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FRANCESCO GUARDIONE

IL DOMINIO DEI BORBONI IN SICILIA dal 1830 al 1861

IN RELAZIONE ALLE VICENDE NAZIONALI CON DOCUMENTI INEDITI (VOL. II)

SOCIETÀ TIPOGRAFICO EDITRICE NAZIONALE -TORINO, 1907

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CAPITOLO OTTAVO.

Documenti..........................................................................232

CAPITOLO NONO

Documenti..........................................................................348

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Agosto 2013

CAPITOLO OTTAVO.

Il governo del Piemonte e preliminari della Spedizione in Sicilia. — Precursori della stessa. — Nota del Governo in Sicilia e le dimostrazioni interne. — Contradizioni del Governo e telegrammi di diplomatici. — Corrispondenze assidue de rappresentanti il Governo. — Il Comitato di Palermo. — Proclami del Castelcicala e la cessazione dell'assedio. — U Luogotenente al Ministro in Napoli. — Palermo alla Sicilia. — Corrispondenze politiche e telegrammi. — Il proclama del Comitato di Palermo e la nota del Governo del primo di maggio. — Proclama de'  Siciliani alle civili nazioni d'Europa. — Note diplomatiche. — Le vicende della Spedizione da Quarto a Marsala. — Mezzi della stessa. — Proclama del Generale Garibaldi. — Proclami del Comitato di Palermo. — Altri Proclami di Garibaldi. — Corrispondenze varie da Trapani, Malta e Napoli. — Da Marsala a Salemi. — L'abbandono de'  due vapori e le carte rinvenute e trasmesse a Napoli. — Da Marsala a Palermo. — La Dittatura. — Il governo dei Borboni e la diplomazia.

Mentre la Sicilia si dibatteva per sottrarsi alle forze borboniche, e sangue era sparso dentro e ne' prossimi contadi, senza che la speranza sorridesse al popolo, nella Camera subalpina si udì la voce di un uomo libero, Agostino Bertani, interpellando il di 14 aprile il Ministro sugli avvenimenti di Sicilia: «Da dodici giorni la Sicilia si batte per la libertà e l'unità d'Italia: il suo grido di guerra è il nostro. Eppure qui non sorse ancora una voce a mostrare l'interesse, che certo è nel cuore di tutti per i siculi fratelli, per chiedere se il governo abbia portato soccorso e protezione agli estranei alla pugna, ed ai soccombenti per essa, quali essi siansi. Saremo noi divenuti egoisti?

«Non siamo né tanto forti, né tanto sicuri per esserlo impunemente. Ma si sperda il dubbio indecoroso. Chieggo al ministro degli esteri quali provvedimenti abbia presi per proteggere le vite e gl'interessi dei cittadini delle provincie qui rappresentate che si trovassero in Sicilia. È da deplorare che la bandiera tricolore italiana non trovisi in quelle acque a fianco delle bandiere di altri popoli e governi meno interessati di noi in quegli eventi. A Messina si compiono adesso degli orrori, come nel 1849.

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Per sorpresa, di sera, uomini inermi, donne, fanciulli sono pugnalati per via dalla sbirraglia. E debito del nostro governo di mandare ai lidi siciliani almeno una nave di guerra che possa accogliere i nostri connazionali che tementi e vinti richieggono scampo».

Il conte di Cavour, a capo del Governo, rispondeva con prudenza di parole, allegando la preoccupazione pei connazionali abitanti in Sicilia; aggiungendo che la Camera non lo avrebbe tacciato di difetto di simpatia pei casi dolorosi. Però queste promesse, anche accresciutesi le lotte, non si concretavano, e mentre i contrasti sanguinosi muovevano nelle provincie dell'Italia libera il desiderio e l'ammirazione di venire in soccorso, e tutti gli sguardi si fissavano sul Conte, ricordando le parole pronunziate al Congresso di Parigi, di non potere essere insensibile al grido di dolore dei popoli della penisola, egli viaggiava per l'Italia, e in mezzo alle ovazioni e alle feste non curava chi moriva e pugnava per la redenzione della patria. Anzi, dovendo seguire gl'istinti e le convinzioni di Napoleone III, ispirava alla stampa piemontese e genovese sensi ostili alla rivoluzione siciliana: accoglieva parole dì un diplomatico, che con asprezza cinica, ripeteva: Noi abbiamo un'indigestione di province. Per ora non dobbiamo pensare che a smaltire il peso che abbiamo sullo stomaco. I moti di Sicilia guastarono le mire placide diplomatiche; poiché essi davano trionfo alla rivoluzione calpestata e temuta. Il governo del Piemonte non vedeva negli stessi che un imbarazzo, una mina, e, pubicamente, si maledicevano dal partito moderato, si esiziale al rigeneramento politico, cotanto vilipeso dal Mazzini, che ne scopriva le opere nefaste consumate in segreto. Il governo del Piemonte, che, per avidità di dominio, aveva fomentato la rivoluzione. per opera di Siciliani lì ricettati, che aveva spinto un partito ad emettere il grido d'Italia e Vittorio Emanuele, preso dalle paure, facevasi dominare dalle ritrosie, soffogando le aspirazioni degl'insorti. I fatti compiuti misero in bocca a Giuseppe la Farina menzogne e vanterìe: gli fecero dire che senza di lui, capo della Società Nazionale, organo del conte di Cavour, capo del governo piemontese, la spedizione sarebbe stata un'opera vana. Menzogne lacerate dalla storia che solo vuole riflettere la verità!

Sdegnosi delle indifferenze del Governo piemontese, gli animi italiani sperarono in Giuseppe Garibaldi, la cui fama era fatta sì universale per la energia delle azioni e per il sentimento di nazionalità; ed erano freschi i prodigi militari di Varese e di Como. Con lui allora le trattative: per opera di esse le disillusioni che tanto turbarono, e ch'erano i tentennamenti del Governo.

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Al Garibaldi vicino sempre il Crispi: a lui e tutti coloro che volevano l'Italia degl'Italiani, i quali in breve, auspice la libertà, subentrata la funzione organica governativa, toccarono in sorte nuovi esilj, persecuzioni, carceri e povertà!

Dal di 4 aprile le sollevazioni furono continue, né le armi della rivolta si posarono per timore del reprimere. A Napoli i tumulti si ritenevano finiti, ritornati gli animi alla calma; né il Governo di Sicilia espresse mai con chiarezza lo stato delle agitazioni, fiducioso troppo di poterle frenare colla forza e cogli usi tirannici. Però dal di 21 aprile i sospetti interni e lontani fan credere diverse le condizioni del reame, e il governo, da allora, per la propria sicurezza non ha che le fatiche de'  carteggi e dei telegrammi. Il giorno 21 sono ricordati due stranieri visti il di 16 nei boschi di Caronia, che, avvicinatisi poi a Santo Stefano di Camastra, a Cefalù, a Termini, a Villafrate, avevano fatto promessa di pronti soccorsi da Malta (1). Si apprende uno di essere il notissimo Rosalino Pilo, si sconosce il nome del compagno, il nome di Giovanni Corrao, ambi precursori della spedizione in Sicilia, energici nelle azioni, combattendo con fede democratica. Rosalino Pilo era stato un eroe del partito d'azione.

Nato da famiglia signorile di Sicilia, dal conte Girolamo Capaci e da Antonia Gioeni dei Duchi D'Angiò, la sua vita dalla giovinezza era stata sempre rivolta al risorgimento italico. Nel 1848, di ventott'anni, dal governo rivoluzionario siciliano era stato nominato maggiore, dandogli le cure del materiale d'artiglieria; ed egli in quel fervore autonomista, aspirò all'unità d'Italia, e fu ritenuto utopistico nei concetti. Esule dal 1848, preso in sospetto dal Governo piemontese, per le paure alimentate dopo la spedizione del Pisacane, si ridusse a Londra. Col Mazzini, del quale seguiva ardentemente la fede politica, studiò più volte con quali mezzi poter rendere libera la Sicilia; ed il governo del Borbone ne seguì i passi. Dopo le vittorie di Magenta e di Solferino, lasciata Londra, si recò il Pilo in Romagna, cospirando cogl'intendimenti di sollevare il popolo romagnolo, riversarlo armato nelle Marche, nell'Umbria, sopra Roma, e, estendendo la rivoluzione negli Abruzzi, piombare su Napoli. Scoperta la propaganda, il Cipriani lo arresta; poiché in quei giorni, di trionfo per la libertà, sì il Cipriani nella Romagna, che Bettino Ricasoli in Toscana, arrestavano arbitrariamente, e, con usanze sbirresche, mettevano fuori dalle regioni libere i più noti della parte liberale.

(1) Vedi Documenti, I.

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Liberati i prigionieri di Bologna dal Garibaldi e dal Brofferio, il Pilo fu fatto partire per la Svizzera. Il Governo di Napoli, sciente di tante ardite cospirazioni, dalla fine del dicembre 1859 non rimuoveva occhio dal Pilo, e da Bellinzona gli sono dati minuti ragguagli (1). Indi nel gennaio 1860, temendosi sempre più l'avere il Pilo lasciato Bellinzona per Genova, il Ministro degli affari di Sicilia, significa al Luogotenente, che «lo emigrato Rosolino Pilo parti il giorno 13 dicembre or finito, da Bellinzona alla volta di Genova con passaporto comprato in Bellinzona per dugento franchi, portante la condizione di calzolaio ed i connotati identici a quelli della sua persona; che potrebbe darsi ch'egli ne prendesse altro a Genova, forse temendo che le sue maniere, il volto ed il portamento ne tradiscano il contegno d'un calzolaio, e che lo imbarco per Genova non può altro scopo avere che la rivoluzione».

Rosalino Pilo in Genova prima dei moti del 4 aprile, aveva stabilito col Garibaldi e col Crispi di recarsi in Sicilia, per alimentare il fuoco della rivoluzione, fallito nell'ottobre, e pel quale aveva scritto: «Il moto di Sicilia fu trasportato, ne trasse profitto la polizia facendo molti arresti, e vi sono capitati molti dei nostri; ecco cosa si deve ai trattenentisti e promettitori di soccorsi regi; soccorsi che mai avranno» (2).

Il di 26 marzo decise di partire per la Sicilia e ne scrive a Giuseppe, e gli dice: «Finalmente, fratello mio, avrò la gioia di rivedere il mio suolo natale, ove riposano le ossa dei nostri genitori, di rivedere i parenti, gli amici».

(1) Bellinzona, 13 dicembre 1859. — Il signor Rosalino Pilo appartenente ad una distinta famiglia di Sicilia, emigrato dall'anno 1818, già più volte apparentemente espulso dal Governo Sardo, ed ultimamente imprigionato a Bologna, indi da colà esiliato per essergli state trovate addosso parecchie lettere di Mazzini, di cui è ora il capo dello Stato maggiore, questa sera parte da Lugano alla volta di Genova. Scopo di questa gita è d'intendersi con alcuni dei principali cospiratori di Palermo, Catania e Messina, venuti dalla Sicilia espressamente per prendere dei concerti per una nuova e meglio organizzata insurrezione in questa Provincia. Vuoisi con questo prevenire gli effetti del prossimo Congresso, onde far valere sul tappeto la teoria dei fatti compiuti. Credo che questa volta si tratti di cosa molto seria nel caso che abbia principio, perocché il Rosolino è un uomo positivo, né facile a sobbarcarsi ad imprese poco mature e senza elementi efficaci e sicuri. Negli ultimi moti di Sicilia, egli ricusò prender parte, benché istruito di tutto, sapendo non aver ben preparato il terreno, e non ancora disposti gli elementi su cui dovevasi far capitale, e pare certo che il contrordine partisse da lui, ma che non giungesse a tempo e che non potesse quindi impedire che taluno dei cospiratori non insorgesse intempestivamente (Archivio di Stato di Palermo, Ministero degli affari di Sicilia, 1860).

(2) L'Italico, Luigi Orlando e i suoi fratelli, pagg. 11324, Roma, Forzano e C., 1898.

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E mosse da Genova con Giovanni Corrao, al pari di lui forte ed intrepido; ed ambi noleggiarono una barca per le coste della Sicilia. Allo scoppio della insurrezione del dì 4 aprile i due forti erano trattenuti da una bonaccia in alto mare, e giunsero ne' pressi di Messina il di 10 aprile, e vi disbarcarono. Raccolte con dolore le notizie che la rivoluzione era assopita per il terrore infuso nelle popolazioni, il Pilo, senza separarsi dal Corrao, decide di recarsi nella provincia di Palermo per riaccendere gli animi, ed ispirarli, a nome del Garibaldi, al pronto soccorso. Sono i due forti aggrediti al bosco di Ficuzza, e scampano al pericolo. Nel difficile ed aspro cammino lasciava il Pilo lettere e raccomandazioni, disponendo nuovamente alle resistenze le forze anche disperse. Giungono il Pilo e il Corrao il di 20 alla Piana de'  Greci. Promettendo larghi aiuti agli insorti albanesi, s'ingrossano le squadre sulla Cometa, e si formano nuove guerriglie, e, con a capo valorosi, il primo del maggio si fermano sulle alture di San Martino. Da Palermo intanto il dì 23 era emanata questa disposizione: «Le reitero le mie premesse per la cattura dei due emissari rivoluzionari, di cui le scrissi col mio foglio 21 andante. Uno de'  due è il noto siciliano Rosalino Pilo Gioeni, del quale si è soventi volte favellato nella corrispondenza come emissario mazziniano. Ingiungo a tutte le autorità di Polizia ed agli agenti della forza publica di agire energicamente per arrestare questi due emissari. Un premio sarà dato a chi li catturerà».

Cosi la spenta rivoluzione, per la energia di Rosalino Pilo riprendeva vigore, rianimando gli abitanti dell'Isola!

Le rappresentanze del Governo, vicendevolmente, da Napoli a Palermo, si travagliavano di aver conoscenza degli intenti degli emigrati e degli emissarj, ponendo sempre occhio sul muoversi del Garibaldi che parevagli adunasse i ribelli, fosse la stella della rivoluzione. Si crede difatti, sulle assertive di Natale Paggi, già tenente nei cacciatori delle Alpi, che Giuseppe Garibaldi non sia alieno dal prendere il comando delle forze volontarie; si hanno notizie inesatte e si partecipano; si adoperano i mezzi di sorveglianza sulle coste per impedire un disbarco; ma quel che ora è affermato è nel medesimo giorno distrutto da altri ragguagli ancora più incerti; e le incerte notizie, manifestate da Genova, anche il dì 25 aprile, non avevano che le tenebrose parole:

— 212 —

Continua mistero e contradizione sulla residenza attuale di Garibaldi (1).

Il luogotenente, frattanto, il medesimo dì 25 aprile faceva noto, quasi con trepidanza, perplesso dell'avvenire, che un libello era apparso in varj punti della città, e si affrettava a trasmetterlo, come volesse togliersi dalle responsabilità. E un invito a; Siciliani di accorrere in nome della patria sotto le armi per abbattere il governo del Maniscalco e con esso il dominatore: è una ciancia declamatoria, assai tollerata nelle usanze di quegli anni, che tanto ancora riflettevano dal linguaggio iperbolico e oscuro del passato (2). E mentre ciò scrivevasi da Palermo, maggiori erano i timori in Napoli per le notizie di uno sbarco sospettato in Pizzo, Salerno e Terra di Lavoro; e si trasmettevano le parole identiche già notificate a Napoli (3). Ma il Governo, al di qua e al di là dello Stretto aveva deposta ogni forza, non sapeva né poteva più combattere un popolo, che, non volendo più soffrire gli oltraggi di fortuna, a ogni mezzo ricorreva per sottrarsi ai mali generati da una politica che lo aveva lasciato in potere degli alti e incensurabili poteri della polizia; eredità del 1849 dovuta a Carlo Filangieri, ladro e atroce. Le notizie sulle turbolenze o ribellioni non assicuravano più nulla sulla quiete avvenire; e la dimostrazione, segno di viva protesta del di 24,

(1) Vedi Documenti, II.

(2) Il luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli affari di Sicilia. Napoli.

Palermo, 25 aprile 1860. — Eccellenza. — Nel mattino del 24 di questo mese si trovarono affissi in vari punti della città sette libelli sediziosi che furono al far del giorno strappati dalla polizia.

Pregiomi trasmetterne già inserto uno a V. E. per farne l'uso che giudicherà conveniente.

Siciliani!!

La catena è infranta!! Gli avanzi del dispotismo borbonico sono pressoché al loro termine.

Il sangue ancor fumante dei Martiri del 4 aprile reclama vendetta e da voi figli del terreno dei Procida!! Abbattete la Canaglia dell'infame Maniscalco, avanzo di gendarmeria.

Siamo tutti soldati. All'armi! All'armi!

La Sicilia è una sola patria con l'Italia libera. I prodi emigrati sono fra noi. Viva Vittorio Emanuele!! Viva la libertà! Viva l'Unità d'Italia!!

All'armi!!!

(1)L'Incaricato del portatoglio dei Ministero degli affari Esteri Carafa a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli affari di Sicilia.

Napoli, 26 aprile 1860. — Arrivandomi da Berna notizie che un tentativo rivoluzionario si ha intenzione di fare simultaneamente nei tre punti Pizzo, Salerno e Terra di Lavoro, io mi affretto a darne senza indugio contezza all'E. V. per la opportuna sua intelligenza e regolamento.

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era stata un voto pubblico contrario alla dinastia borbonica, solennemente aspirante all'aggregarsi l'isola alle provincie riunite (1). Dall'altro lato i telegrammi di varj luoghi che più non mettevano dubio sulle spedizioni, capitanate da Giuseppe Garibaldi, generavano costernazioni, né sapevano trovarsi i ripari più o meno efficaci (2).

Dopo il linguaggio, non lontano da comicità, del Castelcicala, tenuto il primo giorno del maggio al Ministero in Napoli sulla dispersione delle bande sediziose per le fatiche delle soldatesche regie; dopo le osservazioni sulla probabilità di un disbarco del Garibaldi, siccome confermavano le rappresentanze diplomatiche di fuori (3), sono di grave momento i due proclami emessi da Palermo, uno ai Siciliani, l'altro ai fratelli d'Italia, in cui sono consacrati i ricordi di sangue di un mese, che tendevano a sempre più affermare le intenzioni (4), in cui sono esposte, con animo determinato a non cessare dalle lotte, le vicende affliggenti, che avevano fino a quel punto insanguinato la Sicilia (5), e la voce levata, sincera e robusta, più che quella d'una rappresentanza politica, era'  il sentimento di un popolo, che invoca gli aiuti per uscire dal servaggio.

La mattina del 3 maggio il generale Salzano annunziava la cessazione dello stato d'assedio, esprimendo di essere nella città ripristinato l'ordine (6). Alle brevi parole dello stesso, nel mede; simo giorno, faceva seguito una ordinanza del Castelcicala, riepilogo delle vicende del di 4 aprile, con che, convinto, voleva convincere i cittadini che, ristabilita la tranquillità in tutti i luoghi, sarebbe ritornata intiera quella sicurezza, che tanto incremento arreca negli ultimi 2 anni all'industria e al commercio dell'II sola (7). Ma il sopraggiungere delle notizie contrarie a'  desideri,, i contrasti ne' pressi di Palermo, facevano contradire instantaneamente la prima e la seconda ordinanza; e una terza, sottoscritta dal principe di Castelcicala, il dì 3 maggio, richiamava, I rigorosamente, in vigore il real decreto del 27 maggio 1853, inteso alla tutela della tranquillità intema dello Stato, e la ordinanza del dì 16 giugno 1849 per l'asportare e il detenere armi senza un permesso speciale (8).

(1) Vedi Documenti, III.

(2) Vedi Documenti, IV.

(3) Vedi Documenti, V.

(4) Vedi Documenti, VI.

(5) Vedi Documenti, VII.

(6) Vedi Documenti, VIII.

(7) Vedi Documenti, IX.

(8) Vedi Documenti, X.

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E sull'ultima disposizione nella quale, arbitrariamente, contro i voleri del re, aveva scritto che i contravventori, giudicati da Consigli di guerra subitanei, sarebbero stati puniti di morte e ai sensi aperti degli ordini regi, scriveva al Ministro di Napoli di avere assoluto bisogno di leggi eccezionali (1). Il che largamente dimostra, nel ritrarre le condizioni della Sicilia, rendere manifesto che i rivoltosi trovavano appoggio, sperando nel Piemonte e nei rivoluzionari italiani. Ma non sa che dire, e la parola che emette non ha franchezza; poiché assevera e nega in una volta senza alcuna certezza di giudizio (2).

La Sicilia non più curante d'amorevoli consigli, ai quali niuna fede prestava, né delle repressioni, in qualsiasi guisa venissero fatte, oramai a niun altro desiderio si spingeva che al congiungersi, colle altre regioni libere, al grido di redenzione. Intanto come nel passato, tendeva le braccia agli aiuti; e sebbene questa volta avesse invocato l'ausilio di una dinastia italiana, che si era indotto ad accogliere, anche dopo tanti errori, la riunione delle varie regioni, pure non iscerneva i pericoli sovrastanti dal chiedere aiuti, le viltà delle sottomissioni, alle quali avrebbe dovuto prostrarsi. Non mai libera, se non dopo la Guerra del Vespro, segui le tradizioni della schiavitù, anche quando ella pareva destinata a francarsi dà servitù e da obbrobrio.

La insurrezione assumeva un carattere costante, disprezzava ogni promessa, respingeva le conciliazioni, anche cancellando, col prometterò, le fantasime tetre del passato. Però la libertà cancellata e respinta nel 1848 col volgersi di qua e di là per aversi un sostegno, un'àncora di salvezza, che peggio la naufragò, si ripeteva sempre col rendersi la Sicilia ligia agli altrui consigli e non isvolgendo quelle teoriche di libertà e delle leggi del progresso, ispirate da Giuseppe Mazzini.

(1) Il luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli affari di Sicilia.

Palermo, 3 maggio 1860. — Eccellenza. — La sicurezza pubblica minacciata dagli avanzi delle disperse bande, le quali sonosi date alle depredazioni, agli eccidi ed al saccheggio, esige imperiosamente un energico provvedimento che valga a tutelare la vita e le sostanze dei sudditi di sua Maestà (D. G. ).

Ed a questo fine ho emesso l'annessa ordinanza i cui effetti furono sperimentati proficui in una occasione simile, quando nel 1849 la Sicilia uscia dal cataclisma politico di quei tempi.

Le leggi eccezionali sono la salute dei popoli nei momenti delle grandi crisi sociali, ed io non ho esitato ad adottarle per far tornare in Sicilia quella sicurezza che godevasi fino ad un mese fa.

Piaccia a V. E. restarne intesa a farne l'uso che crederà in sua saviezza.

(2) Vedi Documenti, XI.

— 215 —

Contro le durezze, le persuasive e le affermazioni del Governo, il di 4 maggio un proclama ai Siciliani riconfermava quella virtù di popolo, che fino ad ora si era voluta credere un effetto di fazione, e di bande armate, pericolose alla quiete publica, o di un partito, che seguiva le idee politiche dominanti, accresciute dalle vicende politiche e belligere degli ultimi, non mai interrotte. Leggevasi per ogni dove delle città Siciliane:

«Fratelli! Noi vinceremo perché uniti lottiamo per la causa 'lei giusto vilipeso ed oppresso... Tanta fede non è senza base... Dio è con noi!

Non ci lasciamo illudere dalle vane e turpi promesse di perdono.

Il labbro di un gendarme voi saprete la fede che meriti!

Fratelli! Il nemico cede perché debole, è questo l'ultimo sforzo che sarà vano al pari degli altri.

Dato appena il segno leviamoci in massa... Noi siamo i Siciliani dei Vespri!

Noi vinceremo... vinceremo.

Viva l'Italia. — Viva Vittorio Emanuele. — Palermo, 4 maggio 1860».

Mentre queste parole incisive, taglienti, accendevano maggiormente gli animi alla riscossa, il Governo tentenna sempre a credere alla insurrezione, e quasi non temendo gli ardimenti di dentro, si dà pensiero dei mezzi di soccorso che possano venire apprestati di fuori. Crede già alla cooperazione del Piemonte, e sulle interrogazioni fatte al Denti, guardia di marina, il Castelcicala molto almanacca, e le sue previsioni trasmette in Napoli. Seguono giudizj e le rassicuranti notizie di quiete, di turbolenze d'imbarchi, di spavalderie, di timori conservati negli atti diplomatici, di un poco valore pei ricordi del tempo, dal di 4 maggio al 10, nel breve intervallo di 6 giorni (1). Ma come tutto questo avvenisse fuori la cerchia dello Stato, i comitati procedevano serenamente, e in essi si aggiungeva pure l'opera dei più timidi, di coloro ch'erano in attesa della rivoluzione per il miglior conseguimento delle fortune: si frammischiavano a'  forti anche i deboli, i vigliacchi, che avevano lasciato solo il Riso coi pochi compagni, combattenti eroicamente alla Gancia. Il Comitato di Palermo gli 8 di maggio metteva fuori un proclama assai vibrato, che sfidava le ultime potenze dei due, che mantenevano ancora ferocia di governo e di atti, del generale Salzano e del Maniscalco; e comunque contenesse menzogne nella parte prima, là ove s'intratteneva di milizie battute in Vicari, sconfitte in Alcamo, trucidate in Barcellona,

(1) Vedi Documenti da XII a XXII.

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pure rimetteva fierezza negli scoraggianti, e più faceva volgere l'occhio all'Europa il proclama delli 11 maggio rivolto alle Alle Civili Nazioni d'Europa (1). Lanciato dal popolo non avrebbe dovuto rimanere non ascoltato; ma udito dalla Francia e dall'Inghilterra, le due potenze padroneggianti allora l'impero della politica, quei sensi anche magnanimi, epilogo di un passato, sparito e distrutto per cagione di forze e di diritti puntellati su le stesse, non poteva recar vantaggio di aiuto; non poteva far rilucere le speranze vagheggiate. La Francia calpestava la rivoluzione, l'Inghilterra tranne gli sdegni del Palmerston e del Gladstone, chiuso il Congresso di Parigi, non si era più manifestata nelle opinioni di governo né in quella delle opinioni pubbliche. Nè, dopo le vicende del Quarantotto i Siciliani avrebbero potuto sperare dalle due potenze, perché da esse avevano avuto le esiziali trattative diplomatiche e l'abbandono. Il popolo, adunque, protestando, restringevasi nella chiusa implorando i suoi non cessati diritti, a voler conseguire l'aggregamento alla famiglia italiana, dovutagli per ragion di principio nazionale, specialmente della lingua quale elemento principale della stessa. Ed il proclama mirava all'alto scopo di partecipare alle Nazioni che la Sicilia oramai, pentita degli errori passati, rinunziava alle vecchie prerogative di autonomia, liberarsi degli odi che l'avevano segregata da Napoli, e che infiammandosi a combattere la dinastia de'  Borboni, acerbo pativa il dolore di combattere l'esercito napoletano, che la combatteva per obbedire agli ordini sovrani.

Questo contrasto violento fino alli 11 di maggio, nel qual giorno due note, di qualche rilievo, annunziavano, da Livorno a Napoli, l'imbarco di una spedizione per Malta, Corfù, Tunisi e Sicilia d'armi, munizioni ed uomini: rivelavano una riunione tenuta in Londra, in S. Martino Hall, la sera del di 4 maggio, con lo scopo di accogliere soccorsi di denaro, in aiuto della ribellione in Sicilia (2).

Giuseppe Ferrari, filosofo acutamente sulle rivoluzioni italiche, scriveva nel 1844: «La democrazia fu vinta sinora per aver combattuto con la maschera, col pugnale delle società segrete, le rimane a spezzare le sue armi impotenti, a rinunciare ai suoi andamenti di un altro tempo, per subire la dura prova della pubblicità. E una via in cui i primi passi

(1) Vedi Documenti, XXIII.

(2) Vedi Documenti, XXIV.

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furono troppo fortunati perché non dubiti di persistervi» (1). Dal 1844 al 1848 la democrazia persistè su questo cammino, e in quell'anno di vicende terribili, i conservatori, divenuti partigiani della costituzione, con le idee del moderatume ritardarono le sorti d'Italia, e si sarebbero ancora ritardate, se le gesta, veramente forti e di grande rischio, non avessero trattenuto in qualche guisa i moderati a non dare la mina alla causa nazionale, che avevano, con impudenza, limitata ad interessi di dinastia. Ed eglino, anche non decisi, non amanti di vedere unificata l'Italia, anche timorosi che la splendida idea di Giuseppe Mazzini, affermandosi, avesse potuto guastare l'opera, che pareva compiuta colla discesa delle armi francesi, non amorosi, né convinti, si resero tolleranti, per l'accrescersi dei territorj, de'  maneggi d'una spedizione in Sicilia. In Genova ansioso e palpitante era il cuore d'Italia. Li erano convenuti gli uomini più reputati di parte liberale; lì convenuta la gioventù d'ogni regione italiana, sperando che Giuseppe Garibaldi avesse proferito l'ultima parola: la parola della partenza per la Sicilia che attendeva il riorganizzarsi della rivoluzione (2)!

La spedizione non era opera di un partito. Il conte di Cavour aveva conferito per la riuscita della stessa coi liberali Siciliani, ligi e ossequenti alle sue opinioni politiche, e col Garibaldi; ma rimanendo tentennante, aveva dato ordine a Milano di non far pigliare un solo fucile, sebbene la Società Nazionale, diretta da Giuseppe La Farina, avesse vantato di avere offerito al Garibaldi i mezzi di cui poteva disporre, conciliando così le opinioni discordi. Un telegramma da Malta, che annunziava la rivoluzione repressa in Sicilia, aveva momentaneamente sconsigliato il partire; e l'animo di Giuseppe Garibaldi si schiudeva a nuove speranze, rassicurato poi dal Crispi e dal La Masa. Quando poi Nino Bixio decideva ad ogni costo di partire, e l'emigrazione siciliana si disponeva alla partenza, e con qualsiasi mezzo, Giuseppe Garibaldi, rianimato dal parlare tenuto dal Bixio e dal La Masa, alla villa Spinola, in Genova, il dì 30 aprile, decideva di partire anche con venti uomini, e dava incarico al Bixio di ordinare la spedizione, disponendo che per la sera stessa del domani si movesse coi volontarj, che si trovavano presenti, senza attendere gli altri, per mantenere in qualche modo il segreto (3).

(1) La Rivoluzione e i Rivoluzionari d'Italia, p. 152, Bellinzona, 1901.

(2) Vedi Documenti, XXV.

(3) Bixio è certamente il principale attore della sorprendente impresa. Il suo coraggio, la sua attività, la pratica sua nelle cose di mare e massime di Genova, suo paese natio, valsero immensamente ad agevolare ogni cosa. Crispi, La Masa, Orsini, Calvino, Castiglia,

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Il ritardo di giorni fu causato, sulle assicurazioni del Fauché, amministratore della Società Rubattino, per la riparazione della caldaia di uno dei vapori, del Lombardo o del Piemonte, ceduti alla compagnia dallo stesso Fauché (1). Cotesto ritardo, scrive l'Oddo «Giovò alla spedizione, perché si ebbe il tempo di richiamare i volontari e di ordinare meglio le cose necessarie all'audace impresa» (2).

Frattanto dal Garibaldi a villa Spinola accorrevano a squadriglie i volontarj, e vi accorrevano il Tiirr, il Tukery, l'Acerbi, il Missori, l'Anfiossi, i fratelli Cairoli; giungevano pure a Quarto, chiamati dal Carini, incaricato dal Garibaldi, Giuseppe La Farina e Salvatore Castiglia, e il Garibaldi, rivelando la fermezza del partire, disse: «Tutti i miei amici coi loro dubbi e timori mi agghiacciano il sangue; ma io sono risoluto a partire, ed ho il cuore pieno di speranza; vedete, ho tutto il mio bagaglio preparato per muovere stasera o domani».

La sera del di 5 maggio la legione dei Mille a piccoli gruppi lasciava la villa Spinola per imbarcarsi su' due vapori, il Lombardo e il Piemonte. Ultimo Giuseppe Garibaldi, congedatosi da Augusto Vecchi, nella cui villa la spedizione era stata ordinata, prese imbarco col Tiirr e col Tukery (3). Eseguite le pratiche a bordo dei due vapori, con simulata violenza catturati nel porto di Genova, sottomesso l'equipaggio, presero il comando il Bixio nel Lombardo, il Castiglia nel Piemonte. Allo spuntar dell'alba del giorno 6, dato il segno, i due vapori mossero (4).

gli Orlando, Carini, ecc.. tra i Siciliani, furono fervidissimi per l'impresa, così Stocco, Platino, ecc., calabresi, si era fra tutti stabilito che, comunque fosse, battendosi i Siciliani, bisognava andare, fosse probabile o no la riuscita. Però si corse poco che alcune voci di sconforto distruggessero la bella spedizione. Un telegramma da Malta, mandato da un amico degno di fede, annunciava tutto perduto e ricoverati in quell'isola i reduci della rivoluziono siciliana. Si desisté quasi interamente dall'impresa. Bisogna però confessare che nei Siciliani suddetti non venne mai meno la fede, e che guidati dal bravo Bixio, essi erano ancora decisi di tentare la sorte, almeno per verificare la cosa sul terreno stesso della Sicilia». (Garibaldi, Memorie autobiografiche, p. 335, Barbèra, 1888).

(1)Vedi Documenti, XVI.

(2)Questa l'asserzione quasi comune. Però nell'Italico, a pag. 131, si legge in nota: il 5 maggio fu il giorno scelto per l'imbarco e la partenza. Infatti arrivarono in quello stesso giorno da Tunisi i due bastimenti il Lombardo ed il Piemonte.

(3)I Mille di Marsala, pag. 173, Milano, Scorza, 1863.

(4)Giuseppe Garibaldi, lasciando Genova, cosi esprimevasi con Agostino Bertani, e la lettera inviata può considerarsi un proclama:

Mio caro Bertani,

Genova, 5 maggio 1860.

Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi gl'incarichi seguenti;

— 219 —

Lagrime ed augurj erano stati di ultimo saluto; e molti' de'  congiunti de'  componenti la spedizione la mattina miravano nei vasti spazj del Tirreno i due piroscafi, e li mirarono fino a che scomparvero. Giuseppe Garibaldi, pria di lasciare Genova, scriverà a Vittorio Emanuele e al Bertani. Al primo diceva, ricordando la ceduta terra natale per voto del Parlamento: «Se cadiamo spero che l'Italia e l'Europa liberale non dimenticheranno che una tale impresa sia stata decisa per motivi spogli di ogni egoismo, e al tutto patriottici. Se riusciamo andrò superbo di ornare di questo nuovo gioiello la corona di Vostra Maestà, a patto però che Vostra Maestà si opponga a far si che i suoi consiglieri cedano questa città allo straniero, siccome hanno fatto nella mia terra natia». Al secondo tra gli incarichi ricordava «Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa: procurate di far capire agl'Italiani, che se saremo aiutati dovutamente, sarà fatta. l'Italia tra non poco tempo, con poche spese; ma che non avranno fatto il dovere quando si limiteranno a qualche sterile sottoscrizione».

Il di 7 i vapori della spedizione, il Lombardo e il Piemonte, ancoravano non lungi dal monte Argentaro, provvedendosi delle munizioni necessarie. Essendo mancate quelle raccolte in Genova, perché smarrito il canotto, dopo non poche esitazioni, furono fatte ad Orbetello, poco distante dalla rada di Talamone, avendo saputo Stefano Tùrr

Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvarci nella nostra impresa.

Procurare di far capire agl'Italiani, che se saremo aiutati devotamente sarà fatta l'Italia in poco tempo coki poche spese; ma che non avran fatto il dovere quando si limiteranno a qualche sterile sottoscrizione;

Che l'Italia lib era d'oggi, in luogo di centomila soldati, deve armarne cinquecentomila, numero non certamente sproporzionato alla popolazione é che tale proporzione di soldati l'hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenze da conquistare; con tale esercito l'Italia non avrà più bisogno di stranieri, che se la mangino a poco a poco col pretesto di liberarla;

Che ovunque sono Italiani che combattono oppressori, bisogna spingere tutti gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio;

Che l'insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici da combattere.

10non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei nostri fratelli, ho creduto obbligo di aiutarli.

11nostro grido di guerra sarà Italia e Vittorio Emanuele, e spero che la bandiera italiana anche questa volta non riceverà strazio.

Con affetto

Vostro G. Garibaldi.

— 220 —

convincere con parole entusiastiche il governatole della rocca (1), tenente colonnello Giorgini, arrestato un giorno dopo, per le armi e le munizioni consegnate senza l'adesione del Governo e trasportato alla fortezza di Alessandria, dove fa sottoposto al Consiglio di guerra.

A bordo il generale Garibaldi provvide agli ordini militari con tali norme:

ORDINE DEL GIORNO:

Corpo dei Cacciatori delle Alpi.

«A bordo del Piemonte, 7 maggio.

«La missione di questo Corpo sarà, come fu, basata sull'abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori Corpi militanti senz'altra speranza, senz'altra pretesa, che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata allorché scomparve il pericolo, ma suonando l'ora della pugna, l'Italia li rivide ancora in prima fila ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi — Italia e Vittorio Emanuele — e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici d'Italia (2).

(1) Queste le parole scritte al Comandante del forte: «Credete a tutto vi dirà il mio aiutante di campo, colonnello Tiirr, ed aiutateci con tutti i vostri mezzi per la spedizione che intraprendo per la gloria del nostro Re Vittorio Emanuele e per la grandezza d'Italia».

«firmato: G. Garibaldi».

(2) Scrive il Calvino nelle Note annesse al Cap. x del vol. II: «Il generale a Talamone dichiarò che sulla bandiera, che egli avrebbe fatto sventolare nel luogo dove si sarebbe fatto lo sbarco, vi sarebbe scritto: «Italia e Vittorio Emanuele». A questa dichiarazione alcuni fieri repubblicani si ribellarono al punto che alcuni di essi non vollero più seguirlo, e si rimasero a Talamone. Tra questi era il Brusco-Onnis, fiero delle sue opinioni ed intransigente». Non comentiamo; ma non potremo sempre che lodare questi forti, che non mutarono fede; nò la storia, no' più remoti secoli, giustificherà le parole di Giuseppe Garibaldi rivolte al Brusco-Onnis, dopo avergli detto costui che con tal proclama non avrebbe potuto seguirlo: «E voi credete di essere più repubblicano di me; ma sappiate che quando la gran maggioranza degli italiani è per Vittorio Emanuele, la mia repubblica si chiama Vittorio Emanuele, giacché questo nome ci unisce, mentre ciò che volete voi ci divide». (TflR, Appunti citati, pp. 1112). Altri, come l'ing. Berchetta, da Milano, segui la spedizione sino a Marsala, partecipò a'  combattimenti di C&latafimi e di Palermo, poi disse a Garibaldi ch'egli non intendeva più seguirlo per le stìe opinioni repubblicane.

— 221 —

Organizzazione del Corpo:

«Sirtori Giuseppe, capo di Stato maggiore — Crespi — Manin — Calvino —! alocchi — Graziotti — Berchetta — Bruzzesi.

«Ttirr, primo aiutante di campo del generale — Cenni — Montanari — Bandi — Stagnetti.

«Basso Giovanni, segretario del generale.

Comandante delle compagnie:

»»»»»»»»»»»»

Nino Bixio comandante la 1a compagnia
Orsini 2a
Stocco 3a
La Masa 4a
Anfiossi 5a
Carini 6a
Cairoli 7a
Intendenza: Acerbi — Bovi — Maestri — Rodi. Capo medico: Ripari — Boldrini — Giulini.

«L'organizzazione è la stessa dell'esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi dovuti più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

«G. Garibaldi».

Organizzate le milizie, il generale dirigeva due programmi, uno agl'Italiani, l'altro a'  Romani, che rimangono come documenti storici della spedizione.

«Italiani!

«I Siciliani si battono contro i nemici dell'Italia e per l'Italia! È dovere d'ogni italiano di soccorrerli colla parola, coll'oro, coll'armi e sopratutto col braccio. Le sciagure dell'Italia hanno fonte dalle discordie e dall'indifferenza d'una provincia per la sorte dell'altra.

«La redenzione italiana cominciò dal momento che gli uomini della stessa terra corsero in aiuto dei pericolanti fratelli.

(1) Pria di partire da Santo Stefano Garibaldi fermava l'8«compagnia» affidata al B&ssini, e nel tempo medesimo la 2, comandata dall Orsini, fu assegnata al Dezza, lasciando all'Orsini il comando dell'artiglieria, al Mosto quello delle guide.

— 222 —

«Abbandonando a loro soli i prodi figli della Sicilia, essi avranno a combattere i mercenari del Borbone non solo, ma quelli dell'Austria e quelli del prete di Roma.

«Che i popoli delle provincie libere alzino potente la voce in favore dei militanti fratelli, e spingano la gioventù generosa ove si combatte per la patria.

«Che le Marche, l'Umbria, la Sabina, Roma, il Napoletano insorgano per dividere le forze dei nostri nemici.

«Ove le città sieno insufficienti per l'insurrezione, gettino esse bande de'  loro migliori nelle campagne.

«Il valoroso trova un'arma dovunque! Non si ascolti, per Dio! la voce dei codardi, che gozzovigliano in laute mense! Armiamoci, e pugniamo per i fratelli; domani pugneremo per noi!

«Una schiera di prodi che mi furono compagni sul campo delle patrie battaglie marcia con me alla riscossa. L'Italia li conosce! Son quelli stessi che si mostrano quando suona l'ora del pericolo. Buoni e generosi compagni, essi sacrarono la loro vita alla patria e daranno ad essa l'ultima stilla di sangue, non sperando altro guiderdone che quello dell'intemerata coscienza.

«Italia e Vittorio Emanuele! gridarono passando il Ticino. Italia e Vittorio Emanuele rimbomberà negli antri infuocati del Mongibello.

«A quel fatidico grido di guerra, tonante dal Gran Sasso d'Italia al Tarpeo, crollerà il tarlato trono della tirannide, e sorgeranno come un sol uomo i coraggiosi discendenti del Vespro.

«All'armi dunque! Finiamo una volta le miserie di tanti secoli. Si provi al mondo una volta, che non fu menzogna essere vissute su questa terra romane generazioni!

«Porto Talamone, 7 maggio 1860.

«G. Garibaldi».

«Romani!

«Voi udirete domani dai preti di Lamoriciere che alcuni Musulmani che si batterono per l'Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio quando giunga il giorno che la doppia tirannia dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo.

«Quelli stessi, che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Bonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità di quella dell'odio all'oppressore ed ai vili! Si: questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Mi lana, Marina, Mameli e tanti altri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura, perché colpiti per davanti.

— 223 —

«I nostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazj, e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl'Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese, ed a Como: Italia e Vittorio Emanuele! E voi sapete, che con noi, caduti o vinti, sarà illeso l'onore italiano!

«G. Garibaldi».

De' volontari della Spedizione erano stati distaccati 77 giovani, che il Generale Garibaldi affidava al Maggiore Zambianchi per internarsi negli Stati pontifici. Lo Zambianchi, il cui nome destava tra'  preti spavento, accusato delle uccisioni e delle tragedie sanguinose di S. Calisto, avvenute a Roma nel 1849, doveva rumoreggiare su' confini romani, come se la Spedizione condotta dal Garibaldi, lungi di recarsi in Sicilia, avesse voluto aprirsi un varco negli Stati della Chiesa, slanciandosi sugli Abruzzi. Con tale stratagemma Garibaldi voleva deviare lo sguardo del Governo di Napoli, tenendolo incerto e perplesso, affinché con tanto peso di forze non fosse accorso a difendere le coste della Sicilia.

La fermata nel porto di Talamone si prolungò a tutto il giorno 8; ma nuove circostanze fecero ancora indugiare il muoversi de'  due vapori: mancava in parte la provvista de'  carboni e de'  viveri: ritardo che, con piglio concitato, fece dire al Generale: «Ciò mi dispiace moltissimo, poiché se tutto fosse pronto mi porrei subito in rotta ed all'alba di dopo domani avremmo potuto sbarcare a Castellammare in vicinanza di Palermo e di Alcamo».

Completato il rifornimento necessario per le macchine e per l'equipaggio il di 9, alle ore quattro del mattino si giunse al porto di Santo Stefano. Nelle prime ore del dì 10, il Piemonte, che in rapidità superava il Lombardo, sforzava la macchina per iscoprire l'isola del Maretiiuo. Ma l'isola non si scorgeva; e non più vedendosi il Lombardo, il Piemonte si fermò per attenderlo. Giungeva dopo due ore, senza che il Bixio riconoscesse il Piemonte, né tampoco i segnali. Il Bixio, allora, sospettando che il vapore a vista fosse un incrociatore napoletano, impone silenzio alle turbe, e s'inoltra; ma, per quanto mira, più gli si accrescono i sospetti. Fidandosi nel suo coraggio, prepara tutta la gente all'abbordaggio e si spinge sul Piemonte. Avvicinatisi i due piroscafi, il Bixio leva la voce per la riconoscenza. Tende l'orecchio ed ode quella di Garibaldi; ed un'altra volta i due vapori si riuniscono.

Il giorno 8, in convegno segreto, tenuto da Garibaldi, dal Crispi,

— 224 —

dall'Orsini e dal Castiglia, si era stabilito, dopo lunga discussione, di navigare verso le coste della Barberia, correndo indi, per lo sbarco,  sulla spiaggia di Porto Palo nelle vicinanze di Sciacca (1). Però la mattina del di 11 Garibaldi decide che lo sbarco sia fatto a Marsala; ed in anni posteriori cosi ne ricordò i particolari: «Deciso lo sbarco a Marsala, ci dirigemmo verso quel porto ove approdammo verso il meriggio. Entrando nel porto vi trovammo legni mercantili di diverse nazioni. La fortuna aveva veramente favorito e guidato la spedizione nostra, che non si poteva giungere più felicemente. Gli incrociatori borbonici da guerra avevano lasciato il porto di Marsala nella mattina, diretti a levante, mentre noi giungevamo da ponente, e si trovavano alla vista verso capo San Marco quando noi entrammo. Dimodoché quando essi giunsero a tiro di cannone noi avevamo già sbarcato tutta la gente del Piemonte e si principiava lo sbarco del Lombardo. La presenza dei due legni da guerra inglese influì alquanto sulla determinazione dei comandanti dei legni nemici, naturalmente impazienti di fulminare; e ciò diede tempo ad ultimare lo sbarco nostro. La nobile bandiera di Albione contribuì anche questa volta a risparmiare uno spargimento di sangue umano, ed io, beniamino di codesti signori degli Oceani, fui per la centesima volta il loro protetto. Fu però inesatta la notizia data dai nemici nostri che gl'Inglesi avessero favorito lo sbarco in Marsala direttamente e coi loro mezzi. I rispettati ed imponenti colori della Gran Brettagna, sventolando su due legni da guerra della potentissima marina e sullo stabilimento inglese, imposero titubanze ai mercenari del Borbone, e dirò anche vergogna, dovendo essi far fuoco con imponenti batterie e contro un pugno di uomini armati di quei tali fucili con cui la monarchia suole far combattere i volontarj italiani. Ciò non ostante i tre quarti dei volontarj trovavansi ancora sul Molo quando i Borbonici cominciarono la loro pioggia di fuoco, sparando con granate e mitraglie, che felicemente non ferirono nessuno.

(1) Su questo, tre opinioni e tre pretese! Io le ricordo, e forse non senza maraviglia de' lettori, a'  quali finora è riuscito difficile internarsi nelle vicende, discernendo le complessità e le ambizioni.

Il Calvino nelle Note (vedi vol. II, cap. x, Documenti) scrive che Garibaldi si rivolse a lui, trapanese, per consigli, e, distoltosi dal primo pensiero, accettò di sbarcare a Marsala. Altri, come l'Oddo nelle Scene Rivoluzionarie, pagg. 195-196, non ha dubio di affermare che, dopo uno studio sopra un piano idrografico delle coste, Garibaldi destinò lo sbarco a Marsala su' consigli unicamente dati dal Castiglia. Il Tiirr, negli Appunti da Quarto a Marsala, pagg. 1314, afferma avere egli distolto il Generale dal primo pensiero, facendolo determinare per lo sbarco a Marsala.

— 225 —

Il Piemonte, abbandonato da noi, fu portato via dai nemici i quali lasciarono il Lombardo perché arenato. La popolazione di Marsala, attonita dell'inaspettato evento, non ci accolse male. Il popolo ci festeggiò, i magnati fecero le smorfie» (1).

Primo a scendere sulla spiaggia di Marsala fu il Tiirr, come egli stesso fé' conoscere (2); sebbene, per lunghi anni, interpellati moltissimi de'  Mille, ognuno ha attribuito a sè, vanitosamente, questo primato. I Mille, cominciato lo sbarco alle ore una del pomeriggio, sotto gli ordini del Castiglia, del Rossi e del Gastaldi, entrati in Marsala non ebbero accoglienze festose, e male si ripeté in contrario. Il popolo, sgomento, si chiuse nelle dimore, attendendo le sorti di quell'avvenimento; e, creduto ostile, toccò peggiori sorti cogli ordini militari, despoti e feroci del Sirtori, co' quali sottoponeva la città allo stato d'assedio. Come siano da giudicarsi tali atti di politica, noi non sappiamo; né ci offende la temerità di voler credere che la scienza di Stato, l'arbitrio militare ne abbia altro che lo somigli. Sappiamo però che Garibaldi, sulle istanze fervorose di commilitoni siciliani, disapprovò la condotta tenuta dal Sirtori, e lo stato d'assedio fu tolto con molta allegrezza de'  cittadini, mal compresi dello strano contegno; solo che con esso si voglia giustificare il concetto reo della conquista!

Nell'entrare il Piemonte e il Lombardo nella marina di Marsala, furon visti due vapori, che destarono molto sospetto nell'animo di Garibaldi e delle sue ardite milizie; tantopiù che non si scorgeva la loro nazionalità, e soltanto dall'alberatura apparivano inglesi. Garibaldi osservò col cannocchiale; ma rimasto ancora incerto, veduta una barca, fece salire a bordo il capitano e lo interrogò. Questi, Strazzera, oltre ad assicurare che i due legni erano inglesi, aggiunse, sulle domande del Generale, che la fiotta borbonica sorvegliava la costa, che la mattina si era diretta verso Mazzara, Sciacca e Girgenti, e che forse non sarebbe tanto presto tornata indietro. Seppe pure che nel mattino tre compagnie di soldatesche regie, lasciata la città, si erano dirette a Trapani.

(1) Memorie Autobiografiche, cap. III, pag. 343; Firenze, Barbèra, 18. Su' festeggiamenti avuti dal popolo, molte sono le contradizioni degli stessi commilitoni. Recisamente negano ogni accoglienza taluni; e trovandomi ultimamente, in Messina, anche dopo trentanni, interrogato un bergamasco, Carlo Invernizzi, che fu de'  Mille, confermò un tal dire.

(2) «Verso l'una pom. incominciò lo sbarco, diretto da Castiglia, Rossi e Gastaldi. Nel primo canotto scendevo io con Missori ed alcune guide, con Penasbuglia, Argentino, Bruzzesi, Manin, Majocchi ed alcuni altri, disponendo in altre imbarcazioni l'8 compagnia, e per la via marina entrai in città». (Da Quarto a Marsala, pagg. 15-16).

— 226 —

Allora il Piemonte, fatta una rapida manovra a destra, è seguito dal Lombardo. Garibaldi avuta conoscenza che uno scooner era diretto a Genova, ad alta voce dice al capitano: «Dite a Genova che la spedizione del Generale Garibaldi è felicemente sbarcata in Marsala». Cosi l'Italia avrebbe saputo dello sbarco vittorioso: saputo che ninno aiuto avevano apprestato i due vapori inglesi, come poi corsero le notizie erronee, cancellate con documenti irrefragabili (1).

Discese le milizie volontarie, anche con minacce fatte a'  barcaioli, che non volevano cedere i battelli pel trasporto, Garibaldi, ultimo a tutti nell'entrare in Marsala, recatosi alla sede del Comune, rese publici questi proclami:

«Siciliani!

«Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all'eroico grido della Sicilia; resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi; e noi non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque; chi non impugnerà un'arma è un codardo, un traditore della patria. Non vaie il pretesto della mancanza di armi.

(1) Questo scrive il Tùrr: «A maggior conferma delle erronee dicerie, che dal 60 in oggi, si vanno ripetendo, sul preteso aiuto dato alla spedizione nel suo memorabile sbarco a Marsala. Dieci anni dopo trovandomi a Londra presso un amico mio, signor Lawson, seppi che vicino abitava l'Ingram, già comandante del vapore di guerra inglese Argus, che si trovava a Marsala durante lo sbarco dei Mille; e che era poi venuto a vedermi a Palermo, congratulandosi della prontezza con cui avevano saputo effettuare lo sbarco; e avendo richiesto, per mezzo del Lawson, il capitano Ingram sull'atteggiamento delle due navi britanniche ivi ancorate, ne ebbi la seguente risposta, che riproduco in facsimile (1).

«British ships of war presence at Marsala during the landing of General Garibaldi, and his famous 1000 followers in 1860.

«H. M. S. Argus — 6 guns. commander Ingram stationed at Marsala for the protections of British interests.

«H. M. S. Intrepid. — 6 guns, commander Marryat en roate to Malta With dispatches.

«The Argus was also present at Palermo during its bombardment by Borbon forts and ships and afterward at Messina».

(Traduzione). I vapori da guerra inglesi presenti a Marsala durante lo sbarco di Garibaldi coi suoi famosi Mille del 1860

Il vapore di Sua M. S. Argus, con 6 cannoni, capitano Ingram, stazionava a Marsala per la protezione degli interessi inglesi.

Il vapore di Sua M. S. Intrepid, con 6 cannoni, capitano Marryat in rotta per Malta con dispacci.

L Argus era pure presente a Palermo durante il suo bombardamento per mezzo dei forti e legni da guerra borbonici e dopo a Messina. (Vedi Documenti, XXVII).

(1) Aggiungiamo pure le ultime parole: non riproducendo il facsimile, credendolo superfluo.

— 227 —

Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra di un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, ai vecchi ed alle donne derelitte. All'armi tutti; la Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori con la potente volontà di un popolo unito (1).

«Garibaldi».

«Soldati italiani!

L'arroganza straniera domina la terra italiana per mezzo delle discordie italiane. Ma il giorno in cui i figliuoli del Sannio congiunti ai fratelli di Sicilia, daranno la mano ai fratelli del Nord, quel giorno il nostro popolo, di cui siete la parte più bella, riprenderà, come per il passato, il suo rango fra le prime nazioni di Europa. Soldati italiani! io non ho altro che un'ambizione, quella cioè di vedervi nei ranghi accanto ai soldati di Varese e di San Martino, combattere insieme i nemici d'Italia (2).

«Garibaldi».

Discusso il piano di marcia sulla capitale, progettata la linea di Marsala per Salemi a Calatafimi, da Calatafimi per Corleone a Palermo, il Sirtori accolse il piano proposto fino a Calatafimi; proponendo, invece, da Calatafimi a Palermo la linea da Partinico a Monreale.

L'avvenimento del disbarco di Garibaldi con rapidità fulminea si diffuse per tutta l'Isola, e, subitamente la rivoluzione sorse più fiera. Non si patirono più freni; si parlò senza ritegno (3); si combattè il trepidante e fiero governo con arditezza d'imagini; si ripudiò, armandosi e accorrendo i cittadini a squadre per ingrossare le file garibaldine.

(1)Simile ne' concetti ma diverso nella dizione da quello pubblicato ultimamente dal Tùrr a pagg. 2223 degli Appunti citati.

(2)Nel 1893 questi ricordi monumentali; poco degno il primo a memoria dell'avvenimento.

«Marsala — Memore e fiera — A perenne ricordo — Del luogo in cui sbarcarono — I Mille — Duce Garibaldi — In attesa di più degno momento — 11 maggio 1883».

«Marsala — Alle generazioni venture — Ricorderà come si frantumano — I ceppi della tirannide — Ed all'Italia — Come si preferiva — La morte — Al servaggio.

«G. Garibaldi».

«11 maggio 1860».

(3)«Proclamate Vittorio Emanuele Re d'Italia e per Lui Garibaldi Dittatore in Sicilia. Invitate tutti i Comuni dell'Isola a seguire il vostro esempio il vostro voto sarà il punto di partenza alla trasformazione politica del nostro Paese.

F. Crispi».

— 228 —

A Palermo il Comitato liberamente esprimeva ta'  sensi:

«Siciliani! — Garibaldi è con noi e il suo nome suona Vittoria. I nostri sforzi sono stati soddisfatti, compiuti i voti e le speranze. Non sia lordato di sangue il giorno del trionfo, e, se nel periglio fummo intrepidi, siamo ora generosi e magnanimi. Si perdonino le offese, gl'insulti, i soprusi. Vi ricorda che siamo tutti fratelli Italiani, e raccolti sotto la tricolore bandiera che vittoriosa scorse i campi lombardi... offesi ed offensori tiriamo un velo al passato, ed uno sia il grido: Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi!!!

«Palermo, 12 maggio 1860.

«Il Comitato».

Il dì seguente lo stesso Comitato rivolgevasi al popolo e alle milizie; e se faceva invito al primo per esporsi a'  duri cimenti della guerra, compiva colle soldatesche un atto generoso, volendo sperare dalle stesse il riconoscimento al principio di libertà. Era un concetto che ricordava il 1820, quando i corpi militari, proclamando la costituzione, si avvicinarono al popolo festosi. Si voleva, dopo otto lustri, che essi non più avessero sostenuto gl'interessi di un governo disfatto dalla opinione publica.

«Il Comitato di Palermo, al Popolo, alla Truppa.

«Fratelli! Bando alle pacifiche dimostrazioni... Desse andrebbon perdute ora che Garibaldi, seguito da mille prodi, è fra noi, ora che la vittoria è assicurata — bando alle dimostrazioni... Il Comitato ve ne prega. Si prepari invece ciascuno alla lotta finale, ché la patria ne appella a più duro cimento.

Soldati! Voi siete stati traditi dai vostri comandanti. Essi s'imbarcheranno abbandonandosi ad una lotta fratricida per conservarsi un pane impastato colle lacrime del popolo e colla loro vergogna... l'onorata divisa del soldato è stata per essi tramutata nella lurida casacca del più vile fra gli sgherri dell'infame gendarme Maniscalco. Noi vi stendiamo nuovamente la mano.... Non vi arresti la larva del giuramento, che fu da voi profferto per la patria, non mai per la persona del principe.

Deponete le armi e fraternizzate col popoloLe milizie delle più grandi nazioni ve ne han dato l'esempio.

«Le stesse parole di perdono valgono pei cagnotti della polizia... Siam tutti fratelli, abbracciamoci sotto unico vessillo, la bandiera d'Italia.

— 229 —

Che se le nostre parole andranno perdute... Oh! guai a chi s'attenterà tirare sul popolo... Non più perdono,  allora non più quartieri, che il sentimento di patria sottentrerà quello di una feroce vendetta!

«Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi!!!».

Il Governo de'  Borboni, tratto nell'inganno, ignorava di fuori e di dentro gli avvenimenti: e mancategli le segnalazioni telegrafiche (1), soltanto da Trapani il giorno 12 giungevano a Palermo le notizie dello sbarco di Marsala, colle quali si assicurava che nel villaggio di Paceco si erano sparsi de'  proclami della gente armata piemontese, e che Marsala sarebbe stata quartier generale (2). Gl'impacci, gl'inganni e gli errori del Governo, venuto sì in odio e ridotto sì fiacco, sorgono dal vario corrispondere, che troppo può attestare, ad insegnamento delle male arti di politica, che vogliono sostenersi per eccellenti quando pure possono richiedere il favore delle forze per conculcare i popoli (3). A comprovare quanto si afferma, sufficiente è mettere sott'occhio il ragguaglio che il luogotenente, il dì 15 del maggio, dà al Ministro degli affari di Sicilia in Napoli. Da esso, scrivendo in quel giorno, si rileva di ignorare ove si trovi Garibaldi colle sue coorti, e crede che, dopo Salemi, possano trovarsi a Corleone (4).

I due vapori della Spedizione, vuoti d'uomini, di munizioni e di tutt'altro, al sopraggiungere de'  vapori borbonici, dello Stromboli, del Capri e della vela Partenope, che agli stessi si era unita, trovarono sommerso il Lombardo,

(1)«Spedii nel tempo stesso con Missori un distaccamento al telegrafo, dove Pentasaglia, conoscendo il linguaggio telegrafico, decifrò che si annunziava a Trapani l'arrivo di due legni Sardi con gente da sbarco. Fu interrotto immediatamente il dispaccio e si rispose invece: Mi sono ingannato, sono due vapori nostri». (Turr, Da Quarto a Marsala, p. 16).

(2)Il Governo il dì 14 annunziava in questi termini lo sbarco della spedizione!:

«Ier l'altro 11 del corrente, all'ora una e mezzo pomeridiane due vapori di commercio genovesi denominati il Piemonte ed il Lombardo approdavano da Marsala, ed ivi principiavano a disbarcare una mano di qualche centinaio di filibustieri.

«Non tardarono i due R. R. piroscafi Capri e Stromboli, che trovavansi incrociando su quelle coste, a principiare i loro fuochi sui due legni che commettevano l'atto più manifesto di pirateria, e dal fuoco dei due mentovati piroscafi napoletani risultarono la morte di molti filibustieri, la calata a fondo del Lombardo, che era il più grande dei due vapori genovesi, e la cattura ancora dell'altro vapore il Piemonte.

«Le reali truppe stanzionate in quella Provincia son già mosse per circondare e fare prigioniera quella gente.

«Le notizie telegrafiche non ci arrecano novità riguardo a Palermo ed alle altre provincie della Sicilia».

(3)Vedi Documenti, XXVIII.

(4)Vedi l'ultima Nota del Documento XXVIII.

— 230 —

l'altro, il Piemonte, in condizione da essere rimorchiato; e cosi ambi poterono pe' regi costituire un trofeo (1). Nel Lombardo rinvenute talune carte della Spedizione, furono subito trasmesse a Napoli: ma a noi delle medesime, di non lieve conto per l'avvenimento, non rimangono che framenti (2).

Garibaldi, considerando che miglior partito da scegliere fosse quello di assaltare le soldatesche, tanto più che altre forze muovevano da Napoli per aggregarsi alle altre in Sicilia, anzi che fermarsi alcuni giorni nel luogo dello sbarco, stimò internarsi nell'Isola per marciare su Palermo e infondere ne' regi lo sbigottimento. Approvato il Consiglio del Generale dallo Stato Maggiore, sull'albeggiare del di 12 il piccolo esercito prese le mosse, e dopo Rampagallo, ove, percorsi tredici miglia, bivaccò, giunse a Salemi (3). Qui non mancarono le piccole accoglienze, che mano mano divenivano calorose per incitamento de'  suoni degl'inni marziali. Il dì 13, da molti luoghi si videro accorrere squadre, accozzaglie non poco di gente nota al malfare, rendendosi assai notevoli quelle comandate dal Coppola di S. Giuliano (4) e de'  fratelli Sant'Anna di Alcamo, dal Mucurta e dal frate Giovanni Pantaleo, conosciuto, e, con modi lusinghieri, ben accolto nel giorno precedente dal Generale Garibaldi. Gli arrivi diversi di uomini armati mettevano in contatto i volontarj della spedizione, i cui petti si erano accesi al grido di patria.

(1) Il generale Domenico Sampieri, che prese parte alla spedizione, da ufficiale d'artiglieria, scrive: «Dirò brevemente quanto ho udito e visto in quella occasione: i legni borbonici corsero per noi a tutto vapore. La fregata Stromboli per esserci addosso più prontamente abbandonò la Partenope, uave a vela, che si trascinava dietro, e camin facendo si allestiva al combattimento manovrando i suoi cannoni.

«La Stromboli seguita dal Capri era ancora ad un paio di kilometri.

«Allorché essa giunse alla portata delle artiglierie, incominciò il fuoco a mitraglia. Non so se la idrografia di quei paraggi le vietasse di avvicinarsi maggiormente alla spiaggia; ma è certo che sebbene la mitraglia fosse di grosso calibro, pure non giungeva a passare la linea del molo.

Al molo rimasero stesi i cacciatori ed i carabinieri genovesi, che con occhio vigile e colle loro infallibili carabine stavano appostati col loro comandante Mosto per impedire che i detti legni mandassero truppe da sbarco. E difatti fecero provare l'efficacia dei loro colpi a bordo dei vapori nemici (Storia e Storie della Prima spedizione e lo sbarco dei Mille a Marsala: Roma, Tipografia Faille, 1893).

(2) Vedi Documenti XXVIII.

(3) Vedi Documenti, XXX.

(4) La più forte delle guerriglie fu quella condotta da Giuseppe Coppola da S. Giuliano, coadiuvato nel comando di essa da' giovani Hermandez, Vito Spada e da'  due fratelli Antonino e Rocco La Russa.

— 231 —

Garibaldi prevedendo, con accortezza militare, le conseguenze di un'ostilità nelle ore della notte, dispone il contegno da tenere l'esercito volontario:

Ordine di G. Garibaldi al Tiirr.

Colonnello Tùrr, bisogna raccomandare che in caso d'all'armi di notte, i nostri non faccian fuoco, ma bensì che carichino alla baionetta qualunque forza nemica si presenti. Che tutte le compagnie abbiano un punto di riunione e che una compagnia si tenga pronta per marciare ove ne fosse bisogno. — Tutto ciò non vieti di lasciar riposare i soldati sino alle 2 ½ «della mattina ora della sveglia.

«P. S. Secondo le notizie prenderemo domattina la via di Vita oppure quella di Marsala, sulle posizioni della montagna da noi esplorata».

«Salemi, 14 maggio 1860».

Organizzate le nuove schiere, si compiva il dì 14 un atto importante. Ripetendo una proposta, manifestata nel tragitto da Genova a Marsala, a bordo del Piemonte, dal Carini, dal La Masa, dal Castiglia, dall'Orsini e dal Crispi, si offeriva al Garibaldi, attese le esigenze del momento, la dittatura; e l'invito fattogli dalle autorità del Comune di Marsala, venivagli ripetuto con esposto da quello di Salemi, da'  rappresentanti di altri Comuni e dagli emigrati. Si giudicò necessario un governo; e per ciò il Generale, dopo qualche ritrosìa, riconosciuta la necessità, assunse il comando dittatoriale. Chiamato Francesco Crispi al segretario di Stato, fu emesso il decreto:

«Italia e Vittorio Emanuele.

«Giuseppe Garibaldi, comandante in capo dell'esercito nazionale in Sicilia;

«Dietro l'invito dei principali cittadini e quello dei Comuni liberi dell'isola;

«Considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari siano concentrati nella stessa mano,

«Decreta:

«Che egli prende, in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia, la dittatura di Sicilia.

«Salemi, 14 maggio 1860.

«Giuseppe Garibaldi.

«Per copia conforme

«Francesco Crispi, Segretario di Stato».

— 232 —

E intanto, mentre questa festa italica, questa sacra primavera della nazione fraternizzava un popolo diviso e trafitto, che la malvagità e la rapacia chiamarono poi conquistata, gli agenti della Polizia del Borbone, quasi ignari de'  preparativi e delle prime fortunate vicende, li 11 e il 12 maggio parlano di referende, di assicurazioni e di intraprese con intenzioni belligere (1). La fiacchezza aveva invaso gli animi de'  governanti, a' quali oramai era nota la difficilezza di poter vincere una guerra di popolo! Il Governo de'  Borboni, fatto sordo a'  consigli di Francia, d'Inghilterra e di Russia non si era voluto immettere nella strada delle riforme per iscampo di furiosa tempesta. Aveva dichiarato, tacendo oltraggio agli Stati consiglieri, di non accettare suggerimenti pel Governo di casa sua; faticandosi anzi di dimostrare che i popoli del reame di Napoli e Sicilia erano ottimamente governati, e che il grado della loro civiltà non consentiva altro reggimento che quello delle forme assolute; adducendo non muovere il malcontento dal popolo, ma da faziosi, amanti delle novità straniere. La diplomazia, consapevole di tali convinzioni di casa Borbone, allo sbarco del generale Garibaldi, notò l'accrescersi dell'insorgere del popolo, che emetteva la sentenza de'  discendenti di Carlo III!

DOCUMENTI.

I.

Il Luogotenente generale Castelcicala al Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia presso S. M. (D. G. ) in Napoli.

Palermo, 21 aprile 1860. — Eccellenza. — Il giorno 16 andante furon visti ne' boschi di Caronia due stranieri all'accento italiani, ben vestiti, i quali si avvicinarono in Santo Stefano di Camastra, ove dimandarono di qualcuno.

Passava in quel momento un tal Falla, corriere postale che da Palermo si recava in Messina colla valigia.

Avvenutosi co' due stranieri fu fatto fermare da costoro, e fu interpellato sullo stato dell'insurrezione di Palermo, e se la lotta continuava ancora tra le reali truppe ed il popolo. Il corriere rispose che aveva lasciato questa città tranquilla e che ogni collisione era finita.

(1) Vedi Documenti, XXVII.

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I due stranieri si mostrarono contrariati di quelle notizie, e desiderandone tutt'altre, si diedero a dare del mendace al corriere, ed un de' due fattosi indietro, si sbottonò l'abito, e mostrò una fascia tricolorata che portava a tracolla, due revolver sospesi alla cintura, ed alcune granate fulminanti che pendevano dalla cintura stessa.

Minacciò di assassinare il corriere, ma si ristò da qualunque offesa sul consiglio dell'altro.

I due stranieri avevan due muli su cui cavalcavano.

Da'  boschi di Caronia passarono oltre, e furon visti nelle vicinanze di Cefalù, di Termini e di Villafrati, promettendo ovunque pronti soccorsi da Malta.

Uno de'  due è il notissimo Rosalino Pilo, di cui s'è tanto parlato nella precedente corrispondenza, e che sape vasi di doversi introdurre clandestinamente in Sicilia. L'altro è ignoto.

Si è messa la forza pubblica sulle traccie di questi due emissarii, e si è promesso un premio a chi, in qualunque modo, li metterà nelle mani della giustizia.

E' a rimarcare che il Pilo è un emissario mazziniano, e ch'è proscritto dal Piemonte, la qual cosa indurrebbe a far credere che operi in nome di quell'agitatore.

Si hanno degli indizii che fossero nelle vicinanze di Piana, e si stanno praticando delle investigazioni in quei luoghi.

Mi onoro sommettere ciò all'E. V. per la debita sua intelligenza.

II.

L'incaricato del portafoglio degli Affari Esteri Carafa a S. E. il consigliere Ministro di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 21 aprile 1860. — Eccellenza. — Dal R. console in Genova mi si partecipa che per tutti i mezzi possibili si provocano colà sussidi alla rivoluzione in Sicilia. Col prodotto delle contribuzioni volontarie si tratta di noleggiare un vapore e non trovandosene in Genova in condizioni idonee si è scritto a Marsiglia e a Livorno.

