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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI NAPOLI

Entrante il Luglio del 1820

SCRITTA DA BIAGIO GAMBOA

PRESSO IL TRANI

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STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI NAPOLI

Entrante il Luglio del 1820.

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La rivoluzione che ho deliberato di scrivere occupa nella storia de’ politici cangiamenti un posto per quanto singolare altrettanto brillante; e gli avvenimenti che l’hanno accompagnata ci riconducono a’ tempi della libera Roma. I nostri più lontani nipoti presteranno a stento, credenza ad un fenomeno politico quasiché figlio dello azzardo, nell'atto che ha mostrato le sembianze della più solida ponderazione: essi stupiranno davvero, se ci paragoneranno a quello ch’eravamo poco prima dell’avvenimento.

Eglino nel por mente alle virtù patrie manifestate nel corso della rivoluzione, non sapranno ritrovare in noi quegli uomini che da lunga pezza invilivamo nel servaggio, e che tante avevamo diverse opinioni per le disastrose vicende in cui eravamo incorsi: opinioni che avevano rendute le belle province di questa vaga regione in somma solitudine. Il letargo ed i pregiudizj della spagnuola cavalleria del passato secolo; la sempre memorabile francese, o come vuol dirsi Europea rivoluzione; la funesta anarchia dello spaventoso 1799; il dispotismo e la devastazione degl’ingordi Galli; e finalmente la ministeriale prepotenza dell’ultimo quinquennio, avevano in modo divisi gli animi nostri, che in una stessa famiglia molti partiti si ritrovavano, e le inimicizie politiche avvelenavano la bella pace domestica. Destare le sopite virtù, seppellire nell’oblio le private offese, riunire gli animi de’ popoli diversi, e cangiare in moltissimi lo stesso pensare, fu l’opera di cinque giorni: e que’ cinque giorni memorabili nell’essere la felice origine del nostro nuovo vivere sociale, saranno un attestato al biondo della moderazione colla quale ha operato la nazione napolitana.

Lo sviluppo de'  lumi del secolo da un’altra parte era grande, e la scuola delle altre nazioni andava alla giornata ammaestrandoci. Da lunga pezza l'uomo aveva riconosciuto i suoi diritti: si trattava solo di rivendicarli con i mezzi di moderazione e sicurezza, evitando le stragi e le ruine, che immancabili sogliono le politiche innovazioni accompagnare; e perciò trattavasi della soluzione di un difficilissimo problema. Lo studio delle vicende delle altre nazioni, che fu pure profondo nel quinquennio ozioso, non bastava a determinare gl’illuminati all'impresa, scorati dalla incertezza della civilizzazione del popolo, e dai laceranti partiti. Ma pure l'universale scontentamento, che in tempo di pace producevano la gravezza delle imposte, e la capricciosa rimunerazione per li meno meritanti, furono la comune riunione dei divisi uomini, e la spagnuola rivoluzione la molla e la scintilla, che rincorò gli ardenti ma incerti petti. Un’armata altra volta brillante, e che poi invilita sfavasene fremente sotto di un capo straniero, essendo per politiche vedute composta di pochi soldati con molti uffiziali, era certamente più atta ancora alle politiche scosse, per sottrarsi dal ministeriale dispotismo.

Mal veduti molti uffiziali di quell’armata, perché avevano più brillato nel regno di un infelice re, e macchiata la fama di certi generali; mentre i primi scontentissimi erano disposti a tutto sagrificare, attendevano i secondi le favorevoli circostanze per rivendicare il loro calunniato onore..

Le fraterne associazioni, siano politiche siano religiose, hanno sempre il sicuro vantaggio di riunire, e quindi più civilizzare tanti uomini che forse per effimere cagioni non si avvicinavano: e quelle più ristrette degli anni scorsi, non avevano il duplice merito della indistinzione e del numero. Le nuove congreghe avendo tutti fraternizzati,. in brevissimo tempo avevano diffusa molta luce, e strette con indissolubili nodi le immense migliaja di uomini, che necessarie si richieggono nelle politiche sovversioni. Non si era trascurato di aggregare a quelle associazioni la forza armata interna; e la organizzazione delle guardie provinciali, offrì il doppio vantaggio della forza e della diffusione; giacché questi nuovi armati, detti militi, oltre la propria forza, avevano somministrata l’altra più rilevante della universale propagazione.

I generali che ritornar volevano alla loro rinomanza, nell'organizzare i militi seppero scerre; e quello specialmente che condusse coloro che avevano perfezionata la rivoluzione, assistito dall’autor vero di essa, nella provincia di Avellino non ammetteva ad esser milite, che i soli amici della patria; e così sparsi furono i semi di quel vago fiore, che poco dopo venne alla luce per ricreare sette milioni di uomini. Certa la disposizione degli animi di tutti pel cangiamento a cui di continuo va soggetto il mondo col ravvolger de'  secoli; robusta la forza degli operanti; e ripetuti gl’incitamenti delle altre civilizzate nazioni; noi mancavamo solo della occasione per manifestarci: questa fu prodigiosa, istentanea, singolare.

La provincia di Avellino, la terra degli antichi Irpini e de’ moderni eroi, sembrò destinata a rinnovare le sublimi virtù e la vigoria de’ famosi Sanniti; ed a compiere gli alti destini di questo regno sempre oppresso, ognora avvilito, e da tutti desiderato. Avellino fu l’ara in cui con doppio giuramento s'immolarono sull’altare del patrio onore tutte le passate vendette, e si promise fermezza e virtù: Avellino fu il teatro della rigenerazione del regno, ed il segnale della universale innovazione: Avellino infine fu la terra nutrice dell’autor vero della più portentosa rivoluzione, de Concilij.

Gli abitanti di Principato Ultra in proporzione contavano più liberali delle altre province, e la fermezza e carattere di que' montanari facevano sperare migliori eventi. Attiva era la corrispondenza di Avellino colle altre province, e de Concilj non trascurava occasione, per disporre i suoi conoscenti alla buona causa di una monarchia temperata. Nel precedente maggio colla occasione di ordinare i militi, erasi egli recato in Foggia in compagnia del generale Pepe, e nel ritornare s’imbatté in Grottaminarda con Cappucci e Valiante liberali conosciutissimi, e li spinse a recarsi in Foggia stessa, per attivare la corrispondenza con tutto il regno: per ciò ottenere profittò della prossima fiera di quella città i In Avellino giungevano spesso segrete deputazioni della sunnominata provincia di Foggia, e dell’altra di Bari; la seconda delle quali molto si prevalse dell’attività e zelo di Luigi del Vecchio. I deputati di quelle e di altre province del regno, dovevano regimarsi in Salerno; ma siccome nell'incominciare di giugno, erasi data qualche disposizione di arresti in Salerno stesso, ed essendo stato incarcerato Gatti, Macchiaroli avendo Il do rischiato di essere pure imprigionato, fuggì; e de Concilj che ardeva di eseguire quanto aveva immaginato, consigliava i seguaci del Macchiaroli a comparire in qualche bosco con gente armata, per avere il pretesto di attaccarla: e così poter disporre delle truppe che sarebbero state affidate al suo comando.

Il ministero del quinquennio aveva consacrato per massima la dimenticanza delle passate opinioni, ed una tolleranza figlia di stolido disprezzo pel presente malcontento. I tributi erano opprimenti; e la licenza dei rapaci amministratori quasiché insopportabile: perciò sicura la inclinazione di ogni classe del popolo alla rigenerazione. Le imposte erano gravose quanto quelle dei due precedenti regni; che allora si soffrivano per la urgenza delle guerre, e per la fori speranza della caduta degli stranieri oppressori: essa verificata, dava diritto a non più languire nello squallore. La intercettazione dalla permuta dei generi, e gl'impudenti monopolj nel commercio, forse procurati da chi preposto alla somma delle cose ingannava il re e la nazione, avevano impoverite e di squallore ricoperte le nostre province: nell'atto che da un altro lato, la immensa capitale sollazzava nel lusso insultante, e procurato col sudore di sette milioni di uomini. Basta che puntuali i popoli avessero logorata la vita per pagare il tributo della fondiaria senza aver poi di che la stessa vita sostentare, si metteva in non cale il fremere, l’attrupparsi, e l’opinare in qualsivoglia modo. Ma bene ignari delle umane vicissitudini, e dell’uomo stesso, sicurezza e durata attendere non potevano gli autori di tanto disordine. Togliere a’ popoli la speranza, è il primo passo onde renderli rivoltanti.

Stavasi in tale stato di politico ondeggiamento, quando uscente il giugno scorso, ed avvertendo il ministero l’impolitico e contradittorio suo procedere, con unire errore ad errore, immaginò che per ostare all’universale scontentezza, vi fosse stato uopo del rigore. Imprudente! Fu il rigore la scintilla dell’incendio, e la sua fatale ruina. S’incominciò per incarcerare alcuni liberali delle province di Napoli e Salerno; e siccome col passato sistema di tolleranza, tutte le associazioni deliberali riducevansi a semplici voti, così col metodo di rigore inaspriti gli animi ed esaltata l’agitazione, s’incominciò con petto risoluto ad operare. Le intenzioni erano già estrinsecate ed irrevocabili; i capi si erano manifestati; uomini di ogni ceto mantenevano viva ed animata la corrispondenza tra le vicine province, don che tra le lontane; e gl’intendenti con i generali dovevano prudentemente e con lentezza operare, per non compromettere la vita. Da un’altra parte, il governo lungi dal potere o voler prendere le misure pronte ed energiche, si limitava ad imprigionare forse chi meno agiva, temendo ' o non conoscendo i grandi autori della prossima rivolta: in tal modo, nell’atto che da un canto spingeva innanzi il malcontento ed il concertato, da un altra parte manifestava a chiare pruove la sua debolezza, e rinvigoriva la speranza della felice riuscita. Avellino, in cui proporzionatamente, dopo Salerno, eranvi più liberali che in qualsivoglia altra provincia, e che contavatra essi i più distinti personaggi, fu spaventato dalle nuove di molte incarcerazioni che si erano eseguite in Salerno, e che tra poco si sarebbero fatte ancora nella sua provincia e quelle nuove furono la scintilla che produsr se l'incendio: giacché in quel momento incominciò patente il tumulto, e la sera del 28 giugno l’intendente vide co’ proprj occhi i liberali armati, e la stessa sua abitazione da lontano circondata. Mille uomini in breve tempo furono in armi senza prevenzione intorno ad Avellino.

Le cose progredivano con celerità e risolutezza; i concerti semprepiù si attivavano; animatissime erano le corrispondenze; e nei reciproci giuramenti di morire o scuotere il ferreo giogo, si temeva solo per la riuscita dell’attentato. Ciascuno era preparato ad una crise inevitabile; non eravi più scampo a retrocedere, per non compromettersi col governo o con i congiurati; tutti attendevano il primo di luglio come il giorno disegnato alla generale rivolta: ma intanto tutte queste molle mancavano della necessaria spinta, perché producessero il desiderato fine. La spinta fu da lontano comunicata dal tenente colonnello de Concilj, che da lunga pezza l’aveva maturamente preparata, e sorridendogli fortuna, fu coronato il suo difficilissimo passo.

Meditava de Concilj da lungo tempo la rigenerazione della sua patria; e con ponderazione ed avvedutezza andava preparando i mezzi come procurarla. Vecchio militare, e ricco proprietario di Avellino, in dove funzionava da capo dello stato maggiore della divisione, aveva in suo potere di che provvedere al concepito disegno: e come conoscitore esatto di quanti individui componevano, la provincia, nella organizzazione delle trupi5 pe provinciali dette milizie, aveva avvertito di non ammettere a servire che liberali, o chi era disposto a diventarlo. Profittando pure dei lumi del secolo, e della scontentezza dei possidenti per gli onerosi tributi, aveva saputo uniformare di animo tutti i proprietarj di Principato Ultra: così ottenuto aveva la riunione di tante braccia robustissime atte all’impresa. Il tenente generale Guglielmo Pepe, che comandava la divisione di Avellino, uomo di singolar carattere e di alto core, concorrer doveva all’opera; né poteva disconvenire da quanto accortamente praticava il capo del suo stato maggiore; anzi fu sua cura di organizzare l’intero corpo de’ militi nel modo surriferito, e di attendere opportuna la occasione per manifestarsi: le altre province del regno nell’atto che ardevano di egual desiderio onde estrinsecarsi, mancavano forse di un animo ardito che le avesse determinate.

De Concili che voleva operare con sicurezza, e poco fidare sopra vaghe voci o sopra riscaldate fantasie, in veggendo nella metà di giugno che più non rimaneva tempo alla lentezza, incominciò la esecuzione del Suo ardito progetto. A tale uopo in quell’epoca spedì Preziosi e Modestino Bianchi di Mercogliano in Avella, perché si dirigessero a Luciani, distinto liberale che sotto gli ordini di de Concili aveva servito in qualità di sotto-uffiziale di cavalleria, onde indurlo a recarsi in Nola per vedere di quanti uomini del reggimento Borbone cavalleria poteva disporsi all'uopo. In Avella nel concerto tra Preziosi Bianchi e Luciani, intervenne pure un certo Pepare, che di egual zelo era animato; e dopo di avere, sull’affare deliberato, Luciani si recò in Nola. Stava in questa città di guarnigione il reggimento di cavalleria Borbone, che al pari degli altri contava moltissimi liberali, ed eccellenti uffiziali; tra essi distinguevasi il giovane Morelli, calabrese di ardente spirito e di straordinario coraggio, al quale si diresse' Luciani per indurlo ad agire, e lo consigliò a profittare della risolutezza che dalla parte di Avellino manifestava de Concilj; e per riuscirvi, gli espose i mezzi ed il credito che questi avea nella provincia. Il tenente Fresenga del reggimento Re cavalleria aveva praticato altrettanto; mentre recandosi da Foggia in Avellino, de Concilj gl’insinuò di andare in Nola per operare come Luciani; ed in forza di tali persuasive Morelli si detenninò ad agire, ed a preferire per centro della rivolta la provincia di Avellino, sicuro dell’assistenza di de Concilj.

Il tenente generale Guglielmo Pepe trovavasi in Napoli, perché destinato al comando delle Calabrie; ed il tenente generale Colletta che comandava la divisione in Salerno, era stato richiamato in Napoli: forse perché di entrambi si aveva sospetto dal governo. Intanto de Concilj e Morelli con eguale animo, attendevano la decisione di quanti potevano compromettersi soldati del reggimento Borbone; e ad istigazione di molti sotto uffiziali, che a varj soldati avevano svelato l’arcano e molti con pretesto sedotti, Morelli giunse la sera del primo luglio a farsi seguire da i3o uomini a cavallo. Il sacerdote di Nola Luigi Minichini volle tenergli dietro, ed aggregarsi nel là sua spedizione ai pochi uomini del seguito di Antonio Montano; e con risolutezza senza pari, la notte del primo luglio Morelli s’incarnino alle alture di Monteforte, accompagnato dall’altro tenente Silvati, dall’ajutante Scisciolo, da Minichini con 15 uomini, e da 137 tra bassi-uffiziali e soldati del reggimento Borbone; tutti disposti ed anelanti di proclamare la costituzione. Questo tratto d’inudita risolutezza e di un coraggio senza pari, merita una memoria eterna ne’ fasti dell’umana intrepidezza. Due semplici uffiziali con 148 uomini, che poco lontani dalla capitale, in mezzo a mille autorità costituite, e nell'incertezza di corrispondenza, concepiscono, di promulgare la rigenerazione politica di 7 milioni di uomini, e di spezzare il ferreo giogo del ministeriale dispotismo; e questa certamente l’opera paragonabile per l’ardimento a quelle di un Orazio al ponte, o dei trecento Spartani.

Come si avvicinava la brigata in Monteforte il mattino del a luglio, il tenente Vito Pelosi di Vallata che recavasi in Napoli, s'incontrò con Morelli, e ritornò in Avellino; in dove unitosi col canonico Cappucci, si portò a partecipare a de Concilj quanto, erasi operato; e questi avendo spedito il sergente di cavalleria Politi per assicurarsi del tutto, consigliò che Morelli andasse a prendere quartiere in Mercogliano, per ristorare la sua gente, e per togliersi dall’aperto cammino. Di più dispose, che il tenente Linguiti di Monteforte avesse scortato lo squadrone; che il capitano Modestino Preziosi lo avesse guarentito con una compagnia di militi; e che il sindaco Bianca di Mercogliano avesse somministrate le necessarie provvigioni. De Concili prendeva le opportune precauzioni, per non agire con imprudente precipitanza in un affare scabroso, e nel quale si doveva procedere con passi misurati: così nell’atto che prima aveva manifestato il suo fervido spirito, ed il suo animo patriotico, immaginava poi con maturità un piano di operazioni, che l'esito additò lo più analogo, e confermò. la sua acquistata gloria militare.

De Concilj incominciò a disporre gli animi dei liberali alla possibilità dell’intrapresa, e cercò di scandagliare quelli delle autorità principali. Intanto tutti gli uomini attaccati alla buona causa si erano avveduti che il tempo di operare era giunto; e perciò si recarono a rincorare Morelli colla loro cooperazione, e solo attendevano il segnale per estrinsecarsi. Il sacerdote Saverio dandolo si distinse moltissima in quella occasione, con riunire genti e spedirle a Morelli; ma prima predicava ad esortava tutti con calore alla moderazione., alla disciplina ed al buon, ordine.

Fortuna sorridendo all’intrapresa, fece si che quel mattino stesso in una vettura corriera, che passando per Avellino doveva recarsi in Puglia, si fosse ritrovato il tenente del genio de Donato, giovane di molte speranze e di libero pensare. Egli consultato dal suo amico de Concilj, rimase un piccolo progetto per un abbattimento da farsi nelle alture del Gaudio, ed un altro verso Solofra: s’incaricò pure d’incitare il reggimento Re cavalleria, dimorante in Foggia, a concorrere nel gran progetto, dirigendosi al maggiore Pisa, uffiziale distinto per militari talenti e per attaccamento alla patria. Donato dopo di aver combinato con de Concilj il modo da tenersi in Foggia, partì subito per quella città, in dove giunse il mattino del 5 alle ore quattro, e si recò in casa del maggiore di cavalleria Pisa suddetto. Colà si riunirono Francesco Paolo e Carmelo Jacuzio, Paolo Raimondo, il colonnello de Rosa e Vincenzo del Muscio; e con fermezza e senza perdita di tempo si dispose l’occorrente. Tutti i sopraindicati si recarono in casa dal colonnello del reggimento Re di cavalleria Giovanni Russo, avendo prima spedito dei corrieri in tutti i paesi della provincia. Il mattino si dettero le più energiche e risolute disposizioni, in modo che nel giorno stesso verso le cinque pomeridiane, a suono di bellici strumenti, e nel cospetto delle milizie di Foggia, fu proclamata la costituzione nel largo del palagio della città, e fu inalberata la bandiera costituzionale; ed acciò si conosca lo spirito del secolo, essa fu cucita da Marianna Conca moglie del tenente Donato. L’ordine fu conservato intatto dopo la proclamazione del costituzionale regime: il cangiamento avvenne tra la gioia e gli applausi universali; e nell’intera provincia la costituzione fu proclamata nelle chiese. Il seguente giorno in Foggia si riunirono seimila uomini tra liberali e militi.

Se le province di Salerno ed Avellino molto avevano praticato da qualche anno per la innovazione politica, non dee omettersi che tra le rimanenti province, quelle di Bari di Capitanata e sopratutto l’altra di Lecce, avevano fatto moltissimo per riforma. Innumerevoli erano. i liberali di quelle terre, e tra essi i più ricchi e distinti proprietarj. Le corrispondenze tra Foggia e gli altri punti del regno erano frequenti, e da qualche anno animatissima era la cooperazione de’ liberali in ogni. parte. Sono ancora dolorose le rimembranze dei martiri della patria, barbaramente trucidati nelle Calabrie, negli. Apruzzi, ed ultimamente in Lecce. Lungo sarebbe ed inopportuno nella presente esultazione, il ricordare quelle scene di sangue: sangue che forse ha inaffiato i semi che poi han prodotto sì dolce frutto. Possa la memoria di quegl’infelici esser tuttora cara a chi è degno di godere l’immenso bene della riforma, procurato colla loro vita. Quale gioia avrebbe inondati i loro cuori, se gli fosse spetta to in sorte di vedere il giorno 6 luglio! Da quanto abbiamo sopra riferito, e da quello che successe il mattino seguente in Avellino si osserva, che nello stesso giorno tre luglio, in due province del nostro regno si promulgava contemporaneamente la costituzione, e si preparavano così i nuovi destini di questa bella parte d’Italia.

Tutti i passi dati in provincia di Capitanata, erano il risultato di quello che praticavasi in Avellino; e così de Concilj raccoglieva ancora dalle lontane province il frutto delle sue fatiche.

Essendosi convenuto che Avellino esser doveva il centro di tanto moto, non sfuggì a de Concilj la idea dell a necessità di assicurarlo da qualche sorpresa, che avrebbe potuto abortire il progetto al primo stadio, attesa la vicinanza della capitale. Prima di ciò fare dispose, che Morelli, solo, si fosse portato sul cammino consolare tra Monteforte e Avellino per avere un abboccamento con esso, ed assicurarlo di quanto si sarebbe fatto; e perché scrivesse al generale Colonna una imperiosa lettera, nella quale avesse spiegate le sue intenzioni. Morelli vi andette col sindaco di Mercogliano D. Modestino Bianchi. Morelli dopo di aver deliberato quello che doveva praticarsi', ritornò in Mercogliano, attendendo nuovi ordini. Volendo fortificare le gole del Gaudio, de Concilj vi fece rimanere le due compagnie dei militi di Monteforte e di Mercogliano sotto gli ordini del capitano Preziosi, che di tutto era informato, perché uomo che meritava ogni fiducia Morelli fu assistito in Mercogliano dal capitano Preziosi. De Concilj dopo tali disposizioni, accompagnato dal tenente di gendarmeria Giannattasio, procurò di spedire il capitano Cirillo, distinto uffiziale ed ajutante di. campo di Guglielmo Pepe, perché raccontando l’avvenuto, disponesse il generale virtuoso a presto concorrere all’opera: e nel tempo stesso fu spedito in Nocera Modestino Santangelo di Mercogliano, perché sollecitasse il reggimento Principe cavalleria a concorrere alla nobile causa. Giannattasio con entusiasmo e celerità di non comune. esempio, era l’organo delle disposizioni, e manteneva esatte le relazioni tra i diversi punti occupati. In poche ore si provvide alla meglio colle scarsissime forze disponibili, onde assicurare una tal quale difesa; nell'atto che dai vicini luoghi accorrevano incessantemente i liberali decisi per la difesa delle loro termopili. De Concilj che aveva spiegata una prodigiosa attività nel disporre le faccende, volle presto recarsi a Monteforte, in dove radunate le genti di ogni classe e di militi, arringò loro in termini generali, perché fossero pronti alle difese, mentre, diceva, che m Napoli era successa una rivoluzione, e perciò necessario a custodir la provincia: ciò era un pretesto, e solo volle confidare il segreto ai tenenti Linguiti e Campanile. Fece lo stesso altrove; e mettendo a profitto la brevità del tempo, accompagnato dal solo sergente Politi, si recò in Forino per riunire i militi e le altre persone dedicate al migliore ordine di cose; né volle partirne, se prima i suoi ordini non fossero stati eseguiti.

Erano le dieci del mattino, quando nella capitale giunse la nuova del colpo ardito di Morelli, e della disposizione alla rivolta; e la fama che tutto fa vederci a traverso dell’ingrandimento, aveva alterate le cose. Il ministero che ne’ continui rapporti di tutti gl’intendenti e generali del regno era rimasto sordo e dispregiarne, a quell’annunzio sembrò come colpito da un fulmine. Non si aveva il core di annunziare al sovrano, che sino a pochi momenti prima si assicurava dalla generale tranquillità e contentezza, tutto l’avvenuto; e s’immaginò di profittare dell’arrivo del nostro salvatore, il Duca di Calabria, che rediva da Sicilia, per palesare in corte l’accaduto. Da quel momento incominciò la serie di tante disposizioni che da ciascun ministero partivano, parte inutili e quasi tutte contradittorie; mentre da un altro canto l’estero comandante dell’esercito convocava un consiglio di generali, per concertare l’esterminio dei rivoltati.

Quel giorno stesso in Avellino si operò un colpo di ardito ingegno e di fermezza inudita, mentre era giunta l’ora di scuotere la indecisione delle autorità della, provincia, le quali in tanto bollore nulla sapevano o potevano opporre. Dalla parte de’ costituzionali ogni dimora si faceva pericolosa. Il generale Colonna comandante la provincia, l'intendente e varj altri funzionari erano insieme a desinare, quando si fece annunziare un soldato del seguito di Morelli, il quale in atteggiamento e stile tutto spartano, presentò al generale una lettera del suo capo, quella stessa consigliata a Morelli da de Concilj, il quale assicurava il soldato che non sarebbe stato molestato, mentre egli aveva quattro fratelli e molti amici pronti a morire: colla lettera s’imponeva all’intendente ed al generale dichiararsi' con tutte le autorità per la causa costituzionale, o di prepararsi a sperimentare tutto il risentimento di una truppa decisa. Questo tratto aveva qualche cosa di analogo coi tempi della grandezza romana, quando al nemico egiziano si descriveva intorno un cerchio, pria di uscire dal quale doveva dare decisa risposta: e quell’arditezza fu opportuna per scuotere i primi funzionarj, e farli concorrere all’impresa indirettamente.

Qual’era intanto la posizione militare del paese? Benché Avellino sia circondato di alture, tuttavolta offre molti punti di agevole aggressione. Dalla parte di mezzogiorno vi mette capo la strada dei due Principati: dalla parte di oriente quella di Solofra; e dalla parte settentrionale l’altra della valle Caudina, che ' si congiunge colla strada grande di Puglia. De Concilj conobbe la necessità di guardare i punti accessibili, e di assicurare i fortificabili che le località rispettive offrivano. A tale uopo profittò delle forze radunate in Forino; ed impiegò i decisi che sempre lo assistivano, senza mai smentire il loro coraggio e patriottismo, tra quali meritano particolar menzione Natale, Laudati e Santaniello. Quelli che non erano ignari dei luoghi, applaudirono alla sagacità delle disposizioni date v e cominciarono a fondare forti speranze per l’esito dell’impresa. In fatto, con i pochi mezzi che si avevano, e colla ristrettezza del tempo, niente di meglio poteva praticar-si. Ma pure volendo coll’ingegno supplire alla mancanza di molte cose, de Concilj accompagnato dal sergente Politi, si recò al posto telegrafico.. di Materdomini nella direzione di Salerno, in dove rinvenne Imbimbo e suoi figli, ed altri paesani che avevano avuto ordine di trovarsi colà; e fatta ivi segnare. l’àvvennta rivoluzione, tagliò il telegrafo. In tal modo la provincia intera seppe l’avvenuto; le seppero Salerno e Capitanata, che in parte erano del concerto, e precisamente Capitanata, in cui de Concilj aveva molti legami di amicizia, e dove agiva in accordo colle disposizioni, date al tenente Donato; e finalmente lo seppe Napoli, in cui nella parte del ministero si sparse lo spavento e l’agitazione, mentre gli altri che lo avevano saputo tripudiavano di segreta gioia.

Solofra Nicola Imbimbo di Avellino, distinto pel suo attaccamento al sistema costituzionale, acciò avesse rassicurati ed accesi gli animi di chi desiderava la innovazione, e perché avesse messi i militi in arme. Si recò pure de Concili Serino a concertarsi col capitano Anzuoni, del di cui deciso coraggio si ebbero poi singolari pruove, acciò i liberali avessero occupate le alture di Turcio, come in seconda linea di resistenza dalla parte di Solofra,; e nel tempo stesso Anzuoni si fece partire per Avellino colla sua compagnia, in dove era chiamato per più interessanti operazioni.  Declinava lo stesso giorno due luglio di alti avvenimenti foriero, e gl'impiegati principali di Avellino erano ancora nella più completa irrisoluzione: quando in mancanza di miglior partito, pensarono di consultare lo stesso de Concilj, che ritornava dall’aver corso quaranta miglia in un giorno a cavallo, decidendo i varj paesi del circondario, e specialmente quelli che sarebbero stati i primi ad essere' Occupati dalle truppe regali. Questi profittando della favorevole occasione, suggerì, giacché glien’era arrivato il destro, di rafforzare la guernigione di Avellino con chiamare le compagnie dei militi de’ circondar) vicini; e così aumentava indirettamente quella forza, che al suo disegno servir doveva. La truppe che in quell’epoca stavano in Avellino erano le seguenti.

Vi era un battaglione del reggimento Sanniti forte di 3oo uomini comandato dal maggiore Giuliani; e que’ bravi pare che coll’antico nome avessero ripristinata la gloria di que' Sanniti, che nella orribile lotta de’ cinquanta anni furono il terrore di Roma. Essi savj come forti, col core libero ed attaccati alla costituzione, non si erano manifestati apertamente, per serbare il militare contegno; e solo attendevano più decisa la rivoluzione. Tra essi eravi il bravo capitano Paolella, tanto deciso per la causa.

Eranvi pure i fucilieri regali, ed i gendarmi a cavallo al numero di cinquanta. Essi avevano direttamente e con anticipazione servita la causa, essendo tale la natura di quei corpi, che ogni contatto con i cittadini é indifferente, e l’isolamento de’ soldati non sospettoso: nello sviluppo della rivolta non furono a nessuno secondi quei. bravi gendarmi, sia per zelo sia per bravura. Tra i loro uffiziali si distinsero, oltre del nominato Giannattasio, il capitano Pristipino ed il tenente Falanga.

