso delle testimonianze rese sull’argomento.

Dalla testimonianza del dottor Zamparelli, questore di Palermo, (22 gennaio 1970):

«Presidente. Senta, signor Questore, prima di dare la parola all'onorevole Malagugini lei ha accennato poc’anzi che, verbalmente, il Procuratore della Repubblica di Palermo le avrebbe posto la limitazione della eseguibilità del provvedimento solo nel caso in cui il

Leggio si fosse recato a Corleone: solo verbalmente. Quindi, ecco, il provvedimento — a parte la disquisizione giuridica che poi si potrà fare e le interpretazioni che possono essere diverse — era eseguibile su tutto il territorio nazionale. È stato il Procuratore della Repubblica che a lei ha detto: " Però si deve applicare solo nel caso in cui il Leggio si trovi a Corleone?

«Zamparelli. Il Procuratore dalla Repubblica, in un primo momento...  

«Presidente. Verbalmente...  

«Zamparelli. Verbalmente. In un primo momento, il Procuratore della Repubblica, e in un secondo momento il dottor La Feruta, Presidente del Tribunale della prima sezione penale. Dopo...  

«Presidente. Sempre verbalmente.

«Zamparelli. Sempre verbalmente. Dopo la latitanza del Leggio, io mi sono recato alla Procura e qui, alla Procura, era presente anche il Presidente del Tribunale. Là mi hanno confermato, anzi mi hanno detto, che se noi l’avessimo eseguito in altra parte del territorio della penisola diverso da quello che poteva essere Corleone essi non sarebbero stati più competenti e lo avrebbero revocato.

«Presidente. Alla Commissione, vede, signor Questore, risulta un caso analogo a quello del Leggio in cui, evidentemente, questi consigli verbali del Procuratore della Repubblica, del Presidente del Tribunale non ci sono stati, e una persona che si trovava nella stessa condizione giuridica del Leggio è stata, mi pare dalla Puglia, o comunque da una regione diversa dalla Sicilia, comunque tradotta alle carceri di Palermo e sottoposta a misura di custodia preventiva in attesa della emissione del provvedimento della sorveglianza speciale. In questo caso, non c’è stato, così, da parte del Procuratore della Repubblica e dal Presidente del Tribunale lo scrupolo di dare una interpretazione giusta alla legge; nel caso di Leggio, invece, questo scrupolo si è avvertito immediatamente tanto è vero che è stato esternato con un consiglio verbale. Lei è a conoscenza di questo altro caso?

«Zamparelli. Signor Presidente, io posso rispondere solo nei limiti della mia competenza».

E ancora Zamparelli:

«...  io ho proposto al Presidente del Tribunale La Ferlita che sarebbe stato mio desiderio di procedere all'arresto del Riina a Palermo, e non a Corleone, perché poteva anche fermarsi a Palermo ed eludere la nostra vigilanza, e poi non essere pescato. Mi è stato dato ordine di eseguirlo a Corleone altrimenti l'avrebbero invalidato: ” Da eseguire a Corleone ”. Io, quindi, mi sono dovuto attenere alle disposizioni che avevo ricevuto, e sia pure, orali: ma che mi sono state confermate anche dopo la latitanza del Leggio, quindi, non è che io... ».

Dalla testimonianza del dottor Bertero, vice questore di Bari (11 febbraio 1970):

«Nicosia. Ella ha detto poc'anzi che vi sono stati contatti telefonici con la Questura di Palermo, nei quali voi da Bari chiedevate: se vi sono questi ordini di custodia, perché non li trasmettete?

«Bertero. Sì, nello stesso giorno 16 ho avuto due colloqui telefonici oon la Questura di Palermo, e in entrambi i casi ho fatto questa sollecitazione ad Arcuri. In effetti mi pareva strano avere sottomano questi due individui e non potere agire. La risposta fu che l’Autorità giuidiziiania non intendeva emettere i due provvedimenti se non ci fosse stata la presenza dei due, Leggio Luciano e Riina Salvatore, a Palermo (si parlava sempre di Palermo, eravamo noi che facevamo la questione di Corleone); e che, se anche fossero stati emessi, non sarebbero stati trasmessi perché la loro esecuzione era limitata alla presenza in Palermo di questi due.

«Presidente. Quindi se i provvedimenti fossero sitati emessi, secondo la Pino cura della Repubblica avrebbero potuto avere esecuzione solo limitatamente.

«Bertero. Esattamente. Pertanto era inutile, da parte rostra, ogni ulteriore insistenza».

Dalla testimonianza del dottor Piacente, dirigente del commissariato di Corleone (11 febbraio 1970):

«Piacente. Sono stato convocato telefonicamente alle ore 13 circa e sono stato invitato a. presentarmi in Questura nelle prime ore del pomeriggio. Difatti verso le ore 18 dalle mani del dottor Zamparelli, nel suo ufficiò, ho ricevuto un plico (non sigillato) contenente le due ordinanze di custodia precauzionale relative al Leggio e al Riina Salvatore, con l’incarico di eseguirli esclusivamente e solo quando i due si fossero presentati a Corleone. Poi si aggiungeva che i predetti dovevano presentarsi in quanto erano stati muniti in precedenza di foglio di via obbligatorio dalla Questura di Bari dato che erano stati allontanati da Bitonto. Si dovevano presentare entro il 19, la sera successiva. Senonché il 19 ci fu la comunicazione che per il Riina era stata concessa una proroga fino al 21. La sera del 20, poco prima la mezzanotte, si presentò il Riina accompagnato da un legale (l’avvocato Mitolo Donato) ed eseguimmo l'ordine di custodia precauzionale. Il Riina fu accompagnato la notte stessa a Palermo. Il Leggio non si è presentato, e io non l'ho mai visto.

«Successivamente, quando mi è stato comunicato ufficialmente che il Leggio non si era presentato, inoltrai un «rapporto alla Pretura di Corleone, denunciando il Leggio per violazione al foglio di via obbligatorio.

«Presidente. Prima di arrivare a queste circostanze, facciamo un passo indietro. Quando Zamparelli le consegnò il plico contenente l’ordinanza di custodia preventiva, e precisò che quest'ordine avrebbe potuto essere seguito solo appena il Leggio fosse stato presente, le accennò il perché?

«Piacente. Sissignore: in quanto tali erano le direttive che era rao state date dai Procuratore della Repubblica di Palermo.

«Presidente. Date o concordate?

«Piacente. Date dal Procuratore della Repubblica di Palermo».

Dalla testimonianza del dottor Arcuri, vice questore di Palermo (11 febbraio 1970):

«Presidente. Una volta emesso dal Presidente del Tribunale l’ordine di custodia preventiva, il provvedimento doveva avere effetto su tutto il territorio nazionale, su questo non c'è dubbio, viceversa esso è stato consegnato al commissariato di Corleone, con la clausola che avrebbe avuto valore soltanto se il Leggio si fosse presentato a Corleone. È stata questa una decisione presa dal questore Zamparelli, oppure egli si è comportato in questo modo avendo ricevuto istruzioni in questo senso dai Procuratore della Repubblica?

«Arcuri. Il questore Zamparelli aveva vissuto con noi il travaglio degli scarcerati che avevano riacquistato la libertà e sapeva, per scienza diretta e per i colloqui che aveva avuto con noi, che l'ordine di custodia precauzionale era condizionato al ritorno del Leggio a Corleone.

«Presidente. Chi lo dice?

«Arcuri. Il Procuratore della Repubblica. Lei sapeva bemissimo che quando un Procuratore della Repubblica fa presente che per evitare che nascano degli inconvenienti, per evitare che gli avvocati in sede di giudizio possano dichiarare nulla e la vostra proposta e 'la competenza del Tribunale, è bene farlo ritornare, noi non possiamo fare altro che attenerci a questi consigli».

«Arcuri. I punti ribaditi successivamente con il dottor Scaglione erano questi: Lordine di custodia precauzionale doveva essere eseguito solo a Corleone, per evitare che, in sede di giudizio, i difensori degli imputati potessero sollevare l’eccezione di incompetenza da parte dei Tribunale di Palermo».

«Malagugini. I suoi colloqui con il dottor Scaglione sono intervenuti il 14 giugno e il 17 gennaio.

«Arcuri. Il 17 gennaio c'era anche il Presidente La Ferlita chiamato da Scaglione.

«Malagugini. E in quella occasione che cosa è stato detto?

«Arcuri. Che gli ordini di custodia precauzionale per Leggio e per Riina dovevano essere eseguiti soltanto a Corleone per evitare che in sede di giudizio i difensori degli stessi potessero sollevare una eccezione di incompetenza da parte dell Tribunale di Palermo. Che gli ordini dovevano essere tenuti segreti per evitare che gli interessati ne avessero sentore e si sottraessero a un eventuale giudizio di prevenzione. Che, in particolare per quanto riguardava l'ordine del Riina, una eventuale esecuzione fuori della provincia di Palermo avrebbe comportato l'incompetenza del Tribunale di Palermo. Se la proposta fosse sitata già discussa dal Tribunale il giudizio si sarebbe concluso con un non luogo a procedere. Questi sono i quattro punti che abbiamo ribadito in quell’occasione; lei ci aveva dato queste istruzioni,1,2,3 e 4.

«Malagugini. Ed il dottor La Ferlita che cosa disse?

«Arcuri. Il dottor La Ferlita fu chiamato da Scaglione, il quale gli disse che poteva fissare l'udienza...  

«Malagugini. Ma, in ordine a questi quattro punti confermati dal dottor Scaglione, che cosa disse?

«Arcuri. No, successivamente arrivò La Ferlita; Scaglione lo mandò a chiamare e gli domandò per quando potesse fissare l'udienza; La Ferlita rispose che l’avrebbe fissata per il 3 febbraio.

«Malagugini. Torniamo indietro. Quando il 17 gennaio, a posteriori, voi ricordate i quattro punti, il dottor Scaglione li conferma?

«Arcuri. Sì.

«Malagugini. I rapporti sono intervenuti quindi sempre ed esclusivamente in ordine a questo punto della esecuzione tra organi ed ufficiali della Polizia e Pubblico ministero; mai con il dottor La Ferlita: è esatto?

«Arcuri. È esatto. Vidi il dottor La Ferlita in quella occasione, il 17 gennaio. Però il dottor La Ferlita condivideva il pensiero del Procuratore, il quale aveva detto che si sarebbe riservata la incompetenza del Tribunale di Palermo».

«Lugnano. Vorrei fare presente al dottor Arcuri che il Procuratore della Repubblica, dottor Scaglione, alla domanda: perché il Questore di Palermo non ha eseguito bordine, ha risposto che riteneva che il Questore di Palermo volesse per sè la gloria di averlo arrestato personalmente.

«Arcuri. Mi pare un’illazione gratuita anche perché il Questore di Palermo, che per 20 anni è stato alla Squadra mobile di Milano e che ha legato il suo nome ad avvenimenti famosi, tra gli altri la rapina di via Osoppo, non aveva bisogno di diventare importante arrestando il Leggio».

Dalla testimonianza del dottor Scandariato, commissario capo presso la Questura di Palermo (11 febbraio 1970):

«Scandariato. Effettivamente sono stato incaricato dal Questore, tramite il vice questore vicario di Taranto che sovraintende ai servizi di polizia giudiziaria, di approntare questa segnalazione da fare alla Procura della Repubblica, perché inoltrasse, ai sensi dell'articolo 2 della legge del 1965, la proposta per misure di prevenzione nei confronti di Leggio Luciano. Stilata la proposta, è sorto il problema, se fosse necessaria la presenza o meno del Leggio a Corleone, anche perché la nostra proposta iniziava così: il ritorno del Leggio in Corleone porterà questi perturbamenti...  Allora il Procuratore della Repubblica ha detto che avrebbe inoltrato la proposta al Presidente dell Tribunale, avrebbe richiesto l'ordine di custodia precauzionale a condizione che fosse eseguito a Corleone: perché, se fosse stato eseguito altrove, il Tribunale sarebbe stato poi costretto a dichiarare il non luogo a procedere per incompetenza territoriale.

«Presidente. Però il provvedimento venne emesso il 18 giugno 1969 quindi, ed una volta emesso, perché il Tribunale aveva riconosciuto la propria competenza ad emetterlo, esso doveva essere eseguito sull’intero territorio nazionale.

«Scandariato. La direttiva era di eseguirlo solo a Corleone».

«Presidente. Però quando è emesso il provvedimento di custodia preventiva, indipendentemente dalle discussioni intervenute per l’erogazione della misura preventiva stessa, esso deve essere eseguito dovunque il soggetto si trovi.

«Scandariato. Nel caso di Leggio, le direttive del Procuratore della Repubblica erano precise: solo a Corleone».

«Malagugini. Vorrei contestarle una circostanza che emerge dai nostri atti. Il dottor Scaglione, Procuratore Capo della Repubblica, che è stato interrogato da noi, ha escluso in maniera categorica e con linguaggio pittoresco e piuttosto violento di avere mai avanzato interpretazioni di questo genere, aggiungendo che tutto ciò che aveva detto (di cui si assume piena responsabilità) era che il provvedimento doveva rimanere riservatissimo solo per quei pochi giorni necessari ad assicurare la presenza del Leggio a Palermo, e quindi il suo arresto. Aggiunse che mai si sarebbe sognato di esporre una teoria giuridica aberrante al punto da far sospettare che lui avesse perso la testa.

«Scandariato. Mi si consenta di insistere nella maniera più assoluta. Il fatto della riservatezza di alcuni giorni, è cosa di normale amministrazione, e non solamente per due o tre giorni, ma per il tempo necessario all’esecuzione di un determinato atto, qualunque esso sia. Non vedo quindi perché il Procuratore dovesse raccomandare da riservatezza proprio in quel caso».

Dalla testimonianza del dottor Fortino, vice questore di Palermo (11 febbraio 1970):

«Malagugini. Mi permetta: in questi colloqui precedenti, le fu spiegato che l'ordinanza era stata consegnata al commissario di Corleone, ma per essere eseguita solo in Corleone?

«Fortino. Certamente. Quando questa ordinanza di custodia precauzionale fu materialmente consegnata, fu data con la condizione che venisse applicata e resa esecutiva solamente a Corleone.

«Malagugini. Una cosa del genere non l'ha stupita un po'?

«Fortino. Si riferisce a me personalmente?

«Malagugini. Sì, certamente.

«Fortino. In un certo senso mi ha procurato stupore. Io di regola ricevo le ordinanze di custodia precauzionale e provvedo immediatamente a diramare le disposizioni per la ricerca, sia alla Squadra mobile, per quanto riguarda il capoluogo, sia ai Carabinieri ed agli uffici di Pubblica sicurezza quando il soggetto nei cui confronti l'ordine deve essere eseguito risiede nei territori di loro competenza.

«Malagugini. Un fatto del genere le è mai capitato, nella sua esperienza pregressa?

«Fortino. No. Esplico questo servizio da oltre un anno e non è mai accaduta una cosa simile.

«Malagugini. Non è mai accaduto che le arrivasse un provvedimento di custodia precauzionale, con l’indicazione che dovesse essere eseguito solo se il soggetto avesse messo piede in un certo territorio?

«Fortino. No, anche perché gli ordini a me li trasmette la cancelleria, quindi non li ricevo direttamente dal magistrato.

«Malagugini. Questa spiegazione dei precedenti da chi dei suoi colleghi le è stata fatta?

«Fortino. Probabilmente sarà stato il vicequestore vicario, dottor De Francesco, anche perché ho diretti contatti con lui.

«Malagugini. E il dottor De Francesco nel darle questa spiegazione le ha aggiunto chi aveva impartito disposizioni di questo genere, o ha detto: ” è stata una iniziativa nostra? ".

«Fortino. Ha detto che è stata un'iniziativa del Procuratore della Repubblica di Palermo».

Ma se questo furono le testimonianze concordi dei funzionari della Questura di Palermo, ben diverse furono quelle rese dal Procuratore Scaglione e dal Presidente del Tribunale La Ferlita. Le dichiarazioni rese dai due magistrati, e particolarmente da]

Procuratore Scaglione, si rivelarono assolutamente contrastanti e decisamente polemiche nei confronti dei funzionari di polizia.

Ecco alcune delle affermazioni fatte dal presidente La Ferlita (27 gennaio 1970):

«La Ferlita. Signor Presidente, io ho emesso il provvedimento di custodia precauzionale. Venne da me un sostituto a dirmi: "Guardi, ce questo rapporto, abbiamo avuto assicurato dalla Polizia che il Leggio fra uno, due giorni, tre giorni massimo, sarà a Corleone. Quindi c’è qua il rapporto per la proposta. Se lei lo esamina con assoluta urgenza e se ritiene di emettere il provvedimento di custodia precauzionale, lo faccia con la massima riservatezza, battere, stilare, tutto in modo che non si sappia assolutamente niente, perché se trapela la minima indiscrezione evidentemente noi non potremo più avere Leggio ". E allora io (ero in udienza) in udienza stessa, sospesi, esaminai, vidi che la Polizia diceva che il Leggio era (residente a Corleone e quindi mandai a chiamare il cancelliere...  Anzi il sostituto mi disse: verrà un funzionario di Polizia a prendere questo provvedimento. E allora io esaminai, mandai a chiamare il cancelliere e gli dissi: questo, senza passare assolutamente dall ufficiò delle misure di prevenzione, faccia lei l’ordine di custodia precauzionale, faccia le copie. Verrà un funzionario a prendere queste copie qui. Il fascicolo non deve ancora andare giù, alle misure di prevenzione, all'ufficiò delle misure di prevenzione, se non passano questi due o tre giorni, come dice la Polizia. Credo che c’era anche il provvedimento per il Riina. Questo ora non potrei ricordarlo erano Leggio e Riina. Immediatamente fu fatto l’ordine di custodia precauzionale, furono fatte le copie, venne un commissario e gli si dette l'ordine di custodia precauzionale chiuso in busta diretta al Questore. In seguito non so quello che sia avvenuto. Certo si è che in data 10 ottobre io sollecitai, dissi: ” fatemi sapere l’esito di quest’ordine di custodia precauzionale " e allora venne un...  come si chiama, venne un giovane funzionario di Polizia che disse: sa, lei deve attendere un pochino perché prenderemo

Leggio...  prenderemo Leggio. Questo so io, signor Presidente. Per il resto...  

