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UN’OPERA DI CARLO CATINELLI. CHI ERA COSTUI? di Zenone di Elea

Pubblichiamo questo lavoro del Catinelli del 1830 per darvi una idea della erudizione del ersonaggio e di quanto abbia egli fatto per la propria città.

L'ARCHEOGRAFO TRIESTINO

SULLA IDENTITÀ DELL’ANTICO COLL’ODIERNO TIMAVO

MEMORIA DI CARLO CATINELLI DA GORIZ.

COLONNELLO PENSIONATO DI S. M. BRITANNICA

1830

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SULLA IDENTITA'  DELL’ANTICO COLL’ODIERNO TIMAVO

MEMORIA LETTA LI VI MARZO MDCCCXXVIII INNANZI L’I.R. SOCIETÀ AGRARIA DI GORIZIA

DAL SOCIO E DEPUTATO CARLO CATINELLI

COL. (0) PENS.° DI S. M. BRITANNICO

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L’argomento, che desidero sottoporre quest’oggi ai riflessi ed al giudizio di questa inclita Società, se anche estraneo allo scopo, che ci è principalmente prefisso, risguarda un oggetto troppo interessante pel mondo letterario, ed è a noi troppo vicino, onde, non occupandosene, non incorrere la taccia, di non amare le cose nostre, o quella più grave ancora, di non valutarle e di non conoscerle. E perciò mi Dii fò coraggio di quivi parlarne.

Il soggetto del mio discorso sarà il Timavo, e mi vi affaticherò di provare, che niente negli antichi autori ci autorizza a supporre al Timavo dei loro giorni, senonché nei momenti di strepitose ed insolitissime piene, una maggior portata che si è quella del Timavo d'oggidì; come altresì; che la sorgente dì quello non è da cercarsi Che nella sorgente di questo.

L’antico Timavo trovasi, come ognuno sa frequentemente menzionato nei Classici Greci e Latini. E fra questi ultimi Virgilio lo descrive non tanto come un fiume quanto come un mare, che prorompe da un monte; descrizione che evidentemente non si accorda con lo stato del Timavo di oggidì, giacché questo è bensì lungi dal non esser; «che un fiumicello, ed un rivulo ignobile da guadarsi; volendolo, a piedi, come un per altro dottissimo comentatore del sommo poeta che ha detto (1). ma pur sovente inferiore fino ad una Brenta in istato come si suol dire, di magra (2). E così pensando, che un fume sì celebre e del quale Virgilio fa uria tale pittura; non potesse non essere uh fiume riguardevolissimo; e se non pari in portata al Po, almeno pari alla Piave; e finanche all’Adice, si è i maginato, ora che l’antico Timavo sia, in seguito a qualche grande revoluzione accaduta alla superficie del nostro paese, e nell’interno dei nostri monti disparso, e più non esista; ora che parecchi dei suoi principali sotterranei influenti abbiano, coll’andar dei secoli, cangiato cammino; ora che egli si fosse u tutt’altro fiume, che il nostro Timavo. A me all’opposto pare; che ciò che si è detto dagli antichi riguardo al Timavo, e finanche quanto ne ha detto Virgilio, può esser vero, o può spiegarsi; senza dover supporre il Timavo antico più riguardevole del presente; e che in verun caso si possa, senza porre in non cale tutto ciò che di esso nei Classici si legge, cercarlo altrove che nel nostro Tornavo.

E che il Timavo dovesse la sua celebrità non ad una smisurata mole di acqua, ma ad altre circostanze è un fatto, che può provarsi, senza grande fatica; È noto quanto interesse l’antichità per le avventure degli Argonauti mostrasse. Il Timavo non manca di figurarvi come scena. Vary erano i racconti sulla strada presa da quegli eroi per involarsi ai Colchi, che inseguivanli, e frattanto che alcuni autori contentavasi di far loro ripassare il Bosforo, altri li diressero su pel Tansi all’Oceano, e per esso e pello stretto che disgiunge l’Europa dall’Africa, nel Mediterraneo; ed ancora altri fece loro rimontare per un lungo spazio il Danubio, e discendere per una sua diramazione attraverso l’Istria rimpetto al Po nell'Adriatico (3). Comecché però questa diramazione del Danubio era pegli abitanti dell’Istria, e delle contrade vicine una favola troppo patentemente assurda, così vi sj rinunciò, e si disse; che gli Argonauti dal Danubio passassero nella Sava, e da questa in altro fiume navigabile, e cosi arrivassero non lungi da Emona a piede delle Alpi e che vallicate queste, coi pezzi della loro nave, che per poterla trasportare avean disfatta, al mare si portassero, ed ivi dopo aver riattata questa, imbarcatisi di nuovo, alle fo» ci del Pò si dirigessero Non si si accorda, ciò è vero, sul fiume e sul porto ove gli Argonauti si disposero a passare l'Adriatico. Plinio il vecchio li fa giungere dalle Alpi ad un fiume delle vicinanze di Trieste, aggiungendovi per altro, che non si sapeva a quale dei fiumi vicini a quella ritta tal aorte toccasse (4). I Colchi, che certamente tennero lo stesso cammino, che gli Argonauti, sarebbesi, e giudicar da quanto si legge in Strabone, portati al porto sul quale poi fabbricarono Pola (5). Ma Trogo Pompeo fa arrivar quest’istessi Colchi invece nei contorni d Aquileja (6). In ogni caso tanto è certo, che gli Aquilejesi al Timavo l’onore di aver servito di porto agli Argonauti assegnavano, e che di ciò, essendo che quel fiume all'agro aquilejese apparteneva, altamente gloriavansi.

Et tu Ledaeo felix Aquileja Timavo,

Hic ubi septenas Cyllarus hausit aquas (7).

