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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO QUARANTESIMOQUARTO

VOL. V. DELLA SERIE DECIMAQUINTA

ROMA

PRESSO ALESSANDRO BEFANI

VIA CELSA, 8

presso la Piazza del Gesù

1893

II.

COSE ITALIANE

6. Lavori della Camera dei deputati; ispezione sulle Banche.

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Luglio 2016



[pag. 238]

6. Il lavoro della Camera de’ deputati fino al 22 decembre (in cui cominciò il riposo natalizio e si estenderà al 25 gennaio) si assomma in questi fatti: approvazione della maggior parte de’ bilanci, conversione in legge de’ decreti e catenacci pubblicati nel passato novembre, proroga dell’esercizio provvisorio fino al mese di febbraio inclusiva- mente (non essendosi ancora rivisti i conti delle finanze e del tesoro), e finalmente la facoltà alle Banche di emissione di emetter biglietti fino a tutto marzo.

Ma quanto alla questione delle Banche, la cosa è da narrare più ampiamente. Il 20 fu alla Camera una tornata tempestosa per le accuse mosse, in ispecie dal Colaianni, contro le Banche. Le accuse erano gravi 'e forti. Si trattava di riscontri mensili non eseguiti, di indebita creazione di biglietti, di cifre false, di conti inesatti e peggio, in somma d’un Panama italiano, di cui l’Unità Cattolica del 23 decembre reca un sunto. Propose quindi un’ inchiesta parlamentare su tutte le Banche.

Il Ministero la vide brutta. Ma sorsero opportunamente i due precedenti Ministri, il Crispi e il Rudinì che, invocando il sentimento patriottico, scosso dalla rivelazione di qualche probabile scandalo, tesero un velo pietoso. E il Presidente del Consiglio annunziò allora, per soddisfare in qualche maniera le giuste dimando dell’on. Colaianni, che istituirebbe un’ispezione speciale su tutte le Banche. E così potè ottenere la maggioranza. E il 31 decembre la Gazzetta Ufficiale pubblicava subito il decreto relativo, così concepito:

«Art. 1.° Sarà eseguita una ispezione straordinaria sugli istituti di emissione per accertare: la creazione, l’emissione e il ritiro dei biglietti; la quantità dei biglietti in circolazione e di quelli di scorta; la consistenza delle riserve metalliche; lo stato dei portafogli; l’entità e la natura degli impieghi diretti, delle sofferenze, delle immobilizzazioni e di qualunque altra operazione, e tutte le altre circostanze di fatto, le quali valgano a stabilire la condizione di ciascun istituto. — Art. 2.° È dato l’incarico della detta ispezione ai seguenti funzionarii: Comm. Gaspare Finali, senatore del regno, presidente di sezione della Corte dei conti, presidente — Comm. Luigi Orsini, ragioniere generale dello Stato — Comm. Giacomo Regaldi, direttore generale del Demanio — Comm. Enrico Martuscelli, segretario generale della Corte dei conti — Comm. Gaetano Durandi, ispettore generale del ministero del tesoro — Comm. Gioacchino Busca, intendente di finanza a Torino. — Art. 3.° Il presidente dirige i lavori di ispezione e designa quale dei detti funzionarii debba ispezionare ciascuno degli istituti. — Art. 4.° L’ispezione dovrà essere terminata entro il mese di febbraio del 1893.»

II.

COSE ITALIANE

1. Primo frutto dell’ispezione delle Banche: scoperta di disordini gravissimi alla Banca Romana. — 2. Unione di varie Banche e scioglimento della Romana. — 3. Arresto de’ Commendatori Tanlongo, Lazzaroni e Monzilli. — 4. Accusa contro il deputato De Zerbi e arresto del suo intermediario, l’Avv Bellucci Sessa. — 5. Furto al Banco di Napoli, fuga e arresto del Comm Cuciniello. — 6. Riapertura della Camera: voto di fiducia; malumori. — 7. Eccidio di contadini a Caltavuturo in Sicilia.

