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Pubblicato nel 1827 all'estero il testo di Aceto è un'opera dalla quale non si può prescindere se si vogliono comprendere le ragioni della Sicilia e le mire dell'Inghilterra, da sempre interessata a controllare un territorio collocato in una posizione cosi strategica. Che gli Inglesi se ne fregassero dei Siciliani e della loro indipendenza, se non per salvaguardare i propri interessi, lo dimostrano le loro scelte. Prima e dopo il Congresso di Vienna.

Zenone di Elea – Agosto 2017

LA SICILIA E I SUOI RAPPORTI CON L'INGHILTERRA

ALL'EPOCA DELLA COSTITUZIONE DEL 1812

MEMORIE ISTORICHE SUI PRINCIPALI AVVENIMENTI DI QUEL TEMPO CON LA CONFUTAZIONE DELLA STORIA D'ITALIA DI BOTTA NELLA PARTI CHE HA RELAZIONE CON QUELLI STESSI AVVENIMENTI

Con un'appendice di pezzi giustificativi

DI UN MEMBRO DI VARI PARLAMENTI DI SICILIA

PRIMA VERSIONE ITALIANA

Palermo

STAMPERIA E LIGATORIA DI FRANCESCO RUFFINO

Via Cintorinari, N. 100.

M DCCC. XLVIII

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PREFAZIONE DELL’EDITORE

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Il Cav. Giovanni d'Aceto disacerbava l'amarezza dell'esilio procacciatogli dagli avvenimenti del 1820, dettando e pubblicando per le stampe sotto il velo dell'anonimo () una memoria intorno ad un periodo dei più interessanti ma non dei più conosciuti della Storia di Sicilia, allorché si stipolava l'ultimo patto tra Popolo e Re, il periodo nel 1812. – Rappresentante   egli nella Camera dei Comuni in vari parlamenti di quell'epoca, uno dei più operosi e caldi propugnatori della nostra costituzione, e, vittima del potere che tentò rovesciarla, era più che altri a portata di svolgere le cause, gli andamenti e gli effetti delle vicende di allora.  – Il 1812 è, l'ultimo anello cui si riattacca il 1848.  – Il 1820 è una parentesi nella Storia nostra, non fu quello un avvenimento Siciliano, ma serve unicamente di prova per dimostrare, primamente che in un momento che si potè alzare libero un grido tra noi si gridò l'indipendenza e il nostro diritto, e in secondo luogo come lo spergiuro governo di Napoli è uso sempre a calpestare le più sacre convenzioni.

Nelle attuali circostanze, in cui si. agitano le più solenni quistioni intorno alla Costituzione del 1812 per fissare i destini futuri della Sicilia, non può presentarsi al Pubblico un libro più opportuno di queste memorie, in cui anche figurano i favori, la cooperazione, lo appoggio magnanimo che allora ci apprestò la Gran Brettagna e se nel cataclismo politico sofferto dopo la battaglia di Waterloo dagli Stati tutti d'Europa non potè la Sicilia esser sorretta nel pieno esercizio dei suoi diritti, la voce dello esimio Lord W. Bentinck altamente e coscienziosamente li reclamava al 1821 nel Parlamento d'Inghilterra: queste memorie il dimostrano.

La traduzione e la pubblicazione di esse nel momento attuale è un dono assai caro ai Siciliani.

INTRODUZIONE

I popoli, come gl'individui, non possono esser giudicati che dai loro antecedenti. Qualche volta, è vero, si spiega per gli uni e per gli altri un'epoca segnalata, che cambiando d'una maniera interessante il loro stato abituale, li spinge, per così dire, su la scena del mondo, e ci lascia più prossimamente misurare, di quello ci permette la calma dei tempi ordinari, il loro carattere e la loro fisionomia: in siffatta guisa i vulcani non sono meglio conosciuti che all'epoca della loro eruzione.

Ma se inciamperebbe in errore chi volesse d'una scena soltanto giudicare di un intiero dramma, errato andrebbe del pari quell’istorico, che sfiorando un fatto, un periodo particolare degli annali di un popolo, che isolando questo periodo questo fatto da tutti gli altri che lo hanno preceduto, e restringendosi in esso solamente, volesse tracciarne le cause, il carattere e le conseguenze.

Nel mondo morale, come nel fisico, tutto si lega con un'immensa catena, di cui le cause e gli effetti formano gli anelli. Le leggi di un popolo, i diversi modi della sua vita civile e politica, ecco quali sono le cause che preparano i più lontani avvenimenti, sono esse che. modificate dalle cause secondarie figlie del tempo, li accelerano o li ritardano, e finalmente ne determinano la esplosione.

Sono queste le idee appo le quali mi son proposto di dirigermi in quest'opera, per quanto me l'hanno permesso i limiti naturali di alcune osservazioni, delle quali gli avvenimenti della Sicilia, nel 1812 han fornito il soggetto.

Le pochissime conoscenze sparse a tutt'oggi su. l'istoria e il dritto pubblico di un popolo cotanto celebre nei tempi antichi, e presentemente condannate all'oscurità, hanno fatto inciampare molti scrittori in gravi errori su le quistioni relative a' suoi dritti, quistioni che sono state discusse sia nei circoli dei particolari, sia nei consigli dei governi. Mi ha ciò obbligato di far precedere la narrazione di questi ultimi avvenimenti, di un saggio rapido su' fatti più importanti, e su le principali leggi politiche della Sicilia dai Normanni sino a Ferdinando Borbone, che formerà il suggetto della prima parte di questa memoria.

Vedrà in tal guisa ciascuno, che la Costituzione del 1812 anziché una nuova Costituzione, e perciò poco appropriata a' Siciliani, come l'hanno preteso alcuni nemici d'ogni governo Costituzionale, non è in sostanza che l'antica Costituzione della Sicilia, regolata e resa più analoga ai bisogni ed ai lumi delle moderne società.

Facil cosa sarà inoltre al lettore il giudicare da se stesso se sia dall'assenza dei principii monarchici il meritare la sorte che le si è fatta subire.

lo comprendo tutta l'imperfezione di un travaglio fatto in fretta, lungi dal teatro dell'azione, e senza tutti i documenti necessarii. Avrebbe esso richiesto, io ben lo so, una penna esercitata ed abile, del pari che maggior tempo, e studi maggiori. Ma difettoso ed imperfetto che sia, io lo pubblico adesso trascinato dal consiglio di qualche amico forse un pò troppo indulgente, e su la speranza ancora che il pubblico non mi contrasterà almeno il merito d'una buona intenzione.

Non si è per anco affacciato alla mente di persona alcuna il dare un'isteria esatta e dettagliata degli importanti cambiamenti di cui la Sicilia fu il teatro nel 1812: frattanto non v'è al giorno d'oggi alcuno avvenimento politico, di poca considerazione che sia, il quale più o meno non influisca sul tutto, e non ecciti ad un certo grado la curiosità e l'attenzione generale.

 Essendomi trovato, a causa della mia posizione, a portata di seguire gli avvenimenti nella loro nascita, e nella loro marcia sino alla fine, ho creduto fare una cosa utile ai miei compatriotti, che sono stati giudicati troppo severamente, e nello stesso tempo a tutti gradita, col presentare i fatti tali quali sì sono avverati, per farli servire di base ad un giudizio sano ed imparziale.

Mi sono tanto più attaccato a questa idea, per lo riguardo, che in mezzo del generale silenzio dei miei compatriotti e degli stranieri, una sola voce si è alzata, e questa è quella di uno scrittore, che nel descrivere l'istoria dell'Italia moderna, ha trattato ancora di quella della Sicilia dell'epoca stessa (). Gli errori nel quali egli è caduto, tanto sii' fatti che su le opinioni che ne sono la conseguenza, sono così gravi, e così numerosi, e dall'altro fianco, è tanta la confidenza che si giustamente per altri riguardi ispira questo rispettabile isterico, finalmente, è stato tale il successo della sua opera, già divulgata con diverse edizioni, che ho creduto adempire un dovere, osando io se non dissipare nella loro nascita gli errori di cui abbonda, almeno premunire contro essi lo spirito del lettore, con renderlo più diffidente e più circospetto, ed incoraggiare forse più abili scrittori a perfezionare l'utile opera che io ho solamente abbozzato.

LA SICILIA E I SUOI RAPPORTI CON L'INGHILTERRA

ALL'EPOCA DELLA COSTITUZIONE DEL 1812

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PARTE PRIMA

LA Sicilia, la cui primitiva istoria si perde nei tempi favolosi ed incerti, arricchita dalla natura d'una gran copia di doni, occupa un rango distinto tra le nazioni d'Europa, sin dalle prime pagine dei loro annali.

Le colonie Greche e Fenici, che vennero a fondare alcuni stabilimenti su' lidi della Sicilia, vi trapiantarono con esse le arti, l'industria e la civilizzazione della loro metropoli, e vi gettarono i primi germi della sua prosperità: questo seme prezioso si naturalizzò allora con tale successo che in poco tempo la Sicilia si alzò al grado di splendore, al quale è stato datò a poche nazioni di attingere e di sperare. Divisa in altrettanti piccoli stati quante erano le origini e le forme dei differenti governi che contavano i suoi abitatori, lacerata per molti secoli da guerre intestine, dovette ancor sostenere degli attacchi stranieri. Frattanto, o perché nella gioventù delle nazioni si trovi maggior forza e vigore, o, perché i benefizii delle introdotte istituzioni sorpassassero i mali dei quali era la preda, valse allor la Sicilia a terminare così grandi ed ardite intraprese, che senza le testimonianze dei più celebri istorici dell'antichità, e senza i numerosi fatti in appoggio, sarebbero sospettate e riguardate come favolose ed esagerate. Le guerre, allo quali bastò la sola Siracusa, le vittorie, che la stessa riportò su le truppe agguerrite di' Atene e di Cartagine, le numerose armate, lé immense flotte, le quali anziché limitarsi alla propria difesa, portarono le loro armi sino alle contrade più lontane, il suo lusso, le ricchezze di Agrigento, di Selinunte, e di Egesta, le opere degli scrittori illustri e dei famosi artisti della Sicilia, i suoi magnifici monumenti, i cui rimasugli ad altro attualmente non vagliono che a render più vivo ancora il contrasto tra la sua età passata, e la sua decadenza attuale, prestano le incontrastabili prove del suo splendore e della stia potenza primiera.

Non le fu dato però di sfuggire all'avarizia Romana, che impadronendosi della Sicilia la possedette per 700 anni circa. Riunita allora in un sol corpo di nazione cominciò essa a riconoscere leggi e costumi uniformi. Le leggi Greche e le leggi Geroniche vi prevalsero sino all'introduzione della legislazione romana. La Sicilia ebbe allora i suoi comizii generali e particolari, secondo li richiedevano gli affari o di tutta l'isola, o di alcuna delle sue città. Dovette in conseguenza subire tutte le vicissitudini della repubblica romana, ma si mantenne intanto in tutto il suo splendore sino al quarto secolo, epoca, nella quale la divisione dell'impero in occidente ed oriente, l'invasione dei Goti. e dei Vandali, il governo imbecille e tiranno degli imperatori Greci la precipitarono in un abisso di disgrazie.

Non ne sortì che intorno al nono secolo per ricadere tra le mani degli Arabi, sotto il cui dominio rimase 230 anni. I Califfi la trattarono sul principio con rigore ed inumanità: in seguita ottenne dagli stessi, per, mezzo d'un tributo annuale, il libero esercizio delle sue leggi e della sua religione, e sin d'allora si diede senza contrasto a quella cultura di arti, lettere, commercio ed agricoltura, alla quale la sua potenza era sempre dovuta ().

I Musulmani della Sicilia, col favore di questa prosperità medesima, si erano sottratti, verso il secolo undecimo alla supremazia dei Califfi di Egitto. Cominciarono essi bentosto a disputarsi per chi dominerebbe nell'isola divisa. già tra le loro differenti fazioni. Gl'imperatori Greci che non avevano perduto giammai di vista questa antica parte de' loro dominii, raddoppiarono in tale occasione, ma invano, i loro sforzi per ricuperarla.

I Siciliani, che detestavano del pari e gli uni e gli altri rivolsero allora gli occhi verso i Normanni, la cui fama cominciava a spargersi e venivano già a stabilirsi sul vicino continente.

Discesero essi in Sicilia intorno all'anno 1060: secondati dai voti dei Siciliani scacciarono i Greci, vinsero i Saraceni, e con la loro potenza innalzata su le ruine di quella che già avevano abbattuto, cominciò per la. Sicilia un epoca novella.

Il conte Ruggiero, loro capo, in mezzo agli attacchi sempre ripullulanti dei Saraceni che gli disputavano vivamente il suo nuovo regno, gittò le fondamenta della Monarchia siciliana. Ma non fu che dopo la morte di Roberto duca di Puglia, suo fratello, che ne divenne egli il solo posseditore.

La conquista. però della loro indipendenza costò cara, ai Siciliani: Con essa si stabili quella feudalità, che per tanti secoli fu flagello dei più belli paesi d'Europa (). L'omaggio, il giuramento di fedeltà, cominciarono a formare un titolo di proprietà, ed istituirono un novello legame sociale. II servizio militare, il dritto di sedere nei comizii o assemblee nazionali, non furono più che dipendenze di questa nuova organizzazione: le pensioni medesime, le cariche, gli ufficii della corona non si diedero più che a titolo di feudo: i vescovi, i conventi, le chiese, che una larga parte ebbero a queste concessioni, non possedettero che sotto tale condizione le nuove. loro proprietà. II demanio della corona si formò delle terre e delle città non concedute. Tutte le altre proprietà che non si possedevano a titolo di servizio militare, formarono la classe de' beni allodiali.

La giustizia era allora amministrata riguardo al criminale dai Strategoti, e per lo civile dai Visconti nominati dal principe nelle terre della corona, e dai baroni nei rispettivi loro Feudi. Fu in siffatta guisa che presero origine le diverse servitù, e tutta quella folla di dritti tirannici, mostruoso codazzo della feudalità.

La nazione intanto composta di Saraceni, Normanni, Greci, Lombardi, ed indigeni continuò a governarsi, principalmente in tutto ciò non appartenea al feudale secondo la legge particolare di ciascuno di questi popoli, e secondo il codice romano. In quanto alle materie ecclesiastiche, il papa Urbano II avea investito il conto Ruggiero del carattere di legato apostolico, prerogativa. conservata preziosamente in appresso dai principi di Sicilia. Infine il novello conquistatore seppe impiegare tale destrezza nelle sue relazioni con 1 altre potenze, e particolarmente con la corte di Roma, e con gli imperatori greci e gli affricani, che rispettando costoro le sue possessioni lasciarono godere alla Sicilia una pace profonda. Questa dolce tranquillità non fu per un momento turbata sotto la lunga reggenza di Adelaide, durante le minori età di Simone e di. Ruggiero suo fratello che gli avea succeduto.

Divenuto maggiore quest'ultimo prese le redini del governo, e si occupò con impegno a consolidare la sua novella potenza. Dovette pria di tutto assicurarsi della Puglia ove i baroni si erano rivoltati, in seguito si rese padrone di Napoli e di Capua. In fine un parlamento generale tenuto sul principio in Salerno, e poscia a Palermo, circa l'anno 1130 lo proclamò re di Sicilia, duca di Puglia, e principe di Capua.

Rivolse egli le suo cure verso l'organizzazione dell'amministrazione. interna del regno, ed estese con ampi regolamenti, il. nuovo sistema feudale già introdotto da suo padre. Confermò ai Visconti ed ai Bajuli la conoscenza delle cause civili in prima istanza, e l'amministrazione della rendita pubblica, ed agli Strategoti la conoscenza delle cause criminali di lieve importanza: rese gli uni e gli altri dipendenti dai giustizieri, che risedevano stelle province o valli designate, e che assistiti dai giudici, pronunziavano in prima o seconda istanza, secondo la competenza della loro giurisdizione. Per la parte economica poi e per il contenzioso dell amministrazione, i primi furono assoggettati a' Camerarii ai quali apparteneva la. superiore controllazione.

Queste cariche erano ordinariamente temporanee, e subivano la sindicatura quando. spiravano. Una gran corte ambulante, e proseduta dal gran giustiziere, esercitava una giurisdizione superiore su di coloro che ne erano investiti. Gli affari di stato erano diretti da un consiglio composto da sette grandi ufficiali della corona, e sotto la presidenza del re. Le cause feudali, o che riguardavano le persone dei feudatari, erano giudicate dalle corti sovrane, vale a dire da quella dei pari, e dalle commessioni formate da questi ultimi: le sentenze doveano avere la sanzione del re. Fu dichiarata l’inalienabilità de' feudi, e fissato l'ordine di successione. A questa epoca finalmente s'introdussero pelle cause criminali le prove superstiziose del giudizio di Dio, del fuoco, dell'acqua-bollente, e dei duelli giudiziari.

Gli abitanti erano sottoposti a diverse contribuzioni () e anche a diverse servitù, secondo l'occorrenza. Del resto tutte queste imposizioni anziché riunirsi ad un sistema generale, variavano secondo la differenza dei popoli di cui si componeva la nazione. I comuni, in. luogo di riunirsi, per l'interesse o il sollievo generale, non pensavano, che a sottrarsi alla moltiplicità delle contribuzioni per via di privilegi e di esenzioni: costume, che in appresso non cessò di seguirsi. Queste contribuzioni nelle terre feudali, tacevano parte del patrimonio dei baroni. Per tutto il resto non potea essere esatta alcuna imposizione annuale, eccettuati certi casi, che furono più specialmente fissati alla dieta di Roncaglia, ed eretti in massime di dritto pubblico, come la magna Carta avea fatto per l'Inghilterra.

Il modo adattato per l'amministrazione della giustizia non era meno irregolare, né meno variabile. Oltre la diversità delle leggi alle quali ubbidivano gli abitanti de' differenti comuni, oltre la distinzione delle terre in demaniali e feudali (sebbene, fra le prerogative reali, il Principe si avesse riserbata l'alta giurisdizione comunale) bisognava ancora aversi riguardo alla differenza delle classi o degli ordini ché racchiudeva lo stato, secondo si era o villano o paesano, cittadino semplice o soldato, barone o conte, il giudizio la pena la procedura differivano.

Le tracce poco numerose, e quasi cancellate, che i monumenti e l'istoria del tempo ci offrono dell'amministrazione municipale fanno vedere quanto negletta era allora questa istituzione, abbenché rimontasse in Sicilia sino alla dominazione dei Romani e dei Greci. I comizii. generali o parlamenti composti da' baroni e dai prelati del regno, e da coloro che il re vi chiamava espressamente non avevano né durata, né periodo fisso, né misura certa della loro autorità.

Eppure, in mezzo a tanti ostacoli, la Sicilia faceva un commercio esteso (). Vi si proteggevano ed incoraggivano le scienze le arti le lettere. I porti di Messina e Trapani erano divenuti i depositi di tutto il commercio del Levante. Il nome di Ruggiero non era meno temuto al di fuori di quello di suo padre. Non soltanto le sue potenti flotte rafforzavano gl'imperatori greci, che giammai non aveano perduto di vista la Sicilia, e che riguardavano di un occhio geloso l'accrescimento di questa nuova potenza, ma portavano esse la guerra fin anco nel seno dell'impero, togliendo loro Corinto, Tebe, Atene, e vennero a minacciare Costantinopoli fin sotto le sue mura. Ruggiero non ottenne una gloria minore nell'Africa, di cui si fece chiamare re, ed ove conquistò tutto il paese eh é si estende da Tripoli a Tunisi e dai deserti a Kairvani: oppose egli infine una vigorosa resistenza alle pretensioni della corte di Roma e. degli imperatori d'Occidente.

