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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

ANNALI D'ITALIA DAL 1750 

COMPILATI DA A. COPPI

TOMO V

dal 1820 al 1829

LUCCA

TIPOGRAFIA DI GIUSEPPE GIUSTI

1845

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1820 - SOMMARIO

  • Ingressodei Montefortini in Napoli 
  • Giuntaprovvisoria 
  • Diserzione del Reggimento Farnese 
  • Diminuzione di dazj — Indulti 
  • Ricompense ai Montefortini — Dissensioni fra Pepee Carascosa 
  • Ampliazione ed influenza dei Carbonari 
  • Aumentodell’esercito — Stabilimento dei Legionarj 
  • Convocazione del Parlamento 
  • Apertura — Discorso del Re 
  • Pepedepone  il comando in capo dell’esercito 
  • Spiritopubblico della Sicilia 
  • Votidei Palermitani per la indipendenza – Maneggi per ottenerla 
  • Principjdi tumulto 
  • Promulgazione della Costituzione di Spagna mina d’una Giunta 
  • Ifaziosi occupano le fortezze di Palermo ed armano il popolaccio 
  • Aumento del tumulto — Saccheggi 
  • Eccidio del Principe di Cattolica 
  • Indirizzial Governo — Inutili e pericolose disposizioni del Luogotenente Generale 
  • Disposizioni della Truppa 
  • Combattimento — Sconfitta del presidio 
  • Anarchiadi Palermo 
  • Giuntaprovvisoria di Governo 
  • Indultoai ribaldi 
  • Eccidio del Principe di Aci — Pericoli del Cardinale Arcivescovo Gravina 
  • Arrivodel Principe di Villafranca — Di lui elezionea Presidente della Giunta 
  • Armamenti del Governo provvisorio — Ristabilimento della calma 
  • Tentativide’ Palermitani per unire alla loro causa la Sicilia 
  • Sottomessione di Girgenti 
  • Saccheggiodi Caltanissetta 
  • Inutili spedizioni Palermitana contro Trapani e Siracusa 
  • Spedizioni a Cefalù e a Santo Stefano 
  • Preparativi di spedizioni contro Messina e Catania 
  • Inutili tentativi del Governo Napolitano per ricondurre pacificamente i Palermitani all9 ordine 
  • Deputazione Palermitana a Napoli — Inutili negoziati 
  • Angustie di Palermo 
  • Spedizione Napolitana contro Palermo sotto gli ordini di Florestano Pepe 
  • Marcia del Colonnello Costa sopra Caltanissetta 
  • Negoziati fra la Giunta Palermitana ed il Comandante Napolitano 
  • Ingresso dei Napolitani a Termini — Combattimento navale pressoSolanto 
  • Convenzione di Termini per l'ingresso dei Napolitani in Palermo 
  • Sollevazione del popolaccio Palermitano 
  • Combattimento contro la truppa Napolitana 
  • Nuova anarchia di Palermo 
  • Maneggi del Principe di Paternò 
  • Convenzione dei cinque di ottobre per l’occupazione di Palermo 
  • Ingresso dei Napolitani in Palermo 
  • Perditenei combattimenti 
  • Disposizionidel Comandante Florestano Pepe 
  • Il Parlamento di Napoli annulla la convenzione di Palermo 
  • Rapporto della Giunta provvisoria al Parlamento 
  • ——————— del Ministro di Giustizia 
  • ——————— dell’Interno 
  • ——————— delle Finanze 
  • ——————— della Marina 
  • ——————— della Guerra 
  • Correlazioni coll’Austria 
  • Conferenze di Troppau 
  • Dichiaratone Austriaca, Prussiana e Russa 
  • ——————— Inglese 
  • ——————— Francese 
  • Squadre della Francia e dell'Inghilterra avanti Napoli 
  • Inutili tentativi per modificare la Costituzione 
  • Invitoa Ferdinando I di recarsi a Lubiana 
  • Discussionidel Parlamento sulla partenza del Re 
  • Accusa e rinunzia deiMinistri 
  • Nomina del nuovo ministero 
  • Ferdinando I si reca a Lubiana 
  • Atti del Parlamento — Costituzione politica delRegno delle due Sicilie 
  • Sconcerti delle finanze — Alienazione di rendita consolidata 
  • Fermentoin Italia 
  • Rivoluzioni di Benevento e di Pontecorvo 
  • Maneggi de’ Settarj nello Stato Pontificio 
  • Disposizione del Governo Pontificio sull'esecuzione delle sentenze straniere 
  • Fuga di  Tiberio Pacca Governatore di Roma 
  • Espulsione dei Gesuiti dalla Russia 
  • Dichiarazione del Governo Lombardo-Venetocontro i Carbonari 
  • Maneggie condanne di Carbonari in quel Regno 
  • Codicenuovo promulgato in Parma 
  • Progetti di nuovo codice in Piemonte 
  • Convenzioni del Re di Sardegna colla Prussia per l'abolizione dell’albinaggio colla Francia per la reciproca consegna dei disertori 
  • Divisione del Monte Napoleone 
  • Morte di Elisa Bonaparte Baciocchi 
  • ——————— di Giorgio III Re d’Inghilterra 
  • Uccisione del Duca di Berry 

1820

I Sovrani che nel mille ottocento e quattordici avevano scacciato Napoleone dalla Francia, godevano ch’essa fosse ritornata sotto l’antica sua Dinastia. Lusingandosi che fosse in tal modo terminata la rivoluzione, la quale per lo spazio di venticinque anni aveva sconvolto gran parte dell’Europa, limitaronsi a prendere alcune precauzioni per impedire che i Francesi potessero altra volta invadere gli Stati vicini (1). Nell’anno seguente Napoleone mostrossi nuovamente a quella Nazione con novecento uomini, in venti giorni ne trasse a se l'esercito e vi risalì sul Trono. I Collegati in pochi mesi lo scacciarono altra volta (2). Risguardando però quella intrapresa più Napoleonica che militare, strinsero maggiormente i loro vincoli, a fine d’impedire altri simili attentati per parte di quel Condottiero e degli altri individui di sua famiglia, e per assodare i Borboni sul trono di Francia (3). Nel mille ottocento e diciotto giudicarono di aver ottenuto lo scopo prefisso, ritirarono le loro truppe, che sino allora avevano lasciate in Francia, e dichiararono„ di considerare un tale atto come il perfezionamento dell’opera della pace, ed il compimento del sistema politico destinato ad assicurarne la solidità (4)». Napoleone però nella sua relegazione diceva «non essere caduto per la lega formata contro di lui, ma per aver contrariato lo spirito del secolo. Tale spirito, a cui nulla poteva resistere, avrebbe rovesciato tutti gli antichi Governi d'Europa che non piegassero la loro politica ai bisogni del tempo (5)».

Questo spirito propendeva alla libertà; e tale propensione sconcertò in vari luoghi i calcoli della diplomazia.

2. E qui converrà premettere ed osservare, che la Spagna aveva acquistata molta gloria nell’ultima guerra contro la Francia; ma intanto aveva la Marina distrutta, le colonie quasi tutte sollevate, le finanze rovinate, una parte propensa alla libertà ed in contrasto con altra costante nelle istituzioni antiche. Quindi lagnanze contro il Re per l’abolizione della Costituzione del mille ottocento e dodici (6); congiure dei meno riflessivi: e queste essendo scoperte, punizione de’ rei, arresti di sospetti; e da tutto ciò esacerbazioni di Parti, Agitazioni continue e materia di nuove rivoluzioni (1). Intanto fra tali sconcerti il Governo aveva ragunato nell’Andaluzia un esercito per impedirlo in America. Ma allora alcuni uffiziali riflettendo alle circostanze della patria ed alle forze. di cui potevano disporre, cospirarono per rivoltarlo e ristabilire con quelle armi il Governo costituzionale. Difatti, nella notte precedente al primo di gennajo, vari militari, fra quali Quiroga e Riego Luogotenenti Colonnelli, si sollevarono presso Cadice con tre battaglioni e pubblicarono il ristabilimento della Costituzione. Ragunarono altri congiurati ed ebbero truppe sufficienti a contrarre la forza del Governo nella Spagna Meridionale. Sul fine di febbrajo scoppiarono altre rivoluzioni militari nella parte settentrionale. Poco dopo si manifestarono principi di turbolenze nella stessa Capitale, ed in fine nel dì sette di marzo Ferdinando VII si vide costretto dalle circostanze a pubblicare che attesa la volontà generale del popolo, aveva risoluto di giurare la Costituzione promulgata dalle Corti Straordinarie del mille ottocento e dodici e. Questa fu difatti ristabilita (2).

3. La rivoluzione liberale di Spagna ne fece scoppiare altra simile in Portogallo. Quivi nel mese di agosto formossi eziandio una congiura militare, e nel novembre fu adottata la Costituzione Spagnuola (3).

4. In Italia la rivoluzione aveva naturalmente «rinvigorito le antiche idee di libertà, d’indipendenza e di unione nazionale. Napoleone aveva fondato in Lombardia il Regno Italico col disegno di estenderlo di poi a tutta la Nazione (4). L’Austria, sforzandosi nel mille ottocento e nove di abbatterlo, procurò di sollevare gl’Italiani colla lusinga «d’una Costituzione fondata sulla natura e sulla vera politica che rendesse il suolo italiano inaccessibile a qualunque forza straniera (5)» Gioacchino combattendo nel mille ottocento e quindici contro gli Austriaci, promise «l'unione e l'indipendenza dell’Italia, un go9verno scelto dal popolo, ed una Costituzione degna del secolo (6)». Tali disegni svanirono, ma rimasero in molti (specialmente nei militari Napoleonici e nei giovani) impresse le idee e le lusinghe di eseguirli a qualunque occasione propizia. La gran maggioranza però della popolazione ubbidiva tranquillamente ai rispettivi Governi, e questi erano generalmente sotto l’influenza dell’Austria la quale; secondo il sistema stabilito nel Congresso di Vienna, rimase preponderante in Italia.

5. Mentre poi vi era una classe che attendeva circostanze favorevoli al ristabilimento dello splendore nazionale, eravene un'altra che si adoprava occultamente per sollecitarle. Colla invasione Francese erasi dilatata in Italia la setta dei Liberi Muratori che aveva una propensione democratica (1). Essa perdette col tempo la sua considerazione, ma poi si rinvigorì rinnovandosi un'altra setta denominata degli Adelfi, Aveva questa il suo centro, (detto gran firmamento) in Francia, e nel mille ottocento e sedici si diffuse molto nell'Italia settentrionale. Nel mille ottocento e diciotto essa prese la denominazione di Società de’ Sublimi Maestri perfetti. Sì annunziò che avesse per iscopo la distruzione della Religione, di tutte le Monarchie, l'uccisione de' Sovrani ed una Repubblica popolare. Intanto la setta de’ Carbonari cresceva nell'Italia Meridionale, e comunicandosi eziandio alla Settentrionale, gli stessi individui erano talvolta Carbonari e Sublimi Maestri perfetti (2).

6. In tali circostanze generali dell'Italia, nel Regno delle Due Sicilie Ferdinando I. coi consigli dei due suoi principali ministri, Medici e Tornatasi, dal mille ottocento e quindici in poi aveva adottato principi moderati ed atti ad unire tutte le parti che per lo innanzi avevano diviso i suoi popoli. Nei dominj al di qua dal Faro, le finanze erano floridissime. Imperciocché, sebbene per ricuperare e riordinare il Regno si fossero spesi straordinariamente venti milioni e seicento mila ducati, ciò non ostante, dal mille ottocento e quindici al mille ottocento e diciannove, si erano diminuiti i dazj di due milioni seicento e novantatré mila ducati; e v'era il progetto di fare ulteriori diminuzioni specialmente sulla tassa fondiaria (3). L’abolizione de' diritti feudali e delle servitù sui fondi, e la divisione di molti terreni dianzi ecclesiastici o demaniali, avevano prodotto miglioramento nell'agricoltura, aumento di commodi della vita e della letteratura nelle provincie. Ciò nondimeno eranvi molti malcontenti. Il Clero e la Nobiltà erano disgustati per non aver ricuperato quanto avevano perduto nella rivoluzione. L’esercito composto di antichi soldati ritornati da Sicilia e di quelli che avevano militato con Gioacchino, non era sinceramente unito. Imperciocché i primi (internamente prediletti della Corte) vantando la loro fedeltà, consideravano gli altri quai rivoltosi. I secondi credendosi più prodi disprezzavano gli antichi quasi imbelli. Tutti poi erano malcontenti di Nugent, Capitano Generale, straniero e secondo la comune opinione eccessivamente economo. Molti cittadini lagnavansi che i pubblici pesi fossero ancora troppo gravi. La possanza dei più influenti ministri irritava naturalmente gl’invidiosi e faceva nascere in molti il desiderio, che il potere sovrano fosse temperato dalla legge. Da tutto ciò prosperità e tranquillità senza garanzia, e progresso dello spirito pubblico verso la libertà.

7. Questa propensione era in ispecial modo accresciuta ed accelerata dalla Società de’ Carbonari. Il Governo nel mille ottocento e sedici l’aveva proibita (1), ma poi la disprezzò, calcolando forse che tali unioni, fervide sul principio, col tempo languiscono ed in fine cadono da se stesse. Intanto però la Società cresceva; e a dilatarla servì opportunamente lo stabilimento delle milizie provinciali ordinate nel mille ottocento e diciassette (2). Fu calcolato che sul principio di quest’anno, al di qua del Faro, i Carbonari ascendessero a circa duecento mila. Eranvi fra essi molti Caporali, Sergenti ed Uffiziali, tra quali alcuni Capitani, ma non v’era alcun Colonnello o Generale. La Società si comunicò eziandio alla Sicilia, ma poco si estese.

Erari bensì fra partigiani del potere assoluto un'altra Setta opposta e denominata dei Calderari. Questa, come si racconta, fu istituita in Sicilia dai Napolitani che colà vi erano rifuggiti nel mille ottocento e sei, e quindi fu trasferita nei dominj al di quà del Faro, allorquando questi ritornarono in potere del Re Ferdinando. Si credeva essere la medesima promossa dal Principe di Canosa, caldo e strepitoso nemico delle novità politiche, e per alcuni mesi Ministro di Polizia del mille ottocento e sedici. Essa però non potè mai pareggiare, non che opprimere, la sua avversaria. Anzi il debole contrasto servì a promuoverla (3).

9. Tale nel Regno delle Due Sicilie era lo spirito pubblico, allorquando scoppiò la rivoluzione in Ispagna. Questo avvenimento accrebbe naturalmente le speranze de’ Carbonari e de’ Liberali; e nelle provincie di Capitanata, di Calabria e di Salerno il fermento crebbe a tal segno, che alcuni incauti o fanatici tentarono eziandio di sollevarsi apertamente. I loro sforzi furono vani, ed alcuni rei o' sospetti furono arrestati.

10. Del resto, il Governo comprendendo essere in pericolo la tranquillità pubblica, pensò a varj rimedj ed in fine stabilì di ridurre la Cancelleria (4) ad una specie di Parlamento. Aumentarne per tal effetto i Membri da dodici a sessanta; questi fossero nominati per la metà dal Re, e per l’altra metà dai Consigli Provinciali; divisi in due Camere discutessero pubblicamente, ed il loro voto fosse necessario in ogni atto legislativo (1). Ma tale concetto non fu di poi messo in esecuzione, credendosi per avventura non imminente il pericolo.

11. Intanto i Carbonari si adopravano per ottenere il loro intento; cercarono un Capo che dirigesse le loro operazioni, ed avrebbero desiderato di avere il Luogotenente Generale Carascosa; ma non lo trovarono disposto ad accettare. Allora si rivolsero (nel giorno trenta di maggio) a Guglielmo Pepe, similmente Luogotenente Generale e Comandante la Divisione territoriale che comprendeva le provincie di Avellino e di Foggia. Questi prese tempo a deliberare; ma poi vedendo l’arresto di vari Liberali divisò di ragunare sul principio di luglio dieci mila uomini delle sue truppe di linea e di militi, ed in tale atto minaccievole spedire Deputati al Re per indurlo a promulgare una Costituzione. Sul fine di giugno egli recossi in Napoli per dirigere più comodamente il suo disegno; ma intanto la rivoluzione fu principiata da altri.

12. Nella notte seguente al primo di luglio (sacro a S. Tebaldo che i Carbonari profanamente dicono loro Protettore) Menichini, Sacerdote di Nola, innalzò una bandiera rossa, azzurra e nera, e presentossi con venti settarj armati (di cinquecento che sperava di averne) avanti il quartiere) in cui era colà alloggiato il Reggimento di Borbone Cavalleria. Allora Morelli e Silvati Sottotenenti che seco lui erano d’accordo, montarono a cavallo con cento e ventisette uomini fra bassi ufficiali loro complici e soldati forse ignari dello scopo, e marciarono a Mercogliano. Furono quivi raggiunti nello stesso giorno da altri compagni, e nella sera i sollevati erano circa trecento e cinquanta. De Conciliis, ricco possidente, Tenente Colonnello e Capo dello Stato Maggiore in Avellino, udito tale movimento, titubò alquanto sul partito, a cui dovesse appigliarsi, ma poi invitato dai sollevati ad ajutarli brigò e girò nei circonvicini paesi per accrescerne il numero; nel dì tre li fece entrare in quella città principale della provincia, vi unì il picciolo presidio, e prese il comando di tutte quelle forze. Egli diede le opportune disposizioni per munirsi militarmente nelle vicinanze e specialmente a Monteforte sulla strada conducente a Napoli. Nel di quattro arrivarono colà molti Militi o Carbonari, per la maggior parte ignoranti contadini, ed alcuni calcolarono che in tal giorno i rivoltosi ragunati ascendessero a circa quindici mila. Nel dì tre erasi similmente sollevata in Foggia una porzione d'un reggimento di cavalleria detto del Re, invocando una costituzione.

13. Allorquando nei due di luglio giunse in Napoli la notizia degli avvenimenti di Nola, il Re era sul mare presso Capri all’incontro del Principe Ereditario che in tal giorno ritornava colla famiglia dalla Sicilia. In assenza del Sovrano, Nugent Capitano Generale regunò presso di se i principali Generali per sentire il loro parere in tali minaccievoli circostanze. Intervennero a quell’adunanza Carascosa, Fardella, d’Ambrosio, Ascoli e Filangeri; e si stabilì, salva l’approvazione del Re, di spedire in Avellino il Generale Guglielmo Pepe, affinché procurasse di sedare la rivoluzione colla forza, ed anche più colla sua influenza. Ferdinando però, informato di tutto prima che arrivare a terra, non approvò la risoluzione dei Generali, giudicando essere per lo meno dubbia la fedeltà di Pepe, malcontento da molto tempo; sospettò all’istante che la rivoluzione principiata fosse simile a quella di Spagna: e dubitò alquanto, se dovesse ritornare in terra, o rimanere sul mare per esser più sicuro e per conseguenza libero nelle sue determinazioni. In fine si arrese alle insinuazioni di coloro che non credevano ad una congiura molto estesa, e nello stesso giorno sbarcò. Volle Egli che si aprisse una corrispondenza coi ribelli per tentare di ridurli all’ossequio senza le armi. Quindi nella seguente notte spedì Carascosa a Nola con pieni poteri, per provvedere agl’interessi dello Stato. Simili poteri inviò nel tempo stesso al Generale Nunziante che comandava le Divisioni territoriali nelle provincie di Salerno e delle Calabrie, ed a Campana Maresciallo di Campo che comandava le truppe stanziate nella stessa provincia di Salerno.

14. Il Carascosa nella mattina dei tre di luglio recossi a Nola, ma solo e senza truppe; quindi dovette limitare le sue operazioni ad insinuare con buone parole e colla sua influenza la fedeltà e la calma. Nella notte seguente fu raggiunto dal Generale Roccaromana con seicento e quarantanove uomini, e nel giorno quattro fu rafforzato da altri trecento. Con tali forze prese posizione a Cimitile ed al Ponte della Schiava, ma non giudicò d’attaccare i rivoltosi, i quali ascendevano a diverse migliaja. Quindi si appigliò ai negoziati e gli sembrò d’aver ridotte le cose al punto, che somministrando ai principali faziosi ottomila ducati e passaporti per recarsi in paese straniero, tutti gli altri rivoltosi si sarebbero dispersi Partecipò questo disegno alla Corte nel giorno quattro di luglio. Avrebbe potuto ricevere risposta in poche ore, ma non l'ebbe che nella notte seguente ai cinque di luglio. Ricevette eziandio (dalle ore due pomeridiane del giorno cinque alla mattina del sei) poderosi rinforzi di truppe. Ma il tutto troppo tardi.

15. Imperciocché il Generale Nunziante, mentre colle truppe del Campana ai tre ed ai quattro di luglio aveva battuto alcuni piccoli distaccamenti dei sollevati verso Solofra, Montoro e San Severino, erasi accorto che la rivoluzione era di già pervenuta a tal punto di non potersi più frenare. Quindi nello stesso giorno quattro di luglio da Mercato di Sanseverino scrisse apertamente al Re che «se vi era chi temesse di far giungere ai piedi del Trono la verità in tutta la sua purezza, non era egli quel desso; si degnasse ascoltarla dal più umile e dal più fedele de’ suoi 9sudditi; non trattarsi di combattere pochi uomini malamente raccozzati, senza piano e, come in tante altre occasioni, diretti solo da private passioni e da malnati interessi; le intere popolazioni domandare una costituzione e sperarla dal senno, dal cuore e dall’accorgimento suo; in tale stato di cose il combattere essere lo stesso che accrescerne la forza; e quand’anche fortuna gli sorridesse, qual bene tornerebbe al Re dallo spargimento del sangue de’ suoi popoli? Spedire Campana con una porzione delle truppe in Salerno, e col rimanente dirigersi in Nocera, onde conservare le comunicazioni con Salerno, dandogli il tempo di dare una Carta alla nazione, la quale componesse in pace gli spiriti e corresse prontamente innanzi al voto universale del popolo, il quale faceva per ogni dove risuonare il grido di — Viva il Re e la Costituzione — Ogni indugio sarebbe funesto».

16. Nè questo Generale si era punto ingannato sui progressi della rivoluzione; anzi questi prevennero gli stessi suoi calcoli. Imperciocché, mentr’egli aveva sotto i suoi ordini poche truppe e mal fide, De Conciliis aveva già in Avellino tanti militi, da potergli spedire contro forze sufficienti per minacciarlo alla destra ed anche alle spalle verso Salerno. Quindi nel dì cinque di luglio egli si ritirò sulla destra del Sarno. Ma nel partire da Nocera perdette un reggimento di cavalleria (Principe) il quale disertò, tranne il Colonnello con alcuni uffiziali,ed avviossi a Monteforte. Nello stesso giorno i rivoltosi ch’erano partiti da Avellino occuparono Salerno, e da questi due luoghi interruppero le comunicazioni fra Napoli e tutte le provincie meridionali.

17. Intanto il Generale Guglielmo Pepe ch’era stato informato in Napoli della sua commessione contro i rivoltosi e della successiva rivocazione della medesima, conobbe il pericolo della sua situazione. D’altronde vedendo la rivoluzione molto avanzata, nella notte seguente ai cinque di luglio fece disertare (coll’opera di Napolitano Maresciallo di campo) una porzione di tre reggimenti che vi erano di presidio, e marciò con quelle truppe a Monteforte e ad Avellino. Dopo qualche titubazione del De Concilis, fu colà riconosciuto in Comandante Generale dell’esercito costituzionale.

Egli allora pubblicò una proclamazione che in sostanza conteneva «Secoli di barbarie, di servaggio e di avvilimento avevano immerso nella miseria la nostra bella patria; ma l'entusiasmo di cui sono tutti i cuori agitali per avere una costituzione, ci annunzia già, che ci mettiamo a livello delle più colte nazioni di Europa. Noi eravamo poveri, non ostante che abitassimo il più beato suolo della terra; eravamo poco avanzati raggio e di ardire. Ma queste conlradizioni erano ben facili a spiegarsi. Gli errori del Governo non potendosi smascherare, eravamo nella guerra comandati da esteri mercenari; l’amministrazione interna, manomessa dalle più vili passioni, era garantita da tenebre impenetrabili. Tutti questi mali sono fugati dal governo costituziomale. Lo slancio unanime della nazione non ha più misura; l'armata ogni giorno più s'ingrossa, i soccorsi delle provincie limitrofe sorpassano la richiesta e l'aspettativa. Chiamato dai nostri concittadini ad assumere il comando dell'esercito nazionale ho giurato, ed hanno essi giurato, di assicurare alla patria, comune madre, una costituzione, o di morire. Io dichiaro che mi dimetterò a questo comando, appena che sicuri saremo di essere esauditi i voti comuni ».

18. Nella stessa notte, in cui era disertata una parte del presidio(1) della Capitale, giunse al Sovrano la notizia della rivoluzione di Salerno. Inoltre cinque Carbonari, fra’ quali il Picolella, si presentarono al palazzo reale, ed annunziandosi quali Deputati della Setta, dell’esercito e del popolo, chiesero di parlare al Re «per manifestargli il voto universale di avere prontamente una costituzione Soggiunsero i loro compagni attendere la risposta per provvedere ai casi proprj II Re fece ad essi rispondere dal Duca di Ascoli (Gran Cacciatore, Governatore di Napoli e suocero del Picolella) che fra due ore avrebbe promulgata la desiderata costituzione. Di fatti, nella mattina seguente, dei sei luglio, pubblicò che essendosi manifestato il voto generale della nazione del Regno delle Due Sicilie di volere un governo costituzionale, di piena sua volontà vi acconsentiva e prometteva di pubblicarne le basi nel corso di otto giorni; sino alla pubblicazione della costituzione, le leggi veglianti fossero in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordinare che le truppe ritornassero ai loro corpi, ed ogni altro alle sue occupazioni ».

Ritirossi poscia dall’amministrazione del regno e ne dichiarò Vicario Generale il Principe Ereditario, servendosi degli stessi termini che aveva adoperato nel mille ottocento e dodici (1). Furono quindi nominati a Ministri Ricciardi alla giustizia, Campochiaro agli affari stranieri, Zurlo all’interno, Macedonio alle finanze e Carascosa alla guerra. La marina fu conferita a Ruggiero Settimo siciliano. Ma questi essendo in Palermo (dove rimase), fu poscia affidata la direzione di quel ministero a De Thomasis.

19. Tali disposizioni però non furono sufficienti a contentare i rivoltosi e loro aderenti, ed a ridurli ali’ ubbidienza del governo. Pepe non 'disciolse punto le truppe ragunate a Monteforte; anzi a lui passarono altri trecento uomini che disertarono da Carascosa, mentre questi in esecuzione degli ordini sovrani ritornava in Napoli. Quivi i Carbonari, sin allora ignoti alla moltitudine, mostrandosi apertamente, stabilirono un centro di unione e di direzione presso la piazza della Carità, e corsero tripudienti le strade. Alcuni si recarono ad impadronirsi dei bastimenti da guerra, sospettando che il Re meditasse di allontanarsi dalla Capitale e adoprarsi, da luogo sicuro, contro la rivoluzione. Da tutto ciò venne un’agitazione universale; e la città avendo poche truppe e mal fide, si temette di cadere nell’anarchia.

20. In tali circostanze si chiamarono a Corte i Luogotenenti Generali Colletta, Filangieri, Pignatelli Strangoli ed altri ragguardevoli personaggi per sentire i loro consigli; ed affinché adoperassero la loro influenza per mantenere la pubblica tranquillità. Nella mattina poi del sette di luglio, il Principe Vicario Generale ragunò un Consiglio straordinario, al quale chiamò Gallo, Campochiaro, Zurlo, Winspear, Delfico Carascosa, Cardito e Cassero; e partecipò a loro — il Re essere pronto a dare una costituzione — Mentre si discuteva sul modo, si seppe che i faziosi carbonari avevano pubblicato sulla piazza della Carità la costituzione di Spagna. Quindi si vide che i Settarj avevano invasa la Reggia ed erano penetrati sino alla porta della camera del Consiglio, invocando quella stessa costituzione.

21. Allora il Vicario Generale pubblicò immediatamente la costituzione del Regno delle Due Sicilie essere la stessa adottata nel Regno delle Spagne nell’anno mille ottocento e dodici; e sanzionata dal Re Cattolico nel marzo di quest(9)anno, salve le modificazioni che la Rapii presentarne Nazionale, costituzionalmente convoli cala, credesse di proporgli, per adattarla alle circostanze particolari del Regno». I faziosi però non si contentarono di un atto pubblicato dal Vicario Generale, ma vollero che quello procedesse dallo stesso Sovrano. E Ferdinando I nello stesso giorno pubblicò «confermare quell’atto e promettere l'osservanza della costituzione sotto la fede e parola di Re, riserbandosi di giurarla, nelle debite forme; ratificare inoltre da allora, tutti gli atti posteriori che da suo figlio si sarebbero fatti per l’esecuzione della costituzione».

22. Questa poi in sostanza conteneva, «la nazione esser libera ed indipendente, e non essere il patrimonio d’alcuna famiglia o persona; la sovranità risiedere essenzialmente presso la nazione, e perciò a questa appartenere il diritto, esclusivo di stabilire le sue leggi fondamentali; la religione della nazione essere, e sarebbe stata perpetuamente, la cattolica apostolica romana, unica vera; la nazione proteggerla con leggi, savie e giuste, e proibire l'esercizio di qualsivoglia altra religione; il governo essere una, monarchia moderata, ereditaria; la potestà di far le leggi risiedere nelle Corti col Re; spettare al Re di farle eseguire, ed ai tribunali fissati dalla legge l’applicarle alle cause civili e criminali; le Corti essere la unione di tutti i Deputati rappresentanti la nazione e nominati dai cittadini sulla base della popolazione; vi fosse un Deputato ogni settanta mila anime; per la nomina vi fossero giunte elettorali di parrocchie, di partito (ossia circondario) e di provincia; per tal effetto tutti i cittadini di ciascuna parrocchia ragunarsi nella prima domenica di ottobre dell'anno precedente a quella della convocazione delle Corti, e nominare un Elettore parrocchiale per ogni duecento capi di famiglia; gli Elettori parrocchiali adunarsi nella prima domenica di novembre nel Capoluogo d’ogni partito, e nominare i Deputati provinciali sulla base di uno ogni tre di loro; questi poi nella prima domenica di dicembre si unissero nel Capo-luogo di ogni provincia per eleggere i Deputati alle Corti, colla proporzione di di uno ogni settanta mila abitanti; le Corti ragunarsi in ogni anno nel giorno primo di marzo; le loro sessioni durare tre mesi consecutivi, esser pubbliche e, solo in que’ casi in cui fosse necessaria la segretezza, potersi tenere a porte chiuse; i Deputati rinnuovarsi nella loro totalità ogni due anni; spettare alle Corti il proporre le leggi, approvare i trattali di alleanza offensiva, di sussidj e di commercio; fissare, a proposta del Re, le forze di terra e di mare; stabilire le spese pubbliche e le contribuzioni; ogni Deputato avere la facoltà di proporre una legge, ed il Re avere il diritto di sanzionarla; peraltro negata due volte la sanzione, se per la terza volta nelle Corti del seguente anno 'si approvasse lo stesso progetto di legge, bastare questo terzo atto, affinché la legge si avesse come approvata dal Re; duranti le vacanze delle Corti, vi fosse per le medesime una Deputazione permanente che invigilasse all’osservanza della costituzione; in caso di bisogno si convocassero Corti straordinarie composte degli stessi Deputati; il Re esser sacro ed inviolabile nella sua persona e non essere soggetto a responsabilità; non poter però impedire la celebrazione. delle Corti, né scioglierle o sospenderle nei tempi stabiliti dalla costituzione; non poter cedere alcuna parte del territorio, né potere uscire dal regno senza il permesso delle Corti; gli ordini del Re dover essere sottoscritti dal Ministro del dicastero a cui appartenessero, ed i Ministri essere responsabili alle Corti di qualunque ordine autorizzato da loro contro la costituzione; esservi un Consiglio di Stato, composto di quaranta Individui, fra quali quattro Ecclesiastici; i Membri del medesimo nominarsi dal Re sopra triplice nota proposta dalle Corti;il Re doverlo consultare in tutti gli affari del governo e specialmente per dare o negare la sanzione alle leggi, dichiarare la guerra, o fare trattati; le Corti ed il Re non poter mai esercitare le funzioni giudiziali, chiamare a se le cause pendenti, e far riaprire i giudizj terminati; non si facesse mai uso di tortora; essere tutti liberi di stampare e pubblicare le loro idee politiche senz'anteriore licenza, ma sotto le limitazioni e responsabilità da stabilirsi dalla legge».

23. Pubblicati tali atti di condiscendenza, il Governo adoprossi per ridurre ad ossequio i rivoltati armati. Per tal effetto nel giorno sette di luglio inviò Pignatelli Strangoli in Avellino, e Colletta a Salerno ad annunziare l’accettazione della costituzione di Spagna, qual pegno di pace e di concordia. Ma intanto nello stesso giorno Pepe aveva mandato al Principe Vicario Generale una memoria, nella quale, oltre la costituzione di Spagna, chiedeva imperiosamente «di conservare il comando dell’esercito sino alla convocazione del Parlamento, la consegna delle fortezze della Capitale ed una Giunta provvisoria che invigilasse alla causa pubblica, i membri della quale fossero per la quarta parte da esso nominati».

Tali petizioni da chi aveva tanta forza in mano erano quasi comandi. Quindi il Principe nello stesso giorno rispose, «desiderare vivamente di mettere a profitto i di lui servigi e consiglj, la maggior parte degli articoli proposti nella sua memoria, esser di già stati preveduti dal Re; desiderare alcune modificazioni suggerite dal pubblico interesse e dagli stessi principi costituzionali; perciò inviargli Beneventani e Nanni Commessarj di sua fiducia e muniti di pieni poteri per conchiudere seco lui l’affare». Ma i negoziati furono quasi inutili, ed i Commessarj altro non poterono ottenere se non che il Castel nuovo di Napoli, ch'è contiguo al palazzo del Re, continuasse ad essere presidiato dalla Guardia Reale.

24. Concertate in tal guisa le cose, Pepe nel giorno nove di luglio entrò trionfalmente in Napoli con circa settemila soldati di linea ed altri e tanti Carbonari preceduti dal Menichini. Passarono essi per le strade principali, fra gli applausi sinceri di chi si rallegrava, e maggiori di chi temeva. La stessa Famiglia Reale, (toltone il Re) assistette a tale marcia, si ornò della coccarda tricolore ed applaudì alla costituzione. Pepe, Napolitano, De Conciliis, Morelli e Menichini entrarono nella Reggia, e furono onorevolmente ricevuti dal Vicario Generale e dal Re. Con tanta moltitudine armata non accadde nella Capitale alcun grave sconcerto (1).

25. Frattanto nel dì nove di luglio il Principe Vicario Generale secondo le istanze di Pepe decretò «essere creata una Giunta provvisoria di quindici persone innanzi alla quale unitamente a tutti i Principi della Famiglia Reale avrebbe prestato il giuramento alla nuova costituzione della monarchia. Questo giuramento sarebbe dipoi ripetuto innanzi al Parlamento Nazionale dopo la sua legittima convocazione. La stessa Giunta sarebbe stata da lui consultata per tutte le disposizioni del governo, insino allo stabilimento del Parlamento Nazionale».

Furono tra membri di questo Consesso Melchiorre Delfico, il Tenente Generale Florestano Pepe (fratello di Guglielmo) Davide Winspear, il Duca di Gallo, ed il Colonnello Russo (2). Il Re stesso presto di poi (ai tredici di luglio) avanti questa Giunta il giuramento alla costituzione unitamente al Principe Ereditario, ed agli altri Individui della sua Famiglia.

26. Mentre il Re giurava la costituzione, altri cercavano di distruggerla. Alcuni faziosi subornarono varj soldati del reggimento di fanteria denominato Farnese che era stanziato in Napoli, tentando d’indurli a dar principio ad un'altra rivoluzione militare per ristabilire l'antico stato di cose. Il Governo accortosi di qualche fermento in quel reggimento gli ordinò di andare a Gaeta. Ma allora circa trecento soldati si ammutinarono, e nel giorno tredici di luglio disertarono con armi e bagaglie, dirigendosi verso Somma. Accorsero immediatamente diversi Uffiziali per ridurli al dovere. Il Generale d’Ambrosio ne fece arrestare alcuni nella stessa Capitale. Il Generale Filangieri antico loro Ispettore li raggiunse al prossimo Villaggio di S. Giovanni a Teduccio, e l’indusse a ritornare a Napoli. Ma giunti presso il ponte della Maddalena si ammutinarono nuovamente. Era però troppo tardi. Di già altre truppe l’avevano circondati. Menichini che era alloggiato co’ suoi Carbonari in una vicina caserma uscì anch’esso colle armi. Si fece fuoco, e vi furono molti feriti da ambedue le parti. Caddero morti un Uffiziale rimasto fedele, e dieciassette disertori, tutti gli altri fuggitivi furono fatti prigioni. Un Consiglio militare li condannò poi a morte; ma il Vicario Generale mitigò la pena, commutandola in quella di ferri (1).

27. Del resto il nuovo Governo secondando la rivoluzione, diminuì della metà il prezzo del sale per contentare la moltitudine (2). Liberò dalle carceri tutti coloro che erano stati arrestati per cause politiche o di sette (3). Decretò (al ventotto di luglio) «essere abolita l'azione penale contro tutti i prevenuti di reati correzionali, o di polizia commessi sino a quel giorno. Contro i medesimi rimanere soltanto alle parti offese il diritto di sperimentare in giudizio civile l’azione pei danni, ed interessi».

Ma ciò non fu sufficiente a contentare molti Carbonari che ave; vano avuto parte nella rivoluzione, ed erano rei di più gravi delitti. Insistettero essi per on indulto più ampio, e colla loro influenza ottennero che il Governo (agli otto di agosto) pubblicasse «essendosi saputo che la forza del voto unanime della politica rigenerazione sia stata così energica, che facendo tacere tutte le vendette particolari, abbia fatto Fraternizzare gli offensori e gli offesi, per modo che sono concorso senza alcun disordine alla proclamazione del regime costituzionale; e volendo sempre più confermare lo spirito di armonia, e di concordia tra i popoli, si era riconosciuta l’utilità di ampliare l'abolizione delle azioni contenuta nella legge dei ventotto di luglio. Decretare per tanto essere abolite le azioni penali per tutti i 9i misfatti commessi nei Dominj al di qua del Faro prima dei sette di luglio, e ciò per tutti coloro che non trovavansi nelle forze dei tribunali. Eccettuarsi soltanto il parricidio, il veneficio, la calunnia, e la falsa testimonianza nelle cause capitali, l'omicidio per causa di furto, o di abuso di persona, e l'aggressione sulle pubbliche strade». Così godettero l’impunità molti rei di delitti gravissimi (1).

28. Gli agenti di una rivoluzione riuscita dovevansi naturalmente ricompensare. Di fatti coloro che erano marciati a Monteforte duecento promozioni, e sette mila insegne dell'ordine militare di San Giorgio. Lusingavasi per avventura che ad una sua richiesta non vi fosse opposizione, essendo tale la sua considerazione che entrava a suo arbitrio nello stesso consiglio dei Ministri. Ma il Carascosa Ministro della guerra credeva impossibile, e per Io meno inconveniente il soddisfare a tali e tante richieste. Quindi disgusti fra quei due principali Generali. Furono nondimeno concessi molti favori a quei rivoltosi. Da principio tutti li ricusarono, dichiarandosi abbastanza ricompensati del felice successo della intrapresa. Dopo qualche tempo alcuni li accettarono, altri persistettero nel nobile rifiuto. Intanto da questi premj straordinarj a quei Uffiziali, malcontento negli altri, ed alcuni congiurarono eziandio per abbattere il Capitano Generale Pepe che consideravano qual prepotente. Il Carascosa fece indirettamente svanire quella trama. I Soldati del Reggimento Borbone di cavalleria che erano stati i primi a disertare formarono un corpo separato che ebbe il titolo di Squadrone Sacro (2).

29. I Carbonari ampliarono talmente la loro Società che vi ascrissero tutti i militari, e quasi tutti i cittadini. Anche le femmine vi erano ammesse, ed erano denominate Giardiniere. Nella sola Capitale vi erano novantacinque adunanze, (dette vendite) ed una di esse aveva ventotto mila socj. La maggior parte degli uomini onesti si lasciarono ascrivere (e talvolta erano ascritti senza previo avviso) per non essere molestati dai turbolenti. E mentre desideravano forse un Governo costituzionale, deploravano che questo si fosse stabilito da una setta poc’anzi proscritta. I più audaci mostravansi talvolta in pubblico armati, e pretendevano di coadiuvare il Governo, e forse di dirigerlo. Intanto molte volte lo incomodavano. Era certamente cosa molto pericolosa una Società tanto numerosa, armata, e trionfante: ma avendo «ssa fra i suoi principj Pamore della virtù, non ne derivarono tanti sconcerti, quanti se ne potevano temere (1).

30. La prudenza esigeva di preparare tutti i mezzi possibili di difesa. Carascosa proponeva di richiamare sotto le armi trenta mila congedati. Ma Guglielmo Pepe bramava che l’esercito fosse di cento mila uomini, e si aumentasse la massa dei cittadini armati; ed il suo parere prevalse (2). Quindi il Governo ordinò (ai tre di settembre) «essere richiamati alle armi per un servizio straordinario di sei mesi coloro che avevano servito dopo il mille ottocento e sei, e non avevano oltrepassati i quarantanni (3). In ogni provincia oltre i Militi vi fosse una Legione composta d’Individui dall’età di anni ventuno ai quaranta sempre pronti ad unirsi all’esercito. Si ordinassero inoltre i più Anziani in Compagnie di Urbani. In tal guisa i Legionarj concorressero alle difese dello Stato, i Militi della provincia, e gli Urbani della Città o della Terra».

I Congedati ritornarono in gran numero alle armi, e l'esercito ascese in poco tempo a cinquantadue mila uomini (4).

31. Del resto il Principe Vicario Generai, ai ventidue di luglio decretò — Si convocasse il «parlamento nazionale, e l’apertura delle sessioni avesse luogo nel dì primo di ottobre. La popolazione del regno essendo dì sei milioni settecento e trenta quattro, i Deputati fossero novantotto (5)». In tale occasione egli pubblicò agli Elettori - All’avvicinarsi di un’epoca nuova «per voi, il mio cuore prova quella sollecitudine che attende un bene, e pure teme le difficoltà le quali possono contrariarlo. Mi compiaccio a «sperare che penetrati dalle importanti funzioni delle quali i vostri deputati saranno incaricati, voi porrete mente alla scelta delle persone dalle quali dipenderà la futura ed eterna sorte della nazione. Ascoltate la mia voce come quella dell’amico, più che del Vicario Generale del mio Augusto Padre. Rivolgete le vostre mire agli uomini probi, incorruttibili, virtuosi, distinti per un vero, e puro amore di patria. Elevatevi al di sopra di ogni passione, e di ogni personale interesse. Gli uomini, e gli interessi personali passano, ma le nazioni sono eterne. Che l’avvenire sia avanti agli vostri occhi più che il presente! Quanto a me dichiaro che non ho altro interesse che il vostro (1)». Furono di fatti eletti alcuni uomini probi e savj, ma fra essi non pochi faziosi e smoderati.

32. Nello stabilito giorno primo di ottobre il 1 Re stesso circondato da tutta la sua famiglia si portò solennemente ad aprire il Parlamento. Rinnovò il giuramento alla costituzione, e poi pronunziò un discorso che in sostanza conteneva.

» Cominciò dal rendere grazie a Dio che ha coronato, la mia vecchiezza, circondandomi dei lumi dei miei amatissimi Sudditi. In voi considero la nazione come una famiglia, della quale potrò conoscere i bisogni, e soddisfare i voti. Voi mi presterete d’ora innanzi la vostra mano nell'adempimento del mio sacro dovere: ed io raccogliendo dalla vostra propria voce i voti della nazione, sarò liberato dall’incertezza di doverli interpretare. Per conseguire l’oggetto delle nostre comuni cure, io debbo richiamare la vostra attenzione alle importanti operazioni che vi sono commesse, e alle difficoltà che dobbiamo superare. Voi siete in primo luogo incaricati della, importante opera della modificazione da farsi, alla costituzione spagnuola, onde adattarla al nostro bisogno. Molte delle nostre instituzioni sono compatibili con qualsivoglia ordine politico. Tali sono la divisione del nostro territorio, il sistema di pubblica amministrazione, ed il nostro ordine giudiziario. Io sono sicuro che il Parlamento valuterà sopra tutto il bene di evitare quanto più sarà possibile i cangiamenti, nell’ordine interno, ed in tutto ciò che fu generalmente sanzionato dalla esperienza. Vi raccomando principalmente l'assicurare l'ordine pubblico, senza del quale ogni sistema politico e civile resterebbe senza effetto. Voi saprete dar vigore al governo, la forza del quale si confonde con quella delle leggi, quando il suo andamento è da queste diretto. Custodite gelosamente le garanzie individuali dei cittadini, ma sottoponete le volontà particolari alla generale, e rivestite l’autorità che la rappresenta di tutti i mezzi necessari a farle rispettare. L'inviolabile attaccamento che la nazione ha dimostrato alla nostra Santa Cattolica Religione, mi rende sicuro che il Parlamento ne custodirà la purità, e conserverà con ciò il più bel pregio della costituzione. Ho ordinato a tutti i miei Segretari, e Ministri di Stato di presentarvi un rapporto dello stato di ciascun ramo. Lo stesso desiderio per quanto riguarda le sue operazioni ho manifestato alla Giunta provvisoria di Governo. Lo stato delle nostre relazioni colf Estero è delicato; ma presenta difficoltà a superare le quali può forse essere bastevole la moderazione unita ad un contegno nobile, e fermo. La necessità di questo contegno vi persuaderà altresì de' sacrifizj che la nazione deve fare nel ramo delle finanze. Voi troverete preparate tutte le altre istituzioni dalle quali dipende l'interna prosperità del regno. Io ho conservato dopo il mille ottocento e quindici tutte quelle che l’esperienza; ed il voto nazionale indicavano come necessarie ed utili. Quanto agli affari ecclesiastici l’ultimo concordato ha fatto sparire 9tutte le antiche controversie con la Corte di Roma. Io sono persuaso che in tutte le future transazioni il Parlamento si farà sempre guidare dal rispetto dovuto alla Santa Sede, e dalla necessità di stringere sempre più le relazioni di amicizia che debbono esservi fra due Stati vicini, ed insieme legati per un comune interesse. Deputati, niun momento nella storia della Monarchia è stato più importante di questo. L’Europa tutta ha gli occhi sopra di noi. L’Onnipotente che regge il destino' di tutti i popoli ci ha messo nella posizione di acquistarci con la moderazione, e con la saviezza la stima di tutte le nazioni. È nelle nostre mani il consolidare le nostre istituzioni, ed il renderle stabili, durevoli, e tali che producano le nostre prosperità. Quanto a me non farò che secondare il voto de' miei popoli. Io desidero portare con me alla tomba la vostra riconoscenza e meri9tare il solo elogio di avere sempre voluto la vostra felicità».

Gli applausi universali che seguirono a questo discorso, che sembrava sincero, ne attestarono il comune gradimento.

33. Il Generale Guglielmo Pepe si accostò quindi al Trono, e disse «i suoi voti essere adempiti. Fedele alla sua promessa, ed ai precetti costituzionali, deporre ai piedi del Re ed in presenza de’ rappresentanti della nazione il comando in capo dell’esercito, che il solo attaccamento alla sua patria, ed ai veri interessi del Sovrano gli avevano fatto accettare. Felice nella tranquillità, sarebbe sempre stato il primo ad eseguire gli ordini del Re, ed a spargere il suo sangue per la difesa della costituzione, e del Trono, qualunque fosse stato il grado in cui fosse piaciuto al Sovrano di collocarlo». Il Re accettò di buon grado tal rinuncia. Ritiratosi quindi nuovamente dagli affari, lasciò che il Principe Ereditario continuasse ad amministrare il Regno (1). Così eseguissi la rivoluzione nei Dominj al di qua del Faro quasi senza spargimento di sangue; ma ben altrimenti accadde in Sicilia.

34. I Siciliani pel solito odio tra confinanti detestavano generalmente i Napolitani; e l’avversione era vie più cresciuta dopo che Ferdinando aveva loro tolto il titolo di regno particolare, la costituzione del mille ottocento e dodici, e l’amministrazione separata; e vi aveva introdotto il reclutamento, il registro, e la carta bollata. Devesi però avvertire che il sistema di legislazione e di amministrazione, con cui si erano stabiliti tribunali ed intendenze in sette provincie, piacque alla maggior parte degli abitanti dell’Isola (2) e fu generalmente applaudito dalle persone illuminate. Ma dispiacque specialmente a Palermo che per lo innanzi aveva non solo la direzione superiore, ma la stessa amministrazione dei principali affari dell’isola. In questa città poi i Patrizi mentr’erano avversi al Governo per la perdita di una costituzione la quale dava loro il diritto di sedere in una Camera di Pari, erano anche angustiati dalla certa scienza che doveva pubblicarsi una legge feudale e demaniale, secondo la quale derogandosi a transazioni, a sentenze, ed alla prescrizione immemorabile, una parte de’ beni stabili che possedevano sarebbe passata ai Comuni, ed agli Abitanti de’ feudi che dianzi avevano. I Forensi che in Palermo etano molti e potenti, avevano generalmente in avversione le nuove leggi, le quali toglievano a loro la maggior parte del lucro, e dell’influenze. Il volgo era rimasto fisso nell’antico e cieco odio contro i Napolitani.

35. In tali disposizioni degli animi ai primi ed incerti annunzi della rivoluzione costituzionale in Napoli, subito ed universale fu il voto de’ Palermitani di avere un Parlamento siciliano, separato ed indipendente dal napolitano. Lo stesso, interpretando i desideri dei loro concittadini, manifestarono nel Consiglio del Vicario Generale i Principi di Cassero e di Villafranca, che trovavansi in Napoli. Frattanto in Palermo mentre avevansi soltanto notizie confuse della rivoluzione di Napoli, incominciossi tranquillamente la solennità di Santa Rosalia che colla denominazione di Festino e con grandissimo sfarzo si celebra in ogni anno dagli undici ai quindici di luglio. Finalmente nella sera dei quattordici una barca proveniente da Napoli recò gli atti, coi quali il Re aveva accettato la costituzione di Spagna; ed alcune Notificazioni che promettevano una diminuzione di dazj. Arrivarono colla stessa barca alcuni Siciliani colla coccarda costituzionale, ed eravi fra essi il Marchese Poggio Gregorio noto a tutta la città per nascita, per impieghi, e per principi costituzionali manifestati nel mille ottocento e dodici. Alcuni Magnati avidi di notizie circondarono immediatamente questo loro conoscente, e da suoi discorsi infiammaronsi reciprocamente, di entusiasmo per la costituzione, e la rappresentanza nazionale separata e indipendente da quella di Napoli Essi unironsi poi subito in diversi crocchj per deliberare a quali mezzi dovevano appligliarsi per ottenere la desiderata indipendenza, e subito formaronsi due parti. I Principi di Aci, e di Cattolica, i Duchi di Sperlinga, e di Villarosa ed altri fra primarj Patrizi (ragunatisi in casa del Principe di S. Cataldo) bramavano la costituzione del mille ottocento e dodici. Il Marchese Ruddusa, Requesens Colonello in ritiro, il Conte Aceto (uomini in Palermo notissimi) e la maggior parte dei Forensi preferivano quella di Spagna. Frattanto alcuni de' più faziosi incominciarono a mettersi la coccarda tricolore, ed essendovi in quella sera pomposo passeggio per la strada principale illuminata e piena di popolo, m poche ore quasi tutti presero quella divisa. Ma ben tosto vi fu chi avvisò essere necessario un segno per dimostrare che oltre la costituzione, si desiderava la indipendenza. Per tal effetto si adottò un nastro giallo.

36. Era allora Luogotenente (cioè Governa tore) Generale di Sicilia Diego Naselli palermitano, personaggio di un ingegno mediocre nelle circostanze ordinarie, inetto nelle straordinarie e clamorose. Quindi punto non si scosse al principio di ribellione indicato dal nastro giallo, e non prese alcuna precauzione per prevenire gli ulteriori, ed imminenti disordini.

37. Frattanto i Faziosi agivano, e sebbene non fossero fra loro d’accordo sulla costituzione da stabilirsi, né avessero formato alcun concerta determinato, nondimeno per uniformità di sentimenti tutti convennero: «doversi sollevare ed armare il popolo, indurre colla loro influenza il Luogotenente Generale a non opporvisi, trarre la truppa ad unirsi coi cittadini, o pure a ritirarsi 9nelle Fortezze, ed in tale atto minaccievole chiedere al Sovrano l'indipendenza siciliana».

I fautori della costituzione del mille ottocento e dodici essendo per la maggior parte fra principali possidenti molto consultavano, e poco agivano; frattanto gli altri per la mediocrità della fortuna più audaci si avvanzavano nelle loro operazioni. Presto unironsi ad essi i falliti, coloro che erano prossimi ad esserlo, ed alcuni perdutissimi che frequentavano una Società di Nobili detta volgarmente la Galera. Eranvi tra essi alcuni Carbonari, e questi tosto cercarono di trarre al partito della indipendenza siciliana i loro socj che erano fra soldati del presidio. Con ciò conseguivano il doppio scopo di fortificare la loro parte, ed indebolire la truppa.

38. Da ciò ne venne che nella mattina dei quindici di luglio il Luogotenente Generale essendo intervenuto con pompa alla Messa che in quel giorno sacro alla Patrona Santa Rosalia celebrossi solennemente nella Metropolitana, molti, per la maggior parte prezzolati dai Faziosi gli si affollarono attorno, e per le strade, e nella stessa Chiesa gridarono altamente «viva la Costituzione». Vi fu anche chi gridò parecchie volte «viva la truppa». Nella sera suole il popolo passeggiare sino ad ora tarda per le strade illuminate, per vedere una processione, la quale si protrae sino alla mattina seguente. Formaronsi in tale occasione gruppi di centinaja di persone, le quali passeggiavano gridando: viva l'indipendenza, e talvolta vi fu anche chi gridò: «viva la libertà, viva Robespierre».

Uno fra questi gruppi condotto da un certo Trigona Carbonaro ed Uffiziale nella guardia stanziata in Palermo era per la maggior parte composto di soldati, e Sotto-Uffiziali insigniti di divise Carbonare, e tripudianti con palermitani appartenenti alla stessa Società.

Il Generale Church, che era Comandante delle armi, sapendo di essere odiato da Settarj per la sua commissione di Lecce (1) comprese che la sua autorità poteva essere disprezzata, quindi credette essere prudenza il dissimulare momentaneamente quel disordine militare, e passeggiare a piedi per dimostrare che anch’egli partecipava alla allegrezza del popolo; ma fu tosto circondato da una turba di tumultuanti, e costretto a fuggire dalla città (recossi poco dopo a Napoli), la di lui abitazione fu da quei forsennati devastata, ed 41 mobile ne fu incendiato.

40. Incominciato in tal guisa il disprezzo del pubblico potere, fu cosa facile ai Faziosi il dirigere i sollevati contro tutte le instituzioni recenti che il volgo odiava come provenienti dai Napolitani. Pertanto nella mattina dei sedici di luglio diressero turbe di faziosi agli officj della carta bollata, del registro, delle ipoteche, del catasto, e dell’Intendenza, ed il tutto fu incendiato. Furono eziandio distrutti gli stemmi reali, e si rialzò l’antica insegna palermitana consistente in un'Aquila a due teste.

41. Tale era lo stato di Palermo, allorquando nella mattina del sedici di luglio il Luogotenente Generale fece pubblicare il decreto reale sulla accettazione della costituzione spagnuola. Tra la promettevano una diminuzione di dazj. Ad imitazione poi di quanto erasi fatto in Napoli stabilì una Giunta di personaggi notabili, e nominò membri della medesima il Principe di Villafranca (sebbene assente in Napoli), Ruggiero Settimo, Gaetano Bonanno, Palermo Religioso Teatino, il Marchese Raddusa, il Colonnello Requeseos, e Giuseppe Tortorici.

42. Il Governo però non aveva più la forza di agire regolarmente, e Naselli era in preda ai Faziosi, fra quali annoveravansi alcuni Membri della stessa Giunta. Lo consigliarono questi «a contentare in tutto la volontà del popolo, e primieramente a permettergli che avesse nelle Fortezze w della Capitale un numero di cittadini eguali a 9quello dei soldati che le presiedevano».

Ottenuto un tale permesso il Conte Aceto (col consiglio del Principe di Aci il quale forse aveva mire occulte e particolari, e si lusingava di potere armare, e dominare il popolo) recossi immediatamente con una turba di popolaccio all’ingresso del Castello a Mare, e partecipò al Generale la Grua (Palermitano) che vi comandava l’ordine del Luogotenente Generale. Quel Comandante non si sa per qual motivo cedette a tale inusitata intimazione, e permise l’entrata ai sediziosi. Questi invece di entrare in poco numero quanti erano i soldati di presidio (eranvi pochi Veterani con alcune reclute siciliane) vi penetrarono a migliaja, e si impadronirono di quattordici mila fucili con una proporzionata quantità di munizioni. Essi entrarono quindi senza ostacolo in altri due Forti minori che sono sulla riva del mare, e dopo alcune leggiere difficoltà, che facilmente superarono, ebbero anche in loro potere quello che circonda il Palazzo Reale.

43. Tanta plebaglia armata spaventò tutti i buoni, e forse gli autori stessi di tale inconsiderato armamento. Del resto il Naselli raccomandò ad alcuni Patrizj di dividersi i Quartieri della città, ed adoprare la loro influenza per impedire i disordini. Chiamò eziandio i Consoli dei mestieri (in Palermo gli artieri erano ancora uniti in collegi, come lo erano anticamente nelle altre città d’Italia, ed ognuno di essi era presieduto da un Capo detto Console) e raccomandò a loro di tenere a freno i propri compagni. Formaronsi allora Squadre armate di ciascun mestiere, le quali avendo alla testa un Patrizio ed un Console, gridavano che si osservasse il buon ordine. Ma invece lo scompiglio cresceva. Sul mezzo giorno una turba di perdutissimi condotta dal Principe di Monte Maggiore recossi senza opposizione alla casa dei pubblici giuochi, la saccheggiò, e ne incendiò il mobile. Sulla sera altra simile turba fece lo stesso nella casa del Marchese Ferrari Ministro delle Finanze, e uomo danaroso. L’Arcivescovo Cardinale Gravina recossi a piedi e colla Croce per impedire quest’ultimo sacco nel suo principio. Ma la sua voce non fu intesa e dovette ritirarsi non senza pericolo gravissimo.

44. Il Principe di Cattolica nello stesso giorno chiese ed ebbe dal Luogotenente Generale la facoltà di ordinare una guardia civica. Ma i fautori della costituzione spagnuola considerarono un tale atto come contrario ai loro disegni. Sparsero nel popolaccio diffidenza contro il promotore del medesimo, pochi arruollaronsi a quella guardia, ed il Cattolica sulla sera dovente fuggire dalla città. Egli cercò l’imbarco sopra un bastimento regio che era nel porto, e non avendolo potuto ottenere tentò di nascondersi (nella seguente mattina) nel prossimo borgo dell’Albergheria; ma scoperto dal sollevato popolaccio di quel luogo fu creduto sospetto, e trucidato.

45. Intanto nella sera dei sedici di luglio il Luogotenente Generale ragunò presso di sé la Giunta provvisoria, e ne interpellò il parere per rimediare agli attuali disordini. Allora Raddusa e Requesens esposero: «il popolo desiderare l’in9dipendenza, ed odiare la carta bollata, il registro, e tutte le altre nuore istituzioni introdotte dai Ministri Napolitani; quindi Punico mezzo di rimediare al male era ai abolire tutte queste novità, e promulgarne la soppressione in tutta l’isola per impedire che i disordini accaduti in Palermo si rinnuovassero in altri luoghi».

Tale rappresentanza era appoggiata da una turba di popolaccio, la quale circondava l'abitazione del Luogotenente Generale, e gridando viva l’indipendenza minacciava saccheggio ed incendio. Il Naselli avvertì: «le sue facoltà non estendersi a promulgare leggi, ma limitarsi a poter rappresentare al Sovrano i bisogni, ed i desiderj delle popolazioni». Allora quegli individui che dirigevano la Giunta compilarono immediatamente un indirizzo al Principe Vicario Generale in cui esponevasi «essere voto generale della Sicilia di avete la costituzione di Spagna, ma un'amministrazione separata, e indipendente da quella di Napoli; lusingarsi i Siciliani di ottenere quanto chiedevano». Il Luogotenente Generale sottoscrisse tale rappresentanza, e promise di spedirla immediatamente a Napoli. Sotto specie poi di ovviare agli sconcerti per l’isola adottò il mezzo più proprio a suscitarli, collo scrivere dovunque «di secondare in tutto la volontà del popolo». Dispose che «girassero per la città pattuglie composte di onesti cittadini, i quali diretti dai Consoli, da Cavalieri ed occorrendo anche da Sacerdoti, togliessero le armi a coloro che amavano soltanto il disordine; se i Consoli lo credevano opportuno unissero alle pattuglie una metà di soldati»; ma tutte queste disposizioni erano di già inutili.

46. Imperciocché dalla mattina il popolaccio aveva incominciato ad insultare i militari, ed alcuni anche erano stati uccisi. Tutti gli atti di quella giornata indicavano un muovimento verso l'anarchia. Quindi sulla sera il Maresciallo di Campo O Faris (a cui era rimasto il comando dopo la fuga del Church) e Pastore Comandante della Divisione si presentarono al Luogotenente Generale circondato dai membri della Giunta, e gli esposero «la truppa credere compromesso il proprio decoro se tardasse più oltre a reprimere i disordini popolari».

Il Naselli approvò la militare proposta, ed immediatamente si stabilì che il presidio (consistente in circa due mila uomini, fra quali quattrocento di cavalleria, e duecento e quaranta artiglieri) si schierasse sulla piazza del palazzo reale e sulla prossima di Santa Teresa per agire secondo le circostanze. Così si fece nella stessa notte. Frattanto i cittadini che nel precedente giorno erano entrati nelle Fortezze per presidiarle colla truppa, giunta la notte se n’erano andati a dormire alle loro case. Ma i Comandanti militari non approfittarono pienamente di tali circostanze. Essi limitaronsi a munire il cattivo Forte che circonda. il palazzo reale, e trascurarono quelli che sono sulle spiagge del mare.

47. L’aspetto della truppa schierata in battaglia non atterrì punto i sollevati. Anzi essi la molestarono tutta la notte colle schioppettate, e la minacciarono anche con alcuni cannoni che avevano preso nell’arsenale. Conosciutasi allora la necessità di combattere, i Comandanti militari discussero due disegni. Opinavano alcuni «essere, difettosa la posizione del palazzo reale situato, fra la città ed i sobborghi. Doversi piuttosto, attraversare la città stessa in tre colonne, prendere posizione presso il porto, dove si avrebbe, il nemico da un lato solo, munire le prossime, Fortezze del Molo, del Castello a Mare, e della, Sanità, e quindi occorrendo ritirarsi lungo la, spiaggia verso Termini e Messina». Al contrario: credettero altri «doversi colà rimanere, dirigere, distaccamenti nella città per tentare di ristabilirvi la calma, e se occorresse ritirarsi per Monreale a Trapani». E questo fu il parere che prevalse.

48. Difatti nella mattina dei diciassette di luglio furono spediti diversi distaccamenti per allontanare dal palazzo reale il popolaccio armato. Tutti ottennero qualche vantaggio. Uno che era composto di due Compagnie di un Battaglione Estero comandato dal Maggiore Francia (Calabrese) discese per la strada principale che è spaziosa ed in linea retti, ne scacciò i mascalzoni che la occupavano, tolse a loro alcuni cannoni che vi avevano trasferito, e sebbene infestato da molti che appiattati tra le case gli sparavano schioppettate ai fianchi ed alle spalle, attraversò l'intera città, e fermossi tranquillamente presso il mare. Dopo qualche tempo però tutti quei distaccamenti secondo le istruzioni ricevute, (ed alcuni anche costretti dalla forza) retrocedettero ai loro Corpi. I sollevati presero un tale muovimento per una sconfitta, divennero vie più audaci e ritornarono più furibondi alle offese. Occuparono quasi senza resistenza le trascurate Fortezze esistenti sulla spiaggia del mare. Aprirono le carceri le galere, e cosi accrebbero il loro numero di circa duemila e cinquecento scellerati. Non avevano Capo, non ordinamento alcuno, ma suppliva ad ogni cosa l’odio comune che tutti avevano contro i Napolitani. Distinguevasi soltanto per l'audacia e più per l'abito un certo Gioacchino Vaglica Frate Francescano del terz’Ordine, e questi servì talvolta di condottiere a coloro che gli erano vicini. Essi occuparono gli edifizj che circondano la piazza reale, e con un fuoco continuo molestarono talmente la Fanteria nella medesima schierata, che dopo alcune ore di combattimento, in fine alle tre pomeridiane la indussero a ritirarsi nel Forte del Palazzo. Questa ritirata però non si fece colla dovuta regolarità, ed incominciò in tal guisa un disordine che presto fu portato al colmo dello scoraggiamento, e dai maneggi della Carboneria. Da ciò ne seguì che dopo breve dimora in quel Forte la truppa non ascoltando più il comando ne uscì, e si sbandò in vari drappelli che presero diverse direzioni. La Cavalleria seguì l'esempio della Fanteria. Intanto i contadini delle campagne, e dei paesi prossimi a Palermo si erano parimenti sollevati ad imitazione della città; quindi i Militari furono tutti arrestati (in quel giorno,, e nei seguenti) maltrattati, legati, e condotti alle pubbliche carceri di Palermo fra gli schiamazzi e gli scherni dell’insultante e tripudiante volgo. Perirono in quel giorno circa trenta militari, e quattrocento circa furono feriti. Fra cittadini caddero cinquanta tre morti, e ne furono feriti sessanta sei.

49. Il Luogotenente Generale Naselli intesa la sconfitta della truppa imbarcossi nella stessa sera dei diciassette di luglio alla volta di Napoli, tutti i pubblici impiegati cessarono dall'esercizio dei loro uffizj, e Palermo rimase pienamente nell'anarchia. Il popolaccio saccheggiò il palazzo reale, le abitazioni degli Uffiziali, e le caserme dei soldati. I contadini dei vicini paesi corsero armati ad accrescere Io scompiglio della città. Una moltitudine confusa di cittadini, di contadini, di galeotti e di carcerati scappati scorreva le strade esultante ed armata, ed insultante la religione e la società collo schiamazzare «viva Santa Rosalia buon’ordine». Tutti gli onesti cittadini si chiusero e si fortificarono nelle proprie case, ma ciò non impediva che i mascalzoni (detti volgarmente da un certo loro abito bonache) colle minaccie estorcessero a loro danaro. Talvolta penetravano eziandio nelle stesse abitazioni, e col pretesto di provvedersi di armi, 0 di cercare soldati nascosti rubavano quanto trovavano. Fra quei furibondi segnalavansi i conciatori, che in Palermo erano molti, uniti di abitazione, facinorosi, disprezzanti delle leggi anche in tempi tranquilli, e perciò formidabili nei torbidi.

5o. In tale anarchia i soli che conservassero qualche influenza sopra altri erano i Consoli delle arti. Quindi molti di essi come capi della maggior parte del popolo armato, nella mattina dei dieciotto di luglio si presentarono al Principe di Torrebruna che era pretore (così chiamano in Palermo il capo del corpo municipale) e lo invitarono ad assumere il totale governo della città. Questi li condusse dal Cardinale Arcivescovo Gravina, e seco lui si concertò una Giunta provvisoria. Si elessero a membri della medesima l’istesso Cardinale (Presidente) i Principi di Paterno,di Castel nuovo, di Trabia, di Pantelleria, e di Pandolfina, il Duca di Monteleone, il Marchese Raddusa, il Conte di San Marco, e Ruggiero Settimo. Si aggiunsero dieci Avvocati col titolo di Collaboratori, e si nominò Cancelliere Gaetano Bonanno. Ragunatasi la Giunta nel giorno diecinove, conobbe subito la necessità di ammettere alle sue sessioni i Consoli delle arti, ed in modo che tutte le risoluzioni si prendessero col loro consenso. Con questa misura però mentre vincolossi internamente con ignoranti artieri, non acquistò forza sufficiente per farsi ubbidire, quindi continuò per varj giorni l'anarchia.

51. Nel dì venti luglio una turba di carcerati, e di galeotti scappati circondò il palazzo arcivescovile in cui si ragunava la Giunta, e con aspetto minaccievole chiese l'indulto dei proprj delitti. Le circostanze non permettevano di deliberare sulle facoltà, e sui risultamenti di un tale atto. Il Cardinale Presidente affacciatosi ad una fenestra incominciò a tranquillarli assolvendoli con atti di benedizione vescovile; e quindi la Giunta pubblicò che «per le imperiose circostanze in cui si trovava, e per assicurare la comune salvezza, si era determinata di accordare un pieno indulto non solo a quelli che erano usciti dalle carceri, e dalle galere, ma generalmente a tutti quelli che trovavansi attaccati di colpe, ohe egualmente lo meritavano». Procurò poi la Giunta di rimandare alle loro case coloro che fra questi ribaldi erano forestieri.

52. In quello scompiglio della città molti Napolitani ed anche alcuni personaggi Palermitani che temevano maggiormente il furore del popolaccio eransi rifuggiti nel palazzo arcivescovile. Fra questi vi fu il Principe di Aci odiato dal volgo per il rigore con cui aveva esercitati alcuni ufficj municipali, e sospetto ai Faziosi che tentasse di ristabilire l’autorità regia. Incominciarono questi suoi nemici declamare «essere traditore della patria, ed aver fatto inchiodare molti cannoni che erano, in potere del popolo». Egli dimostrò facilmente alla Giunta la sua innocenza; ma non potè distruggere l’avversione del popolaccio, il quale continuava perciò a minacciarlo in quello stesso asilo. Per non esporre pertanto il palazzo(1) arcivescovile ad un assalto ne uscì la sera dei ventitré di luglio per essere condotto sotto h storta di alcuni conciatori alle carceri, dove sperava di avere altro momentaneo rifugio. Ma per istrada un ribaldo (che sembra essere stato un mandatario degli stessi suoi condottieri fra quali vi era un suo debitore) gli sparò una schioppettata e l’uccise. II cadavere fu mutilato, e fra l’orrore dei buoni, e gli scherni dei malvagi fu strascinato tutta la seguente notte per la città, ed in fine abbruciato. La di lui abitazione fu saccheggiata. Nella stessa notte fu similmente trucidato, per toglierli impunemente il danaro, un certo Sancio uomo dovizioso. Incominciato in tal guisa lo spargimento di sangue ed il saccheggio i ribaldi disegnavano altre vittime al proprio furore, e fra queste lo stesso Cardinale Gravina creduto falsamente proprietario di molto oro lasciatogli dal fratello Ammiraglio morto in Ispagna (1). Un mero accidente distolse gli animi di quei furibondi.

