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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

OSSERVAZIONI SULLA RIFORMADELLE FINANZE

E SUI MEZZI DI PROMUOVERE LA PUBBLICA ISTRUZIONE, L’AGRICOLTURA, LE ARTI, ED IL COMMERCIO

di E. S.

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA FRANCESE

1820

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AL PARLAMENTO NAZIONALE

Egli era dovere, onorevoli Deputati, di ogni buon cittadino di aiutarvi con tutù i suoi mezzi nell’alta e difficile impresa di riformare le nostre leggi, e le nostre istituzioni: ma Voi animati da vivo entusiasmo pel ben comune, avete con pubblico e solenne invito rammentato questo sacro dovere. Quindi io, che per adempiervi in parte meditava sulla riforma delle finanze, mi sono affrettato di pubblicar le mie idee su tal importantissimo oggetto, onde corrispondere il meglio che per me si potè a alle vostre generose premure. Io non presumo già di dirvi cose nuove e peregrine; ma tali però che non saranno mai abbastanza ripetute fino a che non si vedran per opera vostra rimarginate le profonde piaghe dello Stato. Può soltanto menarci a questo scopo de’ nostri desiderj un ben regolato sistema finanzierò. Da esso dipende principalmente la prosperità nazionale; poiché, al dir del celebre Tracy, esso solo abbraccia tutte le parli della scienza sociale. Si, certamente, avendo la patria bisogno di infiniti miglioramenti, in' ogni ramo di interna economia, non potrà eseguirsene alcuno, se prima Voi non porrete un termine a tutte le spese inutili, da cui era si trova aggravata ed oppressa. Se dunque fondar bramate sopra solide basi la nostra felicità, occupatevi incessantemente della riforma delle finanze....

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INTRODUZIONE

Quando si volge lo sguardo alla barbarie de’ tempi andati, l’animo rifugge dal considerare l’enorme abuso, che ri ò fatto delle fortune sì pubbliche che private in quell'epoca di tenebre, e di lutto. Allorché il torrente de’ barbari sboccato dalle foreste del Settentrione allagò tutta l’Europa, si perdè di vista ogni principio di pubblico bene.

Quegli uomini feroci, senza leggi, e senza costumi, usurpavano la maggior parte del frutto de’ sudori de’ contadini, mentre essi alternavano la loro vita tra l’ozio, e la guerra. Quindi nell’atto che da loro niuna cura si prendea dell’agricoltura, delle arti, e del commerciar, gl’infelici abitanti lungi dai. potere accumular capitali per farli prosperare, avevano appena di che nutrirsi.

Da ciò l’aumento progressivo della spopolazione, della miseria, e della barbarie. Questo stato desolante dell’Europa peggiorò sempreppiù, allorché occupata iuteramente da’ barbari, se ne divisero le Provincie fra i capi, e si organizzò il sistema feudale. I Baroni divenuti assoluti signori delle. terre, ne abbandonarono la coltura ai servi, e questi che non per essi, ma per altri le solcavano senza la molla del proprio interessò, non giugnevano mai a promuover vi tutta la fecondità, di cui erano dalla natura fornite mali infiniti, che produsse fino al termine del secolo passato il mostro della feudalità, si aggiunsero quelli cagionati dallo spiritò di superstizióne che invase tutta l’Europa in quei tempi d'ignoranza, e di errore.

Introdotti, e moltiplicati i monaci, cominciarono ad acquistar proprietà, e ben, presto divennero ricchi e potenti a spese de’ creduli devoti. I preti secolari furono anch’essi a vicenda ricchi proprietarj.

Sursero finalmente infiniti luoghi pii; onde quasi tutte le terre caddero, in potere dei Baroni, e delle così dette mani morte. Quindi gli scarsi prodotti di esse, tranne il meschino mantenimento de’ coloni venivano impiegati o a sostenerle guerre, chftsifaeevanoi grandi, o ad alimentare il loro ozio non che quello de' preti a é de' frati; o finalmente a costruire sontuosi Castelli, e magnifiche Chiese, e Conventi.

Le strade interne, i ponti, i canali ed ogni altro genere di opere pubbliche, non si curava affatto. Le arti, e le manifatture erano neglette, come il commercio, e l’agricoltura. Se tutto l’oro, che si è così stoltamente dissipato in tanti secoli di barbarie, si fosse in vece impiegato ad opere pubbliche, a qual grado di prosperità non si sarebbe egli giunto!

La terra sarebbe divenuta un giardino immenso abbellita da comodi, è felici abitatori!

Il nostro Regno poi oltre di essere stato una delle principali vittime della feudalità; e della superstizione, ad infiniti altri mali è andato soggetto; Divenuto a cagione del suo clima felice e della fecondità del suolo il desiderio di varie potenze di Europa, è stato la preda' or di questa, or di quella. Quindi ci oppresse un lungo Governo Viceregnale, perché i Viceré d’altro non si occuparono, che di estorquere tributi sotto specie di donativi, ed a riserva di alcune opere pubbliche lasciateci per nulla badarono all’agricoltura, alle arti, ed al commercia Dalla venuta di Carlo III incominciò a risorgere l’infelice vostro paese.

Ne’ primi anni del governo del nostro Re, si stabili una cattedra di commercio, e di economia pubblica, e le lesero, e le scienze fecero de’ progressi, Ma sopraggiunta la più ostinata, e. sanguinosa guerra,che siasi fatta in Europa, queste disgraziate contrade non. tardarono ad esservi avvolte; onde per molti anni sono state soggette ad immolare al Dio della guerra uomini, e danaro. Quanti. milioni non si sono dissipati da noi nelle ultime guerre!

Pare impossibile, che siesi potuto estrarre tant’oro da un regno si limitato. I bisogni ognor crescenti della guerra fecero aumentare i tributi, Onde quei capitali, che ne’ primi anni del Governo del nostro Sovrano cominciarono a formarsi per l’industria, sprofondarono in quella orribile, voragine. A. questi bisogni si aggiunsero quelli di una più regolare ed esatta amministrazione della giustizia, reclamata da’ lumi del. secolo, onde si aumentò il numero, ed il soldo de’ Magistrati: avvenne lo stesso dell’amministrazione civile, dell’Istruzione Pubblica e di ogni ogni altro ramo d’interna economia.

Si conobbe la mancanza delle' strade, e si cominciò aceetruirne; quindi negli ultimi tre lustri, mentre si è fatta la guerra, o se ne sono saldate le spese, molte, cose utili hanno avuto principio. Ma per sostener tanti esiti, i tributi sono aumentati la segno, che se non diminuiranno, la nazione cadrà certamente in un irreparabile fallimento.

Nella Capitale non si conosce lo stato infelice del regno. Quivi lo splendore della corte, il lusso de’ grandi,che circondano il trono, il sito incantevole, l’amenissimo clima, l’apparente abbondanza delle pubbliche piazze, i teatri, ì passeggi, ed ogni altro genere di piaceri sono un denso velo, che nasconde agli occhi de’ governi la miseria delle provincie. Ivi solamente pub vedersene il lagrimevole quadro; e solo negli affumicati tugurii del misero contadino, e nella dissestata economia de’ proprietarj oppressi dalle gravezze de’ tributi, si può osservare la vera situazione delle cose.

Ma grazie alla Costituzione ottenuta, i nostri mali cesseranno. Le dilapidazioni dell’erario pubblico più non avran luogo. Non dovrà più un ministro venale o ambizioso fissare le rendite e le spese dello stato; ma è questa principale attribuzione del Parlamento, che porterà in sì importante oggetto le vedute della più grande economia, misurando le risorse, e gli effettivi bisogni dello stato.

Immenso, incalcolabile è il vantaggio che deriva da questa facoltà del Parlamento. Oltre che le spese saran limitate al puro necessario per lo governo del regno, si promuoverà efficacemente la pubblica istruzione, e non mancheranno gli incoraggiamenti opportuni per la prosperità dell’agricoltura, del commercio e delle arti. Avendo avuto finora i Sovrani la facoltà di accrescere a lor talento i tributi e farne l’uso, che ad essi tornava di grado, o che da malvaggi ministri lor veniva consigliato, acquistavano sempre più mezzi di opprimere, e di ammiserire il popolo, con immischiarsi in guerre, e leghe ruinose, ingiuste, e sempre fatali alla nazione. Ma ora per fortuna loro, e de’ cittadini saranno i nostri re nella felice impotenza di fare il male; e non resterà ad essi che il vero, nobile, e grandioso potere di beneficare la nazione, e di promuoverne la ricchezza e la coltura.

Un tempo molti economisti credettero che i tributi fossero un bene, ed un mezzo del governo onde accrescere colle molte spese la prosperità nazionale: ma oltre all’inganno degli economisti era interesse degli avidi ministri, e( ) de’ vili e rapaci corteggiani di far credere utili gli eccessivi tributi, onde aumentar le dissipazioni, in mezzo alle quali facevano essi i loro illeciti profitti. Ora però mercé i progressi dei lumi si è conosciuto l’errore, si è smascherata la frode; e tutt’i politici convengono che i tributi sono un male, od un sagrifìcio per parte de’ contribuenti, perché li privano di una porzione delle loro rendite, che il governo d’ordinario spende improduttivameate, mentre essi impiegata l’avrebbero ad accrescere l’annua produzione: male e sagrifìcio però necessario onde mantenere e l'ordine stabilito della società.

Affinché ciascun cittadino goder possa in pace del frutto delle sue fatiche, fa d’uopo che ne sacrifichi una parte pel mantenimento de’ soldati, che il difendano dalle interne ed esterne aggressioni; de' magistrati che gli garentiscano le proprietà, l’onore, la libertà; de’ sacerdoti che mantengano vivo, e puro il culto della sua religione. Quella parte però esser deve il più ch'è possibile tenue, e corrispondente a’ precisi bisogni dello stato: in tal modo si potran dire compensati i sacrifici de’ contribuenti.

Stabiliti tai principi è chiaro, che l’economia del governo in nulla differisce dalla economia di una privata famiglia; e, che se pur havvi differenza consiste in ciò, che laddove, può l’ultima senza altrui danno portar le sue spese a divello, delle proprie rendite. deve l’altro queste regolar colle spese necessarie senza mai oltrepassarne la misura. Perciò Say dice, che a il migliore di tutt’i piani di Finanza è quello di spender poco, ed il miglior di tutt'i tributi è il più piccolo.

Con tutto ciò, siccome oltre alle spese di sopra mentovate, e che a ragione si chiamano improduttive, molte altre ve ne sono, che dir si possono produttive; come quelle che son dirette a diffondere l'istruzione pubblica, ed a promuovere l’agricoltura, le arti, ed il commercio, così credo, che iti un paese dove siesi nella civilizzazioni poco inoltrato, come nel nostro, si debba largheggiare alquanto circa le ultime spese. Onde affrettare il più ch'è possibile la prosperità nazionale: non mai però tanto dà togliere a’ contribuenti il bisognevole sia per un comodo loro mantenimento, sia per menare innanzi le loro industrie.

Da ciò si conosce sempreppiù la necessità di restringere le spese improduttive, onde con questa economia si abbiano i mezzi di accrescere le produttive.

Quindi il principio che terrò ognora pre sente in questo lavorò sarà quello, che un buon sistema di finanze non dee andar giammai disgiunto dagl’interessi dell’agricoltura, delle arti,e del commercio; perché questi sono il fondamento di quelle, e l’aumento degli uni porta l’aumento delle altre.

Ma siffatta verità osservata, ed inculcata da tutti gli economisti è stata,d’ordinario messa in non cale da’ ministri delle finanze, i quali oltre di non avere. accordato gl’incoraggiamenti necessari a far prosperare le manifatture, l’agricoltura ec. (ciò che si può scusare per le tante spese di guerre, che successivamente sono scoppiate) nella situazione e distribuzione de’ tributi hanno grandemente pregiudicato alle sorgenti delle nostre ricchezze. Io credo, che questi fatali errori sien provveduti dall’esser attualmente separate il ministero delle finanze da quello dell’interno. Questa separazione porta l’epoca della rivoluzione Francese; ed ormai s’è conosciuta così utile, ch'è stata adottata da tutt’i governi di Europa, e fuori; non più sarebbe possibile di riunire i due ministeri, attese le complicate ruote della machina finanziera, e le moltiplici attribuzioni del ministero dell’interno, accresciute per le cure maggiori, che il governo si prende dell’istruzione pubblica, dell’amministrazione civile, della beneficenza, dell’agricoltura, delle arti, e del commercio. Però, siccome ho detto, essendo stati i ministri delle finanze interamente occupati di riempiere i forzieri dell’erario pubblico, o non hanno scelto il miglior sito delle contribuzioni, o poco hanno incoraggiato i mezzi della prosperità nazionale, onde inutili sono stati tutt’i progetti de’ ministri dell’interno. Cosi non accadeva allorché i Colbert, i Sully, i Neker riunivano i due ministeri. Essi nell’atto che somministrarono i mezzi per sostenere lunghe, e dispendiose guerre, non mai dimenticarono gl’interessi dei veri fonti della nostra fortuna, perché non trovavano opposizioni a’ loro progetti, e si occupavano di tutt’i rami dell’economia pubblica. Ma l’additato inconveniente, se potrebbe rinnovarsi, ed esser fatale sotto i governi assoluti, sparisce affatto sotto un governo costituzionale, come il nostro; poiché il Parlamento, il quale estende le sue cure sopra ogni oggetto di pubblica amministrazione, nel fissare i tributi, non oblierà giammai gl’interessi dell’agricoltura, del commercio, e delle arti.

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OSSERVAZIONI SULLA RIFORMA DELLE FINANZE

PARTE PRIMA

DELLE SPESE PUBBLICHE

CAPO PRIMO

Della lista, civile, delle indennità ai Deputati del Parlamento, e del soldo de’ Consiglieri di Stato.

Dovendosi fissare la lista civile dal Parlamento non si può con certezza definire questa spesa. Essa però se da una parte corrisponder deve allo splendor del Trono, ed all’alto grado, che occupa il Re, e la sua Real famiglia, dall’altra ci fa sperare la nota semplicità del Sovrano medesimo, e de’ suoi augusti figli, avversi al fasto, ed al lusso, che non sarà né eccessiva, né opprimente per la nazione. Quindi forse basterà la somma, che si trova ora stabilita, per l’assegnamento alla R. Casa, per i siti Reali di Napoli, e di Sicilia, e per i soldi deh Segretario di Stato, e degli uffiziali di casa Reale, e spese di ufficio, ascendente a ducati 854,500 oltre gli assegnamenti de’ Principi Reali, che sono a carico dei beni riservati, ed oltre i ducati 80,000 che si pagano dalla Tesoreria ih supplemento degli assegnamenti medesimi.

Circa le indennità a Deputati giova augurarsi primi daranno esempio di economia ed avendo la costituzione prescritto, che per l’avvenire aver debbano una competente annua rendita, la fisseran tale che i Deputati non sentano, come non debbono sentire il bisogno. Oltre le indennità pe’ suoi membri il Parlamento esige delle spese per lo officine, e, per una stamperia. Tutte si possono approssimativamente calcolare per ducati 100,000.

Il soldo de’ Consiglieri di Stato si è dal Paria lamento fissato a ducati tremila annui; onde questa spesa unita alle altre necessarie per le officine può egualmente calcolarsi per ducati 100,000 annui.

In tutto l’ammontare delle spese menzionate in questo Capitolo ascenderà per approssimazione a ducati 1,114,000, oltre la somma che si trova assegnata ai Principi Reali sui beni riservati, che non è a mia conoscenza.

CAPO II

Delle spese relative all'amministrazione giudiziarie e civile

Il ramo giudiziario si trova attualmente ben organizzato nel nostro regno; ed è certamente uno de’ passi che ci troviamo aver fatto nella civilizzazione più degli Spagnuoli, nostri modelli nel cammino della libertà. Ninna economia perciò presenta questo articolo, anzi dovrebbe accrescersene la spesa, perché a render perfetto il sistema giudiziario, util sarebbe che si adottasse il progetto che ebbe una volta in mira il governo, e ohe ora è stato riprodotto dal Ministro di Giustizia; cioè di subili re i Giurì, ed un Tribunale Civile in ogni Distretto, con una Corte nel capo luogo della Provincia per le cause criminali é di appello per le cause civili.

Se gli abitanti, che si trovano agli estremi dell. Provincie, lungo tragitto,e molto difficile e pericoloso nella stagione invernale debbon fare pe recarci al capoluogo onde assistere al disbrigo dell cause in prima istanza, molto più lungo, dispendioso, e incomodo viaggio intraprender debbono per recarsi alfa residenza attuale delle G. C. Civili, allorché sono obbligati di appellare avverso alle sentenze del Tribunale di 1. Istanza.

La giustizia è il primo bisogno de' popoli, onde la sua amministrazione dev’essere facile, pronta, spedita. Quindi utilissima sarebbe l’istituzione de’ Tribunali distrettuali, e molto bene impiegata la spesa che esige.

In quanto all’amministrazione civile siccome preveder non posso i cangiamenti, che potrà subire, così non saprei dire se su questo ramo far si possa qualche risparmio. La costituzione prescrive, ch’esser vi debba un Capo politico in ciascuna Provincia. Questi corrisponde in certo modo all’attuale Intendente. Braccia di lui nel governo della Provincia alle sue cure affidata, esser potrebbero i Sotto intendenti, perché avendo il reg;. o bisogno d’infiniti miglioramenti, e di cure continue, e vigilanti, non potrebbe il solo Capo politico far eseguire le leggi, e gli utili progetti delle Deputazioni Provinciali nella vasta estensione delle Provincie.

Senza dubbio la istituzione delle Deputazioni Provinciali è uno dei più benefici doni' fattici dalla costituzione. Grandissima influenza esse hanno sulla prosperità nazionale: ma non so se gli effetti corrisponderanno all’idea del legislatore, perché i Deputati Provinciali forse non potranno in sole novanta sessioni disimpegnare tutte le loro attribuzioni; né tutti saranno nel caso di abbandonare i proprj affari non solo senza emolumento alcuno, ma ancora con grave loro dispendio. Parrebbe dunque necessario, o che una sezione della' Deputazione Provinciale avesse un soldo, e fosse permanente nel Capo luogo della Provincia ad oggetto di esser sempre pronta pel disbrigo degli affari, che lesone affidali; o che si conservassero gli attuali consigli d’Intendenza, per continuar l’esercizio di quelle attribuzioni che non fossero incompatibili colla indipendenza del potere giudiziario, e dell’amministrazione municipale.

