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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra “nazione napoletana” e “global liberalism” di Zenone di Elea

MEMORIE DEL REGNO DI NAPOLI 

RIVOLUZIONE DEL 1820 

SCRITTA PERL’AVVOCATO 

ALESSANDRO DI DOMENICO ANTONELLI

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VOLUMEUNICO

AQUILA

TIPOGRAFIA ATERNINA

1848

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DISCORSO DELL’AUTORE

Io tolga a scrivere le memorie più notabili d’una rivoluzione, la quale sarebbe tornata a. piena felicità, di questa mia patria, diletta, se per, avventura passioni svariatissime non avessero te, noto lor vasto e potente; tiranoeggiamento.

Un sorgere di novello ordine civile cagione grandi e fatali abberrazioni, una subita esaltazione di un popolo ardente sempre di libertà, ma intollerante smodato nelle sue voglienze (1) : uomini di sommo. ingegno educati al tramestio delle sventure caduti vittime di un fanatismo settario cresciuto da pochi, avidi ed astuti speculatori runa sapienza, profonda nel Governo, in seno della. incertezza,di sua politica esistenza: una Rappresentanza Nazionale culta dotta, robusta ma fatalmente timida peritosa ed entusiasta di tutte le passioni del tempo: una setta informata di proteiforme sembianze: un muoversi un agitarsi e nulla cosa, spessamente intendersi tranne. il bene individuale col flagello del bene pubblico: il valor militare del soldato napoletana disgraziatamente tradito e sacrificato alla imperizia o fellonìa dei supremi condottieri; sarà questo il quadro che io mi accingo a descrivere senza spirito di parte e senza alcuna influenza sull’animo mio da quella in fuori dell’amore che nudro sviscerato alla verità.

Un grande ed infortunato Italiano vi fu che scrisse una sterile istoria di quel tempo forse unico nei fasti delle Nazioni; ma sopraffatto dalle ire de’ tempi, dall’amore di un partito manomesso, non rispose il racconto alla espressione del suo grand’animo, ed indignato, al dolore dell'esilio ispirò quasi ogni linea delle sublimi sue pagine — Ah! no: la verità non v’ha adulterata da chi assume la missione gravissima d’istruire i popoli!!

I. Apro il libro della storia e leggo a caratteri di sangue sottoposto il reame di Napoli per 23o anni al duro ed avaro governo Vicereale e redento da tanta schiavitù dalla spada valorosa di Carlo III Borbone: interrogo i monumenti, lo scavo di Pompei di Stabia e di Ercolano; Caserta in che la bellezza dell’arte par che vinca quella della natura; i famosi Ponti dei Maddaloni; Portici di oscuro villaggio creato delizioso soggiorno; interrogo l’Ospizio dei poveri, il Teatro massimo in men di otto lune costrutto; ed in tutte queste opere di celebrità trovo scolpito il nome di Carlo III. Borbone.

II. Volgo uno sguardo alle scienze e veggo fondate accademie, riformata con principi umanitari e filosofici la prattica criminale, abolite le giurisdizioni ecclesiastiche, rivindicata la facoltà di nominare ai Vescovadi ed alla prelatura; distrutti ed annichilati i così detti Pedaggi, ripopolata ed abbellita Messina dicendola porto franco, create manifatture ed. attuata una marina lusinghevole per fiorito, commercio, ed in tutte queste opere veggo scritto il nome di Ferdinando I Bùrbone, e leggo pure che egli si fusse il primo Principe in Europa che concepisse Tardato disegno, di. scuotere il giogo Feudale e porgesse ai suoi popoli: una. delle più importanti, malleverie della libertà, individuale con ordinare ai Magistrati che ragionassero le loro Sentenze.

III. In questi pochissimi fatti ho voluto brevemente riandare perché sia qualunque il colore del mio leggitore, sappia egli che i popoli delle due Sicilie denno saper grado a. quella Casa che di questi bonifici fu loro dispensatrice. E che eglino pero le nudrissero costantemente gratitudine mel dimostrano in ispecie il tenere che fecero per essa anco in mezzo al fascino dello splendore francese e le accoglienze lietissime al primo riapparire in Napoli del Principe D. Leopoldo nel i8i5. Chi vi si fusse allora trovato avrebbe visto per ovunque un brulicame immenso di popolo di ogni sesso, di ogni condizione con ghirlande di fiori in mano avidamente cacciarsi verso il luogo del reduce; avrebbe visto un trarre un rizzarsi su i piè uno spenzolarsi un urtarsi a vicenda mosso ciascuno dalla brama di trovarsi più da. costo all’Augusta persona onde Sirie testimonianza di reverenza ed amore; cosicché quella calca, ti metteva nell’occhio quasi l’aspetto di una tempestosa corrente.

IV. Ma mentre da una, parte Cariò volgeva in fuga il Tedesco nei gloriosi Campi di Ritento e Velletri e tra, le Nazioni del Mondo locava il Regno di Napoli, stato già travagliata Provincia dello Straniero, dall’altra sorgeva l'immenso Vico prima luce della restaurazione civile di Europa 9 sorgevano i Filangieri, i Beccaria; in Alemagna signoreggiava la scuola della filosofia sperimentale del Kant, e tutti questi sublimi intelletti pari a Copernico, Kepler, e Newton che scoprirono le leggi primitive del Mondo fisico t fermarono i principi indeclinabili del Mondo morale proclamando quel vero che lo spirito umano è governato dalle leggi graduali di un legittimo progresso, e non v’ha epoca sia pure la. più. triste e servile in che la vita del popolo non si allarghi e non si sviluppi nelle svariate branche dell’attività sociale.

V. Il secolo intanto di Lutero avea già preparato un rivolgimento fenomenico nelle idee nelle coscienze nelle opinioni — Nel suo tramonto esso lasciava come ad eredità un campo vastissima al pensiero. Montesquieu sfidava arditamente le leggi ed i costumi dei popoli, e Massillon predicava sul pergamo quelle dell’amore e della carità Evangelica.

VI. Ma eccoci alla guerra filosofica, alla compilazione della Enciclopedia ed all’azione potente degli Economisti convenuti tutti sotto la bandiera del gran Federico e dell’apostolo di lui sig. Voltaire: eccoci ai tempi dei grandi e liberali Fratelli Lorenesi Giuseppe li. e Leopoldo I, ed eccoci da ultimo già pervenuti al giorno di quella famosa dichiarazione dei dritti dell'uomo dalla quale emerse nella Francia quel terribile cataclisma, il quale perché staccatosi dall’elemento religioso cattolico cadeva nel vortice d’infrenabili passioni, si dava in braccio all’ateismo ed al truce dominio delle fazioni, le quali in mezzo a fiumane di sangue cittadino rinnegavano fede umanità principi.

VII. Iddio per altro serbava un Italiano ad incatenare al carro dei suoi trionfi quell'idra furibonda, e grande per quanto ingrato alla sua patria, Napoleone comprese che senza il concorso religioso cattolico la Francia non sarebbesi mai lavata delle macchie della empietà, ed Egli non estolto alla cima di quella nuova Piramide sociale cui dal Cielo avea avuta la missione di ricomporre ed edificare.

VIII. Il suono delle campane a Parigi nel di 18 Aprile 1802 ridestò la gioja cristiana in tutt’i cuori dei Francesi, ed il giovane soldato si dichiarò svelatamente il restauratore della Chiesa Cattolica in fàccia a quegli stessi fieri repubblicani, che poco innanzi aveano pazzamente adorato il profano culto della Ragione per maniera che il Cardinal Caprara quando si discutevano nelle Tuglierie i vari articoli del concordato, scrivea a Pio VII.

«Non irritiamo quest'uomo: Egli è il solo che ci sostenga nel paese dove ogni altro ci è nemico. Se il suo zelo si raffreddasse un sol momento, o se per sciagura Egli venisse a morire più non sarebbe Religione in Francia (2) .

IX. Nondimeno gl'interessi materiali ed una smisurata ambizione vinsero il cuore e la mente di quell'Eroe straordinario: l'inabissamento di lui segnava in Vienna una pagina novella nel dritto pubblico della politica europea: le condizioni d'Italia non migliorarono e perché le medesime sempiternamente stessero, andavasi tutto dì ripetendo quella vieta sentenza essere cioè impossibile la restaurazione della penisola colla esistenza, di un potere teocratica senza ricordarsi dei fatti e delle azioni stupendissime del terzo Alessandro, e del terzo Innocenzo, senza ricordarsi che il Principato congiunto al Sacerdozio nei scompigli e nelle svariale vicende d’Italia fu sempre sua salute e presidio avvegnacché il cattolicismo e la nazionalità si porgono a. vicenda la mano ed il cuore; (3) e la spada dei Guelfi, osteggiò costantemente ed isvigorì le ire e le catene ghibelline.

X. La voce di resistenza al reale e legittimo progresso, in che trovasi incarnata la. idea, vera della conservazione che taluni attribuirono ai papato è falsa falsissima uno sguardo alla storia del media evo e si apprenderà quale e quanta Luce si spandesse dal Vaticano onde la civiltà dei popoli, sfondasse le tenebre della ignoranza, che avean ricoverta la terra.

XI. Il Papato fu sempre la stella della Religione, il simbolo della, giustizia l'asilo della pietà: quindi sempre resistente agli errori ai delitti alle intemperanze, non mai avverso ed incompatibile con quelle istituzioni, liberali che altra cosa non sona che una applicazione delle verità celesti ed evangeliche le quali mirano tutte al vantaggio e benessere della gran famiglia. del Mondo.

XII. Ma in mezzo alle esorbitanze del potere rinasceva nelle Marche il cuore di Dante e di Gregorio VII nella coscienza del giovane elettissimo Giovanni Maria Mastai Ferretti nel quale tutta si conteneva la gran causa d’Italia (4) .

XIII. Quindi è che la Provvidenza nel fine di smascherare la falsa voce del Macchiavelli operava un miracolo politico sulla Terra vestendo del manto del sommo sacerdote quel giovine elettissimo detto Pio IX. e lui deputava a compiere la missione in tempi difficilissimi e di estremo cimento.

XIV. Su l'urna di S. Pietro questo messo del Cielo il capo supremo del Cristianesimo giurava le riforme d’Italia da doversi attuare mercé una indissolubile federazione unico buon mezzo alle presenti condizioni politiche ed etnografiche del bel paese ove il suona, unico osteggiamento all'urto della forza delle straniere nazioni: che se uno sguardo si volgesse alla carta geografica, ed un altro alla storia, diciam così di famiglia, ben sentirebbe ciascuno che da tutti altri popoli derivar potrebbe l'autonomia solida ed incrollabile della Penisola dall'Inghilterra e dalla Francia in fuori.

XV. Che gl'interessi materiali della prima nel vortice dei quali si disperdono e confondono gli interessi politici, la volubilità del carattere e le passioni della tribuna non che una ardenza inestinguibile di dominio nella seconda, rendono queste due Nazioni se non ostili, gelose almeno della grandezza italiana.

XVI. L'inauguratore delle riforme d’Italia divenne l'idolo il sospiro di Roma: tanto che l'amore a Pio cominciò ad essere un bisogno una necessità vitale universalmente sentita.

XVII. Ma mentre Egli compiva questi sublimi pensieri, la mente ed il cuore della più. vasta. potenza d’Italia lo vincevano, nella realizzazione.

Ferdinando II quel desso che nel primo giorno in che ascese il Trono tornava a libertà tutti i liberali del 1820, e con l'atto Sovrano del dì 8 Dicembre i83i. infrangeva quel muro di bronzo che un funesto Ministero aveva costrutto tra popolo e Principe, (5) Ferdinando II fu il primiero che pria delle famose giornate dei 24 Febbraro e Marzo 1848, spontaneamente desse ai suoi popoli una libera Costituzione, mentre gli altri Sovrani della Penisola si erano a quel tempo ristretti a magre ed aride riforme di maniera ohe non sì. tosto la. voce di libertà, gridata dal giovine Borbone echeggiò nella. Toscana nel Piemonte e ripercosse i sette Golii, che tutti i Principi se ne fecero imitatori.

XVIII. Né qui Egli sostò: fu eziandio il primo, che inviasse a Roma legati acciò si attuasse la sospirata federazione, la quale compiuta e non ributtata dall'ambizione Sabauda (dobbiamo dolorosamente dirlo) avrebbe forse risparmiata all’Italia una iliade di tante lagrime e di tanto sangue.

Son questi i fatti splendidissimi di Re Ferdinando alla evidenza dei quali ceder debbono le sozze voci di quei pochi arrabiati demagoghi, i quali nel delirio di una libertà fescennina non ebber fede e sacramento ad alcuna generosa istituzione, e sfrontatamente calpestarono quanto v’ha di più sacro e venerando in ogni ci vii comunanza. Eglino per altro vivranno maledetti ed infelici eternamente perché la vita del rimorso non invecchia mai!!!

XIX. Questi urti reazionari, quelle arti nefandissime che muoveano dalle false aspirazioni di più false e sacrileghe dottrine nelle quali si avviluppavano le menti della inesperta gioventù, sobbarcarono le concesse istituzioni in mezzo ad una procella che accennava di straripare e seco manomettere Troni libertà coscienze fortune e disgregare financo i vincoli sacrosanti della famiglia e dell’onore: quindi le parole in disaccordo colle idee, le esagerazioni dei partiti prender campo ed impero, il soffio della discordia dilatarsi in ogni terra in ogni recinto; 1odio la diffidenza il sospetto spargersi ed aggrovigliarsi nel cuore del popolo contro ogni atto del Governo; ed ecco in qual modo quella stella di libertà che dopo tre secoli di tenebre ricompariva più bella nel Cielo d’Italia, da questa fazione scismatica si avvisò aver brillata per le sue esclusive tendenze, per le brighe superbie ed ambizioni sue; e da ciò avvenne che sopraffatti questi esseri dalla febre ardentissima della insofferenza, gittarono lo spavento e lo sconforto in ogni anima calda di vero amor cittadino. E mentre gridava la croce al dispotismo mentre tutti chiamava fratelli compagni ed amici, con una mano di ferro appuntava le coscienze e le riputazioni le più candide, ed oneste, sprezzava le leggi, combatteva nella ebbrezza dei banchetti e dei circoli l’ordine e la legalità. Per le sue mani si bruciarono gli scritti degli Azeglio dei Salvagnoli, per le sue bocche si bestemmiarono Principi e Principato, per le sue sfrenatezze si ritardò il completamento di quelle istituzioni liberali che assicurano il pieno godimento della libertà politica, la quale al dire di Montesqieu, nasce dalla coscienza che ciascuno ha della sua sicurezza.

XX. Che se questa fazione avesse per un istante rivolto lo sguardo a quella stessa Francia le cui simpatie tanto da lei si caldeggiano ed imitano, avrebbe allora inteso che quivi tutte le opinioni politiche hanno un tabernacolo sacro ed inviolabile di guisa che il Legittimista l'Organista il Napoleonide ed il Repubblicano seggono tutti amicabilmente alla stessa mensa, senzacché taluno temer possa dell’altro.

XXI. Succedevano i sanguinosi idi di Maggio e vorrei che questa pagina scomparisse nella storia dei grandi avvenimenti dell’anno 1848, se quel giorno non aprisse ai presenti ed agli avvenire una eloquente lezione, cioè, che mentre un pugno di agitatori volea per sue individuali ambizioni e ribalderie infranto e dislombato l'edificio del di io Febbrajo, Re Ferdinando lo raffermava invece nella sua coscienza nella sua religione nella sua lealtà. (6) — Fu quello il giorno del gran disinganno in che tutte le masse intelligenti tutte le fortune tutte le famiglie si strinsero intorno al Trono costituzionale siccome all’albero della vita e dell’alleanza. Che se le condizioni gravissime dei tempi non han finora permesso l'ampio godimento delle largite concessioni, il momento però è già vicino perché distrutte le cagioni per noi teste ricordate, possono quelle oramai pienamente attuarsi sotto all’ombra del pacifico ulivo dell’ordine e della legge.

XXII. Quindi è che lo scopo precipuo de’ miei racconti è diretto alla gioventù, la quale nel passato saprà leggere il libro più istruttivo dell’Uomo quando però le passioni non tengono il campo — Da questi racconti gli animi di taluni oracoleggianti pigmei avvertiranno a non rendersi per la seconda volta i carnefici di quella patria che accennano colle labra e poscia Dio sa se la rinnegano coi fatti se non col cuore, avvertiranno il male prestamente oprarsi, il bene all’opposto nascere dal tempo, dal calcolo della riflessione, e non dallo slancio d’impetuose passioni sotto delle quali si asconde sempre ambizione individualismo ribalderia; avvertiranno che se nel giorno 7 Dicembre 1820 non fussesi da una setta liberticida sospinto il Parlamento a rifiutare quel prezioso Messagio, il Regno delle due Sicilie sarebbe divenuto sin da quel dì il Regno della felicità, e della ricchezza, ne’ 27 anni di pressure e di lutto sarebbersi giammai conti e numerati.

Facciamo dunque senno delle sofferte sciagure ed imprecando alle grette gelosie municipali alle vuote utopìe ed alle sbrigliate esagerazioni, stringiamoci tutti con fede intorno allo Statuto ed al Trono Costituzionale, rendiamoci forti colla unità de' voleri e col concorde sentimento di una reciproca stima. La crescente gioventù ritorni alla disciplina severa degli studi e metta le sue cure le sue vigilie perché la novella vita politica s'incarni nei costumi nelle affezioni e nelle abitudini di tutti, ed aspiri col merito dell'intelletto e del cuore ad una gloria reale e consolatrice dei triboli umani e delle onorate fatiche (7) .

Non più colori non più scisma non più collisioni ed inganni: sia uno il pensiero il voto l'ambizione di tutti, l'amore allo Statuto ed al largitore di esso, il consolidamento delle concesse istituzioni, il quale non per altra via può conseguirsi che nell'accordo ed armonìa dei tre poteri, nel bandire la croce al torrente della demagogia, e nella osservanza scrupolosa della legge e della giustizia.

XXIII. Che se questo mio voto incontrasse il disprezzo e l'ingiuria di qualcuno sappia Egli che gli Uomini son povera cosa a fronte dei principi, che io mi reputerò a laude il biasimo suo: avvegnaché nei tempi solenni nei quali viviamo il migliore olocausto che possa mai farsi sull'altare della patria sia quello di aprire ciascuno la propria coscienza siccome il cuore la ispira e la mente la illumina.


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LIBRO PRIMO

SOMMARIO
Ritorno del Re Ferdinando IV nel Regno — Trattato di Casalanza — Ministero — Assunzione del titolo di Re del Regno delle due Sicilie — Dispacci tra Ferdinando e Pio VII — Nugent e ricomposizione dell’esercito — Scontentezza dei Murattisti — Spirito pubblico del Regno dopo la restaurazione — Emissari — Le Puglie ed i cartelli in istampa — Lecce — Church ed il Marchese di. Pietracatella — Formazione dei Militi — Campo di Sessa — Diserzione — Guglielmo Pepe e sua proclamazione — Fermezza del Re — Nunziante ed il Marchese Circello — Editto del di 6 Luglio 1820.

LIBRO I

Non è a dubitarsi che la rivoluzione di Francia cangiasse faccia all’Europa intera: successe alla medesima la gloria militare, successero gli allori consolari, e le Aquile imperiali di quel Gigante che infrenò sotto ai suoi piedi l’idra insanguinata delle fazioni, corsero da un polo all’altro, e fermarono per lunghi anni i loro voli sull’Italia tutta — Ed oh! acerbo e terribile rimprovero, il quale non sarà mai scompagnato dalla sua memoria che nato Italiano, egli si fu il più ingrato figlio di questa classica Terra inzuppata del sangue di tanti valorosi, eppure sempre divisa, sempre vittima delle impudiche brame dello straniero, mentre fu fatta per essere una sola famiglia per clima, per favella, per costumi, mentre diè leggi, dottrina, civiltà, sacerdozio e religione a tutte quelle Nazioni che ora le contrastano quella Nazionalità di che Dio le impresse il titolo nella sua stessa conformazione peninsulare fin da che la fece emergere dagli abissi del mare.

Leggi, usi, costumi, idee dei novelli reggitori furano sposate dai popoli vinti. Fermato nel Regno il governo di Re Gioacchino la prima cura che si ebbe fu quella di compensare il merito civile e di sublimare alle prime dignità dello stato ogni classe di persone distinte per ingegno probità onore. A questo bene congiunto l'altro della uniformità delle leggi, di un rito giudiziario civile e penale diretto a garentire le persone le proprietà, ne derivò che un gran partito notabile ed influente si affezionasse alla nascente dinastia, e le idee nuove degli stranieri talmente s'inocularono nei Napoletani che non ebbesi vergogna di adulterare ed imbastardire anche la lingua con introdurre al bellissimo idioma dei gallicismi sconvenevoli 'e smorfiosi.

Impertanto la massa generale del popolo, quantunque sorpresa dallo splendore francese, si tenne costantemente per l’antico suo Principe Ferdinando: l'aristocrazia militare ed il dispotismo che si esercitava impunemente da chiunque vestisse guerriera divisa, le pressure esorbitanti dei balzelli, l’abominata coscrizione che per mettere ad atto ogni specie di abbominazione teneva luogo ed impero, tutti questi mali soffocavano nel popolo gli sforzi straordinari de feste, le pompe 9 le prodigalità gli spassi e le gavazze, in una parola, tutto l’apparato d’un bene chimerico che i novelli dominatori si adoperavano a spargere per modo che nel segreto dei cuori non altra cosa sospira vasi che il ritorno dei Borboni; questo momento venne dal Cielo segnato nei campi insanguinati di Waterloo, quando la stella di quel grande declinava non solo, ma cadeva a disperdersi sotto una insalubre ed alpestre rupe dell'Atlantico.

Ferdinando IV. nel dì i. Maggio r8r5 indiresse da Palermo ai Napoletani un manifesto. con che accordava la più piena e perfetta, amnistia a tutti, e la conservazione ai militari dei soldi, dei gradi e degli onori, che godevano — Questa, proclamazione fu creduto da taluni contenere la promessa di una Costituzione: fatto che per quante accurate indagini e sollecitudini io avessi praticate non mi è onninamente riuscito di assodare o rinvenirne almeno una copia che partisse da. fonte pura ed autentica unica sorgente da curia Storia debbe essere attinta.

E perché in questa, parte d’interessante racconto non campeggi alcun dubbio, ho creduto utile trascrivere il seguente editto.

MESSINA 20 MAGGIO 1815

Dopo tanti anni di separazione piace alla Divina provvidenza di restituire ai nostri amatissimi sudditi il loro legittimo Sovrano — I nostri sacri dritti sulle due Sicilie, riconosciuti e confermati dall’universale consentimento della. Europa in congresso, le forze dei nostri magnanimi alleati e le nostre, l’amore dei popoli che hanno sospirata il nostro ritorno v fanno arrivare il momento in cui cesseranno tutt’i mali che hanno desolato una si bella e gran parte dei nostri domini — Per corrispondere ad un così segnalato beneficio dell’Altissimo, ed ai sentimenti dell'animo nostro, consagreremo tutt’i nostri momenti, ed impiegheremo tutte le nostre cure a rendere felici i, nostri popoli; ed essi vi contribuiranno colle virtù necessarie all’ordine sociale la concordia la moderazione e la reciproca fiducia. Resti estinta nella loro memoria ogni passata vicenda come lo è nella nostra. Fin dal primo corrente Maggio manifestammo con nostra proclamazione da Palermo le nostre paterne intenzioni e promesse.»» Confermando ora, e più estesamente spiegando le stesse dichiariamo e promettiamo solennemente in nome nostro ed in nome dei nostri successori di dar per base alle leggi. sulle quali sarà stabilito il sistema del nostro Governo, le seguenti garentie che sin da ora concediamo. irrevocabilmente ai nostri amatissimi sudditi.

1. Assicuriamo la libertà individuale e civile.

2. Le proprietà saranno inviolabili e sacre.

3. La rendita dei beni dello Stato sarà irrevocabile.

4. Le imposizioni saranno decretate secondo le fui me che saranno prescritte dalle leggi.

5. Il debito pubblico sarà garantito.

6. Le pensioni i gradi e gli onori militari saranno conservati, come anche l’antica e la nuova nobiltà.

7. Ogni Napoletano sarà ammissibile agl’impieghi Civili e Militari.

8. Nessuno individuo potrà essere ricercato né inquietato per le opinioni e per la condotta politica, che ha tenuto anteriormente al nostro ristabilimento nei possesso dei nostri domini Napolitani in qualunque tempo ed in qualunque circostanza. In conseguenza concediamo una piena amnistia a tali soggetti senza interpetrazione né eccezione qualunque — Firmato. Ferdinando (8) .

Nel dì 20 dello stesso mese di Maggio ebbe luogo il famoso trattato di Casalanza tra il Generale Colletta, il Generale Austriaco Neipperg, e l’inviato Inglese Burghersh: fa in essa in sostanza stabilito fosse armistizio: tutte le piazze del Regno si consegnassero all’armata. delle potenze collegate per essere in seguito rimesse al Re Ferdinando si eccettuassero soltanto Gaeta Pescara ed Ancona, non essendo esse nella linea di Carascosa; per cui questi si dichiarava senza poteri per trattare della loro sorte. Gli Austriaci, occupassero Capua: ai 21 nel dì seguente Aversa, ai 23 Napoli, e quindi tutto il. resto, del Regno. Le truppe Napoletane si recassero in Salerno: si restituissero. reciprocamente i prigionieri di guerra: fosse permesso ad ogni Straniero, o Napoletano di uscire dal Regno, con passaporti, legali tra lo spazio di un mese.

Per effetto di questo trattato tutti gl’impiegati sì civili e sì militari vennero dal Re Ferdinando conservati, non che provvisoriamente le leggi pubblicate sotto l’impero della francese dominazione. Il solo Ministero ricevé cangiamento: ne fu capo il Cavalier de Medici, appresso a lui il Marchese Tommasi.

Nel giorno 17 giugno Re Ferdinando faceva il suo solenne ingressa nella Capitale, e fin dal dì 9 il Congresso di Vienna avea sanzionato «che esso (Ferdinando) era ristabilito tanto per se quanto pe’ suoi eredi e successori sul Trono di Napoli e riconosciuto dalle potenze come Re del Regno delle due Sicilie (9)

Intanto nel dì 12 i plenipotenziari Austriaci e Napoletani avevano già sottoscritto un altro segreto trattato di alleanza per la reciproca difesa del Regno e degli Stati imperiali. Tra le altre cose restò conchiuso «che le obbligazioni le quali i due Monarchi assumevano per assicurare la pace interna dell’Italia, facendo loro un dovere di preservare i propri Stati ed i loro rispettivi sudditi da nuove agitazioni, e dalle sciagure d’imprudenti innovazioni che ne cagionerebbero il ritorno, rimaneva inteso tra le parti contraenti, che il Re delle due Sicilie ripigliando il governo del suo Regno, non avrebbe introdotti cambiamenti i quali non potessero conciliarsi colle antiche Costituzioni Monarchiche, e coi principi adottati dall’imperatore d’Austria nel Regno interno delle sue Provincie d’Italia (10) .

In coerenza delle riferite cose con Decreto del dì 8 Dicembre 1816 il Re Ferdinando sanzionò che avendo il congresso di Vienna riconosciuta la legittimità dei dritti della sua Corona come Re delle due Sicilie, qual legge fondamentale dello Stato disponeva che tutt’i suoi domini al di qua ed al di là del Faro costituissero il Regno delle due Sicilie di cui Egli assumeva il titolo col nome di Ferdinando I. — Che la successione al Trono sarebbe regolata perpetuamente colla legge di Carlo III. del 1759: che una Cancelleria Generale fosse eretta in che si conservasse il registro ed il deposito di tutte le leggi che avrebbe emanate, ed in questa un Consiglio si riunisse per la discussione degli affari più importanti dello Stato da presentarsi dai Ministri alla Decisione Sovrana del Consiglio di Stato (11) .

In questo medesimo anno due memorandi documenti debbonsi alla Storia accomandare. Pio VII. reduce dall'esilio non vedendosi prestata la solita e ben nota Chinea scrivea direttamente al Re Ferdinando chiudendola sua epistola colle seguenti altissime parole «Se la mia voce la quale è pure la voce del Vicario, benché immeritevole, di Gesù Cristo avrà la disgrazia di non farsi per allora sentire, esso (Ferdinando) se la sarebbe sentita risuonare un giorno al Tribunale di Dio.

Nel dì 26 luglio 1816 il Principe Ferdinando così rispondeva «Essere stato un tempo in cui tutto avea preso in Europa la forma feudale. questo stesso principio di Feudalità aver fatto anche nascere i feudi oblati, specie di volontaria servitù, che era a quei tempi da sommi vantaggi largamente compensata — La Chiesa poi quanto invariabile nei suoi principi di dogma, nelle cose temporali ai sistemi di ragion pubblica essersi sempre conformata. La Feudalità esser finita in Europa: sarebbe dunque il solo. Regno, delle due Sicilie che rimanesse Vassallo? che sentirebbe dopo il trattato di Vienna, principio e fonte di tutte le attuali possessioni, parlarglisi di censo e di chinea, mentre in quel trattato fra. le possessioni nelle quali la Santa Sede era rimasta reintegrata per le armi delle potenze, non leggevasi il dritto di signoria sul Regno di Napoli— Né censo né chinea essere dritti per cui poteva essere chiamato al giudizio di Dio — Queste pretensioni della Chiesa di Roma essere dritti politici che si acquistano e si perdono sempre sotto la legge del bene generale delle Nazioni, dei cui dritti, sono, i Sovrani a nome di Dio i sacri depositari.

«Sarebbe dunque sempre stato ubbidientissimo figlio della Santa Sede, ma in materia di temporalità avrebbe valutato i dritti del Sovrano di Roma con quei principi d’indipendenza che si conveniva al suo Regno. Anzi non potere in coscienza lasciar sussistere questo addentellato di censo e di chinea ai suoi successori, germe del funesto pericolo della perdita, della, loro Sovranità.».

Del resto mentre non poteva rimuoversi dal. fermissimo proposito in cui era di non mai acconsentire a prestazione di censo e di chinea, era pronto pel bene della pace, quando questa quistione si cumulasse con Benevento e Ponte Corvo, a convenire di un compenso pecuniario: con queste sante e pure intenzioni essere pienamente in calma ed avere la coscienza placatissima.

Pio VII. ai io Dicembre del medesimo anno di riscontro diceva: non avere giammai attesa una simile risposta giacche mentre Egli avea parlato il linguaggio della Religione della confidenza e del candore apostolico, la risposta per contrario ad una discussione di dritto pubblico chiamarlo.

«Avere lungamente esitato se con veni vagli la replica, ed essersi finalmente risoluto a farlo pel solo motivo che il suo silenzio fosse potuto prendersi per indizio di convincimento. Non potere però d’esser d’altro convinto se non che Egli Re Ferdinando prestasse più fede agli altrui che ai propri suggerimenti. Ripetere con franchezza che i sentimenti espressi da Napoli non erano conformi a quelli manifestati da Palermo, mentre che la chinea si chiamava una pretenzione della Chiesa Romana, una materia meramente temporale. «Si chiamerebbe dunque pretenzione un dritto fondato soprai titoli più sacri di possesso?»

