Eleaml - Nuovi Eleatici




La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

G. DE CASTRO

IL MONDO SECRETO

VOL. VIII

MILANO C. DAELLI & C. EDITORI

MDCCCLXIV

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LIBRO TREDICESIMO

I CARBONARI

(CONTINUAZIONE)

VI - Drammatica settaria

L’elemento drammatico, quanto più ci addentriamo nello studio della vita interna della carboneria, prevale con episodi connessi, di cui niuno potremmo tacere senza mancare al compito nostro, con effetti inattesi e tremendi, con apparato scenico e con scenici terrori. Quel frequente rinnovarsi di scene, ne’ particolari mutate, ma nel fondo conformi, in cui si accerta imminente il successo della rivoluzione, e quindi lo si celebra ed applaude accaduto, dovea accendere singolarmente 1 animo ad avverare ne’ fatti l'inganno pietoso; dico pietoso, perché a quegli uomini, nell’esistenza reale circuiti da tutte oppressioni, dovea parer gran cosa quel trovarsi liberamente riuniti, non scevri di sospetto, ma lieti di una sublime speranza, e consolati da un’illusione d’imminente vittoria: non tanto illusione che non si potesse e non si dovesse, un dì o l’altro, attuare. E persuadendosi del debito e insieme dell’agevolezza del moto, del ripetere cioè ampiamente quel che in breve face vasi o supponevasi fatto, ne veniva presagio od anche certezza di riuscita. Spiccando al teatro un’altra frase che ci sembra acconcia, diremo che i gran maestri grand’eletti rinnovavano spesso la prova generale del dramma che miravano a rappresentare nella penisola per meglio apprenderne la sceneggiatura e Ja bontà del nobilissimo ed altissimo fine: attori oggi, combattenti e martiri domani. Però la fede della vittoria era ad essi necessaria come ai martiri cristiani la fede dell’immortalità. Quella fede anima segnatamente la scena che qui rechiamo, a complemento delle anteriori a cui immediatamente succede e di cui forma la continuazione e la fine.

La grotta ritornò in silenzio, ed il nuovo grand’eletto occupò il posto designatogli, allorquando odonsi fuori grida d’allegrezza; e si battono alla porta colpi da gran maestro grand’eletto. Il venerabile ordina ad un assistente d’informarsi della persona che batte e della cagione di quelle grida festose; e poco stante l’assemblea apprende con entusiasmo che uno de’ suoi direttori, a capo di innumerevole moltitudine, s’avanza per annunciare ai fratelli l’ottenuta vittoria. Il direttore grand’eletto è introdutto, e il popolo, che si suppone fuori, sciama: Vittoria! Viva la libertà! Viva i Carbonari! Viva la repubblica Ausonia! Viva il governo provvisorio!

Il direttore. — Rispettabilissimi grandi eletti Sole e Luna, e buoni cugini, vengo ad annunciarvi, in nome del popolo vittorioso, che la fortuna coronò i nostri sforzi, che i tiranni sono morti od in fuga, i loro soldati sterminati, la repubblica Ausonia proclamata, e che io ho il mandato di cercare tra voi i vent’un membri del governo provvisorio per insediarli nel palazzo nazionale, dal quale abbiamo cacciato gli oppressori della patria.

Il venerabile. — Onoriamo di settemplice acclamazione il messaggiere che ne apprende sì fausta nuova... Ed ora, miei buoni cugini, debbo annunciarvi, prima di chiudere radunanza, che i nostri lavori, da qui innanzi, non si terranno più nell’ombra del mistero. La libertà trionfa in queste provincie, e deve trionfare altresì in tutte le città della nostra penisola. Noi dunque possiamo svestire il lutto che sì a lungo rappresentò l’afflizione del nostro cuore; ma, assumendo parte d’uomini pubblici, ci conserveremo semplici cittadini e difensori della ristabilita eguaglianza, e daremo opera al bene della nazione, della quale i nostri lavori oscuri, ma coraggiosi, hanno per sempre spezzati i ferri. Però non separiamoci senza formare la catena e porgerci il bacio fraterno. Rendiamoci degni della scelta del popolo, adempiendo con fedeltà e zelo gli uffici che esso ci ha affidati. Rispettabile primo illuminatore» che ora fa?

Il primo illuminatore. — Mezzogiorno, venerabilissimo gran maestro grand’eletto.

Il venerabile. — A qual ora si suole chiudere i nostri lavori.

Il secondo illuminatore. A mezzogiorno, venerabilissimo grand’eletto, quando odesi musica trionfale, e il popolo della repubblica Ausonia proclamasi libero.

Il venerabile. — Essendo mezzogiorno, e la repubblica Ausonia avendo racquistata sua libertà, datevi, buoni cugini, il bacio fraterno. Io chiudo la vendita di gran maestro grand’eletto carbonaro.

Questo era l’ultimo gradino della gerarchia. Però tale gerarchia ci offre denominazioni che variano da luogo a luogo. Ne’ processi romani, di cui favelliamo innanzi, si hanno ragguagli intorno i più notevoli uffici, e a questi precedeva quel di Trafiliere, che dovea tener elenchi di arruolati e arruolandi, e raccogliere informazioni; se non che, per maggior sicurezza, in un libro registrava soltanto i nomi e cognomi di famiglia coi numeri progressivi, e in un altro notava soltanto il numero di richiamo col pseudonimo assunto nella setta; laonde, tenendo ascosi questi due libri in luoghi differenti, la polizia non poteva giungere a riscontrare il nome finto col vero. Uffici pure di molto conto erano quelli Insinuatori, Censori, Scrutatori e Copritori, di cui il nome ci dice la natura. I maggiori dignitari intitolavansi Alte luci; e degli affiliati, alcuni Fanti perduti, giacché serbati alle più arrischiate imprese; altri Giustizieri, braccio armato della setta; altri Stabene, o i Sedenti, i quali rimanevano confìtti nelle prime entrate, o per lo scarso ingegno o per il timido animo.

Nel saldo e molteplice innanellamento della catena, gran parte spettava ai Trafilieri, che soli conoscevano un de’ capi supremi, da cui riceveano gli ordini, ed erano in relazione fra loro pei negozi di maggior gravità. Così trafiliere di Bologna avvertiva il trafiliere di Forlì, di Pesaro o d’Ancona dell’arrivo d’un fratello, delle faccende commessegli, delle comuni occorrenze. Pertanto la setta si divideva anco in trafile; ed ogni trafila avea il suo capo trafiliere; e sotto lui altri capi secondari che gli servivano di braccio presso le varie sezioni, in cui si partivano le trafile; le quali sezioni si suddividevano in isquadre. In ogni città eravi un’Alta luce, che corrispondeva col trafiliere, senza conoscere i capi delle altre trafile. L’Alta luce avea sotto di sé vari Capi squadra, a’ quali si raggruppavano intorno fino dieci Carbonari.

Come i Massoni, i Carbonari ebbero proprio calendario, inaugurando l’era da Francesco I di Francia, con proprie feste dedicate alla nascita, all’adolescenza, alla gioventù, al matrimonio, alla salute, alla forza, alla probità, al coraggio, e tocca via.

A qual tempo appartiene questo rituale? In qual parte d’Italia fu primanente concepito e attuato? Quali ne furono gli inventori e i propagatori? Qual è la sua autenticità? Dobbiamo rispondere a tutte queste domande, e per cominciare dall’ultima diremo che esso ne convince di sua autenticità per l’indole sua e il carattere ufficiale de’ testi da cui l'abbiamo trascritto. Che molti o pochi gli dessero vita, non sappiamo; che uscisse da alcune menti solitarie come quel degli Illuminati, o dalla cooperazione del maggior numero, resta un segreto per noi, e resterà tale probabilmente per tutti. Certo esso è impresso de’ caratteri propri de’ Napoletani; le superstizioni vi si consertano ad una tal quale fantastica grandiosità. Che se vogliamo attribuirlo ad un determinato periodo di tempo, crescono le incertezze, perocché, come vedremo or ora, la setta, almeno nel regno di Napoli, professò opinioni più costituzionali che repubblicane, e favoreggiò opposti partiti. Forse codesto fu il cerimoniale di una parte della carboneria, e della migliore; mentre la carboneria principesca s’attenne a formule e pratiche del tutto diverse.

Comunque sia, non è presumibile che tali cerimonie si rappresentassero ogni qualvolta doveasi ricevere un nuovo fratello, ché desse avrebbero tratto soverchiamente in lungo l’iniziazione con grave pericolo e danno. Come in ogni tempo vennero abbreviate e semplificate le cerimonie massoniche, pensiamo si abbreviassero e semplificassero quelle descritte, antecedentemente; di cui, per ciò solo, non scema il pregio, formando esse, per cosi esprimerci, il rituale di gala; destinato a solennizzare le più gravi circostanze.

Chi balzava, come il nostro patriotta, di cerchia in cerchia, e perveniva alla massima altezza, non dovea né delle formule, né de’ riti, né della carboneria medesima appagarsi; quest’ultima dovea considerare come mezzo, mezzo efficacissimo, e nulla più. Però non gli restavano ignoti né i suoi errori, né le sue debolezze, né le sue riprovevoli complicità. Un giorno, l’ardente patriotta spezzava lo strumento, altri strumenti impugnava. Così per l’ingresso dei migliori la carboneria veniva rimutandosi, finché, fattasi impossibile ai tempi, dal suo grembo uscivano sette novelle.

VII - La repubblica Ausonia

Anche pel documento che qui pigliamo ad esaminare dobbiamo chiederci l’epoca a cui spetta senza poterci dare adequata risposta. Le vicende palesi della carboneria non ponno servirci di guida in tale indagine; perocché in molta parte si dilungano dai principii formulati in questa Carta settaria. Diciamo Carta settaria, parendoci il documento abbia tutta l’ampiézza e la connessione di un patto sociale. Ma a qualunque tempo appartengano questi Statuti, non si ponno leggere senza il più vivo interesse. Questa ricostituzione ideale della patria, questa sublime finzione che supponeva già libera la penisola, e supponeva già in vigore ordinamenti governati da uno spirito d’amore e di libertà, commuove profondamente. Niuno potrà giudicare frivolo un progetto, meditato ne’ vigilati convegni, adottato come un programma di fede; niuno potrà deridere l’atto generoso e coraggioso di patriotti che adunavansi a votar leggi per la patria oppressa, e che stendevano la Carta politica dell’Italia, pronti a sottoscriverla col proprio sangue ed a consacrarla col sacrificio della vita. Esaminando questo raro documento, la sorpresa ci vince ad ogni tratto, abbattendoci in concetti che credevamo modernissimi e che hanno imprevedute e salde radici in un passato misterioso. Era per avventura un singolare conforto per que’ patriotti, che fuggivano le persecuzioni o le seduzioni di un’autorità dispotica, e che raccoglievansi da lontani luoghi in una riunione fraterna, sottratta a tutti gli sguardi, ma non a tutti i pericoli, secreta ma non sicura, il rifare mentalmente la patria; il restaurare il concetto di Roma repubblicana; l’eleggere un governo proprio, che, dominando nell’oscurità; tendeva a rovesciare il potere abborrito della tirannide, il discutere e adottare una legge nazionale che i loro voti e i loro sforzi destinava a trionfare delle leggi barbare e dissennate sotto le quali gemeva il loro paese. Que’ parlamenti disseminati nell’ombra si cingono per noi d’una maestà senza macchia, e ne ascoltiamo le voci con ossequio, ammirazione e compianto.

L’Italia, a cui i nuovi tempi daranno nome nuovo, sonante e puro (Ausonia), dev’essere libera tutta dalla triplice marina alle più alte vette delle Alpi, da Malta al Trentino, dalle bocche di Cattaro a Trieste, comprendendo le isole che le fanno corona e non distanno dalle sue coste più di cento miglia (articolo 1). In ventuna provincie verrà partito il territorio della repubblica, ognuna delle quali invierà un rappresentante all’assemblea nazionale (art. 3). Ogni provincia, obbediente alle leggi costitutive della nazione, avrà propria assemblea, che la doterà delle leggi ed istituzioni acconcie alla indole sua propria (art. 4), previo il consenso dei comuni che la compongono, e quello del governo centrale, che deve tutelare il bene generale dello Stato. Ogni provincia è divisa in dipartimenti che numerano all’incirca trecentomila abitanti (art. 5); i distretti ne noverano approssimativamente centomila; i cantoni diecimila, i comuni si serbano nell’assetto attuale, salve le opportune rettificazioni (art. 6). I dipartimenti sono retti da consigli generali di sette membri; i distretti da consigli di tre membri; i cantoni da un presidente assistito da un aggiunto e da un segretario; i comuni da un municipio composto di un rappresentante per ogni cento abitanti.

Un pensiero federalista presiede a queste disposizioni che alla riprova dei fatti certo avrebbero ricevuto salutari modificazioni; ma vi campeggia, ed è molto per gli anni in cui questo sistema di costituzione era elaborato, una provvida sollecitudine verso gli interessi regionali e provinciali, conculcati dai governi centralizzatori, che confiscano a beneficio di pochi le ricchezze e le forze del paese. Un articolo successivo afferma l’eguaglianza, e non di nome, di tutti i cittadini davanti le leggi: «I cittadini della repubblica nascono e rimangono liberi e giuridicamente eguali. Essi sono sommessi alle leggi votate dall’assemblea sovrana e consentite dalla nazione nelle assemblee primarie (art. 9)».

Tutti gli impieghi sono elettivi e temporanei (art. 11) e son conferiti mercé elezione diretta od indiretta (art. 14): i cittadini, ricchi e poveri, ponno aspirare a tutte le cariche, meritandole coll’ingegno e la probità (art. 10); nel quale paragrafo, come in altri, avvertiamo, a così esprimerci, la satira dei mali e degli abusi più vivamente deplorati nella condizione politica del paese, ed ai quali,nella nuova costituzione, volevasi apportare radicale rimedio. Ed è evidente l’intenzione di spogliare l’autorità centrale della sempre abusata facoltà d’elezione degli ufficiali pubblici. Con minuziosa cura sono determinate le varie competenze delle assemblee primarie, cantonali, distrettuali, dipartimentali e provinciali nelle elezioni. In questo intreccio di competenze prevale massimo scentralizzamento, e se si ponno notare molte lacune ed imperfezioni, gli interessi della libertà vi sono largamente promossi. Le assemblee primarie nominano gli ufficiali comunali, gli ufficiali e sotto ufficiali delle guardie nazionali, e gli elettori delle assemblee cantonali (art. 15). Queste nominano il giudice di pace, gli ufficiali superiori della guardia nazionale, e gli elettori delle assemblee distrettuali (art. 16). Le assemblee distrettuali nominano i giudici di prima istanza, gli officiali comandanti le guardie nazionali del distretto e gli elettori delle assemblee dipartimentali (art. 17). Le assemblee dipartimentali eleggono i tribunali d’appello, il generale in capo e lo stato maggiore delle guardie nazionali, i vescovi; i curati e i coadiutori sovra terna presentata dal vescovo; e gli elettori delle assemblee provinciali (art. 18). Le assemblee provinciali nominano il tribunale di cassazione, e, sovra terna presentata dalle assemblee cantonali, distrettuali e dipartimentali, i consigli stabili di dipartimento, distretto e cantone, e direttamente i sette membri che compongono il consiglio della provincia; ed inoltre il ministro delle armi che veglia l'ordinamento delle guardie nazionali de’ dipartimenti, e l'arcivescovo scelto nel gremio de’ vescovi della provincia. Le assemblee provinciali eleggono un deputato all’assembea sovrana che dura in carica ventun’anni; ma ogni anno viene 'eletto un nuovo deputato traendo a sorte la provincia che deve rieleggere il proprio. L’assemblea sovrana sceglie nel proprio seno sette membri che formano l’alta corte di giustizia, superiore anche alle corti di cassazione provinciali (art. 19).

Due re serbano l’equilibrio fra sì numerosi poteri; eletti dall’assemblea sovrana per ven'tun’anni; di cui l’uno appellasi il re della terra, l’altro il re del mare. Ove differiscano d’opinioni, l'assemblea nomina, pel caso speciale, un re del popolo, che delibera in ultima istanza. Ma gli atti reali più importanti richieggono la sanzione delle assemblee sovrane (art. 22); e le famiglie reali non hanno alcuna prerogativa, ed i figli non succedono al padre; e la persona del re è inviolabile finché rispetta le leggi; se offende le quali è punibile dall’alta corte di giustizia per istanza dell’assemblea sovrana (art. 24). Non sonvi ministri, ma direttori responsali, eletti dai re, delle diverse aziende (art. 23). Tutti i cittadini d’Ausonia sono soldati: dai sedici ai settantaquattro anni formano la guardia nazionale; dai diciotto ai venticinque, maritati o no e qualunque arte professino, l’esercito regolare, la cui ufficialità superiore è nominata dal potere regio (art. 25). La repubblica distribuisce ricompense pecuniarie e schiude asili ai veterani che ben meritarono della nazione (art. 27). Delle fortezze son distrutte quelle che non giovano a difesa contro l'esterno nemico, son serbate e meglio fortificate le altre: e di nuovi porti son provvedute le coste; sicché la marina, col concorso de’ cittadini, pigli slancio e nerbo, e si ponga' a paro di quella delle più fiorenti nazioni (art. 29). L’esercito regolare occuperà i porti e le fortezze, e solo quando minacciate dal nemico le città dell’interno, dovendosi adoperare unicamente nella difesa contro lo straniero (art. 30). Lo comporranno senza alcun privilegio di nascita i cittadini, mescolati nelle diverse schiere ad incremento della reciproca stima e del fraterno amore. I re non ponno porsi a capo dell’esercito; né ponno recarsi all’estero senza decadere dal trono; e nulla posseggono in proprio; hanno bensì una dotazione annua (art. 31). La religione cristiana, rintegrata e ritirata a’ suoi principi da concilio generale de(9 )vescovi della penisola, sarà la religione dello Stato; ma ogni culto è tollerato (art. 33). I ministri del culto sono salariati dallo Stato (art. 34). Il concilio de’ vescovi elegge il patriarca dell’Ausonia (art» 35). Il collegio de’ cardinali potrà risiedere nella repubblica finché duri in vita il papa regnante alla promulgazione della presente Carta, il quale verrà invitato ad essumere il titolo di patriarca, privato de’ beni temporali, fornito di congruo assegno. Dopo la di lui morte il collegio cardinalizio sarà abolito (art. 36).

L’imposta sarà progressiva, fissata da giurì composti di probi viri d’ogni comune. Il povero pagherà un settimo della propria rendita; il ricco pagherà sei settimi (art. 38).

La bandiera nazionale dell’Ausonia avrà forma triangolare, con una sola punta ondeggiante. Questo triangolo ne comprenderà tre minori, uno celeste, l’altro verde, l’altro auro; raffiguranti il cielo, la terra e il sole (art. 45).

La redenta Ausonia promette pace a tutte le potenze, né ha velleità conquistatrici, ma invoca rispetto dagli stranieri, e non subirà violenza anche a costo di crudelissima lotta. Però, non mescolandosi nella politica de’ governi finitimi, commetterà al tempo e alla filosofia il trionfo della giustizia (art. 46).

I titoli ereditari, e i diritti feudali, sono aboliti. L’assemblea sovrana può conferire titoli a tempo o a vita, soltanto trasmissibili, con apposito decreto, alle spose di coloro cui vennero dati (art. 48).

Gli ospitali, gli istituti di carità, gli opifici, i collegi, i licei, le scuole secondarie e primarie, riceveranno massimo incremento e verranno partiti in guisa che ogni località abbia quelli che sono più accomodati a’ suoi bisogni (art. 50).

La pena di morte è serbata solo agli omicida. La deportazione in una delle isole della repubblica sostituisce tutte le altre pene. I colpevoli non saranno ammazzollati a delinquenti di peggior natura; e gli uni e gli altri, sotto buona custodia, spenderanno le braccia in lavori agricoli ed industriali (art. 51).

Gli ordini monastici sono conservati; ma quanti li compongono ponno uscirne e rientrare nella società; e nell’avvenire niuno potrà entrarvi se non avrà prima adempiuto i doveri militari verso lo Stato, né potrà pronunciare i voti innanzi i quarantacinque anni se uomo e quaranta se donna, e anche dopo pronunciati i voti potrà riedere in seno alla propria famiglia (art. 53). Il soverchio de’ beni monastici viene incamerato (art. 54).

La mendicità non è tollerata; il comune fornisce lavoro ai poveri validi, soccorsi a domicilio agli invalidi (art. 56).

Le tombe de’ grandi uomini e de’ benefattori della patria sorgeranno lungo le vie maestre: ma l’onore della statua sarà concesso per decreto dell’assemblea sovrana. Una breve inscrizione in lingua volgare dirà le virtù dell’estinto (art. 57).

Il patto costituzionale della repubblica Ausonia, liberamente accettato dalla nazione nelle assemblee primarie, è posto sotto la salvaguardia de’ cittadini e delle armate di terra e di mare. I suoi articoli ponno modificarsi o mutarsi ogni ventun’anni; e le modificazioni proposte e deliberate nell’assemblea sovrana per divenir valide debbono ricevere la sanzione delle assemblee primarie (art. ultimo).

Questo documento, come avvertimmo, non teca nome d’autore, né data: opera collettiva, espone più ch’altro lo stato degli animi e delle opinioni in un determinato periodo, e traduce forse in una serie di disposizioni legali le aspirazioni ed i voti di gran numero di cittadini. Piacciono le utopie, che, romanzi dell’avvenire, propongono, o fingono esistente in remote isole, una condizipue ideale di vita; piacciono perché adempiono al più nobile ufficio dell’arte, e alla più generosa missione del pensiero; ma opera d’individui, e del tutto letteraria, benché suggellata, in Moro e Campanella, col martirio, hanno minor importanza del romanzo dell'avvenire contenuto nello scritto singolare che abbiamo riassunto. Ed è romanzo, giacché ha contraddizioni, e concetti inattuabili, ma è ravvivato da intendimenti umanissimi, che anche oggi precorrono i tempi e forse li precorreranno ancora per molte generazioni. Vi trionfa la fede di uno splendido avvenire, specialmente marittimo, serbato all’Italia, potente, forte, munita, con porti amplissimi, ed ogni maniera d’istituzioni utili e di ornamenti civili; ove due re, o meglio due presidenti, regnano e non governano, destinati a rappresentare la dignità e la forza della nazione sulla terra e sul mare; ma su cui vegliano le assemblee, ed a cui, in caso di contestazione e dissenso, comanda il re del popolo. Ed è organizzata la gelosia contro l’autorità regia e le truppe regolari, giacché alla prima vien contesa fin la gloria, e le seconde non ponno occupare le città interne della penisola. Ordinamento democratico, le sollecitudini versò le classi povere ispirano l’equa distribuzione delle imposte, aboliscono la mendicità, temperano le pene, e trasformano radicalmente la pubblica beneficenza additando il lavoro e i soccorsi a domicilio comò il migliore rimedio della povertà. Ma un pensiero d’egoismo verso gli altri popoli indebolisce e macchia questo statuto, quello del non intervento; pensiero che vorremmo cancellato, e che infatti troviamo smentito in un progetto, il quale è voce i Carbonari presentassero al ministero inglese nel 1813, quando la fortuna napoleonica volgeva rapidamente al declino. Ignoriamo quanto siavi di vero in questo progetto, di cui alcune idee s’accordano con l’antecedente statuto, ed altre ne dissentono; ed è sospetta la fonte in cui venne pubblicato (Gazette de Franca, 25 aprile 1820), e da cui noi lo spicchiamo. Pur l’ideale dell’Italia una, fortemente insediata tra l’Alpi e il mare e cinta da ricco monile d’isole, potrebbero farlo ragionevolmente supporre dettato da quegli uomini che per l’amore dell’unità italiana apprestavansi a sfidare i patiboli di Modena e le carceri dell’Austria, mal consigliati solo nel chiedere ad una potenza straniera, alla Gran Brettagna, speranze, incitamenti ed aiuti:

«L’Italia sarà libera e indipendente.