«Presidente. Cioè mi pare di capire, signor Presidente, che lei non ha mai ordinato verbalmente...  

«La Ferlita. Assolutamente.

«Presidente...  . alla Questura di non eseguire l'ordinanza sul territorio nazionale o delimitare la eseguibilità solo a Corleone.

«La Ferlita. Ma assolutamente, signor Presidente. Tant'è vero che io ho fatto poi un sollecito e se io avessi ordinato di limitare o di fare qualche cosa limitativa di questo ordine non avrei poi fatto il sollecito, per dire fatemi sapere che cosa se ne è fatto di quest’ordine di custodia precauzionale.

«Presidente. Signor Presidente, quello che non riesce chiaro è questo: dal giorno in cui il Leggio fu scarcerato a seguito della nota sentenza assolutoria della Corte d'Assise di Bari (che noi in questo momento non intendiamo commentare) l'opinione pubblica, direi noi stessi non tanto come membri della Commissione ma come cittadini, conoscevamo giorno per giorno dove Leggio alloggiava, dove abitava, cosa faceva. Ora, che ragione aveva, insomma, tanta segretezza nell'esecuzione del mandato di custodia preventiva quando si poteva, se non entro la giornata successiva alla emissione dell’ordinanza, entro tre giorni, sapere esattamente dove era. il Leggio e quindi incarcerarlo?

«La Ferlita. Ma questo non è compito mio, signor Presidente. Io sono...  mi si dice: massima segretezza...  massima cosa...  Infatti per esempio il rapporto, il fascicolo fu conservato dal cancelliere nella cassaforte pei tre o quattro giorni, appunto per evitare che potesse venire a conoscenza di chiunque.

«Voce. Tre o quattro giorni...  

«Presidente. Quindi secondo lei, signor Presidente, il Questore di Palermo ha commesso un reato?

«La Ferlita. Perché non lo ha arrestato?

«Voce. Perché non ha eseguito l’ordine

«La Ferlita. Quesito non è...  io non l’ho detto...  

«Malagugini. Signor Presidente, in questa facenda — ripeto a lei, cose che ha già detto anche il Procuratore della Repubblica — noi siamo partiti dall’esame di un rapporto degli argani di polizia al Capo della polizia. In questo rapporto sono descritti tutti gii spostamenti del Leggio, dal momento in cui viene dimesso dal carcere giudiziario di Bari fino al 19 novembre 1969, quando si rende irreperibile abbandonando una clinica di Roma. Cioè, noi sappiamo con esattezza che la Questura era a conoscenza giorno per giorno (anche perché, poi, lui stesso si premurava di darne comunicazione) dei. successivi spostamenti del Leggio. Di guisa che diventa incomprensibile perché a carico di un soggetto, che si sa in ogni momento dove, non viene eseguito un provvedimento di coercizione. Sempre in questi rapporti si dà, della inerzia degli organi di polizia nell’eseguire gli ordini di custodia preventiva, una spiegazione molto diffusa, molto analitica, cioè si dice che quest’ordine non è stato eseguito, perché? Perché e il Presidente del Tribunale di Palermo cioè lei, e il Procuratore della Repubblica di Palermo nell consegnare materialmente, non ad un funzionario, ma al Questore che l'avrebbe ricevuto in presenza del vicequestore e del commissario capo della polizia giudiziaria, Lordine di custodia precauzionale, i due magistrati, concordemente, avrebbero o suggerito o addirittura ordinato al Questore di non eseguire l'ordine di custodia preventiva se non e quando il Leggio si fosse trovato sul territorio di Corleone.

«La Feruta. Vi do la mia parola...  

«Malagugini. Mi permetta, signor Presidente! Questo discorso i due magistrati l’avrebbero fatto al Questore in presenza di due funzionari di Polizia...  

«La Feruta. Cioè?...  

«Malagugini...  . , del vice questore e del commissario comandante la Squadra di polizia giudiziaria, sulla base di una argomentazione pseudogiuridica: la competenza ad emettere i provvedimenti è del Presidente del Tribunale residente nell capoluogo ideila provincia dove il soggetto dimora; in questo momento da dimora del Leggio intesa strido sensu (cioè come semplice rapporto materiale di presenza in un determinato luogo) non è nella provincia di Palermo, quindi noi magistrati siamo incompetenti ad emettere il provvedimento: diventiamo competenti a posteriori, se la cattura ha luogo nell'ambito della provincia di Palermo. E su questo i funzionari di Polizia ricamano abbondantemente, scrivono un lungo rapporto.

«La Feruta. Io do la mia parola d’onore di uomo e di magistrato che io non ho conosciuto il Questore di Palermo se non in questi giorni. Non ho mai parlato di quest’ordine di custodia precauzionale al Questore di Palermo o al vice questore di Paiermo o a qualunque commissario! Non mi sono mai riunito con il Procuratore della Repubblica per consigliare una cosa simile; assolutamente! Ripeto, io ero in udienza. Ed è venuto il sostituto in udienza...».

Ed ecco, infine, dalla testimonianza del Procuratore capo della Repubblica dottor Pietro Scaglione (27 gennaio 1970), i passi più indicativi:

«Presidente. Dunque, l'ordinanza del Tribunale di Palermo poteva essere eseguita anche a Bitonto o a Taranto.

«Scaglione. Dovunque. Ripeto, però, voglio chiarirlo, per quello che mi è stato detto, non so fino a che periodo, peraltro, perché un bel giorno penso che l'avranno diramato dovunque quest’ordine: forse troppo tardi, non lo so.

«Presidente. Comunque un punto fermo mi pare che sia questo, è vero collega Bisantis? Cioè che una volta che il Tribunale di Palermo ha riconosciuto la sua competenza ad emettere il provvedimento, il provvedimento doveva essere eseguito dovunque il Leggio si trovasse.

«Scaglione. Doveva essere eseguito ovunque: su questo non c’è dubbio'.

«Voce. Su questo non c’è dubbio. .

«Bisantis. E non sa il Procuratore della Repubblica perché non fu eseguito?

«Scaglione. Ho detto, signor senatore, che io non avevo poteri………………………………

…………………………………………………………………………………………………………….……………...

«Scaglione. Nessun ordine! Neanche, ripeto, se fossi un bambino di due anni andrei a dare un ordine in contrasto con quello scritto del Presidente del Tribunale. Bisognava essere veramente deficiente da parte mia ed io credo, sino ad oggi, di conservarla un po’ di luna! Che io abbia detto, e l'ho già accennato: siamo riservatissimi sino a questo giorno atteso per tendere la rete: Io riconfermo oggi e lo confermerò altre mille volte; che in quell’occasione si sia pure detto; ma quando li arrestiamo sul posto allora la questione è superata — è una questione di indole generale, cui accenno — Tizio si trova a Corleone, dove nacque: è inutile ohe poi mi venga a provare che lui dimorava a Parigi. Se tu l'arresti lì, per noi la prova c’è e resta. È chiaro. Ma tutto questo che ho detto è d’indole generale.

………………………………………………………………………………………………………………...

«Scaglione. Da quello che ho saputo dopo, da quello che ho saputo dopo, ripeto, proprio negli ultimi giorni, il Questore ritiene che arrestandolo a Corleone avrebbe fornito la prova lapalissiana, oltre che di averlo arrestato lui, che la residenza l’aveva lì quindi non poteva eccepire altro e quindi si riservava di farlo, certo! Aveva escogitato di farlo seguire fino a Corleone, non so se con provvedimenti adatti per arrestarlo...  Ripeto, trovò conforme me per quello che riguardò la prima operazione, perché, mi scusi, una volta che noi depositiamo il verbale delle varie ricerche in ufficiò, lo sanno i cani e i gatti, perché i1 segreto vale per due, tre, quattro giorni, cinque, e su questo assumo p'ena la responsabilità. Io gli dissi...  non faccia telegrammi, e invece ha fatto il diavolo a quattro. Non fummo felici della previsione, dico a metà, perché il Riina arrivò per esempio...  

«Voce...  fu mandato da Leggio...  (Rumori) Leggio...  

«Scaglione. Guardi che le dico di più. Da fonti riservatissime della mafia doveva fare la smargiassata di venire due giorni a vedere i suoi luoghi ed andarsene. Poteva darsi. Poi capitò la festa del Riina..., ma da quel momento era stupido che io dicessi: aspettate uno che non verrà mai...  

«Voce...  che aveva già dichiarato che non sarebbe tornato!

«Scaglione. Ma lasciamo stare quello che avrebbe dichiarato, onorevole, cioè che dopo l’arresto del Riina non sarebbe più venuto...  era logico perché sapeva che era ricercato. Fino, ripeto, a quel giorno, io lo ripeto, per la centesima volta e mi assumo piena ila responsabilità. (Commenti in aula)».

È indiscutibile che la lettura delle dichiarazioni soprariportate, rese alla Commissione antimafia dai funzionari di Polizia e dai magistrati palermitani che furono protagonisti dell’episodio, lascia veramente esterefatti e autorizza una conclusione ben precisa. E cioè che Leggio, al momento della sua assoluzione a Bari (10 giugno 1969) fino al giorno del suo ritorno nella clandestinità (19 novembre successivo) godette di protezioni ad altissimo livello. Le prove sono nei fatti:

— Alla richiesta di tempestivi provvedimenti di prevenzione ned confronti del Leggio avanzata dalla Questura di Palermo al Procuratore capo della Repubblica dottor Scaglione, provvedimenti che implicavano l’immediata cattura del bandito, il magistrato rispose sì accogliendo la richiesta (e non poteva fame a meno), ma vincolandone tassativamente l’esecuzione al ritorno di Leggio a Corleone, ben sapendo, invece, che un provvedimento del genere era eseguibile in tutto il territorio dello Stato.

— Leggio, pur sapendo perfettamente che sul suo capo pendeva un mandato idi arresto, non fece nulla per nascondersi: e ciò dimostra e conferma la sua certezza nel fatto che l’ordine di cattura non sarebbe stato eseguito.

— I Carabinieri (e questo è un ulteriore elemento sconcertante a riprova della vasta manovra attuata per proteggere Leggio) non vennero informati dall’esistenza del mandato di arresto emesso nei confronti del bandito. E ciò in contrasto con tutte ile disposizioni in materia.

— Le autorità locali di Pubblica sicurezza (e particolarmente quelle di Taranto e di Roma, le due città dove Leggio potè soggiornare indisturbato) non ricevettero mai alcuna disposizione relativa al mandato di arresto. E infatti non l’eseguirono.

Eppure, al vertice dalla Polizia, si sapeva benissimo che sulla testa dei bandito pendeva un ordine di custodia preventiva. Lo sapeva il vice capo della Polizia, dottor Giuseppe Latri e lo sapeva, di conseguenza, il Capo della polizia, dottor Angelo Vicari.

documenti in possesso della Commissione parlano chiaro.

Quando infatti la Questura di Palermo chiese a quella di Bari di munire Leggio e Riina di foglio di via obbligatorio per Corleone, al fine di costringere i due mafiosi a rientrare nella località di residenza per eseguire così l'ordine di arresto che il Procuratore Scaglione aveva limitato, come efficacia, a quella sola località, d funzionari della Questura di Bari (vedi deposizione del dottar Bertero in data 11 febbraio 1970) opposero una certa resistenza obiettando che era inutile ricorrere al foglio di via obbligatoria, quando l'ordinanza di custodia precauzionale nei confronti dei due banditi, avendo efficacia in tutta Italia, era eseguibile anche nella provincia di Bari.

Di fronte alle obiezioni dei colleghi baresi che, in base alla prassi consueta, chiedevano che venisse loro trasmessa l’ordinanza di custodia preventiva per procedere così senza indugio all’arresto di Leggio e Rima a Bitonto, i funzionari di Palermo, per smuovere ogni ostacolo, fecero intervenire la direzione generale di Pubblica sicurezza.

questore Zamparelli mise al corrente della situazione il vice capo dalla Polizia, dottor Lutri. Questi telefonò subito al Questore di Bari, gli confermò quali fossero gli ordini dati da Scaglione e, alla fine, la questura di Bari munì Leggio e Riina del foglio di via obbligatorio per Corleone.

È assolutamente certo, di conseguenza, che al vertice della Polizia si era a conoscenza dell’ordine di arresto. Ed è altrettanto certo ohe, una volta a conoscenza di quest’ordine, i capi della Polizia avevano il preciso dovere di farlo seguire dovunque si trovasse Leggio, senza tenere in alcun conto le disposizioni, perlomeno strane, impartite dal Procuratore Scaglione.

14 - Leggio ed il comportamento del Capo della polizia.  

Invece nessuno si mosse. La notizia del mandato di arresto restò gelosamente custodita negli uffici di Vicari e di Lutri.

La conferma clamorosa di questa incredibile inadempienza è venuta anche dalle dichiarazioni rese alla Commissione antimafia dei funzionari della Questura di Roma dopo la fuga di Leggio dalla clinica «Villa Margherita».

Il vice questore dottor Fracassimi, dirigente del commissariato di «Porta Pia», al quale, per competenza territoriale, era stato affidato il compito di sorvegliare discretamente il noto mafioso trasferito da Taranto nella casa di cura romana, 'dichiarò testualmente: «Il commissariato ignorava nella maniera più assoluta l'esistenza del foglio di via e dell’ordine di arresto».

Altrettanto preciso fu il questore idi Roma, dottor Giuseppe Parlato. Riportiamo qui i brani salienti della testimonianza da lui resa alla Commissione antimafia il 20 maggio 1970:"

«Presidente. La questura 'di Roma non aveva avuto informazioni, o comunque notizie ufficiali, che nei confronti di Luciano Leggio pendeva un ardine di custodia preventiva»?

«Parlato. No, nel modo più assoluto. Nessuna comunicazione è pervenuta al riguardo fino ai primi di gennaio, credo il 5 o il 6 gennaio».

«Li Causi. Il Questore di Taranto, quando il Leggio si trasferì dalla clinica di Taranto a Roma, avvertì la Questura di Roma di questo trasferimento? E che egli, Questore di Taranto, aveva l'ordine, cioè sapeva che c'era un ordine di Custodia preventiva»?

«Parlato. Nel modo più assoluto».

«Parlato. Par quanto riguarda la questione del mandato d'arresto da parte dalla Questura idi Palermo, ripeto, in modo tassativo, è accaduto che la Questura di Roma non ha avuto alcuna comunicazione  né telefonica,  né par iscritto,  né par telegramma,  né personalmente a me,  né ai miei ufficiali dipendenti».

Eppure al vertice della Polizia, nelle persone sicuramente del Capo e del vice capo della polizia, si era a conoscenza dell’esistenza del mandato d'arresto: mandato eseguibile per legge in tutta Italia.

L'incredibile e ‘preoccupante realtà che emerge quindi da tutte le testimonianze e dai documenti qui riportati si può così riassumere:

1 — Dal 10 giugno 1969 (giorno della sua assoluzione a Bari) al 19 dicembre successivo, Luciano Leggio fece letteralmente tutti i suoi comodi pur essendo colpito da un mandato d'arresto.

2 — L'ordine di arresto non venne eseguito: a) perché ai Carabinieri non venne data comunicazione; b) perché la Questura di Palermo venne paralizzata dalle assurde e illegali limitazioni territoriali imposte dal Procuratore Scaglione; c) perché il Capo della polizia Vicari, pur essendo a conoscenza del mandato di arresto, non fece diramare alle altre Questure, e particolarmente a quelle di Taranto e di Roma, l'ordine idi eseguirlo.

Questi sono fatti accertati.

A questo punto, una volta chiarito il comportamento tenuto dal 'dottor Scaglione, per quanto lo riguarda, autorizza i più fondati sospetti di complicità con l’organizzazione mafiosa e (duole dirlo nei confronti di un uomo che non è più in grado di difendersi) c’è anche da domandarsi a che gioco abbia giocato Tallona Capo della polizia, Angelo Vicari.

Esiste infatti negli archivi dell’Antimafia un documento (n. 578) tale da sollevare pesanti interrogativi su questo funzionario ohe, per tanti motivi è passato alle cronache politiche e poliziesche di questo dopoguerra come uno dei più abili, intelligenti, spregiudicati esecutori della volontà della classe politica al potere.

Si tratta di una testimonianza resa all’Antimafia dal dottor Angelo Mangano il 26 giugno 1969.