«Si chiamerebbe temporale un obligo religioso che invocava la coscienza? Se era una materia temporale in se stessa la chinea ed il censo, non era una materia temporale né la causa da cui derivava né il giuramento che imprimeva il carattere di una promessa fatta a Dio» — Non sussistere che dall’attuale sistema politico di Europa e dai risultamenti del Congresso di Vienna ne sia derivata una generale abolizione della Feudalità: né sapersi poi comprendere come alla prestazione del censo e della chinea volesse darsi il carattere delle feudalità comuni mentre era tanto diverso nella sua natura e nella qualità di chi riceveva una tale prestazione. Ma qualunque fosse il carattere che voleva darsele, essere certo che i dritti della Santa Sede non eran soggiaciuti a quelle vicende che si erano analizzate in fatto di dritti temporali e feudali, che avrebbe potuto dimostrarlo anche con altri argomenti, ma crederlo poco decente alla evidenza dei propri dritti: dispiacergli poi di sentire che fosse tranquillo nella coscienza fondandosi nell'obbligo di mantenere la indipendenza dell(1) suo Regno, piangere su questa illusione. Imperciocché come sipoteva averela coscienza tranquilla quando «frangevano i giuramenti fatti al cospetto di Dio. Nell’ascendere ai Trono Lui aver giurato di prestare il censo e la chinea: averla prestata per molti anni e non essersi considerato al eerto meno indipendente allora, che attualmente— Chi adunque col pretesto di conservar la indipendenza, del Re lo consigliava a non adempire le sacre obbligazioni da cui era vincolato, era un nemico dei di lui veri interessi, perché non era un consigliarlo a conservare, ma a mettere in pericolo la indipendenza del Regno — Nell’ascendere al Pontificato aver giurato di conservare i dritti ed i possessi della Santa Sede ed essere perciò che non poteva convenire nel progetto di un compenso pecuniario — 11 censo e la Ghinea esser dovuti alla Santa Sede, ed essere pur troppo materia per cui sarebbe stato chiamato al giudizio di Dio — E quando anche non fosse per incontrare alcun altro motivo di rammaricarsi per avere trasgredito questo sacro obligo, se ne rammaricherebbe sicuramente nel giorno in cui sarebbe comparso innanzi il Giudice Supremo di tutte le umane operazioni — Si rammentasse in fine che i Regni della Terra passano, e quelli dei Cieli non finiscono mai(12) .

Si unirono le truppe di Napoli con quelle di Sicilia e se ne affidò il comando supremo al Generale Austriaco Nugent col titolo di Capitan Generale, quello stesso che avea battuti i Murrattisti nella stolta impresa tentata da Gioacchino in Marzo dell'anno 1815. Questa apparente e mal concepita fusione ebbe un risultamento contrario al suo scopo, anche perché l’armata venuta di Sicilia con i rispettivi capi tra i privilegi che godeva l’altissimo si era quello di una marcata predilezione del Principe in tutte le occorrenze che si offrivano: da qui i cattivi umori nel partito notabile del cessato governo, da qui un’avversione soffocata negli uffiziali Generali di Murat verso dello straniero Nugent, da qui le faville che col volgere di pochi anni crebbero sotto un vulcano coverto di cenere, le quali mosse da poche mani produssero un generale incendio che punse finanche i cuori più devoti alla dinastia dei Borboni di Napoli.

La lunga dimora dei Francesi, come, già si disse, in Italia ingenerò nei popoli delle idee nuove e speciose: il progresso scientifico del secolo spiegò sopra di esse una azione influentissima. Le logge Masoniche si moltiplicarono e crebbero in modo che al tempo della restaurazione, 1815, la esaltazione dello spirito pubblico pergiungeva al suo culmine.

Quantunque tra i patti formati tra il Re di Napoli e l'Imperatore d’Austria vi stesse quello di essere al primo interdetto d’introdurre innovazioni che alterassero l’attualità dello stato politico del Regno, non pertanto il capo del Ministero Cavalier de Medici non ebbe a ritrosia di ingraziosire le idee liberali e favoreggiarle in maniera che i Settari delle Puglie quasi pubblicamente si assembravano come da qui a poco vedremo.

Di vero nel così detto quinquennio al dispotismo militare dei Re Francesi era succeduta nna pace ridentissima, associata da tutti i vantaggi di un viver libero sotto il regime di una Monarchia moderata e tollerante i principi di una onesta libertà di fiuto, se per forza dei trattati non potevasi ad un tempo godere quella di dritto.

La Magistratura, questa classe tanto vicina al popolo e tanto influente alla sua felicità o sventura, trovavasi composta, non già come per al presente di giovani nella maggior parte legulei ed imberbi, ma di sommi Giureconsulti forniti di una probità e rettitudine eminente, spogli di ogni egoismo e dominati tutti da una forza di carattere che li rendeva illustri e venerati financo dagli Stranieri — Testimoni lucenti di questa verità sono i monumenti a noi rimasti delle loro Decisioni, che bene possono appellarsi i veri modelli ed oracoli della Sapienza Civile.

Né di minor conto erano i Magistrati dell'ordine amministrativo, i quali tutti intenti ed indefessi al miglioramento della cosa pubblica, rivaleggiavano di zelo, di accorgimento e di attività, perché bandito qualsivoglia sperpero delle rendite comunali, cospirassero tutte alla loro originaria destinazione, lungi sempre qualsivoglia sopruso sugli agenti subordinati ed ausiliari di questa gran macchina sociale dello Stato, protetti ed onorati costantemente i buoni, tenuti lontani e condannati alla infamia i pessimi e gl(1) intriganti.

La finanza pubblica aumentava di floridezza e vigore; il debito pubblico era per estinguersi e per conseguenza le pubbliche imposte erano già nel progetto Ministeriale prossime ad essere sminuite, quando venne operato nel dì 6 di luglio il cangiamento politico del Governo.

Mentre questo stato di reale felicità godevasi nel Regno di Napoli, la Setta dei Carbonari chiamatavi da Gioacchino nel 1811, poscia da lui sbattuta perseguitata e nell'agonìa del suo impero invocata, ma invano, questa Setta avea dei proseliti sparsi in tutta la superfìcie del Regno ed il meglio numero nelle Puglie — Nell’anno 1817 vari emissari si misero in giro percorrendo ad una ad una quelle contrade, e dai Capi Settari si decise che in vari determinati giorni si trasmettessero contemporalmente al Re degli indrizzi colla dimanda formale di una Costituzione di libero reggimento. Nel mese di Dicembre dello stesso anno centinaia d’indrizzi furono all'uopo da diversi luoghi delle Puglie inviati al Ministero, il quale anzicché scuotersi dalla inerzia cui crasi abbandonato, li disprezzo in guisa che diede motivo sullo scorcio dello stesso mese ad una operosità maggiore — In tutt'i comuni delle Puglie in un medesimo mattino furono trovati affissi dei cartelli in istampa coi quali si eccitavano i popoli a rivoltura perché dal Re non si erano secondati gli espressi voti. Questo imponente avvenimento scosse il Ministero: il Marchese di Pietracatella Intendente a Potenza venne come un baleno traslocato nella provincia di Lecce nella quale più che altrove erasi sviluppato il germe settario — Nè qui si tenne l'azione del Governo:

X ‘6)(investito di altissimi poteri fu ivi spedito il Generale Church, straniero ed inesperto delle passioni che caldeggiavano quei luoghi, quelle menti quegli individui tutti.

Il Marchese di Pietracatella venne fatalmente in discordia col Generale, perché conoscitore Egli del personale della provincia non avea giammai permesso che degli Astuti Settari lo avvicinassero All’opposto lo straniero. Church beandosi nell'affabilità e nei gentili modi dei Leccesi in mezzo alle danze ed ai festeggiamenti non curò dei Capi Organizzatori del movimento rivoluzionario: la gran missione restò disservita, e sodisfatta solo con talune esecuzioni militari, le quali fecero breccia in cento e più teste ignobili che concitarono un fermento maggiore, il quale si dilatò ed accrebbesi in tutte le Puglie. Così lo scopo dei Settari si raggiunse perché nulla il Generale vide mai con chiarezza e gli attori specialmente del dramma che in Lecce disvolgevasi, tuttocché a lui presenti, non per tanto sfuggivano e si confondevano tra gli adoratori del novello Ministro.

Due poteri in opposizione si distruggono e sovente avviene che il più utile rimanga conquiso. Il Marchese di Pietracatella dipinto dal Generale al Governo come un entusiasta visionario, con un congedo non richiesto fu richiamato in Napoli e gittato all’Amministrazione del grande Archivio Generale del Regno: la provincia di Lecce per la parte politica restò nel dominio esclusivo di Church: l’opera del Governo andò fallita, e le Puglie proseguirono a sorbire il veleno.

Queste cose accadevano nell’anno 1818 quanto D. Nicola Intontì da Procurato Generale della Gran Corte Criminale di Napoli veniva assunto a Prefetto della Provincia di foggia. Un tale personaggio fornito, di elevato ingegno ed uno dei più riscaldati zelatori del governo militare, seppe ben presto meritarsi le benivoglienze del Capo del Ministero Cavalier de Medici, mercé una condotta tutta nobile ed energica a pro della restaurazione, di guisa che vennero prestamente obliate tutte le persecuzioni da lui crudelmente esercitate contro i fedeli dei Borboni di Napoli.

A questo funzionario si diè per segreto compagno X».nipote del vecchio Capo Ruota D. Matteo. uno degli Agenti segreti più rischiosi ed azzardati del governo, il quale penetrando con sitnulate divise nelle logge Masoniche, nelle vendite dei Carbonari, ne espiava le mosse, i pensieri, i progetti, le speranze. Sotto le umili apparenze di Cancelliere del Tribunal Civile di Lecce vide anche colà ciò che le sue infìnte apparizioni aveano in altri luoghi veduto, e dopo un giro di sei mesi percorrendo ciascun angolo delle Puglie, ritornò in Napoli e manifestò al Governo la esplosione prossima di un incendio, laddove non fussesi data opera ad estinguerlo con braccio vigoroso, celere e potente — i rapporti di lui però sullo stato politico morale delle Puglie furono dal Cavalier de Medici disprezzati derisi: il trattato di Casalanza, diceva il Ministro, aver sodisfatti i desideri e le passioni di tutti; godere ciascuno impieghi, onori, ricchezze: opporsi quindi a tutti i più cari e personali interessi lo sconvolgimento di un Governo benefico, generoso, liberale, e perché il Marchese D. Francesco Patrizìi Direttóre a quel tempo della Polizia Generale del Regno non dividea questi sentimenti, combattendoli invece con dimostrare la erroneità della opinione del Ministrò, cadde in sua disgrazia e 'con encomi onorificenze e ricchissima pensione venne posto nel ritiro.

iò avveniva nell'andare dell’anno 1819 in che fu escogitato farsi eseguire Una visita in tutte le Puglie dal Capitan Generale Nugent nel fine di scandagliare con maggiore esattezza lo spirito pubblico di quei luoghi: fallò peggiore degli altri, avvegnacché gli Uffiziali Generali che lo circondavano ne erano occultamente disgustati: lo adulavano simulando e studiavano tutt’i mezzi per coprirlo della odiosità pubblica e trarlo in errore: cosi avvenne. Nel rapido viaggio fatto nelle Puglie Nugent fu illuso dai festeggiamenti e dalla gioja; quindi si persuase e s’impegnò di persuadere il Governo, che le popolazioni da lui visitate, l’armata e tutti i Generali garegiavano di amore e di devozione verso del Re mentre il contaggio settario erasi insinuato già in lina buona porzione di essa, ed anche una parte di Gendarmeria era divenuta la portatrice di voci e di plichi coi questo viaggio successe la istituzione dei militi sotto la cui bandiera si raccolsero i più ardenti settari, i quali vennero armati dal braccio stesso del Governo. Si affidò il comando della divisione più pericolosa (Puglie ed Avellino) al Tenente Generale Barone Guglielmo Pepe non ignoto al Ministero per le sue idee esaltate, amante delle novità, borioso e tenace degli antichi dogmi di libertà dei tempi di sua fortuna.

Le calde rimostranze degl’Intendenti di Foggia e di Avellino signori Intontì e Marchese di S. Agapito sul comando affidato a quel Generale nulla valsero presso lo spensierato ed indocile Ministero.

In quel mezzo il nembo rivoluzionario si addensava già e sviluppavasi nel mese di Marzo dell’anno 1820 nelle Spagne: questo turbine fu creduto assai lontano ed estraneo dai sintomi del morbo politico che si avvertivano nel Regno Nello stesso anno l’assassinio del Duca di Berry fu anche creduta la follia di un idiota e la prigionia del Re di Spagna di niuna influenza al destino delle Sicilie per modo che l’attività settaria in questo anno aumentava in ogni dì i suoi numerosi proseliti ed a raggiungere la meta vuolsi che Guglielmo Pepe facendo una visita nelle Provincie di Capitanata ed Avellino, facesse a tutti conoscere che al prossimo ritorno del Duca di Calabria da Sicilia sarebbesi messo ad atto lo sviluppamento dei già maturi e concertati disegni.

Le voci allarmanti si raddoppiavano in ogni dì: con voci, querele, censure contro qualsivoglia atto governativo si udivano e svelatamente si ripetevano tutto giorno: indizi ed argomenti apertissimi d’imminente insurrezione, quando non si ha la saggezza di prevenirne le scosse con mezzi pronti e quasi direi invisibili richiamando e riconducendo le opinioni nella via della rettitudine e dell’amore verso del Principe X non cessava di avvertire il Governo che il contaggio settario aveva già guadagnati Uffiziali, bassi Uffiziali e buona parte di Soldati; queste insistenti rimostranze diedero motivo di formarsi sotto mendicati pretesti nel mese di Maggio del 1820 un campo nelle pianure di Sessa onde accertarsi della fede e dell’amore dell’Esercito — Inutile ritrovato quando le malattie dell’animo hanno vinta la coscienza dell’Uomo. Vi si recò Ferdinando e fu spettacolo non grato agli stessi settari vedere un Re canuto pieno di fidanza percorrere le file di quelle bandiere che a non molto doveano cangiarsi in tanti vessilli di ribellione e di spergiuro.

Negli ultimi giorni del mese di Giugno il signor Fresenga Tenente del Regimento Cavalleria Re da Foggia si portò a Nola per manifestare a Morelli che il suo Colonnello D. Giovanni Rossi trovavasi in pieno accordo col General Pepe, il quale gli uvea fatto conoscere essere già prossimo il concertato momento ed attendere solo una risposta del General Carascosa per attuarsi. Gli confidò pure la sua venuta in Nola altro scopo non si avere che di esplorare d’ordine del Pepe le tendenze dei reggimento degli ufficiali e di altri compromessi. In questo medesimo tempo la Operosità del prete Luigi Menichini non fu ad altri seconda: percorse l’intero circondario di Nola, ravvivò a tutti le agitate speranze e col mezzo del sergente maggiore Altomare fece Conoscere ai Settari di quelle regioni essere già prossimo il gran giorno delle prime mosse rivoluzionarie (13) .

Nel dì 3 Luglio 1810 approdava venendo di Palermo S. A. R. il duca di Calabria, ed il Re con tutt’i reali di Napoli movea ad incontrarlo nella marina di Portici mentre nella notte precedente di sabato, 2 Luglio, era stato dato il grido della rivoltura disertando dal quartiere di Nola cento trenta soldati tra comuni e sotto ufficiali alla testarli due sotto Tenenti Michele Morelli e Giuseppe Sii vati seguiti dal prete Luigi Menichini e da altri pochi Settari: battevano la strada di Avellino in che stava il maggior numero dei Carbonari capitanati, dicjam così, dal Tenente colonnello Lorenzo de Conciliis, ricco proprietario ed uno dei principali agenti. del Generale Guglielmo Pepe.

Si annunziava nel giornale Uffiziale questa diserzione, e le si dava la fisionomia di una masnada, quasicché volesse il Governo tuttavia illudersi sullo stato pericolante dx sua politica esistenza.

L’imbarazzo del Ministero per manifestare al Principe siffatto avvenimento si fu estremo, affannoso, contristante: questa circostanza provò solo quanto sfa infelice la condizione di quel Ministro che inaccessibile alla verità nell'apogeo del potere, manca poi del più ordinario coraggio civile quando è vicino a precipitare da quella sublimità sostenuta dall’errore, dall’adulazione, dal disaffetto.

Io dico francamente e con tuta coscienza: i Re non possono, sia per la loro caratteristica condizione, sia pel loro proprio interesse essere i nemici del, popolo, e quei pochi che vi furonp nell’antica e nuova società, i quali martoriarono i loro sudditi, sono ricordati dalla storia col nome di mostri e peggio.

Conoscono bene i Sovrani che dalla prosperità dei popoli, dal bene della loro individuale esistenza, deriva la gloria, la felicità la grandezza loro. Né possono giammai volere il male del popolo, perché Trono, potenza, splendore, tutto ebber da Dio per la felicità del medesimo.

La cagione dunque unica delle pressure che vengono con indeclinabile indifferenza esercitate sul merito, sulla onestà e sopra ogni classe di persone derivò sempre dall’assoluto e dispotico governo Ministeriale, ed ecco perché si rende impossibile che sotto l’assolutismo la verità giunga mai all’orecchio del Principe, il quale colle migliori intenzioni e fusse anche il miglior Principe della terra, conoscerà soltanto quello che il Ministro vuole che conosca e quindi vivrà sempre una vita di errori, d’inganni, di delusioni.

Ecco perché dai politici più illuminati è stato riconosciuto sempre il gran principio umanitario che la migliore istituzione civile sociale sia una Monarchia ereditaria rappresentativa. Mi basta sul proposito accennare rapidamente che Roma uscita appena dal dispotismo dei Tarquinì si eresse a repubblica governata per altro dalla influenza di un patriziato avido, crudele e dal potere politico dei Cavalieri. Un Centurione che avea combattuto contro Vejo e contro i Galli rimpatriava: né la vittoria né le ferite lo salvavano dall’essere aggiudicato come insolvibile dai suoi creditori. Manlio accorre e scagliasi contro l’orgoglio de’ patrizi. e la immanità dei creditori. Io che salvai il Campidoglio, grida, non soffrirò che uno dei fratelli d’arme sia trattato come un prigioniero dei Galli, è sia strascinato nella schiavitù e nei ceppi ad servitutem ac vincula duci: ciò detto paga i creditori e libera il Centurione peraes et libram(14) .

Nei tempi di Mario, di Silla, di Pompeo e di Cesare, io non saprei quale libertà si godesse in mezzo agli eccidi, alle proscrizioni, alle confische ed a tutte le violenze che nascono dalla rabbia e dall’ira delle civili discordie.

E senza parlar di Roma, uno sguardo ai tempi a noi più vicini,. alla rivoluzione di Francia ed alla repubblica del 1793 i cui saturnali sanguinosi anche oggi spaventano l’umanità colla memoria della feroce settembrizzazione e del perfido e speculativo ateismo.

Questa forma di Governo non visse, che pochi anni, in quelle contrade: vi volle un genio Italiana. che ristorasse la Francia dalla rabbia dei Marat, degli Hebert, dei Fauquier Tionville, e non fu che sotto il Consolato che essa respirasse giorni di pace e di sollievo.

Eppure la esistenza di un Governo, accomandato soltanto alla vita di un uomo, comminata in ogni momento dalle cospirazioni, provò a quella Francia tanto istruita dalla disciplina delle disgrazie e del terrore, la necessità del ritorno ad una Monarchia ereditaria. I suffragi di tre milioni e mezzo di Francesi crearono per loro Sire il giovane soldato di Lodi, il vincitore delle piramidi: ed, ecco che un Era novella, segnava i destini della Francia.

Ma al bene delle civili istituzioni che temperano, ed infrenano l’arbitrio, che sviluppano ed, arricchiscono tutte le forze morali ed industriali di una nazione, che attaccano la potenza della corona cogl’interessi più cari dei popoli, nelle quali si contiene la prosperità durevole delle dinastie e degli stati; al bene di queste civili istituzioni, Napoleone sostituì la gloria delle battaglie, la stella della legion d’onore: quindi ne avvenne, che ei cadde sotto il peso strabocchevole di una celebrità tutta Italiana e di sé non lasciò sulla, terra che un codice, ed una memoria!

Fia ora d’uopo riprendere il filo dei nostri racconti non essendo mia idea annunziare dogmi di politica, né ricordare le sozze immoralità dopo il discioglimento del Governo costituzionale, gli intrighi, le perfidie di tanti mostri rinnegati divenuti i carnefici dei loro confratelli profanando cosi quanto v’ha di onesto e di santo in ogni civil comunanza; non è questo io dissi mio uffizio, ma di sottoporre bensì in questo primo libro quei fatti che prepararono quel grande cataclisma politico che perdurò nove mesi nel più bel Cielo d'Italia. Rientrava il Re Ferdinando nelle sue stanze ed innanzi di esse trovava il Cavalier de Medici ed il Marchese Tommasi in uno stato quasi direi di pietrificazione, i quali con lena affannata parlavano al Principe per la prima fiata il linguaggio del vero: riferivano il discorso avvenimento ed i pericoli di una imminente universale esplosione.

A questi annunzi l'animo del Re non si scosse e dopo di aver rampognata la delittuosa incredulità del Ministro de Medici fece a sé chiamare il suo segreto e fedele agente D.... X e volle che sul momento travestito partisse per le Puglie ad ispirare fermezza a quel Prefetto sig. Intontì perché provvedesse alle emergenze della esaltata Provincia. Dappiù tra gli altri momentosi espedienti adottati in quel Consiglio si fu quello dell’arresto di Guglielmo Pepe e di altri capi Murattisti, come di coloro che si credevano, se non autori, compartecipi almeno di quelle mosse rivoluzionarie.

E vedi, o lettore, disaccordo vero, ma quasi incredibile. Mentre ciò nel Consiglio del Re si risolveva, l'Austriaco Nugent straniero ed ingrato al cuore dei suoi uffiziali Generali, a se chiamava il Pepe affidandogli il comando di battere e disperdere i rivoltosi di Nola, rimanendo però sospesa la partenza sino all’approvazione del Sovrano. Dunque niuna unità, niuna confidenza regnava tra i Ministri della Corona ed il capo dell’esercito — quindi non poteva non cadere un edificio sorretto da puntelli così difformi, così deboli e tanto tra loro contraddittori.

Imperlante le strettezze e le inquietudini del Governo si aumentavano in ogni momento e nelle civili perturbazioni i momenti sono preziosi ed in tutt’i tempi ban sempre deciso della conservazione o della perdita di uno stato. La scelta di combattere i rivoltosi cadde in persona del Tenente Generale D. Michele Carrascosa, il quale se non avea svelate le sue simpatie ai Settari, inchiudeva nel cuore sentimenti forse non diversi di quelli di Pepe. A queste cagioni debbono attribuirsi le affettate incertezze del muoversi sotto mendicati pretesti di meglio intendere le istruzioni e tutto ciò a solo fine di accordar tempo alle schiere ribellate perché s’ ingrandissero di numero, di speranze, di ardire. Che anzi non sì tosto egli giunse in Nola con i suoi ajutanti di Campo Maggiore di Gendarmeria Francesco Lombardi, e Capitano Blanch', che sua prima cura fu di chiamare il Regio Giudice di Bajano... X.... e deputarlo a menarsi nel campo dei rivoltosi e formar quivi trattative di accordo.

Vuolsi che queste prattiche avessero per oggetto lo smettere quella mossa. rivoluzionaria: che prematura imperfetta e gravemente a quel tempo risicosa: una lettera autografa da me letta che il. Carascosa scrivea nel 1823 da Londra a Marsiglia ove il Giudice suddetto teneva stanza perché bandito dalla sua patria, questo concetto chiaramente rivela.

Ma qualunque valore si voglia a quel foglio attribuire, non v’ha dubbio che il. rifiuto ad ogni accordo dato dal de Conciliis avrebbero dovuto la inerzia del Generale fortemente scuotere e sospignerlo a combattere colle armi la pertinacia dei Settari: giacché nel dì 4 di Luglio il Tenente Generale Duca di Rocca Romana guidò al: campo di Carascosa 4ooo combattenti forniti di artiglieria e munizione necessaria: e quindi a poco vi fu spedito altro Regimento del 1. Leggiero Marsi il quale tolse accampamento in Pomigliano d’Arco.

Tutte queste forze le quali ben sembrano imponentissime, in una perfetta inazione per vole. re dei Supremo Duce sempre mai se ne stettero.

Nel giorno 3 di Luglio il vessillo tricolore sventolava già sulle cime di Monteforte e nella Capitale della Provincia, Avellino, la mercé del sig. _ de Conciliis, festeggiavasi colla Magistratura, coll’Intendente Capece Zurlo, e col Vescovo il politico, cangiamento: ringraziavasi l’Altissimo nella Chiesa col canto dell'Inno di S. Ambrogio, dopo del quale tutt’i funzionari pubblici giuravano fedeltà al Re ed alla Costituzione, e quindi il Tenente Morelli rimetteva il comando al Tenente Colonnello de Conciliis.

Divulgatesi come lampi tali nuove nelle limitrofe Provincie, queste non mancarono di prestamente muoversi, perché già preparate e disposte da gran tempo giusta le precedenti narrazioni.

Per mezzo del Capitano Cirillo Guglielmo Pepe fu del tutto informato dal de Conciliis; e senza frapporre indugio egli a notte piena, in compagnia del Generale Napoletani, Canonico Curato di origine, alla testa di un intero Reggimento mosse dal quartiere del Ponte della Maddalena per la volta della sede rivoluzionaria.

Nulla cosa, come si disse, opera vasi da Carascosa e dallo stesso Nugent gito al campo ad esser testimonio di una ideale impresa: nulla dal Generale Campana in Salerno, null'altra dal sig. Nunziante che si dirigeva a Nocera. che anzi apparecchiandosi questi a combattere glinsorgenti, mentre s'incamminava per Avellino, vide quasi scomparire in men di un istante le sue schiere per modo che appena ebbe tempo di ritirarsi e scrivere al Re.

«Sire se v'ha chi teme di far giungere ai piedi del Trono la verità in tutta la sua purezza non sono io quel desso, o signore; V. M. si degni di ascoltarla dal più umile e dal più fedele dei suoi sudditi. Sire! qui non trattasi di combattere pochi uomini malamente raccozzati senza piano e come in tanti altri rincontri diretti solo da private passioni, e da malnati interessi. Le intere, popolazioni, o Sire, dimandano una Costituzione e lo sperano dal senno e dall’accorgimento che distinguono V. M.»

In tale stato di cose il combattere sarebbe lo stesso che accrescere la forza e quando anche fortuna mi sorridesse, qual bene tornerebbe a V. Mi dallo spargimento del sangue dei suoi Popoli?»

«Spedisco il Principe di Campana con una porzione di truppe in Salerno ed io col rimanente Spi dirigo in Nocera, onde conservarvi le comunicazioni, dandosi cosi tempo alla V. di dare una carta alla Nazione, la quale componga in pace gli spiriti e corra prontamente innanzi al voto universale del Popolo di V. M, il quale fa per ogni dove risuonare il grido di viva il Re, viva la' Costituzione.

«Ogni indugio sarebbe funesto: il Maggiore della Rocca da me spedito ha l’ordine di manifestare ai Ministri ed al Capitan Generale quanto ha inteso e veduto.

Pieno del più profondo rispetto mi umilio ai piedi del vostro Trono.

«Mercato di S. Severino 4 Luglio 1820

Vito Nunziante (15)

Mentre i rapporti della polizia accertavano il cupo bisbigliare della plebe settaria alle nuove brillanti degl’insorgenti, il foglio del Nunziante si riceveva dal Re quando sedeva al Consiglio ed oltre ai Ministri renduti già nulli dal timore e dalla prava coscienza, vi stava pure il Duca di Calabria, Principe dotto religioso, benefico, ma degno di migliori Consiglieri e fortuna.

Letto il foglio tolse la parola il Marchese di Circello cresciuto e fatto vecchio nella corte di Re Ferdinando: tra i singulti ed i sospiri così disse: Io amo V. M. come padre ama figlio: ascoltate e seguite il consiglio che viene da labbro fedele: concedete prontamente una Costituzione: superate i pericoli di questo istante, che Iddio ajuterà Principe religiosissimo ed innocente a ricuperare da popolo reo i dritti della Corona.

Parole furon queste profetiche, le quali non tardarono gran tempo a verificarsi. Si cede all(1) impero della necessità e venne tosto in tutt’i luoghi della Città pubblicato il seguente editto spedito ad un tempo con Corrieri straordinari in tutte le provincie del Regno.

«Alla Nazione del Regno delle due Sicilie

Essendosi manifestato il Volo generale della Nazione del Regno delle due Sicilie di volere un governo Costituzionale, di piena nostra volontà vi consentiamo e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi. Sino alla pubblicazione della Costituzione le leggi veglianti saranno in vigore. Soddisfo in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le Truppe ritornino ai loro corpi ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni.

Napoli 6 Luglio 1820

FERDINANDO

Il Segretario di Stato Ministro Cancelliere

Marchese Tommasi


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LIBRO SECONDO

SOMMARIO
Ministero — Vicario Generale — Promessa della Costituzione di Spagna — Giunta provvisoria di Governo — Il giorno g Luglio 1820 — Rivoluzione di Palermo — Ambasceria Siciliana — Florestano Pepe — Collegi elettorali — Il Duca di Gallo ed il Principe di Cimitile — Il giorno primo di Ottobre 1820.

LIBRO II

Se libera e spontanea fusse stata la concessione del dì 6 Luglio 1820, miglior Giudice non può esserne che il lettore nel considerare l'insieme dì questi brevi racconti. Ma sotto qualunque punto di vista vorrà giudicarsi questo importantissimo fatto; sappiasi però che dal medesimo il più prezioso de’ beni sarebbe derivato ai popoli delle due Sicilie, accenna innanzi tempo al Messaggio del dì 7 Dicembre 1820. Ahi! quanto funesto ed irreparabile si è per la vita delle Nazioni un errore in politica!! Il Parlamento invaso da tutte le svariate e ribollenti passioni del tempo. sopraffatto dallo sgomento della minacciata sollevazione non ebbe la forza di contrastare al torrente delle opinioni, e si abbandonò, a scolastiche declamazioni, per il che un nonnulla bilanciò e fece fuggirsi il più gran beneficio che Napoli avesse mai potuto ricevere a quel tempo dalle mani del suo Principe. Oggi che scrivo questi racconti, 1842, il Regno delle due Sicilie sarebbe già vecchio nel godere le offerte istituzioni e divenuto all’Europa intera modello di civiltà di floridezza e splendore. Si volle ritenere un eccesso ritenendo una Costituzione di elemento tutto democratico e non corrispondente alla maturità del popolo di quel tempo, tale essendo quello statuto qualunque che non serba il giusto equilibrio tra la sovranità Reale e quella della Nazione quando umilia la prima e rende dispotica la seconda: di questa natura era la Costituzione di Spagna del 1812 creata per sopperire alle emergenze e nel solo fine di esaltare la fantasia indomabile del popolo Spagnuolo contro la fortuna delle armi Francesi; ma non mai quella carta addicevasi ad altri popoli che non si trovavano nelle medesime necessità della Spagna del 1812: si volle sostenere il troppo quindi nulla si ottenne.

Alla pubblicazione dell’editto del dì 6 Luglio 1820 successe la nomina del Ministero e perché nella mente del Re non era dubbia l’idea che gli autori principali del movimento si fossero stati i così detti Murattisti, così fu desso composto del Duca di Campochiaro a Ministro degli affari esteri, del Conte dei Camaldoli a quello della Giustizia e del Culto, del Barone Carascosa all’altro della Guerra e Marina, del Conte Zurlo a Ministro dell’Interno e dei Cavalier Macedonio a quello delle Finanze. Questo decreto fu contrassegnato dal Marchese Tommasi: rifletta per un istante il leggitore quale e quanta dovette essere acerba la doglia di lui nel vedersi non solo disceso dal culmine del potere ma nell’aver dovuto firmare Egli stesso la nomina del suo successore nella persona di up Ricciardi che copriva collo splendore non usurpato della sua fama tutti gli atti di sua amministrazione: quanto mai è terribile e spaventevole il libro dell’avvenire!!!

