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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

UN DECENNIO DI CARBONERIA IN SICILIA

(1821-1831)

NARRAZIONE STORICA DI VALENTINO LABATE

ROMA-MILANO

SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

DI ALBRIGHI, SEGATI & C.

Città di Castello, Stabilimento S. Lapi

1904

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

A Rosina labate Contestabile
PREFAZIONE
AVVERTENZA
Cap. I Introduzione della Carboneria in Sicilia
Cap. II La rivoluzione del 1820
Cap. III La rivolta del generale Rosaroll
Cap. IV Le Giunte di scrutinio
Cap. V La congiura di Salvatore Moccio
Cap. VI Cospirazioni minori
Cap. VII Tentativi insurrezionali in Messinanell’aprile e nel settembre 1823
Cap. VIII La Carboneria di Nuova Riforma
Cap. IX La Gioventù Ravveduta di Salvatore Valter e la Repubblica del sac. Giovanni Crimi
Cap. X I Pellegrini Bianchi, i Sette Dormienti e i Veri Patriotti di Messina
Cap. XI L’insurrezione del 1° settembre 1831
CONCLUSIONE
INDICE ANALITICO
NOTE
Mentre nei files ODT e PDF abbiamo  mantenuto la numerazione originale per pagina,  nel file HTML
abbiamo preferito la numerazione continua convertendo in note di chiusura a ffine documento.

UN DECENNIO DI CARBONERIA IN SICILIA

A te, che mi sei compagna buona e affettuosa, dedico questo povero lavoro, che s’è venuto formando poco per volta sotto i tuoi assidui sguardi.

Non è un libro d’arte, e nemmeno di scienza; è la narrazione minuta di un oscuro periodo di lotte per la Libertà.

La mia penna non ha avuto certo la potenza di evocar nitidamente i fantasmi del passato, e le povere vittime d’un tristo periodo di reazione politica non si avranno certo innalzato da me un monumento di gloria.

Né io posso in queste poche righe, o altrove, dir degnamente dell'animo tuo alto e gentile, ed esprimerti la profonda gratitudine, che indissolubilmente a te mi lega; valga in ogni modo questa modesta offerta a significarti che l'aspirazione più nobile della mia vita sarà quella di rendermi sempre più degno della tua stima.

Messina, 14 febbraio 1904.

aff.mo VALENTINO.

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PREFAZIONE

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È questo il primo tentativo di una storia della Carboneria in Sicilia. Finora sull’argomento non avevamo che degli scarsi accenni nelle note opere del Paternò-Castello, del Palmieri, del Torre Arsa ecc. Ai nostri giorni invero studiosi valenti, che saranno debitamente ricordati nel corso del nostro lavoro, senza trattar mai di proposito la questione, hanno scritto pregevoli pagine sulla Carboneria siciliana, illustrandone questo o quel lato; ma tuttavia, osiamo affermarlo, l’argomento si presentava come completamente nuovo e non iscevro certo di qualche difficoltà. Nei giornali del tempo infatti, mentre non mancano notizie circa le cospirazioni settarie napoletane, pel periodo da noi studiato, non trovasi quasi alcun riferimento a fatti politici di Sicilia. Il Giornale del Regno delle Due Sicilie — organo ufficiale del Governo — non registrava, per esempio, neanche tutti i decreti di grazia, che riguardassero i sudditi dei domini di là del Faro. A tanta scarsezza bibliografica si aggiunga che gli uomini, ch’ebbero parte in quei rivolgimenti e poi videro spuntare tempi migliori, non lasciarono, che noi sappiamo, alcuna memoria di quelle congiure, o perché vincolati da antichi giuramenti, o perché considerassero ormai, di fronte alle nuove correnti d’idee, il Carbonarismo come il prodotto di una generazione assai antica. Qualche tentativo dunque da noi fatto col proposito di trovar documenti presso private famiglie, è andato completamente fallito.

Abbiamo preso quindi a ricercare sistematicamente le carte dell’Archivio di Stato in Palermo, ed allora tutta una folla di oscure vittime è rivissuta ai nostri sguardi. La storia politica di quel decennio, che, allo stato presente degli studi, era come una vasta lacuna, s’è andata illuminando e disegnando nelle sue linee generali e spesso nei suoi più minuti particolari. Abbiamo cosi assistito a tutti i maneggi segreti della Polizia, alla caccia senza quartiere data ai Carbonari, alla infaticabilità con cui costoro, in mezzo ad insidie di ogni fatta, proseguivano le loro cospirazioni, all’eroismo, col quale spesso sapevano affrontare il martirio.

Le nostre ricerche dunque sono state abbastanza fortunate e ci hanno permesso di aggiungere un gran numero di notizie a quanto finora si conosceva in proposito ed a rettificare spesso ciò, che s’era scritto. Nel I capitolo, fondandoci specialmente sopra una relazione inedita del giudice Antonino Franco, ohe fu inviato qual. Commissario generale in Caltagirone negli ultimi di dicembre 1818 ad istruirvi il primo processo di Carboneria, abbiamo cercato di esporre il modo come la Sètta s’introdusse in Sicilia e cominciò a guadagnare gli animi. Abbiamo quindi creduto opportuno di consacrare un capitolo riassuntivo alla rivoluzione del ’20 per notare il propagarsi della Carboneria nell’Isola in quel periodo di tempo e spiegar con essa il vario atteggiamento delle città siciliane. Uno studio più accurato dei materiali, che si conoscevano, e di documenti da noi rintracciati ci ha permesso forse di presentare sotto una luce nuova e con maggiore precisione di particolari la rivolta del generale Rosaroll, la congiura di Salvatore Meccio e l’insurrezione palermitana del 1° settembre 1831 (capp. Ili, V, XI). Si esaminano per la prima volta i lavori delle Giunte di Scrutinio (cap. IV), e nuovi del tutto giungono i capitoli VI, VII, IX e X, nei quali è esposposto un largo movimento settario messinese. Nuovo anche — tranne in parte ciò, che riguarda il barone di Avanella — è il capitolo Vili sulla Carboneria di Nuova Riforma,

Vili Tale è nel suo contenuto il presente lavoro. Nell’esposizione poi dei fatti abbiamo cercato di conseguire la massima obiettività, che per noi si poteva, limitandoci all’accertamento rigoroso di essi e lasciando che, invece nostra, parlassero i documenti; poiché, nel campo della storia contemporanea, a noi sembra che questo debba essere il principale dovere di chi scrive. Solo cosi potremo avere un giorno la storia critica del nostro Risorgimento politico, la quale finora è stata intorbidata da tanti elementi, dovuti alle passioni dei singoli autori.

Noi dunque abbiamo procurato di tessere una narrazione storica documentata. I documenti, dei quali ci siamo serviti — salvo pochissimi, spesso tardivi, di fonte liberale — sono tutti di provenienza ufficiale: rapporti di Polizia, ordini di Governo, processi ecc. Qual valore attribuire a simili documenti? A noi sembra che, per soverchio criticismo, si soglia affettare una gran diffidenza verso i documenti di Polizia. Certo che i giudizi, contenuti.in essi, sulle persone, ch’ebbero parte nel Risorgimento, sono non solo discutibili, ma spesso opposti a quelli che ora noi, in base degli stessi elementi, profferiamo; ma ciò, ch’è dato di fatto, difficilmente si può confutare, specialmente quando ogni altra fonte venga a tacere in proposito. Cosi, per esempio, quando la Commissione Militare del Vallo di Messina nella sua sentenza del 28 febbraio 1823

scrive del generale Rosaroll: “Egli, rivoluzionario per genio, alimentava i suoi pravi disegni col linguaggio della sedizione, che sovente teneva alla truppa ed al popolo”, essa ci fornisce un dato di fatto ed un giudizio; ora per noi il primo rimane ed il secondo si capovolge: i pravi sentimenti diventano nobilissimi sentimenti patriottici e l’epiteto di rivoluzionario per genio vai quanto un monumento di gloria.

Con questi intendimenti noi ci siamo giovati dei documenti di Polizia, dei quali abbiamo spesso intercalato la nostra narrazione, perché alle volte un riassunto, anche fedele, fa perdere ad essi quel sapore particolare, ohe hanno e che serve anche a render variata l’esposizione dei fatti. Questi documenti poi, col loro reciproco confronto, si vengono a vagliar da sé: cosi spesso una notizia, che in un primo rapporto apparisce goffa ed esagerata, viene a determinarsi meglio nei rapporti successivi, a prender contorni più precisi e più rispondenti alla realtà; intanto anche la prima redazione di essa ha il suo valore storico, poiché può servire a gettar luce sull’ambiente,in cui è sorta; può farci comprendere le trepidazioni del momento e darci un’ idea di quei piccoli nonnulla, che concorrono a costituire il fatto storico.

Cosi, spigolando dai rapporti delle spie, messe dalla Polizia ai fianchi dei Carbonari, noi spesso abbiamo riferito i discorsi, ohe costoro tenevano,

le dicerie, che prendevano per moneta sonante ecc. Ora, per esempio, erano la Francia e l’Inghilterra, che si univano per muover guerra ai Borboni delle Due Sicilie, ora erano grandi alleanze tra le varie Potenze europee, che avrebbero avuto come effetto di operare dei rivolgimenti nell’Isola eco.; eppure questi discorsi servivano ad alimentare nei Carbonari l’entusiasmo éd a farli agire, poiché venivano essi a formare quella leggenda, ch’è inseparabile da ogni fatto storico. “La leggenda — osserva acutamente Giuseppe Paolucci — ch’è la persuasione e l’illusione degli uomini, è alcune volte come l’anima della vita sociale e ne forma sempre parte fondamentale e integrante”.

A compimento della mia narrazione ed a rendere più piena e meglio determinata la conoscenza di questo interessante periodo di storia siciliana, raccoglierò in uno dei futuri volumi della” Biblioteca Storica del Risorgimento italiano” i documenti più interessanti che sulle cospirazioni dei Carbonari siciliani mi è avvenuto, nel corso delle mie ricerche, di ritrovare.

Labate.

AVVERTENZA

I documenti, che da noi si citano a pie’ di pagina, sono tratti, come s’è già avvertito — salvo indicazioni in contrario — dall’Archivio di Stato in Palermo. Ad evitare inutili ripetizioni, diamo la nota delle abbreviazioni, da noi adoperate: US. = Beai Segreteria. — Incartamenti.

SS. = Segreteria di. Stato presso il Luogotenente Generale — Polizia.

SSJE. = Segreteria di Stato presso il Luogotenente Generale. — Ecclesiastico.

PJR. = Protocollo delle risoluzioni prese nel Consiglio di Sicilia. [Si conosce il solo t. II, 2 gennaio-29 marzo 1822].

PC. = Protocollo del Consiglio presso il Luogotenente Generale, a. 1831. Polizia ed Ecclesiastico.

F. = Filza.

Prima di licenziare alle stampe il presente lavoro, sentiamo il vivo dovere di render pubbliche grazie a tutti gli egregi impiegati dell’Archivio, specialmente al primo archivista cav. dott. Giuseppe Lodi, Segretario generale della Società siciliana per la Storia patria, il quale con la squisita gentilezza, che lo distingue, ha voluto agevolare in tutti i modi le nostre ricerche, permettendoci anche liberalmente l’uso della sua ricchissima biblioteca.


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Cap. I

Introduzione della Carboneria in Sicilia

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Dopo il Congresso di Vienna, inauguratosi il sistema della più cieca e implacabile reazione, in Italia e fuori si riattivarono gagliardamente le sètte. La Carboneria, che aveva già fatto una prima apparizione nel Regno di Napoli fin dal 1799, e v’era poi ricomparsa nel 1811, favorita e accarezzata in principio dal Murat, poi da lui tenacemente perseguitata,(1)riprese con maggiore alacrità il suo occulto e fervido lavorio. I Carbonari di Napoli avevano sperato molto nel ritorno al trono di Ferdinando (già IV di Napoli e IH di Sicilia, ed ora I delle Due Sicilie), che aveva fino allora conservato l’antico governo costituzionale in Sicilia; ma furono delusi nella loro aspettazione. Il Borbone intendeva stare ai cenni dell’Austria; tra lui quindi e i Carbonari non poteva esserci alcuna via d’accordo. La legge degli 8 agosto 1816 veniva a palesar nettamente in proposito gli intendimenti del Sovrano: “La tranquillità de’ nostri popoli non è compatibile colla tolleranza ne’ nostri reali dominj delle associazioni segrete, che costituiscono sètte. Gli sforzi, che tali associazioni fanno per circondare di mistero l’oggetto delle loro instituzioni, i simboli religiosi, che talune di esse fan servire a materie profane, spargono giustamente la pubblica diffidenza sulle loro operazioni. D’altronde, benché esse possano sul principio proporsi oggetti indifferenti, pure nel progresso del tempo, e secondo l’impulso delle circostanze, possono facilmente degenerare in unioni criminose” ecc. Veniva quindi richiamato in vigore il decreto murattiano dei 4 aprile 1814, e si proibivano tali sètte, come “manifesti attentati alle legge”, comminandosi pei trasgressori la pena del bando dai reali domini da cinque a vent’anni, e non escludendovisi “l’applicazione delle pene più gravi, ne’ casi che le associazioni contenessero reati contro la sicurezza interna o esterna dello Stato”.(2)

Le prime avvisaglie di cospirazioni carboniche in Sicilia il Governo non le ebbe che nel 1817. Il 24 febbraio di quell’anno infatti il Duca di Gualtieri, Ministro degli Interni ed Alta Polizia, scriveva al Principe di Scaletta, Governatore militare di Messina, incaricandolo di assumere informazioni sul conto di Giuseppe Vaifranca, ebanista, Francesco Cappuccio, padrone di bastimento, e di Giuseppe Goffredi, messinesi, sospetti di aver relazioni con capi settari. Lo Scaletta però rispondeva che il Vaifranca ed il Goffredi erano ignoti in Messina, e che il Cappuccio col suo bastimento trovavasi a Trieste.(3)E la cosa rimase li senza alcun seguito.

Nel luglio 1818 alle Autorità governative ed ecclesiastiche di Sicilia venivano spediti dei “cartelli sediziosi”. Il Vicario apostolico della Diocesi di Caltagirone, Girolamo Aprile, scriveva al Principe ereditario, Luogotenente generale in Sicilia, informandolo di aver ricevuto un foglio anonimo, contenente “le più esecrabili bestemmie contro la Sacra persona dell’Augusto Genitore, il nostro Amabilissimo Sovrano,,; al Senato di Catania perveniva un lungo e sedizioso proclama, portante per titolo: “Sogno di Bruto”. Altri cartelli simili d’insulti al Sovrano ricevevano il Senato, il Capitano Giustiziere e l’Arciprete di Trapani, i Magistrati del Tribunale della Gran Corte e il Pretore di Palermo, l’arcivescovo cardinal Gravina ecc. Le lettere sembravano provenienti da Siracusa; ma il Governo, memore delle lettere sediziose pervenute da Napoli a varj funzionari pubblici di questa Sicilia, nella circostanza della legge per la pubblicata reclutazione,” ordinava indagini in tutti i domini di qua e di là del Faro.(4)

Il Governo insomma cominciava a stare in guardia. Preparandosi il principe Francesco a partire dalla Sicilia, affidava l’esercizio provvisorio delle funzioni di Luogotenente generale al Duca di Gualtieri, al quale il 13 novembre 1818 lasciava delle istruzioni” ricavate da quelle a lui date da S. M. negli anni 1815 e 1816 ed ora in data dei 9 novembre”, aggiungendovi ancora delle” informazioni riservate”. Queste informazioni riservate si componevano di due soli articoli; il primo dei quali riguardava i provvedimenti da prendere circa un possibile sbarco di lord Bentinck in Sicilia, e il secondo diceva testualmente cosi:

“È sommamente necessario di badare ad un altro affare, che molto interessa e che Sua Maestà raccomanda alla vostra efficacia e sperimentata avvedutezza; cioè d’impedire che si formino delle cosi dette Baracche, o siano unioni Carboniche, dandosi segretamente tutte le disposizioni per giungere a scoprire con sicurezza la verità de’ fatti, e sorprendere nel momento i locali, le persone, le carte, e qualunque altra cosa potesse rinvenirsi di una simile sètta. (5)

Verso gli ultimi di quello stesso anno 1818 perveniva al Governo una denunzia, per la quale erano svelate delle occulte macchinazioni criminose in Caltagirone. (6)

Si spiccavano subito dei mandati d’arresto contro il padre Vincenzo Conti, francescano, Superiore del Conventi no di Sant’Anna in Messina, contro suo nipote Francesco Conti e contro il romano Orazio Leone, dentista, ritenuti emissari per arruolare individui alla sètta dei Carbonari. Francesco Conti veniva arrestato in Messina e tradotto nella Cittadella, ove fu messo in camera serrata, per essere più tardi trasferito nelle prigioni di Palermo;(7) il padre Conti e il Leone riuscivano a mettersi in salvo. (8)

In pari tempo (21 dicembre) altro ordine d’arresto era spiccato contro i fratelli Gaetano e Giuseppe Abela. L’ordine era diretto all’intendente di Siracusa principe di Reburdone, al quale s’ingiungeva di sequestrar tutte le carte degli Abela,” per rilevare — vi si diceva — se ve ne siano relative a sètta di Carbonari, e quando mai dalle carte istesse potrà Ella discuoprire che vi siano altri soggetti, implicati in tale sètta, allora proceda per assicurare le persone di siffatti soggetti, e per sorprendere ai medesimi le rispettive loro carte”.(9)

L’ordine d’arresto giunse in Siracusa il giorno 20 alle ore tredici; ma il Reburdone, “per riuscire con maggior sicurezza ed evitare il chiasso e la pubblicità, niente favorevoli in queste esecuzioni,” aspettò la notte per agire, e, presi con sé in carrozza il Governatore militare Del Cart, il di lui aiutante, il Sottintendente ecc., si avviò ad arrestare gli Abela, che trovò” in casa giacenti a letto... Fra le carte loro sequestrate nessuna parve sospetta; solo furono ritrovate “delle carte storiografo (sic) appartenenti alla Sicilia dalla conquista di Ruggiero sino a Ferdinando IV, coll’albero cronologico (sic) di ciascheduna Dinastia, travaglio formato anni indietro dal sig. don Gaetano Abela in corrispondenza letteraria col marchese Testaferrata di Malta Tutta la casa fu ben presto perquisita, né la faccenda fu difficile, poiché era essa “sprovvista di mobiglia e di locali, ove potersi nascondere delle carti interessanti Né le carte furono portate via, poiché tutti furono di parere” di doversi rilasciare e consegnare alla povera e vecchia madre Gli Abela quindi furono rinchiusi nel Castello di quella città. (10)

Il 24 dicembre veniva inviato in Caltagirone colla qualità di Commissario generale il giudice della Gran Corte Civile di Palermo Antonino Franco “all’oggetto di fare arrestare li rei e compilare un esatto processo, per decidersi in seguito dal Tribunale della G. C., conforme esige la giustizia e la gravità del delitto”. Si reputava necessario che “tal delitto, pregiudizievole sommamente allo Stato ed alla pubblica sicurezza, non solo si soffocasse sul nascere, ma venisse anche punito severamente a tenore delle leggi. (11)

Il Franco (1778-1850) era uno dei più solerti e intelligenti funzionari dell'amministrazione. Già deputato di Calascibetta e di Castrogiovanni al Parlamento siciliano del 1813 e 1814, doveva in seguito percorrere una brillante carriera. Fu infatti Ministro per gli Affari di Sicilia in Napoli dal 1833 al ’37; poi Presidente della Corte Suprema di Giustizia e della Giunta della Commissione Consultiva di Governo in Palermo, ed infine Presidente della Consulta di Sicilia.

Giunto in Caltagirone, il Franco operò larghi arresti, sottomise a processo oltre cinquanta persone e si dette con sollecitudine a compilare l’istruttoria. Egli aveva ricevuto dal Duca di Gualtieri tre incarichi specifici: stabilire “in che consistesse la sètta e quali fossero le sue istituzioni”; riferire circa un “manoscritto sedizioso,” in cui si dichiarava illegittima la dinastia dei Borboni in Sicilia; accertare infine la provenienza delle lettere anonime, delle quali s’è già parlato.

Dopo quasi due mesi di febbrili indagini, il 26 febbraio 1819 il Franco dirigeva al Gualtieri un’assai particolareggiata relazione, nella quale rispondeva esaurientemente ai tre incarichi ricevuti.

Ecco dunque ciò ch’egli scriveva circa la Carboneria in generale:

“La sètta de’ Carbonari consiste nell’unione di più individui, che, chiamandosi Buoni Cugini, si obbligano con giuramento di non rivelare il secreto, di rispettare le regole della Carboneria, di aiutarsi fra loro in caso di bisogno, e tutto ciò sotto pena d’essere tagliati a pezzi ed inceneriti in una fornace. Questa sètta, come qualunque altra, che di mistero si cuopre, ha de’ gradi, il primo de’ quali dicesi di Apprendente, il secondo di Maestro, il terzo è chiamato Primo Simbolico, il quarto Alta Luce, e cosi progressivamente.

“Il vero oggetto della sètta, ignoto da principio, è figurato da diversi emblemi, i quali tutt’al più sembrerebbero superstiziosi; questi però al terzo grado, o sia Primo Simbolico, ricevono significato diverso. Gli emblemi sono il Crocifisso, un tronco, un pannolino, una fornace, acqua, sale, cenere, un gomitolo di filo, nastri di tre colori, nero, bleu e rosso ed una corona di spine. Nel primo e secondo grado il Crocifisso designa l’obbligo, che ha il Carbonaro di farsi più tosto crocifiggere che rivelare i segreti dell’Ordine. Il tronco, che nei primi due gradi figura la rotondità del cielo e della terra, nel terzo figura la stabilità e fermezza dell’Ordine dei Carbonari. Il pannolino, che è spiegato in principio come simbolo della purità, mostra in seguito l’obbligo, che hanno i Carbonari di distruggere gli errori ed esentarsi dai pregiudizi La fornace designa prima il fervore dei Carbonari, e quindi lo zelo, che devono avere nell’eseguire i loro disegni, e l’immutabilità ne’ primi impegni contratti. L’acqua in principio è simbolo della rigenerazione del Carbonaro, indi figura l’obbligo di tirare a sé i traviati pagani (cioè coloro, che Carbonari non sono) e di aggregarli al loro Ordine. Cosi il sale e la cenere hanno doppio significato. Il gomitolo di filo designa la mistica catena, che deve unirli fra loro, ma prima la catena si limita ai Carbonari della propria unione, e in seguito all’intera famiglia. I nastri di tre colori figurano la fede, la speranza e la carità, ma poi ricevono interpretazione diversa, perciocché dicono il nastro nero simboleggiare la negrezza di Colui, che, per mezzo dell’errore e del pregiudizio, usurpò all’Uomo i diritti, che, nascendo, la natura gli diede; il bleu la speranza di veder distrutto il giogo del più perfido vizio, ed il rosso l’obbligo di spargere il sangue per rivendicare al genere umano i diritti usurpati. Finalmente la corona di spine, che nel primo e secondo grado denota la proibizione di far pensieri contro la virtù e la religione, nel terzo grado denota le prove e fatiche, che devono soffrire i Carbonari per arrivare al loro scopo. Io tutto ciò ho rilevato confrontando i diversi catechismi rinvenuti fra le carte degl’inquiquisiti, e colla subizione, che ho fatto del sacerdote don Luigi Oddo. Ma il vero oggetto della sètta va a scoprirsi al quarto grado, o sia Secondo Simbolico colle parole di riconoscenza dette sacre, e colla nuova formula di giuramento. Delle parole di riconoscenza ho dato conto all’E. V. nella mia quarta relazione. Io le trassi da un libretto, che porta per titolo Regolatore d’una Vendita) che era presso il sacerdote Oddo, e ch’egli nella subizione ha legalmente riconosciuto. Esse sono: libertà o morte — giuro segreto, giuro fedeltà, e giuro di consecrare la mia vita per l’uguaglianza ed indipendenza nazionale — morire per la libertà e l’uguaglianza — bisogna avere nel cuore la libertà — giuro odio eterno ai tiranni, e per la libertà morire. — E nel giuramento, che si dà per il passaggio al quarto grado, si promette di avvalersi delle circostanze favorevoli per ritornare all’Uomo la libertà tolta.

“Scopre poi tutta la malvagità e l’ultimo fine della sètta l’infame Catechismo, che ricevono i Carbonari dal quinto grado in su. Il prete Oddo, che lo teneva, l’ha riconosciuto e l’ha confessato. In esso s’inculca ai Carbonari di travagliare per distruggere la tirannide ed impostura. Si designa un capestro, e si dice essere il laccio, che ci tendono i tiranni per mezzo delle loro leggi, che chiamano civilizzazione. Si aggiunge che l’orma (la norma?) di un Carbonaro dev’essere l’ubbidienza al primo cittadino per uniformarsi alla volontà generale, che dev’essere sola ed indivisibile. Si dice che il capo della Carboneria non dovrà durare che fino alla durata della tirannia. Conchiude ohe il Carbonaro, vedendo in cielo la natura incatenata, giura vendicarla, e chiede sulla terra la libertà.(12)

“Delle persone da me processate, che sono al di là di cinquanta, per tre sole ho prova, che sieno giunte al di là del quarto grado, e sono il padre Vincenzo Conti, il poeta Bartolomeo Bestini ed il sacerdote don Luigi Oddo. Ho argomenti per credere, che anche il dentista, il quale faceasi chiamare Orazio Leone, ed il chirurgo oculista Francesco dott. Fasani appartenessero agli alti gradi; mancano però le carte, che legalmente lo giustifichino. Pervennero al terzo grado don Martino Caldarera barone di Camemi, il reggente Mineo, don Ignazio Aprile ed il padre Michelangelo di Polistena. Gli altri arrivarono al secondo grado, e taluni restarono al primo”.

Date queste informazioni generali sulla Carboneria, il Franco proseguiva a stabilire il primo sorgere e il successivo sviluppo della sètta in Caltagirone e nei paesi limitrofi. Questi avvenimenti sono assai scarsamente conosciuti dai nostri storici; crediamo quindi pregio dell’opera di riferire integralmente il brano della relazione, che li riguarda, meglio che limitarci ad un magro riassunto. Scrive dunque il Franco:

“La cognizione della Carboneria si ebbe la prima volta qui in Caltagirone ed in Pietraperzia per mezzo del sac. don Luigi Oddo, allorché nel 1815 da Calabria passò in Sicilia. Egli allora in questa sola città iniziò Carbonari non men di tredici individui; ma il contrasto avuto con don Michele Chiaramente, il quale nell’atto di prestare il giuramento si oppose all’articolo di farsi tagliare a pezzi, ne impedì l’organizzazione e il progresso, essendosi dubitato di denunzia. Cinque di coloro, che nel 1815 furono iniziati col giuramento, e che in seguito non appartennero più alla sètta, l’ho rilasciati sotto idonea mallevarla, dopo avermi ricevuto la loro confessione.

“Il fanatismo della Carboneria restò sopito, ma non estinto. Gl’iniziati Carbonari, curiosi di notizie e di novità, si accerchiavano a qualunque forastiere veniva, e nell’aprile dello scorso anno col passaggio, che fece per questa don Giuseppe Abela di Siracusa, tornò ad eccitarsi il fanatismo. Costui promise, che da suo fratello don Gaetano Abela avrebbe fatto mandare istruzioni e carte per la loro organizzazione, ma queste venute, si trovarono di Massoneria, e qui volevasi la Carboneria.

“Fu in ottobre scorso che le associazioni ebbero forma compita, secondo le regole della sètta. Venne in questa il poeta Sestini,(13) vi si trovava da pochi giorni il dentista Leone, si fece venire da San Michele il sacerdote Oddo, e tutti e tre come Carbonari stabilirono l’unione, che in lor linguaggio chiamasi Vendita, fecero prestare nuovo giuramento cosi agli antichi Carbonari, che ai novelli aggregati, diedero loro in iscritto le istruzioni della Carboneria e la maniera di tener le sedute, che essi chiamano travagli, scelsero finalmente i Dignitari della Vendita, che furono Gran Maestro il barone Camemi, in di cui casa tenevansi le unioni, Oratore il reggente Mineo, Secretari o don Ignazio Aprile, Assistenti il padre Michelangelo di Polistena e don Salvadore Interlandi, Esperto don Michele Perticone, Guardasigilli don Giacomo Patti, Maestro di Cerimonie don Giuseppe Veronese, Tesoriere il sacerdote don Pasquale Montalto, ed un ultimo impiego detto il Terribile, che consiste nel vendicarsi colla morte di coloro, che avrebbero mancato al secreto, fu dato a don Francesco Caldarera, fratello del Camemi. Questi fatti sono stati provati colle confessioni di Oddo, del reggente Mineo, del padre Michelangelo, d’Interlandi, di Patti e di Veronese, e le circostanze accessorie colle deposizioni di molti testimonj.

“Sestini da questa passò in Piazza, ed il Dentista e l’Oculista in Terranova. Questi ultimi ebbero lettera commendatizia dal padre Michelangelo per un Calabrese abitante in Terranova di nome Domenico Lo Preti, antico Carbonaro ricevuto in Calabria, e che fu molto tempo al servizio di Bonaparte e di Murat. Riuniti cosi in Terranova tre Carbonari, iniziarono don Giuseppe Gattuti col giuramento dato in iscritto. Indi partito l’Oculista e il Dentista, avendo fatto unione li detti Gattuti e Lo Preti con un giovane di bottega chiamato Biagio Cucurullo Passitanese, anche egli Carbonaro e Massone, iniziarono don Vincenzo Morelli mercante, don Angelo Avvocato chirurgo e don Saverio Moscato aromatario. Io ho in processo le confessioni del calabrese Lo Preti, di Gattuti e di Moscato, amminicolate con testimoni.

“In Piazza Sestini, non avendo altri suoi compagni Carbonari, fece soltanto delle confidenze con cinque Piazzesi. Portatosi poi in Pietraperzia, vi trovò il padre Vincenzo Conti, il sacerdote Oddo ed il Dentista.

“Il padre Conti mostrava un Diploma in pergamena con due suggelli uno di ceralacca, l’altro a fumo, in cui gli si dava il titolo di fondatore maggiore e la facoltà di aprir Vendite a suo piacere.(14) Si diceva spedito questo diploma dalla Vendita all’ordone di Napoli, detta l’Ardita, e sotto gli auspicj dell’Alta Vendita di Napoli l’Indipendenza Nazionale, ed appariva contrassegnato colla firma Francesco Conti, eh’ egli diceva esser suo nipote. Investito cosi il padre Conti d’autorità sublime, o almeno facendo credersi tale, costituì in Pietraperzia una regolare associazione di sette individui, compresovi il sacerdote Oddo, cioè il dott. don Francesco Bevilacqua, nipote di Oddo, il dott. don Aurelio Micciché, don Michele de Literis, sacerdote don Ignazio Dinarello, sacerdote don Vincenzo Puzzangara e don Felice Nicastro. Costoro prestarono il giuramento in mano del riferito padre Conti, il quale scrisse il Diploma di fondazione munito del suo suggello e lo consegnò al dott. Bevilacqua, dando il titolo a quella Vendita di Cauloniati risorti. Ciò costa non solo dalla confessione di Oddo, ma da un Diploma rinvenuto fra le sue carte e da testimonj, che attestano le frequenti unioni delle nominate persone.

“Sestini parti per Caltanissetta, ed il padre Conti col Dentista e con Oddo vennero in Piazza con lettere commendatizie di Sestini, dirette ai suoi confidenti.

“II numero dei cinque Piazzesi non era sufficiente a costituire un’associazione regolare, che deve essere almeno di sette individui. Quindi vi si aggiunsero altri due, e, dato da tutti il giuramento, fu steso dal padre Conti il Diploma della fondazione e consegnato a don Liborio Azzolina. I sette Carbonari di Piazza furono il riferito Azzolina, don Domenico Cammarata, il medico don Mario Anselmo, don Stefano Lauricella, il dott. don Saverio Arcurio, il di lui fratello don Antonio Arcurio e don Alessandro Riccioli. Non ebbe parte nell’unione don Cesare Becciani di Lucca, ma come antico Carbonaro fu consultato dai Piazzesi nella contribuzione del denaro, che si voleva dal padre Conti e da Oddo. In processo vi sono le confessioni di don Antonio Arcurio e di Riccioli, la confessione di Becciani in ciò che lo riguarda, e le deposizioni tanto di colui, che appigionò la casa per l’alloggio del padre Conti e compagni, quanto del cuciniere, che gli fece da mangiare, tutto a spese de’ Carbonari Piazzesi, che di più diedero al padre Conti oncie cinque.

“Finalmente il giorno undici novembre arrivarono in Caltagirone il padre Conti, il Dentista e Oddo, che albergarono nell’ospizio de’ Minori Osservanti, ove solo abitava il padre Michelangelo. Tutti concorsero i Carbonari di questa a prestare i loro omaggi. A molti di essi conferì il padre Conti il secondo grado di maestro, previo il giuramento; e conosciuto avendo più intendimento e più zelo nel barone Camemi, in don Ignazio Aprile, nel reggente Mi neo e nel padre Michelangelo, conferì loro il terzo grado, o sia Primo Simbolico, dandogli il Diploma corrispondente. Trovavasi già organizzata la Vendita di Caltagirone per opera di Sestini, quindi il padre Conti portossi due volte in casa di Camemi, per vedere come regolavano i loro travagli. Tutto trovò ordinatamente disposto, gli emblemi sulla tavola, i Dignitarj al posto loro, e ciascheduno, che adempiva con esattezza la sua parte. Fecegli allora il Diploma di fondazione, cangiato avendo il titolo della Vendita fissato da Sestini, ch’era degli Impazienti, in quello di Vigilanti all’Ordone di Caltagirone, e lo consegnò ad Aprile come segretario. Indi a spese di questi Carbonari partirono in lettiga per Catania. Il Dentista parti per Piazza, ed ambidue si divisero oncie otto, che qui scroccarono. Altri congressi si tennero dopo la loro partenza in casa del barone Camemi, e poi segui il noto arresto del sacerdote Oddo e padre Michelangelo. Questi fatti sono stati da me provati colla massima evidenza”.

Passando poi al secondo incarico, riguardante il manoscritto sedizioso, il Franco cosi continua:

“Giusta le apparenze, ne sarebbe l’autore il padre Michelangelo, perciocché fu rinvenuto fra le sue carte, ed è tutto di suo carattere. Ma veramente fu autore del medesimo don Gaetano Abela di Siracusa, uomo d’irregolare condotta, che per tredici anni servi la Francia in impieghi militari e civili, che fu aggregato in Calais alla sètta dei Massoni, e che trovandosi nella truppa francese col grado di capitano concorse all’occupazione militare di Napoli. Io accennai sopra il passaggio per questa di Caltagirone nel passato aprile di don Giuseppe Abela suo fratello, e la promessa d’ istruzioni e carte fatta a questi fanatici per organizzarsi. Avvenne che in maggio si portò in Siracusa il chierico don Pietro Interlandi per la sua sacra ordinazione. Questi a nome degli amici di Caltagirone sollecitò la promessa; ma siccome don Gaetano Abela non aveva pronte le carte, si convenne che l’avrebbe egli stesso portato in Lentini in un giorno designato, purché avesse ivi trovato gli amici. Saputa qui la risposta di Abela, si fissò di mandare il padre Michelangelo, il quale conferì in Lentini con don Gaetano Abela, ebbe da lui un libretto d’istruzioni, e di più il manoscritto sedizioso per leggerlo in Caltagirone e restituirlo. Qui infatti si cominciò a leggere in una adunanza di otto amici, ma non erano tutti della istessa malizia e pravità, onde lo scritto fu disapprovato. Il padre Michelangelo ne fece copia per sé, e passò l’originale a don Pietro Interlandi, da cui l’ebbe don Ignazio Aprile, il quale se lo trattenne, e per ciò si disse essere stato bruciato. Tutti i passaggi, che ho riferito, hanno in processo la loro prova. Vi sono le confessioni di don Giuseppe Abela, di don Pietro Interlandi, del padre Michelangelo e di altri tre di coloro che l’intesero leggere e lo disapprovarono. Vi sono di più le deposizioni del vetturino, che portò in Lentini il padre Michelangelo, del locandiere di Lentini e del suo garzone; e finalmente vi è la confessione dell’istesso don Gaetano Abela, che ha riconosciuto la copia del manoscritto, fatta dal padre Michelangelo e rinvenuta fra le sue carte, essere perfettamente conforme all’originale da lui composto, e l'ha controsegnata con la sua firma di pagina in pagina”.

Circa poi alle lettere anonime, spedite a diversi funzionari e contenenti gli “uguali sentimenti sediziosi, che leggonsi nel riferito manoscritto”, il Franco, “siccome corsero colla posta di Siracusa”, crede che “non sarebbe improbabile che ne fosse stato l’autore stesso Abela.... A me però.... sembra che siano le lettere di carattere del reggente Mineo.... Il reggente Mineo, strettissimo amico e confidente di don Ignazio Aprile, presso cui restò il manoscritto di Abela, potò pienamente imbeversi de’ sentimenti in esso contenuti.... Il Corriere di Siracusa, che fu il portatore delle lettere anonime, riceve lettere da tutti i paesi pei quali passa, compreso Caltagirone, e dai paesi vicini, né le lettere portano impronta del luogo, da cui si spediscono. Finalmente son persuaso che reggente Mineo, e nel concepire la malvagia idea e nell’eseguirla, ebbe ad avere de’ complici, e niente più facile di trovarli ne’ capi settarj di questo paese”.( (15)

Tutto questo potè stabilire l’inchiesta del commissario Franco. Quali poi le misure del Governo, ci dice egli stesso in alcuni suoi Ricordi autobiografici: “1818, dicembre. — Continuando ad esser giudice della Curia civile e criminale, fui spedito Commissario Generale in Caltagirone per iscovrire gli autori e complici di una sètta di Carbonari, ivi stabilita, e per iscovrire l’autore di uno scritto sediziosissimo, che attaccava la legittimità della Dinastia de’ Borboni in Sicilia. Feci conoscere l’oggetto della sètta, avendo avuto a mano un Catechismo di grado superiore al terzo. Dimostrai che gli autori di essa in Caltagirone ed in Piazza erano stati il poeta estemporaneo Sestini italiano, ed un certo padre Conti, frate francescano da Messina; che pochi giovanetti vi si erano addetti più per bizzarria che per pravità di cuore; che essi appena iniziati ignoravano il senso occulto degli emblemi e delle pratiche, che loro si proponevano; che la sètta aveva suo centro in Napoli, da cui si spedivano le Patenti; che finalmente autore dello scritto era il cav. don Gaetano Abela da Siracusa; ma che volendosi di ciò far processo si sarebbe dato allo scritto quella pubblicità, che non aveva avuta. Conseguenza di tali mie rimostranze si fu che io ritornai in Palermo dopo due mesi e giorni; che il poeta Sestini fu rimandato in Italia; che il cav. Abela fu rinchiuso economicamente nel Castello di Sant’Elmo; che cessarono le inquisizioni de’ profughi, tra i quali il padre Conti; e gl’illusi giovanetti parte furono obbligati a far gli esercizj spirituali, parte ritornarono alle loro case” (16)

Cerchiamo di completare questi accenni.

Mentre il Franco istruiva il processo in Caltagirone, il Sestini aveva continuato il suo giro per la Sicilia. Era stato in Girgenti(17) e in Termini, dove improvvisando talvolta in pubblico, e di continuo entro a domestiche mura, in mezzo a scelto stuolo di amici, che a só traeva in gran numero, rinfiammava gli animi a libertà con bei canti e con faconde parole”.(18) Il marchese di Torre Arsa scrive di lui delle parole degne di essere riferite:

“I Carbonari, sparsi in tutta Italia, in Napoli e nelle sue provincie erano numerosi ed influenti. I loro emissari varcarono il mare e vennero in Sicilia. Uno dei primi si fu l’improvvisatore Bartolomeo Sestini da Pistoia. Seguendo la sua missione venne anche in Trapani; e lo rammento, come se lo vedessi, di statura media, ben composto, non bello, ma di tratti regolari, con bruna e ricca capigliatura, occhi grandi nerissimi e scintillanti, che insieme alla tinta bruno-gialla del suo viso gli davano l’aspetto d’un uomo malinconico e pensieroso. Fu accolto in un crocchio d’amici, che riunia quanto di meglio, in fatto d’intelligenza e d’istruzione, vi era allora nella mia patria. Presto s’intesero, e la Vendita fu istallata; ma la condotta del Sestini aveva svegliato la diffidenza del Governo; sicché egli, seguendo il suo apostolato, fu poco appresso arrestato in una città dell’interno dell’Isola”.(19)

Quest’ultimo particolare non è esatto; il Sestini fu arrestato in Palermo nell’aprile del 1819 e ”condotto nelle carceri segrete” e dopo ”alquanti giorni.... nel carcer duro”. Un Capecchi pistoiese si adoperò per lui; il Ministro degli Affari esteri di Firenze ottenne che la Polizia borbonica lo togliesse di prigione. Cosi, dopo circa tre mesi, egli fu liberato. In una lettera al cognato Vincenzo Cosimini, in data di Palermo 20 luglio 1819, scrive:

”Finalmente io son libero, e sono andate a vuoto le accuse di un tale Oddo, lettore di Matematiche, e del padre Polisti va (sic), lettore di belle lettere in Caltagirone. Questi due infami, che hanno rovinato in questa occasione infinite famiglie di tutta la Sicilia e sacrificato la miglior gioventù della nobiltà siciliana, erano i miei accusatori. Essi però sono stati discordi, ed io gli ho smentiti. Con molta segretezza hanno agito verso di molti e le condanne le ha date il Re e la Giunta di Stato di Napoli. Circa trenta persone sono uscite in libertà: molte altre sono state condannate pubblicamente; altri, tra i quali il cavalier Abele la Torre siracusano, (20)dopo la mezzanotte gli hanno fatti sparire dalle carceri, e non se ne sa più niente. Adesso tutte le compagnie del Regno per ordine del Ministro sono in moto per pigliare i fuggiaschi, il cui numero è molto maggiore di quello degli arrestati; ma non ne hanno potuto trovare alcuno, perché si dice che sieno fuggiti in Inghilterra ed in Barberia; hanno però a tutti confiscati i beni. La mancanza di questi ha impedito che si scoprano le linee delle sètte, che, al dir de’ due accusatori, si estendevano molto lontano fuori anche di questi Stati”.(21)

Abbiamo voluto riportare questa lettera, perché, attraverso le inesattezze e le esagerazioni, in essa contenute, si scorge chiaramente la viva preoccupazione del Sestini, che non doveva forse esser dissimile da quella di altri accusati. Erano ancor freschi nella memoria gli orrori e le stragi del 1799, ed ogni Carbonaro doveva vedersi pendere sul capo la spada di Damocle; ma il Governo però intendeva procedere questa volta per via blanda. Dal frammento autobiografico del Franco sappiamo che cessarono subito le “inquisizioni de’ profughi” e che quei Carbonari furono obbligati a fare gli esercizi spirituali. I capi però vennero condannati all’esilio. Il Re infatti ordinava che si restituissero al Sestini “tutte le robe, il denaro, le cambiali, le cautele, i libri, e tutte le carte letterarie, qualora tra queste non vi fossero produzioni sediziose o irriverenti per lo Governo di S. M.”, e disponeva di “parteciparsi la pessima condotta del Sestini al Governo Toscano” (23 giugno). Sulla fine di luglio il nostro poeta veniva imbarcato per Livorno sullo sciabecco di capitan Calogero Giardina insieme con altri sei esiliati dal Regno delle Due Sicilie: sac. Luigi Oddo, padre Michelangelo da Polistena, Domenico Lo Preti, Salvatore Moscato, Antonio Arcurio e Cesare Becciani, ai quali era stata già “rispettivamente rilasciata l’ordinaria intima dell’esilio per R. Rescritto de’ 31 maggio 1819”. (22)

Nello stesso mese il dott. Francesco Fasani da Barile (prov. di Aquila), con la moglie e due figli, e Giuseppe Gattuti erano stati imbarcati per Civitavecchia. Il padre reggente Francesco Antonio Mineo chiese di andare in esilio a Malta; e Saverio Arcurio fu confinato per un anno nell’isola di Lipari. D Governo cercò, come dice il Franco, di non dare alla cosa “quella pubblicità, che non aveva avuto”. Con questo intendimento già il 30 giugno il marchese Tommasi aveva comunicato al duca di Gualtieri questi ordini sovrani: “circa gli esiliati per delitto di Carboneria, il Re ordina che i passaporti si facciano liberi senz’alcuna indicazione del delitto e della pena degli esiliati; che i medesimi pria di partire facciano l’obbligo in iscritto di non ritornare nel Regno durante il periodo dell’esilio; si faciliti in qualunque modo la partenza, e si raccomandi strettamente il più profondo segreto per ottenere che altri non venga in cognizione della qualità dei suddetti individui”.

Dei due Abela, Gaetano, dietro ordine del Re, fu imbarcato per Napoli, nel marzo, sul pacchetto Leone, al cui comandante si dette ordine, che, “attesa l’importanza della custodia dell’Abela,” badasse alla “più esatta e rigorosa consegna del medesimo”, non facendolo conservare con alcuno, e adibendo persone di fiducia ad apprestargli tutto il bisognevole nel viaggio. Giunto a Napoli, veniva rinchiuso, come sappiamo in Castel Sant’Elmo. Giuseppe Abela fu poi tradotto in Napoli nel giugno. Per ordine del Re gli fu consegnata tutta la roba, che aveva lasciato in Palermo, e gli fu destinato come prigione un forte di Aquila. (23)

Per tutto l’anno 1819 la Polizia di Sicilia non ebbe alcun sospetto di macchinazioni criminose.( (24) Tuttavia l’occulto lavorio della sètta continuava. “Sbandito il Sestini dalla Sicilia e da Napoli, molti Carbonari furono richiusi nel grande e vecchio edifizio delle prigioni di Palermo, che appellavasi Vicaria, oggi convertito in Palazzo delle Finanze. Ivi que’ Siciliani, uniti a parecchi Napolitani delle milizie stanziate in Palermo, eressero due Vendite, nelle quali furono iniziate varie persone non che della stessa città di Palermo, ma di più altre del Regno”.( (25)

Nell’aprile 1820 la Polizia veniva a scoprire delle relazioni tra i detenuti del R. Arsenale di Palermo e quelli di Favignana e del bagno di Trapani per un tentativo di fuga generale. Fatta una minuta perquisizione nel carcere di Palermo, addosso al galeotto calabrese Gaetano Soffre,” tra le risvolte di uno stivale si rinvennero due Catechismi manoscritti del primo e del secondo grado di Carboneria”. Sottoposti i detenuti ad interrogatorio, si seppe quanto segue: “Secondo la di costoro denunzia, i settarj si univano col giuramento di non tradirsi e di aiutarsi a vicenda. Essi marcavano l’esteriore delle loro mani, bruciandosi lievemente con un zolfanello, oppure spargendo delle stille di sangue con de’ colpi di coltello, che si vibravano a vicenda sulle braccia Si pensava di ordire una fuga generale da tutti i reclusori dell’isola. Promotori il cav. Grimaldi, detenuto nel forte di Castellammare, ed un tale don Angelo Frangipane, già capo-battaglione, che trovavasi nella Vicaria. Vennero pure designati due sergenti di cavalleria, tre sergenti ed un caporale di fanteria, tal Farina. Indosso a costui fu sequestrato un ”pezzettino di carta, in cui erano designati i motti convenuti per penetrare in una loggia di Franchi-Muratori, ed altre parole di riconoscenza”.(26)

Il processo pare non abbia avuto seguito; tuttavia a noi basta rilevare questi piccoli indizi, come segni certi dell’esistenza della sètta in quel tempo. La Carboneria infatti continua a serpeggiare, per tutto il 1819 e per il primo semestre dell’anno successivo, specialmente nella Sicilia orientale, come dimostrerà chiaramente il seguito del nostro lavoro. A ragione quindi il Torre Arsa, dopo avere accennato alla repressione della sètta in Caltagirone, poteva scrivere:

“Nondimeno la propaganda segui il suo corso, e trovò operosi cooperatori» anco tra i Magistrati e funzionari civili napolitani, venuti nell’isola con missione di dirigere e facilitare l’applicazione del nuovo ordinamento governativo, non che tra gli Ufficiali dei Reggimenti dell’antico esercito di Murat, destinati di guarnigione nelle città principali. Facilitava l’opera dei Carbonari il forte malcontento per lo aggravarsi degli antichi balzelli, coll’aggiunta di nuovi, e la coscrizione per il servizio militare. Una sommossa nelle provincie continentali non poteva mancare di essere secondata in Sicilia”.(27)


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Cap. II

La rivoluzione del 1820

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L’anno 1820 sorgeva sull’orizzonte politico d’Europa torbido di gravi avvenimenti. Il 1° gennaio il colonnello Quiroga e il maggiore Riego sollevavano nell’isola di Leon le loro truppe al grido di “Viva la Costituzione di Cadice!” che Ferdinando VII aveva rinnegato. Tutta la Spagna fu ben presto in fiamme; il Re dovette riconcedere la Costituzione del 1812 e convocare le Cortes.

Questi avvenimenti commossero tutti i liberali d’Europa ed ebbero un’eco profonda specialmente in Italia e nel Portogallo. Ben presto si cominciò a notare un vivo malumore nell’esercito napoletano, nel quale la Carboneria aveva fatto larga breccia. “Questo esercito — dice il Colletta — diviso per interessi e per genio, malamente composto, peggio disciplinato, era materia convenevole a quella sètta”.(28)

Nel mese di maggio il Reggimento Principessa riceveva ordine di lasciar Torre Annunziata e di recarsi a Messina, attraverso le Calabrie. Lo comandava il colonnello siracusano Gaetano Costa, che aveva servito da prode nell’armata francese e s’era coperto di gloria nelle giornate di Lutzen e di Bautzen. (29)

Durante la sua marcia di paese in paese, il Reggimento, nel quale, più che in altro, s’eran fatte sentire voci minacciose di sedizione, ebbe campo di disseminar dappertutto le sue idee di rivolta. Il Costa tenne dei continui abboccamenti coi Carbonari della provincia di Salerno e della Basilicata, che il 30 di quel mese avevano tentato inutilmente di promuovere una sollevazione. A Cosenza in quegli stessi giorni il battaglione Cacciatori faceva una dimostrazione con bandiere e coccarde tricolori.(30)

S’era sparsa la voce, diffusa dal Reggimento Principessa e da settari spediti espressamente da Napoli, che il Re avesse dato la Costituzione. In seguito a questi allarmi, che preludevano ad un pronunciamento generale dell’esercito, veniva spiccato mandato d’arresto contro il Costa; ma il generale Nunziante, incaricato di eseguirlo, non credette di poter fermare un Colonnello alla testa di 1500 uomini armati e risoluti, e trasmise l’ordine al principe di Scaletta. Il Costa intanto, senza frapporre indugi, attraversa le Calabrie, giunge a Scilla, sequestra tutte le barche del litorale, si fa traghettare coi suoi a Messina ed occupa risolutamente la Cittadella.(31)

Il Costa si trovava in Messina forse solo da pochi giorni, senza che alcuno ardisse levar la mano contro di lui, quando scoppiava la sollevazione di Nola per iniziativa dei tenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati e del prete Luigi Menichini (2 luglio). La rivoluzione si diffuse con rapidità fulminea in tutto il Napoletano; pochi giorni dopo il Re giurava la Costituzione spagnuola.

La nuova dello stabilimento della Costituzione non fu resa pubblica in Messina che ai 9 luglio. Trovandosi però installate ivi delle antiche Vendite carboniche, queste ne erano state alquanti giorni prima avvertite dall’Alta Assemblea di Napoli. Difatti l’annunzio dello scoppio della rivoluzione fu preceduto da non pochi (segni] forieri. Tali furono i papelli (— cartelli), che ai 5 luglio, o circa, si trovarono affissi ai cantoni, nei quali stava scritto: Mora l’indegno, Mora il tiranno! (32)

Il 9 luglio adunque il presidio militare, comandato dal Costa e una gran turba di popolo, guidata da Candeloro La Barbera, che aveva militato sotto il Murat ed era Gran Maestro della Virtù premiata, da Emanuele Romeo e da Pietro Conti, chiesero ed ottennero, dopo vane riluttanze, dal Principe di Scaletta la Costituzione spagnuola. La folla si abbandonò allora ad un vero delirio; furono staccati i cavalli alla carrozza del Costa; i soldati ed i cittadini si scambiarono per la prima volta in pubblico il bacio carbonico e si chiamarono vicendevolmente Buoni Cugini; il Sindaco fu costretto a dar del vino, e, trasportare le botti nel piano della Cattedrale, si bevve e si brindò allegramente per tutta la notte.

“Da indi in poi non si trattò che di guerriglie e di Vendite da fondare. Ne furono installate in Messina non meno di trentacinque. Eccone le primarie: L'Ardita, il Bruto, il Catone (queste erano antiche), i Liberatori della Patria, la Virtù premiata, l'Orizzonte meccanico, i Vindici della Libertà, l’Areopago, la Bilancia d'Astrea, i Veri liberi ossia le Tre candele luminose della Libertà, la Luce nelle tenebre, i Campioni della Libertà, il Fulmine, la Baracca fulminante, la Libertà campestre, la Vanga libera, il Libero Castaldo, i Nemici di Tarquinto, l’Orgoglio represso, Zancla insistente, 1’Agricoltura, l’Etnea fucina ecc.” (33)

La città rimase in mano dei Carbonari; il La Barbera fu creato Commissario di Polizia,(34) e i più ferventi settari riuscirono ad occupare gli impieghi principali delle varie amministrazioni. “Da quel momento il popolo di Messina non ebbe più arbitrio; ed i Messinesi, parte sedotti e parte intimoriti, dovettero necessariamente pensare e volere ciò, che pensavano e volevano i Carbonari napoletani”.(35) Prima cura del Costa, fin dal suo giungere in Messina, era stata quella di mandare emissari nell’interno dell’isola a far proseliti. “Il lavoro progredì con una rapidità inconcepibile. In pochi giorni l’ordine delle cose in Messina e dintorni fu cambiato”. (36) Catania e Siracusa, “ove i Carbonari da Napoli spediti aveano penetrato,”(37) ben presto secondarono il moto di Messina. In Catania dopo il 6 luglio tutti gli impiegati s’iscrissero pubblicamente nelle Vendite, (38) e il 20 di quello stesso mese il Senato, “spinto da’ proprj sentimenti, ed animato dall’unanime voto di tutta la città”, faceva la pili completa adesione al programma dei Messinesi.(39) In Siracusa la Carboneria era stata istallata fin dal 1817 dai fratelli Abela, da Daniello Caporosso, chirurgo del Reggimento Borbone, dal tenente Coccoli e da altri ufficiali e sottufficiali dello stesso Corpo;(40) ed ora la città, “dominata dalla guarnigione, come piazza d’arme,” (41) dichiaravasi per la Costituzione di Spagna.

Sorsero allora varie Vendite: una nel quartier Nuovo, detta Cianea, un’altra nel Castello, detta Vezzosa, una terza nel quartier Vecchio, ed una quarta nell’infermeria dei Padri Cappuccini, ov’era capo un certo Durante, sergente, e dove convenivano maestri ed artefici. In casa di Vincenzo Oddo poi si riunivano i Franchi-Muratori, ed erano in gran reputazione Ferdinando Lopez Fonseca, primo esercente da Procuratore generale del Re, Raffaele Menichini, verificatore del Registro, il barone Milocca, i fratelli Campisi, Lazzarotti ed altri.(42)

Mentre dunque nella Sicilia orientale, unita in frequenti contatti col Continente, la Carboneria aveva il suo più completo trionfo, ben altro atteggiamento veniva a prendere la rivoluzione in Palermo e nella Sicilia occidentale, toltane Trapani.

Il 14 luglio, mentre, ricorrendo la festa di Santa Rosalia, il popolo palermitano si riversava pel Cassero (oggi Corso Vittorio Emanuele), da un brigantino proveniente da Napoli scendevano “oltre centottanta viaggiatori napolitani e siciliani, ornati di nastri tricolori” (43), e si mescolavano tra la folla, spargendo la nuova della Costituzione spagnuola giurata dal Re. La popolazione si abbandonò a deliri di gioia; tutti vollero insignirsi della coccarda Carbonara; la truppa fraternizzò col popolo. In Palermo fin allora la Carboneria era assai scarsamente penetrata; limitavasi essa, più che altro, ai militari, i quali d’altronde mantenevansi “con somma riservatezza”, evitando di accoglier cittadini nelle loro Vendite.( (44) Ma in quella prima ebbrezza fu facile agli antichi e nuovi Carbonari, che si dicevano emissari dell’Alta Vendita di Napoli, (45) di trascinare al più grande entusiasmo il popolo, mostrando i vantaggi della Costituzione spagnuola, ch’essi proclamavano democratica per eccellenza e sicura egida dei popoli contro i tiranni. E gli entusiasmi durarono per tutto quel giorno; ma già delle novità si preparavano per l’indomani.

Intanto, a bene intendere gli eventi, che seguiranno, è necessario rifarci un po’ indietro.

La Sicilia fin dai tempi normanni vantava una Costituzione sua propria, la quale non era stato” il parto della mente di un dotto giurista o di un filosofo o delle discussioni appassionate di un’assemblea costituente, ma il risultato dei bisogni nazionali e di secolari esperienze ed elaborazioni, prodotto e coefficiente a un tempo della vita, della storia, della coscienza giuridica di tutto un popolo (46).)

Il Parlamento, non ben definito in principio nella sua composizione e nei suoi scopi, erasi in seguito diviso in tre bracci: baronale, ecclesiastico e demaniale, finché, con la riforma del 1812, aveva dato luogo ad un vero e proprio governo di gabinetto all’inglese. Per questa riforma veniva esso composto di due Camere: una dei Comuni, ossia dei rappresentanti delle popolazioni tanto demaniali che baronali, l’altra dei Pari, composta da tutti i possessori di parie laicali ed ecclesiastiche. Questo Parlamento aveva abolito la feudalità, concesso la libertà di parola e di stampa, dichiarati liberi i municipi ecc.(47) Proclamata la nuova Costituzione, il Parlamento decretava: “Se il re di Sicilia riacquisterà il Regno di Napoli, o acquisterà qualche altro Regno, dovrà mandarvi a regnare il suo figlio primogenito, o lasciare detto suo figlio in Sicilia con cedergli il Regno, dichiarando da oggi innanzi il detto Regno di Sicilia indipendente da quello di Napoli, e da qualunque altro Regno o provincia”.(48) Questa loro Costituzione i Siciliani avevano poi difeso tenacemente contro le mene della Corte e della stessa Inghilterra, finché nel 1816 i Borboni, forti dell’appoggio della Santa Alleanza, avevano creduto di poter distruggere d’un tratto il secolare edificio. L’antico Regno di Sicilia si vide quindi ridotto a semplice provincia di Napoli “con evidente parzialità e ingiustizia”,(49) e vennero a rinfocolarsi maggiormente le gelosie tra le due regioni. “U giogo dei Saraceni, scrivevano i Siciliani sotto la data di Palermo 1° febbraio 1817, rotto dai nostri avi, ci sembra preferibile all’ingiustizia di non esser più calcolati che come provincia schiava del Regno di Napoli, che non sa anche farsi affatto rispettare da un solo piccolo Stato della barbarie”.(50)

Questi sentimenti dei Siciliani sono espressi in tutta la loro vivacità in un foglio del tempo, intitolato: Rapporto degli avvenimenti dei giorni 14, 15, 16, 17 luglio 1820 e scritto d’ordine della Giunta provvisoria di Palermo. Dopo un accenno “all’inapprezzabile vantaggio di una forma costituzionale di Governo”, goduto dalla Sicilia “sin dai tempi remoti”, si tocca delle vicende del 1812, in cui “cosi felicemente permettendo gli avvenimenti politici dell’Europa, avea di molto essa migliorato la sua forma costitutiva con una carta giurata dal Re medesimo. E già-1’incremento de’ lumi, l’agricoltura promossa e migliorata, il Commercio animato faceanla progredire a gran passi verso la prosperità e l’opulenza”. Ma nel 1815, “appena riacquistato dal Re nostro il Regno di Napoli, noi vedemmo indi a poco dai Ministri Napoletani manomessa non solo la carta costituzionale, ma quanti altri diritti e prerogative più sacre e venuste avevamo. Pure la ferita, di cui più sentimmo il dolore, fu l'unione di questo nostro Regno a quello di Napoli, e tanto più viva ed insanabile fu quella piaga nel cuore di tutti, quanto che più conoscevamo che in gran parte la ricchezza e prosperità nazionale era in noi derivata dalla totale divisione della Sicilia da Napoli. Più sventuratamente successero a tanto disastro insopportabili dazj, e quindi deperimento di agricoltura e commercio, e sistema amministrativo complicato gravissimo, e registro e bollo, e carta bollata, e leva forzosa, duro provvedimento di cui tutti i Governi di Europa pocanzi incolpavan l’imperatore dei Francesi (51).

Le condizioni economiche della Sicilia nel quinquennio, che precedette la rivoluzione, erano veramente miserrime. La pace generale, seguita al Congresso di Vienna, aveva mutato i mercati stabiliti nel tempo del sistema continentale, ed i porti siciliani erano rimasti deserti; dal 1810 al 1815 l’esercito e l’armata inglese avevano speso nell’isola 25 000000 di lire sterline: “il lusso stoltissimo della nobiltà palermitana, che ricchissima era, avea versato nel popolo un torrente d’oro: la Corte molto dallo Stato prendeva, essendo in quel tempo più prodiga che avara. (52)

E mentre venivano a inaridirsi tutte queste sorgenti di ricchezza pubblica, ecco piovere gli insopportabili balzelli, dei quali fa cenno il Rapporto da noi riferito; ecco abolite tutte le antiche magistrature, dato alla Sicilia un nuovo sistema amministrativo, e tutte le cariche conferite di preferenza ai Napoletani. La Sicilia attribuiva tutto questo scadimento alla cessazione delle sue libertà costituzionali (53); era quindi naturale che almeno la separazione amministrativa da Napoli fosse considerata, specialmente in Palermo, come un’assoluta e imprescindibile necessità.

Proclamata la Costituzione spagnuola per il Regno delle Due Sicilie, i nobili siciliani, che in Napoli coprivano alte cariche civili e militari, come il Principe di Villafranca, il Principe di Cassaro, il generale Fardella ecc., si rifiutarono di giurarla per non pregiudicare i diritti dell’isola, parendo loro “umiliante condizione la dipendenza della Sicilia dal vicino Regno di Napoli”.(54)

Del resto quella Costituzione stessa, giudicata assai imperfetta da tutti gli storici,(55) si prestava agevolmente agli attacchi. Ammetteva essa, a non dir altro, una sola Camera elettiva; ed il sistema delle elezioni, anzi che a voto diretto, era a tre gradi, in un modo piuttosto complicato.(56)

Per 70 000 abitanti si aveva un solo deputato, e, secondo il censimento di allora, tutti i deputati delle Due Sicilie venivano a sommare a novantotto, dei quali appena ventisei siciliani; mentre la sola Sicilia, nel 1812, riuniva nella sola Camera dei Comuni centocinquantaquattro rappresentanti, senza tener conto della Camera dei Pari. (57)

Ritornando ora alla nostra narrazione, dopo i fatti del 14 luglio i nobili, che erano in Palermo, si riunirono in casa del Principe di San Cataldo per decidere sull’atteggiamento da prendere di fronte alla rivoluzione. Le idee, da noi esposte, per le quali la Sicilia volge vasi alla sua Costituzione del 1812 come al proprio centro di gravità, erano rappresentate specialmente dall’aristocrazia, della quale era stata opera principale quella riforma. Ma fra i nobili stessi alcuni, come il Conte di San Marco, propendevano apertamente per la Costituzione spagnuola, dimostrando che” impolitica e pericolosa sarebbe stata la divergenza della nobiltà e sicura causa di un disordine popolare, maggiormente che la Costituzione del 1812 come aristocratica si dipingeva dagli anarchisti, dai quali senza meno la più accanita opposizione si dovea temere”.(58)

Dopo lunga discussione fu deciso di mandare una Commissione al Luogotenente generale Diego Naselli, per riferirgli che “la nobiltà di Palermo era pronta a rassegnarsi a quelli ordini del Governo, che egli avesse ricevuto”. Il Naselli rispose di non avere ordini da comunicare e d’ignorare ufficialmente gli avvenimenti di Napoli. (59) Ma il giorno dopo svaniscono queste incertezze della nobiltà; la rivoluzione comincia a prendere un aspetto nuovo: ai colori della. coccarda Carbonara (rosso, nero, turchino) si unisce i il giallo, simbolo dell’indipendenza siciliana. E mentre il Naselli se ne sta inoperoso, la rivoluzione ingrossa e la plebe comincia ad avere il sopravvento. Avendo il generale irlandese Riccardo Cliurch osato di rimproverare alcuni militari, perché ornati delle coccarde tricolori, e di strappare dal petto di un cittadino il nastro giallo, è accerchiato dalla folla minacciosa, costretto a fuggire, e la sua casa vien messa a saccheggio.(60) Fu creata allora dal Naselli una Giunta provvisoria di Governo, composta tutta di nobili, la quale si affrettò a pubblicare un manifesto, con cui si esortava il popolo alla calma e si affermava che il Luogotenente aveva già spedito un indirizzo al Vicario Generale,” nel quale gli aveva manifestato il voto unanime della Sicilia per avere un(1) amministrazione di governo separata e indipendente da quella del Regno di Napoli e la Costituzione di Spagna”.( (61) Ma l’appello alla calma rimase vano: il 16 e il 17 luglio la torbida marea continua a salire. Furono devastati gli uffici pubblici, abbattuta una statua del Re ecc.; il popolo occupò quindi il forte del Castellammare, s'impadronì di quattordicimila fucili, delle munizioni e dei cannoni, e liberò i coscritti della leva forzosa.

E i tumulti minacciano di crescere sempre più: scoppia quindi un furioso conflitto tra il popolo e l’esercito, che è battuto e volto in fuga, lasciando per via trecento morti e quattrocento feriti. In si alti frangenti, il Luogotenente abbandona il suo posto, s’imbarca furtivamente e fa vela per Napoli. La plebe, ingrossata dai galeotti evasi dalla Vicaria e dall’Arsenale, non ebbe più freno: l’anarchia fu al colmo.

Il giorno 18 i Consoli delle settantadue maestranze, il Pretore della città e molti ragguardevoli cittadini di Palermo eleggono una Giunta provvisoria di pubblica sicurezza, preseduta dall’arcivescovo card. Gravina e composta di diciotto membri, nove dei quali appartenenti alla nobiltà e nove alla borghesia. La Giuntadeliberava dietro il consenso dei Consoli delle maestranze, la presenza dei quali era affidamento che si sarebbe conservato il buon ordine. Dopo gli eccessi anarchici dei giorni precedenti, questi Consoli disposti” per effetto di lunga abitudine alla subordinazione”,(62) avevano pensato di mettersi sotto la salvaguardia della nobiltà, la quale ben vedeva di non potere imprimere un indirizzo alla rivoluzione, senza la cooperazione di essi. Queste maestranze infatti, la cui origine si riporta agli Arabi, erano strette fra loro da una cerchia ferrea di tradizioni e di interessi e costituivano una formidabile casta a sé, la quale, se potè recare dei segnalati servigi alla città in occasioni di grave momento, era tuttavia una pericolosa arma a doppio taglio, abituata com’era a ubbidir ciecamente alla parola d’ordine dei suoi capi. Soppresse in seguito ai tumulti del settembre 1773, che offrono un meraviglioso riscontro con gli avvenimenti dei 1517 luglio 1820, le maestranze erano state ripristinate col R. Dispaccio del 13 ottobre 1812, per essere di nuovo abolite col R. Rescritto del 13 marzo 1822. (63)

Costituita in tal modo la Giunta, essa “per le imperiose circostanze”, in cui trovavasi, e “per assicurare la comune salvezza,” si vide costretta ad accordare un pieno indulto agli evasi dal carcere ed agli accusati d’ogni delitto contro le persone e la proprietà.( (64) Ma perdurava ancora negli animi della plebe il fremito della sommossa; e la Giunta si trovò impotente a frenare gli eccessi, che si rinnovarono nei giorni 19 e 20. Il 24 luglio il colonnello in ritiro Emanuele Requisens veniva incaricato di organizzare i Reggimenti di pubblica sicurezza, scegliendone i componenti tra le varie maestranze. Vennero quindi formati sei reggimenti, due dei quali furono addetti alla custodia dei forti e gli altri divisi pei quartieri della città. Furono poi date varie disposizioni di ordine amministrativo per riattivare i pubblici servizi, rianimare il commercio e restituire in modo stabile l’ordine nella città. Si pensò infine d’inviare una deputazione in Napoli, “non solo per esporre a S. M. la verità dei fatti successi nel giorno 17, ma altresì per manifestare il voto unanime, che si stabilisse in Sicilia un governo che assicurasse alla Nazione l’Indipendenza Nazionale e la Costituzione di Spagna, accordata in Napoli, coll’oblio di tutto il passato dal giorno 17 in qua, il quale doveva reputarsi come non avvenuto”.(65)

Il 24 luglio giungeva intanto in Palermo Giuseppe Alliata, principe di Villafranca, che veniva accolto in trionfo da ogni classe di cittadini e parve per un momento l’uomo della situazione. S’era egli nelle precedenti vicende parlamentari “distinto fra gli amici della libertà e della Costituzione”(66)ed era “dal popolo amato, rispettato e come vero amico della patria da tutte le classi giudicato”.(67) Fu subito assunto alla presidenza della Giunta, dalla quale veniva a ritirarsi il card. Gravina.

Tornata la calma in città, stabili la Giunta di rivolgersi a tutti i Comuni dell’isola per invitarli a far causa comune con Palermo. Il 26 luglio fu infatti emanata una circolare alle municipalità del Regno, in cui si diceva che, proclamata in Napoli la Costituzione di Spagna, la Sicilia era stata “considerata come una delle province, che debbono comporre quel Regno”; sicché ogni buon siciliano aveva potuto vedere “le conseguenze fatali di tale dipendenza” e persuadersi che i mali dell’Isola “non facevano che andarsi ad aggravare vieppiù”. Dopo un accenno motivato agli ultimi avvenimenti di Palermo, la Giunta invitava le municipalità siciliane “a sostenere colla dovuta fermezza l’indipendenza nazionale sotto la Costituzione spagnuola, e concorrere ai suoi sforzi. Deponiamo — diceva — le antiche rivalità, e mentre la patria comune è in pericolo, riuniamoci sotto unico stendardo, ed uniti raddoppiamo le nostre forze e le nostre risorse”. Ogni capoluogo di distretto ^doveva quindi inviare in Palermo un suo rappresentante, “per disporre l’occorrente, onde formarsi la Camera secondo le forme della Costituzione di Spagna”. Si affermava infine che la Giunta aveva disposto d’inviare a Napoli una commissione, “onde maneggiare con quel Governo l’importante articolo della nostra indipendenza; e combinare, occorrendo, degli articoli di confederazione fra le due Nazioni nei casi di guerra”.

Vennero quindi inviate tre deputazioni speciali alle città di Messina, Catania e Siracusa, che, come s’è detto, s’erano schierate a favore della causa napoletana, ed una quarta a Trapani, che aveva seguito anche il moto carbonaro. La sera del 15 luglio erano pervenute in questa città le prime incerte notizie dei fatti di Napoli e di Palermo;” e non sospettandosi intestine discordie, da quella sera i Carbonari della cittadinanza cominciarono a fraternizzare con i compagni militari, mostrando la comune loro gioia”. Il giorno dopo, essendo arrivata la comunicazione ufficiale che in Napoli s’era proclamata la Costituzione spagnuola, “militari e cittadini non ebbero più freno, e percorsero le strade della città in fraterni abbracciamenti Il 17 fece ivi “una timida apparizione il nastro giallo”; ma i Carbonari ebbero ben presto il sopravvento, e costituirono una Giunta di pubblica sicurezza, nella quale entrarono “i più influenti degli affiliati alla sètta”. (68)

Mentre queste deputazioni si avviavano al loro destino, e la Giunta attendeva a dare altre disposizioni di ordine amministrativo e ad organizzare una Guardia d’interna sicurezza per contrapporla ai popolani della capitale, che spesso, tumultuando, imponevano le loro voglie, si sparse in città un proclama del Principe Vicario ai Palermitani, in data 20 luglio, in cui si deploravano vivamente i trascorsi precedenti e si consigliava il popolo di tornare “all’ordine, al rispetto per le leggi ed all’obbedienza al Re”, promettendosi in questo caso perdono generale. Fu dalla Giunta incaricato della risposta il cav. Giovanni D’Aceto, giornalista battagliero ed ardente patriota, il quale cercò di difendere i suoi concittadini dalla taccia di sediziosi e dimostrò come la rivoluzione palermitana era la legittima conseguenza del malgoverno dei Borboni, ai quali si rimproveravano severamente i continui torti verso l’isola e si faceva ricadere “la più odiosa responsabilità” dei disordini accaduti. La protesta finiva col dichiarare che ogni buon siciliano, convinto che “senza indipendenza non v’ha libertà”, era disposto a dare “sino all’ultima stilla di sangue,, “per la libertà e per la indipendenza sotto il governo di un principe della real famiglia,” e si faceva monito al Principe Vicario, affinché non si volesse abbandonare “ad imprudenti e disastrose misure,” le quali “potrebbero essere ugualmente fatali agl’interessi di due popoli fratelli nati per amarsi, non per combattersi, né per signoreggiarsi tra loro: e potrebbero esserlo ancor più forse a quelli del trono medesimo e della regnante dinastia”.

Il Principe Vicario, visto che i Palermitani non intendevano recedere dalla via intrapresa, il 29 luglio pubblicava un altro proclama ai Siciliani, in cui, continuando a deplorare il traviamento dei Palermitani, annunziava di aver eletto a Luogotenente generale nei domini di là del Faro il Principe di Scaletta, e aggiungeva: “Unitevi a lui; ascoltate la sua voce; ubbidite allo stabilimento di un nuovo centro di attività in Messina, al quale tutti i buoni cittadini possono unirsi. Noi abbiamo fatto pubblicare gli ordini per la con vocazione del Parlamento e per la elezione dei deputati. Corrispondete colla scelta alla sovrana intenzione”. Lo Scaletta quindi, il 30 luglio, dirigeva una circolare agl’intendenti delle Valli, che cominciava cosi: “Una cosiddetta Giunta provvisoria esistente in Palermo, e nominata dai Consoli delle arti, ha avuto l’audacia di aspirare al Governo della Sicilia, di emanare ordini, di dare disposizioni, di assumere insomma tutte le funzioni della podestà legislatrice ed esecutrice, che non possono in altri risiedere, né essere rappresentate, fuorché dal Re e dalla Nazione,, Gli Intendenti venivano invitati a non riconoscere detta Giunta e ad arrestare, traducendoli sotto scorta a Messina, quei deputati, ch’ella avesse ardito* d’inviare nelle varie città dell’Isola.

Questi ordini furono immediatamente eseguiti, ed il 9 agosto lo Scaletta rivolgeva un altro proclama ai Siciliani, in cui stigmatizzava l’operato dei Palermitani, accusando d’importuno e d’intempestivo il loro movimento; poiché, anche ammesso che degli “amministratori comunali angariavano le popolazioni, dei giudici indolenti attrassavano il celere corso della giustizia, degli esattori inesorabili esigevano con vessatorie misure le imposte, i dazi gravitavano di troppo,” non per questo “si acquista il diritto di rovesciare l’ordine, di correre agl’incendj” ecc. “Non vi son forse le Autorità superiori, cui far giungere i reclami?... Il Parlamento nazionale, costituzionalmente convocato il 1° ottobre, non si occuperà forse per primo travaglio di ragguagliare i dazi ai precisi bisogni, e di decretarne proporzionatamente la diminuzione? La rigenerazione politica di ima nazione, il gettare le solide basi di un costituzionale Governo non è l’opera di un momento! Se il Governo occupar debbasi di guarire i mali parziali, non potrà rivolgere le sue cure al grande oggetto politico, e tutto ciò che credesi fare da sconsigliati per accelerare il con seguimento del fine, serve di remora e di ostacolo”. Esortava quindi tutti a rientrare in calma: “attendete pazienti i benefici, che il Governo costituzionale vi prepara: badate sopratutto alla scelta dei Deputati, che debbono nel Parlamento nazionale rappresentarvi: non potrete adempiere questo sacro dovere senza calma, pace e maturità di consiglio Concludeva infine affermando che “la grandezza e prosperità della Sicilia può solo dipendere dalla stretta unione col Regno di Napoli, col quale siamo legati per rapporti fisici, per indole, per costumi, per abitudini, per affinità, per religione, per bisogni: che la sola unione costituisce la forza: che qualunque colossale possanza divisa, debole si rende e preda del primo occupante” ecc.

Intanto l'8 agosto giungeva in Palermo il console dei pescatori Mercurio Tortorici, che aveva fatto parte della deputazione inviata a Napoli, ad annunziare che egli e i suoi colleghi erano stati catturati e condotti a Posillipo, sempre severamente tenuti a vista, e che i ministri Zurlo e Campochiaro avevano deplorato i tumulti della città e dichiarato vane e insussistenti le pretese della Giunta, poiché il Congresso di Vienna aveva stabilito l’integrità del Regno delle Due Sicilie, e la Costituzione di Spagna vietava d’altronde tale smembramento.(69)

Quando giunse questa risposta, gli animi in Palermo erano da vari giorni esaltati per le notizie che gli Intendenti delle Valli avevano arrestato i deputati inviati a Messina, Catania e Siracusa; onde si era minacciosamente reclamata dalla Giunta la guerra contro le Valli nemiche. Il messaggio del Tortorici non fece che inasprire maggiormente gli animi, sicché la folla proruppe nel grido: Indipendenza o morte! La Giunta incaricò il Tortorici di far ritorno in Napoli e di riferire che i Palermitani non erano usciti dall’orbita della legalità, che il Congresso di Vienna non aveva decretato l’unione dei due Pegni e che questo si doveva ad un maneggio posteriore combinato tra il re e l’ambasciatore inglese, e che infine la Costituzione spagnuola non poteva opporsi alla separazione voluta dai Palermitani.

Le cose cominciavano a prendere una piega fatale. Il principe di Villafranca, che aveva fin allora sperato di ottenere colle trattative diplomatiche l’adesione delle città dissidenti alla causa dell’indipendenza, visto che le numerose circolari dello Scaletta “miravano a chiudere ogni comunicazione del Regno con Palermo, la quale ritira i suoi viveri dai vicini e lontani paesi della Sicilia convinto della giustizia della causa, trascinato dall’insistente clamore popolare, si lasciò andare a decretar la formazione di “guerriglie per inviarle contro le città nemiche, ad imporre colle armi alla mano il suo verbo di fede politica,” senza prevedere che quel passo era per arrecare conseguenze cosi triste, che le altre città siciliane avrebbero avuto grande ragione di aborrire la causa dell’indipendenza”.(70)

Furono quindi allestite rapidamente tre grandi guerriglie, che presero il nome dalle antiche Valli di Sicilia, e si affidò quella del Val di Mazzaraal Principe di San Cataldo, l’altra del Val di Noto al cav. Gaetano Abela, e la terza del Val Demone al colonnello Raffaele Palmieri. (71)

E queste guerriglie, coadiuvate da divisioni subalterne, composte di gente d’ogni risma e d’ogni conio, si avviavano ora nell’interno dell’isola, mentre già in molti paesi erano scoppiate dissensioni funeste fra i cittadini, fra i popolani e la borghesia, promosse da ragioni private, da cupidità di rapina e di saccheggio e anche da cause politiche, poiché” in quelle stesse città, che mostravano di aderire a Napoli, esistea un gran partito per l’indipendenza”. (72)

Quest’ultimo partito aveva rovesciato in Girgenti l’intendente marchese Palermo, nipote dello Scaletta e fautore della causa napoletana; e la cosa s’era passata fortunatamente senza spargimento di sangue.

La Giunta allora, fra l’entusiasmo universale, ordinò al principe di San Cataldo, Salvatore Galletti, di muovere contro Caltanissetta. Questa città, divenuta, in seguito al decreto degli 8 dicembre 1816, capoluogo d’una delle sette Valli, in cui si era divisa la Sicilia, sede di un tribunale, di un intendente e di tanti impiegati, “era ben naturale che avesse avuto meno delle altre città a dolersi del Governo di Napoli,” al quale ora si mostrava fedele. (73)

II San Cataldo, preso il comando della guerriglia, alla quale si erano uniti “tutti gli assassini e forzati scappati da Palermo.... e molte altre partite di masnadieri”,(74)j mosse contro la città, la quale fu barbaramente saccheggiata: “un grande assassinio senza gloria e senza necessità (75).

Dopo l’espugnazione di Caltanissetta, molti paesi dell’isola (Piazza, Terranova, Nicosia, Ficarra, Aidone, Bisacquino, San Filippo d’Aggira, Troina, Castrogiovanni, Carini, Sperlinga, Vi 11 adorata e Calascibetta) si affrettarono a spedire indirizzi di adesione a Palermo, la quale festeggiò solennemente quella vittoria e dichiarò il San Cataldo “benemerito della patria”. La Giunta quindi deliberava per acclamazione di spedire sotto gli ordini del barone Calogero Di Maria, di Raffaele Palmieri e di Gaetano Abela delle nuove guerriglie contro Trapani, Messina, Catania e Siracusa, le quali città si apparecchiarono a respingere l’invasione con le armi, e si rivolsero per aiuti a Napoli.

Le squadre del Di Maria mossero verso Marsala, che fece loro festose accoglienze, spinta da rivalità contro Trapani,( (76) e di là presero a saccheggiare i paesi vicini. I Trapanesi fecero parecchie sortite contro i “briganti”: finché il 16 agosto entrarono nel porto alcune navi della regia marina, portando un reggimento di Cacciatori e un sussidio in denaro. I Cacciatori riuscirono ben presto a spazzare dalle campagne i briganti; la pace ritornò nella città, dalla quale però vennero espulsi tutti i Palermitani. “II trionfo dei Carbonari era completo”. (77)

Si pensò anche ad un colpo di mano per impossessarsi di Marsala; che non ebbe però funeste conseguenze.

L’Abela, che, come s’è visto, aveva avuto tanta parte nella prima diffusione della Carboneria in Sicilia, scarcerato in luglio da Castel Sant’Elmo, era corso in Palermo ed era diventato uno dei più strenui sostenitori dell’indipendenza. Aveva egli l’ordine di marciare contro Siracusa; ma la sua guerriglia, composta di gente indisciplinata ed avida di bottino, ben presto si ammutinò; finché, dopo una serie di avventure, giunto egli in Licata, si vide assalito da quella popolazione ed ebbe a grazia di potere scampar la vita.

Il Palmieri, mosso alla volta di Messina, guadagnò colle sole arti della sua eloquenza Mistretta alla causa palermitana; ma poi dovette retrocedere su Santo Stefano per affrontare un’altra guerriglia, la quale, condotta da un ribaldo, il monaco Salvatore Errante, abbandonavasi ad ogni atto di vandalismo per dove passava. Distrutta la guerriglia dell’Errante, il Palmieri tornò a Palermo, dove, presentatosi alla Giunta, disse francamente che il sottomettere colla forza le città dissenzienti era cosa ingiusta e perniciosa e che bisognava guadagnare i cuori, non le mura degli avversari. (78)

Ma le sue parole rimasero inascoltate, e nuove guerriglie si spedivano ogni giorno da Palermo, mentre Messina si preparava a fare altrettanto. Il Principe di Scaletta dava infatti ordine al colonnello Costa di muovere per l’interno dell’Isola per affrontare le guerriglie palermitane e sostenere i paesi, che si erano tenuti alleati a Napoli. Il Costà, presi con sé tremila uomini di truppa, marciò per Catania verso Caltagirone, che occupò senza spargimento di sangue; (79)( )prosegui quindi per Piazza e giunse in Caltanissetta, dove riusci a disperdere le orde del San Cataldo, che da ventisette giorni vi gavazzavano.

Intanto in Napoli il Principe Vicario, d’accordo col Consiglio dei Ministri, decideva d’inviare una spedizione di truppe contro la ribelle Palermo, sotto gli ordini del generale Florestano Pepe, un prode che aveva militato nelle guerre di Spagna e di Russia, ed “era uno dei pochi, che, in tutto quel rivolgimento, si sentisse assai più italiano che napoletano. (80)Decisa questa spedizione, si partecipava ai deputati palermitani che il Governo non si sarebbe opposto a che la Sicilia avesse una rappresentanza indipendente da Napoli, purché Palermo si sottomettesse alle seguenti condizioni: “Che dietro quella manifestazione restituisse i prigionieri e rientrasse nell’ordine; che il suo voto fosse accettato dal resto dell’Isola nel modo che si potesse immaginare; che fosse preliminarmente fissata l’unità del principe, l’unità dell’orinata e della marina, la quota dei sussidi, degli uomini e della lista civile, ed in conseguenza l’unità del Corpo diplomatico e della Corte palatina; infine che potesse il re affidare il governo della Sicilia ad un suo rappresentante sotto un titolo qualunque Nelle istruzioni poi date al Pepe si diceva che egli restava incaricato di “restituire la forza morale nei paesi separati dalla rivolta di Palermo”, reprimendone l’anarchia e adoperando possibilmente misure conciliative. L’art. 7 di queste istruzioni era cosi concepito: “Ove poi la città di Palermo, dopo le manifestazioni fatte qui ai Deputati, rientri nell’ordine, restituisca i prigionieri ed accetti le misure di conciliazione, si passerà subito a vedere se il voto di Palermo è accettato dal resto dell’Isola. I mezzi di raccogliere il voto generale sono rimessi alla prudenza del Luogotenente generale e del Generale Comandante, i quali si metteranno d’accordo Raccolto tal voto, il Luogotenente e il Comandante avrebbero avuto “solo la facoltà di riferire ed attendere le disposizioni ulterior1” (art. 8).

La spedizione, forte di seimila uomini, parti da Napoli il 2 settembre alla volta di Messina, dove giungeva tre giorni dopo. Una flottiglia, sotto il comando di Giovanni Bausan, costeggiando il litorale, doveva seguire la spedizione e restare alla dipendenza del Pepe. Un battaglione di Messinesi, inaspriti dal vedersi indicati come” traditori della patria” e dal sentir proclamato contro di essi il “diritto di rappresaglia” in una circolare della Giunta di Palermo ai Comuni dell’isola in data del 28 agosto, si uni alle truppe napoletane, le quali proseguirono per Milazzo, Patti, Santo Stefano, Cefalù.

A tali notizie la Giunta di Palermo, assunto il titolo di Suprema Giunta provvisoria di Governo, costituì un comitato di dodici persone per convocare la rappresentanza nazionale secondo la Costituzione di Spagna. Intanto in città si riprendevano i tumulti. La notte del 9 settembre venivano tirate alcune fucilate contro una pattuglia di ronda, le quali uccisero un capitano a ferirono un milite e due ufficiali. Per tale imputazione all’alba del 13 erano giustiziati otto individui, tra le sorde mormorazioni del popolo. Fu quindi inviata una Commissione a proporre una sospensione d’armi al Pepe, il quale vi aderì volentieri e scrisse alla Giunta, esponendo le istruzioni ricevute e chiedendo la restituzione dei militari prigionieri. Questa lettera fu comunicata alla Giunta il 19 settembre: i Consoli delle maestranze proposero che si troncassero le relazioni col Pepe; ma il Villafranca disse 53 che ormai era necessario “accomodarsi alla necessità” e accettare le proposte del Generale napoletano. Fu spedita quindi una nuova deputazione, preseduta dallo stesso Villafranca, col quale il Pepe aveva mostrato desiderio di abboccarsi in Termini. H Villafranca si avviò per mare, e, dopo aver corso grave pericolo per uno scontro fra la squadra regia e le cannoniere di Palermo, potè trovare il Pepe, con cui stabili che si sarebbe accordata un’amnistia generale ai sollevati, fissò pel 25 settembre l’ingresso dell’esercito nella città, e la pronta convocazione del parlamento siciliano per conoscersi le determinazioni dell’Isola rispetto alla indipendenza.(81) In conseguenza di tali accordi, il Pepe rivolse un proclama ai Palermitani, mentre il Villafranca scriveva alla Giunta, mostrandosi dolente di non poter ritornare in città a riprendere il suo posto “per una fiera tempesta di mare” e per esser “la rotta per terra non meno pericolosa, essendovi sparsi dei malviventi, che scorrono le campagne armati e commettono degli eccessi”.(82)

Partecipava quindi che il 25 avrebbe avuto luogo l’ingresso del Pepe nei quartieri fuori le mura della città, e raccomandava alla Giunta di accoglierlo di buon viso e di mantenere la calma tra i popolani. La Giunta accettò volentieri i consigli del Villafranca e si affrettò d’inviare un’altra commissione al Pepe per chiedergli una sospensione d’armi; mentre il popolo, sapute queste risoluzioni, cominciava a mormorare, credendosi tradito. Ben presto nacquero dei tumulti tra i popolani e la Guardia d’interna sicurezza; e la lotta divenne aspra il giorno 25, in cui i popolani liberarono i condannati, fugarono alcuni corpi di Guardia, atterrarono a cannonate il palazzo Villafranca e si posero a saccheggiarlo. La mischia si fece allora generale in tutta la città, la forza pubblica fu dispersa, ed il popolo, senza capi, senza ordine, corse ad affrontare l’esercito napoletano, che si avanzava.

La difesa durò veramente accanita per parecchi giorni, finché si cominciarono ad aprire delle trattative tra il Pepe e don Luigi Moncada principe di Paternò, acclamato presidente della Giunta. Le trattative, concluse il 5 ottobre sul cutter inglese The Racer, furono le seguenti: le truppe prenderebbero quartiere fuori la città, dietro la consegna di tutti i forti e delle batterie; la maggioranza dei voti dei Siciliani, legalmente convocati, deciderebbe dell’unità (o della separazione della rappresentanza nazionale del Regno delle Due Sicilie; la Costituzione di Spagna sarebbe riconosciuta in Sicilia, salve le modificazioni, che potrebbe adottare l’unico Parlamento, ovvero il Parlamento separato; ad oggetto di esternare il voto pubblico, ogni Comune eleggerebbe un Deputato; sarebbero restituiti all’armata tutti i militari prigionieri; resterebbero in vigore le antiche leggi fino alla convocazione del Parlamento; intero oblio coprirebbe il passato; una Giunta, preseduta dal Principe di Paternò, governerebbe provvisoriamente Palermo, fino a nuove sovrane risoluzioni.

Questo accordo produsse in Napoli in ogni classe di cittadini il più vivo malcontento. Contro di esso, nella seduta del Parlamento del 14 ottobre, il colonnello Gabriele Pepe, deputato della provincia di Molise, recitò un violentissimo discorso, al quale fece 'eco il deputato Matteo Imbriani; quindi la Camera, riunitasi in Comitato segreto, riconosceva che quella convenzione era contraria alla Costituzione spagnuola, perché tendeva a indurre divisione nel Regno, contraria al voto di una grandissima parte della Sicilia, contraria infine alla gloria del Regno unito, alle sue convenienze politiche ed all’onore delle armi nazionali; onde il Parlamento la dichiarava “essenzialmente nulla e come non avvenuta”.