53. Allo spuntare del giorno, ventiquattro di luglio giunse nel porto il Principe di Villafranca che da qualche tempo, come accennai, era in Napoli. Era questi generalmente amato come splendido ed attaccatissimo alle cose patrie. Accorse una moltitudine ad incontrarlo, e fra le giulive acclamazioni lo condusse quasi trionfalmente al palazzo arcivescovile. Quivi fu subito acclamato Membro della Giunta, e poi sul desiderio manifestato dal Cardinale Gravina di ritirarsi dalla presidenza della medesima, egli ne fu nello stesso giorno eletto Presidente. Tuttociò attrasse un'attenzione particolare del popolaccio anelante alla 'rapina, lo distolse dai concepiti disegni, e rincorò i buoni.

54. Intanto la Giunta aveva nominato Comandante Generale delle armi il Colonnello Requesens, e questi incominciò ad ordinare tre reggimenti di fanteria, uno di cavalleria, ed un altro di artiglieria. Essi non furono mai compiuti (sebbene vi si arruollassero poscia gran parte dei soldati fatti prigionieri), ciò nondimeno somministrarono qualche forza per imporre alla moltitudine. Sul principio poi di agosto si stabilì una Guardia provvisoria di sicurezza interna, e vi si ascrissero tatti gli onesti cittadini. Si procurò di riordinare alquanto l'amministrazione, ed i tribunali. E con tutte queste disposizioni si riuscì di tenere per qualche tempo in freno coloro che anelavano soltanto alla rapina. Gli Uffiziali che erano stati arrestati furono messi in libertà con alcune precauzioni.

55. La rivoluzione scoppiata in Palermo non si era da principio estesa che ai paesi più prossimi. Ma gli autori, e fautori della medesima nulla lasciarono d’intatto per ampiarla a tutta l'Isola. Primieramente la Giunta nel dì ventisei di luglio spedì circolari a tutte le città (ed alle principali inviò anche Deputati) annunziando loro il seguito cangiamento, ed invitandole «a sostenere colla dovuta fermezza l'indipendenza nazionale sotto la costituzione spagnuola, ed a concorrere a’ suoi sforzi. Deponessero pertanto le antiche rivalità, e mentre la patria comune era in pericolo, si riunissero sotto unico stendardo, ed unite raddoppiassero le loro forze ed i loro mezzi. Spedissero subito Rappresentanti in Palermo per unirsi alla Giunta stessa». Alcune città, e molte terre cedettero di fatti all’influenza di Palermo, ma le capitali delle altre sei provincie rigettarono tali suggestioni. Imperciocché nel sistema di governo in cui Palermo aveva deteriorato, esse avevano migliorato la loro condizione, e perciò erano interessate a mantenere gli ordini esistenti. Il Principe di Belmonte che era stato inviato dai Palermitani a Messina, ed il Duca di Sperlinga mandato a Catania non furono ricevuti, anzi furono arrestati, e mandati a Gaeta. Allora i Faziosi si accinsero ad ottenere il loro intento colla forza, dirigendo nel mese di agosto, bande armate che chiamavano guerriglie, per sottomettere tutta l'Isola.

56. Una di queste bande si diresse alla volta di Girgenti, città di quattordici mila abitanti, senza fortificazioni, e senza presidio. Al primo annunzio della marcia quei cittadini furono spaventati dal timore del saccheggio, e perciò inclinarono generalmente a cedere alla forza delle circostanze. Come suole accadere in tempi torbidi i ribaldi furono i più audaci, e nella mattina dei nove di agosto una turba di mascalzoni, fra quali segnalavasi un certo Giosuè laico cappuccino, corse armata per la città, e promulgò l'indipendenza siciliana, ossia l'unione alla causa di Palermo. Il Marchese Palermo Intendente di quella provincia fu arrestato, e da Frate Giosuè condotto nella capitale.

57. Contro Caltanissetta i Palermitani diressero il Principe di San Cataldo celebre in quelle vicinanze come possessore di una terra confinante, dalla quale aveva appunto un tal titolo. Gli aggiunsero varj altri Faziosi, e fra questi Michele e Rodrigo Palmieri, ed Orlando antico Capitano d’artiglieria. San Cataldo nel giorno undici di agosto unì da diversi paesi in quella sua terra cinque o sei mila mascalzoni avidi di rapina, e ne collocò una porzione sul vicino monte detto Babaurra che s’innalza verso Caltanissetta. Questa città di circa quindici mila abitanti era senza mura, e non aveva che una debole compagnia di fanteria. Si accinse nondimeno a difendersi colla forza della propria popolazione. Presto però ne nacque una confusione prossima all'anarchia, e gli impiegati del governo ritiraronsi colla truppa verso Messina. Nel giorno dodici mentre le turbe degli assalitori saccheggiavano il territorio, vi fu qualche colloquio per un accomodamento. Ma nel tempo stesso un ballerino piemontese (un certo Stecco) che si trovava in Caltanissetta si mise alla testa di circa seicento audaci, marciò al posto di monte Babaurra, lo prese e minacciò di assaltare la stessa terra di San Cataldo. Non aveva però forze eguali al suo ardire; e la sua banda fu battuta, e dispersa dall’artiglieria dell’Orlando. Le bande del San Cataldo all’annuncio dell’attacco del monte Babaurra si riunirono, assaltarono. Caltanissetta, la presero, e la saccheggiarono. Gli assalitori annunziarono di avere perduto sessanta uomini, e di averne uccisi circa trecento.

58. Spedirono similmente i Palermitani altra banda contro Trapani città fortificata. Era essa composta di alcune centinaia di mascalzoni condotti da un certo Barone di Maria della terra di Montevago. Lusingavasi costui di poter trarne alla sua parte tutti i paesi vicini alla Fortezza, e penetrarvi dentro coll’ajuto degli abitanti. Giunto però sotto la medesima si conobbe deluso, poiché il presidio contenne quelli che fra i Trapanesi sembravano inclinati alla rivolta, e fece anche qualche sortita per respingerlo. Egli non trovò neppure nei circonvicini paesi quel favore che si attendeva. Da ciò ne venne che i suoi seguaci col pretesto di sottomettere nemici tentarono di saccheggiare Marsala, Monte di Trapani, ed altri prossimi luoghi; ma trovarono dovunque resistenza, alcuni rimasero morti, e gli altri si dispersero.

59. Altra banda fu diretta per sottomettere la Valle di Noto, e specialmente Siracusa. Era essa similmente composta di alcune centinaja di ribaldi, ed era condotta da un certo Abela siracusano. Costui sin dalla sua prima gioventù crasi applicato alle società segrete ed alle cospirazioni, ed appunto per tal motivo era carcerato in Napoli allorquando nel mese di luglio scoppiò la rivoluzione. Uscitone recossi in Palermo, comparve pubblicamente ornato delle divise Carbonare, e volle che tali insegne portassero manifestamente anche quei faziosi che avevano il titolo di Uffiziali nella sua banda. I suoi seguaci però incominciarono per varj motivi a contendere fra loro prima di partire da Palermo. Vennero quindi apertamente alle armi dopo due giorni di marcia, e ne rimasero diversi. morti e feriti. Altri retrocedettero verso Palermo, dove furono arrestati, ed in parte fucilati. Finalmente ai dieci di settembre egli pervenne a Licata. Ma quei abitanti presero le armi, uccisero ottantuno di quei masnadieri, ne arrestarono alcuni (fra quali l'Abela) e dispersero gli altri.

60. Partì finalmente da Palermo altra spedizione contro Celalù. Era questa città tranquilla, e sommessa; ma sedeva in essa Sergio Vescovo danaroso, e non molto venerato dal popolose perciò nacque il desiderio ad alcuni Faziosi palermitani di estrargli una parte dell’oro accumulato. Capo di essi fu un certo Battaglia già Console dei carbonari, e potente fra suoi:.Sparsa la voce che il Sergio agitava quella città, il Battaglia più di proprio moto che per ordine della Giunta vi si recò con una masnada di ribaldi, vi entrò senza ostacolo, ne arrestò il Vescovo, e non lo rilasciò che dopo di avergli estorto undici mila onze. Errante Frate Francescano ascritto a quella banda non avendo potuto partecipare al bottino, come anelava, se ne distaccò, e con alcuni seguaci recossi a sfogare la sua rapina e libidine nella vicina terra di Santo Stefano. Ma quivi gli abitanti lo trucidarono con alcuni de’ suoi, ed i restanti furono distrutti da altra banda palermitana meno indocile.

61. Era quest'ultima guerriglia comandata da Raffaele Palmieri il quale da Cefalù marciava verso Messina. Giunto nella metà di agosto a Mistretta attese a raccogliere altri armati, ed intanto spedì un certo Bazan con novanta uomini verso Bronte. Arrivato questi a Cesarò vi fu accolto tranquillamente, ma poco dopo fu assalito improvvisamente dagli abitanti, i quali trucidarono cinquanta di quei masnadieri, e misero in fuga gli altri.

62. Sul principio poi di settembre i Palermitani spedirono il Principe di San Cataldo, ed Orlando nella Valle di Noto, colia istruzione di raccogliere circa due mila uomini, e poi marciare contro Catania città doviziosa, tranquilla, e senza mura. Altre forze diresse nuovamente contro Trapani. Ma ormai dovevano desistere dalle offese, e pensare alla difesa.

63. E quivi converrà narrare che il Principe Vicario Generale del Regno alla prima notizia della rivoluzione di Palermo pubblicò una proclamazione affettuosa per tentare di richiamare all’ordine i traviati. Confermò la Giunta stabilita dal Naselli, e nominò Luogotenente Generale di Sicilia Ruggiero Settimo. Nel tempo stesso poi spedì a Palermo una Flottiglia coll’istruzione al Comandante della medesima di offrire rimbarco ai Napolitani che desiderassero ritornare alla Patria, ed ai Siciliani che volessero recarsi a Napoli: Ma tutte queste disposizioni furono inutili. Imperciocché la Flottiglia giunta nella rada di Palermo nel dì venticinque di luglio accrebbe colla sua presenza il tumulto invece di sedarlo. Non potè comunicare liberamente colla città, e dopo breve ed insignificante colloquio con una Deputazione della Giunta Palermitana se ne ritornò in Napoli. Allora il Principe Vicario Generale con decreto dei ventinove dello stesso mese di luglio nominò Luogotenente Generale in Sicilia il Principe della Scaletta, che era già Governatore di Messina (il Naselli fu destituito da tutti gli onori) e questi prese le opportune provvidenze per impedire il più che fosse possibile i progressi della rivoluzione nell’isola.

64. Mentre poi il Governo di Napoli prendeva quelle provvidenze che credeva opportune nei primi giorni della rivoluzione de’ Palermitani, questi nell’ebrietà della vittoria riportata sul presidio credevansi di già costituiti in popolo indipendente. Deliberarono pertanto (ai ventitré di luglio) di spedire una Deputazione in Napoli per stabilire diffinitivamente le cose loro. Fu questa composta di otto membri fra quali il Principe di Pantelleria, ed il Conte di San Marco fra principali della città, ed i Consoli de’ pescatori, e dei calzolai. La Giunta diede loro l'istruzione «di trattare per avere l’indipendenza totale dal Regno di Napoli con un Re particolare della stessa Dinastia. Se tanto non fosse stato possibile di concertare, si procurasse almeno di avere l’amministrazione separata come l'avevano avuta prima del mille ottocento e sedici, colla residenza in Palermo di un Principe della Reale Famiglia».

65. Giunti i Deputati presso Napoli ai due di agosto, il governo incaricò Davide Winspear «.d’interrogarli, e di respingerli se mostravansi nemici o stravaganti, ed all’opposto riceverli se erano sommessi risposero che penetrati dai più vivi sentimenti di rispetto e di obbedienza per il Re, quali suoi sudditi, recavansi ad esporre al Principe Vicario Generale non solo la verità dei fatti occorsi; ma ancora la situazione in cui si trovava allora quella Capitale, e gli ardenti voti di tutta la popolazione». Avuta tale dichiarazione il Governo li mandò in una casa di campagna alle falde del colle di Posilipo, dove furono alloggiati decentemente, ma custoditi in modo che non potessero comunicare con alcuno.

66. Nel seguente giorno tre di agosto i Ministri Campochiaro e Zurlo recaronsi a sentire le loro domande ed avendo intese le proposizioni risposero «non potersi dal Governo riconoscere la Deputazione se non nella qualità di sudditi che si dirigevano al proprio Sovrano e non già in qualità di rappresentanti di una Potenza spediti a trattare con un'altra. Il popolo di Palermo poi avere male proceduto nel reclamare la In9dipendenza colle armi alla mano, facendo prigioniera la truppa costituendo un Governo provvisorio pubblicando manifesti propendenti all’anarchia e procurando di trarre a se il rimanente dell’Isola. Ciò non ostante il Principe Vicario Generale facendo uso della sua dolcezza lungi di correre a misure estreme, avere offerto il perdono generale qualora si ritornasse all’ordine. Per quanto però fossero manifeste le di lui disposizioni dolci, e clementi, essere incompatibile colla sua dignità lo ascoltare le domande dei palermitani prima che fossero rientrati nell’ordine. Quindi si ristabilissero i magistrati, ogni autorità momentanea si togliesse, fuori di quella che dal Governo si stimasse di far rimanere pel bene comune. Si obbedisse alla leggi come prima, e tutto avesse luogo come per lo passato. Si rimettessero gli stemmi del Re in tutti gli ordini, e si eseguissero esattamente gli antichi titolari e formose. I Napolitani che volessero partire ne avessero la libertà. La truppa si liberasse e s’imbarcasse. In quanto poi all’indipendenza della Sicilia dal regno di Napoli non sapersi ancora gli ordini del Principe Vicario Generale; ma se pure il medesimo volesse aderire a tale proposta, ciò non sarebbe nelle sue facoltà, avendo le Potenze Collegate stabilito nel trattato di Vienna la integrità dei due Regni senza che ciò fosse stato richiesto dal Re Ferdinando. I principi generalmente adottati delle grandi masse averlo indotto a questa misura, come si era fatto pei Paesi Bassi e per Genova. Del resto la costituzione di Spagna vietare lo smembramento del regno ed inoltre aversi documenti per dimostrare che il voto della maggior parte dei Siciliani era quello di essere dipendenti da Napoli».

67. Il Deputato Console dei Pescatori (Tortorici) portò questa risposta in Palermo, e la medesima nel giorno otto di agosto fu letta pubblicamente nella Giunta circondata da una folla di ascoltanti. Essa fu generalmente male accolta perchè non analoga alle fatte domande. Un giovane de(5) più fanatici esclamò «indipendenza o morte» gli astanti ripeterono lo stesso, e poco dopo tutti i cittadini, alla coccarda tricolore ed al nastro giallo che di già portavano, dovettero aggiungerne un altro in cui era impresso colf indicato motto il teschio della morte. La Giunta poi incaricò la Deputazione di far osservare ai Ministri napolitani «I Palermitani avanzare petizioni al proprio Sovrano nella stessa maniera con cui Tarmata napolitana gli aveva domandata ed ottenuta la costituzione. L’armata poi avendo fatta una rivoluzione, e spogliato il re della sovranità, questa dover ritornare a chi apparteneva, e perciò la nazione siciliana intendeva di avere riacquistato la sua esistenza politica, è la sua sovranità. Questa spettarle per diritte delle genti, per averla rivendicata dalle mani degli Angioini nel mille duecento e ottanta due, quindi costantemente conservata, e finalmente confermata colla costituzione del mille ottocento e dodici. I Palermitani per mera difesa aver combattuto contro la truppa, averla fatta prigioniera, ed aver cercato di unire alla loro causa tutta la Sicilia. Essere pronti ad imbarcare i Napolitani prigionieri, ma il ritorno dover essere reciproco, e perciò potessero ritornare in patria i Siciliani che erano nel regno di Napoli. Il popolo essere disposto ad ubbidire alle leggi, ma essere impossibile che si ristabilissero le Intendenze, il registro, la carta bollata, e tutte le altre recenti Istituzioni, contrarie allo spirito nazionale, e odiate dal popolo. La unione poi della Sicilia al regno di Napoli non derivare dalle disposizioni del Congresso di Vienna, ma da un maneggio posteriore fatto eseguire dal re per distruggere la costituzione di Sicilia. Essere una mera petizione di principio il dire che la costituzione di Spagna si opponesse alla divisione dei due regni, poiché questo appunto era il soggetto della contesa. Essere poi incontrastabile che tutti i Siciliani desideravano la indipendenza, e doversi soltanto attribuire alla tirannia degli Impiegati, se tutti non potevano manifestare tal voto».

68. Ritornato il Deputato palermitano a Napoli con tali repliche, il Principe Vicario Generale intesa la Giunta, ed il consiglio de' Ministri, nel dì trentuno di agosto spedì il Generale Parisi, Davide Winspear, ed il Colonnello Russo «partecipare (a voce) agl'inviati Palermitani la indipendenza di Sicilia allorché si sarebbe con indirizzo chiesta al Re dalla Città di Palermo, e da tanti altri Comuni quanti addimostrassero il voto dalla maggior parte dei Siciliani, sarebbe con reale decreto costantemente accordata. Si 9darebbe similmente un'amnistia. Col vocabolo 9dindipendenza intendersi che la Sicilia avesse un parlamento particolare, e godesse di tutti i risultamenti che derivavano dalla costituzione spagnuola, che la nazione siciliana era per abbracciare. Tale indipendenza però avesse le seguenti limitazioni: il Re capo del regno di Napoli, lo fosse egualmente di quello di Sicilia. Fossero comuni la lista civile, il corpo diplomatico, l'esercito, e la flotta. La Sicilia somministrasse la sua porzione delle spese generali, ed il contingente di uomini per l'esercito. Il Re provvedesse alla sua rappresentanza in Sicilia. Palermo rientrasse nell'ordine, e per tale effetto ristabilisse gli stemmi regi, intitolasse gli atti a nome del Re, disponesse una guardia civica, ed ubbidisse alle leggi. S’imbarcasse la truppa carcerata. Intanto una Spedizione -militare sarebbe 9partita per la Sicilia. I Palermitani si dirigessero al Comandante della medesima per quanto occorresse». Intese tali proposizioni quattro Deputati ritornarono a Palermo, e la Giunta nel dì undici di settembre le manifestò al Pubblico, soggiungendo che «trattandosi di decidere del destino dell’intiera nazione siciliana, faceva d’uopo della massima maturità nel calcolare la convenienza di tali progetti. Avrebbe messo ogni studio per presentare sollecitamente al trono i sentimenti che maggiormente convenivano alla felicita della Sicilia».

69. Varj poi erano i motivi che avevano indotto la Giunta palermitana ad un tuono cosi moderato. Primieramente continuando sempre ad essere inceppata dall’influenza dei Consoli delle arti e del popolaccio armato, non aveva mai potuto acquistare l’autorità necessaria per agire liberamente. E da questa debolezza del Governo ne derivavano naturalmente omicidi, furti, estorsioni, ed impunità della maggior parte de’ delitti. Allorquando nel mese di luglio era scoppiata la rivoluzione, nel pubblico banco eranvi cento e settanta mila onze del Governo, e cinquanta mila de’ particolari. In breve tempo tutto fu consumato. Intanto dall’interno dell’Isola per gli impedimenti del Governo generale stabilito in Messina, e per gli stessi intrinseci sconcerti non pervenivano nella capitale le solite contribuzioni. Non vi si recavano né anche le rendite dei particolari, essendo state le medesime sequestrate dal Governo napolitano; quindi tutti gli inconvenienti derivanti dalla mancanza di danaro. In tanto sconcerto la Giunta incominciossi ad appigliare a prestiti volontarj, ma ebbe pochissimo. Intimò poscia un prestito forzato di duecento mila once, ed estrasse somme ragguardevoli; ma con ciò si accrebbero le angustie dei particolari. Tutti gli onesti nel mese di settembre erano ristucchi dello stato infelicissimo in cui erano da due mesi le cose pubbliche, e di già il desiderio di una tranquillità qualunque prevaleva a quello di una incerta indipendenza.

70. D’altronde il Governo napolitano comprendendo che non era possibile di ridurre Palermo in ossequio colle persuasioni, erasi appigliato alle armi. Di già nel mese di agosto aveva spedito alcuni battaglioni a Messina, Catania, e Trapani, ed una flottiglia ad incrociare fra Trapani, e Termini. Sul principio di settembre poi, come aveva partecipato ai Deputati palermitani, aveva spedito sei mila uomini a Melazzo, con una squadra composta di un vascello, una fregata, una corvetta, due polacche, quattordici brigantini, sei cannoniere, ed una bombardiera. Il comando della squadra fu dato al capitano di vascello Bausan; e quella di tutte le truppe di Sicilia al Tenente Generale Florestano Pepe. Ebbe questi l’istruzione di «reprimere l’anarchia, ed il disordine. Ad oprasse per un tal effetto colla città di Palermo i mezzi di con(filiazione sulle basi indicate a suoi Deputati; e se tali condizioni ragionevoli fossero ricusate o non eseguite, adoprasse la forza. In tutto il corso però delle ostilità non perdesse mai di veduta i mezzi di conciliazione senza intermettere tuttavia quelli della forza, e serbata sempre la dignità del Governo. Se la conciliazione avesse 9luogo pubblicasse un'amnistia generale; la con9cedesse poi secondo. le circostanze anche nel caso in cui fosse costretto a far uso delle armi». Con tali forze (alle quali unì alcune compagnie di volontari messinesi) ed istruzioni,Pepe marciò lungo la spiaggia del mare, e nel dì sedici di settembre la sua vanguardia pervenne senza ostacolo a Cefalù. Palmieri il quale colla sua banda era a Mistretta ritirossi senza combattere sino a Termini.

71. Frattanto Costa Colonnello con cinque battaglioni stanzialo precedentemente sbarcati in Messina, sul fine di agosto si era recato per Catania a Caltagirone città unita a Palermo, e nel dì ventinove l'aveva ridotta in ossequio senza combattere. Occupata questa città ragguardevole ebbe facilmente in ubbidienza Terranova, Piazza, Nicosia, Leonforte, ed altri luoghi circonvicini che avevano umilmente abbracciato la causa dei Palermitani. Egli marciò poscia sopra Caltanissetta, occupata dall'Orlando il quale in tal epoca aveva ragunato circa mille e settecento uomini con quattro cannoni, ed aveva preso posizione presso la medesima. Nella mattina dei sette di settembre egli attaccò quella massa, e dopo breve scaramuccia gli tolse i cannoni e lo disperse. Entrò nello stesso giorno in Caltanissetta, e poi squadronò sopra Alimena e Termini.

72. Mentre le truppe marciavano verso Palermo, la Giunta nel giorno dodici di settembre incominciò a stabilire che «dopo di avere conosciuto le proposizioni comunicate dai Deputati giunti da Napoli, dirette a conchiudere una conciliazione col Governo napolitano, e ad assicurare l'indipendenza della Sicilia, desiderando di risparmiare al più presto possibile la effusione del sangue, autorizzava il Principe di Villafranca 9Presidente a trattare con il Comandante dell’ar9mata napolitana per la cessazione delle ostilità». Il Villafranca nel dì seguente scrisse su di ciò al Generale Pepe, e poi inviò un Uffiziale per incominciarne a trattare col Comandante dei posti avvanzati. Informato quindi che Tarmata napolitana era arrivata a Cefalù concertò che si recasse presso Pepe una Deputazione di otto individui fra’quali Ruggiero Settimo, il Principe di Trabia ed il Conte di San Marco. Il Comandante napolitano accolse la Deputazione con tutta gentilezza, ma nel tempo stesso (ai dieciotto di settembre) partecipò apertamente: «la proposta sospensione di armi supporre uno stato di guerra, e questo non esistere. Del resto le idea comunicate dalla 9Deputazione essere quasi conformi agli ordini che aveva ricevuto dal Principe Vicario Generale. Le truppe avrebbero ristabilito l'ordine ovunque fosse stato turbato, senza rammentare il passato. Si sarebbe in seguito cercato di co9noscere la volontà di tutta la popolazione di Sicilia per mezzo dei Deputati regolarmente convocali. Il voto della maggior parte di essi avrebbe deciso che si ottenesse dalla sovrana bontà ciò che il Principe Vicario Generale aveva promesso per la felicità dei suoi sudditi. La volontà del Re e l’interesse comune di tutti i sudditi del regno delle due Sicilie prescrivevano di evitarsi qualunque effusione di sangue: avrebbe fatto di tutto per conformarvisi, a meno che non fosse astretto dalla imperiosa necessità. Il comando generale delle armi in Sicilia essergli affidato. Tutte le truppe di qualunque genere dovere per conseguenza dipendere da’suoi ordini. Quindi fossero subito inviati in Termini tutti i militari prigionieri in Palermo, nello stato in cui erano prima del disordine ».

73. Ritornata la deputazione in Palermo con tale risposta grande commovimento vi fu nella Giunta. Imperciocché l'odio, ed il disprezzo dei Napolitani contrastavano colla necessità di doversi nuovamente sottomettere alle loro armi, ed alle odiate leggi. Non mancarono fanatici i quali non avrebbero voluta alcuna transazione. Ma il Principe di Villafranca non mancò di fare osservare «la maggior parte della Sicilia non essersi unita alla causa dei Palermitani, o essere di già ritornata all’ubbidienza dei Napolitani. Palermo essere ormai ridotta alle sue proprie forze, e queste essere molto tenui. Imperciocché essere pochi i soldati, ed esausto l'erario, quindi doversi accomodare alle circostanze». Tutte le persone assennate erano in ciò d’accordo, e la Giunta dopo lungo e vivissimo dibattimento, nel giorno diciannove di settembre stabilì «doversi accettare le proposizioni Spiegate dal Generale Pepe con quelle modificazioni che si potessero sperare dalla mediazione del Principe di Villafranca, e dalle altre persone che Io avrebbero accompagnato». Ed alcune modificazioni erano difatti indispensabili. Imperciocché era impossibile di restituire la truppa nello stato in cui era nel mese tli luglio, essendo stata la medesima spogliata, e poi dispersa. Il Villafranca partì nel dì seguente con altri sei Deputati per incontrare il Generale Pepe, e concertare l'occorrente per l'ingresso dei Napolitani in Palermo e la consegna delle Fortezze.

74. Intanto nella sera dello stesso giorno diciannove di settembre la vanguardia di Pepe, e la brigata di Costa si avvicinarono a Termini secondate per mare da una Divisione della squadra. Questa città distante da Palermo non più di diciotto miglia era munita di un piccolo castello presidiato dai sollevati, e difesa per mare da cinque cannoniere, e da altri tre piccioli bastimenti palermitani. I Napolitani vi furono ricevuti ostilmente tanto per terra, che per mare, e ne segui una scaramuccia che durò sino alla notte. Nel dì seguente ambedue le parti erano disposte a rinnovare l'azione; ma i Palermitani avendo avuto l'avviso che la Giunta aveva accettate le condizioni proposte, desistettero dalle ostilità, ed i Napoletani occuparono pacificamente Termini dalla parte di terra. Non così tranquille furono le cose sul mare. La flottiglia palermitana all’avviso della cessazione delle ostilità, partì dalla rada di Termini per ritornare in Palermo. Ma i Napolitani i quali avevano l'istruzione di ridurre all’ubbidienza qualunque forza armata, si opposero a tale ritirata. Ne derivò una zuffa presso Solanto, nella quale cinque bastimenti palermitani investirono a terra, e furono presi dai Napolitani, tre poterono fuggire ed arrivare a Palermo.

75. Durante l'azione il Principe di Villafranca navigava cogli altri Deputati sopra picciol legno per approdare a Termini. Trovandosi improvvisamente in mezzo al fuoco innalzo bandiera parlamentaria; ma il segnale non fu veduto, e per evitare i pericoli, dovette approdare alla spiaggia di Trabia. Proseguito di poi il cammino per terra incontrò a Termini il Generale Pepe, con cui concerto il modo d’introdurre presidio Napolitano in Palermo. Fu perciò designato il giorno venticinque di settembre. Villafranca per evitale altri pericoli del viaggio, e temendo d’altronde del popolaccio, rimase in Termini. Pepe pubblicò una proclamazione in cui prometteva intiero obblio dei fatti passati. La Giunta nel dì ventiquattro approvò il tutto, lo manifestò al popolo, e dispose l'occorrente per la esecuzione.

76. Così pacifiche però non erano le disposizioni del popolaccio di Palermo. Cieco nell’odio e nel disprezzo contro i Napolitani, e presuntuoso per la vittoria riportata contro di essi ai diecisette di luglio, non li avrebbe più voluto vedere di presidio, e d’altronde temeva la vendetta per gli insulti a loro fatti. Quindi mormorazioni, sospetti di tradimento, diffidenza della Giunta, della guardia civica, e degli stessi Consoli delle arti, e proteste di combattere contro qualunque forza armata che si fosse avvicinata alla città. Coloro i quali aspiravano alla rapina vedevano con piacere tale agitazione, e procuravano di accrescerla. Così erano le cose quando nella sera dei ventiquattro di settembre si ricondussero in città alcuni cannoni che erano stati collocati in una prossima posizione nel caso in cui si fosse dovuto combattere. Accorsero molti curiosi, ed oziosi (era giorno festivo) a vedere quel trasporto, molti lo mirarono con rincrescimento, ed alcuni susurrarono d’impedirlo. Ne derivò un picciolo tumulto nel quale i cannoni furono abbandonati, e poco dopo presi da una turba di popolaccio. Crebbe con ciò la costernazione in tutti i buoni cittadini. Finalmente nella seguente mattina dei venticinque di settembre il popolaccio sollevossi apertamente in diversi siti, aprì le carceri, e rimise in libertà una turba di ribaldi. Assaltò e dopo qualche combattimento disarmò e disperse i posti della guardia civica;entrò nel palazzo dello stesso Principe di Villafranca col pretesto d’impadronirsi di un supposto deposito di armai, e ne saccheggiò una porzione. Strascinò quindi una quantità di cannoni verso il lato orientale della città, e mentre nell’interno tutto era ricaduto nell’anarchia, corse tumultuariamente per opporsi alla truppa napolitana che si accostava.

77. Di fatti il Generale Florestano Pepe dopo il mezzo giorno erasi avvicinato a Palermo, e l’aveva investito dalla parte di levante. Egli aveva diviso la sua truppa (priva d'artiglieria la quale era a bordo della squadra, e per il cattivo tem poggiava la sua destra alla spiaggia del mare, e l'altra comandata dal Colonnello Costa estendeva la sinistra alle falde delle prossime montagne. Il Colonnello Celentano comandava la terza e formava la riserva. Questo movimento doveva essere appoggiato dalla squadra; ma i venti contrari la tenevano lontana dalla spiaggia. I Palermitani incominciarono a molestare la truppa con un fuoco vivissimo di artiglieria dai bastioni, ed anche maggiormente da tre cannoniere. Varie turbe uscirono eziandio con cannoni dalla città. Altre se ne formarono nelle vicine campagne, ed assalirono audacemente i Napolitani di fronte e sull(9)ala sinistra. Ciò non ostante Pepe continuò la sua marcia tranquillamente, respinse colla sola moschetteria quelle bande, e loro tolse alcuni cannoni. Sull'estremità della destra penetrò eziandio in una parte della città per un tratto non difeso da mura, e ne occupò alcuni edilìzi. Ma il fuoco dell'artiglieria del vicino Forte della Garita, e delle cannoniere lo costrinse ad abbandonarli. Nella' seguente notte le cannoniere napolitane poterono accostarsi alla città, e cambiarono alcuni colpi con quelle dei Palermitani, e coi Forti che sono sul mare. Bersagliarono eziandio alcune caserma con lievissimo danno. Nella mattina dei ventisei di settembre Pepe tentò di comunicare cogli abitanti, e per tale effetto spedì a loro un capitano con bandiera parlamentaria, ed una proclamazione. Ma nei tempi di anarchia non si rispetta il diritto delle genti, e quel parlamentario fu trattenuto dal popolaccio, maltrattato, e chiuso in un Forte. Allora Pepe ordinò un nuovo attacco alla città, vi penetrò altra volta coll'estremità della sua destra, e ne occupò un angolo. Gli abitanti si difesero rabbiosamente, i soldati incendiarono alcune case dalle quali erano molestati, trucidarono qualche innocente, e la guerra prese un aspetto ferocissimo. Allora Pepe considerò in tale esacerbatone di «animi la occupazione di Palermo essere difficile, e se possibile, certamente disastrosa. Quindi essere meglio attendere che la riflessione prevalesse all’odio ed intanto ricevesse la sua artiglieria». Abbandonò pertanto i posti occupati nella città, o presso le porte, e prese posizione fuori del tiro del cannone. 1 tumultuanti credettero che non si ritirasse per prudenza, ma per debolezza, ed uscirono ad attaccarlo sulla sua sinistra, ma furono respinti colla perdita di molti uomini, e di alcuni cannoni. Il frate Vaglica divenuto così celebre nel mese di luglio, e poi insignito del grado di Colonnello, non mancò di uscire a combattere fuori della città. Ma presto si finse ferito, e ritirossi in un ospedale. Nella sera Pepe fece gettare nella città alcune bombe, e granate dalla flottiglia.

78. Frattanto Palermo continuava nell'anarchia, poiché né la Giunta, né i Consoli delle arti avevano più la minima autorità, o influenza. Quindi estorsioni, rapine, saccheggi, ed uccisioni. I benestanti erano per la maggior parte chiusi nelle loro case, altri si erano nascosti, ed alcuni cercavano di fuggire dalla città, sebbene ne fosse pericolosissima l'uscita. Il popolaccio vedendo che ricusavano di combattere schiamazzò essere nemici della patria, traditori, e con stravagante denominazione chiamolli Giacobini. Alcuni forsennati susurrarono eziandio che dopo di avere distrutta la truppa napolitana conveniva trucidare i cento primari possidenti palermitani, subentrare nei loro beni e titoli, e creare Re di Sicilia un certo Giaimo, che era un celebre friggitore. Fra i saccheggiati vi fu Hpuse vecchio ottuagenario, e già, Precettore dei figli del Re. Fra i trucidati si annoverò il Tortovici Console dei pescatori.

79. Nella sera del giorno ventisei di settembre il fuoco cessò per qualche tempo presso la porta di Termini, ed una turba inerme uscì dalla città. Allora Cianciulli Maggiore napolitano accostassi alla medesima, e senza che ne avesse avuto l'incarico dai superiori, chiese che gl’indicassero persona di fiducia del popolo per parlamene tare, e frattanto entrò nella città. Alcuni gli accennarono il Principe di Paterno che avea l’abitazione vicina, altri minacciarono di trucidarlo. Ma il Paterno uscì ad incontrarlo, e lo condusse nel suo palazzo. Era il Principe di Paterno fra più nobili e più ricchi proprietarj di Palermo, audace, scaltro, e bizzarro; ottuagenario, ma di un animo vigoroso, franco promettitore ed impudente mancatore di parola. Egli approfittò destramente di quel principio di favore popolare, e dell’arrivo del parlamentario, e scrisse al Generale Pepe proponendogli un abboccamento per trattare di accomodamento. Nel dì ventisette discusse sul luogo in cui doveva tenersi, aspettando frattanto il tempo opportuno per poterlo eseguire. Nella mattina poi dei ventotto di settembre riunì la Giunta, e dalla medesima fu acclamato Presidente colla facoltà di trattare e convenire di quanto occorresse col Comandante napolitano. Restava però da superarsi la difficoltà principale, cioè a persuadere il popolaccio armato, il quale sospettava di tradimento, minacciava di trucidare il parlamentario, e frattanto continuava a combattere coi posti avvanzati dei Napolitani. Per ammansarlo il Paterno assunse una coccarda bianca qual segnale di pace, e quindi colla guardia di alcuni sgherri suoi fidi incominciò a girare per la città chiedendo alle turbe dei mascalzoni che incontrava «se volevano pace o guerra». A coloro che rispondevano «pace» li avvertiva «fossero cauti, poiché vi poteva essere tradimento». A quelli che gridavano «guerra» soggiugneva che «avrebbe loro somministrato danaro, e viveri, ma uscissero a combattere fuori della porta». Invitava poi tutti «a riflettere maturatamente a riunirsi altre volte in determinali luoghi, ed a manifestargli la loro volontà». Così acquistossi, e si mantenne la fiducia del popolaccio, ed alcuni sospettarono che fra le sue bizzarrie avesse concepita qualche lusinga di potersi servire di tal favore per ascendere al sovrano dominio della città, se gli si fosse presentato qualche propizio accidente. Scorsero così quattro giorni. Frattanto Pepe ricevette finalmente la sua artiglieria, stabilì una batteria di tredici pezzi, e nel dì trenta di settembre incominciò a tirare qualche colpo sulla città. Egli aveva eziandio occupato alcuni molini, e la scarsezza del pane che perciò incominciavasi a provare in città, terminò in fine di ammansare la furiosa plebaglia.

80. Ridotte a tali termini le cose il Principe di Paterno nel dì primo di ottobre procurò che si rimandassero al campo i due parlamentarj, e vi riuscì. Allora Pepe restituì i molini all’uso della città, le ostilità cessarono, ed i cittadini incominciarono a discorrere coi soldati de’ posti avvanzati de’ Napolitani. Continuavasi frattanto a trattare della conferenza per conchiudere l’accomodamento, e finalmente fu fissata pel giorno tre di ottobre sopra un bastimento inglese che trovavasi nella rada di Palermo. Il Paternò recossi accompagnato da alcuni Consoli delle arti, e Pepe vi spedì il Generale Campana con due altri uffiziali. Si abbozzò la convenzione, nella quale ira le altre cose si determinava la consegna delle Fortezze palermitane alle truppe del Re. Ardua, e scabrosa era l’esecuzione di questo patto, poiché l’ignorante volgo credeva di poterle conservare a sua disposizione, ed eranvi nelle, medesime uomini audaci, e provvisti di ogni sorta di munizioni. Per superare pertanto questa ultima difficoltà, si concertò un'altra conferenza pel giorno cinque di ottobre, e frattanto il Paterno ritornato in Palermo colle lusinghe indusse i difensori delle Fortezze a promettergliene la consegna.

81. Finalmente nella mattina dei cinque di ottobre Egli recossi con Pepe sul bastimento inglese, e si sottoscrisse la convenzione, nella quale in sostanza fu stabilito «che le truppe prendessero 9quartiere fuori della città, dove il Generale Comandante credesse più opportuno. Gli si consegnassero i Forti, e le batterie. La maggioranza de' voti dei Siciliani legalmente convocati decidesse della unità, o della separazione della rappresentanza nazionale del Regno delle due Sicilie. La costituzione di Spagna essere riconosciuta in Sicilia, salve le modificazioni che potesse adottare il parlamento unico, o separato. I prigionieri napolitani esistenti in Palermo fossero restituiti. Si rimettessero le armi, e l’effigie del Re. Intero oblio coprisse il passato. Palermo fosse temporaneamente governato da una Giunta, di cui ne fosse membro il Comandante delle armi, e Presidente il Paternò».

82. Pubblicatasi la convenzione allo sparo dell’artiglieria, i difensori dei piccioli Forti innalzarono le bandiere del Re, e poi se ne andarono alle proprie case. La truppa occupò subito la batteria della Garita, quindi preceduta dal Paterno attraversò la città, entrò senza opposizione nel Castello e ne scacciò i rivoltosi che vi erano rimasti. Il Paterno nulla diede loro di quanto aveva promesso. Nel dì seguente Pepe fece occupare i posti militari della città.

83. Nei diversi combattimenti che seguirono sotto Palermo la truppa ebbe cinquantasei morti, cento settantasei feriti. Del popolaccio ne caddero diverse centinaja, ma non se ne seppe il numero preciso, essendo stati molti cadaveri abbruciati in mezzo alle campagne.

84. Florestano Pepe diede dipoi le disposizioni opportune (ma sempre blandissime) per ristabilire l’ordine tanto in città, che nei vicini paesi nei quali era stato turbato. Tralasciò per altro di ristabilire la coscrizione e la carta bollata le quali due istituzioni rimasero abolite in tutta la Sicilia. Egli punì i Forti e spedì a Napoli le armi superflue fra le quali cento e cinquanta cannoni, cinque mila e seicento fucili, quattro mila canne, e mille e due cento barili di polvere. Il Governo generale di Sicilia rimase in Messina. Il Paternò tenne per qualche tempo la presidenza della nuova Giunta stabilita in Palermo, pavoneggiandosi di scorrere per la città circondato da guardie, ma poi vi rinunciò e rimase alla direzione delle cose il Comandante delle armi. La dolcezza però con cui si procedette a tranquillare Palermo non fu lodata da alcuni i quali osservarono che «quel popolaccio essendo disprezzatore della truppa per abitudine antica, e molto più dopo gli avvenimenti di luglio avrebbe dovuto provare qualche rigore militare per imparare a rispettarla (1)».

85. Intanto all’annunzio della convenzione di Palermo il Deputato Colonnello Pepe rappresentò (nella tornata dei quattordici di ottobre) al Parlamento di Napoli: «la costituzione essere stata violata in uno de’ suoi punti cardinali. Imperciocché il Re (secondo l’articolo cento settantadue della medesima) non poter cedere, alienare, o permutare alcuna parte del territorio, ed intanto nella convenzione essersi pattuito niente meno che di scindere la nazione in due. Essersi pattuito di segregare l’isola dalla parte continentale; essersi pattuito un Parlamento separato nel tempo stesso in cui il Parlamento generale stava esercitando le sue funzioni. Di più non essersi convenuto con tutti i Siciliani, ma con un branco di sediziosi i quali si erano lordati di mille eccessi. Qual fiducia poi la nazione poteva riporre nel Governo ove avvenisse una guerra collo straniero, quando aveva veduto tradita la sua aspettazione in una guerra di pochi malviventi? Qual energia poteva attendere la nazione dal Governo in una guerra con qualche Potenza di prim’ordine, quando aveva un recente esempio di debolezza con una turba di assassini, e di sediziosi? La nazione, e l'esercito reclamare altamente il proprio onore compromesso con quella vile convenzione. Doversi la medesima annullare». Altri Deputati manifestavano la stessa opinione, ed il Parlamento di fatti deliberò «quell’atto essere contrario ai principi stabiliti nella costituzione, poiché propendeva ad indurre divisione nel Regno delle due Sicilie. Essere altresì contrario ai trattati politici, a’ quali l'unità era appoggiata. Essere egualmente contrario al voto manifestato da una grandissima parte della Sicilia con la spedizione de’ suoi deputati all’unico parlamento nazionale. Essere in fine contrario alla gloria del Regno unito, alle sue convenienze politiche, ed all'onore delle armi nazionali. Quindi tale convenzione dichiararsi essenzialmente nulla, e come non avvenuta (1) ».

86. Del resto le prime occupazioni del Parlamento furono di conoscere lo stato del regno. Primieramente la Giunta provvisoria di Governi creata nel luglio e disciolta all’apertura del Parlamento medesimo, comunicò un manifesto per rendere conto dell’uso che aveva fatto della pubblica autorità che gli era stata affidata. Essa incominciò quest'atto dal dichiarare «la recente riforma politica non essere l’opera di una setta, ma bensì l’effetto della volontà unanime del popolo. Imperciocché una fazione poter violentemente turbare la forma d'uno Stato, ma non soggiogare la volontà, o l'opinione d’una nazione. Di fatti un partito per lungo tempo vincitore avere ro9vesciato troni, e mutato forme e leggi di ogni Stato. I Governi impotenti a resistergli essere stati soccorsi dai popoli che avevano rivendicato i loro diritti, ed avevano provato essere la forza delle nazioni maggiore di tutte le armate. Dopo di ciò l’Europa deridere il progetto di coloro che avevano creduto potere ristabilire come scudo de’ troni la massima, che le nazioni erano date da Dio in patrimonio ai Principi. Più saggi e moderati di loro i popoli avere vendicato l’onta fetta all’umanità, ed alla ragione, correggendo essi l’empia dottrina con un codice politico che rendeva sicure le nazioni de’ loro diritti, ed i Sovrani della loro inviolabilità. I Napolitani avere scosso due volte il giogo degli stranieri, ed essere corsi incontro all’amato loro Re Ferdinando. Ma i Napolitani del mille ottocento e quindici non essere più quelli del mille settecento e novantotto. Essere stati anch’essi ammaestrati nella scuola delle politiche calamità, ed istruiti per l'esperienza che ogni rivoluzione apre il campo a nuove passioni, ed a nuovi bisogni. Desiderare 9pertanto una forma civile che ponesse un termine alle loro vicende, ma invece avere avuto un dispotismo ministeriale, e la continuazione di gravi carichi, sebbene nulla più ritornasse 9dal tesoro. alla nazione. Queste due cagioni avere ridestato la pubblica opinione contro il Governo. Alla generale disposizione degli animi essersi poi unita quella dell’esercito retto da uno straniero con disciplina e scettro borreale. In tale stato di cose essersi pensato di creare una forza interna nelle provincie, composta di proprietarj, i quali sentivano più che gli altri il peso del sistema oppressore dei tributi; e queste Milizie essere state appunto quelle che avevano concepito, ed eseguito il progetto di liberare la loro patria dal dispotismo ministeriale». La Giunta riferì quindi quali fossero state le sue operazioni; e finalmente aggiunse un cenno dello stato in cui era ciascun dicastero (2). Ma ciò fa di poi sviluppato con particolari rapporti da ciascuno dei Ministri.

87. Il Ministro di Giustina disse esservi molti Giudici i quali e per lumi, e per morale erano eccellentissimi. Udirsi nondimeno fognare che l’amministrazione della giustizia era caduta in un languore morale, che la spedizione dei giudizj era ritardata; che non vi era costanza di massime di giurisprudenza, ed i più sagri canoni di dritto erano talvolta violati. Questi mali attribuirsi ad alcuni Giudici, i quali oppressi da grave età e da croniche malattie, mancavano del necessario vigore di mente. Essercene poi alcuni i quali avendo conosciuto nel solo esteriore l’antico sistema dei giudizj, non avevano saputo piegare l’animo loro al nuovo ordine giudiziario, alla novella giurisprudenza. Le voci pertanto del pubblico reclamare una riforma nella magistratura, ed il bene generale della nazione esigere che fossero secondate. In quanto poi al sistema giudiziario, il voto generale e l’esempio di altre colte nazioni, che si governavano costituzionalmente sembrare che consigliassero lo stabilimento dei giurì nei giudizj criminali. Questo poi non poter aver luogo senza portare cambiamento all'attuale sistema giudiziario. Avrebbe presentato quanto prima al Parlamento progetti su questo proposito (3)».

88. Il Ministro dell’Interno principiò dall’accennare «l’amministrazione essere stata in una condizione deplorabile allorquando il Regno era governato da Viceré stranieri. Carlo III avere cominciato a ricondurre l'ordine, ed a preparare il bene, e questo essere poi stato di molto accresciuto dal Re Ferdinando. Nella invasione del mille ottocento e sei l’interesse dei conqui9statori, il desiderio d’innovare e di meritar gloria, secondati da germi già esistenti, e dall’amor patrio de’ cittadini aver fatta seguire una generale riforma che tanti avvenimenti avevano preparata. Nel mille ottocento e quindici il Re avere riconosciuto l’utilità del nuovo ordine di cose, e non solo averlo conservato per intero, ma avere anche cercato di migliorarlo. Non di meno il successo non essere stato lo stesso che per l’addietro. Avrebbe pertanto esposto lo stato di ciascun ramo nel mille ottocento e quindici, e quale era dopo cinque anni. Spettare poi al Parlamento di rettificare quanto occorresse». Disse fra le altre cose che nei dominj al di qua del Faro la popolazione nel mille ottocento e diciannove ascendeva a cinque milioni, e trenta quattro mila. Dal mille ottocento al mille ottocento e dieciotto il numero dei nati essere stato di un milione ottocento e settantadue mila, di questi soltanto duecento ed ottanta mila essere stati vaccinati. Quindi calcolando la mortalità dei vajolosi al diciassette per cento essersi salvata la vita a quarantasette mila individui, duecento e settanta mila essersi perduti, I Projetti essere 9allora quindici mila, e cinquecento, e costare dall’esperienza che nove decimi perivano poco dopo la loro esposizione. Seicento mila ducati essere in quest'anno destinati ai lavori pubblici per conto del Governo, e delle provincie. Le rendite comunali ascendere a quattro milioni settecento e novanta tre mila ducati. Quelle dei luoghi pii, e degli stabilimenti delle provincie ad un milione e ottanta mila ducati. Nella capitale gli stabilimenti destinati a ricevere gl’infermi, ed i poveri avere una rendita di annui ducati quattrocento e trentotto mila. Cinque mila e cento Individui essere mantenuti nell’albergo de’ poveri, e nei luoghi dal medesimo dipendenti. Cinquecento e sessanta mila ducati essere assegnati alla pubblica istruzione, ed ottantasei mila alla dotazione del teatro di San Carlo. Una sola coppia di ballerini costare quattordici mila ducati. Nel commercio dal mille ottocento e quindici al mille ottocento e diciannove esservi stata un’annua importazione di quarantacinque milioni di ducati, e la esportazione essere stata soltanto di trenta nove milioni. Quindi una perdita di sei milioni (1)».

89. Il Ministero delle Finanze ai cinque di ottobre annunziò «l'introito presunto nel mille ottocento e venti essere di diciannove milioni cinquecento ed ottanta mila ducati. In questa somma la Sicilia essere soltanto compresa per due milioni cento e novanta mila ducati, con9tingente assegnatogli per la quarta parte delle spese di diplomazia, della guerra e della marina; poiché per il restante essa teneva conti se9parati. Essersi calcolati sette milioni quattrocento e cinquanta mila ducati per la fondiaria; sette milioni dai dazj indiretti, e tremilioni da introiti diversi. Fra questi ultimi i diritti del registro calcolarsi in cinquecento e quindici mila ducati} quelli del bollo in quattrocento e cinquant’otto mila, e quelli delle ipoteche in cento e cinquanta mila. I calcoli degli esiti essere trecento e novanta mila ducati agli affari esteri, settecento e quaranta mila alla giustizia, cinquanta mila agli affari ecclesiastici, due milioni quattrocento e sessantasette mila all’interno, sette milioni seicento e quarantadue mila alla guerra, 9un milione ed ottocento mila alla marina, settanta quattro mila alla cancelleria, cento e novantaquattro mila alla polizia. Alle finanze essere assegnati sei milioni novecento e novantatré mila, e fra questi seicento e novantasei mila alla Casa Reale (oltre altri seicento, e ventisette mila che ne aveva dalla Sicilia); cento e venti mila pel mantenimento de' reali siti, ed ottanta mila 9in supplemento per gli assegnamenti ai Principi Reali che erano a carico dell’amministrazione dei beni riservati: questi beni essere di una rendita presunta di duecento e tre mila ducati (2). Esservi negli introiti una mancanza di tre milioni novecento e quattordici mila ducati prò9veniente dalla diminuzione del prodotto di diversi dazj indiretti (specialmente del sale) e dalla non esigenza delle rendite di Sicilia. Esservi inoltre un antico vuoto che si cuopriva in ogni anno colle rendite dell'anno seguente. Sicché in tutto esservi un vuoto di sei milioni». Propose quindi, e si approvò il modo di riempirlo, e questo fu col vendere alcuni beni stabili, ritirare un milione che vi era nella cassa di sconto, ed esigere quanto doveva la Sicilia.

90. Nel giorno nove di dicembre poi l'istesso Ministro fece un altro rapporto al Parlamento sui debiti, e crediti dello Stato al primo di luglio, ed annunziò «che il debito consolidato, il quale nel mille ottocento e quindici era di annui ducati novecento e quaranta mila, per diverse permutazioni di pensioni in rendite iscritte, ascendeva nel mille ottocento e venti ad un milione quattrocento e ventimila. Ed il debito vitalizio il quale era di un milione e quarantaquattro mila ducati annui, nello stesso quinquennio, per aumento di altre pensioni, era asceso ad un milione trecento ed ottanta due mila. Esservi inoltre un ruolo provvisorio di altri assegnamenti nell’annua somma di duecento e quaranta quattro mila ducati. Sicché il totale del debito pubblico ascendeva a tre milioni e settanta sei mila ducati all’anno. Di più esservi altro debito da liquidarsi, il di cui interesse era stato calcolato ad annui docati cinquecento mila ».

Accennò che «dal mille seicento ed ottanta tre al mille ottocento e venti, Foro coniato nella Zecca di Napoli era stato di ventiquattro milioni novecento e quarantacinque mila, e l'argento di sessanta nove milioni settecento e quarantun mila. Il rame in circolazione essere di due milioni quattrocento e cinquantaquattro mila. Nel precedente anno essersi pagati all’Austria un milione cento e ventisette mila ducati in forza di una convenzione dei trentuno di ottobre del mille ottocento e diciassette (1)».

91. Il Direttore della Marina disse: «circondati dal mare, separati per breve intervallo dalle Reggenze dell’Africa che per la natura dei loro Governi, e per la maniera di esistere di quei popoli, mal possono rispondere della perpetuità dei trattati, non può essere soggetto di discussione per noi, se abbiamo o no da avere una marina militare. Vi furono tempi, è vero, in cui ridotta la nostra patria a condizione di provincia non ebbe più né armi né navi proprie, ma tra i mali nati da tale degradazione vi fu quello appunto che popolazioni intere divennero vittima o preda de’ Pirati, le coste rimasero abbandonate, e gli uomini si accumularono sui monti. Quindi l'ingorgamento nei fiumi, l'insalubrità dell’aere, e la spopolazione progressiva. Quand'anche però la nostra posizione geografica non non ci obbligasse a sostenere una forza marittima, voi non ignorate che marina mercantile non può esistere senza una marina protettrice; ed una marina mercantile può e dev’essere considerata come la nodrice, ed il sostegno di ogni ramo d’industria. In fine la marina sia militare sia mercantile può e vuole essere considerata un’industria produttrice. Nel nostro paese qual si sia lo stato non florido della Marina, egli è certo che attualmente trecento ventimila individui circa traggono sussistenza direttamente dal mare. Noi abbiamo ne’ dominj al di qua del Faro tremila cento e ventisette bastimenti da traffico, e mille e quaranta sette barche da pesca; e al di là del Faro quattrocento e trentotto barche da pesca con mille quattrocento e trentuno bastimenti da traffico. Questo è lo stato attuale della marina mercantile, ma l'aumento delle produzioni, o la necessità dovranno spingere un numero decuplo dei nostri concittadini per le vie del mare. L’Europa d'oggidì non è più quella di trentanni fa. I progressi e l’estensione dell’agricoltura nel settentrione dell’Europa e dell’America, il basso valore delle terre e de’ fitti di esse in quelle contrade, la facoltà di esportare le loro derrate, le piantagioni da per tutto crescenti degli ulivi che una volta erano creduti piante esclusive dell’Italia o della Grecia, le preparazioni sostituite alle nostre sode, e la propagazione delle pecore merine, han fatto sì che i cereali, nostra principale produzione, o non trovino più compratori, o abbiano molti rivali. Gli olj vi è da temere che soffrano tra qualche altr’anno un abbassamento di prezzo: le sode non hanno più alcun valore, e le nostre lane si vendono già ad un terzo di meno di quelle di Spagna, di Francia, e dell’alta Italia. Questo nuovo ordine di cose non produrrebbe che un’alterazione ne’ prezzi, e non un male reale se noi potessimo far senza delle produzioni straniere, e ridurre in un istante le nostri contribuzioni, il nostro stato militare, e sopra tutto le spese private, ma questa economia generale a cui pure bisogna volgersi è più l’opera del tempo e dei costumi, che delle leggi. Quindi in questo momento è importantissimo ed urgentissimo di aver ricorso ad altri espedienti, se vogliamo ristabilire il livello tra i nostri bisogni ed i nostri mezzi; e questo espediente è un solo, e consiste nel ricorrere alle altre sorgenti della ricchezza. Queste sono le manifatture e la navigazione. Abbiamo duecento e quaranta due bastimenti spettanti alla marina militare; ma questa forza numerica non è che apparente. Imperciocché abbiamo soltanto atti al servizio un vascello, due fregate, una corvetta, e tre pacchetti con novanta tre legni minori. Altro vascello è in costruzione; due fregate e quaranta nove bastimenti minori possono ristaurarsi, tutti gli altri non sono più capaci di alcuna ristaurazione (1)

92. Il Ministro della guerra, riferì che l’esercito aveva circa quaranta mila uomini, il qual numero poteva rapidamente essere portato a cinquanta due mila, adottando il mezzo di accrescere le compagnie da cento a cento e cinquanta uomini. Discendendo quindi ai particolari della forza nazionale, avvertì esservi duecento e diciannove mila uomini di milizie atti a portare le armi fuori delle loro provincie. Quattrocento mila uomini di guardie urbane da rimanere alla custodia delle provincie rispettive, e finalmente cinque mila giandarmi. Chiese intanto, ed ottenne un soccorso straordinario di cinquecento mila ducati per provvedere al fornimento de' coscritti e de’ congedati richiamati sotto le bandiere (1). Ed appunto preparativi guerreschi erano necessari atteso lo stato in cui erano le correlazioni esterne.

93. Imperciocché la rivoluzione di Napoli tanto per il modo con cui era seguita, quanto per i principi che aveva promulgato era dispiaciuta a diverse Potenze, e specialmente all’Austria. Essa considerava una costituzione così popolare contraria al principio fissato nella convenzione del mille ottocento quindici, nella quale, come narrai, si era stabilito che «il Re delle due Sicilie non permettesse alcun cangiamento il quale non si accordasse tanto colle antiche istituzioni monarchiche, quanto coi principi che l'Imperatore aveva adottato pel governo interiore dei suoi stati Italiani (2). Quindi pubblicò immediata mente (in data dei venticinque dello stesso mese di luglio)» l’ordine politico formato nel mille ottocento e quindici da tutte le Potenze d’Europa avere costituita l'Austria quale naturale guardiana e protettrice della pubblica tranquillità in Italia. L’Imperatore avere fermamente deciso di corrispondere a quest’alta vocazione, di allontanare dai confini de’ suoi Stati, e da quelli de’ suoi vicini ogni 0 movimento che potesse turbare la tranquillità, di non soffrire alcun'offesa ai diritti ed alle relazioni garantite dai trattati ai Principi italiani, e di ricorrere alle più forti misure qualora le disposizioni legali ed amministrative non avessero ottenuto lo scopo desiderato (3)». Si aggiunse che il Principe Alvaro Ruffo Ambasciadore napolitano in Vienna aveva ricusato di aderire al nuovo governo stabilito nella sua patria (così aveva anche fatto il Castelcicala Ambasciadore in Parigi), e ciò non di meno continuava ad essere riconosciuto da quella corte. Quindi il Governo napolitano incominciò a spedire il Principe di Cariati a protestare che «le relazioni esistenti sarebbonsi mantenute scrupolosamente». Mandò poco dopo il Duca di Serra Capriola con lettere confidenziali del Re e del Principe Vicario Generale per l’imperatore d’Austria. Finalmente surrogò a quell’ambasceria il Duca di Gallo, ma tutto inutilmente. Le proteste del Cariati non furono curate; il Serra Capriola non potè presentare le lettere di cui era latore, ed il nuovo Ambasciadore non fo ricevuto. Anzi l’Austria mandò circa cinquanta mila uomini ad accrescere le forze che aveva in Lombardia, ed esibì al Re di Sardegna, alla Toscana, ed al Papa di presidiare le loro fortezze per guarentirle contro gli attacchi, o i maneggi dei Napolitani, il che però fu da queste Potenze ricusato (4).

94. Il Duca di Campochiaro Ministro degli affari esteri sul principio di ottobre manifestò tutte queste cose al parlamento di Napoli (1), e frattanto scrisse al Ministro austriaco Metternich «i Napolitani essere tranquilli, e perfettamente uniti di principi, di volontà, e di sentimenti. Rispettare colla più scrupolosa esattezza i diritti, e la indipendenza delle altre nazioni. L’Austria poi non avere alcun diritto d’immischiarsi negli affari in9terni delle due Sicilie. La convenzione del mille ottocento e quindici essere limitata alla forma del governo da stabilirsi dal Re nella circostanza del suo ritorno in Napoli in quell’epoca. Doversi inoltre osservare che trattavasi di una semplice convenzione, e non di una clausola che contenesse una obbligazione per un tempo indeterminato. Ma supponendo eziandio che l’articolo fosse obbligatorio per sempre, esso non sarebbe punto stato violato. Imperciocché la costituzione consolidava il trono, e garantiva la legittimità dei diritti. Non avere adunque l’Austria alcun diritto di lagnarsi delle riforme eseguite nel regno delle due Sicilie. Quindi chiedere una positiva e categorica risposta sugli armamenti straordinarj, e sull’attitudine che dessa avea preso verso il Governo di Napoli. Sperare che lo 9splendore delle grandi virtù dell’Imperatore Francesco non sarebbe oscurato dal meditarsi un attacco contro il regno delle due Sicilie. Ma se disgraziatamente questa speranza fallisse, il Re e la nazione intiera determinati a difendere fino all’ultima estremità l’indipendenza del regno e la costituzione, avrebbero saputo piuttosto seppellersi sotto le rovine della patria, anzi che piegare il capo sotto un giogo straniero. L’esempio dell’eroica resistenza degli Spagnuoli al dispotismo di Napoleone avrebbe servito di sprone ai Napolitani (2).

95. Ma l'Austria rimase costantemente ferma nei principi che aveva adottato, tanto più che nei medesimi convenivano altre grandi Potenze. Anzi se si eccettuano la Spagna, i Paesi Bassi, la Svezia, e la Svizzera, tutti gli altri Stati dell’Europa si astennero dal riconoscere il nuovo governo stabilito in Napoli, sebbene continuassero a mantenere colà i loro rappresentanti. La Russia poi sin dal principio di settembre aveva incominciato a dichiarare che «lo stato in cui erano le cose del regno delle due Sicilie richiedeva l'attenzione ed un accordo comune fra i garanti dell’ordine europeo (3)». Finalmente sulla proposizione della corte di Vienna si stabilì una ragunanza in Troppau nella Slesia Austriaca per conferire sullo stato attuale delle cose. Vi si recarono sul fine di ottobre, e nel principio di novembre i Sovrani di Austria, di Prussia, e di Russia coi loro principali Ministri, e coi rappresentanti delle grandi Potenze che risiedevano presso di loro, e tosto gli animi si mostrarono generalmente contrarj alla rivoluzione napolitana.

96. In tale ragunanza i sovrani di Austria, di Russia, e di Prussia dichiararono «gli avvenimenti seguiti nel mese di marzo in Ispagna, nel luglio in Napoli, e posteriormente in Portogallo avere necessariamente eccitato un profondo sentimento d’inquietezza in coloro che si erano incaricati, d’invigilare alla tranquillità degli Stati. Avere essi recentemente soffocata la rivoluzione, ed intanto vedevano che rialzava la testa. Avere perciò conosciuta la necessità di ragùnarsi per deliberare sui mezzi di prevenire i mali che minacciavano di piombare sull’Europa. Essere naturale che per combatterla una terza volta si servissero degli stessi mezzi che avevano adoprato così felicemente nella memorabile lotta che aveva liberata l’Europa dal giogo che aveva portato per venti anni. Tutto fare sperare che questa lega formata nelle più difficili circostanze, coronata dal più brillante successo e consolidata dalle convenzioni del mille ottocento e quattordici, mille ottocento e quindici, e mille. ottocento e dieciotto, come aveva preparata, fondata, e consolidata la pace del mondo, ed aveva liberato il continente Europeo dalla tirannia militare del rappresentante della rivoluzione, sarebbe anche capace di mettere un freno ad un nuovo potere non meno tirannico, non meno spaventevole, a quello cioè della rivolta e del delitto. Tale essere stato il motivo, e lo scopo della loro unione in Troppau. Aver essi esercitato un diritto incontrastabile, concertando assieme i mezzi di sicurezza contro quelli Stati nei quali un rovescio del governo cagionato dalla rivolta era stato considerato qual esempio dannoso il quale prendeva un'attitudine ostile contro tutti i governi, e le costituzioni legittime. L’esercizio poi di questo diritto essere tanto più urgente, quanto che i rivoltosi cercavano di comunicare agli Stati vicini le disgrazie in cui si erano immersi. In tale attitudine pertanto, ed in tale condotta es' servi una evidente rottura del patto che garantiva a tutti i governi d’Europa, oltre la inviolabilità del loro territorio, il godimento di correlazioni pacifiche le quali escludevano qualunque usurpazione reciproca sui loro diritti».

Deliberarono pertanto «di adoprare prima i consigli, e poi se occorreva anche le armi per far cessare gli sconcerti nel Regno delle due Sicilie; d’invitare il Re Ferdinando a recarsi in Lubiana dove si sarebbero trasferiti essi medesimi, affinché libero da qualunque influenza potesse essere mediatore fra i suoi popoli traviati, e gli Stati de’ quali minacciavano la tranquillità; finalmente communicare tali deliberazioni alla Francia ed all’Inghilterra, ed invitarle a cooperarvi (1)».

97. L’Inghilterra però non volle prendere parte a tali deliberazioni, e poi (ai diciannove di gennaio del prossimo anno) dichiarò le medesime comprendere due oggetti distinti. Cioè lo stabilimento di alcuni principi generali per regolare la condotta politica futura de’ collegati ne’.casi in esse indicati; ed il modo di contenersi, secondo que’ stessi principi, intorno agli affari attuali di Napoli. Il sistema de’ mezzi proposti, quanto alla prima parte, se dovesse essere reciproco sarebbe direttamente contrario alle leggi fondamentali dell’Inghilterra. Ma quand’anche non esistesse questa obiezione perentoria, il Governo Inglese riguarderebbe nulla di meno i principi su cui quelle disposizioni sono fondate, come tali da non potersi ammettere con sicurezza nel sistema del diritto delle genti. Credere che la loro adozione sanzionerebbe inevitabilmente, e presso monarchi meno benefici potrebbe col tempo condurre ad un intervento più frequenti te e più esteso negli affari interni degli Stati, di quello che secondo la propria convinzione non lo pretendevano le auguste parti che li adottavano. Credere inoltre che questi principj non 9potevano conciliarsi colf interesse generale, né coll’autorità, e la dignità dei sovrani indipendenti. Non credere poi che secondo i trattati esistenti i collegati fossero autorizzati ad assumere poteri così generali. Non credere similmente che potessero arrogarsi tali poteri straordinarj in forza di qualche recente transazione diplomatica fra loro stessi, senza attribuirsi una supremazia in9compatibile coi diritti degli altri Stati; ed anche acquistando questi poteri coll’accessione speciale di questi Stati medesimi, senza introdurre in Europa un sistema federale, non solo gravoso e poco proprio ad ottenere l’intento, ma conducente ad inconvenienti gravissimi.

«In quanto poi a ciò che concerneva in particolare l’affare di Napoli, il Governo brittannico non avere dal primo momento esitato ad esprimere la sua forte disapprovazione sul modo e sulle circostanze colle quali si era fatta la rivoluzione. Ma nel tempo stesso aver dichiarato alle corti collegate che non credeva di dovere, e né anche di potere consigliare un intervento per parte della Gran Brettagna. Ammettere nulla di meno che altri Stati Europei, e specialmente l’Austria, e le Potenze Italiane potessero giudicare che le circostanze in cui si trovavano erano differenti; ed avere dichiarato non essere stata sua intenzione di pregiudicare la questione in ciò che poteva loro concernere, né d’intervenire nella condotta che quegli Stati avessero giudicato a proposito di adottare per la propria sicurezza: quante volte però fossero pronte; a dare tutte le garanzie ragionevoli, che le loro mire non erano dirette verso oggetti d’ingrandimento, né sovversive del sistema territoriale dell’Europa, qual era stato stabilito dagli ultimi trattati. Il Governo inglese pertanto dover ricusare il richiesto assenso alle disposizioni generali che si erano adottate come fondate sopra i trattati esistenti, e protestate contro l'interpretazione data ai medesimi. Del resto niun altro governo essere più disposto a sostenere il diritto di uno Stato qualunque ad intervenire quando la propria salvezza, o i suoi essenziali interessi erano minacciati negli affari interni di un altro Stato. Ma poiché credeva che soltanto la più assoluta necessita potesse giustificare l’uso d’un tal diritto, e la medesima dovesse dirigerlo e limitarlo, non potere ammettere ch’esso potesse avere un’applicazione generale e senza distinzione a tutti i muovimenti rivoltosi, senza avere riguardo alla loro influenza immediata sopra qualche Stato, o se ne facesse la base di una lega. Riguardasi re questo diritto come un'eccezione ai principi generali della più alta importanza, e come un diritto il quale 'propriamente non derivava se non da circostanze speciali. Ma credere nel tempo stesso che l'eccezione di questo genere non potevano giammai senza il maggior pericolo essere ridotte in regole tali da essere inserite nella diplomazia ordinaria degli Stati, e nelle istituzioni del diritto delle genti. Del resto rendere giustizia alla purità dell’intenzioni che aveva senza dubbio diretto le auguste corti nell’adottare le loro disposizioni. La differenza dei pareri che era tra esse ed il Governo brittannico relativamente a questo oggetto non poter recare alcuna alterazione qualunque alla cordialità, ed all’armonia ch&regnavano fra’ collegati sopra ogni altro oggetto, né raffreddare lo zelo comune nel dare il più compiuto effetto a tutti i loro impegni attuali (1).».

99. La Francia accedette ai principi stabiliti dall(9)Austria, dalla Prussia, e dalla Russia, ma colla limitazione che i medesimi non avessero altro oggetto che di condurre gli affari di Napoli ad una conciliazione, senza che ai ricorresse a mezzi ostili (2).

100. Intanto l'Inghilterra e la Francia spedirono squadre nella rada di Napoli, tanto per invigilare ai proprj interessi, quanto per proteggere, se fosse stato d'uopo, la famiglia reale contro qualche possibile tumulto di fautori dell’anarchia.