Attendendone riscontro si dà opera a reclutare gente di cui Garibaldi non è alieno a prenderne la direzione e il comando.

Un tal Natale Paggi, già tenente nei Cacciatori delle Alpi, è giunto in quel porto da Chiavari ove ha annunziato che partirà da Genova per Sicilia insieme a Garibaldi. Quest'ultimo è partito il 16 stante di sera per terra da Genova. Pare che si avvierà a Nizza ed il Governo Sardo glielo abbia interdetto. Il 17 è atteso nuovamente in Genova. Non è però impossibile clic tutto ciò celi la sua andata a Messina sotto finto nome e col vapore commerciale russo che parti la sera del 16 da Genova direttamente per il Mar Nero, toccando solo Messina.

Tanto mi ouoro partecipare all'E. V. per opportuna intelligenza e norma, riserbandomi darle sollecite notizie allorché mi saranno fornite sul proposito.

Napoli, 21 aprile 1860. — Eccellenza. — Mi onoro trascriverle qui appresso porzione di un dispaccio telegrafico direttomi in data di ieri dal R. console a Genova, rimasto interrotto per causa di forte temporale nella linea da Terracina a Roma.

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«Emmi assicurato settanta persone essersi imbarcate per Sicilia la sera del 16 in Portofino su legno in atto a lunga traversata: credesi re... ».

Il luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 23 aprile 1860. — Eccellenza. — Mi pregio assicurare V. E. di rimando al riservatissimo suo foglio del 21 volgente, che sonosi date le opportune disposizioni per vegliare sulle coste onde impedire i disbarchi, ed abbiam luogo a sperare mercé la crociera sapientemente da S. M. il Re S. N. intorno l'Isola, di vedere frustrato il disegno dei fuorusciti.

Il luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 24 aprile 1860. — Eccellenza. — L'Intendente di Messina, con riservatissimo foglio del 21 andante, mi ha scritto quanto Begue:

Nella sera del giorno 18 del corrente mese perveniva a me un telegramma del colonnello Severino, il quale mi avvertiva esser pervenuto alla conoscenza del R. Governo che forse lo avventuriere Garibaldi si dirigesse in Messina con masse che precedeva. Io sul momento istesso mettendomi d'accordo con questo Maresciallo di Campo comandante la Provincia, ho disposto colla massima riserbatezza e circospezione la più stretta sorveglianza su i piroscafi mercantili russi e su qualunque altro legno che dall'estero avesse dato fondo in questo porto.

Il giorno 19 intanto, alle 6 a. m., proveniente da Marsiglia e Genova, arrivava in questa il vapore commerciale russo Colchide con 75 persone d'equipaggio e 13 passeggeri, dei quali nessuno è sceso a terra perché nessuno avea nel passaporto il visto del Console di S. M. (D. G. ). Lo stesso legno poi è partito la notte seguente, senza che avesse dato ombra di sospetto agl'individui che espressamente furon incaricati a vigilarlo.

Intanto siccome l'È. V. si è servita ordinare col suo telegramma di ieri, l'Archimede si è mosso in crociera tra Catania e Milazzo, e dal canto mio non lascierò mezzo intentato per adempire agli ordini della E. V. e al mio dovere.

Tanto mi onora rassegnarle di risposta all'autorevole ministeriale del l'È. V. de'  19 stante.

Mi pregio comunicare ciò alla E. V. per la debita sua intelligenza ed uso che crederà farne in sua saviezza.

Napoli, 25 aprile 1860. — Eccellenza. — Mi affretto trascriverle qui appresso il seguito del telegramma incompleto da me comunicatole con foglio del 21 andante, n. 2699.

«Emmi assicurato settanta persone essersi imbarcate per Sicilia la sera del 18 in Portofino in legno inatto a lunga traversata, credesi recatisi a convegno sia in alto mare, sia su altro lido.

Continua mistero e contraddizione sulla residenza attuale di Garibaldi».

— 235 —

III.

Il luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 26 aprile 1860. — Eccellenza. — Lo spirito fazioso d'una parte degli abitanti di questa città, compresso dall'energia del R. Governo, e sconfortato dallo scioglimento delle bande armate, pigliava nuova lena e tornava a divampare nel mattino de'  23 dello stante all'apparire della fregata sarda Govemolo, la quale, proveniente da Livorno, gettava l'ancora in questa rada.

In un momento di generale ansietà, d'insane tendenze, d'espettazione di soccorsi d'ogni maniera dal partito cui trovasi in preda l'Italia superiore e centrale, la vista insolita di quella nave che il giorno seguente fu raggiunta dalla corvetta Asthion, infiammò gli animi de'  faziosi, e fu visibile la recrudescenza nelle passioni rivoluzionarie.

Pochi giovinastri tentarono di fare una dimostrazione nello sbocco della strada Tornieri e nel quadrivio della via Bosco, presso il Palazzo dell'Intendenza, ma sorpresi dalla forza pubblica parte furono arrestati e parte fuggirono.

Una grande dimostrazione elevasi fare in via Toledo nel giorno 24, e n'erano gli organizzatori D. Antonio Salmeri e D. Carlo Simoncini, i quali furono arrestati nella precedente notte.

Nel giorno si provvide in via Toledo, nel Foro Borbonico e nel Borgo, per impedire qualunque aggruppamento.

Si era passata la voce che la dimostrazione dovea farsi allo scendere dello Stato Maggiore e degli equipaggi sardi. Giudicai prudente consiglio di spedire a bordo del Govenolo il maggiore Polizzi, Capo dello Stato Maggiore, per complimentare il marchese di Asti, comandante della nave, e pregarlo di non fare scendere gli equipaggi, per impedire che i malintenzionati pigliassero occasione della lor presenza per turbai e l'ordine pubblico, e produrre una collisione sanguinosa.

Il Comandante accolse la preghiera e promise di non far discendere alcuno, promessa che mi confermò il giorno seguente quando venne a visitarmi, e che ha mantenuto fino a questo momento.

La polizia apprendeva che un tal Dente, tenente di vascello del Govenolo, diceva ad un agente marittimo spedizioniere, che se vi erano in Palermo de'  compromessi potevano rifugiarsi a bordo. Aggiungeva che prematuramente Palermo erasi mosso, ed in un momento in cui il Piemonte, non ancora bene in possesso delle nuove provincie annesse a quel regno, non poteva soccorrere la insurrezione siciliana. D'altra parte si conosceva che il Console sardo diceva ad uno de'  familiari del Consolato, ch'essendo probabile che l'insurrezione ricominciasse in Palermo, il Governalo sarebbe rimasto in rada per ricevere il Consolato ed i sudditi sardi ove ciò arrivasse.

Questa manifestazione era confermata dal console di Russia a cui la fece quello sardo.

La presenza delle due navi sarde ci è stata funesta, e direi quasi che moralmente ci ha fatto perdere terreno.

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Tutta l'Isola è piena della voce che migliaia d'emigrati sono sbarcati con armi e denaro, ed i tristi ch'eransi ritirati, dopo gli scontri infelici avuti colle reali truppe, sono rinfrancati, ripigliano coraggio e si preparano ad una nuova riscossa.

Le condizioni del paese erano in sì buono stato che il giorno 23 era per pubblicarsi una ordinanza per togliere lo stato di assedio, quando l'arrivo inaspettato delle navi sarde venne a cangiare la situazione.

Ieri si ebbe avviso che in Piana dei Greci erasi manifestato novellamente lo spirito turbolento e che i tristi imperversavano. Il giorno innanzi eravi stato il capitan d'armi cav. Chinnici per ritirare i 121 fucili che si erano raccolti per le presentazioni volontarie, ed ebbi luogo ad accorgermi che ferveva un pessimo spirito in quel Comune.

Vi si è spedita la scorsa notte una colonna per dare una severa lezione a'  turbolenti, ed ora mi giunge rapporto che circuito il paese dalle truppe, la Compagnia d'armi sta arrestando i più facinorosi.

Negli altri Comuni vi è calma apparente, e gl'insorti vanno rientrando. Non v'ha nuova di alcuna banda che stia in campagna, ma sonovi assai profughi, e taluni aggruppati, che sono pertinaci o diffidenti dell'indulto.

Due de'  capi del moto sedizioso di Corleone, ch'erano alla testa di due bande, Marchesino Firmaturi e Niccolò Tommaseo, si sono presentati.

Finora sonosi raccolti 700 fucili all'incirca che si avevano i faziosi, e che sono stati spezzati parte nelle pubbliche piazze e parte in Palermo.

Da ieri in qua parlasi d'un movimento che avrà luogo in Palermo, combinato con una irruzione de'  faziosi de'  paesi vicini, per mettere le truppe fra due fuochi. I facinorosi di Palermo mancano però di armi e nelle loro jattanze dicono che si avventeranno coi pugnali.

Finita la lotta materiale i nemici dell'ordine cercano d'imprendere e perpetuare l'agitazione materiale.

L'autorità sta salda ed adopra tutti i mezzi per soffocarla.

Nelle perquisizioni che del continuo fa la polizia nelle località sospette si sono trovati da circa seimila cartuccie, sette fucili e delle capsule.

Nel Comune di Campofelice, sito tra Termini e Cefalù, taluni scellerati minacciavano ieri di mettere a sacco ed a ruba il paese.

Da Termini si spedivano ieri due compagnie di pionieri per mettere alla ragione que' tristi. I rapporti che pervengono da tutte le Provincie sono rassicuranti e da per ogni dove l'idea dell'ordine prevale.

In Trapani il generale Letizia ha effettuato un disarmamento generale., e vi ha rilevato il principio d'autorità ch'erasi stato manomesso.

Fu necessità rimuovere l'Intendente Stazzone e mandare in di lui vece a pigliarne le funzioni il Conte di S. Secondo, persona di energico carattere e di sperimentata fede, che immediatamente e senza esitanza s'imbarcò con la truppa che spedii in Trapani per ridursi al suo posto.

Tolgo a premura sommettere questi particolari all'E. V. per la debita sua intelligenza.

— 237 —

IV.

Telegrammi e notizie politiche

Roma, 28 aprile 1860. — Ministero Esteri ha ricevuto questo telegramma da Livorno in Garibaldi con un drappello partirà da qui Sicilia.

De Martino.

Torino, 28 aprile 1360. — Ministro Affari Esteri — Napoli. — Il Governalo Brik-Sardo di sei cannoni va a Palermo. Se trova quiete ripartirà. Squadra comandata da Persano girerà il Mediterraneo. Ha ordine di non accostarsi in Sicilia.

Garibaldi riunisce rifuggiti e armi. Sono suoi luogotenenti Medici e Bixio, è sempre vicino Genova. Madrid fa sordamente preparativi imbarco.

Canofari.

Monsieur le Commandeur, Voici le télégramme qui m'arrive de Vienne tout à l'heure:

«On rapporte de Berne: Garibaldi avec ses associés d'Amérique a u quitte Génes le 26 courant, pour se rendre par Malta à Catania et de Trapani».

Agréez l'expression de la considération la plus distinguée.

Martini.

Lundi, 30 avril, matin.

L'Incaricato del Portafoglio degli Affari esteri, Carafa a S. E. il Consigliere ministro di Stato in Sicilia.

Napoli, 30 aprile 1860. — Eccellenza. — Il regio Console in Livorno mi fa conoscere di essersi dall'Emigrazione Italiana stabilito un Comitato permanente in Firenze per sovvenire i rivoltosi Siciliani. Esso è composto tra gli altri da Tupputi, Venusio, Torcelli, Abbate, Bellelli, Corneso, Cusa, Malenchini, Menotti, Monzani, Morandini, Ulloa, Vannucci, e Coppi To8caneIli.

Questo Comitato seguita a ricevere danari, arrollare all'oggetto, giusta ciò che si rileva da una lettera scritta al Giornale «La Nazione» dal Siciliano Michele Amari, segretario della sudetta Commissione, nel fine di dare pubblicità e promuovere tale contribuzione, e si vuole di essersi raccolti trecento mila francesi all'incirca, oltre di un credito di un milione' che dicesi destinato all'uopo dal Governo Sardo.

La notizia di uno sbarco d'armati in Sicilia pare non voglia confermarsi, vista la inutilità della misura ora che il valore delle R. truppe ha reso vano il sovversivo attentato. Sembra però destinato per le Calabrie e si fa presumere al summenzionato regio Agente che la provincia di Cosenza potrà essere il possibile luogo dello sbarco, che si effettuerebbe alla spicciolata in diverso modo, luogo e tempo.

E stato del pari assicurato quel Consolato che, malgrado le misure adottate dal R. Governo, il noto repubblicano circoli per via di terra pei confini dell'Abruzzo, passi introdotto nel Regno con forte somma in oro, che distribuirà ai suoi complici,

— 238 —

come del pari si vuole che individui di somigliante natura, muniti di regolari recapiti toscani, e partiti da Massa marittima e Pistoia, passino giornalmente le frontiere sotto diversi travestimenti, con danaro i più, con armi e proclami tutti.

Ed io mi onoro comunicare a V. E. tutto ciò per intelligenza ed uso opportuno.

V.

Il luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 1° maggio 1860. — Eccellenza. — L'intendente di Catania con foglio dei 28 p. s. mese mi ha scritto locché segue:

La venerata Ministeriale di V. E. a manca riportata rassicura sempre più, per le buone notizie che contiene, di essere state le bande sediziose per virtù delle Reali Truppe ovunque battute e disperse, e che delle Colonne mobili scorrono le Provincie di Trapani e di Girgenti, per rassicurare le pacifiche popolazioni e per incutere terrore ai tristi, che potrebbero ancor maturare disegni sovversivi.

Apprendo altresì come una estesa marittima crociera vegli incessantemente ad impedire furtivi sbarchi.

Intanto mi è soddisfacente poter riconfermare a V. E. che niun sintomo di agitazione si manifesta tuttavia in questa Provincia, che anzi le Regie Truppe propugnatrici dell'ordine e della tranquillità sono state festevolmente accolte nei loro passaggi. Però la vigilanza è sempre uguale. E di fermo, che mani segrete soffian nel mistero per spingere all'anarchia, ma non per questo l'Autorità smette il suo lavoro della uniforme e simultanea reazione, e siccome la forza sta principalmente riposta nel prestigio, appunto su ciò volgesi ogni sollecita cura.

Non di meno al minimo sospetto di legni di dubbia navigazione e per qualunque siasi altra cagione non lascerò di avvisarne tosto le Autorità Militari e l'È. V. con telegramma e con istaffetta.

II che mi onoro comunicare a V. E. per averne intelligenza.

Il luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 2 maggio 1860. — Eccellenza. — Ho ricevuto in seno al suo riservatissimo e pressantissimo foglio del 30 p. s. mese n. 734. la copia de'  due telegrammi pervenuti costì l'uno da Torino e l'altro da Roma, Bulle mosse di alquanti agitatori capitanati dallo avventuriere Garibaldi per eccitare dietro uno sbarco, novelle turbolenze in Sicilia, e dì navi da guerra Piemontesi, non che di una lettera di codesto Ministro d'Austria relativa pressoché all'obbietto stesso; e nel ringraziar V. E. di tale interessante comunicazione, mi giova manifestarle in riscontro che tanto per la estesa ed incessante crociera, quanto per la distribuzione drlle Reali milizie che stanziano in questa parte del Reame, si ha fidanza che si scongiureranno questi temuti pericoli di sbarchi.

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L'incaricato degli Affari esteri, Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 1° maggio 1860. — Notizie pervenutemi da Genova portano la Fregata Sarda «Govemolo avesse a bordo Garibaldi e molte armi, e che il vapore da guerra «Tanari» avesse imbarcati gli arrollati ch'erano in quella Città.

Da Livorno pure mi si segnala che una spedizione di cinque legni partita da Genova con emigrati ed armi per la Sicilia sia stata veduta in mare, come pure vengo assicurato che dieci o dodici giorni fa sieno stati imbarcati in Marsiglia per la Sicilia 22 mila fucili.

Il Regio diplomatico in Roma, nell'avvisarmi essere partiti da Livorno seguaci di Garibaldi, mi soggiunse doversi ritenere che tutte queste spedizioni pretese ad arte per ia Sicilia, sieno dirette per i dominii continentali e quindi si consiglia la più grande sorveglianza sulle coste.

Ed io mi fo un dovere di darne partecipazione subito a V. E. per opportuna sua intelligenza e regolamento.

Proclama del dì 2 maggio. — Il Comitato di Palermo a'  Siciliani.

Fratelli. — Unanimi nel pensiero e nell'odio per il duro servaggio borbonico, noi da lunga pezza ci preparammo alla vendetta, e del pari che in gennaro 48, ora corse la sfida, alla quale noi fummo fedeli. Che se infelici nel primo scontro non ci arrise la sorte, voi ne sapete il perché; poche ore prima del solenne momento un traditore ci vendeva ai nostri nemici, sicché noi sbalorditi e divisi, sorpresi ed aggrediti fummo costretti di batterci alla spicciolata senza consiglio, e corpo a corpo, per le vie gremite di soldati e di birri venti volte superiori di numero, che ciò nondimeno retrocessero al primo assalto.

Per ben sette giorni alle porte della città s'intese il fuoco dei prodi che correvano dapertutto, e da quasi un mese si lotta cedendo palmo a palmo a'  regii la terra coperta di feriti e di morti — essi non sono tuttavia padroni che di poche miglia intorno a Palermo, poiché l'Isola tutta rispose come un uomo al vindice appello, città e villaggi hanno inalberata la tricolore bandiera Italiana, e fu Messina borbonicamente minacciata.

Nò le armi sono deposte — né dal pugnar si desiste — voi vedeste le tante volte ritornare i nemici respinti — e non è guari i redui i da Larini e Capaci raccontare atterriti le prodezze ed il numero dei nostri fratelli in armi, che in ogni scontro han mietuto le regie file.

All'odio antico or si aggiunge il recente, per il governo dei due gendarmi onnipotenti Maniscalco e Salzano. E per essi furono arrestati e condotti lungo Toledo come assassini, i più ragguardevoli personaggi del nostro paese, principe Pignatelli — Principe Nisunai — principe Giardinelli — barone Riso — barone Camerata Scovazzo — duca Cesarò — cavaliere S. Giovanni — rev. P. Ottavio dei principi di Trabia, e tanti altri che sarebbe penoso il ripetere, senza contare i molti che la polizia ricerca fra i quali il barone Pisani, il di lui figlio Casimiro; il cav. Luigi Notarhartolo de'  duchi di Villarosa, il marchese Antonio Rudini, il cav. Isrnazio Lanza dei conti di S. Marco,

— 240 —

etc., i quali lieti di soffrire per la santa causa della comune redenzione, rispondono col disprezzo e la perseveranza, agl'insulti ed alle persecuzioni della regia ciurmaglia.

Per essi ordinate eccidii e rapine, furono dai soldati e birri violati i domicilii di onesti e pacifici cittadini, scannati fanciulli e donne, depredate le sostanze e date alle fiamme per fin le mura. Per essi invase le proprietà degli stranieri, fu violato persino il territorio loro, ed il Rev. P. Ottavio Lanza strappato da una nave Americana sulla quale sì era asilato, venne tratto in orribile prigione. Per essi degni ministri del Re piissimo, furono messi a sacco ed a fuoco le case dei loro stessi compagni, dei loro superiori del principe di Cassero attualmente Presidente dei ministri del Borbone. Peresse saccheggiate le chiese, uccisi

i religiosi, trascinate le monache con le mani fra i ceppi, per la via Macqueda in mezzo a due file di birri e compagni d'armi e nell'ira feroce che è propria dei vili, distrutte le sante immagini, le statue, gli arredi e i libri sacri, che sulle piazze abbiam visto messi all'incanto e barattati. Per essi, contro ogni legge, se ne dannarono tredici ondessere fucilati alla volta, fra i quali un vecchio cadente di circa anni ottanta solo per essere il padre di Francesco Riso, un di coloro che brandirono tra'  primi le armi, e cadde ferito a morte nella mischia.

Ma perché ripetere le nequizie e gli oltraggi da noi durati, e dai quali abborre ogni cuore leale ed umano? Chi non conosce i procedimenti del bestiale governo che ci pesa addosso, la di cui accusa scritta col sangue di tante vittime non presentiamo al giudizio dell'Europa? Ad esso, come a quello di Dio, è forza che arrivino le doglianze ed i voti di qualunque nazione avvilita — e noi protestiamo solennemente mentre pende incerta la vittoria, che stanchi della nostra vergogna e di cosi efferata tirannide — stanchi di esser tenuti peggio che le bestie spogliate da qualunque dritto, governati dalla forza del capriccio e de gradati forse in faccia al mondo; noi protestiamo che come nostro è stato il soffrire, fu nostro il fermo proposito di mettervi un termine, nostri i mezzi apprestati, nostro il pensiero di scuotere l'abborrito governo borbonico, di riunirci con le altre più fortunate provincie alla gran famiglia Italiana e seguire i destini di Casa Savoia, alla quale prima di ogni altra, la Sicilia si offerse con atto del Parlamento nel 1848 proclamato e ripetuto nelle 5 insurrezioni scoppiati dal 49 al 60. Noi potremo esser vinti, che monta? non sempre il dritto fu coronato dalla vittoria. Potremo esser vinti e ritornar servi, ma servi ognor frementi, ognora smaniosi di por termine con nuovi sforzi allo spettacolo dell'immane lotta di oppressori e di oppressi, di carnefici e di vittime, destinate ad alimentare la stolta ed insaziabile crudeltà del Minotauro di Napoli.

Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele.

Palermo, li 2 maggio 1860.

VII.

Il Comitato di Palermo a'  Fratelli d'Italia.

Palermo, 2 maggio 1860. — Fratelli! Noi attendevano da lungo tempo la rivincita del 1848.

I nostri pensieri, l'odio nostro contro la crudele schiavitù del Borbone, animavano i nostri cuori unanimi. La sfida è stata lanciata: noi vi abbiamo risposto.

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Il primo scontro non ci è stato favorevole, voi sapete perché? poche ore prima del momento decisivo, un traditore ci vendeva al nemico. Sopraffatti, divisi, sorpresi, ci è bisognato combattere isolatamente corpo a corpo, senza direzione, in mezzo alle vie piene di soldati, di birri, venti volte più numerosi di noi, e che pure non potettero sostenere il nostro primo orto. Per sette giorni vi si udì alle porte della città il fuoco dei prodi accorsi da ogni parte. Da un mese si contende a palmo a palmo alle truppe regie una terra coperta di morti e feriti. Le truppe non sono padrone di alcune miglia intorno a Palermo, perché l'isola ha risposto come un sol uomo all'appello dei vendicatori: città e villaggi hanno alzato la bandiera tricolore italiana: Messina è stata minacciata all'uso borbonico.

Le armi non sono state deposte, il combattimento non è cessato; avete veduto molte altre volte il ritorno dei nemici respinti: recentemente i soldati che tornarono da Carini e da Capaci, narravano spaventati le prodezze, confermavano il numero dei nostri fratelli armati, che in ogni scontro han diverse le bande regie.

Ai vecchi motivi d'odio, un nuovo motivo è venuto ad aggiungersi: il governo di questi due prepotenti gendarmi Maniscalchi e Salzano. Essi han ordinato l'arresto dei personaggi più considerevoli del paese, essi han fatto trascinare per la via di Toledo, come assassini, il principe Pignatelli, il principe Niscemi, il principe Giardinetti, il barone Riso, il barone Camerata-Scovazzo, il duca Cesareo, il cav. S. Giovanni, il reverendo Ottavio P. Lanza dei principi di Trabia, e tanti altri di cui sarebbe doloroso ripetere i nomi. Aggiungete il gran numero di coloro che la Polizia ricerca e in primo luogo il barone Pisani, ecc., ecc.

Lieti di soffrire per la santa causa della nostra comune salute, essi han risposto agl'insulti, alle persecuzioni dei poliziotti regi col disprezzo e la costanza.

A Maniscalchi, a Salzano si debbono le uccisioni, le rapine, le violazioni di domicilio di onesti e tranquilli cittadini, gli eccessi della soldatesca e della polizia, gl'insulti alle donne, ai fanciulli, il saccheggio e finalmente l'incendio. Essi hanno usato invadere la proprietà degli stranieri.

Il rev. P. Ottavio Lanza, strappato da un bastimento americano su cui aveva cercato asilo, è stato gettato in orrida prigione. Degni Ministri d'un Monarca piissimo, essi han fatto mettere a sacco ed a fuoco le case dei loro stessi compagni, dei loro superiori, del Principe del Cassero attualmente Presidente del Consiglio dei Ministri del Borbone. Essi non hanno indietreggiato dinanzi alla devastazione delle Chiese, ed all'eccidio dei Religiosi.

Dei Monaci sono stati menati con ceppi alle mani per la via Macqueda, in mezzo a due fila di birri e di soldati, di cui la collera efferata (i vili hanno tali passioni) ha distrutto persino le Sante Immagini, le Statue, i libri sacri, che abbiamo visti sulle pubbliche strade vendersi ignobilmente all'incanto.

Maniscalchi e Salzano finalmente in disprezzo delle leggi han fatto fucilare in una volta 13 persone, di cui un vecchio di 80 anni, che non aveva eommesso altro reato, che di essere padre di Francesco Riso, un di coloro che corsero i primi alle armi, e che cadde nella mischia mortalmente colpito.

A che prò rifare il catalogo delle crudeltà e degli oltraggi che abbiamo avuto a soffrire, e di cui il racconto desterebbe l'indignazione di ogni anima leale ed umana?

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Chi non conosce il modo di agire di questo feroce Governo, di cui noi presentiamo al giudicio d'Europa l'atto di accusa scritto col sangue di tante vittime? Dio ha ascoltato i lamenti ed i voti delle nazioni oppresse; l'Europa l'ascolterà!

Noi protestiamo solennemente, mentre la vittoria è ancora incerta, che stanchi della nostra vergogna e d'una tirannide senza limite, stanchi di essere considerati poco meno che animali, spogliati di ogni diritto, governati dalla forza e dal capriccio, avviliti in faccia al mondo, noi protestiamo, poiché il nostro stato c'impone di soffrire, la nostra volontà è di iporre un termine a questo stato. Le nostre azioni tendono a questo scopo: l'nostro scopo è di rovesciare l'odioso governo dei Borboni, di riunire la Sicilia alle altre Province più felici che fan parte della gran famiglia Italiana; di seguire infine il destino della Casa di Savoia, alla quale la Sicilia, prima di ogni altra contrada, si offri per atto del Parlamento del 1848, atto rammentato e rinnovato in cinque insurrezioni dal 1849 al 1860.

Noi potremo essere vinti: che importa? La vittoria ha sempre favorito il diritto. Noi potremo essere vinti e ridiventare schiavi, ma schiavi sempre minacciosi, sempre preoccupati a far cessare con nuovi sforzi questo spettacolo lamentevole della lotta dei carnefici e delle vittime, degli oppressori e degli oppressi, che diletta l'insaziabile e stupida crudeltà del Minotauro di Napoli.

Viva l'Italia! Viva Vittorio Emanuele!

VIII.

Comando delle Armi nella Provincia e Real Piazza di Palermo.

Ripristinatosi intieramente in questa Città l'ordine pubblico momentaneamente turbato da una mano di faziosi, dissipate le bande armate che si aggiravano nei monti circostanti, e rinata la fiducia negli animi, il Comandante le Armi nella Provincia e Real Piazza di Palermo, in seguito all'approvazione avutane da S. E. il Generale in capo, rispondendo alla aspettazione generale perché il paese ritorni nello stato normale, ordina quanto appresso:

Art. 1. Lo stato di assedio messo sulla città di Palermo e suo Distretto, con Ordinanza del 4 del passato aprile è sciolto.

Art. 2. Tutte le disposizioni contenute nella succennata Ordinanza restano abrogate.

Art. 3. Le autorità militari e civili sono incaricate della esecuzione della presente Ordinanza.

Palermo, 3 maggio 1860.

Il Maresciallo di Campo Comandante le Armi

Giovanni Salzano.

IX.

Siciliani!

La sedizione del mattino del 4 aprile, con l'ajuto di Dio, mancò di asseguire l'improbo intendimento di travolgere nell'anarchia questa bella parte de'  Reali Dominii. il Governo di S. M. D. G. à compiuto la sua nobile missione di rimuovere

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e vincere i gravi pericoli che minacciavano le vostre vite, le vostre sostanze e le vostre famiglie. Ed ora che va a cessare lo stato d'assedio, a cui fu sottoposta la città di Palermo, mi torna gradito di volgervi parole di conforto e di laude pell'onorevole contegno da voi serbato in questa dolorosa contingenza.

Voi, conscii della grande sciagura che fa pesare inesorabilmente sopra tutti lo sgominarsi dell'ordine, rimaneste estranei a'  tentativi d'una mal accorta fazione, la quale ne' deliri del suo egoismo e della sua ignoranza, credeva facile d'imporre colla minaccia e colla menzogna alla immensa maggioranza dell Isola, la quale per contrario si tenne salda nella fede all'ordine ed al suo Re. E' pur mestieri ad onor vostro il confessarlo. Questa vostra condotta, degna d'esser nota alla civile Europa, ha molto contribuito a ripristinar la quiete, ed a render poco durevoli gli effetti delle passate commozioni.

E per questo 8. M. il Re S. N. cedendo facile agl'innati sensi di Sua clemenza ne' dì medesimi in cui più faceva d'uopo di severità, concedeva generoso perdono a quei traviati, che avesser deposto spontaneamente le armi.

Disperse le bande dal valore delle Reali Milizie, la prima parola che alle persone compromesse dirigevasi dai Comandanti delle Colonne Mobili si fu quella del concesso amplissimo indulto. E questa parola fu accolta con entusiasmo e con riconoscenza, niente altro desiderandosi, cessato il breve periodo dell'eccitata abberrazione, se non l'obblio della colpa, il trionfo del pentimento.

La tranquillità si è ristabilita ih tutti i luoghi, ma riman tuttavia un dovere a compiersi, quello di fnr cessare le scorrerie dei più tristi delle discioite bande, i quali non credendo di ritornare quieti alle case loro, deposte le speranze del bottino, han posto mano alla vita ed alla roba altrui, e ad altri abbominevcli fatti.

Ma rassicuratevi. Il Real Governo ha fatto il debito suo ed i dolorosi fatti di Cimina, di Petralia, delle vicinanze di Caccamo, di Porticello e della Piana di Vicari più non si riprodurranno e tornerà intiera quella sicurezza, che tanto incremento arrecò negli ultimi 11 anni all'industria ed al commercio dell'Isola.

Sbandite adunque ogni apprensione, ed abbiate fidanza nella magnanimità del Re S. N. che vuole fermamente assicurare alla Sicilia la maggiore prosperità ed un riposato viver civile.

Palermo, 3 maggio 1860.

Principe di Castelcicala.

X.

Noi Paolo Ruffo Principe di Castelcicala, Luogotenente Generale di S. M. il Re S. N. Comandante Generale delle armi in questi Reali Domini.

Vedute le due ordinanze di S. E. il Principe di Satriano de'  16 giugno 1849, con le quali vennero istituiti de'  Consigli di guerra subitanei nelle Provincie dell'Isola per giudicare gli asportatori e detentori di armi vietate, e gli autori o complici di altri misfatti contro la sicurezza pubblica, e per la formazione delle liste di fuorbando;

Veduto il Real Decreto de'  10 maggio 1856, che sostituiva altro magistrato, ed altra pena per i reati di asportazione di armi senza speciale permesso dell'Autorità;

Veduto l'altro Real Decreto del 27 dicembre 1858 inteso alla tutela della tranquillità interna dello Stato;

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Poiché se una settenne intera tranquillità per tutta l'Isola potè ferma restando l'una delle due Ordinanze, far mitigare il rigore dell'altra, le recenti perturbazioni, comeché sollecitamente sedate, consigliano la necessità di più severa repressione; perché ai pochi avanzi delle bande, fuggiaschi o dispersi, sia tolta ogni facilità di riunirsi in comitive armate ad infestar le campagne e le pubbliche vie;

Convenendo, che sia luogo a tale provvedimento eccezionale, riconosciutosi utile per lo innanzi, che valga efficacemente a tutelare la vita e la proprietà dei buoni cittadini, ed a riaffermar sempre meglio la già ristabilitasi tranquillità e l'ordine pubblico, supremo bisogno di tutti i governati;

Considerando i gravi misfatti di sangue e di rapina avvenuti in questi giorni in Ciminna, in Petralia Sottana, nelle terre di Caccamo, nella Piana di Vicari e nel Porticello, perpetrati dalle reliquie delle disciolte

bande:

Facendo uso dei poteri a ciò conferitici da S. M. il Re N. S., troviamo di disporre e disponghiamo quanto segue:

Art. 1. L'Ordinanza del 16 giugno 1849 in fatto di asportazione e detenzione d'armi, senza special permesso dell'Autorità, è richiamata in

vigore.

Art. 2. I contravventori alle disposizioni ivi contenute, saranno giudicati da'  Consigli di Guerra subitanei, e puniti di morte.

Palermo, il 3 maggio 1860.

Principe di Castblcicala.

XI.

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 3 maggio 1860. — Eccellenza. — Le condizioni dello spirito pubblico di Palermo sono sempre tristi, sempre inquietanti, e pesa sulla generalità una preoccupazione per novelle calamita che potrebbero arrivare. — Una minoranza faziosa, ostinata e pertinace nei suoi propositi per lo appoggio che spera dal Piemonte e da'  rivoluzionari italiani, allarma e fa trepidare gli onesti, i quali si aspettano di vedere invasa la Sicilia da bande di avventurieri capitanati dal Garibaldi, che verrebbero a sollevare le popolazioni ed a metter tutto a soqquadro.

Questa credenza è universale e si è sparsa fin ne' più remoti villaggi del risola. — Il traffico ed il moto son tornati in Palermo, e la città ha quasi ripreso l'ordinaria sua fisonomia, se non che i negozi che stanno nella parte del Toledo, ove maggiore suole essere l'affluenza, si sono tenuti in parte chiusi, in parte semiaperti pe' timori che si hanno di qualche tafferuglio, timori che destano con arti maligne gli agitatori. — Da ieri in qua la fiducia va rinascendo, e la Via Toledo più animata sembra tornata al suo stato ordinario, vedendosi in parte riaperti i negozi. Quella strada è battuta dalla forza pubblica che giornalmente trae in arresto i perturbatori, che fanno uso della intimidazione per imporsi agli onesti e perpetuare la miseria pubblica. Il lavoro delle classi laboriose si va ripigliando, e l'amministrazione pubblica impiega generalmente meglio di 1500 operai in lavori di fabbrica e di terra.

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— Questo ritorno alla normalità spiace agli agitatori, i quali fan di tutto per perturbare la città, ma si dà loro una caccia incessante, arrestando gli organizzatori di dimostrazioni.

Dei giovani dissennati fugacemente ed in breve numero sonsi recati ne' punti più eccentrici della città per gridare, ma sono stati sempre dissipati dalla forza che infaticabilmente veglia per la quiete della città.

La presenza delle due navi da guerra Sarde dà alimento a colpevoli speranze, ed i faziosi, anziché essere scorati dalle infelici pruove fatte in quest'emergenze, si mostrano imbaldanziti, e nel contegno e nel sembiante, dànno a vedere la certezza del trionfo che si hanno della rivoluzione.

Le bande armate sono sciolte, ed i capi che le dirigevano la più gran parte sono fuggiaschi, due sono stati arrestati, cioè il Marchese di Giuseppe Costantini e D. Salvatore Di Benedetto, ed il rimanente profittando dell'indulto Sovrano sonosi presentati deponendo le armi, e vivono apparentemente tranquilli ne' rispettivi paesi.

Non esistono che 35 individui armati nelle montagne presso Carini, alla cui persecuzione sono intente delle compagnie di armi del Capitano d'arma Chinnici, e men d'un centinaio divisi in vari gruppi, nelle montagne fra Termini e Caccamo, ai quali dà la caccia la Colonna del Generale Primerano e la Compagnia d'arme del distretto di Termini.

Degli atti di brigantaggio sonosi esercitati da questi facinorosi, siccome avrò l'onore di riferire a V. E. con altro rapporto,

Il disarmamento di Trapani e di Marsala s'è effettuato e sonosi raccolti circa 1300 fucili. — La colonna del generale Letizia si occuperà a disarmare meglio Alcamo e completamente Partinico. Ne' comuni, ove l'ordine è stato conservato, si sono lasciate le armi alle guardie urbane ed agli onesti proprietari per garantire i paesi dalle aggressioni de'  grassatori di campagne.

Il dazio sul macinato per la sua natura è quello che più ha sofferto in queste emergenze, e la percezione di quest'importante balzello dove più e dove meno, ne ha risentito.

Oggi può dirsi ripristinato dappertutto, ma le sinistre notizie che vanno intorno di ulteriori perturbazioni, e la temenza in cui stanno gl'impiegati fiscali, preposti alla custodia dei molini, dànno campo a contravvenzioni a danno del B° Erario. — La scossa violenta che ha sofferto il paese farà ancora per qualche tempo deplorare dei disordini.

1 pochi comuni ove sceneggiarono gl'insorti hanno spedito in questa delle Deputazioni per protestare la loro fedeltà a S. M. il Re N. S. e per esporre la necessità in cui sono stati di sobbarcare ad una forza maggiore. Le truppe di S. M. sono ricevute dappertutto, ne' comuni ove vanno, con festose grida di «Viva il Re», e le popolazioni vanno loro incontro colle bande musicali cittadine che suonano l'Inno Reale. La provincia di Trapani è tutta tranquilla, e sonosi cancellate le male impressioni destate dalla debolezza dell'Autorità, ne' primi giorni delle passate contingenze. — La Provincia di Catania è tranquilla, ma si è giudicato provvido consiglio di spedire una colonna mobile lungo la grande strada del Capoluogo a Leonforte, ove stanno grosse terre abitate da gente svelta e corriva alle novità. — Questa Colonna al ritorno visiterà i comuni che stanno intorno all'Etna.

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Non si crede necessario spedire delle Truppe ne' distretti di Caltagirone ed Acireale, essendo tranquillissime quelle popolazioni ed informate da eccellente spirito.

La provincia di Noto è in grande calma. Colà si è richiamata l'attenzione dello Intendente nel comune di Vittoria, ove sospettasi che vi sieno delle intelligenze con Malta per introdurvi clandestinamente delle armi.

Un tal D. Agostino Pocorroba, additato alla polizia come uno dei corrispondenti, è stato arrestato ed ora si è ingiunto allo Intendente di far arrestare D. Ferdinando Iacono altro corrispondente di cui favella V. E. nel suo foglio di 24 p. p., n. 656.

Messina e provincia sono nello stato normale.

La provincia di Girgenti trovasi pure nello stato normale.

Quella di Caltanissetta è tranquillissima.

Il distretto di Cefalù fu conturbato ne' passati giorni da una mano di assassini che minacciavano Campofelice, ma accorse due compagnie di Pionieri che stavano in Termini, colla Compagnia d'armi, dispersero que' ribaldi, e ne catturarono tre.

Il distretto di Termini è stato funestato da pochi faziosi che sono&i aggirati ne' monti vicini e che ieri alla vista della Colonna del Generale Primerano si disperdevano in gru ppi pigliando varie direzioni. — Finalmente nel Distretto di Corleone» che fornì un buon contingente alla insurrezione, tutti sono rientrati e non trovansi profughi che due dei capi, il Marchesino Firmatusi e il cav. Vassallo.

In quei distretto tutto è tornato nell'ordine.

Si sta incessantemente sulle tracce degli avanzi delle bande che menan vita miserabile e tapina ed a'  quali non si dà tregua, ed ieri il Capitano d'arme cay. Chinnici ne arrestava 14 che stavano raccolti in una taverna presso il villaggio di Tommaso Natale.

Il potere va ripigliando tutto il suo prestigio sulle masse, le quali, per un momento illuse, credettero seosso il principio di autorità, e coll'aiuto di Dio, se la mano straniera non verrà materialmente ad incoraggiare ed a respingere i malcontenti alla ribellione, la Sicilia, fra non guari, ritornerà alle pristine sue riposate e prospere condizioni. — Colgo a premura sommettere a V. E. questi particolari sulla situazione del paese per farne l'uso che giudicherà conveniente.

XII.

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia Napoli.

Palermo, 4 maggio 1860. — Eccellenza. — Il giovine Guardia marina Denti, di cui favellai nel mio rapporto del 3 corrente n. 1093, ieri scendeva a terra e si recava nella casa della Baronessa Martinez di lui zia. — Fu visitato dalla famiglia Piraino, della Contessa Capaci.

Dopo d'aver desinato si recò a passeggiare nella strada della Favorita, ove fu accostato da molte persone che là si trovavano.

Richiesto sulla nave il Governolo e sulla missione, rispose: «Che a bordo dei legni non esistono che i soli componenti l'equipaggio e truppa di Marina. Che non hanno sbarcato alcun individuo nelle spiagge di Sicilia, e che la lor missione

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è quella di garentire i sudditi sardi, e ch'egli, il Denti, era nella credenza, che il Governo o meglio, il Comandante avea avuto istruzioni di ricevere a bordo de'  compromessi u politici».

Interpellato nel tempo che rimarrebbero in Sicilia, disse di non saperne. — Richiesto nei maneggi piemontesi per intorbidare la Sicilia, disse: sapere che in Genova s'erano aperte delle soscrizioni per mandare uomini, armi e denaro in ausilio dell insurrezione; non ispiace ciò al Governo Sardo, che anzi, segretamente, sospinge la cosa, ma che ostensibilmente per non compromettersi colla diplomazia, se ne mostrava ignaro.

Piaccia a V. E. restarne intesa e farne l'uso clie giudicherà conveniente.

XIII.

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 4 maggio 1860. — Eccellenza — Il 25 p. s. mese veniva a conoscenza dello Intendente di Noto che un tal Salvatore Argento, di Siracusa, proveniente da Malta, era sbarcato in Pozzallo, e passando per Noto, stava in viaggio per ridursi in sua patria, portando seco in un porta sigari una effigie rappresentante l'Italia con tutti gli stati annessi e che si vorrebbero annettere.

Tosto il suddetto funzionario con telegramma pregò il Maresciallo Rodriguez per inculcare alla polizia di fare frugare il cennato individuo, ed arrestarlo se vero quanto gli s'apponeva.

Compiutasi la commessa dallo Ispettore di Polizia di Siracusa, rivenne addosso allo Argento un porta sigari colla stampa denunziata, che qui annessa mi onoro rassegnare alla E. V.

Trattolo agli arresti, ed analogamente dimandato, disse che portava quella stampa senza sinistro disegno, però confessò aver divulgata la notizia di essersi adunati in Malta ottomila italiani pronti a disbarcare in Sicilia per la parte di Terranova.

Il che mi onoro rassegnare a V. E. per la debita sua intelligenza.

XIV.

L'Incaricato del Portafogli degli Affari Esteri Carafa, a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 5 maggio 1860. — Eccellenza. — Continuano tuttora i preparativi per una spedizione che si attribuiva a Garibaldi di voler eseguire nella Sicilia. Il R. Console in Genova sul riferirmi ciò mi assicura che dalle rivelazioni più profondate che gli arrivano da varie fonti appare che il personale sarebbe pressoché fissato e vi figurerebbe con posizione elevata un tal Carini che fu Colonnello nella truppa Siciliana nel 1849, venuto espressamente non ha guari da Parigi ove redigeva un giornale. E' del pari assicurato da quel funzionario che un tal Iassarassallio, compromesso colà in giugno 1857, abbia assunto l'obbligo di formare il 26 decorso 500 giberne ed altri dettagli in corso di ultimazione.

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Si procura intanto di fondare in una Società generale d'emigrazione i comitati che preesistevano suddivisi per nazionalità; però questi comitati si riuniscono ed indipendentemente da ciò che pratica quello Siciliano presieduto da Amari, gli emigrati del Continente sonosi recentemente riuniti ad oggetto di eleggere il loro e col proposito di operare nelle Calabrie e nel Cilento. Sono risultati eletti Nazziotti, Stocco ed Assante. Sulla ricusa di questi due ultimi è stato eletto un tal Cav. Ricciardi.

Pare che il piano di Garibaldi sia di convergere da varii punti alla spicciolata di uomini e d'armi nell'Isola di Capraia e di là muovere per la detta impresa.

Mi onoro partecipare tutto ciò all'E. V. per l'opportuno uso.

XV.

L'Incaricato del portafoglio degli Affari Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 5 maggio 1860. — Eccellenza. — Da un telegramma qui giunto risulta che un piroscafo è stato inviato dal Cavour, dopo di aver ricevuta la notizia della disfatta degli insorti in Sicilia, per ricondurre Garibaldi e La Farina a Genova domenica sera. Tanto mi pregio partecipare all'E. V. per sua intelligenza.

XVI.

(Urgentissimo riservato).

L'Incaricato del Portafogli del Ministero degli Affari Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 6 maggio 1860. — Eccellenza. — Ricevo da Livorno un teledramma in cifre della data del 3 andante che per la sua importanza non indugio punto a trascriverlo all'E. V. qui appresso tradotto.

«Sono partiti questa notte per Malta 220 individui con carabina e due revolver ognuno. Garibaldi andrà in Sicilia come Ufiziale Americano. — Sono partite di qui per Levante ieri sera tre fregate Sarde e ventili quattro bovi».

XVII.

(Pressantissimo).

Il Ministro Winspeare a S. E. il Luogotenente Generale in Palermo.

Napoli, & maggio 1860. — Da Livorno si ha per telegramma essere partiti il 3 per Malta 220 individui con carabina e due revolver ognuno: Garibaldi andrà in Sicilia come Uffiziale Americano essere partiti il 2 da Livorno per Levante tre Fregate Sarde con viveri per un mese e 24 bovi.

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Pel Ministro.

XVIII.

Giuseppe Ramirez, Console di Malta, a S. E. il Principe di Castelcicala Luogotenente Generale in Palermo.

Malta, 8 maggio 1860. — Eccellenza. — Il Signor Francesco Castellano comandante il B° Piroscafo Eolo mi ha consegnato due pieghi da parte di V. £., il 1° conteneva il venerato dispaccio di V. E. del 6 di questo mese. — N° 1160, ed in riscontro mi onoro di rassegnarle che i duecento uomini armati di carabine e revolverai che si dicono partiti da Livorno a questa volta, non sono ancora giunti qui, che se vi giungeranno e meditassero di tentare disbarco in cotesta Isola V. E. ed il Governo di 8. M. (D. G. ) in Napoli, ne saranno da me informati, io però credo che queste siano voci sparse dai malvagi a tenere gli animi sospesi dopo la tranquillità ristabilita in tutta cotesta Isola.

Idue fuorusciti Cosenz ed Orsini sono in questa Isola come io ne ho assicurato il B. Governo in Napoli, se poi vi fossero sotto mentito nome ed occulti è quel che io mi occupo di verificare.

IIgiorno 6 giunsero due Begi Sudditi Vincenzo Bonanno di anni 24 da Trapani e D. Giuseppe Giarraffa di anni 31 da Marsala, ambidue si erano imbarcati in Marsala a bordo del Brigantino inglese Lady Briggs del Capitano G. Mallia, iscritti come marinari in forza delle Matricole delle quali erano portatori sotto i nomi di Saivatori Savona l'uno e l'altro Giorgio Savona.

Il 7 poi provenienti da Trapani giunsero Giuseppe e Gaspare Orlando il primo precettore di lingua Italiana di anni 51 ed il secondo d'anni 20 concertista di violino, costoro s'imbarcarono a bordo del BrigantinoVallaco S. Giorgio del Capitan C. Riga, il quale passando da qui per Costantinopoli con carico di sale si trattenne fuori del porto mandando colla lancia i due passeggieri a terra.

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Questi sono i Regi sudditi disbarcati qui in questi ultimi giorni forse implicati nella insensata sommossa di Cotesta Isola.

Ho ricevuto la cifra che V. E. si è compiaciuto inviarmi acchiusa nell'altro plico, e dovrà rimanere sicura di ciò che qualunque cosa la quale potesse interessare il Real Governo, o per cifra, od in iscritto, o per telegrafo a seconda l'urgenza dello affare V. E. sarà informata, come S. E. il Ministro degli Affari Esteri in Napoli.

Intanto ho l'onore di essere con i sensi della più alta considerazione e profondo rispetto.

XIX.

Il Luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 10 maggio 1860. — Eccellenza. — Col durar delle speranze di vicini soccorsi che il partito rivoluzionario si aspetta dal Piemonte, dura e si accresce la ostinazione dello spirito fazioso che informa una parte degli abitanti di questa città, i quali in preda ad un dellrio anarchico fan di tutto per sovvertire l'ordine pubblico in questa città.

Ai tentativi parziali di dimostrazioni politiche, che or qua or là tentavano alquanti giovinastri siccome ebbi l'onore di scriverne a V. E. col mio foglio del 5 andante, n. 1129, successero degli scandali domenica ultima nella chiesa dell'Olivella e di S. Francesco dei Chiodati, ove delle voci sediziose si levarono mentre si celebrava il sacrificio della Messa da pochi giovani. Questa profanazione indignò i fedeli, i quali non fecero eco alle sediziose voci. Ne' giorni seguenti si consigliava sommessamente che nessuno passasse per la via Toledo, per tener deserta quella grande arteria di movimento della città, e questo consiglio, accompagnato da sorde minacce, se non fu eseguito dalla generalità, fece ristar molti dal passarvi e nei giorni di lunedi e di martedì quella via non mostrossi popolata secondo il consueto.

Nel martedì sudetto, che ricorreva la festa dell'apparizione di S. Michele Arcangelo, queste stesse voci minacciose, facendo intendere che quella festa non esisteva nel Calendario della Chiesa, ma che fu introdotta dal Re Ferdinando IT, di gloriosa memoria, ingiungeva ai fedeli di astenersi di andare a Messa.

Queste mene adoperate per tenere viva la fermentazione negli animi ad impedire il ritorno alla normalità, bisogno che il paese potentemente sente, erano accompagnate da voci allarmanti sullo ingrossare d'una, banda di faziosi nel Distretto di Termini, su disfatte provate dalle reali milizie e sullo sbarco di emigrati capitanati da Garibaldi, e l'annessa libello stampato fu messo fuori.

Ieri la città nel mattino era bastantemente animata e la via Macqueda frequentata, quando si divulgò che nelle ore vespertine si doveva passeggiare m ila suddetta via per isfuggire la vista della forza che sta in permanenza di quella strada.

L'autorità, avvertita del disegno, provvide e delle pattuglie di gendarmeria e di polizia furon messe sulle quattro strade.

Verso le sei molta gente si vide in quella via che passeggiava con sembiante concitato, e siccome la calca ingrossava si spediva una grossa pattuglia militare comandata da un uffiziale pel mantenimento dell'ordine.

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Verso le sei e mezza la folla era divenuta più fitta e molti giovani nel passare innanzi alle pattuglie, strisciavano i piedi per ischernirli. Dei funzionari di polizia messi agli sbocchi delle strade invitavano le genti a ritirarsi e molti obbedivano.

Una mano di giovani audaci si fece alla pattuglia militare ed accostandosi in modo minaccioso, cominciarono prima ad ingiuriarla, e quindi si spinsero per disarmarla, ma i soldati con maschio contegno calarono le baionette per respingerli e perdurando quegli sciagurati nel temerario lor proposito di disarmarli fecero fuoco.

Istessamente le pattuglie di gendarmeria e di polizia, che stavano lungo la via, vedendo che quella moltitudine veniva ad atti ostili, la caricarono colla baionetta. Delle armi corte furon viste nelle mani dei perturbatori. Mentre succedeva questo tafferuglio delle grida sediziose partivano da varii gruppi.

Un uomo del popolo cadeva ucciso ed altri otto erano feriti, parte con armi da fuoco, parte colle baionette, e 32 individui erano arrestati in flagranti.

Alle detonazioni delle armi da fuoco quella folla si diradò e la strada rimase deserta. Negli altri punti della città non si ebbe a deplorare alcun disordine.

La moderazione delle R. milizie e della forza pubblica, che per più giorni infaticabilmente ha impedito gli attruppamenti sediziosi ed evitato l'effusione del sangue, avea fatto imbaldanzire gli agitatori e la loro audacia diveniva sempre maggiore, non curando gli arresti, che del continuo si fanno de'  motori di questi disordini. La forza pubblica stava per essere manomessa, e se si fosse lasciata soverchiare in quel punto, una nuova insurrezione avrebbe funestato questa città.

La notte scorsa si è passata tranquilla, e fino a questo momento, che son le ore 12, nessuno avvenimento è occorso in città. Solo verso le 10 li4 a. m. nel Toledo, al punto della Madonna del Cassero, vi è stato un accorrere di gente paurosa che ha fatto chiudere alquante botteghe.

I faziosi fondano le loro speranze sulla banda che incede nel Distretto di Termini saccheggiando e devastando i piccoli comuni, siccome ne ho scritto a V. E. con altro mio foglio, e maturano una seconda riscossa, quando riuscirebbe a quei ladroni, raccolti sotto una bandiera rivoluzionaria, di avvicinarsi alla città.

Comunque divulghino effettuato o imminente uno sbarco di emigrati, gli agitatori da tre giorni in qua non vi contano molto, e sperano di fare tal colpo da trascinare tutte le Provincie nell'insurrezione. Un prete di nome Tino, con altri due individui, partiva lunedì ultimo con travestimento da Palermo per recarsi in Qirgenti nel fine di preparare in quelle contrade un moto sedizioso ed annunziare l'imminente sbarco degli emigrati. Con un telegramma si prevenne l'Intendente di quella Provincia di far catturare il prete ed i suoi complici.

La sera di domenica ultima un tal Giuseppe Sansone, da Carini, era da Palermo spedito dallo avv. Beltrani (cognato del noto Casimiro Pisani) in Ciminna per avvertire la banda a tenersi pronta a dar la mano agli emigrati che dovevano sbarcare nella Provincia di Girgenti.

Questo emissario fu arrestato.

Questi maneggi si fanno da'  sediziosi per turbare novellamente l'ordine pubblico e tener desto lo spirito rivoluzionario. Tolgo a premura sommettere questi fatti all'E. V. per sua intelligenza.

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Il Luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 10 maggio 1860. — Eccellenza.. — Il vaporetto è ritornato da Malta e mi ha recato la risposta all'uffizio diretto a quel regio Console di cui favellava a V. E. nel mio ufficio di stamane, n. 1270.

Copia della risposta V. E. la troverà qui annessa.

L'agente secreto scrive da quella Isola che Calvi, Fabrizi, Miloro, Chiaramente e Valenza, che trovansi come emigrati in quell'Isola, stanno preparando una spedizione e che hanno molte armi pronte, ma che non essendo più che sessanta le persone che vorrebbero avventurarsi, aspettano aiuti dall'Italia.

Scrive che intendimento degli emigrati di Malta sia di sbarcare in Marsala, ove hanno intelligenza, e che Cosenz ed Orsini non si trovano in quell'Isola.

Aggiungo che in Malta si parla molto d'una spedizione che il Garibaldi tenterebbe sulle coste della Sicilia.

Stimo doveroso informare di tanto V. E. per la debita sua intelligenza.

XX.

Il Luogotenente generale Castelcicala a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 10 maggio 1860. — Eccellenza. — Ieri si aprivano in tutti i capiluoghi di Provincia i Consigli provinciali colla consueta solennità.

Quello della Provincia di Girgenti, sulla iniziativa del presidente don Ignazio Genuardi, esordiva porgendo un umile Indirizzo a Sua Maestà il Re N. S., col quale il Consiglio, interprete dei sentimenti di devozione della Provincia, rassegnare alla Maestà Sua l'omaggio di riconoscenza per le tante beneficenze largite ai suoi sudditi.

Questo Indirizzo è di già pervenuto a questo Real Ministero. Tolgo a premura far ciò palese a V. E. per la debita sua intelligenza.

XXI.

L'Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri Carafa a S. E. il Ministro segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 10 maggio 1860. — Eccellenza. — È pervenuta relazione riservata al R. diplomatico in Londra che quel Rosolino Pilo, agente di Mazzini, che lasciò Londra dopo la guerra, trovasi attualmente in Sicilia con gl'insorti.

Mi reco a dovere prevenirne V. E. per sua intelligenza e l'uso di risulta.

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XXII.

Carafa a S. E. il Ministro di Sicilia.

Napoli, 10 maggio 1860. — Eccellenza. — Per sua intelligenza e norma mi pregio di parteciparle ciò che il R. Viceconsole in Londra mi riferisce: — In uno degli ultimi numeri di un giornale di Corte leggevasi quanto segue: «Al largo e presso alla rada di vascelli a Quenstown, si vede ancorato un barco, eli, di una costruzione ardita, che si scorge subito essere uscito da'  cantieri di America. Durante 4 mesi questa magnifica nave ha sfidato le tempeste e le onde che l'assalivano nel suo ancoraggio. Malgrado abbia una ciurma completa e sia tutta pronta alla navigazione, seguita tuttavia a starsene misteriosamente al suo posto, aspettando l'ordine di salpare. Ma per dove spedirà?molti domandano; alcuni congetturano, ma tutti s'ingannano. Persone d'un aspetto ed un carattere equivoco si sono spesso recate al suo bordo; stranieri, secondo alcuni; in geni, secondo altri. Ma all'infuori del fatto che il bastimento chiamasi Charles B. Truie di Filadelfia, ed ha a bordo un carico di 23. 000 fueili rigati di lavoro perfetto, niente altro si sa di certo». Da altre notizie della R. Missione in Londra, si rileva che il detto legno ha effettivamente un carico di 20. 000 fucili, frutto della soscrizione Garibaldi, e sembra destinato pel Mediterraneo, e la sua partenza è imminente. Si aggiunge che il capitano del legno abbia ricevuto ordini suggellati da aprirsi in alto mare. Non trasanderò di fornire all'E. V. nuovi ragguagli sul proposito, venendomi comunicati.

XXIII.

Proclama dei Comitato di Palermo del di 8 maggio.

Palermitani! I nostri fratelli che nei lunghi anni d'esilio hanno sospirato il momento di venire alla loro terra natale e dividere i perigli della lotta contro il Borbone, sono già in armi e con noi. La vittoria ci sorride, e le regie milizie sono state battute in Vicari, sconfitte in Alcamo, trucidate in Barcellona; erano essi i commilitoni di coloro che tanta gloria acquistaronsi sui campi di Venezia contro i tedeschi; ma che impegnati ora in una guerra fratricida pugnano col rimorso di Caino nell'animo, portando la maledizione di Dio.

Fratelli, gli sguardi di tutti sono rivolti sopra Palermo, il di cui impavido contegno spaventa la sbirraglia insolente, e sfida l'ira dei due vigliacchi che rannicchiati ne sono a capo. Il grido che si solleva dall'intimo d'ogni cuore ben fatto risuona formidabile alla presenza dei nostri oppressori come appiè degli altari. Esso trova un'eco su pe' campi dove lottano i nostri fratelli, e li rincora l'unanime nostro sentire, poiché nel pensiero dell'amor di patria e nel grido di viva l'Italia si congiungono gli animi nostri.

I satelliti di Maniscalco hanno fatto aprire colla forza, non v'è chi noi sappia, le botteghe di Toledo: noi rispondemmo col lasciarlo deserto e per pietà del loro obbrobrio risparmiamo i nomi di quei pochissimi che vi si viddero. Il Consiglio provinciale si è riunito ivi colla forza, perché renda grazie all'Augusto Monarca, e mostri lieta fronte a chi ci ha cercato stampare il marchio d'infamia: noi rispondiamo a siffatto insulto... e fra non molto! I giannizzeri di Palermo avranno pari la sorte ai giannizzeri di Costantinopoli... schiacciati dall'impeto popolare.

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Siano lodati i nobili sforzi dei giovani combattenti: serbi la patria i loro nomi e gli additi come esempi di eroica virtù, di sublime abnegazione.

Noi staremo fermi al nostro posto: ci aspetti pure la prigione o il carnefice, staremo fermi, ripetendo le parole d'un illustre generale: " Fratelli! se avanziamo seguiteci, se cadremo correte innanzi e calpestateci!!!».

Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele.

Palermo, 8 maggio 1860.

Il Comitato,

XXIV.

Alle civili Nazioni d'Europa il popolo Siciliano.

La Sicilia scosso che ebbe nel 1848 il giogo che per quasi sei lustri l'aveva oppressa, avvilita ed emunta, riconquistati gli imprescrittibili diritti della sua sovrana nazionalità, posseduti sin dall'undecimo secolo e rimasti intatti in mezzo alle vicissitudini di tanti tempi, emanava in general Parlamento, col consentimento dell'intero suo popolo, l'atto di decadenza dei Borboni; e adattato ai tempi il suo statuto costituzionale, chiamò al trono un principe italiano di Casa Savoia, il Duca di Genova. Quest'atto di elezione italiana, riconosciuto sin anco da due grandi potenze, è rimasto come brillante giustificazione alla ingiusta taccia di taluni, di essersi cioè la Sicilia voluta separare dal resto d'Italia, perché separavasi da Napoli.

Ma l'Italia le fece giustizia quando conobbe per prova, tradendola, come la corte Napolitana (la quale coli' astioso antagonismo e colia smania di centralizzare per sè aveva portato in Sicilia la distruzipne di ogni libertà durante il suo regnare», fosse il più acerrimo nemico della sua nazionalità, sì per istinto di assoluto dominio, che per vincoli di sangue e per patti secretamente stipulati collo austriaco; come altresì rese giustizia dichiarando di aver compreso, che contenendo la costituzione siciliana il germe delle italiche libertà ed il più valido mezzo di contrastare all'influsso straniero, la Sicilia nel fortificare i suoi diritti di libertà in mezzo a quell'oscillare d'idee unitarie o federantiste, ciò faceva nella chiara conoscenza di essere questi diritti propugnacolo alla libertà ed alla nazionalità italiana: la sua politica, nello svolgere un movimento suo proprio, camminava contemporaneamente intorno alla grande idea della unità italiana.

Gli eventi arrestarono questo moto. Il rovescio delle armi italiane sui campi di Novara, e le complicazioni che ne seguirò, portarono, pria della infelice Venezia, la caduta delle siciliane libertà per mano delle efferate soldatesche del re di Napoli, che disertate vilmente i campi dell'Italia, poscia impiantando l'assolutismo nella loro patria, passarono in Sicilia ad abbattere dell'intatto il baluardo dell'italiana indipendenza.

Ma fra i non mai contrastati diritti della sovranità siciliana nazionale bav vi quello che il Parlamento dispone della Corona dell'isola, e perciò niun principe si credè saldo giammai nel suo dominio se questo non avesse avuto base nella elezione o riconoscimento del Parlamento, il quale come aveva data la Corona a Guglielmo II, a Costanza, a Tancredi, agli Aragonesi, ai Castigliani, a Federigo, a Carlo V, a Filippo II, al leale Amedeo di Savoia, a Carlo III, l'avea altresì tolta al crudele Enrico, agli oppressori Angioini, imposti dal Papa, al fedifrago Giacomo.

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Quindi, dopo che ebbe usati contro la più bella città siciliana, Messina, gli atti del più efferato napolitanismo, comprese il Borbone come ben potea distruggere la Sicilia, ma non vincerla; che gli restava a combattere la volontà nazionale formolata nel più solenne atto, col quale aveva fulminata irreparabilmente l'odiata razza decaduta, e quasi che fosse Btato possibile strappare dal cuore siciliano l'inveterato odio pe' perversi ed ostinati trattamenti della razza borbonica, alimentato da nuove e recenti stragi, presentava delle concessioni nella pienezza dei suoi poteri, le quali, effimere ed insultanti per loro natura, e quest'esse dettate colla proverbiale mala fede, altro sogno non aveano che di fare annullare dalla Sicilia un atto ehe avea proclamato nella pienezza dei suoi diritti sovrani nazionali, per poi, alla schiavitù che le avrebbe ritornato ad imporre, aggiungervi l'onta di averla saputa gabbare. Impossibile qualunque transazione, abbandonata la Sicilia a sé stessa dopo promesse di carattere ufficiale, sebbene convinta d'essere stata già nuovamente destinata vittima all'avarizia del re di Napoli, decise di opporre alla forza la forza, prorogare il suo Parlamento, e lasciare, se non salvò il paese, immacolati certi suoi diritti e tutti gli atti che avea solennemente emanati. Così se la Sicilia veniva invasa dal Borbone per non aver potuto resistere ad una lotta disuguale, salvò i suoi diritti, tutti i suoi atti, l'onore nazionale.

Però la stella della libertà italiana, eclissata nel resto della penisola, rifuggivasi sotto la volta del cielo subalpino, e concentrato tutto il suo lume si vide brillare di tale splendore da far non invano sperare che dato ivi libero e pacifico svolgimento al pensiero italiano, la sua luce si fosse distesa su tutta intera l'Italia, dandovi un aspetto che soddisfacendo ai propri interessi nazionali, fosse stato all'Europa pegno di durevole pace.

Undici anni di paziente aspettare è prova a favore della santità e lealtà di questa fede, come altresì della ferma convinzione che la dogana di una frontiera non sarebbe stata più sufficiente a separare la libertà dalla schiavitù; che entrata una parte d'Italia nel possesso dei diritti della sua nazionalità ed indipendenza, incrollabile per l'amorevole affratellamento di principe e popoli, tutta la penisola sarebbe stata percorsa con un progressivo cammino; che questa necessità di cose in fine e non le sètte e le congiure avrebbero affrancata ed unificata l'Italia.

Per questa fede tutto soffri la Sicilia durante tale periodo d'invasione: un governo illegale, nemico implacabile della civiltà, non ostante il suo progressivo svolgersi e lo spandimento di tanti lumi, un potere omicida, che rompendo ogni vincolo sociale e calpestando ogni sentimento, altro non ha impiegato che una barbara forza per arbitrare sulla sorte dei cittadini, per ispogliarli con ogni mezzo indiretto delle sue sostanze, onde col denaro sudato dalla fronte di un popolo ammiserito, arricchirsi pochi satelliti e nutrire una soldatesca che ha da fratelli mutato in carnefici; per opprimerli sempre più con continui inquisizioni, con lunghe ed illegali carcerazioni, con sevizie e torture brutali, con inaudite persecuzioni, facendo guerra financo ai pensieri, alle dottrine, ai sentimenti, pei quali altro mezzo di repressione non si è posto in opera che le corti speciali, i consigli di guerra subitanei, gli assassinii giustificati dal nome di una legge militare.

Per questa fede e per questo convincimento, che dava alla Sicilia la fiducia di dover esser chiamata un giorno a versare il suo sangue per la italiana indipendenza contro il comune nemico, l'Austriaco, non si è impegnata in una guerra fratricida:

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e se dessa di tratto in tratto ha dato lo spettacolo d'inani ed impronti tumulti popolari, ciò non è stato che per protestare contro lo stato di barbara invasione, contro l'illegale precario possesso dei Borboni a cui giammai atto di nazionale libera volontà ha dato consentimento di legalità, per protestare contro la tirannia dell'accanito ed impenitente nemico d'Italia.

E per evitare questa guerra di fratelli contro soldati italiani, la Sicilia sarebbe continuata a sottomettersi alle imposizioni di una pacifica politica progressiva ed alle sfrenatezze del più vile invasore, massime nel momento in cui i valorosi popoli subalpini, alla testa il re e la nostra bandiera, attuando i tanto elaborati progetti dello imperituro Carlo Alberto, scendevano alla bramata pugna per la indipendenza italiana; la quale, assicurata oramai per le vittorie delle armi italiane, aiutate dal generoso sangue francese e dal terzo Napoleone sui campi lombardi, avea definitivamente fatto passare il pensiero italiano sul campo dell'idea a quello della realizzazione.

Ma quando le non interrotte manifestazioni della Sicilia furono dalla Corte di Napoli con impassibile impudenza in faccia alle potenze europee qualificate disorbitanza di ree passioni di pochi, mentre i molti reputarsi felicissimi della sudditanza e del servaggio; quando quello aspettare ed il terribile silenzio dei Siciliani si volle far credere acquiescenza a tutte le avanie e le nefandezze del governo del re di Napoli; allora la Sicilia non potea non commoversi fin nelle più profonde sue viscere, allora intese con fiero e giusto orgoglio che non dovea più protrarsi in quel silenzio, e si decise a manifestare la universale opinione, non violentata nò figlia di congiure, ma colla espressione di un sentimento, ma col coraggio ragionevole e costante dell'intera popolazione, e colle armi, e pacificamente circondata da sgherri, da gendarmi, da soldatesche, in faccia alle bocche da fuoco, affrontando la morte che ha sinanco mietuto le vite di molti inermi cittadini.

La Sicilia, stanca ormai dal lungo soffrire, a cui non è lieve il dolore della lontananza di tanti suoi figli, gli uomini più illustri, i quali o vivono nell'esilio lontani dalle patrie mura, o sprezzati nel più vile angolo dell'isola, o incatenati, domanda alle civili nazioni di Europa quella libertà a cui ha diritto tanto per leggi speciali sue proprie, quanto per la legge imprescrittibile di ogni popolo; la Sicilia domanda di «Essere Italiana; domanda che libera dall'oppressione e dalla invasione dell'acerrimo nemico d'Italia, riunisca per l'ultima volta la sua Assemblea per dichiarare nella pienezza del diritto giammai abrogato, come lo ha dichiarato col fatto, che essa, cuna dell'italico linguaggio, formando parte della penisola italiana, essendo anzi un necessario propugnacolo alla dipendenza della patria italiana, fosse annessa e riconosciuta come parte integrante dell'Italia già italiana sotto il valoroso e galantuomo re Vittorio Emanuele II.

Se non sarà ascoltata, non a lei s'imputi la recrudescenza che menerà ad orribile strage contro fratelli e soldati italiani, accecati da un turpe fanatismo, che li trascina al suicidio; e sappia il mondo: la Sicilia, la terra dei Vespri, la terra delle tradizioni più gloriose delle lotte d'indipendenza, essere preparata a sostenere una guerra di esterminio.

Dalla sala delle agapi. — Palermo, 11 maggio 1860.

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Il Direttore del Ministero per gli Affari di Sicilia ai Luogotenente in Palermo.

Napoli, 11 maggio 1860. — Eccellenza. — Mi perviene da S. E. il Ministro per sii Affari Esteri un ufizio del termine seguente: «Mi viene riferito da Livorno che l'attività di quegli emigrati è al disopra d'ogni credere nel disporre ed eseguire lo ingaggio, l'imbarco, e la spedizione per Malta, Corfù, Tunisi e Sicilia di armi, munizioni ed uomini; e che ad onta della sorveglianza del B. Governo, attiva corrispondenza serbasi tuttora fra l'insorti di Sicilia, e quegli emigrati, siccome una pruova ne porge il negoziante Siciliano Menne il quale recatosi in Sicilia, forse con finto nome, emissario della emigrazione, il quale ha più volte scritto al suo corrispondente di Commercio Clausen. Si assicura altresì che due Toscani, sotto mentito nome, sono partiti per Napoli forniti di grosse somme, onde comprare e sedurre Uffiziali della R. Marina da guerra, per far disbarcare le truppe del Re in luoghi diversi e lontani da quelli loro designati. Si vuole da ultimo che Garibaldi sia partito per Corfù, onde dirigere la spedizione, ma che due suoi satelliti, forse quelli menzionati nel mio dispaccio dì 27 aprile, N. 2828, cioè Medici e Bixio, sieno già passati in Sicilia». Si serva V. E. fare di questa comunicazione quell'uso che reputerà convenevole.