[pag. 496]

1. La denunzia di gravi magagne nelle Banche, fatta dal deputato Colaianni alla Camera il 20 decembre passato, e l’ispezione giudiziaria immediatamente seguitane per ordine del Ministero, furono il principio d’una scoperta di gravissimi, imbrogli, frodi e dilapidazioni in quell’istituto medesimo; imbrogli, frodi e dilapidazioni non d’oggi e di ieri solamente, ma di anni ed anni, le quali vennero pietosamente coperti, con colpa o no è inutile dirlo.

Basta sapere che fin dal 1889 si fé una ispezione dal Sen. Alvisi col Comm. Biagini per ordine del Miceli, ma con niun effetto quanto al rimediare al male; finché (non si sa per qual forza maggiore) la grave piaga morale venne a suppurazione. E gli uomini appartenenti alla società di coloro che vennero a «restituire l’ordine morale» a Roma, si son trovati colle mani, affondate nel morbido. Non che questo sia il minor delitto da quelli commesso, ma è delitto, cui, non pur noi cattolici, ma i liberali altresì riconoscono e aborrono, almeno quando viene scoperto.

Riportammo già nel quaderno 1022 del 21 gennaio, a pag. 238, il decreto della Gazzetta Ufficiale del 31 decembre sull’ispezione ordinata riguardo agl’istituti di emissione, i quali sono la Banca Nazionale, il Banco di Napoli, la Banca Nazionale Toscana, il Banco di Sicilia, la Banca Toscana di Credito e la Banca Romana.

Fin dal 18 gennaio il Comm. Finali, Presidente della Commissione, fe’ una relazione sommaria al Ministero dell’interno; relazione che già accertava gravi inconvenienti nella Banca Romana. Trattavasi nullameno che di circa 65 milioni di biglietti che fraudolentemente circolavano in Italia. Nè qui era tutto. Il testo della dimanda fatta dal Procuratore del Re al Parlamento, il 31 gennaio, per procedere contro il deputato De Zerbi, come vedremo, ci fornisce un documento autentico del primo frutto dell’ispezione, ed è bene riferire.

«Il 18 gennaio 1893, veniva comunicato all’autorità giudiziaria un rapporto della Commissione incaricata dell’ispezione delle Banche di emissione, contenente denunzia di gravi irregolarità verificatesi nella gestione della Banca Romana, riflettenti l’eccesso di circolazione dei biglietti dissimulati nelle situazioni decadarie, la diminuzione della consistenza di cassa, e la creazione di conti correnti apparentemente fittizi per la considerevole somma di 28 milioni aperti allo scoperto in breve periodo di tempo e nella imminenza della ispezione governativa. Per questi fatti delittuosi l’autorità giudiziaria iniziava regolare procedimento per i delitti di peculato e di falso in atto pubblico ed ordinava l’arresto del governatore della Banca, Comm. Tanlongo Bernardo e del cassiere, Comm. Lazzaroni Cesare. Nell’interrogatorio a cui fu sottoposto il Comm. Tanlongo il 24 gennaio, a spiegare la creazione di conti correnti per somme così ingenti ed in così breve periodo di tempo, allegava di aver dovuto ricorrere a queste operazioni fittizie per coprire certe passività che non figuravano regolarmente iscritte nei libri della Banca; e fra queste passività accennava a somme di qualche rilievo spese a scopo di pubblicità e per rendere la pubblica opinione favorevole alla plurità delle Banche. In seguito alle operatesi perquisizioni vennero poi sequestrati specialmente presso il cassiere Cesare Lazzaroni appunti diversi e note scritte di suo pugno o di carattere del Governatore, nei quali sono segnati pagamenti fatti in epoche diverse, come spese fatte per la nuova legge, le quali dalle spiegazioni date dagli imputati risultarono appunto riferirsi alla legge per la proroga del privilegio della emissione dei biglietti di Banca, approvata il 20 giugno 1881, che avendo resa possibile i abolizione quasi totale della riscontrata, fatta poi con successivo regio decreto, favoriva la Banca Romana. Fra le persone che più frequentemente sono indicate in questi appunti l’onorevole Rocco De Zerbi deputato al Parlamento italiano, figura di aver ricevuto in diversi anni dal 1888 al 1891, una somma considerevole che, salvo più esatta liquidazione, oltrepassa, a quanto appare fin d’ora, le quattrocento mila lire (L. 400,000). Alcuni documenti sequestrati sembrerebbero accennare anche ad una relazione assai diretta fra questi pagamenti e la discussione della legge, che aveva luogo in Parlamento. Il Commendator Tanlongo non contesta di aver fatto questi pagamenti all’onorevole Rocco De Zerbi, e ne attribuisce la causa a rimborsi per spese di stampa e di viaggi incontrate dall’onorevole suddetto per preparare favorevolmente l’opinione pubblica. Invece il cassiere, Commendator Lazzaroni, il quale pure avrebbe presenziato ad alcuni sborsi di somme, fatte anche col mezzo di persona intermediaria all’onorevole De Zerbi, dichiara di aver ragione di ritenere, che esse siano state date coi né compenso per avere favorito in Parlamento le ragioni e gli interessi della Banca.»

