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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

DUE PAROLE SULLE COSE DI SICILIA

DI ORAZIO DE ATTELLIS

MARCHESE DI  S. ANGELO

NAPOLI

Presso GIOVANNI DE BONIS

Largo della Carità a Toledo, nun. 9 e 10

(Ottobre 182o)

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Si è molto e con ragione gridato contro la capitolazione del cutter Racer. Ma perchè fu fatta? Dovea o né potea o né il gen, Florestano, Pepe, sottoscriverla? Vediamolo. Le di lui giustificazioni mi smentiranno? Tanto meglio per l'onor patrio, Con decreto dei o luglio ultimo il re creò in Napoli una Giunta provvisoria. Egli promise di consultarla in tutti gli atti del governo, e di pubblicarli di accordo con lei. I ministri ch'ella avesse voce semplicemente consultiva. Ma interprete della nazione la Giunta sostenne che consultar tutto con lei e nulla pubblicare senza il di lei accordo, abbracciava la de liberazione e la esecuzione. Non prima de 19 agosto S. A. R. sciolse il dubbio prescrivendo di dover i ministri deliberar con la Giunta delle cose gravi, prima che queste fosser presentate alla sua risoluzione ().

A 13 luglio il re prestò il giuramento per la osservanza della costituzione spagnuola. Giuraron del pari tutti i pubblici uffiziali si civili che militari. I soli impiegati siciliani vi si ricusarono per delicatezza verso la di loro patria. Napoli era per essi un paese straniero. Nel di loro numero il giornale costituzionale del 20 luglio ci fe conoscere il principe del Cassero, il cappellano maggiore, il principe di Niscemi, il principe di Sciara, il marchese di Spacca forno, il marchese di Castellentini, i contro ammiragli Staiti e Lucchesi, il conte Giacinto Grifeo e Leopoldo Grifeo de principi di Partanna, i capitani di vascello Staiti, Barone, Balzamo, Blasi ec., tacendo gli altri notabili siciliani stabiliti in Napoli in eminenti cariche di corte, nel supremo consiglio di cancelleria, nello stato maggior generale, nella guardia reale ec. Il giornale esclamò: «Era soggetto di dolore per tutti il vedere che i siciliani dimoranti tra noi esitassero di prestare giuramento alla costituzione spagnuola quasichè avvisassero potersi scindere in due la grande famiglia dello stato».

A' 9 luglio si ebbe qui notizia della rivolta di Palermo, tutta opera, come avverte l'esimio Gabriele Pepe deputato al parlamento, della nobiltà palermitana. La nostra ex Giunta provvisoria di governo non ha potuto trattenersi dal confessare che poco mancò che l'annunzio della ribellione di Palermo non turbasse la calma di Napoli, e che i racconti esagerati de' cattivi trattamenti fatti a napolitani inspirarono in alcuni il desiderio delle rappresaglie, e molta vociferazione del popolo facea temere la vendetta ().

Fu appunto il timor di questa vendetta che a 2o luglio determinò finalmente i siciliani dimoranti in Napoli. Il governo che non avesse pensato a deporli dalle gelose cariche da essi occupate, come individui che con la maschera di nazionali le avean carpite, mentre col rifiuto del giuramento avean sconfessato di non riconoscer altra patria che la Sicilia, ?u sollecito a tributar loro altissimi elogi pel giuramento lor suggerito da niun altro sentimento che dalla paura, o per dir meglio dal prudente disegno di favorire presso il governo di Napoli la rivolta della Sicilia, onde facilitarne il distacco dal regno cisforano per voltarci poi le spalle e girsene a consumare in casa loro i tesori a noi scroccati.

Il Capri, carico di paterni proclami, fu spedito a Palermo. In risposta una deputazione palermitana, con insolenti instruzioni si presentò in Napoli, ove si ebbe la debolezza di farle buona accoglienza. Udite le di lei pretese, le fu dapprima saggiamente risposto che il popolo di Palermo, onde mettersi in caso di poter esporre le sue ragioni ed i suoi bisogni, dovea preliminarmente restituire i nostri soldati prigionieri e ritornar sotto la regia autorità. I deputati, facendo sperare l'adesione. di Palermo a cotesti preliminari, dimandarono ed ottennero di ritornare alcuni tra essi in quella città rimanendo qui gli altri (). Eran que sti ultimi al certo necessari per concertare in Napoli co' loro compatriotti di alto affare gli ulteriori mezzi e per la separazione della Sicilia da noi.  