Un piccolo deposito del reggimento Principessa corrispose con premura agli oggetti ne’ quali era occupato, ed il tenente Colangelo mostrò fervore per la buona causa. Dee pure annoverarsi la compagnia de’ militi tra le forze combinate in Avellino; e poi moltissimi liberali. Tutti si distinsero; e se volessero additarsi per nome quelli che operarono per la salvezza della patria, bisognerebbe nominarli tutti, e. riempirne molte carte. Non è tra le umane facoltà, la vigoria di esprimere al vivo l’entusiasmo per la libertà manifestato in questa rivoluzione: pretendere d’immaginario, sembra pure impossibile.

Tali erano le forze, e non altre furono le operazioni di quel giorno classico e adorato; e sommo fu l’onore di chi seppe in tante vantaggiose operazioni impiegarlo. Dirigere Morelli che incerto accorreva con 15 risoluti; guardarsi dalle autorità costituite della provincia; prendetele opportune precauzioni per li molti nemici, che sovrastavano; destare le popolazioni dalla, tor3i torpidezza del servaggio; diramare la rivoluzione, e ciò nell’incertezza e periglio della generalità non pronunziata, fu certo l’opera di un genio ardito.

Verso la sera rientrato de Concilj ne’ proprj lari, ritrovò congregate le autorità del paese. Egli tacque quanto aveva operato. L’intendente lo premurò ad agire contro quelli che credeva disertori; ma non dové molto faticare per convincersi, che de Concilj aveva qualche parte nell’avvenuto; e perciò si diresse al generale Colonna.

Il consiglio dei generali convocato nella capitale, decise, che si sarebbero prese tutte le possibili precauzioni onde attaccare al più presto i rivoltati: e nell’atto che fu conferito il comando della terza divisione in Avellino al tenente generale Carrascosa, parecchi altri generali furono spediti nelle vicine e lontane province, con ordini severissimi. I ministri titubanti ed inviliti, conoscendo tardi il loro impolitico procedimento, e l’oltraggiante dispotismo col quale avevano preseduto al reggimento delle cose, abbandonavano la sorte della loro causa a chi forse era stata la non ultima cagione della rivoluzione, al capitano generale Nugent: nel tempo stesso non molto leali, osavano rincorare lo sbalordito sovrano, dicendogli che l’affare poteva decidersi con cinquanta gendarmi. E così dopo di aver tradita ed oppressa la nazione; dopo di avere fatto tutto per alienare i cuori dei soldati dal loro amato principe, nell’atto che questi in breve tempo gli aveva nell’apice della fortuna collocati, gli corrisposero coll’ingannarlo a segno, da vedere una rivoluzione senza conoscerne le cagioni. Il prosieguo della presente storia farà meglio conoscere il ministeriale procedimento; e darà chiare pruove, che non ostante la tirannide ministeriale, l’amore dei napolitani pel loro Ferdinando era incangiabile, perché virtuoso.

Spuntava in Avellino l’altra brillante aurora del giorno 5 luglio, quando giunsero in quella città quattro compagnie di milizie, componenti cinquecento uomini. Esse furono da de Concilj, in qualità di capo dello stato maggiore, situate tra Monteforte ed Avellino a scaloni. Con tale disposizione, nell’atto che da una parte si rincoravano le autorità di Avellino, da un altro canto de Concilj si serviva di quella truppa onde tenere un rinforzo in Monteforte, in dove Morelli erasi recato da Mercogliano. Le quattro compagnie erano comandate dal maggiore Pionati. In quel momento facevano ritorno da Napoli il segretario generale dell’intendenza di Principato Ultra, Lucente, ed il giudice Luigi Siniscalchi, uomini di animo inclinato alla riforma: essi in compagnia di de Concilj ritornarono in Avellino. Era loro desiderio che in casa dell'intendente di quella provincia, si fossero ragùnate tutte le autorità primarie del luogo, onde alla meglio deliberare, in che modo doveva condursi a fine un affare tanto difficile. Così fu praticato, né poteva mancarvi de Concilj stesso. Nel principiare le discussioni, e quando tutti del consiglio erano agitati per quello stato periglioso, de Concilj profittando del felice memento d’incertezza e terrore, con destrezza fece avvisare Morelli che si fosse avanzato., Morelli che impaziente attendeva la chiamata, verso le undici del mattino si presentò in Avellino, preceduto da trecento liberali e dal prete Minichini, alla testa della sua truppa, tra gli evviva dei decisi e gli applausi di quelli che sino a quel punto erano stati indifferenti. In breve una sola voce s’intese per la città intera, la quale ripeteva lietissima le dolci parole di viva il Re, viva la Costituzione; non vi era ciglio asciutto di lagrime; ed era dolce il pianto per amor della patria! Intrepido Morelli, e nell’atto stesso modestissimo, chiese subito di de Concilj; e sapendo che trovavasi in casa dell’intendente, si recò colà immantinente. Intanto alle grida di giubilo v che da ogni parte di Avellino echeggiavano, e dal sentire gli applausi per Morelli, i componenti il consiglio dell’intendente rimasero atterriti, e come da un sogno destati, fissi guardavano tutti de Concilj J, che indifferente, e quasiché per niente lo riguardasse l’avvenimento, freddamente sedeva in un angolo della stanza. l'intendente gli diresse la parola per consultarlo, allorché se gli presentò Morelli, che nel ricevere i doverosi omaggi, che le autorità sogliono colle dovute convenienze accordare, disse, che l’opera si doveva interamente al capo, dello stato maggiore, de Concilj. La sorpresa dell’intendente a quell’annunzio, e le mosse de’ membri del consiglio da una parte; e dall’altra l’attitudine quasi indifferente di de Concilj, sarebbero il leggiadro argomento del quadro più bizzarro dell’epoca. Morelli nel presentarsi all’intendente, era seguito da sei rappresentanti del popolo avellinese, Licastro, Imbimbo, Giordano, Vitale, Damiani e Ranucci, onde annunziare la promulgazione che la provincia avea fatta del governo rappresentativo, e la elezione di de Concilj al comando delle forze ragunate. Intanto era tale la calca della gente, che dal basso dei palagio dell’intendente gridava di volere per duce nell’impresa de Concilj, che l’intendente stesso fu obbligato di mostrarlo al popolo da un balcone. E comeché il tumulto raddoppiava, così de Concilj dovette montare a cavallo, per soddisfare le voglie di una popolazione, che ebbra di gioia, già lo salutava il Quiroga napolitano, nel tempo stesso che Morelli era denominato il nuovo Riego. Allora de Concilj conobbe che l’intera causa era nelle sue mani, e sveltamente incominciò ad operare.

La truppa stava schierata, e la bandiera della rivoluzione, formata dai tre colori, rosso, nero e cilestro, era inalzata dal capitano Preziosi. Questo vecchio rispettabile col bianco capo ed in attitudine imponente, presentava le bandiere che furono in quell’atto distribuite a tutti i corpi, i quali prima erano arringati da de Concilj, che additava a tutti l’eroismo del vecchio distributore. De Concilj fece in quell’atto stesso giurare a tutti la costituzione; e come che in quell’atto pervenivano immensi liberali da i varj punti della provincia, così era commovente lo spettacolo dell’incontro di tanti, che con fermezza spartana giuravano a vicenda di morire o di sostenere il nobile impegno. I vecchi padri spingevano piangenti i cari figli ad abbracciare la nobilissima causa; e le donne stesse, cangiando quasi natura, risolute gridavano, che avrebbero trucidati i proprj figli se avessero, tradito la patria.

Sentì de Concilj la necessità di dovere assicurare lo spirito pubblico e la generalità, con pubblicare le sue intenzioni e la rettitudine del suo operare; e nel tempo stesso che assicurava e proteggeva i buoni, minacciava i facinorosi e i delinquenti. A tale oggetto quel mattino stesso pubblici un proclama, col quale dopo di aver raccontato l’avvenuto, estrinsecava le rette sue intenzioni, il suo attaccamento al re e alla costituzione, la protezione che avrebbe accordata agli onesti, la persecuzione per li malviventi: dichiarava pure che rinunziava ai titoli che gli avevano conferito i suoi subordinati ed i popoli i diversi, e che solo conservava quello che il re gli aveva accordato; che niuna ambizione, fuorché quella di aver proposta la nobilissima causa, lo agitava; e finiva con inculcare a tutti rispetto pel re, e ubbidienza alle leggi in vigore. Quel proclama dettato da lealtà e rettitudine di core, e come vedremo messo in pratica in ogni sua parte, restituì la calma agli spiriti incerti e cosperse di balsamo i cuori più esulcerati. Disposti alla virtù quanti allora erano in armi, non si ebbe bisogno di alcuno sforzo per rivolgerli alla moderazione ed alla disciplina: e con sì nobile carattere si è sempre progredito in quella virtuosissima rivoluzione. Gloria eterna sia renduta a tanti bravi, che nella guerra e nel più forte bollore di tante passioni diverse, hanno sostenuto il costante carattere del decoro e della moderazione, Dietro tali operazioni, il popolo, i gendarmi, e quanti eranvi soldati sciolsero il voto pel governo assoluto, e si legarono alla patria col1 altro più interessante giuramento, di sostenere sino alla morte il re e la costituzione. Nuova gioia inondava i petti di quanti contava abitanti Avellino, e delle immense genti che ogni istante dai varj punti della provincia alla sua capitale, quasi ebriachi dal contento piombavano. Attivissima si raddoppiò la corrispondenza colle vicine province, giacché si era sicuro che tutti all’avviso dell’accaduto si sarebbero determinati: come pure erano immense le relazioni colla capitale e coll’armata, onde disporre gli animi di chi doveva attaccare per la buona causa.

La nobile decisione degl’Irpini, e la di loro immensa gioia appena profferite, furono minacciate da imperiose forze: e quei bravi calmando l’ebrezza e le congratulazioni, pensarono al più interessante bisogno, alla difesa ed al sostegno dell’operato. Già si sapeva che il generale Carrascosa con forze imponenti doveva portarsi sulle alture di Monteforte; che i generali Campana e Nunziante con circa mille uomini si avanzavano ai confini meridionali della provincia; e correva voce che dalla parte di Benevento si sarebbero avanzate altre truppe. Il colonnello del Carretto partì per la Basilicata, onde mettersi alla testa delle truppe che poteva ragunare, e passando per Melfi, avesse attaccata alle spalle la provincia di Principato Ultra: aveva la istruzione di agire in concerto col reggimento che stava in Foggia. Chi sapesse trasportarsi ai tempi ed alle circostanze, dovrebbe convenire che la posizione era divenuta troppo ardua e difficile a sostenersi; e senza i più energici provvedimenti, ed una sorprendente attività, il disegno sarebbe stato troncato: ma de Concilj che sembra fatto per non sentire il proprio periglio, con animo intrepido trasse risolutezza dalla difficoltà medesima. Egli dispose immantinente, che il maggiore Pionati, sulla esperienza e risolutezza del quale avea di che fidare, avesse rafforzate le gole del Gaudio colle quattro compagnie che vedemmo situate tra Monteforte ed Avellino, con i militi, e con i liberali: spedì il capitano Anzuoni colla sua compagnia ai confini di Principato Citeriore; e si riserbò di provvedere alla difesa del vallo Caudino, giacché la lontananza del sito non rendeva molto periglioso quel passo.

Tra gli apparecchi e le disposizioni che si erano date in Napoli, si opinò opportuno, come dicemmo, di spedire il generale Carrascosa al comando della divisione di Avellino, colla istruzione che alla meglio ovviasse all’avvenuto, o come diceva il ministero, riconducesse nel dovere i traviati. Ma quel generale che dalla prima gioventù ha respirate le soavi dolcezze di patrio amore, e che per imperiose vicende aveva dovuto reprimere i sentimenti del suo core, nell’atto che con dolore accettava l’incarico di reprimere i liberali, da un’altra parte considerava, che nelle sue mani stava la forza che prudentemente impiegata avrebbe deciso l’avvenimento. Rassicurato ed incerto giunse in Pomigliano d’Arco, mentre lo precedeva di un’ora il maggiore Lombardi; e principiò ad osservare attentamente lo spirito delle popolazioni, onde vedere se I’ affare era universale o di pochi. Ma co’ proprj occhi si persuase che l’affare era generale, mentre le popolazioni ragunate sulle strade erano impazienti ed in aspettativa: il passaggio del generale, eie sue interrogazioni, aumentavano la loro perplessità. Carrascosa si avanzò prima in Marigliano, e poi fece altre due miglia, quando incontrò il maggiore Lombardi, che gli annunziò di aver trovato gli avamposti de'  rivoltati nel principio della salita di Monteforte. Soggiunse il maggiore, che per breve tempo era stato da quegli appostatori trattenuto, e che con premura era stato richiesto di esso generale, alla quale interrogazione egli aveva risposto, che Carascosa non era tampoco partito da Napoli. Lombardi finì per consigliare il suo generale di ritornarsene nella capitale, giacché aveva saputo che era disegno degli armati di Monteforte, di assicurarsi della persona di Carrascosa. A tali avvisi questi rimase brevi momenti indeciso; il ritornare avrebbe fatto rivoltare ancora tutti i siti per li quali era passato, e che attentamente le popolazioni lo rimiravano. Con tale idea deliberò d’inoltrarsi ancora un mezzo miglio per lo diretto cammino, onde imboccarsi nella strada traversa che sulla diritta conduce a Nola Colà giunto il generale, ed in dove per le mille era aspettato, scrisse immantenente al capitan generale Nugent., con dirgli, che altro che il comando della terza divisione in Avellino faceva mestieri di provvedere in quella urgenza, ma in cambio si trattava di seriamente opporsi agli armati, che da tutte le parti accorrevano in Avellino. Finiva il rapporto di Carrascosa, col suggerire, che senza esitazione se gli fossero inviate delle truppe in Nola, per evitare che fosse stato preso dai liberali, lo che avrebbe prodotto tristissimo effetto, mentre il Re, la Nazione e l’armata avrebbero creduto che espressamente si era fatto sequestrare. Non potendosi a quelle argumentazioni replicare, si pensò di spedire delle truppe, che il giorno quattro giunsero in Pomigliano d’Arco.

Intanto le popolazioni limitrofe di Principato Citeriore non si Aerano potute risolvere, per la presenza del generale Campana, il quale starasene nello stato di Montuori con circa settecento uomini di buone truppe di varie armi.

Egli risoluto di attaccare i liberali, spedì quindici gendarmi i quali s’introdussero in Solofra con fingere attaccamento alla riforma; ma de Concilj prevenuto della poca fede da prestar si ad essi, ordinò che fossero andati in Avellino, o che fossero fatti prigionieri. Questo secondo partito ebbe il suo effetto. Campana profittando della irrisoluzione di quelle popolazioni, si avanzò colle sue forze sino a Solofra. Ma il principio de’ vantaggi di quel generale, fu appunto la causa delle seguenti sue perdite; dappoiché i Solofrani, che lontano il rischio erano stati indecisi, nel vedere il nemico tra le loro mura fecero fuoco: in tal modo incominciarono le popolazioni decisamente e con intrepidezza ad usare la forza.

Il primo colpo di moschetto tirato in Solofra, risuonò nel core di quanti eranvi liberali: la decisione fu allora manifesta, ed il generale sopraffatto dalle fucilate, fu costretto a ritirarsi in Torchiato, con retrocedere quattro miglia; ed in quell’azione Campana ebbe parecchi feriti, oltre alla perdita de’ quindici gendarmi. De Concilj senza consumar tempo, per impedire che. Campana facesse nuovi tentativi, spedì il capitano Pristipino con 3o fucilieri reali, due compagnie di militi comandate dai capitani.. 45 Bello e Nisco, ed il tenente Gallo di Avellino. con trenta militi. Nel tempo stesso si ebbe la fortuna di sorprendere un carabiniere travestito, indosso al quale si ritrovò una lettera, colla quale i liberali venivano accertati del sospetto antecedentemente formato, cioè che il mattino seguente sarebbero stati attaccati dal generale Nunziante, il quale doveva fare la riunione con Campana, e colle loro forze combinate tentare un attacco decisivo. Fu pure arrestato un corriere in Montella proveniente da Gifoni, con un ordine di Nunziante diretto al colonnello Rossi di cavalleria dimorante in Foggia, premurandolo a subito portarsi sopra di Avellino, siccome gli aveva ordinato lo stesso Campana, e gli comunicava il progetto di un attacco generale: con tali apparecchi la circostanza dei liberali incominciava a diventare assai perigliosa. Intanto de Concilj avendo a voce conosciuto dal carabiniere arrestato, le intenzioni e la posizione della truppa di Campana, obbligò il maggiore a cui era diretto il messo di rispondere al generale, con esagerare lo stato delle sue cose. Così provvedeva al doppio oggetto, di presene tare a Campana il vantaggioso suo stato, e dall’altra parte lo fece subito in aspettata inerite attaccare da Morelli.

Previde de Concilj che oramai il momento decisivo era giunto, nel Quale o il tentativo avrebbe per sempre fissato il nuovo destino del regno, o che sarebbero state dolorosamente deluse le speranze dei buoni: l'importanza di quel momento era internamente da tutti sentita, e ognuno leggeva nel volto del comandante, il quale per altro additava imperturbabilità e fermezza. Egli immaginò le operazioni del seguente giorno, che furono felicemente coronate, e dalle quali ne emerse la felicità generale: se pure non voglia giudicarsi dall’esito delle cose, che sempre ha giustificato gli umani progetti.

Al primo albeggiare del giorno quattro, in conseguenza delle notizie ricavate dal foglio del carabiniere sulla posizione del generale Campana, de Concilj ordinò a Morelli di attaccarlo; e nel tempo stesso spedì Minichini, acciò con i suoi pochi compagni si fosse portato ai confini di Monteforte: dispose benanche che si guernìssero di truppe i posti militari del vallo Caudino, che sino allora per mancanza di quelle era rimasto abbandonato. Erano la precedente notte arrivati i due capitani Carrera e Rossi colle rispettive compagnie: essi furono riguardati come i più opportuni alla difesa di que' luoghi che conoscevano, e sapevasi che non erano poco risoluti di sagrificare la vita per la patria: partirono tra le universali acclamazioni, ricevendo il vessillo dell’indipendenza, e giurando di difendere il re e la costituzione. Dispose pure de Concilj che il capitano Lenti si conducesse colla sua compagnia sulle alture di Solopaga, e che mostrasse in quei contorni lo stendardo della rigenerazione politica; per così rincorare i popoli di Terra di Lavoro, che sebbene fossero stati inclinati alla causa dell’uomo eminentemente civilizzato, erano tuttavia titubanti per la incertezza degli eventi.

In decorso della giornata, volendo de Concili profittare di tutti i mezzi possibili che stavano in suo potere, chiamò a sé e dette posto all’intraprendente Capuano, ai decisi Licastro e della Bruna, agli attivi Ranucci Capobianco e Damiani. Commise poi al capitano Preziosi,s quel vecchio retto ed onesto, di mantenere l’ordine interno, e di guardare le carceri in dove stavano quattrocento detenuti: per lo quale buon’ordine concorsero pure Siniscalchi,

Ricciardelli, il colto e leale Sarafino Pionati, i fratelli Bruno, Giordano, del Gaudio ed altri. Tutti senza distinzione corrisposero alla fiducia in essi riposta; senza che neppure gli animi malevoli avessero potuto querelarsi. Intanto il giudice Siniscalchi, uomo conosciuto per li patrii sentimenti, e che assistiva costantemente de Concilj, compilava la gazzetta, perché niente mancasse alla buona riuscita della rivoluzione. Si stabilì una guardia di sicurezza interna comandata da Matteo de Concilj, e fu opportuna per l’ordine interno di Avellino. Così disposto l’interno, bisognò subito occuparsi della difesa della provincia, da forze tanto imponenti minacciata: e perciò de Concilj profittò 'delle rimanenti truppe disponibili.

Allorché gli uomini oppressi si decidono, quando gli spiriti si esaltano, non più ha impero la fredda ragione, ma insieme colla prudenza rimane sopraffatta da quel bollore che chiamasi entusiasmo. De Concilj seppe scorgere ne’ suoi questa disposizione, e perché anche a costo di una perdita, giudicava pericoloso il fare che gli animi si raffreddassero, azzardò l’offensiva: gli dava pure di che pensare il primo urto che dalle fòrze imponenti di 47 di Carrascosa poteva ricevere. Il tenente Morelli, come vedemmo, era partito per attaccare il generale Campana dalla parte di Salerno, e propriamente nel suo campo sito in piazza di Pandola; e perché meglio vi riuscisse, se gli spedì il rinforzo di quaranta Sanniti e di parecchi militi, comandati dal capitano Paolella. Allora il nome di de Concilj fu pronunziato con gioia dalle popolazioni di Montoro e Sanseverino; tra gli altri gareggiarono in zelo i cittadini Barbarisi e Romano. Nel tempo stesso il capitano Anzuoni aveva vigorosamente attaccato il nemico; l’altro capitano Pristipino aveagli mostrato che il valore non calcola il numero; ed il capitano Belli avea co’ primi gareggiato in risolutezza. Il nemico in veggendo che poco gli conveniva questa guerra di dettaglio, prese una vantaggiosa posizione, e tale da poter respingere qualsivoglia aggressione. De Concilj in tempo avverti to di quanto operavasi dal nemico, spedì il capitano Cirillo coll’ordine alle menzionate truppe, di non impegnarsi a forzare quella posizione: ma giunse tardi quella disposizione e le truppe che imprudentemente avevano voluto attaccare, furono respinte; e la cavalleria dovette ritirarsi per la difficoltà che presentava il terreno; avendo rimasto nel suo posto l’intrepido sergente maggiore Altomari, che con pochi uomini aveva decida, di morire in quel posto, e nel quale fece prodigi di valore. Questo svantaggio quantunque avesse nel momento scoraggito i liberali, pure nelle truppe dì Campana aveva risvegliate delle speranze ben fondate, in veggendo come risolutamente quelli combattevano per la nobile causa. Si distinsero in quell’affare gli ufficiali del seguito di Paolella, Varese, Agrimi e Spinosa. De Concilj avvertito da Paolella in Avellino della poca fortuna de’ suoi, accorse al sollecito riparo, affinché il male non avesse, comunicandosi, prodotte peggiori conseguenze; ed a quest oggetto si pose alla testa di dugento Sanniti comandati dal maggiore Giuliani, e di quanti eranvi zelanti patrioti, fra quali meritano distinto nome il tenente de Concilj, Neri, i fratelli Imbimbo, Preziosi, Damiani, Siniscalchi e Vitale. Qui merita particolar menzione il giovane uffiziale del genio Neri suddetto, che attentamente faceva le dovute riconoscenze, e che non mancò di assistere de Concilj in qualità di uffiziale facoltativo. Quali speranze non dee concepire l’armata del giovane Neri! I liberali ed i militi che nel disgraziato affare erano stati respinti e dispersi, si riunirono alla nuova spedizione, la quale rioccupando le perdute posizioni, riprese l’offensiva: anzi si estese sino a Misciano, mentre Siniscalchi con buon seguito si dirigeva verso Petruro; e riconquistati i perduti siti, si sostenne quello spirito di superiorità, che essendosi, dai primi momenti adottato, era stato sperimentato opportuno.

Così combinate le operazioni, ed avendo de Concilj ordinato un generale attacco su tutti i punti di quella linea pel seguente giorno, bisognò che avesse rivolta l'attenzione a Monteforte; tanto più che si principiava a temere qualche movimento dalla parte del generale Carascosa.

Ne’ giorni tre e quattro, mentre nella ca pitale i liberali, facendo eco a quelli delle vicine province, incominciavano a concepire solide speranze per la sospirata rigenerazione; i rimanenti cittadini tranquillamente, ma con cuore alla buona causa disposto, attoniti osservavano una gioia dalla parte de’ primi, ed una non indifferente agitazione dal canto del governo. Non contento o tranquillo stavasene il ministero, ed il supremo comandante dell’armata: mentre il primo conosceva che lo scontento era sua opera, il secondo tremava nel por mente, che l’annata da esso ammiserita e vilipesa, fremente attendeva il momento della reazione: intanto e gli uni del ministero,. a l’altro, assicuravano l’attonito sovrano, che pochi furiosi domabili con cinquanta gendarmi erano insorti, e che tutto il regno godeva in pace la loro oppressione. Le disposizioni per l'armata si succedevano senza regola e arte incessantemente; si rimpiazzavano i generali comandanti delle province, con altri che si credevano più fedeli; le partenze dei corrieri, latori di ordini o inutili o poco savj, si seguivano a momenti: era il timore inesprimibile; la confusione e la poca accortezza sicure; e tutte le speranze del governo erano riposte in Carrascosa.

Siccome vedemmo erasi nella capitale in moltissimi destata la speranza del cangiamento sino dal giorno due, perché da vicino avevano avuta corrispondenza con i liberali delle province; ma la stessa speranza nei giorni tre e quattro era addivenuta generale, tanto più che i militari apparecchi si succedevano ad ore. E siccome le truppe partivano tutte per le diverse spedizioni, così si procurò d’impiegare la guardia di sicurezza, attiva, e la seden5i dentanea benanche; come quelle che in ogni difficile occasione hanno mantenuto l'ordine della bella e vasta nostra metropoli. Qui crediamo obbligo assoluto, di parlare della sempre stimabile nostra guardia di sicurezza. I francesi che dal principio del 1806 sino alla metà del 1815 hanno dominata questa parte della Italia, coll'introdurre tra noi porzione de'  loro usi e delle leggi loro, verso il 1807 incominciarono ad organizzare per tutto il regno le truppe provinciali, col nome di civiche, e prescrissero che le medesime fossero state impiegate a guarentire la interna sicurezza. Pieghevoli gl’italiani tutti ad ogni disposizione, e noi napolitani particolarmente inclinati alla imitazione; in breve tempo seppiato talmente avvezzarci alla interna difesa, che le nostre civiche provinciali addivennero le emule delle truppe di linea: anzi nella guerra di dettaglio furono di quelle più ammaestrate, Testimonianza ne fanno le truppe provinciali delle sventurate Calabrie, quando ne funesti anni 1807, 1808 e 1809, esse sole distrussero le molte migliaja de'  così detti briganti, vale a dire degli assassini che infettavano quelle ubertose province. Ed in quella Occasione le provinciali legioni nettarono il proprio paese di que’ malfattori, che nel 1806 avevano spaventato i generali Cavaignac, Reynier, Partounneau, e lo stesso prode Massena con molti francesi. Nella capitale eravi la corrispondente civica; ma poco impiegavasi nell’interno servigio, né poteva sperarsi che fosse giunta in seguito allo splendore che seppe darle l’infelice Murat. Fu nel 1813 quando le truppe di linea di Napoli, già agguerrite ne’ passati anni nelle Spagne e nel Norte, e che riunite in un corpo di armata, si destinavano alle seguenti campagne d Italia, che la truppa interna della capitale fu organizzata in guardia di sicurezza a piedi ed a cavallo, divisa nei due corrispondenti reggimenti. Allora pure si ordinò, che tutti gli uomini atti alle armi, di qualunque condizione e professione, erano individui della guardia di sicurezza interna; e ne’ casi di bisogno dovessero tutti accorrere per la difesa della patria. E siccome con attività conosciutissima, il francese governo sapeva mettere in pratica le sue disposizioni, così in pochi mesi la guardia di sicurezza interna, sia a cavallo sia a piedi, scelta dal fiore di una bellissima gioventù, come quella de’ napolitani, era divenuta l'emula de’ reggimenti di linea, per la gente, la disciplina, la tenuta, e sopratutto per le manovre. Nel 1814, allorché l’armata napoletana andette a cooperare colle alleate potenze, onde distruggere il despota della Francia, la guardia di sicurezza mantenne la tranquillità di Napoli, prestando i più penosi ed esatti servigi. Allorché nel 1815 Tarmata napolitana si portò in Italia per promulgare la comica indipendenza dell'intera penisola, rimase benanche la guardia di sicurezza alla custodia della capitale, e fu allora che giunse quel corpo al massimo splendore.

L’armata era tutta assente, prima per la citata indipendenza, ed in seguito per combattere gli austriaci: le popolazioni che mal soffrivano il francese reggimento per le insoffribili imposte, attendevano con sicurezza il politico cangiamento: nella capitale stessa, come centro della riunione sociale, e come il sito in cui si sviluppano le più grandi passioni, tumultua vasi per li rovesci che già si susurravano avvenuti nella Italia per parte di Murat con i suoi napolitani; tutte queste circostanze rendevano necessaria la vigilanza della guardia di sicurezza; e fu allora che la medesima con un’attività e regola inesprimibile salvò Napoli dagli orrori dell’anarchia. La lagrimevole defezione ed spaventosi casi dei traditi bravi cinquantamila napolitani, facevano a grandi giornate avvicinare alla capitale gli austriaci; le opinioni era no svelate; incominciava il tumulto, ed i così detti lazzaroni erano già frementi ed insolentoni, sperando e per la mancanza delle truppe, e per lo pretesto di rendere servigio al vegnente legittimo sovrano, di rinnovare le scene di sangue e di rovine del 1799. La guardia di sicurezza fece fronte intrepida a tanto di sordine; ed ingrossandosi ella alla giornata degl’impiegati, de’ gentiluomini, e di quanti eranvi onesti cittadini, incominciò non solo ad ostare, ma ad imporre alla stessa insolente plebaglia, che con inudita impudenza era giunta a prendere in fitto le botteghe, per riporvi gli oggetti dei disegnati saccheggi. E siccome tra questi si voleva annoverare la denudazione del regale palagio, perché abbellito dallo stesso Murat, così dovè pure la guardia di sicurezza incaricarsi prima della difesa della regina e poi, quella partita, del palagio, nel quale doveva rientrare l’antica padrone. Era bello il Vedere ne giorni 16, 17 e 18 maggio del i8i5 armati quanti vi erano uomini onesti per la difesa comune; e così si potette frenare l’audacia dei malignosi briganti. Nel giugnere in Napoli il principe reale Leopoldo alla testa degli austriaci, la sua persona fu affidata alla guardia di sicurezza; e la guardia di sicurezza ebbe l’onore e la soddisfazione, di custodire la stessa sacra persona del re, in preferenza di qualunque truppa, sino a che non si fecero le guardie del corpo dopo più di un anno. Infine la guardia di sicurezza per compenso di sua fedeltà e zelo, ebbe con un decreto accordato in futura memoria, che il giorno 22 maggio degli anni avvenire, fosse in esclusione di qualsivoglia corpo militare, incaricata della guardia dell’intero regale palagio e siti dipendenti. .