Non entro in più minuti particolari su quest’oggetto perché mi allontanerei troppo dallo scopò prefissomi. a me basta di osservare che non sì potrà fare alcun risparmio sulle spese relative all’amministrazione giudiziaria, e civile, ascendenti le prime a ducati circa 746,000, comprese le spese del ministero, e le pigioni delle case de’ Giudici Istruttori, e di qualche Tribunale, e le altre a circa ducati 338,00a, compresi i soldi e spese di uffizio del ministero, delle officine delle Intendenze e Sottintendenze, della rilazione del mobilio, e le pigioni de’ locali. Credo però che con una discreta riduzione su’ soldi de’ magistrati, e degli amministratori, e sulle spese delle corrispondenti officine si potrebbe supplire agli esiti necessari! per lo stabilimento de’ Tribunali Distrettuali, senza aggravare di altra spesa l’erario pubblic0.

CAPO III

Delle spese relative all’armata dì terra

Prima dì entrare nella discussione di questo importantissimo oggetto mi è forza di premettere, che mia intenzione è di ragionare delle spese per lo mantenimento delle truppe di linea necessarie per la conservazione dell’ordine interno, e per la sicurezza della patria ne’ casi ordinar) di piccole guerre; giacché nei casi straordinarj di una grande invasione di forze nemiche la difesa della patria non si dee fondare nelle truppe di linea, ma nelle milizie nazionali, non servendo quelle che a porre argine ad un primo urto nemico.

Per questo motivo una delle basi della costituzione adottata è quella della formazione delle milizie nazionali. Ecco come gli estensori dell# costituzione di Spagna si espressero, in una delle tre lettere, da cui se ne rileva lo spirito.

«Il necessario apparecchio per casi straordinarj vuolsi affidare interamente ad una perpetua milizia nazionale, la quale pel suo numero, e per la sua perizia. possa opporre al nemico nel bisogno una forza irresistibile». La Spagna ha già dato una pruova di questa massima col resistere ad innumerabili eserciti Francesi, e riportarne completa vittoria.

Nella Francia istessa ne primi anni della sua libertà, mentre la nazione era combattuta da tutte le Potenze di Europa, le,legioni si formavano in pochi istanti, e sorgevano come dalla terra l’una dopo l’altra, per distruggere ed atterrare tutti gli eserciti nemici, sui quali risultò pure vittoriosa trionfante. Allorché il sacro fuoco di libertà riscalda i petti umani, ogni cittadino corre alle arcui, per difendere la patria, l’onore, e le acquistate franchigie. La Storia in ogni tempo ci presenta degli eroici sforzi di tal natura. I Greci, i Romani, gli antichi nostri Sanniti, e più, recentemente gli Svizzeri, gli Olandesi, gli Americani, e tutt’i popoli liberi non sono stati mai soggiogati da’ nemici esterni, che allorquando, la corruzione ed il lusso, interni e più terribili nemici li ha prima, Ammolliti, e fatti schiavi» Ma senza andar parlando di. altri tempre di altre nazioni, fissiamo per un istante lo sguardo sull’attitudine pre sente della nostra patria. Oh come ella ha cangiato di aspetta in un baleno! Quegli uomini che sotto al dispotismo andavano piangenti ed a forza a mettersi sotto le bandiere, ora che la patria è in pericolo, vi corron lieti ad un semplice appello; e laddove prima mille pretesti e mille difetti fisici si allegavano, onde evitar di marciare contro al nemico, ora per lo contrario nascondono con ogni studio i naturali difetti, per fino gli anni, per timore di esser creduti usabili al glorioso mestier delle armi, ed incapaci di combattere contro il comune nemico. Per ciò che riguarda le spese di guerra in questi casi straordinari, siccome non basterebbero le risorse del publico Erario, tutti contribuir dovranno a sostenerle a proporzione delle rispettive facoltà. Ed è tale in noi l’amor di patria, che fin le nostre donne rinnoveranno l’esempio delle matrone Romane, le quali in casi di necessità offrivano volontarie le gioje, e gli ornamenti più cari per le spese della guerra.

Mi si perdoni questa breve digressione, perché fatta con animo di dimostrare ad evidenza, che nell’attuale forma di governo non è necessaria una numerosa truppa permanente, giacche in caso. di guerra ogni cittadino atto alle armi è soldato per dovere, e per proprio interesse.

La posizione, e le circostanze del nostro Regno da una parte, e la costituzione dall'altra ci mettono nella fortunata impotenza d’intraprendere guerre ingiuste e capricciose. Noi non siam fatti per le conquiste, né avendone mezzi, sarebbe del nostro interesse d'intraprenderle, sì perché contrarie all'umanità, ed alla giustizia, come perché distruttive delle nazionali risorse.

Le conquiste degne di noi son quelle sull'agricoltura, sulle arti, sul commercio, e sulla pubblica I istruzione. Quindi le truppe di linea permanenti possono restringersi pel Regno di Napoli e di Sicilia a trentamila soldati. Questa numero è più che sufficiente per lo mantenimento dell'ordina interno, e per accorrere alla difesa de’ confini in caso di subitanea irruzione, nemica: onde un grandissimo risparmio presenta il ramo militare.

Ma acciocché siffatto risparmio fosse maggiore bisognerebbe adottare il sistema praticato da alcune potenze di Europa, e, se non erro, già proposto al nostro Ministro della guerra; cioè di congedare a vicenda un terzo de’ soldati per alcuni mesi dell’anno. Due vantaggi ne risulterebbero, il primo di diminuire le pubbliche spese, e quindi i tributi, e l’’altro di restituire all’agricoltura, ed alle arti degli utili cittadini per una parte dell’anno, in modo che potessero dar sesto ai domestici affari. Un simile progetto si fece nella camera de' Comuni di Francia nell’ultima sessione dal Deputato M. Lameth. Egli si dolse dell’enorme spesa che si soffre pel mantenimento della truppa in Francia sia pel numero immenso degli uffiziali dello stato maggiore, sia per una moltitudine di impieghi inutili, e per una numerosa burocrazia militare e parlò dell’uso particolarmente della Prussia di rinviare ne’ loro focolari per più della metà dell’anno quasi due terzi dell’infanteria.

In sostegno di questo sistema soggiunse così «In effetti allorché un soldato si è perfettamente istruito del servizio, del maneggio delle armi, e delle manovre, tre mesi di esercizio in ciascun anno, sono più che sufficienti per mantenere la sua istruzione; ed il governo nell’atto che favorisce con questa misura i travagli della campagna, economizza una porzione considerevole del soldo. D’ altronde, se è necessario di mantenere in tempo di pace una gran parte della cavalleria di cui si avrebbe bisogno in tempo di guerra, perché l'educazione di un cavaliere esige almeno due anni per renderlo proprio a questo servizio, non e lo stesso de’ fanti, che possono esser formati in due mesi nel medesimo spazio di tempo. La fanteria può esser facilmente raddoppiata, se siensi anticipatamente formati de’ buoni quadri.»

Da noi comodamente si potrebbe adottare, in tempo di pace, il sistema di congedare per giro, come ho di sopra detto, un terzo dell’armata per quattro mesi dell’anno; perché venti mila soldati di linea sono sufficienti: per le mantenimento dell’ordine interno, e per la custodia delle piazze; che le milizie nazionali badano alla sicurezza de’ rispettivi cordini.

Diminuendo così l’armata di terra, diminuir si dovrebbe a proporzione il numero degli uffiziali superiori, che ora di gran lunga eccede la proporzione colla truppa, sia per la facilità delle promozioni durante il decennio, sia per lo ritorno degli uffiziali dalla Sicilia: di modo che gli uffiziali senza truppa costano alla nazione più dell’intero corpo de’ magistrati, e degli amministratori. Quindi bisognerebbe accordare onorato ritiro a’ Generali, che per età, o per salute inabili fossero al mestier delle armi, e passarsi a deposito quegli altri, che superassero! tuttavia l’effettivo bisogno del servizio, per richiamarsi inattività nelle vacanze.

La restrizione dell’armata di linea porterebbe seco la restrizione delle officine tanto del ministero, che delle altre che ne dipendono, e ciò sarebbe cagione di altro considerevole risparmio.

Questo infine verrebbe accresciute da una esatta sorveglianza, e scrupolosa economia sopra tutt’i rami di amministrazione, e di fornitura per lo servizio militare.

Il Parlamento, ch'è al caso di aver le notizie esatte circa gli attuali sistemi, ne conoscerà gli abusi, e fisserà con tutta la necessaria accortezza le ordinanze prescritte dall’articolo 359 della costituzione.

In somma le spese per l’armata di terra potrebbero ridursi alla metà delle attuali, cioè a circa quattro milioni.

CAPO IV

Delle spese relative alla marina

La nostra marina è così ristretta, che non ammette ulteriore restrizione. Il suo scopo non può esser che quello di proteggere il commercio sulle nostre coste da’ pirati barbareschi, poiché non saremo, almen per lungo tempo, nel caso di misurarci in combattimento navale con nessuna delle grandi potenze di Europa.

Quindi due vascelli, quattro fregate, ed un corrispondente numero di altri legni minori sono sufficienti a( 1) nostri bisogni. L’economia dee rivolgersi sulla parte amministrativa, e sul materiale della marina, ed in quanto a questi oggetti bisogna esser sicuro, che l’attual Ministro, che la dirige, presenterà al Parlamento progetti di regolamenti efficaci per la ( r) egolarità del servizio, e per mettere in salva gl’interessi dell’Erario.

Alla marina si trova assegnato presentemente un milione, ed ottocentomila ducati. In questa somma però son compresi circa 500,000 du. cati per la custodia, e mantenimento de’ servi di pena, e per lo mantenimento del corpo telegrafico. Rimane dunque per la sola marina circa un milione e mezzo r somma bastevole per l’armamento de’ legni di sopra mentovati, e di un numero anche maggiore, allorché sarà diminuita la classe degli ufficiali Generali che attualmente eccede il bisogno e la proporzione colla flotta, e quando si userà ne’ diversi rami dell’amministrazione tutta la possibile economia.

CAPO V

Delle spese relative al corpo diplomatico

Le relazioni politiche, e commerciali sono tal mente estese in tutte le parti del mondo, che si è reso indispensabile il mantenimento tanto di agenti diplomatici presso le corti delle varie, potente, che di agenti commerciali nelle principali piazze di commercio. Perciò da noi, si mantengono ambasciatori incaricati di affari presso tutte le principali corti di Europa, e consoli in varie piazze di Europa non solo, ma ancora presso le Reggenze Barbaresche.

La spesa attuale a carico del Ministero degli Affari esteri ascende a ducati 390,000. Questa somma si potrebbe ridurre a ducati 260,000, se sì adottasse il sistema proposto, non ha guari, in Ispagna, cioè di abolirsi il titolo di ambasciatore, e di adottarsi invece quello di incaricato di affari, e ridurre a pochissimi gli impiegati.

Senza dubbio la Spagna è una nazione più grande e potente della nostra, onde potremmo senza timore di avvilirci seguire il suo esempio per alleggerire alquanto anche su questo ramo i pesi dello Stato.

CAPO VI

Delle spese relative alla pubblica sicurezza

Si chiama ora pubblica sicurezza ciò che prima della nostra politica rigenerazione chiamava polizia. Nata questa odiosa istituzione dal seno delle guerre, e delle rivoluzioni s’ingigantì ben presto sotto il dispotismo degli usurpatori. Il ministero di polizia ha formato per varj anni uno de’ principali rami di Governo, e molte pubbliche rendite ha assorbito, per salariare infami orde di spie, e di delatori. Tornato in mezzo a suoi popoli il nostro legittimo Re, la polizia era divenuta un ramo subalterno di amministrazione.

Si era abolito il ministero, e creata invece una direzione generale. Anche questo titolo si è voluto abolire dopo il nostro risorgimento, ed in vece si è formata, una commissione di pubblica sicurezza; e siccome il ministero, e quindi la direzione generale estendeva già le sue attribuzioni fin nelle provincia, ora affidate quelle agli Intendenti, si sono limitate le cure della commissione per la sola Città e Provincia di Napoli.

Ma sotto l'ombra di un governo costituzionale, che garantisce a tutti la libertà individuale, può sussistere tuttavia un potere discrezionario, e diverso dal potere, che la costituzione riconosce, ed affida a’ magistrati dell’ordine giudiziario? Rispondo con una distinzione. Fino a che non si stabilisce il regime costituzionale, e fino a che vi son timori di nemici esterni, ed interni, che machinar possano contro la forma ricevuta di governo, può, anzi deve sussistere la polizia, per seguire i pravi disegni de' perturbatori dell'ordine pubblico, e prevenirne lo scoppio. Cessato poi ogni timore di guerre esterne, e calmate le oscilIazioni prodotte dal cangiamento nell'interno, la polizia deve abolirsi, e la prevenzione del delitti affidarsi al magistrato ordinario.

Venendo ora alle spese di polizia, certamente, finché dovrà conservarsene l’istituzione, non occorreranno quelle che si trovano ammesse. Già coll’abolizione del ministero è rimasto abolito il soldo di Ministro, le spese straordinarie e segrete saranno pure diminuite. Può farsi ancora una discreta riduzione nel numero degl’impiegati, di cui i migliori passar si porrebbero nel ramo giudiziario. Quindi li duc. 194,212 fissati nello stato discusso della polizia ridur si potrebbero a ducati 100,000.

CAPO VII

Delle spese per lo mantenimento del culto

Oggetto assai importante e delicato si è questo e ben degno di risvegliare tutta l’attenzione del "Parlamento.

Dettato dalla più saggia politica è l’articolo 13 della Costituzione di Spagna, che dichiara unica e sola religione dello Stato la cattolica Romana, e vieta l’esercizio di qualunque altra. Con questa disposizione si è preclusa ogni strada ai torbidi che avrebber potuto scoppiare dalla introduzione di altre sette religiose. Sarà certamente una delle basi fondamentali della nostra Costituzione quell'articolo, perché nel nostro regno l'attaccamento alla religione de’ nostri padri è così radicato come in Ispagna; e ben imprudente ed impolitico sarebbe colui che osasse di progettare su tal punto la più piccola modificazione.

Fa d’uopo però, che il Parlamento si occupi di ristabilire l’antica purità del culto. A ragione si è declamato da tutt’i filosofi moderni contro la corruzione de’ ministri dell’altare. Tra gli altri gl’immortali nostri concittadini Giannone, e Filangierj si scagliano contro gli abusi introdotti nella religione. Essi ne videro la sorgente nella soverchie ricchezze accumulate dalle chiese ne‘ tempi di barbarie, in cui i preti, ed i monaci, profittando della generale superstizione de’ popoli, ne carpirono continue donazioni, e legati.

I lumi del secolo hanno squarciato il velo della superstizione: si è capito, che specialmente l’immensa quantità di frati nuoce alla società tra perché col celibato si arrestano i progressi della popolazione e tra perché sono essi della classe de’ consumatori improduttivi. Quindi la soppressione de’ monasteri è stata quasi generale in Europa. Anche il nostro regno partecipò, di questo beneficio: ma poi per l’influenza della corte di Roma molte case religiose sono state riaperte; onde molti beni son caduti di nuovo nelle mani morte, e molti altri vi cadranno, se non si rivoca l'articolo 15 del nuovo concordato, con cui fu restituita alla chiesa la facoltà di acquistare. È inutile che io dimostri quanto ciò sia pregiudizievole sotto tutti i rapporti agl’interessi della nazione, perché chiunque ha fior di senno il comprende. Passo perciò a discorrere del clero secolare. È questo riconosciuto il solo depositario de’ dogmi della religione, i soli preti son necessarj per mantenerne vivo il culto nel cuor de’ fedeli; ma affinché potessero attendere degnamente alla cura delle anime, sarebbe indispensabile che fossero scevri da ogni cura mondana, e che la nazione loro assegnasse sull’erario pubblico un decente soldo annuale. In tal modo liberi dal pensiero dell’ammiuistrazione de’ beni si occuperebbero solamente di predicare il vangelo, ed istillare nel cuore de’ popoli sane massime di morale e di virtù.

È interesse della nazione, e del clero medesimo, che i suoi componenti fosser pochi, e quanti n’esige il preciso bisogno della religione. Quella non sarebbe soggetta a gravi dispendii; la popolazione non verrebbe arrestata dal celibato, ed il clero sarebbe più scelto, e più rispettato. Secondo questo principio si dovrebbe restringere il numera esorbitante de’ preti con vietarci l’ammissione in sacris fino a che ridotti al giusto numero, non sia necessario di togliere il divieto per rimpiazzare quelli che mancherebbero. Tre preti per ogni migliajo di anime sarebbero sufficienti pel mantenimento del culto, e per soddisfare a’ bisogni spirituali de’ popoli. Così nella gerarchia più elevata del sacerdozio un vescovo per distretto, ed un'ara vescovo per provincia sarebbero più che bastanti a custodire le greggi de’ fedeli, come bastano gl’intendenti, ed i sotto intendenti a governare i cittadini. E poiché le diocesi attuali sono circa novanta, se ne potrebbero sopprimer quasi trenta, con non provvederle di vescovi a misura che vacheranno, o in altro modo, che il Parlamento giudicherà a proposito. In quanto alle prebende, se da una parte conviene., che sieno proporzionate ad un comodo e decoroso mantenimento, non si dee permettere, dall’altra, che fossero troppo doviziose, affinché le soverchie ricchezza non producano ne’ ministri del santuario lusso, e corruzione a loro avvilimento e dispregio, ed a scandalo de’ fedeli. Perciò, abolita ogni disparità, che attualmente esiste tra le rendite delle mense, si dovrebbero assegnare dal P. Tesoro quattromila ducati annidi agli arcivescovi, e tremila, a’ vescovi: assegnamento sufficiente, e più ricco di quello che si accorda ai primi magistrati di Provincia, i quali hanno d’ordinario l’obbligo fii mantener, famiglia oltre quello della rappresentanza.

Lascio altrui considerare quanta economia apporterebbe questo sistema nelle finanze, senza offendere il decoro e la santità della religione. Una massa immensa di beni ricadrebbe nel demanio nazionale, che messi in vendita ed in circolazione servir potrebbero ad estinguere in gran parte il debito pubblico.