Mangano, a quell'epoca era vice questore. Apparteneva all'Ufficiò affari riservati del Ministero dall’interno, prendeva ordini direttamente dal Capo della polizia, ed era ampiamente noto, a torto o a ragione, per essere l’uomo che nel 1964, in concorrenza con i Carabinieri, aveva catturato Leggio.

Ed ora si ponga un momento attenzione alla data in cui il dottor Mangano rese all'Antimafia la deposizione di cui stiamo parlando: 26 giugno 1969.

In quella data Leggio, assolto sedici giorni prima a Bari, si era già trasferito da Bitonto alla clinica di Taranto. Già da otto giorni pendeva contro di lui un mandato di cattura. E di questo mandato di cattura il Capo della polizia come abbiamo visto era perfettamente a conoscenza. La logica avrebbe voluto che anche Mangano, uomo di fiducia di Vicari sul fronte della mafia, ne fosse al corrente.

Interrogato dalla Commissione a proposito delle iniziative deliberate o in via di deliberazione a seguito della sentenza di assoluzione della Corte d’Assise di Bari, Mangano rese invece questa testuale e stupefacente dichiarazione:

«Per quanto riguarda le persone che sono state assolte, il Capo della polizia ha dato drastiche disposizioni affinché si provveda a misure di prevenzione. Sia la Polizia che i Carabinieri, sin da quando hanno avuto notizia dell'assoluzione, hanno cominciato a preparare i vari rapporti per le misure di prevenzione anche in relazione al Leggio. In questo momento, quindi, è una fucina, tanto è vero che il Capo della polizia, ogni giorno e anche più volte al giorno, chiede notizie di questi rapporti».

E allora, delle due Luna: o il dottor Mangano ha mentito alla Commissione, sapendo dì mentire, in ottemperanza a precise disposizioni ricevute dal suo diretto superiore dottor Vicari, per tenere celato il fatto che le misure di prevenzione contro Leggio erano già state formalmente deliberate ma che non c'era alcuna volontà, ad altissimo livello, di applicarle; oppure è inevitabile concludere che il Capo della polizia, nel quadro di un piano preordinato di protezione nei confronti del Leggio, faceva il doppio gioco, arrivando a mentire anche ai suoi funzionari più fedeli.

Tutto considerato, ci sembra che questa seconda ipotesi abbia non poco fondamento.

Conclusione finale: se Leggio, scandalosamente assolto a Bari, potè restare indisturbato per cinque mesi e tornare poi tranquillamente alla latitanza nonostante un mandato d’arresto emesso contro di lui, lo si dovette alle decisioni e agli atteggiamenti presi dal Procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione e dal Capo della polizia Angelo Vicari.

Il tutto nel quadro più vasto di una fitta rete di omertà e di complicità tra mafia, gruppi politici e poteri pubblici che gli avvenimenti successivi alla fuga di Leggio, come ora documenteremo, hanno ulteriormente convalidato.

Luciano Leggio sparì dunque dalla circolazione il 19 novembre 1969 e restò latitante per quattro anni e sei mesi circa: e fu proprio nell’arco di questo periodo che la mafia «esplose», senza incontrare resistenza, nell’Italia settentrionale, prendendo sotto controllo la malavita delle (grandi città del nord, i mercati generali, il racket della mano d'opera, io smerciò della droga, il contrabbando e creando quelle «anonime sequestri» la cui storia è stato solo parzialmente scritta grazie alle indagini che hanno portato alla cattura di Leggio nel maggio del 1974, ma che, per quel ohe si è saputo finora, porta a saldare nuovamente il nome del bandito 'di Corleone con bene identificati ambienti politici.

Una saldatura che si può nitidamente avvertire, anche in rapporto ai pubblici poteri, sulla base di alcuni clamorosi avvenimenti verificatisi durante la latitanza di Leggio.

15 - L’uccisione del Procuratore Scaglione.

Ci riferiamo in maniera particolare all'assassinio del Procuratore Scaglione (5 maggio 1971), alla «ballata delle bobine», alla «guerra» tra Frank Coppola e il questore Mangano e all’attentato che questi subì la sera del 5 aprile 1973.

Dietro tutti questi avvenimenti appare sempre l'ombra di Luciano Leggio, latitante.

Pietro Scaglione venne ucciso unitamente all’agente di scorta che gLi faceva anche da autista, mentre tornava verso il centro di Palermo dopo essere stato al cimitero, sulla tomba della moglie morta poche settimane prima.

Il delitto, per quanto riguarda il fatto contingente che lo determinò e i nomi degli esecutori materiali, è ancora oggi avvolto nel mistero.

Ma la meccanica del duplice, feroce omicidio, gli stretti rapporti tenuti da Scaglione nei lunghi anni della sua permanenza a Palermo, quale Procuratore capo, con gruppi di potere e con uomini che risultano collegati all'organizzazione maliosa (Lima, Gioia, Cdancimino, eccetera), la protezione da lui indubbiamente concessa al Leggio dopo l'assoluzione di Bari, tutto porta ad avvalorare la tesi che il magistrato' sia stato soppresso perché entrato in urto con i «vertici» della mafia o perché travolto in un gioco interno di supremazie.

Certo è che Pietro Scaglione non venne assassinato per questioni personali,  né per vendetta da qualche pregiudicato 'da lui incriminato. Tutte le indagini accuratamente svolte per ancorare il delitto a moventi di questo genere non hanno avuto alcun esito.

Varo è, invece, che l'agguato nel quale Scaglione restò ucciso porta il segno tipico del delitto mafioso: una squadra di killers, a viso scoperto, in pieno giorno e un crepitare «di raffiche fulminanti, (oltre cento colpi in pochi secondi) contro i bersagli umani colti di sorpresa nell'interno della vettura. La stessa, precisa, identica «tecnica» usata tanti anni prima da Luciano Leggio per. togliere di mezzo il suo ex capo mafia e protettore dottor Navarra.

E, come allora, lo scomparire. dei sicari nel nulla, l'omertà totale, il silenzio terrorizzato dei testimoni che, nel caso specifico. dal delitto Scaglione, c'erano stati ed avevano visto tutto.

Delitto mafioso, non c’è dubbio. E l’unica traccia esistente porta a Leggio. Nel corso delle ‘indagini svolte dall'Antimafia nel.1974 sulla «ballata delle bobine» di cui ora parleremo, il questore Mangano testimoniò che Frank Coppola, durante uno dei tanti incontri avuti con lui, si era lasciato sfuggire che Leggio aveva organizzato sia Tassassimo del giornalista Mauro De Mauro, sia quello del Procuratore Scaglione. Un’affermazione, questa, che, vista alla luce dei collegamenti emersi dopo la cattura di Leggio a Milano tra il bandito e don Agostino Coppola, nipote di ' Frank tre dita» e a quest'ultimo strettamente legato, non va davvero sottovalutata.

Anche perché non va dimenticato che nella tragica e complessa storia dalla mafia di quest’ultimo trentennio, la figura di Leggio si staglia sì come quella del più feroce e 'deciso capobanda, ma anche, e forse soprattutto, come quella del cervello operativo, dell'esecutare di decisioni prese ad alto livello, in quelle centrali «politiche» che costituiscono la vera essenza dell’organizzazione maliosa e dalle quali ha sempre tratto ogni genere 'di protezione.

Passiamo ora alla «ballata delle bobine».

Sotto questa denominazione è passata ima lunga e convulsa vicenda che. iniziata nel gennaio del 1970 in seguito alla fuga di Leggio dalla clinica «Villa Margherita» si è protratta negli anni successivi, in una sarabanda crescente e sempre più aggrovigliata che ha avuto per protagonisti famigerati mafiosi legati al bandito di Corleone, alti funzionari della Polizia e noti magistrati, al punto che la stessa Commissione antimafia, al termine di una lunga inchiesta condotta nel 1974, così concludeva (Doc. XXIII n.1 VI Legislatura pagina 22):

«In definitiva tutta l’indagine condotta dalla Commissione ha evidenziato un aspetto inquietante e per molti versi emblematico delle capacità di inserimento di elementi mafiosi nei gangli della burocrazia, attraverso la strumentalizzazione delle carenze dell’apparato statuale, dei vuoti di potere che da esse derivano... ».

Noi siamo però dell’avviso, che, sulla base dei fatti documentati negli atti raccolti dalla Commissione, la «ballata ideile bobine» sia rivelatrice di una realtà ben più inquietante della sola «capacità di inserimento di elementi mafiosi nei gangli della burocrazia», così come siamo del parere che sia davvero ottimistico liquidare l’intera vicenda (vedi relazione di maggioranza, capitolo 4°, sezII, par.3, p.278) attribuendo la responsabilità degli sconcertanti e gravi episodi che la costellano a semplice «disfunzioni» in seno alla Polizia e alla Magistratura e a «scarsa cautela» di questi organi delio Stato nel trattare Tincandes cerate materia.

Se così fosse, bisognerebbe concludere che la Polizia e la Magistratura italiane, a cominciare dai loro «vertici», sono composte di incapaci e di minorati mentali: il che, in effetti', non è.

La «ballata delle bobine» è quindi rivelatrice di retroscena chiaramente indicativi di quelli che sono i collegamenti, le complicità e l'omertà esistenti tra organizzazione maliosa, gruppi politici e potere dello Stato.

16 - La «ballata delle bobine».

Ma stiamo ai fatti.

Scomparso Leggio dalla circolazione, il Capo della polizia Vicari affida nuovamente al dottor Mangano il compito di trovarlo. II perché di questa scelta è ancora tutto da chiarire. Mangano, questa è certo, era un uomo di assoluta fiducia del Capo della polizia. Ma è altrettanto certo che, nell'espletamento degli incarichi affidatigli da Vicari, specie sul fronte della mafia, era già stato al centro di roventi polemiche, e non solo nei confronti dei Carabinieri. Si legge, a questo proposito, negli atti dell'Antimafia (Doc. XXIII n. I VI Legislatura pagina 14):

«Il 20 gennaio 1966, promosso vice questore, viene inviato (Mangano: nota della redazione) nuovamente in Sicilia con il compito di dirigente il «Centro di coordinamento regionale di polizia criminale»: in questo nuovo incarico il Mangano affronta decisamente molti casi rimasti insoluti, riapre le indagini su numerosi episodi di stampo mafioso ed incrimina numerose persone indiziate di quei fatti. Tuttavia conduce tali indagini con metodi discutibili, al punto che quasi nessuno di tali casi trova sbocco positivo in sede giudiziaria, non avendo la Magistratura ritenuto attendibili i risultati conseguiti da Mangano e dai suoi uomini.

«Tal i metodi, anzi, suscitano apprensioni e proteste presso la Magistratura e gli stessi organi regolari della Polizia e dei Carabinieri operanti in Sicilia, al punito che l’organismo diretto da Mangano viene sciolto».

Nonostante questi precedenti, il dottor Mangano venne incaricato di trovare e catturare Leggio, e, su sua richiesta, la Squadra mobile della Questura di Roma richiese alla Procura della Repubblica l'autorizzazione ad effettuare una serie di intercettazioni telefoniche su apparecchi in uso a persone sospette di essere in collegamento con il bandito latitante e di aiutarlo. Le autorizzazioni vennero concesse dai sostituti procuratori Arnaldo Bracci e Claudio Vitalone e riguardavano 12 persone, a cominciare da Frank Coppola, uno dei boss della mafia siculo-americana, certamente legato a Luciano Leggio.

Le intercettazioni durarono, sia pure in periodi differenti, dal 19 gennaio al 9 maggio 1970, con una sola eccezione (quella riguardante Mangiapane Giuseppe) che durò dall’8 maggio all'8 giugno 1971.

Le bobine registrate, secondo i documenti esistenti in proposito, furono consegnate dalla Polizia alla Magistratura nel corso del mese di aprile 1970 (21 bobine), di maggio (10 bobine), di giugno (4 bobine), più cinque bobine nel giugno del 1971. Delle 40 bobine, 31 vennero consegnate dalla Polizia, su sua richiesta, al sostituto procuratore Claudio Vitalone.

E qui sorge un primo interrogativo: le bobine registrate furono davvero solo 40 o furono in numero maggiore?

Domanda legittima, se si tiene conto che, nel corso della deposizione resa all'Antimafia il 27 febbraio 1974, Frank Coppola, insistendo sul fatto ohe il dottor Mangano gli aveva chiesto, e ottenuto, 18 milioni per cancellare dalle bobine che lo riguardavano i riferimenti ad alcuni uomini politici, affermò decisamente che le bobine registrate dalla Polizia non erano state 40, bensì 62 o 64.

18 - Le rivelazioni di Frank Coppola.

Ecco, in proposito, il testo stenografico relativo a questo particolare:

«Pisanò. Se ho ben capito, Mangano le avrebbe chiesto, o fatto chiedere o avrebbe ottenuto dei soldi per togliere dalle famose bobine degli avvenimenti e dei nomi che si riferivano a dei suoi parenti. Lei ha detto che riguardavano suo genero...  eccetera. Quindi, se queste bobine non fossero state manipolate vi dovrebbero risultare dei colloqui telefonici suoi, nei quali si parla di suo genero e nei quali si parla di questo suo parente prete, questo Coppola. E così?

«Coppola. E di altri mafiosi».

«Pisanò. D'accordo: comunque nelle bobine ci dovrebbero essere dei riferimenti precisi.

«Coppola. Dei riferimenti precisi a persone di alto rango, di politici. ,

«Pisanò. E questi disoorsi sono stati fatti?

«Coppola. Ma lo diceva lui.

«Pisanò. Ma lei dovrebbe ricordarsi, però, se sono stati fatti questi discorsi. Comunque ci dovrebbero essere questi riferimenti. Quindi se non ci sono più, questa è già una prova che le bobine sono state manòpoilae. Questa è la mia domanda. Volevo avere la conferma che dovevano esserci determinati riferimenti.

«Coppola. Le bobine erano 6264. Una parte di queste lui non le portò mai, mi disse. Ebbe la fortuna di levarle.

«Pisanò. Come, come...  ?

«Coppola. Una parte delle bobine lui non le consegnò mai.

«Pisanò. Quindi non sono tutte.

«Coppola. Fra quelle che aveva consegnato, diceva lui, c’erano cose che "volevano ’’ (?) diceva lui...  che con quelle consegnate non ci potevano fare niente.

………………………………………………………………………………………………………..

«Pisanò. Signor Coppola, un'ultima domanda: lei seppe da Mangano che le bobine erano 62-64?

«Coppola. Così mi ha detto.

«Pisano. Va bene. Questa dichiarazione di Mangano le è stata fatta prima ohe lei desse i 18 milioni?

«Coppola. Lui mi disse che una parte delle bobine le aveva lui e una parte no. Comunque disse che a quelle che non aveva, ci avrebbe pensato lui. "Lei però — aggiunse — mi deve dare una mano d’aiuto". E va bene».

Vale la pena di sottolineare un particolare. Frank Coppola rese questa deposizione il 27 febbraio 1974, quando Leggio era ancora latitante. Le bobine erano state registrate quattro anni prima, tra il gennaio e il giugno del 1970. E, secondo la versione di Coppola, dalle bobine Mangano aveva tolto, dietro compenso, dei riferimenti relativi non solo a suo genero, già implicato nella fuga di Leggio, ma anche a un suo «nipote prete». L'accenno a questo nipote prete è, nel testo della testimonianza di Coppola, molto sfumato, perché il vecchio «boss» mafioso lo cita solo per dire che questo nipote prete era in grado di intercedere presso «un Ministro» per alleviare la sua posizione di pregiudicato sempre pesantemente controllato dalla Polizia.

Il «nipote prete» di Frank Coppola è padre Agostino Coppola, nato a Partinico il 27 luglio 1936: di lui si sa oggi con certezza che si era recato più volte a visitare Luciano Leggio quando il bandito era ricoverato nella clinica «Villa Margherita» a Roma. Ma (come vedremo meglio in seguito) sappiamo soprattutto, dalle indagini condotte dai magistrati milanesi dopo la cattura di Leggio a Milano, che padre Agostino Co. ppola, durante la latitanza del bandito, era diventato addirittura l'esattore della «anonima sequestri» creata dal capobanda mafioso.

C’è quindi da domandarsi: perché mai il vecchio e scaltro Frank Coppola si lasciò sfuggire, di fronte all'Antimafia, (e ben sapendo che i giornali l’avrebbero poi riportato), quell'accenno alle bobine manomesse o occultate (a suo dire) da Mangano nei punti che riguardavano il nipote prete del quale, sicuramente, doveva conoscere vita e miracoli? Chi voleva avvertire? Chi voleva ricattare? Quali silenzi voleva garantire? E chi era il Ministro cos? cautamente e anonimamente tirato in ballo?

Ma torniamo alle bobine. Per oltre un anno, vale a dire dal giugno 1970 all’aprile del 1971, quando scoppiò il «caso Rimi» e l’Antimafia venne a sapere della loro esistenza, nessuno ne parlò. Nè Polizia,  né magistrati.

Il che è francamente incredibile, inaccettabile e solleva pesantissimi sospetti per i seguenti motivi:

le registrazioni, effettuate ufficialmente per raccogliere informazioni su Leggio, sono state sicuramente manomesse e alterate: il che significa che contenevano notizie interessanti le indagini su Leggio, o comunque, sulla organizzazione mafioso; su quelle bobine registrate si è scatenata una autentica guerra tra Frank Coppola e il questore Mangano: guerra culminata nell'attentato subito da Mangano la sera del 5 aprile 1973, anche se non esiste prova che i killers siano stati inviati, come sostiene il questore, proprio dal Coppola; le bobine sono state occultate e disperse in maniera tale da fare ritenere fondatamente che la dispersione sia stata deliberatamente voluta.