«I suoi confini saranno i tre mari e le Alpi.

«La Corsica, la Sardegna, la Sicilia, le sette isole, e quante isole trovansi lungo le coste del Mediterraneo, dell’Adriatico e del mar Jonio, formeranno parte integrante dell’impero romano.

«Roma sarà la capitale dell’impero e la sede de’ Cesari.

«Gli stemmi, le bandiere e le insegne saranno conformi a quelle dell’antica Roma. I colori nazionali il bianco e il rosso, quelli della toga romana.

«Non appena i Francesi avranno evacuato la penisola, si procederà alla nomina del nuovo imperatore, scelto nelle famiglie regnanti di Napoli, di Piemonte o d’Inghilterra.

«L’elezione dell’imperatore sarà compiuta dal popolo e dall’armata; e questi due poteri proclameranno nello stesso tempo la costituzione dello Stato.

«L’Illiria formerà uno regno a sé che verrà dato al re di Napoli in indennizzo della Sicilia.

«Sarà costituito un comitato straordinario, composto d’un presidente, d’un vicepresidente, e di cinquanta capi di sezione, specialmente incaricati del carteggio segreto (?)

«L’armata sarà composta di cinquanta legioni, di cui quarantadue romane od italiche, otto d’ausiliari. Ognuna d’esse comprenderà 5000 uomini in tempo di pace, e 7000 in tempo di guerra.

«Un corpo di 50,000 uomini ed una flotta di venticinque navi si terranno sempre pronti per sostenere la rivolta negli Stati vicini.

Come accordare queste diverse disposizioni od inclinazioni? Non è da noi, coi soli documenti che ci stanno davanti, il farlo; laonde ne giova uscire da queste ambagi per esplorare l’indole della carboneria negli eventi d’Italia e di Francia di cui fu tanta parte.

VIII - Origini della Carboneria

Anche i Carbonari, o per superstiziosa credulità, o per vanità, o per altre cagioni, mirarono ad attribuirsi remote origini, nelle quali poco s’accordano, e di cui parecchie non hanno di storico neppur l’apparenza. I più antichi ragguagli sono più ch’altro tradizioni, messe in giro e autorate dai più ferventi e meno illuminati fratelli, che credettero così aggiungere lustro e potenza alla setta.

Havvi perfino chi spacciò l’ordine fondato in Macedonia da Filippo, padre di Alessandro; e non sappiano se tale leggenda ebbe voga e ottenne fede. Certo è che si tentò comporne un alto grado, il cui rituale dovea appunto aggirarsi su questa supposta origine.

Altri si riconducono fino al pontificato di Alessandro III, quando la Germania, a sicurarsi dai baroni, che infestavano le città e le campagne, pigliò a comporre ghilde e società di mutua difesa con animo di opporsi alle prepotenze de’ grandi; e da’ boschi, ove solevano cercar rifugio i membri di que’ sodalizi, vorrebbesi far provenire il nome de’ Carbonari, destinato, in appresso, a tanta fama.

Chi dovunque scopre conformità, volle persino vedere somiglianza tra l’ordine religioso degli Umiliati e quello politico de’ Carbonari» ma è agevole avvertire le innumerevoli dissonanze che rendono questa opinione, non solo poco attendibile, ma poco seria.

Nell’assenza di buona legislazione forestale, frutto di tempi più colti, che dovea maturare prima che altrove in Italia per opera della sapienza veneta, i principotti tedeschi presero a taglieggiare i miseri carbonari, che tumultuarono; ma la non riuscita delle sommosse li fè accorti della propria debolezza, e provvidero a fortificarsi mercé l’associazione, che ai deboli, ai diseredati, agli infelici non invano promette salute. Questi consorzi di carbonari osarono resistere a quel fulmine di guerra di Corrado Kauffengen, e al duca di Wtirtemberg; e l’ardimento non fu punito dall’insuccesso.

Era necessità che i congiurati ricorressero alle iniziazioni, già in uso presso le antichissima società operaje; ché ogni classe di lavoratori più o meno sentì d’uopo di associarsi contro l’insidioso e violento patriziato. Il rituale era impresso di quel misticismo, di cui innanzi ebbimo bastevoli esempi; e l’inviolabilità delle promesse, che reciprocamente si facevano e che facevano al sodalizio, è attestato dalla elocuzione proverbiale: Fede di carbonaro.

In molte regioni montuose pare siasi sparso il consorzio, ma potrebbesi altresì supporre che spontaneamente surgesse questa forma di fraternità in tutti i luoghi ove le medesime circostanze concorsero a produrla, senza pensare ad una diretta filiazione. È più ovvio credere nella generazione spontanea di alcuni fatti sociali, che non l’andare immaginando un vasto intreccio di rapporti e di parentele.

Abbiamo antecedemente veduto la parte che i fenditori o taglia legna ebbero nel Compagnonaggio francese (1). Qui appajono meglio riconoscibili le sinonimie; molti tratti de’ rituali de’ Fendeurs sono del tutto eguali alle cerimonie della carboneria italiana. Evidentemente la setta, o per lo meno le sue forme iniziatorie, ci provennero di là; ma dopo di avere acquistato nell’Italia meridionale quella estensione e robustezza che in Francia non ebbe mai, dopo essersi applicata alle faccende politiche, la Francia la riebbe da noi, la riebbe più acconcia al lavoro a cui i tempi vennero destinandola.

Nel Jura meglio che altrove la fenditoria potè ordinarsi sovra stabili fondamenta. Intitolavasi pure società del Bon cousinage; e vantava l'aggregazione di Francesco I con circostanze drammatiche, e quella, meno inverosimile, di membri del parlamento dal 1770 al 1790. Accadde di spesso che tali società operaje si venissero schiudendo a persone appartenenti ad altre classe sociali, vuoi per la stima che i popolani, anche più avversi alle classi privilegiate, fanno dell’ingegno o dei titoli, vuoi pel bisogno di direzione o di appoggio; similmente le corporazioni muratone inglesi trasformaronsi in società politiche affiliando uomini della borghesia, ed anche della più alta aristocrazia.

La Minerva, periodico napoletano della fine dello scorso secolo, contiene una notizia, che riferiamo per la sua singolarità. Il governo francese, poco prima della rivoluzione, mirava cupidamente all’acquisto di Genova, e dicesi favoreggiasse suoi progetti la fenditoria colà esistente col titolo di Carboneria reale, che pur di scuotersi di dosso ih giogo oligarchico, non avrebbe esitato davanti il turpe divisamento di infeudare Genova alla Francia.

La fenditoria durò anche sotto Napoleone, nemica a lui, come a despota, e le si attribuisce a capo il marchese di Champagne. Di tali minuti, e non sempre esatti, ricordi; di tali vaghe, spesso insussistenti, tradizioni; si compone la primitiva storia delle sette più celebrate.

Meno incerte notizie troviamo sull’introduzione della carboneria nell’Italia meridionale. Alcuni Napoletani, esuli dal 1799, iniziati in Isvizzera e in Germania, tornando in patria, ne discorsero come gli esuli sogliono coi parenti, cogli amici; i più ambiziosi, i più irrequieti tolsero a propagarla. Però ne’ primi anni la setta restò debole, inosservata.

Verso il 1811 vennero di Francia e di Spagna certi cospiratori, che per acquistare influenze o ricchezze, o per altre ragioni, e considerando il regno di Napoli molto acconcio ai loro piani, profersero alla polizia spandere l’ordine per incivilimento di popolo e tutela di governo. Era in quel tempo ministro il genovese Maghella, forse già iscritto nella Carboneria della sua città natale, se è vero che Genova abbia avuto propria carboneria, amantissimo della libertà italiana, educato nelle arti poliziesche alla scuola del Saliceti. Costui era venuto in grazia di Napoleone perché avea saputo zelare gli interessi di Francia nella repubblica ligure. Quando Giuseppe Bonaparte mosse a sedere sul trono di Napoli, il Maghella lo accompagnò, e divenne l’anima del suo governo. Anche il succeduto Murat lo tenne in gran conto. Alcuni scrittori ci rappresentano costui come ingrato a Napoleone, se ingratitudine può nomarsi il favorire più presto gli interessi d’un paese che non quelli di un uomo. Maghella si sarebbe tanto più accostato a Murat quanto più veniva alienandosi l’animo di Napoleone; e a Murat avrebbe de’ primi consigliato di scuotere il giogo francese, e di crearsi re d’Italia; progetto ardito, che forse avrebbe avuto felice esito, se non erano gli spiriti tentennanti di colui a cui beneficio e gloria volevasi da’ congiurati condurre. A giovare 1 autonomia del governo napoletano, Maghella, audace in politica quanto Murat in battaglie, propose a quest’ultimo servirsi della carboneria. Sul primo, Gioachino, più per istinto di re che per senno di reggitore, vi si opponeva; ma finalmente aderì, e la Carboneria, quasi pregata, ravvivò suo proselitismo.

Il paese, o non s’avvide della connivenza della polizia, o non vi fece caso; riguardossi la setta, non solo senza sospetto, ma con fede grandissima, e come mezzo di lucro. Presto e molto, per la sua sistemazione mirabilmente diffusiva e per la più mirabile arte de’ Napoletani a conservare il segreto, crebbe di numero e di potere; tra i pubblici ufficiali che si scrissero settari, e i settari che divennero uffiziali pubblici, non vi era pubblico uffizio che non ne contenesse molti. Né solo nell’Italia meridionale, ma anche nella superiore, essa metteva salde radici, or lusingata ed or temuta dai grandi, dai popoli variamente giudicata, dai sinceri patriotti riguardata come strumento di politica redenzione.

IX - Carboneria e Murat

Il troppo numero degli affiliati sgomentò in breve i reggitori, e pel primo Murat; quando giunse lettera del Dandolo, consigliere di Stato del regno italico, il quale diceva al re Gioacchino: Sire, la carboneria si spande in Italia; voi liberatene, se potete, il vostro regno, però che quella setta è nemica de’ troni. — Delle quali parole Gioachino fe’ durissimo sperimento stando, nel 1814, coll’esercito in riva del Po; ché i Carbonari gli si levarono contro, ed a sedarli bisognò forza, prudenza ed astuzia. Scoppiò la collera, come in Gioacchino soleva, sconsigliata e superba, che crebbe lo spavento delle popolazioni, le ire de’ settari, le speranze de’ Borbonici; i quali dalla vicina Sicilia guatavano ogni indizio, da cui potessero trarre augurio e sussidio di prossima restaurazione. Gioacchino proscrisse la setta, cioè moltiplicò i nemici» li costrinse ad abbandonare le vie palesi per battere le coperte, ed a cercare appoggio ne’ più temuti avversari di Napoleone, negli Inglesi. Per editti e supplici i Carbonari chiaritisi avversi a Murat, salsero ne’ favori della corte borbonica, e di quel lord Bentinck che la faceva a Palermo da padrone e meditava vasti disegni. Gli emissari spediti a Palermo per intendersi colla corte proscritta riedettero con un piano apprestato, di cui vidersi le prime opere nelle Calabrie e negli Abruzzi. Cosi i Carbonari dalla protezione di un re trapassavano a quella di un altro; e credendosi serbati ad alte cose, non pure estimavansi setta, ma potenza; e tali erano veramente.

La promessa di una costituzione fu l’esca con che gli Inglesi attirarono i settari; i quali già da tempo e sempre invano richiedevano d’una costituzione Murat, che avea niegato perfino il vanissimo statuto di Bajona. I Borboni a Palermo, consigliati o costretti dall’Inghilterra, liberaleggiavano; e spargevano nelle antiche provincie i libri delle nuove leggi siciliane, e opuscoli e fogli che esaltavano la mutata politica, e prometteano eguali franchigie al Napoletano quando questo ritornasse sotto il primiero regime; promesse che trovarono, ancora dopo le recenti delusioni, credenza.

Maggior nerbo di carboneria, giovato dalle più facili e regolari corrispondenze con Sicilia, si raccolse in Calabria. Il principe di Moliterno, antico repubblicano, suggeriva agli Inglesi che unico mezzo di prevalere a Francia era favoreggiare l’unità d’Italia; e punto o poco ascoltato si pose in Calabria a capo d’un’antica banda, diffondendo le stesse idee. Il generale Manhes fu mandato in quest’estremo lembo d’Italia con programma di sterminio; l’uomo era acconcio al programma. Risursero le commissioni statarie; si formarono i processi; si emanarono sentenze crudelissime. De’ primi della setta era un tal Capobianco, giovine di animosi spiriti. Era capitano delle milizie urbane della sua terra, edificata come rocca sopra monti asprissimi della prima Calabria; e perciò, essendo difficile arrestarlo, si faceva sembianza di non crederlo reo. Poi il generale Jannelli, mercé lenocini, da cui egli, incauto come tutti i generosi, si lasciò adescare, fu preso e decapitato sulla pubblica piazza di Cosenza; delitto che peggior danno recò nelle Calabrie alla causa di Murat, che non l’opera di più migliaja di cospiratori.

I Carbonari della Calabria erano concitati dalla Sicilia; quelli dell’Abruzzo da Lissa, isola dell’Adriatico, che fatta emporio di commercio e di contrabbando, era dagli Inglesi fortemente guardata. I Calabresi, sperimentati ai rigori del generale Manhes, macchinavano segretamente; ma gli altri, inesperti, ratto si mossero, così che al dì fissato la rivoluzione proruppe simultanea e generale nella provincia di Teramo, confine del regno. Era disegno de’ Carbonari, come ne racconta Colletta, adunarsi armati nella campagna; entrar nelle città; togliere di officio i magistrati, e mutarli in altri; gridare caduto l’impero di Murat, e risorto quello di Ferdinando Borbone, re costituzionale; correre le vicine provincie, e avanzare nel regno con gli aiuti di altri settari e della fortuna? La più parte de’ desiderii si avverò; tutta intera quella estrema provincia, fuorché la città capitale, fu ribellata; e procedeva il cambiamento nel vicino distretto di Chieti, se i provvedimenti dell’intendente Montejasi, ed il sollecito muovere di alcune squadre di gendarmi, non avessero impedito ai rivoltesi di Tèramo il passaggio del fiume di Pescara. Sedizione sì vasta non aveva costato né delitti né fatiche: i magistrati di Gioacchino nella ribellata provincia erano usoiti di posto chetamente; i novelli esercitavano senza vendette o superbia; le leggi erano mantenute; la mutazione d’impero e di ministri era avvenuta in un giorno: indizii tutti di universale consentimento, pericolo maggiore al governo. Ma fu infantile impresa, e di durata brevissima, e di effetti sol lagrimosi per chi la tentò, benché sul primo minacciosi a coloro contro cui era stata iniziata. Uscì allora un nuovo decreto che agguagliava le adunanze di carboneria a cospirazioni contro lo Stato, puniva di morte gli antichi Carbonari che si adunassero come i nuovi che si ascrivessero alla getta. La reggente (ché, come dicemmo, Murat trovavasi col fiore dell’esercito al Po) mandò le più fide squadre contro gli insorti; Gioachino vi mandò il generale Florestano Pepe, uomo autorevole e mite. Si sentiva la convenevolezza di non sevire; ma i congiurati si sbandarono, l’insurrezione non seppe resistere un giorno né procacciarsi onorevoli patti; laonde intesa da Gioachino l’improvvisa ed insperata vicenda, non più temendo dei ribelli, volle, ad esempio, aspramente punirli; rivocò le blandizie, afforzò il rigore.

Però le cose di Murat volsero alla peggio; egli era troppo indeciso per dar corpo ai suoi vasti pensieri, troppi avea nemici, troppo ne miche le circostanze. Nel cominciare del 1815 e’ si rimproverò di essersi alienati i Carbonari, di cui conobbe la sotterranea influenza; ma già stava con un piè nell’abisso. Offerse pace, anzi richiese d’amicizia la carboneria; ma codesta più non fidava in lui, e quand’anche avesse fidato, lo sapeva travagliatissimo dalle avversità di fortuna e di guerra. Ad ogni modo, vedendosi così onorata e temuta, la setta crebbe nel concetto di sé stessa; il quale esagerato concetto la rovinò. Già molti uomini di senno e di virtù s’erano dilungati dalle sue file, in tal guisa impoverite più che dalla perdita di centinaia di membri. Nella gioja di sognate grandezze, essa fece a fidanza col destino, e in luogo di porre le proprie forze a servigio delle proprie sole idee, a più cause e disparate, promise contemporaneamente ajuto, ai Borboni, ai Murattisti, agli Indipendentisti; laonde in quegli anni molto e a molti promise, pochissimo o nulla attenne. Dimentica che la natura de’ grandi è farsi umili nel bisogno, e di poi spregiatori ed ingrati, non diede a patti la sua amicizia, non dimandò leggi e franchigie. Ma pure gli innumeri errori non la danneggiarono nell’opinione de’ volghi; così essendo le sette, di cui acuto scrittore lasciò scritto che la prosperità o l’avversità le ingrandisce, la mediocrità le distrugge, i grandi beni, i grandi mali, troppi stimoli, troppo freno sono loro alimento, e perfino la sferza del carnefice non è flagello, ma sprone.

X - La Carboneria e i Borboni

La caduta di Gioachino piacque a’ Carbonari, come quella di Napoleone a’ Liberi Muratori; ma i Liberi Muratori non patteggiarono colla restaurazione borbonica, bensì i Carbonari, che, ricordevoli de’ colloqui di Sicilia, prometteano a re Ferdinando ogni maniera di ajuti e gli chiedevano ogni sorta di favori. Re Ferdinando, per converso, sapendo l’indole voltabile delle sette, tolse pressoché subito a riprovare quella che gli avea agevolato il ritorno negli antichi Stati, punto non curandosi della taccia d’ingratitudine. I Carbonari ne furono sgomenti, ché a tutto erano parati meno che a tale delusione; non osarono per lunga pezza adunarsi; sconcertati i piani, erano nel regno mille sette e mille settari, nessuna setta. Per lo che l'istituto venne tralignando; non vegliato da capi, non avvinto a comuni operazioni, vi poterono uomini mediocri o pessimi, che agirono per fini frivoli, codardi o scellerati. Fu codesto il periodo meno lodevole della Carboneria. Sapremo innanzi, favellando dei Calderari, quanto s’adoperasse il ministro Canossa a screditarla, fin ad armare contro di essa legioni di altri settari.

L’intento fu in parte ottenuto per la corruzione inoculata alla società, che da speculativa si fece operatrice, ma senza guida, senza piano, spesso con effetti riprovevoli. De’ malvagi s’iscrissero Carbonari per isfogare ogni loro talento; quasi non bastassero le pubbliche passioni e i pubblici odii, s’aggiunsero le passioni e gli odii privati, e in quello scompiglio la carboneria servi di pretesto a delitti.

Il governo felicitavasi di potere ad un tempo punire i Carbonari ei ribaldi, assimilandoli; ma gli ultimi, benché intrusi, sapevano giovarsi della tutela dell’ordine; laonde i commessi misfatti restavano impuniti; tacevano gli offesi, mancavano gli accusatori, mentivano i testimoni, si arrendevano i giudici, come ora nel brigantaggio; e pessima fama raccoglieva la setta.

Di sì eterogenei elementi era formato nel 1818 Verdine; e nullameno, nonché parer «bosso sulla tua base, mostravasi più saldo che mai. In quell’anno e ne’ successivi gli venne incremento dall’esercito diviso per interessi e per genio, malamente composto, peggio disciplinato, quindi acconcio alle cospirazioni. Dell’esercito cominciarono a darsi i minori, poi alquanti de’ maggiori, ma forse nessun generale; la milizia civica diedesi tutta. Anche il clero inchinava ai rivolgimenti, e perciò porse orecchio alle lusinghe de’ cospiratori larghi, come sappiamo, di promesse a tutti partiti.

L’esercito, benché guasto, adduceva abitudini di disciplina; e già nel 1819 la carboneria era meglio organata; si componeva d’uomini ar rischiati e operosi, atti a scomporre più che a comporre, a demolire più che a costruire; noverava seicentoquarantaduemila membri. Sul finire di quell’anno, molt’altri si fecero ricevere, i quali, perché assennati e forti, videro le brutture e le magagne, ma non s’arretrarono, considerando che lo strumento era buono e che si poteva con esso aggiustare colpi risolutivi. Il numero non faceva difetto, bensì il consiglio; ma ora la setta, meravigliosamente cresciuta di corpo, veniva acquistandolo, come in membra robuste, tardi, ma pronto e ferace, mostrasi l’ingegno.

Nel 1819 scoppiò la rivoluzione di Cadice, che con poco spargimento di sangue forzò Ferdinando VII a giurare la costituzione, la quale era in quel tempo in cima degli universali pensieri. Piacque quel moto, così rapidamente e felicemente riuscito, ai Napoletani già inclini ad ammirare e imitare Spagna, colla quale, per la lunga convivenza, e pel clima, e per gli atteggiamenti dell’ingegno e dell’animo, tengono grandissima conformità.

Per gli eventi spagnuoli i Carbonari si agitarono nelle adunanze, salirono in ardire; e vedendo che la riuscita dell’impresa stava nel consenso dell’esercito, si volsero in tutte guise a rendere settari gli uffiziali e i soldati; molti, come abbiamo detto lo erano, moltissimi lo divennero. Gli applausi dati da tutta Europa a Riego e Quiroga, generali voltatisi contro il proprio re, aveano tentata la disciplina e resa più facile una rivoluzione militare.

Il ministero fu atterrito da quel subito moto di libertà che manifestavasi in Calabria, Capitanata e Salerno; e a infrenare i rivoltosi, e, come si seppe poi, a tenersi pronto a varcare il confine pontificio per intelligenze fatte coll’Austria, adunò campo militare a Sessa. Fu il rimedio peggiore del male. Quivi, praticando insieme i settari, si legarono d’amicizia come di voto; e que’ di Salerno, tenendosi sicuri, affrettarono il giorno della prova. A tale intento spedirono a’ lontani lettere ed emissari; ma poi, come spesso suole avvenire nelle cospirazioni, i settari più ricchi, perciò più timorosi, persuasero gli altri, che, altresì odiando ricchezza, ne’ più ricchi facilmente s’inducono a credere, a sospendere le cominciate mosse, e spedire fogli e nunzi rivocatori de’ primi. Nel quale vacillamento il governo inanimì, e dei ribelli, chi fu messo in carcere, chi bandito; e pel momento, cessò il pericolo.

Sino dal 1817 il buon cugino Francesco Gagliardi di Salerno avea disposto piano di rivolta, approvato da Domenico e Gabriele Abatemarco, Michele De Blasiis, Ferdinando Ancovito. Quest’ultimo promise la cooperazione del suo parente generale Ancovito. Un convegno ebbe luogo a Pompei, ma si rimandò a miglior tempo l’esecuzione del progetto.