Quella guardia di sicurezza tanto distinta e ' disciplinata, dovea conseguentemente essere con vantaggio impiegata ne’ giorni della rivoluzione ultima; e ne’ giorni tre e quattro luglio fu rinforzata degl’impiegati, e di quanti volevano concorrere al mantenimento dell’ordine pubblico. Né può giustamente esprimersi l’entusiasmo e la premura colla quale si guardavano i posti confidati; come in tutti gli angoli ed in tutte le strade della capitale si pattugliava; e come gli uni additavano agli altri i siti più perniciosi da custodire. La guardia di sicurezza finalmente, con fermezza di vecchi militari, seppe frenare i servi di pena, che in occasioni di tumulto vorrebbero sottrarsi dalla forza, per commettere gli eccessi di cui sono capaci: e così due volte ha salvata la capitale dall’anarchia. La gloria della nostra guardia di sicurezza sarà eterna, quanto eterne saranno le importantissime epoche in cui si è segnalata.

Incominciava il giorno cinque, e de Concilj meditava in che modo dovesse procedere nella disposizione delle sue forze; mentre non poteva simulare a sé stesso, che avendo dovuto rivolgere la parte più numerosa delle sue truppe in Principato Citeriore, sarebbe riuscita malagevole la difesa di Monteforte colla truppa che rimanevagli, avendo a fronte una ragguardevole divisione. Considerando d’altronde de Concilj stesso, che col guadagnar terreno si ottenevano i sicuri vantaggi, della diffusione della rivoluzione, e dell’alienazione dell’assalto che poteva ricevere, ordinò al Pionati di rinforzare Minichini con cinquanta militi, e con un forte distaccamento di cavalleria, consigliandolo e spingersi tra le vicine comuni di Terra di Lavoro. La bandiera de’ liberali fu innalberata in Avella, nel Cardinale ed in Mignano; e la gioia degli abitanti che la circondavano ovunque era inesprimibile. Con tali disposizioni, oltre all'impegnare col fatto i popoli de’ suddetti luoghi, che attendevano la riunione e la spinta al ben lare, da un altra parte Minichini acquistò quattrocento uomini armati, e disposti per la buona causa sino all’estremo respiro.

Il giorno 3, il generale Carrascosa aveva inviato ai rivoltati in qualità di parlamentario il giudice del circondario di Bajano, acciò in regal nome offrisse delle condizioni pacifiche, ed un esteso perdono ai traviati. Il messaggio era stato trattenuto a Monteforte, perché dai patrioti che avevano giurata la riforma politica o la morte, si opinava che niun trattato dovea intraprendersi, ma che ciecamente al nobile intento bisognava esser diretti. Il giorno quattro si stimò opportuno di rinviare il nominato parlamentario, colla risposta negativa a quanto erasi offerto. De Concilj che si era recato a conferire col giudice, gli parlò con fermezza e decisione, in modo che dalla risposta Carrascosa dovette ideare lo spirito che animava quelle popolazioni; mentre de Concilj fece dirgli che al primo suo attacco, avrebbe sperimentato il furore

rote dì ogni classe di gente disperata. Così con fermezza inudita, si vide che pochi armati con dignità non molto comune, respingevano le trattazioni di pace di un generale che aveva imponenti forze per attaccare. Ma qui bisogna ripetere, che il cuore del generale Carrascosa era per la singolare riforma infiammato, e che colla dovuta prudenza e lealtà, andava disponendo le faccende in modo, da non mancare al suo principe, nell’atto che concorreva alla nazionale indipendenza. Egli avrebbe potuto con le sue forze disperdere i rivoltati, e troncare al momento del nascere quel fiore, che fu poi, la rigenerazione politica di sette milioni d’Italiani: ma era egli pure di alti sentimenti fornito, e nel suo seno palpita eziandio italico core. Agitato oltremodo dalle imperiose idee della fedeltà e dovere militare, dalla ubbidienza di suddito e dall’amore di patria, vedea da un canto l’obbligo di assalite, nell’atto che da un’altra parte non poteva resistere alla desolante idea che sarebbe stato egli solo quel crudo, che con basso animo avrebbe troncate le speranze ed i voti di un’intera nazione, e ciò per mezzo del sangue civile. Carrascosa incapace di tanta bassezza, anzi fin dall’infanzia di nobili sentimenti sostenitore, colla probità che lo distingue, seppe conciliare in modo le cose, che nel tempo stesso fu buon suddito, onorato militare, cittadino virtuoso, vero italiano.

Così andavano le faccende in Monteforte, quando differente andamento avevano preso le cose in Principato Ci tra. Colà abbisognavano altri rinforzi per la precedente dispersione dei liberali. La sera del quattro era giunto in Avellino il maggiore Florio col suo battaglione di militi da Ariano, accompagnato dal canonico Cappucci. Quell’arrivo fu veramente imponente, e fu il più sicuro sostegno della operazione. De Concilj passò in rivista il battaglione, e rimase quasi sorpreso dalla tenuta di quegli armati. Essi mancavano del segnale della rigenerazione, né que’ bravi dovevano esserne privi. De Concilj conoscendo il maschio core di que’ decisi, fece avanzare il vecchio Preziosi, dalle mani del quale prese il tricolore stendardo, ed avendo fortemente perorato ai bravi, lo consegnò all’intrepido Florio. Le acclamazioni, e più di esse la risolutezza, furono estrinsecate in quel momento felice, e tutti si disposero alla partenza. Giunse pure in quel momento il reggimento, Principe di cavalleria da Nocera, comandato dal capitano Piccolo con i migliori uffiziali di quel corpo, e il tenente di artiglieria Delli-Franci con due pezzi da montagna, e munizioni. Profittando de Concilj di questo aumento di forza, dispose, che Florio col suo battaglione e Morelli col suo squadrone fossero marciati in due colonne, una delle quali diretta per Salerno, e l’altra dalla parte di Nocera; intanto fece rimanere al quartier generale il reggimento di cavalleria Principe, ed i due pezzi. In tal modo veniva ad occuparsi una linea interessante di difesa, dal Vallo Caudino Sino a Salerno, ritenendo sempre in serbo una competente forza. Ma i liberali erano ormai tanto ebriosi di gloria, e di tanto core animati, che senza attendere i nuovi rinforzi, guidati dal capitano Paolella, si spinsero contro al generale Campana con tale impeto e risolutezza, che il medesimo attaccato in tutte le sue posizioni, fu obbligato di ripiegare sopra Salerno; e dopoché i liberali ebbero occupati tutt’i punti elevati delle vicinanze si accamparono sul ponte discosto un miglio dalla città. Il: procedimento di Paolella con i liberali se fu imprudente ed audace considerato militarmente, da un’altra parte riguardato come l’impeto di. gente risoluta che ha giugiurato la libertà o la morte, dee come inevitabile scusarsi: e 6arà#piuttosto oggetto di meditazione per chi considera, quanto sono potenti gli uomini che decisi per la patria combattono.

Da Avellino si spedivano degli ordini alle truppe di Principato Citra, perché non a impegnassero in qualche affare, e si raccomandava ai capi di frenare l’ardore dei liberali; tanto più che si era intrapreso un principio di trattativa col generale Campana? Ma nel l'atto che ciò praticavasi, éi ebbe nuova che il capitano Paolella sostenuto dagli altri capitani Pristipino, Anzuoni, Belli e Nisco, egualmente che dai liberali di Avellino colà ragunati, tra quali i sempre pronti Imbimbo padre e figli, era entrato in Salerno dalla parte di Coverchio, con universale acclamazione, e sostenuto dai Salernitani che partecipavano ai sentimenti medesimi; come pure da un capitano del circondario di Sanseverino da. molti militi e liberali; delle vicinanze.

Qui pare. opportuno far menzione della significante e principal parte,. che la provincia di Principato Città ha avuto nella celebre ultima rivoluzione. Questa provincia come tutte le altre oppressa dalle universali gravose imposte, era stata fatalmente da più anni malamente amministrata, e dispoticamente oppressa. La vicinanza della capitale, lungi dall’esserle vantaggiosa, per far valere i suoi diritti, e perché potesse delle ricevute offese reclamare, serviva per farla maggiormente tiranneggiare. Gli abitanti di quella regione, di svegliata mente e di forte carattere costituiti, mal sopportavano l'invilimento e l’oltraggiane servaggio. I lumi del secolo erano da lunga pezza diffusi nella provincia intera, e gli ardenti per la moderata monarchia erano immensi: né dee tacersi che le opinioni di que’ provinciali poco divergenti, cospiravano tutte alla riforma. Bisogna confessare, che se in tutte le province del regno si travaglia. va per scuotere il ministeriale giogo, nella provincia di Salerno le opinioni. erano più pronunziate, le corrispondenze attivissime, ed i perigli indubitati. Tutti fremevano per la rivolta; ma mancava un uomo che io felice posizione costituito, avesse potuto dar principio all'avvenimento: era questa gloria serbata à de Concilj. I Salernitani si erano da lungo tempo esposti a mille perigli, e. furono i primi a sperimentare il rigore: e quel rigore stesso fu quello che col patimento di que’ bravi, dette la prima e più singolare spinta per rivoluzionarsi. I fasti della storia deggiono menzionare i Salernitani come i primi nel basare la rivoluzione memoranda del 1820: che furon quelli che soli si opposero a sperimentare la ministeriale ferocia; e che furono i singolari eroi i quali stabilirono con perigli e fatiche le basi del più giusto de’ troni, la monarchia costituzionale. La presa di Salerno fu un vantaggio della massima importanza, e dava al partito una superiorità decisa; giacché se prima era stata impedita la corrispondenza della capitale colla Puglia, caduto Salerno era priva la capitale stessa delle relazioni colle Calabrie e con Basilicata. In tale posizione, una gran metropoli veniva a soffrire il distacco totale delle due terze parti del regno. In oltre i parteggiani della indipendenza, per conseguenza dovevano acquistare altra idea delle forze combinate in Avellino, e contribuire con maggior fervore alla comune causa. Nello stesso giorno cinque arrivò al quartier generale di de Concilj il resto del battaglione dei militi di S. Angelo Lombardi, mentre le compagnie dei capitani Clemente, Celli e Mongelli dello stesso battaglione, erano arrivate il giorno prima, ed erano State altrove spedite: il battaglione era comandato dal maggiore Alvino; e fu disposto che il seguente giorno fosse calato in Terra di Lavoro. Erano tanti gli armati che si riconcentravano in Avellino, che oramai si aveva di che pensare per provvede'  re al loro sostentamento. Era singolare e di ammirazione degno, il contegno che si serbava da una quantità immensa di varj armati, che se per lo innanzi erano stati da mille partiti, ed anche dalle private inimicizie divisi, in quel momento, come per opera di magica forza, si vedevano amichevolmente regimati. In tanta diversità di gente, e nella massima caldezza del più straordinario entusiasmo, in cambio di quelle piccole risse che sono indispensabili nelle moltitudini armate, una concordia adxxuna fratellanza si scorgeva, che si sarebbe detto, esser quelli gl’individui della famiglia stessa: de Concilij che disponeva e provvedeva a tutto, era sopra ogni cosa oltremodo attento acciò il più leggiero disordine, o la menoma idea di sfrenatezza non si fosse manifestata nei suoi subordinati. Egli rincorava tutti; e nell’atto che da lutti faceva rispettarsi, era amato ed ubbidito. In quella quantità di armati, non la rivolta sediziosa, non lo spirito e la privata vendetta, avevano armato il braccio de’ più forti sino al1 ultimo cittadino, ma in cambio tutti era. no animati dal più puro amor di patria, unito all'affezione e rispetto per lo adorato loro sovrano. Tutti da lunga pezza volevano la politica riforma del regno, con ottenere una costituzione, la quale col basare il solidissimo edifizio del patto sociale, nel tempo stesso avesse per sempre spezzate le catene, colle quali la ministeriale prepotenza suole imprigionare i popoli.

Tale era benanche lo spirito delle province, le quali da lungo tempo erano pronunziate pei costituzionale reggimento; e tutte quelle che avevano per la vicinanza potuto concorrere con Avellino, lo avevano subito fatto. Le lontane, in dove i liberali non mancavano di travagliare, come successivamente sapevano gli avvenimenti di Principato Ultra, si pronunziavano nella maniera la più decisa immaginabile. Se si volessero numerare le province disposte alla buona causa, dovrebbero tutte nominarsi Infine i sette milioni di abitanti del nostro regno erano di una volontà e di un solo parere. Il fatto lo ha mostrato; dacché alla nuova dell’avvenimento di Monteforte, tutti corrisposero con eguale ardore; ed. in tanta politica effervescenza, non vi fu una goccia di sangue sparsa sul1 intero lenimento del regno: invece furono versate molte lagrime di piacere! Questo esempio di concordanza tra i popoli, di ordine e moderazione, non che l’oblio di tanti partiti, formano l'autentica testimonianza della rivoluzione più singolare che possa nell’istoria rinvenirsi.

Era veramente singolare l’aspetto della capitale nella sera del 5 luglio. Tutti conoscevano gli avvenimenti di Monteforte, la presura di Salerno, e la decisione delle vicine province: la promulgazione della costituzione in Avellino e negli altri siti, non era più dubitabile. E siccome si aspettava con certezza in Napoli che la mattina del 5 Carrascosa avesse attaccati i costituzionali in Monteforte, così sapendosi che la sera egli stava ancora in Cimitile, s'incominciarono a consolidare le speranze, e le nuove, che le forze dei liberali erano imponenti. Il governo seppe il vero, e si lusingava ancora che potevasi alla meglio riparare. Intanto l’attività della guardia di sicurezza era inesprimibile; e tutti all’esempio del 1815 avevano prese le armi. I posti di guardia delle ordinarie truppe di servigio nelle piazze, erano coverti da battaglioni di uomini armati, di ogni età e classe; e le strade stavano di posto in posto guardate da numerosissime pattuglie. Tutti gli uffiziali della guarnigione dividevano le loro Cure ne punti più difficili; e le carceri, ed il bagno de’ servi di pena furono dall’artiglieria guardati. Il basso popolo intimidito ed istrutto, non osava comparire; le strade erano ripiene di armati; Napoli infine la sera del 5 presentava l’aspetto di una piazza d'armi.

Da un’altra parte la gioia de'  liberali, che vedevano assicurato quasi il frutto di tante speranze e fatiche, giugneva all’eccesso. Gli uni additavano agli altri che il momento era giunto di mettere in pratica i loro replicati giuramenti: tutti risolutissimi di morire piuttosto, che farsi sfuggire una tanto opportuna occasione, si rincoravano e spinge. vano a vicenda: attivissima era la corrispondenza delle diverse ragunanze di liberali, e l’amor di patria era l’unico loro pensiere. E siccome da molti agenti della universale rivolta, pervenivano nella capitale in quella sera continue le assicurazioni della generale decisione, così tutti sveltamente manifestavano le risolute opinioni, e mancavano momenti per la universale sollevazione. Non vi rimaneva più tempo da perdere.

I ministri intanto, che in que’ giorni si consigliavano a vicenda, conscii oramai dell’imprudente loro procedere, ed inviliti dall’odio universale, erano più che mai imbarazzati per svelare all’ottimo principe, lo stato pericoloso in cui trovavansi la capitale ed il regno. Le nuove della rivoluzione, con poco savio procedimento, erano per metà giunte al trono, ed il buon re che magnanimamente avrebbe a tutto riparato, non conosceva in quale disgraziata posizione trovavansi egli, ed i suoi sudditi figli, per opera del simulato ed impolitico ministero. Si continuava da questo ad assicurare, che Carrascosa avrebbe a tutto riparato: che 1’affare non era urgentissimo; e che le truppe e la guardia avrebbero sedati i rivoltati. Ma ingannando tuttavia il loro benefattore, ed il padre della nazione, non potevano nascondere ad essi stessi, che Carrascosa avea chiaramente manifestato che le forze nemiche erano imponenti, e per prudenza non attaccabili; che sulla guardia e sulle truppe da lunga pezza invilite ed oppresse, non poteva calcolarsi; e che tutti concordemente, e con svelata mente desideravano la riforma del politico statuto. Se qualche ministro proponeva al sovrano di accordare una costituzione, gli altri che vedevano con essa potersi temperare la prepotenza e la ingiustizia ministeriale, col pretesto di viltà e bassezza 3 consigliavano 3 o per meglio dire ingannavano il loro re, con metterlo in opposizione colla nazione. Ma non conoscevano gli sconsigliati, che per quante fossero state le loro perfide operazioni onde disgustare la nazione dal re, Cavea questi, ed ora più che mai è sicuro, basato il suo trono sul cuore di sette milioni di uomini, co’ beneficj e colle paterne cure del suo bell’animo can mezzo secolo di governo: che tutti nel rivoltarsi avevano giurato pel re eguale amore che per la patria: che l’odio implacabile, figlio della oppressione e dell’ingiustizia, era solo diretto al ministero: e che finalmente tutti volevano smentire la opinione che i ministri avevano concepito della rivolta, volendola far credere desiderio d’insolente repubblica; nell’atto che si era giurato il sublime patto sociale dell’unione del re e della patria. Il giuramento fu dato sull’altare della virtù, ed il ministero col fatto rimase smentito.

Non dee qui omettersi una interessantissima conversazione. tenuta in Cimitile tra due altissimi personaggi militari, l’uno nazionale, estero l’altro; dalla quale si vedrà chiarissimo la differenza de’ loro animi, manifestata dai principi pronunziati. Incerto l’estero della fine dell’incominciata rivoluzione, e più incerto dacché essendo essa basata sul sacro patto della unione del re colla nazione, ogni estero avrebbe dovuto compiacersi di abbandonare gli usurpati gradi, chiedeva al nazionale ciocché avrebbe dovuto farsi in quella posizione, e se opinava che il re desse la costituzione ai suoi popoli. Il nazionale con lealtà e franchezza particolare, gli rispose: che l’andamento delle opinioni in Europa era tale, che tutti i sovrani, senza molto aspettare, daranno la costituzione ai loro popoli; ed allora passivamente tanto bella transazione si sarebbe per Napoli pure adottata. Amareggiato, anzi che no, 1’oltramontano da quella profonda risposta, e poco fermo in gambe sulla necessarissima arte del logicare, riprese;vedete come siete voi altri, non volete decisamente sciorre la quistione e con quel voi altri tutti i boreali credono oltraggiare gl’Italiani,. senza considerare che la somma gloria di questi consiste nell’esser distinti dagli esteri, giusto perché sono altri. Soggiunse: che formalmente annunziava come l’intera provincia di Principato Ultra erasi rivoluzionata, e che lo stesso era avvenuto in Principato Citra; ed insisteva chiedendo al nostro moderatissimo concittadino, se persisteva a credere che il re non dovesse accordare la costituzione: ma questi saviamente rispose, che il re non potea cangiare gli statuti del regno ed il patto sociale colle ventidue province del suo stato, dacché due sole di esse erano rivoltate. Allora rientrando un poco nel suo contegno l’estero, domandava il modo da praticarsi onde mantenere la tranquillità in Napoli, e per impedire che le colonne de’ liberali o degli emissarj non penetrassero nella capitale arrecandovi iJ disordine. A queste nuove per altro giuste interrogazioni, espose il nazionale, che in quelle pressanti bisogne il re avrebbe dovuto premunirsi da due specie d'influenze: l’una proveniente dagl’intrigatori; la seconda degli uomini timorosi: queste due classi di uomini avrebbero procurato di profittare dello sbalordimento in cui trovavasi in que’ momenti il governo., li primi per indurlo ad un immaturo cangiamento, gli altri per fargli con pusillanimità adottare qualunque modificazione del patto sociale. Laonde rimanendo il sovrano in attenzione degli avvenimenti, avrebbe potuto decidere, se il cangiamento era desiderato universalmente dalla nazione, ovvero da due province solamente; nel primo caso, soggiungeva il savio nazionale, esser prudente cosa che il re desse una costituzione; e nel caso diverso, le due province avrebbero dovuto ritornare all'antico ordine, ed in conformità delle altre componenti il regno. Diceva pure, che in caso fosse pronunziata la maggioranza della opinione, onde ottenere il costituzionale reggimento, dovea indispensabilmente il re convocare il corpo diplomatico esistente in Napoli,, e. facendogli osservare che la nazione alla unanimità o maggioranza desiderava la politica riforma, si era nella necessità e dovere di accordargliela: nella quale posizione, colle condizioni verificate, l’Europa non avrebbe avuto che soggiugnere o pretendere, circa una costituzione accordata dal sovrano dietro il voto generale. In quanto alla tranquillità da mantenersi, che formava l’altra parte della ricevuta interrogazione, era opinione del nazionale, che egli stesso poteva rimanere in Cimitile con una colonna di buone truppe, nell’atto che un’altra egual colonna fosse postata tra Nocera e la Torre dell’Annunziata. Solo premurava a cangiare il comandante della seconda colonna, sostituendo il generale d’Ambrosio al Nunziante. Così le due colonne avrebbero coverta e guarentita la capitale; avrebbero data piena libertà al governo da decidersi secondo le circostanze; e nell’interno della capitale stessa si avrebbero potute rinviare le rimanenti truppe, onde assicurarvi il buon ordine; Compiaciuto l’estero della opinione del nazionale, si dispose ad accettarlae disse che nel momento stesso si metteva in viaggio per esporre tutto al re fedelmente; che avrebbe nella sua carrozza preso in Marigliano il generale d’Ambrosio per spedirlo immediatamente al comando della divisione della Torre. Soggiunse che forse sarebbe stato nel bisogno di chiamare prontamente lo stesso nazionale in Napoli, acciò avesse a voce ripetute le sue idee al sovrano. Ma siccome formava oggetto di premura la nuova politica forma da adottarsi nel nostro paese, così l'estero nuovamente insistendo, chiese al nostro nazionale, se era sua opinione che il re avesse adottata una costituzione già esistente in Europa, ovvero che ne avesse compilata una espressamente per Napoli: egli, andava facendo le diverse interrogazioni, onde vedere se decisamente per gli esteri non più rimaneva a sperare. Di fatto, allorché per risposta intese, che lo stabilire una costituzione nuova per Napoli in quel momento, esporrebbe il regno a de’ perigli per la urgenza delle faccende, e che pure potrebbe andarsi incontro al vago, nell’atto che sarebbe stato vantaggiosissimo lo brittannico statuto, sembrò alquanto rallegrato; ma quando soggiunse il nazionale, che s’intendevano le opportune modificazioni sulla insultante aristocrazia, introducendo in vece la camera de’ notabili indispensabili per l’adattamento, parve quasiché persuaso che non poteva desiderarsi da noi la presenza degli oltramontani. Seguirono dopo ciò varie altre proposizioni assolutamente d’interesse privato di una delle parti, che pareva dispiaciuta dall’idea di doverci abbandonare; ma che infine bisogna va cedere alla imponente necessità.

Dopo quel trattenimento, partì l’estero per la capitale, e non trascurò in Marigliano di prendere in carrozza il genera le d’Ambrosio. Cammin facendo, all’alba, scrisse con toccalapis una lettera, colla quale chiamava il nazionale di cui parlammo, in Napoli.

Non era più tempo di deliberare, mentre verso mezzanotte pronunziatissime erano diventate tutte le volontà, ne’ più poteva negarsi alla universale impazienza la riforma del governo. Il bravo generale Filangieri, come uno di quelli che era incaricato del buon ordine e del comando della piazza, vide il bollore, e pensò di ripararvi sodamente. Egli colla franchezza e probità che lo distinguono, parlò fortemente al duca d’Ascoli cavallerizzo maggiore del re, acciò facesse dettagliatamente conoscere al sovrano la posizione del regno e della capitale, e perché lo esortasse a non più fidare ne ministri, ed in cambio a soddisfare l’universale voto con accordare il costituzionale reggimento. Ascoli uomo conosciuto per lealtà al suo principe, per attaccamento alla patria, e dotato di prudenza e probità, mostrate nelle tante luminose cariche che ha occupate: Ascoli vero amico e savio consigliere del re, seppe con candidezza esporre al suo signore, che la rivoluzione era l’opera del malcontento per li ministri; che sino a quel momento intatto erasi nel bollore degli. animi serbato l’affetto pel sovrano; che non trat76 trattavasi di sette o partito, ma dell’intera nazione che reclamava i suoi diritti, e che voleva stringere il più nobile e sublime patto col suo monarca; infine che non vi era tempo da perdere. Finì con esporre, che non poteva oltrapassarsi la dimane senza un pronunziato tumulto.

Il re che sino a quel punto, ingannato dai ministri aveva creduto analogo il suo governamento alla indole de’ popoli, fu colpito nell'udire la universale indignazione, e non sapeva capacitarsene. Il suo animo dovea essere certamente addolorato, nel vedere che i sudditi lo avevano prevenuto con chiedergli quello, che egli avrebbe coll’ottimo suo animo accordato, quante volte se gli fosse indicato da chi lo consigliava. E certamente doveva essere lacerato il suo core, in reggendo in quella notte circondarsi dal consiglio de’ ministri che lo avevano tradito; e verso giorno esser premurato perché ricevesse alla sua presenza il comandante supremo dell’armata, che gli aveva alienati i suoi bravi soldati oppressi ed inviliti in mille maniere.

Chiamati al consiglio, oltre degli ordinari, quanti altri sogliono intervenirvi nelle urgenti bisogne, tutti convenivano in opposizione del ministero, che la sola costituzione poteva calmare gl'animi, e che quello solo era il governo adottabile per la nazione, in un’epoca in cui i lumi del secolo e le passate vicissitudini avevano istruiti tutti gli uomini de'  veri e durevoli loro diritti. Il Nestore della napolitana milizia, Danero, quell’uomo caro alla nazione intera per tutti i titoli, venerabile vecchio secolare, con gravità e franchezza rispettabile, piangendo dirottamente pronunziò al re le seguenti memorabili parole: «figlio mio adorato re, se fosti ingannato dai beneficati ministri, e da chi comandava il tuo esercito,ascolta un vecchio che sull’orlo della tomba non può lusingarti: i sudditi tutti ti amano come padre; ma il governo che oggi ad essi conviene, è appunto il costituzionale: essi lo chieggono, e son sicuro che non saprà loro negarlo.»

A quelle parole che tutti udivano colla dovuta rassegnazione, il duca di Calabria aggiunse i suoi preghi e le sue ragioni; e l’animo del re che come vedemmo era disposto a tutto intraprendere pel bene de’ suoi sudditi, condiscese a promettere alla nazione napolitana la riforma del governo, adottando una costituzione che sarebbe stata adattata alle particolari circostanze della nazione. Ordinò che nella stessa notte si fosse stampata la promessa costituzione, e che nell’alba del giorno 6 fosse pubblicata in tutti gli angoli della capitale. Intanto prudentemente tutti i ministri si dimisero, perché incompatibili col nuovo reggimento.

Spuntava nell'oriente l'alba del giorno più memorabile nella napolitana istoria, ed il più brillante e straordinario di nostra vita; quando ne’ suoi primi albori fu in tutti i punti della capitale affisso il regale decreto della notte precedente, col quale si prometteva nello spazio di otto giorni una costituzione adattata alle bisogne della nazione. I liberali che la precedente notte erano stati vigilanti in aspettativa, e gli armati che avevano mantenuto il buon ordine lo avvertirono i primi, e fu quello il principio della universale esultazione, e della inesprimibile gioia. Gli amici abbracciavano piangendo i compagni; i parenti correvano a risvegliare i congiunti onde partecipar loro un tanto bene; gli amanti stessi che pel bene della patria da varj giorni non più vedevano gli oggetti de’ loro respiri, festanti correvano ad avvertire le amiche che il più alto bene erasi ottenuto: e mentre ciascuno non pago replicatameute rileggeva la regale promessa, già le strade erano piene di gente di ogni classe nella più tenera allegrezza immersa. In men di due ore Napoli presentò uno spettacolo mai per lo innanzi veduto, e difficilissimo ad esporsi. Le strade piene di gente, e quella di Toledo precisamente occupata intera da una quantità incredibile di uomini di ogni classe, e di una Solitissima gioventù; nel largo della Carità, quartier generale della guardia nazionale, si era innalzato uno stendardo tricolore, e colà la calca de'  liberali era imponente. La gioventù ebra di un piacere incalcolabile, da chi non ha il bene di trovarsi in tanta ventura, correva furibonda perla primaria strada, benedicendo quel giorno felice, ed il magnanimo sovrano. Le grida di viva il re, viva la costituzione, echeggiavano per la capitale, ed alle otto del mattino, tutto era moto, tutto brio, tutto stupore. Il largo del regale palagio interamente era occupato dalla moltitudine esultante, e tutti chiedevano ad alta voce di vedere l’amato sovrano, onde acclamarlo e benedirlo. È inutile esprimere lo strepito e le acclamazioni fatte, allorché il sovrano comparve sul balcone. Quello strepito sarebbe stato più forte ancora, se le lagrime di piacere non avessero soffocate le voci. I primari generali che giravano a cavallo tra la calca della gente pel buon ordine e per assicurare i dubbiosi, erano attoniti nell’osservare, che in tanto tumulto, e nel riscaldamento più possente delle fantasie, non vi erano perigli, non sdegni, non minacce; ma invece giubilo, benedizioni e fervore. La più bella e studiosa gioventù strepitante ed ebra di gioia nel vedere il Vago aspetto di una brillante vita avvenire, non credeva quasi l’accaduto: i vecchi benedicevano il cielo nel considerare qual vaga' epoca spuntava per li loro nipoti: ed i fanciulli stessi facendo eco a’ primi, tripudiavano di non saputo piacere. Napoli la mattina del 6 luglio era il teatro della gioia più pura di una virtuosa nazione.