Riassumiamo i fatti.

L’Antimafia venne a sapere dell’esistenza delle bobine allorché, come già detto, tra il giugno e il luglio del 1971 scoppiò il «caso Rimi». In quei giorni, infatti, la Commissione venne a conoscenza che Natale Rimi, figlio e fratello di due mafiosi condannati all’ergastolo per clamorosi delitti di mafia, già imputato nel 1967 dei reati di associazione a delinquere, furto e rapina, già denunciato il 21 novembre 1970 dai Carabinieri con altre trenta persone con riferimento alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, già assunto dal Comune di Alcamo (Trapani), era riuscito a farsi trasferire alle dipendenze della Regione Lazio.

La faccenda sollevò grande scalpore. L’inchiesta subito avviata dalla Commissione antimafia accertò che il Rimi era stato assunto alla Regione Lazio su proposta del Presidente della Regione, Girolamo Machelli. Si accertò, inoltre, che Rimi era stato presentato a Mechelli da un sedicente «consulente commerciale», certo Italo Jalongo, noto pregiudicato, uomo di fiducia di Frank Coppola, e che a presentare Jalongo a Mechelli era stato il magistrato, dottor Severino Santiapichi, consulente giuridico della Regione. Santiapichi, a sua volta, potè provare che Jalongo gli era stato presentato da un suo conoscente, certo Epiro, uomo di fiducia ed organizzatore elettorale dell’onorevole Giuliano Vassalli, esponente del PSI.

Ma non basta. Indagando su Jalongo, la Commissione venne a sapere che costui era in rapporti di amicizia con il magistrato, dottor Romolo Pietroni, che dal 1964 prestava. servizio presso la Commissione stessa per i necessari collegamenti con la Magistratura. Così saltò fuori che il dottor Pietroni sapeva dei rapporti esistenti tra Jalongo e Frank Coppola fin dalla primavera dell'anno precedente; che il dottor Pietroni era a conoscenza, per essere stato direttamente interessato anche dallo stesso Mangano, dei rapporti esistenti anche tra quest’ultimo e Frank Coppola; che 'il dottor Pietroni, una volta esploso il «caso Rimi», si era recato con Jalongo presso il Presidente della Regione Lazio, Mechelli, per informarsi sulle modalità che avevano accompagnato l'assunzione di Rimi alla Regione Lazio (vedi testimonianza resa alla Commissione il 6 ottobre 1971 dal dottor Michele Vitelìaro, della Regione Lazio, e dal dottor Girolamo Mechelli il 12 ottobre successivo).

Il tutto senza che la Commissione antimafia, presso la quale Pietroni era addetto per i collegamenti con la Magistratura, ne avesse mai saputo niente.

E c'è dell'altro. Premesso che l'11 aprile 1970 il Tribunale di Roma aveva inflitto a Frank Coppola la misura di prevenzione della sorveglianza speciale per la durata di tre armi, e che il boss mafioso aveva presentato ricorso, il 21 dicembre successivo si era tenuta la relativa udienza davanti alla Corte d’Appello. Ebbene, Pubblico ministero di questo procedimento contro Coppola era stato il dottor Romolo Pietroni, amico di Jalongo, a sua volta amico di Coppola. In quella udienza, il dottor Pietroni, a sua volta molto appoggiato dal Procuratore generale dottor Carmelo Spagnuolo, che lo difese sempre a spada tratta anche in interviste date alla stampa, aveva chiesto il rinvio dell'udienza ritenendo necessaria l'acquisizione di ulteriori documenti.

Tutto questo l'Antimafia venne a scoprirlo solo dopo l’esplosione del «caso Rimi».

Ma procediamo con la «ballata delle bobine».

Una volta saputo dell'esistenza delle registrazioni effettuate dalla Polizia per il rintracciò di Leggio, l’Antimafia, in data 4 agosto) 1971, richiese alla Magistratura romana la trasmissione delle relative bobine. In risposta ricevette un plico con una lettera di accompagnamento, in cui si spiegava che venivano inviati gli atti relativi alle intercettazioni eseguite sugli apparecchi intestati a Frank Coppola e Francesco Palumbo, e cioè, complessivamente, cinque nastri magnetici e relative trascrizioni. Senonché, aperto il plico, ci si accorse che vi erano contenute sì cinque bobine, ma tre di esse si riferivano alle registrazioni effettuate sul telefono di Francesco Palumbo, e due a quello di Ernesto Marchese: nessuna che riguardasse il telefono di Frank Coppola, mentre risultava (dalle «trascrizioni sommarie» effettuate giorno per giorno dai funzionari addetti alle registrazioni e già in possesso della Commissione), che dovevano esserci ben otto bobine.

Si scoprì allora che gran parte delle bobine era dispersa tra l'Ufficiò istruzione e quello della Procura della Repubblica. E si scoprì anche che, delle 40 bobine complessive, due, relative alle intercettazioni effettuate sui telefoni dì Augusto Cucchiaroni non erano incise, per cui, in totale, la Commissione entrò in possesso di 38 bobine.

Non staremo qui a riepilogare l'allucinante storia di queste bobine così come è stata ricostruita dalla Commissione. Basti dire che le registrazioni viaggiarono a lungo tra Questura e palazzo di giustizia, passando di mano in mano senza che venissero adottate le più elementari misure precauzionali mentre, stranamente, le bobine diventavano, in buona parte, «mute».

Vale la pena, tanto per fornire un’idea di quanto può essere accaduto', riportare dagli atti della Commissione (Doc. XXIII n. I pag.46) le vicende relative alla trascrizione di 14 bobine richiesta ad un certo momento (3 marzo 1971) alla Questura dal sostituto procuratore Paolino Dell’Anno, dopo che questi se le era fatte consegnare dal collega Vitalone che ne era materialmente in possesso:

«Le bobine vennero quindi ascoltate in Questura e il vice brigadiere Savoia e Ila guardia Bucciarelli ne curarono la trascrizione. Si accertò così che 4 delle 14 bobine riguardavano conversazioni intercettate sul telefono di Jalongo, che altre 34 si riferivano a Palumbo e (sembra) a Marchese e che le altre portavano sulla parte esterna l’indicazione che si trattava di intercettazioni riguardanti Coppola.

Queste bobine, però, a dire di Arcuri, Maini (due funzionari della Questura di Roma: n. d. r.) e Savoia, non erano incise. Si capiva cioè, a quanto dissero i testi, che si trattava di nastri usati, perché si sentivano dei fruscii e ogni tanto qualche mezza frase, ma per il resto non erano intelligibili, come se i nastri non fossero stati registrati. Si aveva anzi l’impressione — come disse Maini pure al Consiglio superiore dalla Magistratura — che le bobine fossero state registrate male. Per quanto riguarda il numero di queste bobine, Maini parlò di 67, Savoia di 4, Arcuri che, in un primo momento, aveva parlato di 2 bobine bianche, successivamente riferì che le bobine bianche, o quasi bianche «perché ogni tanto si sentiva qualcosa», erano 6. Il dottor Arcuri, però, ha sempre precisato di essere al corrente di queste notizie, non per scienza diretta, ma per averle apprese dal dottor Maini.

I testi hanno anche dichiarato che le relazioni di servizio trasmesse al dottor Dell’Anno erano contrastanti rispetto alle conversazioni che si ascoltavano sui nastri.

L'inchiesta sulla «ballata delle bobine», indubbiamente connessa alla latitanza di Luciano Leggio, venne iniziata nel corso della quinta legislatura e condotta avanti durante la sesta, ma ogni indagine per giungere all’accertamento della verità, e scoprire che cosa si nascondesse dietro questa vicenda resa misteriosa da una evidente, precisa volontà, non approdò mai a risultati apprezzabili.

Esiste a conferma e illustrazione di questa sconcertante e avvilente realtà, un documento agli atti dell’Antimafia (Doc. XXIII n. I VI Legislatura all.14), così intitolato: «Relazione svolta dal deputato Terranova sulle risultanze del sopralluogo da lui effettuato, unitamente ai senatori Agrimi e Pisano, presso gli uffici giudiziari romani, allo scopo di attingere i necessari elementi par la ricostruzione delle vicende dei procedimenti originati dalle intercettazioni telefoniche a seguito della fuga di Luciano Leggio».

Tale indagine venne decisa dalla Commissione nel febbraio del 1974, con la speranza di districare l'ingarbugliata matassa della «ballata delle bobine». Ma ecco il testo integrale della relazione:

18 - Le responsabilità della Magistratura romana.

«Il 28 febbraio 1974 id Comitato, composto dai senatori Agrimi e Pisanò e dal deputato Terranova, in esecuzione dell'incarico ricevuto dalla Commissione, in seduta plenaria, ha compiuto una visita conoscitiva negli uffici del Tribunale e della Procura della Repubblica di Roma allo scopo di acquisire, attraverso l’esame diretto di registri, fascicoli e documenti, ogni possibile elemento di fatto idoneo a consentire, insieme con i dati acquisiti dalla Commisisone nel corso delle indagini svolte, la ricostruzione, la più esatta possibile, delle vicende inerenti alle intercettazioni telefoniche disposte dopo la fuga del mafioso Luciano Leggio (meglio noto come Luciano Liggio), alla scomparsa ed al successivo ritrovamento di alcuna bobine, alla asserita manipolazione di alcuni nastri ed alle eventuali responsabilità connesse. Tutto ciò nel quadro dell’inchiesta sul fenomeno della mafia.

«I dati materiali acquisiti nel corso del sopralluogo effettuato sono riportati, insieme alle fotocopie di alcuni atti, nel verbale allegato alla presente relazione.

«In base alle risultanze degli accertamenti compiuti, e tenuto conto delle dichiarazioni rese alla Commissione dai sostituti procuratori della Repubblica Vitalone, Dell’Anno, Plotino e Lombardi, il Comitato ritiene di sottoporre alla Commissione le seguenti osservazioni e considerazioni.

«Le bobine relative alle intercettazioni telefoniche concernenti i nominati Jalongo Italo, Mangiapane Giuseppe, Cucchiaroni Augusto, Coppola Francesco Paolo — inteso Frank —, Palumbo Francesco, Virgili Giovanni, risultano pervenute alla Procura della Repubblica di Roma in data 4 aprile 1970 e rispetto ad esse vengono formati diversi fascicoli processuali, intestati separatamente ad ognuna delle persone sopra indicate, con i numeri di registro generale 1640,1641,1642,1643,1644,1645 del 1970, ed assegnati in data 6 aprile 1970 al sostituto procuratore della Repubblica dottor Vitalone.

«Le bobine relative alle intercettazioni telefoniche concernenti Brocchetti Marcello risultano pervenute in data 12 aprile 1970 e rispetto ad esse viene formato il fascicolo numero 1837 del 1970, assegnato il 14 aprile 1970 allo stesso dottor Vitalone.

«Tutti i processi sopra specificati vengono trasmessi, in data 26 febbraio 1971, dal dottor Vitalone al sostituto procuratore della Repubblica dottor Dell'Anno; insieme con i processi vengono inviate le bobine non ancora trascritte e le relazioni di servizio della Pubblica sicurezza.

«I fascicoli. processuali n.1930,1968 e 2290 del 1970, concernenti le intercettazioni eseguite sui telefoni intestati a Lizzi Ermanno, Cosentino Angelo e Marchese Ernesto vengono assegnati, il primo al dottor Vitalone e gli altri due al dottor Lombardi, quindi mandati in archivio e successivamente richiamati dal Pubblico ministero, ad eccezione di quello intestato a Marchese Ernesto.

«Il fascicolo n.3685 del 1971 relativo alle intercettazioni concernenti Mangiapane Giuseppe e Vassalli Giovanni viene, a richiesta. del Procuratore della Repubblica aggiunto dottor Bracci, mandato in archivio nel luglio 1971 e successivamente richiamato dal Pubblico ministero ed, in data 24 novembre 1971, assegnato al dottor Plotino.

«Nei registri esaminati non si rileva alcuna annotazione circa il numero delle bobine inviate dalla Pubblica sicurezza all’Autorità giudiziaria, tranne per quanto riguarda il fascicolo n.368571, in relazione al quale esiste una annotazione, nell'ultima colonna del registro, concernente l'invio di cinque bobine.

«Esaminato il fascicolo processuale intestato a Marchese Ernesto, fascicolo che in atto risulta custodito nell’ufficiò del Consigliere istruttore dottor Galiucci, si accerta che ad esso sono allegati un plico sigillato che reca la firma del dottor Gallucci, contenente due bobine, come da apposita annotazione, ed un fascicolo con trentratrè fogli di trascrizione dei relativi nastri.

«Nel fascicolo processuale intestato a Jalongo Italo si rileva una nota, in data 3 marzo 1971, a firma del dottor Dell’Anno, indirizzata alla Questura di Roma (all’attenzione del vice questore Arcuri) con la quale viene chiesta la trascrizione di quattordici bobine. La nota è contrassegnata col n.164070 — che si riferisce al processo Jalongo Italo — nonché con i numeri 1642,1643,1644 del 1970 — che si riferiscono ai processi intestati a Cucchiaroni Augusto, Coppola Frank e Palumbo Francesco. Secondo i dati in possesso della Commissione, dati accertati nel corso delle indagini precedentemente svolte, ai processi di cui sopra risultano allegate venti bobine e cioè 4 al n.164070 — Jalongo —,4 al n.164270 — Cucchiarone —,9 al n.164370 — Coppola —, e 3 al n.164470 — Palumbo —. Non si comprende quindi perché solo di 14 delle 20 bobine venga disposta la trascrizione. Non vengono rilevate altre note di analogo tenore.

«La mancanza di precise e specifiche annotazioni sul registro generale, almeno sino al 9 settembre 1971 (vedi processo Mangiapane Giuseppe e Vassalli Giovanni) impedisce di accertare quali e quante bobine andarono a finire nel fascicolo processuale intestato a Marchese Ernesto, nel fascicolo cioè in cui furono ritrovate le bobine di cui a suo tempo era stata denunziata la scomparsa.

«Le contraddittorie versioni al riguardo fornite dai sostituti dottor Vitalone e dottor Lombardi (quest'ultimo peraltro ha escluso categoricamente di essere mai stato in possesso di fascicoli con bobine) rendono ancora più arduo il compito di stabilire il movimento delle bobine da un ufficiò all’altro.

«In proposito il Comitato ha il dovere di sottolineare la estrema irregolarità del sistema adottato, almeno sino all'epoca delle vicende in esame, dalla Procura della Repubblica di Roma in ordine alla custodia delle bobine ed alla trasmissione di esse, sistema che certamente non offriva alcuna garanzia di sicurezza e segretezza.

«È risultato, infatti, che le bobine delle intercettazioni telefoniche venivano inviate dalla Pubblica sicurezza in busta chiusa, non sigillata, e allegate ai fascicoli senza alcuna particolare cautela, cosicché esisteva la possibilità, concreta e non ipotetica, che qualcuno, ad esse interessato, fosse in grado di sostituirle o manometterle.

«Le affermazioni fatte in proposito dal dottor Vitalone, per il quale il sistema adottato sarebbe idei tutto regolane e conforme alle disposizioni regolamentari e comunque analogo a quello generalmente adottato in tutti gli uffici giudiziari della Repubblica, sono decisamente smentite dalle categoriche affermazioni idei dottor Lombardi, il quale ha ampiamente illustrato alla Commissione la procedura corretta da applicare per la custodia delle bobine e sono altresì smentite dalla esperienza acquisita circa il modo di operare attuato in questa materia in tanti altri uffici giudiziari.

«La irregolarità della procedura è indirettamente confermata dal dottor Gallucci, Consigliere istruttore del Tribunale di Roma, il quale ha mostrato al Comitato dei plichi, accuratamente confezionati e sigillati, contenenti bobine, dimostrando così di applicare per la conservazione di esse, un sistema abbastanza sicuro e soddisfacente, ben diverso da quello di cui ha parlato il dottor Vitalone, anche se non rigoroso ed aderente alle disposizioni regolamentari come quello descritto dal dottor Lombardi.

«Il Comitato ritiene che non sia il caso di soffermarsi oltre su questo argomento, giacché la superficialità, l’insicurezza e il disordine del sistema di custodia delle bobine adottato, almeno nel periodo che interessa, dalla Procura della Repubblica di Roma, appaiono di tutta evidenza, indipendentemente dalle considerazioni sopra esposte.

«Basta pensare che nel fascicolo processuale intestato a Marchese Ernesto vanno a finire bobine destinate ad altro processo; che il magistrato, il quale riceve dalla Pubblica sicurezza il plico con le bobine, non ne conosce spesso il numero esatto; che le bobine vengono trasmesse da un ufficiò all’altro senza alcuna cautela atta a garantirne quanto meno la identità per cui, ad esempio, nessuno è in grado di garantire che le bobine inviate dal dottor Dell'Anno, per la trascrizione, alla Pubblica sicurezza, in numero di quattordici (e non di venti, cosicché si ignora il motivo delle esclusioni delle altre sei e dove esse siano andate a finire) siano quelle stesse successivamente restituite, in parte trascritte (quattro) in parte no (due bianche e otto illeggibili).