101. In tale stato di cose Brancia Incaricato di affari a Parigi scrisse (in data dei quattordici di novembre) al Governo: «l'avversione dei Gabinetti di Europa a cagione del modo con cui la costituzione si era ottenuta formare il nodo più forte della questione Europea per la sua essenza. La Camera unica dei Deputati, le restrizioni della prerogativa reale, l'incoerenza di partecipare a un’assemblea i negoziati diplomatici, la nomina agli impieghi de’ quali disponeva il Parlamento, l'inceppamento del potere esecutivo, l'odiosità del veto lasciato al solo Governo, e questo veto anche insufficiente perchè solamente sospensivo, ed altre disposizioni della costituzione spagnuola trovarsi dalle varie Potenze come tanti germi di disordine, e di anarchia, ed incompatibili con la tranquillità di Europa. In tale stato di cose per evitare una guerra e le conseguenze che ne sarebbero derivate non esservi altro mezzo che la rifusione della costituzione spagnuola, o piuttosto la formazione di una costituzione napolitana. Stabilisse questa una Camera di Pari, attribuisse al Be la facoltà esclusiva di nominare i Consiglieri di Stato, l'iniziativa delle leggi, la facoltà di sciogliere il Parlamento, ed il veto assolato. Dopo tali modificazioni doversi chiedere la mediazione della Francia, ed esservi speranza di ottenerla. In somma doversi andare incontro con dignità ai desiderj dell’Europa, o aspettarsi la guerra con tutte le sue conseguenze. Modificare da se la costituzione, o aspettare che altri venisse a modificarla».

102. I Ministri napolitani (e con loro la maggior parte de’ prudenti) erano persuasissimi che la costituzione di Spagna era troppo democratica e non atta al Regno delle due Sicilie. Quindi approfittarono di tale circostanza per tentare di modificarla. Comunicarono pertanto nel giorno due di dicembre il tutto al Parlamento: ma questo nel dì cinque rispose: «L’unità della Camera avere un compenso nel Consiglio di Stato, non sembrare ristretta la prerogativa reale, ma il potere de’ Ministri. Non essere prescritta la necessita d’indicare all’assemblea legislativa i negoziati diplomatici, ma di renderle conto dei rivoltamenti di essi Trovare incapace di essere molesta al Governo una Deputazione destinata alla sola vigilanza; il parlamento non avere sugl’impieghi altri diritti fuorché quelli di presentare le terne per lo solo Consiglio di Stato. Se la forza esecutiva era inceppata nel male essere sciolta nel bene: il veto non mostrarsi sotto l'aspetto di odioso, o l'odiosità dover ferire il Consiglio assai più che il Monarca. In fine non sembrare inefficace un atto che poteva differire per anni la sanzione delle leggi, e che necessitava con questo mezzo al consenso i due poteri sovrani». Quindi furono di parere che «il premurare un altro Sovrano a farsi me9diatore di pace sarebbe forse un acconsentire a transigere sulla costituzione di Spagna ma questa essere segnata indelebilmente nei loro poteri, nei loro giuramenti, nelle loro cosciente, nella religione del Re e nella volontà del Popolo (1)».

103. Intanto i Sovrani d’Austria, di Prussia, e di Russia in esecuzione delle loro deliberazioni scrissero con separate, ma simili lettere (in data dei venti di novembre) al Re Ferdinando «essersi uniti in Troppau per considerare insieme le conseguenze, di cui gli avvenimenti di Napoli minacciavano il resto della Penisola Italiana, e forse l’Europa intiera. Nel decidersi a questa comune deliberazione non aver fatto che conformarsi alle transazioni sulle quali riposava quell’alleanza tutelare, unicamente destinata a guarentire da qualunque attacco la indipendenza politica e l’integrità territoriale di tutti gli Stati, come altresì ad assicurare il riposo e la prosperità dell'Europa, col riposo e colla prosperità di ciascuno de’ paesi della medesima. Non dubiterebbe adunque che l’intenzione dei Gabinetti uniti non fosse se non quella di conciliare l'interesse ed il ben essere, di cui la sua paterna sollecitudine doveva desiderare di far godere a' suoi popoli, con i doveri che apparteneva ai monarchi collegati di adempiere verso i loro Stati, e verso il mondo. Essi avrebbero desiderato di eseguire questi solenni impegni con la di lui cooperazione, e fedeli ai principj che avevano promulgato, non tralasciare di domandarla. Appunto per questo solo scopo proporgli di unirsi a loro in Lubiana. La sua presenza avrebbe affrettata una conciliazione così indispensabile, ed essere in nome degli interessi più cari del suo regno, e con quella benevola ss sollecitudine di cui credevano avergli data più di una testimonianza, che lo invitavano di anse dare a ricevere nuove prove della vera amicizia che gli portavano, e della franchezza la quale formava la base della loro politica (1)». Anche il Re di Francia scrisse di poi (ai tre di dicembre) a Ferdinando I per invitarlo a recarsi a Lubiana (2).

104. Giunte in Napoli tali deliberazioni delle tre grandi Potenze collegate, i ministri deliberarono nuovamente di approfittarne per tentare di modificare la costituzione: secondo la medesima il Re non poteva uscire dallo stato senza l’assenso del Parlamento. Stabilirono adunque che Ferdinando si prestasse dignitosamente ad un tal atto, e nel tempo stesso disponesse gli animi alla divisata modificazione. Per tal effetto nel giorno sette di dicembre il Re communicò al Parlamento le lettere ricevute dai tre Monarchi ragunati in Troppau, e vi unì un messaggio (contrassegnato dal ministro degli affari esteri) il quale in sostanza conteneva «i Sovrani di Austria, di Prussia, e di Russia m’invitano, a rendermi personalmente in Lubiana per interpormi come mediatore fra essi se la nazione. Penetrato l’animo mio dallo stato delle circostanze ho risoluto di rendermi prontamente all’invito, per evitare alla nazione il flagello di una guerra. Lungi da me e da voi il pensiero che l'adesione a questo progetto possa farmi per un momento dimenticare il bene del mio popolo. Partendomi da voi è degno di me il darvene una nuova e solenne guarenzia. Dichiaro perciò a voi ed alla nazione che farò di tutto onde i miei popoli godano di una costituzione saggia e liberale. Qualunque misura; verrà esatta dalle circostanze relativamente all’attuale nostro stato politico, ogni mio sforzo sarà adoprato perchè rimanga sempre fondato sopra le seguenti basi. Cioè sia assicurata per una legge fondamentale dello Stato la libertà individuale e reale. Nella composizione dei corpi dello Stato non si abbia alcun riguardo ai privilegj di nascita; non possano essere stabilite imposte senza il consenso della nazione legittimamente rappresentata, sia alla medesima renduto il conto delle pubbliche spese. Le leggi siano fatte di accordo colla rappresentanza nazionale, il potere giudiziale sia indipendente. Resti la libertà della stampa salve le leggi ristrettive dell’abuso della medesima, i ministri siano responsabili, e sia fissata la lista civile. Dichiaro inoltre che non aderirò mai che alcuno de’ miei sudditi sia molestato per qualunque fatto politico avvenuto. Desidero poi che una Deputazione composta di quattro membri a scelta del Parlamento mi accompagni, e sia testimonio del pericolo che ci sovrasti, e degli sforzi fatti per ischivarlo». Il ministro dell’interno partecipò con corrieri straordinarj questo messaggio agl’Intendenti delle provincie, e raccomandò loro d’invigilare alla tranquillità pubblica (1).

105. Ma non le dichiarazioni manifeste di tre grandi Potenze, non il pericolo evidentissimo di soccombere sotto forze cotanto superiori poterono indurre uomini fanatici o corrotti a moderati principi Carbonari gridarono «costituzione di Spa1gna o morte» e minacciarono di turbare la tranquillità pubblica della capitale. In tale agitazione il messaggio del Re al Parlamento fu rimesso ad una Commessione speciale di cui erano membri Galdi, Poerio, Berni, Begani, Bausan, di Donato, Ricciardi (giudice), Visconti e Borelli, e questa opinò «doversi dal Parlamento rappresentare al Re, non aver esso facoltà di aderire a tutto ciò che il messaggio dei sette di dicembre conteneva di contrario ai giuramenti comuni, ed al patto sociale che stabiliva la costituzione di Spagna. Non avere inoltre la facoltà di aderire alla di lui partenza, se non in quanto fosse diretta a sostenere la costituzione di Spagna comunemente giurata. Credere poi superfluo di farlo seguire da quattro Deputati, facendoli abbastanza sicuri l’occhio vigile e la parola del Re, il ripetuto e solenne suo giuramento, la veduta osservatrice di tutta l’Europa, l’indipendente e severo giudizio della posterità». Il Parlamento nel giorno otto di dicembre approvò il parere della Commessione.

106. Intesa tale deliberazione il Re mandò immediatamente nello stesso giorno altro messaggio al Parlamento col quale dichiarò «Avere con infinito dolore dell’animo suo appreso che non tutti avevano riguardato sotto un aspetto la sua risoluzione. Ad oggetto di dileguare ogni equivoco dichiarare che non aveva mai pensato di violare la costituzione giurata; ma siccome nel decreto del sette di luglio aveva riserbato alla rappresentanza nazionale il potere di proporre le modificazioni che avrebbe giudicate necessarie alla costituzione di Spagna; così aveva creduto e credeva che il suo intervento al congresso di Laybach potesse essere utile agli interessi della patria, onde far gradire anche alle Potenze estere progetti tali di modificazioni, che senza nulla detrarre ai diritti della nazione, respingessero ogni ragione di guerra; beninteso che in ogni caso non potesse essere accettata alcuna modificazione che non fosse consentita dalla nazione, e da lui medesimo (2)». Il Parlamento però rispose «essere impossibile il perdere di vista che la costituzione non era ormai suscettibile di altre riforme, fuori quelle che al Parlamento stesso sembrasse opportuno proporre (1)».

107. Intanto alcuni membri del Parlamento declamarono altamente contro i ministri che avevano consigliato il reale messaggio, ed in fine li accusarono formalmente come rei di attentato sovvertimento della costituzione. Rinunciarono essi ai loro officj. L’accusa (che in fine si ridusse contro Campochiaro e Zurlo) dopo alcune discussioni nel Parlamento fu trascurata (2).

108. Nel giorno dieci di dicembre il Vicario Generale scelse a nuovi Ministri Di Gallo per gli affari esteri, Acclavio per gli interni, Giacinto Troysi per la giustizia e gli affari ecclesiastici, Carignano per le finanze, ed il Generale Giuseppe Parisi per la guerra (3).

109. Del restante il Re nello stesso giorno dieci di dicembre mandò un terzo messaggio al Parlamento col quale l’interpellò «a decidere in modo positivo se acconsentiva al suo intervento in Lubiana collo scopo di sostenere la volontà 9generale della nazione per l’adottata costituzione». Vi furono allora in quel consesso nuovi dibattimenti Osservavano-alcuni Deputati «il Sovrano essere in Napoli quasi in ostaggio. Allontanandosi dall’influenze del popolo e del Parlamento, potersi temere che non mantenesse le promesse fatte, e d'altronde i Collegati procedessero più francamente contro un Governo che certamente odiavano». Ma finalmente nel giorno dodici di dicembre il Parlamento deliberò «che nei termini contenuti nel decreto degli otto dicembre e negli atti correlativi del Re e del Parlamento medesimo, si accordava la facoltà richiesta in virtù della costituzione; avvenendo la partenza del Re, l’autorità regia fosse esercitata dal Duca di Calabria nella qualità di Reggente del regno (4)». Ottenuto quest’atto, Ferdinando I partì nel di seguente e, per evitate qualunque pericolo o intoppo che avesse potuto incontrare per terra, s’imbarcò sopra uno de’ vascelli inglesi ch’erano nella rada, ed ai venti sbarcò a Livorno. Quindi per Firenze, Bologna e Modena recossi a Lubiana, dove arrivò nel giorno otto del prossimo gennajo.

110. Del resto, il Parlamento discusse alcune riforme sulla legislazione criminale (5) e sull’amministrazione provinciale e comunale (6). Si propose eziandio l’abolizione de' maggioraschi (7), ma nulla di tutto ciò fu ultimato. Determinò bensì alcuni cangiamenti nella costituzione spagnuola. I più importanti furono, che i Deputati al Parlamento, invece di eleggersi sulla base di settantamila abitanti, si eleggessero sopra quella di cinquanta mila, ed i Consiglieri di stato da quaranta fossero (1) ridotti a ventiquattro. Questo lavoro fu ultimato ai dodici di dicembre; e sulla fine del seguente gennaio fu pubblicata per legge la costituzione politica del Regno delle due Sicilie (2). Il Parlamento terminò la sua sessione ai trentuno di gennajo dell'anno seguente.

111. Intanto gli sconcerti inseparabili da un nuovo ordine di cose, e la rivoluzione di Palermo avevano prodotto, come narrai, uno sbilancio nelle finanze, e convenne supplirvi con mezzi straordinari, oltre quelli proposti dal ministro al Parlamento (3). Si alienarono perciò rendite di annui ducati cento e cinquanta cinque mila della cassa di ammortizzazione, cento e trenta mila spettanti a luoghi pii, o pubblici stabilimenti, e cento e sessantun mila appartenenti a beni riserbati; in tutto quattrocento e quarantasette mila, rappresentanti un capitale di quasi nove milioni. Atteso però il discredito, in cui era allora caduta la pubblica rendita, il Governo non ne ritrasse che circa sei milioni (4).

112. La rivoluzione scoppiata nel Regno delle due Sicilie scosse naturalmente tutta Italia. I liberali, i settari ed i malcontenti di ogni sorte si disposero generalmente ad approfittare delle circostanze per ottenere i loro rispettivi intenti. Sembra che da questa epoca alcuni faziosi abbiano concepito in Torino il disegno di rivoltare tutta l’Italia e renderla libera ed indipendente (5).

113. Tali maneggi erano specialmente pericolosi pel confinante Stato Pontificio; e di fatti la rivoluzione trasse subito a se la città di Benevento. Quivi sin dal giorno cinque di luglio una turba di uomini torbidi sollevossi contro il Governo ed invocò la costituzione e l’unione allo Stato napolitano. In quel primo scompiglio rimasero uccisi tre Carabinieri ch’erano di guardia sulla piazza, ed il Prelato Olivieri, ch’era Delegato Pontificio, si chiuse nell’antica rocca con circa quaranta uomini della stessa truppa, nei quali consisteva tutta la pubblica forza. Sopraggiunse di poi nel giorno sette un certo Vallante, Colonnello napolitano, Ordinatore Carbonaro dei luoghi circonvicini, il quale prese in qualche modo la direzione dei sollevati ed incominciò ad insinuare all’Olivieri di desistere dalla sua carica e partire. Rispondendo questi che la sola forza, avrebbe potuto costringerlo ad abbandonare il suo posto, i capi de’ sollevati nel dì otto gli intimarono di partire nel termine di due giorni. Allora esso cedette, e fetta una protesta per serbare illesi i diritti della Santa Sede, nel giorno undici partì tranquillamente alla volta di Roma col tenue presidio della truppa pontificia. Adopraronsi intanto i faziosi per far unire quella città al regno delle due Sicilie, ma il Principe Vicario Generale nel giorno dodici dello stesso mese di luglio pubblicò che «essendogli pervenuta notizia di un movimento avvenuto nella città di Benevento, e volendo con ogni studio evitare tutto ciò che poteva in alcun modo turbare la buona intelligenza col Sommo Pontefice, ove alcuno degli Abitanti del Regno si mischiasse negli affari di quello Stato; avvertiva i suoi popoli, che per conservare la propria indipendenza era necessario di rispettare». l'indipendenza degli altri Governi, ed evitare religiosamente tutto ciò die avrebbe potuto compromettere la buona armonia colla corte pon9tificia. Quindi ordinare a tutti gli Abitanti del, regno che niuno ardisse intromettersi armato nei, confini degli altri Stati, né mischiarsi in modo, qualunque negli affari dello Stato limitrofo». Allora i Beneventani si stabilirono un Governo particolare, e rimisero in vigore le leggi vigenti nel mille ottocento e quindici prima del ristabilimento del Dominio pontificio (1). Anche Pontecorvo si sottrasse dal dominio romano, e si stabili un governo particolare e costituzionale.

114. In Roma e nelle vicine provincie i settari erano pochi. Molti però erano nelle Marche, e nelle Legazioni. Nel mese di agosto varie società di quelle provincie stabilirono di eseguire la loro rivoluzione liberale, formarono per tal effetto molti disegni. Ma i Sublimi maestri perfetti secondando le istruzioni che ricevevano da un loro centro che era in Torino, frenarono quell'ardore come intempestivo, per agire poi opportunamente nel momento in cui sarebbe scoppiata una rivolta generale in Italia (2).

115. Del restante in quanto a Roma non sarà inopportuno il riferire che il Santo Padre dispose ammettersi nei suoi stati l'esecuzione dei 9giudicati, emanati da competenti tribunali stranieri nelle cause profane contro laici, sulla requisitoria dei tribunali suddetti; purché i giudicati dello Stato Pontificio siano in egual modo eseguiti nei Dominj stranieri. Ciò per altro presumersi fintantoché non vi sia particolare motivo per dubitare da tale reciprocanza (1).

116. Tiberio Pacca Prelato (nipote del Cardinale di tal cognome) Governatore di Roma, e Direttore generale di polizia nella sera dei sette di aprile fuggì, ed allontanossi dallo Stato Pontificio. Si disse che per lascivie e dilapidazioni del pubblico danaro Pio VII ne avesse ordinato l’arresto, e che il Cardinale Consalvi Segretario di Stato per togliere di mezzo un disgustoso processo Io abbia avvisato affinché fuggisse (2).

117. Accennerò eziandio che i Gesuiti stabiliti in Russia (3) applicavano secondo il loro Istituto alla educazione della gioventù. Accettando nei loro collegi allievi di qualunque culto, procuravano quindi di convertirli alla religione cattolica. Questo zelo suscitò naturalmente contro di loro la persecuzione del clero scismatico, e nel mille ottocento e quindici furono allontanati dalle due capitali di quell’impero. Non tralasciarono perciò di procurare conversioni altrove, e da ciò ne venne che in quest’anno furono scacciati da tutta la Russia (4).

118. Il Governo austriaco che si era immediatamente dichiarato il principale nemico della rivoluzione napolitana (5), invigilò specialmente per impedire che i principj della medesima si comunicassero, o si dilatassero nelle provincie del Regno Lombardo-Veneto. Quindi il Presidente del Governo di Milano pubblicò (nel giorno ventinove di agosto) che la società dei Carbonari la quale si era dilatata in diversi Stati circonvicini aveva tentato di fare dei proseliti anche negli Stati Austriaci. Dalle inquisizioni fatte a quest’oggetto essersi scoperte le mire quanto pericolose per lo Stato altrettanto ree di questa società, le quali per altro non ad ogni membro di essa venivano palesate dai superiori della medesima. Dedursi queste mire a pubblica notizia per avvertimento dei sudditi. Lo scopo preciso a cui mirava la unione dei Carbonari essere lo sconvolgimento, e la distruzione dei Governi. Quindi secondo le leggi vigenti, i membri della stessa essere rei di alto tradimento (6).

119. Quella polizia avendo quindi concepito sospetti di trama o di carboneria fece arrestare diversi personaggi ragguardevoli, tanto sudditi, quanto stranieri dimoranti in quello Stato. Furono tra essi Melchiorre Gioja, Giovanni Domenico Romagnosi, il Conte Camillo Laderchi, Pietro Maroncelli e Silvio Pellico. Il Governo pubblicò poscia che «sul fine di agosto di quest'anno, alcuni, dei quali era capo il Conte Luigi Porro Lambertenghi (celebre negli avvenimenti del mille ottocento e quattordici, ricco, audace, e promotore delle lettere, delle belle arti, e dell’industria) avevano formato in Milano il progetto di diffondere la carbonaria in tutto il regno, e di congiungere le loro fila alle sette estere, per preparare in tal modo gli elementi di quella generale rivoluzione in Italia, di cui la rivolta di Napoli doveva essere nella loro opinione il preludio, e la spinta». Gioja, Laderchi, Romagnosi, ed alcuni altri dopo vari mesi di carcere uscirono innocenti. Porro fuggì e fu condannato a morte in contumacia. Maroncelli fondatore d'una vendita (unione) di Carbonari, Pellico ed Angelo Canova (comico), alla medesima ascritti, furono similmente condannati a morte. L’Imperatore per altro diminuì la loro pena, commutandola nel carcere duro di venti anni per Maroncelli, di quindici a Pellico e di cinque al Canova. Altri rei ebbero pene minori (1).

120. Maria Luigia Duchessa di Parma da alcuni anni aveva nominato varie Commcssioni di Giureconsulti per riformare la legislazione e adattarla alle circostanze de' suoi dominj. Compiuto il lavoro, in quest'anno promulgò nuovi codici, civile e penale, coi loro rispettivi di processura; e di più un altro criminale militare (2)». Nel codice civile dispose che le liberalità per testamento non potranno oltrepassare due terzi de’ beni del disponente, quando questi, morendo, 9lascia un figlio legittimo e naturale, o legittimato; la metà, se ne lascia due o tre; un terzo, quando ne lascia un numero maggiore (3). Non ostante potrà, essere avvalorata da grazia del Sovrano la disposizione, colla quale il testatore ordini all’erede o al legatario di conservare(1) e rendere i beni ai figli e discendenti maschi per linea mascolina del medesimo erede o legatario, con ordine di primogenitura; potranno essere assoggettati a primogenitura soltanto i beni stabili, liberi da privilegio e da ipoteca, e di una rendita che non sia minore di lire nuove (italiane) tremila; la sola porzione che la legge lascia a libera disposizione del testatore, può assoggettarsi al vincolo di primogenitura (4).

121. Anche in Piemonte si attendeva a compilare un nuovo codice. II Re di Sardegna, allorquando nel mille ottocento e quattordici ristabilì le antiche leggi nei suoi Stati di Terra ferma, riserbossi, come narrai (1), di farvi quelle variazioni che, dopo un più maturo esame gli sarebbero sembrate adattate ai tempi ed alle circostanze. Di fatti nei due anni seguenti diede ad alcuni Commessarj l'incarico di compilare un nuovo ed intiero corpo di leggi, e molte ne furono effettivamente abbozzate. In quest’anno poi, sulla proposizione del Conte Prospero Balbo, primo Segretario di Stato per gli affari dell’Interno, pubblicò che «volendo provvedere all’esame delle preparate minute di leggi civili e criminali, ed inoltre accrescere i lavori che rimanevano da farsi pel compimento di sì grande impresa, aveva determinato di affidarne principalmente l’incombenza ad una Giunta superiore che fosse stabilmente composta di un picciol numero di Consiglieri; ma si approfittasse dell’opera e del parere di quelle altre persone che nelle diverse parti potevano efficacemente contribuire al miglior successo; fossero Membri della medesima, Gloria Avvocato Generale, Montiglio Procuratore Generale, Cerosa Consigliere e Pinelli Senatore». Partecipò quindi a tutti i Magisteri supremi che «potevano presentare alla Giunta quelle osservazioni che lo studio e la 1pratica loro suggerissero opportune alla perfezione dell'opera (2)». Disposte in tal guisa le cose, il Balbo presentò al Re, nel suo Consiglio di conferenze, un progetto che servisse di base alle operazioni della Giunta. Questa fece una prima minuta che fu discussa nel Consiglio del Re, in parte riformata, e così ne risultò una seconda. Volle poi il Re che quest'ultima fosse discussa in un Consiglio composto di tutti i Ministri di Stato e Consiglieri delle Conferenze, quindi, con tutte le osservazioni dal medesimo fatte, fosse passata ad un altro Consiglio formato da dodici primarj Magistrati de' suoi Stati di Terra ferma. Così si fece, ed il nuovo codice fu di poi pronto ad essere pubblicato nella primavera dell’anno prossimo (3).

122. In quanto agli affari esterni del Re di Sardegna, rammenterò che il suo genitore fin dal mille settecento e novantasette aveva conchiuso colla Prussia una convenzione per l’abolizione dell’albinaggio (4) tra i rispettivi sudditi. Essendosi da quell'epoca variati i confini di ambedue gli Stati, con altra convenzione dei diciotto di febbrajo di quest'anno fu stabilito che l'abolizione si estendesse a tutti i paesi che attualmente possedevano (5). Ai nove di agosto poi Vittorio Emanuele sottoscrisse un(1) altra convenzione col Re dì Francia, colla quale fu pattuita la reciproca consegna dei disertori (1).

123. Nel mille ottocento e cinque era stato stabilito a Milano (come narrai) il Monte Napoleone per liquidare e pagare il debito pubblico del regno italico (2). Il debito perpetuo delle provincie che allora componevano il regno, era di lire italiane duecento e sedici milioni, ottocento e ventidue mila. Furono quindi aggiunte le provincie Venete con un debito di cento e diciotto milioni, ottocento e quattordici mila; poscia le Marche, le quali (oltre la loro porzione del debito generale dello Stato pontificio) lo aumentarono di altri sette milioni, cinquecento e venti mila. Finalmente vi fu unita una parte del Tirolo con quattro milioni, duecento e sessantacinque mila. Questa somma, ascendente a più di trecento quarantasette milioni e quattrocento mila lire, fu liquidata a diverse ragioni, dall’uno e mezzo al tre e mezzo per cento, secondo la diversa natura di ciascun debito, e consolidata al cinque per cento. Nell'epoca del regno italico ne fu estinta una porzione (di circa cento e cinquanta milioni) ed al fine del medesimo, l'annuo interesse 4del consolidato era di quattro milioni, settecento e settanta mila lire. Eranvi inoltre tredici milioni, trecento e ventinove mila lire di azioni, dette iscrizioni; ventisette milioni, trecento e quarantasette mila di boni: annue lire quattro milioni, novecento a sessantatré mila di dotazioni o assegnamenti diversi, finalmente tredici milioni, novecento e ottantun mila di pensioni. I fondi stabili del Monte erano del capitale di ottantotto milioni di lire (3).

124. Il trattato di Vienna aveva stabilito che, nel conservarsi i beni stabili applicati al Monte, il debito ne fosse diviso tra gli Stati già componenti il Regno italico, sulle basi unite della popolazione e della rendita (4). La popolazione era di sei milioni, seicento e sessanta mila, settecento e novantotto individui; l’estimo censuario di trecento ottantacinque milioni, duecento e sessantasei mila lire (5) Ragunaronsi pertanto in Milano Commessarj austriaci, modenesi, parmigiani, piemontesi, e pontificj per la divisione di quel Monte. l’Austria che vi aveva il maggiore interesse, fece separate convenzioni con ciascuna delle altre Potenze. In esse stabilironsi alcune massime fondamentali, si dichiararono cessate le dotazioni e si annullarono molte partite. Si fecero varie cessioni e compensazioni. In quanto alle pensioni ecclesiastiche, le quali erano venticinque mila ottocento ed ascendevano all’annua somma di undici milioni, novecento trentaquattro mila lire, si convenne (con poche modificazioni) che ciascuna Potenza si assumesse quelle ch’erano dovute ai propj sudditi. Si stabilì poi generalmente, che l’Austria per la popolazione di quattro milioni, trecento ottantatré mila uomini, ed un estimo censuario di duecento e trentuno milioni, novecento e ventiquattro mila lire, delle centomila parti de’ pesi ne assumesse sessantanove mila, cento e ventiquattro; Roma per un milione, cinquecento e quarantasette mila sudditi, e settanta milioni, settecento e trentaquattro mila lire di estimo, ne avesse ventun mila, quattrocento e trenta sei; il Piemonte pel Novarese, che aveva trecento e trentun mila abitanti, e quindici milioni, seicento e novantanove mila lire di estimo,. ne assumesse quattromila, seicento e novanta. Al Duca di Modena per la popolazione di trecento. e diciassette mila e l'estimo di quattordici milioni, cinquecento e novantaquattro mila, ne spettassero quattromila, trecento e sessanta. Finalmente Parma pel distretto di Guastalla che aveva ventimila e trecento abitanti, e l’estimo d’un milione, trecento e tredici mila, ne avesse trecento e novanta. Dopo tali operazioni, si fece in quest’anno il primo ripartimento. Con esso l’Austria assunse annui tre milioni, trecento e quarantasei mila lire di consolidato e circa un milione delle pensioni diverse. le quali, detratte l’ecclesiastiche, erano ridotte a due milioni, cento e trentun mila. Roma ebbe un milione e ventidue mila lire di consolidato con cinquecento ed ottantotto mila di simili pensioni. Il Piemonte cento e sessanta mila lire di consolidato, e duecento e ottantadue mila di pensioni. Modena del consolidato n’ebbe cento e ventinove mila con settecento e quattromila di pensione di ogni specie. Parma ebbe sei mila lire di consolidato, e quaranta mila di pensioni Furono similmente divise altre minori partite e si fissarono regolamenti per la divisione delle residuali, il che di fatti si eseguì negli anni seguenti.

125. In quanto ai beni stabili del Monte, ascendenti, come accennai, al valore di ottantotto milioni di lire, Roma n’ebbe quaranta milioni, trecento e ventisei mila; il Piemonte quattro milioni, cento e ventisette mila, e l'Austria quarantatré milioni, cinquecento e quarantacinque mila. Furono in questa partita comprese le porzioni di Modena e di Parma, che furono assegnate all’Austria in compenso di alcuni pesi che assunse (1).

126. Cessò in quest’anno di vivere Elisa Bonaparte. Era dessa nata in Ajaccio agli otto di gennaio del mille, e settecento settantasette, ed ai cinque di maggio del mille settecento e novantasette aveva sposato Pasquale Baciocchi, nobile Corso ed ufficiale di fanteria nelle truppe francesi. Nel mille ottocento e cinque il fratello Napoleone le diede, come narrai (1) i principati di Lucca e Piombino, nei quali fece molti miglioramenti (2). Nel mille ottocento e nove fu nominata da Napoleone governatile della Toscana colla dignità di Gran Duchessa (3). Passò pertanto a Firenze, dove risiedette fino al principio del mille ottocento e quattordici. Bitirossi allora, primieramente in Francia, poi in Napoli, nell’anno seguente a Bologna e finalmente negli Stati austriaci, dove usò il titolo di Contessa di Campignano. Una febbre nervosa le tolse la vita in una campagna presso Trieste nel dì nove di agosto (4)

127. Ai ventinove di gennaio terminò anche i suoi giorni Giorgio III Be della Gran Brettagna, e gli successe il figlio primogenito che fin dal mille ottocento e dieci, per una malattia mentale del padre, era Reggente. Egli prese il nome di Giorgio IV (5).

Né deggio omettere di accennare che Carlo Ferdinando Duca di Berry, il quale nel mille ottocento e sedici aveva sposato la Principessa Carolina delle due Sicilie, nella sera dei tredici di febbrajo fu ucciso, con un colpo di pugnale, da un certo Louvel per mero odio contro i Borboni. L’uccisore fu arrestato e condannato a morte. La vedova era incinta e diede alla luce un bambino, che fu chiamato Enrico ed ebbe il titolo di Duca di Bordeaux (6).

1821 - SOMMARIO

  • Conferenze di Lubiana 
  • Lettera di Ferdinando I al Principe Reggente 
  • Istruzioni dei Collegati ai loro Rappresentanti in Napoli 
  • Partecipazione dei Collegati al Duca del Gallo 
  • Comunicazione dei Collegati al Principe Reggente 
  • Dichiarazione della Francia 
  • Parlamento straordinario
  • Si stabilisce di resistere alle determinazioni dei Collegati 
  • Manifestodel Governo Napolitano 
  • Spiritopubblico del Regno 
  • Uccisione di Giampietro Fuga di Notabili 
  • Il Governo Napolitano chiede invano soccorsi alla Spagna 
  • Lusingadi appoggio dal Piemonte 
  • Operazioni di Finanze 
  • Fortificazioni 
  • Esercito Formazione di due Campi sulle frontiere sotto gli ordini diCarascosa e di Pepe 
  • Disordininei Militi e nei Legionari 
  • Numeroe posizioni dei due eserciti 
  • Disegnodi campagna Istruzioni 
  • MancanzeAvvilimento degli eserciti - Dissenzioni - Progetto di trattative 
  • Numeroe movimento dell’esercitoaustriaco comandatoda FrimontTentativi dei Liberali per sedare gli Ungheresi 
  • Dichiarazionedell’Austria 
  • Manifestodel Re Ferdinando I 
  • Attaccodi Pepe presso Rieti – Sbandeggiamento del suo corpo 
  • GliAustriaci superano le Gole di Antrodoco 
  • Pepetenta di raccogliere truppe disperse 
  • Gli Austriaci invadono gli Abbruzzi 
  • Movimento di Frimont verso Fondi e S Germano 
  • Disposizioni del Governo per rimediare al disastro di Rieti 
  • Unabrigata della Guardia Reale ricusa di combatterecontro gli Austriaci
  • Ritiratae sbandeggiamento del corpo di Carascosa 
  • Marciadi Frimont dal Liri sul Volturno
  • Progettidi trasferire il Governo in Calabria o in Messina
  • Convenzione di Capua per la consegna di quella Piazza agli Austriaci Convenzione di Aversa per consegnare ai medesimi Napoli, Gaeta e Pescara 
  • Messaggio del Parlamento al Re 
  • Protesta del Parlamento 
  • Emigrazione di molti Liberali 
  • Ingresso degli Austriaci in Napoli Gaeta e Pescara 
  • Chiusa del Parlamento 
  • Agitazione in Sicilia 
  • Turbolenze di Messina 
  • Governo provvisorio stabilito da Ferdinando l nei dominjal di qua del Faro 
  • Governo provvisorio ed occupazione austriaca in Sicilia 
  • Atti del Governo provvisorio di Napoli Consigli del Carascosa 
  • Giunte di scrutinio 
  • Arresti e fughe di personaggi illustri 
  • Castighi speciali di alcuni Carbonari 
  • Bande armate di Liberali e di Carbonari 
  • Ritorno di Ferdinando I in Napoli, Amnistiaparziale 
  • Arresto di rei di Stato 
  • Condanne 
  • Relegazioni di Deputati e di Generali in paesi austriaci 
  • Esiliatili 
  • Rimozione di uomini intelligenti dagli affari dello Stato 
  • Condanne in Sicilia 
  • Ferdinando I scioglie l’esercito 
  • Dispone l'ordinamento di un nuovo esercito nel quale ammette truppe straniere 
  • Convenzione per il mantenimento dell’esercito austriaco 
  • Regali al Generale Frimont 
  • Nuovo debito di trentadue milioni ed ottocento mila ducati 
  • Debito particolare della Sicilia di un milione di onze 
  • Nuova forma di Governo stabilita da Ferdinando I 
  • Disposizioni sulla morale ed istruzione pubblica 
  • Ristabilimento dei Gesuiti ne' dominj di qua dal Faro 
  • Uccisione del Vescovo di Aversa 
  • Neutralità e disposizioni del Governo pontificio nella guerra degli Austriaci contro Napoli 
  • Apprensione di Roma 
  • Correrìa di Carbonari nelle Marche 
  • Ristabilimento del Governo pontificio in Benevento e Pontecorvo 
  • Bolla di scomunica contro i Carbonari 
  • Concordato fra la Santa Sede e la Prussia 
  • Ordinamento di altre Diocesi in Germania 
  • Convenzione fra il Papa e l’Imperatore di Austria 
  • per la reciproca consegna dei disertori 
  • Spirito pubblico in Piemonte 
  • Maneggi de' settarj 
  • Tumulto scolaresco in Torino 
  • Congiura militare 
  • Disegno dei congiurati 
  • Carattere ed arresto del Principe della Cisterna 
  • Agitazione e risoluzione dei congiurati 
  • Maneggi dei congiurati presso il Principe di Carignano 
  • Movimento militare in Possano 
  • Rivoluzione in Alessandria Promulgazione della costituzione spagnuola 
  • Deliberazione dei congiurati in Torino 
  • Movimento militare m Pinerolo
  • Proclamazione del Santa Rosa e di Lisio 
  • Promulgazione della costituzione spagnuola in Vercelli ed in Ivrea  Consiglio straordinario in Torino 
  • Manifesto del Re Vittorio Emanuele 
  • Tumulto a S Salvadore presso Torino 
  • Idea di formare un punto di unione in Asti 
  • Altro manifesto del Re 
  • Sollevazione del presidio della Cittadella di Torino 
  • Vittorio Emanuele rinunzia la corona a Carlo Felice assente e nomina Reggente il Principe di Carenano 
  • Manifesto del Reggente 
  • Istanze per la promulgazione della costituzione spagnuola 
  • Promulgazione 
  • Nomina di un Consiglio di stato, di una Giunta provvisoria e di Ministri 
  • Indifferenza del popolo 
  • Tentativi di faziosi per indurre il Reggente a dichiarare la guerra all’Austria 
  • Chiamata,di soldati provinciali alle armi 
  • Dichiarazione di Carlo Felice 
  • Soccorsi dell’Austria e della Russia a Carlo Felice 
  • Il Principe di Carignano si reca a Novara 
  • Rinunzia alla reggenza, e passa a Firenze 
  • Della Torre chiama i militari a Novara 

1821

1. Nel mese di gennajo recaronsi in Lubiana gli Imperatori d’Austria e di Russia coi principali Ministri propri, o appo di loro accreditati. Il Re di Francia e quello di Prussia spedirono plenipotenziarj. L’Inghilterra lasciò la cura de’ suoi interessi all’Ambasciadore che aveva presso la corte di Vienna, colla istruzione «di assistere alle conferenze come semplice testimonio per essere informata delle determinazioni che si sarebbero prese». Il Papa, il Re di Sardegna, il Granduca di Toscana ed il Duca di Modena spedirono Rappresentanti. Ferdinando I partendo da Napoli si era fatto seguire dal Duca di Gallo suo Ministro degli affari esteri. Ma i tre Sovrani collegati (di Austria, di Prussia, e di Russia) avevano disposto che non potesse condurre seco altri individui che quelli applicati al suo personale servizio. Quindi Gallo dopo varj ostacoli incontrati prima in Firenze, e poi in Mantova ed in Udine, fu costretto trattenersi in Gorizia per attendere ordini ulteriori dal suo Sovrano. Questi potè per altro avere presso di se il Principe Ruffo suo Ambasciatore alla corte di Vienna, il quale, come accennai (1), aveva ricusato di giurare la costituzione promulgata in Napoli.

2. Incominciate le conferenze fra Ministri delle cinque grandi Potenze il Re Ferdinando fece dichiarare m avere accettato con interesse l'invito «de' suoi augusti Collegati nella speranza di conciliare il ben essere di cui desiderava far godere i suoi popoli col dovere che i Monarchi alleati potevano essere chiamati ad adempiere verso i loro Stati e verso il mondo; e nella speranza ancora di far scomparire sotto gli auspicj della pace e della concordia gli ostacoli che fin da sei mesi avevano isolato i suoi Stati dall’alleanza europea. Quindi essere pronto a concentrarsi sul mezzo di risparmiare al suo paese le infelicità di cui lo vedeva minacciato. Intanto prima di tutto domandava a’ suoi augusti Collegati di manifestargli senza riserva i loro pensieri in tutta l'estensione».

3. I Plenipotenziarj austriaci, russi e prussiani risposero «La rivoluzione di Napoli avere in se stessa un carattere inquietante, e tale dal fissare l’attenzione de' Sovrani per dirigere le loro misure sui danni che minacciava agli Stati vicini. I mezzi co’ quali era seguita, i principi annunziati da coloro che se n’erano dichiarati capi, l’andamento ch’essi avevano seguito ed i risultamenti che aveva prodotto, tutto doveva diffondere lo spavento negli Stati d'Italia, e fortemente agire sulle Potenze più direttamente interessate al riposo della Penisola. Il Governo austriaco non avrebbe potuto riguardare con 9indifferenza una catastrofe, le di cui incalcolabili conseguenze rovesciando l’ordine e la pace d’Italia, potevano compromettere i suoi più preziosi interessi ed anche minacciare la sua propria sicurezza. Fedele al sistema che esso aveva seguito da sette anni, aver creduto in una circostanza così importante d’invitare i suoi Alleati a somministrargli i loro lumi e a deliberare seco lui sopra questioni degne sotto tanti rapporti di occupare seriamente i pensieri e le sollecitudini di tutte le Potenze. I gabinetti uniti a Troppau non aver potuto considerare la rivoluzione di Napoli come un avvenimento assolutamente isolato. Avervi essi trovato il medesimo spirito di turbolenza e di disordine che aveva desolato il mondo per sì lungo tempo, e che si era potuto credere compresso da salutari effetti di un pacificamento generale. Intanto sempre lontanissimi dal ricorrere ad estreme misure per ottenere ciò che si sarebbe potuto conseguire per vie infinitamente più analoghe ai loro principi, si sarebbero sinceramente felicitati, e ’ si feliciterebbero ancora di poter giungere colla forza della ragione, e coi mezzi di conciliazione ad uno scopo al quale essi non avrebbero saputo rinunziare senza mettersi in opposizione con la loro coscienza, e coi loro più sacri doveri. Avere perciò invitato il Re Ferdinando ad intervenire alle loro deliberazioni. Del resto subito che con la soppressione spontanea, di un reggimento condannato a perire sotto il peso de’ suoi proprj vizj, il regno delle due 9Sicilie fosse rientrato nelle sue relazioni amichevoli cogli Stati d'Europa, i Sovrani collegati non avevano più che un solo voto a formare, quello cioè che il Re circondato dai lumi, e sostenuto dallo zelo degli uomini i più, probi ed i più savj frasuoi sudditi, giungesse, a cancellare fino la rimembranza di un’epoca, disastrosa, stabilendo per l’avvenire nei suoi, Stati un ordine di cose portante in se stesso le garanzie della sua stabilità, confonde ai veri interessi de’ suoi popoli e proprio a rassicurare, gli Stati vicini sulla loro sicurezza e sulla loro, futura tranquillità. Che se poi quest’ultimo tentativo restasse infruttuoso, non rimarrebbe allora, ai Sovrani collegati che d'impiegare la forza, dell’armi per mandare ad effetto le invariabili, loro determinazioni. Finalmente il Re Ferdinando essere invitato a far conoscere ai pienipotenziarj dei Collegati i mezzi che avrebbe giudicato convenienti di prendere per prevenire i, nuovi disastri che minacciavano il suo Regno, e, per secondare il sincero voto dei Collegati, di, vedervi ristabilito l'ordine. In ogni modo poi, i Collegati volere una garanzia che credevano, indispensabile all’interesse generale dell’Italia, e questa essere la presenza temporanea (e precisamente di tre anni) di un’Armata di occupazione la quale non sarebbe entrata ne9gli Stati del Re che in nome delle Potenze, decise a non lasciare sussistere più lungamente in Napoli un reggimento imposto dalla ribellione, ed insidioso alla sicurezza degli Stati vicini. Quest’Armata sarebbe stata sotto gli ordini del Re. L(9)occupazione non sarebbe stata mai altro che una misura transitoria e in nessun caso avrebbe portato il minimo attacco all'indipendenza politica del Regno delle due Sicilie».

4. A tali dichiarazioni il Re Ferdinando fece rispondere «riconoscere l'inutilità o piuttosto l'assoluta impossibilità di un negoziato fondato sopra basi irrevocabilmente rigettate dai Sovrani collegati. Posto così tra il danno di abbandonare i sudditi a nuove calamità e la necessità di determinarli a rinunziare con una pronta e compiuta ritrattazione ai cambiamenti politici che si erano operati nel Regno dopo li due di luglio, non poteva esitare un momento ad abbracciare l'ultima alternativa. Proponevasi pertanto di scrivere al suo figlio Duca di Calabria una lettera colla quale gli avrebbe fatto conoscere la sua propria posizione, le determinazioni de' Sovrani collegati ed i pericoli ai quali il regno sarebbe inevitabilmente esposto, se si persistesse a sostenere ciò che oramai non avrebbe potuto condurre se non alle più funeste estremità. Sperava poi che i Collegati avrebbero secondato i suoi sforzi ed appoggiato i passi che era per fare, dirigendo ai loro Agenti diplomatici in Napoli una istruzione precisa concepita nel medesimo senso, e munendoli di tutte quelle informazioni di cui avrebbero potuto far uso, onde coope9rarsi al felice risultamento che avrebbe posto un termine alle pene sue ed ai patimenti dei fedeli suoi sudditi».

5. Ferdinando I fece eziandio comunicare (nel dì ventotto di gennajo) ai Plenipotenziarj de' Collegati la lettera che avrebbe scritta al suo figlio. Essa in sostanza conteneva «Fin da’ miei primi abboccamenti con i Sovrani, ed in seguito delle comunicazioni che mi furono fatte delle deliberazioni che avevano avuto luogo dalla parti te de' Gabinetti a Troppau, non mi è restato più dubbio alcuno sulla maniera colla quale le Potenze giudicano gli avvenimenti accaduti in Napoli dal due di luglio fino a questo giorno. Le ho trovate irrevocabilmente determinate a non ammettere lo stato di cose che è risultato da tali avvenimenti, né ciò che potrebbe risultare, a riguardarlo come incompatibile colla tranquillità del mio regno e colla sicurezza degli Stati vicini, ed a combatterlo colla forza delle armi, qualora la forza della persuasione non ne producesse la. cessazione immediata. Questa è la dichiarazione che tanto i Sovrani, quanto li Plenipotenziarj rispettivi mi hanno fatto ed alla quale nulla può indurli a rinunziare. Non vi è dunque incertezza alcuna sull’alternativa nella quale siamo messi, né sull’unico mezzo che ci resta per preservare il mio regno dal flagello della guerra. Nel caso che tale condizione, nella quale i Sovrani insistono, sia accettata, le misure che ne saranno la conseguenza non verranno regolate se non che colla mia intervenzione. Devo però avvertirvi die i Monarchi esigono alcune garanzie giudicate momentaneamente necessarie per assicurare la tranquillità degli Stati vicini. In quanto al sistema che deve succedere all’attuale stato di cose, i Sovrani mi hanno fatto conoscere il punto di vista generale sotto cui essi riguardano tal questione. Essi considerano come un oggetto della più alta importanza per la sicurezza e tranquillità degli Stati vicini al mio Regno e per conseguenza dell’Europa intera, le misure che adotterò per dare al mio governo la stabilità!»della quale ha bisogno, senza voler restringere la mia libertà nella scelta di queste misure. Essi desiderano sinceramente che circondato dagli uomini più probi ed i più savj fra’ miei sudditi, io consulti i veri e permanenti interessi de’ miei popoli senza perdere di vista quel che esige il mantenimento della pace generale; e che risulti dalle mie sollecitudini e da’ miei sforzi un sistema di governo atto a garantire per sempre il riposo e la prosperità del mio regno, e tale da rendere sicuri nel tempo stesso gli altri Stati d’Italia, togliendo tutti quei motivi d'inquietudine che gli ultimi avvenimenti del nostro paese avevano loro cagionato.

6. Plenipotenziarj austriaci, prussiani e russi prepararono le istruzioni che avrebbero trasmesso agli Agenti diplomatici dei loro Sovrani residenti in Napoli. Le medesime contenevano il ragguaglio delle deliberazioni di sopra riferite e poi soggiungevano «Le partecipassero al Duca di Calabria e gli certificassero che le determinazioni de’ Sovrani collegati erano in tutto conformi alla lettera che gli veniva diretti dal Re suo padre. Dichiarassero che spettava a lui di giudicare e di apprezzare, e di far giudicare ed apprezzare da coloro che avrebbe ammesso ai suoi consigli, dall'una parte i vantaggi che un obblio spontaneo degli avvenimenti del due luglio e dei risultamenti che i medesimi avevano avuto, avrebbe offerto al Regno delle due Sicilie, e dall’altra le calamita inevitabili alle quali questo regno sarebbe abbandonato col rifiuto di obbedite alla voce paterna del suo Re. Soggiungessero che l'Armata di occupazione si sarebbe immediatamente messa in marcia, e se egli lo credeva opportuno, divulgassero pure tale annunzio. Fossero poi prevenuti che a norma delle spiegazioni le quali avevano avuto luogo fra’ Gabinetti collegati, nessuna contribuzione di guerra sarebbe imposta al Regno delle due Sicilie nel caso che una spontanea disapprovazione degli avvenimenti del due e del sei luglio permettesse alle Potenze collegate di non ricorrere alla forza delle armi. Nella ipotesi contraria, ove la guerra scoppiasse, sa9rebbe loro impossibile d’impedire che il Regno non ne sopportasse tutte le conseguenze».

7. Disposte così le cose il Re Ferdinando chiamò a Lubiana il Duca di Gallo suo Ministro degli affari esteri ch’era stato trattenuto (come accennai) a Gorizia, ed appena giunto, Metternich Plenipotenziario austriaco lo invitò a recarsi nella stessa sera (dei trenta di gennajo) ad una conferenza. Intervennero alla medesima tutti i Ministri oltramontani ed Italiani. In essa fu immediatamente detto a Gallo che lo scopo era solamente quello di dargli cognizione delle istruzioni che si spedivano a Napoli sulle decisioni de’ Sovrani collegati, non per discutere sulle stesse che erano inalterabili; ma perchè potesse far conoscere al Duca di Calabria l'unanimità, e la irrevocabilità delle medesime». Gli si lessero quelle istruzioni ed egli ne chiese copia; ma gli fu risposto «ciò non potersi fare, ed inoltre essere inutile, dovendosi il tutto rimettere in copia al Duca di Calabria» allora egli soggiunse che «se gli fosse stato permesso di entrare in discussione sui principi e sui fatti prodotti nelle carte che gli?erano state lette, avrebbe avuto molte osservazioni da sottomettere a quell’assemblea; ma poiché ciò non gli era concesso e si trattava solo di udire risoluzioni già adottate irrevocabilmente e spedite, non gli restava che domandate le istruzioni del suo Sovrano». Nel di seguente parti alla volta di Napoli. Nel tempo stesso Ferdinando mandò al figlio la lettera di sopra riferita (1), l’Austria, la Prussia, e la Russia trasmisero ai loro Agenti diplomatici in Napoli le analoghe istruzioni, e l’Armata austriaca stanziata in Lombardia ebbe ordine di passare il Po e di marciare sopra Napoli. Stabilirono i Collegati (ai due di febbrajo) che il mantenimento di quest’Armala dal giorno del passaggio del Po fosse a carico del Re delle due Sicilie.

8. Nel giorno nove di febbrajo i Diplomatici delle tre Potenze collegate residenti in Napoli si presentarono collegialmente al Principe Reggente (che li ricevette coll’assistenza del Ministro degli affari esteri ritornato da Lubiana) e gli comunicarono le loro istruzioni. Nell’annunziare la marcia dell’Armata austriaca che si avanzava per occupare il Regno, amichevolmente o per forza, soggiunsero che «in caso di guerra i Russi sarebbero marciati dietro gli Austriaci, se questi fossero respinti». Il Principe Reggente che più di qualunque altro odiava la costituzione promulgata, desiderava internamente che fosse tolta subito di mezzo. Il Duca di Gallo era persuasissimo dei difetti della medesima e della impossibilità di sostenerla. Ma la sostanza del potere era presso i Rivoltosi, e non era sperabile d’indurli a deporlo colla semplice persuasione. Quindi s’incominciò dal proporre a quegli Agenti diplomatici il caso in cui il Parlamento volesse sentire il voto della nazione, ma essi osservarono che «ciò non avrebbe arrestato le truppe, le quali sempre dovevano marciare o come amiche, o come nemiche». Finalmente conchiusero «Le Potenze collegate confidare nella prudenza e nei talenti del Duca di Calabria per ricondurre la nazione all’ordine di cose che si desiderava». Il Reggente rispose «Ringraziare quelle Potenze della stima che facevano di lui, ma non poter vedere con indifferenza che esse lo destinassero come l’istrumento distruttivo del sistema costituzionale. Fermo nei giuramenti prestati e deciso a non disgiungersi dalla nazione, avrebbe alla medesima tutto manifestato, onde risolvesse su de suoi interessi».

9. Anche l'Incaricato di affari di Francia residente in Napoli presentossi nello stesso giorno al Principe Reggente, ma separatamente, e solo, e gli dichiarò verbalmente: «I Ministri Plenipotenziarj del Re suo Signore a Lubiana avergli fatto conoscere che essi avevano aderito alle istruzioni comuni inviate ai Ministri d'Austria, di Prussia e di Russia nella speranza di poter allontanare i pericoli che minacciavano la nazione napolitana. Essergli perciò stato imposto di unire i suoi passi a quelli dei detti Ministri, tutte le volte che essi tendessero ad esaurire tutte, le vie della conciliazione a favore del Re e del Regno di Napoli, e di risparmiare a questo paese i mali inevitabili che trascinerebbero seco una guerra ed una inutile resistenza».

10. In circostanze cosi scabrose il Principe Reggente convocò straordinariamente il Parlamento nel giorno tredici di febbraio, e gli fece partecipare tutto ciò che gli era stato comunicato. Declamarono i Deputati «Le deliberazioni di Troppau e di Lubiana contenere la violazione del diritto pubblico, il conculcamento della indipendenza de' popoli, la ingiustizia di una invasione non provocata, la schiavitù, la oppressione. I cittadini delle due Sicilie credere vedere alla testa della loro Armata quell'Ente Supremo che protegge il destino delle nazioni oltraggiate. Avere per principio regolatore della loro resistenza la necessità, e per riserva la disperazione». Dichiarò poi quel Consesso «non avere facoltà di aderire ad alcuna delle proposizioni comunicategli per parte del Re di Prussia, e degli Imperatori di Russia e di Austria: proposizioni dirette alla distruzione della costituzione attuale, ed alla occupazione del Regno. Riguardare come incapace di attribuirsi alla vo9lontà libera del Re ogni atto passato o futuro, il quale fosse contrario ai di lui giuramenti 9confermativi della costituzione medesima, ed in conseguenza riguardare in ordine a tali atti il Sovrano come costituito in istato di coazione. Durante questo medesimo stato di coazione il Duca di Calabria avrebbe continuata la Reggenza del Regno. Tutte le misure si sarebbero prese per la salvezza dello Stato».

11. Il Governo pubblicò dipoi (ai diciassette di febbrajo) un manifesto che in sostanza conteneva «i bisogni dei popoli delle due Sicilie, il grado d’incivilimento a cui erano giunti, reclamare da molti anni un cambiamento nell’in9terno sistema dello Stato. Nei primi giorni dello scorso luglio la costituzione di Spagna essere( )stata domandata dal voto unanime della nazione, il Re avervi aderito, ed averne giurata l’osservanza. Sin da quei primi momenti lo spirito di moderazione ad un rispetto religioso per l’indipendenza, per le istituzioni, e per i diritti delle altre nazioni aver formato la regola di condotta del Governo di Napoli. Averne es$o promulgato le massime al cospetto del mondo intero allorché ricusò d'intervenire, ancorché chiamato, negli affari di Benevento e di Pontecorvo. Nulladimeno la corte di Vienna allegando che questa riforma politica abbatteva dai fondamenti l'edifizio sociale, averla fatta proscrivere in Troppau ed in Lubiana, e di già le sue truppe avanzarsi verso le frontiere napolitane. Non essersi mai in un modo così odioso abusato della forza; le Potenze di secondo ordine dover considerare in ciò che avveniva nel Regno di Napoli il danno imminente che loro sovrastava; il giorno in cui la causa napolitana fosse perduta, sarebbe l’ultimo giorno per la loro indipendenza e per la libertà di Europa. Ma una causa protetta dalla giustizia e dalla pubblica opinione che interessava tutti i Governi preveggenti, e tutti i popoli i quali sentivano la loro dignità, meritava di trionfare. La disperazione avrebbe combattuto contro la forza (1)».

12. Non mancarono molti che corrisposero colle declamazioni, ed anche coi fatti a tale dimostrazione del Governo. Il Parlamento accettò eziandio l'offerta di trecento Bmsji quali gli avevano esposto «Ci additi il passaggio che più devesi contendere al nemico, per correre a chiuderlo coi nostri petti. Siamo stanchi di sentire a parlare di Cremerà e delle Termopili. Altri esalti gli antichi, noi prescegliamo di lasciare ai posteri qualche nuovo esempio a seguire. Quel che intanto ci fa superbi, è il poter dire come Scevola al tiranno di Etruria, e con più verità: pari a noi sono tutti i nostri concittadini, e tutti «capaci di preferire all’ignominia la morte (2)». Tale però non era lo spirito pubblico. Imperciocche la costituzione recente mentre aveva prodotto i mali insuperabili da tutte le rivoluzioni, non aveva ancora recati i beni che suole produrre la libertà. Quindi indifferenza ed anche avversione di molti alla medesima, d'altronde tutti erano persuasi della inutilità della resistenza a forze cotanto superiori.

13. Nella capitale un atroce assassinio cagionò una costernazione particolare. Giampietro caldo e probo parteggiano dell’assoluta monarchia, Prefetto, poi Direttore di polizia prima della rivoluzione, era ritornato a vili privata dopo la costituzione. Alcuni Carbonari per vendicarsi di persecuzioni forse da lui sofferte, deliberarono in una loro adunanza di ucciderlo. Di fatti nella notte precedente agli undici di febbraio si finsero uomini di polizia, andarono alla di lui casa e lo arrestarono. Poco dopo per istrada lo trafissero con quarantadue pugnalate. La fama sparse esservi molte altre vittime destinate alla vendetta settaria, e se ne fecero circolare per la città varie note. Da ciò derivonne che alcuni personaggi cospicui determinarono di salvarsi colla fuga. Zurlo rifuggissi sopra uno dei vascelli francesi ancorati nella rada. Medici e Tommasi imbarcaronsi per Civitavecchia, e si recarono a Roma (3).

14. Non tralasciò il Gpverno di chiedere soccorsi alla Spagna, interessata certamente a sostenere i principj della sua costituzione che ai minacciavano; ma quella Potenza non giudicò opportuno (o possibile) di mandarli (1).

15. Lusingavansi anche alcuni di avere un appoggio dal Piemonte, dove si sapeva esservi un fermento che indicava una rivoluzione liberale. Ma questa non scoppiò in tempo da potere cooperare alla difesa dei Napolitani (2).

16. Del resto il Governo disponendo dei mezzi che aveva in suo potere incominciò dal ragunare danaro e per tal effetto prese gli avanzi delle Rendite comunali e dei luoghi di beneficenza a tutto lo scorso dicembre. Si fece consegnare alcune somme che erano depositate nelle amministrazioni diocesane e spettavano a Regolari. Decretò un prestito di tre milioni di ducati da esigersi in un mese.

17. Ordinò la vendita di una porzione di quei beni dello Stato che chiamavano riserbati; stabilì che le provvigioni le quali si sarebbero prese colle tolte, si sarebbero pagate con cedole particolari, determinate nella somma di due milioni di ducati (3). Fra tali operazioni l’antico debito consolidato si aumentò di annui ducati cento e quaranta mila (4).

17. Osservavano i militari «il territorio napolitano poter invadere per cinque linee, cioè di Pescara, di Antrodoco, di Tagliacozzo, di San Germano e di Fondi, e queste doversi tutte fortificare». Di fatti si ripararono, per quanto si potè, le Fortezze di Pescara, e di Civitella del Tronto in gran parte demolite dagli Austriaci nel mille ottocento e sedici Si costrussero (colla direzione del Generale Escamard) opere di campagna nelle gole di Antrodoco, 9ulia via Valeria da Tagliacozzo a Colli, ed a Balzorano nella valle di Roveto. La strada di San Germano essendo sempre la più minacciata, per difenderla si costrussero opere di campagna a Monte Cassino, si formò un campo fortificato nella gola di Mignano, e si fortificò sulla destra il villaggio di Sesto, ed alla sinistra quello delle Fratte. Sulla strada di Fondi si accrebbero le fortificazioni di Gaeta (che fu ridotta a perfetto stato di difesa con presidio di tremila e cinquecento uomini provveduti per sei mesi) e si munirono con opere di campagna le prossime gole di S. Andrea, il passo del Gorigliano, le alture di Cascano ed il piccolo villaggio di Sellano sulla spiaggia del mare presso Mondragone. In tal guisa i monti di Abbruzzo ed il fiume Liri costituivano la prima linea di difesa. La seconda si calcolava sul corso del Volturno. e dell'Ofanto. Si era per tal effetto fortificato Ariano nel centro, e sulla sinistra dovevasi provvedere Capoa per dodici mila uomini. In Napoli (compresa in questa linea) dovevansi abbattere i tre bassi castelli, cittadelle contro la popolazione, inutili contro l’inimico,ed all’opposto dovevansi accrescere le fortificazioni di quello di Sant’Elmo. Occorrendo dovevasi trasferire il Governo in Calabria e trasportare a Capri ed a Massina gli arsenali e le munizioni di guerra. In terza linea crasi designato un campo fortificato a Montefosco per difendere il terreno fra Cava, Avellino, e Sanseverino. Una quarta linea si aveva nelle Calabrie, fortificando i gioghi dell’alto e stretto monte Tiriolo, le di cui pendici terminano nei mari Tirreno e Jonio. Ultimo rifugio sarebbero stati Campi fortificati sulle spiaggie del Faro, nei posti che nel mille ottocento e dieci avevano occupato i Napolitani ed i Francesi da una parte, e gl’Inglesi stata ajutata dalla resistenza di ogni terra e da guerriglie che si erano ordinate (1).

18. L’esercito napolitano era allora composto di cinquantadue battaglioni e di sedici squadroni con proporzionata artiglieria (2). All’annunzio della guerra il Governo chiamò (nel giorno dodici di febbrajo) all’attività cento e quattro battaglioni di Militi o Legionari e stabilì che si formassero due Campi sulle frontiere. Il primo nella Terra di Lavoro di settant’otto battaglioni sotto gli ordini del Carascosa, ed il secondo negli Abbruzzi di quarant’otto battaglioni comandati da Guglielmo Pepe: ognuno di essi colla corrispondente cavalleria, ed artiglieria. I due Comandanti (fra loro avversi) erano indipendenti uno dall’altro. Il Principe Reggente riserbossi il comando supremo e scelse a capo della Stato maggiore il Generale Florestano Pepe. Il Generale Colletta ebbe il ministero della guerra (3).

19. Il numera delle truppe era imponente, ma i Militi ed i Legionari che dovevano marciare dalle Provincie meridionali del Regno non potevano giungere alle frontiere prima 'dell’inimico. D’altronde la maggior parte dei Calabresi ricusarono di marciare ed alla chiamata si dispersero per le montagne. Dalle Provincie centrali, e settentrionali ne marciarono molti (specialmente per opera dei Carbonari) e si ebbero circa ventitré mila uomini di tali milizie. Essi erano però malamente vestiti, ed armati. Poco assuefatti al maneggio delle armi, e nulla alla disciplina. Sette mila furono lasciati in Santa Maria di Capua per mancanza di armi (4).

Del resto le truppe di linea disponibili alle frontiere consistevano in trentasei battaglioni, e quattordici squadroni con quarantotto pezzi da campagna. Ascendevano esse a vent’otto mila e cento uomini (dei quali ventidue mila e trecento presenti sotto le armi) con due mila cavalli Erano partiti in quattro Divisioni. Di queste Carascosa n’ebbe tre comandate dai Generali D’Ambrosio, Arcovito (al quale fu poscia surrogato Pignatelli Stringoli) e Filangieri. Sommavano esse a circa diciotto mila e quattrocento uomini con mille e quattrocento cavalli. Ebbe inoltre circa sei mila e cinquecento Militi o Legionari di modo che ebbe in tutto circa venticinque mila uomini, invece di cinquanta mila che n’avrebbe dovuto avere. Sul fine di febbrajo egli collocò le principali sue forze nel campo trincierato di Mignano, e colle altre munì i posti da Fondi a Sora. Guglielmo Pepe prese il comando dell’altra Divisione forte di novemila e settecento uomini, con trecento e cinquanta cavalli, ed ebbe inoltre circa settemila e cinquecento Militi o Legionarj. Egli ragunò le sue principali forze in Aquila, collocò sulla Pescara una brigata sotto gli ordini del Generale Verdinois, il quale per precauzione militare recossi poscia a stabilirsi in Ascoli nello Stato pontificio. Spedi il Colonnello Pisa con un distaccamento ad Arquata, ed il Colonnello Manthonè con altro distaccamento a Tagliacozzo. Questo doveva comunicare per la valle di Roveto col campo di Carascosa (5).

21. In quanto al disegno di campagna incominciossi a discutere se converrebbe combattere alle frontiere, o avvanzarsi nei posti dello Stato pontificio. Prevalse il parere di non uscire dai proprj confini, e ciò per due motivi. Primieramente per non dare alla rivoluzione napolitana il carattere, l’invasione, ed in secondo luogo per la qualità delle propria truppe. Imperciocché essendo le medesime per la maggior parte poco disciplinate ed inesperte alla guerra, non dovevano azzardarsi a battaglie campali, ma bensì assuefare alla guerra col farle combattere in siti muniti ed a piccioli stuoli. Quindi il Principe Reggente nel dare le istruzioni ai comandanti in capo li avverti «il nostro sistema di guerra è difensivo così convenendo alla natura del nostro territorio ed alla giustizia della nostra causa. Ma poiché la neutralità passiva del Papa ed i suoi Stati già occupati dal nemico danno a noi diritto eguale di oltrepassare i confini del Regno per torre le posizioni migliori alle difese, voi nei movimenti strategici avrete libertà senza limiti. Il Governo del Papa sarà da voi rispettato, i popoli dei paesi che occuperete saranno trattati con piena giustizia, non permetterete il minimo attentato alle proprietà degli abitanti, farete pagare al giusto le vettovaglie, veglierete acciocché il comando militare, il quale naturalmente si stabilisce nella occupazione di un paese, provvegga solamente alle proprie milizie. Se alcun fatto del Sovrano Pontefice obbligasse nell'avvenire a mutare sistema, noi col nazionale Parlamento il dichiareremmo, e voi delle decisioni sareste importunamente informato (1)».

22. Intanto ambidue gli eserciti mancavano di magazzini, di ospedali e di sufficienti mezzi di trasporto. Le truppe in gran parte corrotte dalla Carbonaja non osservavano la dovuta disciplina. Esse inoltre partecipavano dello spirito pubblico del popolo circa l’indifferenza della vigente costituzione, e la inutilità della resistenza. Da tutto ciò avvilimento, e sul fine di febbraio e nel principio di marzo diserzioni a centinaja, tanto delle milizie che dei soldati di linea (2). In tale stato di cose il Carascosa disperando di poter combattere con qualche speranza di buon successo, nel giorno cinque di marzo propose al Governo di trattare coi Collegati. Il Colletta Ministro della guerra appoggiò tale proposizione nel Consiglio del Principe Reggente. Ma la celerità degli avvenimenti rese vani tali consigli di prudenza (3).

z3. Imperciocché l’Armata Austriaca destinata ad occupare il Regno delle due Sicilie, sul principio di febbrajo aveva passato il Pò a Lago Scuro, ed a San BenedettoEssa era composta di cinque Divisioni condotte da Stutterheim, Walmoden, Wied Runllel, Lederer ed Assia-Omburgo, ed era comandata in capo dal Barone Frimont Generale di Cavalleria. Sommava in tutto a cinquantadue mila uomini. I Liberali di Lombardia sparsero fra i Reggimenti Ungheresi che erano in quell’esercito proclamazioni in lingua latina per esortarli a non marciare contro i Napolitani divenuti liberi, ma piuttosto adoprarsi per ricuperare la propria indipendenza. Que’ tentativi però rimasero vani (4). Mentre poi l'esercito marciava per lo Stato pontificio, una flottiglia comandata da Paolucci veleggiò nell’Adriatico, e poi nel Mediterraneo per secondarne le operazioni. Frimont giunto a Bologna diresse Walmoden alla sinistra sopra Ancona e Foligno. Egli poi colle altre quattro Divisioni si recò a Firenze. Da questo luogo fece marciare Stutterheim per Siena ed Acquapendente a Roma a fine di cuoprirla contro una possibile invasione dei Napolitani. Lo Stutterheim vi giunse ai ventotto e collocò distaccamenti in Tivoli, Frascati, ed Albano. Frimont poi colle tre Divisioni che aveva seco marciò a Foligno dove ai ventuno di febbrajo si unì a Walmoden. Lasciato quindi un forte distaccamento a Serravalle, collocò le truppe a scaloni, tra Foligno e Terni colla vanguardia sotto gli ordini di Walmoden a Rieti (1).

24. La Corte di Vienna per giustificare il movimento del suo esercito pubblicò, anche a nome dei suoi Collegati, una dichiarazione, la quale in sostanza conteneva la storia della rivoluzione di Napoli, e delle conferenze di Troppau, e di Lubiana. Conchiudeva colf annunziare che se contro tutti i calcoli, e contro i voti dei Monarchi collegati la resistenza di una parte implacabile si prolungasse ad un tempo indefinito, l'Imperatore di Russia sempre fedele ai suoi elevati pensieri, e persuaso della necessità di combattere contro un male così grave, non tarderebbe ad unire le sue forze a quelle dell’Austria. I Sovrani collegati altro non avere in mira che la salvezza dei propri Stati, ed il riposo del mondo. L’inviolabilità di tutti i diritti stabiliti, la indipendenza di tutti i Governi legittimi, l’integrità di tutti i loro possedimenti essere le basi delle loro risoluzioni, dalle quali non si sarebbero mai allontanati. Sarebbero ampiamente compensati dei loro sforzi, se fosse possibile di assicurare sopra queste stesse basi la tranquillità nel seno degli Stati, i diritti dei troni, la vera libertà e la prosperità dei popoli, beni senza i quali la stessa pace esterna non sarebbe né pregievole, né durevole (2)».

25. Nel tempo stesso il Re Ferdinando diresse (da Laybach in data dei ventitré di febbrajo) ai suoi popoli un manifesto col quale annunziava «una lunga esperienza durante sessantanni di regno ci ha insegnato a conoscere l’indole, ed i veri bisogni de’ nostri sudditi. Noi confidiamo nella loro retta intenzione, e sapremo coll’ajuto di Dio soddisfare a quei bisogni stessi in un modo giusto, e durevole. Dichiariamo in conseguenza che l’Armata la quale s’avanza verso il nostro Regno dev’essere riguardata dai nostri fedeli sudditi non già come nemica, ma come solamente destinata a proteggerli, contribuendo essa a consolidare l'ordine necessario per mantenere la pace interna, ed esterna del Regno. Ordiniamo alla nostra propria Armata di terra e di mare di considerare ed accogliere quella de’ nostri Augusti Alleati come una forza che agisce soltanto pel vero interesse del nostro Regno, e che lungi dall’essere inviata per sottoporlo al flagello di una inutile guerra, è al contrario diretta a riunire i suoi sforzi per assicurare la tranquillità, e per proteggere gli amici veri del bene, e della patria, quali sono i fedeli sudditi del Re (3)». Proclamazioni analoghe pubblicò Frimont (in data dei ventisette febbrajo da Foligno), e ripeté che «non sarebbe levata nel Regno alcuna contribuzione di guerra, qualora ricevesse amichevolmente l’Armata (1)». Furono spediti Commissari a spargere questi manifesti negli Abruzzi, mentre gli Austriaci minacciavano i confini (2).