Il basso popolo, e propriamente quella classe di plebe, che nella funesta epoca del 1799 spaventato aveva la capitale con i tanti eccessi di cui seppe contaminarsi negli orrori del l'anarchia, non poteva in venti anni di progresso di civilizzazione non migliorare la educazione. sua ed incivilirsi. Molti di quello, appartenenti pure alla classe deliberali, avevano influito a rettificare la massa; ed in generale tutti attoniti contemplavano la rivoluzione con meraviglia, e quasi stupefatti. Non comprendevano cosa esprimesse la parola costituzione, che ad. alta voce da tutti si promulgava, ed essi stessi la ripetevano senza, intenderla. Partecipavano di buona fede del brio e della esultazione della gente colta, e lungi dal dividersi da essa Come avrebbero fatto per lo passato, erano tranquilli spettatori di quanto avveniva. Curiosi vollero conoscere il vero senso del pubblico fervore, e quando. seppero, che: si. trainava della nobile unione del re colla nazione, risoluti presero parte, nell’avvenimento. Gli. artieri indifferenti seguitavano i loro, lavori le botteghe tutte erario aperte; gli oggetti preziosi esposti alla solita vendita; e se la folla eccedente s’introduceva nelle botteghe stesse, indifferenti i venditori accoglievano tutti senza spavento. Infine, nell’atto che a prima vista la strada di Toledo faceva spavento, sopratutto ne’ larghi contigui, e nel mentre che a primo sguardo la capitale sembrava esposta a tutte le spaventose vicende della rivolta, nel fatto tanto tumulto, e tutto lo strepito si limitava ad estrinsecare la gioia pel conseguito, bene, e la sorpresa per la inaspettata riforma.

Di tenerezza e di fraterno amore. furono argomento le premure, che una quantità immensa di gente fecero al generale Filangieri, che instancabile e con sangue freddo era presente a tutti i punti di Napoli, solo per assicurare e alla meglio mantenere il buon ordine allorché gli domandarono che fossero sprigionati i liberali detenuti per materia di opinione. Erano quelli i veri martiri della santa causa, e coloro che veramente avevano sofferto e risicato per essa. Filangieri diede le opportune disposizioni per soddisfare le universali brame, e all'istante furono aperte le carceri in dove molti disgraziati, rei solamente di aver amato svelatamente la patria, avevano languito. Strappava il pianto dagli occhi l’uscita di quegl’infelici, ed era commovente il loro incontro con i parenti, amici ed altri liberali. Essi erano preceduti da una folla di popolo di ogni classe, che colle palme nelle mani era andato a sprigionarli: le grida di acclamazione facevano sentirsi per le strade che traversavano; poco potevano camminare per soddisfare le premure di chi voleva abbracciarli, degli altri che volevano festeggiarli, e de’ moltissimi, che in loro unione volevano, benedicendo la patria, versare lagrime di tenerezza. Le famiglie di quegli eroi, accorse all’apertura delle prigioni, davano al mondo l’inudito esempio della consolazione per li patimenti de’ loro congiunti, perché sofferto avevano per tanto sublime causa. Infine lo sprigionamento di alcuni liberali non fu il mattino del 6 luglio l’ultimo spettacolo di gioia per Napoli.

Nell’atto che con fervezza in tutti gli angoli della capitale si applaudiva alla regale promessa; e mentre nella radunanza delle migliaia d’uomini si discettava per immaginare quale sarebbe stata la costituzione adattabile alle nostre bisogne, il voto universale era quello di ottenere la costituzione spagnuola promulgata in Codice il 19 marzo 1812. Tale parere dagli uni passando agli altri, in meno di un’ora le opinioni erano pronunziate, e senza neppure più ideare che altra costituzione potesse convenire al nostro paese come se vi fosse stato l’antecedente concertato di più mesi, tutti ad alta voce, gridavano, che la sola opportuna, desiderata costituzione, con piacere accettabile, sarebbe stata la spagnuola. Quasi tutti se la promettevano come sicura, e l’annunziavano agli altri, fidando, nella clemenza del principe, e nell’affetto, per li suoi popoli, che in tutto voleva soddisfare. È vero per altro, che nella corrispondenza tra i liberali delle 1 province erasi presa in mira quella costituzione: non è dubitabile che le colte persone in essa ravvisavano quanto sa di meglio istituire una nazione che vuole costituirsi sopra le basi irremovibili di giustizia ed equità: ma non cessò di esser mirabile la riunione delle opinioni in pochi momenti, in modo che tutti indistintamente bramavano e gridavano lo spagnuolo costituzionale reggimento. Tali voci non potettero essere occultate al sovrano, e. già nell’animo di quell’ottimo re si formava, il pensiero di soddisfare la sua nazione.

Intanto comeché in Napoli, si beavano tutti, il governo ed i liberali erano, attivissimi nel dare le opportune disposizioni perché nell’intero regno si sapesse, l’avvenimento, e per provvedere acciò nelle province in dove per la lontananza dalle principali autorità, e per le più frequenti private vendette avea di che temersi, bisognava disporre, la faccenda, in modo che i popoli fossero contenuti e moderati nella gioia, che spesso. la storia ci ammaestra essere stata più fatale dello stesso, furore. Laonde nell’atto che il governo spediva replicati corrrieri con ordini alle province, e con gli stampati della promessa costituzione; da un’altra parte i liberali scrivevano alloro corrispondenti, che il trionfo: delle loro fatiche era completo; che quello era il momento della universale politica rigenerazione; e che in quel l'avvenimento speravano di veder sanzionato il giuramento de’ buoni, qual'era quello di frenare ogni passione, e che virtuosamente doveva per la patria solo esporsi la vita. Di meraviglia è degno, che gli ordini del governo in tutte le parti del regno per quello che riguardava la calma e buon ordine, fossero stati prevenuti dalle insinuazioni de’ patrioti; e che forse queste seconde producevano il vero effetto, mentre i popoli erano in loro balìa, come suole avvenire in simili vicende. Il traffico colle tre province limitrofe a Napoli era inenarrabile; e specialmente quello con l’armata costituzionale di Monteforte animatissimo. Si erano da Napoli spediti dei parlamentarii a de Concilj con la promessa costituzione; e la divisione Carrascosa avea avuto i corrispondenti ordini per cessare le ostilità con i costituzionali.

Mentre spuntava lo stesso giorno 6, de Concilj che avea precedentemente accomodate le Cose dalla parte di Salerno, volle recarsi sino ai posti avanzati del Cardinale, seco conducendo una porzione di cavalleria del reggimento Principe, soddisfatto dal contegno della truppa; fece tirare varj colpi di cannone a polvere, per avvertire il nemico che l’armata costituzionale era fornita benanche di artiglieria, e ciò pure per dare ai vicini popoli un’idea più imponente delle sue forze. Tanti piccoli stratagemmi potrebbero sembrare di poco momento, a chi guarda le umane cose superficialmente; ma sono con altra ponderazione valutati, da chi conosce quanto la opinione influisce nelle umane, e specialmente nelle politiche vicissitudini. Non è nuovo nelle istorie, che da piccole occasioni traggano origine spessissimo le stesse sovversioni de’ più potenti imperi. È bello rammentare in quella occasione lo spirito de’ seguaci di de Concilj: mentre egli ispezionava i suoi militi ed i liberali, che stavano postati dietro gli alberi, li chiamava da lontano, e diceva loro: che in quegli alberi stessi scrivessero i loro nomi, perché un giorno, se perditori, i loro figli riconoscano le tombe de’ padri estinti per la patria; e se vincevano, avessero pure un giorno riconosciute quelle piante, che avevano difesi i loro petti per la causa felice. Tutti in fretta segnarono i proprj nomi; e sarà dolce per essi riconoscere un giorno quegli alberi, in dove si erano esposti a tanti perigli.

Era de Concilj in tali occupazioni, quando se gli presentarono in qualità di parlamentari il maggiore Lombardi ed il capitano Minonna. Costoro gli notificarono il decreto col quale il re prometteva di accordare una costituzione nel termine di otto giorni. Ma come de Concilj era informato dello spirito del popolo, rispose, che per assicurare i seguaci dell’indipendenza vi abbisognavano degli ostaggi di considerazione, e che faceva mestieri di allontanare le truppe che gli stavano a fronte; soggiunse, che senza tali condizioni non poteva rispondere di quanto avrebbero operato le popolazioni che dalla gioia erano infervorate. Con tali felici circostanze egli ritornò in Avellino, in dove attendeva la risposta alle sue proposizioni.

In quell’arrivo, nuovo giubilo universale, e l’entusiasmo comunicavasi a tutte le età e ne’ due sessi indifferentemente: le donne erano superbe di decorare chi ad esse apparteneva del nastro tricolore, e la moglie di de Concilj, Margherita Bellucci; per tre giorni fu occupata a cucire bandiere costituzionali.

Era giunto de Concilj appena nella capitale di Principato Ultra, allorché ricevette la domanda del tenente generale Guglielmo Pepe, il quale chiedeva di far parte dell’armata costituzionale. Egli il mattino del 6, avendo conosciuto che la causa de’ liberali inclinava al bene, comeché dotato di animo sublime e di alto core, abbandonò Napoli, e deciso abbracciò il partito di morire o di coadiuvare nella politica riforma. Perciò con pochi del suo seguito si presentò agli avamposti de’ costituzionali per avvertire de Concilj del suo arrivo. Questi lo ricevette con ilarità ed affezione, come quello che abbracciava qualsivoglia occasione propizia per menare a fine l’operato. Di fatto, spontaneamente volle cedere il conferitogli comando a quel generale, nella idea che con un uomo rivestito di più alto grado militare, meglio si sarebbero condotte le faccende, e più si sarebbe imposto alla capitale. La cessione del comando di de Concilj fu accompagnata da un proclama, in cui nell’atto che da una parte si spogliava di qualunque superiorità, con nobiltà di animo poco, comune, dall’altra raccomandava ai suoi subordinati la moderazione, ed il solo interesse per Iddio, pel re e per la costituzione. Questo tratto di generoso disinteresse e moderazione., merita di essere coronato negli annali della storia. Ne’ giorni in cui de Concilj ebbe il comando degl’Irpini; non vi fu occasione che in tale unione, di uomini, e fra sì diverse opinioni, vi fosse stato chi gli abbia dato de’ dispiaceri. Tutti erano obbedientissimi agli ordini che ricevevano; ed in quell’epoca si erano dimenticare le più giuste inimicizie private. È pur vero che 1’amor di patria bruciando pel core, vi consuma quanto vi è raccolto d’impuro. Intanto come vi vorrebbero. de’ volumi per menzionare nominativamente i meglio operosi nella rivolta, così tra gli annessi documenti a questa istoria si vedranno i nomi de’ principali che si sono distinti. Merita particolar ricordo Gaetano Licastro che attentamente al fianco di de Concilj si cooperava per la esatta riuscita delle cose.

Il generale Guglielmo Pepe giugnendo in Avellino, ritrovò l’intendente di quella provincia arrestato nella propria casa, e custodito dalla guardia di sicurezza. Quella prigionia era stata disposta da de Concilj, perché da una parte voleva alla meglio calmare il furore di molti che avevano sospetto di quell’uomo, che per altro era dotato di animo nobile e di onesti principj; ma più di ogni cosa era stato de Concilj spinto a quella disposizione, per tenere l’intendente stesso come in luogo di custodia, onde sottrarlo dagl’insulti e dalle minacce che in que’ giorni avrebbe potuto ricevere in mezzo alla popolare gioia. Le funzioni del capo della provincia furono disimpegnate da Lucente segretario generale dell’intendenza; uomo, come vedemmo, assai deciso per la causa, il quale con probità ed energia, fece provvedere di tutto i moltissimi armati che stavano in Avellino, senza li soliti monopolj, che in simili avvenimenti sogliono praticarsi.

Non dee omettersi lo zelo mostrato in Avellino dal colonnello de Filippi, che molto si mostrò deciso per la riforma. Lo stesso dee credersi di de Francesco presidente del tribunale criminale, che accortamente pria della rivoluzione, andava di giorno in giorno disponendo l'animo di de Concilj, con ricordargli che un Quiroga aveva operato in Spagna, e che nelle rivoluzioni vi abbisogna sempre un deciso militare. Sarà in fine sempre memorabile la condotta, che in sì difficile momento fu serbata dal leale Colonna, che quantunque generale comandante la provincia, lasciava fare a de Concilj, perché quello che questi praticava si aggiustava col suo modo di pensare.

Nell’albeggiare dello stesso giorno 6, il maresciallo di campo Napolitano si portò al ponte della Maddalena in Napoli, e colà indusse 48 uomini del reggimento Real Napoli comandati dal maggiore Gaston, e dal capitano Rappoli, e 72 uomini del reggimento de’ dragoni a seguirlo. Quella gente avendo alla testa il bravo tenente colonnello Tupputi, in pochi secondi fu pronta a seguire Napolitano; e fu questi l’altro generale che si univa alle truppe costituzionali. Ma l’invide parche vollero troncare lo stame della vita di quel bravo, pochi giorni dopo la istallazione del nuovo governo! Egli morì libero, e fu pianto dai buoni. Alla prima cavalleria si unì parte del reggimento Regina comandato dal colonnello Celentani.

Il generale Guglielmo Pepe nel prendere il comando delle truppe costituzionali, estrinsecò i suoi nobili sentimenti e la rettitudine del suo core, con un proclama in cui si scorge tutta la probità e fermezza di un ottimo patriota. Quell’uomo che nell’armata avea dato pruove d’intrepidezza e di militare valore, nella occasione della nostra virtuosa rivoluzione era chiamato a manifestare tutte le virtù che lo adornano. Con un contegno senza affettazione, ponderato nell’operare, e di una fermezza di carattere poco ordinaria, sembrava scelto per sostenere il difficile incarico, del comando di un’armata, in cui fanti differenti spiriti ardentissimi erano congregati. Guglielmo Pepe co’ fatti ha mostrato alla nazione ed alla Europa che era degno dell’intrapreso comando. Egli nell’accettare, la cessione che facevagli generalmente de Concilj, non trascurò tra le prime sue cure di manifestargli la sua soddisfazione, e di assicurarlo che dal governo costituito avrebbe per esso impetrato i più alti compensi, come quelli di maresciallo di campo e di barone del regno. Ma de Concilj aveva operato per nobili sentimenti generosissimi; ed ogni compenso avrebbe offesa la sua delicatezza. Di fatto, seppe a suo tempo rinunciare formalmente il grado di colonnello, una decorazione, ed una ragguardevole pensione. Gl’Irpini lo elessero a suo tempo come loro rappresentante al Parlamento.

Molti altri personaggi di distinto nome si recarono da Napoli in Avellino il mattino del 7 per offrire i loro servigi all’armata costituzionale: tra essi meritano particolare ricordanza il tenente generale principe Pignatelli, Tupputi padre e figlio, ed il barone Nanni. Essi ebbero pure parte nella capitolazione che quel mattino stesso fu conchiusa tra i costituzionali di Avellino e le truppe regali. Quell’istesso giorno de Concilj fu incaricato di fare un accordo, coerente al precedente, in Pomigliano d’Arco con D. Florestano Pepe, che non essendovi, fu fatto col generale Roccaromana.

L’annata intanto che sino a quell’ora era rimasta nella sua maggior parte indecisa tra la militare subordinazione e la patria libertade, pubblicata la costituzione, estrinsecò con gioia i nobili sentimenti da cui era animata. Non sarà superfluo rammentare lo spirito dei bravi che la componevano. l’armata napolitana all'epoca dell’ultima rivoluzione, era un composto di truppe, parte delle quali erano nel 18x5 venute col re dalla Sicilia, e l’altra parte molto più forte aveva servito nella francese dominazione. I soldati altra volta ciechi strumenti del militare comando, in quest’epoca illuminati anch’essi, a sufficienza,, avevano incominciato. a conoscere i. loro diritti, e subordinati per educazione, avevano principiato ad investigare in che si operavano. I maltrattamenti e l’invilimento che avevano sperimentato nell’ultimo quinquennio, gli aveva renduti scontenti e le oziose. guernigioni del quinquennio stesso avevano dato loro, il mezzo di profittare, de’ lumi del secolo: essi erano tutti imbevuti di Liberali sentimenti. Deplorabile da un’altra parte era lo stato degli uffiziali. La forma politica della francese monarchia comeché aveva diffuso un genio per la milizia nel nostro paese, così la più bella e colla gioventù nostra si era dedicata alle armi. Le cangiate fortune, e le continue leve rinforzavano viemaggiormente gli eserciti de’ giovani più distinti del regno; e può dirsi che la miglior parte della nostra gioventù sia stata impiegata nel mestiere delle armi. Come nelle passate età gli uffiziali dell’armata erano per lo più figli di truppa, non fu così negli ultimi tempi, in cui da tutte le classi de’ gentiluomini si avevano uffiziali; ed i corpi facoltativi in specie, contano tra essi de’ giovani di una istituzione completa. Tutta quella massa di uffiziali, che in vero poteva ' considerarsi imponente, nell’epoca della rivoluzione era disgustatissima: fremente, sia per la poca speranza degli avanzamenti, che sono le molle potentissime della militare bravura sia per le parzialità che ciecamente si accordavano a discapito de’ più distinti individui: sia per le insoffribili distinzioni tra chi aveva servito un padrone o un altro, come se le truppe lungi dal servire il proprio principe, debbano investigare la sua legittimità; sia pure per l’invilimento in cui erano caduti, dopo essersi distinti tra le formidabili francesi legioni dalle sponde del Tago alla Vistola; sia per la rimembranza della disgraziata e fatale campagna del 1815; sia per le parzialità che da molti superiori del quinquennio si commettevano, a pro di quelli che combinavano col loro pensare, come se la distinzione militare consistesse ne’ pensieri. Era divenuto quasi un delitto l’aver fatto parte di quelle formidabili armate francesi, quando con più propizio fato conquistavano gl'imperi. I soldi ridotti al minimo, supplendo con li soprassoldi, acciò ne ritiri, gli uomini che hanno stentata la vita nella più penosa, ma gloriosissima carriera finissero con andare in busca del parici Le indennità di via che si prodigalizzavano agli altri impiegati, acciò non avessero per niente consumati gli enormi loro appuntamenti, si negavano a degl’infelici,, che con pochi ducati dovevano sostentarsi, e provvedere allo spesoso militare abbigliamento. Le decorazioni, che sono il più caro pegno, e la più gelosa possessione che possa avere il militare in compenso de’ corsi rischi e bravure, furono cosi confuse e prodigate, e ciò per renderle col tempo dispregevoli, che si vide lo stesso nostro onorato sul petto di un Carrascosa che lo aveva acquistato facendo prodigi di. valore nelle Spagne, quando ne riporto una letale ferita; o del bravo ed ingegnoso Ambrosio che alla. testa di una brigata francese in Germania rischiava, distinguendosi in mezzo ai generali. di Napoleone, di perdere una gamba; dell’intrepido Filangieri straziato sul Taro, e del prode difensor di Gaeta, Begani; e,sul petto di qualche graduato assassino. Gli avanzamenti, che sono la molla sicura che spinge gli uomini nel penosissimo mestiere delle armi, pronunziatamente si negavano quasi avita; senza pur ricordare che la umana natura ebbe per statuto di correr dietro all’immaginario più che all'effettivo, e perciò l'uomo desiderare sempre di nuovo nel l'atto stesso che ha ottenuto un bene. Le antichità che nella milizia sono tanto sacrosanti, da potersi giustamente definire il punto di appoggio della militare gerarchia: le antichità mostruosamente e con inudita barbarie, conculcate, in modo che s’inorridisca ih udirlo, si sono veduti de'  colonnelli che contavano venti anni di grado, essere comandati da altri colonnelli che né avevano 18 giorni; e ciò perché questi ultimi avevano migliorato, a guisa de’ generi, trafficando poche miglia di mare in venendo dalla Sicilia. Finalmente erano insopportabili i dispiaceri e le umiliazioni che gli uffiziali ricevevano dal boreale loro duce; in modo che può francamente asserirsi non esservene rimasto uno contento. E come che tutti erano virtuosi, così le virtù de'  loro nobili cuori furono rivolte al patrio amore. Nella manifestazione della rivolta di Principato Ulteriore, quelli dell’armata che non ancora si erano manifestati, tripudiavano di occulta gioia, e se furono per dovere fermi nei loro posti, ciò era per serbare la militare disciplina. Ma la promulgazione della costituzione tolse ogni incertezza; ed i militari tutti mostrarono da quali santi principi erano animati. Era bello vederli abbracciati ai liberali nell'atto che dividevano il comune contento; e nell’atto che essi chiamavano i paesani autori del sublime avvenimento, questi si compiacevano, che ottenuta per loro opera la costituzione, ne sentissero tanta esultazione le milizie. In vero, se a vicenda non si fossero in seguito combinati ì desiderj del popolo coll’armata, meno illustre sarebbe stato il politico risorgimento, perché mancante di consenso. Il giorno 6 luglio se fu il primo della politica rigenerazione, i militari di ogni classe di Napoli giurarono che sarebbe stato per essi pure, quello in cui con sincero giuramento si sarebbero impegnati per la patria, con difenderla sino all’ultimo respiro.

Mentre tutti stupefatti riguardavano come portentoso il giorno sei, non ancora si era veduto di quale più reale grandezza lo colmavano i nostri destini: esso dovea sempre più addivenir memorabile, dacché fu il primo giorno in cui cominciò a timoneggiare il governo il nuovo padre della patria, Francesco il Duca di Calabria. Il nostro adorato Re, che nell’epoca della rivoluzione non godeva perfetta la salute, credendo obbligo indispensabile di provvedere al retto reggimento delle faccende, con pura morale e retto core dispose, che il suo primogenito figliuolo in qualità di Vicario Generale avesse, fatto le sue veci; e per ciò conseguire, lo rivestì di tutte le facoltà sue, e gli accordo l'alter-ego. Un tenero padre non avrebbe saputo, fare dono più prezioso alla sua famiglia, di quello che in quel giorno volle il nostro sovrano fare alla nazione napolitana. il duca di Calabria nel giorno stesso con attività inaspettata, con prudenza ed accorgimento, come se i molti anni avesse regnato, e con fermezza pure imponente, incominciò ad ammonirci, ed a farci sperare quel paterno e saggio governo, che poi ha mostrato pienamente. La prima sua cura fu quella di circondarsi di sperimentati ministri, e si mise a portata di ascoltare in tutte le ore le autorità diverse, che per la urgenza delle bisogne dovevano avvicinarlo.

La sera dello stesso giorno, e durante la notte, lungi dall’osservare in Napoli gli orrori e la tristezza, che sogliono le tenebre raddoppiare ne’ casi di rivolta, noi godevamo lo spettacolo più gaio che l’umana fantasia possa ideare. I palagi spontaneamente erano illuminati: i teatri erano aperti e frequentati; moltissimi archi trionfali ed altri oggetti analoghi alla circostanza erano splendidamente illuminati: un popolo immenso riempiva le strade ed i larghi, tra le grida replicate di applausi: e finalmente una gioventù immensa, con ilarità tutta nuova, animava sì nuovo spettacolo. Ma quello che veramente sarà dubbio nelle venture età, è appunto il tratto singolare operato da quella stessa gioventù in quella serata memorabile. Da lunga pezza si tollerava dai passati governi, per imprudenza e venalità ministeriale, un pubblico scandalosissimo giuoco di azzardo, che in varj ridotti e nello stesso regale teatro in tutte l'ore si praticava; motivo di rovina delle più cospicue famiglie del regno: delitti di ogni sorta, demoralizzazione della gioventù e pianti dolorosissimi, erano state le conseguenze di quell’abbominevole tolleranza. Molto, ma inutilmente erasi declamato per tale mostruosa costumanza; e dolorosamente co’ proprj occhi gl’infelici genitori dovevano essere i funesti spettatori della dispersione che facevano i figliuoli delle proprie sostanze. Fu nella politica rigenerazione, e sia questo uno de’ più certi esempi della virtù colla quale fu operata, che la gioventù stessa indispettita de’ nominati giuochi, corse furiosa ai ridotti ne’ quali si praticavano, ed imperiosa li fece chiudere per sempre. In cotal guisa fu conculcato il vizio da quella classe di uomini, che per la poca giovanile esperienza, avrebbe dovuto amarsi.

Con maturo esame, e consultandole generali brame andava investigando il duca di Calabria quale costituzione sarebbe stata più adattabile alle circostanze del regno affidato al suo governo. Come vedemmo le opinioni erano pronunziatissime per avere la costituzione spagnuola promulgata in Cadice nel 1812. Non sarà fuori proposito qui riferire in che modo si bramava tale costituzione esclusivamente dalle altre. La numerosa insultante antica nostra aristocrazia, oppressa e spogliata con militare precipitanza dagli esteri nostri oppressori, non più avea la necessaria influenza; ed i lumi del secolo avevano fatto rinculare lo bagliore ed i pregiudizi delle caste privilegiate in poche menti, fatte per vivere piuttosto all’epoca di Carlo V. che nel XIX. secolo. E siccome colla spagnuola costituzione non viene ammessa distinzione. veruna tra i membri componenti il parlamento; perciò di sommo gradimento doveva per questo articolo essere ai napolitani. La impolitica gelosia di vedere proscritti i prodotti dell’umano ingegno; e quindi le prescrizioni per la stampa, che se in alcuni casi si tollerava, ciò facevasi con restrizioni peggiori della stessa licenza; era nuovo titolo a far gradire lo spagnuolo statuto, che libero accordava lo slancio al pensiero. I tributi dalla nazione stessa proporzionati: l’armata a seconda delle bisogne numerata: la magistratura non più di nomina degli accessibili ministri, ma bensì di un’assemblea di savj assistenti al sovrano: il consiglio di stato di questi dalla stessa nazione nominato, oggetto sacrosanto di ogni società bene ordinata, erano disposizioni della spagnuola carta, così opportune per rimarginare le piaghe profondissime del nostro regno, che agli occhi di tutti si presentarono uniche e salutari. Finalmente la responsabilità strettissima che le corti di Spagna prescritto avevano al ministeriale dispotismo, il di cui elaterio è più possente di quanti possano da mente umana, idearsele, e che non vi è forza atta ad interamente comprimerlo, fu la più importante prescrizione per i mali nostri. E perciò esclusivamente e senza più discutere, da tutti fu bramata la costituzione spagnuola. Si aggiunse l’esperienza di trent’anni la quale fatalmente aveva tutti ammaestrati, che le altre temperate monarchie, colle replicate variazioni de’ loro politici statuti, aveano fatalmente istrutta l'Europa, che senza una istituzione veramente basata sopra ì costanti civici diretti, còme la spagnuola, tosto si dà luogo all’arbitrario. Queste furono le principali Cagioni dell’ardente voto di volersi assimilare allo spagnuolo governo.

Il savio nostro vicario generale, oltre allo esame del pubblico voto, avea pure calcolato che lo spagnuolo statuto per tutti i principi era adattabilissimo al nostro paese, escluse le modificazioni riguardanti le particolari circostanze de'  popoli diversi. Egli presentò al suo augusto genitore le sue vedute ed i generali voti; e quell'ottimo re, sempre inclinato al bene de'  suoi sudditi figli, senza esitanza il giorno 7 luglio con pubblico editto promise alla nazione, che la costituzione il giorno antecedente accordata in termini generali, sarebbe stata la spagnuola, e la promessa fu accompagnata dalla regale parola. Alla decretazione tenne dietro immantinente il corrispondente decreto; e così furono completamente soddisfatti i voti della nazione. Perciò nuovi titoli di amore verso il re, e verso colui che in pochi giorni fondò un trono inamovibile sul core di quanti conta uomini il regno di Napoli, l'adorato Duca di Calabria. Nuovo giubilo seguì in quel giorno per l’ottenuta spagnuola costituzione, ed all’istante le particolari e pubbliche corrispondenze furono attivate, acciò non 6Ì fossero defraudate le province di qualche istante alla conoscenza del conseguito bene.

Lo stesso giorno 7 giunse dal campo una porzione delle truppe della divisione Carrascosa, ed il loro ingresso: piuttosto dovrebbe chiamarsi un trionfo. Immensa folla accompagnava i reggimenti, confondendo con i soldati le grida di vìva il re viva la Costituzione', e quel-le grida erano accompagnate dalle altre; delle genti site in tutti i palagi e strade.

Simile gioia si estrinsecava nelle vicine province, in dove erasi saputo l’avvenimento, e particolarmente in Principato Ultra. Gl'irpini erano superbi di essere stati i primi autori della riforma, ed in quell'epoca erano tanto vaghi di assumere il nome degli antichi abitatori di quella terra, che il dire sono un Irpino faceva tale impressione, come in tempi remoti lo avrebbe fatto il dire sono romano, e vicino a noi lo fece in un epoca il dire sono francese. Le genti delle vicine comuni, e delle province confinanti che calavano in Avellino erano immense, a gli armati che si riunivano al generale Guglielmo Pepe, per la quantità imbarazzavano. Egli intanto accoglieva tutti, e non si stancava di provvedere al primo e più difficile obbligo di un capo di gente armata, al buon ordine. Conosceva pur troppo il savio generale, che le allegrie esagerate dei popoli, spesso degenerano in scene di lutto ed orrore; e che senza la più severa disciplina, malamente può riuscirsi a frenare l’impeto delle passioni, che sogliono ne’ momenti di licenza imperversare. Egli provvide eziandio alle sussistenze di tante genti, e pure faceva argine alle immense popolazioni che in tumulto volevano estrinsecare la gioia.