Due anni dopo, l’entusiasmo era giunto al colmo, e la setta poteva nella Lucania fare assegnamento sovra due mila affiliati, oltre un reggimento di dragoni e dieci pezzi d’artiglieria. Anche i granatieri della guardia ed una parte del reggimento del re e della regina erano stati dall’agente Pellegrini guadagnati alla causa. Si tenne una corrispondenza epistolare colle provincie del regno, ed infine un ultimo abboccamento il 23 maggio nella casa del buon cugino Francesco Clementi da Padula; nel quale si deliberò agire al più presto, e venne eletto comitato direttivo di sette membri. Il traditore Francesco Acconciagiuoco svelò ogni cosa alla polizia, che parte dei congiurati arrestò, mandando a vuoto l’impresa (2).

Dall’esercito mossero, nel medesimo 1820, impulsi più gagliardi ed efficaci. All’alba del 2 luglio, due sottotenenti, Morelli e Silvati, e centoventisette fra sergenti e soldati del reggimento reale Borbone cavalleria, disertarono dai quartieri di Nola, secondati dal prete Menichini e da venti settari carbonari, volgendo tutti ad Avellino per unirsi ad altri settari giorni innanzi banditi da Salerno e riparati colà, ove la setta era numerosa e potente.

Da Nola ad Avellino si cammina dieci miglia fra città e borghi popolosi, che il fuggente drappello non cansò, ma attraversò alle grida: Viva Dio, Re, Costituzione, e fra gli applausi. Giunto il Morelli a Mercogliano pose il campo, e scrisse lettere al tenente colonnello De Concili,che stava in Avellino con autorità suprema per trarlo alla setta. De Concili esitò a dichiararsi per la rivoluzione, ma intanto non le mosse contro.

La corte, saputi gli eventi, dubbiosa della fedeltà dell’esercito, perdette quel che più importa in simili casi, le ore. Diede comando di marciare contro i rivoltosi al generale Guglielmo Pepe, poi glielo tolse. Elesse all’impresa il generale Carascosa, liberale ed audace, ma non osò fornirgli soldati. Per ultimo, tre colonne mossero contro i ribelli, ma per gelosia di governo o di generali, separatamente, quindi inutilmente, e non potendo impedire le diserzioni. Morelli profittò, nonché delle ore, degli istanti. Invase il Principato ulteriore, cui è capo Avellino, invase parte del Citeriore, toccò la Capitanata. De Concili, vinte le dubbiezze e gli indugi, ebbe notturno abboccamento col fortunato condottiero, e seco lui dispose l’ingresso in Avellino. Invero il Morelli, poderosamente afforzato, accampò le sue genti sulle vette di Monteforte, incontro Napoli, mentre allargava nelle vicine provincie l’impresa, ed era in Avellino festosamente accolto. I magistrati, l’intendente, il vescovo giurarono Dia, Re, Costituzione; nella qual cerimonia il Morelli accertò non sedizioso il moto, ma devoto a monarchia, e depose il comando nelle mani del De Concili, che lo assunse (3).

Nello stesso giorno la Capitanata, la Basilicata, gran parte di Principato Citeriore, si alzarono a tumulto. Ma fra i moti e le armi erano sacre le leggi, mantenuti gli ordini, salve le vite, rispettate le proprietà, gli odii repressi, la rivoluzione mutata in festa pubblica; indizio d’irresistibile consenso.

Anche Napoli minacciava tumultuare; cinque settari, forti del pubblico amore, presentaronsi soli, inermi, alla corte, chiedendo costituzione, tempo a rispondere tre quarti d’ora; e n’ebbero, non che pene, lodi grandissime. Fu la costituzione promessa, indi data, giurata e spergiurata.

La forza della carboneria venne anche nelle minori borgate manifestandosi; le quali, abbattuta la bandiera borbonica, od accanto di essa, posero i mistici colori della setta, che indi vennero ufficialmente riconosciuti, e aggiunti al vessillo della rinnovellata monarchia. I settari, i costituzionali entrarono trionfalmente in città; e fu spettacolo memorando quel dell’abate Menichini, vestito da prete, armato da guerriero, che precedeva sette migliaia di Carbonari, plebei e nobili, chierici e frati, ai quali fe’ plauso la reggia. E i principi e i ministri s’ornarono dei tre massonici nastri (rosso, nero, turchino); tanto poteva timore od astuzia.

Come sempre suole avvenire, non gli autori del rivolgimento, i veri Carbonari, salsero al potere; ma gli uomini della vigilia, gli intriganti, i Murattisti; un de’ pochi sinceri, vogliosi del pubblico bene, era il generale Pepe, sortito al comando di tutte le truppe del regno, ma non fu secondato, e poco giovarono le sue rette intenzioni.

In alcune provincie (i due Principati, Basilicata e Capitanata) si composero governi propri, legati da vicendevoli patti; e gli autori brigavano che le altre provincie imitassero l’esempio acciò la costituzione del regno si stabilisse con forme federative. Così ordinossi la Repubblica Lucana Occidentale, la quale in apposito statuto prefìniva suoi confini; si proclamava una, indivisibile, indipendente; voleva togliere le imposte e la coscrizione; dare gli impieghi solo a concittadini; eleggere ministri responsabili che ogni anno dessero conto del proprio operato (4).

Erano democratiche fantasie, non sussidiate da antecedente educazione e da bontà di costumi; perciò poco durarono, a pochi piacquero, e il governo facilmente le dissipò, come scossa violenta rompe i sonni ed i sogni. I nemici della rivoluzione ne tolsero pretesto a dire la carboneria libertina e sfrenata; avversa al trono, all’altare, alla proprietà; nemica d’ogni libero temperato reggimento; calunnie, ma che da molti furono credute.

Con tutto questo, e forse per tutto questo, la carboneria si aggrandiva. Ogni magistratura, ogni corpo di milizia, ebbero propria vendita; i capi vi si iscriveano, ma perché tardi a venire, od invisi a’ sèttari, primi in ogni altro luogo, nella vendita erano gli ultimi, spesso i rejetti; fomite d’interminabili litigi. Settantacinque vendite si eressero nella sola capitale, di cui una contava ventottomila cugini; e si formarono anche loggie femminee col titolo Le Giardiniere, nelle quali ogni sorella nomavasi da un fiore.

Vincitrice, compatta, la setta dominava il regno; laonde, non più gelosa del segreto dei suoi misteri, bramò comporsi un trionfo, e dispose coi suoi riti sacra e pubblica cerimonia. In giorno di festa, gran moltitudine di Carbonari, spiegando vessilli e pompeggiando di fregi e ornamenti, taciturni, a passi lenti, si recarono in chiesa, ove un sacerdote, settario o intimidito, benedisse le insegne e i segnati. Il popolo, pur taciturno, ammirava.

La giunta di governo meditò premunirsi contro quel potere, non più occulto, che nel suo seno capovolgeva la palese gerarchia, costituiva un governo nel governo, una milizia nella milizia; ma rassicurolla, per suoi fini privati, il ministro di polizia Borelli, che opinò non reprimere la setta, ma spiarne le pratiche, anzi i pensieri; ed e’fìdava esser da tanto.

Della tolleranza la carboneria profittò, e lo spionaggio deluse. Sino al 1820 divisa in tante società quante almeno le provincie, nel mezzo di quell’anno si strinse in una, sotto proprio reggimento, col nome di assemblea generale, che componevasi dei legati delle società provinciali. L’assemblea generale avea un vasto edifizio nella città, sue leggi, sua finanza, suoi magistrati, ed un regolatore supremo col nome di presidente. Ella era sì forte che spesso, richiesta, soccorreva il governo, come fu nel levar milizie, rivocare congedati, arrestare disertori, esigere tributi; ma erano soccorsi e pericoli, giacché le società segrete che sono speranze e specie di libertà finché si oppongono al governo, si mutano in istrumenti di servitù qualora intendono a sostenerlo.

Sorvenne quella tumultuosa, discorde aspettazione de’ rovesci, che non li scongiura, ma li affretta. Per la slealtà del re fuggente, per la minaccia d’intervento austriaco, la costituzione tentennava.

I Carbonari giurarono difenderla ad ogni patto; spedirono alle provincie messi, fogli, ordinanze; prolungarono le sedute; l’assemblea generale decretò di non separarsi fino a che durava il pericolo; tutte le altre vendite imitarono l’esempio; ma nulla giovò. Il governo costituzionale cadde, cadde non per propria debolezza, ma per l’altrui mala fede, cadde nello spaurimento e scoramento universale; e i settari, che non seppero vincere, ebbero la previsione de’ tempi che si maturavano alla patria. Non fuggirono tuttavia; non si ritirarono; aspettarono di piè fermo le persecuzioni, che non si fecero attendere.

A’ giudizj statari fu commesso placare è sicùrare il reduce re; sciolte le milizie civiche, vietate le più innocenti riunioni e le armi, ad ogni ora udivasi la campana che in Napoli suole annunciare le condanne capitali. Furono ristabilite atroci pene, come quella della frusta. A mezzo il giorno, nella popolosa Toledo, un gentiluomo, denudato parte del corpo, ammanettato, colla scritta sul petto e sul dorso Carbonaro, era flagellato, a suon di tromba, dal carnefice, sino a torgli la vita; spettacolo miserando veduto anco nelle minori città e nelle provincie, ove comandanti tedeschi e sgherri borbonici commettevano enormezze inenarrabili.

In Palermo la setta, debole nel 1819, benché il pisano improvvisatore Sestini vi fosse andato a spanderla; accresciuta dopo i trionfi del 1820; più numerosa, benché flagellata, nel 1821; si adunava nella notte in alcune grotte, in un sito detto Santo Spirito, lungi un miglio dalla città. Di che informata la polizia, sorprese i settari (in quella notte soli quattordici) armati ed ornati de’ fregi della setta. Cinque tra essi, per malvagità o libidine d’inonorato perdono, denunziarono altri compagni, altri ricoveri, e disegni e speranze; così che varie sorprese, e arresti e condanne seguivano da disgradare quelle numerosissime delle provincie continentali.

Però la setta, soffocata dalla risurta tirannide, periva, non senza avere aggiustato alla monarchia tal morso che ne rendeva più spaventosa la laidezza.

XI - La Carboneria e la Chiesa

Non è a credere che solo nelle provincie meridionali si componesse la setta e meditasse riscossa. I Carbonari erano sparsi anche nell’alta Italia, da ove precipuamente mossero gli inviti a Murat di porsi a capo della rivoluzione e di farsi promotore dell’indipendenza italiana; anche l’esercito di lui nell’ultima incursione lasciò numerose vendite nelle Legazioni, donde si diffusero alla Lombardia, e massime a Milano e Alessandria. Di Carbonari formicolavano pertanto le città dell’Emilia, dell’Umbria, delle Marche, che forse perché sostenevano peggior oppressione, più anelavano di scuoterla. Anche le minori borgate ebbero proprie loggie, che corrispondevano regolarmente colle più importanti, riceveano e trasmettevano ordini, apprestavano armi e munizioni. Milano, Bologna, Ancona stavano a capo de’ cospiratori. L’alta vendita d’Ancona spiccava (come risultò dal famoso processo di Macerata) passaporti segreti, che consistevano in carte da giuoco impresse da suggello colle iniziali A. V. A. (alta vendita Ancona), e con altri segni di convenzione che indicavano l’oggetto del viaggio, e i bisogni o i desideri di colui a cui il passaporto era dato.

Innanzi il 1817 i Carbonari marchigiani, a mostrarsi in numero e concordi, a vendicare gli oltraggi de’ nemici o i tradimenti di falsi fratelli, ricorsero, con gran terrore del governo, al pugnale. Molti partigiani di servitù furono uccisi, senza che mai si potesse scoprire i colpevoli.

Nell’aprile e maggio del medesimo anno salsero a maggiori speranze, nella creduta imminenza della morte del papa e di sedia vacante. L’assemblea centrale di Bologna trasmise al gran maestro de’ Carbonari di Ferrara, Paolo Monti, il progetto d’una rivoluzione. Questo piano fu pure inviato al conte Fattiboni a Cesena, il quale lo trovò eccellente, ma disse che bisognava attendere le deliberazioni dei grandi dignitari di Milano. Intorno il medesimo tempo Papis indirizzava da Ancona al conte Cesare Gallo in Macerata uno scritto, il quale si riferiva alla sommossa e diceva essere quello il momento più favorevole per intraprenderla. Pertanto il conte Gallo dava opera ad ordinare il movimento. Intanto i patriotti non trasandavano alcun mezzo per concitare l’odio delle popolazioni, a cui dipingevano il caro de viveri, i numerosi incendi, forse a disegno appiccati, ed ogni altra jattura, come un risultato del mal governo. Contro questo stamparono opuscoli, canzoni, fogli volanti; e de’ versi diamo quelli scoperti fra le carte de’ congiurati marchigiani:

Sceso dall'Alpi sitibondo il Tauro

Alla ligure donna il sen trafisse;

L'aquila avvezza all'Italo tesauro

All'adriatico lion gli artigli infisse;

L'irsute orecchie avvolte entro il Camauro

Il lupo tiberin, che in lacci visse,

Spezzolli e sete di vendetta ed auro

Quanto ha dal Tebro al Tronto e al Reno afflisse.

Fame intanto di vita i germi adugge,

Senza che i mostri rei v' abbian riparo,

E pestifero morbo il popol strugge:

E che più Italia sonnacchiosa aspetti?

Perchè non stringi il preparato acciaro?

E il gran momento del tuo scampo affretti?

I primi versi accennano all’occupazione di Genova per parte del re di Piemonte, mal sofferta dalla repubblicana città, che nutriva per Torino avversione antica; e in un carteggio di quell’epoca da Roma alla Bibliotheque historique di Francia troviamo narrato il freddo ricevimento che quella città fece al nuovo principe, e il fatto di un patrizio che neppur si tolse il berretto davanti a lui, e avendoglielo il governatore rimosso a forza dal capo, e’ si volse al servo intimandogli di gettarlo nel mare perché tocco da uno schiavo; risposta antica! A meglio accertare il successo, i patriotti vennero poi, or con un pretesto or con un altro, abboccandosi, altresì in discreto numero. Si tennero riunioni a Loreto, Montelupone, Montolmo. Anche altrove fu ridato il giuramento di fedeltà e segretezza.

Da Macerata dovea iniziarsi il moto, sulla cui torre già stavano disposte armi e munizioni. Si doveva accendere fuochi di sito in sito per avvertire le vicine città, e fin Bologna, pronta a secondare l’insurrezione. De’ quali fuochi altresì in seguito si fece uso, ché in rapporto ufficiale leggiamo: «Qualche tempo prima dello scoppio della rivoluzione di Napoli, ed anche dopo, si vedevano più volte, in tempo di notte ed in certa ora, segnali di fuoco, in lunga Linea, da Napoli verso Roma e da Roma verso il nord, senza che la polizia fosse stata in grado di scoprire gli autori di questi segnali, parte de’ quali aveano la forma di colonne, spade o figure geometriche, e parte consistevano in razzi» (5).

Però l’impensata guarigione del papa annichilò l’impresa, agevolò le denuncie, inaugurò i processi; i quali furono condotti con clericale ferocia (6). I patriotti tratti in giudizio furono Giacomo Papis di Roma, il conte Gallo di Osimo, Luigi Carletti di Macerata, Francesco Riva di Forlì, il conte Vincenzo Fattiboni di Cesena, Antonio Cottoioni di Macerata e il notajo Campaolesi d’Ancona; de’ quali il Carletti, il Riva, il Papis, il Gallo vennero condannati a morte, commutata la pena nel carcere in vita; e furono le prime ma non le sole vittime.

La rivoluzione napoletana trovò consenso nelle provincie pontificie, e il governo, a smurarsi, a punire forse immaginari delitti, in pressoché tutte città formò processi contro cospicui cittadini, e come non bastassero le crudelissime sentenze allora emanate, Pio VII promulgò, a terrore de’ creduli, la maggiore scomunica contro i settari, i quali incolpò di pessime opere, come Clemente XII e Benedetto XIV aveano fatto coi Muratori. E del tenore medesimo delle bolle di que’ due pontefici è quella di cui è qui discorso; la quale deplora la nequizia dei tempi e degli uomini, e premunisce i fedeli contro la vana e fallace filosofia, e contro la moltitudine di impostori e scellerati che meditarono la rovina della Chiesa. Di tali scellerati si compone la setta de’ Carbonari:

«Deesi qui nominare quella società, non ha guari nata e diffusa estesamente in Italia e in altre regioni, la quale, comeché sia partita in più sette, ed abbia perciò secondo la loro 'diversità nomi altresì diversi e distinti, in sostanza però, e per l'unione de’ sentimenti e de’ delitti, è una sola, e comunemente suole chiamarsi dei Carbonari. Affettano in vero costoro un singolare rispetto per la cattolica religione e per la persona e la dottrina di Gesù Cristo, salvatore nostro, cui osano con nefando ardire appellare altresì alcune volte rettore e gran maestro della loro società. Ma questi discorsi, qui super oleum molliti videntur, sono dardi per ferire i meno cauti, adoperati da persone scaltrite, le quali vengono sotto vesti di agnello, ma internamente sono lupi rapaci.»

Anche ne’ Carbonari, come ne’ Muratori, spiace quella comunanza offerta ad uomini anche di diversa fede religiosa:

«Quel rigorosissimo giuramento, con cui, ad esempio degli antichi Priscillianisti, promettono di non mai manifestare in alcun tempo e per alcuna circostanza ad uomini non ascritti alla società cosa alcuna che la riguardi, e di non mai comunicare cose spettanti ai gradi superiori a quelli che sono nei gradi inferiori, ed inoltre quelle occulte ed illegittime conventicole che' tengono, secondo l’uso di molti eretici, e l'ammissione in quelle di uomini di qualunque religione e setta, sebbene mancassero altre prove, convincono bastevolmente di loro reità.»

I Carbonari non s’incolpavano solo di voler rovesciare i troni, ma eziandio di voler abbattere gli altari, di che il Breve trae gravissimo lamento. I Carbonari hanno per principale oggetto di dare a chicchesia ampia licenza di fabbricarsi a proprio talento la religione da professarsi, introducendo così l'indifferentismo religioso, di cui appena potrebbe imaginarsi cosa più perniciosa; di profanare e deturpare con certe loro sacrileghe cerimonie la passione di Gesù Cristo; di farsi scherno degli stessi misteri della religione cattolica e dei sagramenti della Chiesa, a’ quali sembrano volerne sostituire de’ nuovi, da loro con eccesso d’empietà inventati; e di rovesciare questa apostolica sede, contro la quale, siccome quella in cui sempre risiedette il principato della Cattedra Apostolica, hanno un odio particolare, e macchinano perciò i più pestiferi e ruinosi progetti.»

Non solo imponevasi a tutti di astenersi dalla pestifera società, ma comandavasi di denunciarla; e chi tale officio sdegnava, era colpito, come i veri settari, dalla scomunica. Però le denuncie non mancarono, ché i superstiziosi e i vili mai non difettano.

I Carbonari di Napoli diressero al pontefice una rimostranza, chiedendo di essere assolti delle non meritate pene, e dicendosi nemici, non de’ troni, ma d’inconsulta tirannide, a cui volevano por freno con saggia libertà (7). Né giovò; ché anzi, a segnalare, nel 1825, le nuove persecuzioni, Leone XII promulgò altra scomunica, che riproduce e conferma il testo delle anteriori, e afferma le sette essere, anche dopo i fulmini del Vaticano, cresciute di numero, d’influenza, di tracotanza; confessione al pontificato poco onorevole.

Fra le quali sette accenna particolarmente quella «che chiamano universitaria perché ha sede e domicilio in parecchie università, nelle quali i giovani sono iniziati ai misteri della setta (che ben si possono dire misteri d’iniquità), ed educati ad ogni sorta d’enormezze da certi maestri, i quali s’ingegnano più a pervertirli che ad addottrinarli.»

Cosi la Chiesa esercitava inquisizione non solo entro i propri dominii, ma fuori, e a’ governi additava le segrete conventicole e persuadeva gli estremi rigori di cui dava esempio inimitabile.

XII - La Carboneria nell’alta Italia

Maggior durata avrebbe avuto la rivoluzione di Napoli, miglior esito avrebbero avuto i moti delle Romagne, se il Piemonte e la Lombardia avessero consentito subito e pienamente; ma l’accordo mancò, se non nei voti, nei fatti. Anche il Piemonte era sottominato da società segrete, come vedremmo innanzi, e i Carbonari vi potevano in Genova, Alessandria e Torino. Il re, di ritorno da Sardegna, ove rimpetto a Napoleone avea serbato contegno dignitosissimo, rioccupava il soglio tra le feste universali, sincere, almanco nel Piemonte, per le abitudini monarchiche. Il Genovesato sospirava l’antica, benché illusoria, indipendenza e il governo repubblicano.

Il re, quantunque non de’ pessimi, fu de’ più sconsigliati nel rimettere ogni cosa com’era prima x del 1793, come s'e la bufera fosse passata per x nulla, come se Napoleone fosse stato un’ombra, come se le riforme per lui compiute fossero sogni. Da qui disordini in ogni ramo d’amministrazione. Venne ripristinato il passato co’ peggiori vizi del suo ordinamento; riprovato il presente colle migliorie più feconde, i progressi meglio accertati, le modificazioni più innocque. Si giunse fino al ridicolo; fino a richiamare alle bandiere i coscritti del 1800; fino a rimettere persone e cose coll’almanacco di corte del 1793.

Questi avvenimenti e i loro effetti, perché notissimi gli uni e gli altri, non sono di nostra spettanza. Basta però accennarli per comprendere che subito i cospiratori dovettero associarsi e concertarsi in quelle provincie, come altrove, meglio che altrove. Pertanto le società segrete vi abbracciarono moltissimi soldati, più avvocati e professori, e gli impiegati fin nelle somme magistrature, e non pochi del clero, e tutti gli studenti, primi sempre al pericolo; poi propagate nelle provincie, compresero i sindaci ed anco i parroci, legarono intelligenze colle società lombarde e romagnole. Mandati tre deputati, tra cui il principe La Cisterna, alla vendita suprema di Parigi, alla quale faceano centro i Liberali di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, gli Eterj di Grecia, i nostri Carbonari, venne, d’intesa con Francia, data la preferenza alla costituzione spagnuola, come scevra d’elementi aristocratici e tutta popolare. Questa volevasi impiantare in paese essenzialmente feudale, e bandire guerra all’Austria, e costituire regno dell’alta Italia e porre la corona sul capo del principe di Carignano. Seppe il governo il viaggio ed ogni cosa; ma non osò arrestare i capi. Bensì osarono i patriotti, grandemente ma infelicemente osarono. Sappiamo il resto.

Anche l’Austria si mise in allarme. Una prima notificazione contro i Carbonari fu emanata nell’agosto 1820, in seguito ad arresti fatti a Rovigo ad una festa da ballo data dal conte P orgia, delegato imperiale; alla quale rispondevano i settari con scritto clandestino, che afferma il diritto di respingere a propria difesa l’aggressione con l’aggressione e di rivendicare la propria indipendenza, ne’ modi più legittimi e solenni invocata. Però la nazione italiana, per mezzo de’ suoi rappresentanti, in quello scritto decreta: ogni attentato dell’Austria alla libertà e alla vita de’ cittadini italiani delitto di lesa nazione; tutti gli Austriaci, e i falsi italiani, nemici; lecito ogni mezzo per osteggiare la dominazione straniera.