Ritornarono di fatti gli altri in Napoli nello stato: medesimo, dice l'ex Giunta, in cui eran da prima o qui venuti; e soggiunge «La indipendenza della Sicilia era la dimanda de loro committenti, per impetrar la quale negoziavano in Napoli e guerreggiavano in Sicilia. Lo stato dell'isola diveniva ogni giorno peggiore; l'anarchia era divenuta quasi generale nelle valli di Palermo e di Caltanissetta;le scorrerie del palermitani infestavano tutti gli altri paesi dell'isola, e minacciavano Catania e Messina. ()»

A 24 agosto la Giunta risolse doversi rimandar via i deputati di Palermo, e spedirsi colà un corpo di armata sotto il comando di un general napolitano. Ma que deputati, per mezzo di alcuni altri siciliani dimoranti in Napoli (), feron preintendere esser facile il ravvedimento della loro città col farsi alla stessa sperare la indipendenza del proprio parlamento. La Giunta credè non dover rinunziare a questo mezzo. Quindi, autorizzata da S. A. R, fe' in tendere a deputati che se i loro voti fossero uniformi: a que del rimanente dell'isola, il governo non si sarebbe ad essi opposto, sempre però con la condizione di dover la città restituire i nostri prigionieri, e e ritornare alla obbedienza del re. Ecco la origine, della vituperevole capitolazione indi avvenuta.

Il tenente generale Florestano Pepe fu nominato capo di una spedizione militare in Sicilia non ostante che i deputati si mostrassero, al dir della Giunta, soddisfatti della cennata introduzione alle trattative di pace. Costoro implorarono però di nuovo, e di nuovo ottennero la permissione di spedire una parte di loro in Sicilia rimanendo qui gli altri, ed assicurarono che i palermitani avrebbero rispettosamente impetrato da S. M. quello che qui erasi lor fatto intendere come possibile (). Non si era capito che la possibilità, di cui trattavasi, era una bestemmia contro la costituzione giurata.

Qui fu consultato il ministro degli affari interni. Da lui furon proposte, e furon di accordo con la Giunta risolute le istruzioni che dovean servir di norma al general Pepe; cioè, se Palermo si fosse ricusata alle ragionevoli condizioni impostele, si fosse adoperata la forza, che se le avesse accettate, non si fossero usati mezzi di rigore, fra quali le commissioni militari; che in tal caso neppur si fossero se i beni posseduti da palermitani nel resto dell'isola; che nel caso medesimo si fosse necessariamente accordata un'amnistia rimanendo in facoltà del generale lo accordarla quando avess'egli dovuto valersi della forza; che per assicurarsi se il voto della città di Palermo fosse o nò uniforme a quello del resto dell'isola, il generale col luogotenente del regno, lo avesse raccolto nel modo il più si curo e pronto, dandone conto a S. A. R. per le sue ulteriori determinazioni; e finalmente che il gen. Pepe sarebbe stato l'unico organo di tutte le negoziazioni, dovendo i deputati di Palermo unicamente a lui indirizzarsi ().

Dopo il 21 settembre ebbe luogo innanzi Termini un congresso tra il gen. Pepe ed il Principe di Villa franca capo de'  ribelli. Le di costni dimande dilatorie ebbero fortuna. Qual ne fu il risultato? I palermitani, ben alieni dall'eseguire le prime condizioni, presentarono decisamente al gen. Pepe la formale dimanda della indipendenza, sottoscritta da procuratori di 2oo comuni, cioè della maggior parte dell'isola in comuni ed in popolazione.

A siffatta dimanda essi unirono, redatte in iscritto, quelle proposizioni ch'eransi fatte dall'ex Giunta in Napoli a lor deputati. Eccone il tenore che noi ab biamo estratto dalla gazzetta di Genova del 4 ottobre num. 8o.