26. In tali circostanze militari, e morali, Pepe calcolò che gli Austriaci lo avrebbero attaccato dalla parte di Rieti. Quindi sul principio di marzo ragunò le sue principali forze (circa dodici mila uomini fra’ quali due terzi di Militi, o Legionarj) ad Antrodoco, paese situato fra montagne. Nel dì sei si avanzò a Civita Ducale ed occupò una posizione fortissima alla distanza di un miglio e mezzo da Rieti. Quivi però fu informato «esservi due Ajutanti Maggiori incaricati da personaggi di alto grado di procura re la dispersione dell’esercito. Di fatti per tali maneggi, o per mancanza di viveri e di disciplina essersi di già sbandati due Battaglioni di Militi Teramesi collocati ad Arquata e destinati a marciare da Parteggiani verso Serra valle, e Visso; e lo stesso essere accaduto di un Battaglione di Campobasso giunto a Tagliacozzo». In tale stato di cose egli temeva che il funesto esempio fosse imitato da altri Battaglioni, ed intanto essendo rimasto indebolito ai lati, poter essere circondato dalla parte di Leonessa, e di Tagliacozzo. Deliberò quindi (partecipando per mera notizia, e confusamente il suo disegno al Ministro della Guerra) di avvanzarsi a fare una ricognizione (o pure un vero attacco) che riescendogli felicemente avrebbe avuto il doppio risultamento di animare le proprie truppe, e d’imporre all’inimico. Adunque nella mattina dei sette di marzo diresse due mila uomini, per la maggior parte Militi, sulla destra da Leonessa verso Piè di Luco, e Terni per tenere a bada gli Austriaci in quella parte, e con sette mila di truppa di linea, e tre mila Militi si avanzò in tre Colonne sulle colline che circondano Rieti. Sul mezzo giorno attaccò i posti che il Generale Geppert Comandante in Rieti aveva attorno alla città, e ne seguì una scaramuceia, in cui per qualche tempo fu alterna la fortuna. Intanto Walmoden che era alquanto addietro alla città colla maggior parte della sua Divisione si avanzò verso le due Colonne laterali dell’inimico e minacciò specialmente la destra. Allora Pepe ordinò la ritirata; ma i Militi non essendo esercitati a conservare i loro ordini, e d’altronde supponendo che il retrocedere provenisse da una disfatta, incominciarono subito a sbandarsi. II loro esempio fu imitato dalla maggior parte della truppa di linea, il Corpo si disciolse, e tutti fuggirono. La notte sopraggiunta accrebbe il terrore, favorì la dispersione e la fuga, e la forte posizione di Civita Ducale fu abbandonata senz’alcuna resistenza. Pepe tentò nel dì seguente di fermare e raccogliere i fuggitivi nelle gole di Antrodoco. Ma il disordine era irreparabile, quindi lasciato Russo Maresciallo di Campo con settecento uomini ai posti di Antrodoco, e di Borghetto recossi in Aquila con alcuni uffiziali e pochi soldati. La Colonna che si era avanzata verso Piè di Luco trovò questo posto munito da un Reggimento Austriaco, e retrocedette. Caddero in quel giorno circa cinquanta morti e feriti per parte (1).

27. Frattanto al primo annunzio dell’ostilità Frimont aveva fatto avanzare la Divisione di Wied-Runhel a sostenere quella di Walmoden, e recossi di poi egli stesso a Rieti per assistere da vicino ai primi avvenimenti. Non conoscendo ancora pienamente la dispersione dell’Armata nemica, prese le disposizioni prescritte dalla tattica nell’assalto dei posti di montagna. Avendo adunque stabilito d’impadronirsi di Antrodoco, luogo forte per natura ed anche munito di un vecchio castello, nella mattina dei dove di marzo ragunò la Divisione di Walmoden in Civita Ducale, e prescrisse che si avanzasse in tre Colonne. Di fatti il Maggiore D’Aspre con tre battaglioni marciò a sinistra ed il Generale Villata con due Battaglioni ed un distaccamento di zappatori, e di cavalleria squadronò sulla destra per assaltare il posto a rovescio. Walmoden poi si avanzò di fronte colla Colonna del centro, seguito dalla Divisione di Wied-Runkel.

28. Giunto al ponte che è sul Velino fra Canistro e Borghetto, trovò che il medesimo era fortificato, e difeso da un distaccamento di fanteria leggiera, il quale poteva anche sostenersi facilmente sulle alture che Io dominavano. Ma all’avvicinarsi degli Austriaci i Napolitani fuggirono senza combattere, e si dispersero per le montagne. Walmoden giunse così senza resistenza sotto Antrodoco, dove vide il castello munito di tre pezzi d'artiglieria, ed alcune truppe sulle circonvicine alture. Si spararono alcuni colpi di cannone dall’una e dall’altra parte, e frattanto il Maggiore D’Aspre giunse colla sua Colonna sopra le alture che sono al settentrione di Antrodoco. Allora i pochi Napolitani che difendevano quel posto lo abbandonarono, gli Austriaci lo occuparono, e si avanzarono al passo del Corno ed alla Madonna delle Grotte.

28. Alla notizia della presa d’Antrodoco Pepe ingiunse alle truppe, che aveva nei diversi posti degli Abruzzi, di ritirarsi. Mandò gli Uffiziali dei Militi e dei Legionari sbandati, che erano rimasti con lui, alle proprie case, affinché raccogliessero quanti-fuggitivi potevano, e li riconducessero sotto le bandiere. Diede a tutti il punto di riunione fra Salerno ed Avellino, ed annunziò che «li attendeva a Monteforte dove avrebbero cancellata la macchia di Rieti». Egli partì dall’Aquila nella mattina dei dieci di marzo, e dopo di essersi fermato quattro giorni in Isernia (dove lasciò il comando degli avanzi del suo Corpo ad un Generale subalterno) ritornò solo in Napoli (1).

29. Superate le Gole di Antrodoco Frimont ritornò personalmente alle Divisioni che aveva nello Stato pontificio, e lasciò il comando delle due entrate in Abruzzo al Luogotenente Generale Mohr. Questi marciò ad Aquila, vi entrò nella sera dei dieci di marzo, e nel di seguente ebbe per capitolazione il castello. Recossi quindi a Popoli, e spedi distaccamenti ad occupare Chieti e Teramo, e ad osservare il Forte di Pescara. Lasciata poscia in quelle provincie la Divisione di Wied-Runkel marciò coll’altra di Walmoden verso Venafro. Il Generale Verdinois che era sul Tronto nel dì dodici di marzo abbandonò Ascoli, rientrò in Abruzzo, e la sua truppa alla notizia dei movimenti degli Austriaci si disperse. Intanto Stutterheim con una parte delle sue forze squadronava da Tivoli verso Tagliacozzo. I Napolitani avevano fortificato, come accennai, i posti della vip Valeria, e per tal effetto avevano munito l'antico castello di Colli, ed avevano costrutto opere di campagna presso Rocca di Cerro, e la stessa Terra di Tagliacozzo. Il Colonnello Manthonè incaricato di difenderli aveva un Battaglione di linea, e due di Militi. Lo Stutterheim ai nove di marzo si avvicinò a Colli. I difensori del castello spararono alcune cannonate, e poi l'abbandonarono. Quelli di Rocca di 'Cerro sulla vetta delle montagne, e di Taglia cozzo sul pendio orientale si dispersero all’avvicinarsi dell’inimico. Occupati. quei posti interessanti gli Austriaci discesero po5 scia tranquillamente per la valle di Roveto (2).

3o. Intanto Frìmont colle altre truppe marciava verso Roma, ed ai dodici di marzo giunse a Frascati. Egli diresse una picciola Colonna per la via Appia a Fondi (che fu occupato ai diciotto) e marciò colle principali forze verso S. Germano. Ai diciassette arrivò sul Liri a Ceprano (3).

31. lì Principe Reggente nel dì otto di marzo partì col fratello Principe di Salerno (Comandante della Guardia) alla volta di Capoa. Nel dì seguente fu informato del disastro di Rieti 5 ma non conoscendone ancora tutta la estensione, nel giorno dieci recossi a Torricella per tenere un consiglio col Carascosa, ed altri Generali. Si stabilì nel medesimo «di raccomandare al Pepe di difendere per quanto gli fosse possibile il posto di Popoli» soggiungendogli che «sarebbe stato soccorso con truppe tolte dal Corpo di Carascosa». Di fatti un forte distaccamento della Divisione di Pignatelli Strangoli fu spedito ad Isernia. Ed essendosi saputo che Pepe aveva abbandonato Popoli, nel giorno dodici gli si raccomandò di sostenersi almeno a Rionero. Nella sera però si conobbe che anche questo posto era stato abbandonato, e la dispersione di quel Corpo era totale. Il Colletta Ministro della Guerra dispose di poi (ai quattordici di marzo) che Pepe ordinasse un altro Corpo sulla terza linea di difesa fra Salerno e Montefosco. Ragunasse per tal effetto gli avanzi di quello di Abruzzo, soldati congedati, un Battaglione di Giandarmi, lo Squadrone Sacro, ed i Battaglioni di Militi, e di Legionarj che erano in marcia dalle Provincie meridionali. Pepe recossi di fatti a Salerno; ma le circostanze non permettevano più l’ordinamento di alcun Corpo (1).

32. Frattanto nel giorno tredici gli Emissarj regii sparsero fra’ soldati del Carascosa il manifesto del Re, col quale si ordinava all’esercito di accogliere gli Austriaci come alleati (2). Allora il Principe Reggente ritornò col fratello in Napoli, ed il Generale Selvaggi che comandava una brigata della Guardia Reale nella Divisione di Filangieri, nel dì seguente dichiarò che la sua truppa avrebbe eseguito gli ordini del Re, e non si sarebbe punto battuta contro gli Austriaci». Non v’era forza da opporsi a tale deliberazione, ed inoltre temevasi che altri Corpi imitassero tale esempio (3).

33. Del resto la dispersione del Corpo degli Abruzzi, e la conseguente marcia di una Divisione austriaca per quella strada alla volta di Venafro rendeva pericoloso il Campo napolitano di Mignano. Imperciocché mentre sarebbe stato assaltato di fronte, poteva essere circondato sulla destra. Quindi Carascosa nel dì quattordici di marzo ordinò a tutto il suo Corpo di ritirarsi (ed anche ciò erasi determinato nel Consiglio di Torricella) sulla riva sinistra del Volturno. Ma la dispersione dell’altro Corpo, la marcia degli Austriaci in forze superiori, l’intima persuasione di una inutile, ed oramai impossibile resistenza, il manifesto del Re, e forse anche i maneggi degli Emissarj avevano avvilito gli animi dei soldati, ed anche più dei Militi, e dei Legionarj. Quindi la ritirata fu da molti interpretata per una disfatta. Ne seguirono pertanto diserzioni in masse ed ammutinamenti, nei quali furono uccisi alcuni Uffiziali, e gli stessi Generali si trovarono talvolta in grave pericolo. Tolta la Guardia, quasi tutti i soldati (ed anche molti Uffiziali) degli altri Corpi si sbandarono. A diciotto di marzo Carascosa entrò in Capoa cogli altri Generali, la maggior parte degli Uffiziali (che fece armare di schioppi per sicurezza) e pochissimi soldati. Nel giorno seguente recossi colla Guardia a Napoli, e lasciò al Generale D. Ambrosio il comando degli avanzi dell’esercito (4).

34. Intanto Frimont ai diciassette di marzo aveva passato il Liri a Ceprano, nel giorno seguente era entrato a San Germano, ed ai diciannove aveva occupato i Forti di Monte Cassino nei quali vi erano rimaste due Compagnie della Guardia Reale che ricusarono di battersi. Occupò l’abbandonato Campo di Mignano, e quindi marciò sopra Teano, e Calvi. Con tale movimento riunì a se le truppe discese dalla valle di Roveto, e si avvicinò alla Divisione di Walmoden che era giunta a Venafro. Prescrisse a questi di passare il Volturno, e squadronare sul destro lato dèi Napolitani, mentre esso si sarebbe avvicinato a Capoa di fronte (1).

35. In tali circostanze non mancarono alcuni i quali erano di parere «doversi trasferire la Sede del Governo in Calabria,o pure a Messina, e proseguire la guerra coi Partegiani, e con tutti i messi di popolare difesa». Ma lo spirito pubblico della maggior parte del popolo non secondava quest’audace, o disperata proposizione di pochi (2).

36. Del resto il Carascosa per ordine del Principe Reggente nel giorno diciannove di marzo partecipò a Walmoden «potersi trattare convenzioni militari». A tale annunzio il Generale Austriaco Fiquelmont nella mattina dei venti recossi in Capua, e nello stesso giorno sottoscrisse col Generale d’Ambrosio una convenzione nella quale si stabili: «le ostilità cessassero, l’armata austriaca nel dì seguente occupasse Capoa, ed Aversa. L’occupazione della Città di Napoli, e de’ suoi Forti sarebbe stato l’oggetto di una convenzione particolare. L’Armata austriaca avrebbe rispettato le persone, e le proprietà, qualunque fossero le circostanze particolari di ciascun individuo. Tutti gli oggetti di proprietà regia, e dello Stato esistenti nelle Provincie che l’Armata austriaca avrebbe occupato, appartenessero di diritto al Re, e fossero rispettati come tali. In tutte le piazze, e Forti indipendentemente dal Comandante Austriaco vi fosse un Governatore a nome del Re; tutto il materiale della guerra per ciò che riguardava la parte amministrativa dipendesse dalla direzione amministrativa reale».

37. Ai ventitré di marzo il Generale Pedrinelli Governatore di Napoli, e lo stesso Fiquelmont conchiusero in Aversa un’altra convenzione, nella quale fu stabilito che «attese le esistenti correlazioni di amicizia, l’Armata austriaca nel dì ventiquattro avrebbe occupato Napoli ed i suoi Forti, ad eccezione del Castel nuovo destinato per alloggio alla Guardia Reale. Questa avrebbe continuato quel servizio che avrebbe potuto fare e sarebbe impiegata presso la persona, ed il pali lazzo del Re. Poiché atteso l’ingresso degli Austriaci era impossibile di alloggiare i soldati napolitani che ancora vi erano, questi avrebbero ricevuto in quel giorno stesso l’ordine di uscire dalla città, e pel loro ulteriore destino sarebbero 9ì sotto gli ordini del Comandante in capo Frimont. La Giandarmeria continuasse a fare il soli lito servizio. La Guardia Civica conservasse il suo ordinamento, ma non potesse prendere le armi e fare il servizio senza la richiesta del Coli mandante in capo. Nel dì seguente prima dell’ingresso degli Austriaci in Napoli si consegnassero al Comandante in capo gli {ordini del Principe Reggente per la resa delle piazze di Gaeta e di Pescara (1)».

38. Il Parlamento all’annunzio del disastro di Rieti con serotina moderazione, nel giorno dodici di marzo, scrisse al Re (il quale ai nove era arrivato a Firenze) che «se credeva doversi allontanare in qualche parte dal sistema dianzi adottato, si degnasse ritornare fra il suo popolo, svelasse in famiglia le sue vere disposizioni, venisse a manifestare nell’effusione del suo cuore quali 9miglioramenti credesse necessarj nello stato attuale. Il suo popolo sarebbe contento, di mantenere seco lui quel nobile e giusto accordo di cui si era sempre fatto un onore, e se ne farebbe sempre un dovere. Ma, di grazia, non vi fossero stranieri che pretendessero di frapporsi fra la nazione ed il suo capo. Non vi fosse chi dicesse la loro presenza essere necessaria per inspirare ad un popolo che amava e rispettava il suo Monarca, la docilità, l’attaccamento e la confidenza. Le leggi proprie non fossero tinte di san9gue nemico o fraterno. Il suo trono riposasse in' fieramente sull’affetto de’ suoi proprj popoli, e non sulla clava di oltramontani». Nelle circostanze in cui erano allora le cose, a tale messaggio il Re nulla rispose (2).

39. Del resto non ostante quest’atto d’inutile sommessione, il Parlamento terminò dignitosamente la sua esistenza. Imperciocché all’avvicinarsi degli Austriaci il Deputato Poerio avverti: «Il Parlamento nazionale convocato in virtù dello statuto politico adottato dal Re, aperto nella sua prima tornata personalmente dallo stesso Re, ed in questa sessione dal Principe Reggente è necessariamente ed assolutamente un Parlamento legittimo. Che se disastri incredibili avvenuti all’Armata, de’ quali un giorno la storia svelerà le cause, hanno diminuito le nostre forze, essi non hanno punto diminuiti i nostri diritti. Qual è adunque il nostro obbligò? Quello di continuare le nostre tornate, e non separare giammai la causa della nazione da quella del Re; continuiamo adunque a seguire il cammino della legittimità, e 9delE onore. Siamo fermi al nostro posto, e se la presenza di Un’Armata straniera ci mette nella necessità di separarci, protestiamo avanti Dio e gli uomini per l'indipendenza nazionale, e per quella del trono. I disastri militari non devono punto abbattere il coraggio civile. Vogliamo dar prove del nostro profondo rispetto per il Re? Non disonoriamo il popolo di cui egli è il capo ed il padre». E questo parere fu in fine adottato. Di fatti nella mattina dei diciannove di marzo i Deputati dichiararono «In sequela della pubblicazione del patto sociale dei sette di luglio del mille ottocento e venti in virtù del quale il Re si degnò di aderire all’attuale costituzione, il medesimo Sovrano per organo del suo Augusto figlio aver convocato le assemblee elettorali. Nominati dalle medesime noi abbiamo ricevuto i nostri mandati secondo la formula che il Sovrano stesso aveva prescritto. Noi abbiamo esercitate le nostre funzioni secondo i nostri po9i teri, i giuramenti del Re ed i nostri. Ma la presenza d’un’Armata straniera nel regno ci mette nella necessità di sospenderli, tanto più che secondo il parere del Principe Reggente, gli ultimi disastri avvenuti nell’Armata rendono impossibile la traslazione del Parlamento, il quale d’altronde non potrebbe essere costituzionalmente in attività senza il consenso del potere esecutivo. Nell’annunziare questa circostanza dolorosa protestiamo contro la violazione del diritto delle genti; intendiamo di riservare i diritti della nazione e del Re. Invochiamo la saviezza del Principe Reggente, e del suo Augusto Genitore, e mettiamo la causa del trono e dell’indipendenza nazionale nelle mani di quel Dio che regola i destini dei Monarchi e dei popoli (1)».

4o. Del resto dopo le convenzioni di Capoa e di Aversa circa quattrocento dei principali faziosi partirono dal Regno. Furono tra essi Guglielmo Pepe, De Conciliis, Russo e Menichini (2).

41 Nella mattina dello stabilito giorno ventiquattro di marzo Frimont entrò in Napoli colle Divisioni di Walmoden, di Assia-Omburgo e di Stutterheim ed una Brigata di Cavalleria. Il Duca di Calabria, ed il Principe di Salerno assistettero alla loro marcia mentre passarono sotto il palazzo reale. Il Comandante in capo collocò una Brigata sulla strada di Salerno, ed un'altra su quella di Avellino; ma non spedì truppe nelle provincie meridionali del regno. Volle bensì in Suo potere le Fortezze di Gaeta, e di Pescara (1).

42. Nella stessa mattina mentre gli Austriaci entravano in Napoli ventidue Deputati del Parlamento non dubitarono di ragunarsi nell'ordinario luogo delle loro Tornate, e di trattenersi fino alle ore due pomeridiane. Allora dichiararono che «non essendo in numero sufficiente per deliberare, ed attesa la presenza di un esercito straniero, erano costretti a separarsi senza aver potuto prendere una deliberazione analoga ai loro doveri». Poco dopo quel luogo fu chiuso, e sigillato per ordine della polizia. Frimont fece intimare ai membri provinciali rimasti in Napoli di ritornare alle loro case (2).

43. Mentre queste cose accadevano al di qua. del Faro, la Sicilia era in varj modi turbata; Primieramente i principali Possidenti furono di nuovo in agitazione per una legge feudale e demaniale proposta ed approvata in Parlamento, e presso a poco simile a quella disposta nell’anno precedente (3). Del resto il Governo sempre debole dopo la rivoluzione, viepiù s’infievoliva colla decadenza di quella di Napoli. Il Principe della Scaletta Luogotenente Generale dell’isola, e residente in Messina aveva al comando di quella Divisione militare il Maresciallo di campo Rossarol noto per lo spirito torbido ed audace. Il Generale Nunziante Comandante Generale, e residente in Palermo aveva poche truppe, e non poteva fidarsi totalmente di alcuni uffiziali dei quali non erano ignoti i principi turbolenti. Quindi generali timori di anarchia, ed in alcuni luoghi (fra’ quali Alcamo, e Corleone) tumulti suscitati da Carbonari, o da Faziosi avidi di rapina (4).

44. In tale agitazione degli animi nella sera dei venticinque di marzo circa venti Carbonari ragunaronsi in Messina, e stabilirono «di sostenere la costituzione, di spedire una deputazione al Maresciallo di campo Rossarol per avvertirlo della loro deliberazione, di collegarsi seco lui per tal oggetto,e d’inviare Comraessarj per l’isola ad invitare tutti i Siciliani ad imitare il loro esempio». Il Rossarol accolse favorevolmente quei Deputati, e manifestò che avrebbe impiegate tutte le forze di cui poteva disporre per ottenere lo scopo desiderato. Intanto nella mattina seguente giunse in Messina la notizia della rivoluzione costituzionale del Piemonte, ed allora tanto più infiammossi all’audace intrapresa. Egli stabilì di chiamare sotto i suoi ordini tutte le truppe stanziate in Sicilia, concertarsi coi Comandanti militari delle Calabrie, ed ordinare una resistenza popolare in quelle provincie che supponeva devotissime alla costituzione vigente. Di fatti nella stessa mattina ragunò una turba di Carbonari (fra’ quali varj soldati, e bassi uffiziali di un battaglione di bersaglieri che era di presidio in quella Piazza) ed animolli alta difesa della libertà. Corsero costoro furiosi per la città a fine di accrescere il loro numero, insultarono alcune statue del Re, e minacciarono il Luogotenente Generale Principe della Scaletta. Questi non avendo mezzi di frenare il disordine, nella seguente notte fuggì a nascondersi in una casa di campagna.

45. Incominciata così la rivoluzione il Rossarol inviò Emissarj, corrieri e proclamazioni per propagarla in tutta la Sicilia e chiamare a Messina tutta la truppa. Per facilitare questa operazione insinuò ad alcuni uffiziali del presidio di Palermo di arrestare il Generale Nunziante. Varj però di quei Messi furono arrestati, ed il tutto fu scoperto. Allora Nunziante qual Comandante supremo delle truppe assunse a se (nel dì primo dr aprile) temporaneamente il comando dell’isola e diede le disposizioni opportune pel mantenimento della tranquillità pubblica.

46. Ai Calabresi il Rossaroll diresse una proclamazione colla quale annunziava «Noi colle armi difenderemo la patria, e l’Europa attonita all’altissimo tradimento dei perfidi che hanno introdotto gli Austriaci in Napoli, dirà che il napolitano onore si sostiene in Calabria, e nelle m provincie tutte dove ancora in armi sono i popoli. I Piemontesi per la santa costituzione già alle prese colla rapace aquila austriaca non isdegneranno avere per compagni i Calabresi». Questi però non mostrandosi «propensi a cedere a tali insinuazioni, il Rossaroll stabilì di sottomettere colla forza la vicina città di Reggio, e per tal effetto nel giorno due di aprile preparò una spedizione per assaltarla nella seguente notte.

47. Ma [i principali tra’ suoi uffiziali subalterni erano di già ristucchi della di lui temeraria intrapresa, e decisi a non prestargli ulteriore ubbidienza. Quindi Masi che comandava una Divisione di cannoniere, destinata per appunto all’assalto di, allontanossi dal porto e si sottrasse da’ suoi. ordini. Tansi Colonnello Comandante della Piazza alzò i ponti levato) della cittadella, e dichiarò che non avrebbe più riconosciuto altri ordini che quelli diretti al reale servizio». Allora il Rossaroll vedendosi abbandonato, nella mattina dei tre di aprile imbarcossi, e fuggì (1).

48. Del resto Ferdinando I sino dai quindici di marzo aveva stabilito la forma di un Governo provvisorio per i suoi dominj di qua del Faro. Egli dispose che Circello Ministro degli affari esteri ne fosse Presidente, ed i membri fossero Far del la Tenente Generale, Lucchesi RetroAmmiraglio, Di Giorgio Presidente della Suprema Corte di Giustizia, Vecchione Presidente della Gran Corte de’ Conti, D’ Andrea Direttore Generale delle Poste, e De Blasio Consigliere della Suprema Corte di Giustizia (1). Erano Costoro notissimi per il loro attaccamento ai principi dell’antica monarchia, e l'avversione a qualunque novità liberale. Nella metà di aprile fu dipoi unito a loro il Principe di Canosa Segretario di Stato della Polizia. Era questi nemico tanto delle cose nuove, quanto dei moderati ministri Medici e Tommasi, che aveva dianzi il Re Ferdinando (2).

49. In quanto alla Sicilia il Re con sua lettera dei ventiquattro di matto ne affidò il governo al Cardinale Gravina Arcivescovo di Palermo, il quale ne assunse l’esercizio ai due di aprile. In forza poi di una convenzione sottoscritta in Napoli fra Commissari austriaci e napolitani la Divisione austriaca di Walmoden passò in Sicilia, e ne occupò le città e Fortezze principali (3).

50. Il Governo provvisorio di Napoli in esecuzione degli ordini ricevuti dal Re annullò quanto si era disposto dopo il giorno cinque di luglio del precedente anno (4). Abolì la Cancelleria stabilita nel mille ottocento e sedici (5); soppresse i Reggimenti delle milizie (6) coi quali si era specialmente eseguita la rivoluzione. Rinnovò rigorosamente la proibizione delle Società segrete (7); disarmò i cittadini, e proibì sotto pena di morte il porto o la ritenzione di qualunque arma (8); adottò quindi il principio (alcuni credettero a suggerimento del Canosa) di punire, scacciare dalle Stato, o almeno privare dei pubblici impieghi tutti coloro che dal mille settecento e novanta avevano mostrato qualche propensione alle novità politiche (9).

51. Incominciò pertanto a pubblicare che desiderando il Re di conservare la sua fiducia nelle persone impiegate al servizio della Chiesa e dello Stato, dovevansi per allora segregare quei soli che ingratamente ne avevano abusato. Quindi istituirsi Giunte di scrutinio incaricate di esaminare la condotta degli ecclesiastici secolari e regolari, dei pensionisti e funzionarj pubblici di qualunque natura; non che dei militari tanto dell’Armata di terra che di quella 9di mare (1)». Con questa disposizione molti militari (fra’ quali dieci Luogotenenti Generali) ed Impiegati di ogni grado furono dismessi. Come suole accadere, in simili casi, spesso gli odj e le vendette private prevalsero alla pubblica causa (2).

52. Intanto furono arrestati molti personaggi ragguardevoli e fra gli altri Borelli, Pepe (Colonnello) e Poerio già Deputati al Parlamento. Arcovito, Colletta e Pedrinelli Luogotenenti Generali, e Begani Maresciallo di Campo. Carascosa temendo di essere arrestato fuggì sul principio di maggio. Fuggirono molti altri che avevano la fama di liberali e si credette che la Polizia appostatamente li spaventasse per indurli a partire dal Regno. Imperciocché non trovava in essi delitto per farli condannare, e d'altronde aveva piacere che si allontanassero dallo Stato (3).

53. Nella Capitale si vide lo spettacolo di tre Carbonari ornati con scherno dei fregi della loro Setta, condotti legati e quasi nudi sopra asini per le strade principali della città, frustati dal carnefice a suon di tromba, e quindi mandati per vari anni in galera. Il tutto senza processo regolare, senza legge che prescrivesse tale clamoroso castigo, e con sola condanna del Canosa Direttore di Polizia. Molti portatori di armi, o detentori di qualche segno di Setta furono anche condannati a morte tanto in Napoli che nelle Provincie (4).

54. Frattanto per tali persecuzioni molti Liberali e Carbonari formarono bande armate e correvano per le provincie. I capi erano per la maggior parte uffiziali delle milizie, e fra essi divennero celebri Venite e Corrado Capitani, Poerio (Raffaele) Maggiore e Vallante Colonnello. Entravano questi nei piccioli paesi, e talvolta nelle città tentando di sostenere la libertà costituzionale, ma non trovarono le popolazioni disposte ad una guerra civile. Dopo qualche tempo Poerio salvossi colla fuga, Vallante fu arrestato, e Corrado combattendo restò morto (5).

55. Ferdinando I si trattenne in Firenze sino alla metà di aprile, quindi passò a Roma dove dimorò un mese, ed ai quindici di maggio rientrò in Napoli. Ai trenta poi dello stesso mese (suo giorno onomastico) pubblicò un decreto col quale stabilì «essere tutto proprio del suo cuore paterno il tranquillare gli animi esitanti di quegli inconsiderati, che dopo l’epoca degli otto di luglio del precedente anno, o costretti dalla forza o indotti dal timore, dalla seduzione, o altra causa escusante si erano ascritti alla Carbonaria o ad altre Società segrete proscritte dalla nostra Santa Religione, e dalle leggi antiche e nuove. Consultando perciò la sua clemenza, decretava che tutti coloro i quali dal suddetto giorno sino ai ventiquattro dello scorso marzo si erano ascritti alle Società segrete e proscritte, o avevano preso parte agli altri avvenimenti politici, purché non fossero nel numero dei cospiratori, o imputati di misfatti comuni, godessero una piena amnistia (1)».

56. Pubblicato tale editto furono arrestati sessanta sei militari o settarj che eransi recati a Monteforte, e non avevano voluto o potuto fuggire. Furono tra essi Calentano Colonnello, Tupputi Tenente Colonnello, Gaston Maggiore, e Pristipino Capitano. Morelli e Silvati corsero per qualche tempo con una banda di partigiani armati per la Puglia nelle vicinanze di Mirabella. Ma infine licenziati i seguaci, o da essi abbandonati, s’imbarcarono soli e senza passaporti regolari presso Otranto, ed approdarono in Albania. Avevano l’intenzione di passare in Grecia; ma dopo di avere errato per alcuni giorni in deserte montagne, s’imbatterono ai confini della Bosnia in un posto della frontiera austriaca dove furono arrestati come sospetti e condotti a Ragusi. Presero allora finto nome, ed assicurando essere sudditi Pontifici fuorusciti per opinioni politiche, furono trasportati in Ancona. In questo porto pontificio confessarono essere Napolitani, mutando però nuovamente nome e patria. Ma anche quivi il Governo li giudicò sospetti, e li fece condurre ai confini per essere consegnati al loro Sovrano. Morelli a Porto di Fermo, deluse la vigilanza della scorta e fuggì. Egli entrò negli Abruzzi, e ritornò in Puglia; ma dopo alcuni giorni fu arrestato in Chienti e condotto a Foggia dove manifestassi. Sii vati consegnato ai confini fu condotto a Teramo, e dopo qualche cavillo palesossi anch’esso apertamente (2).

57. Per tali rei Ferdinando I con decreto dei ventuno di giugno ordinò «essere privati dei ri9spettivi gradi e del cingolo militare tutti gli Uffiziali di qualunque grado, o arma, che facendo parte dell'esercito avevano abbandonato i loro posti, e si erano recati a Monteforte dal primo sino all'entrare del mille ottocento e venti. Lasciarsi essi al giudizio dei tribunali competenti (1)». Con posteriore decreto (dei venticinque dello stesso mese): stabilì che i medesimi fossero giudicati dalla Gran Corte speciale di Napoli.

58. Lungo e strepitoso fu il processo. Imperciocche erano evidenti la diserzione e la ribellione dei rei; ma certo e manifesto era pure l’assenso posteriore del Sovrano, ed il consentimento universale del popolo al nuovo governo che si era stabilito con quella rivoluzione. Sembrava perciò annullata ogni colpa. In fine la sentenza fu proferita ai dieci di settembre del mille ottocento e ventidue. Dei sette giudici tre votarono per la libertà ed altri e tanti, per la reità degli accusati. Nella parità dei voti il Presidente suol essere colla parte più mite. Questa volta (era un Girolami) fu colla più severa (2). Quindi trenta furono condannati a morte, e tredici a venticinque anni di ferri. Furono tra i primi Celentano, Tupputi, Gaston, Silvati e Morelli (3). Il Re però permise soltanto che la sentenza si eseguisse contro questi due ultimi. Agli altri commutò la pena in quella dell’ergastolo o dei ferri (4). Altra sentenza fu quindi pronunziata dal medesimo tribunale (nel mille ottocento e ventitré) contro quaranta quattro contumaci, e fra questi furono dichiarati pubblici nemici e condannati a morte Guglielmo Pepe, Carascosa, De Conciliis, Menichini, Russo, Pisa ed altri quattro (5). Lo stesso tribunale ed altre Corti speciali delle provincie pronunziarono poscia sentenze contro altri trenta quattro rei di stato. Fra questi quattro Carbonari elevati (cittadini oscurissimi) subirono l'estremo supplizio nelle provincie del Principato Citeriore. Agli altri it Re diminuì la pena (6).

59. Gli altri arrestati non involti nella causa di Monteforte dopo una prigionia più o meno lunga furono rilasciati colla perdita dei pubblici impieghi o coll’esiglio. Borelli,Pepe (Colonnello), Poerio, Arcovito, Colletta e Pedrinelli nel mese di agosto furono condotti negli Stati austriaci e confinanti a Grate, Bruna e Praga (7). Dopo qualche tempo furono poscia lasciati in libertà ma coll’esiglio dal regno. Borelli ottenne presto la grazia di ritornare in Napoli (8).

60. Eranvi settecento e più cittadini, i quali rei o sospetti di delitto di lesa maestà erravano fuggiaschi per le campagne. Per purgarne lo Stato, la Polizia intimò a loro di presentarsi volontariamente alle carceri per essere giudicati secondo le leggi, o pure uscire dal regno con passaporti liberi. Alcuni presentaronsi realmente per essere giudidicati. Altri cercarono nascondigli più reconditi. Cinquecento sessanta chiesero di partire. Giunti in uno stesso determinato giorno a Fondi, la Polizia Pontificia concepì, sospetti da tante persone assieme unite e non volle permettere che entrassero nello Stato romano. Intanto furono arrestati e condotti a Gaeta. Quindi alcuni furono giudicati, altri trattenuti in carcere senza giudizio, ed altri espulsi e trasportati ad Algeri o a Tunisi (1). Nei seguenti anni furono poscia scacciati dal regno altri individui e molti si ricoverarono a Roma(2). Il Governo Napolitano diede sussidi a quegli esiliati che ne abbisognavano (3).

61. Furono circa mille i condannati, fuorusciti, o espulsi. Molto maggiore fu il numero dei militari e impiegati dismessi dalle Giunte di scrutinio. Fra essi alcuni erano certamente colpevoli di lesa maestà; ma molti erano soltanto rei, o sospetti di propensione all'idee liberali. Fra tutti poi non pochi erano di talenti e di lumi non comuni e superiori a quelli di coloro che ad essi furono surrogati. Quindi col loro allontanamento dei pubblici affari, danni gravissimi allo Stato.

62. Da Palermo circa cento individui dei più torbidi fuggirono nel ristabilimento dell'ordine. Del resto attesa l'amnistia del precedente anno (4) non si fece alcun processo contro gli autori della rivoluzione: soltanto si processarono i rei degassassimo di Aci, ed alcuni altri che si erano segnalati in modo particolare negli eccidj e nelle rapine. Cinque furono condannati a morte, altri a pene minori (5). In Messina si processarono sessanta rei (fra quali ventotto contumaci) per il tumulto del fine di marzo. Furono condannati a morte cinque contumaci e sei carcerati (dei quali soltanto tre furono poi giustiziati), alcuni altri ebbero pene minori (6). Da tutta la Sicilia furono quindi allontanati circa cinquanta individui per alcuni anni (1).

63. Ferdinando I era specialmente malcontento dell’esercito. Quindi con decreto del giorno primo di luglio annunziò «Quando speravamo di lasciare al nostro caro e diletto figlio uno Stato felice, ricco e tranquillo, degli uomini infedeli lo hanno dato in preda ad ogni specie di turbolenza ed hanno immersa la nostra età cadente nelle amarezze. Gli ultimi rovesci politici hanno scosso dalle fondamenta il nostro ordine sociale. L’Armata è principalmente colpevole di tanti mali, la quale furiosa essa stessa, o lasciandosi stracinare da furiosi fuori la via di tutti i suoi doveri, abbandonandoci nel momento del pericolo ci ha posto nella impossibilità di combatterli co’ soli mezzi che avrebbero potuto prevenire tante funeste conseguenze. Abbandonata ad una Setta che distrugge tutti i vincoli di ubbidienza, e di disciplina, si è veduta dopo di essere stata ribelle a suoi doveri verso di noi, essere egualmente incapace di ubbidire a quelli, che la rivolta aveva voluto imporle. Essa ha operato la sua distruzione, ed i suoi capi che l’avevano traviata o che non avevano saputo preservarla dall’errore, sono stati obbligati di annunziare la sua dissoluzione. Mancando di tutte le condizioni necessarie all’esistenza di un’Armata, abbiamo coi fatti dovuto riconoscere ch’essa più non esisterà. Le prime basi di ogni ordinamento militare sono State sì fortemente scosse, che il tempo solo potrà permetterci di ristabilirle. Il riordinamento dev’essere lento, e successivo. Il benessere de’ nostri Stati reclama però l'appoggio di una forza protettrice. Noi siamo stati obbligati di sollecitarla da Sovrani nostri alleati: Essi l’hanno messa a nostra disposizione. Noi ne dobbiamo assicurare il mantenimento, ma non possiamo far sopportare ai nostri sudditi il forte peso, di stipendiare il resto di un’Armata che più non esiste, perchè non ha saputo esistere. Sopra i colpevoli deve cadere la disgrazia della quale sono stati la causa. Quindi vogliamo che siano disciolti quattordici reggimenti, e quattro battaglioni di fanteria, con cinque reggimenti di cavalleria». Disciolse cioè la maggior parte dell’esercito, lasciando soltanto la guardia, ed alcuni altri corpi indispensabili allo Stato (2).

64. Con altro decreto promulgato nello stesso giorno Ferdinando I stabilì il modo con cui doveva ordinarsi il nuovo esercito, e tra le altre cose dispose che vi dovessero essere tre reggimenti di Fanteria straniera (3). Frattanto abolì la coscrizione annuale, e l’ascrizione marittima (1), e dispose che la nuova Armata di terra fosse mantenuta al numero prefisso cogli ingaggi, e cogli arruolamenti volontarj (2).

65. Mentre poi l’esercito nazionale era disciolto si regolarono le cose dell’austriaco. Ai diciotto di ottobre i Plenipotenziarj di Austria, di Prussia, e di Russia, sottoscrissero col Circelio Plenipotenziario napolitano, una convenzione, nella quale in sostanza fu stabilito «La situazione politica, del Regno delle due Sicilie non permettere ancora di diminuire la forza dell’esercito di occupazione quanto avrebbe potuto esserlo allorché, l’amministrazione dello Stato sarebbe in ogni, sua parte ristabilita, ed allorché la forza militare del Re Ferdinando sarebbe portata allo stato determinato. Quindi la diminuzione dell’esercito di occupazione non poter aver luogo che a poco a poco. Potendosi frattanto ammettere che sul fine di novembre l’amministrazione dello Stato, sarebbe in certa guisa ordinata, così l’esercito di occupazione si diminuisse in modo che a quell’epoca nelle provincie di qua del Faro fosse ridotto a quaranta due mila uomini, de’ quali sette mila di cavalleria. Nella convenzione dei ventidue di maggio relativa ai presidj di Sicilia essendosi il Re Ferdinando obbligato a cambia1re le truppe austriache colà stanziate con truppe napolitane, subito che il riordinamento di quest’ultime fosse così inoltrato da poterlo permetter e le truppe austriache allora abbandonassero la Sicilia, e ritornassero nei dominj del loro Sovrano. Lo sgombramento dell’Isola si eseguisse a poco a poco in proporzione delle truppe regolate che il Re Ferdinando vi potrebbe mandare e l’intiero cambio delle truppe austriache seguisse subito che il riordinamento dell’esercito napolitano fosse arrivato a cinque o sei mila uomini. Tre mesi dopo la partenza dell’ultime truppe austriache dalla Sicilia, l'esercito alloggiato nel Regno di Napoli da quaranta due mila uomini fosse ridotto a trenta mila. Subito che la forza militare napolitana fosse sul piede prescritto dal decreto del primo di luglio, l’esercito di occupazione fosse ridotto a venticinque mila uomini, cioè il minimo della sua forza durante i tre anni che doveva rimanere in presidio.

66. «Il Governo napolitano versasse mensualmente nella cassa militare austriaca cinquecento e settantasei mila fiorini (valutando il fiorino a settantasei grani) pel mantenimento di quaranta due mila uomini. Somministrasse inoltre giornalmente quaranta due mila razioni di viveri, e sedici mila e cinquecento razioni di fo9raggi a norma di una determinata tariffa (stabilita sul piede di guerra). Fosse questo il massimo di quanto si potesse richiedere, dovendosi del resto proporzionare il numero giornaliero delle razioni allo stato effettivo della truppa. Sino al momento in cui l’esercito di occupazione potesse ridursi a quaranta due mila uomini, il Governo napolitano somministrasse nelle misure sopra descritte, e nelle stesse proporzioni il di più del danaro, e de' viveri occorrenti. Nel modo stesso si diminuissero le somministrazioni diminuendosi le truppe. Fossero inoltre a carico del Governo napolitano le spese di casermaggio, di alloggio, di ospedali, e di qualunque altro oggetto. Spettare allo stesso Governo il mantenimento dell’esercito di occupazione dal momento del suo passaggio sul Po, cioè dal giorno primo di febbrajo, quindi dovere il medesimo rimborsare l'austriaco delle spese per tal causa anticipate. Queste spese si sarebbero liquidate. Frattanto per non obbligare l’imperatore di Austria, ad attendere il rimborso troppo lungamente, il Re del Regno delle due Sicilie obbligarsi a versare nel tesoro dello Stato in Vienna quattro milioni di fiorini in cinque rate dal mese di agosto, a quello di gennajo. Tutte le spese per i movimenti, delle truppe che avrebbero abbandonato il territorio del regno fossero 4 carico del Governo napolitano sino ai confini dell’impero austriaco (1)».

67. Volle Ferdinando premiare specialmente il Generale Frimont. Gli conferì pertanto il titolo di Principe di Antrodoco quindi pubblicò un decreto (ai trenta di novembre) col quale dispose che «avendo esso co’ suoi estesi talenti militari, e colla sua somma attività restituito al regno l’antico suo ordine, e volendo dargli un attestato del suo vivo gradimento per sì rilevanti servigi da lui resi, aveva già nel suo animo il pensiero di fargli un’assegnazione in beni fondi del pubblico demanio del valore di circa ducati duecento venti mila. Considerare però la difficoltà di potersi riunire de’ fondi, del valore corrispondente. Considerare ancora che avrebbe potuto riuscirgli più grato, e piacevole un acquisto di sua libera scelta in luogo dove maggiormente s'incontrasse il suo genio. Perciò accordargli la somma di ducati duecento venti mila, quanti ne corrispondevano al valore da esso ideato. Questa somma sarebbe pagata nel corso da aprile a tutto settembre dell'anno prossimo (2)».

68. Frattanto col mantenimento di cinquanta due mila austriaci sul piede di guerra, ed altre spese straordinarie le finanze dianzi floridissime rimasero pienamente sconcertate. Nelle angustie in cui si era non si conobbe altro rimedio che di ricorrere ai prestiti. Il credito pubblico però essendo a quell’epoca molto avvilito (le iscrizioni di annui ducati cinque non avevano che il valore di ducati cinquantasei di capitale) non poterono contrarsi che a condizioni molto onerose. Due di fatti se ne conchiusero nel corso dell’anno coi fratelli Rothschild ricchissimi banchieri ebrei. Uno nel mese di maggio di annui ducati ottocento mila, e l’altro in dicembre di annui ducati ottocento e quaranta mila. Il modo fu che il Governo consegnasse ai banchieri tante iscrizioni sul gran libro del debito pubblico dell’annua rendita di ducati cinque per ogni ducati cento di capitale. I banchieri però invece di sborsare i cento ducati per iscrizione ne consegnarono soltanto cinquantasei per il primo prestito, e settantuno per il secondo. Quindi il Governo invece di avere trentadue milioni, ed ottocento mila ducati n’ebbe soltanto venti milioni ed ottocento ottantotto mila, ed intanto gravò l'erario di un milione seicento e quaranta mila ducati all’anno (1).

69. La Sicilia avendo finanze separate contrasse un debito particolare, e questo fu di un milione di onte al dieci per cento, colf obbligo di restituire la sorte in dieciotto anni (2).

70. In quanto poi alla forma del governo, Ferdinando I nel giorno ventuno di maggio pubblicò un decreto con cui dispose «che ad oggetto di poter mandare ad effetto le promesse fatte ai suoi popoli nella lettera che aveva scritto, al suo figliuolo il Duca di Calabria il dì ventotto dello scorso gennajo, stimava conducente ai veri interessi dello Stato il consultare alcuni dei suoi più probi, e savj sudditi sulle basi da lui fissate, onde garantire per sempre il riposo, e la tranquillità pubblica. Convocherebbe perciò una Giunta temporanea per essere sopra tale oggetto consultata. Fosse questa di dieciotto membri, fra’ quali Circello, il Cardinale Fabrizio Ruffo, il Vescovo Rosini, il Principe di Cutò, il Marchese (Statella) di Spaccaforno, ed il Principe di Cardito (3)».

71. Con altro decreto del di ventisei dello stesso mese determinò le basi, sulle quali voleva che fosse stabilito il nuovo governo, ed in sostanza dispose Consultando i veri, e permanenti interessi dei popoli dalla divina provvidenza affidati alle sue cure, e volendo dar loro uno stabile governo atto ’a garantire per sempre il riposo, e la prosperità del regno, inteso il parere di probi, saggi, ed illuminati soggetti per dottrina,e per esperienza; decretare vi fosse un Consiglio ordinario di Stato composto di un numero di sei Ministri di Stato senza dipartimento, nel qual Consiglio i Segretarj di Stato o Direttori avrebbero fatto a lui il rapporto degli affari appartenenti al loro dipartimento. Egli stesso avrebbe presieduto a questo Consiglio, in sua assenza vi presiederebbe il Duca di Calabria, ed in assenza di esso colui fra Ministri che avrebbe destinato a tal oggetto. L’amministrazione di Sicilia fosse separata da quella de’ Dominj al di qua del Faro. Fosse perciò regolata da un Luogotenente assistito da tre Direttori. Gli affari che richiedessero la sovrana decisione fossero riferiti da un Segretario di Stato siciliano nel Consiglio ordinario di Stato. Avrebbe creato due corpi sotto la denominazione di Consulte di Stato, una delle quali composta almeno di trenta membri risiedesse in Napoli, e si occupasse degli affarj de’ Dominj al di qua del Faro, l'altra almeno di dieciotto risedesse in Palermo, e si occupasse degli affari di Sicilia. Queste Consulte avessero l'attribuzione di dare il loro parere sopra i progetti di legge, e i regolamenti che avrebbe trasmesso al loro esame. Vi fosse in ogni provincia un Consiglio provinciale composto di membri scelti fra principali Possidenti, il quale in certi mesi dell’anno si riunisse nel capo luogo della provincia per ripartire fra’ comuni il contingente d’imposizione diretta e per deliberare egualmente su di altri oggetti interessanti l’intera provincia, e gli stabilimenti pubblici, e di pietà (1)».

72. Con posteriori decreti nominò membri del Consiglio ordinario di Stato il Marchese di Circello, il Cardinale Fabrizio Ruffo, il Principe di Cutò, il Duca Gualtieri, ed il Principe di Scilla (2), ed affidò i dicasteri dei diversi ministeri ad altri e tanti Direttori scelti fra i membri del Governo provvisorio (3). In quanto alla Sicilia vi nominò Luogotenente Generale il Principe di Cutò (4), e scelse tra gli Avvocati i tre Direttori che dovessero assisterlo (5).

73. Del resto nei Dominj al di qua del Faro si presero varie determinazioni a fine di ristabilire la pubblica morale, alla corruzione della quale si attribuivano i progressi della Carbonari, e per conseguenza della rivoluzione. Sin dal principio di aprile il Governo provvisorio decretò «che tutti i giovani studenti appartenenti ai comuni delle diverse provincie del regno i quali dopo le cominciate ferie estive rimanevano in Napoli senza veruna occupazione, si restituissero nel seno delle proprie famiglie, e qui continuassero gli studj, sino alla riapertura della Regia Università. Gl'Intendenti delle provincie insinuassero ai padri, o a chiunque ne facesse le veci, che riprendendo l'autorità loro conceduta dalla natura e dalla legge, procurassero di estirpare dall'animo dei loro figliuoli qualunque germe maligno, onde renderli atti a ricercare nel pubblico bene la propria felicità. Quegli studenti che appartenevano a famiglie dimoranti nella Capitale dovessero nel termine di ogni mese provvedersi di attestato del proprio privato maestro non meno sull'applicatone, che sui costumi. I maestri privati, e quei che avevano particolari giovani a pensione dovessero presentare un elenco de' suoi alunni accompagnato da una memoria riservativa circa la condotta religiosa, politica e morale di essi. Quei giovani studenti che serbassero illibata condotta per l'avvenire acquisterebbero un titolo non solo a promozioni, ma eziandio a qualche sussidio nel loro tirocinio (1)». Con altro decreto dei quindici di giugno il re stesso ordinò che tutti gli studenti della Capitale, i quali ne’ giorni festivi non frequentassero le congregazioni di spirito, non potessero ottenere verun grado dottorale nella Università, degli studj (2)».

74. Il medesimo Governo provvisorio con decreto dei sette di maggio vietò tutti i libri velenosi che trattassero contro la religione, la morale, ed i rispettivi governi, e molto più quei fogli oggetto de’ quali fosse promuovere l’insubordinazione e l’anarchia; tutte le pitture oscene, e tutti gli altri oggetti conducenti all’immoralità (3)». Ferdinando I poi con altro decreto dei due di giugno pronunziò l’esperienza aver dimostrato che le più gravi ferite alla pubblica morale erano state prodotte dalla lettura de’ libri perniciosi, e che questi diffusi tra le inesperte mani di giovani superficialmente istruiti erano divenuti fatali alla tranquillità, ed all’onore di parecchie colte nazioni. Perciò stabilire che i libri proibiti, le stampe indecenti, e tutti gli oggetti figurati che sembrassero contrarj alla religione, ed alla morale provenienti dall’estera fossero arrestati in dogana (4).

75. Vecchioni direttore degli affari interni con dispaccio dei ventitré di novembre commise ad una Giunta della quale era Presidente l'arcivescovo di Napoli «di compilare un regolamento di pubblica istruzione, che principiando dall'insegnamento dei doveri verso Dio, terminasse coi doveri verso l'ultimo dei mortali». Egli avvertiva Principio, e fonte di ogni educazione essere i sacri doveri sociali. Degno compendio di questi esseri i comandamenti del decalogo cui corrisponde la purissima morale contenuta nel nuovo testamento. I vescovi successori degli apostoli essere i depositari della vera morale. Quindi l'ispezione della morale commettersi alla chiesa unitamente ai magistrati della pubblica istruzione. Essere poi noto ai saggi che un mediocre lume di lettere porta sovente all’ateismo, e che una piena cognizione riconduce i cuori alla religione. Le scienze maneggiate da semi-dotti aver prodotto prevaricazioni, e tumulti. Lontane adunque l'effemeridi, gli epitomi e quelle produzioni superficiali che con moderni paroioni vuoti di senso fanno guerra al senso comune. Si adottassero queste norme, e si compilasse un semplice regolamento di pubblica istruzione (1)».

76. Pubblicò eziandio il Re Ferdinando (nel giorno tre di settembre) che «il mezzo più efficace ad ottenere il miglioramento della pubblica educazione fosse il ripristmamento della Compagnia di Gesù già altra volta riammessa in tutti i dominj che la sopravvenuta occupazione militare aveva allontanata (nel mille ottocento e sei (2)) dalle provincie al di qua del Faro. Decretare pertanto che in queste stesse provincie fosse ripristinata (3)».

77. Frattanto mentre s’inculcavano precetti di morale cristiana un sacrilego misfatto inorridì gli animi di tutti. Un certo Sformile, sergente congedato, adirato contro il vescovo d’Aversa (Tommasi fratello del ministro) perchè perseguitava un suo fratello canonico che era Carbonaro, nel dì nove di novembre gli sparò per la strada un colpo di fucile, a l'uccise. Lo scellerato fuggì, ma fu presto arrestato, e condannato all’estremo supplizio (4).

78. Le turbolenze del Regno delle due Sicilie influirono al solito nel confinante Stato pontificio. Allorquando gli Austriaci passarono il Po per marciare versa Napoli, il Santo Padre fece pubblicare un editto col quale annunziò «porgere a Dio i più fervidi voti acciò per sua misericordia tenesse perpetuamente lontano il flagellò della guerra, ma se per gli imperscrutabili divini giudizj i popoli dell'Italia dovessero essere afflitti da sì grave male, per la sua qualità di Capo visibile della chiesa, e come Sovrano essenzialmente pacifico, non cesserebbe di sostenere, come aveva sin allora sostenuto, una perfetta neutralità verso tutte le nazioni(5)». Il Governo comunicò poscia ai Comandanti civili e militari di rispettare qualunque truppa straniera che fosse regolare, e di respingere gli armati che non vestissero divise militari (6).

79. Intanto temerari sempre qualche correria dei Napolitani e specialmente dei Carbonari. E mentre vi era in tale apprensione accadde che nella notte seguente ai tredici di febbraio il Governatore di Albano ingannato da falsa voce di un fattore delle terre Pontine annunziò: «I Napolitani essere entrati a Terracina, e marciare verso Roma di galoppo». A tale avviso il Cardinale Consalvi Segretario di Stato costernossi, e senza riflettere che qualunque truppa non poteva essere in poche ore da Terracina a Roma distante sessant’otto miglia, ordinò che all’istante si mettesse la città in istato di difesa. Quindi il presidio consistente in circa mille uomini prese le armi, e recossi coll'artiglieria presso la porta di S. Giovanni. Si chiamò all’armi la guardia civica, e si ragunarono circa quattrocento uomini. Si cercarono tumultuariamente commestibili, e si portarono in Castel Sant’Angelo. Presa tale attitudine militare, alcuni vecchi uffiziali spedirono pattuglie di cavalleria fuori delle porte per avere notizie, e ben tosto si scoprì essere stata falsa la voce della marcia dei Napolitani, e tutto essere tranquillissimo attorno a Roma. Quindi nella seguente mattina l'armamento fu disciolto.

80. Del resto i timori che aveva il Governo pontificio dei Carbonari non erano vani. Imperciocché erasene ragunata sul Tronto una turba composta di Napolitani e di fuorusciti di varj paesi, ed ascendente a circa trecento uomini. Fra questi erano celebri Ciccognani di Forlì, ed un certo Panella. Nel giorno quindici di febbrajo essi fecero una correria sul territorio pontificio nella provincia di Ascoli, ed avanzaronsi sino a Ripatransone. Spargevano proclamazioni in nome di una unione patriottica per lo Stato romano, colle quali promulgavano la costituzione di Spagna, ed invitavano i sudditi pontificj a prendere le armi, e ad unirsi in quattro campi designati in Pesaro, Macerata, Spoleto, e Frosinone per il bene comune dell’Italia. Frattanto aprivano le carceri, e prendevano il danaro delle comunità. Probabilmente un tale movimento era collegato colla divisata sollevazione generale d’Italia (1). Ma eranvi di già nello Stato pontificio gli Austriaci che con forza impotente marciavano alla volta di Napoli, e perciò niuno ardì di secondare quelli avventurieri. D’altronde il Prelato Zacchia che governava quella provincia (e dianzi era stato militare) al primo annunzio dell’invasione de’ Carbonari diede immediatamente le disposizioni opportune per scacciarli. Ragunò pertanto in Ascoli con prontezza e precisione militare le poche truppe di linea ed i carabinieri, formò un piccolo corpo di circa seicento uomini, ed uscito con esso in campagna costrinse quegli invasori a ritornare in Abruzzo (2).

81. La rivoluzione di Benevento che era nata con quella di Napoli (3) cessò naturalmente colla stessa. Difatti i Beneventani appena intesero la dispersione dell’esercito napolitano, presentaronsi tosto al Cardinale Spinucci loro Arcivescovo, dichiararono di volere ritornare sotto l’antico Governo, e lo supplicarono di essere loro mediatore presso il Papa. L’Arcivescovo accettò di buon grado tale pastorale officio, e tutto fu rimesso com’era per lo innanzi. Anche Pontecorvo ritornò all’ubbidienza di Roma (1).

82. Pio VII pubblicò in quest(9)anno (ad istanza di varj Sovrani) una bolla contro la Setta dei Carbonari Premettendo che la medesima promulgava l’indifferenza religiosi, la ribellione e l'assassinio, scomunicò chiunque vi fosse ascritto, o in qualunque modo la favorisse. Ingiunse quindi a tutti sotto pena similmente della scomunica di denunziare ai Superiori coloro che alle Società medesime avessero appartenuto (2).

83. Intanto fra le agitazioni prodotte dagli affari di Napoli Pio VII ebbe la consolazione di potere ordinare varie Diocesi della Germania. In grandi sconcerti erano rimaste le cose dei cattolici negli Stati protestanti di quella nazione dopo gli sconvolgimenti della rivoluzione (3). Quei cattolici desideravano un concordato uniforme colla Santa Sede. Di fatti varie di quelle Potenze mandarono Incaricati a Roma per trattarne; ma non ostante i negoziati di varj anni nulla si potè stabilire. Il Re di Prussia mentre era il più potente ed aveva fra’ suoi sudditi circa quattro milioni di cattolici (cioè circa i due quinti della popolazione) aveva maggior desiderio degli altri di accomodare tali questioni. Da ciò ne venne che il Principe di Hardemberg suo Gran Cancelliere (primo Ministro) essendosi in quest'anno recato alle conferenze di Lubiana, diede una scorsa a Roma accompagnato dal pubblicista Schedi, ed ili pochi giorni ultimò ogni cosa. In una conferenza tenuta li venticinque di marzo col Cardinale Consalvi Segretario di Stato, si stabilì il modo di dare la istituzione ai Vescovo di quello Stato (4). Pio VII poi con Bolla dei sedici di luglio dispose che «nel Regno di Prussia vi fossero due Arcivescovati, e sei Vescovati. Cioè la chiesa metropolitana di Colonia avesse in suffragarne le 9i chiese di Treviri, di Munster e di Paderbona. La chiesa di Posnania fosse unita alla metropolitana di Gnesna, e l’Arcivescovo avesse in suffraganeo il Vescovo di Culma. Breslavia, e Warmia continuassero ad essere come per lo innanzi soggette immediatamente alla Santa Sede. L’elezione de’ Vescovi spettasse ai Capiteli, e quindi il sommo Pontefice, previo il solito esame sulle idoneità degli Eletti, li avrebbe confermati». Si eseguì quanto si convenne (5).

84. L’adcomodamento colla Prussia facilitò quello che ri trattava col Re di Wurtemberg, col Gran Duca di Baden, coi Duchi di Nassau, e di Oldemburgo, ed altri Principi (o Stati) di Germania similmente protestanti. Si convenne che il Papa sopprimesse la Diocesi di Costanza, ed erigesse in Metropolitana la chiesa di Friburgo. Rottemburgo, e Limburgo si erigessero in chiese vescovili, e con Magonza e Fulda fossero assoggettate alla Metropolitana di Friburgo». Pio VII pubblicò per tale effetto una Bolla (1) e poi si proseguirono i negoziati per istabilire il modo di eleggere i Vescovi.

85. Nel giorno primo di giugno fu sottoscritta in Roma una convenzione ira il Papa e l'Imperatore d’Austria per la reciproca consegna dei disertori. La ratificazione di questatto fu però differita sino al mille ottocento e ventitré (2).

86. Gli avvenimenti di Napoli ebbero in quest’anno molta correlazione con quelli del Piemonte. Quivi i principi propagati dalla rivoluzione francese sul fine del precedente secolo ebbero pochi seguaci finché regnò la Casa di Savoja. Unito di poi lo Stato alla Francia, colla quale ebbe comuni le leggi per molti anni, mentre se ne abborriva il Governo come straniero, se ne lodava la legislazione chiara e precisa. Ristabilite nel mille ottocento e quattordici le antiche leggi, il Re Vittorio Emanuele attendeva col consiglio de' suoi Ministri (fra’ quali avevano la principale influenza il Marchese di San Marcano ed il Conte Prospero Balbo) a fervi quelle variazioni che erano richieste dai tempi e dalle circostanze, ed un codice (come accennai) era pronto a pubblicarsi nella primavera di quest'anno (3). I prudenti approvavano questi atti del Governo; ma frattanto alcuni vecchi susurravano che in tal guisa si fomentassero i principe rivoltosi. All’opposto varj giovani declamavano che si procedesse con troppa lentezza, ed inopportunamente si volesse conservare troppo dell’antico. Molti animati dallo spirito del secolo esaltavano i beni dell’eguaglianza dei diritti civili, della pubblicità delle finanze, e della libertà della stampa. Quindi avrebbero desiderato che dalla rivoluzione ne fosse derivata una costituzione com’era accaduto in Francia ed in varj Stati di Germania. Frattanto alcuni bramavano la costituzione francese, ed altri la spagnuola. Eranvi poi anche diversi i quali magnificando i vantaggi ottenuti colla unione del Genovesato e d’altronde declamando contro la preponderanza austriaca in Italia incominciavano a vagheggiare il ristabilimento di un regno che comprendesse tutta la nazione, o almeno l’intiera Lombardia. Di questi ve n’erano anche nell’esercito forte (in tempo di guerra) di sessanta mila uomini, fra i quali molti giovani ufficiali che consultavano soltanto il proprio ardore.

87. Frattanto da Francia comunicossi al Piemonte la Società degli Adelfi detti di poi sublimi maestri perfetti (1), e da Napoli s introdusse (secondo alcuni nel mille ottocento e diciassette) quella dei Carbonari. Da queste due Società ne derivò quindi un’altra che denominossi dei Federati, e si fissò per iscopo speciale la libertà, e l'indipendenza dell’Italia. Il Governo conosceva in parte queste cose, ma persuaso che la massa del popolo fosse estranea a tumultuose innovazioni, e non dubitando della fedeltà dell’esercito, disprezzò le inclinazioni dei liberali (che forse supponeva pochi) quai leggerezze giovanili, che col tempo sarebbero svanite. Scoppiate nel precedente anno le rivoluzioni militari nella Spagna, nel Portogallo, e nel Regno delle Due Sicilie i faziosi piemontesi divennero naturalmente più arditi, ed ormai non sapevano più nascondere i loro desiderj. I settarj napolitani, e forse più di loro i francesi (i quali sembra che avessero in Ginevra un comitato speciale per il Piemonte) raddoppiavano i loro maneggi per far rivoltare uno Stato così interessante d’Italia.

88. Intanto sul principio di quest'anno avvenne un lieve ma disgustoso tumulto. Alcuni studenti dell'Università di Torino (ve n’erano allora circa mille e cinquecento) insolentirono per diverse sere al teatro, ed in quella degli undici di gennajo quattro v’intervennero con berrettino rosso. Essendo questo uno tempo usavano i più fanatici per la rivoluzione francese (2), la Polizia s’insospettì, e terminato lo spettacolo li fece arrestare. Alcuni dei loro compagni tentarono di strapparli dalla forca pubblica, ma indarno. Nel giorno seguente poi se ne ragunarono circa trecento, armati, nell'edilizio dell'Università, vi si fortificarono e protestarono di non separarsi finché non fossero liberati i loro condiscepoli. Il Conte Prospero Balbo Presidente degli Studj dopo alcune ore indusse colle ammonizioni la metà di quei fervidi giovani ad andarsene alle case loro. Il Conte Revel di Prato Longo Governatore della città nella sera disperse gli altri colla forza. In quel trambusto rimasero feriti sedici militari e venticinque studenti. Di questi ne furono anche arrestati alcuni. Il Governo prescrisse di poi che le scuole si facessero in luoghi separati secondo le diverse facoltà. Tale avvenimento deplorato da tutti accrebbe il numero dei malcontenti fra la gioventù studiosa, e servì di pretesto ai liberali per declamare maggiormente contro il dispotismo.

89. Fra’ liberali segnalatami specialmente Emanuele Dal Pozzo Principe della Cisterna, Carlo Asinari Marchese di Caraglio (figlio primogenito del Marchese di San Marzano Segretario di Stato per gli affiori esteri) Colonnello in secondo di un Reggimento di dragoni, Ajutante di campo e Scudiere del Re; il Cavaliere Giacinto Provana di Colegno Maggiore nell’artiglieria, ed uno dei primi Scudieri del Principe di Carignano; il Conte Annibaie Santorre De Rossi di Santa Rosa Maggiore d’infanteria, Sotto Ajutante Generale ed applicato al Ministero di Guerra;il Cavaliere Guglielmo Ansaldi Colonnello; il Conte Vittorio Morozzo di Magliano e San Michele similmente Colonnelli, ed il Conte Guglielmo Mofia di Lisio Capitano. Questi per la maggior parte giovani ed audaci per i loro gradi incominciarono a comprendere nei loro discorsi famigliari che avevano gli stessi sentimenti e desiderj, e presto manifestaronsi pronti ad imitare l’esempio dei militari spagnuoli e napolitani. Esplorando le inclinazioni di altri ufficiali trovarono, facilmente molti compagni. Alcuni si servirono eziandio delle società segrete per disporre più comodamente la meditata rivoluzione.

90. Calcolando essi soltanto sulle cose a loro vicine, divisarono di attendere il momento in cui l’esercito austriaco sarebbe marciato contro il napolitano e dal medesimo (che si credeva forte di oltre cento mila uomini) sarebbe stato se non vinto, almeno trattenuto. Allora avrebbero rivoltato l'Armata piemontese ed indotto il Re a promulgare una costituzione e a dichiarare la guerra all’Austria. Calcolavano che otto giorni dopo lo scoppio della rivoluzione avrebbero potuto invadere la Lombardia con venticinque mila uomini, ed in poco tempo ragunarne altri trentacinque mila. Una Colonna marciando sulla sinistra del Po avrebbe circondato Mantova e presa la linea dell’Adige prima che l’Austria potesse mandare soccorsi in Italia. l’altra marciando sulla destra avrebbe tratto a se le truppe di Parma, di Modena, e dello Stato pontificio. Tale invasione sarebbe stata secondata dai settarj di quelli Stati, coi quali erano in corrispondenza (1), ed avrebbe naturalmente animato tutti i liberali.

91. Mentre i congiurati formavano tali disegni ed attendevano circostanze propizie per eseguirli, il Governo fu avvisato dalla sua Legazione in Parigi che sul principio di marzo sarebbe giunto in Piemonte un messo settario, e probabilmente avrebbe portato lettere del Principe della Cisterna che allora dimorava in quella capitale. Il messo fu arrestato al suo ingresso in Savoja, e sugli indizj presso di lui ritrovati furono arrestati in Torino Demetrio Turinetti Marchese di Priero, ed Ettore (Cavaliere) Perrone. Della Cisterna seguì da presso quel corriere e giunto nel dì cinque di marzo al ponte di Beauvoisin fu anch’esso arrestato e condotto a Fenestrelle.

92. Questi arresti di persone notissime scossero i principali congiurati e l'indussero a sollecitare la rivoluzione per timore di essere scoperti anch’essi. D’altronde l’Armata austriaca d’Italia era in quei giorni nello Stato Ecclesiastico, ed era imminente principio della ostilità contro i Napolitani. Quindi le circostanze sembravano opportune per incominciare le operazioni in Piemonte. Stabilirono pertanto di agire immediatamente.

93. Calcolavano sulla cooperazione di Carlo Alberto Principe di Carignano, erede presuntivo del trono, giovine di ventitré anni e Gran Maestro dell’artiglieria. Lusingavansi che nel fervore della gioventù l'ambizione potesse in lui prevalere a qualunque altra considerazione. Non ricusasse perciò di cooperare all’ampliazione dello Stato al quale doveva un giorno succedere, ed ambisse alla gloria di liberatore dell’Italia. Quindi Garaglio, Colegno, Lisio, e Santa-Rosa con magnifico discorso sulla futura grandezza d’Italia e della Casa di Savoja lo invitarono ad unirsi a loro per ottenere dal Re una costituzione e la dichiarazione di guerra all’Austria. Alcuni narrarono avere esso negato immediatamente il suo assenso. Il Santa-Rosa scrisse che acconsentì e poi dissenti Soggiunse che avendo nuovamente acconsentito, i congiurati spedirono nelle provincie le istruzioni d’incominciare il movimentò nel giorno dieci di marzo; ma poi informati di un nuovo dissenso, abbandonarono totalmente il loro disegno, e nella sera dei nove inviarono frettolosamente messi ad Alessandria, Fossano, Pinerolo e Vercelli per avvisarne gli altri capi. Ma queste ultime disposizioni giunsero in alcuni luoghi troppo tardi.

94. Imperciocché Morozzo Colonnello di un reggimento di Cavalleggieri de' quali v’era uno squadrone di presidio in Fossano, secondo il concerto fatto erasi recato nella notte precedente ai dieci di marzo alla caserma ed aveva ordinato ai soldati di partire per Moncalieri a fine di difendere il Re minacciato da una rivoluzione che doveva scoppiare in Torino. Montava di già a cavallo allorquando gli giunse dai compagni di Torino l'avviso di sospendere il movimento. Difatti lo sospese, e poco dopo per ordine del Governatore di Cuneo fii messo in arresto.

95. Nella stessa notte Ansaldi e Regia Colonnelli, Garelli Ajutante Maggiore, Palma e Baronis Capitani, Bianco Luogotenente, Lazzi Avvocato, Ratazzi Medico ed Appiani cittadino ragunaronsi in Alessandria, giurarono la costituzione spagnuola, e promulgarono il ristabilimento del Regno Italico da dilatarsi all’intiera nazione. Secondati da un centinajo di cittadini federali annunziarono tale avvenimento al presidio tanto della città che della cittadella, e lo trassero per la maggior parte sotto i loro ordini. Ansaldi ne prese il comando superiore, e stabilì una Giunta di Governo. Egli ne fu il Presidente e furono membri Baronis, Palma e Bianco fra’ militari Appiani, Dassena, Ratazzi e Luzzi fra’ cittadini. Questa Giunta nella mattina seguente alzò una bandiera tricolore (rossa verde e turchina) ed incominciò a promulgare atti a nome del Regno d'Italia. Varai Governatore di quella piazza fu soltanto informato nella mattina di quanto era accaduto nella precedente notte. Tentò di ridurre i sollevati in ossequio colla persuasione o colla forza. Ma tosto ai accorse che i mezzi rimastigli erano insufficienti all'uopo. Quindi fatta una specie di convenzione militare coll'Ansaldi, partì (nel giorno dodici) alla volta di Asti, conducendo seco un reggimento rimasto fedele, e la maggior parte degli uffiziali superiori degli altri reggimenti rivoltati.