In Lombardia avea preso piede la setta della Federazione italiana, che sotto colore d’imprese benefiche e progressive, come una distilleria d’aceto di legno a Lezzeno, un battello a vapore sul lago di Pusiano, l’illuminazione a gas, il mutuo insegnamento, un bazar, il periodico il Conciliatore, andava nutrendo speranze di prossime rivolture. I membri n’erano partiti in Capitani e Affiliati semplici; i primi potevansi aggregare quattro fanti; di solito riconoscevansi, accostando l’uno il bicchiere alle labbra, l’altro simulando l’atto di chi porta la mano al fianco per sguainare la spada. Sapevansi le trame del Piemonte, e di là aspettavasi il segnale per insorgere. Già èra disposta sulla carta una guardia nazionale, una giunta di governo; tredicimila fucili erano tenuti in pronto; Brescia, le valli, le campagne riceveano e inviavano messi; si sperava con un colpo di mano, già preparato, occupare le fortezze di Peschiera e Rocca d’Anfo, impadronirsi sin del grosso parco in Verona;neppur l’inno mancava, opera d’un sommo poeta.

La prima vittima fu Silvio Pellico. Poscia, essendo da Ginevra venuto a Milano, per incarico del cospiratore Michelangelo Bonarroti, di cui favelleremo or ora, il francese Alessandro Andrvane, allo scopo di rannodare le spezzate fila, costui lasciossi cogliere tutte le carte, le quali diedero a conoscere la trama. Si formarono i processi da una commissione speciale, alla cui testa stava il tirolese Salvotti. Furono condannati Confalonieri, Andrvane, Castiglia, Para vicini, Torelli, Maroncelli e molti altri a Milano, ove vennero esposti alla gogna il 24 gennajo 1824. Furono condannati a Venezia Pellico, Solerà, Rossi di Cervia, ed altri parecchi, di cui si lesse la sentenza la vigilia di natale del medesimo anno tra spessi lampi e tuoni, e 1 infuriare delle onde che guastarono i litorali fino alla Spezia e a Genova. Vennero tratti allo Spilberg, ove alcuni soccombettero; altri, sull’ultimo graziati, ne uscirono a narrare i propri patimenti, pei quali meglio si parve la grandezza del loro patriottismo, e della setta che ad essi, e a tanti altri, era stata in quegli infelici tempi unica scuola di virtù e di valore.

XIII - La Carboneria In Francia (8)

Notevole fu la parte della Carboneria negli eventi di Francia. La loggia degli Amici della verità slvq3l ricevuto gravissimo danno dalle persecuzioni iniziate in Francia dopo i torbidi del giugno 1820. I membri principali dovettero cercare scampo nella fuga; Joubert e Dugied vennero in Italia, nel regno di Napoli, ed ottennero, mercé la propria fama e gli antecedenti servigi, di entrare nella setta, quando Napoli era in piena rivoluzione. I due francesi riedettero in patria col nastro tricolore sotto l’abito.

Quel nastro divenne il legame tra la carboneria italiana e le società secrete francesi.

Nel maggio 1821 tre giovani, tre patriotti, Bazard, Flotard e Buchez, trovavansi raccolti in una sala nella via Capeau. 11 secondo avea uditi da Dugied i particolari dell’organismo e dell’indole della carboneria italica, e li espose, a due amici. Quelle anime, affratellate nell’amore della patria e dell’umanità, frementi azione, si giurarono vicendevole segreto e deliberarono fondare la carboneria francese. Un cotal Limperani e Dugied ebbero il compito di tradurre i regolamenti italiani, adattandoli ai nuovi bisogni, e prontamente lo soddisfarono. I tre capi, tolleranti, accorti e generosi, schiusero la società a' tutti partiti, formulando programma amplissimo, che proclamava la sovranità nazionale ed evitava, qualsiasi indicazione di forma di governo. Lai Francia subiva monarchia imposta dalla coalizione, immorale, retriva; bisognava abbatterla, ecco lo scopo immediato: dopo la. sovranità nazionale avrebbe deliberato.

L’organismo che seppero dare alla nuova società fu veramente meraviglioso; intorno l’alta-vendita si strinsero nuclei maggiori (vendite centrali) e nuclei minori, (vendite figliali). Ogni vendita noverò non più di venti membri. L'alta vendita,composta dapprincipio di soli sètte membri (Bazàrd, Flotard, Buòhez, Dugied, CaMol, Jóubert e Litùgerani), serbavi diritto d’eleggersi nuovi compagni. Ite vendita centrale (sottile accorgimento) erano formate da due membri dell’alta vendita ché si aggiungevano uh terzo in qualità di presidente, e serbavano titolo e ufficio, nel nuovo gruppo, di deputati e censori, communicanti coll’alta vendita, di cui custodivano il segreto, salvavano la responsabilità. In pari guisa erano vegliate le vendite figliali, ignote le une alle altre; ché a’ membri d’una era sotto pena di morte proibito di passare in un’altra: Ma» ad atteggiarsi militarmente, schiudendosi a quel l’elemento che era il più importante di tutti all'organismo civile s’intrecciò il militare con denominazioni apposite (legioni, coorti, squadre), che giovavano altresì a confondere e deludere le ricerche della polizia.

In vero i membri erano esercitati nell’armi; ordinati in falangi di combattenti. Ogni carbonaro dovea procacciarsi uno schioppo e cinquanta cartocci; e all’ora data dovea essere pronto a morire per la causa della libertà; istituzione mirabile per disciplina, segreto, temperanza. Si passavano riviste misteriose; si faceva l’esercizio in luoghi chiudi, col pavimento coperto di paglia; si esercitavano si contavano aspettando, invocando l’azione.

Divennero numerosissimi: le scuole di Parigi vi s’iscrissero pressoché tutte; in tanto numero non un solo delatore; il governo non seppe nulla, e continuò a dormire sonni tranquilli. Giovani oscuri, poveri, acquistarono una possanza, senza nome; comandarono. alla gioventù francese; circuirono con industriosa ed inestricabile tela il governo; strinsero nelle loro deboli mani, fortificale dall’amore e dalla fede, le fila d’una. delle più vaste cospirazioni che vedesse il mondo. Ma ad un tratto (e fu grave sventura, e, grave colpa) diffidarono di sé, si giudicarono dammeno dell’impresa, esitarono; e furono per modestia deboli; furono per. soverchia delicatezza timidi;. e la timidezza li perdette, e rovinò con loro. lo stupendo edificio che aveano saputo erigere.

Abbiate fede nel vostro ingegno, o giovaci; fede nel vostro cuore, scevro di basse passioni, ed osate: osate, non irriverenti a’ maggiori, né sdegnosi delle lezioni che vi porge il passato, ma non chiedete in ogni vostra iniziativa il soccorso d’uomini, che non vi comprendono, che non sentono come voi, che non vogliono ciò che volete voi; non imponete al passato di guidar l’avvenire.

I giovani francesi si guardarono intorno e non videro fra le loro bionde teste alcuna testa canuta; e deplorarono l’assenza tra le loro fila degli uomini che aveano maggiormente illustrata la patria, e che a loro, inesperti e nuovi, potevano dare paterni insegnamenti.

La Camera francese annoverava non pochi egregi cittadini, alla cui testa veniva, idolo della moltitudine e capo di parte parlamentare, l’amico di Giorgio Washington, Lafayette.

Bazard, chiestone consenso, non senza lotta accordatogli, svelò a Lafayette il piano della congiura per averlo anima e dominatore. Lafayette ne menò grande allegrezza, entrò nell’alta vendita, e trasse nella congrega quanti uomini stavano con lui nella Camera, oppugnatori del governo, difensori del diritto.

Il carbonarismo ne fu dapprima avvantaggiato; estesa sua influenza; mercé l’alte relazioni de’ nuovi membri, sparto nelle provincie, ove andarono, organizzatori di nuove vendite, alcuni de’ primitivi fondatori: Flotard nell’ovest, Dugied nella Borgogna, Rouen seniore nella Bretagna, e Joubert nell’Alsazia. Altre vendite si costituirono ne’ principali centri; e quella di Parigi assunse nome e importanza di vendita suprema.

Indescrivibile generale entusiasmo si diffuse in tutta Francia, misteriosamente avvertita del lavoro che si compieva nelle sue viscere, inconscia della natura di esso, ma consapevole e lieta del suo scopo, che era lo scopo, il voto comune.

Le cose, giunsero a tal segno che verso il finire del 1821 — anno memorabile altresì nel lavoro insurrezionale d’Italia — tutto era presto per una insurrezione a La Rochelle, a Poitiers, a Niort, a Béfort, a Bordeaux, a Colmar, a NeùfBrisach, a Tolosa, ed in più altri punti.

I soldati portavano la cospirazione nelle loro giberne, e la propagavano di città in città. Ogni cangiamento di guarnigione aumentava il numero de’ proseliti, allargava la sfera d’azione della setta, che, penetrando nel cuore dell’esercito, avea ottenuto uno de’ maggiori successi.

Nel seno della vendita suprema, divenuta troppo numerosa, si formò comitato d’azione che spiegò incredibile attività. Per alcune settimane gli uomini, che lo formavano, non ebbero requie un solo istante. Per essi la Francia si sentì come scossa dal misterioso urto che agitava tutte le sue potenze di vita.

Trentasei giovani — trentasei martiri — ricevettero l’ordine di recarsi a Béfort, ove dovea essere dato il segnale dell’insurrezione. Partirono senza esitare, benché certi d’incontrare la morte; partirono pieni di una gioja ineffabile e lieti di un presagio di gloria e felicità per la loro diletta patria. Sulla via da Parigi a Béfort si riudì la Marsigliese che da tanto tempo non risuonava in Francia; grido di guerra, di sacrificio, di valore.

Avvicinandosi il gran giorno, si disposero gli ordinamenti di un governo provvisorio, che non dovea impedire il libero manifestarsi della sovranità nazionale, ma precederla e regolarla; e furono preventivamente eletti i membri di esso, trascegliendoli da tutte classi sociali. Questi uomini, predestinati al comando e alla vittoria, furono: Lafayette; Corcelles, padre; Koechlin; D’Argenson; e Dupont de l’Eure.

Un uomo che, membro della vendita suprema, avea prestato alla carboneria un concorso irresoluto, era Manuel. Quando seppe che si voleva tentare la fortuna degli avvenimenti, dubitò, si ritrasse, e consigliò parecchi d’imitare il suo esempio. Vuoi ch’e’ non credesse opportuno il momento d’insorgere, vuoi che diffidasse dell’azione popolare, certo è ch’egli mancò alla carboneria, quando questa gli chiese i suoi servigi. La condotta di Manuel ci sembra inescusabile; ed ebbe tristi conseguenze.

De’ pochi della vendita suprema che mossero verso il teatro della lotta, verso Béfort, fu Lafayette; ma per adempiere un pietoso dovere di famiglia, al quale non avea mai mancato, si trattenne alcune ore in una sua villeggiatura. Quando si rimise in viaggio tutto era finito; l’insurrezione di Béford, per quei mille contrattempi che qualche volta insorgono altresì nell’esecuzione di progetti ingegnosamente combinati, era fallita. La desolazione era successa alla balda speranza; il terrore lla fiducia. Il freddo era intenso, la stagione orribile, squallida la campagna. Corcelles figlio e Bazard, volendo avvertire in tempo gli amici di Parigi, divorarono la via con cavalli da posta attaccati ad una carretta, e giunsero in Parigi col cuore spezzato dall’amarezza e dal dolore. I trenta morirono, o sostennero, con altri insorti, famoso processo, in cui furono puniti dalla legge, ma assolti dalla giustizia e glorificati dall’amor di patria. Per alcuni mesi gli occhi lagrimosi della Francia si accentrarono su quel gruppo di giovani con materna tenerezza, con materno orgoglio.

A Béfort, in un sol punto, la carboneria, sparga dovunque, e che possedeva tesori di recondite forze, non poteva essere disfatta. Non si frappose tempo in mezzo e si prepararono nuove insurrezioni. Altri uomini aspettavano, impazienti, il martirio; invocavano, impazienti, l'immortalità.

Flotard venne spedito a La Rochelle, che contava elementi preziosi per una rivolta. I cospiratori riempivano le file della guarnigione e, delle truppe acquartierate ne’ siti vicini. A Nantes il generale Berton, anima antica, voleva agire a tutti i costi; Sofréon, prode ufficiale,. dovea mettere a disposizione della carboneria settecento uomini che nell’isola d’Oleron stavano per imbarcarsi alla volta del Senegal. Al segnale dato, cinquanta cannoni, co’ loro cavalli, doveano cadere in mano degli insorti. Ogni cosa prediceva il successo.

Eppure il successo mancò. Il 14 marzo 1822, Fiotarde Dentzel, in dati da Parigi, trovavansi sul luogo insieme a Berton, il capo militare dell’impresa, che, fuggendo da Saumur, vi avea dovuto lasciare il proprio uniforme. Da questo lieve fatto cominciarono i rovesci; ché l’uniforme era essenziale per trarre seco i soldati ed il popolo. Si dovette mandare a Saumur a prenderlo, e l’indugio bastò perché i tre sergenti Raoulx, Goubin e Pom mier, venissero arrestati. Ne’destini dei popoli ciò che nuoce alla libentà giova spesso alla gloria.

Il 20 marzo, all’alba, Berton, Dentzel e Flottarci, in uno schifo, muovono a chiedere il soccorso de’ settecento soldati dell’isola d’Oleron. I soldati, imbarcati durante la notte, facevano vela pel Senegal. Que’ generosi riedono alla Rochelle ad insurrezione fallita.

Sappiamo tutto il resto. È una storia che si rinnova dopo tutti i rovesci. Guai ai vinti! Le persecuzioni, le provocazioni cominciano. Il governo si crede forte, perché può essere feroce; la crudeltà gli tien luogo di genio.

Berton rifiuta l’ospitalità offertagli in terra straniera; ridiscende, eccitato da agenti governativi, sul campo della lotta, e vittima del1’ agguato muore com’ uomo che sapeva il suo capo serbato alla scure. Saugé muore con lui e grida sul palco: Viva la repubblica! —profezia vendicatrice. — Caffè s’apre le vene e muore alla foggia antica, degno di tal morte. — Lo sfortunato Caron, vittima di un tradimento poliziesco, cade come il maresciallo Nev. — Borie3, e i suoi compagni, sulla piazza di Grève, consegnarono il capo al carnefice dopo essersi fraternamente abbracciati; la folla piangeva; essi sorridevano.

Quando questi prodi s’incamminavano al palco, Parigi era compresa di religioso terrore — Il funebre carro fendeva la moltitudine, e gli uomini cadevano ginocchioni; i vecchi si scoprivano il capo. Si sentiva che un genio invisibile accompagnava, confortava quelle vittime, il genio dell’avvenire.

Furono i più splendidi giorni della Carboneria francese; altri ne seguirono d’incertezza e di paralisi. La divisione penetrò fra i capi, la diffidenza tra i proseliti; ingiusta la prima, cieca l’altra, come sempre. Gli uni chiedono una esplicita dichiarazione repubblicana, una affermazione di principii; ed è con essi Lafayette: gli altri, uomini del giusto mezzo, rimettono la scelta dei principii alla domane della vittoria, come se si potesse vincere senza i principii o come se i principii potessero fortificarsi nella coscienza del popolo senza una lotta compiuta in nome d’essi e per essi; ed è con costoro Manuel. Questi due uomini divengono causa di scissura profonda, che indebolì la setta e ne decompose gli elementi.

Fu una sventura per la Francia e per l’Europa. E nullameno la carboneria, grandemente s’estese, troppo s’estese; ché nelle cospirazioni i pochi ma buoni sono preferibili alle moltitudini eccitabili, traviabili. Le vendite crebbero smisuratamente di numero, e s’allentarono i legami che le tenevano congiunte alla vendita suprema.. Di qui un disordine crescente di idee, una pericolosa disformità d’opinioni; v’ebbero vendite repubblicane, orleaniste, bonapartiste; agirono le une contro le altre, e dividendo gli sforzi li resero impotenti.

È spettacolo affliggente, ma che contiene una grave lezione, e che attesta quanto importi il preporre ad ogni lavoro politico una seria, completa e franca esposizione di fede, senza di che l’istituzione, incerta sul da fare, indecisa sul fine, adopera casualmente i mezzi che possiede, e finisce col rapidamente esaurirsi e cadere irreparabilmente nel nulla.

Un italiano, Filippo Buonarroti, pel suo lungo soggiorno in Francia, che fu il campo della sua maggiore attività, appartenne del pari alla carboneria italiana e alla francese, e fu a lungo l’internodio d’entrambe. Testimonio e attore della rivoluzione francese, in procinto d’esserne vittima, compagno di letto di Buonaparte di cui aveva preveduto il destino, amico di Robespierre di cui raccontò la vita, è uno di quegli uomini che molto operano, nulla favellano di sè, che dimenticano sé stessi per beneficare altrui e che il mondo dimentica. L’Italia ha debito di rammentare quest’uomo, che Blanc giudica uno de’ più illustri dell’epoca, che discendente di Michelangelo ne portò con decoro il nome, ne imitò con isplendore la grandezza.

Egli nacque a Pisa nel 1761. Avea pertanto trent’anni quando scoppiò la grande rivoluzione, ardente fornace in cui e’ gettossi per uscirne rifuso e trasformato. Recossi in Francia con Saliceti; vi resta ad odiare Napoleone, il rovesciatore della repubblica, a cospirare contro di lui. Ebbe parte nella congiura di Babeuf, e tratto dinanzi l’alta corte di Vendóihe si gloriò d’aver cospirato in favore della democrazia. Rifugiatosi nel Belgio vi pubblicò il libro Conspiration de Babeuf, rivelazione che niuno poteva dettare meglio di lui. Ritornò in Francia, ma nel Belgio, in Francia e dappertutto cospirò sempre, implacabile nemico de’ troni, instancabile demolitore, uomo del passato, ma di quel passato che produsse l’ottantanove. — Nel 1830 egli era vecchio d’anni e d’idee, ma robusto, generoso, venerabile.

Le Memorie d’Andrvane, una delle vittime( )dello Spilberg, dicono la parte cliè egli ebbe nei mòti del 1821 in Italia. In Francia — in un lungo periodo — con Voverd’Argenson e Carlo Teste, tenne l’alta direzione della carboneria. La stia influenza fu straordinaria, ma anonima; ed oscura. Poverissimo, dando lezioni di musica per vivere, dalla sua soffitta e’ diresse robuste intelligenze, governò migliaja d’anime che gli erano compiutamente devote, esercitò una possanza che si stendeva in non poca parte d’Europa. — La sua vita fu nullameno sempre modesta; semplicissimi i suoi gusti; puri i suoi costumi.

Buono, fu spesso, com’altri agitatori, ingannato; ma l’agitazione da lui prodotta e mantenuta giovò. Nel 1831 egli era a capo di un società, quella degli Apofasimèni, impiantata in Francia, ma diffusa anche in Italia, che non ebbe parte nelle insurrezioni di quell'anno, o l’ebbe infruttuosa. Con ordinamento militare complesso di simbolismo, con giuramenti e gradi molteplici, questa setta mancò, al dire di Mazzini, di un principio morale predominante (9).; il che le scemò efficacia in un’epoca ricondotta da luttuose esperienze al culto delle idee.

La fisonomia di lui era impressa' di melanconia. Più che un congiurato lo si sarebbe detto un filosofo. I suoi modi affettuosi ma austeri imponevano rispetto. L’ampia fronte, la lunga barba, l’occhio scintillante, accento grave, gli davano singolare autorità, della quale non abusò mai. Ebbe anche facile, calda la parola, come quella che gli sgorgava dal cuore. Fu amatore, non adulatore di popolo. Fu un uomo antico (10).

I Francesi pertanto annestarono la carboneria sul tronco de’ Liberi Muratori, giovandosi delle molte somiglianze; e i riti si vennero vieppiù uniformando ai massonici; se non che in quest’ultimi proponevasi la vendetta dell’ucciso Iram e i godimenti d’un deismo confacente colla filosofia del secolo passato, mentre la forza melanconica dei Carbonari assumeva di vendicare la morte di Cristo e ristabilirne il regno. Però molto prima che i Francesi tentassero questa fusione, anche in Italia era stata proposta ed invocata. Abbiamo a stampa un appello de Carbonari alla concordia di tutte le società segrete, che si chiude con queste parole:

«Senza l’unione nessuna cosa è possibile, con l’unione nessuna è impossibile».

Abbiamo pure un invito ai Massoni di entrare nelle falangi de’ Carbonari e di lavorare di concerto: «La nostra causa è universale, difficile e pericolosa; non può prevalere e non mercé incessante unanimità, fermezza costante ed inalterabile perseveranza».

Fu un eccellente pensiero; e pensieri ed uomini eccellenti noverò la carboneria, ma le tornò ad irreparabile danno la mancanza di un principio unificatore. Fu una vasta associazione liberale nel senso attribuito a quel vocabolo in Francia sotto la monarchia di Luigi XVIII e di Carlo X, efficace a diffondere spirito d’emancipazione, ma condannata dall’assenza di stabile programma a mancare di quella forza senza la quale riesce impossibile il trionfo pratico d’ogni ‘difficile impresa. Le tornino a scusa le circostanze fra cui vide la luce, fra cui lottò. L’Europa tutta vagellava con essa. Sorse tra due secoli in contrasto, alla caduta d’una formidabile unità monarchica e militare e al ricomporsi d’unità vecchie e abborrite, tra le rovine d’uno de’ più gloriosi imperi che sieno stati mai, tra cozzo di giovani speranze e di meschine pretese, di alte ambizioni e di puerili vanità; sorse con presentimenti mal noti, con propositi mal definiti. La protezione regia la corruppe sul nascere; la poca o niuna cura data al popolo, la poca o niuna fiducia nel popolo riposta, la immiserirono, la ritrassero dal suo vero campo d’azione, la privarono de’ suoi veri ausiliari. Benché la sua forza numerica abbia superato per avventura quella di altre associazioni venute prima e dopo, da essa non sgorgarono quegli effetti che potevano ragionevolmente aspettarsi. Ad ogni modo la causa della libertà ne fu avvantaggiata. La carboneria segna per noi il trapasso dalle società segrete che si occuparono di filosofia o di politica generale, del trionfo delle idee umanitarie, alle società segrete che si prefissero uno scopo politico più immediato. Infatti così in Francia come in Italia la carboneria diede vita a sette numerose e svariate, nelle quali si schierarono gli uomini del pensiero e quelli dell’azione, i militi della patria ed i soldati dell’umanità.

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LIBRO QUATTORDICESIMO

LE MINORI SETTE ITALIANE
I - Gli Indipendentisti (11)

In quella vasta rete di congiure che coperse tutta l'Italia, non è agevole il discernere le fila principali dalle secondarie, né rilevare quali fila sono tra loro connesse in guisa da formare un solo gruppo. É uno studio arduo da farsi quello dei rapporti ch'ebbero sì diverse società, che con denominazioni molteplici costituivano un medesimo consorzio; giacché gli elementi di comparazione abbondano, ma scarseggiano quelle minute notizie che stabiliscono storicamente il nesso tra i varj centri di lavoro; né l’azione, quantunque rinnovata con gloriosa insistenza, bastò a svelare pienamente l’accordo di essi. Sembra evidente che prima della costituzione di un grande partito nazionale, che promosso dalla Giovine Italia divenne la rappresentanza militante di tutto il paese, un tal quale segregamento esistesse, che non rinnegava il concetto politico, ma mirava ad attuarlo con isforzi meno complessi, e con tentativi non sempre felici perché non sempre giovati di ampio consenso e di universale partecipazione. Invero la storia dei moti italiani è innanzi tratto storia di moti provinciali, d’insurrezioni rapidamente propagate in una data regione, ma non in tutta la penisola, di un localizzamento rovinoso, il quale condusse alle parziali sconfitte ed ai successivi rovesci. Solo in seguito il lavoro segreto si fuse; gli apprestamenti furono ordinati su larga scala; nessuna provincia venne esclusa; una sola società coperse delle sue diramazioni tutta la penisola; e le meravigliose insurrezioni del 1848 significarono la maturità dei tempi.