Sotto Guglielmo suo figlio e suo successore, al quale l'odio dei suoi sudditi diede il. nome di Malo, la Sicilia più gloriosa al di fuori che prospera e fiorente al di dentro, fu la preda delle fazioni e delle guerre civili. Guglielmo, principe avido, sospettoso ecrudele, era lo schiavo ed era il carnefice dei suoi favoriti, e sempre il gioco degli intrighi dei suoi corteggiane: annientò il commercio del suo regno, e spinse la sua folle avarizia. sino al punto di. sostituire la moneta di cuoio ai metalli preziosi, di cui riempi il suo tesoro particolare.

Guglielmo Il, suo figlio, proclamato. re dal Parlamento, tenuto in Palermo nel 1166, fu l'erede del suo trono ma non dei suoi vizi. Lungi di seguire gli esempi che gli avea lasciato Guglielmo I si sforzò di riparare ai disordini del suo regno, restringendo le prerogative e l'autorità abusiva dei baroni su' loro vassalli, stabili alcuni tribunali ecclesiastici pei delitti di poca importanza commessi dai chierici, che egli sottomise in tutto il rimanente e nelle materie civili ai tribunali ordinarii. Fu tale infine la saggezza con la quale regolò tutta la Sicilia, e l'unanime contento dei suoi sudditi, che non solamente per una gloriosa opposizione al soprannome di suo padre, essi lo chiamavano il Buono, ma perché tutte le volte sotto le posteriori dinastie il popolo avea a lagnarsi dell'autorità, erano le leggi di Guglielmo IL che invocava, e che servivano di base alle dimande di riforma che esso indirizzava ai principi.

Guglielmo 11 non fu meno rispettato nell'esterno dì quello lo erano stati i. suoi precessori. Si vide vie via portare le sue armi vittoriose sino nella Siria e nell'Egitto, sostenere le forze di due imperi riuniti per abbatterlo (), conciliare. le differenze che si erano elevate tra l'imperatore ed il papa; imporre leggi e tributi ai principi d'Africa, e forzare la Santa Sede ad eseguire i trattati di già fatti con suo padre da papa Adriano.

Il corto regno di Tancredi, che i voli unanimi della Sicilia aveano chiamato al trono nel 1190, fu turbato dalle guerre straniere che ebbe incessantemente a sostenere. Ebbe esso particolarmente, a combattere l'imperatore Errico, che pretendea il trono di Sicilia, come marito di Costanza, figlia del re Ruggiero. Tancredi respingendo sempre e rigettando sovente sino nell'Alemagna le armi dell'Imperatore, si mostrò altrettanto grande quanto era bravo, nel rinviare al suo sposo, con gli onori dovuti al suo rango l'imperatrice Costanza, che la aorte della guerra avea fatto cadere nelle sue mani in Salerno. Spiegò egli il medesimo vigore contro Riccardo re d'Inghilterra, e contro la Calabria e la Puglia rivoltata.

La morte di questo principe fu per la Sicilia il preludio di nuove disgrazie. Errico si affrettò a carpire un così propizio istante per impadronirsi del trono, sul quale pretendea avere dei dritti, ed ove Guglielmo III ancor nell'adolescenza, andava appena a sedersi. Guadagnando a forza di promesse di minacce e di liberalità, i Grandi siciliani, che altronde erano divisi fra essi, favorito dalla corte di Roma, e profittando dei falli del giovane principe, che avea riposto la sua confidenza nei soccorsi dei Saraceni detestati in Sicilia, non soffrì molta pena a trionfarne, e li ridusse a rendersi per capitolazione. Bentosto obbliò egli le sue promesse, e si abbandonò con tanta crudeltà alle sue vendette contro i restii della razza normanna e contro i partigiani di questa, che. i Siciliani, riuniti contro lui, si rivoltarono, mentre era assente. Ritornato in Sicilia infierì egli con maggiore. crudeltà di prima, mise a ferro e sangue Catania e Siracusa, barbarie che pii valse, il soprannome di Ciclope: ma finalmente assediato da' Siciliani ai quali si era accoppiata la stessa Costanza fu astretto ad avvelenarsi per non cadere vivo tra le loro mani.

La minore età di Federico non fu meno disastrosa. La Sicilia minacciata dagli Alemanni e dall'imperatore Ottone, il quale avea dichiarato la guerra a Federico, scissa dalle fazioni dei grandi, che si disputavano la tutela del giovane principe o il dominio dell'isola, agitata dalle sollevazioni dei Saraceni era il teatro delle stragi e delle discordie civili, e in preda alla pia orribile anarchia. li papa Innocenzo III eletto tutore di Federico, fece tutti, i suoi sforzi per reprimere la licenza de' baroni, i quali innalzando castelli é fortezze nei loro feudi, aveano scosso ogni dipendenza delle legai, e non sapevano ottenere che con le armi il riparo delle loro ingiurie.

Giunto. appena all'adolescenza Federico per mezzo delle cure di Innocenzo 111 fu coronato Imperatore in Aquisgrana. Venuto in Sicilia si diede con premura al ristoramento del regno, ed al ristabilimento dell'ordine turbato per tanti anni, in cui la licenza avea spento la voce della giustizia e delle leggi. Per giungere a inesto. 'scopo pubblicò egli nei due parlamenti, uno a Capua, e I altro a Messina, alcuni capitoli contro la licenza de' baroni, ed. ordinò demolirsi le di costoro fortezze. Abbenché distratto in tali intraprese dalle violente querele con la corte di Roma, donde nacquero le famose fazioni Guelfa e Ghibellina, dalla sua spedizione in Terra Santa. ove fu proclamato nel 1228 principe di Gerusalemme, e dagli attacchi dei Saraceni, giunse frattanto a domare, non. avea giammai abbandonato i suoi progetti i e in 'un parlamento tenuto in Melfi nel 1231 pubblicò le nuove costituzioni redatte dal famoso Pietro delle Vigne suo cancelliere, che cominciarono la seconda epoca della legislazione Siciliana.

Geloso dei dritto della giurisdizione criminale, Federico ne tolse ai baroni lo esercizio, e lo riserbò esclusivamente ai giustizieri e alle loro Corti. Nominò due grandi giustizieri per le. due parti dell'isola, che il. fiume Salso separa dal Nord al Mezzogiorno, e due segreti per la soprintendenza dell'amministrazione generale (). L'elezione dei giudici fu riserbàta al Principe, la durata delle loro cariche limitata ad un annò. Essendo fissata la giurisdizione delle differenti magistrature, Federico determinò con la medesima diligenza l'ordine e il modo della procedura. Assegnò un termine alla durata delle cause, abolì la pratica mostruosa dei giudizii di Dio, dell'acqua bollente, e i duelli giudiziari (), introdusse la prova testimoniale, e quella Ghe risulta dalle carte, ne determinò il valore legale, ed obbligò di farà in iscritto tutto ciò che per lo innanzi si faceva verbalmente.

La civilizzazione intanto e i lumi cominciavano a rinascere da tutte le parti, e con essi il bisogno di prender parte agli affari pubblici si sparse fra i popoli. Dalle città d'Italia partì il primo segnale di generali movimenti. La Sicilia, anziché rimanere indietro, avanzò ben tosto le sue rivali. Le arti, le scienze, le lettere vi brillarono con maggiore splendore che nelle altre parti d'Europa. La poesia volgare vi balbettò i primi suoi accenti. Uomini illustri in ogni genere adornarono la Corte brillante e sontuosa di Federico. Egli stesso tanto per conformarsi allo spirito del secolo quanto per opporre una barriera alla potenza dei baroni, avea introdotto in tutti i comuni una specie di magistratura municipale. In un parlamento che si tenne a. Foggia nel 1232 ammise all’asemblee nazionali due uomini probi per ogni città o castellania. In un altro parlamento tenuto nel 1233 a Lentini istituì alcune corti di sindicatura composte di baroni, di prelati, di quattro probi uomini per ogni città, e di due per ogni villaggio, che doveano riunirsi tutti gli anni a Piazza, il primo di novembre e di maggio sotto la presidenza di un delegato del Principe, per ricevere ogni sorta di querela o di reclamo contro i pubblici funzionarii, di qualunque rango si fossero.

Quantunque imperatore, egli dichiarò e fece riconoscere solennemente alla 'dieta di Francfort, che il regno di Sicilia era indipendente dall'Impero, e non era sottoposto in nulla alla giurisdizione di questo.

Pur non dimeno, quei bei giorni della Sicilia furono mescolati di turbolenze. Le guerre domestiche e straniere, e precisamente quelle d'Italia, nelle quali si trovava sempre impegnato Federico, non ili lasciavano giammai godere del frutto delle istituzioni; le quali per fiorire hanno sempre bisogno dell'ombra della pace. Le nuove imposizioni, alle quali fu costretto questo principe di ricorrere per far fronte alle sue spese, i dritti che stabili sulla seta, sul sale, sul ferro, sul rame ec. ec.; le contribuzioni estraordinarie, . ed eccessive da cui i popoli erano sovente gravati, le vessazioni e i rigori che ne accompagnavano sempre la riscossione, aveano reso la sorte della Sicilia. altrettanto più deplorabile, quanto più si erano allontanati i statuti di Guglielmo II, statuti che Federico avea pur giurato di osservare religiosamente. In fine, se da una parte egli si mostrò favorevole al commercio ed all'agricoltura, vi nocque dall'altra dandosì egli stesso a' privati. negozii e alla economia rurale, con gran detrimento dei semplici particolari.

Le continue guerre, le discordie intestine, di cui la corte di Roma' non cessava di svegliare il fuoco contro i successori di Federico, , portarono in fine in Sicilia con la ruina della casa degli Svevi, il rovesciamento di ogni ordine civile e politico.

Ma nuove disgrazie le recarono gli Angioini.

Innocenzo, Alessandro, ed Urbano, avevano successivamente offerto la corona di Sicilia a Carlo d'Angiò, come in quei tempi l'offrivano a tutti gli altri principi. Carlo alla fine ne accettò l'investitura nel 1265 dalle mani del papa Ck nte, che lo coronò in Roma re di Sicilia. La fine disgraziata di Manfredi e di Corradino ultimi rampolli della casa degli Svevi lasciò l’isola sotto la sua potenza.

Il breve dominio degli Angioini, imposto alla Sicilia dalla forza straniera, dovea originare una di quelle catastrofi terribili, che l'istoria non dovrebbe raccogliere invano per l'istruzione de' conquistatori.

La nazione sotto Carlo d'Angiò spogliatasi vide di tutti i privilegi, e di tutte le prerogative, di cui era accostumata a godere. Non solamente le collette arbitrarie, le pesanti contribuzioni alle quali il continuo stato di guerra e la penuria del tesoro aveano forzato i principi Svevi a ricorrere qualche volta; divennero regolari cd abituali; ma coloro, ai quali Carlo avea delegato il governo della Sicilia, spinsero così lungi la licenza e la rapacità, che dice l'istorico Malaspina, nel dipingere quell'epoca: «Abhorrebat acies oculorum, et linda metuit foedarì narrando.»

Il Famoso vespro siciliano liberò in fine la Sicilia nel 1282 e la fece passare sotto la potenza di Pietro d'Aragona, che i Siciliani avevano chiamato siccome il marito di Costanza, figlia di Manfredi. Un'ambasciata solenne si portò ad invitarlo, da parte del parlamento riunito. nel 1282 per rendersi a Palermo, ove fu proclamato Re di Sicilia appena arrivò., Messina, strettamente assediata da Carlo d'Angiò, si difese con tanto vigore, che fu quegli obbligato di ritirarsi nella Calabria. Le antiche giurisdizioni, distrutte o rovesciate, rip resero la primiera lor forza, e fecero totalmente disparire le odiose vessazioni di cui la Sicilia sopportava il peso con la più grande impazienza.

Giacomo, figlio e successore di Pietro d'Aragona, si applicò a ristabilire l'ordine nello stato, politico e nell'amministrazione. Il giorno stesso della sua coronazione, nel febbraro del 1285 egli necettò e promulgò alcune costituzioni, o capitoli del regno, che favorivano più largamente la successione ai feudi, e determinavano ton precisione il servizio militare al quale erano essi tenuti. L'inalienabilità del demanio fu stabilita; si fissò in fine, secondo era già' in. uso sotto Guglielmo II, il numero dei casi in cui era messo di esigere. le. contribuzioni ().

Gli Angioini di Napoli, secondati dalla corte di Roma, si sforzarono allora, ma invano, a riconquistar la Sicilia.. Non solamente essa oppose loro una gagliarda resistenza, ma financo le sue flotte vittoriose sparsero bene spesso il terrore appo quelli, e portarono nello stesso tempo dei potenti soccorsi in Ispagna al fratello del re Giacomo.

Chiamato al trono di Aragona per la morte di suo fratello Alfonso, Giacomo dimenticò le sue promesse. In disprezzo delle disposizioni di suo padre, dopo di essersi riconciliato con BonifazioVlli, che erasi portato a trovarlo nell'Isola di Gionchera, egli tesse la Sicilia a Carlo II d'Angiò, in pregiudizio di Federico suo fratello minore.

E questa l'epoca la. più brillante dell'istoria della Sicilia. Sposa dalle guerre straniere e. domestiche, abbandonata dal suo re, ceduta ai suoi nemici, essa ricusò coraggiosamente il vergognoso giogo: che le si offriva. Attaccandosi strettamente al suo legittimo principe, la si vide fare gli sforzi più generosi per lo mantenimento della sua indipendenza e della dinastia regnante. I disastri, gli abbandoni, i tradimenti, le promesse, le minacce non poterono raffreddare un momento il suo ardore, ne rallentare i legami che la univano al suo principe. I suoi deputati portarono invano le sue rimostranze al re Giacomo su l’attentato, che già commettea. Allora un parlamento si riunì in Catania: Federico vi fu preclamato re in vece di suo fratello, e coronato quindi a Palermo. Costui corrispondenza ai voti de Siciliani si mostrò del pari. irremovibile alle lusinghe e alle minacce, che vicendevolmente s'impiegavano per farlo distendere dal trono.

Gli Aragonesi si riunirono allora agli Angioini, e fortificati dall’oro e dalle censure della corte di Roma piombarono su la Sicilia. 11 re Giacomo li condusse in persona contro suo fratello e i suoi. sudditi, colpevoli forse dì essergli stati troppo fedeli. Messina assediata nuovamente, diede nuove prove d'eroismo, e di valore. Fu allora che i delegati del papa essendosi presentati ai Siciliani promettendo loro la pace e il mantenimento dei loro privilegi se si vilessero sottomettere, costoro risposero: «Noi amiamo meglio conquistarli Col nostro sangue e. con le nostre spade, che con le pergamene.»

Queste parole non rimasero vuote di effetto. Giacomo fia vinto e costretto a ritirarsi coi suoi Aragonesi. Ritornò ben presto con forze novelle e con considerevoli rinforzi, di terra e di mare, che gli Angioini gli avevano inviati sotto gli ordini del duca Roberto. Ma quantunque invasa su molti punti, soggiogata quasi per ogni dove, e sovente tradita, la Sicilia non continuò meno a combattere, con una fortuna ora prospera, ora avversa, ma sempre con un eguale coraggio ed. una eguale fedeltà. Fece sovente anch'essa pagar cari ai nemici i loro successi, con riportare nella Calabria e nella Puglia i guasti e le stragi alle quali era stata essa abbandonata. Ma alla fine la sua costanza riportò la vittoria, e il trattato di Castronovo venne a confermare la corona di Sicilia a Federico.

Questa pace non fu di lunga durata. La morte di Carlo Il fece salire Roberto sul trono di Napoli, e la guerra ricominciò con più furore di «prima. I Siciliani fecero nuovi prodigli: di costanza e di valore. Federico, al quale il trattato di Castronovo non avea dato la corona di Sicilia che sua vita durante, profittò della rottura per fare. riconoscere in un parlamento tenuto in Siracusa nel 1331 Pietro suo figlio, come suo successore, e l'associò con se al trono, dopo averlo fatto coronare a Palermo.

Quantunque continuamente occupato dalle guerre intestine, Federico. non fece meno rispettare il suo nome al di fuori. Dopo avere respinto la guerra nel regno di Napoli su le terre del suo nemico, portò egli le armi con pari successo sino nell'Italia ove gli si era offerta la signoria di Pisa; forzò, malgrado la perdita dell'isola delle Gerbe, il re di Tunisi a rimanere suo tributario, e finalmente riunì alla corona di Sicilia il ducato di. Atene e di Neopatria.

Queste cure esterne non gli fecero dimenticare quelle dell'amministrazione interna, alla quale egli volse la sua principale attenzione. Si applicò a prevenire ornai gli abusi che i giustizieri provinciali, in maggior parte nobili e potenti, aveano fatto sovente della loro giurisdizione, sotto la potenza. Angioina; 'restrinse i limiti della loro autorità, ed aumentò il loro numero con dividere l'Isola in quattro valli (). Vietò la procedura per via d'inchiesta, riorganizzò la corte di sindicatura stabilita dall'imperator Federico, e ne fissò le riunioni annuali ad Ognissanti. Riformò la procedura pelle cause civili, e principalmente in quelle che riguardavano il costringere i debitori con atti pubblici, mezzo sempre lento ed inefficace. L'amministrazione municipale, . di cui l'imperatore Federico avea gittato le fondamenta, ricevette sotto Federico d'Aragona il suo intiero sviluppo. Confidò a' Giurati, le cui attribuzioni erano vaghe ed incerte, l'amministrazione de' beni e del, patrimonio de' comuni, sotto la controllazione della gran corte de' conti, la guardia della notte, dei pesi e delle misure, l'intendenza dei pubblici granai, e delle. assise. La loro magistratura non fu più che una sola. con quella de' Bajuli, nella quale risedei la giurisdizione. Essi erano annuali, e nominali nel medesimo tempo al semplice Bajulato e al bajúlato giudiziario dal consiglio della comune, che li eleggeva a scrutinio. Dallo stesso consiglio, e con le forme, medesime si elevgevano ancóra i sindaci e i rappresentanti al. parlamento. Questo dritto di seduta nel parlamento dei rappresentanti comunali, che. sembrava esservi stato introdotto dall'imperatore Federico, divenne presso gli Aragonesi, e principalmente sotto il re Federico un elemento delle assemblee siciliane. Il parlamento sin da quest'ultimo principe avea già molta importanza. e considerazione. Federico nel salire sul trono, non avea disdegnato di riconoscere che egli non possedea la corona meno dalla scelta e dai voti dei Siciliani, che dal suo dritto ereditario, In appresso dichiarò ancora, che non farebbe. giammai né trattato di pace né dichiarazione di guerra senza il consenso della nazione. Fedele alle sue promesse in tutti i gravi affari egli si affrettava di convocare e di consultare il parlamento, di cui faceva in persona l'apertura con un discorso dal trono, secondo il costume seguito presso le Cortes Aragonesi. Allorché suo fratello Giacomo gli domandò un abboccamento in un luogo fuori di Sicilia, Federico fece riunire il parlamento in Sciacca, gli sottopose l affare, e secondo il voto di questo ricusò cigli di rendersi al luogo designato.