Mentre con attività prodigiosa nella capitale si disponevano alla meglio il giorno 8 le faccende politiche, non erano indifferenti le cure che prendevano le autorità, e specialmente i decisi probi liberali nelle vicine province, onde frenare l’ardore delle immense genti, che risolutamente avrebbero voluto venire nella capitale, onde bearsi il core della presenza del sovrano che procurava loro tanto bene, applaudirlo e festeggiarlo. Sarebbe stata inopportuna ed imprudente la ragù nata di tanti armati in una città immensa, in cui non era indifferente la pena di secondare con prudenza Filare popolo. Avellino avea alla testa del governo Guglielmo Pepe che risolutamente faceva rispettarsi; ma la provincia di Salerno, che come vedemmo era interamente abitata da popoli decisi, mancava di chi avesse il buon ordine mantenuto. Gli amici dell’ordine di Principato Citra per ostare al disordinaménto, pensarono di chiamare alla loro testa lo stesso de Concilj, come quello che aveva date sicure argomentazioni della sua probità e risolutezza. Egli essendo stato richiesto con una deputazione composta da Mazziotti, Santamaria ed altri, si portò in Salerno, in dove dette le opportune pronte disposizioni; e per soddisfare le brame di tanti che volevano incamminarsi nella capitale, ideò di mettersi egli stesso alla testa de’ meglio ordinati, e così militarmente riunirsi al generale Pepe, col quale si era combinato di fare un’entrata sollenne regolare in Napoli; e così nell’at4o che si soddisfaceva l’universale ardore, da un altro canto si otteneva di condurre nella capitale quanti meno armati si poteva, e di farveli entrare con ordine e militarmente. De Concilj dunque partì da Salerno lo stesso giorno 8 alla testa di tremila uomini, composti dal battaglione di Forio, dal battaglione dei militi di Salerno comandato da Maziotti, dallo squadrone di cavalleria di Morelli, da un distaccamento del reggimento Real Palermo, e da moltissimi liberali. Questa colonna doveva riunirsi al campo di Marte di Napoli.

Il generale Guglielmo Pepe si avanzò il giorno otto verso i paesi confinanti al territorio della capitale; e mentre sceglieva tra gl’immensi armati accorsi quelli che credeva i più idonei alla sua entrata, ne. rinviava moltissimi. Intanto gli amici degl’Irpini dimoranti in Napoli, i curiosi e moltissimi che con quelli, dividevano eguale ardore, si portavano al loro campo. L’incontro di tanti uomini nella più alla gioia immersi, per concepirlo dovrebbe vedersi. Ne’ reciproci abbracciamenti, erano scambievoli le raccomandazioni di moderazione e fermezza: e quei bravi non smentirono le loro assicurazioni in tutto il corso della rivoluzione. Nel loro cammino lungi dal praticare quelle licenze, che sogliono commettersi dagli armati in esultazione, serbavano essi in vece un contegno ed una regolarità, di cui forse mancano le stesse truppe invecchiate. Prodigiosa fu la origine di questa rivoluzione, ed in tutto il suo corso si manifestò virtuosissima.

Tutti con impazienza attendevano in Napoli il giorno, luglio, come quello che era destinato a mostrare alla capitale' gli autori della sospirata riforma. Le più valide disposizioni si erano date, acciò non fosse turbato l’ordine in quel giorno felice, e la guardia di sicurezza sempre più dava pruove della sua attenzione. Varii generali erano andati al campo di Marte, per abbracciare il loro compagno Guglielmo Pepe, e con particolarità il bravo Carrascosa. Quel mattino stesso giunse accampo de Concilj colla colonna da Salerno, e tutti uniti si disponevano all’entrata, che in Napoli era desideratissima. Giunta l'ora disegnata alla cerimonia, incominciò la marcia con un ordine inaspettato; tanto più che la maggior parte degli armati erano coloni. La colonna era preceduta da moltissimi ‘liberali di Napoli che vollero far parte della spedizione; indi seguivano le truppe, la maggior parte delle quali milizie provinciali, e finalmente le molte migliaja di proprietarj armati delle vicine province, al numero di quindicimila: tutti erano ventimila uomini. Non fu quella una marcia, ma un trionfo. Grida che risuonavano al cielo della immensa gente sita in tutti. i punti del transito: persone di ogni classe e sesso che applaudivano: l’incontro delle truppe situate lungo le strade con i compagni d armi che entravano, davano insieme uno spettacolo tanto commovente, che solo non lo ha sentito chi è indegno di una patria. Pepe e de Concilj alla testa di quegli armati, e gl’intrepidi Morelli e Silvati erano da tutti ricercati, e dopo di averli conosciuti ciascuno si prometteva di non più dimenticare quelle persone, che avevano tanto bene procurato.

L’arrivo della colonna nel largo del regale palagio, e la sua marcia sotto gli occhi dei principi e delle principesse reali sono inconcepibili. Uno era il grido universale, provocato dalle stesse regali persone, viva il Re, viva la Costituzione. La gioia era dipinta nel volto del duca di Calabria, e la sua virtuosa consorte instancabile si affrettava a dispensare le bandiere della riforma. In veggendo quegli armati, si sarebbe detto, che dopo a uni di concerto non può ottenersi tant’ordine ed eguale precisione. I militi con un contegno ed una tenuta perfetta, marciavano in modo da non distinguersi dalle più vecchie truppe.

L’antica Roma alcune volte per politiche vedute, e spessissimo per. ambizione degl’imperatori, di quando in quando era rallegrata dai trionfi; ma se si toglie ciocché soddisfa i nudi sensi, altro più memorando trionfo fu la marcia dell’armata costituzionale. Né romani trionfi erano immensi gli schiavi delle remote soggiogate province; e nel trionfo del, luglio gl’importantissimi schiavi furono le tante passioni sacrificate sull’ara dell’onore e del dovere. I romani trionfi erano preceduti dai preziosi bottini e dalle spoglie delle soggiogate genti; il trionfo degl’irpini era accompagnato dal più puro disinteresse e dall’unanime voto d’impiegare quelle braccia allora armate, per la coltivazione del ricco nostro suolo, sorgente di pura e più abbondante ricchezza. Finalmente se ne’ romani trionfi si videro un Persio, una Zenobia ed altri illustri prigionieri su de’ carri imprigionati, il nostro trionfo fu più nobile certamente, giacché era seguito dal ministeriale dispotismo incatenato.

Passata l’armata costituzionale, il generale Guglielmo Pepe fu chiamato dal Duca di Calabria, il quale coll’affabilità che a tutti lo rende caro, gli disse, che si chiamava contento dell’ordine e disciplina colla quale avea condotte tante diverse genti, e che avendo egli comandato in capo l’armata costituzionale, lo avrebbe destinato pure a più esteso comando in compenso delle sue cure. Guglielmo Pepe dopo di aver ringraziato il principe, gli rispose, che il suo compenso era già ricevuto, dal vedere la felicità e la rigenerazione del regno. Quel tratto di eroismo in cui con sublimità di animo, e scevro da qualunque ambizione, Pepe rinunciava formalmente ad ogni vantaggio, dovrà eternamente ricordarsi nella patria istoria; e le più remote genti nel ricordare il nostro Guglielmo come uno de’ riformatori della patria, potranno argomentare da quel disinteresse sublime delle qualità del suo core. Fu in seguilo presentato all’infermo sovrano, dal quale riscosse nuovi attestati di clemenza, ed egli fece sentirgli in nome di tutti, e disse pur troppo il vero, che la indisposizione di sua salute, avea privata la capitale del colui o a tanta gioia, mentre non si era potuto godere la sua presenza. In seguito ciascuno degli autori della riforma in quel mattino ricevette gli applausi e le felicitazioni di quanti potevano avvicinarli.

Intanto la quantità de’ liberali che dalle vicinanze giungeva nella capitale era immensa; e durante la giornata erano numerosissimi gli attruppamenti. E pure in tanta quantità di uomini in armi dispersi per li varii punti di Napoli, e nel brio dell’avvenuto, non eravi disordine alcuno, e le passeggiate frequentatissime. In mezzo a tanto bollore, il duca di Calabria colla sua famiglia, ed il principe di Salerno si portarono al teatro, ove furono accolti fra acclamazioni vivissime e lunga pezza ripetute. La città illuminata nel corso dell’intera notte, offriva lo spettacolo d’immensa gente, che in canto e gioia passeggiava, nell’atto che si faceva lo stesso da quanti armati eranvi in Napoli ragunati.

In quello stesso giorno, come indefesso il Duca di Calabria non trascurava momento per stabilire la nostra prosperità; e siccome vedeva che per incominciare a dare una regolare forma al nuovo regime, vi abbisognava una rappresentanza nazionale da consultare per le disposizioni del governo, così decretò la creazione di una giunta provvisoria di quindici persone, la quale avrebbe pure ricevuto il giuramento del re e dei principi della famiglia. Nel nominare la giunta, il duca stesso scelse cinque distintissimi individui, incaricandoli di nominare venti persone, dalle quali ne avrebbe egli elette dieci per completare le quindici. In tal modo ci dava semprepiù sicure pruove di sua moderazione, con rimettere alla nazione stessa la scelta della maggior parte della giunta provvisoria.

Le più pronte e savie disposizioni si dettero i giorni 10, 11, e 12 luglio in tutt'i rami componenti il governo di Napoli, acciò, si permetta l’espressione, il punto di flesso contrario nel nostro politico cangiamento, che suol sempre nelle cose di stato essere accompagnato da confusione, fosse stato per noi il meno disordinato. Perciò fu creata una commissione di sicurezza pubblica, colla quale oltre al provvedere all’urgente bisogno in cui si era di mantenere l'ordine in una capitale nella quale si trovavano migliaia di armati, faceva già vederci con quanta saviezza il nostro vicario generale all’antica odiata polizia, ne sostituiva una seconda, colla quale si fossero prevenuti i delitti, l’ordine interno fosse mantenuto, e che avesse guarentito il più sacro diritto di un cittadino costituito, la propria sicurezza. In que’ giorni medesimi si provvide alle nuove relazioni da stabilirsi colle estere potenze, inviando ad esse nuovi ministri ed incaricati di animo più inclinato alla riforma. Le più pronte disposizioni furono date, perché le province non si fossero abbandonate alla popolare licenza, nel momento più difficile in cui è messa a pruova la libertà de’ popoli, l’allegrezza esagerata: e quegli ordini lungi dall’essere dettati con impero, ed imprudenza, furono dati a guisa di guide, onde disporre i popoli stessi a quella gioia regolare che non degenera in dispregio per le leggi.

In que’ giorni veramente singolari, non fu l’ultima cura dell’adorato nostro Duca di Calabria l’armata, quell’armata che come vedemmo era invilita e fremente, e che quantunque in generale passiva nell’avvenimento, pure lo aveva inteso e ricevuto con quella gioia di cui sono capaci gli uomini sommamente civilizzati. Essa oltre ai mali che soffriva, e che brevemente narrammo, era caduta in tale languore ed infingardia, che nell’atto che i soldati altro pensiero non avevano che terminare il prescritto tempo del loro servire, e ritornare alle famiglie; gli uffiziali da un altro capto in tranquillità ed ozio godevano i loro stipendi, ed i generali sollazzando nel lusso, tutti per unico pensiero avevano la fine de’ rispettivi avanzamenti. Essi non più contavano sopra le campagne; non più ambivano le altre volte sospirate decorazioni; le onorate loro ferite o campagne non più formavano i piacevoli militari trattenimenti, ma invece i divertimenti, le feste, gli amori erano le loro occupazioni, Ciò credevasi imprudentemente da chi li comandava felicità, contentezza. Ma ignaro della militare educazione, non conosceva che le ingiustizie, l’invilimento, il dispregio, avevano inviliti cosi i nostri bravi, che in essi avresti appena riconosciuti gli eroi che nelle Spagne e nel Norte guerreggiato avevano molti anni cogli emuli francesi, condotti dal primo capitano del mondo, Napoleone. I descritti uffiziali erano quegli stessi che avevano messo la napolitana nazione, anche pel ramo militare, a livello delle prime nazioni di Europa: que’ militari erano i medesimi che dopo quattro mesi, nell’epoca che scriviamo la presente istoria, un’altra volta ci fan vedere le militari divisioni degne di essere. ammirate da qualsivoglia condottiere di eserciti. Quanto è vero che l’anima e le molle del militare valore siano le onorate ricompense! Non sono gli agi 'che rendono contenti gli armati, ma gli onori. È quella una classe di uomini che vive di entusiasmo.

Per rianimare il nostro esercito nel momento, e perché fosse a migliori destini disposto, fu saviamente al primo cangiamento del governo dato all’armata per ministro il suo più caro e stimato generale, Carrascosa. In seguito si cominciò a far sentire che le ordinanze ed. i regolamenti sarebbero stati quelli della Francia, i quali oltre alla loro bontà intrinseca, etano stati sperimentati dai nostri militari vantaggiosissimi. Alla testa de’ governi e delle divisioni si videro un’altra volta i bravi Filangieri, d’Ambrosio, Strongoli, ed i Pepe: e fu lusinghiero sentire nei corpi facoltativi di nuovo i Pedrinelli i Colletta ed i Begani. Quest’ultimo generale, difensore di Gaeta nell’epoca del 1815, questo militare specillo di onore e fermezza, nel primo giorno del cangiamento, il 6 luglio, nel bollore della gioia, ed in tempo in cui ciascuno vedeva l’avvenire colla più lusinghiera prospettiva, fu ad alta voce chiamato non solo da tutt’i militari, ma dalla gente che sapeva apprezzarlo. Egli sopra un’isola del mediterraneo modesto e tranquillo, nell’atto che con maggior coraggio della stessa bravura soffriva la sua disgrazia, ne’ cuori di quanti eranvi buoni era compianto come il virtuosissimo generale napolitano sventurato. Con tali disposizioni l’armata si prometteva migliori destini.

Si temeva intanto in que’ giorni per la sorte delle province, come quelle che più avevano ne’ passati anni sofferte le vessazioni e le più crudeli prepotenze. Molte di esse, e specialmente le infelici Calabrie, erano state il teatro della guerra più crudele, ed il terreno in cui per lungo tempo si disputava la pertinenza di questo regno: le Calabrie, dichiarate in stato di guerra, sperimentarono tutta la ferocia di cui sono capaci i furibondi oltramontani conquistatori; le Calabrie che dettero la sicura testimonianza, che i popoli riuniti se fanno davvero, possono fiaccare l'orgoglio di qualsivoglia imperatore, dettero di che scontare all’alterigia de’ Galli in quella terra per essi tomba, biancheggiante tuttavia delle loro ossa: le Calabrie per conseguenza della guerra in preda al disordine, videro le scene di sangue e di furore procurate da un feroce graduato, che per estirpare i briganti, sagrificò le migliaia d’innocenti vittime: le Calabrie finalmente con inuditi tradimenti, e coll'orribile assassinio di Capobianco, furono bagnate del sangue degl’infelici martiri liberali; e quelle stragi furono la origine remota dalla presente rivoluzione. Le altre province, se tutte non ebbero le sventure della Calabria, insieme con questa ebbero di comune le gravosissime ed insoffribili imposte; la malversazione ed i monopolii degli amministratori, la prepotenza e le concussioni dalle autorità amministrative e giudiziarie; la militare licenza e la baldanza degenerali.; infine le insoffribili gabelle interne. E comeché la speranza, unico sollievo agli oppressi, era nelle province tutte mancata, così gli abitanti di esse decisissimi attendevano un felice, momento per scuotere l’insoffribile giogo, ed anche a costo di un disordine, migliorare la disgraziata loro condizione. Ma questa volta volle la Provvidenza disporre in modo gli avvenimenti, che il pianto degl’infelici si tergesse senza il sangue, e con un avvenimento non ideato fossimo a migliore ordine di cose chiamati. Lungi dunque all’annunzio dell'avvenuta rivoluzione di reagire potentemente le province, esse al bene dirette, tutta la estrinsecazione del passato soffrire fu manifestata con una gioia ed ilarità inenarrabile, ed il solo pensiero di quanti conta' abitanti il regno di Napoli fu quella di volere col fatto additare, che lo scontento era giustissimo, dacché venuta la licenza e la politica scossa, lungi dal darsi in preda ed in balia delle private vendette, tutti concordemente anelavano che il solo ordine di cose fosse cangiato. Non assassinii, non risse, hon saccheggi, non ingiurie, che sono lo costanti sciagure di qualsivoglia rivoluzione, si Videro nelle nostre province; ma invece fratellanza, rispetto alle autorità, gare in più è meglio, fòre, difesa per le stesse antiche leggi: e quella che più è singolare, si videro allora riunite quelle famiglie, che da tanti partiti divise, furono ih armonia per più non essere oppresse. E comtechè in Napoli, già il dicemmo, si tremava per le province, fu nuova consolazione il sentire successivamente, che in esse si era gareggiato in virtù e moderazione colla capitale stessa. Erano virtuosissime e solide le basi della presente rivoluzione, e gli uomini che la fecero, additeranno al mondo che avevano meritato il più sublime de’ governi.

Immense migliaia di armati volevano accorrere nella capitale, onde estrinsecare la di loro gioia, e mostrare che non eravi angolo del regno in cui non si fosse bramata la innovazione, e che tutti erano disposti sino all’ultimo respiro per sostenerla. Il governo dispose che non fossero entrati in Napoli, perché eccessivi sarebbero stati gli armati; e le province dettero l’altra pruova di moderazione, e più difficile, calmando eziandio l’ebrezza e l’entusiasmo.

Non erano ancora terminate le virtù eroiche alle quali concorrevano a gara i cittadini di qualunque classe, specialmente quelli che avevano operata la rivoluzione. Non era stato il privato interesse la molla che avea spinto pochi decisi al più singolare politico sovvertimento, ma il pubblico bene; non vi era chi in quell’avvenimento avesse voluto all’altro cedere in generosi sentimenti. Erano indegnati quelli a’ quali si facevano offerte di onori e compensi per quanto erasi operato, né altro si bramava che-il bene della nazione. E non solo queste virtù si praticavano nell'atto delle offerte, ma si andavano escogitando i mezzi come togliere anche la possibilità di premiare. Sarà eternamente memorabile la operazione accortamente praticata dal generale Guglielmo Pepe, con impetrare in grazia dal principe l’abolizione della carica di capitan generale nel regno di Napoli; e ciò mentre egli era il generale in capo dell’armata. Questa bella e straordinaria moderazione, renderà eternamente rispettabile il nome di Guglielmo Pepe.

Il giorno 15 luglio sarà ne’ fasti della napoletana istoria collocato tra i più memorabili, e forse sarà il primo. Noi lo, ricorderemo sino all’estremo respiro, e sarà soddisfazione per la nostra vecchiezza il raccontare ai. nostri figli che fummo spettatori del giorno 15 luglio 1820. Sino dal dì precedente si annunziavano a vicenda i napolitani., che R reti giorno seguente avrebbe sanzionato il più. sublime de’ patti sociali, e che il regno sarebbe, con quello rigenerato. Il re dette il suo giuramento nelle mani della giunta provvisoria, che fu ripetuto dal duca di Calabria e poi dal principe di Salerno; e quella cerimonia veneranda presentò eziandio il commovente spettacolo della viva e pura effusione de’ sentimenti che furono pieni di lealtà e di onore per la nazione. Essendo l’onore de'  popoli la prima e vera gloria di un re, il figlio di Carlo III, giammai è comparso con maggior gloria, come in quel giorno fortunato. Col pronunziare il sacro giuramento per la costituzione, egli rassodò gli eterni destini della, sua famiglia e de'  suoi popoli. Le sincere parole del re pronunziate colla più toccante tenerezza, L’affettuoso rispetto col quale il duca di Calabria. baciandogli la mano, si dichiarò suo primo obbediente cittadino; e la cordialità con cui si abbracciarono i due principi fratelli, strappavano il pianto dagli occhi. di quanti eranvi presenti a quell’augusta cerimonia. Gli alti destini di Ferdinando lo avevano chiamato a quel giorno memorando!

La storia offerirà alle più lontane popolazioni la vita del nostro principe, come Il modello e la più completa lezione di. un re che avendo vissuto in un tempo difficilissimo, e con un governo de’ più lunghi, ha sperimentato gli avvenimenti più, singolari che possano ragunarsi nel breve tempo,della umana vita. Per opera della Provvidenza, fu chiamato sin dall’infanzia, al governo di un regno che doveva colle paterne sue cure render felice, non ostante le disgrazie de’ tempi. I lunghi anni di pace che furono i più tranquilli del suo regno e della nostra storia, dovevano essere seguiti da molte disgraziate vicende. La francese rivoluzione; orribile anno 1799; la Napoleonica dominazione, e le sventure sofferte nella terra in cui aveva cercato un asilo saranno eterno attestato che in qualsivoglia posiziono siasi ritrovato quel principe, inamovibili i suoi principi, ha sempre rivolta la diente al bene de’ popoli, ed il suo core è sempre stato da medesimi sentimenti agitato. Spessissimo dalla cabala de'  simulati cortigiani ingannato, e perché inclinato a beneficare, da’ suoi favoriti malamente corrisposto, ha con dolore dovuto sperimentare in mal partite le faccende del suo stato, a cui ha fatto fronte colle paterne sue cure, e con i più semplici sinceri provvedimenti. Esempio terribile e sempre ricordatole sarà il 1799; e l’ultimò quinquennio non è la più leggiera pruova della ministeriale ingratitudine; Ma dopo tanti avvenimenti, e di natura così differenti tra loro, in modo che può francamente asserirsi la vita del nostro principe, per avvenimenti essere stata come di tre secoli, eragli serbato in sorte in vecchiezza di compiere con i suoi popoli il più solleone atto, che tra un sovrano é la nazione possa stipularsi.

Assicurato il sociale contratto, e la unione più singolare tra il sovrano ed il popolo napolitane, il governo incominciò ad agire secondo la nuova politica forma, nell’atto che i particolari dispostissimi alla osservanza delle nuove leggi col core soddisfatto si preparavano al nuovo metodo di vita.

Avendo parlato degli avvenimenti che ebbero luogo nell'ultima nostra rivoluzione, non sarà superfluo che si faccia breve cenno delle cause potenti che l’hanno prodotta, e della disposizione in cui si trovavano i napolitani allorché è avvenuta. E comeché da molti si vorrebbe attribuire il suo sviluppo a de’ particolari interessi o premura di pochi, noi cercheremo di manifestare che la rivoluzione eseguita con tiraggio da pochi i era da tutti preparata ed attesa; e' che non poteva certamente mancare, sondo le nostre cose giunte al necessario termine per conseguirla.

Si è in primo luogo da molti creduto, e sì è procurato di rappresentare alle potenze Europee che la rivoluzione di Napoli ultima fosse stata l’opera dell’armata, e specialmente della parte di essa che altra volta sotto di Murat avea servito. Quanto mal fondata sia questa opinione, lo mostrano in primo luogo i fatti esposti nella presente storica narrazione, e più di essi le circostanze e gli avvenimenti che hanno la rivoluzione accompagnata. Se i primi per mandarla ad effetto si servirono delle provinciali milizie, non può come legittima conseguenza, ricavarsi, che l’armata vi avesse cooperato, e specialmente i partigiani di Murat per ambizione. Di fatto, i primi operanti della risolta ricusando onori e ricompense mostrano che non erano animati dall’interesse nell’agire né contavano essi di far causa comune con l’armata, mentre, quantunque ben veduti in essa, lungi dal calcolare sulle baionette dell’assoluto. governo, le loro mite erano, rivolte sopra i militi;: vale a dire che, volevano secondare i popoli. I militi formano. una truppa composta di proprietarii di ogni classe e come lo scontento era eccessivo, nel regno, così gl’infelici proprietarii m tevano i proprj figli a servire nelle milizie, per potere un giorno colle loro opere rivendicare i proprj diritti. Quelli che erano a parte dei voti generali, sapevano profittare della occasione favorevole all'ardentissimo loro desiderio di migliorare il destino della patria. Morelli e Silvati con i loro pochi in concerto con de Concilj, non che gli altri decisi che concorsero alla rivoluzione, erano i risoluti nell’armata; ma dal loro numero si vede che in essa pochi erano del concerto. Né dee calcolarsi dalla ilarità come fu ricevuta la costituzione nell'armata, della parte che la medesima ha presa nella rivolta; poiché quella dipende da altre cause generali, e particolarmente dalla scontentezza ed avvilimento in cui era caduta, che le avrebbe fatta abbracciare qualsivoglia riforma. Si è visto pure che al primo segnale della rivolta, le immense migliaia del popolo erano concorse a sostenere l'impegno, sempre indipendentemente dall'armata. Può da ciò assicurarsi, che la medesima con giubilo e disposizione sicura ha inteso il cangiamento, ma che non è stata essa la vera sua origine.

Con diversa opinione da moltissimi altri si è creduto, e vorrebbe assicurarsi, che la causa della nostra rivoluzione abbia avuta origine dalle sette sparse sul nostro regno, in esclusione di qualsivoglia altro principio. Le fraterne associazioni, per quanto si vogliano immaginare estese, è vero che nel nostro regno abbracciavano immense migliaia di uomini, ma non avevano esse fatto ancora quei progressi che dovevano all’epoca presente apportare la riforma. Altre associazioni, opposte a quelle che hanno avuta buona parte nella rivolta, facevano sì che non fosse assicurato l'operare di esse, I componenti delle associazioni, se in parte erano illuminati, in moltissimi mancavano ancora le necessarie conoscenze per pronunziarsi apertamente a volere, un governo rappresentativo; giacché non ne conoscevano tampoco la denominazione. Fortissimi erano i loro voti, ma si mancava del punto fisso e dell’ultimato alla congiura, quantunque le relazioni fossero state moltiplici. Non si conosceva neppure il capo da cui dipendere nella rivolta, né il sito della riunione, circostanze importantissime, ed indispensabili in simili faccende. Per l'opposto altre immense migliaia di uomini, che nella rivoluzione si sono veduti operare, applaudire, giubilare, non facevano parte di fraternità veruna; né di associazione veruna fecero parte moltissimi decisi, che pubblicamente gridavano la costituzione o la morte. È vero che somma parte si è preso nella rivolta dagli aggregati con vincoli di fratellanza; e forse senza di essi non avrebbe potuto avvenire il cangiamento; ma da altre cause che svilupperemo in seguito si vedrà, che tutta la nazione ha presa parte nell'avvenimento, come lo ha mostrato il fatto incontrastabile. Allora meglio sarà il dire, che i sette. milioni di uomini componenti il nostro regno, avendo tutti gioito e condisceso alla riforma, potremo francamente asserire che tutti eravamo fratelli; ed in tal modo senza distinzione di ceti o mestieri, quanti eranvi napolitani hanno voluto il politico miglioramento.  Meglio sarà dall’esame della posizione in cui si trovano i diversi popoli di Europa, dalle particolari nostre circostanze, dalle universali conoscenze, e dalla spinta di qualche altra nazione, desumere la origine dell’ultima rivolta, quando anche non voglia attribuirsi al caso, che spesso molta parte prende nelle umane cose, che poi si vogliono a sicure cagioni assegnare, Pare indubitato che in tutta l'Europa uno sia lo spirito che anima i suoi popoli, tendente a dar fine ai governi assoluti, per sostituire in loro vece delle istituzioni stabili, vale a dire la costituzione: mentre pel grado di civilizzazione acquistato dagli uomini i dispotici poteri sono insopportabili. E quantunque le modificazioni di tali nuovi governi possano essere moltiplici, pure il loro oggetto è sempre unico e determinato, quello cioè di essere-governato regolarmente. I popoli hanno oramai conosciuto, che per essi è indispensabile un atto di unione, il quale fissi le reciproche relazioni dei monarca col popolo, e loro additi i mezzi da sostenersi, di vicendevolmente appoggiarsi e di soccorrersi t per ciò fare debbono essere determinate le sfere de’ poteri differenti, con preservarle dagli urti inaspettati, e dalle involontarie lotte. Dalla sicurezza di tali principi si spiega lafaciltà colla quale i popoli accettano le costituzioni, che giammai sono state presentate alla loro discussione: esse si accettano solo sènza esitazione, dacché vi si rinviene l’abolizione di un reggimento invecchiato e detestato, per sostituirvi in cambio un ordine desiderato e fatto per esser durevole. Se volesse investigarsi la origine da cui parte il desiderio di tale cangiamento, bisognerebbe rimontare ad epoche lontanissime, ed a principi intricati. La invenzione della stampa che ha facilitato immensamente la comunicazione de’ pensieri: le grandi scoverte delle due Indie, che hanno per mezzo del commercio ravvicinati tanti uomini, facendo conoscere i loro usi e governi: la riforma e la rivoluzione della Inghilterra, non che l’ultima dell’America, e la memorabilissima di Francia, sono state le prime che hanno scosso l'antico sociale edilizio; e per esse il mondo trovasi cangiato. L'uomo dietro tante occasioni ha riconosciuto che era libero, e che la libertà del cittadino consiste ad essere sottoposto alla sola legge, ed a poter fare senza tema di punizione uso illimitato delle sue facoltà non proibito dalla esse stessa: ha pure imparato che la eguaglianza civile non è quella della proprietà o delle distinzioni, ma che consiste in quanto all’obbligo che hanno tutti gli uomini di essere egualmente sottoposti alla legge, avendo pure il diritto di essere dalla medesima egualmente protetti.

I popoli che avevano riconosciuti i loro diritti, e che inclinavano al governo moderato, non ancora vi si erano decisamente determinati, perché mancavano ancora di molti ammaestramenti. I moderni uomini istrutti dal racconto degli avvenimenti de’ loro simili, e più di essi dalle vicissitudini di cui disgraziatamente avevano fatto parte, incominciavano a prendere in mira gli statuii di quelle nazioni che hanno con essi avuta la prosperazione. La prima e più stabile delle moderne costituzioni, che agli occhi di tutti era presente, fu appunto la Britannica. In essa si era ponderato il primo vantaggio che possa avere uno stato libero, quello di possedere un re; vale a dire un centro nel quale si riuniscano tutte le forze del potere esecutivo; esso è considerato come un deposito, sacro ed intangibile. Col stabilire, diciam così, un grandissimo cittadino, si è impedito che se ne formassero molti: causa della perdita della libertà in tutte le repubbliche, i quali prima della perdita ne hanno turbato il godimento. La indivisibilità della forza esecutrice delle leggi, e la sua grandezza, hanno sempre prevenuto gli errori del popolo; dirigendo invariabilmente la sua veduta e tutti i suoi sforzi sopra di un solo oggetto. Il contrario avviene negli stati in cui il potere esecutivo è confidato a molte mani, giacché la stessa sua divisione, nasconde incessantemente la vera cagione dei mali dello stato. O che sian. o stati i tribuni militari o i consoli, o che siano i patrizj o i plebei, o che siano i decemviri o i dittatori, gli stati che hanno diviso il potere esecutivo sono stati tiranneggiati.