Delle più importanti società uscite dal gremio della carboneria è quella dei Cavalieri Guelfi, che nell’alta Italia ebbe gran forza, sparsa in tutte le città, non escluse quelle delle Romagne, delle Umbrie e delle Marche. Un rapporto della polizia austriaca di quell’epoca dice:

«Questa società è la più temibile e pericolosa tanto per la sua origine e diffusione, quanto per il profondo mistero con cui si copre, e per la maniera di agire. Si asserisce che tal società derivi dall’Inghilterra, e quindi dalla Germania».

Noi le crediamo un’origine tutta nostra, come dal nome; ché il guelfìsmo, anche volto a significazione politica e civile, non può essere cosa né inglese né germanica. La formavano consigli di sei membri ciascuno; ed ogni consigliere poteva aggiungersi due o più colleghi fidati; sicché i comitati erano composti di diciotto o più persone. Soltanto i presidenti dei comitati sapevano l’alfabeto dell’ordine; e i consigli non si conoscevano fra loro, ma comunicavano mercé una sola persona, che chiamavasi il Visibile, perché ih solo visibile. Ogni consiglio avea altresì un giovine di nota fede, appellato chierico, per comunicare colla gioventù studiosa; ed un giovine operajo detto amico, per governare il popolo; ma né il chierico né l’amico erano iniziati ne’ misteri dell’ordine. Ciascun consiglio assumeva una denominazione, e a modo d’esempio, quella di Virtù il consiglio di Bologna, quella di Onore il consiglio di Fano, quella di Lealtà il consiglio di Macerata; adunavasi in forma di trattenimento serale, senza apparato, senza documenti. Un supremo consiglio sedeva a Bologna; ed un direttorio esisteva in Milano, che redò la costituzione organica generale; nella quale veggiamo nominate altresì le città, di Firenze, Venezia, Napoli, Matera e Cosenza, onde si può giudicare le ampie aderenze dell’ordine. Tendevano appunto a crearsi aderenti dovunque, i quali ignorassero la esistenza della società, ma ne secondassero i moti; ingegnoso concetto che impediva per soverchio numero di membri il consorzio degenerasse o pericolasse. Ne costituti processuali è detto che di tal setta fosse gran luce Luciano Bonaparte, che sperava dall’ex re Giuseppe Bonaparte, allora in America, ottenere sussidi e soccorsi per crearsi re alla sua volta. Dalla costituzione organica, poc’anzi citata, spicchiamo alcune istruzioni:

Doveri dei Cavalieri Guelfi, — Amarsi, soccorrersi; mai nuocersi mutualmente; essere legati in stretto e santo nodo d’amistà; perdonarsi le scambievoli mancanze; ed essere inesorabili solo verso i traditori.

Basi dell’ordine. — Unanimità di sentimenti; rinunzia all’amor proprio e all’ambizione; coraggio e unione di forze; sopra ogni cosa il segreto.

Mezzi dell'ordine. — Propagare le idee liberali... La stampa, i trattenimenti, i colloqui sono mezzi opportuni... Destrezza e perseveranza.

Scopo. — L’indipendenza d’Italia, nostra patria. Darle un solo governò costituzionale, od almeno unire in vincolo federativo i varj governi italiani, tutti però botati di costituzione, libertà di stampa e di culto, e parità di leggi, monete e misure.

Oggetto incomunicabile agli esteri. — Riunione in una sola società, e perciò nell’ordine Guelfo, di tutte le società d’Italia antiche e nuove, associandone separatamente i membri e traendoli al solo utile scopo.

Massime dell'ordine. — I Galli, i Teutoni, gli Iperborei non fan pei Guelfi; ma un condottiero italico, gallo, teutono o iperboreo può essere all’uopo; siacauta la scelta.

La religione di Gesù Cristo è la migliore; ma il migliore gran sacerdote è il più buon re.

Giuramento. — Procacciare l’indipendenza italiana con ogni mezzo. Obbedienza ai capi. Sottoporsi volontario alla morte in caso di violazione.

Osservazione. — La parola semestrale, il segno d’ordine, il giojello visibile, e la cifra numerica, sono soltanto conosciuti dai Direttori presidi e metropolita.

Questa società avea pertanto un programma ben definito più d’altre che miravano a provocare l’insurrezione senza chiedersi ciò che si farebbe dopo, senza porgere un indirizzo all’opinione pubblica. Era ovvio che i governi sommamente la temessero, e ponessero in opera ogni mezzo per conoscere il suo interno ordinamento, e per scoprirne i capi; ma pare che in quest’ultimo intento non riuscissero, giacché, essendosi impadroniti della costituzione emanata dal direttorio milanese, non poterono avere delle persone componenti questo direttorio supremo traccia alcuna; e fu facile alla setta mutare organismo, poiché lo seppe noto ai suoi nemici.

Una riforma pare infatti sia accaduta, intesa a semplificare l’amministrazione ed a crescere i presidi intorno i segreti della setta. È lodevole lo studio messo nel rilevare la personalità, spesso annullata in simili consorzi; onde è fatto obbligo allo spergiuro di accettare volontario la morte, di redimersi nel sacrificio di sé. Rivela intelligenza delle cose quel fare assegnamento sulla gioventù universitaria, anima di tutte rivoluzione, senza però comprometterla, né compromettersi, avendola sotto mano ad ogni occasione, ma non essendo dominati dalle sue impazienze.

I Guelfi avevano ne’ Carbonari un appoggio validissimo; ché anzi potremmo chiamare la setta guelfa un’alta vendita della carboneria. In un costituto della polizia austriaca troviamo in proposito una preziosa rivelazione. Un inquisito alla domanda quale, relazione hanno i Carbonari coi Guelfi risponde:

«Tutti i capi Carbonari sono altresì capi dei Guelfi; ma quelli che non hanno distinte cariche fra i Carbonari non possono essere ammessi tra i Guelfi».

Probabilmente la Carboneria si trovò un giorno così numerosa, così compromessa in faccia ad una moltitudine di affiliati, da dover per sicurezza celarsi al maggior numero, trasformarsi; e le giovò l'accorgimento come quello che non rifiutando alcun buon elemento del passato, apprestò più fidi elementi per l’avvenire.

E sembra altresì che i Guelfi fossero in istretto accordo cogli Adelfì, setta piemontese ma con intenti nazionali, di cui era capo, innanzi il 1821, il generale Gifflenga; col che proseguirono l’intento di unificare le sette, disfacendole ad una ad una a profitto proprio e d’Italia: opera lunghissima e malagevole in cui forse riuscirono solo a mezzo, non essendo ancora preparato il paese ad un lavoro collettivo, e mal potendosi infrenare le personali ambizioni; ma qualche risultato tuttavolta produssero, e i moti posteriori in parte lo attestano.

Perdoniamo loro lo sconsigliato proposito di aver ricorso a re anche straniero purché unificatore; errore di tanti prima e poi, inescusabile sempre, ma che parrà meno colpevole considerando le circostanze in cui versava la penisola, e lo stato delle opinioni che non potevano o sapevano arrestarsi in una generosa e feconda speranza, e vagellavano dietro le transitorie lusinghe di principi od agenti politici; e quel concetto di un re-papa, come già non bastasse all’Italia lo sperimento secolare di un papa-re, ci richiama, senza volerlo, al pensiero la Russia, che si maneggiava allora in Italia ad acquistarvi popolarità, e a preparare un terreno alle sue ambizioni dinastiche. Vuoi che la Russia sperasse di crearsi un nuovo regno in Italia, vuoi che volesse suscitare torbidi che le tornassero giovevoli alla vagheggiata conquista di Costantinopoli, gli agenti russi formicolavano, dopo il 1815, nella penisola, con centro e direzione in Roma, e col pretesto di raccogliere notizie statistiche ed economiche sullo stato del nostro paese; onde l’Austria li avea in grande sospetto, e li sorvegliava. Però i Guelfi o gli Adelfi secondavano la politica di Pietroburgo?

Gli Adelfi, o Indipendentisti, miravano all’indipendenza, la quale ognun vede quanto sia conciliabile con re straniero. Certo volevano re che in Italia si facesse italiano, con esercito nazionale, e governo libero; e forse il prenderlo da lontana casa regnante parve a quelle intelligenze più sicuro e più saggio consiglio. Il Giffienga era in Lombardia, da’ suoi agenti (fra i quali ricordansi i due fratelli del Campo), rappresentato come capo del partito liberale indipendentista nell’esercito piemontese ed in rapporto colle principali società di Roma; ed ih Milano avea trovato caldi ajutatori nei conti Archinti, Crivelli e Confalonieri, i due primi mostratisi fervidi patriotti fin dall’epoca dell’eccidio del ministro Prina. Però gli Indipendentisti erano risoluti di rendere ad ogni modo libera ed una l’Italia, dichiarando che ogni governo, che non avesse fatto causa comune con loro, dovesse cedere dinanzi l’opera della rivoluzione. Se dobbiamo porger fede a relazioni dell’epoca, le quali facilmente potevano cadere in errore, una parte degli Adelfì avrebbe altresì gittati gli occhi sul duca di Wellington per crearlo re d’Italia; ma non sembra la cosa verosimile, trattandosi d’uomo odiato in Italia. Verosimili, all’incontro, appajono i segreti colloqui e gli assidui rapporti col ministro russo in Roma, Italinski, che andava magnificando la libertà dello czar, datore di costituzione alla misera Polonia; i quali maneggi potevano altresì essere tenuti dagli Adelfì onde avvantaggiarsi delle congiunture, ingraziarsi la Russia, ma non servire né vendersi ad essa. Quest’ultima interpretazione, che ci sembra la più esatta, trova conferma in un brano che qui riproduciamo di un documento della polizia austriaca redatto da quel Brambilla che fu per molti anni il confidente (leggi spia) preferito dell’Austria in Italia:

«È vero che gli Indipendisti italiani sarebbero pronti ad abbracciare un mezzo qualunque straniero, purché fosse atto a dar moto ad un’azione di sommossa produttrice della nazionale indipendenza; ma è vero altresì che nessun calcolo si farebbe sulla Russia direttamente, ma soltanto per l’influenza che potrebbe avere nel caso di discordia colla potenza austriaca».

Qui il poliziesco gergo adombra per avventura il vero.

Avvi chi dice gli Adelfì venuti di Francia; ma non è credibile, quantunque si sappia che qualche volta usarono per termini di riconoscimento alcune voci francesi. Scontrandosi due Adelfì, stabilivasi il seguente dialogo: — Chi sei? — Emilio — Dove vai? — Nella foresta — Chi ti libererà? — Un incendio; — poi a due voci: — Fiat. — Ma de’ loro riti e del loro gergo null’altro sappiamo.

Nazionale, unitaria fu evidentemente la società delfica, il cui catechismo, oscurissimo, perché ce ne manca la chiave, e senza data, svela in più luoghi amore intenso di patria, e culto delle sue glorie. Il sacerdote delfico (cosi chiamavasi) era il sacerdote patriotta, il sacerdote guerriero, figlio devoto di una madre infelice:

«Mia madre, e’ diceva, ha per manto il mare, e per scettro altissimi monti;» e chiedendoglisi chi fosse sua madre rispondeva:

«La donna dalle treccie nere, dalle grosse poma, la più bella dell’universo... le cui doti sono la bellezza, la sapienza, come altra volta la fortezza... il cui appannaggio è un ameno giardino di olezzanti fiori, in cui vegetano l’olivo e la vite, e in cui spirano aure vitali.... e che geme trafitta.

«Singolari speranze nutrivano i Delfici, e solevano invocare, con fede, il rimedio dell'Oceano (gli Americani ausiliari), e l'epoca della guarigione (una generale guerra europea); e avversando del pari i partigiani di Francia e d’Austria chiamavano i primi pagani, mostri i secondi; e a’ Tedeschi davano l’appellativo di burberi, meno energico del dantesco turchi, ma espressione pur esso di uno spregio intenso e di un odio implacabile. Il luogo di loro adunanze appellavano nave, a simbolo per avventura della potenza marittima degli Italiani, e de’ soccorsi che aspettavano dal mare; e pilota chiamavano il capo; e aveano suggello rappresentante madre cinta da numerosa prole, emblema di concordia e di fede. Semplice ne’ suoi ordinamenti, questa società fu forse più efficace di quello non paja a primo tratto, non veggendola ricordata negli storici o nelle memorie contemporanee; e potè molto conferire all’incremento delle idee insurrezionali.

Diramazione o trasformazione de’ Guelfì pajono i Latini, la cui esistenza non è, com’altri volle, a porsi in dubbio, esistendo loro patto costituzionale di principj larghi e di salda struttura, e sapendosi che da Roma essi governavano gli spiriti di non piccola parte d’Italia. Una riunione del loro Consiglio supremo, prima del 1820, fu tenuta in Reggio; e noi si seppe, comunque in non grande città. Loro patto comincia dalla dichiarazione de’ doveri, e comincia bene; ché i doveri troppe volte si curano meno de’ diritti e si praticano meno; onde poi il diritto manca di base, di forza e di guarentigia:

«La felicità italiana è lo scopo degli sforzi x dei Latini. L’acquistarla ed il conservarla spetta alla loro prudenza, costanza e valore... Il senno, la mano, le sostanze, la vita stessa d’ogni Latino, se mai tutto occorresse, sono essenzialmente al comun bene dovute... L’esercizio delle qualità morali più eminenti è altresì debito d’ogni Latino, e specialmente quelle di vicendevolmente soccorrersi... Grandi sono i doveri di un Latino, come grande e pericoloso n’è lo scopo: somma prudenza, invitto ardore, imperterrita costanza, sono i mezzi indispensabili per adempierli».

Ed è da avvertire che anche i Latini doveano appartenere ai più alti gradi della Carboneria; e che essi colla carboneria serbavano intimo accordo. Giovi riferire qui il loro giuramento: «Giuro di concorrere con tutte le mie forze e con tutti quei mezzi che mi saranno possibili, a procurare e conseguire la felicità dell’Italia, mia patria. Giuro di conservare religiosamente il segreto e di adempiere eziandio i doveri della società; e che giammai sarò per fare o dire cosa alcuna che possa compromettere la società medesima, e che non agirò se non obbedendo alle sue deliberazioni. Se mai violassi questo giuramento, aderisco e mi sottopongo pienamente a quella punizione che la società vorrà decretare, ed altresì alla morte.»

É manifesto che non si può dare qui, senza uscir dal concetto del nostro lavoro, la storia dei fatti che più o meno corrispondono agli apprestamenti a cui si accenna; ma il lettore saprà cercare e trovare le notizie complementari nelle molteplici opere che favellano de’ rivolgimenti italiani nella prima metà del nostro secolo.

Però qui non si raccontano gli effetti, ché troppo in lungo ci trarrebbero, né si espongono tutte le cause; ma sol si accenna a quelle cause che si venivano elaborando nelle segrete congreghe; delle quali cause, ad ogni modo, non è da esagerare l'influsso. È debite rammentare che tali cagioni ritrassero molta della loro forza dall’agire di conserva con altre, di cui tacciamo; perocché nessuna rivoluzione s’opera sol per bontà di congiure, ma le congiure in tanto valgono in quanto il paese, anche ignorando le particolarità dell’esser loro, ne presenzia in ispirito i consigli e le opere.

II - Il napoleonismo e l’ antinapoleonismo

Durante la maggior possanza di Napoleone, nella nostra penisola, come e più che in Francia, osarono affrontarglisi società segrete; ma la caduta di lui, che a molti parve ravvivamento di libertà, ad altri si presentò come ruina d’Italia; laonde s’infervorarono a cercare il rialzamento di esso, o almeno a salvare dal naufragio l’italica nazionalità.

Antinapoleonica fu la società dei Raggi, composta d’ufficiali d’ogni parte, ravvicinati dai pericoli e daliefatiche de’ campi. Dei Raggi era un centro anche a Milano, il quale poi, ad insinuazione del Melzi, duca di Lodi, e coll’opera del barone Custodi, fu sciolto. Centro principale fu Bologna.

Molte società eransi formate invece a favore del caduto Napoleone; come quelle dello Spillo nero, degli Avoltoi di Bonaparte, de’ Cavalieri del Sole, della Rigenerazione universale, de’ Patriota ed altre che nominammo testò o di cui favelliamo tra poco. Erano cernite generalmente fra i soldati del gran guerriero, condannati alla pace, e fra gli impiegati che eransi avvezzi a considerare come vanto proprio la gloria del capo, come libertà l’obbedienza universale. Varie di forma queste società aveano per iscopo comune di stabilire una lega di popoli contro la tirannia; acquistar la libertà a mano armata; pegl’iniziati poi restava come intento ultimo, o forse solo come mezzo, il rimettere sul trono Napoleone.

Affiatatisi tra loro alcuni principali, spedirono messaggi in varie parti per le necessarie disposizioni. Torino, Genova, Mantova furono i luoghi dove più caldamente si operò. Ne’ congressi furono posti in campo i soliti problemi: Se preferire il governo repubblicano, o il monarchico costituzionale; se ridur l’Italia una, o stringerne solo le parti con nodo federale; ma tutti convennero nel partito dell’unità, e quanto al resto di rimettere le deliberazioni a miglior tempo; per allora doversi procurare una cosa sola, che Napoleone si mettesse a capo dell’impresa. Pertanto a questo diressero un dispaccio, ove gli chiedevano il suo nome e la sua spada per costituire un impero italiano, al quale egli sarebbe capo; ma con precisi patti. E patto primo deporre quella smania di stragi, per cui avea sovvertito il mondo; preferisse la gloria di Washington; accettasse uno statuto. Fra le altre condizioni il progetto recava: «Il territorio dell’impero romano sarà formato di tutto il continente dell’Italia... Il sovrano prenderà il titolo d’imperatore dei Romani per la volontà del popolo e per la grazia di Dio.» La elezione del senato e della camera dei rappresentanti del popolo era stabilita per numero d’abitatori e per censo e non per individualità di Stati o di provincie, e l’ufficio era incompatibile con altri impieghi amovibili: e soggiungevasi che le assemblee legislative si terrebbero per tre anni a Roma, per tre a Milano e per tre a Napoli, e che vi sarebbero quattro viceré nelle quattro città più popolose d’Italia, Roma eccettuata, perché sede dell’impero. Inoltre liberi i culti e la stampa; proibita ogni ampliazione di territorio o l’intervenire negli affari d’altri popoli; responsabili i ministri, inamovibili i giudici; guardia nazionale, giurati, nobiltà nuova e senza privilegi; pubblicità delle camere e de’ tribunali. La lettera, che era del 19 maggio 1815, firmata da quattordici Italiani, arrivò a Napoleone che accettò i patti come uomo che nel naufragare vede una tavola, e l’afferra, disposto a gettarla al fuoco, dopo toccata la riva. Si conoscono i lontani effetti di quelle trame, cioè la fuga di Napoleone dall’Elba, e il suo regno di cento giorni.

In Lombardia pure, e tra gli avanzi dell’esercito italiano, erasi costituita una varietà della Carboneria col titolo di Centri. Procedeva essa per gradi, e ciascun individuo poteva porgersi tutore di cinque fratelli, ognun de’ quali facea recapito a lui. Nulla doveasi scrivere; non parlare se non fra due, e dopo dette le parole di convenzione che erano Soccorso agli infelici v e riconosciutisi col recar tre volte la mano alla fronte in atto di dolore.

Le speranze di questi generosi rinfocolava, pe’ suoi fini, Murat, fattosi, come dicemmo a suo luogo, propizio sull’ultimo alla Carboneria, dapprima da lui bistrattata. Egli, che già sentiva sfuggirgli di mano il regno, a tutta Italia anelava, dopo perdute le migliori occasioni, e quando tutte circostanze gli si volgevano contro. A mercare popolarità e crescersi nerbo di milizia, e’ veniva assoldando quanti veterani ricusavano servire i principi rimessi; e spediva il Maghella, fidatissimo suo, ad intendersi coi settari di Lombardia.

Il nostro esercito stavasi ancora tra Mantova e Milano sotto que’ duci che l’aveano guidato tante volte contro l’Austria abborrita; laonde i maneggi aveano base di operazione. Delle disposte fila scriveva altresì Teodoro Lechi al fratello, generale del re di Napoli, e ne venivano promesse.

La congiura, tutta quanta militare, pigliava larghe proporzioni: oltre i due Lechi, v’aderivano il Fontanelli, già ministro delle armi durante il periodo napoleonico, il generale Gaspare Bellotti, il Demeester, Ugo Brunetti, l’amico di Foscolo, Foscolo stesso, a quanto ne fu detto, i bresciani colonnelli Moretti ed Olini, Rasori, Marechal, Gioja ed altri assai.

Il suono a stormo delle campane di Milano doveva essere nuncio dello scoppio. È fama che d’intesa con Murat fosse apprestato tal vespro dal quale non un Austriaco doveva andar salvo; ma il dì prefìsso paura od orrore trattennero il braccio di chi dovea dare il segnale, quello del generale Fontanelli. I cospiratori si volsero a Teodoro Lechi, per averlo condottiero, ma anche questi si giudicò dammeno dell’impresa, per tali vagellamene andata a vuota; e fra gli opposti consigli e i ritardi mancò eziandio l’argomento più essenziale di salute e di riuscita, il segreto.

Il Bellegarde, o, come altri vuole, il Talleyrand, divenuto tutta cosa dei Borboni, per scoprir terreno posero un loro creato nella congiura, un cotal visconte di SaintAignan, con mentiti gradi e uffici e promesse e forse con bugiardo nome, il quale, come ebbe rivelata ogni particolarità all’Austria, sparve, e più non si seppero di lui novelle.

L’Austria carcerò e processò i membri più influenti, i generali De meester, Zucchi, Fontanelli, Teodoro Lecchi, molti colonnelli, lo statista Gioja, Gasparinetti, Olini, Morelli; e tre anni, per ispregio, durò la procedura, conchiusa poi, non si sa come, da miti sentenze.

III - Le provincie meridionali

Non fu la Sicilia estranea al generale commovimento; e noi poteva. Colà, più che altrove, si diffuse, nel 1827, setta favoreggiatrice la greca rivoluzione, l'Amore dei Greci, che anche delle cose interne occupavasi, e che l’amore pei Greci non scompagnava dall’amore per l’Italia. E delle cose elleniche s’intratteneva altresì la Società segreta dei Cinque, ovvero Silenzio de' Greci, anteriore d’un decennio alla succennata, che elaborò gli elementi insurrezionali; onde abbiamo questi fatti da aggiungere a quelli, numerosissimi, che attestano la fraternità operosa di Grecia e d’Italia.