Ciò in Napoli: da Avellino poi fatto centrò dei rivoltosi Guglielmo Pepe nel medesimo giorno 6 Luglio 1820 bandiva una proclamazione con che diceva secoli di barbarie e di servaggio avere immersa la patria in tutte le specie di brutture; essersi poveri tuttocché si abitasse il suolò più beato della terra i niente avanzarsi nella civilizzazione nonostante ohe i migliori ingegni fossero nati tra noi: godersi poca riputazione militare perché nella, guerra Comandati dà esteri mercenari: essere l'amministrazione civile tutta manomessa in balia alle più vili passioni e circondata dà tenebre impenetrabili: tutti questi mali rimanere fugati da un governo Costituzionale: essersi gl’Irpìni messi ai primi posti avanzati contro gli ostacoli del potere arbitrario ed aver proclamato di vivere sotto una Costituzione Monarchica rappresentativa: non avere lo slancio della nazione più misUra: ingrossarsi l’armata in ogni di e sorpassare le speranze richieste: gareggiare di ardore e di coraggio tutte le armi da lui passate à rassegna e non dubitare che il Sovrano si negasse a firmare una Costituzione mentre i suoi Augusti congiunti l’aveano già segnata nella Francia e nella Spagna i essere stato Lui da ultimo Chiamato dai Voti dei suoi Concittadini ad assumere il comandò dell'Esercito Nazionale ed aver giurato di volere assicurare alla patria comune una Costituzione0 dì morire (16) .

Gli avvenimenti di quel giorno rapidi si succedevano di svariate forme ed opposte sembianze. Il Re Ferdinando per escogitato polito di salute delegava il peso del. Governo ai Principe Ereditario Francesco nominandolo suo Vicario Generale, e quantunque 4a pubblicazione dell’Editto calmasse per poco. il bollore di spiriti irrequieti ed avidi di novità, pure il tumultò e le grida del Popolo cominciarono per astute e speculative istigazioni a rinnovellarsi più rabbiosamente e crescere maggiori al declinare del giorno 6 proverbiandosi l’editto come fatto per assonnare e deludere le universali speranze, prendersi tempo affin di rinvenire nuovi mezzi, novelle forze per comprimere così il voto della Nazione: che. la Costituzione delle Cortes riconosciuta dall(1) Europa intera si foste quella che meglio si addicesse ai Napoletani, le cui simpatie, il cui sentire s’identificavano con i popoli delle Spagne.

A questi rumori la Regia tremo di spavento; e nella medesima notte del dì 6 la mercé d’un gran consiglio, venne a nome del Re disteso altro decreto con che rettificandosi le facoltà Concesse al Principe Francesco, fu promessa la Costituzione di Spagna dell’anno 1812 con quelle modificazioni che la rappresentanza Nazionale costituzionalmente convocata avesse avvisato di proporre: questo decreto fu pubblicato la mattina dei giorno 7 e contemporaneamente l’altro a nome del Vicario Generale con che la Costituzione delle Spagne veniva adottata qual legge fondamentale del Regno con le sopradette eventuali modificazioni sancite nel decreto del Re.

Una Commissione di pubblica sicurezza venne tosto creata per. la tutela dell’ordine pubblico nella, Capitale. Pasquale Borrelli fu uno dei componenti il quale poscia ne addivenne Presidente: non a caso ho ricordato anzi tempo tal nome per gli avvenimenti posteriori che si verificarono. nella persona di quest’uomo dotto sì, ma stimato universalmente il Mirabeau. di quel tempo, singolarissimo. Una giunta provvisoria di Governo venne, pure istallata: fu essa composta di nomi chiarissimi e celebratissimi del Regno, delle due Sicilie tra i quali l’abruzzese,D. Melchiorre Delfico Presidente, D. Davide Winspeare, Monsignor Gardosa, il Procurator Generale della Suprema Corte di Giustizia D. Giacinto Trovsi il Colonnello Visconti; tanto costantemente è certa quella verità che dalle grandi commozioni politiche sorgono,, sempre le migliori istituzioni, e gli uomini onorati dalla confidenza pubblica vengono prescelti all’Amministrazione del Governo avvegnacché il popolo bandisce la croce all'intrigo dei Cortigiani t dei Marchesi, dei bigotti, e di altri consimili aspidi velenosi.

Fu sentenza di gran politico che le vulgari opinioni si muovono e costantemente si agitano per guisa, che da quando a quando trasmodano ora nel più, ora nel meno.

A. togliere questa brutta incostanza non bastano le sole leggi, ma fa mestieri portare nel popolo un continuo convincimento di tal bontà, il quale per altra via non può giungere che per quella dei funzionari pubblici destinati a far compiere, le leggi medesime porgendone essi stessi però l’esempio! E questa è missione altissima di coloro che più addentro conoscono e più; dirittamente giudicano che non il volgo, siccome quelli che da più alto mirano partecipando del supremo potere: a costoro è officio di educare il popolo: ed a ciò mirar debbe precipuamente la classe eminente degli Unti del Signore; cui è dato di formare la mente ed il cuore del popolo e di crescerlo nelle dottrine dell’Evangelio le quali in ogni pagina respirano aure di amore e di fratellevolezza. Ed io tengo che. segno certissimo per conoscere se un popolo sia buono o malvagio, leale od infingardo, devoto alle leggi o ribelle, sia appunto quello che ne manifesta la vita pubblica e privata dei Ministri della Chiesa.

Un messaggio spedito dal campo dei rivoltosi accennava alla costernata Reggia l’ingresso dell’armata Costituzionale. Dopo la diserzione Guglielmo Pepe concepiva il disegno di un trionfo: a questi annunzi crebbero i palpiti del Re e qui non può tacersi la eminente e studiata politica del Principe Francesco in tale occorrenza.

Nel dì 8 di Luglio le legioni Costituzionali composte dello squadrone sacro, così chiamata la compagnia disertata da Nola, di vari battaglioni di linea, del superbo regimento dei Dragoni fermarono tutti nel Campo detto di Marte, e nel di 9 al suono di bande militari lungo |e ampie strade di Foria e di Toledo sfilarono e mossero, per a Palazzo Reale. In mezzo a’()Generale Napoletani, al Tenente Colonnello de Conciliis ed ai due Sotto Tenenti Morelli e Sii vati, brillava il lenente Generale Guglielmo Pepe.

Alle Truppe regolari succedevano le milizie civiche della, cui istituzione nel libro primo si discorse: una terza scena chiudeva lo spettacolo di quel giorno. Il prete Manichini alla testa di più migliaja di Carbonari tra quali si vedevano frati preti ed ogni classe di persone fregiati tutti del nastro tricolore nero, rosso e turchino, armati chi di pugnali, altri di arma di ogni specie, di pazza gioja ubbriachi assordavano con urli e schiamazzi il Cielo, col grido di viva la Costituzione, viva i Carbonari. li popolo Napoletano anzicché rispondere a quelle grida quasi stupido e sorpreso vedeva, sentiva. Il Vicario Generale una con tutti i Principi della {famiglia che plaudenti assistevano nel balcone al transitare delle truppe, non appena videro avvicinarsi quella comitiva che solleciti si fregiarono il petto dei nastri Settari già presti e lavorati per quanto la fama del momento divulgasse dalle reali mani di Elisabetta Duchessa di Calabria.

Defilate le milizie ed inviate tutte ai preparati alloggiamenti, Guglielmo Pepe seguito dal suo piccolo Stato maggiore si portò nella Regia, ove nella gran sala de’ Vice Re trovarono il Vicario che lo attendeva e così al medesimo parlò: quando giunsi al campo Costituzionale la rivoluzione era già fatta, e fu mio pensiero dirigerla pel bene dello Stato e del Trono. Gli uomini armati che ho mostrati a V. A. R. ed altri mille a mille trattenuti nelle Provincie non sono ribelli, ma sudditi, e perciò quelle armi non sono rivolte a rovina, ma a sostegno del Trono: fu necessità per me durissima prendere il supremo comando dell’Esercito perché meno anziano e tanto meno meritevole dei miei Colleghi. Io ripugno all’autorità quanto essi forse alla dipendenza. Ora S. e V. A. R. possono accorciare, e le ne prego, la nostra comune inquietudine convocando prestamente la rappresentanza Nazionale. Io giuro al venerando cospetto di V. A. e di questi primi dello Stato che discenderò dal presente grado assai più lietamente di quel che vi sono asceso.

Il Vicario rispose: S. M. e la Nazione intera dovere gratitudine a lui ed all(1) esercito costituzionale ed ai Capi di esso: il voto pubblico essersi manifestato per la natura stessa del seguito cambiamento: essere ora il Trono saldissimo perche poggiato sulla volontà sugli interessi del popolo: attenderlo nelle sue stanze nelle quali gli avrebbe manifestati i suoi sentimenti: per di lui parta nato pei decreti della divina mente erede del Trono, essere stato suo debito lo studio della Monarchia e dei popoli ed essere d’assai tempo persuaso che la stabilità di quella o la felicità di questi era riposta in un Governo Costituzionale; questa politica persuasione essersi convertita come a Principe Cristiano si aspettava, in dogma, religioso ed aver sempre pensato di non poter con calma di coscienza reggere un popolo per solo di lui ingegno e per atti della sua comecché purissima volontà: riconoscere dal signor Generale la salute del Regno; né la sua gratitudine mai spegnersi o scemarsi per mutar di fortuna, o di tempo: quindi volere che esercitasse senza ritegno la Suprema Autorità reale per avere tutti gli altri Generali mostrato compiacimento della elevazione di lui da stupendi fatti e singolar merito giustificata: finalmente Lui il Vicario giurare di serbare illesa la Costituzione di Spagna ed all’uopo difenderla col sangue.

Furon tutti poscia introdotti nelle stanze del Re: lo trovarono a letto e dopo riverente inchino il General Pepe ripeté le stesse cose dette al Principe, ed il Re...

«Generale avete renduto gran servizio a me ed alla nazione e però doppiamente ringrazio voi ed i vostri. Impiegate il Supremo Comando a compiere l’opera colla incominciata santa pace che tanto onorerà i Napoletani — Avrei data innanzi tempo la costituzione se me ne fosse stata palesata la volontà e l’universale desiderio — Oggi ringrazio l’onnipotente Iddio per aver serbato alla mia vecchiezza di poter fare un gran bene al mio Regno, e fattogli indi cenno col capo, dopo di avere il Generale baciata la real mano, partirono tutti colla erronea persuasiva di un assenso spontaneo del Re ad una rivoluzione preparata tra le orgie misteriose di una Setta, e compiuta dallo spergiuro e dal tradimento dei soldati.

Le luminarie per tutta la gran Città, i teatri gratuitamente aperti, le feste tennero lieto in quel dì Napoletani esteri e provinciali — Un foglio reale apriva al pubblico che la mattina del dì 12 Luglio alle ore undici di Spagna il Re avrebbe prestato il giuramento avanti la Giunta provvisoria. Ebbe luogo questa religiosa cerimonia innanzi al Presidente Melchiorre Delfico: S. M. pronunziò sopra i Santi Evangeli.

«Io Ferdinando Borbone per la grazia di Dio e per la Costituzione della Monarchia Napoletana, Re col nome di Ferdinando I del Regno delle due Sicilie, giuro in nome di Dio e sopra i santi Evangeli che difenderò e conserverò la Costituzione di Spagna con quelle modificazioni che la rappresentanza Nazionale Costituzionalmente convocata adotterà. Così Iddio mi ajuti (17) ..

E poiché il contaggio delle idee è una malattia endemica in tutt’i popoli, precipuamente in quelli governali da un clima dolce e di una fantasia corriva ad essere esaltata, così la gioja di quel giorno di pochi a’ inoculò in tutt'i cuori dei Napoletani, i quali incontrandosi, e gongolando come creature dal giubilo ripetevano tra loro il giuramento del Re qual pegno sacro, di un avvenire felice e brillante.

Nel dì 13 di Luglio una buona, mano, di soldati destinata a recarsi in Gaeta disertò: tanto è potente l'esempio sull'animo della moltitudine: i disertori giunti appena in S. Giovanni a Toduccio furono raggiunti dal regi mento Borbone e dal Tenente Generale Filangieri; un conflitto sanguinoso s'impegnò per modo che 18 ne rimasero morti ed il giovane Uffiziale Spagna che mille fatiche faceva per reprimere quella diserzione perì nella pugna come ancora. restò ferito il Tenente, Colonnello dei Dragoni signor Topputi.

Tra le più importanti decretazioni che primiere si emanarono vi fu quella dei dì i4 Luglio con che il prezzo, del sale si ridusse alla metà: grandissima in ispecie per la classe infima, ed agricola ne fu la letizia, e senza fine le benedizioni del popolo al novello Regimento politico.

I Tribunali di eccezione vennero aboliti: la libertà della stampa istituita, e giorno, non trascorreva in che non si emanassero provvedimenti saggi e proteggiteli di tutti i rami della pubblica, prosperità.

Una rassegna di truppe regolari di ventimila uomini ebbe luogo, nel dì 17 Luglio lungo la riviera di Chiaia.

L’azione intanto del nascente Governo si fortificava in ogni dì coi più energici atti legislativi, i quali mentre obliar facevano l’origine della rivoltura, vi affezionavano i cuori più devoti ai Borboni di Napoli. .

Di vero, il Tenente Generale Nunziante di cui è fatto cenno nel precedente libro nel dì 25 Luglio 1820 scrive a Guglielmo Pepe la seguente lettera.

« Nell’esprimere a V. E. col vivo del cuore i sepsi della mia riconoscenza pei tratti particolari di bontà, onde mi ha colmato, mi permetto di sottometterle la seria dei fatti che hanno avuto luogo nelle ultime vicende a che le proveranno di non essere io l'ultimo di quelli ai quali è dovuto lo stabilimento del felice ordine di cose del quale godiamo — V. E. non ignora che per spazio di cinque anni in cui rimasi in Calabrie al. Comando, di quella divisione ivi feci per quanto era possibile il mio dovere, lasciando tutti libero modo di pensare facendo gravitar il rigore della giustizia so i perturbatori dell'ordine pubblico solamente».

«Nello scorso Giugno intesi con pena dovere abbandonare i bravi ed Ottimi Calabresi i quali cogli accorti modi e gentili, mi aveano identificato, per cosi dire, alla loro felicissima patria. Fui chiamato al Comando di altra divisione; allora mi rivolsi alla clemenza del Re e con umile foglio chiesi la grazia di non muovermi dalle Calabrie. Le mie preghiere non furono esaudite, S. M; in. data de’ 17 Giugno mi ordinò di subito trasferirmi in Napoli, poiché il suo servizio, così esigea — I Sovrani voleri furono subito, da. me eseguiti. Giunto in questa Capitale fui destinato al comando della 4. divisione militare. All’E. V. è noto quanto io. feci per iscusarmi e sa ancora che il mio rifiuto mi fece ottenere la promessa di ritornare dopo poco tempo in Calabria.

«Recatomi al mio destino mi avvidi che il voto generale di quelle popolazioni era di ottenere un Regime Costituzionale — Non. ebbi ritegno, di palesarlo al buon Monarca, ed io il primo diressi a S. M. dal Mercato di S. Severino, la lettera che ho l'onore di trascriverle (vedi pag. 27), Con praticare quanto di sopra le ho sottomesso credei di agire da buon Militare e da buon Cittadino, avendo avuta io mira la pubblica utilità che non mai si conseguisce quando non si parla con franchezza ai. Principi.

«In fatti la prelodata M. Scon lettera deb dì. 6 Luglio mi comandò di render palese la promessa della Costituzione. Da questo racconto istorico, scorgerà, V. E. quale sia stata la mia condotta: come militare ubbidì gli ordini dell’ottimo mio Sovrano, come cittadino promossi e desiderai il bene della Nazione inseparabile da quello, del Monarca.

Napoli 25 Luglio 1820

Il Tenente Generale

Vito Nunziante (18) .

Dopo il discioglimento del Governo Costituzionale tutti coloro che vi rappresentarono una figura qualunque, un immenso numero d'individui oscuri ed infelici non esclusi gli uscieri, furon tutti dalle diverse Giunte di Scrutinio colpiti da destituzioni da miserie e da esili tutti gli Uffiziali sciolti dal cingolo militare e sottoposti a dura ed infernale vigilanza di polizia: il solo Nunziante crebbe sempre nei Sovrani favori, nelle ricchezze, nel potere.

In mezzo al parosismo di tante svariate passioni, le idee di moderazione e di rispetto verso gli altri Stati confinanti in ispecie del Pontificio dominavano eminentemente in Napoli. Al primo annunzio dell'avvenimento di Luglio, le Città di Benevento e Pontecorvo inalberarono il vessillo tricolore. Ciò saputosi nel dì 12 di Luglio il Vicario Generale notificava un editto con che proclamava il principio che volendo conservar la propria indipendenza era necessario di rispettare quella degli altri Stati, e religiosamente evitare tuttocciò che potesse compromettere la buona armonia colla Corte Pontificia quindi ordinava a tutti gli abitanti del Regno che niuno ardisse intromettersi armato nei confini degli altri Stati, né mischiarsi in modo qualunque negli affari dello Stato limitrofo (19) .

Le nuove intanto del cangiamento politico di Luglio giungevano officialmente nella Sicilia là quale ne fece grandissima festa: sollecite a prestare il giuramento alla Costituzione ed al Re furono le Città di Messina Catania e tutte le altre così dette Valli: Palermo ne gioì per poche ore: in men di un istante il nastro tricolore fu segno di tutti irta la sera stessa del giorno 15 del detto mese comparve unito ad altro di color giallo. Desideri e convoci da quando a quando si udivano: volersi un diverso parlamento una separazione ed indipendenza della rappresentanza di Sicilia da quella di Napoli. Queste voci Venivano soffiate dalla crudele Oligarchia di Palermo, la quale divorò quindi a poco le più belle e fertili contrade di quell’Isola.

Ricorreva la festa religiosa di Santa Rosalia in che numeroso popolo dei circonvicini paesi era in Palermo convenuto: Naselli ne reggeva il governo assistito dal Magistrato Cavaller de Thomasis personaggio dotto illuminato e di fama onoratissima. Il Generale Church quello stesso ricordato nel precedente libro straniero a noi di patria e di sentimenti teneva il comando delle truppe é sotto di sé il Brigadiere Coglitore. Lungo una passeggiata che questi Ufficiali Generali facevano, Church ebbe la imprudenza di strappare con fiero cipiglio d’ira e di disprezzo il nastro giallo dal petto di un Siciliano fu questo cagione ad universale concitamento. Visto il pericolo gravissimo il General Coglitore avvisò il suo compagno salvarsi colla fuga: che anzi al primo accendersi della scaramuccia a lui stesso due ferite toccarono.

La irritazione del popolo già predisposto da una razza di uomini che nei torbidi e nelle civili discordie veggono sempre la loro fortuna crebbe a dismisura per l'oltraggio recato ad un pacifico cittadino, ed accensibile quale è il popolo Siciliano corse tosto alla casa dell’improvvido Generale: la Guardia che v’era a scolta oppose resistenza e le fu risposto con immenso numero di colpi da fuoco e dopo sanguinoso conflitto l’abitazione del signor Church fu messa a sacco, e quanto in essa fa rinvenuto venne tutto arso e bruciato alle grida giulive del popolo nella piazza della Marina; il che dimostrò che non stimolo di rapina ma vendetta cittadina lo spinse a quegli eccessi — Delle quali cose istruito il Luogo Tenente credè affidar subito a probi soggetti la cura di sedare gli animi concitati nel fine di restituire la tranquillità turbata. Ma tutte le misure prese a nulla valsero, avvegnaché degli astuti e maligni istigatori profittando della esaltazione del popolo lo arringarono nelle piazze nei trivi e dissero essere finalmente giunto il sospirato momento di proclamare la indipendenza Siciliana ed uscire una volta dalla servitù del Governo di Napoli. Quindi assaliti i forti della Sanità e di Castellamare furono tosto presi, e da lì a poco subì la stessa sorte quello del Palazzo Reale.

Fu creata una giunta provvisoria composta del Principe di Villa Franca, e del Maresciallo D. Ruggiero Settimo e del principe D. Gaetano Buonanni e di altri ragguardevoli personaggi; ma questa giunta non incontrando le simpatie del popolo fu subito disciolta. Lo spavento però ed i palpiti tanto dei buoni Palermitani che de’ Rappresentanti del Governo non che di quanti Napoletani ed esteri facevan quivi stanza non ebbero limiti, quando caddero vittime del furore popolare i Principi la Cattolica, d’Aci, e l’Uffiziale Sansa, le teste dei quali si videro portale sulle picche in giro per tutta la tumultuante Città — Offese le insegne del Re, oltraggiate le statue di Idi, poste a ruba le sue proprietà, incendiati gli archivi pubblici, depredato il banco ed i beni di moltissime famiglie, la sbrigliata licenza plebea sembrava che non avesse più sponde.

Una giunta di Governo venne istallata di piena fidanza del popolo e Capo ne fu il Cardinal Gravina; membri taluni nobili ed altri di popolare condizione — Allora Naselli, de Thommasis, Church e quanti napoletani colà si trovavano s’imbarcarono inosservati per Napoli.

La setta dei Carbonari si agitò per modo che accennava di eseguire una rappresaglia sopra tutt’i Siciliani di ogni qualità che si trovassero in Napoli e mille altri progetti di esterminio si deliberavano contro la ribellata Palermo; quando un'Editto del Vicario del di 20 Luglio Veniva colà pubblicato in questi sensi:

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PALERMITANI

Voi che io chiamava miei figli siete stati i primi a gittarvi nella sedizione e nei disordine contro i nobili principi che hanno sempre distinta la vostra Nazione Avete in un momento dimenticato i doveri di uomini e di ragione: avete operato contro l’interesse vostro e della causa pubblica. 11 più penoso per lite è che separato appena da Voi e prima che vi fossero note le mie disposizioni per lo scemamento delle imposte e per lo miglioramento del vostro Stato, abbiate obbliata la mia costante affezione ed i sacrifici, che bo fatti per voi — Piuttosto che credermi ingannato alle dimostrazioni di amore e di fedeltà che mi avete date, voglio attribuire il vostro errore all’opera dei vostri istigatori — Ritornate all’ordine al rispetto per le leggi ed alla obbedienza del Re — Il mio cuore si sgrava in parte del profondo dolore che mi ha percosso nell’animo offerendovi il perdono — Guardatevi di ostinarvi negli orrori di una rivoluzione. Se cosa credete che manchi alla vostra felicità abbiate in me quella fiducia che non ho mai demeritata. Imitate l'esempio del popolo vostro confratello: esso vi dica se le intenzioni del Re e le mie corrispondano ai loro voti. Desidero conoscere ciò che meglio può convenire al vostro stato alla sicurezza ed alla gloria della Nazione. Ma l’animo mio non tornerà a voi se voi non vi spoglierete della obbrobriosa figura di sediziosi — Deponete le armi, non mi costringete a 'ricorrere a misure dispiacevoli, sottomettetevi alle leggi, fatemi conoscere che siete capaci di lavare col pentimento le vostre colpe. Io vi prometto solennemente che perdonerò tutti, e non farò ricercare neppure la causa della rivolta né gl’istigatori di quella, se voi appena intesa la mia voce sentirete il rimorso di avere così male corrisposto al mio amore per voi — Francesco (20) .

Niuno effetto queste espressioni produssero, dal pensiero in fuori d’inviare una deputazione la quale aprisse il volere positivo degl’insorgenti — Un Ambasceria a nome del Senato e della Giunta rivoluzionaria nel dì 3 di Agosto giunse a Napoli. La insolenza delle inchieste mascherate con parole di sommissione, volersi cioè reggere i Siciliani separati ed indipendenti dal Governo di Napoli, inasprì viemaggiormenle gli animi e rigettate le offerte, sì diè opera agli apparecchi di una imponente militare spedizione che a prezzo di sangue dovea ritornare i Palermitani all’ordine ed alla ubbidienza.

Al Tenente Generale Fiorestano Pepe ne veniva affidato il supremo comando: ed il Princicipe di Scaletta nominato a Luogo Tenente dell'Isola in luogo del Naselli: ciò in Napoli, in Palermo poi addiventava gigante la insurrezione per guisa che ogni angolo della città era teatro di stragi e di terrore — Caltanissetta dopo qualche resistenza fu sommessa dai Faziosi a capo dei quali vi stavano un Frate Domenicano ed un Cappuccino; Castelgirone e Girgenti furon segno alla stessa fortuna, restando salve dalla furia sterminatrice dell'anarchia Messina Catania Siracusa e Trapani le quali opposero una eroica e disperata resistenza.

Nel torno di un mese Florestano Pepe, quegli stesso che sulle breccie di Terragona ebbe fregiato il petto della Stella della Legion d’onore dal gran Capitano dell’antico e del nuovo mondo, riconduceva alla obbedienza del Governo losche insurte Città della Sicilia, ed il valoroso Colonnello Costa in Castalgirone, in Caltanissetta ed in altri luoghi si distinse con prodigi di bravura e fu effetto di sua molta prudenza civile il ritorno dell’ordine e della tranquillità.

Ridotte tutte le ribellate Città, la rivoluzione si si restrinse e prese asilo in Palermo: quivi la classe dei magnati e dei buoni fu vittima di tutte nequizie ed infamie di una plebe scatenata ed infrenabile: quivi saccheggi arsioni violazione di vergini sacre, ed in una parola tutto il male che può immaginarsi da quell'idra sbrigliata— Il Cielo però fu mosso dalle lagrime di tante vittime innocenti, e tuttocché i Napoletani fussero di minor numero degli insorgenti, riportarono sempre vittorie e trionfi.

Giunto il Quartier Generale in Cefalù il Duce Supremo ricevé domande di un armistizio — Quantunque Florestano Pepe conoscesse lo stato attuale del Governo di Napoli non permettere di prolungare una guerra pericolosa ai destini del novello statuto, avvegnacché la unità solo del Regno poteva garantirlo da una estera invasione, non pertanto sapienza di consiglio gli suggerì di rifiutare tale dimanda dicendo non considerarsi egli nello stato di Guerra con Palermo ed accorrere invece per lo meglio possibile dei cittadini: che proseguendo la sua marcia sarebbesi fermato a tiro di fucile fuori della Città: che Comandane te le armi esigeva da tutti obbedienza e rispetto; che dovessero subito disarmare i facinorosi, le armi agli arsenali e tutti gli attrezzi militari all’esercito ritornarsi: che se l'opposto si operasse entrerebbe Egli in Città, la quale fatto segno ad ogni militare licenza sarebbe in mendi pochi minuti addiventata un mucchio di cenere.

Questo severo linguaggio nella mattina del dì 19 settembre veniva seguito dalla riunione delle brigate di Cellentani e di Costa innanzi Termini: riconosciuta la piazza sbarcata la poca artiglieria e disposte le truppe nei punti più 'capaci dell'attacco, nel giorno 20 sulle mura della Città sventolavano già le bandiere di Napoli mentre parecchi parlamentari giungnevano al Campo, ed il principe di Villafranca sostituito al Cardinal Gravina caduto in sospetto del popolo, fu quegli che presentò a Florestano Pepe l'accettazione intera delle proposizioni di lui; la Città di Termini aprì le porte al Maresciallo Campana, il quale vi entrò alla testa del reggimento Borbone fanteria. Impertanto il Duce Supremo recavasi lentamente a Palermo, la quale do rea tutta sottomettersi dopo lo scorso di tre giorni addimandati dal Principe a fin di fornire gli alloggiamenti delle truppe.

A suo tempo narrerò il trattato conchiuso dal Pepe, disapprovato dal Parlamento.

I primi ad alzare il grido di guerra contro gli avvenimenti di Luglio furono i giornali di Vienna. La operosità, la energia, i lavori continuati ed indefessi del Governo son ben degni di una memoria lontanissima. Fu Vero pensiero italiano di richiamare al servigio militare tutt'i congedati tra quali moltissimi ve n'erano che avevano guerreggiato nelle Spagne, e nel settentrione: fu deliberato portarsi l'esercito a 52mila combattenti e fu mestieri un semplice appello acciocché questo numero prestamente si raggiungesse non solo, ma oltrepassasse le comuni speranze—'Oltre le truppe di linea, vennero formati battaglioni di milizia civile ed altrettanti dei così detti legionari: forza imponente a respingere qualsivoglia estera invasione laddove fosse stata capitanala da Duci di valore di fede di mente.

Un decreto,del Re del dì 22. di Luglio, san i suonava la convocazione del parlamento Nazionale per gli. anni 1820, e. 18. 21; ne prescrivea le forme, ed il giorno 1. Ottobre fermava per l’apertura della prima sessione, legislativa. Nel medesimo giorno il Vicario Generale Francesco, emanava un editto ripieno, della più. profonda sapienza politica. ed abbellito da tutte le idee del tempo: vuolsi per fama divulgatasi che esso fusse stato scritto per intero, da lui medesimo: eccone le parole:

«Ai fedeli comuni ed ai Collegi elettorali delle due Sicilie

«All'avvicinarsi di un epoca nuova per voi il mio cuore prova quella sollecitudine che. sente chi attende un bene, o. pure teme le difficoltà. le quali possono, contrariarlo. Mi compiaccio sperare che penetrati delle importanti funzioni delle quali i vostri Deputati saranno incaricati vpi porrete mente alla scelta delle persone dalle quali dipender la fortuna ed eterna sorte della Nazione. Ascoltate la mia voce come quella dell’amico più che del Vicario Generale. dei mio Augusto Padre: quel che io ho fatto per voi mi dà un pieno dritto alla vostra fiducia.

«Il momento delle elezioni è appunto quello in cui dovete far tacere la voce delle passioni e dei partiti — Niuno più di. me è persuaso che il giudizio delle persone fatto dada generalità è sempre vero. e giusto; ed. io. intendo che le elezioni si può abbandonate alla, rettitudine, del vostro senso — Ma perché così avvenga siate voi stessi prevenuti della importanza delle vostre funzioni che delegherete ai vostri rappresentanti. Richiamatevi a memoria che ai primo Parlamento è dato il proporre le modificazioni convenienti alle circostanze del Regno: che dai lumi dalla prudenza e dalla saviezza di questa prima adunanza dipenderà il futuro destino e la stabilità istessa della Costituzione. Abbiate presente che da essa pure dipenderà il sistema dei vostri tributi, quello dell’Amministrazione pubblica, lo stabilimento della forza interna, l’ordine giudiziario lo stato militare, infine quanto serve a rendervi felici nell’interno ed indipendenti dalle straniere Nazioni.

«La catena delle elezioni è tale che le prime influiscono necessariamente sulle seconde e queste sulle ultime. Incominciate dunque dal primo anello a prendere di mira le persone rivestite della pubblica confidenza: fate che le vostre prime scelte servano di esempio alle altre e facciano quasi sentire agli elettori delle provincie la difficoltà di discernere gli ottimi fra i buoni — Rivolgete le vostre mire agli uomini probi incorruttibili virtuosi distinti per un vero e puro amor di patria — Elevatevi al di sopra di ogni passione e di ogni personale interesse. Gli uomini e gl(1) interessi personali passano, ma le Nazioni sono eterne.

«Che l’avvenire sia avanti ai vostri occhi più che il presente. Quanto a me dichiaro che io non ho altro interesse che il vostro. Il Re mio Augusto Genitore allorché ha giurato la Costituzione ha detto che il suo unico voto era il vedervi felici: questo voto medesimo anima me.