L'Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 11 maggio 1860. — Eccellenza. — Perché V. E. ne sia informata mi reco ad onore di parteciparle che da Londra sono stato ragguagliato intorno ad una riunione che fu tenuta colà la sera dei 4 stante in S. Martino Hall da circa trecento emigrati italiani con lo scopo di aceogliere soccorsi di denaro in aiuto della ribellione in Sicilia. La sudetta riunione fu promossa per pubblico invito dai signori E. Fardella, A. Scaglia siciliani, L. Sirena e B. Fabbricotti che credesi modenesi.

Il Sirena parlò per il primo e intorno allo scopo della riunione che era di soccorrere la Sicilia con denaro. Disse che erasi avuta commissione del Comitato Genovese di raccogliere in Londra tali soccorsi. Indi il Sirena lesse una lettera del suddetto Comitato sottoscritto da Michele Amari e Marano; ma mancava la sottoscrizione del Garibaldi, come presidente, e di ciò allegava il Sirena per ragioni che a quell'ora il Garibaldi s'era sbarcato o stava per sbarcare in Sicilia.

In seguito fu nominato un comitato per raccogliere i cennati soccorsi composti da Soffi, Scalia, Serena, Fabbricotti e Rosselli. — Da ultimo si è proceduto alla soscrizione pei soccorsi e Fabbricotti ha posto trenta lire e cinque il tenore Mongini.

L'Incaricato.

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XXVI.

Il Lombardo ed il Piemonte nella spedizione dei Mille (1).

Onorevole signor Direttore della «Gazzetta d'Italia» Roma.

Leggendo la accurata biografia del generale Giuseppe Garibaldi, pubblicata nel foglio di lunedi 5 corrente del suo pregevole giornale, mi accadde fermarmi sopra un punto in cui io ebbi parte, e sul quale mi permetto intrattenere la gentilezza ed imparzialità della S. V. per una rettificazione.

Parlando della spedizione dei Mille la biografia dice, che s'imbarcarono su due vapori generosamente offerti da Raffaele Rubattino, il Piemonte ed il Lombardo.

Anche in occasione della morte del comm. Raffaele Rubattino, parecchi giornali giustamente encomiandone la memoria, ricordarono l'aiuto prestato dalla Società di Navigazione a vapore, che s'intitolava dal suo nome, alla spedizione dei Mille di Marsala, e lo attribuivano alla di lui persona.

E come reputai opportuno, in quell'occasione, mediante una mia lettera inserita nell'Adriatico del 25 febbraio di quest'anno, richiamare le pubblicazioni fatte su questo argomento nel 1660 da parecchi giornali, e ripetute nel 1870 in Genova sul Movimento, così credo necessario fare presentemente, mediante questa lettera che mi onoro dirigere alla S. V., per ristabilire la verità sul fatto di quell'aiuto.

Il Comm. Rubattino fu certamente patriota benemerito; ma nell'aiuto alla impresa dei Mille di Marsala non vi ha potuto aver parte; egli aveva, da due anni, lasciata la gerenza dell'amministrazione.

Era io, allora, per atto di procura generale, direttore gerente di quella Società di Navigazione a vapore.

Fu a me che il Generale Garibaldi si rivolse, scrivendomi da Torino, ove si trovava, la seguente lettera:

«Torino, 9 aprile 1860.

Mio caro Fauché, — Io posso disporre di centomila franchi — desidero non impiegarli tutti per trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni; però li metto a vostra disposizione per indennizzare l'amministrazione delle spese e danni che potrebbe soffrire — Il Piemonte od il S. Giorgio in un viaggio a Malta, od a Cagliari — potrebbe soddisfare il voto di tutti.

Non ho certamente bisogno di fare appello al vostro patriottismo. — Dio vi spiani le difficoltà che la impresa propostavi potrebbe incontrare.

Vostro G. Garibaldi.

Vogliate compiacervi di rispondermi subito.

Sig. Fauché, Direttore dell'amministrazione vapori Rubattino, Genova. ».

Questo autografo mi fu consegnato aperto il seguente giorno 10, dal dottore Agostino Bertani, recatosi a questo oggetto espressamente a Genova, da Torino,

(1) La lettera di G. B. Fauché, publicata nella Gazzetta d'Italia, n. 168, 17 giugno 1882, rileva con chiarezza e senza le alterazioni ripetute fin oggi, come procederono le trattative pe' due vapori. Fu data della stessa una nuova edizione, nel 1906, dalla Società Editrice Dante Alighieri, col titolo: Una Pagina di Storia della Spedizione dei Mille. Lettera di G. B. Fauché preceduta da un preambolo di Francesco Guardione.

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ove era stata concertata la grandiosa idea di quella spedizione (1).

Il dottore Bertani doveva lo stesso giorno ritornare a Torino colla mia risposta; e vi ritornò, recando al Generale una mia lettera, parimenti aperta, colla quale gli diceva:

«...che, ben felice di poter rispondere al suo appello, il vapore sarebbe stato a sua disposizione; che i centomila franchi se li portasse in Sicilia, ove gli avrebbero servito pegli altri bisogni; che raccomandavo, come condizione indispensabile, la massima segretezza...».

L'ardua impresa esigeva ponderata, ma pronta risoluzione, poiché al momento da lui giudicato opportuno non fosse mancato o ritardato, al Generale, il mezzo da compiere il suo meraviglioso concepimento; esigeva parimenti, per l'esito sicuro dei preparativi, la più scrupolosa segretezza; e questa fu mantenuta, cosi, da non lasciar trasparire ad alcuno

10scopo vero delle disposizioni ch'io dava, con studiati pretesti di precauzioni e provvedimenti nell'interesse del servizio postale marittimo, che alla società era affidato. E con me solo concertarono il generale Garibaldi, il Bixio ed il Bertani, sul modo e sulla sicura riuscita della partenza, nei segreti convegni, sia a villa Spinola, a Quarto, che in casa Bertani a Genova.

Collo scorrere dei giorni però Garibaldi trovava necessario di dare alla spedizione maggiori proporzioni; ma era impensierito per la insufficienza dei mezzi di trasporto da poterla fare più grossa.

In uno di quei momenti, io mi trovava con lui a villa Spinola, colla! immancabile compagnia del povero Bixio; Garibaldi (me k ricorderò; finché avrò vita) era seduto sul suo letto, sopra il quale stava distesa [tuia gran carta della Sicilia, e sull'armadietto da notte vicino al letto, ardeva un pezzo di candela che dava fioca luce alla camera. Egli mi rivolse cosi la parola: Ebbene, Fauché, credete che la faremo la spedizione — Sì, generale, risposi. — E lui, con una dolcezza che mi avrebbe strappato l'anima, soggiunse: E se, invece di uno, vapore, me ne occorressero due! — Ed io risposi: Oltre il «Piemonte» allestirò anche il «Lombardo» (il Lombardo era il migliore e più grande piroscafo della Società). A questa risposta, ch'egli accolse con manifesta gioia, le sue speranze si rinfrancarono.

Le mie cure adunque, anziché ad un solo vapore, dovevano estendersi ad approntarne due, ed a provvedere poi, alla esecuzione del servizio postale, col rimanente materiale navale, senza inconvenienti.

L'incertezza delle notizie, che venivano di Sicilia, era tale, che, in un dato punto, nacque nel generale l'idea di sospendere, per il momento, la impresa; e mi scrisse questa lettera:

«Genova, 29 aprile 1860.

Carissimo amico. — Mi potrebbe fare il favore di farmi lasciare sull'isola di Santa Maria dal vapore che parte mercoledì per Porto Torres? Oppure vi è qualche vapore straordinario per la Maddalena? Di qualunque cosa vi sarà riconoscente vostro

G. Garibaldi.

Sig. Fauché, Direttore dei Vapori, Genova».

(1) Coll'intervento anche del Crispi, del Bixio ed altri.

— 260 —

Sorpreso e addolorato a questo annunzio, mentre mi disponeva, ne i notte. seguente, ad andare da lui a Quarto, mi venne, a sera inoltrata il seguente biglietto di Bixio:

«Sig. Fauché. — Ho bisogno di vederla, le notizie sono buone, e ritorniamo all'affare.

Bixio.

29 aprile, ore 9 pom. ».

Corsi in casa di Bixio, e dopo concertatisi sul da farsi, egli andò a Quarto dal Generale, ed io rimasi in Genova a disfare, durante la notte, il lavoro, che la inattesa lettera di Garibaldi, mi fece fare nella giornata.

La mattina seguente ricevei da Bixio questa lettera:

Signor Fauché. — Vengo in questo momento da Quarto: il Generale viene a Genova subito e l'aspetta da Bertani appena ella può — ma si raccomanda perché, potendo ella venga subito.

La cosa sulle basi intesa iersera è perfettamente nelle viste del Generale, La prego di non attendere altre discussioni e di preporvi le idee in modo che terminato l'abboccamento di questa mattina, il tutto sia definitivamente risoluto per quanto da ella dipende.

Suo devotissimo G. Nino Bixio.

Io sarò presente.

Di casa, SO aprile, Ore 10 ¼».

La conferenza ebbe luogo coll'esito desiderato. L'operoso Bertani, che era ammalato, vi prese parte, paziente, nella sua camera da letto. l'vapori Lombardo e Piemonte, che feci trovare pronti, nel modo concertato, furono presi dal porto di Genova, la notte del 5 al 6 maggio, e partirono per la celebre spedizione.

Dopo quella partenza, che destò generale stupore, ed in molti gratissima sorpresa, i principali interessati della Società, che formavano una specie di sindacato sull'amministrazione da me diretta, si riunirono immediatamente, e mi chiamarono a dare spiegazioni sulla scomparsa dei due vapori, nella quale essi vedevano la decisa rovina della Società.

Non mi diffonderò qui in particolari. Certo, io aveva prevedute le gravi difficoltà della situazione in cui mi sarei trovato dopo la partenza della spedizione, ma il mio dovere mi imponeva di rimanere al mio posto in Genova, e non abbandonare la Società nel momento che vedevo aver dessa maggior bisogno dell'opera mia, imperocché, nelle difficili condizioni in cui era momentaneamente rimasta, molta cura dovevasi adoperare per soddifare gli obblighi del servizio postale.

Dirò soltanto, che gl'interessati medesimi m'imposero di compiere atti di protesta al Governo, nella supposta idea che questi non avesse esercitata sorveglianza bastante ad impedire la scomparsa dei due vapori; e di denunzia al fisco contro il rapimento dei vapori medesimi; ed a tale effetto mi chiamarono presso un avvocato (che non era il consulente ordinario dell'amministrazione), il quale era incaricato di redigerli, e che io poi avrei dovuto firmare.

Ma io non era del loro avviso, e mi rifiutai; osservando che, nell'interesse stesso della Società, trovava inopportuni quegli atti; che era inconveniente e dannosa ogni precipitazione di giudizio sull'avvenimento; che, infine, finché io fossi restato alla direzione, non avrei mai firmato atti di denunzia al fisco per una supposta patita pirateria.

— 261 —

E in questo fermo intendimento, leggendo, pochi giorni dopo nei giornali una corrispondenza di Torino, inserita nel giornale la Perseveranza del 12 maggio, con cui si accennava che la Società Rubattino aveva fatto intimare un atto di protesta al ministero della marina, mi affrettai di dirigere al giornale medesimo la seguente lettera, che feci anche pubblicare nella Gazzetta di Genova del 15 maggio stesso:

Signor Direttore del giornale «La Perseveranza».

Genova, 13 maggio 1860. — A smentire il contenuto della corrispondenza di Torino 7 maggio, inserita nel di Lei giornale di sabato 12 corrente, io sottoscritto nella mia qualità di gerente per procura generale della Ditta R. Rubattino e C. dichiaro:

Non aver fatto intimare alcuna protesta al Ministero della marina;

Nè essermi fatto accusatore delle autorità locali;

Nè avere, infine, accennata impossibilità di continuare il servizio postale; che può essere eseguito coi rimanenti piroscafi, siccome ebbi ad avvertire il Governo.

Gradisca, signor Direttore, gli atti della mia distinta considerazione.

Fauché.

Gl'interessati della Società sembravano quietarsi; ma dessi avevano deciso sulla mia sorte; e poche settimane dopo fui destituito, colla seguente lettera che il mio egregio amico, l'avvocato Tito Orsini, Senatore del Regno, allora consulente della Società, ebbe, suo malgrado, il penoso incarico di consegnarmi:

Sig. G. B. Fauché, Genova.

Genova, 18 giugno 1860. — Avendo determinato di riassumere personalmente la direzione del mio stabilimento, vi prego a rimettere la procura, di cui vi ho munito coll'atto 5 giugno 1858, notaio Balbi. Vi saluto dist.

Raffaele Rubattino.

Lo stesso giorno lasciai la gerenza di quell'amministrazione (1); e datane partecipazione principalmente al Generale Garibaldi, mi disposi a raggiungerlo in Sicilia.

In quell'occasione, il dottor Bertani, rappresentante in Genova del Generale, mi diresse una lettera che qui inserisco e che il giornale II Movimento del 21 giugno pubblicò, facendovi precedere queste parole:

La Compagnia Rubattino e la causa nazionale.

Di molto buon grado pubblichiamo la seguente lettera che il dott. Agostino Bertani manda al sig. Fauché, già direttore della Società di Navigazione che s'intitola del signor Rubattino.

Noi dividiamo perfettamente il giudizio che sulla destituzione del signor Fauché scrive il dott. Bertani. I membri componenti la Società Rubattino, che hanno voluto punire nel signor Fauché una supposta connivenza alla ardimentosa impresa di Garibaldi, rimpetto alla Nazione si assumono una responsabilità che peserà duramente sovra essi. Lasciamo giudice il pubblico.

(1) Perdendo cosi una posizione che non ho riacquistato mai più.

— 262 —

Ora ecco la lettera di Bertani:

Sig. Fauché. — Garibaldi seguendo la legge di quella grande moralità che annienta i piccoli diritti, s impossessò dei due vapori della Società di Navigazione da Voi diretta, i quali restarono in potere dei nemici (1).

L'appello solenne del Generale alla coscienza della nazione per compensare quella perdita; i successivi felicissimi eventi di Sicilia; la certezza dell 'avvenire, dovrebbe rendere la Società di Navigazione sicura del risarcimento, lieta del momentaneo danno.

Sento ora ch'essa punì invece Voi del consenso che suppone abbiate dato alla cosa.

La sventura vostra, se così può chiamarsi, è troppo nobile perché io possa veramente condolermene. Degni di compassione sono invece coloro, che si mostrano sì miseri di concetto e di cuore da non comprendere che per costituire la grande società della Nazione, deve sacrificarsi qualunque privata società; e che alla patria appartengono le navi che ne portan la bandiera, come la torra e i cittadini.

Voi, bravo Fauché, portate alta la fronte e guardate fidente l'avvenire.

Genova, 20 giugno 1860.

Vostro affezionato Dott. Agostino Bertani.

Ricordo che diversi altri periodici si associarono a quella manifestazione, alcuni parimenti riportando la lettera del Bertani, fra i quali il Diritto, allora di Torino del 23 giugno 1860, la Venezia, di Firenze, del 22 luglio successivo, ed il Precursore di Palermo del 3 agosto anno stesso.

Giunto a Palermo, sul finire di giugno, il Generale Garibaldi mi pose al servizio del governo dittatoriale; e cosi rimasi, finché abbiamo rimesso nelle mani del gran Re Vittorio Emanuele il plebiscito della Sicilia coll'atto solenne del 2 dicembre 1860.

In quanto alla società Rubattino, il Dittatore, dopo la sua entrata in Napoli, dispose che fosse largamente indennizzata del danno sofferto per la perdita dei due vapori, e richiesto in proposito il mio parere, per mezzo del Prodittatore di Sicilia, onorevole Depretis, emanò un decreto che accordava alla società stessa la somma di un milione e duecento mila lire. Con questa somma, la società riceveva un compenso superion al valore dei due piroscafi, ed un indennizzo ancora per la sofferta sequestrazione dei Cagliari che, quattro anni prima, aveva servito alla non riuscita impresa Pisacane.

Questi sono i fatti, nella loro verità, che trovai necessario ricordare nell'interesse della storia.

Le piaccia gradire, onorevole signore, le espressioni della mia profonda estimazione.

Roma, 13 giugno 1882.

G. B. Fauché.

(1) I vapori furono più o meno danneggiati, ma rimasero a Marsala in nostro potere, trasportati poi a Palermo.

— 263 —

XXVII.

Il Capitano Marryat al vice ammiraglio sir A. Tanshawe.

A bordo dell'Intrepido, Malta, 14 maggio.

«Secondo l'ordine da voi trasmessomi di fare una distesa relazione intorno allo sbarco di una forza armata a Marsala avvenuto l'11 corrente ho l'onore di presentarvi le seguenti informazioni.

«Potendo forse parer necessario di spiegare la presenza di due legni da guerra inglesi al momento dello sbarco, io chiamerò la vostra attenzione sulle mosse dell'Intrepido e dell'Argo nei due giorni precedenti, cioè il 9 e il 10.

 Il 9, la nave inglese Scilla sostituì l'Intrepido a Messina, avendomi il capitano Lambert trasmesso l'ordine di far vela alla volta di Palermo, dove avrei ricevuto ulteriori istruzioni dal capitano Cochrane, del legno inglese Amphion.

«Giunsi a Palermo il giorno 10 di buon'ora e vi trovai l'Argo e l'Amphion, il primo dei quali legni era ancorato entro il molo.

«Secondo ordini del capitano Cochrane l'Argo e l'Intrepido uscirono dal porto alle 9 circa pomeridiane di quello stesso giorno.

«Io doveva recarmi coll'Intrepido a Trapani, Marsala e Girgenti, prendere conoscenza dello stato di quei luoghi, e farvi conoscere a Malta le ultime notizie.

«Il capitano Ingram doveva recarsi a Marsala a prendere informazioni intorno alle querele fatte da alcuni sudditi inglesi per essere stati disarmati per ordine del generale comandante il distretto, i quali credevano che le loro proprietà non sarebbero abbastanza protette nel caso che i banditi di cui dicevasi esservene un buon numero in quella contrada, facessero un attacco sui loro magazzini di vino. Egli avrebbe dovuto o rimanere due o tre giorni colà, o tornar subito secondo che avesse giudicato meglio.

«Per adempiere questi ordini, i due legni salparono il 10, come ho già detto, da Palermo alle 9 circa pomeridiane, l'Intrepido fece sosta a Trapani, e io m'abboccai col console inglese in quel luogo. Fra le ore 7 ed 8 antimeridiane del giorno 11 l'Argo passò attraverso lo stretto, e i due legni giunsero a Marsala fra le 10 e mezza ed 11 antimeridiane.

«Il capitano Ingram, considerando essere probabile d'aver egli a rimanere colà tre o quattro giorni, gettò l'àncora a tre miglia circa di distanza, là dove il libro delle direzioni dice essere il miglior posto da ciò; io per lo contrario, conoscendo che aveva a rimanere solo poche ore, mi avvicinai alla sponda più che potei, a distanza di tre quarti di miglio, o un miglio circa dal fanale dove termina il molo.

«Alle 11 sbarcammo avendo già la pratica, ed incontratici col signor Gossins che agisce in luogo del vice console, andammo alla sua abitazione dove poco dopo arrivarono altri residenti inglesi.

«Il caso del loro disarmo fu pienamente discusso, ma siccome un tal soggetto è stato riferito al ministro a Napoli, non è necessario farne qui parola.

 Andammo quindi in vettura per la città con quei signori, visitammo la cattedrale e ci recammo quindi ai loro migazzini di vino, che sono tre, distanti o piuttosto estesi in circa un miglio o un miglio e mezzo dalla città.

«Mentre noi eravamo colà un Inglese venne a dirci che due vapori si avanzavano dal nordest inalberando bandiera sarda.

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«Salimmo tosto sopra un'altura, e con un telescopio potemmo osservare quello che avveniva.

«II primo e più piccolo dei due steamers, rimorchiava un battelli, che allora ci fece credere essere ciò stato tolto da terra per operare come piloto.

«I legni non mostrarono la menoma esitazione nell'approdare, girarono attorno la prora dell'Intrepido diretto verso il molo, dove giunsero circa le 2 pomeridiane, il primo entrò felicemente, il secondo renò a 100 iardi di distanza.

«In quel momento erano in vista tre legni napoletani che incrociavano tra Marsala e Mazzara, città posta a dodici miglia verso il sud. Questi legni erano due steamers, e una fregata a vela, ed erano a sole sei miglia dai legni sardi.

«Innanzi che i napoletani fossero a portata, il legno sardo più presso a terra aveva già sbarcato tutte le persone, erano uomini armati e in apparenza ben disciplinati. Appena eglino avevano toccato terra che si ordinavano in compagnie, e colle loro carabine in spalla marciavan via in perfetto ordine.

«L'altro vapore però che erasi arenato, avendo da sbarcare i suoi uomini per via di piccole barche, non era ancora riuscito a mettere fuori più di un quarto della sua gente, quando i legni napoletani furono a portata coi loro cannoni. I parapetti erano già calati e i cannoni al posto; noi seguivamo con ansietà ogni movimento per vedere il risultato della prima scarica.

«Io già aveva consigliato i proprietari di 2 o 3 schooners inglesi di tirare fuori del porto i loro legni, credendo che corressero pericolo di trovarsi in mezzo al fuoco; però non soffiando il minimo vento, non si potè venire a capo di rimoverli, e in conseguenza si lasciò che corressero la loro sorte.

«I legni napoletani intanto, invece di cominciare il fuoco, abbassarono un battello, e lo mandarono verso i vapori sardi, ma attraversata appena la metà della distanza tra i due legni, l'ufficiale subitamente tornò indietro dando de'  remi verso il proprio bastimento a tutta forza.

«Eravamo in questo momento sicuri che il fuoco comincerebbe, ma a nostra sorpresa, ecco che il legno napoletano spinge la sua macchina verso l'Intrepido, invece d'impedire più oltre lo sbarco della spedizione.

«L'ufficiale che comandava quel momento l'Intrepido dico che egli fu parlamentato dal capitano napoletano e richiesto se vi erano truppe inglesi tra quelle che avevano sbarcato; egli rispose che no; ma soggiunse che i capitani dei due legni inglesi e due o tre ufficiali erano a terra. Poco dopo un ufficiale venne a bordo e domandò di me desiderando sapere quando sarei tornato. Un battello intanto era stato spedito per me innanzi il suo arrivo, ed io aveva già mandato un ufficiale in città per richiamare ogni individuo ai loro legni. In questo frattempo tutti quelli della spedizione erano scesi a terra (erano le 4) ed allora cominciò il fuoco.

«Il capitano Ingram, il signor Gossins ed io siamo in quella andati a bordo per vedere il capitano del legno napoletano. Egli c'informò come un numeroso stuolo di armati erano sbarcati e che egli si vedeva obbligato di fare fuoco su loro: ai che non fu fatta la minima obiezione e null'altro fu richiesto da noi se non che si rispettasse la bandiera inglese, ovunque la vedessero sventolare, cosa ch'egli promise di fedelmente osservare. Nel mentre noi eravamo a bordo il fuoco cominciò; il capitano non mancò anche di scusarsi per la poca elevazione ch'ei dava ai suoi proiettili,

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dicendo che era suo desiderio risparmiare la città e solo colpire gli insorti che marciavano dal molo alla parte della città.

«Nel lasciare lo steamer la fregata era già arrivata, e trasse inutilmente un'intera bordata di proiettili, ma avanti che potessero scaricare, gli uomini sbarcati erano già sani e salvi dentro le mura di Marsala.

«Al mio ritorno sull'Intrepido trovai a bordo un ufficiale dell'altro legno napoletano. Era venuto a domandarmi di spedire insieme ad esso un battello verso i legni sardi per intimare loro di arrendersi.

«Questo io rifiutai di fare, essendo chiaro che l'uso della nostra bandiera era solo richiesto per accertarsi se erano o no vuoti. Nel primo caso sarebbero venuti a tale certezza senza correre essi il rischio di alcun danno, nel secondo caso avrebbero avuto il beneficio di essere moralmente assistiti nella resa che si voleva intimare.

«Poco dopo il mio rifiuto alcuni battelli equipaggiati ed armati vennero spediti, i quali visto che i legni erano perfettamente abbandonati ne presero possesso abbassandone i colori sardi, 6 pomeridiane; mentre tutto questo accadeva, levai l'àncora per portarvi la notizia calcolando di giungere a Malta a tempo perché voi poteste spedire l'informazione del fatto in Inghilterra colla posta del sabbato.

«Avanti di partire il capitano Ingram aveva ancorato l'Argus al posto dell'Intrepido alfine di comunicare più facilmente colla terra e proteggere meglio gl'interessi inglesi. Di tutto questo che ho qui riferito io sono stato testimonio e parte.

«E' inutile ch'io aggiunga che la relazione che corse a Napoli come mi è stata comunicata per telegrafo dal ministro di S. M. Britannica è al tutto senza fondamento; dire che è maliziosa è dire troppo poco, gettando essa una falsa accusa contro i capitani dei due vascelli inglesi che si trovavano là a caso, quando accadde il fatto, e che ne furono sorpresi e stupefatti non avendo mai sognato che simile cosa potesse essere.

«Mi sia ciò nonostante permesso, attese le circostanze, di offrire la mia opinione sopra alcun dei fatti accaduti.

«Io era cosi certo che il capitano napoletano era per cominciare il fuoco un'ora prima di quello ch'egli fece, che io consigliai di allontanare i legni inglesi fuori del porto.

«Era in suo potere di disporre i suoi steamers all'altezza di 200, o 250 iardi dal legno arenato, e in tal posizione ogni colpo da lui lanciato avrebbe nettato tutto il bordo da un capo all'altro nel momento che il ponte era coperto di uomini, e chiunque si convince in seguito di ciò che lo sbarco mediante i battelli sarebbe naturalmente cessato. Avrebbe anche potuto far scoppiare la caldaia, e chi può prevedere la rovina che ciò avrebbe prodotto?

Dall'altra parte non si vedeva che indecisione e titubanza; almeno supposto che avessero lo scopo d'impedire lo sbarco.

«Mi è stato impossibile di indovinare la ragione perché si domandò se vi erano soldati: inglesi a bordo. Forse le camicie e tuniche rosse di alcuni tra i soldati ha indotto in errore i Napoletani, ma pure coi colori Bardi che sventolavano sui steamers sembra difficile la supposizione che. potessero contenere truppe inglesi».

— 266 —

XXVIII.

Corrispondenza del Regio Corpo Telegrafico. — L'Intendente di Trapani a S. E. il Luogotenente Generale in Sicilia.

Palermo, li 12 maggio 1860. — In punto mi si assicura che questa mattina in Paese ebbero proclami della gente armata Piemontese che forse sarà quartier generale Marsala, e raccogliendo una buona mano di ente sul contado, decidere di tutto andare sopra Palermo oppure metà in Trapani e metà in Palermo.

Da Trapani 13, ore 3. — L'ufficiale interprete: Tommaso Di B...

Il Consolato di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie al Luogotenente in Sicilia.

Malta, 12 maggio 1860. — Eccellenza. — In punto arriva una barca cannoniera inglese da Marsala e si è sparsa la voce che Garibaldi con molta gente armata sia sbarcato in quel Porto e che le Fregate di S. M. il Re N. S. D. G. avevano aperto un vivissimo fuoco: io tra le tante menzogne che da tempo si spargono, non voglio credere che un disbarco siasi potuto mandare ad effetto in quel Porto, ma ne dò avviso a V. E. ad ogni buon fine.

Corrispondenza del R. Corpo Telegrafico. — L'Intendente ed il Comandante della Provincia di Palermo a S. E. il Luogotenente Generale ed al Generale in capo.

Palermo, 12 maggio 1860. — Giunse ieri alle 10 a. m. un Vapore in Marsala, contemporaneamente uno qui, tutti e due Inglesi, quest'ultimo dopo breve dimora parti per Marsala accompagnando due vapori che giunti nel porto si riconobbero per Piemontesi e con truppa da sbarco, sbuco che si verificò immantinente tanto che il Vapore Reale il Capri giunse quando erano schierati in battaglia sulla banchina.

Nel tempo stesso aprì il fuoco e sui vapori e sulla gente armata che resistette, mi poicia si diresse pel paese, proseguì il bombardamento degli altri Legni sopraavvenuti contro i Piemontesi Piroscafi, dei quali uno restò incagliato e l'altro predato dal Capri. Stamane si son diretti per Mazzara quella gente armata che dicesi essere di 800 uomini e comandali da un Garibaldi.

Si dice che abbiano 2 pezzi d'artiglieria. — Trapani 12, oie l'½ pom.

L'ufficiale Interprete Firmato: Tommaso di Palma.

L'Incaricato del Portafoglio del Ministero degli Affari Esteri Carata a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 12 maggio 1860. — Eccellenza. — Del R. Console in Livorno mi sì riferisce che il giorno 23 decorso mese sbarcarono colà da una Tartana Viareggina denominata Divina Providenza, del Capitano Giovanni Ghilardi, proveniente da Trapani, come profughi i seguenti individui: Paolo Leverato, Filippo Danevaro, Riccio Barone, Pepoli Barone, Pietro Rabbica, Giuseppe Fontana, Baldassare Burgarella,

— 267 —

Silvestro Burgareila, Lameato Alestra, Giovanni Polizzi patrocinatore, Francesco Guida sarto, Giuseppe Attore interprete, Vincenzo Napoli mezzano e Vincenzo Gannitrapani sarto.

I medesimi sono colà rimasti fino al 5 andante e sono partiti per Genova onde unirsi alla spedizione organizzata per sbarcare in Sicilia. Ed io mi dò la premura d'informarne V. E. per sua opportuna norma.

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 13 maggio 1860. — Eccellenza. — Ho ricevuto il pregevole foglio di V. E. del 3 stante, N. 752, con cui si è piaciuta manifestarmi le notizie pervenute da Genova, dalle quali risulta che a bordo della fregata Sarda Governolo siavi l'avventuriere Garibaldi con molte armi e che sopra il Piroscafo Tartaro, si siano imbarcati gli arrollati ch'erano in quella città; che la spedizione di 5 legni con armi ed emigrati era partita da Livorno a questa volta, e che siensi imbarcati in Marsiglia 12 mila fucili.

E di riscontro, nel rimanerne inteso, ringrazio V. E. per siffatte comunicazioni.

Il Conte di S. Secondo a S. E. il Ministro di Sicilia.

Trapani, 13 maggio 1860 — Eccellenza. — La presente sarà recata a V. E. da una barca espressa che ho noleggiata a D. ti 3, 60 al giorno che io spedisco e dal Capitano Rallo al quale ho consegnato anche il plico del Comandante le armi, altro mezzo non avendo, poiché rotte tutte le comunicazioni officiali, de'  telegrafi visuali Elettrico e delle poste, essendo piene le strade di squadre, avendo nuovamente risorta la rivoluzione in tutta la provincia, in seguito dello sbarco de'  Piemontesi tanto che stamane è ritornato un corriere che io avea spedito ieri con ordinativo del Ricevitore Generale su quello Distrettuale di Alcamo di D. ti 1000 da quel Sottintendente chiestomi per lo appronto di viveri e foraggi alle Reali Truppe, senza l'officio dicendomi che al punto denominato Domingo una Squadra se ne impossessò, gli tolse l'ufficio e lo rimandò indietro.

Al dire del tenente d'ordine della Dogana da me spedito in Marsala e reduce stamane, i Piemontesi ingrossatisi dalle squadre del Circondario di Paceco e Città e di buona parte di quello del Monte, i due giudici sono fuggiti, hanno fatto mossa stamane per Salemi avendo disarmato quella guardia urbana e seco condotto la macchina del Telegrafo Elettrico. — Non rimane cosa che a mostrarsi la Città di Trapani, la quale si mostra indifferente nell'attualità perché visto l'accordo da me ed il Comandante le Armi e la forza riunita della Polizia, Dogana, Macino e della Compagnia d'armi col Capitano alla testa dei pochi rimastegli colle Reali Truppe e pelle posizioni prese dentro al paese, mostra volere aspettare lo esito di ciò che sarà per avere effetto in Palermo, devesi in buona parte questo contegno, perché tutti i principali compromessi sonosi portati in Marsala dalle Campagne dov'erano annidati; noi faremo il possibile, ma la truppa è poca ed è stata ventura che stamane il Comandante lo Stromboli ci ha dato due pezzi di artiglieria che avevano servito al Generale Letizia nella Colonna Mobile e di più di avere interessato lo Stromboli

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ed il Valoroso che stamane diedero fondo in porto, affinché nella loro crociera si fossero incaricati del porto di Trapani, dove la cifra non indifferente di seicento condannati sono custoditi.

Un aumento di forza è indispensabile, senza di che saranno sempre da un momento all'altro al caso di vedere, che la città di Trapani si pronunzi nella rivolta, non ostante il vociferarsi, che attendono l'esito di Palermo, ed allora col poco numero di soldati noi metteremo a repentaglio tale forza la di cui perdita o disfatta, finirebbe per far ringalluzzire i novatori. — Stamane cercai far passare due segnalazioni telegrafiche col visuale, ma quello di S. Vito è stato di già abbandonato, e son certo che pria di domani sarà rotto. — Questo è lo stato non molto felice delle cose, sarà poi dell'Alta intelligenza della V. E. calcolare quanto le scrivo, per tenerne quel conto che crederà nell'alta saggezza di V. E. sarà il disporre. — Le accludo un manifesto pervenutomi dato fuori dei Piemontesi ai loro arrivo.

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia. Napoli.

Palermo, 14 maggio 1860. — Per la debita sua intelligenza, qui appresso, mi onoro trascrivere all'E. V. un rapporto dell'Intendente di Messina degli 8 stante, così concepito.

«La situazione politica di Messina e della Provincia non è cambiata indi a quanto ho rassegnato precedentemente a V. E., anzi può dirsi che va sempre più sviluppandosi una maggiore fiducia per la cessazione dello stato di assedio, il che, mentre da un canto conferma la idea della potenza dei mezzi di cui dispone il B. Governo, per far procedere le cose senza le eccezionali misure che furono adottate per la natura delle circostanze, dall'altra parte serve ad animare gli elementi ordinari della vita e della Società.

Ed in Messina principalmente tutto ciò non è di lieve importanza, giacché come paese esclusivamente commerciale tutte le classi si dànno la mano fra loro, ed un ristagno, un inceppamento dei mezzi di sussistenza in una di esse, arreca un dissesto a tutte le altre. — In questo stato di cose adunque a me pare, che l'Autorità di preservazione e di antiveggenza ha molte materie su cui volgere le sue riflessioni, ed esami per raccogliere elementi a servir di guida in qualsiasi accidente, salvo secondo le opportunità ad operare con accorgimento i mezzi di sua azione».

Queste idee sommetto a V. E. in adempimento dell'incarico contenuto nella ministeriale del 23 scorso aprile, Polizia, N. 661.

L'Incaricato del Portafoglio degli Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 14 maggio 1860. — Eccellenza. — Perché V. E. sia informata mi pregio parteciparle che m'è stato annunziato esser partito da Livorno la tartana toscana, capitano Tornei, con 50 volontari per le coste del Regno. Dicesi che tentino di sbarcare sulle coste orientali di Calabria e si accenna il punto dove già approdarono i Bandiera.

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Ogni volontario ha 60 scudi d'ingaggio e 4 paoli al giorno di soldo.

In tutte le Città questi arrolamenti si fanno in pieno giorno.

è voce sempre che Garibaldi sia già partito sul Lombardo, ma bì ritiene che ciò sia sparso ad arte.

Tanto mi fo a comunicarle per la sua intelligenza e norma.

L'Incaricato del Portafogli Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 15 maggio 1860. — Eccellenza. — Il R. Console in Livorno mi ha risposto che egli giornalmente rilascia visti a passaporti di persone, le quali, non comprese nella lista di quelli cui è inibito lo ingresso nel Regno, non gli offrono però guarentigia abbastanza di sicurezza.

Non potendo quel regio Agente ricusare senza motivo e per semplice suo sospetto, il visto, mi ha prevenito che segnerà Giuseppe de Tachudy i passaporti di quelli che gli sembrano sospetti e Barone di Ttchudy quelli, che a suo credere, sono scevri di qualunque macchia.

Mi affretto informarne V. E. perché ne abbia la dovuta intelligenza

Il Luogotenente Generale Castelcicala a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 15 maggio 1860. — Eccellenza. — Dopo l'invasione della banda di avventurieri di Garibaldi, tutto il paese si sommosse e si ridestò con più violenza l'insurrezione, e furono tronche tutte le comunicazioni telegrafiche, il corso postale fu interrotto e rotta ogni comunicazione collo interno dell'Isola in guisa che il Governo non conosce quello che avviene al di là dei monti che circondano Palermo.

Il terrore è in tutte le campagne per le numerose bande di faziosi che sono apparse in tutti i punti, e nessuno osa avventurarsi per pigliar notizie, per la tema di esser trucidato per via.

Undici corrieri sonosi spediti per cammini di traverso e luoghi inospiti, peT pigliare contezza del luogo dove stanno gli avventurieri e di quello che fanno, e nessuno di questi corrieri è tornato ancora.

Quindi s'ignora quello che fa Garibaldi.

Si presume che fosse in Corleone dopo d'essere stato in Salemi.

Si fa correre la voce che altro sbarco sia avvenuto in altro punto dell'Isola, ed ieri se ne parlava nel Consolato Inglese.

Preparasi Palermo ad un insorgimento appena compariranno le bande nelle sue vicinanze. — Lo spirito pubblico è pessimo e prevale il sentimento rivoluzionario. Ignoro le condizioni nelle quali si trovano le Provincie. — Ieri mi arrivava per via di mare un rapporto dello Intendente di Trapani sullo stato di quella Provincia. V. E. troverà qua annesso la copia di tale rapporto col proclama che vi era annesso. — Stante l'imminenza d'una aggressione sulla città e la disposizione di questo ad un movimento, ho fatto mettere Palermo ed il suo distretto in istato di assedio, e mando a V. E. alquanti esemplari della ordinanza all'uopo pubblicata dal Maresciallo Comandante le armi in questa provincia e Piazza.

(Documenti esistenti nell'Archivio di Stato di Palermo, Filza, Affari luogotenenziali, 1860).

— 270 —

XXVIII.

Carte trovate a bordo del Lombardo, trasmesse da Palermo al Ministro di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Prima Compagnia.

Capitano: Bixio Nino. — Tenente: Dezza Giuseppe. — Sotto tenenti Pero Domenico, Cosovich Marco, Buttironi Francesco. — Sergente furiere: Scopini Ambrogio. — Caporale: Zoli Giuseppe.

Prima Squadra.

Sergente: — Caporali: Astianatte Plosio — Agni Adolfo — Magnolo Giuseppe — Moretti Antonio — Salvadori Giuseppe.

Soldati: Cella Giovanni — Piansona Bruno — Sora Ignazio — Asperti Battista — Asperti Luigi — Brignolaro Edoardo — Zanetti Carlo — Frassina Ernesto — Ruspini Egidio — Taroni Felice — Piccinini Enrico

Scuria Enrico — Zigliotti Antonio — Sponghero Pietro Maggiore — Cipriani Borromeo — Scompris — Povedini Augusto — Pezze G. Batta — Tambelli Giulio — Geribelli Carlo — Bellone Ernesto — Prignoccbi Luigi — Ghistolli Giuseppe — Micheli Cesare — Cristofari Pietro — Luzzato Riccardo — Frigo Bartolo — Piva Remigio — Zambeccari Angelo — Montini Giuseppe — Francesco Castuti — Anighetti Raffaele — Bersogni Gio. Batta — Faccioli Baldassare — De Zochi Ippolito — Caelli Carlo — Crivellano Francesco — Berna Giovanni — Disani Giuseppe — Bersogni G. Batta — Morgante Alfonso — De Col Luigi — Incao Angelo — G aspari ni G. B. — Mazzoli Fernando — Casti an Gustavo — Zennaco Vincenzo — Zoppi Cesare — Calcinardi Giovanni — Ellero Enea — Cavalli Luigi — Premi Luigi — Fucile Pasquale — Zampagnoni Cesare — Tebeschini Giovanni — Pagani Antonio — Zenor Pietro — Mascelti Achille — Giuriolo Giovanni — Ferminani Arturo — Cella Gio. Batta — Fabbris Placido — Tigati Raffaello — Paj Tomeo — Bianchi Firolamo Menini Domenico — Presa Paolo — Marabello Luigi — Pasini Giovanni — Tosa Luigi — Mario Lorenzo — Taddei Ferdinando — Tabacchi Giovanni — Moinari Giuseppe — Damone Giuseppe — Donati Angelo Levi Marco — Guemoccia Francesco — Herter Eduardo — Schiavone Santo — Orlandi Bernardo — Alfron Giacomo — Cassaneo Angelo — Tessa Giovanni — Fomoni Giuseppe — Della Santa Vincenzo — Rossetto Giovanni — Ratti Antonio — Baruffi Stefano — Eugenio Sartori — Sinoni Ignazio — Rainero Taddei — Ottavi Edoardo — Capputello Gio. Maria — Zoe Giuseppe — Gasparini Giovanni — Paramicci Ippolito — Igro Giovanni — Zago Ferdinando — Molino Giuseppe — Camilleri Giuseppe — Costetti Massimiliano — Puttivo Giovanni — Calderini Enrico — Corto Silvio — Muso Giuseppe — Landò Giovanni — latti Eduardo — Volpi Giuseppe — Mapelli Clemente — Caccia Ercole — Giulini Luigi — Piccinini Daniele — Sacchi Ajace — Raimondi Luigi — Marchetti Elia — Carrara Antonio — Fumagalli Antonio — Plori Giovanni — Valenti Carlo — Lucchini Batta

Susa Agostino — Moici Alessandro — Nicolò Fermo — Terzi Luigi — Milesi Girolamo — Testa Luigi — Maironi Alessio — Tom ma si Bartolo — Maironi Eugenio — RotaBossi Carlo — Crescini Tizzardo —Tinzoni Carlo — Biffi Adolfo — Cecchi Francesco — Colombo Quintilio — Jungh Enrico — Cattaneo Giuseppe

— 270 —

— Carminoti Luigi — Gambelli Annibale — Scotti Cesare — Faccbetti Alessandro — Mantovani Antonio, (153).

Un barile di Polvere — 4 Casse di Polvere — 3 Casse Palle — 17 Casse Munizioni — 4 scopatoi da 6 — 2 scopatoi da 6 — Una cassa lancia fuoco — 275 Palle Cannoni — 5 Barili — 15 Picozze — 5 Borse da Munizioni — 2 Caccia Foco — Un pacco miccie — 2 Cufici da Cannone

4 Casse Capsule — 2 Cannoni.

Amico mio — Il latore Cav. Forni comandante la 2 Compagnia merita tutta la mia e tua considerazione.

Morabito Angelo — Mirolli Davide — Sortini Giovanni — Meschini Leopoldo — Migliozzi Giuseppe — Cupedoni Luciano — Braca Ferdinando — Camisi Venanzio — Maglia Comm. Francesco.

Fiaschi 23 — Revolver 18 — Formo di palle 66 — Viti 17 — Scatole capsule 8.

Cannoni Girolamo — Asconi Zelindo — Marabotti Angelo — Marghieri Girolamo.

Ordine del Generale.

Economizzare il biscotto — dividete le munizioni tra i due vapori e custodirle — impiegare subito gente a far cartucce per 70 mila tiri.

Abbiamo 30 mila cartuccie e relative munizioni. Distribuire i berretti, camicie, giberne e fucili; non distribuire le scarpe, ma tenerle pronte: far tutta l'acqua che si può.

Provvista di carbone, olio e sego per tre giorni.

Nota di tutti gli effetti.

Munizione casse 4 — Un cestino — Ambulanza casse 8, balle 2 — Revolver con suo necessario una cassa — Una Balla proclami stampati — Bufetteria Balle 3 e ceste 2 — Casse 4 — Scarpe casse 4; C. e P. I. C. — Una Balla di Vestiario — Memoria — Consegnate a bordo il Piemonte fucili 3 — Une balla Carabine e capo munizione — Balla fucili, n. 10 — Casse munizioni n. 3.

Ordine del giorno:

1°) E' istituito un consiglio di sorveglianza composto dei Comandanti la 2, 3, 4a, 5, 6 Compagnia e presieduta dal Comandante 9° vapore.

2°)1 cacciatori imbarcati a bordo del Lombardo sono divisi in due guardie,

La 1, 2% 3 Compagnia ed aggregati formano la guardia di dritto, 4, 5a, 6 formano la guardia di sinistra.

3°) Dalle ore 8 alle 2 p. m. e cosi di 6 in 6 ore alternando, la guardia di dritta occuperà la coperta e quella di sinistra le camere e la stiva.

4°) La guardia di coperta fornisce 25 uomini di gran guardia comandati da un ufficiale che riceve ordini dal consiglio o dal Comandante direttamente quando sono istantanei. Quella della camera e della stiva da pure 25 uomini di guardia che divide nei vari scompartimenti del Bastimento.

5 ) Gli ordini che vengono dati tanto dal Comandante e ufficiali di bordo quanto dal Consiglio, devono essere eseguiti da tutti prontamente e senza discussione.

6°) Avrà pieno vigore la stretta disciplina militare in appoggio all'Ordine del Giorno del Generale in data 7 corr.

— 271 —

7°) Passando vicino a bastimenti, la gente si metterà beuta e non ti mostreranno altri uomini se non quelli che possono sembrare equipaggio, questo per ordine particolare del Generale. — Da bordo del Lombardo — 10 maggio.

Il Comandante: G. Nino Bixio.

(Carte depositate nell'Archivio di Stato di Palermo).

XXIX.

NOMI DE' MILLE (1).

Stato Maggiore.

»»»»»»»»»»»»»»»»»»»

Sirtori, Capo di StatoMaggiore.
Tiirr, Primo aiutantedi campo del Generale.
Cenni, Aiutante di campoin Secondo.
Montanari
Bandi
Stagnetti
Manin,  Addetto militare.
Calvino
Maj occhi
Barchetta
Bruzzesi
Grizziotti
Crispi, Commissario civile addetto allo Stato Maggiore.

Comandanti di compagnia.

Bixio: 1a compagnia — Orsini: 2a compagnia — Stocco: 3a compagnia — La Masa: 4a compagnia — Anfossi: 5a compagnia — Carini: 6a compagnia — Cairoli (Benedetto): 7a compagnia — Bassini: 8a compagnia.

Intendenza.

Acerbi, Intendente generale.

Bovi,          Sotto intendente.

Maestri         »                »

Bodi               »               »

(1) Il presente elenco è conforme al publicato nel Bollettino delle nomine e promozioni, n. 21, 1864. Però, la mancanza di molti nomi, risultandone dal Bollettino 1072, ci fecero rivolgere al signor Carlo Invernixzi. di Bergamo, de'  Mille; il quale ci forni d'altro elenco, publicato in anni posteriori, anche sulle tracce della Segreteria del Ministero, e che per il numero (1097) e pe' metodi si può ritenere completo e assai rilevante pel contingente dato dalle province italiane e straniere.

— 272 —

Servizio sanitario.

Ripari, Medico in capo — Baldini — Giulini.

NOMI DE'  MILLE.

1. Àbba Giuseppe Cesare, di Giuseppe, da Cairo (Savona).

2. Abbagnole Giuseppe, di Melchiorre, da Casola (Napoli).

3. Abbondanza Domenico, di Giuseppe, da Genova.

4. Acerbi Giovanni, di Giovanni, da Castel Goffredo (Mantova).

5. Adamoli Carlo, di Francesco, da Milano.

6. Agazzi Luigi Isaia, di Alessandro, da Bergamo.

7. Agri Vincenzo.

8. Ajello Giuseppe, di Giusto, da Palermo.

9. Airenta Gerolamo, di Giovanni Battista, da Rossiglione (Genova).

10. Alberti Clemente, di Arcangelo, da Carugate (Monza).

11. Alessio Giuseppe.

12. Alfieri Benigno, di Luigi, da Bergamo.

13. Alpron Giacomo.

14. Amati Fermo Ferdinando Federico, di Giovanni, da Bergamo.

15. Amistani Giovanni, di Angelo, da Brescia.

16. Andreetta Domenico, di Benedetto, da Porto Buffoli (Treviso).

17. Andreotti Luigi, di Francesco, da San Terenzo al mare Sarzana

(Lerici).

18. Anfossi Francesco,

19. Antognini Alessandro, di Gaetano, da Milano.

20. Antognini Carlo, di Gaetano, da Milano.

21. Antognoli Federico, da Bergamo.

22. Antonelli Giovanni, di Arcangelo, da Pedona (Lucca).

23. Antonelli Stefano, di Francesco, da Saiano (Brescia).

24. Antonini Marco, di Pietro, da Friuli (Udine).

25. Arcangeli Febo, di Angelo, da Samico (Bergamo).

26. Arcangeli Isacco, di Bertolo, da Sarnico (Bergamo).

27. Areari Santo Luigi, di Angelo, da Cremona.

28. Archetti Giovanni Maria, di Giacomo, da Iseo (Brescia).

29. Arconati Rinaldo, di Enrico, da Milano.

30. Aretocca Ulisse.

31. Argeutino Achille.

32. Armani Antonio, di Francesco, da Riva di Trento.

33. Armanino Giovanni, di Girolamo, da Genova.

34. Armellini Bartolo, di Antonio, da Vittorio (Treviso).

35. Artifoni Pietro Antonio.

36. Ascani Zelindo, di Girolamo, da Montepulciano.

37. Asperti Pietro Giovanni Battista, di Giovanni, da Bergamo.

38. Asperti Vito Luigi di Giovanni, da Bergamo.

— 272 —

— 273 —

39. Astengo Angelo, di Giovanni Battista, da Albissola Marina (Ge

nova).

40. Astori Felice, di Giovanni, da Bergamo.

41. Azzi Adolfo, di Agostino, da Trecenta Polesine (Veneto).

42. Azzolini Carlo.

43. Bacchi Luigi, di Angelo, da Parma.

44. Badaracchi Alessandro.

45. Baderna Carlo Luigi, di Fernandino, da Piacenza.

46. Badini Ario, di Pietro. 18 — guabdionb. ii.

47. Bai Luigi, di Gaetano, da Lodi.

48. Baice Giuseppe, di Sebastiano, da Magrè (Vicenza).

49. Baignera Crescenzio, di Francesco, da Gardone (Brescia).

50. Baiocchi Pietro.

51. Balboni Antonio Davide, di Giovanni, da Cremona.

52. Baldi Francesco, di Francesco, da Pavia.

53. BaldaBsari Angelo, di Felice, da Sale Marasiuo Iseo (Brescia).

54. Balicco Enrico, di Carlo, da Bergamo.

55. Banchero Emanuele, di Luigi, da Savona.

56. lìanchero Carlo, da Genova.

57. Bandi Giuseppe, di Agostino, da Giuncarico (Grosseto).

58. Barabino Tommaso, di Carlo, da Genova. 5H. Baracchi Gerolamo, di Antonio, da Brescia.

60. Baracchino Luigi Andrea, di Domenico, da Livorno.

61. Baratieri Oreste, di Domenico, da Trento.

62. Barberi Enrico, di Melchiorre, da Castelletto sopra Ticino (Novara).

63. Barberi Giovanni, di Luigi, da Castelletto sopra Ticino (Novara).

64. Barbesi Alessandro, di Gaetano, da Verona.

55. Barbetti Fortunato Bernardo, di Giuseppe, da Brescia.

66. Barbieri Gerolamo, di Giovanni Battista, da Bussolengo (Verona).

67. Barbieri Innocente, di Giuseppe, da Brescia.

68. Barboglio Giuseppe, di Pietro, da Brescia. 60. Baroni Giuseppe, di Giuseppe, da Bergamo.

70. Baruffaldi Tranquillino, di Alfonso, da Barbio (Como).

71. Baruffi Stefano, di Santino, da Vignate (Gorgonzola).

72. Bassani Enrico Napoleone, di Giuseppe, da Ponte San Pietro

(Bergamo).

73. Bassani Giuseppe Antonio, di Paolo, da Chiari (Brescia).

74. Cassini Angelo, di Giacomo, da Pavia.

75. Basso Giovanni.

76. Beccarelli Pietro, di Emanuele, da Saturnana (Pistoia).

77. Beccano Domenico Lorenzo, di Giuseppe, da Genova.

78. Bedeschini Francesco, di Giuseppe, da Burano (Veneto). 7:». Beffanio Alessandro, di Giacomo, da Padova.

80. Bellagamba Angelo, di Francesco, da Genova.

81. Bellandi Giuseppe, di Giuseppe, da Brescia.

— 272 —

— 274 —

82. Beilantonio Francesco, di Giuseppe, da Reggio Calabria.

83. Belleno Giuseppe Nicolò, di Paolo, da Genova.

84. Bellini Antonio, di Vincenzo, da Verona.

85. Bellisio Luigi, di Pietro, da Genova. 8. Bellisoni Aurelio, di Pio, da Milano.

87. Belloni Ernesto, di Giovanni Battista, da Treviso.

88. Benedilli Gaetano, di Luigi, da Mautova.

89. Benesch Ernesto, di Giovanni Battista, da Btìtrchowtz.

90. Bcnsaja Giovanni Battista, di Salvatore, da Messina.

91. Bensaja Nicolò, di Salvatore, da Messina.

92. Benvenuti Raimondo.

93. Benvenuto Bartolomeo, di Antonio, da Genova.

94. Berardi Giovanni Maria, di Francesco, da Brescia.

95. Bergancini Germano Giacomo, di Carlo, da Livorno.

96. Beretta Edoardo, di Felice, da Pavia.

97. Beretta Giacomo, di Giovanni, da Bazzno (Lecce).

98. Berino Michele.

99. Berio Emanuele, di Angelo, da Africa. 100 Berna Giovanni, di Cristiano, da Treviso.

101. Bertaocbi Lucio Mario, di Luigi, da Bergamo.

102. Berthe Ernesto, di Giuseppe, da San Giovanui alla Castagna,

(Como).

103. Berti Enrico.

104. Bertini Giuseppe, di Francesco, da Livorno.

105. Bertolotto Giovanni Battista, di Francesco, da Genova.

106. Bertossi Giovanni Battista di Antonio, da Pordenone (Friuli).

107. Bettinelli Giacomo, di Pasquale, da Bergamo.

108. Bettoni Faustino.

109. Bevilacqua Alessandro, di Francesco, da Montagnola (Ancona).

110. Bezzi Egisto di Giovanni Battista, da Cusiana Osfanna (Trentino).

111. Bianchi Angelo, di Gaetano, da Milano.

112. Bianchi Luigi, di Francesco, da Cermenate (Como).

113. Bianchi Girolamo.

114. Bianchi Luigi Pietro, di Francesco, da Pavia.

115. Bianchi Achille Maria, di Giovanni, da Bergamo.

116. Bianchi Ferdinando.

117. Bianchi Ferdinando Martino, di Carlo, da Bergamo.

118. Bianchini Massimo, di Giovanni, da Livorno.

119. Bianco Francesco, di Santo, da Catania.

120. Biffi Luigi Adolfo, di Ermenegildo, da Caprino (Verona)

121. Bigansola Cesare.

122. Bignami Claudio, di Carlo, da Pizzighettonc (Cremona).

123. Bisi Giovanni Battista, di Domenico, da Legnago (Verona).

124. Bixio Nino, di Tomaso, da Genova.

125. Boaretto Loredano, di Giovanni Battista, da Bovolenta di sopra (Padova).

126. Boasi Stefano, di Enrico, da Genova.

— 275 —

127. Boggiano Ambrogio, di Giacomo, da Genova.

128. Boldrini Cesare, di Pietro, da Castellaro (Mantova).

129. Bolgia Giovanni, di Nicolò, da Orbetello (Grosseto).

130. Bolis Luigi, di Carlo, da Bergamo.

131. Bolloni Francesco, di Giovanni Battista, da Carzago (Lonato

Brescia).

132. Bonacina Luigi, di Angelo, da Bergamo.

133. Bonafede Giuseppe, di Domenico, da Gratteri (Cefalù).

134. Bonafini Francesco, di Francesco, da Mantova.

135. Bonanoni Giacomo, di Pietro, da Como.

136. BonanRanieri Tertulliano, da Acquaviva, sobborgo di Livorno.

137. Bonardi Carlo, di Giovanni Maria, da loco (Brescia).

138. Bonduan Pasquale, di Valentino, da Mestre (Veneto).

139. Bonetti Francesco, di Giovanni, da Zogno (Bergamo).

140. Boni Fedele, di Giovanni, da Modena.

141. Boni Francesco Alessandro, di Credo in Dio, da Brescia.

142. Bonino Giacomo, di Michele, da Genova.

143. Bonsignori Eugenio, di Francesco, da Montirone (Brescia).

144. Bontempelli Carlo, di Pietro, da Bergamo.

145. Buontempo Giuseppe Rinaldo, di Nicolò, d'Orzinovi (Brescia).

146. Bonvecchi Luigi, di Pacifico, da Treja (Macerata).

147. Bonvicini Fed rico.

148. Borchetta Giuseppe.

149. Bordin Giovanni, di Pietro, da Padova.

150. Boretti Ercole, di Siro, da Pavia.

151. Borgamaineri Carlo Pietro, di Pietro, da Milano.

152. Borgognini Ferdinando, di Francesco, da Firenze.

158. Borri Antonio, di Lorenzo, da Bocca Strada (Grosseto).

153. Borso Antonio, di Antonio, da Padova.

154. Boschetti Giovanni Battista di Pietro, da Covo (Treviglio).

155. Bossi Carlo, da Como.

156. Bottacci Salvatore, di Antonio, da Orbetello.

157. Bottagisi Cesare, di Carlo, da Bergamo.

158. Bottagisi Luigi Enrico Agostino, di Carlo, da Bergamo.

159. Bottagisi Martiniano, di Gaetano, da Bergamo.

160. Bottaro Vincenzo, da Genova.

161. Bottero Giuseppe Ernesto, di Luigi, da Genova.

162. Botticelli Giovanni, da Brescia.

163. Bottone Vincenzo, di Melchiorre, da Palermo.

164. Bovi Paolo, di Antonio, da Bologna.

165. Bozzani Eligio, di Pietro, da Fontanellato.

166. Bozzano Domenico, di Salvatore, da Palermo.

167. Bozzetti Bomeo, di Francesco, da S. Martino Beliseto (Cremona).

168. Bozzo Giovanni Battista, da Genova.

169. Bozzola Candido, di Andrea.

— 276 —

170. Braca Ferdinando, di Giovanni, da Montanare (Cortona Arezzo).

171. Braccini Gustavo Giuseppe, di Giovanni, da Livorno.

172. Bracco Giuseppe, di Francesco, da Palermo.

173. Braico Cesare, di Bartolomeo, da Brindisi.

174. Brambilla Prospero, di Prospero, da Bagnatica (Bergamo).

175. Bresciani Pietro Giuseppe, di Silvio, da Andrara San Martino

(Sarnico).

176. Briasco Vincenzo di Giuseppe, da Genova.

177. Brissolaro Giovanni Edoardo, di Giovanni, da Bergamo.

178. Brunialti Giovanni Battista.

179. Bruntini Pietro, di Pietro, da Bergamo.

180. Bruzzesi Filippo, da Roma.

181. Bruzzesi Giacinto.

182. Bruzzesi Pietro.

183. Buffa Emilio, di Paolo, da Ovada (Novi).

184. Bulgheresi Iacopo, di Giuseppe, da Livorno.

185. Bullo Luigi, di Antonio, da Chioggia (Venezia).

186. Burattini Carlo, di Domenico, da Ancona.

187. Burlando Antonio, di Andrea, da Genova.

188. Buscemi Vincenzo, di Antonio, da Palermo.

189. Butti Alessandro.

190. Buttinelli Giuseppe, di Gaetano, da Viggiù (Varese).

191. Buttinoni Francesco, di Francesco, da Treviglio (Bergamo).

192. Butturini Antonio, di Pietro, da Pescantina (Verona).

193. Buttironi Emilio, di Vincenzo, da Suzzara (Mantova).

194. Buzzacehi Giovanni, di Benedetto, da Medole (Castiglione di Stiv. ).

195. Caccia Carlo, di Giuseppe, da Monticelli d'Oglio (Brescia).

196. Caccia Ercole, di Giuseppe, da Bergamo.

197. Cadei Ferdinando di Giacomo, da Calepio (Bergamo).

198. Cafferata Francesco, di Francesco, da Genova.

199. Cagnetta Domenico, di Antonio, da Pavia.

200. Cairoli Carlo Benedetto Enrico, di Carlo, da Pavia.

201. Cairoli Benedetto Angelo, di Carlo, da Pavia.

202. Calabresi Pietro, di Luigi Martino, da Cartono Brono (Brescia).

203. Calafiore Michele, di Francesco, da Fiumara (Calabria),

204. Calcinardi Giovanni, di Andrea, da Brescia.

205. Calderini Ercole Enrico, di Antonio, da Bergamo.

206. C&lona Ignazio, di Giovanni Battista, da Palermo.

207. Calvino Salvatore, di Giuseppe, da Trapani.

208. Calzoni Secondo, di Andrea, da Bione (Salò, Brescia).

209. Cambiaghi Giovanni Battista, di Felice, da Monza.

210. Cambiaggio Biagio, di Andrea, da Polcevera (Genova).

211. Cambiaso Gaetano, di Antonio, da Campomorone (Genova).

212. Camellini Giuseppe, di Natale, da Reggio Emilia.

213. Camici Venanzio, di Antonio, da Colle di Val d'Elsa.

— 277 —

214. Campagnoli Giuseppe Carlo, di Antonio, da Pavia.

215. Campanello Antonio, di Gaspare, da Palermo.

216. Campi Giovanni, di Giuseppe, da Monticelli d'Ongina.

217. Campiano Bartolomeo, di Lorenzo, da Genova.

218. Campo Achille, di Antonio, da Palermo.

219. Campo Giuseppe, di Antonio, da Palermo.

220. Candiani Carlo Antonio, di Giovanni Battista, da Milano.

221. Canepa Giuseppe, di Angelo, da Genova.

222. C&netta Francesco, di Domenico, da Oggebbio (Pallanza).

223. Canessa Bartolomeo, di Benedetto, da Rapallo (Genova).

224. Canfer Pietro, di Giovanni Battista, da Bergamo.

225. Canini Cesare, di Giuseppe, Sarzana (Genova).

226. Cannoni Girolamo, di Giovanni, da Grosseto.

227. Cantoni Angelo, di Fernandino, da Mezzani (Parma).

228. Cantoni Lorenzo, di Geremia, da Parma.

229. Canzio Stefano, di Michele, da Genova.

230. Capelletto Giuseppe Maria, di Pietro, da Venezia.

231. Capitanio Giuseppe, di Luigi, da Bergamo.

232. Capuno Giovanni, di Agostino, da Genova.

233. Capurro Giovanni Battista, di Giovanni Battista, da Genova.

234. Capuzzi Giuseppe, di Stefano, da Lonato (Brescia).

235. Carabelli Daniele, di Domenico, da Gallarate (Milano).

236. Caravaggi Michele, di Carlo, da Chiari (Brescia).

237. Carbonari Raffaele, di Domenico, da Catanzaro (Calabria).

238. Carbonari Lorenzo, di Santo, da Ancona.

239. Carbone Francesco, di Giovanni, da Genova.

240. Carbone Luigi, di Girolamo, da Sestri Ponente (Genova).

241. Carbonelli Vincenzo, di Pietro, da Secondigliano (Napoli).

242. Cardinale Natale, di Girolamo, da Genova.

243. Caretti Antonio, di Angelo, da Milano.

244. Carini Gaetano, di Francesco, da Corteolona (Pavia).

245. Carini Giacinto, di Giovanni, da Palermo.

246. Carini Giuseppe, di Luigi, da Pavia.

247. Cariolati Domenico, di Nicolò, da Vicenza.

248. Carminati Agostino Giovanni Bernardo, di Giovanni, da Bergamo.

249. Carpaneto Francesco, di Andrea, da Genova.

250. Carrara Cesare, di Pietro, da Treviso.

251. Carrara Giuseppe Antonio Luigi, di Giuseppe, da Bergamo.

252. Carrara Antonio Pietro Giulio, di Bellobuono, da Bergamo.

253. Carrara Giuseppe Santo, di Natale, da Bergamo.

254. Cartagenova Filippo, di Giovanni Battista, da Genova.

255. Casabona Antonio, di Giacomo, da Genova.

256. Casaccia Bartolomeo Emanuele, di Andrea, da Genova.

257. Casaccia Enrico Raffaele, di Girolamo, da Genova.

258. Casassa Nicolò, di Filippo, da Isola (Ronco Scrivia), Genova.

— 278 —

259. Casali Alessandro, di Vincenzo, da Pavia.

260. Casali Enrico, di Vincenzo, da Pavia.

261. Casanello Tomaso, di Pietro, da Genova.

262. Casiraghi Alessandro, di Vincenzo, da Milano.

263. Castagna Pietro, di Agostino, da Santa Lucia (Verona).

264. Castagnola Domenico, di Giuseppe, da Genova.

265. Castagnoli Pasquale Natale, di Antonio, da Livorno.

266. Castardelli Guido, di Giacomo, da Massa Superiore (Veneto).

267. Castellani Egisto, di Carlo, da Milano.

268. Castellazzi Antonio, di Osvaldo, da Gosaldo (Vèneto).

269. Castellini Francesco Maria, di Angelo, da Spezia (Genova).

270. Castiglia Salvatore, di Francesco, da Palermo.

271. Castiglione Cesare, di Luca, da Tradate (Como).

272. Cattaneo Angelo Giuseppe, di Davide, da Antegnate (Treviglio)

Bergamo.

273. Cattaneo Angelo Alessandro, di Pietro, da Bergamo.

274. Cattaneo Bartolomeo, di Francesco, da Gravedona (Como).

275. Cattaneo Francesco, di Michelangelo, da Novi (Genova).

276. Cattoni Telesforo.

277. Cavalieri Gervaso Giuseppe Mario, di Antonio, da Milano.

278. Cavalli Luigi.

279. Ceccarelli Vincenzo, di Luigi, da Roma.

280. Cecchi Silvestro, di Giovanni, da Livorno.

281. Cei Giovanni, di Angelo, da Livorno.

282. Cella Giovanni Battista, da Udine.

283. Cengiarotti Santo di Michele, da Caldi ero (Verona).

284. Cenni Guglielmo, di Lorenzo, da Comacchio (Ferrara).

285. Cerea Celestino, di Francesco, da Bergamo.

286. Cereseto Angelo, di Giovanni Battista, da Genova.

287. Ceribelli Carlo, di Gaetano, da Bergamo.

288. Cervetto Maria Stefano, di Domenico, da Genova.

289. Cevasco Bartolomeo, di Giuseppe, da Genova.

290. Cherubini Luigi.

291. Chiesa Giuseppe, di Camillo, da Borgo Ticino (Pavia). 293 Chiesa Liberio, di Daniele, da Milano.

294. Chizzolini Camillo, di Carlo, da Marcarla (Cremona).

295. Chiossone Vincenzo, di Paolo, da Messina.

296. Ciaccio Alessandro, di Giuseppe, da Palermo.

297. Cicala Ernesto, di Giovanni, da Genova.

298. Ciotti Marziano (Marzia), di Valentino, da Gradisca.

299. Cipriani Augusto Cesare, di Giovanni, da Firenze.

300. Cipriani Bonaventura, di Michele, da Godega (Veneto).

301. Cocchella Stefano, di Antonio, da Genova.

302. Cocolo Giuseppe, di Giovanni Battista, da Conegliano (Veneto).

303. Coelli Carlo, di Giovanni, da Castel Leone (Cremona).

— 279 —

304. Cogito Guido.

305. Colli Antonio.

306. Colli Gaetano, di Agostino, da Bologna.

307. Collini Angelo, di Giovanni Antonio, da Mantova.

308. Colombi Luigi Alberto, di Arcangelo, da Misano (Mantova).

309. Colombo Donato, di Abramo, da Ceva (Mondovì).

310. Colombo Gerolamo Quintilio, di Natale, da Bergamo.

311. Colpi Giovanni Battista, di Giovanni, da Padova.

312. Comi Cesare, di Giovanni, da Trescore (Bergamo).

313. Conti Demetrio, di Zefirino, da Loreto (Ancona).

314. Conti Luigi, di Fermo, da Sondrio.

31"). Conti Lino (Lina), di Defendente, da Brescia.

316. Conti Carlo, di Bortolo, da Bergamo.

317. Contro Silvio, da Cologna (Verona).

318. Copello Enrico, di Cario, da Genova.

319. Copler Giuseppe, di Angelo, da Tagliuno (Bergamo).

320. Copollini Achille, di Luigi, da Napoli.

321. Corbellini Antonio Giuseppe, di Angelo, da Borgarello.

322. Corini Paolo, di Luigi, da Pavia.

323. Corone Marchi Marco, di Giacomo, da Zoldo (Belluno).

324. Cortesi Francesco, di Giovanni Battista, da Sala Baganza (Parma).

325. Corti Francesco, di Giacomo, da Bergamo.

326. Cossio Valentino, di Nicolò, da Talmassons (Veneto).

327. Cossovich Marco, di Giuseppe, da Venezia.

328. Costa Giacomo, di Domenico, da Roveredo.

329. Costa Giuseppe, di Giovanni, da Genova.

330. Costa Giuseppe, di Pietro, da Genova.

331. Costelli Massimiliano, di Gabriele, da Reggio Emilia.

332. Costion Gaetano, di Antonio, da Portogruaro (Veneto).

333. Cova Giovanni, di Innocenzo, da Milano.

334. Covoli Giuseppe Romeo, di Marco, da Bergamo.

335. Crema Angelo Enrico, di Luigi, da Cremona.

336. Crescini Giovanni Battista, da Ludriano (Brescia).

337. Crescini Riccardo Paolo, di Giuseppe, da Bergamo.

338. Crispi Francesco, di Tommaso, da Ribera (Girgenti).

339. Crispi Rosalia (Montmasson) moglie a Francesco.

340. Cristiani Cesare, di Ferdinando, da Livorno.

341. Cristofoli Giacomo, di Cesare, da Clusone (Bergamo).

342. Cristofoli Pietro Angelo, di Filippo, da San Vito al Tagliamento (Friuli).

313. Cruciani Giovanni, di Antonio, da Foligno.

314. Cruti Francesco, da Palermo.

345. Cucchi Luigi Francesco, di Antonio, da Bergamo.

346. Curtolo Giovanni, di Domenico, da Feltre (Belluno).

347. Curzio Francesco.

348. Daccò Luigi, di Pietro, da Mareignago (Pavia).

— 280 —

349. Dagna Pietro, di Giuseppe, da Pavia.

350. Dall'Ara Carlo, di Giuseppe, da Rovigo (Veneto).

351. Dall'Ovo Enrico Luigi, di Ermenegildo, da Bergamo.

352. Dalmazio Antonio.

353. Dameli Pietro, di Giovanni Battista, da Diano Castello (Porto

maurizio).