Appena il Pepe si ebbe comunicata dal Governo questa risoluzione, si affrettò a telegrafare: “Ho ricevuto l’avviso che il Parlamento non approva la Convenzione, che ho fatta col Principe di Paternò, basata sulle istruzioni date dal Governo. Io amo più l’onore che la vita, e cedo il comando al Principe di Campana”. Mandava quindi al Re le sue dimissioni in una nobilissima lettera, nella quale, rifiutando le alte onorificenze, che gli si volevano conferire, scriveva di essere stato spedito in Sicilia a suo “gran malgrado” e continuava: “Deciso alla obbedienza, ricevei istruzioni, e ne usai senza alterarne il senso, anzi togliendo qualche espressione poco dignitosa pel Governo nell’applicarle in quelle misure di conciliazione, d’accordo col Principe di Paternò, il quale si è grandemente cooperato al bene di quel paese.... Intanto io era persuaso che senza trasgredire il contenuto delle istruzioni, si sarebbe per la via nobile e giusta ottenuto il voto, che si desiderava pel bene generale. I Siciliani, delusi da quanto venne loro promesso, avrebbero potuto accusarmi di averli ingannati; invece, con una generosità, che porterò sempre nel cuore, non mi hanno sospettato capace di tanta bassezza”.

Mostravasi quindi dolente di non poter accettare le onorificenze, che gli si offrivano, “dopo che si è contraddetto ciò che io promisi, perché mi fu ordinato. Questo è il solo omaggio, che io possa rendere alla generosità con cui mi hanno giudicato i Siciliani A sostituire il Pepe, il 7 novembre giungeva in Palermo Pietro Colletta, il futuro storico del Reame di Napoli, in qualità di Comandante generale delle armi in Sicilia e di luogotenente del Re nella città e valle minore di Palermo. Il Colletta, mentre riconosceva “antico e giusto” il desiderio dei Siciliani di staccarsi da Napoli, (83) sciolse tuttavia “la Giunta di Governo, disusò i nastri gialli, cancellò tutti i segni del passato sconvolgimento.... Preceduto da meritata fama di severità, l’accrebbe in Sicilia.... Egli fu amato da pochi siciliani, obbedito da tutti”(84). Fu da lui fissato pel 19 novembre il giuramento della Costituzione spagnuola, che non si era ancora prestato nella Valle di Palermo; ciò che fu fatto con pompa solenne nel Duomo da tutte le autorità civili, militari ed ecclesiastiche. Indette quindi le elezioni in quella Valle, risultarono deputati il Principe di Belmonte, il dott. Gaspare Vaccari, l’abate Domenico Scinà, il barone Mauro Turrisi, il vicario Giuseppe Balsamo, l’astronomo Niccolò Cacciatore, il Marchese di Villalba e don Leoluca Salemi, i quali tutti si affrettarono a rassegnare il loro mandato al pretore di Palermo. Questa decisione fece divampare le ire dei Napoletani; il Governo minacciò di arrestare i deputati; alcuni membri del Parlamento proposero di condurli incatenati in Napoli; essi però non si scossero e non si piegarono mai a seder fra coloro, che avevano vilipesa l’indipendenza e la libertà della loro patria.

Il 6 gennaio 1821 il tenente generale Vito Nunziante era inviato a sostituire nel comando il Colletta, che dai nuovi casi di Napoli veniva chiamato ad altre cariche ed altre vicende.

Intanto fin dall’ottobre 1820 l’Austria, che in Europa incarnava il principio della reazione, aveva invitato i sovrani di Russia, Prussia, Francia ed Inghilterra ad un congresso ih Troppau. In esso si discusse l’intervento armato nel Regno delle Due Sicilie e s’invitò Ferdinando I ad un nuovo congresso da tenersi in Lubiana (detta in tedesco Laybach). Dopo sei giorni di vivaci discussioni, il Parlamento concesse al Re, che diceva di recarsi a difendere la causa della Costituzione, di partire,(85)ed egli infatti il 14 dicembre intraprendeva il suo viaggio. Ma a Lubiana invece fu deciso l’intervento austriaco; e il 9 febbraio 1821 giungeva a Napoli l’ordine di sopprimere la Costituzione. H Parlamento rispondeva, dichiarando il Re prigioniero in terra straniera e proclamando la guerra (86).

Ma gli Austriaci, che già avevano passato il Po, sotto il comando del generale Giovanni Frimont, in numero di oltre cinquantamila, presero ad avanzare verso il confine napoletano; a Rieti batterono le truppe del generale Guglielmo Pepe (7 marzo) — mentre le altre milizie si disperdevano, senza neanche aspettare il nemico — ed il 23 marzo entravano in Napoli.

Quattro giorni prima il deputato Giuseppe Poerio aveva fatto sottoscrivere da ventisei suoi colleghi una protesta contro la “violazione del diritto delle genti”(87);( )ma una protesta ben più energica doveva partire da Messina.


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Cap. III

La rivolta del generale Rosaroll

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La Carboneria, già largamente conosciuta in Sicilia, specialmente nel lato orientale, ebbe campo di diffondersi ancor più durante la rivoluzione per opera principale delle milizie napoletane. Le truppe del colonnello Costa, che avevano percorso l’interno dell’isola, e quelle del generale Florestano Pepe, che ne avevano attraversato il lato settentrionale, avevano installato Vendite dappertutto per guadagnar maggiormente gli animi alla causa napoletana; mentre “tutti coloro, che aveano la sventura di figurare in quelle scene, all’avvicinarsi dell’armata, cercavano la Carboneria per salvaguardia”.(88) Tutti i reggimenti della truppa napoletana “erano generalmente attaccati di Carboneria, avendo ciascuno la sua particolare Vendita, appellata la Vendita Reggimentale, delle quali Vendite assai pochi uffiziali, se pur deve credersi, sfuggirono di far parte”.(89) Un rapporto della Giunta di scrutinio per gli Impiegati ci apprende che, prima della rivoluzione,” non si conosceva né in Caltanissetta, né in Piazza,( (90) né in tutti gli altri Comuni della Valle la Carboneria, né verun’altra sètta. La Carboneria fu portata ed installata dai Militari, che arrivarono sotto il comando del colonnello Costa il 7 settembre 1820, e precisamente dal maggiore Du Martou ne fu aperta la Vendita agli 11 ottobre e fu poi avvalorata nel novembre 1820 dall’abate Menichini”.(91)

Costui, che aveva avuto tanta parte nella sollevazione di Nola, fu uno dei più attivi ed infaticabili apostoli della nuova fede politica. Era stato spedito da Napoli in Sicilia insieme con altri emissari a far proseliti e a comporre le dissensioni, che travagliavano l’Isola, cercando di far tacere il partito dell’Indipendenza, ed aveva fatto un viaggio trionfale.(92) A Messina, dove fiorivano ben trentacinque Vendite, aveva avuto un’accoglienza veramente entusiastica: un poeta lo aveva salutato “illustre promotore della Libertà civile”;(93) due monaci dell’Ordine di San Basilio avevano fatto la guardia al portone della casa, dov’egli aveva preso alloggio, armati di fucile.(94) Da Messina, dove aveva trovato un valido aiuto nel colonnello Costa, era proseguito per Catania, preceduto sempre da” spedizioni di settari, onde gli animi e le acclamazioni disporre. Questo antesignano della Carboneria col vessillo magico della libertà presentavasi alle popolazioni ed il culto di San Teobaldo predicava, come Punica strada che alla vita de’ beati poteva condurre. Dappertutto i funzionari pubblici ad ascriversi alla sètta erano obbligati, ed al consueto giuramento de’ Carbonari guerra ai vandalici palermitani, ubbidienza cieca all’Alta Vendita di Napoli avea aggiunto”(95).

A Catania, coadiuvato da Emanuele Rossi, era riuscito” ad acquistare un considerevole numero di proseliti”, tirando dalla sua anche l’intendente, come aveva poi fatto in Siracusa ed in Caltanissetta. Nei capoluoghi di queste provincie potè egli avere un” durevole successo”; non cosi nei Comuni, che spesso per ragioni di gelosia rimasero a quelli opposti, (96)né infine in Palermo, dove aveva potuto trovare soltanto “pochi seguaci”.(97)

In Messina adunque, durante il regime costituzionale, la Carboneria aveva avuto campo di affermarsi risolutamente. Nel carnevale del 1821, quando già cominciavano a correr voci di un possibile intervento dell’Austria, s’era fatta una grande mascherata allusiva agli ultimi avvenimenti. Sopra un carro, ornato coi simboli e gli emblemi della Carboneria, era una persona in veste bianca, che raffigurava la Libertà, col berretto frigio in capo, sventolando una bandiera tricolore, e mostrando di calpestare l’aquila austriaca, che le stava dipinta ai piedi. Il carro era preceduto da un numero di persone vestite di bianco con berretto rosso. Seguivano quindi altre due maschere, rappresentando rispettivamente la bilancia d’Astrea e la recisione della testa di Oloferne.(98)

Quando in Sicilia pervennero le nuove della sconfitta di Rieti e dell’ingresso delle truppe austriache in Napoli, un doloroso stupore invase tutti gli animi. Fu giorno “di lutto e di mestizia generale; nella schiavitù del popolo del Continente, in Palermo la perdita della libertà di entrambi si piangeva. Il terrorismo, la desolazione, le ghigliottine furono preconizzati”.(99) Ma l’orrenda novella doveva più vivamente colpire i Carbonari messinesi, come quelli, che maggiormente si erano agitati in sostegno della Costituzione di Spagna e dell’unione dei due Regni.

Alle prime notizie dell’intervento straniero, in Napoli si era stabilito dal Consiglio dei Ministri il seguente piano di difesa: mandare due eserciti alla frontiera, fortificare Napoli, Spezzano, Belvedere e Tiriolo. Perdute queste linee di difesa, “un gran campo sulla riva del Faro accoglierebbe l’esercito per passare in Sicilia, donde poi, ristorato ed accresciuto, tornerebbe alle sorti varie della guerra”. (100) In questo piano Messina veniva dunque ad assumere una grande importanza strategica, poiché da essa doveva partire il segnale della riscossa, qualora nel Napoletano e nelle Calabrie le sorti della guerra fossero state avverse. A prender quindi il comando della 7(a) Divisione militare, di stanza in quella città, fu destinato un uomo sinceramente devoto alla Costituzione ed uno dei più valorosi e brillanti ufficiali dell’esercito napoletano, il generale Giuseppe Rosaroll. (101) Nato nel 1775, stava da ventisei anni tra le armi: aveva combattuto per la Repubblica partenopea, s’era distinto nella battaglia di Marengo e durante la campagna di Russia, aveva seguito il Murat nella sua guerra per l’Indipendenza italiana, e nel luglio 1820 aveva abbracciato con fede la Costituzione spagnuola. Per difendere l’onore italiano aveva sostenuto in Francia parecchi duelli, e detestava cordialmente gli Austriaci, simile in ciò a tutti i militari della Repubblica francese e del Primo impero.(102)

Giunto in Messina il 16 febbraio del 1821,(103)il Rosaroll si presentò a quell’Alta Vendita, alla quale forni un pezzo d'appoggio (= segnale di riconoscimento), rilasciatogli dall’Alta Assemblea di Napoli, ed espose in un eloquente discorso le sue idee e le sue mire. Alto della persona, dall’aspetto simpaticamente marziale, il Rosaroll aveva grande facilità di parola, alla quale sapeva comunicare tutto l'entusiasmo dell’animo suo. L’Alta Vendita ammirò “estatica” questo facondo dicitore e lo salutò — secondo il rito carbonico — con triplice salva di applausi. Riunitasi una seconda volta l’Alta Vendita, che non aveva locale fisso né proprio, nel locale della Vendita Zancla insistente, installata nel monastero dei padri Cisterciensi, il Gran Presidente don Alessio Sciarrone fece un pezzo di fornello (= atto scritto e registrato) per ringraziar l’Alta Assemblea di Napoli d’avere spedito in Messina “cosi libero apostolo di verità”. Accolto con tanto entusiasmo dai Carbonari, il Rosaroll disse esser necessario che tutti i Buoni Cugini indossassero la divisa militare, perché si potesse formare una legione fidata in sostegno della Costituzione. Volle poi aver notamente delle forze di ciascuna Vendita, ed invitò tutti i Carbonari a rassegna nel piano di Terranova. Anche questa volta il suo discorso fu salutato con applausi dagli astanti, e l’Alta Vendita incaricò il cappelliere Ciatto di avvisare le singole Vendite delle disposizioni prese. Ma i Carbonari messinesi erano titubanti e discordi tra loro; ed appena un terzo di essi si presentò il 20 marzo nel piano di Terranova alla chiamata del Generale. Tuttavia fu eseguita la rassegna e data ai preti ed ai frati la custodia delle bandiere tricolori. “Bel vedere in tale occasione chiesastici e regolari scorrere armati e vagare per le vie della città! Spettacolo più bello ancora di questo, tre cappuccini e due fraticelli di Sant’Anna col coltello carbonico cantare innicostituzionali!” (104)

In seguito si tenne dall’Alta Vendita un’altra seduta, nella quale si trattò della formazione della Legione Carbonara e delle divise da indossare; ma, cagionando ciò delle spese non lievi, alcune Vendite, riunitesi nel locale dei Liberatori della Patria, deliberarono di non ubbidire a questa disposizione; quand’ecco battere alla porta e presentarsi tre deputati dell’Alta Vendita. Costoro rimproverarono aspramente le Vendite subalterne di essersi riunite senza autorizzazione superiore e per discutere circa le deliberazioni dell’Alta Vendita; ma non avendo i tre deputati i loro pezzi drappeggio, furono messi senza cerimonie alla porta. I Liberatori della Patria quindi mossero lagnanze col Rosaroll per la violazione del locale della loro Vendita; ma il Generale li rimandò via, dicendo che in quella Vendita c’erano dei Carbonari lupi e fautori del Tiranno, che fra le trentacinque Vendite alcune meritavano di essere bruciate (= soppresse), e ch’egli avrebbe punito severamente i traditori ed i vili.(105)

Mentre duravano questi dissidi fra i Carbonari, il 24 marzo giungeva in Messina, proveniente da Napoli, Alessio Fasulo. Apparteneva egli ad una famiglia, che aveva avuto grande parte negli avvenimenti del 1799: dei suoi fratelli, Niccolò era stato giustiziato, Giuseppe, già condannato a morir sulle forche, aveva avuto commutata la pena in quella dell’ergastolo nella fossa di Santa Caterina in Favignana, la sorella Margherita aveva dovuto scontare un anno di deportazione dal Regno; egli stesso infine aveva avuto commutata la pena della relegazione a vita nell’isola di Pantelleria in quella della deportazione perpetua dal Regno. (106)

Scoppiata la rivoluzione del 1820, Alessio era rientrato in Napoli, dove il Governo costituzionale gli aveva offerto prima la carica di commissario di polizia, che egli aveva rifiutato, e poi quella di decurione.

Giunto adunque in Messina, il Fasulo ebbe un lungo abboccamento col Rosaroll.(107)( )Si versarono sull’ingresso delle truppe austriache nel Regno di Napoli: circostanza, che, a loro dire, degradava con inaudita viltà l’opinione dei Napolitani; ed alla reminiscenza di questi fatti non poterono neanche frenare le lagrime. Si dié luogo indi a rinvenire un mezzo per riparare, giusta la loro formale espressione, alle sventure della Patria. La considerazione che le truppe austriache non erano sino allora penetrate in tutti i luoghi del Regno di Napoli, e che la Sicilia ne era affatto libera suggerì il progetto di passare in Calabria con delle forze riunite in Messina, e colà mettendosi di concerto colle truppe di quelle province, non ancora occupate dagli Austriaci, marciare contro questi ultimi per discacciarli dal Regno e convalidare la Costituzione, che avevano giurato di mantenere sino al versamento del proprio sangue”. (108)

Intanto, anche attraverso le discordie, continuavano attivamente i travagli dei Carbonari. La sera del 25 marzo i rappresentanti delle varie Vendite convenivano presso Giacomo Carbone, spenditore dei bastimenti inglesi, che giungevano nel porto di Messina, nella cui casa era installata la Vendita dei Seguaci di Leonida, preseduta in qualità di Gran Maestro dal tenente Vincenzo Fucini da Girgenti.(1) Intervennero in questa seduta, oltre il Carbone e il Fucini, il sac. Giuseppe Brigandi, Francesco Cespes lettore di belle lettere, Letterio Laudamo segretario dell’amministrazione del regio Lotto, il pittore Natale Patti, il medico Salvatore Perrone da Barcellona (Sicilia), Antonino Donato possidente, Salvatore Cesareo, Giuseppe Nat uzzi da Taranto, Francesco Rolla, Nicolò Catalano, Antonino Toro, Pietro Conti, Giuseppe Saija da Catania, Giuseppe Cofino, Domenico e Vincenzo Zagari, Giuseppe Santoro, Pasquale Musolino, Santo Condurso, quasi tutta gente dedita al commercio, e Antonino Moschella, andatovi (w) per insinuazione delle autorità legittime a fine d’istruirle dei privati disegni di quella unione, onde coi mezzi opportuni poterne impedire l’eseguimento Il Natuzzi, presa la parola, dichiarò che scopo di quell’adunanza era di decidere se si dovesse, o pur no, sostenere la Costituzione. Approvata favorevolmente.questa proposta, il Natuzzi prosegui a dire che due erano i mezzi per riuscire in tale intento: inviare una deputazione al generale Rosaroll per avvisarlo che i Carbonari erano concordi nel “volersi confederare” con lui pel sostegno della Costituzione, e spedire degli emissari per invitare le popolazioni di Sicilia ad unirsi con loro. La mozione del Natuzzi fu vivamente appoggiata dal sac. Brigandi e dal Cofino, ma sorsero a contrastarla il Cespes e il Moschella. Furono tuttavia scelti a recare il messaggio al Generale il Natuzzi, il Toro e il Catalano; ma si stabili di non prendere alcuna decisione definitiva, se non prima si fosse tenuta un’altra adunanza, per la quale si fissò la casa del Cespes. Non si fece però la nomina dei deputati da inviare alle altre città siciliane. In ultimo il Cofino fece osservare ch’era necessario di stabilire un segnale per dar principio alla rivolta e di designare dei punti di riunione per i Carbonari. Vennero all’uopo indicati il largo di San Giovanni, quello del Duomo e l’altro dell’Ospedale; il segnale lo avrebbe dato la campana del Duomo. Il Moschella però si oppose a quest’ultima decisione; ed il Laudamo allora consigliò si suonasse invece la campana del forte di Matagriffone, “che non ignoravasi essere mancante di pendolo”. Sciolta l’adunanza, il Moschella “fu sollecito di rivelare al Governo, per organo del regio procuratore Parisi, i piani criminosi, che in quell’adunanza eransi discussi”.(109)

La mattina del giorno successivo, 26 marzo, un legno approdato nel porto recava la notizia che il 8 di quel mese erano insorte le truppe di Alessandria e che il 13 il reggente principe di Carignano aveva lar gito al popolo piemontese la Costituzione spagnuola. Questa notizia valse ad eccitare” a piò forte entusiaamo” i Carbonari di Messina e a deciderli ad operare. Verso le ore quindici infatti una folla di popolani e di bersaglieri si radunava nel piano di Terranova, dove il Rosaroll tenne loro un discorso. Dopo che il Generale ebbe finito di parlare, la folla, agitando dei fazzoletti bianchi e preceduta dal popolano Michele Di Marco, vestito di uniforme legionario, dai capi sergenti Raffaele Pepe, Giuseppe Galasso, Gaetano Colao, dal furiere Mariano Ferrara, dal sergente Nicola Torchia, dal soldato Camillo Pisano e da altri, si diresse verso la porta del rastello, che serviva d’ingresso a quel largo, al grido di: “Viva la Libertà, viva la Costituzione, viva Rosaroll!”.

Sull’arco di quella porta furono legate due bandiere tricolori, fu sfregiato lo stemma borbonico e collocata una berretta rossa in capo dell’aquila reale; quindi la folla, al suono della piccola banda, incominciò a danzare. Si prosegui poi verso il palazzo del Principe di Scaletta, Luogotenente in Sicilia, che si sospettava occultasse le notizie, che per segnali telegrafici gli pervenivano da Napoli, allorché erano contrarie all’interesse del Re. Vicino il palazzo dello Scaletta, ed alla di lui immediazione, stazionava una real cannoniera. La folla costrinse il Comandante ad inalberare la bandiera tricolore, a gridare: “viva la Costituzione!” e a rientrare nell’arsenale; quindi, invaso il palazzo del Luogotenente, vi distrusse il braccio di telegrafo, che sorgeva alla sua sommità, mentre i bersaglieri Pisano, Pepe e Galasso cercavano lo Scaletta, gridando di voler recidere la testa di quel caldeo (=realista). Si oppose loro il sottotenente di cavalleria Sabatini, il quale mandò a chiamare il Rosaroll, che giunse in tempo ad evitare una scena di sangue. La folla si diresse allora verso il Duomo, dove voleva suonare a stormo le campane e sparare dei mortaretti, ma ne fu dissuasa dal parroco Mari. Intanto il Di Marco e i suoi si recavano nel cortile del Collegio Carolino e vi distruggevano una statua marmorea di Ferdinando I; mentre nel largo dei Crociferi un popolano collocava “un vaso contumelioso di creta” sulla testa di un’altra statua di bronzo dello stesso Sovrano. Ad evitare però ulteriori disordini, i “buoni Messinesi” — cioè tutta quella parte della cittadinanza, che nelle passate vicende era stata compressa dai Carbonari, e che ora, all’annunzio dell’intervento austriaco, rialzava il capo — si armano, si riuniscono in pattuglie, parte presidiano la casa del Luogotenente e dell’Intendente, parte scorrono la città; e tutto ben presto rientrava nella calma.

La sera ebbe luogo l’adunanza dei Carbonari in casa del Cespes. Oltre coloro, che avevano fatto parte della seduta precedente in casa del Carbone, intervennero il sottotenente Ferdinando Canzano, il secondo capo dei marinai cannonieri Raffaele Scarampi da Napoli, il tirolese Giuseppe Belponer chincagliere, il' napoletano Bernardo Talamo usciere, Nicola Arena, Francesco Agati, Luigi Marzachi, Francesco Vitale e Giovanni Di Giovanni. Questi ultimi due furono lasciati di guardia alla porta. Il Natuzzi dette resoconto del messaggio fatto al Rosaroll, dicendo che il Generale “avea con entusiasmo accolto quell’invito, manifestando che tutte le forze e risorse militari, di cui egli potea disporre, le avrebbe impiegate di unita a quelle del popolo Carbonico per sostenere la Costituzione”.

Il sac. Brigandi chiese quindi che cosa pensasse il Generale circa una questione, della quale era stato richiesto; ed avendo da una risposta del Natuzzi compreso che il Rosaroll era di opinione favorevole, disse che si dovevano senza indugio sopprimere tutte le Autorità.(110) Alcuni applaudirono a questa proposta; ma sorse l’Arena a domandare se gli altri Carbonari erano consapevoli di quel progetto; ed avendo il Brigandi ed il Natuzzi risposto di non averlo palesato ad alcuno, egli cominciò a combatterlo con tutte le sue forze, dimostrando che ciò avrebbe condotto ad una guerra civile. Dopo una vivace discussione, fu accettato in parte il parere dell’Arena, stabilendosi di differir l’esecuzione sino a che si fossero destinate delle guardie di loro fiducia al palazzo del Luogotenente ed a quello dell’intendente. Furono scelti in proposito il Fucini e il Santoro. In questo mentre sopraggiunse Salvatore Cesareo a dire che nessuna pattuglia aggiravasi intorno la dimora del Luogotenente e che bisognava cogliere quell’occasione per ucciderlo. Alcuni approvarono risolutamente questa proposta; ma l’Arena sorse di nuovo ad esporre le sue ragioni, che furono un’altra volta approvate; sicché egli, tolto congedo, corse a farne “denuncia al regio procuratore Parisi”. Intanto i congiurati venivano a sapere che lo Scaletta era fuggito; quindi il Cespes, postosi a capo di una pattuglia, si dette a farne attiva ricerca. Incontrato un cocchiere, che sospettavano si fosse prestato a quella fuga, i Carbonari lo arrestarono, e si recarono poscia a perquisire la casa del medico Celeste, reputato complice di quei maneggi; ma tutte le loro ricerche riuscirono vane.

Al nuovo giorno, 27 marzo, al di sotto delle bandiere tricolori collocate sulla porta del rastello, si vide l’iscrizione: Costituzione o morte! Questo motto parve ai “buoni Messinesi” segnale di nuovi disordini; si armarono essi quindi” maggiormente, per sorvegliare, in tutte le ore del giorno e della notte, al bene della patria”; divisero meglio le loro pattuglie, sicché la calma fu restituita definitivamente alla città (111).

Mentre cosi operavano i Carbonari e i cittadini Messinesi, il Rosaroll, persistendo nel magnanimo proposito di ricacciar dal Regno gli Austriaci, cercava di assicurarsi una solida base di operazioni in Messina e di estendere il movimento nel resto della Sicilia e in Calabria. Mancava però tutto quel lavorio di preparazione, che poteva dare affidamento di buon risultato in una si audace intrapresa.” 26 marzo adunque, dopo poche ore ch’erano cominciati i tumulti nella città, il Rosaroll dava ordine a Marcellino Di Virgilio, corrispondente telegrafico della R. Cittadella, di” non fare assolutamente passare per Messina segnali di qualunque provenienza”, e di rimanere a sua completa disposizione. (112)

Scriveva quindi al marchese Gregorio, direttore delle Poste, di consegnare a lui tutte le lettere di servizio, che pervenissero al Principe di Scaletta, di guardarsi dallo spedire alcun corriere, ordinario o straordinario, senza suo permesso, e di mettere infine a sua disposizione tutte le lettere ed i pieghi di servizio, che giungessero da Napoli.(113)

Richiamava poi da Reggio il tenente di vascello Giuseppe Masi, ingiungendogli di ritornar prestamente nel porto di Messina con tutta la sua flottiglia e di mettersi “sotto la immediata direzione dell’Armata di Calabria, riunita al suo comando; comando datoci dalla legge del Parlamento contro la invasione straniera, e dai bravi battaglioni senza macchia della patria qui riuniti”. E seguitava: “La patria vince coi figli fidi suoi. Le di lei armi sono ancora nelle braccia dei veri cittadini virtuosi, ed i perfidi sicari schiavi non hanno avuto la possa di perderla. Essi avevano obliato ciò che aveva ancora la patria stessa in Messina e nella Calabria. Essi non avevano al certo calcolato che se i denari dei tiranni non sono sufficienti a corromperli, del pari non lo possono essere i telegrafi ed i corrieri. Questa armata tratta le armi del valore e della virtù, e sol coll’armi debbesi combattere e vincere”.(114)

La notte del 26 marzo il Principe di Scaletta, trovandosi “prigione in casa e guardato a vista qual vittima designata al più spietato assassinio, appena toccato il momento convenuto”, credendosi “impossibilitato a reprimere la risoluzione”, decideva di abbandonar Messina e di rifugiarsi nel vicino casale di San Filippo. Lasciata quindi la firma a mons. Gaetano Grano, riusciva “prodigiosamente” a mettersi in salvo, “ad onta della vigile custodia, delle manovre, delle precauzioni, degli agguati e della sorveglianza dei congiurati”. (115)

Saputo della fuga dello Scaletta, il Rosaroll convocava nelle propria casa tutte le Autorità di Messina, alle quali tenne un “discorso rivoluzionario”, alla presenza dei suoi ufficiali e capi di Corpo, e fece vedere un’accetta, che gli era stata spedita da Napoli, come distintivo di Gran Presidente Generale dei Costituzionali, e al di sopra della quale era infisso un foglio, contenente il giuramento dato dal Re alla Costituzione. Il Rosaroll lo apri, e, dopo averlo letto “con entusiasmo”, disse: “se lo stesso Ferdinando ci ordina di non ubbidirgli, quando trasgredisse il giuramento prestato alla Costituzione spagnuola; noi, trasgredendo ora gli ordini suoi, eseguiamo la sua volontà.” (116)

Rivoltosi quindi all’Intendente barone di Mandrasoate, gli disse ch’era necessario prendesse egli la firma di Luogotenente generale; ma il Mandrascate rispose rifiutandosi a tale proposta, e aggiungendo che lo Scaletta aveva lasciato la firma a mons. Grano. Replicò il Rosaroll col dire ch’egli non riconosceva preti, e che esigeva dal Mandrascate quanto gli aveva imposto; ma costui non recedette dai suoi propositi, sicché l’adunanza si sciolse, senza che si fosse presa deliberazione alcuna.(117)

Non per questo si lasciava però abbattere l’animoso Generale. Alla buona riuscita dell’impresa era necessario radunare in Messina tutte le truppe, che trovavansi sparse nelle varie città dell’Isola. Il Rosaroll quindi, fingendo di trasmettere ordini ricevuti da Napoli, telegrafava in nome di S. A. R. ai comandanti le piazze di Catania, Siracusa ed Augusta di far marciare immediatamente alla volta di Messina le loro soldatesche con tutti i materiali da guerra.(118)

Lo stesso giorno, 27 marzo, incaricava il maggiore del 4° Leggiero Giuseppe Vista di recarsi in Trapani, di consegnare alla Civica quel forte, di prendere il comando del 3° battaglione, ivi acquartierato, e di raggiungere celeremente Messina. Dava poi commissione ad Alessio Fasulo di andare in Palermo, di esplorare se quelle truppe erano intenzionate di battersi contro gli Austriaci, e, nel caso affermativo, di disporne la marcia per Messina. Voleva ancora il Rosaroll incaricare il Fasulo del recapito di una lettera, da lui diretta agli ufficiali superiori Guillamatt, Nicoletti e Woster, dimoranti in Palermo; ma, essendosi il Fasulo a ciò rifiutato, veniva dal Generale adibito il corriere delle poste Giovanni Mastrojanni, al quale fu anche consegnato un plico pel generale Nunziante. (119) Nella prima lettera il Rosaroll, mostrando “stima e fede altissima nel di loro amordi patria”, pregava il Guillamatt ed i suoi colleghi di porsi sotto la direzione del colonnello Gennaro Celentani, senza riconoscere alcun altro capo, e di portarsi a “far parte dell’armata di Calabria, per indi marciare e liberare Napoli. Non vi è dubbio — proseguiva — che il bravo patriotta Celentani, colui che volò per la libertà a Monteforte (120), che fin dal 1799 per essa combatte fin nella Francia, e fu mio anziano collega nelle Franche ed Itale guerre, non sia ora alla testa della nostra brava gente di linea nel qui condurla da costà per militare per la santa causa. Sono persuaso del di loro patriottismo, che perciò sarà anche di loro cura di riunire anche il reggimento Principe alle altre truppe In un poscritto seguitava a dire d’esser venuto in chiaro” della più orribile trama”, che il Nunziante aveva ordito coll’intelligenza del Governo; poiché, essendosi impossessato della corrispondenza telegrafica e del plico, che il Nunziante mandava allo Scaletta, aveva trovato che c’era ordine per lui di recarsi in Siracusa “per ivi farlo assassinare”. Altri maneggi esano diretti contro i migliori ufficiali; ma egli aveva fede di sventare tutte le trame. “Venite subito — concludeva — a riunirvi a me, io ho l’amore de’ Messinesi e dei quattro battaglioni, che già son meco. Noi abbiamo le Calabrie, che sono a noi, colla nostra Santa causa. Abbiamo tanta truppa, quando saremo qui riuniti con li immensi Carbonari di Messina e Catania coi corrispondenti paesi, da essere i dominatori della Sicilia, e di ripigliare la Patria dal disonore e dall’abbattimento, in cui è Essa per la scelleratezza dei soliti traditori caduta”.(121) Nella lettera al Nunziante il Rosaroll lo faceva inteso della fuga dello Scaletta e di quella del generale Clary, capo della provincia di Messina, che ne aveva seguito l’esempio; esaltava quindi” il vivo entusiasmo del popolo messinese e della truppa a volere affrontare l’armata austriaca, talché non si fidava esso Rosaroll frenarne i progressi, e chiedeva infine al ripetuto generale la norma da tenere sull’emergente (122).

Un altro corriere spediva il Rosaroll con una lettera al colonnello Celentani, “comandante le truppe costituzionali di Palermo,” al quale ordinava di porsi subito alla testa del suo bravo reggimento, con cui era stato già in Monteforte, e dei reggimenti Borbone, Principessa, Principe e della brava Gendarmeria, di mandare lo stesso ordine al 4° Leggiero in Trapani, e di marciare per Messina, “mentre diciotto battaglioni di militi e Carbonari ci attendono in Calabria, ed i Messinesi con ardore qui vi attendono. Da questa mossa dipende la presto liberazione della patria; e perciò avrete per essa gran lode”. Lo informava quindi dell’orribile trama ordita contro la patria” dal generale Nunziante; “cosi in nome della patria tradita voi lo arresterete e ben custodito qui lo tradurrete, onde sia giudicato da una Corte speciale. Arrestate anche il tenente colonnello Pucci, di lui complice, ed il generale Clary, che da qui è disertato l’ultima notte. Voi corrisponderete a tutto ciò con la solita energia e santo amor di patria, che tanto vi distingue”.(123)

Il 27 marzo giungevano in Messina su di un legno mercantile, proveniente da Napoli, Pietro Bongiovanni da Calascibetta, Raffaele Villascosa da Ventotene e Calogero D’Amico Bartolillo da Caltanissetta. Ammessi alla presenza del Rosaroll, il Bongiovanni gli esibì una ministeriale in data di Napoli del 14 marzo, colla quale veniva egli autorizzato a reclutare quattrocento siciliani per marciare alle frontiere. Il Rosaroll scrisse allora di suo pugno a margine di questa ministeriale: “Resta ferma la risoluzione di S. A. R., ma tutto si faccia per la Costituzione contro il pubblico nemico. Quindi dipenderà assolutamente dai miei ordini.

Il Generale Costituzionale

Rosaroll”.

Anche il Villascosa e il D’Amico furono spediti nell’interno dell’isola a reclutare altra gente.(124)

Il 28 marzo il Rosaroll rivolgeva ai Calabresi questo bollente proclama, che riproduciamo volontieri, perché in esso si rivela tutto il carattere del Generale:

Dal Quartier Generale di Messina.

“Ordine del giorno dell’Armata Costituzionale di Sicilia e Calabrie riunita.

Soldati, cittadini!

“Onore, Immortalità, Splendore della Patria non si barattano col disonore, col nullo nome, coll’obbrobrio. In noi è ancor fresco il sacro giuramento, che demmo alla Costituzione. Dal niente passati una volta gli uomini all’altissima riputazione non debbono retrogradare tanto più allorché si tratta del santo onor della Patria. Il re giurò come noi nel tempio di Dio il di 20 ottobre del passato anno in presenza del Popolo, dell’Armata, del Parlamento e de’ Ministri di tutta l’Europa, conchiudendo il di lui giuramento, riportato nell’articolo 166 della Costituzione, colle seguenti parole: “E quando in quello che ho giurato, o in alcuna parte di questo giuramento, facessi il contrario, non dovrò essere ubbidito; anzi tutto ciò, che vi si opponesse, dovrà essere considerato come nullo e di niun valore. Cosi facendo Iddio mi ajuti, e sia in mia difesa; nel caso contrario me la imputi”. Quindi, e pel nostro giuramento, e per quello che il re, prevedendo il presente nefando caso, ci ordinò nel di lui replicato giuramento, noi non possiamo né dobbiamo altrimenti vivere che coll’armi alla mano, finché il pubblico nemico non sia fuori del sacro suolo di libertà. Morti all’onore, infami per natura e per triplicati esempj d’infedeltà alla Patria ed all’Armata, vivono i giorni degli schiavi e de’ senza Patria nella di loro opulenza i traditori; in quanto a noi difenderemo la Patria gloria colle armi immacolate della probità e del valore.

Difenda sua ragion nei ceppi avvolto

Chi servo è, o di esser servo è degno.(125)

“Noi colle armi la difenderemo; e l’Europa attonita all’altissimo tradimento de’ perfidi, che hanno introdotto gli Austriaci in Napoli, dirà che il Napolitano onore si sostiene in Calabria e nelle Provincie tutte, dove ancora in armi sono i Popoli. Il nemico non ha che le sole strade occupate di. tre Provincie, ed i cuori de’ deboli ne hanno occupato gli editti, le staffette ed i telegrafi. Altre armi ci vogliono per occupare l’animo nostro. L’armata di Calabria combatterà; la sedizione non l’annienterà. Essa ripristinerà il patrio onore, ed i Piemontesi, già per la santa Costituzione alle prese colla rapace Aquila Austriaca, non isdegneranno aver per compagni i Calabresi.

“Alle armi dunque, o Cittadini, o Soldati, sosteniamo la Costituzione, l’onore della Patria, in cui il nostro è compreso. Noi abbiamo gran cuore, e nelle nostre righe non vi sono dei Giani, ma degli uomini, che non temono di morire, ma di smentirsi sol temono. Io non avrei neppur dovuto dirigervi questi detti, perché i Calabresi sono uomini, che fanno fatti, e non parole, e ben lo sanno altr’ingiusti invasori, se essi fan fatti. Dio mi concesse altra volta di condurvi a traverso dell’Europa, dal Jonio al Baltico mare, dove il vostro quinto reggimento di linea, splendore della Patria e della mia Brigata, formava in Danzica, in Konisbergh l’ammirazione degli nomini del Nord. Calabresi, da padroni in quell’epoca eroica, voi con me vostro Duce signoreggiaste fin nelle case presso tutti i Popoli della Germania, ed ora non caccerete dal vostro suolo gli Austriaci? Chi sono essi, chi siete voi, li conoscete, vi conoscono. Marciamo pertanto, e da Calabresi marciando, la Patria sarà libera e vendicata.

Il Generale Costituzionale

Rosaroll”.((126))

Nessuno però di questi piani doveva avere esito favorevole. Dopo la sua fuga da Messina, lo Scaletta, ridottosi nel casale di San Filippo, s’era dato premura di arrestare con ogni mezzo i progressi della rivoluzione. Resosi padrone di tutti gli sbocchi, che da Messina davano adito alle campagne, li aveva assicurati con picchetti di contadini armati, ed il 28 marzo aveva spedito delle circolari agli Intendenti di tutte le Valli, ai Comandanti generali le Divisioni e le Valli, per renderli consapevoli di tutto. Scrisse quindi l’occorrente al Nunziante, si apri la comunicazione colle Calabrie e potè in tal guisa informare il Governo degli avvenimenti. Organizzò anche una forza “decisa e ben intenzionata” per congiungerla ad agire di concerto con quella, che già il Nunziante spediva per l’isola; ordinò alle truppe, già in marcia da Siracusa ed Augusta verso Messina, di retrocedere alle loro guarnigioni e di guardarsi bene dall’abbandonarle. Il 29 uno dei suoi avamposti gli consegnò un pacco di lettere, che aveva sequestrato ad un pedone, il quale lo aveva gettato da sé, dileguandosi colla fuga. In quel pacco era la lettera del Rosaroll al colonnello Celentani. (127)

Il Nunziante, avvertito, come s’è visto, dallo Scaletta, dal generale Clary e dal colonnello Pucci, che era stato inviato a ciò segretamente, aveva spedito suoi agenti per ogni dove, riuscendo a paralizzare le operazioni del Rosaroll coll’arresto dei di lui emissari. (128)

Il 28 marzo infatti erano partiti da Messina, per eseguire le commissioni ricevute, il Fasulo e il maggiore Vista, viaggiando in lettiga per Palermo. Giunti però in Termini, “fu il Fasulo, per dei sospetti preventivamente avuti sulla di lui persona, arrestato dal tenente colonnello Palmieri, che ne aveva ricevuto ordine corrispondente”. Perquisito diligentemente, gli furono rinvenuti addosso due proclami in istampa, uno del Rosaroll e l’altro dell’abruzzese Marino De Gregoriis, “diretti ad ispirare tutto l’entusiasmo ai popoli della Sicilia e del Regno di Napoli, onde armarsi per distruggere le truppe austriache”.

Il Fasulo fu quindi tradotto in Palermo; mentre il Vista veniva lasciato libero a proseguire il suo viaggio, coll’ingiunzione però di presentarsi in Palermo al Nunziante; ciò che il Vista esegui.( (129)

Il 28 era anche partito da Messina il corriere Mastrojanni, che giunse in Palermo due giorni dopo. Aveva incarico di consegnare prima il plico diretto al Guillamatt, poi quello al Nunziante, facendo in modo che l’uno non sapesse niente dell’altro. Giunto dunque in Palermo, il Mastrojanni, saputo che il Guillamatt si trovava col suo reggimento a Corleone, noleggiò una vettura e si avviò a quella volta; ma a mezza strada seppe che il Guillamatt era passato in Palazzo Adriano. Dovette quindi tornare in Palermo e pattuire un altro nolo col proprietario della vettura; ed era da poco ripartito per Palazzo Adriano, quando fu arrestato da due agenti di polizia e condotto alla presenza del Nunziante. Costui, ricevuto il plico, che lo riguardava, impose al corriere di consegnargli tutte le carte, che aveva ricevuto dal Rosaroll, promettendo che lo avrebbe fatto andare esente da pena, se gli avesse rivelato tutta la verità. A tali assicurazioni il povero corriere, buttatosi ai piedi del Generale, gli dichiarò che teneva un plico pel Guillamatt, e sull’istante corse ad estrarlo di sotto ai cuscini della vettura. Il Mastrojanni però veniva trattenuto in arresto. (130)

Degli altri emissari del Kosaroll, il Villascosa e il D’Amico furono arrestati il 3 aprile in Caltanissetta; il Dongiovanni l'8 aprile presentavasi al Nunziante, dicendogli di aver deposto ogni pensiero circa la reclutazione; ma veniva anch’egli condotto in carcere. (131)

Intanto il Rosaroll, che non poteva prevedere l’esito disastroso di tante sue operazioni, il 30 marzo inviava il corriere delle regie poste Francesco Pagano al generale Minutolo, comandante la 5(a) Divisione militare di stanza in Monteleone di Calabria(132), ed inoltrava un ufficio al maggiore Maurizio Gleyses, comandante la piazza di Milazzo, per avvisarlo di avere spedito a quella volta il capitano Francesco Patitari con dei carabinieri per l’adempimento di alcune segrete commissioni, dirette al bene della patria, e per inculcargli di non ubbidire se non agli ordini emanati da esso Generale.(133)

Nelle istruzioni date al Patitari, il Rosaroll gli ingiungeva di far partire per Palermo tutti i militari e gli impiegati, che si mostrassero spergiuri alla Costituzione, e di considerare il Nunziante, “partigiano degli stranieri, dei nemici della nostra patria, che hanno invaso la nostra capitale,” non solo come” caduto dal diritto di comandare”; ma bensì come” ribelle della patria: quindi reo di lesa Nazione chiunque l’ubbidirà”. (134)

Convocava poi per la seconda volta le Autorità in casa del barone Mandrascate, “forzato a cedere”. Intervennero tutti gli invitati ed “alcuni ufficiali”. Il Rosaroll “cominciò a perorare con entusiasmo”; quindi mostrò alcune carte del Nunziante, che conferiva il comando della 7(a) Divisione al Principe di Collereale o al maresciallo Clary, ed una lettera diretta dal tenente colonnello Pucci allo Scaletta. Il Rosaroll si scagliò contro il Nunziante, dicendo che ne “attendea a momenti la testa per mano dei suoi emissari. Declamò contro Collereale e Clary, mettendoli in derisione, e caricò d’improperi il Principe di Scaletta”.

Si estese quindi a discorrere del dovere, che aveva ognuno di mantenere la Costituzione, che il Re aveva giurato, dichiarando Messina quartiere generale costituzionale, e disse che stava per formarsi un’armata costituzionale composta di Siciliani, Calabresi ed Italiani. Rivoltosi quindi al regio Procuratore generale Luigi Jeni, lo pregò di prender la firma di Luogotenente; ma, essendosi costui rifiutato col dire che ciò era incompatibile con la carica da lui occupata, il Rosaroll replicò con ira l’incarico, chiamando il Jeni nemico della patria. Ma il Jeni fu irremovibile nel suo proposito; quindi il Rosaroll, “dopo tre ore di declamazioni si licenziò, raccomandando a tutti la Costituzione, ch’egli sapea difendere, come disse, a costo del proprio sangue e di quello di coloro, che avrebbero osato di alterarla. Cosi si sciolse la pericolosa udienza”.(135)

Lanciati i suoi proclami e inviati i suoi emissari in Sicilia e in Calabria, il Rosaroll, ormai sicuro del buon successo delle sue operazioni, il 29 marzo telegrafava al colonnello Scuci eri, comandante la piazza di Catania: “Messina e le Calabrie sono ferme alla Costituzione. Tutta la truppa di Sicilia con quella di Palermo saranno sotto li miei ordini. Partecipatelo alla truppa ed ai Carbonari”(136); ma ben presto doveva egli disilludersi. Capitato in Reggio il suo proclama ai Calabresi, “quelle Autorità sentirono il dovere di emettere colle stampe un manifesto,” (137) cosi concepito:

Manifesto ai Messinesi.

“Dai torchi della vostra città giunse fra noi un proclama. Noi vi dichiariamo che fummo presti ad abbracciare la Costituzione, che dal governo imperante nella capitale ci fu data. Ora che l’ordine delle cose è cambiato, e che S. M. il nostro Sovrano ha manifestato le sue intenzioni, noi Calabresi, che per istinto non vogliamo essere né insorgenti, né anarchici, ci rechiamo a gloria di ubbidire e rispettare quel Governo, che siede nella capitale del Regno. Tranquilli sosteniamo la calma e l’ordine pubblico coll’osservanza delle leggi, che dai legittimi ministeri del Governo ci vengono comunicate. Per l’amicizia e buona relazione, che corre fra voi e noi, sentiamo il dovere di disingannarvi di tutto ciò, che vi è dato ad intendere, cioè che in Calabria esista un’armata in vostro appoggio. Troppo istruiti dei nostri doveri, noi non saremo mai uniti a chiunque volesse allontanarsi dall’obbedienza al Sovrano ed alle leggi.

“Reggio, 1° aprile 1821.

I Calabresi

della Prima Calabria Ulteriore ((138))

Questa risposta fece ardere d’ira il Rosaroll, il quale la mattina del 2 aprile dava ordine a Giuseppe Masi di apprestare per un’ora dopo la mezzanotte la sua flottiglia, “sulla quale era pensiero di Rosaroll imbarcarsi, onde eseguire uno sbarco in Reggio per i mettere a morte quell’intendente, comandante della provincia, ed altre Autorità; soggiungendo che aveva fatto allestire dei mezzi affin di portare colà della truppa a compiere tale operazione. Ordinò similmente al Masi di portare su quella città col più vivo fuoco di cannoni ed obici la totale distruzione, qualora fosse stata opposta della resistenza ad esso Rosaroll”(139).

A questo punto, per ben comprendere il seguito delle vicende, che ora narreremo, è necessario conoscere! Quale fosse l’atteggiamento delle truppe di Messina verso il loro Generale.

Al Rosaroll, col prestigio del grado e coll’eloquenza, della quale era dotato, era stato facile guadagnare a sé la bassa forza, specialmente i bersaglieri. Nel tumulto del 26 marzo non figura infatti alcun ufficiale. Gli ufficiali superiori, certamente poco fiduciosi nell’impresa, scoraggiati dai disastri dell’armata napoletana, se ne stettero titubanti. Alla prima con vocazione delle Autorità, ordinata dal Rosaroll, presero essi larga parte, ma nessuno di loro parlò; nella seconda, solo alcuni di essi accompagnarono il Generale, r Ben presto, cagionati da questa attitudine fredda, sorsero degli attriti col Rosaroll, il quale ordinò degli “arresti continui ed arbitrari,” che “eccitarono il malcontento negli ufficiali,”( (140) e, per attrarre maggiormente a sé la bassa forza, la mattina del 2 aprile, “rivestendosi del potere del Sovrano, si permise di elevare al grado di ufficiali diversi sotto-ufficiali del Corpo dei bersaglieri”.(141)

Gli ufficiali superiori più volte si recarono dal Generale, “affin di fargli conoscere la necessità di convocare un Consiglio di Guerra di Guarnigione, che avesse esaminato le operazioni a farsi; ma sempre questa dimanda è stata rigettata”.(142)

Intanto, essendo pervenute al Governo le notizie del rivolgimento di Messina, il 27 marzo il tenente generale bardella, ministro della Guerra, telegrafava al Rosaroll, esonerandolo dal comando della 7(a) Divisione militare e ingiungendogli di rendersi in Napoli per avere altro destino. Lo avrebbe rimpiazzato provvisoriamente il generale Clary.(143) Ma essendo costui fuggito, il Nunziante, che s’era proclamato Luogotenente generale di Sicilia in sostituzione dello Scaletta, nominava pochi giorni dopo al comando della suddetta Divisione il generale Giovanni Capece Minutalo, principe di Collereale, e il Rosaroll dava privatamente partecipazione di questa nomina agli ufficiali superiori. (144) Costoro adunque, spinti da quanto si è detto, la notte del 2 aprile riunivansi in Consiglio straordinario nella Cittadella, deliberando unanimemente:

“Di dismettere dal Comando della Divisione il generale Rosaroll, affidandolo al generale Collereale, come il più antico Uffiziale della Guarnigione, essendosi già questo ordinato dal Comandante delle Armi di Sicilia.

“Di ritirarsi tutti gli Uffiziali della Guarnigione nella Cittadella, e di tenersi pronti ad accorrere per rimettere l’ordine, quando questo potesse venir disturbato dal detto generale Rosaroll, o da altri.

“Di rimanere sul Campo di Terranova due compagnie di Artiglieria e tre compagnie di Bersaglieri, comandate dai corrispondenti nuziali, per più prontamente accorrere ove il bisogno richiede.

“Di occupare il forte del Salvatore da una compagnia di Bersaglieri.

“Di fare ancorare sotto il detto forte, pronta alla vela, la Divisione delle cannoniere, comandata dal cavaliere Masi.

“E finalmente di rapportare la presente risoluzione tanto in Napoli, quanto al Comandante le Armi in, Sicilia ed all’Intendente della Provincia, ciascuno per la parte che lo riguarda”. (145)

Di questa loro deliberazione gli ufficiali superiori avevano intanto preventivamente avvertito il Masi, al quale avevano ingiunto di dare alla vela con tutta la sua flottiglia alle ore due di notte, prima che il Rosaroll avesse potuto imbarcare la truppa.( (146)

Presi questi accordi, il Masi s’era creduto in dovere di renderne consapevole il retro-ammiraglio Ignazio Staiti, delegato al Comando generale della R. Marina in Sicilia, il quale trovò di suo piacimento le disposizioni già date dai capi di Corpi e raccomandò al Masi la più esatta esecuzione degli ordini ricevuti.( (147)

Sopravvenuta la notte, il Masi recavasi ancora ad avvertire il comm. Ignazio Cafiero, comandante il ripartimento della R. Marina, al quale riferì la commissione avuta dal Rosaroll e disse che non s’allarmasse, se in quella notte avrebbe sentito dei colpi di cannone. Gli fece infine la proposta di prenderlo al suo bordo con tutta la famiglia; ma il Cafiero rispose di non poter accettare;(148) quindi, partito il Masi, correva a mettere in salvo la propria famiglia in casa d’un amico, e poi, travestito da marinaio con cappotto e pelliccia in testa, recavasi in arsenale a dare agli alfieri di vascello Francesco Morabito e Antonino Cafiero tutte quelle disposizioni, “che la imperiosità del momento esigeva”.( (149)

Al Rosaroll, inconsapevole di questi maneggi, restava però un amico: il tenente della R. Fanteria di Marina Anello Jaccarino, che comandava un brigantino di sua proprietà, nominato La Concezione. Nei giorni precedenti, destinato dal Rosaroll ad ispezionare tutti i legni, che giungessero nel porto, e ad inviarne a lui i passeggieri, il Jaccarino aveva “con tutta esattezza” eseguito gli ordini del Generale. Per la notte del 2 aprile il Rosaroll aveva fatto ancorare la Concezione nelle acque di Porta Real Bassa, affine di muovere nell’ora stabilita insieme colla flottiglia del Masi alla volta di Reggio. Il Jaccarino, che volle essere “in quei momenti di oscillazione la persona intimamente confidata del Rosaroll”, si dette la premura in quella notte di percorrere il porto colla lancia del suo legno, ora in unione del Generale, ora solo, per impartire i necessari ordini agli individui, che dovevano far parte della spedizione. (150)

Il tempo cominciava a rannuvolarsi; spirava vento di ponente e libeccio e veniva giù pioggia. Alle ore sette e mezzo d’Italia sulla lancia della Concezione si presentavano il Rosaroll e il Jaccarino all’alfiere di vascello Francesso Morabito, che comandava un paranzello con due leuti (151), per dar principio all’imbarco. Furono imbarcati infatti sessantadue bersaglieri, quattro ufficiali ed un maggiore. Il Rosaroll e il Jaccarino si diressero quindi verso il Salvatore, dov’era la flottiglia del Masi; ma con loro sorpresa videro che costui aveva già spiegato le vele e s’era allontanato dal porto. (152) Tornarono indietro e dissero al Morabito di sbarcare la truppa. Sbarcati i bersaglieri si diressero alla porta del rastello, mentre il Rosaroll esclamava: “la Marina ci ha tradito!”.(153)

Presa intanto la loro deliberazione, gli ufficiali superiori la comunicavano al Principe di Collereale, dal quale dicevano di voler” dipendere per tutto ciò che riguarda il comando della Divisione”, all’intendente Barone di Mandraseate, “acciò vegli alla quiete della città”, e finalmente allo stesso Rosaroll, “acciò prenda le prudenti risoluzioni, che gli sono necessarie (154)

Sceso a terra il Rosaroll e rientrato nella sua abitazione, il capitano Maddalena gli presentava, d’ordine del colonnello Tanzi, comandante interino la piazza, il foglio seguente: “Consiglio straordinario della R. Cittadella di Messina. — Messina, 2 aprile 1821. — Signor Generale. Con molto rammarico, ma forzati dalle imperiose circostanze, siamo obbligati dirle che oggi riuniti noi tutti Capi dei Corpi nella Cittadella, convocati in Consiglio straordinario, abbiamo deciso uniformarci alle disposizioni del Governo di Napoli, ed agli ordini del Comandante le armi in Sicilia signor generale Nunziante.

“Quindi avendo da Lei stesso inteso essersi superiormente disposto, che sia Ella rimpiazzata dal generale Collereale nel Comando della 7(a) Divisione, Noi la preveniamo, che da ora riconosciamo il signor generale Collereale per Comandante la Divisione, operando a secondo gli ordini suoi.

“Locché serve, signor Generale, per sua intelligenza e per l’uso di risulta.

“Al signor generale Rosaroll, Messina — Tanzi (155)

Letta questa comunicazione, il Rosaroll corse alla R. Cittadella, ma ne rinvenne chiuso l’ingresso ed alzati i ponti. Conobbe allora l’“inutilità di ulteriori suoi tentativi”; onde, sul far dell’alba del 3 aprile, imbarcavasi sulla lancia del Jaccarino, che lo condusse a bordo d’un legno da guerra inglese, (156) il Race horse, comandato dal capitano Abbot, che trovavasi da alcuni giorni ancorato nelle acque del Salvatore dei Greci, e che gli accordò “un ricovero ospitale”.(157) Su quel legno il Generale rimase tutto il 3 aprile; il 4 il Jaccarino lo trasportò nella sua lancia sulla Concezione, dove il giorno prima aveva avuto cura di condurre tutta la famiglia del Generale.(158)

La città rimase estranea a queste ultime vicende “i cittadini non si occuparono affatto di quanto sì agitava in Terranova, e non diedero motivo alcuno di doversi prendere precauzioni per essi, avendo dimostrato la più grande indifferenza per la circostanza”. (159)

Nessuna molestia fu però recata al Rosaroll dai militari, i quali, dopo averlo avvertito, come s’è visto, di prendere “le prudenti risoluzioni, che gli erano necessarie”, ne agevolarono la partenza. “Fu riconosciuta cosa prudente — scrive il retro-ammiraglio Staiti — il doversi allontanare prontamente un soggetto, la di cui ulteriore presenza potea essere di funeste conseguenze; quindi non si fece veruna interlocuzione in contrario, anzi si anelava generalmente il momento di vederlo allontanato (160).

Di là a poche ore la Concezione prendeva la rotta per Malta; ma, giunta nelle acque di capo Passero, divergeva per Cagliari, donde, dopo pochi giorni, proseguiva alla volta di Barcellona. Il Jaccarino mandava quindi le sue dimissioni a quel console del Re delle Due Sicilie, e prendeva servizio nella Marina spagnuola. (161)

Al Rosaroll fu offerto il comando di una legione, con la quale combatte a Matarò e all’assedio di Barcellona. Poscia, trionfando anche là il dispotismo, parti — cavaliere errante della Libertà — per la sventurata terra di Grecia, dove, non sui campi di battaglia, ma per malattia veniva spento il 2 dicembre 1825 in Napoli di Romania. (162)(1)

Il Collereale, assunto il comando della 7(a) Divisione, riceveva dal corriere Francesco Pagano, giunto il 3 aprile da Monteleone, la risposta del generale Minutalo, (163) e lo stesso giorno telegrafava al comandante la piazza di Milazzo ed al capitano Patitari di sospendere qualunque ordine dato dal suo predecessore. (164)

È necessario ora aggiungere qualche parola sugli avvenimenti di questa città.

Ricevute le istruzioni dal Rosaroll, il Patitari era stato sollecito di recarsi in Milazzo. Durante la rivoluzione del 1820, quegli abitanti s’erano mostrati fra loro assai discordi. “Essendovi un presidio napolitano, i più della plebe, da quello trascinati, manifestavansi avversi all’indipendenza dell’Isola: idee al tutto contrarie a quelle de’ migliori cittadini, i quali, parteggianti per Palermo, l’indipendenza bramavano”.(165) Ma, sopraggiunte le truppe del Costa e del Pepe, la città s’era dovuta piegare a far causa comune con Napoli. Però i malumori non erano cessati, quando vi arrivava il Patitari (2 aprile), il quale trovò Milazzo “nel massimo avvilimento”. Vi era infatti pervenuto un proclama del Nunziante, col quale si proibivano tutti i travagli carbonici © s’inculcava ai cittadini obbedienza alla Giunta provvisoria, che stava per formarsi in Palermo. In seguito a questo proclama era stato tolto da mezzo il largo della piazza del Carmine il vessillo tricolore, devastata quella Fendita e bruciati carte e diplomi del rito carbonico. Quindi “un avvilimento nei nostri bravi Cugini, un’allegrezza nei seguaci del tiranno La guarnigione si tolse i mustacchi (i peli erano rivoluzionari!) (166)( )e si dichiarò risolutamente pel Nunziante. Ma, sopraggiunto il Patitari, fu lacerato tal manifesto e sostituito invece con quello del Rosaroll ai Calabresi. Il Patitari quindi s’impossessò del forte, “facendo rimanere attoniti quei vecchi veterani, che lo guardavano, vedendosi sorprendere dai suoi bravi carabinieri e nel vedere risoluzioni da loro non mai conosciute”. Fu inalberato di nuovo in mezzo la piazza il “sacro vessillo tricolorato”; gli ufficiali d’artiglieria e molti paesani “con estremo trasporto” parteggiarono per il capitano costituzionale.(167)Ma il vecchio maggiore Gleyses, “figlio inveterato della tirannide ed uomo nemico della Costituzione”, non intendeva piegarsi al Patitari, che chiamava” capriccioso e pazzo”; onde costui dovette togliergli il comando della piazza.( (168)

Il Patitari cercò quindi di guadagnare al suo partito il sindaco Francesco Proto Gemelli, ma invano, anche il popolo rimaneva “dubbioso, esitante; le autorità tremanti; e più perché di Messina sapevano queste lo scompiglio, il disordine, degli altri Comuni la renitenza a far eco a quella rivoluzione”.(169)

Erano cosi le cose, quando la notte del 3 aprile alle ore quattro giungeva in Milazzo il capitano del genio Paolo Neri a riferire al maggiore Gleyses e al sindaco Proto Gemelli che il generale Nunziante aveva già spedito per mare una scelta compagnia di Gendarmi a rinforzare quella guarnigione, ed aveva ordinato che un’altra compagnia di Liparoti venisse in soccorso del forte, e che, se il tempo non fosse stato contrario, il Patitari non sarebbe certamente entrato in Milazzo.(170)( )Mostrava quindi due proclami del Nunziante, uno del 1° aprile, col quale egli assumeva il governo di tutta l’Isola,(171) l’altro del 2, ch’era un appello alle truppe e a tutte le autorità a non voler seguire la rivolta del Rosaroll.(172)

Il sindaco rimane tuttavia un po’ dubbioso; quindi decide fermamente di attenersi agli ordini del Nunziante, del quale prevedeva sicuro il trionfo, come certa la caduta dei moti di Messina. Ed architetta allora un piano infernale: nella stessa notte fa ricerca dei suoi più fidi ed animosi, li consiglia, per eccitare i cittadini, a sparger voce che “la dimane quei satelliti del Rosaroll assalirebbero la città, le case spoglierebbero, farebbero sacco e fuoco e carneficine”; e suggerisce loro di apporre, col favore della notte, dei segni sospetti sulla porta di questa o quella casa, per esser maggiormente creduti. Allora quei suoi satelliti si spargono per tutti i punti della città, svegliano, nel cuore della notte, i loro parenti, gli amici, i popolani; e tutta la città fu in movimento “cupo, strano, senza clamori”; mentre il sindaco manda altra gente a diffondere nei paesi vicini i proclami del Nunziante ed a chiedere rinforzi. All’alba del 4 aprile una deputazione di pubblica sicurezza si riunisce nella casa comunale; si armano tre numerosissime pattuglie sotto il comando di Giuseppe Catanzaro, Giuseppe Proto e Paolo Aversa; vengono affissi dappertutto i manifesti del Nunziante, abbattuta per terra e calpestata la bandiera tricolore della piazza del Carmine. Quindi tutti, giovani e vecchi e fanciulli di ogni condizione, chi con fucile, chi con armi bianche, chi con spiedi o coltelli si avviano gridando: “Al castello, al castello! snidiamo i ladri, rechiamoli in pezzi!Ma giunta sotto il forte, la folla sta incerta, sbolliscono gli entusiasmi bellicosi; si decide infine d’inviare una deputazione al Patitari per invitarlo a lasciare coi suoi il castello; nessuna ostilità avrebbe fatto il popolo; i soldati tutti uscirebbero sani e salvi dalle porte della città. Ma il Patitari “sdegnoso e risoluto” risponde: “È Rosaroll il mio unico superiore; un ordine suo recatemi, e cederò il castello. Badino però i cittadini a non far atto ostile, prima che quello non mi esibiscano, ché Milazzo sarebbe allagata di sangue”. La folla accoglie con bassi mormorii di timore quella risposta; cadono gli animi; qualcuno comincia ad allontanarsi, quando una voce circola per mezzo alle masse: “Patitari ha sprigionato i condannati (ce n’erano ottanta nel forte), li manderà in breve coi suoi a far man bassa sui cittadini; ha chiesto ed otterrà aiuti da Rosaroll”.

Quella voce incute terrore in tutti; la turba si dilegua; la città rimane deserta; ognuno cerca scampo, fuggendo nelle campagne.

Ma già in quel punto giungono notizie a confortare gli animi; si sa che dai vicini paesi di Pozzo-diGotto, Condrò, San Piero, Monforte stanno per accorrere quelle popolazioni in aiuto dei Milazzesi e che la Compagnia d’armi di Barcellona non aspetta che un cenno per muovere anche in loro difesa. Anche il Patitari sa ciò, come anche apprende in quel punto il rovescio della fortuna del suo Generale. E già la folla, immensa, minacciosa, circonda di nuovo il castello; un’altra deputazione intima al capitano di uscire dal forte e d’inalberare la bandiera reale. Egli chiede un’ora di tempo; trascorsa la quale, ecco la bandiera borbonica sventolare sul castello; ne escono il Patitari ed i suoi, attraversano la città e prendono mesti la via di Messina.(173)

Il giorno 6 la città di Milazzo mandava un indirizzo al Nunziante per felicitarlo di aver ridonato la calma alla Sicilia;(174) mentre il Patitari veniva più tardi giudicato in Messina da un Consiglio di guerra di guarnigione, che lo condannava il 4 dicembre 1822 (175) a venticinque anni di ferri.(176)

Mentre il Rosaroll trovavasi ancora a bordo del Race horse, il Principe di Collereale il 3 aprile pubblicava un manifesto ai Messinesi, in cui annunziava che le Autorità avrebbero ripreso l’esercizio delle loro funzioni, poiché si era dissipato” per sempre il nero nembo,” che aveva tentato di “oscurare i fasti della gloria” cittadina, e che era ormai assicurata la tranquillità interna. E conchiudeva: “Ma se, ciò non ostante, potranno ancora esistervi in questa dei malintenzionati, che, indegni del nome di Messinesi, ardissero di fomentare dei disordini, sappiano pure che gli occhi dei buoni sono tutti verso loro rivolti, e che non si tarderà un momento ad arrestare le loro maligne operazioni, e militarmente sottoporli a tutto il rigore delle leggi”. (177)

Questo proclama produsse gli effetti, ch’era facile prevedere. I più indiziati fra i Carbonari presero la fuga, ricoverandosi specialmente a Malta;( (178) mentre, la stessa notte del 3, circa sessanta bersaglieri, certamente coloro che avevano preso imbarco per la spedizione contro Reggio, evadevano, armati di fucile e baionetta, dai quartieri di Terranova, tentando di forzare il passo di porta Ferdinanda; ma, respinti dalla Guardia d’interna sicurezza, la quale fece fuoco su di essi, ferendone uno, piegarono in fuga per porta Real Bassa e Bozzetta. Respinti anche colà dalle pattuglie dei cittadini, riusciva ad una ventina di loro di forzare i posti di porta Nuova e di porta Imperiale, e di guadagnar la campagna verso Contessa. (179)

Il 9 aprile la Polizia di Napoli pubblicava questo avviso: “L’ex generale Rosaroll, essendosi notoriamente reso colpevole di alto tradimento, per le operazioni da lui fatte in Messina, si passa a notizia del pubblico che il medesimo, ritornando in qualunque parte dei domini di S. M., sarà messo a morte”. (180)

In Messina però solo “dopo qualche tempo,” verso la seconda metà di aprile, cominciavano gli arresti;( (181))( )ma la reazione non doveva spiegare le sue forze che dopo l’arrivo in Messina (6 giugno) di un buon nerbo di truppe austriache, sotto il comando del generale Klopstein. (182)

Si operarono larghi arresti; i meno indiziati di liberalismo furono chiusi nelle pubbliche carceri, gli altri ripartiti fra la Cittadella e i forti del Salvatore e di Matagriffone. Il terrore e la desolazione erano generali (183)

Il 9 agosto 1821 il nuovo Luogotenente generale in Sicilia Principe di Cutò nominava una Commissione militare, approvata dal Re il 28 dello stesso mese, alla quale veniva affidato l'incarico di giudicare i ribelli. Furono scelti a comporla: il colonnello Luigi Gioja, comandante della piazza di Lipari ed isole Eolie, presidente; il capitano di fregata Giovan Battista Espluga, ispettore dell’arsenale di Messina; il capitano di fregata Letterio Natoli, capitano del porto; il tenente colonnello Carlo Ros, direttore dell’8 direzione di artiglieria; il capitano Ignazio Salamone, aiutante maggiore della piazza di Messina; il capitano Floriano Wirtz, aiutante maggiore della piazza di Milazzo; il tenente Francesco Saverio Martelli, comandante interino della piazza di Taormina, giudici; il capitano Giovanni Caparelli, aiutante maggiore della piazza di Trapani, relatore colle funzioni di pubblico ministero; il regio procuratore generale Carlo Bartuccelli, per dare il suo avviso come uomo di legge, e il sergente dei veterani Gaetano Mira, cancelliere.

Il processo fu istruito “con sommo zelo ed esattezza” dal giudice Cassisi; la Commissione Militare quindi, il 25 febbraio 1822, citava innanzi il suo tribunale cinquantuno individui, tra militari e cittadini, dei quali ventisette presenti e ventiquattro contumaci. Difesero gli imputati gli avvocati Francesco Longo, Letterio Fenga, Pasquale Calcaterra, Luca De Felice, Giovanni Stellati, Francesco Cappuccio, Gaetano Toscano, Angelo Aronne, Giovanni Fronte, Giovanni Costa, Placido Catera e Pietro Antonio Deleo. Il dibattimento durò tre giorni; la sentenza non si ebbe che la mattina del 28. Per essa la Commissione Militare, accogliendo le conclusioni del Pubblico Ministero, condannava il sac. Giuseppe Brigandi, Salvatore Cesareo, Vincenzo Fucini, Francesco Cespes e i contumaci Giuseppe Natuzzi, Giuseppe Saija e Giuseppe Cofino, colpevoli di cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato, allo scopo di eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’autorità reale, alla pena di morte col terzo grado di pubblico esempio; (184) Camillo Pisano e il contumace Michele Di Marco, colpevoli di attentato contro la sicurezza interna dello Stato, alla stessa pena di morte; Raffaele Pepe e il contumace Antonio Ragusa all’ergastolo (185); Giuseppe Galasso a trent’anni di ferri; Gaetano Colao a venticinqu’anni di ferri; Mariano Ferrara, i sergenti Gabriello Soler e Domenico Saitto e i contumaci Nicola Torchia e Giuseppe Mondella a vent’anni di ferri, da espiarsi nei bagni (186), tutti come colpevoli di complicità nel predetto reato; Giacomo Carbone, Giuseppe Santoro, Domenico Zagari, Antonino Toro e Nicola Catalano contumaci, rei di non aver rivelato la cospirazione, a dieci anni di reclusione; (187)Letterio Laudamo, Natale Patti, Francesco Rolla, Antonino Donato e i contumaci Pietro Conti e Vincenzo Zagari a dieci anni di reclusione; Raffaele Scarampi, Giuseppe Belponer e Bernardo Talamo a otto anni di reclusione; Ferdinando Canzano e i contumaci Francesco Agati, Luigi Marzachi, Santo Condurso, Pasquale Musolino e Salvatore Perrone a sei anni di reclusione, tutti costoro come colpevoli di misfatto di lesa maestà; Giovan Battista Grimaldi, Giacomo Pellegrino, Giuseppe Pellegrino, Salvatore Bonaventura e il contumace Giuseppe Frisco a dieci anni di relegazione;(188) Giuseppe Bemava, contumace, a otto anni di relegazione, come colpevoli di aver recato sfregi e insulti alle due statue del Re.

Tutti poi venivano condannati al pagamento delle spese del giudizio in favore dell’Erario.

La Commissione scioglieva infine da ogni accusa Antonio Toro, Giacomo D’Orazio, Domenico Stagno, Michele Belponer e i contumaci Francesco Zagari, Francesco Vitale e Giovanni Di Giovanni e li rimandava in libertà, ponendo il Di Giovanni, il Vitale, il D’Orazio e lo Stagno sotto la sorveglianza della Polizia; e sospendeva pel solo Cespes l’esecuzione della sentenza di morte, finché non fossero giunti gli “oracoli del Re,” (189) che con decreto del 3 ottobre 1822 gli commutava la pena di morte in quella di venticinque anni di ferri nel bagno di Santo Stefano. (190)

Il 1° marzo il capitano relatore e il cancelliere della Commissione si recavano nella Cittadella, ove, con le formalità d’uso, comunicavano ai condannati la sentenza. Il giorno seguente, il sac. Brigandi, che non era stato ancora sconsacrato, otteneva il permesso di poter per l’ultima volta dir messa, ch^ i suoi compagni di sventura, ai quali volle anche spezzare il pane eucaristico, ascoltarono religiosamente. Quindi egli, il Cesareo, il Fucini e il Pisano furono scortati nel piano di Terranova, a poca distanza dalla prima porta che conduce in Cittadella, dove caddero moschettati. (191)

Nessuna lapide ricorda le vittime del 2 marzo 1822! Con altra sentenza del 20 luglio dello stesso anno la Commissione militare metteva in libertà Salvatore Perrone, presentatosi spontaneamente nelle carceri per esser giudicato qual reo presente, mentre riconfermava la pena di vent’anni di ferri profferita contro Nicola Torchia, ch’era stato frattanto tratto in arresto. (192)

Il 7 ottobre 1822 il Re concedeva “amnistia e generale indulto a tutti gl’individui ascritti alle vietate società segrete e settarie nei dominj oltre il Faro, ed a tutti gl’individui colpevoli degli avvenimenti politici ed attentati commessi ne’ detti nostri dominj contro lo Stato e la Real Corona anteriormente all’epoca del di 24 marzo 1821 inclusivamente, pei quali rimane abolita ogni azione penale”. Non erano quindi compresi in questa amnistia “gl’imputati presenti o assenti ne’ giudizj pendenti” contro Rosaroll e complici. (193)

Contro il Rosaroll e i suoi emissari la suddetta Commissione Militare (194) istruiva intanto altro processo. Il dibattimento cominciò il 27 febbraio 1823; difesero gli imputati gli avvocati Francesco Longo, Giovanni Stellati, Luca De Felice, Giovanni Costa ed Angelo Aronne, che già nel febbraio dell’anno precedente avevano levato la loro voce in difesa degli altri accusati. La sentenza fu emessa il giorno seguente alle ore due antimeridiane. La Commissione condannava il Rosaroll ed Alessio Fasulo alla pena di morte col terzo grado di pubblico esempio e Giovanni Mastrojanni alla pena del quarto grado di ferri per venticinque anni;(195) tutti e tre poi solidalmente alle spese del giudizio in beneficio del R. Tesoro. Metteva quindi in libertà il maggiore Giuseppe Vista, Pietro Bongiovanni, Francesco Pagano, Vincenzo Galletti e Settimo Sampognaro, questi ultimi colpevoli di aver consegnato al Rosaroll un plico diretto dal Re al cardinal Gravina, del cuicontenuto essi però non avevano avuto scienza. Scioglieva da ogni accusa di complicità Raffaele Villascosa e Calogero D’Amico, rimettendoli però al Procuratore generale presso la Gran Corte Civile di Palermo, giusta una ministeriale del 12 ottobre 1821. Sospendeva infine l’esecuzione della pena pel Fasulo e il Mastrojanni, finché non fossero pervenute le deliberazioni del Sovrano, alla cui clemenza la Commissione li raccomandava. (196) Ed il Re, accogliendo questo voto, con decreto del 26 agosto 1823, commutava al Fasulo la pena di morte in quella dell’ergastolo e faceva grazia al Mastrojanni. (197)

Profferita questa sentenza, la Commissione Militare, in seguito a vive premure del Governo, il 18 aprile 1823, “previa tale Sovrana prescrizione”, rendeva nota questa sua deliberazione: “Visto l’art. 473 delle leggi di procedura nei giudizj penali, nel confermare all’unanimità le profferite sentenze di morte contro de’ nominati colpevoli Giuseppe Natuzzi, Giuseppe Saija, Giuseppe Cofino, Michele Di Marco e l’ex generale Giuseppe Rosaroll (la Commissione Militare) ha deliberato e delibera che il Capitano relatore faccia iscrivere all’Albo i detti cinque individui assenti contumaci, i quali, se nel corso di un mese non si presenteranno spontaneamente o non siano dalla forza pubblica arrestati, la Commissione Militare procederà alla dichiarazione di pubblici nemici a’ termini del citato art. 473, ordinando che il Capitano Relatore ne faccia imprimere un corrispondente numero onde farsene la diramazione al di qua e al di là del Faro per la intelligenza delle parti e del pubblico”. (198)

Il 2 maggio la stessa Commissione condannava in contumacia il tenente Anello Jaccarino alla pena dei ferri per trentanni, ed, espiata questa pena, alla malievaria di ducati 500 per dieci anni ed al rimborso delle spese del giudizio a favore della R. Tesoreria.(199)

Trascorsi intanto oltre quattro mesi dalla deliberazione del 18 aprile, ch’era rimasta inefficace, la Commissione Militare il 25 agosto la riconfermava nel seguente modo:”

Convinta la medesima (Commissione Militare) viemaggiormente nel suo criterio morale per le prove, che vi sono ne’ processi d’istruzione e de' dibattimenti, di essere stati gl’individui suddetti rei con effetto di cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato, ed il Rosaroll anche di attentato, riconferma con questa deliberazione la Sentenza di morte col terzo grado di pubblico esempio contro di essi Giuseppe Rosaroll, Giuseppe Natuzzi, Giuseppe Saija, Giuseppe Cofino e Michele Di Marco, dichiarando li medesimi pubblici nemici a’ termini dell’espressato art. 473 delle leggi di procedura ne’ giudizj penali, ed ha ordinato ed ordina che il Capitano Relatore faccia imprimere di questa deliberazione ed Alba trecento copie per ognuna, a fin di farsene la pubblicazione e diramazione al di qua e al di là del Faro per l'intelligenza del pubblico; e di una tale dichiarazione dovrà farsene annotazione alla precedente iscrizione nell’Albo de’ rei assenti per tutti quegli effetti, che di legge ne risultano”. (200)

“L’effetto di questa deliberazione si è (dice la legge) che qualunque individuo della forza pubblica nel procurarne l’arresto, per qualunque leggiera resistenza, anche presunta, che il condannato opponesse, potrà impunemente ucciderlo (201)

Nel 1825 presentavansi spontaneamente, e venivano messi in libertà, Antonino Toro,(202) Giacomo Carbone, (203) Santo Condurso, Pasquale Musolino (204) e Francesco Agati.(205) Nello stesso anno le pene riportate dagli altri imputati venivano diminuite notevolmente.( (206)

Questi gli ultimi strascichi della rivolta. Dei giudizi dati sul Rosaroll piace a noi riferire quelli del Colletta e del La Farina. Il primo adunque definisce il Generale come “vago di libertà e per natura immaginoso ed estremo”; ma aggiunge che, non facendo egli, “per suo poco senno e per le disordinate voglie dei seguaci, i provvedimenti necessari alla guerra ed al governo delle moltitudini, era quel moto, a vederlo, vasto, confuso”; il secondo scrive: “Aveva costui (il Rosaroll} poca mente, cuore audace e generoso, vago era di libertà e de’ pericoli non curante (207)

I due giudizi vanno chiariti meglio.

Nel Rosaroll, accanto all’impeto ed alla baldanza militare, non abbondava certo troppo il senso politico, o, per dirla con espressione più comune, il senso dell’opportunità. Posto dalla legge del Parlamento a difesa di quella testa di ponte, ch’è Messina — e questo nessuno storico nota — collo scopo d’iniziare una possibile riscossa, ove la fortuna non avesse arriso all’armata costituzionale, il Rosaroll fu l’unico di quell’esercito, che abbia saputo eseguire la consegna ricevuta. All’annunzio dell’intervento austriaco e della sconfitta di Rieti, egli, “rivoluzionario per genio,”( (208))( )tra lo sbigottimento e la sfiducia di tutto il Regno, lancia, in nome della Patria, il suo appello supremo, sicuro che debba trovare un’eco profonda in tutti gli animi. Era giunto il momento di operare; non si agitava forse con lo stesso fine il Piemonte?

Ma egli faceva troppo a fidanza con gli uomini e con le cose. Sicuro solo dell’appoggio dei Carbonari messinesi, ch’erano poi tra loro discordi, né molto numerosi ed influenti, in una città dove ormai la reazione aveva ripreso il sopravvento, senza alcuna intesa precedente coi Carbonari di altri luoghi — e forse il tempo era mancato —, non ben certo del volere degli ufficiali superiori, che gli erano intorno, egli finisce col non avere a sua disposizione che qualche corpo di bersaglieri. Le sue lettere sono sequestrate, i suoi emissari arrestati; le truppe di Sicilia e di Calabria, alle quali non pervengono i suoi bollenti proclami, non si muovono; ed egli si vede infine abbandonato da tutti. Ma la sua rivolta — la quale doveva costare la vita a quattro individui, gettare nelle galere o negli esili una cinquantina di persone — fu tuttavia una nobilissima protesta contro tutto quello stato di cose, che l’intervento straniero veniva a sanzionare ancora per tanto tempo in Italia.


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Cap. IV

Le Giunte di scrutinio

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Soffocati nelle Due Sicilie e nel Piemonte i moti rivoluzionari, iniziavasi per l’Italia un tristo periodo di reazione, dal quale dovevano destarla per breve tratto le insurrezioni di Romagna del 1831. E quello, che imprendiamo a narrare, un grigio decennio, che si può riassumere in una lotta sorda, continua, senza quartiere, tra i Governanti e i Settari; lotta poco conosciuta, ma degna di essere studiata imparzialmente in tutti i suoi più minuti particolari, al lume delle più severe ricerche. L’idea unitaria non è ancora penetrata nelle masse; i Settari cospirano all’ombra, spesso senza scopi ben definiti, ma con vivo entusiasmo, per rovesciare uno stato di cose ormai incompatibile col grado di civiltà, cui si è pervenuti; brancolano spesso come nel buio, ma già fanno come un tentativo per stendersi la mano, già cominciano a sentire che oltre la barriera del proprio municipio, della propria regione, c’è un orizzonte più luminoso e più vasto; c’è infine tutta una gran Patria da riscattare.

Nelle Due Sicilie la reazione, a dir vero, non fu cosi feroce come nel 1799; non però fu meno tenace nei suoi propositi, meno instancabile nella persecuzione dei liberali. Ormai i Borboni hanno spiegato la loro bandiera; tra essi ed i Carbonari non ci può essere più via d’accordo; sgominati dalle vittorie austriache, costoro riprendono le loro cospirazioni e le proseguono costantemente per un decennio; finché, nel 1831, un’altra più grande idea, lanciata da un libero uomo di Genova, infonderà in loro nuovo vigore, dirizzerà a più sicuro e infallibile segno le loro aspirazioni.

Nelle Due Sicilie adunque il Governo provvisorio per la cura degli affari del Regno, stabilito da Ferdinando I con lettera da Firenze in data del 15 marzo 1821, sotto la presidenza di Tommaso di Somma marchese di Circello, per sua prima disposizione richiamava in vigore la legge degli 8 agosto 1816 relativa alle associazioni segrete, imponeva il disarmo, licenziava gli ufficiali esteri che facessero parte dell’esercito, scioglieva il battaglione organizzato in Aquila, rimandava gli studenti alle loro famiglie, e finalmente, “volendo seguire le generali deliberazioni di far ritornare tutto nello stato in cui era prima del di 5 di luglio dello scorso anno (1820)”, decretava:

“Tutto ciò che da’ 5 di luglio 1820 sino a’ 23 di marzo 1821 inclusivo si è fatto o stabilito, resta annullato”. Il 9 aprile, visto che “la sanzione penale e la pena per esser utile richiede esempj pubblici” si prendevano “misure più energiche,” creando una Corte marziale con facoltà di consiglio di guerra subitaneo contro gli asportatori di armi vietate e contro “qualunque unione segreta, e specialmente contro la società dei cosi detti Carbonari L’art. 5° di questo decreto diceva: “Essendo scopo della società carbonaria lo sconvolgimento e la distruzione de’ Governi, sarà punito di morte, qual reo di alto tradimento, chiunque dopo la pubblicazione del presente Real decreto vi si ascrivesse, e chiunque degli ascritti per lo innanzi segretamente si riunisse sia nelle combriccole conosciute sotto nome di Vendite carbonarie, sia con qualunque altro nome di Società vietata”.

S’incitavano quindi i sudditi, sotto minaccia di “estraordinaria pena di prigionia da tre a dieci anni”, a denunziare tali combriccole; seguiva poi l’art. 8 cosi concepito: “Qualunque persona appartenente alle suddette combriccole, se pentita scovre alla Polizia i membri e le mire de’ complottati, godrà l’impunità. Il suo nome resterà occulto tra gli arcani della Polizia, e non registrato in veruna carta”. Un altro decreto dei 12 aprile creava quattro Giunte di scrutinio, incaricate di esaminar la condotta degli ecclesiastici, regolari o secolari, dei pensionisti, dei funzionari pubblici e degli autori di opere stampate; altre due Giunte dovevano esaminar la condotta degli individui appartenenti all’armata di terra e di mare. Tutto ciò pei sudditi di qua del Faro, al servizio della Chiesa o dello Stato, che, avendo “ingratamente” abusato della Real fiducia, meritassero ora di esser “segregati”. Il 7 maggio si confermavano” sempre più tutte le disposizioni antecedenti per le associazioni illecite, e che includono promessa o vincolo di giuramento, costituendo qualsivoglia specie di sètte, qualunque sia la sua denominazione, l’oggetto ed il numero de’ suoi componenti”; e si stabiliva che “la pena di morte fulminata indiscriminatamente contro di tutti,” sarebbesi “eseguita pe’ capi, direttori e tesorieri della sètta tendente allo sconvolgimento dello Stato, come sopra, col laccio sulle forche, o con altra specie di morte adattabile alla sua condizione, secondo il codice penale in vigore, comeché tali giudizj spediti fossero da Corti marziali Altre pene erano commi nate contro coloro, che scientemente conservassero emblemi, carte, libri o altri distintivi della sètta, o concedessero ai settari l’uso delle loro case, o non ne rivelassero alla Polizia le unioni.

Rientrato il Re in Napoli (15 maggio), le cose parvero piegare a più miti consigli. Il 30 maggio infatti si pubblicava piena amnistia per tutti coloro, che dall’8 di luglio 1820 al 24 marzo 1821 si fossero ascritti a società segrete o avessero preso parte agli avvenimenti politici, purché non fossero “nel numero de’ cospiratori o imputati di misfatti comuni”. Questa grazia non aveva però relazione con quanto si era già prescritto “circa le cariche e nostre beneficenze, delle quali potessero eglino godere per la continuazione”; restavano quindi in vigore le Giunte di scrutinio pei domini di qua del Faro, mentre si pensava anche di stabilirle per la Sicilia.(209) Fin dal 25 aprile il Re sollecitava il Luogotenente generale card. Gravina a formar dette Giunte di scrutinio; (210) il Gravina un mese dopo inviava al Sovrano una lista da lui compilata d’accordo colla Giunta provvisoria di governo.

Il Re accettava questa lista nel Consiglio del 6 giugno 1821; sicché le Giunte di scrutinio per la Sicilia rimanevano cosi composte:

Giunta di scrutinio per gli ecclesiastici: Mons. Benedetto Balsamo, arcivescovo di Morreale, presidente; Giovanni Maria Villaraut, vicario generale; mons. Lorenzo D’Antoni, vescovo di Germanopoli; Santo Paterno, parroco; Filippo del Bono, padre ministro dei Canonici regolari; Girolamo Maria Zappino, priore cassinese, segretario;

Giunta di scrutinio per i letterati: Cav. Gaspare Palermo, presidente (211); canonico Francesco Fabri; canonico abate Giovanni D’angelo; Giovanni Dajdone, parroco di Santa Margherita; Francesco India, canonico della Cappella palatina; il beneficiale Nicolò Macoli, segretario;

Giunta di scrutinio per il ramo giudiziario: March. Giuseppe Artale, presidente; march. Antonino M. Del Bono; Gaspare Leone; Bonaventura Rossi; Antonino Monastero; Giovanni Mancuso, segretario;

Giunta di scrutinio per gli impiegati dell'amministrazione in generale: Principe di Malvagna, presidente; march. Rajada; Nicola Pomar, conservatore generale; duca della Feria; barone Pastore; Giuseppe Merlo-Splendore, segretario. (212)

Alle Giunte vennero comunicate delle istruzioni segrete, che riferiremo integralmente:

“Art. 1. — Le Giunte di scrutinio nell’esaminare la condotta degli Impiegati e Pensionisti graziosi del rispettivo ramo, cominceranno dall’epoca della pubblicazione del Real Decreto degli 11 ottobre 1817 sull’Amministrazione Civile in Sicilia.

“Tutti coloro che dopo la detta epoca si sono ascritti alle Società segrete meritano di perdere qualunque benefizio e grazia come ingrati al Re.

“Art. 2. — Le Giunte scrutinatrici distingueranno i rei notorj da’ presunti.

“Notorio reo si reputi:

“1°) ogni autore o complice di proclami, giornali, o di qualsivoglia stampa irreligiosa o rivoluzionaria;

“2°) chiunque dalla detta epoca del Beai Decreto degli 11 ottobre 1817 formò o scrisse lettere criminose, ovvero altre ree carte relative ad associazioni segrete;

“3°) chi pubblicamente cercò sovvertire l’ordine pubblico, armando, stimolando e persuadendo gente cosi nella Capitale come nelle Provincie;

“4°) chi disertò dalla sua residenza con unirsi a’ tumultuosi in qualunque movimento di tumulto nel mese di luglio ed in altri successivi ed abbia avuto parte agli attentati del ribelle Rosaroll.

“Art. 3. — Presunti rei si reputano:

“1°) quei che fecero parte delle cosi dette Vendite Carbonarie, ancorché non fossero intervenuti nell’unione;

“2°) i complottati o contro il Governo Monarchico, o contro la Real Famiglia, o contro l’autorità del Re N. S.;

“3°) i Lettori e Maestri, che smaltirono erronee massime;

“4°) i Superiori e Direttori di Collegj o di qualunque altro luogo d’educazione, i quali, conoscendo le massime false de’ Maestri e de’ Prefetti, abbiano continuato a tollerarli.

“Art. 4. — Per assicurarsi della verità possono le Giunte chiedere dilucidazioni non solamente dai Magistrati di Polizia, ma bensì dagli stessi complici Carbonari, e qualora siano moralmente convinte che un tale impiegato o pensionista ebbe parte nella Carboneria devono parteciparlo al Governo insieme col loro parere.

“Art. 5. Se scrutinando acquistano cognizione di delitti di alto tradimento, o d’oggetti che interessano la pubblica sicurezza, le Giunte rimetteranno il tutto al Luogotenente generale per l’uso conveniente.

“Art. 6. — Scrutineranno particolarmente ed in preferenza d’ogni altra cura la condotta di chi presiede o di chi insegna nei Collegi pagani (213), ne’ luoghi a pensione, e nelle scuole pubbliche o private.

“Art. 7. — Trovandosi infezione particolare o generale dovranno subito informare il Luogotenente generale, sollecitando gli ordini di far chiudere il Collegio infettato o di fare allontanare le persone infette.

“Art. 8. — Ad eseguire si fatto scrutinio le Giunte potranno risalire alla sorgente, osservando la vita anteatta degli scrutinati, e potranno riservatamente chiamare qualunque persona per loro schiarimento. Qualora la persona chiamata non ubbidisse, ne passeranno l’avviso al Luogotenente generale. Del pari bisognando documenti o testimonianze di persone lontane, ne faranno domanda al Luogotenente generale, il quale avrà cura di provvederle delle dilucidazioni corrispondenti.

“Art. 9. — Si rimetteranno alle Giunte riservatamente tutte le carte stampate, ch’esistono nella R. Segreteria presso il Luogotenente generale riguardanti le persone e le cose da scrutinarsi, precedente un’annotazione delle carte medesime. Si passerà quindi insinuazione al Direttore generale di Polizia che, avendo carte, stampe o qualunque documento in dilucidazione dello scrutinio in questione, senza menomo indugio le passi.

“Art. 10. — Le Giunte, avendo cognizione di libri esteri perniciosi, esporranno la necessità ed il modo di sorprenderli.

“Art. 11. — Incontrando nelle loro ricerche persone di merito per lettere ed attaccamento a S. M., ne passeranno rapporto al Luogotenente generale per implorare dalla R. Clemenza aiuto e protezione alle medesime.

“Questo rapporto sarà fatto dopo esser compiuto lo scrutinio.

“Art. 12. — Secondo il bisogno ed in vista dei rapporti delle Giunte scrutinatrici saranno aggiunti altri articoli alle presenti Istruzioni.

“In tal caso il Luogotenente generale provocherà le sovrane determinazioni.

“Intanto questo importante incarico è abbandonato alla nota probità e dottrina de’ degnissimi Componenti le Giunte di scrutinio”.(214)

Le Giunte durarono in vigore oltre un anno, finché furono soppresse col regio decreto dei 7 ottobre 1822, art. 6. (215)

Ne riassumeremo brevemente l’operato.