«Se aspiro ad una gloria questa è quella di aver prima di tutti, gli altri cooperato alla vostra felicità Francesco Vicario Generale, (21)

I Collegi, elettorali si riunivano, e rivalizzavano del. più puro. amor, di patria nell’esercizio, delle sublimi loro funzioni: che anzi secondo. il. linguaggio, di taluni, distinti esteri, sembrava che il Regno di Napoli fosse già vecchio nel godimento di un governo rappresentativo, per la uniformità, nelle elezioni per la dignità e per l’ordine con che elle venivano fatte; in una parola per la. generale sollecitudine di tutti gli animi avvivati da un sol sentimento della conservazione, cioè del novello reggimento.

Impertanto la. polemica, dei, giornali oltremontani non s’arrestava dall'appuntare l'avvenimento di Luglio e qualcuna ve ne ebbe che lo dipinse alla Europa coi più neri e sanguinari colori, accagionando il. popolo, di malefici di vendette di assassini, e di quanto di più spaventevole può nascere dalla furia delle fazioni e dal predominio di una setta numerosa ed armata.

Eppure dalle serie dei fatti colla, più scrupolosa coscienza dianzi, riferiti, ciascuno, de’ miei leggitori, ha ben inteso che non v’ha pagina nelle storie antiche e moderne, la quale noti, una rivoluzione compiuta, senza, lo spargimento di una stilla di sangue, senza l’abuso di. una individuale passione, come quella del mese di Luglio 1820: che anzi se per poco si obbliasse la violenza morale esercitata, sul volere del Re, potrebbe ben appellarsi magico e quasi miracoloso il cangiamento politico del Governo di Napoli. Ma gli uomini di quel tempo ben potevano dirsi come lo erano unificati in un sol pensiero in un solo voto in un sospiro soltanto!!

Gli annunci precursori di guerra si accreditavano quando officialmente si seppe che il Duca di Gallo (quegli stesso tanto caro allo Imperatore Francesco che lo nominò a suo legato nel trattato di Campo Formio) spedito Ambasciatore a Vienna in vece del Principe Ruffo, giunto in Klagenfurt dové sostare per ordine di quella Corte.

Avvisò questo chiarissimo diplomatico mandar note al Principe di Metternich affin di conoscere i motivi che cagionavano questa straordinaria misura e ne riportò da quel Ministro la seguente risposta.

«In seguito di un sovvertimento che abbatte dalle fondamenta l’edificio sociale e che minaccia ad un tempo la sicurezza dei troni quella delle Costituzioni riconosciute ed il riposo dei Popoli, S. M. l'Imperatore d’Austria agirebbe in contradizione dei principi che gli servono invariabilmente di guida, se accettasse la di lei missione.

Il Principe di Cimitile spedito a Pietroburgo colla medesima divisa, chiesti i passaporti all’inviato di Russia in Vienna onde proseguire il viaggio, ebbe officialmente a risposta:

«Che il suo Sovrano essendo intimamente ligato ai suoi Augusti Alleati con trattati ed indissolubile amicizia, ogni attitudine che porterebbe una specie d’iniziativa sarebbe una deviazione da questa norma, sopra tutto in un oggetto tanto grave quanto quello che presenta lo stato attuale delle cose nel Regno delle due Sicilie, il quale reclamava la mediazione di un accordo comune tra i garanti dell’ordine Europeo (22) ).

Per tali diplomatiche dichiarazioni il Principe(1 )ebbe ordine di partire dagli stati della Monarchia Austriaca, e si ridusse a Bologna in cui erosi anche fermato il Duca di Gallo.

Dopo questi autentici documenti di due grandi potenze Europee, dovea il nascente governo seriamente apprendere lo stato, diciam cosi precario di sua politica esistenza e rivolgere a questo unico scopo le sue mire i suoi pensieri le sue cure, ma fatalmente se non furono dilegiati rimasero per lo meno inavvertiti, e furono essi invece sopraffatti dal fuoco ardentissimo di una febbre morale, dal fascino delle opinioni dominanti, che aveano già vinti gli animi per fin degli uomini più savi ed illuminati dal gran libro delle sventure e della esperienza: Ma le. passioni non han regola e governo e se mai l’avessero, uscirebbero allora dalla loro sfera e natura La giunta provvisoria di Governo, poscia il Parlamento e tatti coloro che ebbero parte in quelle scena grandiosa, di buona fede avvisavano che la rivoluzione di Luglio anzicché essere stata l’opera di una diserzione e di uno spergiuro, la si fusse invece surta da libero e spontaneo volere del Re, che un popolo innocente il quale di conserva col capo della Monarchia avea scelto una statuto non poteva essere aggredito da straniera aggressione avendo esso fatta mostra di moderanza e della maggiore virtù civile nel rispettare gli Stati vicini che le minacce delle potenze del Nord sarebbonsi scambiate in simpatie conosciuta la verità dei fatti avvenuti.

Queste idee si assimilarono alla mente ed al cuore di tutti per modo che a poco a poco si. convertirono, in dogmi di religiosa credenza e questo fu il primo ed il più. irreparabile errore del Governo.

Valga per pruova di ciò un documenta tolta dal labro di un uomo il più grande di quel tempo per ingegno e candidezza di animo, il Cavalier Guidi primo Presidente del. Parlamento Nazionale.

«E’ vero, egli dicea alla Tribuna, che non siamo sopra letti di rosema neppur ci adagiamo sulle spine. Abbiamo sicurezza che sia per adunarsi un Congresso di Monarchi la saggezza e la moderazione dei quali ci fanno sicuri che non faranno sturbare il. riposo delle due Sicilie. E dove sono gli eserciti che dovranno, aggredirci? La giustizia, della nostra causa garantisce la nostra sicurezza. Esecrato da tutta. l’Europa sarebbe colui che osasse tirare il primo colpo di cannone contro, una. nazione, la. quale sa. religiosamente rispettare gli altrui dritti. La. pace costa all’Europa trent’anni di guerra, e di sventure. Vogliamo noi conservare la nostra libertà? Guardiamo i nostri confini senza offendere alcuno: attendiamo al dover nostro e non ci facciamo trasportare da soverchio entusiasmo o da vano timore. La paura potrebb’essere la prima cagione della perdila della nostra libertà. Calma e coraggio debbono essere i nostri mezzi di difesa: fidiamo nella giustizia della nostra causa capace di frenare 1ambizione che concepisce disegni di aggressione (23)

I lavori dei Collegi elettorali ebbero termine: la scelta dei Deputati per lumi e per probità corrispose ai voti del Vicario Generale: 72 di numero oltre dei Supplenti dei quali diece Ministri della Chiesa compreso il Cardinal Firrao, otto professori di scienza, undici Magistrati, nove Avvocati, due impiegati, tre negozianti, cinque militari, ventiquattro possidenti e fra tutti due soli nobili e titolati il Marchese Nicolai, il Marchese Dragonetti.

La Chiesa di S. Sebastiano con tutto l'ampio locale venne destinata per l'uso del Parlamento: di forma ellittica, nel fondo di essa ergevasi il Trono del Re coverto di velluto cremisino stellato di gigli con france d’oro pendenti e collo stemma dei Borboni di Napoli — Al di sotto una sedia gemmata pel Presidente del Parlamento cui faceano corona quattro Segretari: quasi nel mezzo ergevasi una bicongia la quale si ascendeva per mezzo di due grandi scalinate coverte di castoro verde: ciascun Deputato avea seggio distinto ne! semicerchio della sala e su di esso erano collocate delle grandi e magnifiche Tribune fregiate dii vari dipinti ed ornati tra le quali per ricchezza di tappeti, di oro risplendevano quelle per la famiglia Reale, pei Principi, pel corpo Diplomatico e pel Ministero — La parte più elevata, della Gran Sala era destinata, per uso del Popolo, divisa in tante loggia con dei sedili corrispondenti: in un angolo di essa avean tavolo gli stenografi addetti al servizio dei giornali ed. i capi Collaboratori dei medesimi.

Il Tempio dello Spirito Santo fu destinato per la solenne cerimonia del Giuramento Spuntava l’alba, del dì 1 di Ottobre 1820 ed. il fragore dei cannoni, di tutt’i castelli e dei legni ancorati. nel porto annunziavano la. letizia, universale di quel. giorno? all'apparire di essa il Popolo già cominciava a brulicare nell’ampia strada di Toledo e nella piazza della Carità.

Al rintocco delle ore diece di Spagna comparve il Corteo Reale: il Re avea ai fianchi S. A. R. il Duca, di Calabria: immensa era la gente nelle finestre nei. balconi sopra, i terrazzi, ed una. pioggia di fiori si versava dal Popolo festivo, sulle strade che percorrevano i Reali di Napoli — Giunto alla Corte della Chiesa a piè delle scale fu il Re ricevuto da S. A. R. la Duchessa di Calabria, da. S. A. R. il Principe di Salerno, e da una Deputazione di 32 Deputati. Entrato. il Renella Chiesa seguito dai Ministri da tutt’i capi di Corte, dagli Uffiziali Generali e dal Comandante in Capo dell’Esercito andò ad assidersi sul Trono avendo alla sinistra il Duca di Calabria ed il Principe di Salerno, alla destra il Presidente d. el Parlamento — Accompagnata la Principessa Elisabetta in una. splendida Tribuna, in. altro presero luogo il Corpo Diplomatico, i membri della cessata Giunta di Governo ed i forestieri più distinti ed illustri — Allora il Presidente del Parlamento ed il più anziano dei Segretari si avvicinarono il primo col libro dei Santi Evangeli, il secondo colla formola del Giuramento— Il Re surse in piedi una con tutt’i Deputati e con voce ferma ed intelligibile pronunziò il giuramento alla Costituzione.

La magia di quel momento, le grida di letizia sono indescrittibili nella loro vera fisionomia ed interezza. tutt’i popoli hanno i loro giorni di gioja e di grandezza, ma per quello di Napoli sembrò, al dire del massimo Poeta, il primo giorno del Paradiso fatto bello dalle grazie del1’ Eterno nell’istante della sua creazione.

Cessata la generale emozione il Cavaliere Gaidi Presidente del Parlamento diresse al Re il seguente discorso che fedelmente trascriviamo come uno degli atti più solenni ed originali di quel tempo.

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SACRA REAL MAESTÀ

«Le eterne leggi colle qualità Provvidenza regola e compone l'ordine dell’universo, la loro costanza e la loro apparente discordia stessa considerate dall’uom religioso non men che filosofo, e quindi ridotte a chiari teoremi ed a formole generali, costituiscono il Codice di 'verità di uso comune a tutt’i popoli inciviliti.

«Se al contemplatore geologo faran meraviglia il cangiato aspetto delle Isole e delle Terre i laghi ed i fiumi disseccati, i nuovi continenti surti dal seno delle onde, l’abbassamento delle montagne, le piante e gli animali totalmente spariti dalle superficie del globo, e quelli che vi si rinvengono di nuova creazione, non minor meraviglia recar debbono ai filosofo politico le vicissitudini delle Nazioni delle Monarchie delle Repubbliche, ed i cangiati costumi e le cangiate leggi ed i cangiati governi, la loro grandezza e decadenza e le cause che le produssero.

«Quella energica forza della natura che fa cambiar di continuo l'aspetto del Mondo fisico, tende ancora di continuo a far lo stesso del Mondo morale. Ma l'autor del tutto sostiene da se solo colla onnipossente mano e conserva la gran mole dell'Universo; ed affida all'Uomo ai Monarchi ai Governi il conservare l'ordine morale e civile dei popoli — quindi dotò l'Uomo di squisiti sensi di ragion penetrante ed un raggio gl'infuse della eterna luce, lo rese inclinato alla sociabilità, a riunirsi in famiglie in città, e quindi a comporsi uno Stato bene organizzato, onde gradatamente poi nacquero le grandi Società ed i grandi Imperi.

«Finché l'Uomo seguì i dettami della ragione e della giustizia, di poche semplicissime leggi ebber bisogno le società civili, non vi furono ostinate guerre e frequenti: i vecchi patriarchi ressero il tutto, e non trovarono nei loro figli e concittadini che obbedienza e rispetto.

«Ma sopraggiunsero le ricchezze, l'ambizione di dominio, crebbero i bisogni delle società crebbero i delitti, e divennero necessari i complicati Codici di legislazione. In mezzo a queste vicissitudini nacque la funesta discordia civile, mostro che a mille diverse lingue, mille aspetti e sotto mendicati pretesti va divorando le popolazioni della terra Si credè di poter rimediare a tanti mali con nuove Leggi, ma spesso inefficaci perché mal sostenute dai costumi: si ricorse alla viva forza e si abberrò tra gli eccessi della tirannide, e della demagogia.

«Talvolta per accrescere la felicità dei popoli si affrettò la loro rovina, facendo pompa di uno spirito esagerato d’innovazione e di perfettibilità, e dall'altra parte, vedendosi tanti mali della Società prodotti dal filosofismo contro le scienze, e gli scienziati, si corse verso la barbarie.

«Per questi vizi caddero in rovina i più fiorenti imperi quando credevansi giunti all'apice della loro grandezza perché dominati dalla superbia e dall'avarizia; mentrecché senza tali sforzi della politica astratta e solo per qualche resto di virtù antica, si rialzarono vegeti «robusti quelli che credeansi prossimi al toro decadimento. Restava ed ancora resta a sciogliersi il gran problema di moderare l'orgoglio delle Nazioni nella loro grandezza e prosperità, e di rincorarne lo spirito abbattuto dalla oppressione e dalle ingiustizie. Ma il dito solo della Provvidenza nell’onorata scuola delle sventure poteva indicare ai Monarchi ed alle Nazioni la Stella polare che dovea. salvarli dall’oceano dei mali.

«Questa stella consisteva in una Costituzione saggia moderata figlia di maturo sapere e di matura esperienza: dovea consistere in un patto sociale con che i popoli si emancipavano dalle violenze dei governi arbitrari. Verso il declinare del passato secolo lo Stato di Europa giunse a tale di essere divenuto necessario il ricomporre i patti sociali. Ma dov’erano i Re padri amorosi de’ popoli? E dov'erano i popoli figli ubbidienti dei Re? I rimedi ai quali si ricorse furono veleni per l'ordine sociale: fummo minacciati da nuove barbarie e dalle tenebre di eterna notte. Ed ancora non poche nazioni vanno fluttuando nella incertezza di loro sorte, non trovano il loro punto di equilibrio ove fissarsi, e noi troveranno per lungo tempo, se la Divina mane del Creatore non le ricompone in miglior ordine, come intorno al Sole, per le leggi di gravità, stabilì le orbite dei pianeti nel dì che trasse il Mondo dal Caos.

«In mezzo alle sventure universali di Europa, le ultime Spagne erano state viemaggiormente afflitte da tutt’i mali onde Iddio suol fare esperienza della costanza e virtù di un popolo. Quasi soggiogato da un bellicoso, e fino a quel momento creduto invincibile esercito straniero, il commercio distrutto, le colonie ribellate, espugnati i baluardi della penisola, incenerita la marina, sbaragliato l'esercito, prigioniero il Re; quando alla voce della Religione e dell'onor Nazionale, si rammentano gl'Ispani esser discendenti dei Consalvi e dei Mendozza, corrono alle armi, debellano il nemico, liberano dai suoi timori l'Europa, riconquistano le loro antiche Cortes, riconquistano il loro Re t si formano una Costituzione che ha servito a noi di modello, e che non sarà inutil monumento di ragion politica alle nazioni dell’Universo.

«Signore: questa costituzione è figlia di lunga esperienza, e di quel che meglio dettarono i pubblicisti di Europa dalla metà del passato secolo finora. Ella sembra aver colto il vero punto di riposo e di contatto fra i dritti dei popoli eie prerogative dei Monarchi — Egli ha saputo distribuire ai figli l'avita eredità, lasciando al padre una ragionevole latitudine nelle sue disposizioni: è lontana da tutti gli estremi viziosi che lasciano sempre nella incertezza la sorte delle Nazioni.

«Questa Costituzione procede e s’innalza come una maestosa Piramide: ne formano l’ampia e solita base la dichiarazione dei dritti e doveri dei cittadini: prosegue nelle ben calcolate elezioni, assicurando una scelta di rappresentanti Nazionali, cui presiede sempre la Religione, assiste al più che è possibile il voto universale, si allontanano i germi di corruzione, si apre la strada al merito, che si fa passare al vaglio di moltiplici e severi esperimenti. Questa Costituzione stessa definisce e circoscrive i limiti del potere legislativo, quindi insensibilmente lo avvicina all’esecutivo per mezzo del Consiglio di Stato, e dell’aita della Corte di Giustizia, e pianta alla sommità dell’edificio il Monarca in tutta la sua grandezza, circondato dai suoi Ministri e da tutto lo splendore e la forza del potere esecutivo: tutto è ordine «simmetria, tutto solidalmente costrutto, non resta luogo di aggiugnere, non di togliere una pietra angolare dal grande Edificio senza deturparlo o farlo cadere in rovinai qual’è durerà immoto, ed indistruttibile come la gran Piramide di Egitto, che da quaranta secoli sfida il tempo e le stagioni, e rimarrà a sostenerne gli oltraggi per lunghi secoli ancora.

«S. R. M. Signore: noi abbiam giurata colle lagrime della gioja e con religioso rispetto questa Costituzione: il popolo ha veduto la nostra commozione e le nostre lagrime. Vostra Maestà ha giurato lo stesso, ed il discendente e l’erede della Religione di S. Luigi, e delle virtù civili di Carlo III. non giura invano! II Ecco stabilito fra il Re ed il suo popolo un nuovo patto sociale che assicura ad entrambi la loro quiete e felicità avvenire. Iddio d’'Israele non sdegnò spesso di pattuire col popolo eletto, e perché lo sdegnerebbero i Re? Con questo patto è assicurata la grandezza vostra, la vostra gloria e la legittimità della vostra dinastia. Ella non riposa. più sulla volontà di un solo, non su precarie alleanze straniere, ma sulla nostra riconoscenza, sulla volontà di sette milioni di cittadini pronti a versare l’ultima stilla del loro sangue in difesa della Religione degli avi, della;Patria e del Re.

«Quel l’adorabile famiglia ' che vi fiorisce d’intorno come all’ombra del maestoso cedro del Libano crescono le sacre palmo, quei rampolli dei tanto a noi si caro primogenito figlio, cresceranno anch’essi nelle avite e dimestiche virtù dalla M. V. apprenderanno ad imitar le virtù degli Avi, gli arcani dei governi, la sana politica e la dura milizia. Uno ne crescerà certamente fra essi che di unita alle arti di pace saprà coltivare quelle della guerra. Egli accoppierà al brillante coraggio ed all'alma intrepida di Francesco 1. e di Enrico VV. il saper militare del gran Condè, e se, tolga il Cielo l'augurio, sarà chiamato a 'combattere lo vedrem circondato da bellicosi Marsi, da’ Danni, dai Sanniti, da tutti i Popoli della magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del Regno, come l'Angelo del Signore con l’adamantina spada in mano, stava alle difese del Paradiso terrestre.

«Or finalmente accettata e giurata la nostra Costituzione non sarà più chimerica e sperata invano nell'esercito la forza che ebbero nelle armi i nostri Avi, ed il risorgimento della marina: non più inceppati i progressi dello spirito umano e della istruzione pubblica; non disordinato e dilapidato il pubblico erario, non compromessa la dignità del Monarca, e della Nazione nelle politiche transazioni. Le pagine del Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia e custodite da incorruttibili Sacerdoti: il potente braccio e la volontà della Maestà Vostra, e le assidue e vigili cure del Parlamento Nazionale assicureranno. si bel retaggio fino alla nostra più remota posterità. Risorgeranno i Zeleuci e gli Archita, gli Archimedi ed i Tulli onore delle nostre regioni e del genere umano: risorgeranno i. bei monumenti dell'arte antica in questa terra felice, e riuniremo in una sola epoca tutti gli onori onde fummo fregiati dagli Italo Greci ai tempi di Augusto e del Regno di Alfonso di Aragona a quello di Carlo III.

«Deh! tu onnipossente Iddio arridi dal Cielo a si felice augurio; conserva nel Re il Padre ed il benefattore del Popolo: conserva nei popolo la famiglia ed il baluardo del Re: conserva nel Parlamento Nazionale il vigile custode delle nostre Costituzioni, e delle leggi nostre, e fa che viva e regni per lunghi anni l’Augusto nostro Ferdinando sicché divenghi il Nestore dei Monarchi Costituzionali».

Il Re rispose...

«Gradisco sommamente i leali sentimenti che il Parlamento per l’organo del suo Presidente mi esprime, e spero colla sua cooperazione vedere sempre più felice, e tranquilla questa Nazione, che per tanti anni ho governata, e governo».

Tolse il discorso della Corona, e lo consegnò al Principe Vicario Generale perché lo avesse letale: eccone le parole.

«SIGNORI DEPUTATI

«Comincio dal render grazie a Dio che ha coronata la mia vecchiezza circondandomi de' lumi de’ miei amatissimi sudditi.

In voi considero la Nazione come una gran famiglia della quale potrò conoscere i bisogni e sodisfare i voti. Non altro è statoli mio desiderio nel lungo Regno che il Signore mi ha concesso, se non di ricercare il bene, e di eseguirlo. Voi mi presterete d’ora innanzi la vostra mano nell’adempimento di questo sacro dovere; ed io raccogliendo dalla vostra propria voce i voti. della Nazione, sarò liberato dalla incertezza di dovergli interpetrare».

«Per conseguire l’oggetto delle nostre comuni cure, io debbo richiamare la vostra attenzione 'alle importanti operazioni che vi sono commesse, ed alle difficoltà che noi dobbiamo superare. Il conoscer queste sarà un eccitamento(1) maggio re alla vostra saviezza ed alla vostra prudenza, e ci farò acquistare anche la gloria, se avrei saputo trionfare degli ostacoli che ci presentano le circostanze dei tempi, e le conseguenze stesse delle, nostre passate vicende.

«Voi siete in primo luogo incaricati dell'importante xpera delle modificazioni da farsi alla Costituzione Spagnola, onde adattarla. al nostro bisogno. Molte delle nostre istituzioni sono compatibili con qualsivoglia ordine politico. Tali sono la divisione del nostro territorio, il sistema, di pubblica amministrazione ed il. nostro Ordine. giudiziario.

«Io sona sicuro che il Parl&mento valuterà sopra tutto il bene di evitare il più. 'che sia possibile i cangiamenti dell’ordine interno,, e di tutto, quello ingenerale che la. nostra, stessa esperienza ci raccomanda.

«Noi consolideremo la Costituzione,. e la baseremo, sulle basi delle nostre antiche istituzioni e delle, idee che ci sono familiari. Non, intendo che questa considerazione vi ritenga dal proporre quegli inevitabili cambiamenti che sono, necessari a rendere solido, durevole, ed utile alla generalità il nuovo, ordine politico che oggi fondiamo. Il mio Animo riposa tranquillo. nella saviezza del Parlamento, che saprà, scegliere il giusto mezzo tra la necessità, e l'utilità.

Vi raccomando principalmente l'assicurare ordine pubblico, senza del quale ogni sistema pò, litica e civile resterebbe privo di effetto. Voi saprete dar vigore al governo; la forza del quale si confonde con quella delle leggi, quando il suo. andamento è da queste diretto. Custodite gelosamente le garentie individuali, dei cittadini, ma sottoponete le volontà particolari alla generale, e. rivestite l’autorità che. la. rappresenta di tutti i mezzi necessari a farla rispettare.

«Questo è il primo carattere di ogni governo, civile e di ogni nazione che voglia far rispettare la propria indipendenza.

«L’inviolabile attaccamento che la nazione ha,, dimostrato alla nostra Santa Cattolica Religione, mi rende sicuro che il Parlamento ne custodirà la purità, e conserverà con ciò il più bel pregio della Costituzione. Noi non siamo stati ’ mai persecutori delle opinioni altrui ed abbiamo sempre lasciato a Dio il. giudizio della credenza degli altri. Il nostro suolo non è stato mai macchiato da persecuzioni religiose anche nel tempo del fanatismo e dei pregiudizi.

«Ma i popoli che professano un’altra credenza non hanno il dritto di contaminare, neppur con l'esempio, l’unità, è la purità delle nostre dottrine. I doveri della ospitalità non possono essere maggiori di quelli che noi abbiamo verso noi stessi.

«Stabilite felicemente, come spero, le basi del nostro ordine politico, ed invocata l’assistenza e la protezione dei nostro signore Iddio a tutti i travagli dai quali dipende il riordinamento del Regno, noi potremo felicemente provvedere a tutti i nostri interni bisogni.

«Io debbo prima di ogni altra cosa manifestarvi la soddisfazione che provo nel vedere intorno a me i Deputati dell'una, e dell’altra Sicilia. Queste due parti della mia famiglia, egualmente a me care, che da ciascuna delle parti(1) ho ricevute luminose pruove di attaccamento, non sono state per me giammai divise. I disordini parziali non decidono della volontà né dello spirito di una Nazione. Io sono stato sempre persuaso che la Sicilia di là dal Faro non avrebbe mai smentito il nobile carattere che l’ha sempre distinta, e mi compiaccio che ella siasi affrettata a confermare col fatto la mia opinione— Dai lumi uniti di due Popoli, ai quali la natura è stata provvida dispensatrice d’ingegno, e di generosi sentimenti, io non posso non ripromettermi misure, leggi e regolamenti tali che assicurino, con indissolubili legami di unità, e di reciprocazione la rispettiva loro felicità».

«Affinché voi possiate;avere una esatta notizia della situazione del Regno, io ho.,ordinato a tutti i miei segretari e Ministri di Stato di presentare il più presto che potranno un rapporto dello stato di ciascun ramo. Lo stesso desiderio per quanto riguarda le sue operazioni, ho manifestato alla giunta provvisoria di governo, che fia col suo consiglio assistito il mio amatissimo figliuolo e Vicario, ed ha sì bene corrisposto alla fiducia mia e della Nasone.

«Lo stato delle nostre relazioni coll’estero dilicato; ma presenta difficoltà, a superar le quali può forse essere bastevole la moderazione unita ad un contegno nobile e fermo.

«La necessità di questo contegno vi persuaderà altresì, dei sacrifizi che la Nazione dee fare nel ramo delle finanze. Lo stato di queste non è solamente la conseguenza della nostra, attuale posizione,ma anche delle circostanze nelle quali ci trovammo dopo Fanno 1815. Voi vedrete dal rapporto del Segretario di Stato Ministro di questo ramo gli sforzi fatti onde sodisfare a tutti gli straordinari bisogni e preparare alla Nazione una, stabile prosperità. . .

«Le medesime circostanze hanno influito ed influiscono attualmente nel dipartimento della Guerra. La vostra saviezza vi guiderà naturalmente a. distinguere lo stato momentaneo dal permanente onde Tarmata serva al suo scopo e non divenga onerosa alla Nazione — Le nostre milizie ci presentano una forza interna, che non aggrava, il tesoro e che è della più grande utilità a mantenere l'ordine e la tranquillità delle persone.

»Le stesse considerazioni vi si presenteranno per la nostra marina che noi dobbiamo principalmente rivolgere alla protezione del commercio marittimo ed alla difesa delle nostre coste.

«L'interesse del nostro commercio politicamente calcolato vi sarà presentato dal nostro Ministro Segretario di Stato degli affari Interni — Formerà questo uno dei più gravi e più importanti argomenti delle vostre deliberazioni.

«Voi troverete preparate tutte le altre istituzioni dalle quali dipende K intera prosperità dei Regno. Io ho conservato dopo il i8i5 quelle che la esperienza ed il voto nazionale indicavano come necessarie ed utili.

«Raccomando alle vostre cure gli stabilimenti di educazione, beneficenza, di umanità, e le prigioni sopratutto, lo stato delle quali è ancora lontano da quello a cui avrei desiderate di portarle».

«Il dipartimento della giustizia presso a poco è fondato sulle stesse basi che io trovai stabilite.

«Io mi sono giovato dell’esempio e della esperienza ed ho adottato le leggi che mi sono sembrate le migliori, perché di niun altra passione sono stato capace fuorché del bene dei miei popoli. Il mio Ministro di Grazia e Giustizia vi proporrà i progetti necessari per perfezionare questo ramo importante. Se altri miglioramenti giudicherete necessari alla libertà delle persone ed alla sicurezza delle proprietà, voi dovete essere persuasi che proponendoli andrete sempre incontro al mio desiderio».

«Quando agli affari Ecclesiastici, 1ultimo concordato ha fatto sparire tutte le antiche controversie colla Corte di Roma. Per esso è stata restituita la calma alle coscienze, sono stati ridotti i Vescovadi e si è preparata la dotazione ed il miglioramento del Clero. Per ottenere questi vantaggi è stato d’uopo di convenire di molte transazioni. Io vi ho consentito perché le ho riguardate come prerogative alle quali non ho voluto sacrificare l’interesse principale dei miei popoli. Io sono persuaso che in tutte le future transazioni il Parlamento si farà sempre guidare dal rispetto dovuto alla santa Sede, e dalla necessità di stringere sempreppiù le relazioni di amicizia che debbono essere fra due stati vicini ed insieme legati per comune interesse.

«Dopa questa breve espressione dello Stato nostro, mi rimane solamente a dire che non permettendomi ancora le mie forze di ripigliare tutte le cure del Governo, io continuerò perora ad affidarle al mio amato figliuolo ed erede il Duca di Calabria nella qualità di mio Vicario Generale. Io sono stato compiaciuto del modo ond’egli ha corrisposto alla mia ed alla vostra fiducia. L’esperienza servirà a renderlo sempreppiù maturo nel governo ed a voi più caro, lo avrò verso la Nazione il merito di avere non solamente formato il suo cuore, ma di avergli altresì additati i mezzi di rendervi felici.

«Signori Deputati: niun momento nella storia della Monarchia è stato più importante di questo — L’ Europa tutta ha gli occhi sopra di noi: L’Onnipotente che regge il destino di tutt’i popoli ci ha messo nella posizione di acquistarci colla moderazione e colla saviezza la stima di tutte le Nazioni. E’ nelle vostre mani il consolidare le nostre istituzioni, ed il renderle stabili durevoli e tali che producano la nostra prosperità.

«Quando a me non farò ohe secondare il voto dei miei popoli e sarò unito ad essi con quella medesima fiducia che. hanno a me dimostrata. Io desidero portare con me nella tomba la vostra riconoscenza e meritare il solo elogio di aver sempre voluta la vostra felicità».

Un festoso grido di plauso echeggiò nell’ampia Chiesa come si pronunziarono queste ultime parole, ed allora il Presidente del Parlamento raffermò con maestoso garbo di dire la riconoscenza, del. popolo agli augusti sentimenti del Re, le sollecitudini, del Parlamento nel secondare i Sovrani voleri, ed il vivo spiacimento nel sentire che S. M. non potesse riassumere il peso del Governo addolcito per altro questo dolore dalla presenza e dal sapere di un Principe suo Vicario Generale, intorno al quale eransi tutte riunite le simpatie della Nazione.

Così ebbe fine questa memoranda giornata la. cui memoria una con tutti i documenti teste riferiti, debbesi custodire immaculata dal contagio delle passioni e dei partiti perché la tarda posterità possa giudicarne senza preoccupazione, senza ira, senza amore ma colla severa imparzialità del filosofo.

Il Re con i Reali di Napoli tornò nella Reggia accompagnato da un popolo confidente, ebbro di gioja e di caldo amor cittadino — Non calcò passo il sovrano corteo senz’ascoltare voci di benedizioni e di affetto dal labro di tutti che furon testimoni di quel grandioso e non mai visto spettacolo.