La stessa costituzione inglese aveva riconosciuto per indubitato il principio generale, che uno stato per essere stabile abbisogna che il potere legislativo sia diviso, e per essere tranquillo il potere esecutivo debbe essere riunito. E se la prima maestra delle umane cose, l’esperienza, vorrà consultarsi, si vedrà che dopo la restaurazione, vale a dire per lo spazio di più di cento anni, vi sono state poche variazioni in quel paese, e specialmente riguardo a’ punti essenziali della sua costituzione. Se tale costanza si paragona alle sovversioni continue della legislazione di qualche antica repubblica, e alla follia delle leggi che vi si dettavano, come sarebbero quelle de’ teatri in Atene, semprepiù si troverà inestimabile il vantaggio della costituzione d’Inghilterra. Solo è da riflettersi, che i nobili di quel paese, formando il second’ordine della legislazione, si trovano e pel numero e per lo reale valore in veruna proporzione colla totalità del popolo; e perciò è bisognato che si accordi loro tutto lo splendore degli onori personali e de’ titoli ereditari, per supplire colla ma già della dignità.

Il popolo inglese aveva conosciuta la necessità di farsi rappresentare da’ suoi deputati, i quali fossero esclusivamente incaricati del deposito della libertà pubblica. Da sì nobile incarico, per umana natura essi dovevano essere eccitati dal sentimento di grandezza, dietro la importanza degl’interessi a loro confidati. Distinti dal resto della nazione, e formando un’assemblea particolare, essi difendono i diritti di cui sono i guardiani, con tutto il calore che infonde lo spirito di corpo. Situati su di un gran teatro, sperano di distinguersi; e l'attività coll’astuzia dell’ambizione avranno per oggetto la vivacità, e la perseveranza che dà l'amore della gloria.

I singolari vantaggi che si ottenevano dalla costituzione inglese, e la forma libera di quel paese, sono stato l’oggetto di ammirazione e d’invidia degli altri popoli di Europa, proporzionatamente ai gradi della loro civilizzazione. Il governo della Brettagna era riguardato come di un ordine superiore dagli uomini del passato secolo; e mentre lo ammiravano, non sapevano aspirarvi. È vero che molti filosofi han cercato di dimentire la libertà, che moderatamente godevano gl'inglesi; e specialmente l'autore del contratto sociale allorché dice, che il popolo inglese s'inganna moltissimo pensando di esser libero; mentre noti lo è che nel tempo della elezione de’ membri del parlamento; ma appena eletti quelli, si fa schiavo e addiventa niente. Con tali principi i e coe teore manifestate dalla schiera de’ filosofi del XVIII secolo, pare che lo spirito pubblico dell’Europa allora lungi dalla temperata monarchia, fosse inclinato per la democrazia perfetta. Esempio memorabile ne fu la francese repubblica, che dopo la più spaventosa anarchia, aveva cogli antichi esempi e colle moderne conoscenze basato il repubblicano reggimento. E siccome egli è dimostrato dal profondissimo Macchiavello, che un popolo uso a vivere sotto di un principe, quante volte per qualche accidente addivenisse libero, con difficoltà mantiene la libertà acquistata; così la Francia ordinata in repubblica, e per le generali cause a cui non poteva sottrarsi, e per le sue particolari circostanze, che sarebbe inopportuno di qui ripetere, cadde nuovamente sotto al regale dominio, e sperimentò tutta l’ambizione di un despota. Da quell’esempio memorabile i diversi popoli ili Europa impararono da un canto d detestare il democratico regime, nell’atto che da un’altra parte, riguardando sempre la felice Inghilterra anelavano ed andavan dietro al governo rappresentativo. Anche la Francia ebbe la sua carta -costituzionale colla quale si governa, e che forma l’oggetto di mille discussioni.

Era serbato alla Spagna di piantare le basi del governo costituzionale più perfetto, che giammai siasi veduto in paragone degli antichi non che de’ moderni. La Spagna che sino dal trattato di Utrecht aveva perdute le possessioni continentali di Europa, incominciava à perdere di grandezza e splendore, come si vide esser prosperevole in tempo di Carlo Quinto e suoi successori; e durante il XVIII secolo ebbe solo dominio nell’America. Allorché questa con violenza si separò dalla Spagna, incominciarono non molto a prosperare le sue faccende; dappoiché in cambio di ricevere i soliti tesori dalle indiane sue possessioni, vi abbisognava in vece consumare i proprj, e quanta gloria si aveva pria procurata con dominare gli oltremarimi popoli, con giornaliere perdite si andava scemando. Non valse a quella porzione di Europa la moderata parte che prese, allorché la Francia da conquiste passava in altre conquiste; mentre per compenso da chi dominava allora in Europa, saputo ebhe il tradimento nella regnante famiglia, e quindi la pretesa conquista. Colla fermezza degli abitanti di quel singolare paese, si vide la prima e più straordinaria lotta di una decisa nazione, che non prezzando il proprio estenninio, volle fiaccare l’orgoglio e la ingiustizia del più terribile desposta; e nel suo suolo beato furono sepolte immense migliaia di armati, che prima avevano conquistata mezz’Europa. La Spagna indicò alla potenze europee che Napoleone era vincevole. In mezzo alla caldezza di quel popolo singolarissimo, e nella valentia de'  suoi combattenti, se da un canto acquistava glori a la Spagna, da un’altra parte il fatale inganno ricevuto nel 1814, che in pena quasi del disleale procedere apportò la discordia, l’annientamento della pubblica fortuna, un discredito inconcepibile, la superstizione, le vendette la separazione della nobiltà, e la guerra che si preparava per le possessioni americane, minacciavano la spagnuola nazione della più terribile crisi. Mentre si lottava col più potente imperadore, in Cadice, suolo beato in cui tutti i colti europei dovrebbero innalzare un monumento di riconoscenza, si ragunavano que’ sapienti da’ quali si ebbe la profonda costituzione del 19 marzo 1812. Richiamato il proprio principe, per opera pure del ministero il più che feroce dispotismo, l’abominevole inquisizione, l'invilimento per quegli abitanti che non bastando la oppressione, si procurava pure farli retrogradare dai lumi del secolo, e di metterli in livello inferiore alle altre colte nazioni nell’atto che sembrano fatti per essere i primi, erano le mine che incessantemente minacciavano dalle basi quel trono addivenuto orientale; e l’armata dileggiata ed oppressa fu quella che dette la spinta. Coll’avvenimento dell’isola di Leon si dette luogo alla famosa carta di Cadice; ed i spagnuoli si posero al posto che conveniva alla nazione di maggiore energia e costanza. Con quell’operazione si vide il primo memorabile esempio, che gli uomini del XIX secolo non più si guidano come ne passati tempi; e si sciolse il difficilissimo politico problema del cangiamento del reggimento di uno stato senza effusione di sangue.

Il nostro regno che sino alla francese rivoluzione era rimasto nella perfetta calma, e nella osservanza delle spagnuole costumanze incominciò per consenso a risentire le scosse di quell’avvenimento classico; e più che nel politico l’urto si comunicò nella parte morale. Se per lo innanzi pochi nostri concittadini alti nuovi progressi dell’umano spirito aveano accordato il necessario adito, da quell’epoca i lumi furono più diffusi, ed incominciò per noi pure una novella educazione. Col progredire degli avvenimenti memorabilissimi della Francia, s’incominciò pure a sentire, direi tra noi qualche rapporto che tra i popoli passa ed il trono. Questo non era più riguardata come inconcepibile ed assoluto. E comechè i grandi urti, siano fisici morali ovvero politici, appena comunicati fanno profondissime impressioni a chi ne è affetto; così la scossa che la gallica sovversione produsse all’intera Europa, non poteva mancare di recare in noi gli effetti i più notabili, con apertamente comunicarci le vedute delle nazioni che si fecero grandi, dopo che tramontò la splendentissima italica stella, e che poi vollero co’ nostri lumi stessi sopra di noi dare illuminamento. Noi imbevuti delle massime del secolo, ma non istrutti dalla esperienza, danno libero slancio alla nobiltà de’ sopiti nostri sentimenti: ci ricordammo di essere italiani. Ma come che il nostro fervore veniva comunicato; e siccome non una era la opinione degl’italiani tutti: così dovemmo a mille doppj scontare gli sforzi fatti verso quella libertà, che pure costò caro e preziosissimo sangue. Noi respirammo le aure libere, ma avvelenate della sfrenatezza, dell’ambizione, e poi della vendetta. Non ancora eravamo degni di riformarci, ed il più nobile italico slancio fu contaminato dalle fatali conseguenze dell’anarchia. Dolorosa è la memoria del 1799; né dee nell’epoca in cui scriviamo intossicare colla sua ricordanza i felici giorni del nuovo nostro vivere.

Dopo di quell’epoca spaventosa, quando rammarginata appena la profondissime nostre piaghe, incominciavamo a ripiegarci nelle antiche abitudini, un uomo straordinario per grandi virtù e per grandissima ambizione, tra le sue sterminate conquiste disegnato avea l’infelice nostro paese, insieme col resto d’Italia. Egli che ostentava di possedere un patriotico core, facilmente, più che le regioni, seppe, lusingando, conquistare gli animi di chi poco cauto lasciava trascinarsi dall’incantatore suo procedimento. Avea pure la scienza, tiranneggiando, di colorire la sua ferocia colle tinte de’ patriottici statuti; e se col fatto opprimeva, la origine delle sue istituzioni era sempre sublime, ed in teoria accettabile. Gli animi che ancora serbavano i semi occulti de'  liberi principj, credettero dì trovare nel nuovo reggi mento di quel grande, la transazione de’ loro sentimenti; laonde arrendevoli piegarono il collo sotto al più dispotico giogo, nascosto dalla impostura ed inganno. Sapeva pure quel despota le molle tutte che per umana debolezza abbattono la vigoria de’ cuori più sublimi; e con i più grandi ricercati onori i colle largizioni le più inudite, e con mille distintivi attirava a sé gli animi di quelli, che natura sublimò per pensare e sentire; e ciò per disporre della massa inerte colla più feroce baldezza. Ma siccome vi abbisognavano molti sostegni per quel gigantesco ferreo trono, così moltissime dovevano essere le ingiustizie per li onestamente viventi, e somme le preminenzie per gli agenti di quella inudita tirannide. I suoi veri puntelli si erano stabiliti nel ministero, e da quell’epoca dee desumersi la fatale origine del ministeriale orgoglio. Fu tale e tanta la imprudenza del nuovo ministeriale procedimento e la sua ferocia, che si giunse in pochi anni a farsi letali nemici di quelli, che per lo innanzi' avevano versato il sangue per la difesa del nuovo governamento. La contraddizione nel governare era manifesta ed insultante; giacche nell’atto che da una parte s’illuminavano gli uomini, con i principi di civismo e morale, da un altro canto, insultandoli quasi, si straziavano colle più vili ritorte. In quel modo alienati gli animi di tutti, le menti erano dedicate alla scelta del nuovo reggimento sociale.

La caduta dell’europeo oppressore, se fu eseguita e prodotta dalli primi sforzi di una classifica terra tradita e oppressa, e poi compita dalle boreali regioni, non poteva coll’andare degli anni non essere desiderata da tutti. Gli sforzi fatti dal primo paese di Europa, dalla Francia, onde sostenere il suo oppressore, lungi dal fare accusare in seguito i suoi abitanti di leggerezza con cangiare di governo, saranno eterna memoria della valentia de’ suoi agenti, e della singolare costanza in soffrire chj la straziava. Ma se tolleravasi la oppressione, non si trascurava di preparare negli animi il miglioramento del governo. Da molti anni a guisa della polare costellazione, era guida ai politici di Europa lo brittannico reggimento: mentre noi nel lusso e nel bagliore delle grandezze ingannavano noi stessi col lusingarci d’imporne agli altri, gl’inglesi ci davano l’esempio della nuova forma di governo che agli attuali uomini conviene, con modificazioni. Era serbato alla Spagna di dare agli uomini la forma del meno imperfetto politico stabilimento che appena pronunziato, attirò gli sguardi di quanti uomini pensanti conta l'Europa.

I napolitani e per particolare attaccamento alla Spagna, e perché mai ultimi nelle sublimi virtù, avevano sino del 1812 apprezzata la giustezza de’ principj della costituzione di Cadice; ma non ancora potevano concepire il bene di possederne una. Allorché ne’ seguenti anni fu nel norte fiaccato l'orgoglio del despota universale, quello che a noi militarmente imperava fece in alcuni, ma pochissimi, svegliare la idea che la meriggia parte dell’Italia un giorno avrebbe pure potuto sperare qualche moderato reggimento. Le vicende spaventose e pressanti per chi comandava, e di speranza per gli obbedienti, incominciavano a distendere le speranze suddette, sino a che non vennero pure estrinsecate.

Dopo le vicende del 1815, allorché rediva a noi l'antico principe, le più forti speranze si erano concepite; speranze che avevano rendute sopportabili le precedenti vessazioni, e tutti credevamo di trovar sollievo delle passate oppressioni, ed un migliore avvenire. Il cangiamento del governo fu sentito con universale giubilo, mentre non più le popolazioni potevano tollerare le oppressioni. Ma comeché la scuola del dispotismo ministeriale aveva basate solidissime radici, e perché il precedente francese reggimento si accomodava benissimo a chi guarda solo alla dimane ed alle superficiali cose; così si opinò che la nostra politica istituzione sopra quella dello scorso decennio dovesse modellarsi. E siccome prima eravi rimasta colle scarse fortune la speranza; così col nuovo sistema mancate erano le prime, e la seconda non più molceva gli esulcerati cuori. In breve si vide radicato il più orribile ministeriale dominio, che alla giornata ci conduceva alla perdizione.

S’incominciò per stabilire come fondamentale massima, che con i soldi dovea ripararsi alla perdita delle fortune, ed i meriti di qualsivoglia. specie a forza di danaro ricompensarsi. E quantunque fosse tale massima in parte esatta; non dovea darsi introduzione alla enormità di tali soldi, ed alla profusione delle pensioni per quelli, che forse non avevano più meritato, o pure che meno ne abbisognavano. Era principio ministeriale, che bastava pel buon governamelo tener contenti e ricchi moltissimi, senza volger lo sguardo alla classe infelice, che stentava la vita per somministrare quanto era necessario alla esecuzione di quello stabilimento. E mentre dieci oziosi si arricchivano, cento mila infelici si mettevano alla disperazione. Tutte le relazioni e qualsivoglia sottomissione, si trattavano o accomodavano a forza di danaro; e si praticò pure come ministeriale sapienza, l'escogitato di renderci tributarli del Bey d’Algieri.

Il penosissimo tributo della fondiaria, gravitando sulla classe de'  proprietarj, colla stessa proporzione di quando i nostri cereali erano ricercati da tutta l’Europa, e dell’epoca in cui erano decaduti, per li migliori che da Odessa si versavano in tutti i porti del mondo, aveva messi i possidenti stessi nella necessità di vendere i fondi per pagare il governo, e la classe che con quelli vivea, numerosissima, nella pura indigenza. Alla circostanza de’ prodotti del levante che avevano inviliti i nostri, lungi di apprestare i possibili rimedj, si aggiugnevano i monopolj e le impudenti contrattazioni, che nell'atto che da un canto maggiormente rabbassavano i nostri generi, da un’altra parte i ricercati non si facevano estrarre. Fanno ancora fremere i conchiusi contratti di grano fatti coll’estero da introdursi nel nostro regno, mentre imputridivano i nostri nelle così dette fosse di Puglia; e mentre per l’abbondanza di essi non più sì vedevano le dorate messi di quella provincia, ma invece immensi terreni addivenuti pascolo di bestiami. Sarà spaventosa memoria il negativo fatto agli olandesi, negozianti, che chiedevano la nostra canapa pel valore di un milione di ducati, perché sul diritto di estrazione mancavano pochi carlini a cantajo. Per la estrazione degli altri generi abbisognavano le privative ed i sommi riguardi onde ottenerla.

I dazj detti indiretti erano tali, che facevano fremere le popolazioni tutte del regno. E comeché essi oltre di essere gravosi, potevano pure chiamarsi scandalosi, così per li principi già conosciuti da tutti gli economisti, e dalla giornaliera esperienza, si vedea lo più impudente contrabbando delle migliaia di uomini autorizzato quasi dal governo. Mentre il ministero faceva credere all’ottimo principe, che mercé le sue cure si faceva introito per quel ramo di milioni di docati, gli nascondevano che molti altri milioni si perdevano per li detti contrabbandi; ed in loro vece s’introitava l'odio ed il fremito delle popolazioni. Ignari o poco ricordevoli i ministri del savio economico precetto, che le imposte sopra i generi di consumo debbono essere indispensabilmente leggiere, perché allora non torna conto il contrabbando, cd il tesoro viene dalla moltiplicità delle introduzioni o estrazioni rinfrancato, mettevano in non cale lo strepito e le lagrime di tanti infelici. Ne' primi giorni dell’ultima rivoluzione, piangendo la plebe, chiese al suo re la diminuzione dell’imposta sul sale, come quella che più da vicino tocca la classe indigente; le lagrime furono udite, ed immediatamente il dazio fu ridotto alla terza parte: l’esperienza di quattro mesi ci ha ammaestrati, che nell’insieme il tesoro non ha perduto su quella significante diminuzione. Più de’ dazj generali, erano desolanti quelli dell’interno; e le porte della nostra bella capitale, lungi dall'essere oggetto di recreazione per chi vi perveniva, in osservando una delle più "vaste e sorprendenti città del mondo, rattristavano in vece il core, in veggendo le squadre di sgherri che cercavano impertinenti i sudori ed i stenti di tanti infelici, che accorreva per somministrare di che vivere a chi oltraggiosi non curavano le loro lagrime. Le gabelle interne raddopiavano i prezzi de’ generi; e perciò i contrabbandi interni incalcolabili.

Le amministrazioni provinciali, e le comunali in specie, troppo degenerate dalla primaria istituzione, quando volevano farsi risorgere gli antichi municipali diritti, aveano introdotta la schiavitù e la desolazione nelle nostre province. Gl’intendenti, lungi dall’essere i padri di quelle, ne erano addiventati i tiranni; basta che avessero sostenuti e difesi i prepotenti, che non mancano in ogni paese, le lagrime degli oppressi erano disprezzate. Accorti nel disporre della gendarmeria, impiegando i suoi componenti come gl’istrumenti dell’ingiustizia, aveano ridotto il nobile ministerio di quell’arma alla esazione de’ tributi, con modi più molesti de’ tributi stessi. Organo primo gl’intendenti del ministeriale dispotismo, non potevano essi medesimi non parteciparne; che poi sapevano isolatamente ingrandire.

Già vedemmo in quale deplorabile stato languiva oppressa l’armata, che di giorno in giorno semprepiù addiveniva inerte e scontenta. La magistratura, sacro palladio dei sociali diritti, non serbava lo splendore necessario, e non riscuoteva la generale venerazione, forse perché in essa non più si ammettevano tutti gl’individui di confidenza e pubblica rinomata. Le leggi che dall’oltramontana sapienza si vollero tra noi introdurre, parte delle quali in opposizione colle nostre particolari circostanze, e quasi tutte dalla militare prontitudine dettate, aveano formato de’ codici, che da tutti detestati si volevano riformare: essi lo furono; ma con mantenere le basi degli antichi, e con sostituirvi delle altre leggi non migliori delle prime. Colla novella legislazione si raddoppiarono gli odii. Le querele di quelli che nelle province sperimentavano la ingiustizia, non potevano avere ascolto dall’umanissimo e savio principe, dacché egli per abbondanza di clemenza non volea nulla intraprendere senza i necessarii consigli, mentre coloro che impiegati erano in ciò fare, strettamente uniti, a loro fantasia presentavano le faccende di ogni specie. Le stesse cose di religione, che pure per riguardo del piissimo sovrano avrebbero dovute trattarsi con delicatezza, erano disposte in modo, che dall’apparenza in fuori, si disprezzavano ed invilivano.

Deplorabile veramente si andava facendo alla giornata la sorte delle arti e manifatture! Maestra la Francia su tali cose, col dominarci nel decennio, avea promosse e protette nel nostro regno le arti a tal segno, che con poca altra protezione noi pure saremmo concorsi colle più industriose parti del mondo. Se alla squisitezza de'  nostri materiali si fosse aggiunto l’esatto lavorio, quali tesori non avrebbe introitato il regno di Napoli! Quanta onta si sarebbe risparmiato, non dovendo comprare col centuplo que’ generi, che non bene preparati o imposturati da noi pure, dobbiamo a caro prezzo ricomperare dagli esteri, come se fossero i più rari ed esotici prodotti! I Francesi colla istruzione ci dettero la emulazione, eziandio; introducendo i premii e quelle fiere, intelligenti le forti speranze per la nuova nostra ricchezza. Ma quelle manifatture incominciarono pure a risentire il torpore della tardità del quinquennio: ogni anno nelle fiere suddette in cambio di miglioranza si osservava la retrogradazione: e perchè non si avea che cosa esporre di nuovo in maggio ultimo, la fiera non ebbe luogo.

Riguardo ai particolari, le cariche e i compensi  erano distribuiti in modo da rendere scontenti quanti eranvi individui nell'intero regno. Per una di quelle fatali avventure, che da efimero principio sogliono introdurre negli stati il più possente veleno delle fazioni; rinnovandosi quasi le discordie de1 Guelfi e Ghibellini, de'  Bianchi e de'  Neri ec. si erano pure tra noi veduti gli uomini divisi in Borbonici e Murattini, i primi creduti affezionati soverchiamente al legittimo principe, gli altri a Gioacchino Murat.

Fomentate dal ministero tali discordie, si aveva dallo stesso la imprudenza di dar dispiacere ad entrambi i partiti; dappoiché trattandosi di cariche difficili, faceva sentirsi ai borbonici che non molto provveduti d'ingegno, non erano atti a que' posti; e se la carica da conferirsi meritava confidenza, ai murattini si annunziava che il governo non poteva fidare in chi avea servito l’usurpatore. Con tale poco politico procedimento, e con quelle dispiacevolissime contumelie, in breve furono scontenti e quelli che per lo adorato loro principe avevano esposta la vita e le sostanze, ed i secondi che di alto carattere dotati, erano paghi di esser tali da servire fedelmente qualsisia principe capo della nazione. Tanta scontentezza dovea produrre il necessario suo effetto; quello cioè dell’avvicinamento de' partiti, e della direzione di essi verso un terzo oggetto. L’oggetto  fu sacrosanto, essendo composto dalla unione del Re colla Patria. Perciò cospiranti le opinioni della classe pensante dell’intera nazione, inclinavano verso il moderato reggimento. Laonde si vide la necessità di una costituzione, come quella che soddisfatto avrebbe il voto generale.

Non più si dubitava negli animi di tutti, che coll’andare degli anni, il governo costituzionale sarebbe stato a noi indispensabile; ma non ancora era fissato quale forma avrebbe il medesimo avuto. Da lontano, e pochissimi vedeano, che lo spagnuolo statuto presentava i mille vantaggi atti alla nostra particolare posizione; quantunque non ancora si fosse in tutte le sue parti esaminato. La rivoluzione ultima avvenuta nella Spagna, oltre di essere d’incentivo a noi napolitani, ci pose nella circostanza di esaminare il dettaglio di quella costituzione, di osservare che sola poteva ovviare a tutti i nostri mali, che opportuna sarebbe stata alle nostre bisogne; perciò fu desiderata. Analoga quella in ogni parte al nuovo modo di pensare delle genti, offriva per noi specialmente la circostanza di poter frenare l’alterigia e la ministeriale prepotenza, rendendo i mi151 i ministri al contrario responsabili strettamente di qualsivoglia operazione. Quello statuto dovea pure oltremodo accomodarsi a noi, dacché costituisce il sovrano come in sacrosanta posizione, non responsabile di qualsivoglia cosa, e perciò nel solo posto di essere amato; posto analogo al principe de’ buoni ed effettuo6Ì napolitani. Con la spagnuola carta, la magistratura, che non fu l’ultima in opprimerci, strettamente si obbligava per gl'ingiusti giudicati. La religione cattolica, vera felicità de'  popoli virtuosi, come unica, conveniente in specie a noi ancora. Gli armamenti di terra e di mare non più a capriccio, ma a seconda delle bisogne proporzionati, davano di che sperare, per sollevarci dalle esorbitanti spese che sogliono in pace farsi pel mantenimento di molti oziosi. La nobiltà non baldanzosa, ma corretta, rientrando nella classe degli eguali, con apportar splendore allo stato, non v introduceva gli abusi facendosi sttomento del dispotismo, e messa in pari grado a concorrere co’ suoi mezzi onde illustrare e servire la società. I ministri del culto fatti utili, non più insultare cogl'impudenti ozii i rimanenti uomini che stentano la vita per farsi utili colla cabala di guadagnare eziandio il regno de’ cieli in preferenza degli altri. Infine la spagnuola Costituzione sembrò fatta pure per li napolitani; tanto più che dai meglio veggenti tra essi, si erano le altre costituzioni trovate difettose.

La rivoluzione avvenuta nella Spagna in marzo ultimo, non potea giugnere più opportuna tra noi, quando nell’intero nostro regno si travagliava e fremea per la riforma. Bisogna confessare, che da quel punto tutti incominciarono a sperare e vedere che tanta felicità potea un giorno spettarci. I vaghi desideri! incominciarono ad acquistare del solido, ed esclusivamente da qualsivoglia altro statuto, nelle menti di tutti si era quello della occidentale europea penisola fissato. I destini di Napoli furono compiti, e sarà di osservazione degno il riflettere, che il giorno, luglio mentre si aprivano le corti in Spagna l'armata costituzionale entrava in Napoli.

Dalle cose sin qui narrate è facile dedurre che l’ultima rivoluzione di Napoli intrapresa con arditezza, non aveva concertato né fine ma che solo è stata l’opera di una determinazione, la quale si è incontrata col voto generale della nazione intera. Coronata felicemente l’opera di pochi arditissimi, i loro nomi deggiono essere eterni. Senza il risolutissimo eroico passo di Morelli e Salvati; se un de Concilj con un’attività inenarrabile, e con molta accortezza non avesse ordito e poi operato; se mancato fosse un Guglielmo Pepe, per dare solidezza e regolarità a quanto era avvenuto, le belle speranze de'  napolitani sarebbero per ora continuate a pagare nel regno de’ possibili. La napolitana nazione renda eterni i nomi de’ Morelli, de’ Silvati, dei de Concilj e de’ Pepe: essi lo hanno meritato abbastanza. E se al curioso filosofo si additano ancora in Roma gli avanzi del monte sacro, memorabile per le imperiose risolutezze di quel popolo singolare, un monumento degno di noi additi ai più remoti posteri il sito di Monteforte, in cui fu dato il segnale, perché i Napolitani stringessero il santo e più sublime patto coll’adorato loro FERDINANDO.

FINE

AVVERTIMENTO

I documenti storici che seguono, sono stati copiati da quelli che si trovano depositati nell’archivio del Parlamento Nazionale.

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NOTA

Per impegno di dare al pubblico la presente istoria, in questa edizione mancano le correzioni. A faccia 75 dove dice il generale Filangieri come uno di quelli che era incaricato ec. leggasi il generale Filangieri coma incaricato ec.

DOCUMENTI STORICI

Napoli a Luglio 1820.

COMANDO GENERALE DELLA  III DIVISIONE MILITARE

Signor Maresciallo

In ricevere la presente disporrete che le com pagine di Milizie di Monteforte, e di Mercogliano si portino tra Monteforte, ed il Cardinale per conservare la tranquillità sulla grande strada. Le compagnie di Atripalda ed Avellino dovranno tenersi in Avellino. Disporrete che tutte le compagnie di milizie si riuniscano nei capi circondar; per esser pronte a marciare.

Farete sentire alle milizie tutte che il loro Generale il quale ha eseguita una si bella organizzazione arriverà a momenti, che con essi soli manterrà l'ordine nella divisione, e farà conoscere al Sovrano che i proprietari armati sono il più sicura appoggio del trono.

Farete sentire che tutte le milizie che abbandoneranno le loro comuni saranno pagate.

Intanto conservate l'ordine in Avellino, e farete rispettare tutte le autorità.

Il Tenente Generale

Firmato G. Pepe

P. S. Terrete le truppe unite, e se credete, unite le milizie al numero che credete necessario. Farete sentire che tutto il Regno gode perfetti quiete,

Firmato G. Pepe

DOCUMENTI STORICI

I

Il maresciallo di campo Campana

al maggiore.

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Fatemi conoscere il vero stato delle cose di Avellino per mezzo di questa sicura persona, o se Carrascosa ch'è stato nominato generale di questa divisione, vi sia giunto, o pure quando l’attendete; e se i militi sono per la causa buona — Campana.

II

Il tenente generale Nunziante

al maresciallo di campo Campana

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Mercato 3 Luglio 1820 — Mi affretto a parteciparle, che in punto, ch'è un'ora della notte, arrivo in questo paese. La truppa disponibile di Salerno l'ho condotta meco, e sarà qui verso le ore 3.

Ho ricevuto la sua lettera di questa stessa data.

Se ella non crede di abbandonare il suo posto, verrò a Montuori per conferire, essendo cose da trattarsi col vivo della voce, come nella sua saviezza ritroverà regolare — Nunziante.

III

Tenente Generale Nunziante

al Colonnello Russo comandante

il reggimento Re cavalleria in Foggia.