Ogni Giunta sottoponeva agli scrutinandi un modulo a stampa, che conteneva le seguenti domande, alle quali sullo stesso foglio si doveva dar risposta per iscritto:

“1°) in qual epoca sia stato impiegato, o se abbia ottenuto pensione;

“2(a)) se sia ascritto alla Carboneria o a qualunque altra sètta;

“3°) per quale oggetto l’abbia egli fatto;

“4°) in qual epoca vi si sia scritto;

“5°) a qual Vendita sia egli appartenuto;

“6°) se sia mai intervenuto;

“7°) se abbia stabilito Vendite Carbonarie, o unioni d’altre sètte, o abbia procurato di stabilirne;

“8°) qual sia stata la di lui condotta tenuta dal di 14 luglio 1820 sino a tutto marzo del corrente anno 1821;

“9°) se sia stato autore o complice di proclami, giornali, libelli ed altre opere; specialmente di qualunque stampa irreligiosa o rivoluzionaria, che attacchi la Religione, il Governo e la sacra persona del Re N. S.

“10°) se si sia volontariamente offerto di prender le armi contro il legittimo potere, o se abbia consigliato altri a seguirlo;

“11°) se abbia avuto parte a’ disordini commessi da’ tumultuosi, o agli attentati del ribelle Rosaroll (216)

Non sembra però che le Giunte spiegassero tutto lo zelo, che loro si richiedeva dal Governo. Il 10 settembre 1821 infatti il Direttore delle reali Segreterie per gli affari di Sicilia, Antonio Mastropaolo, scriveva da Napoli al Luogotenente generale:

“S. M. ha manifestato il suo rincrescimento per non essersi ancora eseguito in Sicilia lo scrutinio, nonostante che le Giunte scrutinatrici siano state elette fin dal di 9 di giugno di questo anno, e che fin dal di 28 di luglio siensi date le istruzioni opportune”. Proseguiva quindi dicendo: se i componenti le Giunte “non daranno argomenti di zelo e di attività nella esecuzione de’ corrispondenti lavori, la M. S. spedirà altri soggetti per assumerne la incumbenza, e passerà quindi alla alla destituzione (217)

Le Giunte adunque incominciavano i loro lavori, che però non incontravano il sovrano piacimento. Il 27 febbraio 1822 cosi lo stesso Mastropaolo ne scriveva riservatamente al Luogotenente generale:

“La M. S., cui ho rassegnato quei lavori delle Giunte scrutinatrici de’ letterati, del ramo dell’amministrazione in generale, e degli ecclesiastici, che V. E. in differenti epoche mi ha fatto tenere, ha mostrato il suo Sovrano rincrescimento, per avere osservato che le indicate Giunte non hanno praticato quelle indagini e ricerche, che giusta le avute istruzioni, avrebbero dovuto porre in opera per iscandagliare la condotta degli impiegati, e non hanno usato quella esattezza ed attività, che sarebbe stata necessaria per disimpegnare la grave incumbenza loro affidata, dal buon successo della quale dovrà derivare la buona amministrazione di ogni ramo di pubblico servizio, che non altrimenti potrà ottenersi, se non che coll’escludere dalle cariche i funzionarj ed impiegati demoralizzati, che ne sono indegni.

“In riguardo alla Giunta scrutinatrice de’ letterati ha osservato la M. S. che la stessa, avendo mandato i resultati dello scrutinio de’ professori di cotesta Università ed altri impiegati dipendenti dalla stessa, nella deficienza di pruove e documenti, si è attenuta alle risposte negative date da essi ne’ loro interrogatorj, ed ha soggiunto che in appresso darà il suo giudizio sulle carte trasmesse dalla Real Segreteria e su fogli della Fenice inviatile dal Direttore generale di Polizia. Frattanto tra i sopraddetti soggetti scrutinati ve ne sono de(s) notorj settarj, e taluno fra questi per motivo di sètta fu nel tempo de’ passati disordini spedito in Napoli con altri individui, che furono arrestati; questi fatti notorj non sa comprendere la M. S. come siano sfuggiti alla cognizione della Giunta.

“In riguardo alla Giunta scrutinatrice del ramo di amministrazione in generale tra le altre cose ha osservato la M. S. che tra i centoventidue individui dalla stessa scrutinati ve ne sono cinque i quali si confessarono Carbonari. Dalle confessioni di costoro si rilevò l’esistenza di molte vendite, e tra queste si seppe di essercene state tre in Trapani, delle quali si detesse qualcuno de’ componenti. La Giunta avrebbe dovuto ricavare dai sopraddetti individui confessi, e specialmente da quei due che furono Gran Maestri, se mai vi sieno stati altri impiegati, che fussero appartenuti alle dette Vendite carboniche. Frattanto la sopraddetta Giunta non si diede punto la premura di fare l’enunciate essenziali e necessarie interrogazioni.

“In riguardo poi alla Giunta di scrutinio degli ecclesiastici ha rilevato S. M. che la stessa non si è data alcuna premura di adempiere i doveri dalla M. 8. impostile. Tra le altre osservazioni ha considerato S. M. che tra quelli individui, per i quali la detta Giunta emise un giudizio favorevole, vi furono i sacerdoti don Giuseppe La Villa e don Vincenzo Ingrassia, i quali sono stati condannati a morte dalla Corte Marziale, come Carbonari dopo il Reale Decreto degli 11 settembre 1821, ed il secondo di essi anche come cospiratore. (218)

“Un altro individuo scrutinato palesò nel suo interrogatorio di aver continuato ad intervenire nella Vendita carbonica sino a marzo per corrispondere a’ voleri di un Parroco, affinché avesse conosciuto i Carbonari; ma intanto non si scorge che la cennata Giunta lo avesse interrogato su i nomi de’ Carbonari impiegati.

“La M. S. quindi mi ha prescritto di trasmettere all’E. V. le carte riguardanti i lavori delle cennate Giunte scrutinatrici, affinché Ella, respingendole alle stesse, manifesti loro il suo Sovrano rincrescimento per l’inesattezza usata nel soddisfare la gelosa affidatale incombenza, e le ammonisca seriamente nel suo regal nome, onde pratichino, a seconda delle istruzioni, tutte le indagini e ricerche per iscandagliare esattamente la condotta de’ dignitari funzionarj ed impiegati del loro rispettivo ramo, usando tutta l’attività per portare a compimento con maturità i loro lavori, per indi emettere i loro giudizj ben solidi e fondatile farà conoscere alle Giunte medesime, che la M. S. come terrà in benigna considerazione la condotta zelante, imparziale ed attiva de’ membri delle stesse, i quali sapran corrispondere alla Sovrana fiducia, nella stessa guisa adotterà misure di rigore contro gli altri, che terranno una condotta contraria e non corrispondente a’ loro doveri.

“La M. S. intanto è venuta ad autorizzare l’E. V. a rimuovere quei componenti delle cennate Giunte, i quali non soddisferanno con zelo, efficacia ed imparzialità le loro incombenze, con rimpiazzarli provvisoriamente, dandone conto per le ulteriori Sovrane risoluzioni (219)

A queste esplicite accuse la Giunta di scrutinio per gli impiegati dell’Amministrazione in generale il 24 marzo 1822 scriveva al Luogotenente generale, dicendo che l’animo suo era “tranquillo di aver adoprato negli scrutinj quella maggior possibile esattezza, che il comando di S. M., la gravità della materia e la propria coscienza esigevamo”, non avendo tralasciato indagine alcuna. “Quanto all’attività” di essa — soggiungeva — si faccia “attenzione al vasto ed immenso numero degli impiegati dell’Amministrazione in generale sparso per l’intera Sicilia, ed al difficile sentiero, che bisogna battere per via di epistolare corrispondenza”, prima che si possa emettere “quel giudizio, che S. M. con la sua incomparabile giustizia vuol che sia solido e fondatoSi scagiona quindi dalle accuse particolari, soggiungendo che non si può presentar “per Carbonaro un individuo qualunque nella sola e nuda asserzione di un altro interrogato”.(220)

Il 13 agosto 1822 la stessa Giunta, rendendo conto al Luogotenente generale del proprio operato di quasi un anno, accennava alla “materia delicatissima per sua natura e vasta per molteplicità degli individui, cui riguarda”, il che aveva “richiesto le più serie occupazioni”. Fino allora gli interrogatori con le risposte ascendevano a 10 460, numero di gran lunga maggiore di quello degli individui sottoposti alle altre Giunte. Il lavoro sarebbe stato già terminato, se la Giunta avesse avuto alcuna traccia onde scoprire coloro, che nelle passate vicende per una ragione o per l’altra si erano ascritti alla Carboneria. “Ma sfornita di carte, di stampe, di notizie autentiche, le quali sarebbero le sole, cui si potrebbe prestar fede, senza alcun indizio, senza lumi, essa dee pur confessare di essersi trovata nella difficile posizione di chi batte un sentiero ignoto e scabroso in mezzo alle tenebre”. Tuttavia essa aveva spiegato ogni attività, “evitando sempre in affari cosi gelosi e circospetti la precipitanza o il soverchio ardore di terminar prestamente la commissione”. Secondo le disposizioni ministeriali, essa volta per volta si era diretta alla Polizia, la quale, “sprovveduta però al par che la Giunta di sicuri indizj, ha dovuto anch’essa deferire alle informazioni altrui”. Le informazioni quindi della Polizia non erano state” abbastanza solide e da potervisi riposare. In effetto per una gran porzione d’individui si è limitata a manifestare di non aver né carte, né stampe a loro carico per alcuni altri ha risposto: “si dice di essere stato Carbonaro — si dice di non essere appartenuto alla Carboneria — s’ignora”, e per alcuni finalmente: “corre voce di aver fatto parte di società Carbonica”, sebbene posteriormente abbia dichiarato di non doversi badare a questa voce vaga annunziatale da’ suoi Commissaij, dei quali ha conosciuto in questa occasione la scioperatezza”. Sulle informazioni quindi della Polizia la Giunta non aveva potuto” formare alcun giudizio”. Aveva dovuto dunque attingere ad altre fonti. “A questo fine ed Autorità ecclesiastiche, ed Autorità giudiziarie, egualmente che amministrative, e private persone per la loro probità distinte sono state invitate dalla Giunta ad informare con riserbatezza ed imparzialità su d’ogni individuo soggetto allo scrutinio”. Il lavoro era stato enorme, accadendo bene spesso che le informazioni private fossero in contraddizione tra di loro, rendendo difficile “depurare la verità”. La Giunta aveva fatto venire innanzi a sé molti impiegati, oppure ne aveva dato incarico alle autorità locali. Raccolte tutte le notizie per ogni individuo, “comincia a ponderarle con quella maturità e riflessione, che si conviene, e dopo averle bilanciate nel foro interno della propria coscienza, si risolse ad ammettere il suo giudizio”.” Mancandole però la certezza, per non aver né carte, né stampe, né notizie officiali, essa non può fare a meno di fondarlo sopra i maggiori o minori gradi di probabilità, ch’è quanto dire di emetterlo secondo che favorevole o contrario vede il risultato delle informazioni pervenutele, alle quali debbe imprescindibilmente appoggiarsi; non trovando altra via fuorché questa. Ciò soltanto non ha luogo, ove si tratta di Carbonari confessi, ma questi son troppo pochi “La Giunta altro non cerca che la serenità della sua coscienza ed il retto adempimento dei Sovrani voleri”. Lunghe sono state le sue fatiche; ma ancora molteplice è il numero degli scrutinandi. (221)

Fra i “troppo pochi” Carbonari confessi sono da annoverarsi il barone Giuseppe Guzzardi, maestro credenziere, e Salvatore Zingali, credenziere revisore della Dogana di Augusta, i quali avevano dichiarato di essersi ascritti alla Carboneria il primo in novembre ed il secondo in ottobre 1820 nella Vendita dei Guelfi Megaresi. Questa Vendita era composta parte d’impiegati e parte d’ecclesiastici; ma i militari vi occupavano i primi posti. Erano essi l’aiutante Bellezza, gran maestro, il tenente d’artiglieria Fasari, primo assistente, ed il sergente Jacobellis, secondo assistente. (222)

Altri Carbonari confessi furono Domenico Cicala, ufficiale della Prosegrezia di Fiumedinisi, ascritto alla vendita H trionfo della Religione, stabilita in ottobre 1820 nel Comune di Roccalumera, Antonino Cambria, ufficiale contabile nella Prosegrezia di Spatafora San Martino, ascritto agli Spartani del proprio Comune nel novembre 1820, e Francesco Grillo, prosegreto di Rocca, che nel febbraio 1821 aveva fatto parte della Vendita di Venetico.(223)

Il prosegreto di Partinico, Francesco Polizzi, veniva dipinto dalla Polizia come Carbonaro bianco, “sotto la quale espressione s’intende un individuo, che siasi ascritto alla Carboneria non per intimo sentimento, ma per effetto delle circostanze imperiose di quei vertiginosi tempi”; però la Giunta non aveva buoni elementi per decidere; tuttavia, tenuto conto della sua buona condotta, faceva voti che fosse conservato nell’impiego. (224)

Si dichiararono ancora Carbonari: Antonino Paternò Castello, deputato sanitario di Taormina; Francesco Paolo Lombardo, cancelliere di quella Deputazione di Sanità’ e Vincenzo Tommaso Schiattaregia, cancelliere archivario del Comune di Valdina. Costoro avevano fatto parte della Carboneria durante la rivoluzione del 1820; ma si erano dimostrati sempre di buona condotta. La Giunta inviava al Governo “i loro interrogatori colle risposte per le risoluzioni, che il Governo colla sua saviezza stimerà di prendere”; ma il duca di Gualtieri, ministro per gli affari di Sicilia, rispondeva: “si fatto giudizio della cennata Giunta scrutinatrice non è decisivo, preciso e non equivoco, come la M. S. col suo sovrano rescritto del 19 del decorso settembre [1821] prescrisse di doversi dare dalle Giunte di scrutinio”. Invitava quindi la Giunta a emettere “per questi individui il suo giudizio”, che sarebbe stato sottoposto al Re. E la Giunta di rimando: essa credeva di aver adempito esattamente ai suoi doveri nel dichiarare Carbonari i suddetti individui; ma giacché si vuole il suo giudizio, eccolo: “i divisati tre individui appartennero con effetto alla Carboneria; ma ciò non pertanto non crede (la Giunta) che non potessero meritare la sovrana clemenza, attese le buone informazioni pervenute sulla loro vita anteatta e durante le passate oscillazioni”. Il Luogotenente generale appoggiava col suo consenso questo parere della Giunta; ma il Re disponeva che i suddetti tre individui fossero sospesi dalle rispettive cariche.(225)

Se difficoltà non poche per il numero grande degli scrutinandi dovette affrontare la Giunta per gli impiegati, difficoltà di poco minori ebbe a superare la Giunta per gli ecclesiastici. La Sicilia era allora popolata da un numero enorme di confraternite religiose d’ogni ordine e d’ogni colore, regolari e irregolari, e comprendeva quindici diocesi: Palermo, Monreale, Cefalù, Lipari, Mazzara, Caltagirone, Girgenti, Piazza, Siracusa, Catania, Nicosia, Messina, Santalucia, Patti; la quindicesima diocesi era costituita dai monaci dell’Ordine basiliano, dipendenti dall’Archimandrita di Messina. La Giunta, come le altre, risiedeva in Palermo, e dello scrutinio delle varie diocesi incaricava i singoli vescovi, che si sceglievano le loro persone di fiducia sempre nello stesso clero, e ne controllava poi le informazioni. A questo fine si rivolgeva alla Polizia e a tutte le persone, che stimava degne di fede, e teneva anche conto della voce pubblica, benché questa non possa “esser pruova di Carboneria contro l'infamato, mentre privato odio sovente può esser causa d’una falsa, sebbene pubblica voce”. (226)

Cosi, per esempio, alcuni di Milici, casale di Castroreale, accusavano quel parroco Filippo Neri Triolo di essersi immischiato “nel furor delle sètte” e ne chiedevano la destituzione, mentre la Giunta veniva a riconoscere in ciò una pura calunnia, (227) come riteneva “il più idoneo soggetto” del clero di Mazzara il parroco Antonio Anselmo, contro le formali accuse di quel sindaco e del primo eletto. (228)

Il lavoro fu enorme; gli interrogatori ammontarono a ottomila e furono compresi in ventidue volumi.( (229))

Dei rapporti, che la Giunta faceva ogni quindici giorni al Luogotenente generale, non pochi andarono dispersi o a noi non fu dato di rinvenirli, disseminati come sono fra le carte della Polizia; quindi riusciranno naturalmente incomplete alcune delle notizie, che riferiremo. Tuttavia abbiamo avuto sutt’occhio tanto materiale da poter formulare un sicuro giudizio sui lavori della Giunta in generale e sullo scrutinio di ogni singola diocesi in particolare.

Raccolti i vari interrogatori di una diocesi, dopo averli controllati con tutti i mezzi di cui poteva disporre, la Giunta li raggruppava in un quadro finale riassuntivo, includendovi soltanto i nomi di coloro, che si confessavano o erano ritenuti Carbonari.

Della diocesi di Palermo non abbiamo questo quadro, ma rapporti isolati, nei quali non figura che qualche nome appena; quello, per es., di Cataldo Castelli, oriundo di Caltanisetta, prefetto nel R. Collegio Calasanzio, del quale la Giunta proponeva la destituzione. (230)

Nel monastero di Santa Maria di Tutte le Grazie in Mezzoiuso s’era scelta un’officina sotterranea per Vendita carbonica, in cui erano intervenute continuamente “persone di tutti i ceti” sotto la presidenza del sac. Nicolò Di Mario, che funzionava da Gran Maestro (231) La città di Palermo era quindi rimasta immune — secondo la Giunta — dall’infezione carbonica.

Della stessa immunità aveva goduto anche Monreale; di quegli ecclesiastici nessuno infatti era appartenuto alla Carboneria, “eccetto pochissimi in tutta quella diocesi, tra i quali due solamente impiegati: Ignazio Azzolini, ciantro della Collegiata del SS. Crocifisso, e Settimo Monsolino da Corleone, canonico”.( (232))( )

Degli ecclesiastici non impiegati solamente undici erano stati Carbonari. (233)I primi due furono destituiti; gli altri — come vedremo — amnistiati. Non poteva quindi “abbastanza lodarsi lo zelo e l’attività di quell’arcivescovo (ch’era poi il presidente della Giunta) nell’aver impiegato tutti i mezzi per non far germogliare in quella diocesi la Carboneria, che appena conobbe essersi furtivamente introdotta, non risparmiò a fatiche, a spese, a vigili cure per impedirne i progressi. Fu egli esposto ai più orribili perigli di perder anche la vita per difesa della Religione, del Trono e della pubblica tranquillità; e ben noto a tutti è quanto egli soffri nell’universale vertigine di quei tempi”. (234)

Per la diocesi di Cefalù i sospetti della Giunta caddero esclusivamente su otto sacerdoti: Sebastiano Catalano e Giovanni Salemi da Montemaggiore, Filippo Salemi e Giuseppe Rao da Cerda, Vincenzo Dolce da Tosa, Francesco Agnello e Salvatore Conti da Mistretta, Giuseppe Termini da Roccella. Si mostrarono essi tutti ben pentiti del loro fallo; ma furono egualmente deposti dalle cariche.(235)

Della diocesi di Lipari vennero designati come Carbonari tre soli ecclesiastici,” non tutti naturali, né tutti residenti in Lipari”: Gaetano Lazzaro da Lipari, Francesco Piscionieri da Napoli, Emanuele Caserta da Lipari, residente in Messina.(236) In Mazzara

invece la Carboneria aveva fatto larga breccia nel clero. La Giunta comunicava quattro notamenti, che comprendevano in tutto quarantatre persone. Nel primo erano designati coloro, che si dovevano destituire, secondo l’art. 1° delle Istruzioni e l’art. 4° del R. Decreto del 30 maggio 1821; nel secondo coloro, pei quali si erano già prese le opportune provvidenze; nel terzo coloro, che avevano goduto dell’amnistia, accordata dal decreto suddetto; nel quarto infine coloro, dei quali alla Giunta non constava chiaramente il reato. Di questi ultimi si erano però avute “le notizie più favorevoli della loro ottima condotta politica e morale”.(237)

Della diocesi di Caltagirone la Giunta rimetteva al Luogotenente generale due notamenti; nel primo, che manca, si registravano i nomi degli ecclesiastici impiegati, che meritavano di essere destituiti; nel secondo si additavano gli ecclesiastici, che erano impiegati all’epoca dello scrutinio, ma che, già destituiti nel tempo, in cui la Giunta redigeva il suo rapporto, meritavano di godere dell’amnistia accordata col decreto dei 30 maggio 1821. Erano costoro: Pietro Failla, Giuseppe Vaccaro, Giovanni Valerio, cappellano della Chiesa madre, e Gaetano Monteforte, vice-curato di Santo Cono.(238)

Ci manca lo scrutinio della diocesi di Girgenti, ma pare che anche ivi la Carboneria sia, benché forse scarsamente, penetrata. In un notamento di ecclesiastici impiegati, destituiti dalle rispettive cariche, sono compresi infatti tre soli ecclesiastici di quella diocesi. (239)

In Piazza invece ben sessantatre ecclesiastici si ascrissero alla sètta, oltre otto sui quali cadevano semplicemente dei sospetti. Tra essi venivano dalla Giunta additati particolarmente al Governo il padre Cascino dei Minori riformati da Piazza, “principal carbonaro,” Elia Mingrino, “maestro censore dei Carbonari, partigiano spiegato della sètta Mariano Varelli, “Maestro ed uno dei principali Officiali della Camera”, Luigi Termine, “carbonaro fautore della Società carbonica Giovanni Rignemi, “maestro carbonaro, promotore della Società e partigiano apertamente della Carboneria tutti da Castrogiovanni, Luigi Bonferraro, “carbonaro e di false dottrine, amante dei libri proibiti e imbevuto delle massime di essi” e Calcedonio Messina, anche in “carbonaro imbevuto di false dottrine” entrambi da Barrafranca. (240)

Per la diocesi di Siracusa le cose erano andate peggio. Alla Giunta pervenivano ogni giorno denunzie a carico di quegli ecclesiastici, “e si annunziava l'infezione carbonica quivi sparsa in guisa che non aveva lasciato alcuno esente dal contagio”; lo stesso Vescovo aveva dovuto riconoscere che le denunzie rispondevano alla pura verità. La Giunta quindi, non sapendo quali scrutinatori locali scegliere, supplicava il Governo a voler mandare in quei luoghi un ecclesiastico di fiducia, mentre richiedeva informazioni dalla Polizia. La Polizia però non mandò nulla, e il Governo rispose evasivamente: regolatevi secondo le Istruzioni. Ed allora la Giunta, valendosi della facoltà, che l’autorizzava ad adibire per lo scrutinio dei Comuni lontani persone di sua fiducia, si rivolgeva al parroco Tommaso Landolina da Noto ed al ciantro Bartolomeo Trigona, i quali infatti insieme col Vescovo di Siracusa eseguirono lo scrutinio di quella diocesi. La scelta però non poteva essere peggiore; e contro quei due ecco piovere denunzie fin denunzie. Lo stesso Commissario del Re pel Val di Noto, cav. Paolo Scandurra, avvertiva la Giunta che specialmente il Landolina era un soggetto assai pericoloso. Il Lindolina infatti, già monaco benedettino, era stato deputato ai Parlamenti siciliani del 1813 e del ‘14, nei quali s’era schierato fra i più ardenti contro S. M. Pubblicata la Costituzione spagnuola, era stato il primo a giurarla. Fuggito poi da Noto in seguito al tumulto del 13 agosto 1820, era stato ricevuto carbonaro in Messina dal prof. Francesco Cerpes, ed aveva avuto incarico di aprir Vendite in Noto. (241)

Il Trigona ed il Landolina mandarono le dimissioni dall’ufficio di scrutinatori locali, né sappiamo chi li abbia rimpiazzato, poiché non ci fu dato di rintracciare lo scrutinio finale di quella diocesi. Da rapporti isolati possiamo spigolare soltanto alcuni nomi. Per il canonico Ignazio Astuto da Noto e per il sac. Giuseppe Orlando, segretario del Vescovo di Siracusa, la Giunta proponeva la sospensione, e faceva voti che l’Orlando fosse allontanato da quella diocesi.(242) Vennero entrambi destituiti dalle loro cariche, e l’Orlando, allontanato da quella diocesi, fu posto sotto la sorveglianza della Polizia.(243) Troviamo ancora additati al Governo i canonici Giuseppe Leva, Emanuele Scarso, Francesco Migliorisi e Vincenzo Giurdanella da Modica, il prevosto Carmelo Spadaro, “massone”, il ciantro Salvadore Spadaro, “carbonaro e massone” e il canonico Giorgio Monisteri, “fiero, Carbonaro e massone”, da Scicli. Contro tutti costoro la Giunta invocava l’applicazione dell’art. 1° delle Istruzioni e dell’art. 4° del Decreto del 30 maggio 1821.(244)

Sulla diocesi di Catania larga mèsse di notizie perveniva alla Giunta e alla Polizia. Il Segretario generale dell’Intendenza della Valle di Catania, barone Maiorana, in un suo rapporto riserbatissimo dell’ottobre 1821 al Direttore generale di Polizia marchese delle Favare sullo spirito pubblico di quella città affermava che la Carboneria era ivi tutt’altro che estinta, specialmente fra gli ecclesiastici. Nel convento degli Agostiniani — scriveva il Maiorana — sono cinque monaci dei più famigerati e notori Carbonari; nel convento di Santa Caterina dei Domenicani quasi tutti i monaci erano “ferocemente e pubblicamente Carbonari. Questo convento serviva di purga e di carcere per gli imputati Calderari”. “In ultima analisi i Carbonari sono tuttora potenti, mutuamente si prestano, al bisogno, ad ogni maneggio per sostenersi nei loro misfatti ed in qualunque loro criminoso procedimento”.(245)

Anche alla Giunta erano pervenute “le più veraci notizie e non equivoci informi dagli scrutinatori di quella diocesi”.

“Tutto il male principale provenne in Catania da alcuni monaci e da pochi sconsigliati ecclesiastici, che deturparono il clero e il monachiamo. L’entusiasmo dei primi fu il calabrese fra Cuccuvaja, che comparve in Catania coll’abito dei Minori conventuali di San Francesco, ed a lui si uni subito il monaco del terz’Ordine padre Garigliano da Pietraperzia, allora guardiano del convento di San Nicola di Catania,” che vendette i catechismi carbonici. Segui l’esempio il padre domenicano Giuseppe Cannavò, priore del convento di Santa Caterina, che girò pubblicamente i monasteri per raccoglier delle somme e mandarle al Parlamento nazionale di Napoli per sostener la guerra contro gli Austriaci. Per questi due ultimi la Giunta opinava si dovessero allontanar subito da Catania e privare di” voce attiva e passiva nel loro rispettivo religioso Ordine”, il che vuol dire che non potevano essere né elettori né eleggibili per le cariche. Nello scrutinio finale, che possediamo, venivano compresi centoventiquattro ecclesiastici, dei quali centoventi da destituirsi e gli altri da amnistiarsi. Erano stati scrutinatori locali quel Vicario Capitolare, il padre Riccioli, il ciantro della cattedrale Giuseppe Amorelli, il padre maestro Cembalo domenicano, il padre Gaetano Maria Trigona chierico minore, il canonico Corsaro e il sac. Pietro Recupero. La Giunta segnalava particolarmente al Governo, oltre il Cuccuvaja, il Garigliano e il Cannavò, dei quali s’è fatta parola, il sac. Santo Rapisarda, “che non aveva avuto difficoltà di portar pubblicamente per le strade in una gran processione di Carbonari la bandiera tricolore”; (246) Domenico Privitera, il canonico della Cattedrale di Catania, che aveva abusato “della divina parola per ispacciare dal pulpito le più indegne proposizioni” il canonico Francesco Strano della Collegiata di Catania, deputato al Parlamento di Napoli; (247) Salvatore Zappulla, cappellano curato di Santa Venera in Acireale, “tesoriere della Vendita carbonica di Acicastello Pietro Maugeri, canonico della Collegiata di Acicatena, che aveva predicato dal pulpito” a favore della sètta Niccolò Spoto, canonico della Collegiata di Aci Santa Lucia, “maestro della Carboneria Michelangelo Nicosia, canonico della Collegiata di Santa Maria dell’Alto in Paternò, “presidente della vendita della Fenice Gaetano Marino e Vito Burgio, il primo prevosto ed il secondo canonico della Collegiata in Centorbi, che avevano avuto “parte principale nella Carboneria”.(248)

Per la diocesi di Nicosia abbiamo lo scrutinio completo, in cui figurano centosette nomi. Hanno particolare menzione il canonico secondario della Cattedrale Sabatino Consiglio, “carbonaro promotore della sètta”; Ignazio Damiani, canonico della Collegiata in Santa Maria, “carbonaro acerrimo in sètta, ma che spargeva gli errori contro il domma della S. R. C.” e Santo Bonelli, “carbonaro e maestro dei novizi, ai quali spiegava il catechismo carbonico”.(249)

Della diocesi di Messina conosciamo, pur troppo, i nomi soltanto degli scrutinatoli locali, ma ci manca scrutinio finale, che sarebbe stato tanto importante. Furono dunque scrutinatori locali quel Vicario capitolare, mons. Gaetano Grano, mons. Francesco Villadicani, i parroci Matteo Marra, Salvatore Marino e padre G. B. Francone crocifero.(250)

Ma che la Carboneria vi sia largamente penetrata, nessun dubbio. A proposito della sommossa provocata dal Rosaroll, abbiamo avuto accasione di accennare a preti e frati, ch’ebbero parte in qualche pubblica dimostrazione carbonica. Ci basti richiamare qui il nome del sac. Giuseppe Brigandi, una delle quattro vittime del 2 marzo 1822. Qualche notizia tuttavia ci è riuscito di potere spigolare. Il 27 maggio 1822 l’Intendente di Messina duca di Sammartino scriveva al Luogotenente generale: “a proposta di questo degnissimo monsignor Grano (uno degli scrutinatori locali), ho proposto la soppressione del Conventino di Sant’Anna in questa città. Desso fu la fucina della Carboneria, assai prima delle oscillazioni politiche, e duranti le stesse”. Era stato superiore di tal conventino quel padre Vincenzo Conti, già mortoquando il Sammartino redigeva il suo rapporto, che, come s’è visto, aveva girato l’isola per far proseliti alla causa Carbonara, e, costretto poi a rifuggiarsi in Francia, era ritornato in Messina al tempo della rivoluzione del 1820. “Tutti i componenti la famiglia di questo Con ventino furono infetti di Carboneria. Per darsi dunque un pubblico esempio meriterebbe lo stesso di esser soppresso”. E in un altro rapporto del 4 luglio 1822 lo stesso Intendente soggiungeva: “il numero dei religiosi attualmente esistenti nel Conventino è di sette individui in tutto, tre dei quali sacerdoti e quattro laici”. Erano sacerdoti il priore Toscano da Pietraperzia, il padre Gaetano Amoroso da Palermo ed il padre Giovanni Catalano da Messina. Erano laici frate Francesco Lo Duca e fra Carmelo La Posa da Messina, quest’ultimo propriamente del casale di Santo Stefano, fra Vincenzo Mantarro da Savoca e fra Giovanni Sparacino da Fiumedinisi. Questi due ultimi s’erano distìnti, come s’è già detto,” nella Carboneria, giungendo a marciare coi coltelli in mano ad una pubblica comparsa carbonica nell’epoca di Rosaroll”. Il Con ventino non fu soppresso, ma i sette religiosi furono trasferiti da Messina e destinati ad altri conventi dell’Isola.(251)

Secondo poi un rapporto del giudice di Randazzo (agosto 1822), il canonico Giuseppe La Piana era stato uno dei principali introduttori della Carboneria in quel Comune. Era stato egli infatti Gran Maestro della Vendita I figli di Astrea,” ove fu compilato il processo carbonico a carico di alcuni onesti cittadini realisti”, e quindi oratore in altra Vendita sotto il titolo dei Seguaci di Manlio. (252)

Anche i Basiliani, dipendenti dall’Archimandrita, che risiedeva in Messina nel monastero del San Salvatore, ebbero larga parte nella Carboneria. Neanche per essi abbiamo lo scrutìnio finale, né rapporti parziali della Giunta. Delle notizie ci fornisce però il generale Clary, Commissario del Re nel Val Demone, il quale, avendo avuto incarico di riferire, a proposito di certe promozioni da farsi, sui soggetti dell’Ordine di San Basilio Magno, specialmente se fossero appartenuti a società segrete, rispondeva comunicando un elenco di coloro,” che più di tutti si ingolfarono, e scandalosamente, nelle Società”. Tra costoro figurano l’abate Ferdinando Morgante, “oratore al Codone in Itala”, il cellerario Giosafat Consoli, “carbonaro riscaldato”, il padre Giuseppe Papardo, “Gran Maestro dei Veri Liberi in Messina”, e padre Luigi Crisafi,” dignitario e fondatore di Vendite”, tutti del monastero d’itala. Il Papardo e il Crisafi, come i lettori ricorderanno, avevano avuto” l’audacia, all’arrivo dell’ab. Menicbini, di fargli la guardia in sentinella al portone, armati con fucile e vestiti dell’abito di San Basilio”. Il Papardo s’era poi dato alla fuga; il Crisafi trovavasi in Troina; ma il generale Clary credeva opportuno di “allontanarlo dall’Isola”. Nel monastero delle Masse s’erano distinti l’ab. Gregorio Mirabelli, “dignitario nella vendita La figlia dei Liberatori della Patria” per il che era stato sospeso dalla Giunta di scrutinio, e il padre Giuseppe Lanza, “Gran Maestro della stessa vendita alle Masse”, che trovavasi carcerato in Palermo. Il padre Francesco Calvi del monastero di San Filippo si era inscritto “nella Vendita di Messina” ed era stato “riscaldato”; anche il padre Vincenzo Sarziani del monastero di Barcellona s’era mostrato “dignitario riscaldato e scandaloso”; sicché il Clary era d’avviso che si dovesse allontanare da quel luogo e porsi sotto disciplina monastica. In Troina, nel monastero di San Silvestro, quasi tutti erano stati Carbonari. Il Clary citava i nomi del cellerario Gioacchino Trassari, del lettore Ignazio Basile, del padre Giovanni Monastra, dei diaconi Salvatore Dente, Basilio Melita” dignitario” e Andrea Mancuso e del suddiacono Ferdinando Basile. Costoro “dovrebbero tutti traslocarsi e dissiparsi in monasteri di strettissima osservanza, se ve ne sono”. Finalmente nel monastero di Randazzo il cellerario Basilio Joppolo era stato anche “carbonaro alla Vendita di detto Comune”.(253)

Nella diocesi di Santalucia” il solo canonico Antonino Trifirò si trovò carbonaro”. Costui in gennaio 1821” fu obbligato anche con la forza e colle minacce di morte ad ascriversi nella Vendita di San Filippo, casale di Santalucia”. La Giunta lo giustifica dicendo non esistere in questo caso reato di sorta.(254)( )Della diocesi di Patti infine venivano designati al Governo ventiquattro ecclesiastici, senza speciali indicazioni di sorta. (255)

Dai risultati degli scrutini rimane confermato ciò che da noi s’è detto, che, cioè, durante la rivoluzione, la Carboneria ebbe campo di diffondersi specialmente nella Sicilia orientale e, nell’altro versante, nella diocesi di Mazzara, alla quale apparteneva Trapani, che insieme con Messina, Siracusa e Catania aveva sostenuto la causa napoletana.

Ricevuti gli scrutini degli ecclesiastici impiegati nelle diocesi di Mazzara, Patti, Nicosia, Siracusa, Lipari, Piazza e Santalucia insieme coi pareri della Giunta e l’avviso del Luogotenente generale, il Duca di Gualtieri scriveva: “La M. S. ha ordinato che per quegli ecclesiastici appartenenti alle dette diocesi, i quali si è rilevato esser Carbonari, si rimettano a’ rispettivi ordinarj le rappresentanze della Giunta di scrutinio, affinché procedano nelle vie regolari contro quelli, che meritano essere destituiti da’ beneficj che godono, e per gli altri usino del loro zelo per richiamarli al retto sentiero. Vuole inoltre la M. S. che di tutti si passi nota al Direttore generale di Polizia per sorvegliarli”.(256) Comunicati quindi dal Luogotenente generale gli scrutini delle diocesi di Morreale e di Catania, giungevano queste altre disposizioni: “S. M. ha ordinato che cessi in vigor dell’amnistia la imputabilità portante a punizione giusta le leggi penali, e lascia che i rispettivi ordinarj per gli ecclesiastici, ed il Giudice di Monarchia per i regolari facciano uso delle di loro facoltà per i giudizj canonici, che possano aver luogo”. Anche per questi ecclesiastici il Luogotenente generale doveva “passare con riserva al Direttore generale di Polizia una nota de’ suddetti individui cosi ecclesiastici che regolari con incarico di sorvegliarli, e particolarmente quelli della diocesi di Catania, che si sono distinti per la di loro prava condotta.(257)

Molti ecclesiastici quindi vennero destituiti dalle loro rispettive cariche; abbiamo sottocchio un elenco di quarantadue di essi, che soggiacquero a tal punizione. (258)

Diamo ora un cenno dei lavori della Giunta di scrutinio per i letterati e di quella per il ramo giudiziario.

Anche qui gli ostacoli non erano stati pochi, specialmente per la prima di esse. Le altre tre Giunte — osservava essa — avevano un lavoro relativamente facile, essendo i rami amministrativo, giudiziario ed ecclesiastico cosi ordinati che bastava conoscere solo le varie dipendenze perché esse si trovassero già informate degli individui, che vi appartenevano. Non cosi per i letterati, poiché, eccetto le Università e pochi Licei, (tt) gl’impiegati in tutte le altre classi letterarie sfuggivano quasi sempre alle ricerche più accurate e diligenti. I disordini del 1820 avevano portato di grandi cangiamenti nella classe degl’istitutori comunali; e quindi le notizie ricavate dalla Commissione di P. I. riuscivano inesatte e spesso contrarie. Le ricerche poi per gl’Istitutori privati erano oltre ogni credere scabrose per la mancanza degli elementi su cui appoggiarsi”.(259)

Di questa Giunta abbiamo gli scrutini degli istitutori ed educatori delle Valli di Palermo, di Siracusa, di Caltanissetta, di Girgenti ed in parte di Messina; mancano quelli del Val di Noto e del Val di Mazzara.

Della Valle di Palermo su duecentocinquantotto individui solamente tredici vengono designati come Carbonari, dei quali tre delle scuole private di Palermo: Domenico Campione, “destituito dal Governo per essere stato Gran Maestro in una Vendita”; Emanuele Dixitdominus, e il sac. Domenico Santucci,” antico istitutore della Nuova Carboneria,” e gli altri dieci della Valle (260).( )Non ci fu dato ritrovare lo scrutinio dei professori dell’università di Palermo, tra i quali erano dei “notorj settarj,” giusta la ministeriale del 27 febbraio 1822, già da noi riferita; sappiamo solo che con decisione emessa in Vienna il 12 aprile 1823 il Re ordinava che fosse destituito il professore di patologia Domenico Greco e ammesso a percepire, a titolo di sussidio, una somma uguale al terzo del suo stipendio; (261) e già prima, sotto la stessa imputazione di Carboneria, era stato sospeso dalla cattedra il professore di anatomia Antonio Maurici.( (262)

Abbiamo invece lo scrutinio dei professori ed impiegati della R. Accademia Carolina di Messina; ma quasi per tutti essi, sotto la rubrica contenente il giudizio della Giunta, è scritto: “La voce pubblica dice che appartenne alla Carboneria,” mentre in quella, in cui è riferito il parere della Polizia, si nota: “Le informazioni segrete dicono che non appartenne”; sicché in tanta discordanza tra la voce pubblica e le informazioni segrete, la Giunta non aveva “potuto fare a meno di attenersi” a ciò, che affermava la Polizia.(263)

Delle altre scuole di Messina nulla sappiamo.

Su sessantatré insegnanti della Valle di Caltanissetta sei sono dichiarati Carbonari, e sono tutti ecclesiastici: il padre E. Barbaro, precettore di eloquenza nel Collegio di Studi di Mazzarino, e i precettori di scuola primaria padre Basilio e padre Liborio in San Cataldo, il sac. Sigismondo Coniglio in Serradifalco, il sac. Francesco Turco in Sommatino e il canonico Domenico Matracchia in Calascibetta.(264)

Dei precettori della Valle di Girgenti abbiamo lo scrutinio “quasi interamente perfetto”. In esso su cinquantaquattro individui, dieci vengono designati come Carbonari;(265) ma il giudizio della Giunta è per quasi tutti dubbio; onde, richiesta dal Governo a dare un parere definitivo, la Giunta si difende col dire che “il suo giudizio, essendo appoggiato sulle informazioni ottenute dalla Polizia e su quelle segretamente ricevute dalle persone di sua fiducia, non può sempre essere definitivo e preciso, poiché sovente avviene che le anzidetto informazioni, sebbene conformi nell’asserzione de’ fatti, non lasciano non di meno di essere dubbie,ed equivoche; siccome avviene spesso, che essendo tra loro difformi ed opposte, non somministrano riunite che un risultato indeterminato. Vero è che la Giunta, rinnovando sempre le sue ricerche, giunge talvolta a purificare i fatti e ad ottener la verità; ma ciò non in tutti i casi è facile, ed ove ciò non può succedere, la Giunta non può fare a meno di rimanere nel dubbio e di astenersi di pronunziare decisivamente il suo giudizio”.(266)

Per la Valle di Siracusa infine su settanta istitutori ed educatori pubblici, diciannove sono riconosciuti Carbonari. (267)

Anche nella Magistratura la Carboneria aveva trovato gran numero di seguaci. Nel consiglio tenutosi presso il Luogotenente generale il 20 novembre 1821 si stabiliva di far “rapporto a S. M., enunciando che la maggior parte delle Gran Corti di Sicilia non sono adatte a decidere le cause attinenti alla Carboneria, perché risultano di individui, che sono appartenuti e che forse appartengono alle sètte”.(268)

Della Giunta per il ramo giudiziario abbiamo lo scrutinio del Consiglio d’intendenza di Siracusa, in cui vengono additati come Carbonari i consiglieri Paolo Raeli, che aveva fatto parte di un Dicastero, e Girolamo Reale, fondatore di una Vendita in Fioridia; inoltre tutti gli scrutini dei Giudici circondariali delle sette Valli coi loro supplenti e cancellieri, meno quelli di Palermo e di Girgenti.(269)

Gli scrutini davano questi risultati: nei circondari della Valle di Trapani su trentacinque individui, nove sono designati come Carbonari; in quelli della Valle di Caltanissetta ventidne su quarantotto; in quelli della Valle di Siracusa diciassette su quarantacinque; in quelli della Valle di Catania trentanove su sessantaquattro; e in quelli della Valle di Messina diciassette su cinquantacinque. Con particolari indicazioni venivano additati al Governo: il supplente di Trapani Giuseppe Marini, “dignitario”, il supplente di Paceco Giulio Mauro, “fervido e fanatico carbonaro” e il giudice di Monte San Giuliano Vincenzo Savelli “fervoroso carbonaro”.(270) Per Caltanissetta non troviamo designazioni speciali,(271) come neanche per Catania; (272) tra quelli invece della Valle di Siracusa abbiamo: il giudice di Agosta Giuseppe Insolia, “maestro dei Guelfi Megaresi”, e il giudice di Noto Carmelo Bonfanti,” grande oratore”. (273) Tra quelli infine della Valle di Messina: il giudice di Francavilla Giovanni Mercurio, installatore delle Vendite Timoleonte in Francavilla e Trasibulo in Motta Camastra, e spargitore del “veleno carbonico ne’ comuni di Gaggi e di Mojo,” il supplente Pietro Fiumedisi della Vendita La Patria liberata di Francavilla, il cancelliere di Taormina Pietro Paolo Rizzo dei Liberatori della Patria di Messina e il supplente di San Fratello Ignazio Buggeri del Trionfo della Pace in Cesarò. (274)

I lavori della Giunte di scrutinio, scrive il Paternò-Castello,” alla disperazione ed alla miseria un vasto numero di famiglie ridussero, i cui capi dalle cariche, dagl’impieghi e sino dalle cattedre essendo stati destituiti, furono ridotti a languire nell’indigenza.... Non sembra possibile come si fossero potute infliggere delle pene ed arbitrariamente dopo un indulto promulgato, e come si fosse potuto imputare a delitto l’essersi alla Carboneria ascritto, dopo che se n’era inculcata la commissione precisamente agli impiegati, ed il vicario generale del re, successore alla corona, ad una Vendita aperta nel Real palazzo presiedeva, ed in essa avea fatto ascrivere i suoi domestici”.(275)

Ed il Palmieri: “Questi tribunali d’inquisizione politica presentavano ad ogni impiegato una nota di quesiti, se quel tale avea mai appartenuto a società segrete, se avea mai pubblicato scritti contro la Religione e contro lo Stato, e simili; onde ognuno era tenuto ad accusare sé stesso; quindi naturalmente avvenne che tutti gli uomini onesti, che furono Carbonari in un’epoca in cui il governo non che lo permettea, ma lo volea, confessarono ingenuamente di esserlo; i veri Carbonari di cuore e gli avveduti negarono. Eppure cotal mostruosa inquisizione ha servito di regola nel premiare e punire le persone!” (276)

L’ufficio delle Giunte era oltremodo delicato e riusciva odioso all’universale. Tutti coloro, che per qualsiasi modo dipendessero dal Governo, dovevano sentirsi gravare sempre sul capo come una minaccia oscura. Nel gennaio 1822 il Direttore generale di Polizia affermava nel Consiglio di Sicilia che le Giunte erano “una delle sorgenti del malcontento pubblico, mantenendo esse perplessi gli impiegati d’ogni ramo,” e ne proponeva l’abolizione.(277)

Nondimeno, è d’uopo riconoscerlo, tra lo sterminato numero degli scrutinandi solo una parte, se non molto esigua, certo non molto grande, si vide additata alle punizioni del Governo. Le Giunte procedevano con gran cautela, sicché da Napoli più volte se ne dovette eccitare lo zelo; quella poi per gli impiegati dell’amministrazione in generale si mostrò di una mitezza veramente esemplare. Del resto non tutta la responsabilità si può fare ricadere su di loro, ma anche su gli scrutinatori locali, i quali potevano più facilmente abbandonarsi a rancori e odi privati e cercare di sbarazzarsi in modo agevole dei loro avversari.

La reazione non si limitò solo alla istituzione delle Giunte di scrutinio. Il 22 agosto 1821 veniva stabilita una Commissione in ciascuna delle sette Valli della Sicilia ad oggetto di formar le liste di fuorbando, essendo “la tranquillità della Sicilia turbata da diverse comitive armate di malfattori”; agli 11 settembre dello stesso anno, “considerando che l’abuso delle armi favorisce moltissimo i pravi disegni delle società segrete,” si stabiliva:

“Gli esportatori di armi proibite saranno puniti con la pena di morte come assassini,,; e contro tali società si comminavano lo stesso giorno nuove pene “per assicurare in Sicilia la conservazione dell’ordine pubblico e della pubblica sicurezza, e per estirpare qualunque idea di sètta”; il 29 novembre si creava un Commissario del Re in ciascuna delle tre Valli maggiori della Sicilia: il contrammiraglio Ignazio Staiti per la Valle di Mazzara, il maresciallo conte Giovanni Statella per la Valle di Noto e il maresciallo Giuseppe Clary pel Valdemone. Costoro dovevano “invigilare al sollecito ed esatto adempimento” dei due decreti del 22 agosto e degli 11 settembre, sorvegliare la condotta di tutti i funzionari giudiziari o amministrativi e mandare ogni settimana al Luogotenente generale un rapporto sullo stato delle rispettive Valli.(278)

Anche gli Intendenti erano obbligati per questo decreto a mandare al Direttore generale di Polizia i loro rapporti “sullo spirito pubblico,” in cui dovevano rispondere ad una serie di domande cosi concepite:

“La percezione de’ pubblici contributi si esegue esattamente senza dar luogo a reclami? Qual’è la condotta di quelli, che hanno potuto far parte delle società segrete? Gli ecclesiastici sono attaccati alle loro funzioni ed agli eminenti doveri del loro sacro ministero? Come sono accolti gli atti del Governo? eccitano discussioni o reclami? I già servi di pena sono severamente sorvegliati?,, ecc.(279). Il 18 dicembre 1821 venivano infine create sette Corti marziali ordinarie per le corrispondenti Valli minori e tre Corte marziali straordinarie per le Valli maggiori di Sicilia. Queste Corti erano composte di sette giudici, uno dei quali funzionava da presidente, di un relatore, che faceva da Pubblico Ministero, e di un cancelliere; tutti, si intende, ufficiali dell’esercito o della marina. Procedevano esse a guisa di Consigli militari subitanei e conchiudevano a maggioranza assoluta di voti. Le loro decisioni erano inappellabili e dovevano essere eseguite nello spazio di ventiquattr’ore, se portavano pene di morte. (280)

Nel decreto citato degli 11 settembre 1821, rinnovandosi, o meglio, applicandosi alla Sicilia un articolo del decreto del 9 aprile dello stesso anno, s’incitavano i sudditi a denunziare i Carbonari, promettendo che i loro nomi non sarebbero “giammai conosciuti, né registrati in alcuna carta”.

“Questa disposizione — scrive il Palmieri — apri un lungo e sicuro campo alle private vendette. Lo spionaggio divenne la professione alla moda”.( (281)

Da ogni paese di Sicilia piovvero denunzie a centinaia, che intaccavano ogni ordine di persone; la tendenza al male, ch’è insita nell’umana natura, ebbe agio di sfogarsi in modo basso e vigliacco; colpevole in questo caso il solo Governo d’avere eccitato la corruzione degli animi.

“Gli uomini più infami e discreditati” — segue il Palmieri — furono i confidenti del Luogotenente generale Principe di Cutò e di G. B. Finocchiaro, direttore della Real Segreteria; (w) talché le oppressioni, le ingiustizie, le violenze, che ne seguirono, lasceranno per secoli in Sicilia la trista ricordanza del Principe di Cutò”.(282)Il giudizio è vivamente appassionato; di costui allora il popolo cantava:

Cutò, comu Cutò,

Si fa lu fattu so’;

Cutò Lucutenenti,

Nun fa, né farà nenti. (283).

Noi proferiamo di sorvolare su tante umane bassezze; ma, ad onor del vero, vogliamo riferire un solo episodio.

Una denunzia anonima aveva accusato il cancelliere del circondario di Castroreale Pietro Buggeri da Messina di aver preseduto una Vendita carbonica in quel paese e lo chiamava “giovine scostumato, senza religione e di scandalo ad una popolazione”.

“Luogotenente dava quindi incarico di riferire in proposito al Commissario del Re nel Valdemone generale Clary, il quale cosi rispondeva: “E un giovane regolare, non di scandalosa condotta. Non si è fatto, né si fa mai sentire... Si dice però che sia appartenuto alla sètta carbonica nelle passate oscillazioni”.(284)

Simile giudizio del resto sul Buggeri aveva formulato, come s’è visto, la Giunta di scrutinio pel ramo giudiziario.

A dare man forte al Governo in questa sua opera di reazione s’aggiunse la bolla emanata dal papa Pio VII il 13 settembre 1821: Ecclesiam a Jesu Christo. Si condannava in essa la Carboneria, sorta di recente, ma già largamente diffusa in Italia e in altre regioni (nuper orta, et longe lateque in Italia aliisque in regionibus propagata), e si riconfermavano le costituzioni In eminenti di Clemente XII (28 aprile 1738) e Providas di Benedetto XIV (19 maggio 1751) contro la società dei Liberi Muratori o Frammassoni, dalla quale la Carboneria sembrava derivare od era certo un imitazione (portasse propago, vel certo imitatio haec Carbonariorum società* evistimanda est). Anche il Papa esortava i fedeli a denunziare ai Vescovi o alle Autorità costituite coloro, che si fossero ascritti a questa setta (Praecipimus praeterea omnibus sub.... Excommunicationis poena.... ut [Christifideles] teneantur denunciare Episcopis, vel caeteris ad quos spectat, eos omnes quos noverint buie Societati nomen dedisse). (285)

Chiamata cosi la “religione in sostegno del dispotismo.... si credè di ricondurre gli uomini alla tolleranza del giogo collo spedire delle missioni nel Regno, il cui principale oggetto era quello d’indagare per mezzo della confessione chi era carbonaro”. (286)

Altro scopo di queste missioni religiose era quello di disporre gli animi agli esercizi spirituali, che si giudicavano un buon correttivo per le teste calde. “Vi fu un momento — scrive il Torre Arsa — nel quale nelle chiese di Trapani ebbero luogo contemporaneamente gli esercizi spirituali per le diverse classi della popolazione. Rammento che si oltrepassò ogni misura e che l’ipocrisia manifestossi in tutti i modi; quasi divennero spettacolo pubblico quegli atti religiosi adempiti per pura forma, e piegando il capo al voler di male avvisata dispotica autorità”. (287)

Contro i settari esercitavano dal pulpito i fulmini della loro eloquenza i preti attaccati alla causa del trono e dell’altare. Abbiamo sott’occhio un opuscolo contenente due prediche, recitate in Randazzo (Messina) “nel tempo delle oscillazioni del 1821” da quel parroco Giuseppe Plumari-Emmanuele. La prima di esse intitolata: La felicità de’ popoli sotto la Religione Cristiana e sotto il Governo Monarchico, aveva lo scopo semplicissimo di” abbattere lo spirito di vertigine per il Governo Costituzionale”; la seconda dimostrava L’infelicità de’ popoli sotto le segrete Società per lo più tendenti a distruggere la Religione ed il Trono. Da quest’ultima spigoleremo i tratti più notevoli, come segni dei tempi:

“Una di queste abominevoli sètte, che ha procurato strappare i veri fedeli dal seno della Cattolica Chiesa, è stata la cosi detta Società dei Carbonari. Volete voi trovare il Cristo e la vera sua Religione? dissero essi; uscite dal grembo della vostra Chiesa, poiché ivi non puole trovarsi. Egli è nella foresta e nel deserto, ove lo trovò il nostro istitutore Teobaldo: Ecce in deserto est.... Volete voi trovare il Cristo? dissero i Carbonari; ritiratevi nelle nostre segrete Vendite, nelle nostre occulte loggie, nelle nostre impenetrabili stanze, che ivi lo troverete: Ecce in penetralibus est.... A che servono dunque le segrete società? Volete sapere a che servono? Ve lo dirò io, non col linguaggio dei libertini e dei pretesi illuminati del secol nostro; ma col linguaggio della verità, della teologia e dell’esperienza. Servono, dico, a rendervi infelici di anima e di corpo. Servono ad infelicitarvi nel tempo e nell’eternità: servono a farvi dichiarare nemici e rubelli a Dio ed al nostro legittimo Monarca.... Ma per vieppiù mascherare il loro errore, pretesero gli empj settarj d’asserire che non si avventavano eglino contro i giusti e virtuosi monarchi, ma che il sangue anelavano dei sovrani tiranni.... Contro la divina origine dei Re sulla terra alzò l’abominevole sètta la sua sacrilega voce per insegnare l’altra falsa dottrina, che il Sovrano regnava per la grazia del popolo e non per quella di Dio.... Com parve, finalmente, ai giorni nostri sotto diverso nome sotto la maschera delle virtù cristiane, la stessa setta dei Filosofi e dei Liberi Muratori. Odiato abbastanza e già proscritto il loro nome, anzi divenuto poi l’odio di tutte le nazioni, escogitarono assumerne un altro, quale fu quello dei Carbonari. Nei primi loro gradi vi mascherarono l’ipocrisia, e con sacrilega voce ardirono chiamare Gran Maestro dell’Universo e loro principale rettore l’istesso umanato figliuol di Dio. Osarono chiamare luce la di costoro società delle tenebre, e pretesero rigenerare gli uomini colla scellerata invenzione dei loro superstiziosi riti, adibendo materia e forma in disprezzo dei Santi Sacramenti della Chiesa: i codici, i catechismi, i di loro libri, tutti ripieni di veleno. Tutto scellerato il loro linguaggio, animato dalle voci di natura, libertà, piaceri, superstizione e provenienza di società segrete. Ecco la maniera, onde cominciarsi a spargere il veleno del contratto sociale di Rousseau.

“Nella spiega della Croce vi stava scritta una significazione, che conteneva l’eresia, cioè, che non può giungersi alla virtù senza grandi travagli ad esempio del Gran Maestro Cristo, che colla Croce si avvicinò a Dio. Eccone la bestemmia: ecco l’errore ereticale: ecco il veleno. Cosa significa che Gesù Cristo si avvicina a Dio? Dunque la sua divinità non più si conosce ipostaticamente unita alla sua umanità? Ma di quanto peso fosse questa eresia, non occorre più farne parola, per essere stata già da gran tempo proscritta e condannata; e tutto questo veleno comunicavasi nel primo grado, cioè agli apprendenti, o siano altrimenti detti apprendisti.

“Che diremo, poi, del secondo grado di maestro? Riti esecrabili e superstiziosi, in cui si mettevano in derisione i sacrosanti misterj della passione e morte del divin Redentore. Oh abominevole esercizio, oh scelleratezza detestabile!

“Al terzo grado si entrava a realizzare, secondo si dice, i travagli Massonici, in cui i Carbonari doveano chiamarsi cavalieri di Tebe: al quarto grado Evangelisti: al quinto Apostoli: al sesto Profeti: al settimo Patriarchi, indi Arcipatriarchi, e cosi successivamente. Ecco la partecipazione o la vera imitazione della proscritta sètta dei Liberi Muratori.

“Quanto poi non erano esecrabili i giuramenti! giurare il mantenimento del segreto e dare la facoltà ad altri, che se mai uno infrangesse questo segreto, fosse il suo corpo fatto in pezzi, indi bruciato, e le sue ceneri sparse al vento. Oh Dio! e quale di questa enormità peggiore! chi mai ti ha dato il dominio sopra il tuo corpo, su la tua vita, su la tua morte? i tomeamenti, i duelli, i suicidj non sono stati già dalla chiesa proscritti e condannati?

“In una parola tutta l'istituzione Carbonica ispirava (come han denunciato coloro, che vi sono stati) un’aria di naturalismo (sic); abbondava di veleni segreti e di riti superstiziosi: ammetteva germi fatali. a rovesciare il trono e l’altare: cospirava alla distruzione della cristiana morale, all’anarchia dello spirito, all’anarchia dello Stato, alle voluttà licenziose della carne, a formarsi una religione a capriccio, ad eccitare le rivoluzioni, a ridurre l’uomo all’Egoismo e ad indurlo a tutti li più enormi traviamenti.

“Volevate, poi, che i Carbonari non siano eretici ed incorsi non siano nella scomunica alla Santa Sede privativamente riserbata, come a quella dei Massoni. Tanto è vero che la sètta Carbonica si trovi già dalla Chiesa proscritta e condannata....

“Lungi, dunque, da voi, miei dilettissimi figli in Gesù Cristo, un si pestifero morbo. E tutti coloro, che si lasciaron sedurre a dare il loro nome alla proscritta società dei Carbonari, non esitassero (sic) punto a presentarsi da me o dagli altri Confessori facoltati, che all’empia sètta non appartennero, onde subito riportarne la Pontificia assoluzione” (288)

Questa predica, recitata il 30 maggio 1821, dà forse una pallida idea di ciò, che dovettero rovesciare i pulpiti, dopo la pubblicazione della bolla papale. Particolarmente presi di mira dovevano essere i preti, che si erano ascritti alla sètta. Riferiamo in proposito alcune sestine di un anonimo poeta, forse sacerdote napoletano.

E voi e voi.... Ah! con qual nome mai

Chiamar vi deggio, o tristi Sacerdoti,

Che a' secolari raddoppiaste i guai,

Strascinando con voi fin gl'idioti;

E quanti, ohimé, per vostra rea cagione,

Quanti andati ne sono in perdizione!...

Come poteste mai, come poteste

La Vendita abbracciar, lasciar la Chiesa?

E colla eretical Settaria peste

La Croce unir, da voi si vilipesa,

Su cui, per colmo di bontà infinita,

Il Divin Figlio vi lasciò la vita?

Qual sacrilego misto avete fatto

Di Croce e Santi, avendo per Araldo

L'esemplare Eremita San Teobaldo! (289)

Vergognatevi pur, pazzi arroganti,

Di metter bocca a Gesù Cristo e ai Santi. (290)

Dopo la pubblicazione della bolla citata, molti preti abiurarono la Carboneria. Cosi, per es., alcuni sacerdoti di Caltagirone presentarono al loro Vescovo una

Retrattazione e denunzia per discarico di loro coscienza, che noi riproduciamo per sommi capi, secondo una copia di essa fornitaci da un amico. Questa Retrattazione, che ha molti punti di contatto colla predica del parroco di Randazzo, diceva dunque cosi:

“Venendo Noi in cognizione, che la sètta Carbonica sia la medesima che la Massonica, venghiamo a ritrattarla ed abiurarla, come cosa contraria allo Spirito della Chiesa Cattolica. Confessiamo il nostro errore nell’averci fatto abbacinare dalle false lusinghe delli di lei Protettori. Ora posti sul vero lume detestiamo questa fatale instituzione e questo sacrilego macchinamento.... Ravveduti e pentiti ritorniamo al dolce seno della Santa Madre Chiesa, da cui tacitamente ci eravamo scostati....

“Nella Vendita, a cui appartenevamo, vi erano due gradi solamente, cioè Apprendenti e Maestri. Nel primo grado, spianato dal primo Catechismo, sta prescritto: 1° il modo come si apre la Vendita; 2° il rito della recezione; 3° la spiegazione dei simboli ossia strumenti carbonici; 4° il Catechismo piccolo; 5° la nuova nomenclatura dei cibi servibili per le cinque prescritte masticazioni. In questi articoli si osservane delle cifre equivoche, delle ritualità misteriose, delle prescrizioni ributtanti....

“Che diremo del secondo grado di Maestro? Rito esecrabile e superstizioso! Si prescrive tutto ciò, che fece nei tratti della sua passione Gesù Cristo: cioè l’iniziando deve orare presso l’albero dell’ulivo, bevere il calice dell’amarezza, essere coronato di spine, flagellato, vestito prima da matto, poi di porpora, collo scettro in mano, e quindi colla Croce addosso andare al Monte Calvario. Oh Dio! Si fanno irti i capelli nel rimembrar questo scelleratissimo rito....(291)

“Finalmente gli oggetti della Carboneria sviluppano due grandi vantaggi, cioè Libertà ed uguaglianza. Questi principi, che altra volta presso i Giacobini furono riconosciuti come destruttivi il Trono e l’Altare, adesso si ammettono sfacciatamente, e noi ciechi (lo confessiamo) ne siano stati gli stupidi professori....

“I travagli poi nelle Vendite sono accompagnati da certi riti si nell’apertura che nella chiusura. Si fanno certe cerimonie, chiamate avvantaggi di rito, che sono ridicole. I segni, tatto e parole formano un’idea curiosa. Si chiama sacro il tronco, sacri i travagli, sacra l’accetta. Si gira il sacco della beneficenza per fare la elemosina ai poveri. Chi vuole la parola fa uno scroscio con due dita. Nella Professione l’iniziando si porrà avanti al gran Maestro.... I Maestri si mettevano un berrettino rosso, una tracolla tricolorata a guisa di stola, ed un piccolo faldellino nel mezzo. L’accetta o il pugnale erano nelle loro mani: si facevano registri, atti e diplomi firmati dai cinque Dignitari. Il locale rappresentava una Baracca internamente ed esteriormente coverta. Vi era una tela, in cui erano dipinti vari emblemi carbonici. Sul tronco vi era una Croce, in piedi del tronco un pannolino bianco. Sopra il detto tronco vi era un fascetto di legna, alcune foglie, una corona di spine bianche, lo scentillon, (292) un po’ di sale, di terra e di acqua, ed altre cose ridicole. Di questi, facendone la spiega* dicevano essere strumenti, ossia simboli relativi alla consecuzione della virtù; ma in sé erano (ci crediamo) oggetti per maggiormente lusingarci....

Finalmente denunciamo che quei, che non erano appartenenti, si chiamavano Pagani, Traviati mortali, Miseri ecc.

Il Governo continuò nelle sue sistematiche misure di repressione; furono comminate, come si è detto, pene severissime contro coloro, che trattenessero presso di sé carte, emblemi e diplomi carbonici. Di qui un gran numero di processi contro persone, nelle case delle quali fossero rinvenuti di simili oggetti; bastava anche un’arma arrugginita, un hocco tricolore, una coccarda, una carta piena di geroglifici indecifrabili o di parole di colore oscuro, perché il disgraziato, che li possedeva, venisse condannato a dieci anni di carcere.

Nel 1823 lo Stato parve correre un grave pericolo: era apparsa una nuova foggia di spille per cravatta, su cui era incisa la Croce! Il 7 maggio di quell’anno il duca di Gualtieri si affrettava di comunicare al Luogotenente generale alcune informazioni, avute il giorno prima dal Ministro degli Esteri, che dicevano:

“Sono informato che da un cumulo di riscontri sembra di risultare indubitatamente che la figura del Crocifisso o in spilli per la cravatta di collo, o in piccioli anelli, o in altri piccioli ornamenti sia un segnale di concerto per gli amici ed i seguaci della causa greca, della di cui unione, connessione e corrispondenza con i Carbonari d’Italia, con i Costituzionali e gli Scamiciati di Spagna, Radicali d’Inghilterra, Liberali di Francia ecc. ecc., non sembra potersi più dubitare.

“Potendo accadere che tali segni s’introducano qui, come accadde altrove, particolarmente dalla Francia, mi affretto d’informare V. E. per quell’uso che crederà, non dovendo esser che giovevole il conoscere tutti i mezzi di gergo e di talismano (tic), con cui i cattivi s’intendono tra loro, col far cosi servire alla.. loro scoperta quei mezzi stessi, de’ quali credono valersi alla loro occultazione, mentre per lo appunto la Croce è uno de’ primi e più essenziali emblemi delle bandiere rivoluzionarie greche (293) Il Luogotenente generale diede allora comunicazione di questa ministeriale alla Polizia, che spiegò tutta la sua attività nell’impedire l’ingresso di Cristo effigiato su spille o anelli nei reali domini di là del Faro....E per quella volta la Patria fu salva!


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Cap. V

La congiura di Salvatore Moccio

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Mentre Chiesa e Stato si davano la mano nel perseguitare i Carbonari, costoro non ristavano dalle cospirazioni. “Lo spirito infernale della Carboneria — scriveva il 16 gennaio 1822 il Direttore generale di Polizia march. Pietro Ugo delle Favare — che in questo misero Pegno nel breve tempo del periodo rivoluzionario qual mortifero contagio si attaccò, rapidamente si diffuse, quantunque alla nostra liberazione dagli oppressori, perché proscritto, siasi allontanato, pure non può dirsi estinto intieramente e dalle radici sbarbicato I Carbonari — egli prosegue — “rivoluziona taluni per sistema, altri per interesse, e fra quest’ultima classe più la plebe, hanno procurato di riaccendere il fuoco una volta estinto”.(294) Fin da quando il Parlamento Nazionale aveva annullato la Convenzione del 5 ottobre 1820, conchiusa tra il Principe di Paternò e il generale Florestano Pepe, e i settari napoletani avevano preso a percorrere l’isola, in Palermo si era pensato “di ribattere l’attacco colle stesse armi”. E sorse quindi come una contro-carboneria collo scopo di ottenere l’indipendenza da Napoli.

“I Carbonari di Palermo estesero la loro società in tutte le città del Regno, e cominciarono ad accordarsi con quei di Messina e delle altre città fin allora dissenzienti”.(295)

In queste nuove Vendite, “si in Palermo che nelle limitrofe provincie... aperte e diffuse... s’introdussero le persone più distinte col progetto di regolare lo spirito pubblico. Quantunque ciascuno perniciosa giudicava la sètta per le sue conseguenze, pure l’imperioso bisogno di contenere il popolo, i movimenti ed i principi regolarne e fermi tenere gli animi dei Siciliani per l’indipendenza nazionale, a gettarsi fra la sètta obbligava le più circospette persone”. Ed i “lavori della sètta siciliana, saggiamente condotti, il loro scopo ottenevano. I Catanesi furono i primi, riconoscendo i loro torti, ad abbracciare la causa della patria. Messina spedi messi alle Vendite di Palermo, manifestandosi pronta alla difesa de’ dritti della nazione, e le città, le quali fino a quel momento il partito napolitano aveano sostenuto, le più zelanti in senso contrario divennero, acciocché la memoria del loro traviamento si cancellasse. Palermo come a sorelle accoglieva le città una volta smarrite e che si voleano avvicinare per rientrare nel retto sentiero”. (296)

Gaetano Abela, che s’era staccato dai Carbonari di Napoli, dei quali già nel 1817-18 aveva tanto attivamente diffuso le idee nell’isola, apriva, con intendimenti puramente siciliani, una Vendita dal titolo Costanza alla prova, e pensava di assaltar le truppe napoletane stanziate in Palermo (297) e di riprender la spedizione delle squadriglie contro le città, che si tenevano fide alla vera causa Carbonara. Ma la notte del 28 ottobre 1820 egli insieme coi suoi più stretti aderenti veniva arrestato e rinchiuso nelle carceri di Palermo.(1) Del resto questa Carboneria siciliana ebbe vita effimera, e quando gli Austriaci furono entrati nel Regno, (298) dileguò come fumo al vento. (299) Coloro, che se n’erano fatti capi, non si mostrarono costanti alla prova, né d’altra parte una sètta, la quale aveva di mira di far ritornare la Sicilia alla propria Costituzione del 1812, (300)( )poteva avere allora largo seguito, quando già i più intransigenti seguaci del separatismo avevano mostrato di accettare la Costituzione spagnuola, sebbene reclamassero l’indipendenza da Napoli. Tuttavia un lievito di queste aspirazioni rimase allora, come vedremo, nella nobiltà palermitana, provocando, insieme con altre cause, nella cittadinanza una reazione veramente Carbonara e democratica.

L’ingresso delle truppe austriache dunque e il decreto di amnistia dei 30 maggio 1821 sciolsero definitivamente queste sètte palermitane. (301) Ma le cose non potevano fermarsi li: troppi erano ormai i malumori, che la rivoluzione aveva lasciato dietro di sé e che la reazione non faceva che inasprire maggiormente. Il decreto dei 3 aprile di quell’anno, con cui si annullavano dal Governo Provvisorio tutti gli impieghi, le graduazioni, le decorazioni e le preminenze conseguiti dal 5 luglio 1820 in poi, aveva creato un gran numero di malcontenti. Gli Austriaci poi erano stati accolti dappertutto con sentimenti di manifesta ostilità. Fin dal loro primo sbarco in Palermo, s’era accesa tra alcuni soldati e dei rivenditori ambulanti di frutta fresche una rissa, che avrebbe avuto delle funeste conseguenze, se gli ufficiali non si fossero interposti, dando ragione alla folla, che si era assiepata intorno in atto minaccioso. Poco dopo, per un altro incidente, il popolo stava per fare un secondo Vespro, se non avesse ricevuto un’altra soddisfazione.(302)

Il 16 giugno quindi la Polizia pubblicava un manifesto, in cui lodava” la esatta disciplina ed il giusto contegno” delle truppe austriache e minacciava di “mettere in opera tutta la sua vigilanza”, onde punire “col massimo rigore” quegli “spiriti maligni”, che avessero osato aizzare contro di esse “la parte più debole del popolo”. (303) Ma l’appello rimase senza effetto. Essendosi costruito un riparo nella pianura di San Ciro allo scopo di esercitare le truppe al bersaglio, il popolo, credendo forse che si stesse allestendo un accampamento da servire di difesa agli Austriaci in caso di probabili disordini, che potessero aver luogo durante le prossime feste di Santa Rosalia, di notte tempo lo distrusse. (304) I rei si rifugiarono nel piccolo comune di Belmonte Mezzagno, ove “dalla posizione del luogo non meno che dall’audacia degli abitanti credevansi assicurati abbastanza Ma contro di essi la notte del 30 giugno fu inviata una spedizione di truppa austriaca con un agente di Polizia e quaranta uomini delle Compagnie d’armi; ne nacque una colluttazione, durante la quale un colpo di fucile fu tirato contro la forza. Furono quindi arrestati quattro individui e trascinati in Palermo, dove una Corte marziale subitamente eretta,( (305) il 31 luglio condannava uno di essi a quattordici anni di ferri. (306)

A tutte queste cause di malumori si aggiunga il nuovo spirito di libertà, ch’era penetrato nel popolo palermitano durante la rivoluzione e ch’era stato eccito maggiormente dalle milizie di Florestano Pepe, che aderivano apertamente alla Carboneria. “E la sètta — scrive il Paternò-Castello, che le si mostra ostile — la quale avea introdotto l’uguaglianza perniciosa fra le classi, l’audacia popolare avea maggiormente eccitata”. Quando fu pubblicato il decreto dei 30 maggio 1821, “il divieto delle unioni, esattamente osservato dalle persone distinte, non bene accolto dai popolari, avea fatto odiare i primi e come traditori o pusillanimi venivano dai secondi giudicati”, i quali, non ostante “la disapprovazione della nobiltà”, “vollero continuare le loro clandestine unioni”.(307)

I travagli carbonici venivano infatti riattivati in Palermo nel luglio del 1821 da Salvatore Moccio, patrocinatore legale e tenente nel 1° reggimento della Guardia d’interna sicurezza, cui appartenevano il capitano Vito Ramistella, di professione contabile, e il colonnello Alonso Monroi principe di Pandolfina. “Carbonaro da gran tempo”,(308) com’erano del resto quasi tutti gli ufficiali della Guardia,(309) il Moccio, facencjo da installatore, fondava insieme con Salvatore Di Marco, fonditore di campane, una Vendita nella Chiesa dei Santi Quaranta Martiri, della quale era cappellano Giuseppe La Villa. Di questa Vendita, denominata I Seguaci di Muzio Scevola, furono eletti: Gran Maestro Andrea Mangiare va, capitano della Guardia; il Ramistella, primo assistente; Ferdinando Amari, tenente della Guardia e libriere della Tavola (oggi diremmo: contabile del Banco di Sicilia), oratore; il sac. La Villa maestro di cerimonie; Saverio Buccheri, impiegato al Monte di Pietà, copritore; l’orefice Francesco Sollazzo esperto (310) ed il notaio Gaetano Di Chiara, segretario. Dopo si bruciò la tavola della installazione, e si stette circa un mese senza travagliare. (311) Intanto Giuseppe Lo Verde, di condizione segretario, ed altri, che s’erano ascritti alla Carboneria in luglio ed in agosto 1820, fondavano altra Vendita, della quale veniva nominato Gran Maestro il Di Chiara.(312) La prima riunione di questa Vendita si tenne in una campagna presso l’Olivuzza, ed il dottor Mario La Mantia vi lesse e fece giurare una Costituzione carbonica sicula, da lui composta, nella quale si stabiliva la formazione delle Vendite e la elezione dei Deputati al Dicastero, all’Assemblea delle provincie ed al?Assemblea generale del Regno. (313)

Dopo la pubblicazione del decreto degli 11 settembre 1821, in cui si comminavano pene gravissime contro i settari,” lungi di spegnersi i travagli in Carboneria, se ne accrebbero le Vendite”; il dottor Pietro Minnelli ne installò una nel convento della Gancia, ed altre furono fondate in vari punti della città sino a raggiungere il numero approssimativo di trenta. S’intitolavano queste Vendite: Silenzio, I persecutori della Tirannide, Louvel, Imitatori dei Sandy, Liberi Muratori, Imitatori dei Fatti, Gioventù spartana, Seguaci di Alfieri, Luce fra le tenebre, Mirabeau ecc.; delle quali prime quattro erano rispettivamente Gran Maestri Antonino Pitaggio, crivellatore di frumento, il sac. Vincenzo Ingrassia, il sac. Bonaventura Calabrò da Reggio di Calabria, di condizione medico, e Ottavio Lo Bianco.(314)Ben presto però fra i cospiratori sorsero discordie e gelosie. Ferdinando Amari, eletto deputato dei Seguaci di Muzio Scevola con incarico di cercar la riunione colle altre Vendite, assunse volentieri l’impegno e seppe rapidamente condurlo a fine. Ma pare che tra lui e il Meccio non corresse troppo buon sangue; certo si è che nelle Vendite, colle quali l’Amari s’era messo in comunicazione, si cominciò a sparlare del Meccio, chiamandolo “cattivo soggetto”, tenendo sul conto di lui” discussioni infamanti” e dicendolo “indegno di appartenere alla Carboneria”.(315)

L’Amari e il Meccio quindi, che avevano preso un grande ascendente sui loro compagni, deliberarono di travagliar separatamente. Il Meccio riuni allora i suoi amici in un giardino fuori Porta Montalto e fondò un Dicastero, del quale fu proclamato presidente. Intervennero in questa adunanza, quali deputati delle rispettive Vendite, i sacerdoti Ingrassia, Calabrò e Alessandro Vizzola, il dott. Minnelli, il notaio Di Chiara, Giuseppe Candia, furiere del Treno, Giuseppe Lo Verde, l’abate Giuseppe Attinelli, Vincenzo Trapani, Valentino Majmone, Salvatore Di Marco ed altri. (316) D’altra parte anche l’Amari volle installare un Dicastero composto di persone, che godevano la sua fiducia; a tal uopo, non essendo sufficiente il numero delle Vendite, delle quali egli disponeva, i Seguaci di Muzio Scevola si suddivisero in due Vendite, conservando l’una la denominazione suddetta e assumendo l’altra il titolo di Mirajbeau. Di quest’ ultima Vendita il Ramistella fu riconosciuto Gran Maestro, il tenente Pietro Giardina primo assistente, il sac. La Villa secondo assistente, Giulio Cesare Sessa da Milano segretario, Gioacchino La Lumia oratore e il capitano della Guardia d’ interna sicurezza Carlo Sorretta deputato. L’Amari fu eletto presidente di questo Dicastero, che scelse per suo locale la chiesa dei SS. Quaranta Martiri, il fornaio Natale Seidita tesoriere, il dott. Ignazio Batolo, figlio del Procuratore generale del Re, primo consigliere, G. B. Maranzano secondo consigliere, il dott. La Mantia oratore, e Salvatore Di Marco, che s’era staccato dal Meccio, esperto. (317)

I due Dicasteri continuarono per un po’ di tempo a funzionare separatamente; finché, accorgendosi i cospiratori che cosi si faceva opera vana, si pensò di fonderli insieme; ma nacquero tra essi “frivole discordie di precedenza e di numero maggiore d’individui”, “pretendendo l’uno di essere più antico e legale dell’altro”.( (318) Fomite di maggiori discordie erano le mire diverse dei due Dicasteri; quello dell’Amari tendeva all’aristocrazia, quello del Meccio alla democrazia. (319)

I loro capi d’altra parte si guardavano in cagnesco; il Meccio voleva imporsi ai rivali, “minacciando che, se non effettuivano la riunione, o presto o tardi li avrebbe sacrificato, disponendo egli del Treno e dell’Artiglieria”;(320)l’Amari vantava comunicazione con Napoli e con tutto il Regno e pretendeva che, per farsi l’unione, i Deputati dovevano esser prima esaminati dal suo Dicastero; il Meccio rispondeva, vantando il suo contatto (~ comunicazione) con Marsiglia, le sue aderenze ecc.(321)

Si riunirono finalmente i rappresentanti dei due Dicasteri nell’ottobre in una casa presso il Ritiro di San Pietro; ma in questa seduta nulla si concluse, avendo il Meccio “estrinsecato delle pretensioni, che non si crede doverglisi accordare,” (322) e volendo d’altra parte l’Amari “dispotizzare (323) Pochi giorni dopo, di domenica, verso le ore ventuna, si riunirono di nuovo in una grotta alle falde della montagna di San Ciro, dove intervennero in tutto circa trenta deputati, tra i quali alcuni come rappresentanti di Vendite del Regno;(324) il sac. Giuseppe Salamone rappresentava, per es., quella di Mistretta,( (325)il Di Marco, benché palermitano, era deputato di una Vendita di Misilmeri, e Vendite dell’interno rappresentavano Gaetano D’Amico da Alimena, Gaetano Argeri da Ucria, Giovanni Gallo da Ravanusa, Valentino Majmone da Castroreale e il barone Luigi Landolina da Castronovo. (326) Si formò quindi l’Unico Dicastero, e vennero eletti a maggioranza di voti: Moccio presidente, Amari primo consigliere, Batolo secondo consigliere, il barone Gioacchino Landolina tesoriere, Seidita copritore, Sorretta segretario, Ferdinando Massa da Napoli oratore e Majmone guardabolli e suggelli.(327)

Scopo dell’Unico Dicastero era di riunire tutto il Regno in un solo voto. S’intavolò quindi in proposito una discussione: il barone Giuseppe Corvaja da Calascibetta disse che il Regno era tutto per la democrazia e che tutte le Valli avevano uno stesso interesse, meno Palermo; conveniva quindi combinare gli interessi di Messina con quelli di Palermo, e tutto il resto sarebbe andato in regola. A suo dire, il Regno era contrario a Palermo per tutte le calamità sofferte dal 14 luglio 1820 al 24 marzo 1821.(328) Egli si profferiva in ogni modo di tentar tale unione; né il Meccio disperava di riuscirvi; poiché il Regno era tutto con loro, mancando solamente il contatto con Messina e Catania, che si dubitava fossero unite coi nobili.(329) Il D’Amico allora soggiunse che nel Comune di Alimena, ch’egli rappresentava, non si desiderava da tutti che la Costituzione spagnuola.(330)Messisi d’accordo sullo scopo supremo del Dicastero, di riunire, cioè, il Regno in un sol voto, i presenti elessero un Comitato per la revisione della Costituzione carbonica, fatta dal Dicastero già preseduto dall’Amari, e a tale scopo vennero scelti Meccio, Amari, Di Chiara, Batolo, Sorretta, La Mantia, Lo Bianco e Gioacchino Landolina. (331)Fu quindi nominato un altro Comitato per formare i piani di guerra, d’amministrazione finanziaria e di governo, e riusci composto da Meccio, Amari, Di Chiara, Landolina, Trapani, La Mantia, Vizzola e Massa. (332)

Si stabili inoltre che si dovesse prestare all’Unico Dicastero una contribuzione di dodici tari al mese da parte di ogni Vendita, e si approvò di fare un suggello coll’incisione degli emblemi carbonici e coll’iscrizione: Dicastero all’ordone di Palermo, e ciò per aprir corrispondenza ed ottener comunicazione col Regno ed altrove. Finalmente si diede la parola d’ordine: Filopatri.((333)) Nello stesso mese di ottobre il Comitato per la revisione della Costituzione carbonica si riunì di sera nella sagrestia dei SS. Quaranta Martiri; il Batolo lesse la Costituzione, che fu approvata dal Comitato, e si stabili di farne rapporto al Dicastero. Si riunì perciò l’intero Dicastero in casa del Seidita, nella piazzetta del Carmine, e la Costituzione fu approvata, cifrata e sanzionata.(334)

Questa Costituzione, come sappiamo, “riguardava l’organizzazione delle sètte carboniche ed i loro regolamenti”. Di essa ogni deputato ebbe copia per comunicarla alla propria Vendita.(335) (336)

Nei primi di novembre altra seduta tennero i deputati del Dicastero nelle campagne della Grazia. Si nominarono i Comitati per i piani di magistratura e di amministrazione;( (337)si stabili di far subito unione col Regno e particolarmente con Messina;(338) sul qual proposito riferì il deputato Argeri, che dal Meccio era stato mandato appositamente in questa città.(339) Si elevò quindi il dubbio che alcuni del Dicastero travagliassero coi nobili,(340) e si diede incarico al Meccio e all’Amari di chiarir la faccenda, tentando di saper direttamente che facessero i nobili. Si diceva generalmente che costoro travagliassero per la Costituzione inglese (la Costituzione, cioè, del 1812); scopo del Dicastero doveva essere “di non farsi superare e nel caso trovarsi pronti, ed invece della Costituzione inglese far adottare quella di Spagna”.(341) Ogni deputato propose infine i nomi dei due terribili della rispettiva Vendita. Questi terribili si sceglievano tra i più bravi per coraggio e dovevano prestar giuramento nelle mani del Presidente di eseguir ciecamente le commissioni loro affidate. Fu decretata quindi la morte del padre D’Aleo, che si supponeva spia dei Carbonari di Termini, e fu dato al Meccio incarico di far giurare i terribili; ma il Meccio non ne fece niente e il D’Aleo fu salvo.(342) In ultimo si stabili, per non farsi sorprendere dalla Polizia, di travagliare in piccole sezioni, nelle quali però dovevano sempre intervenire il presidente ed il segretario del Dicastero.

Si doveva intanto eseguire il disarmo, già decretato dal Re agli 11 settembre 1821; sicché i cospiratori si videro nella necessità di formulare un piano provvisorio di rivoluzione, da eseguirsi nel caso del disarmo o dell’arresto di qualche Buon Cugino. Si nominò quindi un Comitato, che fu composto da Meccio, Landolina, Lo Bianco ed altri, per la redazione di questo piano. Ma il Comitato, come vedremo, menò le cose in lungo, suscitando delle diffidenze contro di sé.

Mentre si aspettava la redazione di questo piano, il Dicastero ordinava “di farsi una cassa con deposito di munizione da guerra, d’ingrandirsi le Vendite, d’ispezionarsi chi avea fucili ed altre armi per trovarsi pronti in ogni caso di rivoluzione. Si stabili infine un Comitato per visitare le Vendite, onde osservare se vi fossero persone sospette”. (343)

Le diffidenze rinascevano; si dubitava infatti che alcuni Carbonari parteggiassero coi nobili, e si affermava che costoro, tra i quali il Principe di Villafranca e il Marchese di Raddusa, si fossero riuniti segretamente nelle vicinanze del Parco.(344) Nel dicembre quindi il Meccio e l’Amari andarono a trovare il Principe di Pandolfina, il quale non solo li assicurò che i nobili non travagliavano, ma li consigliò ad abbandonare la Carboneria, facendo loro conoscere i pericoli, ai quali si esponevano per la vigilanza della Polizia, e il danno, che ne sarebbe derivato alla Sicilia di recente afflitta da tante calamità. Altre cose disse il Pandolfina; ma il Moccio giudicò ch’egli fosse “velato” e dicesse cosi per non unirsi coi Carbonari; sicché, uscendo di casa Pandolfina, cominciò ad inveire contro i nobili, chiamandoli traditori e giurando che li avrebbe sacrificato tutti, quando fosse scoppiata la rivoluzione. (345)Pare che i nobili guardassero infatti non senza sospetto questi maneggi dei Carbonari. Una volta l’Amari riferi d’aver saputo dal cav. Friddani Chiarandà che i nobili erano tutti intimoriti per sospetto che i Carbonari volessero ucciderli e che fra i nobili stava maggiormente in angoscia il Raddusa, che per tutta una notte non aveva fatto che piangere. A sentir queste notizie alcuni dei seguaci del Moccio dissero: “Vedete che già ci temono, è questo il momento di far la rivoluzione!” Ma poi prevalse il consiglio dell’Amari di far unione coi nobili, servendosi come intermediari del Friddani Chiarandà e del Principe di Villafranca;(346) ma questa unione non ebbe effetto. (347)

Oltre che coi nobili di Palermo, il Dicastero tentava altri contatti con le Vendite del Regno, con Napoli e con Marsiglia, “giacché i Siciliani da soli non potevano far niente” e un cambiamento di Governo nell’isola non poteva che essere effetto di altri avvenimenti in Europa.(348) Però il contatto con le Vendite del Regno non si potè avverare, com’ebbe ad affermare il Meccio, il quale “trattava personalmente di questi affari e non si fidava di alcuno”.(349) Qualche tentativo solo venne fatto dal La Mantia con Termini. (350) Circa l’unione con Napoli, l’Amari aveva incaricato uno studente di chirurgia, che colà si recava, ad indagare se in quella città si tenessero travagli carbonici; ed ottenuta, come sembra, risposta affermativa, il Dicastero pensò subito d’intavolare queste relazioni. E pare che le cose si fossero discretamente avviate. Un giorno infatti l’ab. Attinelli andò a trovare il sac. Ingrassia, ch’era a letto, e gli fece vedere un foglio di carta bianca scritto con una certa mistura, che compariva solo quando fosse stata bagnata. Questa carta era una credenziale per aprir comunicazione con Napoli ed era stata già sottoscritta dal Meccio e da altri; anche l’Ingrassia vi appose la sua firma. (351)

Intanto il Meccio, il quale “trattava con energia l’affare della rivoluzione e procurava la protezione e garanzia dei Carbonari della Francia”, (352) insieme con l’Attinelli si portava dal vice-console francese Giulio Gautier da Marsiglia, residente in Palermo, il quale disse loro che nella primavera del 1822, al più tardi, doveva scoppiare in Francia la rivoluzione, e li incoraggiò a proseguire nei loro maneggi. Giorni dopo giungeva in Palermo un negoziante di Lione e chiedeva di abboccarsi col Meccio, al quale riferiva di aver girato l’Italia coll’incarico di far contatto con tutti i Carbonari, affermando che in Lione ve n’erano circa trentamila e che tutta la Francia e quasi tutta l’Italia vi avevano fatto adesione, e concludendo col dire che si desiderava sommamente l’unione con la Sicilia. (353)

Per assicurare intanto il successo della rivolta, era necessario guadagnare il consenso delle truppe napoletane, ch’erano ancora di stanza in Palermo. Nel Treno, la cui Vendita I liberi Muratori era stata fondata dall’Ingrassia e dal Meccio, e che aveva avuto poi per Gran Maestro il sac. Luigi Conti, erano alcuni dei più caldi affiliati della sètta, come il furiere Giuseppe Candia, il sergente Raimondo Cammarosano, il caporale Salvatore Settegrana e il sellaro Giuseppe Mauro. Il Cammarosano prese a trattar l’unione con gli artiglieri, ch’erano acquartierati nel R. Palazzo, mentre l’Attinelli asseriva di aver quasi tirato alla causa Carbonara alcune compagnie di gendarmi. (354)

Il furiere Candia poi aveva detto al Meccio che si poteva avere nel Dicastero un altro deputato di una Vendita austriaca, che gli avevano assicurato travagliasse dentro il Castello; doveva solo accertarsi se quei soldati fossero gli stessi, che una volta dimoravano a Torre del Greco, d’onde erano stati allontanati, perché sospetti carbonari. (355)

Il Meccio quindi vantava all’Amari di disporre degli uomini dell’Artiglieria e del Treno con armi e cannoni e d’aver fatto il piano d’assalto della fortezza, (356) e affermava anche di aver quasi tirato a sé i capitani di bastimento.(357)

Secondo asserì in pubblico dibattimento il dott. Giuseppe Anzaldi, il Meccio era stato incaricato di fare un giro nei paesi vicini a Palermo e si era portato in Termini, Misilmeri, Altavilla, ed altrove, ed al ritorno aveva fatto trasportare da Belmonte Mezzagno, in quattro notti consecutive, sopra carri tirati da buoi, quattro cannoncini, rimasti colà sin dalle vicende del ’20, e li aveva fatto nascondere in Altavilla o nei pressi.( (358)

Ma un tentativo più audace era stato concepito da Vincenzo Trapani, “che era il più accanito carbonaro”.(359) Costui un giorno del mese di dicembre disse al Meccio ch’egli era pronto ad avvelenare le truppe tedesche, che presidiavano Palermo, servendosi d’un suo padrino, che forniva loro il vino; e pregava il dott. Anzaldi a preparar la mistura conveniente. Ma si il Meccio che l’Anzaldi si rifiutarono, inorridendo, alla proposta. (360)

Procedendo attivamente i lavori dei Carbonari, in una seduta in casa Seidita, dal La Mantia e dal sac. Calabrò si fece la proposta di costituire YAlta Vendita, come un primo passo verso lo stabilimento dell’Aia Assemblea. A formare un’Alta Vendita occorrevano sette Dicasteri; per raggiungere il numero voluto, le trenta Vendite e i due Dicasteri si potevano frazionare, tanto più che gli affiliati erano assai numerosi. Ma pare che si sia fatto niente di tutto ciò, mancando certamente il tempo.(361)

Nello stesso mese di dicembre in una riunione di Dicastero, che si tenne in una casa sita dirimpetto la chiesa della Madonna del Lume, si propose di sollecitar la formazione del piano provvisorio di rivoluzione e di un altro piano stabile. Il Di Marco mostravasi impaziente di operare, affermando di aver cento uomini a sua disposizione e di voler essere il primo a liberare i detenuti della Vicaria.(362) Si propose ancora di aiutare i Carbonari di Lercara, ivi custoditi, e si raccolse all’uopo una piccola somma; (363) ma il Meccio, per non figurare da capo-bonaca, ((364) )evitò il contatto con coloro, che lavoravano carbonicamente nella Vicaria. (365).