96. La notizia del movimento de' Cavalleggieri stanziati in Fossano giunse in Torino nella mattina dei dieci di marzo, né si conobbe subito che il medesimo fosse di poi stato fermato. Caraglio, Santa Rosa, Colegno e Lisio trovavansi assieme ragunati. Compresero allora che le revocazioni non erano giunte in tempo. Quindi senza lunghe deliberazioni dissero unanimemente di partire all’istante per i luoghi stabiliti alla esecuzione della rivoluzione fuori della capitale, e ragunare le truppe sollevate in Alessandria. Così fecero. Recarònsi Santa Rosa e Lisio a Pinerolo, Caraglio a Vercelli e Colegno ad Alessandria. Quest’ultimo avendo trovato che la rivoluzione era di già seguita, altro non ebbe da fare che di concertare le ulteriori operazioni.

97. Il Santa Rosa e Lisio sollevarono in Pinerolo circa trecento uomini di un reggimento di Cavalleggieri. Nel condurli verso Alessandria annunziarono a loro «Nella gravità delle circostanze in cui si trova l’Italia ed il Piemonte, l’esercito piemontese non saprebbe abbandonare il Re all’influenza austriaca. Questa influenza impedisce il migliore dei Principi dal soddisfare ai suoi popoli, che desiderano di vivere sotto il regno delle leggi, e di avere i loro diritti ed 1 i loro interessi garantiti da una costituzione liberale. Questa funesta influenza rende Vittorio Emmanuele spettatore, ed in qualche maniera approvatore della guerra che l’Austria fa a Napoli, contro il sacro diritto delle genti, per po9ter dominare sull’Italia a suo piacere, umiliare e spogliare il Piemonte, oggetto del suo odio, per non averlo ancora potuto sottomettere al suo impero. Abbiamo un doppio scopo; mettere il Re in istato di seguire l’impulso del suo cuore veramente italiano, dare al popolo la giusta ed onorevole libertà di esporre i suoi voti al Re, come lo farebbero i figli al loro padre; ci allontaniamo per un istante dalle leggi ordinarie della subordinazione militare; l'inevitabile Msogno della patria ce l'obbliga, all'esempio dell'esercito Prussiano che salvò la Germania nel mille ottocento e tredici, colla guerra spontanea che fece al suo oppressore. Ma noi giuriamo nel tempo stesso di difendere la persona del Re e la dignità della sua corona contro qualunque sorta di nemici; se pure Vittorio Emanuele potesse avete altri nemici che quelli dell’Italia».

98. Il Caraglio non riesci da principio a sollevare in Vercelli un reggimento di dragoni del quale era Colonnello in secondo. Recossi perciò io Alessandria solo. Ma ritornò poco dopo in Vercelli con trecento uomini di fanteria e duecento di cavalleria, e nel giorno tredici di marno vi promulgò la costituzione spagnuola. Diede quindi una scorsa a Novara, dove erari recato il suo reggimento, ed ottenne che poco dopo la maggior parte dei soldati del medesimo lo seguissero con alcuni uffiziali in Alessandria. Nello stesso giorno tredici di marzo due fratelli Palma di Cesnole ed un Alemanni Ufficiale dei Carabinieri regimarono in Ivrea i liberali e promulgarono la costituzione di Spagna.

99. Al primo annunzio di tali movimenti il Re adunò (nella sera dei dieci di mano) un consiglio straordinario, al quale oltre i Ministri intervennero la Regina, il Principe di Carignano ed alcuni fra i principali personaggi della corte e dello Stato. Trattossi del modo di ristabilire l’ordine ed il Principe di Carignano interrogato del suo parere rispose «essere opportuno di concedere qualche cosa alle circostanze» (vi fu chi scrisse averne fatta proposta formale e questa essere stata rigettata dalla maggioranza dei consiglieri) ma il Re non entrò in discussione sopra tale argomento. In fine si conchiuse di non cedere ai Rivoltosi, di offrire a loro il perdono e di manifestare al popolo il vero stato delle cose.

100. Si pubblicò pertanto immediatamente una notificazione nella quale il Re dichiarò «le inquietudini sparse aver fatto prender l’armi ad alcuni corpi delle sue truppe. Credere che bastasse di far conoscere il vero, acciò tutto rientrasse nell’ordine. La tranquillità non essere punto turbata nella Capitale, dov’era esso colla sua famiglia, e col Principe di Carignano, il quale gli aveva dato non dubbie prove del costante suo zelo. Essere falso che l'Austria gli avesse domandato veruna Fortezza, ed il licenziamento di una parte delle sue truppe. Ogni movimento da se non ordinato sarebbe la sola cagione che 9malgrado il suo invariabile volere, avrebbe po9tuto condurre forze straniere entro a’ suoi Stati, e produrvi infiniti mali. Assicurare tutti coloro i quali avevano preso parte nei movimenti sin allora seguiti, e sarebbero tosto ritornati alle loro stazioni sotto la sua obbedienza, che avrebbero conservato i loro impieghi ed onori e la sua grazia reale».

101. Mentre si sperava qualche buon risultamento da tale paterna notificazione, Ferrerò capitano in una Legione leggiera, deviando da un movimento che gli era stato assegnato, recossi nella mattina degli undici di marzo colla sua compagnia a San Salvadore (chiesa distante della Capitale un quarto di miglio) e riscaldati i soldati con liberali discorsi ed abbondante vino, promulgò la costituzione di Spagna. Lusingavasi forse che questo suo tratto di audacia potesse muovere alla rivolta gli abitanti o almeno qualche corpo del presidiò di Torino. Ma non recaronsi a lui che circa cento studenti condotti da un certo Fecchini, e da un tale Carta. Il Governo fece osservare que’ sollevati da un distaccamento; ma non credette di adoperare le armi per distruggerli o almeno dissiparli. Tentò bensì di ridurli in ossequio colla semplice autorità di Raimondi Colonnello di quella legione. Il tentativo però fu inutile, ed il Colonnello fu ferito da uno studente che gli sparò una pistola nel viso. Sulla sera que’ sollevati passarono il Po presso la città, e per la via di Chieri recaronsi ad Alessandria.

102. In tali circostanze il Conte Alessandro Saluzzo Ministro della guerra propose al Re di unire le truppe fedeli in Asti, di recarsi colà colla sua famiglia e col Principe di Carignano, e quindi marciare ad Alessandria per dissipare i ribelli, ed occorrendo bloccarli nella cittadella. Osservava che in questo caso non potevano fare lunga resistenza, avendo poche munizioni da guerra e niuna da bocca. Il Monarca approvò il disegno, dichiarando però che se i rivoltosi cedevano al semplice apparire della regia bandiera, fossero condotti al confine della Svizzera e lasciati liberi con qualche sussidio di danaro a chi ne abbisognasse. Si diedero immediatamente gli ordini per partire nel dì seguente.

103. Frattanto nella mattina dei dodici di marzo ritornò da Lubiana il San Marzano Ministro degli affari esteri coll’annunzio di quanto si era colà recentemente stabilito per reprimere la rivoluzione di Napoli (1). Allora si stampò un nuovo manifesto nel quale il Re annunziava apertamente «recentissima, schietta ed unanime deliberazione delle grandi Potenze sue alleate avere fisso che 9mai per nessun caso non verrebbe da niuna di esse approvato, e molto meno appoggiato atto che tendesse a sovvertire i legittimi ordini politici esistenti in Europa. Anzi a mano armata le tre Potenze austriaca, russa e prussiana si farebbero vindici di ogni attentato contrario alla conservazione degli ordini medesimi». Frattanto tutto era ormai pronto per partire alla Tolta di Asti. Ma allora intese essersi sollevato il presidio della cittadella di Torino. La partenza fu perciò contrammandata, essendo divenuti più urgenti gli avvenimenti della Capitale. Si tralasciò eziandio di pubblicare il manifesto; ma se ne distribuirono privatamente molti esemplari, affinché non spignorasse a quali danni si andava incontro col progresso della rivoluzione.

104. Presidiavano la cittadella di Torino due compagnie di artiglieria e sette di fanteria. Sei uffiziali ed alcuni sergenti congiurarono per promulgarvi la costituzione di Spagna e vi riuscirono. Per tal effetto ad un'ora pomeridiana del giorno dodici di marzo fecero prendere le armi ai soldati da loro dipendenti, scacciarono dalla Fortezza il Comandante (Gazzelli) e gli uffiziali rimasti fedeli al loro dovere, innalzarono una bandiera tricolore, e con tre colpi di cannone annunziarono alla città la loro rivoluzione. Des Geneys Luogotenente Colonnello Comandante di quei artiglieri adoprandosi per richiamarli all’ordine fu ucciso con una sciabolata da un sargente delle guardie. Il Principe di Carignano corse per tentare di sedare quel tumulto, ma trovò chiuse le porte della Fortezza, e non potè farsi intendere da alcuno.

105. In tanti sconcerti il Re credette opportuno di chiamare a se i Capi dei corpi che erano nella Capitale, per conoscere lo spirito delle truppe. Di cinque Colonnelli due assicurarono che potevano rispondere della fedeltà dei loro soldati, gli altri si mostrarono titubanti. Intanto i sollevati della cittadella gridarono che il Governo promulgasse la costituzione spagnuola, minacciando di bombardare la città se non si concedeva. Il Corpo decurionale di Torino spaventato da tali minaccie recossi a pregare il Re «di avere riguardo alla Capitale» una turba di sediziosi schiamazzava sulla piazza reale. Da tutto ciò ne venne che Vittorio Emanuele (il quale da molto tempo volgeva in mente l’idea di ritirarsi a vita privata per motivi di salute) stabilì di rinunziare la corona al fratello Duca del Genovese che in quei giorni era in Modena. Il Conte Prospero Balbo allora Ministro dell'interno mi assicurò che la Regina Maria Teresa, propose al Re di essere dichiarata Reggente con una costituzione; ma Vittorio Emanuele non condiscese a tali desiderj.

106. Quindi nella notte precedente ai tredici di marzo sottoscrisse un atto col quale in sostanza dispose «tra le disastrose vicende per le quali vita passata e per cui erano venuti via via cando la fermezza ed il vigore della sua salute, più volte essersi consigliato a dimettere le ardue cure del regno. In questo pensiero non mai dismesso, essere venuti a confermarlo ne’ giorni correnti la considerazione della sempre crescente difficoltà di tempi e delle cose pubbliche, non che il suo sempre costante desiderio di provvedere per tutto ciò che potesse essere del meglio de(5) suoi amati popoli. Perciò deliberato di mandare ad effetto senza più il detto suo disegno, avuto il parere del suo consiglio, nominare Reggente de’ suoi Stati il Principe Carla Amadeo Alberto di Savoja Principe di Carignano, suo amatissimo cugino. Poscia di sua regia e libera volontà dichiarare che da quel giorno rinunciava irrevocabilmente alla corona. Intendere bensì che per condizione sostanziale della rinunzia si conservava il titolo e la dignità di Re, voleva un'annua vitalizia pensione di un milione di lire nuove di Piemonte, ed inoltre riservavasi la proprietà e la disponibilità de’ suoi beni mobili ed immobili allodiali e patrimoniali. Fosse sempre libera per la sua persona e famiglia la scelta del luogo che più gli sarebbe piaciuto per la sua residenza. Finalmente rimanessero fermi gli atti latti a favore della Regina sua consorte e della sua famiglia». Nella stessa notte partì alla volta di Nizza. In tali circostanze i Ministri rinunziarono ai loro uffizj e rimisero ai primi uffiziali la direzione dei rispettivi dicasteri.

107. Il Principe di Carignano spedì a Modena il Conte Costa di Beauregarde suo scudiere per informare di tutto Carlo Felice, e prendere i suoi ordini. Intanto annunziò (nel dì tredici di marzo) al popolo la sua nomina alla Reggenza, e soggiunse che nel seguente giorno avrebbe manifestato le sue intenzioni conformi ai comuni desiderj.

108. Ma i faziosi non soffrivano indugio. Diversi fra’ primarj uffiziali del presidio, ed alcuni cittadini fra più esaltati chiesero nel giorno stesso al Reggente la promulgazione della costituzione di Spagna. Una turba di sediziosi adunata sulla, piazza appoggiava tali istanze cogli schiamazzi, dai quali era facile il passaggio alle minaccie. Il corpo decurionale di Torino intimorito dall’agitazione suscitata dai faziosi, spedì al Principe una Deputazione la quale dichiarò «le circostanze essere sì gravi ed il pericolo così imminente, che per la pubblica sicurezza e per la necessita delle cose credeva indispensabile che si promulgasse la costituzione spagnola». Il Reggente cedette ed affacciatosi (alle otto pomeridiane) al balcone annunziò ai tumultuanti la promulgazione di quella costituzione.

109. Di fatti nella stessa sera pubblicò «l’urgenza delle circostanze in cui il Re Vittorio Emanuele lo. aveva nominato Reggente del Regno, nel mentre cioè che il popolo altamente aveva enunciato il voto di una costituzione nella conformità di quella che era in vigore nelle Spagne, lo poneva nel grado di soddisfare, per quanto da lui dipendeva, a ciò che la salute suprema del regno evidentemente allora richiedeva, e di aderire ai desiderj comuni espressi con un indicibile ardore. In quel difficilissimo momento non essergli stato possibile il mera9mente consultare ciò che nelle ordinarie facoltà di un Reggente può contenersi. Il suo rispetto e la sua sommessione al Re Carlo Felice, al quale era devoluto il trono lo avrebbero consigliato dall’astenersi di apportare qualunque cambiamento alle leggi fondamentali del Regno e lo avrebbero indotto a temporeggiare, onde conoscere le intensioni del nuovo Sovrano. Ma come l’impeto delle circostante era manifesto, e come altamente gli premeva di rendere al nuovo Re salvo, incolume, e felice il suo popolo e non già straziato dalle fazioni e dalla guerra civile; perciò maturatamente ponderata ogni cosa, ed avuto il parere del suo consiglio, aveva deliberato, nella fiducia che il Re mosso dalle stesse considerazioni, fosse per rivestire quella deliberazione della sua Sovrana approvazione, che la costituzione di Spagna fosse promulgata ed osservata come legge dello Stato sotto quelle modificazioni che dalla Rappresentanza nazionale in un col Re verrebbero deliberate».

110. Secondo lo spirito della costituzione di Spagna il Principe Reggente stabilì un consiglio di stato straordinario, nel quale fra gli altri, vi mise Caccia di Romentino e Cromo. Stabilì eziandio una Giunta provvisoria che facesse le veci del Parlamento sino alla sua con vocazione. Nominò Presidente della medesima Marentini Canonico della Metropolitana di Torino, e Trai membri vi annovero Barolo, della Cisterna (liberato dopo la rivoluzione dal carcere), Ghillini, Pareto, Serra Girolamo e Spinola Massimiliano. Compose il Ministero e conferì gli Affari Esteri al Marchese Arborio di Breme e Sartirana, l’interno a Ferdinando dal Pozzo, le Finanze al De Gubernatis, e la Polizia al Conte Cristiani. Mise alla direzione del Dicastero della guerra prima Bussolino, poi Villamarina, e finalmente il Santa Rosa.

111. La costituzione spagnola fu pubblicata in tutti gli Stati di terra ferma, ma non divenne punto popolare. Imperciocché molti ne avrebbero desiderata un'altra più moderata. Sapevasi che i Sovrani collegati avevano dichiarato che non l'avrebbero tollerata (1). Conoscevasi di già la prima disfatta dei Napolitani. Quindi la massa del popolo rimase generalmente nella indifferenza, e gli stessi Liberali per la maggior parte si scoraggiarono. Il Principe Reggente nel giorno quindici di marzo giurò solennemente la costituzione; ma non diede alcuna disposizione per farla giurare dalle truppe e dagli impiegati.

112. Del resto eseguita la rivoluzione i Faziosi adopraronsi per indurre il Principe Reggente a dichiarare la guerra all’Austria e ad invadere la Lombardia. Recaronsi eziandio in Torino alcuni Liberali lombardi per sollecitare un tale movimento, assicurando che «sarebbe stato sostenuto dall'intiera popolazione malcontenta al sommo dello straniero dominio austriaco (2)». Varj studenti di Pavia andarono intanto in Alessandria ad armarsi per la causa italiana. Né si omise di suscitare una turba di popolaccio a schiamazzare (nel giorno diciannove di marzo) presso l’abitazione del Ministro austriaco (Binder) residente in Torino per indurlo, con tale insulto al diritto delle genti, a partire, e difatti partì. Riflettevano però i prudenti «non essere sperabile che i Piemontesi col solo appoggio dei Napolitani, anche vittoriosi, potessero togliere all’Austria i suoi Dominj italiani che formavano parte essenziale del sistema politico di Europa stabilito nel trattato di Vienna». Prevalse infine la prudenza, ed il disegno bellicoso dei faziosi svanì.

113. Ottennero soltanto i Liberali che (ai diciannove di marzo) si chiamassero alle armi trenta mila soldati provinciali, i quali secondo il vigente sistema militare se ne stavano alle loro case sempre pronti a marciare.

114. Mentre queste cose accadevano in Torino, Carlo Felice nel giorno sedici di marzo dichiarava solennemente in Modena: «In virtù dell’atto di abdicazione alla corona emanato dal Re Vittorio Emanuele nostro fratello, e da esso a noi comunicato, abbiamo assunto l'esercizio di tutto il potere reale che nelle attuali circostanze a noi legittimamente compete. Ma sospendiamo di assumere il titolo di Re, finché il nostro fratello posto in istato perfettamente libero, ci feccia conoscere essere questa la sua volontà. Dichiariamo inoltre che ben lungi dall’acconsentire a qualunque cambiamento nella forma del Governo preesistente alla abdicazione del Re nostro fratello, considereremo sempre come ribelli tutti quei sudditi i quali hanno aderito, o aderiranno ai sediziosi; od i quali si saranno arrogati, o si arrogheranno di proclamare una costituzione, o pure di commettere qualunque altra innovazione portante offesa alla pienezza della reale autorità, e dichiariamo nullo qualunque atto di sovrana competenza, che possa essere stato fatto, o farsi ancora dopo la detta abdicazione del Re nostro fratello, quando non emani da noi, o non sia da noi sanzionato espressamente. Nel tempo stesso animiamo tutti i sudditi che si sono conservati fedeli a perseverare in questi loro sentimenti di fedeltà ed opporsi attivamente al piccol numero dei ribelli, ed a stare pronti ad ubbidire a qualunque nostro comando per rista9bilire l'ordine legittimo, mentre noi metteremo tutto in opera per portar loro pronto soccorso; Confidando pienamente nella grazia ed assistenza di Dio che sempre protegge la causa della giustizia, e persuasi che gli Augusti nostri Alleati saranno per venire prontamente con tutte le loro forze al nostro soccorso nell’unica generosa intenzione da essi sempre manifestata di sostenere la legittimità dei Troni, la pienezza del reale potere e l’integrità degli Stati; speriamo di. essere in breve tempo in grado di ristabilire l’ordine a la tranquillità e di premiare quelli che nelle presenti circostanze si saranno resi particolarmente meritevoli della nostra grazia».

115. Carlo Felice invocò realmente il soccorso de’ Sovrani collegati allora ragunati in Lubiana. Francesco I fece immediatamente marciare truppe verso il Ticino, ed in meno di un mese furono colà ragunati ventisette mila uomini sotto gli ordini di Bubna (1). L’Imperatore Alessandro mise in movimento un esercito di cento mila uomini, «per prevenire i funesti e troppo probabili effetti della rivoluzione militare scoppiata in Piemonte (2)».

116. Il Principe di Carignano ricevette la dichiarazione di Carlo Felice ai diciotto di marzo e di più l'ordine verbale «di mettersi alla testa delle truppe fedeli ». Allora egli ragunò immediatamente i militari più ragguardevoli ed i nuovi impiegati, e gli manifestò segretamente la ricevuta risposta. Soggiunse rinunziare sul momento all’autorità conferitagli dal Re, e volersi allontanare da Torino». Ai venti fece partire la sua famiglia col pretesto di mandarla in campagna. Quindi nella notte seguente ai ventuno partì egli stesso alla testa di un reggimento di cavalleria. Fu poco dopo seguito da una batteria e da varj uffiziali dello Stato Maggiore. Incontrò per istrada un altro Reggimento di Cavalleria, e lo trasse seco. Con tutti que’ soldati recossi a Novara dove il Conte della 'Torre ragunava in un sol corpo le truppe fedeli.

117. Giunto in quella piazza pubblicò immediatamente che «allorquando aveva assunto le difficili incombenze di Principe Reggente, non per altro lo aveva fatto, fuorché per dare prove dell’intiera sua ubbidienza al Re, e del caldo affetto che Io animava per il pubblico bene, il quale non gli permetteva di ricusare le redini dello Stato momentaneamente affidategli, per non lasciarlo cadere nell’anarchia; ma il primo suo giuramento solenne essere stato quello di fedeltà al Re Carlo Felice. Pegno della sua fermezza nella giurata fede essere quello di essersi tolto dalla Capitale insieme colle truppe che colà aveva preceduto ed il dichiarare che rinunciava da quel giorno all’esercizio delle funzioni di Principe Reggente. Altro poi non ambire che dimostrarsi il primo sulla strada dell’onore che l’Augusto Sovrano gli additava e dare cosi a tutti l’esempio della più rispettosa ubbidienza ai sovrani voleri». Egli fermossi in Novara otto giorni, e poi secondo gli ordini ricevuti da Carlo Felice si recò a Firenze presso il Gran Duca suo suocero (nel mille ottocento e diciassette aveva sposato la di lui figlia Maria Teresa). Poco dopo fu colà raggiunto dalla famiglia.

118. Nel tempo stesso il Della Torre pubblicando gli ordini ricevuti da Carlo Felice di ragunare le truppe, chiamò tutti i militari «a seguire l'esempio del Principe di Carignano, ed a riunirsi attorno al Trono, il solo scampo che 9vi fosse ad evitare tutte le calamità ond’era minacciata la patria, non ultima delle quali, e dolorosa,sarebbe stata l’occupazione straniera». Varj corpi e molti uffiziali recaronsi di fatti a quel punto di unione. Il Della Torre partecipò al Santa Rosa (per mezzo di Cesare Balbo) le dichiarazioni di Carlo Felice e gli ordinò di rimettere la direzione del Ministero della guerra ad un antico impiegato del medesimo; ma esso rispose «che avrebbe ubbidito agli ordini di quel Principe subito che il medesimo uscito da una Corte austriaca fosse in istato di esprimere liberamente la sua volontà».

119. In Savoja la dichiarazione di Carlo Felice non si potè pubblicare ed eseguire appena ricevuta. Colà il numero dei Liberali non era veramente molto grande, ma la maggior parte del presidio di Chambery era formato da un Reggimento (di Alessandria) che aveva molti uffiziali sospetti. Finalmente questo corpo partì (e rivoltatosi per istrada condusse prigione a Torino il proprio Colonnello Righini)ed allora il Conte di Andeseno Governatore si accinse a ristabilire l'autorità regia com’era prima della rivoluzione. Concertata l’operazione coi primarj uffiziali, nel dì ventisei di marzo recossi sulla piazza di Chambery circondato dal suo Stato maggiore, e pubblicò la dichiarazione reale. Così tutto ritornò e rimase tranquillamente nello stato in cui era prima che si pubblicasse la costituzione.

120. In Genova Des Geneys Governatore aveva ricevuto la dichiarazione di Carlo Felice ai venti di marzo. Nel dì seguente gli giunse un Ajutante di campo del Principe di Carignano coll’avviso preventivo della di lui prossima partenza da Torino. Quindi credette di pubblicare immediatamente l’atto sovrano. Vi aggiunse un suo manifesto col quale esortava tutti «alla sottomissione per evi9tare l’ingresso nelle loro mura di quell’Armata collegata che di già si ragunava sulle frontiere dei Regj Stati». Alla pubblicazione di tali atti i faziosi si sollevarono, disarmarono alcuni piccoli posti, e suscitarono un tumulto attorno al palazzo del Governo. Ma la forza pubblica li dissipò e ristabilì facilmente la calma. Il giorno ventidue fu inquieto, ma non tumultuante. Nella mattina però dei ventitré giunse il corriere ordinario partito da Torino nella sera dei ventuno, poco prima che se ne allontanasse il Principe di Carignano. Quindi dalla corrispondenza risultava che nella Capitale proseguiva il governo costituzionale. Allora i faziosi declamarono che «se la costituzione vigeva in Torino, doveva similmente aversi 9t in Genova. Il Des Geneys essere un traditore». Formossi pertanto attorno al palazzo del Governo un altro tumulto che fu aumentato ed incoraggiato da un Crezia Maggiore, da un Pettini che era Luogotenente e comandava il corpo di guardia di quel palazzo, e da quattro sergenti di una legione leggiera che vi si unirono coi soldati da loro dipendenti, ed uccisero Arnaud loro capitano che voleva mantenerli in dovere. Il Des Geneys uscì francamente incontro ai tumultuanti per ricevere le loro istanze ma sul momento fu da essi furiosamente afferrato, straziato, e fra mille insulti strascinato in una piazza che chiamano il Campetto. Corsero però immediatamente colà Lambruschini Arcivescovo, D’Ison Generale e Comandante delle truppe, ed alcuni giovani onesti e coraggiosi i quali lo strapparono dalle mani di quella canaglia, e lo ricoverarono in una vicina casa. Convenne péro soddisfare in qualche modo alle minacce voli istanze dei sediziosi. Quindi subito e tumultuariamente fu nominata una Commessione amministrativa di Governo. Si mise alla presidenza della medesima il Generale D’Yson che godeva una certa popolarità, ed i membri furono generalmente scelti tra ragguardevoli cittadini. Fu per altro d'uopo d(9)includere il fazioso Crezia. Il Des Geneys conferì a quel Consesso tutti i poteri che aveva, e nella stessa sera fu condotto al palazzo del Governo custodito e difeso dalla guardia nazionale. Quella Commessione si sottomise alla Giunta di Torino.

121. In Nizza la dichiarazione di Carlo Felice si sparse indirettamente, ma non vi pervenne di officio. Ciò non di meno il Cavaliere Annibale Saluzzo che n’era Governatore aveva disegnato di ragunare le truppe di linea che aveva nei presidi le milizie di Nizza ed i contadini di Oneglia, e marciare sopra Torino per ristabilirvi l'antica autorità regia. Ma il Re Vittorio Emanuele si oppose a tale divisamento.

122. In Cuneo il Cavaliere Roero di San Severino Governatore ricevette e fece pubblicare quell'atto sovrano, e tutto adoprossi per mantenere nella sua Divisione gli antichi ordini; ma in fine abbandonato dalla maggior parte de' suoi soldati, recossi personalmente a Novara.

123. La Sardegna avente costumi e leggi particolari, e diverse dal Piemonte, punto non si scosse al primo annunzio della rivoluzione degli Stati continentali. La celerità poi colla quale accaddero gli avvenimenti posteriori diretti al ristabilimento dell(7) antico sistema, impedì che si turbassero colà gli antichi ordini.

124. Frattanto in Torino la partenza del Principe di Carignano aveva sconcertato i Liberali. La Giunta appena ne fu informata ragunossi immediatamente, e chiamò alla sessione una Deputazione del corpo decurionale. Si stabilì di spedire un corriere appresso al Principe per ricevere istruzioni sul modo di regolarsi. Frattanto pubblicò un manifesto con cui annunziò al popolo, che «nell’assenza del Principe Reggente, e mentre si stava attendendo che facesse conoscere le sue intenzioni che erano state esplorate, essendo essa la sola Autorità centrale, si era ragunata per deliberare sulle gravissime circostanze in cui si trovava la cosa pubblica. Determinare pertanto, che. d'accordo colle persone preposte dal Reggente ai diversi Ministeri, continuerebbe ad attendere alle cure del Governo per tutti quelli affari che non ammettevano dilazione, insino a tanto che non si avessero analoghi ordini del Re, e del Reggente». Questi però rispose immediatamente che «rinunziava alla reggenza, si sottometteva senta restrizione agli ordini del Re, ed esortava la Giunta a fare lo stesso». Allora i Liberali disperarono affatto della loro causa. Della Cisterna e Prie partirono per Ginevra; Santa Rosa deliberò di consegnare la cittadella di Torino alla guardia civica e ritirarsi colle truppe a se ubbidienti in Alessandria. Nella seguente notte però avendo ricevuto la notizia che un Reggimento di Dragoni (della Regina) disertando da Novara, si era recato in Alessandria; rincorossi alquanto, e rimase nella Capitale.

125. Nel dì seguente (ventitré di marzo) pubblicò un ordine del giorno col quale disse ai soldati «Il Principe di Carignano rivestito dal Re Vittorio Emanuele dell’autorità di Reggente mi nominò a Reggente del Ministero della guerra e marina sotto un’autorità legittimamente co9stituita, e in queste terribili circostanze della patria io deggio far sentire ai miei compagni di armi la voce di un suddito affezionato al Re e di un leale Piemontese. Il Principe Reggente abbandonò la Capitale senza informarne la Giunta nazionale, né i suoi Ministri. Nessun Piemontese deve incolparne le intenzioni di un Principe, il cui liberale animo, la cui divozione». alla causa italiana furono sino ad ora la speranza di tutti i buoni. Alcuni pochi uomini disertori della patria e ligi dell’Austria ingannarono con le calunnie e con ogni maniera di frodi un giovane Principe, cui mancava l'esperienza dei tempi procellosi. Si è veduto in Piemonte una dichiarazione sottoscritta dal Re nostro Carlo Felice; ma un Re Piemontese in mezzo agli Austriaci nostri necessari nemici, è, un Re prigioniero; tutto quanto egli dice non, si può, non si deve tenere come suo. Parli in terra libera, e noi gli proveremo di essere i suoi figli. Soldati! volete la guerra civile? volete l'invasione dei forestieri? qui non vi è scampo, se non questo solo. Annodatevi tutti, attorno alle vostre insegne, afferratele, correte, a piantarle sulle sponde del Ticino e del Po, la terra lombarda vi aspetta: la terra lombarda, divorerà i suoi nemici all’apparire della nostra, vanguardia. Questa è un'epoca europea. Noi, non siamo abbandonati. La Francia solleva anch’essa il suo capo umiliato abbastanza dal Gabinetto austriaco, e sta per porgerci possente, ajuto. Le circostanze straordinarie vogliono risoluzioni straordinarie. La vostra esitazione comprometterà tutta la patria, tutto l'onore. Pensateci! Fate il vostro dovere. La Giunta nazionale, i Ministri faranno il loro. Carlo Alberto sarà rinfrancato dalla vostra animosa concordia, e il Re Carlo Felice vi ringrazierà un giorno, di avergli conservato il trono».

126. Il Santa-Rosa diede nel suo Ministero della guerra ordini analoghi allo spirito da cui era animato, e prescrisse, che tutte le truppe disponibili si recassero a tappe raddoppiate in Alessandria per invadere quanto prima la Lombardia. Ma pochi erano coloro che in quelle circostanze ardissero di manifestare gli stessi sentimenti, o avessero le stesse lusinghe. Varj corpi di linea ricusarono di ubbidirgli I soldati provinciali che si erano recati ai loro depositi, informati della dichiarazione di Carlo Felice ritornarono quasi tutti alle loro case. Alcuni degli stessi primarj uffiziali, sopra di cui il Santa Rosa calcolava, invece di eseguire i suoi ordini passarono in Novara sotto quelli del Conte della Torre.

127. In tali angustie fra coloro che forse non disperavano ancora della patria vi furono quegli Studenti che da Torino e da Pavia erano andati in Alessandria. Recaronsi essj a Torino (ai ventitré di marzo) in numero di circa duecento, e furono ordinati in un battaglione denominato dei Veliti Italiani, o di Minerva.

128. La Giunta provvisoria adoprossi per sciogliere quella di Alessandria e vi riuscì. Dichiarò che «la patria riconosceva i servigi da essa resi alla causa della costituzione, e gli atti della sua amministrazione». Chiamò nel suo seno uno dei membri della medesima, e questo fu il Luzzi.

Del resto mentre forse meditava grandi disegni, dovette limitare le sue opere per l’interno a mantenere la tranquillità pubblica e ad impedire che la rivoluzione degenerasse nell’anarchia (1).

129. Mentre tutti erano agitati per il presente ed anche più per l'avvenire, Moccenigo Ministro di Russia in Torino interpose i suoi officj personali per un accomodamento. Partecipò a Marentini e a Dal Pozzo membri influenti della Giunta «Potersi evitare l'invasione austriaca con una pronta sottomissione al Re, la quale avesse per condizione una amnistia piena ed intiera, ed uno Statuto qualunque atto a garantire gli interessi della società». La Giunta accettò tali condizioni. ed il Marentini recossi in Alessandria per procurare che vi acconsentissero i capi di que’ sollevati che avevano la maggior parte della forza pubblica nelle loro mani. Essi però avrebbero desiderato condizioni più onorevoli e più precise. Ciò non dimeno il Moccenigo non tenere il suo intento, ma i negoziati furono rotti dai posteriori avvenimenti (2).

130. E quivi converrà premettere che Carlo Felice con notificazione del ventritrè di marzo aveva stabilito tre Governatori generali, ciascuno de’ quali dovesse unire tutte le autorità militari, civili, ed economiche, e non dipendesse che dai suoi ordini. Furono essi D’Andezeno in Savoja, Des Geneys in Genova, e Della Torre per tutti gli altri Stati di terra ferma. Soggiungeva in quell’atto: «siccome poi dal Cielo principalmente si, debbono attendere gli opportuni soccorsi, perciò partecipiamo agli Arcivescovi e Vescovi dei Reali Stati, essere nostra precisa volontà che questi vengano implorati dirigendo le preghiere all’Altissimo ed alla gran madre di Dio Maria, la quale ha mai sempre protetto i reali dominj della nostra famiglia (3).

131. Nel dì tre di aprile Carlo Felice pubblicò un manifesto (per quanto fu creduto a suggerimento dell’Arciduca Massimiliano fratello del Duca di Modena) col quale annunziò: «per togliere a chicchessia qualunque pretesto d’ignoranza e del modo con cui risguardiamo la ribellione, dichiariamo ribelli tutti coloro i quali in qualunque modo osarono insorgere contro il Re Vittorio Emanuele, e che tentarono d’immutare la forma del governo dopo la di lui abdicazione. Così egualmente chiunque dopo avere avuta cognizione delle due nostre precedenti proclamazioni, non ha alle stesse ubbidito. Volendo però usare clemenza verso quelli che possiamo credere ingannati, o illusi, accordiamo amnistia ai soldati che rientreranno nel loro dovere. Dei bassi uffiziali non otterranno da noi grazia che quelli, che dopo maturo esame si saranno particolarmente giustificati. Ma gli uffiziali i quali hanno preso parte alle prime ribellioni delle truppe, o hanno seguito le bandiere dei ribelli, sono dichiarati felloni, e saranno accordati compensi pecuniarii a chi li con9segnerà prigionieri all’Armata fedele. Ordiniamo a tutti i bassi uffiziali e soldati che trovami all’Armata ribelle di Alessandria o nella cittadella di Torino di ritornare alle loro case, e proibiamo ai Contingenti di ubbidire a qualunque ordine dei ribelli o di unirsi alla loro Armata. Dichiariamo che nell’addossarci il peso dell’esercizio della sovrana autorità riconosciamo che il primo dovere è quello di separare i pochi in-.9dividui ribelli e sediziosi dalla maggiorità dei 9sudditi fedeli. Dichiariamo pertanto che per giungere a questo salutare fine (sdegnando ogni trattativa coi felloni) giudichiamo necessario che la parte dell’Armata reale rimasta fedele sia sostenuta nella ricuperazione dei paesi sconvolti dalla rivoluzione, dalle Armate dei nostri Alleati, e perciò abbiamo invocato il loro soccorso, del quale siamo stati da essi assicurati coll’unico generoso scopo di assisterci nel ristabilimento del legittimo Governo. Quindi ordiniamo che ogni buon suddito riguardi dette truppe come 9amiche ed alleate. Il primo dovere di ogni fedele suddito essendo quello di sottomettersi di vero cuore agli ordini di chi trovandosi il solo da Dio investito dell’esercizio della sovrana autorità, è eziandio il solo da Dio chiamato a giudicare dei mezzi piò convenienti ad ottenere il vero loro bene, non potremo più riguardare co»me. buon suddito chi osasse anche solo mormorare di queste misure che giudichiamo necessarie. Nostra cura sarà di tutelare i buoni sudditi in modo che soffrano il meno possibile dei pesi inevitabilmente congiunti con misure le quali poi debbono portare la loro soda felicità, e che questi pesi principalmente cadano sui felloni autori e rei di tutti i mali dello Stato — Nel pubblicare questi nostri voleri dichiariamo che solo dalla perfetta sommessione ai medesimi i sudditi si possono render degni del nostro ritorno fra di loro, e frattanto preghiamo Iddio che si degni d’illuminare tutti ad abbracciare quel partito al quale sono chiamati dal dovere, dall’onore, e dalla santa nostra religione (1)».

132. Intanto il Della Torre aveva ragunato in Novara circa sei mila uomini, e si disponeva a marciare sopra Torino per ristabilirvi l'antico ordine di cose. Egli procurò di essere appoggiato in tale movimento dai Governatori di Cuneo, e di Nizza, ma atteso lo stato in cui erano quelle provincie, non potè avere dalle medesime alcun corpo di truppe. Si accinse nondimeno all’intrapresa colle proprie forze e nel giorno quattro trasferì i suoi alloggiamenti in Vercelli (2).

133. In tali circostanze i Liberali stabilirono di marciare verso Novara, tentare di trarre colla semplice presenza sotto le proprie bandiere le troppe colà ragunate, e recarsi momentaneamente sulle offese contro gli Austriaci. Intanto in Piemonte si sarebbero rialzati gli animi abbattuti, e si sarebbe ordinato l'esercito. Non disperavano che tale audace movimento avrebbe restituito il coraggio ai Napolitani, e si sarebbe eccitata una guerra nazionale in tutta l'Italia. Essi avevano sotto i loro ordini circa, undici mila e seicento uomini. Il Santa Rosa diresse a Casale due mila (settecento e cinquanta fanti con mille ed ottanta uomini di cavalleria ed una batteria di sei pezzi. Egli partì queste truppe in due Divisioni comandate dal Caraglio e dal Marozzo di San Michele. Mise l'artiglieria sotto gli ordini di Golegno, e conferì il supremo comando al Colonnello Regia. Questi nel giorno sei di aprile marciò sopra Vercelli, ed allora Della Torre retrocedette a Novara.

134. Il Generale Bubna comandante gli Austriaci sul Ticino inteso tale movimento scrisse al Della Torre di partecipare ai Liberali che «se fermavansi, avrebbe atteso l’esito dei negoziati del Moccenigo. Se per altro passavano la Sessia, egli avrebbe varcato il confine, ed essi sarebbero intieramente responsabili degli avvenimenti». Il Della Torre comunicò tale annunzio al Regis; ma questi considerandolo qual semplice stratagemma non vi prestò alcuna fede, e continuò la sua marcia. Nella sera dei sette di aprile egli giunse sull’Agogna presso Novara.

135. Al rifiuto però dei Costituzionali di sospendere la marcia, della Torre e Bubna si concertarono per agire d'accordo. Questi avvanzossi immediatamente da Buffarola con ottomila uomini presso Novara, e nel tempo stesso diresse con altri distaccamenti i Generali Lilliemberg da Abbiate Grasso a Vigevano, Vescey da Pavia a Valleggio e Neipperg da Piacenza a Tortona. Il Della Torre rimase in Novara con parte delle sue truppe e collocò le altre alla destra della città sotto gli ordini del Maggior Generale De Faverges. Bubna si mise colle sue alla sinistra della piazza.

136. Tutti questi movimenti si fecero senza che i Costituzionali se ne accorgessero. Quindi allo spuntare del giorno otto di aprile essi avanzaronsi per circondare la piazza, e si avvicinarono audacemente allo spalto per invitare le truppe reali ad unirsi a loro. Rimasero allora sorpresi di vedere incontro alla loro destra i soldati austriaci. Questo fatto sopra di cui non calcolavano tolse a loro qualunque illusione. Frattanto l'artiglieria che era sui bastioni di Novara incominciò a sparare, ed in pochi momenti il fuoco si estese sopra. tutta la linea. Regia allora vedendo a fronte forze triplici, ed i proprj soldati affatto scoraggiati, ordinò immediatamente la ritirata sopra Vercelli. I Piemontesi reali, e gli Austriaci lo perseguirono ed accaddero alcune scaramuccie con alterna fortuna presso le stesse mura di Novara, sulla riva destra dell'Agogna, a Borgo Vercelli, ed al ponte della Sessia. Esse furono insignificanti, poiché fra una e Feltra parte rimasero appena trenta morti o feriti. Ma gli uffiziali costituzionali disperati ed avviliti per il funesto esito della loro intrapresa, non ebbero né la fredda calma, né l’influenza necessaria per conservare gli ordini, ed i soldati si confusero, e si dispersero. Regis si ritirò con pochissimi a Casale e poi in Alessandria, e Caraglio raccolse alcuni uomini di cavalleria che poi lasciò verso Crescentino, e giunse nella seguente notte a Torino.

137. Il Santa Rosa che era in Torino intesa la dispersione dei Costituzionali, nella mattina dei nove di aprile manifestò francamente alla Giunta provvisoria quant’era accaduto e soggiunse «avrebbe fatto consegnare la Cittadella alla guardia urbana, e sarebbe partito con tutte le truppe alla Tolta di Genova, per ordinare, se era possibile gli ultimi mezzi di difesa. Invitare quel Supremo Consesso, a seguirlo». Ma la Giunta non aveva sentimenti così forti. Essa affidò la cura della pubblica tranquillità al Corpo decurionale e si disciolse. Il Santa Rosa fece di fatti consegnare nello stesso giorno la Cittadella alla guardia urbana e partì con due battaglioni. L’artiglieria ed un altro battaglione del presidio ricusarono di seguirlo. Quelli stessi poi che lo avevano seguito l'abbandonarono per istrada, ed arrivò a Genova senza truppe. Quindi dovette deporre il pensiero di tentare colà l’estrema difesa. Caraglio, Colegno e Lisio si sforzarono anch’essi di condurre truppe a Genova; ma furono similmente dalle stesse abbandonati, e vi giunsero isolati. In Alessandria all’annunzio del disastro di Novara i soldati che componevano il presidio della cittadella si rivoltarono contro l’Arnaldi che n’era il Comandante, e si disponeva a sostenerne l’assedio. Egli fu costretto di lasciarli uscire, di abbandonare la piazza, e di ritirarsi verso Genova coi principali Liberali che colà vi erano (1).

138. Del resto il Della Torre e Bubna marciarono assieme da Novara sino a Vercelli. Concertate quindi le ulteriori operazioni Della Torre avanzossi coi Piemontesi a Torino, dov’entrò nella sera dei dieci di aprile. Gli Austriaci occuparono nello stesso giorno Casale, Tortona e Bobbio, e nel dì seguente Alessandria coll’abbandonata cittadella. Bubna diresse quindi la sua vanguardia verso Genova. Ma quivi nello stesso giorno undici di aprile il Governatore Des Geneys sull’invito della Commessione di Governo aveva ripreso l’esercizio delle sue funzioni, e le cose erano state ristabilite tranquillamente nell’antico sistema. A tale annunzio il Comandante austriaco sospese la sua marcia. In pochi giorni l'autorità regia fu dovunque ristabilita (2). Carlo Felice nominò poscia Luogotenente generale degli Stati di terra ferma il Cavaliere Thaon di Revel Governatore di Torino (3).

Alcuni dei principali Liberali rifiiggironsi nella Svizzera. Molti s’imbarcarono in Genova ed in Savona jer la Francia o per la Spagna. I Genovesi somministrarono soccorsi a coloro che ne abbisognavano. Furono circa mille duecento coloro che in tale circostanza abbandonarono la patria.

140. Carlo Felice aveva sospeso (come narrai) di prendere il titolo di Re, finché il suo fratello posto in istato perfettamente libero non avesse manifestato esser questa la sua volontà (4). Ma Vittorio Emanuele allorquando tutto era di già rientrato nell’ordine, ai diciannove di aprile dichiarò apertamente che «dal primo momento 9in cui l’abdicazione da lui fatta nel giorno tredici di marzo era stata conosciuta dal suo fratello Duca del Genovese, a cui in seguito dèlio stesso atto spettava la corona, questi gli aveva costantemente manifestato il suo ardente desiderio di vederlo ripigliare le redini del governo, e ciò per il vivissimo afferrò che gli portava e perchè considerava come nullo e forzato un atto emanato in sì luttuosa circostanza. Persuaso egli però che l’esimie facoltà di suo fratello non potevano che assicurare la felicità dei popoli 9che la divina provvidenza aveva affidato al suo governo e per altra parte mosso dalle cause accennate nell’atto suddetto, si era de- terminato di sua piena volontà di confermare l'abdicazione fatta nel giorno tredici del precedente marzo alle condizioni espresse nel medesimo atto, pregando istantemente il carissimo suo fratello Duca del Genovese di assumere il governo ed il titolo di Re, ed assicurare così la felicita de’ suoi popoli (1). Allora Carlo Felice assunse finalmente il titolo di Re».

141. Ristabilito in Piemonte l’antico ordine di cose, i Collegati sciolsero le conferenze di Lubiana e nel giorno dodici di maggio pubblicarono una dichiarazione colla quale annunziarono: «l'Europa conoscere i motivi della risoluzione presa dai Sovrani collegati di soffocare le trame, e di far cessare le turbolenze che minacciavano l’esistenza di quella pace generale il di cui ristabilimento era costato tanti sforzi e tanti sagrifizj. Nel punto stesso in cui la loro generosa determinazione si compiva nel Regno di Napoli, una ribellione di un genere se fosse possibili le anche più atroce, scoppiava in Piemonte. Non i vincoli che da tanti secoli univano la Casa regnante di Savoja al suo popolo, non i beneficj di una amministrazione illuminata sotto un Principe savio, e sotto leggi paterne, non la trista prospettiva dei mali ai quali si esponeva la patria aver potuto contenere i disegni dei perii versi. Aver dessi compito il progetto di una sovversione generale. In tale vasta combinazione contro il riposo delle nazioni, i congiurati del Piemonte avere la loro parte assegnata. Esserli si affrettati di adempirla. Essersi traditi il Trono e lo Stato, violati i giuramenti, e disprezzato onore militare; e l'oblio di tutti i doveri avere ben tosto prodotto il flagello di tutti i 9i disordini. H male avere presentato dovunque uno stesso spirito, aver diretto le stesse rivoluzioni. Gli autori di questi sconvolgimenti non potendo trovare motivo' plausibile per giustificarli, né appoggio ragionevole per sostenerli, ne cercavano l'apologia in false dottrine, e sopra inique società fondavano una speranza anche più iniqua. Per essi l'impero salutare delle leggi era un giuoco che si doveva rompere. Aveano essi rinunziato al sentimento che inspira il vero amo9re della patria, e surrogando ai doveri conosciuti pretesti arbitrari e indefiniti di un cangiamento universale nei principi costituenti la società, avere preparato al mondo calamità senza fine. I Sovrani collegati aver riconosciuto i pericoli di questa cospirazione in tutta la loro estensione, ma nel tempo stesso avere penetrato la debolezza reale dei cospiratori fra il velo delle apparenze e delle declamazioni. L’esperienza aver confermato i presentimenti. La resistenza che l’autorità legittima aveva incontrata essere stata nulla, ed il delitto essere scomparso al cospetto della scure della giustizia. Non essere però a cause accidentali, non essere nè anche agli uomini che si erano così malamente condotti nel giorno del combattimento che si doveva attribuire la facilità di un tale vantaggio. Derivare esso da un principio più consolante e più degno di considerazione. La provvidenza aver colpita col terrore coscienze così colpevoli, e la disapprovazione dei popoli dei quali gli artefici di turbolenze avevano compromesso la sorte, aver fatto a loro cader l'armi dalle mani. Le forze collegate destinate unicamente ar combattere e reprimere la ribellione, lungi dal sostenere alcun interesse esclusivo essersi recate al soccorso dei popoli soggiogati, ed i popoli averne considerato l'impiego come un appoggio in favore della loro libertà, non quale attacco contro la loro indipendenza. Da quel punto la guerra essere cessata. Da quel punto gli Stati attaccati dalla rivoluzione non essere più che Stati amici per le Potenze le quali altro non avevano mai desiderato che la loro tranquillità, ed il lor bene. In Circostanze così gravi, ed in una posizione così delicata i Sovrani collegati d'accordo col Re del Regno delle Due Sicilie e col Re di 9Sardegna aver giudicato indispensabile di prendere misure temporanee di precauzione indicate dalla prudenza e prescritte dalla salvezza comune. Le truppe collegate, la di cui presenza era necessaria al ristabilimento. dell’ordine essere state collocate sopra punti convenienti, colf unico scopo di proteggere il libero esercizio dell'autorità legittima, e di ajutarla a preparare sotto questa egida i beneficj che dovevano cancellare le vestigia di sì grandi disgrazie. La giustizia ed il disinteresse che avevano presieduto alle deliberazioni dei Monarchi collegati avrebbero sempre regolato la loro politica. Nell’avvenire come per il passato essa avrebbe sempre per iscopo la conservazione dell’indipendenza e dei diritti di ogni Stato, quali erano stati riconosciuti dai trattati esistenti Lo stesso risultamento di un movimento così pericoloso sarebbe ancora sotto gli auspicj della Provviden9za l’assodamento della pace che gl’inimici dei 9popoli si sforzavano di distruggere, ed il consolidamento di un ordine di cose che avrebbe assicurato alle nazioni il loro riposo e la loro prosperità. Penetrati da questi sentimenti i Sovrani collegati nel terminare le conferenze di Lubiana avevano volute annunziare al mondo i principi che li avevano guidati. Essere decisi a non allontanarsene mai, e tutti gli amici del bene 'vedrebbero, e troverebbero costantemente 9i nella loro unione una garanzia perenne contro i tentativi dei perturbatori (1)».

142. L’Imperatore di Russia fece retrocedere l'esercito che alla prima notizia della rivoluzione del Piemonte aveva dirette verso l'Italia. In tale circostanza annunziò all’Europa «essere sempre pronto a contribuire con tutti i suoi mezzi alla riuscita delle misure da lui stabilite con tutti i suoi Collegati nell’interesse generale 9della tranquillità dell'Europa. Quindi le rivoluzioni di Napoli e del Piemonte ed alcuni sintomi in altre contrade minacciando l'Italia di una combustione generale, sulla domanda della l'Austria e del Sovrano legittimo del Regno di Sardegna aver fatto marciare un esercito di cento mila uomini onde prevenire i funesti e troppo probabili effetti della rivolta militare scoppiata in Piemonte. Avvenimenti felici essere successi a quelli che erano stati provocati dagli artefici delle turbolenze e della discordia, quindi la presenza delle sue truppe sarebbe divenuta orli mai inutile, e perciò averle fette retrocedere. Imperciocché esse erano marciate non per dilatare la potenza della Russia, né per ledere menomamente quello stato di territoriale possedimento che era guarentito dai trattati, ma per soccorrere i Collegati. Non l'amore della guerra, non l’ambiziosa idea di esercitare una influenza esclusiva nei consigli degli altri monarchi, né sui destini dei popoli esser gli impulsi della politica della Russia. La malizia prestarle intenzioni ostili contro la Porta; ma essendo ultimamente scoppiate turbolenze in Vallacchia, e nella Moldavia, aver essa dimostrato la sua osservanza delle regole di dritto pubblico, e la fede dei trattati col Governo turco. Essere in seguito piaciuto ad alcuno di propagare che essa aveva abbandonato i suoi disegni contro la Turchia per invadere le contrade occidentali dell'Europa. Una, luminosa smentita aver confuso gli autori di, queste odiose imputazioni, poiché l’esercito che, marciava si era arrestato, appena l'Imperatore, aveva avuto la certezza che il Governo legittimo aveva ricuperato la pienezza della sua autonomia del Regno di Sardegna (1)».

143. L’Austria sul fine di maggio richiamò dal Piemonte dodicimila uomini e sul fine di luglio altri tremila, di modo che ne rimasero soltanto dodicimila. Per questi i plenipotenziarj di Austria, di Prussia e di Russia sottoscrissero col Della Torre plenipotenziario Sardo una convenzione (in Novara ai ventiquattro di luglio) nella quale in sostanza fu stabilito. «Il Re di Sardegna in conseguenza degli avvenimenti che avevano turbato momentaneamente l’ordine pubblico ne’ suoi Stati,, avere fatto conoscere alle Corti collegate che, sempre pronto al mantenimento della tranquillità universale e ad offrire alle medesime qualunque pegno che valesse a garantirla all’Europa, desiderava l’occupazione di una linea militare ne’ suoi Stati per parte di un corpo d’esercito dei Collegati stessi; che sebbene convinto, nella sua coscienza della necessità di una tale occupazione, siccome unico mezzo per tranquillare i bene intenzionati, tener in freno i pfer9turbatori, e guarentire l'Europa contro ulteriori timori} si sentiva ciò non dimeno obbligato a fare in modo onde questa occupazione militare seguisse col minor possibile aggravio de’ suoi popoli. Per riguardo poi della situazione geografica essere opportuno un corpo dell’esercito austriaco. Ed i Collegati desiderando di dimostrare al Re di Sardegna il vivo interesse che gli animava verso la sua persona pel miglior be9ne della sua monarchia, e per la prosperità del9l’Europa, di cui. la medesima formava una parte così importante, avere accolto quella comunicazione colle più amichevoli sollecitudini. Convenirsi pertanto che la forza del corpo d'esercito Austriaco destinato ad occupare una linea militare negli Stati del Re di Sardegna in nome e sotto la guarentigia delle Potenze collegate, ascendesse a dodici mila uomini. Questo corpo fosse a disposizione del Re qual corpo ausiliario, e destinato esclusivamente a mantenere di concerto celle truppe regie la tranquillità interna nel regno, non esercitasse assolutamente veruna giurisdizione sulla parte del paese che occupava. Nel caso in cui circostanze imprevedute costringessero il Re a desiderare un rinforzo a questo corpo, il Generale comandante nella Lombardia essere autorizzato di disporlo senza prima ricercarne gli ordini alla sua Corte. Intanto il corpo ausiliario occupasse Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli. Il Governo sardo somministrasse a queste truppe l'alloggiamento, la legna, i viveri ed i foraggi in natura, e trecento mila franchi al mese per il soldo, dal giorno della sottoscrizione della convenzione. L’Imperatore d’Austria rinunziare al compenso delle spese derivate dall'essersi messi in movimento i corpi di truppe spedite in soccorso del Re. Sarebbero per altro pagate dal Governo sardo le spese di mantenimento di questi corpi dal giorno del loro ingresso sul territorio piemontese sino a quello della sottoscrizione della convenzione. Siccome poi le parti contraenti desideravano con eguale fervore che l'occupazione militare non fosse protratta al di là del tempo necessario pel riordinamento del Governo, essersi previamente deciso che questa misura durasse sino al mese di settembre del mille ottocento e ventidue, alla qual epoca i Sovrani. collegati avrebbero preso di concerto col Re di Sardegna in Considerazione la situazione del Regno, ed avrebbero risoluto di comune accordo di continuare, o di desistere dall'occupazione della linea militare (1)».

144.Volle poi Carlo Felice che si facesse rigoroso processo dei rei della rivoluzione, ed in esecuzione di tali ordini il Luogotenente Generale con Patenti dei ventisei di aprile nominò una Delegazione di persone legali e militari «per conoscere esclusivamente ad ogni altro magistrato o tribunale dei delitti di ribellione, tradimento, insubordinazione ed altri commessi all’oggetto di operare e sostenere lo sconvolgimento del legittimo governo del Re eseguito nel mese di marzo (2)». Questa Delegazione in cinque mesi giudicò cento e settant’otto individui per la maggior parte contumaci, dei quali ne condannò settantatre alla morte ed alla confisca de’ beni, altri alla galera o al carcere per diverso tempo, ed alcuni ne assolse. Subirono l'estremo supplizio Giacomo Garelli Capitano Ajutante Maggiore, e Giovanni Battista Laneri Luogotenente. Gli altri essendo contumaci furono impiccati in effigie. Furono tra questi Ansaldi, Caraglio, il Principe della Cisterna, Colegno, Lisio, Morozzo di San Michele, Regia e Santa Rosa (3). Alcune altre sentenze furono posteriormente proferite anche dalli tribunali ordinari, ma non vi furono altre esecuzioni capitali.

145. Il Luogotenente Generale del Regno nominò eziandio (ai ventisette di aprile) una Commissione particolare per esaminare la condotta degli uffiziali che durante la rivoluzione si erano posti in istato di ribellione (1). Ne furono esaminati seicento e novanta quattro, de' quali circa duecento e venti furono definitivamente destituiti (2).

146. Fu eziandio stabilita (ai sei di giugno) uffa Commissione superiore di scrutinio per esaminare nella maniera e colle forme che 9avesse giudicate più opportune la condotta tenuta, nei passati sconvolgimenti sì dai regj Impiegati che da qualunque persona collocata in una pubblica amministrazione. Questa Commissione verificate le imputazioni che per pubblica voce o altre particolari notizie fossero fatte ad alcun Impiegato proponesse al Luogotenente Generale quelle misure che credesse opportune». Per coadiuvare poi le operazioni della Commissione superiore furono stabilite Giunte particolari di scrutinio in ciascuna Divisione (3). Varj Impiegati furono con tal mezzo destituiti (4). Come in simili casi suole accadere, l’intrigo prevalse talvolta alla pubblica causa.

147. Pubblicò similmente il Luogotenente Generale (in data dei quattro di settembre) che «le Università di Torino e di Genova fondate e»protette per essere i Santuari della morale e delle sociali discipline, avevano pur troppo avuto nel loro seno non pochi sovvertitori d'ogni legittima dipendenza, ed insani autori di scandalo e di desolazione nel funesto periodo delle passate vicende, né si sarebbero potete riaprire senza nuovi ordinamenti, i quali tendessero a riparare un tanto male. Quindi mentre il Re volgeva il pensiero a questo gravissimo oggetto le due Università rimanessero intanto chiuse nel prossimo anno scolastico». In Torino fu eziandio chiuso il Collegio detto delle Provincie (5).

148. Eseguiti in gran parte gli atti di rigore, Carlo Felice ai trenta di settembre pubblicò un editto di amnistia il quale però conteneva molte restrizioni (6). Nel mese di ottobre egli ritornò poscia in Piemonte.

149. In tale sconvolgimento dello Stato furono naturalmente dissipate alcune somme, specialmente delle casse dei reggimenti e delle provincie. Ma lo sconcerto delle finanze non fu gravissimo. Non fu duopo di aumentare le imposizioni. Soltanto si accrebbe il debito pubblico di centocinquanta sei mila lire annue, per il capitale di due milioni che Carlo Felice nel mese di marco prese a prestito da banchieri milanesi per mantenere le truppe di Novara (1).

150. Fu in quest’anno terminata una nuova strada lungo la Scrivia per facilitare il passaggio da Novi a Genova, evitando quella scoscesa che si faceva dianzi per la Bocchetta. Una società di speculatori la costrusse in quattro anni colla spesa di un milione e sessanta mila lire, avendone in compenso un tenue pedaggio per anni tredici (2).

151. Il Re di Sardegna conchiuse in quest'anno una convenzione con quello dei Paesi Bassi, colla quale fu abolito fra i respettivi sudditi il diritto di albinaggio (3).

152. Nella Lombardia austriaca grande ed universale fu l’agitazione nei primi giorni della rivoluzione di Piemonte. Supponendosi imminente un’invasione dei Liberali, i malcontenti non dissimulavano più le loro speranze e l'Arciduca Ranieri Governatore aveva eziandio fatti i preparativi per partire da Milano (4).

153. Del resto tra l'universale fermento eravi una congiura collegata con quella del Piemonte. Fra’ Liberali milanesi era insigne il Conte Federico Confatomeli, ricco, colto, attivissimo, e declamante nel bollore della gioventù che non «era né sarebbe giammai l'uomo ligio alle circostanze ed ai governi». Egli aveva incominciato ad acquistarsi qualche filma negli avvenimenti di Milano al cadere del Regno Italico (5). Viaggiò dopo quell’epoca nell’Italia meridionale, in Francia ed in Inghilterra e si mise in correlatone coi principali Liberali di quelle regioni. Ritornato in patria v’introdusse il mutuo insegnamento (che il Governo poco dopo proibì) e adoprossi con Porro ed altri per stabilirvi la navigazione a vapore, 1illuminazione a gas e promuovere varj rami d’industria. La rivoluzione di Napoli gli riscaldò facilmente la fantasia, e gli suggerì di volgere l’animo a più grandi intraprese. Informato quindi sino dal cadere del precedente anno della congiura militare che si ordiva in Piemonte, nulla lasciò d’intatto per secondaria, e contribuire a scacciare gli Austriaci dall’Italia. Ragunò pertanto attorno a se alcuni cospicui Liberali, e fra gli altri De Meester Generale in ritiro, Giuseppe Pecchio, Barone Francesco Arese, Pietro Borsieri, i Marchesi Gregorio Pallavicini, Giuseppe Arconati Visconti e Benigno Bossi Milanesi; il Cavaliere Pisani Dossi di Pavia, Filippo Ugoni di Brescia, il Conte Giovanni Arrivabene di Mantova, e Vismara Avvocato Novarese domiciliato m Milano. Questa società sotto la direzione del Confalonieri formò sul principio dell'anno il piano di una guardia nazionale, ne disegnò il Comandante, quattro Colonnelli con molti Uffiziali, e pensò al provvedimento delle armi. Compose un Governo provvisorio consistente in una Giunta stabilita in Milano e succursale di quella di Torino. Doveva la medesima essere divisa in sette sezioni e se ne nominarono i membri coi segretari ed altri Impiegati. La presidenza fu assegnata al Confalonieri. Si spedì a Torino il Pecchio per corrispondere fra le due Giunte, e dopo scoppiata la rivoluzione in Piemonte s’inviarono inoltre colà per i comuni interessi Bossi e Vismara. Si stabilì di suscitare tumulti popolari in Milano ed in Brescia, sorprendere le Fortezze di Peschiera e di Rocca d’Anfo, e trucidare il Tenente Maresciallo Bubna Comandante delle armi austriache in Lombardia. Si fissò il momento dello scoppio al giorno in cui i Piemontesi avrebbero varcato il Ticino, e siccome questo movimento ritardava, si spedirono a Torino Pallavicini ed un certo Gaetano Castiglia a sollecitarlo. Ma l'invasione non seguì, quindi la congiura lombarda non scoppiò.

154. Il Governo austriaco scoprì di poi la trama, ne arrestò diversi complici, e nel mese di dicembre lo stesso Confalonieri. Questi sempre inconcusso, confessò con vanto quanto aveva operato, e dopo lungo processo ai nove di ottobre del mille ottocento e ventitré fu condannato a morte con Borsieri, Pallavicini, Gaetano Cartiglia, Tonelli, ed Arese. L’Imperatore per altro commutò a loro la pena in quella del carcere duro nella Fortezza di Spielberg, in quanto al Confalonieri per tutta la vita, ed agli altri per diverso tempo. Dei profughi (che erano circa settanta) furono condannati a morte in contumacia, Peccbio, Vismara, De Meester, Mantovani, Bossi, Arconati Visconti, Pisani Dossi, Ugoni, ed Arrivabene (1). A tutti i profughi furono confiscati i beni (2). Altri quindici individui furono con posteriori sentenze condannati a morte per delitto di alto tradimento, ed anche a questi l'Imperatore diminuì la pena (3).

155. L’Imperatore di Austria,ed il Granduca di Toscana nel dì trentuno di agosto, sottoscrissero in Firenze un trattato per il libero trasporto delle sostanze, eredita, e successioni tra i loro rispettivi Stati, non meno che pel reciproco libero godimento delle pensioni a favore dei sudditi di uno dei due Stati che passassero a' dimorare nel territorio dell’altro. Il trattato fu di poi ratificato nell’anno seguente, e pubblicato nel mille ottocento e ventiquattro (1).

156. Del resto mentre i Sovrani settentrionali adopravansi per sedare le rivoluzioni in Italia, un altra ne scoppiava nella Grecia. La propensione alla libertà diffusa generalmente in Europa era penetrata anche fra i Greci soggetti al dominio ottomano. Molti dei loro giovani eransi recati da varj anni a studiare nelle Università d’Italia, di Francia, e di Germanie colle cognizioni letterarie e scientifiche avevano acquistato eziandio quello spirito liberale che negli studenti si era molto diffuso. Era poi cosa facilissima che rinascendo fra loro la coltura, le antiche memorie della gloria e della libertà nazionale riscaldassero i loro animi, e la debolezza a cui era ridotto il decrepito impero ottomano inspirasse la lusinga di poter ricuperare l’indipendenza. Da tutte queste circostanze pertanto ne derivò che sino dal mille ottocento e quattordici formossi una società segreta, detta degli Eteristi (amici della libertà) il di cui scopo era di liberare la Grecia. Le rivoluzioni scoppiate in Ispagna e nel Regno delle due Sicilie animarono viepiù i Greci, ed in fine nella primavera di quest’anno sollevaronsi apertamente. Furono tra’ principali autori della rivoluzione Anogosti, Teodoro monaco di Mega Spileon, Alessandro e Demetrio Ipsilandi, Germano Vescovo di Patrasso, Colocatroni Tombasi, Odisseo, e Niceta detto Turcofago. Dopo alcuni brevi ed infelici movimenti suscitati dai Greci stabiliti nella Vallacchia,e nella Moldavia (antica Dacia) la rivoluzione scoppiò nel Peloponeso, e quindi comunicossi alla Grecia propriamente detta, ed alle vicine regioni, e specialmente alle isole del mare Egeo. Incominciossi allora quivi un’aspra e sterminatrice guerra. Intanto i Turchi infierivano contro i Cristiani anche nei paesi non sollevati, e vi furono orribili stragi di Greci in Costantinopoli, a Smirne, ed in vari altri luoghi (2).

157. Terminò in quest’anno i suoi giorni l’imperatore Napoleone. Era nato in Ajaccio ai quindici di agosto del mille settecento e sessanta nove da Carlo Buonaparte di famiglia originaria d’Italia ed allora ragguardevole in Corsica, e da Maria Letizia Ramolino. All’età di anni dieci entrò (gratuitamente) nella scuola militare di Brienne dove studiò per cinque anni e poi passò a quella di Parigi. Nel mille settecento e ottantacinque (anno in cui perdette il padre morto a Montpellier) fu nominato a Sotto Luogotenente di artiglieria. Nel mille settecento e novantadue fu promosso a Capitano. Nell’anno seguente a Capo di battaglione e nel mille settecento e novantaquattro a Generale di brigata. Cadde quindi in sospetto ai Rappresentanti del popolo presso l’annata delle Alpi (Albitte, Saliceti, e Laporte) e fu per alcuni giorni in arresto, e poi liberato provvisoriamente. Mandato in Vandea ricusò di andarvi e fu destituito da Aubry membro del Comitato di pubblica salvezza. Richiamato all’armi nel mille Settecento e novantacinque dal Generale Barras Rappresentante del popolo e Comandante l'armata dell’interno, ebbe occasione di segnalarsi nel sedare (ai tredici di vendemiajo) la sollevazione delle Sezioni di Parigi. Fu allora nominato Generale di Divisione, e. nell’anno seguente fu destinato Comandante in capo dell’armata d’Italia (1). Da quell’epoca al mille ottocento e quindici le sue gesta appartennero alla storia universale. Confinato nell’isola di Sant'Elena scrisse (o per dir meglio dettò a Montholon e Gourgaud) diverse memorie sulle sue operazioni. Tale occupazione però non fu sufficiente a toglierli il rammarico della perduta grandezza e la malinconia del soggiorno in quell’isola, aumentata dai modi rigorosi, coi quali era custodito dal Governatore Hudson Lowe. In fine ammalossi gravemente nel giorno diciassette fii marzo di quest’anno con morbo gastro-ipatito-cronico (corruzione nelle membrane dello stomaco), che poi degenerò in cancrena. Ai tre di maggio (disse il Vignali suo cappellano) ricevette il viatico senza alcun astante. Ai cinque morì. Ebbe funerali militari competenti ad un generale, e sepolcro mediocre nell’isola medesima (2).

158. Piccola era la sua statura, grossa avea la testa, neri e poi castagni i capegli, folti i sopraccigli, e vivace lo sguardo. Poco e bruscamente parlava, e generalmente rozzo era il suo tratto. Parco era nel vitto, ed anche più nel bere. Oltre il figlio che gli era nato dalla Imperatrice Maria Luigia, n’ebbe altri due nati nel mille ottocento e sei. Il primo da una Polacca il quale dal cognome della madre fu di poi detto Walewski, e l’altro da una Tedesca che fu denominato Conte di Leon.

159. Nel precedente mese di aprile aveva fatto testamento con diversi codicilli. Dichiarò in esso di morire nella religione apostolica romana, nel seno della quale era nato. Trascurò la istituzione di un erede universale, e dispose degli avanzi delle sue ricchezze in legati ai suoi più cari. Il suo patrimonio effettivo consisteva in alcuni oggetti preziosi che aveva presso di se, in pochi beni nell’Isola di Elba, 1 in circa quattro milioni di franchi che aveva lasciato presso Laffitte banchiere allorquando partì da Parigi nel mille ottocento e quindici. Calcolava inoltre di avere circa duecento milioni di franchi in crediti contro la Francia per risparmj fatti sulla lista civile, ed in mobili lasciati nei suoi palazzi tanto in Francia che in Italia. Dispose che queste somme fossero distribuite per metà ai soldati francesi che avevano combattuto dal mille settecento e novanta due al mille ottocento e quindici, e per l’altra metà alle città di Francia che avevano maggiormente sofferto nelle due ultime invasioni straniere. Ma tali somme non si poterono ricuperare (1).

160. Intento varj erano i discorsi sulla sua lama. Ammiravano molti i di lui talenti militari, coi quali aveva conquistato l’Italia, l'Egitto, la Germania, la Spagna, la Polonia ed era penetrato sino alla Capitale della Moscovia. Osservavano essi non essere stati minori i talenti politici con cui aveva riportato tanti vantaggi nelle diverse transazioni diplomatiche dell’armistizio di Cherasco al trattato di Lega coll’Austria. Aggiungevano doversi a lui la moderazione della rivoluzione, il rialzamento degli altari in Francia, la compilazione del codice, i buoni ordini stabiliti in ogni ramo di pubblica amministrazione e la costruzione di. molte e magnifiche opere pubbliche.