«Concludendo, l'indagine diretta eseguita negli uffici della Procura della Repubblica e del Tribunale di Roma non ha messo in luce quegli elementi che, come si pensava, potevano emergere dai registri o dall’esame dei fascicoli processuali, esame solo in minima parte effettuato, poiché molti dei fascicoli interessati non sono più a Roma, ma a Firenze, in relazione al processo ivi in corso per l'attentato al questore Mangano e per reati connessi, successivamente emersi. Il Comitato ritiene di avere esaurito il compito affidatogli, con gli accertamenti compiuti e sottoposti alla Commissione e ritiene di doversi astenere da quelle valutazioni politiche, che sono proprie dell'organo parlamentare, sia per mantenersi entro i limiti dell’incarico, sia per la opportunità che esse vengano rimesse alla Commissione dopo la discussione conclusiva su tutta la complessa vicenda delle bobine.

Ogni commento a questa relazione ci sembra superfluo, ma non si può fare a meno di osservare che il sostituto procuratore dottor Claudio Vitalone, in tempi successivi, è rimasto coinvolto, direttamente o per interposta persona, in scandali maturati nel sottobosco governativo.

Sta di fatto che la verità sulla «ballata» di queste bobine, frutto di registrazioni telefoniche effettuate nel quadro della caccia a Luciano Leggio, non si è saputa,  né si saprà mai.

Le uniche verità acquisite, comunque, consentono di affermare:

1) le bobine contenevano riferimenti a personaggi e situazioni riguardanti l'organizzazione mafiosa, e, in particolare, Luciano Leggio;

2) il contenuto di quelle bobine è stato alla base di ricatti e controricatti, tra l’organizzazione mafiosa e poteri dello Stato, in maniera particolare tra il questore Mangano, uomo di fiducia del Capo della polizia, Vicari, e il boss mafioso Frank Coppola;

3) le bobine sono state alterate, manomesse, manipolale: lo hanno concordemente dichiarato i periti incaricati dalla Commissione antimafia, dalla Procura generale della Repubblica di Roma e dal sostituto procuratore della Repubblica dottor Franco Plotino. Ma nessuno è stato in grado di stabilire se manipolazioni o alterazioni vennero compiute già in sede di registrazione, o successivamente, nel corso dei numerosi passaggi di mano tra Polizia e Magistratura;

4) nessuno può escludere che anche l'assassinio del Procuratore Scaglione possa essere messo in relazione con la vicenda delle registrazioni telefoniche effettuate per ordine di Mangano che, va ricordato, prendeva ordini direttamente dal Capo della polizia Vicari;

5) impossibile, invece, non collegare l'attentato subito da Mangano con questa storia delle bobine.

19 - L’attentato al questore Mangano.

La sera del 5 aprile 1973, verso le ore 20,15, infatti, quattro sconosciuti, giunti davanti alla abitazione del questore Mangano su una automobile, tentarono di assassinarlo, sparando numerosi colpi d’arma da fuoco che raggiunsero il funzionario e il suo autista.

Nel corso dell’istruttoria, il Questore indirizzò le indagini contro Frank Coppola, sostenendo che il boss mafioso aveva voluto farlo uccidere per dimostrare così ai suoi compagni di mafia di non essere diventato un «confidente» del funzionario. Mangano affermò inoltre di avere riconosciuto due dei suoi aggressori, indicandoli in Ugo Bossi e Sergio Boffi, notoriamente al servizio di Coppola.

Il boss mafioso e i due presunti sicari si difesero negando ogni addebito e, infatti, furono assolti nel 1975 da ogni imputazione dalla Corte d’Assise di Firenze. In realtà, nei loro confronti, non erano stati raccolti che indizi, basati soprattutto sulle confidenze di un informatore di Mangano, certo Salvatore Ferrara, noto pregiudicato.

Per cui anche quest'ultimo episodio lascia adito a due sole ipotesi, sullo sfondo delle quali campeggia sempre l'ombra del latitante Luciano Leggio.

Prima ipotesi: Coppola ha voluto allontanare da sè ogni sospetto di collaborazione con Mangano in ordine alla ricerche da questi condotte nei confronti del bandito di Corleone e ha dato ordine di ucciderlo. Questa ipotesi non sta in piedi per molti motivi. Coppola non aveva alcun bisogno di ricrearsi una «verginità» nei confronti dei suoi compagni mafiosi perché è assodato che Mangano, da lui, non aveva mai saputo niente di importante e di interessante circa la latitanza di Leggio. E i mafiosi suoi amici non ignoravano di certo questo particolare. In secondo luogo, con quello che si è saputo sulla «anonima sequestri» capeggiata da Leggio e sulle delicate «funzioni» ricoperte nella criminale organizzazione da don Agostino Coppola, nipote prediletto di «Frank i tre dita», risulta ormai evidente che, per tutta la durata della latitanza del bandito di Corleone (vale a dire per tutto l’arco di tempo in cui accaddero gli avvenimenti che stiamo evocando), Frank Coppola fu sempre perfettamente al corrente delle mosse di Leggio e non lo tradì mai. Ciò posto, che motivi poteva avere di fare assassinare Mangano?

Seconda ipotesi: Coppola non c'entra con l’attentato a Mangano e questi l’ha sempre saputo. Perché allora il funzionario avrebbe montato d'accusa contro il boss mafioso che, tra l'altro, continuò a frequentare, come risulta dagli atti dell'Antimafia, anche dopo l'agguato? Di risposte possono essercene diverse. Ma ila più attendibile è che Mangano abbia voluto scaricare la responsabilità su Coppola per stornare le indagini dai veri moventi dell'agguato, che, a nostro avviso, sono comunque riconducibili alla «ballata delle bobine» e alla attività, del resto quasi esclusiva in quel periodo, da lui svolta in rapporto alla latitanza di Leggio.

Certo è che, visti oggi in prospettiva e alla luce degli elementi giunti successivamente a illustrare la vita e l'attività criminosa di Luciano Leggio con particolare riferimento ai collegamenti tra mafia, politica e poteri pubblici, tutti i convulsi, aggrovigliati, drammatici e indicativi episodi svoltisi tra il 1969 e il 1974 acquistano un preciso significato che non è possibile sottovalutare o ignorare: dimostrano cioè che la mafia è riuscita a dilagare e a imporre la sua criminale volontà grazie a complicità e protezioni radicate ai più alti livelli del potere politico e degli organi dello Stato. Per cui ridurre il fenomeno, come si legge nella relazione di maggioranza, a un semplice fatto di «disfunzioni» e di «scarsa cautela» del potere pubblico nell’affrontare la mafia, è semplicemente inaccettabile.

Ciò che ora documenteremo, infatti, non fa che aggravare questo quadro di complicità e di:criminose responsabilità ad alto livello.

Luciano Leggio, come è noto, venne arrestato dalla Guardia di finanza a Milano, il 16 maggio 1974. Alla sua cattura gli inquirenti giunsero indagando sui rapimenti di Pietro Torielli (prelevato il 18 dicembre 1972 e rilasciato il 7 febbraio 1973) e di Luigi Rossi di Montellera (rapito alla fine del 1973) e ritrovato il 14 marzo 1974 in una cella sotterranea nella cascina dei fratelli Taormina, a Treviglio.

Giunti a quel punto delle indagini, gli inquirenti (Giudice istruttore dottor Giuliano Turane e Pubblico ministero dottor Giovanni Caizzi) avevano già sbaragliato una temibile banda di evidente matrice mafiosa, che aveva posto le sue basi a Vigevano (Pavia), Trezzano sul Naviglio (Milano) e Treviglio (Bergamo) e che faceva capo alla famiglia Guzzardi, ai fratelli Ugone e ai fratelli Taormina. Tutti di origine siciliana e quasi tutti provenienti dalla città e dalla provincia di Palermo.

Ma le indagini proseguirono: e si arrivò a Luciano Leggio.

È interessante, a questo proposito, rievocare le fasi della inchiesta che portarono alla cattura di Leggio, attraverso la sentenza istruttoria depositata il 7 gennaio 1976 dal giudice Turane, anche a dimostrazione del fatto che quando si opera seriamente senza bastoni fra le ruote e senza subire pressioni di carattere mafioso, si possono ottenere brillanti risultati.

20 - La cattura di Leggio a Milano.

«Immediatamente dopo la scoperta delle due celle sotterranee a Treviglio e a Moncalieri, la polizia giudiziaria comincia a svolgere un'intensa attività investigativa in ordine ai nuovi imputati che sono entrati nell'inchiesta. La Guardia di finanza, in modo particolare, sia di Milano che di Bergamo, si impegna nel compito di mettere a fuoco le figure dei tre fratelli Taormina, l'ambiente cui essi fanno capo, e le attività economiche dei medesimi (delle quali ultime si tratterà nel prosieguo della esposizione).

«Con nota 2 aprile 1974 il Nucleo polizia tributaria di Milano comunica che i fratelli Taormina sono soliti acquistare partite di vino presso la vinicola Borroni di Milano viale Umbria 50, di proprietà di tale Giuseppe Pullarà, dove la stessa tributaria, in occasione di precedenti verifiche fiscali, ha notato la presenza di persone sospettate di appartenere alla mafia, fra cui un individuo che è poi stato identificato per un pericoloso pregiudicato evaso da un manicomio criminale. Su tale base la Guardia di finanza chiede ed ottiene l’autorizzazione a sottoporre a controllo l’apparecchio telefonico della vinicola Boirroni. Successivamente til controllo telefonico verrà allargato agli apparecchi installati nella casa di Giuseppe Pullarà, in quella di suo nipote Pullarà Ignazio, e nell’enoteca di via Giambellino 56, pure di Giuseppe Pullarà, appena inaugurata.

«Nel frattempo si ha ben presto una conferma diretta dei rapporti fra i Taormina e la vinicola Borroni del Pullarà: nel corso della perquisizione (24 aprile 1974) presso la cascina di Treviglio, via Calvenzano, vengono sequestrate quattro bottiglie di champagne Dom Perignon 1966 sulle quali risulta apposta una etichetta con la dicitura «Import ditta vinicola Borroni Milano». È la riprova che i fratelli Taormina si rifornivano effettivamente presso l’azienda di Giuseppe Pullarà.

«Ma un altro elemento viene acquisito agli atti, il quale induce a ritenere ohe i fratelli Taormina, al di là degli acquisti di vino, avessero rapporti personali con Giuseppe Pullarà; risulta infatti che ad primi di gennaio 1974 il Pullarà Giuseppe ha ricevuto due telefonate sull'apparecchio installato in casa sua, provenienti dall'apparecchio installato nella cascina di Treviglio. La cosa è emersa in seguito a un reclamo presentato alla SIP di Treviglio il 21 dicembre 1973 da Francesco Taormina, intestatario dell'utenza telefonica installata nella cascina di via Calvenzano: poiché il Taormina lamentava un numero eccessivo di scatti la SIP ha proceduto ad effettuare per un certo numero di giorni un controllo al contatore dell'utente con l'apposito apparecchio «zoller», il quale calcola automaticamente gli scatti stampigliando su un nastro di carta le cifre che vengono selezionate dall'utente sul disco selettore del suo apparecchio. Orbene, la pratica relativa al reclamo di Francesco Taormina è stata rintracciata presso gli uffici della SIP, con allegato il nastro di carta stampigliato dall'apparecchio «zoller», dal quale risulta che il numero telefonico di casa di Giuseppe Pullarà a Milano (02-2826178) è stato formato per due volte sul disco selettore dell'apparecchio del Taormina.

«Con rapporto 14 maggio 1974 la Guardia di finanza di Milano inoltra una pdma informativa sull'esito delle intercettazioni telefoniche Pullarà, comunicando inoltre di avere raccolto notizie secondo cui al vertice dell'organizzazione criminosa responsabile dei sequestri di persona sarebbe un certo «zio Antonio», siciliano, che convive a Milano con una donna settentrionale da cui ha avuto recentemente un bambino. Questo fatto viene messo in relazione con una delle risultanze dei controlli telefonici: risulta infatti la presenza costante, nei locali dell'enoteca di via Giambellino, di un certo «zio Antonio», il quale, dal tenore delle conversazioni ascoltate, ha tutta l'aria di essere l'effettivo proprietario del locale, o comunque di essere largamente interessato alla conduzione dell'azienda Pullarà. Inoltre, il suddetto "zio Antonio" chiama spesso un'utenza telefonica di Milano (che risulta intestata a Parenzan Lucia via Riipamonti 166) parlando con una donna. La Guardia di finanza comunica in proposito che la menzionata Parenzan Lucia, nata a Fiume, e domiciliata a Milano in via Ripamonti 166, è nubile e madre di un bimbo di anni due.

«I controlli telefonici evidenziano inoltre che:

Giuseppe ed Ignazio Pullarà appaiono estremamente interessati dalla notizia giornalistica dell’evasione di Giuseppe Ciulla dal carcere di Novara (dove era detenuto da gennaio 1974 per i noti fatti di Biella), avvenuta in data 5 maggio 1974. Inoltre, risulta che la figlia del Ciulla, l’8 aprile 1974, ha effettuato una ordinazione telefonica di liquori alla vinicola Borroni;

Ignazio Pullarà viene più volte chiamato al telefono da un certo «Vittorio», al quale però una volta Ignazio si rivolge chiamandolo ”Piuuzzo”. Il sedicente "Vittorio” dice di essere in cattive acque, chiede aiuto a Ignazio e allo zio, e Ignazio in una delle conversazioni gli dice che gli ha trovato un lavoro. Orbene, la voce del sedicente «Vittorio», alias Pinuzzo, è identica a quella di Ugone Giuseppe, così come questo ufficiò ha tempestivamente constatato mediante il raffronto con conversazioni telefoniche di costui intercettate a Torino nel gennaio 1974.

«Sulla scorta di quanto sopra, e con riguardo in particolare ai rapporti dei due Pullara con i Taormina, con Giuseppe Ugone e con il Ciulla, in data 16 maggio 1974 viene emesso mandato di cattura contro Giuseppe e Ignazio Pullarà, con il quale viene contestato loro, per il momento, il reato di associazione per delinquere in concorso con gli altri prevenuti. A questo punto, infatti, il Pubblico ministero ha esercitato l'azione penale contro tutti gli imputati per il reato di cui all’articolo 416 del codice penale, il che viene reso noto ai precedenti. imputati mediante comunicazione giudiziaria (capo 1 della rubrica). Ed invero, comincia ad essere palese che i due sequestri di persona sono maturati nell’ambito di una agguerrita organizzazione, che presenta le caratteristiche di una vasta associazione per delinquere di cui cominciano a ‘delinearsi i personaggi.

«Il mandato di cattura contro i Pullarà viene eseguito lo stesso 16 maggio 1974. In pari data vengono eseguite perquisizioni domiciliari nei locali della vinicola Borroni di viale Umbria e dell'enoteca, di via Giambellino, nonché nelle abitazioni di Giuseppe e Ignazio Pullarà, con conseguente sequestro di svariata documentazione.

«Lo stesso giorno viene eseguita una perquisizione domiciliare previa comunicazione giudiziaria della medesima (articolo 416 del codice penale). Infatti, dal tenore delle telefonate intercettate, la Parenzan risulta essere convivente con quello «zio Antonio» che le telefona spesso dai locali dell'enoteca, il quale ha tutta l’aria di essere l'effettivo proprietario di quel locale, e dalle cui direttive comunque i Pullarà sembrano dipendere.

«La perquisizione al n.166 di via Ripamonti porta all’identificazione dello «zio Antonio» nella persona di Luciano Leggio, alias Luciano Liggio: il noto capomafia di Corleone, ricercato da cinque anni e colpito da una condanna definitiva alla pena dell’ergastolo per duplice omicidio (1694). Il Leggio, dopo aver dichiarato ai militari operanti che la sua convivente lo conosce con il nome Ferruggia Antonio, dichiara le proprie esatte generalità e viene tratto in arresto.

«A questo punto la situazione appare essere la seguente:

a) emergono rapporti dei Taormina, di Giuseppe Ugone e di Giuseppe Ciulla con i Pullarà e con la loro azienda vinicola;

b) emergono stretti rapporti fra i Pullarà e il Leggio, al quale (in base alle intercettazioni) risultano far capo le attività commerciali della vinicola Borroni e dell’enoteca, e dalle cui direttive risultano dipendere i due Pullarà;

c) emerge un collegamento diretto fra il Leggio Luciano e l’Ugone Giuseppe.

«La situazione, in altri termini, appare indicativa di come i due empori dei Pullarà, sotto la supervisione di Luciano Leggio, costituiscano un punto d’incontro di vari imputati nella presente inchiesta, fra cui i diretti carcerieri del Torielli e del Montelera.

«Sulla scorta di quanto sopra, lo stesso 16 maggio 1974, Leggio Luciano viene colpito da mandato di cattura, con il quale gli vengono contestati il reato di associazione per delinquere, il concorso nei due sequestri di persona e i reati minori di cui ai capi da 5 a 10 della rubrica. Pochi giorni dopo, presso le carceri, vengono sequestrati taluni appunti che egli aveva nel portafogli al momento dell’arresto; anche fra quesiti appunti c'è il numero telefonico di Giuseppe Ugone».

21) Da Leggio a don Agostino Coppola.