Nè si potrebbe (lei reato una tale condona attribuire alla paura o alla debolezza, perocché Federico avea dato più d'una volta delle prove di risoluzione e di coraggio. Dopo la cessione della corona fatta da suo fratello Giacomo, invitato da Bonifacio a rendersi a Roma, egli fu sordo alle preghiere dei suoi amici e dei suoi parenti che lo dissuadevano da questa prova pericolosa, andò a trovare il pontefice, e resistette del pari alle lusinghe, alle offerte, alle seduzioni che si posero in uso presso di lui. Rinchiuso in Castrogiovanni allorché gli Aragonesi invasero l'isola da tutti i punti, e il principe di Taranto era già disbarcato in 'trapani con una numerosa armata, fu impegnato a rimanersi in quel luogo quasi inespugnabile. Ma Federico disprezzò quel timido consiglio, e volle marciare contro il suo nemico per vincere o morire alla testa dei suoi soldati.

In circostanze tanto difficili quanto quelle in cui si trovava, dovea infallibilmente avere, e mostrò di fatti molti riguardi per li baroni, i quali in quei tempi feudali formavano la forza principale dello stato: ma questi riguardi non l'impedivano di far loro sentire il peso della stia autorità. Li contenne per quanto a lui fu possibile nei giusti limiti, proibì loro severamente l'introduzione di nuove imposizioni nei proprii feudi, e vegliò cot, accortezza perché non potessero occupare le cariche municipali, o prender parte alle deliberazioni, ed alle elezioni dei comuni. Fu Federico che introdusse la vendita libera dei feudi, che sottomise però al dritto di ricognizione.

Le forze di terra e di mare si sostenevano allora con un servizio e con contribuzioni volontarie ed illimitate, che supplivano all'indigenza del tesoro esausto dalle continue guerre e dalla diminuzione delle collette o imposte che riscotea la casa degli Svevi. Si vedeano sovente sventolare su' bastimenti siciliani le bandiere dei comuni che li avevano fornito.

I baroni intanto non lasciavano di turbare sovente la Sicilia con le loro fazioni, principalmente dopo la morte di Federico, che avea saputo contenerli col suo vigore e la sua fermezza.

Il breve regno di Pietro Il suo successore non fu che un regno di fazioni. La maggior parte delle cariche dello stato quasi sempre occupate dai nobili i più potenti, da annuali come erano una volta, divennero perpetue e quasi ereditarie. Questo disordine si era fermato, alla morte di Pietro Il, sotto la reggenza del duca Giovanni, che avea ereditato i talenti e le virtù di Federico. La Sicilia deve a costui il trattato di pace con la regina Giovanna nel 1348 in forza del quale gli Angioini riconobbero la casa di Aragona sovrana legittima del regno di Sicilia. La morte però del duca Giovanni distrusse bentosto i felici effetti della sua reggenza. Divenne così enorme il disordine e così generale sotto i regni di Luigi e di Federico III, che il governo si trovò in una completa sovversione: l'autorità reale non esistendo più che di nome, servia d'istrumento a tutte le fazioni, che se la strappavano tra loro a vicenda. Ogni ordine di amministrazione e di economia era distrutto, le collette o imposizioni temporanee divennero perpetue: il tesoro pubblico, i beni ed offici de' comuni, il demanio della corona, furono buttati in preda alla rapacità de' baroni, che commettendo le terre e le città demaniali ad un medesimo giogo delle terre feudali, le governavano da despoti senza freno e senza legge. La Sicilia non era in fine che un teatro di guerre civili, e di anarchia, allorché Martino di Aragona, che avea sposato Maria figlia di Federico, vi giunse verso la fine del decimoquarto secolo.

Non senza contrasto giunse egli a sedersi nel trono. I baroni non rammarico si vedevano sul punto di perdere l'usurpato potere. Ricusarono in un'assemblea tenuta in Castronuovo di riconoscere Martino; favoriti fortemente dal papa Bonifazio IX, e profittando delle idee religiose di quel tempo, trascinarono la nazione nella loro causa. Martino assediato in Catania stava già per rinunziare alla corona, se non fosse stato soccorso da Martino suo padre, che la sorte facea già ascendere sul trono di Aragona. Si diede egli allora a ristabilire l'ordine pubblico, e dopo avere invitato i comuni a preparare le loro rimostranze e le loro dimande convocò in Catania un parlamento nel 1396. Ivi le costituzioni Sveve ed Aragonesi furono rimesse in vigore, rivendicati i dritti della regalia, fissato il corso delle monete, soppressi gli ostacoli al commercio interno dei viveri, le cariche e gli offici municipali ristabiliti. Un altro parlamento, tenuto due anni dopo in Siracusa, e al quale i baroni comeché principalmente interessati parteciparono appena, è anche più degno di osservazione. Reintegrò questo al demanio le città e terre che ne erano state distrutte, e le dichiarò inalienabili: ristabilì la rendita pubblica che in gran parte era stata alienata, riorganizzò lo stato militare nel regno, formò una forza militare indipendente dal servizio feudale, ristabilì tutti s;li offici e le cariche del tempo di Federico d'Aragona, ne vietò li partecipazione agli stranieri, e finalmente rimise in vigore le antiche forme elettive delle autorità locali.

Veramente questa assemblea neglesse o almeno perdette di vista certi articoli di grande importanza, ciò che bisogna attribuire all'ignoranza del tempo ed alla grandezza dell'intrapresa; perocché si trattava di rimettere l'ordine in uno stato dal quale il dispotismo dei baroni e l'anarchia feudale l'avevano bandito da cinquanta anni. Ma cessa rese pur tuttavia dei grandi servizi. Chiamò i trafficanti esteri ad un commercio libero, osasse che i cittadini di condizione civile fossero ammessi come i baroni al servizio della casa reale, volle che gli ufficiali del re non potessero rappresentare i comuni, che al solo principe appartenesse il potere supremo (merum imperium) e la giurisdizione criminale, e finalmente che si rendesse libero l'appello alla gran corte delle sentenze de' baroni. Portò le sue vedute anche più lontano, prese cura dei banditi e degli esuli, e vedendo con ombra il potere che alcuni signori Catalani si aveano acquistato In corte, propose che il re non potesse accordare né potere né influenza ad alcun cortigiano, perché, si disse, molte spade non possono stare che male insieme in un fodero; che vi fossero nel consiglio del re altrettanti membri eletti dai baroni, prelati, e comuni, quanti ne avrebbe il re nominati; che vi si trattassero tutti gli affari di grazia e giustizia, e finalmente che i comuni avessero il dritto di resistere con la forza alla violazione d'ogni capitolo dei regno già sanzionato. Il re stesso all'apertura del parlamento avea creato un consiglio di dodici membri la cui metà era eletta dai principali comuni, e secondo l'avviso di questo consiglio si decidea tanto sulle proposizioni dell'assemblea, che su gli affari generali dello stato ().

Tutte questo disposizioni intanto non furono eseguite in maniera che spesso non venissero eluse, e che il re non fosse obbligato a cedervi in molti punti por la potenza de baroni, o a transigere con essi. Quindi, abbenché i baroni fossero stati sottoposti nei loro giudizii all'intervento di un giureconsulto, e si avesse la libertà di tradurre le di costoro sentenze in appello presso i giustizieri provinciali o alla gran corte, non continuarono dessi di esercitare meno col fatto la giurisdizione cri. mivale in tutta la estensione dei loro feudi, e i nobili parteciparono alle cariche municipali come il ceto civile.

La Sicilia riprese al di fuori. sotto, Martino la considerazione che avea perduto in parte sotto i due re suoi precessori, nelle sue relazioni con le repubbliche italiane, col regno di Puglia, e sopra tutto con la corte di Roma: ricuperò 'densa il ducato di Atene, e ristabilì la sua potenza in Africa.

La morto di Martino, tolto in mezzo ai suoi trionfi in Sarde. gna, senza lasciar discendenza legittima, e bentosto seguita da quella di suo padre, fece ripiombare la Sicilia in nuove agitazioni.

Invano tentarono i Siciliani di sottrarvisi, inviando a pregare il vecchio Martino di dar loro per re Pietro di Luna, figlio naturale di Martino il giovane.

E vero, che in tutto questo interregno, tutte le classi dei Siciliani non manifestarono che un voto ardente ed unanime perché l'isola fosse indipendente ed avesse il suo sovrano particolare, come per lo passato. Ma quando bisognò venire all'esecuzione, gli sforzi si diressero in sensi così opposti che fu impossibili, riuscirvi.

Un Parlamento riunito a Taormina nel 1400 dichiarò la regina Bianca, vedova dell'ultimo re, decaduta dal Vicariato e nominò una reggenza suprema per dirigere gli affari e proclamare il novello re, designato nella persona del conte di Luna. Ma la opposizione di alquanti signori Catalani, che avevano una grande influenza sui baroni, e che si erano impadroniti delle principali cariche dello stato, le discordie degli stessi baroni, che divisi in fazioni disponevano a loro arbitrio dei comuni divoti al loro partito, e le orgogliose pretensioni di Messina, fecero arenare tutte le risoluzioni che si erano prese.

Or mentre la Sicilia era il gioco di mille fazioni, ciascuna delle quali sosteneva un principe differente, Ferdinando di Castiglia, che era montato sul trono di Aragona prevalendosi di una occasione così favorevole, giunse per mezzo di un'ambasciata che inviò espressamente in Sicilia, a farsi dare la corona. I Siciliani lusingandosi che si lascerebbe Ferdinando facilmente condurre a dar loro per re un principe della sua famiglia, ne fecero a lui la dimanda con un'ambasciata solenne. Ferdinando per soddisfarli inviò l'infante D. Giovanni a prendere il governo dell'Isola: ma questa concessione di sua parte non fece che eccitare maggiormente i desiderii e le pretensioni. Quindi Alfonso che era succeduto a Ferdinando istruito dell'esempio di Federico di Aragona fe' ben tosto tutti gli sforzi per richiamare l'infante e sostituire al suo governo quello di un viceré.

La Sicilia che dai Normanni era sempre stata la culla e la residenza dei suoi re, divenuta dipendente di una monarchia più grande, cominciò allora ad esser governata dagli stranieri, che esercitavano l'autorità reale a nome di un principe lontano.

Questa autorità sul principio venne confidata a mani di molti delegati, in appresso un solo ne ebbe il deposito sotto il nome di presidente o di luogotenente del regno o di viceré: Ora si nominava a vita, ora per un tempo determinato; la durata della sua carica fu alla fine fissata a tre anni (). L'autorità del viceré non si estendea a nominare le principali cariche dello stato, né a concedere benifondi; ma egli potea fare tutte le ordinante e i regolamenti concernenti l'ordine pubblico e l'amministrazione della giustizia. Gli era anche imposto di farsi assistere in tutti i casi importanti dal consiglio supremo o sacro, formato da tutti i magistrati superiori, benché la convocazione e la composizione di questo consiglio fossero totalmente arbitrarie.

Alfonso intanto, o perché andava a risedere in Napoli, o perché venia sovente nell'isola, o perché la facea governare da suo fratello l'infante D. Pietro, o perché conducesse i Siciliani al suo seguito nelle sue spedizioni lontane, era arrivato a far loro meno dura sembrare la novella condizione. Quindi si avvidero ben tosto del cambiamento che l'avvenimento al trono di Giovanni, fratello di Alfonso, portò alla loro sorte. Si riunì a Castrogiovanni un Parlamento, ove si decretò all'unanimità d'inviare in Ispagna una solenne ambasciata per dimandare al re che il principe Carlo suo fratello, il quale già risedeva in Sicilia, ne fosso dichiarato governatore perpetuo, e che in avvenire non potesse esser governata la stessa se non dall'erede presuntivo della corona. Giovanni però, per togliere ogni speranza su questo articolo, fece dichiarare dalle corti generali di Aragona, e giurò esso stesso, l'unione inseparabile della corona di Sicilia da quella di Aragona. Inoltre pria di morire, associò al trono, e fece riconoscere come re di Sicilia suo figliar: Ferdinando, denominato in oppresso il Cattolico. L'estinzione della schiatta di Alfonso, con la morte di Ferdinando, non mutò per nulla la sorte della Sicilia, la quale sotto Carlo l'passò alla casa d'Austria ().

Quanto più grandi furono questi principi per le loro qualità, e per la loro potenza, più gl'interessi della Sicilia divennero subordinati alle altre parti più considerevoli del loro impero. Sebbene il caso in questi tempi di turbolenza e di agitazione avesse sempre portato lungi da essa il teatro delle guerre, la Sicilia non ne risentiva meno gli effetti per li sussidii d'uomini e di navi e le contribuzioni quasi giornaliere alle quali venne assoggettita.

Le vaste intraprese e le lunghe guerre d'Alfonso, di Ferdinando e di Carlo l'aveano raso insufficienti i beni del demanio depauperati dalle alienazioni che incessantemente si faceano, in disprezzo delle leggi e dei reclami del Parlamento, delle terre e dei castelli della corona, delle rendite A dei prodotti delle dogane, dei dritti sulla importazione od esportazione delle derrate. Le collette ordinarie non potevano più in alcun modo soddisfare così grandi bisogni. Si cominciò dunque a dimandare alla Sicilia nuovi sussidii estraordinari sotto il titolo di doni gratuiti.

Questa innovazione frattanto servì per rialzare l'autorità del Parlamento, che bisognava convocarsi frequentemente per le dimande di tali sussidii. Cominciò sotto Ferdinando il Cattolico a riunirsi regolarmente ogni tre anni per votare le somme necessarie ai novelli bisogni della corona. La convocazione del Parlamento si faceva dal viceré per via di lettere chiuse, che il protonotaro del regno facea giungere ai differenti comuni demaniali, per l'elezione dei loro sindaci o procuratori, e che indirizzava individualmente ai prelati, ai baroni ed agli abati. I procuratori o sindaci erano eletti dal consiglio nella medesima guisa degli altri uffiziali della comune. Essi non erano sovente autorizzati che a raccogliere e rapportare le differenti proposizioni che si facevano in Parlamento, e su le quali doveano aspettare la deliberazione ulteriore dei consiglio. Il viceré faceva solennemente l'apertura del Parlamento, esponea i differenti bisogni dello stato, e gli oggetti per i quali si dovea convocare l'assemblea. Le braccia discutevano separatamente le proposizioni, che riguardavano non solamente i sussidii, ma ancora la costituzione, il commercio, la disciplina interna e i principali interessi dello stato: essi si comunicavano in seguito reciprocamente il risultamento delle loro deliberazioni per mezzo dei loro ambasciatori o messaggieri. Adottate le proposizioni, e ricevuta la sanzione reale divenivano leggi e capitoli del regno, e ciascun re ne giurava l'esecuzione nel salire sul trono.

I sussidii erano ripartiti per braccia, in proporzione di una se. sta per lo braccio ecclesiastico, ed il resto in eguale metà tra le due braccia militare e demaniale, vale adire, tra le popolazioni dei demanio e quelle dei baroni. Dopo il Parlamento del 1446, il più antico di cui ci siano pervenuti gli atti, ciascun braccio sceglieva tre deputati tra coloro che lo componevano, e la riunione di tutti i membri scelti formava la Deputazione del Regno. Il suo principale incarico era di determinare al contingente di ciascun braccio. La ripartizione locale del sussidio si facea dal consiglio della comune, e la esazione dai giurati o da altre persone, che il consiglio della comune proponea a questo effetto. Le somme che si erano raccolte venivano in seguito depositate in banco a nome dei deputati del regno, che soli aveano il dritto di ritirarle per l'uso al quale il Parlamento le avea destinate. Questi deputati inoltre erano incaricati di vegliare alla esatta osservanza delle leggi o capitoli. del regno, e d'impedire che non vi si. portasse la menoma vulnerazione.

Il Parlamento seppe mettere a profitto le occasioni di sostenere la sua dignità, e di rammemorarla al sovrano, quando il bisogno il richiedea. Dopo avere nel 1446 e nel 1457 invocato l'ascensione dei capitoli del re Giacomo contro l'introduzione dei nuovi sussidi, dichiarò altamente nel 1438 sotto il re Giovanni l'impotenza in cui si trovava il regno di pagare queste nuove ed illegali contribuzioni, che si battezzavano, dicea esso, del nome specioso di doni gratuiti, e dimandò che la nazione fosse discaricata di quanto ancora poteva esser tenuta di queste imposizioni ().

li Parlamento trasse partito anche dai sussidii che accordava (). L'atto di concessione sino a' tempi di Giovanni era concepito pela forma dei contratti ordinari, e terminava «che il re giurava e promettea agli oratori del regno, presenti ed accettanti, l'osservanza dei capitoli depositati nelle mani del notaro segretario reale stipulante.»

Dopo tali esempi reca veramente meraviglia che il Parlamento non abbia più profittato della sua autorità per il bene generale del regno. Ma cesserà là meraviglia se si pone mente ai pochi lumi del tempo, e agli elementi, di cui si formava il Parlamento. Il braccio demaniale, per esempio, non era composto, che di procuratori inviati dalli quarantatré paesi del demanio, le cui funzioni non duravano elce qualche giorno, e finivano con l'assemblea medesima. I travagli del Parlamento d'allora sono l'immagine di quelle agitazioni e di quella inquietudine, che in un ammalato accusano piuttosto la presenza della malattia, che quella del medico che la. guarisce.

Giustizia però esige che si dica, che da Ferdinando di Castiglia, il quale permise la libera esportazione delle derrate e produzioni dell'isola, sino a Carlo non mancarono i sovrani né di senno né di buona volontà nelle misure per il miglioramento della sorte della Sicilia. D'altra parte la Sicilia stessa non si mantenne assai tempo senza risentire l'impulso che l'universale agitazione in Europa, e le recenti scoperte diedero altra allo spirito umano: ben presto vi fiorirono gli studi, e la si vide prender parte con ardore al risorgimento delle arti e delle lettere. Alfonso le protesse e fu il fondatore del!' università di Catania. Abbenché distratto da continue guerre, e principalmente da quelle di Napoli si occupò parimenti questo principe a rialzare in Sicilia la magistratura e l'ordine giudiziario ().

La procedura sì civile che criminale, dovette a lui una salutare riforma. Si erano lasciati spegnere o cadere in obblio gli statuti di Federico lo Svevo e di Federico di Aragona. Forme assai bizzarre e sovente arbitrarie dirigevano le procedure. Alfonso fe' comporre dei giureconsulti celebri di quel tempo, secondo il dritto comune e gli antichi statuti de!la Sicilia, un codice analogo ai lumi del secolo, e che sottopose i giudizi ad una forma e ad un corso prefisso ().

Si fece una severa ricerca per la verifica de' titoli, in vista dei quali i baroni possedevano i loro feudi, e questa poi si estese ai dritti che riscuotevano e alle giurisdizioni che esercitavano sulle loro terre.

Somiglianti diligenze si apportarono alla riorganizzazione de' comuni. Si prescrisse la esatta osservanza de' capitoli del re Federico d'Aragona. Si fecero nuovi e severi regolamenti per dirigere i giurati nella loro amministrazione, e per ovviare agli abusi che vi si erano introdotti ().

Frattanto tante disposizioni tante istituzioni, in seguito estese e modificate più o meno sotto Filippo II, che tendevano certamente allo scopo del bene pubblico, furono lontane di ottenerlo in effetto.

Divenne impossibile alla gran corte; che sul principio non contava che quattro membri, di percorrere il regno secondo la stia prima istituzione; l'amministrazione della giustizia ne languia, e non era anche raro il vedere i delitti rimanere impuniti. Per ovviare così grandi inconvenienti s'introdusse l'uso, disgraziatamente conservato sino a' nostri giorni, do' commessari spediti sopra luogo dal viceré, che le rapine e gli eccessi fecero sempre riguardare come un flagello.