Attualmente per il culto si spendono oltre ducati 5000o per soldi, e spese di ufficio del ministero, ed assegnamenti a diversi sacerdoti, chiese e monisteri ec.

CAPO VIII

Delle spese per gli stabilimenti di beneficenza

Gl'infelici han dritto al soccorso della società. Allorché gli uomini, che vivono colla fatica delle loro braccia vengono assaliti da malattie, o da vecchiaja; allorché degli esseri innocenti vengono esposti sulle pubbliche strade; allorché i prodi che han difeso col loro sangue la patria si rendono inabili al glorioso mestier delle armi; allorché in fine delle disgrazie impreviste fanno cader nella miseria anche i più favoriti della fortuna, l'umanità, la compassione consigliano di accogliere questi sventurati, di mantenerli, e curarli a spese del pubblico. Ecco l'origine degli ospedali, degli orfanotrofi, e delle case per gl'invalidi. Se anche sotto i governi arbitari si sono fondati, e protetti questi stabilimenti, quanto maggiormente non meritano essi di esser promossi dai governi liberi? All'ombra della libertà sorgono tutte le virtù, e non è l'ultima certamente la beneficenza.

Quindi lungi dal diminuire le spese di tal sorta, fa d'uopo accrescerle fino a che tutti gli infelici. di sopra mentovati trovino ricovero nelle loro disgrazie.

La Capitale è ben provveduta di stabilimenti di Beneficenza. In essa si ritrovano il grande Albergo de’ poveri a Foria, l'altro di S. Gennaro, l'Ospedale degl’Incurabili, quello della Pace, l’altro pe’ ciechi a S. Giuseppe a Chiaja, l’orfanotrofio dell’Annunciata, la casa degl’invalidi ec É vero, che anche a beneficio delle Provincie si trovano fondati tutt’i dinotati stabilimenti ma per essere utili a quelle bisogna che esistano nel di loro seno, onde l’infermo, il povero, e l’orfano trovino pronto soccorso, e non siano soggetti ad intraprendere lungo viaggio, che sovente per impotenza di eseguirlo, si trascurar, con perdita della salute e della vita. In quanto agli ospedali nella maggior parte delle Provincie si trovano già fondati colle rendite proprie della Beneficenza, ma quasi tutte mancano di orfanotrofj onde i poveri progetti non hanno tutti i necessarii soccorsi.

Merita perciò questa classe disgraziata tutta la considerazione del Parlamento, della cui giustizia ed umanità sarebbe il risolvere, che si stabilisca un orfanotrofio per ciascuna provincia, oltre di un ospedale, laddove non ancora vi sia La fondazione degli ospedali, e degli orfanotrofi nelle provincie tenderebbe a diminuire alquanto la gran popolazione della capitale, inconveniente, a riparare il quale l’immortale Filangieri propose fra: l’altro, che tutti i simili stabilimenti in quella esistenti si traslocassero nelle provincie.

Ma oltre agli Infermi, a’ vecchi, ed agli orfani, havvi un’altra specie di sventurati, la ; quale ha pur dritto al soccorso della società. Spesso delle persone valide, e robuste 'periscono di lame per mancanza di occupazione. Molti operaj, molti artefici: vorrebbero faticare ma non trovano lavoro: ciò accade, siccome riflette Say, quando un ramo, di. commercio cangia direzione; la scoverta di un. processo più spedito diminuisce ih bisogno della mano d’opera, un incendio distrugge una manifattura, ec. Allora gli operaj, che v’erano addetti, mancando di mercede, vanno senza loro: colpa incontro alla miseria, e periscono essi, le loro famiglie. Quindi l’umanità ha consigliato la. fondazione delle case di lavoro in Alemagna, in Francia, in America, e presso altre nazioni. Quivi l’operajo trova occupazione, quando no manca. Stabilimenti di tal sorta non costano al governo, che le spese necessarie per fondarli, giacché messi in attività, col proprio guadagno bastano a mantenersi.

Nelle case di lavoro dovrebbero rinchiudersi ancora tutt’i vagabondi, e gli oziosi, i quali vivono di mendicità. Se lo stato soccorre quelli che non possono, o non trovano da faticare, soffrir non deve, che degli uomini validi vivano a spese altrui, giacendo nell’ozio, é nell’indolenza. L’elemosine fatte a costoro sento un danno per essi, perché li confermano nella vita inerme, ed oziosa, ed un altra per la società, la quale testa così privato delle loro, utili braccia. Soventi fiate si sou fatte leggi per la reclusione de’ vagabondi ma son rimaste continuamente senza affetto, e le strade sono tuttavia ingombre di medici atti al lavoro. Questo inconveniente non si deve tollerare in una società ben regolata, i» cui ognuno è tenuto di travagliare pel bene comune. Quindi, oltre li 370,000 circa che ora si spendono per la beneficenza, cioè per supplemento alla spese dell’albergo de’ poveri, per sussidii pel convitto del Carminello, pel conservatorio de’ ‘Ss. Filippo e Giacomo, e pel mantenimento de’ projetti, si dovrebbero fissare altri 50000 ducati annui perla costruzione degli orfanotrofi, ed altri stabilimenti nelle provincie, dove mancano. Forse le Deputazioni Provinciali con una più saggia amministrazione delle rendite della beneficenza troveranno in esse i mezzi onde agevolare il governo in queste utilissime opere.

CAPO IX

Delle spese per la pubblica istruzione

È giunto il momento di. estendere, e di promuovere l’istruzione pubblica quanto esiggono i lumi del secolo, e l’attual forma del nostro Governo. Credo superfluo di dimostrare l’utilità della pubblica istruzione, giacché non v’ha persona che abbia un poco di coltura, la quale non ne comprenda gl’infiniti vantaggi. Facciano. altri piani di pubblica istruzione; in quanto a me, oltre che uscirei dal soggetto, che ho per le mani, non ne dirò che qualche cosa in generale, $ quanto basti per. dare un’idea delle spese relative a questo importantissimo ramo di amministraziane.

Il governo, dice Montesquieu, è come tutte le cose di questo mondo: per conservarlo, bisogna amarla. É necessario perciò (ha soggiunto Tracy nel suo commentario. sopra quel celebre politico) che la nostra educazione io disponga ad aver de’ sentimenti e delle opinioni che non sieno in opposizione colle istituzioni stabilite; altrimenti noi avremmo il desiderio di rovesciarle.

Ecco il primo oggetto che si dee prender. di mira nel nuovo sistema della pubblica istruzione. Se si vuole, che il governo costituzionale si conservi, bisogna che sia amato da tutt’i membri del corpo sociale; e perché sia amato, fa d’uopo, che se ne conoscano da tutti i vantaggi, ed i beneficj. A ciò ebbe riguardo la costituzione di Spagna allorché stabilì l’articolo seguente a Il sistema generale d’istruzione, sarà uniforme in tutto il regno: e dovrà spiegarsi la costituzione politica della monarchia in tutte le università, ed altre pubbliche scuole, dove s'insegnino le scienze ecclesiastiche e politiche».

Egli è della massima importanza, che si procuri in ogni tempo, e s invigili alla esatta osservanza di questa saggia disposizione, affinché amore, e l'attaccamento per la costituzione sia radicato nel cuor di tutti. Benché fossimo distinti per fortuna, e per professione, tutti però siamo cittadini, e come tali dobbiamo amare, e difendere, se occorre, il governo stabilito. Le nostre opinioni su questo punto esser debbono uniformi e tali che al medesimo fine ci facciamo cospirare.

L’altro oggetto della pubblica istruzione dev’esser quello di promuovere, e discendere le cognizioni utili alla prosperità generale, ossia quelle soprattutto, che tendono a migliorare l'agricoltura, le arti, ed il commercio. È risaputo, che;. tutte queste specie d’industria si compongono della teoria, dell’applicazione, e dell’esecuzione. Senza della prima parte specialmente o non esisterebbero, o in uno stato ben rozzo sarebber rimaste. l'attuai progresso dell’industria agricola, manufatturiera, e commerciale è dovute alle scoverte fatte dai. chimici, dai fisici, dagli astronomi;e dove più questi fioriscono, ivi del pari fioriscon quelle. Ecco perché noi siamo rimasti molto addietro alla Francia, ed all’Inghilterra in genere di agricoltura, e di arti, quantunque dopo diradate le tenebre della barbarie fosse stata l’Italia la maestra di quelle nazioni. Ora perché si son date alla coltura delle scienze utili, son divenute più ricche ed industriose, ed a noi son rimasti i fiori. dell’amena letteratura, che quasi esclusivamente abbiam coltivata.

Io non pretendo, già con questo, che trascurar debba lo studio delle lettere, ma sostengo che non dev’essere quasi il solo, come ora avviene che al contrario esser debba a quelle delle scienze sottoposto; e siccome di un palagio, gli ornati, e la pittura non ne sono la parte principale ma bensì l’accessoria, così nell’albero dell’umano sapere le scienze esser debbono i tronchi e i rami vitali, e le lettere i fiori.

Ciò premesso, egli è indubitato che primieramente bisogna fondar cattedre per spiegarsi la costituzione in tutte le pubbliche scuole dell'Università, del Licei, del Collegi si civili, che militari, del Seminari ec. In secondo luogo ne Licei e Collegi è necessario che si stabiliscano oltre alle cattedre esistentivi di lettere, di matematiche, e di filosofia, quelle di agricoltura, di chimica applicata alle arti, di mineralogia, di botanica.

Questo è il solo mezzo di accelerare la prosperità della nazione, poiché la maggior parte de' giovani, dopo aver terminato il corso degli studi, ritorna alla sua patria. Ivi se ha studiato sola mente la giurisprudenza, presto l'obblia per mancanza di esercizio; ma se vi torna ricco di utili cognizioni agrarie si accinge a metterle in pratica e a diffonderne i lumi sui contadini.

Vi sono alcune specie di scienze, che quasi non hanno bisogno della protezione, e delle cure del governo, poiché l'interesse privato spinge volontariamente gli uomini ad apprenderle. Per esempio finché vi saranno cariche di magistratura, e liti a introdurre, si troveranno alunni, che spontaneamente si dieno a studiar la medicina, la farmacia, la giurisprudenza, e maestri, che le insegnino. Non è così dell'agricoltura, della bo tanica, della chimica. ec. Quantunque grandissime sia il vantaggio che dallo studio di esse si ritrae, pure non è così immediato, e pronto come nelle prime. Ecco perchè han bisogno di una speciale protezione del governo. Sarebbe utile sopratutto che si viaggiasse dai nostri naturalisti per le montagne, onde scovrire se vi sien miniere, come ancora di esaminare la natura delle diverse terre, e lo stato attuale della loro cultura. A que sto proposito mi ricordo di aver letto in uno dei giornali di Francia, che uno scrittore fece il pro getto di un istituto ambulante, il quale dovrebbe proporsi il giro periodico delle diverse provincie per scovrirne tutte le risorse, e proporre le di verse migliorie. Certamente un tal istituto sarebbe più utile di tutte le accademie, e non è da disprezzarsene l'idea.

Affinché il popolo profittar possa de' lumi, e delle scoverte del dotti, è necessario, che si stabiliscano scuole gratuite di leggere, scrivere, e conteggiare. Io so che quasi in tutt' i Comuni del regno si trovano quelle già stabilite, ma finora il popolo, per cui principalmente sono fondate, po co o nulla ne ha profittato. È tempo ormai, che sien dirette al loro scopo, cioè alla istruzione della classe minuta della società.

La costituzione nell'ordinarne lo stabilimento per obbligare tutti a profittarne esige nelle persone, in cui fosse sospeso l'esercizio de' dritti di cittadino, la condizione per rientrarvi di saper leggere, e scrivere, dal 185o in poi. Non si potrebbe indistintamente applicar questa disposizione tanto a quelli, che nasceranno, come a coloro, che non ancora avessero oltrepassato il diciottesimo anno?

Ma oltre a questo mezzo di obbligare i fan ciulli di frequentare le scuole primarie, non ne mancheranno altri alle deputazioni provinciali che fra le altre attribuzioni hanno quella di promuovere l'educazione della gioventù.

La scoverta del mutuo insegnamento ha reso così facile, spedita, ed economica l'arte d'imparare a leggere, e scrivere, che sarebbe degna di castigo l'oscitanza nell'apprenderla. Tocca al go verno d'introdurre questo metodo in tutte le scuole, Due mesi d'istruzione sarebber sufficienti ai maestri per impararlo perfettamente. E poiché si trova già in Napoli introdotto per opera della Commessione di P. Istruzione basterebbe, che quivi si recassero tutti i maestri del capoluogo di ciascun distretto. Da essi quindi l'apprenderebbero i maestri del capoluogo del circondari, e finalmente da questi i maestri di tutti gli altri comuni del regno. In tal modo sei mesi basterebbero con poca spesa ad istruir tutt i maestri del metodo acce11nato.

Ma perchè più considerevole è la spesa necessaria per la formazione delle sale, che debbono esser ampie e fornite di vari oggetti, e proporzionate al numero de' giovani del rispettivi comuni, utile sarebbe di eccitar lo zelo de' particolari cittadini per si mobile intrapresa; imitando l'esempio datoci dall'Inghilterra, e dalla Francia, ove appena si conobbe il metodo del mutuo insegnamento si formarono delle società per la sua propagazione. Basterebbe che i deputati del Par amento, i membri delle deputazioni Provinciali ne dessero l'esempio, perchè si risvegliasse l'entusiasmo di ogni buon cittadino onde illuminare, ed istruire la nazione. Molto a quest'opera contribuir possono e società patriotiche, che hanno tanto promossa la causa della libertà. Una tenue somma, che da ciascuno s'impiegasse a quest'uso, sarebbe sufficiente per aiutare i comuni a introdurre nelle scuole primarie il metodo Lancastriano.

Ciò che ho detto per l'istruzione primaria de' fanciulli, si deve applicare alla simile istruzione delle fanciulle. Quanto importante sia l'educazione delle donne, ognun lo comprende. Da esse riceviamo la prima educazione, ed i sentimenti, ch' esse c'ispirano nell'infanzia, fanno grandissima impressione nel nostro cuore, e spesso ci accompagnano per tutta la vita. Somma perciò è l'influenza, ch'esse esercitano sui nostri costumi, e sulla nostra condotta. Oltre a ciò, affinché possan le donne ben regolare l'economia domestica, è utilissimo che sappiano leggere, scrivere, e conteggiare. In fine la lettura di novellette istruttive, di festevoli canzoni ricrea l'animo loro dalle serie occupazioni, e loro infonde novella forza a proseguirle. E questo basta per le donne delle infime classi e della società: ma, quelle del ceto medio hanno bisogno di una istruzione alquanto più elevata.

Non parlo delle nobili, perchè o la ricevono già ne’ Collegi stabiliti nella Capitale, o hanno le loro famiglie sufficienti mezzi di loro darla nelle rispettive case. È vero che ne’ collegi della Capitale sono ammesse anche le donzelle del ceto medio, ma oltrecchè l'istruzione è troppo signorile e dispendiosa non si estende che a poche: e generalmente le Provincie non ne profittano. Quindi è necessario che a somiglianza del collegi per i fanciulli, si stabiliscano nel seno delle Provincia medesime collegi per le fanciulle, in cui oltre al leggere, allo scrivere, al conteggiare, ed alle arti donnesche s'insegnino la lingua Italiana, la storia, e specialmente la patria, la geografia, ed altre cose simili. In tal modo si formeranno delle buone madri di famiglia, che daranno allo stato ottimi cittadini.

Ma acciocchè l'istruzione sia uniforme e spedita è necessario che si compongano de' buoni libri elementari. Questi debbono formare l'occupazione degli uomini più dotti del paese, giacché un buon libro elementare è l'opera più difficile dell'umano ingegno, perchè le cose vi debbon esser esposte con metodo, chiaro e preciso, ed in modo che nulla manchi, e nulla abbondi. Non so lo per l'insegnamento delle lettere e delle scienze si dovrebbero comporre i libri elementari, ma ancora per quello delle arti, e mestieri, affinché l'agricoltore, l'artigiano ve ne trovi i principi, e con poca fatica possa istruirsene. Ad ottener questi libri è cattivo sistema di darne l'incarico alla tale o tal altra persona, poiché v ha chi sia capace di comporre una grand'opera, e poi non sappia ridurla in elementi. Quindi bisogna ottenerli per concorso, stabilendo un forte premio, acciò possa destare l'attenzione delle persone le più versate nelle vie del sapere. Per grande che sia il prezzo di un libro elementare, se arricchirà gli uomini che li compongono, sarà poca cosa in faccia alla nazione, siccome riflette Say.

Quanto sinora siè esposto ha riguardo alla istruzione propriamente detta: lo stesso s'intende delle università, e delle accademie che abbracciano tutt'i rami dell'umano sapere, e che ne sono come il deposito, non che i mezzi di estenderne i confini. Dirò ora qualche cosa della educazione pubblica, per ciò che ha rapporto alle spese, che esige dal governo. Premetto che senza dispendio alcuno può questo contribuire efficacemente alla riforma dei costumi, poiché avendo molti impieghi e cariche a provvedere, se bada a conferirle ad nomini probi, e virtuosi, fa amare e stimare la virtù, e l'onestà. Inoltre l'esempio suo, la sua condotta influisce potentemente sulla morale pubblica, poiché i grandi si modellano su di lui, sui grandi i mezzani, ed il popolo su questi.

Ma oltre tai mezzi, che sono molto efficaci, e nulla costano, vari altri ve ne sono, che in direttamente tendono a migliorare i costumi, e ch'esiggono qualche spesa per parte del governo.

In primo luogo bisogna mettere i teatri. Questi sinora lungi dal servire alla riforma della morale, l'hanno piuttosto rilasciata, e corrotta. La direzione de' teatri è stata negletta; commedie sfornite digusto, e di oggetto morale hanno formato il trattenimento della scena; i poeti si sono adattati ai capricci degli attori, e poco han curato il vantaggio del pubblico. Quindi se si vorrà far servire i teatri, come si dovrebbe al diletto non solo, ma ancora all'utile della società, bi sognerebbe cominciare dal metterli sotto la di pendenza della Direzione Generale degli studi, lo che sarebbe conforme all'art. 569 della costituzione. In questo caso gli uomini di alto sapere, e di sopraffina virtù, i quali compor debbono la mentovata Direzione Generale promuove ranno la composizione di buone commedie, e lo stabilimento del teatri nelle provincie.