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Il comandante generale della quarta e quinta divisione militare, coll’alter-ego — Quartier Generale di Salerno li 3 Luglio 1820 — Sig. Colonnello — Circa 130 uomini del reggimento Real Borbone si sono disertati da Nola, ed han preso la volta di Avellino. Il maresciallo di campo Campana gl’insegue, e S. E. il tenente generale Carrascosa marcia anche al loro incontro. Io stesso moverò oggi da Salerno, e prenderò norma dalle circostanze. Intanto nel dubbio, che l’ordine speditole dal detto Sig. Maresciallo di marciare col suo reggimento sopra Avellino non le fusse pervenuto, le spedisco per altra strada il presente, e l'incarico di partire all’istante per Avellino, e di mettersi in corrispondenza col detto generale Campana, per riuscire all’arresto  o dispersione... di questi pochi faziosi — II Tenente Generale Nunziante.

IV

Il Capitano Pristipino al Tenente Colonnello de Concilj

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Terzo Battaglione Fucilieri Reali — 1. Compagnia. Solofra 3 Luglio 1820 — Signor Tenente Colonnello — Ho l’onore di renderla informata, che trovandomi in marcia per qui, arrivato appena alle falde del bosco detto di Atripalda, ho inteso che una truppa uscita da Salerno si era avanzata per Solofra, e che colà arrivata, incominciato aveva un vivo fuoco sopra quelli abitanti Ho accelerato la marcia, e preso tosto le alture, ho scoverto che la truppa suddetta contromarciava sopra Montuori, per cui non ho creduto piombar sopra Solofra, sospettando avervi essa potuto lasciare una forte guarnigione; ma avendo spedite colà subito delle persone di fiducia onde aver delle notizie a proposito, ed assicuratomi di essere la truppa partita, mi vi sono recato subito, ove seno in attenzione de’ suoi ordini. La truppa, per quanto mi assicura il capitano Iannace comandante questa brigata, era forte di 5oo uomini circa, comandati dal generale Campana, e che appena entrata nell’abitato aveva incominciato a tirare delle fucilate, e saccheggiare; una sola infelice donna è rimasta estinta con un colpo di fucile in bocca. La popolazione, sebbene più famiglie siano state spogliate, gli ha fatto della resistenza: e terminate simili operazioni la truppa se n’è uscita, ritrocedendo sopra il luogo detto Torchiato, distante da qui circa tre miglia, ove trovasi campata in punto che sono le ore 22. Vado subito ad accamparmi co’ miei e con i militi, attendendomi suoi ordini — Gregorio Pristipino.

V

Domanda degl’Irpini di un governo costituzionale; e comando da i medesimi conferito a de Concilj di tutte le forze riunite nella provincia

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Avellino 3 Luglio 1820 — Alle ore undici d’Italia di questo giorno, è comparsa un'avanzata di cavalleria della truppa accantonata in Monteforte, gridando, viva il Re, viva la Costituzione. Il Signor intendente della provincia ha immediatamente riunite tutte la autorità civili, militari, ecclesiastiche e giudiziarie. In seguito si sono presentati i signori Gaetano Licastro, Scipione Giordano, Nicola Imbimbo, Giuseppe Vitale Gabriele Damiani e Saverio Tanucci incaricati dal popolò di questa provincia, ed han domandato in di lei nome impetrarsi da S. A. il Re la sanzione della Costituzione delle Cortes di Spagna,che il popolo medesimo desidera fra breve termine, onde non dar luogo a’ tumulti che avvenir potrebbero in altre province; e si ha esso riserbato di presentare alle autorità riunite dal l'intendente, tutte le domande di dettaglio concernenti la detta Costituzione. Appena seguita tal domanda il popolo ad alta voce ci ba annunziato che la Costituzione è stata proclamata. Ha proclamato ancora all'unanimità, e ad alta voce come capo! di tutte le forze costituzionali De Concilj Lorenzo. Segnati — Gaetano Licastro — Scipione Giordano — Saverio Tanucci —Nicola Imbimbo — Giuseppe Vitale — Gabriele Damiani.

VI

Proclama del tenente colonnello de Concilj capo dello stato maggiore della divisione militare in Avellino, nell'assumere il comando delle truppe costituzionali.

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A’ popoli Irpini.

Miei concittadini! Uno di quei casi che non sa l’umana ragione prevedere, richiamò sulle alture di Monteforte i5o uomini a cavallo.

Nella mia qualità di Capo dello Stato Maggiore della divisione, io non mancai di concertarmi col Generale Comandante della Provincia, affinché coerentemente alle disposizioni di Sua Eccellenza il Tenente Generale Pepe si fosse impedito di più progredire al corpo di cavalleria, che avea presa quella posizione per noi pericolosa. A tale uopo riunite le compagnie di militi nel numero che si potè maggiore, ed alle quali aggiunsi de’ forti distaccamenti di tutte le armi qui esistenti ed i soldati degli altri corpi, ordini espressi furono da me dati, perché valida resistenza si opponesse. Ciò disposto varj rapporti fecero intendere posteriormente, che i militi ed i Sanniti reiterando le esclamazioni di Viva il Re, Viva la Costituzione si erano riuniti alla truppa, la quale era gli ingrandita di qualche migliaio di altre persone armate, che partecipavano ai medesimi sentimenti In questo stato di cose, consultai nuovamente il Generale Comandante la Provincia, non che i principali funzionar) pubblici, e fu risoluto che mi limitassi a conservare l’ordine interno. In attenzione di più opportune circostanze, la nostra Capitale, Avellino, è stata jeri inondato da persone armate, e dalla truppa. Voi avete risposto alle loro acclamazioni, ed io ho veduto che il pubblico voto era per il Re e per la Costituzione. Nato fra voi non ho saputo resistere alla vostra volontà. Scevro d'ambizione, io però dichiaro, che il mio posto sarà sempre quello di capo dello stato maggiore della divisione, e che sotto gli ordini de'  miei superiori io impiegherò tutte le mie forze al vostro bene. Le nostre voglie pacifiche saranno secondate, poiché esse si limitano a meritare dalla beneficenza del nipote di S. Luigi nostro Sovrano, quel governo rappresentativo, ch'è il più adatto ai costumi ed ai bisogni degli attuali Europei. Io son sicuro che non saremo frustrati ne’ nostri desideri, subitoché conoscerà il Re magnanimo, essere questi i voti coi quali l’intiera provincia si è pronunziata.

Intanto però a meritar con più sicurezza una tanta adesione, io da vostro concittadino v’insinuo a serbare la massima ubbidienza alle leggi, vigenti, il più esatto rispetto alle autorità amministrative, giudiziarie ed ecclesiastiche, non che la più inviolabile subordinazione ai superiori rispettivi. Io vi conosco; in conseguenza non dubito di aver troppo fidalo nella vostra lealtà, nel vostro attaccamento al bene comune. I militi non si stancheranno a corrispondere efficacemente alla vostra difesa: se de mali intenzionati ardissero di alterare la quiete delle vostre famiglie, essi i primi seconderanno i miei sforzi, perché impunito non rimanga qualunque minimo attentato, che offendesse la dignità del Sovrano, delle leggi, de'  magistrati. Seguite questi principi: voi nobiliterete ancor più la nostra bella causa, sicuri che al bene non si va senza la scorta della virtù e dell’ordine.

Il Tenente Colonnello Capo  dello

Stato Maggiore

DE CONCILJ.

VII

Berardo Caliani al sindaco di Solofra

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Montoro 4 luglio 1820 — Sig. Sindaco — Ha preinteso, che S. E, il generale Nunziante trovasi in S. Severino con moltissima truppa, e cannoni. Ho inteso anche, che l'idea di S. E, & di metter fuoco e sacco al vostro paese. l’unico riparo e scampo per Solofra, è di arrestare ed assicurare alla giustizia i disertori de'  reggimenti. Procurate di cooperarvi per questo grande affare, che interessa la salvazione di Solofra, ed io altro non ho potuto fare, che farvi sapere l'intenzione di S. E. il quale minaccia decisamente — Berardo Galiani.

VIII

Rapporto del prete Luigi Minichini a de Concilj

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Ponte di Bosco li 4 Luglio 1820 — A questo momento Avella ed i paesi limitrofi con entusiasmo fanno sventolare la tricolore bandiera; Essa è protetta da 5o uomini di mia fiducia. Molti ottimi cittadini fra quali il degnissimo Benedetto Incoronato han cooperato alla celebrazione di un avvenimento cosi sensibile. Nola è difesa da circa 70 uomini d’infanteria i quali sono uniti a noi per opinione Quelli dell’ottimo reggimento Borbone, che seguitano le voci della patria, sento con qualche precisione, che siano andati a riunirsi con altri in Aversa, o in Maddaloni — In quest’istante per persona idonea incaricata apposta, mi perviene notizia che tra Pomigliano e Napoli siavi forza di cavalleria e fanteria. Domani ve ne darò precisa contezza. Noi siamo uniti al tenente Campanile della compagnia di Monteforte, ed al tenente di Chiusano Sig. Francesco Saverio Pietrolongo. I due tenenti Napoli della mia compagnia, han mostrato e mostrano un indicibile attaccamento per la patria; per cui non dubito dell’esito felice, avendo al mio fianco tanti bravi: debbo particolarmente lodarmi del foriere Casoria del reggimento Borbone cavalleria ~ Luigi Minichini.

IX

Rapporto del Tenente Varese al Maresciallo di Campo Colonna in Avellino.

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Misciano li 4 Luglio 1820 — Signor Generale — Il nemico è stato battuto: io con la mia truppa che comando, composta di 26 individui del secondo leggiero, e circa 200 militi ci siamo inoltrati sino a Mercato, ove abbiamo trovati de’ buoni amici in gran quantità, che ci hanno assicurati, che i signori generali Campana e Nunziante sono fuggiti; la cavalleria è fuggita in Nocera. Dopo di una tale operazione non ho stimato colà restare, né avanzare, atteso che non ho trovato più la cavalleria, che credeva trovare appartenente a noi, per cui mi sono ritirato sopra Misciano. Qui mi ritrovo coll'ottimo capitano Anzuoni, e siamo perfettamente di accordo — La prego Signor Generale di far venire la cavalleria, e tutta la truppa disponibile per poter completare l’azione--— Qui ci esiste ancora un distaccamento di 12 uomini di cavalleria comandato da un ottimo sergente maggiore. Dal numero del mio distaccamento ella rileverà, che ci mancano numero 10 individui, de’ quali non so quanti siano i morti — Il Tenente Aiutante di reggimento V. Varese.

X

Rapporto del Capitano Paolella al Tenente Colori nella de Concilj.

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Vicinanze di Salerno la notte de 4 — Signor tenente colonnello comandante — Ho ricevuto il vostro imperioso ordine di non marciare sopra Salerno, se non sicuro; mi pare, che non debbasi abbandonare questo capo luogo, per cui vado a fortificarmi su le alture di Vietri; bensì conoscendo le vostre idee di mettere un punto di appoggio a Baronissi per sostenere le operazioni di Florio sopra Nocera, al momento vado a spedire 5oo uomini con un tenente dello stato maggiore per prendere la posizione di Baronissi, e servire di punto di appoggio tanto a me, quanto a Florio, per così tenerci aperta la nostra comunicazione. Attendo però vostri nuovi ordini; intanto vi fo sapere che ho di già aperta la comunicazione con tutta la costa dell1 Amalfi, ed ho ordinato alla deputazione a me venuta da quelle contrade, che cercasse di attaccare il nemico alle spalle — Se è possibile quest'oggi alle ore 22, o pure domani k

le genti, che calano alla parte del Cilento saranno al più presto da me. Sono anzioso di sape«se cosa debbo fare. B. Paolella Capitano.

XI

Nuovo rapporto di Paolella a de Concilj

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Porte di Salerno 5 Luglio 1820 — Sig. tenente colonnello. Eccomi alle porte di Salerno. Il sig. generale Campana mi ha mandato un uffiziale con l'ordine che m'invitasse, acciò gli mandi un uffiziale per potere accomodare qualche cosa —Ho destinato il sig. tenente Varese ajutante del reggimento, che adesso ci anderà. Intanto la prego di subito venire ella alla testa della cavalleria per poter compire l’opera, ed anche far venire il maggiore Giuliani con l'altra truppa di linea, giacché se le cose non si accomoderanno, io sono obbligato a battermi in ritirata se pure mi riesce. La truppa di Salerno è un battaglione completo di Real Palermo, col sig. Campana alla testa; e quella di Nocera è forte di due battaglioni, uno di Real Palermo, e l'altro de’ Bersaglieri, con 200 uomini di cavalleria — Gli uffiziali di Real Palermo jeri ci conobbero, e ci hanno mandato a salutare, con (16 ) adempito a quanto ella mi ha ordinato — B. Paolella capitano.

XII

Rapporto del capitano dì gendarmeria Pristipino al tenente colonnello de Concilj.

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Salerno 5 Luglio i8ao — Sig. tenente colonnello. Questa piazza era occupata da un battaglione di Beai Palermo, un plutone di cavalleria Principe, gendarmeria a cavallo, e circa 200 fucilieri reali comandati dal generale Campana. Giunti che siamo, abbiamo intimato la resa della piazza. Io ho parlamentato col tenente Petrosini della cavalleria) di fatti il generale ha fatto retrocedere la truppa sopra Nocera, e noi ci siamo impossessati della città — Il tenente de Vicariis della cennata cavalleria che abbiamo qui trovato, ci ha assicurati, che tutto il reggimento è disertato per Nocera, e questa notte per la parte di S. Severino sarà qui — La prego mandarci della truppa per poterci sostenere — Il capitano comandante Gregorio Pristipino.

XIII

Altro rapporto del capitano Paolella a de Concilj

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Salerno 5 Luglio 1820—Sig. tenente colonnello. La città, che non ho potuto darvi nelle mani jeri, la sorte mi ha favorito oggi: l'inimico è stato disperso, e si è ritirato alla fuggita. 1 soldati hanno lasciato la colonna nemica, e si sono uniti agli amici, che abbiamo trovato in Salerno. Questa città è tutta amica, ed un gran numero di liberali si è unito a noi. Tutto è in ordine, ed io ho marciato per strada con la massima regolarità — Ho situato tutta la truppa, e tutta la gente con massimo ordine militare: ho messo degli avamposti ne’ luoghi, che ho stimato necessario. Non ho potuto inseguire l'inimico, perché la gente era stanca; domani seguiterò la mia marcia, — Il reggimento di Nocera è disertato, e si viene ad unire a noi: di questo ne sono stato assicurato del tenente de Vicariis nostro amico che come sapete fa parte di esso — Vi ho dato tutte queste notizie per mio discarico, e per vostra norma; ed altro non vi prego, che a contare sul mio attaccamento, di cui mi lusingo non dobbiate dubitare — Debbo di più manifestarvi la mia piena soddisfazione pel capitano  Anzuoni, e pel tenente Varese — In punto, che sono le ore 2$, mi è giunta notizia per mezzo del telegrafo, che il capitano generale sia arrivato in Nocera. Io starò qui in osservazione, e darò le disposizioni analoghe: vi prego però a venir subito, e non mancare — B. Paolella capitano

XIV

Rapporto del capitano Giannelli delle miliziedi Principato Ultra a de Concilj.

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Bracigliano 5 Luglio 1820 — Sig. tenente colonnello— In punto, che sono le ore 13 siamo felicemente giunti in questo circondario. Abbiamo trovata la popolazione ben disposta, tutta in ordine, in particolare la forza de'  militi. Ci hanno bene accolti, con grida di giubilo, ed in un istante sì è alzata la bandiera, ed affìssa la carta di costituzione —: Qui tutto è tranquillo. La truppa comparsa jeri, si è ritirata in Nocera per quanto ci han riferito — Intanto sono in attenzione di ulteriori ordini — Il capitano Giuseppe Giannelli.

XV

Alla Nazione Napolitano proclama

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Ecco il tempo acclamato dalla politica di tutt’i popoli. I desiderj del cuore umano sono già riempiti. La religione e la patria hanno comune il vessillo. Esso sventola sulla Daunia, e sulla Irpina terra; e le confinanti regioni vi si raccolgono intorno. Da tutt’i punti truppe regolari, e reggimenti interi di cavalleria aumentano l’esercito nazionale, divenuto ormai da per sé stesso imponente: pochi deboli si tengono ancora indecisi. Ma essi non oseranno d’attaccarci. Dai loro sforzi non riporterebbero che macchie d’infamia, e di tradimento. Il nostro re Ferdinando I. non tarderà che pochi momenti a contentarci. Già alterna nella capitale del regno sopra i labbri di tutt’i buoni il sacro grido di costituzione, e di pace, Sì, viva Iddio, l’una, e l’altra ci spetta. Noi le avremo per sempre. Noi saremo felici. E il nome de’ Napolitani del 1820 riscuoterà dai tardi posteri tributi di riconoscenza e d’amore.

Dal quartier generale di Avellino 5 luglio 1830.

Il tenente colonnello capo

dello stato maggiore

DE CONCILI

XVI

Proclama di S. M. pubblicato il mattinodel 6 luglio.

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Alla nazione del regno delle due Sicilie.

Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle due Sicilie di volere un governo costituzionale, di piena nostra volontà vi consentiamo, e promettiamo, nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi. Sino alla pubblicazione della costituzione le leggi veglianti saranno in vigore.

Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro corpi, ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni.

Napoli 6 luglio 1820.

FERDINANDO.

XVII

Il Maggiore Clarini al Tenente Colonnello de Concilj rimettendogli le copie della promessa costituzione

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Dalla Schiava 6. Luglio 1820 —Quinto Battaglione bersaglieri — Al tenente colonnello comandante «Signor tenente, colonnello — S. E. il tenente generale Carrascosa m'incarica della piacevolissima commissione di farle pervenire dugento copie del decreto reale col quale S. M. ha annuito allo stabilimento di un governo costituzionale. La fortuna mi avea riserbato il favore di farle pervenire pezzi uffiziali tanto interessanti, per chiunque ha core e pensieri di buon cittadino — La prego d’indicarmi ricevuta delle carte che ho l'onore di rimetterle — Segnalo Francesco Guarini.

XVIII

Proclama del tenente colonnello de Concilj nel cedere il comando dell! armata costituzionale

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All’armata costituzionale

Bravi difensori della più giusta causa! Essendo ritornato fra noi S. E. il tenente generale Pepe, a norma della mia prima dichiarazione allorché mi scegliente' a vostro capo, ho a lui rassegnato il comando. In conseguenza invito i capi tutti de’ corpi delll’armata, non che de1 bravi liberali, a dipendere dagli ordini suoi. Vuole però la giustizia, che dichiari al pubblico quanto dritto alla nazional riconoscenza abbiano i tanti valorosi che alla bella causa sono concorsi; e specialmente quanto si debba allo squadrone sacro diretto dagl’imperterriti uffiziali Morelli e Silvati; dall’ajutante Descisciolo; dà sotto uffiziali Altomare, Zupi, Casoria, de Giacomo, Cavallo, Pistone, Quatrini, Escobedo, Rossi, Santanna, Visconti Martino, Sala, Bosco, Fiorentino, Musone, Staffetti e Scazioti. Tutti han gareggiato di zelo e di valore, e convien confessare che da questi è stato il primo colpo vibrato. Io son felice di rassegnare il comando, allorché sei provincie sono già interamente costituzionale, ed il grido di costituzione si ode dal Tirreno all'Adriatico, e dopo di aver ricusate proposizioni vantaggiose, ma non soddisfacenti all'attuai nostra posizione. Bravi! secondiamo, la gran causa. Noi abbiam vinto se continueremo come sinora a spogliare il nostro cuore da ogni altro interesse, se non è quello di Dio, del re, e della costituzione.

Avellino 6 Luglio 1820.

Il capo dello Stato Maggiore.

DE CONCILI.

XIX

Il tenente generale Guglielmo Pepe previene molti uffiziali, che tra poco avrebbe assunto li comando dell'armata costituzionale

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Il tenente generale Pepe previene gli uffiziali tra le comuni di Lauro, ed Avellino, ch'egli a momenti giunge per prendere il comando dell'esercito costituzionale — Lauro 6 Luglio Ji8ao — Segnato — Guglielmo Pepe.

Quella prevenzione fu rimessa al tenente colonnello de Concilj.

Si rimette al Sig. maggiore Pionati per farla pervenire al tenente colonnello de Concilj — L’uffiziale dell’avamposto tenente Lignite.

XX

Il Capitano Anzuoni invita de Concilj a recarsiin Salerno

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A di 6 Luglio 1820 — Signor tenente colonnello. Noi siamo in Salerno, sjn da jeri sera: tutto è tranquillo, la truppa si unisce a noi. Venire per dar tuono alle altre provincie, in somma venite al voto generale —Anzuoni

XXI

Lettera scritta dal tenente generale Guglielmo Pepe al tenente colonnello de Concilj.

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Dal quartier generale di Avellino il 6 luglio 1820 — Il generale comandante in capo dell’esercito costituzionale — Signor tenente colonnello.

Allorché il reggimento Borbone cavalleria osò il primo dichiararsi per la costituzione, trovandomi io in Napoli, ella talmente influì alla bella causa della rigenerazione della patria, che senza il suo deciso coraggio, e senza i suo rapporti nella provincia, il tentativo di quel reggimento sarebbe stato vuoto di effetto: tanto piq che io rimasi quattro giorni in Napoli senza poter raggiungere l’esercito costituzionale, ed in quel tempo ella ha dato delle pruove di decisione, coraggio imperterrito, e talenti militari. Io l'assicuro che cercherò al governo costituito la sua nomina di maresciallo di campo, e di barone del regno. Quando una nazione dee tanto ad. un suo uffiziale, non fa di troppo accordando quanto io domando per esso. Intanto questa mia lettera le servirà come attestate? di quanto a me costa. sul suo conto, e della costante stima ed amicizia che ho, vi avrò sempre per ella il generale comandante in capo suo pagano Guglielmo Pepe.

XXII

Proclama del tenente generale Guglielmo Pepe, allorché assunse il comando in capo dell'armata costituzionale.

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Il comandante in capo dell’esercito Costituzionale ai popoli’ del regno delle due Sicilie

Secoli di barbarie, di servaggio, e di avvilimento aveano immerso nella miseria la nostra bella patria; ma l’entusiasmo dì cui sono tutt’i cuori agitati per avere una Costituzione ci annunzia già che noi ci mettiamo al livellò delle più culte nazioni di Europa.

Noi eravamo poveri non ostante che abitassimo il suolo più beato della terra eravamo poco avanzati nella civilizzazione, non ostante che i migliori ingegni nascessero tra noi avevamo poca riputazione militare non ostante che animati di coraggio e di ardire; ma queste contraddizioni erano ben facili a spiegarsi: gli errori del governo non potendosi smascherare, eravamo nella guerra. comandati da esteri mercenarj; l’amministrazione interna manomessa alle più vili passioni, era ricoperta da tenebre impenetrabili. Tutti questi mali sono fugati dal governo costituzionale, ogni cittadino è da questo sistema invitato ad istruire il governo, ed il governo stesso, circondato da' lumi e dalla saggezza nazionale, diviene esso stesso sempre più saggio e più giusto.

Già gl'Irpini, essendosi messi ne' posti avanzati contro gli ostacoli del potere arbitrario, han proclamato di voler vivere sotto una Costituzione monarchica rappresentativa, basata sopra principi atti ad assicurare la libertà della nazione; e questo nobile esempio è stato eseguito dal Principato Citeriore, dalla Capitanata, e dalla Terra di Bari; e forse nel momento questa sacra scintilla si è comunicata nella Capitale e nelle altre provincie del Regno ancora. Lo slancio unanime della nazione non ba più misura: l'armata ogni giorno s’ingrossa; i soccorsi delle provincie limitrofe sorpassano le richieste e la aspettativa.

Tutte le armi eran presenti alla rivista che ho passato questa mattina. Fanteria, cavalleria, artiglieria, militi, tutti gareggiavano di ardore, e presentavano bielle masse imponenti pel numero e più ancora per lo coraggio. Gli amici della libertà, ampiamente arricchivano i ranghi dell’esercito. Donde mai derivano questi prodigj? Egli è dacché non possono gli errori de’ governi estinguere le disposi (3o) Bilioni che i popoli ereditano dalla natura al grandezza.

Potrebbero non pertanto esservi degli uomini, caldi altronde di amor di patria, i quali fossero deboli abbastanza da temere che qualche estera potenza, invida della nostra gloria e della nostra felicità, impiegasse le sue forze per rimetterci in ceppi più duri di quelli che andiamo a spezzare. Ma donde questa invidia? Potrebbe farsi la guerra ad una nazione perché vuol governarsi con buone leggi? E perché non si fa la guerra alla Francia, alla Spagna, al Regno di Olanda, all’Inghilterra, ed agli stati uniti di America? Sol perché vivono sotto un regime costituzionale. Quale stolta guerra sarebbe quella di farla alla volontà delle nazioni, specialmente quando questa è mossa da così santi motivi! l’aver noi napolitani resistito i primi tra tutti li popoli alle armi francesi, non basterebbe a provare che siam fatti per aver orgoglio, e cuore? Noi non sfideremo altra potenza colle nostre opezioni dirette al nostro bene; ma se esse vorranno nel nostro territorio penetrare, troveranno la pena della loro ingiustizia, nel nostro coraggio nazionale macchiato per forza sola di destino. Ma perché il nostro Sovrano negar si dovrebbe a firmare una costituzione, mentre i suoi congiunti l’han firmata in Francia ed in Spagna, ed egli stesso l’han giurata, come infante? Perché preferir dovrebbe di regnate per mezzo de’ ministri più che di una rappresentanza nazionale? Egli è tanto buono, quanto è stato idolatrato dalla nazione intera.

Egli ha dimostrato di esser più che Re padre de'  suoi Popoli, a cui è stato sempre attaccato0 se ha procurato il bene, non potrà certamente rifiutar di prestarsi ad una si grand’opra, che lo renderà veramente immortale nella storia, e gli aprirà un tempio ne’ cuori di tutti. Non la giurò egli forse ne' dominj al di là del Faro, nominando l’adorabile suo figlio primogenito per suo Vicario? Ne sostenne questi con tutta la saviezza, religione e fermezza che l’adornano, la sua esecuzione, e per tali tratti ha già acquistato de’ titoli per esser adorato da noi, come lo è stato in que' dominj, ove la sua assenza ha recato il più gran duolo; e gli occhi di quegli abitanti sono ancora bagnati dalle lagrime di dolore, e di riconoscenza per la sua persona, non avendo pensato mai a sé stesso; ma sempre a' suoi sudditi, interessandosi per essi sino a consumare il suo patrimonio pel di loro sollievo, calcando così le degne tracce del suo genitore.

Chiamato da’ nostri concittadini ad assumerà il comando dell’esercito Nazionale, ho giurato, ed hanno essi giurato di assicurare alla patria comun madre una costituzione, o di morire. Io dichiaro che mi dimetterò da questo comando appena che sicuri saremo di essere esauditi i voti comuni. Io raccomando a tutti gl'impiegati di rimanere nel loro posto, onde il corso degli affari non riceva ritardo. l’onor nazionale mi rende sicuro, che nessuno si negherà a concorrere col suo giuramento a conservare il sacro edificio, che con tanta gloria si va ad innalzare.

Avellino 7. luglio 1820. .

Il Tenente generale

GUGLIELMO PEPE.

XXIII

Il sotto tenente Peltri di Ariano assicura de Concilj che il giorno 3 è stata promulgata la costituzione in Foggia.

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Veltri sotto tenente. Ariano 6 Luglio 1820 — Signor tenente colonnello — È inutile dubitare della proclamazione del governo costituzionale in Foggia il giorno 3 di questo mese, in cui si esegui in modo quanto singolare tanto tranquillo — Un distaccamento del reggimento Re cavalleria è già qui fin della notte scorsa, e partirà per seguire la sua marcia diretta per cotesto quartier generale in questo stesso giorno. Il Signor Maggiore Pisa di questo stesso reggimento, che hon ho avuto il bene di vedere, è passato nel corso di questa notte in posta per costà diretto. Io parto nel momento che corrono le ore, e mezzo italiane pel mio destino. Carmine Veltri sotto tenente.

 

XXIV

Il sotto-intendente. di Ariano, Filangieri, assicura de Concilj del buono spirito del suo distretto.

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Provincia di Principato Ultra — Sott'Intendenza di Ariano li 6 Luglio 1820 —Signor tenente colonnello Ho ricevuto il di lei pregiato foglio della data de'  5 corrente, nel quale ha avuta la compiacenza di accludere diverse (copie di un proclama, che: brama si dirami nel mio distretto: nell'assicurarla che seconderà subito le sue premure, dirigendone una copia ai;giudici di questo distretto, acciò ne facciano conoscere il contenuto ai loro amministrati per mezzo de’ sindaci, no farò io affiggere tre copie, in questa comode. Il sotto intendente G. Filangieri.

XXV

Rapporto del capitano Gaetano Lente a de Concilj

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Vitolano 7 Luglio 1820. In esecuzione de’ suoi ordini ricevuti in Avellino, ho attraversato varj circondari colla mia truppa colla tricolore bandiera spiegata, onde promulgare la costituzione. Altavilla Vitolano, e S. Maria maggiore, Santa Croce, Fagliarase, Torrecuso e Paupisi hanno con entusiasmo corrisposto alla riforma. Dirigendo in seguito la mia marcia per Tèrra di Lavoro, fu con eguale ardore ricevuta la costituzione in Solopaga, Frasso, S. Agata dei Goti ad altri siti. Mi fo un dovere manifestarle che in tutti i paesi per li quali sono passato sempre gli abitanti mi hanno prevenuto con entusiasmo e risolutezza. Bisogna convenire che le popolazioni tutte sono disposte anzi anelanti del moderato governo e l'ordine col quale fanno succedere il cangiamento indica che lo meritano — Il capitano Gaetano Lente.

XXVI

Disposizione sovrana colla quale il Duca di Calabria è nominato Sicario Generale del Regno

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Mio diletto, e carissimo figlio Francesco Duca di Calabria.