«Manifesto della Giunta provvisoria di Palermo del dì 12 settembre 182o = La suprema Giunta provvisoria di governo (di Palermo ), verificatosi il ritorno in questa capitale del sigg. conte di S. Marco, duca Cumia, D. Mercurio Tortorici, e D. Carmelo Fulgo, parte dei componenti la deputazione spedita per trattare della sacra causa della nazionale indipendenza col governo di Napoli, si dà la giusta premura di far noto al pubblico il risultato della conferenza avuta con quei ministri circa le dimande per mezzo della suddetta,deputazione avanzate, e le osservazioni rimesse col 22: console D. Mercurio Tortorici.

«La indipendenza di Sicilia, allorché sarà con,indirizzo regolare implorata da S. M. dalla città di Palermo e da altri comuni, quando addimostrassero il voto della maggior parte dei siciliani, verrà con real decreto della prelodata M. S. costantemente accordata. Si è però nello stesso tempo dichiarato che S, M, non può alterare la forma della successione del trono di Sicilia e la forza del trattato europeo circa la legittimità della dinastia, e oi quindi il re provvederà alla sua rappresentanza Sicilia.

«Si è promesso che la Sicilia, avrà un parlamento a sé, e fruirà di tutti i risultati che scaturiscono dalla costituzione spagnuola che la nazione siciliana va ad abbracciare.

«Si è ancora proposto che per dare maggiore guarentia alla libertà e costituzione delle due nazioni, si adottassero taluni stabilimenti circa il mantenimento della real corte, circa il corpo diplomatico ed i mezzi della difesa dell'una e dell'altra nazione.

«Esige però S. M. che sia tantosto ristabilita la tranquillità pubblica e che si rispettino le disposizioni di un governo provvisorio che S. M. sarà di comun piacere.

«Esige inoltre il rispetto alle leggi, la perfetta organizzazione di una guardia di pubblica sicurezza, se delle pruove di maggiore generosità verso i prigionieri napolitani.

«S. M pubblicherà coevamente alla indipendenza una generale amnistia per le passate vicende, ed allora succederà il ritorno del principe di Belmonte e compagnia.

L'ex Giunta di Napoli, nel suo ultimo Manifesto al parlamento nazionale ha negato di aver mai fatto menzione di sottoscrizioni di comuni nelle risposte scritte da deputati in Palermo pubblicate, ed ha sostenuto che il governo aveva riserbata a sé questa dilicata indagine, dietro le notizie che avrebbe avuto dal generale comandante e dal luogotenente del regno di Sicilia (), Dal canto suo il gen. Pepe ri levò la illegalità di quel voto de 2oo comuni rappresentati in Palermo da uomini ivi raccolti.

Ha finalmente l'ex Giunta confessato che l'ultima risposta da lei data al gen. Pepe, dietro la determinazione del 28 settembre la sera, fu che «quando da Palermo avess'egli partecipato essersi quella città restituita alla obbedienza del re, si sarebbe determinato il modo onde conoscere la volontà generale della Sicilia ().

Questa confessione forma il processo dell'ex Giunta, senza formar, come vedremo, la difesa del gen. Pepe . Quando da Palermo ec. Ciò volea dire che in qualunque tempo ed in qualunque circostanza fosse riuscito al gen. Pepe di scrivere una lettera da Palermo, e Palermo fosse ritornata alla obbedienza del re, allora, sarebbesi esplorato il voto della Sicilia per un parlamento suo proprio; e dir che si sarebbe esplorato il voto, era lo stesso che concedere il parlamento se la maggior parte dell'isola lo avesse desiderato. E chi era la Giunta provvisoria di Napoli per far simili concessioni?

In conseguenza di tutto ciò il ten. gen. Fardella per la parte di Napoli si recò a 5 ottobre sul cutter inglese il Racer per trattare una convenzione col principe di Paternò per la parte di Palermo; ed a 5 fu tra costui ed il tenente general Pepe la convenzione conchiusa sul cutter medesimo. L'indomani 6, occupati i forti, il gen. Pepe entrò con tutte le sue truppe in Palermo. Con questa convenzione fu con cesso a ribelli tutto ciò che essi avean chiesto per mezzo del loro deputati in Napoli, cioè, che la maggioranza de voti dei siciliani legalmente convocati decider dovesse della unità o della separazione del la rappresentanza nazionale del regno delle due Sicilie per mezzo di un deputato da eleggersi da ciascun comune, rimanendo a S. A. R. il decidere, ove que deputati dovrebbonsi riunire. Alle nostre truppe si accordò la cessione de forti e delle batterie, la restituzione de ’ prigionieri, il rialzamento delle armi ed effigie del re.