Il piano provvisorio di rivoluzione non fu formamato che negli ultimi di dicembre. Il sac. Calabrò cosi lo esponeva nei primi di gennaio 1822 in una riunione della sua Vendita: Le Vendite, dietro avviso del Dicastero, dovevano trovarsi nel luogo, che sarebbe stato loro assegnato; si darebbe principio con un razzo lanciato in aria; dovevano quindi tirarsi diverse fucilate. Accorsa la Polizia, sarebbe circondata da alcune Vendite, mentre altre, fra le quali quella assai numerosa del Di Marco, dovevano assaltar la casa del generale Walmoden, impadronirsi di lui, costringerlo a scrivere l’ordine che le truppe abbandonassero il Castello, e, occorrendo, anche ucciderlo. Si dovevano quindi attaccare le carceri, aprirle, liberare i detenuti per riceverne rinforzi ecc.(366)

Il giorno 6 o 7 gennaio, tenutasi seduta di Dicastero, si concertò e conchiuse definitivamente il piano di rivoluzione, e fu stabilito di metterlo in esecuzione subito dopo l’arresto di qualche Carbonaro. (367)

Intanto “alcuni ascritti alla Carboneria”,(368) dietro promessa d’impunità, s’inducevano a scoprir tutte le trame alla Polizia. Costoro furono: Francesco Lo Jacono, Giuseppe Bau, Salvatore Grasso, Antonino Battaglia e Pasquale Pignataro, i quali, prima che si conoscessero “i componenti delle ultime unioni settarie e le loro macchinazioni, si presentarono alla Polizia scoprendo le sètte ed alcuni sciagurati, e, adibiti dalla Polizia, si prestarono a dare le ulteriori conoscenze, in modo che per mezzo di essi si seppero alcuni dei comblottanti e particolarmente i Gran Maestri di alcune Vendite”.(369)

Avuta notizia di queste unioni settarie, il Direttore generale di Polizia Marchese delle Favare dava incarico a Giovanni Gregorio, agente di Polizia, di accrescer la vigilanza, impegnandolo d’impiegare “tutta l’attività e sagacità, onde potersi scoprire gl’individui, che le componevano, e poterli sorprendere nei luoghi, ove si riunivano Il Gregorio aveva già notato nella città “un certo fermento inaspettato”, e, vedendo ora che” l’affare era serio”, si rivolse al barbiere Giuseppe Giglio, soprannominato Pampilio, dandogli incarico d’iscriversi fra i Carbonari e di far le dovute relazioni. Il Giglio infatti si mise subito all’opera e ben presto potè raggiungere il suo intento.

Stando egli il 1° gennaio sulla porta della bottega, fu invitato da alcuni amici, tra i quali Antonino Pitaggio, ad andare con loro a bere un bicchiere alla Guadagna. Il Giglio accettò l'invito e si avviò con gli amici. Ma nel bere si accorse che i suoi compagni si corrispondevano con segni per lui incomprensibili; sicché, fiutando la preda, apri bene gli occhi e tese le orecchie. Allo scotto, gli amici non permisero ch’egli pagasse, dicendo ch’era lupo. Il Giglio ribatte ch’egli era cristiano; ma gli amici: no, che non sei cristiano! E soggiunsero che lo avrebbero fatto essi cristiano. Tre giorni dopo infatti il Pitaggio lo condusse in casa del dottor Girolamo Torregrossa, dove trovarono molte persone, che giuocavano al tresette. Poco dopo il Torregrossa, chiamati a sé il Giglio e il fornaio Michele Teresi, disse loro eh’ era tempo si arruolassero nel numero dei fratelli Carbonari e che doveva farsi allora la funzione. Quindi il Torregrossa scrisse sopra un pezzo di carta e lesse: “Che cosa dovete a Dio? — L’anima. — Che cosa alla Patria? — La difesa. — Che cosa ai parenti? — Il testamento”, avvertendo ch’egli avrebbe fatto loro quelle interrogazioni e che essi avrebbero dovuto dar quelle risposte. Dopo di che il Torregrossa li fece bendare. S’intesero allora tre colpi alla porta e una voce domandò: “Chi batte?” — al che rispose il Torregrossa con parole, che il Giglio non potò capire. Quindi si senti egli afferrare per la persona e trasportare per vari locali: poi fu lasciato libero. Intese allora una voce: “Fategli fare il primo viaggio!,, — ed al momento fu ripreso e trasportato per vari punti di quella casa; quindi lasciato libero. Ed ecco altri tre colpi alla porta, ed una voce: “Fategli fare il secondo viaggio!” — dopo di che fu ripreso come sopra. Lasciato libero, intese come una fiamma presso la faccia. Indi, dopo ch’ebbe eseguito un altro moyimento, fu fermato ed interrogato: “cosa avete veduto?” — Rispose: “una fiamma Fu fatto quindi mettere col ginocchio destro a terra e colla mano destra sopra un tavolo, dove toccò un oggetto, che poi riconobbe per un crocifisso. Dovette poi giurare di conservare il segreto dei Carbonari. Quindi s’intese battere tre colpi sulla testa, ed una voce: “Pagani, ecco la luce!”. — Sbendatolo, il Torregrossa gli disse la parola sacra* che non dovevasi profferire se non dopo esserne stato richiesto da qualche Buon Cugino. Se il richiedente avesse detto: “fede” — bisognava rispondere: “speranza” — e quindi da entrambi doveva soggiungersi: “carità” —. La parola di riconoscenza era: “vigilanza” — da profferirsi in tre riprese, cioè: vi dal richiedente, gi dal richiesto, e lanza da tutti e due simultaneamente. C’era inoltre la parola mensile, che per allora era: “Filospatrio” da pronunziarsi in due parti. Quindi il Torregrossa diede al Giglio il segno del tatto; prese la mano di lui e, strettala colla propria destra, col dito medio gli strisciò il polso dalla parte di sotto circolarmente, indi collo stesso dito gli diede tre pulsate sulla stessa parte. Il Torregrossa gli insegnò infine il modo di salutare in pubblico per esser conosciuto dai Buoni Cugini: bisognava sollevare il cappello colla destra, tenendo l’indice alzato. Entrando in una Vendita, invece del consueto saluto, si portavano prima le mani alle spalle, si distendevano quindi lungo i fianchi e infine si” attraversavano per mezzo del corpo”. Questa è la prima istruzione — concluse il Torregrossa — saprete il resto in seguito.

Il Giglio corse a riferire il tutto all’agente Gregorio, il quale aveva ancora ai suoi servizi altre tre persone, già “arruolate in dette unioni, dalle quali di momento in momento andava pigliando cognizione degl’individui, che componevano dette unioni, quali erano i loro pensieri e le di loro azioni Una di queste persone aveva promesso al Gregorio di fargli sorprendere una Vendita in flagranza; ma siccome si sapeva che stava già per scoppiare la rivoluzione, d’incarico del Direttore generale di Polizia si fece rilasciare da questa stessa persona una nota dei capi di tali unioni, che erano alla sua cognizione;” la qual cosa — scrive il Gregorio nel suo rapporto — mi riusci questa stessa sera -che si contano li 9 del 1822, all’ora una d’Italia. La suddetta nota contiene gli infrascritti individui: maestro Francesco Azzarello, don Girolamo La Mantia, don Natale Seidita, don Girolamo Torregrossa, maestro Francesco Cirivello, maestro Francesco Guadagna, Giuseppe Giglio alias Pampilio, Landolina, sac. Vincenza Ingrassia, sac. Calabrò, sac. La Villa, Stefano Mannalà, maestro Francesco Corona, Antonino Pitaggio, Francesco Graziano, maestro Gaetano D’Aquila (370)

Costoro furono quasi tutti arrestati nella notte dal 9 al 10 gennaio e le loro case rigorosamente perquisite. L’arresto dei sacerdoti Calabrò, Ingrassia e del fornaio Seidita gettò lo scompiglio tra i Carbonari, essendo essi tra i più ferventi cospiratori e i soli, che “avrebbero potuto combinare sicuramente la rivoluzione, per essere alla testa di Vendite popolari”? (371)

Già da alcuni giorni Meccio non era più lui. Ancor prima degli arresti, al Landolina aveva mostrato dispiacere di esser presidente del Dicastero, perché alcuni volevano affrettare la rivoluzione e si lagnavano di lui. Egli desiderava un buon pretesto per ritirarsi e sembrava al Landolina “veramente costernato”. (372)

Il 6 o 7 gennaio il Meccio incontrò il dottor Anzaldi, al quale fece “una triste descrizione della sua posizione, lagnandosi dello sbaglio, che aveva commesso nell’ingerirsi in tali affari, giacché da una parte temeva il Governo e dall’altra non si fidava di sciogliersi per le premure, che gli si facevano dal sac. Ingrassia, dal sac. Calabrò e da Salvatore Di Marco, che coi loro rispettivi satelliti volevano assolutamente la rivoluzioner minacciandogli la vita in caso che non avesse acconsentito”. L’Anzaldi allora gli consigliò di deporre la carica e di mandare a vuoto il progetto della rivoluzione, e il Meccio gli rispose che cosi avrebbe fatto. (373)

Ma, giusta la precedente intesa, in seguito agli arresti doveva mettersi in esecuzione il piano provvisorio di rivoluzione: e benché l’atto energico della Polizia avesse gettato il terrore nelle file dei Carbonari, tuttavia il 10 gennaio si riunivano costoro nella chiesa dei Cocchieri per stabilire il da farsi. Intervennero in quest’adunanza, oltre il Meccio, Ottavio Lo Bianco, il patrocinatore Francesco De Simone, Salvatore Di Marco, Batolo, La Mantia ed altri. D Di Marco disse ch’era tempo d’operare, altrimenti tutti sarebbero perduti. Dopo vari discorsi, si stabili che le Vendite, riunite a due o a tre, sarebbero andate a circondare i quartieri loro rispettivamente vicini, per impedire che i soldati potessero uscir fuori. Il Di Marco tutto infuocato promise che colla sua Vendita avrebbe circondato la casa del Luogotenente generale, lo avrebbe fatto prigioniero e da lui si sarebbe fatto rilasciar l’ordine che le truppe consegnassero i forti; il Lo Bianco da parte sua affermava che egli e i suoi avrebbero assalito il generale Walmoden e lo avrebbero tratto prigioniero. Quindi ogni deputato notò in un pezzo di carta con quali Vendite si doveva andare a riunire e il sito, che doveva occupare, e si diede la parola di riconoscimento: “Coraggio e Libertà!” L’adunanza cosi si sciolse. Ma, andato via il Di Marco, gli altri stettero a guardarsi negli occhi: Meccio disse che non avrebbe fatto niente di quanto s’era stabilito; il La Mantia assicurava di non saper neanche che cosa fosse un fucile ecc. Finalmente si divisero, ed il Meccio corse a trovare qualcuno del suo partito” per sedare l’affare”. Intanto le ore volavano. Sopraggiunta la sera, il Lo Bianco, abbattuto e scoraggiato, si presentò al Meccio, il quale lo pregò di far desistere il Di Marco, stante che molto pochi erano coloro, che si sentivano disposti ad agire, e gli altri tutti si erano ritirati a casa. Il Lo Bianco andò in fretta ad eseguire la commissione; ma, ritornato di li a poco, disse che il Di Marco “era ostinato a non voler recedere”; sicché il Meccio ebbe a dire ch’egli di certo sarebbe rimasto solo. A un’ora e mezzo di notte ecco giungere Giuseppe Lo Verde ad annunziare che l’Attinelli con diverse persone era a Porta Sant’Antonino, secondo il piano prestabilito; ma che, non vedendo alcuno, non sapeva che fare. Rispose il Meccio che rientrassero pure nelle loro case, che cosi avevano fatto tutti gli altri. Il Lo Verde andò via, ma dopo un quarto d’ora fu di ritorno insieme col Massa, coll’Attinelli e con diverse altre persone, le quali si mantennero in distanza. Il Meccio, domandato delle cause della imprevista decisione, rispose in modo evasivo; l’Attinelli montò in furia; ma poi tutti dovettero quietamente ritirarsi. Anche il bollente Di Marco fu costretto suo malgrado a seguire il consiglio comune.(374)

Subentrato nell’animo di quasi tutti i Carbonari lo scoraggiamento ai primi impeti di audacia, si ebbero nuovi tradimenti e nuove defezioni. Quello stesso giorno Gioacchino Landolina incontrava due deputati al Dicastero, i quali gli dissero: “Barone, fuggite, ché vi è ordine d’arresto per voi; ma state allegro; fra due giorni scoppierà la rivoluzione, mentre tutte le Autorità staranno in teatro; fatevi un partito e procurate di non mancare”. — Fuggi quindi il Landolina e andò a ricoverarsi nel convento di Gibilrossa, ove diede ad intendere che cercava asilo per aver commesso un ferimento. Il 12 gennaio poi inviava il priore del convento al cardinal Gravina, arcivescovo di Palermo, facendo conoscere di dovergli comunicare un affare di somma importanza, a patto che la Polizia non ’ avesse a molestarlo. Ottenuto questo consenso, il Landolina in abito di religioso carmelitano recavasi lo stesso giorno dal Gravina, al quale, essendo presente l’aiutante del Luogotenente generale, svelava il complotto, che doveva scoppiare la sera. Ritornava quindi al convento, e l’indomani costituivasi nelle mani della Polizia, sicuro di ottenere l’impunità, che gli aveva promesso il Gravina. (375)

Il 10 gennaio, dopo la riunione nella chiesa dei Cocchieri, il Bamistella veniva avvisato da parte del Dicastero che la sera doveva con la sua Vendita dar l’assalto ai soldati, che si trovavano acquartierati nel convento di Sant’Anna, ed impadronirsi di un pezzo d’artiglieria, che ivi si conservava. Ma il Bamistella, ch’era stato spaventato dagli arresti della notte precedente, corse a consigliarsi col suo patrocinatore Pasquale Picciurro, il quale lo esortò a svelare ciò che sapeva al Governo; e per far la cosa più presto, tutti e due si avviarono all’Olivuzza, dove abitava G. B. Finocchiaro, direttore della B. Segreteria di Grazia e Giustizia. Ma per via il Bamistella venne assalito da forti convulsioni; riavutosi, mandò innanzi solo il Picciurro ed egli andò a nascondersi in una palazzina della contrada San Lorenzo. Il Picciurro quindi a mezz’ora di notte abboccavasi col Finocchiaro, che egli fece inteso di tutto; (376)ma costui, “come se ciò fosse cosa, che, senza commettere grave delitto, tacere si potesse, pensò di niente dirne per allora né al Luogotenente generale né al Direttore di Polizia”;(377) quando si decise di farlo, conobbe che il Governo era a giorno di tutto. Solo una settimana dopo chiamava presso di sé il Bamistella, gli faceva mettere per iscritto quant’egli aveva manifestato per mezzo del Picciurro e rilasciare un notamento separato degli individui, che componevano la sua Vendita; (378) ma, avuta questa dichiarazione, “come un riserbato, se la trattenne”. (379)

Oltre il Landolina e il Bamistella, anche il dottor Giuseppe Anzaldi s’era affrettato il 10 gennaio a denunziare la congiura alla Polizia. Aveva egli ricevuto quel giorno ordine dal Dicastero di farsi trovare a mezz’ora di notte vicino alla Madonna del Cassero per riunirsi poi colle Vendite, che dovevano presidiare Porta Sant’Antonino e dar l’assalto alla forza pubblica e agli alloggiamenti delle truppe; ma aveva preferito d’andare a informar di tutto il Commissario di Polizia Alfio Mastropaolo, al quale il giorno dopo aveva cura di riferire ancora che i Carbonari, viste deluse le loro mire per i provvedimenti, che aveva preso il Governo, si erano proposti di assalire il teatro la sera del 12, nella speranza di farvi prigionieri il Luogotenente generale ed il generale Walmoden.( (380) Infatti il Governo aveva dato le più energiche disposizioni e le truppe erano state tutte in armi nei propri quartieri.

Sfumata dunque cosi la rivolta per la sera del 10, i Carbonari stabilirono di rimandarla al giorno 12, in cui, ricorrendo il genetliaco del Re, si prevedeva che tutte le Autorità si sarebbero recate al teatro. “Ne fu del pari il Governo avvertito (in qual modo già sappiamo), e senza interrompere la solennizzazione, (381) si vide quantità di truppa, oltre dell’usato, ne’ contorni del teatro, e pattuglie che andavano scorrendo ne’ luoghi sospetti, per impedire unioni di perversa gente. I Carbonari ne sono consapevoli, vedono svelate le loro perfide mire, si avvilirono, e non trovarono più punti di riunione, né contatto fra loro, e cercarono salvarsi colla fuga”? (382)

In carcere il sac. Ingrassia, il La Manna, il Di Chiara, il Landolina e l’Amari, fra il 14 ed il 16 gennaio, nella speranza di ottener la clemenza reale, facevano poi delle dichiarazioni spontanee per iscritto al Direttore di Polizia, il quale cosi ne riferiva al Luogotenente generale: “Io, conoscendo il vantaggio che abbia ricavato la Giustizia da queste spontanee confessioni, e similmente quanto possa essere utile alla salvezza dello Stato un esempio di tal natura per casi simiglianti, che possono avvenire, supplico con tutto il calore l’E. V., perché, qualora sia del suo superiore aggrado, si usi a questi soggetti la dimandata clemenza; potendo i medesimi servire di testimonj a scovrire i correi, ed avendo altronde la Giustizia altri soggetti ugualmente rei dell’istesso misfatto, che servir potranno di esempio, e dandosi, come dissi, il mezzo di ottenere in avvenire delle confessioni spontanee”. (383)

Immediatamente fu nominata una Corte marziale straordinaria, la quale riunivasi il 18 gennaio nella R. Casa di Correzione (oggi Pio istituto del Boccone del Povero), per procedere a guisa dei Consigli di guerra subitanei, giusta l’art. 10 del Decreto dei 18 dicembre 1821. La componevano: il tenente colonnello d’artiglieria Francesco Polizzi, presidente, i maggiori Francesco Carrascon e Camillo Zaini, i capitani Giuseppe Blom, Pietro Pellegrini e Mariano Tedeschi, il tenente Gaetano Vicesvinci, giudici. Funzionava da relatore il capitano Giovanni Andrea Maurigi, da R. Procuratore generale il giudice della Gran Corte Civile di Palermo Mariano Cannizzaro e da cancelliere Calcedonio Miraglia.

Il giorno 20 cominciarono gli interrogatori. Fu inteso per primo Giuseppe Giglio; poi, in quello e nei giorni successivi, il Di Chiara, il Landolina, il La Manna, l’Ingrassia e l’Amari, i quali tutti confermarono le loro dichiarazioni scritte, aggiungendo anche nuovi particolari; il sac. La Villa, interrogato perché non avesse svelato al Governo le unioni clandestine, che si tenevano nella chiesa dei Santi Quaranta Martiri, della quale era cappellano, rispose di “non esser portato a far denunzia,” benché riconoscesse che quelle unioni fossero di Carbonari; (384) il barone Corvaja, lo studente Benedetto Puglisi e il sac. Calabrò si tennero un po’ sulle generali; tutti gli altri furono negativi (era questo il dovere di un buon carbonaro); solamente il dott. Pietro Minnelli, che prima si era rifiutato di parlare, fece poi la sua deposizione.

Il 26 gennaio il Luogotenente generale comunicava alla Corte marziale una ministeriale, nella quale si scriveva che il Re era impaziente di sentir l’esito delle prime operazioni decisive e che, essendo la Corte un Consiglio di guerra subitaneo, si affrettasse ad emettere la sua sentenza. (385)

Quindi la Corte deliberò di tradurre in giudizio gli imputati, e, fatta la scelta dei rispettivi difensori, fissò il giorno 27 per dar loro consegna degli atti. Ai difensori fa concessa facoltà di comunicare con i loro difesi, e si fissò il giorno 28 per la pubblica discussione. Il 29 gennaio la Corte profferiva la sua sentenza, per la quale condannava Pietro Minnelli, Giuseppe Lo Verde, Natale Seidita, Ferdinando Amari, Gaetano Di Chiara, il sac. Vicenzo Ingrassia e il sac. Bonaventura Calabrò alla pena di morte col terzo grado di pubblico esempio; Giuseppe Candia, il sac. Giuseppe La Villa, Antonino Pitaggio, Girolamo La Manna, Salvatore Martines, Michele Teresi e Gioacchino Landolina alla pena di morte; Giuseppe Corvaja a dieci anni di prigionia e insieme con i precedenti alle spese di giudizio a favore della Beai Tesoreria; dichiara vasi incompetente a decidere sul conto di Benedetto Puglisi e lo rimetteva all’ordinaria giurisdizione; (386) e rimandava ad una più ampia istruzione, trattenendoli però in istato d’arresto, Salvatore Torregrossa, Francesco Lo Jacono, (387) Francesco Azzarello, Luca Petta, Michele La Tona, Gaetano D’Aquila, Francesco Graziano, Emanele Navarra, Vincenzo Maggiordomo, Ignazio D’Anna, Salvatore Settegrana, Baimondo Cammarosano e Giuseppe Mauro. La Corte infine dichiarava che si dovessero attendere gli “oracoli di S. M.” per coloro che avevano fatto le dichiarazioni al Direttore di Polizia.(388) E il Re con Decreto del 3 ottobre 1822 commutava la pena di morte in quella di trent’anni di ferri per l’Amari e l’Ingrassia che dovevano espiarla nel bagno di Santo Stefano, di venticinque per il La Manna, di venti per il Di Chiara e di dodici per il Landolina, i quali vennero rinchiusi rispettivamente nei castelli di Milazzo, Trapani e Termini.( (389))( )

Il 31 gennaio venivano giustiziati i sacerdoti La Villa e Calabrò, il dott. Minnelli, il furiere Candia, il Seidita, il Pitaggio, il Lo Verde, il Martines e il Teresi, i primi due nel cortile della R. Casa di Correzione, gli altri sette nel largo della Consolazione.( (390) Però, “essendosi usata la fucilazione, nacque l'inconveniente che, impiegatisi gli individui de’ Veterani, sola truppa che vi era disponibile, questi, comecché di avanzata età e perciò impossibilitati a tirare colla dovuta fermezza, non diressero i colpi in modo da far ritenere estinti i pazienti colla prima scarica, ma dovettero replicarli in confuso, ed a più riprese; cosicché la esecuzione non riusci colla dovuta precisione e produsse del disgusto negli astanti”. (391)

Dopo gli arresti del 9 gennaio, e più ancora dopo il vano tentativo del giorno 12, molti congiurati si diedero alla fuga. Il Meccio, “preso da spavento, si ritirò a casa, ove stette fino al giorno 20 gennaio ammalato, quindi andò ad occultarsi in Ventimiglia in casa di suo fratello.”( (392)

Fin dal 22 gennaio intanto il Direttore generale di Polizia aveva proposto nel Consiglio di Sicilia che, subito che la Corte Marziale avesse pronunziato la sua sentenza contro gli imputati, ch’erano in carcere, si accordasse “un perdono generale a tutti gli altri”, che potevano essere” forse implicati nella stessa trama, e che non trovavansi in arresto”; (393) ma P 8 febbraio il Mastropaolo cosi scriveva in proposito al Luogotenente generale: “La M. S., avendo maturamente ponderato lo affare, ha considerato nella sua saviezza che l’importanza con cui fu annunziata sulle prime questa scoverta alla sua Sovrana intelligenza, le reiterate pressanti dimando di invio di forze in cotesta, le pratiche usate da codesto generale Walmoden, le serie misure di precauzione costi prese, e le disposizioni energiche ed accertate impartite da codesto Comandante generale le Armi marchese Nunziante fan presumere che la cospirazione abbia avuta una estensione assai maggiore di quella che sinora si è sviluppata dall’istruzione, e che vi sia stato compromesso un numero d’individui assai più considerevole di quello che è stato indicato nella cennata sentenza, senza di che gli anzidetti avvisi e misure straordinarie adottate sarebbero state al di là del bisogno, ed anche allarmanti.

“Ha considerato ancora la M. S. che lo stesso complesso delle carte e de’ fatti medesimi espressi nella sentenza dimostrano parimente che sinora non si è penetrato sino al fondo di questo affare, e che non sono scoverte tutte le ramificazioni ed i colpevoli della cospirazione. Infatti si rileva la esistenza di molte Vendite carboniche, le quali lavoravano dopo il Beai decreto dell’11 settembre, di due Dicasteri, i quali poi furono riuniti in un solo, affinché si fusse data alla trama ed alle maligne macchinazioni un’ impulsione uniforme ed un andamento concentrato e non discordante. Si scorge elezioni di Deputati, di comitati di finanze, di guerra, redazione del codice carbonico, piani prowisorj e permanenti di rivolta, deputazioni destinate ad indagare se mai le Vendite di persone più elevate proseguivano i loro travagli; osservansi finalmente delle lacune, che fan supporre delle reticenze nelle confessioni dei rei. Or tutti questi dati e circostanze fan presumere fondatamente che il numero dei malintenzionati impegnati a sovvertir l’ordine pubblico ed i mezzi su i quali essi poggiavano la esecuzione dei loro scellerati disegni, debbano essere molto più estesi, considerevoli ed importanti di quelli che sinora sono stati svelati.

“Convenendo che si scovra la cospirazione in tutti i suoi dettagli e nella sua totalità, è preciso volere della M. S. che V. E. impartisca le più efficaci, accertate e sollecite disposizioni, onde dai funziona”, ai quali spetta, si proceda colla massima attività, zelo, fermezza ed accorgimento, per iscandagliare tutti i fili della trama, conoscere l’estensione, i mezzi, i dettagli e tutti i rei e complici della cospirazione, le persone tutte che proseguirono ad unirsi nelle Vendite carboniche dopo il Beai decreto degli 11 settembre, ed insomma rilevare il preciso dello affare, con eseguirsi sollecitamente lo arresto di coloro, che non trovansi assicurati alla giustizia, e con attivarsi la istruzione contro dei detenuti e di coloro, per i quali si ordinarono dalla Corte Marziale più ampie indagini, affidando la M. S. al di lei zelo ed attaccamento per il suo Beai servizio il vegliare accuratamente sulle operazioni dei detti funzionari, onde soddisfino efficacemente e con tutta prontezza i loro doveri, ed eseguano queste sovrane risoluzioni, con render distinto conto alla M. S. di quanto ulteriormente sarà per iscovrirsi.

“È anco volere di S. M. che V. E. dia le provvidenze a seconda delle di lei facoltà contro quei funzionari, che non eseguiranno esattamente i loro doveri, ed occorrendo provochi quelle della M. S.”. (394)( )In seguito a questa ministeriale, si ripresero con più attività le persecuzioni contro i profughi. La Polizia riuscì ad arrestarne alcuni, ma, sfuggendole ancora vari capi, pose su di loro una taglia. Fu promessa una ricompensa di onze cento a chi arrestasse Meccio, onze ottanta per Attinelli, Batolo, Salamone, onze quaranta per Sorretta, Salvatore e Francesco Di Marco, e onze venti per Girolamo Lo Bianco e La Mantia. (395) La sera del 4 marzo, (396)per una combinazione del caso, venne arrestato il Meccio.... Dopo aver egli errato per le campagne de’ contorni di Palermo sotto mentite vesti di custode di gregge, scorgendo che più non si teneva conto del processo, e che i suoi compagni avean subito la pena, di potersi nascondere nella propria casa credè miglior partito”.(397) )Furono anche arrestati Francesco Di Marco e altri.

Verso gli ultimi di aprile si riprese l’istruttoria del processo. Dalla Polizia furono rimessi alla Corta marziale nuovi documenti, tra cui quattro soggiunte dichiarazioni, fatte dal Landolina, dall’Amari, dal Di Chiara e dall’Ingrassia dopo la condanna di morte; ma la Corte, visto che per una ministeriale del 5 aprile e per l’avviso della Giunta consultiva di Giustizia costoro non erano ormai più abilitati a deporre, deliberò di restituire, come fece, le loro dichiarazióni alla Polizia, perché le conservasse nei suoi “arcani,r Fu ancora comunicata una manifestazione fatta in carcere dal Meccio al Marchese delle Favare, (398) il quale doveva essere “nella massima costernazione perché appunto l’unico suo figlio Giuseppe, “giovinetto inesperto e caldo di zelo patrio”, aveva preso parte alla congiura, ed egli ben comprendeva che il Meccio” era il solo, che la complicità del figlio suo poteva provare, e quindi mettere in pericolo la vita del giovine inesperto ed in lui la carica”.(399)

Intanto il Ramistella, ch’era stato arrestato il 19 febbraio, fece delle larghe propalazioni, ed altre non meno larghe fece il Meccio, il quale venne sottoposto ad interrogatorio una diecina di volte. Illudendosi forse di aver per sé l’appoggio de! Direttore di Polizia^ diede i più minuti ragguagli e cercò in tutti i modi di attenuare la propria responsabilità.(400)

Egli aveva sempre “procurato con politica” di non far succedere la rivoluzione, e “per frenare i perturbatori” aveva stabilito che essa si dovesse fare, quando si fosse rivoltata la Francia o Napoli, o quando qualche nazione estera fosse venuta in Sicilia, non mai all’arresto di un Carbonaro. Per opera sua non si erano potuti mai formulare, né quindi mettere in esecuzione, i piani del Dicastero. Non aveva mai “brigato il contatto” con Messina e col Regno e negò quello con Marsiglia. Egli non aveva mandato mai ad effetto le decisioni del Dicastero circa uccisioni di spie o di persone appartenenti alla Giustizia; per lui non si era avverato l’avvelenamento della truppa austriaca. Egli aveva già proposto si sciogliessero le Vendite e aveva cercato di non ammettere altre persone, “sotto pretesto di finto zelo, trattandole di difettose”. Solo per le sue operazioni non era andato avanti “l’affare” non solo, ma se n’era cominciato lo scioglimento. I più accaniti Carbonari erano i sacerdoti Ingrassia e Calabrò, anzi il primo era “più molesto e miserabile” del secondo. Il loro arresto insieme con quello del Seidita era stato una vera “fortuna,” perché avrebbero potuto combinare sicuramente la rivoluzione, essendo essi alla testa di Vendite popolari. D Calabrò anzi gli insidiava la vita, per essersi accorto ch’egli soleva “attraversare l’esecuzione di tutte le risoluzioni del Dicastero,” e si era staccato da lui, unendosi al partito del Di Chiara e dell’Attinelli. Temendo quindi di essere ucciso dai suoi compagni, non aveva svelato la trama alla Polizia. Per tutte queste ragioni egli sperava di ottenere dalla clemenza del Re quella considerazione, di cui i servizi prestati lo rendevano meritevole. Ed infine, ricorrendo alle sottigliezze del suo mestiere (il Meccio era patrocinatore legale), giungeva a dichiarare che dopo il decreto degli 11 settembre non era stato egli ascritto ad alcuna Vendita, né aveva mai prestato giuramento; non doveva quindi esser considerato come Carbonaro.

Queste schermaglie del disgraziato durarono dal 2 maggio al 26 luglio;(401) quindi, continuando egli ancora il suo piano di difesa, faceva nuove rivelazioni e nuovi nomi, forse ad istigazione del barone Giovanni Francesco Martinez, (402) giudice della Gran Corte Civile di Palermo, che nel contempo istruiva un processo contro i Carbonari di Termini e di Lercara. Mentre prima aveva negato di aver avuto contatto alcuno con Vendite del Regno, ora al Martinez affermava che, dietro proposta del Sorretta, si era fatto un tentativo dal Dicastero di soccorrere i Carbonari lercaresi, ch’erano nelle prigioni di Palermo, e che un loro deputato aveva avuto relazione col Dicastero preseduto dall’Amari. Disse d’ignorare se esistessero relazioni carboniche tra Termini e Lercara; sapere per altro che in Termini fossero più Carbonari di Palermo, che avevano anche loro un Dicastero, del quale erano capi il Principe di Villafranca e il colonnello Palmieri; ma che dopo l’arresto di costui (5 novembre 1821) tutti si erano ritirati ed il Villafranca aveva fatto ritorno in Palermo. Altre cose aggiunse circa i travagli dei nobili di Palermo, concludendo: “Ho tanto la testa confusa per lo stato infelice, in cui mi trovo, che la memoria non mi suggerisce altro”. (403)

Forse in questa confusione d’idee, o perché abilmente tirato dal Martinez, o perché infine disperasse di salvarsi, si lasciava sfuggire il nome del figlio del Direttore di Polizia. Richiamato quindi per l’ultima volta dalla Corte Marziale, egli dichiarava che dai Carbonari erano conosciute tutte le operazioni del Governo e della Polizia per mezzo di Ignazio Batolo, figlio del R. Procuratore generale (ch’era anche avvocato e amministratore del Luogotenente generale, Principe di Cutò), ed intimissimo del figlio del Marchese delle Favare, che faceva parte della cospirazione. Si riteneva però che costui fosse Carbonaro fìnto e riferisse al padre tutti i travagli delle Vendite; era stata questa una delle cause, che avevano ritardato la fusione dei due Dicasteri, poiché appunto il giovine Favare era ascritto alla Vendita, che aveva per deputato il Batolo. Una volta, nel dicembre, mentre alcuni del Dicastero erano riuniti nella chiesa dei SS. Quaranta Martiri, una pattuglia di Polizia era andata a sedersi proprio sugli scalini di quella chiesa. I Carbonari si apparecchiavano già a sostenere un assalto, quando la pattuglia si era levata da sedere, allontanandosi. D giorno dopo al Batolo veniva detto da un agente di Polizia che era ormai tempo che egli e gli amici suoi rinsavissero; ma il Batolo fece l’indiano e continuò peggio di prima. D’altronde, concluse il Meccio, il giorno 9 gennaio “si sapeva comunemente da tutti i Carbonari” che presso la Polizia era una nota degli individui, che dovevano essere arrestati.(404)

Altre propalazioni fece il dott. Giuseppe Anzaldi, il quale, sebbene godesse l’impunità per avere a tempo svelato la congiura ed il suo nome quindi potesse restare occulto, tuttavia, “per maggiore accerto della giustizia,” volle essere citato come testimone e depose su circostanze importantissime. Spinto da simili ragioni, volle svelato anche il suo nome Antonino Ingrassia, padre del sac. Vincenzo, che aveva già fatto” volontaria manifestazione”. Si mantennero invece negativi i detenuti sac. Francesco Cassarmi, il calzolaio Gaetano Tripi, Francesco Salesio Gerardi orefice, Giuseppe Reina stampatore, Damiano Raja da Lercara, custode del Tribunale Civile, l’orefice Francesco Solazzo e Ignazio Furia.

Venne quindi interrogato il vice-console francese Giulio Gautier, il quale stette sulla negativa; ma, avendolo il Meccio riconosciuto e confutatagli la sua deposizione, fu trattenuto in arresto nel Castellammare. Fattagli una perquisizione in casa, gli vennero sequestrati oggetti e carte di Carboneria. Il Luogotenente generale proponeva quindi che il Gautier, qual persona sospetta, venisse allontanato dai reali domini; e, benché la Commissione Militare per insufficienza di indizi lo avesse messo in libertà provvisoria (14 dicembre), tuttavia il 26 febbraio 1823 veniva egli imbarcato per Marsiglia, dopo avere scontato sei mesi di prigionia. (405)

Continuava intanto l’istruttoria del processo, mentre si proseguivano le indagini contro i profughi. Apertosi quindi il dibattimento, il giorno 18 settembre veniva pronunciata la sentenza, la quale condannava Salvatore Meccio alla pena di morte col terzo grado di pubblico esempio ed al rimborso delle spese a favore della R. Tesoreria; riteneva il Ramistella meritevole di godere l’impunità accordata ai delatori dal Decreto degli 11 settembre 1821 e lo metteva in libertà assoluta,” benché esacrato dalla società dei suoi concittadini e come delatore al pubblico indicato,(406)rimandava a più ampie istruzioni, trattenendoli in arresto, il patrocinatore Francesco De Simone, Carlo e Giuseppe Summa, padre e figlio, parrucchieri, Francesco Salesio Gerardi, i fratelli Giovanni e Giuseppe Anelli, il primo notaio, il secondo impiegato presso lo studio notarile del padre, il calzolaio Giovanni Colli, Giuseppe Reina, il sarto Gaetano Caputo, Nicolò Melodia parrucchiere, Calogero Morana mercante, Damiano Raja, Antonino Muratore libraio, il capitano Antonio Merlo, Francesco Incontrerà cameriere, Benedetto Navarra pittore e Saverio Buccheri; dichiaravasi infine incompetente a decidere sul conto di Gaetano Tripi, del sac. Francesco Cassarini e di Francesco Solazzo e li rimandava alla Seconda Camera della Gran Corte Civile di Palermo. (407)

Lo stesso giorno, dovendosi eseguire la fucilazione del Meccio, il Comandante delle Armi faceva osservare al Luogotenente generale che, non potendosi adibire all’uopo che i soli Veterani, poiché non era permesso di far uso della Gendarmeria e della Guardia Reale, temeva si dovessero rinnovare le scene d’orrore del 31 gennaio. Il Luogotenente quindi disponeva che l’esecuzione della pena avesse luogo colla ghigliottina nel piano fuori porta San Giorgio.(408)

Il 18 settembre il Meccio sali in Cappella;( (409) e il giorno dopo dal Luogotenente generale veniva spedito a Napoli il seguente avviso telegrafico: “Questa mane è stata eseguita colla massima tranquillità la sentenza di morte a carico di don Salvatore Meccio (410)

Veramente la tranquillità era stata turbata da alcuni gridi di donna. La moglie del disgraziato, che lo aveva seguito dalla Cappella a porta San Giorgio, s’era gettata ginocchioni ai piedi dei soldati austriaci, che non volevano farla avvicinare al condannato. Respinta brutalmente, era caduta rovescioni, svenuta. E dopo venti giorni raggiungeva il marito nella tomba.(411)

Il 5 ottobre dello stesso anno venivano abolite le Corti Marziali e sostituite da Commissioni Militari. La Commissione Militare per la R. Piazza e Valle di Palermo, preseduta dal tenente colonnello Rodolfo De la Grannalais,(412) veniva quindi incaricata di riprendere l’istruttoria contro i profughi, ch’erano in numero di quarantasei. Aspettando che costoro venissero arrestati, la Commissione cominciò a prender cognizione del processo: “fatica non agevole per la grandiosità dello stesso, distribuito in più volumi di smisurata mole, trattandosi d’un affare, che pervenne interamente nuovo per tutti i componenti la Commissione”.

Si stabili quindi di far le citazioni degli assenti per i primi di gennaio 1823; ma il Commissario del Re ebbe ad osservare che, “nell’occorrenza della gran gala del 12 gennaio”, non era bene vi fossero “famiglie afflitte da tale procedimento di giustizia”.

Le citazioni furono rimandate quindi al giorno 15; trascorsi venti giorni, si sarebbe dato principio al giudizio contumaciale. Ma dei profughi nessuno pensò a presentarsi; il Favare emanò ordini circolari a tutti gli Intendenti e Sottintendenti dell’Isola, ai Commissari di Polizia, agli agenti di sua dipendenza, ai tre Capitani d’arme residenti in Palermo per eseguire gli arresti entro quindici giorni, sotto pena di destituzione; invano: egli stesso era costretto a riconoscere che dei congiurati solo pochi si erano sottratti alle persecuzioni, esulando, e che di “tutti i rimanenti ignorasi l’attuale loro esistenza”. (413)

Vennero soltanto arrestati Rosario Tamburello, Paolo Ferro e Francesco Di Marco, che si mantennero interamente negativi.

L’istruttoria fu condotta alla svelta; il capitano Antonio Del Re, funzionante da P. M., chiese che Salvatore Di Marco, Carlo Sorretta e Ferdinando Massa fossero condannati alla pena di morte col terzo grada di pubblico esempio; Ignazio Batolo e Andrea Mangiaruva alla pena di morte; l’abate Giuseppe Attinelli, Mario La Mantia, Vincenzo Trapani e Ottavio La Bianco a ventiquattr’anni di ferri ed alla multa di duemila ducati ciascuno; Ferdinando Renzi, G. B. Maranzano, il tenente Pietro Giardina, il sac. Alessandro Vizzola e Gaetano D’Amico a diciannove anni di ferri ed alla multa di cinquecento ducati ciascuno e insieme con tutti i precedenti alle spese del giudizio a favore della R. Tesoreria; domandò la libertà provvisoria per il Tamburello ed il Ferro e volle rimandati tutti gli altri ad una più ampia istruzione. Ma la Commissione Militare, “dopo due giorni di continua dimora ed occupazione per la discussione e decisione della causa,” (414) piegava a più miti consigli. Volendo essa” stabilire serenamente il suo morale criterio”, osservava come le dichiarazioni del sac. Ingrassia, del Di Chiara, dell’Amari, del Landolina, del La Manna, del Meccio, del Minnelli, del Ramistella, dell’Anzaldi e di Antonino Ingrassia” stessero soggette a molte ragioni di inattendibilità per essere (costoro) o condannati, o impuni denunzianti, o difettosi per altri particolari motivi e giudicava poi con particolare severità e disprezzo i delatori. Dichiarava infatti, a proposito di una circostanza sul conto di Gioacchino La Lumia deposta dal Ramistella, che non era da prestarsi ad essa fede alcuna, “non solo perché di testimone unico, difettoso e denunziante colla promessa dell’impunità, ma pure perché scompagnata da qualunque amminicolo, anzi immeritevole di fede per la maniera perplessa, colla quale il Ramistella depose circa alle unioni della sua Vendita di Mirabeau, e scrisse la nota dei componenti di essa al Governo, nella quale testò che la sua Vendita era effimera, perché mai si congregò interamente”; ed altrove: “nessuna fede è da prestarsi alle dichiarazioni di tal difettoso testimonio, le quali sono inconciliabili fra loro E a proposito del dott. Anzaldi: “la dichiarazione del medesimo Anzaldi non può meritare maggior fede della sua scritta denunzia, perché interessato a non contradirsi per non perdere il beneficio dell’impunità e soggettarsi alla pena capitale, molto più che la sua denunzia era stata fatta colla lusinga di rimanersi occulto, e quindi di non poter recare pregiudizio alle persone da lui imputate La Commissione quindi, con sentenza degli 11 aprile 1823, condannava in contumacia l’ab. Giuseppe Attinelli, Ignazio Batolo, Salvatore Di Marco, Carlo Sorretta, Ferdinando Massa e Vincenzo Trapani alla pena de’ ferri per ventiquattr’ anni,(415) e Mario La Mantia alla stessa pena per anni diciannove, e tutti solidalmente alle spese del giudizio in favore della R. Tesoreria, oltre a varie pene pecuniarie; metteva in libertà provvisoria i detenuti Rosario Tamburello, Paolo Ferro e Francesco Di Marco, costui dietro mallevarla di cinquecento ducati; disponeva che, qualora fossero arrestati, venissero rimandati a più ampia istruzione, il tenente Pietro Giardina, il sac. Alessandro Vizzola, Ferdinando Benzi, Giovanni Gallo, Ottavio Lo Bianco e Andrea Mangiaruva; ordinava che, presentandosi, venissero abilitati a libertà provvisoria, dietro una data cauzione, Gaetano D’Amico, il sac. Giuseppe Salamone, Gaetano Argeri, Valentino Majmone, Giovan Battista Matanzano, il sac. Luigi Conti, Girolamo Lo Bianco, Salvatore Saladino, Lorenzo Luvaro, Francesco Biondo, Giuseppe Pitaggio e Francesco Cannella; revocava infine gli ordini d’arresto emanati contro Antonino Amato, Luigi Landolina, Gioacchino La Lumia, Salvatore Luvaro, Giulio Cesare Sessa, Michele Gandolfo, Emanuele Poscia, Francesco Di Chiara, Salvatore Fragaie, Domenico ed Emanuele Lo Bianco, Giuseppe Pizzillo, Francesco Attinelli, Salvatore Argento, Francesco Sirchia, Michele Caruso, Francesco Dominici e Carlo Caracappa.(416)

Con decisione poi del 16 aprile la stessa Commissione metteva in libertà provvisoria i seguenti individui, che erano stati rimandati a più ampie istruzioni dalla Corte Marziale per la riferita sentenza del 17 settembre 1822: Antonio Merlo, i fratelli Giovanni e Giuseppe Anelli, Francesco De Simone, Carlo e Giuseppe Summa, Francesco Salesio Gerardi, Antonino Muratore, Calogero Morana, Nicolò Melodia, Gaetano Caputo, Giovanni Colli, Benedetto Navarra, Giuseppe Reina, Damiano Raja e Saverio Buccheri, restando però essi sotto la sorveglianza della Polizia.(417)

Queste due decisioni della Commissione Militare dispiacquero molto allo zelo del Marchese delle Favare, perché, secondo lui, esse facevano dire a coloro, “che si credono ancora attaccati allo spirito delle sètte”: “il Governo vuole accarezzare i Carbonari, perché li teme”. E scriveva al Luogotenente generale principe di Campofranco a proposito della sentenza degli 11 aprile: “io potrei dire ben molto sul merito di una tal decisione, ma presentando la sola lettura di essa argomenti non pochi di quella poca giustizia, con cui è stata pronunziata, tralascio di esporre su di ciò le mie idee”. E, rincarando la dose, dopo la deliberazione del 16: “L’E. V. ben sa di quali delitti sono stati essi imputati, e comprende agevolmente che, sebbene la Commissione non li abbia giudicati degni di alcun castigo, per difetto, a suo parere, di assolute e legittime prove, non è pur nondimeno da credersi, che sieno essi interamente scevri di colpa. L’E. V. ben sa quale sia in questo punto la nostra interna posizione, e non ignora quali sieno gli esterni movimenti, e quali voci si facciano correre su di ciò. Può quindi ben pensare quanto poco saggio consiglio sia quello di far tornare liberi in seno alla società nelle nostre attuali difficili circostanze alcuni soggetti, i quali, ove fossero ancora esenti da colpa, non possono tuttavia rimuovere da loro quella marca perturbatrice, che li fa noti a tutti per entusiasmo di novità e per amore di libere opinioni”. Egli non si permette di fare alcuna proposta, fa solamente notare che gli è impossibile “mantenere una esatta e indefessa vigilanza sovra un numero cosi vasto d’individui, a cui si deve estendere Il Luogotenente generale comunicava al Governo le lagnanze del Direttore di Polizia, e il Re con una prima decisione emessa in Vienna il 23 maggio ordinava: “per tutti quegli individui, i quali dalla Commissione Militare sono stati ammessi a libertà provvisoria, laddove il Direttore suddetto abbia de’ motivi da credere che possano i medesimi turbare la pubblica tranquillità, faccia egli l’uso delle sue facoltà con procedere al di loro arresto”; e con altra decisione del 30 maggio disponeva che il Procuratore generale Francesco Pasqualino e l’avvocato generale Gaspare Manzone della Suprema Corte di Giustizia in Palermo richiamassero gli atti della causa e riferissero se vi fosse luogo a censura. Il Pasqualino e il Manzone il 15 febbraio 1824 presentavano un loro lunghissimo rapporto, del quale riporteremo le conclusioni: “Da esse risulta che la Commissione Militare non accolse né la requisitoria del P. M., né l’avviso dell’Uomo di Legge, fuorché nella menoma parte, e ritenendo il fatto medesimo, che la Corte Marziale per ben due volte ritenne, basò la decisione di tutte le questioni sul suo criterio morale nella maniera che si leggono nello enunciato Rapporto”.

Sembrava quindi loro che tal deliberazione eccedesse “in benignità ed indulgenza per il maggior numero dei rei, e per i più qualificati di essi,” e che un tal giudizio fosse “derivato da quegli erronei principj, che essi nel loro Rapporto hanno sviluppato Era quindi loro opinione che tal giudizio della Commissione Militare, si benigno e compiacente per i rei, fosse” derivato da uno strano ed abusivo esercizio, che ella ha fatto del suo criterio morale, e che per tale stranezza ed abuso fosse meritevole di censura Il Rapporto conclude dicendo che, “se mai per li rei meritevoli di morte abbia la Commissione potuto muoversi a questa indulgente decisione, sul riflesso, ch’essendo stata unica causa ed unico processo comune a quegli altri rei, quindici dei quali furono condannati all’ultimo supplizio, e dieci ne furono eseguiti, la giustizia abbia già avuto le sue vittime, né più convenisse accrescere le morti e la perdita dei cittadini, ma per dir vero siffatta considerazione avrebbe solamente potuto spingere la Commissione a rivolgersi alla Sovrana clemenza di S. M., la quale è sempre inesauribile (418)


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Cap. VI

Cospirazioni minori

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Dopo la rivolta del generale Rosaroll, e durante il lungo processo contro il Meccio e i suoi complici, la Polizia scopriva in Palermo, in Messina, in Catania ecc. delle altre, vere o supposte, cospirazioni. La cospirazione, a dir cosi, si respirava nell’aria: e mentre le Giunte di scrutinio sindacavano la condotta di tutti coloro, che dipendevano direttamente dal Governo, la Polizia circondava di spie quegli altri, che più si erano scalmanati durante il periodo rivoluzionario, e al primo sospetto li trascinava davanti a Corti Marziali o a Commissioni Militari.

Raggrupperemo ora nel presente capitolo queste, che noi chiamiamo cospirazioni minori.

Il 14 maggio 1821 il capitan d’arme del distretto di Caltagirone Fidenzio Majorana scriveva da Militello (Val di Noto) ad Antonio Mastropaolo, allora direttore generale di Polizia in Palermo, che nel paese c’era tranquillità, “ma una tranquillità larvata, perché, comunque cessata la riunione della Vendita stabilita nel convento dei PP. Cappuccini, si vedevano le riunioni a piccoli corpi in luoghi disparati fuori le mura del paese, continuando solamente le riunioni de’ capi e de’ principali nella aromataria (= farmacia) di don Alfio Campisi nel centro della piazza maggiore, dove tuttora sussistono le unioni Ritornata la calma per opera delle Autorità, “la Vendita non potò acquistare che quasi cento teste di sforcati, degli uomini perduti e di nessuna opinione con de’ capi, che sono stati sempre un soggetto di generale detestazione di questo Comune Dopo un accenno “ai pericoli, che minacciano in generale un massacro nella provincia di Catania”, il Majorana continua: “Già nel giorno in cui furon pubblicati i nostri ordini Sovrani, mancando la forza, lo spirito dei Carbonari restò maggiormente incoraggito: la madre-patria Catania, origine di tutte le Vendite sanguinarie istituite e diffuse in tutti i comuni del di lei Vallo, fu la prima a seguire gli impulsi del fellone Rosaroll, ed a’ 3 aprile, quanto dire dopo la pubblicazione colà dalla sovrana circolare, faceva correre una circolare in istampa la più sanguinaria ed allarmante nel tenore dell’annessa copia, scritta di originale carattere di uno dei monaci Cappuccini di nome padre Giuseppe Antonio carbonaro; (419) indi per emissarj si eccitavano del coraggio, onde sostenersi in fermezza, i Carbonari; voci diffuse di morte del Re per veleno; voci di essere stati in Napoli massacrati gli Austriaci; dappertutto i Carbonari minacciavano che in un mese sarebbe cambiata scena; in una parola una notizia rivoltosa si succedeva ad un’altra senza che però ulteriormente fosse stata turbata la pubblica tranquillità”. In Mineo però si temeva una sommossa per il 20 maggio. Capo di quei Carbonari era il dottore in chirurgia Liborio Arcurio, fratello di Saverio ed Antonio Arcurio da Piazza, che dal giudice Franco erano stati “inquisiti di Carboneria”. La Vendita di Militello e quella di Palagonia presentavano la più stretta unione con quella di Mineo. Autori di questo contatto erano Francesco Basso,” il più terribile pubblico reclutante per questa Vendita”, Alfio Di Natale, Giuseppe Campisi coi suoi tre figli e Mario Tamborino, che andava e veniva da Mineo. — In seguito a questi avvisi del Majorana, la Polizia fece delle rigorose indagini, perquisendo molte case, tra le quali quella di Agrippino Macri barone di Lumia; ma nulla di positivo si potè assodare. Il Duca di Sammartino, Intendente della Valle di Catania, era costretto a scrivere al Luogotenente generale cardinal Gravina: “la supposizione della generale sommossa è stata veramente esagerata”. Prometteva tuttavia di vigilare la “condotta di coloro, che sono sospetti alla Polizia”; ma la cosa non ebbe altro seguito.(420)

Il 26 ottobre 1821 il giudice del circondario di Lercara Friddi, Nicolò Nicolosi, che la voce pubblica disse mosso da privati rancori, (421) scriveva al Direttore di Polizia e al Procuratore generale presso la Gran Corte Civile di Palermo che il giorno precedente sulla porta di quella Chiesa-madre era stato affisso un cartello cosi concepito: “Infiniti sono li Carbonari, pochi siete i spioni, morirete fra poco con li Borboni”.

C’erano inoltre disegnati due coltelli, che attraversavano la parola Ferdinando ed altri segni carbonici. Annunziava ancora il Nicolosi che, dopo la pubblicazione della bolla pontificia,” più individui di giorno e anche di notte si erano riuniti nella solita casa di combriccola”. (422)

Già da tre mesi il Nicolosi era dietro a raccogliere indizi, che potessero attestare l’esistenza di un complotto in quel paese.” Sin da agosto, settembre ed ottobre 1821 — scriveva più tardi il giudice Mariano Cannizzaro della Gran Corte Civile di Palermo — per le diligenze praticate da quel Giudice di Circondario, furono ricevute delle denunzie relative ad unioni d’individui, le quali apprestavano sospetti di associazione carbonica”. (423)

Dietro il rapporto del Nicolosi, il Luogotenente generale convocò a consiglio il Direttore di Polizia e il Comandante generale delle Armi per prendere gli opportuni accordi.” Si dubitò pria di tutto — egli scrive — che i Carbonari di Lercara avessero avuto intelligenza con quelli di Termini.... e quindi si conobbe che convenisse eseguire contemporaneamente nell’uno e nell’altro comune gli arresti delle persone principali, per impedire che si avvertissero a vicenda”. Fu spedito quindi in Lercara l’Ispettore di Polizia Giuseppe Albanese alla testa di un centinaio di soldati austriaci e di alcuni gendarmi. Giunti in Lercara la notte del 5 novembre, vi arrestavano nelle loro case: maestro Francesco Garofalo, maestro Nicolò Garofalo, Baldassare Massaro, Giuseppe Romano-Giacco, Gioacchino Giglio, maestro Lorenzo Gommina, il sac. Nicolò Franzino, Nicolò Romano-Sandoval, Francesco Romano-Sacheli, Antonino Romano-Sacheli, Riccardo Caltabellotta e maestro Gaetano Biondolillo. In Palermo poi, per la stessa causa, venivano arrestati il sac. Giacomo Facella, “indiziato come autore del noto libello”, Stefano Romano-Sacheli, “indiziato per uno di quelli che la sera del 3 novembre si riunirono in Lercara”, e Giuseppe Giacco da Aragona. Ma” relativamente alli oggetti di convenzione nulla si è trovato”. Mentre questi arresti si eseguivano in Lercara, “un altro agente di Polizia si era tradotto in Termini e vi esegui l’arresto del Generale colonnello Raffaele Palmieri”. Questo arresto gettò la costernazione nella cittadinanza, la quale voleva a viva forza liberare il detenuto. Si videro infatti molte persone armate, “spargendo parole sediziose e minaccevoli”; ma poi tornò ben presto la calma.(424) La Polizia aveva creduto da principio all’esistenza di un gran complotto; i suoi sospetti cadevano su cinquantatre individui di Termini e su ventisette lercaresi; contro tutti i quali vennero spiccati rigorosi ordini di arresto. Ma dei primi solo ventiquattro poterono essere arrestati, degli altri diciotto; i rimanenti si resero latitanti per lunghissimo tempo. (425)

I sospetti della Polizia non erano del tutto infondati. In Termini infatti aveva avuto largo seguito quella specie di contro-carboneria, ch’era stata promossa dai nobili di Palermo, dopo l’annullamento della Convenzione del 5 ottobre 1820, e della quale s’era mostrato uno dei più caldi propagatori l’Abela. “Dopo il 5 ottobre — scrive Baldassare Romano — passate in mano degli eserciti napolitani le reclini del Governo, fondarono essi Vendite dappertutto, ascrissero quant’uomini più potevano e sebbene l'inimicizia e l’avversione dei Siciliani a’ Napolitani non cessavano generalmente, pure quella mista Carboneria dilatavasi molto, procurandola i Napolitani soprammodo, e condiscendendo gran parte dei Siciliani sulla considerazione che prima dovean fare gli uni e gli altri uniti causa comune contro il dispotismo, e, vinto questo, i Siciliani potean poi dai Napolitani dividersi, rivendicando l’indipendenza”. Entrate le truppe napoletane in Termini nell’ottobre 1820,” i Carbonari ch’erano in esse e quei che trovavansi fra i Terminesi, a’ segreti segni reciproci si riconobbero, vennero a celati colloqui, riunironsi, stabilirono una Vendita sotto il titolo de’ Figli di Stenio in alcune rimote stanze accanto la Chiesa di San Giovanni nell’alto della città”. A questa Vendita si ascrisse anche il Principe di Villafranca, rimasto in Termini dopo il suo incontro col generale Pepe. Ne fu prima Gran Maestro un ufficiale delle truppe napolitano, quindi, dopo la saa partenza, il cav. Mariano Di Michele — Di Michele de’ baroni di San Giuseppe. Cresciuto a dismisura il numero dei soci, un’altra Vendita fu eretta nel basso della città presso il convento di San Francesco di Paola, della quale fu riconosciuto Gran Maestro il dottor Antonino La Manna, chirurgo dotto e arguto poeta dialettale.(426)“Cosi continuarono, crescendo e prosperando, i Carbonari in Termini fin quasi all’arrivo degli Austriaci in Napoli”; ma “gl’interessi e le mire de’ Carbonari in Sicilia non duraron le stesse in generale con quelle de’ Napolitani”, per ragioni già da noi esposte.

Dopo l’ingresso delle truppe austriache in Sicilia e la pubblicazione del Decreto degli 11 settembre 1812, “i più furono cauti; ma per isventura ebbersi degli inaccorti o semplici che non desisterono, compromettendo sé e la città senza alcun prò. Certuni da Palermo e da altre parti del Regno vennero in Termini a suscitare, a fomentar clandestine scintille, e v’eran fra questi, padri d’Ordini religiosi, professori di arti liberali ed altre persone ragguardevoli: seducevano giovani ardenti, inconsiderati; non più in San Giovanni e in San Francesco raunavansi, ma in case particolari; avean corrispondenza colle combriccole di Palermo e d’altri paesi”. (427)

Tra questi paesi era appunto Lercara. In gennaio o febbraio 1821, Giuseppe Romano-Giacco, Riccardo Caltabellotta, Giuseppe Pace, il sac. Nicolò Franzino, Francesco Giglio e altri lercaresi si recavano in Termini per ascriversi alla sètta. Insigniti del grado di Maestri, fecero ritorno in Lercara, ove installarono una Vendita sotto il titolo di Figli liberi di Giuditta, della quale il Pace fu eletto Gran Maestro, il sac. Franzino Maestro di cerimonie, il Romano-Giacco primo assistente, il Caltabellotta segretario, Gioacchino Giglio vice-oratore e Francesco Giglio-Giordano supplente al secondo assistente. Furono fatte varie ascrizioni e recezioni; nominati Maestri: Baldassare Massaro, Nicolò Romano-Sandoval, Stefano, Antonino e Ireneo Romano-Sacheli, Gaetano Biondolillo ecc.(428) Ma le loro riunioni pare fossero cessate in seguito al Decreto degli 11 settembre.

Dopo gli arresti accennati, fu dato incarico al giudice della Gran Corte Civile barone Giovanni Francesco Martinez d’istruire il processo. Costui, sospettando che fossero esistite delle relazioni tra i Carbonari di Palermo e quelli di Termini e di Lercara, chiamò Salvatore Meccio, dal quale potè ricavare quel tanto, che abbiamo già riferito; citò quindi testimoni senza fine, tra i quali il Giudice di Lercara; ma nulla potè appurare circa gli autori del cartello sedizioso^ essendo il reato” di sua natura di prova difficilissima”.

La causa andò per le lunghe. Il 31 dicembre 1821 la Gran Corte Civile di Palermo profferiva la sua requisitoria contro i cinquantatre Terminesi accusati di Carboneria. Dei ventiquattro detenuti sedici venivano dichiarati in legittimo stato d’arresto, sette abilitati a libertà provvisoria, uno a libertà assoluta; dei profughi, per ventuno furono spediti mandati di cattura, e per otto si promise che, presentandosi spentamente alla Gran Corte, non sarebbero stati molestati. Dei Lercaresi poi tredici dei diciotto detenuti furono messi in legittimo stato d’arresto, quattro in libertà provvisoria, uno in libertà assoluta. Si spiccarono quindi ordini d’arresto per i contumaci.

Avviate cosi le cose, per una serie di non sappiamo quali intoppi giuridici, tutto fu messo in tacere per ben tre anni. Solo al colonnello Palmieri, dietro intercessione del generale Walmoden, (429) con sentenza del 31 dicembre 1822, fu concessa la libertà provvisoria.( (430)

Finalmente agli 11 di luglio 1824 la Gran Corte Civile, Seconda Camera, composta del vice-presidente Felice Todaro, dei Giudici Giov. Francesco Martinez, Paolo Ventura, Domenico Corvaja, Alfio Mastropaolo e del Procuratore generale sostituto Mariano Cannizzaro, procedendo come Gran Corte speciale, metteva in libertà provvisoria i seguenti individui di Lercara: Gaetano Biondolillo, usciere del Giudicato circondariale di Lercara, Gioacchino Giglio benestante, Baldassare Massaro possidente, Giuseppe Pace aromatario, Riccardo Caltabellotta notaio, Nicolò Romano-Sandoval trafficante, Francesco Giglio-Giordano, il sac. Nicolò Franzino, Stefano Romano-Sacheli studente in medicina, Antonino Romano-Sacheli possidente, Ireneo Romano-Sacheli aromatario, Giuseppe Romano-Giacco trafficante, Stefano Chibbaro calzolaio e Pasquale Di Franco. Di costoro però il solo Biondolillo, per essere stato trovato in possesso di un diploma carbonico, veniva poi condannato a dieci anni di esilio e al rimborso delle spese di giudizio in favore della R. Tesoreria.

Dei Carbonari di Termini ancora il 13 aprile 1821 venivano messi in legittimo stato d’arresto: Pasquale Mormino, Pietro e Francesco Pandolfina, Ignazio Caraccioli, Antonino Di Chiara, maestro Filippo Scola, don Filippo Scola, Giovanni Laudicina, Giovanni Paimeri, Giovanni Li Fonti, Salvatore Nasca, Mariano Guarino, Salvatore Piazza e Vincenzo Gervasi, e messi in libertà provvisoria: Benedetto Palmisano, Filippo Scénsa, Salvatore Azzaro, Francesco Aguglia, Ferdinando Guarino, Giuseppe Artisi, Michele Scola e Domenico Caraccioli. Ma poi, con sentenza del 31 luglio 1824, venivano solamente condannati a cinque anni d’esilio e alle spese del giudizio: Giovanni Paimeri calzolaio, Salvatore Piazza stazzonaro, Giovanni Li Fonti calzolaio, Vincenzo Gervasi servitore e Giovanni Landicina orologiaio. ((431)) “Né dee recar meraviglia — commenta Baldassare Romano — se contri questi soli piombò la sentenza; poiché i giudici, non avendo a bastanza elementi nella causa, e volendo mostrar che non aveano dato colpi in fallo, percossero quei miserabili”.( (432)

Il 27 giugno 1822 il Giudice del circondario di Lipari, Antonino Natoli, scriveva al Direttore di Polizia, dicendo di avere scoperto una congiura tra i detenuti di quell’isola e i Carbonari di Calabria. Ma, fatta la più minuta inchiesta, la supposta cospirazione andò in fumo, né altro parve che creazione di fantasia molto felice. (433)

Però un mese dopo, e propriamente il 7 luglio, un altro allarme veniva dall’agente di Polizia Giovanni Gregorio, colui che aveva adibito il barbiere Giglio a scoprire la congiura del Meccio. Il Gregorio dunque cosi scriveva: “Da quel fermento, che abbiamo veduto riaccendersi da qualche tempo in qua, per il quale ci siamo messi in sospetto, che si vogliano fare unioni segrete, avendo io sino a questo momento adibita la più viva vigilanza e tutti i mezzi per scoprirne gli autori ed i componenti di questa infame coppia, sono già arrivato al punto di sapere, che li primi quattro individui notati in margine (434) sono li principali agenti di diverse combriccole, che si formano tutti i momenti nella Madonna del Cassero e fuori le porte, e dai loro andamenti si bisogna giudicare, che ancora non hanno formato, travagliano si con gran calore di stabilire unioni Carboniche, nell’intelligenza che detti individui, oltre di essere particolarmente li primi due di cattivi costumi, nelle nostre vicende passate furono degli accaniti Carbonaj e Rivoluzionari. Gli appresso notati in margine (435) sono della classe de’ malviventi e malintenzionati, che si uniscono nel quartiere dell’Albergheria, li quali hanno cominciato a parlare di unioni carboniche, ma ciò che interessa moltissimo è che il primo annotato ha proposto che nell’imminente festività (di Santa Rosalia) si deve cominciare in mezzo alla popolazione uno sconcerto, e di qualunque maniera fosse la riuscita”. Furono immediatamente eseguiti gli arresti, e il Duca di Gualtieri scriveva poco dopo ch’era espresso volere del Re che si prendessero in proposito” le più efficaci provvidenze”.

Il Gregorio intanto proseguiva attivamente le sue ricerche e il 23 agosto stendeva un altro rapporto, “dal quale — cosi il Direttore di Polizia al Luogotenente generale — si detegge che niente di positivo si è potuto purificare a carico de’ notati individui oltre a quello che si è detto; sarei io di opinione, qualora l’E. V. non giudichi diversamente, che tutti gradatamente e prudenzialmente si vadano escarcerando a seconda delle circostanze del momento, eccettuati però i due soli Giovanni Scalisi e Giovanni Barba, (436) i quali, come soggetti pericolosi, dovrebbero eliminarsi dai Dominj di Nel rapporto del Gregorio si diceva che lo Scalisi, sensale, “il più infuocato” nella rivoluzione, aveva fatto per primo concepire sospetti che si volessero installare nuove società segrete; e che il Barba era uno dei principali agenti per stabilire queste società; egli incitava i compagni a fare recitazioni, comunicava le cariche, che si dovevano distribuire, ed era infine di quella piccola partita, che si riuniva all’Acquasanta, e della quale il Governo di Napoli aveva già avuto notizie da private informazioni prima che dalla Polizia di Palermo.

Il Re nel Consiglio di Stato degli 11 ottobre disponeva che costoro fossero esiliati e che gli altri fossero escarcerati, nel modo suggerito dal Direttore di Polizia.(437)

Nel settembre di quello stesso anno 1822 Stefano Scuderi, amanuense, svelava al conte Statella, Commissario del Re nel Val di Noto, che da poco tempo erasi costituita in Catania una sètta carbonica sotto il titolo di Novelli Templari con lo scopo di “tentare una rivoluzione e cospirare contro il Governo”. Appartenevano ad essa il chierico Giuseppe Romano, il dottore in medicina Ignazio Riccioli e gli studenti Antonino Ruiz, Camillo Ninfo, Giuseppe Stramondo e Pietro Paolo Mazza, tutti giovani dai diciassette ai ventidue anni. Intanto lo Statella, avendo notato nelle rivelazioni, che man mano gli faceva lo Scuderi, delle contraddizioni palesi, ne ordinava l’arresto e in pari tempo faceva rinchiudere in carcere i sopradetti giovani. Nelle perquisizioni però, che si fecero nelle loro case, non si potè trovare alcuna carta sospetta.

Nella stessa stanza della prigione, ove fu rinchiuso il Mazza, erano quattro individui da Caltagirone, detenuti per reati di alta Polizia, i quali, “nella speranza di comparire di aver fatto un servizio alla giustizia, e cosi lenire il peso de’ loro reati,” con due riserbate carte dirette al conte Statella riferivano di aver saputo confidenzialmente dal Mazza che in Catania era una Vendita di giovani, i quali tenevano le loro unioni in una casina di campagna, funzionando da Gran Maestro il Ruiz e con l’intervento di altre persone, delle quali essi facevano i nomi. Dietro queste nuove informazioni, la Polizia praticava altre ricerche, ma tutte con esito negativo.

Il 3 ottobre veniva creata una Commissione Militare, preseduta dal maggiore Antonio Resta, la quale istruì rapidamente il processo ed il 28 novembre apriva il dibattimento. Nella pubblica discussione lo Scuderi, che aveva già fatto innanzi al giudice istruttore altre dichiarazioni pur esse contraddittorie, “non ebbe il coraggio di sostenere i suoi detti in faccia agl’imputati, usando le espressioni son fuor di w, non capisco ciò che si tratta: circostanza questa, che equivale ad una espressa ritrattazione”. La Commissione quindi, “considerando non essersi elevato alcun elemento, onde potersi stabilire l’esistenza della pretesa sètta”, considerando anche “l’impossibilità morale e fisica dell’esito dell’affare”, per la condizione sociale degli imputati, accoglieva le conclusioni del tenente relatore Francesco Frojo, funzionante da P. M., dichiarando “costare di non essersi in Catania costituita la sètta intitolata I Novelli Templari,” e metteva in libertà tutti gli imputati.(438)

Questa sentenza parve soverchiamente mite al Re, il quale il 29 gennaio 1823 dava incarico al Procuratore generale e all’Avvocato generale presso la Corte Suprema di Giustizia di rivedere gli atti della Commissione Militare la quale gli sembrava meritevole di censura. Il Procuratore generale quindi presentava in proposito una elaboratissima relazione, che concludeva cosi: il procedimento in tutta questa causa del relatore don Francesco Frojo e di quella intera Commissione Militare e più ancora del primo che della seconda, {risulta) essere stato non solamente irregolare e trascurato, ma sospetto ancora di parzialità a favore degli accusati, e quindi meritevole di censura, in conformità di come la stessa M. S. nella sua saggezza seppe accorgersi prima di noi”. Si domandava quindi conto di queste irregolarità al Procuratore generale presso la Gran Corte Civile di Catania, Carlo Bartuccelli, il quale era intervenuto in quel giudizio qual uomo di legge e come tale aveva dato il suo parere. Costui si giustificava dicendo, ch’egli era stato di opinione che non costava abbastanza, e che se la Commissione aveva errato, ciò era stato per equivoco, “dappoiché non vi sono uomini non soggetti ad involontarj errori” ecc.(439)

In seguito a denunzia, il 9 gennaio 1823 venivano arrestati in Fiumefreddo (circondario di Linguagrossa), sotto l’imputazione di riunione carbonica, e trasferiti quindi nelle carceri centrali di Messina, il notaio Domenico Scarcella, il dott. Gaetano Biondo, il diacono Antonino Puccio, il deputato sanitario Filippo Puccio, il vicario foraneo Domenico Biondo, il cancelliere deputato sanitario e decurione G. B. Busso e il figlio di costui sac. Alfio, “incolpato di una lettera equivoca creduta carbonica”.

La Commissione Militare del Valdemone, delegata a ciò dal Commissario del Re generale Giuseppe Morrihy e preseduta dal tenente colonnello Antonio Capece Minutalo, con sua sentenza del 19 aprile dello stesso anno, considerando che non si era “rinvenuta elemento alcuno di prova a loro carico,” li proscioglieva tutti da ogni imputazione e li rimandava in libertà assoluta. (440)

Negli ultimi di marzo 1823 il sac. Paolo Ruscica del Comune di Avola recavasi in Spaccaforno ed abboccavasi coi suoi amici Antonino Zuccaro, assistente al foro, e sac. Innocenzo Leontini, ai quali svelava “il reo divisamento di voler colà formare un’associazione settaria segreta dipendente da una simile esistente in Messina, da cui ne aveva avuto l’espresso incarico Costoro approvarono il suo disegno ed ebbero cura di far riunire nel pomeriggio di uno di quei giorni, in un luogo fuori dell’abitato, dietro l’eremo di Gesù e Maria, circa quattordici persone, tra le quali Ferdinando Sorrentino, il sac. Pietro Caccamo, Giuseppe Sorrentino, Pietro Capuano, il cancelliere Silvestre Figura, Gaetano Zuccaro, il medico Luigi Leontini e il farmacista Giovanni Santocono. Il Ruscica apri il discorso col dire che” era di già arrivata il momento della felicità dei popoli, ardenti di ottenere la sospirata libertà; che la Francia, l’Inghilterra ed altre Potenze si erano coalizzate per liberare i popoli dall’oppressione; che fra non molto il governo sarebbe nelle loro mani, e che erano del loro partita i telegrafi; che avendo la Spagna sostenuta col sangue la sua libertà altrettanto dovea farsi in altri Stati d’Europa, nell’Italia ed in Calabria, ed altrettanto si sarebbe fatto fra poco in Sicilia”. Li animava quindi “a garantire colla spada e col sangue un tal disegno” e li avvertiva” sopratutto a mantenere su di ciò un alto silenzio ed un segreto profondo, per non fare abortire un piano di rivoluzione universale”. Diede infine loro alcuni segni di riconoscenza e promise di fornirli del resto. L’adunanza quindi si sciolse per riconvocarsi tre giorni dopo. In questa seduta il sac. Leontini lesse una lettera, che il Ruscica mandava da Avola, con la quale in linguaggio “enigmatico” esortava i suoi amici di Spaccaforno a star tutti fermi e pronti ad ogni suo ulteriore avviso, “dovendo aspettare che propizio fosse il tempo di mandare ad esecuzione” il loro disegno.” Dopo letta e spiegata la lettera, senza progredire in altri discorsi, fu sciolta la riunione e ciascuno ritornò tranquillo alla propria abitazione”.(441)

Non però tranquillo mantenevasi il sac. Leontini. Il capo dell’ufficio telegrafico di Spaccaforno riferiva infatti al tenente colonnello Enrico Statella, ufficiale alla immediazione del Commissario del Re nel Val di Noto, che il Leontini, uno dei più accaniti Carbonari nel periodo della rivoluzione e Gran Maestro della Vendita di Spaccaforno I distruttori dei Tiranni nel 1821, non faceva altro che portarsi continuamente al telegrafo a domandare se si vedessero legni nel canale di Malta ed in quello di Messina. Incaricato allora Statella dal Commissario del Re principe di Aci a vegliare sullo spirito pubblico di quel paese, si accorse che nella casa del barone Giovanni Modica, “che nelle passate oscillazioni ha figurato”, si tenevano spesso delle unioni sospette, ed il 31 marzo faceva arrestare sac. Leontini, il quale, inviato a Palermo a disposizione del Direttore generale di Polizia, seppe però mantenersi costantemente negativo.(442)

Non conoscendosi intanto “la vera causa dell’arresto”, questa notizia “sparse in tutti gl’intervenuti a quelle unioni il terrore e lo spavento, e li distolse da qualunque lontana idea, se pur concepita l’avessero di divenire al pravo invito fatto loro dal Ruscica,r Trascorsero cosi tre mesi, quando, mentre la cosa avrebbe potuto agevolmente mettersi in tacere, la sera del 6 giugno il dott. Carmelo Giarratana, il patrocinatore Carlo Paternò e Vincenzo Gaudioso recavansi in casa di quel Giudice circondariale a denunziargli il tutto, ed il loro tristo esempio seguivano nei giorni successivi il sac. Caccamo, Ferdinando Sorrentino, Pietro Palermo, il farmacista Santocono e il cancelliere Figura.(443) Vennero quindi arrestati Antonino e Gaetano Zuccaro, Pietro e Michele Modica, figli del barone Giovanni, Corrado Gambuzza e Luigi Leontini, fratello del sac. Innocenzo.

Avute queste notizie, il Direttore generale di Polizia, “riflettendo sulla importanza della scoverta e sulla possibilità di poter trovare in essa qualche legame” con alcune associazioni settarie messinesi, delle quali in quel tempo era venuta a giorno la Polizia, “e per conseguenza qualche lume sulla loro primitiva derivazione”, dava ordine che venissero subitamente rimessi a lui gli arrestati, i denunzianti e le carte ammannite. A quest’ordine il Commissario del Re nel Val di Noto rispondeva che già fin dal 4 luglio gli arrestati erano stati rinchiusi nella fortezza di Siracusa e che due giorni dopo aveva egli rimesso tutte le carte al Capitano relatore di quella Commissione Militare.

Il Favare replica tuttavia il suo ordine e fa osservare al Luogotenente generale che, a suo avviso, si vuole “far cangiare aspetto alle cose” e “render vana ogni ulteriore investigazione”. Alla nuova richiesta, il Capitano relatore risponde che, “essendo stato il misfatto consumato nella Valle di Siracusa, non vi era dubbio dovesse competerne il giudizio a quella Commissione Militare, e che, avendo essa cominciato i suoi procedimenti, credea di rimanerne offesa la sua giurisdizione, ove ne avessero voluto interrompere il loro corso le disposizioni di una Autorità di Polizia”. II Favare, forte dell’appoggio del Luogotenente generale, ritorna a insistere nella sua richiesta, osservando che il suo procedere era strettamente legale, poiché, a termine delle Istruzioni dei 22 gennaio 1817, spettava alla Polizia di compilare gli atti del processo, che dovevano quindi passarsi alla Commissione Militare. “Mentre si attende l’arrivo degli arrestati, il Favare rileva da un rapporto del Capitano relatore” con grandissima sorpresa che i denuncianti delle sopraddette illecite unioni hanno già dichiarate false le loro prime deposizioni, ed hanno con questo mezzo cosi sfrontato ed impudente fatto mancare quelle prove, che si erano ottenute su tal particolare. Ecco avverati i miei presagimenti!”. Il 3 agosto giungono finalmente in Palermo gli arrestati, i denuncianti, i testimoni e le carte. Il Favare ha cura d’interrogare i denuncianti e trova che, su sei di essi, cinque dichiarano “che, sebbene si fossero ritratti avanti alla Commissione Militare di Siracusa dalla loro prima deposizione, pur nondimeno non aveano ciò fatto né volontariamente né per rimorso di avere esposto fatti non veri nella loro denuncia; ma alcuni per insinuazioni e per minacce che loro si faceano da parte degl’imputati ed altri per essersi oltre a ciò avveduti che qualche prevenzione vi era in favore di questi ultimi in alcuni de’ componenti quella Commissione Militare In seguito a questi rapporti il Re ordinava, dietro il suggerimento del Favare, che il processo Venisse affidato alla Commissione Militare del Valle Maggiore di Mazzara, che veniva costituita il 4 novembre in Palermo sotto la presidenza del colonnello Emanuele Ribas. (444) Innanzi a questa Commissione i sei denuncianti (il Giarratana e il Gaudioso figuravano tra i testimoni) ritrattavano le dichiarazioni, fatte in Siracusa, e ribadivano la prima denunzia; la massima parte degl’imputati sostennero la negativa La sentenza non si ebbe che il 14 marzo 1825. Per essa la Commissione Militare condannava il sac. Paolo Ruscica, colpevole di aver tentato la installazione di un’associazione settaria con vincolo di segreto e con disegno di attentare all’ordine pubblico e alla sicurezza interna dello Stato, a tredici anni di ferri;(445) Antonino Zuccaro e il sac. Innocenzo Leontini, rei di complicità in tale tentativo, a sette anni di ferri; il sac. Pietro Caccamo, Pietro Palermo, Ferdinando Sorrentino, Silvestre Figura, Pietro Capuano, Luigi Leontini, Giovanni Santocono, Giuseppe Sorrentino, Gaetano Zuccaro e Carlo Paternò, colpevoli di scienza e non rivelamento a tempo opportuno dei suddetti fatti criminosi, a sei anni di reclusione (446) e insieme con tutti i precedenti alle spese del giudizio in favore della R. Tesoreria; scioglieva da ogni accusa il barone Corrado Gambuzza, il baronello Pietro Modica e Antonino Modica e li metteva in libertà assoluta; escludeva il reato di subornazione e mandava infine in libertà i testimoni Carmelo Giarratana e Vincenzo Gaudioso, ch’erano stati “messi in carcere per misura di custodia. (447)


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Cap. VII

Tentativi insurrezionali in Messina nell’aprile e nel settembre 1823

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Il Marchese delle Favare dunque col suo fine intuito poliziesco aveva sospettato, e le risultanze del processo parvero dargli ragione, che il tentativo di cospirazione in Spaccaforno dovesse collegarsi con un più largo movimento settario, che proprio allora venivasi a scoprire in Messina. Il lungo processo contro il Rosaroll e i suoi complici non aveva disanimato i Carbonari di quella città, i quali, mentre la Commissione Militare fulminava le sue terribili condanne, avevano cercato di riannodare le rotte fila delle loro congiure.

La sera del 23 aprile 1823 adunque il soldato Michele Luciano della prima compagnia dei Granatieri del Reggimento Regina denunziava al generale Carlo La Rocca che quello stesso giorno era stato egli condotto da Vincenzo Foti, già soldato in Palermo nel reggimento dei Cacciatori reali, in una cantina sita in un vicolo della Giudeca, ove aveva trovato circa quindici persone, che si facevano dei cenni misteriosi, e che finalmente il Foti gli aveva detto che erano dei Carbonari e lo aveva incitato a inscriversi alla loro sètta e a procurar di guadagnare l’assentimento degli altri soldati suoi compagni. Generale informava immediatamente di ciò l’intendente della città Duca di Sammartino, il quale esortò anche da parte sua il Luciano a continuare nelle indagini si bene iniziate. Tre giorni dopo infatti il Luciano tornava a riferire di aver saputo che il giorno precedente, ricorrendo la festa di San Marco in Mili, dovevansi ivi riunire molti principi e baroni appartenenti alla Carboneria, i quali dovevano prestar giuramento sopra le bandiere costituzionali; ma che l’adunanza s’era dovuta rimandare ad altra settimana, mancando alcune notizie, che si aspettavano da Palermo, Lo stesso giorno, 26 aprile, lo studente patrocinatore Antonino Carrara svelava al Presidente del Tribunale Francesco Sollyma che in Messina esisteva un’associazione di Carbonari, i quali si riunivano dietro il Castello, fingendo di giuocare ai birilli; e confermava il fatto deposto dal Luciano, circa la festa di Mili. Anche il Carrara veniva quindi incaricato dalla Polizia ad inscriversi tra i Carbonari.

I due delatori riuscirono facilmente nel loro intento: il Luciano fu ricevuto carbonaro in una taverna di San Leone, dove Antonino Santoro gli fece prestare il seguente giuramento: “Giuro e prometto ai miei fratelli Buoni Cugini di non tradire le bandiere costituzionali”; dopo di che i presenti gli diedero ognuno tre baci e, cavandosi il cappello, ripeterono tutti: “Abbiamo ricevuto un nuovo fratello Buon Cugino!” In un’altra taverna veniva intanto ricevuto il Carrara, al quale si apprendeva il modo di bussare e di bere per farsi riconoscere dagli altri Carbonari. Bevendo in luogo pubblico, bisognava lasciare un po’ di vino nel bicchiere, e, versandosela dietro le spalle, dire: “alla faccia dei nostri nemici!”.

Il 30 aprile il Carrara si affrettava a riferire che si era stabilito di far la rivoluzione per la prossima, domenica. Si sarebbe aspettato che i soldati fossero entrati a sentir messa in San Giovanni, dopo aver fatto fascio d’armi fuori la porta della chiesa; allora tutti i Carbonari, armati di coltelli, pistole e carabine, si sarebbero impadroniti del fascio d’armi e avrebbero assalito il quartiere di Terranova ed i posti di guardia, dopo aver ricevuto un segnale dalla Cittadella. Riferiva anche il Carrara che i Carbonari sapevano che nelle mani del Commissario di Polizia barone Lucifero era una lista dei loro nomi e che quindi avevano deciso di affrettare la rivoluzione. In seguito a queste notizie il 1° maggio il Commissario di Polizia scriveva all’intendente che ormai l’affare aveva perduto tutta la sua segretezza e chiedeva quindi l’arresto immediato dei colpevoli, prima che avessero avuto tempo d’involarsi dalla città con la fuga. Il giorno dopo perveniva alla Polizia “una denunzia di molte persone, alcune delle quali precedentemente denunziate” e Nicolò Martinos, parente del Carrara, andava a riferire che quella sera doveva tenersi una grande riunione di Carbonari.

Il giorno dopo il Carrara completava le notizie, affermando che la sera del 2 si erano riunite in Santa Barbara circa quaranta persone, le quali dopo s’erano avviate lungo il torrente Porta Legni, e, giunte presso una casa solitaria, dopo aver collocato tre persone di guardia, avevano cominciato a trattare del progetto della rivoluzione. Da alcuni si era detto che bisognava far tutto per la domenica; altri invece avevano consigliato di soprassedere, finché non fossero giunte notizie da Palermo. Dopo questi avvisi, il 3 maggio la Polizia procedeva all’arresto dei capi indiziati: Vincenzo Foti, Francesco Oneto, Antonino Santoro, Gaetano Licandro, Tommaso Scuderi soprannominato il poeta, Giuseppe Barone, Ignazio Platanea, Letterio Cacopardo, Raimondo Di Pasquale e Domenico Santoro. Alcuni si sottrassero colla fuga, altri vennero arrestati in seguito. “Dalle spie adibite — scrive il Duca di Sammartino il 5 maggio — si è saputo che altri continuano a macchinare, ma nulla di preciso si è potuto penetrare”. Quel giorno stesso infatti il facchino Rosario Giliberto andava a riferire alla Polizia che la sera precedente era stato invitato da due sconosciuti e da un suo amico a prender parte ad un contrabbando, che doveva aver luogo alla Zaera. Egli vi si era recato, dopo aver avvisato però una guardia doganale. Giunti sul luogo, avevano trovato delle persone armate di coltelli e bastoni, che salivano alle Due fiumare e domandavano al suo amico il santo;.e l’amico rispondeva: Nuvel (sic: Louvel). Altre persone intanto continuavano a salire a tutte avevano un fazzoletto bianco attaccato al braccio. L’amico quindi aveva condotto il Giliberto alla fiumara di Montesanto, ove avevano trovato radunate circa quaranta persone, alcune vestite bene, altre dimessamente. Una di esse aveva scelto allora il Giliberto ed un altro e li aveva collocati di guardia. D Giliberto non sapeva in che mondo si fosse e aspettava ancora il contrabbando, quando dal suo compagno di guardia aveva saputo che si doveva andare a prendere degli schioppi e ritornare poi in Messina per liberare dalle carceri da diciotto a ventidue Carbonari, che vi si trovavano in arresto in camera serrata. Il Giliberto in sentir ciò era stato preso da timore e aveva indotto il compagno ad andar via pei fatti loro. Mentre scendevano verso la città, avevano incontrato un csrto Salvatore Ferraro, il quale aveva detto loro di essere stato incaricato da un signore di vedere se innanzi le carceri fossero dei cannoni, e andava a Montesanto a riferir la risposta. Ma i due la avevano persuaso ad andar con loro.

Lo stesso giorno, 5 maggio, Francesco Alessio, una. spia della Polizia, rapportava che la sera del giorno* precedente si era stabilito dai Carbonari di mettersi tutti vicino alle carceri, perché ad un’ora di notte dalla Cittadella sarebbero stati sparati tre colpi di cannone, segnale della rivolta. Similmente poi deponevano il Carrara e il Luciano; secondo il primo a Montesanto sarebbero intervenute trecento persone; e secondo il Luciano, giusta quanto gli aveva detto un suo amico calzolaio, la sera precedente non aveva potuto aver luogo la rivolta, perchè i soldati erano sulle armi; si sarebbe però fatta” alla scordata Si operarono quindi altri arresti; ma intanto circa la compilazione del processo venivano a sorgere delle divergenze tra il Commissario del Re generale Giuseppe Morrihy e l’intendente duca di Sammartino. Per ovviare a ciò, e per altre ragioni, il Direttore di Polizia il 12 maggio scriveva al Luogotenente generale: “Mi si fa supporre per notizie particolari^ che alle occulte trame, le quali sono state di recente denunziate in Messina, si voglia dare un peso assai lieve, non che da coloro, che forse vi potrebbero aver parte, ma ben ancora da tutti gli altri onesti e pacifici cittadini, i quali desiderano di allontanare quanto più si possa il discredito di quel paese e i mali che in conseguenza vi potrebbero essere arrecati dalle rigorose misure della Giustizia. Ciò posto, util parrebbemi, per lo intero sviluppo delle cose, che si disponesse dal Governo di tradursi in questa non che tutti gl’individui arrestati finora per le imputazioni, di cui l’E. V. è stata informata, ma coloro bensì che a tali imputazioni hanno dato argomento colle loro denunzie; e ciò affinché si possano da me direttamente impartire le opportune disposizioni per ottenersi la piena conoscenza dei fatti». Ma poi, essendosi messi d’accordo il Morrihy e il Sammartino, egli desistette dal proposito di far tradurre in Palermo i detenuti, ch’erano allora in numero di venti. Il Commissario del Re quindi (28 maggio) nc minava una Commissione Militare, preseduta dal tenente colonnello Nicolò d’Epiro, la quale doveva procedere contro gli arrestati.

Il 4 giugno il Duca di Gualtieri scriveva cosi “qualunque si fosse (sic) la sorgente del male, si proceda allo arresto dei colpevoli, e col maggior rigore si passi subito alla formazione del loro processo, e quindi ad una esemplare punizione. Queste misure sono dettate dal Re con sommo dolore dell’animo suo, ma desse si rendono indispensabili, attesa l’ostinazione colla quale gli scellerati vogliono continuare nella via del delitto, e procurare ogni occasione per turbare la tranquillità dello Stato”. Nello stesso giorno il Re ordinava che l’istruzione del processo dovesse affidarsi agli ufficiali di Polizia, i quali avrebbero poi dovuto passar le carte alla Commissione Militare. Ma il Commissario di Polizia barone Lucifero, forse per sottrarsi a questa incombenza, si scusava di non po tere attendere alla compilazione del processo per forti motivi di salute; onde il Marchese dello Favare gli scriveva, biasimandone aspramente la condotta, per aver voluto egli in siffatta guisa corrispondere alla sovrana fiducia,” la quale sembra di essersi in lui esclusivamente voluto riporre”. Il Lucifero però insistette nella negativa, ed allora le carte del processo furono affidate all’ispettore di prima classe Guglielmo Gemelli coll’incarico precipuo di scovrire se le unioni settarie messinesi avessero relazioni con l’estero o con altri Comuni della Sicilia, e particolarmente con Palermo.

L’istruttoria fu condotta alla svelta, poiché tutti gli imputati si mantennero negativi; solo fecero delle rivelazioni, dietro promessa d’impunità, Francesco Oneto e Stellario Consolo. Il primo disse di essere appartenuto alla Carboneria nelle passate “oscillazioni,” ma che ora vi si era inscritto per burla. I travagli carbonici sì erano già ripresi da un anno; ma il linguaggio simbolico era stato un po’ mutato. Le Vendite, ad es., si chiamavano ora Famiglie, Nell’Isola i Carbonari erano assai numerosi ed un barone di Novara si teneva in continue relazioni con Messina. In questa città le Famiglie erano molte: una ve n’era istallata nel Castello, un’altra nel Caffè del Tedesco, sito presso l’Arcivescovado, ed altre in altri punti. Erano Capi di Famiglia Letterio Cacopardo, Stefano Cannizzaro, Domenico Santoro, Giuseppe Santoro. I Carbonari si solevano riunire nel piano di Terranova, nei caffè e nelle taverne. Pensavano di far comunicazione con Palermo, dove doveva essere inviato Pietro Costanzo, capo della Carboneria messinese. La rivolta doveva scoppiare il 25 aprile; ma s’era poi dovuta differire, finché gli arresti eseguiti dalla Polizia 4on avevano mandato tutto per aria.