Per indisposizione di mia salute essendo io obbligato per consiglio de’ medici di tenermi lontano da ogni, seria applicazione; crederei assere verso Iddio colpevole se in questi tempi non provvedessi al governo del regno, in modo che anche gli affari di maggior momento abbiano il loro corso, e la causa pubblica non soffra per la detta mia indisposizione alcun danno. Volendo io dunque disgravarmi dal peso del governo sino a che a Dio non piaccia restituirmi lo stato di mia salute adatto a reggerlo, non posso ad altri più condegnamente, che a voi affidarle mio dilettissimo figlio % e per essere voi il mio legittimo successore, e per l'esperienza che ho fatto della vostra somma rettitudine, e capacità. Laonde di mia piena volontà vi costituisco a fo in questo mio regno delle due Sicilie' mio Vicario Generale, siccome lo siete stato altre volte in questi dominj ed in quelli oltre il Faro; e vi concedo ed in voi trasferisco colla pienissima clausola dell’alter-Ego l'esercizio di ogni diritto, prerogativa, preeminenza, e facoltà, al modo istesso che da me si potrebbero esercitare. Ed affinché questa mia volontà sia a tutti nota, e da tutti eseguita, comando che questo mio foglio da me sottoscritto, e munito del mio suggello sia conservato e registrato dal nostro segretario di stato ministro cancelliere, e ne sia da voi passata copia a tutti i consiglieri e segretarj di stato per parteciparlo a chiunque loro convenga.

Napoli 6 Luglio 1820.

FERDINANDO

XXVII

 Promessa di S. M. colla quale accorda al Regno di Napoli la costituzione spagnuola del 1812.

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FERDINANDO I

Per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia Re del Regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme ec. Infante di Spagna, 'Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Dopo di aver dato al nostro amatissimo figlio tutte lo facoltà necessarie per provvedere al buon reggimento del governo del nostro regno, dichiarandolo nostro vicario generale coll’alter-Ego; ed avendo egli basato la costituzione da noi promessa, pigliando per norma quella emanata ed adottata per lo regno della Spagna nell’anno 1S12, e sanzionata da S. M. cattolica nel marzo di questo anno, salve le modificazioni che la Rappresentanza Nazionale costituzionalmente convocata crederà di proporre per adattarla alle circostanze particolari de’ reali dominj, confermiamo questo atto dell'amatissimo nostro figlio, e promettiamo l’osservanza della costituzione sotto la fede e parola di Re, riserbandoci di giurarla nella debita forma primo innanzi alla Giunta provvisoria a somiglianza di quella stabilita in Spagna, che sarà dal nostro amatissimo figlio e vicario generala nominata; ed indi innanzi al Parlamento generale subitoché il medesimo sarò leggittimamente convocato.

Ratifichiamo in oltre da ora tutti gli atti posteriori che dal nostro amatissimo figlio si faranno per l'esecuzione della Costituzione, ed in conseguenza delle facoltà e de'  pieni poteri che gli abbiamo ac cordati; dichiarando che avremo per rato tutto quello che egli fari, e come fatto di nostra |iena scienza.

Napoli 7 Luglio 1820.

FERDINANDO.

XXVIII

Promulgazione della Costituzione Spagnuolanel regno di Napoli

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FERDINANDO I

Per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia Re del Regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme ec. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Noi Francesco Duca di Calabria Principe Ereditario e Vicario Generale

In virtù dell’atto della data di jeri, col quale S. M. il nostro augusto Genitore ha trasferito a noi colla pienissima clausola dell’Alter-Ego l’esercizio di ogni diritto, prerogativa, preeminenza e facoltà nel modo stesso che dalla M. S. si potrebbero esercitare; per effetto della decisione di S. M. di dare una Costituzione allo stato; Volendo noi. manifestare a tutt’i suoi sudditi i nostri sentimenti, e secondare al tempo stesso il di loro voto unanime. (41) Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue: La Costituzione del regno delle due Sicilie sarà la stessa adottata per lo regno delle Spagne nell'anno 1812, e sanzionata da S. M. Cattolica nel Marzo di questo anno: salve le modificazioni che la rappresentanza Nazionale costituzionalmente convocata crederà di proporci per adattarla alle circostanze particolari de’ reali dominii.

Ci riserbiamo. di emanare tutte le altre disposizioni che potranno. occorrere per facilitare ed accelerare l'esecuzione del presente decreto.

Tutti,i nostri segretarii di Stato Ministri sono incaricati della esecuzione del presente decreto.

Napoli 7 Luglio 1820.

Francesco Vicario Generale.

XXIX

Invito de'  Salernitani a de Concilij perché assuma il comando di quella provincia.

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Salerno 11 Luglio 1820. Sig. tenente colonnello. I voti unanimi di questa popolazione, avendo in voi molta fiducia, per gratitudine desidera che accettiate il comando delle armi della nazione al quale il popolo vi proclama. Se per sventura di tanti onesti cittadini, voi per riguardi particolari volete esonerarvi da questo incarico, abbiate almeno la bontà di nominarci un soggetto degno t al quale tutti vi presteremo quella stessa fiducia che voi ci avete saputo ispirate. Sappira contentare i voti di molte popolazioni, che hanno fiducia nella vostra probità e risolutezza — Raffaello Pagliaro.

XXX

Creazione della giunta provvisoria

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FERDINANDO I

Per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia Re del Regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme ec. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Noi Francesco Duca di Calabria Principe ereditario, Vicario Generale

In forza della facoltà trasmessaci dal nostro Augusto Padre e Sovrano; Avendo col nostro atto de’ 6 del corrente proclamato pe’ nostri domini e promesso di giurare la Costituzione fatta nell'anno 1812 per il regno delle Spagne; Volendo adempire solennemente alla nostra promessa, e convocare nel più breve tempo possibile il parlamento nazionale del nostro regno, giusta la forma della citata Costituzione; Volendo che tutti gli atti preparatori alla (44) convocazione del parlamento sieno fatti da persone onorate della pubblica confidenza; Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo quanto segue:

Art. 1. È creata una giunta provvisoria di quindici persone, innanzi alla quale sarà prestato da noi e da tutti i principi della nostra famiglia, il giuramento alla nuova Costituzione della Monarchia. Questo giuramento sarà ripetuto innanzi al parlamento nazionale dopo la sua legittima convocazione.

Art. 2. La stessa giunta sarà da noi consultata per tutte le disposizioni del Governo., insino all’istallazione del parlamento nazionale, e queste saranno da noi date e pubblicate di accordo colla medesima.

Art. 3. Perché la scelta di coloro, che debbono, comporla, cada sopra le persone più meritevoli e capaci di corrispondere a5 voti nostri e della nazione, nominiamo il tenente generale D. Giuseppe Parisi, il cavaliere D. Melchiorre Delfico, il tenente generale D. Florestano Pepe, il barone D. Davide Winspeare ed il cavaliere D. Giacinto Martucci, acciocché riuniti in commessione ci presentino una lista di altre venti persone, dalle quali saranno da noi scelte dieci, che aggiunti a’ già nominati, formeranno la giunta incaricata delle funzioni di sopra espresse.

Art. 4. Il nostro ministro degli affari interni è incaricato della esecuzione del presente decreto,

Napoli, il dì, di Luglio 1820.

Firmato FRANCESCO

Vicario generale.

Il segretario di Stato ministro degli affari interni, Pel segretario di Stato ministro cancelliere assente, Il reggente della prima camera del supremo consiglio di cancelleria,

Giuseppe Zurlo

Principe di Cardito.

 

XXXI

Ringraziamento del generale Guglielmo Pepe a S. A. R.. il duca di Calabria, per la soddisfazione mostratagli in quanto alla buona direzione dell’armata costituzionale da esso comandata.

___

A sua altezza reato il Duca di Calabria vicario generale del Regno.

Essendosi V. A. degnata di esternar sentimenti di soddisfazione all’esercito di cui sono il comandante in capo, a nome di quello mi corre l'obbligo di ringraziarla di questa novella pruova della sua benevolenza. V. A. ha voluto dargli un pubblico attestato del suo contento per esser riuscita di disordini scevra la grande impresa del nostro fausto risorgimento. Ma invero non poteva essere altrimenti. Poiché lo stesso da ognuno desideravasi; la rettitudine del fine cui si tendea, rendeva i disturbi inescusabili, l’unanimità del voto li rendeva impossibili. Presso niun popolo la volontà nazionale si palesò in più breve tempo, ed in più positiva maniera. Dal momento in cui presi il comando dell’esercito, in soli quattro giorni si nutrono a quello quarantamila cittadini armati, molti dei quali eran proprietarj, moltissimi padri di famiglia, tutti devoti al bene comune. Essi volean seguirmi, bramosi di prender parte alla pubblica esultanza, e di mostrare al Monarca la loro gratitudine. Ventiduemila. fra loro, e più di centomila altri, che da Ogni punto del regno pari cagione spingea, cedendo alle mie insinuazioni, si son ritirati nel seno delle loro famiglie: ubbidienza rara, che palesa la purità delle loro intenzioni, e ci assicura nel tempo stesso della lor pronta riunione, ogni qual volta sari duopo sostenere i diritti del trono costituzionale. In tutto ciò sono stati egualmente mirabili la celerità degli avvenimenti, la disciplina delle truppe, la concordia di ciascuno. Senza stilla di sangue, luce di gloria siè sparsa stilla Nazione, e sul Soglio. Il giorno del desiderio, quello della inquietudine, quello della letizia sono stati simili riguardo alla tranquillità. Questi maravigliosi effetti mostrano, che degni eravamo di questa rigenerazione politica e tanto più l'eravamo, in quanto che in noi giammai non tacque il rispetto per il Monarca, e per la Real Dinastia. La voce de’ fervidi voti per la nostra indipendenza, non cuopriva quella dell’ossequio verso l'augusto Sovrano: ma a questa mescevasi, ed ambo unite formavano l’espressione del desio generale. Così le lodi, che V. A. si è compiaciuta di compartire all'esercito si estendono alla azione anzi ad essa propriamente appartengono.

Di V. A. R.

Il Generale in Capo

dell’esercito Costituzionale

Guglielmo Pepe

XXXII ()

Avella il 1 Luglio 1820.

Rapporto a de Concilj del primo concertato della rivolta

___

Sig. tenente colonnello.

Mi affretto parteciparvi che questa mattina il sotto-uffiziale del distaccamento qui stazionato del reggimento Borbone cavalleria, è venuto ben tre volte in mia casa, insistendomi che mi fossi con sollecitudine portato in Nola per un' affare che non ammetteva dilazione. Veggendo abbastanza da suoi detti di che mai si trattasse, non ho esitato un momento a recarmi colà. Mi sono abboccato col sotto-tenente Silvati, e col sergente maggiore Altomare, i quali mi hanno comunicato la risoluzione presa di muoversi col reggimento nella prossima notte in unione di parecchi paesani. I medesimi perciò mi hanno premurato a disporre i miei, e quanti più avessi potuto del circondario, per attendere la loro mossa, e la loro venuta alle cinque e mezzo della notte, e che frattanto mi fossi portato costà per recarne a voi l’avviso. Io non ho creduto di potermi muovere un solo momento da qui in questa circostanza, e credo anzi che la mia persona sia necessaria, vi scrivo perciò, e colla presente vi metto a giorno di tutto.

Io non solamente già ho disposto i miei paesani, ma insieme anche ho inviato il sergente dei militi Stefano Majetta a recarne l'avviso pel circondario, ed ho spedito un corriere in S. Maria per avvisarne i sig. Majetti, i quali essendo colà relegati per opinione, correranno certamente alla difesa della causa comune,, Voglio sperare che se voi secondate un tal movimento sarà tutto per riuscire felice, e che l'aurora di domani sarà quella della nostra rigenerazione politica. — Nicola Luciano.

XXXIII

Soddisfazione manifestata dal duca di Calabria per la buona condotta dell'armata costituzionale

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Francesco duca di Calabria Vicario Generale del Regno

All’armata condotta dal tenente generale PepeComandante in Capo.

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Il contegno, l’ordine, eia condotta che ha osservato l’armata in marcia, in stazione, e nella solenne entrata in questa fedelissima città sotto il comando del degno duce, che l’ha condotta, ci ha recata tale e tanta soddisfazione, che non abbiamo voluto ritardare a dargliene un pubblico attestato. Soldati! Quando la gloria e non l’interesse forma il fine di una intrapresa, quando la disciplina e la moderazione ne sono i compagni, i grandi oggetti si conseguiscono. Lode sia al degno duce che ha saputo tutto ciò condurre a lieto fine. Lode alla disciplinata e buona armata che 1q ha ubbidito con tanto successo.

Napoli io luglio 1820.

Francesco — Vicario Generale

XXXIV

Preghiera del generale Guglielma Pepe al duca d Calabria perché abolisca la carica di capitan generale

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S. E. il Signor tenente generale D. Guglielmo Pepe, generale in capo dell’esercito, ha diretto la lettera seguente a S. A. R. il Vicarie Generale.

Altezza Reale.

Il voto unanime dell'armata, il cui comando l’A. V. R. si è degnata affidarmi, e lo stesso bene del servizio esigendo che il grado di capitan generale sia abolito con decreto organico, rimanendo nella sola persona del capitan generale Danero, finch'egli viva; prego vivamente l’A. V. R. a prendere in esame questa mia rispettosa osservazione.

Iddio conservi V. A. R. per lunghi e felicissimi anni Napoli, io luglio 1820.

Il Generale in Capo,

Guglielmo Pepe.

XXXV

Risposta del duca di Calabria

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RISPOSTA DI S. A. R.

Napoli, li 12 luglio 1820.

Signor Generale in Capo, La proposizione, che mi avete sottomessa; è un1 evidente prova della moderazione che vi anima, e del nobile disinteresse eh1 è guida delle vostre azioni. Io mentre fo il dovuto conto di tali brillanti qualità, non manco di dichiararvi, che concorro nelle vostre idee, e credo utilissimo, pel bene generale, di abolirsi l’impiego di capitan generale.

In tal senso non mancherò fare quel che si conviene per mia parte sul conseguimento della sopradetta abolizione.

Francesco vicario generale.

A. S. E. il Tenente

Generale Pepe, generale

in Capo dell1armata.

XXXVI

Disposizioni del Duca di Calabria sul giuramento che S. M. diede in mano della giunta provvisoria, il giorno 13 luglio

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FERDINANDO I

Per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia Re del Regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme ec. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Noi Francesco Duca di Calabria Principe ereditario, Vicario Generale.

Sua Maestà il re nostro augusto padre e Sovrano, volendo adempire alla promessa fatta nella sua dichiarazione de'  7 del corrente mese, essendo seguita oggi la prima riunione della Giunta provvisoria, ha determinato di giurare domani la Costituzione già proclamata, prestando questo giuramento in mano della Giunta provvisoria su i Santi Vangeli, nell’oratorio privato della Maestà sua coll’assistenza del cappellano maggiore, presenti i mi si è compiaciuta di compartire all’esercito, si estendono alla Nazione. anzi ad essa propriamente appartengono.

Di V. A. R.

II Generale in Capo dell'esercito Costituzionale

Guglielmo Pepe

XXXII  ()

Avella il 1 Luglio 1820.

Rapporto a de Concilj del primo concertato della rivolta

___

Sig. tenente colonnello.

Mi affretto parteciparvi che questa mattina il sotto-ufiiziale del distaccamento qui stazionato del reggimento Borbone cavalleria, è venuto ben tré volte in mia casa, insistendomi che mi fossi con sollecitudine portato in Nola per un' affare che non ammetteva dilazione. Veggendo abbastanza da suoi detti di che mai si trattasse, non ho esitato un momento a recarmi colà. Mi sono abboccato col sotto-tenente Silvati, e col sergente maggiore Altomare, i quali mi hanno comunicato la risoluzione presa di muoversi col reggimento nella prossima notte in unione di parecchi paesani. I medesimi perciò mi hanno premurato a disporre i miei, e quanti più avessi potuto del circondario, per attendere la loro mossa, e la loro venuta alle cinque e mezzo della notte, e che frattanto mi fossi portato costà per recarne a voi l'avviso. Io non ho ministri, il generale in capo, ed i capi di corte. Questo atto solenne sarà nello stesso tempo adempito da noi, e dal nostro amatissimo fratello Principe di Salerno, nelle inani di sua Maestà.

Napoli, 12 luglio x8no.

Francesco Vicario generale.

Il Segretario di Stato

Ministro degli affari interni

Giuseppe Zurlo.

XXXVII

Programma per lo giuramento

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PROGRAMMA

Per lo giuramento alla Costituzione della Monarchia del regno delle due Sicilie, a' termini del Real decreto de'  v luglio corrente.

In conseguenza della sovrana dichiarazione de’ 7 luglio corrente, essendosi già istallata la Giunta provvisoria di governo, Sua Maestà ha risoluto di giurare la Costituzione nel giorno di domani 12 luglio alle ore undici di Spagna.

La giunta provvisoria ne sarà subito avvertita, e si riunirà nel locale delle sue ordinarie sedute, alle ore dieci di Spagna, ove attenderà l’avviso e la chiamata.

Quando sarà avvertita, si condurrà subito nel Reale appartamento, e sarà introdotta secondo l'etichetta di corte nella camera del re, ove è l'oratorio privato, che si troverà aperto e preparato.

Sua maestà avrà a dritta S. A. R. il duca di Calabria, principe ereditario e vicario generale del regno, ed a sinistra S. A. R. il principe di Salerno.

Dietro si situeranno i ministri, il generale in capo dell’armata costituzionale, ed i capi di corte. Il cappellano maggiore sarà vicino all'altare.

Sua Maestà, dopo aver ricevuto dal presidente e da tutti i membri della giunta gli omaggi secondo l'etichetta di corte, dichiarerà che intende mandare ad effetto la sua ferma risoluzione di giurare l'osservanza della costituzione. Quindi avvertirà la giunta di avvicinarsi all’altare, dirà al cappellano maggiore di presentarle i libri de’ santi Vangeli, e pronunzierà il tenore del giuramento prescritto nell’articolo 13 della costituzione di Spagna, ed ai termini della sovrana dichiarazione de'  7 luglio corrente.

Successivamente S. A. R. il duca di Calabria, principe ereditario, e vicario generale del regno, darà in mano del re il giuramento prescritto al principe di Asturies nell’articolo 212 della cennata costituzione, ed a’ termini della citata sovrana dichiarazione de'  7 luglio. Farà lo stesso S. A. R. il principe D. Leopoldo.

Giurerà successivamente il presidente della giunta nelle mani del re, colla formola contenuta nell’articolo 337 della costituzione, ed a' termini della detta sovrana dichiarazione de’ 7 luglio.

S. M. dichiarerà in seguito che autorizza S. A. R. il principe ereditario a ricevere gli altri giuramenti che avrebbero dovuto successivamente darsi nelle sue mani. S. A. R. li riceverà nel giorno seguente.

Al momento del giuramento di S. M. si farà una salva di artiglieria. Quel giorno si anderà in gala. La sera vi sarà illuminazione per la città, e nel Real teatro di S. Carlo, dove si daranno i palchi, ed i biglietti franchi.

Napoli, 12 luglio 1820.

XXXVIII

Avellino li 7 luglio 1820.

La rappresentanza del popolo della provinciadi Principato Ultra

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Al cittadino Morelli comandante dello squadronesacro dell'armata costituzionale

Cittadino.

Il popolo irpino riconoscente al segnale che li daste della rigenerazione politica della nazione, ha creduto di darvene un' attestato colla qui annessa medaglia. Essa non indica il lusso, ma il dono di un cuore grato. Accettatela perché dimostrerà l’attaccamento che il popolo stesso vi dee finché avrà esistenza.

Vi salutiamo con tutta stima e considerazione

Rappresentanti

Firmati Sebastiano Preziosi pel distretto di Avellino Felice di Florio pel distretto di Ariano Giuseppe Jorio pel distrette di S. Angelo Lombardi

Gaetano Ricciardelli Segretario

XXXIX

Avellino li 7 luglio 1820.

La rappresentanza del popolo della provinciadi Principato Ultra

___

Al cittadino Sii vati sotto-tenente dello squadronesacro dell'armata costituzionale.

Cittadino.

Il popolo irpino riconoscente al segnale che li daste della regenerazione politica della nazione, ha creduto di darvene un' attestato colla qui annessa medaglia. Essa non indica il lusso, ma il dono di un cuore grato. Accettatela perché dimostrerà l'attaccamento che il popolo stesso vi dee finché avrà esistenza.

Vi salutiamo con tutta stima e considerazione.

Rappresentanti

Firmati Sebastiano preziosi pel distretto di Avellino, Felice di Florio pel distretto di Ariano. Giuseppe Jorio pel distretto di S. Angelo de Lombardi Gaetano Ricciardelli Segretario.

XL

Avellino li 7 luglio 1820.

La rappresentanza del popolo della provinciadi Principato Ultra

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Al sig. de Concilj Lorenzo comandante in capodel popolo irpino.

Cittadino rispettabile

Il popolo di questa provincia riconoscente al segnale che li daste della rigenerazione della nazione, ha creduto di darvene un’attestato colla qui acclusa medaglia. Essa non indica il lusso, ma il dono di un cuore grato. Accettatela perché dimostarà l’attaccamento che il popolo stesso vi dee finché avrà esistenza.

Abbiamo il bene di salutarvi con alta stima e considerazione.

I Rappresentanti

Firmati Sebastiano preziosi pel distretto di Avellino.

Felice de Florio pel distretto di Ariano.

Giuseppe de Jorio pel distretto di S. Angela Lombardi.

Gaetano Ricciardelli Segretario.

XLI

Stato nominativo degl’Individui del reggimento Borbone cavalleria che seguirono Morelli.

Michele Morelli tenente. Giuseppe Situati tenente. Giuseppe De Scisciolo ajutante. Giovanni Battista Casoria foriere maggiore. Michele Nappa trombetta. Emmanuele Zapi primo Sergente. Saverio Altomare. Damico De Giacomo. Saverio Cavallo. Vincenzo Escobedo sergenti. Luigi risconti Pietro Musone. Giuseppe Bosco Luigi Pistone. Raffaele Quadrinì. Rosario Saniamo. Pasquale Martino. Pasquale Sala. Francesco. Pisolo Giusti. Giorgio Rosse Pellegrino la Brusca. Felice Bonetti. Giovanni Battista Fiorentino. Carmine Staffetta foriere. Giovanni Scariola. Domedico Montagna caporali. Michele Guarino 1. Giuseppe Guarino a. Agostino Sperandeo Michele CiUberti Felice Romano Vincenzo Romei Agostino Silvestri Filippe del Grego. Carlo De Cicco Michele Gosparro. Gaetano Bivone. Giovanni Rubino. Giuseppe Penza. Nicola Giugno. Oronzo Cordenuto. Vincenzo Peperino. Antonio Spadaro. Giovanni Lombardi. Giovanni Ieronirno. Giovanni Carpentieri Angelo Valentino. Carmine Muscelli. Sabato Dorsi. Aniello Spinelli trombetta. Antonio Farina. Antonio Albora. Gioacchino Afatino Raffaele Galante. Ferdinando di Alessandro. Matteo Faina. Mareo Patrone. Ferdinando Montefusco. Angelo Spina. Antonio de Majo. Fincenzo '. Liguore. Nicola Pipino. Nicola Grimaldi. Gennaro Toccò. Raffaele Martino. Giuseppe Schirò. Raffaele Diggià. Michele Picino. Angelo Tulimieri. Pietro Fortunato. Raffaele Guarni. Antonio Listorti. Luigi Canese. Bruno Morsico. Antonio Ferrante. Finunzo Natale. Nicola Natrelli. Vincenzo Salì ucci. Raffaele Pellegrino. Nicola Caffo ra. Martino Àlbdstro. Giuseppe Fersace. Michele de Reso. Filippo Garzilìo. Domenico Monaco. Carmine Martelli. Michele Mazzei. Antonio dell'Olio. Dònato Agnelli. Antonio Romei Mithelapgelo Pappalardo. Michele Lombardi. Giuseppe Nisivoccia. Giacomo Coccia. Carmine Nardelli Domenico d'Apuzzi. Francesco Madonna. Giuseppe le Donne. Pietro Pettine.

XLII

Principi Cavalleria

Sfato nominatilo dei Signori Uffiziali del Reggimento suddetto partiti pet Avellino il giorno 5 luglio 1820.

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Ermenegilda Piccioli capitano. Giovanni Pine de graduata maggiore. Gaetano Villani. Ferdinando de la Fega. Filippo Pierrar. Gaetana Graziani graduati maggiori. Atlante Canudo Tenente graduato capitano. Gaetano Abignenti. Adjutorio. Casaburì. Antonio Speranza Giuseppe Tufani. tenenti graduati da capitani. Raffaele de Biasio Sotto tenente. Giuseppe d'Alleva. Luigi Gironda. Francesco delle Noci. Francesco Franco. Serafino d'A uria. Raffaele Baslice. Ignazio Martucci. Giacinto Colombo. Giuseppe Conudo sotto tenenti. Pasquale Pirocchi Chirurgo Maggiore

XLIII

Stato nominativi degli Uffiziali, e sotto Uffiziali de’ corpi che facevan parte della guarnigione di Avellino, i quali si sono cooperati, e distinti nel cambiamento della monarchia del regno

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Giuliani maggiore. Bartolomeo Paolella capitano Gregorio Pristipino Capitano. Nicola Giannattasio. Carlo Cirillo capitano aj a tante di campo. Gennaro Falanga sotto tenente. Monaco tenente. Neri sotto tenen. Angelo Colangelo tenente. Politi sergente Festa Brigadiere. Farese tenente. Arigrine sotto tenente Spinosa. Domenico Natale capitano riformato Cataneo Gendarme. Delti Franci tenente Fresenga Ignazio Cataneo tenente ajutantc di campo. Pascquale Pepe tenente. Antonio Tata tenente quartier mastro Carmine Taccheo sotto tenente. Giuseppe Scappaticci 3, Chirurgo. Giuseppe Masodino Ajutante sotto Uffiziale Gaetano Pispolo. Giuseppe Pahniggiene sergente maggiore. Giuseppe Lucarelli. Francesco Codispota. Nicola' Perno sergente. Michele Zoccoli Nicola Cipollone. Ra. faele Berriello Giuseppe MaroccoGiuvqui De Mafi caporale. Francesco Speziale

XLIV

Stato nominativo degl'individui del reggimento di Milizie di Principato Ultra che si sono cooperati,, o distinti nel cambiamento politico della monarchia del regno

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Nicola Pionati Modestiuo. Preziosi. Raffaele Antisom. Sebastiano Preziosi. Alfonso Belli. Gaetano Lenti. Filippo Sannucci. Francesco Gallo. Filippo de Concilj. Gaetano Linquiti. Francesco Campanile. JUatteo de Concilj. Francesco Imbimbo. Rubino Lan-r zillo. Stefano Preziosi. Francesco Pionati. Domenico Capuano. Nicola Premonte. Gesuè Premonte. Raffaele Guarini. Raffaele Bastano. Gesuè Borrello. Antonio Capobianco. Salvatore Barbatisi Domenico di Florio. Amato Abrina. Antonio Nappi. Gaetano Fezzo. Giuseppe Buono. Pasquale Rotondo. Francesco Pasecucci. Gaetano Carrara. Emanuele Tassi. Gaetano Nardi. Salvatore Sassanna. Michelangelo Cirillo. Marcantonio Sciarrillo. Giacomo Nisso. Nicola Clomonte. Casimiro Celli. Agostino Gerard!. Giuseppe Jorio. Raffaele Giannattasio. Pietro Pannelli. Francesco Pietrolongo. Emetico Tedeschi. Nicola Lisuoni. Michele Giordano. Raffaele del Caro. Tommaso Carpentiere. Felice de Concilj. Luigi Pelesi.

dosi. Salvatore Papa. Giovanni ‘Buono Vito Pelosi. Tommaso Perillo. Angelantonio Catiti. Michele Ponaro. Deofabo Bisagni. Basilio Miletti. Domenico Pescio. Biase Ticcio. Carmine Miele. Giacchino Ma dellis. Francesco Miele. Antonio Tagò. Michele Sarzillo. Giuseppe Galasso sergente. Giovanni Vendet. Ciò vanni Accuman. Raffaele Pelosi. Marcantonio del Gaudio. Gaetano Ricciardelli. Raffaele Bruno Angelo de Fo. Michele MontuorL. Gaetano Pirone Giacomo Moscato Daniele. Doria. Molestino della Bruna. Serafino Grillo. Arcangelo Jandolo. Matteo Cella. Pietro Corsaro. Francesco Orlandelli. Gaetano Cappuccio. Pasquale Antonio Alvini. Giovanni de Pietro. Gabriele Leone. Tito Magli. Luigi Tossi Agostino Balgi.

XLV

Stato nominativo degl'individui di Avellino che si sono cooperati, e distinti nel cambiamento politico del nostro regno

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Luigi Siniscalchi Giudice. Giuseppe Cappuccio canonico. Giuseppe Imbimbo. Molestino Bianco. Saverio de Cristofaro. Gaetano Siniscalci. Serafino Pionati. Salvatore Romano. Francesco Saverio Acciette. Raffaele de Angelo. Giuseppe Friosiello di Proto. Saverio Gandolo. Giovanni Accomando. Carmine Mele. Luigi Ranucci Molestino S. Angelo. Pepere. Crescenzo de'  Tulis. Giambattista Leguori. Eminegildo de Feo. Laudati di Forino. IL Tea. Rossi Saverio CozMario Belli. Bartolomeo Testa. Modestino della Branca. Raffaele Santangelo. Piacenza Miroballo. Paolo Janeelli. Raffaele de Caro. Pietro Perrotti. Ten. Pietro Longo. Aniello Jacusio. Luca Barra. Piacenza de Cristofaro. Giuseppe Pitale. Marcello Barbaro. Stefano. Preziosi. Giuseppe Galasse. Ignazio Paiano. Carmine Mazzei. Gaetano Pirone. Francesco Moscati. Gaetano Mescati. Domenico Pepe. Pietro. Nazuvai. Gio. Battista Nicoletta. Nicola Angiolo Laudati. Giuseppe Criscuoli. Raffaele Guadagno.




Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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