Simil convenzione che io definisco infame attentato alla pace ed all'onor nazionale, a chi sarà imputabile? Del re, persona sacra, inviolabile e non risponsabile, non oso far parola, né la di lui lealtà dev'essere oscurata dagli errori o dalla perfidia altrui. Dell'ex Giunta e del ministro che seco agiva di concerto ho detto abbastanza. Dirò dunque soltanto che il Gen. Pepe, violando le istruzioni ricevute solo nella parte che concerneva il necessario concorso del luogotenente generale del regno in Sicilia nelle sue politiche operazioni, le ha nel rimanente eseguite appuntino. Ma sosterrò 1.º che non dovea eseguirle; 2.º che non fu mai nella necessità urgente di eseguirle.

I

Non dovea eseguirle

Il general Pepe, avea giurata la costituzione di Spagna, dovea dunque averla letta, e dovea sapere che non può il potere esecutivo permettersi lo smembramento del regno (). Dividere il regno in due regni non sarebbe lecito al parlamento medesimo che ha giurata la intangibilità delle basi fondamentali della costituzione. E in questi termini conceputo il man dato di ciascun de'  suoi membri; mandato che non, potrebbe violarsi senza misfatto di lesa nazione. L'unità del regno era decretata in Vienna, dall'Europa, e non dovea, il gen. Pepe ignorare che attaccar la volontà dell'Europa non era lo stesso che attaccar Palermo. Avvezzo al servigio militare del decennio e, del quinquennio, cioè alla passività del soldato schiavo, non ha egli capito i doveri del soldato cittadino. Il re comanda le armate di terra e di mare (); ma i se il re ha delegato il suo comando ad un generale, costui solo sarà risponsabile di ogni attentato al patto sociale, ed alla sicurezza ed all'onore del proprio i paese. Il re dichiara la guerra e fa e rattifica la pace, con darne indi ragguaglio documentato al parlamento (). Perchè questo ragguaglio documentato? Appunto per vedersi se la dichiarazione di guerra fu giusta ed utile, e se la pace fu legale ed onorevole. Il comandante in capo di una truppa costituzionale non potea avvalersi di facoltà che non si avea il diritto di conferirgli. Egli non potea seguire instruzioni che manifestamente lo riduceano a servir di cieco strumento alla distruzione dello statuto politico del regno, ed a concitar contro la propria nazione il disprezzo e la vendetta delle nazioni. La disciplina militare vuol che il soldato di ogni grado ubbidisca ciecamente agli ordini superiori. Ma se tutto ha un confine in questo mondo, dovrà averlo anche la subordinazione militare. Se mi si comanda di uccider mio padre, di bruciar la reggia, di assalire il parlamento, di aprir le porte al nemico, la mia obbedienza sarebbe un misfatto esecrabile. Vi è anche una differenza tra la subordinazione del soldato subalterno verso il suo superiore, e quella di un comandante in capo verso il suo governo. Il primo non dee bilanciare nella esecuzione pronta di ogni comando puramente militare, né  dee ricercarne l'oggetto. L'altro dee saper accoppiare alle cognizioni belliche quelle della politica e della diplomazia, e conciliare i suoi doveri militari con le convenienze di stato. In niun caso egli rivolgerà le armi contro la propria causa, cioè contro la nazione medesima, di cui egli è membro. Nelle monarchie assolute le instruzioni del go verno sono sovrane, ed il capo di un'armata in casi ben rari può legittimamente discostarsene. Ma nelle monarchie costituzionali la sovranità è del popolo, e non può un cittadino attaccarla col pretesto della militar disciplina, e della obbedienza cieca ad ordini liberticidi, a que’ cioè che degradino la nazione e la i 4 espongano alle persecuzioni dell'estero. Ciò che può sembrare virtù militare in un sistema politico, è spesso alto tradimento nell'altro. Ecco perchè richieggonsi vaste cognizioni nel duce di un esercito. Il gen. Pepe, se avea queste cognizioni, è reo di stato; se non le avea, lasci la spada e prenda il breviario. Egli conosceva l'ex Giunta, le di cui tre quarte parti eran composte da forensi, da un vescovo, da un negoziante.…