— Da questo documento, meglio che da qualsiasi nostra narrazione, ognuno è in grado di farsi una chiara idea di questi gravissimi fatti, resi più gravi ancora da quel che essi suppongono, cioè una complicità che qual vasta rete deve abbracciare e coloro che avrebbero dovuto invigilare alle Banche, verificando e riscontrando, e coloro (personaggi grandi e piccoli, e più i grandi che i piccoli) in benefìzio dei quali s’erogò il denaro e coloro che forse per proprio vantaggio furono conniventi. Le pubbliche effemeridi parlano di deputati e Ministri che ebbero mano nel losco affare; ma prima di registrare i nomi nella storia, aspettiamo che risplenda la luce della certezza. Ma tal luce forse non mai spunterà, tornando conto a chi ne ha in mano la chiave, rimanere nel buio.

Chi volesse saperne qualcosa di più, legga alcune note nel n.° del 24 gennaio del nuovo e valoroso foglio torinese l’Italia Reale sotto il titolo «Francesco Crispi e Cornelio Herz, nonché altre consimili del 2 febbraio, come pure alcune lettere pubblicate dal Corriere di Napoli del 23 gennaio e inserite nella Voce della Verità del 4 febbraio, lettere riguardanti l’inchiesta fatta dall’Alvisi nel 1889 e che fu messa in tacere.

2. Il primo rimedio a tanto male fu lo scioglimento della Banca romana e l’unione della Banca nazionale con i due Istituti toscani d’emissione in una nuova Banca, detta Banca d'Italia. Il 18 a sera venne stipulato l’accordo con i capi de’ diversi Istituti. La Banca d Italia avrà 300 milioni di capitale, de’ quali 210 interamente versati. Crediamo inutile per la storia politica qui riferire il modo di questa unione. L’istesso giorno si venne allo scioglimento della Banca romana, succedendo a questa la Banca nazionale (o la nuova Banca per essa), assumendone i crediti e i debiti, assegnando agli azionisti L. 450 per azione, invece delle 1000 che valevano alla fine del 1892.

3. Minute perquisizioni furono fatte, tanto presso il Governatore della Banca Romana il Comm. Tanlongo, quanto presso il cassiere di quella il Comm. Cesare Lazzaroni; e dopo ciò si venne dall’autorità giudiziaria all’arresto d’ambedue.

Il Comm. Lazzaroni fu immantinente tradotto, il 20 gennaio, al carcere Regina Codi. Il Tanlongo, malato di gotta, fu guardato in casa per alcuni giorni, finché, il 24, tra una folla numerosa, che crudelmente gridava Abbasso i ladri, fu trasportato anch’egli a Regina Coeli. Il processo intentato contro ambedue è così formulato: «Per sottrazione di somme in danno della Banca Romana ed eventualmente dello Stato per la garanzia dei biglietti fiduciarii; sottrazione commessa col mezzo di falso in scrittura e con fraudolente emissione dei biglietti di scorta.» Prima d’arrestare il Tanlongo però, oltre la difficoltà della malattia, fu d’uopo superarne un’altra, la quale a dir vero, non par tanto onorifica all’on. Giolitti, Presidente de’ Ministri. Il Tanlongo cioè era da poco stato nominato Senatore.