354. Damiani Giammaria, di Carlo, dà Piacenza.

355. Damis Domenico, di Antonio, da Lungro (Calabria).

356. D'Ancona Giuseppe, di Isacco, da Girolamo (Veneto).

357. Dapino Stefano, di Carlo, da Genova.

358. De Amezaga Luigi, di Giacomo, da Genova.

359. DeBiasi Giuseppe, da Bugliolo (Genova).

360. De Boni Giacomo, di Polidoro, da Feltre (Belluno).

361. Decol Giuseppe Francesco, di Felice, da Vini (Feltre).

362. Decol Luigi, di Giacomo, da Venezia.

363. De Cristina Giuseppe, di Rocco, da Palermo.

364. Defendi Giovanni, di Alessandro, da Lurano (Bergamo).

365. De Ferrari Carlo, di Nicolò, da Sestri Levante (Chiavari).

366. Del Campo Lorenzo, di Marco, da Genova.

367. Del Chicca Giuseppe, di Lorenzo Pierantonio, da Bagni San Giu

liano (Pisa).

368. Del Fa Alessandro, di Giuseppe, da Livorno.

369. Delfino Luca Giovanni Battista, di Pasquale, da Genova.

370. Della Casa Andrea, di Giuseppe, da Genova.

371. Della Casagr&nde Giovanni, di Giorgio, da Genova.

372. Della Cella Ignazio, di Candido, da Genova.

373. Della Palù Antonio, di Nicolò, da Vicenza.

374. Della Santa Vincenzo, di Giuseppe, da Padova.

375. Della Torre Carlo Pompeo, di Antonino, da Milano.

376. Della Torre Ernesto, di Andrea, da Adro (Brescia).

377. Della Vida Natale Cesare, di Vincenzo, da Livorno.

378. Delle Piane Giovanni Battista, di Andrea, da Genova.

379. Del Mastro Michele, di Carmine, da Ortodonico (Vallo della Lucania).

380. Del Mastro Raffaele Francesco Fabio, di Carmine, da Ortodonico (Vallo della Lucania).

381. Delucchi Luigi, di Giuseppe, da Montaggio (Genova).

382. Delucchi Giulio Giuseppe, di Salvatore, da Sampierdarena (Genova).

383. De Maestri Francesco, di Peregrino, da Spotorno (Savona).

384. De Marchi Domenico Bonaventura, di Francesco, da Malo (Vicenza).

385. De Martini Germano.

386. De Micheli Tito, di Pietro, da Genova.

387. Denegri Giovanni Battista.

388. De Nobili Alberto, di Cesare, da Corfù.

389. De Palma Nicolò, da Torino.

390. De Paoli Cesare, di Francesco, da Parona (Veneto).

— 281 —

391. De Pasquali Luigi, di Carlo, da Genova.

392. Desiderati Basilio Emilio, di Luigi, da Mantova.

393. De Stefanis Giovanni Antonio, di Modesto, da Castellamontc

(Torino).

394. Devecchi Carlo, di Francesco, da Copiano (Pavia).

395. De Vitti Rodolfo, di Nicolò, d'Orbetello (Grosseto).

396. Dezorzi Ippolito.

397. Dezza Giuseppe, di Baldassarre, da Melegnano (Milano).

398. Di Franco Vincenzo, di Placido, da Palermo.

399. Di Giuseppe Giovanni Battista, di Giuseppe, da Santa Margherita

(Girgenti).

400. Dilani Giuseppe, da Bergamo.

401. Dionese Eugenio, di Giovanni, da Vicenza.

402. Dodoli Corradino, di Costantino, da Livorno.

403. Dolcini Angelo, di Francesco, da Bergamo.

404. Donadoni Augusto Enrico, di Giovanni, da Bergamo.

405. Donati Angelo, di Giacomo, da Padova.

406. Donati Carlo, da Treviglio.

407. Donegani Pietro, di Giuseppe, da Brescia.

408. Donelli Andrea, di Melchiorre, da Castel Ponzone (Casalmaggiore).

409. Donizetti Angelo Paolo, di Andrea, da Ponteranica (Bergamo).

410. Elia Augusto, colonnello.

411. Ellero Enea, di Mario, da Pordenone (Veneto).

412. Erba Filippo, di Luigi, da Milano.

413. Erede Gaetano Angelico, di Michele, da Genova.

414. Escufiè Francesco Luigi, di Luigi, da Torino.

415. Esposito Giovanni, da Bergamo.

416. Evangelisti Paolo Emilio, di Filippo, da Genova.

417. Fabio Luigi, di Giovanni, da Pavia.

418. Fabris Placido, di Bernardo, da Povegliano (Treviso).

419. Facchinetti Giovanni Battista, di Antonio, da Brescia.

420. Facchinetti Alessandro Antonio, di Giovanni, da Bergamo.

421. Faccini Onesto, di Domenico, da Lerici (Genova).

422. Faccioli Baldassare, di Girolamo da Montagnana (Veneto).

423. Fanelli Giuseppe, di Lelio, da Montecalvario (Napoli).

424. Fantoni Giovanni Battista, di Francesco, da Legnago (Verona).

425. Fantuzzi Antonio, di Vincenzo, da Pordenone (Friuli).

426. Fanucchi Alfredo, di Filippo, da Salviano (Livorno).

427. Fasce Paolo Federico, di Emanuele, da Genova.

428. Fasciolo Andrea, di Antonio, da Genova.

429. Fasola Alessandro, di Gaudenzio, da Novara.

430. Fattori Giuseppe, di Giovanni Battista, da Ostiano (Cremona).

431. FattoriBioton Antonio, di Antonio, da Castel Tosimo (Tirolo).

432. Ferrari Domenico Giovanni, di Luigi, da Napoli.

433. Ferrari Paolo.

— 282 —

434. Ferrari Filippo, di Bartolomeo, da Varese Ligure.

435. Ferri Pietro, 'di Giacinto, da Bergamo.

436. Ferrighi Felice, di Giacinto, da Valdagno (Vicenza).

437. Ferriti Giovanni Marsiglio, di Pietro, da Brescia.

438. Filippini Ettore, di Antonio, da Venezia.

439. Fincato Giovanni Battista, di Antonio, da Treviso.

440. Finocchietti Domenico, di Luigi, da Genova.

441. Fiorentini Pietro, di Giuseppe, da Verona.

442. Fiorini Edoardo, di Giuseppe, da Cremona.

443. Firpo Pietro, di Bernardo, da Genova.

444. FlesBadi Giuseppe, di Domenico, da Cerea (Verona).

445. Fogliati Luigi, di Bortolo, da Villarospa (Veneto).

446. Folin Mario.

447. Fontana Giuseppe, di Giuseppe, da Trento.

448. Foresti Giovanni, di Cristoforo,. da Pralboino (Brescia).

449. Formiga Luigi, di Giovanni, da Mantova.

450. Forni Luigi, di Stefano, da Pavia.

451. Forno Antonio, di Carmelo, da Palermo.

452. Fossa Giovanni, di Domenico, da Genova.

453. Franzoni Guglielmo, di Natale, da Parma.

454. Frascada Belfiore Paolo, da Ottobiano.

455. Frediani Francesco, di Carlo, da Comillo (Lecco di Massa).

456. Frigo Bartolomeo.

457. Froscianti Giovanni, di Fabio, da ColleScipoli.

458. Fumagalli Enrico Angelo, di Gaetano, da Senaco (Milano).

459. Fumagalli Angelo, di Luigi.

460. Fumagalli Antonio, di Pietro, da Bergamo.

461. Fumagalli (scomparso al cominciare della spedizione).

462. Fusi Giuseppe, di Carlo, da Pavia.

463. Fuxa Vincenzo, di Gabriele, da Palermo.

464. Gabrieli Raffaele, di Giuseppe, da Roma.

465. Gadioli Francesco, di Antonio, da Libiola (Ostiglia).

466. Gaffini Antonio, di Carlo, da Milano.

467. Gaffuri Eugenio, di Fortunato, da Brivio (Como).

468. Gagni Federico, di Giuseppe, da Bergamo.

469. Galeano Francesco, di Filippo, da Genova.

470. Gaietto Antonio Alessandro, di Francesco, da Genova.

471. Galigarsia Sebastiano.

472. Galimberti Giacinto.

473. Galimberti Giuseppe Carlo, di Napoleone, da Milano.

474. Galleani Giovanni Battista, di Filippo, da Genova.

475. Galli Carlo, di Pietro, da Pavia.

476. Galloppini Pietro, di Francesco, da Borgo Sesia (Novara).

477. Gamba Barnaba, di Giaoomo: da Eudenna (Bergamo).

478. Gambino Giuseppe, di Giuseppe, da Voltri (Genova).

— 283 —

479. Gandolfo Emanuele, di Adamo, da Genova.

480. Garbinati Guido.

481. Garibaldi Gaetano, da Genova.

482. Garibaldi Menotti, di Giuseppe.

483. Garibaldo Giovanni, di Giovanni Battista, da Genova.

484. Garibaldo Giovanni Stefano Agostino, di Domenico, da Genova.

485. Garibotto Giuseppe, di Giacomo, da Genova.

486. Gasparini Giovanni Andrea, di Bernardino, da Carré (Vicenza).

487. Gasparini Giovanni Battista.

488. Gastaldi Cesare, di Giovanni, da Neviano degli Arduini (Parma).

489. Gastaldi Giovanni Battista, di Domenico, da PortoMaurizio.

490. Gattai Cesare, di Alessandro, da Livorno.

491. Gatti Stefano, di Angelo, da Mantova.

492. Gattinoni Giovanni Costanzo, di Girolamo, da Bergamo.

493. Gazzo Daniele, di Antonio, da Padova.

494. Gervani Giuseppe.

495. Gervasio Giuseppe, di Antonio, da Genova.

496. Gberardini Goffredo, da Asola (presso Mantova).

497. Gbidini Luigi, di Francesco, da Bergamo.

498. Ghiglione Giovanni Battista, di Gaetano, da Genova.

499. Ghigliotti Antonio Francesco, di Giovanni Battista, da Genova.

500. Ghislotti Giuseppe, di Luigi, da Comunnuovo (Bergamo).

501. Giacomelli Pietro.

502. Giambruno Nicolò, di Cesare, da Genova.

503. Gianfranchi Raffaele Felice, di Giovanni, da Genova.

504. Gilardelli Angelo Giuseppe, di Antonio, da Pavia.

505. Gilieri Girolamo, di Antonio, da Legnago (Veneto).

506. Gioia Giovanni, da Alessandria.

507. Girard Omero, di Luigi, da Livorno.

508. Giudice Giovanni Girolamo, di Domenico, da Codevilla (Voghera).

509. Giulini Luigi Giovanni, di Benigno, da Cremona.

510. Giunti Edoardo Egisto, di Giovanni, da Salviano (Livorno).

511. Giupponi Giuseppe.

512. Giuriolo Giovanni, di Pietro, da Arzignano (Vicenza).

513. Giusta Giuseppe, di Antonio, da Asti.

514. Gnecco Giuseppe, di Tommaso, da Genova.

515. Gnesutta Coriolano, di Raimondo, da Latisana (Friuli).

516. Gnocchi Ermogene, di Silvestro, da Ostiglia.

517. Goglia Domenico, di Francesco, da Pozzuoli.

518. Goldberg Antonio.

519. Gorgoglione Giuseppe, di Cesare, da Genova.

520. Gotti Pietro di Antonio, da Bergamo.

521. Graffigna Giuseppe, di Giovanni Battista, da Genova.

522. Gramaccini Leonardo, di Bartolomeo, da Sinigallia.

523. Gramignano Efisio.

— 284 —

524. Gramignola Angelo Innocenzo, di Ambrogio, da Robecco (Cremona).

525. Grande Francesco, di Luigi, da Tempio (Sassari).

526. Granucci Giovanni, di Paolo, da Calci (Livorno).

527. Grasso Carlo, di Carlo.

528. Griggi Giovanni Battista Giuseppe, di Stefano, da Pavia.

529. Grignolo Basso Edoardo, di Felice, da Chioggia (Veneto).

530. Gritti Emilio, di Carlo, da Cologno (Bergamo).

531. Grizziotti Giacomo, di Antonio, da Corteolona (Pavia).

532. Gruppi Giuseppe.

533. Gualandris Giuseppe Enrico, di Agostino, da AlroennoSan Bar

tolomeo (Bergamo).

534. Guarnaccia Francesco, di Emanuele, da Venezia.

535. Guazzoni Carlo, di Cesare, da Brescia.

536. Guida Carlo, di Pietro, da Soresina (Cremona).

537. Guidolin Antonio, di Pasquale, da Castelfranco (Veneto).

538. Gusmaroli Luigi, di Giuseppe, da Mantova.

539. Gussago Giuseppe, di Francesco, da Brescia.

540. Herter Edoardo, di Carlo, da Treviso.

541. Imbaldi Francesco, di Pietro, da Milano.

542. Incao Alessandro Angelo, di Domenico, da BorgoCosta (Rovigo). 

548. Invernizzi Carlo, di Pietro, da Bergamo.

544. Invernizzi Pietro, di Pietro, da Bergamo.

545. Isnenghi Enrico, di Francesco, da Rovereto.

546. Lajoski Venceslao.

547. La Masa Giuseppe, di Andrea, da Trabia (Palermo).

548. Lamenza Stanislao, da Sarracena (Calabria).

549. Lampugnani Giulio Cesare, di Paolo, da Nerviano (Milano).

550. Lampugnani Giuseppe, di Giacinto, da Milano.

551. Lavesi Angelo, di Giovanni Maria, da Belgiojoso (Pavia).

552. Lazzaroni Giovanni Battista, di Giovanni, da Bergamo.

553. Lazzerini Giorgio, di Luigi, da Livorno.

554. Leonardi Giuseppe, di Antonio, da Riva (Tirolo)

555. Lertora Tommaso Santo, di Andrea, da Genova.

556. Ligezzolo. Giovanni, di Francesco, da Pasina (Vicenza).

557. Lippi Giuseppe, di Giovanni, da Motta (Treviso).

558. Lorenzi Vencenslao, di Lorenzo, da Bergamo.

559. Lorati Carlo, da Pavia.

560. Lucchini Battista, di Giuseppe, da Bergamo.

561. Lucchini Giuseppe Giovanni Battista, di Giuseppe, da Bergamo.

562. Lur& Agostino Vincenzo, di Carlo, da Bergamo.

563. Lusiardi Giovanni Battista, di Francesco, da Acquanegra (Cremona).

564. Luzzato Riccardo, di Mario, da Udine.

565. Macarro Guglielmo, di Giovanni Antonio, da Sassello (Savona).

566. Maestroni Ferdinando, di Angelo, da Soresina (Cremona).

— 285 —

567. Maffioli Luigi Iacopo, di Francesco, da Livorno. 

568. Maggi Giovanni, di Martino, da Treviglio (Bergamo).

569. Magistreti Giuseppe, da Milano.

570. Magistris Giuseppe, di'Antonio, da Budrio (Bologna).

571. Magliacani Francesco, di Virgilio, da CasteldelPiano (Grosseto).

572. Magni Luigi, di Giovanni, da Parma.

573. Magnoni Michele, di Luigi Maria, da RutinoVallo.

574. Maironi Alessio, da Bergamo.

575. Maironi Eugenio, di Luigi, da Bergamo.

576. Maiocchi Achille, da Milano.

577. Malatesta Luigi, di Emanuele, da Genova.

578. Malatesta Pietro, di Giovanni, da Genova.

579. Maldacea Mosè, di Vincenzo, da Foggia.

580. Mamoli Giovanni Enrico, di Pietro Paolo, da LodiVecchio (Milano).

581. Manci Filippo, di Vincenzo, da Povo (Trento).

582. Manenti Giovanni Battista, di Angelo, da Chiari (Brescia).

583. Manenti Leopoldo.

584. Manin Giorgio, di Daniele, da Venezia.

585. Mantovani Antonio di Virgilio, da S. Martino (Mantova).

586. Mannelli Giovanni Pasquale, di Antonio, da Antignano (Livorno).

587. Mapelli Achille, da Monza.

588. Mapelli Clemente, da Bergamo.

589. Marabello Luigi, di Antonio, da Vicenza.

590. Marabotti Angelo, di Giovanni, da Pisa.

591. Maragliano Giacomo, di Andrea, da Genova.

592. Marchelli Bartolomeo, di Giacomo, da Ovada (NoviAlessandria).

593. Marchese Giovanni, di Francesco, da Genova.

594. Marchesi Giovanni Battista, di Antonio, da Torre Baldone (Bergamo).

595. Marchesi Pietro Samuele, di Carlo, da Covo (Bergamo).

596. Marchesini Luciano, da Vicenza.

597. Marchetti Giuseppe, di Luigi, da Chioggia (Veneto). ;

598. Marchetti Luigi Giuseppe, di Giuseppe, da Ceneda (Treviso).

599. Marchetti Stefano Elia, di Vincenzo, da Bergamo. '

600. Marcone Girolamo, di Giovanni, da Genova.

601. Marconzini Giuseppe.

602. Marelli Giacomo.

603. Marenesi Giuseppe, di Alessandro, da Bergamo.

604. Margarita Giuseppe Francesco, di Felice, da Cuggiono (Milano).

605. Margheri Girolamo, di Guglielmo, da Sarteano (oi a).

606. Marin Giovanni Battista, di Giuseppe, da Conegliano (Veneto).

607. Mario Lorenzo.

608. Martignoni Luigi, di Giuseppe, da Casalpusterlengo (Lodi). ,

609. Martinelli Clemente.

610. Martinelli Ulisse, di Giacomo, da Viadana (Cremona). !

611. Mascolo Gaetano.

— 286 —

612. Masnada Giuseppe, di Domenico, da Ponte San Pietro (Bergamo).

613. Maspero Giovanni Battista, di Pietro, da Como.

614. Mattioli Angelo, di Evangelista, da Parma.

615. Mauro Domenico, di Angelo, da S. Demetrio (Calabria).

616. Mauro Raffaele, di Angelo, da Cosenza (Calabria).

617. Mayer Antonio, di Silvestro, da Orbetello.

618. Mazzola Giuseppe, di Gaetano, da Bergamo.

619. Mazzoli Ferdinando.

620. Mazzucchelli Luigi, di Giuseppe, da Cantù (Como).

621. Medici Alessandro, di Giuseppe, da Bergamo.

622. Medicina Antonio, di Michele, da Genova.

623. Melchiorazzo Marco, di Francesco, da Bassano (Vicenza).

624. Meneghetti Gustavo, di Luigi, da Santa Maria Maggiore (Treviso).

625. Meniu Domenico, di Giovanni, da CampoNagara (Veneto).

626. Menotti Cesare.

627. Morello Domenico, di Agostino, da Genova.

628. Merighi Augusto.

629. Merigone Francesco Antonio.

630. Merlino Appio, di Silvestro, da ReggioCalabria.

631. Meschini Leopoldo, di Angelo, da Sarteano (Siena).

632. Messaggi Stefano Giuliano, di Giovanni Battista, da Milano.

633. Mezzera Giulio Pietro, di Emanuele, da Bergamo.

634. Miani Giovanni.

635. Miceli Luigi, di Francesco, da Longobardi (Cosenza).

636. Micheli Cesare, di Tommaso, da Campolongo (Veneto).

637. Migliacci Giuseppe.

638. Mignona Nicolò, di Cataldo, da Taranto.

639. Milano Angelo, di Antonio, da Anguillara (Padova).

640. Milesi Girolamo, di Pietro, da Bergamo.

641. Mina Alessandro, di Luigi, da Gussola (Cremona).

642. Minardi Mansueto, di Carlo, da Ferrara.

643. Minetti Martino Natale, di Giuseppe, da Milano.

644. Minnicelli Luigi, di Gennaro, da Rossano (Cosenza).

645. Minutello Filippo, di Nicolò, da Gruno (Bari).

646. Miotti Giacomo, di Francesco, da Feltre (Belluno).

647. MÌ880ri Giuseppe.

648. Misuri Mansueto, di Roberto, da Livorno.

649. Moiola Quirino.

650. Molena Giuseppe, di Giuseppe, da Venezia.

651. Molinari Giosuè, di Costantino, da Calvisano (Brescia).

652. Molinari Giuseppe, di Andrea, da Venezia.

653. Molinverno Carlo, di Giuliano, da Salvatore (Cremona)

654. Mona Francesco, di Giovanni, da Milano.

655. Moneta Enrico.

656. Mongardini Paolo Giovanni, di Giovaci Battista, da Bergamo.

— 287 —

657. Montaldo Andrea, di Emanuele, da Genova.

658. Montanara Giacomo Achille, di Eliseo, da Milano.

659. Montanari Francesco, di Luigi, da Roncole (Mirandola).

660. Montarsolo Pietro Giovanni Battista, di Marco, da Genova.

661. Montegriffo Francesco, di Francesco, da Genova.

662. Monteverde Giovanni Battista, di Giovanni Battista, da S. Terenzo (Sarzana).

663. Morasso Giovanni Battista, di Paolo, da Genova.

664. Moratti Luigi, di Paolo, da Castiglione (Mantova).

665. Moretti Virginio Cesare, di Paolo, da Brescia.

666. Morgante Alfonso Luigi, di Girolamo, da Tarcento (Udine).

667. Morgante Rocco, di Vincenzo, da Fiumara (Reggio).

668. Mori Giuseppe Giovanni, di Benedetto, da Bergamo.

669. Mori Romolo, di Pietro, da Civitavecchia.

670. Moro Marco Antonio, di Giuseppe, da Brescia.

671. Moreni Vittorio, di Modesto, da Zogno (Bergamo).

672. Morotti Goffredo Alcibiade, di Giovanni, da Roncaro (Pavia).

673. Mortedo Giovanni Alessandro, di Michele, da Livorno.

674. Moscheni Pompeo Giuseppe, di Francesco, da Bergamo.

675. Mosto Antonio.

676. Mottinelli Bartolo, di Giacomo, da Brescia.

677. Muro Giuseppe, di Pietro, da Milano.

678. Mustica Giuseppe, da Palermo.

679. MuBto Carlo, di Paolo, da Genova.

680. Naccari Giuseppe, di Antonino, da Palermo.

681. Nardi Ermenegildo, di Pellegrino, da Parma.

682. Navone Lorenzo, di Domenico, da Genova.

683. Natali Mauro, di Santo, da Bergamo.

684. Negri Giulio.

685. Nelli Stefano, di Domenico, da Massa Carrara.

686. Nicolazzo Gregorio, di Teodoro, da Calabria.

687. Nicoli Fermo, di Giovanni Battista, da Bergamo.

688. Nicoli Pietro, di Giovanni Battista, da Bergamo.

689. Nievo Ippolito, di Antonino, da Padova.

690. Nodari Giuseppe, di Luigi, da Castiglione (Mantova).

691. Novaria Enrico, di Domenico, da Pavia.

692. No varia Luigi, di Domenico, da Pavia.

693. Novelli Feliciano, di Francesco, da Castel d'Emilio (Ancona).

694. Nullo Francesco, di Arcangelo, da Bergamo.

695. Nuvolari Giuseppe.

696. Oberti Giovanni Andrea, di Pietro, da Bergamo.

697. Oberti Giovanni.

698. Occbipinti Ignazio, da Palermo.

699. Oddo Angelo, di Michele, da ReggioCalabria.

700. Oddo Giuseppe, di Salvatore, da Palermo.

— 288 —

701. OddoTedeschi Stefano.

702. Ognibene Antonio, di Biagio, da Orbetello.

703. Olivari Stefano, di Angelo, da Genova.

701. Olivieri Pietro, di Domenico, da Alessandria.

705. Orlandi Bernardo, di Giuseppe, da Carrara.

706. Orlando Giuseppe, da Palermo.

707. Orsini Vincenzo, di Gaetano, da Palermo.

708. Ottavi Antonio, di Ottavio, da ReggioEmilia.

709. Ottone Nicolò, di Stefano, da Genova.

710. Paccanaro Marco, di Nicolò, da Este (Veneto).

711. Pacini Andrea, di Téofilo, da Bientina (Pisa).

712. Padula Vincenzo, di Maurizio, da Padula (Principato Superiore).

713. Paffetti Tito, di Felice, da Orbetello (Grosseto).

714. Pagani Antonio, di Giuseppe, da Como.

715. Pagani Costantino, di Giovanui Battista, da Borgomanero (Novara).

716. Pagani Giovanni, di Lelio, da Tagliuno (Bergamo).

717. Pagano Lazzaro Martino, di Giovanni Battista, da S. Martino

(Genova).

718. Pagano Tommaso, di Giovanni Battista, da Genova.

719. Palizzolo Mario, di Vincenzo, da Trapani.

720. Palmieri Palmiro, di Fortunato, da Montalcino.

721. Panciera Antonio, di Carlo, da Castelgomberto (Vicenza).

722. Paoseri Alessandro, di Giosuè, da Bergamo.

723. Panseri Giuseppe, di Andrea, da Bergamo.

724. Panseri Aristide, di Saverio, da Bergamo.

725. Panseri E ligio, di Francesco, da Bulciago (Lecce).

726. Parini Antonio, da Palermo.

727. Paris Andrea Cesare, di Ignazio, da Ripa (Pinerolo).

728. Parodi Giusoppe, di Giovanni Battista, da Genova.

729. Parodi Tommaso, di Antonio, da Genova.

7:30. Parpani Giuseppe Giacobbe, di Giuseppe, da Bergamo.

731. Pasini Giovanni.

732. Passano Giuseppe, di Francesco, da Genova.

733. Pasquale Pietro, di Carlo, da Stigliano (Biella).

731. Pasquinelli Agostino, di Giacomo, da Zogno (Bergamo).

735. Pasquinelli Giacinto, di Pietro, da Livorno.

736. Patella Filippo, di Giuseppe, da Agropoli (Salerno).

737. Patresi Gilberto, di Michele, da Milano.

738. Paulon Stella Giuseppe, di Osvaldo, da Barcis (Friuli).

739. Pavanini Ippolito, di Mariano, da Rovigo (Veneto).

740. Pavesi Giuseppe, di Carlo, da Milano.

741. Pavesi Leonardo Ercole, di Giovanni.

742. Pavesi Urbano, di Domenico, da Albuzzano (Pavia).

743. Pavoni Lorenzo.

744. Pedotti Ulisse, di Paolo, da Laveno (Como).

— 289 —

745. Pedrali Costantiuo, di Giuseppe, da Bergamo.

746. Pedrazza Giacomo.

747. Pellegrino Antonio, di Giuseppe, da Palermo.

748. Pellerano Lorenzo, di Giuseppe, da S. Margherita (Rapallo).

749. Pendola Giovanni, di Nicolò, da Genova.

750. Pentasuglia Giovanni Battista, di Giuseppe, da Matera «Potenza).

751. Perduco Biagio, di Annibale, da Pavia.

752. Peregrini Paolo, di Ludovico, da Milano.

753. Perelli Valeriano, di Girolamo, da Milano.

754. Perico Samuele, di Luigi, da Bergamo.

755. Perla Luigi, di Francesco, da Bergamo.

756. Pernigotti Giovanni, di Vittorio, da S. Pietro (Alessandria).

757. Peroni Giuseppe, di Biagio, da Soresina (Cremona).

758. Perotti Luigi.

759. Perselli Emilio, di Lorenzo, da S. Daniele (Friuli).

760. Pescina Eugenio, di Paolo Luigi, da Borgo S. Donnino (Parma).

761. Pesenti Francesco, di Giovanni, da PiazzoBa6so (Bergamo).

762. Pesenti Giovanni, di Giovanni Battista, da Bergamo.

763. Pessolani Giuseppe, di Saverio Arcangelo, da Atena (Principato Ulteriore).

764. Petrucci Giuseppe, di Paolo, da Castelnuovo (Livorno).

765. Pezze Giovanni Battista, di Luigi, da Alleghe (Belluno).

766. Pezzutti Pietro, di Francesco, da Polcenigo (Friuli).

767. Piai Pietro, di Matteo, da Treviso.

768. Pianori Pietro, di Angelo, da Brescia.

769. Piantanida Bruce, di Carlo, da Bergamo.

770. Piantoni Giovanni, di Antonio, da Milano.

771. Piazza Alessandro, da Roma.

772. Picasso Giovanni Battista, di Francesco, da Genova.

773. Piccinini Daniele, di Vincenzo, da Pradalunga (Bergamo).

774. Picciniui Enrico, di Cristino, da Albino (Bergamo).

775. Piccoli Raffaele, di Bernardo, da Arione Castagna (Calabria).

776. Pienovi Raffaele, di Andrea, da Genova.

777. Pierotti Augusto, di Pasquale, da Livorno.

778. Pierotti Giovanni Palmiro, di Giovanni, da Livorno.

779. Pietri Desiderato, di Giuseppe, da Bastia (Corsica).

780. PietroBoni Lorenzo, di Pietro, da Treviso.

781. Pievani Antonio, di Giovanni Battista, da Tirano (Sondrio).

782. Pigazzi Domenico Giovanni, di Giuseppe, da Padova.

783. Pilla Giuseppe, di Angelo, da Conegliano (Voneto).

784. Pini Antonio, di Giacomo, da Grosseto.

785. Pini Pacifico.

786. Pirotti Pietro, di Bartolomeo, da Verona.

787. Pistoia Luigi.

788. Pistoia Marco.

— 290 —

789. Piva Domenico, di Giovanni, da Rovigo (Veneto).

790. Piva Remigio, di Giovanni Battista, da Rovigo (Veneto).

791. Pizzagalli Lodovico, di Pietro, da Bergamo.

792. Pizzi Giuseppe.

793. Plona Carlo, da Venezia.

794. Plona Giovanni Battista, di Bartolo, da Brescia.

795. Plutino Antonino, di Fabrizio, da ReggioCalabria.

796. Poggi Giuseppe, di Giovanni, da Genova.

797. Poleni Carlo, di Giuseppe, da Bergamo.

798. Poletti Giovanni Battista, di Giovanni Battista, da Albino (Bergamo).

799. Polidori Giuseppe, di Giovanni Battista, da Montone (Umbria).

800. Poma Giacomo, di Lorenzo, da Trescore (Bergamo).

801. Ponviani Francesco Attilio, di Domenico, da Bergamo.

802. Porta Ilario, di Felice, da Orbetello.

803. Portioli Antonio, di Antonio, da Scorzarolo (Mantova).

804. Povoleri Augusto.

805. Pozzi Gaetauo Giovanni, di Pietro, da Pavia.

806. Preda Paolo, di Pietro, da Milano.

807. Premi Luigi, di Antonio, 7a Casalmoro (Brescia).

808. Presbitero Enrico, di Giuseppe, da Orta (Novara).

809. Preis Ireneo, di Giovanni, da Firenze.

810. Prignacchi Luigi, di Vincenzo, da Fiesse (Brescia).

811. Prina Luigi, di Giuseppe, da Villafranca (Verona).

812. Profumo Giuseppe, di Francesco, da Genova.

813. Profumo Angelo, di Antonio, da S. Francesco d'Albaro (Genova).

814. Pullido Giovanni, di Vincenzo, da Polesella (Veneto).

815. Punta Paolo Giuseppe, di Alberto, da Novi (Alessandria).

816. Quarengbi Antonio, di Antonio, da Villa d'Almè (Bergamo).

817. Queizel Emanuele, di Ambrogio, da Genova.

818. Raccuglia Antonio.

819. Radovich Antonio.

820. Ragusin Francesco, di Giovanni, da Venezia.

821. Rai Felice, di Felice, da SoreBina (Cremona).

822. Raimondi Luigi.

823. Raimondo Alessandro, di' Giuseppe, da Alba.

824. Ramponi Mansueto, di Ferdinando, da Canonica (Bergamo).

825. Rasia Matteo Riccardo, di Domenico, da Comedo (Vicenza).

826. Raso Paolo.

827. Ratti Davide Antonio, di Luigi, da Vignate (Milano).

828. Ravà Eugenio, di Leone, da ReggioEmilia.

829. Raveggi Luciano, di Luigi, da Orbetello.

830. Ravctta Carlo, di Antonio, da Milano.

831. Ravini Luigi, di Giovanni, da Caviaga (Milano).

832. Razeto Enrico, di Fortunato, da S. Francesco d'Albaro (Genova).

833. Rebuschini Angelo Giovanni, di Cristine, da Venezia.

— 291 —

834. Rebuschini Giuseppe, di Girolamo, da Dongo (Como).

835. Rebuzzoni Andrea, di Giuseppe, da Genova.

836. Repetto Domenico.

837. Retaggi Innocenzo Eugenio, di Giuseppe, da Milano.

838. Riccardi Giovanni Battista, di Giovanni Andrea, da Bergamo.

839. Ricci Carlo.

840. Ricci Enrico, di Giacomo, da Livorno.

841. Ricci Gustavo Giuseppe, di Giacomo, da Livorno.

842. Ricci Pietro Armentario, di Carlo, da Pavia.

843. Riccioni Filippo, da Pisa.

844. Richiedei Enrico, di Luigi, da Salò (Brescia). 

845 Ricotti Daniele, di Pietro, da Landriano (Pavia). 

846. Rienti Edoardo, di Carlo, da Como.

817. Ripamonti Giovanni Battista, di Francesco, da Pavia.

845. Righetto Raffaele, di Marco, da Chiampo.

846. Rigoni Luigi, di Lorenzo, da Vicenza.

847. Rigotti Raffaele, di Francesco, da Malò (Vicenza).

848. Ripari Pietro, da Cremona.

849. Rissotto Giuseppe Luigi, di Vincenzo, da Genova.

850. Riva Celestino, di Girolamo, da Pontida (Bergamo).

851. Riva Luigi, di Domenico, da Palazzuolo (Friuli).

852. Riva Luigi Isidoro, di Osvaldo, da Agordo (Belluno).

853. Riva Giuseppe, di Francesco, da Milano.

854. Rivalta Francesco, da Genova.

855. Rizzardi Luigi, di Vincenzo, da Brescia.

856. Rizzi Cattenno Felice, di Giovanni Battista, da Isola Porcarizza (Verona).

857. Rizzi Man o Pompeo, di Antonio, da Milano.

858. Rizzo Antonino, di Leonardo, da Trapani.

859. Rizzotti Tomaso Attilio, di Giacomo, da Ronco (Mantova).

860. Roccatagliata Gaetano, di Ampelio, da Genova.

861. Rodi Carlo.

862. Roggeri Francesco, di Lorenzo, da Bergamo.

863. Roggierone Giovanni Battista.

s67. Romanello Giuseppe, di Giovanni Battista, da Arquata (Tortona).

868. Romani Tommaso, di Romano, da Pisa.

869. Roncallo Tommaso, di Domenico, da Genova.

870. Rondina Vincenzo di Pietro, da Livorno.

871. Ronzoni Filippo, di Giovanni, da Brescia.

872. Rossetti Giovanni, di Giuseppe, da Tiebaseleghe (Padova).

873. Rossi Andrea.

871. Rossi Antonio, di Antonio, da Govemolo (Mantova).

875. Rossi Luigi, di Giovanni, da Pavia.

876. Rossi Pietro.

877. Rossignoli Francesco, di Antonio, da Bergamo.

878. Rossotto Carlo, di Giuseppe, da Chieri (Torino).

— 292 —

879. Rota Carlo, di Francesco, da AlzanoMaggiore (Bergamo). 

800. Rota Carlo, di Girolamo, da Milano.

881. Rota Luigi, di Giuseppe, da Bosisio (Como).

882. Rotta Giuseppe.

883. Rovati Carlo, di Felice, da Pavia.

884. Roveda Giuseppe, di Ambrogio, da Milano.

885. Rovighi Giulio.

886. Ruspini Egidio, di Carlo Antonio, da Milano.

887. Rutta Camillo, di Carlo, da Broni (Pavia).

888. Ruvoseccbi Raffaele, di Nicolò, da Ascoli Piceno.

889. Sacchi Achille, di Antonio, da Gravedona (Como). 

890. Sacchi Eugenio Ajace, di Antonio Appiano, da Como. 

891. Sacchi Leop ldo Achille, di Giuseppe, da Pavia. 

892. Sala Antonio, di Ludovico, da Milano.

893. Salterio Lodovico, di Stefano, da Milano.

H94. Salterio Lazzaro, di Francesco, da Annone (Como)

895. Salvadori Giuseppe.

896. Sampieri Domenico, di Carlo, da Adria (Veneto).

897. Sanda Giovanni Battista, di Andrea, da Bergamo.

898. Sannazzaro Ambrogio, di Giulio, da Milano.

899. Santelmo Antonio, di Michele, da Padula.

900. Sartini Giovanni, di Giuseppe, da Siena.

901. Sartori Eugenio, di Antonio, da Sacile (Veneto).

902. Sartori Giovanni, di Bartolomeo, da Corteuo (Bergamo).

903. Sartori Pietro, di Giova ini Battista, da l. evico (Tirolo).

904. Sartorio Giuseppe Luigi, di Agostino, da Genova.

905. Savi Francesco Bartolomeo, di Francesco, da Genova.

906. Savi Stefano Giovanni, di Francesco, da Livorno.

907. Scacaglia Ferdinando, da Berceto (Parma).

90S. Scalugia Giulio Cesare, di Lodovico, da Villa Gardone (Brescia). 19 — Gttardioks. II.

909. Scaratti Pietro, di Giovanni, da Medole.

910. Scarpa Paolo.

911. Scarpari Gaetano Vincenzo, di Giovanni, da Brescia.

912. Scarpari Michelangelo, di Santo, da Botuino (Brescia).

913. Scarpis Pietro, di Carlo, da Conegliano (Veneto).

914. Scheggi Cesare, di Gaetano, da Firenze.

915. Schiattino Simone, di Deodato, da Camogli (Genova).

916. Schiavone Santo, di Giuseppe, da Santa Maria di Sala (Veneto).

917. Scipiotti Ildebrando, di Celso, da Mantova.

918. Scognamillo Andrea, di Anello, da Palermo.

919. Scolari Luigi, da Este (Padova).

920. Scopini Ambrogio, da Milano.

921. Scordilli Antonio, del Friuli.

922. Scotti Carlo, di Alessandro, da Verdello (Treviglio).

923. Scotti Cesare, di Pietro, da Medolago (Bergamo).

— 293 —

924. Scotto Lorenzo Giovan Battista Achille, di Giuseppe, da Roma.

925. Scotto Pietro, di Domenico, da Genova.

926. Scuri Enrico, di Angelo, da Bergamo.

927. Secondi Ferdinando, di Carlo, da Dresano (Milano).

928. Semenza Giovanni Antonio di Francesco, da Monza.

929. Seranga Giovanni, di Antonio, da Calcio (Cremona).

930. Serino Ovidio.

931. Sgarallino Giovanni Iacopo, di Demetrio, da Livorno.

932. Sghira Giovanni, da Pavia.

933. Siliotto Antonio, di Gervasio, da Porto Legnago (Verona).

934. Silva Carlo Guido, di Luigi, da Bergamo.

935. Simonetta Antonio, di Cesare, da Milano.

936. Simoni Ignazio, di Tommaso, da Medicina (Bologna).

937. Sirtoli Carlo, di Pietro, da Bergamo.

938. Sirtoli Melchiorre, di Antonio, da Bergamo.

939. Sirtori Giuseppe, di Giuseppe, da CarateLario (Como).

940. Sisti Carlo Giuseppe, di Giuseppe, da Pasturago (Milano).

941. Sivelli Giovanni Battista Egisto, di Antonio, da Genova.

942. Solari Camillo.

943. Solari Francesco, di Lorenzo, da Genova.

944. Solari Luigi, di Giovanni Battista, da Genova.

945. Soligo Giuseppe, di Giuseppe, da Pelagio (Veneto).

946. Sora Ignazio, di Santo, da Bergamo.

947. Sorbelli Giuseppe, di Salvatore, da Castel del Piano (Grosseto).

948. Spangaro Pietro, di Giovanni Battista, da Venezia.

949. Speranzini Francesco, da Mantova.

950. Spelti Pietro, di Andrea, da Livorno.

951. Sprovieri Francesco, di Michele, da Acri (Cosenza).

952. Sprovieri Vincenzo, di Michele, da Acri (Cosenza).

953. Stagnetti Pietro, di Luigi, d'Orvieto (Umbria).

954. Stefanini Giuseppe, di Francesco, da Arcola (Sarzana).

955. Stella Innocenzo, di Giovanni Battista, da Arfiero (Vicenza).

956. Sterchele Antonio, di Pietro, da Trento.

957. Stocco Francesco, di Antonio, da Decollatura (Calabria).

958. Strazza Achille, di Giacomo, da Milano.

959. Strillo Giuseppe.

960. Tabacchi Giovanni, di Enrico, da Mirandola (Modena).

961. Taddei Ra nero, di Giacomo, da Reggio Emilia.

962. Tagliabue Baldassare da Como.

963. Tagliapietra Pilade, di Giuseppe, da Motta (Treviso).

964. Tagliavini Pietro, di Giuseppe, da Parma.

965. Tamagni Giuseppe, di Giuseppe, da Bergamo.

966. Tambelli Natale Giulio, di Lazzaro, da Revere (Mantova).

967. Tamburini Antonio, di Biagio, da Belgioioso (Pavia).

968. Tamisari Giovanni Battista, di Antonio, da Lonigo (Veneto).

— 294 —

969. Tanara Faustino, di Giacomo, da Sanghirano (Parma).

970. Tarantini Angelo, di Giuseppe, da risola della Maddalena.

971. Taroni Felice, di Giacomo, da Urio (Como).

972. Tasca Vittore, di Faustino, da Bergamo.

973. Taschini Giuseppe, di Pietro, da Brescia.

974. Tassani Giacomo, di Agostino, da Ostiano (Cremona).

975. Tassara Giovanni Battista, di Paolo, da Genova.

976. Tatti Edoardo, di Francesco, da Milano.

977. Tavella Luigi, di Pietro, da Brescia.

978. Termanini Arturo, di Feliciano, da Bereguardo (Milano). 979; Teruggia Giovanni Lorenzo, di Giovanni, da Lavano (Como).

980. Terzi Giacomo, di Gherardo, da Capriolo (Brescia).

981. Terzi Luigi, di Francesco, da Bergamo.

982. Terzi Oreste, di Biagio, da Parma.

983. Tessera Federico, di Girolamo, da Mentone.

984. Testa Giovanni Battista, di Luigi, da Genova.

985. Testa Giovanni Pietro, di Giacomo, da Bergamo.

986. Testa Luigi, di Angelo, da Seriate (Bergamo).

987. Testa Paolo Luigi, di Pietro, da Bergamo.

988. Tibaldi Bodobaldo, di Napoleone, da Belgioioso (Pavia).

989. Tibelli Gaspare, di Gaspare, da Bergamo.

990. Tigre Giovanni, di Antonio, da Venezia.

991. Tirelli Giovanni Battista, di Francesco, da Maleo (Lodi, Milano).

992. Tironi Giovanni Battista, di Giovanni Battista, da Bergamo.

993. Tironi Giuseppe, di Giovanni Battista, da Chiuduno (Bergamo).

994. Tofani Oreste.

995. Toia Alessandro, di Raffaele, da Gizzeria (Catanzaro).

996. Tolomei Antonio, di Giovanni Felice, da Collepardo.

997. Tommasi Angelo, di Giovanni Battista, da Siviano (Brescia).

998. Tommasi Bartolo, di Giovanni Battista, da Siviano (Brescia).

999. Tommasini Gaetano, di Ferdinando, da Vigato (Parma).

1000. Tonalto Giovanni Battista, di Lorenzo, da Urbania (Padova).

1001. ToniBazza Achille, di Antonio, da Volciano (Brescia).

1002. Topi Giovanni, da Firenze.

1003. Torchiana Pompeo, di Massimiliano, da Cremona.

1004. Toresini Rainero, da Padova.

1005. Torri Giovanni, di Basilio, da Brembate di sotto (Bergamo).

1006. TorriTarelli Carlo, di Carlo, da Onno.

1007. TorriTarelli Giuseppe, di Carlo, da Onno.

1008. Tozzi Giuseppe, di Domenico, da Pavia.

1009. Tr&nquillini Filippo, di Carlo, da Mori (Trento).

1010. Traverso Andrea, di Angelo, da Genova.

1011. Traverso Francesco, di Francesco, da Genova.

1012. Traverso Pietro, di Carlo, da Palmaro (Genova).

1013. Traverso Quirico, di Tommaso, da S. Quirico di Polcevera (Genova).

— 295 —

1014. Travi Salvatore, di Domenico, da Genova.

1015. Trezzini Carlo, di Pietro, da Bergamo.

1016. Trisolini Tito, di Giosuè, da Napoli.

1017. Tronconi Pietro, di Giovanni, da Genzone (Pavia).

1018. Tuckery Luigi.

1019. T'unissi Ranieri Egidio, di Alessandro, da Roccastrada (Grosseto).

1020. Turatti Giulio, di Francesco, da Pavia.

1021. Turolla Romeo, di Felice, da Badia (Rovigo).

1022. Turolla Pasquale, di Pietro, da Badia (Veneto).

1023. Ttirr Istvan, di Jakab, da Bay (Ungheria).

1024. Ungar Luigi, di Giuseppe, da Vicenza.

1025. Uziel Enrico, da Arona (Veneto).

1026. Uziel Davide Cesare, da Arona (Veneto).

1027. Vacaro Giuseppe, di Francesco, da Santa Maria Bacezza (Genova).

1028. Vago Carlo, di Antonio, da Milano.

1029. Vai Angelo Romeo, di Giuseppe, da Milano.

1030. Valasco Nicolò.

1031. Valcarenghi Carlo, di Tullio, da Piadena (Casalmaggiore).

1032. Valenti Carlo Giuseppe, di Antonio, da Bergamo.

1033. Valenti Carlo Angelo, da Casalmaggiore.

1034. Valenti Lorenzo, di Luigi, da Livorno.

1035. Valentini Pietro, di Giovanni, da Brescia.

1036. Valoncini Alessandro, di Angelo, da Bergamo.

1037. Valtolina Ferdinando, di Lodovico, da Caponago (Milano).

1038. Valugani Giuseppe, di Giuseppe, da Tirano (Sondrio). 1C39. Vannucci Angelo, di Giovanni, da Livorno.

1040. Vecchio Giuseppe, di Carlo, da Trebecco (Pavia).

1041. Vecchio Pietro Achille, di Luigi, da Pavia.

1042. Ventura Eugenio Giovanni Battista, di Angelo, da Rovigo (Veneto).

1043. Ventura Pietro, di Ambrogio, da Genova.

1044. Venturini Ernesto, di Tommaso, da Chioggia (Veneto).

1045. Venzo Venanzio, di Domenico, da Longa (Vicenza).

1046. Vian Antonio, di Cristoforo, da Palermo.

1047. Vicini Francesco.

1048. Viganoni Giuseppe, di Giovanni, da Bergamo.

1049. VigoPelizzari Francesco, di Giovanni Antonio, da Vimercate

(Milano).

1050. Vinciprova Leonino, di Pietro, da Orignano (Principato Citeriore).

1051. Viola Lorenzo, di Giovanni, da Brescia.

1052. Vitali Bartolo, di Giuseppe, da Palermo.

1053. Vittori Giacomo, di Andrea, da Montefìore (Rimini).

1054. Vojani Giovanni, di Ermenegildo, da San Bassano (Cremona).

1055. Volpi Giuseppe, di Eugenio, da Lo vere (Bergamo).

1056. Volpi Pietro, di Giovanni, da Zogno (Bergamo).

1057. Wagner Carlo, da Meilen (Zurigo).

— 297 —

1058. Walder Giuseppe Vincenzo, di Antonio, da Varese (Como).

1059. Zago Ferdinando.

1060. Zamariola Antonio, di Giovanni Battista, da Lendinara (Veneto).

1061. Zambeccari Angelo, di Antonio Carrari, da Padova.

1062. Zambelli Cesare Annibale, di Luigi, da Bergamo.

1063. Zambianchi.

1064. Zamparo Francesco, da Tolmezzo.

1065. Zanardi Giacinto, di Giuseppe, da Pavia.

1066. Zancani Camillo, di Giuseppe, da Egna (Trentino).

1067. Zanchi Carlo, di Giuseppe, da Alzano Maggiore (Bergamo).

1068. Zanetti Carlo, di Antonio, da Sedrina (Bergamo).

1069. Zanetti Luigi.

1070. Zanetti Napoleone, di Napoleone, da Padova.

1071. Zanini Luigi, di Giovanni, da Villafranca (Verona).

1072. Zanni Riccardo, di Antonio, da Ancona.

1073. Zanotti Attilio, di Giovanni, da Vezzano (Tirolo).

1074. Zasio Emilio, di Giovanni, da Pralboino (Brescia).

1075. Zen Gaetano, di Antonio, da Adria.

1076. Zennaro Vincenzo.

1077. Zenner Pietro, di Giuliano, da Vicenza.

1078. Ziggiotto Giuseppe Giovanni, di Decio, da Vicenza.

1079. Zignego Giovanni, di Antonio, da Portovenere.

1080. Ziliani Francesco.

1081. Zocchi Achille, di Angelo, da Pavia.

1082. Zolli Giuseppe, di Francesco, da Venezia.

1083. Zoppi Cesare, di Francesco, da Verona.

1084. Zuliani Gaetano, di Giacomo, da Venezia.

1085. Zuzzi Enrico Matteo, di Enrico, da Codroipo (Friuli).

— 293 —

Elenco dei componenti la Spedizione de'  Mille, per Provincia.

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
11Agazzi IsaiaBergamo (Bergamo)
22Alfieri Benignoid. id.
33Amati Fermoid. id.
44Antognoli Federicoid. id.
55Arcangeli FeboSarvino, id.
66Arcangeli Isaccoid. id.
77Artifoni PietroBergamo, id.
88Asperti Pietro Giov. Battistaid. id.
99Asperti Vito Luigiid. id.
1010Astori FeliceSanto Pellegrino, id.
1111Balicco EnricoBergamo, id.
1212Baroni Giuseppeid. id.
1313Bassani Enrico NapoleonePonte San Pietro, id.
1414Bertacchi Lucio MarioBergamo, id.
1515Bettinelli Giacomoid. id.
1616Bottoni FaustinoMologno, id.
1717Bianchi Achille MarioBergamo, id.
1818Bianchi Ferdinandoid. id.
1919Bolis Luigiid. id.
2020Bonacina Luigiid. id.
2121Bonetti FrancescoZogno, id.
2222Bontempelli CarloBergamo, id.
2323Boschetti Giovanni Battista.Covo, id.
2424Bottagisi CesareBergamo, id.
2525Bottagisi Luigi Enricoid. id.
2626Bottagisi Martinianiid. id.
2727Brambilla ProsperoBagnatica, id.
2828Bresciani PietroAndrara, id.

— 294 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
2929Brissolaro Giovanni EdoardoBergamo (Bergamo).
3030Bruntini Pietroid. ìd.
3131Butti Alessandroid. id.
3232Battinoni Francesco Treviglio, id.
3333Caccia CarloMonticelli d'Oglio, id.
3434Caccia ErcoleBergamo, id.
3535Cadei FerdinandoCaleppio, id.
3636Calderini ErcoleBergamo, id.
3737Canfer Pietroid. id.
3838Capitanio Giuseppeid. id.
3939Carminati Agostino Giovid. id.
4040Carrara Antonio Pietro id. id.
4141Carrara Giuseppe Antonioid. id.
4242Carrara Giuseppe Santo  Cattaneo Angelo Alessandroid. id.
4343id. id.
4444Cattaneo Angelo GiuseppeAntegnate, id.
4545Cerea CelestinoBergamo, id.
4646Ceribelli Carloid. id.
4747Colombi Luigi AlbertoMisano, id. Bergamo, id.
4848Colombo Gerolamo
4949Comi CesareTrescorre, id.
5050Conti CarloCanrio, id.
5151Copler GiuseppeBergamo, id.
5252Corti Francescoid. id.
5353Covoli Giuseppe Romeo id. id.
5454Crescini Riccardo Paolo id. id.
5555Cristofoli GiacomoClusone, id.
5656Cucchi Francesco Luigi Bergamo, id.
5757DairOvo Luigi Enrico id. id.
5858Defendi GiovanniLurano, id.
5959Dilani Giuseppe.Bergamo id.
6060Dolcini Angeloid. id.
6161Donadoni Augustoid. id.
6262Donati CarloTreviglio, id.
6363Donizetti AngeloOssanesga, id.
6464Esposito Merli Peluviani G. A.Treviglio, id.
6565Facchinetti Alessandro Ant.Bergamo, id.
6666Forri Pietro id. id.
6767Fumagalli Angelo Luigi id. id.
6868Fumagalli Antonioid. id.
6969Gagni Federicoid. id.
7070Gamba BarnabaIsogno, id.
7171Gattinoni Giov. CostanzoBergamo, id.
7272Ghidini Luigiid. id.
7373Comun Nuovo, id.
7474Giupponi Giuseppe Bergamo, id.
7575Gotti Pietroid. id.
7676Gritti EmilioCologno al Serio, id.

— 295 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
7777Gualandris Gius. Enrico Almenuo S. Bart. (Bergamo).
7878Invernizzi Carlo Luigi Bergamo, id.
7979Invernizzi Pietro Gerolamoid. id.
8080Lazzaroni Giov. Battista id. id.
8181Lorenzi Venceslaoid. id.
8282Lucchini Battistaid. id.
8383Lucchini Giuseppeid. id.
8484Lurà Agostinoid id.
8585Maggi Giovanniid. id.
8686Maironi Alessioid. id.
.8787Maironi Eugenioid. id.
8888Mapelli Clementeid. id.
8989Marenesi Giuseppeid. id.
9090Marchesi Giov. Battista Torre dei Roveri, id.
9191Marchesi Pietro SamueleCovo, id.
9292Marchetti Stefano EliaBergamo, id.
9393Masnada GiuseppePonte S. Pietro, id.
9494Mazzola Giuseppe Bergamo, id.
9595Medici Alessandro Natale id. id.
9696Mezzera Giulio Pietro id. id.
9797Milesi Girolamoid. id.
989SMongardini Paolo Giovanniid. id.
9999Mori Giuseppe Giovanni id. id.
100100Moreni VittorioZogno, id.
101101Moscheni Pompeo Giuseppe.Bergamo, id.
102102Natali Mauroid. id.
103103Negri Giulioid. id.
104104Nicoli Fermoid. id.
105lOòNicoli Pietroid. id.
106106Nullo Francescoid. id.
107107Oberti Andreaid. id.
108108Oberti Giovanniid. id.
109109Pagani GiovanniTagliuno, id.
110110Panseri Alessandroid. id.
111111Panseri Giuseppeid. id.
112112Panseri AristideBergamo, id.
113113Parpani Giuseppe Giacobbe.id. id.
114114Pasquinelli Agostino Zogno, id.
115115Pavoni LorenzoBergamo, id.
116116Pedrali Costantinoid. id.
117117Perioc SamueleScanno al Brembo, id.
118118Perla LuigiBergamo, id.
119119Pesenti FrancescoPiazzo Basso, id.
120120Pesenti GiovanniBergamo, id.
121121Piantanida Bruceid. id.
122122Piccinini DanielePmdalunga, id.
123123Piccinini EnricoAlbino, id.
124124Poleni CurioBergamo, id.

— 296 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
125125Pizzagalli LodovicoBergamo (Bergamo).
126126Poletti Giovanni BattistaAlbino, id.
127127Poma GiacomoTrescorre, id.
128128Ponviani Francesco Attilio.Bergamo, id.
129129Quarenghi AntonioVilla d'Almè, id.
130130Ramponi MansuetoCanonica, id.
131131Riccardi Giov. BattistaBergamo, id.
132132Riva CelestinoPontida, id.
133133Roggeri Francesco Sperandio.Bergamo, id.
134134Rossignoli Francescoid. id.
135135Rota-Rossi CarloAlzano Maggiore, id.
136136Sanda Giovanni Battista id. id.
137137Sartori GiovanniCorteno, id.
138138Scotti CarloVerdello, id.
139139Scotti CesareMedolago, id.
140140Scuri EnricoBergamo, id.
141141Silva Carlo Guidoid. id.
142142Sirtoli Carloid. id.
143143Sirtoli Melchiorreid. id.
144144Sora Ignazioid. id.
145145Tamagni Giuseppeid. id.
146146Tasca Vittoreid. id.
147147Terzi Luigiid. id.
148148Testa Giampietroid. id.
149149Testa LuigiSeriate, id.
150150Testa Paolo LuigiBergamo, id.
151151Tibelli Gaspareid. id.
152152Tironi Giovanni Battista id. id.
153153Tironi GiuseppeChiuduno, id.
154154Torri GiovanniBrembate di sotto, id.
155155Trezzini CarloBergamo, id.
156156Valenti Carloid. id.
157157Valoncini Alessandro id. id.
158158Viganoni Giuseppeid. id.
159159Volpi GiuseppeLovere, id.
160160Volpi PietroZogno, id.
161161Zainbelli Cesare AnnibaleBergamo, id.
162162Zanchi CarloAlzano Maggiore, id.
163163Zinetti o Zanetti CarloSedrina, id.
1641Abba GiuseppeCairo Montenotte (Genova
1652Abbondanza Domenico Genova, id.
1663Airenta GirolamoRossiglione, id.
1674Andreotti LuigiS. Terenzo. id.
1685Armanino Giovanni Genova, id.
1696Astengo AngeloAlbissola, id.
1707Banchero CarloGenova, id.
1718Banchero Emanuele Savona, id.

— 297 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
1729Barabino Tommaso Genova(Genova).
17310Beccano Domenicoid.d.
17411Bellagamba Angelo id.d.
17512Belieno Giuseppe Nicolò id.d.
17613Bellisio Luigiid.d.
17714Benvenuto Bartolomeoid.d.
17815Bertolotto Giov. Battistaid.d.
17916Bizio Ninoid.d.
18017Boasi Stefanoid.d.
18118B oggi ano Ambrogio id.d.
18219Bonino Giacomoid.d.
18320Bottaro Vincenzoid.d.
18421Bottero Giuseppeid.d.
18522Bozzo Giov. Battistaid.d.
18623Briasco Vincenzoid.d.
18724Burlando Antonioid.d.
18825Cafferata Francesco id.d.
18926Cambiagio Biagioid.d.
19027Cambiaso GaetanoCampomorone, id.
19128Campiano BartolomeoGenovaid.
19229Canepa Giuseppeid.id.
19330Cannessa BartolomeoRapallo,, id.
19431Canini CesareSarzana. id.
19532Canzio StefanoGenova,id.
19633Capurro Giov. Battista Genova,, id.
19734Capurro Giovanni Agostinoid. ;id.
19835Carbone Francescoid. iid.
19936Carbone LuigiSestri ponente, id.
20037Cardinale NataleGenova,, id.
20138Carpaneto Francescoid.id.
20239Cartagenova Filippo id.id.
20340Casabona Antonino id.id.
20441Casaccia Enrico Raffaele id. :id.
20542Casaccia Bartolomeoid.id.
20643Casassa NicolòIsola del Cantone, id.
20744Casanello Tommaso Genova,id.
20845Castagnola Domenicoid.id.
20946Castellini Francesco MariaSpezia,id.
21047Cereseto AngeloGenova,id.
21148Cervasco Bartolomeoid.id.
21249Corvetto Maria Stefano id. :id.
21350Cicala Ernestoid.id.
21451Cocchella Stefanoid.id.
21552Copello Enricoid.id.
21653Costa Giuseppe di Giovanni.id.id.
21754Costa Giuseppe di Pietroid.id.
21855Dapino Stefanoid.id.
21956De-Amezaga Luigiid.id.

— 298 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
22057De-Beasi GiuseppeBugliolo (Genova)
22158De-Ferrari CarloSestri Levante, id.
22259Dei-Campo Lorenzo Genova, id.
22360Delfino Luca Giov. Battista.id. id.
22461Della Casa Andreaid. id.
22562Della Casagrande Giovanni.id. id.
22663Della Cella Ignazio id. id.
22764Delle Piane Giov. Battistaid. id.
22865Delucchi Giulio GiuseppeS. Pier d'Arena, id.
22966Delucchi LuigiMontaggio, id.
23067De Maestri Francesco Spotorno, id.
23168De Micheli TitoGenova, id.
23269Denegri Giov. Battistaid. id.
23370De Pasquali Luigi..id. id.
23471Erede Gaetano Angelico id. id.
23572Evangelisti Paolo Emilio id. id.
23673Faccini Onestoid. id.
23774Fasce Psolo Federico id. id.
23875Fasciolo Andreaid. id.
23976Ferrari FilippoVarese ligure, id.
24077Finocchietti DomenicoGenova, id.
24178Firpo Pierroid. id.
24279Fossa Giovanniid. id.
24380Galeano Francescoid. id.
24481Gaietto Antonio Alessandro.id. id.
24582Galleani Giov. Battista id. id.
24683Gambino GiuseppeVoltri, id.
24784Gandolfo Emanuele Genova, id.
24885Garibaldi Gaetanoid. id.
24986Garibaldo Giov. Stefano id. id.
25087Garibaldo Giovanni id. id.
25188Garibotto Giuseppe Marinoid. id.
25289GervaBio Giuseppeid. id.
25390Ghiglione Giov. Battista id. id.
25491Ghigliotti Francesco id. id.
25592Giambruno Nicolòid. id.
25693Gianfranchi Raffaele id. id.
25791Gnecco Giuseppeid. id.
25895Gorgoglione Giuseppeid. id.
25996Graffigna Giuseppeid. id.
26097Lertora Tommaso Santo id. id.
26198Macarro Guglielmo Sassello, id.
26299Malatesta LuigiGenova, id.
263100Malatesta Pietroid. id.
264101Maragliano Giacomo id. id.
26r102Marchese Giovanniid. id.
266103Marcoue Gerolamoid. id.
267104Medicina Antonioid. id.

— 299 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
268Merello DomenicoGenova (Genova).
269Montaldo Andreaid. id.
270Montarsolo Pietroid. id.
271Montegriffo Francesco id. id.
272Morasso Giov. Battistaid. id.
273Mosto Antonioid. id.
274Mosto Carioid. id.
275Navone Lorenzoid. id.
276Olivari Stefanoid. id.
277Ottone Nicolòid. id.
278Pagano Lazzaroid. id.
279Pagano Tommasoid. id.
280Parodi Giuseppeid. id.
281Parodi Tommasoid. id.
282Passano Giuseppeid. id.
283Pellerano LorenzoRapallo, id.
284Pendola GiovanniGenova, id.
285Picasso Giov. Battista id. id.
286Pieno vi Raffaele id. id.
287Poggi Giuseppeid. id.
288Profumo AngeloS. Francesco d'Albaro,
289Profumo GiuseppeGenova, id.
290Queizel Carlo Emanueleid. id.
291Raso Paolo LuigiSarzana, id.
292Razeto EnricoS. Francesco d'Albaro,
293Rebuzzoni AndreaGenova, id.
294Rissotto Giuseppeid. id.
295Rivalta Francescoid. id.
296Roccatagliata Gaetano id. id.
297Roggierone Giov. Battistaid. id.
298Roncallo Tommasoid. id.
299Sartorio Giuseppeid. id.
300Savi Francescoid. id.
301Schiaffino SimoneCamogli, id.
302Scotto Pietro •Genova, id.
303Sivelli Giov. Battistaid. id.
304Solari Camilloid. id.
305Solari Francescoid. id.
306Solari Luigiid. id.
307Stefanini GiuseppeArcola, id.
308Tassara Giov. Battista GenovH, id.
309Testa Giov. Battista id. id.
310Traverso Andreaid. id.
311Traverso Francescoid. id.
312Traverso PietroPalmaro, id.
313Traverso QuiricoS. Quirico, id.
314Travi SalvatoreGenova, id.
315Vacaro GiuseppeS. Maria Bacezza id.

— 300 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
316153Ventura PietroGenova (Genova).
317154Zignego Giov. BattistaPortovenere, id.
3181Adamoli CarloMilano (Milano)
3192Alberti ClementeCarugate, id.
3203Antognini Alessandro Milano, id.
3214Antognini Carloid. id.
3225Arconati Rinaldoid. id.
3236Bai LuigiVignate, id.
3247Baruffi StefanoLodi, id.
3258Bellisoni M'c AurelioMilano, id.
3269Bianchi Angeloid. id
32710Borgomaineri Carlo id. id.
32811Cambiaghi Giov. Battista •Monza, id.
32912Candiani CarloMilano, id.
33013Carabelli DanieleGallarate, id.
33114Milano, id.
33215Casiraghi Alessandro ¦id. id.
33316Castellani Egistoid. id.
33417Cavalieri Gervasoid. id.
33518Chiesa Liberioid. id.
33619Cova Giov. Paoloid. id.
33720Della Torre Carlo Pompeoid. id.
33821Dezza GiuseppeMelegnano, id.
33922Erba FilippoMilano, id.
34023Fumagalli Angelo EnricoSenago, id.
34124Gaffini AntonioMilano, id.
312Galimberti Giacinto id. id.
34326Galimberti Giuseppe id. id.
34427Imbaldi Francescoid. id.
34528Lampugnani Giulio Nerviano, id.
34629Lampugnani GiuseppeMilano, id.
34730Magistreti Giuseppe id. id.
34831Maiocchi Achilleid. id.
34932Mamoli Giov. EnricoLodi Vecchio, id.
35033Mapelli AchilleMonza, id.
35134Margarita Gius. FrancescoCuggiono, id.
35235Martignoni LuigiLodi id.
35336Martinelli Clemente Milano, id.
35437Messaggi Stefanoid. id.
35538Minetti Martinoid. id.
35639Mona Francescoid. id.
35740Moneta Enricoid. id.
35841Montanara Achilleid. id.
35942Muro Giuseppeid. id.
36043Patresi Gilbertoid. id.
36144Pavesi Giuseppeid. id.
36245Peregrini Paoloid. id.

— 301 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
36346Perelli ValerianoMilano (Milano).
36447Piantoni Giovanniid. id.
36548Preda Paoloid. id.
36649Raimondi LuigiCastellanza, id.
36750Ratti AntonioVignate, id.
36851Ravetta CarloMilano, id.
36952Ravini LuigiCaviaga, id.
37053Retaggi InnocenzoMilano, id.
37154Riva Giuseppeid. id.
37255Rizzi Marco Pompeoid. id.
37356Rota Carloid. id.
37457Roveda Giuseppeid. id.
37558Ruspini Egidioid. id.
37659Sala Antonioid. id.
37760Salterio Lodovicoid. id.
37861Sannaczaro Ambrogio id. id.
37962Scopini Ambrogioid. id.
38063Secondi Ferdinando Dresano, id.
38164Semenza Giov. Antonio Monza, id.
38265Simonetta AntonioMilano, id.
38366Sisti CarloPasturago, id.
38467Strazza AchilleMilano, id.
38568Tatti Edoardoid. id.
38669Termanini ArturoBereguardo, id.
38770Tessera Federico.Mentone, id.
38871Tirelli Giov. BattistaMaleo, id.
38972Vago CarioMilano, id.
39073Vai Angelo Romeoid. id.
39174Valtolina FerdinandoCaponago, id.
39275Vigo Pelizzari FrancescoVimercate, id.
3931Amistani GiovanniBrescia (Brescia)
3942Antonella StefanoSajano, id.
3953Archetti Giov. MariaIseo, id.
3964Baignera Crescenzo G&rdone, id.
3975Bai classa ri AngeloSale Marasino, id.
3986Baracchi GerolamoBrescia, id.
3997Barbetti Fortunatoid. id.
4008Barbieri Innocenteid. id.
4019Barboglio Giuseppe id. id.
40210Bassalii Giuseppe Antonioid. id.
40311Bellandi GiuseppeChiari, id.
40412Berardi Giov. Mario Brescia, id.
40513Carzago, id.
40614Bonardi CarloIseo, id.
40715Boni Francesco Alessandro.Brescia, id.
40816Bonsignori Eugenio PietroMontirone, id.
40917Botticelli GiovanniSalò, id.

— 302 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
41018Buontempo Giuseppe RinaldoOrzinovi (Brescia).
41119Calabresi PietroCarteno Brono, id.
41220Calcinardi Giovanni Brescia, id.
41321Calzoni SecondoBione, id.
41422Capuzzi GiuseppeLonato. id.
41523Caravaggi MicheleChiari, id.
41624Conti Lino (Lina)Brescia, id.
41725Crescini Giov. Battista Ludriano, id.
41826Della Torre Ernesto Adro, id.
41927Donegani PietroBrescia, id.
42028Facchinetti Giov. Battistaid. id.
42129Ferriti Giovanni Marsigliaid. id.
42230Ferrari Paoloid. id.
42331Foresti GiovanniPralboino, id.
42432Guazzoni CarloBrescia, id.
42533Gussago Giuseppeid. id.
42634Manenti Giovanni BattistaChiari, id. Bagnolo Mella, id.
42735Marelli Giacomo Giovanni
42836Molinari GiosuèCalvisano, id.
42937Monteverde Giov. BattistaS. Terenzo, id.
43038Moretti VirginioBrescia, id.
43139Moro Marco Antonioid. id.
43240Mottinelli Bartoloid. id.
43341Pianori PietroLograto, id.
43442Plona Giovanni Battista Brescia, id.
43543Prignacchi LuigiFiesse, id.
43644Richiedei EnricoSalò, id.
43745Rizzardi LuigiBrescia, id.
43846Ronzoni Filippoid. id.
43947Scalugia GiulioVilla Gardone, id.
44048Scarpari Gaetano VincenzoBrescia, id.
44149Scarpari Michelangelo Botuino, id.
44250Taschini GiuseppeBrescia, id.
44351Tavella Luigiid. id.
44452Terzi Giacomo Capriolo, id.
44553Tommasi AngeloSiviano, id.
44654Tommasi Bartoloid. id.
44755Toni Bazza AchilleVolciano id.
44856Valentini PietroBrescia,, id.
44957id. id.
45058Pralboino, id.
45159Ziliani FrancescoTravagliato, id.
4521Pavia (Pavia)
4532id. id.
4543Beretta Edoardoid. id.
4554Bianchi Luigiid. id.
4565id. id.