È ci racconta poi Strabone, che vi avevano due diverse opinioni sulla provenienza degli antichi Veneti; che gli uni li derivavano da una colonia di quei Gallo-Veneti, che abitavano in riva all’Oceano: ma che altri li facevano provenire da certi Veneti Paflagoni, condotti da Antenore, allorché questi scappò all’eccidio di Troja (8). Della qual seconda opinione erasi anche Tito Livio, Veneto lui stesso, e perfettamente nel caso di aver su di ciò delle esatte informazioni; il quale però aggiunge: che Antenore per discendere in Italia, e per prendervi piede, dovette cacciare a se d’innanzi gli Euganei, popolo il quale — il paese in capo all’Adriatico, a piedi delle Alpi ed attorno al golfo nel quale sbocca il Timavo, occupava (9). Antenore guerreggiò adunque nelle vicinanze del Timavo, e questo fiume richiamava così ai Veneti non solo l’epoca dei loro tempi eroici, ma anche dei fatti, che ad essi una comune origine co’ Romani assegnavano; ciò. che per delle ragioni ovvie un popolo soggetto non poteva non fare ogni sforzo di far valere, rimpetto ad un popolo dominante.

Ei si è d altronde notorio, che presso i Romani ogni fonte era sacro a qualche divinità, a qualche genio, a qualche ninfa o najade (10). Plinio il giovine, ci dice del Clitunno, fiume al nostro Timavo somigliantissime, che non solo egli avea il suo tempio, ma che dei tempietti e dei sacrarj eransi eretti anche a parecchie delle sue principali scaturigini; che lungo le ombrose sue rive, vedevansi delle ville fabbricatevi in conseguenza dell’amenità del fiume; e che grande diletto porgevano le tante inscrizioni che ogni parete ed ogni colonna vi si coprivano, e che vi si erano poste in onore del nome del luogo (11). Non era certamente diverso il caso del Timavo. Avrà avuto il suo tempio anch’egli, e avrà avuto il suo sacrario più di una delle sue fonti, e ciò indipendentemente dal tempio, che senz’altro vi aveva Diomede, personaggio eroico, al quale i Veneti ogni anno un cavallo bianco immolavano. E vi aveva altresì una in violabile selva (12). Né v’ha dubbio che in essa si saran, da forestieri, che dalle vicine terme a passeggio e diporto vi si portavan inalzate innumerevoli are votive al Timavo, ed a oltre divinità, ed in particolare alla Speranza Augusta, che, per quanto pare, dagli Aquilejesi in un modo assai distinto venerevasi (13). Non ere adunque certamente privo il Timavo di quelle delizie, che sono le più calcolate a beare una mente riflessiva ed un cuore ben fatto,E meritava il Timavo in sommo grado l’attenzione anche del naturalista, già perché, contro quanto ordinaria, mente si vede, anche nei fiumi più considerevoli e grandi, che al loro principio tutti tenui sono e di pochissimo copto, ea ia. pachi passi dalla sua origine un fiume già fatto, ed un fiume navigabile, e come io stesso Plinio disse del suo poco fa menzionato Clitunno font adhuc et jam amplissimum flumen atque etiam naviwn patiens. Effettivamente Vitruvio parlando delle più ubertose sorgenti, che gli erano note, non manca di porre quella del Timavo accanto non solo a quella del Pò e del Tevere, ma finanche del Gange e dell’Indo, del Tigri e dell’Eufrate; e ciò non già perché ei credesse il Timavo un fiume come son questi, ma perché trattandosi di sorgenti (capita fluminis ) il Timavo non ce deva in nulla, per ubertà di acque, alle più ricche, che fossero conosciute (14). Ed ei interessava pur anche perché un fiume sotterraneo, che per un lungo, spazio agli occhi dei mortali ìnvolavasi (15). fenomeno, che da Plinio il vecchio fra i più insoliti, che le acque i fonti ed i fiumi presentano si annovera (16). Ne è da tacersi, che ai tempi di Polibio crede vasi, con fondamento o senza non fa quivi differenza veruna, che spi delle sue fonti dassero un’acqua salmastra (17). Riflettasi finalmente che vi avean non lungi dal Timavo le Terme che ora chiamami i Bagni di-Monfalcone, le quali in quei tempi per la loro virtù un grande nome godevansi, da lontani luoghi visitavano, e che anch’esse meravigliose, perché col mare ai alzavano, e ai abbassavano, apparivano (18). .

Il Timavo adunque era per gli amichi un complesso di oggetti, e di rapporti interessantissimi, e ciò indipendentemente dalla quantità di acqua, che esso nel mare scaricava. Egli ed i suoi contorni con delle idee mitologioo-religiose, e misteriose ed isteriche congiungevasi. Ei doveva con grande frequenza visitarsi, né ei vedevasi e consideravasi nelle circostanze, come ei vedesi e si considera dai viaggiatori moderni, che vi si portano con una mente preoccupata, e che non vi trovano che il nudo scheletro dell antico Timavo, e dei siti privi di ogni ornamento e orridamente squallidi, ma col cuor caldo di varj e grandi interessi, ed in mezzo ad un scenario, che la natura e 1 arte a gara abbellivano. E perciò imaginaria affatto diremo la necessità, per spiegarne la celebrità di fare dell’antico Timavo un fiume di tanto, anzi tante volte più grande ohe il presente Timavo.

Passo ai versi di Virgilio, Questo poeta fa più volte menzione del Timavo: ed in primo luogo nelle Egloghe, ove dice.

Tu mihi seu magni jam superai saxa Timavi

Site oram Illirici legis aequoris; en erit unquam

Ille dies, mihi quum liceat tua dicere fatta? (19).

e poi nelle Georgiche ove si legge.

..............aertas Alpes, et norica si quis

Castella in tumulis, et Japidis arva Timavi

Nunc quoque post tanto videat: (20)

ed in terzo luogo nell’Eneide, ove si fa dire a Venere.

Antenor potuit, mediis elapsus Achivis

Illyricos penetrare sinus, atque intima tutus

Regna Liburnorum, et fontem superare Timavi.

Unde per ora novena, vasto cum murmure monti.

It mare proruptum, et pelago premit arva sonanti.

Hic tamen ille urbem Patavi, sedesque locavit

Teucrorum, et genti nomen dedit, armaqus fixit

Troja; nunc placida compostus pace quiescit.

Nat tua progtniet................ etc.(21)..

Virgilio adunque parla nelle egloghe d’un grande Timavo magni Timavi. E può benissimo essere, che il Poeta prendesse quivi l'epiteto magnus in un senso assoluto, e non già relativamente ad un piccolo Timavo Timavus parvus. Ma rendasi assai più probabile, che così come il Reno di Bologna dagli Antichi, per distinguerlo dal Reno di Germania Rhenus parvvs chiamavasi.