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LIBRO TERZO

SOMMARIO
Divisione del Parlamento Nazionale — Borrelli — Fine della rivoluzione di Palermo — Atti più importanti del Parlamento — Il messaggio — Novello Ministero — Partenza del Re — Il giorno 3o gennaro 1821 — Organizzamento dell'Esercito Costituzionale — Accuse e difese degli ex Ministri Conte Zurlo, e Duca di Campochiaro— Gli Abruzzi ed il Marchese Dragonetti — Festa civica delle bandiere — Il giorno 13 febbrajo 1821 ed il Duca d’Ascoli — Combattimento di Rieti e l’Eremita — I Generali Russo, Verdinois, e Montemajor Errori di Guglielmo Pepe e sua fuga — Il campo di S. Germano — Il Barone Poerio ed il giorno 21 di marzo 1821.

LIBRO III

A ssembratosi per la prima fiata il Parlamento Nazionale si dipartì in nove Commissioni di le gelazione, di guerra e marina ed affari esteri, delle milizie Provinciali, Gendarmeria e pubblica sicurezza, delle Finanze, dell’Agricoltura ed industria, della istruzione pubblica esame e tutela della Costituzione, dell'Amministrazione Provinciale e Comunale del governo interno del Parlamento.

Nel precedente libre si riferì ohe D. Pasquale Borrelli fu compreso tra i membri del Consiglio di pubblica sicurezza: giova ora per esattezza storica conoscere essere stato poscia nominato a Presidente di quell'amministrazione importantissima ed indi dalla sua Provincia (Chieti) Deputato al Parlamento.

La incompatibilità di queste due funzioni diè motivo alla prima discussione parlamentaria e lo stesso Borrelli conoscendone tutta la ragionevolezza si dimise subito dall’ufficio di Presidente al quale fu assunte D. Luigi Siniscalchi.

L'esercizio per altro di Presidente tenne il Borrelli in frequente usanza colla Corte, col Popolo e con tutte le riunioni patriottiche e vendite dei Carbonari in mezzo alle quali numerosi agenti spingeva pronti e solleciti ad ogni volere di lui.

E' fama ed una costante opinione l’ha sostenuto che il Borrelli nel seno della scena grandiosa di quel tempo colorita dalle più svariate ed ardenti passioni, intravedesse di lontano una spada che dovesse tutto recidere tutto scrollare tutto distruggere: colse perciò qualsivoglia mezzo e profittò di tutte le occorrenze per ingraziosirsi presso la Corte non solo, ma presso il Cavalier de Mediti,. presso, il Marchese Tommasi e presso quei pochissimi, che onorati viveano nella oscurità e nella oblivione.

Non ignorava come ingrato tornasse al Be il solo nome. di Carbonaro: quindi voci di cospirazioni di vendette da quando a quando si rumoreggiavano le quali so ad arte o per stimolo di lui non; ho elementi gravi e sufficienti ad assicurare — Il fatto dell’Avvocato Paladini di cui non può passarsi la storia, l’accesso continuo nella reggiate le ; segrete:conferenze col Vicario, accagionarono a questo: illustre personaggio, il carattere di astuta. duplicità e di sospetto. Qual Presidente della pubblica sicurezza avea significato, al Re che una vasta congiura settaria contro la vita di lui erasi machinata ed alla cui testa stava il signor Paladini; a questo annuncio: il cuore del Re palpitò. Catturato il Paladini, con altri supposti complici e sommesso a penale giudizio coni il più diligente e rigoroso esame del mondo fu dichiarato insieme con gli altri, innocente. Tosto una querela dì calunniò venne data contro il signor Borrel1i, ed il processo colla più spedita celerità già s’istruiva, quando di botto sopravvenuti i pericoli della patria nel dì 17 febbraio 1821 il Paladini raccomandava una dimanda al Parlamento nella quale tra le altre cose diceva che vedendo quest’onorevole Deputato potentemente contribuire coi suoi discorsi alla causa della libertà dichiarava che ammiratore del patriottismo di lui non solo obblìava il passato, ma lo accoglieva come amico (24) . Il processo di tale accusa fu richiesto al Parlamento dal Ministro di Grafia e Giustizia ed il Deputato Angelini osservava non essere stato il solo Paladini che produsse l’accusa e del solo Paladini aversi la dimanda di remissione: chiedeva perciò che il Parlamento non avesse affatto abbandonato un affare di tanto interesse (25) ».

Questi sono i fatti: una voce per altro costantissima il cui valore al giudizio severo della storia si appartiene disse, quanto funesta alla patria fosse stata l’ambizione di questo personaggio. E’ da sapersi che l’Imperatore Alessandro non appena conobbe gli avvenimenti di Luglio spedì in Napoli segretamente e sotto mascherate sembianze il Colonnello Demidoff Ufficiale celebrato e di tutta fidanza di quel Principe. Non congiuntura non occasione non tornata parlamentaria vi fu cui il Colonnello non espiasse non vedesse pergiugnendo anco ad immettersi in talune vendite ad oggetto di addottrinarsi in tutta la interezza dello spirito pubblico di quel tempo. Vide conobbe e si convinse che la rivoluzione di Luglio colpevole nella sua origine, erasi dall'altro canto purificata con la nobiltà dei sentimenti delle idee e colla espressione di un attaccamento il più sincero e devoto alla dinastia di Ferdinando per modo che quando nel Congresso di Lubiana si agitava intorno al vero punto di vista con che doveasi riguardare quel politico cangiamento, l'Imperatore istruito dal Demidoff e sospinto dalle decise simpatie del Conte di Capo d'Istria verso l'adottata forma di Governo, mostra vasi non alieno a sanzionare un mezzo conciliativo la tranquillità degli altri Stati della penisola col novello ordin di cose statuito nelle due Sicilie. Vuolsi e la conoscenza a me ne venne da chiaro ed altissimo personaggio, che a veduta di queste favorevoli sembianze, Re Ferdinando togliesse dal suo portafoglio e mostrasse tutt’i rapporti originali del Borrelli nei quali le escogitate insidie contro la vita del Principe, le esagerazioni del popolo, e le intemperanze della setta si rapportavano, e che alla lettura di essi l’Imperatore, a dispetto di tutti gli sforzi del Conte di Capo d'Istria, cedé ed assentì ai protocolli in quel Congresso formati (26) .

Ora l'ordine della narrazione esige ritornare per pochi momenti sopra i fatti di Palermo. L’accordo fermato tra il Principe di Villa Franca e Florestano Pepe venne dai faziosi rifiutato ed in disgrazia del popolo quegli cadde. Non appena fu di ciò istruito il Duce di Napoli che prosegui colla maggiore alacrità di animo la presa della ribelle Palermo. Il dì 24 Settembre le truppe erano in posizione tra la Bacheria ed il mare: il □5 marciarono in due colonne. A destra erano la 1. e 3. brigata, a sinistra la seconda ed amendue sostaronsi tra l’Abate e l’acque dei Corsari. Una riconoscenza di cavalleria fu inviata lunghesso la marina, la quale fu ricevuta da molti colpi di cannone tirati da vari punti della Città.

Allora la seconda brigata comandata dal Colonnello Costa e dal bravo giovane Capitano signor Garzìa, marciò dall’Abate radendo le falde delle montagne e per San Giovanni dei Leprosi giunse all’Oreto, in che lasciate sul ponte due compagnie del 3.° Leggiero comandate dal valoroso maggiore Landi, si spiegò in battaglia in due linee. La prima brigata si avanzò nelle praterie alla sponda dritta dell'Oreto communicando con due compagnie del reggimento Principessa, e con un distaccamento di cavalleria comandato dal Maggiore Luigi Cianciulli. Disposte cosi le truppe ei proseguì la marcia: una compagnia di bersaglieri passò il fiume e respinse gl’insorgenti scontrati nel cammino. Altro distaccamento del reggimento Re passò il ponte fugò un grosso numero di armati, s'impadronì di due pezzi di artiglieria si avanzò per la porta di Termini, ed occupate le case laterali tenne ai paesani l’uscita moschettando continovamente. La piccola colonna del Maggiore Cianoiulli respinse parimente i faziosi e dopo sanguinoso conflitto penetrò nella Flora togliendo loro vari cannoni. Nè di minor valore fu il redimento Real Palermo, ed il bravo Tenente Colonnello Schemerber che passò l'Oreto nella destra sponda, traversò il piano di S. Erasmo, e lasciando ivi un battaglione di riserva fecesi ad atterrare col concorso dei Pioneri cancella e mura entrando così nella Flora e nell’orto botanico: di là sboccò per Porto Reale, occupò il piano di S. Teresa e te strade circonvicine, tolse al nemico vari pezzi di cannone tra’ quali quattro obici che barricavano la strada, nella notte fu poi occupato la Casina di Cattolica.

Si avvicendavano in ogni dì scontri accaniti e 'violenti attacchi, e già la disperazione ed un pazzo furore avvampava gli animi dei rivoltuosi i quali tutti sentivano appropinquarsi il momento della loto estrema sconfitta. Un cannone degl’insorgenti postato rimpetto a Porta Reale traeva alla Flora ed impediva i progressi al regimento Reai Palermo. Il Maggiore Cianciulli questo valoroso ed illustre Uffiziale che si trovava sempre ove il pericolo era maggiore, si pose alla testa di quattro compagnie Caricò via facendo e malgrado il non interrotto fuoco degl’inimici, inchiodando il cannone fè sì che a precipitosa fuga si abbandonassero. Alle porte di Termini di S. Antonio e di S. Agata varie ardite sortite di risoluti faziosi ebber luogo, ma furon pure annichilate e disperse.

Ridotta quindi la Palermo all’estreme necessità il vecchio ed accorto Principe di Paterno colse il felice momento di salvare dal furore dei faziosi e dalla rabbia militare delle armi di Napoli una delle più belle e popolose Città d’Italia: nella piazza aringo il Popolo, fece aperti i pericoli la inutilità di ulteriore resistenza, la penuria dei mezzi e sopratutto tratteggiò con sublimi parole la certezza di un perdono non solo, ma l'altra di ottenere la sospirala indipendenza che(4 )tanto sangue cittadino e fraterno avea costato alla patria. Un grido universale di pace chiuse il labro del Principe e nell’istante medesimo furono spediti dei messi al Campo per trattare gli accordi.

Non dissimiglianti erano i sentimenti di Florestano Pepe, il quale non poteva a se smesso infingere che il prolungamento delle ostilità non imprimesse una sinistra influenza al novello reggimento politico ed offrisse alla malignità nuovi argomenti a denigrarlo oltreacché teneva lontana dal continente una armata che a più alti fini dovea essere adoprata fatta astrazione dalle bisogna di ogni specie cui le armi della spedizione cominciavano ad urgentemente sentire. Arroge che tutt’i prigionieri Siciliani presi colle armi alla mano si rinviavano in città con parole di fratellevole affetto: alle famiglie poi scampate dal furore e dagli eccidi e rifuggite nel campo si apprestavano conforti alimenti e soccorsi.

Nel dì, di Ottobre sul Cutter Inglese il Racer ebbe luogo un congresso in che per caso fece parte il General Fardella trovatosi nella rada sul pacchetto il Leone. Aggiunti a Fardella furono il Maresciallo di Campo Principe di Campana, il Maggiore Cianciulli, ed il Capitano dello stato Maggiore signor Ducerne — I Principi di Paterno e di Villa Franca pei Palermitani La convenzione fu così concepita.

1. Le truppe prendessero Quartiere fuori la città, laddove S. E. il Comandante Generale lo credesse opportuno: tutt’i forti e batterie sarebbero consegnate.

2. La maggioranza dei voti Siciliani legalmente convocati deciderebbe della unità o della 'separazione della rappresentanza Nazionale del regno delle due Sicilie.

3. La Costituzione di Spagna del 1812 confermata da S. M. Cattolica nel 1820 essere riconosciuta in Sicilia, salve le modificazioni che adotterebbe l'unico Parlamento, ovvero il Parlamento separato per la pubblica felicità.

4. Eligersi da ogni Comune un Deputato per Esternare il voto pubblico sulla riunione o separazione del Parlamento.

5. Decidere S. A. R. il Principe Vicario il luogo della riunione di detti Deputati.

6. Restituirsi tutt’i prigionieri esistenti dell’armata Napolitana in Palermo qualunque fosse il grado e la patria.

7. Potere il solo Parlamento unico o separato fare od abrogare le leggi ed osservarsi le arabiche sino alla pubblicazione delle nuove.

8. Le armi del Re e le sue effigie rimesse.

9. Intero oblio coprire il passato anche per tutt’i Comuni e persone che avessero presa parte negli avvenimenti pei quali l’oblio suddetto era stato pronunziato, è ciascun membro che si trovasse fuori dell’isola rimanere libero di ritornarvi se mai Io avesse voluto. Una giunta scelta tra i più onesti Cittadini dover governare Palermo provvisoriamente sino a quando S. A. R. desse le sue sovrane risoluzioni; dover essere la medesima presieduta, dal signor Principe Paterno; il comandante delle armi poterne far parte.

Trasmessa dal Vicario Generale al. parlamento la riferita. convenzione, nel mattino del dì i4b di Ottobre una movenza. generale di, severa indignazione concitava tutti gli animi dei Deputati. Il Colonnello Pepe (27) fu il primo che ascese la Tribuna e con franco e militare linguaggio espose: l'onor Nazionale ed il novello patto giurato non sostenere che si desse plauso ad un accorda fatto da un branco di sediziosi dissonorante, vituperevole per tutt’i riguardi ed argomento funesto dei più neri flagelli della patria; che perciò fussesi dato prestamente alle fiamme. Conchiudeva l’oratore richiamarsi Florestano Pepe a dar conto alla rappresentanza Nazionale della fatta convenzione che altro Duce più saputo gli succedesse: che la folle capitolazione si avesse come non scritta; e che un. corpo di seimila militi Calabresi partisse subito a rinforzare le armi di Sicilia.

Altri Deputati successero al preopinante e fu tosto e senza contradizione cassa la convenzione; il Generale Colletta spedito in luogo di Pepe, appena giunto in Palermo sciolse la giunta di Go verno e mettendo in azione espedienti severi a vigorosi ridusse alla obbedienza delle leggi e del Governo di Napoli tutti, quegli arrabbiati faziosi che fatti potenti aveano vissuti fino allora sazi di nequizie e di sozzure nefandissime.

In questo modo ebbe fine una rivoluzione abbondevole per casi tristissimi ed atroci, la qua le non risparmiò né sesso né condizione né luoghi comecché sacri fossero e divini; una rivoluzione che usò a pretesto la plebe e gl’istigatori di questa a sfogare le più sporche libidini, gli odi i più vecchi e tremendi, le turpitudini di che la furia popolare è mai capace di commettere.

Le discussioni parlamentarie intanto acquistavano in ogni giorno maggior forza e splendore sia per bella eloquenza sia per profondo sapere.

Il Ministro degli affari esteri dopo di avere manifestato quanto incontrò al Duca di Gallo ed al Principe di Cimitile, come si è nel precedente libro narrato, disse, essere la Corte di Austria quella che avea addimostrato una opposizione diretta al politico cangiamento di luglio per semplice calcolo di prevenzioni e di principi indipendenti da ogni considerazione d’interesse generale, o derivante dalla situazione del Regno. Aver essa sola scritto alle grandi potenze per impegnarle nel suo sistema di Napoli ed aver offerto alle corti di Sardegna, di Toscana, e di Roma presidiare i loro Stati. Aver essa ammegliate le sue forze in Italia di circa trentamila uomini di fanti e duemila di cavalleria che uniti a quelli che vi si rattrovavano, portavano l’esercito Austriaco a poco meno di settantamila combattenti, numero certamente superiore a quello che poteva addimandare il mantenimento della tranquillità nelle sue Provincie Italiane; aver infine la Corte di Austria formata una specie d’inquisizione contro il nome Napoletano (28) .

Nel di 16 Ottobre il Ministro, della Giustizia era in Tribuna e presentava un quadro il più castigato della magistratura di quel tempo: accennava che nell’esame del personale il suo spirito erasi allegrato, per aver rinvenuti. Magistrati Collegiali, e Circondariali i quali per lume per morale e per amor di giustizia formavano l’ornamento della Magistratura aggiungeva però che questa gioja era conturbata; da pensiero: ben triste e lagrimevole, dal bisogno cioè, di una riforma. urgentissima della Magistratura istessa per aver ravvisato, che l’amministrazione della, giustizia. era caduta, nel massimo languore, la spedizione del giudizi in molti Collegi ritardata, non esservi più, costanza, di massime nella giurisprudenza, violentarsi i più sacri canoni del dritto, da coloro che si aveano l’obbligo di apprendere a rispettarli e tuttocciò. fare addivenire precaria la proprietà, l'onore, la libertà la vita dei cittadini, i quali in tale tramestio di cose doveano bilanciare come la. maggiore delle sventure il rattrovarsi nella necessità di richiedere ai Magistrati giustizia!! E qui il Ministro discorreva nobilmente dei mezzi di riforma tra’ quali primeggiava quello di essere la classe degli avvocati il vero semensaio della magistratura, avvegnaché negli esami non si cimentano perloppiù che giovani legulei senza opinione senza esperienza dei foro, e bene spesso senza, scienza.

Da ultimo bellamente analizzava la legge dei giurati nel fine di estirpare il tremendo potere che la legge accorda al Magistrato Criminale di cumulare nella stessa persona la qualità di Giudice di fatto con quella di dritto e chiuse il suo dire con queste preziose parole:

«Si dice che lo stato della nostra civilizzazione non permette di avere un numero di cittadini istruiti che sia sufficiente per compiere senza molto incommodo le funzioni di giurati. Io non discenderò qui a minuti ragguagli sulle misure prese onde i Giurati non abbiano spesso ad essere distolti dalle loro cure private. Per ora basterà osservare che la istruzione non è così tra noi limitata come si vuol far credere: da venti anni a questa parte i lumi han fatto rapidi progressi in tutte le classi, ed il nostro popolo non è forse oggi inferiore ai popoli più civilizzati di Europa. Del resto per essere giurato non è necessario il corredo di cognizioni difficili e di scienze sublimi. I Giurati non dovranno pronunziare che una risposta semplice dettata dalla convinzione che si forma nelle loro coscienze, ed a ciò sono qualità sufficienti un cuore retto ed una mente di ordinaria penetrazione. Or di tali cittadini il numero non potrà essere mai scarso.

Proponeva quindi un progetto di legge pei Giurati ed avvisava doversi i medesimi adibire pei soli misfatti a motivo che se ai Giudici correzionali si desse anche il Giurì, la classe dei cittadini che somministra i Giurati sarebbe stata troppo distolta dalle sue occupazioni. Aggiungeva che la mancanza di un Giurì pei giudizi correzionali sarebbesi supplita con affidarne la giurisdizione non più ad un sol Giudice di circondario, ma ad un Collegio che sarebbe formato in quel circondario le cui sentenze esser dovrebbero appellabili. Avvisava in fine doversi istallare in tutt'i distretti un Tribunale, che oltre alla giurisdizione civile esercitasse la correzionale in grado di appello, da dolere questo Collegio somministrare due Giudici ad ogni Corte di Assise, la quale si unirebbe in alcuni mesi dell’anno: che in ogni capo luogo di provincia s’istituisse una Corte di Giustizia la quale oltre di essere Corte, di appello nelle cause civili dei Tribunali distrettuali, avesse il giudizio preliminare di causa pei misfatti, e spedisse nei distretti un Giudice funzionante da Presidente nelle Corti di Assise, le quali dovrebbero comporsi di dodici Giurati sulla lista di 24 individui, da presentarsi alt imputato, e di tre Magistrati: i primi come Giudici di fatto, gli ultimi di dritto.

Succedeva il Ministro delle Finanze ed esponendo le condizioni dell’Erario anteriori all'avvenimento di Luglio comparativamente all'epoca posteriore annunziava offrire lo stato discusso dell'anno 1820 una diminuzione di rendita di 3,914,800 ducati la quale derivava in gran parte dalla riduzione del prezzo del sale importante un milione e mezzo, dalla mancanza delle rendite oltre il Faro ascendenti ad un milione cento trentaseimila ottocento ducati, e da altri cespiti e prodotti in. parte abbassati in altra venuti meno per le circostanze dei tempi l’osservava doversi aggiungere a tale mancanza un vuoto antico il quale si covriva in ogni anno colle rendite di Gennaro per modo che il semestre del debito pubblico, il bimestre delle pensioni di ogni natura i soldi i ruoli provvisori e tutte le spese fatte a Dicembre, erano a peso dell’anno che seguiva: a questo arretrato faceva d’uopo aggiungere la partila dovuta a Casa reale in ducati 5335o, talché riunite le tre reste si avea un vuoto di circa sei milioni di ducati.

Ad estinguere questo debito proponeva il Ministro la vendita dei beni dello Stato, il milione esistente in azione nella cassa di sconta e le obbligazioni della Sicilia: offrire questi cespiti un risultamento di 6,233,971 ducati ed esservi perdo un. avanzo da rimanere in riserva per l’anno 1821 in credito, alla Razione — E tra le riforme finanziere teneva lo statuto della cassa di sconto doversi, abolire e sostituirne altro più solido e produttore sicuro, dell’incremento della industria delle manifatture e del commercio laddove venisse aumentata la. circolazione dei valori, appoggiati ai crediti privati.

Il Governo, diceva, col trarsi di mezzo da siffatto stabilimento lo renderà indipendente restituendolo alla fiducia naturale che le nazioni incivilite ripongono in simiglianti. istruzioni e potrà allora disporre del milione che vi tiene impiegato e che forma un vuoto nel Tesoro.

Adempito a questa prima parte del. mio dovere, conchiudeva il Ministro, il Governo sta ora preparando gli elementi che dovranno formar re lo stato discusso del 1821. Debito pubblico consolidato e da consolidarsi, imposta fondiaria da ripartirsi pei venturo esercizio, principi di buona ed economica amministrazione da adottarsi; sono questi gli altri oggetti importantissimi di meditazioni, e di travagli che precederanno il progetto dello stato discusso dell’esercizio medesimo. Il Governo non desidera che vedere la Nazione disgravata dai pesi, ma nello stesso tempo adempite le contratte obligazioni ed il pubblico servizio assicurato: nella conciliazione d’interessi tanto eminenti e cari, incessanti sono e saranno le cure e le sollecitudini affidandosi al prezioso sentimento che l’amore del bene è il primo gran passo per ottenerlo.

I Ministri di Guerra e Marina e dell’Interno ascendevano del pari la napoletana ringhiera e con non minore eloquenza e saggezza di dire dei precedenti esponeva il primo lo stato dell’esercito pria di Luglio, il suo avvilimento e per difetto di disciplina e di rette istituzioni, il mercenario sistema delle vendite dei gradi, e tutti i mali di una dissaccorta e viziata amministrazione faceasi quel Ministro rapidamente ad analizzare, quindi prospettava lo sviluppo e tutte le risorse di una Nazione operosa ed infaticabile essere in movimento perché l’esercito venisse di nuova vitalità informato; riparate le principali fortezze del Regno vendute segno di ludibrio da ogni straniera invasione, e sulle sue dimande il Parlamento Nazionale decretava nel giorno 27 di Ottobre 1820 accordarsi al Ministro della Guerra il credito non solo di mezzo milione, ma di altri ducati 85ooo ad oggetto di sopperirsi a tutti i bisogni straordinari dell’armata.

Il Conte Zurlo da ultimo svolgendo le parti più recondite dell’amministrazione interna del Regno, dimostrava il languore l'oblio l'abbandono di tutti gli svariati rami di questa part tanto importante di civil reggimento ed espedimenti energici e saggi proponeva sia per la spedita direzione di tutte le opere pubbliche spogliate dalle vicissitudini speculative degl’Ingegneri che altro scopo non veggono che il proprio, guadagno col danno e sperpero inseparabile della cosa pubblica, sia per lo miglioramento delle Amministrazioni Comunali col restringersi ad un cerchio ben piccolo la fatale centralizzazione del sistema Francese e restituirsi ai municipi le loro franchigie e la libertà delle azioni nel governo economico delle loro faccende, sia col proteggere ed animare il commercio le manifatture indigene sviluppare le industrie nazionali, e da ultimo proponeva un istituto per tutte le università licei Collegi e scuole secondarie di pubblica istruzione diretto ad apparare in particolar modo gli elementi filosofici del dritto Costituzionale ed altri simili mezzi che aveano tutti lo scopo di porre il Regno di Napoli a livello degli Stati più culti della civile Europa (29) .

Ciò da parte del Ministero: dall’altra poi del Parlamento Nazionale una rivista scrupolosa si faceva sopra ciascun ramo della gran macchina sociale nel fine di migliorarne le istituzioni, consolidarne la forza. E tra le prime cure si fu quella della formazione del Consiglio di Stato qual corpo conservatore delle acquistate franchigie: il ribasso di un sesto della fondiaria, la istituzione della Guardia Nazionale, le ricompense patrie, l’abolizione della Feudalità in Sicilia e la divisione dei demani, l’altra sul macino civico e rurale, l’abolizione dei majoraschi come contraria alla circolazione dei beni, dei giuochi di azzardo sovversivi della pubblica e privata morale, la nuova denominazione delle provincie del Regno unito delle due Sicilie, l’abolizione della direzione Forestale restituendosi ai municipi la tutela dei loro boschi, della loro Amministrazione compresi i pubblici stabilimenti, l'organamento del personale dell’armata, la legge sugli ascensi militari, furon queste le sanzioni legislative tra le altre moltissime emanate dal Parlamento Nazionale (30) .

In mezzo ad affari di così alto interesse non obliava quel sapiente consesso che il rispetto alle leggi ed al Magistrato esser dovea il primo titolo del cittadino Napoletano — La setta dei Carbonari abbondevole ormai per plebe turbolentissima non più suscettiva ad essere infrenata dagli amici dell’ordine, accennava da quando a quando ad insidie e nefandezze contro la pubblica autorità; ed il Parlamento fece mostra di tutto il rigore contro del Capitano D. Pasquale Fannino perché non più si rinnovellassero degli scandali pericolosi al mantenimento ed alla dignità del novello Statuto. Questi nel dì 31 di Ottobre associato da altri Settari armati strappò con violenza dalle mani della forza pubblica un uomo condannato per delitti nel quartiere di Chiaja; denunciato fu il Fannino subito arrestato e tradotto alla Corte Criminale per essere giudicato: fu del pari destituito dal grado di Capitano della guardia di sicurezza e fatta aperta col mezzo di tutt’i fogli pubblici tanta turpe e colpevole maniera di azioni. Il tempo procedeva e gli annunzi di una spedizione potentissima contro il Governo di Napoli si confermavano tuttogiorno. Si volle indagare il motivo di questo turbine politico ed allora un nostro Diplomatico cosi scrivea da Parigi nel giorno i4 Novembre 1820.

«L’ avversione dei Gabinetti di Europa a cagion del modo con cui la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo più forte della quistione Europea per la sua essenza. Una Camera unica di Deputati: le restrizioni della prerogativa reale: l’incoerenza di partecipare ad un Assemblea le negoziazioni diplomatiche: la Deputazione permanente: la influenza nella nomina degl’impieghi dei quali dispone il Parlamento: l’inceppamento del potere esecutivo; la odiosità del veto lasciata al solo Governo; e questo veto renduto inefficace perché solamente sospensivo, ed altre disposizioni della Costituzione di Spagna, si trovano dalle varie Potenze come tanti germi di dissordine e di anarchia incompatibili colla tranquillità di Europa.

L’autore di questo rapporto significava i mezzi come ovviare questi mali; i quali gli venivano suggeriti da quel Gabinetto che molto si era cooperato a favore del Governo di Napoli e di che dalle alte grandi Potenze avea già ottenuta l’adesione mi sembra, Egli dicea, di poter asseri re che tutti questi mezzi si riducano ad un solo, la rifusione della Costituzione Spagnola, o piuttosto la formazione di una Costituzione tutta Napoletana. «Mi pare che il punto decisivo sia questo, e riguardo a questo punto il dilemma è breve: o venire incontro con dignità ai desideri del1’ Europa, od aspettarsi la guerra e le conseguenze che ne verranno; o modificar da noi stessila Costituzione, o aspettare che altri venga a modificarla (31) .

Le esplosioni politiche al pari delle fisiche sono dei fenomeni che la natura prepara in silenzio, e che scoppiar non possono se non quando elleno son fatte mature. La rivoluzione di Luglio offriva questo vero, ma gli elementi che la componevano addimostravano la fralezza e la eterogeneità loro» Le voci del nostro agente diplomatico che eran le voci di tutta Europa vennero onninamente sprezzate per falso concetto e per la ingannevole persuasione di credere essersi l’avvenimento di Luglio santificato dal volere spontaneo del Re, né fruttare seme alcuno di gelosia o di avversità nei Gabinetti stranieri; senza por mente che messi gli altri stati al contagio della idea non potevano gli altri Sovrani della Penisola starne cheti di animo, in ispecie quello di Austria pei suoi possedimenti in Italia.

Non pertanto le tre grandi potenze del Nord avverse per indole e per deliberati sistemi ai Cataclisma di Luglio, non dissimulavano a loro stesse la possibilità di una generale conflagrazione la quale potesse nuovamente impegnar l'attualità dei popoli Italiani nei quali eran fresche ed ancor vive le memorie brillanti del Governo Imperiale, e la Idea sempre stimolante del risorgimento della Italiana Nazionalità — Quindi si ragunavano a Troppau e quivi statuivano adottarsi un ordinamento possibilmente conciliativo coi trattati della così detta santa alleanza, e ciò ad opposizione dell’anatema assoluto fulminato da Mettermeli nei primi giorni del cangiamento politico e da me riferito nel precedente libro.

Documenti autentici di questa misura conciliativa sono gli autografi indiritti a re Ferdinando dei quali trascriveremo per amor di brevità quello solamente dell(1) Imperatore d’Austria.

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«Signor mio fratello e carissimo Suocero

«Tristi circostanze non mi hanno permesso di ricevere le lettere che V. M. mi ha dirette da quattro mesi. Ma gli avvenimenti a cui tali lettere han dovuto riferirsi, non han cessato di formare l’oggetto delle mie più serie meditazioni, e le Potenze alleate si sono riunite a Troppau, per considerare insieme le conseguenze, di cui questi avvenimenti minacciano il resto della Penisola Italiana, e forse l'Europa intera.

«Nel deciderci a questa comune deliberazione noi non abbiamo fatto che conformarci alle transazioni del 1814, 1815, e 1818: transazioni delle quali V. M. non meno che l'Europa conosce il carattere, e lo scopo e sulle quali riposa quell’alleanza tutelare unicamente destinata a guarentire da qualunque attacco la indipendenza politica, e la integrità territoriale di tutti gli Stati, come altresì ad assicurare il riposo, e la prosperità dell’Europa, col riposo e la prosperità di ciascuno dei paesi che la compongono — V. M. dunque non dubiterà che la intenzione dei Gabinetti qui riuniti, non sia se non quella di conciliare l’interesse ed il benessere di cui la paterna sollecitudine della M, V. deve desiderare di far godere i suoi Popoli con i doveri che appartengono ai Monarchi alleati di adempire verso i loro Stati e verso il Mondo. Ma i miei alleati, ed io ci feliciteremmo di eseguire questi solenni impegni colla cooperazione di V; M. e fedele ai principi che abbiamo proclamato, noi dimandiamo oggi siffatta cooperazione.

«Appunto per questo solo oggetto proponiamo alla M. V. di riunirsi a noi nella Città di Lubiana: la vostra presenza, o Sire, affretterà ne siamo sicuri una conciliazione così indispensabile; ed in nome degl’interessi i più cari del vostro Regno, e con quella benevola sollecitudine di cui crediamo di averle dato più di una testimonianza, noi invitiamo V. M. di venire a ricevere nuove pruove della vera amicizia che le portiamo, e della franchezza la quale forma la base della nostra politica.