— 303 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
4576Cagnetta Domenico Pavia (Pavia).
4587Cairoli Benedetto Angeloid. id.
4598Cairoli Carlo Benedetto Enr.id. id.
4609Campagnoli Giuseppeid. id.
46110Carini GaetanoCorteolona, id.
46211Carini GiuseppePavia, id.
46312Casali Alessandroid. id.
46413Casali Enricoid. id.
46514Corbellini AntonioBorgarello, id.
46615Corini PaoloPavia, id.
46716Daccò LuigiMarcignago, id.
46817Dagna PietroPavia, id.
46918De vecchi Carlo'Copiano, id.
47019Fabio LuigiPavia, id.
47120Forni Luigiid. id.
47221Frasca da Belfiore Paolo Ottobiano, id.
47322Fusi GiuseppePavia, id.
47423Galli Carloid. id.
47524Gilardelli Angeloid. id.
47625Giudice Giov. Gerolamo Codevilla, id.
47726Griggi Giov. BattistaPavia, id.
47827Grizziotti GiacomoCorteolona, id.
47928Gruppi GiuseppePavia, id. Belgioioso, id.
48029Lavesi Angelo Domenico
48130Lorati CarloPavia, id.
48231Manenti Pietro LeopoldoVidigulfo, id.
48332Morotti GoffredoRoncaro, id.
48433No varia EnricoPavia, id.
48534Novaria Luigiid. id.
48635Pavesi LeonardoLinarolo, id.
48736Pavesi UrbanoAlbuzzano, id.
48837Perduco Biagio Pavia, id.
48938Pozzi Gaetano Giovanni id. id.
49039Ricci Carloid. id.
49140Ricci Pietroid. id.
49241Ricotti DanieleLandriano, id.
49342Rigamonti Giov. BattistaPavia, id.
49443Rossi Luigiid. id.
49544Rovati Carloid. id.
49645Rutta CamilloBroni, id.
49746Sacchi AchillePavia, id.
49847Sghira Giov. Raffaele Pieve Porto Morone, id.
49948Tamburini AntonioBelgioioso, id.
50049Tibaldi Rodobaldoid. id.
50150Tozzi GiuseppeBroni, id. Genzone, id.
50251Tronconi Pietro
50352Turatti Giulio Emilio Pavia, id.
50453Vecchio Giuseppe SecondoTrebecco, id.

— 304 —

ì

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
50554Vecchio Pietro AchiliePavia (Pavia).
50655Zanardi Giacintoid. id.
50756Zocchi Achilleid. id.
5081Baracchino Luigi AndreaLivorno (Livorno)
5092Bengancini Giacomo id.d.
5103Bertini Giuseppeid.d.
5114Bianchini Massimoid.d.
5125Bonan Ranieri Tertullianoid.d.
5136Braccini Gustavoid.d.
5147Bulgheresi Jacopoid.d.
5158Castagnoli Pasquale id.d.
5169Cecchi Silvestroid.d.
51710Cei Giovanniid.d.
51811Cristiani Cesareid.Ld.
51912Del Fà Alessandroid.d.
52013Della Vida Nataleid.d.
52114Dodoli Corradoid.d.
52215Fanucchi AlfredoSai viano, id.
52316Gattai CesareLivorno, id.
52417Girard Omeroid.d.
52518Giunti Egistoid.d.
52619Lazzerini Giorgioid.d.
52720Maffioli Luigiid.d.
52821Mannelli Pasqualeid.d.
52922Misuri Mansuetoid.d.
53023Mortedo Giov. Alessandroi 'd.
53124Pasquinelli Giacinto u.d.
53225Petrucci Giuseppeid.d.
53326Pierotti Augustoid.d.
53427Pierotti Giovanni Palmiroid.d.
53528Ricci Gustavo Giuseppe id.d.
53629Ricci Enricoid.d.
53730Rondina Vincenzoid.d.
53831Savi Giovanniid.d.
53932Sgarallino Giov. Jacopo id.d.
54033Spelti Pietro Santo id.d
54134Tofani Oresteid.d.
54235Valenti Lorenzoid.d.
54336Vannucci Angeloid.d.
54437Vicini Francesco Luigiid.d.
5451Bedeschini Francesco Burano (Venezia).
5462Bonduan PasqualeMestre,id.
5473Bullo LuigiChioggia, id.
5484Capelletto Giuseppe Mario..Venezia,, id.
5495Cosso vich Marioid. id.

— 305 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
6506Costion GaetanoPortogruaro (Venezia).
5517D'Ancona Giuseppe Venezia, id.
5528Decol Luigiid. id.
5589Filippini Ettoreid. id.
55410Folm Marioid. id.
55511Grignolo Basso EduardoChioggia, id.
55612Guarnaccia Francesco Venezia, id.
55713Manin Giorgioid. id.
55814Marchetti Giuseppe Chioggia, id.
55915Mazzoli Ferdinando Venezia, id.
56016Menin DomenicoCamponogara, id.
56117Micheli CesareCampolongo, id.
56218Molena GiuseppeVenezia, id.
56319Molinari Giuseppeid. id.
56420Plona Carloid. id.
56521Ragusin Francescoid. id.
56622Bebuschini Angelo Giovanni.id. id.
56723Salvadori GiuseppeVenezia, id.
56824Schiavone SantoS. Maria di Sala id.
56925Scordilli AntonioVenezia, id.
57026Spangaro Pietro.id. id.
57127Strillo Giuseppe.id. id.
57228Tigre Giovanniid. id.
57329Uziel Davide Cesare id. id.
57430Uziel Enricoid. id.
57531Chioggia, id.
57632Zanetti Luigi Pietro Venezia, id.
57733Zennaro Vincenzo Chioggia, id.
57834Venezia, id.
57935Zuliani Gaetanoid. id.
5801Baice GiuseppeVicenza (Vicenza)
5812Berti Enricoid. id.
5823Brunialti Giov. BattistaPoiana, id.
5834Cariolati DomenicoVicenza, id.
5845Cavalli LuigiS. Nazario, id.
5856Cherubini LuigiS. Stefano di Piovene, id.
5867Della Palù Antonio Vicenza, id.
5878De Marchi BonaventuraMalo, id.
5889De Paoli CesarePozzoleone, id.
58910Dionese EugenioVicenza, id.
59011Ferrighi FeliceS. Clemente di Valdagno, id.
59112Fogliati LuigiMolvena, id.
59213Frigo BartolomeoMontebello, id.
59314Vicenza, id.
59415Gasparìni Giovanni Carré, id.
59516Gasparini Giov. BattistaSandrigo, id.
59617Giacomelli PietroNoventa Vicentina, id.

— 306 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
59718Giuriolo GiovanniArzignano (Vicenza).
59819Ligezzolo Giovanni Posina, id.
59920Marabello LuigiVicenza, id.
60021Marchesini Luciano id. id.
60122Melchiorazzo Marco Bassano, id.
60223Panciera AntonioCastel Gomberto, id.
60324Pedi-azza GiacomoZanè, id.
60425Rasia MatteoComedo, id.
60526Righetto RaffaeleChiampo, id.
60627Rigoni LuigiVicenza, id.
60728Rigotti RaffaeleMalo, id.
60829Stella InnocenzoArfiero, id.
60930Tamisari Giov. BattistaLonigo, id.
61031Ungar Curbi Luigiid. id.
61132Venzo VenanzioLugo Vicentino, id.
61233Zancani CamilloEgna Bolzano, id.
61334Zenner PietroVicenza, id.
61435Ziggiotto Giuseppe GiovanniSozzano, id.
615Ajelio GiuseppePalermo (Palermo)
6162Bonafede GiuseppeGratteri, id.
6173Bottone VincenzoPalermo, id.
6184Bozzano Domenicoid. id.
6195Bracco Giuseppeid. id.
6206Buscemi Vincenzoid. id.
6217Calona Ignazioid. id.
6228Campanello Antonio id. id.
6239Campo Achilleid. id.
62410Campo Giuseppeid. id.
62511Carini Giacintoid. id.
62612Castiglia Salvatoreid. id.
62713Ciaccio Alessandroid. id.
62814Cruti Francesco id. id.
62915De Cristina Giuseppeid id.
63016Di Franco Vincenzo id. id.
63117Forno Antonioid. id.
63218Fuxa Vincenzoid. id.
63319La Masa GiuseppeTrabia. id.
63420Mustica GiuseppePalermo, id.
63521Naccari Giuseppeid. id.
63622Occhipinti Ignazioid. id.
63723Oddo Giuseppeid. id.
63824Oddo Tedeschi StefanoAlimena, id.
63925Orlando GiuseppePalermo, id.
64026Orsini Vincenzoid. id.
64127Parini Antoninoid. id.
64228Pellegrino Antonioid. id.
64329Pistoja Marcoid. id.

— 307 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
64430Raccaglia AntonioPalermo (Palermo).
64531Scognamiilo Andrea id. id.
64632Vian Antonioid. id.
64733Vitali Bartolomeoid. id.
6481Acerbi GiovanniCastel Goffredo (Mantova).
6492Benedilli GaetanoMantova, id.
6503Boldrini CesareCastellaro, id.
6514Bonafini FrancescoMantova, id.
6525Borchetta Giuseppe id. id.
6536Buzzacclii GiovanniMedole, id.
6547Buttironi EmilioSuzzara, id.
6558Cattoni TelesforoTabellano, id.
6569Collini AngeloMantova, id.
65710Desiderati Basilioid. id.
65811Formiga Luigiid. id.
65912Gadioli FrancescoLibiola, id.
66013Gatti Stefanoid. id.
66114Gherardini Goffredo Asola, id.
66215Gnocchi ErmogeneMantova, id.
66316Gusmaroli Luigi..Ostiglia, id.
66417Mantovani AntonioS. Martino, id.
66518Martinelli UlisseViadana, id.
66619Moratti LuigiCastiglione, id.
66720Nodari Giuseppeid. id.
66821Nuvolari GiuseppeRonco Ferraro, id.
66922Portioli AntonioScorzarolo, id.
67023Premi LuigiCasalmoro, id.
67124Rizzotti TommasoGovernolo, id.
67225Rossi AntonioRonco Ferraro, id.
67326Scaratti PietroMedole, id.
67427Scipiotti IldebrandoMantova, id.
67528Speranzini Francescoid. id.
67629Tambelli NataleRevere, id.
6771Baruffaldi TranquillinoBarzio (Como)
6782Berthé Ernesto di Giuseppe.Lecco S.Gio. alla Castagna,id.
6793Bianchi GirolamoCaronno, id.
6804Bianchi LuigiCermenate, id.
6815Bonanoni GiacomoComo, id.
6826Bossi Carloid. id.
6837Buttinelli Giuseppe Viggiù, id.
6848Castiglione CesareTradate, id.
6859Cattaneo BartolomeoGravedona, id.
68610Gaffuri EugenioBrivio, id.
68711Maspero Giov. BattistaComo, id.
68812Mazzucchelli LuigiCantù, id.
68913Pagani Antonio Como, id.

— 308 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
69014Pedotti UlisseLaveno (Como).
69115Rebuschini Giuseppe Dongo, id.
69216Rienti EdoardoComo, id.
69317Rota LuigiBosisio, id.
69418Sacchi AchilleGravedona, id.
69519Sacchi EugenioComo, id.
69620Salterio LazzaroAnnone, id.
69721Sirtori GiuseppeCarate-Lario, id.
69822Tagliabue BaldassareComo, id.
69923Taroni FeliceUrio, id.
70024Ter uggia Giov. LorenzoLaveno, id.
70125Torri Tarelli CarloOnno, id.
70226Torri-T»relli Giuseppe id. id.
70327Wald Giuseppe Vincenzo.Varese, id.
7041Areari SantoCremona (Cremona)
7052Balboni Antonioid. id.
7063Bignam. ClaudioPizzighettone, id.
7074Bozzetti RomeoS. Martino in Beliseto, icL
7085Chizzolini CamilloMarcarla, id.
7096Coelli CarloCastel Leone, id.
7107Crema AngeloCremona, id.
7118Donelli AndreaCastel Ponzone, id.
7129Fattori GiuseppeOstiano, id.
71310Fiorini EdoardoCremona, id.
71411Giulini Luigiid. id.
71512Gramignola Innocente Robecco d'Oglio, id.
71613Guida CarloSoresina, id.
71714Lusiardi Giov. BattistaAcquanegra, id.
71815Maestroni Ferdinando Soresina, id.
71916Gussola, id.
72017Molinverno CarloSalvatore, id.
72118Pasini GiovanniScandolara Ravara, id.
72219Peroni GiuseppeSoresina, id.
72320Rai Feliceid. id.
72421Ripari PietroSolarolo, id.
72522Seranga GiovanniCalcio, id.
72623Tassani GiacomoOstiano, id.
72724Torchiarla PompeoCremona, id.
72825Valcarenghi CarloPiadena, id.
72926Valenti CarloCasalmaggiore, id.
73027Soresina, id.
7311Andreetta Domenico Porto Buffoli (Treviso)
7322Armellini Bartolomeo Vittorio, id.
7333Belloni ErnestoTreviso, id.
7344Berna Giov. Cristiano id. id.
7355Carrara Cesareid. id.

— 309 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordineProv.
7366Cipriani BonaventuraGodega (Treviso).
7377Coeolo GiuseppeConegliano, id.
7388De Zorzi IppolitoVittorio, id.
7399Fabris PlacidoPo vegliano, id.
74010Fincato GiovanniTreviso, id.
74111Giudolin AntonioCastelfranco, id.
74212Herter EdoardoTreviso, id.
74313Lippi GiuseppeMotta di Livenza, id.
74414Marchetti LuigiVittorio, id.
74515Marin Giov. BattistaConegliano, id.
74616Meneghetti Gustavo Treviso, id.
74717Piai Pietroid. id.
74818Pietro Boni Lorenzoid. id.
74919Pilla GiuseppeConegliano, id.
75020Po voi eri AugustoTreviso, id.
75121Radovich AntonioSprezano, id.
75222Scarpis PietroConegliano, id.
75323Soligo GiuseppePelagio, id.
75424Tagliapetra PiladeMotta di Livenza, id.
7551Barbe si AlessandroVerona (Verona)
7562Barbieri GirolamoBussolengo, id.
7573Bellini AntonioVerona, id.
7584Biffi Luigi AdolfoCaprino, id.
7595Bisi Giov. BattistaLegnago, id.
7606Bonvicini FedericoLegnago, id.
7617Bozsola CandidoTerranegra, id.
7628Butturini AntonioPe8cantina, id.
7639Castagna PietroSanta Lucia, id.
76410Cengiarotti SantoCaldiero S. Bonifacio, id.
76511Contro SilvioCologna, id.
76612Fantoni Giov. Battista Legnago, id.
76713Fiorentini PietroVerona, id.
76814Flessadi GiuseppeCerea, id.
76915Gì li eri GerolamoPorto Legnago, id.
77016Marconzini Giuseppe Ronco, id.
77117Pirotti PietroVerona, id.
772,18Prina LuigiVillafranca, id.
77319Rizzi FeliceIsola Porcarizza, id.
77420Rotta GiuseppeCaprino, id.
! 77521Siliotto AntonioPorto Legnago, id.
77622Zanini LuigiVillafranca, id.
77723Zoppi CesareVerona, id.
7781Alpron GiacomoPadova (Padova)
7792Beffanio Alessandro id. id.
7803Boaretto LoredanoBovolenta, id.
7814Bordin GiovanniPadova, id.

— 310 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
7825Borso AntonioPadova (Padova).
7836Colpi Giovanniid. id.
7847Della Santa Vincenzo id. id.
7858Donati Angeloid. id.
7869Faccioli BaldassareMontaguana, id.
78710Gazzo DanielePadova, id
78811Miani GiovanniAnguillara, id.
78912Padova, id.
79013Nievo Ippolito..id. id.
79114Paccanaro MarcoEste, id.
79215Pigazzi Giandomenico Padova, id.
79316Rossetti GiovanniTrebaseleghe, id.
79417Scolari LuigiEste, id.
79518Tonaito Giov. BattistaUrbania, id.
7%19Toresini RanierioPadova, id.
79720Zambeccari Angelo id. id.
79821Zanetti Napoleoneid. id.
7991Antonini MarcoFriuli (Udine)
8002BertoBsi Giov. BattistaPordenone, id.
8013Cella Giov. Battista Udine, id.
8024Cossio ValentinoTalmassons, id.
8035Cristofoli PietroS. Vito, id.
8046Ellero Enea Pordenone, id.
8057Fantuzzi Antonioid. id.
8068Gnesutta Coriolano Latisana, id.
8079Luzzato RicciardoUdine, id.
80810Moiola Quirinoid. id.
80911Morgante AlfonsoTarcento, id.
81012Paulon Stella GiuseppeBarcis, id.
81113Perselli EmilioS. Daniele, id.
81214Pezzutti PietroPolcenigo, id.
81315Riva Luigi Palazzuolo, id.
81416Sartori EugenioSacile, id.
81517Scarpa PaoloLasitana, id.
81618Zamparo FrancescoTolmezzo, id.
81719Zuzzi EnricoCodroipo, id.
8181Ban li GiuseppeGiuncarico (Grosseto)
8192Benvenuti RaimondoOrbetello, id.
8203Bolgia Giovanniid. id.
8214Borri AntonioRocca Strada, id.
8225Bottacci SalvatoreOrbetello, id.
8236Cannoni GerolamoGrosseto, id.
8247De Vitti RodolfoOrbetello, id.
8258Magliacani FrancescoCastel del Piano, id.
8269Mayer AntonioOrbetello, id.
82710Ognibeno Antonioid. id.

— 311 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
82811Paffetti TitoOrbetello (Grosseto).
82912Pini AntonioGrosseto, id.
83013Pini PacificoIsola del Giglio, id.
83114' Orbetello, id.
83215Raveggi Lucianoid. id.
83316Sorbetti GiuseppeCastel del Piano, id.
83417TunÌ8si RanieroGrosseto, id.
8351Bacchi LuigiParma (Parma)
8362Badini Arioid. id.
8373Bozzani EligioFontanellato, id.
8384Cantoni LorenzoParma, id.
8395Cantoni Angelo Mario Mezzani, id.
8406Cortesi FrancescoSala, id.
8417Franzoni Guglielmo Parma, id.
8428Gastaldi Cesare.Neviano degli Arduini, id.
8439Magni LuigiParma, id.
84410Mattioli Angeloid. id.
84511Nardi Ermenegildoid. id.
84612Pescina EugenioBorgo S. Donnino, id.
84713Scacaglia FerdinandoBerceto, id.
84814Tagliavini Pietro.Parma, id.
84915Tanara FaustinoLanghirano, id.
85016Parma, id.
85117Tommasini Gaetano Vigato, id.
8521Azzi AdolfoTrecenta (Rovigo)
8532Castardelli GuidoMassa Superiore, id.
8543Dall'Ara CarloRovigo, id.
8554Incao AlessandroCosta, id.
8565Pavanini IppolitoRovigo, id.
8576id. id.
8587Piva Remigioid. id.
8598Pullido GiovanniPolesella, id.
8609Sampieri Domenico Adria, id.
86110Turolla RomeoBadia, id.
86211Turolla Pasqualeid. id.
86312Ventura EugenioRovigo, id.
86413Zago-Cr ovato Ferdinandoid. id.
86514Lendinara, id.
86615Zen GaetanoAdria, id.
8671Buffa EmilioOvada (Alessandria)
8682Cattaneo Francesco Novi Ligure, id.
8693Cogito GuidoAcqui, id.
8704Alessandria, id.
8715Giusta GiuseppeAsti, id.
8726March eli i BartolomeoOvada, id.

— 312 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
8737Olivieri PietroAlessandria (Alessandria).
8748Pernigotti Giovanni S. Pietro, id.
8759Punta Paolo. Novi Ligure, id.
87610Repetto DomenicoTagliolo, id.
87711Rodi CarloBosco Marengo, id.
87812Roman elio Giuseppe Arquata, id.
8791Bruzzesi FilippoRoma (Roma)
8802Bruzzesi GiacintoCerveteri, id.
8813Bruzzesi PietroCivitavecchia, id.
8824Ceccarelli Vincenzo Roma, id.
8835Gabrieli Raffaeleid. id.
8846Mori RomoloCivitavecchia, id.
8857Piazza AlessandroRoma, id.
8868Subiaco, id.
8879Rossi PietroViterbo, id.
88810Scotto LorenzoRoma, id.
88911Tolomei AntonioCollepardo, id.
8901Del Mastro Michele Ortodonico (Salerno)
8912Del Mastro Raffaele id. id.
8923Magnoni MicheleRutino Vallo, id.
8934Padula VincenzoPadula, id.
8945Patella FilippoAgropoli, id.
8956Pessolani GiuseppeAtena, id.
8967Santelmo AntoninoPadula, id.
8978Carifi, id.
8989Vinciprova Leonino Orignano, id.
8991Bianchi Ferdinando Bianchi (Cosenza)
9002Damis DomenicoLungro, id.
9013Lamenza StanislaoSaracena, id. a
9024Mauro DomenicoS. Demetrio, id.
9035Mauro RaffaeleCosenza, id.
9046Miceli LuigiLongobardi, id.
9057Minnicelli LuigiRossano, id.
9068Spròvieri Francesco Acri, id.
9079Sprovieri Vincenzoid. id.
9081Barberi GiovanniCastelletto (Novara)
9092Barberi Enricoid. id.
9103Canetta FrancescoOggebbio, id.
9114Chiesa GiuseppeBorgo Ticino, id.
9125Fasola AlessandroNovara, id.
9136Galloppini PietroBorgo Sesia, id.
9147Pagani CostantinoBorgomanero, id.
9158Pasquale Pietro.Sagliano, id.
9169Presbitero EnricoOrta Novarese, id.

— 313 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
9171Castellazzi Antonio Gosaldo (Belluno) Zoldo, id.
9182Corone Marchi Marco
9193Curtolo GiovanniFiltre, id.
9204Decol Giuseppeid. id.
921&De Boni Giacomoid. id.
9226Miotti Giacomo.id. id.
9237Pezzò Giov. Battista Alleghe, id.
9248Riva Luigi Secondo Agordo, id.
9251Abbagnole Giuseppe Casola (Napoli)
9262Carbonelli Vincenzo Secondigliano, id.
9273Copollini AchilieNapoli, id.
9284Fanelli GiuseppeMontecalvario, id. Napoli, id.
9295Ferrari Giov. DomenicoMontecalvario, id. Napoli, id.
9306Goglia Domenico.Pozzuoli, id.
9317Masco lo GaetanoCasola, id.
9328Trisohni TitoNapoli, id.
9331Montepulciano (Siena)
9342Camici VenanzioColie Val d'Elsa, id.
9353Margheri Girolamo Siena, id.
9364Meschini LeopoldoSarteano, id.
9375Migliacci GiuseppeMontepulciano, id.
9386Palmieri PalmiroMontalcino, id.
9397Sartini GiovanniSiena, id.
9401Bevilaqua Alessandro Montagnola (Ancona)
9412Burattini CarloAncona, id.
9423Carbonari Lorenzoid. id.
9434Conti DemetrioLoreto, id.
9445Elia AugustoAncona, id.
9456Gramaccini LeonardoSinigallia, id.
9467Zanni RiccardoAncona, id.
9471Agri Vincenzo
9482Beccarelli PietroFirtnze (Firenz Satumana, id.
9493Borgognini FerdinandoFirenze, id.
9504Cipriani Cesareid. id.
9515Preis Ireneoid. id.
9526Scheggi Cesareid id.
9537Topi Giovanniid. id.
9541Torino (Torino)
9552De Stefanis GiovanniCastellamonte, id.
9563Escuffié FrancescoTorino, id.
9574Grasso CarloCuorgné, id.
9585Paris AndreaPinerolo, id.
9596Perotti LuigiTorino, id.
9607Rossotto CarloChieri, id.

— 314 —

Numero

Cognome e Nome

Luogo di nascita
d'ordine Prov.
9611Bovi PaoloBologna (Bologna)
9622Colli Gaetano..Id. id.
9633Magistris GiuseppeBudrio, id.
9644Missori GiuseppeBologna, id.
9655Novelli FelicianoCastel d'Emilio, id.
9666Simoni IgnazioMedicina, id.
9671Bellantonio Francesco Reggio Calabria (Reggio CaL)
9682Calafiore Michelangelo Fiumara, id.
9693Merlino AppoReggio Calabria, id.
9704Morgante RoccoFiumara, id.
9715Oddo Angelo
9726Plutino AntonioReggio Calabria, id. id. id.
9731Del Chicca GiuseppeBagni S. Giuliano (Pisa)
9742Granucci GiovanniCalci, id.
9753Marabotti AngeloPisa, id.
9764Pacini AndreaBientina, id.
9775Riccioni FilippoPisa, id.
9786Romani Tommasoid. id.
9791Boni FedeleModena (Modena)
9802Merighi AugustoMirandola, id.
9813Montanari Francescoid. id.
9824Rovighi GiulioCarpi, id.
9835Tabacchi GiovanniMirandola, id.
9841Camellini Giuseppe Reggio Emilia(Reggio Emilia)
9852Costelli Massimilianoid. id.
9863Ottavi Antonioid. id.
9874Ravà Eugenio..id. id.
9885Taddei Raineroid. id.
9891Carbonari RaffaeleCatanzaro (Catanzaro)
9902Nicolazzo GregorioPlatania, id.
9H13Piccoli RaffaeleCastagna, id.
9924Stocco FrancescoDecollatura, id.
9935Toia AlessandroGizzeria, id.
9941Calvino SalvatoreTrapani (Trapani)
9952Galigarsia Sebastiano Favignana, id.
9963Palizzolo MarioTrapani, id.
9974Rizzo Antonioid. id.
9985Valasco Nicolòid. id.
9991Cruciani Giov. BattistaFoligno (Perugia)
10002Froscianti Giovanni Colle Scipoli, id.
10013Polidori GiuseppeMontone, id.
10024Stagnetti PietroOrvieto, id.

— 315 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
10031Beretta GiacomoLecce (Lecce).
10042Braico Cesaro.Brindisi, id.
10053Mignona NicolaTaranto, id.
10064Panseri Eligio.Bulciago, id.
10071Bensaja Giov. BattistaMessina (Messina)
10082Bensaja Nicolò.id.         id.
10093Chiossone Vincenzoid.         id.
10101Baderna Carlo.Piacenza (Piacenza)
10112Campi GiovanniMonticelli, id.
10123Damiani Giov. MariaPiacenza, id.
10131Frediani FrancescoMassa Carrara (Massa Carrara)
10142Nelli Stefano.id. id.
10153Orlandi Bernardoid. id.
10161Conti LuigiSondrio (Sondrio)
10172Pievani AntonioTirano, id.
10183Valugani Giuseppeid. id.
10191Dameli Pietro.Diano (Porto Maurizio)
10202Gastaldi GiovanniS. Maurizio, id.
10213Rossi Andrea.Diano, id.
10221Berino MicheleBarge (Cuneo)
10232Colombo DonatoCeva, id.
10243Raimondo AlassandroAlba, id.
10251Crispi FrancescoRibera (Girgenti)
10262Di Giuseppe Giov. BattistaS. Margherita Belice, id.
10271Ruvosecchi RaffaeleAscoli Piceno (Ascoli Piceno)
10282Vittori Giacomo Montefiore, id.
10291Cenni GuglielmoComacchio (Ferrara)
10302Minardi MansuetoFerrara, id.
10311Curzio FrancescoTuri (Bari)
10322Minutello FilippoGruno, id.
10331Badaracchi AlessandroMarciano (Arezzo)
10342Biaca FerdinandoMontanaro, id.
10351Antonelli GiovanniPedona Camajore (Lucca)
10362Maldacea MosèFoggia, Foggia.

— 316 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
10371Bonvecchi LuigiTreja (Macerata)
10381Baiocchi PietroAtri (Teramo)
10391Argentino AchilleS. Angelo dei Lombardi (Avell)
10401Grande FrancescoTempio (Sassari)
10411Gramignano EfisioCagliari (Cagliari)
10421Pentasuglia Giov. BattistaMaiera (Potenza)
10431Bianco FrancescoCatania (Catania)
10441Armani AntonioRiva di Trento (Tirolo)
10452Baratieri OresteTrento, id.
10463Bezzi EgiBtoCusiana, id.
10474Costa GiacomoRoveredo, id.
10485Fattori Bioton Antonio . .Castel Tosimo, id.
10496Fontana GiuseppeTrento, id.
10507Isnengbi EnricoRovereto, id.
10518Leonardi GiuseppeRiva di Trento, id.
10529Manci FilippoPovo, id.
105310Sartori PietroLevico, id.
105411Sterchele AntonioTrento, id.
105512Tranquillini FilippoMori, id.
105613Zanotti AttilioVezzano, id.
10571Goldberg AntonioPest (Ungheria)
10582Tuckery o TukÒry LuigiKttr&s Hadains, id.
10593Tttrr StefanoBay, id.
10601Anfossi FrancescoNizza (Nizza)
10612Basso Giov. Battistaid. id.
10621Benesch ErnestoBtttrchgwtz (Boemia).
10632Ciotti Marziano (Marzio)Gradisca, id.
10641Pietri Desiderato Bastia (Corsica)
10652Tarantini AngeloMaddalena, id.
10661Wagner CarloMeilen (Zurìgo) (Svizzera)
10671De Nobili Barone AlbertoCorfù (Corfu)
10681Montmason Rosalia (moglie a Crispi)8. Zoriz (Annecy) (Savoia)

— 317 —

NumeroCognome e NomeLuogo di nascita
d'ordine Prov.
10691Mario LorenzoMarsiglia (Francia)
10701Merigone FrancescoGibilterra (Inghilterra)
10711Berio Emanuele detto il MoroAngola (Africa)
10721Garibaldi MenottiRio Grande (Brasile-America)
10731Alessio Giuseppe D'incerto luogo
10742Aretocca Ulisse
10753Azzolini Carlo
10764Bigansola Cesare
10775Colli Antonio
10786Dalmazio Antonio
10797De Martini Germano
10808Fumagalli
10819Gervani Giuseppe
108210Laioski Venceslao
108311Menotti Cesare
108412Pizzi Giuseppe
108513Zambianchi
RIASSUNTO

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1 BergamoN.163Riporto N.817
2 Genova15417Grosseto17
3 Milano 7518Parma17
4 Brescia5919Rovigo15
5 Pavia 5620Alessandria12
6 Livorno3721Roma11
7 Venezia3522Salerno9
8 Vicenza3523Cosenza9
9 Palermo3324Novara9
10 Mantova2925Belluno8
11 Como 2726Napoli8
12 Cremona2727Siena7
13 Treviso 2428Ancona7
14 Verona 2329Firenze7
15 Padova2130Torino7
16 Udine 1931Bologna6
A riportarti N.817A riportarti N.966

— 318 —

Riporto N.  966Riporto N.N. 1038
32 Reggio Calabria655Avellino1
33 Pisa656Sassari1
34 Modena557Cagliari1
35 Reggio Emilia.558Potenza 1
36 Catanzaro559Catania1
37 Trapani5
38 Perugia4D'incerto luogo13
39 Lecce4
40 Messina3
41 Piacenza 3ESTERI
42 Massa Carrara.3
43 Sondrio31Tirolo13
44 Porto Maurizio32Ungheria 3
45 Cuneo 33Nizza 2
46 Girgenti 24Svizzera2
47 Ascoli Piceno.25Corsica2
48 Ferrara26Austria 1
49 Bari27Corfù1
50 Arezzo28Savoia1
51 Lucca19Francia 1
52 Poggia 110Inghilterra 1
53 Macerata 111Africa 1
54 Teramo112America1
A riportarsi N. 1038TotaleN. 1085

CONTINGENTE PER OGNI REGIONE
LombardiaN.439RiportoN.1018
Veneto180Marche10
Liguria157Puglie7
Toscana80Umbrie4
Sicilia44Sardegna 2
Emilia38Abruzzi1
Piemonte31Basilicata1
Calabrie20Stati esteri29
Campania18D'incerto luogo13
Lazio11TotaleN.1085
A riportarsiN.1018

Le Province del Regno che diedero un maggiore contingente sono:
Bergamo, Genova, Milano, Pavia, Brescia, Livorno, Venezia, Vicenza.

Le Province che non diedero alcun contingente sono: Aquila, Benevento, Caltanissetta, Campobasso, Chieti, Caserta, Forlì, Pesaro, Ravenna, Siracusa.

CAPITOLO NONO.

La insurrezione in tutta l'isola — L'opera e i consigli richiesti dalla Corte al Filangieri — Le squadre garibaldine da Salemi a Vita e le forze borboniche — La battaglia di Calatafimi — Rapporto del generale Landi al Governo in Palermo — Ordine del giorno di Giuseppe Garibaldi — Manifestazioni insurrezionali — I decreti di Francesco II — Le note ufficiali dal 16 al 22 maggio L'arrivo di Ferdinando Lanza — Le manifestazioni popolari — Documenti ufficiali dal 23 al 24 maggio — Le escursioni delle forze volontarie dal dì 16 al 24 maggio — L'occupazione di San Martino e la morte di Rosalino Pilo e di altri — Il campo di Gibilrossa — Documenti ufficiali dal 23 al 26 maggio — L'alba del di 27 maggio — L'entrata e il combattimento in Palermo — Resa di Palermo — Notizie da Napoli al Governo di Sicilia — Il proclama di Garibaldi agli Italiani — Il documento della Spedizione da Quarto a Palermo.

La insurrezione, che pareva spenta dalle repressioni, si riaccende tosto nelle parti occidentali, per il divulgare di proclami e per l'opera de'  capiparte, che inanimivano i popolani, i quali, promettendo ogni bene, il sospirato regno della felicità, più assai destavano gli odj pei Borboni. Le plebi, facili sempre a mutarsi e corrompersi, credendo che le loro sorti, poco liete, si dovessero mutare nelle più ridenti, miravano al Garibaldi come alla stella guidatrice d'ogni futura letizia, e, impazienti, lo attendevano. I moti si riaccendevano ovunque, anche nelle altre parti dell'Isola, ove pieno ancora e forte durava il predominio regio. Ed era ciò una necessità; poiché, dopo le prime accoglienze fredde, l'indifferenza e la paura, concepite alla vista dell'esercito inaspettato, Garibaldi e le sue schiere, non potendo trovare scampo, avrebbero, senza il concorso del popolo, potuto incontrare, anche eroicamente, le stragi, o la certa morte.

Francesco II, all'annunzio dello sbarco, non aveva tralasciato di aggiungere a Palermo altre forze in numero di duemila uomini; volendo a capo dell'esercito il generale Filangieri, con pieni poteri, lusingato di potersi ridar vita al 1849. Ma il Filangieri bì rifiutò, allegando che l'alterata salute non gli avrebbe consentiti i disagi di nna nuova campagna; e, invitato ad esporre le sue idee, il dì 15 del maggio, diceva di inviare subito rinforzi in Messina, di presidiare fortemente i castelli di Palermo e di Termini, con munizioni sufficienti; e quindi,

— 320 —

riunito l'esercito a Caltanissetta, posto centrale, atto a poter ispirare obedienza alle altre province, trasferire la sede del Governo o a Messina, o a Catania. Inoltre consigliò amnistie, larghezze per il buon vivere, il sospendere l'esazione di qualche piccola imposta, che gravava sulla Sicilia: diplomaticamente d'invitare il ministro dell'Impero di Francia, residente in Napoli, per intendere se, stabilendo un governo, che avesse quasi le forme simili alle francesi, l'imperatore avrebbe guarentito la integrità del dominio del reame: concludendo, se il diplomatico non avesse aderito, di mandare a Parigi una persona d'importanza politica, per interpellare Napoleone III sul contenuto de'  nuovi ordini politici. Quello stesso giorno un decreto sostituiva alla luogotenenza, tenuta inettamente dal Castelcicala, il tenente generale Ferdinando Lanza, nativo di Sicilia, coi poteri dell'alter ego, onde mettere in effetto i suggerimenti del Filangieri, e recare la premessa regia, che, ripristinato l'ordine, un principe reale sarebbe stato prescelto a reggere la luogotenenza.

Nel medesimo giorno che la Corte di Borbone richiedeva aiuti a spegnere il fuoco, il corpo della Spedizione, che in Salemi si era accresciuto, muoveva alla volta di Calatafimi coll'aumento della nuova compagnia affidata al Grigiotti. Divise le nuove compagnie in due battaglioni, del primo ebbe comando il Bixio, del secondo il Carini. Giusto gli ordini emessi dal Sirtori, capo dello Stato maggiore, le squadre siciliane, comandate dal Coppola e da uno de'  Sant'Anna, marciavano da cacciatori a'  fianchi della colonna; la compagnia nona faceva da avanguardia, standole, dietro, alla distanza di cento passi, l'ottava; cui seguivano la settima, comandata dal Cairoli, la sesta dal Ciaccio, sostituito al Carini, ultima la quinta, e tutte sotto gli ordini del Carini. Le artiglierie ed il genio erano comandati dall'Orsini e dal Minutilla; la compagnia de'  Marinai cannonieri dal Castiglia. Immediatamente, dopo l'artiglieria, a capo del suo battaglione veniva il Bixio, seguito dalla quarta compagnia, comandata dal Palizzolo, dalla terza agli ordini dello Stocco, dalla seconda capitanata dal Forni, e dalla prima, affidata dal Bixio al suo luogotenente. Ultimi a marciare erano i carabinieri genovesi, comandati dal Mosto.

Giungevano, cosi ordinate, le milizie volontarie nel comunello di Vita, e qui si faceva un alt per conoscere se davvero la vicina Calatafimi fosse circondata da soldatesche regie; imperocché molte e disparate erano le opinioni, senza punto assodare che li, in Calatafimi, le legioni volontarie erano al passaggio, attese a un combattimento.

— 321 —

Alle ore 12 si riprende il cammino, e Garibaldi, il Tiirr ed altri pochi dello Stato maggiore precedono la colonna per esplorare le posizioni nemiche. Spintisi costoro sul culmine di un monte, scoprono dalla montagna, che sorge di fronte, trovarsi alla distanza di due miglia le forze borboniche, forti di 3000 soldati, ripiegate dal piano sulle alture, in posizioni vantaggiose, con cannoni ed uno squadrone di cavalleria (1). Il corpo era comandato dal generale Landi, ma infido soldato, o sciocco che egli fosse stato, tenne la più parte delle soldatesche in riserva, e, nei momenti perigliosi, nelle poche ore che durò il conflitto, al suono delle trombe, richiedenti aiuti, le ritenne a sé, nel cuore del paesello, a poca distanza del combattimento (2).

I Napolitani si schierano sopra tre colline; l'una relativamente all'altra ordinate sopra tre scaglioni. La legione de'  Mille giunge al piede del Monte Romano (3) coperta dalle offese. I carabinieri genovesi salgono la strada consolare sui monti dirimpetto Calatafimi, occupando una quarta collina, che formava lo scaglione più basso.

(1)Gli scrittori di parte liberale affermano le forze essere giunte al n. di 4000. Gli avversar}, come il Buttà, ripetendo le disposizioni militari, si confermano nel n. di 3000. Sulla mossa per Alcamo, e da qui a Calatafimi, ecco quanto scrisse lo stesso Buttà:

«Landi parti per Alcamo, il 14 maggio, radunò in quella città più di 3000 uomini di truppa scelta, avidissima di battersi: avea cannoni, cavalleria, e tutto quello che fa bisogno ad un piccolo corpo di esercito in campagna. Il contenersi del Generale in Alcamo era come Be si trattasse di una passeggiata a parata militare, in che riuscivano mediocri non poca parte de duci napoletani. Landi non prendeva alcuna precauzione, non dava quegli ordini che si richiedevano, avendo il nemico quasi di fronte stava inoperoso. Spinto dagli ordini urgenti del Luogotenente Castelcicala, partì tardi da Alcamo per Calatafimi».

(Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, pag. 25; Napoli, Stabilimento De Angelis, 1882».

(2)Non iscrivo senza avere visitato i luoghi e interrogati i superstiti, combattenti o no, in essi. A Calatafimi vidi tutto diverso da quanto si legge; e, nel sorprendermi mi destano il riso le menzogne, o scempiataggini, anche del Coppi (Annali d'Italia, vol. vi; Napoli 1872), che, da annalista, avrebbe dovuto registrare con esattezza almeno il numero delle forze. Non magnifico colle sue parole, perché aride e da annalista; ma nulla sa, e intanto non si ritiene dalle più secure affermazioni. Come di lui potrei dire di tanti altri, italiani e stranieri, scrittori commilitoni o semplicemente scrittori. Ed è così che noi contemporanei dobbiamo tramandare i nostri avvenimenti!

(3)G. Garibaldi nelle Memorie Autobiografiche in nota alla pag. 345, e I'Óddo, ne' Mille di Marsala, attenendosi alla denominazione Pianto dei Romani, credono che li avessero toccato le coorti romane una sconfitta pugnando contro i Segestani. Errore ripetuto lungamente, e non ancora in disuso. Nessun ricordo ha la storia di una grande battaglia combattuta, come scrive il Garibaldi, e la denominazione fu data da li chianti di Rumano, cioè, piante del Romano, confondendo chianti col pianto, di Romano colla voce de'  Romani.

— 322 —

Lo squadrone della cavalleria napoletana discese sullo stradale, per potere manovrare all'uopo, come meglio avesse potuto, attesa la difficoltà de'  luoghi. Giunti i carabinieri genovesi alla loro mèta, i regj, distaccate due linee di cacciatori, le spingono avanti per assalirli. E, marciando con ardimento, senza esitazione, incominciano il combattimento. Ad essi rispondono con impeto i carabinieri genovesi: e d'ambe le parti sono fragorose grida di evviva: sono grida di contrasto; di fede al giuramento militare; di entusiasmo alla patria da redimere. Si vogliono unire alla pugna le altre compagnie de'  Cacciatori delle Alpi; ma hanno freno dalla prudenza di Garibaldi. I Genovesi spargono la morte sulle file contrarie; ma, all'incessante fuoco della mitraglia e al lungo tiro delle carabine napoletane, ripiegano, e la ritirata fu creduta di salvezza, per avere ripiegato su posizioni più vantaggiose, ove altri compagni sono pronti a combattere. Usciti questi, si slanciano sulle prime linee de'  valorosi, e congiuntesi, al suono della tromba, altre compagnie, procedono coraggiose contro le schiere nemiche, scacciandole dalle prime posizioni.

I volontarj guadagnano terreno, sempre avanzandosi, a suono di tromba, contro le altre posizioni occupate da'  borbonici. Cocendo i raggi del sole di maggio, immensa è la fatica del salire e dello scendere da'  monti, ma si combatte fortemente, e alle schiere garibaldine si congiunge la compagnia dei Marinai cannonieri, che spargono sudore e sangue. Garibaldi, sempre a capo, incoraggia la gioventù balda e intrepida.

I borbonici rimangono sempre in posizioni inespugnabili, disciplinati e forti; soltanto, non resistendo alla terribile baionetta de'  Cacciatori delle Alpi. La mischia è terribile: le legioni di Garibaldi, per quattro ore, lungo il tempo del combattimento, salirono e discesero, una dopo l'altra, le tre colline, trascuranti i fuochi omicidi, privi de'  due cannoni, che avrebbero usato se avessero potuto trasportarli sui monti, e se dal principio del combattimento non fossero rimasti sullo stradale, occupato dalla cavalleria borbonica, che mirava a impossessarsi de'  due pezzi. Grande è la strage, il terreno seminato di cadaveri e di morti, la lotta fratricida senza tregua. Scacciate le forze borboniche dalla seconda collina, ripiegando sempre in buon ordine, discese nelle valli, risalgono indi alle posizioni ultime più vantaggiose, congiungendosi al corpo principale per attendere le legioni volontarie. Garibaldi, al cui fianco sta il figliuolo Menotti, compreso della necessità d'una vittoria in quel giorno, incita, senza calcolare gli ostacoli e lo svantaggio.

— 323 —

I suoi si spingono avanti, anche stanchi e insanguinati; i Cacciatori delle Alpi inseguono il nemico; Garibaldi, con parte dei volontarj, impavidi, disprezzando i fuochi della moschetteria, s'incammina per la montagna, sebbene lunga e difficile sia l'erta, molta la stanchezza, non poca la fame e la sete, che assalgono i travagliati corpi de'  volontarj. Ma il Generale è imperterrito e sereno: lo seguono il Bixio,

Carta topografica di Calatafimi

l'Acerbi, il Tiirr, il Cairoli ed altri capi delle compagnie, sostenendo i carabinieri genovesi il fuoco. Prendono riposo in una elevazione del terreno; ma distante, a sessanta passi dalle soldatesche regie, Garibaldi dà il comando di una carica furiosa alla baionetta (1). Pochi vi giungono: gli altri, con grande stento, molto travagliati si avanzano, ma, arrivati si gittano a terra stremati di forze; ed ivi, adagiati per rifarsi,

— 324 —

trovano molestia dalle armi nemiche, che seminano la morte (1). Non cedono i volontarj di operare colla baionetta: i borbonici, nel terribile trambusto, venuti in perdita delle armi, scagliano con violenza sassi (2). Garibaldi è sempre in mezzo: Garibaldi respinge i consigli di chi lo vorrebbe lontano dalla accanita pugna: imitano il valore di lui, da soldati, non più da capi, il Bixio, il Cairoli, il Tùrr, il Carini e il Sirtori.

Ferito Menotti Garibaldi teme che il Generale, fosse stato colpito dalle palle nemiche, e, nel campo, dimanda e cerca di lui. Cade lo Schiaffino, il portabandiera, che custodiva il vessillo de'  Mille. Ed è grande la colluttazione per esso. I borbonici lo guadagnano, ma due garibaldini si scagliano per riaverlo, e, caduti morti, sopraggiungono altri. Sanguinosa è la mischia: ma la storica bandiera non è ripresa. In momenti sì disperati i volontarj la riducono a brani, rimanendo il fusto e qualche lembo di essa in potere di un soldato (3). Lo Schiaffino in quegli istanti di pericolo, momenti decisivi, s'immolò, imitando il console Decio Mure, di cui tradizione di leggenda o di storia ci dà ricordo di morire eroico; come ci fa memori che arditi e spensierati del vivere furono o i morti o i feriti gravemente; e di essi vogliono essere ricordati Achille Majocchi, dello Stato maggiore, colpito da una palla al braccio sinistro e da un'altra al fianco, il De Amici, tenente, colpito da una palla alla bocca, lo Sprovieri, caduto a fianco dello Stocco, il Missori, colpito da una scheggia di mitraglia sotto un occhio e stramazzato a terra, il Manin, colpito da una palla in una coscia, il Sant'Anna al braccio; e feriti pure, il Perducca, il Bandi, il Nullo, il Martignoni, il Sirtori ed altri ufficiali:

(1) Il Tùrr nega l'uso del grido Savoja per l'attacco e per la carica al fondo (il» miei compagni d'armi). Altri, e non pochi, sostengono che non una volta in tutta la campagna fu adoperata la baionetta.

(1)Il Guerzoni ne' La Vita di Nino Bixio (p. 176, ediz. Barbèra, 1889) scrive che mentre il Generale all'ombra di una pianta osservava la scena della tragica zuppa, un uomo gli si avvicina e gli mormora all'orecchio: u Generale, temo che bisognerà ritirarsi». A queste parole Garibaldi si volta ratto, come l'avesse morso un serpe, ma poi visto chi gli parlava, compreso tosto che quella non era la voce della viltà, tornato sereno e con accento pieno di tranquilla semplicità, ma che svelava anche più la profondità del proposito, rispose. «Cosa dite mai Bixio! Qua si muore».

(2)Ordine del Sirtori Capo dello Stato Maggiore:

«Antonino Dottor Colombo è incaricato di ritirare i fucili tolti ai feriti dell'Armata Napoletana non che altri fucili ritirati da precedenti disarmi e indubitatamente ritenuti da privati!

«Calatafimi, 15 maggio 1860».

(3)Vedi Documenti, I.

— 325 —

tutti coraggiosi, che, dato un addio alle loro terre, massime il generoso numero de'  bergamaschi, avevano giurato di consacrare la vita in olocausto alla libertà e alla redenzione d'Italia. All'eroismo de'  volontarj cede il nemico, cui mancano le forze di riserva: si ritira, lasciando un cannone.

La giornata del 15 si chiude dopo il sostenuto combattimento di ore quattro al dire di alcuni, di ore sei di altri, di ore due dalle notizie raccolte da noi da'  naturali di Calatafimi, che, testimoni, non cancellano ancora le compiute gesta di un conflitto sanguinoso, anzi che di una battaglia rimasta indecisa.

Lo stesso giorno il Generale Landi, perplesso, sconsigliato dallo Stato Maggiore di rinnovare la battaglia sullo stesso luogo, dovendosi temere la rivoluzione nei Comuni posti tra Calatafimi e Palermo, dà notizia sull'incontro di Calatafimi al rappresentante del Governo in Palermo; e ritirandosi, si esprime in modo siffatto.

Calatafimi, 15 maggio 1860.

Eccellentissimo,

Àjuto, e pronto ajuto. La banda armata che lasciò Salemi questa mattina, ha circondato tutte le colline dal S. al S. 0. di Calatafimi.

La metà della mia colonna avanzata è stata colta in tiro ed attaccò i ribelli che comparivano a mille da ogni dove. — Il fuoco fu ben sostenuto, ma le masse dei Siciliani, unite colle truppe Italiane eran d'immenso numero.

I nostri hanno ucciso il Gran Comandante degl'Italiani e presa la loro bandiera che noi conserviamo. — Disgraziatamente un pezzo delle nostre artiglierie caduto dal mulo e rimasto nelle mani dei ribelli mi ha trafitto il cuore.

La nostra colonna fu obbligata battere un fuoco di ritirata, e riprendere il suo passo per Calatafimi, dove io mi trovo adesso stilla difesa.

Siccome i ribelli in grandissimo numero mostrano di attaccarci, io dunque prego V. E. di mandare istantaneamente un forte rinforzo d'infanteria, ed almeno un'altra mezza batteria, essendo le masse enormi, ed ostinatamente impegnate a pugnare. Io temo di essere assaltato nella posizione che occupo, io mi difenderò per quanto è possibile, ma se un pronto soccorso non giunge, io mi protesto non sapendo come lo affare possa riuscire.

La munizione di artiglieria è quasi finita, quella dell'infanteria considerevolmente diminuita, sicché la nostra posizione è molto critica, ed il bisogno dei mezzi di difesa mi mette nella più grande costernazione.

— 326 —

Io ho sessantadue feriti, non posso darvi esatto conto dei morti scrivendovi immediatamente alla nostra ritirata. — Con altro rapporto darò a V. E. più preciso ragguaglio.

Finalmente io sottometto all'E. V. che se le circostanze mi costringono io devo senza dubbio, per non compromettere la intera colonna, ritirarmi e se posso in alto.

Io mi affretto a sottomettere tutto ciò a V. E. perché sappia di essere la mia colonna circondata di nemici, di numero infinito, i quali hanno assalito i mulini e preso le farine preparate per le truppe.

V. E. non resti in dubbio sulla perdita del cannone di cui ho discorso. Io sottometto all'E. V. che il pezzo fu posto a schiena di mulo, il quale fu ucciso al momento della nostra ritirata, perciò non fu possibile ricuperarlo. Io conchiudo che tutta la colonna si combatté con fuoco vivo dalle 10 a. m. ali© 5 p. m. quando io feci la nostra ritirata.

A S. E. il P. Castelcicala.

Il Generale Comandante

M. Landi.

Capitato questo rapporto nelle mani del Tùrr vi aggiungeva:

«Il cannone fu preso nell'atto di far fuoco, ed essendo sulle sue ruote è segno che il mulo non fu ucciso, ma piuttosto che i due muli appartenenti al cannone caddero nelle nostre mani.

«Il gran comandante non fu ucciso fortunatamente per l'Italia. Quanto alla bandiera essa non era di battaglione, ma semplicemente una delle tante che esistono a volontà, e che il bravo Schiaffino aveva seco portata al di là della colonna ove mori colpito da due palle.

«Il generale Landi può mostrare negli annali della guerra un porta bandiera simile?

«Ma basta leggere il suo rapporto per conoscere come egli fu servito da una forza vestita da villani, e che combatté con tutta l'anima per la libertà della patria.

Stefano Turr ajut. gen. ».

Il dì 16 Garibaldi, lieto della vittoria, dettando un ordine del giorno, documentava l'accaduto militare.

«Calatafimi, 16 maggio 1860.

«Con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve l'ho provato ieri portandovi ad una impresa ben ardita pel numero di nemici, e per le loro posizioni. Io contava sulle fatali vostre bajonette, e vedeste che non mi sono ingannato.

— 327 —

«Deplorando la dura necessità di dovere combattere soldati italiani noi dobbiamo confessare che trovammo una resistenza degna di uomini appartenenti ad una causa migliore, e ciò conferma quanto sarem capaci di fare, nel giorno in cui l'italiana famiglia sarà serrata tutta intorno al vessillo glorioso di redenzione.

«Domani il continente italiano sarà parato a festa per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi Siciliani; le vostre madri, le vostre amanti superbe di voi usciranno nelle vie colla fronte alta e ridente.

«Il combattimento ci costa la vita di cari fratelli morti nelle prime file; quei martiri della santa causa d'Italia saranno ricordati nei fatti della gloria italiana.

«Io segnalerò al vostro paese il nome dei prodi che si valorosamente condussero alla pugna i più giovani ed inesperti militi, e che condurranno domani alla vittoria nel campo maggiore di battaglia i militi che devono rompere gli ultimi anelli delle catene con cui fu avvinta la nostra Italia carissima (1).

G. Garibaldi».

(1) Il Generale dopo la battaglia scriveva tre lettere. Il Bertani diceva: «La vittoria di Calatafimi non imbaldanzì Garibaldi, ma pure lo consolò, ed accrebbe le sue speranze di nuove vittorie nella lunga serie di inevitabili avvenimenti che dovevano spingere la borbonica dinastia alla sua ultima rovina. Quel di medesimo in cui con l'ordine del giorno parlava ai suoi valorosi soldati, scriveva due lettere, al Bertani una, a Bo sa lino Pilo l'altra. La prima diceva:

«Ieri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra italiani. Solita sciagura, ma che mi provò quanto si possa fare con questa famiglia nel giorno che la vedremo unita. Il nemico cedette all'impeto delle baionette dei miei vecchi Cacciatori delle Alpi, vestiti da borghesi; ma combatté valorosamente, e non cedette le Bue posizioni che dopo accanita mischia corpo a corpo. I combattimenti da me sostenuti in Lombardia furono certamente assai meno disputati che non lo fu il combattimento di ieri. I soldati napolitani, avendo esausti i loro cartucci, vibran sassi contro di noi da disperati. Dimani seguiremo per Alcamo; lo spirito delle popolazioni si è fatto frenetico, ed io ne auguro molto bene per la causa del nostro paese. Vi daremo presto altre notizie». A Rosalino Pilo, che comandava allora una squadriglia sui monti che fan corona a Palermo, scriveva:

«Al Pilo: Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto.

«I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto, qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi, non ostilizzate in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni.

Incomodatelo infine in ogni modo.

«Spero ci rivedremo presto».

Garibaldi sentiva profondamente i suoi doveri di coscienza; aiutato nell'impresa ardua e sublime della nazione, rendeva conto alla nazione stessa del suo sperato,

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Alle proteste vibrate si erano sostituite le insurrezioni, alle piccole bande, sparpagliate, la fierezza popolare: il momento ben fece dire a un soldato e scrittore:

«Garibaldi aveva bisogno della rivoluzione, e la rivoluzione di Garibaldi: questa sola a me pare la giusta sentenza della storia» (1). Il giorno, in cui si combatte a Calatafimi, in Catania, reso publico un programma a'  Siciliani, si legge e si ripete senza timore; invocandosi l'accorrere in aiuto alla causa nazionale causa santa, che sono venuti ad aiutarla anche i nostri fratelli del Piemonte (2). Si sentiva la necessità di legami, si voleva essere stretti a un patto, uniti ad una bandiera, come aveva vagheggiato il Poeta. A Palermo il Bollettino ufficiale, impresso clandestinamente, per opera del Comitato, in quel giorno 15, recava notizie del valore de'  volontarj, specialmente de'  Cacciatori delle Alpi, delle azioni prodigiose di Garibaldi, de'  più preclari capitani che gli si erano congiunti nella impresa della liberazione della Sicilia e della necessità che alcuno non trasgredisse il comando dell'aspettato Generale (3). Il comune di Calatafimi, il domani della battaglia, riunito, in rappresentanza, proclama unanime la dittatura all'immenso Garibaldi, volendo che la terra nostra. la bella Sicilia, quantunque divisa dal mare, sia annessa ali Italia e governata dal Governo costituzionale del magnanimo Vittorio (4).

e da Alcamo, il di 17 maggio, scriveva in questi sensi al Comitato direttore della sottoscrizione al milione di fucili.

Al Comitato direttore della sottoscrizione al milione di fucili: «Ebbimo un brillante fatto d'armi avanti ieri coi regi capitanati dal generale Landi, presso Calatafimi. Il successo fu completo e sbaragliati  interamente i nemici. Devo confessare però che i napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia combattimento cosi accanito, nò avversari cosi prodi. Quei soldati ben diretti pugneranno come i primi soldati del mondo. Da quanto vi scrivo dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei pochi a siciliani che ci accompagnarono. Il risultato della vittoria poi è stupendo; le popolazioni sono frenetiche. La truppa di Landi, demoralizzata della sconfitta, è stata assalita nella ritirata a Partinico e su Montelepre con molto danno, e non so quanti ne torneranno a Palermo, o se ne tornerà qualcuno,

«Io procedo con la colonna verso la capitale, e con molta speranza, u ingrossando ad ogni momento con le squadre insorte, e che a me riunisco. Non posso determinarvi il punto ove dovete inviarmi armi e u munizioni; ma voi dovete prepararne molte, e presto saprete il posto «ove dovete mandarle».

(1) Guerzoni, La Vita di Nino Bixio, pag. 172; Firenze, Barbèra, 1875.

(2) Vedi Documenti, II, a).

(3) Vedi Documenti, II, 6).

(4) Vedi Documenti, II, c).

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Linguaggio esagerato, ligio non poco, di costume de'  servi, ma nobile in ciò che riguarda l'affermazione italica, il sentimento nazionale; il quale sradicava le male piante del regionalismo.

Francesco II, poco esperto de'  tempi nuovi, lusingato dagli nomini nefasti, che male lo avevano consigliato, credendo mettere un riparo a tanto impetuoso fiume, al decreto del 28 aprile, per la costruzione di tre grandi linee di ferrovie nei nostri reali domini insulari (1), aggiungeva, il dì 18 maggio, gli altri della nomina a commissario straordinario in Sicilia, con tutti i poteri dell'Alter ego, del tenente generale D. Ferdinando Lanza e del Ventimiglia, Procuratore Generale alla Corte dei Conti e Ministro segretario di Stato presso il Luogotenente; quasi sicuro che una nuova direzione di governo avesse potuto rintracciare o ristabilire la calma nel popolo insorto (2). I decreti, le note e gli ordini militari di governo sulle vicende de'  rivolgimenti e della Spedizione, considerati, anche dopo il volgere di nove lustri, appariscono un'opera inetta, un'opera, in cui manca ogni energia e qualsiasi esperienza politica.

Il Salzano parlando, il di 16 maggio, della più grande violazione del diritto delle genti, smarriva la sua mente nella selva delle teoriche, a lui più che oscure ignote, di diritto internazionale, e intanto il di 15 le schiere napoletane, non conoscendo neppure se a Calatafimi avessero patito sconfitta, si ritirano vergognosamente, quasi, dopo il valore, assalite da sgomento. Un Generale, comandante le armi, anzi che provvedere alle bisogne guerresche, con linguaggio spavaldo, segue, in quo' tristi e funesti giorni per la monarchia, a incutere, invece, timori, dal popolo di Palermo ricambiati con sorriso d'ironia e con forza di disprezzo (3). Uno strano contrasto sorgeva intanto dalla nota che il dì 17 inviava il Lanza a Napoli, ancora che fosse contraddittoria e insulsa; poiché da una parte manifestava la esaltazione degli animi e ii fermento popolare; dall'altra diceva della esagerazione della ritirata; in ultimo, come l'insurrezione fosse imminente (4).

Il di 18 maggio Ferdinando Lanza emette un programma ai Siciliani, affettuoso di modi, lusinghiero di promesse sovrane e di consolazioni per acquetare gli animi dal malcontento. Ad esso si rispondeva in nome del Popolo, che, coerente, riepilogando un passato d'obrobrio,

(1)Vedi Raccolta di Leggi e Decreti, 1860.

(2)Ripublicati i due decreti nella Ristampa di Proteste, Avvisi, ed Opuscoli; Palermo, Meli e Carini, 1860.

(3)Vedi Documenti, III, a) b).

(4)Vedi Documenti, III, c).

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né avendo fede nell'avvenire, respingendo ogni accenno di perdono, creduto un insulto, protestava di mai più rispondere; ché oramai la risposta più conveniente ed efficace sarebbe stata il moschetto (1). Il Governo né al di qua né al di là dello stretto ha più vigorìa: non ha determinazioni: segue nello stato d'inerzia, perché sbigottito, ed invasi i petti degli agenti di esso dal timore delle vendette e delle sconfitte. — Tale lo stato de'  bassi e degli alti, che funzionavano al Governo del Borbone; perfino degli agenti consolari, che, di lontani e vicini luoghi, recavano continue notizie, e, traditi, ignorando gli accaduti, snaturavano ogni pericolo o grande avvenimento. Questo lavoro d'apatia giunge fino al 22 maggio! (2).

Le manifestazioni e gli armamenti in que' giorni si accrescono dappertutto. Delle sette province non vi ha comunello che non aspiri di congiungere le proprie alle sorti comuni; che non levi fragoroso il grido di libertà e di redenzione; che non voglia seguire con fervore l'opera italiana, che, contro la politica monarchica, aveva in parte reso il suolo patrio libero da stranieri e da oppressori. Ma mentre Catania, ritenendo che Garibaldi il dì 22 fosse già entrato in Palermo, esorta le soldatesche borboniche ad imitare la virtù cittadina, aggregandosi, perché si combatte per l'Italia, non per la Sicilia, ancora in Palermo gli sgherri esercitano violenza, usando le armi sul popolo inerme al grido di patria: grido, che erompeva forte da'  petti alle notizie di guerra, conosciuti per bene il combattimento di Calatafimi, lo sbandarsi delle soldatesche regie e l'inoltrarsi delle legioni garibaldine in Alcamo. Più veemente erompeva il grido, leggendosi, contro i tentennamenti e le viltà del Lanza, i proclami del La Masa e del Fuxa, dal Garibaldi mandati a riunire uomini ed armi (3). Chiuso il combattimento di Calatafimi, riposatosi il corpo della Spedizione il dì 16, il 17 entra in Alcamo. Il frate Pantaleo, compreso del dominio che hanno le superstizioni religiose nel popolo, invita il Generale Garibaldi a ricevere, genuflesso, nella madre chiesa la benedizione dal Santissimo. E Garibaldi contentando tutti, non certo appagando i suoi liberi sentimenti, riverente in chiesa, dopo avere ascoltato un sermone comico, che rasentava il ridicolo, del Pantaleo, riceve la benedizione; e la folla, non mai satolla di apparenze, lieta

(1) Vedi Documenti, III, d).

(2) Vedi Documenti, III, e) a s).

(3) Vedi Documenti, IV, a) b) c) d).

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guardando, lietissima potè così stranamente concepire, in debole e oscuro intelletto, il principio di libertà sposato all'idea religiosa (1).

Il domani, 18 maggio, mosse l'esercito volontario per Partinico, accolto con feste dal popolo, afflitto e amareggiato dalle tragedie di sangue consumate dalle soldatesche regie, dopo Calatafimi: vendette atroci, esercitate senza pietà, volendo esse vendicarsi dai grosso numero di popolo uscito per disfare la colonna del Landi alla ritirata o alla fuga da Calatafimi.

Il di 20 Garibaldi giunge al passo di Renna, posto a sette miglia di Monreale, chiuso tra monti come una Termopole. Vi giunge sotto una pioggia torrenziale e con la cassa vuota. Lì si bivacca, si chiede soccorso da Partinico, che generosamente, si era offerta, e si ottengono dalla cassa del Comune poche migliaia di lire, necessarie a sopperire alla penuria, che rattristava pe bisogni del momento. Al passo di Renna si appresero le notizie di Rosalino Pilo, del Corrao e compagni, i quali con le loro squadre accampavano ne' pressi di S. Martino, lungi sette miglia a nord est da Palermo, situato in mezzo ad una valle, formata da due alti monti. Il Generale, compreso del vantaggio da potere recare quelle squadre erranti, mandava Salvatore Calvino con ordine di dar continue molestie alle soldatesche regie, richiamando verso S. Martino l'attenzione delle stesse. Quale il pensiero di Garibaldi? Quello di venire a una risoluzione finale; ma siccome anche la più piccola marcia gli avrebbe fatto incontrare il nemico, pria d'inoltrarsi molto riflettè profondamente. Egli, adunque, desidera che Rosalino Pilo si fermi ove si trovi; che accenda molti fuochi e faccia credere doppie le sue forze; inquieti e stancheggi il nemico; tagli le 'comunicazioni. E dalle parole: e ci rivedremo presto, il Pilo crede che l'assalto principale doveva venire dalla via di Monreale.

Ciò credono i capi delle soldatesche ostili; lo credono le legioni; e Garibaldi, scrive il Guerzoni, «vuole che tutti, anche i suoi più intimi,

(1) u Ai Preti Buoni».

«Comunque sia — comunque vadano le sorti dell'Italia — il clero fa 'oggi causa comune coi nostri nemici, che compra soldati stranieri per! combattere Italiani. Sarà maledetto da tutte le generazioni.

«Ciò che consola però, e che promette non perduta la sua religione di Cristo, si è di vedere in Sicilia i preti marciare alla testa del popolo per combattere gli oppressori.

«Gli Ugo Bassi, i Verità, i Cusmarolli, i Bianchi — non sono tutti morti — e il di che sia seguito l'esempio di questi martiri, di questi campioni della causa nazionale — lo straniero avrà cessato di calpestare la nostra terra, avrà cessato di essere padrone dei nostri figli, delle nostre donne, del nostro patrimonio e di noi.

«G. Garibaldi».

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anche i suoi ufficiali di Stato Maggiore s'adagino, s'addormentino in quell'inganno, e non tralascia artificio di guerra per isprofondarveli» (1).

In quello stesso giorno Garibaldi, fedele al proposito, dopo una forte ricognizione, giunge al Pioppo, luogo che forma un incrociamento del quadrivio, da Partinico a Monreale e da Parco a S. Giuseppe. E non più nascendo alcun dubio che Garibaldi voglia eseguire il disegno, che ha in mente, già compreso da'  volontarj, i regj credendosi sicuri delle posizioni occupate, spingono pure una colonna per iscoprire le intenzioni: dell'esercito volontario. Venuti alle armi le due avanguardie, ! dopo un breve conflitto, Garibaldi avuto sentore del piano loro, fatta battere la ritirata, si riprende il bivacco di Renna. Dopo questo tentativo, lasciati in abbandono i bagagli, salvandosi miracolosamente soltanto due cannoni, per abilità del Giordane Orsini, Garibaldi si dirige per Parco, per riuscire sulla sinistra di Palermo: idea sua prima di trovarsi nella capitale; e perciò studiava con tutti i mezzi di trarre fuori di Palermo quanto maggior numero si potesse delle forze del Borbone. Quel marciare è ancora un ricordo funesto per le difficoltà dovute superare ad involarsi il corpo volontario, improvvisamente, dalle vie di Monreale. ! evitando d'essere o scoperto o assalito.

Però cessati gli ostacoli, anche attraverso il buio fitto della notte e le vie alpestri, che avevano fatto smarrire pare lf guide, rimaneva muovere all'assalto non aspettato, né visto; ti così dar compimento alla sorpresa. Furono chiuse e vigilaci tutte le uscite, cingendo le varie bande degl'insorti la catena de I monti, che chiude la pianura. Esse, lungo la notte, co' fuochi, che accendevano sulle cime, destavano uno spettacolo sorprenj dente; e i cittadini di Palermo, che attendevano ed eranoj in istato di fermento, nelle notti miravano a quei fuochi, come! a lume di speranza. Gl'incontri, che su que' monti avvenivano tra gli avamposti ostili erano di picciol conto; ma in uno dij essi, il dì 21 maggio, nelle vicinanze di San Martino, caddej fulminato da una palla, Rosalino Pilo, precursore de'  Mille a caddero pure Pietro Piediscalzi e Giuseppe Tagliavia, bagnando) di sangue Vallecorta. Colla morte del Pilo, avvenuta in uno scontro d'avanguardia, colpito alla fronte, mancò a Garibaldi un compagno valoroso; ma, mancatogli l'uomo, che aveva dati l'anima generosa alla patria e il nome alla storia (2),

(1) La Vita di Nino Bixio, pag. 180; Firenze, Barbèra, 1875.

(2) Con decreto 30 settembre 1862 (n. 9468), d'ordine di Vittorio Emanuele, il Pilo fu decorato della medaglia d'oro al valore militare, quale comandante delle squadre siciliane,

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non sconsigliò sè medesimo, confidando che per altre vie, e con altre forze, i movimenti de'  regj lo avrebbero messo in chiaro.

Giuseppe Garibaldi, infatti, non attese lungamente; e, meglio che da noi, si odano le parole di un soldato valoroso, che scrisse sulle mosse ostili: «La mattina del 24 i Borbonici escono da Palermo per le strade di Monreale e di Belmonte, in due colonne di duemila uomini ciascuna, col proposito di assalire il campo garibaldino, e se è possibile circuirlo e annientarlo. Questo disegno fu ancora più patente quando si vide la colonna di Monreale distendersi e allargarsi sulle alture della sinistra garibaldina, mentre la colonna di Belmonte mirava evidentemente ad un assalto di fronte e di destra. Nel frangente, Garibaldi dà tutti gli ordini della difesa: i pezzi all'incrocio delle due strade; le squadre a destra e sinistra; i garibaldini nel centro. Il combattimento sembra imminente; ognuno l'aspetta ansioso e confidente. A un tratto quando Garibaldi sente impegnata la fucilata agli estremi avamposti, comanda di togliere il campo, e rapido e ordinato batte in ritirata per la via della Piana. Ai Regi non par vero d'avere si facile vittoria, e si dànno a inseguire alacri i supposti fuggenti. E i cacciatori di Bosco si sono spinti sì innanzi sulle vette di sinistra, che Garibaldi è costretto a coprirsi quel fianco d'una catena di carabinieri genovesi, ed a prendere egli stesso una posizione difensiva a Pianetto. A tal punto anche i Regi, inseguiti, non sentendosi in forze per un assalto, ristanno, e lo rimandano, in cuor loro, all'indomani. Ma domani era tardi: Garibaldi approfittando della breve tregua ripiglia la sua ritirata, entra sul far della sera in Piana de'  Greci, riposa poche ore, riparte la notte, sempre ritraendosi su Marineo; giunto a mezza via si libera dell'artiglieria e dei babagli, li manda coll'Orsini per capo e una compagnia per iscorta per la strada di Corleone, ed egli continua per Marineo, dove giunto nel cuor della notte, concede ancora pochi istanti di riparo alle sue truppe, e all'alba del 26, contramarciando rapidamente, si rigetta sulla via di Misilmeri nella direzione di Palermo.