Come poteva dunque essere arrestato senza l’autorità del Senato? Interrogato all’uopo il Presidente del Senato rispose non esservi ostacolo alcuno all’arresto del Commendatore, poiché la sua nomina a Senatore non era ancora stata convalidata dal Senato stesso, a cui appartiene secondo lo Statuto, dichiarare del valore de’ titoli, su cui si fonda il decreto reale di nomina. E dire che il Tanlongo aveva già prestato giuramento nella seduta reale!

Il terzo arrestato fu un altro Commendatore della Corona d’Italia, il Sig. Monzilli. La sera del 27, mentre egli pacificamente cenava colla famiglia, ebbe dal delegato Rinaldi il mandato d’arresto, e fu subito trasportato, prima alla Questura e poi al menzionato carcere di Regina Codi. Il Monzilli era uno de’ capi subalterni nel Ministero d’Industria e Commercio. L’accusa contro di lui riguarda l’ispezione della Banca eseguita nel 1889 e peculiarmente gli si attribuisce una falsa relazione fatta all’on. Miceli sullo stato della medesima. — Il 4 febbraio venne arrestato anche un altro Commendatore, nipote del Cassiere sopra menzionato, il giovane Michele Lazzaroni.

4. Colla data del 31 gennaio, come vedemmo nel documento già mentovato, il Procuratore del Re dimandò facoltà al Presidente della Camera di procedere contro il deputato De Zerbi, accusato d’avere avuto mano nelle frodi della Banca Romana, facoltà che fu dalla Camera concessa. Il De Zerbi è stato finora in fama d’integerrimo personaggio. E uno de’ più vecchi deputati ed eccellente oratore; come scrittore s’illustrò nella direzione del Piccolo di Napoli. Mentre scriviamo queste linee, il De Zerbi non è stato ancor catturato. È stato però già arrestato il suo intermediario de’ loschi affari, l’Aw. Bellucci-Sessa, e condotto anch’egli tra i lodati Commendatori alle carceri di Regina Coeli.

5. Più grossa è la faccenda del Banco di Napoli. Ciò è il mancamento di 2 milioni e 450 mila lire scoperto al Banco di Napoli (sede di Roma), mancamento accompagnato dalla fuga del Direttore stesso, un altro Commendatore, Vincenzo Cuciniello. La notizia di tal fuga cominciò a spargersi il 17 a sera in Roma, e fino ai 22, per ricercar che si facesse, la dimora del Cuciniello era a tutti un mistero.

Chi diceva esser fuggito a Napoli, chi in Egitto e chi perfino in Grecia. Finalmente il 22 a sera fu colto in Via Gregoriana, in casa della signora Carolina Hadin-Marchese, presso cui s’era rifuggiate quella sera, coll’intento, a quanto pare, di fuggir quanto prima da Roma. Ma il Cuciniello non sembrava più a prima vista il noto Commendatore in marsina e cravatta; poiché fu sorpreso co’ baffi rasi e travestito di tutto punto da prete, credendo quell’abito il più acconcio a passar per galantuomo.

Nell’atto d’esser preso dal delegato raccontano che facesse atto di bere un veleno da una boccettina che seco avea, la quale però s’era prima per avventura vuotata. Prima del Cuciniello era stato arrestato il cassiere d’Alessandro, e altri ancora che non monta registrare. Nè a Roma solamente, ma a Firenze altresì e altrove.

6. Erano già accaduti in gran parte gli scandali da noi narrati, e diffusa già la voce che oltre gli arrestati, altri ancora, non esclusi Ministri e deputati, avessero le mani lorde di questo fango; quando il 25 gennaio riaprissi nuovamente il Parlamento.

Un cumulo d’interrogazioni e interpellanze furono sporte al Presidente della Camera sulla grave faccenda delle Banche e il Di Rudinì fra i primi insisteva che oltre l'inchiesta giudiziaria già cominciata, che doveva colpire i rei, si facesse altresì un’inchiesta parlamentare che, procedendo parallelamente alla giudiziaria, colpisse d’infamia coloro che del denaro pubblico e del loro grado si fossero abusato a scopi politici.