161. All’opposto osservavano altri la Francia avere di già molti buoni ordini, ed una forza preponderante in Europa allorquando Egli ne aveva invaso il supremo potere. Quindi nelle riportate vittorie doversi molto alle circostanze di aver potuto approfittare delle forze dell’antica Francia accresciute dalla rivoluzione, Nelle conquiste avere più badato alla estensione che alla conservazione. Nei negozianti essere stata una illusione il calcolare di poter conchiudere vantaggiosa pace coll’Imperatore di Russia dopo l’incendio di Mosca; essere stata imprudenza il non accettare le proposizioni dei Collegati nel congresso di Chatillon. Al rialzamento degli altari essere succeduta la persecuzione di Pio VII, e la pretensione di volere dominare la religione cattolica per servirsene di un mezzo di politica. Opprimendo la libertà. pubblica avere contrariato Io spirito del secolo. Da tutto ciò esserne derivato che in diciotto mesi perdette le conquiste di venti anni, ed il trono stesso.

162. Del resto tutti poi convenivano doversi più alla sua torbida ambizione che alle circostanze politiche la distruzione delle repubbliche di Venezia, di Genova e di Lucca, dell’Impero di Germania, ed il sovvertimento della Spagna e del Portogallo per cui l’America si separò totalmente dall’Europa.

163. Cessò anche in quest’anno di vivere Luigi Corvetto. Egli era nato in Genova agli undici di luglio del mille settecento e cinquanta sei, e dopo di avere sostenuto in patria i primi onori fu nel mille ottocento chiamato da Napoleone al Consiglio di Stato. Rimasto in Francia al ritorno de’ Borboni fu nel mille ottocento e quindici nominato ministro delle finanze. Sostenne tale carica per lo spazio di un triennio in tempi difficilissimi, e con molto vantaggio di quel regno. Ottenuto onorevole ritiro ritornò in patria povero, e terminò i suoi giorni ai ventitré di maggio (1).

1822 - SOMMARIO

  • Leggi promulgate dal Re di Sardegna § 
  • Regolamenti per le Università e le scuole inferiori 
  • Convenzione fra il Re di Sardegna ed il Re del Regno delle due Sicilie perl’abolizione dell’albinaggio 
  • Trattato di confini fra il Re di Sardegna ed il Ducatodi Parma 
  • Ordinanza nel Regno Lombardo - Veneto sull’assistenzadegli Impiegati ai divini ufficj11 
  • Settadei Maestri sublimi Arresto e condanna di Andryane 
  • Condanna di settarj nel modanese 
  • Assassinio del Direttore di Polizia Presidio austriaco in Modena 
  • Condanna di Settarj negli Stati di Parma e diPiacenza 
  • Convenzionefra il Ducato di Parma e l’Imperatore di Austria relativa alpresidio austriaco di Piacenza 
  • Altra sul godimento delle pensioni dei rispettivi sudditi 
  • Abolizione dell’albinaggio fra Parma e la Baviera 
  • Pio II fa una nuova circoscrizione di Diocesi in Francia 
  • Intrapresee condanne di Settarj nella Basilicata 
  • Congiurain Palermo 
  • Nuovo ordinamento del Ministero in Napoli
  • Ritorno di Medici e di Tommasi Partenza di Canosa 
  • Altro debito di un milione e cento mila ducati di rendita 
  • Legge maggiorasela 
  • Stato dell'Europa 
  • Indipendenza e guerra della Grecia 
  • Congresso di Verona 
  • Principali questioni in etto agitate 
  • Contenzione sullo sgombramento del Piemonte 
  • Diminuzione di truppe austriache nel Regno delle due Sicilie 
  • Questioni fra la Russiae la Porta 
  • Rappresentanza e protesta dei Greci 
  • Disposizioni del Congresso di Verona intorno alla Grecia 
  • Questione sulla tratta dei Mori 
  • Sulla indipendenza delle Colonie spagnuole di America 
  • Sulla Spagna 
  • Dichiarazione finale del Congresso di Verona 
  • Viaggi del Re di Prussia  nell'Italia Meridionale e del Re del Regno delle due Sicilie in Austria 
  • Morte di Canova 

1822

1. Il Re di Sardegna pubblicò in quest'anno diverse leggi fra quelle di già preparate dal suo Predecessore Vittorio Emanuele. Con queste riformò il notariato, le ipoteche, l'amministrazione dei boschi, e delle miniere, l'editto penale militare, ed il corpo de' Carabinieri, il numero de' quali fu determinato a tremila e cento (1). Stabilì in ogni provincia tribunali collegiali che denominò di prefettura, e diede ai medesimi regolamenti di procedimento tanto nelle materie civili che nelle criminali. Avvertì in tale occasione che bene osservate le patrie leggi si sarebbe riconosciuto al lume di sana esperienza, se pur cedessero in qualche parte al confronto di altre più vantate legislazioni. Nelle fatte riforme poi volere specialmente che gli amatissimi suoi sudditi vedessero quanto egli era disposto in ogni atto della 9sovrana sua autorità ad accogliere quei voti che dettati, non da spirito di vana novità o di servile imitazione, ma da prudente maturo consiglio, potessero assicurare il più essenziale vantaggio del vivere sociale, l'amministrazione cioè di una imparziale e pronta giustizia, senza indurre negli ordini antichi alterazioni inconsiderate, o di soverchio grandi (2).

2. Pubblicò eziandio Carlo Felice nuovi regolamenti per le Università di Torino e di Genova, e per le scuole inferiori. Dispose con questi che gli studenti fossero sotto severa vigilanza, affinché adempissero esattamente i doveri della religione e della scuola. In tale occasione avvertì che le scienze e le lettere, affinché possano recar lume all’intelletto, vantaggio allo Stato e benefica 9influenza sopra ogni ordine di cose, debbono essere compitamente imparate a dovere, e debbono andare congiunte colla morale e cristiana condotta. Uno studio che le reiterate assenze di molti studenti nel corso dell’anno, e l’inopportuna indulgenza negli esami rendono assai imperfetto, non fare che moltiplicare gli irrequieti presuntuosi, quanto ad ogni ben fare incapaci, altrettanto di brame altere. Una condotta immorale sottoponendo all’arbitrio delle passioni l’immutabili verità ed ogni interesse sì pubblico che privato, produrre giovani di ogni legge divina ed umana impazienti, corrotti e corrompitori. Per la qual cosa disposto ad onorare le scienze, purché fossero, com’è lor natura, congiunte colla virtù, avere sin d’allora giudicato, sebbene fossero chiuse le Università di Torino e di Genova, di prescrivere con apposito regolamento quegli ordini fondamentali che potevano assicurare del vero addottrinamento e della saviezza degli studenti, desiderando che l’esatto adempimento di tali ordini lo potessero muovere a concedere nuovi contrassegni della sovrana sua protezione (1).

3. Fino dal giorno tre maggio del mille ottocento e dieciotto era stata conchiusa in Torino fra il Re di Sardegna e quello del Regno delle due Sicilie una convenzione colla quale erasi abolito fra i respettivi sudditi il diritto di albinaggio. Per varie circostanze la medesima non era stata mai rettificata. Finalmente tutte le difficoltà furono tolte di mezzo e con un articolo addizionale sottoscritto in Napoli ai ventinove di gennajo di quest’anno dal Conte Solaro della Margarita Incaricato Sardo e dal Commendatore de Girardi plenipotenziario del Re Ferdinando, la convenzione fu messa ih esecuzione. Si stabilì che la medesima si estendesse a tutte le successioni aperte dal primo giugno del mille ottocento e diciotto, qualora non vi fosse pregiudizio dell’autorità della cosa difinitivamente giudicata, o legittimamente transatta prima del cambio delle ratificazioni (2).

4. Con trattato dei dieci marzo del mille settecento e sessanta sei erano stati stabiliti diffinitamente luogo un tratto della Trebbia i confini fra gli Stati del Re di Sardegna e del Ducato di Parma e di Piacenza. Dopo la unione del Genovesato al Piemonte la linea di confine si estese maggiormente. Eranvi poi fra gli abitanti prossimi alla medesima diverse questioni indecise. Da tutto ciò si conobbe la necessità di un nuovo trattato che fa di fatti sottoscritto in quest'anno in Torino ai ventisei di novembre. Furono col medesimo determinati i confini con precisione, e tolte di mezzo tutte le questioni (3).

5. L’Imperatore di Austria nel mille ottocento e otto aveva pubblicata un’ordinanza colla quale aveva disposto che «i Delegati provinciali coi loro officiali, i municipalisti e tutte le altre superiorità locali di qualsivoglia denominazione, nei giorni di Domenica o di Festa, dovessero 9assistere al pubblico divino uffizio parrocchiale nella chiesa primaria della rispettiva Città o Comune in luogo distinto. Questo intervento si eseguisse con tutta la divozione voluta dalla religione, onde potesse servire di esempio agli altri sudditi. In quest’anno estese tale ordinanza al Regno Lombardo-Veneto (4)».

6. Mentre però quel Monarca procurava colà di animare i suoi sudditi alla religione, e per conseguenza ad una tranquilla obbedienza, alcuni settari si adoperavano ancora per indurli all'incredulità ed alla rivolta. La società de' maestri sublimi, ossia de' muratori perfetti aveva introdotte alcune riforme ed in sostanza aveva stabilito «doversi proscrivere ogni religione rivelata, distruggere tutte le Monarchie, uccidere i Monarchi e poi stabilire una popolare repubblica». Quindi i settarj ammessi al primo grado rinunziavano alla religione da essi professata, e giuravano sotto pena di morte di consacrare alla propagazione della setta tutte le loro facoltà fisiche, intellettuali, e pecuniarie, e di obbedire puntualmente e ciecamente ai loro capi. Quelli poi che appartenevano al secondo grado, e denominavanli sublimi eletti, erano armati di pugnali ed obbligati di colpire col medesimo i simboli della dignità reale. Solennizzavano costoro quattro feste che alludevano alle principali epoche della rivoluzione francese e fra le altre a quella della morte di Luigi XVI. Era loro indispensabile dovere d’infondere odio e livore nel popolo contro i principi, i nobili, ed i sacerdoti. Quindi dichiaravano «doversi nei giorni di popolare movimento concedere luogo ad un momentaneo trionfo della plebe, e ch’essa saccheggi e si tinga del sangue patrizio e sacerdotale, affinché compromessa una volta non possa più ritirarsi. Doversi quindi stabilire governi costituzionali, guai mezzi di facilitar la distruzione di ogni Monarchia». Il Consesso principale della setta denominato il Gran Firmamento risiedeva m Francia e fra gli altri subalterni che chiamavansi Centri ne aveva uno in Ginevra. Questo con altro nome era anche detto Congresso Italiano, essendo appunto diretto a propagare la setta in Italia. Un Michel’Angelo Buonarroti fuoruscito toscano che n’era membro vi ascrisse un tale Andryane già militari francese, giovane di ventisei anni, vano ed ambizioso. Fu questi subito ammesso col grado di sublime eletto, e quindi fu creato diacono straordinario per propagare in Italia le riforme fatte, istituire nuove chiese e nuovi sinodi i quali collegandosi col Centro di Ginevra avrebbero poi dal medesimo ricevuto le ulteriori istruzioni. Sul fine di dicembre di quest’anno egli recossi in Milano ed incominciò le sue operazioni. Ma nel gennajo dell’anno seguente fu arrestato e quindi condannato a morte. L’Imperatore però gli diminuì la pena commutandola in quella del carcere duro per tutta la vita nella Fortezza di Spielberg. A richiesta del Governo francese fu poscia liberato nel mille ottocento e trenta due (1).

7. Negli Stati del Duca di Modena la polizia scuoprì nell’anno precedente esservi liberi muratori, adelfi, sublimi maestri perfetti e carbonari (2). Li fece pertanto arrestare, e Francesco IV istituì in quest’anno un tribunale statario per giudicarne quarantasette, dei quali però dieci erano contumaci. Eranvi fra essi diciannove dottori, varj possidenti e quattro antichi uffiziali del regno italico. Nove (fra’ quali sette contumaci) furono condannati a morte, sette alla galera e trentuno al carcere per diverso tempo. Il Duca diminuì la pena ad alcuni, fra i quali ad un Francesco Conti che era uno dei carcerati condannati a morte. Volle bensì che la sentenza capitale si eseguisse contro Giuseppe Andreóli sacerdote e professore di Umanità. Nel confermarla egli dichiarò «essere stato il medesimo seduttore della gioventù e più reo per le sue qualità di sacerdote e di professore, delle quali abusò per sedurre la gioventù ed attirarla nelle società dei Carbonari a cui apparteneva (1)».

8. Intanto mentre esercitavansi tali atti di rigore, nella sera dei quindici di maggio fu ucciso proditoriamente Giulio Besini Direttore della polizia provinciale in Modena. Tale assassinio, ed il processo di tante persone ragguardevoli indussero quel Sovrano a chiamare un battaglione austriaco affinché servisse di sicuro presidio nella sua Capitale. Lo tenne dal mese di maggio a quello di settembre (2).

9. Dai processi fatti in Milano ed in Modena risultò che eziandio negli Stati di Parma, di Piacenza e di Guastalla vi erano sublimi maestri perfetti e carbonari introdotti sino dal mille ottocento e diciotto. Furono pertanto in quest’anno arrestati diversi rei o sospetti, ed altri fuggirono. Fra’ sospetti vi furono il Conte Iacopo Sanvitali professore di letteratura italiana e cancelliere dell’università di Parma, e Ferdinando Maestri professore di storia e di statistica nell’Università medesima. Questi con alcuni altri dopo vari mesi di carcere uscirono innocenti, e naturalmente mal disposti contro il Governo che li aveva ingiustamente arrestati. Fra i contumaci furono condannati a morte il Conte Claudio Linati, Guglielmo Borelli ricco possidente ed Antonio Bacchi Capitano nelle truppe di linea. Fra’ carcerati fu condannato a morte Giuseppe Micali pubblico Impiegato, al quale però fu commutata la pena in quella del carcere. Gli altri (fra’ quali Giacomo Martini Guardia ducale, ed Antonio Bechet Maggiore nella truppa di linea) furono condannati a nove anni di carcere. La Duchessa Maria Luigia commutò quindi a tutti i prigioni la pena del carcere in altri e tanti anni di esigilo (3).

10. Quella Sovrana e l'Imperatore di Austria sottoscrissero in quest'anno una convenzione per determinare, i rispettivi diritti derivanti dal soggiorno di un presidio austriaco in Piacenza stabilito dalla convenzione del mille ottocento e diciassette. Si convenne specialmente «appartenere all'Imperatore il fissare il numero delle truppe che credesse conveniente al presidio di Piacenza, i Comandanti però delle medesime non influissero in modo alcuno nell'amministrazione civile della città (1)».

11. Le medesime Potenze conchiusero eziandio (ai nove di dicembre in Verona) altra convenzione colla quale fu stabilito che «ogni Impiegato suddito dei due Governi che riscuotesse una pensione dalle casse dell'uno o dell'altro Stato, ottenesse dopo averne fatta la domanda, la facoltà di goderne a norma della particolare sua convenienza nel paese dell'altro (2)».

12. La Duchessa Maria Luigia con atto dei ventitré di marzo pubblicò «essergli stato sottoposto che la legislazione del Regno di Baviera non aveva mai privato i forestieri dall’uso dei diritti civili, e principalmente di quelli dell’acquisto e delle possessioni in quel Regno. Quindi dichiarare che il diritto di albinaggio era abolito negli Stati di Parma a favore dei sudditi del Re di Baviera. Essi potessero perciò acquistare beni e disporne come se fossero sudditi dello Stato (3)».

13. Narrai che nel mille ottocento e diciassette Pio VII aveva conchiuso un concordato colla Francia nel quale si erano aumentate quarantadue diocesi, ma che poi l'atto era stato sospeso per diversi motivi, specialmente per le angustie in cui era allora colà il pubblico erario. Le finanze però di quel Regno presto migliorarono, ed il Governo fu in grado di poter dotare trenta nuove sedi vescovili, fra le quali quattro metropolitane. Allora Pio VII fece una nuova circoscrizione delle diocesi di Francia, e stabilì che fossero ottanta, fra le quali quattordici metropolitane (4).

14. Nel Regno delle Due Sicilie accaddero alcuni parziali sconcerti cagionati dai Settarj. Un certo Venite già Capitano dei militi, Carbonaro di grado elevato, e quindi profugo scorreva armato come narrai (5), con alcuni compagni per la provincia di Basilicata. Ai tre di febbrajo con venti seguaci di Laurenzana strappò dalle mani dei Giandarmi un socio ch’era stato arrestato in quella terra. Ai sette entrò con sessanta compagni in Calvello e liberò da quelle carceri un Settario (Fra Luigi) ch’era stato arrestato poc’anzi. A tanta audacia la pubblica forza raddoppiò la vigilanza e l'energia. D Re promise eziandio di usare clemenza a quei sollevati che si fossero presentati spontaneamente. Alcuni furono arrestati e varj si costituirono prigioni da se stessi. Le Corti marziali ne condannarono dieci all’ergastolo e quarantasette alla morte. Di questi però soltanto undici subirono il supplizio, avendo agli altri il Re minorata la pena come aveva promesso (1);

15. Palermo era occupato da forte presidio austriaco. Ciò nondimeno alcuni forsennati non dubitarono di cospirare per promulgare una nuova costituzione. Uniti sin dal precedente anno in adunanze carbonaré, sotto varie denominazioni, formarono diversi disegni, e fra gli altri quello di avvelenare il pane o il vino che si distribuiva alla truppa. La polizia pervenne a scoprire qualche cosa, e nel giorno nove di gennajo di quest’anno arrestò alcuni Settarj. Allora gli altri (fra’ quali il principale era un certo Meccio miserabile causidico) temendo di essere scoperti deliberarono di eseguire quanto prima la rivoluzione. Calcolarono essi che nella sera del giorno dodici di gennajo, anniversario della nascita del Re, i principali Impiegati nazionali e Comandanti austriaci sarebbero intervenuti, com’era di uso, al teatro. Deliberarono pertanto di assaltarli tutti assieme in quel luogo, costringerli a dare gli ordini affinché le Fortezze fossero consegnate al popolo, quindi trucidarli; sorprendere e battere la truppa ed impadronirsi del governo. Ma nello stesso giorno uno di essi (un certo Landolina) scopri il tutto al Governo, il quale senza tralasciare lo spettacolo prese le opportune precauzioni. Allora i congiurati atterriti abbandonarono i loro disegni, e cercarono di nascondersi o di fuggire. Ne furono per rò arrestati sessantadue, e di questi ne furono giustiziati dieci, fra’ quali tre sacerdoti. Gli altri per rivelazioni fatte o per mancanza di prove ebbero pene minori (2). Il Governo per assicurare vie maggiormente la pubblica tranquillità fece disarmare i cittadini, e distruggere il quartiere di Palermo dove abitavano uniti i Conciatori, i quali nell’anno mille ottocento e venti avevano commesso tanti delitti (3).

16. Del resto si conobbe generalmente nel Regno delle due Sicilie che i partegiani zelantissimi delle antiche cose, messi nel precedente anno alla direzione dei pubblici affari non erano analoghi alle circostanze. Le finanze specialmente minacciavano rovina, ed era pubblica opinione che il solo Medici fosse capace di salvarle. Difatti il Re lo richiamò (fu detto di mala voglia) nel mese di giugno e gli conferì nuovamente quello scabroso ministero. Gli diede anche l’esercizio di quello degli affari esteri, del quale era proprietario nominale il Principe Alvaro Ruffo Ambasciadore in Vienna. Rimise Tommasi nel ministero della giustizia. Diede un nuovo ordinamento al Consiglio di Stato, e fra le altre cose dispose che per la Sicilia vi fosse un sa avverso alla persona ed ai principi del Medici ebbe il permesso di fare un viaggio (equivalente ad una specie di esiglio) e generosi sussidj dal Re per eseguirlo ( (1)).

17. Nelle angustie però in cui era allora l'erario, il nuovo Ministro non potè esimersi dal fare altro debito. Di fatti alienò un milione e cento mila ducati di rendita al settantacinque circa per cento. Così ebbe circa sedici milioni e mezzo di ducati (2).

18. Ferdinando I pubblicò una legge (ai diciassette di ottobre) per facilitare le istituzioni dei maggioraschi colla quale dispose «la rendita imponibile dei medesimi non fosse maggiore di trenta mila, né minore di due mila ducati. Potessero sottoporsi a tal vincolo anche le inscrizioni sul gran libro del debito pubblico (3)».

19. Da quanto ho in quest’anno narrato risulta che l'Italia non era punto tranquilla. Ma nel tempo stesso erano nella medesima situazione altre nazioni. In Germania ed in Polonia i Governi erano inquieti per avervi scoperte Sette estesissime propense fila libertà ed alla unità nazionale (4). In Francia alle varie Sette che vi erano da molti anni, nel mille ottocento e venti si erano aggiunti i Carbonari, i quali in quest’anno ordirono congiure militari contro il Governo. Esse furono represse, ma vi rimase la corruzione che i Settari vi avevano prodotto (5). In Ispagna dopo ilil ristabilimento della costituzione erano continue discordie, agitazioni e talvolta guerre civili (1). Il Portogallo non era meno sconvolto, ed intanto fra gli interni sconcerti perdette il Brasile che si dichiarò indipendente, acclamando Imperatore Pietro I figlio primogenito del Re Giovanni VI (2).

20. I Greci che nell’anno precedente si erano sollevati contro i Turchi, in questo dichiararonsi indipendenti (3) e promulgarono una costituzione temporanea (4). Continuavano intanto la guerra con alterna fortuna, e sempre con tutti gli orrori delle discordie civili, e del fanatismo. Funestato specialmente fu quest’anno dall’esterminio di Chio. Quest’Isola deliziosa, opulenta ed abitata da circa settanta mila uomini fu in gran parte sollevata dagli altri Gred nel giorno ventidue di marzo. Agli undici di aprile però il Capitano Pascià vi sbarcò un corpo di Ottomanni che tutto distrussero coll’eccidio e colla schiavitù della maggior parte degli abitanti (5).

21. Tali erano le circostanze dell’Europa allorquando secondo il concerto fatto nell’anno precedente in Lubiana, si radunò un altro congresso. Il luogo fu stabilito in Verona. Nel mese di ottobre si recarono pertanto colà gl’Imperatori di Austria e di Russia, il Re di Prussia ed i Sovrani Italiani, tolto il Papa. I Plenipotenziarj delle grandi Potenze furono per l’Austria Mettermeli e Lebzeltern; per la Francia Montmorency (Matteo) e Chateaubriand, per l’Inghilterra Wellington e Strangtord-Cannig; per la Prussia Hardemberg e Bernslorf, e per la Russia Nesselrode, Lieven, Pozzo di.Borgo e Tatichef (6). Il Papa vi mandò il Cardinale Spina; il Re del Regno delle due Sicilie aveva con se il Principe Alvaro Ruffo, e col Re di Sardegna erari il Conte della Torre.

22. Le questioni principali messe in discussione in quel consesso furono lo sgombramento del Piemonte e del Regno delle due Sicilie dalle troppe austriache; aumento di rigore contro la tratta dei Mori; le lagnanze reciproche fra la Porta e la Russia, e la rivoluzione greca; l’indipendenza delle Colonie spagnuole, e jl modo di reprimere le piraterie nei mari di America: i pericoli della rivoluzione di Spagna relativamente all’Europa, e specialmente alla Francia (7).

23. In quanto al Piemonte i Plenipotenziarj di Austria, di Prussia e di Russia sottoscrissero con quello del Re di Sardegna una convenzione (ai quattordici di dicembre) nella quale in sostanza fu stabilito «che le parti contraenti essendosi occupate della questione, se nello stato attuale delle cose del Piemonte si dovesse proti lungare o no l’occupazione di una linea militare di truppe ausiliarie, ed avendo riconosciuto che le sollecitudini del Re di Sardegna ed i progressi nell’ordinamento del proprio regno somministravano sufficienti mallevadorie per la conservazione della tranquillità, si era convenuto di comune accordo di ritirare il Corpo ausiliario e di fissarne il modo ed il tempo della ritirata. Stabilirsi pertanto che nello stesso mese di dicembre gli Austriaci sgombrassero Vercelli, Vigevano e tutti i punti militari esistenti lungo la sinistra del Po. Partissero in tal epoca quattro mila uomini. Per il prima di aprile del prossimo anno il Corpo ausiliario si diminuisse di altri tre mila uomini. A tal effetto fossero sgombrate le piazze di Casale, di Voghera, di Torti tona e di Castelnuovo, e tutti i luoghi occupati sulla destra del Po per motivo delle comunicazioni militari. I cinque mila uomini che a quell’epoca sarebbero rimasti, fossero concentrati nelle piazze di Alessandria e di Valenza, e la consegna di queste coll’intiero sgombramente del Piemonte dalle truppe austriache avesse luogo innanzi al primo di ottobre del 9mille ottocento e ventitré (1).

24. Il Regno delle due Sicilie non offriva ancora garanzie sufficienti da permetterne un intiero sgombramento; quindi il Re limitossi a proporre una diminuzione nel numero delle truppe ausiliario, e fu stabilite che ne partissero diciassette mila (2).

25. La persecuzione dei Turchi contro i Greci stabiliti nel loro impero che accennai nell’anno precedente, aveva eccitato lo sdegno di tutti i Cristiani, e specialmente dei Russi che avevano comuni con quelli i principi religiosi. Quindi essi accolsero e soccorsero generosamente coloro che si erano rifuggiti nei loro Stati, ed invocarono altamente la guerra per vendicacela religione oltraggiata. L’Imperatore Alessandro fisso nei principi della legittimità disapprovava la ribellione dei Greci, ma d’altronde, secondando lo spirito pubblico, faceva forti rimostranze alla Porta sugli eccessivi rigori che si erano esercitati contrari alla umanità ed ai trattati vigenti. Lagnarsi inoltre che contro i trattati medesimi si fossero mandate e stanziate truppe ottomanne nei Principati di Vallacchia e di Moldavia. All’opposto la Porta sosteneva che gli atti di rigore esercitati dal Governo erano legittimi, e se vi era stato qualche eccesso dovevasi soltanto attribuire alla feccia del. Popolo. Essa poi chiedeva la consegna dei suoi sudditi ribelli rifuggiti in Russia e lo sgombramento di alcune sue regioni dell’Asia occupate dai Moscoviti. Da tutto ciò questioni e talvolta minaccie di guerra (1).

26. I Greci all’annunzio del Congresso di Verona spedirono al medesimo Deputati a rammentare che «due volte avevano di già domandato ai Cristiani di Europa soccorsi o almeno una stretta neutralità. Allora poi dichiarare che nello sta to attuale delle cose era impossibile che deponessero le armi fintantoché non avessero ottenuta una esistenza nazionale e indipendente, e garanzie sufficienti per sostenerla. Se l'Europa nel trattare colla Porta voleva comprendere la Nazione greca, essi dichiaravano di non accettare alcun trattato prima che i loro Deputati non fossero ammessi a difendere i loro diritti. Che se poi ciò fosse a loro negato, allora protestavano all’Europa intiera ed alla grande famiglia della cristianità che deboli ed abbandonati, avrebbero continuato a combattere per morire liberi e cristiani, come avevano vinto fino allora colla sola forza del Redentore, e per la, sola possanza divina (2)».

27. Ma le grandi Potenze di Europa non erano ancora disposte a riconoscere la nazionalità greca. D’altronde l'Austria, la Francia, l'Inghilterra e la Prussia temevano che la Russia s’ingrandisse ulteriormente in una nuova guerra colla Turchia. Quindi limitaronsi a temperare le ire ed a raddolcire gli animi Da ciò ne venne che il Congresso procurando di conciliare i diritti della legittimità e della umanità, si limitò a dichiarare che «la questione greca apparteneva agli affari interni della Porta e come tale doveva essere, diffinita esclusivamente dalla medesima. Per conseguenza non vi doveva intervenire alcun altra, Potenza; e se mai alcuna di esse intervenisse,, tutte le altre avrebbero agito secondo i principj del diritto delle genti (3)». Intanto disapprovando la sollevazione stabilirono d'interporre per umanità i loro ufficj in favore delle vittime della stessa (4).

28. Il principale e costante oggetto della politica dell’Inghilterra era sempre la proibizione della tratta dei Mori dell’Africa per trasportarli in America. Quindi Wellington trasmise (ai ventiquattro di novembre) ai plenipotenziarj delle grandi Potenze una nota circolare nella quale osservava che «non ostante il divieto delle Potente europee (tolto il Portogallo), questo infame commercio continuava. Difetti dal mese di luglio del mille ottocento e venti all’ottobre dell’anno seguente, essersene trasportati circa cento settanta sei mila. Quindi essere necessarj nuovi mezzi di rigore (che indicò) per impedirlo». Quei plenipotenziari però non crederono di convenire in tutti i mezzi proposti dall’Inghilterra. Perciò limitaronsi a dichiarare (ai ventotto dello stesso mese) che persistevano invariabilmente nei principi e nei sensi che i loro sovrani avevano manifestati nella dichiarazione (del Congresso di Vienna) degli otto di febbrajo del mille ottocento e quindici, non avere mai cessato e mai cesserebbero di considerare il commercio dei Mori qual flagello che eveva troppo lungo tempo desolata l’Africa, degradata l'Europa ed afflitta la umanità, ed esser pronti a concorrere a tutto ciò che potesse assicurare ed accelerare l'abolizione totale e diffinitiva di tale commercio (1).

29. Accennai che le colonie spagnole di America nel mille ottocento dieci avevano incominciato a sollevarsi contro la madre patria. Buenos Ayres, l'Uraguai, la Nuova Granata, Venezuela (col titolo di Colombia) eransi di già costituite in Repubbliche indipendenti. Tutte le altre provincie erano in armi o in fermento, e l'autorità spagnola era ridotta quasi al nulla. Quindi molti assassini, pirati e tutti i mali delle guerre civili e talvolta quelli peggiori dell’anarchia, e da tutto ciò diminuzione e quasi distruzione del commercio. L’Inghilterra alla quale molto premeva il commerciare con quelli Stati, riconobbe la loro esistenza di fatto ed aprì i suoi porti alle loro bandiere. Quindi Wellington trasmise al Congresso di Verona (nel dì quattordici di novembre) una memoria la quale in sostanza conteneva che «le correlazioni esistenti fra gl’Inglesi e gli Americani avevano collocato il suo Sovrano nella necessità di riconoscere l'esistenze di fatto dei Governi formati in quelle diverse provincie, per quanto bastava a trattare con quelli. Dover esso venire a qualche nuovo atto di tale ricognizione. Desiderare perciò la cooperazione comune». L’Austria rispose che «non avrebbe mai riconosciuto la indipendenza di quelle colonie fintantoché il Re di Spagna non avesse liberamente e formalmente rinunziato ai suoi diritti di sovranità sulle medesime». Simile dichiarazione fece la Prussia. La Russia non volle per allora manifestare alcuna determinazione. La Francia palesò il desiderio di trovare un mezzo che conciliasse i diritti della legittimità colla necessità della politica. Questo mezzo poi secondo il plenipotenziario Chateaubriand consisteva nel formare di quelli Stati varie monarchie indipendenti e costituzionali, sotto lo scettro d’Infanti di Spagna. Intanto fra quei diversi pareri nulla fu stabilito (2).

3o. Del resto la questione principale del Congresso di Verona era quella di Spagna. La rivoluzione essendo colà in gran bollore, Luigi XVIII (seguendo i consigli e gli impulsi di coloro che erano nemici di qualunque costituzione) temeva che quelle idee esaltate, represse in Francia dal dispotismo di Napoleone, vi ripullulassero in tanta vicinanza ed in tanto contatto. Quindi risolvette di combatterle come l'Austria aveva represse quelle di Napoli e del Piemonte. Voleva però conoscere in qual modo gli altri grandi Sovrani avrebbero considerata una guerra in Ispagna. Quindi li fece interpellare in Verona a. manifestare «se, ed in qual modo avrebbero appoggiata la Francia nel caso che richiamasse il suo Ministro da Madrid, e fosse venuto in guerra colla Spagna» La Russia dichiarò apertamente che avrebbe prestato tutto l'appoggio morale e materiale. L’Austria e la Prussia gelose della considerazione che la Francia avrebbe acquistato in tale intrapresa erano contrarie alla guerra. Nondimeno dichiararono di dare l'appoggio morale ed occorrendo, in certi casi e con alcune condizioni, avere il materiale. L’Inghilterra dichiarò che «il riprovare gli affari interni di uno Stato indipendente, a meno che i medesimi non riguardassero gli interessi essenziali dei proprj sudditi, era incompatibile coi principi che aveva sempre seguito nelle questioni relative agli affari interni delle altre nazioni. Gli Spagnoli avere una particolare avversione all'intervento straniero. Perciò essere di parere che quella rivoluzione si lasciasse consumare nel proprio cratere». Essa offrì eziandio la sua mediazione, ma la Francia la ricusò. La risoluzione fu che l'Austria, la Prussia e la Russia mandarono ai loro Rappresentanti in Madrid dispacci comunicabili coi quali disapprovavano quella rivoluzione e consigliavano moderazione; nel caso poi che i loro consigli non fossero intesi, chiedessero i passaporti (1).

31. Sul fine del congresso l’Austria, la Prussia e la Russia diressero alle rispettive loro legazioni presso le altre Corti una dichiarazione circolare (in data dei quattordici di dicembre) intorno ai principali risultamenti del medesimo. Incominciarono coll’accennare quanto si era stabilito sulla partenza delle truppe ausiliarie dal Piemonte e dal Regno delle due Sicilie, quindi soggiunsero «così per quanto gli avvenimenti avevano corrisposto ai loro voti essersi effettuata la dichiarazione fatta al termine del Congresso di Laybach» di non voler promulgare oltre i limiti di una rigorosa necessità il loro intervento nelle cose d’Italia «così svanire i vani timori, le ostili interpretazioni, le sinistre profezie, che l’ignoranza e la mala fede avevano sparso per l'Europa, per trarre in errore la opinione dei 9popoli sulle intenzioni sincere e leali dei monarchi. Nessuna segreta vista, nessun calcolo am9bizioso, o interessato avere avuto parte alle risoluzioni che una imperiosa necessità aveva loro dettate nell’anno precedente. Resistere alla rivoluzione, prevenire i disordini, i delitti; le calamità infinite ch’essa chiamava sull’intiera Italia; stabilirvi l’ordine e la pace; dare ai Governi legittimi i soccorsi che avevano il diritto di chiedere, esser l’unico oggetto dei loro pensieri e dei loro sforzi. Di mano in mano che quest’oggetto si compiva, eglino ritiravano, ed avrebbero continuato a ritirare i soccorsi che una necessità troppo vera aveva solo potuto provocare e giustificare. Felici di poter lasciare ai Principi che dalla provvidenza ne erano «stati incaricati la cura di vegliare alla sicurezza ed alla tranquillità dei loro popoli, e di togliere in questo modo al mal talento fino l'ultimo pretesto di cui avesse potuto far uso per spargere dei dubbj sulla indipendenza dei Sovrani d’Italia».

32. «Colle risoluzioni prese a sollievo dell'Italia, sarebbe stato conseguito lo scopo del Congresso di Verona, quale era stato indicato da un impegno positivo; ma i Sovrani ed i gabinetti riuniti non aver potuto a meno di non rivolgere i loro sguardi a due gravi complicazioni, il cui sviluppo li aveva senza posa tenuti occupati dopo, il Congresso di Laybach. Sul finire di quella ragunanza essere accaduto un avvenimento della più alta importanza. Quello che il genio della rivoluzione aveva incominciato nella penisola occidentale e tentato in Italia, l'aveva consumato alF estremità orientale dell’Europa. Nel momento stesso in cui le rivoluzioni di Napoli e di Torino cedevano all’approssimarsi di una forza regolare, la face della rivolta essere stata lanciata in mezzo all’impero ottomano. L’epoca contemporanea degli avvenimenti non lasciare alcun dubbio sulla identità della loro origine. Lo stesso male che li riproduceva in tanti e così diversi punti sempre con forme e linguaggi analoghi, quantunque sotto pretesti diversi, palesare troppo evidentemente l’officina comune ond'era uscito. Gli uomini che avevano diretto a quelle mosse essersi lusingati di trarne partito per seminare la zizzania nei consigli delle Potenze e per infievolire le forze che nuovi pericoli potevano chiamare in altri luoghi dell’Europa. Vana essere stata tale lusinga. Risoluti di respingere il principio delle rivoluzioni in qualunque luogo e sotto qualsivoglia forma avesse osato di comparire, essere essi stati solleciti nel riprovarlo. Occupati assiduamente del grande oggetto delle loro comuni sollecitudini, aver saputo resistere a qualunque considerazione che avesse potuto farli traviare, ma dando ascolto nel tempo stesso alle voci della loro coscienza, e ad un sacro dovere, avere trattato la causa della umanità in favore delle vittime di una intrapresa quanto male ponderata, altrettanto colpevole. Le molte comunicazioni confidenziali che Avevano avuto luogo fra le cinque Corti in quest’epoca, aver posto la questione intorno all’Oriente sopra basi di unanime accordo intieramente soddisfacenti, e la loro unione a Verona non aver avuto che a consacrare ed a confermare tali risultamenti».

33. «Altri avvenimenti meritevoli di tutta la loro sollecitudine aver fissato i loro sguardi sulla situazione deplorabile della penisola occidentale di Europa. La Spagna soggiacere al destino riserbato a quei paesi che avevano avuto la mala sorte di cercare la prosperità su quelle vie che non possono condurvi. Percorrere essa il circolo fatale della sua rivoluzione che uomini traviati o perversi avevano preteso di rappresentare come un beneficio, anzi quel trionfo di un secolo di lumi. Il potere legittimo essere quivi incatenato, e servire esso medesimo d’istromento per rovesciare ogni diritto e tutte le libertà legali. Il regno essere in preda ad ogni specie di convulsioni e di disordini, la guerra civile consumare le ultime proprietà dello Stato. l’unione di tanti elementi di disordine e di confusione inspirare giuste inquietudini ai paesi che erano in immediato contatto colla penisola. I Sovrani non poter contemplare con indifferenza tanti mali sopra un paese accompagnati da tanti pericoli per gli altri. Quindi le loro ambascerie aver ricevuto l'ordine di abbandonare la penisola. Da tutto ciò pertanto conoscersi che i principj i quali avevano a loro servito di guida costante nelle importanti questioni d'ordine e di conservazione, alle quali i recenti avvenimenti avevano dato così alta importanza, non erano stati smentiti nelle ultime loro transazioni. Confidare essi che avrebbero trovato altri e tanti collegati in tutti coloro che erano rivestiti del supremo potere, e lusingarsi che le loro parole sarebbero considerate come un nuovo pegno della loro risoluzione ferma ed immutabile di consacrare alla prosperità dell’Europa tutti i mezzi che la Provvidenza aveva messo a loro disposizione (1)». Il Congresso si disciolse nella metà di dicembre.

34. Il Re di Prussia durante quel Congresso fece un viaggio per l'Italia meridionale, e giunse sino a Napoli. Ferdinando I sul fine di dicembre recossi a Vienna, e vi si trattenne sino alla state dell’anno seguente (2).

35. Cessò di vivere in quest’anno Antonio Canova insigne scultore. Egli era nato in Possagno, terra della provincia di Treviso, nel dì primo di novembre del mille settecento cinquantasette. Visse in Roma. Morì casualmente in Venezia ai tredici di ottobre (3).

1823 - SOMMARIO

  • Rispostadel Governo spagnoloalladichiarazione del Congresso di Verona 
  • Questionifra la Spagna e la S Sede 
  • IFrancesi invadono la Spagna e Ferdinando VII riassumeil potere 
  • IlPrincipe di Carignano si reca a guerreggiare in Ispagnae ritorna a Torino 
  • Pretensionedel Re del Regno delle due Sicilie alla Reggenzadi Spagna 
  • Ristabilimentodel potere assoluto in Portogalloa 
  • GliAustriaci sgombrano il Piemonte 
  • Dotazionedell’Accademia delle Scienze di Torino Riaprimentodelle Università di Torino e di Genova 
  • Convenzionefra ! Austria e la Sardegna per laconsegnadei disertori11 
  • Trattatodi amicizia e di commercio fra la Sardegna e la Porta Ottomana 
  • L’Imperatored’Austria conchiude un trattato col Duca di Modena per illibero trasporto delle sostanze fra* rispettivi sudditi 
  • Altro simile ne sottoscrive nel Ducato di Parmaa 
  • Introduzionedel sistema monetario austriaco nel RegnoLombardo Veneto 
  • Incendiodella Basilica di San Paolo nella via Ostiense 
  • Mortedi Pio VII Cenni biografici 
  • Elezionedi Leone XII 
  • Diminuzionedell' esercito austriaco nel Regno delle due Sicilie, e nuovoordinamento dell’esercito napolitano 
  • Condannadi Settarjin Napoli e nella Terra di Lavoro 
  • Seviziee condanna di De Matteis Intendente di Cosenza 
  • Condannadi Settarj in Palermo 
  • Terremotoin Palermo Inondazione in Messina 
  • Funestoaccidente in Malta 

1823

1. La dichiarazione del Congresso di Vienna non fu punto sufficiente a moderare la rivoluzione di Spagna. Quel Governo rispose «la sua costituzione promulgata nel mille ottocento e dodici, rovesciata dalla violenza dopo due anni, e ripristinata nel mille ottocento e venti, essere nazionale. La Spagna non essersi mai ingerita nelle leggi interne di altra nazione, quindi non riconoscete in verun’altra il diritto d’intromettersi ne’ suoi affari. I mali che l’affliggevano non derivare punto dalla costituzione. Essere i medesimi inseparabili dalla rivoluzione. Del resto alla Spagna sola spettare il porvi rimedio. Il Governo spagnolo non si sarebbe mai allontanato dalla linea che gli indicarono i suoi doveri, l'onore nazionale ed il suo attaccamene to al codice fondamentale giurato nel mille ottocento e dodici». Ricevute tali risposte i Rappresentanti di Austria, di Francia, di Prussia e di Russia nel mese di gennajo partirono da Madrid (1).

2. Partì eziandio il Nunzio pontificio; ma in ciò conviene accennare che quel Governo volendo diminuire la influenza ecclesiastica, sino dal mille ottocento e venti aveva soppresso la Inquisizione, i Gesuiti, e circa trecento monasteri o conventi di altri Ordini religiosi (2). Nell’anno seguente aveva disposto che cessasse qualunque pagamento a Roma per bolle, dispense e qualsivoglia altro titolo ecclesiastico, soggiungendo che «essendo conforme alla pietà ed alle generosità della nazione spagnola il contribuire al decoro ed allo splendore della Sede Apostolica, come anche alle spese necessarie per il Governo universale della Chiesa, assegnava per allora al Santo Padre un'offerta volontaria di novemila scudi annuali, oltre le somme indicate nei precedenti concordati (3)». Nel mese di settembre del mille ottocento e ventidue nominò Ministro plenipotenziario in Roma il Canonico Villanuova il quale nelle Corti aveva manifestato sentimenti contrarj alle massime della Santa Sede, ed aveva poc’anzi pubblicata un’opera che era stata proibita dalla Congregazione dell’Indice. Da tutto ciò ne venne che il Papa disgustato dai principi e dalla propensione della rivoluzione spagnola, ricusò di ricevere quel Rappresentante. Allora il Governo di Madrid scacciò dalla Spagna (nel mese di gennajo di quest’anno) il Nunzio pontificio Giacomo Giustiniani, e richiamò un Incaricalo di affari che aveva in Roma (1).

3. Del resto il Governo Francese temeva sempre più la influenza dei principi esaltati vigenti in Ispagna. Era inoltre molestato dalle trame di alcuni suoi fuorusciti i quali avevano colà alzata una bandiera in nome di Napoleone II. I partigiani dell'antico dispotismo esageravano tali timori, ed infine la Corte decise di venire alla guerra. Invano vari uomini di Stato (tra’ quali Talleyrand) si opposero sostenendo «esser vani quei timori, ingiusta, pericolosa, inutile quella guerra». Lo spirito di parte prevalse alla politica, e si corse alle armi (2). Sul principio di aprile circa cento venti mila Francesi capitanati dal Duca di Angoulemme entrarono in Ispagna pet distruggere la costituzione. Gli Spagnoli rovinati nelle finanze, e divisi dalle parti non poterono resistere a tale forza ordinata. Quindi i Francesi occuparono facilmente Saragozza e Burgos nello stesso mese, Madrid ai ventidue di maggio é Siviglia ai diciannove di giugno. Le Corti ed i Ministri conducendo seco il Re (che nel dì undici di giugno sospesero dall’esercizio del sovrano potere) con tutta la sua famiglia, si ritirarono a Cadice; ma finalmente dovettero cedere, e sul fine di settembre lasciarono al Sovrano la libertà di passare al Campo francese. I principali Liberali si rifuggirono per la maggior parte in Inghilterra. Ferdinando VII riassunse l'assoluto potere, e incominciò subito a perseguitare quelli che erano rimasti nei suoi dominj (3). Alcune truppe francesi rimasero poscia in Ispagna al mille ottocento e ventotto per rassodarvi l'autorità sovrana (4).

4. Il Principe di Carignano partito da Firenze sul fine di aprile recossi a combattere nell'esercito francese in Ispagna. Giunto al quartiere generale ai sedici di maggio, nel giorno seguente ebbe in Buitrago il comando di una brigata di dragoni. Marciando colla vanguardia si trovò nel dì otto di giugno ad un combattimento seguito ad Elviso, ed ai trentuno di agosto intervennero i granatieri all’assalto ed alla presa del Trocadero presso Cadice. Ritornò poscia a Torino sul principio di febbraio dell’anno seguente (5).

5. Allorquando i Francesi preparavano la spedizione di Spagna, consideravasi generalmente Ferdinando VII quasi prigione fra proprj sudditi. In tale circostanza Ferdinando I Re del Regno delle due Sicilie, quale chiamato ad eventuale successione, propose che a se (o pure ad un suo Rappresentante) fosse affidata la Reggenza di quella monarchia sino alla liberazione del Sovrano. L’Austria appoggiava tale proposizione; ma la Francia la rigettò, non volendo che altre Potenze s’ingerissero nelle cose di Spagna (1).

6. Gli avvenimenti di Spagna influirono naturalmente sul Portogallo. Quivi sul principio di giugno il Sovrano riprese il potere assoluto; ma per una rivoluzione interna e senza intervento di armi straniere (2).

7. Secondo la convenzione di Verona dell’anno precedente le truppe austriache sul fine di settembre sgombrarono intieramente dal Piemonte. Le spese per il loro mantenimento sommarono a diciotto milioni e mezzo di lire. Il Re non volendo aggravare lo Stato di tale peso straordinario, vi supplì con risparmj fatti nel proprio esercito, mantenendo truppe di meno dell’usato durante la occupazione straniera (3).

8. Carlo Felice fissò in quest’anno (con decreto dei sette di febbrajo)la dotazione dell’Accademia delle scienze di Torino e la determinò in annue lire trentamila e ottocento (4). Nel mese di novembre poi fece riaprire le Università di Torino e di Genova che erano state chiose nelle turbolenze del mille ottocento e ventuno (5).

9. La convenzione stabilita fra il Re di Sardegna e l’imperatore di Austria nel mille ottocento e diciassette per la reciproca consegna dei disertori, era spirata nel mille ottocento e ventidue. Fu allora prorogata temporaneamente (6). Frattanto si trattò per rinnovarla con aggiungervi ciò che l’esperienza aveva fatto riconoscere necessario per renderla più vantaggiosa. La nuova convenzione fu dipoi sottoscritta nel dì undici di luglio di quest'anno, e si stabilì che «continuasse 9ad essere in osservanza di cinque in cinque anni, senza che alla scadenza di tal termine fosse necessario che venisse espressamente rinnovata, fino a dichiarazione contraria di una delle due Potenze contraenti (1)». Le ratificazioni furono cambiate nel mille ottocento e ventisei ed allora soltanto la convenzione fu pubblicata.

10. Sino a quest’epoca la Casa di Savoja non aveva avuta alcuna correlazione diretta colla Porta Ottomana, né la sua bandiera era riconosciuta da quella Potenza. Quindi i Sardi che commerciavano in Oriente erano costretti di mettersi sotto la protezione di bandiere straniere. Dopo la unione del Genovesato Vittorio Emanuele erasi immediatamente adoperato per istabilire direttamente correlazioni diplomatiche colla Porta, ma aveva incontrato forte opposizione per parte della Francia gelosa del commercio genovese in Levante. Finalmente colla mediazione dell’Inghilterra si superò qualunque ostacolo e nel giorno venticinque di ottobre di quest’anno fu sottoscritto in Costantinopoli un trattato di amicizia fra la Sardegna e la Porta. Le relazioni commerciali furono stabilite sulla base in cui erano fra la Porta e la Gran Brettagna. Il Re di Sardegna mandò poscia un Ministro plenipotenziario a risiedere in Costantinopoli, e consoli nei principali porti ottomani, e furono presi gli opportuni provvedimenti affinché i Sardi potessero fare un più libero commercio nell’Arcipelago e nel Mare Nero (2).

11. Nel giorno dodici di agosto fra’ plenipotenziari dell’imperatore di Austria e del Duca di Modena fu sottoscritto in Milano un trattato col quale fu reciprocamente stabilito fra gli. Stati dei due Sovrani il libero trasporto delle sostanze, dell’eredità e delle successioni, restando abolita qualunque tassa per causa di esportazione. Il trattato fu dipoi messo in vigore ai sei di febbrajo del mille ottocento e ventisei giorno in cui furono combinate le ratificazioni (3).

12. Altro simile accordo l'.Imperatore France sco 1 stabilì colla Duchessa di Parma. Quindi ambedue i Governi pubblicarono (ai ventisei di agosto) notificazioni uniformi colle quali annunziarono che «i sudditi degli Stati di Austria e di Parma erano ammessi al reciproco godimento dei diritti civili per acquistare e possedere beni stabili (4)».

13. Accennerò eziandio che con patente del dì primo di novembre Francesco I estese al Regno Lombardo Veneto il sistema monetario ch'era in osservanza negli altri Stati dell’Impero austriaco (5).

14. Gran disastro accadde in quest'anno a Roma. La basilica di S. Paolo nella via Ostiense fondata da Costantino Magno, e riedificata dagli Imperatori Teodosio ed Onorio con preziosi marmi e soffitto di legno, restaurata ed ornata da varj sommi Pontefici, nella sera dei quindici di luglio fu rovinata da causale incendio. La forza del fuoco distrusse il tetto e cinquanta magnifiche colonne di marmo, fra le quali ventiquattro di frigio (paonazzetto) di un valore inestimabile. Grave ed universale fu il dolore per la perdita di un tanto monumento. Solo il Papa non lo conobbe, perchè essendo infermo, i famigliari glielo celarono per non cagionarli un inutile dispiacere (6).

15. L’infermità di Pio VII proveniva da una caduta fatta ai sei di luglio, nella quale si era rotto il collo del femore sinistro. La gravità del male fu accresciuta dall’età avanzata, e ne derivò un invincibile languore, al qual finalmente nel giorno venti di agosto dovette soccombere. Era nato in Cesena ai quattordici di agosto del mille settecento e quarantadue nella famiglia dei Chiaramonti, nobile ma non doviziosa; ed al battesimo fu chiamato Barnaba Luigi. Nell’età di anni sedici entrò fra’ monaci Casinesi, ed allora nomossi Gregorio Barnaba. Pio VI di cui era parente, nel mille settecento ed ottanta due gli conferì il vescovato di Tivoli, tre anni dopo la trasferì a quello d’Imola, e lo creò Cardinale. Esaltato al Pontificato ai quattordici di marzo del mitre e ottocento governò la Chiesa anni venti tre, cinque mesi e sei giorni. Visse anno ottantuno e giorni sei. Fu divoto, mansueto ed umile. Largo coi poveri, fu parco coi suoi parenti ai quali non permise mai che venissero a Roma. Diede a loro tenui assegnamenti e regali finché visse e lasciò in morte un patrimonio che appena ascendeva al valore di circa cento e cinquanta mila scudi provenienti dai risparmj del suo appannaggio e dai regali ricevuti. Molte cose, come narrai, operò nella Chiesa e nello Stato e nella maggior parte seguì i consigli del Cardinale Consalvi suo Segretario di Stato. Alle cose raccontate aggiungerò che promosse specialmente gli studj archeologici, facendo scavamenti ed ampliando i musei del Vaticano e del Campidoglio, Formò eziandio una galleria vaticana unendo nella medesima varj quadri dei primari autori, che un tempo sparsi in varj luoghi, nel mille settecento e novanta sette erano stati trasportati in Francia, ed erano stati ricuperali nel mille ottocento e quindici. La sua memoria rimase in venerazione.

16. Ai due di settembre trenta sette Cardinali entrarono nel conclave che. fu ragunato. nel palazzo del Quirinale. Ne sopraggiunsero di poi altri dodici, così che in tutto furono quarantanove. MoIti erano zelanti esclusivamente delle cose antiche, e fra questi segnalavansi Gregorio, Falzacappa, Testaferrata, e Pallotta. I moderali (detti volgarmente diplomatici) non erano che diciassette ed i principali erano Consalvi, Spina, Arezzo, e Fabrizio Ruffo; ve n’erano poi diversi indifferenti a qualunque parte. I diplomatici diedero alcuni voti ad Arezzo, ma più a Castiglioni il quale dai diciassette di settembre in poi ebbe sempre quindici voti. Gli zelanti ne diedero a Gregorio, ma la maggior parte a Severoli. Questi di fatti nella mattina dei ventuno dello stesso mese n’ebbe ventisette, e probabilmente nel prossimo scrutinio ne avrebbe avuto un numero sufficiente per essere eletto (cioè i due terzi del totale), ma nello stesso giorno per mezzo del Cardinale Albani ebbe l'esclusione dalla Corte di Vienna dove era stato Nunzio. Allora i principali zelanti invitarono esso medesimo ad indicare un Cardinale che credesse idoneo, ed egli propose Annibale della Genga. Di fatti questi dai ventidue di settembre incominciò ad avere dodici e più voti. Intanto alcuni si adoprarono per esaltare il Cardinale della Somaglia Decano del Sacro Collegio il quale era generalmente desiderato dai politici e dai letterati, ma non poterono ragunare (ai ventisei di settembre) più di dodici voti. Prevalse la parte che favoriva il Della Genga, e si adoperarono specialmente per lui Pallotta molto attivo ed Odescalchi piissimo. Questi trassero a se gl’indifferenti, rivoltarono Clermont-Tonnere e Naro che erano fra i diplomatici, e nella mattina dei vent’otto dello stesso mese di settembre il Della Genga ebbe trenta quattro voti, e perciò rimase eletto. Degli altri quindici voti ne furono dati otto al Castiglioni e sette a diversi altri Cardinali. Il nuovo Pontefice assunse il nome di Leone XII in grata memoria di Leone X il quale aveva beneficato il pittore Girolamo Genga suo antenato.

17. A tenore di quanto si era stabilito nel congresso di Verona (1) sul principio dell’anno diciassette mila austriaci partirono dal Regno delle due Sicilie. In quanto poi al suo esercito Ferdinando I con decreto dei ventisette di giugno dispose che oltre la guardia e quattro reggimenti di svizzeri, vi fossero otto reggimenti di fanteria di li' nea, quattro di cavalleria, quattro battaglioni di cacciatori, un corpo di giandarmeria ed altro di artiglieria (2). Circa la marina con altro decreto prescrisse che vi fossero due vascelli, sei fregate, una corvetta, sessanta cannoniere o bombardiere ed altri ventinove legni minori (3).

18. In Napoli e nella terra di Lavoro la polizia scoprì che alcuni miserabili univansi in società secrete denominate nuova riforma di Francia, Ordoni di Napoli ed Escamisados collo scopo di uccidere Sovrani e stabilire Repubbliche. Ne furono arrestati diversi, ed i tribunali ne condannarono sei alla morte, e diciotto ai ferri (4).

19. Nella Calabria citeriore alcuni imbroglioni denunziarono sul fine del mille ottocento e ventuno essersi istituita una nuova setta denominata dei Cavalieri Tebani o Cavalieri europei riformati, diretta similmente ad ammazzare i regnanti e distruggere le monarchie. Un Giambattista De Gattis provinciale prepotente ed avido di vendicarsi contro alcuni abitanti della terra di S. Mango, coi quali aveva una lite, aggravò nell'anno seguente la denunzia sostenendo esservi una congiura permanente in tutta la Calabria. Era Intendente in Cosenza (Capitale della Calabria citeriore) Francesco Nicola De Mattheis fautore del dispotismo, altero ed ambizioso. Egli colse pertanto volentieri una tale occasione per procacciarsi fama ed onore, e forse acquistarsi un posto fra Segretarj di Stato. Chiese ed ottenne la facoltà di compilare esso solo il processo contro i cospiratori di tutte tre le provincie di Calabria. Fece quindi arrestare molli individui e nulla omise per provare la congiura. Adoprando contro sette rei e quaranta testimoni battiture, ceppi, collari di ferro inchiodati al muro, legature strette e congiunzioni di pollici delle mani con quelli dei piedi, ebbe le prove che bramava. Fatta quindi nominare una Commessione militare m Catanzaro, consegnò alla medesima diciassette rei? Di questi eranvene dieci di San Mango e fra essi il Parroco con altri due sacerdoti. La Commessione nel dì ventiquattro di marzo del mille ottocento e ventitré ne condannò tre. alla morte, e dieci (tra i quali nove di S. Mango) ai ferri. Eseguita la capitale sentenza s’innalzarono molte grida contro la irregolarità e la ingiustizia della medesima, e sul fine del mille ottocento e ventiquattro il Re commise la cognizione della cosa alla Corte suprema di giustizia. Questa fece arrestare il De Mattlieis coi suoi principali complici e dopo un lungo e strepitoso processo, l'avvocato generale lo accusò di calunnia contro le popolazioni di Calabria che suppose cospiratoci, di falsità nel processo, in cui tre individui furono condannati a morte e di abuso di autorità facendo tormentare rei e testimonj. Chiese pertanto la pena di morte tanto contro di lui quanto contro De Gattis suo cooperatore, e d'Alessandro uomo di legge alla Commessione militare. La Corte suprema proferì la sua sentenza nel dì sedici di luglio del mille ottocento e trenta. Di sedici giudici otto votarono per la morte del De Mattbeis, ed altri e tanti furono di parere che non costasse abbastanza del delitto di calunnia e di falsità. Quindi in parità di voti prevalse la sentenza più mite. Tutti però lo giudicarono reo di sevizie per abuso di potere e lo condannarono a dieci anni di relegazione. Per D'Alessandro e De Gattis la Corte ordinò ulteriore istruzione (1). Declamarono allora i fautori delle antiche cose «non doversi permettere che i Liberali si rallegrassero della condanna di uno dei più divoti al trono (1)» e tanto insistettero che il Re ai ventinove di novembre dello stesso anno per clemenza decretò «essere condonata la pena di dieci anni di relegazione inflitta al De Mattheis. Non si procedesse ulteriormente sul conto del D’Alessandro e del De Gattis; essere condonata la pena che rimanevano a subire sei dei giudicati dalla Commessione militare di Catanzaro (2)».

20. Anche in Palermo la polizia scoprì che alcuni antichi settarj, uomini oscurissimi, ragunavansi nuovamente in società segreta che avevano denominata de' Carbonari di nuova riforma. Ne arrestò alcuni, uno prese l’impunità e rivelò il tutto. Una Commessione militare, nominata in quest’anno per giudicarli, nel prossimo ne condannò due a morte e sei ai ferri (3).

21. Due gravi disastri accaddero in quest'anno in Sicilia. Ai cinque di marzo il terremoto danneggiò molti edificj in Palermo e sotto le rovine perirono diciannove persone. Nella notte seguente ai quattordici di novembre un impetuoso uragano scoppiato sopra Messina ed i vicini villaggi cagionò inondazioni le quali devastarono campagne, rovinarono edifizi, affogarono armenti e cento e sedici uomini (4).

22. Un funesto accidente avvenne in Malta. Nel giorno undici di febbraio, ultimo del carnevale, furono ragunati, secondo un antico costume, molti fanciulli del basso popolo in un convento di Minori Osservanti per distoglierli dal chiasso, e ricrearli con alcuni cibi. Passando per un corridoro oscuro, all'estremità del quale vi era una scala si affollarono, i primi caddero per i gradini, molti altri vi si ammucchiarono sopra, e circa cento rimasero il tal guisa miserabilmente soffocati (5).

1824 - SOMMARIO

  • Marina sarda 
  • Trattato di amicizia e dicommercio fra la Sardegna e Marocco 
  • Spedizione sarda controTripoli 
  • Convenzione della Sardegnacolla Sassonia per l'abolizione dell'albinaggio, e colla Toscanaper la consegna dei disertori 
  • Viaggio dell'Imperatore diAustria nel Regno Lombardo-Veneto 
  • Ponti sul Taro e sullaTrebbia 
  • Compenso ai feudatari nelmodanese 
  • Debito pubblico di Roma 
  • Cassa di ammortizzazione 
  • Omicidi settari nelleLegazioni Sentenza del Cardinale Rivarola 
  • Carbonari in Roma 
  • Assassini in alcuneprovincie romane e napolitane 
  • La Francia garantisce labandiera pontificia controiBarbareschi 
  • Giubileo in Roma 
  • Morte di Ferdinando I, acui succede Francesco I 
  • Viaggio dei Sovrani delRegno delle due Sicilie per l' Italia 
  • Convenzione fra le Corti diNapoli e di Vienna sullo sgombramento delle truppe austriache 
  • Truppe straniere al soldonapolitano 
  • Finanze di Sicilia 
  • Leggi per lo scioglimentodei diritti promiscui in quell'Isola 
  • Morte di Santa Rosa e diLucchesini 
  • Morte di Alessandro IImperatore di Russia Società segreta in quell'Impero

1824

Era in questi tempi l'Italia angustiata nel commercio essendo avvilite le sue produzioni ed arretrata la sua industria. Frumento, olio, lana, seta, canape e lino erano i principali articoli di esportazione. Ma i popoli che anticamente compravano il nostro frumento avevano migliorata la loro agricoltura. D’altronde dopo che la Russia sul fine del precedente secolo aveva conquistata la Crimea (1) ed aveva aperto colà sbocchi all’interno del suo vasto impero, da quei porti si trasportavano nel mediterraneo grani, il costo de' quali era molto inferiore a quelli d(9)Italia. Quindi avvilimento di prezzi nei nostri. La chimica avendo inventalo diversi succedanei all'olio, anche in quest(9)articolo ne derivò diminuzione di valore e di esportazione. La lana, il lino, la canape, ed in molti luoghi la seta, si asportavano grezze. La meccanica aveva somministrato in Francia ed anche più io Inghilterra molte macchine per agevolare manifatture; la chimica vi aveva di poi aggiunto il vapore per accelerarne il moto, ed i Governi colla loro grandezza favorivano tali invenzioni. All'opposto gl'Italiani coi loro tenui mezzi erano ri1788, num. 6, masti in ciò arretrati. Quindi panni, drappi, tele, tessuti di cotone, cuoj, lavori di bronzo e di acciaio, porcellane, cristalli, e tante altre manifatture straniere introdotte in Italia. Immensa poi era specialmente la quantità degli ornamenti femminili, detti volgarmente di moda, che provenivano dalla Francia. Aggiungevasi il consumo molto aumentato dello zuccaro e del caffè, de' vini di Francia e di Spagna e tanti altri oggetti di lusso, e da tutto ciò ne derivava un rovinoso sbilancio fra la importazione e la esportazione. Per rimediare temporaneamente ad un tanto male, i Governi Italiani applicaronsi generalmente a stabilire nuove tariffe di dogane, per escludere quanto più fosse possibile merci straniere. Il Re del Regno delle due Sicilie procurò inoltre di favorire la marineria mercantile colf accordare rilascj (dal dieci al quaranta per cento) sul dazio delle merci importate ed esportate con bastimenti di sua bandiera (2).

2. Intanto il Re di Sardegna per recare qualche sollievo ai Possidenti angustiati dal basso prezzo dei grani, diminuì per quest'anno la contribuzione fondiaria di un dodicesimo (1) cioè di circa un milione di lire.

3. Fin dal mille settecento sessanta tre la Sardegna e l’Austria, come narrai (2), avevano conchiuso una convenzione per abolire fra’ rispettivi sudditi il diritto di albinaggio. In quest’anno poi ne sottoscrissero un’altra (ai diciannove di novembre) per estenderla ai paesi posteriormente uniti alle due monarchie (3).

4. Dopo lunga e varia malattia nel giorno diesel di febbrajo cessò di vivere in Moncalieri il Re Vittorio Emanuele. Era nato ai ventiquattro di luglio del mille settecento e cinquanta nove del Re Vittorio Amadeo III della Regina Maria Antonietta de’ Borboni di Spagna. Probo e moderato, fu amato dai sudditi finché fu sul trono, e venerato da tutti dopo che dignitosamente ne discese. Oltre le figlie maritate col Duca di Modena e col Duca di Lucca, lasciò colla superstite Regina altre due fanciulle. Agli undici di ottobre morì eziandio la Principessa Marianna di Savoja Duchessa del Chiablese.

5. Ai diciotto di giugno dopo breve malattia reumatica terminò similmente i suoi giorni Ferdinando III Granduca di Toscana. Era nato ai sei di maggio del mille settecento e sessanta nove. Governando uno Stato bene ordinato e tranquillo non somministrò molta materia agli annali. Ma colto ed affabile, fu amato dal popolo in vita e compianto in morte. Gli successe il figlio col nome di Leopoldo II.

6. Morì eziandio in quest'anno Maria Luigia Duchessa di Lucca. Soccombette ad idropisia di petto in Roma (dove suoleva dimorare nell’inverno) ai tredici di marzo, mentre era nell’anno quarantesimo secondo dell’età sua. Le successe il figlio Carlo Lodovico.

7. Fra’ morti illustri in quest’anno si deve anche fare menzione del Cardinale Ercole Consalvi celebre per la influenza esercitata nel pontificato di Pio VII. Morì ai ventiquattro di gennaio nell’età di anni sessanta sette. Fu zelante del pubblico bene e facile conciliatore fra le antiche e moderne idee; corteggiatore, degli stranieri potenti ed imperioso sui sudditi pontificj; fatigatore indefesso, ma senza alcun ordine, e fra’ grandi affari intento spesso ai più minuti; regolò con opportuni concordati le correlazioni della Santa Sede con varie Potenze; adoperandosi per ordinare lo Stato incominciò molle cose, ne stabilì alcune, e ne lasciò varie imperfette. Fra queste ultime il codice, il catasto, ed il fondo per l’ammortizzazione del debito pubblico.

9. Leone XII avverso alle novità civili del Consalvi, e tenace degli antichi usi aristocratici intraprese immediatamente a riformare Io Stato. Pubblicò pertanto che «dopo le orribili calamità Pio VII aveva messo mano coraggiosamente all’innalzamento di un edilizio di pubblica amministrazione. Aveva veduto però quel Pontefice che tali nobili istituzioni avrebbero potuto rettificarsi e migliorarsi, come realmente aveva fatto con tante provvidenze posteriori distaccate e male interpretate. Essere adunque necessario di ricomporre quel vasto edilizio; quindi col pa- rere di una Commissione di giureconsulti, e di una Congregazione di Cardinali aveva innovato varie disposizioni del motu-proprio del mille ottocento e sedici. Avere restituito alla Nobiltà quella distinzione di cui gode in tutti gli Stati civilizzati, ed avere accordato ai proprietarj una più estesa e più libera disposizione delle loro sostanze». Promulgò di fatti un altro motu-proprio col quale molte cose nuove dispose e fra le altre soppresse quattro piccole provincie unendole alle vicine. Restrinse le Congregazioni governative (consigli presso i Capi delle provincie) cangiò in parte le leggi di successione e quelle di procedere civile. Ai tribunali collegiali di prima istanza surrogò giudici singolari. Ampliò la giurisdizione dei Vescovi nei giudizj civili. Concesse la facoltà d’istituire fedecommessi e primogeniture in perpetuo e per qualunque piccola quantità di beni stabili. Prescrisse che le femmine congruamente dotate fossero escluse dalle successioni degli ascendenti e dei discendenti, e soggiunse che si avesse per congrua la dote, quando con essa la femmina era stata collocata in matrimonio con persona di pari condizione (1).

9. Fra gli atti principiati e non ultimati nel precedente pontificato eravi un nuovo ordinamento degli studj in tutto lo Stato ecclesiastico. Leone XII lo fece terminare, e pubblicò una costituzione colla quale prescrisse «il metodo da osservarsi sugli studj uniti colla pietà». Rammentò la proposizione di Sisto V che «le città ed i regni sono ottimamente amministrali allorquando i sapienti e gli intelligenti ne sono al governo quindi stabilì che una Congregazione di Cardinali presiedesse agli studj di fritto lo Stato ecclesiastico; vi fossero due Università primarie una in Roma e l'altra in Bologna, e cinque secondarie in Ferrara, Perugia, Cameri9no, Macerata, e Fermo. A quella di Roma presiedesse (come per lo innanzi) il Cardinale Camarlengo, le altre fossero sotto la direzione degli Arcivescovi, o Vescovi locali; le altre scuole pubbliche di tutti i paesi dello Stato fossero similmente sotto la vigilanza dei Vescovi e di ecclesiastici da loro dipendenti». Prescrisse poscia regolamenti in tutti i rami del pubblico insegnamento (1). In tale circostanza aumentò gli stipendi ai professori della Università di Roma (detta della Sapienza) che dianzi erano tenuissimi. Nel Collegio Romano vi ristabilì i Gesuiti.

10. Eravi in Roma (come in altre Capitali) una Commessione per promuovere la vaccinazione. Ma Leone XII era particolarmente avverso a tale preservamento e perciò la soppresse. Quindi «nuove stragi del vajolo arabo pel basso popolo che non aveva mezzi da premunirsi privatamente contro una pestilenza così micidiale (2).

11. Per zelo di pietà cristiana Leone XII avrebbe voluto impedire qualunque male morale. Quindi istituì uno spionaggio suo particolare ed estesissimo, e lo diresse specialmente contro le colpe che tra maschj e femmine sopp 'pur troppo comuni. Egli giunse persino a condannare senza sentenza di giudice, e con suo rescritto, una delle guardie nobili alla degradazione ed al rinchiudimento per sette anni in un castello, per essere stata sorpresa in adulterio con una donna di fama cattiva. Dopo alcuni mesi le restituì la libertà, ma non gli onori della milizia.