«I Regi frattanto, che avevano naturalmente consumato a marciare tutta la notte del 24 e del 25 sulle orme di Garibaldi, giunti in faccia a Marineo lo cercano; raccolgono dalle spie, che cannoni, cannonieri, bagagli e molta truppa è partita la notte stessa per Corleone, son certi

morto eroicamente in campo battaglia sulle alture di San Martino (Monreale) il 21 maggio 1860. Vedi Documenti, V.

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che colla artiglieria debba essere anche il nerbo del nemico e il suo Capitano, e ripigliando a occhi chiusi la loro caccia, spacciando a Palermo e nei dintorni: Garibaldi in fuga per le montagne, e ripromettendosi tra poco di averlo nelle mani. Era l'inganno di cui Garibaldi aveva bisogno; era il momento di dare l'ultima mano alla sua vagheggiata idea» (1).

Mancato all'Italia Rosalino Pilo, che riaccese col Corrao la rivoluzione, che spianò le vie al piccolo e coraggioso esercito de'  volontarj, che diede alla storia intrepido e intemerato il suo nome, rimase in opposto a tanto eroismo Giuseppe La Masa, uomo d'indole eccellente, zelante sempre in coreografia, timido pari a donzelletta, che ha paura di un'ape, o di una farfalla, negato alla guerra, da prendere terrore dagli spari di un facile. Dopo la mala impresa de'  Crociati di Sicilia, pessime squadre, che composero nella più parte uomini perduti, sprigionati dalle segrete, ladri e omicidi, da lui capitanate per il decreto del Parlamento di Sicilia, dopo le vicende di Messina, nel 1860, rinnovava l'attività verbosa del 1848 (2). Sbarcato a Marsala, si tenne pago di agitare, con centinaia di proclami, preparando, sul finire del combattimento a Calatafimi, il famoso campo di Gibilrossa, ove i Siciliani eressero un quissimile di altare; idolatri si che a ogni anno imitano colle visite e co' chiassi plateali i Musulmani, che si recano devotamente alla Mecca. Garibaldi, il dì 26, da Misilmeri mosse a visitare il campo preparato principalmente per opera del La Masa, componendolo squadriglie, che potevano giungere

(1)Guerzoni, op. citata, pp. 183184; ediz. citata.

(2)Cicerone scrive: «Nam, quis nescit primam esse historiae legem, ne quid falsi dicere audeant?». (De Orat. L II., cap. xv). Si, prima legge della storia, lo crediamo, è quella di non osare dire il falso; ma l'età nostra falsifica sempre la eccellenza e la ripudia a ogni costo. Quante menzogne, quante ipocrisie, quante viltà magnificate nelle istorie delle nostre rivoluzioni e de'  nostri combattimenti; e chi volle dire il vero, fu sempre assalito da una turba di cortegiani, le cui anime schiave si cullano dell'errore, adulando e prostrandosi.

Quando dissi del La Masa ciò che è un risultato delle sue azioni, fui assalito da'  miei concittadini, i quali, vedendo di lui il busto pompeggi ante da lunga criniera, credono all'eroe; e il credono, dimenticando che la storia non può consacrargli, per tutte le sue azioni umoristiche, che una parola sorridente. Assalito prima, mi assaliranno ancora; ma io troverò conforto ne giudizj degli uomini che lo ebbero vicino, e lo compassionarono per la viltà, che congiungeva a una spavalderia, da prendere un truccamento napoleonico. Il Generale Assanti, e con lui tutti i forti, che operarono nel 1848 e nel 1860, ricordavano il La Masa con vergogna. Perché ancora insistere nelle nostre fallacie; perché, una buona volta, non far tesoro della sentenza ciceroniana? Pregiudicati maggiormente sono i Siciliani, che gli errori magnificano con cecità; mal facendo poi a tenere sepolto quel che costituisce un vanto di questa regione. Ripeto col Petrarca: Parlo per ver dire; non per odio altrui né per disprezzo; sovra a tutto avendo interesse di quella onestà, che può trarre usanza dal vero.

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«in tutto a tre o quattro mila uomini, male armati e male disciplinati; ma che per le loro mosse irrequiete, i loro fochi numerosi, e infine gl'innumerevoli e alti sonanti proclami, coi quali il loro iperbolico capitano ne magnificava il numero e la fierezza, erano riuscite fino allora a tenere in certo allarme il presidio di Palermo ed a coprire l'estrema destra del corpo Garibaldino da un subitaneo assalto». Soggiunge lo stesso scrittore che la prima volta che tali «bande passarono al fuoco non fecero buona prova: al Parco anzi, chiamate in aiuto della minacciata destra garibaldina, avevan balenato a'  primi spari, gridando per giunta (tanto è insana la paura) «al tradimento di Garibaldi, e spargendo la loro fola e il loro terrore fin dentro Palermo» (1). Garibaldi non trascurò quest'accozzaglia, e credendo e non credendo alle magniloquenti pròmesse del La Masa, ne fece il principale assegnamento (2).

Moltissimi, cooperandosi fortificare colle menzogne le generazioni, sorgenti dall'anno della rivoluzione, favoleggiarono troppe cose, snaturando ogni avvenimento. Garibaldi al campo di Gibilrossa nulla disse che avesse potuto avere le apparenze di un congresso militare; perplesso, se dovesse o no determinarsi di spingersi coi Mille e colle squadre disordinate a Palermo; quasi timido, scrutando il poco valore e la poca rettitudine di queste folle scapestrate, che non avrebbero dato buona prova al fuoco, chiede di scegliere sulla ritirata nell'Interno dell'Isola o sull'assalto di Palermo. Accolta l'ultima determinazione, la rimanda al domani, non accogliendo il consiglio del Sirtori d'una ritirata a Castrogiovanni. Il La Masa dice che egli allora avesse insistito fortemente per Palermo; invece il Guerzoni, uomo davvero d'azione e scrittore onesto e colto de'  rivolgimenti nostri, che ricordò bene in due opere, ripetè: Fandonie di quel vanesio, che s'era fitto in corpo d'essere un altro Garibaldi! (3). Nè a questo si limitano le vanterie e le menzogne, accette dal popolo famelico di ciarle. Si volle lì presente il Bixio, assente per motivi di ricognizioni, delle quali era altamente competente, e Garibaldi dispose all'istante ch'egli si fosse avvicinato a lui, alle schiere, essendo necessario al comando. No; invece la vecchia leggenda liberale rumina lieta la frase: Nino domani a Palermo; e su questa creazione bugiarda, Palermo si contenta che dalla mediocre statua equestre

(1)Guerzoni, op. citata, pp. 184-185; ediz. citata.

(2)Guerzoni, op. citata, p. 185.

(3) Guerzoni, op. citata, pp. 186-187.

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del Garibaldi, il dito del capitano e la zampa del cavallo rumoreggino sul domani a Palermo, fatto rivolgere al Bixio, in quelle ore lontano dal luogo (1).

(1) Il Bixio, il dì 27 maggio, scrive alla signora Adelaide, sua moglie, queste parole: «Ti ho scritto ieri per mezzo di un ufficiale inglese venuto a vederci al bivacco di Misilmeri. Ti diceva che oggi, 27, avremmo attaccato Palermo». (Lettere publicate dal Guerzoni Della Vita, p. 194).

Dunque il Bixio scriveva questo dal bivacco di Misilmeri, e non l'udiva a Gibilrossa enfaticamente dalla bocca di Garibaldi, né poteva udirlo in quel luogo, trovandosi a Misilmeri, ove rimase, e da ove Garibaldi lo richiama con un biglietto per gli ordini da disporre la sera. «Bizio, la vostra presenza è qui indispensabile». Vi è ancora da aggiungere quanto il Bixio scrisse nel suo diario tutto scritto a matita sullo stesso taccuino che aveva incominciato a Genova, trascrivendo dallo stesso i giorni 26 e 27, di molta importanza.

«Il 26 maggio, da Misilmeri, il Generale si reca a visitare le posizioni tenute dalle squadre del celebre parolaio La Masa, il quale è a quartiere al convento di Gibilrossa. da dove, a poca distanza, si vede Palermo distintamente. Le squadre La Masa sono poco meno della metà di quanto questo capo le valuta, un 3000 circa.

«Nella giornata il Generale, per tutte le informazioni raccolte, dà ordini in conseguenza di concentramento, e che tutte le squadre a nostra portata si raccolgano a Misilmeri, le altre si spingano ognuna per la via più breve all'attacco della città in quella direzione da loro reputata più facile.

«Un'ora prima di notte si concentrano tutte le forze al convento; l'ordine di marcia è segnato nel modo seguente:

«Colonna La Masa preceduta dalle Guide, Genio e dai 24 uomini scelti e Volontari dei 2 battaglioni e comandati dal maggiore ungherese Tukery: 3000 uomini.

«1 Battaglione preceduto dai carabinieri: 300 uomini.

«2 id.: 400 uomini.

«Seguito dal rimanente delle squadre, 500.

«Dire il disordine della marcia, l'allarme, il sonno dalla lenta marcia sarebbe impossibile..............................… Le squadre mal comandate dai capi singoli e peggio dal capo ordinatore, sono un vero impedimento; e peggio che impedimento sono una vera causa di scoraggiamento al contatto nostro. Solo il Carini potrebbe migliorare alquanto il disordine, meglio sarebbe stato mettere i nostri battaglioni in testa, i Picciotti avrebbero seguito dopo; ma cosi non la pensava il Generale.

«Così passa tutto il 26 di male in peggio, e solo credo di riuscire perché è il Generale che comanda.

«27 maggio. Discese appena le alture di Gibilrossa eccoti un pànico per cui i celebri Picciotti in un baleno scompaiono e si cacciano nelle vigne e già cominciano i tiri di fucile; fortunatamente che tutto si ricompone in breve; ma l'impressione e lo sconforto guadagnano terreno. Andiamo avvicinandoci alla porta Termini; ma non si riesce a regolarizzare la marcia dei Picciotti perché i capi ed il capo non sanno e non hanno energia per farsi intendere.

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Il Governo come gli atti del Garibaldi, che completavano la rivoluzione, dovessero avere un termine, ed averselo con una sconfitta, procedeva con certa inerzia, sì che le vicende più serie, più determinate, prendeva di mira per averne balocco. Caduto politicamente; non ascoltato più dentro, né accolti fuori i reclami e le preghiere, si limitava ai carteggi, che pure erano messaggeri di lusinghe. Ne' giorni 25 e 26 maggio, si dispone sul ritiro ne' castelli de'  funzionar), che avevano concepute paure, si almanacca sugli aiuti apprestati alla insurrezione, su proteste consolari, sugl'inganni orditi da Garibaldi, che si credono tutt'altro; e bollettini, circolari, note, segreti, strappati a qualche prigioniero, formano un insieme di umoristico e di trastullo, fino allo spuntare del sole del giorno 27, precedendo nella notte un servizio militare, che dà manifeste prove d'imperìzia nelle arti di guerra e di tradimento (1).

Dalla battaglia di Calatafimi all'entrata in Palermo, correndo 12 giorni, si erano notate varie escursioni, diverse ritirate da Carini al Parco a Corleone, qualche fatto d'armi e la morte di combattenti segnalati, che tanto costernò l'esercito volontario. In Palermo si accrescevano gli entusiasmi e le ansie; svigorite le forze delle autorità politiche, il Salzano, che comandava militarmente la città, si travagliò di potere respingere gli armati dalla parte de'  monti, ordinando che seimila uomini condotti da'  colonnelli Mechel e Bosco potessero sbarrare il cammino a Garibaldi. Il quale, giudicando cosa assai temeraria il potersi impegnare co' soli Cacciatori delle Alpi, ed essendogli mancati gli aiuti promessi dal La Masa, si ritirò verso Corleone, mettendo in retroguardia l'Orsini con due e più centinaia di uomini e colle artiglierie.

«A mia preghiera il Generale acconsente che Carini pasti alla testa della colonna £a Masa e unitamente al Padre Giovanni si riesce ad ottenere una certo marcia che non addormenti tutti. Avvicinandosi alla città cresce l'ardore della marcia e già spunta l'alba a mettere meglio nella realtà la timida mente dei molti su cui l'oscurità faceva tanta paura.

«Alle 2 circa cominciasi ad avvicinare le prime case che con qualche sorpresa non troviamo guardate. I Picciotti, che dovrebbero marciare in silenzio, gridano a più non posso per animarsi; ma Garibaldi è presente e tutto deve andar bene. In breve siamo al ponte e qui comincia il fuoco da una parte e dall'altra. Il battaglione mio, preceduto dai Carabinieri e prima ancora dalle Guide di Tukery s'avanza, e alla baionetta e a fucilate si fa posto quasi alla corsa fino a Toledo mettendo in fuga davanti a sè tutto quanto incontra; ma qua giunti comincia il combattere d'ognuno a suo proprio talento. Io prima di giungere in città ricevo una ferita leggera nella clavicola destra e non posso con la stessa energia tener unita la mia gente»

(1) Vedi Documenti, VI, da a) a i).

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Giuseppe Garibaldi da Piana de'  Greci, svoltando a sinistra, per la via di Misilmeri, prese quella di Palermo. L'Orsini fu seguito dalle soldatesche borboniche, con a capo lo stesso Salzano, sicuro che l'artiglieria avesse seguito la intiera banda nemica. La ritirata dell'Orsini fu assai disastrosa, e i comandati da lui dovettero con fuga rovinosa ridursi verso la Chiusa; non rimanendo loro che di sbandarsi. Il che non avvenne, perocché al Salzano giunse or dine di ritornare. Egli giunse, perché a Palermo cominciavano i combattimenti.

Giunto Garibaldi in Misilmeri, dalle assunte informazioni, si accorse i Napoletani essere caduti nell'inganno, avendo preso una finta ritirata per disfatta, e la partenza de'  cannoni per l'interno come uno scoraggiamento (1).

Non curando la scarsezza delle munizioni, credendo più necessaria dei fuochi la irruzione improvvisa, stette fermo al piano d'impadronirsi di Palermo, anzi che di ritirarsi nell'interno.

Primo disegno fu quello di attaccare i regj nel mezzo della notte, ma, rilevati gl'inconvenienti, si stabiliva l'attacco sull'albeggiare. Stabilivasi il movimento non farsi lungo lo stradale di Misilmeri, ma su quello, via più breve, che, da Belmonte Mezzagno, scendendo dietro le alture di Gibilrossa, mette nelle pianure di Palermo. La colonna di marcia venne la sera stessa ordinata in guisa siffatta: Le guide e tre uomini d'ogni compagnia de'  Cacciatori delle Alpi destinate a formare l'avanguardia, affidata al Maggiore Tukerj, ungherese. Dopo questa venivano le squadre di Gibilrossa comandate dal La Masa, collocate prime per le insistenti preghiere del condottiero. La seconda linea, al centro, si componeva de'  volteggiatori genovesi, eccellenti soldati, armati di carabine svizzere, comandati da Nino Bixio e del 2° battaglione de'  cacciatori, comandati dal Carini; seguivano i due battaglioni de'  Cacciatori delle Alpi e formavano la retroguardia le altre squadre del Sant'Anna; e tutto il corpo militare non oltrepassava in tutto il n. di 4500. Cosi ordinate le schiere garibaldine, col favore della notte, attraversando fiumi, burroni e precipizj, sull'albeggiare del dì 27, giungevano a'  primi fabbricati; fuori Porta Termini. «L'ordine era: marciare senza avanguardia serrati e silenziosi: giunti a'  primi posti nemici, investirli alla corsa; traversare alla baionetta le loro prime linee, arrivare comunque a metter piede in Palermo».

(1) Vedi Documenti, VII.

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Ma siffatti ordini rare volte le truppe più veterane e agguerrite eseguiscono appuntino; quasi mai le giovani e novizie. Però quello che il Bixio aveva preveduto avvenne: i Picciotti, che formavano la testa della colonna, inesperti a marciare, incapaci a tacere, soffermati a ogni tratto da ombre, da falsi allarmi, da'  più piccoli incidenti arrestavano, scompigliando col rigurgito, tutto il seguito della colonna, cagionando tumulti e ritardi che potevano riuscire fatali. Ciò non ostante, sull'alba del 27, la colonna, superato il cammino più malagevole, giungeva senza ostacolo alcuno sin presso ai suburbi di Palermo. Quivi però nuovo e più grosso pànico delle squadre. A quel punto Bixio, che, seguendo immediatamente, era il primo a risentire gli effetti di quel disordine, contagiosissimo a tutti i suoi, urlato e bestemmiato un po', tanto per trovare un'idea, facit indignatio versum, prega Garibaldi che faccia passare avanti il Carini in persona, e frate Pantaleo, ambedue Siciliani: l'uno, per la spiegata bravura, autorevole, l'altro per il prestigio della tonaca e della enfatica parola popolare, affinché tentassero di rannodare e tener serrate quelle squadre, che il La Masa, buon cuore, eccellente patriotta, pessimo generale, non sapeva. E così fu fatto, e le squadre si ravviarono, e si tornò ad avanzare, ma giunti in faccia a'  Molini della Scaffa ed ai primi colpi de'  più avanzati posti nemici, ecco le squadre per incuorarsi levare un tumulto di grida da destare i morti, e sperdersi daccapo pe' campi e pei vigneti, con un fuggi fuggi più precipitoso del primo, trascinando i più bravi, travolgendo in un canneto, cavallo e cavalliere, lo stesso Nino Bixio. Fu un angoscioso spettacolo: i regj naturalmente riscossi dall'inaspettato clamore, ma non ancora assaliti, hanno tempo a dar di piglio alle armi, d'appostarsi, di ordinare la difesa: pochi istanti, un atto di peritanza, la sorpresa è fallita, la giornata, e quale giornata, perduta. Garibaldi lo vede; ma lo vede con lui anche il Bixio: que' due uomini si sono intesi: Garibaldi non ha ancora ordinato, che il Bixio precorrendo il pensiero, si caccia a baionetta calata dentro la linea nemica; rovescia quanti incontra sul suo cammino, raggiunge la piccola avanguardia del Tukery, supera in sua compagnia, preceduti essi pure dallo splendido Nullo, il tempestato ponte dell'Ammiraglio, l'oltrepassa, ma poco prima di arrivare alla sospirata porta della città, tocca egli stesso una ferita al petto, ed è per pochi istanti arrestato nella sua corsa vertiginosa. Pochi istanti davvero; sceso da cavallo, si estrasse egli stesso, con romana fortezza, il proiettile dal seno, e, indarno pregato e risospinto

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dal fedele Dezza, continuò a comandare e precedere i suoi (1).

Gli schiamazzi e le grida fatali di timore non solamente svegliarono le scolte sul ponte, ma furono pe' Napolitani un segno di meglio afforzarsi a Porta Termini, potendo disporre tutto per una difesa di fianco. Per il che l'avanguardia fu colpita di fucilate non solo di fronte, ma ancora dalle case fiancheggianti la strada. Accorre il primo battaglione de'  Cacciatori, che, non bastando a poter respingere i regj, fu subito seguito dal secondo. Si spingono, rianimati anche i Siciliani, e in pochi momenti i Napoletani si videro incalzati fino allo stradone, che da Sant'Antonino a Porta Termini scende fino al mare. La fortezza regia cominciò dalla porta un fuoco vivissimo, mentre altre soldatesche e due cannoni, piazzati alla porta Sant'Antonino, tiravano di traverso sopra i volontarj; i quali, dopo le prime fucilate, corsero su' regj alla baionetta. Primi a saltare la barricata furono il Tukery e tre guide: il Tukery è ferito da una palla al ginocchio sinistro (2). I Siciliani incontrano difficoltà a passare lo stradale, perché fulminati da'  tiri di un cannone. Un genovese, per infonder coraggio sulle squadre siciliane a quel passo, non avendolo potuto ottenére colla veemenza della parola, riuniti quattro sassi, piantò fra gli stessi il tricolore, e si pose vicino a sedere. Fu questo il momento più solenne dell'assalto. La settima e l'ottava compagnia chiamata da Garibaldi al rincalzo, giungono unitamente al Bixio, al Carini, al Tukery, alle squadre, alle porte della città, traversandola furiosamente fino all'abitato. Nel tragitto infuocato cadono piegati il Tnkery, Benedetto Cairoli (1), il Piccinini, e il Cucchi, bergamaschi, il La Russa, l'Inserillo e il Lo Squiglio siciliani, fervorosi di rivendicare con la loro vita l'onore messo in pericolo.

(1)Ora eccoci qui costretti e confermare le parole sincere e giudiziose del Guerzoni. A questo valentuomo la verità delle stesse gli fu ricambiata con oltraggi. I Siciliani le giudicarono un insulto, e costrinsero il Guerzoni, con modi pochi urbani, a lasciare Palermo, ove insegnava, stimato molto, Letteratura italiana all'Università. Dopo trentanni (1875) dalla pubblicazione della Vita di Nino Bixio, in cui lo scrittore si piacque consacrare il vero, siamo noi costretti e confermarlo; biasimando le scostumatezze e le vigliaccherie usate con uno scrittore onesto, che alla turpezza rea della menzogna sostituiva quella eccellenza lontana da adulazione e falsità. Si può e si deve amare la regione natia; ma si amerà troppo, non preferendo le debolezze e gli errori!

(2)Il di 6 giugno il Bixio scriveva: Questa sera alle 11 è morto il maggiore ungherese Tukery dello stato maggiore, in seguito ad una ferita nell'entrata a Palermo, ed all'amputazione che ne segui della coscia». Il dì 7 aggiungeva «Alle quattro e mezzo ha avuto luogo l'accompagnamento al cimitero della salma dell'estinto Tukery dello stato maggiore con tutte le pompe ottenibili nella circostanza; molte signore e signori seguivano».

(Diario; in Guerzoni, op. citata, p. 206).

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Però l'esempio magnanimo, che aveva determinato i timidi o i neghittosi a grande rischio, avrebbero dato i volontarj nelle mani del nemico, se il popolo presto non si fosse levato a spaventare e rompere le comunicazioni tra i diversi corpi dell'esercito borbonico. Palermo non mancò: le promesse

Carta topografica di Palermo

popolari sono mantenute, e mentre le milizie volontarie s'inoltravano in città, prima a tutte guida Francesco Nullo, suonano a stormo le campane per l'annunzio dell'arrivo di Giuseppe Garibaldi, e per annunziare l'ora solenne della rivoluzione.

(1) A Porta Termini il Municipio di Palermo consacra vagli un ricordo, la cui forma pessima è veramente indegna dell'uomo e dell'accaduto!

Benedetto Cairoti

Fortissimo soldato della libertà

Seguendo iè Duce dei Mille e degl'insorti

Che sotto il vessillo d'Italia re Vittorio Emanuele

Irrompevano nella città anelanti alla riscossa

Qui

Gravemente ferito

Consacrò il suo sangue

Il glorioso giorno della redenzione

27 maggio 1860.

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I cittadini, armati, al grido di viva Garibaldi, morte al Borbone, percorrono le vie vittoriosamente. Garibaldi sulle cinque e mezzo entra in città accompagnato da Stefano Tiirr e da altri dello Stato Maggiore. Si ferma alla piazza della Fieravecchia, ove intervengono molti, donne, fanciulli, uomini e vecchi, a salutarlo come liberatore della Sicilia; e si piange di gioia e di gratitudine. Alle ore dieci di quel giorno 27 il castello comincia a bombardare: alle ore dodici i legni napoletani, che sono nel porto aprono pure il fuoco (1). Nella parte bassa della città cadono molte case, e non poco è il numero degli uccisi e de'  mutilati e di coloro che rimangono sepolti sotto le ruine degli edifizi per cagion dei fuochi.

(1) Sul bombardamento di Palermo ne' giorni 27, 28 e 29 maggio 1860, nel 1899 si discusse variamente, e le passioni di scrittori lontani e cittadini trasmutarono la verità. Avendo posto fine allo sbizzarrirsi delle opinioni un breve articolo di un alfiere della marina napoletana, ci atteniamo, allo stesso per la sincerità della storia; e cosi pel paragone, correndo sei anni, dal 1860 al 1866, gli amanti del presente non crederanno che i Borboni soltanto usarono il bombardamento, ma che esso fu poi adoperato dal governo nazionale, ugualmente agli stati d'assedio, ad incitare le soldatesche a tirar le fucilate sul popolo. I governi sono sempre i definiti da Niccolò Machiavelli! L'articolo fu publicato ne L'Italia, an. 1, n. 134, 18 agosto 1899.

«Palermo fu bombardata nei giorni 27, 28 e 29 maggio 1860, ma fa pure bombardata nei giorni 19, 20 e 21 settembre 1866.

«Vediamo, ora, senza fare rettorica, ma narrando la storia dei fatti, chi fece bombardare Palermo nel 1860 e chi la fece bombardare nel 1866.

«Il 4 aprile 1860 la Sicilia si ribellò al governo per iniziativa dei monaci della Gancia e perché già si conosceva di un arrivo probabile di Garibaldi con la legione dei mille, l'esercito, incapace a domare la rivoluzione, perché guidato da generali sciocchi e corrotti, fu vinto a Milazzo, a Calatafimi ed a Palermo. Insomma il governo napolitano nulla sapeva di concreto della rivoluzione siciliana e lo stesso re Francesco II ignorava di quale entità fosse. Epperò per evitare spargimento di sangue, spedì a Palermo il generale Letizia recando un ordine suo al generale Grenier, il quale ordine conteneva disposizioni che escludevano il bombardamento, ma il Grenier, uomo cinico, ricevette con tutti gli onori il generale Letizia, però non solo non tenne conto dell'ordine del suo sovrano, ma prendendo in ischerzo tal ordine lo bruciò a.

«II generale Letizia si accorse che il governo non aveva più valore in Sicilia e se ne tornò a Napoli».

«Più sopra abbiamo detto che Palermo fu bombardata pure nei giorni 19, 20 e 21 settembre 1866, per ordine del nostro governo, su proposta del sindaco Budini e del generale Righini e fu bombardata per terra e per mare».

«Da Taranto fu spedita la squadra al comando del contrammiraglio Riboty composta dalle navi Duca di Genova, Rosalino Pilo, Tancredi e Principe Umberto ed il Riboty nel suo rapporto cosi si esprime: «Ancorai su questa rada il 19 corrente alle 6 ant., disponendo i bastimenti lungo la città in modo da occupare tutti i casamenti».

«La truppa era senza viveri ed inetta ad operare, potendo appena difendersi al suo posto e guardare le carceri, protetta dal Tancredi che col suo fianco a terra, mitragliava i ribelli, per impedire il loro approssimarsi; a tale scopo erano sbarcati 2 obici dal Rosalino Pilo.

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I soldati della insurrezione, anzi che cadere nell'avvilimento, si rinvigoriscono: Garibaldi, che prendeva riposo sulla piattaforma eretta nella piazza Pretoria, serenamente costituisce il governo provvisorio, publicando un proclama e un'ordinanza:

«Siciliani!

«Il generale Garibaldi, dittatore in Sicilia, a nome di S. M. Vittorio Emmanuele re d'Italia, essendo entrato in Palermo questa mattina 27 maggio ed avendo occupato tutta la città, rimanendo le truppe napolitano chiuse solo nelle caserme ed a Castellammare, chiama alle armi tutti i comuni dell'Isola perché corrano nella metropoli al compimento della vittoria.

«Dato in Palermo, oggi 27 maggio 1860.

«G. Garibaldi».

«Ordinanza.

«Il popolo di questa sublime ed eroica città ha sprezzato con una costanza degna dei tempi antichi la fame ed i pericoli che sono una conseguenza della guerra fratricida che i traditori d'Italia han provocato; pur non di meno la proprietà del cittadino è stata scrupolosamente conservata e protetta.

Cominciasi il fuoco sotto la protezione delle pirofregate Duca di Genova e Tancredi e di tutte le barche armate in guerra, che perlustrando la costa e adoperando il fuoco, mitragliava chiunque osava approssimarsi; a sud del Castello, ove era il lato debole, e più facile la sorpresa, situai, imbozzato il Principe Umberto con istruzioni di far fuoco al primo mio ordine, sopra quelle case soprastanti al Castello, se avessero fatto fuoco sai serventi dei pezzi. Tutta la mattinata del 20 le barche a vapore battevano la strada della Flora, Porta Felice e lo stradone che mena alle Stimmate, nonché il forte che di tratto in tratto apriva il fuoco. Alla sera del 20, il generale Angioletti si recò sul mio bordo, ordinandomi che all'alba doveva richiamare alla via di mare l'attenzione della città con far fuoco su di essa dal fiume Oreto ed abbattere il ponte degli Ammiragli e quello della ferrovia, posti entrambi nella stessa direzione di mare, nello scopo di non permettere ai malviventi di rifugiarsi nelle campagne, nel caso di una disfatta, come pure d'impedire il continuo arrivo di gente armata, proveniente dalla Bagheria; domandò pure il prefato generale lo sbarco di granate a mano. Nelle nostre disposizioni c'era che la fregata Gaeta imbozzata nanti la Flora, aprisse il suo fuoco alle 5 ant. con disporsi al traverso della bocca del fiume Oreto; ordinavasi pure che le barche a vapore e quelle in legno divise in 3 gruppi, aprissero il fuoco nel medesimo tempo dai 3 punti che guardavano le strade Lincoln, Toledo da porta Felice e dallo stradone ei Quattro Venti che mena direttamente al Convento delle Stimmate, quartiere degli insorti».

«Tutta questa prosa è sufficiente per provare la differenza che passa tra la Storia vera e quella scritta».

Un Alfiere».

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Lode adunque al popolo: esso ha ben meritato della patria. Onde evitare intanto che qualche malvagio, che non può essere parte del popolo, col disegno di servire alla causa dei nostri nemici, e gettare lo scompiglio ed il marchio d'infamia su questo popolo generoso, si abbandonasse al furto, alla rapina, abbiamo risoluto quinto appresso: «I reati di furto, d'omicidio e di saccheggio di qualunque natura, saranno puniti con pena di morte.

«Essi saran giudicati dal consiglio di guerra, dipendente dal comandante in capo delle forze nazionali e Dittatore in Sicilia».

«Il comandante in capo e Dittatore

«G. Garibaldi».

Il dì 28 le schiere garibaldine dal centro della città, da'  quattro canti che partono in quadrivio le due strade principali, si avanzano per Porta Maqueda, da un'altra per la via Toledo, avvicinandosi alla chiesa maggiore e alla piazza del palagio regio. Sull'imbrunire rincularono le forze borboniche, che occupavano i bastioni di Sant'Agata e di Montalto, posti a levante della piazza. Sono distrutti molti edifizj da Porta Castro, lungo la via, fino alla Piazzetta: si deplorano morti d'inermi cittadini, più assai compianti perché cercavano salvezza nel fuggire. Non mancano in quel giorno le vendette di sangue, maggiormente sulla sbirraglia sì trista, che aveva funestato con reità le famiglie. Dimessasi la rappresentanza del Comune, Garibaldi sostituisce altri cittadini a reggerne le sorti.

La notte del dì 28 al Lanza sono mandati da Napoli nuovi rinforzi con due battaglioni stranieri; e con l'aiuto di essi il di 29 si studia di riprendere i posti perduti ne' due giorni precedenti. Il generale Colonna riprende il bastione di Montalto; il generale Sury giunge a dar lo sgombro agl'insorti, che, da'  campanili della cattedrale, recavano molestie continue a'  soldati, che circondavano il palazzo reale. Ma nulla fu ottenuto da questi ultimi sforzi; anzi, per le interrotte comunicazioni, i feriti mancarono de'  rimedj necessarj. Garibaldi, intanto, mal tollerando le anarchie, emise ordini rigorosi per impedire i furti e

10spargimento del sangue. Ma né la presenza, né la parola di lui facevano cessare tanto.

Il bombardamento del Castello e de'  due piroscafi cominciò il dì 27; ma gli ultimi lo cessarono nel giorno seguente. Il colonnello Briganti, comandante della fortezza, prolungò i fuochi tino al giorno 30; e per ciò non poca fu la distruzione, specialmente dalla parte di piazza Pretoria, ove albergava il generale Garibaldi, non pochi i morti, che gli avversarj,

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anzi che limitare al numero di un centinajo, come da'  raccolti cadaveri, aumentò colle parole iperboliche fin quasi a 500 (1).

Ritornati il dì 30 il Von Mechel e il Bosco, che avevano perseguitato inutilmente l'Orsini a Corleone, scacciarono le milizie garibaldine da Porta Termini, dalla Fieravecchia e da altri luoghi vicini; ma l'Orsini, li mise tra due fuochi, e gravi conflitti sarebbero avvenuti, se pure le proposte trattative non avessero imposto l'armistizio (2).

Sur un vascello inglese, comandato dal Mundy, lo stesso che aveva dal 28 fatto cessare i piroscafi dal bombardare, lagnatosi col generale Lanza, vennero a parlamento il Garibaldi e il Tùrr e i due generali napoletani Letizia e Chretien.

(1) Cappi, Annali D'Italia dal 1150 al 1861, vol. vi; Napoli, Lombardi, 1872. — Il di 20 Garibaldi scriveva al Governatore della Provincia di Trapani. Palermo 29 maggio 1860.

Sig. Governatore,

L'entrata delle truppe Nazionali in Palermo è un fatto compiuto; i nostri Prodi hanno ripetuto il bel fatto di Calatafimi. Le truppe Reggie occupano soltanto il Castello, le Finanze ed il palazzo che spero sarannopresto in possesso nostro. Abbiamo fatto oltre 1000 prigionieri, acquistati cannoni, armi, munizioni e materiali. Dite da parte mia a quelle buone popolazioni che cooperino alla causa nazionale con tutta possa e che presto il loro paese verrà sgomberato dagli oppressori. Sarà bene mandar tutte le squadre che sono a vostra portata nella capitale, accrescerle e munirle di lance o altri armi, difettando di fucili. Vi raccomando poi di attivare l'organizzazione delle milizie nazionali — Vostrofratello e la squadra di Alcamo o cacciatori dell'Etna si sono distinti in questo bellissimo attacco.

Vostro

G. Garibaldi.

(2) Garibaldi per il valor cittadino di quei giorni scriveva:«

« Siciliani,

« Oggi la Sicilia presenta uno di quegli spettacoli che giganteggiano nella vita politica delle nazioni, che tutte le generazioni ricordano con entusiasmo e riverenza, e che incidono immortale il marchio di sublime virtù ad un popolo grande e generoso. Italia abbisogna di concordia per esser potente, e la Sicilia sola dà il vero esempio della concordia. In questa classica terra, il cittadino s'innalza sdegnoso della tirannide, rompe le sue catene, e coi ferrei frantumi trasformati in daghe combatte gli sgherri. Il figlio dei campi accorre al soccorso dei fratelli della città, ed esempio stupendo, magnifico edificante in Italia, il prete, il frate, la sfiora marciano alla testa del popolo alle barricate ed alla pugna! Che differenza tra il dissoluto prete di Roma, che compia mercenari stranieri per ispargere il sangue dei suoi concittadini, ed il nobile venerando sacerdote della Sicilia, che si getta primo nella mischia, dando la vita al suo paese! È veramente immortale il cristianesimo!... e lo provano-al mondo questi veri ministri dell'onnipotente.

« Palermo 2 giugno 1860.

« G. Garibaldi ».

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Le proposte di convenzione furono presentate dal Letizia, contenendo un articolo d'inviare la città di Palermo a Francesco II un esposto di desiderj e di bisogni; ma Garibaldi non avendo acconsentito, il convegno si sciolse senza alcuna risultanza. Se non che il Letizia, trovato il Garibaldi al Palazzo senatoriale, sede del Municipio, convenne per un armistizio di tre giorni. Recatosi a Napoli per il modo come contenersi, gli fu imposto di seguire nelle repressioni e di non trattare cogl'invasori, ritenuti filibustieri. Ma al ritorno in Palermo compreso il Letizia dell'odio della cittadinanza per il Borbone, dello scoraggiamento delle soldatesche e della propensione delle straniere ad unirsi colle milizie volontarie, ritenne che la ripresa delle ostilità fosse di esito poco favorevole. Il Lanza lo rimanda in Napoli per nuove istruzioni, ottenuto ancora l'armistizio di tre giorni. Ritornato il Letizia in Palermo il dì 5 giugno, il 6 munito de' poteri luogotenenziali del Lanza, unitamente al Bonopane, colonnello dello Stato Maggiore, sottoscriveva i patti d'una convenzione, con la quale per sentimenti umanitarj si prorogava la tregua (1).

Il sette di giugno, sgombre le soldatesche borboniche, Palermo esultò, e la briachezza della gioia, cessato il dominio di un padrone, venato in odio al popolo di Sicilia, non gli consigliò que' procedimenti e quelle determinazioni, che avrebbero potuto recare buone fortune, lontane da nuovi sacrifizj e replicati dolori nel mutamento politico.

(1) Saranno imbarcati al più presto possibile, 1° gli ammalati dell'armata reale, che sono nei due ospedali o in altri luoghi.

2° Si lascia alla scelta di tutto il corpo dell'armata reale, che si trova in Palermo, di partire dalla città per terra o per mare coi suoi equipaggi, il suo materiale, la sua artiglieria, le famiglie dei soldati e degli uffiziali, e tutto ciò che può loro appartenere compreso il materiale di Castellammare. Il luogotenente generale Lanza ha tutta la libertà di decidere come vorrà eseguire lo sgombro di Palermo per terra o per mare.

3° S'egli sceglie la via di mare, l'imbarco principierà col materiale di guerra, degli equipaggi e di una parte dei cavalli e degli altri animali. Seguiranno le truppe.

4° Tutte le truppe s'imbarcheranno al Molo. Provvisoriamente si recheranno tutti ai Quattro Venti.

5° Il generale Garibaldi sgombrerà il Castelluceio, il Molo e la batteria della Lanterna senz'alcun atto di ostilità.

6 II generale Garibaldi restituirà tutti gli ammalati e feriti dell'armata reale che fossero in suo potere.

7° I prigionieri saranno cambiati dalle due parti in massa e non uomo per uomo.

8° I sette prigionieri non militari, detenuti nel Castellammare, saranno resi in libertà, quando tutto rimbarco sarà fatto ed il forte di Castellammare compiutamente sgombrato. Questi prigionieri saranno condotti dalla stessa guarnigione al Molo, dove saranno rimessi a chi di diritto.

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La Sicilia trovando d'allietarsi alla vista del tricolore e delle camicie rosse, nuovamente, per costume, si abbandonò alla indifferenza e alla servitù, compiaciuta sempre di vivere schiava, come ella volesse attenersi, scrupolosa, alle tradizioni di secoli.

Il governo di Napoli, fiducioso ancora nelle dichiarazioni esplicite diplomatiche del Piemonte, lentamente avvertiva il Ministro degli Affari siciliani del movimento marittimo e delle nuove spedizioni di uomini e d'armi preparate per la Sicilia (1). Credeva alla negligenza de'  potenti d'Europa; ma mentre sottoponeva a un tribunale di guerra i generali Lanza, Salzano, Castaldo, Pasquale e Bartolo Marra, Landi, Letizia e gli altri, che avevano avuto parte al comando di Palermo, sottoposti per mancata fede e imperizia militare, la diplomazia e la rivoluzione sradicavano la monarchia dalle fondamenta. L'esercito si battè; e Garibaldi il domani della battaglia di Calatafimi lo lodò; ma mancava in esso la fede e la energia dei capi, che, o traviati, o timorosi, lasciarono assai scandali, che la severità della storia non può né deve lodare. Garibaldi nell'accogliere le festose grida del popolo, i cui entusiasmi avevano potuto effettuare i suoi disegni, comprendeva la necessità della disciplina, della quale si mancava sopratutto, e alla sua parola amorevole, voleva congiungere l'autorità. I sensi espliciti di un proclama ne rivelano le intenzioni, e le parole: Non vi sbandate adunque giovani! resto delle patrie battaglie, chiariscono come il sentimento nazionale non aveva predominio nelle masse degli accorrenti, i quali, sovente, corrono o per togliersi dall'ozio, o per il sacrifizio dell'onore e della virtù. In un proclama agl'Italiani si leggeva:

«Per alcuni secoli la discordia, e la indisciplina furono sorgenti di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è inevitabile la concordia che anima la popolazione tutta dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora, e su di voi che sì mirabile esempio ne desta, e di valori essa certa per riordinarsi, e compatta presentossi al cospetto di chi vuol manometterla. — Non vi sbandate adunque giovani! resto delle patrie battaglie. Sovvenitevi che anche nel settentrione abbiamo uomini e fratelli schiavi, e che le popolazioni del mezzogiorno sbarazzati dai mercenarj del Papa e del Borbone abbisogneranno all'ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggior conflitto.

(1) Vedi Documenti, VIII.

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«Io raccomando dunque in nome della Patria rinascente alla gioventù che fregia le file del prode esercito di non abbandonarlo, ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi officiali ed a quel Vittorio la cui bravura può essere rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condursi tutti a definitiva vittoria (1).

«G. Garibaldi. »

La Spedizione, mossa da Quarto il di 5 maggio, la fine dello stesso mese aveva dominio in Palermo, costituendo il governo della rivoluzione. La rapida corsa parve un prodigio; e noi vogliamo che la medesima sia ricordata da uno de'  Mille, amante della libertà e della grandezza patria (2).

DOCUMENTI (3).

I.

Le opinioni discrepanti sulla bandiera pur troppo sono note, e pur troppo giustificano il dissentire de'  pareri dal giorno 15 maggio 1860! Il Tiirr stesso non ebbe scrupolo di aggiungere un post scriptum inesatto al rapporto delle battaglie che il generale Landi spediva al Governo in Palermo.

Noi qui ripublichiamo la lettera, che Cesare Abba, de'  Mille, fervendo i pareri nell'agosto 1903, mandò al Capitan Fracassa (anno III, n. 239) e impressero dopo altri giornali, come solenne testimonianza.

In quell'anno, venuto io a conoscenza che a Caltagirone viveva un figlio del soldato Lateano, professore di Agraria, scrivendo ad un amico per notizie esatte, m'ebbi la lettera, che, reputando di non lieve conto, publico in queste istorie, depositando l'autografo alla Biblioteca nazionale di Palermo.

(1) Vedi Ristampa delle Proteste, Avvisi, ed Opuscoli clandestinamente pubblicati pria della rivoluzione, pp. 69, 70; Palermo, Meli e Carini 1860.

(2) Vedi Documenti, VIII.

(3) Le Note de Ministeri e gli Atti diplomatici sono degli Archivj di Stato di Palermo e di Napoli; degli altri documenti si può facilmente conoscere la provenienza e ove sono conservati.

LA BANDIERA DEI MILLE.

Non è esatto che i Mille non avessero bandiera; è vero invece che disse cosi Garibaldi quando nel forte del fatto d'armi di Calatafimi qualcuno gli annunziò che la bandiera era perduta; — Noi non abbiamo bandiera — esclamò il generale; e subito a chi gli diceva insieme che Schiaffino era morto gridò: — E vi par questo il momento di annunziarmi una pubblica sciagura?

Ma che i Mille avessero una bandiera e bellissima e ricchissima, anzi sontuosa, perché averlo dimenticato?

Nella festa dello Statuto celebrata questo anno in Valparaiso dalla colonia italiana, il direttore del giornale l'Italia ricordò che, la primavera del 1855 toccò quel porto il general Garibaldi, e che la Colonia d'allora gli fece dono di una bandiera. Orbene era quella stessa che fu sbarcata a Marsala cinque anni di poi. La portava Giuseppe Campo, palermitano, uno scampato a un fallito tentativo d'insurrezione in Bagheria, nell'ottobre dell'anno avanti, e rifugiatosi a Genova e partito poi coi Mille. Era sottotenente della 6a compagnia comandata dal Carini. Il giorno 15 maggio presso il villaggio di Vita, in un breve alt, fu dato ordine che quella bandiera passasse al centro della compagnia Cairoli, la 7® pavesi.

Non so il perché. Ma la bandiera fu portata infatti dal campo in mezzo & quella compagnia che era la più numerosa e forse la più intellettuale. E ve la scortarono Stefano Gatti e il dottor Benedini mantovani, Enrico Moneta fratello del vostro antico direttore, Eligio Bozzani da Parma, Gerolamo Airenta da Sampierdarena, e uno che non nomino per motivo non difficile a comprendersi. Là fu levato dalla bandiera l'incerato che Stefano Gatti si mise a tracolla e conservò poi sempre; potrebbe dirlo ora l'on. Gatti presidente del Consiglio provinciale di Ferrara, che è poi

10stesso d'allora. E la bandiera sventolò superba.

Era di seta fortissima. Su di un lato vi si vedeva l'Italia in forma di donna augusta, trionfante su catene spezzate ed armi d'ogni sorta, tutto trapunto in argento e oro. Sull'altro lato in grandi caratteri d'oro si leggeva:

A Giuseppe Garibaldi

gli italiani residenti in Valparaiso

1855

Fu una meraviglia. Che splendor di bandiera!

Poco di poi i Mille entrarono in Vita, passarono, sostarono un'altra mezz'ora, e alla fine furono fatti salire su di un colle, da dove scorsero

11nemico in faccia e già in posizione. Come si misero in ordine di battaglia fu narrato, e bene, specie dal Baratieri nell'Antologia del giugno 1884. Ma per ciò che riguarda la bandiera, questa tornò al centro della sesta compagnia. E anche di ciò non so il perché, so invece che vi fu un momento in cui il Campo mandò uno da Garibaldi a domandargli dove si dovesse mettere con la bandiera. Garibaldi stava tra certe rocce che gli formavano intorno come una tribuna, e gli stavano presso il TUrr, il Tukery e il Sirtori. Guardava il nemico che si andava spiegando. Il milite si fece sentire, il Ttìrr si volse a domandargli che cosa volesse. Il Tiirr di questo si ricorda perfettamente: lo so da lui. Il milite fece l'ambasciata.

— 350 —

Alle sue parole si volse Garibaldi e disse: — Ditegli che la porti nel mamelou più alto e che la faccia sventolare. — Voleva che i napoletani la vedessero e forse... Chi lo sa? Il milite tornò con la risposta. Quasi in quel momento cominciarono le fucilate dei Cacciatori napoletani, seguirono quelle dei Cacciatori genovesi, poi giù tutte le compagnie si precipitarono dalle loro posizioni, passarono la valletta, assaltarono il colle nemico.

Tutti sanno ormai quale inferno era quel colle, perché fu descritto in prosa e in versi da cni vi era e da chi non vi era. Ma la storia della bandiera tiene un gran posto nella scena. Durante il fatto d'armi, passò dalle mani del Campo a quelle d'Elia, da Elia a Menotti, da Menotti che ferito al polso andava gridando: — Dov'è mio padre — perché in cjuel momento correva voce che il generale fosse morto, passò a Schiaffino e all'ultimo fu vista quasi in cima al colle. Fu un urlo: — La bandiera è in pericolo! — Essa agitata ondeggiò un poco in una mischia stretta e terribile e poi sparì. Ma uno delle Guide aveva potuto afferrare uno dei nostri e strapparlo. Chi lo vide e ne scrisse subito per memoria, ne domandò il nome e gli fu detto che colui era Gian Maria Damiani che vive ancora a Bologna, modesto e chiuso in quella sua forte ricordanza che non è la sola.

Dunque la bandiera spari, ma proprio nel momento che i Mille si prendevano uno dei cannoni nemiei, e che si gridava la vittoria. Fu detto poi che i borbonici avevano mandato subito quel trofeo a Palermo, a Napoli, e via per celia persino che era già a Vienna: arguzia di gente che si ricattava cosi dalla perdita dolorosa, del resto non molto deplorata. Garibaldi stesso aveva detto: — Noi non abbiamo bandiera. — Ma ben pianto era Schiaffino, che giaceva là sul colle e copriva molta terra con la sua grande persona. Uno dei Mille lo ritraeva a matita morto, credo fosse lo scultore Tassara genovese, vivente ancora a Macerata.

E questa è la verità vera sulla bandiera dei Mille.

Giuseppe Cerare Abba.

Caltagirone, 22 ottobre 1903. — Pregiatissimo amico. — Ella può assicurare il prof. Guardione che fu precisamente mio padre Luigi Lateano, soldato dei regi neH'8° Battaglione Cacciatori, che alla Battaglia di Calatafimi conquistò la bandiera dei Mille dopo avere alla testa di dodici compagni assaltato alla baionetta l'alfiere Schiaffino uccidendolo, e ferito Menotti Garibaldi che aveva afferrato la bandiera dell'infelice caduto.

Mio padre fu premiato con la promozione a sergente, inoltre ebbe la medaglia d'oro al valor militare, un premio di 100 scudi e la nomina a cavaliere del Beai Ordine Militare di San Giorgio della Riunione.

Fra giorni manderò a S. E. il Ministro della Guerra una particolareggiata relazione in proposito.

Voglia salutare per me l'egregio prof. Guardione, e mi creda

Suo immutabile amico Dom. Latbàno.

Ill. mo sig. Salvatore Randazzini, Archivista Com. le in ritiro, Città.

— 351 —

II.

a) Proclama.

Siciliani! — Dopo tanti anni di spogliazioni, di esilii, di carcerazioni, di torture, di fucilazioni, dopo i saccheggi, gli stupramenti, gl'incendii, gli oltraggi alle sacre vergini, ed agli altari, dopo le nequizie efferate di ogni genere che abbiamo sofferto da un iniquo governo degno di una dinastia spergiura ed infame, sorge or per noi bella e serena l'aurora della libertà!

Fratelli! leviamoci uniti in questo supremo movimento e facciamo conoscere al mondo incivilito, che noi non siamo da meno dei Lombardi, dei Toscani, dei popoli dell'Emilia e degli altri che con noi compongono la italiana famiglia, che anzi noi Siciliani vogliamo che presto sorga una Italia degli Italiani, stretti sotto la bandiera di Vittorio Emanuele, il Pe Galantuomo.

Uomini, donne, vecchi, fanciulli, adoperiamoci a rovesciare la sacrata dinastia dei Borboni, in odio al Cielo e dispregiata dalla diplomazia e da tutti.

La nostra causa è giusta, la nostra causa è santa, e già sono venuti ad aiutarla anche i nostri fratelli del Piemonte.

Dove sono i nostri uomini? I soldati napolitani sono nostri fratelli. Tutti dunque salutiamo il vessillo tricolore nella nazione. E se alcuni verranno per mostrarsi traditori della patria combattendo contro di noi guai a costoro. Noi rinnoveremo i nostri vespri, né un solo di essi sarà salvo.

Accorrete dunque tutti in armi, in qualunque modo, o Siciliani, dalle nostre città, dalle case, dalle campagne, Iddio è con noi, perché noi ci leviamo in difesa dei nostri diritti, delle nostre donne, de'  nostri altari, perché noi vogliamo una patria italiana, e pugneremo per essa sotto la sacra insegna gridando; Viva Vittorio Emanuele, Viva l'Italia una.

Catania, 15 maggio 1860.

Il Comitato.

6) Bollettino Officiale.

Garibaldi è fra noi seguito da tre mila combattenti dei quali più della metà sono i cacciatori delle Alpi, innanzi cui i tedeschi fuggirono a Como; e la sua avanguardia è arrivata in Salemi, le truppe di Trapani e di Agrigento han fraternizzato. Speriamo che gli altri Comuni ne seguan l'esempio perché non abbia luogo una guerra fratricida.

Ovunque ei passi riceve ovazioni ed uomini e di ventimila fucili non ne è rimasto neppur un solo. Dieci cannoni rigati lo seguono, e i generali che lo accompagnano sono Mezzacapo e Medici — nomi gloriosi nell'ultima guerra d Italia. A questi si uniscono moltissimi dei nostri fra i quali Carini, Castiglia, Cordova, La Masa, Fardella ed Orsini.

Noi attendiamo impassibili ed aspettiamo da Lui il Comando pelle nostre operazioni. Chi agirà altrimenti sarà dichiarato traditore della patria.

Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi!

Palermo, 15 maggio 1860.

Il Comitato.

— 352 —

c) Deliberazione de'  Consiglieri del Comune di Catalafimi.

Oggi in Calatafimi, li 16 maggio 1860.

Stante l'arrivo in questa del signor Generale Giuseppe Garibaldi aiutante di Campo di Sua Maestà Vittorio Emanuele Secondo Be del Regno

Italico si è riunita l'Assemblea Comunale per proclamarlo Dittatore del Governo provvisorio che vien ad istallarsi per l'annessione al Regno Italico e sotto il regime dello stesso Re Vittorio Emanuele II. E quindi essendo legale il numero dei Consiglieri si è aperta la seduta con la presenza dei seguenti consiglieri:

Omissis.

Il Sindaco pria di tutto perché fosse più libero il voto elettorale della coscienza, trattandosi della cosa più interessante, invitava l'Assemblea ad esprimere l'adesione alla proposta con voti segreti; ma appena annunziata quell'idea, ad unanimità di voti ed a voce alta ognuno dei componenti ha proclamato Dittatore l'immenso Garibaldi del Governo provvisorio, e vuole che la terra nostra, la bella Sicilia, quantunque divisa dal mare, sia annessa all'Italia e governata dal Governo Costituzionale del magnanimo Vittorio.

III.

L'Incaricato del Portafogli degli Esteri Carafa a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Napoli, 16 maggio 1860. — Eccellenza. — Perché V. E. ne sia informato mi fo' a parteciparle che da un rapporto del R. Console in Genova del 9 stante risulta che Garibaldi non si era imbarcato sui vapori Piemonte e Lombardo, ma che era partito la sera dei sei per terra alla volta di Pisa per andare a Firenze onde conferire coi Capi. Fra le cose da discutersi ci era quella di trovare il modo di far giungere in Napoli sei emissari con passaporti inglesi i quali vi si recherebbero per la via di terra con la missione di spargere proclami rivoluzionari e tentare il regicidio. Assicurasi che il Garibaldi il 9 da Firenze passò a Livorno con molto danaro e 300 bombe incendiarie.

In Genova si preparava il 9 un'altra spedizione per partire il 10 la sera sopra due grandi vapori. Il totale delle persone componenti la spedizione ascenderebbe a 10 mila munite tutte di passaporto sardo. La prima spedizione dicesi, si compone oltre il Piemonte e il Lombardo di un legno greco con 250 persone e molte casse d'armi. Sul Piemonte c'erano 36 casse con 10 revolvera ognuno. — Vuoisi che un tale Tortorici ovvero Patent, ingegnere genovese, giunto da un mese a Palermo, sia il centro di tutte le mene, e abbia introdotto armi e si possa scovrirne il deposito, sorvegliandolo.

Il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Eccellenza. — Quantunque in tutta la Provincia finora continua inalterato l'ordine e la tranquillità, pure reputo necessario ed urgente la presenza in questo Capoluogo di un grosso battaglione di truppa, non potendosi contare sulla guarnigione di Siracusa che si tiene inchiodato a quella Piazza, essendosi nuovamente interrotte da due giorni le comunicazioni con Palermo, tanto per posta che per telegrafo.

— 353 —

Prego V. E. di prendere gli ordini di Sua Maestà il Re (D. G. ) per le provvidenze opportune all'imperiosa circostanza.

Segnalato da Noto il dì 16, ore 11 ant.

L'uff. Int. Telegr. Mariano Caoioppo.

c) Disposizione del Generale Salzano.

Il Maresciallo Comandante le Armi nella Provincia e Piazza di Palermo.

La più grande violazione al diritto delle genti ha ricondotto i pericoli nell'Isola ed in questa città. Ottocento avventurieri provenienti dal Piemonte su i due piroscafi sardi il Lombardo ed il Piemonte militarmente vestiti ed armati, con a capo uno Stato Maggiore ed un Generale, sonosi disbarcati in Marsala il giorno 11 dello stante, col disegno di provocare la rivolta ed avvolgere il paese nell'anarchia.

Minacciata la città d'essere investita dagl'invasori, ausiliati dalle bande di faziosi che suscitano sul loro passaggio, il Maresciallo Comandante le armi in seguito d'approvazione di S. £. il Generale in capo dovendo provvedere alla salute della Città, dispone quanto appresso:

Art. 1° La città di Palermo e suo distretto sono da questo momento in poi messi in istato d'assedio.

Art. 2° I ribelli presi con le armi alla mano, non che tutti coloro che presteranno concorse alla insurrezione, saranno giudicati da un consiglio di guerra subitaneo a norma del real decreto del 27 dicembre 1858.

Art. 3° Durante il giorno gli abitanti dovranno camminare per le strade isolatamente. La notte da 24 ore in poi è vietato a chicchessia camminare per la città. In caso di attruppamento sedizioso, la forza pubblica lo dissiperà colle armi.

Art. 4° E' vietato di ricevere ai particolari persone estranee alla loro famiglia, senza permesso dell'autorità.

Art. 5° E' vietato il suono delle campane tanto di giorno quanto di notte; come pure è vietato di affissare qualunque cartello o proclama sedizioso; i contravventori saranno giudicati dal consiglio di guerra.

Durante lo stato d'assedio le tipografie resteranno chiuse.

Art. 6° Qualora avvenisse un insorgimento in città, gli abitanti terranno chiuse le entrate e le finestre delle loro case.

La truppa occuperà quelle case da dove partirebbero delle fucilate.

Palermo, 16 maggio 1860.

Il Maresciallo di Campo Comandante le Armi Giovanni Salzano.

Risposta al disposto del Generale Salzano, Comandante le armi.

d) Al Comandante le Armi della Provincia di Palermo.

Agli atti ed alle disposizioni violente di uno sgherro, reso insolente dalla forza delle baionette, conviensi dignitosa risposta non mai dal Comitato —l'autorità costituita dal voto dell'universale — sì bene dal Popolo da cui si parte la gloria o l'infamia; e l'infamia — solo compenso alle vostre scelleraggini — noi vi gittiamo in faccia, proclamando altamente a tutto il mondo le turpitudini colle quali avete lordata la divisa che sfacciatamente indossate.

— 354 —

Pazzo d'amore pel gendarme Maniscalco sicuro ch'ei non potesse tradirvi, sciente dei vostri scarsissimi talenti militari e civili; ciecamente vi abbandonaste a lui ch'è mente ed anima d'un governo di birri. Cosa ne avete ottenuto? Nient'altro che vergogna! I vostri soldati si sono accompagna ti alla sbirraglia ed ai gendarmi i vostri soldati han perduto le manette, hanno fatto l'onorevole ufficio di birri....

Più tardi l'Isola intera, come altra volta, cavallerescamente allora insorgeva ma non più come allora pel conseguimento d'un principio municipale — l'indipendenza da Napoli — ma per l'attuazione del principio italiano, per congiungere le sue sorti a quelle della Penisola e del suo Be Vittorio Emanuele. Voi ci regalaste giornalmente i vostri proclami, coi quali dicevate fazioni e predoni i generosi che facevan sacrifizio della propria vita alla libertà della Patria... e da noi si taceva. Prometteste e permetteste ai vostri soldati il sacco ed il fuoco, e per esse furono saccheggiati e distrutti i casini di dellzia della più parte dei nostri, per essi e per la sbirraglia fu saccheggiato il Convento della Gancia, per essi fu dato il sacco alla città di Carini, ove né donne né bambini che si erano ricoverati a pie' degli altari furono rispettati..

Quali eran predoni i prodi vostri, o coloro che esposti alle intemperie, alla fame, scorrrvan di balza in balza e pressoché nudi pugnando ed affievolendo le file dei reali per la libertà?...

Pensateci bene e rispondete. Quando poi la città priva affatto d'armi volle colle voci rispondere ai suoi figli che stavan sui monti e levò il grido di guerra degli Italiani, il grido che ha risonato dalle Alpi a Lilibeo, quello stesso che ha fatto impallidire gli Aspidi del Bel Paese ed ha tolto il sonno a voi abbiette creature; voi ordinaste lo stato di assedio, passaste sotto il silenzio le scelleraggini vandalicamente commesse ed oh portento di infamia! Ordinaste che la truppa e la polizia tirassero Su chi? Sul popolo inerme! Ecco, ecco le gloriose gesta dei

prodi di Velletri! Ma come mai questo esercito che pur si compone

di esseri appartenenti al ceto pensante, come mai si è presfato a bassezze siffatte, e turpitudini tali? Come? Voi gli avete ingannati tutti, perché avete dichiarati ladri e predoni i figli della patria; e voi nel tentar d'infamar noi avete degradato il soldato dall'alto scanno in cui seder dovrebbe lo aveste precipitato nella mota.

Ora però che i nostri fratelli d'Italia, penetrati dalle nostre sciagure, son venuti in nostro aiuto, oggi che siam presti a dar l'ultimo colpo alle catene che ci hanno avvinto.......... oggi ritornata la città allo stato di assedio, chiamate Owetiturieri ed invasori i prodi di Como e di Magenta e promettete alla truppa il sacco della città... Non è cosi?

L'articolo sesto, proclama del 16, lo dice «qualora avvenisse un insorgimento in città, gli abitanti terranno chiuse le entrate e le finestre delle loro case. La truppa occuperà quella casa da dove partirebbero delle fucilate. Se il popolo terrà chiuse le finestre e le entrate, lo farà per non assistere ad una lotta da cannibale, e voi ciò ordinaste perché — compresi forse da vergogna — non vorreste che da noi si fosse spettatori della disfatta e delle infamie vostre. Ma noi faremo noi, e gli uomini usciranno a stormi dalle case, dai tugurii, di sotterra. Terribilmente feroce, con armi o senza — novello Mario — ciascun uomo vi spaventerà colla presenza, colle voci.

— 355 —

Però l'ordinar che la truppa occupi le case dei privati, gli è un tratto degno di voi, di un comandante di gendarmi ligio ai voleri di Maniscalco. Volete disonorare totalmente la divisa del soldato, volete spingere i figli della bella Partenope i nostri fratelli ad una guerra fratricida e proprio della età di mezzo... E sia pure! Oramai il dado è tratto e noi siamo immutabili nel nostro proponimento.

Prima la città arsa e distrutta, anziché cedere e sopportar più oltre la tirannide di un giovine imberbe che in un anno di regno ha uguagliato in ferocia il padre suo. Finora è stato dubbio il successo per deficienza di armi, oggi ci possiamo battere a morte. Dio sarà il giudice della mischia, l'Europa della vostra vergogna, e noi prepariamo alla storia una pagina d'infamia, però che i presenti ed i futuri, parlando di voi, possan dire: Maniscalco e Salzano tormentatori dei popoli.... Infami!!!

Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, via Garibaldi!!!

Palermo, 17 maggio 1860.

e) L'Incaricato del Ministero degli Esteri Carafa

al Ministro degli Affari di Sicilia.

Napoli, 16 maggio 1860. — Eccellenza. — Perché V. E. ne sia informata mi fo' un dovere dire che il R. Console in Malta mi scrive che il Governatore di quell'Isola ha impedito al negoziante James Bell d'imbarcare per l'Estero trenta casse di fucili di cinquanta e più che ne ha in Dogana e ciò dubitando che potessero essere spediti in Sicilia. Mi ha inoltre riferito che il 6 corrente giunsero colà Vincenzo Bonanno di anni 24 da Trapani e Giuseppe GarafFa di anni 31 da Marsala ed il giorno 7 giunsero da Trapani Giuseppe e Gaspero Orlando, precettore di lingua italiana il primo e concertista di violino l'altro, fuggiti tutti e quattro sopra legni esteri che li sbarcarono a Malta forse perché implicati nella sommossa di Sicilia.

f) Il Luogotenente Generale Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 17 maggio 1860. — Eccellenza. — La ritirata di Calatafimi della Colonna del Generale Landi ha esaltato gli animi e stamane la città è in grande fermentazione; ma un aspetto sinistro, manifestandosi dei sintomi di rivolta.

Questa ritirata, sfigurata ed esagerata dai faziosi, è stata giudicata come un gran disastro, e grande speranza e grande audacia vi è venuta agli agitatori.

L'insurrezione sembra imminente.

Tatti i paesi, dei dintorni di Palermo, sono in armi, ed aspettano lo arrivo della banda straniera per irrompere.

L'Autorità militare ha preso le sue misure.

Pregiomi sottomettere ciò a V. E. per sua opportuna intelligenza.

g) Proclama ai Siciliani del Commissario straordinario Tenente Generale Ferdinando Lanza.

Siciliani! — Mettendo il piede nella mia terra natale il mio cuore più che di letizia fu colmo di cordoglio vedendo la Città di Palermo ridotta nello squallore dalle dolorose condizioni che di presente la premono e la incalzano.

— 356 —

Pure mi torna consolatore il pensiero d'essere stato qua spedito dall'Augusto Monarca qual Suo Commessario straordinario colle facoltà dell'AlterEgo per la completa pacificazione dell'Isola, la quale conseguita, un Prìncipe della Real Famiglia di già prescelto per Luogotenente Generale di Sua Maestà (D. G. ), verrebbe fra voi.

Verrebbe con la missione di porre ad effetto tutto che può tornarvi di maggiore utilità. Verrebbe coi pieni poteri di amministrare, per provvedere al resto delle vie rotabili, alle strade ferrate, alle pubbliche opere le più profittevoli. Verrebbe per dare il maggiore sviluppo alle vostre facoltà e alle vostre industrie e per fornire il paese dei migliori mezzi che la esperienza indica come i più conducenti allo svolgimento della nostra civiltà e prosperità.

Se ii nostro buon Sovrano fosse non curante dei mali vostri, forte della giustizia della Sua causa, aspetterebbe tempo alla ragione dei Suoi inconcussi diritti. Ma Egli fermo e costante nella decisa volontà di fare quanto di più si può pel vostro morale e materiale miglioramento, non isconosce il debito che ha in questo momento alla maggiore urgenza dell'attualità, quella cioè, di tutelare la vostra sicurezza in tante maniere minacciata in questi scomposti tempi che corrono.

Nell'accettare l'altissimo mandato io ho obbedito alla mia coscienza, e nell'obbedire ai comandi del Re S. N., ho pur ceduto ai sentimenti del mio cuore, che vorrebbe risparmiare alla patria comune mali di cui nessuno può prevedere la misura e la durata.

E voi considerate bene ciò che può aspettarvi all'avvenire. Quali destini vi offrono gl'invidi della vostra prosperità ognor crescente? Quali guarentigie avete del bene di cui diconsi portatori?

Prendete consiglio dalla esperienza. Sollevatevi all'altezza della posizione attuale per salvar voi medesimi ora che sonosi sbrigliate tutte le cupide passioni, e non sapete di quali di esse dovrete esser vittima. Nella tempestosa lotta alla quale vi spingono stranieri aggressori, può solo tenervi incolumi il vostro coraggio civile sorretto dalle Reali Milizie.

Nel nome Augusto del Re un ampio e generoso perdono accordo a tutti quei che or traviati, faranno la loro sommessione alla legittima autorità.

Palermo, 18 maggio 1860.

Il Commessario straordinario colle facoltà dell'Alter-Ego Ferdinando Lanza.

h) Risposta del Popolo di Palermo a S. E. il Tenente Generale F. Lanza.

Mettendo il piede nella vostra terra natale noi non c'illudevamo per nulla sulla lealtà dei sentimenti vostri verso la patria. Siciliano, accettare una missione ostile al voto ed agli sforzi dei propri terrazzani... di uomo siffatto potrebbe esser dubbio il pensiero? — Pure una lusinga... di non feroci mali... — ma il proclama apparso ieri a vostra firma e scritto da un apostata, da un traditore dal suo paese natio, da Domenico Ventimiglia direttore del Giornale Officiale ci chiariva omninamente l'animo vostro!... E' doloroso... ma non può spegnersi la schiatta dei traditori!!!

Qual s'è stato però lo scopo vostro, o meglio del Governo, nel pubblicar quella scritta? Qual utile sperate ricavarne?... Ricredetevi ostinati che siete, ché al punto in cui son ridotte le cose, vi sveliamo il tutto.

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Per dodici interi anni da noi si è congiurato tentando di rompere la turpe catena che aucor ci suona al piede, ed in tal lasso di tempo non I cadde mai in mente al Governo di badare allo svolgimento della nostra civiltà e prosperità.

Forche, segrete, tormenti da superar quelli dell'Inquisizione... ecco i mezzi messi in campo da un governo che si millanta provvido e forte, e che ci regala i predicati di amatissimi e di traviati.

Si congiurava, è la colonna dello Stato, il Direttore di Polizia... Maniscalco nulla delle pratiche nostre conosceva!... Voi ora ci promettete un Principe Reale a Luogotenente, e noi senza andar per le lunghe, ché sarebbe uno sprecar tempo, vi rispondiamo... E' tardi! — Ci promettete il resto delle vie rotabili, ma per promettere il resto bisogna provare che in Sicilia ve ne fosse pur una (1). Vergogna! Un paese di quasi tre milioni d'uomini, un paese eminentemente ricco, senza strade a ruota, senza ponti sui fiumi, ed il povero viaggiatore si ha da raccomandar l'anima ai suoi santi protettori, ha da provare i goccioloni freddi nel percorrere poche miglia. Mille volte s'è proposta al Governo una società per dar mano alle ferrovie... Tempo e fiato perduti! — L'improvvido Governo ha fatto orecchie da mercante. — Un ricco privato profondeva tesori in una fabbrica di carta, e vi riusciva... Il governo l'aboliva con somma jattura dell'onesto privato.

Avevamo i vapori postali settimanali... Aboliti! E se Palermo non avesse avuto un gioiello nel negoziante Florio, noi non avremmo potuto né comunicare, né trasferirci, non al continente, ma nell'interno dell'Isola.

Qui morta l'industria ed il commercio, riboccanti di poveri le vie, calpestato il borghese, avvilito l'aristocratico, disprezzato sinanco l'uomo il più devoto alla causa del Borbone; ed il governo ha gioito... ora si vuol fornire il paese dei migliori mezzi conducenti allo svolgimento della nostra civiltà e proprietà. E' troppo tardi! Se nell'accettar l'incarico di Commissario e straordinario colle facoltà dell'AlterEgo avete obbedito alla vostra coscienza, e ceduto ai sentimenti del vostro cuore, bisogna pur dire che questo cuore non sia nulla di buono. Vorreste risparmiare alla comune patria mali di cui nessuno potrebbe prevedere a misura e la durata; e ci chiede quali destini ci offrano gl'invidi della nostra prosperità ognor crescente e quali guarentigie.

A stolto parlare franche e brevi parole di rimando. — E' tale la nostra prosperità, è si crescente che da noi si brama cader piuttosto fra gli artigli del turco, d'una fiera, purché Dio ci salvi dal Paterno governo dei Borboni. A che parlate di guarentigie? A chi non è nota la fede del governo Napolitano? Ferdinando I, il Principe che accordava a sè stesso i titoli di P. F. A.: giurava la costituzione, e poco dopo spergiurava; e non fu mai sazio di sangue per quanto a piene mani se ne spargesse e sul continente e nell'Isola. Di quai neri tradimenti vada oppressa l'anima del re — monaco Francesco I, quando era Vicario generale, tutti lo sappiamo.