Ocni prisca domus, parvique Bononia Rheni (22)

e così come vi avean due Medoaci, e due Tiramenti, un minore ed un maggiore, il fiumicello che probabilmente anche allora proveniva, come proviene ancora dal presente lago di Pietra rossa, il nome di Timavus parvus portasse, e ciò a distinzione del Timavus magnus vale a dire del fiume, che sboccava, come sbocca ancora dal monte, ove ora avvi la chiesa dì San Giovanni di Duino. E ciò è tanto più da credersi, che in Tito Livio vi ha un lacus Timavo(23) ed in Glaudiano vi hanno certi stagni del Timavo stagna Timavi (24). dimodoché ei si è evidente, che la parola Timavo era un nome, generico per tutte le acque di quei contorni, e che per differenziar una dall'altra, ricorrevasi a degli epiteti, e a dei nomi che a ciò servissero.

Parlerò più tardi del Japidis arva Timavi che leggesi nelle Georgiche, giacché ei non ha niente che fare colla questione che ora si occupa, e senza ulterior dilazione mi metto a considerar ciò che del Timavo ci si dice nell’Eneide. Ed avverto prima di tutto, che si è non tanto Virgilio, quanto, come già si è detto, Venere, e ciò in un suo discorso patetico (25). e pieno di donnesco artifizio a Giove, che così descrive il Timavo; e che Venere né poteva, né doveva parlarvi il. freddo ed esatto linguaggio d’ un geografo, quando si trattava di salvar un suo figlio contro le insidie di una dea qual si era Giunone. Osserverò inoltre: che l’argomento tirato da' suddetti versi per supporre all’antico Trinavo una grandissima portata di acqua, si riduce immediatamente a nulla, se si addotta riguardo all’It mare proruptum l'interpretazione che ne dà il valentissimo editore delle Cominiane, il Volpi, che Io crede equivalente all’lt ad prorumpendum mare. È vero che questa interpretazione min ha punto piacciuto al Burmanno (26). ma pure ei si è dessa che il Voss ha nella sua traduzione di Virgilio preferita ad ogni altra.

Könnte ja doch Antenor dem Schwärme der Archiver entronnen Tief zur illyrischen Buch und dem innersten Reich der Liburner Eingehn ohne Gefahr, und umlenken den Quell des Timavus Wo er mjt dwnpfen Getose des Bergs neue Schlünden entrollend Geht zu brechen das Meer, und den Schwallan dìe Felder empor braust.

E succede poi lo stesso, se è vera l’asserzione di Servio, che Virgilio chiama il Timavo mare in conseguenza d’una notizia tirata da Varrone: che il Timavo dagli Indigeni mare denominatasi, Amat poeta così quell’antico cementatore rein historice carmini suo conjungere. Varro enim dicit hunc ftuvium ab incolis mare nominari (27). I versi di Virgilio sul Timavo non deriverebbero in tal guisa, che da un arbitraria interpretazione del come, che quel fiume nel linguaggio de gli indigeni aveasi (28). dunque da una licenza poetica, che sarebbe tanto meno da scusarsi, che la notizia attribuita a Varrone non è che una scorretta e mutilata lezione di ciò che sul Timavo come già in parte si è altrove accennato, leggevasi in Polibio cioè: che sei delle sue sorgenti davan un acqua salmastra, e che perciò (adunque non già perché ei fosse un fiume di Una immensa portata) gli indigeni la fonte e madre del mare chimavanlo. Polybius contra affirmat omnes (septem fluviali aquas fontes) uno excepto, essa salsos, et propterea incolas hunc locum fontem matremque maris appellare (29). Cosicché cotesta interpretazione ben più che arbitraria, falsa, ed in contradizione a nozioni positive e conosciute sarebbe. Ma ciò non è né nel modo né nel genere di Virgilio, ed è perciò più che probabile che Servio quivi non abbia colto nel vero (30).

Il fatto sta, che i canali dei fiumi sotterranei rendonsi da massi, che vi cadono entro, non di rado, anche oggidì inoperosi. Questo disordine era però in altri tempi di molto più frequente. Tai fiumi arrestavansi, riempivano le cavità dei monti, ed allagavan il paese superiormente ai siti, ove inabissavansi, "finché l'immenso peso della colonna d'acqua o rimoveva l'ostacolo, o s apriva qualche nuovo varco, ora squarciando le volte dei canali, ora gettandosi sull’uno o sull’altro fianco e traforando il monte. Avvenimenti che trovansi in più autori dell’antichità registrati (31) ed a quali allude anche Virgilio ove dice: .
Infandum! sistunt annes terraeque dehiscunt (32). .

E non v’ha dubbio che parecchi dei diluvj accaduti in Grecia ed altrove non si dovettero che a degli scarichi di laghi sotterranei. Donde deriva Ovidio le acque del suo diluvio di Deucalione, se non da raccolte di acqua prodottesi dall’arresto dei fiumi sotterranei nelle viscere dei monti.

Ipse tridente suo terram percussit: at illa

Intremuit, motuque sinus patefecit aquarum.

Expatiata ruunt per apertos lumina campos (33).

Non è raro di vedere dei torrentelli scorrere in alvei, che le loro acque noti avrebbero mai saputo scavare, e vedendoli, si dice, e si è da gran tempo detto, che quei torrentelli dovessero aver avuto un dì una portata oltre ogni confronto maggiore. Ma la Cosa è tutt’altra, quegli alvei per lo più dovendosi a degli scarichi di laghi (34).

Ritorniamo al Timavo. Questi va ancora soggetto a delle escrescenze, e a degli intorbidamenti, senza che vi preceda veruna pioggia. Sifatti fenomeni non devonsi ad altro che a dei laghetti, i quali nell’interno dei monti, che esso,ed i suoi influenti sotterranei traversano, si formano, e poi si scaricano. E non sono molti anni che la Recca, della quale vuoisi che fornisce, come dirò più tardi una parte delle acque del Timavo, si trovò chiuso il passo, s arrestò, e per un lungo tratto la valle che essa pria di entrare nella grotta di San Cangiano percorre, allagò. Ei si è più che probabile, che in altri tempi, ed innanzi, che i materiali disposti a cadere nei canali, e ad otturarli, fossero, come ciò non può non succeder, coll andar del tempo in parte consumati, il Timavo molto più di spesso, i; tal guisa, entro ai monti del Carso, e la Recca superiormente al sito, ove essa sotto terra si asconde, dei laghi formasse, e che delle spaventevoli fiumane dal loro subitaneo scarico ne provenissero (35).