Ricevete le assicurazioni della distintissima considerazione e dello inalterabile attaccamento, colle quali sono

D. V. M

Il buon Fratello, Genero, ed Alleato

FRANCESCO.

Troppau li 20 Novembre 1820.»

Questo mezzo conciliativo additato dai Sovrani e sostenuto dai Gabinetti di Francia e di Londra stava nel prezioso messaggio del dì 7 Dicembre 1B20 uniformissimo alle idee manifestate dal nostro Diplomatico, ma sventuratamente neglette e poste in un colpevole abbandono. Il dì innanzi che quel foglio fusse presentato al Parlamento, i Ministri. Conte dei Camaldoli ed il Cavalier de Thomasis avvisarono per lo meglio della cosa pubblica parteciparne il tenore a 3o Deputati per conoscere le deliberate e schiette volontà loro: uomini, i più saggi, lontani da Ogni politica esaltazione erano quei 3o Deputati ai quali i Ministri aprirono le loro idee, i pericoli di una guerra desolarice, la difficoltà di una resistenza, dall'altra parte rilevando il bene delle offerte istituzioni che costituivano il primo e tanto sospirato giorno di un ordinamento solido e confacente agli interessi ed ai bisogni del Regno: tutte queste idee furono analizzate discusse approvate.

Quindi nel mattino del dì sette Dicembre il Ministero presentava al Parlamento il cennato Messaggio gli autografi delle lettere dei tre Sovrani e la dichiarazione di Re Ferdinando di volersi condurre all’invito la quale così diceva:

«Lungi da me e da voi il pensiero che l'adesione a questo progetto possa farmi per un momento dimenticare, il bene del mio popolo. Partendomi de voi, è degno di me darvene una nuova pruova e solenne garentigia; dichiaro per ciò a voi ed alla Nazione che farò di tutto onde i miei popoli godano di. una Costituzione saggia e liberale. Qualunque misura verrà esatta dalle circostanze relative all’attuale stato politico, ogni mio sforzo sarà adoperato perché rimanga sempre fondato sulle seguenti basi.

1. Che sia assicurata per una legge fondamentale dello stato la libertà individuale e reale dei miei amatissimi sudditi.

2. Che nella composizione dei Corpi dello Stato non si avrà alcun riguardo ai privilegi della' nascita.

3. Che non possano essere stabilite imposte senza il consenso della Nazione legittimamente rappresentata.

4. Che sia alla Nazione istessa ed alla sua Rappresentanza renduto il conto delle pubbliche spese.

5. Che le leggi sieno fatte di accordo colla Rappresentanza Nazionale.

6. Che il potere giudiziario sia indipendente.

7. Che resti la libertà della stampa salve le leggi ristrettive l’abuso della medesima.

8. Che i Ministri sieno risponsabili.

9. Che sia fissata la lista civile.»

Il mattino del 7 Dicembre 1820 memorando pei destini di circa otto milioni di uomini, giorno che cancellava la memoria di Luglio, l’altra di tutt’i partiti di tutte le passioni, in questo giorno Re Ferdinando largiva ai suoi popoli un patto che soddisfaceva ai bisogni della Nazione con quelli della universa Italia e degli altri Stati di Europa accordevole: di questo novello statuto fu aggiornata la discussione pel 9 Dicembre: fatale aggiornamento!!!

La così detta Alta Assemblea dei Carbonari residente in Napoli dal momento in cui fu intesa del riferito Messaggio non ebbe più tregua e riposo: spedì la notte stessa del dì 7 dei messi a tutte le vendite delle Provincie suburbane annunziando loro il colpo di Stato così appellato il Messaggio, fatto dal Governo per rovesciare la giurata fede allo statuto di Spagna, e soffocare così con catene sempre novelle l’amor santissimo della Patria.

Riunita l’Assemblea a seduta permanente, non si discioglieva se non quando ebbe firmato l’infausto Decreto di resistere colla forza ad ogni cangiamento che far si volesse all’adottata Costituzione: alle quali sanzioni echeggiarono tosto tutte le altre vendite esistenti nella Capitale, e nelle vicine Provincie, nelle quali idee dì sangue e di eccidi rabbiosamente buccinavansi ed ispiravansi alla plebe settaria già stanca di quiete.

Deputazioni a ciascun membro dei Parlamento con minacce di morte s’inviarono, laddove dato non si fosse alle fiamme il discorso Messaggio. La città ed ogni angolo remoto della medesima formicolava di uomini perduti di ceffi bruschi e pronti ad immergere il pugnale nel petto a chiunque avesse fatto viso di salvare l’agonizzante libertà dalla irrompente anarchia.

A queste viste la Reggia fu presa da terrore, ed il Re scorato e palpitante nei più reconditi nascondigli si riparava: si raddoppiarono le guardie, le fortezze ad atti ostili si composero e Napoli era. spettacolo miserevole di una Città piena di sciagure e di sospetti.

Quale mai esser dovea la condotta del Parlamento Nazionale in questa dura e disperata emergenza? quella da lui le tante fiate annunziata al Mondo di una verace carità di patria, di fortezza e di eroismo. Ma fatalmente il Parlamene to stesso si componeva di esaltati, di moderati, di timidi e tra i primi ve ne erano di taluni che aveano avuta gran parte nelle tenebrose congreghe della notte de’ 7 finora quella degli 8 dicembre 1820 Se così, non fusse stato alle prime voci di una parricida reazione dovea la rappresentanza Nazionale chiudersi in un castello, e quivi sotto l’ombra del cannone discutere analizzare risolvere (32) .

All'albeggiare del giorno 9 Dicembre la Corte, le Tribune ed i Vestiboli del Parlamento erano già gremiti di popolo in mezzo al quale numerosi agenti settari armati di ferro stavano nel fine» di eccitarlo e spingerlo a qualsivoglia eccesso, se mai i voleri tiranni dell'alta Assemblea dei Carbonari fossero per avventura combattuti e rigettati.

Ricordo che in quel mattino mi conducevo col Marchese Dragonetti in S. Sebastiano: lungo la strada dei Maddaloni, la carozza poteva a stenti muover passi: la calca dei baffuti era immensa: non arrossivano far comparire al petto dei loro abiti vecchi sudici e sdruciti i manichi dei pugnali di cui erano tutti forniti. Precedeva il nostro legno quello del Deputato Abate Coletti contro del quale udimmo elevarsi urli e grida minacciose. Un caldo sospiro uscì allora dai nostri cuori ed il Marchese Dragonetti esclamò la patria è perduta, e le nostre fatiche saranno argomento di sventure e di vergogna: vaticinio per quanto dolente altrettanto veridico e funesto.

Si aprì la grandiosa sessione e Pasquale Borrelli fu il primo qual Relatore della Commissione a far sentire la sua voce. L’oratore fece un rapido cenno della nostra politica riforma e e sull'appoggio artificioso e tutto forenze della mancanza di mandato ad alterare lo Statuto di Spagna di Spagna, conchiudeva doversi rassegnare a S. M. «non avere il Parlamento facoltà alcuna di aderire a tutto ciò che il Messaggio contenea di contrario ai comuni giuramenti ed al patto sociale che stabiliva la Costituzione di Spagna: che il Parlamento non avea facoltà di aderire alla partenza di S. M. se non in quanto fosse diretta a sostenere la Costituzione di Spagna comunemente giurata.»

Successe il Barone Poerio e con quel fuoco di sovrano ingegno che lo infiammava tenne per la medesima opinione per fino a contaminare di eresia, sia permessa la espressione, la sua incantevole eloquenza in quella parte che si riferiva alla proclamazione del dì primo Maggio 1815, la quale a me sembra non avere avuta nel senso in che si esponeva giammai legittima esistenza come nel libro primo di questi racconti fu scrupolosamente avvertito.

Non vi fu Deputato che avesse avuto anima di replicare che appunto nel mandato stava la facoltà espressa, di modificare lo Statuto di Spagna e metterlo in armonia non solo coi bisogni ed interessi del Regno unito delle due Sicilie ma collo stato morale in che allora quei popoli si rattrovavano: che nell’accettazione del Messaggio si rinvenivano tutti quegli elementi necessari ad una emancipazione avvenuta colla forza, dei pugnali e delle baionette.

Non vi fu alcuno che avesse fatto conoscere esistere nel Messaggio il pegno più sicuro di un ordinamento liberale e compatibile colla tranquillità degli altri Stati della civile Europa, ed essere in esso tracciata quella misura conciliativa richiesta dalle grandi Potenze: idee semplicissime che vennero sbattute e soppresse dalla paura che sopraffece gli animi dei più, dalla debolezza e dalla più colpevole esaltazione degli altri II Messaggio si rifiutò per acclamazione e da quel momento il Parlamento Nazionale si rendé debitore alla posterità di aver sacrificata la patria e gl’interessi più cari dei popoli delle due Sicilie.

L’ardenza intanto rivoluzionaria e frenetica non si arrestò al solo rifiuto: volle pure umiliata la Maestà del Re Ferdinando: quindi dichiarazioni spieghe del Principe si chiesero e prestamente si ottennero. la gran causa della libertà fu perduta,. e l’assenso alla partenza del Re venne senza calcolo, senza prudenza, con molta maggioranza di voti accordato.

Tutto il Ministero si dimise: il Duca di Gallo fu prescelto a Ministro degli affari esteri e provisoriamente in suo luogo, il Commendatore Pignatelli; D. Domenico Acclavio a Ministro dell’Interno rimpiazzato poscia dal Cavaliere de Thomasis, il Duca di Carignano delle Finanze, il Tenente Generale Parisi della Guerra e Marina. e l’onorandissimo Magistrato D. Giacinto Troysi a Ministro di Grazia e Giustizia e degli affari Ecclesiastici — Nello stesso giorno 13 Dicembre 1820 il Duca di Calabria assunse il titolo di Principe Reggente del Regno: una Commissione di 24 Deputati la mattina di quel dì si presentò a complire S. M. ed il Borrelli Presidente così disse:

«V. M. si accinge a partire per lo Congresso di Laybac: il Parlamento Nazionale non può vederla vicina a separarsi dall’amato suo popolo senza il più vivo dolore. Tutto Egli avrebbe fatto per non essere privato un istante della sua Augusta presenza: tutto: fuorché dispiacerle e nuocere al bene del Regno — Un solo pensiere può rattemprare il nostro cordoglio. Ella parte per sostenere la Costituzione di Spagna, la sua propria indipendenza, e quella dei suoi popoli, la comune prosperità, il giuramento comune. Possa il Cielo secondare le di lei intenzioni ed i pubblici voti. Chi, 0 Sire, sarà più glorioso della M. V. echi sarà più felice? Ella sarà circondata dalle benedizioni, dalle lagrime di tenerezza dalle adorazioni di tutti. Ella avrà tanti Troni per quanti sono i cuori dei Cittadini. Il resto della di lei vita che auguriamo lunghissima, offrirà il più grande spettacolo di ammirazione a tutto il genere Umano. Niun timore niuna apprensione avvelenerà le nostre speranze. Alta illimitata è la nostra fiducia che ci compiacciamo riporre nella magnanimità e nella costanza di V. M. Possa essere sopra di lei e sopra tutto il suo popolo lo sguardo di quel Dio che protegge la buona fede che assicura le buone opere e che stringe nel suo pugno il destino dei Re e delle Nazioni.»

Il Re rispose:

«Io vado nel Congresso per adempiere a quanto ho giurato; lascio con piacere l’amato mio figlio nella reggenza del Regno. Spero in Dio che voglia darmi tutta la forza necessaria alle mie intenzioni.»

Vivissimo fu l’entusiasmo di tutt’i Deputati, i quali colle grida di Viva il Re chiusero la scena di quel giorno che fu l'ultimo per la patria e per tutti.

Con Decreto della stessa data, 13 dicembre 1820, fu nominato il Consiglio di Stato composto di 24 membri ed indi alle tre e mezzo il Re fece vela per alla volta di Lubiana.

Le inquietudini cittadine scomparvero: la setta levò al cielo il riportato trionfo e Napoli ritornò subito nel seno della calma e della più cieca fidanza.

I lavori intanto del Parlamento sulle modifiche dello Statuto vennero compiuti: nel giorno 3o Gennaro 1821 con bell'ordine di pompa al frastuono di tutte le bandi musicali fu presentato alla sanzione del Principe Reggente il libro del novello patto sociale.

Una apparenza di gioja commista a soffocata tristezza appariva nei volti di tutt'i buoni Napoletani non potendo ciascuno disfingersi delle seguenze ahi! troppo funeste pel rifiutato Messaggio.

L(1)esercito Costituzionale fu completo: un corpo di cinquantaduemila uomini di truppa regolare, la cavalleria, il treno, l’artiglieria, il:genio interamente ordinato e disposto sai caso di guerra: non penuria di armi, non deficienza d’insegnamento: il materiale di artiglieria bastevole ai bisogni dell’esercito: le sussistenze assicurate a tutto Settembre dell’anno 1821. Gendarmeria e Stato Maggiore a totale compimento portato. La forza nazionale all’opposito fu divisa, in militi e legionari.

Le milizie capaci di portar armi fuor di Provincia sommarono a 219,807 uomini: i legionari per lo interno servizio del Regno in numero di quattrocentomila eran presti: la gendarmeria poi a 5,000 individui ascendeva.

Tutte queste forze sarebbero state più del bisogno capacissime ad affrontare con vittoria la più vigorosa aggressione se elleno non fossero state riunite anzicché dalla spontaneità, dall’urto si bene incendiario e frenetico della Setta, da un entusiasmo fallace e volubile: che anzi lo insieme di queste civili milizie era conformato da elementi tra loro difformi: padri di Simiglia, giovani imberbi, uomini parte dissoluti, parte scaltri e maligni: la meglio porzione fastidiosa del proprio mestiere: quasi tutti senza informazione di disciplina.

Il Governo di Napoli anzi che sentire che una massa di milizie di simil fatta lungi dal sostenere la difesa della Patria, l’avrebbe piuttosto irreparabilmente perduta, non volle disingannarsi sullo stato reale di sue forze: anzi magnificandole oltre ogni lecita misura, si tenne per forte, per potente, per invincibile.

Dopo la partenza del Re una scena tutta novella si apparecchiava. Il partito degli esaltati che una funestissima influenza di già esercitava sopra la parte maggiore della rappresentanza nazionale, non per anco soddisfatto di avere umiliato il suo Principe, né della dimissione del Ministero, una accusa capitale cui sottoscrisse il Deputato Gabriele Pepe, voleva fulminata contro tutti gli ex Ministri latori del Messaggio.

Il Marchese Nicolai infra gli altri Oratori nel dì 15 di Dicembre ascendeva la napoletana ringhiera e con fuoco ardentissimo favellando diceva «tutti gli ordini del Re i quali pronunciavansi a contradizione dello Statuto politico, dovere attirare la severità del Parlamento sopra quei Ministri che ne secondavano l’opera: per tale dovere aversi quel turpe Messaggio il quale avea pochi giorni innanzi comminato di seppellire la Nazione in una eterna ignominia: l’avvenuto del giorno 7 Dicembre, giorno memorabile per lo dolore dei popoli e per la codardia degli inimici del bene, contenere una violazione incontrastabile della giurata Costituzione: essere il Re per base di essa considerato sempre come il genio del bene, l’amico del popolo, il sostegno della indipendenza Nazionale, ed essere sempre i soli Ministri quelli che aguzzano il volere dei Principi, che li consigliano per la oppressione dei popoli, che danno forza a quel volere che è quasi sempre il risultato delle loro trame, che armano il braccio d’infami esecutori di più infami decreti, e rendono fatali ai popoli quelle intenzioni le quali senza il concorso non mai sorgerebbero, e surte, rimarrebbero sepolte nell’abisso del cuore — Popoli delle due Sicilie, il Deputato gridava, sei Ministri si son presentati innanzi ai vostri Rappresentanti per promettere» tutti in nome del Re che i nostri comuni misfatti sarebbero stati perdonati: tutti e sei hanno insultato un popolo libero nei suoi rappresentanti, tutti hanno insidiata la gloria e l’indipendenza de' popoli, tutti dunque deggiono rispondere di questo orrendo attentato. Cittadini Legislatori il pericolo diventa ruina se resta invendicata la Sovranità Nazionale nei primi giorni del risorgimento di un popolo»!! In opposta sentenza il Marchese Dragonetti con non minore energia di dire rispondeva «che nuovi nella politica Costituzionale non doveasi senza profonda meditazione decidere una delle più complicate e difficili quistioni che interessavano in quel momento il Parlamento — Gli uomini nel divenire Ministri non rinunziavano alle franghigie garantite dal patto sociale ad ogni Cittadino, e prima di macchiarne la fama accusandoli, fosse di mestieri che una diligente analisi precedesse la imputazione che loro si ascrivea: guardare il Cielo che il più luminoso dei trionfi Nazionali venisse disonorato da una ingiustizia. Sei Ministri essere stati chiamati alla sbarra per due imputazioni ad essi comuni: la prima di aver consigliato il Re ad un Messaggio di funesta memoria, e la seconda di esserne stati gli apportatori. In quanto alla prima essere lagrimevole esempio vedersi compromessa la riputazione di un Cittadino innanzi agli occhi delle più cui te Nazioni per una semplice congettura, che fatti ornai conosciuti contraddicevano apertamente.

Il Consiglio del Re, proseguiva l’oratore, quando si fabbricava quello scritto non essersi composto che di persone straniere al Ministero, ed ancor dubbia esser la fama se alcuno dei Nazionali v’intervenisse (33) .

Non esser dunque vero che gli accusati prendesservi parte: né una presunzione mal fondata e senza alcun indizio di prova, poter mai costituire ii soggetto di un’accusa di alto tradimento. Sventurata essere quella Nazione che dimostrasse tanta leggerezza in affare di tanta importanza, e cosi piccolo spazio frapponesse tra la innocenza e la colpa: quindi aggiungeva, che se i Ministri furon latori del Messaggio non conveniva illudersi dalle apparenze avvegnacché i Messaggi Reali al Parlamento altro non sono che l'esperimento del dritto che la Costituzione concede al Monarca di prendere la iniziativa delle proposte, e noi Deputati abbiam comune con lui questo dritto prezioso, e certamente non sarebbe tradotto in giudizio quello tra noi che facesse alcuna mozione non conforme ai principi Costituzionali.

«Che non si poteva chiamar risponsabile quegli che firmò quello scritto perché con ciò non altro fece che il Re venisse per l'organo suo a farci, una proposizione che la dignità nazionale, e la convinzione della Santità dei nostri dritti persuasero di rigettare.

«Che l’articolo 226 dello Statuto su cui era poggiata l'accusa non parlava se non di ordini, perché gli ordini eran quelli che producevano le infrazioni e provocavano, la punizione dei Ministri, i quali apponendo la loro firma gli davano la forza esecutiva. Nulla di comune esserci tra un ordine ed una mozione, la quale era priva di effetto finché la sanzione della Rappresentanza non le imprimesse il carattere della legge: non essere dunque colpevoli i Ministri per avere accompagnato il Messaggio, né esserlo quello che fra di essi legalizzò la firma reale perché non era quistione di ordine, ma di una proposizione in cui egli non avea avuta alcuna parte.

«Che se nei cinque Segretari di Stato non vedevasi alcun ombra di reità, ben colpevole, diceva l'Oratore, ravvisava colui il quale mentre il Re su questa Tribuna emetteva il suo voto, Egli quasi Decreto lo faceva di pubblica ragione, lo affiggeva per tutti gli angoli della città usurpando così anche i dritti del Ministro di Grazia e Giustizia e della pubblica sicurezza, al quale si apparteneva la pubblicazione degli Editti. Esser dubbio se nella inconsiderata circolare spedita agl’Intendenti campeggiasse più la perfidia o la follia, e doversi molto dubitare se un colpo di stato o pure una demenza dovesse chiamarsi quella serie di operazioni che per lo Ministro dell’interno ebber luogo dal momento in che quel Messaggio si proclamava in questo recinto » .

Per le esposte ragioni, conchiudeva, non doversi dar luogo ad accusa contro i cinque ex Ministri e doversi soltanto dichiarar reo d’infrazione politica dello statuto l’ex Ministra dell’Interno che avea oltrepassati i suoi poteri e quelli del Re onde rovesciare il presente ordine di cose (34) »

Il risultamento di così vari ed opposti ragionari a gran maggiorità di voti fu che i Ministri di Grazia e Giustizia e degli affari Ecclesiastici, di Guerra e di Marina venissero dichiarati immuni da ogni responsabilità; rimanessero invece sottoposti ad accusa i Ministri dell’Interno e degli affari Esteri, ed una sessione parlamentaria si stabilisse per sentire le personali loro discolpe.

Altra scena quindi non mai vista né letta nelle istorie del Regno di Napoli si preparava in che la onnipotenza ministeriale umiliata alla sbarra della Rappresentanza Nazionale, comparir doveva per difendersi e per render ragione degli atti di sua Amministrazione. Esempio solenne potente e mallevadore della prosperità dei popoli, il quale temperar dovrebbe ed infrenare la sbrigliata: e spavalda ambizione dell’uomo sublimato al seggio Ministeriale, siasi pure il maggior sapiente della terra: esempio lucentissimo che pari al fuoco sacrosanto delle Vestali custodir dovrebbe puro ed immaculato il cuore di un Ministro, e premunirlo da tutte le insidie dell’adulazione e della corruzione.

Il dì 26 Dicembre venne a ciò destinato: l’ordine del giorno annunziava l'esame della causa dei due Ministri accusati di responsabilità, di alto tradimento: quello degli affari esteri per aver sottoscritto il messaggio, l’altro dell’Interno per averlo communicato a tutti gl’Intendenti delle Provincie e pubblicato qual Reale decreto che d’altra sanzione non avesse mestieri.

I rappresentanti del Popolo sedeano in quel dì nella pompa più solenne e maestosa della loro sublime missione; zeppe le Tribune di esteri e Nazionali personaggi di Dame e di tutt'i Diplomatici, immensa era la calca degli spettatori; pure nell’ampia sala regnava un religioso silenzio per modo che non si ascoltava né anche un sospirò fra gente tanto numerosa svariata e difforme per voleri, per sentimenti, per cuore.

Dall’usciere di servizio il Conte Zurlo fu il primo introdotto: il Presidente gli permise di favellare ed egli così disse.

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«Signor Presidente signori Deputati

«Se io avessi avuto l’onore di essere interrogato su i primi atti di accusa prodotti contro di me, avrei forse prevenute molte delle discussioni fatte sopra questo soggetto. Non parlo di quelle che erano comuni ai miei colleghi perché ne avete già giudicato: se comune era con me il carico, comune era pur la ragione che lo fece svanire: io non ho in quel atto una parte maggiore o diversa da quella degli altri Ministri.

 «Parlo bensì di quel carico che mi si fa per la communicazione del Messaggio del Re da me data agl’Intendenti nella notte del 7 di questo mese. Voi avreste veduto che io allora Ministro incaricato della corrispondenza colle. Provincie dovea dare scienza di ogni atto pubblico è noto specialmente quando con Cattive interpetrazioni avesse potuto influire nella tranquillità e nel buon Ordine del Regno.

«Si dice nel rapporto della Commissione che il Messaggio fu letto dopo le due pomeridiane. Se la memoria non m’inganna a me sembra che i Ministri si fossero alquanto più tardi presentati al Parlamento. La sessione fu pubblica, il Messaggio del Re fu letto dal Ministro competente. Siccome non conteneva che. una proposizione alla rappresentanza Nazionale, ricevé colla lettura la piena e totale esecuzione, la sola che corrispondeva alla natura dell’atto.

«Non poteva dunque quella circolare avere altro oggetto che quello di communicarne la notizia. Gli ordini se vogliamo chiamarli così, 0 le lettere Ministeriali non potevano avere che l’effetto solo d’indicare con verità quello, che il Re avea scritto al Parlamento nel suo Messaggio.

«Le Provincie non doveano né approvarlo né rifiutarlo. Si trattava unicamente di darne loro la scienza: ora questo messaggio era divenuto legalmente pubblico dacché se n’era fatta lettura in una. seduta pubblica della rappresentanza Nazionale. Si sa che questi Messaggi e tutti gli altri che non si leggono in comitato segreto non devono e non possono più rimaner nascosti. S’intende subito che data con questa forma una notizia pubblica e certa se ne fa inevitabilmente ed immediatamente l’inserzione non solo nel ' giornale officiale, ma in tutti gli altri giornali.

«Si aggiunga a tatto «pesto che' in Napoli, questo atto «già pubblico per la sua lettura solenne che andava ad esser noto per metro dei Giornali e; dei fogli volanti in istaunpa, fa subito conosciuto par via dell’affissione.

«Se io mi fossi affrettato di conununicare un atto indrizuato al Parlamento e non ancora communicato, se avessi fatto precedere nelle Provincie la pubblicazione dei Messaggio prima dell’atto che lo rese noto alla Capitale, questo potrebbe essermi imputabile. Ma la spedizione per le Provincie segni verso le dee dopo mezza notte.

«Quale fu dunque ila ragione di fare questa conununicaaone e di farla senz’attendere il corriere ordinario che partiva due giorni dopo? Non vi era motivo di far ignorare nelle Provincie quello che già si sapeva nella Capitale.

«Se questa scienza non si fosse data, il silenzio del Govermo avrebbe accreditate fe false voci che precedevano e che già si cominciavano a spargere. Per evitare le esagerazioni e gli equivoci conveniva dire in modo ufficiale la cosa qual era. Permettetemi che io non analizzi tutte le conseguenze che avrebbero potuto derivare dal silenzio. Voi potete immaginarle, e non può attribuirmisi a colpa l'averle prevedute, o l'averle anche vanamente temute ed aver cercato d'impedirne gli effetti.

«Le preci ordinate furono un voto del Re che lo ha a tutti ripetuto, il quale non era ingiusto e che non indicava né il tempo né il modo con cui S. M. avrebbe intrapreso il viaggio.

«Si giudica spesso diversamente ed anche contraclittoriamente delle cose, secondo il punto di veduta dal quale si riguardano.

«Ho potuto ingannarmi, ma io non veggo quale sia il difetto di dovere o di prudenza, che possa essermi rimproverato: mi sembra che la circolare non mi può essere imputabile né per se stessa né per le intenzioni che l’hanno fatta spedire, né per le conseguenze che ha prodotto.

«Ho potuto commettere errori ma non colpe. Vi è memoria nell'antichità di qualche Magistrato che uscendo dalla carica e non essendovi luogo a dire altre parole, giurò solo di averla bene amministrata. Sono sicuro anche io con franchezza di aver fedelmente e legalmente esercitata la carica, che ho deposta, e di non avere in queste difficili circostanze demeritato della mia patria».

Così ebbe termine questa orazione bella sopra ogni dire; il Presidente permise allora all'ex Ministro di ritirarsi, e tosto annunziato il Duca di Campochiaro ebbe ingresso e così tolse a favellare.

«Signor Presidente signori Deputati

«Gli uomini passano e le istituzioni restano, ba detto con maschia eloquenza uno dei più chiari Oratori a questa Tribuna. E comecché io creda aver da me egualmente lontano le cause di favore e di odio, vi prego, signori a dimenticare la persona del Ministro e colla severità dei principi colla imparzialità che si conviene ai rappresentanti di una libera Nazione, con quella fermezza in fine da voi mostrata nelle difficili circostanze, giudicare per modo di regola se possa mai un Ministro essere risponsabile per avere sottoscritto un Messaggio, una proporzione diretta dal Re al Parlamento, per formameli soggetto di una vostra deliberazione.

«Tra le imputazioni fatte al Messaggio del giorno 7 corrente vi è quella di sospendere una parte delle attribuzioni del Parlamento e forse la più importante, quanto la fissazione delle imposte per l'anno 1821. Ecco in alcun modo disturbate le vostre sessioni: ecco il caso dell’applicazione del num. 1. dell’art. 172 dello Statuto: caso terribile, di cui il solo pensiero mi riempie di orrore, e la immaginazione spaventata rifugge: caso che suppone l'oblio del sacro giuramento del Re e dei suoi doveri Costituzionali: caso infelice di triste esperienza, che non vorrei preveduto da una Costituzione come il più sapiente Legislatore dell’antichità non volle nelle né leggi prevedere il parricidio, per non dichiarare nei popoli possibile la sua esistenza: caso in fine che non macchierà il Trono del fondatore della Monarchia Costituzionale. In qual modo risponde la commissione non dirò a questa imputazione, ma a questo dubbio per dileguarlo? Un Messaggio (son parole del rapporto) in modo di consiglio, e di semplice proposizione che si assoggetta alla libertà de’ Voti del Parlamento, non prende il carattere di precetto; e quando si mandasse ad effetto tutto rovescerebbe sulla condotta del Parlamento».

«Riconosciuto che il Messaggio non avea il carattere di precetto di comando di ordine che sono parole sinonime, e che contengono un senso istesso ma che per contrario tutto dipendeva dall’alta vostra deliberazione, e non già da un ordine autorizzato, dal Ministro contro la Costituzione, svanisce non solo il tentativo previsto dall'art. 172 num. 1. della Costituzione, giusta ha. opinato la commissione, ma ancora la responsabilità del Ministro prevista dall’art. 226. Ivi è previsto che i Segretari di Stato. Ministri saranno responsabili al Parlamento degli ordini autorizzati. da loro contro la Costituzione, o, contro le leggi.

«Il Re può fare ab Parlamento Nazionale una. dimanda qualunque, il Ministro al di cui rama appartiene il soggetto della dimanda, deve legalizzare la firma del Re. Con questo atto Egli non autorizza alcun ordine, poiché chi propone non ordina certamente. Egli non fa che dichiarare che la proposizione parte dal Re, e che nel di lui archivio se ne conserva l'originale.

«Il Ministro non può, né deve, prestarsi ad autorizzare un ordine contro la Costituzione, o le leggi ma non può né deve negarsi a legalizzare una proposizione un Messaggio del Re al Par r lamento, senza, attentare direttamente al dritto che ha il Re di provocare, una deliberazione qualunque dal Parlamento, del pari che ogni Deputato potrebbe farlo. Egli, farebbe allora un atto incostituzionale, opponendosi a. quanto lo Statuto prescrive nel titolo IV. Cap. I. § 14.

«Immaginate per un’istante, che il Governo credesse proporvi una legge di eccezione la quale sospendesse, o restringesse una o più franchigie dal nostro Statuto garantite; potreste mai dichiarare responsabile il Ministro, che venisse alla Tribuna, a presentarvene il progetto? Presso tutte le Nazioni costituite, la lotta tra il Ministero e l’opposizione, s’ impegna grandemente, appunto quando siffatte leggi vengono proposte, ed i due partiti fanno ogni sforzo per vincere la decisione dell'assemblea.

«Passo alla seconda imputazione. Ha creduto la commissione, che io avessi rilasciato copia del Messaggio al Ministro degli affari Interni per spedirlo, come ordine alle provincie. E’ questo un equivoco di fatto. Quel Messaggio di cui non ho avuto parte alcuna del suo contenuto, scritto nella segreteria privata di S. M. lo ricevei dalle mani auguste, in compagnia dei miei col leghi pochi istanti prima, che mi recassi con loro a leggerlo in Parlamento (35) . Vi apposi la mia firma per certificare quella del Re. Era ciò un dovere del Ministro degli affari esteri, dapoiché quel Messaggio era motivato dalle tre lettere autografe dei Sovrani in Troppavia. Il dippiù mi era estraneo. La sera de’ 7 per la prima volta nella segreteria di mio carico, ne furono recate cinquanta copie stampate. Io non ne aveva prima rilasciato alcuna di un originale, che non possedeva, né ho diretta communicazione alcuna a chicchesia, non dico ai miei Colleghi, ma neanche agli impiegati di mia dipendenza.