Giurava anche egli la costituzione Ferdinando II, il Caligola, il Nerone dei nostri tempi. Egli aveva avuto un battesimo di sangue... quello della Sanfelice... doveva quindi essere insaziabile fiera, ed egli manteneva il suo giuramento col 15 maggio 1848 in Napoli, col bombardamento di Sicilia,

(1) Contrariamente a questa asserzione, unificata l'Italia, Giovanni Cassisi, già Ministro per gli Affari di Sicilia in Napoli, scrisse il volume di Ricordi, Atti e Progetti del Ministero per gli Affari di Sicilia in Napoli dal 26 luglio 1849 al 9 giugno 1859; dimostrando quanto il Governo si fosse cooperato, in un decennio, pe' bisogni delle popolazioni siciliane (Napoli, Stamperia del Fibreno).

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col... ma a che riandare tutta questa schifosa odissea di delitti e di turpitudini commesse da una famiglia che è stata il mancenelliero della più bella parte d'Italia?

Noi siamo insorti per la causa Italiana, per congiunger le nostre sorti a quelle della Penisola. Vogliamo esser parte d'Italia e non vogliam guarentigie... Non ci proponete più beni e felicità... ne siam pieni alla sazietà... Fra un popol in sommossa e un re tiranno, scriveva un sommo Italiano, unico patto... il sepolcro! e noi preferiamo il sepolcro all'antica tirannide.

Forte della giustizia della sua causa aspetti pure il vostro buon Sovrano, aspetti tempo alta ragione dei suoi inconcussi diritti... o meglio, li faccia valere questi diritti nanti il tuono del tedesco... Aspetti quanto meglio gli talenti la ragione dei suoi inconcussi diritti, concussi ora ed annullati dalla ferma volontà d'un pugno di faziosi, da una mano di avventurieri; giacché la sua Creatura, il Mettermeli del suo gabinetto, Maniscalco non ha potuto ancora venire a capo della fila della rivoluzione e da tutt'ora in cerca della sede e dei componenti del Comitato...

E si è manomessa una finanza per mantenere lo spionaggio, e demoralizzare il paese! Tenetevi pure il generoso perdono o figli di una corte pretesca... risparmiateci novelli insulti. Risparmiateci la vergogna di vedere più oltre il vostro nome a pie' di proclami ed ordinanze... Non ci fate arrossire per voi!

E1 questa l'ultima risposta a stampa che dal Popolo si dà agli agenti della Jene di Napoli... Un'ultima risposta ancora... col moschetto!!!

Viva l'Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi.

Palermo, li 20 maggio 1860.

Il Popolo.

i) Il Commissario Ferdinando Lanza al Ministro di Sicilia.

Palermo, 18 maggio 1860. — Eccellenza. — La ringrazio della partecipazione che l'Eccellenza Vostra mi ha fatto col riverito foglio del di 11 And. Polizia n. 833 dello arrivo nella rada di vascelli a Quecenstorm di un barco uscito dai cantieri di America carico di Fucili destinati forse pel Mediterraneo.

l) Telegramma. — L'Intendente di Catania a S. E, il Ministro di Sicilia, Napoli.

Ritenendo essenziale ed urgentissimo un aumento di truppa in questo Capo Provincia, non ostante la disfatta dei filibustieri, mi son diretto a S. E. il Commissario Straordinario di S. M. Reale, D. G. in Palermo, e per la interruzione delle comunicazioni, prego l'È. V. degnarsi partecipare da cotesta alla lodata E. S. le mie efficaci preghiere in obbietto cosi interessante.

Da Catania 19, ore 12. 35 p. Dato da Reggio ore 5. 45 p.

L'Uff. le Interprete Spasiano Antonio.

m) Al Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Portici, 19 di maggio 1860. — Eccellenza. — 0' ricevuto ordine d'invitar l'È. V., a prescrivere allo Intendente di Noto, di ritirarsi (quando più non potrebbe tener fermo colà) a Siracusa con tutte le Autorità.

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E' pur nondimeno voler Sovrano, che, pria di appigliarsi a questo estremo, l'Intendente minacci la provincia di abbandonarla.

Prego V. E. curarne l'adempimento, e gradire in un medesimo gli attestati dell'alta mia considerazione.

Dell'Eccellenza Vostra.

n) Il Ministro... a S. E. il Tenente Generale Lanza, Commissario Straordinario in Sicilia.

Napoli, 19 maggio 1860. — Eccellenza. — D'ordine di S. M. il Be Nostro Angusto Signore, compiego a V. E. le copie di due telegrammi, l'uno dell'End, di M essina e l'altro dello intend. di Catania.

Rileverà dagli stessi in quale trista posizione si presenta lo spirito pubblico di quelle due provincie. Entrambi gli anzidetti Intendenti richiedono con urgenza aumenti di truppe, richieste che in questo momento da qui non può soddisfarsi.

Vuole S. M. che V. E. nella intelligenza di quanto mi hanno riferito i predetti funzionari, provveda col suo senno e suo accorgimento in quel modo che giudicherà opportuno. E poiché per la interruzione delle comunicazioni elettriche e postali, E. V. non potrebbe con facilità e prontezza far giungere in quelle provincie i suoi ordini, è indispensabile che per ora la corrispondenza abbia luogo per la via di mare.

A qual uopo S. M. crederebbe, semprechò V. E. non opini di farsi diversamente, che tale corrispondenza dovesse eseguirsi per mezzo de'  vapori i quali sono in crociera, in modo che ricevendosi, da uno di essi, i plichi, in Palermo, vengano passati da uno all'altro vapore sino a Messina, d'onde potrebbero poi spedirsi quelli che fossero diretti agl'Intendenti ed a'  Funzionari delle altre provincie.

E' ben inteso che questo Servizio dovrebbero eseguirsi senza che per nulla si alteri la crociera, e s'interrompa la vigilanza secondo i porti assegnati a ciascun piroscafo.

Non per tanto S. M. lascia interamente alla di Lei esperienza e alla nota di lei saggezza di regolare questo servizio di corrispondenza come meglio crederà in questi straordinari momenti, e s'impromette coi mezzi che V. E. sarà per adottare che le Autorità dello interno della Sicilia non mancheranno di provvedimenti pronti ed energici per ristabilire pienamente l'ordine e la tranquillità in cotesta parte dei Reali dominii.

o) Circolare del dì 21 maggio del Comandante le Armi nella Provincia e Piazza di Palermo a'  Consoli residenti in Palermo.

Palermo, 20 maggio 1860. — Signore. — Lo spirito demagogico che predomina in questo momento la Città ha fatto correre la voce, di volere le reali Truppe mettere a sangue ed a fuoco Palermo.

Le Reali Milizie stanno a tutela e non a danno della vita e delle sostanze dei sudditi di S. M. e nella guerra civile che degli stranieri invasori sono venuti a suscitare, esse non trascorreranno giammai ad atti che la Civiltà e l'onore militare riprovano e condannano.

— 360 —

Nel farle ciò palese onde rassicuri i suoi connazionali, giudico necessario avvertirla, che se un insorgimento avvenisse in Città, le Reali truppe dovranno ricorrere a tutte le dolorose estremità che impone la guerra per reprimerlo, delle cui conseguenze io non saprei né potrei rispondere verso gli stranieri che dimorano in questa città.

Ella farà di questa comunicazione l'uso che giudicherà piò conveniente. Riceva le assicurazioni della mia stima

Il Maresciallo di Campo Comandante Salzano.

p) Il Commissario Ferd. Lanza a S. E. il Ministro di Sicilia.

Palermo, 21 maggio 1860. — Eccellenza. — L'Avventuriere Garibaldi ha pigliato il titolo di Dittatore della Sicilia in nome del Re Vittorio Emanuele, ed ha invitato tutti i Siciliani dai 17 ai 50 anni a pigliare le armi.

In un bollettino che ha fatto sullo scontro di Calatafimi loda il coraggio dei Soldati di S. M. e dice che sonosi battuti valorosamente.

Colgo a premura far ciò palese a V. E. per la sua debita intelligenza.

q) Il Commissario Straord. 0 Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato p. gli Affari di Sicilia. Napoli.

Palermo, 21 maggio 1860. — Eccellenza. — Dall'Intendente della provincia di Trapani con rapporto del 18 corrente mese, mi è stato scritto quanto appresso:

«In prosieguo del mio rapporto rassegnatole e speditole con apposita barca, unico mezzo per farlo giungere, le faceva conoscere lo stato della provincia, essa è tutta in completa rivolta, l'unico punto che regge è la Città di Trapani, dove vi sono le principali Autorità e dove esiste una truppa di guarnigione, se sia il timore di vedersi bruciati pria che la Truppa fosse obbligata a rinchiudersi nel Castello, o il volere attendere l'esito di Palermo, non è un giudizio a potersi dare con piena convinzione, il fatto sta che non si muovono, non saprei però se l'apparizione di qualche numerosa squadra che potesse presentarsi alle mura del paese, potesse farli decidere, a volere quelli sostenere, piuttosto che le R. li Truppe, di talché replico, sempre ciò che altre volte ho detto, che qui bisognerebbe aumentare di un altro battaglione la Truppa, e cosi finire di contenere il paese nella imponente forza poter far fronte nel caso di un assalto esterno. Sarà poi dell'alta saggezza dell'E. V. il provvedere come meglio sarà per credere all'imponenza delle circostanze. i tanto mi pregio renderne informato l'È. V. per la opportuna sua intelligenza».

r) Telegrammi snlle condizioni politiche di Catania e di Messina. L'Intendente di Messina a S. E. il Ministro di Sicilia.

I.

Napoli, 21 maggio 1860, ore 6 pom. — In riguardo alla posizione politica di questa provincia mi uniformo pienamente al mio ultimo telegramma avantieri, Messina, 21.

Da Reggio alle ore 5, 30 pom.

L'Ufficiale interprete, Antonino Spasiano.

— 361 —

II.

Napoli, 19 maggio 1860, ore 5, 45 pom. (venuto in cifre).

In discarico del mio dovere mi affretto rassegnare che le condizioni di questa e di tutta la Provincia sono in brevissimo tempo assai peggiorate. Lo spirito pubblico nonostante il telegramma ricevuto ierisera è talmente esaltato per le voci allarmantissime arrivate stamane da Palermo con un vapore Inglese di commercio per quanto si deve fondatamente temere che da un momento all'altro possa succedere un'esplosione foriera di ben tristi conseguenze. Supplico ed insisto pei pronti provvedimenti ed aumenti di truppa. Da Messina, 19, ore 2 pom. Dato da Reggio alle 5, 30 pom. L'Ufiziale interprete: Modestino del Gaudio.

s) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia. Napoli.

Palermo, 21 maggio 1860. — Eccellenza. — Dall'Intendente di Girgenti in data del 16 andante mi si scrive quanto appresso:

«Due parole sollecitamente, perché lo Uffiziale della Fregata YArchimede, deve ritornare al Molo.

«Ieri siamo stati in grave trambusto.

«E qui ed al Molo fu attaccata la Truppa e temo maggiori disordini domani.

«Ho chiamato il sig. Maresciallo Rivera, attualmente in Canicatti. Non so se verrà e quando.

«Qualora si fosse trattenuto in Girgenti colla sua colonna, la tranquillità delle due provincie di Girgenti e Caltanissetta si sarebbe meglio assicurata.

«Sciacca ed altri Comuni di quel Distretto sono in rivolta. Temo che lo stesso avvenga fra non guari per Licata ed altri.

«Prego V. S. di provvedere con pronto rinforzo di Truppe».

Il che mi onoro trascrivere a V. E. per la debita sua intelligenza.

t) Ferdinando Lanza Commissario straord. a S. E. il Ministro Segretario di Stato in Sicilia.

Palermo, 21 maggio 1860. — Eccellenza. — Pregiomi trasmetterle qua in seno degli esemplari d'un Manifesto da me pubblicato e che ho diffuso per tutta la Sicilia dirìgendole agl'Intendenti.

In Palermo questo Manifesto non ha prodotto alcuna impressione, né il poteva stante l'esaltazione nella quale si trovano gli animi.

u) Il Ministro degli Esteri al Ministro Segretario di Stato

per gli Affari di Sicilia, in Napoli.

Palermo, 21 maggio 1860. — Eccellenza. — È giunta stamane, con data di ieri, la segnalazione seguente:

«L'ufficiale telegrafico Manente, ed i segnalatori Moricca, Marengo, u Fraso e Andolfi si sono presentati in Siracusa, per non esservi in u Noto più autorità».

L'Augusto Padrone nostro, cui è umiliato la segnalazione surriferita, si è degnato impormi di manifestare all'E. V., che anche le cennate

— 362 —

Autorità avrebbero dovuto tanto praticare, quando più non poteano tener ferino.

Ai che io compio con la presente, offerendole ancora gli attestati dell'alta considerazion mia.

v) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza a S. E.

il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 21 maggio. — Eccellenza. — Le condizioni politiche di questa parte dei Reali Dominii peggiorano sempre più, e se la rivoluzione non è divenuta ancora generale, devesi alle incertezze, in cui si trovano gli animi i quali aspettano l'esito della lotta, che va ad impegnarsi da un momento all'altro, fra le Reali Truppe e gl'insorti.

Le Provincie di Messina, di Catania e di Noto, comunque profondamente agitate, stanno ancora sotto l'obbedienza dell'Autorità reale.

Non si hanno novelle delle Provincie di Girgenti e Caltanissetta, e si aspetta il ritorno del Piroscafo spedito in giro per tutte le Città marittime per sapere in quali condizioni si trovano.

Si sa che il Distretto dì Sciacca è in insurrezione.

Quello di Termini è pure insorto, e delle bande hanno molestato con fucilate il forte che ha respinto gli aggressori.

Noi siamo strettamente chiusi nel cerchio dei monti che cingono Palermo. I compagni d'arme e gli esploratori che si spediscono al di là, trovano tutti i sentieri occupati dagl'insorti, e parecchi sono stati uccisi o arrestati.

In Palermo lo spirito pubblico è pessimo e si ha deciso proponimento di venire dalla popolazione alle mani colle R. Milizie.

Nelle ore pomeridiane dei gruppi di popolaccio a cui sono framiste persone ben vestite, levano delle grida sediziose, ed il giorno 19 dei colpi di fucili partirono da uno di questi gruppi. La pubblica forza rispose e due degli agitatori succumbevano.

Il giorno stesso un popolano insultò una sentinella e volendo guadagnargli la baionetta, il soldato scaricò il fucile e gli feri perciò la mano.

Sulle montagne che stanno ad Oriente della Città, la notte veggonsi dei fuochi e dei lumi di segnalazioni.

Le officine pubbliche sono tutte chiuse, avendo i funzionari e gl'impiegati disertato il loro posto.

Le minaccio di destituzione non recano alcun frutto, prevalendo potentemente i timori che desta la rivoluzione.

Piaccia a V. E. restare intesa di questi particolari e farne l'uso che giudicherà conveniente.

z) L'Incaricato del Portafoglio degli Affari Esteri al Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia, in Napoli.

Napoli, 22 maggio 1860. — Eccellenza. — Il Regio Console in Malta mi riferisce che un marinaio del Parangello di Real Bandiera San Giuseppe, per nome Alessandro Portelli, ha recato una lettera al Marchese Rosario Chiaramonte, venditore di vino, domiciliato in Malta.

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Da essa rilevasi che un messo spedito dai Palermitani a Garibaldi gli abbia detto che, pel 21 stante, poteva liberamente entrare in Palermo, giacché

in quel giorno i Siciliani intendono fare un secondo «Vespro». Il Chiaramonte riferì che un tal Giuseppe D'Angelo, che da Palermo si recò in Messina, abbia inalberato la bandiera tricolore sopra la sua casa, di tal che poteva credersi essere stato lui il messo spacciato al Garibaldi.

Scrive ancora il Regio Console che fu noleggiato per Cagliari un cutter inglese a nome Director, Capitano F. Presciani; ma esso sarebbe andato a Marsala avendo a bordo un Conte Costantino ed un L. Paretti, i quali possono forse essere Cosenz ed Orsini; aggiungasi che a bordo ci sieno amici.

Bisogna inoltre che in Sicilia sieno strettamente sorvegliate tutte le barche appartenenti alla marina del Pazzallo allorquando arrivano da Malta.

Da ultimo mi si partecipa che il 17 stante, fu catturata al Gozo e condotta in Malta la speronara maltese Superbo, del padrone Pisani, avendo a bordo casse con sciabole, sacchi di palle e 33 fasci di fucili. Questo legno era stato spedito con orzo per Cagliari ed era andato al Gozo per ricevere a bordo tre persone ignote per approdare probabilmente in aualche punto della Sicilia. Questo fatto dimostra che il Governo dell isola veglia perché non escano armi e munizioni da guerra ed infatti sono stati dati a quella polizia marittima ordini pressanti onde non parta nessun legno mercantile senza una preventiva e stretta visita fino nelle botti ed altri recipienti voti.

Di tanto ho voluto informare l'E. V. per sua intelligenza.

w) Il Commissario Straord.° Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Seg. di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 22 maggio 1860. — Eccellenza. — Una persona spedita da Palermo come esploratore fra le bande che osteggiavano ieri le reali Truppe sui monti di Monreale, di ritorno ha riferito, che i filibustieri di Garibaldi accampati a sei miglia da quella Città, non pigliavano parte al combattimento, e che meglio di duemila erano gl'insorti che furono attaccati e respinti dalle Reali Truppe.

Capitanava gl'insorti il notissimo Rosalino Pilo Gioeni che fu ucciso nel combattimento e spogliato delle sue vestimenta dagli stessi faziosi e lasciato nudo sulle rocce. Gl'insorti si ebbero sette uccisi e parecchi feriti e dei prigionieri. Tolgo a premura far ciò palese a V. E. per sua debita intelligenza.

IV.

a) Fratelli.

La sbirraglia di Maniscalco, vedendoci decisi a qualunque costo ad abbattere, e per sempre, l'abborrito dispotismo della schiatta Borbonica, e conoscendo prossimo il nostro completo riscatto, cerca dare sfogo alla sua bile tingendosi le mani nel sangue cittadino.

Ieri infatti, sol perché alcuni giovani entusiasti alzarono il grido in lode della patria e del primo suo campione e glorioso nostro Re Vittorio Emanuele, non si resistettero per la seconda volta dal far fuoco sul popolo inerme, su quel popolo, che, al momento opportuno, saprà disperderli come polvere.

— 364 —

Bando dunque, e per sempre, alle pacifiche dimostrazioni... Il comitato lo impone per la salvezza della patria. Chi trasgredirà questo salutare comando sarà riguardato come nemico della libertà e satellite del Borbone.

Fratelli! siate pur certi che altro a noi oggi non resta che con dignità e fermezza esser presti all'estrema lotta.

Aspettiamo perciò che suoni l'ora del trionfo nella quale saprem conquistare la Libertà col solo luccicar delle armi nostre e col grido: Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi!!!

Palermo, li 20 maggio 1860.

Il Comitato.

Notizie della Guerra.

17 maggio — Le masse nostre organizzate militarmente riunitesi a Garibaldi, ascendono ad 8000 uomini.

Altra squadra di circa 800 uomini, fra i quali moltissimi a cavallo, si posero oggi sotto i suoi ordini.

Il resto della colonna dei reali comandata da Landi, che fu disfatta a vita, ingolfavasi nel bosco che precede Alcamo, incalzata sempre dai nostri.

18maggio — Dopo piccole scaramucce Garibaldi entrò in Alcamo tra le universali acclamazioni.

Ovunque Ei passi resta stupefatto della gara colla quale poveri e ricchi mettono a sua disposizione tutti i loro averi; e quantunque avesse egli ordinato di pagar tutto, pure il suo comando resta vano per la generosità ed entusiasmo dei nostri.

Viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi!!!

Palermo, 21 maggio 1860.

Il Comitato.

b) I Cittadini di Catania alle truppe borboniche.

Catania, li 22 maggio 1860. — Soldati! — Garibaldi già a quest'ora dovrebbe essere entrato in Palermo — Non pochi dei vostri compagni si sono dati a lui, e Bono stati accolti e premiati. Qui è imminente la rivoluzione. Che farete? Ove andrete? In Napoli troverete le stesse cose, perché la causa nostra è causa Italiana, non Siciliana — Voi siete Itaiani — Siete nostri fratelli — Imitate l'esempio de'  Toscani che tutti si diedero col Popolo; imitate quelli tra i vostri che in Palermo si son dati con Garibaldi. Correte tra le nostre braccia. Noi tutti vi accoglieremo. Avranno un grado di assenso i graduati. — Avrà denaro chi ne avesse bisogno. Fate presto finché siete a tempo!

c) Alle Donne Siciliane.

Dalle alture di Gibilrossa, 22 maggio 1860. — Mentre i prodi d'Italia incominciando dalle Alpi all'Etna combattono per la libertà, anche le donne che amano la patria possono rendere grandi servizii alla causa, preparando filaccie e bende pei fratelli feriti.

In Lombardia ed in Piemonte nell'ultima guerra nazionale le Signore si resero benemerite della patria, soddisfacendo a quel sacro e caro sentimento.

— 365 —

Voi che siete nate nella terra dell'Etna, ove il cuore è più caldo, sentirete questa pia sollecitudine, apprestando ai prodi nostri i soccorsi vitali nelle battaglie.

Viva l'Italia, e viva le Donne.

G. La Masa.

d) Proclama di Vincenzo Fuxa, inviato del Generale Garibaldi.

Bagheria, li 22 maggio 1860. — Il Generale Garibaldi, Dittatore del Governo provvisorio di Sicilia, il di cui nome risuona vittoria, a voi mi manda per organizzare un governo in nome di Sua Maestà Vittorio Emmanuele, e perché si mettano in marcia quei generosi cui la vita è di peso per l'obbrobrio della schiavitù.

Voi l'avete preparato; abbiatene la nostra gratitudine e quella della Patria. — Il comitato da voi scelto veglierà alla tutela del paese ed alla interna amministrazione.

Fratelli! nell'unione sta la forza — Bando agli odii privati, essi snervano le nostre forze, facendoci deboli e vili — L'Europa ci guarda — Che nessuna povera idea d'interesse offuschi lo splendore della nostra causa — Noi vinceremo!!!

Viva Vittorio Emmanuele! Viva Garibaldi!

V. Fuxa.

e) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 23 maggio 1860. — Eccellenza — L'Intendente di Girgenti con ufficio dei 21 dello stante mi scrive quanto appresso:

«Con mio spedito col brigantino a vapore Maria Teresa rassegnai a V. E. lo stato della Provincia.

«Ora aggiungo che i comuni vanno di giorno in giorno pronunziandosi alzando il vessillo della rivolta ed in diversi punti son comparse delle bande armate.

«La dimora in questa del Big Maresciallo Afan de Rivera colla sua colonna ha tenuto a freno Girgenti ed alquanti paesi circostanti, ma il suo allontanamento porterà la perdita dell'intera Provincia.

«Manchiamo assolutamente di notizie di codesta Capitale e circolano voci contraddittorie ed assurde. Fo ciò noto a V. E. per sua opportuna intelligenza».

f) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato per gli Affari Esteri di Sicilia.

Palermo, 23 maggio 1860. — Eccellenza. — La Città di Palermo è sempre nello stesso stato, agitata e pronta a pigliar le armi allo affacciarsi delle bande di Garibaldi. — Tutto il lato Orientale è coverto d'insorti ai quali sono framisti dei filibustieri, e dalle notizie raccolte, sembra che aspettino che la grossa colonna di Garibaldi faccia impeto su Monreale per attaccare la Città — La provincia di Girgenti è in sollevazione e solo il capoluogo contenuto dalla guarnigione sta sotto l'Autorità Reale — Manchiamo di notizie delle altre provincie.

Ieri il forte di Termini fu tempestato da una viva fucileria che si fece tacere dal cannone del Forte e dalla fregata l'Ercole che trovavasi in quelle acque per vettovagliare la guarnigione. — Adempio al debito di far ciò palese a V. E. per sua opportuna intelligenza.

— 366 —

g) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza

ai Consoli Stranieri.

Palermo, 24 maggio 1860. — Signore. — Varie protestazioni mi sono arrivate da parte dei Consoli stranieri residenti in questa Città di risposta alla Circolare del sig. Maresciallo Salzano, con la quale li avvertiva che l'Autorità non può rispondere delle conseguenze d'un bombardamento, qualora fosse mestieri ricorrervi per soffocare un insorgimento nello interno della Città.

L'avvertenza fatta dal Maresciallo, è di usanza fra le nazioni civili in congiunture simili, e serve a fare declinare qualunque responsabilità da parte del R. Governo.

I Consoli e i loro connazionali nella prensione d'un disastro, potranno Be il vogliamo, mettere in salvo le loro persone e la loro roba. Se nonché io ho ferma speranza che Palermo non diverrà teatro d'una sanguinosa lotta civile, e tutti i miei sforzi sono diretti ad allontanare dalle sue mura le calamità della guerra.

L'invasore straniero sarà combattuto fuori Palermo, e difatti oggi la banda di Garibaldi fu sloggiata dalle R. Truppe dalle forti posizioni che avea preso al Parco a 7 miglia da Palermo, ed incalzata sulla sommità dei monti della Piana dei Greci.

Ma se malgrado i miei sforzi, i faziosi facessero insorgere la Città, il fuoco delle artiglierie di mare e di terra, per legittima difesa, dovrebbe concorrere colle Truppe alla repressione della rivolta.

In questa trista eventualità, io non farei aprire il fuoco che due ore dopo il cominciamento delle ostitalità, per dare agio ai sigg. Consoli, agli stranieri ed alle pacifiche persone di riparare in luogo sicuro.

Colgo a premura farle ciò palese per la debita sua intelligenza.

h) Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato

per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 24 maggio 1860. — Eccellenza —Dall'Intendente di Catania con foglio de'  19 andante mi si scrive quanto appresso:

L'agitazione nello spirito pubblico di questa Città siegue ad incalzare da far temere una imminente rottura d'ordine, per la quale si son fatti circolare per i comuni della Provincia dei programmi consimili allo accluso che rassegno.

Esistendo in questa una Forza Doganale che distribuita a piccole partite per la custodia del litorale, non sarebbe capace resistere a qualche aggressione di faziosi, ho creduto far loro depositare le armi in questo Re Forte Ferdinando.

Altrettanto ho disposto per le guardie dei Dazi Civici, ch'essendo in poco numero, avrebbero potuto del pari andare soggetti di essere disarmati.

Rimarrebbe provvedersi per la Guardia Urbana della borgata di Cibali nel N. di 150 che il Commissario di Polizia asserendo non meritar fiducia ha proposto che subito venisse immediatamente disarmato.

In obietto ho scritto al medesimo di pendere dagli ordini del signor Generale Comandante Superiore la R. Truppa in questo Capo Provincia, per modo che se costui il crederà potrebbe riuscirsi meglio allo scopo con i mezzi che sono in suo potere unico solo e sempre.

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Domentre in co tal guisa ho procurato prevenire le sovversive mene dei tristi, con pena son venuto a conoscere per notizie ufficiali de'  Giudici di Paternò e Adernò, essere arrivata nel giorno 17 volgente in detti Comuni una vettura corriera con armati che discesi dalla stessa han fatto sventolare, e piantato le bandiere tricolori, sebbene nel primo comune nel di seguente l'ordine e stato rimesso, al contrario di Adernò, ove si è costituito un Comitato rivoluzionario, il quale con uno dei suoi primi atti ha diminuito il dazio sul macino.

In Mister Bianco fatto l'uguale tentativo di sconvolgere l'ordine, non trovò alcun eco in quella buona popolazione degna di ogni lode, perlochè il segno sudetto indi a brevissimo tempo è scomparso.

Nel dovere di rassegnare l'anzidetto alla superiore conoscenza della E. V. le soggiungo aver disposto prontamente che il Capitano d'armi alla testa di quel maggior numero di forza che potrà riunire si trasferisse ne' summentovati Comuni per rimettere l'ordine pubblico al quale da una branca d'individui di alieni Comuni si è osato attentare non avendo pretermesso ad un tempo rendere sciente il Generale Comandante Superiore questa R. Truppa, invitandolo, ove il potrebbe, spedire sui luoghi qualche colonna mobile per viemeglio riuscire allo scopo, e darsi delle severe lezioni ai colpevoli, sebbene il mio desiderio non potò effettuarsi per la pochezza di questa guarnigione che non comporta di membrarsi, e per la quale ragione ho pregato più volte tanto S. E. il Luogotenente Generale che S. E. il Ministro degli Affari di Sicilia, essere stretta necessità lo aumento sempre più meglio della stessa non solo per poter garentire l'ordine pubblico in questa Città che per avere della forza disponibile per qualche colonna mobile. Piaccia all'E. V. restarne intesa.

i) Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro Segretario di Stato

per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 24 maggio 1860. — Eccellenza — Dall'Intendente di Messina con foglio del 22 spirante mese, mi si scrive quanto appresso:

L'altro ieri fu rinvenuto in Messina un cartello contenente delle notizie con le quali s'intendevano contradire quelle che si erano ricevute col telegramma prevenuto da Napoli sulla disfatta delle bande di Garibaldi, e si chiudeva col «viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele, viva Garibaldi».

Si è fatto inoltre circolare con programma a nome del sedicente Comitato di Palermo, dichiarando nuovi disbarchi in Sicilia, organizzamento di squadre, armamento e dichiarazioni dello Ispettore di Polizia Ferro, di essersi messo sotto la protezione del Comitato medesimo.

Altri due cartelli si trovarono il 14 in Milazzo, spingendo quegli abitanti all'armamento ed alla rivolta.

Nelle attuali circostanze la Polizia non può far altro che impedire per quanto si possa, il rinnovellamento di ciò, e quindi per adesso mi imito a darne contezza a V. E. per la sua superiore cognizione. Le comunico a V. E. per sua intelligenza.

— 368 —

V.

a) Sulla morte di Rosalino Pilo. Lettera del colonnello

Giovanni Pittaluga al Cortes.

Bologna, maggio 1894. — Carissimo Cortes. — Ella ebbe la bontà di richiedermi che le narrassi qualche episodio della gloriosa campagna garibaldina del 1860. Mentre sono molto imbarazzato ad accontentarla e volentieri tenterei di esimermene, non vorrei d'altra parte sembrare scortese con lei, caro campione del patrio risorgimento, cultore amoroso, diligente ed ammirato dalle nostre glorie.

Ecco, io feci la campagna del 1860, da umile gregario fino al 2 ottobre, nel quale giorno sono stato promosso sottotenente.

Ero giovane d'anni, ed ancor più di esperienza. Mi vibrano ancora nell'animo le impressioni di quell'epoca, che rimarrà sacra al culto del mio cuore, fino all'estremo respiro. Ma la mia osservazione non potè esercitarsi al di là della mia vista di semplice sottotenente volontario. Perciò, o racconterei cosucce da destare compatimento o mi farei bello di narrazioni riflesse e già note. Preferisco fare di piè pari un salto di 30 anni, e narrarle una mia passeggiata fatta nel 1890. In detto anno io ero capo di stato maggiore della Divisione militare di Palermo, ed avevo sotto di me, applicato di stato maggiore, il capitano Girolamo Pilo, nipote di Rosalino, il precursore dei mille.

«Capitano, saprebbe indicarmi il luogo preciso dove cadde suo zio Rosalino?». Io tenevo fissi gli occhi sulla miglior carta che esista dei dintorni di Monreale. «Ho sempre inteso dire, e letto nei libri, che mori in Vallecorta». «Anch'io conosco questa indicazione, data da Oddo, da Jessie Withe Mario e da altri; ma è troppo indeterminata. Vorrei proprio precisare il luogo, dov'egli, mentre fidente scriveva al suo generale, fu colpito a morte, per eternare con un segno quella zolla sulla quale esalò l'anima sua grande e gloriosa»; e persuaso che i luoghi serbano i ricordi e li rivelano, soggiunsi: «Facciamo una cosa, rechiamoci a San Martino. Chi sa che non possiamo raccogliere qualche notizia, magari qualche guida per salire sui monti e raggiungere Vallecorta».

«Certamente, io conosco il signor Nobili Carmelo, direttore della colonia agricola, il padre Tedeschi ed altri».

L'indomani di questo dialogo, di buon mattino, mi posi in marcia col capitano e non tardai ad avvedermi che la messe da raccogliere superava le mie speranze. Lo stesso capitano, eccitato dalle mie ricerche, disisemi durante il viaggio che suo padre possedeva il portafoglio che Rosalino teneva sulla persona, al momento che mori. Che il portafoglio conteneva carte preziosissime ed una serie di lettere del generale Garibaldi; che la sera precedente avendo parlato col padre delle mie ricerche e dei miei propositi, questi poneva a mia disposizione tutti i documenti che possedeva. Io esultava. Giunti alla monumentale abbazia, ci volle un po' di tempo per le presentazioni, per i saluti e per stabilire il piano delle ricerche, le quali destarono grande eccitamento nella colonia agricola ed in tutto il paese di San Martino.

Le notizie piovvero. Moltissimi popolani agricoltori si proffersero per accompagnarmi sul monte; tutti avevano preso parte ai fatti del 1860, tutti dicevano d'aver visto il principe don Rosalino, e davano notizie per verità molto confuse.

— 369 —

Non tardai a scoprire che uno di essi era un testimonio prezioso dei fatti da me ricercati. Niente meno ch'esso era stato mandato dal padre Luigi Castelli, abate di S. Martino, a prendere sul monte il cadavere di Rosalino Pilo. «Andiamo sul monte; in un'ora arriveremo alla Neviera». Vennero su dodici o quindici persone. Per tutta la strada si parlò sempe di Rosalino.

Io avevo portato oltre la carta alla scala 1:50000, anche quella alla scala di 1:10000 nella speranza di poter identificare il punto da me cercato.

Passammo dalle case Messina, poi dopo 300400 metri svoltammo a sinistra e quindi a destra per un sentiero arrivammo sotto un masso roccioso, dove si risvoltò in direzione di sudovest e si giunse alla Neviera.

10segno del sentiero che passa fra le due casette della Neviera, non esisteva sulla carta originale da 10000, fu da me aggiunto, così pure il segno del masso roccioso. Delle due casette chiamate la Neviera l'una, quella più ad oriente è propriamente l'entrata nella Neviera scavata sotto terra; l'altra una misera abitazione o ricovero.

Qui l'uomo, che 30 anni prima era venuto a prendere il cadavere di Rosalino Pilo, ci descrisse col piò grande accento di sicurezza e verità, il modo come lo trovò! Ci disse che il cadavere eia perfettamente ignudo, nel prato frapposto alle due casette, con la testa volta verso quella ad ovest. Quest uomo sulla cinquantina si chiama Pellerito Rosolino fu Giuseppe Antonio, muratore, da S. Martino delle Scale.

Mettendo assieme tutte le informazioni, piuttosto disordinate fino a quel punto fornitemi dalle mie guide e dal mio seguito, risulterebbe che la vigilia del 21 maggio, giorno molto piovoso, Rosalino Pilo sali alla Neviera con Giovanni Corrao che, lascilo un servizio d'avamposti, ridiscese all'abbazia per passarvi la notte, che all'alba del 21 ritornò alla Neviera, lasciando parte dei suoi a guardia di S. Martino; tichiamò a sè sul monte le forze che aveva lasciate a S. Martino. Attaccò la linea di avamposti nemici e la fece rincularo verso Monreale; ma contrattaccato a sua volta da forze molto superiori giunte da Monreale, dovette retrocedere fin verso l'origine dei Valloncelii più orientali, tributarli di Vallecorta.

Quivi sentendosi sopraffatto dalle forze nemiche e ridotto a grande scarsità di cartucce, decise di chiedere rinforzo al generale Garibaldi, e mentre verso le 11 scriveva in tal senso, appoggiandosi ad un sasso del monte, lo colpi nella testa una pa!la da fucile, che rimase nell'interno del cranio, e lo rese all'istante cadavere. Accorsero subito i più vicini, e poi Giovanni Corrao, che era poco distante; e constatata la morte, il Corrao la notificò a Garibaldi che trovavasi tra Pioppo e Monreale. Corrao tolse a Pilo la sciarpa, la camicia rossa, l'orologio ed il portafoglio per consegnare il tutto alla famiglia e fece portare il cadavere alla Neviera, nel punto già indicato. Chi portò, o meglio chi diresse il trasporto del cadavere dal punto ove cadde alla Neviera, è stato Jacopo Cusumano fu Giovanni da S. Martino delle Scale, che nel 1860 era guardaporta dell'Abbazia e che si era fatto soldato volontario sotto Pilo.

Corrao prese il comando e dovette continuare la ritirata. I regi oltrepassarono la Neviera, ed un loro drappello, che suppongo di estrema destra, entrò pure nell'Abbazia.

I soldati regi frugavano e spogliavano i garibaldini, che nella loro avanzata trovavano morti, e cosi fecero di Rosalino Pilo alla Neviera: talché avendo egli indosso roba bella, fina e pulita, gli tolsero tutto e lo lasciarono perfettamente ignudo.

— 370 —

Fu fortuna che niuno di coloro che lo spogliarono o lo videro lo abbia riconosciuto, perché si sarebbe certamente impossessato del suo corpo quale ambito trofeo.

La stanchezza avea fatto cessare il combattimento. I garibaldini appoggiarono verso Pioppo, fingendo di resistere, perché il generale preparava quella magistrale mossa di spostamento dal trivio di Benna a Parco, che da sola basterebbe a formare la fama di un generale, perché Garibaldi con tale mossa rinunziava alla Sicilia occidentale, divenuta sua sicura base dopo Calatafimi, e mentre sorprendeva con l'audacia e la rapidità i suoi nemici, veniva ad impossessarsi ed a coprire d'un colpo tutta la Sicilia centrale. I regi alla lor volta scesero sulla strada di PioppoMonreale, ove la scaramuccia continuò sino a notte inoltrata.

Sulla Neviera regnava solenne il silenzio, ove tutto il giorno, dall'ai beggiare, era stato incessante il fuoco di fucileria ed il clangore delle trombe, e le voci concitate dei comandanti, e le grida dei vittoriosi, ed i lamenti dei perdenti, ed i singulti dei morenti di ambo le parti. La notizia della morte dell'audace e celebre agitatore siciliano, corse rapidissima a destare il compianto degli amici, a rilevare lo spirito degli inimici. Tutta la numerosa famiglia PiloGioeni dei principi di Piraino e conti di Capaci, ne fu subito informata. A quell'epoca la famiglia era composta di quattro fratelli: Ignazio, Giuseppe, Giovanni, e l'ultimo Rosalino l'eroe della cui morte trattiamo.

Il primogenito Ignazio conte di Capaci era di opinione borbonicoreazionaria, e gli altri tutti e tre liberali. Il conte Ignazio era intendente borbonico della provincia di Palermo, quando Rosalino cadavere per la libertà d'Italia sui monti S. Martino; e Maniscalco, con brutale premura, si affrettò di darne al fratello intendente con gioia l'annunzio. Caduta Palermo il conte Ignazio, durante l'armistìzio, s'imbarcò per Malta, da dove raggiunse poi Francesco II a Roma. Soltanto dopo il 1870 ritornò a Palermo rifiutando dal Governo italiano la pensione che gli sarebbe aspettata.

Morto lui, la vedova la cercò e l'ottenne. Lasciò due figli Gerolamo e Vincenzo, viventi, con modesto patrimonio e casa propria in via Alloro.

11secondo fratello, Giuseppe, ora commissario militare, vive e figura ancora nell'annuario militare del 1894, quale tenente colonnello in posizione ausiliaria, come suo figlio Girolamo vi è inscritto nella stessa posizione quale capitano di fanteria.

Il terzo, Giovanni, egli pure vivente, dimorante a Cianciana, è padre di quell'Ignazio Pilo, che fece tutte le campagne dell'unità d'Italia e mori a Digione. Ebbe pure un altro figlio, Gerolamo, quello stesso che trovavasi convittore nell'Abbazia di S. Martino quando Rosalino vi passò la notte del 20 al 21 maggio. Era allora abate di S. Martino padre Luigi Castelli (ultimo degli abati morto nel 1868 amico dei Pilo). Saputo egli pure della morte del valoroso Rosalino, mandò verso le 5 pom., alla Neviera il Pellerito Rosalino già sopra nominato, insieme a Pellerito Pietro fu Benedetto (il quale nel 1890 era ancora vivente, ed era spazzino municipale a Palermo noi Corso Cavour), ed a Gaspare Schera (già morto nel 1890). Recarono con loro la cassa, entro la quale riposero il cadavere dell'eroe e lo portarono all'Abbazia, dove fu deposto la stessa sera del 21 nella tomba di mezzo detta di S. Gregorio.

Tutte le particolarità sopra esposte avevano vivamente attirato ed avvinto la mia attenzione e mi sembravano tuttora degne di memoria.

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Nel raccoglierle, là sul luogo, confrontarle, vagliarle, passò del tempo; ma il mio pensiero non aveva abbandonato un solo istante lo scopo primitivo per cui mi ero messo, trovare cioè il luogo preciso dove Rosalino era stato colpito. Nessuno di coloro che mi accompagnavano me lo sapeva indicare con precisione, ma ripetevano che Rosalino era caduto morto sul Tempone o Pizzo della Neviera, lo mi diressi tuttavia in Vallecorta, accennata da molti scrittori, studiai le varie inflessioni del terreno che ne costituiscono la testata, tentai di ricostruire l'andamento del combattimento, l'avanzata dei garibaldini, il contrattacco dei regi e la ritirata dei primi; cercai il sasso emergente sul quale insistentemente si affermava che l'eroe scrivesse & Garibaldi, e nel quale cadde estinto, ma non ho ardito di conchiudere d'averlo trovato (1).

Già si faceva tardi, ed impegni imperiosi mi imponevano il ritorno a Palermo. Abbandonai pensoso quel campo di ricerche, che, se non raggiunsero lo scopo principale, non furono dei tutto infruttuose. Anzi, convinto qual sono che chi intraprende delle ricerche deve essere preparato alle difficoltà, mi sentii soddisfatto dei risultati ottenuti, e mi proposi di ritornar sul luogo con mezzi e metodi migliorati come suggerivami l'osservazione e l'esperienza.

Disgraziatamente prima che potessi attuare il mio proponimento mi pervenne il tr&slocamento da Palermo e dalla Sicilia. Non me ne sono mai più occupato, ma sopravvisse sempre in me il desiderio di ritornarvi sopra; tanto che ora, volendo corrispondere alla sua cortese insistenza di avere una mia memoria sulle cose del 1860, subito mi venne in mente di farle, caro commilitone, questa narrazione. A complemento della quale aggiungo che Corrao consegnò poi dopo la presa di Palermo, a Giovanni Pilo, fratello di Rosalino, gli oggetti tolti sul cadavere dell'eroe, e che il portafogli, fra le altre carte, conteneva anche le sette lettere che qui appresso le trascrivo, alcune delle quali ancora inedite.

(1) Guerzoni, II, 87. m Rosalino Pilo, mentre dalle alture di S. Martino stava scrivendogli (a Garibaldi), era colto in fronte da una palla borbonica e stramazzava freddo sul colpo».

Whitb, Garibaldi, 5515256. «Rosalino cadde in Vallecorta».

Garibaldi. Memorie, 353. «Rosalino Pilo fu colpito da piombo nemico mentre si accingeva a scrivermi dalle alture di S. Martino e stramazzò cadavere». Le stesse parole nel romanzo: I Mille, pag. 40.

Pecorini Manzoni, Storia della 15 Div., 40. «Sopra S. Martino Rosalino Pilo lasciava gloriosamente la vita».

Cuniberti. Storia militare della spedizione dei Mille, 28... a presso San Martino cadde Rosalino Pilo alla testa dei suoi».

Mazzini. Opera LXXXIV, nota... «si ritirò in luogo appartato, e appoggiato ad un sasso si pose a scrivere a Garibaldi chiedendo rinforzi. Mentre stava scrivendo, una palla lo colpì in fronte, rendendolo all'istante cadavere».

Abba, Noterelle, ediz. 91, pag. 70... «mi narrò (un picciotto) che nel combattimento di poche ore prima era morto Rosalino Pilo lassù; e mi additava i colli sopra Monreale. Morto d'una palla nel capo, mentre scriveva due righe a Garibaldi».

Ricciardi Giuseppe. Da Quarto a Caprera, Napoli, Stamperia del Vaglio, 1875, pag. 21... «Rosalino Pilo, che con Giuseppe Corrao aveva preceduto i mille in Sicilia, cadeva miseramente non lungi da S. Martino, colto ad un tratto dal ferro d'un traditore».

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Gli originali sono ora nelle mani dell'altro fratello cav. Giuseppe. Fu pure consegnata alla famiglia dall'abate Castelli una borsetta da viaggio che Rosalino aveva lasciato all'Abazia di S. Martino quando sali sul monte della gloriosa morte.

Anche in quella borsetta erano contenuti lettere e documenti interessantissimi. alcuni dei quali, pure conservati dal cav. Giuseppe, ho potuto leggere. Altri numerosi documenti di gran pregio, memorie, progetti, corrispondenze, aveva Rosalino lasciate a Genova in una cassa pressa la famiglia Quartara, della quale era intimo. Anche questa cassa di documenti venne ritirata dal fratello Giovanni che la portò a Cianciana.

La morte degli eroi vuolsi sempre circondare di cause misteriose, quasi che fossero insufficienti a spiegarla quelle ordinarie. Corsero truci dicerie che ebbero pur troppo vasta e prolungata eco. Ancora nel 1890 io udii, nei dintorni di quello stesso S. Martino, ripetere che la sola parola pronunziata dal colpito guerriero essendo stata quella del Corrao, volesse indicare chi avesse contro lui diretta l'arma micidiale, anziché chiamare il suo inseparabile compagno di periglio e di gloria, a surrogarlo nel comando.

£ quando io esponevo quanto fosse chiaro e semplice la seconda versione, ed inesplicabile la prima, mi fu risposto che alcuni giorni prima i due avevano altercato, e che Pilo con grande irruenza aveva investito l'altro perché credeva volesse consumare soprusi amministrativi. Questa deplorabilissima, infondata, iniqua diceria nel 1860 si ripeteva da alcuni sottovoce e suscitava sempre e dovunque il più alto sdegno. Trovò tuttavia chi la raccolse e la stampò.

Per questa sola ragione lo rammento, onde poter esprimere il più profondo rammarico che essa possa perdurare dopo che Garibaldi mantenne la sua fiducia nel Corrao sino ad innalzarlo nel 1862 al grado di generale (vedi Guerzoni, ii, 322), dopo che le opere storiche più pensate di questo epico periodo di storia patria, riaffermano la nobiltà dell'accusato. Ma io faccio anche voti, io bramo che sorga qualche voce potente a smentire direttamente la nera calunnia. In tal senso ne tenui anche parola a taluni dei patriotti siciliani che furono in aprilemaggio 1860 in relazione col Pilo, come Pietro Tondu, Salvatore Cappello, Giovanni Brasetti, Giovanni Canzoneri ed altri; ma non ho potuto ottenere da essi esplicite dichiarazioni, e neppure assicurarmi che avessero decise opinioni.

Mi è stato raccontato che quando nel 1860 la salma del nostro eroe, tolta dalla Cappella di S. Martino, ebbe degna apoteosi nel Panteon Nazionale di S. Domenico in Palermo, venne fatta l'autopsia, ed estratta la palla che era rimasta nella cavità cefalica, si trovò che essa, secondo taluni era sferica, secondo altri che era cilindro-ogivale; nell'uno come nell'altro caso eravi chi sosteneva che la palla era borbonica e chi diceva che non poteva esserlo. Canzoneri, per esempio, mi assicurò che la palla era sferica, e che essa è attualmente (1890) conservata dalla vedova di Rosario Bagnasco.

Il signor Carnezzeri invece, col quale mi intrattenni nello stesso Panteon, mi dichiarò che la palla era cilindro-ogivale e che è conservata da Orlando. Non ho potuto appurare la contraddizione; ma osservo fin d'ora che qualunque sia delle due la vera versione, la palla può esser sempre borbonica, perché mentre di primo mattino era fanteria borbonica, armata di fucile a canna liscia e palla sferica,

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quella che combatteva fra Castelluccio e S. Martino, giunse nella mattinata stessa ad afforzarla una compagnia di cacciatori, i quali erano armati con palla cilindroogivale. Insomma, caro signor Cortes, io ho fatto dei tentativi per precisare le circostanze della morte di questo grande italiano; ma ebbi appena tempo di iniziare il lavoro. I pochi elementi raccolti sarebbero andati perduti se non mi fosse giunta la sua graziosa richiesta. Ed io, nell'esporli a lei, faccio voti che un relatore delle patrie memorie più fortunato di me prosegua sui luoghi le ricerche, mentre sono ancora vivi in Palermo, Carini, Monreale, S. Martino ed altri paesi circonvicini i compagni di lavoro e di combattimento di Pilo, in guisa da poter incidere sul ricercato sasso: «Qui cadde l'Eroe, lasciando nell'Italia l'anima ardente di santo amor patrio». (Publicata nel Giornale di Sicilia, n. 141, dell'anno 1894).

VI.

a) Il Ministro degli Affari di Sicilia al signor Duca della Montagna, Sottintendente del Distretto di Siracusa.

Napoli, 25 maggio 1860. — Si fa supporre che l'Intendente di Noto signor Mezzasalma, ed il Segretario Generale signor Bonafede abbiano abbandonato la residenza disertando dal servizio, malgrado che l'Intendente fosse stato da S. M. (D. G. ) autorizzato a ritirarsi con tutte le Autorità in Siracusa qualora non avesse potuto tenersi fermo in Noto. Se questo scandaloso fatto fosse avvenuto, vengo ad autorizzarla in nome della M. S. ad assumere momentaneamente le funzioni d'Intendente della Provincia, e andare di accordo al Generale Comandante della stessa provincia tutte le disposizioni per lo mantenimento dell'ordine pubblico, e per la tutela della pubblica amministrazione.

È superfluo che io La prevenga di rendermi sollecito conto di quanto fosse mai avvenuto, e della esecuzione che sarà per riportare la preeente Sovrana disposizione.

b) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza al Ministro

Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 25 maggio 1860. — Eccellenza. — Rassicurai l'ammiraglio sulle umane e moderate intenzioni del Real governo e sulla speranza che nudriva di allontanare da Palermo un disastro.

Nella conversazione avuta si parlò dell'appoggio dato dal Piemonte alla insurrezione, dell'annessione a quello Stato gridato da molti e desiderata da pochi, delle scissure in cui si trova il partito liberale fra le due aspirazioni all'autonomia ed alla annessione, e chiamato il Console Goodwin a testimoniare su questa fluttuazione politica convenne che la bandiera del Piemonte che erasi alzata era un pretesto e non un desiderio. L'ammiraglio che è un uomo di modi ufficiosi e cortesi non insistè più oltre e si ritirò.

Poco dopo arrivava il Comandante della Corvetta Americana Troquais, in compagnia del Console, parlò del minacciato bombardamento, non fece osservazioni di sorta, e solo raccomandò una vecchia signora Americana che ha preso stanza presso il Molo.

Stimo doveroso far ciò noto a V. E. per sua opportuna intelligenza.

Il Commissario Straordinario.

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c) Il Commissario Straordinario Ferdinando Lanza al

Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 25 maggio 1860. — Eccellenza. — I Consoli stranieri che quasi tutti per parentado, per abitudini e per interessi dividono le tendenze e le aspirazioni dei palermitani, han menato molto rumore per la Circolare loro indirizzata dal Maresciallo Salzano sulla previsione d'un bombardamento qual'ora la Città insorgesse.

Delle protestazioni collettive e separate mi hanno diretto per chiamare il Reale Governo responsabile dei danni che potessero derivare dal fuoco delle artiglierie.

Di risposta ho fatto loro arrivare una Circolare di cui mi onoro sommettere a V. E. un esemplare.

Sono i ribelli che soffiano i Consoli nella speranza di riuscire a paralizzare i mezzi d'azione più efficaci per contenere la Città disposta alla rivolta.

Stamane mi ho avuto una visita del Vice Ammiraglio Rodney Mundy in compagnia del console inglese, il quale venne a farmi delle osservazioni sul modo come eransi ormeggiate le navi da guerra di Sua Maestà D. G. innanzi alla Città, da cui inferiva che si aveva intendimento di fulminarla colle artiglierie.

Osservava che la Civiltà faceva abborrire da un tanto espediente, e consigliava, come ad una sua idea tutta officiosa, di desistersi da questo proponimento.

Gli risposi ch'io era ben lontano di ricorrere a questo estremo e gli ripetei quanto avea scritto nella Circolare. Egli non avea argomenti oppugnare, e riconosceva il diritto che si avea il Governo di usare tutti i mezzi di repressione, quando si fosse trovato con un nemico a fronte e colla insurrezione in Città. Ben m'avvidi che l'ammiraglio era indettato dal Console inglese, il quale è sì caldo per la causa della rivolta, che osò dire apertamente che il suo parere era che la Città dovesse insorgere, manifestazione indegna nella bocca di un agente consolare, che ripetè due volte. Manifestai all'Ammiraglio, ed egli ne convenne, che se io avessi ceduto alle istanze dei Consoli di risparmiare alla Città un bombardamento, avrei dato il maggiore incoraggiamento ai ribelli per pigliare le armi.

d) Il Commissario straordinario Ferdinando Lanza al Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia in Napoli.

Palermo, 25 maggio 1860. — Eccellenza. — Fra i prigioni fatti il giorno 24 andante quando le Truppe di Sua Maestà (D. G. sloggiavano Garibaldi dalla forte posizione che aveva preso al Parco, vi erano due dei filibustieri.

Uno è rimasto presso la Colonna che incalza la banda, e l'altro, Francesco Rivaldo (1) di Genova, venuto in questa ed interrogato sulle forze, sui mezzi, sui disegni di Garibaldi ha manifestato le seguenti cose:

Che allo sbarco i filibustieri non erano che mille, con tre cannoni ed un 300 fucili di riserva che distribuirono ai Siciliani.

Che furono bene accolti nei paesi che percorse la banda, per le largizioni che faceva Garibaldi facendo correre molto oro.

(1) Il cognome è Rivalta; vedi la Nota dei Mille. Documenti.

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Che un crudele disinganno venne a questo condottiero ed a tutta la sua banda quando si posero in contatto colle masse d'insorti siciliani, per la loro mala disposizione a battersi, pel loro carattere indisciplinato e turbolento, pei loro furti rubando fucili, munizioni ed equipaggi ai piemontesi stessi, in guisa che il Garibaldi pensò di allontanarli da sè, inviandoli in diverse posizioni e rimanendo con un numero dei piò eletti.

Che sanguinoso fu il combattimento di Calatafimi, avendo avuto i piemontesi 142 uomini fuori combattimento, dei quali 23 uccisi.

Che Garibaldi fu sorpreso dalla ritirata della colonna di Landi, la quale lasciò le sue posizioni dopo di averle ben difese senza impegnare tutte le sue Truppe.

Che la banda di Garibaldi, procedendo, non si aspettava a tanta resistenza, e che sarebbe disposta a dimandar quartiere, se sapesse che fosse accordato.

Che ignorava i mezzi pecuniari di cui disponeva Garibaldi e se avea delle granate alla Orsini.

Comunque i filibustieri per la loro flagrante violazione del diritto delle genti non dovrebbero essere trattati come prigionieri di guerra, pure per quel sentimento di umanità che guida sempre le Truppe di S. M. si usano loro i maggiori riguardi e le loro persone sono rispettate quando cadono o si rendono prigioni.

La fuga di Garibaldi, di questo grande fantasma della rivoluzione italiana, ha esercitato una salutare influenza sui buoni, ha rilevato il prestigio della legittima autorità, e si ha certezza che incalzato dalle valorose Truppe di S. M., egli e la sua orda finiranno per essere massacrati dalle popolazioni avide d'impossessarsi delle loro armi e dell'oro di cui si dice essere portatori.

Le sommetto alquanti esemplari di un bollettino che ho fatto pubblicare per la Città.

Tolgo a premura far ciò voto a V. E. per sua intelligenza.

e) Bullettino.

La banda dei filibustieri del Mediterraneo guidata da Garibaldi pigliava posizione il giorno 23 andante nel Parco, e vi si fortificava con quattro cannoni.

Jeri due colonne delle Reali Truppe attaccavano con impeto gl'invasori, li sloggiavano dalle posizioni, e mettendoli in fuga l'incalzavano su pei monti della Piana dei Greci.

Le Colonne Reali inseguono la banda.

Si fecero dei prigioni che sono stati trattati coi maggiori riguardi comunque non avessero diritto ad essere considerati come prigionieri di guerra.

Palermo, 25 maggio 1860.

Il Capo dello Stato Maggiore

V. Polizzy.

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f) L'Intendente Fitalia a S. E. il Ministro per gli Affari di Sicilia.

Catania, 26 maggio 1860. — Eccellenza. — Interrotta d'ogni verso la comunicazione con costi, mi son venuti meno tutti i mezzi come rassegnare all'E. V. i periodici rapporti che imponente circostanza avrebbe esatto, né per la stessa ragione ho potuto avvalermi della via telegrafo-elettrica per parteciparle i duplicati dei telegramma che ho comunicato a V. E. il Ministro per gli Affari di Sicilia in Napoli. Or però che l'opportunità me ne offre il destro posso in brevi ceuni riassumerle il tutto, sottomettendole che stato del paese presenta squallore e massimo allarme. I buoni e pacifici cittadini compresi da timore hanno emigrato in gran copia colle rispettive famiglie, poiché non ignorano che delle squadre armate stanziate nei vicini Comuni minacciano d'invader Catania. La truppa, comunque stanca da straordinario servizio, tuttavia seguendo l'esempio dello egregio suo condottiero Generale De Clarr, mostra quella dignità, fermezza d'animo ed energia che eminentemente la distinguono, ed attende a piè fermo coloro che osassero assalirla.

Però non lascio di ripetere quanto all'E. V. ho direttamente rassegnato, nonché a S. E. il Ministro degli Affari di Sicilia in Napoli, che la guarnigione ha bisogno di rinforzo.

Intorno a fatti particolari ed importanti in Catania, devo sottoporre! a V. E. che nella mattina del 21 andante, verso le ore 15, ebbe luogo una dimostrazione lungo le strade della Città, in cui uomini di ogni classe battendo le mani e sventolando fazzoletti gridavano Viva Vittorio Emanuele». Ma avvicinata la polizia ad una torma di tai sconsigliati, che alla vista di eésa si nascosero in un portone lungo la strada S. Teresa, impose loro di gridare Viva il He, ed essi corrisposero allo Evviva.

Inoltre essendosi affissi dei sediziosi avvisi a stampa con le stesse parole: «Viva Vitt. Emanuele, Viva l'Italia», fui pronto darne subito conoscenza al Generale Comandante le Reali Truppe da cui furono tosto date le convenienti disposizioni per istrapparli. Il giorno 22 poi altro avviso in istampa si trovò affisso, di cui le ne rassegno una copia.

E' però d'osservare, che si considera l'autore di esso qualche inetto scolare, da poiché oltre di dimostrarlo l'impropria locuzione, anche la stessa classe dei così detti liberali non ha potuto fare a meno di censurarlo. Nel giorno 23 poi, circa le ore 23, altri due Cartelli sediziosi a stampa si affiggevano lungo la strada Stesicorea in cui molta gente affollavasi, ma poscia dileguossi dietro aver successo tra loro un allarme fuggendo. Ho premurato per quanto mi è stato possibile, riuscendomi sino al giorno 23 di mantenere la corrispondenza telegrafo-elettrica con Messina, autorizzando anche delle persone prezzolate per sorvegliare la permanenza, ma nel 23 si è verificata la interruzione.

In quanto ai Comuni della Provincia, rilievo da un officio del Sotto Intendente di Caltagirone in data del 20 andante, che una mano di tristi ha disturbato l'ordine in taluni paesi di quel Distretto, cioè Mineo, Viizini e Licodia, smovendo le masse con l'abolizione del dazio sul macino.

Ed in effetti in quanto a Mineo dice essergli annunziato dal Giudice che colà trovossi affisso un avviso incitante il popolo a sollevarsi in nome del Re Vitt. Em., ed un programma a nome di un Comitato locale senza firma e senza indicazione dei componenti di esso, quali carte criminose si custodivano da ciurma di gente armata.

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In Vizzini, secondo rapporto orale fattogli da un custode pesatore, proveniente da Licodia, era nel giorno 19 scoppiata la rivoluzione, proclamando pure l'abolizione del dazio sul macino, e mortalmente ferendo il figlio del Ricevitore di quel balzello.

In Licodia una banda di Vizzini sparse l'allarme ed intimorì quelle autorità ed i buoni cittadini a tal segno che il Ricevitore del Macino per evitare un maggiore sinistro consegnò le chiavi dei Mulini ai rispettivi mugnai per lasciar molire in franchigia la gente.

Aggiunge però che degli avvenimenti in questi ultimi due Comuni non ne ha notizia officiale. Rapporta inoltre che in Mirabella alcuni faziosi di S. Michele tentarono di sovvertire l'ordine, ma a vista di forza considerevole di buoni cittadini si ritirarono fuggendo.

Finalmente assicura che Caltagirone è tranquillo, conclude che a riparare i disordini di Vizzini, Mineo, e Licodia, e non farne imitare l'esempio in altri Comuni, occorrerebbe la spedizione per colà di una colonna mobile di truppa, proposizione che non si è potuta secondare per mancanza di forza.

Con altro rapporto del 22 corrente il detto funzionario conferma che la più perfetta tranquillità continua in quel Capoluogo, non che nei Comuni di Mirabella, S. Cono, S. Michele, Grammichele e Pai agoni», che sebbene niuna notizia avea ricevuto sin dal 17, dello stato di Rammacca e Raddusa, pure avea delle ragioni di supporle tranquille.

Ritornando però a parlare di Licodia aggiunge che attesa la vicinanza con Vizzini, Custodi pesatori s'erano ricusati di rendere soli ai mulini per cui quelle autorità locali non reputando convenevole farli scortare per evitare la minima collisione che avrebbe potuto dare una spinta al movimento della popolazione, stimarono prudente consiglio quello di tollerare l'apertura dei mulini, senza custodia, il che ha prodotto di non essersi ivi turbato l'ordine, malgrado i continui incitamenti dei Vizzinesi, che non trovano più eco nella massa del popolo.

Relativamente a Mineo aggiunge a quanto aveva esposto che essendosi per lettere particolari diretto con due di quei principali Cittadini, gli avevano i medesimi assicurato che la rivoluzione fu colà determinata da un pugno di tristi all'annunzio di quella di Vizzini, che i buoni Cittadini sorpresi si erano chiusi e ritirati nelle loro case e che la popolazione era rimasta indifferente in risposta a che non avea egli mancato d'insinuare loro ed incoraggiato i buoni cittadini a riprendere la depressa forza morale e procurar con prudenza di ristabilire la legittima Autorità, conchiude in fine ripetendo le più efficaci istanze e per la spedizione di una colonna mobile che intenda a soffocare la insurrezione in Vizzini, dove trovando il soccorso dei buoni cittadini, facilmente riuscirebbe a restituire l'ordine, raffermando quello li tutti gli altri Comuni della linea, ed incutendo soggestione ai vicini Distretti di Modica e di Piazza, che non lasciano di usare tutte le possibili istigazioni per sovvertire l'ordine del distretto di Caltagirone, la di cui caduta potentemente influirebbe alla insurrezione di questo CapoProvincia.

In Adernò, Bronte, Biancavilla, Nicosia e qualche altro Comune, sventola Bandiera Tricolore. In taluni Comuni poi si mette e si leva il sedizioso vessillo a seconda l'imponenza che regge. Difatti in Misterbianco giunte tre carrozze piene di persone di bassa sfera al declinar del giorno 22 con una bandiera tricolore percorsero le vie, gridando Viva Vitt. Em., ma la popolazione rimase indifferente senza mostrare

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alcuna accoglienza, anzi partiti che furono gli eccitatori, i buoni Cittadini tolsero al Casino la Bandiera che avevano piantato quei sediziosi, e l'ordine non fu menomamente disturbato.

Regalbuto e Centorbi stavano sino al giorno 23 quieti. Adernò particolarmente oltre d'insorgere, ha eccitato i vicini paesi. Le autorità locali sino ad un certo punto han potuto resistere, ma mancando di forze han dovuto cedere.

Ritornando sul conto del Distretto di Caltagirone, occorre dire che a Militello fu ucciso un Rondiere e perseguitato quel Giudice Regio che si vuole esser fuggito giusta un rapporto di quel SottoIntendente, del 23, per salvarsi la vita. In quanto ad Aci Reale mi si è rapportato dal Sotto Intendente in data 24, che ivi nella notte del 23 fu inalberata una bandiera tricolore che per mancanza di forze ed evitare delle conseguenze, si è dovuta lasciare, ma i buoni facevano sperare che nella sera sarebbe stata tolta, ed in effetto, come m'onorai prevenirla col telegramma di ieri, fu effettivamente abbattuta. Interessantissima ed urgente cosa si è il provvedere ai mezzi per soddisfare gli averi degli impiegati Regi della Truppa e delle spese che occorrono, mentre in ciò si difetta in 2 cose, nella 1% cioè deficienza di denaro; nella 2% mancanza di autorizzazione per non essersi ricevute le liberanze e frattanto non ho potuto fare a meno di una violazione di Cassa di D. ti ventimila circa per il pagamento della Truppa, pagamento che più in là non potrò eseguire per difetto di numerario. £ perché in corrispondenza con questo Real Governo per mancanza di comunicazione, io la prego ad apprestare direttamente i mezzi per potere fare degli esiti.

Qui l'agitazione continua pronunziata, le masse d'insorti che si sono riunite in varii Comuni, si avvicinano. Le Regie truppe son certo che faranno il loro dovere per respingere le dette masse, ed io ho avuto occasione di personalmente assicurarmi dello attaccamento che nutrono al Re N. S., e dello zelo e fermezza nella esecuzione del proprio dovere. Mi pregio assicurare l'E. V. che io dal mio canto non lascerò di corrispondere alla fiducia ripostami dal Nostro Sovrano e starò fermo al mio posto.

g) Ferdinando Lanza a S. E. il Ministro di Sicilia.

Palermo, 26 maggio 1860. — Eccellenza. — Mi è pregio trascrivere all'E. V. per la debita sua intelligenza, quanto mi è stato scritto in data del 24 cadente dall'Intendente di Trapani.

«Nell'occasione del ritorno che fa l'Eolo ne profitto per dare conoscenza a V. E. dello stato attuale del Capoluogo e della provincia.

«Trapani trovasi sino al momento che scrivo, nello stato di un'apparente calma per come ho rassegnato con altri miei rapporti di seguito l'apparizione però delle squadre che stanziano nel prossimo Comune di S. Giuliano e di Paceco, lasciano continuamente in esitanza, poiché l'ora in cui queste aggrediranno il Paese, sarà il segnale della sommossa di Trapani, dove altro non abbiamo che sei Compagnie del 13° di Linea, le quali sono divise al Castello per la custodia dei reclusi, alla Gran Guardia, al Carcere centrale alla Porta di Mare, alla Porta di terra oltre delle sentinelle attorno delle fortificazioni; dalla enarrazione V. E. comprenderà bene che in caso di assalto esterno ed interno per quanto vi sia la Reale fregata a vapore II Veloce e la corvetta II Valoroso, non sarà mai nel caso di sostenere un doppio assalto.

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«Quindi mi permetto, in prosieguo ai miei rapporti, ad insistere affinché la Guarnigione di Trapani venga rafforzata d'altro Battaglione di Reali Truppe.

«Il dippiù de' paesi della Provincia sono in completissima rivolta e e quindi nulla posso dire di essi».

h) Il Commissario straordinario Ferdinando Lanza al

Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia.

Palermo, 26 maggio 1860. — Eccellenza. — È arrivato or ora dalla Piana l'infaticabile Capitano d'armi Chinnici mandato dal Colonnello D. 6. De Mecbel con un suo rapporto. A voce il Chinnici riferiva che tutti gl'insorti che associavano Garibaldi sonosi allontanati e dispersi e che vanno rientrando nei rispettivi Comuni scorati ed umiliati per essersi lasciati trascinare da quello avventuriero. Diceva che gravi contese sono arrivate fra Garibaldi ed i Siciliani, qualificando il primo di vile i secondi, e questi alla loro volta lo chiamavano traditore e d'essersi venduto. Quando il giorno 24, Parco fu investito, i Siciliani si ricusarono di battersi, ed una scena violenta ebbe luogo fra costoro e gli stranieri, pigliando poscia tutti la fuga.

Il disordine con cui si ritirò Garibaldi è tale che il Capitano d'armi Chinnici con 70 compagni d'armi che comanda, volea dargli la caccia solo che si avesse avuto cento cacciatori a cavallo proponimento generoso, ma troppo avventurato, che la prudenza del Colonnello D. G. de Mechel non secondò.

Sembra che Garibaldi si avvii alla marina di Sciacca, ove spera di trovare scampo.

Si è fatta precorrere la voce che sarannó considerati come prigionieri di guerra tutti i soldati di Garibaldi che deporranno le armi. La santa causa della legittimità della Monarchia e dell'ordine trionfa, ed io ho ferma speranza che sbarazzatici della banda di Garibaldi, l'insurrezione avrà termine.

Nel farle ciò palese per la debita sua intelligenza, le sommetto il bollettino pubblicatosi oggi.

i) Bullettino.

La banda di Garibaldi, incalzata sempre si ritira in disordine traversindo il Distretto di Corleone.

Gl'insorti che l'associavano si sono dispersi e vanno rientrando nei rispettivi Comuni scorati ed abbattuti per essersi lasciati ingannare digl'invasori stranieri venuti per suscitare la guerra civile nella Sicilia.

Le Reali Truppe l'inseguono.

Palermo, 26 maggio 1860.

Il Capo dello Stato Maggiore

V. Polizzy.

 

VII.

La diversione su Corleone (1).

La diversione su Corleone fu quella che sol. rese possibile le operazioni occulte di Garibaldi, e quindi il grandioso risultato dell'unità di Italia che, piantata la bandiera delle sue deliberate aspirazioni dopo la vittoria di Calatafimi, fu affermata sul Volturno.

Il prodittatore Orsini, avvalendosi dell'operosità, senno politico ed instancabile azione di Giuseppe Fanelli, con proclami da questi redatti e che andavano a pigiare le più vive suscettibilità di quel risentito popolo, propagò l'agitazione ovunque per la Sicilia, e dicendo sempre la verità, cioè che Garibaldi operava alacremente per impadronirsi di Palermo, mentre dai popoli questa era creduta, manteneva nelle autorità borboniche la certezza, che la firma di Orsini non era che un prestanome per covrire la fuga della colonna che conteneva tutta la spedizione con Garibaldi a capo.

L'agitazione generò in rivoluzione in molti comuni di cui i generosi mossero ov'era il quartier generale del prodittatore, da cui, sebbene non avesse uomini armati di fucile per difendere le poche artiglierie, meno un cinque o sei della spedizione, venivano diretti verso Garibaldi, che, mentre ovunque per la Sicilia si sapesse ove fosse, le sole autorità borboniche l'ignoravano persistendo a credere che fosse in fuga per prendere imbarco a Sciacca.