Stellario Consolo depose di essere stato arruolato nella Carboneria nell’ottobre 1822 da Letterio Cacopardo, il quale lo aveva condotto in San Leone nella baracca di Stefano Cannizzaro, dove era stato egli ricevuto senza formalità di sorta, poiché, anche non essendo stato mai Carbonaro, conosceva tuttavia la parola sacra, la parola di passo ed i segni di riconoscimento. Dodici giorni dopo era ritornato dal Cannizzaro, il quale stava seduto ad un tavolino, su cui erano bottiglie e bicchieri, ed era circondato da molte persone, che tenevano seduta. Una terza riunione si era tenuta in San Corrado, e questa volta si era proceduto alle elezioni. Erano risultati eletti Gran Maestro il Cannizzaro, primo assistente il Cacopardo, secondo assistente Pietro Caruso, oratore Ignazio Pompeano, segretario il Consolo, guardabaracca Francesco Basile soprannominato Pileo, guardabolli e suggelli Pasquale Ferrara. Sorte intanto delle gelosie per la carica tra il Consolo e il Cacopardo, il primo si era allontanato per tre mesi, finché nel marzo 1823 era tornato ad accostarsi agli amici. Allora nel caffè della Palermitana, sito nella strada Austria, si era rinnovata la Vendita. Il Cannizzaro, il Pompeano e il Caruso erano stati rieletti alle rispettive cariche; il Cacopardo era stato nominato primo assistente, segretario lo studente Di Leo e il Consolo apprendista. Si pensava di preparare delle cartucce, di raccogliere del denaro e di mandare un emissario a Palermo, secondo proponeva il barone Sofia da Novara; la rivolta doveva scoppiare il 25 aprile; ma erano stati in molti a sconsigliarla.

Intanto in Messina la pubblica opinione s’era oltremodo commossa per questi arresti; si riputava generalmente — come vedremo meglio in seguito — che il processo fosse stato montato dalla Polizia; i detenuti presentavano una supplica al Re, dicendosi tolti alla pace delle loro famiglie “da un uomo empio e pernicioso allo Stato, ché tale nomenclatura si può dare ad Antonino Carrara, giacché lo stesso altra mira non ebbe, siccome tuttavia non ha, che di rendersi meritevole presso il Governo, combinando imposture e fruirne qualche premio”. Intanto il Direttore di Polizia richiamava in Palermo il processo originale istruito dal Gemelli; in ciò si vide un’oscura minaccia di pericolo; onde tutti i detenuti ed i loro congiunti avanzavano supplica al Senato della città, affinché volesse in fivor loro intercedere presso il Luogotenente generale. Ed il Senato allora, il 28 agosto 1823, scriveva al Luogotenente generale: “tale misura non serve che a farli indeterminatamente marcire in queste carceri contro le forme delle leggi sanzionate da S. M.... La disposizione del signor Direttore Generale sarebbe nuova nel foro, e potria considerarsi come una eccezione, che si vuol fare pel Comune di Messina. Per queste considerazioni il Senato.... non può rimanere indifferente ad una misura, che, lungi di sollecitare l’andamento della giustizia, serve ad attaccare l’onore di questo Paese, con prolungare la decisione di un affare, cui si è data tanta importanza Trasmessa questa supplica alla Direzione di Polizia, ed essendo in congedo il Favare, il Segretario generale Santi Migliore la faceva seguire da questi commenti: “con istraordinaria sorpresa mi sono per la prima volta convinto, che ancora in persone rivestite di pubblico carattere può a grandissima ignoranza non memo grande malizia associarsi, e derivarne quindi somma impudenza di operare temeraria insubordina nazione alle leggi, manifesta ripugnanza al sovrano volere e scandaloso linguaggio fomentatore di pubblici disordini Questo è l’esordio; quel che segue è un capolavoro d’insolenze poliziesche. Il Migliore concludeva reclamando “nonché la destituzione de’ membri che lo compongono (il Senato), ma la loro individuale punizione bensì, e tal punizione che possa servire di forte esempio alla condotta di tutti i pubblici funzionarj, di freno alle irrequiete menti de’ malvagi, e di spavento ai fautori delle sètte e de’ pubblici disordini”; ma il Re disponeva solamente che si avvertisse il Senato suddetto a non prendere ingerenza in affari che non sono di sua incombenza (448)

Gli arrestati intanto continuarono a” marcire” nelle prigioni di Messina, finché più tardi vennero tradotti in Palermo, ed il loro processo fu affidato alla Commissione Suprema pei reati di Stato, la quale, come vedremo, non doveva profferir la sua sentenza che ben cinque anni dopo il loro arresto, nel 1828.

Intanto in Messina il fermento continuava. La sera del 6 settembre 1823 il gendarme ausiliario Antonio Canale svelava al Commissario del Re del Vaidemone che dal gendarme Gioacchino Patinella aveva saputo che l’indomani alle ore quattordici doveva succedere in città una ribellione. Entravano nella congiura settemila cinquecento paesani, il Reggimento Re, cinquecento soldati del Reggimento Regina, la Gendarmeria reale e alcuni gendarmi ausiliari. Scopo della congiura era di saccheggiare le case dei ricchi e di massacrare tutti coloro, che non appartenessero alla Carboneria! Fatto quindi un ricco bottino, i congiurati, scortati da corsari spagnuoli, che incrociavano nel Tirreno, dovevano imbarcarsi per Palermo, dove si trovava un grosso partito di Carbonari. In Palermo poi avrebbero massacrato le truppe reali ed austriache e si sarebbero impadroniti dei forti. La rivolta — concluse il Canale — avrà un esito sicuro, poiché un ufficiale d’artiglieria ha già inchiodato tutti i cannoni della Cittadella.

Queste notizie cosi particolareggiate nella loro goffa esagerazione gettarono lo spavento nell’animo del Commissario del Re, il quale ordinò immediatamente l’arresto del gendarme Pati nella e nella stessa notte si recò nella Cittadella per verificare l’inchiodamento dei cannoni; ma con sua non poca sodisfazione ebbe a trovare tutto nel più perfetto stato di servizio e ricevette assicurazione dai Comandanti che ogni cosa era proceduta al solito nella massima calma. In ogni modo volle egli prendere tutte le sue precauzioni; ma il giorno dopo “neppure il più piccolo disguido si rilevò, che avesse potuto alterare la tranquillità Rese quindi informata di tutto la Polizia, incaricandola d’indagare l’origine e la possibile continuazione dell’alare, e mettendola in guardia contro il Patinella, “uomo diffamato, e, per dirlo alla militare, incorreggibile”. già imputato di furto e” fonte di allarmanti denuncio”. La Polizia fece altri arresti in persona del gendarme Vincenzo Avola, di Michelangelo Consolo, di Cristoforo Prestopino e di Vittorio Alberti, anch’essi autori di voci sediziose. Più tardi poi vennero chiusi in prigione i gendarmi Michele Moré e Giovanni Giuffré.

Avute queste notizie, il Marchese delle Favare disponeva che il Canale e gli altri detenuti venissero inviati in Palermo, intendendo egli occuparsi direttamente dell’affare,” onde conoscere la estensione e la maligna natura del secondo attentato”, che, a suo credere, doveva essere una conseguenza o, per dir meglio, una ripullulazione della prima congiura. Intanto un certo Antonio Locascio, già detenuto nella Cittadella di Messina e tradotto poscia in Palermo per altri motivi, si offri spontaneamente a manifestare a lui cose per le quali ebbe egli a convincersi che la denunzia del Canale aveva un gran fondo di vero.

Mentre cosi il Favare affannavasi a sventare la trama, il ministro degli Affari esteri comunicava alcune notizie ricevute da Marsiglia, secondo le quali in Messina sarebbero facilmente accaduti dei gravi disordini, per il gran numero dei” malintenzionati” ch’erano in quella città, forti dell’appoggio di non pochi ufficiali e sott’ufficiali. Giunti intanto in Palermo gli arrestati, il Favare apprendeva dal Patinella che il massimo numero di coloro, che trovavansi implicati in questa nuova “orditura,” erano gli stessi individui, che già figuravano come indiziati nel processo delle unioni svelate dal soldato Luciano. “Ciò però che chiaramente si scorge dal complesso di tutti questi fatti — scrive il Favare — si è la certa esistenza di un gran numero di malintenzionati e di settarj in quella città, i quali fanno tutti gli sforzi per riuscire ne’ loro pravi disegni, il favore^ che loro si appresta dalle opinioni, di cui trovasi infetta la Truppa, colà stanziata, ed il poco o nullo timore che loro impone la condotta delle autorità locali “È quindi — egli prosegue — di somma gravità e considerazione l’affare di cui ora si tratta, e son di fermo parere che debbasi usare ogni più efficace mezzo per scoprire le radici di questo male, che, non ostante i rimedj finora adottati, torna ad infierire ed a divergere (sic) più malignamente che prima”. “L’accerto del Real Servizio — continua egli — che ho solamente avuto sempre di mira; la mia condotta con tutti gli altri settarj dell’isola, e particolarmente con quelli di questa capitale, cioè con i complici di Meccio, con quelli di Avanella,(449) e con altri, mi somministrano bastante garanzia per non potermisi opporre, come altra volta è accaduto, alcuna veduta o spirito di parte nella istruzione del processo, che io vo ora proseguendo; e quindi, mentre mi applico con ogni impegno ad indagare se la forza tutelare dei buoni sia al contrario in quella città divenuta nuovamente il sostegno del pubblico disordine, io prego l’E. V. affinché si compiaccia provvedere, che non sieno i miei passi arrestati dagl’impudenti reclami di qualche autorità locale, e che si nieghi ogni ascolto alle insinuazioni ed alle voci dei perturbatori”.

In un altro suo rapporto (5 gennaio 1824) il Favare tornava ad insistere sulla connessione tra le due sètte messinesi; poiché in entrambe le volte “una rivoluzione intendeasi tentare, onde rimettere la Costituzione spagnuola e discacciare le armi austriache Ma ciò che prima era una sua semplice ipotesi, diventava ora un fatto incontrastabile dopo le ultime deposizioni fatte dagli imputati Giovanni Di Bella, Letterio Russo, soprannomi nato Bicchierello, Giovanni Giuffré, Ignazio Platanea, Letterio Cacopardo, Raimondo De Pasquale, Raffaele Di Paola, Salvatore Tabbita e Pietro Trombetta.” Questi individui, che sono attualmente qui detenuti e che, tranne Russo e Giuffré, trovavansi in arresto in Messina come imputati delle prime unioni, hanno ora tuttavia, mossi da pentimento piuttosto e da desiderio insieme di servire alla giustizia, manifestato i seguenti fatti:

“Un numero di recidivi settarj e di faziosi cooperava in Messina a riprodurre un’altra volta i disordini dell’anno 1820; ed erano con maggior calore impegnati nelle loro segrete trame nel principio dell’anno scorso [1823]. Ma la forza austriaca, stanziata allora in Messina, era di grandissimo ostacolo a’ loro perfidi disegni. Quindi si giudicò opportuno di ritardarne la esecuzione, e di aspettare che la suddetta truppa partisse, come sapeasi dover fra poco avvenire; e perché sapeasi ancora che la guarnigione sarebhesi allora affidata alle Truppe napolitano; parve perciò maggiormente opportuno il ritardo; poiché tutti i settarj concepivano delle grandi speranze nel favore, che supponevano di poter ritrarre da quella stessa forza, la quale avea protetto i passati disordini. Intanto per rendere durevoli ed universali le conseguenze della rivoluzione tentavasi d’impegnare un uguale partito in altri Comuni dell’isola; e fu proposto di spedirsi un emissario in Palermo; ciò che poi non ebbe effetto per la ricusa di colui, che volessi a tale incarico prescegliere. Giunsero finalmente in Messina due Reggimenti napolitani, e ne parti la truppa austriaca. Questo momento attivò tutta l’energia dei faziosi; molte adunanze ebbero luogo; ed alcuni meno circospetti assunsero l’impresa di abboccarsi con i militari ad oggetto di conoscerne le intenzioni, e di tirarli, ove fosse possibile, al loro partito. Accrescendosi di giorno in giorno le relazioni fra militari e paesani, parve a’ faziosi di essere necessaria una discussione su’ mezzi da porsi in opera, per la esecuzione della rivolta. Si riunirono allora molti di essi in casa de’ fratelli don Giuseppe e don Littorio Barone, ove intervennero parecchi de’ dichiaranti; ed ecco quali cose furono da essi trattati in questa straordinaria seduta. Richiestosi primieramente ad alcuni quali fossero le opinioni dei due Reggimenti Re e Regina, fu riferito, che molti de’ militari si erano mostrati pronti a favorire la rivoluzione e ad assumere con i faziosi la causa della costituzione, ed altri aggiunse che bastava di avvertire la truppa del giorno, in cui doveva succedere la rivolta, avendo molti militari assicurato, che sarebbe essa rimasta in tal giorno inoperosa. Riputandosi sicuro questo aiuto, si passò a discutere delle armi e delle provvisioni bisognevoli a’ promotori del disordine: ed alcuno portò parere, che bastavano quaranta fucili per assalirsi il quartiere della Gendarmeria ausiliaria ed ottenersi lo acquisto di tutte le armi esistenti in quel luogo: il che soggiunse altri di essere pur facile, essendo in detto quartiere una Vendita carbonica, della quale faceano parte due del partito cospiratore. Poste tali cose, si stabili che nel primo momento della rivoluzione molti sarebbero corsi per la città gridando: “Viva la libertà!,” che si sarebbe inalberata una bandiera coll’impronta della Trinacria dipinta a colori carbonici, che doveansi assalire le case de’ possidenti, obbligandoli ad apprestare de’ soccorsi per lo ulteriore mantenimento delle cose, e che doveansi eleggere cinque capi di Governo, due de’ quali messinési, due palermitani ed uno napolitano. Si stabili pure di avvisare del giorno designato il barone Sofìa di Novara, come uno de’ principali capi e fautori del partito, e si sarebbe prefisso ancora in quella seduta il giorno della rivoluzione, se questo progetto, che non lasciava certamente per la sua precisione di costernare gl’intrepidi oratori di quell’adunanza, non avesse diviso in modo i loro sentimenti su tal proposito da farne aggiornare la discussione ad un’altra seduta. Questa seconda riunione, in cui dovea trattarsi dell’oggetto pili serio, non si verificò cosi presto; ed essendo molte le premure che si faceano per la esecuzione della rivolta, si disse da alcuni che sarebbe stato a ciò giorno opportuno quello del 25 aprile, giorno della festa di San Marco nel casale di Mili. Molti, a cui fu comunicato un tal progetto, vi assentirono; e già erano sul punto di prepararsi al disordine, quando, per la discordanza di alcuno dei capi, fu riservata ad altro tempo una tal novità. Continuando pertanto con maggior efficacia le premure de’ faziosi, poiché molti temevano di poter essere scoverti, un’altra seduta si tenne nella sera del 2 maggio, la quale ebbe per oggetto di affrettarsi la rivolta. Ma già per la denuncia del soldato Michele Luciano e per quella di altri individui erano state le Autorità locali avvertite del grave attentato, e la notte de’ 4 del suddetto mese si eseguirono molti arresti. Questo è il primo periodo della congiura, a cui si riferisce il processo compilato da quegli Agenti locali di Polizia, ed è solamente da osservarsi che in questa prima cospirazione erano ancora implicati molti gendarmi ausiliari; poiché dalla dichiarazione del gendarme Giuffré si ricava, che alcuni de’ faziosi aveano di concerto con molti gendarmi, fra i quali lo stesso Giuffré, stabilito di doversi nella notte precedente al giorno designato per la rivoluzione assalire da’ paesani il quartiere della gendarmeria, ove trovandosi pronti i gendarmi del partito, doveansi questi a quelli unire, mercé alcuni segni di riconoscenza, e dare addosso a tutti gli altri, che si opporrebbero, avendo cosi principio la rivolta. Essendo gli arrestati quasi tutti fermi nella negativa, molti complici della congiura rimasero ignorati: non pertanto continuarono essi le loro perfide trame; e riponendo ogni loro speranza nel supposto favore della guarnigione, non tralasciavano di adoperare sulla medesima le loro seduzioni. Un certo Ignazio Mazzeo, caporale de’ due Reggimenti di linea colà stanziati, trovandosi carcerato per lieve cagione nella Cittadella, ebbe un abboccamento con Ignazio Platanea, che sapea di essere ivi detenuto per motivi di opinione; in questo abboccamento si svelò il Mazzeo come uno degli antichi Carbonari, ed il Platanea corrispose a questa confidenza, con lo svelare a lui tutto ciò, che gli era noto intorno alla congiura.

“Il Mazzeo allora lo esortò a celare ogni cosa con fermezza, e lo assicurò che, mercé le sue relazioni e i suoi rapporti nella truppa, potevasi facilmente ritentare la rivoluzione; in vista di che si accordarono entrambi ad attivare le loro corrispondenze l’uno tra militari e l’altro tra paesani, subito che l’uno o l’altro di essi fosse il primo ad esser posto in libertà. Il Mazzeo fu poco dopo escarcerato, ed il Platanea passò nelle carceri centrali, ove ebbe libera comunicazione con alquanti de’ congiurati, che si trovavano colà detenuti. Fu quindi prima cura del Platanea di manifestare ai compagni le promesse del Mazzeo; di che essendo quelli assai lieti, cominciarono tra essi a discutere in qual modo potessero coadiuvare alle esterne di lui operazioni. Fu proposta a tale oggetto l’opera di un certo Letterio Russo calzolaio, che lavorava vicino le carceri, e questi a ciò invitato assunse di buon grado l’incombenza di arruolare un buon numero di paesani al partito de’ carcerati; fu proposta ancora l’opera del gendarme Martines per li rapporti di amicizia, che avea con esso il detenuto don Letterio Cacopardo appartenente alla Vendita carbonica posta nel quartiere della gendarmeria; ed il Martines, non ricusando l’incarico, assicurò al Cacopardo, che i gendarmi suoi colleghi erano pronti, e che bastava ad essi di sapere il giorno designato per la rivoluzione.

“Da questo punto in poi cominciarono a tenersi continui abboccamenti tra’ carcerati e il gendarme Martines, e il caporale Mazzeo ed altro caporale del Reggimento di linea, ed altri gendarmi; i quali tutti erano già consapevoli della nuova trama e vi cooperavano. E premendo a’ carcerati di affrettarsi il momento della rivoluzione, si stabili di accordo con tutti gli altri congiurati di darvi esecuzione nel giorno 7 di settembre, di di domenica; si stabili ancora che molti de’ paesani doveano in tal giorno assalire il quartiere di San Girolamo, mentre i soldati erano a mensa, per impadronirsi delle armi e delle provvisioni; e che, riuscendo lo assalto, doveasi correre alle prigioni per escarcerare il rimanente de’ congiurati, e dar con essi compimento agli ulteriori disordini. Nella vigilia del giorno prefisso, il gendarme D’Aula( (450))( )si portò nelle carceri, e avverti i congiurati, che si erano già inchiodati i cannoni della cittadella; e nel dopo pranzo dello stesso giorno furono essi incoraggiati dal gendarme Patinella, che li assicurò della prossima loro libertà; dapoiché diceva egli che i gendarmi si erano determinati ad assalire le carceri nella imminente notte; ma avendo il gendarme Antonio Canale manifestato opportunamente nella sera de’ 6 settembre al Commissario del Re ciò che gli si era comunicato sul tal particolare, furono immediatanente arrestati alcuni gendarmi, e cosi si riparò al secondo attentato”.

Il processo di questo “secondo attentato” fu unito a quello già avviato per la congiura scopertasi in maggio, ed il Favare, cui il Re aveva lasciato in proposito la più ampia facoltà, incaricava dell’istruzione e della rettifica di essi il Commissario di Polizia Filippo Majorana, che a tal proposito recavasi dalla sua residenza di Catania a quella di Messina. (451) Le carte furono più tardi passate alla Commissione Suprema pei reati di Stato in Palermo, dove furono tradotti tutti i detenuti, e si dette luogo ad una lunghissima istruttoria, conosciuta volgarmente col nome di processo dei Messinesi. ((452)) Finalmente nel 1828 la Commissione Suprema emetteva la sua sentenza, per la quale Stefano Cannizzaro da Reggio-Calabria, domiciliato a Messina, Domenico Santoro, Gaetano Licandrò, Ignazio Platanea e Letterio Cacopardo venivano condannati alla pena di morte; Giuseppe Barone all Ergastolo; Flavio Ruffo, Francesco Onetor soprannominato Nietto, Tommaso Scuderi il poetar Natale Di Bella, Taddeo Isaija, Giuseppe Ciccolor Giuseppe Romano, Francesco Colletti, Pietro Trombetta e Raimondo Di. Pasquale a trentanni di ferri; Ignazio Mazzeo, Gioacchino Patinella, Vincenzo Avola, Giovanni Di Bella, Francesco Martines e Giovanni Giuffró a venticinque anni della stessa pena; Vincenzo Foti, Stellario Consolo, Pietro Bevilacqua e Giuseppe Di Leo a ventiquattr’anni; Giuseppe Bonanno a ventanni; Michele La Motta a diciannove anni; Francesco Basile, soprannominato Pileo, e Giuseppe Chindemi a dodici anni; Francesco Monfalcone a un anno anch’esso di ferri; Luigi Zanghi a dieci anni di reclusione; Pasquale Castelluccio, Michele Di Franco, Nicolò Ventrici, Michele Zerilli, Anello Pintacuda, Gaspare Ficazzotti, Gaetano Antonucci,. Cristoforo Prestipino, Vittorio Alberti, Giuseppe Matà, Francesco Sofia, Letterio Russo e Salvatore Tabbita a sei anni della stessa pena; e infine il barone Girolamo Sofia da Novara (Sicilia) a otto anni di relegazione. Venivano in tutto colpiti dalla severità della legge quarantasei individui. (453) Ma il Re con decreto del 6 ottobre dello stesso anno commutava la pena di morte inflitta a Stefano Cannizzaro e a Domenico Santoro in quella dell’ergastolo; la pena di morte per Gaetano Licandro in trent’anni di ferri; la pena di morte per Ignazio Platanea e Letterio Cacopardo in ventiquattro anni di relegazione; e diminuiva notevolmente le condanne inflitte a tutti gli altri detenuti.(454)


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Cap. VIII

La Carboneria di Nuova Riforma

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Fin dal 1822 i Carbonari di Terra di Lavoro avevano tentato di riallacciare le loro trame, introducendo una nuova sètta, non indigena, sotto la denominazione di “Nuova Riforma di Francia,” la quale si proponeva “il rovesciamento del governo legittimo e lo stabilimento della democrazia”. Questi settari non avevano luoghi fissi di riunione, ma manovravano per comunicazioni ambulanti. Invece di diplomi, si riconoscevano tra loro con segni e parole convenzionali e con una medaglia pendente al di dentro del petto, fornita di quattro nastri di color rosso, nero, turchino e giallo, ed effigiata da un fascio consolare con la scure, sulla di cui cima un berretto, con intorno quattro fucili e quattro baionette”. Ma la sètta venne sventata dalla Polizia, e la Commissione Militare di Santa Maria di Capua il 24 novembre 1823 condannava tre degli imputati alla pena di morte col laccio sulle forche e cinque a venti anni di ferri.(455)

Repressa in Terra di Lavoro, la Carboneria di Nuova Riforma faceva la sua apparizione in Sicilia.

Nei primi di maggio 1823 presentavasi alla Direzione generale di Polizia in Palermo il cav. Pietro Polito, il quale dichiarava di essersi accorto da circa un mese che la casa del suo amico Vincenzo Errante, barone di Avanella, era frequentata da gente di umile condizione. S’era creduto quindi in dovere di muoverne rimprovero all’amico, il quale, dopo qualche reticenza, gli aveva risposto: — Mi conviene trattare costoro, perché appartengono come me ad una Vendita, preseduta dal dott. Girolamo Torregrossa. Fra breve dobbiamo far la rivoluzione; siamo in quattromila, fra cui “tante teste grosse”; tutti i carcerati della Vicaria e dell’Arsenale sono armati e son con noi. Avantier notte ho avuto un bel da fare: son venuti a trovarmi quaranta capi bonache, i quali eran risoluti di far la rivoluzione il 18 maggio; ma io e il Torregrossa ne li abbiamo sconsigliato. — In seguito a questa denunzia il cav. Polito riceveva incarico dal Favare di riferire giorno per giorno le novità alla Polizia; ed egli si dette viva premura di eseguir la consegna. Fra l’altro, riferì egli una volta di aver fatto una passeggiata insieme con l’Errante, negli ultimi di maggio, fin oltre il ponte dell’Ammiraglio e di essere poi entrati in una taverna nella contrada di San Giovanni dei Leprosi. Mentre mangiavano, sopraggiunsero alcuni conciapelli, con uno dei quali l’Errante cominciò a parlare con tutta segretezza; quindi invitò tutti gli altri a fare un tocco, e, nel mentre si giocava, esclamò: “Meschini, mi vien da piangere nel vedervi ridotti in si miserabile condizione!.(456) Altri particolari forni il Polito; quindi la Polizia nei primi di giugno faceva arrestare l’Errante, il Torregrossa, il pittore adornista Francesco Mento e i sarti Giuseppe Sessa, Francesco Amato, Giuseppe Testa, Domenico Balsamo, Vincenzo Corso, Vincenzo Reale e Cosimo Sanfilippo. Toccava ora al Favare di far cantare i detenuti con la lusinga dell’impunità. Erano recenti gli esempi del Ramistella e di altri.

Il Favare fece breccia presso il Sanfilippo, il quale promise di svelar tutto a patto della solita impunità. E il Luogotenente generale gliela concedeva, purché egli “non fosse uno dei rei principali e sviluppasse tutto con le prove corrispondenti, senza occultar cosa alcuna, che fosse a sua cognizione”. Il Sanfilippo quindi faceva la deposizione seguente:

— Egli e i suoi amici erano tutti, eccetto il Balsamo, antichi Carbonari. Nella rivoluzione del ’20 l’Errante aveva avuto conferito il terzo grado di Carboneria dall’abate Menichini; Francesco Amato era cognato di Salvatore Meccio, ed il Torregrossa aveva fatto parte della congiura organizzata da quest’ultimo. Le relazioni tra il Sanfilippo e l’Errante erano cominciate sin dal settembre 1822, ma erano divenute soltanto intime dopo il marzo del seguente anno. Si era stabilito di comune accordo di travagliare; e il Sanfilippo aveva procurato l’adesione dell’Amato e del Mento e infine del dott. Torregrossa. Si era pensato allora di fondare una Vendita carbonica di Nuova Riforma) ma si era in troppo scarso numero e conveniva quindi arruolare nuovi seguaci. Secondo il Torregrossa anzi era inutile travagliare senza il consenso dei nobili; ed allora il Barone di Avanella si era offerto di brigare il contatto con loro.

Il primo dei nuovi arruolati era stato Domenico Balsamo. Si era tenuta riunione in casa del Sanfilippo, e, per non dare nell’occhio, i congiurati s’erano messi a tavola a mangiar carciofi. Come s’erano visti soli, il Sanfilippo era andato a prendere i simboli carbonici, cioè: la corona di spine, la scala di ferula, un fascette di legna, la saliera col sale ed un bicchier d’acqua, che dovevano servire a battezzare il pagano, “La corona di spine importa che il nuovo individuo intende ricevere il martirio, ed esser fermo nell’ottener la Costituzione; la scala significa il grado a cui è promosso; il fascetto di legna importa di dover essere tutti riuniti; il sale significa la sapienza e l’acqua il bagno che si fa al pagano per ridurlo alla luce”.

Il Mento quindi aveva dato la luce al Balsamo, il quale aveva prestato il suo giuramento ed era stato istruito dei segni carbonici, “che corrispondono a quelli stessi dell’antica Carboneria” In un’altra seduta in casa del Sanfilippo, il Torregrossa aveva detto di tenere a sua disposizione un buon numero di picciotti di cuore e di potere far scoppiare a suo piacere la rivoluzione; ma la proposta era stata creduta intempestiva dall’Errante e quindi rigettata. Si erano tenute in seguito altre riunioni ambulatorio lungo la spiaggia del Lazzaretto e altrove ed erano state fatte nuove ascrizioni.

Il Torregrossa allora aveva suggerito l’idea di cambiare i segni e la nomenclatura delle dignità per poter più facilmente sfuggire alla Polizia. I congiurati erano convenuti all’uopo all’Arenella nella casina del Principe di Aci, il cui curatolo teneva una rivendita di vino. Si era stabilito ivi che il Gran Maestro dovesse chiamarsi Gran Cappellano e gli assistenti sotto-cappellani. Erano stati eletti Gran Cappellano Torregrossa e sotto-cappellano Giuseppe Sessa e si era conferita la carica di deputato all’Errante, “perché aveva molti rapporti ed intelligenza nel Regno”. In un’altra riunione tenuta nello stesso luogo il Torregrossa aveva proposto di far uso, anzi che dei soliti diplomi carbonici, di fedi parrocchiali o di battesimo; aveva quindi dettato alcuno leggi, stabilito una tassa mensile e raccomandato ai suoi amici di non ammettere nella sètta che antichi Carbonari. Erano a questo punto le cose, quando la Polizia aveva eseguito l’arresto dei complici e le relative perquisizioni domiciliari —.

Questo depose il Sanfilippo. Nelle perquisizioni accennate, la Polizia aveva rinvenuto in casa del Torregrossa molte fedi parrocchiali scritte e da scrivere, e in casa dell’Errante una quantità di razzi, di palle e due schioppi.

La Polizia quindi attese alla prima istruttoria del processo. Il barone di Avanella cercò di attenuare in tutto la propria condotta. Ammise la cospirazione, ma la dichiarò un tentativo ridicolo, poiché il numero dei congiurati non era tale da sconvolgere l’ordine pubblico. Ad allargare la sètta, il Torregrossa gli aveva proposto di far contatto coi nobili palermitani; ma egli non aveva dato in proposito alcun passo. Anche Vincenzo Corso e Giuseppe Sessa ammisero la cospirazione; il Torregrossa si tenne dapprima sulla negativa, affermando di non essere stato mai Carbonaro, e procurando sempre di dare ai fatti, che gli venivano contestati, un carattere di semplicità e d’indifferenza. Gli amici lo chiamavano per ischerzo Cappellano, perché egli aveva fatto i suoi studi in un Seminario. Solo in carcere aveva conosciuto l’Amato e il Mento.(457)

Il 13 luglio il Commissario del Re duca di Vaticani eleggeva una Commissione Militare preseduta dal colonnello Emanuele Ribas, e composta dei capitani Pietro Pellegrino e Bernardo Conti, dei tenenti Giuseppe Pistorio e Gaetano De Vicesvinci e dei sottotenenti Carlo Amich e Federico D’Aubert, giudici, del capitano relatore Giovanni Andrea Maurigi, funzionante da P. M., e del giudice della Gran Corte Civile di Palermo Domenico Corvaja, qual uomo di legge. Gravava sugli imputati l’accusa di associazione settaria, dopo il Regio Decreto dei 28 settembre 1822. La causa si svolse nella sala di udienza della Corte Suprema di Giustizia, anzi che nella sala dietro la Vicaria, poiché il Favare non aveva reputato “convenevole di permettersi un concorso di molta gente in dette prigioni”.(458)

Nel pubblico dibattimento gli imputati mantennero su per giù le loro deposizioni. D Capitano relatore chiese la pena di morte col laccio sulle forche per Torregrossa, Mento e Sessa, la pena del terzo grado di ferri per gli altri imputati, oltre a varie pene pecuniarie, e la libertà assoluta pel Sanfilippo.

La Commissione militare quindi, con sentenza dei 30 aprile 1824, metteva in libertà il Sanfilippo, condannava Girolamo Torregrossa e Giuseppe Sessa alla pena di morte col laccio sulle forche ed alla multa di duemila ducati ciascuno; Francesco Mento a ventiquattro anni di ferri ed alla multa di mille ducati; Vincenzo Errante, Francesco Amato, Giuseppe Testa, Domenico Balsamo e Vincenzo Corso a diciannove anni di ferri e alla multa di cinquecento ducati ciascuno; e tutti poi solidalmente alle spese del giudizio in favore della R. Tesoreria. Scioglieva infine dai “sospetti di renitenza” Francesco Gramignani, che trova vasi in carcere da sei mesi, e lo rimandava in libertà.( (459)

Il Torregrossa, per non sottostare alla pena ignominiosa, prese in carcere del solfuro di arsenico giallo, che teneva nascosto in una risvolta della giubba, e spirò fra atroci spasimi la mattina del 2 maggio.

Il 5 dello stesso mese il Sessa sali in cappella. L’indomani l’ispettore di Polizia Ferdinando Salpietra recavasi nel largo fuori porta San Giorgio, accompagnato da numerosi soldati austriaci e da gendarmi. Il Sessa allora fu tratto fuori dalla cappella di conforto del Castellammare, consegnato alla gendarmeria, condotto nel luogo dell’esecuzione, dove, assistito dai sacerdoti, che lo confortavano, alle ore otto subi la condanna sulle forche. Dopo la constatazione di morte fatta da due chirurgi della Direzione di Polizia, il cadavere fu consegnato ai confrati delle Anima-decollate, i quali lo seppellirono nella chiesa detta delle Teste, fuori porta di Termini. (460)

La Carboneria di Nuova Riforma ebbe ancora una ripercussione tra i detenuti delle Grandi prigioni di Palermo e i relegati dell’isola di Favignana.

Nelle carceri di Palermo c’era sempre un continuo fermento, naturale d’altronde fra reclusi, e reso anche più accentuato dal trovarsi mescolati insieme i condannati per delitto d’opinione con quelli per reati comuni. Prima ancora della rivoluzione del ’20, aveva fatto ivi la sua apparizione la Carboneria e vi erano sorte due Vendite; repressi i moti, le prigioni s’erano viste popolate di detenuti politici, che dalla perdita della libertà personale dovevano trarre maggiore incentivo alla cospirazione. Il Meccio e il barone di Avanella avevano avuto certo delle relazioni coi prigionieri, benché il primo le negasse recisamente e pel secondo a nulla avessero potuto approdare in proposito l’istruttoria del processo e il pubblico dibattimento.

Quando la Commissione Militare profferiva la sua sentenza contro l’Errante e i suoi complici, il fermento nelle carceri di Palermo aveva attraversato, a dir cosi, uno stadio acuto. Trovavasi ivi detenuto uno de’ più infaticabili agitatori politici del tempo: Gaetano Abela. Dopo il suo arresto dell’ottobre 1820, era stato egli trasferito nelle carceri di Messina e lasciato ivi languire per lo spazio di due anni; poi, essendosi scoperta una sua relazione epistolare, che si giudicò criminosa, col sac. Agostino Ferrari milanese, ch’era stato suo cappellano durante le spedizioni militari per l’Isola, era stato ricondotto nelle Grandi prigioni di Palermo e sottoposto ad un nuovo processo. In queste prigioni l’Abela riprese le sue cospirazioni: bisognavafar saltare per mezzo di una mina una parte del fabbricato delle carceri, e quindi, liberati i prigionieri, assaltare gli Austriaci, impadronirsi dei forti e delle armi e rivendicare Pisola a libertà. Un gran numero di detenuti partecipavano a questa congiura, (461)la quale pare si estendesse in larghe ramificazioni fuori delle carceri; ma il tentativo andò fallitoci(0) aprile 1824); lo scoppio della mina, per la poca polvere, non fece crollare il fabbricato, e la guardia austriaca potè impedire ai prigionieri ogni ulteriore via d’uscita.

Si cominciò allora un lungo processo, che prima fa affidato ad una Commissione Militare e poi alla Commissione suprema pei reati di Stato, la quale condannava l’Abela a morte e infliggeva varie pene ai complici di lui (22 dicembre 1826). La sera del 25 l’Abela doveva esser trasportato dalle Grandi prigioni al Castellammare; lo accompagnavano nel breve percorso trenta gendarmi a piedi e a cavallo. Ma era appena uscita la carrozza dalle carceri, che il cocchiere sferza i cavalli; nasce un gran disordine, durante il quale alcuni gendarmi si scagliano sui loro compagni, tentando di liberare il prigioniero. Ma la fortuna aveva decisamente abbandonato l’Abela; l’audace ribellione della Gendarmeria, tra la quale certo doveva aver seguito la sètta, fu vana; ed egli veniva facilato entro il Castellammare la mattina del 30 dicembre 1826. (462)

In che cosa propriamente consistesse la nuova congiura dell’Abela, non essendosi finora rinvenute le carte del processo, non possiamo affermare con tutta precisione. Seguiva egli l’antica Carboneria o accettava la Nuova Riforma? Che questa fosse conosciuta nelle Grandi prigioni di Palermo, è fuor di dubbio, come dimostreranno le nostre ricerche.

Nell’aprile del 1824, quando cioè l’Abela pensava di poter evadere mediante la mina, tra i due detenuti per reati comuni Giuseppe Di Falco e Francesco Bonajuto, avveniva questo dialogo: — Ti voglio confidare un segreto — disse il Di Falco; — quando ti troverai in necessità di denaro o d’altro, dirai o scriverai a qualche persona queste parole: “Un giorno vi era un bambino, oh che funesto giorno, oh che funesto lume! Che funesto e funesto, ch’è più bello del sole” — e meravigliandosi il Bonajuto come mai, adoperando parole tanto prive di senso, si potesse sperare di essere compresi e soccorsi, il Di Falco aggiunse: — Son parole di gergo della Nuova Carboneria. — Se l’individuo, al quale vorrai rivolgerti, non avrà compreso, allora potrai facilmente mutar discorso; in caso contrario, se cioè il tuo interlocutore appartiene alla sètta, ti guarderà in un modo speciale e fra voi due dovrà seguire questo dialogo: — Perché mi mirate? — Vi miro e vi risguardo, per~ che alla fisionomia mi credo che siate un mio buon fratello carbonaro. — Cosa andate cercando? — Vado cercando un nuovo cammino e i nuovi repubblicani sparsi su tutta la superficie della terra. — Queste cose, aggiunse il Di Falco, erano prima proibite dal Governo; ma ora non c’è più questa paura; tu intanto sii prudente, ché in seguito ti dirò altro e ti farò dare il giuramento.

E nei giorni successivi il Di Falco, essendo contento del suo alunno, gli dette altre istruzioni. Gli iniziati della nuova sètta si chiamavano pagnotte brune; quelli, che avevano i primi gradi, pagnotte bianche. Le parole segrete, o di riconoscimento, da pronunziarsi alternativamente dai due interlocutori, erano: Nuove comete, notte serena. Altri segni di riconoscimento consistevano nel tracciare una S colla destra sul proprio petto, nello stringersi in un modo speciale le mani ecc. Scrivendo una lettera, bisognava firmarsi: una coppola su di un albero, con dei puntini in cerchio e una croce; tutto ciò veniva a significare Libertà, Unione, Fratellanza, “basi della descritta società”.

Quando il Bonajuto fu bene istruito, il Di Falco gli fece prestare il seguente giuramento sopra un crocifisso e altri simboli carbonici: “Prometto per questa misteriosa croce, su questa acqua, su questo carbone e su questa fiamma di annientare i nemici della Patria e gli oppressori dell’Italia”.

Un anno dopo il Bonajuto, ch’era giovanissimo, veniva posto in libertà e intraprendeva un viaggio per la Sicilia per esercitare la sua professione di comico e per rintracciare il proprio padre. Giunto in Piazza (Armerina) e trovandosi a corto di quattrini, si ricordò delle istruzioni del Di Falco ed ebbe la poco felice idea di scrivere quella tal lettera simbolica con quella tal firma al Vescovo. Costui cascò dalle nuvole e rimise la lettera all’ispettore di Polizia, il quale, per certi suoi sospetti, arrestò il Bonajuto. Costui si mantenne dapprima negativo, quindi fini per confessare di essere stato l’autore della lettera e di esser ricorso a quell’espediente dietro i consigli, che gli aveva dato in Palermo un tale don Vincenzo Rapa. Tradotto in Palermo a disposizione del Direttore generale di Polizia, poiché non era stato possibile accertare l'esistenza del Rapa, il Bonajuto, sottoposto a nuovo interrogatorio, svelò finalmente il nome del Di Falco e disse delle istruzioni ricevute. Trovavasi allora costui nel bagno di Siracusa, donde tradotto in Palermo e messo a fronte del Bonajuto, si mantenne costantemente negativo e sconcertò quindi i piani della Polizia, che pensava già di poter imbastire un bel processo. Il Direttore generale, Santi Migliore, dovette dichiarare troppo scarsi gli indizi e non darsi luogo ad alcun procedimento; ed a questa opinione attenevasi anche la Commissione Suprema pei reati di Stato, la quale rimandava quindi, dopo nove mesi di detenzione, il Bonajuto in libertà.

Costui poco tempo dopo (maggio 1827) pensava di arruolarsi come volontario nel 1° reggimento siciliano, acquartierato a Capua e comandato dal colonnello Enrico Statella. In questo reggimento il Bonajuto trovò un suo cugino Francesco Maurici, furiere, e altri giovani palermitani ed ebbe subito a notare che tutti costoro si corrispondevano con quei cenni, che a lui aveva appreso il Di Falco. Il Maurici lo mise allora a parte di ogni segreto e lo presentò ai soldati Giovanni Mangiapane, pagnotta bruna, Giovanni Stagnato, Giuseppe Giangreco ed un certo Ulli-Caccamo, pagnotte bianche, e Salvatore Casmirra, prima pagnotta bianca. Costoro macchinavano di unirsi coi Capuani, appartenenti alla sètta, e desiderosi di aver contatto col reggimento. Pare che la città fosse allora in preda ad una sorda agitazione; sicché, quando i soldati cospiratori credettero giunto il momento di agire, disertarono dal quartiere, ma ebbero un conflitto coi gendarmi, che riuscirono a trarli tutti in arresto. Il Casmirra e l’Ulli-Caccamo furono immediatamente fucilati. Nella notte dal 29 al 30 luglio riusci al Bonajuto di disertare nuovamente; ma poi, pentito, temendo di ricevere una grave punizione, presentavasi il giorno dopo al colonnello Statella, al quale svelava la cospirazione. “Nostro scopo — egli disse — era quello di attendere una occasione propizia, unendoci coi paesani appartenenti alla sètta, abbattere il sistema attuale e destare una rivolta. Non si cerca da noi congiurati di reclutare i nostri compagni di armi, perché non li credevamo atti a ciò”.

Tradotto a Napoli, il Bonajuto confermava due giorni dopo la sua deposizione innanzi a quel Commissario di Polizia. Altre dichiarazioni facevano gli altri imputati. Il Maurici, per es., disse di essere stato iniziato ai misteri della Carboneria nel 1824, nelle prigioni di Palermo, da un imputato per causa di opinione, un abate di nome don Giuseppe, e aggiunse che l’anno seguente altre istruzioni settarie gli erano stat6 impartite da un tal Nunzio Scalisi, anche ivi detenuto per causa di opinione.

Istruito cosi il processo, le carte venivano spedite alla Commissione Suprema pei reati di Stato in Palermo, la quale il 18 luglio 1828 condannava Francesco Bonajuto, Francesco Maurici, Giuseppe Giangreco, Giovanni Mangiapane e Giovanni Stagnitto, colpevoli di essersi ascritti alla sètta dal titolo La Nuova Carboneria, dopo la legge del 28 settembre 1822, ciascuno a diciannove anni di ferri; e il Re ordinava che la decisione avesse “il suo corso”.(463)

In maggio 1825 il capitano Gaetano Orlando, che comandava il forte di San Giacomo in Favignana, veniva avvertito dal relegato per opinione Giuseppe Cervone che i condannati al bagno in quel forte e i relegati nell’isola (oggi diremmo i condannati a domicilio coatto) avevano stabilito un’associazione settaria sotto il titolo di Carboneria Riformata, L’Orlando chiese allora un rinforzo di truppa ed un aumento di custodia. Visto l’allarme del Capitano, recavasi immediatamente in Favignana il Comandante la Valle e Piazza di Trapani, il quale faceva eseguire delle perquisizioni nel bagno e nelle case dei relegati e incominciava gli interrogatori. Il Cervone, mantenendo la prima denunzia, aggiungeva d’aver saputo che capi della sètta erano i condannati Isidoro Alessi, villico di Palazzo Adriano, che funzionava da Gran Maestro, e il suddiacono Vincenzo Pace da Trapani, che copriva la carica di oratore. Costoro si riunivano nella chiesa del bagno per fare ricezioni d’individui. L’Al essi aveva su tutti un’autorità incontrastata e puniva severamente coloro, che commettessero mancanze. Si teneva egli in continua relazione col relegato Giuseppe Ragusa da Sciacca, di condizione civile, il quale recavasi spesso al bagno, fingendo di dover conferire su privati interessi coll’Alessi. Questa nuova sètta erasi manifestata dopo l’arrivo nel bagno del condannato Francesco Mento.(464)Coloro, che vi avevano aderito, venivano soprannominati berrette storte.

Su queste prime indagini il Comandante prosegui l’istruttoria. Alcuni relegati (Cosmo Cambria da Palermo, sarto; Calogero Gattuso da Ciminna, calzolaio; Luigi Giunta da Piazza, paratore), il soldato Giuseppe Ingrassia e il calzolaio Salvatore Campo per ottenere l’impunità fecero delle spontanee dichiarazioni. Ammisero tutti l’esistenza della sètta, ch’era largamente diffusa nell’isola. Alcuni riferirono che due giorni dopo l’ultima festa dei Morti, i condannati del bagno s’erano raccolti nella chiesa del forte a dire alcune loro orazioni. L’Alessi aveva acceso le candele e tutti avevano pregato con grande raccoglimento. Terminate le orazioni, Niccolò Sanile della provincia di Salerno aveva detto: in suffragio dei nostri fratelli defunti!

Il Cambria depose di essere stato iniziato ai misteri della Carboneria nelle Grandi prigioni di Palermo nel 1824 dal detenuto Salvatore Terzo da Morreale, sarto. Costui lo aveva ricevuto in un camerone e tenendo un bicchier d’acqua, un pezzetto di carbone, una piccola croce di legno ed una pezza rossa* che figurava una fiamma, gli aveva fatto prestare in ginocchio il giuramento di annientare i nemici della Patria e gli oppressori d’Italia. In seguito un altro detenuto, Antonino Boscarelli da Corleone, già commesso nella Ricevitoria, gli aveva insegnato le parole* i segni di riconoscimento e le promesse. Il segno di riconoscimento consisteva nel porre la mano destra sul cuore; se colui, al quale il segno era diretto, apparteneva alla sètta, doveva ripetere un tal gesto, tenendo però le dita chiuse, eccetto il pollice, che doveva restare sollevato. E allora tra i due si svolgeva il seguente dialogo di rito:

— “Perché avete fatto questo segno?

—“Tengo un fucile pronto per annientare i nemici della Patria e gli oppressori d’Italia. E perché voi avete fatto il secondo segno?

—“Tengo un pugnale allo stesso scopo. Avete parola di mistero?”

—“Si, l’ho.

—“Datemi la prima ed io vi darò la seconda.

—“Nuove comete.

—“Notte serena. Qual è il dovere di un buon cittadino?

—“Avere un fucile pronto per la difesa della Patria, e fare la carità.

—“Come andate vestito?

—“Da buon cittadino: da buon fratello laico porto una lunga veste nera foderata di giallo, le mezze calze rosse e i sandali ai piedi; al cinto un cordone di quattro colori con una corona pendente, una croce appesa, una testa di morto; porto una lunga barba, gran capellatura, un gran cappello tondo.

—“Avete nessun emblema?

—“Si, l’ho: una medaglia ovale e nel centro una asta con berretta, quattro fucili con baionette pungenti, nuove comete nel centro e attaccato ad un nastro un quadro colorato, cioè nero, celeste, giallo e rosso.

—“Dove la portate?

—“Rimpetto al cuore.

—“Avete nessun’arma?

— “Si, ho un fucile.

—“Cosa dovete farne?

—“Discacciare tutti i lupi, che disturbano il nostro romitorio.(465)

—“Andiamo avanti.

—“Sto fermo.

—“Chi vi ha riformato?

—“Un mio buon cugino carbonaro laico riformato, pagnotta bianca.

—“Dove siete stato ricevuto?

— “In un romitorio volante nelle carceri di Palermo.

(—)( )( )“Avete santi protettori?

— “Si, San Giovanni, San Teobaldo e San Vincenzo, primi eremiti, grandi riformatori degli Ordini carbonici.

— “Promettete per questa misteriosa croce, su quest’acqua, su questo carbone e su questa fiamma di annientare i nemici della Patria e gli oppressori d’Italia?

— “Si, lo prometto. Prometto pure d’avere tutto l’attaccamento ai miei buoni fratelli Carbonari riformati e a tutti i repubblicani, che sono sparsi sulla superficie della terra. Prometto ancora di dividere con essi tutto il mio vitto, il mio vestire, e ricoverarli in casa, a costo della mia propria vita, come il dovere richiede. Prometto infine di essere scrupoloso osservatore ed esecutore degli ordini e dei consigli dei Gran Maestri; cosi il mio santo protettore mi assista ed in osservanza mi liberi dai castighi dell’Ordine”.

Tradotto poi in Favignana, il Cambria era stato ben accolto dal Ragusa, il quale lo aveva nominato Maestro e gli aveva insegnato le parole sacre: “religione, libertà, morte”. C’era — a dir del Ragusa — in Favignana un partito sufficiente per poter inalzare bandiera con asta e berretta, quando si fossero rivoltati i grandi paesi, cioè la Svizzera, la Svezia, la Spagna, la Grecia e le Due Sicilie. Il Cambria aveva quindi ricevuto alcuni Carbonari, ed essendo stato rinchiuso per alcuni giorni nel fosso di San Giacomo, aveva fatto conoscenza di tutti coloro, che ivi travagliavano, sotto gli ordini dell’Alessi, Gran Maestro di autorità superiore.

Avviata cosi l’istruttoria del processo, essa veniva proseguita nel mese successivo dal Commissario di Polizia Giuseppe Albanese, al quale il relegato Andrea La Rocca da Bordonaro, macellaio, riferiva che tutti i detenuti nei luoghi penali erano ascritti alla Carboneria e che quelli di Favignana avevano progettato la fuga per il 13 giugno di quell’anno, sicuri dell’appoggio degli isolani e di molte persone di Marsala e/di Mazzara. Si dovevano quindi recare in Trapani, scarcerarvi i detenuti e rinnovare le stragi del 17 luglio 1820.

Intanto l’Alessi, ch’era stato ripetutamente negativo, chiedeva ed otteneva un abboccamento col Luogotenente generale, al quale faceva la seguente dichiarazione:

Nel febbraio del 1823, trovandosi egli nel bagno di San Giacomo, il tenente Carlo Canino gli aveva detto che si era stabilita una nuova sètta carbonica a favore però del principe ereditario Francesco. Scopo di questa sètta era di scacciare gli Austriaci dalla Sicilia e di assicurare il regno al Principe ereditario. La parola di riconoscimento era: “Viva Francesco!” In Favignana erano cinquecento cospiratori, che in un giorno stabilito dovevano liberare i condannati, imbarcarsi per Marsala, dove li avrebbero aspettati ventimila uomini, e tutti insieme poi sarebbero mossi contro gli Austriaci. L’Alessi non aveva saputo resistere a queste parole del tenente Canino, il quale lo aveva ricevuto Carbonaro e gli aveva dato un catechismo manoscritto con l’incarico di arruolar quanto più condannati potesse. Un mese dopo però l’Alessi era stato tradotto nella Cittadella di Messina, dove aveva avuto campo di conoscere Francesco D’Angelo e Antonino Merlo,(466)i quali gli avevano domandato se fosse Carbonaro. L’Alessi aveva risposto di si ed invitato a dar la parola di riconoscimento, aveva detto: “Viva Francesco!” D D’Angelo e il Merlo gli avevano fatto allora osservare che quella, cui egli apparteneva, non era una sètta di Carbonari, ma di Calderari, “giacché i Carbonari sono contro il re”. Il Merlo quindi gli aveva richiesto il catechismo ed, esaminatolo, aveva detto che in molte parti corrispondeva ed in molte altre era dissimile dal suo. Tradotto nuovamente dopo un anno nel bagno di Favignana, il tenente Canino gli aveva fatto altre premure di arruolare ancora individui, poiché l’affare era giunto a buon punto, essendo inteso di tutto don Emanuele Cuzzaniti.(467) Costui infatti in dicembre 1824 assicurava all’Alessi che si era già sul punto di dar l’assalto al castello, liberarne i prigionieri ecc. e tutto ciò per espressa volontà del Principe e per iscacciare gli Austriaci. Si aspettavano infatti corrieri da Messina e da Catania e intanto si facevano nuove ricezioni d’individui. Ogni cosa pareva già pronta, quando l’Alessi si era deciso di farne partecipe il detenuto Nicolò Saulle. Costui, a sentir tali nuove, si era scagliato contro l’Alessi, chiamandolo infame e spergiuro, e dicendogli che le sue operazioni erano da Caldoraro realista e non da buon Carbonaro; e il giorno dopo, sguainato il coltello, lo aveva costretto a mettersi in ginocchio e a prestar giuramento di sterminare i tiranni. Egli però aveva saputo resistere alle minacce del Saulle come alle esortazioni, che veniva a fargli il Cambria.

Il Luogotenente generale — una vecchia nostra conoscenza: l’antico Direttore di Polizia marchese Pietro Ugo delle Favare (468) — comprese che la dichiarazione dell’Alessi era tutta un ammasso di frottole e ch’egli, atteggiandosi a Calderaro, procurava di sfuggire abilmente alla pena comminata ai capi di associazioni settarie; tuttavia fece arrestare il tenente Canino, che solo quattro anni dopo potè esser messo in libertà assoluta.

Con rescritto degli 11 aprile veniva intanto creata una Commissione straordinaria, composta del presidente Francesco Maggiore, dei giudici Francesco Saverio Piombo, Domenico Vinelli, Giovanni La Cava e di Michele Fardella, funzionante da P. M. Innanzi a questa Commissione l’Alessi ritrattava la dichiarazione fatta al Luogotenente generale e deponeva su altre circostanze; sicché la Commissione giudicava quest’ultima dichiarazione una “studiata combinazione, in aperta ed assoluta contradizione coi risultati del di battimento”.

Comparvero innanzi alla Commissione, riunita nella stessa isola di Favignana, ben sessantasei individui imputati di associazione settaria sotto il titolo di Carboneria Riformata. Nel citato rescritto degli 11 aprile si diceva: “La Commissione straordinaria decida inappellabilmente, e la sentenza si esegua nel termine di ventiquattr’ore, senza bisogno di attendere la sovrana risoluzione di S. M.” La causa fu discussa a porte chiuse; il 9 settembre 1829 la Commissione emise la sua sentenza, per la quale a voti unanimi condannava Isidoro Alessi, Giuseppe Ragusa e Cosmo Cambria alla pena di morte col laccio sulle forche ed alla multa di ducati tremila ciascuno; Nicolò Sanile e Michele Zurlo da Foggia, ex militare, che già trovavansi condannati all’ergastolo, alla pena di morte e alla multa di mille ducati ciascuno, Francesco Ciulla da Cinisi, beccaio, Vitaliano La Canna da Catanzaro, gendarme, e il soldato Giuseppe Ingrassia al terzo grado di ferri per vent’anni; Giuseppe De Luca da Favignana, falegname, Giovanni Spina da Palermo, barbiere, e Felice Pavia da Pantelleria, calzolaio, al terzo grado di ferri per anni ventiquattro; il calzolaio Calogero Gattuso da Ciminna, Alessandro Gioscio da Calvello (Basilicata), ex militare, e il suddiacono Vincenzo Pace, perché recidivi, al quarto grado di ferri per venticinque anni; Baldassare Mazza, pastaio da. Licata, e Giuliano Vitale da Cinisi, suonatore di violino, anch’essi recidivi, al quarto grado di ferri per anni ventotto; Giuseppe Tumminello fu Pietro da Cefalù, soldato, Micheie Faja da Palermo, insalataro, Alberto Amico da Calatafimi, mugnaio, e Giuseppe Di Franco da Oaltagirone, panettiere, anch’essi recidivi, alla pena del primo grado di ferri per sette anni; Giuseppe Tumminello di Rosario, campagnuolo da Comiso, già condannato all’ergastolo, ad una più severa restrizione; tutti poi a varie pene pecuniarie e solidalmente alle spese del giudizio in favore della R. Tesoreria. Gli altri imputati venivano sciolti da ogni accusa.

Giusta il sovrano rescritto, le sentenze di morte dovevansi eseguire entro le ventiquattr’ore; bisognò però aspettare per dieci giorni l’arrivo del boia da Palermo. Il 20 settembre il P. M. Fardella rilasciava quest’ordine:

“Dovendo la mattina di domani, che si contano li ventuno del detto mese di settembre, alle ore tredici, aver luogo l’esecuzione della decisione medesima, ordiniamo che don Giuseppe Galeotto, usciere presso la Commissione istessa, alle ore dodici di detto giorno si rechi in abito nero completo, nel Castel San Giacomo di questa Isola, ove ritrovansi i pazienti per i soliti esercizj spirituali; che li accompagni sino al patibolo, portando in mano nel modo prescritto dalla Legge, la bacchetta nera, e che pratichi tutte le altre incombenze al suo impiego inerenti, redigendo di tutto il corrispondente verbale”.

Ed ecco il verbale redatto dall’usciere Galeotto il 21 settembre:

“Oggi il giorno di sopra alle ore dodici d’Italia, vestito di abito nero completo, mi sono conferito in questo Castel San Giacomo, e propriamente nella Cappella del piano superiore, dove ho rinvenuto i nominati Isidoro Alessi, Don Giuseppe Ragusa, Cosmo Cambria e Michele Zurlo condannati alla morte, rispettivamente assistiti da varj Chiesiastici, e custoditi dalla forza militare e dal Capitan d’arme del Distretto don Niccolò Malato, e nel corpo di guardia di esso Forte, ove ritrovavasi parimenti custodito dalla forza l’altro condannato a morte don Niccolò Saulle.

“Alle ore dodici e mezza si presentò un corpo di Gendarmeria, schierandosi sui cameroni coverti del cennato Castel San Giacomo.

“Alle ore tredici ed un quarto si estrasse dalla Cappella custodito dalla forza e coll’assistenza dei sopraddetti Chiesiastici il condannato Alessi, e si pose in cammino per le forche situate in luogo pubblico, e propriamente sul rivellino del Forte San Giacomo; dopo pochi minuti giunse alle medesime, e dopo aver adempito i debiti atti di Religione, subi la morte alle ore tredici e venticinque minuti.

“Alle ore tredici e mezza sorti dalla Cappella il condannato Ragusa colla medesima scorta, e giunto al lu9go del supplizio subi la morte alle ore tredici e quaranta minuti.

“Quindi, e precisamente alle ore tredici e tre quarti, fu estratto dalla Cappella il condannato Cambria, custodito dalla forza ed assistito dai Ministri della Religione; giunto al luogo del supplizio, dopo pochi minuti subi la morte.

“Quindi si estrasse dal locale, ove trovavasi, il condannato Saulle, e postosi in marcia alle ore quattordici giunse al luogo, ove trovavasi piantata la guillottina, e propriamente nel piano al di dietro del cennato Forte, e dopo pochi minuti subi la morte.

“E finalmente fu estratto dalla Cappella il condannato Zurlo, alle ore quattordici ed un quarto, e subi la morte alle ore quattordici e venticinque minuti.

“L’esecuzione ebbe termine a detta ora, col massimo buon ordine e con la maggiore tranquillità.

“I cadaveri de’ suddetti condannati Alessi, Ragusa, Cambria e Zurlo furon consegnati dal Capitan d’arme del Distretto, previo il ricevo, al secondo Cappellano del suddetto Castel San Giacomo sac. don Giovan Battista Merigo e poiché il condannato don Niccolò Saulle ricusò di accettare i soccorsi della Religione e mostrò segni non equivoci d’impenitenza, fu sepolto fuori di Chiesa, in un luogo poco distante dal Castello medesimo, alla presenza del suddetto Capitan d’arme e del Regio Giudice del Circondario”.( (469))


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Cap. IX

La Gioventù Ravvedutadi Salvatore Valter e la Repubblicadel sac. Giovanni Crini!

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Dopo gli arresti del maggio e del settembre 1823, non s’intermisero itravagli dei Carbonari messinesi. Nel maggio 1824 il soldato Pasquale De Roma, piffero del reggimento Re fanteria, svelava pentito al generale La Rocca di essersi inscritto nel dicembre dell’anno precedente ad una Vendita, sita nelle vicinanze dell’Ospedale e composta in massima parte di soldati e di sottufficiali, dei quali egli declinò i nomi. Altra denuncia faceva in quel tempo il soldato dello stesso reggimento Salvatore Anastasi; onde si ebbero nuovi arresti di soldati e di cittadini, tra i quali Giuseppe Ajello e Giuseppe Ruggeri, impiegati nell’Ospedale militare.

Fu affidata l’istruttoria del processo al Commissario di Polizia Filippo Majorana, che allora occupavasi delle sètte denunziate dal Carrara e dal Canale, e gli fu dato incarico di vedere se corresse relazione tra questi ultimi cospiratori e i primi.(470) Le cose, al solito, andarono per le lunghe; le carte furono consegnate alla Commissione Suprema pei reati di Stato, la quale, con deliberazione del 23 novembre 1827, scioglieva da ogni imputazione e rimandava quindi, dopo circa quattro anni d’arresto, in libertà assoluta i sergenti Angelo Begani, Pietro e Francesco Canino, Domenico De Blasi, Marco Paoli, i caporali Salvatore Colangelo, Pasquale Buscò, Filippo Fuscetti, e i soldati Giuseppe Esposito e Giovanni Mancino. (471)

Subito dopo questi arresti, il nuovo Direttore generale di Polizia Mariano Cannizzaro veniva a sapere che altre unioni si tenevano da soldati e da sottufficiali in Messina, in una delle tante bettole di San Leone, detta della Baronessa. Ne avvertiva quindi sollecitamente il Majorana, il quale, mancando in proposito di una formale denunzia, pensò di ricorrere al mezzo di (tt) opportuni e sagaci esploratori Ma nella bettola della Baronessa nulla risultò di sospetto; “si conobbe però che un numero di malintenzionati, frequentando e vagando per simili luoghi, mostravansi assai disposti a prave ed illecite macchinazioni”. (472)

Nel giugno 1824 venivano adibiti come esploratori Modesto Giacalone dal Commissario di Polizia barone Francesco Carlo Lucifero e il soldato Giuseppe Atianese dal generale La Rocca. I due eploratori si misero all’opera senza conoscersi e senza che l’uno sapesse la missione dell’altro. Il Giacalone prese a frequentare la bettola di Bernardo Messina, sita in San Leone, recandovisi ogni sera a cenare. Trovò ivi un suo amico, il notaio Pasquale Santis, ed ebbe ad osservare che costui, nel bere, faceva dei segni misteriosi con Filippo Rosolia, Antonino Molinó e Giuseppe La Malfa, gente di umili condizioni. Fu facile al Giacalone di entrar nella loro compagnia, spacciandosi per antico Carbonaro. Una volta il Moliné gli disse: — “Se avessi cento Buoni Cugini sinceri e coraggiosi, metterei in libertà i carcerati, aprirei corrispondenza con Palermo e vedreste se la tirannide cadrebbe”. — Un’altra volta il Rosolia gli riferì che nelle campagne di Bordonaro c’era una Vendita di circa dodici persone e ch’egli doveva recarsi in Reggio di Calabria per abboccarsi con Placido Ferro, il quale gli aveva assicurato che ivi si travagliava in un luogo sotterraneo.

Continuarono ancora per un poco queste riunioni nella bettola del Messina, senza che però si fosse formata alcuna Vendita. A questo adunque cominciarono a pensare gli amici, e, per meglio riuscire nel loro intento, si rivolsero a Salvatore Valter, impiegato doganale, che aveva fama di essere esperto nei segreti della sètta. Il Valter aderì al loro invito, come anche si mostrò disposto ad iniziare il Moliné e il Rosolia ai misteri della Massoneria. Ed una sera, essendo con loro, volle brindare all’innocenza dei quattro Carbonari fucilati in Terranova; (473) e confidò in tutta. segretezza al Giacalone di aver battezzato in Novara nove persone nell’Ordine massonico e carbonico.

Il 25 luglio gli amici recavansi nel villaggio di Contesse, e, sedutisi sotto un oliveto presso la marina, cominciarono a discutere intorno una proposta fatta dal Rosolia, se bisognava, cioè, abbandonare totalmente le idee carboniche, o installare una Vendita. Prevalse quest’ultimo partito e si procedette quindi all'elezione. Furono nominati il Valter Gran Maestro, il Rosolia primo assistente, il Moliné secondo assistente, il La Malfa maestro di cerimonie, il Santis oratore e segretario interino e il Giacalone copritore o esperto.

Un altro giorno noleggiarono una barca, e, lasciato il marinaio a terra, cominciarono a vogare pel porto. Il Valter disse: — “la nostra Vendita si chiamerà La Gioventù ravveduta” — e, proponendogli insidiosamente il Giacalone di scrivere i verbali delle adunanze, aggiunse: “Niente carte” — e prese a cantare 1’(w) inno della Libertà”, del quale i compagni ripetevano in coro il ritornello.(474)( ) Scesi quindi sulla spiaggia del Paradiso ed entrati in un’osteria, il Valter recitò un brindisi, inneggiando all’Ordine massonico e carbonico, e scagliandosi contro i tiranni.

Intanto il Direttore di Polizia, il quale riceveva giornalmente sul proposito dei rapporti dall’Intendente di Messina, scriveva il 2 agosto: “S. E. il Luogotenente generale mi ha ordinato disporre, che tosto che questi sciagurati si riuniranno per l’oggetto di combriccola settaria, si sorprendano, si arrestino, si repertino tutti gli oggetti, che vi si potranno trovare, e s’istruisca prontamente una convincente processerà, ond’esser puniti con tutto il rigore delle Leggi”. (475)

I nostri cospiratori riunivansi infatti la sera del 4 settembre nella bettola di Letterio Corcuruto, in vicinanza del convento di Santa Maria di Gesù, poiché il Valter doveva ricevere in Massoneria il Rosalia, il La Malfa e il Moliné, e in Carboneria il soldato Atianese, ch’era finalmente riuscito ad entrar nell’amicizia dei congiurati. Il Valter prese a dettare tre dichiarazioni, che dovevano essere sottoscritte da coloro, che desideravano esser Massoni; quindi cominciò a disegnar sopra un foglio di carta il sole, la luna e due colonne; ed estratti poi un compasso ed un martello di legno, batté tre colpi sotto la mammella sinistra dei neofiti. Fu dopo introdotto il soldato Atianese, al quale si stava per dare la Zwce, quando sopraggiunse l’oste con la cena. Gli amici si erano da poco seduti a tavola, quand’ecco la casa è circondata da provvisionar! di polizia, soldati, ispettori, con a capo il commissario Lucifero, che li traggono tutti in arresto e passano la notte a scrivere verbali su verbali. Furono sequestrati il foglio, che rappresentava il tempio simbolico, e due catechismi intitolati: Travaglio del grado di apprendente dell(1) Ordine carbonico e L’Ordine dei Liberi Muratori, La mattina poi gli arrestati vennero trasferiti nelle carceri centrali.

Il Santis e il Moliné, atterriti, fecero delle spontanee dichiarazioni, confermando la congiura; tutti gli altri si mantennero negativi. Intanto il Giacalone e l’Atianese venivano scarcerati; quindi gli altri imputati, comprendendo di essere stati traditi, presentavano una supplica al Re, in cui, facendo notare la loro giovanile età — nessuno di essi, tranne il Santis, toccava i ventitré anni — dichiaravano di essere stati “sollecitati al reato da’ medesimi denuncianti”, che, “quali agenti subalterni della Polizia, male eseguendo gli ordini dell’ottimo magistrato, che veglia alla prevenzione de’ delitti, invece di limitarsi ne’ semplici confini di sorvegliare alle operazioni de’( )malintenzionati, si permisero di sedurre gl’incauti giovani, avvolgendoli nelle insidie e spingendoli al misfatto, rendendosi cosi essi i fabbri ed i creatori del medesimo”. (476)

L’opinione pubblica in Messina cominciava a commuoversi, tanto più che, mentre si lasciavano languire in carcere gli arrestati dell’anno precedente e coloro, ch’erano stati denunziati dai soldati De Roma cd Anastasi, per gli affiliati della Gioventù Ravveduta il comandante la Valle e Piazza di Messina generale Morrihy il 15 ottobre nominava una Commissione Militare, preseduta dal colonnello Nicola d’Epiro. D tenente relatore Francesco Novi, funzionante da P, M., chiese per il Valter, il Rosolia e il Moline la pena di morte col laccio sulle forche e la multa di quattromila ducati ciascuno, per il Santis e il La Malfa la pena di ventiquattr’anni di ferri e la multa di duemila ducati, e per il bettoliere Messina, colpevole di non rivelamento, dieci anni di reclusione. La Commissione volle però piegare a più miti consigli; c, ritenendo che il Valter “per solo fanatismo” si fosse vantato di aver iniziato alla Carboneria nove individui in Novara, e, chiamando “insignificanti combriccole” le unioni tenute dagli imputati prima del 25 luglio, giudicò che non vi fosse stato “verun giuramento o promessa per vincolarsi — circostanza voluta per l’organizzazione delle unioni settarie”, e che gli imputati non fossero “colpevoli del tentativo di misfatto dell’unione illecita settaria,” ma solo “colpevoli come autori del progetto di una unione illecita settaria carbonica Con sentenza quindi del 7 dicembre 1824 condannava Salvatore Valter, Filippo Rosolia ed Antonino Moliné all’esilio perpetuo dal Regno, Pasquale Santis e Giuseppe La Malfa a sette anni di reclusione, (477). e mandava in libertà provvisoria Bernardo Messina (478).

La sentenza fu accolta “con sentimenti di compiacimento” dalla cittadinanza, la quale la giudicò come uno smacco della Polizia locale, che aveva montato tanti processi. Il Direttore Cannizzaro in un suo rapporto al Luogotenente generale del 4 febbraio 1825 riferiva in proposito delle lunghe lagnanze del commissario Majorana, il quale giudicava l’ambiente di Messina favorevole ai settari, come bastava a provarlo la famosa supplica del Senato in favore dei detenuti. E il Cannizzaro continuava: “Lo spirito pubblico, che ivi domina, ne dà un’evidente prova: generalmente, senza conoscersi i dettagli delle istruzioni, (479).( )perché da sé stesse riserbate, da molti altro non si fa che dire, ohe si è voluto dare dell’importanza ad un affare di nessun rilievo; che sonosi estorte delle confessioni con violenza; che tutto quel che si è fatto, si è praticato per discreditar Messina; ma che ad onta di tutto ciò gli imputati torneranno liberi alle loro case. Questo linguaggio vola di bocca in bocca, alimentato e sostenuto da un immenso numero di parenti ed amici di centocinque imputati e, quel che fa impressione, si è che il sig. generale Morrihy, che si è quello che dovrà eleggere la Commissione Militare, il sig. Principe di Collereale ed il sig. generale Tschudy, che comanda la brigata in Messina, si vuole che fanno (sic) simili ragionamenti. L’influenza di queste Autorità militari, la somma potenza del Principe di Collereale in Messina, la scelta de’ giudici che debbesi fare fra Militari dipendenti dalli stessi giudici, che giudicar devono in un paese, ove quasi generalmente si dipingono e si spacciano per calunnie tutto ciò ch’è evidentemente provato, sono delle circostanze imperiose, che impediranno il libero corso alla giustizia. Prova di ciò n’è ancora la sentenza testé emessa dalla Commissione Militare a carico di Valter e compagni, sentenza che per quanto si vuole non fu affatto a seconda i dettami della legge e della giustizia; sentenza che fu accolta con sentimenti di compiacimento da’ più riscaldati settari di Messina”.

Il Cannizzaro proponeva quindi di affidare gli altri processi non alla Commissione Militare, che aveva profferito la sentenza ultima, ma a quella di un’altra Valle, facendo “una eccezione alla regola”, (480) però, “propostosi.... l’affare al Consiglio dei Ministri, si fecero da questo varie osservazioni.... per le quali si conchiudeva di essersi trovato espediente di lasciarsi libero il corso al giudizio presso la Commissione Militare di Messina”. (481) Tuttavia, come s’è visto, la “conoscenza” di questi processi veniva più tardi affidata alla Commissione Suprema pei reati di Stato, risiedente in Palermo.

E l’opera delle spie intanto continuava a svolgersi con grande attività, ed ai centocinque detenuti ben altri fra breve se ne dovevano aggiungere.

Nel luglio del 1824 il soldato del reggimento Re Giuseppe Ferrigno, esploratore del Commissario di Polizia barone Lucifero, faceva una “importante scoverta”, rivelando alle autorità un’associazione di ventisei persone,(482) mentre si sospettava che altre cospirazioni si tramassero in Reggio di Calabria, in Novara e in Montalbano, per opera specialmente in quest’ultimo paese del barone Girolamo Sofia, ivi rifugiato, che credevasi “uno dei capi promotori delle settarie combriccole scovertesi in Messina nel 1823,” e ohe veniva finalmente arrestato il 28 luglio 1825. (483)

In tutti questi luoghi vennero inviati degli esploratori, quando nell’ottobre 1824 il Sottintendente di Castroreale riceveva una denunzia anonima, in cui gli si faceva sapere che in Novara erano “alcuni malintenzionati, i quali, mantenendo criminose relazioni con Messina e Palermo, tentavano di turbare l’ordine pubblico e si additava come loro emissario in Castroreale Antonino Rao, “famoso carbonaro”. Si vide in ciò dalla Polizia come una prova di quanto aveva affermato il Valter al Giacalone circa i nove individui di Novara, che sarebbero stati da lui iniziati alla Carboneria; onde si cominciò a sorvegliare la corrispondenza epistolare del Rao e fu arrestato Giambattista Sofia, quale autore di una lettera, ritenuta sospetta.

Intanto il murifabbro Paolo Sofia da Novara scriveva al Commissario di Polizia in Messina un’altra denunzia, in cui accusava come Carbonari appunto il Rao, i fratelli Francesco e Giuseppe Puglisi, quest’ultimo sacerdote, e Ferdinando Colonna. I primi tre furono immediatamente arrestati, ma si mantennero negativi.

L’istruttoria del processo, eseguita prima dal Giudice circondariale e poi dal Commissario di Polizia di Novara, non giunse a stabilire alcun dato positivo; onde il Direttore di Polizia, non credendo fosse il caso di passare gli atti ai magistrati competenti, propose di adottarsi “una misura economica, capace di prevenire tutti gl’inconvenienti, che ha fatto fondatamente temere lo spirito pubblico del comune di Novara, ove le idee settarie pare che non sieno del tutto ancora dileguate”. A suo parere quindi bisognava “allontanare economicamente” da Novara il Rao, G. B. Sofia, il Colonna e Francesco Puglisi, e sottoporre alla sorveglianza della Polizia il sac. Giuseppe Puglisi. Il Re ordinava quindi (20 marzo 1826) che tutti costoro fossero espulsi; ma l’intendente di Messina non credette opportuno di eseguire il comando sovrano, perché alcuni di essi risultavano implicati in un’altra sètta, la Repùbblica, che proprio in quel tempo la Polizia era riuscita a scoprire in quelle carceri. Furono essi posti in libertà solo più tardi e domiciliati in questo o quel paese; solo nel novembre 1829 fu loro concesso di poter ritornare in Novara. (484)

In Messina, come si vede, la Polizia aveva un bel da fare: il numero enorme dei detenuti politici era come un continuo incubo per la cittadinanza, che si appassionava ai loro casi, e un tormento per la Polizia, la quale aveva raddoppiato la sua vigilanza. Nel maggio 1825 Ignazio Costa, “altra volta adoperato per esploratore dalla Polizia,” veniva chiamato nel carcere da Raimondo Di Pasquale e da Gaetano Licandro, entrambi arrestati come complici delle cospirazioni del 1823, e incaricato di una segreta missione. Il Costa, antico Carbonaro, godeva tutta la fiducia dei detenuti politici, i quali credevano di potersi servire sicuramente di lui come anello di congiunzione tra loro e quelli, che cospiravano fuori delle carceri. Il Di Pasquale e il Licandro adunque dissero al Costa ch’era stato a trovarli il negoziante Antonino Micali, dal quale avevano saputo “ch’era indubitato lo scoppio di una rivoluzione, i di cui capi erano ragguardevoli personaggi dell’isola. I rivoltosi dovevano impadronirsi della Cittadella, la quale impresa era facilissima per esser quelli già di accordo colla truppa e colla gendarmeria; che si attendevano alcuni messaggi da Palermo, e che il colpo era sicuro, essendo garentito da un’estera Potenza (l’Inghilterra)”.

I due detenuti pregavano il Costa a tenersi pronto insieme con gli altri amici di fuori e a dar loro continue notizie sul proposito. Il Costa invece fu sollecito a riferire tutto all’ispettore di Polizia Guglielmo Gemelli, al quale altri esploratori venivano a confermare queste dicerie. Dal Costa dunque e da altri la Polizia giorni dopo veniva a sapere che agente dell’Inghilterra in Messina era Matteo Garufi, che aveva facoltà di assoldare. Il Garufi infatti — sempre secondo gli esploratori — era andato a trovare i nostri detenuti, ai quali aveva promesso una somma di onze venti per indurli ad inscriversi al “partito inglese Un giorno il Micali riferì al Costa che le relazioni, che si avevano col Regno, erano moltissime, specialmente con Palermo, dove travagliava il Duca d’Angiò, che aveva fatto sentire le sue intenzioni ai congiurati di Messina per mezzo di quell’Antonino Rao da Novara, che noi conosciamo.

La cosa cominciava a preoccupare seriamente il Luogotenente generale Marchese delle Favare, il quale desiderava precise informazioni su questa corrispondenza del Duca d’Angiò; ma per quante indagini facesse in proposito la Polizia messinese, nulla si potè appurare.

Intanto i rapporti degli esploratori si facevano ogni giorno più fitti; ma, benché la Polizia avesse le migliori intenzioni di eseguire altri arresti, l'affare più si guardava da vicino e più sfumava.

Il 24 novembre 1825 il Direttore di Polizia Mariano Cannizzaro, riassumendo le relazioni fatte dai suoi subalterni, era costretto a scrivere al Favare:

“I discorsi del Micali.... possono riguardarsi piuttosto come parto di una mente poco ragionevole e di un animo malcontento”. Il Micali nel 1799 s’era mostrato “attaccatissimo al Governo”; nella rivoluzione del ’20 era stato “uno dei principali Calderari, cosi caratterizzandosi coloro, che dissidevano dai Carbonari”; ma aveva avuto gravi disgrazie in commercio, era carico di famiglia, e l’animo suo esacerbato poteva prorompere in discorsi sediziosi in apparenza. Non può dunque — continua il Cannizzaro — aver” l’agio di pensare a novità, “né è quindi “un soggetto cosi pericoloso, che fia d’uopo allontanarlo da’ Reali Dominj per conservazione della pubblica quiete. Per altro è questa, a mio avviso, in tanta fermezza e solidità, e cosi poco facile ad esser perturbata, che, qualunque sieno per essere stati i discorsi del Micali, non può ora suggerire contro di lui una misura, che lo perderebbe assolutamente e lo ridurrebbe coi figli alla più lagrimevole indigenza”. Basta dunque “sottoporre il Micali ad una forte riprensione con la minaccia di severi castighi, se vorrà egli per l’avvenire.... darsi briga delle cose pubbliche”.(485)

Questa volta gli esploratori erano andati un po’ oltre il segno e la Polizia poteva dormire sonni tranquilli sulla quiete pubblica. Ma di li a poco lo stesso Ignazio Costa dava un altro allarme, che non scosse però da principio lo scetticismo del direttore Cannizzaro. “L’Ispettor commissario di Polizia Guglielmo Gemelli — scrive infatti costui il 14 febbraio 1826 — prima di recarsi in Catania al suo destino, mi ha trasmesso copia di una istruzione, che l’esploratore Costa assicura di aver ricevuto da un certo Cundari e di farsi attualmente colla massima segretezza circolare in Messina per lo stabilimento di una nuova sètta denominata Repubblica”. Ciò dovrebbe “richiamare tutta l’attenzione del Governo, poiché si tratta dello scovrimento di una nuova e grave macchinazione contro l’ordine pubblico”. Egli però, avendo del Costa “non molto lodevole esperienza”, crede che “in questo affare abbia o in parte o interamente contribuito qualche invenzione del Costa, il quale, dubitando forse di poter essere rimosso dal servizio colla lontananza del Gemelli, da cui è stato finora adoperato, ha cercato cosi un mezzo onde rendere ulteriormente necessaria la sua opera”. Ha egli quindi consigliato all’intendente di Messina, “affinché, nella investigazione da farsi ad oggetto di ottenere da altra mano la istruzione anzidetta, non sieno impiegati né il Costa né alcun altro degli esploratori, che hanno finora travagliato presso Gemelli, ma ben altri soggetti di fiducia, e che ciò si faccia inoltre senza la menoma intelligenza di quelli”.

Il Favare rispondeva che si adoperassero pure altri esploratori, ma si adibisse anche il Costa e si trattenesse in Messina l’ispettore Gemelli.

Pochi giorni dopo il Costa riferiva di aver saputo dal detenuto Francesco La Posa, parrucchiere, che si travagliava in tutta Sicilia e che in ogni città esisteva una Tribuna (= Vendita). Scopo di questi nuovi travagli era di riunire “in unica operazione” tutti gli antichi Massoni e Carbonari.

Le cose si avviavano bene, e l'Intendente di Messina rilasciava al Costa il permesso per iscritto di mettersi in contatto coi Settari; ma, volendo prevenire alcune obiezioni, che si erano mosse alla Polizia, scriveva al Costa che il suo incarico era solamente quello “di esplorare quali fossero gli autori ed i complici della novella società, e di manifestarli al Governo. Oltre a ciò gli si raccomandava la moderazione e gli si proibiva qualunque pratica istigatrice Forte di questo permesso, il Costa continuò con più ardore le sue esplorazioni, che gli erano d’altronde agevolate da un suo nipote, Antonio Costa, già in carcere per reati comuni. E gli vien fatto di sapere che autore delle istruzioni, che circolavano per la città, era il prete Giovanni Crimi (486) da Calati, casale di Messina; “appunto quello — scrive il Cannizzaro il 28 febbraio — che denunziò tempi addietro calunniosamente il Vescovo di Patti, per lo che trovasi attualmente sotto giudizio in Messina”.(487)

L’Intendente dispose allora una stretta sorveglianza intorno al Crimi con lo scopo principale d’intercettare le lettere, che a lui giungevano dal di fuori, ed ordinò al Gemelli di “trovar persona di fiducia, che si contenti di essere rinchiusa nelle carceri, ond’esplorare gli andamenti dei medesimi (detenuti); ed ove ciò non potrà farsi, di procurare che una tal persona sia trovata tra’ detenuti stessi”. Non si potè però trovare alcuno, che si contentasse di esser messo in prigione; bisognò quindi rivolgersi ai detenuti, fra i quali parve il più indicato Antonino Pino, già soldato della Compagnia d’armi di Barcellona, il quale prese a conferire ogni sera col Gemelli, che recavasi alle carceri travestito. Un altro esploratore fu trovato nella persona di Giovanni Pantò, assistente del custode delle prigioni centrali, al quale fu anche facile comunicare coi detenuti. Il Pantò riferì un giorno di aver sorpreso il Crimi con un libro, un trattateli di storia romana impresso nel 1819, dal quale il Crimi gli disse che ricavava “i termini” della nuova sètta. Ma su ciò maggiori particolari potè fornire Ignazio Costa, al quale riuscì agevole guadagnarsi intera la fiducia del prete cospiratore. Costui dunque, proprio nel primo abboccamento avuto, gli disse che la sètta aveva avuto origine in Palermo alla fine del 1821 per opera principale del Duca di Santo Stefano. I congiurati si riunivano nella chiesa di San Giuseppe, ch’essi denominavano Campidoglio, ed ivi il Crimi era stato ricevuto col grado di Tribuno, che importava la facoltà di arruolare. Si era tentato di assalire le carceri, col consenso del custode; ma un detenuto aveva denunziato ogni cosa, la polizia aveva sorpreso delle carte e destituito il custode; il processo però era sfumato per mancanza di prove.

Al ricevere queste notizie, il Cannizzaro cascò dalle nuvole. Dunque la sètta s’era organizzata ben da cinque anni, sotto gli occhi della Polizia, senza che nulla fosse trapelato? Egli non sapeva che dire; credeva psrò trattarsi della denunzia del carcerato Ignazio Mora, fatta sulla fine del 1823, per la quale era stato scoperto nella Vicaria un carteggio criminoso tra FAbela ed altri detenuti; il che aveva procurato la destituzione del carceriere Damiani, ch’era stato inoltre sottoposto ad un giudizio penale. Proprio in quel tempo il Crimi trovavasi rinchiuso nelle prigioni di Palermo “per la calunnia contro il Vescovo di Patti”. Ma per questi soli riscontri il Cannizzaro non sapeva decidersi ad “attribuire un carattere di verità alle cose dette dal Crimi”. (488)

Invitato quindi costui dal Costa a fare i nomi dei cospiratori, disse che in quell’epoca congiuravano con lui in Palermo don Baldassarre Pizzuto, don Giovanni De Gregorio, don Placido Cimino e il Principe Bonanno e che ora in Messina era stato eletto da lui tribuno Alessio Mangano. Ma queste rivelazioni lasciavano anche scettico il Gemelli, il quale il 23 marzo le comunicava all’intendente di Messina, facendole seguire da questo commento: “Quantunque Ella non ignori, Signore, che il Crimi è qui detenuto qual falso denunciante, mi giova non pertanto farle conoscere che io ho saputo che il predetto prete è di una pessima morale, e che si bene dice molte cose, le più però non debbonsi credere che false e millantate al sol oggetto d’incoraggiare. Pur nondimeno io seguirò sempre d’appresso i suoi passi”.

Intanto il Crimi continuava ad affermare l’origine della sètta nel modo indicato; non sapeva però se in Palermo si continuasse a cospirare. Ed allora per accertarsene scrisse al patrocinatore Antonino Caruso in Palermo la seguente lettera, che il Costa doveva recapitare: “Sono in Messina per riannodare la causa, che il 1820 ci bisognò abbandonare”. La lettera andò naturalmente nelle mani della Polizia, la quale, avendo saputo che il Caruso era morto da più tempo, incaricava l’intendente di Messina di far sapere al Crimi che il corriere l’aveva consegnata ai parenti, i quali l’avrebbero lacerata, non dicendosi obbligati ad alcuna risposta.

Non solo in Palermo si estendeva — a dir del Crimi — la cospirazione, ma anche in Calati, in Fiumedinisi e nella stessa Messina, dentro e fuori le carceri. In Galati infatti travagliavano centocinquanta persone, in Fiumedinisi un tal Rasconà si occupava dell’affare, e in Messina, giusta un’assicurazione dei signori Sofia, molti individui della truppa e dell’ospedale avevano dato la loro adesione alla sètta.

Si diramarono subito delle circolari a tutti gli Intendenti dell’isola, perché vegliassero sul nuovo pericolo; ma quello di Messina rispondeva, dicendosi sicuro che la sètta non avesse estensione alcuna nella città, e lo stesso Direttore di Polizia non sapeva capacitarsi che in un paese si piccolo come Galati potessero esistere tanti cospiratori.

D’altra parte se lo rivelazioni del Costa non cessavano dal gettar l’allarme nei funzionari di Polizia, notizie ben più rassicuranti riferiva l’esploratore Pantò, il quale affermava di aver saputo dal detenuto Raimondo Di Pasquale che il Orimi, visto che i suoi compagni di prigionia sapevano resistere alle sue” insinuazioni”, aveva bruciato la carta, contenente l’organizzazione della sètta, e smesso i travagli, col proposito però di riprenderli, quando fosse stato posto in libertà. Secondo il Pantò, forse appena due persone travagliavano fuor delle carceri: Alessio Mangano e il sarto Francesco Capasso.

Ma un giorno il Costa si presentò a Gemelli con una bella novità: il Crimi lo aveva nominato Censore, rilasciandogli il relativo diploma, nel quale si contenevano anche le parole di riconoscimento. Il diploma diceva:

“S. P. Q. S.

“Il Console ed il Censore coll’approvazione del Popolo vi dichiarano Censore con quelle facoltà, che la carica esige, e vi nominano Mario.

“Data oggi dal nostro Campidoglio li 14 marzo 2802.

“Firmato Coriolano Console,

Il Seg.(ri0) del S. — Decio.

“Passo — Segretario Valentino”.

Nel margine a sinistra era scritto: Publio Tribuno interino del Popolo.

Nella parte inferiore del diploma seguivano le parole di riconoscimento in questa forma:

“Parola sacra. — Coriolano, Bruto, Camillo (si pronunciano sillabando).

“Parola di passo. — Marco Bruto.

“Parola di soccorso. — A me, Quirini! (sillabando).

“Parola semestrale. — Il Console ed il Senato invigilino sulla pubblica libertà.

“Parola attuale. — Io son repubblicano, e per la libertà spargerò il mio sangue, come lo sparsero i Fabì”.

Nella sua carica di Censore, il Costa si ebbe inoltre un alfabeto in cifre e l’elenco dei cospiratori. Costoro erano ventuno: Giovanni Crimi da Galati, Alessio Mangano, Luigi Cacopardo, Francesco Trapasso, Fortunato La Rosa, Emanuele Cappadonia, Giovanni Di Bella, Francesco La Rosa, Andrea Platanea, Antonio Costa, Letterio Cacopardo, tutti messinesi; Antonino Rao, Francesco Puglisi, Giuseppe Puglisi da Novara, Antonino Algeri da Ucria, Giuseppe Santisi, Sebastiano De Bella da Fiumedinisi, Giuseppe Occhiuto da Furnari, Vincenzo Ribaudo da Mistretta, Pietro Arnò e Francesco Donia da Monforte, quasi tutti detenuti.

Giorni dopo il Costa annunziava che si doveva formare il suggello per le pagelle da rilasciarsi ai seguaci della sètta; egli ne avrebbe avuto una con la scrittura “vera e naturale dei dignitari”. L’Intendente di Messina si rivolse allora al Direttore di Polizia domandando se fosse tempo, avuto tal documento, di “por mano a quegli aperti procedimenti, che potessero risultare”. Il Cannizzaro interpellò in proposito il Marchese delle Favare, il quale cosi rispondeva: “Anche quando l’esploratore Costa otterrà la pagella colla firma de’ dignitarj, si avrà solamente un documento della reità dei medesimi, e si conosceranno i nomi dei medesimi, ma non si otterrà la cognizione intera degli altri associati, e dell’oggetto, relazione e diramazione della sètta. Bisogna dunque proseguire a penetrare tutti i loro segreti, seguirli indefessamente in tutti i loro passi e conoscere sino al fondo l’affare, per poscia passarsi agli aperti procedimenti”.

Si era già agli ultimi di aprile e le indagini proseguirono; ma dopo qualche giorno il Costa consegnava al Gemelli due patenti, munite di suggello e delle firme del Crimi e dell’Algeri, e un suggello in piombo, che doveva restare in potere del Censore. Avute queste altre prove, il Gemelli fu di opinione che si potesse dar principio all’istruttoria del processo, poiché — diceva egli — “da’ documenti raccolti pare che si abbiano già sufficienti mezzi di giungere per le vie giuridiche allo intero sviluppo di questo grave misfatto”.