Dalla stessa Direzione dipender debbono tutte le scuole di belle arti, le quali, quando si pro pongano degli oggetti lodevoli, influiscono ancora sulla riforma del costumi.

Finalmente le feste civili, e religiose, laddove fosser, dirette collo stesso spirito, sarebbero un altro mezzo di accrescere la coltura, e la civilizzazione.

Le scuole primarie sono mantenute dai comuni, i licei, i collegi, e le scuole secondarie hanno una dotazione; ma essendo questa per varie cause diminuita, ne ha supplita la mancanza il governo. Aggiunta a questa spesa il mantenimento dell'università degli studj, e di tutti gli stabili menti che ne dipendono, le gratificazioni a membri della commissione di pubblica istruzione, i soldi agl'impiegati, i soldi e spese delle biblioteche, degli stabilimenti di belle arti, i sussidi a letterati, e studenti poveri, e le gratificazioni agli ex-scolopj, il totale delle spese per l'istruzione pubblica ascende a circa 221,000. A questa somma aggiunger si dee l'altra di 114,024 che si spende per assegnamenti ai teatri di S. Carlo, del Fondo, e del Fiorentini, per soldi alla sopraintendenza, e per le scuole di scenografia, e ballo: onde il governo spende attualmente per tutt'i rami d'istruzione pubblica la somma di ducati 558,000 circa. Aggiungendosi nel nuovo piano d'istruzione pubblica tre cattedre in ciascun collegio: cioè una di politica, e di economia un'altra di agricoltura, di veterinaria, e di botanica, e la terza di chimica, e di mineralogia, calcolando il soldo del professore di ciascuna, a duc. 5oo l'anno vi occorrerà per gli dodici collegi già esistenti del regno la somma di altri duc. 99oo. Non parlo de' licei, perchè vi sono già sufficienti cattedre di scienze naturali. Inoltre per lo stabilimento di un collegio per le fanciulle in una provincia si può calcolare la spesa di duc. 5000 all'anno, somma che equivale alla metà della spesa, che costa il mantenimento di un collegio per i fanciulli, ciò che importerebbe altri ducati 42000 per le 14 provincie, tranne quella di Napoli, la qual somma pe primi anni dovrebbe spendersi per la riduzione de' locali. Finalmente si deve aggiungere il soldo al direttore generale, giacché finora il Presidente della Commessione non ne ha goduto, e l'aumento che forse richiederà la più ampia forma della nuova direzione generale. In somma le spese di ogni ramo d'istruzione pubblica a carico della tesoreria ascender dovrebbero a circa ducati 400,0000 annui.

CAPO X

Delle spese pel miglioramento dell’agricoltura, e della pastorizia

Queste due arti sorelle, che vicende voi soccorso si prestano ognora, seno state, e saranno le due più ricche sorgenti della prosperità delle nazioni. Esse formano specialmente nel nostro regno la principal risorsa, e l’appoggio più sicuro della nostra Missisicanza. il clima di queste contrade è uno de( 7) più ameni del mondo: questo suolo è de’ più fertili, e de’ più ricchi di variate produzioni. Qui la bionda Cerere, qui il lieto Bacco, e qui l'amica Pallade hanno diffuso a larga mano i loro doni propizj. Quindi l’arte, che merita la maggior protezione del governo è l’agricoltura colla sua compagna la pastorizia, perché oltre ad esser il primo sostegno della vita, sono la base fondamentale delle manifatture, e del commercio.

Ma infelicemente, per la barbarie de' tempi trascorsi, e per le tante dolorose vicende passate, questo suolo ha quasi perduto la sua naturale fecondità, e si è reso ingrato alle cure dell'agricoltore. Molte paludi hanno coperto le antiche deliziose compagne. Là, dove furono un tempo superbe Città, ora si veggono meschini tugurj. I colli, e i monti hanno perduto l'onor degli alberi, e delle piante, che li coprivano. Quindi la parte più feconda della terra è stata traspor tata giù dalle acque, che convertite in irresistibili, ed impetuosi torrenti hanno allagato le sottoposte campagne. E queste rese sterili ed insalubri dalle acque impaludate sono state causa di miseria, e di spopolazione, che a vicenda hanno accresciuta la sterilità del suolo e la insalubrità dell'atmosfera. Tal è, ad eccezione de' dintorni della capitale, e di qualche altro sito lo stato infelice delle terre del regno.

Ma l' ente supremo, che non permette giammai la totale rovina delle nazioni, ha fatto sorgere dall'abisso de' mali un bene infinito, la libertà dal dispotismo, affinché lo stato vicino a cadere sotto al peso delle sue sciagure, possa risorgere a novella vita, e riacquistare la sua antica prosperità.

Si, è giunto il momento di ravvivare la fecondità della terra. Spetta ai Deputati della Nazione di prender cura particolare dell'agricoltura. Essi, che vengono per la maggior parte dal fondo delle Provincie, conoscono in quale stato deplorabile sia ella ridotta. Molti ancora, quali altri Cincinnati, hanno lasciato la coltura de' loro poderi, per prendere il timone del go verno, onde non è a temersi, che il fasto della Corte gli inganni e li tradisca sul vero nostro stato.

Quindi ripareranno a nostri mali col procurare specialmente la prosperità dell'agricoltura, se condo però esiggono le attuali circostanze di Europa.

Fino al principio di questo secolo i generi cereali han formato la nostra rendita principale: ma da che il porto di Odessa è divenuto il granaio di Europa; da che la coltura del grani ha fatto rapidi progressi in quasi tutte le nazioni oltra montane; da che finalmente il suolo vergine dell'America ha aperti i suoi tesori, il nostro commercio del grani è andato a poco a poco de' cadendo, ed ora è interamente fallito.

Da ciò sorge la necessità di rivolgere i nostri pensieri all'aumento di altre coltivazioni. L'ulivo, il gelso, la vite ec. non allignano ne' freddi climi del settentrione, onde que popoli avranno sempre bisogno di ricorrere a paesi meridionali come il nostro, per l'olio, la seta, il vino. Dunque senza abbandonare la coltura dei cereali per quanto bastino alla nostra sussistenza, promuover si deve la piantagione degli alberi, e delle piante accennate, tantoppiù che queste non escludon quelli.

Ad ottener ciò bisognerebbe ordinare che in ogni comune si formassero a spese del comune mede simo i vivaj corrispondenti, affinché si potessero dare gratuitamente le piante a chiunque ne do mandasse. Inoltre un premio accordarsi dovrebbe a quei, che ne coltivasse un dato numero. Le società economiche, e le deputazioni provinciali eccitar dovrebbero lo zelo de' proprietari, e diffondere i lumi circa il miglior modo di coltura non solo, ma ben anche sui migliori metodi di estrarre il vino, l'olio, e la seta. Stabilirsi dovrebbero finalmente orti agrari in ogni Provincia, onde praticarsi quelle esperienze che i particolari o non possono, o non sanno fare, pubblicandone quindi il risultamento per mezzo di periodici giornali.

La coltura del cotone, del lino, del canape merita egualmente di essere incoraggiata, e pro tetta. i fa ' Ma quello che deve richiamar sopratutto l'attenzione del governo, è la piantagione degli alberi di alto fusto sia sulle montagne, sia lungo le strade consolari, sia in ogni altro luogo, dove non si oppongano alla coltura delle piante, di cui fin qui si è fatto parola. Oltrecchè servon quelli pe' bisogni più essenziali della vita, e somministrano il combustibile per le manifatture, giovano ancora a render l'aere più puro, e salubre. Io non posso a questo proposito astenermi dal riportare un bel tratto dell'economia politica di Say, il quale si esprime così sui vantaggi della piantagione.

«Un intero paese si può anche arricchire con quello, che forma il suo ornamento. Se si piantassero degli alberi in tutt’i luoghi dove posson crescere senza nuocere agli altri prodotti, non solamente il paese ne sarebbe molto abellito, non solamente si renderebbe più salubre, e gli alberi moltiplicati attirerebbero fecondanti piogge, ma il solo prodotto del loro legname in una contrada alquanto estesa salirebbe ad un valore considerevole. Gli alberi hanno il vantaggio, che la loro produzione è dovuta quasi interamente al travaglio della natura, giacché quello dell'uomo si limita al solo atto» della piantagione. Ma non basta di piantare: è necessario di non esser tormentato dal desiderio di abbattere. Allora lo stelo magro, e debole nell'origine si nudrisce a poco a poco de' succhi preziosi della terra, e dell'atmosfera, e senza che l'agricoltura se ne ingerisca, il suo tronco s'ingrossa, e s'indurisce, la sua statura s'innalza, ed i suoi rami si equi librano nell'aria. L'albero non chiede altro all'uomo, che di esserne obliato per alcuni anni; ed in ricompenza (anche allorché non non dà delle annuali ricolte) giunto all'età della forza, consegna al legnajuolo, al falegname, al carpentiere, ai nostri focolari il tesoro del suo legname.

«In ogni tempo la piantagione, ed il rispetto degli alberi è stato caldamente raccomandato dai migliori spiriti. Lo storico di Ciro mette fra il numero de' titoli della gloria di quel Principe quello di aver piantato tutta l'Asia Minore. Negli Stati Uniti, quando un contadino si vede padre di una fanciulla, pianta un piccol albero, che si fa grande colla figlia, e che le fornisce la dote nel tempo, in cui si marita. Sully, che aveva tante vedute economi che, ha piantato in quasi tutte le provincie della Francia un gran numero di alberi: io ne ho veduti parecchi, a cui la venerazione pubblica dava ancora il suo nome, ed essi mi rammentavano le parole di Addison; il quale ogni volta che vedeva una piantagione, esclamava: un uomo utile è passato per questo luogo.»

Grande estenzione di terre si trova per le cause di sopra narrate sparsa, e coverta di pantani, e di fangosi roveti, come nelle pianure di Vico, di Capua, di Salerno, di Eboli, nel Valle di Crati, nelle sterpine così dette di Genosa, e in vari altri luoghi del regno: terre tutte fertilissime, ma tolte all'agricoltura, ed appena produttrici di uno scarso, e mal sano pascolo per gli armenti, i quali frequentemente si smarriscono nelle folte boscaglie, o restano affogate nel fango.

Tutti questi luoghi meritano di esser mano mano bonificati, estirpandone i roveti che gl'ingombrano, dando scolo alle acque che vi sono impaludate, ed arginando i torrenti che continuamente gli allagano. Queste operazioni, oltre al restituire all'agricoltura una immensa quantità di terre, produrranno, ripeto, l'altro immenso vantaggio di purificar l'atmosfera da pestiferi gas, che se ne sviluppano, e che sono causa della malsania, e della spopolazione del paesi conicini.

La pastorizia è nel nostro regno molto decaduta. Il pascolo errante, che si usa, e che obbliga specialmente le pecore a delle periodiche emigrazioni dalle montagne alle pianure ed a vicenda, la grande estensione di terre, in cui si trova il pascolo disperso, e finalmente il sistema di numerose greggi sono altrettante cause, che degradano la specie, che rendono ruvida la la na, e scarso il latte, e che le assoggettano a frequenti, e micidiali malattie.

Le razze de' giumenti si sono disperse, ed alterate per causa del brigandaggio, che ha desolato il Regno per vari anni. Sommamente utile sarebbe perciò il denaro, che s'impiegasse tanto all'acquisto di merinos, quanto di generosi cavalli, onde ingentilir la razza delle pecore, e de' giumenti.

L'arte di fare il formaggio qui è poco conosciuta, e saranno sempre preferiti alla mensa de' grandi i formaggi di Olanda, di Svizzera, di Lombardia. Un premio, un incoraggiamento a chi lavorasse il formaggio secondo l'uso di quelle Nazioni sarebbe molto utile, e ben inteso.

Le scuole di agricoltura, e di vetirinaria, da stabilirsi nel Collegi, i corrispondenti catechismi da insegnarsi nelle scuole primarie, ed i saggi, e gli esperimenti che avran cura di fare e pubblicare le società Economiche, e le deputazioni Provinciali promuoveranno efficacemente l'Agricoltura. Ma oltre di questi mezzi sono necessari gl'incoraggiamenti, ed i premi a più diligenti coloni. La bonifica delle terre paludose, l'arginazione del torrenti, la migliorazione delle razze esige considerevoli spese. Io non trovo, che fra venti, e più milioni di tributi, che paga la nazione siasi addetto un soldo solo a queste opere interessantissime; abbondano le spese sterili e improduttive, e son trascurate affatto quelle, che accrescer possono l'annua produzione, e quindi la ricchezza, e la forza dello stato. Almen trecentomila ducati all'anno addir si dovrebbero a tutte le migliorie, ch'esige lo stato infelice dell'agricoltura, e della pastorizia.

CAPO XI

Delle spese pel miglioramento delle arti, e delle manifatture

Dopo l'agricoltura meritano incoraggiamento e protezione, le arti, e manifatture. Sono esse così necessarie, che inutili sarebbero moltissimi prodotti della terra, se non subissero sotto la mano dell'uomo tutte le diverse modificazioni, che atti li rendono a nostri usi. In effetti a che gioverebbe il ferro, l'argento, l'oro scavato dal minatore, se il ferrajo, l'orefice non gli lessero per mezzo del calorico quelle varie forme che ce li rendono utili non men che cari, e pregevoli? A che gioverebbe la lana, il cotone, il no, se non subissero sotto la mano del filatore,del tessitore, del tintore tante diverse modificazioni, onde stoffe così comode, e vaghe ne risultano.

Intanto siccome nell'agricoltura, così ancora nelle manifatture siamo rimasti molto indietro alle altre nazioni; e quantunque il sulo a dovizia ci fornisca di tutte le materie prime, onde le arti, e le manifatture si alimentano, pure molte o ci mancano affatto, o sono rimaste ci rozze ed imperfette, che siamo costretti di ricorrere allo straniero per averle di buona qualità.

Fino a che i prodotti del nostro suolo e specialmente i grani erano da lui comprati, egli medesimo ci forniva i mezzi, come pagargli il prezzo de' suoi generi manifatturati: ma ora che lo smercio di quelli è scemato, nell'atto che ci è rimasto il bisogno di questi, l'acquisto se ne fa a denaro contanti con infinito discapito della nazione.

Altro mezzo dunque non v'ha per uscire da questa dannosa dipendenza, che quello di estendere, e migliorare le nostre manifatture, e sopra tutto quelle di un uso più comune, come sarebbero quelle de' panni, delle tele, della carta, delle pelli ec. Coll'animare queste fabbriche mille altre arti vengono animate del pari, e guadagnano tutte le classi della società.

Il governo ne leve con premi ed anticipazione di capitali incoraggiare lo stabilimento. Say crede, che le belle manifatture di sete, e di panni possedute attualmente dalla Francia sien dovute ai saggi incoraggiamenti di Colbert, il quale anticipò ai manifatturieri due mila franchi per ogni telajo in opera. Lo stabilimento di una gran manifattura, per esempio di panni, esige molti capitali. Si deve costruire un gran locale, si debbono acquistare molte machine, assoldare molti lavoranti, d quindi comprare le materie prime, oggetto della manifattura. Pochi particolari hanno il potere, o la volontà d'impiegare tutte le somme che vi occorrono, sul timore di una dubbia riuscita, specialmente allorché il governo non li protegge, e non li garantisce dalla concorrenza degli esteri con una ben intesa tariffa daziaria. Perciò per introdurre nel regno una gran fabbrica di panni all'uso di Francia, bisognerebbe, che lo stato aiutasse i particolari, con accordare gratuitamente un locale adattato, che non mancherebbe, e con anticipare senza interesse una buona porzione dei capitali necessari per le altre spese. Quindi dovrebbe il governo favorire lo smercio de' panni nostrali, sia col gravare di forti dazi quelli degli esteri, sia col dar l'esempio di vestirli a preferenza tanto esso, che i suoi impiegati.

In Ispagna, dove si nutre egual desiderio di sollevarsi dallo stato di languore e di miseria, in cui si è caduto, si è proposto alle Corti da un deputato di pregarsi il Re, perchè si degni di vestir panni nazionali, e perchè ne imponga l'obbligo ai ministri, agl'impiegati, ed all'esercito. La stessa esortazione si è fatta a tutt'i deputati, i quali l'hanno accolta favorevolmente.

Questo solo mezzo, che nulla costa, sarebbe efficacissimo per dare una gran spinta alle nostre manifatture.

Nell'albergo de' poveri, nel convitto del Carminello, ed in S. Leucio sono ben avviate le manifatture di seta; in Piedimonte quelle di cotone; in Castellammare quelle di pelli; a Vietri vi son delle buone cartiere, vi è pure una fabbrica di lastre, e bottiglie, in Arpino, Palena, e casali.. di Salerno vi sono fabbriche di panni, ma nessuna, e specialmente di quest'ultimi può mettersi al confronto delle straniere, onde v'ha bi sogno di molta protezione, e di molte cure per parte del governo, non che di molte spese per avviarle, e non sarebbero troppo dugentomila ducati all'anno.

CAPO XII

Delle spese per l'incoraggiamento del commercio

Allorché fioriscono l’agricoltura, e le arti per necessaria conseguenza fiorisce del pari il commercio, il quale non consiste, che a trasportare i prodotti di quelle da un luogo in un altro, sia che si vendano a danaro contante, sia che si cambii una merce coll’altra.

Il commercio che deve richiamare principalmente la nostra attenzione è il commercio interno, perché, come dice Say, il commercio esterno conviene poco alle nazioni, in cui i capitali sieno rari, e che ne mancano per esercitare la loro industria interna, la quale merita di esser protetta a preferenza.

Noi ci troviamo in questo caso, onde fino a che l’agricoltura, e le arti non saranno portate a quel grado di prosperità, che si può sperare dalla fecondità del suolo, e dall’attività de’ nostri ingegni, le nostre cure debbon esser dirette al commercio interno.

Acciò questo sia facile, spedito, e dispendioso il men che sia possibile è necessario troncare tutti gli ostacoli che v’abbia frapposto la natura, o l’uomo.