Il Presidente del Consiglio, l’on. Giolitti, si oppose a tutto potere a tale inchiesta, come s’era opposto fin dal 20 decembre, affinché, diceva, non si gitti il discredito sulla giustizia e sul Ministero, né si metta in sommovimento tutta la nazione e le gare de’ partiti politici non intralcino l’azione della magistratura. E fu sì fermo e irremovibile, che nella tornata del 28, dalla domanda del Bovio che voleva l’inchiesta fe’ dipendente il suo portafoglio ministeriale, facendone una questione di fiducia. E, opponendosi al Bovio, propose di rinviare a tre mesi la proposizione di lui.

Tra 428 deputati presenti, 274 furono pel Ministero e 154 contrarii. Il che fu per il Giolitti un nuovo trionfo.

Fu vera gloria? E difficile dire.

Altri afferma che, se in tutto ciò si nota una certa abilità in salvare il proprio posto, par che si voglia dall’altra parte abbuiare la faccenda. Il resto degli avvenimenti forse spanderà più luce su di essa. La frase più amara per i Presidenti del Consiglio, presenti e passati, detta dal Tanlongo, è stata «aver lui dato cospicue somme ai diversi Presidenti del Consiglio per occorrenze straordinarie di governo.» Il Di Rudini nella tornata del 2 febbraio voleva assolutamente un’inchiesta per sé; cui il Giolitti, dolcemente pregandolo, indusse a ritirare. Il Crispi, assente dalla Camera, si contentò. con una letterina riprovare e respingere l’accusa medesima.

7. Tra il municipio di Caltavuturo, nella provincia di Palermo, e alcuni contadini erano sorti dissidii riguardo a certe terre, di cui gli officiali del municipio, a detta de’ contadini, avrebbero usurpato il possesso. Tali dissidii scoppiarono il 20 gennaio in una battaglia tra i soldati e i contadini.

Il Gibus, effemeride palermitana, così narra il fatto.

«Quello che fece grande impressione fu l’usurpazione fatta da un impiegato comunale, certo Oddo, in contrada Stazzone, di uno spezzone di terra che congiunge la strada nazionale alla estremità superiore del paese, limitando, anzi impedendo così il libero transito ai passanti. La mattina del giorno 20 poi, il nominato Oddo da alcuni villici faceva rompere altre terre in detta contrada. Fu questa la causa di tanto eccidio. In un baleno si unirono tutti i popolani che, armati di zappa, si recarono in contrada Sant’Antonio per zappare quelle terre. Intimoriti dall’intervento della forza, sospesero il lavoro e uniti si recarono al municipio per reclamare la divisione delle terre comunali. Essendo assente il sindaco, si fece al balcone un impiegato il quale, per allontanare i dimostranti, li consigliò a ritornare al lavoro. Però nella via Vittorio Emanuele, la folla trovò il passo ingombro di soldati, carabinieri e guardie municipali, che si opposero al passaggio. Resistendo la folla, il brigadiere ordinò l’assalto alla baionetta, ferendone molti. Inaspriti i contadini, agitarono in aria le zappe per intimorire la forza, e fu allora che il tenente diede il comando del fuoco. I soldati esaurirono la provvista delle cartucce e poi fecero una rapida ritirata lasciando per terra dodici morti, quindici gravemente feriti e molti altri leggermente. Tra i feriti si notano alcuni bambini, dei quali uno riportò sette ferite di baionetta. Un vecchio mendicante fu colpito da una palla che lo rese all’istante cadavere.»

Così quel giornale di Palermo.

II.

COSE ITALIANE

1. Orribile assassinio in Sicilia. — 2. La grossa faccenda delle Banche italiane. — 3. Il Bonghi allontanato dalla Corte. — 4. La cosi detta esposizione finanziaria del Ministro Grimaldi. — 5. Sfiducia universale.