E tanto è indubitato, che Virgilio non descrive un fiume in istato di acque ordinarie, ma in istato di una traboccante piena, che inonda le vicine coltivate campagne premit arva, e non è un fiume che sorte dal monte, ma una grande raccolta di acqua stagnante, un lago, e per modo di dire un mare pensile, che vi si è prodotto, e che a' suoi emissarj una tremenda velocità impartisce, l’idea è in fondo la stessa in Virgilio ed in Ovidio» L immagine che esprime quel It mare è quella d’ un acqua immobile, che si mette in movimento (36). Né manca Servio stesso, ancorché attraversa folte tenebre, di farci travedere il senso ohe sotto a quelle parole s’asconde, dicendoci s Proruptum: id est effusum, flvens. Et melius est proruptum quam proruptum legere: Bene autem definivit quid est largus fons? Solutum mare. Imperciocché, o questo contento non ha senso, o ei vuol dire, che l’emissario di un gran lago, non è se non che un lago che si è sciolto.

La pittura del Timavo, che Virgilio fa fare a Venere proviene adunque da litio studio fatto su d’uno scarico di qualche lago prodottosi nelle viscere dei monti che traversi il Timavo, dunque da uno studio fatto sul vero, e se anche su d’un vero accidentale, pur sul vero. Né certamente si dirà: che Venere doveva palesate a Giove la circostanza, che il Timavo non era tale, che in tempo di una piena straordinaria, che una tale pretesa sarebbe la cosa più assurda del mondo. Dovrò più tardi riprendere in mano i versi di Virgilio, e frattanto conchiudo, e dico; che non vi ba più di necessità, di supporre all’antico Timavo una Costante riguardevole portata di acqua io conseguenza di quanto ne ha detto Virgilio, che ve ne ha in conseguenza della celebrità, che quel fiume presso gli antichi godevasi.

Rimossi gli ostacoli che 1 addito alla verità ci impedivano, darò in primo luogo un’idea del Timavo d’ oggidì, e poi esamineremo, fino a che segno la sua identità col Timavo antico si comprovi, o si neghi da ciò che di questo, della sua geografica e corografica posizione, e delle sue diverse particolarità negli autori, che ne hanno scritto, si legge.

Il nostro Timavo, così almeno si dice, riceve in gran parte le sue acque dalla Recca, fiumicello, Che ha il suo principio non lungi da Lippa, villaggio posto ove si dirama la strada, che da Fiume porta a Adelsberg e a Trieste; e questo fiumicello, che durante le prolungate o dirotte pioggie, e in seguito a degli accelerati disgeli non poco si gonfia, s insinua e penetra nei monti del Carso per la grotta di San Galiziano posta a Levante di Trieste, e distante da esso dieci, a poi dalla fonte del Timavo diciannove miglia italiane da sessanta al grado, le quali diciannove miglia italiane equivalgono a ventitré miglia romane antiche, o a cento ottantaquattro stadj greci. Ed è la Recca, ove essa entra nella grotta, secondo quanto ne disse in uno dei suoi numeri il foglio Triestino, centoventiuna tesa sopra il livello del mare (37). Che poi il Timavo non sia che la Recca, però ingrossata dagli scoli di parecchie vallicelle chiuse, e cosidette caldaje, del paese, sotto al quale la si incammina è un'opinione tradizionale antichissima, e per se stessa più che probabile, ma che secondo il Bianchini nel suo opuscolo sul Timavo, sarebbe stata altresì comprovata alla fine del secolo decimosesto, o al principio del secolo passato anche mediante esperimenti appositamente intrapresi per accertarla, dal padre Imperati, religioso servita, che un tempo dimorò nel castello di Duino (38). E però vero che ripresi alcuni anni fa gli stessi esperimenti, non se n'ebbe il risultato, che se ne sperava, e che i galleggianti, che vi a’ impiegarono, e che colla Recca s’inabissarono nella grotta di S. Galiziano non mai nel Timavo ricomparvero. Ma' che l'arresto di essi nulla provi contro l'accennata opinione, né contro gli esperimenti del padre Imperati è facile a capirsi, giacche per arrestarveli basterebbe che una frana rovesciatasi sulla Rocca entro alle caverne che essa percorre, vi cagionasse un lago, donde l'acqua non potesse sortire altrimenti che pel fondo. In ogni modo, e che che sia dell’identità del Timavo e della Recca, la soluzione del propostomi quesito non ne dipende né poco né troppo, e, a me basta che l'opinione comune e tradizionale l’ammetta.