In Messina si scopersero vendite dei Riformati patriottici, una delle molteplici riforme della carboneria; che ubbidiva ad un’alta assemblea italica, le cui adunanze nomavansi sezioni. Nel solo Napoletano eranvi diciotto sezioni che corrispondevano fra loro e con Firenze, Milano e Torino mercé note musicali. In quel torno venne pure scoperta in Messina la setta Gioventù ravveduta, per la quale, nel 1825, furono iniziati processi e promulgate sentenze.

In Palermo ebbe sollecito incremento la società de’ Letterati italiani (1823), non siciliana ma importatavi, mirante a raccogliere in un fascio le intelligenze divise, come quelle che sempre dirigono i moti rivoluzionari. Ignoriamo gli effetti prodotti dalla setta, ma ne conosciamo, in molta parte, l’interno organismo calcato sui migliori. Innegabilmente le sperienze aveano fruttato, e si conosceva molto meglio che pel passato l’arte del congiurare, arte difficilissima, giacché tutta di calcolo, di prudenza applicata ad argomento di passione e slancio.

La setta de’ Letterati italiani non avea né segni né distintivi. In ogni città delegava persona detta radicale, la quale poteva affiliarne dieci altre e più, acquistando nome di decurione o centurione. Gli iniziati chiamavansi figli, ma alla loro volta potevano affiliare dieci persone ciascuno; e queste del pari; e così indefinitivamente: sicché grandissimo poteva essere il numero decomponenti; senza che nascesse confusione, e sorgessero pericoli; rimanendo i radicali, il cui solo arresto poteva compromettere l'ordine, in completa sicurezza. Il sistema decurionale era imitazione francese e svizzera; ed in quell’epoca si riteneva il migliore. In ventiquattro città fu idealmente partita, a comodo della setta, la penisola; ed ogni città era espressa con una lettera dell’alfabeto; sicché le note a degli affiliati, in cifra, portavano in cima una lettera, e B, a mo’ d’esempio, esprimeva la Sicilia.

Gli iniziati si appellavano Fratelli Barabbili al pretorio di Pilato, raffigurando Gesù il tiranno, e Barabba i popoli; singolare confusione d’idee per cui l’uomo morto in croce per la redenzione della coscienza e del pensiero era riguardato come esempio e sostegno dì tirannide; ma era più che altro simbolismo che mascherava idee più eque e più conformi al vero, come appare da altri argomenti; giacché doveano portare addosso, visibile od invisibile, piccola rappresentazione di qualche scena della passione di Cristo.

Riconoscevansi mercé anello; e intestavano le lettere colle note iniziali I. N. R. I.

Fu in Sicilia la società temuta assai ed assai vegliata; e sparse fin nelle più remote regioni dell’isola patriottici affetti; e popolò le carceri; né si ridusse al silenzio se non quando le mutate cose esplicarono novelle forme di azione politica e di reazione segreta.

Le Calabrie e gli Abruzzi, per l’indole fervidissima degli abitatori, per trovarsi le città e borgate discoste dai maggiori centri, per essere il terreno montuoso, s’atteggiavano mirabilmente al lavoro rivoluzionario; il quale ancor prima del 1818, contemporaneamente quindi al lavoro della carboneria, vi dava vita a più società, filiazioni di un medesimo pensiero di rivolta e di battaglia. Parecchie sette sommossero codeste provincie, tra cui quelle dei Patriotti europei o de’ Pellegrini Bianchi, dei Filadelfi e dei Decisi, che di là si diffusero in altre provincie italiane, con ordinamento militare, armi, comandanti, bandiere, suggelli. Le due prime provengono in parte di Francia, la seconda segnatamente, e s’attribuivano, al solito, remota antichità, con propositi non solo politici ma morali; né, la denominazione lo dice, contenevano entro la penisola le loro ambizioni.

Però a resistere all’influenza crescente de’ Calderari (di cui favelliamo a suo luogo) si schiusero a troppi più che non convenisse, e scemarono di nerbo ed efficacia. La terza, promossa dal sacerdote Ciro Annichiarico, fu demagogica, e si bruttò di violenze; ma 1Annichiarico venne in grande estimazione e potenza; sicché a vincerlo fu forza mandargli contro un esercito col generale Curch, il quale lo assalì in San Marzano, poi in Scasserba, e presolo a gran fatica, lo fè fucilare. L’Annichiarico mirava, con modi non buoni, a fondare la repubblica salentina, anello della grande repubblica europea, non solo invocata, ma creduta imminente; e i suoi proclami cominciavano:

«In nome della grande assemblea nazionale dell’ex regno di Napoli, o piuttosto dell’Europa intera, pace e salute.

Le logge dei Decisi appellavansi Decisioni, come le assemblee dei Patriotti Squadriglie di cui ciascuna poteva noverare da 50 a 60 membri. Le sedute numerosissime appellavansi campi, e tenevansi pubblicamente di notte, appostando sentinelle. I Decisi, che, se non è esagerazione, ammontarono a quarantamila, erano istruiti negli esercizi militari in case remote, ne’ conventi soppressi, e partiti in squadre e legioni, con capi regolarmente eletti. Meditavano spingersi su Napoli, e promuovervi rivoluzione. Gli eventi non sorrisero, ma i propositi erano vasti. Loro emblemi consistevano in teschi, corone e tiare colpite dal fulmine; loro bandiere e decorazioni erano nere; né soltanto Decisi si chiamarono, ma s’intitolarono dal tuonante Giove. Valorosissimi, arditi, è a dolere si macchiassero, consentendolo il capo, di colpe, che offuscarono la loro memoria.

In Terra di Lavoro pigliò inizio la setta degli Scamiciati, con patrono il francese Manuel, la cui politica fu tutt’altro che scamiciata la quale invocava Sansone perché simbolo della forza. Scoperta e dispersa, non potè manifestare suoi principii in atti palesi; ma era, come tutte l’altre di quel tempo, d’energica reazione all’ordine costituito, reazione generosa ma cieca, perché chiudeva gli occhi all’avvenire, e non curavasi di formulare un programma politico. Con iniziazioni brevissime, con proibizione di convegni, con assenza di diplomi o carte, volle assicurarsi lunga esistenza. Però non le riuscì; e il battesimo del sangue la glorificò appena nata.

Di provenienza francese sembra altresì la setta degli Spettri riuniti nella tomba, ch’ebbe precipua sede nella provincia di Bari, e diramazioni in Barletta ed Andria, esistente fin dal luglio 1822 con emblemi ghiribizzosi. Gli affiliati nomaransi Spettri; e tomba il luogo delle loro riunioni. Mirando a rovesciare il governo borbonico, tendevano a provocare insurrezioni parziali in vari punti del regno, lontani da Napoli, onde disperdere le forze austriache, e agevolare la rivoluzione della capitale.

L’indole fierissima di quelle popolazioni si parve nella setta della Nuova riforma di Francia e in quella degli Ordoni (12), che nel dicembre 1823 pagarono loro contingente alla scure borbonica, introdotte, sembra, dalle provincie romane, non sconfessanti il carbonarismo, ma più di esso manesche e risolute, diffuse in ispecie nei distretti di Gaeta e di Sora, e che evitarono le riunioni, alle quali sostituirono, con sottile artificio, comunicazioni ambulanti. Solo distintivo degli affiliati era diploma con un fascio consolare, una scure, un bigio berretto, manipolo di fucili, appeso al collo con quattro nastri di color rosso, nero, turchino e giallo. La Nuova riforma era costituita di due soli gradi, quello dei Laici e quello degli Eremiti. Un eremita poteva conferire, anche in una sol volta, entrambi i gradi. Niuno poteva essere laico od eremita che già non avesse appartenuto alla Carboneria, alla Massoneria, alla società dei Patriotti Europei, od a quella dei Greci in solitudine. Mescolanza di sette diverse, condensava l’odio di molta età e di molti ordini contro la tirannide; sicché sanguinario è il suo giuramento.

Anno della libertà 1820. — Io N. N. prometto e giuro d’essere eterno inimico de’ tiranni, di conservare per essi un odio immortale, e, quando mi venga fatto, di trucidarli; e rinnovando gli anteriori giuramenti, giuro di spargere il sangue per la distruzione dei troni».

Nel catechismo della setta, breve e succoso, leggiamo:

D. Chi sei?

R. Un tuo amico.

D. Come mi conosci?

R. Ti conosco all’oppressura che t’inchina la fronte, sulla quale leggo scritto a lettere di sangue: Sorgere o morire.

D. E tu che vuoi?

R. Distruggere i troni e innalzare i patiboli.

D. E con qual diritto?

R. Con quello che mi ha dato la natura.

D. E a quale intento?

R. Onde riacquistare il glorioso nome di cittadino.

D. E vuoi mettere in pericolo la vita?

R. Men della libertà mi è preziosa la vita».

A riscontro della regia fratellanza fu sempre invocata la fratellanza popolana, onde disciplinare le forze delle nazioni e opporle alle dotte insidie diplomatiche. Emanazione di questo pensiero può dirsi la setta de’ Nuovi Franchi Liberali, chiamata altresì Gran Società o Sacra Fratellanza, che ebbe non lunga vita, e i cui proseliti, pochi ma alto locati, appartennero per lo più alle passate amministrazioni napoleoniche, di cui desideravano la restaurazione.

Ed è singolare che anche questa setta volgesse gli occhi desiosi all’America. Gli affiliati portavano per distintivi: una fettuccia nera all’orologio, con sigillo aureo, un pezzetto di corallo, un anello di ferro o d’acciajo. La fettuccia significava l’odio perpetuo de’ liberali contro gli oppressori; il corallo le americane speranze: il ferro o l’acciaio l’arma da brandire per la distruzione de’ nemici; e l’oro l’invocata abbondanza di d enaro come mezzo d’azione.

Le varie provincie italiane sono indicate con numeri arabici progressivi, sicché lo Stato romano era espresso col n. 1, e conteneva i Liberali forti; il regno Lombardo Veneto col n. 2, e abbracciava i Liberali antichi; il regno delle due Sicilie col n. 3, e comprendeva i Liberali decisi; gli Stati Sardi col n. 4, e spiccava pei Liberali guerrieri; la Toscana col n 5, e primeggiava pei Liberali franchi; il Modenese col n. 6, e si distingueva Liberali fratelli; il Parmense col n. 7, e vantava i Liberali vittoriosi; il Lucchese col n. 8, e colla denominazione di Liberali fieri; alcuna delle quali denominazioni sono appropriate al luogo, e formano un complesso di qualità e virtù da disgradarne qualsiasi più felice e generosa tempra di popolo.

I gradi erano sei: gran maestro, venerabile, sotto venerabile, anziano di 1.(a) classe, anziano di 2.(a) classe, e fratello. Gran maestro fu il principe Borghese, che assunse nella società il nome di principe Paolo 5 e un alto seggio occupò quel genovese Giuseppe Malatesta che in Pisa, nel giugno 1822, avea giurato uccidere il principe di Carignano, inviso ai liberali per i fatti dell’anno antecedente; ma che, pentendosi, non mandò ad effetto la cosa, e svelò in confessione il progetto, sicché il principe potè salvarsi.

IV - I Clericali

Volgevano tempi di reazione, non solo politica, ma religiosa. Un’intera scuola inneggiava alle dolcezze dell’assolutismo, esaltava le virtù incorruttibili della Chiesa. Con fantasia pittrice Chateaubriand innamorava delle bellezze del cristianesimo, che Lamennais salutava ridivivo, salvo poi a ricredersi, ed a mutare il saluto in quella invocazione, che, per disdegno del passato, tien costantemente volta la faccia al futuro, e che è la forma oratoria più ardita, più cospiratrice. Bonald e DeMaistre legittimavano la pena di morte, ponevano primissimo ministro della casa dei re e dei pontefici il carnefice. D altro canto nel prevalere della forza bruta, che avea altresì fatto divorzio dal genio, gli sguardi voltavansi a Roma, ove le apparenze mostravano, non il genio, ma la fede, che è il genio dei miseri; laonde, per poco, crebbe a dismisura il potere della Chiesa, e in quella riviviscenza del medio evo, neppur mancò un tanto fenomeno. Sì diverse disposizioni, che in generale miravano, con onesti o rei propositi, a ritirare di molti anni, forse di molti secoli, l'umanità nel passato, tolsero a favorire i Clericali.

Aristocratica e chiesajuola fu la setta dei Concistoriali, che mirava all’unità italiana, e ad un tempo alla conservazione de’ privilegi feudali e del dominio teocratico, sotto gli auspici di principe che si designava nel duca di Modena o nel re di Piemonte. I Concistoriali nacquero in corte romana, ombre de’ Guelfi antichi; ne furono pronubi cardinali e prelati, uomini di nobiltà e frati di austera vita. Nelle Romagne, nell’Emilia, nel Piemonte, la setta fortificossi del concorso del numeroso, ricco e ambizioso patriziato; e riguadava alla corte pontefìcia come a tal potenza che col suo peso avrebbe mutati i destini d’Italia, e dato vittoria a quel principe che da essa secondato avesse saputo profittare de’ sconvolgimenti politici. Si additavano come motori principalissimi di tali speranze l’ex gesuita Tabot, confessore privato del santo padre, e che dimorò a lungo negli Stati estensi; monsignor Maggio, che recossi, pare con disegno di proselitismo, a Napoli, ove soggiornò molto tempo; e il conte Cesare Tapparelli d’Azeglio di Torino, Fuvvi un’epoca in cui l’Austria spiacque altresì ai clericali, che la conoscevano avversa ai privilegi teocratici, e in parte ancora animata dal moto impressole da Giuseppe II.

È voce i Concistoriali si proponessero dare al papa la Toscana; l’isola dell’Elba e le Marche al re di Napoli; Parma, Piacenza e parte della Lombardia col titolo di re al duca di Modena; il resto della Lombardia, Massa, Carrara e Lucca al re di Sardegna; ed alla Russia, che, per avversione all’Austria, favoriva questi segreti disegni, o Ancona, o Civitavecchia, o Genova, perché ne facesse il suo Gibilterra. Dalle carte trovate negli uffizii del governo austriaco di Milano risulta che il duca di Modena, nel diciotto, presiedette una riunione generale di Concistoriali, e che l’Austria conosceva l’esistenza ed i pensieri di quella società.

Setta affine pare quella denominata Congregazione cattolica apostolica romana; i soci riconoscevansi per un cordoncello di seta gialla con cinque nodi: agli iniziati ne gradi minori parla vasi solo di atti di pietà e di beneficenza; de’ segreti della setta, noti a’ maggiori, non si potea parlare se non fra due; le camere o loggie erano composte di cinque membri; la parola di passo era Eleuteria, cioè libertà, e la parola segreta Ode, cioè indipendenza. Questa setta nacque in Francia tra i neocattolici, capitanati da Lamennais, che già nel trattato sull’Indifferenza religiosa mostrava quella rigidezza e quel fervore che lo doveano condurre sì lontano. Indi passò in Piemonte e di là in Lombardia; ma vi fece pochi proseliti; e gli agenti dell’Austria riuscirono ad avere in Ge nova le patenti che si lasciavano agli iniziati, gli statuti ed i segni di riconoscimento. Benché devota all’indipendenza italiana, la Congregazione cattolica poco o niente ebbe di fazioso, legava i destini de’ popoli al pieno trionfo delle credenze cattoliche, e angusta d’idee come ristretta di numero non possedette, né forse bramò, forza rivoltrice dell’ordine politico.

Anteriori ai Concistoriali paiono i Sanfedisti ché i primi si dicono raccolti in società all’epoca dell’imprigionamento di Pio VII, i secondi all’epoca della soppressione dei Gesuiti. Esisteva da tempo nello Stato Pontificio un sodalizio denominato dei Pacifici o Della Santa Unione, il quale faceva giuramento di difendere la religione, i privilegi e le giurisdizioni di Roma ed il dominio temporale dei papi. 0 da quel sodalizio derivassero, o pigliassero il nome dalle masnade della santa fede, che infestarono per tanti anni le provincie meridionali, d’ambe le origini parvero degni. È noto che de’ Sanfedisti osarono congiurare contro Napoleone, il quale venti ne condannò all’ergastolo di Modena, indi rimessi in libertà da Francesco IV.

Capi presunti dopo il 1815 furono il duca di Modena e il cardinal Consalvi. Il primo avea frequenti e secreti colloqui con cardinali, ed ai più fidati lasciava traspirare altissime speranze. È detto che anche il re di Piemonte fosse dell’accordo, e che si adunassero ingenti somme di denaro per sostenere la guerra contro l’Austria, comune nemica; ma non è verosimile. Son queste le voci che in quel tempo correvano, più o meno confermate o contraddette dalla storia palese.

Ai Sanfedisti chi attribuisce il progetto di partire l’Italia in tre regni, cacciandone gli Austriaci e il re di Napoli; chi suppone l’intenzione di redimere la penisola dal giogo straniero, conservando e afforzando cinque Stati: Piemonte, Modena, Lucca, Roma e Napoli; e chi suppone, con maggior verità, il proposito di perpetuare lo statu quo, di ribadire la servitù nelle sue forme più odiose.

Ci abbattiamo anche qui nella Russia, che desiosa di procacciarsi uno stabilimento in Italia, favoreggiava occultamente tali disegni. L’ex ministro Aldini si considerava come Vagente russo in Italia, l'intermediario fra le corti di Roma e di Pietroburgo. Lo secondavano il Mustoxidi e il conte Capo d’Istria; ma l’Austria, in sapienza di sospetti valentissima, per intercette lettere del Mustoxidi accertò i suoi dubbi, e, vegliando le parole e gli atti del conte Capo d’Istria, che da viaggiatore correva l’Italia per esplorare quello che la medesima valesse in rivoluzione e per sollevarvi i grandi colle usate lusinghe, mise tutti gli sforzi della sua scaltrezza a stornare il pericolo.

Inconsapevolmente i Cavalieri Guelfi si trovarono spesso associati ai Sanfedisti; e certo è che molti di questi, come, a citar un solo esempio, monsignor Giustiniani, delegato a Ferrara, appartenevano altresì al guelfismo; mi è probabile che gli astuti clericali penetrassero nelle mal guardate società, di cui formicolava l’Italia, per paralizzarne o governarne a proprio talento i moti.

Fu anche detto che i Carbonari delle Romagne esagerassero l'importanza della setta nemica per deviare da sé le indagini ed i sospetti; al che allude un transunto de’ processi del 1821, che reca la storia di ventotto società segrete, e nel quale’ si legge: «Del Sanfedismo parlano continuo i Carbonari pontificj, e pretendono sia diretto ad espellere gli Austriaci, ed a ristabilire la preponderanza della corte di Roma. Però di queste intenzioni non seppero mai esibire più accertate notizie; e siccome si trattava di svelare le mosse di una società segreta che avrebbe mirato principalmente a combattere il moderno liberalismo, pare ch'essi cercassero piuttosto deviar l’attenzione del governo dalle loro combriccole, dirigendola sulle traccio d’una setta, la quale, quand’anche esistesse, non potea meritare seria considerazione. Non favoreggiata dallo spirito del tempo, essa non poteva fare giammai progressi pericolosi».

Il libro che i Sanfedisti teneano in maggior pregio, come la teorica più completa dell’assolutismo, era la Restaurazione della scienza politica del tedesco Haller, che fecero tradurre in italiano, con dedica a re Francesco Borbone, e spandere a gran numero di copie; ove è detto i diritti de' principi derivare tutti dal diritto di proprietà; il potere del principe, non delegato, ma personale, non avere confini se non quelli posti da Dio. Quindi la schiavitù è un’istituzione legittima; legittimo il diritto di vita e di morte; tutti i beni dello Stato son proprietà del sovrano; e tocca via.

Con maggior impudenza il Canosa, ex ministro, raccoglieva queste massime in libercolo Lettera dell'Esperienza ai re della terra nel quale, fra le altre cose, si legge:

«Riedete, o principi nell’antica, via, e se vi cale condannar pochi, condannate subito ed inesorabilmente... Già sperimentaste tolleranza, senza frutto. Venite alle prove del sangue... Primo vostro ministro dev’essere il carnefice... Iddio, padre della misericordia, creò un inferno per punire le colpe; imitate il divino esempio.... Non esitate nella scelta delle pene: mano per mano, occhio per occhio, vita per vita. Divide et impera. Dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città. Risuscitate, alimentate le gare municipali... Una causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere, e quel pizzicore di letteratura che è entrato anche nelle ossa de’ pescivendoli e degli statlieri. Al mondo ci vogliono meno i dottori e i letterati, ma ci vogliono anche i calzolari, sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorta, e ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si con tenti di vivere sulla fede altrui, e lasci che il mondo sia guidato coi lumi degli altri, senza pretendere di guidarlo coi lumi proprii. Per tutta questa gente la letteratura è dannosa, perché sollecita quegli intelletti che la natura ha destinati ad esercitarsi dentro una sfera ristretta, promove dubbi che la mediocrità delle cognizioni non è poi sufficiente a risolvere, accostuma ai diletti dello spirito, i quali rendono insopportabile il lavoro monotono e noioso del corpo, risveglia desiderii sproporzionati alla umiltà della condizione, e con rendere il popolo scontento della sua sorte, lo dispone a’ tentativi per conseguire una sorto diversa. Lasciate i libri e gli studii alle classi distinte, e a qualche ingegno straordinario, che si fa strada a traverso l’oscurità del suo grado, ma procurate che il calzolaro si contenti della lesina, e il rustico del badile, senza andarsi a guastare il cuore e la mente alla scuola dell’alfabeto Scellerati pensieri, che per opera della setta prevalevano non solo nelle corti, già troppo disposte a riceverli, ma nelle classi sociali interessate a spanderli. I governi, non che ispirarvisi, osavano pubblicamente professarli, imporli alle tenere intelligenze. In un opuscolo Doveri de' sudditi verso il loro monarca, per istruzione ed esercizio di lettura nella secondi classe delle scuole elementari (Milano, 1834), leggiamo:

«Come si debbono portare i sudditi verso il loro sovrano? I sudditi si debbono portare come i servi fedeli verso il loro padrone. — Perché debbono portarsi i sudditi come i servi? — Perché il sovrano è il loro padrone; ed ha potestà tanto sopra i loro beni quanto sopra la loro vita. «Ed in un catechismo stampato a Modena nel 1832, raccomandato dal vescovo di quella città, si riprova, coll’esempio delle stragi bibliche comandate dal feroce Jehova, la clemenza de’ principi contro i sommovitori degli Stati.

Però il Sanfedismo fin nelle primissime scuole conduceva sua propaganda, trionfava nelle corti e nelle curie; trionfo sanguinoso ma breve.

Dei simboli dei Sanfedisti abbiamo scarsi ragguagli. I diplomi figuravano circoli, nella cui interna sommità leggevasi —C+M+D+B—; iniziali che ponno interpretarsi Chiesa o Congregazione militante di Bologna, forse il centro della setta. L’emblema superiore di mezzo è un giogo, a significar gli obblighi che s’assumevano i membri. Havvi pure un occhio, col motto Iddio vede , un cuore colla parola fede' , un angelo che sorregge una croce, colla leggenda Iddio ci ama; un’altra croce, e scrittovi entro: Iddio tuonò morte; Fede alla Chiesa cattolica. Vedesi pure capo di bove reciso, che credesi significasse la massoneria, alla cui distruzione erano principalmente dirette le opere de’ Sanfedisti, i quali ravvisavano nei principii filantropici e liberali della medesima un supremo ostacolo alle loro mire dispotiche. Sono pure rappresentati de’ fulmini, che vanno a spezzare colonne di tempio diroccato, colla dispersione di vari istrumenti muratorii; un angelo colla spada di fuoco che dice: Omnia ad majorem Dei gloriam; una gru.