«Signori sono sei lustri e più scorsi da me in servizio del mio paese, e qui come altrove non ho giammai servito da strumento di schiavitù: le poche ragioni fin qui dette mi sembrano si solide, e positive dai dileguare ogni nebbia, che potesse per un momento offuscare la verità, e la giustizia.

«Ma a consolidare l'edifizio Costituzionale è necessario l'esempio di chiamane a responsabilità un Ministro, siate pere ingiusti meco, e riserbate alla imparzialità della istoria, al severo infallibile giudizio dei posteri la dichiarazione della naia innocenza.»

Finito l'ex Ministro il suo vivo e robusto dire ebbe dal Presidente commiato. I Deputati Berni, Galanti, Poerio ed altri ascesero la Tribuna, e parlarono tutti in diversi sentimenti ed, avvisi. Un decreto di assoluzione. a gran maggioranza di voti fu tosto emanato, e così calmaronsi le irritazioni ed i timori di na popolo intero che in questa grave bisogna. notava rinfioriate le libere istituzioni ricevute.

Nel primo libro di questi racconti si è conosciuto essere stati gli Abruzzi stranieri all’avvenimento di Luglio 1820: non fu che dopo l'atto Sovrano del giorno 6 che in quelle contrade si giurasse il novello patto sociale. Ma gli Abruzzesi forti per sentire di animo e non mai inchinevoli, ad ignobili o tumultuosi tripudi festeggiarono quell’inopinato avvenimento con quella serverà ed orgogliosa dignità che sempre distinse i discendenti. degli Equi, dei Murai, dei Sabini e dei Peligni, i quali spesso fecero impallidire e tremare le stesse Aquile latine: si è che ogni zolla di questa tetra gloriosa, racchiude in seno semi vivacissimi di quella maschia libertà che frangheggia la giustizia, la legge e virilmente combatte la schifosa licenza.

Sullo scorcio del mese di Dicembre Guglielmo Pepe Comandante della 3. divisione militare si recava ad ispezionare quelle contrade, e nel di 24 il Principe Reggente gli scrivea «La Principessa Ereditaria mia dilettissima sposa, la quale divide con me i sentimenti di attaccamento al Re ed al Trono Costituzionale ed alla nostra Patria, ha voluto ornare di sua mano le stesse bandiere. Le cravatte delle medesime sono opera sua e sventolano già in cima dei drappelli che saranno confidati alla forza Nazionale. La Principessa ha adempito con ciò alla promessa fattane.


«Son sicurissimo che saprete fare apprezzare tal dono che parte dal cuore di chi divide pienamente i miei sentimenti non ad altro diretti che alla felicità della Nazione (36)

Fu lieto lietissimo il Generale dello spirito pubblico che avvivava gli Abruzzesi, i quali caldeggiavano veramente tutti di sentito e forte amor di patria: 18 battaglioni di milizie cittadine ben armati e meglio forniti offerivano una forza vigorosa ed imponente. Furono in ciascuna provincia distribuite le bandiere ed in questa festa civile l'entusiasmo del popolo non ebbe confine.

Intanto mentre dal Generale si riferiva al Principe Reggente la sua molta soddisfazione degli Abruzzi, delle fortezze di Pescara di Civitella del Tronto e del modo con che eransi fortificate le così dette gole di Antrodoco, lamentava con dubbie parole lo stato morale della grandiosa città di Aquila.

«L'Intendente Betti, così Egli scrivea, nella Provincia di Aquila ha fatto quasi dimenticare la memoria delle abberrazioni cui sono andati per poco soggetti alcuni individui di quella Provincia.»

Il Marchese Dragonetti, non si rimase cheto alla lettura di simile rapporto: nel dì 28 di Gennaro scrisse a quel Generale «che costituito rappresentante della Nazione non avea potuto dimenticare che gli abitanti di quella parte del regno gli confidarono i loro destini e che andava Egli debitore di quanto poteva interessare la loro gloria e prosperità Nazionale: che nella provincia e città di Aquila non v’era nulla a dimenticare, e molto a rammentare con nobile orgoglio per modo che le prische sue memorie non meno che le recenti, gli avean sempre destata la compiacenza di esser nato sopra una classica terra che comunque la frase del suo rapporto fusse vaga, avvisava che agli ultimi avvenimenti avesse dovuto essa riferirsi, che lungi di esservi individui soggetti ad abberrazioni, dall’ultimo Sangro sino alla sorgente del piccolo A terno, niun grido di sedizione o di tumultuosa letizia avea alterata la gioia sublime con cui venne proclamato il novello ordine di cose: che se i modi ond’era stato il Generale lungamente festeggiato non ebbero sembiante di popolare o frenetica esultanza ciò doveasi ascrivere all’austero carattere di quegli abitanti che ritengono ancora della sabina severità, ed in cui nulla si trova di esagerato tranne il sentimento della propria dignità: che se da ultimo quelle parole scritte nel rapporto si fossero dirette a qualche individuo di cui il Generale conoscesse personalmente meno lodevoli i sentimenti, Egli in nome di trecentomila abitanti ne chiedeva una espressa dichiarazione e domandava questo atto di giustizia dalla rettitudine e magnanimità del suo cuor cittadino.

Io che scrivo questi racconti fui portatore ed espositore insieme dei sentimenti dei Deputato: il Generale alla lettura di essa ed alla viva rimostranza che io feci della irritazione dalle sue parole prodotta nella mia patria, cosi alla mia presenza rispose.

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«Signor Marchese stimatissimo

io sempreppiù ammiro con piacere il vostro grande patriottismo come Napoletano ed. ingrandissimo come Abruzzese. Dovete convenir meco che i torti degl’Impiegati i quali dovrebbero diriggere lo spirito pubblico riflettono disgraziatamente sulle innocenti popolazioni. E troppo le Calabrie dove io son nato provano questa verità. Io nel mio rapporto ho inteso parlare, dell’Intendente G………... nello stenderlo di mio pugno l’avea anche nominato, ma in seguito me ne astenni per non sembrare che volessi appesantire sopra di un profugo».

Il Marchese Dragonetti si tenne per soddisfatto di tale dichiarazione del Generale.

La festa intanto delle bandiere civiche al primo di gennaro 1821 si celebrava della quale più maestosa e sublime non si ricorda a memoria di uomini. Era festa di un popolo rigenerato, d’un popolo che fatto consapevole dei propri dritti e dei corrispettivi doveri ne faceva rispettare la esistenza colla osservanza dell’ordine e della legalità, d’un popolo che confondeva la sua gioja ceto quella del Principe Costituzionale. Oh! Qual giorno fu quello! parve che Dio sorridesse dall’alto ai popoli Napoletani; parte che un sole di Paradiso illuminasse il più bel cielo d’Italia, parve.... ma ricordarsi del tempo felice nelle sventure, fu scritto essere grave ed immensurabile dolore!!

Undici reggimenti della Guardia Nazionale tra fanti e cavalli defilavano al suono dei tamburri e delle bande musicali per la popolosa Toledo e quindi lungo la incantevole riviera di Chiaia si spiegavano in battaglia. Quivi la carrozza di gran gala col Principe reggente e con la Principesca Elisabetta di Spagna seguita dalla famiglia Reale, circondata da un brillante e numeroso Stato maggiore, appariva, e si ricevea dalle schiere a sfuria di grida che ferivano le stelle: era immensa la calca del popolo. Giunti nella piccola Chiesa di Piedigrotta ebbe luogo la religiosa benedizione delle bandiere le cui cravatte erano state ricamate da unta Principessa che a quel tempo avea intorno di sé riuniti tutt’i cuori tutte le simpatie tutt’i partiti: la consegna di esse fatta dalle auguste intani;in potere di ciascun Comandante veniva annunziata dalla. salva di tutte le artiglierie dei forti e dallo sparo della fucileria per modo che tra le acclamazioni del popolo 4 il rimbombo dei Cannoni, ed il frastuono delle bande sembrava il giorno di tutte le benedizioni del cielo! Le Luminarie spontanee por tutta la città, le danze nelle strade e: nel le piazze, i teatri pubblici illuminati e gratuitamente aperti a tutti prolungarono La letizia sino a notte avanzata, ed in mezzo allo sviluppo di tante entusiastiche e svariate passioni, aiuti disordine niun delitto macchiarono la gioja incontaminata di. quella festa cittadina.

Re Ferdinando era giunto a Lubiana: il Duca, di Gallo che lo seguiva ebbe ordine di fermarsi in Gorizia: succedeva il mese di Febbraio 1821 ed il Parlamento sospendeva le sue funzioni. Una Deputazione permanente erasi istallata di che Gaidi fu Presidente, Tito Berni Segretario, Scrugli, Nicolai, Borrelli, Donato e Strano componenti.

Le negoziazioni del Congresso ebbero subito un definitivo risultamento. I Monarchi, del Nord dichiararono a S. M. Siciliana essere per loro, invariabile risoluzione di non lasciar sussistere in Napoli una Costituzione effetto violento della setta, e dello spergiuro, dei soldati: una Costituzione incompatibile colla sicurezza degli Stati vicini, e colla conservazione della pace di Europa. Esser poi loro volontà di lasciare al solo Re le cura di fondare, sentito il consiglio delle persone più oneste, ed illuminate del Regno, delle istituzioni atte a soddisfare l'interesse dei suoi popoli ed a servire contemporalmente di garantia a tutti gli. stati vicini, di sicurezza e di tranquillità. Una lettera scritta da Laybach nel di 18 Gennaro dal Re a S. A. R. il Principe Reggente e da questo confidenzialmente partecipato alla Deputazione permanente diè motivo alla convocazione straordinaria del Parlamento. pel giorno 13 febbraio.

Un cupo bisbigliare misto a timori ed a speranze udivasi in ogni angolo della irrequieta città: capannelli e crocicchi di popolo da quando a quando si vedevano avidamente discutere ragionare della pubblica bisogna: un andare un venire dalla Reggia al Parlamento, un richieder nuove, ed alla plebe Settaria risorta già la brama di trovare nei delitti e nella confusione i mezzi più sicuri di sua esistenza.

Il Duca di Gallo avea rimpatriato: il mattino del giorno 13 il Parlamento era già zeppo ed ingombro di popolo in attitudine però ben differente delle altre volte: mesto irresoluto, ma di aspetto tremendissimo: gli stessi Settari avviliti nel cuore, superbi però ed audaci nel volto: gli uomini istruiti dal martirio delle sventure tristi disperati e dolenti.

Il Principe Reggente giunto colle solite solennità nella sala del Parlamento così disse.

«Signori Deputati

«Nel momento di chiudere le vostre sessioni ordinarie vi annunciai che forse sarei stato nella necessità di chiedere una con vocazione straordinaria del Parlamento. Eccone giunto il tempo nel quale con vera sodisfazione mi veggo di nuovo in mezzo ai rappresentanti della nostra Nazione. Trattasi in questo momento di dover voi deliberare sull'oggetto il più importante che siasi mai presentato alla vostra considerazione. Consentaneo sempre ai principi da me dichiarati ed alla fermezza di essere strettamente unito alla mia Nazione, non ho tralasciato di far mettere a giorno la Deputazione permanente delle notizie che abbiam ricevute. Ho similmente ordinato al Ministro degli affari Esteri che vi faccia un pieno e fedele rapporto della sua missione, di quanto concerne le risoluzioni del congresso di Laybach ed a noi manifestale su tuttocciò ohe riguarda il nostro stato politico come altresì delle relazioni in cui ci troviamo colle potenze straniere.

Son sicuro che le più sagge riflessioni e la ponderazione più profonda. diriggeraano le vostre discussioni in un. affare di (tanto alta importanza, che interessa; al tempo 'Stesso l’onore eia felicità di tutta la Nazione. che mi sono, (tanto a cuore. Prendiamo delle misure sagge ed energiche, ed io sempre fedele ai miei giuramenti godrò di essere in mezzo ad una Nazione che non. cessa di dimostrarmi in ogni rincontro i suoi affettuosi sentimenti..»

Terminato di favellare il Principe partì. Tolse subito la parola il Duca di Gallo, il quale dopo aver fatto un fedele racconto dei suo viaggio, degli ostacoli frappostivi dal governo Austriaco presentò e lesse il seguente. autografo di S. M. il Re Ferdinando.

«Lubiana 28 Gennaio 1821

«Figlio carissimo

«Voi ben conoscete i sentimenti che mi animano per la. felicità dei miei popoli, e dà motivi pei quali solamente ho intrapreso ad onta della mia età e della stagione un così lungo e penoso viaggio. Ho riconosciuto che il. nostro paese. era ruta accia lo da nuovi disastri ed ho creduto perciò. che:nessuna considerazione dovesse impedirmi di fece il tentativo che mi veniva dettato dai più sacri doveri.

Fin dai primi abboccamenti con i Sovrani ed in seguito delle communicazioni che mi furono fatte, delle deliberazioni che anno avuto luogo dalla parte dei Gabinetti riuniti a Troppau, non mi è restato più dubbio alcuno sulla maniera colla quale le potenze giudicano gli avvenimenti accaduti in Napoli dal 2 Luglio sino ai questo giorno.

«Le ho trovate irrevocabilmente determinate a non ammettere lo stato di cose, che è risultato da tali avvenimenti, né ciò che potrebbe risultarne, e riguardarlo come incompatibile colla tranquillità del mio Regno e colla sicurezza degli stati vicini, ed a combatterlo piuttosto colla forza delle armi qualora la forza della persuasione non ne producesse la cessazione immediata.

«Questa è la dichiarazione che tanto i Sovrani quanto i plenipotenziari rispettivi mi hanno fatto, ed alla quale nulla può indurli a rinunciare.

«E’ al dì sopra del mio potere, e credo di ogni possibilità umana di ottenere un altro risultato. Non v’è dunque incertezza alcuna sull’alternativa nella quale siamo messi né sull'unico mezzo che ci resta per preservare il Regno dal flagello della guerra.

«Nel caso che tale condizione sulla quale i Sovrani insistono sia accettata, le misure che ne saranno le conseguenze non verranno regolate se non che colla mia intervenzione. Devo però avvertirvi che i Monarchi esigono alcune garentie giudicate momentaneamente necessarie per assicurare la tranquillità degli stati vicini.

«In quanto al sistema che deve succedere all’attuale Stato di cose, i Sovrani mi hanno fatto conoscere il punto di vista generale sotto cui essi riguardano una tale quistione.

«Essi considerano come un oggetto della più alta importanza per la sicurezza e tranquillità degli Stati vicini al mio Regno, per conseguenza dell’Europa intera, le misure che adotterò per dare al mio governo la stabilità della quale ha bisogno, senza voler restringere la mia libertà. nella scelta di queste misure. Essi desiderano sinceramente che circondato dagli uomini i più probi ed i più savi fra i miei sudditi, io consulti i veri e permanenti interessi dei miei popoli senza perder di vista quel che il mantenimento della pace generale, e che risulti dalle mie sollecitudini e dai miei sforzi un sistema di governo alto a garentire per sempre il riposo e la prosperità del mio regno e tale da render sicuri nel tempo stesso gli altri stati d’Italia, togliendo tutti quei motivi d’inquietudine che gli ultimi avvenimenti del nostro paese aveano loro cagionato.

«E’ mio desiderio, carissimo Figlio, che voi diate alla presente lettera tutta la pubblicità che deve avere, affinché nessuno possa ingannarsi sulla pericolosa situazione nella quale ci troviamo. Se questa lettera produce l’effetto che mi permettono di aspettarne tanto la coscienza delle mie paterne intenzioni» quanto la fiducia dei vostri lumi e del retto giudizio e lealtà dei miei popoli; toccherà a voi a mantenere frattanto l’ordine pubblico e finché io possa farvi conoscere la mia volontà in una maniera più esplicita pel riordinamento dell’Amministrazione. Di tutto cuore intanto vi abbraccio e benedicendovi mi confermo il vostro affezionatissimo — Padre.

FERDINANDO..»

Successe indi la lettura del Dispaccio del Conte Nesselrode Ministro degli affari esteri di S. M. l'Imperatore delle Russie al Conte di Stockalberg inviato straordinario e Ministro Plenipotenziario alla Corte. di Napoli.

Quivi tra l’altro dicevasi «che la rivoluzione di Napoli portava in se stesso un carattere molto allarmante per esser cagione dell'attenzione dei Sovrani e per dirigere le loro misure su i danni che essa comminava agli stati vicini: aver essa dato al Mondo altrettanto istruttivo che deplorabile esempio di ciò che le nazioni vanno a guadagnare cercando le riforme politiche per via della ribellione e del delitto, che ordita nel segreto da una setta le cui empie massime attaccavano ad un tempo la Religione e la morale, e seguita da truppe difettive ai loro giuramenti non avea potuto produrre che l'anarchia ed il dispotismo militare creando un reggimento mostruoso ed incompatibile coi primi bisogni della società: che la soppressione spontanea di questo Reggimento avrebbe restituito il Regno delle due Sicilie nelle sue antiche relazioni cogli stati di Europa; ed allora S. M. il Re circondato dai lumi e sostenuto dallo zelo degli uomini i più probi ed i più savi fra suoi sudditi, avrebbe stabilito per l'avvenire nei suoi Stati un ordine di cose portante in sé stesso la garantia della sua stabilità conforme ai veri interessi dei suoi popoli e proprio a rassicurare gli Stati vicini sulla loro sicurezza e futura tranquillità (37) . Conformi erano i dispacci dei Gabinetti di Vienna e di Berlino.

Grande e veramente sublime fu l’adunanza del Parlamento Nazionale quando si lessero le dette note diplomatiche nobiltà di dire, appello al dritto internazionale dei popoli, volontà deliberata di seppellirsi sotto le rovine della patria, anzicché comprare la pace a prezzo d’ignominia tanta, furori queste le idee che dominarono l’intera Assemblea, la quale alla uniformità dei voti dichiarò.

1. Non avere il Parlamento facoltà di aderire ad alcuna delle proposizioni communicategli per parte delle LL. MM. Re di Prussia, e gl’Imperatori di Austria e di Russia: proposizioni dirette alla distruzione della Costituzione attuale ed alla occupazione del Regno.

2. Riguardare come incapace di attribuirsi alla volontà di S. M. ogni atto passato, o futuro il quale fosse contrario ai suoi giuramenti confermativi della Costituzione medesima, ed in conseguenza riguardare in ordine a tali atti S. M. come costituita in istato di coazione.

3. Durante questo stato di coazione della M. S. continuare il Duca di Calabria suo Augusto Piglio nella Reggenza del Regno nel modo prefisso col Decreto de' io Dicembre 1820.

4. Che in conformità delle suddette dichiarazioni tutte le misure doveano prendersi per la salvezza dello Stato.


 Da quel momento l'energia della rappresentanza nazionale è ben degna di una memoria lontanissima: la sua operosità fu prodigiosa ed instancabile. Un imprestito di tre milioni di ducati divisi in 15omila obligazioni ciascuna di ducati venti l'una non sì tosto decretato che eseguito da una spontaneità senza esempio: un altro milione di beni territoriali fu assegnato come dote per ricompensare quei bravi che si distinguessero in guerra, ammettendosi a partecipare di questo beneficio le vedove ed i figli di quei prodi che perdessero la vita in difesa della patria. La riserva dei vecchi soldati esuberante fu richiamata in attività: nuovi armamenti novelle milizie 5omila e quattrocento uomini di Guardie Nazionali divise in 72 battaglioni vennero mobilizzate e messe a disposizione del Governo: raddoppiate le sussistenze militari, e tutti gli sforzi straordinari che possono ottenersi da una Nazione generalmente infiammata dal sentimento di orgoglio e di cittadino entusiasmo, ciascun mezzo in una parola fu messo in azione per la più Valida e vigorosa difesa della Patria. E tanto epidemico era il contagio delle idee che nel dì 15 Febbraio 1821 anche il vecchio Duca d’Ascoli così scrivea al Principe Reggente

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«Altezza Reale

«La nostra patria e la Vostra Dinastia sono minacciate da una guerra straordinaria ed io nel corso non breve di mia vita ho sempre amata e servita l'una e l'altra. Desidero quindi un destino militare e lo richieggo a V. A. pregandola al esser certa che il più pericoloso, purché utile al servizio pubblico, sarà il più grato al mio cuore — Um. Servo Duca d’Ascoli (38)

Tuttocciò da parte del Parlamento: non minore si furono le cure spiegate dal Principe, il quale nel dì 28 Febbrajo 1821 bandiva il seguente ordine del giorno

«Soldati

«Eccovi riuniti sul campo dell’onore per difendere il Trono del Re mio Augusto Genitore, la Costituzione e la patria indipendenza. Combattendo per questi sacri oggetti voi acquisterete i dritti più solenni alla riconoscenza Nazionale ed all’ammirazione dell’Europa che tiene gli occhi rivolti sopra di voi.

«Fedeli ai nostri giuramenti, noi riposavamo tranquilli all’ombra delle nostre leggi e rispettavamo tutte le Nazioni, non mischiandoci punte nei loro affari. Io era particolarmente felice di occuparmi a migliorare la vostra sorte ed a riorganizzare I armata Nazionale comandata tutta dai vostri Concittadini, quando una fatale prevenzione sorda a tutt’i consigli della giustizia e della moderazione, ha spinto dei Sovrani che in altri tempi hanno combattuto per la indipendenza delle Nazioni, a muoverci guerra, per rovesciare il nostro ordine Costituzionale e per togliere alla Nazione la libertà concessale dal suo ottimo Sovrano istesso. Un nemico non provocato marcia verso le nostre frontiere: Egli copre la più ingiusta aggressione col venerando nome del Re ed osa trasformare in delitto la santità dei nostri giuramenti.

«Io sarò fra voi, Soldati, Dio ci proteggerà, giacché noi difendiamo una causa giusta. Spiegate tutte le virtù che onorano i bravi osservando la più esatta disciplina. Riguardate come vostri nemici quelli soltanto che impugneranno le armi contro di voi, ma rispettate come vostri Confratelli i pacifici abitatori delle contrade che occuperete.

«Su tali principi gli ordini più severi sono stati emanati per non mischiarsi punto nel Governo interno dei paesi ove l'armata sarà costretta a portarsi. Il nostro scopo è solo di difendere, non giù di essere aggressori né di fare altrui male giammai.

«Soldati, militi, legionari, Napoletani: lunghe fatiche vi attendono, e la gloria più pura: siate fermi nei combattimenti, moderati nella vittoria, tolleranti nei disagi e nelle privazioni. Là Spagna che è a noi unita, vi offre il memorando esempio della costanza con la quale sostenne una ben lunga lotta per riacquistare il suo Sovrano e difendere la sua indipendenza.

«Rammentatevi o soldati che voi siete i discendenti di quei prodi guerrieri che guidati dal mio Augusto Avo Carlo III, respinsero nei campi di Velletri quegli stessi nemici che ora vengono ad attaccarci.

«Dopo che avrete salvato il Trono, la Costituzione, la Patria, voi deponendo le armi, e ritornando coverti di gloria in seno delle vostre famiglie, formerete l'oggetto della pubblica riconoscenza, l'invidia delle Nazioni e l'ammirazione della nostra più remota posterità (39) .

FRANCESCO.»

L'esercito Costituzionale venne partito in due grandi corpi d’armata: il primo, composto di 78 battaglioni tra fanteria cavalleria artiglieria treno truppe del Genio zappatori capitanato dal Tenente Generale Carascosa fu messo a guardia delle pianure di S. Germano ed una divisione di 14mila uomini menata dal Generale D’Ambrosio nei confini tra Jtri, Fondi e lo stretto denominato Fra Diavolo. Il Liri fu guernito tutto d’inespugnabili opere di guerra; fortezza a Pontecorvo, a Mondragone a Monte Casino; due campi a Mignano e Cassano e doppia testa di ponte sul Garigliano.

Il secondo corpo di Armata composto di battaglioni fu dato al comando del Tenente Generale Guglielmo Pepe spedito pei confini della provincia di Aquila lungo tutta la linea rimpetto Rieti, ed altri seimila inviati a leonessa ed Amatrice pel fine d’impedire che gli Austriaci s’introducessero nel Regno venendo da Spoleto o da Badia di Fiorentino a Lionessa, o pure per la parte di Norcia in Acumoli ed in Amatrice.

Il secondo corpo di Armata componevasi tra l'altro dei Reggimenti dodicesimo e terzo leggiero di linea comandati dai Colonnelli D. Francesco Casella, e D. Niccola Mascioletti, dei battaglioni quinto, e sesto bersaglieri, e quarto di Linea Principessa comandati, dai Maggiori Ciancioni e Masci, dal Reggimento Re Cavalleria, di quel parco, di artiglieria di Campagna oltre i pezzi di assedio situati nelle varie fortificazioni delle quali or ora terremo, discorso — il dippiù delle milizie cittadine.

Al fianco del Duce Supremo,di; questo. Corpo, di armata vi stavano il Colonnello D. Francesco Saverio del Carretto Capo dello. Stato Maggiore, ed il prete Cappuccio il quale altro merito non si aveva che. quello di essere un fanatico settario, mediocre di senno, nullo di animo, di cuore.

Restaurate tutte le fortificazioni degli Abruzzi, altre ambulanti ed artefatte ne vennero costrutte lungo la strada che di Aquila conduce in Antrodoco. Un fortino con sei pezzi di. cannone era stato, eretto in Civita Tommasa, altro in Rocca di Como, vari nei confini di Rieti.

E qui poche parole sul conto di un personaggio, interessantissimo di quei tempo di cui in equivoche maniere il giudizio degli uomini si è pronunciato; accenno a Guglielmo Pepe Duce Supremo del secondo Corpo di Armata.

Calabrese di nascita fu cresciuto nella vasta Badia di Solmona ove anche io in mezzo a quella eloquente solitudine respirai le aure beate della prima e fuggevole mia vita. Maestosamente formato nella. persona un cuore ardito e sprezzante i perigli ebbe il Pepe dalla natura, per modo che Re Gioacchino al primo vederlo ne fu preso e col. grado di Grosso Maggiore lo spedi nelle Spagne: quivi il suo nome addivenne famoso per le gesta militari per azioni di guerra stupende e valorose. Rimpatriò: nelle due guerre d’Italia del 18j4 e 18i5 colse novelli allori, e da quel soldato Sovrano venne in brevissimo tempo elevato al grado di Tenente Generale. Il trattato di Casalanza gli conservò grado, onori, fortuna. Fu Egli a parte del movimento rivoluzionario: ne prese il supremo comando e per quanto coraggioso Capitano fussesi sempremai in battaglia addimostrato, altrettanto povero e meschino nella scienza e strategia militare si era; lo accertano gli avvenimenti che seguono.

Il primo ed imperdonabile errore di Guglielmo Pepe fu quello di condurre nella frontiera più pericolosa del Regno una gran massa di milizie civili non solo non usa alle dure arti di guerra, ma inesperta ed armata, dirò così, nella vigilia della partenza senza disciplina e sacramento, e solo gonfia di un entusiasmo falso e passaggiero: ignorarsi da un Duce Supremo il personale della sua armata è un fatto gravissimo perché espone, come avvenne, a certa perdita ed irreparabili conseguenze la preziosa vita di una Nazione. E che il Pepe disconoscesse lo spirito di queste milizie ne porgono ampia pruova i suoi replicati bullettini nei quali gridava a Cielo il valore la bravura la disciplina di esse.

All’opposito se sapienza di consiglio lo avesse mai assistito, avrebbe egli menato con seco nelle frontiere una metà almeno dell’agguerrito esercito di Linea, e nel secondo fatto d’armi del giorno 7 di Marzo lunge di volgersi a precipitosa fuga, avrebbe nel Quartier Generale di Antrodoco sostato e concentrate quivi tutte le forze, non sarebbero state da lui abbandonate le inespugnabili termopoli delle famose gole e quindi l’occupazione del Regno sarebbe stata molto ed assai mollo problematica; ma torniamo ai racconti.

Un Decreto del Principe Reggente del dì 15 Febraro annunziava la sua partenza per le Frontiere ad oggetto di mettersi alla testa dell'armata. Il Ministro della Guerra sig. Parisi dovea seguirlo, ed in sua vece ebbe quel portafoglio il Tenente Generale Pietro Colletta al quale fu aggiunto in qualità di Direttore il Colonnello dello Stato Maggiore D. Ferdinando Rodriguez. Due commissari civili nelle persone dei Consiglieri di Stato Bozzelli e Zucchi furono destinati ai due corpi di armata per invigilare ai mezzi di sussistenza, ai trasporti ed ai sempre avidi fornitori — Il Bozzelli giunse in Aquila e quivi non altro andava ripetendo che una fusione sincera di sentimenti, di volontà, di partiti sarebbe stata forza maggiore del cannone per salvare la patria dalla non provocata ed ingiusta aggressione...! La partenza per altro del Principe non potè mai avverarsi per la precipitanza con che si successero i fatti di armi in Rieti, e per lo sbandamento dell’esercito.

Priaché l’armata Tedesca nel maggior numero si riunisse lunghesso il territorio di Rieti, una frazione di essa che dirigevasi verso le Frontiere del Regno dalle parti di Lionessa ed Amatrice, volle arrischiare l’ingresso presentandosi nella strada così delta Salto del Cieco sotto un villaggio chiamato Piedi Luco. Tre battaglioni dei Militi Abruzzesi che quivi si trovavano respinsero con tanto coraggio il nemico, che questi lasciando taluni morti, feriti, disordinatamente e quasi in fuga si ritirò a Spoleto d’onde erasi mosso.

In Antrodoco facea stanza Guglielmo Pepe col suo Stato Maggiore e nei primi giorni dei mese di Marzo frequenti erano le corse degli Uffiziali Costituzionali agli avamposti Tedeschi, e di costoro a quelli dei Napoletani talchi amiche e non ostili apparivano le due armate.

In tali spesse visite vi fu quella di un Maggiore degl’Imperiali, il quale conversando più fiate col Generale D. Giovanni Russo gli lesse il proclama del Re Ferdinando dei 23 Febbrajo 1821 con che si ordinava la cessazione, dell’attuale ordine di cose e che l'armata Tedesca dovesse come amica esser ricevuta nel Regno: alla quale lettura quel valoroso rispose di non credere quel foglio essere stato firmato dalla mano del Re; a queste parole il Maggiore replicò di attendersi o la morte o la Siberia per confine; ed il Russo.. conservate tale carta onde servirvene per fasciare le ferite dalle quali sarete da qui a non molto, ricoverto!!!

Fu volere del Parlamento Nazionale e del Governo che Guglielmo Pepe si astenesse da ogni atto di ostilità contro gl’imperiali, e si tenesse invece fermo alla difesa delle frontiere. La speranza di negoziare forse una pace onorevole, la somma difficoltà di resistere agli eserciti delle più grandi potenze del Nord, il vantaggio che poteva trarsi dal tempo sia per lo slancio e progresso delle idee, che per la, rivoltura scoppiata in Piemonte nel dì 17 di Marzo per opera tutta dell’allora Duca di Carignano oggi Re Carlo Alberto, fatto decisivo ed importantissimo, che avrebbe messa l'Armata Tedesca in mezzo a due fuochi nazionali, tutte queste congiunture avean suggerito al Governo il prudente consiglio d’impedire da suo canto l’incominciamento di ogni benché minima ostilità come dall’ordine del giorno emanato dal Principe Reggente decisamente era prescritto.