La cattura di Leggio e dei Pullarà mise subito in luce un grosso giro d’affari in atto da tempo tra il capo banda mafioso e i suoi complici: centinaia di milioni in contanti. Somme che collegano inoltre i Pullarà con un certo ambiente palermitano al centro del quale emerge la figura di un personaggio che abbiamo già incontrato: padre Agostino Coppola, ili nipote prete di «Frank tre dita». Ed ecco come i magistrati milanesi giunsero ai congiunto del boss mafioso.

Si legge nella sentenza istruttoria:

«L'indagine parallela sulla quale ci si deve ora soffermare è quella che si è iniziata lo stesso giorno del rapimento di Rossi di Montelera, a cura dell'Arma di Torino, e che è proceduta sul filo della trattativa apertasi fra i rapitori e la famiglia del sequestrato. Ben presto, al lavoro investigativo dell’Arma di Torino si è affiancato quello dell’Arma di Palermo: infatti le lettere indirizzate dai rapitomi alla famiglia Rossi recavano il timbro di partenza di Palermo, e d’altronde, fin dall'inizio della trattativa, i rapitori hanno insistito perché l’emissario della famiglia si spostasse nel capoluogo siciliano.

Le risultanze di queste indagini di polizia giudiziaria, che sono raccolte organicamente nel rapporto 30 marzo 1974 dei Carabinieri di Torino e nel rapporto 21 maggio 1974 dei Carabinieri di Palermo, forniscono agli inquirenti un quadro davvero inedito e peculiare, dove altri sequestri di persona fanno capolino, e dove il sentore di mafia si confonde con l’odore di incenso: al centro, don Agostino Coppola, il quale, come si vedrà più avanti, risulterà collegato a Leggio Luciano, a Pullarà Giuseppe e ad altri personaggi più o meno implicati nell'inchiesta.

«Veniamo all’esposizione dei fatti.

«Luigi Rossi di Montelera viene rapito sulla tangenziale di Torino la mattina, del 14 novembre 1973, mentre a bordo della sua BMW si sta recando in ufficiò presso lo stabilimento della Martini & Rossi. Che si tratti di un sequestro a scopo di estorsione non vi è alcun dubbio fin dal primo momento: infatti l'agiatezza della famiglia Rossi di Montelera, che controlla o comunque ha una forte partecipazione nella società Martini & Rossi, è nota a tutta Torino. Quello del Montelera è il quinto sequestro di persona per estorsione compiuto nel triangolo. industriale in quell’anno 1973, e la polizia giudiziaria, secondo quella che ormai sta diventando una routine, sottopone a controllo i telefoni di casa Rossi onde captare eventuali telefonate dei rapitori.

«Costoro però, per intavolare le trattative, scelgono una strada del tutto nuova, destinata a passare esclusivamente attraverso uomini di chiesa. La prima lettera per la famiglia Rossi viene indirizzata addirittura al Cardinale arcivescovo di Torino, a cui arriva anche una telefonata, il 26 novembre 1973, di uno dei rapitori il quale, dimostrando una rara conoscenza delle gerarchie ecclesiastiche e delle norme interne di curia, si presenta come "vicario generale della diocesi di Palermo".

«I banditi però hanno mirato troppo in alto, e sta di fatto che non riescono a convincere l'arcivescovo a fungere personalmente da intermediario. D’altra parte può darsi che. non lo pretendessero neppure e abbiano voluto solo stabilire il primo contatto con la famiglia Rossi facendo una mossa spettacolare, tale da far capire subito alla controparte, una volta per tutte, che la trattativa dovrà seguire una via ecclesiastica. In ogni caso l’arcivescovo non viene più importunato.

«La mattina del giorno 8 dicembre 1973 un gesuita di Torino, padre Giovanni Costa, riceve la prima di quella che sarà una lunga serie di telefonate. dell’emissario dei rapitori. L'ignoto interlocutore si qualifica come "signor Trasporti". La famiglia Rossi conferisce a padre Costa l’incarico di seguire la vicenda. L'apparecchio telefonico di padre Costa viene sottoposto a controllo.

«La trattativa è lunga. Sulle prime ”Trasporti” chiede un riscatto di sei miliardi, che la famiglia ritiene esorbitante. Nel corso della laboriosa contrattazione, il sedicente "Trasporti” comincia ben presto a premere su padre Costa perché questi si sposti a Palermo, dove, a suo dire, sarà più facile raggiungere un accordo. Già nella telefonata del 12 dicembre 1973 "Trasporti" dà inizio a questa manovra, proponendo genericamente al gesuita di considerare la possibilità di un viaggio fuori Torino "per riposarsi". Nella telefonata del 30 dicembre 1973, invece, "Trasporti" è più esplicito e chiede a padre

Costa se egli abbia solo qualche confratello, e l’altro non disdegna l’idea di interessare un altro religioso, e aggiunge che sarà gradito un elemento di Palermo.

«Trasporti ” (torna sull 'argomento con la telefonata del 2 gennaio 1974, e poi ancora con la telefonata del 29 gennaio 1974, nel corso della quale propone a padre Costa di fare un viaggio a Palermo, dove fra i suoi confratelli esiste persona idonea ad agevolare le trattative. L'invito a trasferirsi a Palermo, per poter interessare un confratello, viene ribadito anche con una lettera, pervenuta a padre Costa il 4 febbraio 1974: l'ordine tassativo è che il nuovo intermediario rimanga sconosciuto persino ai membri della famiglia Rossi. È chiaro a questo punto che il religioso e la famiglia Rossi non hanno altra scelta: si decide che padre Costa vada a Palermo.

«Il 7 febbraio 1974 padre Costa raggiunge Palermo e si presenta a Casa Professa, residenza maggiore dei gesuiti di quella città, conferendo con il padre superiore Sferrazza al quale chiede aiuto. Questi lo mette in contatto con uno dei gesuiti di Palermo, tale padre Giovanni Aiello. La scelta cade sull’Aiello, perché costui ha già una certa esperienza in materia: infatti, in occasione del sequestro a scopo di estorsione avvenuto a Palermo in danno di Luciano Cassina (agosto 1972 febbraio 1973) padre Aiello, consigliere spirituale dei Cassina, aveva avuto un certo ruolo nelle trattative. L'Aiello accetta senza entusiasmo di prestare la propria assistenza al suo confratello di Torino, e il giorno seguente è già in grado di dargli una vaga assicurazione di aver trovato "la persona adatta". Il 9 febbraio padre Costa torna a Torino soddisfatto.

«Se padre Aiello è stato in grado di stabilire tanto rapidamente il contatto, ciò si deve semplicemente al fatto che ”la persona adatta”, ovvero don Agostino Coppola, ha già provveduto di sua iniziativa a contattare l'Aiello, addirittura un mese prima dell'arrivo di padre Costa da Torino.

«Sembra opportuno, a questo punto, soffermarsi su alcuni avvenimenti precedenti, la cui conoscenza appare essenziale ai fini di una corretta interpretazione di quanto si va esponendo. E a tale scopo è il caso di seguire il racconto fatto agli inquirenti, ad avvenuta liberazione del Montelera, da padre Giovanni Aiello. Non si prenderanno in considerazione le prime dichiarazioni rese dal religioso palermitano, che sono decisamente false e reticenti, bensì solo quelle rese dal 16 maggio 1974 in poi, nelle quali l'Aiello, costretto dalle contestazioni, si decide a rivelare che parte abbia avuto lui e che parte abbia avuto don Agostino Coppola nelle due distinte vicende del rapimento di Luciano Cassina e del rapimento di Rossi di Montelera. Il racconto di padre Aiello prende necessariamente le mosse dall’episodio precedente, e cioè dal sequestro di persona subito dall’ingegner Luciano Cassina, il quale era stato rapito a Palermo il 16 agosto 1972 ed era stato rilasciato dopo circa sei mesi, la sera del 7 febbraio 1973 (particolare curioso, il rilasciò del Cassina a Palermo era avvenuto contemporaneamente al rilasciò del Torielli alle porte di Milano).

«Ed ecco il senso della narrazione fatta da Giovanni Aiello.

«Già all’inizio di settembre 1972 egli era stato contattato dai rapitori dell’ingegner Cassina, i quali, essendo lui consigliere spirituale della famiglia, lo avevano prescelto come tramite per le trattative, indirizzandogli una lettera scritta dal sequestrato. La trattativa era poi proseguita per telefono, con un ignoto interlocutore che si qualificava «padre GiroilamO'» e con appuntamenti telefonici a Casa Professa fra costui ed il padre del sequestrato: alla richiesta di tre miliardi avanzata dai rapitori la famiglia Cassina contrapponeva un'offerta di trecento milioni. Nel dicembre 1972 i rapitori avevano lasciato intravedere la possibilità che con quei trecento milioni si potesse risolvere il caso, ragion per cui, dopo un paio di incontri avventurosi con «padre Girolamo» e compagni, padre Aiello aveva consegnato la somma suddetta davanti alla chiesa di Roccella, nei paressi di Palermo: si era sentito dire però che quei soldi bastavano solo per le sigarette. A quel punto, disperati, padre Aiello ed i familiari del Cassina, intorno al Natale 1972, avevano pensato che fosse il caso di rivolgersi a don Agostino Coppola, che già all'inizio della vicenda essi avevano invano cercato rii contattare.

«Su come e perché sia nato il contatto con Agostino Coppola, padre Aiello non è stato molto preciso tanto che il Giudice istruttore di Palermo (investito dall'inchiesta sul caso Cassina) si è visto costretto ad arrestarlo come teste reticente a norma dell'articolo 359 del codice di procedura penale. In ogni caso, sia che ciò sia avvenuto per scienza diretta della famiglia Cassina, o scienza diretta di padre Aiello, o per l'autorevole consiglio di qualche altro personaggio, sta di fatto che don Agostino Coppola venne ritenuto l'uomo più adatto per risolvere il caso Cassina, in quanto notoriamente collegato ad ambiente mafioso, ed egli stesso parente di pregiudicati mafiosi (i due fratelli Giacomo e Domenico, nonché lo zio, più famoso, Frank Coppola detto «tre dita»). Per altro va osservato che l'Aiello e il Coppola certamente si conoscevano o sapevano dell’esistenza l’uno dell’altro: infatti il Coppola era sacerdote nell'ambito della diocesi di Monreale, e l'Aiello, nativo di Balestrate, era molto conosciuto in quella diocesi.

«Riferisce comunque padre Aiella che don Agostino Coppola, nel gennaio 1973, aveva accettato di interessarsi al caso «a condizione che il Cassina non sapesse di lui», e aveva aggiunto che sperava di trovare la strada e che sperava di riuscire ad aggiustare la cosa con un miliardo. Nei giorni successivi gli aveva confermato di aver trovato «la strada» e l’aveva invitato a preparare il miliardo. Il 5 o il 6 febbraio 1973, infine, padre Coppola si era recato a Casa Professa a ritirare la somma costituita da banconote di tagli misti (colpisce di nuovo la corrispondenza di data col caso Torielli, il cui riscatto era stato pagato, a Milano, poche ore prima; n. d. r. ).

«Fin qui per quanto si riferisce al caso Cassina, dopo la cui conclusione padre Aiello non aveva avuto più modo di incontrare  né sentire Coppola, quanto meno per diversi mesi.

«Relativamente al caso Rossi di Montelera, padre AielJo riferisce che padre Coppola si era rifatto inaspettatamente vivo con lui verso la fine del dicembre 1973 o nei primi giorni di gennaio 1974, comunque oltre un mese prima che padre Costa arrivasse a Palermo.

«Era andato a trovarlo a Casa professa ed aveva esordito con le parole «Lei ha salvato Cassina, ora deve salvare Rossi», dopo di che aveva chiesto al l’Aiello se egli conoscesse qualcuno a Torino; Aiello aveva risposto negativamente, aggiungendo però che c’erano pur sempre i padri gesuiti di Torino.

«Dopo questo primo abboccamento, Agostino Coppola era tornato a Casa Professa di lì a qualche giorno, dicendo a padre Aiello queste testuali parole: «Questa cosa di Torino si deve trasferire a Palermo, altrimenti il giovane non rientra. Noi ci siamo rivolti a padre Costa, che deve venire in Palermo; qualora arrivasse, qual è la vostra regola?». Al che Aiello aveva risposto che per regola quando un gesuita va in un'altra città si rivolge alla «Casa», e il superiore fa il possibile per aiutarlo.

«A distanza di altri giorni, il 7 febbraio 1974, era arrivato a Palermo il padre Costa di Torino.

«Tre giorni dopo il viaggio di padre Costa a Palermo, Agostino Coppola torna a far visita a padre Aiello, e gli chiede notizie; Aiello lo mette al corrente. Ecco come il gesuita palermitano riferisce i successivi rapporti fra lui e Coppola:

«Lo informai che ero stato delegato alle trattative e lo pregai di adoperarsi per contenere la cifra del riscatto; egli mi disse che da quel momento, telefonandomi, avrebbe detto di essere "Pasquale”. Da allora, sempre previo appuntamento telefonico, venne a trovarmi due o tre volte, soprattutto per definire l'importo. A tale proposito io gli feci presente, come da istruzioni ricevute da padre Costa, che oltre i tre miliardi non c'era alcuna possibilità di accordo...  Padre Coppola si riservò di precisarmi la cifra, e in altra visita mi specificò che accettavano i tre miliardi...  Coppola mi disse che sarebbe ritornato giovedì (14 marzo 1974) alle ore 12...

«In data 10 marzo 1974 padre Aiello comunica telefonicamente a padre Costa che il pagamento del riscatto (tre miliardi) è fissato a Palermo per giovedì 14 marzo. Senonché la famiglia Rossi, e per essa il padre Costa, spediscono un espresso a padre Aiello nel quale chiedono un rinvio di pochi giorni; e ciò è provvidenziale, perché proprio nel primo pomeriggio del 14 marzo 1974 verrà rintracciato e liberato a Treviglio Luigi Rossi di Montelera. Dal canto suo Agostino Coppola, alle ore 12 di quel 14 marzo, si reca a Casa Professa convinto di poter ritirare il denaro del riscatto, e si sente dire dall'Aiello che non è arrivato nulla: "Padre Coppola rimase freddo e piuttosto perplesso o contrariato, e andò via limitandosi a dire "aspettiamo” oppure "ci risentiremo

«Alla luce di quanto esposto nel paragrafo precedente, la posizione di Agostino Coppola nella vicenda Rossi di Montelera si commenta da sè. È estremamente sintomatico, fra l’altro, come i primi approcci di don Agostino con padre Aiello siano contemporanei alle prime manovre di «Trasporti» per indurre padre Costa a scendere a Palermo. La manovra avvolgente e diabolica avrebbe certamente fornito al prete una sicura copertura (come era avvenuto nel precedente caso Cassina), se gli esiti di questa inchiesta non avessero fatto precipitare la situazione.

«In data 25 maggio 1974 questo Giudice istruttore emette mandato di cattura a carico di Agostino Coppola per il reato di associazione a delinquere e per il concorso nel sequestro di persona in danno di Luigi Rossi di Montelera. Peraltro già da un paio di giorni il Coppola si trova ristretto nel carcere dell’Ucciardone, su provvedimento restrittivo emesso dalla Magistratura palermitana: crollato il sipario di omertà che l’ha protetto per oltre un anno, il prete è stato infatti incriminato anche per il sequestro di Cassina.

«Il giorno stesso dell’arresto di padre Coppola vengono eseguite diverse perquisizioni domiciliari: fra l'altro vengono perquisite le due abitazioni di don Agostino, a Partinico (via Enna) e a Palermo (via Giaquinto 47). Il materiale sequestrato è molto copioso, e fra le altre cose viene sequestrata svariata corrispondenza del sacerdote (anche con alcuni esponenti del mondo politico siciliano), suoi appunti, sue agende, un biglietto aereo PalermoMilano del 9 gennaio 1974 a nome Alterno Salvatore, ed una carta d’ingresso (9 gennaio 1974) al Casinò di St. Vincent a nome Coppola Agostino.

«L’esito più inatteso è quello della perquisizione in via Giaquinto 47. Qui, non solo viene rintracciato Coppola Domenico, fratello del prete, ricercato da qualche anno per la notifica di un provvedimento di soggiorno obbligato inflittogli nel 1970, ma viene pure trovato un pacco di banconote che, dal controllo dei numeri di serie, risultano provenienti dal riscatto pagato nel marzo 1974 per la liberazione di un altro sequestrato: il lodigiano Emilio Baroni. Ma non basta: nel portafogli del Coppola Domenico vengono trovate altre due banconote, pure provenienti dal medesimo riscatto. Domenico Coppola viene arrestato.

«Si viene poi a sapere che l'appartamento di via Giaquinto 47 è stato preso in affitto nell'estate 1973 da Agostino Coppola per essere occupato da lui e dal fratello Domenico; e che allo scopo di fuorviare le ricerche di Domenico da parte delle autorità, l’utenza telefonica installata in tale appartamento è stata intestata a Alterno Salvatore.

«Tornando al riscatto Baroni, le banconote da esso provenienti rinvenute nell'appartamento di via Giaquinto, abitazione dei due Coppola, sono 33 biglietti da lire centomila, compresi i due rinvenuti nel portafogli di Domenico.