Le parole sacre erano Padre, Figlio e Spirito Santo, e quelle di passo Pietro Paolo.

In un catechismo d’alto grado era detto: — Quali sono i vostri colori? Col giallo e col nero mi copro la testa, e copro il cuore col bianco e col giallo. — Come si appellano 1 vostri passi? — Il primo alfa, il secondo arca di Noè, il terzo aquila imperiale, il quarto chiavi del cielo. — Pertanto da una parte de’ Sanfedisti, anzi dall'intera setta, come pare a noi, non l’Austria voleasi cacciare d’Italia, ma tutta la penisola voleasi asservire all’impero e al papato, alle chiavi del cielo e all’aquila d'Absburgo.

Mette conto sapere come giurassero i Sanfedisti. Precedeva breve dialogo: — Chi vi ha ammesso tra i Sanfedisti? — dice un catechismo. — Un uomo venerabile e canuto. — Come ebbe a ricevervi? — Mi fe’ inginocchiare sulla santissima eucaristia, e mi armò d’un ferro benedetto. —L’ufficio del pugnale era poi espresso nella formula, che qui testualmente riproduciamo: «In presenza di Dio onnipotente, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, di Maria sempre Vergine immacolata, di tutta la corte celeste e di te, onorato padre, voglio avere recisa la mano e stracciata la gola, voglio perire di fame o morire fra i più crudeli martori, voglio subire l’eterno gastigo dell’inferno, piuttosto che tradire o ingannare uno degli onorandi padri e fratelli della Cattolica Apostolica Società, o mancare agli assunti obblighi. Giuro di sostenere con saldezza di cuore e di braccio la santa causa a cui mi sono consacrato, e di non perdonare ad alcun individuo appartenente all’infame combriccola deliberali, senza riguardo a parentela, grado, sesso od età. Giuro odio immortale a tutti i nemici della nostra santa religione cattolica e romana, unica e vera».

La pravità delle intenzioni manifestossi anche nelle opere. Gli odi e i furori di parte insanguinarono le provincie romane. I Sanfedisti chiamandosi Pellegrini della società cattolica, i Carbonari col nome di Eremiti o di Pellegrini Bianchi, e coll audacia delle loro lettere di S. Paolo ai Romani (così intitolarono loro scritture), tutta commossero Roma, e più crudelmente le Legazioni. Per la città e terra di Frosinone una canaglia armata e sanguinaria facea carne e bottino sotto il nome di difendere il trono e dar la caccia ai liberali; e il governo i liberali condannava alle forche, i briganti assolveva. Fieri accenditori di guerra civile erano di pari in Faenza i Gatti ed i Cani, Sanfedisti gli uni, Carbonari gli altri; ed anco in Ravenna per molti anni le due parti azzuffaronsi, e il governo di tutto incolpò i Carbonari, di cui oltre quattrocento carcerò e condannò. Sì stravolta giustizia riaccendeva le vendette, e cresceva lo sgomento delle città ed il furore dei settari.

Del pari reazionaria fu la setta de’ Calderari (13), sulla cui origine, come sul resto, variano i ragguagli. Il conte Orlof, nelle sue Memorie sul regno di Napoli, la fa risalire al 1813, quando i Carbonari, veggendo di troppo ampliarsi la loro società, e compromettersi il segreto, mutarono forme, ed esclusero parecchi degli antichi membri. Questi, per vendicarsi, si unirono, si denominarono Calderari, e si dichiararono antagonisti de’ fratelli dai quali erano stati espulsi.

Il Canosa, all’incontro, che ebbe gran parte nell’incremento dalla setta e che in Dublino, nel 1820, pubblicò opuscolo in proposito col titolo I Pifferi di montagna, dice che i Calderari ebbero origine, non in Napoli, ma in Palermo, al tempo in cui lord Bentinck soppresse le maestranze, con generale malcontento. Più si tennero offesi e danneggiati i calderari, che proffersero alla regina Carolina aiutarla anche contro l’Inghilterra, e indi si composero in società segreta, favoreggiatrice de’ Borboni di qua e di là del Faro.

Checché ne sia di ciò, sotto Murat eravi a Napoli associazione a lui dichiaratamente avversa, e che intitola vasi de’ Trinitari, nella quale si schierarono i Calderari, venuti poi in tanto numero da abolire la vecchia denominazione e imporre la propria.

Dopo il ritorno in Napoli di re Ferdinando il principe Canosa, ministro di polizia, segretamente li favoreggiò per opporli ai Carbonari.

E’ diede loro una nuova costituzione, li distribuì in curie sommesse ad una curia principale, i cui membri erano detti Calderari del Contrappeso; e si vuole distribuisse loro ventimila fucili.

Seguirono risse, rapine, uccisioni; ogni legge fu conculcata, complice il governo, ajutatrice la polizia. Di tanti misfatti e di tanta abbiezione della pubblica podestà levossi in Napoli e fuor del regno così grande clamore, che il re fu condotto a dare ordine che se ne ricercassero le cagioni. Carcerati alcuni scherani, fu palese per fogli scritti, per testimonianze, per confessioni che essi erano commissari del Canosa; laonde gli ambasciatori d’Austria e di Russia, non per amore di popolo, ma per tutela di governo, vollero il reo ministro fosse deposto e bandito; la qual cosa Ferdinando non fece se non dopo averlo gratificato di ricchi doni e di lauta pensione.

Tre mesi dopo il bando del Canosa (giugno 1816) un decreto reale accomunò i Calderari a tutte le altre società segrete; e que’ settari, ultimo avanzo delle schiere del cardinal Ruffo, furono dispersi.

V - Italia centrale e Lombardia

Romana fu una società, la cui bizzarra denominazione, non contiene, come le anteriori, un significato chiaro dello scopo a cui mirava; ma vuoisi avvertire che la setta Le Braccia (1821), fu, quant’altre mai, patriottica, ed ebbe numero ragguardevole di soci in Roma, nelle provincie papali e nel Lombardo-Veneto. Non avea rifiutato lo spirito della carboneria; ma avea adottato norme più severe nella aggregazione de’ membri, facendo in modo che il nuovo fratello conoscesse soltanto colui da cui era iniziato. Era pertanto una indefinita catena di cui si potevano spezzare separatamente gli anelli, ma che era pressoché impossibile risalire e spezzare per intero. Gli ingegni nella lotta s’affinavano; e trovavano più felici accorgimenti. I soci nulla ricevevano, nulla rilasciavano in iscritto; giuravano la più illimitata obbedienza; procacciavano essere sempre muniti di contanti e d’armi; misteriosamente apprestavano sé e il paese al giorno della rivolta, il giorno in cui la catena sarebbesi mutata in legione, i congiurati in Combattenti.

Certo le Legazioni erano un focolajo ardentissimo. La carboneria scompaginata dalle inquisizioni, rinasceva con forme strane, strani titoli, ordinamenti singolari; ogni vendita, recisa dal gremio comune, si fortificava nel pensiero della resistenza, e a deludere la vigilanza governativa, rimutava le primitive forme; sicché quasi sempre riusciva a sfuggire alle più insidiose indagini. E valga il vero, la setta dei Cacciatori Americani vuoisi fondata in Ravenna, subito dopo i processi di Macerata e le misure prese dal governo austriaco contro i Carbonari nel 1818; trasformazione a cui è fama abbia presieduto il possente genio di lord Byron, nel quale l’amore d’Italia era ravvivato dall’amore d’italiana beltà (la contessa Goccioli), ardente di patrio entusiasmo, et un cui fratello avea dovuto, poc’anzi, correre la via dell’esiglio.

Ebbe consuetudini che l’assomigliano ai Comuneros di Spagna; e parve incline, come il titolo dice, alle medesime speranze che infervorarono i sacerdoti delfici. Dall’America, dall’Oceano dovea venire il salvatore, l’apostolo di libertà; e s’afferma che l’ex re di Spagna, Giuseppe Bonaparte, ad essa partecipasse. Non è inverosimile che il governo napoleonico, e il desiderio di esso, si riaffacciasse dopo i tristissimi disinganni del 1815; e n’avremmo indizio in un sonetto, molto popolare in quel torno nelle provincie romane, e di cui rechiamo, a saggio, la prima quartina:

Scandalizzata da bestiai governo

Che ci rode e ci affligge in ogni parte

Siam costretti a bramar che Buonaparte

Da Sant'Elena torni o dall'inferno.

E la setta rinnovata si fece alla sua volta centro a società minori, tra cui quella dei Figli di Marte, surta in Cesena, così nominata perché in gran parte composta di militari; quelle dei Fratelli artisti e dei Difensori della patria, puro in Cesena; quella degli Amici del dovere, in Ravenna; quella dei Figli dell'onore, in Forlì; e più altre, che della Carboneria aveano più semplici e meno compromettenti statuti. Nella setta dei Figli di Marte, di cui affermasi fondatore un cotal Puzzi, dimorato per qualche tempo nel 1818 in Milano, l’antica vendita carbonica si chiama bivacco; l’apprendente volontario, il buon cugino caporale, il maestro sergente, il gran maestro comandante, ei precipui dignitari della Carboneria ne governavano ancora dall’alto, e invisibili, i pensieri.

Tanto di queste come d altre sette dell’Emilia e delle Romagne ci avanzano scarsi ricordi, poco più del battesimo e della data. Così de’ Sublimi maestri perfetti di Modena sappiamo solo che furono scoperti nel 1822. In Ravenna, nel 1825, si scoperse la società Della Medaglia, formata di giovini che usavano raccogliersi, non certo a diletto, in due stanze parate di nero. In Ravenna venne pure a conoscersi, nel 1827, 1 esistenza della Società del Duca d'Emilia, una e indivisibile; per cui furono carcerati sessanta persone, e altre fuggirono in Toscana. E prigionie e peggio incontrarono gli Ingenui (Ferrara, 1839), gli Amici della scienza e seguaci della virtù raccoltisi a Bologna intorno tre celebrità scientifiche, Tommasifii, Orioli e Lappi; e i membri della setta Punica (Faenza, 1835), della società La Vedovella (1838) e di altre congreghe, di cui, nella luttuosa rapina del tempo, vennero travolte nell’obblio le particolarità più essenziali ed anco il nome.

Ogni partito, in tanto vagellare di speranze, trovava adesioni; né sempre cura vasi l’opportunità o la possibilità. Ancor nel 1842, secondo le carte secrete, duravano i maneggi de’ Bonapartisti, di cui s’additavano ispiratori Pietro Bonaparte, lady Cristina Stuart, figlia di Luciano Bonaparte, la marchesa Pepoli, figlia della contessa Lipona (Carolina Murat), ed il conte Rasponi. E in Italia si credeva più facile restituire la fortuna napoleonica, perché le sue accendibili popolazioni, devote alla gloria (come ne aveano dato saggi), serbavano dell’epoca napoleonica un ricordo misto di entusiasmo, di meraviglia e di rimpianto. Qui compare la setta de' Federati Italiani, fautrice delle napoleoniche speranze; da non confondersi con quella lombarda del 1821; quasiché fin d’allora il concetto federativo dovesse allearsi alle ambizioni od ai moti promossi dai Napoleonidi. I Federati Italiani professavano principii costituzionali, e tendevano cacciar l’Austria d’Italia. In ciò tutte le sette liberali s’accordavano; l’odio del comune nemico le univa.

A Barcellona, in Ispagna, nel 1842, i Federati italiani, o meglio i rappresentanti delle varie officine, si sarebbero raccolti a misterioso convegno; del quale, al solito, non conosciamo le deliberazioni e gli effetti; ché del supremo agitarsi degli spiriti in Italia e fuori in quell’epoca per iscopo politico ci restano solo radi indizi.

Verso il medesimo tempo si scopriva nello Stato Pontificio una nuova setta, ed anche di questa sappiamo poco più del nome. S’intitolarono Illuminati o Vindici del popolo. Forse stanchi i patriotti del lungo attendere, appigliaronsi a programma esaltato, risolutivo; e invocarono quella. vendetta che può produrre una reazione politica, ma che niente crea di stabile e di grande. Come capi indicavansi il marchese Alessandro Zappi e il conte Vincenzo Dal Pero.

Le provincie pontificie pertanto erano le più tenaci Dell’opera settaria, se giudichiamo dal moltiplicarsi de’ consorzi che davano ai governi materia sempre nuova di paura, e di quelle feroci persecuzioni che soltanto la paura ispira. Ed è a credere che consorzi già da tempo stabiliti venissero mutando nomi per trasfigurarsi agli occhi profani, per scampare alle indagini poliziesche. Così nel 1843, davansi come radicate nelle Romagne le sette Della rigenerazione, Dell’indipendenza italiana, dei Comunisti, degli Sterminatori, del Perfezionamento; e non è presumibile che si componessero tutte in quell’anno, e che in si breve tempo ponessero quelle salde e vaste radici che loro vengono attribuite dai rapporti governativi.

In Toscana ebbe vita, tra la più scapigliata scolaresca pisana, la società de’ Trentunisti; la setta dei Cavalieri nazionali del Verde, importata anche in Lombardia, segnatamente in Milano e Mantova, e la cui denominazione pronunciavasi abbreviata (Decavantver); e il Club rivoluzionario, che proponevasi sommuovere le università secondo piano precedentemente e di comune accordo stabilito, segnale di agitazione più vasta.

Milano, nel 1845, dava sospetto ai sospettosissimi reggitori di accogliere fra le sue mura una cotal Società comunistica, che forse ha solo esistito ne’ polizieschi protocolli. Molti anni dapprima s’era fondata una società, a cui volle darsi da alcuni un’importanza maggiore di quella che avesse veramente. La singolarità della sua denominazione (Pantenna), di cui ignoriamo l’origine, corrisponde alla singolarità de’ suoi costumi. Secondo i ragguagli di egregia persona che vi ebbe parte, fu più ch'altro un convegno di giovini, che si proponevano passare lietamente o colla minore molestia alcune ore della sera. Il più anziano de’ suoi membri non oltrepassava il ventiquattresimo anno. S’impose alcune leggi, tra le quali, ad oggetto di evitare l’intromissione di persone poco gradite o sospette, severissimo scrutinio. Il sito di ritrovo fu sempre una camera di trattoria che variò a norma delle circostanze. Eravi un capo al quale spettava far osservare. le prescritte norme. Quasi a modo delle loggie ’ massoniche si sottoponevano i candidati ed i soci ad esperimenti, come, ad esempio, il silenzio durante un dato periodo di tempo; e le trasgressioni erano punite con multe che andavano a beneficio della comunità. Non è meraviglia se per la grandissima difficoltà di essere ammessi in quel consorzio, gli invidiosi ne dicessero tutto il male possibile e i curiosi credessero, che, cioè, i membri erano dati al giuoco, alla crapula ed alle più brutte lascivie. Non sapendosi giustificare altrimenti mistero, s’ebbe ricorso allo scopo politico; ma se molti de’ membri della Pantenna furono in seguito politicamente compromessi, se i giovini che componevano quella società sentivano gagliardamente l’amore d’Italia, non pare tramassero congiure od apprestassero elementi all’azione. Già la congiura esisteva nell’animo di tutti; e bastava che pochi giovani si riunissero a piacevole convegno, perché vi si vedesse una patriottica congrega. Nemmeno la polizia ignorò l’esistenza di quella società; ma tolse piuttosto a favorirla che a perseguitarla, credendola immersa nelle follie di una vita gaja e spensierata.

VI - L’ Apostolato dantesco

Una delle più recenti società romagnole è quella dell’Apostolato dantesco, la quale si prefìsse spandere, in nome di Dante, idee nazionali, disporre gli animi a giovarsi delle congiunture in bene d’Italia. Un patriotta egregio, il Tamburini, ebbe primo il concetto di tale società, che amici di lui mandarono ad esecuzione. Sui primi di marzo del 1855 nove giovini d’Ascoli Piceno si raccolsero in segreta adunanza, e adottarono lo statuto compilato da Alessandro Corsini, giovine d’alto cuore. Il Tamburini, relegato dal governo entro le mura del paesello natale (Monte San Polo), per le opere belle che di lui aveano dato gravissimo sospetto, non potè intervenire colla persona a quella adunanza, ma v’intervenne coll’animo e scrisse lettera d’adesione piena, la quale, a testimonianza d’onore, si volle formasse parte integrale della sancita costituzione. I fratelli fondatori (così nomaronsi) furono li suddetti Corsini e Tamburini; Francesco Augusto Selva, patriotta inflessibile; Francesco Orazj, d’indole mite quanto gagliarda; Temistocle Mariotti, robusto di mente e di braccio; Luigi Paimarini, poeta; Annibaie Menghi, carattere audace, battagliero; Pietro De Tommasi, severo d’animo e di costumi; Gaetano Baldacellì, congiurato benché padre, né l’esser padre gli nocque. Tante virtù in un fascio componevano una gran forza.

L’accademia raunavasi, or qui or là, con gran gelosia del mistero, discutendo temi civili, procacciando l’educazione propria e l’altrui. Ad allargare suo proselitismo volle avere soci onorari e corrispondenti, e di quest’ultimi parecchi ne forni l’Abruzzo, da tante conformità e relazioni legato alle Marche.

I fratelli assunsero, a modo degli Illuminati di Germania, pseudonimi, come Ferruccio, Michelangelo, Galileo, Arnaldo,. Bruto. Il Tamburini si volle chiamare Italo, quasi a testimoniare sua fede. Rafaello Montori di Teramo, uomo de’ principali dell’Abruzzo, s’appellò Masaniello. Era invocazione d'antiche virtù a presidio delle nuove.

Sopravenne il colera, e l’accademia, per iniziativa del Tamburini, discusse quali parti dovea prendere in quell’estremo caso, e deliberò darsi agli uffici più perigliosi con interezza di sacrificio; e tutti fecero pieno il voto di essa.

Tanto coraggio e disinteresse mal poteva comportare il governo, che il 7 dicembre 1856 arrestò il Tamburini, e poscia tutti i compagni di lui. Il processo fu condotto dal famigerato Collemasi, e durò trentatré mesi, e si chiuse colla condanna del Tamburini e del Selva a vent’anni di carcere, degli altri a dieci. Pio IX non volle far grazia, benché gli venisse chiesta dalla medesima Consulta giudicatrice. Nella pasqua del 59 furono dimessi dal carcere i cinque più giovani. Il Tamburini fu tolto dì carcere dal popolo ascolitano il 19 settembre 1860.

A dire del processo si rifiutano, pel proprio istituto, queste pagine; ma non possiamo tacerne episodio. Il Tamburini tutta volle trarsi sul capo il merito dell’invenzione e la responsabilità delle opere. Il Corsini lottò tre mesi per togliere al Tamburini quel merito, che tanto fruttava pericolo, e interamente attribuirselo; e il Tamburini non cedette mai; gara degna de’ migliori tempi.

VII - Gli esuli

Anche all’estero formaronsi, non appena caduto il dominio napoleonico, società segrete per dirigere i moti insurrezionali in Italia e fuori, promosse dagli esuli. Fin l’Egitto venne tolto a centro di simile propaganda, e col favore di Mehmet Ali, che aspirava a rendersi indipendente dalla Sublime Porta, vi fu stabilito il rito egiziano di Cagliostro con molte varianti e col titolo Società segreta egiziana. Sotto forme massoniche, mirava a giovare il bascià nelle sue ambiziose speranze, e sopratutto a produrre cangiamenti politici nelle isole Jonie e nell’Italia; sicché spargeva le coste del Mediterraneo di suoi agenti, avvantaggiata dalle assidue relazioni fra l’Egitto e i maggiori porti dell’Adriatico.

Perché massonica, quindi tollerantissima, la setta non escludeva alcuna religione; i suoi membri erano detti Assedi; il giuramento, al solito, riguardava il segreto e cieca ubbidienza; e davasi con grande solennità. Dopo pronunciatolo, il neofìto intuonava il salmo di Davide: Memento, Domine, et omnis mansuetudinis; e il gran cofto, o venerabile, lo abbracciava e lo proclamava fratello.

Ritenuti i due annuali banchetti massonici, se ne era aggiunto un terzo nel giorno onomastico di Napoleone, la cui effìgie, entro medaglione d’oro, serba vasi e onoravasi nella loggia, alla napoleonica grandezza devota.

I Massoni, a qualunque rito appartenessero, trovavano in Egitto lieta accoglienza, ed erano soccorsi nei loro bisogni, e spesso adoperati come emissari in lontane terre.

Tutte cerimonie massoniche erano conservate; come, per esempio, quella di regalare l’aspirante di due paja di guanti, ma in tal caso s’aggiungeva una massa di capelli. I gradi erano quelli del rito scozzese antico ed accettato.

Gli affiliati giunsero fino a tredici mila, e sparsi in molta parte dell’Europa; ed anche le donne erano ammesse, escluse la Turche, e nelle due loggie d’Alessandria e del Cairo le donne arabe e greche salsero a trecento.

Queste due loggie erano le principali, e della loggia d’Alessandria fu venerabile il piemontese Drovetti, ex console di Francia, che avea facoltà di spendere, per la diffusione dell’ordine, cospicue somme, fornitegli dal bascià che in lui avea piena fiducia. Gran cofto del Cairo fu l’abate Belogli, napoletano, esigliato dalle Due Sicilie per le sue opinioni rivoluzionarie, pure attivissimo ed influentissimo.

Gli emissari corrispondevano fra loro in cifra; e pare che ve ne fosse uno o più nelle principali città della penisola, e se ne serbano i nomi: il medico Guidotti, di Firenze: Mazzi di Livorno; Gastoldi, Nizzoli, Ribolla, Bonavina di Milano; Perone, Pendemonti, Saris, Darv, piemontesi; Luigi Greggi, napoletano; furono de’ più attivi; senza parlar degli incaricati del bascià che favoreggiavano, apertamente o copertamente, i disegni de’ congiurati. La greca finezza porse pure gran servigi alla setta, di cui sappiamo gli intendimenti, ma ignoriamo le operazioni.

Come sempre avviene, gli animi rimpiangevano il passato, e la mediocrità dei tempi successi ai napoleonici tanto più spiaceva per ilriscontro della pompa e splendidezza del periodo decorso. In ciò poteva anche generoso istinto; Napoleone caduto, infelice riviveva nell’affetto universale; sicché il partito di lui trovò consenso altresì in coloro che prima mostravanglisi più avversi. Pare i devoti alla gloria e alla sventura di Napoleone si componessero in Francia in società col titolo d’illuminati, che forse trovando forti ostacoli in Francia mirò a spandersi in Italia, e in Roma, Torino, Napoli, Firenze, Bologna ebbe agenti ed affiliati. Speravano costoro, o spacciavano, di essere secondati dalla Russia, e governati da Maria Luigia medesima, che volea porre sul trono di Francia il re di Roma, e richiamar in Francia il marito a capitanarvi l’esercito, che sol attendeva tal giorno per vendicare la servitù e gli oltraggi della patria.

In Bologna s’adoperava per gli Illuminati una cotal D’Arnaud, che, domiciliando alla Fratta, presso la città, corrispondeva segretamente con Napoli, Parma, Trieste.