E così poco altresì importa se il numero delle fonti sia di sette di otto o di nove. Il numero delle fonti varia secondo la maggior o minor affluenza delle acque sotterranee, e secondosforzo che fanno per sortirne; ed è diverso anche secondosenso che si vuole alla parola fonte assegnare. Fonti dalle quali l'acqua sorta già formata in una corrente o canale non. ve ne hanno che due e tutt’al più tre; ma fessure donde l’acqua sorte in tenui vene, vi sono molte; e poi vi hanno inoltre parecchie bucche donde l'acqua scaturisce e rimonta all'alto attraverso un allagamento, e ciò in polle assomigliando il. processo ad una spezie di eruttazione, e producendovisi come una ebollizione. Tre poi sono i rami nei quali tutte il Timavo subito uscito dal monte si raduna. Il più settentrionale sorte accanto la strada che da Monfalcone conduce a Trieste e rimpetto alla chiesa di S. Giovanni di Duino (39). da un antro, ed è sì abbondante che basta quasi solo a metter in moto le mole d’un considerevole molino Il ramo di mezzo è molto meno abbondante, e si alimenta da parecchie vene. Fra questo ramo ed il terzo ed ultimo vi ha una bucca assai spaziosa, ma che molti e molti anni non ha dato acqua. Viene poi di nuovo un antro vistoso donde sorte un fiumicello già fatto e più grosso ancora che non si è il ramo di San Giovanni, e questo terzo ramo riceve inoltre una gran copia di acqua da tre bucche sottacquee. Ed anche quivi una bucca, sottacquea anch’essa, avrebbe, per quanto ne fui assicurato, cessato da gran tempo di dar dell'acqua. Fra antri e bucche tuttora in attività e che si vedono non Se ne contano ora che cinque, il ramo di mezzo deriva le sue acque da due e sovente anche da tre scaturigini, e così eccoci al numero di sètte o otto, e contando le due bocche divenute inoperose eccoci al numero di otto o di nove fonti. Il ramo meridionale serve anch’esso ad un riguardevole molino come quello di San Giovanni. Tutti tre poi i rami si riuniscono a un quarto di miglio circa dalle sorgenti in un canale che misura venti in ventidue tese di larghezza ed ha una considerevole profondità, cosicché è navigabile anche per trabaccoli, che anzi rimontano fino ai molini. Ed il Timavo così unito si dirige precisamente verso il piccolo colle, a piedi del filale trovansi i bagni di Monfalcone; ma poi avvicinandosi al mare devia dalla suddetta direzione, e declina verso gli scogli di Duino. Il suo corso non dura neppur per lo spazio di un miglio italiano. Riguardo alla sua portata ognuno vede che bastando desso in ogni stagione a due riguardevoli molini non la può non esser di molto più considerevole, che non la si è supposta da molti, che ne hanno parlato senza aver veduto il nostro fiume, e senza verun fondamento. Io ho misuralo parecchie sezioni del Tifavo in tempo di acque medie, e di mare basso, e le ho tutte trovate di cinquanta e più tese quadrate, è così vi ho misurato in tai momenti anche la velocità superfiziale e l'ho trovata di dieciotto, e non mai minore di quindici pollici al secondo. La velocità media ridotta a quattro quinti della velocità superfiziale dà pollici tredici e un quinto, ed in ogni caso pollici dodici ossia piedi uno che fa un sesto di tesa, e così abbiamo per la portata del Timavo in tempo di acque medie 5o X 1/6 = 8 tese cubiche e più; il che contando sette metri cubi per tesa cubica, importa cinquantasei metri cubi, che è la portata d'una Brenta magra sotto al ponte di Bassano. Notisi per altro, che durante le dirotte e prolungate pioggie di autunno, e così in seguito ai precipitosi disgeli di primavera il Timavo, anche soffiando venti che ne favoriscano lo scarico in mare, talmente ingrossa, ch'ei sorte dal suo alveo, ne trabocca e allaga la strada postale a segno d’impedirvi il passaggio, coprendo con un lago di acqua le paludi di San Giovanni e quelle di Monfalcone. Da Trieste fino al nostro fiume contansi miglia italiane undici, abbondanti, e da questo fino in Aquileja miglia dodici e mezza. Equivale la prima distanza a miglia antiche romane quattordici, e la seconda a sedici. Osserverò in fine che gettando l’occhio su d una buona carta dell’Adriatico si vede chiaramente, che il seno, nel quale si scarica il Timavo, può a rigore chiamarsi, il più remoto angolo e seno di quelmare. .

Tanto del Timavo d’oggidì, ed ora del Timavo antico. Comecché Venere in Virgilio dopo aver parlato degli ardui e perigliosi viaggi di Antenore soggiunge: .

Hic tamen ille urbem Patavi, sedesque locavit

Teucrorum.

non vi volle dippiù perche non solo parecchi scrittori de.

secolo decimosesto, del secolo seguente, ma già Lucano (40) Stazio (41) e Silio Italio (42) prendessero da ciò argomento di far del Timavo un fiume dell’agro patavino, il che non è in verun modo men irragionevole, che se in vece avessero trasportata la città di Antenore dal Bacchiglione e dalla Brenta al Timavo, essendo pur chiaro e patente, che la particella hic si riferisce non già soltanto al Timavo, ma complessivamente a tutta quelle inaccessibili e lontane contrade, poste attorno all’estremità dell’Adriatico. E chiamasi pur il Timavo da Virgilio Japidio: Japidis arva Timavi! E non dice Servio nel contento a coteste parole e citando Sullustio: Che il Timavo era un fiume della Japidia prima? Comprendeva pur questa appunto il distretto nel quale scorre la Recca nel suo cammino tanto sopra che sotto terra, dicendoci Plinio il Vecchio: Carnorwn haec regio, junctaque Japidium, amnis Timavus castellum nobile vino Pucinum, Tergestinus sinus, colonia Tergestina XXXIII M. pass, ab Aquileja. Utraquam PI M. Pass. Formio annis (43). ed altrove: Nonnulli in flanaticum simun Japidiam promovere a tergo Istri» CXX M. Pass. (44). Per fissare adunque i limiti della Japidia verso Aquileja converrebbe sapere con precisione ove si fosse il Timavo di Plinio. Ma questo Timavo, come si vedrà frappoco, coincide perfettamente col Timavo d’oggidì, e così è la Japidia prima, (l’altra non ci interessa) (45) precisamente il distretto poco fa da me indicato, e del quale si dice: che non ha altro scolo, che nel Timavo. Non solo adunque che Virgilio non fornisce verun argomento per cercare altrove che nel nostro Timavo il Timavo degli antichi, non ha anzi autore che fornisca un argomento più deciso in favore e prova dell’identità dei due fiumi, di esso.

Il Timavo di Pomponio Mela è da cercarsi fra Trieste e Concordia, ed anzi fra Trieste ed Aquileja. At in oris proxima est a Tergeste Concordia Interfluit Timavus novem capitibus exsurgens, uno ostis e missus: deicida Natisi non longe a mari dìtem attingit Aquilejam (46). .

Strabone mette Trieste fra Po ed il Timavo. Post Timavum est Istrorum maritima ora usque ad Polam quae Italiae adjacet. In medio oppidum Tergeste, ab Aquileja distans CLXXX Stadia (47). Ed aveva già detto un po prima: In ipso autem intimo Sinus Adriatici recesso Timavus est (48). Dunque certamente fra Trieste ed Aquileja, ed anzi nel più remoto angolo dell'Adriatico, dunque ove ora sbocca il nostro Timavo.