Ma sia l'orgoglio da cui era stato forse invasa l'animo bollente di Guglielmo Pepe, sia come altri affermarono varie lettere scritte da taluni Deputati esaltati e vuolsi anche una del suo germano Florestano, sia in fine altro turpe motivo di cui questo personaggio fu poi aspramente accagionato, opinione che la storia non ha alcun elemento sicuro per accettare, il fatto certo si è che quel Generale si rendé colpevole per la seconda volta d’insubordinazione al Governo ed al Principe per avere a dispetto degli ordini ricevuti gittato Egli primiero il guanto della disfida senza prevenirne il Capo del primo Corpo di armata, senza prevedere riparo negl’infortuni, senza concertar mezzi di riscosse, e senza far compartecipe dei suoi disegni neppure il Comandante dei 4 Battaglioni stanziali in Lionessa ed A matrice.

Un ordine del giorno del Barone Frimont datato ai 25 Febbraro e pervenuto al Campo Costituzionale vuolsi pure che fusse stata l’esca a tanta sconsigliata intrapresa.

I Generali Russo Verdinois e Montemajor venner messi sotto al comando supremo di Pepe: l’armata fu partita in quattro grandi ali: la brigata Montemajor fu postata al di sopra i Colli di Sala e Casette (vedi la pianta num. 6 e 32).

Questa doveva menarsi per lo ponte Crispoldi (v. p. n. g) nelle pianure di Terna in cui aveva tolto suo accampamento il meglio numero dell’esercito Imperiale (n. 31).

Nelle Casette venner disposte le milizie Civili degli Irpini e di Monteforte e prima di esse quelle del secondo Battaglione dei militi Solmontim (n. 7).

La Colonna di Russo fu messa nel centro lunghesso le sponde del Velirio diramandosi sino alle terre di Villa Trojana (n. 12 e 13).

L’altra di Verdinois dalla via di Cantalice perlustrar doveva la strada di Cima di Monte e scendere in Castel Franco e Foreste (n. j4, 15, 16) e pigliare ai fianchi l’inimico facendosi così amaro e duro compenso ai rinforzi che al medesimo sarebbono venuti dagli accampamenti di Terna.

La quarta finalmente capitanata dal Colonnello………. scender doveva da Piedi Luco, transitare per lo ponte regolatore (n. 17, 19) e quinci assaltare gl’Imperiali alle spalle volgerli in fuga e metterli in piena rotta e perfetto disordine.

Questo piano fu tutto ideato ed elaborato per cura del sig. Del Carretto e sommesso a disamina del Consiglio dei Generali venne grandemente celebrato ed al 6uo autore moltissima copia di laude riferita!!

Ed io mi porto avviso, e tutti concordemente mel concederanno, che se mai per avventura fussesi quel piano nella sua interezza realizzato, l’armata Tedesca lungi dal raccogliere gl’insperati e sospirati allori del nimico, avrebbe per opposito baciato il terreno e datogli un addio se ne sarebbe gita a casa esperimentatrice malaugurata di sua ingiusta aggressione: e seguentemente la vittoria sarebbe stata per i Napoletani ed a questi arra infallibile di prosperoso avvenire!

Si avvicinava il giorno 7 di marzo 1S21. Sorgeva già il Sole ad ingemmare le vette dei monti e le sottoposte ridentissime pianure: chi l’avesse detto?! era il Sole del disinganno! era il Sole ultimo di tante speranze di tanti pericoli di tante fortune e sventure!!

Il fuoco comincia terribile a farsi sentire dal canto dei Costituzionali; cui vien risposto veementemente dalle file Tedesche. Già i campi rosseggiano e solo spirano aliti di morte: si sente il clangor delle trombe e grida di guerra feriscono le stelle!...

Il fortino messo nel Convento dei Cappuccini di Rieti (n. 20) d’assai nocumento ai Napolitani tornava ed in ispecie al secondo battaglione dei militi Solmontini fisso agli avamposti sulle Casette e capitanato dal Colonnello Ricciardi, il quale ebbe morti sotto di sé un Cavallo e due ordinanze. Il Centro dei Costituzionali voglioso ed ardente di snidare ad uno ad uno gli Imperiali dai loro posti, tolse a far fuoco con le artiglierie di campagna e con la moschetteria dei battaglioni.

Il Brigadiere Russo accompagnato dai Colonnelli Casella e Maschietti e dal Maggiore Luigi Cianciulli, fece il meglio del mondo e diede belle prove di coraggio italiano arrischiandosi solo a continovi colpi del fuoco nimico.

I soldati di Napoli menati da questi strenui Capitani rinnovellarono per ben cinque ore le glorie lasciate nei campi della Germania delle Spagne e della Lombardia.

Superate le nimiche fortificazioni l'armata Tedesca cominciò ad indietreggiare la Costituzionale per contrario a guadagnar terreno.

Ma la colonna di Montemaior cui incombeva il debito di menarsi nel Borgo di Rietì discendendo dai Monti di Sala, come già fu detto, se ne stette cheta nella proditrice inazione ed una sola compagnia di Bersaglieri della vanguardia si avanzò verso il Monastero di S. Antonio del Monte di Rieti (n. 8) ed i militi Solmontini camiti facendo nella via delle Casette sostennero con virtude inusata per un ora intera il fuoco spessissimo dell’inimico.

Incedeva intanto la Colonna di Verdinois la quale accesa ed infiammata da verace e caldo amor di patria in veggendo il Centro vincer terreno e fugare il nemico comeché si avesse a fronte il maggior nerbo degli Imperiali e degli infestanti Tirolesi con valore indescrittibile aprendosi il passo in mezzo alle schiere nemiche, assaltò il tedesco fortino ne scacciò la guarnigione ed inchiodandone i cannoni mise lo scompiglio ed il disordine nelle file nemiche. Per ben tre volte la casina di Stola (n. 22) fu presa e per altrettante fiate dai Costituzionali ritolta questi alla fine ne disnidarono tutti i Tedeschi. Fu allora che l'ala destra di costoro parte rafforzò il già battuto centro 4 altra fuggitiva e scorata addimandava asilo e sicurezza nel borgo di Rieti abbandonando cosi in balia dei Costituzionali le posture da essi occupate allo incominciar della battaglia.

Pepe intanto giuntò nella casina di Potenziani (n. 21) non doveva quivi passarsi onninamente dell’immobilità della Colonna di Montemajor la quale ben Egli discorgeva da quella postura: doveva, come a buon Duce si conviene, provvedere alle urgenze della giornata ed allo sfinimento in che necessariamente era venuta la valorosa brigata di Russo e per lo manco non rimanersene inoperoso incerto e quasi tutto spensierato.

Impertanto il Generale Tedesco Moor reggendo essere stata sloggiata la sua ala dritta, aver il centro perduto il terreno fè suonare a raccolta e quinci dispiegò a battaglia tutta la Cavalleria nella quale Egli confidava mollissimo: che meschino ed inferiore di gran lunga il numero dei cavalli Napolitani.

Fece schierare due Reggimenti di Dragoni ed uno Boemo.

Russo per opposito col solo Reggimento Re Cavalleria si apparava a resistere, disponendo però le truppe in quadrati e dando ordine al terzo Leggieri, al quinto de’ Bersaglieri ed al dodicesimo di linea acciò assaltassero a baionetta calata la fanteria tedesca, la quale rinvigorita di fresche coorti intentava novelle sfide novelli cimenti.

In questa terribile e sanguinolenta zuffa avrei voluto te per testimone detrattore ingiusto della gloria del soldato napolitano avresti tu in quel momento di bravura impareggiabile veduto che un sol regimento di cavalleria costituzionale valse a mettere in rotta completa tutta la cavalleria tedesca: avresti veduto che le baionette di circa 3ooo Napolitani, fecer sì che i Tedeschi ad una scompigliata e precipitosa fuga si volgessero: avresti allora veduto che rientrati gl'Imperiali disordinatamente dentro Rieti ne chiusero per tema la porta d'Arci...... Ma circa ben 3oo Tedeschi tra cadaveri e feriti rimasero nel campo siccome tanti documenti del valore italiano!!

Non oltrepassò per contrario un centinaro il numero dei Costituzionali che furon morti in una pugna tanto arrabbiata ed ineguale.

Son questi i veri fatti d'arme di quelle prime cinque ore del giorno 7 di Marzo 1821 dalle più nere calunnie traditi e sfigurati.

Fugace però come un lampo fu la gioja sentita e goduta dai Costituzionali. I destini del nascente governo di Napoli dovean rimaner conquisi ed annichilati da quella stessa mano che a sublimi e grandi speranze aveali innalzati!!

Il Prete Cappuccio levava a Cielo grida di esultanza per la conseguita vittoria; ed il miglior tempo facea perdere nel concetto di brillanti idee, tra le quali grandeggiava l'altissima della Italiana Indipendenza. Lo stesso Pepe anzi che esemplarmente punire la fellonìa di Montemajor, essendo già le ore venti, quasiché l’armata Tedesca fosse discomparsa dal globo, ad altra cosa forse non pensava che di andare festosamente a pranzo in Rieti!!

Eppure i Generali Russo e Verdinois non avean mancato di tenerlo avvisato acciò togliesse il comando al Montemajor: che apertamente erasi veduta la fede tradita e la codardia e la viltà di costui. Pepe non vi si acconciava: ed ebro ancora del brillante successo era forse in quel momento combattuto da mille svariati ed opposti pensieri e chi sa da quale e quanta ambizione, che lo aveva fatto cieco ad ogni avvenimento e sordo a qualsivoglia voce.

Dal canto poi degl’Imperiali è da conoscersi come i loro Generali s’imbattessero in Roma col profugo Intendente Guarini: questi si associasse con essi, e la mercé di segreta intelligenza rimasta in Aquila col X…………. di quel tempo e con un Controloro della Ricevitoria Generale teneva quivi occulte pratiche, sediziosa corrispondenza.

Della quale latore era un certo Nicola Crucia ni sotto mentito abito di Eremita, attualmente vivente in Cittaducale. Accomandato questi a tali umili divise riceveva dall’Aquila i plichi e transitando il campo costituzionale, ove la strema penuria di viveri anco per grave imprevidenza dei Pepe faceasi già urgentemente sentire, tutto quivi vedeva ed ascoltava e poscia ai signori Frimont e Guarini riferiva!!

Un certificato dettagliato del primo, rilasciato al Cruciani allorché fu pensionato, attesta il vero di ciò che ho detto.

I Generali dell'armata Imperiale dopo questo primo fatto d'armi si assembravano in Rieti in casa del Cavaliere D. Angelo Maria Ricci, nome una delle più belle celebrità Abruzzesi ed Italiane: quivi agitavano intorno ai mezzi da adottare a motivo di rinfrancarsi delle sofferte perdite ed aveano già fermato di trasportare in Terni i quartieri; quando novelle istanze e preghiere si faceano dal Guarini perché si ricominciasse l'assalto: queste premure erano comprovate da segrete lettere ricevute dal Campo dei Costituzionali colle quali si partecipava la sopravvenuta fiacchezza delle armi di Napoli, la risoluta inazione della Colonna Montemajor giustificata dal fatto perché rimasta sorda ed inerte nei molti monti di Sala.

A questi annunzi aggi usta vasi credenza dagli Imperiali non tanto a stimolo del Guarini quanto per la Veracità delle cose da loro stessi conosciute: Fatti perciò animosi si accingevano a novella spugna e davanti a tutt’uomo per sostenerla: lo spensierato Pepe all’opposto sognava glorie e trionfi nella vicina Rieti. Quindi è che a non molto i Tedeschi riuscendo da porta d’Arci, altri dalla via del Borgo e la maggior parte da porta Romana piombavano sull’ala del Brigadiere Montemajor. Ad un assalto così gagliardo ed improvviso il Valoroso Russo ed il bravo Colonnello Casella goliardemente resistettero ed insieme con loro Verdinois e Gianciulli; non cosi il Montemajor, il quale all’avvicinarsi del nemico indietreggia e senza trarre un sol colpo di fucile si sbanda: le prime a vilmente fuggire furono le accozzate legioni degl’Irpiqi, i famosi Eroi di Monteforte una col Prete Cappuccio. Occupate dagl’Imperiali le posizioni del fuggente Montemajor, la brigata di Russo si trovò in mezzo a due fuochi e quasi presa alle spalle. Verdinois a prezzo di coraggio ricupera il suo terreno, ma il veleno della seduzione, la infamia di Vari Uffiziali settari ingenerarono in tutta la linea lo scoraggiamento, e la disperazione, la quale accresceva si al venire della notte illuminata dallo scoppio non interrotto dei raggi alla congréve.

Eppure da questa momentanea disavventura, prezzo di viltà o di turpe tradimento, la fortuna delle armi di Napoli non avrebbe cangiato ci; aspetto, né peggioratesi le condizioni della guerra se Guglielmo Pepe avesse avuto una mente ed un cuore. Lungi di abbandonarsi a vergognosa fuga, dovea invece concentrare tutte le sue forze in Antrodoco, farsi scudo, dei baluardi inespugnabili della, natura, guerniti di artiglierie, attendere quivi il. nemico, ed a certa pugna lo avrebbe tutto seppellito sotto le vette famose di quelle insuperabili Termopoli. Ma tutte le Nazioni hanno i momenti di fatalità nella loro vita, e fu sempre fatalità pei Napoletani la ingiustizia dei giudizi del Mondo, la ignoranza, o tristezza dei suoi Capi d’armata.

In vero il valoroso,Generale Russo quantunque stretto da tutt’i lati, non pertanto seppe col maggior coraggio del mondo aprirsi una via e tener sempre ferma la sua. intrepida brigata. Non potendo giammai concepire una fuga tanto precipitosa, tenne invece che il Duce Supremo avesse d’uopo di alcun tempo per riunire ed animare a nuova sfida le legioni esistenti nel Quartier Generale non che lungo tutta la linea e disporla a guardia delle sovrastanti colline. Quindi fu pensiero di quel prode nella sua gloriosa ritratta, ad oggetto di ritardare od almen di osteggiare la marcia del nemico, situare sul ponte di Margherita (v. p. n, 3) una compagnia di Bersaglieri e due altre quasi nascose tra le falde dei villaggi di Ponte Qanetra e Castel Si. Angelo. comandate dal Capitano Ducarne. Così disposte le cose a notte piena di quel giorno di Marzo giunse il Generale in Antrodoco: ed al far del giorno vi giunse pure Verdinois con poca truppa per essersene buona, mano sbandata nel cammino

E' indescritlibile la sorpresa di questi due Generali nel non trovar Pepe in Antrodoco, ma in sua vece ordini precisi di raggiungerlo in Aquila per ivi battere gl’Imperiali; che ben sentivano aver Lui così abbandonato quanto la natura e l'arte aveano renduto quasi inespugnabile o tutto al più possibile a superarsi a traverso fiumi di sangue è monti di cadaveri!

Questi sono i fatti permanenti di quella gloriosa ed insieme funesta giornata, alla evidenza dei quali non v’è forza di ragione da opporre.

Non pertanto il passaggio del ponte S. Margherita ricordò ai Tedeschi per la seconda fiata quando terribile sia in battaglia il soldato napolitano, allorché va diretto dal valore e dalla fedeltà. Il giovane Capitano Ducarne oprò in quel ponte prodigi della più strenua bravura ed a prezzo di una mortale ferita riportata sul viso arrestò non solo la marcia dei nemici, ma con tre sole compagnie fece indietreggiare per alcun tempo una intera divisione che si spingeva oltre, col fine di troncare ogni ritirata alle armi di Napoli.

Mentre lo sbandamento del secondo corpo di armata era già avvenuto, niuna notizia, niuna compartecipazione dei fatti di guerra avea Pepe data, come dicemmo, al Comandante dei quattro Battaglioni stanziati sulle frontiere di Liones sa ed Amatrice — Or vedi, o lettore, se dalla narrazione storica di questi fatti non sorga da se spontanea la definizione del carattere morale da attribuirsi a Guglielmo Pepe, il quale al cuore ed alle braccia dei soldati, mancar facea il migliore, la mente. Accomandandosi a dirotta fuga non tolse stanza v né cibo, né riposo né in Aquila né in Popoli né in Solmona: la coscienza che lo arrovellava, la memoria dei giorni 6 e 9 di Luglio 1820, l'abisso di un avvenire tristissimo furono i compagni della sua precipitosa corsa a Napoli: i quali forse il travagliarono per lungo tempo ancora!!

Il Tenente Colonnello Pisa che teneva il Co» mando delle milizie poste nelle frontiere, ed il quale di nulla cosa era consapevole, avvisò ragionevolmente che se l'armata Costituzionale fusse rimasta perdente nei campi di Rieti, era nel baluardo inespugnabile delle gole di Antrodoco dove ella si sarebbe ristorata di qualsivoglia avversa fortuna: non ricevendo però né nuove né riscontri ordinò che i 4 battaglioni avessero abbandonati quei luoghi e ritirandosi nell'interna del Regno fussersi postati a Montereale Marano e Cagnano nel fine d'impedire ai seimila Tedeschi che erano nelle vicinanze di Spoleto di prendere l'armata, che tutta egli credeva iti Antrodoco, alle spalle. Eseguito nel giorno io di marzo questo movimento, fu grande la meraviglia del Pisa nel conoscere a Montereale ove avea spedito il Tenente D. Baldassarre Catalani essersi sbandato l'esercito Costituzionale, superate le gole di Antrodoco, i fortificati passaggi di Rocca di Corno e di Civita Tomassa non aver tratto al nimico neppure un colpo — Una riconoscenza quindi spediva nei vicini villaggi, quando quelle milizie vidersi addosso una intera divisione Tedesca con vari reggimenti di cavalleria e pezzi di artiglieria volante per modo Che sopraffatti dalla me raviglia, intimiditi dal numero e scorati dagli avvenimenti in altro non seppero addimandata salvezza che nella fuga e nel disordine!

Ma fa vile il soldato napolitano? a questa menzogna risponda il Generale Raap, rispondano le Campagne di Catalogna e d’Aragona e le battaglie di Bauseu e Lutzen nelle quali fece puntello al gran Gigante dei due secoli or decorsi — Fa vile il soldato napolitano? a questa calunnia risponda la Lombardia in che un sol reggimento u cavalleria comandato dal valoroso e troppo sventurato Colonnello Federici salvò l’intero esercito Austro Sardo nei famosi campi di Valleggio, risponda la strenua resistenza in Gaeta alle armi Francesi che aveano già latta impallidire l’universa Europa; per nulla dire dei campi vittoriosi di Bitonto e di Velletri perché vecchi e notissimi a tutti — No: il soldato di Napoli non fu mai né vile, né indisciplinato, né codardo, ma sibbene costantemente sviato tradito e vittima sempre della ignoranza o tristezza. dei suoi Supremi Capitani, Uno sguardo alla Storia, e si ricorderanno con. raccapriccio le abberrazioni di Mach, le. fanciullaggini di S. Filippo e di Mosch, le dissipazioni del Ministero Acton (40) .

Conosciutisi appena dal Principe Reggente i disastri di Rieti un gran consiglio di Generali. Ei convocò, il quale dovea convenire a Torricella: vi si portarono il Principe Leopoldo, i Generali Carascosa Florestano Pepe, il Duca D. Ascoli e Fardella. Non v'intervenne Colletta perchè rima sto in Napoli ad informare il Parlamento delle già sofferte sventure: prevalse in quel consesso la opinione di Carrascosa, il quale temendo che la fuga di un esercito, come poscia avvenne, fusse di tristo esempio all'altro, propose di ritirare l'Armata dietro il Volturno seconda linea designata nel fermato piano di guerra. - Cionondimeno la dissoluzione del secondo corpo di armata ingenerò la defezione quasi generale del primo corpo composto dal fiore dell'esercito. E qui ad altra causa non può la imparzialità della storia attribuirla che ad una marcata leggerezza del Generale Carrascosa, ed al la setta dei Carbonari. Al primo perchè non ebbe mai l'accorgimento di ravvisare e discerne re un misticismo tra suoi Uffiziali, i quali gittarono nelle file dei soldati la infedeltà, il sospetto l'infamia: alla seconda perchè nell’ammettere nelle vendite Soldati Sergenti, Superiori taluni in dignità carboniche ai loro stessi Colonnelli ed Uffiziali, mancò, tra essi l'unico e supremo bisogno di un armata qualunque, la disciplina - Alle prime voci della disfatta di Pepe si verificarono subito in quel Campo gli effetti della insubordinazione e di quella trama occulta che erasi formata nelle diverse Compagnie ed in ispecie in quelle della Guardia Reale; un aggregamento cioè di Uomini avversi al novello Statuto, leggieri, senza fede ad alcuno, sen za onore e pronti a manifestarsi al primo col di avversa fortuna. Documento incontrastabile di questo vero fia la seguente lettera indiritta dal Comandante in Capo al Ministro della Guerra nel dì 18 Marzo 1821.

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«Eccellenza

«Jeri fui a Torricella fino alle 4 e mezzo po meridiane: ritornai quindi a Casalanza pei movimenti della divisione Ambrosio. Nella notte mi è giunto rapporto del Tenente Generale Filangieri da Torricella col quale mi dava parte che quel la brigata quasi in totalità erasi sbandata, tirando fucilate su gli Uffiziali, e particolarmente su di lui: fucilate che traforarono a centinara la porta della stanza dove egli abitava. Intanto mi giungeva rapporto che la brigata leggiera del Generale Costa, aveva avuto un avvenimento quasi simile verso Sessa. E mentrechè mi contristava di tutto ciò intesi a poca distanza rumorose fucilate e verificai subito che queste partivano dai cinque battaglioni della prima divisione, arrivati e bivaccati a Casalanza, e che i soldati dirigeva no sui propri Uffiziali.

«Di là ad un momento furon caricati da quel la canaglia i quartieri generali del Generale d'Ambrosio e mio: il Generale d'Ambrosio fu salvo per una compagnia di zappatori che fu fedele ai suoi doveri, ed io il fui per una ventina di gendarmi che fece fuoco sui soldati; i quali vili quanto iniqui si dispersero per la campagna. Ordinai allora alla Cavalleria che li caricasse, ed in questa guisa ne ho raccolti molti e ricondotti nei ranghi: ma V. E. rifletta che sono questi gli stessi uomini ammutinati e sbandati un ora innanzi.

«La prego di stabilire delle pattuglie di cavalleria sulla strada di Napoli ad Aversa: io farò altrettanto da Aversa a Capua: il dippiù è nelle mani di Dio.

«Si degni V. E. dar subito conoscenza di tutto ciò a S. A. R il Principe Reggente -- Carrascosa.

Nel giorno 20 di Marzo venne segnata al gran Priorato innanzi Capua dal Generale Maggiore Figelmont per parte degl’Imperiali, e dal Barone d’Ambrosio Tenente Generale al servizio del Re di Napoli una convenzione colla quale si stabilì la sospensione delle ostilità in tutte le parti del Regno, l’armata austriaca dovere occupar, Capua, nei dì 21 ed i suoi avamposti non potere oltrepassare Aversa l’occupazione della Città di Napoli è dei suoi Forti essere oggetto di altra peculiare convenzione: farinata austriaca dover rispettare le prone e le proprietà qualunque fussero le circostanze, particolari, di ciascuno individuo.

I principali capi e fautori della rivoluzione di Luglio tolsero passaporto per l'America e per le Spagne; il Principe Reggente fu a tutti generoso di ajuti e di donatavi. I Deputati del Parlamento taluni scomparvero, altri si nascosero, tutti palpitarono dii un avvenire funestissimo!!

Il Barone Poerio a vista di tante rovine non mancò di cittadina virtù e nel dì 21 di Marzo sotto la punta delle Bajonette Tedesche si ebbe animo di riunire 24 Deputati tra quali il Marchese Dragonetti, Matteo Imbriani, Marchese Nicolai e Gabriele Pepe, e da questo morente simulacro di rappresentanza Nazionale fece consagrare il seguente atto.

«Dopo, la pubblicazione del patto sociale del dì 6 luglio 1820 in virtù del quale S. M. si compiacque di aderire alla Costituzione attuale; il Re per organo, del suo Augusto Figlio convocò i Collegi elettorali. Nominati da essi, noi ricevemmo i nostri mandati giusta la durata prescritta dalla stesso Monarca. Noi abbiamo esercitato le nostre funzioni conformemente ai nostri poteri ai giuramenti del Re ed ai nostri. Ma la presenza nel Regno di un esercito straniero ci mette nella necessità di sospenderle e ciò maggiormente, perché dietro l'avviso di S. A. R. gli ultimi disastri accaduti nell’esercitò tendono impossibile la traslocazione del Parlamento, che d’altronde non potrebb’essere costituzionalmente in attività senza il concorso del potere esecutivo.

«Annunziando questa dolorosa circostanza noi protestiamo contro la violazione del dritto delle genti, intendiamo di serbar saldi i dritti della Nazione e del Re, invochiamo la saviezza di S. A. R. e del suo Augusto Genitore, e rimettiamo la causa del Trono e della indipendenza Napolitana nelle mani di quel Dio che regge i destini dei Monarchie dei popoli.»

Nel giorno 23 di Marzo 1821 l’armata imperiale occupò Napoli, s'impadronì dei Castelli, accampò nelle piazze. Non grido di gioia, non sembianza di allegrezza, segno neppur di mestizia appariva nel popolo! Lo stupore di un cangia mento tanto celere ed impreveduto preoccupò tutti gli animi ed anche di coloro più alieni e schifiltosi al Governo Costituzionale!

Il mio lavoro è compiuto: scritto, come dissi, senza ira e senz'amore di parte. Solo fine che io mi ebbi fu quello di riunire in un sol gruppo le memorie classiche di una rivoluzione memorabile ad insegnamento ed istruzione dei popoli, cui la lettura di questo libro vorrebbesi caldamente raccomandare, perchè apprendendo da esso le vicissitudini del passato, si facesse una volta senno, e quello per ciascuno addivenisse lezione feconda pel presente e per l'avvenire.


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(1) Tito Livio nel t. della, IV. deca. Guicciardini, libro I. Cap. . anno 1493 colle annotazioni di Giovanni Bosini. Botta Storia dItalia.
(2) Thier, Storia del Consolato e dellImpero Lib. XIV. Aprile 1802.
(3) Et conversi estis vos hodie et fecistis quod-rectum est in oculis meis, ut praedicaretis libertatem unusquisque ad amicum suum, et inistis pactum in conspectu meo in domo, in qua invocatum est nomen meum super eam.

Jerem. XXIV. 15.

(4) Leggi Ranalli Storia degli avvenimenti d'Italia dopo lesaltazione di Pio IX al Pontificato.
(5) Rescritto di Settembre 1826.
(6) Profondamente addolorati dellorribile caso del 15 Maggio, il nostro pi vivo desiderio di raddolcirne quanto umanamente possibile le conseguenze. La nostra fermissima ed immutabile volont di mantenere la Costituzione del d 10 Febbrajo pura ed immaculata da ogni specie di eccesso. La quale essendo la sola compatibile coi veri e presenti bisogni di questa parte dItalia sar l'arca sacrosanta su la quale debbono appoggiarsi le sorti dei nostri amatissimi popoli e dalla nostra Corona.

Napoli 17 Maggio 1848.

FERDINANDO.

(7) autore di questi racconti inteso a compilare un corso di lezioni di dritto Costituzionale sulle norme dei signori Macarel e Constant applicato allo Statuto del d io Febbraio 1848.
(8) Bollettino delle leggi anno 1815.
(9) Atto Finale del Congresso; Art. 104.
(10) Atti del parlamento Nazionale del d 4 Ottobre 1820 e rapporto del Ministro degli affari esteri.

Archives Diplomatiques tomo 1. pag. 223 225.

(11) MEMORIE DEL REGNO DI NAPOLI– LIBRO PRIMO * 36

Ballettino delle leggi anno 1816

(12) Diario di Roma — Anno i8j6 — Coppi-Annali, d'Italia anno 1816 — Tomo 6. pag. 14. Edizione di. Roma t823k
(13) Alti della causa di Monteforte del dì to Settembre 1822.
(14) Tito Livio Lib. XI. 6.
(15) Giornale uffiziale del dì 22 Luglio 1820.
(16) Giornale ufficiale del dì t3 Agosto 1820.
(17) Giorn. uff. del di 13 Lug. 1820 num. 5.
(18) Giornale Cost. del dì 29 Luglio 1820 num. 19.
(19) Giornale Costi del di IV Settembre 1820 N. 10.
(20) Giornale uffiziale del di n Luglio 1820.
(21) Giornale ufficiale del di 27 Luglio 1820.
(22) Atti del Parlamento Nazionale del dì 4 ottobre 1820, e rapporto del Ministro degli affari esteri —Giornale Costituzionale del dì 21 Settembre 1820 num. 261.
(23) Atti del Parlamento Nazionale del dì 26 Ottobre 1820.
(24) Atti del Parlamento Naz; de 17 febbraio 182.
(25) Idem del d 10 Marzo 1821. Giornale Uffiziale.
(26) Estratto da una lettera di Anversa del di io Settembre 1829 inserita nel Giornale Costituzionale del d4 'Ottobre 1820 n. 85.

Dispaccio diretto al Conte di Stokalberg nel dì 18 Novembre 1820 Ministro di Russia alla Corte di Napoli scritto nel senso delle relazioni del signor Demidoff.

Giornale Costituzionale del dì 18 Dicembre 18201, numero 140.

(27) Questi non è della famiglia dei Generali Pepe.
(28) Rapporto del Ministro degli affari esteri al Parlamento del dì 4 Ottobre 1820.
(29) Alti del Parlamento Nazionale de’ giorni 5, 7 e 9 di Ottobre del 1820.
(30) Ani del Parlamento Nazionale del dì 31 gennaro 1821.
(31) Atti del parlamento Nazionale del dì 8 Dicembre 1820.

Giornale Costituzionale del dì ai Dicembre i8ao N. 13.

(32) Ci dovea farsi, ma non nera facile esecuzione, fra tanti sospetti e sotto la continua ed individuale sorveglianza de sellali. daltra parte il Parlamento non poteva in buona coscienza accettare una semplice e condizionata promessa di alcune guarentigie politiche in cabio di una Costituzione formale accettata e gi messa in atto. I giudizi a posteriori son quasi sempre diversi da quelli che si fanno a priori. (Noa di un contemporaneo).
(33) In prova di quanto il Marchese Dragonetti asser va leggi il discorso di Lamartine alle camere di Francia inserito nel Giornale Ufficiale del d 9 Febbraio 1848, in che tra le altre cose dicessi ... la restaurazione offri allItalia condizioni le mille volte meno onerose di quelle che voi manifestamente or le proponete; ella promise di consenso colf Inghilterra, qualora la libert Italica contentar si volesse della libert rappresentativa moderata, vale a dire, di una carta avente a modella Carta di Francia, e non quella anarchica di Madrid...
(34) Atti del Parlamento del dì 15 Dicembre i820.
(35) Altra pruova autentica ed incontrastabile della origine del Messaggio.
(36) Giornale Costituzionale del d 27 Dicembre 182o.
(37) Atti del Parlamento Nazionale del di 15 Febbraro 1821.
(38) Giorn. Cost. del dì 16 Febbraro 1821.
(39) Supplemento al Giornale Costituzionale del di 28 Febbraio 1821 numero 52.
(40) A chiarire che in tali popoli non manchi, l valor guerriero bench i Francesi dicano il contrario; i qual dovrebbero ricordarsi che dov gioca il valor naturale dellindividuo e non larte eh quasi il tutto nelle guerre moderne, i Napoletani non Ja cedono agli abitanti, di. qualsivoglia paese: che se nel|a guerra dotta, la quale pi dipende dal Capitano che dall'Esercito, i regnicoli sottostarono, coi n pure si afferma, io lascer che altri accerti il fatto e e indaghi le cagioni. (Gioberti Pel primato morale e civile dItaliaTomo l. pag. 261.











Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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