Non si trovava alcuna via regolare d'appello alle decisioni della gran corte (). Non era raro il vedere concedere a vita o vendere le magistrature. Divennero così numerose le lagnanze verso la fine di quest'epoca che per arrestare lo scandalo e le vessazioni, furono incaricati i nuovi giudici di sindacare o controllare l'amministrazione di coloro cui succedevano. L'insufficienza di siffatta misura essendo stata ornai conosciuta fu questa medesima sindacatura confidata agli esteri, come anche quella degli, amministratori della rendita pubblica: tutte queste disposizioni, lungi di rimediare al male non fecero che eccitare maggiormente le lagnanze.

I baroni, comeché severamente sorvegliati dall'autorità sovrana, e minacciati dall'inquisizione fiscale sotto Alfonso e sotto Ferdinando d'essere spogliati da tutte le loro prerogative, seppero fare ricadere il tutto a loro vantaggio, ottenendo dal sovrano, per mezzo dei parlamenti, la conferma di tutti i loro privilegi, qualunque ne fosse l'origine. Autorizzati in siffatta guisa a riscuotere nuovi dritti e nuove contribuzioni dai loro vassalli, divenne a loro meno oneroso il servizio militare al quale erano tenuti, e padroni dell'amministrazione municipale come dell'amministrazione della giustizia nelle loro signorie esercitavano una giurisdizione più ampia e più estesa che mai.

Finalmente riguardo a ciò che concerne l'amministrazione dei comuni, abbenché Alfonso avesse ristabilito gli antichi offici, e vi avesse aggiunto nuovi e saggi regolamenti, si trascuro) di rimettere in vigore o di mantenere l'antico modo di elezione. Gli offici municipali, già annuali, erano divenuti perpetui in molti distretti, e Ira gli altri, come in Palermo, il viceré li conferiti arbitrariamente. Questo stato di cose divenne per ogni dove una sorgente fatale di discordie e di disgrazie, o per le lotte che la concorrenza alle cariche municipali agitava tra il popolo e i grandi, o per le pretese dei capi delle arti e dei mestieri, che già volevano prender parte all'amministrazione della comune. 11 parlamento in conseguenza dimandò al re Giovanni nel 1!59 lo ristabilimento generale dell'antico modo di elezione. Queste contese tra' concorrenti, che qualche volta si giunse ad appianare per via di concordati, erano sovente si accanite, che al dire del Di Gregorio i consigli erano veri campi di battaglia. Catania Siracusa Palermo e soprattutto Messina divennero perciò il teatro di una folla di sollevazioni e di scene sanguinose.

È questa la condizione degli stati, che un principe lontano governa per mezzo dei suoi delegati. Non vi si fa il bene che difficilmente, lentamente e spesso senza frutto, e il male è sempre pronto e funesto.

Se a tutto ciò si aggiungano le discordie civili, le inimicizie e gli odii particolari che regnavano fra le principali famiglie e che dopo la morte di Ferdinando il Cattolico scoppiarono sovente in fazioni armate, ed in guerre civili, l'espulsione e il massacro dei giudei. l'introduzione del mostruoso tribunale dell'Inquisizione stabili(o sotto quest'ultimo principe, le grandi cariche dello stato e i principali impieghi divenuti il patrimonio degli stranieri, la decadenza. e lo annullamento del commercio, e la incursione dei Barbareschi, si avrà facilmente una idea dello stato della Sicilia verso la fine del secolo XV e col principio del XVI.

Turbolenze e sollevazioni marcarono il cominciamento del regno di Carlo V. Questo principe si portò nel 1537 a visitar la Sicilia, e giurò solennemente in Palermo l'osservanza delle leggi e dei Capitoli del regno ().

Egli con la sua abdicazione lasciò il trono a Filippo II suo figlio. Sotto questo principe la magistratura subì grandi cambiamenti ().

Le contese con la corte di Roma relativamente al tribunale della monarchia furono terminate per mezzo del concordato chiamato Alessandrino, per il quale, conservando intatte le prerogative della corona, s introdusse in questo tribunale un giudice ecclesiastico, che dovea pronunziare senza il concorso di altri giudici, nelle materie riguardanti la chiesa.

Ma la sorte della Sicilia fu lontana d'essere migliorata. In vece di rinvigorirsi, l'autorità del parlamento fu più di una volta apertamente disprezzata (): si erano già messi a profitto gli abusi che la deputazione del regno avea introdotto nell'amministrazione, per portare i colpi più forti alla sua autorità sotto il pretesto del bene pubblico. In simil guisa si decise col consenso anche del Parlamento che i donativi sarebbe o ornai percepiti da tre ricevitori reali uno per ogni valle. La deputazione non potea riunirsi senza darne avviso al viceré, né in altro luogo che nel suo palazzo, e le sue disposizioni non erano esecutorie che dopo di avere ricevuto l'approvazione di questo rappresentante del sovrano. In vece di reprimere le strane pretese di Messina, alla quale antichi privilegi accordavano l'esenzione d'ogni sorta di contribuzione, le vennero confermate, o più tosto le si vendette questa assurda prerogativa, con un privilegio autentico mediante 600 mila onze d'oro che essa portò al tesoro.

Spossata da tante disgraziate spedizioni contro i Turchi, sovente minacciata dalle di loro invasioni, desolata da terremoti e dalla peste, per colmo di sventura, la Sicilia fu per molti anni in preda alla più orribile fame ().

Dopo la morte di Federico II la monarchia Spagnuola cominciò a declinare. La Sicilia provò la stessa decadenza durante il secolo decimo settimo sotto i regni di Filippo III, Filippo IV e Carlo 11. L'istoria dei parlamenti di quel tempo non presenta che una lunga serio di donativi e di contribuzioni incessantemente ripetute, che con estorsione si strappavano la Sicilia. Ambiziosi e avidi viceré non sapevano ottenere i favori 'e le impunità che in proporzione delle tasse e dei sussidi che essi esigevano. I baroni per conservare le loro odiose ed illegali prerogative si mostravano tanto più prodighi d'imposizioni di cui, il popolo andava carico, quanto meno ne sentivano il peso. Allorché le tasse e i sussidi più non bastavano per alimentare le lunghe guerre e disastrose, o per coprire le dilapidazioni del tesoro, si passava alla alienazione o alla vendita delle rendite o delle proprietà del demanio, di cui nello stesso tempo si dichiarava solennemente l'inalienabilità. Avendo il parlamento accordato nel 1612 sotto Filippo III tre milioni d'onze per lo riscatto delle proprietà alienate, noti si ricuperarono queste se non per farne immediatamente nuovi alienazioni. Sotto Filippo IV per occorrere al mantenimento della flotta, che sotto il comando di D. Giovanili d'Austria era venuta a svernare a Messina, si misero in vendita tutti i benifondi del tesoro; financo le città di Girgenti e di Licata. Sotto il regno di Filippo Il cominciò a mostrarsi quell'uso, per il quale il re dava ai baroni, i di cui affari erano scompigliati, curatori scelti fra' giureconsulti ed anche frai magistrati, Incaricati d'amministrare i loro beni ad effetto di conservare i dritti de' creditori. Questa misura, che forse sul principio non fu adottata che per la sicurezza dei fidecommessi, e nell'interesse dei creditori, e che era sottoposta ad una stretta sorveglianza divenne in seguito, e non ha cessato di essere sino ai nostri giorni, una sorgente di pregiudizio per essi e di scandalo iter gli altri.

Il tribunale dell'inquisir. ione, non conoscendo più limiti al suo mostruoso potere, si abbandonò a tali eccessi, che Filippo III fu astretto di porre un freno alla sua autorità, e di reprimere gli abusi, che si commettevano nell'elezione dei suoi familiari ().

Il deterioramento delle monete che si alteravano incessantemente in un modo visibile, avendo fatto perder loro il valore distrusse totalmente il commercio con l'estero, e non sussisteva che appena il commercio interno in un paese ornai desolato dai tremoti dalla peste dalle eruzioni dell'Etna, e da frequenti carestie.

I viceré, usurpando continuatamente l'autorità de' magistrati, avean loro tolto tutta la forza e l'aveano ridotto quasi al niente. Lo spirito pubblico frattanto non era in siffatta guisa già spento, che non si manifestasse sovente coi sintomi di avversione, di resistenza, e di malcontento. Il Parlamento non accordava sempre tutto ciò che l'avidità dei viceré gli dimandava (). Turbolenze e sollevazioni, che scoppiavano in diversi punti dell'Isola, manifestavano ogni momento l'agitazione interna. Ma queste rivolte parziali e più SPESSO popolari, lungi di produrre alcun bene non concorrevano che a rendere più deplorabile la sorte dei siciliani: tali furono le sollevazioni di Catania di Trapani di Caltagirone e di Palermo. Le false grida della morte di Filippo IV aveano dato origine ad una vasta cospirazione, e il desiderio di avere un re ad essi, avea fatto ai siciliani rivolger gli occhi sul duca di Montalto e il conte Mazarino. Ala essendosi scoperta la cospirazione, fini col supplizio dei principali congiurati.

La ribellione di Messina più dannosa presentò un carattere molto più grave.

I Messinesi, non occupati che delle loro prerogative e delle loro immunità, secondati dalle concessioni che l'avidità del fisco la debolezza o la falsa politica dei principi loro accordavano, non risparmiavano né oro né briglie per ottenere la conferma dei loro antichi privilegi, o, per farsene accordare dei nuovi. Quantunque versassero d un lato ciò che ammassavano dall'altro, quantunque in sostanza non guadagnassero nulla e non ottenessero sovente in cambio di oro, immunità ed esenzioni, che per vedersene spogliati ben presto, ed altra volta comprarle, non erano. più né meno ardenti né meno ostinati nelle loro istanze e sollecitazioni. Non avendo essi potuto ottenere che Messina fosse la capitale del regno e la sede del governo, offrirono un milione di onze a Filippo IV perché la Sicilia formasse due province con due parlamenti e due viceré distinti. Il Parlamento ricusò acconsentirvi: nulladimanco inorgogliti dei loro privilegi, che non si erano accordati sovente che. per trattenere la divisione nell'isola, i Messinesi nelle loro frequenti resistenze all'autorità reale spinsero così lontane le loro pretensioui, che dopo la guerra contro la Francia, fu obbligata la Corte di opporvi una barriera. Ma era tanta la debolezza del governo sotto Carlo II che per arrestarli non si trovò a fare altro di meglio che di mettere la divisione tra il popolo e la nobiltà col favore degli artifici e della perfidia di un strategoto (), che soffiava tra essi la guerra civile. Questo mezzo produsse il suo effetto; ma I messinesi prendendo occasione della nuova rottura con la Francia si riunirono, scossero interamente il giogo, e invocando in loro soccorso le armi di Luigi XIV sostennero con valore la lotta contro la Spagna, e portarono i colpi più forti alla sua potenza in Sicilia. Ma i francesi alla fine si ritirarono (). La città obbligata a sottomettersi, fu spogliala di tutti i suoi privilegi, e fra gli altri dell'elezione alle cariche ed alle magistrature municipali, misura che il governo, profittando della circostanza, estese bentosto alle altre città del regno.

La morte e le ultime disposizioni di Carlo II fecero passare nel 1701) la monarchia spagnuola e il regno di Sicilia nelle mani di Filippo Borbone fratello del delfino di Francia.

Filippo V richiamò i fuorusciti messinesi, e li fece rientrare nel possesso dei loro beni confiscati. Frattanto i primi anni del suo regno non furono prosperi per la Sicilia. La guerra accanita che allora si facea per la successione di Carlo Il tenea i Siciliani nell'incertezza della loro sorte futura. Palermo anche tumultuò, frequenti congiure, vere o supposte, in ogni istante recavano nuove esecuzioni. Il tesoro esausto si impossessò non solamente dei sussidii, che il Parlamento avea votato per lo riparo delle piazze forti, e por ritirare dalla circolazione la moneta alterata, ma di tutto il denaro ancora, che si trovava nel banco di Palermo, alla fine nel 1713, alla pace di Utrecht Filippo V cesse la Sicilia alla casa di Savoja.

Vittorio Amodeo venne a ricevere solennemente la corona a Palermo. Fu riguardato sulle prime di cattivo occhio, ma il suo avvenimento al trono cominciava a rialzare le speranze dei Siciliani, allorché il ritorno di Amodeo nel Piemonte le distrusse. Ben tosto seguirono le scomuniche o interdetti, pei quali le querele di Vittorio Amodeo col papa Clemente XI agitarono la Sicilia. Ma ben altri cambiamenti l'aspettavano. Malcontento della cessione che avea fatto alla casa di Savoja Filippo l'avea riunito con una estraordinaria segretezza considerevoli forze, che inviò per riconquistar la Sicilia. La sua flotta approdò a Solanto nel 1718. il conto Maffei viceré di Amodeo si rinchiuse in Siracusa coi suoi partigiani. Palermo inviò deputati per fare la capitolazione col comandante spagnuolo. I Siciliani cui una lunga abitudine trascinava verso il dominio spagnuolo, si sottomisero volentieri a Filippo V. Ma appena al Sicilia era sgombra dalle armi di Amodeo che le forze imperiali sostenute da quelle della Inghilterra vi riportarono la guerra. La lotta terminò alla fine con la pace dell'Aja nel 1720, pace che diede la Sardegna a Vittorio Amedeo in vece della Sicilia, e questa all'imperatore Carlo VI, quantunque i Siciliani con una vigorosa resistenza avessero altamente manifestato il loro dissenso per un simile cambiamento ().

Carlo spogliò i nobili degli onori, che erano stati lor conferiti da Filippo V, abolì la guardia urbana istituita in un altro tempo da un saggio provvedimento. Benedetto XIII terminò in quest'epoca le lunghe querele della Santa Sede con la corte di Sicilia, confermando il tribunale della monarchia, che ricevette un'organizzazione ed una forma migliore. Avendo in una seconda coalizzazione i Borboni di Spagna rinnovate le loro pretese su la Sicilia, venne questa ceduta all'infante Don Carlos. Oramai assuefatta a simili cambiamenti vedeva essa con indifferenza succedersi gli uni agli altri. D. Carlos giunse senza pena a farvisi riconoscere come sovrano, e ricevette nel 1714 a Napoli dalla deputazione del regno l'usato giuramento di fedeltà.

E questo il modo come fu il regno di Sicilia separato dalla monarchia Spagnuola, e Napoli divenne in luogo di Madrid la residenza della Corte.

Carlo III si portò in Sicilia, e fu consacrato re in Palermo nel 1735. Questo principe, ritornato in Napoli non cessò di avere a cuore gli interessi della Sicilia, e quantunque la guerra che bisognò sostenere contro Carlo VI, ed indi quella che la successione di Maria Teresa avea riaccesa, l'avessero forzato ad imporre sovente sussidi straordinari alla Sicilia, già desolata da violenti tremuoti e da un'altra peste, egli si applicò a riparare tanti disastri, proteggendo e rialzando il suo commercio. Istituì egli in Napoli una giunta di Sicilia, come il consiglio d'Italia che era in Madrid, e gli affari che riguardavano l'isola erano decisi secondo l'avviso di questa Giunta.

Accordò a domande del Parlamento, che in avvenire tutti i benefici ecclesiastici del regno, ad eccezione dell'arcivescovato di Palermo, sarebbero posseduti dai Siciliani. Richiamò il viceré Corsini, che si era dato a traffichi sordidi e pregiudizievoli allo stato. La Sicilia egualmente a Napoli ebbe parte alle numerose istituzioni ed agli stabilimenti che fondava la sua munificenza. Egli infine non solamente rispettò i privilegi dei suoi sudditi, ma rispettò Fin anca i loro monumenti; e avendo fatto trasportare in Napoli ad insinuazione dei suoi ministri due arieti di bronzo, opera dei tempi greci, che adornavano il real Palazzo di Palermo, appena seppe il malcontento cagionato ai Siciliani per questa misura, diede immediatamente l'ordine di riportarli, dicendo: a Che egli non era il re di Sicilia per spogliarla dei suoi ornamenti.»

La morte di suo fratello Ferdinando VI a Madrid lo fece salire nel 1759 sul trono di Spagna, e lascia la corona delle due Sicilia, a suo figlio Ferdinando in età allora di nove anni.

PARTE SECONDA

A contare dal regno del re Ferdinando si possono facilmente osservare in Sicilia sensibili sintomi di decadenza. Tre secoli di un dominio straniero e lontano erano stati più funesti a questo paese delle Lunghe guerre che avea dovuto precedentemente sostenere:, avvegnaché se il disordine ed innumerevoli sciagure erano le conseguenze necessarie di ùn simile stato di cose, almeno allora grandi interessi si trovavano di presenza, e queste lotte ostinate che tenevano gli spiriti in allerta, occupavano le forze vitali di un popolo più inclinato all'azione che al riposo: ma appena cominciò la Sicilia ad esser governata dai re residenti in Spagna, vi s'introdusse un sistema deplorabile, quello cioè di disporre dei principali impieghi dello stato a favore degli esteri. Questo abuso fu portato ad un tal punto, che In poco tempo le più alte dignità, senza eccettuarne quelle dell'armata e della chiesa, divennero in qualche maniera il loro patrimonio. Ferdinando il Cattolico, anche espressamente raccomandò questa iniqua misura al suo successore Carlo V. Lo spirito pubblico quindi fu spento, o i Siciliani divennero indifferenti ad un governo da cui per sistema venivano scartati. 1 personaggi più distinti per la loro nascita o per la loro fortuna, tratti alla residenza reale dallo splendore e dagli artifici della corte, vi dissipavano sterilmente le loro ricchezze. I grandi i nobili si abbandonavano alla mollezza, e il loro lusso che non alimentava affatto le manifatture nazionali, lungi di eccitare il travaglio e l'industria, era anzi una sorgente di miseria. Il foro e la chiesa erano le sole carriere a erto ad ognuno, ed esse conducevano agli onori ed alle dignità. Quindi tutte le ambizioni vi si portavano. Le istituzioni pubbliche, non essendo sorvegliate da vicino, erano ornai degenerate, e presentavano numerosi disordini. Il principe l'ignorava: non sarebbe potuta pervenirne a lui la conoscenza che per mezzo di coloro medesimi, i quali erano i più interessati perché continuassero, e i quali quand’anche avessero avuto la volontà di farli cessare, non ne aveano il potere. Il parlamento, la più vitale delle libertà pubbliche, era lontano di avere conservato il suo antico splendore. Non si riuniva ogni tre anni, che per votare i sussidii, e per dimandare alcune grazie toccanti piuttosto a' privati interessi che all'interesse generale.