Nessuno che io sappia ha ancora posto un dubbio, che le terme delle quali parla Plinio il vecchio nei passi che seguono, siano i presenti così detti Bagni di Monfalcone: Contra Timavum annem insulu parva in muri est cum fontibus calidis, qui pariter cum oestu maris crescunt minuunturque (49). E nell’ultimo capitolo dell’istesso libro: Clarae (insulae) ante ostia Timavi calidorum fontium cum aestu maris crescentium (50). Queste isole Clarae sono i due monticelli dei Bagni che non sono più, come anticamente lo erano, contornati dal mare, ma dei quali non si può dubitare, una volti che li si sono veduti, che un dì eran isole. Il Timavo di Plinio adunque dirigevasi per portarsi al mare a diritto sul monticello a piedi del quale ritrovansi i bagni di Monfalcone. Ma il nostro Timavo ba la medesima direzione, e soltanto, come si è osservato, in vicinanza del mare declina da essa. Il Timavo di Plinio è perciò indubitatamente identico col Timavo d’oggidì. Siccome poi che lo stesso Plinio ci insegna che il vinum pucinum proveniva da un colle pietroso posto in vista al mare non lungi dal Timavo: Gignitur in sinu Adriatici maris, non procul a Timavo Fonte, saxeo colle, maritimo afflata paucas coquente amphoras (51) e che una situazione, come qui ci viene descritta, non s’incontra, che fra l’odierno Timavo e Duino, e presso a Sistiana, così non vi può avere il minimo dubbio ove si fosse il Timavo di Plinio, e così si sa altresì il sito dell'amico Pucinum, e per conseguenza anche quello della Japidia prima. .

L’Itinerario d’Antonino ha la distanza da Aquileja a Trieste, e così quelle del Timavo da queste due colonie decisamente troppo piccole. Eccole come esse vi si leggono:

Ab Aquile]a per Histriam extra mare Salonas M. P. CXC1X sic,

Fontem Timavi…………………………………..….«M. P. XII.

Tergeste……………………………..……………….«M. P. XII. ec. (52).

La distanza da Aquileja a Trieste sarebbe quivi adunque li sole ventiquattro miglia romane, quando ne misura più di trenta miglia, e di fatti Plinio la dice di miglia trentatré. È vero però che anche Strabone le assegna soli cento ottanta stadj, che fanno venticinque miglia romane. Ma siccome subito dopo si legge nell’istesso Itinerario, che il Timavo «rasi a sedici miglia da; Aquileja.

Ab Aquileja per Liburniam Sisciam……….M. P. CCXIII sic:

Fontem Timavi…………………………………….M. P. XVI.

Ad V esicam (altre ed hanno Anesicam) M. P. XII. ec.

così si può esser sicuri che quelle prime distanze sono per colpa dei copisti, sbagliate.

La tavola peutingheriana non contiene la distanza da Aquileja al Timavo, ma bensì quella dal Timavo a Trieste, e la mette a quattordici miglia romane: il che s'accorda ésattamente con la lunghezza, del cammino che vi ha da San Giovanni di Duino fino a quella città. .

Il sito ov’è da cercarsi il Timavo antico si fissa perciò dagli autori classici, che ne parlano, se si eccettuano alcuni poeti, con sì matematica precisione, che è impossibile di ingannarvisi. Ei non è da cercarsi che presso San Giovanni di Duino, ne altrove che esattamente sul sito, che occupa presentemente il nostro Timavo.

Ed ora non resta altro ch a provare che il Timavo degli antichi era còme il Timavo. moderno un fiume del quale credevasi che provenisse da un fiume sotterraneo e che do» po un corso sotterra di molte miglia sboccava da sètte e più fonti, si raccoglieva, a poca distanza dal sito ove ricompariva, in un solo, però largo e profondo canale, e dopo un breve cammino nel mare perdevasi.

E ch’ei si credesse proveniente da un fiume sotterraneo si è già detto. Non sarà tuttavia fuor di proposito di citare le parole di Posidonio: Posidonius tradit, dice Strabone, flumen Timavum e montìbus dilatum voragine terree absorberi, sub qua, ubi per CXXX stadia decurrerit, eum in mare effluere (53). Del Timavo di Posidonio, e di Strabone adunque dice vasi: eh(1) ei si sprofondava in una voragine, ch’ei camminava sotto terra per lo spazio di centotrenta stadj, che fanno incirca tredici miglia italiane, e che appena uscito di nuovo al giorno, nel mare entrava. Né perché la distanza dalla Voragine che assorbiva l’antico Timavo fino ov’ei si fa sortire dai monti, e di quasi un terzo minore di quella, che vi ha dalla grotta di San Canziano fino a San Giovanni di Duino, si dirà, che quivi non si parla del nostro Timavo; giacché in merito di distanze, gli sbagli nei classici tanto greci che latini sono assai frequenti, provenienti non pochi dalla mancanza di carte fatte con buoni metodi, ed in par te dalla negligenza dei copisti. A noi basti che al Timavo Posidonio e Strabone un lungo cammino sotterraneo assegna no. E siccome fa lo stesso anche Plinio: Et in Atinate campo fluvius mersus: post XX M. pass exit et in Aquilejensi Timavus (54). e. che questa distanza non è che di un settimo minore del vero, noi non dubiteremo che quivi si tratta del nostro Timavo.

Riguardo al numero delle fonti del Timavo degli antichi, Polibio le porta come già si è detto a sette, Virgilio a nove, e così fa Pomponio Mela, e così Claudiano (55). sette Strabone septem fluviali aquae fontes (56) e così anche Marziale E abbiamo poi la testimonianza decisa e positivadi Pomponio Mela, e quella di Strabone, che il Timavo proveniente da tutte coteste fonti in un solo canale raccogli evasi: Novem capitibus exurgens, uno ostio emissus dice il primo, ed il secondo: septem fluvialis aquae fontes, qui uno coque lato ac profundo alveo statim in mare effunduntur (57)

Ei si è adunque certo, che il Timavo di Polibio, di Posidonio, di Virgilio, di Pomponio Mela, di Strabone, di Plinio il vecchio, di Marziale, e di Claudiano in nulla dal presente Timavo differisce, e così non è da dubitarsi, che il loro Timavo, vale a dire, se si eccettua Lucano, e qualche altro Poeta, che ne ha parlato senza che si sappia troppo cosa ne volesse dire, il Timavo di tutti gli antichi è quell’istesso fiume che ora sbocca da monti presso San Giovanni di Duino, ed egualmente Timavo si chiama. È verissimo che il Timavo godevasi presso gli antichi di una grande celebrità, ma nessun autore, se si eccettuano Vitruvio e Virgilio han parlato di esso in modo a poter supporre ch’ei si fosse a quei tempi un fiume più considerevole eh(9) ei si è oggidì, e Vitruvio non ha considerato il Timavo come un fiume, ma come sorgente, e Virgilio non ha descritto che una straordinaria piena del Timavo.