Raccomandava inoltre che, iniziandosi il processo, non si dovessero “scoprire i nomi degli esploratori don Ignazio e il detenuto don Antonio Costa, che sono stati i mezzi efficaci ad ottenere tali conoscenze, credendo nocevol cosa, anzi che utile, palesare i suddetti esploratori, che potrebbero servire il Governo sull’avvenire con successo pel credito che han presso i fanatici esaltati”. Ma il Luogotenente generale non credeva ancora opportuno di passare agli aperti procedimenti: “attualmente — scriveva egli il l(1) maggio — si conoscono alcuni soli capi della sètta, ma non si conosce la diramazione della medesima. L’oggetto della Polizia non dev’esser quelle solamente di assicurare la punizione de’ colpevoli, ma il suo scopo principale è quello di conoscere sino al fondo il male, per estirparsi dalla radice. Per questa veduta conviene raccogliersi altre nozioni e cognizioni sulla estensione della sètta, sulle intenzioni, sui mezzi, e quindi bisognano continuarsi le indagini e le ricerche, sinché l’affare sarà giunto al suo maturo sviluppo”.

Ed ecco di nuovo i segugi alla caccia: qualche settimana dopo il Costa dava al Gemelli una lettera cifrata, che gli aveva scritto il Crimi, per domandargli informazioni circa taluni ufficiali della sètta, “eletti nei primi tempi della Repubblica”, che dovevano essere riconfermati nelle loro cariche. H Costa doveva riferire sulla abilità, i costumi e la virtù di costoro, i quali erano: Antonio Costa, segretario del Senato promodalmente; Francesco La Rosa, segretario del Console promodalmente; Alessio Mangano, primo tribuno militare; Antonino Algeri, secondo tribuno militare e tribuno interino del Popolo; Andrea Platanea, tabellario; Vincenzo Ribaudo, custode degli Statuti, e Francesco Cundari, che doveva essere eletto terzo tribuno militare.

A queste notizie il Cannizzaro osservava: “sebbene poco verisimile, o almeno ragionevole mi sia sembrato che in Costa, il quale essendo nuovo in questa pratica non dovrebbe ispirare tanta fiducia, abbia voluto il Crimi confidare a segno da commettere a lui l’esame delle qualità di coloro, che già prima vi furono ascritti, e col consentimento dei quali ebbe forse Costa il suo luogo in questa Società; tuttavia ho avuto motivo di osservare che, quando si avveri lo stato, che si dà di tali Officiali, pare che per fissarsi la origine della sètta non debba andarsi oltre a Crimi, che figura come l’attual caso di essa”.

E continuava: “senza andare in lungo con carte, le quali poco o nulla possono influire a’ convenevoli procedimenti, è d’uopo che gli esploratori s'ingegnino di scoprire con degni ed accurati appuramenti quali sieno le relazioni esterne dei Carbonari su quest’oggetto, se debba veramente credersi che siano essi i promotori e gli autori di un tale reato, e, nel caso che abbiano degli esterni seguaci, quali sieno le mire, le pratiche e gli atti criminosi, ne’ quali essi si adoprino per lo propagamento delle loro malvagie intenzioni”.

Il 29 maggio il Gemelli scriveva: “Proseguendo colla medesima attività, colla quale mi sono impegnato, a voler penetrare fin dove la sètta Repubblica si è diramata, ho motivo di credere che dessa abbia avuto origine in queste carceri, ove tuttavia prosegue ristretta nel limitato numero delle persone a Lei ben note, oltre a pochi altri, che asserisce il Costa esservi al di fuori.... Gli sforzi dell’autore Crimi non han prodotto sin oggi gli effetti, che ei desiderava”. Il Crimi sì vanta di avere, per mezzo del Di Bella, detenuto nella Cittadella, un partito tra i militari; ma il Gemelli è di opinione che “non debbesi attendere alle assicurazioni e millanterie di siffatti soggetti”.

“Sarebbe ormai tempo — egli continua — di dar termine all’affare, poiché Crimi, quantunque sinora non molto felice nella sua intrapresa, non si è egli perciò scoraggito, e spera col tempo riuscirvi con successo. L’attual miseria generale, funestissima effetto delle passate vicende, istigata dalle insinuazioni del Orimi, può facilmente indurre col tempo un numero di sconsigliati al delitto, e la Polizia, che per sua istituzione deve prevenire, anzi che farli accadere, i reati, e poi punirli, potrebbe essere in tal caso incolpata di avere agito in questo affare in opposizione ai suoi principj”.

Mentre a tal punto erano le cose, un’altra sètta, nominata dei Pellegrini Bianchi, veniva scoperta in Messina; onde, per non dar l’allarme ai nuovi congiurati, si pensò di differire gli “aperti procedimenti”. Intanto al Cannizzaro veniva sostituito nella carica di Direttore generale di Polizia Santi Migliore, il quale, richiesto del suo parere dal Marchese delle Favare circa l’opportunità degli arresti, il 27 luglio, dopo un’analisi minuta dei fatti, scriveva dichiarandosi “non lontano dal proporre che si adottasse la sorpresa per la sètta Repubblica”.

Il Favare trovavasi da qualche giorno a Messina, quando gli pervenne la risposta del Migliore. Chiamò allora a sé l’ispettore Gemelli e il commissaria Lucifero, ordinando loro di recarsi la notte il primo nelle prigioni centrali e il secondo nella Cittadella per eseguirvi delle perquisizioni.

L’indomani, 2 agosto, il Gemelli dirigeva al Luogotenente generale il seguente rapporto:

“Le mie incessanti fatiche, adoperate fin dai primi del prossimo passato febbraio, allorquando giunsi a scovrire la sètta denominata Repubblica) furono finalmente coronate da felice successo.

“Circa le ore cinque della scorsa notte, giusta gli ordini dell’E. V., mi recai in queste Prigioni centrali, assistito dal Vice-cancelliere di Polizia don Placido Grillo, ove dal detenuto Antonio Costa, persona da me all(9) uopo adibita sin dal principio, mi furono -consegnate originalmente due corpi d’istruzioni, sei pagelle, due bolli di piombo ed altre carte relative alla sètta, che gli furono date dagl’imputati Orimi, Algeri, La Rosa e Ribaudo. L’anzidetto Costa mi disse che mancava ancora alla intiera collezione delle carte appartenenti alla sètta suddetta la procedura alla cittadinanza ed un altro suggello, che il Crimi avea stimato ritenere presso di sé. Avendo perciò eseguita rigorosa visita si nella stanza di dimora del Crimi che al di fuori, mi riusci rinvenire la carta e il bollo, di cui è parola, avvolti in un pezzo di tela in un buco murato di gesso nella parete rimpetto la porta della stanza suddetta.

“Mi do la premura di rimettere all’E. V. i menzionati documenti suggellati nelle forme legali e le rassegno che ho fatto mettere gl’imputati in camere separate, in modo da non poter comunicare un coll’altro, a disposizione di V. E.”

La perquisizione nella Cittadella non dette che dei risultati insignificanti. La notte del 2 agosto lo stesso commissario Lucifero arrestava Francesco Cundari, ma in casa non gli trovava “alcun oggetto criminoso”. Solo credette “conveniente portare nella Cancelleria del Commissariato un tomo delle opere varie del conte Alfieri, che tratta del Principe e delle Lettere, perché contiene sentimenti incendiarj contro il Governo Monarchico; un sonetto, che rammenta i tempi della Repubblica francese e comincia: Scuotiti, Europa” ed un libro... del cav. Marino!

La Procedura alla cittadinanza è il catechismo della Repubblica,(489) che riassumeremo brevemente. L’uomo, vi si dice, nasce libero, e col proprio sangue deve difendere “l’innata libertà”. Bisogna quindi combattere la tirannide, che è una violazione delle leggi di natura. L’uomo deve consacrare la propria vita a Dio, alla Patria, ai parenti.

Tutti possono essere cittadini della Repubblica, eccetto gli ubbriaconi, i ladri ed i bugiardi. Ogni ufficiale, assistito da un primo cittadino, ha facoltà di arruolare all’Aquila latina gli schiavi involontari, che meritano questo onore. Tra l’ufficiale e lo schiavo doveva aver luogo questo dialogo di rito:

— “In volontario schiavo, da noi che cerchi?

— “La libertà dei padri miei.

— “E come vieni a chiederla da noi?

— “Perché la virtù qui mi condusse.

— “Per esser virtuoso bisogna che conosca te stesso.

— “Mi conosco esser nato libero, dandomi Iddio tal dono.

— “Dimmi, chi ti ha tolto la libertà?

— “L’uomo ambizioso, abusando del suo potere e tiranno delle mire di grandezza (?), si fa signore della vita e dei beni del suo simile.

— “Giura dunque la sconfitta di questi tiranni; accostati a questa sacra immagine, che ti addita la giusta via”.

Lo schiavo allora doveva inginocchiarsi davanti ad un Crocifisso, ai cui piedi era un’aquila, e profferire il seguente giuramento:

— “Giuro, in nome di Dio e della Santissima Trinità, perpetua fedeltà alla Repubblica, e prometto per la sua conservazione spargere tutto il mio sangue. Abiuro qualunque persona regia, e mi costituisco nemico suo capitale. Prometto egualmente assistere e soccorrere tutti i miei concittadini nei loro bisogni. Giuro di non palesare a niuno i nostri segreti, e di obbedire agli ordini tutti, che mi saranno dalle Autorità supreme comunicati e di non avere mai intervento, amicizia, rapporto o affinità veruna con persona dedita a servigio dei tiranni. Mi sottopongo infine, in caso di spergiuro, alla pena, che riportarono i figli di Bruto nel primo Consolato di Roma”.

Dato il giuramento, l’ufficiale esortava il nuovo cittadino “ai più savi sentimenti di energia e zelo verso la patria”.

Altri giuramenti davano i Consoli, i Senatori, i Tribuni, i Centurioni e i Decurioni, obbligandosi a prestare la più scrupolosa osservanza alle leggi.

Avute in mano queste altre prove del reato, il Favare affidava l’incarico d’istruire il processo al Gemelli, il quale, dopo un “incessante lavoro”, così scriveva il 19 agosto: “Mi è riuscito ottenere le spontanee confessioni degl’imputati Antonio Algeri e Antonio Catara, per le quali, oltre che sono stati convalidati i fatti esposti nelle dichiarazioni dello esploratore Antonio Costa, ha la processura ritratto il vantaggio di un maggiore sviluppo. Gl’imputati Crimi, La Rosa, Ribaudo e Capasso sono stati affatto negativi. Andrea Platanea, quantunque negativo relativamente alla sua complicità, pur nondimeno confessa di essere stato adibito più volte dal Crimi a portar lettere, delle quali dice che ignorava il contenuto. Giovanni Di Bella, sebbene in una sua dichiarazione non manifesti tutti i fatti, dice però a sufficienza per provarsi la sua reità e quella del Crimi. Restano ad interrogarsi molti altri già detenuti e molti altri da arrestarsi, pe’ quali è stato da me spedito mandato di deposito”.

Nel novembre la Commissione Suprema pei reati di Stato giudicava la causa di sua competenza; onde gli imputati — scrivono alcuni di loro — “col massimo rigore ed oppressione, nel lungo e disastroso cammino, da Messina furono tradotti nella Vicaria” di Palermo. (490)

Il giorno 8 marzo 1827 la Commissione suddetta emetteva la sua sentenza, per la quale il sac. Giovanni Crimi e Francesco La Rosa venivano condannati alla pena di morte col laccio sulle forche ed alla multa di millecinquecento ducati; Cundari, Platanea, Capasso, Algeri, Ribaudo, Mangano a venti anni di ferri ed alla multa di cinquecento ducati; il Di Bella a sette anni di ferri; il Catara a tre anni di prigionia; ed erano messi a libertà provvisoria il sac. Occhiuto, Rao, Santisi e Francesco Puglisi. (491)

Avuta la comunicazione della sentenza, il Marchese delle Favare il 9 marzo scriveva al Procuratore generale del Re presso la Commissione Suprema, Giuseppe Salluzzo:

“Dal di Lei rapporto della data di jeri ho rilevato le condanne profferite dalla Commissione Suprema a carico dei colpevoli, che formavano la sètta denominata Repubblica; e conoscendo quanto sia illimitata la clemenza del nostro augusto e benigno Sovrano verso i suoi fortunati sudditi anche i più traviati, mi sono determinato a raccomandar alla sovrana commiserazione il sac. don Giovanni Crimi e Francecesco La Rosa, condannati a morte, onde si degni di concedere a questi sciagurati la grazia della vita; e quindi vengo a prescrivere che sia sospesa l’esecuzione della condanna contro di loro, sino all’arrivo delle sovrane determinazioni”.

Il giorno dopo infatti il Marchese delle Favare, inviando copia della sentenza al Ministro di Grazia e Giustizia in Napoli, l’accompagnava con questi commenti:

“Io, facendo considerazione sul vero spirito e su i componenti di questa settaria associazione, ho avuto motivo di persuadermi che sia stato questo un delirio prodotto nella massima parte dal costante desiderio che nudrono i carcerati, di evadere, avendomi mostrato l’esperienza che i detenuti ed i condannati si lusingano di ottenere la libertà con formare delle sètte e cosi procurare di sconvolgere l’ordine pubblico, col qual mezzo sperano di poter arrivare a conseguire l’oggetto delle loro brame. La maggior parte dei componenti l’indicata sètta titolata Repubblica^ perché avea assunto gli speciosi nomi e cariche dell’antica Roma, erano detenuti nelle prigioni di Messina, ed a costoro eransi associati altri individui di nessuna considerazione e per la maggior parte imberbi e sconsigliati giovinastri. Questa criminosa associazione dunque era in sé stessa di non grave importanza per lo ristretto numero e la qualità degli individui, che la componevano. Ho considerato altresì che dei due condannati a morte uno era ministro del Santuario, che era appunto Crimi, e l’altro, cioè Francesco La Rosa, era un giovine, la cui età appena toccava gli anni venti. Essendomi dunque persuaso, che il complesso delle indicate circostanze interessar poteva il paterno Beai animo, la di cui illimitata clemenza si estende anche a prò dei suoi sudditi i più traviati, mi determinai di apprestargli un nuovo mezzo di soddisfare in questa congiuntura i benigni impulsi del pietoso suo cuore; e quindi da una parte ho disposto di sospendersi l’esecuzione della condanna di morte a carico degli anzidetti due sciagurati Crimi e La Rosa e di raccomandarli alla sovrana commiserazione, con impetrar la grazia della vita per i medesimi ed una diminuzione di pena per gli altri socj, ai quali furono inflitte altre condanne. Io son sicuro che l’E. V. accoglierà con soddisfazione quest’occasione per secondare i moti della sua esimia umanità e provocare un nuovo atto della instancabile sovrana clemenza”.

A tanto intercessore nulla si poteva negare; onde il Re, con decreto di grazia del 31 marzo, commutava al Crimi e al La Rosa la pena di morte in quella dell’ergastolo, e scemava notevolmente le condanne inflitte agli altri rei.(492)

Per questo decreto la condanna riportata da Antonino Algeri era stata ridotta a quindici anni di ferri: sicché il Favare, in seguito a vive pressioni del Procuratore generale del Re, il 5 aprile scriveva di nuovo al Ministro di Grazia e Giustizia: “Ha egli (il Procuratore generale) detto che questi (l’Algeri) fu il primo a manifestare il tutto allo Ispettore Gemelli, e non solo conservò nel costituto l’animo, ma nella discussione fece di tutto per convincere Crimi e La Rosa nelle loro negative. Ha soggiunto, che questo tratto o di semplicità o di pentimento avea toccato il di lui cuore, di modo che erasi determinato di raccomandarlo al Governo, ciò che pratica adesso per fargli dalla Maestà Sua ottenere una grazia, avendogli non solo l’umanità suggerito tai sentimenti, ma ancora un certo interesse per la giustizia”. Infatti — prosegue il Favare — son da premiarsi coloro che fanno denunzie; ciò genererebbe” la diffidenza tra i congiurati, la quale sarebbe un ottimo antidoto per impedire le unioni” ecc. Il Re accolse anche queste raccomandazioni e ridusse la pena ad anni sette e più tardi a quattro anni. L’Algeri allora domandò di passare il tempo della condanna, anzi che nel bagno di Santo Stefano, nell’Ospedale militare di San Francesco Saverio in Palermo, perché ammalato d’asma e per star lontano dai suoi” compagni di causa, oggi divenuti suoi fieri nemici”. Ed anche questa grazia gli venne concessa.(493)

Il decreto di grazia fu letto ai condannati il 1° giugno; ma il 20 dello stesso mese il Principe di Campana, comandante generale delle Armi in Sicilia, richiamava l’attenzione del Favare sopra un nuovo maneggio settario del Crimi, il quale aveva “tentato sovvertire l’ordine pubblico, giacché il 17 del corrente mese osò tenere un discorso dei più sediziosi al sergente de’ Veterani Sangiorgio, che in detto di era destinato alla custodia delle chiavi di quelle prigioni, volendolo con lusinghevoli promesse e con l’assicurazione di un partito esterno indurre a farlo evadere in quel giorno ed ora, che gli avrebbe indicato, unitamente agli altri carcerati, asserendo, che per parte delle guardie militari non si sarebbe incontrato osta colo. L’oggetto della evasione era, a lui dire, di sostituirsi un Governo Repubblicano a quello attuale. Si è procurato, dopo la denuncia del detto bene intenzionato basso-uffiziale, adoprarlo di farsi rivelare destramente con finta amicizia dal Crimi gli altri complici e fautori; ma ciò è riuscito inutile, dappoiché non volle nominare alcuno”.

Immediatamente il Luogotenente generale dava ordine che il Crimi venisse rinchiuso nella Colombaia di Trapani e in pari tempo scriveva al Ministro della Polizia generale in Napoli per sapere le disposizioni sovrane circa “l’ingratitudine con che il Crimi ha corrisposto alla sovrana clemenza”.

Intanto il 22 giugno il Principe di Campana replicava: “il Crimi entrato in sospetto, che per istratagemma delle Autorità militari il sergente Sangiorgio ecc. abbia finto aderire alle di lui prave intenzioni ecc., credendo ora poter uscire d’imbarazzo con ostentare il contrario, ha dichiarato viceversa di essere stato tentato dal detto basso-uffiziale per fuggire insieme agli altri condannati in Arsenale e sovvertire l’ordine ecc.”. Il Luogotenente generale allora ordinava al Direttore di Polizia di disporre che fosse compilata la corrispondente istruttoria processuale, “onde scoprire il preciso e tutta l’estensione dell’affare e di procedere contro i complici, se ne risultassero”.

Il 1° luglio il Ministro Nicola Intonti scriveva al Favare: “S. M. nel Consiglio ordinario di Stato di jeri si è servita ordinare, che il sac. Crimi dalla Colombaia di Trapani venga subito inviato a subire la sua condanna all’ergastolo in Santo Stefano”.

Il Crimi quindi da Trapani fu ricondotto in Palermo ed il 5 agosto, sottoposto ad interrogatorio, sostenne ancora che il sergente Salvatore Sangiorgio gli aveva fatto tali proposte settarie, che gli avevano “cagionato una positiva costernazione”, onde s’era risolto di “denunziarlo a 8. E. il Luogotenente generale” ecc.(494) Ostinandosi quindi il Sangiorgio ed il Crimi nelle reciproche accuse, non si credette dar luogo ad ulteriore proseguimento dell’affare, e tutto fu messo in tacere.(495)

Il Crimi, giusta l’ordine sovrano, fu inviato all’ergastolo di Santo Stefano, donde più tardi passò nel bagno di Nisida. Liberato nel marzo 1845, ebbe parte nella giornata del 1° settembre 1847 in Messina; arrestato di nuovo, subi altre vicende fino al 1854, “anno della morte, miseramente avvenuta nella cittadella di Messina”.(496)


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Cap. X

I Pellegrini Bianchi, Sette Dormienti e i Veri Patriotti di Messina

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A scoprire se la sètta Repubblica avesse delle diramazioni in città, 1’8 di maggio 1826 l’intendente di Messina adibiva come esploratore il brigadiere di dogana Gaetano Ramondini, affidandogli l’incarico di sorvegliare il sarto Francesco Capasso, sul quale gravavano parecchi sospetti. Il Ramondini contrasse ben presto amicizia col Capasso e strinse anche relazione con un tal Natale Guardavaglia; e, fingendo abilmente dei sentimenti liberali, seppe entrar tanto nella loro fiducia, ohe il Guardavaglia, in un momento di espansione d’animo, confessavagli che egli e il suo amico cospiravano davvero e che la sètta, alla quale appartenevano, si chiamava dei Pellegrini Bianchi. “Dovete sapere — prosegui il Guardavaglia — che questa unione è diramata per tutto il Regno di Sicilia, come anche in quello di Napoli ed all’estero; e sapete perché ci chiamiamo Pellegrini Bianchii Perché la Carboneria e la Massoneria sono state scoperte in tutti i segni; onde in Francia hanno formato quest’altra sètta, ch’è però figlia della Massoneria e della Carboneria.... Il giuramento è che non possiamo tradirci l’un coll’altro; vogliamo una Costituzione. Vi sarà qualche Potenza estera, la quale ci aiuterà.... Più di sette non ci possiamo riunire; facciamo le nostre unioni nelle strade, camminando in pochi. La sètta cosi si propaga lentamente; ed è tanto ben costituita che, se la Polizia riesce a scoprirne qualche sezione, non può aver conoscenza che di sette cospiratori”.(497)

Agli 8 aprile di quell’anno il Giornale del Regno delle Due Sicilie aveva infatti registrato questa notizia: “Alcuni antichi proseliti de’ principi demagogici, e che col carattere di Carbonari aveano ne’ torbidi del 1820 spiegato lo spirito anarchico, dal quale erano investiti, aggiungendo dappoi alla pravità del lor cuore un’incredibile pertinacia nelle loro criminose intenzioni.... procurarono perfidamente d’introdurre in questa metropoli (Napoli) una sètta, appellata de’ Pellegrini Bianchi, la quale sotto nuova denominazione e varianti riti non aveva che lo stesso scopo di quella de’ Carbonari e di altre sètte simili, tutte tendenti al sovvertimento d’ogni costume, d’ogni governo, d’ogni sicurezza di proprietà, e fin della nostra stessa sacrosanta Religione. Essi riuscirono difatti a sedurre ed a trarre in seno alla nuova cospirazione vari altri individui, la più parte de’ quali era stata ugualmente iniziata nelle orgie carboniche, e vi si era distinta nella nonimestre anarchia di questo Regno”.( (498)

Ritornando al Ramondini, mostrò egli desiderio di far parte dei Pellegrini Bianchi, ed il Capasso e il Guardavaglia lo condussero un giorno verso il monastero del San Salvatore dei Greci, dove stava ad aspettarli un individuo, murifabbro d’aspetto, che l’esploratore non conobbe, ma che si uni con loro. Proseguirono quindi il cammino e verso le ore ventitré presero a far ritorno in città. “Quando eravamo alla fiumara della SS. Annunziata — scrive il Ramondini — vollero salire per la parte superiore della stessa. Giunti al vico, che conduce all’eremo di San Nicola, mi fermarono senza mia aspettazione, ed accostandosi a me quell’uomo, che si era unito con noi al Salvatore de’ Greci, mi disse in modo spaventevole: “Birbante, scellerato, con qual coraggio e con qual temerità ti sei inoltrato a farci la spia?” — e, cosi dicendo, mi diede una gran guanciata. Io, tuttocché atterrito e quasi fuor di sensi, pure giudicai che quelle parole mi si dicessero ad arte per far esperimento della sincerità della mia persona, e mi mantenni con destrezza sulla negativa. Ciò non ostante egli prosegui ad insistere, dicendo: “puoi negare che il Commissario ti faccia fare la spia?” — e mi diede nel tempo stesso un pugno nel petto fortissimamente. Voltosi intanto a me Guardavaglia mi disse: “preparati a morire!” — In questo istante la persona di sopra indicata trasse di tasca uno stile, e, sguainatolo, rivolse la punta al mio cuore, dicendomi: “adesso morirai!” — Io procurava tutti i mezzi possibili per persuaderli che io ero del loro partito. Quando mi videro alquanto avvilito e negativo, mi bendarono, e, tenendomi tutti e tre, mi dicevano che mi portavano alla morte. Mi denudarono poi il ginocchio destro e mi fecero prestare il giuramento, di cui non ricordo né il principio né tutte le parole, giacché la mia macchina era tutta sconvolta e tremante. Mi sovviene però che tendeva tutto contro la Corona ed i ministri della stessa, ed inculcava di conservare il segreto, che mi comunicheranno. Dopo ciò mi tolsero la benda, che mi era stata legata dal Guardavaglia, e mi fecero baciare per sette volte lo stile. Essendomi io in seguito lagnato per gli strapazzi sofferti, mi rispose Capasso: “questo si deve fare per iscoprire tutto il cuore di una persona, che introduciamo nella nostra unione”. — Poi mi promisero che domenica mi daranno i segni, il tatto e le parole”.

Il Direttore di Polizia Cannizzaro, avute queste notizie, il 12 giugno le comunicava al Favare, dicendo che, a suo credere, la sètta doveva aver avuto” origine in Messina da persone di maggiore significanza e penetrazione, che non sono quelli, co’ quali si è già posto in contatto l’esploratore Ramondini”.

Costui intanto allargava le sue relazioni e contraeva in quei giorni amicizia con Francesco Cundari, che si supponeva fosse affiliato alla Repubblica, Il Cundari si mostrava un po’ guardingo; solo si lamentava della miseria dei tempi; ma un bel giorno scappò a dire che re Francesco I era peggiore del padre, forse perché ammalato; “frattanto — soggiunse — i Ministri fanno carneficina di noi miseri sudditi Però si cospirava, non più in modo pubblico, “come nel tempo della Carboneria”, ma occultamente e lentamente, “per giungere poi al sospirato giorno”.

Un’altra volta il Cundari confidò al Kamondini ch’egli e i suoi amici avevano fatto parte dell’unione, denunziata dal Carrara, e ch’erano salvi, perché la spia non li aveva mai conosciuto. In seguito agli arresti del maggio 1823, si era tentato di assalire le carceri per liberarvi i detenuti, ed egli era “uno dei primi di questa congiura”, la quale fu poi rivelata alle Autorità dal gendarme Canale. “Per nostra disgrazia — concluse — non abbiamo potuto far nulla. Essendo in questo stato le cose, pensammo di seguitare le nostre unioni, ed infatti ci siamo di bel nuovo moltiplicati”.

Il Kamondini andava dal Cundari al Capasso e viceversa. E dal Capasso si senti esporre il piano di rivolta in questi sensi: “La prima mossa la dovranno fare Napoli e Palermo, appresso noi. Per aiuto avremo tutti i carcerati, meno qualcuno, i forzati e porzione di soldati. L’insurrezione avrà principio di sera, nelle carceri. Il carceriere suol giuocare ogni sera a carte coi detenuti; lo si ammazzerà; gli si prenderanno le chiavi; poi si darà fuoco ad alcuni luoghi; gente malcontenta ce n’è, e cosi sentirete se riuscirà il nostro disegno. Per ora non dobbiamo pensare a questo, ma solo a moltiplicarci L’esploratore continuava a guadagnar terreno, e il Cundari volle fargli conoscere i suoi amici. Erano in tutto sette e la loro sezione si chiamava dei Seguaci di Giove. Si riunivano nel piano di Terranova colla scusa di andar poi a giuocare al bigliardo. Ma da un po’ di tempo queste loro riunioni s’erano dovute fare un po’ rare, perché la Polizia aveva subodorato qualche cosa.” La nostra disgrazia è — disse il Cundari — che ci siano sempre tra noi tanti” sforcati”. — “Perché li avete ammessi?” — chiese il Ramondini. — “Non colpiamo noi” — rispose l’altro; — “la nostra società è stata sempre riserbata”. Erano Seguaci di Giove, oltre il Cundari, Emanuele Scuderi, Antonio Catara, un Rinaldi, Alfio Licandro, Luigi Micali(499) e Pasquale Campolo.

Negli ultimi di giugno il Cundari fece prestare al Ramondini un nuovo giuramento. Erano presenti lo Scuderi e il Catara. L’esploratore narra la cerimonia cosi:

“Cundari mi prese la mano destra e l’uni alla sua, nella quale aveva un temperino, e cosi principiò a a dire, imponendomi di replicare le sue parole: — “Giuro innanti Dio e sopra i quattro Evangeli di tener sempre quel segreto, che mi sarà comunicato. Giuro odio eterno ai Sovrani e loro aderenti. Giuro ancora di trucidare tutti i traditori, e, se cadessi in mano della Giustizia, di negar sempre, qualunque siano le prove. Giuro di aiutare i miei compagni. Se trasgredisco questo giuramento, mi comprometto (li perder la vita, e che le mie ceneri siano sparse al vento. E cosi sia. Amen”.

I rapporti del Ramondini per il mese di luglio sono poco interessanti. Il 2 agosto, come s’è detto, veniva arrestato il Cundari per complicità nella sètta Repubblica, e il 9 dello stesso mese, sotto la medesima imputazione, il Capasso. Qualche altro arresto si esegui pure in quei giorni.

La sètta dei Pellegrini Bianchi non pare abbia avuto ulteriore svolgimento; il Ramondini tuttavia continuò a gironzare per la città e si mise attorno al sensale Angelo Marraffino, che si sospettava fosse uno dei cospiratori. Il Ramondini ebbe con lui vari abboccamenti, fìngendo di volerlo adibire per la vendita di una partita di limoni, appartenenti ad un proprietario messinese. Il Marraffino si fece adescare e prese a concepire una certa stima pel Ramondini, ch’era d’altronde ben noto ai Carbonari per l’amicizia avuta col Cundari. I discorsi si aggiravano spesso su gli ultimi arresti, e il Marraffino lodava la fermezza del Cundari, che avrebbe potuto facilmente perdere l’amico.

Finalmente il 12 novembre 1826 il Marraffina disse al Ramondini che le cospirazioni non erano finite, e gli propose di far parte della sètta dei Sette Dormienti. Si fece scrivere da lui, sopra un pezza di carta, nome, cognome e paternità, e^alcuni giorni dopo gli disse:

“Ieri vi ho proposto. Siete sotto la sorveglianza di Andò, Longo e Vadalà. Badate ai fatti vostri, perché il nostro giuramento è il sangue, e il sangue dei traditori è quello che paga le spese. La nostra sètta è figlia della Massoneria; è la Scuola di ogni virtù”.

Durante il periodo dell’esperimento, che durò una settimana, al Ramondini riuscì di sapere qualche altra notizia dal Marraffino, il quale un giorno gli disse: “Noi abbiamo carteggio con tutto il Regno di Napoli e di Sicilia; ogni mese cambia la parola di passo e il segno del tatto. Vi è una cassa per i poveri; se siete ammalato o in bisogno, sarete soccorso Finalmente il 23 novembre il Marraffino annunziò che l’esperimento era finito favorevolmente per il Ramondini, il quale la sera, a tre ore di notte, doveva farsi trovare dietro San Cosmo. Il Ramondini fu puntuale; stette ad aspettare una mezz’ora, finché si vide venire incontro Orazio Andò con un mantello, che gli gettò sulle spalle, dicendogli:

— “Abbiate pazienza, vi devo bendare.

— “Sono agli ordini vostri” — rispose l’altro, e si lasciò bendare. — L’Andò allora lo prese sotto braccio, lo fece camminare per un poco; urtò quindi una porta, l’apri, lo fece sedere. Narra l’esploratore:

“Dopo cinque minuti, mi sbendò un uomo con una cappa sulle spalle, di statura robusta, e con una cosa nella bocca per cambiarsi la voce. Il luogo era affumicato e sporco; un lume flebile ed acceso a spirito; un tavolino ed una sedia; sul tavolino un foglio di carta ed un calamaio. Principiò quell’uomo con quella cappa nera il seguente discorso:

— “Insensato! Chi ti condusse in questo luogo? oh come sei stato tradito! stasera andrai a morire.

— “Non mi auguro tal sorte, giacché chi mi condusse in questo luogo è un galantuomo.

— “Sai scrivere?

— “Signor si.

— “Fa il tuo testamento!”

— “Ma io non lo volli affatto formare. L’uomo mi lasciò solo ed entrò in un altro luogo, e parlavano più persone con voce grossa. Entrò in questo istante un altro, e mi fece un altro interrogatorio; ma io sempre, facendo coraggio a me stesso, gli risposi sempre con dolce maniera. Ritornarono a lasciarmi solo, e dopo pochi momenti entrarono tre, quello con la cappa ed altri due. Quello colla cappa cosi mi disse:

— “Ti sei disposto a morire?

— “Io non temo della morte.

— “Bendati!

— “Non importa — e traendo di sacca una pistola, ed avendola posta colla bocca al mio petto, mi disse:

— “Muori spia f....ta! — e, avendola sparata, conobbi non esser caricata, ma che nella camera vi era un poco di polvere. Io mi sono atterrito; ma uno di quelli mi disse:

— “Giacché non sei morto, devi dare un giuramento; pensa e rifletti. Questo giuramento un di, se ti renderai spergiuro, sarà la tua condanna.

— “Spero di non esser tale” — risposi. Mi presentarono quindi un libro e mi fecero scrivere in esso il seguente giuramento: “Giuro e prometto odio eterno a tutti i Sovrani e loro aderenti. Giuro odio eterno a tutti i tiranni. Giuro di non palesare ciò che mi sarà manifestato”.

— “Intanto uno di loro lesse i quattro Evangelj, ed io baciai per quattro volte il libro. Indi un altro con un piccolo temperino mi fece uscire un pochettino di sangue di sotto la mammella sinistra, e con quel sangue mi fecero sottoscrivere il mio giuramento. Poi mi ritornarono a bendare, e mi trassero fuori, con dirmi uno di quelli:

— “Adesso vi ritirerete a casa vostra”

“Mi fecero fare un pezzetto di via, mi sbendarono, e mi vidi a Santa Maria della Scala. Nessuna idea ho potuto formare del sito del detto locale, signor Commissario,(500) perchè ero atterrito, ed anche fuori di me stesso, e perché m’introdussero e fecero uscire bendato”.

L’indomani il Marraffino rimproverò al Ramondini di essersi scoraggiato e gli disse che la società doveva ancora vigilare bene su di lui. Richiesto quindi sul luogo del convegno, rispose: “Noi abbiamo più d’un locale pei nostri lavori. Uno è vicino un eremo, un altro nel giardino di un amico, e un terzo è qui presso, ma in un punto, che neanche il diavolo saprebbe indovinarlo”.

Trascorse oltre una settimana, finché il 4 dicembre il Marrafiìno, a quattro ore di notte, condusse il suo amico per la strada del Castello, e, giunti sotto San Gregorio al vico dell’Altobasso, lo fece entrare in una catapecchia, che il Ramondini riconobbe per il luogo, nel quale aveva prestato il giuramento. Erano ivi riuniti ilsac. Filippo Bartolomeo, Vincenzo Cicirelli, Orazio Andò con un suo fratello più piccolo, Francesco Bombara, il patrocinatore Vadala ed un altro giovine. Il Ramondini fu collocato subito nel mezzo, ed il sac. Bartolomeo gli rivolse queste parole:

— “O tu che cerchi entrare nella Società sublime, qual è il tuo primo dovere? Ripudiare dal tuo cuore gli affetti terreni e vivere da uomo onesto. Se tu sei in questo grado, dillo.

— “Son pronto. —

Il Bartolomeo allora prese la mano al Ramondini, e, ponendola fra le sue, disse:

— “Dovresti dare un solenne giuramento; sei nel grado?

— “Son pronto”.

Orazio Andò stese a terra un pannolino bianco^ sul quale il Bartolomeo fece inginocchiare il Ramondini; quindi, presa una croce senza Cristo, soggiunse: — “questo è il conforto dell’uomo. Ripeti dopo di me il seguente giuramento:

“Giuro e prometto su questa croce di non palesare, anche se fossi condotto a morte, il segreto che mi sarà affidato. Giuro odio eterno a tutti i Sovrani e loro aderenti. Giuro di rendermi libero un giorno, e di troncare la tirannia. Se divento spergiuro, permetto che il mio corpo sia fatto in pezzi. Giuro di soccorrere i miei fratelli, per quanto le mie forze permettano, e non altro”.

Prestato il giuramento, tutti i presenti diedero ciascuno sette baci al Ramondini, tre sulla guancia sinistra e quattro sulla destra. Poi il Bartolomeo raccomandò a tutti segretezza; disse che, incontrandosi per via, bisognava fingere di non conoscersi, e quindi sciolse l’adunanza.

Ammesso dunque a far parte della sètta, il Ramondini ebbe dal Marrafiìno le altre istruzioni. Il segno del tatto consisteva nel prender la destra del compagno, battendo con quattro dita quattro colpi dove la palma si attacca al polso. Il compagno doveva rispondere nell’identico modo, battendo però tre colpi. Solo in caso di vera necessità, bisognava usare del segno di aiuto, collocando la destra sul cuore e distendendo la sinistra sulla coscia. Avvicinandosi qualcuno e dicendo: la Vita, si doveva rispondere: l’Onore. Il segno di saluto si faceva sollevando il cappello per la falda posteriore. In quanto alla parola di passo il Ramondini non seppe indicarla nei suoi rapporti, “perché pronunziata in greco”.

Il nostro esploratore cominciò quindi a partecipare alle riunioni dei congiurati, che si tenevano sempre di notte. E fu quindi presente ad una seduta, ch’ebbe luogo nel piano dei Carretti, e ad un’altra ai Cappuccini. In quest’ultima il calabrese Cosmo Baviera riferì di essere stato in Catona, in Cannitello e in altri luoghi dei dintorni di Reggio-Calabria, dove si travagliava, e dette qualche notizia di Bartolomeo Bova, che i settari messinesi avevano inviato a Reggio, donde doveva ritornare fra qualche giorno. Sentita la relazione del Baviera, il sac. Bartolomeo disse: “Se Dio vuole, non passerà l’anno ’27 che saranno rotte le catene”.

Il 31 dicembre 1826 il Marraffino travestito andò a trovare a notte inoltrata il Bamondini, al quale aveva fatto acquistare sei palmi di fettuccia bianca e un palmo di fettuccia gialla, e lo condusse alla fiumara di Bordonaro in casa d’un contadino, dove trovarono Cosmo Baviera, Antonio Toro, Mario Grimaldi, Giuseppe Licandro e Pietro Aliberti, un profugo costui per i fatti del 1823. Arrivarono ben presto altri congiurati, tra i quali il sac. Bartolomeo e un Calabrese vestito di velluto con un berretto di pelo di gatto. Prima di aprir la seduta, il Bartolomeo destinò fuori come guardie un giovine di nome Cesareo e il Bamondini, al quale il contadino disse la parola di passo: “Se vedete accostare qualcuno, ditegli ono-; se vi risponde -re e vita, fatelo passare Dopo una mezz’ora il Bamondini fu smontato di guardia. Rientrando, trovò il Bartolomeo seduto ad un tavolo tra il Calabrese e il Marraffino. Il Bartolomeo aveva una specie di pellegrina al collo di color giallo con un’aquila senza testa; gli altri due avevano la stessa decorazione, ma l’aquila era sostituita da una mezzaluna di ottone. Il villano, tal La Bocca, e il Cesareo avevano al collo due fettucce bianche annodate. Il Bartolomeo disse all’esploratore: — Fra Bamondini, la vostra decorazione? — Il Marraffino allora si scusò di non avergliela potuto apprestare. Il Calabrese quindi riprese il discorso, che evidentemente aveva interrotto, ed il Bamondini potò capire che l’oratore stava brigando il contatto con i fratelli di Calabria. Sopraggiunsero intanto altre persone, fra le quali un orefice francese, ed il Bartolomeo disse: La seduta è terminata, ma state a sentire la lettura dei travagli —, e, preso un libro, cominciò:

“Alla gloria del fratello Rettor dell’Universo e del gran fratello Giovanni Battista. Essendoci noi qui a pie’ scritti conferiti stasera 31 dicembre nel locale dei Cammari a causa della venuta del nostro commissionato di Calabria, ed avendo intesa la proposizione dei fratelli di Calabria, e volendo noi adottare gli stessi mezzi, che da loro si praticano, come sarà un’altra sera trattato, a causa dell’ora tarda, abbiamo sanzionato far perfetta lega, ed a tal uopo rimetteremo copia delle nostre carte, come anche riceveremo copia delle carte di loro”.

Finita la lettura, tutti sottoscrissero. Quindi il Calabrese, estratto dal petto un pugnale e, sguainatolo, disse: “Su questo stile giuriamo il silenzio”. — Tutti giurarono. H Calabrese soggiunse: “andiamo in pace”. — L’adunanza si sciolse. Per istrada il Calabrese raccomandò ai fratelli di travagliare in piccole Vendite, nessuna superiore a sette individui.

La proposta intanto di dar copia di tutte le carte ai settari di Calabria era parsa imprudente al Marraffino, il quale se ne stette di malumore molti giorni, quindi disse al Ramondini: “Noi abbiamo un manoscritto, che ci è stato rimesso da Napoli, quasi tre anni addietro. La nostra accortezza e maniera di pensare non ci hanno finora fatto scoprire. Noi non abbiamo pensato, come hanno pensato tanti altri c... oni, che le loro sedute le tenevano nelle taverne e in tanti altri luoghi pubblici. Abbiamo però avuto una gran paura, quando furono arrestati Salvatore Valter e Antonino Moline, ché avremmo potuto noi esser capitati una sera prima di loro; ma Iddio ci ha liberato. Un’altra paura ce la siamo presa nell’ultimo agosto, in seguito all’arresto di Francesco Cundari; però tanto va la lancetta al pozzo, finché si rompe. 0 che restiamo f...ti noi, e senza più speranza, o che f... remo tutti i lupi e realisti. In ogni modo coraggio, ché siamo assai”.

L’abbattimento del Marraffino fu però di breve durata; qualche giorno dopo egli diceva al Ramondini: — Fra poco saranno sciolte le nostre catene. Probabilmente ci sarà guerra tra l’Inghilterra e la Francia, e Francesco I dovrà decidersi o per l’una o per l’altra di queste Potenze, “che hanno nella gola la Sicilia e certamente noi avremo una libertà. — Parlando poi dei settari calabresi, soggiunse: — Desidererei che ce ne fossero in Sicilia quanti ce ne son là. Ve ne sono di ogni ceto e condizione. Noi colle basse Calabrie costituiremo l’Alta Assemblea. — La relazione con le Calabrie era il pensiero dominante dei Carbonari messinesi. Le trattative si erano intavolate da circa due anni, ederano stati a ciò adibiti prima Giovanni Ursini e poi Cosmo Baviera. Ora il Bartolomeo pensava di affidare questo incarico al ginevrino Enrico Ponson, colui che aveva preso parte alla seduta ai Cammari e che l’esploratore aveva designato come orefice francese. Bisognava quindi copiare le carte, e fu dato ordine al Ramondini e ad Orazio Andò di recarsi al Santo, in casa del contadino, e di farne ricerca. Le carte, chiuse in una cassetta di latta a catenaccio, erano in un angolo della casa, occultate da una grossa pietra. L’Andò disse che bisognava trascrivere quelle carte, per mandarne copia, oltre che in Calabria, anche ai Carbonari di Catania. Per via i due amici intavolarono vari discorsi. L’Andò disse che, a suo credere, la sètta comprendeva in Messina circa 132 aderenti, tra i quali quasi tutti i facchini dei negozianti inglesi. Scopo nostro, egli disse, “è quello di levarci presto dalle mani di questa indegna famiglia di Borbone, a poi anche resteremo contenti col grande diavolo Una volta il Bartolomeo e il Marraffino proposero al Ramondini di ceder loro, pei consueti travagli, un magazzino interno annesso alla sua casa; ma l’esploratore,” memore delle mie istruzioni — scrive il Commissario Lucifero — si è negato con plausibili pretesti Il Direttore di Polizia, rispondendo al Lucifero il 15 gennaio 1827, osservava: “....quanto alle riunioni che si vorrebbero tenere in casa dell’esploratore, e ohe per suo suggerimento non ha egli permesso, Le fo riflettere che, nel caso di cui si tratta, ciò che devesi assolutamente impedire è l’istigazione, che le persone segretamente adoperate possono usare, acciocché altri commettesse il reato; ma se il reato è stato già commesso, se coloro che ne sono gli autori non altro cercano che il mezzo di continuare a delinquere, se questo mezzo, scevro di ogni suscitazione per parte dell’esploratore, sia stato a lui ricercato, e possa aprire l’adito ad una maggiore cognizione del fatto criminoso, io non veggo di che cosa possa imputarsi più che gli altri, chi il presta. Per altro, se si potesse temere che, conoscendosi dai Settari di non esservi altra prova del reato, abbiano voluto combinare le riunioni in casa dell’esploratore, affinché, nel caso di sorpresa, potessero mostrare di esservi stati tratti dal medesimo e con quei mezzi d’istigazione, che non sono permessi, ciò importerebbe solo il bisogno di differire la sorpresa sino a tanto che si otterrebbero per le loro stesse riunioni gli elementi necessaij a poterla con altro espediente eseguire”.

La richiesta del magazzino non fu però rinnovata, per consolazione dell’esploratore, il quale, vistosi levato da quell’impiccio, continuò le sue indagini, tentando di appurare l’origine della sètta. Chiese dunque un giorno al Marraffino se la società dei Sette Dormienti fosse la stessa di quella dei Pellegrini Bianchi, alla quale era egli appartenuto insieme con Francesco Cundari. Il Marraffino rispose: “Pellegrini Bianchi e Bette Dormienti sono la stessa cosa. Dopo l’arresto del Cundari, si è cambiato il titolo, ma la cosa è tutt’una. I segni sono quasi gli stessi. Oltre di noi, vi sono altre due società, ma di poco numero”.

Più tardi il Ramondini seppe dal Bartolomeo che la sètta era stata installata da lui, dal Valter, dal Cundari, dal Marraffino e da un tal Basile, dopo gli arresti del maggio e del settembre 1823. Qualche altra notizia l’esploratore riusci a scovare da Orazio Andò, il quale gli disse cosi: “Dopo l’anno ’22 che ci ponemmo nuovamente a faticare in terzo grado di Carboneria, eravamo già avanzati al numero di centosettanta individui. Si volea prendere la Cittadella, ed erano uniti con noi i soldati tedeschi e i Cacciatori, ch’erano nel quartiere dell’Annunziata. I Tedeschi erano del Tirolo, tutti di religione frammassonica. Vi furono un sera alla Carrubbara delle discordie, giacché noi volevamo prendere un partito estero. Il fatto portò d’allora che ci siamo divisi in due partiti; uno fu quello di coloro, che furono arrestati per mezzo del denunciante Carrara, e noi fummo liberi del tutto da simili trame. Si vede chiaramente che, movendoci soli, non possiamo far niente, e sarebbe lo stesso che andare al patibolo, se non abbiamo delle nazioni potenti e ricche, che ci spalleggino. Del resto vi sono delle persone in Messina incaricate di questo affare”.

Coi primi del febbraio ’27 i Carbonari cominciano a mostrarsi più guardingi, perché si credono sorvegliati dalla Polizia. Il loro contegno verso il Ramondini si fa meno espansivo; pare che sospettino del tradimento; tuttavia di tanto in tanto mostrano di concedergli più o meno intera la loro fiducia. Un giorno gli &nno firmare una carta, della quale egli non potè conoscere il contenuto, ma sospettò fosse una credenziale per il fratello del Ponson, che doveva brigare il contatto coi Carbonari catanesi. Negli ultimi di marzo infatti dallo stesso Enrico Ponson, una sera che si trovava brillo e quindi facile alle confidenze, seppe che il fratello appunto era stato più volte in Catania e ch’egli era andato in Calabria. Ma niente di più preciso gli riusci ricavare dall’allegro ginevrino.

Il 29 aprile, trovandosi il Marchese delle Favare in Messina, volle avere un abboccamento col Ramondini, cui già, vedendo ch’egli aveva perduto quasi il credito presso i Carbonari, aveva pensato di sostituire, come diremo, con un più abile ed autorevole esploratore.

Tuttavia il Ramondini continuò ancora a prestare qualche servizio alla Polizia. Nei primi del maggio parve rinascere verso di lui la fiducia dei Carbonari, i quali vogliono fargli prestare un nuovo e più solenne giuramento, non essendo stato egli — dicono — “ammesso nemmeno alla quinta parte delle confidenze e del segreto, che nutriamo nell’animo nostro”. E si pensa di affidare a lui nientemeno che una missione in Calabria. Il buon Bartolomeo gli dice: “La nostra vita ò nelle vostre mani”. Ma il Ramondini, dopo essersi consigliato col commissario Lucifero, si mostra un po’ riluttante, e chiede di avere un compagno in questo viaggio. E si offre a partire con lui Orazio Andò.

Ma il viaggio non potè aver luogo; verso la metà di quel mese il Bartolomeo, al quale già era stato vietato di dare lezioni private, veniva chiamato dal commissario Lucifero, il quale — riferiva l’Andò all’esploratore — “gli fece un casa del diavolo e gli proibì di potersi unire con persone”.

Ma il Bartolomeo, dopo l’avvertimento della Polizia, fu peggio di prima; onde un mese dopo fu messo agli arresti. Questa notizia sparse lo sgomento tra i Carbonari. Il Marraffino, incontrato il Ramondini, gli disse: — Avete inteso che l’abate Bartolomeo è stato arrestato, e si dice anche gli abbiano trovato delle carte? — Il Ramondini mostrò di non saper nulla, e l’altro, prendendo congedo, soggiunse: — Raccomandiamoci al Signore! — ma — scrive il Ramondini — “era atterrito”. Si credevano imminenti altri arresti; “quest’affare dell’Abate ci squinternò”, disse un altro giorno il Marraffino. Ma non essendosi avverato questo loro timore, i congiurati cominciarono a dire che l’arresto era dovuto a “discolerie” del Bartolomeo, non ad affari carbonici. Il Bartolomeo alla fine di giugno fu liberato: “Cosa gli potevano fare? sempre trionferemo!”, disse il Marraffino e aggiunse una delle sue vigorose frasi plebee. “Questo è segno che la Polizia non è a giorno dei nostri affari concluse con persuasione Orazio Andò.

Il Ramondini, nel corso delle sue esplorazioni, aveva saputo dell’esistenza in Messina di altre cospirazioni, oltre quella dei Sette Dormienti, Fin dal novembre 1826 Giambattista Cardella gli aveva detto-: “Siamo diciassette giovani, spartani per la vita, e vogliamo formare una Società. C’è persona che dovrà installarla”; ma egli poi non ne aveva saputo più nulla. Nell’aprile del ’27 il barbiere Cosimo Grillo gli aveva proposto di fondare insieme una loggia; e nel mese successivo il Marraffino gli aveva detto che in Messina erano alcuni della sètta Pitagorica, tra i quali il Ponson e il Bartolomeo, “che si adattano a fare tutti gli altri lavori”.

Su quest’ultima sètta potè il Ramondini avere qualche altra notizia, nei primi dell’agosto, dallo stesso Marraffino, il quale cosi gli disse: “Noi abbiamo corrispondenza con Malta con una società, chiamata la Società pitagorica” la quale desidera una libertà non assoluta, ma frenata da una Costituzione. Dopo vari anni, che non avevamo voluto mai accoppiarci, la necessità ci spinse ad abbracciarla. Veramente da per noi soli non possiamo far niente; schiavi siamo stati pel passato, e schiavi saremo per l’avvenire, se non ci sosterrà una potenza, l’Inghilterra. D’altronde per levarci dalle mani di tanti barbari, anche al diavolo bisogna darci! Queste notizie vennero riconfermate all’esploratore pochi giorni dopo da un inglese in persona, che aveva il terzo grado in Carboneria, e il cui nome il Ramondini scrive Brai Baret. Costui affermò le relazioni con Malta, sostenendo che, per trionfare, bisognava procurarsi un appoggio. Nel ’20 la Sicilia non aveva appunto potuto sostenersi, perché nessuna Potenza era corsa in suo aiuto.

Le informazioni dell’esploratore per il mese di settembre si fanno più rare. Solo un giorno il Marraffino, in un momento d’entusiasmo, gli dice: “La tirannia sta per finire, non c’è dubbio. Tutto il regno con noi, e se cosi fosse stato unito in tempo della Costituzione, a quest’ora avremmo l’albero della libertà”.

In un altro rapporto del 1° ottobre il Ramondini narra di aver trovato parecchi Carbonari seduti sotto Torre Vittoria. Quand’egli giunse, quasi inosservato, tutti si alzarono in piedi e si misero in cerchio. Il Marraffino, stendendo la mano aperta nel mezzo, disse: “Alla gloria del fratello Cristo! Giuro fedeltà gli altri risposero: “Fedeltà e morte!”. H Marraffino riprese: “Odio e simulazione ai tiranni! Risposero gli altri: “Le loro carni alle fiere!”.

L'adunanza quindi si sciolse. Il Marraffìno disse ancora: — Per ben tre volte (maggio e settembre 1823, agosto 1826) le nostre operazioni sono state scoperte. Bisogna aumentare il numero dei proseliti. Trionferemo

Qui finiscono i rapporti dell’esploratore; (501) ché qualche giorno dopo, essendo successe della novità, che ora narreremo, veniva tratto egli stesso in arresto.( (502)

Fin dal marzo di quello stesso anno 1827 il Marchese delle Favare aveva pensato infatti di mandare in Messina, “come finto emissario de’ Carbonari di Palermo”,(503) il tenente Pietro Giardina. Costui aveva fatto parte della congiura di Salvatore Meccio, ed era stato contemplato nella sentenza della Commissione Militare degli 11 aprile 1823; ma “uomo senza onore, ridotto miserabile per sodisfare la sua passione per il giuoco delle carte, avido di far fortuna in qualunque modo, e quindi facile a prestarsi alle più nefande azioni, generosamente pagato dalla Polizia”,(504)si piegò ad accettar l’incarico. Il suo passato doveva agevolmente procurargli la fiducia dei Carbonari, ed il posto, che andava ad occupare in quella Regia doganale, lo mise in relazione con vari impiegati, appartenenti alla sètta. Cominciò egli ben presto ad inviare alla Polizia dei numerosi rapporti, nei quali svelava tutta una vasta trama con la denominazione, non più di Sette Dormienti, ma di Veri Patriotti. Finalmente nel giugno 1828 infermò e nel mese dopo sé ne moriva.

In seguito ai rapporti del Giardina, “più che cinquanta persone furono incarcerate, in processo scelleratissimo avvolte, trascinate a piedi e carche di catene a Palermo, sottoposte al giudizio di Alta Corte militare (505) o, più propriamente, della Commissione Suprema, pei reati di Stato, la quale il 25 settembre 1828 si dichiarava competente a decidere. (506)

L’istruttoria del processo fu affidata a Gaetano Scartata, giudice delta Gran Corte Civile di Palermo e delta Commissione Suprema, il quale la condusse a termine pel marzo 1829.

Molti detenuti, nella speranza di ottenere l’impunità, fecero delle spontanee dichiarazioni. Furono tra essi i fratelli Antonio e Pasquale Toro, fra Pietro Paolo Prestandrea, Giovanni La Guidara e qualche altro. I Toro, che avevano già rivolto due suppliche al Luogotenente generale, chiamati dallo Scartata esposero” con maggiore delucidazione” i fatti, recando cosi “molta utilità per la giustizia”. Il Ramondini, cho trovavasi detenuto nella Reale Casa di correzione, manifestò naturalmente la sua qualità di esploratore; ed aggiunse anzi che negli ultimi tempi i settari, sospettando di lui, non lo avevano fatto intervenire nelle loro unioni; “locché — dice lo Scartata — viene contestato dallo stesso don Pietro Giardina in alcuni suoi rapporti, anzi dice che taluni in congresso aveano consultato di ucciderlo”. “Tutti e tre poi i fratelli Toro e Gaetano Ramondini hanno con fermezza sostenuto i loro detti a fronte agli altri imputati, che nei di loro interrogatori si sono resi negativi”.(507)

La Commissione Suprema emise la sua sentenza il 26 maggio 1830, condannando alta pena di morte, con quattro voti contro due,( (508) l’abate Filippo Bartolomeo e un Sabatelli napoletano.(509) I giudici dissenzienti furono il barone Giovan Francesco Martinez, consigliere della Suprema Corte di Giustizia, e il colonnello Filippo Cella. Il colonnello Cella fu di sentimento che la discussione non offriva elementi tali da condannare gli imputati, e votò di non costare detta loro colpabilità. Non cosi il giudice Martinez, il quale fu di avviso di non costare detta esistenza detta sètta organizzata, ma di costare di aver fatto gli accusati discorsi per formare setta”.((510))

Il Re ordinava quindi che gli si facesse pervenire il “voto ragionato” dei due giudici; ma costoro dapprima si denegarono, non dicendosi obbligati a ciò da alcun regolamento; poi naturalmente dovettero esporre per iscritto le ragioni del loro voto.

Il Martinez comincia dal premettere un sunto dei fatti principali, che sono risultati dal processo e dalla discussione, e che noi riferiremo per intero, non essendoci stato possibile di rinvenire i rapporti del Giardina e la sentenza della Commissione Suprema:

“Nel marzo 1827 incaricato dallo accuratissimo Governo d’invigilare sulla condotta di taluni individui, che avean dato motivi di sospetto, don Pietro Giardina arriva in Messina. Attaccato a quella Regia ha egli occasione di avvicinare i varj impiegati, e trar profitto da quelle prime conoscenze, onde impinguare a loro carico un periodico carteggio, di che cominciò sin dal suo arrivo ad occuparsi.

“In quella corrispondenza si trovano minutamente rapportati i principii e la esistenza di una sètta, che si covava in Messina, e che ei denomina de’ Veri Patriotti; divenuto in pochi giorni confidente de’ Settarj, egli si dichiara come a parte di tutti i loro segreti, egli nomina dettagliatamente parecchi individui come capi, o membri della sètta, ne indica le congreghe, le occupazioni, che in esse i Settarj si davano, e la elezione di varii Dignitarii.

“Associato alle trame dei cospiratori, e ricevuto fra essi, egli si adopera efficacemente a svelare tutte le azioni al Governo; intanto intraprende diverse gite in Calabria, Napoli ed in altri luoghi e da per tutto dice trovare cospiratori corrispondenti; riceve in poter suo lettere, che da Settarj [si] mandavano a Settarj, e loro in effetto le consegna, contentandosi di darne copia al Governo, dietro averle con arte dischiuse; ed occupato per un anno e mesi in movimenti di siffatta importanza, dietro aver di essi largamente fatta materia di una continuazione di rapporti al Governo, in giugno 1828 cade ammalato, e nel seguente luglio si muore. (511)

“Quella serie voluminosa di rapporti formò base alle indagini, che regolarmente si credette il Governo in obbligo di ordinare, onde arrestarsi le macchinazioni scellerate, delle quali il Giardina avea dato conoscenza.

“Varii individui da questo nominati furon messi in arresto, e, lusingandosi di ottenere la impunità, talune dichiarazioni produssero, che i nomi stessi contenevano di alcuni degl’individui nominati da Giardina, e che parlavano di riunioni illecite, di corrispondenze segrete, di trame e di cospirazioni. Fra quelle dichiarazioni furon le più importanti quelle de’ fratelli Antonio e Pasquale Toro, di Ramondini, di fra Pietro Paolo [Prestandrea] e di [Giovanni La] Guidara; e sullo appoggio di esse si è presentata la discussione della causa allo esame della Commissione.

“Ecco pertanto la sommaria esposizione de’ rapporti tutti del Giardina, giusta la loro marcia cronologica, e delle dichiarazioni dei suddetti Toro, Ramondini ecc.

“Giardina ne’ suoi primi sei rapporti scritti nel marzo del 1827 (appena, cioè, giunto egli in Messina), sino ai 25 del seguente mese di aprile dice aver fatto conoscenza di persone di libero pensare, di cui avea subito guadagnato la fiducia, e di aver da loro appreso la esistenza di una sètta presieduta dallo abbate Bartolomeo in Messina, ed un’altra in Reggio, corrispondente con quella di Messina. In queste prime lettere rapporta diversi criminosi discorsi tenuti da varie persone, e va enumerando moltissimi individui, imputandoli come pertinenti alla sètta de’ Carbonari, ed altri a quella de’ Massoni. Tra le persone da Giardina nominate la maggior parte non è sotto processura, anzi non ne sono state giammai ricercate.

“In uno di questi rapporti mette in iscena un certo fra Paolo Prestandrea, facendo dire dal Luigi Micali esser colui uomo di talento e di condotta ammirevole.

“Nell’ultimo di questi rapporti narra essere stato esso Giardina ricevuto nella Società dell’ab. Bartolomeo sotto il giorno 12 aprile 1827 di notte nell’aperta campagna sul monte de’ Cappuccini.

“Ne’ rapporti scritti dal 25 aprile a 10 giugno ’27 tesse lungo catalogo di pretesi Massoni e Settarj, non risparmiando il defunto console americano Brohebend.

“Narra poi che fu ricevuto nella sètta in Messina Luigi Verdinois nella sera de’ 4 maggio, epoca in cui S. E. il Luogotenente trovavasi in quella città; ohe sotto li 12 maggio nel posto doganale della Porta Beai bassa fu ricevuto Luigi Ben cit. Queste recezioni però, alle quali Giardina avrebbe dovuto intervenire, se veramente egli stesso fosse stato sin dal mese di aprile ricevuto nella sètta, non le narra se non per bocca d’altri.

“Della maniera stessa per bocca di altri narra che [Pietro Paolo] Giuliani, Enrico Ponson e Luigi Verdinois si portarono sotto li 28 maggio dall’ab. Bartolomeo per trattare della elezione del nuovo Dittatore. In uno di questi rapporti fa comparire Sabatelli, mettendo in bocca di altri che costui era arcipatriarca potentissimo della Massoneria in Napoli. Si noti che in uno di questi rapporti fa comparire il nominato [Gregorio] Trischitta come capitai nemico dell’ab. Bartolomeo, che ne biasimava i principi e la morale, ne discreditava la condotta e compiangeva coloro che vi si associavano.

“Ne’ fogli scritti dal Giardina dagli 11 giugno a 21 settembre ’27 continua il catalogo di quei pretesi Massoni, che andavano a riunirsi in casa del console americano Brohebend. In questi rapporti apre un nuovo vastissimo campo alle sue denunzie. Portatosi in Peggio, denunzia una sètta colà esistente, ed altre stabilite in Catanzaro e Monteleone, e dice di essere in corrispondenza tra di esse, e dipendenti da un’AZfa Assemblea Italica stabilita in Napoli.

“Molte persone nomina come appartenenti alla sètta di Reggio, tra le quali un certo Agostino Cappelli. Sono da Giardina, per averli inteso da altri, nominati alcuni de’ pretesi membri dell’AZta Assemblea Italica di Napoli, ove dice per bocca di Antonio Toro che lavoravasi il piano della rivoluzione.

“Fa dire a Ramondini che la Società segreta di Bartolomeo fu sorpresa dalla Polizia di Messina, mentre radunata trovavasi nel Convento di San Francesco di Paola, e che tutti fuggirono, tranne esso Ramondini, che fu arrestato.

“Ne’ suoi ulteriori rapporti da’ 23 settembre a due novembre narra che diversi settarj di primo grado avean ricevuto il secondo; che si trattò di stabilirsi un locale per tenersi le adunanze, e che si escluse la casa di Verdinois, e si preferi quella di Sabatelli, perché più al coverto. In questi rapporti nomina una gran quantità d’individui come appartenenti alla Massoneria o alla Carboneria di Messina, di Reggio, di Napoli e vi include fra gli altri il fu integerrimo mons. Grano di Messina.

“Si osservi che nelle infinite cose che Giardina denunzia, egli raramente riferisce cose da lui vedute, ma bensì intese da alcune persone, che va opportunamente mettendo in iscena.

“Tra le altre cose denunzia una riunione solenne tenuta dalla sètta, nella quale furono eletti i Dignitari di essa. Nel giovedì giorno 4 ottobre scrive che pel giorno di sabato 6 ottobre dovessi tener questa adunanza.

“Nel giorno 6 la porta come già tenuta in quella sera, descrivendovi minutamente la funzione e le eseguite elezioni.

“Egli descrive come interveniente a questa elezione il nominato Ramondini; costui però era stato arrestato nella sera precedente de’ 5 ottobre.

“Nel giorno 7 Giardina dice nel suo rapporto che questa unione non si era tenuta nel giorno 6, ma bensì nel giorno 5, e ch’egli per errore aveva ne’ precedenti rapporti indicato quella data.

“Ne’ seguenti rapporti di Giardina da’ 3 novembre all dicembre ’27 prosieguo a nominar moltissime altre persone come appartenenti a Società segrete; parla di un’altra sua gita a Reggio e infinite cose affastella circa la pretesa sètta ivi esistente.

“Parlando della sètta di Messina, annunzia che Sabatelli dovea nel prossimo dicembre portarsi a coabitare coi fratelli [Luigi e Giovanni] Verdinois. Nella sera de’ 16 dicembre descrive una riunione settaria, nella quale fu ricevuto Giovanni Verdinois.

“Ne’ rapporti dal 18 dicembre a 1° marzo ’28 Giardina campeggia in un vasto teatro di cose; parla dell’Aia Assemblea di Napoli, e di più sètte ivi esistenti, della corrispondenza, che mantengono tra esse e con quelle, che suppone in tutte le città d’Italia, espone minutamente la organizzazione di questa Alta Assemblea di Napoli, i travagli che esegue, le riunioni che celebra e nomina moltissimi individui come a quella appartenenti. Svela l’oggetto di questi travagli di Settarj, che facevansi in Napoli, dicendo che talune di queste sètte travagliavano per la Repubblica, altre per la Costituzione, e giunse finalmente all’ardire di porsi in bocca l’augusto nome di S. A. R. Buca di Calabria, asserendo che alcune di quelle sètte aveano la di lui persona per oggetto. Ritorna a parlare della sètta di Reggio, ove alle volte si trasferi il Giardina nel mese di gennaio, e lungo catalogo tesse di persone, che vi erano ascritte, ed espone il modo e le persone, che tenevano la corrispondenza con le altre segrete società.

“Di molti Massoni di Messina dà ancora contezza, non risparmiando il defunto virtuosissimo capitan generale Danero, che come capo e protettore descrive della Massoneria di Messina; parla di una corrispondenza massonica tra Scozia, Marsiglia, Messina e Malta, e di taluni Deputati spediti dall’oriente di Marsiglia a’ Settarj di Napoli.

“Finalmente in molti di questi rapporti parla di un cosi detto pezzo di fornello, che la sètta di Messina si avvisò spedire all’Assemblea di Napoli e ne va narrando la costruzione, le firme e la consegna di esso ad un marinaro per portarlo in Napoli.

“Negli ultimi rapporti scritti dal 10 marzo al luglio ’28 prosieguo principalmente Giardina a nominar con infinite particolarità molti individui appartenenti alle sètte di Napoli.

“Essendosi il nominato Giardina portato in Napoli, ne’ rapporti scritti da colà espone che, arrivato appena, contrae amicizia con que’ Settarj, che lo festeggiano e gli svelano le più segrete cose e gli dicono mille nomi di altri Settarj, e mille altre particolarità su l’istessa materia, essendo stato egli portatore di una lettera di raccomandazione di un settario di Messina ad un altro di Napoli. Riferisce che in Napoli non si era cessato giammai dalle riunioni settarie, e nomina i capi di talune sètte di Napoli, di Gioiosa, di Calabria, di Castellani e di Castellammare. Si dà per interveniente in una riunione settaria tenuta in una bettola di Napoli, nella quale ebbero luogo delle recezioni di nuovi ascritti; parla di Comitati ordinati dall’JZfa Assemblea di Napoli per formare il piano della rivoluzione, e nomina le persone principali, che dirigevano que’ travagli rivoluzionarj.

“Riferisce i larghi discorsi circa a materia settaria, tenuti con taluni principali Settarj di Napoli, esponendo mille particolarità circa i nuovi segni ed il nuovo linguaggio settario e la riconoscenza promessa dall’Aia Assemblea di Napoli colla sètta di Messina, dopo aver ricevuto il cosi detto pezzo di fornello, di cui avea parlato ne’ precedenti rapporti.

“Ritornato in Messina, prosieguo a rapportare cose della stessa natura ed a denunziare gran numero di persone; e tra gli altri tutti gl’inglesi dimoranti in Messina, come fomentatori di partito ed autori di cartelli sediziosi.

“Descrive un pranzo settario; e negli ultimi rapporti riferisce che un Napolitano avea da Napoli recato cartelli in Messina e li avea consegnato a talune meretrici per distribuirli.

“Queste e simili cose contengonsi nei lunghi ed innumerevoli rapporti di Giardina, che il seguirli minutamente stancherebbe qualunque ben esercitata attenzione Il Martinez segue quindi a discorrere delle dichiarazioni dei fratelli Toro, del Ramondini, e di altri; e noi riferiremo anche per intero quest’altra parte della sua difesa, perché proprio su quelle dichiarazioni s’erano appoggiati i giudici nel profferire la loro sentenza.

Il Martinez adunque scrive:

“Due dichiarazioni esistono di Antonio Toro, ohe Giardina fa nei suoi rapporti figurare come uno dei Settarj. La prima in una supplica diretta a S. E. il Luogotenente generale, nella quale sotto la fiducia dell’impunità, che dice essergli stata promessa, dichiara la esistenza di una sètta di Carbonari in Messina, alla testa della quale alloga Sabatelli col titolo di Gran Maestro, fa figurare Pietro Giardina come primo assistente, Littorio Laudamo da secondo assistente, Gregorio Trisohitta da oratore, Giovanni Verdinois da tesoriere e Mario Grimaldi da segretario. Verga un notamento nominativo dei componenti la sètta, che rappresenta come fondata in casa di Giovanni La Guidare; parla di diverse adunanze tenute nella casa di costui, di Coppolino, di Sabatelli; dà conto de’ segni e delle formule, di cui faceva uso.

“Nell’interrogatorio subito da questo imputato tutto cangia in un subito, i Carbonari si trasformano in Patriota, Bartolomeo diviene il fondatore di questa sètta col titolo non più di Gran Maestro, ma di Dittatore; i Dignitarj non sono più quelli da lui nella supplica descritti, ma altri da Giardina nominati, e per farsi uniforme a Giardina parla ora per la prima volta delle sètte di Napoli e di Reggio, della corrispondenza fra esse e del cosi detto pezzo di fornello da Settarj di Messina e per suo mezzo rimesso in Napoli, avendolo consegnato ad un marinajo, di cui non ricorda il nome. Richiesto della ragione di tanto notabile ed istantaneo cangiamento, allegò la confusione delle idee ed il difetto di memoria, assicurando, che la seconda confessione e non la prima contiene la verità.

“In questa seconda dichiarazione Antonio Toro rapporta la propria recezione ne’ primi giorni di marzo ’27 sotto l’ab. Bartolomeo; ma costui nella discussione lo fece interrogare del locale di questa recezione, ed Antonio Toro spiegò essere stato il locale della scuola di esso Bartolomeo nell’atrio della Munizione. Rapporta similmente che verso la fine di febbraio o principio di marzo del ’27 egli intervenne nel posto doganale di Pozzo Leone in quella seduta settaria, nella quale fu ricevuto Ramondini. Finalmente rapporta la sua intervenzione in quella seduta settaria, in cui furono eletti i dignitarj per un giorno di sabato, che corrisponde a 6 ottobre ’27.

“A dimanda di Sabatelli nel dibattimento Antonio Toro negò di aver giammai avuto il secondo grado in Carboneria.

“La stessa condotta del fratello tenne l’altro imputato Pasquale Toro. Esiste dapprima una sua supplica diretta sotto la speranza dell’impunità a S. E. il Luogotenente, nella quale confessando essere stato ricevuto settario da Sabatelli Gran Maestro carbonaro, diverse cose riferisce riguardanti la sètta, e molti criminosi discorsi tenutisi con lui, ed alla sua presenza. Nell’interrogatorio tutto cangia di aspetto, egli si dice ricevuto Carbonaro dall’ab. Bartolomeo, e non più da Sabatelli, e dando vita alla stessa metamorfosi, già operata da suo fratello, si sforza a rendersi uniforme alla denunzia di Giardina.

“A quella dei fratelli Toro succedono le dichiarazioni di Gaetano Ramondini.

“Costui disse nel suo interrogatorio in Messina conoscere la esistenza della sètta dei Patriottij ed alcuni componenti, che nominò; sapere che Sabatelli funzionava da primo Console.

“Per rapporto alla riunione del mese di ottobre ’27, in cui si elessero i dignitarj, disse costui che tale radunanza dovea aver luogo nella sera de’ 5 ottobre e che egli non vi potè intervenire per essere stato arrestato e tradotto in Catania; che egli non avea presentato alla sètta verun individuo per esservi ricevuto e che non conosceva affatto un certo Giovanni Catena, di cui veniva particolarmente domandato dallo Istruttor del processo.

“Nello interrogatorio però subito in Palermo dichiara la sua qualità di spia sin dall’epoca in cui era Direttore di Polizia il signor Cannizzaro, fa discendere la voluta sètta de’ Patriota da un’ altra da lui nominata de’ Sette Dormienti, alla quale egli apparteneva sotto la presidenza dell’ab. Bartolomeo; che, convertitasi la sètta de’ Dormienti in quella de’ Patriota^ fu egli dallo stesso abate invitato ad ascriversi, e che vi fu ricevuto a’ primi giorni del marzo del 1827 al posto doganale di Pozzo Leone, il cui locale minutamente descrive. Riferisce che nel mese di settembre si congratulò con Giovanni Verdinois per avere inteso da Sabatelli, che costui già vi appartenea. Si dà per sopravveniente nell’adunanza de’ 5 ottobre, nella quale si elessero i dignitarj, e confessa avervi presentato un certo Pasquale Catena, e di esservi stato costui ricevuto; dopo di che venne egli arrestato e tradotto in Catania.

“Due dichiarazioni esistono egualmente di fra Paolo Prestandrea, l’una fatta in Messina e l’altra in Palermo. Nella prima disse che Gaetano Longo figlio di Pasquale catanese ed orefice di professione si portò a trovarlo nel Convento sotto li 18 aprile 1827 e gli manifestò di esistere una Società segreta denominata de’ Patriota, della quale facevano parte Luigi Verdinois e Pietro Giardina. Nella dichiarazione però fatta in Palermo dice di essere stato colui Giuseppe Longo figlio di un cavaliere messinese. Nel dibattimento confessò di essere stato colpito di apoplessia e di avere più volte meritato il castigo de’ suoi superiori per la sua irregolare condotta.

“Francesco Pompeo nel suo interrogatorio avea incominciato a dichiarare la sua appartenenza alla sètta de’ Patriota, e raccontando la propria recezione da nessun altro riferita, disse che non prestò giuramento per essere carbonaro antico dell’anno 1820. Ma avendogli il giudice istruttore detto, che gli altri Carbonari dell’anno 1820 avevano prestato il giuramento per divenire Patriota il nominato Pompeo esclamò di non sapere nulla, di essere innocente e quello che sin allora avea detto essergli stato suggerito da Antonio Toro e Ramondini da dietro la porta della sua prigione; invitato a firmare, si negò. Innanzi la Commissione ha ripetuto formalmente che quelle erano suggestioni di Toro e Ramondini, ed egli nulla sapere ed essere innocente.

“Giovanni La Guidara dinnanzi l'Istruttore di Messina fu negativo in tutto ciò che concerne la sètta, confessò però di aver consegnato precedentemente a quell’istruttore una nota di persone, che nella sua bottega avean tenuti de’ discorsi criminosi.

“Lo stesso disse nel suo interrogatorio in Palermo, nel costituto si ritrattò dicendo che quel notamento gli era stato dato dallo stesso Istruttore di Messina, e che con suggestioni, minacce e male arti gli era stata strappata la prima falsa dichiarazione.

“Le dichiarazioni fatte in Messina da Ottaviani, Cassata, Prestigiovanni, Guerci e Spadaro, imputati come scienti della voluta sètta, sono state ritrattate nel costituto. Nel dibattimento han poi dichiarato, che le loro firme furono strappate ed estorte dalle minacce, dalle frodi e dalle insidie loro tese dalle autorità di Messina.(512)

“Tutti gli altri imputati sono stati negativi”.

Stabiliti cosi gli “elementi di fatto, ohe dànno vita al processo”, il Martinez li sottopone ad una minuta analisi della quale riferiremo qualche tratto: “Ho considerato in quanto alla generica, di non aver offerto il processo alcuna prova di carte, documenti, patenti, emblemi, verbali di flagranza, stromenti, o altri reperti di simil natura, che avessero giustificato o fatto fondatamente arguire la esistenza e l’organizzazione della sètta in parola, o molto meno di essere stata la stessa in corrispondenza con le altre Assemblee, ohe si disse essere sparse nel Regno e nello Estero ancora....

“Non essendo stati i suoi (di Giardina) rapporti ripetuti e confermati innanzi una autorità giudiziaria ed avvalorati con la solennità del giuramento, non possono riguardarsi che come indizj ad aprire un procedimento, non giammai a stabilirvi una tale fede da poterci riposare la morale convinzione del giudicante.

“Che i detti del delatore Giardina presentano una colluvie di contradizioni, di inverosimiglianze e di fatti smentiti, e ciò anche in confronto ai detti degli altri correi da lui nominati”.

Seguono le prove di queste contradizioni e le conferme degli “slanci della fantasia n del Giardina, delle “manifeste invenzioni” di lui, della “dubbietà” e dei “mendacj, che offrono i suoi rapporti e che portano a credere, indipendentemente dalle oontradizioni che contengono, di non essere vere le unioni e le confidenze con i settaij”.

Il Martinez continua quindi a distruggere le rivelazioni dei Toro, le prime delle quali crede “inventate per l’oggetto di ottenere la concepita libertà, e le seconde essere state in altra guisa regolate, per che suggerite dalla necessità e quindi dall’obbligo di dover corroborare i detti del Giardina”. Nota poi le contradizioni del Ramondini; dice che “dalle deposizioni degli altri coimputati, di fra Pietro Paolo, di La Guidara, di Pompeo, di Ottaviani, di Spadaro e di qualche altro non si raccoglie che cose vaghe e fatti niente concernenti a stabilire la esistenza della sètta organizzata e vi si trova una perfetta difformità sulle essenziali circostanze riferite da Giardina, dai Toro e da Ramondini”.

Esclusa dunque la esistenza della sètta, “perché tale convinzione viene contrastata da fatti precisi ed irrevocabili,” “è per altro giustificabile la presunzione di essersi tenuti discorsi tali, niente essendo di più facile che Giardina e Ramondini, spie dichiarate, avessero cercato di andar tentando le persone, procurando di sedurle, e tenendo loro dei discorsi criminosi, ai quali è probabile che gl’individui, a cui quei discorsi teneansi, si fossero spinti a rispondere nel tenore medesimo”.

Ecco ora alcune osservazioni, che stralciamo dal “voto ragionato” del colonnello Filippo Cella.

Egli comincia dal dichiarare che “la prima ricerca critica, che deve occupare la intelligenza del giudicante, onde basare sul fatto il suo morale criterio, deve versarsi sul carattere morale de’ dichiaranti, e sulla qualità altresì con la quale figurano in processo,” ed afferma che “pel carattere morale e per quello con cui figurano nel giudizio, nessuno dei nominati individui (Giardina, Ramondini, fratelli Toro, fra Pietro Paolo Prestandrea e La Guidara) merita la intera fiducia del giudice....

“Che Giardina, essendo col carattere d’impiegato nella Regia stato destinato in Messina a sorvegliare, spiare e riferire gli andamenti di quegl’impiegati, precisamente in fatto di opinioni politiche ed unioni settarie, manifesta disvelato l’aspetto di colui che vuol farsi strada, a traverso la rovina d’infinite famiglie, ad una brillante fortuna, e con questo divisamente distende una serie di rapporti, ne’ quali spinge tant’oltre la sua penetrazione sino a discoprire sètte e settarj, non che in Messina, nelle Calabrie, in Napoli, in Italia ed in Francia, ma sin nelle lontane regioni dell’ultima Scozia.

“Che Ramondini è stato chiarito spia di mestiere, e quindi degradato nella fede de’ proprj detti.

“Che fra Pietro Paolo è stato conosciuto per imbecille ed accidentato; che i due fratelli Toro e La Guidara finalmente a traverso delle loro contradizioni han fatto travedere il disegno di coadjuvare alla grand’opera architettata dal Giardina” ecc.

Il Procuratore generale del Re presso la Commissione Suprema pei reati di Stato Giuseppe Salluzzo, rimettendo al Luogotenente generale i pareri dei suddetti giudici, li faceva seguire da alcune osservazioni, affermando, per es., che nella relazione del Martinez i rapporti del Giardina non erano stati” riferiti con quella ingenuità come si leggono, in modo che stravisati si presentano, onde far nascere sinistre prevenzioni per ottenersi conseguenze non giuste”. E continua a confutar caviliosamente l’opera coraggiosa dei due giudici; ma noi non istaremo a seguirlo nella sua diatriba.

Questo rapporto del Salluzzo è in data del 17 settembre 1830; ma già fin dal 5 giugno il Marchese delle Favare, inviando copia della sentenza al Ministro di Grazia e Giustizia marchese Tommasi, s’era mosso a domandare la grazia dei condannati, scrivendo quanto segue: “Or io, avendo riflettuto sull’insieme dell’affare, ho considerato che, sebbene questa sètta sia stata istituita dopo che molte altre se n’erano scoperte e punite in Messina, dopo ch’era intieramente ristabilito e consolidato l’ordine pubblico, anzi dopo il felice avvenimento di S. M. il nostro augusto Sovrano al Real trono, tuttavia è anche da calcolarsi che la maggior parte di questi sciagurati erano dei giovinastri disaccorti, i quali furono sedotti e trascinati dai perfidi suggerimenti dell’abate Bartolomei, soggetto immorale, di pravi e perversi principj, il quale avea manifestato i suoi criminosi sentimenti nell’infelice epoca del 1820. Fra i giovinastri sedotti deve anche includersi Sabatelli, sebbene, per onor del vero, bisogna convenire che fu molto esaltato e caldo nei principj anarchici e che dopo l’arresto del Bartolomei ebbe la temerità di mettersi alla testa della sètta sotto il titolo di Dittatore. Attesa adunque la giovanile età della maggior parte di questi colpevoli, la circostanza di essere stati sedotti e trascinati al reato dai criminosi suggerimenti del Bartolomei e forse di qualche altro soggetto invecchiato nei principj rivoluzionarj, ma troppo accorto per rendere inaccessibili alle prove giudiziarie le sue nere pratiche, ed in considerazione ancora delle fauste nozze della dilettissima Principessa figlia di S. M. il nostro augusto Sovrano con S. M. Cattolica,(513) io credo opportuno d’interporre a prò di questi sciagurati la sovrana clemenza di S. M. illimitata ed instancabile verso i suoi sudditi anche traviati. Molto più meritano la sovrana indulgenza quelli, che furono condannati per sola scienza e non rivelamento della sètta. L’essersi costoro negati a far parte della sètta e la lunga carcerazione sofferta sono cir costanze degne di benigna considerazione, anche giusta l’avviso del Procuratore generale presso la Commissione Suprema, come rileverà meglio dalla copia del suo rapporto. Sopratutto però debbo richiamare la sovrana indulgenza verso i fratelli Antonino e Pasquale Toro. Costoro, ravveduti del loro fallo, si abbandonarono intieramente alla sovrana clemenza, mi fecero supplica in cui mi espressero che sotto la speranza della sovrana commiserazione volevano manifestare la verità, io rimisi la loro supplica alla Commissione Suprema ed essi, mantenendo la loro promessa, confessarono candidamente e senza nessuna reticenza la loro reità e tutto il nesso dell’affare. Con ciò dimostrarono non solo un ravvedimento delle loro colpe, ma resero ancora un servizio importantissimo alla Giustizia ed allo Stato, perché rischiararono molte cose e molti dettagli, i quali servirono di tracce più sicure per conoscere in tutta l’estensione la sètta e le sue ramificazioni e corroborarono altronde colle loro confessioni questa difficilissima prova. Dopo la scoperta di tante sètte, i colpevoli di questa sorta di reati combinano con tant’arte e con tante precauzioni le loro riunioni, escludendo le carte, gli emblemi e tutti gli oggetti, i quali potrebbero servire di convinzione, che non possono altronde essere convinti se non che colle confessioni dei loro stessi complici. Se adunque non si accorda una qualche indulgenza a coloro, i quali sono i primi a confessare la loro reità ed a porre in chiaro le trame dei settarj formate nelle tenebre ed inviluppate di mille cautele ed artifizj, molto più quando han fatto le loro dichiarazioni sotto la speranza della sovrana clemenza, non si arriverà mai a provarsi giuridicamente questa sorta di misfatti. Per queste validissime considerazioni dunque e per una certa specie di buona fede io imploro dalla sovrana commiserazione la libertà assoluta dei fratelli Antonino e Pasquale Toro”.

Di altri dichiaranti chiedeva la grazia il procurator generale Salluzzo con questa sua lettera al Favare: “Uno fra gl’imputati non di complicità settaria, ma di scienza e non rivelamento della medesima, nel periodo che la legge accorda alla rivelazione, per nome fra Pietro Paolo Prestandrea, merita di essere particolarmente conosciuto dalla E. V. per la eroica fermezza, che mantenne nel sostenere la verità della sua confessione, della quale tanto si è giovata la convinzione de’ Giudici nel condannare i colpevoli. Vessato il medesimo per ritrattare la propria confessione, non ascoltò mai le loro preghiere; e venuto in contradizione nella discussione della causa convinse i suoi avversarj, e fece tacerli in modo che persuase ognuno della verità della sua dichiarazione e dell’ingiusto impegno, in cui erano entrati gli accusati di far scomparire questa prova brillante della loro verità.

“Non hanno gli altri quattro condannati per lo stesso reato di reticenza Spataro, Ottaviani, Guerci e Cassata l’egual merito di fra Pietro Paolo, poiché, sebbene avessero fatte le loro confessioni, che utilizzarono assai la prova del processo, pure sentirono ed accolsero le preghiere de’ Settarj nel ritrattare le proprie confessioni. La loro debolezza messa al paragone del servizio da essi medesimi reso alla giustizia mi sembra scusabile, che se nell’applicazione della pena si fosse conservata quella misura di moderazione, che io giudicai dimandare nelle mie conclusioni, nulla avrei avuto a dire in lor vantaggio; ma poiché in questa parte si eccesse in rigore in confronto anche delle altre considerazioni contenute nella sentenza tutta, non è parsomi indegno del mio ministero rassegnare alla E. V. che le loro confessioni mi apprestarono gravissimo e forte sostegno nell’arringa, onde conchiudere la colpabilità degli accusati. Questa facilitazione mi obbliga a presentarli alla E. V. come meritevoli di retribuzione se non nel liberarli di ogni pena, almeno per scemar loro l’ingiusto rigore”.(514)

Il Re commutò la pena al sac. Bartolomeo e al Sabatelli (515) e fece altre concessioni di grazie a tutti gli imputati. (516)


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Cap. XI

L’insurrezione del 1° settembre 1831

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In Palermo La rivoluzione francese del luglio 1830, la quale fondava una vera monarchia rappresentativa e inalzava al trono Luigi Filippo d’Orléans, amico dei liberali d’ogni paese, suscitò grandi speranze nelle oppresse popolazioni d’Europa, le quali subito dopo nel Belgio e in Polonia e, un po’ più tardi, nella Spagna e nel Portogallo, cercarono di seguire l’esempio della Francia. I liberali italiani, ch’erano uniti al nuovo Re per segreti maneggi, illusi che il loro grande amico e protettore si sarebbe opposto colla forza all’intervento dell’Austria nei moti della Penisola, cominciarono ad agitarsi. Alla morte del papa Pio VIII (novembre 1830) insorgeva infatti Roma, e poco dopo il movimento, represso in quella città, si propagava nelle Romagne, nelle Marche e nell’Umbria (febbraio 1831). L’insurrezione fu soffocata nel sangue; ma l’eroico martirio di Ciro Menotti segnò ancora una tappa di più verso il giorno della redenzione d’Italia.

Nelle Due Sicilie, stanche del lungo soffrire, la ascensione al trono di Ferdinando II (8 novembre 1830) fu salutata come l’alba di tempi nuovi. L’ardito proclama del giovine Re ebbe una ripercussione in tutti i cuori, che videro inaugurarsi un’era di prosperità e di giustizia. Oggetto di speciale commento dovettero essere le seguenti parole, che parvero una critica franca e coraggiosa all’opera del padre e dell’avo: “Iddio vuole che il nostro Regno sia un Regno di giustizia, di vigilanza e di saviezza.... Faremo tutti gli sforzi per rimarginare quelle piaghe, che già da più anni affliggono questo Regno.... Noi non ignoriamo esservi in questo ramo (detta Finanza) delle piaghe profonde, che devono curarsi, e che il nostro popolo aspetta da noi qualche alleviamento dai pesi, ai quali per le passate vertigini è sottoposto”. L’entusiasmo popolare non ebbe più freno, quando si videro espulsi dalla reggia tutti gli intriganti e scroccato che vi avevano spadroneggiato per tanto tempo, mentre per converso si scemavano notevolmente le pene ai condannati politici.(517)

In Sicilia poi, e specialmente in Palermo, che aveva dato i natali al Re, si credette vedere i segni della sua particolare predilezione, quand’egli, come suo primo atto di governo, ordinava l’espulsione del temuto Marchese delle Favare, affidando provvisoriamente la carica di Luogotenente generale al marchese Vito Nunziante, al quale doveva succedere il giovine Leopoldo conte di Siracusa, fratello del Re. Il Senato, il Magistrato Supremo di salute pubblica, l’intendente di Palermo ecc. si affrettarono a mandare indirizzi di ringraziamento al Sovrano. L’Intendente scriveva: “Il primo atto del Governo della M. V. riempie d’immensa gioja i petti di tutti i Siciliani. La destinazione di un suo Reale Fratello alla carica di Luogotenente generale nella nostra Isola appaga gli ardenti generali desiderj. La presenza di un Real Personaggio ravviverà la sorte della Sicilia, e sarà la sorgente di altre più solide prosperità. La città di Palermo ha la gloria di aver dato la cuna alla M. V. Le dichiarazioni contenute nel manifesto, che si è degnata dirigere ai suoi. popoli, assicurano alla Capitale ed all’Isola intera un lieto avvenire”.( (518)

Il Conte di Siracusa giunse in Palermo il 10 marzo 1831, accolto con grandi feste dal popolo, (519) il quale rinnovò le sue dimostrazioni di giubilo nel luglio dello stesso anno per la venuta del Re, che fece un rapido giro per l’isola. “L’entusiasmo del popolo — si legge nel Giornale del Regno delle Due Sicilie — fu tale da sorpassare quanto immaginar si potrebbe dalla più fervida fantasia”. (520)

Il grande fermento democratico, che agitava allora l'Europa, la presenza di un principe de] sangue, la venuta del Re parvero occasione favorevole ai liberali di Palermo di mettere in esecuzione il loro costante desiderio, domandando la separazione della Sicilia da Napoli sotto un principe reale e la Costituzione francese, eh’ era di moda in quel torno di tempo. All’ardente immaginazione meridionale doveva sembrare di non troppo difficile attuazione quel disegno: giovanissimo e siciliano e pronto ai nobili entusiasmi era, o sembrava, il Re, il quale non poteva mostrarsi contrario all’autonomia dell’isola, alla quale già con decreto del 4 gennaio aveva concesso quasi l’indipendenza da Napoli.