Quindi nasce la necessità di costruir tutte le strade rotabili per l’interno del regno; di formar de’ porti comodi, e sicuri; di far de' canali, dove l’ampiezza de’ fiumi il permetta. Spese non indifferenti son queste, e che non si possono eseguire in poco tempo, ma annualmente una considerevole somma dall’erario pubblico deve addirsi ad un uso di tanta utilità.

In onor del vero la costruzione delle strade, e di qualche altra opera pubblica è stata, molto promossa nello scorso quinquennio. Più di seicento mila ducati si sono annualmente impiegati alla costruzione delle strade del regno, non che del vasto edificio di S. Giacomo, dell’anfiteatro dirimpetto il palazzo Reale, dell’Albergo de' poveri, della fabbrica degli Studj ec. Perù in detta somma son compresi i soldi della Direzione Generale de’ ponti, e strade, degl’iuipiegàti dimessi, e le spese della scuola per gl’ingegneri.

Ma son tali e tante le opere pubbliche, che rimangono a farsi tuttavia, che non men di un milione all’anno impiegar vi si dovrebbe. In questa somma può comprendersi la spesa necessaria per la riattazione de’ porti, e per la formazione di qualche canale. Se per venti anni si continueranno cogli stessi mezzi le strade, ed altre opere pubbliche il regno avrà, cangiato aspetto. Però la maggior parte delle strade interne debbono farsi a spese de’ rispettivi Comuni, non potendo il governo occuparsi che della costruzione delle strade, le quali mettono, in comunicazione le provincie colla capitale, ed il capoluogo dei distretti colla centrale delle provincie.

Sarà dunque cura delle deputazioni provinciali di animare la costruzione delle strade che debbono facilitare i trasporti da un comune all’altro. Senza diminuire i giorni di lavoro destinati alle arti, ed all’agricoltura, impiegar si potrebbe alle strade comunali una parte de’ giorni festivi. Allorché gli operai avranno consacrata la mattina ad ascoltar la messa, e la parola di Dio, qual uso migliore far potrebbero del resto del giorno di quello di travagliare alla costruzione delle strade rotabili?

Parecchi esempi ai son già dati nel regno di questo patriotico zelo. Ora si sono rinnovati in occasione dell’appello de’ veterani alle armi. Alcuni parrochi hanno animato i contadini a lavorar nelle feste ne’ campi di coloro, che sono corsi alla difesa della patria. Questo sistema si dovrebbe praticar sempre per le infinite migliorie, di cui il regno è suscettibile. É immenso il risparmio che si farebbe coll’impiego gratuito di tante braccia anche per la sola metà de’ dì festivi. Calcolando a cinque soldi l’una la mercede, risparmiata in cinquanta feste dell’anno per un solo milione di operai, si avrebbe in un anno un risparmio di mezzo milione di ducati. E se nelle feste andassero a travagliare alle strade anche le femmine si avrebbe un altro risparmio di dugento mila ducati e più, io ho parlato lella sola mercede in denaro, giacchi la metà del vitto dovrebbe andare a carico de' proprietarj, che non impiegassero le loro braccia: Con questo metodo, cogli avanzi delle spese comunali, e con qualche leggiera tassa, dove occorresse, tra i possidenti si perverrebbe in men di dicci anni a fare tutte le strade rotabili del regno.

Ma affinché ne’ comuni accrescer si potessero i mezzi di far le strade non solo, ma ancora fontane dove ne mancano, ed altre opere pubbliche, bisognerebbe sgravarle di tutti i pesi estranei alla loro amministrazione, come dal mantenimento de’ giudici di circondario, dal mantenimento de’ detenuti, dalle forniture militari, e dal vigesimo delle rendite, che pagano attualmente al Ministero di guerra.

Quantunque le strade comunali non sieno a carico del tesoro pubblico, e quindi non entrino nel. piano che mi ho proposto, pur mi si perdoni questa breve digressione in grazia dell’ardente desiderio, che ho di vedere accelerata la prosperità nazionale.

Torno agli ostacoli, che debbono eliminarsi, perché possa fiorire il commercio interno.

Per impinguar le dogane si sono accresciuti dazj di esportazione. Questo articolo mi menerebbe assai lungi dal mio soggetto, se volessi approfondirlo; onde mi contenterò di accennare, che dev’esser riformata la tariffa in modo che non sia diretta ad accrescer le rendite pubbliche ma solo col disegno di favorire le industrie nazionali. Allorché si vuole lo smercio di esse, dev’esserne libera l’uscita, ed esente da qualunque peso, onde possan sostener ne’ mercati la concorrenza colle produzioni estere: similmente acciò l’importazione di queste non pregiudichi alle nostre bisogna accrescerne i dazj. E. qui accenno di passaggio il danno; cagionato al nostro commercio co’ privilegi accordati alle bandiere Inglese, Francese, e Spagnuola. Questo delicato, ed importante articolo richiamar dee tutta l’attenzione del Parlamento, perché influisce infinitamente sul nostro commercio..

Ostacolo non indifferente al rapido corso del commercio interno è la infinita diversità de’ pesi e misure, che si trovano attualmente in uso nelle varie Provincie del regno. Anni fa, si pensò di ovviare a questo disordine, e molte disposizioni si diedero, e non poche somme furono spese a tal oggetto: ma quindi si abbandonò interamente, l’idea di rendere uniforme il sistema de’ pesi e misure. Ora converrebbe ripigliarne l’impresa, e portarla a fine per la prosperità del nostro commercio.

Finalmente la costruzione de’ legni mercantili deve esser incoraggiata, e protetta, poiché attualmente mi sembra, che sia inceppata co’ forti diritti che vi si trovano imposti colla legge di navigazione de’ 3o Luglio 1818. La marina mercantile è la base della marina militare. Quando quella è numerosa, del pari lo è questa. Dunque o nessuno, o ben tenue dev’esser il dritto sulla costruzione de’ legni addetti al commercio.

CAPO XIII

Delle spese necessarie per la formazione delle statistica del Regno

Allorché un diligente padre dì famiglia vuol, ben regolare l’economia domestica, comincia dall’informarsi pienamente dello stato di tutti i suoi Averi; fa misurar l’estensione delle terre, e ne indaga le diverse qualità; numera le greggi; esamina l'indole ed il carattere de' suoi servi; ve, de' infine i bisogni e le risorse di sua famiglia e quindi con dati sicuri calcola e disegna i miglioramenti da farsi in tutti i rami della sua industria. Così e non altrimente agir dee un savio ed accorto reggitor di popoli. S egli nutre verace impegno di renderli prosperi e felici,,. deve studiarne il carattere, e le inclinazioni, conoscere il clima, la natura, e l’estensione del suolo che abitano, il loro numero, ed occupazione, lo stato dell’agricoltura, delle arti, del commercio, dell’istruzion pubblica; in somma conoscer dee perfettamente l’uomo co’ suoi rapporti sociali, e tutti gli esseri che lo circondano.

Intanto la statistica, ossia il complesso di tutte queste notizie, è stata presso di noi poco curata sinora.

Sotto il Governo de' Francesi fu data qualche disposizione per formarsi la statistica del Regno, e, se non erro, fu assegnato un soldo mensuale al segretario delle società economiche provinciali in compenso dell'incarico affidatogli di raccorre le notizie statistiche della Provincia: quindi molti ragguagli, benché forse non del tutto precisi, furon dati; ma niun uso ne fu fatto, o almeno il pubblico nulla ne ha conosciuto. Non so, se negli ultimi cinque anni siasi fatto qualche travaglio per la statistica. Quello ch'è certo si è che neppure i dotti del paese dopo l'illustre av. Galanti, il quale ci lasciò una descrizione geografica e politica del regno, opera di somma diligenza, e fatica, si sono mai applicati a questo genere di utilissimi studj. Solamente l'arcidiacono Cagnazzi pubblicò anni sono, gli elementi dell'arte statistica, dandone molto giudiziosi precetti.

Egli è tempo ormai, che siccome ad ogni altro oggetto di pubblica utilità, così ancora alla formazione di un'esatta statistica del regno sien rivolti i nostri pensieri. E primieramente fa d'uopo, che se ne occupi il governo, il quale secondato dagl'Intendenti, e dalle deputazioni provinciali è il solo, che aver possa le notizie precise delle cose, e far tutte le spese, che vi potrebbero occorrere. In secondo luogo bisogna che gli uomini colti ed instrutti di ciascun comune si affrettino a comunicare al governo le notizie riguardanti la loro patria e con ogni possibile esattezza, e buona fede; poiché se si vuole che non s'inganni ne' suoi calcoli politici ed economici, è necessario che abbia una conoscenza esatta e precisa dello stato di nostre forze, delle nostre risorse, e del nostri bisogni.

Almen duemila ducati per ciascuna provincia metter si dovrebbero a disposizione del governo per si importante oggetto.

CAPO XIV

Delle spese per gli archivii provinciali

Esigendo il bene dello stato, e la sicurezza de' particolari interessi la buona conservazione delle carte destinate al pubblico uso ed alle notizie utili per la storia patria, fu con legge de’ 13 novembre 1818 stabilito, che oltre al grande archivio di Napoli vi sarebbe in ciascuna Provincia un particolare archivio, onde conservarsi tutte le carte appartenenti alle antiche, e nuove giurisdizioni, ed a tutte le amministrazioni comprese nel territorio della provincia.

In conseguenza di siffatta legge si destinarono i locali per gli archivii, e furon assegnati i fondi necessarii per ridurli all'uso del medesimi: forse in alcune provincie saranno già pronti. Senza dubbio il Parlamento approverà che sia mantenuta questa utile istituzione.

Siccome il personale non ancora è stato no minato, dinotar non posso la spesa necessaria per ciascun archivio provinciale. Forse basteranno 18co ducati annui per soldo di un archivario, due commessi, un custode, ed altre piccole spese necessarie: in tutto duc. 16,8oo, oltre li duc. 252oo assegnati attualmente per supplemento alle spese dell'archivio generale del Regno.

CAPO XV

Delle spese per la salute pubblica

Consistono queste spese nel supplemento di soldo agl’impiegati nella sopraintendenza generale, al magistrato, e deputati di salute, giacché i soldi si pagano dal prodotto della tariffo sanitaria. Si trova già ordinato l’ammortizzamento delle piazze di prodirettore di salute a misura che vacheranno. Van compresi nell’istesso art. i soldi per gl’impiegati nella commissione centrale di vaccinazione residente in Napoli, e nell’officio del protomedicato. Tutte queste diverse speso ascendono a circa 18000 ducati, oltre 9000 altri ducati addetti a propagar la vaccinazione nelle provincie. Ognun comprende quando siano necessarie. Trovandosi il nostro regno aperto da tre lati al mare, e dirimpetto alle coste di Africa, e della Turchia, dove fa strage continua la peste, non v’ha cautela che basti per garantire dal suo contagio micidiale. Similmente la vaccinazione debb'esser sempre più inculcata, e diffusa, onde si preservi lo stato da un morbo, che è causa di popolazione non solo., ma ancora di deturpazione delle naturali forme del volto.

CAPO XVI

Delle spese per le mantenimento de’ detenuti

I malvaggi dopo aver infestata la società coi loro delitti, le divengon di peso, allorquando ne subiscono il castigo, perché al danno che riceve dalia privazione di tante utili braccia, si aggiunge quello della spesa del loro mantenimento. Tutta volta l’umanità esige, che i rei siano trattati colla maggior dolcezza possibile. Sopratutto poi meritano riguardo i detenuti, non ancor condannati. I locali, dove ora si custodiscono, sono veramente spaventevoli. Si è sempre parlato di migliorar le prigioni, ma finora altre cure più urgenti hanno allontanata questa riforma, reclamata altamente dalla giustizia, dall’umanità. Spesso gl’innocenti si trovano in una stessa prigione confusi co’ malfattori, il di cui contatto lor fa acquistare que vizj, che non hanno. Più spesso ancora prima di essere giudicati, muojono di morbi contagiosi, sviluppati per l'ammasso di centinaja di persone in angusti, ed oscuri sotterranei. E cresce talvolta l’epidemia in modo, che si propaga anche nell’interno delle città, dove si trovano situate le prigioni con grandissima strage degli abitanti. Quindi il Parlamento deve disporre la costruzione di prigioni ampie, e ventilate, e dove specialmente i giudicabili sieno separati dai giudicati. È questa una spesa necessaria, e che non si può differire. Allorché le prigioni saranno più comode vi si potranno introdurre delle manifatture grossolane: lo che produrrebbe due vantaggi, il primo che la spesa del mantenimento de’ detenuti ricavar si potrebbe in gran parte dal prodotto delle loro stesse fatiche: in secondo luogo i detenuti a tempo acquisterebbero amore pel, travaglio, ed all’uscir dalle prigioni, si troverebbero 'migliorati, e spogli dalle prave antiche loro abitudini.

Le spese delle prigioni ammontano ora a più di trecentomila ducati. Io non so se un miglior metodo di amministrazione potrebbe produrre qualche risparmio su quest’esito. Quello che è certo si è che sia indispensabile accordare le somme occorrenti per la riduzione ed ampliazione delle prigioni in almeno tremila ducati annui per ciascuna provincia, ciocché porterebbe le spese delle prigionia 350,000 ducati. Queste spese andranno a scemare a misura, che si propagherà la coltura, e l’istruzione pubblica ed a proporzione, che l’amministrazione della giustizia sarà più pronta, e spedita.

CAPO XVII

Del debito pubblico

Le terribili scosse politiche, alle quali da più anni è stato soggetto il regno, avevan fatto crescere infinitamente il debito pubblico. Durante il governo Francese fu molto diminuito sia con una riduzione, allorché se ne fece la liquidazione, sia colla vendita de’ beni nazionali, e coll’affrancazione de’ censi de’ p. stabilimenti. Inoltre si creò una cassa di ammortizzazione, il cui scopo è l’estinzione del debito; e se i fondi, che le furono assegnati non fossero stati per i bisogni della guerra spesso ad altri usi invertiti, a quest’ora il debito pubblico sarebbe quasi estinto.

Il fatto sta che il debito già liquidato ascende tutta via a circa 30,000,000 in capitale; e circa 10 altri milioni importano i crediti di cui si sta facendo, la liquidazione.

I sani principi di economia consigliano la totale estinzione del debito, nazionale. Varii mezzi vi sono per ottener questo fine.

1.° la vendita de' rimanenti beni nazionali con partite d’iscrizione;

2.° la soppressione de' conventi;

3.° la restrizione delle mense vescovili, per vendersi nell’istesso modo i beni degli uni e delle altre;

4.° l’affrancazione de’ canoni infissi sul tavoliere di Puglia.

Coll’estinzione del debito si risparmierebbero le spese di molte amministrazioni. Lo stato inoltre guadagnerebbe colla libera circolazione, e colla pili saggia amministrazione delle proprietà.

Oltre del debito nazionale proveniente da imprestito fatto dal governo co’ particolari, lo stato ne ha un altro per pensioni, ed assegnamenti fatti agli impiegati civili, e militari, o alle loro vedove, non che agli ex frati.

Per altro le pensioni accordate regolarmente dopo gli anni di servizio non gravitano tutte sul tesoro, ma in parte sul fondo del 2 per 100, che si rilascia dagl’impiegati sui loro soldi. Le pensioni degli ex frati si vanno con essi annualmente estinguendo, e così pure gli assegnamenti sui ruoli provvisorj; di modo che fra alcuni anni, ora che son cessate le dilapidazioni, lo stato si troverà libero da questo peso.

Le spese del debito pubblico consolidato ascendono per quanto apparisce dallo stato discusso del ministero delle finanze del corrente anno, a ducati 1,420,000; le pensioni ecclesiastiche a ducati 600,000, quelle di grazia a ducati 250,000, e quelle di giustizia a ducati 500,000; gli assegnamenti sul primo, e secondo ruolo provvisorio e ducati 170,000,In tutto 2,900,000, peso gravissimo per lo stato, e che assorbisco gran parte delle sue rendite. Se conviene far tutto il possibile per la pronta estinzione del debito pubblico, conviene ancora chiudere l'adito alle pensioni di grazia, ed agli assegnamenti arbitrari.

Il solo marito, i soli servigi renduti alla patria, ed allo stato debbono essere i titoli per le pensioni: o quando non si hanno tutti gli anni di servizio, che la legge richiede possono far meritare la pensione acciacchi tali di salute, che rendano in possibile ogni ulteriore servizio. Intanto sulla detta somma di duc. 2,9000,000 credo che potrebbero risparmiarsi almeno 200,000 duc. Per la cessazione di quelle pensioni di grazia, ed assegnamenti sui ruoli provvisori, che non si troveranno dal Parlamento fondate sopra niun principio di giustizia, e di equità.

CAPO XVIII

Di varie altre spese

Sono inoltre comprese nello stato discusso del ministero delle finanze le seguenti altre spese, cioè: duc. 66000 per prestazione a’ barbareschi duc. 21,000 per interessi dotali a S. A. R. la Duchessa di Berry, duc. 55,000 per spese di sconto; duc. 3600 per soldo del Governatore, e per spese di lumi, e di polizia dell’edificio di S. Giacomo, duc. 690,456. al Principe Beauharnais per interesse e parte del capitale di 5,000,000 di franchi; duc. 480,000 per arretrati prima del 1806, e dopo; duc. 380,000 per interessi, a capitali dovuti agli emigrati, ed ai non emigrati, ammessi a liquidazione, duc. 24,000 per rendite di dotazioni promesse; duc. 40,000 per riconiazione di monete; duc. 70,000 per disgradi sulla contribuzione fondiaria, duc. 300,000 per spese imprevedute dello stato e delle Finanze; e finalmente duc. 5o0,000 per rimborso di somme spese con anticipazione nell’anno 1819 in tutto duc. 2 ,410,o35.

Io non so qual somma siesi pagata in quest’anno per gli arretrati, ed altri debiti. È presumibile, che si trovi già molto soddisfatto. In qualunque modo, trattandosi per la maggior patte di spese non urgenti, allorché ne fosse dal Parlamento riconosciuta la validità, si potrebbero pagare in più anni per le circostanze dello stato, ed ammetter si potrebbero per tutte le indicate spese 500,000 duc. all’anno,. oltre di 150,000 altri per spese straordinarie e imprevedute dello stato.