Congressi o corporazioni erano dette le provincie in cui venne diviso l’ordine; e lustri furono appellate le minori spartizioni; e la D’Arnaud reggeva, a quanto sembra, il lustro di Bologna. Ella affermavasi in relazione con Las Casas, reduce da Sant’Elena, che dovea recarsi alla Fratta per intendersi coi Giurati Italiani; ché così essa nomava gli affiliati nostri. Fra i maggiorenti de quali indicavansi il generale Giflenga, un cotal Malfatti di Padova, un cotal Masi di Bologna, Filippo Passerini, il conte Pacifico Camerata d’Ancona e il marchese Carcano di Milano; ma per avventura su questi caddero i maggiori sospetti» e sol perciò vennero supposti caporioni. L’insurrezione dovea scoppiare contemporaneamente in Bologna, Roma, Parma, Firenze, Napoli, diretta da generali francesi viaggianti o dimoranti nelle indicate città, e le truppe pontificie doveano far causa comune cogli insorti ed essere comandate dal principe Camillo Borghese; ma forse, e senza forse, erano femminili illusioni, a cui i fatti non potevano, né prima né poi, corrispondere.

Londra fu gran centro settario. Sin dal 1822, alcuni emigrati napoletani, siciliani e lombardi vi formavano club con animo di provvedere alla libertà della patria lontana; e subito l’Austria se ne allarmava, e mandava agenti a spiare i progetti e le mosse di que’ congiurati. Fra quest’ultimi sono da annoverare il principe e la principessa S. Cataldo, il duca Filippo Castro, il principe Cariati, il principe Cimitile, il calabrese Francesco Romeo, il generale Guglielmo Pepe, il generale Rossaroll, e i colonnelli Pisa e Macironi. Indi s’aggiunsero esuli lombardi, intraprendenti e coraggiosi, fra cui il conte Luigi Porro Lambertenghi.

Gli agenti austriaci, forse per paura, rappresentarono i complotti come estesissimi, e mature le deliberazioni, ed imminenti le opere. Una spedizione dovea far vela dalle coste inglesi, con armi e munizioni e gente risoluta; dovea fermarsi ne’ porti spagnuoli a imbarcarvi altri uomini del pari arditi, e dovea impensatamente approdare in qualche punto della costa italiana a eccitarvi rivoluzione già da lunga mano apprestata. A capo della congiura s’affermava fosse anche il generale inglese Roberto Wilson, ma l’impresa, com’altre, non ebbe effetto; e tutto, per allora, si ridusse allo sgomento incusso al governo austriaco ed ai suoi devoti.

Nel 1829 era vi Comitato segreto degli Italiani in Parigi e fra gli altri lo componevano San Marzano, Marocchetti, il principe della Cisterna, il canonico Marentini, Balbis, il conte Castiglione, il medico Gastone, il conte Arconati. In Bastia, Marsiglia e altrove teneva comitati filiali.

Prima del 30 i liberali francesi ordinavansi in molte officine segrete, tra cui in quella de Cosmopoliti, così denominata dallo scopo di mettere in ribellione tutte le genti di schiatta latina, e, cacciatine i re padroni e forestieri, legarle in potente con federazione di libertà. Il generale La Favette e Dupont (de l’Eure) vi tenevano primo seggio, e fra gli altri italiani vi aveano posto Ciro Menotti, Borso di Carminati, Salii, Buonarroti e qualche altro egregio.

Dire tutti gli aneliti degli esuli non possiamo (e chi il potrebbe?); l’esilio è fecondo di dolori e di speranze; i primi sollecitano le cospirazioni, le seconde le fanno troppo più credibili di quello si convenga. Indi il moltiplicarsi, in casa e fuori, di tutte congiure, che sono una scuola anche quando infelici, ove la giovinezza impara il sacrificio oscuro e l’eroismo anonimo.

Quest’ultimo ci vieta la parola via via ci accostiamo a’ giorni nostri. Rispettiamo l’anonimo, che è spesso il pudore della virtù. Onoriamo la virtù in sé stessa e lasciamo a chi verrà dopo di noi l’onorare tutti i virtuosi.

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LIBRO QUINDICESIMO

GIOVINEZZA
I - La Giovine Polonia

La vita polacca di questo secolo può paragonarsi ad uno di quei drammi in cui l'azione grandiosa svolge e commenta un concetto ancor più grandioso, una di quelle battaglie di cui sono straordinari gli effetti e del pari straordinarie le cause. Havvi qualche cosa di singolare e di formidabile nel cozzo di forze così diverse e così disuguali come quelle che la Russia accampò contro la Polonia e che la Polonia improvvisò contro la Russia. La Russia è uno Stato in tutta l’estensione della parola. La Polonia, all’incontro, non è più uno Stato, e forse, nel senso odierno, non lo fu mai. È una patria. La gigantesca lotta di una patria e di uno Stato è il fenomeno a cui assistiamo scorrendo le pagine della storia polacca; molte delle quali pagine riguardano appunto i convegni che prepararono all’azione gli uomini e le idee. Una delle prime società formatesi in Polonia per organizzare le forze rivoluzionarie del paese è quella intitolata dei Veri Polacchi; ma, per sicurarsi dello spionaggio, essa si tenne in tanto angusti confini da poter poco durare in vita. Il suo comitato direttivo era composto di dodici persone, ad ognuna delle quali faceva ricapito piccolo numero d’affiliati.

Alcun tempo dopo, il generale Dabrowski meditò dare massima espansione a nuova società segreta, ed espose le proprie idee alle più cospicue intelligenze del paese, ed agli uomini più influenti, come il principe Jablanowski e i luogotenenti colonnelli Krasianowski e Pradzvnski. Secondato, la morte lo colse quando stava per dare esecuzione al patriottico progetto; ma que’ che aveano eredato le sue idee, e che sentivano come lui caldo amore per la patria, fondarono nel. 1818 amplissima setta col titolo Frammassoneria nazionale, che attinse alla massoneria i gradi, i rituali, il gergo, ma si prefisse scopo più determinato, più arduo, più pericoloso. «Aiutarsi reciprocamente nelle varie vicende della vita, e conferire al mantenimento della nazionalità salvando dall’obblio i fasti polacchi» questa era la missione che s imponevano i membri del sodalizio, di cui il maggiore Lukazinski fu il primo gran maestro. Una tale custodia delle memorie procurata col mezzodì società segreta porge testimonianza del tenero e patetico amore che i Polacchi nutrono per i fasti nazionali, ne’ quali rimpiangono la patria forte e libera, e la vagheggiano redenta e felice; ed è atto di fede a quel patrimonio storico, ultima e suprema difesa de’ popoli oppressi.

La società si schiuse a persone di tutte le classi, ma mirò singolarmente ad aggregarsi quanti più potè soldati e impiegati, per far fruttare il proselitismo nel giorno della lotta. Benché numerosissima, non la stremarono le discordie e i sospetti, e non conobbe il tradimento. Parecchi anni durò, e i suoi benefici ancor durano; e quando dovette sciogliersi, serbossi vivo suo capitolo direttivo fattosi centro a novella associazione Nel ducato di Posen e luogo il memorabile trasmutamento. I membri della Massoneria nazionale cangiarono riti e formule, e intitolaronsi Kossinieri, o Falciatori, in ricordo della rivoluzione del 1794, nella quale interi battaglioni d’insorti, armati di falce, aveano tenuta la campagna. Un vecchio ufficiale, Szczaniecki, e il generale Uminski, presiedettero a quella riforma. Alla quale come ebbero dato assetto nel ducato di Posen, recaronsi, nell’aprile 1821, a Varsavia, e vi propagarono il nuovo rito che importava nuovo programma insurrezionale, e ritrovarono aiutatori negli antichi membri della Massoneria nazionale, segnatamente ne’ luogotenenti colonnelli Kozakowski e Pradzvnski.

Il 1 maggio 1821 ebbe luogo a Potok, ad un quarto di miglio da Varsavia, una riunione, e gli intervenuti giurarono, sulla spada di Pradzvnski confìtta in terra ed alla cui impugnatura era stato appeso medaglione rappresentante Kosciusko, di proseguire con tutte le forze il trionfo delle idee nazionali, di darsi a tale effetto fraterno soccorso in ogni pericolo, e di non indietreggiare davanti a qualsiasi sacrificio, fosse pur quello della vita. Dopo di che, si elesse comitato centrale con sede a Varsavia comitato filiale nelle sette provincie in SBru partito il campo, nel quale dovea esercitarsi la propaganda: il ducato di Posen, la Lituania, la Volinia, il nuovo regno di Polonia, la Galizia, la città libera di Cracovia e l’esercito; e ben fecero ad attribuire a quest’ultimo importanza di provincia, ché tale è veramente a chi ben guardi, e per esso si può rimutare, in bene od in male, i destini d’un popolo. Così i Falciatori si sparsero, mutato ancora il nome in quello di Società Patriottica, in tutto il paese.

Mentre questa segreta aggregazione formavasi e propaga vasi ne’ ranghi del popolo e del1’ esercito, il professore Zan istituiva fra gli studenti dell’università di Wilna una società filantropica col titolo Promiénistv o Fratelli raggianti, mossa da squisiti sentimenti caritativi; da quello spirito di eguaglianza che nella giovinezza si comprende e pratica meglio che in ogni altra età della vita; da quella legge di mutualità che è una traduzione, ne’ rapporti sociali più ampi e più frequenti, di quella legge che informa e domina tutte le società secrete. Delicato pensiero fu quello del professore Zan, che trovò delicati interpreti; e non mai sodalizio universitario diede vita ad istituto più commendabile e degno. I Fratelli raggianti miravano a stabilire reciprocanza di studj; i ricchi doveano giovare i poveri; i più illuminati doveano giovare i meno culti; dovea sollecitarsi l’amore del sapere, che è tanta parte nella grandezza e originalità di un popolo11 governo russo, naturalmente, s’adombrò. L’associazione, che avea osato annunciare in pubblico la sua esistenza, fu disciolta; ma non giovò al governo l’averla proibita. Essa continuò a vivere latente, oscura, vigilata ma insieme vigilante. Si ribattezzò; intitolossi società dei Filareti, od amici della virtù, e si propose custodire il patrimonio della lingua, vendicare e rivendicare lo spirito di nazionalità. Però, alfine, la tenebrosa accademia, schiva di mostrarsi quanto altre accademie furono del mostrarsi sollecite, venne denunciata; il benemerito Zan fu chiuso nella fortezza d’Oremburgo, e l’eletta de’ suoi scolari scontò i liberi sensi sotto la divisa del soldato straniero; e narrasi d’uno che dovette montare la guardia davanti la prigione di colui che gli era stato maestro, amico, padre, e per la cui salvezza nulla gli fu dato operare. Non per questo i Filareti si dispersero; benché privi di capo, seppero adoperarsi al successo di quel programma che Zan avea loro consegnato. Questo programma era per essi una bandiera, che tennero alzata ne’ maggiori perigli.

Nel 1822, la Società patriottica si trovò in rapporto col rito massonico de’ Moderni Templari, recato in Polonia dal capitano Maiewski; il quale si limitò dapprima a convegni amichevoli e ad uffici filantropici; poi, tratto dall’esempio della Società patriottica, e dalla corrente dei fatti, si mescolò di politica, come solo le società secrete sanno mescolarsene. Ai tre gradi della massoneria simbolica ne aggiunse un quarto; nel quale era fatto obbligo a ciascun iniziato di servire con intera fede il proprio paese, e di dare opera alla sua ricostituzione. D’allora le due società agirono di conserva, e agirono gagliardamente, quantunque mai non posasse il servidorame aulico nel dar loro la caccia, quantunque spesso a que’ segugi non sfuggisse la preda vegliata. Tenne in quegli anni il maestrato Stanislao Soltvk; sotto il cui impulso, e d’altri, i congiurati disposero le fila della vasta insurrezione del 1830.

Nel 1834 si compose, per iniziativa italiana, la Giovine Polonia; che in spedizione infelice a prò d’Italia fece sue prime prove; della qual cosa non furono dimentichi, morendo per la Polonia, né Nullo, né Bechi. Delle prime vittime fu quel Simeone Konarski, di cui ci piace dir qui come d’uomo in che tutta rifulge la virtù delle polacche congiure.

Nella rivoluzione polacca del 1830 si guadagnò il grado di capitano, e la croce, e l’amore de’ fratelli, di tutte corone la più desiderata.

I rovesci lo cacciarono in esilio. Con pochi,. nel 1833, ripartì segretamente per la Polonia a ritentarvi un’insurrezione. L’impresa fallì; de’ suoi compagni quali furono tratti in Siberia, quali a subita morte, quali condannati alla lunga morte dell’esilio; ed egli fra questi.

Nel 1834, affratellato nella Giovine Polonia e munito d’istruzioni della Congrega centrale direttrice dell’associazione, ripartì per la patria; nel frattempo avea appreso l’arte dell’orologiajo onde meglio celarsi. Quattro anni di proselitismo vi durò, e fu scoperto sul finire del 1838.

Durante il processo sostenne spasimi atroci, tormenti che l'Inquisizione, che tanti ne conobbe, non seppe inventare; slogamento dei muscoli delle dita, inserzioni di chiodi fra il dito e l’unghia; e nondimeno non gli si potè trar dalle labbra sillaba accusatrice d’altrui.

Il governatore militare di Wilna meravigliava: — Costui è un uomo di ferro. 11 capitano russo Kurawaiew gli offerse la fuga, e scoperto, fu mandato nell’esercito del Caucaso per tutta la vita.

E’ venne tratto al supplizio il 27 febbrajo 1839. La moltitudine piangeva; non piangeva egli. Un generale russo sciamò: — Da oggi in poi dovrò disprezzare la mia assisa. — Sue vesti, poiché fu morto, si partì il popolo come reliquie; sue catene, ridotte in anelli, fregiarono le dita d’uomini servi che aspiravano, e promettevano così, divenire liberi. La sua memoria restò una delle più care e dilette nel cuore della nazione.

Unione di salute.

Quel che fu detto l’inifero del silenzio pare da politica e da natura accomodato alle società segrete. Quivi intollerabile l’oppressione, innumerevoli i servi; pochi, fino a jeri, que’ che anelano libertà; dovunque il sospetto e lo spionaggio. Un potere indiscusso, violento, ciecamente ubbidito, alla cima; una plebe inerte, superstiziosa, atterrita alla base. Anche qui lo Stato è dappertutto, e la patria non esiste che nel cuore di pochi fedeli. Però la patria, a costituirsi, a spezzare quello Stato che la tiene sepolta viva, deve affermarsi idealmente nelle conventicole; questo lavoro preliminare è necessario; quanti consentono nella medesima opinione debbono numerarsi, sperimeritarsi. Nelle cripte militanti si feconda l’avvenire della nazione; ed in que’ convegni meglio che altrove la Russia merita l'appellativo di santa datole dai suoi poeti, perché in essi e per essi crede, congiura ed ama.

Dalla Polonia, dalla Germania, dopo le guerre napoleoniche, si sparse lo spirito settario nel continente russo. Alquanti ufficiali di quell’esercito che trionfò per poco della rivoluzione e del genio, sentirono la propria degradazione; abbracciatisi coi capi di società segrete ne ricevettero come un’elettrica scossa; la vampa rivoluzionaria li illuminò. Reduci in Russia, meglio conobbero la crudele oppressione in che viveano, e deliberarono torsela di dosso. Erano giovini, e perciò coraggiosi e generosi; si Composero in una famiglia di congiurati, e intitolarono a buon diritto sé Veri e fedeli figli della patria, e il sodalizio Unione di salute. De’ principali capi furono i colonnelli Alessandro Muravieff e Pestel, il capitano Nikita Muravieff, e due altri ufficiali, il principe Sergio Trubetzkoi e Vakuchkine.

La società si partiva in tre classi: i fratelli, gli uomini e i boravi. Gli antichi, o rettori del sodalizio, erano tratti dall’ultimo grado. I ricevimenti erano sicurati e solennizzati con cerimonie muratone. Prima d’essere iniziati, gli aspiranti giuravano segreta ed obbedienza, quest’ultima altresì ad opinioni non proprie, a comandi non consentiti; giuramento pericoloso, ma necessario. All’ammissione, i fratelli prestavano nuovo giuramento accompagnato da formalità atte ad accrescergli valore.

Già il titolo del supremo grado ne dice la prevalenza aristocratica, subito manifestatasi in quel gremio che nullameno s’era venuto formando con intendimenti popolari e nazionali. Il Consiglio supremo dei bojari tenne il governo. Lo scopo fu quello di procurare alla Russia regime costituzionale, e i primitivi concetti s’immiserirono nelle querule gare e nelle puerili ambizioni patrizie.

In quella che veni vasi ordinando l'Unione di salute, il maggior generale Michele Orlo# e il conte Mamonoff gittavano le basi d’un’altra aggregazione sotto il titolo Società dei cavalieri russi. Questa società era ancor più aristocratica, ristretta ne’ suoi propositi, ingiusta nelle sue predilezioni; come ne diede patente testimonio. La mosse retto intendimento, quello di frenare le concussioni amministrative, cresciute a dismisura come suole in governo monarchico ed assoluto; ma sparsasi voce che il liberaleggiante imperatore Alessandro voleva ricostituire il regno di Polonia, i Cavalieri russi si dichiararono avversi a tale progetto ed in ogni peggior guisa lo osteggiarono; nel che posero in opera que mezzi che aveano a miglior causa adunati.

Si avviarono pratiche onde riunire in una sola le due società patrizie; ma. le conferenze tenute a tale effetto non riuscirono ad alcun risultato; l’Unione di salute era slanciata sulla curva di molteplici trasformazioni, e figlia di un pensiero nazionale dovea ricondursi sotto la bandiera che avea protetta e benedetta la sua giovinezza.

Severe critiche furono mosse al suo organamento, esemplato su quello dell’Unione di virtù, alla società russa non acconcio. Pertanto si deliberò rifondere gli statuti, rinverginarsi con propositi novelli, ribattezzarsi. S’intitolò Unione del bene pubblico, e si dichiarò disposta ad operare, nel bene, col governo, e asserì tenersi segreta, non perché suoi fini lo esigessero, ma per scampare alla malevolenza e alle calunnie de tristi.

I membri si partirono in quattro sezioni. La prima avea per compito di vegliare gli stabilimenti caritativi, denunciarne gli abusi, procurarne le migliorie. La seconda dovea occuparsi dell’educazione giovanile. La terza dovea esplorare la condotta de’ tribunali. La quarta dovea favoreggiare gli studi economici, osteggiare i monopoli. Furono tolte le cerimonie iniziatorie. L’aspirante consegnava soltanto adesione firmata; ma in seguito tale dichiarazione, a di lui insaputa, veniva consegnata alle fiamme. Ogni membro dovea versare nella cassa comune la venticinquesima parte del proprio reddito annuo.

In si lato programma, le dissidenze scoppiarono. Per una parte degli associati, la migliore, la più ardita, la più attiva, scarso beneficio era riparare qualche abuso, impedire qualche violenza, mitigare qualche sventura; si voleva portare il ferro e il fuoco alla piaga; si voleva abbattere tirannide, impiantare libertà. Nel febbrajo 1821, mal potendosi ricucire gli strappi, l’Unione del pubblico bene si sciolse; e gli archivi ne furono arsi. I più tenaci, i più deliberati mantennero accordi, e verso la fine dell'anno successivo fondarono nuova società col titolo Unione de' bojari. Gli adepti furono divisi in due gradi: gli aderenti e i credenti. Quest’ultimi erano soli istrutti del vero programma della società. Gli altri erano novizi, di cui studiavansi le inclinazioni, e che salivano nella seconda cerchia dopo le più indiscusse benemerenze.

I Credenti deliberarono progetto di costituzione per la Russia, in cui è mantenuto il potere regio, ma ridotto alle minime proporzioni. L’imperatore avrebbe dovuto fruire d’autorità non maggiore di quella del presidente degli Stati Uniti: e la centromania monarchica avrebbe dovuto dar luogo a sistema federativo. E nullameno questa lata costituzione non sembra si adottasse definitivamente; ma si volea procedere verso le forme re pubblicane; nella quale previsione, si giunse perfino a pigliar partito sulla sorte serbata al principe, e si decretò di dargli morte.

Correva il 1824, e venne a conoscersi dal1 Unione de bojari l'esistenza della Società patriottica polacca. Si risolvette di concertare con essa un piano comune. Le condizioni del patto furono agevolmente fermate. I bojari s’obbligarono a riconoscere l’indipendenza della Polonia; e i Polacchi promisero trattenere in Varsavia l’arciduca Costantino, quando in Russia sarebbe scoppiata la rivoluzione. In entrambi i due insorti paesi dovea ordinarsi repubblica, organizzarsi soccorsi, rassodarsi fraternità. Pare però tali accordi spiacessero a’ bojari, a Polonia avversi, di dominio avidi, di repubblica favoreggiatori solo per proprio conto e profitto.

In questo mentre, l’Unione de’ bojari s’accostò ad altra società, quella degli Slavi riuniti, fondata nel 1823 dal sotto luogotenente d’artiglieria Borissoff, scarsa di numero e d'influenza, ma audace. Come lo dice il titolo, propone vasi federazione slava, con vincolo allentato nelle bisogne amministrative, saldo nei negozi di guerra.

Già un’insurrezione era presta; ma le denuncio del capitano Mavboroda consegnarono alla Russia una prima vittima, Pestel, e rimandarono l'esecuzione del progetto. La morte dell’imperatore Alessandro li colse sproveduti. Riordinatisi in seguito, e cessate l’esplorazioni poliziesche, ordirono nuova trama, ma non riuscirono meglio. Il 14 dicembre 1825 interi battaglioni uscirono dalle caserme a dar battaglia al potere; furono vinti e decimati, ma restò 1 esempio, e frutterà. Cinque congiurati vennero tratti a morte, migliaja in Siberia.

Nullameno non scoraronsi i patriotti; ché ancora nel 1838 fu scoperta società segreta in Mosca, propagine di quella cannoneggiata nel 1825; ed i suoi membri, della meglio nobiltà dell’impero, furono spersi nelle abborrite legioni, ove per gli stenti o pel cruccio perirono; e molti affiliati delle provincie vennero altresì murati vivi in quel carcere che in paese non libero si chiama esercito, carcere d’anime e sepolcro d’idee.

FINE DELL’OTTAVO VOLUME.

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1 Vol. VII, pag. 81.

2 Rappresentazione drammatica degli avvenimenti che precedettero e cagionarono la partenza del santo battaglione di Nola, 1820.

3 Breve e fedele esposizione de(9)primi fatti avvenuti dal 4 al 7 luglio per lo stabilimento della costituzione.

4 Nuovo statuto organico della R. Lucana Occidentale, sanzionato nella gran dieta dell’anno II.

5 Carte segrete, I, 412

6 Processo romano contro» congiurati di Macerata del 1817, Roma, 1818.

7 Rimostranza de" Carbonari contro la bolla di Pio VII Napoli, 20 settembre 1820, stampatore Paci.

8 Blanc L, Storia di dieci anni.

Gros, De Didier et autre conspirateurs sous la Restauration, Parigi, 1841.

9 Strilli edili ed inediti, I, 83.

10 TrbiAt, Notice biographique sur Fh, Buonarroti, Spinal, 1838.

11 Carte segrete e alti ufficiali della polizia austriaca in Italia dal 4 giugno 1 814 al SS marzo 1848, Capolago, 1851.

Documenti della guerra santa d’Italia, vol. XIV, Capolago, 1840.

12 Nella Carboneria ordone significava provincia, circondario; da qui la denominazione.

13 Tonelli, Breve idea della Carboneria, sua origine nel regno di Napoli e causa che fe' nascere la sella dei Calderari, Napoli, 1820.







Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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