____ NOTE ____

1.

Il comentatore del quale quivi si parla il padre LaCerda. Ei cosi si esprime sul Timavo: 

fluviolus quidam, idem ignobili!, potili! rvulus in regione Camorum, qui adhuc retinet nome Tiavi, et pervius est pedibu, quod scribit Joach. adianus diligens ocorwn perlustrator, et doctissimus cosmographus.

Ma il Vadiano nel suo Contentano allopera di Pomponio Mela dice tutt altro del Timavo: 

Ibi (ad vium Sanati Joannis nomine) e rupe non grandi fontes unde, mutiplici scaturgine, magna sana, et miranda copia elabuntur, rivumque fciunt haud quaquam tenuem, qui in proximum sinum egreditur, et multi capitibs sur gens, uno ostio exit. Ei dice per subito dopo: Is si Timavs est, longe fama naturam supera, quod fieri persepe videmus: nmo est enim qui nesciat, quantum e parvis neglectisque magna celebraque fecerit Grecas ambitionis curiositas.

(Pomp. Melx Cosmographi, de Orbis situ cum Joach. Vadiani commentariis. Lut. Paris. 53o fl. pag. 1.

2.

La Brenta ha sotto al ponte di Bassano in tempo di magra una portata di cinquantasei metri cubi al secondo.

3.

Istro, che una diramazione del Danubio volevasi, &cevasi arrivare nell'Adriatico rimpetto al Po, e avanzava in quello tanto, che vi incontrava le acque di questo re dei fiumi italiani. (Pomp. Mela de situ Orbis lib. II. c. 4, Plinius N. H. Lib. III. o. 8) L Aquilio di Sozomeno (hist. eccl. lib. I. . 6 non altro che Istro, che dallIstria traversa lAdriatico e incontra le acque dell Eridano: qui in Eridanum, influi. Nessuno di questi fiumi a confondersi col Timavo. F. non da confodersi col Timavo neppure l'Istro di Diodoro (Bib. Hist. Lib. IV. c. 56) il quale aveva un corso non gi di un solo miglio indiano, ma di quattro miglia (quaranta stadj) e che da cercarsi lontano molto dal Timavo; giacche i Romani non lo scoprirono che dopo soggiogati gli Istriani, sapendosi da Tito Livio, che essi giunsero al lago del Timavo ad lacum Tiavi il giorno stesso della loro partenza da Aquileja, (Hist. Lib. 1 c. 1). Sulle avventure degli Argonauti si consulti Diodoro. Bib. Ist. lib. IV. cap. 40-5 6, dell’edizione del Wesselengio.

4.

N. H. lib. III c. 18.

5.

Geog. Lib. V. c. L pag. 216 dell edizione di Casati bono.

6.

Hist. lib: XXII. cap. I.

7.

Manialis Epig. lib. IV. epig. 2 5. e sono dell istesso au tore anche i versi seguenti: .

An tua multifidum numeravit lana Timavum .

Quem prius astrifero Cyllarus ore bibit.

(lib. VIII epig. 28).

8.

Geog. Lib. V. c. I. . 4 p. 21.

9.

Hist. Lib. I. c. t.

10.

Tacitus Annal. lib. I. c. 79. et Ann. lib. XTV.c. 22 .

11.

Lib. VIII, epist. 8.

12.

Strabonis Gaogr. lib. V. c. I. . 8 pag: 314. habet enim portum et elegantem lucum.

13.

Veggonsi immurate nelle pareti della chiesa di S. Giovanni di Duino 'tre inscrizioni romane, che potrebbero provenire da are votive erette alla Speranza Augusta. Vengasi su di esse la memoria delli signori abati G. B. L. B. e G. B. V. Intorno a tre iscrizioni romane incastrate nel muro della chiesa di S. Gio. di Duino, Udine 1820. Su tempi che i Romani eressero alla Speranza in Roma si pu consultare Lelio Graldo de Diis gentium. Basil. 1548 pagina 4 ed anche il Bertoli nelle sue Antichit di Aquileja. Ven. 1739 pag. 66. Al sito ove esisteva il vecchio tempio della Speranza a Roma concorrevan, secondo Frontino, sette degli acquedotti, che quellalma citt di acqua provedevano. Il fissarlo con qualche precisione non pot perci non essere pel celebre Poleni cosa di molta importanza. Ei lo pose in via Labicana. (Veg. il suo Frontino pag. 17) .

14.

De Architettura lib. Vili cap. 2.

15.

Strabonis Geogr. Lib. V. c. I. . 8 pag. 215.

16.

Nat. Hist. Lib. IL c. 103. Miracula aquarum, fondimi fluminum.

17.

Strab. Geogr. Lib. V. c. I. 8. pag. 2i5.

18.

Ne parla Plinio il vecchio N. H. lib. II. c. 103 ed anche Lib. III. c. 26. E ne deve far menzione anche Galeno; almeno leggesi nella lettera del padre Imperati sul Timavo, e su altri fenomeni di quei. contorni, citata dal Bianchini nelle sue osservazioni intorno alluso del lelettricit celeste, e sopra lorigine del fiume Timavo. Ven. 1754 Hifontes hodie pariter ac olim cum cest maris orescunt, minuunturque. Galeni astate tanta eorum celebritas, quippe in omnibus pene morbis sanandis, coepitimminui. Tandem leprosi et elephantias pr lavacro, et blneis illos dedere Aqilejenses.

19.

Ecloga VIII v. 6.

20.

Gergie. lib. III. v. 45.