I membri del braccio demaniale, al numero di quarantasei, erano scelti dai giurati o magistrati municipali delle città demaniali fra le persone le più devote al governo, e generalmente nel foro della capitale. Le forme delle elezioni pubbliche erano cadute in disuso. Una semplice procura data dai giurati bastava per conferire ai candidati le qualità e i poteri voluti per sedere in quell'assemblea, di cui il senato di Palermo era capo e presidente (). Un medesimo membro del braccio demaniale riuniva sovente molte di queste procure, e la stessa circostanza si osservava nelle due altre assemblee, chiamate braccio ecclesiastico, e braccio baronale. Ii braccio ecclesiastico, che contava sessantun membri e che avea per capo l'arcivescovo di Palermo, si trovava sotto la dipendenza del governo per li benefici, veseovati, ed altre dignità, di cui ne avea la nomina (). Il braccio baronale composto di 12'i. membri e preseduto dal primo barone del regno, godeva solo di molta indipendenza per opporre qualche resistenza all'arbitrio: ma i suoi interessi non ve lo spingevano che debolmente, non avendo nulla a temere dalle nuove imposizioni, di cui i feudi erano ordinariamente esentati. In questa assemblea ciascun barone avea altrettante voci quanti erano i comuni o i vassallaggi dei suoi feudi (). Ogni braccio Si riuniva e tenea le sedute particolari presso il suo capo rispettivo, cui il governo manifestava la sua volontà, e dava le sue istruzioni. Allorché eransi posti di accordo nelle sedute preparatorie su gli oggetti delle deliberazioni, si apria la seduta pubblica. I tre bracci deliberavano separatamente su le quistioni proposte, e comunicavano tra essi per mezzo dei loro rispettivi ambasciatori. Tutto ciò avea luogo in una semplice seduta la cui durata non era che di poche ore, e il più spesso, di una sola notte. La fine di ogni sessione era sempre contrassegnata da abbazie, da cordoni, da posti nella magistratura, che si accordavano a coloro, che maggiormente si erano distinti o per talento o per zelo a favore del governo: sovente il parlamento dimandava per il Viceré, elio era sempre un nobile napolitano, la proroga della carica per altri, tre anni. Le grazie che sollecitava il braccio demaniale si riducevano d'ordinario ad onori, distinzioni, o privilegi risguardanti i magistrati municipali; frattanto il governo non trascurava nulla per reprimere la potenza dei, baroni, che avea già sofferto de' forti crolli sotto la vicereggenza del marchese Caracciolo. Questo signore, di uno spirito distinto, allorché fu ambasciatore presso la corte di Francia si era alleato e trattenea una. corrispondenza con gli uomini più celebri di quel tempo. Le popolazioni baronali seguendo l'impulso già dato, cominciarono a contendere ai baroni i loro dritti signorili, e fecero tutti gli sforzi per sottrarsi dalla loro potenza. Queste latte dispendiose e interminabili innasprivano maggiormente gli spiriti, e rendevano sempre più insopportabili gli avanzi della feudalità spirante. I giurati, i capitani giustizieri, e le autorità giudiziarie erano ancora di nomina dei baroni nelle terre di loro dipenza, e queste ultime occupavano la maggior parte del suolo siciliano. Tra una folla di dritti vessatore ed odiosi, che facevano parte delle prerogative signorili, i baroni vi esercitavano anche quello che si chiamava, merum et mixtum imperium, si comprendevano nel numero dei primi il privilegio esclusivo del forno, del mulino, della vendita de' commestibili, della proprietà degli alberghi., ed altri chiamati comunemente angarict, espressione tratta dalla parola latina angaria che significa vessazione, e che ne indica fedelmente la natura. La maggior parte delle terre apparteneva baroni, alla chiesa o ad altri corpi, sotto la restrizionedei fidecommossi o dell'inalienabilità. Queste proprietà erano gravate da pesi annuali (soggiogazioni), che consistevano, gli uni in canoni dotali, gli altri in pagamenti d'interessi per i capitali impiegati o nella compra o nelle migliorie di queste medesime possessioni, o in oggetto qualunque di utilità; queste rendite così ipotecate formavano in gran parte la fortuna della classe mezzana ().

Sul principio i soli feudi erano soggetti ai legami del fedecommesso; ma in appresso l'usò si sparse talmente che non era famiglia mediocre che fosse la sua fortuna, ove non esistevano o i maggioraschi, o i fidecommessi. Ne seguia da ciò che i primogeniti soltanto si maritavano, e che la maggior parte delle figlie, rinchiuse nei monasteri, abbracciavano lò stato ecclesiastico.

I cadetti non aveano che una tenue pensione vitalizia, e ad eccezione di coloro, che seguivano la carriera delle armi, e che venivano ammessi nell'ordine di Malta o in qualche alita congregazione religiosa, tutti gli altri menavano una vita tanto più miserabile, quanto più splendida era quella dei primogeniti. La mania del fedecommesso e quella di perpetuare il lustro delle famiglie, facevano si che non si risparmiava alcuno artificio per impegnare le figlie a prendere il velo. Dalla infanzia venivano esse rinserrate nei monasteri, e confidate alla cura di certe vecchie parenti, che impiegavano tutti i mezzi per ritenervele, e far loro abbracciare il medesimo genere di vita: prima della professione si facea loro rinunziare a favore dei fratelli primogeniti la rispettiva porzione dell'eredità, tranne una tenue riserba destinata al loro mantenimento nel monastero che era la loro culla, la loro prigione, e la loro tomba. Per sedurle onde eccitare la lor vanità si celebrava la pronunziazione dei loro voti con uno splendore ed una pompa straordinaria, come si pratica nell'Indie orientali per le vedove, cui un fanatismo religioso obbliga a bruciarsi su la tomba degli sposi..

Numerosi monasteri dei due sessi, d'ogni regola, e d ogni abito, posseditori dl ricche terre, lungi di servir di asilo alla virtù, e di ritiro dalle agitazioni del mondo, secondo la prima istituzione, non servivano che a procacciare una vita molle e sensuale, se non scandalosa, a coloro che cercavano l'ozio, o che erano di troppo in una famiglia. Fra questi monasteri tanto di un sesso che dell'altro, e il più gran numero fra i monasteri delle femmine, non era un solo il quale non si apriva che all'aristocrazia. Le comunità dette de' monaci mendicanti, che non avendo alcuna proprietà, sussistevano di elemosina, non erano né meno numerose né meno nocive. Questi monaci, che come gli altri, vivevano a spese della società senza far niente, le riuscivano forse ancor più funesti. Si sparpagliavano come una nuvola d'insetti, penetravano nell'interno di tutte le famiglie, ove essi mantenevano la superstizione, e spesso ancora In troducevano la corruzione e il disordine. Alcuni montati su grosse mule percorrevano le campagne, e vi raccoglievano abbondante provigione di frumenti e di viveri d'ogni specie. Tutti questi ordini dipendevano da' capi rispettivi, chiamati generali, che risedevano continuamente a Roma.

Nulladimeno tutti questi mezzi erano spesso insufficienti per mantenere il lustro preteso e il falso splendore delle famiglie. Oltreché i beni erano generalmente assai male amministrati, i loro possessori, che non erano ché semplici usufruttuari, non pensavano il più delle volte che a dissiparli. Favoriti dai magistrati, e dal potere, trovavano facilmente mezzo di eludere la legge, quindi non era raro il vedere le primarie famiglie dello stato, malgrado tutto il rigore delle sostituzioni, ridotte all'estrema miseria per la prodigalità di un individuo privilegiato. Altronde alcun legame di affezione non poteva esistere nelle famiglie, di cui tutti i membri aveano interessi tanto contrari. Il figlio maggiore noti vedeva sovente in suo padre che il debitore di un patrimonio, del quale dovea la morte dare a lui il possesso. I cadetti dalla loro parte non vedevano nei primogeniti che assassini autorizzati dalla legge, ad appropriarsi la totalità quasi dei beni paterni, sui quali la natura dava a tutti loro un pari dritto. Or essendo lo stato una riunione di famiglie, è facil cosa il comprendere l'effetto di un tale sistema su l'assieme della società.

Queste vaste possessioni non erano giammai coltivate né abitate dai proprietari: ordinariamente si davano in arrendamento a speculatori per tre anni Almeno, e nove anni al massimo ().

La più generale coltivazione era quella dei grani e dei pascoli (). Gli olii e i vini, queste produzioni si favorite del suolo di Sicilia e che potevano emulare con quelle dei paesi che le fornivano le più apprezzate, neglette per la mancanza dei buoni metodi, o a motivo di una folla di ostacoli, che ne molestavano il commercio, non erano l'oggetto che di un traffico assai limitato. La maggior parte delle terre dunque non ricevea miglioramento alcuno, e restava sprovveduta di alberi e di abitanti. I contadini che si davano ai travagli campestri, secondo le differenti stagioni, erano generalmente obbligati o di dormire ad aria aperta, o di rientrare pria di spirare il gii. rno nei loro borghi o villaggi, assai spesso distantissimi. Le campagne, in tal guisa deserte e disabitate, aprivano una carriera più vasta e più sicuri agli assassini. Era quindi difficile e dannoso non solo il soggiornarvi. ma ben anco il viaggiarvi ().

In generale non potea esser più miserabile la sorte di questi piccoli fittajuoli, i quali negli anni mediocri, appena potevano trovare nella loro ricotta di che pagare, oltre il prezzo del fitto i soccorsi che si erano loro somministrati nel corro dell'anno, per aiutarli a sussistere. Male alloggiati, mal vestili, più male anche nudriti, i contadini presentavano quasi. per ogni dove l'immagine dell'indigenza e dell'abbandono, in cui, in un paese così favorito dalla natura si lasciava languire questa classe si numerosa ed importante.

L'amministrazione civile era confidata ai giurati, che nelle città demaniali venivano scelti dal protonotaro ciel regno in una classe privilegiata, e su le liste di eligibili, che forniva il consiglio municipale. La durata delle loro funzioni ere di due anni: dipendevano dal tribunale del real patrimonio, che riuniva nelle sue attribuzioni il contenzioso e l'amministrativo, e che per la sua venalità e l'avidità dei suoi subalterni era ornai divenuto un oggetto di esecrazione e di scandalo. Questo tribunale residente in Palermo approvava o querendava l'amministrazione di ciascun comune, senza veruna contestazione da parte degli amministrati, che sovente anche ignoravano il risultamento del conto e quello dell'esame, per mancanza assoluta di pubblicità. L'amministrazione delle vaste proprietà territoriali che possedea ciascun comune, in uno sviluppo più o meno grande, come quello della colonna frumentaria () offrivano ovunque, come può credersi un largo campo alle ruberie. Se, non ostante tanti abusi, avveniva che al finir dell'anno si trovasse rimasta qualche somma, in luogo di consacrarla ad oggetti di pubblica utilità, o anche di prima necessità per il comune, si dissipava in cose vane, spesso per solennizzare la festa di qualche santo, ovvero offerirla al re in dono gratuito. Quindi il governo, in caso di bisogno, ordinariamente se ne impadroniva. Si era concepita un progetto della più alta utilità, quello cioè di concedere le proprietà comunali a piccole porzioni, e a censo enfiteutico, agli abitanti dei comuni medesimi: una commessione fu nominata a questo effetto nel 1790, e cominciavasi già in molti distretti ad eseguire questo progetto, ma la. potenza di coloro, di cui. feria gli interessi, era troppo grande perché riuscisse, e fu bentosto abbandonato.

Un senato composto di sei membri, e di un pretore che era nel tempo. stesso presidente, amministrava la capitale. I senatori erano scelti dal re fra il corpo della nobiltà e su di una triplice lieta formata dal protonotaro del regno. La provigione della città, il banco, gli ospedali, i monti di pietà, le strade, l'illuminazione, le parrocchie, erano confidate alle sue cure. Una truppa a cavallo serviva al senato di guardia di onore, e faceva il servizio appo lo stesso.

Comeché i grani fossero la principal produzione, e la più interessante dell'isola, bisognava di molto perché il coltivatore ne potesse disporre liberamente. Un gran numero di ostacoli e di difficoltà vi si opponevano. Siccome la comune dovea comprare ogni anno la quantità di frumento necessaria ai suoi abitanti, ciascun proprietario era obbligato di tenere a disposizione della stessa il terzo del frumento che avea raccolto. Non potea venderne la minima parte priaché non fosse completata la provvista della comune, o senza un permesso speciale delle autorità locali. É facile di concepire tutti gli abusi che naturalmente risultavano da una tale soggezione, e che ricadevano sempre sul povero ed il debole anziché sul ricco e il potente. Non si incontravano minori ostacoli quando si trattava dell'esportazione del frumetito. Oltreché la difficoltà delle comunicazioni, per mancanza di canali e di strade praticabili alle vetture rendea penosissimo anche a schiena di mulo, il trasporto dei grani sino ai caricatori (), essai raro ancora ne era libera la sortita. Bisognava allora ottenere un'autorizzazione, che era quasi sempre il prezzo del favore o del denaro; e in tutti i casi, oltre le spese sì onerose elio l'esportazione recava, bisognava ancor pagare al tesoro un'imposizione di 15 tarì a salma (); l'esportazione degli olii e delle altre derrate era sottoposta ai medesimi ostacoli.

Le arti e l'industria, attraversato non solamente dalla ignoranza ma ancora dai regolamenti delle corporazioni, maestranze, e dei consolati di esse, erano interamente stazionarie, se non retrograde. Il commercio era quasi ridotto a nulla per il timore dei corsari barbareschi che incessantemente l'inquietavano, e elio rendevano dannoso il cabottaggio stesso, Che le piccole barche facevano lungo le coste.

Eravi una università in Catania, la cui fondazione rimontava al tempo di Alfonso, e nella quale si conferiva la laurea per le quattro facoltà, ma essa venne ornai in decadenza. L'esame che il candidato al titolo. di dottore dovea subire, non era più che una pura formalità. L'istruzione pubblica nelle classi superiori e nei collegi era confidata ai gesuiti. Dopo la loro espulsione, il collegio di Palermo fu invertito in accademia di studi, si erano fondati, è vero, nello stesso tempo molti stabilimenti favorevoli all'avanzamento delle scienze, siccome il giardino botanico, il gabinetto di storia naturale e di antichità. il celebro osservatorio di Palermo, ed altri simili: ma non vi era alcun piano generale per la propagazione dell'istruzione elementare, primo bisogno della società, e soprattutto in Sicilia; in conseguenza era questa molto negletta. La maggior parte dei comuni mancavano di scuole gratuite per l’'insegnamento elementare, e si può affermare, senza rischio dr esser tacciato di esagerazione, che a stento la decima parte della popolazione di Sicilia sapea leggere e scrivere (). Tutti gli stabilimenti di pubblica istruzione erano sotto la dipendenza di una commissione che portava il titolo di Reputazione dei regi studi. II re nominava i suoi membri, che erano quasi tutti prelati.

L'amministrazione cella giustizia avea conservato le medesime forme con i medesimi vizi, e le medesime imperfezioni.

La legislazione era una confusione di dritto romano e canonico, di leggi normanno, sveve, aragonesi, di capitoli del regno, di prammatiche, di circolari, e di consuetudini, le cui disposizioni si contraddicevano sovente tra esse. Quindi non esistea alcun punto di dritto che non si potesse mettere in quistione, né alcuna proprietà che fosse al coperto dalle insidie del foro. La giurisprudenza, come la teologia pagana, era divenuta un dedalo, di cui potevano penetrare gli andirivieni solamente coloro, che vi si erano dedicati per mestiere. Era essa una miniera assai produttiva, e ohe ciascuno coltivava a gara a preferenza d'ogni altra. Una gerarchia di compatroni d'avvocati di causidici di procuratori di curiali e di agenti formava quest'armata numerosa, il cui quartier generale risedea nella capitale: di fatti tutto si con centrava nei tribunali di Palermo. L'autorità dei giudici locali era racchiusa in limiti assai stretti e senza forza per difendere il povero o il plebeo contro il ricco o il nobile.

Nè la casa del re, né l'armata, né i mottaci, né gli impiegati in cariche o quelli della bolla della crociata, né il clero, riconoscevano la giurisdizione ordinaria. Ognuna di queste differenti classi avea il suo giudice particolare. I giudici conservavano le loro cariche per uno o due anni; dopo un tal termine rientravano essi nella classe degli avvocati. I giudici e generalmente i magistrati non aveano alcun soldo: esigevano i rispettivi emolumenti su gli atti che emanavano. Quindi non era atto che non fossero pronti a firmare, né dimanda che ricusassero di ammettere, salvo sempre a ritrattarsi in seguito nel caso di reclamo della parte avversa. Questi abusi aveano reso lo spirito di contestazione e di litigio uno dei tratti dominanti del carattere nazionale. Nessuna famiglia povera che fosse non pagava annualmente un uomo di legge In ciascun comune un giudice civile avea la conoscenza delle cause in materie civili, quando erano appoggiate ad un titolo esecutorio, o quando l'oggetto in quistione era di un lieve valore e determinato. Ma oltreché questi era naturalmente dipendente dalla classe dei ricchi, ogni atto o sentenza che egli pronunciava poteva esser portata, secondo la volontà di una delle parti (che ordinariamente era quella del più potente) presso il tribunale della gran Corte civile.

Un capitano giustiziere era incaricato della polizia di ogni comune. Era scelto fra le persone del distretto le più distinte per nascita e fortuna, e si nominava per due anni. Bisognava spesso usare la violenza per fare accettare all'eletto questa carica onerosa, che ognuno ricusava a motivo della. responsabilità dei furti, che vi era annessa.

Un sol giudice avea l'istruzione delle cause criminali a relegatione infra. Un fiscale esercitava una grande influenza, apparentemente nell'interesse del fisco. La durata della sua carica era indefinita, qualche volta anche perpetua. Un maestro notaro. redigea gli atti giudiziari e ne tenea il registro. Questi funzionari formavano quella che si chiamava Corte capitaniale. Essa dipendea dalla gran Corte criminale residente in Palermo, e particolarmente dall'avvocato fiscale presso la stessa gran Corte, il quale avendo concentrato nelle sue mani la polizia generale, e divenuto potentissimo nell'estensione dei suoi attributi, esercitava su tutto il regno il potere più arbitrario e il più dispotico.

Non esistea appello delle decisioni della gran corte criminale; ma era permesso l'appello di quelle della gran corte civile al tribunale del Concistoro. Ciascuno di questi tribunali era composto di tre giudici: ne bisognavano due per fare sentenza. In materia civile dopo tre sentenze conformi si passava in cosa giudicata. I presidenti de' tre tribunali della gran corte, del concistoro, e del real Patrimonio, col consultore del governo, che era sempre un Napolitano, formavano una magistratura suprema, che si chiamava giunta di presidenti e consultore. Il governo rinviava a questa giunta gli affari più gravi, la consultava ancora nei conflitti di giurisdizione, e in molti altri affari d'interesse generale e particolare.

Nella guisa medesima dei comuni del regno, un capitano giustiziere era incaricato della polizia di Palermo. Il tempo delle sue funzioni era egualmente limitato a' due anni.

Venia questi scelto dal re, su la proposta del viceré fra' : personaggi i più distinti della nobiltà. Non era come gli altri giustizieri responsabile de' furti, ma era tenuto a pagare e mantenere i birri e gli agenti necessarii per la polizia e sicurezza della città. Una guardia di alabardieri facea il servizio appo di lui, e lo precedea nelle cerimonie pubbliche. Si stabilivano nel suo palazzo le prigioni i dammusi, e. gli altri mezzi di violenza usati per strappare al colpevole la confessione del suo delitto. Un tribunale di tre giudici, di cui il medesimo capitano giustiziere era il presidente, chiamato corte capitaniale, si riuniva nella sua casa per giudicare gli accusati (). Costoro pt)tevano provvedersi in appello alla gran corte criminale. La corte capitaniale si chiamava anche corte pretoriana allorché si univa per giudicare le cause civili d'interesse determinato, tra' Palermitani, o le controversioni di competenza della giurisdizione municipale e del Senato.

Un governatore residente in Messina, avea la soprintendenza del politico e del militare. Un tribunale composto di tre giudici e di un fiscale chiamato udienza giudicava in prima istanza le cause civili o criminali degli abitanti di Messina e del suo distretto.

Nelle materie ecclesiastiche, e nei casi in, cui si trattava d'infliggere delle pege ai chierici, il giudice competente era l'ordinario. La sua sentenza veniva in appello presso il giudice della monarchia, che era sempre un ecclesiastico, benché assistito d'un giureconsulto. La giurisdizione di questo giudice della monarchia si estendea su tutti gli ordini regolari. Eravi ancora il tribunale del santouffizio, le cui odiose forme, la composizione e le attribuzioni sono così conosciute, che vana cosa sarebbe il parlarne. Altronde esso fu soppresso nel 1767.