CAPO XIX

Delle spese per la direzione, riscossione, pagamento, e contabilità delle rendite pubbliche

Chi mi. darà il filo di Arianna per poter penetrare nel laberinto delle numerose amministrazioni finanziere? Lungo tempo bisognerebbe e replicate osservazioni, ed esatta conoscenza de' moltiplici rami, e de’ tortuosi giri di tante amministrazioni per poterne con dati sicuri ragion Bare, Si è la finanza tenuta. sinora così nascosta agli occhi del pubblico, che non dirò un semplice privato, ma neppure un impiegato stesso di quella sarebbe in grado. di spiegare la necessità, e la regolarità degli attuali metodi di esazione, e di amministrazione. Lasciando dunque al Parlamento la cura di verificare, tutto ciò con i mezzi che sono in suo potere, io dirò sulle diverse amministrazioni di finanze quel che il buon senso mi detta, e ciò che il pubblico ne dice.

In primo luogo egli è indubitato, che le amministrazioni di finanze sono molte, e tutte servite da battaglioni di impiegati. Basta a dimostrar questa verità la semplice loro enumerazione: esse sono le seguenti.

Ministero delle finanze Gran Corte de’ Conti Tesoreria Generale Consiglio, e Direzioni delle Contribuzioni Dirette Direzione Generale del P. Demanio Direzione Generale de’ Dazj Indiretti Direzione Generale della registratura e bollo Direzione Generale delle Poste, e Procacci Direzione Generale del G. Libro Direzione della Lotteria Direzione Generale de’ beni donati e reintegrati allo Stato Direzione Generale de’ beni riservati a disposizione di S. M. Amministrazione del Tavoliere di Puglia Cassa di Ammortizzazione Banco. Zecca. Giù numerar potrebbe i Direttori Ispettori; Verificatori, Controlori ec. di tante diverse Amministrazioni, non che le numerose schiere delle guardie doganali e forestali, che ne la parte.

Se mai sotto il regime Francese si spiegò lusso degl’impieghi, egli lo fu certamente in tutta la sua estensione nelle amministrazioni finanziere. I Francesi venuti nel regno con animo di far fortuna, scelsero come più adattate a’ loro disegni le amministrazioni di finanze, onde ne moltiplicarono, e complicarono le ruote, perché più occulte restassero, le loro rapine. Cacciati essi dagl’impieghi, a noi rimasero in retaggio i loro sistemi. In Francia si moltiplicarono gl’impieghi dal despota per moltiplicare i suoi satelliti. Lo stesso sistema s’introdusse in Napoli; ma se tutte le diverse sopraccennate amministrazioni potevan tollerarsi nel vasto Impero di Francia, insopportabili erano nel nostro piccolo regno. Egli è tempo di far cessare tanti abusi, e dilapidazioni, se veramente si vuol stabilire la felicità della nazione. Le amministrazioni finanziere debbono restringersi al puro bisognevole, perché quanto si spende di più nel riscuotere, ed amministrare i fondi pubblici, è un tributo che gravita sui popoli, senza che lo stato ne profitti.

Eseguendosi gli art. 521. §. 4. e 546, della costituzione, sembra a prima vista che gran risparmio far si potrebbe nelle spese della percezione de' tributi; poiché secondo essi sopprimer si dovrebbero le ricevitorie di distretto, e di circondario, con affidarsi in vece l'esazione ai Decurionati, da cui si dovrebbe rimettere il denaro pubblico alla Tesoreria Provinciale.

Ma a ben considerare quegli articoli non v’ha chi non si avveda chiaramente, che dovendosi eseguire, nascerebbero gravi disordini nell’amministrazione municipale senza diminuirsi le spese di percezione. L’esperienza ci persuade di questa verità, giacché prima della istituzione dell# ricevitorie di distretto, e di circondario era in uso presso di noi il sistema prescritto dalia costituzione. Allora i comuni nominavano l’esattore fiscale e garentivano al tesoro il pronto ed esatto pagamento delle rispettive quote la conseguenza la cassa comunale si confondeva colle cassa regia, onde i voti, e le malversazioni di questa si supplivano colle rendite di quella. Quindi l’amministrazione comunale era continuamente vessata dal Ministero delle Finanze, e quindi le rendite de’ comuni erano invertite a saldar# le contribuzioni dello stato, onde niun opera pubblica, niun miglioramento poteva eseguirsi D’altronde per le spese di esazione si accordava all’esattore comunale sino al 10 per 100, e delle volte anche di più; giacché non essendovi che una sola percettoria nelle Provincie, lungo e pericoloso vi riusciva il trasporto del denaro. Stabilire in seguito le pereettorie di circondario, e le ricevitorie di distretto, i comuni restarono liberi dalla grave e dispendiosa cura dell’esazione de' tributi; le spese diminuirono più della metà ed il governo ebbe più sicure garenzie per l’esattezza del versamento.

Ora se tornar si volesse all’antico sistema, si tornerebbe agli antichi inconvenienti. Quindi, facendo in questa parte una modifica, alla costituzione, conservarsi dovrebbe l’attuai metodo di percezione, per mantener l’indipendenza dell’amministrazione municipale, e per non aggravarla di un peso, che paralizzerebbe tutte le sue ordinarie, ed utili occupazioni...

Il risparmio principale consister deve nella restrizione delle amministrazioni. Già se il Parlamento avrà cura che il debito pubblico si estingua prontamente co’ mezzi sopraccennati, cesseranno di fatto molte amministrazioni, e si risparmieranno due in tre cento mila ducati, quanto quelle costano. Intanto fino a che non si estinguerà, tutte le amministrazioni de’ beni nazionali possono riunirsi in una sola. Ma egli è della massima importanza l’accelerare l’estinzione del. 'debito pubblico, poiché qual pro allo stato l’aver rendite di beni nazionali, se deve impiegarle a pagare gli annui interessi a’ suoi creditori?

Una maggior semplicità nc regolamenti di contabilità delle finanze farebbe diminuire la necessità dì molti altri impieghi. Ma il Parlamento per giungere a questo scopo dovrebbe. seguire. il eterna che si tenne in Inghilterra. Ivi la contabilità delle finanze era egualmente difficile. complicata, ed oscura. La camera de' comuni non contentò de’ rapporti del Ministro, ma destinò varj deputati intelligenti ad esaminare nelle tesse officine i metodi della contabilità. Ecco come si esprime Ganil, che riporta questo fatto.

«Io non dissimulerò che l’Inghilterra ebbe bisogno di grandi sforzi di una pazienza a tutta pruova, di una infaticabile ostinazione, per dissipare la profonda oscurità della contabilità delle sue finanze. Tre comitati speciali della camera de’ comuni impiegarono dodici anni a percorrere quel laberinto, a conoscerne tutt i giri, e a descriverne tutte le sinuosità. Essi esposero in quarantasei rapporti i risultati delle ricerche, i mezzi di render semplice l’amministrazione delle finanze, di economizzare le spese, e di renderne la contabilità chiara, e facile. Le misure che essi proposero, e fecero adottare ebbero un si gran successo, ch’è ormai massima generalmente ricevuta in quel paese che ciascun può seguire il denaro uscito dalla borsa di un Inglese pe’ bisogni dello stato, sino a che sia giunto alla Sua destinazione, senza che in questo tragitto più o meno lungo, più o meno diretto, egli sia possibile di nascondere il suo andamento, le sue stazioni, ed i suoi giri».

Siccome Ganil propose alla Camera de’ Comuni di Francia d’imitare l'esempio di quella d’Inghilterra, così io propongo ai Deputati del nostro Parlamento, che imitino la medesima saviissima condotta. Mi duole solamente di non averle cognizioni, e l’esperienza di Ganil per poterli illuminare in si difficile impresa: ma il loro zelo pel bene della patria lor farà superare tutti gli ostacoli. Sarebbe utilissimo di avere i sopraccennati rapporti, onde servir gli possano di. guidata questo scabroso sentiero.

La cura de’ boschi vien affidata dalla costituzione ai Decurionati; quindi potrebbe abolirsi la corrispondente amministrazione in vigore.

Ridotte perciò in una sola tutte le amministrazioni relative ai beni nazionali, ed abolita quella di acque e foreste, non rimarrebbero che le direzioni de’ dritti riservati, del registro e bollo delle poste e procacci e della lotteria, la Tesoreria generale, il Banco, il G. Libro, la Cassa di ammortizzazione, fino all’estinzione del debito p. e la Gran Corte de’ conti. L’esistenza di alcune è necessaria nella Capitale, ma le prime quattro oltre d» doversi con tutte le altre, quivi restringere al puro bisognevole, riunir si dovrebbero alla direzione delle contribuzioni dirette nelle provincie, onde tarmarvi una. sola amministrazione di tutte le rendite pubbliche; lo che sarebbe conforme alla costi tu' Rione, la quale non riconosce, che un solo capo dell’azienda in ciascuna provincia. Non parlo della Zecca perché, questa non è di peso allo stato.

Ma che si farà di tante centinaia di persone, che resterebbero prive d'impiego? Doloroso quesito. Io sono ben alieno dal sentimento di coloro che vorrebbero senza pietà, e senza alcuna considerazione gittar sulla strada tutti gl'impiegati superflui. Il bene dello Stato, il sollievo di cinque milioni di abitanti è preferibile senza dubbio a quello di due o tre mila: ma questi non cessano di esser figli della patria, la quale permetter non può, che sieno abbandonati alla miseria, o che vedendosi privi di sussistenza, sien costrettti a procurarsela con illeciti mezzi. Uopo è quindi di procedere in questa riforma con molta prudenza ed umanità.

Gli attuali impiegati dividersi possono in quattro classi, la prima di quelli, che sono intelligenti, onesti, ed attivi; la seconda del vecchi, o insufficienti; la terza de' soprannumeri; la quarta finalmente degli immorali. Fatta questa distinzione è facile e naturale il metodo da tenersi nella restrizione degl'impiegati. Quelli della prima classe meritano di esser conservati, e quando il loro numero si trovasse anche esuberante, una parte dovrebbe congedarsi colla metà di soldo, a condizione di esser rimpiegati alle prime vacanze. Ciò porta la necessità di stabilirsi, che da ora innanzi non si dessero impieghi a persone nuove, fino a che non fossero reintegrati tutti gli attuali impiegati dimessi per effetto del sistema generale di riforma. Quelli della seconda classe, cioè i vecchi, o gl'insufficienti, dovrebbero giubilarsi con un terzo, e o la metà, o coll'intero soldo secondo gli anni di servizio prestato, e sei condo le particolari circostanze delle rispettive famiglie. Ai soprannumeri, che compongono la terza classe non si fa alcun danno positivo col privarli dell'impiego, perchè niente ne percepiscono, ed es sendo per la maggior parte giovani, e torniti di mezzi di sussistenza, possono avviarsi per la carriera più utile delle scienze, del commercio, e delle manifatture. Gl'impiegati finalmente che nell’esercizio delle loro funzioni sono stati poco fedeli, ed esatti, non debbono tollerarsi in un Governo, in cui la sola virtù, ed i soli talenti, debbono esser premiati. Si dovrebbero quindi destituire senza compenso alcuno.

Comprendo che con questo sistema lo stato verrebbe aggravato di pensioni; ma val meglio pagar dieci, che venti o trenta, nella certezza che le pensioni finiscono, giacché gli uomini non sono eterni.

E poi non è il solo vantaggio del risparmio, che deve guidare nella restrizione degl'impieghi, ma vi è l'altro importante di far conoscere alla gioventù, che questa sterile professione è finita, onde ad altra più utile possano di buon' ora incamminarsi. Ecco come si espresse il Generale Foy, uno de' più zelanti, e liberali Deputati della Francia nell'ultima sessione della Camera dei Comuni in occasione che si discuteva la riduzione di una spesa.

«Io appoggio l'emenda della Commissione per una considerazione generale. Noi viviamo sopra un piano, in cui una metà della nazione salariava l'altra; ei bisogna rinunciare a queste abitudini, se vogliamo il governo rappresentativo: non conviene ingannare i padri di famiglia nella direzione, che danno ai loro figli; ch'essi sappiano, che si conserveranno soltanto gl'impieghi necessari, e che se si conservano presentemente alcuni degl'inutili, è solo perchè ne dipende l'esistenza di coloro, che li esercitano.»

La Francia si trova oppressa dagli stessi mali, che il nostro paese, pecchè lo stesso è stato lo spirito di governo di questi due popoli: onde i rimedi esser debbono i medesimi, se si vogliono rammarginate le profonde piaghe dello stato. Se non cesseranno le spese inutili; se non avran fine le dilapidazioni del pubblico denaro, sarà vano lo sperare il risorgimento della nazione, anche sotto la tutela del regime costituzionale che godiamo.

Gl'impiegati stessi, che innocentemente sono una delle cagioni della miseria dello stato, fa ranno volentieri il sacrificio che lor chiede la patria, il quale sarà duro ne' primi tempi, ma in prosieguo si convertirà certamente in bene anche per essi medesimi, poiché da un mestiere sterile, e servile passeranno all'esercizio di una liberale, e lucrosa professione. Oltrecché colui che possiede capitali, guadagnerà nel ribasso del tributi ciò che avrà perduto nel soldo; colla differenza, che ora potrà prender cura della dissestata economia de' propri affari, ed impiegare i suoi risparmi produttivamente nell'atto che, mentre stava in impiego, veniva tutto l'aver suo assorbito dalle spese di lusso, e di rappresentazione, cui era obbligato.

Mi riesce difficile calcolare il risparmio, che ricavar si potrebbe dalla riduzione delle amministrazioni finanziere, perchè non conosco attualmente, che la spesa del ministero delle Finanze, della Tesoreria, ricevitori, e direttori delle contribuzioni dirette, G. libro, cassa di ammortizzazione, e G. Corte de' conti. Questa spesa ascende a ducati 642,000, e potrebbe minorarsi di un terzo, cioè ridursi a circa ducati 428,000. Ignoro poi le spese, che costano tutte le altre, le quali sono le più dispendiose. Nello stato discusso del ministero delle Finanze non sono portati i soldi e le spese di ufficio di tutte le amministrazioni destinate ad incassare i dazi indiretti, o le rendite de' beni nazionali, perchè si pagano co' fondi propri, versandosi al tesoro il prodotto netto. Egli è però indispensabile che si conoscano, affinché si veggano in tutta l'estenzione i sacrifici de' popoli. Molto certamente risparmiar si potrebbe sulle dette amministrazioni, riformandole nel modo di sopra esposto.

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PARTE II

DELLE RENDITE PUBBLICHE

Dopo aver ragionato delle spese necessarie tanto per lo mantenimento dell'ordine pubblico, quanto per promuovere la nazionale prosperità, parlerò de' mezzi più opportuni, e men gravosi, onde soddisfare alle spese medesime.

Terrò in questa seconda parte del mio lavoro l'istesso metodo, che ho serbato nell’altra; e quindi non m’impegnerò di proposito nelle ardue e lunghe discussioni sulla qualità, e sui vizj ili ciascun tributo: ma accennando brevemente le sentenze de' più rinomati economisti su que età materia, procurerò di adattarle al sistema delle nostre finanze. Chi poi ha vaghezza di approfondire quistioni di tal fatta, ricorra agli stessi autori, i quali hanno esteso talmente i confini della scienza, che stolta presunzione sarebbe la mia quella di intraprendere a dilatarli maggiormente.

I tributi, che sono attualmente in vigore nel regno si riducono a’ seguenti: 1 fondiaria, 2 dogane, 3 privativa di sale, tabacco, polvere da sparo e carte da gioco. 4 registro e bollo, 5 lotteria, 6 poste e procacci.

A questi si aggiungono le rendite dei beni nazionali, come del Tavoliere di Puglia, de' beni del così detto demanio, di quelli di casa Reale ec.

La varietà degli esposti tributi è conforme alle massime di economia politica. Ecco come dice Say:

«La moltiplicità delle forme, sotte le quali si presentano i pesi pubblici è un grande avviamento alla giusta loro ripartizione, purché però ciascun di essi in particolare sia mantenuto ne’ limiti di una certa moderazione.»

Quasi nel modo istèsso si esprime Tracy. Ecce le sue parole:

«Le migliori imposizioni sono 1. le più moderate, perché obbligano a’ minori sacriflcj, e rendono necessarie minori violenze; 2. le più variate, perché si equilibrano le une colle altre; 3. le più antiche, perché hanno penetrato in tutt'i prezzi; e che in conseguenza ogni cosa si è secondo i medesimi livellata.»

CAPO I

Delle contribuzioni dirette

Oltre di esser quasi tutti gli attuali tributi molto gravosi, e quindi opposti alla moderazione, che dagli economisti si richiede, le contribuzioni dirette non sono ripartite egualmente sopra tutt’i cittadini. Tutti godono de’ vantaggi della società, i magistrati per tutti amministrano la giustizia, ed a tutti garantiscono la libertà,, la vita, e la roba; per tutù combattono i soldati contro i nemici esterni; e contro i perturbatori dell’ordine interno. Giustizia quindi vuole che tutti contribuiscano alle pubbliche spese a proporzione delle rispettive rendite. Intanto mentre da una parte i possessori di fondi sono oppressi dal peso de' tributi, esenti ne sono interamente i possessori di animali, i capitalisti, e coloro che esercitano professioni, e mestieri. Vi ho compreso anche i capitalisti, poiché quantunque fesse, accordato: ai debit ori. il dritto di ritenere il decimo, sugl’interessi, pure ciò riguarda i capitali dati in prestito prima dello Stabilimento della fondiaria; giacche dopo ordinariamente si è con varj mezzi procurato. dai capitalisti di evitare detta ritenuta. In somma la contribuzione fondiaria è divenuta ormai eccessiva, ed insopportabile. Per effetto dell’attuai ribasso del prezzo de' cereali. quasi il terso della. rendita territoriale rimane da quella, assorbito. Nel 1806 allorché si abolirono gli antichi tributi del regno, ad essi venne s00stituita la fondiaria, e fu ripartita sulle proprietà di ogni natura; ma in seguito la parte impasta, sui possessori d’industrie, e di manifatture, e su’ professori di scienze, e di mestieri venne rimpiazzata dal dritto di patente. Questo fu più appresso egualemente abolito, onde gli ultimi cittadini restarono interamente liberi da ogni tributo. Ottima cosa è certamente l’abolizione di un tributo: ma quello merita di essere a preferenza abolito, pure scemato, il quale si trova più gravoso. Dunque potea mantenersi il diritto delle patenti, portarsi invece una corrispondente diminuzione sulla fondiaria.