21.

Aeneidis lib. I. v, 242.

22.

Silius ltalicus. Punicorum lib. VIII. v. 601.

23.

Hist. lib. XLL c. 1.

24.

Cl. Claudiani VII. de 3.onsulatu Hon. Phrjgii numerantur stagna Timavi.

25.

Macrobii Saturnaliorum lib. IV. c. 5. Pathos a similis.

26.

Virgili Opera, edente Burmanno Lips. 1774 pag. 274.

27.

Ho consultate l'edizioni di Virgilio col comento di Servio di Bart. Cassano. Ven. 55.

28.

Il Turnebus citato dal La erda vorrebbe che quell'It mare prorumptum non fosse che un grecismo Turnebus vult hoc dictum, Grecorum imitatione, qui fluvius solent, maria appellare.

29.

Strabonis Geog. lib. V. c. I. 8 pag. 215. Il Heijne, se pur non m’ inganno, non deve aver badato alla ragione, che in Strabone si legge, perché gli indigeni il Timavo mare chiamassero, avendovi nel suo discorso sul Timavo, riguardo a tale denominazione, quanto segue: Italis etiam nunc maris parentem (la madre del mare) appellari AacuoGaaro. Vol. II.

Holdssworthius tradit, quod nomen jam Polibii estate frequentabatur v. Strab. I. c, pag. 214 D. ac si mari magna aquarum aceessio inde fieret. (Excursus VII de Timavo).

30.

Il comento del Hevne sul vers.

It mare proruptum et pelago premit arva sonanti.

è il seguente: (It mare prorumptum) ad malli speciem magno fluctus volventis, quod magno aquae vi prorumpit se, effunditur; et nostra aetate, saltem hiberna tempestate, premit arva, operit inundat, (pelago) aquarum pelago simili, (sonanti ) propter aquarum copiam et impetum. Loco cit.

31.

Ne parlan Erodoto, Diodoro, Strabone ed altri.

32.

Georg, lib. L v. 47.

33.

Metani. lib. I. v. 283.

34.

Chi desidera farsi una qualche idea degli scavi, che nella superficie della terra dovettero produrre gli scarichi di quegli antichi laghi, dei quali un d ne avevano in quasi ogni vallata, legga ci che il sig. di Saussure racconta degli sconvoglimenti che cagionano i Nants sauvages che cos chiamansi nella Savoja gli scarichi di certi laghetti, i quali produconsi in alcuni distretti delle Alpi. (Voyages dans les Alpes 45).

35.

Noi abbiamo nel territorio di Flitsch un torrentaccio sotterraneo, che sovente non ha anche dopo una lunga e dirotta pioggia, che pochissima acqua, ma che qualvolta, e ci inopinatamente, prorompe da suoi antri con un impeto incredibile, cacciando a se dinnanzi sassi smisurati e frammenti di roccia, e portando nellIsonzo un mare di acqua. E non tremano gli stessi monti allo scarico i quei laghetti artifiziali tenuti in collo da certi sostegni deti nel feltrino, nel Bellunese, nella Cargnia stue che poi si fanno tutti ad un tratto crollare.

36.

Un passo analogo a questo di Virgilio leggesi, ancorch si tratti non di un lago ma di un monte, in Giovenale, nella sua Satira VI. v.

..........................................................iste Nìphaten

In populos, magnoque illic cuncta arra teneri .

Diluvio, nutare urbes, subsidero terras,

Quotcunque in trivio, cuicunque est obvia, narrat.

37.

I Canali sotterranei hanno per lo pi una grande pendenza. Il Timavo, che discende su 19 miglia italiane 121 tesa ha una tesa di caduta per ogni i5o tese di cammino, la Dobra presso Oglin cammina sotto terra soli 1680 tese, e discende in tale spazio 5o tese, la Tiinska ha uria maggior caduta ancora cio 54 tese in sole 5oo di cammino sotterraneo. La differenza di livello fra la superfzie del lago di Joux e della sorbente detta Orbe nel Jura secondo il sig. de Saussure di 680 piedi, e non credo che la distanza orizzontale importi sei miglia italiane.

38.

Veg. la gi citata operetta del Bianchini pag. 41

39.

Bianchini pag. 5 e 75.

40.

Eugeaneo, si vera fides memorantbus, augur

Colle sedens, Aponus tetris, ubi fumifer exit, .

Atque Antenorei dispergitur unda Timavi,

Venit stemma dies, geritur res maxima dixit etc.

Pharsal. lib. VII. t. 191.

41.

Sed tuas artes pue ante discat

Omnes quis mundi senium remansus .

Orsa sallusti brevis, et Timavi .

Baddis Atumnwn.

Silv. lib. IV. 7. Lvricum ad Maximum Junium.

42.

Polydamanteis iuvenis Pedianus in armis .

Bella agìtabat atrox, Trojanaque semina et ortus .

Atque Antenorea sese de stirpe ferebat, .

Haud levior generis fama, sacroque Timavo .

Gloria, et Euganei dilectum nomen in oris

Punic, lib. XII. v. 212..

43.

N. Misi. lib. III. c. 18.

44.

. I. c. 19.

45.

Parla dei lapidi Sraone. Lib. IV. c. 5 10 pag. 307.

46.

De Sito bis, Lib. II c. .

47.

Geog. lih. V. c. I. 9. pg. 216.

48.

Ibid. 8.

49.

N. H. Lib. II. c. 19.

50.

Ibid. Lib. III. c. 26.

51.

Ibid. Lib. XIV. c. 6.

52.

Cito dalledizione Juntina di Firenze 1519. p. 165.

53.

Strab. Geog. lib. V. c. 1. . 8 pag. 314.

54.

N. H. Lib. II c. 103. Linterpunzione i qesto passo ordinriamente così: Et in atinate campo fluvius mersus pst XX M, pass, exit; et iti Aquilejesi Timavus. Ma ei si impossibile d invaginarsi sul campo altinato Uh fiume sotterraneo di s lungo corsa, e uh tal fiume sicuramente non vi aea. Ma di ci in altri occasione.

55.

.unque novem consurgensra Timavus; XXIII. de I. Consu

56.

Geog. lib. V. c. I. 8. pag. 214.

57.

Ibidem.









Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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