Un tribunale composto, di negozianti e di giureconsulti, preseduto da uno di questi ultimi, e risedente In Palermo, giudicava gli affari e le questioni relative al commercio. Gli offici dl maestri notare erano quasi tutti di proprietà dei particolari, cui erano stati donati o venduti. Coloro che ne erano in possesso li davano ad affitto o li facevano esercitare dai sostituti.

Un sindacatore facea di tempo in tempo il giro nei comuni baronali per prender conoscenza delle lagnanze, e dei reclami che si alzavano contro le corti locali: ma questo rimedio era inefficace, e la missione pigramente nominale ().

La procedura non era meno complicata della giurisprudenza tutti gli atti notarili e giudiziari si redigevano in latino. La confessione del colpevole formava la base principale della procedura criminale, che era più barbara e più mostruosa della civile. Le torture, i supplizi componevano il suo corteggio (), le prigioni e principalmente quelle dell'interno del regno erano più presto antri che carceri, ove si gettavano confusamente col più infami scellerati. gli innocenti, gli uomini arrestati per debiti o colpevoli di lievi contravvenzioni. Là i disgraziati carcerati a disposizione, dell'avvocato fiscale marcivano anni ed anni interipria di vedere il loro giudice, ed altrettanti ne passavano ad aspettare che fosse deciso il loro destino. L accusato non venia mai posto a fronte dell'accusatore e dei testimoni. Spesso anche non era istruito del motivo della sua detenzione che dopo alcuni anni, e qualche volta dopo che era terminato il processo. Astuzie, crudeltà, frodi tutto era permesso ai magistrati incaricati d'istruire il processo, per strappare all'accurato ciò che si chiamava la prova fiscale, e quasi tutti riponevano la loro gloria e il loro onore nell'assicurarla.

Non di rado si vedeano persone relegate nelle fortezze o nelle isole de mandato principia, vale a dire per la semplice volontà del governo, e più spesso per il capriccio d'un ministro.

Or con siffatto sistema, la barbarie e l'astuzia non doveano necessariamente dalle leggi passare nei costumi? E potea mai supporsi che divenissero giusti nei loro rispettivi rapporti coloro che con una iniastizia così rivoltante erano stati trattati dalla legge e dai suoi ministri? Per quanto riguarda lo stato militare, ne abbiamo di già parlato, in altra parte, della milizia urbana. Comeché importantissima era essa completamente trascurata: non avea giammai. ricevuta la conveniente organizzazione, e non si prendea nemmeno cura di esercitarla. La truppa di linea si componea di reggimenti napolitani che si reclutavano nell'isola, ordinariamente di malfattori scappati dalla pena dei loro delitti. I reclutanti, i più immorali e i più depravati degli uomini percorrevano le taverne eccitando al deboscio, al gioco al disordine coloro che vi trovavano, e cercavano con la frode, l'astuzia e tutti i mezzi a sedurre e ingannare quei disgraziati che sovente si trovavano impegnati senza saperlo. Nissuno poteva essere ufiziali se non era nobile. Infine, i comandi e i gradi superiori erano sempre occupati da napolitani e da esteri.

Eravi a Palermo una commissione incaricata della costruzione delle strade. Vari parlamenti aveano votato i fondi per questo oggetto, ma oltreché questi erano insufficienti, il governo li avea sempre impiegati ad altri usi. Quindi la metà dell'anno le popolazioni delle province vivevano in certa maniera isolate le une dalle altre, e come separate dalla capitale, per la mancanza di comunicazione in un paese attraversato in tutti i sensi da montagne e da torrenti. Le strade che s'intraprendevano attorno la capitale in piccolo numero e quasi tutte malfatte, mancavano del fondo per lo mantenimento, in modo che erano sovente ruinate anche prima di esser compite. Questa mancanza di strade e di ponti, unita alle linee delle dogane interne nel tempo stesso che attraversava il commercio opponea fortissimi ostacoli ai progressi dei lumi, e della civilizzazione. Quindi i Siciliani, che già andavano di pari passo con le altre nazioni nella carriera delle arti e delle scienze, e che qualche volta le avevano anche sorpassato, non seguivano ora che lentamente il movimento generale. Quantunque meno lontani dalla sede del governo dopo l'avvenimento di Carlo III, non ne erano più soddisfatti, e non sognavano, meno la. loro antica indipendenza. Gelosi dei Napolitani, che rimpiazzavano gli Spagnuoli nelle prime cariche dello stato, li riguardavano come la causa del loro avvilimento attuale, e l'animosità tra' due popoli più ne accresoea di giorno in giorno la forza.

La lunga minore età di Ferdinando, la sollecitudine che si ebbe di abituarlo nella prima gioventù alle dissipazioni e ai piaceri in preferenza agli affari e al travaglio produssero quel fatale ascendente che ebbero sul suo spirito tutti coloro che pervenivano a guadagnare la sua confidenza, e quella specie di abbandono in cui dava a loro la sua volontà. Non fu perciò difficile a Carolina d'Austria, che egli sposò nel, 1768 d'impadronirsi del potere che essa ambiva con tanto più ardore, quanto più il re se ne annojava. Altronde una clausola del contratto del matrimonio portava che alla nascita del primo maschio, dovesse ella aver voce deliberativa nel consiglio di stato.

D'un carattere elevato come sua madre, ma assoluta, e non tollerando alcuna resistenza alla sua volontà, non tardò a disfarsi dei ministro Tanucci, che. era attaccato alla corte di Spagna. Dopo la disgrazia del marchese di Sambuca, trovò essa in fine nel generale Acton un ministro interamente disposto a secondarla. Costui da semplice capitano di fregata fu nominato ad un colpo ministro della marina: poco dopo anche ministro della guerra: in fine alla morte del marchese Caraccioli, ricevè il portafoglio degli affari esteri, e come primo ministro, dopo Il 1784 regolò per lunghi anni i destini dei due regni, ai quali la' rivoluzione di Francia preparava così straordinari cambiamenti. A contare dal ministero di Tanucci, il governo si era mostrato disposto a favorire molte salutari riforme. Si osservava l'influenza degli stessi principi nei. primi anni del ministero di Acton. La corte avea opposto una energica resistenza alle pretese della santa sede, e avea saputo difendere con dignità i suoi dritti e l'indipendenza della corona.

L'abolizione graduale della feudalità, l'espulsione dei gesuiti, e la soppressione dell'odiosa inquisizione, segnalarono i primi passi del governo. Si fece una riduzione nel tempo stesso al numero dei monasteri; si vietò alle manimorte con la legge dell'ammortizzazione ogni sorta di acquisto, e fu proibito dì pronunciare i sacri voti in qualunque ordine religioso prima del ventun anno compito. Gli ordini religiosi furono sottratti alla dipendenza dei generali di Roma. Finalmente si ordinò la concessione a censo enfiteutico delle terre comunali. La Sicilia abitata da un popolo molti secoli indietro alle altre nazioni aspettava nella calma, quantunque con ansietà, la riforma di tanti abusi, riforma di cui le recenti innovazioni mostravano il felice preludio. Disgraziatamente la rivoluzione di Francia fece ad un colpo prendere al governo una dijezione diametralmente opposta: tutto gli divenne sospetto: in, pghl opinione travedea una cospirazione, e Napoli vide alzarsi dei tribunali straordinari per giudicare i nuovi rei di stato. La moderazione e la dolcezza naturale del viceré, principe di Caramanico, preservarono per qualche tempo ancora la Sicilia da simili misure: perciò la sua morte fu una calamità pei Siciliani. Uno di coloro che gli succedettero, il 'presidente del regno, Lopez, avido di segnalare l'ambizioso suo zelo introdusse in Sicilia il rigore e il terrorismo. L'avvocato De Blasi e due altri disgraziati, colpevoli, per come si pretende, d'aver tramato una cospirazione, furono condannati a morte, e giustiziati. Si fecero per ogni dove degli arresti (): in una parola per prevenire una rivoluzione, di cui non esisteva neppure il, germe si facea di tutto per eccitarne un'altra.

La corte di Napoli guardò la neutralità dal principio della rivoluzione di Francia sino al 1793 ma a quest'epoca entrò nella coalizzazione contro la Francia, e cooperò con le forze navali all'occupazione di Tolone, mentreché le sue truppe di terra agivano nell'alta Italia, di concerto con gli austriaci. Le conquiste e le vittorie de' francesi che aveano ripreso Tolone, determinarono la corte nel 1796 a far la pace col direttorio: ma essendo entrata poco tempo dopo in una nuova coalizzazione, ricominciò la guerra nel 1798. Il re personalmente si portò ad occupare Roma alla testa di una forte armata. Ma la disfatta e la dissoluzione dell'armata napolitana, sotto gli ordini di Mark costrinsero bentosto il re a salvarsi da Roma. Disperando degli affari di Napoli non pensò più che alla sua sicurezza, e nel dicembre del 1798 passò in Sicilia con tutta la real famiglia, seguito da Acton, dagli altri ministri, e da un gran numero di cortigiani napolitani.

Gli elementi stessi sembrarono dichiararsi contro di lui. L'inverno aspro più dell'usato spiegò in quest'anno tutto il suo rigore. Una violente tempesta disperse la flotta, e con molto stento e pericolo giunse il re con la famiglia reale a guadagnare il porto di Palermo. Egli perdette uno dei suoi figli in questo procelloso tragitto. Nessuna pompa nessuno apparecchio accolse il re nel suo sbarco, il fasto avrebbe tolto a simile scena tutto ciò che la medesima offriva di toccante. La regina pria di metter piede a terra, essendosi rivolta alla fotta che la circondava, «Palermitani, disse, volete voi ricevere la vostra regina?» Le acclamazioni che scoppiarono da tutte le parti furono, la risposta della folla, che commossa dal subitaneo arrivo della corte non era meno toccata dalle sue disgrazie. I Siciliani credevano già vedere esauriti i loro voti, e testimoniavano cren gli applausi e i trasporti il loro amore e la loro divozione. Essi non si trattennero alle semplici dimostrazioni, mobili, argento, cavalli ed altri doni volontari furono le testimonianze dell'entusiasmo generale.

Frattanto la corte, e più di tutti la regina Carolina non si vedeva che con pena ridotta a vivere in Sicilia. Quindi questa principessa male occultava il suo malcontento. La perdita del regno di Napoli avea più che mai eccitato il suo odio. contro la rivoluzione di Francia. Si raddoppiò il rigore, e si continuò con maggiore accanimento il sistema delle persecuzioni. Si creò una giunta di stato per giudicare i giacobini, e ne furono riempite le prigioni. Tutto divenne sospetto, financo i pantaloni, e I favoriti. Si richiamarono i gesuiti, e si restituirono loro tutte quelle proprietà che non erano state vendute. In mezzo a queste disposizioni, la corte avea una idea fissa che l'occupava incessantemente, quella cioè di ricuperare i suoi domini dell'altra parte del Faro.

La sorte si mostrò propizia ai suoi interessi più che non l'avea osato sperare. Il cardinal Ruffo spedito da lei in Calabria, ove ua grosso partito era per il re Ferdinando sbarcò in marzo 1799 a Bagnara, seguito da un pugno di uomini, e con poco denaro. Fu tantosto raggiunto da un sufficiente numero di, partigiani, e giunse ad impadronirsi di Monteleone e delle Calabrie. Profittando di questo inaspettato successo, e della ritirata di Macdonald, che avea lasciato Napoli con la massima parte delle truppe francesi, egli inoltrò sino a quest'ultima città, e riuscì a rendersene padrone come ancora di tutto il regno. Il re si portò nella rada di Napoli a bordo del vascello dell'ammiraglio Nelson. Il cardinal Ruffo, accusato di maneggi coi giacobini cadde in disgrazia, e il principe di Cassaro siciliano fu nominato per amministrare il regno di Napoli. In seguito fu convocato a Palermo un Parlamento nel 1801, questo votò un sussidio annuale di 300000 scudi per lo mantenimento della corte permanente di un principe reale elio dovea risedere in Sicilia: ma poco tempo dopo, la corte lasciò Palermo per recarsi a Napoli e la Sicilia si vide ridotta sotto l'arcivescovo di Palermo Pignatelli col titolo di presidente del regnò. Così ad un colpo svanirono le speranze di un più lieto avvenire, di cui i Siciliani si erano lungo tempo, lusingati. Il re frattanto non restò molto in Napoli. L'orizzonte dell'Europa divenia di giorno in giorno più oscuro e più minaccevole.

La disfatta dell'armata napolitana, che il conte Ruggiero de Damas comandava in Toscana e l'armistizio conchiuso tra Francesi e gli austriaci a Treviso avean fatto decidere la corte di Napoli a conchiuderne un altro da sua parte a Foligno nel 1801. Questo armistizio fu seguito di un trattato di pace firmato in Firenze l'anno dopo, dal cavalier Micheroux per la corte di Napoli e dal generai Murat per la Francia. In conseguenza della convenzione 'di Firenze l'armata francese occupò il regno di Napoli; ma essa lo evacuò poco tempo dopo, in virtù di un altro trattato conchiuso a Parigi dal duca Del Gallo. In questo nuovo trattato, del quale era stata mediatrice la Spagna, la corte di Napoli fu riconosciuta neutrale. Nulladimanco dopo un viaggio in Vienna della regina, il re Ferdinando si impegnò in una nuova coalizzazione contro la Francia e di conseguenza a tali impegni entrarono nel regno di Napoli. truppe russe e truppe inglesi. L'armata francese comandata da Massena sotto gli ordini di Giuseppe Bonaparte, sceso già nell'Italia meridionale marciò allora a gran passi sopra Napoli, che gli inglesi ed i russi evacuarono ad un tempo. Questo movimento costrinse il re Ferdinando a fuggir nuovamente in Sicilia, nel mese di gennaro 1806. Il principe ereditario effettui la sua ritirata per la Calabria alla testa di un corpo di armata, su la speranza di mantenervisi, ma attaccato dai generali francesi Duhesme e Bégnier fu obbligato a passare 'lo stretto ed a ritirarsi in Sicilia. Una parte dell'armata lo seguì, il rimanente fu dispersa. Le truppe inglesi, dopo avere evacuato il regno di Napoli passarono in Sicilia, e presero quartiere in Messina e suoi dintorni sotto gli ordini del generale Fox.

I Siciliani videro con soddisfazione ma senza testimoniare lo stesso entusiasmo il secondo ritorno della corte. Ingannati una volta nelle loro speranze furono costretti anche a provare nuovi oggetti di malcontento. La corte incoraggiata per lo successo del 99 in vece di applicarsi a stabilire un miglior ordine e un miglior sistema di governo in Sicilia, avea nuovamente rivolto le sue mire verso il regno di Napoli, che già venia di perdere la seconda volta, e non si occupava che dei mezzi di, riacquistarlo. Un senatus consulto francese ne avea già disposto a favore di Giuseppe Bonaparte. Frattanto la piazza di Gaeta, sotto gli ordini del principe di Hesse Philipstadt quantunque vivamente assediata dai francesi si difendea ancora con vigore. Il generale inglese sir John Stuart, che era succeduto al generale Fox fece uno sbarco in Calabria, e dopo avere' riportato una segnalata vittoria, sul generale Régnier vicino Maida, era giunto a fare evacuare la Calabria dalle truppe francesi. La corte resa ardita per la riuscita di Stuart secondata nelle sue vedute dall'ammiraglio sir Sidney Smith, uomo di un genio intraprendente, cominciava a credere la prossima realizzazione delle sue speranze, e quantunque la piazza di Gaeta fosse stata giàcedgta ai francesi, e le Calabrie fossero state riconquistate da Massena, essa non continuava nel suo progetto con meno ardore e perseveranza. Intratteneva delle intelligenze con la Calabria, ove avea assoldato alcune bande armate. Altre bande calabresi che restavano in Sicilia non aspettavano che il momento favorevole per andare a raggiugnere le prime. II principe di Hesse-Philipstadt operò in Calabria un nuovo sbarco forse nell'intenzione d'imitare il cardinale Buffo; ma non ebbe il medesimo successo. Scilla e Reggio frattanto erano ancora in potere delle truppe inglesi e siciliane, e servivano ad alimentare in quello contrade il fuoco dell'insurrezione. Sembrava infine che quanti maggiori ostacoli s'incontravano maggiore era l'ardenza e la perseveranza che s'impiegava per sormontarli. Si osò difatti di dare un colpo decisivo nel 1808. Una squadra anglo-sicula mise alla vela con truppe di sbarco; il principe Leopoldo di Sicilia ne fu posto alla testa, pel doppio fine di dare maggiore importanza alla spedizione e di stimolare lo zelo dei partigiani napoletani. Dopo essersi impadronita dell'isole d'Ischia e di Procida, si avanzò la squadra nel golfo di Napoli, e giunse a minacciar la capitale. Ma Murat, che era succeduto a Giuseppe, e di cui era straordinaria l'attività, seppe render vani tutti i tentativi. Non contento di questo successo volle prendere l'offensiva; andò egli stesso in Calabria, e vi formò un gran campo ad imitazione di quello. di Bologna sul mare. Quaranta mila uomini di truppe francesi, corse, e napolitane furono riunite su quel punto con un gran numero di barche cannoniere, e di bastimenti di trasporto e in ogni momento minacciavano uno sbarco in Sicilia. Il generale Stuart, vivamente inquietato fece dal suo canto i preparativi di difesa. Si rimisero prontamente in buono stato le fortezze di Messina, di Milazzo, e del Faro. Una flottiglia di barche cannoniere siciliane protetta da vascelli di guerra inglesi incrociava lo stretto lungo le coste di Calabria per osservare i movimenti del nemico. Ebbe essa occasione di segnalarsi in molti incontri, e rivaleggiò con gli inglesi di coraggio e di destrezza.

Molte volte Stuart sollecitò la corte di far cooperare le suo truppe in maggior parto, napoletane che restavano oziose in Palermo, o in differenti guarnigioni dell'isola, per la difesa di un punto cosa importante e così minacciato. Frattanto si schivò sempre di soddisfare le dimande del generale inglese, la quale cosa diede occasione a delle lagnanze e discussioni tra' due governi. Finalmente una divisione francese di 3, 500 uomini comandata dal generale Cavagnac sbarcò la notte del 18 settembre su la riva di Mito, tra Scaletta e Messina. Ma appena avea preso posizione, che venne circondata al far del giorno da bande di paesani armati i quali accorsero d'ogni dove e sostenuti da duo reggimenti inglesi sotto gli ordini del generale Campbell giunsero a mettere il nemico in una piena rotta, Mille uomini furono uccisi e fatti prigionieri; il resto non giunse a salvarsi che a stento, ritirandosi precipitosamente su le barche.