«È singolare come quest’indagine, partita dall’ormai lontano sequestro Torielli e sfociata clamorosamente in pieno sequestro Rossi di Montelera, dopo essere proceduta ai margini del sequestro Cassina incontro ora sul suo cammino un quarto sequestro di persona. Emilio Baroni, industriale caseario di Lodi, è stato sequestrato davanti alla sua abitazione la sera del 1° marzo 1974, ed è stato rilasciato dai suoi rapitori a S. Donato Milanese il 13 marzo 1974, dietro pagamento di un riscatto di 850.000.000 di lire. Sembra evidente, dopo il ritrovamento di via Giaquinto, che anche il sequestro Baroni è stato perpetrato nell’ambito dell'agguerrita organizzazione mafiosa che è oggetto della presente inchiesta».

Abbiamo voluto riportare per esteso la intera parte della sentenza istruttoria relativa alla identificazione di padre Agostino Coppola quale intermediario principale tra l’«anonima sequestri» capeggiata da Luciano Leggio, perché consente di valutare fino in fondo la tranquillità e la sicurezza con la quale i componenti dell’organizzazione mafiosa dimostravano di agire. Una sicurezza e una tranquillità che lasciano perplessi, specie se confrontati alle strane vicende che, nello stesso periodo di tempo, avevano per protagonisti alti funzionari di Polizia e noti magistrati, e che abbiamo illustrato nei capitoli precedenti.

Sui rapporti esistenti tra don Coppola, Leggio e Giuseppe Pullarà gli inquirenti furono poi in grado di raccogliere una poderosa documentazione, composta soprattutto da assegni passati da l'uno all’altro. Per esempio:

a) assegno da L. 10.000.000 a firma Agostino Coppola e all'ordine del Pullarà, girato per l'incasso da Giuseppe Pullarà e versato il 10 gennaio 1974 sul suo conto corrente;

b) assegno da L. 3. 000.000 a firma Agostino Coppola, datato pure 10 gennaio 1974, pure girato per l’incasso da Giuseppe Pullarà e versato sul suo conto corrente;

c) assegno da L. 10.000.000 a firma Agostino Coppola e all'ordine di Pullarà, girato per l’incasso da Giuseppe Pullarà e versato il 14 gennaio 1974 sul suo conto corrente;

d) assegno da L.8.000.000 a firma Giuseppe Pullarà datato 14 gennaio 1974, intestato a tale Cannavo, ma versato il 14 gennaio 1974 sul conto corrente di padre Coppola presso la Banca Popolare di Palermo;

e) assegno da L.1.750.000 a firma Agostino Coppola, datato 3 aprile 1973, girato pèr l’incasso da Giuseppe Pullarà e versato sul suo conto corrente.

Ma c'è dell’altro: 114 milioni in assegni circolari, richiesti da Giuseppe Pullarà e incassati a Palermo da diverse persone, Giuseppe Mandalari, Vincenzo Di Giorgio, Gaspare Di Trapani, eccetera, che sono risultate tutte strettamente collegate a don Coppola, in un groviglio di società più o meno fittizie.

A questo punto sarebbe necessario ricostruire, attraverso la sentenza di Milano, la vasta attività speculativa ed edilizia creata da Leggio e dai suoi complici nel periodo della sua latitanza, che coincide con quello della creazione e dello sviluppo dell’«anonima sequestri», ma l’argomento ci porterebbe ad esulare dal tema di questa relazione. Basti dire che l'istruttoria ha accertato speculazioni immobiliari ed edilizie per miliardi di lire, attuate attraverso una rete fittissima di complicità e di prestanome che, per quanto si è potuto accertare, coinvolgerebbe decine e decine di parenti e di amici del Leggio e dei suoi principali luogotenenti.

Ma quello che più sbalordisce, occorre ripeterlo, sta nella facilità, nella sicurezza, nella tranquillità con la quale Leggio e soci hanno agito tra il 1970 e il 1974.

Ora sappiamo, infatti, che Luciano Leggio ha trascorso la sua latitanza a Milano, senza nemmeno ricorrere a speciali precauzioni, viaggiando ogni qualvolta l’ha ritenuto necessario, come è documentato dai numerosi viaggi che, in quel periodo, ha compiuto in Sicilia.

La singolare latitanza di Luciano Leggio.

La sentenza di Milano ha definito la latitanza di Leggio «singolare e allarmante»: il che è dir poco, se si considerano gli elementi emersi in proposito nel corso della indagine e che sono stati così esposti dal giudice Turone:

«Fin dal giorno dell’arresto di Leggio Luciano è iniziata da parte della polizia giudiziaria un'attività investigativa volta a ricostruire i movimenti di costui e ad identificare eventuali altre persone da lui frequentate: a tale scopo la polizia giudiziaria ha utilizzato gli album di foto segnaletiche, che sono stati acquisiti agli atti e costituiscono il fascicolo 86. I risultati di questa indagine vengono in considerazione solo in parte, in questa sede, e dovranno formare oggetto, per la parte rimanente, dell'istruttoria stralciò tuttora in corso.

«Viene accertato che il Leggio, prima del suo arresto, frequentava assiduamente taluni pubblici esercizi nei pressi della bottiglieria Pullara, fra cui la trattoria emiliana di viale Umbria 50.

«Dalle deposizioni dei testi Nannini e Ridolfi, esercenti della trattoria emiliana, si desume come tale locale, nel periodo precedente l'arresto di Leggio, si fosse trasformato in un luogo di riunione di pregiudicati di varia estrazione.

«Il Leggio aveva cominciato a frequentare la trattoria nell'estate 1972, introdottovi da tale Arena Vincenzo detto "Ignazio”, pure pregiudicato; in seguito era diventato un chente abituale e vi si recava sempre in compagnia del suddetto e di numerosi altri amici, per i quali pagava le consumazioni: "il conto, a volte salatino, veniva sempre pagato dal Leggio, o sor Antonio, come noi lo conoscevamo”. Che il Leggio avesse una posizione di preminenza e di superiorità nei confronti dei suoi commensali è dimostrato, oltre che dal fatto che egli pagava sempre i conti, anche dall'atteggiamento tenuto dagli amici nei suoi confronti: "Le persone facenti parte del gruppo capeggiato dal Leggio e dall’Arena non mancavano di baciarsi e abbracciarsi nel giungere nell'esercizio, se arrivavano intervallati fra loro; apparivano decisi ma nello stesso tempo riservati, tutti deferenti verso il Leggio”.

«Orbene, è interessante osservare come fra i vari personaggi facenti parte del "gruppo capeggiato dal Leggio e dall’Arena”, i testi Nannini e Ridolfi abbiano riconosciuto i seguenti:

Contorno Giuseppe, che essi però hanno conosciuto sotto il nome di "Pullarà Giuseppe”, lavorante presso la vicina bottiglieria Pullarà;

Quartararo Antonino, accompagnatore abituale di Leggio, di cui si parlerà diffusamele nel corso del presente paragrafo e nel prosieguo della trattazione;

Ugone Giuseppe, visto nella trattoria insieme con il Quartararo;

Guzzardi Francesco, visto talvolta venire alla trattoria per parlare con qualcuno degli avventori, fra cui il Quartararo e forse anche il Leggio;

Ciulla Giuseppe, visto pure pranzare nella trattoria unitamente ad altre persone;

Coppola Agostino, visto due o tre volte insieme con il Leggio fra la fine del 1972 e i primi del 1973;

Coppola Domenico, visto pure all’incirca nello stesso periodo;

Taormina Giuseppe, riconosciuto peraltro solo in via di probabilità;

Taormina Giovanni, visto tre o quattro volte nell’inverno 1973.

«Si deve pertanto ritenere che la trattoria adiacente alla bottiglieria Pullarà fosse un punto di incontro degli aderenti all'associazione per delinquere di cui al presente procedimento. E le circostanze che si sono sopra riferite fanno inoltre ritenere che capo riconosciuto del gruppo fosse Leggio Luciano detto Liggio.

«Va inoltre osservato che il surriferito Arena Vincenzo, indiziato di reato nell'istruttoria in proseguimento, ha dichiarato di conoscere Michele e Francesco Guzzardi, il Ciulla ed il Pullarà Ignazio».

E va aggiunto (pagina 109 della citata sentenza istruttoria) che Luciano Leggio, come hanno testimoniato concordemente i tre lavoranti di una barberia situata in viale Umbria,44, si recava giornalmente a farsi radere in quel negozio, sempre scortato da un paio di guardie del corpo, pagando inoltre il servizio a tutti i suoi amici.

Tutto alla luce del sole, in piena Milano, mentre le «bobine» ballavano, Scaglione veniva assassinato, Mangano preso a revolverate e la Polizia si affannava a cercare il bandito di Corleone all'estero, tramite la Interpol.

Altro che «disfunzioni» e «scarsa cautela»!

La «singolare ed allarmante» latitanza di Luciano Leggio, come la definisce il giudice Turone, è di per sè molto eloquente.

22 - Da Leggio a Salvatore Lima.  

E lo diventa ancora di più quando si tengono presenti gli elementi di prova che, sempre nel corso della istruttoria milanese, sono venuti a collegare Leggio e la sua banda con il mondo della politica e i pubblici poteri.

Si legge infatti (pagina 173 della citata sentenza):

«Nel quadro dell’associazione per delinquere don Agostino Coppola è un personaggio di primo piano, che non a caso risulta tenere personalmente i contatti con la centrale di Milano (Leggio e i suoi luogotenenti Pullarà e Pernice). È lui, fra l'altro, che tiene relazioni di «partito» con ambienti della politica e del sottogoverno. In casa sua è stata infatti sequestrata della documentazione che testimonia di questa funzione svolta dal prete: vi è fra l’altro del carteggio fra lui ed alcuni sottosegretari e segretari di questo o quel Ministro, che mostra come il Coppola, galoppino elettorale di un notissimo e autorevole esponente del potere politico siciliano, sia stato al centro di manovre chentelari».

E ancora (pagina 175):

«I risultati fra l'altro hanno confermato che la mafia riesce a trovare alleanze e compiacenze sia a livello politico, sia ad altri livelli».

Ebbene, il «notissimo e autorevole esponente del potere politico siciliano», come risulta dagli allegati alla sentenza istruttoria, è Salvatore Lima, nato a Palermo il 23 gennaio 1928, dirigente democristiano fin dal 1952, già segretario provinciale della Democrazia cristiana di Palermo dal 1962 al 1963, già sindaco di Palermo per sette anni, eletto deputato nel 1968 nella circoscrizione

di Palermo con 80.387 voti di preferenza, rieletto nel 1972 con 84.775 preferenze, Sottosegretario di Stato alle Finanze con il secondo Governo Andreotti, Sottosegretario di Stato al Bilanciò e programmazione economica nel Governo Moro attualmente dimissionario.

II nome di Salvatore Lima è, unitamente a quello di Gioia e di Ciancimino, uno di quelli che più emerge ogni qualvolta vengono alla luce contatti e collegamenti tra fatti di mafia e potere politico.

; Di Salvatore Lima, per esempio, così si parlava in una sentenza istruttoria su delitti di mafia depositata il 23 giugno 1964 dal Giudice istruttore Cesare Terranova, divenuto poi deputato e componente della Commissione antimafia nel 1972:

«Restando nell'argomento delle relazioni, è certo che Angelo e Salvatore La Barbera, nonostante il primo l'abbia negato, conoscevano l’ex sindaco Salvatore Lima ed erano con lui in rapporti tali da chiedergli favori.

«Basti considerare che Vincenzo D'Accardi, il mafioso del «Capo» ucciso nell’aprile del 1963, non si sarebbe certo rivolto ad Angelo La Barbera per una raccomandazione al sindaco Lima, se non fosse stato sicuro che Angelo o Salvatore La Barbera potevano in qualche modo influire sul Salvatore Lima.

«Del resto, quest’ultimo ha ammesso di avere conosciuto Salvatore La Barbera, pur attribuendo a tale conoscenza carattere puramente superficiale e casuale.

«Gli innegabili contatti dei mafiosi La Barbera con colui che era il primo cittadino di Palermo come pure con persone socialmente qualificate, o che almeno pretendono di esserlo, costituiscono una conferma di quanto si è già brevemente detto sulle infiltrazioni della mafia nei vari settori della vita pubblica».

Ma se don Agostino Coppola, bracciò destro di Leggio, porta a Salvatore Lima, il bandito di Corleone, a sua volta, porta direttamente e personalmente ad altri esponenti del mondo politico ed economico, consentendo così di sollevare il sipario su tutta una catena di collegamenti politici e di episodi che arrivano fino alla scomparsa di Mauro De Mauro e alla tragica fine di Enrico Mattei, presidente dell'ENI.

Tra le carte sequestrate a Leggio al momento del suo arresto, infatti, è stato trovato un taccuino sul quale risultano nomi, indirizzi e numero di telefono particolarmente significativi.

Il nome e il numero telefonico dell’avvocato Dino Canzoneri, per esempio, ex deputato democristiano all'Assemblea regionale siciliana, il quale, come abbiamo già raccontato all'inizio di questa relazione, nella seduta del 23 agosto 1963, nel corso di un acceso dibattito circa l'accusa che gli veniva lanciata di avere avuto a Corleone numerosissimi voti di preferenza grazie a una presunta attività elettorale spiegata da Leggio a suo favore, pubblicamente aveva preso le difese del bandito mafioso, dipingendolo come un perseguitato politico. Ma ben altre scoperte doveva riservare il taccuino di Luciano Leggio. Gli inquirenti vi trovarono infatti segnati i numeri di telefono della Banca Loria di Milano e quello, riservato, del suo direttore, Ugo De Luca.

Richiesto di una spiegazione, Leggio si trincerò in una negativa assoluta, dicendo (pagina 89 della sentenza istruttoria):

«Tutto quello che figura scritto su tale agendina, come anche tutto quello che figura sulla rubrichetta che mi è stata già mostrata, è scritto in un mio codice particolare. Infatti poiché io ero latitante, quando doveva segnare il nome e il numero telefonico di una persona che conoscevo, segnavo tutt'altro nome e tutt’altro numero telefonico, in base al codice mio personale di cui ho parlato. Pertanto, l’appunto in cui si legge la menzione della Banca Loria e del dottor De Luca ha un significato tutt’affatto diverso, che non intendo rivelare...  Sono andato a consultare l’elenco telefonico per rilevare i numeri della Banca Loira, ma sempre con riferimento al mio codice personale. La Banca Loria aveva diversi numeri telefonici, ma io ne annotai solo due, perché solo quei due avevano rilevanza in base al mio codice». Quando gli viene fatto notare che uno dei due numeri della Banca Loria da lui segnati sull'agendina è un numero riservato, che non compare sull’elenco, il Leggio si limita a dire: «L'avrei aggiunto perché mi serviva per completare il mio riferimento»; in altri termini, si tratterebbe di un'altra coincidenza.

«Non sembra il caso di soffermarsi ulteriormente su tale singolarissima tesi, la cui assurdità è di per sè evidente. Rimane ancora un mistero, sia detto fra parentesi, quali rapporti Leggio abbia intrattenuto con il banchiere Ugo De Luca del Banco di Milano ex Banca Loria, il cui numero telefonico, fra l'altro, si trova annotato anche fra le carte sequestrate a casa di Giuseppe Pullarà».

23 - Da Leggio a Graziano Verzotto.

Ma in attesa che la Magistratura approfondisca i rapporti esistiti tra Leggio, la Banca Loria (divenuta nel 1972 Banco di Milano) e Ugo De Luca (le indagini stanno proseguendo, infatti, in questa direzione), una prima spiegazione possiamo fornirla in questa relazione.

La Banca Loria, già del gruppo Sindona (il banchiere accusato, tra l'altro, nel 1967, dall’Interpol statunitense, come probabile intermediario del traffico di droga tra l’Italia e gli Stati Uniti) passò nel febbraio 1972 sotto il controllo di una finanziaria, la GEFI, che ne acquistò il pacchetto di maggioranza.

Del consiglio di amministrazione della GEFI faceva parte, già prima dell'acquisto del pacchetto di maggioranza della Banca Loria, l’avvocato Vito Guarrasi. Due mesi dopo l’operazione, il 28 aprile 1972, del consiglio di amministrazione entrò a fare parte anche il senatore Graziano Verzotto.

Vito Guarrasi,62 anni, appare sulla scena della Sicilia fin dai giorni dello sbarco alleato, avendo fatto parte della Commissione italiana d'armistizio. Da allora, Guarrasi comincia a penetrare nei meccanismi della politica e dell’economia isolana, allacciando rapporti con tutte le forze in gioco e diventando rapidamente la vera «eminenza grigia» di ogni attività siciliana. Lo si ritrova. via via, presidente o consigliere di amministrazione di oltre trenta società tra le più importanti della Sicilia. La sua influenza è determinante dove vi sia odore di zolfo, di petrolio, di arbitraggi vari. Il suo nome è ripetutamente accostato ai più noti capimafia. La sua scheda personale presso la Commissione antimafia è una delle più ricche di citazioni e di riferimenti.

Graziano Verzotto, nato a Santa Giustina in Colle (Padova) nel 1923, comandante partigiano, viene inviato in Sicilia nel 1947 dalla direzione centrale della Democrazia cristiana per riorganizzarvi il partito. La sua carriera è folgorante. Segretario provinciale della DC a Siracusa, capo delle pubbliche relazioni dell'ENI in Sicilia, segretario regionale DC, capo dell’ufficiò regionale programmazione economica, viene messo da Guarrasi, nel 1967, a presiedere l’Ente minerario siciliano (EMS), il più importante dell'Isola, e diventa senatore nel 1968.