A 5 ottobre, giorno in cui fu sottoscritta la inconcepibile convenzione, egli sapea che quel collegio avea cessato di esistere sin da 30 del mese precedente, e che il parlamento nazionale, ove pur sedea la maggior parte del deputati della Sicilia medesima da lui autorizzata a votare per un parlamento indipendente, era già in pieno esercizio delle sue sovrane funzioni. Un generale, cui fosse mancata la fermezza di urtar di fronte le istruzioni della cessata Giunta e del governo, ma meno irresoluto e più cittadino di Pepe, avrebbe destramente ritardata la convenzione coi ribelli onde aver tempo di far giugnere ai l'orecchio del parlamento, la notizia della sua vera posizione politico militare, e delle assurde instruzioni da lui ricevute da esseri che abituati a servir padroni, non padri, non poteano non riguardar la costituzione come un romanzo, ed un'armata di cittadini come un gregge di pecore. Il general Pepe riguardò l'onore e la prosperità del suo, paese come un patrimonio esclusivo della corona, ed ubbidì alla Giunta…

II

Non fu mai nella necessità urgente di eseguirle

>Nel circostanziato ragguaglio di tutte le operazioni delle nostre truppe in Sicilia dal 24 settembre al giorno 6 ottobre, in cui entrarono in Palermo, ragguaglio inserito nel giornale costituzionale del 13 ottobre, ed il di cui linguaggio non può attribuirsi che al gen. Pepe, leggonsi queste parole:

«In tutte le sue operazioni il gen. Pepe ha ascoltato unicamente la voce dell'umanità; egli ha pre so ferito i mezzi della riconciliazione, nel momento stesso in cui avrebbe potuto in pochi giorni ridurre quella infelice città (Palermo) ad un mucchio di cenere»......

Se questa non è una rodomontata, quale non ci è lecito supporre, si dee credere che la umiliantissima nostra capitolazione co' ribelli di Palermo fu tutta gratuita. L'or citato ragguaglio non è che un quadro di continuate vittorie, ed il panegirico della truppa. Al dir di Pepe, questa non perdè altri combattenti che un capitano morto per le ferite, 55 soldati morti, e 14 uffiziali e 16 i soldati feriti. Al dir di Pepe, egli avea la forza d'incenerire una città di 2oo mila abitanti nel momento stesso in cui capitolò. Se ciò è vero, il suo processo è fatto. S'è falso; se le sue forze erano insufficienti, perchè affrettar la marcia per portarsi a ricever leggi da ribelli sul cutter-Racer? Eravi altronde bisogno della bandiera inglese per legittimare una capitolazione vergognosa? Credè egli forse 16, indifferente una operazione, da cui potean risultare all'Inghilterra de' pretesti per immischiarsi negli affari di Napoli e di Sicilia?

La notizia, vera o falsa, de mali minacciati a' nostri prigionieri in Palermo, non giustifica il sacri zio dell'onor nazionale, della sicurezza del regno verso l'estero, della unione de due regni, della in divisibilità del nostro parlamento. Le violenze che si pratichino su prigionieri contro il diritto delle genti, autorizzano la rappresaglia, il foco, il fil di spada, non mai la viltà. Dovea affacciarsi alla immaginazione di quel generale il quadro luttuoso del mali enormi che inevitabilmente sarebbero risultati dalla divisione de due regni, sotto il multiplice rapporto politico, militare, finanziero, diplomatico e commerciale.

Basti così. Lascio a chi legge un più luminoso giudizio sulla condotta di Pepe e del governo, e sulla nostra vera posizione politica del momento. Se la nostra gloria nazionale non dee risultare che dalle due capitolazioni co' Vardarelli di Puglia, e col Conciarioti di Palermo, noi ci crederemo il primo popolo de due emisferi..... Felicemente siede nel nostro parlamento un altro Pepe, un Pepe sannita.… e son sannita anch'io.







Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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