Frattanto non si potea cantare né sempre né generalmente sul medesimo spirito da parte degli abitanti. E vero che sul principio il governo avea impreso di eccitare lo zelo e l'entusiasmo dei Siciliani con dichiarare questa guerra una guerra nazionale religiosa, e con rianimare gli assopiti avanzi delle antiche animosità. Si era organizzata con le milizie urbane un'armata di volontari, i di cui reggimenti, formati nell'esercizio delle armi da uffiziali di linea, erano comandati nelle varie parti dell'isola, da' principali baroni. Il principe di Butera, primo barone del regno, signore che riuniva molta popolarità ad una grande fortuna era il comandante generale, di questa armata. Ma la diffidenza del governo non lasciò giammai che si armasse ed organizzasse completamente. I mezzi di difesa erano in conseguenza debolissimi. I proclami coi quali spesso volte si parla ai sentimenti generosi di una nazione per [svegliarne lo entusiasmo, possono qualche volta essere una potente risorsa tra le mani del governo, ma non hanno essi mai efficacia quando si tratta di sforzi continuati e prolungati. E il linguaggio de' propri interessi che bisogna allora parlare ad un popolo. Or potea mai la corte tenere un tale linguaggio alla Sicilia, l'amministrazione della quale era l'ultimo dei suoi pensieri? I Siciliani che aveano tanto fondato sul ritorno della corte e su la sua residenza per lo miglio. ramento della loro sorte, conservavano un vivo risentimento per la trina delle loro speranze. Guardavano con irritazione i loro interessi totalmente negletti, tutte le grazie, gli onori, gli impieghi in potere dei Napolitani, e le risorse dello stato prodigate per ottenere un fine, cui la maggior parte riguardavano come chimerico e tutto contrario' o almeno straniero agli interessi del paese. Più di ogni altra cosa poi sopportavano con impazienza l'esser governati da una colonia di emigrati napolitani. In effetto non si contavano che napolitani nel ministero (). I Napolitani occupavano tutti gli impieghi in corte, i Napolitani nei gradi superiori dell'armata, i Napolitani comandavano le piazze, in fine quasi tutti i Napolitani ricevevano pensioni o onerosi soccorsi.

Tutte queste prodigalità unite alle spese necessarie per lo mantenimento d'una corte e d'una armata di terra e di mare, e a quelle che portavano con le frequenti spedizioni, avrebbero spossato uno stato più florido e più esteso che la Sicilia. Al malcontento generale, che era la conseguenza necessaria di un tale stato di cose, il governo si avvisò di opporre misure di rigore. Si organizzò un vasto sistema di spionaggio. Ogni parola ogni passo fu una denuncia segreta. Gli arresti si succedevano senza interruzione, e queste misure intempestive lungi di portar qualche bene non facevano che accrescere la molestia delle finanze e il malcontento.

Un commessario generale era stato spedito in Messina per istruire il processo di alcuni prigionieri di stato. Si trattarono questi con tanta crudeltà e così rivoltante che il generale inglese fu obbligato di interporvisi per far cessare lo scandalo.

È sotto tali auspici che si riunì in Palermo il Parlamento del 1810. Avvezzo il governo ad una sommessione completa alle sue volontà si lusingava di ottenere tutti i sussidi che gli necessitavano per far fronte a tanti bisogni e a tante spese. La sua aspettaziono fu ingannata. Il braccio baronale di accordo questa volta con gli interessi della nazione, si oppose con vigore alle pretese esagerate della corte. Il principe di Belmonte Giuseppe Ventimiglia, uomo assai ricco, e di nobilissima famiglia di Sicilia, dotato non meno di un ingegno illuminato che di coraggio, e, ragguardevole sì per i suoi talenti e per la sua eloquenza che per il suo patriottismo e la sua indipendenza, si mise alla testa della opposizione ().

Il Parlamento non accordò che una parte dei sussidi che avea chiesti il governo. Questa sessione fu altronde memorabile non solo per essersi allora manifestato lo spirito pubblico, ma per essersi introdotto un nuovo sistema della tassa fondiaria che venne sostituito a quello precedentemente in vigore, e di cui abbiamo noi già cennato le basi. Le imposizioni furono stabilite su la massa totale delle proprietà per esser corrisposte da ogni proprietario in proporzione alla rendita netta da lui rivelata senza distinzione di beni allodiali feudali o. ecclesiastici di cui si ordinò un catasto generale. Quindi tutti i benifondi furono soggetti ad un dazio fondiario del cinque per cento ().

Nella stessa, sessione si decretò l'uniformità dei pesi e delle misure per tutta l'isola giusta le basi metriche proposte dal famoso astronomo Piazzi.

La corte rimase mal soddisfatta dei sussidi votati dal Parlamento. Invece, di sanzionarli chiamò un secondo Parlamento straordinario per prender meglio in considerazione le dimande del governo, molto più che il nuovo sistema finanziero non potea essere applicato pria che non fosse recato a fine il catasto. Si riunì il Parlamento e continuò nelle sue prime deliberazioni: prorogò soltanto qualche. mese la percezione degli antichi dazi fintantoché si potea porre in vigore il nuovo sistema.

Fallita nel suo scopo irritossi la corte per siffatta inusitata resistenza. Eccitata dai clamori dei cortigiani, stretta dalla moltiplicità dei bisogni, e dall'insufficienza dei mezzi ricorse a misure quanto estreme altrettanto dannose. Ma per rigettare su i Siciliani medesimi tutto l'odio di queste misure si scelse il principe di Trabia, uno dei più ricchi baroni siciliani, in rimpiazzo del cavalier de' Medici nel ministero delle finanze: abbenché l'alto maneggio di questo dipartimento fosse nel medesimo tempo confidato al marchese Tommasì napolitano Nel febbraro del 1811 furono pubblicati tre decreti: il primo imponeva una tassa dell'uno per cento del valsente di ogni pagamento per via di pubblica scrittura; il secondo ordinava la vendita di alcuni beni stabili. del regio demanio; il terzo stabiliva una lotteria di altri beni stabili appartenenti a' luoghi pii e alla religione di Malta.

Queste misure ton servirono che maggiormente ad inasprire gli animi. II malcontento, col quale vennero quasi per ogni dove ricevute, ne rese vano l'effetto per il tesoro, ed ingannò le speranze della Corte.

Per eludere il dazio dell'un per cento, e le istruzioni fiscali che lo accompagnavano fecero risoluzione i Siciliani, allorché la natura del negozio non era di molta importanza, o di far gli atti in forma privata, o di riposare su la buona fede reciproca. Ai contratti di vendita furono sostituiti gli atti di donazione. I beni del demanio posti in vendita, non trovarono nessun compratore, o veramente il numero ne fu ristrettissimo. In quanto ai biglietti della lotteria, il prezzo dei quali era di onze dieci per uno, ad eccezione solamente di quelli che o per via d'insinuazione o con le minacce si fe' modo di dispensarsi agli impiegati ed a' pubblici funzionari, non ne fu smaltito alcun altro. Frattanto a misura che il malcontento aumentava, maggiore era il rigore che per reprimerlo si impiegava dal governo. I baroni diedero allora le prove del più raro patriottismo. Diressero costoro al re una rimostranza, di cui il principe di Belmonte avea concepito il progetto, firmata da quarantasei dei principali baroni residenti in Palermo.

Si esprimeva in essa la viva inquietudine, di cui furono penetrate tutte le classi dei cittadini all'apparire delle nuove tasse in un modo inusitato e contrario alle leggi. Si supplicava Sua Maestà il re perché nel caso che le bisogna dello stato esigessero un aumento di sussidi, si fosse compiaciuto di convocare il Parlamento, siccome ed egli e i suoi precessori aveano sempre fino allora operato in simili circostanze.

Questo atto, che si fè di tutto per attraversare, diede alla corte i più forti imbarazzi e le più vive agitazioni. Una commessione, composta dal principe di Castelnuovo, dal principe di Villafranca. e dal duca di Angiò venne scelta dai baroni per presentare la rimostranza alla deputazione del regno, che si riguardava come la guardiana delle libertà pubbliche tra l'una tornata e l'altra del Parlamento, e che dovea prender l'iniziativa in questa circostanza. Le sedute ordinarie della deputazione, che si teneano nello stesso palazzo del re furono allora indefinitamente sospese. Ma. siccome gli affari andavano a soffrire per la loro interruzione, la deputazione fu costretta a riunirsi, e la commissione che aspettava questo momento, vi si appresentò immediatamente. Fu essa ricevuta con tutti i riguardi: ma non senza imbarazzo, il principe di Castelnuovo prese la parola, e consegnò la rimostranza. Questo atto, che avea già molta popolarità ed importanza, e che formava il proposito dell'aspettazione e dell'interesso generale, acquistò maggiormente una nuova pubblicità. Sebbene aspettata da lungo tempo, non perciò irritò meno la corte. Pose questa ogni moderazione in disparte, e non pensò che a' mezzi per reprimere un atto che rigunrdava come rivoluzionario. Invano il duca d'Orleans naturalmente inclinato verso i principi liberali, il cui sano giudizio prevedeva i pericoli del sistema ove si correa alla smarrita, osò con le sue saggie insinuazioni di ricondurre la corte sul cammino della giustizia e della moderazione, invano volle parlare il linguaggio della verità. Non solamente le sue parole non ebbero ascolto, ma già divenne sospetto (). Dopo lunghe discussioni il governo si decise alla fine per i mezzi estremi, e per un colpo di stato. Il re rinviò la rimostranza dei baroni alla deputazione medesima, perché ne facesse il rapporto. Le si fè firmare anziché redigere un atto che dichiarava reprensibile e degno di punizione il procedimento dei baroni (). La dolcezza e la debolezza, ripetevano i cortigiani, ecco ciò che sempre ha perduto il governo. Un esempio ! e tutto rientrerà nella sommessione e nella ubbidienza.

Il duca di Ascoli, emigrato napolitano, avea allora una grande influenza sull'animo del re, e secondava potentemente le vedute della regina. In un consiglio di stato finalmente fu decisa la sorte di coloro, che erano destinati a servir di esempio. Non mancò nelle segrete consulte chi opinasse per il sangue e per i patiboli come mezzi i più vigorosi. Ma il partito più moderato prevalse, e si decise di contentarsi perii momento che si arrestassero i principali baroni. Furono costoro i principi di Belmonte di Castelnuovo di Villafranca di Aci e il duca di Angiò (). Questa misura fu coperta di un profondo mistero: si scelse per l'esecuzione la notte del 19 luglio: ebbene era calma e serena, come tutte le notti di quella stagione sotto il bel cielo della Sicilia e con lo splendore della piena luna, sembrava dover piuttosto favoreggiare la tranquillità ed il riposo, anziché proteggere un'esecuzione militare. Forti distaccamenti di cavalleria e di fanteria sotto gli ordini di uffiziali napolitani tra l'una e le due del mattino circondarono le abitazioni dei baroni già designati. Eglino furono strappati dal letto e trasportati a bordo del real pacchetto il Tartaro che era in rada, e che condusse tantosto i due primi nell'isola di Favignana, il terzo in quella di Pantellaria, il quarto nell'isola di Ustica, e il quinto nell'altra del Marettimo. Arrivati al loro destino vennero rinchiusi nelle fortezze come perturbatori della pubblica tranquillità, e sottoposti ad una severa guardia. Si tolse loro tutto il denaro ed ogni comunicazione al di fuori, venendo loro interdetta, qualunque corrispondenza anche con le proprie famiglie.

La nuova di tali arresti sparse la costernazione nella captale. Lit paura, il dolore, l'indegnazione. erano dipinti su' volti di tutti. Un triste silenzio regnava nella città. Correa grido che nuovi arresti sarebbero succeduti, e che numerose liste erano già stese.

La gran Bretagna oltre le sue forze navali, tratteneva allora in Sicilia un'armata di 15,000 uomini, e pagava per la difesa dell'Isola un annuo sussidio, che in appresso fu portato sino a 400,000 Lire sterline. La. Sicilia era in effetto per essa non solamente un punto importante, cui dovea impedire ad ogni costo, di cader tra te mani dei Francesi che continuamente la minacciavano dall'opposto lido, ma il centro ancora delle sue operazioni militari e politiche nel Mediterraneo e l'Italia. Essa non ignorava quanto lo spirito degli abitami potea attraversare o secondare le sue vedute, ed era assai lontana di approvare il sistema tenuto dal governo: perocché non sol, unente riguardava come perduti tanti sagrifizi dei quali il governo di Sicilia paralizzava l'azione a cagione del sentiero che esso battea, ma era anche astretta a mettersi in allerta contra l'armata Napolitana che concentrata. nelle mura della capitale, ricusava, come già si disse, di cooperare alla difesa contro il nemico comune, e manifestava un atteggiamento ostile, anzi che no.

Oltre a ciò, si era generalizzata la diceria, che Napoleone trattenea segrete intelligenze nell'Isola. Le cospirazioni che contro l'armata inglese si erano scoperte in Messina, i corrieri arrestati, il carteggio che s'intercettava, e che copria l'autorità d'un nome augusto, accreditavano ancora questi rumori ().

Non potea più alla lunga tollerar l'Inghilterra un tale stato di cose senza compromettere i propri interessi, il compimento delle sue vedute, ed anche la sicurezza della sua armata. Riconobbe quindi la necessità d'intervenire per fare adbttare alla corte di Sicilia un miglior reggimento di governo, il quale più conforme ai tuoi interessi e a quelli del paese offrisse ad un tempo maggiore stabilità, e garantia.

Ciò altronde entrava nei progetti del governo inglese, progetti adottati in appresso dalle altre potenze, il di cui scopo era di opporre le idee e i principii liberali al dispotismo militare, sotto il quale Napoleone opprimeva il continente e particolarmente l'Italia. Lord Amherst, allora ministro plenipotenziario, fu richiamato e rimpiazzato da lord Bentinck uomo integro, e d'una rara fermezza. Per rendere più efficace il suo intervento, oltre il carattere di ministro plenipotenziario gli si diede il comando in capo delle forzo britanniche nel Mediterraneo. Giunse egli a Palermo il domani della partenza de' baroni PC' luoghi del loro esilio ().

Dopo essersi presentato non indugiò un istante lord Bentinek di far conoscere alla corte di Sicilia le disposizioni e i desideri del governo britannico. Non risparmiò né sollecitudini né insinuazioni perché si richiamassero i baroni esiliati, . e s'introducessero nel governo le innovazioni che imperiosamente invocavano la situazione e gl'interessi della Sicilia. La corte rimase inflessibile, e prevenuta forse delle istruzioni del Ministro inglese ricurd qualunque apertura di trattative con Bentinck (2). Dal suo canto lord Bentinck fu egualmente inflessibile alle seduzioni che si misero in pratica per guadagnarlo: vedendo però che inutili riuscivano i mezzi di persuasione conobbe il bisogno di avere nuove istruzioni, e la necessitò. d'una conferenza personale col marchese Wellesley.

Si decise quindi di recarsi a Londra per meglio far conoscere al gabinetto inglese la situazione delle cose in Sicilia e la necessità di impiegare mezzi più energici.

L’annunzio della sua partenza fece una forte impressione in corte. Per guadagnar tempo si intavolarono nuove trattative ma questa politica evasiva impiegata con successo in altre circostanze, rimanea, senza alcuno effetto con un uomo oche non perdea giammai di vista il suo scopo, e che ad un carattere fermo e deciso riuniva un'attività poco comune. Egli dunque parti per Londra, ove la corte si lusingava che il suo ministro, i(principe di Castelcicala, avrebbe potuto paralizzare i rapporti di Bentinck, e distornare lo nuove risoluzioni. Ma il gabinetto inglese ricusò ogni trattativa, e dichiarò che gli affari tra le due corti si tratterebbero in Palermo per mezzo del ministro Bentinck. Di fatti ebbe costui senza dilazione alcuna le istruzioni opportune, e ritornò in Sicilia, ove giunse nei primi giorni. di dicembre dell'anno medesimo.

La partenza del ministro inglese per Londra e più ancora il suo pronto ritorno, misero, la corte nella più grande costernazione, e sparsero negli animi dei Siciliani una speranza mista alla paura. Incerti sul risultamento del conflitto fra le due corti, gli animi di tutti erano occupati dal nuovi avvenimenti che desideravano gli uni, che temevano gli altri, e che tutti aspettavano.

Lord Bentinck riprese bentosto con la corte le trattative interrotte e per aver una maggiore efficacia stabilì il suo quartier generale in Palermo, ove chiamò da Messina uno parte delle truppe inglesi, che ivi stanziavano. Ebbe delle conferenze ora col re ora con la regina ora col principe ereditario. La regina sembrava inflessibile, il re esitava, il principe ereditario preponderava per concedere. Il ministro degli affari esteri, marchese Circello, il consigliere di stato principe di Partanna, e il confessore del re, padre accamo, furono anche a parte delle negoziazioni. Il linguaggio di lord Bentinck convinse ben presto la corte del nuovo sistema di politica che il gabinetto inglese avea adottato relativamente alla Sicilia, e più non trovava mezzi di tergiversazione.

Si disse anche allora che il re ebbe l'intenzione di abdicare; ma finalmente prese il partito di lasciare il governo, e con un dispaccio del 16 gennaro 1812 nominò il principe ereditario vicario generale del regno ().

Questo atto solenne del quale disgraziatamente il solo avvenire dovea scoprire i vizi, soddisfece il ministro d'Inghilterra, ed illuse tutti, fu desso il precursore, e per così dire il segnale ditutti quelli che bentosto seguirono.

Il re si ritirò alla Ficuzza, e la regina in una casa di campagna del marchese di santa Croce.

Il principe ereditario pro, e possesso della sua nuova dignità. Il primo atto del suo governo fu il conferire a lord Bentinck il comando dell'armata napolitana, che immediatamente dopo ebbe una organizzazione novella. Si rivocarono i funesti editti di febbraro, e si ordinò quasi ad un tempo il richiamo de baroni esiliati.

Il ritorno di essi fu il loro trionfo. Abbenché nel cuore dello inverno e in un giorno di pioggia dirotta tutte le classi delle persone si portarono a folla ad incontrarli molte miglia fuori Palermo, senza che la gioja universale venisse turbata d alcuno disordine.

Appena tornati, furono essi nominati cioè il principe di Belmonte ministro degli affari esteri, il principe di Castelnuovo ministro delle finanze, e il principe di Ací ministro di guerra. e marina. Il principe di Carini passò dal governo di Messina alla segreteria di grazia e giustizia. Questi quattro ministri formarono col. principe di Cassaro il consiglio di stato, e Bentinck assiste alle sedute dei medesimo, Il principe di Belmonte, in cui il ministro inglese riponea maggior confidenza, ebbe allora una preponderanza marcata nella direzione dei pubblici affari.

I Siciliani provarono per questi cambiamenti una gioja inesprimibile, credettero vedere con l'anno 1812 cominciare per es. i una era novella che avrebbe fissata la sorte della Sicilia, e fatto rinascere i bei giorni dell'antica sua gloria.

Il primo pensiero che occupò il nuovo governo fu la convocazione d'un Parlamento straordinario. Dopo lunghe conferenze e molle riunioni del consiglio di stato, la misura fu giudicata indispensabile, e il principe vicario ordinò la convocazione del Parlamento (). Ma questo Parlamento non più come per lo passato si apria solamente per fornire i sussidi domandati dal potere: era questo chiamato ad Lina missione più grave e più alta dai pubblici voti, e dalla forza stessa delle cose. Non fu mai riunito Parlamento in circostanze più gravi e interessanti. Le elezioni del braccio demaniale non caddero più come altre volte su quelle persone che veniano designate ai magistrati municipali dal protonotaro del regno, ma si usò tutto lo impegno perché venissero elette d'ogni dove, persone i cui principia e il patriottismo ispirassero la più gran confidenza.

S. A. R. il principe vicario fece l'apertura solenne di questo Parlamento il 18 luglio con un discorso analogo (), in cui propose la costituzione inglese per modello delle riforme che doveano occupare il Parlamento ().