12. In quanto agli affari ecclesiastici accennerò che da tempi antichissimi eranvi in Roma parocchie ottantuna, delle quali alcune molto vaste ed altre ristrettissime; non pochi parrochi mancavano di rendite sufficienti ad una mediocre sussistenza. Leone XII ne fece una nuova circoscrizione, le ridusse a quaranta quattro, ed accrebbe le congrue a molti parrochi (3).

13. Terminò le negoziazioni principiate da Pro VII per ordinare le correlazioni dei cattolici ne! Regno di Annovter. Concertandosi per tal effetto con un Incaricato di quel Sovrano, pubblicò una Bolla (in data dei ventisei di marzo) colla quale stabilì in quello Stato due Vescovati, uno in Hildesheim, e? altro in Osnabruk con quanto occorre per la retta amministrazione delle due chiese (4).

14. Gravi sollecitudini intanto cagionavano allo zelante Sommo Pontefice le cose di Francia. Quel Clero avrebbe desiderato di ricuperare maggiori vantaggi dopo la ristorazione dei Borboni. All’opposto il Governo temeva che aspirasse ad eccessiva influenza. Quindi il Ministro dell’interno, con circolare dei diciotto marzo, e dei venti maggio, chiese ai professori ed ai superiori dei seminarj l'adesione alla dichiarazione del mille seicento ottantadue sulle quattro proposizioni gallicane. Alcuni ecclesiastici fra quali il Cardinale Clermont-Tonnere Arcivescovo di Tolosa si opposero apertamente a quella disposizione quindi inquietezze e disgusti. In tali circostanze Leone XII scrisse (nel dì quattro di giugno) una lettera a Luigi XVIII che in sostanza conteneva «Il Clero dovergli qualche miglioramento sulla sua sorte, ma non essere sufficientemente protetto dalle leggi, né abbastanza sostenuto dai magistrati. Sussistere ancora una legislazione che offendeva la religione in molti modi. Chiunque poter pensare e credere come gli piaceva. I professori delle scienze saere essere costretti con giuramento ad insegna‘ re dottrine appartenenti alla classe di opinioni che avevano di già cagionato mali gravissimi, ed avevano somministrato ai nemici della religione armi potenti per combatterla, ed. insultarla. Il concordato del mille ottocento diciassette non essere ancora eseguito. Meditarsi di aprire nuove piaghe nel seno della chiesa. Non aversi molta premura di far cangiamenti in una legislazione che conteneva ancora massime degli infelici tempi della rivoluzione e della usurpazione. Tutto essere ridotto ad un timore ed a riguardi per i Liberali ed i Protestanti. l’Ente Supremo avere operato prodigi in favore della Francia e della dinastia dei Borboni, ne avrebbe fatti altri, ma in compenso esigere testimonianze di una pietà sincera. Scegliesse a collaboratori uomini sperimentati tanto per i loro talenti politici, quanto per la loro pietà. Si rammeritasse che i Principi cattolici sono i protettori e non i dominatori della chiesa, che Gesù Cristo fondò libera col prezzo del suo sangue, e che sono anche figli di questa madre comune». Il Re di Francia ai venti di luglio, in somma, gli rispose «Conoscere la necessità di dissipare le sue inquietezze sulla situazione della chiesa. Avere procurato come i Re suoi predecessori di dilatarla e di consolidarla coll’appoggio delle leggi e delle istituzioni, col concorso e lo zelo dei magistrati, col favore accordato all’insegnamento delle sane dottrine. Manifestargli perciò la sua sorpresa sulla non esattezza dei rapporti che sembrava avere ricevuto da Francia, e che dettati da uno zelo imprudente e poco illuminato, avevano potuto ingannare la di lui credenza sul vero stato delle cose. Si compiacesse di riferirsi alla sua esperienza ed allo zelo che in lui riconosceva pel bene della chiesa. Saprebbe conciliare i diritti di essa con quelli della sua corona, e badare a ciò che gli conveniva. di fare per mantenere la unione e la concordia tra’ suoi sudditi (1) ».

In tale circostanza Leone XII inclinava a dichiarare che la Santa Sede non si oppone punto alla prima delle quattro proposizioni gallicane, nella quale si sostiene che al Vicario di Cristo non compete alcun diritto sul dominio temporale dei Principi 99, Ma poi se ne astenne riflettendo ohe i difensori delle medesime si sarebbero rallegrati per la dichiarazione pontificia relativamente alla prima, e non avrebbero punto desistito dal sostenere le altre (2).

15. Le amarezze che queste cose recavano a Leone XII furono poco dopo aumentate da una deplorabile impostura. Erano giunte in Roma lettere di Mehemet Ali Pascià di Egitto dirette alla Propaganda ed allo stesso Pontefice, colle quali si chiedeva in Arcivescovo Copto di Menfi (dove dianzi eravene uno eretico) un certo Abramo Chasciur alunno nel Collegio di Propaganda. Si facevano da ciò sperare beni immensi alla chiesa in quelle parti. Sul voto della congregazione cardinalizia di Propaganda il Papa vi acconsentì, sebbene il Chasciur non avesse che ventidue anni. Per maggiore solennità della cosa egli stesso volle consacrarlo. Somministrogli poscia quanto occorreva per le sacri suppellettili e per il viaggio, e nel mese di agosto lo avviò verso l'Egitto. Poco dopo però scuoprissi essere false le lettere del Pascià ed altro non esservi stata che una tenebrosa e sacrilega impostura del Chasciur ajutato da qualche altro imbroglione. Quindi quell'impostore essendo stato spinto da una burrasca sulle coste di Calabria, alle richieste del Papa fu arrestato e consegnato a Roma. Il Tribunale della Inquisizione lo condannò al carcere perpetuo (1).

16. Spirava in quest'anno il triennio prefisso nel mille ottocento e ventuno alla occupazione militare austriaca nel regnò delle due Sicilie (2). Le corti interessate però credettero opportuno di prorogare un tale termine. Quindi ai trentuno di agosto si sottoscrisse una nuova convenzione nella quale fìi stabilito che la occupazione durasse sino al fine di maggio del mille ottocento e ventiséi. Si determinò che la forza del corpo austriaco fosse di trentacinque mila e cinquecento uomini (3).

17. Intanto colla continuazione dell'occupazione austriaca proseguivano le spese straordinarie, ed in quest'anno fuvvi nell'erario del regno delle due Sicilie una mancanza di sei milioni duecento e settanta mila ducati (4). Per supplirvi il Governo creò un nuovo debito con Rothschild nella somma di due milioni e mezzo di lire sterline ossia di quindici milioni di ducati. Secondo il solito si fissò l'interesse al cinque per cento, ed il fonda di ammortizzazione all’uno per cento all’anno per estinguerlo in trentasei anni (5). Il saggio però del capitale fu calcolato all’ottanta quattro per cento. Quindi invece di quindici milioni di ducati se ne ebbero soltanto dodici milioni e seicento mila (6).

18. Leggi utilissime furono promulgate per la Sicilia. Era quest’isola priva di strade carrozzabili, non essendo vene che alcuni tratti presso le città principali e senza alluna comunicazione tra loro. Il Re decretò che se ne terminassero due che erano principiate da Palermo verso Tropari e verso Messina. Nel corso di quest’ultima poi se ne diramassero altre tre per Girgenti, Siracusa, e Catania; per la spesa si prese a prestito dal banchiere napolitano Falconet un milione di ducati all’interesse del cinque e tre quarti per cento, da restituirsi nello spazio di anni venti. Per ammortizzare un tal debito fu aumentata la tassa fondiaria di uno e mezzo per cento per Io spazio di anni dieci (1).

19. I grandi Possidenti di Sicilia erano per la maggior parte gravati da debiti che chiama vano soggiogazioni. Non potendo anticamente per i vincoli feudali e fedecommissari alienare fondi, dal secolo decimo quinto, per soddisfare ai bisogni straordinarj, incominciarono ad imporvi censi passivi, lochè chiamavano soggiogare. Prevalse anche la consuetudine che per le vite milizie ai cadetti e le doti alle femmine non davano beni stabili o somme in danaro, ma constituivano un’annua rendita sopra l'intiero patrimonio. Da tutto ciò ne venne che a poco a potfo si gravarono di tanti debiti aventi ipoteca generale, che spesso assorbivano la metà ed anche più della rendita. Bufera pagava per soggiogazioni annue onze quaranta mila di frutti, Paterno trenta quattro mila, Terranova (ossia Montelcore) ventidue mila, Trabia undici mila, e sette in otto mila ne pagavano Villafranca, Castiglione e Valgrarnera. Questi debiti poi erano divisi e suddivisi in piccole partite che solevansi pagare due volte all’anno, e perciò ne derivava un’amministrazione imbrogliata e dispendiosissima. Quindi tutti i mali delle grandi possidenze, senza l'utile dei ricchi proprietarj. l’abolizione dei feudi e dei fedecommessi non recò a questo sconcerto alcun rimedio, poiché rimaneva sopra i fondi l’ipoteca generale che inceppava estremamente e rendeva quasi impossibili le vendite parziali per soddisfare addebiti. Si avvilirono intanto i prezzi dei frumenti (che costituivano la rendita principale), ed i Possidenti non poterono più soddisfare ai loro pesi. Quindi sconcerti generali in tutta l'Isola. Soccorse finalmente ad un tanto male il Re, e con legge dei dieci di febbrajo autorizzò i Possidenti a soddisfare il capitale ed i frutti arretrati delle soggiogazioni coll’assegnare tanti beni in pagamento. Prescrisse che il valore dei fondi si calcolasse sulla base della loro rendita dal mille settecento e ottantasei al mille ottocento e sei, e diede diverse altre provvide ed energiche disposizioni per la esecuzione di una tanta operazione (2). Quasi tutti i Possidenti approfittarono di questa legge e così preparossi utile divisione, libera contrattazione, e miglioramento dei fondi.

20. La forza motrice del vapore dell’acqua fu nota agli antichi. l’accennarono Erone Alessandrino, cento anni prima dell’era volgare (1), e Vitruvio a’ tempi dei primi Cesari (2). Molti (fra i quali Branca Italiano) ne trattarono nel secolo decimo settimo. Finalmente sul cadere del decimottavo Watt Inglese l'applicò alla meccanica. Woulff e Trevitich sul principio del secolo presente perfezionarono tale operazione, ed in pochi anni l'Inghilterra costrusse tante macchine da risparmiare nelle manifatture l’opera di varj milioni di uomini. Fulton Americano nel mille ottocento e sette applicò negli Stati Uniti il vapore alla navigazione. L’Inghilterra ne imitò l'esempio nel mille ottocento e dodici, e la Francia nel mille ottocento e sedici (3). In Italia Luigi Porro Lambertenghi, Federigo Gonfalonieri ed Alessandro Visconti nel mille ottocento e venti fecero costruire nel Regno Lombardo Veneto un battello a vapore per navigare sul Po, e sui fiumi ad esso tributarj (4). In Napoli una Società ne aveva fatto costruire uno nel mille ottocento e diciotto, e questo eseguì un viaggio fino a Marsiglia, e fu il primo che solcasse il Mediterraneo; ma la costruzione non essendo stata felice, fu (^istrutto. Formossi però poco dopo nella stessa Capitale altra Società animata specialmente da Giorgio Widding Principe di Butera, la quale comprò un battello in Inghilterra, ed in quest’anno stabili la navigazione a vapore sulle coste d’Italia (5). Varj altri battelli furono poscia costrutti dai Napolitani, dai Toscani e dai Genovesi.

21.. Cessò in quest’anno di vivere Eugenio Beauharnais già Vice Re di Napoleone nel Regno d’Italia. Era nato in Francia nella Provincia di Brettagna ai tre di settembre del mille settecento e ottanta dal Visconte Alessandro Beauharnais e da Giuseppina Tascher de la Pagerie. Ritiratosi dopo la caduta del Regno Italico in Baviera, ebbe da quel Re suo suocero il titolo di Duca di Leuchtenberg. Un colpo apopletico gli tolse la vita af ventuno di febbrajo. Ai sedici di settembre morì eziandio Luigi XVIII Re di Francia, e gli successe il suo fratello col nome di Carlo X (6).

1825 - SOMMARIO

  • Atti del Re di Sardegna 
  • Divisione di Cospaja fraRoma e la Toscana 
  • Barche romane predate daiBarbereschi 
  • Pagamento dei debiti delleComunità nello Stato pontificio 
  • Ordinamenti caritativi inRoma 
  • Leone XII diminuisce dazi 
  • – istituisce unaCongregazione di vigilanza sugl'Impiegati 
  • Rovina e lavori in Tivoli 
  • Attentato alla vita delCardinale Rivarola 
  • Condanna di settari nelleLegazioni 
  • Vicende dell' OrdineGerosolimitano 
  • Settari in Napoli ed inCatania 
  • Gli Austriaci sgombrano laSicilia e diminuiscono leloro forze in Napoli 
  • Angustie delle finanze inNapoli Risparmi 
  • Affitto di dazi nel Regnodelle due Sicilie 
  • Morte della Duchessa diFloridia 
  • – di Paradisi, diAldini, di Pino, e di Piazzi 

1825

1. La Casa di Savoja dopo la unione del genovesato ai suoi antichi dominj aveva naturalmente atteso a promuovere la marina mercantile ed a stabilirne una militare per proteggerla. Di fatti la mercantile aveva in questi tempi due mila ottocento e ventiquattro bastimenti, sui quali vi erano trentuno mila e duecento marinar), ed avevano la capacità di cento quarantaquattro mila ed ottocento tonnellate. Nella militare vi erano quattro vascelli rasi, due fregate, quattro corvette, due brischs, quattro golette, e due mezze galere (1).

2. Nuovo vantaggio recò in quest'anno il Re di Sardegna ai suoi sudditi negozianti, conchiudendo (ai trenta di giugno) un trattato di amicizia e di commercio coll’Imperatore di Marocco. Furono con esso regolate le correlazioni fra’ rispettivi sudditi in modo da prevenire per quanto fosse possibile, le avanie così facili ad accadere negli Stati Barbareschi. Si convenne specialmente che in caso di guerra e di preda di bastimenti gli uomini non si facessero schiavi, ma fossero semplicemente trattenuti prigionieri sino alla loro liberazione (2).

3. Intanto con altra Potenza Barbaresca convenne venire alle armi. Nel mille ottocento e sedici erasi stabilito, come narrai (3), che il Re di Sardegna desse al Bey di Tripoli un regalo di quattro mila piastre di Spagna ogni qual volta mandasse colà un nuovo Console. Accadde che in quest'anno quel Console Sardo allontanossi per temporaneo congedo e poi vi ritornò. Pretese il Bey che fosse il caso del regalo e commise qualche vessazione adì alcuni sudditi sardi per averlo. Allora il Re per indurlo a desistere dalle sue eccessive pretensioni spedì a Tripoli una Divisione navale composta di due fregate, di una corvetta, e di un brich sotto gli ordini di Sivori Capitano di vascello. Giunto questi avanti a quella città nel giorno venticinque di settembre introdusse qualche negoziato per accomodare le cose buonariàmente; ma trovandosi deluso, appigliossi alla forza. Quindi nella notte seguente ai ventisette incominciò ad inviare Mamelli Luogotenente di vascello con nove lancie o palischermi per distruggere alcuni bastimenti tripolini che erano del porto. Di fatti fra il fuoco delle batterie barbaresche furono incendiata due golette ed un brick; preparossi poscia a bersagliare la città. Allora il Bey cedette; interpose il Console inglese, e colla di lui mediazione nel giorno ventinove concbiuse un accordo coi quale rinunziò alla pretensione che aveva suscitato, e promise di osservare il trattato esistente (1).

4. Carlo Felice sottoscrisse una convenzione col Re di Sassonia con la quale fu abolito fra rispettivi sudditi il diritto di albinaggio (2). Altra ne conchiuse col Granduca di Toscana per la reciproca consegna dei disertori: si stabilì che avesse forza per anni cinque, e s’intendesse senz’altro rinnovata di quinquennio in quinquennio, sino a dichiarazione contraria di uno dei due Governi (3).

5. L’Imperatore d’Austria nella primavera recossi nel Regno Lombardo Veneto, e ne visitò le città principali. Fu eziandio a Genova, a Parma ed a Modena, e sul principio di settembre ritornò in Germania.

6. Maria Luigia Duchessa di Parma col disegno dell’Architetto Coconcelli fece costruire due magnifici ponti di pietra sul Taro e sulla Trebbia, fiumi o piuttosto torrenti impetuosi che talvolta interrompevano le comunicazioni della Via Emilia. Il primo fu innalzato dal mille ottocento e sedici al milleottocento e venti colla spesa di un milione novecento e quarantacinque mila lire italiane. Il secondo nel quinquennio seguente spendendone un milione (4). Tali opere grandi in se stesse, sono tanto più ragguardevoli per essere state eseguite in uno Stato che appena aveva una rendita di sette milioni di lire (5).

7. Il Duca di Modena pubblicò in quest’anno un decreto per compensare,Ie famiglie nobili le quali investite di feudi erano state nella rivoluzione spogliate delle onorificenze e dei diritti, che a loro erano stati conferiti dal Sovrano in benemerenza dei prestati servigi, o in correspettività di somme che in circostanza di pubblici bisogni erano state da esse sborsate. Dispose che i feudatari domiciliati nello Stato avessero tanti fondi stabili quanti corrispondevano al capitale del rispettivo loro credito calcolato fruttifero nella misura del tre per cento. I feudatari domiciliati in dominio straniero avessero simile compenso in cartelle di credito sul debito pubblico (6).

8. L’antico debito pubblico di Roma nell’epoca del governo francese era stato in parte annullato colla soppressione dei corpi religiosi che n’erano creditori. Il restante era stato soddisfatto con beni demaniali dianzi ecclesiastici, del valore di sessant’uno milioni di franchi (1). Pio VII nel mille ottocento e quattordici ristabilì ne’ suoi dommj gli ordini religiosi, e due anni dopo prescrisse che le residuali azioni del debito pubblico (dette luoghi di monte) fossero liquidate alla ragione del quarto del loro valore originario (2). Così risorse un nuovo debito di annui quattro(1) cento sessantasei mila e settecento scudi. Compensò in parte coloro ai quali erano stati venduti i beni (3) e con ciò accrebbe il debito di altri annui scudi cento e sessanta quattro mila. Colla quota del Monte Napoleone fu il medesimo aumentato di altri annui trecento e vent’otto mila scudi. Altra partita di scudi cinquant’un mila fu aggiunta con una convenzione sóttoscritta in Parigi. Quindi si ebbe un nuovo debito pubblico perpetuo dell’annua somma (al cinque per cento.) di un milione e novemila scudi. Eravi inoltre il vitalizio proveniente in parte da pensioni ad impiegati e militari del Regno Italico, ridotto in quest’anno a scudi duecento e quarantamila. Aggiungendosi a questo le pensioni ordinarie in scudi duecento e sessantamila, si aveva in tutto un annuo debito di un milione e mezzo di scudi (4).

9. Nel pontificato precedente si era annunziata una cassa di ammortizzazione, ma poi non si era stabilita (5). Leone XII la fondò ed applicarvi fondi stabili della rendita di scudi cinquantacinque mila. Vi aggiunse altre rendite e fra queste le somme che l’erario avrebbe risparmiato per la morte dei pensionati italici (6). Quindi col tempo si avrebbe avuto un fondo cospicuo da estinguere il debito pubblico perpetuo in pochi anni. Ma la esecuzione non corrispose all’istituzione. Il Pontefice lasciò l’amministrazione dei fondi al Tesoriere. Questi incominciò dal non consegnare alla cassa tutti gli stabili assegnati. In due anni acquistò per conto della medesima rendite consolidate nella tenue somma di scudi trentasette mila di capitali. Poscia non si fecero ulteriori operazioni, e tutte le indicate disposizioni si ridussero ad inutili calcoli di ragionieri (7).

10. Nel mille ottocento e nove si-era stabilita in Lugo una Società segreta detta dei Fedisti, la quale (come altre di simile sorte) aveva per principio di uccidere i suoi traditori o persecutori. Di fatti nell’anno seguente aveva commesso un omicidio settario. Il Governo allora la scuoprì, e la corte speciale di Bologna nel mille ottocento e undici ne condannò tre socj alla galera (1). Nei mille ottocento e quattordici fu introdotta, come narrai, tanto nelle Legazioni, che nelle Marche la setta dei Carbonari (2). Nelle Marche fu alquanto repressa (ma non estinta) nel mille ottocento e diciassette; ifla nelle Legazioni continuò a dilatarsi e ne rimasero vittima circa ti^nta individui che furono uccisi proditoriamente come persecutori della medesima. Furono fra questi Manzoni Gonfaloniere di Forlì, Bandi Gonfaloniere di Cesena, Gratiadei e Matteucci Direttori di polizia di Ravenna. Leone XII volendo rimediare ad un tanto male, nel mese di maggio del mille ottocento e ventiquattro spedì il Cardinale Rivarola Legato a Ravenna con giurisdizione sopra le altre Legazioni e sulle provincie di Pesaro e di Urbino. Diede al medesimo facoltà amplissime (dette Leonine) e fra le altre di stabilire una Commessi©ne consultiva per giudicare economicamente le cause e specialmente quelle di polizia (3). Il Rivarola pubblicò varj ordini per prevenire i delitti (4). Fece carcerare molti individui di ogni condizione ed inteso il parere di quattro giudici da lui scelti, con una sola sentenza ne giudicò sommariamente in quest’anno cinquecento e quattordici. Fra questi sette furono condannati a morte (tra essi il Conte Giacomo Laderchi di Faenza, già Vice Prefetto del Regno Italico) settant’uno al carcere, cinquantaquattro alla galera, e cento e settanta quattro furono assoggettati aliti vigilanza della polizia; quarantuno carcerati furono liberati, cento e ventuno esiliati o profughi furono abilitati a rientrare nello Stato. Dei condannati varj erano contumaci; ad alcuni dei carcerati lo stesso Cardinale Legato diminuì la pena, e nessuno subì l’estremo supplizio (5). In un processo sommario così vasto e di tante persone accaddero naturalmente molti equivoci. Quindi tale sentenza forse giusta e mite nel punire i settarj, eccitò malcontento in molti buoni.

11. Dalle Marche la setta dei Carbonari fu introdotta in Roma per opera di un certo Targhini (figlio del cuoco di Pio VII) giovinastro perdutissimo. Egli cercò socj fra’ suoi pari, e procurò di adescarli collo specioso scopo di unire l’Italia in un solo e costituzionale governo. In diversi tempi ne ascrisse circa sessanta. Non vi fu però mai alcuna ragunanza formale, e poche volte si poterono unire in qualche bettola o altro simile ridotto cinque o sei socj. Quasi tutti si allontanarono dalla combriccola poco dopo di essersi ascritti. Adirato il Targhini per tali abbandoni stabilì di trattare i disertori secondo i principj della setta. Ragunati pertanto alcuni dei più fidi, concertò con loro di ucciderne due nella sera dei quattro di giugno di quest’anno. l’operazione per altro in gran parte mancò, poiché uno solo rimase ferito. Intanto questo somministrò lumi alla polizia, e furono arrestati dieci socj. Il Targliini ed un certo Montanari furono condannati a morte. Quattro furono mandati alla galera, e gli altri furono disprezzati (1). Ed il Governo poteva trascurarli senza alcun pericolo; imperciocché gli abitanti di Roma e delle vicine provincie sono generalmente alieni dalle società segrete, e pochi in ogni tempo vi si ascrissero.

12. Le provincie però prossime a Roma furono per molti anni tormentate dagli assassini (detti volgarmente briganti), male comune colle vicine napolitane degli Abruzzi, della Terra di Lavoro e della Puglia. Nelle sollevazioni di molte popolazioni contro i Francesi, allorquando essi occupavano queste regioni, non pochi erano corsi alle armi più per amore della rapina che della patria. Alcuni si assuefecero in tal guisa al lodroneccio e vi persistettero anche dopo terminati i popolari tumulti. Formati così diversi nocchj di ladri, che scorrevano armati per le campagne, recavansi ad unirvisi molti di coloro che avevano la stessa perversa inclinazione, o che per commessi delitti divenivano fuggiaschi. Si resero pur troppo celebri nelle provincie romane De Cesaris e Gasparrone, e nelle napolitane Furia ed i Vandarellì. Le montagne nella state, le deserte campagne marittime nell’inverno, ed i vasti boschi somministravano a loro molti rifugi, nei quali potevano facilmente deludere la vigilanza e la forza dei Governi. Uniti in bande costringevano i contadini ed i pastori a somministrargli il vitto. Violavano le femmine che potevano raggiungere. Assaltavano i doviziosi, e non contenti di rapirgli quanto portavano, li conducevano sulle montagne e gli imponevano enormi taglie pel riscatto. Se non ricevevano il chiesto denaro li trucidavano fra i più orribili tormenti. Presero fra gli altri (nel mille ottocento e ventuno) e taglieggiarono i Camaldolesi dell’Eremo che è presso il Tuscolo ed un collegio di fanciulli esistente alle porte di Terracina. Rovinarono molte famiglie e recarono danni gravissimi all’interno commercio, all’agricoltura e sopra tutto alla pastorizia. I Governi adoprarono mezzi straordinarj per distruggere tali ribaldi, talvolta proposero premj a chiunque li uccidesse. Altre volte disperando di raggiungerli colla forza, li richiamarono alla società col concedergli perdono e pensioni. Nella provincia romana di Campagna rimase celebre una strepitosa legazione eseguita nel mille ottocento e venti quattro del Cardinale Pallotta, il quale arbitrariamente sconvolse ogni cosa senza rimediare alcun male. Finalmente dopo esserne stati uccisi o giustiziati molte centinaja, in quest'anno si ridussero ad una banda di venti individui. Questi nel mese di settembre trovandosi presso Sonnino nella provincia di Campagna, furono circondati dalle forze pontificie e napoletane. Daltronde erano oramai ristucchi di vivere più ad uso di fiere che di uomini. In tali angustie invocarono la mediazione di alcuni ecclesiastici, e coll'opera loro quindici si arresero a discrezione del Governo pontificio, e furono mandati a terminare i loro giorni nella Fortezza di Civita Vecchia. Cinque si resero alle forze napolitano (1).

13. Leone XII adoprossi per garantire i suoi sudditi anche dai corsari. Mancando però totalmente di forze marittime ricorse al Re di Francia, ed ottenne che quel potente monarca intimasse al Bey di Algeri, ai Bey di Tripoli e di Tunisi, ed all'Imperatore di Marocco che prendeva la bandiera pontificia sotto la sua protezione; promettessero perciò di rispettarla come la francese. Così di fatti quei Barbareschi promisero (2).

14. Il Papa celebrò in quest'anno il Giubileo che da cinquantanni non vi era stato. Concorsero in tale occasione a Roma circa quattrocento mila pellegrini. La maggior parte però furono dei prossime provincie dello Stato pontificio e dei confinanti Abruzzi. Novantasei mila e quattrocento furono mantenuti per tre giorni dall’Arciconfraternita della Santissima Trinità de' Pellegrini colla spesa di sessanta quattro mila e seicento scudi (3).

15. Nella mattina dei quattro di gennajo cessò improvvisamente di vivere Ferdinando I. Re del Regno delle due Sicilie. Era nato in Napoli ai dodici di gennajo del mille settecento e cinquantuno. Fu nominato Re (come narrai) nell(9)età di anni nove, e divenne maggiore agli anni sedici (4). Robusto di complessione fra’ piaceri della gioventù concepì una speciale passione per la caccia che conservò sino, alla vecchiaja. Negli affari dello Stato lasciò alla Regina una influenza preponderante; morta però quella, seguì i consigli dei Ministri. Gli successe il figlio primogenito col nome di Francesco I. Al principe Leopoldo. secondogenito lasciò un maggiorasco di annui ducati cento e cinquanta mila, e di più altri ducati trentamila vitalizi e sessanta mila in commende (5).

16. Il nuovo Monarca fu graziosamente invitato dall’imperatore d’Austria a recarsi a Milano per poterlo rivedere, ed insieme conferire, e vi acconsentì. Partito colla Consorte da Napoli alla meta di aprile passò per Roma, Firenze, Bologna, Modena e Parma, e giunse a Milano alla metà di maggio. Vi si trattenne sino alla fine; quindi passando per Torino, Genova e Lucca, imbarcossi a Livorno, e nella meta di luglio ritornò a Napoli.

17.Mentre i Sovrani di Austria e delle due Sicilie erano in Milano conchiusero (ai ventotto di maggio) una nuova convenzione nella quale in sostanza stabilirono «coll’ultimo accordo essersi fissata a trentacinque mila e cinquecento la forza del corpo ausiliario delle truppe austriache stanziate nel Regno delle due Sicilie. Essersi pure stabilito che quella convenzione durasse sino al fine di maggio del mille ottocento e ventisei. Considerare per altro il Re che a quell'epoca la forza numerica della sua armata ed il grado di ammaestramento a cui fosse pervenuta, potevano lasciar desiderare la presenza e l’appoggio delle truppe straniere anche dopo spirata quella convenzione. Riflettere d'altronde che il consolidamento della tranquillità pubblica non lasciando più alcun dubbio, si poteva prendere in considerazione una diminuzione di truppe ausiliarie. Convenirsi pertanto che l'esercito austriaco continuasse a rimanere a disposizione del Re sino alla fine di marzo del mille ottocento e ventisette. Siccome però lo stato delle finanze del Regno non permetteva una spesa maggiore di quella preventivamente fissata per la occupazione militare stabilita sino al fine di maggio del mille ottocento e ventisei, il numero delle truppe austriache verrebbe proporzionatamente diminuito in modo che i risparmj i quali ne sa9rebbero derivati rendessero possibile la proroga 9dell'occupazione senza eccedere le spese stabilite (1) ». In forza di tale convenzione partirono poco dopo, dal Regno dieci mila e quattrocento Austriaci.

18. Accennai che nel mille ottocento e ventuno il Governo napolitano aveva stabilito di prendere al suo soldo tre reggimenti stranieri (2). Determinò posteriormente di assoldarne quattro della forza di mille quattrocento e cinquanta due uomini Fono. Li prese dai Cantoni Svizzeri con capitolazioni onerose da durare per lo spazio di trent’anni (3). La spesa di primo stabilimento fu di un milione settecento e novantadue mila ducati, e l’annua di cinque cento e sessanta sei mila (4)

19. Nel mille ottocento e diciassette si procurò, come narrai, di ordinare le finanze di Sicilia (1). Ciò non di meno in quest'anno si calcolò che le spese ascendevano ad un milione settecento e cinquanta quattro mila onze, mentre gl’introiti erano soltanto di un milione trecento e sessanta cinque mila. Quindi una mancanza di trecento ed ottanta nove mila. Si stabilì di rimediarvi con aumento di dazj e risparmi di spese (2).

20. Narrai che sino dal mille ottocento e dieci erano state prese in Sicilia alcune disposizioni per l’abolizione delle reciproche servitù dei fondi (3). Altre n’erano state date nel mille ottocento e dodici (4) ma nulla si era mai eseguito. Nel mille ottocento e diciassette il Re aveva eziandio ordinato che «le promiscuità de’ dritti esistenti nei fondi comunali fossero subito sciolte, e si assegnasse in proprietà assoluta a ciascuno degli interessati quella porzione di terra che corrisponde va al valore de’ suoi diritti (5)»; ma né anche di ciò nulla allora si fece. Finalmente però per la esecuzione di tal legge il Re in quest’anno (nel giorno undici di settembre) decretò che «i fondi in Sicilia soggetti a diritti promiscui fossero valutati nello stato attuale come se fossero liberi di servitù, e quindi come a quelle soggetti. La differenza delle due relazioni per ogni fondo particolare, costituisse il valore della servitù. Questo valore poi venisse compensato coll’assegnazione di tanta quantità di terra del medesimo fondo secondo lo stato attuale. Nei capi luoghi di ciascuna provincia venisse istituita una Commessione di tre individui per la esecuzione di questa legge. Cadendo questioni sull’eserci9i zio delle servitale CoiMnessioni dovessero guardare il solo possessorio, e vi dovessero mantenere chi lo godeva, senza entrare nell’esame dei titoli, che restava riservato ai magistrati ordinarj (6)». Furono poscia stabilite alcune norme per valutare tali diritti (7). Con queste disposizioni nel decorso di varj anni si ottenne finalmente la libertà di molti fondi (8).

21. Il Santa Rosa che nel mille ottocento e ventuno erasi segnalalo nella rivoluzione di Piemonte, recossi in quest’anno con altri profughi suoi socj a combattere per la indipendenza e la libertà della Grecia, e nel giorno otto di maggio cadde morto pugnando coraggiosamente nell’Isola di Sphacteria (1). Ai diciannove di ottobre cessò improvvisamente di vivere in Firenze il Marchese Girolamo Lucchesini. Era nato in Lucca ai sette di maggio del mille settecento e cinquantuno e si rese celebre nella Storia tanto per missioni diplomatiche eseguite pel Re di Prussia, quanto per un Ragionamento su le cause e gli effetti della Confederazione Renana.

22. Nel giorno primo di dicembre morì in Tangarock Alessandro I Imperatore di Russia. Non lasciò figli; Costantino maggiore tra’ fratelli super. stiri da tre anni addietro aveva rinunziato alla successione, quindi ascese al trono Nicolò che era l’altro fratello più prossimo. Frattanto alcuni uffiziali che avevano guerreggiato in Germania ed in Francia, sino dal mille ottocento e sedici avevano introdotto in Russia (e specialmente nell’esercito) una società segreta diretta a cangiare in modi liberali il sistema dispotico dell’impero. Essi approfittarono della mutazione del Principe per tentare di giungere al loro scopo, e nel di ventisei di dicembre fecero scoppiare in Pietroburgo una rivolta militare. Questa però fu sull’istante soppressa, ed i principali «rei subirono la pena del loro delitto (2).

1826 - SOMMARIO

  • Atti del Re di Sardegna 
  • Divisione di Cospaja fraRoma e la Toscana 
  • Barche romane predate daiBarbereschi 
  • Pagamento dei debiti delleComunità nello Stato pontificio 
  • Ordinamenti caritativi inRoma 
  • Leone XII diminuisce dazi 
  • – istituisce unaCongregazione di vigilanza sugl'Impiegati 
  • Rovina e lavori in Tivoli 
  • Attentato alla vita delCardinale Rivarola 
  • Condanna di settari nelleLegazioni 
  • Vicende dell' OrdineGerosolimitano 
  • Settari in Napoli ed inCatania 
  • Gli Austriaci sgombrano laSicilia e diminuiscono leloro forze in Napoli 
  • Angustie delle finanze inNapoli Risparmi 
  • Affitto di dazi nel Regnodelle due Sicilie 
  • Morte della Duchessa diFloridia 
  • – di Paradisi, diAldini, di Pino, e di Piazzi 

1826

1. Il Re di Sardegna sottoscrisse in quest'anno convenzioni col Duca di Lucca (1) e col Re di Wurtemberg (2) per l'abolizione dell’albinaggio fra’ rispettivi sudditi. Altra ne conchiuse col Duca di Modena per regolare alcuni punti di confine che erano controversi (3). Ottenne dal Papa che si estendessero al Ducato di Genova le disposizioni relative all’immunità ecclesiastica che erano in vigore negli altri suoi Stati di terra ferma (4).

2. Pendeva da molto tempo fra il Governo Pontificio e quello di Toscana una questione sulla pertinenza della villa e del territorio di Cospaja esistente ira Città di Castello e Borgo S. Sepolcro. Essa fu accomodata in quest’anno colla divisione della cosa controversa. Il villaggio (di circa trecento abitanti) fu nella porzione toccata allo Stato pontificio (5).

3. Non ostante la protezione accordata nell’anno precedente dal Re di Francia alla bandiera Pontificia (6) i Tripolini, e gli Algerini predarono alcune barche Romane. Carlo X. non mancò di spedire bastimenti da guerra per chiedere a quei Barbareschi la dovuta soddisfazione. La ottenne intiera dal Bey di Tripoli (7). Il Bey di Algeri liberò gli equipaggi, ma ricusò costantemente di restituire le barche ed i loro carichi (8).

4. Nel mille ottocento e uno Pio VII aveva dichiarato appartenenti allo Stato tanto i beni che i debiti delle Comunità (1). Una porzione di tali debiti fu di poi estinta; ma ne rimanevano ancora (escluse le Comunità delle Legazioni) per la somma di due milioni ed ottantuno mila scudi. Leone XII prescrisse in quest'anno che si dessero in pagamento ai creditori altri e tanti beni delle Comunità medesime (2). Per la esecuzione nominò una Commessione speciale, la quale mise i beni all’asta, e terminò la operazione in un biennio. Sopravvanzò una parte di beni, e questi furono restituiti alle Comunità che dianzi li possedevano (3).

5. Leone XII rivolse in quest'anno una speciale attenzione agli Stabilimenti caritativi di Roma. Diede nuovi regolamenti agli Ospedali (4) ed ai Conservatorj (5). Creò una Commessione di sussidi e dispose che, provveduti i poveri di lavoro e di vitto, fosse vietato in Roma 1accattare (6). Questa Commessione ebbe nell'anno seguente a sua disposizione trecento e trenta cinque mila scudi. Di questi ne somministrò sei mila all’Elemosiniere segreto del Papa, settanta due mila agli Ospedali, trenta cinque mila ad una Casa d’industria, dov'erano stati raccolti circa novecento poveri; soccorse tremila e settecento famiglie (7) (ve Aerano allora in Roma trentun mila e settecento), ma con tutto ciò continuarono ad esservi per le strade di Roma molti mendici.

6. Fra progetti di riforma dello Stato che volgeva in mente Leone XII vi era quello di ribassare i dazj dell'annua somma di un milione di scudi, cioè di circa la settima parte. Sino dal principio del suo Pontificato aveva incominciato a toglierne o diminuirne alcuni fra minori. In quest'anno poi ribassò di un quarto la tassa fondiaria. Avvertì in tale occasione che faceva questa notabile diminuzione (di circa quattrocento e cinquanta mila scudi all’anno) approfittando specialmente «dei mezzi che fossero per risultare dalle diverse riforme del gigantesco impianto (fatto nel precedente Pontificato) sproporzionato allo Stato ed alle circostanze (8)».

7. Procurò difatti di. restringere il numero degl’impiegati, e di obbligare gli altri ad una esatta osservanza dei loro doveri. Pubblicò per tal effetto un motu-proprio nel quale premise che «Dal principio del suo Governo aveva ricevuto frequenti reclami contro la condotta di alcuni pubblici Impiegati, molti dei quali erano stati da lui verificati con grande rammarico dell’animo suo» perciò «istituiva una Congregazione di vigilanza la quale vegliasse nei modi e coi mezzi che secondo le circostanze credesse più espedienti ed efficaci sulla condotta di tutti gl’impiegati nell’ordine governativo, giudiziario ed amministrativo, e procedesse in tutte le sue operazioni col più stretto segreto. Si occupasse essa della imparziale e segreta verificazione di tutti i ricorsi che gli avrebbe rimesso o direttamente gli sarebbero giunti da pubbliche e private persone contro gl’impiegati. Proponesse il numero degl’Impiegati che credesse bastanti in ciascun ufficio per sopprimerne i superflui (1)». Con tali disposizioni si eseguì forse qualche utile riforma. Certamente però aumentassi lo spionaggio con tutte le sue funeste conseguenze.

8. La celebrità di Tivoli nell’Archeologia e nelle Belle Arti rese famoso un avvenimento che del resto apparterrebbe più ad una storia municipale, che all’universale d’Italia. Nel fiume Aniene che scorre presso quella città eravi una chiusa la quale ne innalzava le acque e le dirigeva a muovere quarant’otto opificj ed a formare pittoresche cascate. Nel giorno sedici di novembre il fiume si aprì un nuovo letto fra la chiusa e la destra sponda, ed in tal guisa abbassandosi al naturale livello lasciò gli edifizj inoperosi e le deliziose cascate sparirono. Franò nel tempo stesso un tratto della sinistra sponda e rovinarono venti case. Nei seguenti anni fu di poi ristabilita la chiusa, si scavarono due cunicoli nel prossimo monte Catillo per far cadere il fiume lungi dalla città, e se ne adornarono con viali le sponde. Si spesero in quei lavori (che durarono fino al mille ottocento e trentacinque) cento e settanta sei mila scudi (2). Di queste spese un quinto fu a carico della Comunità di Tivoli, il rimanente fu sopportato dallo Stato (3).

9. Era troppo probabile che i settarj di Romagna, i quali avevano tolto di mezzo a tradimento vari loro nemici, insidiassero alla vita del Cardinale Legato Rivarola che sforzatasi di distruggerli. Di. fatti un certo Domenico Zauli di Faenza (garzone di osteria) aveva stabilito di ucciderlo in Forlì, ma non potè eseguire il suo disegno. In Ravenna cospirarono formalmente contro di lui cinque individui dell’infima classe del popolo. Uno di essi che era fattore fornajo tentò di avvelenarlo col pane, ma non gli riesci. Un certo Raulli portiere di un giudice nella sera dei ventitré di luglio gli sparò un colpo di pistola, ma sbagliò, ed invece ferì gravemente un canonico che gli sedeva accanto in carrozza. Allora il Papa spedì nelle Legazioni una Commessione speciale per punire un tanto attentato e gli altri delitti settarj. A tale annunzio il Cardinale Legato ultimò sommariamente tutti i processi criminali pendenti, e le carceri di Forlì rimasero per alcuni giorni aperte. Diminuì la pena a diversi di quelli che aveva condannato nel precedente anno, quindi partì alla volta di Genova. La Commessione speciale col promettere un premio di scudi diecimila, e la impunità al primo denunziante, pervenne a scuoprire i rei dell’attentato alla vita del Legato, e con sentenza dei ventisei aprile del mille ottocento e vent’otto ne condannò tre all’ultimo supplizio (1).

10. La stessa Commessione speciale nei due seguenti anni fece arrestare molti individui per delitti relativi alle sette, e ne condannò varj a diverse pene (2) ma con tutto ciò non furono disciolte tutte le società segrete, né si ristabilì quella calma che i popoli sogliono godere nei tempi tranquilli.

11. L’Ordine Gerosolimitano dopo di avere perduta l’isola di Malta (3) aveva stabilita la sede del suo Governo, che chiamano Convento, in Messina, e poi in Catania. Intanto aveva perduto le commende in quasi tutti gli Stati, e n’erano rimaste soltanto in Boemia, nello Stato pontificio e nel Regno delle due Sicilie. Quivi però il Re nel precedente anno aveva fatto partecipare al Convento di Catania «che avendo avuto presenti quanto 9si era praticato in quasi tutti gli Stati di Euro9pa dopo che la Religione Gerosolimitana aveva perduto il dominio dell’isola di Malta, si era confermato nell’opinione che la stessa dovesse considerarsi come non più esistente. Quindi nel Consiglio di Stato aveva determinato che si procedesse al sequestro delle commende, secondo che le stesse andassero vacando. Il Convento poi si astenesse assolutamente di far Cavalieri di qua9lunque sorta senza il reale permesso, e d’ismutire (trasferire) commende senza la sua intelligenza (4)». Il Convento non volle assoggettarsi a tali vincoli, e chiese al Papa Capo supremo dell'Ordine una sede nello Stato pontificio. Leone XII gli assegnò un chiostro in Ferrara, e quivi di fatti esso trasferì in quest'anno la sua residenza (5). Nel mille ottocento e trenta quattro passò di poi in Roma.

12. Alcuni Carbonari napolitani dei più forsennati ed oscuri ragunaronsi nuovamente in società segreta che denominarono dei pellegrini bianchi. La polizia non tardò a scuoprirli ed una Commessione militare nel dì ventisette gennajo ne condannò due alla morte e cinque ai ferri II Re per altro diminuì a tutti la pena (1). Anche in Catania furono perseguitati alcuni artieri sospetti di appartenere alla medesima setta, e di avere corrispondenza con altri socj di Siracusa (2).

13. Del resto questi piccioli tentativi di pochi e miserabili settarj non impedirono punto che nella primavera gli Austriaci diminuissero ulteriormente il loro esercito di occupazione nei dominj al di qua del Faro, riducendolo a dieci mila uomini. Sgombrarono eziandio la Sicilia. In cinque anni essi perdettero colà circa sei mila uomini per i vizj e specialmente per l'abuso di quei vini (3).

14. Non ostante questa diminuzione di truppe straniere, le spese per i dominj al di qua del Faro erano state in quest'anno calcolate in ventisei milioni cinquecento e sei mila ducati, e per tale somma vi era una mancanza di due milioni duecento e settantatré mila ducati (4). Si supplì col ritenere il decimo sui soldi degl’Impiegati, sulle pensioni, e su tutti gli altri esiti dello Stato, non esclusi gli assegnamenti della Casa Reale; col ritenere similmente ai nuovi Impiegati ed ai promossi il soldo de’ primi sei mesi. Si procurarono risparmj in tutte le pubbliche spese e miglioramenti nei prodotti delle esazioni. Si ebbe il resto dai residui dei prestiti già contratti, e che si dovevano ancora esigere (5).

15. Per diminuire il contrabbando il Ministro di Finanze del Regno delle due Sicilie mise nei dazj di consumo e nelle dogane una Regìa interessata. Si stabilirono le basi che il Governo avesse una somma fissa, e quanto si sarebbe esatto di più si dividesse fra il Governo medesimo, i Regissori e gl’Impiegati. Nei dominj al di qua del Faro questi due rami di pubblica rendita per lo innanzi fruttarono all’erario quattro milioni, novecento, e settantotto mila ducati. Furono affittati per l'annua corrisposta fissa eli cinque milioni, quattro cento e dodici mila ducati. Posteriormente l'utile fu anche maggiore, ed in qualche anno ascese ad ottocento mila ducati (6). Anche le dogane di Sicilia furono appaltate nello stesso modo e la corrisposta fissa fu stabilita da principio in ducati settecento e novantasei mila (1).

16. Nel dì ventisei di aprile cessò di vivere in Napoli Lucia Migliaccio Duchessa di Floridia. Era nata ai diciotto di gennajo del mille settecento e settanta nella Terra di Floridia (feudo di sua famiglia) presso Siracusa. Nel mille settecento e ottantuno aveva sposato Benedetto Grifeo Principe di Partanna, dal quale ebbe diversi figli. Rimase vedova nel mille ottocento e dodici. Ai ventisette di novembre del mille ottocento e quattordici il Re Ferdinando la prese in moglie di coscienza (2). Cara costantemente al consorte ebbe dal medesimo doni cospicui (ma non esorbitanti) e mezzi da favorire coloro che dianzi in qualche modo gli appartenevano. Moderata però e prudente, non abusò punto dell’influenza che aveva sul1’ animo del Re per intrigarsi negli affari dello Stato (3).

17. Morirono eziandio in quest’anno tre personaggi che erano stati famosi nel Regno d’Italia, cioè Giovanni Paradisi Presidente ordinario del Senato, Antonio Aldini Ministro Segretario di Stato, e Domenico Pino Generale di Divisione. Terminò parimente i suoi giorni Giuseppe Piazzi insigne Astronomo e Direttore Generale dei reali osservatori d? Napoli e di Palermo (4).

1827 -  SOMMARIO

  • Codice nell'isola diSardegna 
  • Atti diplomatici degliStati sardi 
  • Convenzione fra Roma e laToscana per la consegna dei disertori e dei delinquenti 
  • Leone XII procurad'incoraggiare le manifatture 
  • – promulga altromotu proprio legislativo 
  • Popolazione dello Statopontificio 
  • Leone XII pubblica unaBolla sulla elezione di alcuni Vescovi di Germania 
  • – altra su quelladei Vescovi dei Paesi Bassi 
  • – Provvede aiVescovati delle Repubbliche Americane 
  • Gli Austriaci sgombrano ilterritorio napolitano Avvertimentodel Governo 
  • Spese napolitane pertruppe straniere 
  • Aumento d'imposizioni inNapoli 
  • Introiti ed esiti del 1827 
  • Debito pubblicoAmmortizzazione 
  • Lavori pubblici 
  • Convenzione di navigazionefra il Regno delle due Sicilie e la Porta Ottomana 
  • Cenno sulla sollevazionedei Greci 
  • Protocollo dei 6 luglio 
  • Battaglia di Navarino 
  • Partenza da Costantinopolidei Rappresentanti di Francia, d'Inghilterra e di Russia 

1827

L’Isola di Sardegna passata sotto il dominio della Casa di Savoja nel mille settecento e venti aveva conservato le sue antiche leggi particolari sparse in molti volumi. A queste i nuovi Sovrani ne aggiunsero altre. Quindi confusione e necessità evidente di unirle tutte in un sol corpo. Tale opera fu di fatti incominciata da Vittorio Amedeo III, proseguita da Vittorio Emanuele, e finalmente compiuta da Carlo Felice. Questi con decreto dei sedici di gennajo di quest’anno sanzionò il nuovo codice delle leggi civili e criminali di quell'Isola raccolte e compendiate in due mila trecento e sessant’otto articoli (1).

2. In quanto alle cose esterne del Re di Sardegna accennerò che Carlo Felice conchiuse con vari Cantoni della Svizzera convenzioni per regolare alcuni diritti degli abitanti dei proprj Statiche passassero ad abitare in quelli dell'altra parte contraente (2). Si pubblicarono eziandio dichiarazioni relative all'abolizione di qualunque diritto di albinaggio fra’ sudditi sardi, e gli abitanti della città libera di Amburgo (3).

3. I Governi di Roma e di Toscana conchiusero una convenzione per la reciproca consegna dei disertori e dei rei di alcuni determinati delitti. Si stabilì che avesse forza per cinque anni e si avesse per rinnovata di quinquennio in quinquennio sino a dichiarazione in contrario di uno dei due Governi (4).

4. Leone XII diede alcune disposizioni per incoraggiare nello Stato pontificio le manifatture di lana, di seta e di lino che erano inferiori a molte straniere (5). Nel tempo stesso pubblicò «Il Clero essere autorevolmente eccitato a non fare di più uso di tessuti di lana esteri, e prendendo norma dal suo esempio, si prevalesse di prodotti delle fabbriche, dello Stato. I pubblici Impiegati si riconoscessero eccitati ad uniformarsi pienamente allo stesso consiglio. I più zelanti a corrispondere a tale eccitamento avrebbero acquistato un diritto alla Sovrana considerazione. Sebbene poi queste considerazioni fossero precisamente dirette agli ecclesiastici ed agli Impiegati, pure non dubitare che non sarebbero mancati in ogni altra classe de' suoi amatissimi sudditi molti i quali si sarebbero recati a gloria d’imitare il suo esempio e di contribuire alla prosperità dell’industria nazionale (1)». Ma disgraziatamente l'esempio del Sovrano non impose ai sudditi, né vi era fra essi tanto spirito pubblico da secondare tali insinuazioni. Quella notificazione fu subito trascurata e poi dimenticata.

5. Narrai che Leone XII nel mille ottocento e ventiquattro aveva promulgato un motu-proprio sull’amministrazione dello Stato (2). In quest’anno ne pubblicò un altro col quale riformò varie cose del precedente. Accennerò, specialmente che soppresse affatto i Consigli presso i Capi delle provincie, e prescrisse varie norme per ordinare le classi dei nobili e dei cittadini (3). A tale proposito rammentò espressamente che «la nobiltà precipuamente influisce al decoro del principato (4)».

6. Nel preparare quel motu-proprio egli fece numerare la popolazione dello Stato. Nel mille ottocento e sedici era di due milioni, quattro cento e venticinquemila (5). In quest’anno fu trovata di due milioni cinque cento e novanta due mila (6). Quindi un aumento di cento e sessantasette mila.

7. Accennai nel mille ottocento e ventuno che fra la Santa Sede e varie picciole Potenze protestanti di Germania pendevano negoziati per la nomina dei Vescovi a cinque diocesi, fra le quali Pio VII aveva diviso il loro territorio (7). In quest’anno si venne finalmente all’accordo e si stabilì che il Capitolo di ciascuna diocesi fra un mese dalla vacanza presentasse al Principe territoriale la nota di coloro che credeva idonei ad essere eletti. Se fra questi candidati ve ne fosse alcuno che al Sovrano non fosse gradito, il Capitolo lo togliesse dall'elenco, e quindi procedesse ed eleggere fra gli altri rimasti (1).

8. Col Re de' Paesi Bassi protestante e che aveva moli sudditi cattolici erasi da molto tempo trattato inutilmente il concordato. Finalmente in quest'anno ri conchiuse e si convenne die quello fatto nel mille ottocento e uno colla Francia e vigente nelle provincie meridionali di quel Regno (cioè nel Belgio) fosse applicato alle provincie settentrionali. Ogni diocesi avesse il suo Capitolo ed il suo seminario. Vacando una Sede Vescovile il capitolo indicasse al Re coloro che credeva idonei ad essere eletti. Il Sovrano avesse il diritto di escludere quelli che gli fossero meno accetti. Fra i residuali il Capitolo eleggesse il nuovo Vescovo (2).

9. Nelle regioni dell’America die dal mille ottocento e dieci si erano sottratte dal dominio spagnolo (3), si erano formate varie Repubbliche ed in alcune di esse vacavano Sedi Vescovili. Quei nuovi Governi avevano spedito Incaricati a Roma a chiedere al Papa i Vescovi; ma il Re di Spagna vi si opponeva. Finalmente Leone XII mise in non cale qualunque considerazione politica, ed in un concistoro tenuto ai ventuno di maggio provvide agli Arcivescovati di Santa Fede e di Caraccas, ed ai Vescovati di Santa Marta, di Quito e di Cuenca (4).

10. Nel mese di febbrajo le truppe austriache sgombrarono intieramente il territorio napolitano, e ritornarono nel Regno Lombardo Veneto. Esse furono per altro collocate sulla linea del Po in modo da formare un corpo che in brevissimo tempo potesse marciare, se mai le circostanze lo avessero richiesto. Francesco I fece annunziare tale disposizione ai suoi sudditi avvertendo che «con questa misura di prudenza e di antivedimento veniva chiuso l'adito ad ogni qualunque criminosa speranza, laddove i pochi faziosi, se pure ve n’erano, osassero concepirla. Imperciocché fermi nei principi sanzionati nei congressi di Lubiana e di Verona, gl’Imperatori di Ajustria e di Russia avrebbero continuato sempre colla stessa energia e sollecitudine a provvedere che il genio di novità non esercitasse nessuna influenza a danno della tranquillità e della pace generale di Europa (5)».

11. Le spese per il mantenimento dell’esercito austriaco ascesero a settantaquattro milioni di ducati: qual somma essendosi presa a prestito, lo Stato rimase perciò oppresso dai pubblici debiti (1). Si calcolò che dal mille ottocento e uno il Regno di Napoli pagò per mantenimento di truppe straniere l'enorme somma di circa cento e cinquanta sette milioni di ducati (2), cosa deplorabile che tanto danaro non sia stato impiegato in aumento della prosperità nazionale.

12. Del resto colla partenza degli Austriaci cessando le spese straordinarie, si pensò ad ordinare diffinitamente le finanze. Per tal effetto con decreto dei ventotto di maggio del precedente anno il Re aveva annunziato e disposto «la situazione della tesoreria generale dei dominj al di qua del Faro nel principio del mille ottocento e venti essere stata la più felice. Col mezzo di una saggia economia esser scomparso il disquilibrio di tutti gli esiti straordinari cagionati dallo sviluppo delle passate circostanze della occupazione militare (cioè della invasione francese); essersi abolite non poche gravezze, e a tutte le altre essersi portata una Sensibile moderazione. Gl’introiti e gli esiti essere giunti al sospirato livello. Non lievi risparmj essere già accumulali pei fondi di estinzione del debito pubblico; e vie più riordinato il sistema delle pubbliche amministrazioni, essersi nel caso di portare nei due seguenti anni i più sensibili alleviamenti alle ordinarie imposte che si trovavano stabilite. Gli avvenimenti disgraziati del mille ottocento e venti aver fatto scomparire queste liete speranze, aver dissipato i risparmj consagrati ai fondi di ammortizzazione; e pel ritorno e per la conservazione della calma essere forti bisogni che non si potevano altrimenti soddisfare che col mezzo delle straordinarie risorte dei, prestiti. Un tale espediente che poteva solo consigliare l’impero di una circostanza passeggierà, divenire funesto colla sua progressione, e convenendo di arrrestarne il corso, le sue prime sollecitudini essere state rivolte a far cessare il bisogno dei dispendj straordinari, e portare uno stabile riordinamento al sistema delle finanze con un esatto equilibrio negli introiti e negli esiti straordinarj dello Sta9to. I nuovi prestiti aver partorito due bisogni, quello cioè di aumentare i fondi di ammortizzazione da servite alla loro estinzione, e l’altro di soddisfare le annualità. A mal grado di tali pesi le finanze aver dovuto fare generali sagrificj pel bene dalla pubblica economia e del commercio; essersi con vari mezzi provveduto all'esercizio dell’anno mille ottocento e ventisei (3), ma dal mille ottocento e ventisette essersi veduta la necessità di doversi ricorrere al mezzo di nuove imposizioni onde non far progredire le conseguenze sommamente dannose di ulteriori prestiti, e porre così termine ad un male che non si sarebbe diffinitamente potuto in altra guisa troncare. Riconosciutosi questo indispensabile bisogno, essersi cercato di ripartire i nuovi pesi nel modo il più equo e tollerabile pei sudditi onde non recare il minimo pregiudizio alla prosperità delle industrie, delle manifatture e della ricchezza pubblica. Decretare pertanto che dal principio del mille ottocento e ventisette continuasse la ritenuta del dieci per cento sui pagamenti della tesoreria e sui primi sei mesi m di soldo dei nuovi Impiagati e dei promossi. Quali risparmj si valutavano di poter dare una economia annuale di circa novecento mila ducati. Si riscuotesse un dazio di consumo (oltre il regio) su tutti i generi coloniali e sui pesci salati di estera produzione che si consumavano nella città di Napoli. Questo introito calcolarsi a circa duecento e cinquanta mila ducati. Vi fosse una imposizione di grana sei a tumolo sulla macinazione del frumento e del grano d’In9dia, la quale si valutava poter dare circa un milione trecento e venti mila ducati. Finalmente si riscuotesse una tassa sull’esercizio di alcune determinate professioni, arti e mestieri che non erano diretti a far prosperare il commercio e l'interne produzioni. L’importo calcolarsi a quattrocento mila ducati (1)». In tutto adunque le imposizioni furono aumentate di due milioni ottocento e settanta mila ducati.

13. Pubblicò poscia il Re che in quest’anno le spese nei dominj al di qua del Faro ascendevano a ventisei milioni seicento e cinquantadue mila ducati, mentre gl’introiti erano soltanto di ventisei milioni duecento e settanta quattro mila. Quindi una mancanza di trecento e settantotto mila. Soggiunse per altro che sarebbe stata tolta col maggiore fruttato che si era nella speranza di conseguire da vari cespiti di rendite date a règie, ovvero con operazioni finanziere le più proficue agli interessi del regio erario da proporsi dal Ministro delle finanze (2).

14. Premesse queste disposizioni si pensò ad ordinare l'ammortizzazione del debito pubblico ed il Re (con decreto dei quindici di decembre del mille ottocento e ventisei) stabilì «il rapporto del Ministro delle finanze far vedere che il debito pubblico si elevava ad annui ducati cinque milioni cento novanta mila ottocento cinquanta di rendita; cioè un milione quattrocento e ventimila dell’antico debito esistente in giugno del mille ottocento e venti, ed i rimanenti tre milioni settecento settanta mila ottocento é cinquanta di nuove rendite create nel tempo della rivoluzione, e dopo che fu estinta in marzo del mille ottocento e ventuno, per ripararne le due dolorose conseguenze. Volere riportare per quanto era possibile le finanze in quello stesso stato di floridezza in cui erano prima del mille ottocento e venti; ma intanto gli antichi fondi assegnati alla cassa di ammortizzazione essere divenuti insufficienti per l’accrescimento del debito, e vie più per la distrazione fatta in tempo della rivoluzione della somma di annui ducati quattrocento e quaranta sette mila. Decretare pertanto che dal primo di gennajo di quest’anno rimanesse fissato il fondo ordinario di ammortizzazione del debito pubblico dei dominj al di qua del Faro all’un per cento, ossia ad un ducato di capitale per ogni cinque di rendita. In conseguenza essere fissato ad annui ducati un milione trentotto mila cento settanta, somma «corrispondente all’un ’per cento sulla totalità del debito pubblico in annui ducati cinque milioni cento novanta mila ottocento cinquanta. Le rendite che sarebbero state ammor9rizzate formerebbero un fondo di aumento al fondo ordinario. Riputando poi essere utile di conservare una discreta quantità di rendite iscritte per le cauzioni dei contabili dello Stato, pei maggiorati, e pei luoghi pii e pubblici stabilimenti, l’ammortizzazione si estendesse sino alla somma degli annui ducati tre milioni settecento settanta mila ottocento e cinquanta, di modo che questa massa di debiti contratta in conseguenza della rivoluzione del mille ottocento e venti fosse estinta fra anni trentuno. In tutti i giorni di borsa si comprasse per conto della cassa di ammortizzazione una quantità di rendita corrispondente alla rata dei fondi annuali assegnati per l'ammortizzazione. Quindi ai trenta di giugno ed ai trentuno di dicembre di ogni anno una Commessione presiedute dal Ministro delle finanze, e composte del Direttore Generale della cassa di ammortizzazione, del Direttore Generale del gran libro, del Controllore generale, e da due pubblici negozianti destinati dalla Cast mera consultiva di commercia di Napoli, si recasse presso l’amministrazione generale del gran libra, verificasse la quantità della rendite acquistata nel corso del semestre, la dichiarasse estinta, ne facesse quindi deduzione detta totalità della rendita iscritta sul gran libra, e ne indicasse il residuo (1)».

15. Intanto Ira gli enormi straordinari dispendi e tento aumento del debito pubblico si costrusse in Napoli un vasto palano per unirvi tutti ministeri e segreterie di Stato. Si proseguì la costruzione della strada di Calabria, si asciugò il pestifero lago di San Giorgio presso Taranto e si fecero vari altri lavori di utilità pubblica (2).

16. Nel giorno sedia di ottobre fu sottoscritte in Costantinopoli una convenzione fra il Re del Regno delle due Sicilie e la Porta Ottomana. Si stabili «accordare la Porte che i bastimenti del Regno potessero passare colla reale bandiera dal mar bianco nel mar nero con carichi di produzioni del Regno, e di altri Stati, e che indi potessero ritornare dai mare nero nel bianco con carichi di produzioni della Russia (1)».

17. Debbo in quest'anno dare nuovamente un cenno degli affini di Grecia. La sollevazione contro i Turchi incominciata nel mille ottocento e ventuno (2) era continuata nel Peloponeso, nell'Attica ed in alcune prossime provincie, come anche in varie isole dell'Arcipelago con una guerra sanguinosa e distruttiva, senza che però vi fosse stato un risultamento decisivo. I Greci non avevano forze sufficienti da venire a battaglie campali, ma il terreno favoriva per loro la picciola guerra. Da questa frattanto ne derivò una molestissima pirateria. Mehemet Alì Pascià di Egitto quasi indipendente, aveva unito poderose forze di terra e di mare a quelle della Porta. Alcuni privati da varie parti di Europa si erano recati a combattere per la libertà di quella terra sì celebre per le antiche memorie. Molti (anche dagli Stati uniti dell(9)America) inviarono ai Greci soccorsi di danaro. Generalmente poi formossi nell'Europa una parte estesissima che faceva voti per la indipendenza e la libertà della Grecia. I sovrani però (e specialmente quello di Austria) riguardando sempre i Greci quai ribelli, si astennero dal favorirli. Consideravano d’altronde essere cosa pericolosa lo stabilimento di un governo repubblicano in quella regione dalla quale Io spirito di libertà si sarebbe facilmente potuto communicare ad altri paesi e specialmente all’Italia; ma nel tempo stesso rincresceva ad alcuni di essi che la pirateria danneggiasse il commercio de’ loro sudditi, e li costringesse a mantenere forze navali nei mari di Levante per protèggerlo. Non era poi nè anche da disprezzarsi totalmente il voto che tanti facevano per la indipendenza di quella classica terra.

18. In tali circostanze i Greci nel mille ottocento e venticinque si misero sotto la protezione dell’Inghilterra (3) e questa nell’anno seguente concertò colla Russia d’interporsi per un pacificamento sulla base di formare della Grecia uno Stato tributario della Porta, ma governato da Magistrati nazionali. Stabilirono eziandio le due Potenze d’invitare le Corti di Vienna, di Berlino e di Parigi a garantire quell’accordo (4). L’Austria e la Prussia non vollero prendervi parte. Vi acconsentì però la Francia, e nel giorno sei di luglio le tre potenze sottoscrissero in Londra un protocollo sulle indicate basi. Aggiunsero d’intimare alle due parti combattenti di desistere immediatamente dalle ostilità (5). Communicato questo atto alla Porta nella metà di agosto, il Sultano ricusò inflessibilmente di aderirvi rispondendo che «motivi religiosi, politici, e d'interna amministrazione gli vietavano di ammettere qualunque intervento straniero (1).

19. I Collegati per. appoggiare le loro proposizioni inviarono in Levante poderose forze navali. Nella metà di ottobre unironsi sulle coste del Peloponeso una squadra inglese commandata da Codrington, una francese sotto gli ordini di Rigny ed una russa capitanata la Heyden. Stabilirono questi comandanti di entrare nel porto di Navarino dov’era ancorata la flotta turca ed egizia a disposizione di Ibrahim (figlio del Pascià di Egitto) il quale con un esercito di Egizj, Turchi, ed Arabi devastava le vicine regioni. Era loro intenzione d’intimargli di desistere da quella guerra sterminatrice. Adunque nel giorno venti di ottobre entrarono in quel porto undici bastimenti inglesi, otto russi e sette francesi. I Turchi ed Egizj avevano colà tre vascelli, diciannove fregate, e ventisei corvette, e più di altri e tanti legni minori. Essi considerarono il movimento dei Collegati quale atto ostile, e gli spararono contro alcuni colpi di fuoco. Questi vi risposero, ed in quattro ore distrussero quasi tutti quei bastimenti colla morte circa di sei mila uomini. I Collegati non perdettero alcun legno; soltanto n’ebbero alcuni danneggiati ed ebbero poche centinaja di morti o feriti (2).

20. La Porta Ottomana adirata per tale sterminio, ma impotente a vendicarsi, chiese debolmente soddisfazione e poi dissimulò. Rimase per altro ancora ferma nel proposito di non volere accettare la offerta mediazione pel pacificamento, ed allora i Rappresentanti delle Potenze collegate partirono da Costantinopoli (3).

1828 -  SOMMARIO

  • Divisione di beniecclesiastici in Piemonte e nel Genovesato 
  • Bonificazione della Maremmasenese 
  • Leone XII pubblica leggisull'amministrazione delle finanze 
  • Sua idea di ristabilire lafeudalità 
  • Sollevazione nellaprovincia di Salerno 
  • Castigo dei sollevati 
  • Questioni, guerra edaccomodamento fra il Re delRegnodelle due Sicilie ed il Ber di Tripoli 
  • La Russia s'ingrandisceverso la Persia 
  • Dichiara la guerra allaPorta 
  • Protocolli relativi allaGrecia, Spedizione francese nel Peloponeso 
  • Cenni sugli avvenimenti delPortogallo 
  • Morte del Marchese di SanMarsano, e del Conte Zurlo 

1828

Allorquando il Governo francese occupava il Piemonte ed il Genovesato aveva soppresso gli Ordini religiosi ed erasi impadronito dei loro beni (1). Ne aveva quindi venduti alcuni, e gli altri, ascendenti al valore di circa quaranta milioni di lire, erano rimasti nel demanio. Il Re Vittorio Emanuele appena ritornato in Torino fece immediatamente partecipare al Papa, essere sua intenzione di restituire quei beni alla chiesa. Intanto colla di lui approvazione li fece amministrare da una Commessione particolare denominata Economato, applicandone temporaneamente i frutti ad usi pii (2). Nel mille ottocento e quindici ottenne eziandio da Pio VII di venderne per la somma di dieci milioni, colla clausola però di surrogarvi tante azioni di debito pubblico (3). Decorsi vari anni Leone XII esortò vivamente Carlo Felice a restituire quei beni alla chiesa. Allora il Re ne fece formare un progetto di divisione fra diversi stabilimenti pii, e sul fine del precedente anno lo spedi a Roma per mezzo del Cavaliere Filiberto Avogadro di Collobiano, che munì di sue credenziali quale Incaricato di una missione straordinaria. Il Papa lo fece esaminare da una Congregazione di Cardinali e lo approvò con breve dei quattordici di maggio (4).

2. La Maremma senese della estensione di novecento e novanta miglia quadrate una volta popotata e florida divenne cól tempo deserta e per la maggior parte incolta. I paduli ne occuparono uno spazio di cinquantasette miglia quadrate, e contribuirono ad accrescere la infezione dell'aria generalmente malsana stilla spiaggia occidentale della media e della bassa Italiano si vasta regione non eranvi che ventisette mila uomini nell'inverno, e quindici mila nell'estate. Leopoldo I Granduca di Toscana aveva fatto, come narrai alcuni tentativi per migliorarla (5). Leopoldo II determinò di fere ogni sforzo per ottenerne una bonificazione compiuta. Visitò pertanto personalmente i luoghi, raccolse quanti lumi emergevano dalla storia, dalla teoria e dall'esperienza, e si convinse che la operazione era possibile. Messa pertanto mano al1’ opera colla direzione di Alessandro Manetti Architetto idraulico riordinò alvei di fiumi, aprì emissari, scavò canali di essiccazione e diversivi, costrusse argini e formò colmate. Cosi nelle spazio di dieci anni bonificò notabilmente molti luoghi e fra gli altri i paduli di Alberese, di Scarlino, di Castiglione della Pescaja di Piombino, ed i laghi di Rimigliano e di Bernardo. Nel tempo stesso costrinse nuove strade e diede varj provvedimenti per incoraggiare la fabbrica delle case, la divisione dei latifondi, e lo stabilimento di agricoltori fissi. Le spese fino al mille ottocento e trenta sette ascesero ad otto milioni e duecento mila lire. Quale somma potè impiegare senza imporre alcun nuovo aggravio ai sudditi (1). In tale decennio la popolazione non aumentò che di circa un quarto; ma ora che sono tolti tanti ostacoli potrà aumentarsi notabilmente colla costruzione di nuovi villaggi. Cesseranno allora i funesti effetti dell'aria cattiva, imperciocché i paesi malsani diventano sani per ima moltitudine di uomini che ad un tratto gli occupi.