L'Orsini stabili una catena di villici tra lui e la colonna borbonica composta di 5 battaglioni, mezzo squadrone di cacciatori a cavallo e mezza batteria da montagna che a distanza di «sole 4 ore di marcia le inseguiva, e pel mezzo dei quali con segnali convenuti, cioè strido di gufo, latrati speciali, ecc., era avvertito dello arrestarsi o rimettersi in marcia de'  nemici.

Le difficoltà di quella colonna, che meglio direbbesi convoglio, si resero grandissime: gli animali requisiti non erano atti a tirare le artiglierie ed i carri da munizione, ed altronde deficientissimo il numero essendone attaccati due per macchina. I finimenti fradici si spezzavano ad ogni passo e si fu costretti a sostituire fazzoletti e cravatte alle disfatte corde. La strada per molte miglia ertissima costringeva di attaccare quattro cavalli per macchina e col ritorno di questi trasportare con lo stesso attiraglio le macchine rimanenti, e questi animali sfiniti per non avere mangiato sin dalla sera del giorno precedente. Il personale poi era ridicolo a vederlo tra la polvere ed i fanghi de'  quali si erano incrostati gli abiti nelle marce ed i bivacchi sotto la pioggia, le lacerature prodotte dagli sterpi e le spine ne' terreni macchiosi, i cappelli a cilindro, i fracchi con taluna falda lacerata e sol legata in un filo e le calzature di quegli uomini militanti per principio politico e non armati, movevano a riso, sebbene dessi con molta gravità quelle sconce sozzure usassero, sostituendo talvolta de'  fazzoletti alle scarpe rimaste nel fango.

Intanto il nemico procedeva, e solo verso l'una del mattino del di precedente venne ravviso che si pose a bivacco. Fu subito imitato; si dette subito la provveda ai cavalli; si fece venire da lungi l'acqua, e fortificato il passo che guardava la direzione de'  regi  ed in quello postate le artiglierie, fatto distribuire vino, limoni, pane, formaggio e sigari al le persone, si bivaccò fino ai primi albori.

(1) Dalle carte inedite del generale Vincenzo Giordano Orsini.

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Ripresa la marcia si fece alto alla tenuta reale del bosco della Ficuzza, e 1&, ristorati, con requisizioni forzose, gli uomini e gli animali, rinnovato l'attelaggio con finimenti requisiti nelle scuderie della real tenuta, si procedette verso Corleone, ove si giunse fra le generali accoglienze di quel popolo, due ore prima del tramonto. I regi si rimisero in marcia alle 9 antimeridiane, e giunti alla Ficuzza vi si trattennero due giorni. Operava bene codesta colonna, la quale era capitanata dal più anziano dei due comandanti dei battaglioni esteri, ma nel fatto dal famoso Bosco.

Corleone, posizione da tre lati dominata e dal quarto dominante una profonda vallata, non era luogo ove poter visi stabilire; ma però visto che la strada rotabile finiva a Chiusa, e che bisognava animare l'entusiasmo di un forte centro qual'è Corleone, si dettero le opportune disposizioni per munirla con opere passeggiere diffilato dalle dominanti alture, ma appena queste iniziate alle 3 del mattino, cioè nella stessa ora in cui Garibaldi muoveva da Gibilrossa per occupare Palermo, i regi mossero dalia Ficuzza per Corleone divisi in tre colonne.

Il non attenderli marciando sulla Chiusa era un pregiudicare la rivoluzione; li attesi dunque di pie fermo sulle piattaforme che restano sullo stradale che da Corleone conduce per Bisacquino a Chiusa e da quelle correndo Corleone e le vie che in esso menano mi apprestai a sostenere l'attacco, spedendo su di un monte alle spalle di quella posizione un obice — quello stesso preso ai regi a Calatafimi — che sotto la condotta del bravo Sampieri, oggi luogotenente colonnello nella fanteria, doveva sorvegliare le possibili mosse de'  nemici ne' valloni alle spalle di quella posizione.

Due colonne borboniche si presentarono contemporaneamente: l'una per lo stradale e l'altra per le alture che uscivano sopra Corleone. Desse furono sorprese e nel contempo fermate dal vivo cannoneggiamento che iu di esse si apri, ed a stento progredivano perché dominate erano le loro linee di direzione, ed anche perché attendevano le operazioni della loro terza colonna che per i valloni dietro Corleone si faceva strada a chiudere alla nostra colonna la ritirata in Chiusa. Sampieri scovertauesta colonna me ne dette avviso, ed esso stesso dovette perdere qualche uomo e seppellire il cannone onde venire per que' dirupi a raggiungermi nell'atto che io mi misi in ritirata per l'erto stradale onde superare il punto di sbocco della colonna che doveva tagliarmi la via. Superato quel punto, lo stradale sempre montando, facendo un gomito sotto angolo acutissimo, riusciva a dominare di fronte lo sbocco che era scopo ai borbonici, perché preso colà posizione quella colonna non giudicò doversi attaccare e ripiegò su Corleone.

Con soli 5 cannoni mal montati e di piccolo calibro i borboni furono tenuti per 3 ore e un quarto sotto la loro azione subendo una perdita di 117 uomini fuori combattimento, tra i quali alcuni del pelottone di cacciatori a cavallo e compagni d'armi che furono rotti dalla nostra mitraglia inseguendoci nella nostra ritirata.

Durante il vivo del cannoneggiamento sotto Corleone ove ebbi uccisi l'cannonieri, un fornitore di polvere giunto sul luogo, tagliando le corde che ne assicuravano tre sacchi alla sua cavalcatura lasciò questi cadere ove maggiore era l'azione, ed altro percettore fece lo stesso per tre mucchi di pezzi da 12 carlini.

Tutto fu assicurato.

La sera transitammo Bisacquino, aspro paese su di aspre montagne e posizione difenditissima che non potemmo tenere per diniego degli abitanti che, tutti in armi,

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ci furono generosi di rinfreschi, ma protestarono di non trovarsi preparati a venire alle mani con la colonna che ci seguiva. Quel popolo divenne più prestevole e generoso verso noi dopo che essendo noi sotto un viale di vecchi roveri che conduce al paese, dall'alto di una rupe una vecchia — vera sibilla — cominciò a benedirci e a chiamarci veri liberatori, annunziando da quella fantastica piattaforma: il vostro capo è entrato a Palermo. Era la realtà: sebbene allora a me ignota. La sera pernottammo a Chiusa, paese pieno di amore per la libertà ed ove io, l'operoso Fanelli e diversi di quel paese spedimmo messi con lettere e proclami, che Fanelli dettava, nei circostanti comuni onde chiamarli a raccolta. Ma Chiusa non era temibile, e per l'opposto la vicina Giuliana mirabilmente lo era, e colà certamente si sarebbero riuniti i liberali de'  vicini paesi, ma giunti con gran pena al piè dell'alto monte a picco sul quale Giuliana è edificata, il popolo, per consiglio de'  preti che colà erano numerosissimi, sebbene promettessi onze 50 — pari a lire 637. 50 — per ogni cannone che avessero trasportato sull'antico castello della città, non solo si negarono di offrirsi, ma, armatisi, ci vietarono di accedere su quell'alto nido di uomini.

Intanto i borbonici si avanzavano, la posizione nell'avallamento melmoso e frastagliato da acque correnti in cui ci trovavamo non essendo temibile, ci fu giuocoforza chiodare i cannoni, sperdere le polveri, sotterrare i proiettili, o consegnare tutti i bagagli al sindaco, previo formale ricevuta. Signor sindaco, gli dissi, non crediate ch'io sia un semplicione nel consegnarvi questi oggetti. Il danno che voi faceste alla Sicilia è grande oggi pel rifiuto che mi faceste, ma siate convinto che io ritornerò, ed allora guai a chi male operò.

Attuata quella distruzione, mossi per le montagne onde ripiegare verso Palermo, dando ad intendere che volevo andare a Sciacca. La notte bivaccammo in una fattoria due miglia oltre Sambuca, ed ove dovetti fornire di calzature e dare ordine di apparente forza a quel gruppo di uomini disarmati. Appena spuntato il nuovo di l'autorità municipali di Sambuca ci mandarono messi per invitarci a rifare cammino ed accettare la loro ospitalità, essendo quel popolo, risoluto ed anelante di libertà, pronto a dividere con noi le conseguenze di un attacco da parte delle regie truppe.

Accettammo, ma a metà di strada fui informato che Garibaldi il precedente di era entrato in Palermo, e che la colonna che, nell'inseguir me, credeva inseguire Garibaldi, giunta presso S. Giuliano, era stata premurosamente richiamata a Palermo. Quell'avviso che io ricevetti da persona fidatissima che avevo a Chiusa, si divulgò con la rapidità del vento, ed i popoli dell'isola ovunque esultavano di gioia. A centinaia ricevetti indirizzi entusiastici per Garibaldi ed il valore de'  suoi, ed ogni indirizzo accompagnato da premurosi inviti per condurmi co' miei nei comuni sollecitanti.

Fu opera di Fanelli rispondere a tutti invitandoli invece ad armare i loro giovani e volenterosi ed inviarli ov'io sarei per ricondurmi in Palermo, ove le sorti, non solo della Sicilia ma dell'Italia, andavano a risolversi.

Dodici ore restai in Sambuca, ed in questa feci rifare gli affusti ed i carri a munizione e feci vestire con camicie e pantaloni bleu gli artiglieri, covrendo loro il capo con un classico berretto di panno nero, e spedii a San Giuliano — ovvero alla Giuliana, come colà dicono — onde schiodare i cannoni e rimetter loro i grani di lumiera, raccorre le munizioni e proiettili, che que' reverendi avevano distribuiti, dicevano, al popolo unitamente agli effetti di abbigliamento dei più della spedizione.

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 Il tutto volli ed ottenni, e le spese per la ricostruzione del materiale, del vestiario e della sussistenza della colonna la feci pagare al comune di S. Giuliano, causa unica di quelle perdite. Inoltre tenni in ostaggio l'arciprete ed altri quattro notabili, che io feci arrestare nell'atto di entrare in quell'aereo paese, come nemici delle pubbliche libertà e di avere però, con false nuove e denigranti insinuazioni, ingannato quel popolo. Le donne si commossero pe' tre preti che credevano io avessi fatto fucilare, io mantenni la falsa supposizione, e dopo sei ore rimessomi in rotta rilasciai que' cupi soggetti solo quando fui a Chiusa, ove facemmo entrata trionfale avendo a capo della colonna di artiglieria la banda musicale di S. Giuliano che scritturai. Tutto quel distretto era convenuto a Chiusa, le montagne, i viottoli e lo stradale di Chiusa erano gremite di popolo plaudente.

Una tappa, con alti a Corleone e Villafrate, della durata di poche ore, feci da Sambuca e Villafrate, ma nessuno si accorse di quello sforzo, tanto entusiasmava l'esultanza pubblica, che ovunque ci fu prestevolissima.

Giunti a Villafrate ed occupata la stretta gola che mette nel piano ov'è Palermo, ebbi di fronte tutte le forze borboniche che occupavano il lato orientale della città dal mare fin sotto Monreale e precisamente a Porrazzi ov'era accampata la cavalleria. Nello scorgere la mia lunga colonna due compagnie di cacciatori stesi in ordine aperto, e debitamente sostenute, mi chiusero il passo. Simulai fortificarmi in quel passo e raccogliere forze dall'interno dell'isola. Feci sorprendere ed atterrare un telegrafo di osservazione che sorvegliava tutte le mie operazioni e, stabiliti gli accordi con Garibaldi, appena notte, fatti mettere in moto tutti i molini ad acqua onde rendere inavvertito il transito della mia colonna, composta di 47 carri; fasciate con stuoie le ruote, disposti quali fiancheggiatori 200 uomimi armati di fucile, traversando il suolo smosso ed intricato dagli agrumi de'  giardini che restano al piè del muraglione, che forma il versante dei monti ad oriente di Palermo, e superando gli ostacoli di profondi burroni sotto la linea degli avamposti borbonici, de'  quali sentivamo i discorsi, giungemmo a Monreale al far del giorno dopo di aver dovnto nel silenzio aprire diversi vani nei muri dei territori. Quella notte vide eseguirsi un movimento che sembra lieve cosa, ma il concepire al vero qual fu e quali travagli di mente e di accorgimento richiese, non è certo facile che sia da tutti compreso.

VIII.

L'Incaricato del Portafoglio Esteri Carafa a S. E. il Ministro di Sicilia.

«Napoli, 30 maggio 1860. — Eccellenza. — Reputo mio dovere trascrivere a V. E. qui appresso per sua intelligenza e regolamento, due segnalazioni pervenutemi da Livorno, entrambe sotto la data del 24 corrente.

«Questa notte parte per Sicilia vapore inglese Blak Wall, con 830 filibustieri, 4000 fucili, 850 bombe, ed un milione quattrocentomila franchi.

«Capo Giuseppe Rodi».

«Questa notte partita cannoniera per S. Stefano. Ieri parti per Genova Capitano Canizza nuova spedizione. Partita tartana Volto Santo con 86 persone e balle, gallette, due casse fucili e munizioni.

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L'Incaricato degli Esteri Carafa a S. E. il Ministro di Sicilia.

Napoli, 30 maggio 1860. — Eccellenza. — Per opportuna sua intelligenza e norma, mi affretto a comunicare a V. E. due segnalazioni testé pervenute da Roma con la data del 27 e 28 andante.

Si annunzia partenza da Livorno per Sicilia il 26 di legno inglese mercantile con volontari comandati dal Maggiore Liccoli, armi, munizioni denari. Da Civitavecchia si annunzia partenza per Sicilia di piccolo vapore Sardo con armi nascoste in casse di zucchero. Il Vapore di cui ho tenuto discorso ieri è il Quirinale Capefigue. Ha lasciato ieri Civitavecchia per Napoli. Il Capitano ha promesso di svelare i fucili nascosti.

Carafa a S. E. il Ministro di Sicilia.

Napoli, 30 maggio 1860. — Eccellenza. — Dal R. Console in Genova mi è stato dato avviso che un. piccolo rimorchiatore sardo a vapore chiamato Utile è stato colà noleggiato per recare gente, armi, munizioni, e denaro a Garibaldi partirà il 26 — da Genova alle 10 con carte regolari per Atene: esso non ha pennoni è a ruote, è veloce assai. — È partita anche una tartana con armi — Il 27 è poi partito un piroscafo inglese da guerra con 70 uomini e materiale. La spedizione è per Malta, ma è ancora diretto per la Sicilia — Tanto mi onoro avvisarla per sua intelligenza.

IX.

Note di Salvatore Calvino della Spedizione de'  Mille (1).

La sollevazione del 4 aprile 1860 in Palermo, che ebbe principio nel Convento della Gancia, inspirò in tutti gl'italiani il desiderio di aiutare quel movimento il cui scopo era di abbattere la odiata Signoria dei Borboni. Il Governo di quella parte d'Italia già riunita sotto lo scettro di Casa Savoja ed il Generale Garibaldi se ne preoccupavano. Io trova vami a Rimini sotto gli ordini del Generale Ignazio Ribotti, fiero patriotta nizzardo, col grado di Capitano e Con le funzioni di capo di Stato Maggiore della 10 divisione. In quel momento il Generale Fanti Ministro della Guerra scriveva al Generale Ribotti in nome del Conte di Cavour interrogandolo se era disposto a recarsi in Sicilia con buona mano di gente per aiutare l'iniziato movimento. Il Generale Ribotti dispostissimo a ciò andò a Torino accompagnato dal suo aiutante di campo Amos Ronchey per intendersi col Conte di Cavour lasciando me a vegliare la divisione.

Dopo qualche giorno ritornò assai malcontento avendo trovato il Cavour ed il Fanti titubanti; essi volevano aspettare qualche giorno per vedere la piega che prendevano le cose a Palermo; il Ribotti voleva andar subito; egli diceva al Cavour

(1) Credo torni assai gradito a'  lettori di questa mia opera il publicare, come a documento, le Note inedite di Salvatore Calvino sulla Spedizione de' Mille. Egli è lo stesso scrittore delle Note sulla Spedizione Sicula-calabra, che si trovano come documento nel capo. Troppo noto il nome del Calvino, ci asteniamo da parole laudative; e i lettori ricorderanno che la sua vita fu dedita tutta quanta all'Italia. La sua è una memoria di coscienza alta e pura. Dalla cospirazione de la Giovine Italia alla spedizione in Calabria, alla prigionia, per cattura nelle acque di Corfù, all'esilio in Genova, compagno del Pisacane, alla carica di capitano di Stato Maggiore sotto il generale Ribotti ne' Ducati di Parma e Piacenza,

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ed al Fanti essere assurdo lo aspettare, perché, tardando, l'aiuto sarebbe arrivato o inutile, se la rivoluzione avesse vinto, o inefficace, se fosse stata già spenta. Allora dissi al Ribotti che io lo avrei seguito, se egli si fosse recato in Sicilia; ma poiché ciò non avveniva, e sapendo che il Generale Garibaldi voleva andarvi a capo di una spedizione, io era risoluto a seguirlo. Egli non seppe contraddirmi, ed io diedi le mie dimissioni gli ultimi giorni di aprile 1860 e le recai io stesso col rapporto del Ribotti a Torino al Generale Fanti, il quale tentò invano dissuadermi pel pericolo grande dell'impresa e per la posizione che lasciavo; egli non volle accettare subito le mie dimissioni; ma io gli risposi che in Sicilia si battevano, ed era mio dovere di accorrere; il Ribotti allora mi dichiarò che, se io insistessi, dopo visto a Genova il Generale Garibaldi, nel mio proponimento, le avrebbe accettate. Gli scrissi da Genova, com'è naturale, insistendo e le mie dimissioni furono accettate e pubblicate, se ben ricordo, nel Ballettino Militare del Ministero 3 maggio. Nello andare a Genova vidi alla stazione di Alessandria il Gallois, che da Questore mi aveva partecipato lo sfratto del Piemonte; io era vestito in borghese, ma aveva in mano la sciabola di Stato Maggiore, cho portai nella spedizione e, chiestomi dove andava gli manifestai il mio proponimento, e mostrandogli la sciabola di dissi: «ecco come noi esuli adopriamo le armi». A Genova trovai gran movimento; il Generale Garibaldi se ne stava alla Villa Spinola a Quarto. Bertani era anima e centro dei preparativi; Sirtori era titubante; Crispi, i fratelli Orlando ed altri patriotti erano caldissimi, anzi il Crispi fu accusato di aver spacciato buone notizie esagerate del movimento siciliano per incoraggiare la spedizione; accusa che torna tutta a suo onore.

Erano a Genova due correnti; i favorevoli, entusiasti della spedizione, e quelli che le erano piuttosto avversi, non per mancanza di patriottismo, ma per varie considerazioni sulla difficoltà della esecuzione e dell'esito: considerazioni che non erano da dispregiare. Io però che sono per natura aborrente dagli indugi, e che, quando una cob& è buona nel suo scopo, non guardo tanto pel sottile agli ostacoli che vi si frappongono, rimaneva indegnato di queste incertezze e me ne andai a Torino per qualche giorno per disperazione, e mi ricordo di avere scritto, non ricordo più a chi, di questa mia disperazione. A Torino cercai indurre i miei amici Enrico Cosenz e Francesco Carrano a prender parte alla spedizione; ed essi, con mia meraviglia, mi addussero la difficoltà di esser Napoletani; pregiudizio indegno di tali uomini che credevano ancora poter rimanere risentimenti in Sicilia verso i napolitani, perché il Borbone adoperava truppe napolitano per tenere in soggezione la Sicilia! Vedi come, anche gli uomini di gran levatura, soggiacciono ai volgari pregiudizi, e ne fui dolentissimo, essendo io ammiratore ed amico affezionatissimo di quei due specchiati patriotti!

e nell'Emilia, alla Spedizione de'  Mille, alla guerra contro l'Austria, alla solerzia usata in Mantova, al mandato di Deputato, fino alla liberazione di Roma; quest'uomo, cospiratore, soldato, politico e scienziato nelle discipline matematiche, non mutò mai bandiera. Rimane lo stesso quando ti ritrae dalla vita pubblica; né la ingratitudine del Governo che gli dà iapprima un modesto ufizio, lo inasprisce. Amante sempre d'Italia, non i querela di nulla; la sua è memoria di sacrifizio, di prodigj e di virtù care. Mori in Roma, il 21 settembre 1883. Era membro del Consiglio di 8tato. Trapani fu premurosa di voler contenere dentro le sue mura la salma di tant'uomo onesto e valoroso.

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Appena avuta notizia che i preparativi della spedizione stringevano, tornai a Genova per starvi fisso sino alla partenza. Mi presentai al Bertani, il quale era a letto ammalato; ma si occupava della cosa anche in quello stato.

Gli dissi essere pronto a seguire il Generale Garibaldi nella spedizione. Egli allora mi soggiunse: u tu non dovresti andare in Sicilia con Garibaldi; ma in Romagna dove noi stiamo organizzando altra spedizione per passare la Cattolica ed entrare nello Stato Pontificio. Tu vieni di là, dove hai contratto per ragioni di servizio molte relazioni, e là puoi esserci molto utile, mentre in Sicilia non saresti che un combattente di più».

Io credo che tale idea gli sia stata suggerita dall'Augusto Rossi, allora Maggiore ed ora Colonnello Comandante il Distretto di Roma, che mi era stato commilitone nelle Romagne. Al Bertani risposi: «quello che tu dici è giusto: ma tu vedi in quale alternativa terribile mi poni. Se io dico di accettare la missione in Romagna, si potrebbe dire che io manco al mio dovere verso la Sicilia dove sono nato, e sfuggo di prendere parte ad una spedizione i cui pericoli sono maggiori, anzi che si può dire delle più pericolose e di esito quasi certamente infelice; se io preferisco di andare in Sicilia si potrebbe dire che io, per spirito municipale, rifiuto di rendere un maggiore servizio e che è evidentemente nel senso nazionale. Non posso darti perciò che questa risposta; io non posso decidermi per alcuna delle due cose: lascio a voi dirmi quello che io debbo fare». — Egli allora pensò e mi disse: «va a Quarto dal Generale Garibaldi, dirgli la cosa e facciamo decidere a lui». È strano che dietro le tende dell'alcova dove giaceva il Bertani, in stanza abbastanza buia, c'era il mio amico Gaspare Finali, che non si fece vedere da me, e dopo alcuni anni mi diceva di essere stato presente a quel colloquio. Andai a Quarto; dissi tutto al Generale Garibaldi. — Quando ebbi finito, mi rispose con queste parole: «Verreste volentieri con me?» — «senza dubbio, Generale», risposi. — Ed egli allora: «Venite dunque con me». E cosi fui liberato dalla dolorosa alternativa, ed in modo per me soddisfacente, perché, a dire il vero, il mio cuore era da quella parte. Era il giorno 5 maggio. Tutti coloro che volevano prendere parte alla spedizione si dirigevano a Quarto, dove era il Generale e da ove la spedizione doveva partire. Io quel giorno incontrai fuori Porta dell'Arco i miei amici Alessandro Ciaccio e Giuseppe Bracco. Essi erano disposti a far parte della spedizione; ma il Conte Michele Amari, che pure la incoraggiava, dava ad essi consigli di prudenza, essendo in lui l'interesse del paese combattuto dall'affetto verso di loro (del primo dei quali era amicissimo e del secondo zio), prevedendo grandi i pericoli della spedizione. Io però, visto che erano ben disposti, tolsi loro le titubanze messe avanti dal Conte

Amari, sicché si determinarono e vennero. Io portai meco una carabina, dono dell'amico Bertani, e la mia sciabola di Stato Maggiore; oltre i vestiti che aveva addosso ed un po' di biancheria portai un mantello, un bomous ed un mantello di tela cerata. Nel corso della spedizione donai ai commilitoni mantello e bornous, e restai col solo mantello di tela cerata. Il Generale Garibaldi, dalla Villa, dove abitava (e, se la memoria non mi fallisce, gli era stata offerta all'uopo da Augusto Vecchi, che vi stava a villeggiare) dava le disposizioni per la partenza e per tutto. Oltre le persone, che arrivavano armate per prendere parte alla spedizione, vi accorrevano altri patrioti,

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che la incoraggiavano e l'aiutavano. Mi ricordo tra essi aver visto fin sulla spiaggia Giuseppe La Farina ed il Conte Amari, i quali, conoscendomi personalmente mi diedero un saluto amichevole ed affettuoso. Essi restavano col Bertani e con molti altri a vegliare da Genova, ad aumentare i futuri soccorsi alla spedizione, mandando in Sicilia altri armati ed altri mezzi. Il La Farina diede al Generale Garibaldi mille fucili, i quali erano da molto tempo in deposito in Malta per i casi che potessero avvenire; ma forse, perché a Malta mal custoditi non erano in buono stato, e furono di poca utilità. Mentre la gente accorreva a Quarto, Nino Bixio ed altri patrioti genovesi s'impadronivano di due vapori del Rubattino, il Piemonte ed il Lombardo; furono presi con tutto l'equipaggio, simulando di impadronirsene a viva forza, poiché il Rubattino era di accordo nell'apprestarli per la spedizione.

Nella notte tra il 5 e 6 di maggio avvennero tutti i preparativi e l'imbarco; sicché al far del giorno del 6 i due vapori, il Piemonte comandato da Garibaldi, 'il Lombardo da Bixio (io ero nel Piemonte) si mettevano in rotta; ma quando arrivarono in alto mare fecero una soBta in attesa di una barca carica di munizioni che il Generale aspettava; ma la Barca non venne ed il Generale fece proseguire il viaggio. Il Generale fece approdare i vapori a Talamone, ove si sbarcò e si stette tutta la notte dal 6 al 7. — Si approvigionarono i vapori di carbone a Santo Stefano; il Generale fece la divisione del corpo in otto compagnie; assegnava a ciascuno il grado che aveva coperto nelle campagne precedenti, e diede il comando delle dette compagnie a Bixio, Cairoli, Carini, Orsini... Il Garibaldi, indossato l'uniforme di Generale Piemontese, si recò ad Orbetello e si presentò al Comandante del Forte Giorgini, fratello dell'attuale Senatore. Il Generale gli chiese armi e munizioni e potè avere alcuni cannoni di campagna, una colubrina ed altro. Il Generale forse per siìnulare che la spedizione era diretta allo Stato Pontificio, e cosi distogliere l'attenzione del Governo borbonico da uno sbarco in Sicilia, forse per suscitare una sollevazione nello Stato Pontificio, o piuttosto conciliando entrambi gli scopi, staccò dalla spedizione una settantina di persone cui pose a capo il Zambeccari, e li fece internare negli Stati del Papa; piccola spedizione che ebbe esito infelice, ma che era opportunissima alla riuscita della nostra. Fra questi individui v'era Giuseppe Guerzoni, ardito patriotta, ora professore universitario di letteratura. i volontari della spedizione Zambeccari non sono considerati come dei mille, perché si volle che i mille fossero soltanto coloro che sbarcarono a Marsala col Garibaldi.

Questa è ingiustizia enorme; il fatto di essersi imbarcati a Quarto costituisce la spontanea partecipazione all'ardita impresa; lo sbarco a Marsala costituisce il compimento dell'arduo tragitto; ma se il Duce Supremo volle che alcuni, allo scopo di riuscire nel suo scopo, si fermassero a Talamone e facessero una diversione al Borbone ed un attacco alle Sacre Chiavi, non è questa una ragione per togliere a costoro alcuna'  parte della gloria che gli altri meritarono: Garibaldi poteva scegliere tra quelli che restarono a bordo, ed essi, che ora godono di tutti gli onori, ne sarebbero stati privi; ed altri invece di coloro che andarono nell'interno, se non fossero stati scelti, sarebbero dei Mille! E' un assurdo!

Il Generale, a Talamone, dichiarò che sulla bandiera, che egli avrebbe fatto sventolare nel luogo dove si sarebbe fatto lo sbarco, vi sarebbe scritto:

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«Italia e Vittorio Emanuele». A questa dichiarazione alcuni fieri republicani si ribellarono al punto che alcuni di essi non vollero più seguirlo, e si rimasero a Talamone. Tra questi era il Brusco-Onnis fiero delle sue opinioni ed intransigente. In appresso la condotta del Brusco-Onnis fu aspramente vituperata al punto di accusarlo di viltà, cioè ch'egli si fosse ritirato, sotto la scusa di puritanismo, dalla spedizione per averne misurato i grandi pericoli. Io non lo credo, essendo il Brusco-Onnis un patriota che ha dato prova di coraggio e di amore alla patria. Però sarebbe stato meglio, per non esporsi a quelle calunnie, che avesse seguito l'esempio dell'Ingegnere Borchetta milanese, il quale pur dividendo le opinioni del Brusco-Onnis, segui la spedizione sino a Marsala, partecipò ai combattimenti di Calatafimi e di Palermo e, quando si fu a Palermo, disse a Garibaldi ch'egli non intendeva più seguirlo a cagione delle sue opinioni republicane, perché la bandiera del Generale era quella d'Italia e Vittorio Emanuele. — Il giorno 8 da Talamone si riparti. Il Lombardo seguiva il Piemonte. Nel viaggio si facevano munizioni. Si distribuirono molte rivoltelle: a me ne toccò una, che tutt'ora serbo: e mi occupai nel viaggio a fondere palle ed a preparare cartucce. Ognuno faceva qualche cosa nei lunghi giorni che durò il viaggio. — Si viaggiava prima tra la costa tirrena e le isole di Corsica e di Sardegna, indi nel mezzo del mare Tirreno, sicché non si vedeva che il mare ed il cielo. Una notte, quella precedente lo sbarco a Marsala, cioè tra il 10 e l'il, il Generale si accorse che un vapore ci precedeva, e dubitando che fosse un vapore nemico, diresse la prora verso di esso per esplorare malgrado l'oscurità; più che il Piemonte si accostava si sentiva nell'altro vapore un gran frastuono, come di gente che si agita e si prepara; ma per fortuna al Generale venne in mente il sospetto che quel vapore potesse essere il Lombardo che nella oscurità avesse sorpassato il Piemonte ed allora, postosi vicinissimo alla prora, gridò col suo vibrato accento marinaresco: Nino Bixio! Quel grido fu una rivelazione. Il vapore era veramente il Lombardo ed il Bixio commosso rispose, e l'angoscia scambievole fu cosi terminata! Il Bixio credendo che il Piemonte fosse un vapore napolitano, che gli dava la caccia, si era preparato all'arrembaggio e, stante l'oscurità, poteva succedere un urto tra i due vapori, credendosi nemici! Il Carini credo trovavasi nel vapore il Lombardo ed erasi adoperato ai preparativi col suo solito ardire ed attività. — La mattina dell'11 maggio i vapori erano già presso la Sicilia costeggiando il Capo di S. Vito a Trapani: si diressero verso le isole Egadi, e costeggiavano quasi a radere, l'isola di Marettimo. Il Generale sapendo che io era Trapanese, mi chiese alcuni schiarimenti sulle condizioni di Trapani e Marsala; sulla probabilità di esservi maggiore o minor numero di truppa e sui mezzi di sbarco che vi avremmo trovati. Io gli dissi che a Trapani, capo luogo di provincia, doveva esservi maggior truppa, risiedendovi certo il comando di un Reggimento; che a Marsala si sarebbe trovato un piccolo distaccamento, probabilmente una compagnia, cosi nei tempi normali. In quanto ai mezzi di sbarco certo che a Trapani se ne sarebbero trovati in abbondanza, ma che a Marsala se ne sarebbero trovati in numero sufficiente. Questo discorso era fatto mentre si passava tra Marettimo e le sue isole. Non mancai di ricordare al Generale Garibaldi che in quella di Favignana c'era il nostro amico Nicotera e che bisognava pensare a liberarlo. Dopo questi discorsi, oltrepassata Favignana, c'imbattemmo in una barca alla quale ci avvicinammo, il Generale chiese al capitano, che era il buon Stazzerà, tuttora vivente, e a cui il Parlamento ha accordata nella sua vecchiaia una pensione, notizie sulla flotta borbonica.

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Il capitano gli disse che la flotta sorvegliava la costa, che la mattina si era diretta verso Mazzara, Sciacca e Girgenti e che forse non sarebbe tanto presto ritornata indietro. Allora il Generale fece dirigere la prora dei vapori a Marsala dove si giunse dopo il tocco, senza alcuna difficoltà. Non c'era truppa o forse se n'era fuggita. S'incominciò lo sbarco con le scialuppe nostre e le barche del porto. Quando lo sbarco era più che a metà fatto, si vide arrivare la flotta napolitana, la quale avvisata, probabilmente col telegrafo dai punti più vicini della costa, del nostro arrivo, era ritornata verso Marsala e bì schierava ad essa rimpetto in ordine di battaglia. Non si affrettava lo sbarco, e la flotta cominciò il fuoco; ma il mare era un po' mosso e questo fece si che nissun colpo andò a segno. Lo sbarco, malgrado le cannonate, continuò ad eseguirsi con la massima calma e si poterono sbarcare persino la colubrina, i cannoni ed ogni munizione e provvigione.

Abbandonati i vapori e fattili sfondare, perché si riempissero d'acqua e non potessero servire al nemico, i borbonici entrarono in porto, occuparono i vapori e gridavano su di essi, eroicamente: «Viva il re!».

Impossessatici del telegrafo di Pentasuglia telegrafava rispondendo alle richieste dei varj uffici, in quel modo che veniva indicato dal Garibaldi per ingannare il nemico!

Quando incominciò il cannoneggiamento della flotta io mi trovava a terra accanto alla compagnia comandata dal Benedetto Cairoli. Essa era composta, per la massima parte, di studenti pavesi, giovani imberbi di cui molti non erano stati mai al fuoco. Quando arrivarono ai nostri piedi le prime palle di cannone, alcuni di essi, per insuperabile istinto, arrivata la palla si chinavano un po'; il Cairoli allora li inanimava, esortandoli a star fermi. Io allora rivoltomi a Benedetto, gl'indicai una casetta che era a pochi passi dalla compagnia e gli dissi che non era prudente esporre, senza ragione, quei giovani al pericolo, quando eravi un luogo di riparo mentre la compagnia stava ferma. Egli allora accolse il mio consiglio e li fece nascondere dietro quella casetta. Verso l'imbrunire, la spedizione era tutta in città; ma si trasportavano ancora i cannoni e la colubrina. Io ricordo che il Generale Garibaldi la fece imbarcare dal genovese Capitano marittimo, credo G. B. Gastaldi, che si adoperava con un'abilità ed un ardore degno di un genovese. Però, forse non essendo stato mai al fuoco, quando arrivava qualche palla di cannone, abbassava istintivamente il capo, come i giovani studenti, ed il Generale gli diceva qualche parola spiritosa e faceva del caso le più grosse risate! La notte il Generale fece disporre gli avamposti attorno la città, non escluso il posto; ma i borbonici non osarono sbarcare! Io ebbi la guardia di un avamposto.

La mattina del 12, di buonissima ora, bì parti per Salemi. Prima di partire io vidi un Trapanese, Clemente Pollina, cugino dell'attuale SottoPrefetto, contadino che possedeva un podere limiti ofo ad altro di mio padre, il quale, non so come, trovavasi a Marsala. Egli si offerse di portare le mie notizie a Trapani alla mia famiglia. Io pensai che fosse importante che a Trapani si sapesse che veramente la spedizione era comandata da Garibaldi e scrissi in un pezzetto di carta con la matita: sono qui con Garibaldi. Il Follina scucì la suola della scarpa, vi introdusse il bigliettino, e lo consegnò a Trapani ad uno dei miei fratelli, che propalò la notizia nella città. Le autorità borboniche non volevano credervi.

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L'intendente, capo della Provincia, chiamò a sè il Pollina (1), o non so chi altri venisse da Marsala, gli mostrò parecchi ritratti, tra i quali quello di Garibaldi e gli disse: «dite che tra questi c'è il ritratto del Garibaldi»; ed egli allora indicò, senza esitanza, il ritratto del Generale. E' a imaginare che sia rimasto allibito coi suoi, e quale scoraggiamento entrò nell'animo dei borbonici. In seguito alla repressione del moto di Palermo del 4 aprile la reazione aveva fatto le sue vittime. Nelle prigioni di Trapani c'erano mio fratello Angelo, accusato di connivenza coll'Intendente Marchese Stazzone che era stato per liberalismo o debolezza traslocato; mio cognato Giuseppe Malato, marito della mia carissima sorella Anna, donna di elevati spiriti e che aveva insultato i manigoldi che erano venuti ad arrestarle il marito, perché aveva difeso, come avvocato, i liberali accusati di partecipazione al movimento: cerano altri avvocati per la stessa ragione, Giuseppe Lombardo, Arceri e Giulio Ali; c'era il francese Giovanni Auci, di origine trapanese e giovane di spiriti liberali. Essi da una finestra del carcere di Trapani videro i vapori che si dirigevano a Trapani, capirono di che si trattasse e ne gioirono e subito ne ottennero la liberazione. Anche il Nicotera fu subito liberato dal fosso della Favignana, orribile prigione scavata nel vivo sasso delle viscere del monte. Nella marcia di Marsala a Salemi il caldo era eccessivo e mancava l'acqua; sicché si mangiavano le fave verdi e si masticavano le bucce dei baccelli per mitigare la sete. A Marsala la accoglienza fu buona, ma si risentiva dell'inaspettato; a Salemi invece, che già sapevano di che si trattasse e che la spedizione era comandata dal Generale Garibaldi, l'accoglimento fu entusiastico.

A Salemi ebbe luogo il più grande atto politico di Garibaldi, la proclamazione della sua dittatura in nome di Vittorio Emanuele. Il Crispi fu l'autore del decreto e, come primo Ministro del Dittatore, ispirò a Garibaldi le disposizioni posteriori che rivelarono nel Crispi un vero uomo di Stato. Egli accompagnato dalla moglie, Rosalia Montmasson, ardita donna che gli fu compagna nell'esilio e volle seguirlo anche nella spedizione per la parte politica, come il Sirtori era l'esecutore intelligente delle disposizioni militari del Garibaldi.

Nella marcia da Marsala a Salemi, come dissi, mancava l'acqua per dissetarci. In un punto c'imbattemmo in un piccolo rigagnolo, alcuni soldati del Bixio andarono per dissetarsi. Egli ordinò che non ritardassero la marcia per questo, ed ai riluttanti ad obbedire tirò un colpo di rivoltella, certo per spaventarli ed indizio del suo animo che non soffriva la indisciplina. Alberto Mistretta, sincero patriota, si adoperò con gran calore e fu lasciato a reggere la città, quando si parti verso Calatafimi.

Nel tempo dello sbarco a Marsala arrivò una barca, non so se leutello o altro, dove erano imbarcati il Barone Mocharta, cognato del Marchese di Torrearsa, Michele Marceca, i quali, perseguitati dalla reazione, si erano imbarcati per cercare rifugio in Malta; essi, visto lo sbarco, e compreso di che si trattava, fecevo dirigere il legno a Marsala e ci seguirono. Il Marceca ci segui sempre; il Mocharta mi ricordo di averlo visto a Salemi, prima dell'attacco di Calatafimi, ma poi non so cosa ne sia avvenuto. Il Marceca si provvide per ordine del Crispi d'una macchinetta tipografica con cui si stampava ciò che occorreva.

(1) Non Pollina, ma Pasquale Serraino conduttore della diligenza da Marsala a Trapani. (La presente correzione ed altre sono del fratello Angelo).

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I giorni 12 e 13 di maggio si restò a Salemi, dove si fornirono le artiglierie di affusti ed il Generale, essendo scarsi di fucili, fece costruire una quantità di lance per armare tutti quelli che occorressero. Ivi ci raggiunsero parecchi patriotti, tra i quali ricordo i Fratelli Santanna

Giovanni e Stefano che vennero alla testa di molti armati... Pepè Coppola? i Fratelli Agosta Giuseppe ed il Fratello Pietro, il quale fu ferito e morì a Calatafimi. — La sera del 13 maggio il Generale Garibaldi volle che il Sirtori, capo dello Stato Maggiore, mandasse ad esplorare i dintorni di Calatafimi, sia per prendere notizie topografiche della località, sia per attingere notizie sullo stato della città, sul numero e qualità delle truppe ed ogni altra notizia che potesse essere utile. Il Sirtori scelse me per tale missione e mi fece accompagnare da due contadini, indicatici dai fratelli Santanna, come conoscitori dei luoghi, uno dei quali anzi era di Calatafimi e poteva perciò essermi utilissimo. Io presi il mio mantello di tela cerata e due rivoltelle, la mia ed un'altra prestatami per la circostanza dal Crispi. La notte dal 13 al 14 tutti e tre viaggiammo da Salemi verso Calatafimi e, guidato dai contadini, si prese una via traversa non tanto frequentata, sicché essi, dopo molto cammino, mi assicuravano di essere molto vicini a Calatafimi; ma non potere indicarmi per l'oscurità la via per proseguire. Eravamo presso una casetta diruta. Vi entrammo per aspettare che facesse l'alba che non doveva essere lontana. Facemmo fuoco con un po' di legna, che trovammo nel posto, per rifocillarci. — Appena cominciò ad albeggiare vedemmo che eravamo assai vicini a Calatafimi, e salimmo una collina rimpetto alla città, collina che è divisa da una valletta dall'altra collina ove siede Calatafimi. Io mandai a piedi in città il contadino nativo di Calatafimi, affinché mi procurasse le notizie sulla città e sulle truppe; dissi che, in caso di sorpresa, dicesse di esser meco, che viaggiava da Alcamo e Mazzara, dicendo un nome convenzionale, e che lo aveva mandato a Calatafimi per comprare pane, formaggio e vino per la colati one, per poi proseguire il viaggio. — Feci nascondere l'altro contadino eon i tre animali dentro una casa diruta e dissi che, in caso, avesse tenuto un discorso conforme a quello dell'altro contadino. Io allora esplorai i luoghi, presi gli appunti e mi dirigeva verso la casa diruta, per raggiungere l'un contadino ed aspettare l'altro. Quando, con mia lomma sorpresa, vedo uscire da una casetta di campagna, poco distante, «sulla stessa collina, una diecina di armati, con scapolari, i quali si dirigevano alla mia volta. Compresi il pericolo, e non potendo fare resistenza a tanta gente, mi armai di sangue freddo e li attesi. — Arrivati «pianarono tutti il fucile verso di me ed uno di essi, piccolo e grasso, e che pareva il capo di questa specie di banda, mi interrogò: chi fossi, dove andassi e che cosa facessi. Io allora con grande calma, in puro dialetto dissi: che era il tale, declinando il nome convenzionale dato ai contadini, che andava con due miei contadini di Alcamo a Mazzara, che aveva mandato uno a Calatafimi per comprarmi pane, formaggio e vino per far colazione e proseguire poscia il viaggio; e che l'altro contadino con li tre animali erano ad aspettarci dentro la casa diruta che indicai: Egli allora ripetè: «Quello che dite va bene; ma io non ne sono permaso». — Io allora replicai: «Io non so perché voi volete impedirmi di viaggiare con la mia gente; ma poiché con la forza volete assicurarvi della verità di ciò che vi ho detto, potete farlo, aspettando ed interrogando il contadino andato a Calatafimi; ovvero interrogando subito il contadino che è nella casetta con i tre animali, benché io tema

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ch'egli abbia paura e non si presti a farlo». — Allora egli mi disse di chiamarlo. Io lo chiamai; ma il contadino non si vedeva uscire dalla casetta. Mi avviai verso la casetta in mezzo ad un campo di grano che era tanto alto da coprire tutta la mia persona, chiamandolo sempre per nome a voce altissima. Intanto, per prudenza, posi le carte che aveva in tasca e le rivoltelle entro un cespuglio, perché, se mi conducessero in Calatafimi, non mi trovassero cose compromettenti. Il contadino sentitosi chiamare, abbandonò gli animali ed uscito dalla casetta si pose & correre verso l'alto in direzione opposta a noi! Allora me ne ritornai e dissi: u Vedete, come aveva preveduto, il contadino ha avuto paura; attendiamo l'altro che ritornerà da Calatafimi». — Egli riprese: «Le vostre dichiarazioni sembrano franche; ma non ne siamo persuasi, dovete venire con noi a Calatafimi». — Io allora replicai: «Ma con che dritto volete impedirmi di viaggiare e condurmi a Calatafimi ed a quale scopo? — In questo momento arrivano sulla strada che conduce verso Calatafimi e che passa a pochi passi dal punto dove vi trovavamo due Signori a cavallo, i quali si fermarono, discesero da cavallo, e parlando a quella gente la esortarono a lasciarmi per poco tranquillo. Poi, avvicinatisi a me, in disparte, con modi amichevoli, mi dissero: «Voi siete un compagno di Garibaldi, ditecelo, noi siamo liberali, dateci delle notizie che noi desideriamo». — Erano i Dottori Niccolò Mazzara e Biagio Gallo entrambi di Calatafimi. Io mi rassicurai; pure tenni questo linguaggio: «Se io fossi veramente un compagno di Garibaldi e fossi interrogato da due persone, per quanto di buone apparenze, ma a me sconosciute, non dovrei tacere sulle circostanze della mia missione? Se siete liberali non dovete insistere». — Essi allora restarono persuasi; dissero a quella gente che io era persona da loro conosciuta e quindi mi lasciassero andare pei fatti miei. I malandrini, ciò sentito, si ritirarono ed essi (Mazzara e Gallo) salutandomi gentilmente si allontanarono. Rimasto solo ripresi nel cespuglio le mie carte e le rivoltelle che aveva nascoste e mi avviai verso fa casetta: presi i tre animali, li legai l'uno dietro dell'altro e mi avviai in quella direzione che mi sembrava dovesse condurmi verso Salemi. Cammin facendo fui sopraggiunto dal contadino di Calatafimi, il quale aveva visto tutto da lontano e quando mi vide libero si avviò verso di me, e mi fece gran festa, mi si buttò al collo e mi presentò le provviste per la colazione. Allora ci siamo rifocillati e, ripreso il cammino, ci conducemmo a Salemi, dove trovammo l'altro contadino, che non si era mai fermato di correre ed aveva dato al campo la notizia che io e;a stato sequestrato, non avendo potuto sapere della mia liberazione, avvenuta dopo la sua fuga! — Il Generale Garibaldi, saputo l'accaduto, aveva rimproverato il Sirtori di avermi mandato in quella missione, senza una scorta di persone armate; aveva date disposizioni, perché si andasse subito in cerca di me, quando io giunsi. — Tutti si rallegrarono di vedermi sano e salvo; ed io feci relazione al Generale delle mie osservazioni topografiche di Calatafimi e delle notizie raccolte dal contadino sulle truppe che erano in quella città. — Il giorno 15 maggio di buon mattino si parti per Calatafimi percorrendo la via rotabile sino al prospetto di Vita od oltre. A Vita si vendeva pane, uova sode ed aranci. Io presi un pezzo di pane, due uova ed un'arancia, che fu tutto il cibo che mi toccò quella giornata. A certo punto il Generale Garibaldi fece salire la gente nella collina a destra, lasciando l'ai taglieria ed i bagagli percorrere la via rotabile che da Vita conduce a Calatafimi. Erano una serie di colline nella direzione di Calatafimi, sicché si saliva in una di esse per discenderla dal lato opposto e risalirne un'altra;

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in somma si marciava sulle alture verso il nemico. Accortisi i borbonici dell'appressarsi dei volontarii ci vennero incontro; in testa i cacciatori, poi la fanteria; avevano anche la cavalleria, che ivi non poteva spiegare grande azione; erano ben provveduti di artiglieria. Essi ci attaccarono con vigore su quei terreni montuosi, ma furono vigorosamente respinti alla baionetta. L'artiglieria ci tirava addosso, mentre la nostra era poco utile. Un secondo attacco fu pure respinto alla baionetta; ma la gente era stanca, e volendo il generale respingere definitivamente il nemico alla baionetta, ordinò al Sirtori di far avanzare le ultime due compagnie che non erano state ancora adoperate. Il Sirtori aveva accanto Bizio e me; e rivoltosi al Bixio lo pregò di andare indietro a far avanzare le dette compagnie, perché avendo io un cavallo ben fiacco, non avrei potuto fare tale servizio con la desiderata celerità. Il Bixio allora gli rispose: «Quando io ho il nemico davanti non faccio un passo indietro!» Vedi come anche gli uomini superiori sono talvolta vinti dai pregiudizii! Il Sirtori allora rivolto a me mi disse: a Ebbene, andate voi e fate come potete». Io andai e trasmisi l'ordine alle due compagnie; ma mentre andava indietro fui colpito da una palla ogivale piuttosto fredda; infatti foratami di fianco la falda dell'abito strisciò sul davanti della sella e s'introdusse tra le mie cosce ferendomi leggermente alla coscia sinistra. Percorse un cammino singolarmente tortuoso!

Cosi il Bixio potè persuadersi che anche retrocedendo bì può rimanere ferito. — La ferita non mi permise di rimanere a cavallo; condussi a mano il cavallo e, tiratolo con forza per fargli passare un fosso, che non voleva saltare, mi saltò addosso e mi pose un piede tra la tempia e la fronte, che mi ruppe! Il Sirtori vedendomi la faccia tutta insan

ninata, si spaventò; ma lo rassicurai, riferendogli l'accaduto, e dicenogli che era soltanto ferito alla coscia; ma lievemente. Nell'avanzarci ci lasciavamo indietro morti e feriti che venivano raccolti dall'ambulanza. Mi ricordo aver passato accanto a un giovane morto di 18 o 19 anni; quasi lo vedo adesso! gli diedi uno sguardo e dissi tra me: «Povera madre!» Fu dato l'ultimo assalto alla baionetta, che fece rientrare precipitosamente e definitivamente i borbonici dentro Calatafimi. Erano un 5 mila uomini forniti di tutto; noi oltre dei mille e più della spedizione, eravamo seguiti da alcune centinaia di armati accorsi e di altri con le famose lance di Salemi, che il Garibaldi fece stare nelle alture a coronare le colline ed a far bella mostra di loro, e cosi incutere paura al nemico che ci avrà creduti di più che non eravamo. Finita la battaglia io era, con molti altri, attorno al Generale Garibaldi, in cima ad un colle; i borbonici da lungi non lasciavano ancora di molestarci con le artiglierie e ricordo che tra il crocchio attorno al Generale eravi Giacinto Bruzzesi che rivolgeva le spalle al nemico; un pezzo di mitraglia lo percosse cosi violentemente alla schiena da farlo piegare sulla persona; ma fu come un forte colpo di pugno e non ebbe alcun male e si continuò a sentire le disposisioni che dava il Generale.

Le compagnie cercarono di mettersi in relazione coi bagagli e con le vettovaglie, che erano nella strada sottostante, per prendere cibo; ma non tutti vi riuscirono a trovare i propri bagagli e le vettovaglie, perché già annottava. Io, col Generale Sirtori e con l'Acerbi, fui tra questi; sicché si restò senza cibo, e quel ch'è più si dovette dormire sul nudo terreno, senza modo di coprirsi. Ricordo che l'Acerbi aveva una fiaschetta di acquavite e ne diede a bere a Sirtori e a me;

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ed aveva un mantello talmente ampio, che, dandone una estremità al Sirtori ed un'altra a me, si potè alla meglio coprirsi in tre dalla umidità della notte. Nella notte venne notizia al Generale che i borbonici avevano sgombrato Calatafimi, e si erano diretti ad Alcamo. Ed allora, al far del giorno, ordinò la marcia e la mattina del 16 si entrò trionfalmente nella città. Prima di entrare in Calatafimi vidi mio fratello Giovanni, che venne a fornirmi di un buon cavallo comprato apposta dalla famiglia per mio uso. — Entrati a Calatafimi si provvide all'Ospedale provvisorio, dove si curavano promiscuamente e con pari sollecitudine i nostri feriti ed i borbonici. Nell'andare verso l'ospedale per dare delle disposizioni, vidi sulla gradinata di una Chiesa il Padre Pantaleo, con un Cristo in mano, che predicava alla moltitudine; la folla m'impediva di passare, sicché, indispettito, scrollai le spalle; imprecando all'energumeno frate! Eppure era un buon diavolaccio e di grande attività e patriottismo. Vidi a Calatafimi i Dottori Gallo e Mazzara, i quali mi presentarono il Capo della comitiva che mi aveva sequestrato, uomo di una certa età, e che mi chiese scuse! Essi poi mi dissero che (quella gente erano dei banditi), ed io allora potei apprezzare di più il servizio resomi dai due patrioti, perché certamente, se non fosse stato per loro, mi avrebbero spogliato e forse ucciso! Il 17 si andò ad Alcamo, che i borbonici avevano sgombrato, ed il 18 a Partinico, libero anch'esso dai borbonici che si erano diretti a Monreale e Palermo. Anche Montelepre era stato sgombrato. — Le truppe borboniche ne avevano fatto di ogni sorta a quelle popolazioni; od io ricordo alcune donne che al nostro arrivo a Partinico emettevano grida strazianti per le sevizie dalle truppe usate contro le loro famiglie.

Il giorno 19 si fu sulle alture di Renna dove si accampò. Il Garibaldi, a consiglio di Giacinto Carini, mi spedi con un centinaio di uomini di squadra, a cui capo era un certo bandito di nome Cocuzza, a raggiungere Rosalino Pilo, che era, con molti patriotti, accampato sulle alture sopra Palermo, e propriamente sul territorio di Sagano, che è sopra del Convento di 8. Martino e di proprietà dei Benedettini. Andatovi, trovai Rosolino con molti patriotti Palermitani e Carinosi; eran vi Giovanni Corrao, Pietro Tondù, Titta Marinuzzi, il Sacerdote Luigi Domingo, il Sacerdote Calderone, e molti altri. Rosalino mi si buttò al collo, dicendomi: «Era certo che tu non potevi mancare! La notte si dormiva sul terreno sassoso a cielo scoperto, ed ebbi a stare per molte ore sotto una dirotta pioggia rannicchiato sotto il mantello di tela cerata col cappuccio ben calato sulla testa e postomi in pendìo in modo che le acque potessero scolare verso i piedi! — Le istruzioni del Generale Garibaldi erano di non attaccare il nemico; ma molestarlo specialmente coi fuochi notturni che accendevamo per le montagne circostanti Palermo e che simulavano grandi accampamenti ed incutevano paura al nemico. Il giorno 20 eravamo nel Convento di S. Martino, dove i frati ci facevano buona accoglienza. Sul far del giorno 21 molti delle squadre, per la solita insubordinazione, volevano attaccare le truppe borboniche, che erano sulle alture vicino Monreale. Rosalino, ii Corrao e tutti si fece il possibile per frenarli; ma, dopo che essi avevano già attaccato il fuoco, Rosalino si rassegnò per sostenerli, e si andò tutti dove era il combattimento. che non poteva avere alcun risultato utile, perché noi eravamo in cima ad un colle ed i borbonici di rimpetto in cima ad un altro e si faceva la fucilata da ambo le parti senza esito alcuno. Dopo qualche ora di combattimento, io sento qualcuno che dietro di me dice: «E' caduto!»

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Volgendomi allora indietro per vedere chi fosse il caduto, vidi, con mio dolore, a circa dieci passi Rosalino disteso in terra supino; corsi a lui, ed osservatolo, con un medico, con Corrao e con gli altri, vedemmo che una palla gli era entrata nella testa, un po' sopra la fronte dal lato sinistro; aveva gli occhi spalancati, ma non aveva sguardo; lo chiamai più volte per nome; ma non rispose; il medico premendo, sul foro fatto dalla palla, con una piccola spugna, mi fece vedere che in essa c'era un po' di cervello e dissemi esser morto. Non essendovi alcuna speranza, e continuando il combattimento, gli si tolsero il portamonete, l'orologio e gli altri oggetti che aveva addosso, e furono consegnati al Corrao, che poi li fece pervenire alla famiglia; il cadavere fu subito trasportato in una ghiacciaia vicina e la sera dopo il combattimento fu trasportato a S. Martino.

Morto Rosalino io scrissi subito alcune righe al Sirtori dicendogli l'accaduto; ed il Sirtori mi rispose che assumessi io il comando della gente; però, per non destare suscettibilità, nulla dissi di quest'ordine e lasciai in seguito il comando al Corrao. — Dopo alcune ore di combattimento, scarseggiando a noi le munizioni, che le squadre avevano così inutilmente sprecate, dovemmo ritirarci. Ma questi eroi, quando è il momento di ritirarsi, invece di audare ordinatamente indietro, fuggono.

Io allora cercai di farli ritirare ordinatamente; e siccome Cocuzza mi rimproverava, rimanendo io fermo, di espormi senza frutto al fuoco nemico, io gli risposi che cosi doveva fare per tutelare la loro dignità! — Il Cocuzza si ritirò anch'esso, ed io, rimasto l'ultimo, mi avviava lentamente dietro di loro: però i borbonici si divertivano & tirarmi addosso, ed io, visto che il mio vestito spiccava sul colore del terreno, e mi offriva, come buon bersaglio, alle loro carabine, pensai di togliermi il vestito e di metterlo in un cespuglio, per ritirarlo più tardi. — Ciò fatto, la fucilata contro di me cessò, ed io procedendo incontrai Titta Marinuzzi ed il prete Calderone, i quali venivano indietro in traccia di me di cui erano in pensiero non vedendomi comparire. Fu allora che si tornò indietro, si raccolse il mio vestito, ed insieme ci riunimmo agli altri nel Convento. — Intanto il Generale Garibaldi si era accampato al Pioppo, luogo vicinissimo a Monreale, e, non potendo attaccare Monreale munita di molta truppa comandata dal Generale Bosco e situata in condizione assai favorevole al nemico, si risolse di abbandonare il campo del Pioppo e si diresse alla Piana dei Greci; di là si innoltrò poi per la via che conduce a Corleone, verso il centro della Sicilia, quasi che volesse ridursi ivi ed ingrossare le sue forze per piombare poi su Palermo. Arrivato su quella strada, egli fece marciare il Generale Orsini, con parte della artiglieria e della truppa verso Corleone, per simulare d'internarsi verso il centro della Sicilia, ed intanto, per una via traversa, o sentiero che vuoisi, si diresse verso Misilmeri con marcia disastrosa, attesa la natura del terreno, e sotto una pioggia dirotta, straordinaria in quella stagione; l Misilmeri egli rimaneva ben vicino a Palermo, da cui rimaneva diviso dalla catena dei monti che cingono la Conca d'Oro.

Io, in quei giorni, terminata la mia missione, che era di trasmettere il Pilo gli ordini del Generale e cooperare con lui, lasciando il comando della gente, che stava sui monti tra Monreale a S. Martino, al Corrao,  e mi diressi, mi pare in compagnia del Marinuzzi e del Tondù, al Parco, poi alla Piana dei Greci: non trovativi il Generale mi diressi per quella via che egli aveva percorso: raggiunsi il punto della strada che conduce a Corleone, ove il Generale erasi separato dall'Orsini e mi introdussi per quei sentieri che il Generale, colla sua gente, aveva di recente percorso.

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Quel cammino era in uno stato deplorevole. — Per le piogge copiose si affondava; ed io vidi nel percorso, con maraviglia, che, non potendo far tragittare l'affusto, si era imbracata la colubrina e si portava t spalla da molta gente piena di entusiasmo indicibile! — Arrivai a Misilmeri il giorno 26 e trovai che il Generale l'aveva allora allora abbandonata ed era con la gente salito sulle alture circostanti Palermo e propriamente sul luogo detto Gibilrossa. Subito lo raggiunsi colà, dove il Generale aveva ricevuto visite dei comandanti di legni da guerra, mi pare inglesi ed americani; forse più certo americani, e credo di qualche rappresentante di potenze amiche! Affluivano da Palermo i patriotti in quella località! E le Autorità borboniche civili e militari nulla sapevano! E' mirabile ii patriottismo dei palermitani; migliaia di persone sapevano che il Generale si trovava lì presso Palermo ed il Generale Bosco invece credeva che il Generale Garibaldi si dirigesse verso il centro della Sicilia, ingannato dello stratagemma di far simulare dall'Orsini la marcia del corpo di spedizione verso Corleone! — Il Generale Bosco, credendo d'inseguire Garibaldi, marciò verso Corleone e le Autorità borboniche fecero affiggere dei cartelli per la città, dove si diceva: «Garibaldi fugge: il Generale Bosco lo insegue!», cartelli che l'indomani, entrati in Palermo, trovammo affissi sulle mura della città.

La sera del 26 a Gibilrossa il Garibaldi chiamò i comandanti le compagnie, e gli ufficiali dello Stato Maggiore e disse loro: «Voi sapete in che condizioni ci troviamo, noi siamo pochi ed abbiamo a combattere il presidio numeroso delle truppe di Palermo. Io non sono solito a chiedere consigli; ma questa volta di fronte alla gravità del caso, perché, con un attacco andiamo a compromettere la popolazione di una grande città, ed un esito infelice comprometterebbe una grande causa, la causa della patria; io desidero di conoscere il vostro avviso. Due vie ci sono aperte; o arditamente attaccare le truppe che custodiscono la città, o andarcene nel centro della Sicilia e, dopo ingrossati di forze ritornare ad attaccare Palermo. Dite quali delle due vie scegliereste». Allora si udì un grido unanime: «A Palermo, a Palermo!» — Il Generale con lieto viso riprese: «Anche tale è il mio avviso. Preparatevi, e questa notte marceremo per Palermo». Fatti i preparativi, si cominciò la marcia, o, per meglio dire la discesa, perché dall'alto di Gibilrossa non c'era che da discendere sulla pianura dove siede la città. La strada era un sentiero scosceso pel quale si scendeva a grande disagio. 11 Generale raccomandò il silenzio ad evitare ogni rumore; ciò fu fatto scrupolosamente per quanto era possibile; sicché ricordo che il nitrito di qualcuno dei nostri cavalli ci faceva trasalire, perché poteva dar avviso agli avamposti nemici prima che non occorresse! — Si giunse al piano all'albeggiare del giorno 27, senza essere avvertiti; e forse si arrivava sino agli avamposti che erano attorno alla città, se alcuni generosi ed allo stesso tempo imprudenti non si fossero avanzati troppo sollecitamente. Il fuoco cogli avamposti s'impegnò vivissimo; e vi fu proprio un combattimento al Ponte dell'Ammiraglio che è dirimpetto la porta di Termini, verso la quale ci diregevamo. — Ivi fu gravemente ferito alla gamba Benedetto Cairoli; ivi mori il Tukery ed altri furono feriti. I borbonici si ritirarono entro le porte di Termini e di Sant'Antonino. — Noi avam zavamo dal Ponte dell'Ammiraglio verso la Porta di Termini della quale volevamo penetrare in città, percorrendo una via fiancheggiata di case da entrambi i lati sino alla porta, innanzi alla quale traversa la via di circonvallazione che dalla Porta di S. Antonino va sino al mare.

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Il generale, arrivati innanzi Porta di Termini, fece sbarrare la detta via che conduce alla Porta, proprio rimpetto alla Porta, a nostra difesa dalla cavalleria nemica. Intanto si cominciò l'entrata di Porta di Termini sotto il fuoco nemico; essendo i passanti esposti al fuoco della fanteria, che tirava da Porta S. Antonino verso la direzione del mare ed al fuoco dell'artiglieria di una nave di guerra, che posta all'imboccatura della strada di circonvallazione, tirava in senso opposto, cioè verso Porta Sant'Antonino; i nostri perciò così esposti ad un fuoco incrociato erano in grave pericolo e quindi alcuni ne restavano morti o feriti.

Il generale Garibaldi incoraggiava il passaggio della gente e noi che eravamo con lui lo secondavamo. Mi ricordo tra gli altri un fatto un po' buffo. — I contadini che avevano ingrossate le nostre file e che non erano armati che delle lance di Salemi, non si sentivano il coraggio di esporsi alle palle nemiche, perché erano come esporsi al pericolo, senza difesa e senza poter colpire. Essi si nascondevano dentro le corti delle case che fiancheggiavano la strada per la quale ci avanzavamo e taluni persino ne chiudevano le porte. Per quanto essi fossero scusabili, non potevamo permettere un tale esempio che sarebbe stato di scoraggiamento anche per la gente armata; perciò lo Spangaro ed io, aprimmo le porte chiuse e femmo snidare questi famosi lancieri a furia di piattonate di sciabola, o minacciandoli colla rivoltella. A poco a poco tutti entrammo in città; ed il generale Garibaldi, quando vide compiuta l'operazione, fatto aprire nel mezzo della barricata tanto spazio in cui potessero passare due cavalli, passò al trotto egli col generale Thtirr ad un tempo, e, dietro loro, anche contemporaneamente lo Stagnetti ed io. Nel breve tempo in cui traversammo la via di circonvallazione, nissuna palla di cannone e nessun colpo di fucile! La stella d'Italia volle rispettato il magnanimo suo duce! Entrati in città ci trovammo subito nella Piazza della Fieravecchia, famosa per l'inizio della rivoluzione del 1848 e dove sta in mezzo la tradizionale statua di Palermo coronato, assiso soprauna fontana. La piazza era gremita di gente da non poter contenere una persona di più. E impossibile descrivere le grida e l'entusiasmo di quella immensa popolazione, in gran parte inerme, perché i patrioti che avevano armi, soffocato il moto del 4 aprile, si erano gittati sui monti circostanti la città a fare la guerra di guerriglie molestando e stancando le truppe borboniche. Appena arrivato in piazza, io mi vidi a destra ed a sinistra del mio cavallo due patrioti Trapanesi, miei amici, Innocenzo Piazza e Raimondo Amato. Il vederli colà pronti, mi fu di grande com' piacimento, sicché mi fu di grande soddisfazione il vederli poi assunti in servizio del paese. Il generale mandò ad esplorare le vie che mettono capo alla Fieravecchia. Io andai sino ai Cintorinari e riferii al generale che non vi era affatto truppa, la quale si era ritirata verso il Palazzo Reale, il forte di Castellammare e le caserme. Il generale allora ordinò di marciare entro la città, ed egli occupò la piazza dei Bologni nella quale pareva volesse fare la sua residenza. Si entrò nel Palazzo del Principe di Villafranca. Mi rammento che il generale, smontato da cavallo avanti il portone del palazzo, non volle che altri togliesse la sella al suo cavallo, essendo sua abitudine di farlo da sè. Egli fece ciò innanzi la colonna di destra del palazzo ed entrato dentro il cortile restò nella parte coperta di esso, alla sinistra e si sedette sopra la sua sella. In quel momento avemmo un grande spavento.

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Al suo figlio Menotti cadde a terra la rivoltella che sparò propriamente vicino ai piedi del padre, il quale mi pare ne abbia avuto traforato il pantalone vicino al piede! — Il generale fece colazione di fichi e salame, li a terra seduto, non smentendo la sua proverbiale sobrietà. Però, sentito il consiglio di coloro che conoscevano bene la topografia della città, ed anche per avere un palazzo a sua disposizione per tutto ciò che gli occorreva, si risolse a mettere la sua sede nel palazzo municipale; ma in tutto quel giorno e nei primi che lo seguirono, egli stette sempre all'aperto sui gradini della famosa fontana, detta del Pretore, che occupa tutta la piazza che sta dinanzi al Palazzo del Comune. Il giorno 27 si combatté principalmente nella via di Porta di Castro verso il Convento dei Benedettini, che era occupato dai borbonici e che venne sgombrato. — Anche nella via principale il Cassero, ora Corso Vittorio Emanuele, si facevano dai nostri e fucilate verso il Palazzo Reale, ma senza altro frutto che di tenere sgombra la via dalla truppa; però si era esposti ai danni dell'artiglieria, che tirava da alcuni cannoni impostati sul Palazzo o avanti di esso, non posso esattamente rammentarlo. E' sempre nella mia memoria od caso miserando! L'Acerbi, l'Uziel ed il Richiedei erano a fare le fucilate con la faccia rivolta verso Porta Nuova, cioè verso il Palazzo Reale; erano propriamente verso il marciapiede di destra, dove mi pare che ci sia il negozio di cappelli di La Farina; al lato opposto della gradinata che discende dalla Piazza del Municipio; una palla di cannone colpisce l'Uziel ed il Richiedei lasciandoli morti sul colpo; l'ultimo di essi con la testa tutta sfracellata! Hanno fatto una morte gloriosa; ma è doloroso perdere, senza frutto, patriotti di tale valore! Consigliai all'Acerbi ed altri di ritirarsi e di non esporsi inutilmente al fuoco nemico

Non ricordo se il giorno §8 o 29 le truppe chiesero un armistizio e di trattare per la capitolazione. Andò al Palazzo Reale per trattare il Crispi accompagnato da me. Fummo ricevuti dal generale Laetizia e dal colonnello... (1) con grande gentilezza; essi erano allibiti dalla paura. Faceva un gran contrasto il loro uniforme, coi nostri abiti borghesi, lo aveva un abito di panno nero tutto sdruscito e sudicio; ne pendeva ancora un lembo della falda destra strappato dalla palla di Calatafimi, ed i bottoni dal grande uso non erano più rivestiti di drappo, ma era rimasto solo l'anima di metallo scoperta! Strani contrasti delle guerre rivoluzionarie! Il Letizia aveva gran smania di sgombrare la città; ma si opponeva ai suoi disegni il colonnello... (2), il quale era venuto fuori di Porta di Termini con i suoi bavaresi. Il Letizia disse che occorreva andare da lui e dargli gli ordini intanto di rispettare l'armistizio. Si andò in carrozza il Letizia, il colonnello, Crispi ed io. — Il Letizia aveva gran paura. La carrozza usci da Porta Nuova per recarsi per la via di Circonvallazione fuori Porta di Termini, dove era accampato il colonnello Svizzero. Innanzi Porta di Castro e più oltre c'erano vari cadaveri di soldati borbonici, ancora non raccolti; questo fece gran paura al Letizia; ma Crispi lo rassicurava. — Il colonnello svizzero si mostrò indispettito dell'ordine di rispettare l'armistizio, ma dovette a malincuore obbedire. Indi il colonnello, credo, non rispettando la consegna, attaccò i nostri ed entrò per Porta di Termini; alla Fieravecchia ci fu grande combattimento, dove credo sia stato ferito al braccio Giacinto Carini, di quella ferita che poi lo condusse a morte nell'anno 1880. — Credo che gli Svizzeri furono subito respinti. Finalmente si fece la capitolazione.

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I borbonici sgombrarono il Palazzo Reale, i Quartieri, il Palazzo delle Finanze, le carceri e finalmente il forte di Castellammare. — Faceva strano contrasto il giorno dello sgombro del Palazzo Reale e dei Quartieri. Io era in piazza di Palazzo Reale; i borbonici uscirono con musica in testa, in numero stragrande, che io non saprei precisare, forniti di tutto che non mancavano di un bottone!  

Si schierarono nella piazza e poi uscirono da Porta Nuova e per la via di circonvallazione si ridussero al Molo. Facevo, dicevo, strano contrasto che nei corpi di guardia dei Quartieri, dove erano racchiusi reggimenti intieri, andavano a sostituirli un caporale e due o tre soldati garibaldini, vestiti della magica camicia rossa! Era un vero prodigio di demoralizzazione da una parte e di ardire inarrivabile dall'altra!

(1) Buonopane.

(2) Von Meckel.

























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