[pag. 615]

1. Il giorno 1° di febbraio fu commesso in Sicilia un atroce assassinio. Emanuele Notarbartolo, Marchese di S. Giovanni e Senatore del regno, era atteso a Palermo la sera del primo febbraio, dovendo tornare da una scorsa ch’egli aveva fatta ne’ suoi possedimenti nel territorio di Cerda. Ma ogni attendere fu vano. 11 Notarbartolo era stato atrocemente ucciso entro la carrozza del treno, mentre questo correva rapidamente presso Termini, e il cadavere era stato gittato lungo la linea. Nel posto della carrozza di prima classe occupato dal Notarbartolo non si trovò che un lago di sangue. Il cadavere fu poi rinvenuto presso la stazione di S. Nicola, allo sbocco d’un traforo, crivellato da 25 colpi di pugnale. La lotta tra l’infelice Marchese e gli assassini dovette esser accanita, poiché si vide rotta la reticella ove si depongono le valige e il cadavere aveva le mani ancora irrigidite in atto di suprema difesa. L’ucciso contava 57 anni di età; era stato sindaco di Palermo e per molti anni direttore del Banco di Sicilia. Or, qual fu la causa di tanto delitto? Una corrispondenza palermitana del 7 febbraio all’Unità Cattolica, facendosi eco di quel che si dice comunemente in Palermo, così narra: «Non ho voluto dire di quest’atroce misfatto; chè sin dalle prime notizie, pel modo come fa consumato, tenni non trattarsi di volgari, ma d’illustri malfattori. Il malfattore volgare non istudia il colpo, apposta la vittima alla macchia, l’uccide con una o due fucilate e via per la campagna. Questo del Notarbartolo, invece, fu studiato e ponderato bene, e non da gente volgare, ma pensante; d’onde il movente non può e non dee tenersi una vendetta comune d’individuo ch’abbia patito torto dal Notarbartolo; ma, direi così, una salvaguardia, un paracadute di gente, che avrebbe potuto temere da lui qualche rivelazione grave e pericolosa. Questa è la voce pubblica e della famiglia eziandio; la quale, interrogata se l’affare del Banco potesse avervi relazione, rispose affermativamente. E l’afferma il Gibus (2-3 febbraio), scrivendo che la famiglia ritiene che l’assassinio sia avvenuto a causa di possibili scandali sul Banco di Sicilia, che avrebbero potuto nascere in seguito all’inchiesta. Il Commendatore Notarbartolo sapeva molte e molte persone avere interesse che egli serbasse il silenzio. E il Gibus, in questa dolorosa contingenza, ha davvero interpretato la pubblica opinione.» Così la morte del Reinach in Francia per gl’imbrogli della società del Panama avrebbe un riscontro in Italia nella non meno infelice fine del Notarbartolo per le dilapidazioni bancarie.

2. La grossa faccenda delle Banche tiene ancor sospesi e agitati in Italia gli animi di tutti, mentre si sta preparando l’istruttoria del processo agl’imputati. Nè mancano pietosi episodii di coloro che si vedono danneggiati e minati. Il giornale La Patria narra di varie persone che recaronsi dal giudice istruttore Capriolo per sapere se i depositi fatti al cassiere Lazzaroni erano sicuri, e udironsi rispondere che nulla poteva dirsi, fino a che l’istruttoria non fosse finita, c Sono rovinata, diceva fra i singhiozzi una vecchierella; tutta la mia sostanza era di 30 mila lire, che avevo affidata al Lazzaroni. Ora tutto è perduto e dovrò morire all’ospedale !» Corrono da per tutto voci ohe uomini politici abbiano pescato nelle Banche. Le effemeridi di questi giorni ne sono piene, e a raccoglier tutte le confessioni ci vorrebbe un libro. Ci basterà darne un piccol cenno. Già anche il commissario per la vigilanza degl’istituti d’emissione, il Cav. Zammarano, ha avuto l’intimazione del redde rationem. S’è detto altresì che alla Camera fu dimandato di procedere non solo contro il De Zerbi, ma contro altri ancora. In una pubblicazione sulla questione delle Banche è uscito di questi giorni uno specchietto, riguardante una circolazione fraudolenta di carta moneta della Banca nazionale, specchietto riportato dalla Voce della Verità del 9 e dice così: «a) A favore degl’Istituti torinesi, voluta dal Governo, milioni 30. b) Partecipazione consentita alla provincia di Cagliari, voluta dal Governo, milioni 7. c) Biglietti della Banca romana immobilizzati per volere del Governo, milioni 6. d) Biglietti della Banca romana in cassa liberi, non presentabili al cambio per volontà del Governo, milioni 9.» Pare inoltre, al dire della Corrispondenza Verde, che un altissimo personaggio abbia pagato la somma di oltre due milioni per far ricattare alcune grosse cambiali politiche giacenti presso la Banca Romana e qualche altro Banco. E ciò basti per un cenno.