La setta degli economisti fu un tempo sedotta dall’idea di un tributo unico, e semplice sui prodotti tratti della terra. Questo progetto inganna a prima vista i meno accorti; poiché pare che quel tributo unico sia il migliore tanto per la sua certezza, quanto per la sua facile riscossione.

Il nostro Filangieri se n’era egualmente invaghito, onde propose di abbattersi l'antico caos degl’infiniti cespiti di finanze, per sostituirvi il solo tributo sulle terre: ma l'inganno è stato fino all’evidenza svelato mercé i rapidi pregressi delle scienze economiche.

Si è capito, che la sorgente delle ricchezze non consiste nella terra, ma nel travaglio dell’uomo, che della terra si serve, come di una macchina nell’arte di produrre, del pari che si avvale degl’istrumenti, e delle macchine nelle manifatture, e de’ navigli e de’ carri nel commercio.

«Il coltivare, dice Tracy, consiste nel convertire col mezzo di un istrumento chiamato campe i grani, l'aria, la terra, ed altri principj in una messe abbondante: come il manifatturare consiste nel cangiare coll'ajuto di alcuni istrumenti il canape in tele, ed in vestiti, ed il commerciare nel ravvicinare al consumatore colle macchine, come i vascelli, ed i carri, le cose utili che ne sono lontane, ed aggiungervi il prezzo di quanto bisognerebbe per andarle a cercare. Or se contribuiscono alla produzione tanto gli artisti, che i manifattori, e i commercianti, per qual ragione gli uni debbono sopportare tutto il peso delle pubbliche imposte, e gli altri andarne interamente liberi?»

L’Achille delle ragioni degli economisti nei sostenere il tributa unico sulla terra è stato, che siccome tutti han bisogno per vivere de’ prodotti di quelle, così loro possessori si rimborsano de’ tributi, che. pagano, sopra i compratori de’ loro prodotti. Ma oltre che questo rimborso è difficile, e non lascia di cagionare delle oscillazioni nello stato, non è in libertà de’ possessori delle terre di alzare. a piacer loro il prezzo de’ generi cereali; perché elevandolo troppo, non potrebbero più sostenere in questo commercio la concorrenza dello straniero.

Se Filangieri si fosse trovato a’ tempi nostri, avrebbe toccato, con mano, che la rendita territoriale non può essere la sola base de’ tributi mentre se osa rivolessero abolire tutt’i dazi indiretti, ed accrescer tanto la fondiaria quante importano le une e gli. altri uniti insieme, resterebbe assorbita tutta la materia imponibile delle terre, ed i loro possessori perirebbero di fame. Dunque vi è un altro fondo di tributi oltre le terre, e questo consiste nelle manifatture, e nel commercio. Io comprendo che le dogane sono rinate a far contribuire questi ultimi rami d’industria a’ pubblici pesi, ma le dogane non toccano tutti i fabbricanti, e tutti’ i commercianti. I manifattori di panni, e tele ordinarie, di pelli, di ferro ed altri metalli, in somma tutti i manifattori, e commercianti nell’interno del regno non sentono il peso delle dogane, come non le sentono i possessori di animali e i capitalisti. E questo stesso peso poco si soffre da’ fabbricanti; e commercianti di lusso, perché essi possono facilmente indennizzarsi dell’importo dei dazi sopra i compratori, per la ragione che appartenendo questi alle classi più ricche ed agiate della società, non badano a separare nell’atto della compra di un pezzo di panno, di un merletto, di una gioja, (compra che non accade tutt’i giorni) il prezzo della merce da quello del tributo. Quindi appena i fabbricanti, i commercianti, i capitalisti, e gli esercenti mestieri, e professioni pagano quella 'piccola parte dei tributi, che ricade sul sale, su' tabacchi, ed. altri generi di privativa, di cui essi fanno uso; laddove i possessori della terre, ‘nell’atto che pagano la lor parte di questi ultimi tributi pagano poi esclusivamente la fondiaria, ed i dazj doganali. Insomma si può francamente asserire, che le terre pagano nove decimi de’ tributi, e che appena l’altro decimo vien pagato da coloro che sono dediti alle manifatture; al commercio, o pure ad una professione; o mestiere.

Se non si fusse cotanto addietro, come siamo, nella statistica, si proverebbe certamente, che la rendita netta proveniente da tutti gli accennati fonti di ricchezze sia ben maggiore del decimo della rendita territoriale, e che forse corrisponde alla metà, o al terzo della stessa Gauil prede che in Francia i prodotti dell’industria, del commercio non sieno molto inferiori a quelli delle terre. Intanto, egli pure si duole, che nell’atto che il produttore agricolo soccombe sotto il peso ognor crescente delle contribuzioni, mentre che egli paga quasi il quarto de’ suoi prodotti netti, i quali ammontano a circa quattrocento milioni di franchi, i mercanti, i manifattori ec. non ne pagano che quindici mentre sarebbe facile di farne loro pagare cento cinquanta senza alcun aggravio de' consumatori. Simonde credè di vantaggio, che i possessori delle terre pagano quasi il terzo della loro rendita, mentre gli altri ne pagano appena la trentesima parte.

Da quanto si è detto. fin qui resta appieno dimostrato, che merita di essere rettificata questa parte del nostro. sistema di tributi: cioè primieramente dovrebbe la. fondiaria rendersi più moderata con una discreta diminuzione, e quindi dovrebbe ripartirsi egualmente fra tutti coloro che posseggono sotto qualunque forma delle ricchezze. L’eguale, ripartizione dei tributi è richiesto della nostra costituzione, basata sui principi eterni delta giustizia, e dell’equità. L’articolo 8. sta espresso cosi.

«È parimente obbligato ogni Spagnolo senza distinzione di persona a contribuire alle spese dello stato a proporzione de’ suoi averi, e l’art. 33g. prescrive quanto siegue. Le contribuzioni si distribuiranno fra tutti gli Spagnuoli a proporzione delle facoltà di ognuno, senza eccezione, né privilegio alcuno.»

Rimane ora a vedersi il metodo più facile, e più sicuro dell’esazione. No v’ha dubbio che non è così sicuro il determinare l’imponibile fondiario, come. il determinare quello sull’industria e sul commercio. La terra non può nascondersi, onde è facile conoscerne l’estensione, la qualità e quindi la rendita netta; ma non può. dirsi lo stesso delle altre proprietà. Fra queste però può farsi una distinzione, cioè alcune possono verificarsi quasi colla stessa certezza delle terre, come i capitali addetti alla costruzione de’ locali e delle machine per le manifatture, e le industrie di animali, perché né gli uni né le altre possono occultarsi, in quanto a’ generi di commercio la difficoltà della verifica cresce, perché se si vuol fare con esattezza, e rigore, si rendono inevitabili le vessazioni e le ricerche odiose nelle domestiche pareti. Per evitar siffatti ostacoli si è creduto migliore il metodo del dritto fisso delle patenti, ma chi non vede la grande ingiustizia di questo sistema, perché obbliga in certo modo chi possiede cento a pagare lo stesso tributo che paga colui, che possiede mille.

E poi quell’obbliga di prendere la patente ogni anno, quell’esser costretto ad esibirla ad ogni richiesta de’ controlori, e percettori delle contribuzioni,e degli agenti di polizia produce maggior disgusto, e malcontento di quello che nasce dal verificare per una sola volta lo stato di possidenza, o il profitto, della professione, o del mestiere di ciascuno.

Perché la buona fede e l’amor di patria non fanno tra noi colla libertà acquistata progressi tai che sia sufficiente la semplice dichiarazione de’ mercanti, e de’ manifattori sullo ammontare della loro rendita, e quindi. della parte che debbono versare in soddisfazione de’ pubblici pesi, come ne’ tempi di mezzo si praticava nelle libere città Anseatiche, e nelle repubbliche d’Italia? Ivi era tale la buona fede, che si stabilì che ciascun cittadino dopo aver fatto il suo conto versasse nelle casse dello stato ciò ch’egli stimerebbe dover contribuire, senza che fosse permesso di riconoscere il montante di questa somma.

Simonde, da cui ho rilevato questo fatto, aggiunge, che la stessa lealtà regna in Ginevra, ove dopo aver ciascuno versato la somma, che crede dovere sua nna dichiarazione di aver pagato la sua quota, senza che gli si domandi neppure il giuramento.

Ma fino a che alla riforma del governo non succederà quella de’ costumi, è necessario, che che dichiarazioni de’ commercianti si aggiungano le indagini, e le verifiche necessari, onde conoscere la loro rendita, per quindi adattarvi il tributo.

Non v’ha chi contrastar possa, che il tributo sul prodotto delle industrie, e del commercia esser debba più tenue del tributo sulle terre perche queste sono stabili, e quelli son soggetti molte vicende, onde converrebbe che se i proprietarj di terre contribuiscono a ragione del dieci per cento, i mercanti, i possessori d'industrie ec. paghino a ragione dell'otto, o del sei per cento. Ma il pretendere, una intera esenzione da pubblici pesi è contrario ad ogni principio di equità, e di giustizia: oltrechè l'aggravare eccessivamente di tributi la classe del possessori di terre, col nuocere infinitamente all'agricoltura, non può mancare di pregiudicare ancora alle manifatture, ed al commercio.

Secondo i principi fin qui esposti la fondiaria, che attualmente in principale, e grani addiziomali ascende a ducati 7400,000 circa; ridursi dovrebbe a ducati 6,00,000 in tutto. In tal mo do otterrebbe il requisito di essere un tributo moderato. Acciocchè poi vi concorresse l'altra qualità di esser ben ripartito dovrebbe per due terzi gravitare sui fondi rustici ed urbani, e per l'altro terzo sulle industrie di animali, sui capi tali, sulle manifatture, sul commercio, e sui mestieri, e professioni. Quando il tributo si ripartisce egualmente diventa assai lieve, e moderato; ciascuno può facilmente e senza stento, contribuire alle spese, ch' esige il bene della patria. Un peso che addossato a dieci si porta comodamente, se si addossa a cinque, schiaccia, ed opprime,

CAPO II

De' dazi doganali

Oltre ai mezzi che fornisce al governo per supplire alle spese dello stato, questa sorta di dazi è servita e serve per incoraggiare e proteggere l'industria nazionale. Allorché si è voluto, introdurre una derrata, una manifattura nell'interno del proprio paese, si è caricata di dazio l'istessa derrata, e manifattura estera, affinché, accrescendosi il prezzo di questa, non avesse potuto sostenere nel mercati, la concorrenza dell'altra, che si cerca di promuovere, Appena che presso di un popolo si è imposto un dazio sopra i generi di un altro, questo si è veduto obbligato di fare altrettanto sui generi, del primo; ond'è avvenuto che le dogane siensi, stabilite dappertutto: ed ora a certa rovina si esporrebbe quello stato, che abolir volesse ogni sorta di dazio sulle merci estere.

Sommamente vantaggioso, e conforme a principi della morale, e dell'umanità, sarebbe che tutti i popoli del mondo potessero fra loro commerciare liberamente, e senza ostacoli. L'idea di poter fare un commercio esclusivo, e che non si possono accrescere le proprie ricchezze, che a spese altrui, oltre all'esser contraria a principi di giustizia, a ben esaminarla si trova insussistente, e priva di fondamento. Una nazione non può comprare dall'altra che vendendo i propri prodotti, e per ciò quanto più si diminuisce lo spaccio di questi, tanto più si diminuisce il potere di procurarsi dall'estero quelle merci, che non produce il proprio suolo; ed al contrario quanto più cresce la produzione interna, tanto più crescono i mezzi di acquistare dalle altre nazioni i prodotti che man cano a nostri bisogni. Da ciò risulta che non è già la proibizione delle merci estere il mezzo di accrescere la ricchezza nazionale, ma bensì quello di promuovere la coltura delle terre, di togliere gli ostacoli, che vi si oppongono, di diminuire la classe sterile, e improduttiva, in somma di procurare, che ogni cittadino si renda utile alla società col travaglio delle braccia, o della mente. In tal modo quando anche gli stranieri non si comprassero il superfluo delle nostre merci, essendo esse di prima necessità, servirebbero ad accrescere la popolazione coll'aumento de' mezzi di sussistenza, e quindi la prosperità e la forza dello stato, che nella popolazione specialmente consiste.

Tuttavolta se util cosa sarebbe che tutte le nazioni abolissero le dogane, pure finché le altre le conservano, conviene a nostri interessi conservarle del pari: ma coll'unica mira di pro muovere l'industria nazionale, e non già colla idea d'impinguare le casse dello stato. Secondo questo principio molta precauzione e riserba aver bisogna nel fissare i dritti di estrazione, principalmente su que generi, che formano la parte più essenziale del nostro commercio, come i grani, i vini, gli olii, le sete, le lane, ec. generi così abbandonati fra noi, che non v'ha timore che manchino alla nostra sussistenza, o alle nostre manifatture, onde libera, ed esente da qualunque dazio esser ne dovrebbe l'estrazione, Non così può dirsi di quegli altri generi, che scarseggiano nel nostro suolo, e che convenendo a noi di manifatturare, se ne fosse troppo libero libero lo smercio, mancar potrebbero alle fabbriche: tali sarebbero le cere non lavorate, le pelli, e le cuoia crude, gli stracci ec. sopra di que sti è utile imporre de' dazi affinché rendendosene difficile l'estrazione, se ne promuova la manufattura nell'interno.

In quanto ai dritti d'immissione gl'istessi principi debbono servire di norma, Essendo necessario di far prosperare le nostre manifatture di lana, di seta ec. bisogna rendere difficile l'immissione de' panni, e delle seterie estere col gravarle di dazi. Converrebbe tal volta proibirla assolutamente. Allorché le Francia, dice Gioja nel suo discorso sulle manifatture nazionali, volle far prosperare i suoi setifici, proibì ogni setificio estero; allorché l'Inghilterra promuover volle le sue manifatture di acciaio vietò egualmente l'introduzione dell'estere; così praticò l'Olanda allorché migliorar si propose le manifatture di panni.

V’ha però de' casi, in cui l'immissione de’ generi esteri dovrebbe esser li bera, ed esente da ogni dazio, come allorché si tratta di machine, ed utensili per le mani fatture ec. conviene, che i fabbricanti li abbiano a buon prezzo: ciò che non si può ottenere che quando non sono soggetti a dazi d'immissione. In generale tutti gli oggetti di lusso e di moda, di cui ci regala lo straniero, possono con vantaggio dell'erario, e della nazione gravarsi di dazii, si perchè si diminuisce l'abuso delle ricchezze, come anche perchè coloro, che si ostinano a comperar generi di lusso, sono sempre i più ricchi, onde dalla rendita e non mai dal capitale se ne preleva il prezzo. In quanto ai dazii su tal sorta di generi bisogna avvertire che sieno in ragion diretta del volume de' generi medesimi per evitare il più ch'è possibile il controbando, giacché se le gioie, e la manifatture di oro si aggravano di dazii, siccome pel loro piccolo volume possono facilmente nascondersi, così i controbandi sono frequenti, allorché i dazii sono molto forti.

Questi ed altri simili principi debbono regolare la riforma della tariffa doganale, nella quale operazione per ben riuscirvi sono necessarie estese ed esatte conoscenze del prodotti del nostro suolo, dello stato delle nostre manifatture, de' nostri bisogni in fine delle nostre relazioni commerciali colle altre nazioni. Maturo esame, e lunghe, e ponderate discussioni merita perciò quest'oggetto, il quale è intimamente legato alla prosperità dell'agricoltura, delle arti, del commercio, Conchiudo questo articolo con ciò, che ha rap porto alle finanze, ed osservo che queste lungi dal guadagnare nella nuova tariffa vi perderanno indubitamente, ma tanto esige il bene dello stato.

Quel che perderà l'Erario pubblico verrà a ribocco compensato da vantaggi che ne risentirà l'industria nazionale. In somma si può calcolare che i proventi doganali saranno ridotti da quattro a due milioni di ducati.

Non parlerò de' dazii di consumo, perchè questi considerar si dovrebbero come semplici gabelle per far fronte ai pesi dell'amministrazione della città di Napoli, e non già come dogane interne, che la costituzione vuol abolite; quindi converrebbe regolarli a norma di quanto si pratica in tutti i comuni del regno, e limitarli ai puri bisogni municipali.

CAPO III

Del registro e bollo

Il registro degli atti che hanno luogo tra i cittadini per la trasmissione delle proprietà è una delle eccellenti istituzioni, allorché si riguarda pel solo aspetto, che con assicurar la data degli atti medesimi fa evitare molti, e dispendiosi litigi; ma ne’ calamitosi tempi trascorsi il registro è divenuto uno de’ più. importanti oggetti di finanze. Oltre all’essersene talvolta aumentato strabocchevolmente il dritto, si è adattato sopra quasi tutti gli atti, di cui inutile sarebbe assicurar la data. Si sono fra gli altri obbligati i litiganti, a far registrare tutte le carte occorrenti ne’ tribunali,. onde al dolore di dover lungamente piatire per revindicare i proprj dritti, al dispendio, ed a’ viaggi a’ quali son essi dalle liti. costretti, si è aggiunta. la spesa del registro e l’altra del bollo, il quale non ha scapo alcuno di utile pubblico,ma riguardar si dee, come un mero dazio indiretto.

Questi dazii però hanno il vantaggio di toccare quasi tutti li cittadini, e non ad un colpo, ma in varj tempi, ed a piccole scosse e si pagano, dirò così, volontariamente e senza un obbligo immediato per parte de’ contribuenti; ma questi vantaggi spariscono a fronte de’ danni risultanti dagli ostacoli che mettono alla libera circolazione delle proprietà. Insopportabili si rendono soprattutto per i litiganti, come per colore i quali son costretti dalla dura necessità di contrarre debiti.

«Imporre un tributo, dice Simonde, sui debiti di un uomo, o sopra i suoi processi, non sembra, certamente meno irragionevole di quel che sarebbe imporlo sulle sue malattie. Smith scrive sull’istesso proposito: questa sorta di tributi gravita quasi sempre su di una persona ch'è già in uno stato di angustie, e per conseguenza debbono essere duri, ed oppressivi.»