3. Leone XII pubblicò in quest'anno un motu-proprio sull'amministrazione della truppa (2) ed altro sulle giubilazioni (3). Avrebbe poi desiderato di riformare il modo di tenere i conti delle finanze che dianzi era molto confuso. Volle per tal effetto conoscere il metodo che si osservava su di ciò in Piemonte, e ne fu realmente informato da Tosti suo Incaricato di affari in Torino. Anzi bramava di avere per qualche tempo in Roma il Marchese Carlo Brignole già Ministro di Finanze del Re di Sardegna, ma esso non vi acconsentì. Fu allora invitato a comunicare i suoi lumi sopra diversi punti di finanza, e li diede, ma inutilmente poiché in Roma non furono curati (4). Finalmente Leone XII affidò la riforma di questo ramo ai Cardinale Guerrieri suo antico amico, e coi di lui consigli pubblicò nuovi regolamenti sul metodo da tenersi dai Chierici di Camera nella revisione de’ conti, e negli affari di pubblica amministrazione (5).

4. Fra le idee predilette di Leone XII vi era quella di innalzare il più che fosse possibile la nobiltà. Quindi sin dal principio del suo pontificato aveva suggerito a varj patrizj romani di chiedergli il ristabilimento delle giurisdizioni baronali. Diceva «non esservi altro mezzo per ristabilire il lustro della nobiltà romana». Rinnovò le premure sul principio di quest'anno, e fece circolare un progetto, secondo il quale si sarebbero ristabilite, ed anche aumentate ai Baroni le loro antiche giurisdizioni civili e criminali. Si dava inoltre ad essi la facoltà di armare nei feudi truppa particolare ed occorrendo la guardia nazionale colle divise di famiglia, ed a spese del pubblico erario, compensandosene l'importo nel pagamento della tassa fondiaria. Aderirono alla proposizione Bolognetti Cenci, Buoncompagni, Colonna di Sciarre e Massimo. All’opposto si mostrarono contrari Altieri, Barberini, Borghese, Chigi, Colonna di Palliano, Doria e Rospigliosi. Rifletterono questi «non essere più tali istituzioni analoghe allo spirito del secolo». Il Papa stesso poi si pentì di essersi mostrato tanto condiscendente ed avrebbe desiderato che gli stessi Baroni avessero supplito alle spese colle stesse rendite feudali. Da tutto ciò ne venne che il progetto restò sospeso e quasi dimenticato (1).

5. Nel Regno delle due Sicilie i mezzi adoprati per ristabilire e mantenere il potere assoluto avevano accresciuto (come narrai) immensamente il debito pubblico. Quindi aumento di dazj (2) e per conseguenza di malcontenti. Il tutto per altro riducevasi a lagnanze ed a vani desideri; poiché le forze austriache sempre pronte sul Po facevano comprendere anche ai meno prudenti la inutilità ed il danno di qualunque tentativo. Accadde però che sul principio di quest'anno in Francia vi fu un cangiamento di Ministri, e ad alcuni amanti del dispotismo ne furono surrogati altri moderati o liberali (3). Allora per la solita influenza francese in Europa incoraggiaronsi dovunque i Liberali, quasi fossero sicuri di avere un appoggio in que’ nuovi Ministri. In Napoli poi e nelle vicine provincie di Salerno, e di Avellino alcuni uomini torbidi si abbagliarono cotanto che non dubitarono di ordire una congiura diretta a promulgare la costituzione francese. Furono fra i principali un Antonio Migliorati negoziante, Antonio Gallotti antico settario e cospiratore, Vincenzo Biola legale, Teodosio De Dominicis Avvocato, e Francesco Antonio Diotajuti Sacerdote. Sembra che ne fossero eziandio complici o fautori Antonio De Luca Canonico e Deputato al Parlamento nel mille ottocento e venti, e Carlo da Celle di lui nepote e guardiano de' Cappuccini in Maratea. Non eravi però fra essi alcun personaggio atto ad imporre al popolo ed a trarlo a se colla sua filma, cosa indispensabile affinché le rivoluzioni riescano. Nel mese di maggio il Gallotti dal villaggio di Scafati mandò avviso al Biola dimorante in Montefusco che «il tutto era in pronto»; ma invece di affidare tal commessione ad un complice, come supponeva, per equivoco la confidò ad un individuo che nulla ne sapeva. Questi svelò alla polizia quanto aveva inteso, ed allora furono arrestati il Biola, il Migliorati ed alcuni altri complici.

6. Il Gallotti accortosi dello sbaglio sul principio di giugno recossi nel distretto di Vallo (della provincia di Salerno) e si unì ad una banda di masnadieri diretta da certi Capozzoli che erano tre fratelli una volta proprietarj e poi falliti, e da varj anni profughi per i boschi e le montagne. Egli scrisse di avere concertato coi de Luca ed altri Liberali d’innalzare la bandiera costituzionale nel dì vent’otto di giugno. Che che ne sia, in quel giorno con una turba di armati sorprese il picciolo Forte di Palinuro, unì a se i pochi soldati che colà vi erano, e quindi recossi a Camarota sventolando la bandiera tricolore e promulgando la costituzione francese. Nei cinque giorni seguenti percorse Licosati, San Giovanni a Piro, Bosco, Montano, Cuccaro ed altri circonvicini villaggi. Alla vista di quella bandiera sollevaronsi alcuni proprietarj e trassero seco varie centinaja di fanatici e di disperati inermi o male armati. Presto però tutti si accorsero che la rivoluzione non diveniva generale in tutto il Regno come alcuni si erano immaginato.

7. Il Governo di Napoli inteso tale movimento, spedì subito in quelle parti Del Carretto Maresciallo di Campo con forti distaccamenti di truppa e pieni poteri per provvedere alla tranquillità pubblica. All’avvicinarsi della truppa la turba de' sediziosi si disciolse e la sollevazione terminò sei giorni dopo che era incominciata. Il Del Carretto fece poscia distruggere la terra di Bosco nella quale erano stati accolti più favorevolmente i ribelli, fece arrestare molli individui per la maggior parte fra’ principali dei villaggi, e pubblicò amnistia per coloro che si fossero presentati spontaneamente. Nominò quindi una Commessione militare la quale con tre sentenze ne condannò ventisette alla morte e cinquant’otto all’ergastolo, ai ferri ed al carcere. Fra’ condannati all’estremo supplizio vi fu il De Luca, il Guardiano de’ Cappuccini suo nepote e De Dominicis suo Avvocato. Altri ottanta cinque che ergano stati arrestati in Napoli e nelle vicinanze furono di poi giudicati nel principio dell’anno seguente da una Commessone suprema, pei reati di Stato, residente in quella capitale. Di questi ne furono condannati sette a morte, e trentanove a pene minori.

8. Il Gallotti ed i Capozzoli errarono per qualche tempo per i boschi, e finalmente sul fine di agosto s’imbarcarono con altri tre compagni presso Pesto, e con tortuoso tragitto pervennero a rifuggiarsi in Corsica. Quivi però nel seguente anno Galoetti fu arrestato dal Governo francese e consegnato a quello di Napoli. Allora i Capozzoli temendo una simile sorte ritornarono nella provincia di Salerno dove si lusingavano di continuare la loro vita errante per i boschi. Ma presto furono raggiunti dalla forza e giustiziati. Il Gallotti fu eziandio condannato a morte, ma attesi i clamori dei Liberali di Francia per la di lui consegna al Governo napolitano, la sentenza fu dal Re commutata iti dieci anni di relegazione in un'isola. Nell’autunno poi del mille ottocento e trenta fu quindi ricondotto libero in Corsica (1). Lieto il Governo di Napoli per la rivoluzione sedata, era frattanto molestato dalla Reggenza di Tripoli. Eransi colla medesima, come narrai, stabilite nel mille ottocento sedici correlazioni pacifiche e non altro regalo erasi convenuto che quello di quattro mila piastre alla rinnovazione di ogni Console (2). Quel Bey però adducendo lo strano principio che i trattati obblighino soltanto durante la vita dei contraenti, dopo la morte del Re Ferdinando I chiese a Francesco I un regalo di centomila piastre per la rinnovatone della convenzione. Gli si dimostrò l'irrazionabilità di una tale pretensione e per allora vi rinunziò. Ma in quest’anno rinnovò la sua richiesta, e prefisse arrogantemente un termine di due mesi alla risposta.

10. Allora il Re spedì una Divisione della sua marina per frenare la stravaganza di quel Bey. La spedizione fu composta di ventitré legni dei quali tre fregate, un brich, una goletta, due pacchetti, dodici cannoniere, e quattro bombardiere. Sozj Carafa Capitano di Vascello n’ebbe il comando e sciolse le vele da Napoli ai quattordici di agosto. Il numero dei bastimenti era certamente ragguardevole; ma i grossi, che chiamano quadri, non erano atti alla spiaggia tripolina che e sottile. Gli ufficiali poi erano per la maggior parte inesperti, e gli artiglieri erano quasi tutte reclute. Il Sozj giunse avanti Tripoli ai ventidue di agosto e dopo alcuni inutili negoziati per indurre quel Bey all’osservanza dei trattati, incorniciò le ostilità. Il Bey però che si attendeva tal guerra, vi si era preparato. Aveva pertanto aumentato le batterie costrutte sulle coste, ed aveva schierato avanti al porto una flottiglia di un brigantino, di una polacca, di tre golette, di quattro golettine e di undici cannoniere. Non ostante questi mezzi di difesa il Sozj nel giorno ventitré ordinò l'attacco colle sue quattro bombardiere senza impiegare gli altri legni che potevano agire. Quell’attacco fu perciò di leggieri respinto. Ed intanto soffiando un forte greco che spingeva i legni verso la costa, le bombardiere non poterono ritirarsi che con molto stento e con gravi perdite. Nei due seguenti giorni lo stesso vento ed il mare grosso impedirono di continuare 1attacco. Esso fu bensì ripetuto per tre giorni dai ventisei ai ventotto dello stesso mese, ma sempre indarno. Si consumarono così tutte le munizioni senza recare alcun danno all'mimico. In tali circostanze il Sozj fece vela per Messina senza lasciare alcun bastimento a bloccare Tripoli e perciò uscirono in mare diversi di que’ corsari e predarono varj bastimenti del Regno delle due Sicilie.

21. Il Re fece quindi sottoporre il Sozj e gli altri uffiziali comandanti di quella spedizione ed un Consiglio di guerra e questo dichiarò (nel mese di settembre del seguente anno) che il Sozj aveva mancato di previdenza nel giorno ventitré agosto, non impiegando tutte le sue forze. Aveva poi mancato di prudenza non lasciando una crociera avanti Tripoli. Non esservi però nelle leggi, che erano in vigore, alcuna pena corrispondente per tali mancanze. Il Commessario Regio appellò da tale sentenza all(9)Alta Corte militare, ma il Re volendo metter fine a tale dispiacevole affare ordinò (ai ventinove di settembre dell'anno seguente) che il Commessario ritirasse l'appellazione, il Sozj e gli altri accusati fossero rimessi in libertà, e i membri del Consiglio militare avendo trasgredito le leggi fossero sospesi dal servizio attivo. Poco tempo dopo però li ripristinò ne’ loro posti.

12. Del resto colla mediazione del Console Generale di Francia in Tripoli è del Comandante di un Brich francese, nel giorno ventotto di ottobre fu sottoscritta in Tripoli la pace fra quella Reggenza ed il Regno delle due Sicilie. II Re pagò ottanta mila colonnati, e furono ristabilite le correlazioni come per lo innanzi (1).

13. In quanto agli affari generali non sarà fuor di proposito l'accennare che la Russia dopo di avere combattuto nei due precedenti anni contro la Persia, sul principio di questo l'indusse a sottoscrivere (in Tourkmantschai) un trattato di pace col quale si fece cedere due provincie con importantissimi punti di difesa, e pagare un'indennizzazione di venti milioni di rubli di argento (2).

14. Essa era poi sempre in atto minaccievole verso la Porta Ottomana, colla quale oltre la questione greca ne aveva diverse altre dipendenti dall’esecuzione del trattato di Bucharest conchiuso nel mille ottocento e dodici. Queste tanto crebbero che sul fine del precedente anno il Sultano non dubitò di pubblicare che «la Russia da cinquant'anni tendeva alla distruzione dell’Islamismo e specialmente dell’Impero Ottomano, quindi se le tre Potenze collegate non desistevano dall’intervento a favore de’ Greci, dovevasi intraprendere una guerra religiosa e nazionale (3)». A tale annunzio l'imperatore Nicolò I rispose colla dichiarazione di guerra. I Russi varcarono il Pruth ai sette di maggio, il Danubio agli otto di giugno e nel corso della campagna presero Issaktcha, Brailow,e Vama.S’impadronirono eziandio di Anapa e di Poti piazze importanti che la Porta conservava ancora sulla spiaggia settentrionale del mar nero. All’oriente poi di questo mare altro esercito russo che era capitanato da Paskewitz ed aveva poc’anzi debellalo i Persiani, entrò nell’Armenia, prese di assalto Kars creduta inespugnabile, e si avvicinò ad Erzerum ed a Trebisonda. Nel tempo stesso una squadra che era nell’Arcipelago dichiarò i Dardanelli in istato di blocco.

15. La guerra della Russia fu naturalmente una diversione favorevolissima per i Greci. D’ altronde le tre Potenze collegate nel giorno diciannove di luglio sottoscrissero in Londra un protocollo col quale stabilirono che «la Francia spe9disse un corpo di truppe per scacciare dal Peloponneso i Turchi e gli Egizi i quali ancora in parte l'occupavano». Di fatti quattordici mila francesi capitanati dal Generale Maison sbarcarono in quella penisola, e nel mese di settembre costrinsero facilmente tutte le truppe infedeli a sgombrarla. Ciò eseguito i medesimi Collegati sottoscrissero in Londra altro protocollo (ai sedici di novembre) in forza del quale dichiararono alla Porta che prendevano sotto la loro temporanee garanzia il Peloponneso e le isole Cicladi (1).

sponsali tra la fanciulla Re-

16. Le correlazioni di Roma richieggono che in quest’anno si dia un cenno anche degli altari di Portogallo. Nel mille ottocento e ventisei era morto il Re Giovanni VI lasciando due figli, Pietro primogenito che da quattro anni era Imperatore del Brasile dichiaratosi indipendente (2), e Michele secondogenito pretendente al trono di Portogallo, dal quale supponeva decaduto il fratello maggiore come Sovrano di altro Stato. Pietro intesa la morte del genitore rinunziò la corona di Portogallo alla sua figlia Maria da Gloria infante di sette anni, ed in tale circostanza diede ai Portoghesi una costituzione liberale. Nello stesso anno si contrassero gli sponsali tra la fanciulla Regina e lo zio Michele (3). Questi però non volle aspettare a sedere sul trono quando fosse accanto alla consorte, ma in quest’anno si fece proclamare Re e distrusse la costituzione promulgata. dal fratello (4). Allora le Potenze europee considerandolo qual usurpatore richiamarono da Lisbona i loro Rappresentanti. Il Nunzio pontificio (Alessandro Giustiniani) ebbe anch’esso l’istruzione di partire lasciando le facoltà ecclesiastiche al suo uditore. Il Governo portoghese però non volle riconoscere questo subalterno ed il Nunzio rimase fino a nuove istruzioni. Poco dopo riprese le sue correlazioni diplomatiche (5).

17. Ai quindici di luglio cessò di vivere in Torino Filippo Asinari Marchese di S. Marsano, illustre per gli esercitati uffizj di Stato. Era nato nella stessa città ai dodici di novembre del mille settecento e sessanta sette. Ai dieci di novembre terminò similmente i suoi giorni, in Napoli sua patria, il Conte Giuseppe Zurlo varie volte Ministro. Era nell’età di anni sessantanove (1).

1829 - SOMMARIO

  • Abolizione del diritto didetrazione tra la Sardegna e la Russia 
  • Convenzione fra l'Austriae la Toscana per la consegna dei disertori e dei delinquenti 
  • Morte di Maria Beatrice diEste 
  • Morte di Leone XII Cennibiografici 
  • Elezione di Pio VIII 
  • Adunanza e condanna diCarbonari in Roma 
  • Turbolenze in Cesena 
  • Emancipazione deiCattolici nella Gran-Brettagna 
  • Atti di Francesco I Re delRegno delle due Sicilie Matrimonio di Maria Cristina sua figliacon Ferdinando VII Re di Spagna 
  • Stato delle finanze diSicilia 
  • Protocollo sui confinidella Grecia 
  • Vittorie dei Russi controi Turchi 
  • Negoziati per la pace 
  • Trattato di Adrianopoli 
  • Morte di Gioja e diNeipperg 

1829

Il Re di Sardegna e l'Imperatore di Russia con dichiarazioni scambiate fra i respettivi ministri li venticinque marzo, e ventiquattro aprile di questo anno, abolirono il diritto di detrazione già esercitato a profitto della. corona sulla esportazione e trasmissione dell’eredità, e degli altri beni appartenenti ai respettivi sudditi (1).

2. l’Austria e la Toscana nel giorno dodici di ottobre sottoscrissero in Firenze due convenzioni. Una per la reciproca consegna dei disertori, e l'altra per quella dei delinquenti. Si dichiaro che fossero in osservanza quaranta giorni dopo il cambio delle ratificazioni, e si stabili che avessero forza per anni cinque, e poi s’intendessero rinnovate di quinquennio in quinquennio sino a dichiarazione contraria di uno dei due Governi Le ratificazioni furono cambiate ai sei di agosto del mille ottocento e trentaquattro (2).

3. Ai quattordici di novembre morì in Vienna l'Arciduchessa Maria Beatrice di Este Duchessa di Massa e di Carrara. Era nata ai sette di aprile del mille settecento e cinquanta da Ercole Rinaldo III di Este Duca di Modena e da Maria Teresa Cibo Malaspina erede del Ducato di Massa e di Carrara. Essendo figlia unica, col suo matrimonio con l’Arciduca Ferdinando (morto nel mille ottocento e sei) portò gli Stati aviti nella Casa di Austria. Ebbe tre maschj ed una femmina. Il primogenito che di già era in possesso del Ducato di Modena gli successe in quello di Massa e di Carrara. Tutti poi ebbero la loro porzione nel pingue patrimonio che lasciò in beni stabili, mobili, gioje e danaro che volgarmente si valutò venti milioni di fiorini (3). Leone XII da molti anni aveva gli umori alterati che gli producevano pericolosi gonfiamenti emoroidali. Ai cinque di febbrajo n’ebbe un accesso così violento che gli cagionò iscuria con febbre e convulsioni. Ai nove ricevette i sacramenti dei moribondi e' nella mattina dei dieci spirò. Visse anni sessantotto, mesi sette e giorni otto. Regnò cinque anni,.quattro mesi e giorni tredici. Era nato ai due di luglio del mille settecento e sessanta in Genga piccolo villaggio (nella Marca) che allora la sua famiglia in comune con altre, possedeva con titolo feudale. Studiò in Roma nel Collegio Clementino, e poi nell'Accademia Ecclesiastica. Nel mille settecento e novanta Pio VI (sulla proposizione di Zaccaria professore di storia ecclesiastica in quel convitto) lo scelse a recitare nella cappella Pontificia l'orazione funebre per l’Imperatore Giuseppe II ed in tale occasione lo creò cameriere segreto.

4. Nell’anno seguenti gli conferì un canonicato di S. Pietro con altri benefizj, e poi nel mille settecento e novanta quattro lo spedì Nunzio in Colonia. La guerra che allora si faceva sul Reno gl’impedì di recarsi al suo destino, e si trattenne in Germania dove trattò diversi affari ecclesiastici presso varj Principi. Nel mille ottocento e sette fu spedito a Parigi (1) e colà rimase sino alla caduta del Governo pontificio. Ritornato allora in Italia ritirossi nella Marca Pio VII nel mille ottocento e quattordici lo spedì nuovamente a Parigi a congratularsi da sua parte con Luigi XVIII per il di lui ristabilimento sul trono, e quindi nel mille ottocento e sedici lo creò Cardinale.. Gli conferì nel tempo stesso il Vescovato di Sinigallia (al quale però non recossi mai) e nel mille ottocento e venti Io nominò suo Vicario in Roma. Esaltato al pontificato provvide opportunamente a molti affari ecclesiastici. Nelle cose dello Stato incorse la sorte che sogliono avere i riformatori i quali agiscono contro lo spirito del secolo.’Cessarono nel suo regno le acclamazioni colle quali il popolo romano suoleva spesso accogliere il Papa, e dopo la morte fa straordinaria la quantità delle satire contro di lui scagliate. La sua eredità, purgata dai debiti, fu di circa quaranta mila scudi, e dopo alcune quistioni fu divisa fra’ suoi fratelli e nipoti.

5. Ai ventiquattro di febbrajo trentasette Cardinali entrarono in Conclave. Ne sopraggiunsero poscia altri, ed in tutto furono cinquanta. Dai primi scrutinj si conobbe che quattro potevano considerarsi i candidati al pontificato. Pacca il quale ebbe i subito dieci voti ed ai venti di marzo giunse ad averne diciannove. Cappellari n’ebbe immediatamente sette ed ai venticinque di marzo, secondo alcune trattative che si erano fatte, avrebbe dovuto averne trentacinque (mentre soltanto trentatré erano in tal giorno sufficienti alla elezione) ma n’ebbe solamente ventidue. Di Gregorio nel primo giorno n’ebbe sette. Ai sei di marzo giunse ad averne ventiquattro. Continuò quindi ad averne costantemente circa sedici, ed a trenta di marzo n’ebbe ventitré. Era questi favorito specialmente dai Cardinali Bernelt, Gamberini, Falzacappa e Morozzo. Ma i Cardinali napolitani dichiararono che egli non sarebbe stato gradito al loro Sovrano, il quale sospettava che avesse uno zelo indiscreto. D’altronde il Cardinale Albani il quale era plenipotenziario austriaco, ed aveva avuto con lui alcuni dissapori, protestava che occorrendo gli avrebbe data l'esclusione della Corte di Vienna. Esso Albani poi favoriva la esaltazione di Castiglioni il quale da principio ebbe subito undici voti, ed alla metà di marzo n'ebbe quasi sempre più di venti. Finalmente nello scrutinio della mattina dei trentuno di marzo n’ebbe ventotto, e nell'accesso trentacinque, cioè uno di più dei necessarj per la elezione. Fatta però la verificazione delle schedole si trovò che ve nera una difettosa nel motto. Rimanevano bensì trentaquattro voti ch’erano sufficienti. Nondimeno si credette di venire subito ad un nuovo scrutinio, ed allora Di Gregorio ebbe due voti; uno fu dato al Fransoni e quarantasette furono per Castiglioni che in tal guisa rimase eletto. Simpose nome Pio VIII. Egli scelse a Segretario di Stato il Cardinale Albani e soppresse immediatamente la Congregazione di vigilanza, e lo spionaggio cotanto dilatato dal suo predecessore.

6. Sin dall'estate del precedente anno un certo Picilli Sacerdote napolitano aveva istituita in Roma un'adunanza di Carbonari, alla quale si erano ascritti varj uomini oscurissimi. Morto il Papa alcuni di essi manifestarono leggiermente speranze di suscitare turbolenze. Da ciò ne venne che la polizia li scuoprì, e processe all'arresto di ventisei individui. II Picilli fu condannato a morte. Gli fa,di poi commutata la pena colla rilegazione in vita nel Forte di S. Leo. Quattordici furono condannati alla rilegatone per diverso tempo, ed undici furono assoluti (1).

7. Anche in Cesena vi furono alcuni che nel tempo della Sede vacante avevano tentato di suscitare turbolenze. Erano anche pervenuti a piantare di notte tempo un albero della libertà, ma un tale alto eseguito nascostamente non produsse alcuna sollevazione. Furono quindi arrestati trentuno di que’ malcontenti, e per la maggior parte condannali al carcere per diverso tempo (2).

8. Nei tempi di mezzo i Papi avevano acquistata molta influenza in Inghilterra. Percepivano da ogni diocesi una piccola somma (sul principio del secolo decimoterzo era di circa duecento lire sterline) detta volgarmente danaro di San Pietro (3). Innocenzo III nel mille duecento e dodici dichiarò il Re Giovanni Senza Terra decaduto dal trono, e nell’anno seguente quei Monarca per ricuperare la grazia del romano Pontefice si costituì Vassallo della Santa Sede, coll’obbligo di pagare annualmente un tributo di mille marche di sterlini, oltre il danaro di S. Pietro (4). Nel secolo decimo sesto la maggior parte degli Inglesi essendosi separati dalla chiesa romana, Paolo III dichiarò decaduto dal trono Arrigo VIII autore principale di quello scisma (1) e Io stesso fece poscia Pio V relativamente alla Regina Elisabetta (2). Da ciò ne derivarono varie leggi contro i cattolici, e fra le altre alcune che prescrivevano certi giuramenti coi quali essi erano indirettamente esclusi dal Parlamento, e da tutti i pubblici offici (3). Rimasero non di meno nel Regno Unito tanti cattolici che componevano circa la quarta parte della popolazione (4). Sul principio di questo secolo l’indifferentismo fece cessare quello spirito di persecuzione, ed incominciossi a formare un'opinione pubblica propensa a restituire a loro i diritti civili. Se ne propose varie volte da particolari la legge in Parlamento e perorarono in favore della medesima Fox, Pitt, Sberidan, Canning (fautore di libertà civile e religiosa in tutto l’Universo) ed altri primarj oratori di quello Stato. Per molto tempo però incontrossi un ostacolo fortissimo nella Camera dei Parigina tale resistenza comprometteva ormai la tranquillità pubblica. Quindi il Governo medesimo propose in quest’anno la legge al Parlamento ed essa fu adottata e promulgata con alcune modificazioni (5).

9. Francesco I Re del Regno delle due Sicilie godeva di essere divenuto padre di tredici figli (sei mascbj, e sette femmine) ma nel tempo stesso temeva che alcuni corrompendosi dall’opulenza e dall’ozio potessero disonorare se stessi e la famiglia con indegne azioni. Quindi procurò di rimediarvi per quanto gli fosse possibile pubblicando un atto col quale dispose «essere conveniente nella sua monarchia ereditaria che il capo della famiglia esercitasse sopra gl’individui della medesima quell’autorità che era necessaria per conservare nella sua purità Io splendore del trono. Quindi ordinare che avessero bisogno del precedente sovrano beneplacito per contrarre matrimonio, qualunque fosse la loro età. Il difetto di tale assenso rendesse il matrimonio non produttivo di effetti politici e civi9li. Inoltre i mascbj di qualunque età e le fetnmine finche non fossero maritate avessero pure bisogno dello stesso beneplacito per alienare o ipotecare gli immobili non acquistati colla propria industria (1)». Intanto collocò Maria Cristina sua terza figlia con Ferdinando VII Re di Spagna. In tale circostanza recossi colla Regina sua consorte a Madrid. Egli istituì in quest'anno un nuovo Ordine cavalleresco colla denominazione di Francesco I e lo destinò al compenso del merito civile (2).

10. Si stabilì lo stato delle finanze di Sicilia per un decennio da quest'anno al mille ottocento e trentanove. La somma degli introiti e degli esiti fu determinata in un milione novecento e cinquanta cinque mila onze. Negli introiti si calcolarono la fondiaria in onze quattrocento e settanta mila, il dazio sul macino cinquecento e venticinque mila, le dogane duecento e sessantacinque mila, il registro sessanta mila, ed il lotto cento e nove mila. Nella parte passiva ottocento e cinquanta tre mila onze furono applicate alle spese generali del Regno, e cento e settanta tre mila all'assegnamento per la Casa reale (3). In tale circostanza si calcolò che vi erano debiti arretrati nella somma di un milione novecento e novanta tre mila onze, e si diedero diverse disposizioni per soddisfarli (4).

11. In quanto agli affari generali accennerò che i Plenipotenziari francesi, inglesi, e russi nel dì ventidue di marzo sottoscrissero in Londra un protocollo col quale determinarono i confini della Grecia. Furono questi indicati dal Golfo di Volo a quello di Ambrakia, passando per la sommità del monte Othrix presso il Pindo. Premesso quest'atto gli Ambasciadori di Francia e d’Inghilterra che erano partiti da Costantinopoli sul principio dell'anno precedente, vi ritornarono nel mese di giugno di questo per indurre la Porta ad accettarlo. Ma gli sforzi della diplomazia continuarono ad essere vani, fintantoché la questione non fu decisa dalle armi della Russia (5).

12. L’Imperatore Nicolò sul principio dell'anno diede il comando del suo esercito sul Danubio al Generale Diebitsch. Questi nel mese di giugno. vinse una battaglia a Kulewtscha e prese Siiistria. Nel luglio passò il Balkan, ed ai venti di agosto entrò in Adrianopoli. Sul principio di settembre estese la sua sinistra a Viza presso il mar nero e la destra ad Enos sulla spiaggia dell'Arcipelago. In tal guisa minacciava Costantinopoli alla distanza di circa cento miglia. Intanto Paskewitsch coll'esercito del Caucaso ai nove di luglio aveva preso Erzerum e minacciava Trebisonda (1).

13. Tanti vantaggi però della Russia dispiacevano ai grandi Sovrani di Europa. Essi li avevano in genere preveduti, e perciò sin dall'anno precedente avevano incominciato a meditare sui mezzi d’impedire che quella Potenza di già formidabile aumentasse ulteriormente la sua grandezza sulle rovine dell’Impero Ottomano. Ed in ciò adoperavasi specialmente l’Imperatore di Austria, il quale cercava di collegarsi coi Re di, Francia e d’Inghilterra (2). Il Re di Prussia poi volendo conciliare i suoi interessi coi riguardi particolari verso l’Imperatore di Russia, spedì a Costantinopoli il Generale Muffling per procurare di aprire negoziati di pace. Le premure di quest’Incaricato speciale unite alle istanze dei Rappresentanti di Francia e d’Inghilterra ed i minaccievoli progressi dei Russi indussero finalmente il Sultano a spedire nella metà di agosto plenipotenziarj per manifestare a Diebitsch essere pronto a conchiudere la pace secondo le condizioni braman te dall’imperatore di Russia (3).

14. Il trattatone fu difatti sottoscritto in Adrianopoli ai quattordici di settembre. La Porta cedette alla Russia alcune Fortezze ed importanti punti strategici in Asia. Abbandonò varie Fortezze che ancora aveva sulla riva sinistra del Danubio. Rinunciò alla maggior parte dei diritti che conservava sui principati di Valacchia, e di Moldavia i quali passarono sotto la potente influenza della Russia. Accordò o confermò privilegi particolari alla Servia, promise di non mettere alcun ostacolo al libero passaggio per il canale di Costantinopoli, e per i Dardanelli ai bastimenti mercantili delle Potenze colle quali non fosse in guerra dichiarata. Promise di pagare alla Russia un milione e mezzo di zecchini di Olanda per danni sofferti da’ suoi negozianti e di più una somma da stabilirsi 'per indennità delle spese della guerra. Dichiarò di aderire intieramente ai protocolli sottoscritti in Londra relativamente alla Grecia ai sei di luglio del mille ottocento ventisette, ed ai ventidue di marzo del mille ottocento e ventinove (4). l’indennità per la guerra fu poscia stabilita in dieci milioni di zecchini di Olanda, colla condizione che la Russia tenesse in suo potere Silistria sino al pagamento. Quella somma fu quindi ribassata in varj tempi e la Fortezza fu restituita alla Porta nel mille ottocento e trenta sei (5).

15. Ai due di gennajo morì in Milano Melchiorre Gioja scrittore di pubblica economia. Era nato in Piacenza ai venti di settembre del mille settecento e sessanta sette. Ai ventidue di febbrajo cessò di vivere in Parma il Conte Alberto Adamo di Neipperg Tenente Maresciallo nelle truppe austriache, Cavaliere di onore e da varj anni marito dell’Arciduchessa Maria Luigia Sovrana di Parma. Con tale qualità egli era in. sostanza il vero amministratore dello Stato. Allora la Duchessa. diede la direzione suprema degli affari risguardanti l’amministrazione e le relazioni estere al Colonnello austriaco Werklein, che dianzi era suo Segretario intimo di Gabinetto, ed in tale circostanza innalzò alla carica di Segretario di Stato (1).

NOTE PER SEZIONE (ANNO)

NOTE - 1820

1 1814 8. 21-79.
2 1815 §. 4-13.
3 1815 $. 74-77.
4 1818 §. 1-2.
5 Discorso del Ministro Grey alla Camera de' Pari d’Inghilterra, nel dì 6 Giugno 1834.
6 V. 1812 §.34 — 1814 §. 23.
1 Annuaire hist. 1818. Introduz. pag. 36-47 et chap. VI. — 184, chap. V.
2 Annuaire hist. 1820, part. II chap. VI-VIII.
3 Ivi, chap. IX.
4 1805 § 1-11. – 1811 § 3.
5 1809 § 5-7.
6 1815 §. 41.
1 1751 §. 3.
2 Ragguaglio officiale nella gazzella privilegiata di Milano dei 22 Gennajo 1824. — Decisione del Tribunale Slatorio, residente in Rubiera, degli 11 Ottobre 1822. — Editto del Duca di Modena del 4. Marzo 1824. . — Memorie particolari.
3 Saggio politico sulla popolazione del Regno delle Due Sicilie, part. II. V—VI.
1 Collezione delle Leggi del Regno delle Due Sicilie, 1816, num. 440.
2 1817 §. 8. — Memorie particolari.
3 Canosa — Pifferi di Montagna, pag. 43-44. Colletta — Stona del Reame di Napoli, lib. VIII. § XXII e XLIX.
4 V. 1816 11.
1 Collette — Storia del Reame di Napoli, lib. 8. § IIII.
1 1812 § 26.
1 Collezione delle leggi del Regno delle Due Sicilie, 1820. Semestre II. N. 1 -8. Conchiusioni del pubblico Ministero e Decisione della Corte Speciale di Napoli contro i rivoltosi di Monteforte e di Avellino. Pepe – Relazione degli avvenimenti politici e militari che hanno avuto luogo in Napoli nel 1820 e 1824. Carascosa – Memoires hist. sur la rivolution de Naples. Gamboa – Storia della rivoluzione di Napoli. Colletta – Storia del Reame di Napoli, lib. IX. cap. 1. Memorie particolari.
2 Collezione delle leggi del Regno delle Due Sicilie 1820. Semestre ll. num. 9. e 40.
1 Memorie particolari.
2 Collezione delle leggi del Regno delle Due Sicilie 1820. num. 44.
3 Memorie particolari.
1 Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie 1820. num. 181. 183. Decisione della Gran Corte Speciale di Napoli nella causa contro i Rivoltosi di Monteforte pag. 58.
2Atti del Governo nel Giornale Costituì, num.9.25., 50. Decisione della Gran Corte Speciale di Napoli nella causa dei Rivoltosi di Monteforte pag. 56-63. Carascosa. Memoires pag. 138.
1 Carascosa. Memoires pag., 128 134. Decisione della Corte speciale di Napoli nella causa dei Rivoltosi di Monteforte pag. 62. Memorie particolari.
2 Carascosa. Memoires pag. 16 2 166.
3 Collezione delle Leggi num.9e 103.
4 Colletta. Storia ec. Lib. IX, Cap. Il, XV.
5 Collezione delle Leggi ec. Num. 22.
1 Ivi, num. 21.
1 Atti del Governo inseriti nel Giornale Costituzionale del Regno delle due Sicilie 1820, num. 74. Archives Diplomatiques. Vol. I, pag. 49-81.
2 V. 48-8 14. — e 18, § 5.
1 1817.
1 V. 1805 § 25.
1 Documenti officiali inseriti nel giornale costituzionale del Regno delle due Sicilie 1820. n. 11-94. e nel giornale palermitano la Fenice n. 1-28. Relazione dei fatti accaduti al Tenente Generale Church. Del modo che tenne il Principe di Paterno per indurre il popolo di Palermo alla capitolazione. Archiv. dìplom. tom. 1. pag. 157-159. Memorie particolari.
1 Atti del Parlamento inseriti nel Giornale costituzionale delle due Sicilie 1820. n. 86 e 87.
2 Manifesto della Giunta provvisoria di Governo al Parlamento nazionale.
3 Rapporto del Ministro di Giustizia al Parlamento nel Giornale costit. num. 90.
1 Rapporto del Min. dell'Interno al Parlamento nel dì 23 ottobre 1820.
2 1848 § 6.
1 Rapporto del Ministro delle Finanze al Parlamento nei giorni 5 ottobre e, dicembre 1820.
1 Rapporto ec. nel Giorn. costit, 1820, num.86.
1 Rapporto del Ministro della Guerra nel Giornale costituzionale 4 820, nutn. 83.
2 1815 §.56.
3 Martens. Recueil. Tom. XVI, pag, 565.
4 Martens. Recueil. Tom. XVI, pag. 576.
1 Rapporto del Ministro degli affari esteri al Parlamento nel Giornale costit. del 1820, num. 80. Archiv. diplom. Tom-1. pag. 234
2 Archiv. diplomai. Tom. I, pag. 243-231. Mariens. Recueil. Tom. XVI, pag. 568.
3 Archiv. Diplomat. Tom. I, pag. 211-213.
1 Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 289. Martens. Recueil. Tom. XVL pag. 592.
1 Martens. Recueil. ec. Tom. XVI, pag. 592-598
2. Archi. Diplom. Tom. 1, pag. 279
1 Rapporto fatto al Parlamento nel dì 8 dicembre 1820 nel Giornale costit. num. 143.
1 Archiv. Diplom. tom. 1. pag. 287.
2 Ivi. pag. 274.
1 Meuaggio del Re al Parlamento nel Giorn, Costit. n. 132.
2 Atti del Governo nel Giorn. costit, del Regno delle due Sicilie 1820. num. 133.
1 Ivi num. 136.
2 Atti del Governo nel Giorn. costit. n. 137 -145.
3 Decreto nel Giorn. costit. num. 134.
4 Atti del Governo nel Giorn. Costit. nnm. 134 e 136. Memorie particolari.
5 Atti del Parlamento nel Giorn. Costit. 94.112-113.
6 Ivi — nnm. 103.
7 Ivi — num. 144.
1 §22.
2 Discussione del Parlamento nel Giorn. costit. 94.4 42-443. 1820. num. 4 20. 4 21. 4 24. 4 26.4 28. e 4 34. Costituzione politica del Regno delle due Sicilie.
3 § 89
4 Decreti dei 21 agosto, 26 ottobre e 24 novembre 1820, e 45 dicembre 1826. Bianchini — Storia delle finanze del Regno delle due Sicilie, Vol. III, pag. 652-655.
5 Relazione d'officio inserita nella Gazzetta di Milano dei 22 gennaio 1824.
1 Memorie particolari.
2 Relazione di officio nella Gazzetta di Milano dei 22 gennaio 4 824., Memorie particolari.
1 Notificazione del Segretario di Stato, 11 marzo 1820.
2 Memorie particolari.
3 V. 1804.. § 24.
4 Martens. Recueil. Tom. XVI, pag. 461-465. Memorie particolari.
5 §. 91.
6 Raccolta degli atti officiali del regno Lombardo-Veneto 1 820. Dom. 26.
1 Rapporto del Governo austriaco nella Gazzetta di Milano dei 22 gennaio, 824. Pellico — Le mie prigioni, colle addizioni di Maroncelli. Memorie particolari.
2 Decreti dei 23 marzo, 6 e 12 giugno 5 novembre e, 3 dicembre 1820.
3 §-641.
4 §.689-693.695.
1 1814. § 58.
2 Raccolta di Editti del Re Vittorio Emanuele, Vol. XIII, pag. 38.39. e 79. Memorie particolari.
3 Memorie particolari.
4 1297. §. 79.
5 Raccolta di Editti del Re Vittorio Emanuele, Vol. XIII, pag. 244. Martens — Recueil ec. ec. tom. XVI, pag. 448.
1 Traités publ. de la Maison de Savoye. Tom. IV, p. 501. Martens – Recueil ec. ec. tom. XVI, pag. 532.
2 1805. § 3.
3 Pecchio — Saggio storico sull'amministrazione finanziera dell’ex-regno d'Italia, cap. XV Memorie particolari.
4 1845. §.28.
5 Memorie particolari.
1 Convenzione dell Austria colla S. Sede del 1 giugno 1816. - con Parma dei 18 agosto 1816. - con Modena dei 28 marzo 1817. - colla Sardegna degli 11 aprile 1818. Ripartimento del 15 agosto 1820. Memorie particolari.
1 1805. §.19. 22.
2 Mazzardku — Storia di Lucca, tom. II, lib. X.
3 1809. §$.36.
4 Memorie particolari.
5 Annuaire hist. 1820, pag. 309.
6 Ivi, part. I, chap. II.VI.VllI.

NOTE - 1821

1 1820 § 93.
1 § 5.
1 Documenti nel giornale cost. del Regno delle due Sicilie 1821. num. 35-49. Martens. Reeueil ec. Suppl. Tom. IX. p. 599-630.
2 Atti nel giorn. costituz, del 1820. num., 148. e del 1821 num. 22 e 37.
3 Colletta Storia ec. lib. IX. XVII. Memorie particolari.
1 Archiv. diplom. Tom. IV, p. 448.
2 Memorie particolari.
3 Atti del Governo nel giorn. cost. del 1821 num. 43. 53. 56.57,62.71. Bianchini. Principi del credito pubblico parte I. Capitolo II. Sez. V.—Storia delle Finanze del Regno di Napoli vol. 3. p.653.
4 Collezione delle Leggi 1826. n. 1147.
1 Carsicosa Memoires ec. pag. 203. 318.324. Colletta. Storiec. lib. IX. Cap. 111. $. XXXI.
2 Carascosa Memoires pag. 201 -202. Memorie particolari.
3 Atti del Governo nel giorn. cost. del 1821. mun. 44. Memorie particolari.
4 Carascosa. Memor. Pag. 277. 278. 326. 330. Pepe. Relazione ec. pag. 46. 47.
5 Carascosa. Memoires pag. 204-230. Pepe. Relazione ec. pag. 50-132. Memorie particolari.
1 Colletta. Storia ec. lib, IX, XXXI.
2 Carascosa. Memoires pag. 204-287. Pepe. Relazione ec. pag. 46-53.
3 Carascosa. Memoires ec. pag. 331-338. - Colletta. Storia ec. lib. IX, §. XXXII. V
4 Memorie particolari.
1 Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 467 e 477. Memorie particolari.
2 Martens.'Recueil ec. Tom. XVI, pag. 614. Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 387. Giorn. cosi, delle due Sicilie 1821, num. 52.
3 Martens. Recueil ec. Tom. XVI, pag. 630.
1 Documenti inseriti nel Diario di Roma dei 7 marzo, e nel Giornale del Regno delle due Sicilie dei 24 marzo 1821. Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 463-469.
2 Ivi. Tom. I, pag. 477.
1 Pepe. Relazione pag. 53-63. Carascosa. Memoires pag. 345-354 Memorie particolari.
1 Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 477-503. Pepe. Relazione pag. 63-67.
2
3
1 Pepe. Relazione pag. 74, 74, 141, 144. Memorie particolari.
2 § 24.
3 Carascosa. Memoires pag. 367-368. Memorie particolari.
4 Carascosa. Memoires pag. 354-410. Memorie particolari. Colletta. Storia ec.lib.IX, §. XXXIV-XXXVI.
1 Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 515-523. Carascosa. Memoires pag. 413. Memorie particolari.
2 Carascosa. Memoires pag. 434 444. Memorie particolari.
1 Carascosa. Memoires pag. 412. Giorn. cosi. 1824, uum.73. Archiv. Diglom Tom. I, pag. 527-537.
2 Pepe. Relazione ec. pag. 438. Carascosa. Memoires pag. 337-338. Colletta. Storia ec. lib. IX, §. XXXVI.
1 Pepe. Relazione ee. pag. 446-149. Colletta. Storia del Reame, lib. IX, XXXVI.
2 Decisione della Gran Corte speciale di Napoli nella causa dei Rivoltosi di Monteforte pag. 35.
1 Archiv. Diplom. Tom. I, pag. 537-539. Memorie particolari.
2 Pepe. Relazione ec. pag. 4 50. Archiv. Diplom. Tom. 1, pag. 539.
3 1820 §.34. Atti del Parlamento nel giorn. cost. 1821, num. 6t-62-68.
4 Memorie particolari.
1 Sentenze della Commessione militare di Messina inserite nel giornale del Regno, delle due Sicilie del 1822, n. 63 e 73. Documenti inseriti nel giornale di Palermo del 1824, n.64. Memorie particolari.
1 Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie 1821, num. 3.
2 Atti inseriti nel giornale del Regno delle due Sicilie del, 82l, num. 4 9, 43, 44, 444, 445 e 446.
3 Memorie particolari.
4 Collezione delle leggi ec. 1821 num. 15, e 24.
5 Ivi num. 6.
6 Ivi num. 12.
7 Ivi num. 5, e 33.
8 Colletta. Storia lib. X § V
9 Colletta. Storia ec. lib. X. §. III.
1 Collezione delle leggi ec. 1821 num. 23, 25 e 31.
2 Memorie particolari.
3 Colletta Storia lib. X, V. Canosa. Epistola sulla Storia di Colletta, pag. 98, 404. Carascosa. Memoires ec. Pag. 444, 458.
4 Colletta. Storia ec. lib. X, §. V.
5 Colletta. Storia ec. lib. X, VIII. e IX.
1 Collezione delle leggi ec. num.52.
2 Decisione della Gran Corte speciale di Napoli nella causa contro i Rivoltosi di Monteforte pag. 65, 68. Colletta Storia lib. X, XVI.
1 Collezione delle Leggi del 182, nnm. 65.
2 Colletta. Stor. ec. lib. X, §. XVI. e XVII.
3 Decisione dei 10 settembre 1822.
4 Atti del Governo nel giornale del Regno delle due Sicilie del 1822. num. 249.
5 Id. nel giornale del 1823 num. 26. e 93.
6 Id. nel giornale del 1829 num. 220 e del 1825 num. 196 e 267.
7 Colletta. Storia ec. lib. X, XII.
8 Memorie particolari.
1 Colletta. Storia ec. Lib. X, §.XVIII.
2 Memorie particolari.
3 Saggio politico sulla popolazione del Regno delle due Sicilie part. II, § XI, pag. 237.
4 1820 §.79.
5 Memorie particolari.
6 Sentenze proscritte dalla Commessione Militare di Messina li 25 e 27 febbraio 1823 nel giornale del Regno delle due Sicilie 1823, num. 63 e 73. Sappi.
1 Memorie particolari.
2 Collezione delle leggi ec. 1821, num. 74.
3 Collezione delle leggi, 1821 num. 73.
1 Ivi, num. 44 e 45.
2 Ivi, num. 57.
1 Martens. Recueil. Supplenti. Tom. IX, pag. 647.
2 Collezione delle leggi ec. 1821 num. 150.
1 Collezione delle leggi ec. 1821, num. 447. Documenti nel giornale del Regno delle due Sicilie 1821, num. 74, e 1827, num.7. Saggio Politico nulla Popolazione, e le pubbliche contribuzioni del Regno delle due Sicilie Part. II, VII, pag. 137-138. Bianchini. Storia delle Finanze del Regno di Napoli Vol. Ili, pag. 655 e 678. Memorie particolari.
2 Collezione delle leggi ec. 1822, num. 298 e 302.
3 Collezione delle leggi ec. 1824, num. 38.
1 Collezione delle leggi ec. 1821, num, 39.
2 Ivi, 1821, num. 77.
3 Ivi, num. 46-50.
4 Ivi, num. 43.
5 Ivi, num. 44.
1 Collezione delle leggi ec. 1821 num. 16.
2 Ivi, num. 16.
3 Ivi, num. 33.
4 Ivi, num. 53.
1 Dispaccio inserito nel giornale del Regno delle due Sicilie 182,, num. 203.
2 V. Anno, 806, §.43.
3 Collezione delle leggi ec. 1824, num. 113.
4 Memorie particolari.
5 Editto del Card. Segretario di Stato degli 8 febbr. 1821.
6 Memorie particolari.
1 §.87.
2 Memorie particolari.
3 1820 §.413.
1 Memorie particolari.
2 Bulla Pii VII. Ecclesiast. Id. Sept. An. MDCCCXXI.
3 1803 §.4-8. 1815, 71.
4 Memorie particolari.
5 Bulla Pii VII. de sal, anim. XVII. Kal. Aug. MDCCCXXI. Allocutio Pii VII. in Consistorio diei XIII. Aug. MDCCCXXI. Articolo officiale nel Diario di Roma 1824, num. 21,
1 Bulla Pii VII. Provida tolersque Kal. Sept. MDCCCXXI. Martems. Recueil ec. Suppl. Tom. XI. pag. 446.
2 Editto del Segretario di Stato di Pio VII. in data degli 8 Febbrajo 1823. Raccolta degli atti del Governo del Regno Lombardo-Veneto 4 823, Vol. I, tram. 6. e part. II, num. 29.
3 1820 $ 121.
1 1820 §. 5.
21796 §. 56.
1 §.80 e 822 §.7-9.
1 § 3.
1 § 103.
2 § 152-153.
1 Memorie particolari.
2 Martens. Recueii ec. Tom. XVI, pag. 634.
1 Raccolta dei regj editti. Tom. XV, pag. 66-224. Simple Récit des événemens arrivés en Piemont. De la revolution Piemontaise. Memorie particolari.
2De la révolution Piemontaise ec. pag. 4 24-427. 3. Edit. Simple Récit ec. pag. 447, 448, 467-470. ’ Del Pozzo. Della Felicità ec. che gl’Italiani ec. Cap. XIII.
3 Raccolta di Editti ec. Vol. XVI, pag. 150.
1 Raccolta di Editti ec. Vol. XV, pag. 212.
2 Simple Récit. Pag. 198-199. De la rérolution Piemontaise ec. pag., 28,, 29, 150. Memorie particolari.
1 Simple Recit ec. pag., 87 197. De la Revolution Piemontaise ec. 3. ed. pag. HO-169. Memorie particolari.
2 Memorie particolari.
3 Raccolta di Regj Editti ec, Vol. XV, pag. 190.
4 § 114.
1 Raccolta di Regj Editti ec. Vol. XV, pag. 208.
1 Marteos. Recucii ec. Tom. XVI, pag. 638.
1 Martens Recueil. Tom. XVI, pag. 634-638.
1 Martens. Recueil ec.tom.XVIpag. 658. Traitè publ. de la Maison de Savoye tom. IV, pag. 508.
2 Raccolta di editti ec. Vol. XV, pag. 214.
3 Estratto delle sentente della Regia Delegazione dai 7 maggio al 1 ottobre 1821.
1 Raccolta di editti. Vol. XV, pag. 209.
2 Estratto delle sentente della Regia Delegazione dagli 8 maggio al 1 ottobre 1821.
3 Raccolta di editti ec. Vol. XV, pag. 336-336.
4 Memorie particolari.
5 Raccolta di editti. Vol. XVI, pag. 83-145.
6 Editto nella gazzetta piemontese 1821, num. 119.
1 Raccolta di editti. Vol. XV, pag. 365.
2 Memorie particolari.
3 Traites publ. de la Maison de Savoye tom. IV, pag. 494.
4 Memorie particolari.
5 1814 §.43 e 47.
1 Documenti di ufficio nella gazzetta di Milano del 1821, num, 21 e 22. Memorie particolari.
2 Documenti di ufficio nelle gazzette di Milano del 1823, num. 330. 336. e 1824, num. 73-272.
3 Sentenza nella gazzetta di Milano del 1824, num. 431 e 203.
1 Raccolta degli atti del Governo del Regno Lombardo-Veneto del 1824. Vol. I, part. I, num. 8.
2 Ann. hist, 1821 pag.373-436, et 652-664.
1 De Bourrienne. Memoires. Chap. I.-IX. Fain Mist. de Fan. III. pag 287-289, et 373.
2 Antomrnarchi. Derniers momens de Napoleon 17 mare — 5. juillet. Omeara. Relation etc. Notice hist. sur la mori de Napoleon.
1 Antommarchi Derniers moments de Napoleon.Tom. II.
1 Memorie particolari.

NOTE - 1822

1 Raccolta di editti del Re di Sardegna pag. 64, 77, 225, 362, 387 e 405.
2 Raccolta di editti Vol. XVIII, pag 324.
1 Raccolta di editti Vol. XVIII, pag. 177-221.
2 Traités publ. de la Maison de Savoye Tom. IV, pag. 424. Collez. delle leggi del Regno delle due Sicilie, 822, num. 21
3 Trat. Publ. de la Maison de Savoye Tom. IV, pag. 515.
4 Raccolta degli Atti del Governo 1822 Vol. I, part. II. Num. 48.
1 Relazione di ufficio inserita nella Gazzetta di Milano de' 22 gennajo 1824, num. 22. Andryane. Memoires d’un prisonnier d’état.
2 1820 § 5. – 182 §. 90.
1 Decisione del Tribunale statario straordinario residente in Rubiera degli 11 settembre ed analogo decreto degli 11 ottobre 1822.
2 Memorie particolari.
3 Sentenze dei 2aprile e 25 settembre 1823, e, aprile 1824. Memorie particolari.
1 Raccolta di leggi del Ducato di Parma 1822, pag. 179.
2 Raccolta degli Atti del Governo del Regno Lombardo-Veneto 1823, Vol. Il, num. 14.
3 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag. 90.
4 Bulla Pii VII. pater lice charit. prid. non. oct. MCCCXX11. Mémoires List. sur les affaire eccl. de France pendant les première années du dix-neuvième siècle. Tom. III, Chap. X. et XI. Annuaire hist., 822, pag. 635 638.
5 1821 §. 54.
1 Collezione delle leggi del 1822, num. 181. Articoli di officio nel giornale del Regno delle due Sicilie del 1822. num. 76, 403, 405. Colletta. Storia ec. Lib. X, V11I-1X.
2 Sentente proferite dalla Corte marnale di Palermo ai 2gennajo e 18 settembre del 1822, ed agli, 1 aprile del 1823. Memorie particolari.
3 Memorie particolari.
1 Memorie particolari. (2) Collezione delle leggi ec., 822 num. 235-249. Colletta. Storia del Reame ec. lib. X, §J. XIII-XIV. Canosa. Epist. di risposta a Colletta pag. 202-208, e not. p. 69.
2 Decreto dei 40 settembre 1822. Bianchini. Storia delle finanze del Regno di Napoli Vol. III, pag. 657.
3 Collezione delle leggi ec. 4 822 num. 435.
4 Annuaire hist. 1822, part. 2t chap. I, pag. 272 276.
5 An. hist, 822, part. 1, chap I et XIII, p. 2-4. 241-216.-776.-802.
1 Ivi, part. II, chap. X.-XI.
2 Ivi, part. II, chap. XII.
3 Martens. Recueil. Sapp- XI, pag. 144.
4 Annuaire hist. 1822. App. pag. 675.
5 Ivi, chap. V et VI.
6 Annuaire hist. 1822, part. II, chap. VIII.
7 Chateaubriand. Congrès de Verone Tom. I, chap. XIII.
1 Martens. Recueil. Suppl. Tom. IX, pag. 663. Traités pub.de la Maison de Savoye Tom. IV, pag. 526.
2 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag., 96.
1 Annuaire hist., 824, part. II, chap. Il, et App. pag. 652, 664. — 1822 part. II, chap. IV.-VI. et App. pag. 668-674.
2 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag. 233.
3 Ann. hist. 1827. App. pag. 100.
4 Ann. hist. 1822. App. pag. 708-709.
1 Ano. hist., 1822. App. pag. 700-706. Chateaubriand. Congrès de Vérone Tom.J, chap. XIV-XV,
2 Chateaubriand. Congrès de Véroue Tom. 1, chap. XVI. XVII, et Tom. II, chap. IX.-XIII, et XVII.
1 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag. 174-194. Chateaubriand. Congrès de Vérone Tom. I, chap. XIX, XXVIII et LVII.
1 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag., 95.
2 Memorie particolari.
3 Missirini. Della Vita di Antonio Canova.

NOTE - 1823

1 Arch. diplom. Tom. II, pag. 428-475. Martens. Recneil. Suppl. Tom. X, pag. 174-232. Annuaire hist. 1822, part. Il, chap. V.
2 Arch. dipl. Vol. Ili, p. 152,190, 204, 286, 315, 337, 339.
3 Ivi, pag. 410-411.
1 Documenti relativi alla questione colla Spagna nel Suppl. al Diario di Roma dei 22 febbraio 1823, n. 15. Arch. diplom. Vol. Ili, pag. 470, 474, 183, 510.
2 Ann. hist. 4 823, part. 1, chap. I, et IV, pag. 40 23, et pag. 146-161.
3 Ann. hist. 1823, part. IIl, chap. VI-IX. Chateaubriand. Congrès de Vérone Tom. II, chap. II, IV, VIII, IX, et XVI.
4 Ann. hist. 1828, part. II, chap. VIII, pag. 507-508.
5 Memorie particolari.
1 Chateaubriand. Congrès de Verone Tom. 1, chap. XIV, XVIII, et Tom. Il, chap. I.
2 Ann. hist. 4 823, part. II, chap. X.
3 Memorie particolari.
4 Raccolta di Editti Vol. XIX, pag. 44.
5 Ivi, Vol. XX, pag., 34. Memorie particolari.
6 Traités publiq. de la Maison de Savoye Tom.IV, p 530.
1Raccolta di Editti Vol. XXVI, pag. 47-48.
2 Traités publ. de la Maison de Savoye T. IV, p. 538-550.
3Trattato nella Gazzetta di Milano del 1826, num. 117.
4 Raccolta degli Atti del regno Lombardo Veneto del 1823, part. II, num. 46.
5 Ivi, num. 21.
6 Memorie particolari.
1 1822 § 24.
2 Collezione delle leggi del 1823,. num. 659.
3 Ivi, num. 812.
4 Sunto delle sentenze nel giornale del Regno delle due Sicilie 1823, num. 281, 290, 299.
1 Colentano. Conciai ioni nella cium contro De Mattheis ed altri. Decisione della Corte suprema di Ginstiiia di Napoli dei 16 luglio 1830.
1 Memorie particolari.
2 Decreto nel giorn. del Regno delle due Sicilie del 1830, num. 278.
3 Sentenza della Commessione militare di Palermo dei 30 aprile 1824.
4 Memorie particolari.
5 Notificazione del Governo di Malta dei 12 febbraio 1823.

NOTE - 1824

1 1788 num. 6.
2 Decreto del Re di Sardegna dei 30 aprile 1824. Raccolta di editti del Regno Lombardo Veneto 1824, n. 34. Notificazioni del Tes. pontificio dei 17 gennajo 1725, 30 novembre 1826, e 20 giugno 1827. Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie 1823, num. 884. 1824, num. 1183 e 1137.
1 Patenti dei 24 giugno 1824.
2 1763 §.3.
3 Traités publ, de la Maison de Savoye Tom. IV, p. 554.
1 Mottu-proprio di Leone XII dei 5 ottobre 1824.
1 Const. Leonis XII. Quod divina Sapienza. V. Kal. Sepl. MDCCCXXIV.
2 Memorie particolari.
3 Bulla Leonis XII. Super Universum IV. Kaleod. No veni. MDCCCXXIV.
4 Bulla Lconis PP. XII. lmpensa. VII. Kalend. Aprii. MDCCCXXIV. Martens. Suppl. Tom. X, pag. 421.
1 Artaud. Hist. dii Pape Léon XII. Tom. I, chap. XVII, XX, et XXIII.
2 Memorie particolari.
1 Memorie particolari.
2 1824 3, 65.
3 Martens. Recueil. Suppl. Tom. X, pag. 762.
4 Collezione delle leggi num. 1131.
5 Manifesto nel giornale del Regno delle due Sicilie, 1824, num. 225.
6 Bianchini. Storia delle Finanze del Regno di Napoli, Volume III, pagM 678.
1 Collezione delle leggi 1824, num 1144 e 1145.
2 Collezione delle leggi 1824, num. 971 e 972.
1 Vet. Mathem. Opera.
2 Lib. I, cap. VI.
3 Mancini. Memoria intorno Giovanni Branca.
4 Raccolta degli atti del Regno Lombardo-Veneto 1828, part. II, uum. 40. Memorie particolari
5 Saggio politico su la popolazione del Regno delle due Sicilie, part. II, § XVII, pag. 479.
6 Memorie particolari

NOTE - 1825

1 Memorie particolari.
2 Traités publ, de la Maison de Savoye Tom. IV pag. 555.
3 1816 § 11.
1 Rapporto nella gazzetta piemontese 1825, num. 128. Memorie particolari.
2 Traités publ. de la Maison de Savoye Tom. IV, pag. 565.
3 Ivi, pag. 568.
4 Cocoucelli. Descrizione dei ponti sul Taro e sulla Trebbia.
5 Seristori. Statistica d'Italia, Parma, pag. 34.
6 Decreto di Francesco IV Duca di Modena in data dei 3 ottobre, 1825.
1 1810 §.9.
2 1816 § 4.
3 Motu-proprio dei 6 luglio 1826, 225-237.
4 Memorie particolari.
5 1816 §. 4-5. 1824.
6 Notificazioni del Tesoriere dei 24 agosto 1824 e 24 gennajo 1825.
7 Memorie particolari.
1 Sentenza della corte spec. di Bologna dei 27 marzo 184 4.
2 1817 §-7.
3 Breve dei 4 maggio 1824.
4 Editto dei 19 maggio 1824.
5 Sentenza pronunziata dal Cardin. Rivarola nel giorno 3, agosto 1825 sugli affari politici.
1 Estratto del Processo.
1 Memorie particolari.
2 Diario di Roma 1826, num 32 e 33. Moniteur. 1830. 20 avril.
3 Memorie particolari.
4 1752. § 2.
5 Coll, delle leggi del Regno delle due Sicilie, 1825, n., 07. Bianchini. Principi del credito pubbl. part. I, cap. III, sess. II.
1 Martens. Recueil. Sappi. Tom. X, pag. 762.
2 1821 § 24.
3 Capitolazione dei 7 ottobre 1825.
4 Bianchini. Storia delle finanze del Regno di Napoli. Volume III, pag. 795.
1 1817 § 10.
2 Stato discusso nel giornale ufficiale di Palermo del 1825, num. 105.
3 1810 § 22.
4 1812 § 29.
5 Collezione delle leggi 1847, num. 932, 498-200.
6 Collezione delle leggi ec. 1825, num. 286.
7 Decreto dei 20 dicembre 1827 nella collezione delle leggi ec. 1827, num. 1688.
8 Discorso sull'agricoltura di Sicilia 28-34.
1 Pecchio Relaz. degli avvenimenti della Grecia nel, 825. Cap. VI.
2 Rapporto della Commessione d’inchiesta fatta all’Imperatore Nicolò ai 30 maggio (Il giugno) 1826.

NOTE - 1826

1 Traités. pub. de la Maison de Savoye tom. IV, p. 574.
2 Ivi p. 603.
3 Ivi p. 578.
4 Ivi p. 588-602.
5 Istromento rogato sul confine per gli atti dell’Illuminati Not. di Città di Castello e del Pochi Not. di S. Sepolcro li 11 febbrajo 1826.
6 1825. §.13.
7 Id. n. 73. e 96. Moniteur 20. Avr. 1830
8 Diario di Roma 1826, p. 32-33.
1 1801. §.27
2 Editto del Segr. di Stato degli 11 aprile 1826.
3 Memorie particolari.
4 Motu-proprio dei 3 gennajo, 1826.
5 Motu-proprio dei 14 novembre 1826.
6 Chirografo dei 22 febbrajo e Mota-proprio dei 16 dicembre 1826.
7 Bilancio della Commessione de' sussidi per l'anno 1827.
8 Notificazione del Tesoriere pontificio dei 12 novembre 1825.
1 Motuproprio di Leone XII dei 27 febbrajo 1826.
2 Massimo. Relazione storica del traforo del monte Catillo in Tivoli.
3 Notificazione del Tesoriere pontificio dei 18 agosto, 1827.
1 Memorie particolari.
2 Sentenza della Commessione speciale di Romagna proferita nel 1827 e 1828.
3 1798. § 3-5.
4 Dispaccio del Ministro degli affari esteri al Luogotenente di Sicilia in data dei 10 settembre 1825.
5 Breve di Leone XII dei 42 maggio 1826 e decreto del Consiglio dell’Ordine Gerosolimitano degli 11 luglio 1826.
1 Sentenza della Commessione militare e decreto reale nel giornale delle due Sicilie 1826 n. 82.
2 Memorie particolari.
3 Memorie particolari.
4 Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie del 1825 n.751.
5 Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie. 1825 n. 398.675.
6 Documenti nel giornale del Regno delle due Sicilie 1825 n.261 e 4 826, n. 52. Saggio politico sulla popolazione del Regno delle due Sicilie, parte II, §. VIII.
1 Documenti nel giornale del Regno delle due Sicilie 1825 n. 90. Istromento per gli atti del Messina e Salemi Notajo palermitano dei 2maggio 1826.
2 V. 1814. § 77.
3 Memorie particolari.
4 Memorie particolari.

NOTE - 1827

1 Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna raccolte e pubblicate per ordine di S. M. il Re Carlo Felice.
2 Traités pubi, de la Maison de Savoye T. IV, p. 607, 620.
3 Traités publ.de la Maison de Savoye Tom. IV, p. 606.
4 Convenzione di Roma dei 15 febbrajo 1827.
5 Notificazione del Card. Camarlengo dei 5 settembre 1827.
1 Notificazione del Card. Segretario di Stato dei 30 agosto 1827.
2 1821. §. 8.
3 Motu-proprio di Leone XII dei 27 dicembre, 1827.
4 Ivi §. 213.
5 Motu-proprio di Pio VII dei 6 luglio 1816.
6 Motu-proprio di Leone XII dei 27 dicembre 1827.
7 1821 §.84.
1 Bulla Leonis Papa XII Ad Dominici Gregis. Ili id. apr; IDCCCXXVII.
2 Martens. Recueil. Suppl. Tom. XI, 64.
3 Bulla Leonia XII Quod jamdiu. XVI. Kaleo. septembr. MDCCCXXVII. Martena. RecueiL Sappi. Tom. X, pag. 242.
4 1810, 14. 1822, 29.
5 Atti del Concistoro ed allocuzione di Leone XII dei 21 maggio 1827.
1 Articolo di officio nel giornale del Regno delle due Sicilie 1827, num. 64. Bianchini. Storia delle finanze del Regno di Napoli Vol. III, pag. 794.
2 Ivi, pag. 795, 799, 800. Ivi, pag. 735, 755, 800.
3 1826. §. 14.
1 Collezione delle leggi del Regno delle due Sicilie 4 826, num. 675.
2 Collezione delle leggi, 1826, num. 1128.
1 Collezione delle leggi, 1826, num. 1147.
2 Alfan de Rivera. Rapporto generale sulla situazione delle strade, sulle buonificazioni ec. dei domini di qua del Faro.
1 Collezione delle leggi ec., 827, num., 679.
2 1821, §. 158, e, 1822 §.20, 26, 27.
3 Martens. Recueil. ec. Suppl. Tom. X, pag. 781.
4 Annuaire hist. 1827. Doc. hist. pag. 96.
5 Martenx. Recueil. Sappi. Tom. XI, pag. 282.
1 Annuaire hist. 1827, part. II, chap. IV et V, et Append. pag. 97-144.
2 Annuaire hist. 1827, part. II, chap. IV, pag. 352-360, et Append. pag. 107-415.
3 Ivi, pag. 364-370, et Append. pag. 117-122.

NOTE - 1828

1 1802. §. 11. Memorie particolari.
2 Traités publ. de la Maison de Savoye Tom. IV, pag. 21.
3 Ivi, pag. 62 et 169.
4 Breve Leonis XII. gravissima XIV Maii MDCCCXXVI1I. Traités publ. de la Maison de Savoye Tom. V, pag. 374. Memorie particolari.
5 1789, 19.
1 Motu-proprio di Leopoldo II dei 21 novembre 1828. Tartini. Memorie sul bonificamento delle Maremme toscane.
2 Motu-proprio di Leone XII. dei 17 manto 1828.
3 Id. del 1. maggio 1828.
4 Memorie particolari.
5 Motu-proprio e regolamento analogo di Leone XII dei 2, dicembre 1828.
1 Memorie particolari.
2 1827. §. 12.
3 Annuaire hist., 828, part. I, chip.,. et 2.
1
2
1 Memorie particolari.
2 Ann. hist., 826, part. Il, chap. HI., 827, part. II, chap. III, 1828, part. II, chap. III, et App. Pag.72. Martens. Recueil. Suppl. Tom. XI, pag. 564.
3 Annuaire hist., 828, part. II, chap. III-V, et App. pag. 76, a 132.
1 Ann. hist. 1829, part. II, chap. VI, et App. pag. 432-448,
2 Ann. hist. 1822, part. I, chip. XII.
3 Ann. hist. 4 826, part. II, chap. VIII.
4 Ann. hist. 1828, part. I, chap. VII.
5 Memorie particolari.
1 Id.

NOTE - 1829

1 Gazz. Piem., 1842, num. 5.
2 Convenzioni dei, 2 ott., 1829 fra l’Austria e la Toscana.
3 Memorie particolari.
1 1803, 8., 1807, 27, 28.
1 Sentenza di una Commessione speciale dei 26 sett. 1829.
2 Memorie particolari.
3 Lingard. Storia dell'Inghilterra Tom. I, capitolo III, e Tom. III, capitolo I.
4 Raynald. Ann. Ecci. 12, 2, §. 36, et, 213, § 73-90. Lingard. Storia dell'Inghilterra Tom. III, capitolo I.
1 Const. Ejtu qui immobilitertio Kal. sept. MDXXXV. Bui. Tom. IV, part. I, pag 425.
2 Const. Regnatiin Excelsis. Quinto Kal. martii MDLXX. Bui. Tom. IV, part. Ili, pag. 98.
3 Lingard. Stor. dell'Inghilterra Tom. VIII, cap. I. Tom. IX, cap. I. Tom. XII, cap. I.
4 Balbi. Compendio di Geografia § Inghilterra.
5 Ann. hist. 1827, part. Il, chip. IX. 1828, part. II, chap. IX. 1829, part. II, cap. XI, et Append. pag. 122.
1 Decreto dei 7 aprile 1829. Collezione delle leggi 1829, num. 2362.
2 Decreto dei 2 settembre, 1829.
3 Decreto dei 31 lugl. 1828 sullo stato discusso in Sicilia.
4 Collezioni delle leggi 1828, num. 1983-1988. Memorie particolari.
5 Ann. hist. 1829, part. II, chap. VI, VII et Append. part. Il, pag. 407.
1 Ivi, part. II, chap. V, VI, et App. part. II pag. 62 94.
2 Portafoglio Tom. I, nani. 3, pag. 16.
3 Ann. hist. 1829, part. II, chap. VI.
4 Martens. Recueil. Suppl. Tom. XII, pag. 143-155.
5 Ann. hist. 1836, pag. 336.
1 Memorie particolari.













Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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