3. Il Bonghi è caduto in disgrazia della Corte, non essendo stato invitato al ballo al Quirinale, ed essendogli ricusato l’intervenire al solito circolo della Regina. Per chi non solleva le sue mire più in alto, è certo una gran disgrazia. Ma, quo mimine laeso, il traduttore di Platone è stato così castigato? Eccetto le cose segrete, che non è lecito sapersi dai profani, una delle cause, dicono, essere stato un articolo, forse poco riverente al Re, pubblicato nella Nuova Antologia, intitolato «L’ufficio del Principe in uno Stato libero». Povero Bonghi! Nella stessa Antologia aveva scritto una lettera insolente contro il Papa et nihil ei accidit triste, anzi andò per le bocche di tutti. Pensò di scrivere anche qualche cosa sul Re, ma più moderatamente, con più riguardi, credendo forse di accattare con ciò lodi maggiori. Ma fè male i conti; poiché se i due personaggi sono intangibili egualmente per legge, l’applicazione di essa non è uguale. Oltreacciò egli pubblicò nel Matin di Parigi un articolo in cui parlava, troppo più liberamente che a monarchico non si conviene, contro la Triplice Alleanza, il Ministro Giolitti e le cose italiane, non risparmiando neppure il giovane Imperator di Germania. E si dice che gli sdegni di questo potente alleato furono, più che altro, la causa dell’esilio del Bonghi dal Quirinale; anzi 8’ è trattato altresì d’ escluderlo dal Consiglio di Stato.

4. Il giorno 11 il Ministro Grimaldi fè alla Camera la così detta esposizione finanziaria. Annunziò che l’anno prossimo futuro si chiuderà col pareggio tra il dare e l’avere. Spingendosi poi nell’avvenire predisse che si avranno sempre maggiori spese inevitabili: nell’anno 1894-1895 quattordici milioni incirca di più; nell’anno 1895-1896 circa ventinove milioni; nell’anno 1896-1897 circa trenta milioni; e finalmente all’aurora del nuovo secolo, cioè 1900-1901 circa settanta milioni. Il Grimaldi si presentò alla Camera, per far detta esposizione, con un pacco di carte stampate che leggeva rapidissimamente, una dopo l’altra, per tre ore continue. Per breve tempo i deputati l’ascoltarono, ma quindi annoiatissimi, quasi tutti uscirono dall’aula. Quanto al merito del bilancio Grimaldiano, molti credono che il pareggio annunciato non sia che sulla carta, ovvero tìnto, essendo stato rimandato ad altro tempo il pagamento di parecchi debiti; come si scorge ancora dall’aumento inevitabile di spese addossato agli anni futuri e a chi fia dove il Grimaldi.