Ben presto, guidata da tali intenti, si organizzò in Palermo una cospirazione. “Questa sètta — dice G. De Pasquali, che scriveva venti anni dopo gli avvenimenti ed è, che noi sappiamo, la più antica testimonianza di fonte liberale — era un avanzo di Carboneria, che veniva trasformandosi a misura che le tendenze dei liberali assumevano un’altra forma: se non che l’idea dell’indipendenza da Napoli, tradizionalmente vagheggiata e ricevuta in quell’isola, stava sempre a capo di ogni aspirazione”.(521)

Qual era l’estensione della congiura? “Più che duemila persone — scrive il De Pasquali — quasi tutti artigiani, furon messe a parte dell’ardito disegno (522) Carmelo Monti Di Marco fa ascendere a seicento il numero dei cospiratori, tra i quali erano anche dei militari; (523) Giuseppe Maniscalco, uno dei complici, l’indomani del suo arresto dichiarava, come vedremo, che i suoi compagni sommavano a mille.

La cospirazione doveva dunque avere una certa estensione; del resto era nell’animo dei congiurati che bastava appena dare il segnale della rivolta perchè il popolo fosse con loro.

Ma era il Conte di Siracusa consapevole delle mire dei cospiratori? Nelle carte della Polizia, inutile dirlo, non c’è l’ombra d’una qualsiasi relazione tra lui e i Carbonari; anzi, come vedremo, la Polizia e la Commissione militare si affaticarono a dimostrare come l’insurrezione, scoppiata il 1° settembre, non avesse alcun significato politico. Il De Pasquali e il Monti Di Marco non fanno alcuna menzione del Conte; il Sansone scrive: “Le Vendite (di Palermo) aspettavano un’occasione qualsiasi per insorgere, per fare della Sicilia uno Stato autonomo con a capo forse Don Leopoldo”;(524) più esplicitamente si esprime il Chiaramonte, secondo il quale il Conte di Siracusa “apertamente cospirava con alcuni liberali per soppiantarlo (il fratello Ferdinando II) e proclamare l’indipendenza dell’Isola”.(525) Questa opinione era almeno assai diffusa in Palermo e la troviamo registrata in molti scrittori del ’48; certo è che, quattro anni dopo, per tali sospetti, il Conte di Siracusa fu richiamato a Napoli “senza complimenti (526)

La rivolta doveva scoppiare nel luglio 1831, durante le feste di Santa Rosalia, mentre il Re trovavasi in Palermo. Uno degli arrestati, Giuseppe Maniscalco, cosi narrava il 3 settembre al Direttore generale di Polizia duca di Cumia l’origine e lo scopo della cospirazione:

“Egli disse — scrive il Cumia — che sin da quattro mesi addietro un certo Domenico Di Marco, fonditore di campane, e che è stato impiegato da guardia nella Regia e nelle gabelle dei dazj civici, gli confidò che vi era in Palermo un partito di circa mille persone, combinato in modo da non conoscersi individualmente; le quali avrebbero nelle prossime feste di Santa Rosalia sconvolto l’ordine pubblico ed obbligato il Re a proclamare la Costituzione ed indi a firmare una carta. Il Di Marco invitò il dichiarante ad entrare in quella macchinazione: e, imbattendosi in lui alcuni giorni prima delle succennate feste, lo avverti che la rivoluzione non sarebbe più accaduta nel corso delle medesime, ma in altro tempo non ancora fissato”.(527)

Alcuni giorni dopo il Maniscalco faceva aggiunte e rettifiche alla sua dichiarazione, affermando che quattro mesi addietro era stato a trovarlo il Di Marco, che gli parlò “della miseria de’ tempi, e quindi aggiunse che conveniva ragunare persone onde rivoltarsi ed ottenere in tal modo la Costituzione, ad esempio di ciò che si era fatto in Francia ed in altri paesi. Egli disse di più che travagliava allora con varj compagni in questa faccenda; che persone grandi li proteggevano, e che sarebbero stati pel momento sufficienti cento, al più dugento individui, poiché, scoppiata la rivoluzione, tutti vi avrebbero preso parte, essendo quasi tutti miserabili e malcontenti.... Prima che fossero arrivate le feste di Santa Rosalia, il Maniscalco venne altra volta di sera alla bottega del Di Marco; e costui gli confidò allora che si aspettava in Palermo Sua Maestà il Re Nostro Signore; e che, profittando di questa occasione, si pensava di sorprendere in una sera di quelle feste la M. S. e di obbligarla con mezzi coattivi a dare la Costituzione ed a firmare altresì una carta, per la quale sarebbe la Sicilia discaricata di tanti dazi. Essi quindi fissarono di rivedersi per la sera antecedente al primo giorno della festa. Si rividero di fatti, e l’appuntamento fu trasferito alla sera susseguente”. Ma alla sera susseguente, “i compagni aveano presa la risoluzione di sospendere ogni cosa, poiché era stato arrestato dalla Polizia Antonino Faja, a cui erano associate molte persone di coraggio, che sarebbero con quello mancate all’esecuzione; e si giudicava oltre a ciò che, essendo maggiore in quel tempo la vigilanza anche dal canto della truppa, sarebbero stati facilmente sorpresi nel punto della loro riunione armata”.(528)

La rivolta dunque fu differita. “Negli ultimi giorni dello scorso agosto — scrive sempre il Direttore di Polizia — passando il Maniscalco per più volte avanti la bottega del mentovato Di Marco, aveva osservato che vi erano sempre in quella delle persone riunite; e, volendo conoscere il motivo, vi entrò, e seppe dal Di Marco che si parlava tra quelle della rivoluzione, la quale sarebbe stata ben presto seguita”. (529)

Infatti il 31 di quello stesso mese il Di Marco dette al Maniscalco appuntamento per la sera del 1° settembre nella fossa di Sant’Erasmo, “ad oggetto di risolversi se fosse il caso di eseguire per la sera stessa la rivoluzione, ed in qual modo; e il Di Marco soggiunse che già si erano raccolte più di trecento persone, che non vi era affatto timore di cattivo successo, e che sarebbe stato ucciso dagli stessi compagni chiunque fosse mancato allo appuntamento”. (530)

A mezz’ora di notte il Maniscalco si fece trovare nel luogo designato, dove vide raccolte una ventina di persone. C’erano Domenico Di Marco, “nipote di quei due fratelli Di Marco, i quali sul principio dell’anno 1822 si scopersero implicati nella nota congiura di Meccio”; Gioacchino Rammacca, che “si trovava in carcere allorché anni addietro vi si scoperse il tentativo di una mina ed altri sediziosi complotti e fu tra gl’imputati ascritto”; Felice Fiorenza, che aveva avuto parte “nei disordini del 1820”; Giovanni Bruno, sospetto complice di Meccio,(531) ed altri indiziati politici. Tranne un medico, erano tutti popolani ed esercitavano i mestieri più svariati: fonditori di campane, fabbriferrai, conciapelli, fornai, fruttivendoli, stagnini ecc., oltre alcune guardie daziarie.

“Si cominciò allora — racconta il Maniscalco — a parlare del modo di eseguire la rivolta, e i mentovati Di Marco, Gardella, Rammacca e Sarzana, che facevano da capi in quella riunione, proposero che si dovesse entrare in città e spargere il terrore, scaricando delle fucilate; che si dovessero assalire le ronde di Polizia e massacrarle, uccidere parimente il Direttore, i Commissarj e gl’ispettori di Polizia; che si dovesse gridare per le strade: Viva il Re, viva la Costituzione, ed invitare il popolo a seguirli; che riuniti tutti si dovesse indi sorprendere la Gran Guardia, disarmarla ed aprire le prigioni della Vicaria; che, accrescendosi cosi il numero delle persone, si dovessero impadronire del Forte del Castellammare e liberare al tempo stesso i condannati dell’Arsenale; e dopo tutto ciò assalirsi le case delle persone ricche e possidenti: conchiudendo che in tal modo otterrebbero la Costituzione e si sgraverebbero dei dazii. Non essendo tutti armati si stabili di disarmare i custodi della caserma del Ponte delle Teste, e quelli di Porta di Termini prima di entrare in città. Si parlò pure del numero delle cartucce, e siccome Rammacca e i due individui, ch’erano venuti in sua compagnia, ne avevano una certa quantità, questa fu distribuita a tutti, e, risultando insufficiente, furono alcuni spediti a provvedersene.(532)

Collo stesso pretesto si allontanò poco dopo dalla comitiva Giovanni Di Marco; e, poiché costoro più non tornavano, ed erano già suonate le ore due, si determinò quindi di dar principio senza di essi alle operazioni, e si avviarono, com’crasi stabilito, alla caserma del Ponte delle Teste”. (533)

La Polizia però vigilava; poiché la mattina di quel giorno per una denunzia aveva avuto notizia dei fatti, che si dovevano svolgere la sera. È lo stesso Direttore a narrarlo in un suo rapporto del 2 settembre: “Ieri mattina una denunzia mi fu fatta ne’ sensi che sarebbe succeduto un disordine in questa città al termine del Teatro, e richiesto il denunziante come ciò fosse pervenuto a sua notizia, disse solamente di esserne stato avvertito dal sopraguardia Angelo Bandina, a cui lo avea confidato Francesco Tornatore, dal quale gli era stato anche detto che avrebbe avuto parte in quel disordine un certo Salvatore Ajello.

“Di simili denunzie se ne hanno quasi tutt’i giorni; e sebbene sieno per la maggior parte sfornite di ogni appoggio, tuttavia non si lascia di adoperarvi quelle indagini e quelle precauzioni che il caso può esigere; difatti, intesa jeri quella denunzia, io disposi tosto che si arrestassero i tre sopradetti Randina, Tornatore ed Ajello, e subito che furono in carcere volli anche prontamente interrogarli, ma si mantennero essi del tutto negativi; sebbene infine la denunzia non avesse potuto riferirsi alla sera di jeri, in cui non vi era Teatro, io stimai conveniente di prevenirne i Commissari, acciocché vigilassero attentamente sulla custodia de’ rispettivi quartieri, e, fatta aumentare in alcuni punti la forza della Polizia, ordinai ancora che i soldati delle Compagnie d’armi, i quali si trovano qui attualmente, avessero perlustrato i circondaij esterni della città. Di tutto ciò aveva io jeri sera informata l’E. V. — il rapporto è diretto al cav. Mastropaolo — ed ebbi il piacere di vedere approvate dalla sua superiore saviezza le disposizioni da me date”.(534) Furono eseguiti ancora altri arresti di “molte persone sospette, fra le quali quello interessantissimo di Antonino Faja”.(535) Pare che ciò abbia spinto i congiurati “a non protrarre l’ora della riscossa, come n’aveano d’uopo”.(536)

Mentre la comitiva, preseduta dal Di Marco, radunavasi nel piano di Sant’Erasmo, in altri punti della città altri congiurati tenevansi sull’avviso.

“Gli uomini d’azione — scrive il De Pasquali — erano stati distribuiti per modo, che da ciascuna delle quattordici porte, che dànno adito alla bella e magnifica città di Palermo lungo le mura che la ricingono, irrompessero per diverse vie, e, percorrendone le principali, si concentrassero nel cuore della città dopo aver sparso dovunque l’allarme e riunito il popolo nelle file degl’insorgenti. Assalire i quartieri e venir alle mani colla soldatesca, deporre le autorità civili e militari, proclamare la indipendenza e la libertà del paese: era questo il disegno (537)

Si doveva dar principio alla sommossa — secondo una tradizione tuttora esistente — verso la mezzanotte, ora in cui tutte le campane della città suonando a stormo avrebbero commemorato il tremuoto, che nel 1726 danneggiò considerevolmente Palermo. La notte era già alta, quand’ecco le campane della chiesa di Montesanto vicina alla piazza della Fieravecchia (oggi della Rivoluzione) cominciano a suonar le Quarantore. Ingannati da quel suono, che scambiarono pel segnale convenuto,(538) il Di Marco e i suoi compagni abbandonano la fossa di Sant’Erasmo e al grido di: Viva il Re, viva la Costituzione, vira Santa Rosalia! si dirigono verso la città.(539)

Al ponte delle Teste e a porta di Termini disarmarono le guardie daziarie e doganali e il Di Marco” assicurò i compagni, che, entrando in città, avrebbero trovato ad ogni punto delle persone del partito preparate a sostenerli in quell’impresa. (540)

Varcata appena porta di Termini, misero in fuga una pattuglia di Polizia, che scendeva dalle mura della Pace; procedettero quindi verso la Fieravecchia, dove ferirono l’ispettore di Polizia Stefano Romano e parecchi individui, “che per disavventura in quella piazza si trovarono”. Alla Fieravecchia dovevano far capo gli altri congiurati; ma gl’insorti non trovarono alcuno; onde non lasciarono — si legge nella sentenza di morte —( )di manifestare a tutti ad alta voce la loro insana meraviglia per non vedersi da alcuno secondati, e rimproverarono con diaboliche imprecazioni tutti i pacifici cittadini, che al loro avvicinarsi chiudevano le porte (541)

Tuttavia non si perdettero d’animo; trascinarono seco un facchino e un fruttivendolo e imboccarono la via dei Ointorinai, ove, incontratisi col chirurgo Pietro Marino, “satellite borbonico e scellerato quanto mai, volevano costringerlo a dar indietro, temendo che andasse ad avvisare il comando generale dell’armata o la prefettura”.(542)

Il Marino si oppose alla intimazione, ma una fucilata lo stese morto al suolo.( (543) Le strade continuavano ad esser deserte. “Arrivata indi la comitiva nella via Toledo, e precisamente nel punto della Madonna del Cassero, il Di Marco si dolse bestemmiando di non trovare in quel luogo i suoi partigiani”.(544)

Attraversato il Toledo, presero per via della Loggia, “invitando e cercando sempre, sebbene indarno, compagni al loro reo disegno, ed obbligando i pacifici cittadini ad unirsi con loro”. Ma le voci degli insorti si perdevano nelle vie solitarie; gli altri congiurati, o perché non fosse realmente giunta l’ora designata ed essi ignorassero che s’era già dato principio all’insurrezione, o perché non avessero fiducia nel successo, non si fecero per nulla vivi. Alcuni cittadini, costretti a seguir la comitiva del Di Marco, come il barone Pisani, un Amari e il sarto Giovanni Chiappa, approfittando della confusione si dileguarono rapidamente nelle tenebre. (545)

In piazza del Garraffello gli insorti ebbero una scontro con due pattuglie di Polizia, che misero in foga, dopo aver ferito mortalmente il lanterniere d’una di esse ed aver fatto — nota la sentenza di morte — “saltare il cappello al condottier” dell’altra! “Ripeterono le voci sediziose di rivolta e di costituzioner ma quivi pure non trovarono seguaci, né i loro tentativi ebber miglior successo”.(546)

Per piazza Caraccioli ritornarono in via Toledo, entrarono in un caffè, cercando invano aderenti alla loro causa, infilarono via Schioppettieri, dove presero d’assalto alcune botteghe d’armieri, e si ridussero in via Calderai. Qui si divisero in due frazioni, una delle quali si volse a dritta col proposito di assalire il Commissariato di Polizia di là poco, distante; ma, essendosi incontrata poco dopo coll’agente Pasquale Virzi, che voleva opporre resistenza, ed avendolo ucciso, ritornò sui propri passi e si andò a riunire coll’altra frazione, che scendeva a sinistra verso il piano Airoldi. Anche qui gli insorti ebbero uno scontro con una Compagnia d’armi; poi, per una serie di vicoli, si ridussero sotto l’arco di Cutò, entrarono a rifocillarsi in un’osteria di quei pressi; quindi assalirono e disarmarono le guardie daziarie e doganali a porta Sant’Agata e alla caserma della Filiciuzza e si condussero in ultimo alla Guadagna, e propriamente nel piano di Romano.(547)

“Tutti questi fatti — scrive il Direttore di Polizia — avvennero nello spazio d’un’ora e mezza, da poiché alle ore 4 ¼ della sera la comitiva era già fuori della città.

“Io fui sollecito a rapportare il tutto all’E. V. — cioè al Mastropaolo — per apprendere i suoi superiori ordini. Unitomi quindi col generale Tschudy, si dispose che la truppa di concerto colla Polizia avesse percorso la città, onde riassicurare gli animi degli abitanti, e di rimettere la quiete nei luoghi pubblici.

“Venti soldati d’armi furono al tempo stesso spediti in sequela della comitiva, ed il colonnello Statella con due Compagnie de’ suoi Cacciatori si accinse pure alla persecuzione di que’ malvagi.

“Tutta la notte io restai vigilando polla città; e a prevenire qualunque ulteriore tentativo feci particolarmente provvedere alla custodia delle Gran Prigioni, essendosene rinforzate le guardie, e muniti di sentinelle tutti i corridoj ed i luoghi all’uopo più adatti”.(548)

Intanto gli insorti nella stessa notte spedirono quattro di loro nella città a prender notizie, ed essi, sotto una pioggia dirotta, andarono a nascondersi tra i frassini di Chiarandà, dove stettero inutilmente ad aspettare il ritorno dei loro amici. L’indomani a mezzogiorno inviarono altri due della comitiva a provvedere un po’ di cibo, e tennero quindi consiglio sul da fare. Furono vari i pareri il Di Marco, “più di tutti temerario”, proponeva di “ritornare in Palermo ed abbandonare alla ventura i risultamenti di questo nuovo forsennato tentativo”.(549) Intanto s’era scatenata una vera tempesta; (550) mancavano notizie della città, onde si comprese che conveniva dividersi e che ognuno, essendo già ogni speranza perduta, pensasse alla propria sicurezza.(551)

Nascosero quindi le armi in una casa colonica e si separarono, ritornando alcuni in Palermo, altri spargendosi per le campagne.

Per quel giorno, 2 settembre, la città non mostrò in alcun modo di voler secondare gli insorti.

“La tranquillità pubblica — scriveva quello stesso giorno il Direttore di Polizia — si è perfettamente conservata tutt’oggi, e, tranne un momentaneo allarme accaduto questa mattina per una falsa voce corsa dell’uscita de’ carcerati, in vista di che i posti di guardia chiamarono all’armi, e si chiusero le botteghe, quando io venni prontamente a farlo conoscere a S. A. R. in presenza dell’E. V., nient’altro ha turbato la quiete di questi abitanti”. (552)

Il giorno dopo, 3 settembre, il Ministro segretario di Stato cav. Antonio Mastropaolo con un avviso a stampa lodava, in nome di S. A. R., “la lealtà e la fermezza della buona popolazione” di Palermo, la quale, “sebbene indotta con tutti i mezzi della violenza e della seduzione, a concorrere al disordine, si era tuttavia mantenuta in un contegno ammirevole; per lo che quella banda di malviventi, delusa nelle sue folli speranze, ed incalzata dalla forza pubblica, si era dispersa con dispetto e con disonore, attendendo la pena del suo audace attentato”.

La Polizia, che non aveva saputo prevenire o sedare l’insurrezione, si dette ora con tutta attività all’arresto dei colpevoli. Il 4 settembre prometteva un premio di onze trenta (L. 382,50) a chi avesse saputo indicarle dove si trovasse “asilato” il Di Marco; a 1’8 dello stesso mese portava a cento onze (L. 1275) la taglia pel Di Marco e prometteva metà di questa somma per l’arresto d’uno dei tre “principalmente implicati nel disordine” del 1° settembre: Gioacchino Rammacca, Girolamo Cardella e Salvatore Sarzana.(553)

In breve tutti i ribelli, eccetto il Rammacca,(554) furono arrestati; il Sarzana oppose una fiera resistenza alla forza pubblica;(555) Vincenzo Di Raffaele, medico,. “nel punto che la Polizia stava per arrestarlo”, prese del veleno, (556) ma non ebbe la ventura di morire.

Il Di Marco cercava di ricoverarsi all’estero; ma la sera del 15 settembre, quando la Polizia ne aveva perduto le tracce, il Commissario del Palazzo Reale si accorse che la madre di lui, la quale abitava a poca distanza nel largo dei Santi Quaranta Martiri, “si affacciava al balcone, spiando i movimenti della forza; e questa osservazione era stata fatta anche da un soldato della pattuglia”. Furono quindi inviati a perquisire la casa del Di Marco due Ispettori, i quali ebbero a notare che “in un camerino contiguo ad una seconda stanza erano due letti, e che le coperte di uno di essi erano tirate sino a terra. Alzatele quindi si trovò occultato sotto a quel letto, e interamente ignudo, il tanto ricercato Domenico Di Marco, che fu immediatamente arrestato.... tradotto nelle Gran Prigioni ed ivi chiuso a camera separata”.(557)

Fu arrestato anche il padre del Di Marco, a nome Onofrio, ch’era a letto ammalato e pochi giorni dopo moriva in carcere.(558)

La Polizia aveva compreso subito che l’insurrezione aveva un carattere schiettamente politico, come bastava ad indicarlo il solo grido di Viva la Costituzione, e che forse la comitiva partita da Sant’Erasmo non era che l’avanguardia di un esercito, che però non s’era fatto vedere; ma era necessario presentare gli insorti come un branco di ladri, per non compromettere il Luogotenente generale e quelle “persone grandi, che li proteggevano”, e che evidentemente erano rimaste dietro le quinte. E il Direttore di Polizia cosi formulava il 2 settembre il suo primo giudizio sull’avvenimento: “Sino a questo momento pare, che non si possa formare altro concetto sull’avvenuto se non che quello di essersi voluto eccitare da que’ forsennati un disturbo col disegno forse di una facile rapina; ed è pur troppo («ic) da notarsi, che, malgrado una eccitazione di tanta veemenza, la popolazione di questa città si mantiene salda ne’ limiti del dovere e dell’ordine, e neppure uno vi fu che avesse eccesso e che si fosse unito agli aggressori con qualunque siasi fine”.(559)

L’accenno dubitativo alla “facile rapina”, come unico scopo degli insorti, diventa certezza assoluta nei posteriori rapporti del Direttore di Polizia, il quale. nelle sue minutissime relazioni dal 2 al 13 settembre tace d’altra parte del grido di Viva la Costituzione, emesso dai ribelli, e non lo dichiara che più tardi, quando n’è espressamente richiesto dai suoi superiori.(560)

S’avviava intanto con tutta sollecitudine l’istruttoria del processo; Giuseppe Maniscalco affermava in modo esplicito lo scopo politico della rivolta; e dichiarazioni nello stesso senso facevano altri detenuti, mentre i più di essi mantenevansi negativi; tuttavia il Direttore di Polizia il 23 settembre scriveva, negando che ci fosse stata una cospirazione vera e propria, benché ammettesse che, a quanto pareva, “l’attentato fosse stato concepito quattro in cinque mesi prima della sua esecuzione; a tale riferendosi il tempo più lontano in cui, secondo i detti di alcuni degl’imputati, se ne cominciò con essi a far parola”. E l’egregio Direttore si sforza di provar vero il suo asserto; mentre, ai bei tempi del Favare, chi sa che razza di montatura non avrebbe assunto il processo! Ora la Polizia lavorava in senso inverso, cercando di limitare il campo delle indagini; e il Cumia scrive in proposito una pagina, che non serve tutt’al più che a dimostrare la cattiva organizzazione della rivolta.

“Pare in primo luogo — egli dice — che gl’imputati non si fossero mai riuniti prima della sera del 1° settembre, in cui.... si trovarono insieme da circa ventisette di essi.... In tutto il tempo anteriore non s’incontrano che semplici confabulazioni ed abboccamenti tra pochi.

“Pare in secondo luogo che degl’individui intervenuti in quella sera sei fossero stati associati la stessa mattina del 1° settembre, a parte di altri due che, invitati anche nello stesso giorno, non intervennero. Aggiungendosi dunque a questi otto gli altri tre, che, come si è detto, si unirono alla comitiva in città senz’alcuna precedente scienza del fatto, ne segue che gl’imputati un giorno prima dell’esecuzione non erano che trentuno, senza contarvi quello che già era morto.(561)

“Sembra per terzo che de’ ventisette congregati la sera del 1° settembre sei solamente sieno andati con armi da fuoco al luogo della riunione; e sebbene si sappia che tutti gli altri se ne provvidero disarmando i custodi de’ Dazj e togliendole con violenza agli armieri, è tuttavia da riflettere che questo mezzo di armamento fu a quanto pare proposto e deliberato nella sera stessa, e che intorno a ciò niente erasi prima pensato; la qual cosa sembra anche confermata rispetto alle cartucce, poiché si ha che Rammacca, il quale solamente ne recò una certa quantità in un fazzoletto, fu obbligato a distribuirne la maggior parte; e si ricava altresì che le cartucce, delle quali erano provveduti Maniscalco e Di Marco, furono da essi fatte nella mattina stessa del 1° settembre.

“Appare infine, e in questo le dichiarazioni degl’imputati sono perfettamente concordi, che niun denaro fu impiegato a sedurli, né mercede alcuna ad essi pagata con questo scopo”.

Ciò, s’intende, non era alcun merito degl’insorti; significava solo che la congiura non aveva estensione di sorta. Quanto allo scopo dei cospiratori si poteva ormai affermare ch’essi non avevano mirato che ad un massacro generale ed alla rapina.

“Quanto al fine che si proposero nella esecuzione del disordine e al modo stesso di eseguirlo — continua l’egregio Direttore — niente si ricava dal processo più di quello, che ha detto l’imputato Maniscalco... quanto a dire che dovevano sollevare il popolo, massacrare la Polizia, disarmare la Truppa, aprire le prigioni, e dopo tutto ciò assalire le case dei ricchi.... Tutto.... tende a far credere, che il vero fine a cui mirarono fu la rapina, alla quale dovevano abbandonarsi subito che l’ordine pubblico fosse stato sconvolto; e a confermare questa idea concorre anche il modo della incitazione, da essi usato in città; da poiché alle voci, con cui tra le fucilate invitavano il popolo a seguirli, univano promiscuamente ora Viva il Re e la Costituzione, ora Viva il Re solamente, ed ora Viva il Re e Santa Rosalia, l’ultima delle quali parole suona volgarmente tra noi lo stesso che rapina, quando possa facilmente ed impunemente eseguirsi”. Eppure all’egregio Direttore non passò neanche per la testa che il grido di Viva Santa Rosalia era naturalissima in bocca di popolani, che invocavano in un momento di nobile ardimento la patrona della loro città!

“Ecco tutto quello che si ricava attualmente dal processo — conclude il lungo rapporto, dal quale spigoliamo queste notizie —. Non pare finora che l’attentato abbia più profonde radici, né capi di maggiore significanza”. (562)

La Polizia cominciava a mettersi il cuore in pace; il processo si avviava bene, e toccava ora alla Commissione militare, ch’era stata nominata il 3 ottobre, di fare il resto. Era essa composta del maggiore Emanuele De Bourcard e di altri ufficiali;(563) funzionava da relatore il capitano Domenico Patierno. Gli imputati erano in numero di trentatré, dei quali quindici erano accusati di reato contro la sicurezza interna dello Stato, tre di complicità in tal reato, dieci del misfatto di cospirazione e gli altri cinque di scienza e non rivelamento del primo misfatto. Le cose procedettero alla svelta; il 25 ottobre si ebbe la sentenza.

“Capitano relatore chiese la pena di morte col terzo grado di pubblico esempio per diciassette imputati, la pena del terzo grado di ferri per uno di essi, l’ergastolo per altri tre, per sette la pena di trentanni di ferri, e dieci anni di reclusione per gli ultimi cinque.

Parlarono quindi i difensori degli imputati, che, per sottrarli alla sicura pena di morte, avrebbero voluto presentarli come un’associazione di volgari malfattori; ma a questo piano di difesa si opposero energicamente Domenico Di Marco e i suoi compagni. (564)

Uno di essi, Giovanni Di Marco, al Direttore di Polizia, che in un interrogatorio gli aveva dato dell’assassino, aveva risposto: “Direttore, i Di Marco sono stati rivoluzionari si, assassini non mai!” (565) Ma gl’imputati non poterono raggiungere il loro scopo di esser considerati come colpevoli di un reato politico. La Commissione militare li giudicava infatti come un branco di ladri:

“Pochi assassini — cosi si apre la sentenza del 25 ottobre — intenti solo al furto ed alla rapina, sin da qualche tempo meditavano l’infame progetto di turbare la pubblica tranquillità, onde nel trambusto e nel disordine, che van dietro agli sconcerti dell’ordine pubblico, aprirsi una strada di farsi ricchi delle sostanze altrui”.

La Commissione militare quindi condannava alla pena di morte col terzo grado di pubblico esempio: Domenico Di Marco, Giuseppe Maniscalco, Paolo Baluccheri, Giovan Battista Vitale, Vincenzo Ballotta, Ignazio Pizzo, Francesco Scarpinato, Filippo Quattrocchi, Gaetano Ramondini da Palermo (da non confondersi col famoso esploratore messinese), Salvatore Sarzana e Girolamo Cardella; all’ergastolo: Giovanni Di Marco e Gioacchino Cullotta; a venticinqu’anni di ferri: Francesco Gentile, Giovanni Bruno e Vincenzo Di Raffaele; a dieci anni di reclusione: Giuseppe Barrile, Martino Ciraolo, Rosario Mutari, Salvatore Di Marco, Antonino Faja e Giuseppe Ingrassia soprannominato Tappiti; a otto anni di reclusione: Rosario Prestarà e Felice Fiorenza; a sei anni di reclusione: Matteo Li Volsi, Pietro Rubbino, Francesco La Marca, Santi Mangoja, Filippo Alajmo e Giuseppe Todaro; a diciannove anni di ferri nel presidio il minorenne Salvatore Cardella, e ad un anno di prigionia l’altro minorenne Giuseppe Giglio soprannominato Sinagra. Tutti poi venivano condannati solidalmente alle spese del giudizio in favore del R. Tesoro.(566)

L’indomani, 26 ottobre, nel piano della Consolazione ebbe luogo l’esecuzione per gli undici condannati a morte. Domenico Di Marco, rivolto alla folla, che riguardava tra curiosa e impaurita, esclamò in gergo carbonico, assai chiaro d’altronde per la circostanza: “Togliete i rami, ma il tronco resta!”.(567) Poi il rollo dei tamburi copri la sua voce, e all’immediato sparo dei moschetti altre undici oscure vittime cadevano sull’altare insanguinato della Libertà.

“La pena di morte — scriveva il giorno dopo il Direttore di Polizia — è stata già consumata nella mattina di jeri in mezzo a folto popolo, che, quieto e tranquillo all’aspetto di quella tragica scena, non sapea che rispettare la esecuzione della legge. Questo esempio cosi terribile era sommamente necessario per prevenire misfatti di simil tempra, in cui tutti mancano gli elementi, che potessero soggiacere ad esatta vigilanza della Polizia, e forse ancora ad ogni umana previggenza.

“Il reato avvenuto in questa capitale la sera del 1° settembre 1831 resterà vivamente marcato tra gli annali della Sicilia tanto per l’audacia somma, che pochi forsennati mostrarono, quanto per la celere e serena punizione, che fu loro fulminata a trionfo delle leggi, della giustizia e della pubblica sicurezza”.

Ora quegli uomini audaci giacevano nel sepolcro col petto infranto dalle palle; ma il Direttore di Polizia continua ad infamarne la memoria. Cospirazione non c^era potuta essere, per la semplice ragione che egli non l’aveva scoperta e nessun imputato aveva fatto nomi di grandi personaggi; scopo politico gli insorti non avevano potuto averne, perché... Ma è bene cedere per l’ultima volta la parola all’egregio Direttore:

“Parve sulle prime che una irruzione cosi ardimentosa e di tanto clamore non potesse esser l’opera che di una trama maturata e guidata da occulta mano, con perfida intelligenza, e a più che cosi basso fine rivolta. Tali ne corser quasi generali le voci, e alimento non poco ne ebbe la particolar malivolenza per inventarne le cagioni, esagerarne i mezzi e colorime a suo modo gli effetti; ma il processo dileguò tutte queste ombre; e la reazione libera, pronta ed imponente della legittima forza su quel miserabile mucchio di forsennati, a cui non che asilo neppur menomo ajuto a sfuggirla porgeasi, fini di scoprire alla pubblica ragione in tutta la luce della verità il loro reo concepimento. Essi non ne ebbero altra mossa che dalla depravazione del loro spirito a sfrenatissima audacia congiunta; e certo ne prestavan l’idea gli scandali non ancora spenti delle nostre trascorse vicende. Difatti che furon quelle pel volgo se non che un mezzo facile e sicuro a compier furti, violenze, rapine? Questi misfatti eran però allora una conseguenza dell’ordine con altro fine sconvolto, ed ora eran fine allo sconvolgimento, che si volle tentare... La conoscenza finalmente delle persone, impegnate in quel reato, apertamente convince che solo della (sic) speranza della rapina potean costoro essere spinte, e non mai di (sic) sentimenti liberali, e di (sic) desiderio per la Costituzione, che in mente loro non cape.

“Ma una mano occulta, scaltra e potente potea muovere quella banda di sciagurati? Sembra che tutte le circostanze concorrono (sic) per escludere simigliente sospetto.

“Poche persone nutrivan la trama, e furon queste sempre lontane da ogni nesso e forma settaria. Non scorgesi successivamente un’associazione d’individui, e molto meno uno stipendio qualunque. Non esiste un deposito d’armi e di munizioni. L’associazione in ristrettissimo numero si affretta, e si compie nello spazio di men di due giorni; la munizione in sparutissima quantità preparasi poche ore prima della esecuzione, le armi debbono togliersi alle guardie civiche e doganali ed agli armieri. Questi fatti, che sono inalterabili, non possono affatto compatire colla supposizione che una mano sagace e potente avesse guidata in siffatto modo la rivolta.... E se creder si voglia che l’occulta mano con immensa stoltezza abbandonato avesse i suoi agenti, non saprà allora concepirsi come costoro, dovendo esser piccati di cosi ingrato abbandono, non l’abbiano svelata non solo per natural sentimento di vendetta, ma bensì per sperare in tale rivelamento una salvezza alla propria vita, rimettendo in altri la qualità orribile e preponderante di capo della rivolta. Tutto insomma concorre ad escludere l’idea che vi fosse stata l’occulta mano, che abbia mosso quel disordine”. (568)

Giudizio ben diverso su questo “miserabile mucchio di forsennati” recava di li a poco La Giovine Italia nel suo primo fascicolo, che vedeva la luce in Marsiglia il 18 marzo 1832. “Amare perdite — ivi si dice — al certo furono ai liberali e l’italiano Menotti.... e l’instancabil Torijos.... e il siciliano De Marchi (sic) che fu cogli undici (sic) amici sagrificato perché tentò sottrarre la patria all’abborrito servaggio. Ma ogni stilla del loro sangue innocente è seme d’infamia ai despoti e a note incancellabili ha scritto pei popoli: leggi e libertà. Per tutta Europa ora celato ora palese serpeggia l’incendio; se tenta il despotismo estinguerlo dove si mostra, più grande si sprigiona e in altra parte si fa strada; una segreta forza, una specie di moral magnetismo i popoli attrae alla benefica libertà.... Tutte sono proteste de’ popoli contro la tirannide, tutte imperiose domande a riavere i loro diritti: condotti dalla luce che il secolo andato spandea, convinti che la forza per essi solo è costituita, procedono risoluti sul terreno che l’assolutismo cede ogni giorno”.(569)

Era questa la voce dell’avvenire!

CONCLUSIONE

L’apparizione della Carboneria in Sicilia coincide coll’inaugurarsi della reazione politica in Europa in seguito al Congresso di Vienna; ma è per allora una timida manifestazione, limitata ai paesi di Caltagirone e Pietraperzia. L’opera sua nell’Isola diventa più intensa e continua solamente l’anno dopo, quando i Borboni sopprimono quella Costituzione, che per tanti secoli aveva formato l’orgoglio dei Siciliani. E per tutto il 1817 si mantiene occulta, ma seguitando però a propagarsi per opera specialmente di emissari dell’Alta Vendita di Napoli l’Indipendenza Nazionale. Ma nel dicembre del 1818 una denunzia svela questi segreti maneggi al Governo, che riesce a metter mano sui principali settari, che vengono esiliati. Non per questo s’interrompono le relazioni tra i Carbonari di Napoli e quelli di Sicilia; nello spazio di due anni si possono dir guadagnate alla nuova causa quattro delle principali città dell’isola: Messina, Catania, Siracusa e Trapani. In Palermo, centro delle aspirazioni autonomiche, la nuova idea stenta a penetrare; e, quando scoppia la rivoluzione del 1820, la Sicilia non può non esser divisa in due campi: il campo, diremo cosi, risolutamente carbonaro, il quale non vede altra via di salvezza che nell’unione con Napoli, e il campo puramente siciliano, che vuol rivendicare all’isola l’antica indipendenza, anche piegandosi ad accettare la Costituzione spagnuola, proclamata qui e altrove dal partito rivoluzionario.

Durante la rivoluzione, la Carboneria si diffonde rapidamente in quasi tutta l’isola, ed in ogni paese sorgono delle Vendite, ad iniziativa principale delle milizie napoletane. Vi aderiscono, oltre l’esercito, il clero, la nobiltà e la borghesia; anche il popolo, nel quale va risvegliandosi la coscienza dei suoi diritti politici, trascinato dall’esempio, vi prende larga parte.

Il trionfo della rivoluzione però fu breve; nel marzo del 1821 le truppe austriache battevano le milizie costituzionali a Rieti ed entravano in Napoli. Contro l’occupazione straniera lancia allora la sua magnanima protesta il Rosaroll, il quale, fedele alla consegna ricevuta, tenta d’iniziare una riscossa; ma la sua voce non trova eco alcuna negli animi, già pervasi dalla sfiducia e dallo sbigottimento. Cade anche frattanto la rivoluzione in Piemonte, ed allora come un velo nero si stende sull’Italia.

Si inaugurava cosi un nuovo periodo di reazione, se non brutalmente feroce, di certo tenace ed instancabile. Vennero subito create per la Sicilia quattro Giunte di scrutinio, le quali durarono in vigore oltre un anno e gravarono come un incubo sulla vita pubblica del paese; dieci Corti marziali, delle quali tre ordinarie per le Valli maggiori e sette straordinarie per le corrispondenti Valli minori dell’isola ecc. Si credette lecito inoltre d’incitar pubblicamente i sudditi a denunziare i Carbonari, contro i quali furono emanate delle misure di maggior rigore.

Le disposizioni del Governo e la bolla di scomunica del papa Pio VII dettero senza dubbio un fiero colpo alla Carboneria; i timidi e i deboli si ritrassero in massa dalle Vendite, ma i più coraggiosi rimasero sulla breccia e proseguirono con non minore audacia, l’opera loro; sicché la sètta ebbe a guadagnare in intensità ciò, che aveva perduto in estensione.

E i frutti di questa nuova attività non tardano a. farsi vedere. Tra il luglio e l’ottobre 1821 sorgono in Palermo trenta Vendite, le quali si aggruppano in due Dicasteri e, fondendosi poi insieme, dàn luogo ad un unico Dicastero, mentre già pensano di costituire un’Alta Vendita e quindi un’Alta Assemblea. Temendo che i nobili della città non tramino a richiamare in vigore la Costituzione siciliana del 1812, i Carbonari palermitani, che seguono il “partito della democrazia” si propongono di riunire l’Isola in un sol voto a favore della Costituzione spagnuola e di far quindi lega con Napoli. Formano a tale scopo dei piani di guerra,, di magistratura, di finanze, di governo e compilano una Costituzione carbonica sicula. Ma a loro non basta il solo appoggio di Napoli; intravedono che la causa liberale è unica per tutta Europa e tentano quindi di aprir comunicazione con Marsiglia; poiché, secondo essi, un cambiamento di governo nell’isola non può essere che l’effetto di altri cambiamenti in Europa, ed è necessario che la Sicilia non resti tagliata fuori dal gran movimento democratico, che agita gli altri Stati. Cosi la cospirazione si allarga; nella città già si nota un fermento, che non può sfuggire all’occhio vigile della Polizia; cominciano a piovere le denunzie; si eseguono i primi arresti; i congiurati si trovano discordi, tentennano, si perdono di coraggio; il Governo ha buon giuoco di loro e ne trascina dieci sul patibolo.

Dopo la strage del 31 gennaio 1822 e la conseguente decapitazione di Salvatore Meccio, i Carbonari palermitani cercano di riallacciare le rotte fila delle loro cospirazioni; ma, divenuti più guardinghi, cambiano i loro segni di riconoscimento, modificano la nomenclatura delle dignità, aboliscono i diplomi e li sostituiscono con fedi di battesimo ecc. E questa la sètta della Carboneria di Nuova Riforma, la quale si stringe intorno al barone Vincenzo Errante di Avanella e al dottor Girolamo Torregrossa e manda le sue diramazioni fin dentro le Grandi prigioni di Palermo e fra i detenuti e i relegati dell’isola di Favignana. Questi cospiratori hanno delle tendenze repubblicane; essi, nel loro gergo, vanno cercando “un nuovo cammino e i nuovi repubblicani sparsi su tutta la superficie della terra;” loro scopo è di “annientare i nemici della Patria e gli oppressori d’Italia”. E sette di loro scontano con la morte queste aspirazioni.

Mentre in Palermo e nel lato occidentale dell’Isola cosi operavano i Carbonari, prova di non minore infaticabilità e costanza davano quelli di Messina. La rivolta del Rosaroll aveva lasciato in quella città una larga eco di sé: e quei Carbonari, sopraffatti per poco dalla reazione, riprendevano ben presto i loro travagli con lo scopo di scacciar gli Austriaci dal Regno e di proclamare la Costituzione spagnuola. Era, come si vede, il programma dell’eroico Generale. A raggiungere un tal fine i Carbonari messinesi cercano di trarre alla loro causa la gendarmeria e le milizie napoletane, che presidiavano la città, e spediscono i loro emissari per l’isola. Scoppiata la rivolta, si sarebbe inalberata una bandiera coll’impronta della Trinacria dipinta a colori carbonici, e si sarebbero eletti cinque capi di Governo, due messinesi, due palermitani ed uno napoletano. Due tentativi insurrezionali, organizzati con tale scopo nell’aprile e nel settembre 1823, andarono falliti per opera dei soliti delatori; un gran numero di cittadini furono arrestati, e cominciò ad imbastirsi un processo, la cui istruttoria doveva durare ben cinque anni.

L’atteggiamento dell’opinione pubblica in Messina in questo tempo è veramente improntato al più gran coraggio e spinge quel Senato ad intercedere in favore dei detenuti; mentre da questa lotta aperta tra la cittadinanza, schiettamente democratica e liberale, e la prepotenza poliziesca, i Carbonari attingono vigore per nuove audacie.

Fu quella in Messina l’epoca classica delle congiure; mentre la città è corsa e ricorsa da esploratori, Massoni e Carbonari si riuniscono, s’intendono, stabiliscono i loro piani. Salvatore Valter fonda la Gioventù ravveduta — una società, che rimane in embrione, come molte altre, sulle quali la Polizia getta il suo occhio sospettoso —; il sac. Giovanni Crimi tenta di organizzare nelle carceri una sètta, che vuol combattere la tirannide, proponendosi a modello il periodo di Roma repubblicana, mentre i Pellegrini Bianchi si mostrano desiderosi di avere una Costituzione.

Tra il 1826 e il ’28 il movimento sembra allargarsi: i Settari messinesi cercano di far lega con le altre città dell’isola, con la Società pitagorica di Malta, con le Calabrie, con l’Alta Assemblea Italica di Napoli, con Y Oriente di Marsiglia ecc. Dai rapporti del Giardina — anche secondo il riassunto, che ne fa il giudice Martinez — traspare tutto questo fermento non più siciliano, ma italiano, anzi europeo.

Coi documenti, che oggi possediamo, è impossibile precisare la portata di tal movimento, che, malgrado la critica del Martinez, doveva esser vasto, poiché è quello il periodo, nel quale si preparavano i germi delle rivoluzioni, che dovevano scuotere l’Europa.

Di li a poco infatti (luglio 1830) insorgeva la Trancia, trascinando col suo esempio altre nazioni. I Carbonari palermitani, illusi da un cumulo di circostanze, credettero giunto il momento di operare, e, al grido di Viva la Costituzione!, dànno principio alla sommossa. I? insurrezione però non si propaga e undici di loro scontano con la morte la magnanima iniziativa.

Questo è per somme linee il quadro di certo assai vivo e drammatico, che offre la Sicilia nel decennio da noi studiato. Circa l’influenza esercitata dalla Carboneria sulla vita dell’Isola crediamo opportuno di riferire i giudizi del Palmieri e del Torre Arsa. D primo adunque scrive: “Da quel momento (dopo, cioè, l’ingresso degli Austriaci nel Regno), la Carboneria spari in Sicilia; e comecché si debba a questa la conservazione della pubblica tranquillità nel regno, mentre il Governo di Napoli facea di tutto per suscitar quivi una conflagrazione, pure questa fatale istituzione lasciò delle conseguenze ben tristi. Delle persone infami furono protette e promosse per essere della società. La plebe, avvezzandosi a trattare su di un pie’ d’ugualità i grandi, i magistrati e le persone d’ogni ceto, divenne sistematicamente più arrogante; i funesti principi demagogici si diffusero maggiormente nel popolo. Finalmente quando la Carboneria venne in odio al nuovo governo, ciò ha servito di mezzo alle private vendette, ha fatto moltiplicare i delatori, ed ha dato campo al governo di esercitare violenze, ingiustizie e persecuzioni crudelissime”.(570)

Con maggior larghezza e modernità di vedute si esprime invece il Torre Arsa. “La Carboneria — egli dice — spari del tutto, non per opera del Governo e per i mezzi adoperati, ma perché non legata ai veri interessi del paese; solo restò quel germe di sdegnoso apprezzamento degli atti inconsulti de’ rettori di Stato, che col tempo doveva fruttificare, nel mentre che le novelle generazioni comprendevano meglio quanto era indispensabile, a conseguire lo scopo, il pieno accordo fra tutti gli abitanti dell’isola”.(571)

La Carboneria non sparve dall’isola dopo l’ingresso degli Austriaci nel Regno, come vuole il Palmieri, né dopo la reazione degli anni 1821-22, come mostra di credere il Torre Arsa; ma continuò la sua attiva propaganda per tanto altro tempo ancora, come risulta a luce meridiana dal nostro lavoro.

Introdotta in Sicilia dal Continente, essa vi trovò un ambiente disposto a riceverla e vi prosperò con notevole rigoglio; e sparve infine, non perché non legata ai veri interessi del paese, ma quando ormai aveva compiuto la sua fase storica nell’Isola come altrove. Essa contribuì da parte sua efficacemente a quell’affratellamento fra tutti i Siciliani, che dette di sé mirabili prove negli anni, che seguirono; mentre cercò di slargare la cerchia, nella quale fino allora s’era rinchiusa la Sicilia. Per opera della Carboneria infatti la vecchia e feudale Isola comincia ad uscire dall’atteggiamento solitario, conservato per tanti secoli, ed entra nel vero ambito della vita moderna; ché la Carboneria seppe portare in essa il soffio dei tempi nuovi e diffondervi i germi d’idee, che ben presto dovevano dar luogo a tutta una gagliarda fioritura. Penetrando dalle alto classi nel popolo, essa svegliò nelle masse il sentimento politico, dando loro coscienza dei propri diritti; non solo, ma le abituò a profferire una grande e sublime parola: Italia. Per essa infine nella storia del Risorgimento di questa parte della Penisola non ci fu soluzione di continuità; chè il nuovo spirito introdotto dalla Carboneria, vivificato e rafforzato dalla Giovine Italia, prosegui a spandersi per l'Isola negli anni che tennero dietro al 1831; dando luogo a una vasta cospirazione, le cui fila furono spezzate dal colera nel 1837, alla riscossa eroica del ’48, all’epopea del 1860.


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INDICE ANALITICO

Dedica pp. ………………………………………………………………...III

Prefazione ……………………………………………………………….V-X

Avvertenza ………………………………………………………………..XI

Capitolo I. — Introduzione della Carboneria in Sicilia pp. 1-25

L’Europa dopo il Congresso di Vienna — Le Società segrete — La Carboneria in Napoli — Legge degli 8 agosto 1816 — Prime avvisaglie di cospirazioni carboniche in Sicilia nel febbraio 1817 — I cartelli sediziosi del luglio 1818 — Istruzioni segrete al Duca di Gualtieri — Una denunzia svela delle occulte macchinazioni in Caltagirone — I primi arresti — Arresto dei fratelli Abela — Il giudice Antonino Franco, commissariò generale in Caltagirone — Sua Relazione del 26 febbraio 1819 — Scopi, riti e simboli della Carboneria — Introduzione della Carboneria in Caltagirone — Bartolomeo Sestini — Vendite in Caltagirone, Terranova, Piazza Armerina e Pietraperzia — Il padre Vincenzo Conti, emissario dell’Alta Vendita l’Indipendenza Nazionale di Napoli — Il “manoscritto sedizioso” e le lettere anonime — Misure del Governo — Il Sestini e gli altri esiliati — Sorte dei fratelli Abela — Due Vendite nelle Grandi prigioni di Palermo — I detenuti dei reclusori di Sicilia e la Carboneria — La Carboneria si diffonde occultamente, specialmente nella Sicilia orientale — Un giudizio del marchese di Torre Arsa.

Capitolo II. — La rivoluzione del 1820. pp. 27-58

Sollevazione militare di Spagna — L’esercito napoletano e la Carboneria — Marcia del colonnello Costa da Napoli a Messina — Sollevazione di Nola — I Carbonari di Messina proclamano la Costituzione spagnuola — Catania e Siracusa seguono il movimento messinese — Le prime nuove degli avvenimenti di Napoli in Palermo — Uno sguardo retrospettivo: la Costituzione siciliana del 1812; la Sicilia negli anni 1815-20; la Costituzione spagnuola — Riunione in casa del Principe di San Cataldo — Prima Giunta provvisoria di Governo — Suo proclama: Costituzione spagnuola e indipendenza da Napoli — L’anarchia dei giorni 16 e 17 luglio — Giunta provvisoria di sicurezza pubblica — Le Maestranze — Disposizioni della Giunta — Il Principe di Villafranca — Circolare alle Municipalità del Regno — Deputazioni palermitane a Napoli, Messina, Catania, Siracusa e Trapani — Atteggiamento di questa città nella rivoluzione — Proclami del Principe Vicario e del Principe di Scaletta — Le guerriglie — Saccheggio di Caltanissetta — Spedizione di Florestano Pepe — La Convenzione del 5 ottobre — Il Parlamento Nazionale la dichiara nulla — Il generale Pietro Colletta — Congressi di Troppau e di Laybach — Intervento armato dell’Austria — Battaglia di Rieti — Ingresso delle truppe austriache in Napoli.

Capitolo III. — La rivolta del generale Rosaroll pp. 59-110

Durante la rivoluzione si diffonde la Carboneria in Sicilia — Le Vendite reggimentali — L’abate Menichini gira l’isola — Una mascherata carbonica in Messina — Parte assegnata a Messina nel piano di difesa contro l’invasione austriaca — Il generale Rosaroll e l’Alta Vendita messinese — Discordie fra i Carbonari — Alessio Fasulo — Adunanza dei Carbonari del 25 marzo 1821 — I tumulti del 26 marzo — Altra adunanza dei Carbonari — Ordini del Rosaroll al corrispondente telegrafico e al direttore delle poste — Lettera del Rosaroll al tenente di vascello Giuseppe Masi — Fuga del Luogotenente generale Principe di Scaletta — Rosaroll convoca le Autorità di Messina — Ordini ai comandanti le piazze di Catania, Siracusa ed Augusta — Commissioni a Giuseppe Vista, Alessio Fasulo e Giovanni Mastrojanni — Pietro Dongiovanni e le reclute — Proclama ai Calabresi — Arresto degli emissari — Il capitano Patitari a Milazzo — La seconda adunanza delle Autorità — Risposta dei Calabresi — Deliberazione degli ufficiali superiori — Giuseppe Masi — Il tenente Anello Jaccarino — Spedizione contro Reggio — Partenza del Rosaroll e sua fine — Vicende del capitano Patitari in Milazzo — Fuga dei bersaglieri — Gli arresti — Sentenza del 28 febbraio 1822 — Esecuzione capitale del 2 marzo — Sentenza del 20 luglio 1822 — L’amnistia del 7 ottobre 1822 non contempla il Rosaroll e i suoi compagni — Sentenza del 28 febbraio 1828 — Deliberazione del 18 aprile 1828 — Sentenza del 2 maggio 1828 — Deliberazione del 25 agosto 1828 — Sentenze del 1825 — Conclusione e giudizio degli avvenimenti.

Capitolo IV. — Le Giunte di Scrutinio, pp. 111-160

Un decennio di reazione e di congiure — Atti del Governo provvisorio per la cura degli affari del Regno — Ritorno di Ferdinando I in Napoli — Giunte di scrutinio pei domini di là del Faro — Loro componenti — Istruzioni segrete per le Giunte — Modulo a stampa per gli interrogatori — Si eccita lo zelo delle Giunte — Il Re è scontento del loro operato — La Giunta di scrutinio per gli impiegati dell’amministrazione in generale dà conto dei propri lavori — Dallo scrutinio risultano Carbonari solo pochi impiegati — La Giunta di scrutinio per gli ecclesiastici e i suoi lavori — Le diocesi di Palermo e di Morreale quasi immuni dalla infezione carbonica — Scrutinio delle diocesi di Cefalù e di Lipari — La Carboneria e gli ecclesiastici delle diocesi di Mazzera e di Caltagirone — La Carboneria penetrata scarsamente nel clero di Girgenti — Scrutinio della diocesi di Piazza — Scandali nella diocesi di Siracusa — Gli ecclesiastici catanesi ferventi Carbonari — Scrutinio della diocesi di Nicosia — Ipotesi sulla diffusione della Carboneria nella diocesi di Messina — Il Conventino di Sant’Anna, “fucina della Carboneria n ancor prima della rivoluzione — Un processo carbonico in Randazzo contro alcuni Calderari — I Basiliani — Diocesi di Santa Lucia e di Patti — Disposizioni sovrane contro gli ecclesiastici Carbonari — La Giunta di scrutinio per i letterati — La Giunta di scrutinio per il ramo giudiziario — Giudizi sulle Giunte — Commissioni per le liste di fuorbando — I Commissari del Re per le tre Valli maggiori di Sicilia — Gli Intendenti e i rapporti sullo spirito pubblico — Corti marziali ordinarie e straordinarie — Si eccitano i sudditi a denunciare i Carbonari — Pio VII e la sua bolla di scomunica — Le missioni religiose e gli esercizi spirituali — Saggio di una predica contro le Società segrete — Alcune sestine contro i preti Carbonari — Retrattazione e denunzia per discarico di loro coscienza di alcuni sacerdoti di Caltagirone — Una spilla simbolica — I Carbonari d’Italia, i Costituzionali e gli Scamiciati di Spagna, i Radicali d’Inghilterra, i Liberali di Francia ecc. e le loro relazioni.

Capitolo V. — La congiura diSalvatore Meccio pp. 161 209.

Contro-carboneria in Palermo dopo l’annullamento della Convenzione del 5 ottobre 1820 e suoi rapidi progressi — La Costanza alla prova — Arresto di Gaetano Abela — Ingresso delle truppe austriache in Palermo ed ostilità del popolo — 11 decreto di amnistia del 30 maggio 1821 — Salvatore Meccio riattiva i travagli carbonici — I Seguaci di Bruto — La Costituzione carbonica sicula — Il decreto degli 11 settembre 1821 — Le trenta Vendite palermitane — Discordie e gelosie fra i Carbonari — I due Dicasteri — L’unico Dicastero — Comitati per la revisione della Costituzione carbonica, per la guerra, le finanze ecc. — I nobili travagliavano? — Piano provvisorio di rivoluzione — Altre disposizioni del Dicastero — Un abboccamento col principe di Pandolfina — Preoccupazioni dei nobili di Palermo — I Carbonari tentano di far lega con loro — Relazioni con le Vendite del Regno, con Napoli e con Marsiglia — Il viceconsole francese Giulio Gautier — Relazioni con le truppe napoletane di stanza in Palermo — Si tenta di avvelenar le truppe austriache — L’Alta Vendita e l’Alta Assemblea — Il sac. Calabrò espone il piano provvisorio di rivoluzione — I primi delatori — La spia Giuseppe Giglio — Il Giglio è ricevuto carbonaro — I primi arresti — Tentennamenti del Meccio — Svanisce un tentativo di rivolta per il 10 gennaio 1822 — Nuovi tradimenti — Svanisce ancora un ultimo tentativo per il 12 gennaio — Dichiarazioni di alcuni detenuti — Sentenza del 29 gennaio — Esecuzione capitale del 81 gennaio — Il Direttore di Polizia propone l’amnistia per i profughi — Ordini sovrani — Arresto del Meccio — Si riapre il processo — Deposizioni del Meccio e del Bamistella — Propalazioni del dott. Anzaldi — Arresto del Gautier — Sentenza del 18 settembre 1822 — Esecuzione capitale del Meccio — Si riapre un’altra volta il processo — Sentenza degli 11 aprile 1828 — Il Direttore di Polizia critica la sentenza — Revisione di essa — La Commissione militare biasimata.

Capitolo VI. — Cospirazioni minori, pp. 211-231.

Timori infondati di una sommossa nel maggio 1821 in alcuni paesi del Val di Noto — Una circolare dell’Alta Vendita di Catania — Un cartello sedizioso in Lercara Friddi — Arresti in Lercara e in Termini — La Carboneria in Termini — Sentenze degli Ile dei 81 luglio 1824 — Supposta cospirazione in Lipari — La Polizia teme uno “sconcerto” per le feste di Santa Rosalia (luglio 1822) — I Novelli Templari di Catania — Si giudica meritevole di censura la Commissione militare di Catania — Pretesa congiura in Fiumefreddo — Il sac. Paolo Ruscica, emissario dei Carbonari di Messina, tenta di ordire una cospirazione in Spaccaforno — Denunzie e arresti — Conflitto giuridico tra la Direzione generale di Polizia e la Commissione militare di Siracusa — Sentenza del 14 marzo 1825.

Capitolo VII. — Tentativi insurrezionali in Messina nell’aprile e nel settembre 1823... pp. 233-253.

I Carbonari messinesi dopo la rivolta del Rosaroll — Denunzia del soldato Michele Luciano — Denunzia dello studente patrocinatore Antonino Carrara — Il Luciano e il Carrara fra i Carbonari — La sommossa è rimandata dal 25 aprile alla prima domenica di maggio 1828 — I primi arresti — Denunzia del facchino Rosario Giliberto — I Carbonari tentano di assaltar le carceri — Dissensi tra il Commissario del Re e l’intendente di Messina circa la compilazione del processo — Ordini sovrani — Deposizioni di Francesco Oneto e di Stellario Consolo — L’opinione pubblica in Messina e la supplica dei detenuti — Il Direttore generale di Polizia richiama il processo in Palermo — Il Senato messinese intercede in favore dei detenuti — Osservazioni del Direttore generale di Polizia sulla supplica del Senato — S’invoca la punizione dei Senatori — Disposizioni sovrane — Denunzia del gendarme Antonio Canale — Timori di rivolta — Altri arresti — I detenuti sono tradotti a Palermo — Una comunicazione del Ministro degli Affari esteri — Rapporto del Direttore generale di Polizia del 5 gennaio 1824 — Il processo dei Messinesi — Sentenza della Commissione Suprema pei reati di Stato — Decreto di grazia del 6 ottobre 1828.

Capitolo V III — La Carboneria di Nuova Riforma . . pp. 255-277.

I Carbonari di Terra di Lavoro e la Nuova Riforma di Francia — Denunzia del oav. Pietro Polito — Gli arresti — Deposizione di Cosimo Sanfìlippo — Condotta degli altri imputati — Sentenza del 80 aprile 1824 — Fine del dottor Girolamo Torregrossa e del sarto Giuseppe Sessa — Fermento nelle carceri di Palermo — Vicende di G. Abela dopo l’arresto dell’ottobre 1820 — La mina — Sentenza del 22 dicembre 1826 — Tumulto del 25 dicembre — Esecuzione dell’Abela — Un dialogo carbonico fra due detenuti — Francesco Bonajuto e il vescovo di Piazza Armerina — Un processo sfumato — Il Bonajuto a Capua — Cospirazione fra i soldati del primo reggimento siciliano — Sentenza del 18 luglio 1828 — Denunzia di Giuseppe Cervone — Deposizione di Cosmo Cambria — Un dialogo di rito — Deposizione di Francesco Alessi — Sentenza del 9 settembre 1829 — Esecuzione capitale del 21 settembre — Verbale dell’usciere Giuseppe Galeotto.

Capitolo IX. — La Gioventù Ravveduta di Salvatore Valter e la Repubblica del sac. Giovanni Crimi pp. 279-310

Denunzia del soldato Pasquale De Roma — Denunzia del soldato Salvatore A nastasi — Arresti — Sentenza del 28 novembre 1827 — Gli esploratori Modesto Giacalone e Giuseppe Atianese — Salvatore Valter e i suoi amici — Riunione nel villaggio Contesse — La Gioventù Ravveduta — L’” inno della Libertà” — Arresti — Sentenza del 7 dicembre 1824 — L’opinione pubblica messinese contro la Polizia — Denunzia del soldato Giuseppe Ferrigno — Arresto del barone Girolamo Sofia da Novara — Altre denunzie e altri arresti in Novara — Entra in iscena l'esploratore Ignazio Costa — Matteo Garufi e il partito inglese in Messina — Una ramanzina a Luigi Miceli — I primi sospetti sulla Repùbblica — Il sac. Giovanni Crimi e Ignazio Costa — Altri esploratori — Origine della sètta — Una lettera non recapitata al suo indirizzo — Estensione della sètta — Un diploma di Censore — Nomi dei cospiratori — Patenti e suggelli della sètta — Proseguono le indagini della Polizia — I Pellegrini Bianchi — Perquisizione nelle carceri — Arresto di Francesco Cundari — La Procedura alla cittadinanza — Istruttoria del processo — Sentenza dell’8 marzo 1827 — Il Luogotenente generale domanda la grazia di Giovanni Crimi e di Francesco La Rosa, condannati a morte — Decreto di grazia del 81 marzo 1827 — Antonio Algeri — Il Crimi e il sergente Salvatore Sangiorgi — Il Crimi nella Colombaia di Trapani e quindi nell’ergastolo di Santo Stefano — Ultime vicende del Crimi.

Capitolo X. — I Pellegrini Bianchi, i Sette Dormienti e i Veri Patriotti di Messina, pp. 311-351

L'esploratore Gaetano Ramondini — I Pellegrini Bianchi — Il Ramondini è iniziato carbonaro — Un piano di rivolta — I Seguaci di Giove — Il Ramondini presta un giuramento — Arresti — Il Ramondini e il sensale Angelo Marraffino — I Sette Dormienti — — Avventure drammatiche dell'esploratore — Un’adunanza carbonica — Gergo e segni carbonici — Cosmo Baviera e le sue missioni in Calabria — Un’altra adunanza carbonica — Relazioni colle Calabrie — Origini e sviluppo delle sètte messinesi — Arresto del sac. Filippo Bartolomeo — La Società Pitagorica di Malta — Ultimi rapporti del Ramondini — Il tenente Pietro Giardina, sua missione e sue vicende in Messina — Arresti — Il processo — Sentenza del 26 maggio 1880— I giudici dissenzienti — Il giudice Giovan Francesco Martinez riassume i rapporti del Giardina — Le dichiarazioni dei fratelli Toro, del Ramondini e di altri — Critica del Martinez —' Il parere del colonnello Filippo Cella — Osservazioni del Procuratore generale Giuseppe Salluzzo — Il Luogotenente generale domanda la grazia dei condannati — Il Procuratore generale domanda la grazia di alcuni dichiaranti — Decreto di grazia.

Capitolo XI. — La sollevazione del 7° settembre 1831 in Palermo pp. 353-378

La rivoluzione francese del luglio 1880 — Rivoluzioni in Europa — Il moto delle Romagne — I primordi del regno di Ferdinando II di Borbone — Il Conte di Siracusa Luogotenente generale in Sicilia — Speranze dei Siciliani — 11 Re visita l’isola — Si organizza in Palermo una congiura alla scopo di ottenere la Costituzione francese — La rivolta è differita dal luglio al settembre 1881 — L’adunanza nella fossa di Sant’Erasmo — Una denunzia — Particolari dell’insurrezione — Gli arresti — Un primo giudizio del Direttore generale di Polizia sui fatti del 1° settembre — Altri suoi giudizi — Sentenza del 25 ottobre — Esecuzione capitale del 26 ottobre — Un ultimo giudizio del Direttore generale di Polizia — Un giudizio della Giovine Italia, Conclusione pp. 879-886

CONCLUSIONE


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NOTE

1(1) Seguiamo l’opinione del Colletta, Si. del Reame di Napoli, lib. VIII, capp. XLIX-L. Sull’oscura e controversa questione dell’origine di questa sètta, cfr. R. Giovagnoli, Il Risorgimento, Milano, Vallardi, in corso di stampa, pp. 88 sgg.; I. Rinieri, I Costituti del Conte Gonfalonieri e il Principe di Carignano, Torino, Straglio, 1902, pp. 7, 11, 16; F. Lemmi, La restaurazione austriaca a Milano nel 1814, Bologna, Zanichelli, 1902, pp. 298, 481; A. Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli secondo gli atti officiali segreti, Milano, Cogliati, 1908, p. 360, nota.

2 Collezione delle Leggi e Decreti reali del Regno delle Due Sicilie, Napoli, Stamperia reale, a. 1816, sem. II, pp. 112-4.

3 Cfr. questa corrispondenza in RS., F. 1583. Per le abbreviazioni da noi adoperate vedasi l’Avvertenza.

4 Tutto l’incartamento relativo è in RS., F. 1617. Di altri cartelli sediziosi avremo occasione di parlare nel seguito del nostro lavoro. Qui, per la specialità del caso, ci piace riferire quello, che nella notte del 10 novembre 1823 si trovò affisso nel Comune di Palma. Il cartello rappresentava un teschio umano, sotto il quale erano questi versi: Se non rispetti il Carbone, Morirai col tuo Borbone! (Cfr. SS., F. 110).

5 La lettera è tutta autografa. Si conserva in RS., F. 5718.

6 Non ci fu dato di rinvenire tra le carte della Polizia la denunzia. Il Patebnò-Castello, Saggio storico-politico sulla Sicilia dal cominciamento del secolo XIX sino al 1830, Catania, Pastore, 1848, p. 109, la dice scritta da un prete del villaggio di San Michele, che, minacciato da un Carbonaro, ne avrebbe avvertito l’arcivescovo di Palermo card. Gravina, il quale a sua volta ne avrebbe data comunicazione al Governo. F. Guabdione, Di Gaetano Abela e degli avvenimenti politici di Sicilia dal 1820 al 1826, p. 21 (estratto dalla Riv. Si. d. Risorg. ital., a. II, Vol, Il, 1897), che tratta di questi avvenimenti, senza citare la fonte da cui attinge, fa espressamente il nome del prete don Luigi Oddo. Ma costui, come vedremo, fu esiliato. Il Governo borbonico soleva premiare, o almeno non punire, i delatori. Nel 1822 veniva inviato a eseguire in Caltagirone una “commissione di alta Polizia, il Maresciallo di campo Giovanni Statella, che redigeva due Note di quegli impiegati, in data 30 settembre e 3 ottobre. L'ultima nota è la più completa ed interessante. Lo Statella dà informazioni di cinquantacinque individui, Carbonari antichi e recenti. Al n. 5 si legge: “Don Michele Chiaramonte –spia degli antichi Carbonari ed ora, dopo di essere rientrato nella Carboneria, il più entusiasta che andò a ricevere Costa colla truppa e fondò le nuove Vendite”. Sotto la rubrica delle Informazioni si aggiunge: “Si vuole che abbia denunciato la sètta al march. Ferreri. Non fu ascritto alla Carboneria pria di luglio. Si vuole però che lo sia stato dopo per necessità,. Cfr. SS., F. 14.

7 RS., F. 1618 e 4730.

8 A proposito del padre Conti cosi scriveva l’intendente di Messina Duca di Sammartino al Luogotenente generale Principe di Cutò in data 27 maggio 1822: (tt) II superiore del suddetto Conventino (di Sant(1) Anna) già defunto padre Conti, fu il primo, che anni addietro girò la Sicilia per arruolare de’ proseliti alla Carboneria, e quindi scoperto fu obbligato a fuggire in Francia, d’onde non ritornò che scoppiata la rivolta SS., F. 12.

9 RS., F. 1618.

10 Cfr. il Rapporto del Principe di Reburdone al Luogotenente generale in data 26 dicembre 1818, in RS., F. 1618.

11 Lettera del Duca di Gualtieri al march. Tommasi, 24 dicembre 1818, in RS, F. 1618.

12 Di recente il Luzio, Il processo, cit., pp. 281-888, ha pubblicato gli Statuti della Carboneria, che, com’egli stesso ci avverte, corrispondono in complesso alla versione data dal Saint-Edme, Constitution et organisation des Carbonari ou documens exacts sur tout ce qui concerne Vexistence, l'origine et le bui de celle société secrète, Paris, Peytieux, 1822, 2(a) ediz. (la l(a) è dell’anno precedente).

13 Bartolomeo Sestini (1792-1825), autore del noto poemetto sulla Pia de(1) Tolomei, ebbe, come vedremo, larga parte nella propaganda della Carboneria in Sicilia. “Da Napoli, traversando le Calabrie, si recò a Messina, e vi fu ammirato non tanto come poeta estemporaneo, quanto come facile ed elegante scrittore.... Da Messina si recò a Catania, e la sera del 29 luglio 1818 dette un(1) accademia nel teatro del Principe di Biscari, a cui accorrevano in folla tutti gli uomini più distinti della città. Superò la fama che l’aveva preceduto: i temi erano per lo più di cose patrie: il poeta, caldo di patria carità, assecondando l’impulso dell’animo si lanciava nel nobile arringo: gli affetti derivavano vigorosi e spontanei dal cuore; quindi i suoi versi non suonavano solamente, ma creavano”. Cfr. A. Vannucci, Poesie di B. Bestini, Firenze, Le Monnier, 1855, pref., pp. 15-16.

14 Di questi diplomi carbonio], ohe venivano rilasciati anche ai singoli affiliati, conservasi qua e là qualche esemplare nelle carte della Polizia. Abbiamo, per es., due diplomi originali, però mutilati in vari punti, in data rispettivamente dei 7 gennaio e dei 19 febbraio 1821, sotto il titolo di Veri figli di Bruto e di Costituzionali, all'Ordone dell'Alta Vendita di Napoli, a firma di don Giovanni Daniele, Gran Maestro, allora funzionante da Intendente della Valle di Caltanissetta (SS., F. 6 e 10); e un altro integro, della Vendita l’Amicizia di Acireale all'Ordone di Napoli (novembre 1820; SS,, F. 15). La parola Ordone equivale a Vendita. Un altro diploma, in ottimo stato di conservazione, trovasi custodito nel Museo Nazionale di Palermo. D Saint-Edmb, cit. dà il fac-simile in colori di un diploma della Rispettabile Vendita sotto il titolo distintivo l'Apostolato all'Ordone di Mola di Bari, che troviamo riprodotto nel Luzio, Il processo cit., p. 57. Cfr. ancora l’interessante artic., ricco di illustrazioni, di O. Dito, Massoneria, Carboneria e Giovine Italia (bolli e diplomi) nella rivista II secolo XX, a II, n. 11 (Milano, novembre 1903), pp. 954-65.

15 La relazione del Franco, da noi riprodotta quasi integralmente, è in RS. F. 4728.

16 V. DI GIovANNI, Scritti letterari e filosofici postumi di Antonino Franco, Palermo, Virzi, 1875, pp. XXX-XXXI. Parlando poi della rivoluzione del 1820, il Franco ci confessa sinceramente di essere stato “in grandissimi palpiti,... Erano infatti usciti dal carcere insieme con gli altri detenuti il tenente colonnello Tricoli e Cristoforo Ventrici, da lui processati in Lipari, e venuto in Palermo, sortito dal Castello di Napoli, il cav. Abela, che la Giunta di Governo fece capo di una spedizione militare.... Sia detta però la verità: Tricoli evitò di vedermi; Ventrici riparti per Lipari; ed Abela mostrommi segni di gratitudine per i soccorsi da me apprestatigli, attesa la sua povertà, nelle carceri di Caltagirone”. Cfr. Scritti cit., p. XXXIII. Non sappiamo vedere come ciò si possa accordare con quanto scrive il Guardione, Di G. Abela cit., p. 22: “Si volevano ad ogni costo strappare loro (ai fratelli Abela) i segreti di Carboneria, e a tale uffizio il commissario Franco non lasciò mezzi barbari e iniqui per indurli alla rivelazione, al tradimento”.

17 Vannucci, Poesie cit., pref., p. 16.

18 V. Labate, Per la storia della rivoluzione siciliana del 1820, Termini Imerese, tip. Amore, 1899, p. 11. In questo opuscolo, che avremo occasione di citare altra volta, si dà un largo riassunto e si riferiscono integralmente alcuni capitoli della cronaca di Baldabsare Romano, Notizie di ciò che accadde nella città di Termini nel 1820 e 1821 durante la rivoluzione siciliana, che si conserva ms. nella Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni 4. Qq. D. 79.

19 V. Fardelli di Torre Arsa, Ricordi su la rivoluzione siciliana degli anni 1848 e 1849, Palermo, tip. dello “Statuto 1887, pp. 6-7.

20 S?intenda Gaetano Abela, figlio di Giuseppe, barone di Camelio, e di Concetta dei principi della Torre.

21 VANNUCCI, Poesie cit., pref., pp. 17-18.

22 A questi esuli si riferisce certamente l’accenno contenuto in una nota di GL Scabamella, Spirito pubblico, società segrete e polizia in Livorno dal 1815 al 1821, Roma, Società ed. Dante Alighieri, 1901, p. 61, n. 2, in Bibl. Stor. del Risorg. ital., serie IH, n. 3.

23 Tutte le carte relative a questi esili sono in RS., F. 4780. Il Re aveva seguito con vivo interesse l’istruttoria del giudice Franco e in ultimo ne aveva richiamato a Napoli P incartamento. Cfr. i docc. pubblicati in proposito da V. Mortillaro, Leggende storiche siciliane dal XIII al XIX secolo, Palermo, Pensante, 1867, pp. 220-6, 228-80.

24 Ci fu però qualche avvisaglia. Per es., il 6 giugno di quell’anno si trovarono affissi in Palermo due cartelli,” scritti vivamente col fiele della più malvagia scelleratezza” contro il Re, come si esprimeva il Ministro Tommasi. Cfr. Mortillaro, Leggende cit., pp. 228-9.

25 Labate, Per la storia cit., p. 28. Osserva bene il Colletta, op. cit., lib. Vili, cap. XLIX, che in quel tempo tutte “le prigioni si trasformarono in Vendite”. Le due Vendite delle prigioni di Palermo avevano titolo di Emuli di Bruto e di Figli di Epaminonda. Cfr. N.. Palmieri, Saggio storico e politico sulla Costituzione del Regno di Sicilia infino al 1816 con un’appendice sulla rivoluzione del 1820. Opera postuma con introduzione e annotazioni di Anonimo [M. Amari], Losanna, Bonamici, 1847, p. 409, nota.

26 RS., F. 5588.

27 Ricordi cit., p. 7.

28 Storia cit., lib. VIII, cap. L.

29 M. D’Ayala, Poche parole su Gaetano Costa [Napoli], De Marco, s. a. [1837], p. 7. Cfr. ancora Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1808-1877) scritte dal figlio Michelangelo, Roma, Bocca, 1806, pp. 85-37. Un’altra biografia anonima del Costa è nel Vol, II, pp. 327-44), del Panteon dei martiri della libertà ital. Torino, Fontana, 1852.

30 V. Visalli, I Calabresi nel Risorgimento italiano, Torino, Tarizzo, 1893, Vol, I, p. 243.

31 F. Guardione, Il generale Giuseppe Rosaroll nella rivoluzione del 1820-21, Palermo, Beber, 1900, docc. V-VI, pp. 106-111.

32 D. Scinà, Raccolta di notizie pei fatti del 1820; Ma. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq. H. 138. La Raccolta, composta in gran parte di relazioni private e di stampe del tempo, non ha numerazione nei fogli e si presenta qua c là assai disordinata.

33 Se ina, Raccolta cit.

34 Scinà, Raccolta cit.

35(8) Palmieri, Saggio cit., p. 328. La stessa opinione manifesta il Paternò-Castello, Saggio cit., p. 118: “(Z Carbobonari) tennero il popolo compresso, le comunicazioni con Palermo troncarono, e nelle vedute de’ Napolitani quella popolosa città diressero”. Cfr. ancora p. 149, n. 2.

36 Guardione, Il gen. Rosaroll cit., doc. I, p. 85.

37 Paterkò-Oastello, Saggio cit., p. 147.

38 Rapporto della Giunta di Scrutinio per il ramo giudiziario, in data 4 ottobre 1822, in SS., F. 17.

39 G. Oliva, Annali della città di Messina, Messina, tip. Filomena, 1893, Vol, II, p. 176, doc. 24. In un foglio volante del tempo si accenna all’entusiasmo delle donne catanesi per la libertà. Cfr. L. A. Villari, La letteratura a Napoli nel sec. XIX. Nota sul giornalismo del 1820, nel Fanfulla della Domenica, 14 febbraio 1904.

40 La impostura smascherata. Cenno biografico, Siracusa, 1848, p. 4; opuscolo anonimo.

41 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 147.

42 E, De Benedictis, Siracusa sotto la mala signoria degli ultimi Borboni, Torino, Unione tip.-editrice, 1861, pp. 1011; S. Pbiviteba, Storia di Siracusa antica e moderna, Napoli, tip. già del Fibrena, 1879, Vol, II, pp. 313-7; L. Giuliano, Siracusa nel Risorgimento Nazionale, Siracusa, tip. del “Tamburo*, 1903, pp. 6-17.

43 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 114.

44 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 110; Palmieri, Saggio cit., pp. 323-3.

45 Patebnò-Ca8TELLO, Saggio cit., p. 114

46 8. Chiaramonte, Il programma del '48 e i partiti politici in Sicilia, in Arch. Stor. Siciliano, XXVI (1901), p. 166.

47 Cfr. questa Costituzione siciliana del 1812 in G. La Farina, Storia d'Italia dal 1815 al 1850, Torino, Società editrice italiana, 1851, Vol, V, pp. 47-151. Vedasi in proposito G. Bianco, La Sicilia durante l'occupazione inglese (1806-1815), Palermo, Beber, 1902, pp. 122 segg.

48 La Farina, Storia cit., Vol, I, p. 148.

49 Giovagnoli, R Risorgimento cit., p. 156.

50 Protesta dei Siciliani alla Nazione Inglese, riferita dal Chiaramonte, Il programma cit., p. 160.

51 Cfr. questo Rapporto in Scinà, Raccolta cit.

52 La Farina, Storia cit., Vol, I, p. 157.

53 Bolton King, Histoire de l’Unité italienne, Paris, Alcali, 1901, Vol, I, p. 30.

54 Cfr. la circolare della Giunta provvisoria di Palermo alle Municipalità del Regno del 26 luglio 1820, pubblicata da A. Sansone, La rivoluzione del 1820 in Sicilia,con documenti e carteggi inediti, Palermo, Vena, 1888, p. 280.Cfr. ancora Paternò-Castello, Saggio cit., pp. 112-8, e Palmieri, Saggio cit., pp. 319-20.

55 Bolton King, Histoire cit., p. 29, la dice: “chef-d’oeuvre de doctrinarisme, compliqué et impraticable”. Il popolo, che non ne intendeva niente, la chiamava cauzione^ come argutamente riferisce il Colletta, op. cit., lib. IX, cap. VI. Cfr. il notevole saggio di L. Palma, Il tentativo costituzionale del 1820 a Napoli in Nuova Antologia, 1° e 15 aprile, 15 maggio 1895.

56 Cfr. questa Costituzione in LA FARINA, Storia cit., vol. V, pp. 169-223.

57 Torre Arsa, Ricordi cit., p. 27.

58 Paternò-C astello, Saggio cit., p. 116.

59 Paternò-Oastello, Saggio cit., pp. 116-7.

60 Cfr. R. Church, Brigantaggio e società segrete nelle Puglie (1817-1828), Firenze, Barbèra, 1899, pp. 81-93.

61 Abbiamo voluto sottolineare queste parole, perché esse compendiano benissimo il programma della rivoluzione palermitana. Molti storici affermano che siasi allora tentato di far ritorno alla Costituzione siciliana del 1812; ma questo, come vedremo, è smentito da tutti gli atti della Giunta provvisoria, nei quali non è mai parola di ciò. Che quella fosse d’altronde l’aspirazione segreta di molti nobili è provato chiaramente dal Saggio più volte cit del Paternò-Castello, marchese di Baddusa, ch’ebbe parte assai larga in quegli avvenimenti; ma non è men vero che la nobiltà siciliana seppe frenare le aspirazioni della sua casta e seguire, anche suo malgrado, il vasto moto democratico. A quella Costituzione si fece ritorno nel 1848 per un complesso di ragioni, che furono egregiamente messe in luce dal Chiaramonte, Il programma cit. Il manifesto della Giunta, da noi riferito, è pubblicato dal Sansone, La rivoluzione cit., p. 36, al qual lavoro, salvo indicazioni in contrario, rimandiamo i lettori per gli avvenimenti particolari, dei quali terremo parola.

62 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 135.

63 F. Lionti, Statuti inediti delle Maestranze della città di Palermo, Palermo, Amenta, 1887, in. Documenti per servire alla Storia di Sicilia, serie III, fase. II.

64 Cfr. L’Indulto generale in Scinà, Raccolta cit.

65 Cfr. l’Avviso della Giunta in Scinà, Raccolta cit.

66 Palmieri, Saggio cit., p. 847.

67 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 144. Del Villafranca dà un buon cenno biografico G. Pipitone-Federico, La rivoluzione del 1820 in Sicilia, Nuovi appunti e documenti, Palermo, tip. Sciarono, 1902, pp. 57-9, nota.

68 Torre Arsa, Ricordi cit., pp. 9-11. Cfr. ancora S. Russo Ferruggia, I quattro mesi dell'anno 1820 (luglio-ottobre). Storia degli avvenimenti nella città e valle di Trapani in sequela della rivolta accaduta in Palermo, Palermo, Davy, 1895,2(a) ed., pp. 69 segg.

69 II Pipitone-Federico, La rivoluzione cit., pp. 88-51, pubblica due interessanti relazioni delle Deputazione inviata a, Napoli, sotto la data di Posillipo, 5 agosto 1820.

70 Palmieri, Saggio cit., p. 859.

71 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 161.

72 Palmieri, Saggio cit., p. 865.

73 Palmieri, Saggio cit., pp. 359-60.

74 Palmieri, Saggio oit., p. 362.

75 Palmieri, Saggio cit., p. 364. Nel gennaio 1821 i Caltanissettesi rivolgevano un Indirizzo al Parlamento di Napoli, in cui facevano una particolareggiata esposizione dei miserandi casi della loro città. Amiamo trascrivere queste assennatissime parole:

“La rivoluzione di Palermo forti e differenti sensazioni produsse negli spiriti degli abitanti di Caltanisetta.... Nella proclamata indipendenza non lasciavano i saggi di ravvisare astrattamente apparenza di ragioni e di pubblica utilità, ma, considerando la fìsica e morale posizione della Sicilia e bilanciando la grandezza dell’oggetto colla difficoltà de’ mezzi, osservavano che la medesima senza sufficiente forza e senza marina militare, a cui non si provvede che col tempo e con grandi sacrifici, mentre le finanze nel più deplorabile fallimento ritrovavansi e le risorse de’ nazionali impoverite, non poteva aspirare ad impresa si ardita. Consideravano inoltre, giusta i principi della sana politica, doversi dare allo stato una base solida, onde resistere alle scosse eventuali ed agli sforzi spesso necessari per difendersi; lo che non può aver luogo, se non colla riunione degli stati piccoli fra loro, anziché separarli; tanto maggiormente, quanto l’uno non può far di meno dell’altro, come avviene per le due Sicilie, atteso li reciproci bisogni, che costituiscono entrambe in una indispensabile indipendenza. Si rifletteva finalmente non esser tempo di ulteriori pretensioni, mentre si dava alla stessa con circostanze straordinarie ed inopinate la costituzione più liberale, e ohe mentre per raffermar la unione e fermezza per parte del regno tutto abbisognavano, specialmente durando le minacce straniere, era cosa impolitica e divergente dal grande oggetto comune la divisione, che dalla proclamata indipendenza sarebbe risultata. D’altronde poteva essere questa in tempi opportuni l’oggetto di una dimanda, ovvero d’una discussione legislativa, in vece che inoltrata colle vie di fatto senza il voto libero generale, adoprando la forza, anziché la persuasione de’ nazionali, era lo stesso che corrispondere ad un insigne beneficio colla più aperta ribellione”. Cfr. questo Indirizzo in G. Mulé Bertòlo, Caltanissetta e i suoi dintorni, Caltanisetta, tip. Ospizio di Beneficenza, 1877, pp. 157-65. Altre notizie sui casi di Caltanissetta si possono desumere dall’opuscolo anonimo: Cenni biografici intorno al presidente Mauro Tumminelli, Palermo, tip.” lo Statuto”, 1900, pp. 28-36.

76 Marsala, per il suo attaccamento alla causa della Indipendenza, veniva dalla Giunta di Palermo dichiarata Capo-Valle, invece di Trapani, con deliberazione dei 17 agosto; atto di nessun effetto, ed unicamente opportuno a rinfocolare le ire fraterne Cfr. Torre Arsa, Bicordi, cit., p. 19.

77 Torre Arsa, Bicordi cit., p. 18.

78 Cfr. un cenno biografico del Palmieri in N. Palmeri di Villalba, Memorie storiche e biografiche della famiglia Paimeri di Villalba, Palermo, tip. Marsala, 1902, pp. 440-55.

79 Il Costa “fu incontrato e fatto entrare pacificamente dal vescovo Trigona-Parisi e dal conte Emm. Gravina Cfr. S. Leonardi, Cenni storici su la Calatagirone civile, Caltagirone, F. Napoli, 1891, lib. n, p. 49.

80 Giovagnolt, Il Risorgimento oit., p. 165.

81 Cfr. la Convenzione di Termini pubblicata dal Pipitone-Federico, La rivoluzione cit., pp. 10-18.

82 Il Pipitone-Fedebico, La rivoluzione cit., pp. 82-5, pubblica alcune lettere della principessa di Villafranca, che lumeggiano la condotta del marito in questa occasione.

83 Colletta, Storia cit., lib. IX, cap. XIV.

84 Colletta, Storia cit., lib. IX, cap. XXI. Il Colletta segui rigorosamente le istruzioni avute a Napoli dal Governo. Cfr. Palma, Il tentativo cit. in N. Antologia 15 aprile 1895, pp. 662-4.

85(1) Sedute dei 7-12 dicembre 1820. Cfr. C. Colletta, Diario del Parlamento Nazionale delle Due Sicilie negli anni 1820 e 1821> Napoli, Stamperia dell’iride, 1864, pp. 251-268; V. Fontanarosa, H Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821, Poma, Società ed. Dante Alighieri, 1900, pp. 103 segg., in Bibl. Stor. del Bieorg. ital,, serie II, n. 10.

86 Colletta, Diario cit., p. 863: proclama della Deputazione permanente del 9 febbraio 1821.

87 Il Colletta, Storia cit., lib. IX, cap. XXVI, riporta integralmente questa protesta, “ad onore di lui (Poerio) e per memoria degli avvenire”.

88(1) Palmieri, Saggio cit., p. 409, nota.

89 Rapporto del Direttore generale di Polizia Mariano Cannizzaro al Luogotenente generale Marchese delle Favare, 1° ottobre 1825, in SS., F. 57.

90 Per Piazza si veda quanto da noi si è scritto nel cap. I.

91 SS., F. 10. Un altro rapporto della Giunta di scrutinio per gli Ecclesiastici in data 17 luglio 1822 conferma queste notizie. Cfr. SS., F. 9.

92 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 158; Palmieri, Saggio cit., p. 409, nota; Torre Arsa, Ricordi cit., p. 27.

93 L’Oliva, Annali cit., Vol, II, p. 89, n. d, ricorda un’ode Pell'arrivo in Questa del Signor Domenico (sic) Minichini illustre promotore della Libertà Civile, Messina, D’Amico Arena, 1820.

94 Essi furono il padre don Luigi Crisafì ed il padre don Giuseppe Papardo. Cfr. Rapporto del Commissario del Re nel Val Demone generale Clary del 20 maggio 1822, in SS,, F. 11.

95 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 158.

96 Patkrnò-Gastello, Saggio cit., p. 159.

97 La Farina, Storia cit., Vol, I, p. 279.

98 La Farina, Storia cit.,. voi I, p. 282; Guardione, Il generale G-. Rosaroll cit., p. 70.

99 Paternò-Castello, Saggio cit., pp. 221-2.

100 Tutto il piano di difesa è esposto minutamente dal Colletta, allora ministro della guerra, nella Storia cit., lib. IX, cap. XXXI.

101 Questa, e non l’altra più comune di Bossaroll o Rossarol, è l’esatta grafia del nome, come risulta dal processo,dalle sentenze e dagli stessi proclami, che recano la firma autografa del Generale.

102 M. D’Atala, G. Rosaroll generale (1775-1825), nel Panteon dei martiri della libertà italiana. Opera compilata da varii letterati, Torino, Fontana, 1852, 2(a) ed., Vol, I, pp. 145 segg.

103 Giornale Costituzionale di Palermo, n. 50, 28 febbraio 1821.

104 Ciò è anche confermato da un rapporto dell’intendente di Messina Duca di Sammartino in data 27 maggio 1822. Da esso apprendiamo che i due fraticelli di Sant’Anna furono Vincenzo Mantarro da Savoca e Giovanni Sparacino da Fiumedinisi, i quali “scandalosamente si distinsero nella Carboneria, giungendo a marciare coi coltelli in mano in una pubblica comparsa carbonica nell’epoca di Rosaroll”. SS., F. 12.

105 Abbiamo esposto queste prime relazioni tra il Rosaroll e le Vendite messinesi, seguendo una narrazione, disgraziatamente frammentaria, che fa parte della cit. Raccolta dello Scinà. Qualche accenno è in Guardione, Il gen. Rosaroll cit., doo. I, pp. 88-9.

106 A. Sansone, Gli avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie. Nuovi documenti, Palermo, tip. “Era Nova n, 1901, p. 465, alla parola Fasulo, in Documenti per servire alla storia di Sicilia, serie IV, Vol, VII.

107 Circa i motivi del viaggio del Fasulo, nulla poterono accertare l’istruttoria del processo ed il dibattimento. Non è improbabile ch’egli fosse un emissario dell’Alta Assemblea di Napoli.

108 Cosi la Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 28 febbraio 1823, della quale un esemplare a stampa in fogli volanti conservasi in SS., F. 35. Fu riprodotta nel supplemento al n. 73 (27 marzo 1823) del Giornale del Regno delle Due Sicilie e a parte in opuscolo dal titolo: Decisione della Commissione Militare del Valle di Messina neUa causa contro l'ex-generale Giuseppe Rosaroll e suoi complici, Messina, presso Giuseppe Pappalardo, per ordine superiore, 1828, in-4° picc. di pp. 42 (una copia è in SS., F. 88). Ciò che si afferma nella Sentenza cit. collima perfettamente con quanto scriveva più tardi il Fasulo, detenuto nelle Prigioni centrali di Palermo, sotto la data dei 29 agosto 1821, in un dignitoso ricorso al marchese Nunziante. Cfr. il Secondo volume appartenente alla causa di Rosaroll e complici accusati di complicità nella cospirazione contro la sicurezza interna dello Stato, ff. 4-5, nell’Archivio provinciale di Messina, Processi politici, 1823, pacco 489, Di questo Secondo volume (l’unico, purtroppo, del processo, che sia a noi pervenuto) trovasi copia incompleta e assai scorretta nella Biblioteca Comunale di Palermo ai segni 2. Qq. F. 121.