Riccardo e Tracy sono dello stesso avviso, È vero, che i dritti di registro sono presentemente assai moderati, onde questo cespite non rende attualmente che circa 450,000 ducati all’anno, oltre ciò che s’impiega per le spese di giustizia. Intanto per riscuotere una rendita di si poca importanza si mantiene una vasta amministrazione, le di cui spese ascendono, a quasi ih terzo del prodotto.

Per ora, e fino a che i bisogni dello stato il richieggano, deve lasciarsi questo tributo ma appena che le circostanze il permetteranno, si dovrebbe tra i primi abolire, con limitarsi il solo registro agli atti i quali importa che abbiano una data certa, lasciandosi un dritto sufficiente per le spese dell’officina, che tener si potrebbe presso ciascuna municipalità.

CAPO IV

Dei dritti riservati

Primo, e più importante fra questi è il sale. Quasi presso tutte le nazioni la fabbrica del sale è di privativa del Governo, ed uno de’ più fertili cespiti del pubblico erario. Né mi pare più possibile di abolirsi questa privativa, e di restituirsi la libertà al commercio del sale. Occupate da lungo tempo dal Governo le naturali miniere di questo genere a chi ora se ne farebbe la cessione?

Che si farebbe egualmente delle fabbriche delle saline, de’ magazzini ec. Quindi conviene che continui la vendita, e la confezione del sale ad esser riserbata esclusivamente al Governo. Conviene poi dall’altro lato, che il prezzo ne sia discreto, e moderato, giacché essendo il sale di uso più fra la gente povera, che fra i ricchi, su quella gravita principalmente tal sorta di dazio. Già un considerevole ribasso ha ricevuto il prezzo del sale, e può per ora esser sufficiente a sedare i clamori popolari, che l'alto prezzo cagionava. Due vantaggi con questo ribasso creder mio si sono ottenuti, il primo, ch'è il più essenziale, si è quello di essersi migliorata al quanto la sorte del popolo, ed il secondo di essersi accresciuto lo smercio di questa derrata, sia per lo necessario condimento delle meschine vivande de’ poveri; sia per le salagioni e le manifatture; e sia finalmente per lo buon essere delle pecore, a cui giova infinitamente l’uso del sale in alcune stagioni dell’anno. 11 ribasso del prezzo, che produrrà lo spaccio maggiore di questo £e nere così necessario per tanti usi della vita,, lungi dal cagionar diminuzione nella rendita dello Stato, come qualcheduno. ha temuto, l’andrà piuttosto mano mano accrescendo. Colui, che mentre il sale si vendeva a 15 grani il rotolo, ne restringeva l’uso il più ch’era possibile, ora non sarà così limitato nella compra In somma è sperabile che alla fine dell'anno venturo il prodotto del sale si troverà pure di tre milioni, a poco. meno.

La necessità della privativa del sale non può applicarsi egualmente alla privativa del tabacco, delle carte da giuoco, e della polvere da sparo. Le vessazioni a cui son soggetti i coltivatori del tabacco, le ingiustizie, che soffrono nell’atto della vendita, le frodi che si fanno nella fabbrica del tabacco medesimo, rendono questo tributo sommamente odioso, e nocivo. Se si rendesse libera la coltivazione e la manifattura di questa pianta, se ne accrescerebbe moltissimo il prodotto e se ne migliorerebbe la qualità. Dal che nascerebbe uno spaccio più copioso nell’estero con aumento, di ricchezza per la nazione: ma non permettono ancora le circostanze di abolir questo dazio, il quale in mezzo agli enarrati svantaggi ha il bene di sembrar quasi volontario, e di offrire al contribuente un compenso nell’atto del pagamento. a misura che si diminuiranno gli esiti delle pensioni di grazia, degli assegnamenti agli impiegati dimessi, e gli, altri per la costruzione delle strade, delle prigioni ec, potrà abolirsi tanto la privativa del tabacco, quanto quella della polvere da sparo, e delle carte da giuoco. Oltre che il provento di questi generi è scarso, è contrario alla libertà del cittadino l'imporgli l’obbligo di comprare dal governo i mezzi per i suoi innocenti piaceri. Il cacciatore ha bisogno e va in traccia di polvere eccellente: ma invano la trova nel fondaco di privativa, onde ad ogni costo e sotto qualunque rischio egli stesso se la fabbrica. La privativa finalmente delle carte da giuoco suppone senta dubbio nel governo un impegno, che si accresca il numero de’ giuocatori, ossia degli oziosi, affinché si aumenti a proporzione lo spaccio delle carte. Quanto ciò sia contrario a’ buoni principi] di morale e di una saggia amministrazione, non v'ha persona al mondo, che noi comprenda. Quindi la privativa delle carte da giuoco merita pure di essere a suo tempo abolita, come indecente, ed anche perché esige quasi più spesa di quello, che rende.

CAPO V

Della lotteria

E questo il tributo, che si paga non solo, volontariamente, ma con piacere, onde rende alta stato quasi un milione all’anno, senza che sia obbligato di usare la menoma coazione. Ma facendo astrazione dal profitto dell’erario pubblico, e rimettendo sulla norma di questo giuoco, e sulle persone, che sono prese maggiormente dall’abitudine di giuocare, se mi si domanda, conviene che in una società ben regolata vi sia il lotto? Rispondo senza esitare di n.( 0) 1.° perché non v’è alcuna proporzione fra i guadagni che potrebbero fare i particolari, con quello che fa il governo, e lo svantaggio è certo dalla parte di quelli, 2.° perché le persone, che volontaria' mente si assoggettano a questo tributo, son quelle, che meno possono pagarlo, sono la classe povera, che colla speranza di cangiar fortuna, e di uscir dalla miseria spendono al lotto sovente quel meschino salario, che dovrebbe far parte della più necessaria sussistenza delle loro famiglie. Specialmente tra la classe de’ servitori ve ne ne son molti, che periodicamente giuocano al lotto fino a quindici e venti carlini in ciascuna estrazione, lo che assorbisce l’intero loro salario. Giunto il momento che decide della vittoria, o della perdita, allorché questa, come d'ordinario avviene, è sicura; allorché le loro speranze sono svanite, in vece di recare alla moglie ed ai figli un ristoro, un ajuto, dando ad essi parte del frutto delle loro fatiche, loro portano in vece disperazione, miseria, e maltrattamenti, se gl’infelici ardiscono dolersi del loro stato. Indi per riparare alle perdite sofferte accrescono i loro furti in casa del padrone, e si rendono sempreppiù viziosi, e malvaggi. Questo non è esagerarionc, non parto di acceca fantasia: ma è un fatto, che cade continuamente sotto gli occhi di tutti, specialmente nella Capitale, dove abbonda la classe sterile, e scioperata de' servitori,e che’’noli avendo una seria occupazione, se ne procura una nel giuoco con suo danno e rovina.

Quanto sarebbe meglio, che in vece di adescare gli sciocchi colla lusinga di una speciosa fortuna, si avvezzassero a formarsene una assai più. tenue, è vero, ma assai più certa co’ piccoli, e giornalieri risparmj sul proprio salario! Se si stabilissero delle casse di risparmj, e di previdenza, e se i giuocatori del lotto vi versassero quello che sono abituati a versar nelle casse de’ ricevitori della lotteria, si troverebbero in pochi anni aver accumulato tanto che bastare potrebbe alla educazione de’ figli, o ai bisogni straordinari di malattie, o di altri impreveduti accidenti. In Inghilterra, in Francia si sono da più tempo stabilite le casse sopra mentovate, e la loro amministrazione si trova affidata alle persone le più oneste, e benefiche, e che godono la pubblica opinione. Spero, che non si tarderà nel nostro regno ancora ad imitare si nobili esempj, e che in Napoli nelle provincie si propaghino queste utilissime istituzioni.

Tornando dopo questa breve digressione alla lotteria, dirò., che per ora conviene conservarla, non permettendo, lo circostanze dello Stato di privarsi del suo considerevole provento j ma che sia necessario, sia conveniente alla morale pubblica di abolire. in seguito un giuoco, ch’è causa di rovina e di dissipazione di tante famiglie..

CAPO VI

Delle poste e procacci

Sommamente utile è questa istituzione, e tale, che. quando anche nulla rendesse al pubblico erario, vantaggiosa sarebbe allo stato, perché facilita la comunicazione, ed avvicina in certo modo i paesi lontani. Quindi lungi dal diminuire le spese per ciò che riguarda il servizio de’ corrieri,con verrebbe accrescerle, onde la comunicazione delle provincie colla capitale, e de' comuni fra loro fosse facile, e spedita. Per esempio: ora la posta di Basilicata è ritardata di un giorno, e più, perché il corriere di Potenza deve attendere quello di Calabria, che aspettar deve dal su,o canto il corriere di Sicilia. Ciò fa, che la posta degli Abruzzi e delle Puglie giunge prima di quelle di Basilicata, mentre questa provincia è assai più vicina a Napoli di quelle.

A togliere un tale svantaggio la spesa non sarebbe molto considerevole, bastando che il corriere di Basilicata estendesse il suo viaggio sino a Salerno, laddove ora si ferma in Auletta, spesa di niun conto in paragone degl’immensi benefici, che ne risentirebbe il commercio di una intera provincia.

Comprendo che la rapidità delle comunicazioni dipende dalla costruzione delle strade rotabili e che se queste non saranno terminate, non si potrà ottenere tutto il benefizio della posta. Se le strade di Basilicata arrivassero sino alla provincia di Lecce, il corriere di questa provincia verrebbe in Napoli assai più presto, che non può venir ora ch’è obbligato di fare tutto il giro delle Puglie.

Per ciò che riguarda le officine vi si porterà quella economia ch’esige la generale riforma delle amministrazioni.

Le poste, e procacci rendono circa 120,000 ducati.

CAPO VII

Della rendita de' beni nazionali

Parlando di sopra dell’amministrazione dei Demanj, si è detto convenire agli interessi dello stato di alienare i beni nazionali in estinzione del debito pubblico, ad. oggetto di evitare la doppia spesa, che si soffre si per l’amministrazione di detti beni 5 che per lo pagamento degli annui interessi del debito. Quindi non dovendo più figurare i Demanj tra le rendite dello Stato, inutile sarebbe di parlarne: ma siccome, se il Parlamento deciderà che vadino a carico dello stato le spese di culto, e che i beni ora addettivi sien dichiarati nazionali, potrebbe in tal taso, estinto il debito, rimaner tuttavia, una parte de' beni in potere della nazione,, così discorrerò brevemente se convenga, o no di conservar questa parte.

Quasi tutti gli economisti opinano che non torni conto al governo di possedere gran quantità di fondi, perché dovendone altrui confidare. l’amministrazione, va soggetto a continue dilapidazioni. Questa verità è ormai si patente, che inutil sarebbe affaticarsi a dimostrarla. Ottimo produttore può esser colui solamente che invigila di persona sulla coltura delle sue terre; e chi altrui ne abbandona il pensiero, sarà sempre ingannato. Con tutto ciò l’illustre Tracy nel suo trattato della volontà è di sentimento, che sia vantaggioso, che il governo abbia delle possessioni. Tra le varie ragioni da lui addotte in sostegno della sua opinione le più plausibili mi sembrano quelle 1. che vi sono delle specie di produzioni, che il governo solo può conservare in gran quantità, come gli alberi di alto fusto, il di cui prodotto bisogna aspettar lungo tempo, nell’atto che i particolari il più sovente preferiscono a quantità eguale, ed anche minore un introito più frequente. 2. Che siccome il governo è a portata di meglio conoscere le risorse, e gl’interessi delle varie località, così può giovare, che possegga delle terre coltivate, perché se è saggio e benefico, potrà anche profittarne per difendere degli utili lumi. La prima ragione non si adatti al caso nostro, perché la proprietà più estesa del governo è il Tavoliere, il quale ai trova addetto ad una coltura affatto diversa da quella di cui parla Tracy. In quanto alla seconda non v’ha dubbio, che potrebbe esser utile per l’agricoltura che il governo possegga in varj punti del regno, e sotto climi diversi alcune terre ad oggetto di praticarvi delle sperienze, è diffonder così i lumi dell’arte agraria tanto più che i particolari non hanno la pazienza di attendere il risultamento delle dette esperienze, e molto meno hanno la volontà di soggiacere alle spese, e ai rischi inerenti ai saggi medesimi.

Quindi sotto questo rapporto dovrebbe il governo riserbarsi alcuni fondi, non molto estesi, in ciascuna provincia del regno, per addirli a varie colture.

Un altro uso far si potrebbe di una parte de’ beni nazionali, cioè quello di fondarvi una colonia del popolo esuberante della Capitale. Si è sempre declamato che la testa del nostro regno sia eccessivamente più grande in proporzione del corpo. Non v’ha dubbio che esista questo grave inconveniente, e che ad eliminarlo in parte sarebbe util cosa lare un espurgo degli uomini vagabondi, e sforniti di legittimi mezzi di sussistenza, e trapiantarli o nelle Puglie, o nelle Calabrie, o in altro luogo. Quantunque i Napoletani sieno molto attaccati di suolo natio, pure il piacere di divenir proprietarj forse sarebbe in essi più potente. Non si può certamente attentare alla loro libertà; almeno si dovrebbe fare un tentativo.

Fuori di questi due cosi tutti i beni nazionali si dovrebbero alienare. Delle rendite de’ beni nazionali non conosco che quella del Tavoliere di Puglia, ascendente a duc. 740,000 quella de' demanii inaorporati all’amministrazione di acque e foreste è portata per ducali 56,000 insieme con altri proventi della stessa amministrazione. Ignoro affatto la rendita de’ beni donati, e reintegrati, l’altra de’ beni riservati, e finalmente 1 quella de’ beni di Casa reale. Approssimativamente si può calcolare la rendita di tutti i beni nazionali per un milione. Il Parlamento prenderà di essi certamente esatto conto, e disporrà che sieno amministrati con saggia economia, e riuniti in una sola amministrazione sotto il titolo di amministrazione de’ beni nazionali.

CAPO VIII

Delle somme che deve corrispondere la Sicilia

Ora che la Sicilia forma un regno solo, con Napoli, ora che una è la capitale del regno medesimo, una la residenza della Corte, del Parlamento, del Consiglio di stato, de’ Ministeri, e della Suprema Corte di giustizia, la Sicilia contribuir deve la quarta parte delle spese occorrenti non solo, come si è praticato sinora, pel corpo diplomatico, e pel ramo di guerra, e marina, ma ancora per le spese dell’assegnamento di casa Reale, del Parlamento, del Consiglio di stato, della Suprema Corte, e de’ Ministeri di giustizia, del culto, dell’interno, e delle finanze. In tal modo la sua rata ascenderà a circa 1,854,000, somma minore di quella che ha pagato sinora per le sole tre sopraccennate spese, attesi i risparmii, che si porteranno su varii articoli di esito.

CONCHIUSIONE

Riassumendo quanto fin qui si è detto, le spese dello Stato, in caso che non si avrà la guerra, ridar si potrebbero a un di presso alle seguenti: duc. 1,114,000 per la Real Casa, il Parlamento, ed il Consiglio di Stato; duc. 1,084,000 per 1 amministrazione giudiziaria e civile; duc. 4,000,000 per la guerra; duc. 1,800,000 per la marina; duc. 26o,000 pel corpo diplomatico; duc. 5o,000 pel mantenimento del Culto; dc. 15o,000 per la p. pubblica sicurezza; duc. 4so,000 per la p. beneficenza; duc. 400,000 per la p. istruzione; duc. 300,000 per l’agricoltura; duc. 200,000 per le arti, e le manifatture; duc. 1,000,000 per le strade, ed altre opere pubbliche; duc. 50,000 per gli Archivi Provinciali duc. 36o,000 pel mantenimento de’ detenuti, ed ampliazione delle prigioni; due, 24,000 per la salute pubblica; duc. 2,700,000 per interessi del debito consolidato, e per pensioni, duc. 438,000 per dritti di esazione della fondiaria, e per la direzione e contabilità di tutte le spese, e rendite pubbliche; duc. 65o,000 per saldo degli arretrati, e per spese imprevedute dello Stato, totale duc. 15,000,000.

E le rendite alle seguenti duc. 6,000,000 di contribuzione diretta, duc. 2,000,000 dalle dogane, duc. 2,676,000 da’ dritti riservati, duc. 1,000,000 dalla lotteria, duc. 450,000 dal registro e bollo, i duc: 120,000 dalle poste, e procacci, duc. 1,000,000 dal Tavoliere di Puglia, e da: altri beni nazionali, duc. 1,854 } 000 dalla Sicilia: totale 15,000,000.

Dunque, sottraendo da questa somma le rendite de’ beni nazionali e la rata di Sicilia, i tributi del Regno di Napoli potranno ben presto ridursi a circa dodici milioni: ma fra quindici o venti anni, allorché sarà tolto il debito pubblico; allorché saranno estinte le pensioni monastiche, le pensioni di grazia, e gli assegnamenti agl’impiegati superflui; allorché finalmente saran terminate le strade interne, ampliate le prigioni, costrutti gli orfanotrofìi, bonificate le paludi ec., i tributi potranno andar scemando gradatamente sino a ridursi a soli dieci milioni. Allora sarà il caso di potersi abolire la privativa del tabacco delle carte da giuoco, e della polvere da sparo il bollo, ed il dazio sul registrò, e la lotteria siccome di sopra si è accennato; rimanendo solo in vigore stabilmente la fondiaria, le dogane ai porti di mare, ed alle frontiere, e la privativa del sale.

Quantunque quest’epoca fortunata sia alquanto lontana, giova trasportatisi col pensiero, affinché colla speranza del bene, si possano tollerare in pace i sacrificj, che rimangono tuttavia a farsi per rimarginare le profondi piaghe, che soli osi aperte nel sen della patria in tanti anni di guerre, e di politici sconvolgimenti.

Acciocché però pervenirsi possa a quell’epoca, bramata, fa d’uopo, star saldo nel far cessare le dilapidazioni del pubblico erario, e soprattutto proibire che si provveggano nuovi impieghi in qualunque ramo di amministrazione fino a che non saranno ridotti gli attuali al puro necessario, e non saranno reintegrati nelle rispettive cariche coloro, che per effetto della generale riforma potrebbero averle perdute.

Se una saggia economia, se i soli principi dell’utile pubblicò dirigeranno costantemente tutta le operazioni dì finanza, noi saremo felici, noi diverremo ricchi e potenti: tali e tante sono le risorse di questo bel paese, di questo clima ridente.








Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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