5. Il grave affare della mala amministrazione delle Banche, e più le dilapidazioni e le frodi, gl’impegni presi colle alleanze, il venir meno, colla guerra alla Chiesa, d’ogni alto scopo, hanno gittato presso tutti la sfiducia negli uomini della Rivoluzione. Odasi come la Nuova Antologia, per citare una sola testimonianza grave e non sospetta, parla delle cose italiane all’ora presente, nel fascicolo del 19 febbraio a pag. 719. «Non giova davvero farsi nessuna illusione. Il paese si sente stanco, sfiduciato, incerto del domani, mal governato. Aspira ad essere tratto su vigorosamente dalle miserie che lo tormentano; evoca la memoria dei grandi uomini che fecero l’Italia e li rimpiange (quasi che cotestoro non l’avessero fatta con certi mezzi che il Cavour ebbe a nominar «balossade», se si adoperassero nella vita privata) e s’irrita della mediocrità che tutto oggi domina e avvolge. Basta fermarsi a discorrere con chicchessia per le vie o per le piazze, nei pubblici ritrovi della gente a modo, per udire le più aperte lagnanze. La sfiducia penetra anche in coloro che furono per lo passato reputati ottimisti. Il parlamentarismo è in sospetto di non essere più in grado di dare al popolo un Governo savio, illuminato, onesto. Non è facile in condizioni simili rimanere alla direzione della cosa pubblica; e per l’onorevole Giolitti, dopo gli strascichi delle elezioni, la tegola della Banca Romana e il conflitto col Senato aperto sempre, è più difficile che per un altro.» Tanto per la storia del presente. Ci sia lecito solo osservare tali conseguenze non essere riuscite nuove a chi sta fermo ai principii cristiani, e secondo questi giudica degli avvenimenti storici e politici. A noi cattolici non fa punto meraviglia che gli uomini colgano adesso i frutti descritti; poiché si aspettano indarno i limoni dalle querce.

II.

COSE ITALIANE

3. Ancora l’affare delle Banche.

[pag. 757]

3. Il Presidente del Consiglio, interrogato nella tornata del 4 dal Merzario, sulla procedura giudiziaria negli affari delle Banche; rispose che prima del 15 marzo sarà presentato alla Camera l’esito dell’ispezione, e che la luce si farà piena e perfetta. E così sia. Intanto è un fatto che tutti si mostrano impensieriti e niuno è tranquillo.

La Gazzetta di Napoli del 24-25 febbraio dice:

«Il proverbio del lupo non mangia lupo si ripete ora insistentemente tra i sorrisi maligni e l’equivoco ammiccar dell’occhio. È lo scetticismo che così s’infiltra nel cuor del popolo. La giustizia diventa una vecchia e screditata deità.» Così quella gazzetta.

Il Paese di Napoli (e la Voce della Verità lo riportò il 2 marzo) narra questo fatto e dice che è stato ripetuto molte volte da Rocco de Zerbi alla sua famiglia e allo scrittore del Paese.

«Era il giorno nel quale si votava per appello nominale la proposta d’inchiesta parlamentare. Il ministero non credeva di ottenere la grande maggioranza che poi ebbe. Un membro del Governo chiamò De Zerbi, e parlò con lui presso il banco presidenziale. Gli disse a bruciapelo: Tu hai preso mezzo milione dalla Banca Romana? L’altro scherzando, rispose: Magari! Dove sta il mezzo milione? Dammelo, ne ho bisogno! Non scherzare, disse l’interlocutore con aria seria, non scherzare. Vi sono gravi indizi contro di te. Vi è la domanda di autorizzazione. De Zerbi allora pregò, che prima di presentare alla Camera la domanda di autorizzazione, si fossero fatte molte indagini, che non si fosse esposto il nome suo ad una gogna infame, senza prima aver raccolto indizi seri ed informazioni precise.

Disse che si sentiva innocente, e che perciò pregava il Governo di non dare un passo senza aver prima accertato la verità delle cose, poiché il suo annunzio fatto alla Camera equivaleva a pubblica condanna. E l’altro di rimando: Hai un mezzo per salvarti. Vota per il Governo. Accomoderemo tutto. Io ne parlerò a Giolitti. E continuò così a fargli la proposta di passare nel campo ministeriale. E nel discorso, tratto tratto, cercava di strappar di bocca a quel disgraziato, commosso al triste annunzio, qualche parola che potesse aver l’aria di una confessione, o che potesse produrre la responsabilità di personalità politiche autorevoli, amiche di Rocco de Zerbi. Questi comprese il tranello che gli si era teso, e disse risoluto che, essendo innocente, avrebbe continuato a votare con l’Opposizione. Così fece e sottoscrisse la sentenza di morte. La domanda fu presentata. Gli altri quattro votarono e votano ancora per il ministero, e per loro non vi fu né vi sarà processo.»

Così l’Avv. Riccio nel Paese.



































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