(1) Sentenza della Commissione Militare estraordinaria del Valle di Messina del 14 giugno 1825, a stampa, in SS,, F. 66.

109 Per l’adunanza del 25 marzo in casa del Carbone, cfr. la Sentenza della Commissione Militare del Valle di Messina del 28 febbraio 1822, pubblicata dall(1) Oliva, Annali della Città di Messina cit., Vol, II, pp. 189-191.

110 Cosi la Sentenza, che or citeremo. L’accenno non deve sorprendere, riferendosi a quella delinquenza settaria, della quale, purtroppo, la Carboneria fu tutt’altro che immune. Cfr. Luzio, Il processo cit., pp. 46-9.

111 Per tutto ciò che abbiamo narrato, cfr. la Sentenza cit. in Oliva, Annali cit., II, 191-6. Circa le pattuglie dei “buoni Messinesi” si veda ancora Guardione, Il generale Rosaroti cit., docc. I, XXVHI, pp. 94, 185.

112 Guardione, op, cit.t doc. Vili, p. 118.

113 Guardione, op, cit,, doc. IX, pp. 118-4.

114 La lettera del Rosaroll al Masi è pubblicata dal Guardione, op. cit., a p. 10 in nota e, di nuovo, a pp. 88-9.

115 Lettera del Principe di Scaletta al Capitano relatore Giovanni Caparelli in data di Gazzi, 4 novembre 1821. Trovasi compresa nel Secondo volume cit., ff. 27-9.

116 Ferdinando I, giurata la Costituzione, aveva soggiunto testualmente: “Se operassi contro il mio giuramento e contro qualunque articolo di esso, non dovrò essere ubbidito,, ed ogni operazione, con cui vi contravvenissi, sarà nulla e di nessun valore”. Fontanarosa, Il Parlamento cit., p. 12.

117’ Lettera del barone Mandrascate al Capitano relatore Caparelli, in data di Catania, 22 aprile 1822, nel Secondo volume cit., ff. 59-60.

118 Cfr. Copia di ordini dati dal sig. generale Rosaroll dal 26 marzo al 2 aprile 1821, nel Secondo volume cit., f. 72.

119 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

120 Sotto questa accusa il Celentani fu poi il 10 settembre 1822 condannato a morte; ma si ebbe dal Re commutata la pena in quella dell’ergastolo. Cfr. Decisione della G. C, speciale di Napoli nella causa contro i rivoltosi di Monteforte ed Avellino nella ribellione del 2 di luglio 1820, Napoli, Società Filomatica, 1823.

121 Guardione, op, cit. doc. X, pp. 114-5.

122 Non possediamo questa lettera del Rosaroll; la riferiamo quindi secondo la Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

123 Guardione, op. cit, doc. XI, p. 116.

124 Sentenza cit., del 28 febbraio 1823. Del D’Amico e del Dongiovanni è parola nel Colletta, Diario cit., pp. 411-4.

125 Son versi del Tasso (G^er. Lib., c. V, st. 42), del quale il Rosaroll era studiosissimo (Panteon cit., I, 166, 163).

126 Questo proclama era stato già pubblicato dal Sansone, La rivoluzione cit., pp. 215-6, dall’Oliva, Annali cit., H, 180-1, e da altri; noi lo riproduciamo da una stampa del tempo, conservandone, più ch’è stato possibile, l'ortografia spesso capricciosa ed errata. Cfr. Secondo volume cit., f. 26.

127 Lettera dello Scaletta cit. nel Secondo volume cit., ff. 27-9.

128 Lettera del generale Clary al capitano relatore Caparelli in data del 30 ottobre 1821, nel Secondo volume cit., ff. 12-4.

129 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823; Palmieri, Saggio cit., p. 419.

130 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823; lettera del Nunziante al capitano relatore Caparelli in data del 4 dicembre 1822 nel Secondo volume cit., f. 235.

131 Sentenza cit.

132 Sentenza cit.

133 Guardione, op. cit., doc. XIII, p. 117.

134 Guardione, op. cit., doc. XIV, pp. 118-9.

135 Lettera del Mandraseate cit. nel Secondo volume cit., f. 60. In una corrispondenza da Messina al giornale palermitano La Rana (n. 28, 7 aprile 1821), in data 31 marzo, accennandosi forse ad un’altra riunione delle Autorità, si legge: “In una seduta di tutte le autorità, tenutasi jer l’altro in casa del signor Intendente del Vallo, è stato sanzionato ed adottato un piano provvisorio di pubblica sicurezza per la città di Messina e suoi casali” ecc. Le Autorità infatti cercarono di render vana l’opera del Rosaroll, riunendosi a varie riprese e dando delle particolari disposizioni. Cfr. i verbali di queste sedute, che vanno dal 29 marzo al 2 aprile, nel Secondo volume cit., ff. 260-72. Dalla stessa corrispondenza apprendiamo che la mattina del 30 marzo “il signor Generale comandante la divisione ha passato in rassegna la nostra numerosa guardia d’interna sicurezza, che era schierata lungo la strada Ferdinanda. Questo spettacolo sarebbe riuscito interessante se una forte ed intempestiva pioggia non avesse interrotto la parata”.

A questo punto è necessario accennare ad una questione: voleva il Rosaroll attentare alla vita del Nunziante? Le citate parole del Mandraseate lo affermano chiaramente, e nella sentenza di accusa si legge che Antonino Furrar, ufficiale della regia posta, avendo “traspirato” questo disegno, “si rese sollecito di farne confidenzialmente avvertire il prefato generale (Nunziante) per mezzo dei sigg. Gaiatti persone a lui devote” (Sentenza cit. del 28 febbraio» 1823; lettera del Nunziante al capitano relatore Caparelli in data del 27 novembre 1822 nel Secondo volume cit., f. 284). Già nella lettera al colonnello Celentani il Rosaroll aveva dato ordine di arrestare il Nunziante, nel quale vedeva uno dei più formidabili ostacoli al conseguimento delle sue mire. Ma sicuri indizi di un attentato — come bene osserva il Guardione, op. cit., p. 50 — non abbiamo; non ci pare però improbabile che il Rosaroll, in qualche momento di esasperazione, vedendo crollare la causa, ch'egli difendeva, credendosi infine minacciato nella propria vita, abbia profferito delle minacce di morte contro il Comandante generale le Armi in Sicilia. Che abbia poi col fatto inviato degli emissari con questo scopo, come si desumerebbe dalla lettera del Mandrascate, è cosa che non risulta da tutto il processo. Del Testo la questione è d’ordine affatto secondario: i settari di tutti i tempi e di tutti i luoghi non hanno mai considerato come delitto l’omicidio ispirato da ragioni politiche. Per raggiungere Paltò suo scopo di liberare la patria dallo straniero, il Rosaroll avrebbe con tutta certezza sacrificato ben cento Nunziante e se stesso.

136 Ordini cit. nel Secondo volume cit., f. 72.

137 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

138 Sansone, La rivoluzione cit. pp. 216-7; Oliva, Annali cit., II, doc. 29, p. 183. Resta dunque provato che la risposta al proclama del Rosaroll fu opera delle Autorità di Reggio, come dice chiaramente la Sentenza da noi citata. D'altronde l’effetto non poteva esser diverso, ché le Armate sinceramente devote alla patria non s’improvvisano in un giorno; e di quali elementi fosse composto tutto l’esercito napoletano, purtroppo sappiamo. Sono quindi puramente retoriche le declamazioni del Guardione, op. cit., pp. 56-7, contro i Calabresi, contro questo “forte popolo”, che “si immiserisce per fiacchezza” eoc. Il torto era del Rosaroll, il quale, nella sua magnanima illusione, agiva

Trattando l’ombre, come cosa salda.

139 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

140(1) Oliva, Annali, II, doc. XXX, pp. 183-4.

141 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823. Circa la condotta degli ufficiali superiori verso il Rosaroll, cfr. la deposizione del capitano Raffaele Maddalena da Bari nel Secondo volume cit., ff. 111-115.

142 Oliva, Annali, II, doc. XXX, pp. 188-4.

143 Guardione, op. cit., doc. XXIII, p. 127.

144 Guardione, op. cit., doc. XX, p. 125.

145(1) Oliva, Annali, II, doc. cit.

146 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

147 Sentenza cit.; Guardione, op, cit, doc. XXVIII, p. 137.

148 Sentenza cit.

149 Guabdione, op. cit., doc. XXX, p. 140.

150 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 2 maggio 1823, a stampa, in SS., F. 27.

151 Leuti = barche a remi ed a vela latina.

152 Il Masi navigò verso la Calabria, cercando di approdare a Reggio; ma ivi “le Autorità e l’intero popolo”, credendo fosse il Rosaroll, che voleva tentare uno sbarca “per uccidere quelle Autorità*, si opposero; sicché egli dovette prendere il largo. L’indomani, chiarito l’equivoco, il Masi fu ricevuto dalle Autorità “con applauso”, si senti elogiare per la sua “saggia condotta” e si ebbe anzi offerto un pranzo. Cfr. il Certificato del Sindaco e dei Decurioni della città di Reggio in data 9 novembre 1822, nel Secondo volume cit., f. 139.

153 Guardione, op. cit., doc. XXVII, pp. 131-2.

154 Guardione, op. cit., doc. XXIII, p. 125.

155 Guardione, op. cit., pp. 60-1.

156 Sentenza cit. del 2 maggio 1823.

157La Rana, un. 28-29, 7 e 11 aprile 1821.

158Sentenza cit. del 2 maggio 1823.

159 Deposizione cit. del capitano Maddalena, nel Seconda volume cit. f. 114.

160 Guardione, op. cit., doc. XXVIII, p. 188. Il messinese La Farina, Storia cit., I, 288-4, afferma che il Principe di Collereale volle in tutti i modi agevolare la partenza del Rosaroll, al quale forni anche” il bisognevole al suo viaggio. E Rosaroll, che generoso era, di tanta generosità commosso, si recò da lui cogli occhi umidi di pianto, abbracciaronsi, e si divisero”. E, dopo aver tessuto un caldo elogio del Collereale, che fu invero persona beneficentissima, conclude: “sia resa questa giustizia a lui, che fu fedelissima a’ Borboni, da scrittore che la dominazione de’ Borboni aborre e detesta”. L’Oliva poi, Annali, II, 100, aggiunge che l’offerta del Collereale fu di onze quattrocento. Il Guardione invece, op. cit., pp. 63-4, deplora “le tenerezze e le esaltazioni del La Farina per il Principe di Collereale”, (tt) il quale non è vero, come scrive il La Farina, che avesse dato mezzo al Rosaroll di salvezza, né tampoco, come scrive il D’Ayala, che lo avesse fatto inseguire”; ma poi, contraddicendosi nella stessa pagina, dopo aver accennato agli aiuti profferiti al Generale dal tenente Jaccarino, continua: chiesta salvezza sopra un legno inglese non gli fu negata, e, contro la persecuzione di quattro barche corridore, il di 4 preso le mosse sul brigantino la Concezione. Aiutato da Aniello Jaccarino e dall’aiutante di campo Giuseppe Graziano, re* spinse, intrepido, colle armi in mano, coloro che volevano arrestarlo”. Di quest’ultimo episodio, dèi quale non è indicata la fonte (ch’è però D’Ayala, Panteon cit, 1,162), nessun accenno è nelle due Sentenze, da noi ripetute volte citate; mentre, se il Rosaroll avesse fatto opposizione a mano armata, non si sarebbe tralasciato certo dalla Commissione Militare di fargliene un capo d’accusa. I documenti, pubblicati dallo stesso Guardione, dimostrano all’evidenza che si volle agevolare la partenza del Rosaroll da tutti gli ufficiali superiori, i quali non avrebbero potuto agire senza l’intesa del loro capo Principe di Collereale. L’offerta del quale al Rosaroll ha quindi tutta l’apparenza della probabilità, se non della certezza; ma di essa sarebbe naturalmente vano voler trovare sicuro indizio nel processo. Nel Secondo volume cit., f. 142, è però copia di un ordine dato dallo Staiti al Masi, sotto la data del 4 aprile 1821 [per errore di trascrizione: 1822], il quale, mentre conferma quanto da noi si è detto, getta nuova luce sull’episodio in questione. Lo Staiti adunque annunzia al Masi l’imminente partenza del brigantino La Concezione, incaricandolo di dar ordine “ai Comandanti dei Legni Reali, che lo custodiscono, di non incontrarsi (sic) verun ostacolo per la partenza del cennato brigantino. Permetterà ugualmente che restino a bordo del succennato Pacchetto i cannoni, che gli si fornirono da questo Arsenale, non menché l’approwisionamento de' viveri Il Masi però doveva seguire a distanza La Concezione, per impedirne un possibile sbarco.

161 Sentenza cit. del 2 maggio 1S23.

162 D’Ayala, Panteon, I, 162 segg. La Polizia borbonica non lo perdette mai di vista. Il 14 febbraio 1824 il Direttore di Polizia scriveva al Luogotenente generale Principe di Campofranco di aver saputo dall(1) Intendente di Messina che il Rosaroll aveva lasciato Malta per le Isole Jonie. Cfr. SS., F. 88.

163 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823. Nulla sappiamo del contenuto di questa risposta.

164 Guardionb, op. cit., doc. XXV, p. 129.

165 G. Piaggia, Nuovi studj sulle memorie della città di Milazzo, Palermo, tip. del “Giornale di Sicilia1866, p. 148.

166 Ordine simile aveva mandato il Nunziante alle truppe di Messina; ma il Rosaroll aveva disposto si rispondesse per telegrafo il 2 aprile: “ZZ Comandante la 7(a) Divisione al se dicente Generale in capo. — Questa Divisione ha detto ohe non può eseguire l’ordine di togliersi li mustacci, perché non ha quella paura che ha invaso il Generale in capo, che a cinquecento miglia si trova dal nemico. Morte ai nemici della patria! Il Generale Rosaroll*. Cfr. Ordini cit. nel Secondo volume cit., f. 73.

167 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823; Guardione, op. cit., doc. XVII, pp. 120-1.

168 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823; Guardione, op. cit., Oliva, Annali, II, doc. XXVIII, p. 182.doc. XVIII, p. 122. È questa una lettera del Patitari al Bosaroll, che VA. intitola stranissimamente: “Il Cancelliere presso il Commissariato del Be (!!) al generale Rosaroll.

169 Piaggia, Nuovi studj cit., p. 151.

170 Lettera del Nunziante al Senato di Milazzo del 6 aprile 1821, nel giornale La Rana, n. 62, 5 agosto 1821.

171 Giornale di Palermo, n. 64, 2 aprile 1821.

172 OLIVA, Annali, II, doc. XXVIII, p. 182.

173 Piaggia, Nuovi studj cit., pp. 151-3.

174 La Rana, n. 62 cit.

175 Sentenza cit. del 28 febbraio 1823.

176 Questa pena, con decreto del 16 agosto 1825, gli fu commutata in vent’anni di relegazione. Cfr. Giorn. del Regno delle Due Sicilie, n. 191, 18 agosto 1825.

177 Oliva, Annali, II, doc. XXXI, p. 185.

178 Cfr. Notamento de’ sudditi di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie qui [in Malta] dimoranti ecc. in SS., F. 40.

179 La Rana, n. 29 cit.; Oliva, Annali, II, pp. 99-100.

180 &iorn, del Regno delle Due Sicilie, n. 14, 9 aprile 1821.

181 Oliva, Annali, II, doc. XXXIII, p. 196.

182 La Rana, n. 47, 13 giugno 1821.

183 Oliva, Annali, II, p. 100.

184 A piena intelligenza dei lettori trascriviamo alcuni articoli del Codice per lo Regno delle Due Sicilie, parte II (Napoli, Angelo Trani, 1819, pp. 2-3):

“4°) La pena di morte si esegue colla decapitazione, col laccio sulle forche e colla fucilazione.

“5°).... La pena di morte si esegue colla fucilazione, quando la condanna sia fatta da una Commissione militare, o da Consigli di guerra ne’ casi stabiliti dallo Statuto penale militare.

“6°) La legge indica i casi, ne’ quali la pena di morte si debba espiare con modi speciali di pubblico esempio.

“I gradi di pubblico esempio sono i seguenti:

“1°) esecuzione della pena nel luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino;

“2°) trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di giallo, con cartello in petto a lettere cubitali indicante il misfatto;

“3°) trasporto del condannato nel luogo della esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, e con un velo nero che gli ricopra il volto;

“4°) trasporto del condannato nel luogo nell’esecuzione, a piedi nudi, vestito di nero, con velo nero che gli ricopra il volto, e trascinato su di una tavola con piccole ruote al di sotto, e con un cartello in petto in cui sia scritto a lettere cubitali: l'uomo empio”.

185 7°) La pena dell’ergastolo consiste nella reclusione del condannato per tutta la vita nel forte di un’isola, secondo i regolamenti”. Codice cit., p. 3.

8°) La pena de’ ferri sottopone il condannato a fatiche penose a profitto dello Stato. Essa è di due sorte per gli uomini.

“La prima si espia ne’ bagni) ove i condannati strascineranno a’ piedi una catena, o soli, o uniti a due, secondo la natura del lavoro cui verranno addetti.

“La seconda si espia nel presidio. Per questa pena è sottoposto il condannato a’ lavori interni di un forte, con un cerchio di ferro nella gamba destra, secondo i regolamenti”. Codice cit., p. 3.

186

187 11°) I condannati alla reclusione son chiusi in una casa di forza, ed addetti a’ lavori, il di cui prodotto potrà per una parte esser impiegato a di loro profitto, secondo i regolamenti che farà il Governo”. Codice cit., p. 4.

188( )12°) La relegazione si esegue trasportandosi il condannato in un’isola, per dovervisi trattener libero nel corso della condanna Codice cit., p. 4.

189 Cfr. questa sentenza del 28 febbraio 1822 (e non del 25, come si è sempre detto fin qui) in Oliva, Annali, II, doc. XXXIII, pp. 187-213.

190 Cfr. Stato nominativo degli imputati contro lo Stato e la B. Corona eoe. (Messina, 3 febbraio 1825) in SS., F. 7.

191 Oliva, Annali, II, 104-5.

192 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 20 luglio 1822, in SS., F. 9.

193 Collezione delle Leggi e de(1) Decreti reali cit., a. 1882, sem. H, pp. 171-8.

194 Era formata come nel febbraio 1882; solo al Bartuccelli era stato sostituito il procuratore generale Luigi Jeni

1959°) La pena di ferri sarà di quattro gradi uguali, ciascuno di sei anni.

“.... Il quarto comincia da venticinque anni e termina a trenta,. Codice cit., p. 3.

196 Per questa sentenza del 28 febbraio 1823 (e non del 27, come solitamente si indica) cfr. in questo vol., p. 66, n. 2.

197 Cfr. Stato nominativo cit., in SS, F. 7.

198 Deliberazione della Commissione Militare del Vallo di Messina del 18 aprile 1823, in 5$., F. 35.

199 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 2 maggio 1823, da noi cit. a p. 90, n. 8. La Commissione Militare con sentenza del 4 dicembre 1821 aveva messo in libertà tutti gli individui dell’equipaggio della Concezione, ohe da Barcellona s’erano affrettati a ritornare in Italia. Cfr. La Rana, n. 101, 20 dicembre 1821.

200 Deliberazione della Commissione Militare del Vallo di Messina del 25 agosto 1823, in SS., F. 35.

201 Albo de' rei assenti condannati a morte in appendice al Secondo volume cit. e in SS., F. 85.

202 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 7 aprile 1825, in SS., F. 60.

203 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 14 giugno 1825, in SS.t F. 66. .

204 Sentenza della Commissione Militare di Messina del 25 luglio 1825, SS., F. 67.

205 Sentenza della Commissione Militare di Messina del 17 settembre 1825, in SS., F. 70.

206 Cfr. Giorn. del Regno delle Due Sicilie, n. 191, 18 agosto 1825.

207 Colletta, Storia cit., lib. X, cap. IV; La Farina, Storia cit., I, 280.

208 Così lo definisce la Sentenza del 28 febbraio 1823.

209 Collezione delle Leggi e de(1) decreti reali, a. 1821, sem. I, dal 28 marzo al 30 maggio, pp. 9-91.

210 SS., F. 7.

211 Il cav. Palermo, morto di li a poco, fu sostituito nella presidenza dal ciantro Vincenzo Fontana.

212 Lettera del Duca di Gualtieri al card. Gravina, in data di Napoli, 9 giugno 1821, in SS., F. 7.

213 Cioè laici.

214 SS, F. 7.

215 SS., F. 7.

216 SS., F. 7.

217 SS., F. 7.

218 Pei sacerdoti La Villa e Ingrassia cfr. il capitolo che segue.

219 SS. F. 9.

220 SS. F. 11.

221 SS. F. 12.

222 Rapporto della Giunta per gli impiegati del 12 maggio 1828, in SS. F. 8. 15.

223 Rapporto della Giunta per gli impiegati del 24 maggio 1822, in SS., F. 14. Costoro il 25 settembre 1822 furono sospesi dalle rispettive cariche.

224 Rapporto della Giunta per gli impiegati del 28 settembre 1822, in SS, F. 15.

225 Rapporto della Giunta per gli impiegati del 17 maggio 1822; lettera del Gualtieri de’ 12 giugno; lettera del Luogotenente generale del 15 luglio, e risposta del Gualtieri del 28 settembre 1822, in SS., F. 15.

226( )Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici del 30 ottobre 1821, in SS,, F. 6.

227 Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici del 21 maggio 1822, in SS., F. 7.

228( )Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici del 18 settembre 1822, in SS., F. 14.

229( )Rapporto dell’ex-presidente della Giunta per gli ecclesiastici del 7 aprile 1824, in SS., F. 44.

230 Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici del 25 agosto 1822, in SS., F. 12.

231 Rapporto come sopra del 80 ottobre 1821, in SS., P. 6.

232 Rapporto c. s. del 27 agosto 1822, in SS., F. 12.

233 Ripartiamo in nota i nomi di questi ecclesiastici non impiegati: Antonino Cambuca da Morreale, Saverio Masi, Nicolò Di Tommasi, Luca Petta e Luigi Cassarà. da Piana dei Greci, Giovanni Patella, Pietro Valenti, Nicolò Pirrone, Biagio Masullo e Antonino Mulo-Lombardo da Corleone, Pietro Greco da Camporeale. Cfr. SS., F. 12 e 23.

234 Rapporto c. s. del 3 settembre 1822, in SS., F. 12.

235Rapporto c. s. del 27 agosto 1822, in SS., F. 12.

236 Rapporto c. s. del 13 agosto 1822, in SS., F. 21.

237 Rapporto c. s. del 27 agosto 1822, in 88., F. 11. Pubblicheremo altrove questi elenchi. Cfr. ancora 88., F. 23.

238 Rapporto c. s. del 27 agosto 1822, in 88., F. 12.

239 Sul Mingrino cfr. P. Vetri, Pagine storiche. Castrogiovanni dagli Sveni all'ultimo dei Borboni di Napoli, Piazza Armerina, Pansini, 1887, pp. 492-8.

240 Cfr. questi elenchi, che saranno da noi pubblicati altrove integralmente, in SS., P. 23.

241 Rapporti c. s. del 22 gennaio e del 10 settembre 1822; lettere dello Scandurra in data di Siracusa, 23 settembre 1822, in SS., F. 13.

242 Rapporto c. s. del 30 aprile 1822, in SS., F. 16.

243 Cfr. Notamento degli ecclesiastici impiegati ecc., cit.

244 Rapporto c. s. del 80 luglio 1822, in SS., F. 23.

245 Rapporto del Maiorana in data di Catania, 9 ottobre 1821, in SS., F. 6. Nella seduta del Consiglio di Sicilia del 19 febbraio 1822 il Direttore generale di Polizia faceva osservare che tutti gli impiegati di Polizia in Catania erano appartenenti alla Carboneria. Il Luogotenente generale disponeva: “si sospendano.... e si comunichi la ordinata sospensione subito che saranno scelti i nuovi impiegati” Cfr. PP. a. 1822, t. II.

246 Il Rapisarda veniva più tardi arrestato per essersi trovati nella sua spezieria alcuni emblemi settari, e condannato, per decisione della Commissione Suprema pei reati di Stato dei 14 dicembre 1830, a sei anni di relegazione. Cfr. l’enorme incartamento relativo a questo fatto in SSn F. 141, e la condanna in SS., F. 177. Vedasi ancora Guardione, Il dominio dei Borboni in Sicilia dal 1830 al 186I, Palermo, Beber, 1901, Vol, I, pp. 113, 123-5.

247 Sullo Strano qualche notizia dà il Fontanarosa, Il Parlamento cit., pp. 36, 52, 55.

248 Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici dell’8 ottobre 1822, in SS., F. 16. Lo scrutinio finale, che sarà da noi pubblicato altrove, conservasi in SS., F. 28.

249 Cfr. questo scrutinio, che pubblicheremo altrove, in SS., F. 23.

250 88,, F. 13.

251 Cfr. i due rapporti del Sammartìno e l’incartamento Telativo in 88., F. 12.

252 88.t F. 12.

253 Rapporto del Clary del 20 maggio 1822, in SS., F. 11.

254 Rapporto della Giunta per gli ecclesiastici del 20 agosto 1822; in SS., F. 11.

255 Cfr. questo scrutinio, che sarà anche pubblicato da noi altrove integralmente, in SS., F. 11 e 28.

256 Lettera del Gualtieri al Luogotenente generale in data di Napoli del 28 settembre 1822, in ££, F. 23.

257 Lettera del Gualtieri c. s. del 19 febbraio 1823, in SS., F. 23.

258 Notamento degli ecclesiastici impiegati ecc., cit.

259 Rapporto della Giunta per i letterati del 18 dicembre 1822, in SS., P. 44.

260 Furono essi: i sacerdoti Giuseppe e Francesco Ciofalo del Collegio di Studi in Termini (Labate, Per la storia cit., p. 86), il dott. Vincenzo Granatelli delle scuole comunali di Marineo, Giorgio Comparato insegnante in Piana dei Greoi, Antonino Verro, Felice Fa valor o e Niccolò Pirrone in Corleone, il sac. Emanuele Parisi in Caccamo, il diacono Saverio Conti in Castronovo e il sac. Giuseppe Rao in Corda. Cfr. Rapporto della Giunta per i letterati del 10 ottobre 1822, in SS., F. 16.

261 SS., F. 24.

262 PP. a. 1822, t. Il, seduta del 5 marzo.

263 Rapporto o. s. del 19 agosto 1822, in SS., F. 11.

264 Rapporto c. s. del 10 ottobre 1822, in SS^ F. 16.

265 Eccone i nomi: Antonio Cosentino Tortorici da Cattolica, Vincenzo Lo Jacono da Montallegro, Giacomo Vinci, Calogero Gibiino e Vito Campione da Naro, Andrea Picone da Bivona, sac. Carmine Barletta da San Biagio, Salvatore Cocchiara da Luooa (Bivona), Francesco Pollara e Antonino Giovenco da S. Stefano (Bivona). Cfr. Rapporto c. s. del 12 agosto 1822, in SS., F. 32.

266 Rapporto c. s. del 8 settembre 1822, in SS., F. 82.

267 Essi sono: padre Giuseppe Ximenes e Gregorio Liardi del Collegio di Studi in Noto, e i precettori di scuole primarie comunali: sac. Serafino Agnello in Bagni Canicatti, Alfio Roberto in Oarlentini, Salvatore Scapellato in Lentini, sac. Antonino Scatà e Sebastiano Schermi, (tt) promotore delle società segrete” in Melilli, dott. Giuseppe Miano in San Paolo Solarino, Taddeo Oolumba in Scordia, Vincenzo Lo Monaco in Sortino, padre reggente Reginaldo Greco in Avola, sac. Nunzio Zappulla e sac. Giuseppe Ripa in Buccheri, sac. Raffaele Intrigila in Buscemi, Santo de Santis in Feria, notaro Francesco Randazzo in Pachino, sac. Mario Lombardo e Paolo Gallo in Palazzo, sac. Mario Tantillo in Ragusa. Cfr. Rapporto c. s. del 10 ottobre 1822, in SS., F. 16.

268 Si facevano quindi delle proposte, che non riferiamo, perché non vennero accettate. Cfr. SS., F. 6.

269 Rapporto della Giunta per il ramo giudiziario del 4 ottobre 1822, insieme con tutti gli scrutini, che or citeremo, in SS., F. 17.

270 Gli altri sei dei circondari della Valle di Trapani sono: il cancelliere di Trapani Giuseppe Patti, il giudice di Pa- ceco Vincenzo Giacalone, il supplente di Salemi Salvatore Grillo, il giudice di Partanna Giovanni Gange, il cancelliere di Partanna Nicolò Antonio Pizzo e il giudice di Gibellina Luigi Drago.

271 Riportiamo i nomi dei ventidue Carbonari: il supplente Agatino Scoto e il cancelliere Sebastiano Calasberna di Caltanissetta; il sappi. Nicola Amico di San Cataldo; il giud. Ippolito De Martino, il suppl. Antonino Maria Alessi e il cane. Ignazio Castrogiovanni di Villalba; il giud. Salvatore Camerota, il suppl. Luigi Pardo e il cane. Orazio Misfuel di Serradifalco; il suppl. Gaetano Lavaccara e il cane. Giuseppe Maria Catalano di Piazza; il oanc. di Castrogiovanni Giuseppe Emma; il giud. Raffaello Romano e il suppl. Benedetto Ricifari di Calascibetta; il cane, di Pietraperzia Bernardino Difede; il giud. di Terranova Domenico Scovazzo; il cane, di Mazzarino Luigi Orlando; il giud. Francesco Rindone, il suppl. Giuseppe Pasqualino e il cane. Calogero Giuliana di Riesi; il suppl. Filippo Profeta e il cane. Michele Lanza di Aidone.

272 Per tutti i trentanove Carbonari dei circondari della Valle di Catania si notò che si erano ascritti alla sètta “dopo il 6 luglio 1820*. Eccone i nomi: il giud. Michelangelo La Rosa, il suppl. Giuseppe Santonocito e il cane. Giuseppe Marchese-Viola di Misterbianco; il suppl. Gioacchino Felice Cara di Patemò; il suppl. Francesco Guzzardi di Adernò; il cane, di Beipasso Girolamo Guarnieri,” maestro cerimoniere”; il giud. Antonino Finocchiaro, il suppl. Vito Fortunato Somma e il cane. Filippo Rapisardi di Mascalcia; il giud. di Acireale Salvatore Seminara; il suppl. Giuseppe Gaglianò e il cane. Michelangelo Macri di Aci Sant(1) Antonio; il suppl. Leonardo Grasso e il cane. Sebastiano Barbagallo di Mescali; il giud. Francesco Salesio Regnati e il suppl. Francesco Stagnitti di Linguaglossa; il cane, di Grammichele Giuseppe Baudanza; il cane, di Rammacca Gerardo Fisauli; il giud. di Mineo Mario Damigella; il cane, di Randazzo Antonino Basile; il giud. Vincenzo Giangrande, il suppl. Giuseppe Scozzarella e il cane. Salvatore Cosentini di Mirabella; il giud. Graziano Cirino e il cane. Nicola Bonelli di Nicosia; il giud. Raffaello Mangione, il suppl. Santo Abbate e il cane. Gaetano Baiamone di Leonforte; il giud. Vito Dolci, il suppl. Francesco Camerano-Violo e il cane. Giuseppe Polizzi di Centorbi; il suppl. Giovanni Marino e il cane. Giuseppe Marino di Troina; il giud. Raffaello Marletta, il suppl. Giuseppe Milazzotto e il cane. Gaetano Torretta di San Filippo d’Argirò; il giudice Filippo Neri Interlandi, il suppl. Gaetano Maugeri e il cane. Sebastiano Nativo di Vizzini.

273 Gli altri tredici Carbonari della Valle di Messina sono: il giud. Giuseppe D’Urso e il cane. Pietro Ruggieri di Castroreale; il cane, di Novara Nicolò La Rosa; il cane, di Francavilla Francesco Vadalà, secondo il quale “in Franca villa erano tutti carbonari”; il giud. Luigi Calcagno e il cane. Giuseppe Gelardi di Patti; il giud. di Mistretta Gaetano Fratantoni; il giud. di Naso Nicolò Parisi; il giud. Antonio Costanzo di Militello di Patti; il giud. Orazio Aliquò e il suppl. Antonino Celi di Santa Lucia; il cane, di Ali Giovanni Fleres e il giud. di Santo Stefano Luigi Naselli.

274 Gli altri quindici Carbonari sono: il giud. Giuseppe Failla, il suppl. Giuseppe Musumeci e il cane. Carlo Russo di Siracusa; il suppl. Stanislao Augeri e il cane. Matteo Balbo di Sortino; il cane, di Agosta Emanuele Muscatello, il suppl. Blasco Scala e il cano. Vincenzo Piccione di Noto; il giud. Luca La Oiura e il cane. Pietro Poidomani di Pachino; il suppl. Francesco Mormina di Scicli; il giud. di Spaccaforno Francesco Zuccaro; il giud. Angelo Marra, il suppl. Giuseppe Maggiore e il cane. G. B. Alessandretto di Vittoria.

275 Patebnò-Castello, Saggio cit., p. 236.

276 Palmieri, Saggio cit., p. 420.

277 PP., a. 1822, t. II, seduta dal 22 gennaio. Ecco la risoluzione del Luogotenente generale principe di Cutò: “Si rimetta.... in Napoli il rapporto del Direttore generale di Polizia senza dare alcun parere, ma per provocarsi soltanto gli ordini di 8. M. La proposta non fu accettata, e le Giunte durarono in vigore fino all’ottobre di quell’anno.

278 Tra le carte della Polizia si conservano vari di questi rapporti dei Commissari del Be. Abbiamo lo Stato nominativo degli impiegati di Girgenti (24 maggio e 29 ottobre 1822) e degli impiegati di Catania (13 maggio e 6 giugno 1822) in SS. F. 8, 9, 16.

279 SS., F. 6.

280Pei decreti da noi riferiti cfr. Collezione delle Leggi cit., a. 1882, sem. I, pp. 862-9, 872-5, 375-80, 391-7, 404-9.

281 Palmieri, Saggio cit., p. 421.

282 Palmieri, Saggio cit., pp. 421-2.

283 L’epigramma popolare è riferito dal Torre Arsa, Ricordi cit., p. 38, nota.

284 Rapporto del Clary del 23 giugno 1822 in SS., F. 11. Di denunzie sono piene quasi tutte le filze della SS., specialmente per gli anni 1821-24.

285 La bolla fu riprodotta in tutti i giornali del tempo. Una copia ne conserva la RS,, F. 5697. Nella Bibl. Naz. V. E. di Roma, Carte ed autografi delle collezioni del Risorgimento italiano, busta 5, 46, è copia di alcune Rimostranze della Società dei Carbonari al Pontefice Pio VII (Napoli, 20 settembre 1821), in risposta alla bolla cit.

286 Palmieri, Saggio cit., p. 422.

287 Torre Arsa, Ricordi cit., p. 38.

288 La felicità politico cristiana. Omelie dell'unico ParrocoArciprete di Randazzo nella S. T. Dottore Giuseppe Plumahi 4d Emmanuele recitate nella sua Madre Chiesa Parrocchiale nell’anno 1821, Messina, 1822, presso G. Fiumara, con approvazione, pp. 19-20, 23, 27, 31-3, 35.

289 Qui, come si vede, è stato saltato il terzo verso.

290 Lo spirito di vertigine. Poema eroi-comico, in cui si marra l’avvenimento del di 1° luglio 1820, Napoli, Porcelli, 1821, con approvazione, pp. 63-4. A p. 5 c’è il nome dell’autore, ohe si sottoscrive colle iniziali G. M. D.

291 Per più minuti particolari cfr. Il Carbonado istruito. Trad. dal francese, Milano, 1815, pp. 65-78; oltre le cit. opere del Saint-Edme e del Luzio.

292 L’échantillon era un pezzo di legno, lavorato in varie guise, secondo il rispettivo grado dei Carbonari, che lo portavano appeso al petto. Cfr. i disegni e le descrizioni di esso in Saint-Edme, Constitution cit., p. 61; Luzio, Il processo cit., p. 299, nota; Dito, Massoneria cit., p. 961.

293 SS., F. 25.

294 Carte diverse formate ed ammanite (sic) dalla Polizia nella Congiura scoverta il di 9 gennaro 1822, i di cui originali si trovano presso la Corte Marziale eretta per” Processo e decisione di detta causa, Palermo, s. a. [1822], p. 6.

295 Palmieri, Saggio cit. p. 409, nota.

296 Pateknò-Castello, Saggio cit., pp. 201-2.

297 Guardione, Di G. Abela cit., p. 26.

298 Le truppe austriache entrarono in Palermo il 1° maggio 1821, sotto il comando del conte Walmoden. Cfr. La Pana, n. 44, 2 maggio 1821.

299 Palmieri, Saggio cit., p. 409, nota.

300( )Patrrnò-Castello, Saggio cit., p. 223.(4) Patrrnò-Castello, Saggio cit., p. 223.

301 Sentenza della Corte marziale straordinaria di Palermo del 29 gennaio 1822, pubblicata dal Sansone, La rivoluzione cit., doc. XXVII, p. 340; Paternò-Castello, Saggio cit., pp. 223-4.

302 Paternò-Castello, Saggio oit., pp. 227-8.

303 La Rana, n. 49, 21 giugno 1821.

304 La Rana, n. 52, 1° luglio 1821.

305 La Rana, n. 53, 5 luglio 1821.

306 Sansone, La rivoluzione cit., p. 231. Nella SS,, F. 46 c’è l’elenco di tutti i reati commessi in varie epoche contro i soldati austriaci.

307 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 229.

308 Sentenza della Commissione Militare della R. Piazza e Valle di Palermo degli 11 aprile 1823, a stampa, in SS., F. 66.

309 Deposizione di Salv. Meccio del 26 luglio 1882. Cfr. Reassunto di quanto si contiene nel Processo istruito dalla Corte Marziale straordinaria della Valle Maggiore di Mazzara a carico de(1) sciagurati, i quali cospirarono a sconvolgere V Ordine Pubblico che (sic) venne a scoprirsi in Palermo nel mese di gennaio corrente anno 1822, in SS., F. 9.

310 Il copritore montava la guardia alla baracca; l’esperto disponeva gli iniziati al loro ricevimento, teneva l’ordine nella baracca ecc.

311 Deposizione Ramistella del 1° maggio 1822 nel Reassunto cit. Delle altre deposizioni, che riferiremo, s’indicherà, solamente il giorno e il mese, intendendosi per tutte l’anno 1882. Salvo indicazioni in contrario, continueremo sempre a riferirci al Reassunto cit.

312 Sentenza della Corte Marziale straordinaria di Palermo del 18 settembre 1822, a stampa, in SS., F. 12.

313(1) Deposizione del Di Chiara, 20 gennaio.

314 Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

315 Deposizione Amari, 21 gennaio; deposizione Meccio, 2 maggio; deposizione La Villa, 22 gennaio.

316 Deposizione Meccio, 2 maggio.

317 Deposizione Amari, 21 gennaio; deposizione Ramimistella, 1° maggio; Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

318 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Ramimistella, 1° maggio.

319 Deposizione Di Chiara, 20 gennaio; deposizione Minnelli, 28 gennaio.

320 Deposizione Amari, 21 gennaio.

321 Deposizione Meccio, 2 maggio.

322 Deposizione Amari, 21 gennaio.

323 Deposizione Meccio, 2 maggio.

324 Per Regno s’intenda qui e più giù la sola Sicilia.

325 Deposizione Meccio, 5 agosto.

326 Rapporto del Presidente della Corte marziale straordinaria di Palermo del 12 agosto 1822, in SS., F. 21.

327 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Minnelli, 28 gennaio.

328 Deposizione Di Chiara, 20 gennaio; deposizione Corvaja, 22 gennaio.

329 Deposizione Ramistella, 1° maggio.

330 Deposizione Ramistella, 1° maggio.

331(s) Deposizione Di Chiara, 20 gennaio.

332 Deposizione Di Chiara, 20 gennaio; deposizione Moccio, 2 maggio.

333’ Deposizione Meccio, 2 maggio.

334 Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

335 Deposizione Amari, 21 gennaio.

336 Deposizione Minnelli, 28 gennaio.

337 Deposizione Landolina, 21 gennaio; deposizione Mecciò, 2 maggio.

338 Deposizione Meccio, 2 maggio.

339 Deposizione Amari, 21 gennaio.

340 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Amari, 21 gennaio.

341 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Amari, 21 gennaio; deposizione Meccio, 2 maggio.

342 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Ramistella, 1® maggio; deposizione Meccio, 4 luglio. Cfr. ancora la deposizione fatta dal Meccio al giudice Martinez il 22 agosto, in SS.} F. 10.

343Sentenza cit. del 18 settembre.

344 Deposizione Meccio, 2 maggio.

345 Deposizione Amari, 21 gennaio.

346 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; deposizione Amari, 21 gennaio; deposizione Meooio, 2 maggio.

347 Deposizione Mecoio, 8 maggio.

348 Deposizione Landolina, 21 gennaio.

349 Deposizione Meccio, 2 maggio; deposizione Anzaldi, 21 maggio.

350 Deposizione Meccio, 5 agosto.

351 Deposizione Amari, 21 gennaio; deposizione Meccio,

352 Deposizione Anzaldi, 21 maggio.

353 Deposizione Meccio, 2 maggio.

354 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio.

355 Deposizione Meccio, 2 maggio.

356( )Deposizione Amari, 21 gennaio.

357 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio.

358 Deposizione Anzaldi, 21 maggio.

359 Deposizione Anzaldi, 21 maggio.

360 Deposizione Bamistella, 1° maggio; deposizione Moccio, 2 maggio; deposizione Anzaldi, 21 maggio.

361 Deposizione Meccio, 5 agosto.

362 Deposizione Ingrassia, 21 gennaio; Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

363 Deposizione Minnelli, 28 gennaio.

364 “Le bonache erano e sono tuttora i mafiosi della città e dell’agro palermitano”. Sansone, La rivoluzione cit., p. 42, n. 8.

365 Deposizione Meccio, 2 maggio.

366 Deposizione La Manna, 21 gennaio; deposizione Ramistella, 1° maggio.

367 Sentenza cit. del 18 settembre 1822,

368(i) Sentenza cit.

369 Deliberazione della Corte Marziale straordinaria del Valle Maggiore di Mazzara dei 2 agosto 1822, in SS., F. 9. Cfr. ancora i rapporti del Direttore generale di Polizia alla detta Corte del giugno e del luglio e la ministeriale del 30 luglio dello stesso anno, in SS., F. 8 e 9.

370 Carte diverse cit., pp. 8-4, 10-19; Sansone, La rivoluzione cit., pp. 245-8.

371 Deposizione Meccio, 9 maggio.

372 Deposizione Landolina, 21 gennaio.

373 Deposizione Anzaldi, 21 maggio.

374 Deposizione Meccio, 9 maggio.

375 Deposizione Landolina, 21 gennaio.

376 Deposizione Bamistella, 1® maggio; Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

377 Rapporto del Direttore di Polizia al Luogotenente generale del 17 agosto 1822, in SS,f F. 17. Il fatto è confermato anche dal Paternò-Castello, Saggio cit., p. 230.

378 Deposizione Ramistella, 1° maggio.

379 Rapporto cit. del Direttore di Polizia.

380 Deposizione Anzaldi, 21 maggio.

381 Cfr. La Rana, a. II, n. 4, 13 gennaio 1822.

382 Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

383 Carte diverse cit., p. 64. Le dichiarazioni spontanee si trovano nello stesso opuscolo, a pp. 20-62. Cfr. i commenti del Pateknò Castello, Saggio cit., p. 230.

384 Deposizione La Villa, 22 gennaio.

385 SS., F. 21.

386 Il Puglisi con sentenza emessa dalla Gran Corte di Palermo il 22 marzo 1822 veniva condannato a dieci anni d’esilio dai reali domini. Cfr. Notamento de' sudditi di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie già cit.

387 Il Lo Jacono era stato uno dei delatori segreti; non sappiamo quindi perché non sia stato messo in libertà insieme con gli altri, i quali non furono neanche citati come testimoni nel pubblico dibattimento. Ancora nell’ottobre del 1822 trovavasi egli in carcere e supplicava di esser messo in libertà. Cfr. la sua domanda in SS., F. 16, e la nota, che segue.

388( )Questa sentenza del 29 gennaio 1822 è pubblicata, come si è già avvertito, dal Sansone, La rivoluzione cit.. doc. XXVII, pp. 835-49. Degli individui rimandati a più ampia istruzione, otto (La Tona, Azzarello, D'Aquila, Oraziani, Settegrana, Mauro, Petta, Lo Jacono) vennero ammessi a libertà provvisoria dalla Commissione Militare il 7 dicembre 1822 (SS., F. 45). Il Navarra, il Maggiordomo e il D’Anna, benché ammessi anche loro a libertà provvisoria, furono trattenuti in prigione dal Direttore generale di Polizia, il quale li accusava di essere stati fra i più accaniti Carbonari, di aver coperto la carica di Terribili e di aver anche attentato alla sua propria vita. Il Re, con decisione emessa in Vienna il 17 gennaio 1823, dava ragione al Favare, e con altra decisione del 23 maggio dello stesso anno eliminava i suddetti individui dai reali domini. Il sergente Raimondo Cammarosano e il caporale Salvatore Settegrana, in seguito alla deliberazione del 7 dicembre 1822, erano tornati a servire nel Treno; ma il 15 maggio 1823 il Favare, visto che la perfetta calma, in cui era tornato l’ordine pubblico dopo i rigorosi esempi del 31 gennaio 1822, non presentava” in alcuni punti quella stessa solidità e fermezza, in cui non ha guari appariva n, proponeva che entrambi fossero allontanati dal Treno; la quale proposta era accettata dal Re con decisione del 4 luglio 1823. Cfr. SS., F. 26, 28.

389 All’Amari, in via della sua malferma salute, fu concesso poi (maggio 1825) di espiare il resto della pena prima nelle prigioni di Napoli, poi in quell’ospedale di San Francesco, e infine nelle carceri di Palermo (ottobre 1829). La condanna gli venne scemata in varie riprese, finché fu messo in libertà il 5 luglio 1834. Mori nel 1850. Fu padre dell’insigne storico Michele Amari, il quale con tutta una vita nobilissima, consacrata all’amor della Patria ed agli studi più severi, valse certo a far dimenticare qualche debolezza del suo genitore. Cfr. D’Ancona, Carteggio di M. Amari raccolto e postillato coll'elogio di lui, Torino, Roux, Frassati e C.°, 1896, Vol, Il, p. 370, n. 13; 0. Tommasini, La vita e le opere di M. Amari, in Scritti di storia e critica, Roma, Loescher, 1891, p. 283. — Con decreto del 16 agosto 1825 la condanna dell’Ingrassia era portata a ventiquattr’anni di relegazione, quella del La Manna a venti, quella del Di Chiara a sedici e quella del Landolina a sei. Cfr. SS., F. 16, 18, 21. Il Corvaja fu poi graziato il 29 novembre 1824 (SS., F. 54).

390 Sansone, La rivoluzione cit., p. 252.

391 Rapporto del Comandante generale delle Armi al Luogotenente generale del 18 settembre 1822, in SS., F. 14. Su questa esecuzione nessun particolare forniscono il Giornale di Palermo del 6 febbraio e il Giornale del Regno delle Due Sicilie del 4 febbraio 1822. Il primo chiama il 81 gennaio “giorno melanconico e tetro, si per l’idea di strani e chimerici progetti formati da pochi, onde turbare di nuovo la tranquillità generale, come per lo lugubre aspetto della pena, alla quale soggiacquero quelle sciaurate vittime del loro insano delirio”; il secondo ci assicura che “la pena della fucilazione fu eseguita con tutta la calma e la quiete n! Il Lo Bianco, Avvenimenti.... dal di 13 luglio 1S20 a sino a dicembre 1834 (ms. della Biblioteca Comunale di Palermo, ai segni Qq. F. 162), che spesso suol essere diffuso in particolari di nessun conto, non spende in proposito che pochissime parole, limitandosi a dare un riassunto della Sentenza, simile a quello fattone dal Giornale di Palermo. In compenso però ci riporta cinque sonetti, composti durante la prigionia da Giuseppe Lo Verde (e già pubblicati da L. Natoli, Cinque sonetti d'un condannato a morte, nel Giornale di Sicilia del 14 aprile 1890), che si diffusero allora per la città, commovendo profondamente gli animi. Di Giuseppe Lo Verde la sentenza di morte ci dice che aveva ventun’anni ed era di condizione segretario (nulla ci apprende G. De Pasquali, Giuseppe Lo Verde, nel Panteon dei Martiri cit., Vol, I, pp. 192-202, il quale fa una stranissima confusione di nomi e di date e fa morire il Lo Verde nel 1828); ma nel petto del misero impiegatuccio batteva un gran cuore di poeta. In uno dei sonetti citati — le sole cose, che di lui conosciamo — egli dice di esser tornato in sogno a casa sua: corrono ad abbracciarlo il babbo e la mamma:

Precipiti i fratei volano, e intanto

Fra si teneri affetti, singhiozzando,

Io risponder potea solo col pianto.

Mi desto... e cerco per la stanza oscura

Madre, fratelli, genitore... quando

Sol del carcer trovai l'orride mura.

Un altro sonetto alla Speranza, ha questa chiusa:

Lieto ancor io per te le mie ritorte

Soffro, illudendo il vigile desire,

Che alfin le spezzi libertate o morte.

A proposito della esecuzione del 81 gennaio, il La Farina, Storia cit., Vol, II, pp. 81-82, con grande ricchezza di senti; mento e con forma assai felice, scrive che le teste delle vittime, (tt) chiuse in gabbie di ferro, furono appese alla porta San Giorgio, dove rimasero molti anni; e Veliera e le viole a ciocche, dall’umana carne concimate, crebbero rigogliose sul muro, e, quasi senso di pietà avessero, inghirlandarono i bianchi teschi de’ martiri”. Il periodo ha avuto fortuna e lo hanno riprodotto quasi tutti gli storici (Vannucci, I Martiri della libertà italiana dal 1749 al 1848, Milano, 1887, 7(a) ediz., Vol, I, p. 225; Sansone, La rivoluzione cit., p. 252 D’Ancona, Carteggio cit., Vol, II, pp. 828-4; Giovgnoli, Il Risorgimento cit., p. 818 ecc.); ma esso non è conforme alla verità. Si noti che le vittime furono fucilate, non ghigliottinate; lo stacco quindi delle teste dai loro corpi sarebbe stata barbarie inconcepibile. A porta San Giorgio si vedevano fino al 1845 delle teste appese a certi ganci, ma erano di malfattori comuni, che scontavano i loro delitti sotto la mannaia; e furon levate in quell’anno per toglier l’orrendo spettacolo agli imperiali di Russia, che si preparavano a passar l’inverno in Palermo.

392 Deposizione Meccio, 2 maggio.

393 PR.t a. 1822, t. II; su tal proposta il Luogotenente generale dava questa risoluzione: “Si rimetta in Napoli il rapporto del Direttore generale di Polizia, senza dare alcun parere, per provocarsi soltanto gli ordini di S. M.”.

394 Lo Bianco, Avvenimenti cit., f. 289*. Un’onza equivale a L. 12,75.

395 Cfr. questa ministeriale dell’8 febbraio 1822, in SS., F. 10.

396 SS., F. 8, 48.

397 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 286.

398 Reassunto del processo cit.

399 Paternò-Castello, Saggio cit., pp. 229, 286.

400 Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

401 Deposizioni Meccio, 2, 3, 4, 6, 8, 9 maggio; 4, 26 luglio.

402 Paternò-Castello, Saggio cit., pp. 236-7.

403 Deposizione Meccio, 2 agosto, in SS., F. 10.

404 Deposizione Meccio, 5 agosto. È inesatto quindi quanto scrive il pATEaNò-CASTELLO, Saggio cit., pp. 237-8, che il Meccio abbia portato seco nel sepolcro (tf) il segreto, che aveva promesso di conservare” al Favare e che abbia evitato la “complicazione di nomi illustri nel suo delitto”. È certo ohe il Direttore di Polizia dovette passare allora un brutto quarto d’ora; ma la grazia sovrana non gli fu tolta. Recossi egli a Napoli, “per oggetti di Real servizio» e il Re ebbe “nuovo argomento di rilevare lo zelo e l’indefessa attenzione adoperata da lui nell’esercizio della sua carica, non che il di lui costante attaccamento al buon servizio di S. M.”. Cosi scrive il duca di Gualtieri il 7 ottobre 1822. Cfr. La Rana, a. II, n. 82, 14 ottobre 1822. Due anni dopo il Favare veniva nominato Luogotenente generale in Sicilia.

405 SS., F. 22, 23.

406 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 231.

407 Sentenza cit. del 18 settembre 1822.

408 Rapporto cit. del Comandante generale delle Armi, e disposizione del Luogotenente in SS.t F. 14.

409 Lo Bianco, Avvenimenti cit., f. 804*.

410 SS., F. 14.

411 Sansone, La rivoluzione cit, pp. 258-4. Il 14 aprile 1890 fu collocata a spese del Municipio di Palermo sulla facciata della chiesa dei Santi Quaranta Martiri una lapide con i nomi delle dieci vittime del 1822. E ne fu fatta una commemorazione dal prof. L. Natoli (riportata dal Giornale di Sicilia della stessa data). Notiamo però che, secondo la lapide, il Meccio sarebbe stato fucilato il 27 settembre!

412 Gli altri componenti la Commissione Militare erano: il maggiore Francesco Carrascon, i capitani Francesco Dusmet e Paolo Ragona, il tenente Giuseppe Nini, i Sottotenenti Giuseppe Roussel e Salvatore Musso, giudici; il capitano Antonio Del Re, Pubblico Ministero; il dott. Mariano Cannizzaro, uomo di legge, e il portabandiera dei Veterani Domenico Raspa, cancelliere.

413 SS., F. 15, 66.

414 Rapporto del Direttore di Polizia del 14 aprile 1822, in SS., F. 66.

415 Il Trapani fu poi arrestato la notte del 4 luglio 1825, dietro denunzia di un carcerato (SS., F. 66) e “per nuova sentenza del 1827 fu condannato a vent’anni di ferri, dai quali usci nel 1885”. Cfr. Vannucci, I Martiri cit., Vol, I, p. 226. Nel dicembre 1824 la Polizia riceveva notizia ohe il Batolo era a Boston, il Sorretta e l’Attinelli in Salem, città distante circa quindici miglia da Boston, e il Massa in un’altra città ancor più lontana degli Stati Uniti del Nord-America. I primi tre si procuravano stentatamente da vivere, dando studio di lingua italiana; l’ultimo pare si fosse arruolato nell’esercito di quel paese (SS., F. 54). Nel 1841 il Massa faceva istanza per poter rientrare nei reali domini (SS., F. 804, dove c’è tutto l’incartamento, che lo riguarda). Il Batolo più tardi si trasferì in Malta e la Polizia sorprendeva una sua corrispondenza criminosa con gli antichi complici (SS., F. 503).

416 Sentenza della Commissione Militare della H. Piazza e Valle di Palermo degli 11 aprile 1823, a stampa, in SS., F. 66. Il sac. Vizzola si presentò alla Polizia nel marzo 1824. Il Renzi veniva messo in libertà provvisoria il 10 dicembre 1823; ma nel febbraio del 1824, * essendo egli napolitano e persona sospetta”, veniva inviato a Napoli a disposizione di quella Polizia (SS., F. 40). Il Giardina e Ottavio Lo Bianco furono posti in libertà provvisoria, il primo il 24 luglio 1824 (SS., F. 47), il secondo il 27 maggio 1826 (SS., F. 83).

417 SS., F. 24, 66. Il capitano Merlo fu messo in libertà assoluta il 7 luglio 1825 (SS., F. 68).

418 Cfr. tutti questi documenti in SS,, F, 66.

419 Riproduciamo questa circolare a stampa in tutta la sua integrità: “A... G... D... G... M... D... U... E... D... S... T... N... P... “La Risp... A... V... P... Il Mantice della Libertà all’O... di Catania.

A tutte le VV... 00,.. della Provincia s, s. s.

“Cari BB... CO...

“Dopo lo rovescio, e lo sbandamento di alcune truppe, e l’orrendo tradimento avvenuto nel Regno di Napoli, la più bella, e la più santa delle cause corre ormai tutti i pericoli; delle grandi novità incredibili vi ebbero luogo, pur nondimeno il sacro fuoco di libertà, il santo amor di Patria bolle nei liberi petti di molti bravi e degni Patriotti, diverse migliaia di ottimi e generosi Cittadini si uniscono a Monteforte, Avellino e Nola; diversi Corpi dell’Armata fedeli ancora alla Patria, all’onor Nazionale, ai loro sacri doveri si riuniscono sotto le bandiere Nazionali per impedire nell’interno del Regno la più ingiuriosa delle aggressioni; le Calabrie ancora per avvisi telegrafici pervenutici sono in movimento. Questa A... V... P... si crede in dovere di rincorarvi. Fermezza, coraggio, patriottismo, costanza vi raccomanda. Fedeli al vostro sacro giuramento, riunitevi sempre e spandete la luce. Conseguenti a voi stessi, vi sia di guida la virtù, la più sacra morale, e non mancate di mostrare all’Europa intera, che noi Isolani e Siciliani abbiamo un carattere Nazionale, e che sapremo resistere con coraggio a tutte le ricerche (?) dell’avversa sorte.

“Se sempre mai vi siete mostrati degni Carbonari, è questo il momento di rendervi rispettabili, e colla vostra stretta unione, e coll’esatto adempimento di tutti i vostri doveri. È tempo di vertigini, dimostratevi imperturbati, e vi sia compagno il coraggio, di cui gli ottimi Carbonari e Cittadini devono armarsi. Vi serva finalmente di esempio il coraggio, l’entusiasmo di tutto il Popolo Carbonaro di Catania, il quale viene accresciuto giornalmente da numerosissime recezioni dei più eccellenti Cittadini, i quali lungi d’intimorirsi hanno spiegato nelle attuali circostanze politiche il loro nazionale carattere; significateci per ultimo, e minutamente gli urti personali, che soffrono i buoni Cittadini per esser pronti i ripari.

“Vi salutiamo cogli 00... a voi dovuti.

“Dall’O... di Catania il giorno 3 del sole di Aprile A... D... 4... 1821.

Il.. M... S... Clarenza Enrico.

Per mandato il Seg.° Capro Alessandro”.

Sciogliamo le abbreviazioni per comodità dei lettori ignari della materia. Il primo rigo si spiega: Alla gloria del grande Maestro dell’Universo e di San Teobaldo nostro protettore. Ed ecco altre abbreviazioni: Risp... A... V... = Rispettabile Alta Vendita; P... = provinciale (?); O... = Ordone; VV... = Vendite; BB... OC... = Buoni Cugini; G... M... 8... = Gran Maestro supplente ecc.

420(1) SS., F. 6.

421 Palmieri, Saggio cit., pp. 422-8; Labate, Per la storia cit., p. 32; GL Di Marzo-Ferro, Un periodo di storia di Sicilia dal 1774 al 1860ì Palermo, Busso, 1863, voi I, p. 874.

422 SS. F. 6.

423 Rapporto del Oannizzaro in data 23 aprile 1828, in SS., F. 24.

424 Cfr. gli incartamenti relativi a questi arresti in SS,, F. 6. Circa l’arresto del Palmieri e il tentativo di rivolta, cfr. Labate, Per la storia cit., p. 33.

425 SS., F. 54.

426 F. Denaro Pandolfini, Sulla vita e gli scritti di Antonino La Manna, Palermo, tip. del Giornale di Sicilia, 1889, L’A. però non dà alcun accenno della vita politica del La Manna.

427 Libate, Per la storia cit., pp. 28-32.

428 SS., F. 54.

429 SS., F. 10. C'è una memoriale del Palmieri e una lettera del Walmoden degli 11 luglio 1821 ad Antonio Mastropaolo, Direttore delle Segreterie di Stato per la Grazia, Giustizia e Finanza presso il Luogotenente generale. Il Walmoden raccomanda la supplica del Palmieri, che diceva di non saper la causa del suo arresto dopo otto mesi di prigionia, e sollecita il disbrigo della causa, “ch'ebbe una cosi svantaggiosa influenza sopra la voce pubblica”,. Cfr. ancora LABATE, Per la storia cit., p. 36, e N. PALMERI DI VILLALBA, Memorie cit., pp. 452, n. 3.

430 SS., F. 21, dov’è conservato l’elenco dei cinquantatre carbonari terminesi.

431 SS., F. 54.

432 Labate', Per la storia cit., p. 85.

433 SS., F. 15.

434 Don Giovanni Scalisi, don Luigi Legaldano, don Francesco Magri, Antonino Giaccone.

435 Maestro Antonino Cantelli, Giovanni Giatti, Giovanni Barbaro alias Fiumelento, don Antonino Gianforme, maestro Francesco Garra, Carlo Di Paola-Chiodella, Giuseppe Garofalo, Francesco Lo Crasto, maestro Sebastiano Busso, Giacomo Meli, Gaetano De Vincenzo, maestro Antonino Favata* maestro Salvatore Curia, Francesco Accomanno, Filippo Anseimo alias il Candelaro, Antonino Sinagra, don Salvatore Bammacco.

436 Costui nel primo rapporto del Gregorio è invece chiamato Barbaro.

437 SS., P. 15.

438 Sentenza della Commissione Militare di Catania del 28 novembre 1822, a stampa, in SS., F. 26.

439 SS., P. 58.

440 Sentenza della Commissione Militare del Valdemone del 19 aprile 1823, a stampa, in SS, F. 26.

441 Sentenza della Commissione Militare di Palermo del 14 marzo 1825, a stampa, in SS, F. 84.

442 SS., F. 48.

443 Sentenza cit. del 14 marzo 1825, e l’incartamento relativo in SS., F. 48.

444 Per tutti i rapporti cit. cfr. SS., F. 43. Gli altri componenti la Commissione Militare erano: i capitani Pietro Pellegrini e Bernardo Conti, il tenente Giuseppe Pistorio, i sottotenenti Benedetto Focher e Michele D'Amico, giudici; il capitano Andrea Maurigi, pubblico ministero; il dott. Domenico Corvaja, uomo di legge, e Gennaro Basile, cancelliere.

445 Il Ruscica fu messo poi in libertà provvisoria il 12 marzo 1829 dalla Commissione Suprema pei reati di Stato Cfr. SS., F. 121.

446 Con decreto 16 agosto 1825 (Giorn, del Regno delle Due Sicilie, n. 191, 28 agosto 1825) tutti costoro ebbero scemate le loro condanne.

447 Sentenza cit. del 14 marzo 1825,

448 Pubblicheremo altrove integralmente la supplica del Senato, le osservazioni del Migliore e la decisione sovrana; poiché la prima costituisce un vero atto di coraggio ed è Punica intercessione, che conosciamo, fatta da un corpo amministrativo in favore di detenuti politici; la seconda è la prova più eloquente dello straordinario potere, di cui era rivestita la Polizia; potere, che, per questa volta, è infrenato dallo stesso Re.

449 Di quest’altra sètta ci occuperemo nel seg. capitolo.

450 È il gendarme Vincenzo Avola o Aula, nominato prima. È da notare che la grafia dei nomi di questi congiurati è assai capricciosa e incostante nelle carte della Polizia.

451 Tutto l’incartamento relativo a queste due sètte messinesi trovasi in SS., F. 42. Nell’Archivio provinciale di Messina, Processi politici, 1823, pacco 491, si conservano quasi tutti gli interrogatori eseguiti dalla locale Polizia.

452 È con dispiacere che dobbiamo dichiarare che, malgrado le nostre più diligenti ricerche, né in Palermo né altrove ci fu dato di rintracciare queste o altre carte della Commissione Suprema pei reati di Stato. Ne riferiamo quindi secondo i riassunti della Polizia.

453 Durante il lunghissimo processo furono arrestati molti individui, che vennero poi poco per volta liberati.Cosi, per es., il 6 settembre 1828 la stessa Commissione Suprema metteva in libertà assoluta Felice Solamo da Bagnala, Gaetano Capone, Raimondo Geraci, Domenico Cervellera da Palermo, Rosario Sciuto, Santi Madrafiìno, Nunzio Barone da Comiso e Ottavio Trajna da Messina. Cfr. SS.,F. 126.

454 Cfr. il decreto di grazia in SS., F. 117. Durante il decennio, che noi studiamo, altre cospirazioni, oltre quelle che verremo indicando, furono scoperte nell’isola; ma di esse ben poche notizie possiamo riferire. Nella citata invettiva del Migliore si fa cenno (3 settembre 1823) di” individui delle due Valli di Catania e di Siracusa implicati nelle settarie unioni svelate dall’impune Antonio Manganare” e tradotti in Palermo a disposizione del Direttore generale di Polizia. Ad un’altra sètta allude il Paternò-Castello, Saggio cit., p. 250, scrivendo: “Il dispotismo del Favare giunse al segno, che la Gran Corte di Girgenti avendo dichiarata l’innocenza di taluni calunniati come settari detti Anabatisti, fu impedita di pubblicare la sentenza, ed egli destituì quelli giudici, che con forza d’animo, rigettando la seduzione del Favare, l’innocenza degli accusati aveano sostenuto”. Di un’altra sètta fa menzione G. Picone, Memorie storiche agrigentine, Girgenti, Montes, 1879, pp. 588-90; ma in termini assai vaghi e con evidenti errori. Nell’agosto del 1823 il detenuto Alfonso Martinez svelava l’esistenza in Palermo di una sètta dal titolo I fratelli Barabisti (Lettera del duca di Gualtieri al Luogotenente generai e t 13 agosto 1823, in SS., F. 29); e poiché la Commissione di Stato non condannò gli imputati, il Marchese delle Favare proponeva, ed il re sanzionava lo scioglimento della Commissione e la rimessa delle cognizioni della causa su nuova istruzione al consultore del governo con V intelligenza del Direttore della Polizia generale (N. Nisco, Gli ultimi trentasei anni del Reame di Napoli. Napoli, Morano, 1889, Vol, Ir p. 78). In agosto 1828 il padre Raimondo Maria Verga da Vizzini denunziava al Commissario di Polizia di Catania resistenza di un’altra sètta, denominata Congregazione del Lume, assai diffusa in Catania, Vizzini, Caltagirone, Lioodia, Grammichele e Chiaramonte e della quale erano capi Giuseppe Perriccioli da Siena e il poeta estemporaneo Gaspare Leonese. Furono eseguiti molti arresti, specialmente in Vizzini; il Perriccioli e il Leonese vennero espulsi; ma il 14 gennaio 1830 la Commissione Suprema pei reati di Stato rimandava tutti gli imputati in libertà, ordinando non esservi luogo ad ulteriore procedimento (Cfr. tutte le carta relative, in SS., F. 134).

455 Giornale del Regno delle Due Sicilie, n. 284, 1° dicembre 1828; Vannucci, I Martiri cit., Vol, I, pp. 228-9.

456 I conciapelli, che formavano una delle più terribili maestranze di Palermo, abitavano in un groviglio di case nel centro della città, donde nel 1821 erano stati scacciati dal generale Nunziante, ed obbligati a trasportare le loro masserizie fuori le porte della città coll(1) imposizione di non abitare fra loro vicini, né di andare per le vie in numero maggiore di tre. Cfr. Sansone, La Rivoluzione cit., p. 255.

457 Commissariato di Polizia presso la Direzione Generale. — Atti contro C. Sanfilippo, V. Errante ecc. imputati di appartenere alla vietata società cosi detta de' Carbonari di Nuova Riforma ecc. in SS., F. 46.

458 Rapporto del Direttore generale di Polizia in data 20 aprile 1824, in SS., F. 40.

459 La sentenza è stata pubblicata dal Sansone, Gli avvenimenti del 1837 in Sicilia (con documenti e carteggi inediti), Palermo, tip. dello “Statuto” 1890, doc. I, pp. 209-222 (estratto dall’JLrcà. stor. siciliano). Gon decreto del 16 agosto 1825 il Re commutava la pena del Mento in diciannove anni di relegazione, quella dell’Amato e dell’Errante in quindici anni, e quella del Testa, del Balsamo e del Corso in nove anni di relegazione (Giorn. del Regno delle Due Sicilie, n. 191, 18 agosto 1825). L’Errante scontò la sua pena prima nel bagno di Siracusa, poi nell’isola di Ponza, quindi in Ventotene. Fu liberato nel 1834 e mori cinque anni dopo in Termini Imerese. Cfr. Sansone, Gli avvenimenti del 1837 cit., p. 7.

460 Cfr. le perizie mediche per l’avvelenamento del Torregrossa e il rapporto del Salpietra circa l’esecuzione del Sessa in SS., F. 46. Il Lo Bianco, Avvenimenti cit., f. 326, parla di un tentativo di avvelenamento anche da parte del Sessa, che non ebbe però il gran coraggio del Torregrossa” e fini col confessar tutto e coll’essere salvato; ma di ciò non è cenno nelle carte della Polizia. Circa l’esecuzione scrive: “Il giorno 6, essendo il Sessa quasi giunto agli ultimi estremi di sua vita, lo condussero in sedia più che morto, come al pubblico comparve, e cosi fini di vivere eseguendosi la sentenza sulle forche”.

461 Nella S&, F. 7, esiste un elenco dei complici dell’Abela nella cospirazione dell’ottobre 1820 e nel tentativo di evasione con la mina.

462 Guardione, Di G. Abela cit., pp. 37 segg.

463 Cfr tutto l’incartamento in SS., F. 126.

464 Uno dei complici della congiura del barone Avanella. Nell’ottobre 1824, trovandosi il Mento appunto nel bagno di Favignana, era stato sorpreso con una carta carbonica. Cfr. SS., F. 75.

465 Nel nuovo gergo romitorio significava “unione di molti individui in fratellanza professi e laici”

466 II Merlo era stato uno dei complici della congiura di Salv. Meccio.

467 Il Cuzzaniti aveva avuto gran parte nella rivoluzione del ’20 come capo di guerriglia e trovavasi in arresto fin dall’agosto 1821. Lunghe notizie su di lui contiene lo Stato nominativo degli imputati di misfatto contro lo Stato e la R. Corona, esclusi dall’amnistia dei 5 ottobre 1822, in SS., F. 7.

468 Il Marchese delle Favare era stato nominato Luogotenente generale, in sostituzione del principe di Campofranco, il 16 giugno 1824. Cfr. Collezione dei decreti ecc., a. 1824, sem. I, pp. 346-7.

469( )Cfr. la sentenza ms. e l’incartamento relativo a questa sètta in SS., F. 207.

470 SS., F. 58.

471 SS., F. 109.

472 Rapporto del Cannizzaro al Luogotenente generale del 26 luglio 1824, in SS., F. 58.

473 Il sac. Brigandl, il tenente Fucini, il soldato Pisano e Salvatore Cesareo, giustiziati, come s'è narrato, il 2 marzo 1822.

474 Di questo inno, che si cantava nel tempo della Costituzione, il Santis riferiva queste parole: “Vedrai la foresta tutta quanta illuminata, e l'aratro sarò del tuo bel terreno”. Il MAURICI, L'indipendenza siciliana e la poesia patriottica dal 1820 al 1848, Palermo, Reber, 1898, non menziona alcuno di questi “inni costituzionali”, né alcun cenno ne fa il D'ANCONA, Poesia e musica popolare italiana nel sec. XIX

475 SS., F. 58.

476 Cfr. questa supplica e il Compendio degli atti istruiti dalla Polizia di Messina a carico di S. Valter, F. Rosolia «co., prevenuti di reati di Alta Polizia, in SS., F. 52, 54. La dichiarazione del Santis trovasi in SS., F. 50.

477 Per decreto dei 16 agosto 1825 (Giorn. del Regno delle Due Sicilie, n. 191, 18 agosto 1825) l’esilio perpetuo dei primi tre veniva ridotto a vent’anni, e la reclusione per gli altri ad anni tre di relegazione.

478 Sentenza della Commissione Militare del Vallo di Messina del 6 dicembre 1824, a stampa, in SS., F. 58.

479 Si allude alle istruzioni per le unioni settarie scoperte nel 1828 e per quelle svelate dai soldati De Roma & Anastasi.

480 SS., F. 58.

481 Lettera del marchese Tommasi al Luogotenente generale del 27 aprile 1825, in SS., F. 62.

482 Rapporto del Direttore di Polizia Cannizzaro al Luogotenente Generale, del 26 luglio 1824, in SS., F. 58. Non altro siamo in grado di aggiungere sulla cospirazione svelata dal soldato Ferrigno, eccetto che, come desumesi da un altro rapporto dello stesso Cannizzaro del 81 agosto 1824 {SS., F. 58), il commissario Maiorana, per controllare la veridicità delle rivelazioni di questo esploratore, gli aveva messo ai fianchi due persone di sua fiducia.

483 SS., F. 67.

484 Cfr. l’incartamento relativo in SS,, F. 891.

485 Rapporti del Cannizzaro, in data 19, 29 maggio e 24 novembre 1825, in 55., F. 891.

486 Questa, e non l’altra di Krimy o Krymy, è la vera grafia del nome, ripetuta costantemente in tutte le carte di Polizia.

487 È questa una brutta pagina nella vita, per tanti aspetti notevole, del Orimi. Il vescovo di Patti Nicoli Gatto il 24 marzo 1824 scriveva al Luogotenente generale d’aver dovuto ordinare l’arresto del Orimi, che, convivendo con una sua cognata, era oggetto di pubblico scandalo; sicché egli aveva dovuto più. volte sospenderlo a divinis. Il Crimi fu immediatamente arrestato e, in un impeto di vendetta, s’indusse a svelare al sindaco di Naso che nel luglio dell’anno precedente era stato egli invitato a far parte di una società segreta, in cui erano il vescovo Gatto ed alcuni Capitolari della diocesi di Patti. Furono quindi eseguite delle minute perquisizioni nell’archivio vescovile, ma con risultato del tutto negativo. Intanto il Orimi, sottoposto poi ad interrogatorio dal Commissario di Polizia in Palermo, finiva col confessare che la sua era una pura calunnia ordita per insinuazione del sac. Vincenzo Monforti. Tutti e due quindi vennero inviati nelle prigioni centrali di Messina a disposizione di quel R. Procuratore Generale. Cfr. SS., F. 117.

Ci siamo indotti a malincuore a scrivere questa nota, perché crediamo sia ormai tempo di cominciare a studiare la storia del nostro Risorgimento senza preconcetti di sorta, coll’unico intento di ricercare la nuda verità. Molte figure appariranno cosi meno eroiche, ma saranno di certo più rispondenti alla realtà.

488 La Polizia, vedremo, continuò a ritenere il Crimi come il fondatore della Repubblica. Eppure nel Giornale del Regno delle Due Sicilie (n. 290, 8 dicembre 1823) era stata segnalata una sètta col titolo di Ordini di Napoli, avente per iscopo” il rovesciamento della Monarchia e la creazione di una repubblica, solite chimere di tutti i settari. Questo miserabile loro proposito era, tra l’altro, avvalorato dallo sfoggio di magniloque denominazioni, che assegnavano ai diversi graduati della congrega. Decemviri, Senatori, Consoli erano le nomenclature ed i gradi assegnati a ehi iniziasse nella trama un numero maggiore o minore di proseliti Sono questi appunto gli intenti e il gergo della Repùbblica. Per il processo, cui dettero luogo gli Ordini di Napoli, cfr. il Giornale cit., nn. 284, 290, 299 del 1823, n. 1° del 1824, e il Vannucci, I Martiri cit., I, 228-9.

489 È questo l’unico catechismo carbonico, che ci sia stato dato di rinvenire tra le carte della Polizia. Lo pubblicheremo quindi integralmente altrove.

490 Cfr. tutto l’incartamento relativo alla sètta Repùbblica^ in SS., F. 95.

491 Cfr. Stato delle condanne inflitte dalla Commissione suprema pe' reati di Stato a don Giovanni Grimi e C? ecc. in SS., F. 891. Altri individui furono implicati in questo processo. Tra il maggio e l’ottobre 1829 infatti la Commissione Suprema pei reati di Stato scioglieva dall* *imputazione di aver fatto parte della Repubblica e metteva in libertà provvisoria: Raffaele Ricciardi, Carmelo Scuderi, Pasquale Campolo (SS., F. 126), i fratelli Domenico e Ignazio Ajello da Pettineo (SS., F. 109; costoro vennero destinati a domicilio forzoso uno in Cefalù, l’altro in Nicosia), Pietro Cotroneo e Luigi Cacopardo (SS., F. 130). Più tardi presenta vasi spontaneamente, e nell’aprile 1880 veniva anche ammesso a libertà provvisoria, Raffaele Cappadonia da Messina (SS., F. 184).

492 Cfr. questo decreto in S5., F. 391.

493 Cfr. i rapporti del Favare per il Crimi, il La Posa e l’Algeri in SS., F. 891.

494 Questo incartamento è conservato in SS., F. 102. Gli interrogatori del Sangiorgio e del Crimi furono pubblicati dal Guardiole, Memorie storiche, Palermo, Beber, 1897, Vol, I, pp. 171-79. Il secondo di essi ha la seguente firma autografa assai chiara: Sac. Giovanni Crimi. Il Guardione, non sappiamo per qual capriccio.... paleografico, stampa invece: Krymy!

495 Rapporto del Direttore di Polizia del 7 agosto 1827, in SS., F. 102.

496 Guardione, Memorie cit., Vol, I, p. 48, nota.

497 Questo e gli altri rapporti del Ramondini, che vanno dal 2 giugno agli 11 settembre 1826, son conservati in SS,, F. 95. Riferendone dei brani, vi apportiamo qualche leggero ritocco di forma.

498 Cfr. ancora Vannucci, I Martiri cit., I, 229. H Di Marzo-Ferro, Un periodo di storia cit., I, 394-5, afferma che la sètta dei Pellegrini Bianchi si sia diffusa in Catania e in Siracusa; ma nulla di tutto ciò è risultato dalle nostre ricerche. Gli storici siracusani non fanno mai cenno di questa sètta, e dai loro lavori, come dalle carte della Polizia, pare che la Carboneria non abbia avuto altri svolgimenti in quella città, dopo le vicende del 1820-21. Nulla si ricava poi in proposito dai quattro volumi di V. Cordaro-Clarenza, Osservazioni sopra la storia di Catania, Catania, Ràggio, 1838-4. Non troviamo registrato alcun opuscolo riferentesi alla storia del Risorgimento, per questo periodo, nel Saggio di bibliografia storica catanese di O. Viola, Catania, Russo, 1902.

499 Costui, dopo essere stato sottoposto a forte riprensione dalla Polizia, aveva mostrato” nuovamente di occuparsi di criminose sollecitazioni, tendenti a turbare l’ordine pubblico”. Ma gli era stato messo alle costole un esploratore. Cfr. due rapporti del Cannizzaro in data 17 e 22 maggio 1826, in SS., F. 391.

500 I rapporti del Ramondini sono diretti al Commissario di Polizia barone Lucifero.

501 Si conservano tutti in SS., F. 90.

502 PS., F. 5697.

503 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 252.

504 Paternò-Castello, Saggio cit., p. 252.

505 Là Farina. Storia cit., II, 72.

506 SS., F. 117.

507 Cfr. questo rapporto del giudice Scartata in SS.? F. 126.

508 E non già, come scrive il La Farina, Storia cit., II,. 78, con cinque voti contro quattro. La Commissione Suprema pei reati di Stato componevasi di sei votanti, compreso il Presidente, quattro dei quali togati e due militari. Cfr. il decreto del 24 maggio 1826 in Collez. dei decreti cit., a. 1826, sem. I, pp. 241-54.

509 E non Sabatini, come scrive il La Farina, Storia cit., II, 78. La sentenza non si ritrova fra le carte della Polizia. Da varie suppliche, presentate tra il giugno e l’agosto 1880, dai condannati, chiedenti di essere trasferiti dalle Grandi prigioni al forte del Castellammare, per respirare aria più libera, possiamo desumere alcuni loro nomi: Pietro Paolo Giuliani, Vincenzo Musso, Gaetano Maria Ragusa, Giovanni La Guidara, Luigi Micali, Giuseppe Guerci, Letterio Cassata del barone Giovanni da Pozzo-di-Gotto (condannato a sei anni, come non rivelante), Luigi Spadaro, Michele Ottaviani, Giuseppe Longo Termini del barone Francesco Longo Gregorj. Vennero messi in libertà provvisoria quindici imputati, i cui nomi ricaviamo da un rapporto del Direttore generale di Polizia, il quale proponeva che di essi Gregorio Trischitta, Gaetano Andò, Pasquale Cardile, Antonino Ignazio Coppolino, Domenico Fazio, Mario Grimaldi, Francesco Guidara, Angelo Marraffino, Giovanni Prestigiovanni e Giuseppe Maggio fossero posti sotto la sorveglianza della Polizia; Sebastiano Ferrari e Daniele Mario Schifino fossero inviati a Napoli sotto la sorveglianza di quella Polizia, essendo il primo napoletano ed il secondo calabrese; Letterio Laudamo e Tommaso Scuderi a domicilio forzoso, il primo in Trapani, il secondo in Siracusa; c finalmente Errico Ponson fosse rimandato in Svizzera. Per quest’ultimo il Re disponeva che venisse “rimandato all’Estero con prevenirsi le Reali Legazioni di non rilasoiarglisi alcuna vidimazione a passaporto, laddove gli venisse in grado di far ritorno ne’ Reali dominj”. Il Ponson infatti tentò negli anni successivi di ritornare in Messina, ma inutilmente. Pel Ramondini il Favare proponeva ohe gli fossero pagati tutti gli arretrati del suo stipendio di brigadiere doganale e lo additava per una promozione. Cfr. tutti questi documenti in SS., F. 285.

510 Rapporto del Presidente della Commissione Suprema Felice Todaro al Procuratore generale Giuseppe SalluzzO' del 15 agosto 1880 in 88., F. 285.

511 Il La. Farina, che pur era messinese e certe cose doveva conoscerle, nella Storia cit., II, 73, scrive: (tt) l’esecuzione fu sospesa. Ed allora il Giardina tutto a un tratto infermò (si noti che la morte del Giardina è del luglio 1828 e la sentenza del maggio 1830}; il Dedomenico (Procuratore generale presso la Gran Corte di Messina} accorse con birri c gendarmi, fece custodire le porte della casa, non permise che medico o sacerdote entrasse da quel disgraziato, i cui urli di dolore udivansi dalle case vicine e dalla via: dopo poche ore spirò, e tutte le carte eh’ egli avea, il Dedomenico raccolse e levò. Fu allora generale credenza, che il Marchese delle Favare, temendo che in una revisione del processo (il processo non s'era per anche istruito}, il Giardina, per scusar sé, accusasse lui, e mostrasse le sue lettere, lo facesse avvelenare per sottrargliele e annientare le prove di sua reità. Vero o non vero che sia, il luogotenente del re ed il procuratore generale eran capaci di questo”. H racconto del La. Farina non regge alla critica più elementare: il Marchese delle Favare aveva interesse, come vedremo, che il Giardina vivesse e confermasse col giuramento innanzi alla Commissione Suprema la veridicità dei suoi rapporti. D’altronde nel dibattimento fu manifesta pubblicamente la di lui qualità di spia. Tranne che la morte del Giardina non sia stata accidentale, chi aveva interesse a «opprimerlo erano certamente i Carbonari.

512 Queste parole sembrano dar ragione al La Farina, Sto» ria cit., II, 72, il quale, con la solita vivacità di stile, scrive: “Era in quella città (Messina) procuratore generale presso la gran corte un Dedomenico, che vive serbava le tradizioni dello Speciale e dell’Aitale: perseguitando i migliori tanto potè che in favore e possanza di nuocere i pessimi avanzò: terrore grandissimo alla città tutta ispirava: ovunque drizzava occhio o parola la gente volava via come la pula al vento. Con costui indettassi il Giardina..

513 Si allude alle nozze di Maria Cristina, figlia di Francesco I di Borbone, col vecchio re Ferdinando VII di Spagna.

514 Cfr., per tutti i documenti da noi citati, SS., F. 235.

515 Scrive il La Farina, Storia cit., H, 73: i rei furono condannati “a pene gravissime, e due alla morte, che furono l’abate Bartolomeo, uomo intelligente e colto scrittore, e un Sabatini (sic) napolitano, fratello di un militare che godea la grazia del re. Fu questa la buona fortuna de’ condannati, imperocché gli alti clamori che dappertutto alzaronsi contro la scellerata sentenza, trovarono eco nella reggia, e l’esecuzione fu sospesa”. Il Nisco, Gli ultimi irentassi anni cit., I, 115, che lavorò negli archivi di Napoli e avrebbe potuto saper meglio i fatti, si limita a copiare materialmente il La Farina, apprendendoci però che ad avere “un fratello ufficiale ben veduto in Corte” era l’abate Bartolomeo!

516 Tra le carte della Polizia (SS., F. 117 e 235) troviamo accenno a due decreti di grazia ai settari messinesi in data del 25 ottobre 1828 e del 7 gennaio 1831, ohe non abbiamo però potuto rintracciare, non trovandosi essi inseriti nel Giornale del Regno delle Due Sicilie e nella Collezione dei Decreti e delle Leggi.

517 Nisco, Gli ultimi trentasei anni cit., Vol, II, pp. 5-6, 8.

518 Giorn. del Regno delle Due Sicilie, n. 295, 24 dicembre 1830.

519 A. Sansone, Memorie nostre, I prodromi d’una sollevazione, in Giorn, di Sicilia, n. 182, 30 giugno-1(0) luglio 1895.

520( ) N. 157, 16 luglio 1831.

521 De Pasquali, Domenico Di Marco e altri martiri siciliani, in Panteon cit., Vol, II, p. 848.

522 Panteon, II, 349.

523 C. Monti D[i] M[arco], Biografia politica di Giovanni Di Marco, Palermo, Priulla, 1864, pp. 13, 82, n. 8. Ecco le precise parole del?autore, il quale potò attingere ad una tradizione di famiglia, essendo nipote d’uno degli insorti: “le fila tramate erano estesissime non solo nel popolo, ma anco nella stessa truppa; ed il maggiore Guttarauro, uno dei congiurati, allora comandante del forte del Castellammare, nell(9) ora dello assalto dovea immantinenti cederlo agli insorti. Non disgiunti da lui erano del pari altri ufficiali incaricati a far fraternizzare truppa e popolo”.

524 A. Sansone, Memorie nostre. L'attentato del primo settembre 1831, in Giorn. di Sicilia, n. 189, 7-8 luglio 1895.

525 S. Chiaramonte, Il programma del '48 cit., p. 116.

526 R. De Cesare, La fine di un Regno, Città di Castello, Lapi, 1900, voi I, p. 50.

527 Rapporto del Direttore generale di Polizia Duca di Cumia al cav. Antonio Mastropaolo, Ministro segretario di Stato presso S. A. R. il Luogotenente generale in Sicilia, in data 8 settembre 1831. Questo e gli altri documenti, che citeremo, fanno parte della SS., F. 197.

528 Rapporto c. s. del 13 settembre 1881.

529 Rapporto c. s. del 3 settembre 1831.

530 Rapporto c. s. del 13 settembre 1831.

531 Rapporto o. s. del 27 ottobre 1881.

532 È quindi una pura esagerazione oiò ohe scrive il Db Pasquali, Panteon, II, 849: “Un considerevole deposito di armi e munizioni era stato già fatto con grave rischio in un luogo fuori la città, e propriamente nelle case che costeggiano il piano di Sant’Erasmo Dalla stessa sentenza di morte del 25 ottobre 1831, che citeremo più avanti, si ricava che cinque fucili, due carabine, due sciabole ed una men che mediocre quantità di cartucce formavan la provvision di guerra di quella masnada di assassini”.

533 Rapporto o. s. del 13 settembre 1831.

534 Rapporto o. s. del 2 settembre 1831.

535 Di altre disposizioni della Polizia è cenno nella Sentenza della Commissione Militare del Valle di Palermo del 25 ottobre 1831, a stampa, in SS., F. 197.

536 Monti D. M., Biografia cit., p. 14.

537 Panteon, II, 849-50.

538 Nelle carte della Polizia non è traccia di questo equivoco, forse per ragione che appresso diremo. Lo confermano il De Pasquali, Panteon, II, 849-50, il Monti D. M., Biografia cit., p. 14, il Sansone nell’articolo ultimamente citato ed altri.

539 Circa il grido degli insorti cfr. la Sentenza cit.

540 Rapporto c. s. del 8 settembre 1831.

541 Sentenza cit.

542(1) Monti D. M., Biografia cit., p. 15.

543 Sentenza cit.

544 Rapporto c. s. del 8 settembre 1881.

545 Sentenza cit.

546 Sentenza cit.

547 Per maggiori particolari cfr. la Sentenza cit.

548 Rapporto c. s. del 2 settembre 1881.

549 Sentenza cit.

550 Secondo il De Pasquali, Panteon, II, 351, il 2 settembre il Di Marco e i suoi compagni, “ripreso ardire e vigore, si presentarono armati in mezzo al popolo, spingendolo ed incorandolo coll’esempio alla sommossa. E questa parve già imminente, inevitabile, completa; quando una pioggia dirottissima ed incessante, di cui non era memoria in Palermo, venne a distogliere tutti gli assembramenti formati, a stornare il piano delle operazioni, e diede agio alla soldatesca, che parea già titubante e smarrita all’aspetto dell’insurrezione già divenuta gigante, di riordinarsi alla meglio, e attendere agli ordini del Governo e dei suoi comandanti”. Anche per il Monti D. M., Biografia cit., p. 15, l’“uragano tempestoso spense quel fuoco che bruciar dovea il trono dei Borboni in Sicilia....”; ma sono evidenti esagerazioni, ohe non hanno alcuna base nella realtà delle cose.

551 Sentenza cit.

552 Rapporto o. s. del 2 settembre 1831.

553 Questi avvisi a stampa furono riprodotti dal Monti D. M., Biografia cit., pp. 16-20 dal giornale La Cerere del tempo.

554 Fu arrestato nel gennaio del 1834 in Livorno e inviato in Palermo. Cfr. SS., F. 197.

555 “Il Sarzana — scrive il Monti D. M., Biografia cit., pp. 20-21 — fu assalito in una casetta esistente nel vicolo ohe conduce alla via del Gallo nel quartiere dell’Albergheria, e si difese con tal coraggio che restò morto il birro Carmelo Di Girolamo, e ferito qualche altro. Quest’uomo coraggioso cesse soltanto, allorché gli fu promesso non molestarglisi la persona”.

556 Sentenza cit.

557 Rapporto c. s. del 16 settembre 1831. La Polizia ne dette subito comunicazione al pubblico con un avviso a stampa, riprodotto dal Monti D. M., Biografia cit., pp. 21-23.

558 Monti D. M., Biografia cit., p. 26.

559 Rapporto c. s. del 2 settembre 1831.

560 Cfr. il doc. pubblicato dal Guardione, Il dominio de' Borboni cit., Vol, I, p. 93, nota.

561 II noto conciapelle Cesare Santoro.

562 Rapporto c. s. del 23 settembre 1831.

563 Per i nomi cfr. la Sentenza cit.

564 V. Cordova, Filippo Cordova. I discorsi parlamentari e gli scritti edili ed inediti preceduti dai ricordi della sua vita, Roma, Forzani e C., 1889, Vol, I, pp. 20-1; A. Sansone, Memorie nostre. Undici vittime, in Giornale di Sicilia, 14-15 luglio 1895, n. 196.

565 Monti D. M., Biografia cit., p. 81-83.

566 Sentenza cit.

567 Monti D. M., Biografia cit., p. 29; Sansone, Undici vittime cit.

568 Rapporto o. s. del 27 ottobre 1831.

569 La Giovine Italia, Nuova edizione a cura di M. Menghini, Roma, Soc. ed. Dante Alighieri, 1902, pp. 122-3 (Bibl. stor, d. Risorg. ital,t serie III, n. 6).

570 Palmieri, Saggio cit., p. 409, nota.

571 Tobbe Arsa, Ricordi cit, pp. 88-9.





Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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