Oggi è latitante perché coinvolto nello scandalo Sindona e, in maniera particolare, per la vicenda dei «fondi neri» dell’EMS depositati presso la Banca Loria, diretta da Ugo De Luca. Quella Banca Loria e quel dottor Ugo De Luca, i cui indirizzi e numeri telefonici riservati figuravano sui taccuini di Luciano Leggio e del Pullarà, e che mantenevano col Verzotto legami strettissimi, non solo per via dei «fondi neri» dell'EMS loro affidati, ma anche perché il presidente dell’Ente minerario siciliano faceva parte del consiglio di amministrazione della banca stessa.

Da Luciano Leggio, quindi, alla Banca Loria, e dalla Banca Loria a Guarrasi e Verzotto: due nomi che tornano spesso quando si parla della scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, prelevato davanti alla sua abitazione in via delle Magnolie, a Palermo, la sera del 16 settembre 1970 e mai più ritrovato.

Mauro De Mauro venne rapito, e certamente ucciso, mentre stava conducendo una indagine, per conto del regista Rosi, sulla morte del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, tragicamente morto nell’esplosione del suo aereo la notte del 27 ottobre 1962 al termine di un viaggio in Sicilia e dopo essere decollato dall'aeroporto di Catania.

Nel corso di queste indagini, De Mauro doveva avere scoperto qualche importante particolare che sovvertiva completamente la versione ufficiale fornita sulla morte di Mattei, secondo la quale il presidente dell'ENI era rimasto vittima di un incidente meccanico al velivolo (un bimotore a reazione) e della conseguente esplosione dell'aereo al suolo.

In realtà, l'aereo di Mattei non era esploso a terra, ma in volo. Lo documentano senza possibilità di equivoco tutte le fotografie scattate sul luogo della tragedia. I rottami più grossi del velivolo (fusoliera, motori, parte delle ali) vennero infatti rinvenuti in una buca melmosa, ai piedi di un filare di alberi dal fusto alto e sottile. Ebbene, questi alberi si presentavano, dopo l'incidente, assolutamente integri, anche nei rami e nelle foglie, che non si erano staccate. Il che prova che l'aereo non si schiantò al suolo, perché, in questo caso, la violenta esplosione del velivolo (che pesava alcune tonnellate e portava nei serbatoi, al momento dell’incidente, quattro quintali di carburante) li avrebbe spazzati via, aprendo nel terreno un’ampia voragine.

Da notare che, nei giorni successivi alla tragedia, il filare di alberi venne tagliato e i pochi testimoni che, sul momento, avevano raccontato di avere visto l’aereo esplodere in aria, mutarono la primitiva versione, del resto già riportata dai giornali.

Questi dati di fatto portano quindi a concludere che il velivolo di Enrico Mattei esplose in aria: ed esattamente nel punto in cui, di solito, gli aerei che si apprestano ad atterrare all’aeroporto di MilanoLinate estraggono il carrello.

È quindi senz’altro attendibile la tesi che Enrico Mattei sia rimasto vittima di un attentato, e che l’aereo sia esploso perché sabotato durante l’ultima sosta all'aeroporto di Catania.

Inutile, in questa sede, dilungarci sui possibili moventi dell'attentato. Mattei, con la sua politica, si era creato nemici feroci sia in campo nazionale che internazionale.

Quello che conta è che, se il velivolo fu sabotato, e tutto porta a crederlo, il sabotaggio avvenne all'aeroporto di Catania.

Che cosa aveva scoperto, in proposito, Mauro De Mauro?

Di sicuro qualche particolare di estrema importanza.

La moglie del giornalista scomparso, signora Elda De Mauro, ricorda molto bene che suo marito, nei giorni precedenti al rapimento, si interessava solamente del «caso Mattei» e le aveva anche accennato a precise responsabilità in ordine alla morte del presidente dell'ENI, senza però scendere in particolari.

E sta di fatto che tra le persone avvicinate dal giornalista nel corso delle sue indagini ci furono Vito Guarrasi e Graziano Verzotto.

Questi, inoltre, fu uno degli ultimi a parlare con De Mauro e, dopo la scomparsa del giornalista, si agitò moltissimo, con dichiarazioni e interviste, per avvalorare la tesi che De Mauro fosse stato rapito e soppresso perché stava indagando sul traffico della droga. Tesi inattendibile, non solo perché smentita dalle indagini condotte successivamente al rapimento del giornalista, ma anche perché De Mauro si era interessato di questo argomento anni prima, senza mai subire conseguenze di sorta.

Particolare interessante: nel periodo in cui era segretario regionale della Democrazia cristiana, Graziano Verzotto era stato testimone di nozze di un noto mafioso, Giuseppe Di Cristina, da lui poi assunto alla «Sochimisi» alla vigilia delle elezioni del 1968 che lo portarono al Senato. Altro testimone del Di Cristina, in quella occasione, fu, unitamente a Graziano Verzotto, un altro noto mafioso, Giuseppe Calderoni. Alla cerimonia era presente anche uno dei nomi più famosi dell’«onorata società», Genco Russo.

Ebbene, dopo la scomparsa di De Mauro, con rapporto n.551230 IR. G. del 21 febbraio 1970, il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Palermo denunciò Giuseppe Calderone, in relazione al rapimento del gior| nalista, sotto l’accusa di associazione a delinquere di tipo mafioso, sequestro di persona, omicidio e soppressione di cadavere. Con il Calderone vennero denunciati altri mafiosi, tra i quali quel Natale Rimi che diventerà poi protagonista del clamoroso «caso» da noi illustrato nelle pagine precedenti, e che provocherà l'intervento della Commissione antimafia, portando alla «scoperta» della «ballata delle bobine» e dei suoi legami con Italo Jalongo, a suo volta uomo di fiducia di Frank Coppola, zio di don Agostino Coppola, il quale, come abbiamo documentato, faceva da «esattore» all’«anonima sequestri» di Luciano Leggio.

Per cui il cerchio si chiude: e da Leggio si torna a Leggio attraverso la Banca Loria, Graziano Verzotto, Giuseppe Calderone, Natale Rimi, Italo Jalongo, Frank Coppola e don Agostino Coppola, passando sui cadaveri di Enrico Mattei e Mauro De Mauro.

25 - Da Leggio a Vito Guarrasi.

Tutte coincidenze?

Può darsi. Ma sta di fatto che da Leggio si torna a Leggio, passando sempre sui cadaveri di Mattei e di De Mauro, anche attraverso Vito Guarrasi.

Sorvoliamo sui rapporti tra Mattei e Guarrasi, divenuti tesissimi alla vigilia della morte del presidente dell’ENI, e soffermiamoci invece sui rapporti di stretta amicizia esistenti tra l’avvocato Guarrasi e un noto commercialista di Palermo, Antonino Buttafuoco, detto «Nino».

Legami di assoluta, reciproca fiducia. Tanto è vero che, per esempio, nel 1964, allorché una congiunta del Guarrasi, la signora Ugoni, si diede alla latitanza perché ricercata dai Carabinieri avendo pugnalato la nurse svizzera, fu Nino Buttafuoco a ospitarla e nasconderla. La signora Ugoni, per inciso, era figlia del barone Ciuppa, di Sant’Agata di Militello, luogo d'origine del Capo della polizia, Vicari (vedi, per quest'ultimo particolare, la citata testimonianza del colonnello Milillo alla Commissione antimafia in data 26 giugno 1969).

Nino Buttafuoco balza alla cronaca dopo la scomparsa di De Mauro. I due si conoscevano, dato che De Mauro aveva aiutato il genero del commercialista ad iniziare la professione di giornalista.

Sta di fatto che, pochi giorni dopo la scomparsa del marito, il Buttafuoco si mise in contatto con la signora Elda De Mauro, facendole capire di essere in grado di aiutarla nella ricerca del marito e specificando: «Le porterò notizie, non idee».

Elda De Mauro comunicò agli inquirenti il contenuto di quel primo incontro con Nino Buttafuoco: venne così munita dalla Polizia di una piccola trasmittente, da tenere celata sotto gli abiti, collegata ad una ricevente sistemata su una vettura parcheggiata nel raggio di alcune centinaia di metri.

Esistono così negli archivi dell'Antimafia (documento 810) le trascrizioni dei colloqui svoltisi tra la signora De Mauro e il Buttafuoco in tre incontri successivi nella casa del commercialista il 4,6 e 7 ottobre 1970. All’ultimo incontro partecipò anche il fratello del giornalista, professor Tullio De Mauro.

Si tratta di 52 pagine di trascrizioni che non è possibile qui riportare, ma la cui sostanza è facilmente riassumibile.

Durante quei colloqui, infatti, Nino Buttafuoco, anziché «portare notizie», fece di tutto, sia pure ricorrendo a mille astuzie dialettiche, per sapere dalla signora De Mauro che cosa fosse a sua conoscenza sulle indagini che il marito aveva compiuto sulla morte di Mattei. Non solo: tentò anche di convincere la signora De Mauro a recarsi ripetutamente in Questura per informarsi circa l'andamento delle ricerche in corso e riferire poi a lui, Buttafuoco, gli elementi in possesso degli inquirenti.

Tanto è vero che l'ultimo incontro terminò con un violento alterco tra il Buttafuoco e il professor Tullio De Mauro. Questi, infatti, essendosi reso conto dello strano comportamento del commercialista, Io affrontò risolutamente chiedendogli una spiegazione che però non gli venne data.

Nino Buttafuoco venne poi arrestato e tenuto in carcere alcuni mesi, ma nessuno riuscì a tirargli fuori una sola parola e fu, alla fine, rilasciato.

Ma restano valide alcune domande:

1) per quali motivi e per conto di chi, Nino Buttafuoco cercò di sapere se la signora De Mauro era a conoscenza, nei particolari, dei risultati delle ricerche compiute da suo marito sulla morie di Mattei?

2) per quali motivi e per conto di chi, Nino Buttafuoco cercò di strumentalizzare la signora De Mauro per informarsi sullo stato delle indagini riguardo la scomparsa del giornalista?

Davvero una figura enigmatica, questo Nino Buttafuoco, così strettamente legato a Vito Guarrasi: specie se si tiene presente che, durante la permanenza di Luciano Leggio nella clinica romana «Villa Margherita», si recò ripetutamente a fare visita al bandito ivi ricoverato: una quindicina di volte, documentate da precise testimonianze rese dal personale della clinica.

Così il cerchio si chiude una seconda volta: e da Leggio si torna a Leggio attraverso la Banca Loria, Vito Guarrasi e Nino Buttafuoco, passando ancora sui cadaveri di Enrico Mattei e Mauro De Mauro.

Conclusioni

Termina così questa relazione su mafia, politica e poteri pubblici attraverso le vicende collegate a Luciano Leggio: una relazione che non può certo portare a conclusioni ottimistiche.

Luciano Leggio, attualmente in carcere sotto pesanti imputazioni relative all’«anonima sequestri» e già colpito da una condanna all’ergastolo passata in giudicato, resta tuttavia un pericolo pubblico che, da un giorno all’altro, può tornare a far parlare di sé.

Nessuno si stupisca, infatti, se prima o poi tornerà libero.

La galera non gli ha tolto  né la fredda alterigia,  né la sprezzante sicurezza. I componenti della Commissione antimafia che si recarono nelle carceri di Parma per interrogarlo ricordano bene la sua breve apparizione: «Io non dico niente. Non risponderò alle vostre domande. Voi vi fate gli affari vostri e io mi faccio i miei». E se ne tornò in cella.

La verità è che Luciano Leggio sa troppe cose, e sa che troppi personaggi di primo piano della politica e dei poteri pubblici hanno tutto l’interesse a intervenire in suo aiuto. Sa anche di non correre alcun pericolo. Non morirà come Pisciotta. Da qualche parte, di sicuro, esiste un suo memoriale che lo mette al riparo da qualunque brutta sorpresa.

L’unica conclusione che si può trarre riguarda la lotta contro la mafia.

La criminalità organizzata di tipo mafioso è un fenomeno che dilaga e impone la sua volontà solo e in quanto trova complicità e protezione a livello politico e negli organi dello Stato. Complicità e protezione che ripaga trasformandosi, quando le venga richiesto, in «bracciò secolare» di questo o di quel gruppo politico.

Ciò che si vede, che si intravede e si intuisce attraverso le vicende collegate a Luciano Leggio ne offre la clamorosa conferma.

Si illude, quindi, chi pensa che la mafia possa essere affrontata, o colpita e distrutta con leggi eccezionali o con Corpi speciali.

La lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso è, prima di tutto, un fatto di volontà politica, di serietà, di indipendenza da ogni pressione di qualunque genere da parte dei poteri pubblici. Discorso difficile in un'Italia come quella attuale, dove i confini tra mafia e politica non sembrano più esistere.

Scendendo al particolare, sarà bene però aggiungere che la lotta alla mafia è anche una questione di tempestiva e intelligente applicazione delle leggi, di organizzazione, di collaborazione tra i poteri dello Stato.

Ci riferiamo alle misure di prevenzione, assolutamente inadeguate e superate; alle leggi fiscali che possono tagliare le gambe all'organizzazione mafiosa, colpendo rapidamente e inesorabilmente i patrimoni frutto di attività criminali; alla collaborazione tra i corpi di Polizia, che non esiste, e che deve essere ottenuta a qualunque costo, perché l’esistenza di compartimenti stagni tra Carabinieri, Polizia e Guardia di finanza serve solo ad aggravare la situazione.

È anche indispensabile, a nostro avviso, che le istruttorie e i giudizi sui fatti di mafia vengano sottratti alle competenze territoriali e affidati a poche sezioni speciali, queste sì, della Magistratura.

La lotta alla mafia è anche un fatto di specializzazione, di conoscenza dei legami, delle complicità, dei retroterra organizzativi, degli intricati rapporti familiari ed economici tra mafioso e mafioso. Specie adesso che la mafia è dilagata in tutto il territorio dello Stato, trasformandosi e modificandosi con ritmo sempre più accelerato e dando vita a nuove forme di criminalità organizzata, è assurdo continuare a rispettare il meccanismo delle competenze territoriali: la istruttoria e la trattazione dei fatti di mafia caso per caso non può che limitare l'azione della giustizia e favorire le cosche criminali.

L'ultima conclusione che ci sentiamo in dovere di esporre consiste nella necessità di dare vita al più presto ad una «Commissione parlamentare permanente contro la criminalità organizzata».

L'esperienza che deriva dall'attività della Commissione antimafia, che ha testà chiuso i suoi lavori, non è infatti del tutto negativa. Benché limitata dalla legge istitutiva del 20 dicembre 1962 ad indagare esclusivamente sul «fenomeno della mafia in Sicilia», anche quando il fenomeno mafioso aveva ormai travalicato i confini isolani per estendersi all'intero Paese, l’Antimafia ha svolto un lavoro imponente, raccogliendo una documentazione certamente unica e sviscerando la complessa materia in ogni direzione: anche se è mancata poi la volontà politica della maggioranza di utilizzare il materiale raccolto per incidere il più profondamente possibile nel fenomeno criminale.

È anche certo che l’Antimafia (sia pure, ripetiamo, con tutte le carenze e le limitazioni imposte dalla legge istitutiva) ha svolto una funzione di deterrente, di cui l'opinione pubblica non ha avvertito il peso, ma che si è certamente tradotta in una maggiore cautela da parte di tutti coloro che si trovano più o meno implicati in ogni ambiente, a lutti i livelli, nell'organizzazione mafiosa.

Sotto questo aspetto, la sparizione della Commissione antimafia segna un grosso punto a vantaggio della criminalità mafiosa e di tutte le forze, comprese quelle politiche, che le sono complici.

È quindi necessaria la sostituzione di una nuova Commissione parlamentare, in grado di affrontare il fenomeno estendendo i suoi compiti istituzionali nel quadro di una lotta permanente ad una criminalità organizzata, di stampo mafioso o meno, che non accenna ad affievolire la sua virulenza ma che, al contrario, è destinata, stante il continuo ammodernamento dei metodi e dei settori di attività, ad assumere forme sempre più pericolose per l’intera collettività nazionale.

Questa «Commissione parlamentare permanente contro la criminalità organizzata» dovrebbe:

1) indagare tempestivamente su tutti i fenomeni di criminalità organizzata sull'intero territorio nazionale;

2) disporre dell’eccezionale archivio raccolto in tredici anni di attività dalla disciolta Commissione antimafia, anche per fornire alle forze dell'ordine e alla Magistratura tutta la documentazione necessaria nella lotta contro una delinquenza organizzata che ha i suoi punti di forza in legami e complicità estesi a tutto il Paese;

3) contribuire ad un più efficace coordinamento delle iniziative atte a individuare e colpire il fenomeno, stante la persistente esistenza di compartimenti stagni tra i diversi corpi di Polizia e le diverse giurisdizioni in cui opera la Magistratura;

4) proporre tempestivamente al Parlamento le leggi e i provvedimenti che si rivelassero necessari nella lotta contro la criminalità organizzata.

L’attività della Commissione dovrebbe essere pubblica: la mafia la si combatte anche sollevando davanti agli occhi di tutti i cittadini i veli che coprono i volti e i nomi dei suoi affiliati e dei suoi complici.


















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