La sera i tre bracci del Parlamento si unirono nel collegio dei padri Gesuiti, secondo il solito, ciascuno nella sala che gli venne destinata. Appena si costituirono, la prima quistione e la più difficile di cui ebbero ad occuparsi fu il fissare le basi delle riforme da fare all'antica costituzione. L'ansietà e l'aslìettazione del pubblico, al quale si era vietato di assistere ai dibattimenti, giunsero al colmo. Questa seduta si prolungò tutta la notte, e durò più di dieci ore, notte memorabile! (). Sembrava esser destinata a fondare per sempre la libertà e la gloria della Sicilia moderna.

Gli avvenimenti che seguirono potranno forse obbliarne l'importanza, come le immense barriere alzate dalla mano dell’uomo con tanta pena per riparo dalle acque, e che distrutto dal gonfiamento e traripamento di queste restano sepolte nell'onde, ma non perciò sarà meno memorabile quest'epoca negli annali della Sicilia, e un glorioso monumento di patriottismo di quell'assemblea, monumento, che solo può espiare i falli commessi in appresso, allorché l'inespertezza, e la, lentezza lasciarono il campo libero all'intrigo e alla perfidia per corrompere gli uni, indurre altri in errore, e mettere la divisione e la discordia fra tutti. Quest'epoca infine offre un nuovo esempio del trionfo dell'opinione su pregiudizi e sugli abusi. Mercé il solo prestigio dell'opinione si fecero spontaneamente in quella seduta alcuni sagrifizi che per l'ordinario dalle sole scosse violenti si ottengono. La divisione del parlamento in tre braccinon era più compatibile con le forme dei governi rappresentativi d'oggi giorno: il braccio ecclesiastico riconobbe questa verità, e rinunciò da se stesso a tale prerogativa riunendosi alla camera dei Pari. La feudalità non era ancora svelta dalle sue vecchie radici totalmente, e facea risentire. la sua influenza. I baroni si spogliarono volontariamente dei loro privilegi, i quali formavano la massima parte della fortuna di trotti tra essi.

Queste disposizioni ed altre della stessa importanza vennero comprese in dodici articoli preliminari, e furono dopo una lunga discussione adottati, ad unanimità, e quasi per acclamazione: eccone il tenore.

Art. 1. La religione dovrà essere unicamente ad esclusione di qualunque altra, la cattolica apostolica romana, il re sarà obbligato professare la medesima religione, e quante volte ne professerà un altra, sarà ipso facto decaduto dal trono ().

Art. 2. ll potere legislativo risederà privativamente nel suo Parlamento. Le leggi avranno vigore, quando saranno da S. M. sanzionate. Tutte le imposizioni di qualunque natura dovranno imporsi solamente dal Parlamento, ed anche avere la sovrana sanzione. La formola sarà Veto, o Placet, dovendosi accettare, o rifiutate dal re senza modificazione.

Art. 3. Il potere esecutivo risederà nella persona del re.

Art. 4. II potere giudiziario sarà distinto, ed indipendente dal potere esecutivo, e legislativo, e si eserciterà da un corpo di giudici e magistrati. Questi saranno giudicati, puniti, e privati d'impiego per sentenza della camera dei l'ari, dopo l'istanza della camera dei comuni, come 'meglio rilevasi dalla Costituzione di Inghilterra e più estesamente se ne parlerà nello articolo Magistrature.

Art. 5. La persona del re sarà sacra ed inviolabile.

Art. 6. I ministri del re, cd impiegati saranno soggetti allo esame, e sindicatura dei Parlamento, e saranno dal medesimo accusati, processati, e condannati, qualora si troveranno colpevoli contro la costituzione, e l'osservanza delle leggi, o per qualche grave colpa nell'esercizio della loro carica.

Art. 7. II Parlamento sarà composto di due camere, una detta dé comuni, o sia dei rappresentanti delle popolazioni tanto demaniali, che baronali, con quelle condizioni, e forme, che stabilirà il Parlamento nei suoi posteriori dettagli su questo articolo: l'altra chiamata dei Pari, la quale sarà composta da tutti quegli ecclesiastici, e loro successori, e da tutti quei baroni, e loro successori, e possessori delle attuali Pari e che attualmente hanno dritto di sedere, e votare nei due bracci ecclesiastico, e militare, e da altri, che in seguito potranno essere eletti da Sua Maestà giusta quelle condizioni, e limitazioni, che il Parlamento fisserà nell'articolo di dettaglio su questa materia. Art. 8. '1 baroni avranno, come Pari, testaticamente un voto solo, togliendosi la moltiplicità attualmente relativa al numero dello loro popolazioni. II protonotaro del regno presenterà una nota degli attuali baroni, ed ecclesiastici, e sarà questa inserta negli atti Parlamentari.

Art. 9. Sarà privativa del re il convocare, prorogare, e sciogliere il Parlamento secondo le forme, ed istruzioni, che si stabiliranno in appresso. Sua Maestà però sarà tenuta di convocarlo in ogni anno.

Art. 10. Alcun Siciliano non potrà essere arrestato, esiliato, o in altro modo punito, o turbato nel possesso, e godimento dei dritti, e dei suoi beni, se non se in forza delle leggi di un nuovo codice, che sarà stabilito da questo Parlamento, e per via di ordini, e di sentenze dei magistrati ordinari, e in quella forma, e con quei provvedimenti di pubblica sicurezza, che diviserà in appresso il Parlamento medesimo. I Pari godranno della forma dei giudizi medesimi, che godono in Inghilterra, come meglio si diviserà dettagliatamente in appresso.

Art. 11. Non vi saranno più feudi, e tutte le terre si possederanno in Sicilia come in allodi, conservando però nelle rispettive famiglie l'ordine di successione, che attualmente si gode. Cesseranno ancora le giurisdizioni baronali, e quindi i baroni saranno esenti da tutti i pesi, a cui finora sono stati soggetti per tali dritti feudali. Si aboliranno le investiture, rilevi, devoluzioni al fisco, ed ogni altro peso inerente ai feudi, conservando però ogni famiglia i titoli, e le onorificenze.

Art. 12. Ogni proposizione relativa a sussidi debba nascere privativamente, e conchiudersi nella riferita camera de' comuni, ed indi passarsi in quella dei Pari, dove solo si dovrà assentire, o dissentire senza, punto alterarsi; e tutte le proposte riguardanti gli articoli di legislazione, e di qualunque altra materia, saranno promiscuamente avanzate dalle due camere, restando all'altra il dritto di ripulsa.

Stabilite queste basi preliminari, il Parlamento si dichiarò permanente, e manifestò nello stesso tempo la risoluzione di non continuare i suoi travagli se prima non venissero tali basi sanzionato.

L'amministrazione della vendita pubblica fu il solo articolo di contrasto. Il braccio demaniale, geloso degli antichi privilegi nazionali, volle che fosse ritirata dal numero delle prerogative reali. Un decimo terzo articolo fu in effetto adottato dal Parlamento con gli altri, ed era il seguente.

«La nazione pria di determinare i sussidi che richiederanno i bisogni dello stato s'incaricherà di fissare su la lista civile le somme necessarie al lustro all'indipendenza e al mantenimento. del suo augusto monarca, e della sua real famiglia, quanto generosamente lo permetterà la situazione attuale delle finanze del regno. La nazione prenderà a carico suo l'esazione e l'amministrazione di tutti i fondi é beni nazionali, compresi quelli riguardati sin'ora come proprietà fiscali, e demaniali. La esazione sarà versata nelle mani del ministro, delle finanze per essere impiegata alle spese votate dal Parlamento. Riguardo alle persone da impiegarsi per la esazione e l'amministrazione dei fondi pubblici, al modo e al sistema con cui saranno regolate, sarà il tutto determinato in un articolo separato. n Il Principe Vicario non, sanzionò questa disposizione.

Le prime risoluzioni del Parlamento furono per ogni dove accolte con trasporti di gioja., e riguardate come il preludio del. più felice avvenire.

Frattanto il Principe Vicario titubava nel sanzionare le, basi proposte: il consiglio richiese l'autorizzazione speciale del re, il quale l'accordò. Finalmente il 10 agosto gli articoli 'furono approvati 'o promulgati fra gli applausi universali.

Non si possono abbastanza esprimere i trasporti di groja che in tutte le parti del regno come nella capitale scoppi, irono in questa circostanza.

Il parlamento allora riprese il travaglio della costituzione su le basi approvate, e se si pone mente per poco all'organizzazione di quell'assemblea in tre bracci separati, all'importanza e all'estensione delle materie sottoposte alla sua deliberazione, non può attribuirsi che all'accordo il più perfetto tra i membri del parlamento l'aver potuto terminare in un tempo sì corto un siffatto travaglio quantunque imperfetto ancora si fosse ().

Quest'armonia intanto, che sì felicemente era stata sino allora mantenuta, venne guasta ad un colpo da false alterazioni. Taluni deputati appoggiati dal principe di Castelnuovo ministro delle finanze, aveano concepito il progetto lodevole altronde, ma forse intempestivo, di proporre tra le altre riforme l'abolizione dei maggioraschi, e de' fedecommessi. Si produsse di fatti la proposizione in Parlamento, e il braccio demaniale l'adottò, ma incontrò la più gagliarda opposizione nel braccio baronale, tanto fra coloro che tendevano all'aristocrazia, quanto fra gli altri che carpivano opportunamente questa occasione per opporsi indirettamente al novello ordine di cose. Disgraziatamente nel numero degli avversari più violenti della misura progettata fu il principe di Belmonte, il quale oltreché credesse l'istituzione dei maggioraschi necessaria alla conservazione della nuova camera de' Pari, non era totalmente scevro delle idee aristocratiche. Quella proposizione fu il pomo fatale della discordia, che non solamente turbò gli ultimi tempi di quel consesso., ma divenne per gli altri posteriori, e per lo stesso ministero la sorgente e il principio delle più grandi dissensioni. Il braccio ecclesiastico intanto l'adottò. I sintomi della malintelligenza che cominciò a dividere i vari bracci del Parlamento si fecero allora visibili. 11 braccio baronale non ebbe più ritenutezza, e spingendo il suo risentimento all'eccesso si abbassò a certe scene puerili e indegno della maestà parlamentaria. Fu questo il motivo che precipitò la chiusura del Parlamento, il quale venne sciolto prima di aver terminato la costituzione, e poste le. finanze nell'ordine convenevole.

La discordia e l'esacerbazione che regnavano in seno del Parlamento si comunicarono subitamente al di fuori. D'ambe le parti la nuova misura avea toccato dei grandi interessi. Quindi un'animosità ed una guerra aperta non tardarono a manifestarsi tra coloro che sino allora aveano conservato le medesime opinioni e, i principi medesimi. 1 partigiani dell'antico reggimento, e della corte si affrettarono di trar profitto da una così favorevole circostanza a' loro disegni. Alcuni tra essi, (e non erano i meno potenti tra i baroni) erano già nemici inconciliabili del nuovo ordine di cose, perché in vece di procurare a guadagnarli, si erano lasciati in disparte. 11 principe di Cassero, uomo ambiziosissimo, e non privo di talenti, potente per il suo rango e le sue ricchezze, era del numero di questi ultimi. Essendosi egli mantenuto lontano dalla Corte, alla quale si mostrava contrario, sino al ritorno dei baroni, aspettava non solamente che avesse occupato un posto brillante nel ministero, ma che dovesse figurare il primo nel governo. Ma essendo stato soltanto chiamato nel consiglio privato, come già abbiamo detto, ne concepì egli il più forte dispetto. La sua presenza in consiglio assai nocque alla causa nazionale, e facendo nascere in ogn'istante delle difficoltà, e prolungando in un moda interminabile le discussioni su gli articoli sottoposti alla real sanzione, rendea un immenso servizio alla Corte, il cui scopo era soltanto di guadagnare del tempo.

In quest'epoca il portafoglio della marina passò dalle mani del principe di Aci a quelle del maresciallo Settimo. Quel principe, uomo inquieto e turbolento, colmato già un tempo dei favori della Corte se ne vide in seguito allontanato per la gelosia del duca d'a, scoli, che avea una grande influenza su l'animo del re. Il credito del suo rivale assai più che la parte da lui presa nella rimostranza dei baroni, l'aveano fatto comprendere nell'esilio del 1811. Lasciatosi poi traviare ila piani chimerici e stravaganti in vece di agire di concerto con gli altri ministri, si era separato da essi, e venne fin anco ad una rottura aperta con Lord Bentinck, comandante dell'armata siciliana. Allontanato dal ministero, si mise tra il numero dei nemici di quella stessa costituzione, alla quale dovea egli il suo innalzamento.

Il 13 febbraro 1813 apparve la sanzione reale di quella parte della costituzione, che riguardava l'amministrazione municipale, e la formazione del nuovo Parlamento. Il rimanente non venne promulgato che il 2 di luglio dell'anno medesimo. Siffatto ritardo recò funeste conseguenze tanto per (i avvenimenti politici che sopravvennero, quanto per essersi l'entusiasmo, che sul principio era generale, ornai raffreddato di molto ().

L'articolo del fedecommesso fu vivamente discusso nel consiglio di stato. Ma la fortuna in questa lotta tra l'autorità e l'eloquenza di Belmonte, e la fredda ed impassibile opposizione del suo avversario Castelnuovo, non potè restar molto dubbiosa; l'atto del Parlamento per lo fedecommesso noti ottenne la real sanzione. Il rifiuto di questo atto produsse le più funeste conseguenze. I nemici della costituzione e i partigiani del potere assoluto, che sino allora non osavano mostrarsi, cominciarono a rendersi arditi, e facendo ricolta di tutti coloro i cui interessi erano stati vulnerati, e che doveano lamentarsi di ministero, aprirono il cuore a nuove speranze.

In questo mentre successe un avvenimento assai singolare. Il re, dopo aver lasciato, come già si disse, la cura del governo, si era ritirato nel sito reale della Ficuzza, distante diciotto miglia da Palermo. La regina avea abitato sulle prime una casa di campagna nei dintorni della capitale, ed era poi passata in Castelvetrano, per intraprendere nella primavera un viaggio fuori Sicilia. Corse voce ad un colpo che incoraggiata dagli ultimi avvenimenti si era dessa portata a trovare il re di notte tempo, e lo avea determinato a riprendere le redini del governo. Difatti il re arrivò all'improvviso alla Favorita vicino Palermo; e quindi entrando anche in città annunziò il suo ristabilimento e la sua intenzione di riprendere le redini del governo. Con un atto solenne revocò i poteri confidati al principe ereditario, e si disponga di portarsi già alla chiesa di S. Francesco per rendere i ringraziamenti all'Altissimó. Si sparse voce che tutto era stato apparecchiato con anticipazione perché fosse colmato di pubblici e numerosi applausi, e che la fazione avea scelto questa occasione per cimentare le sue forze. Ciò spinse il generale inglese ad imprendere le debite. precauzioni per assicurare la pubblica tranquillità. Pezzi di artiglieria percorrevano la città, e le truppe inglesi si postarono per le strade ove dorea passare il corteggio: ma il re cambiando di opinione sospeso la cerimonia, e la sera stessa rivolò alla Favorita. Nella stessa notte le truppe inglesi si avvicinarono a quella villa che circondarono la mattina del domani, ma non già come dice Botta per fare opera di persuadere il re, che rinunziasse interamente all'autorità regia in favore del figliuolo. Si dicea che il re da lì passava alla Ficuzza e quindi in altri luoghi del regno anche più lontani: il che lasciando il governo senza capo dopo la revocazione dei poteri conferiti al principe vicario, avrebbe infallibilmente ricondotto il disordine e l'anarchia. Lord W. Bentinck si, trovava impegnato a mantenere l'ordine e la quiete, il re medesimo avea esatto da lui una formale garenzia all'epoca del vicariato. Il ministro inglese dunque bisognò mere col re nuove conferenze, il cui risultamento si fu il ristabilimento del principe ereditario nel vicariato. Si dice che mentre la regina soggiornava a Castelvetrano, i fuorusciti calabresi cagionarono vive inquietudini; che un movimento degli stessi dovea esser sostenuto dalle truppe reali di Trapani, e che si era anche scoperta la manovra fatta presso queste truppe per guadagnarle.

Checché ne sia, una divisione inglese, sotto gli ordini del generale Macfarlane si mosse su quelle due piazze, e prima in Castelvetrano, e poi si fermò in Mazzara, aspettando la partenza della regina. Questi avvenimenti la affrettarono. Essa partì da Mazzara per Costantinopoli, e da lì a Vienna sua, patria, ove morì un anno dopo.

In questo mentre la costituzione era stata pubblicata da per tutto, e ricevuta dai Siciliani con trasporti di gioja. Lord Bentinck geloso di raccogliere il frutto delle sue operazioni nel porre in attività le forze sotto i suoi ordini nella guerra di allora, intraprese una diversione nel mezzogiorno della Spagna, e andò a sbarcare in Terragona con una spedizione composta di truppe inglesi e siciliane.

Il Parlamento era stato già convocato per riunirsi secondo le nuove forme, 'e ciascuno cominciava a lusingarsi con ragione del novello ordine di cose. A questo Parlamento in effetto era riserbato il condurre a fine la grande opera della Costituzione, il riempirne le importanti lacune, e il compire ciò che avea por così dire abbozzato il Parlamento del 1812.

La nuova camera de' Pari si componea del braccio baronale e del braccio ecclesiastico riuniti. Nell'uno e nell'altro i veri costituzionali erario il minor numero. Fra i baroni molti non aveano secondato il ministero, che nella veduta del proprio interesse, e perché il potere era nelle sue mani: un interesse più forte, che loro si fosse mostrato, un calcolo più vantaggioso erano sufficienti per distaccarli. Molti altri non aveano che loro malgrado, e come trascinati dal torrente della pubblica opinione, prestato il loro acconsentimento a certe misure, che aborrivano nel fondo del cuore. Non. sapendo apprezzare la nuova loro condizione sospiravano soltanto pe' loro privilegi e per le loro prerogative perdute. I cortigiani non credeano poter meglio mostrare la loro divozione al re, che discreditando il nuovo sistema: ciò che altronde era un partito sicuro; perocché se da un lato erano forti dell'appoggio della corte, dall'altro non aveano nulla a temere di un governo, contro il di cui arbitrio avrebbero trovato una garenzia nella costituzione medesima. I monaci e gli ecclesiastici, che entrarono nella camera, vennero ad aumentare ancora il numero dei nemici del nuovo reggimento, e fecero pendere la bilancia in loro favore.

Il ministero o per diffidenza o per gelosia o perché contasse sull'appoggio dell'Inghilterra e della popolarità della causa che sostènea, trascurò di assicurare la sua forza con associare negli affari alcuni altri personaggi tra' Pari, che aveano una influenza nella camera alta, e che non mancavano di talenti.

Lord W. Bentinck avea fatto un piccolo viaggio nell'interno dell'isola, e visitato Catania, Siracusa, ed altre delle principali città. Era stato ricevuto dapertutto tra gli applausi e le testimonianze di riconoscenza. Avea con la viva voce incoraggiato i costituzionali, e fatto sentire l'importanza di questa prima elezione dei rappresentanti de' comuni. Frattanto nella camera de' comuni le elezioni in maggior parte furono l'opera, dell'accidente. Molti deputati si scelsero fra quelli stessi che nell'ultima sessione erano seduti nel braccio demaniale. Poco si conoscevano le opinioni politiche dei candidati, e meno ancora quelle degli elettori. Nei distretti in cui il ministero esercitava la sua influenza, avea mal collocato la sua fiducia, in modo, che se in molti luoghi le elezioni corrisposero alle sue vedute, così non avvenne pei deputati eletti. 11 ministero non mostrò nella condotta di quel consesso. maggiore attività. di quella che avea impiegata nelle elezioni. Non era preparato alcun travaglio, né formato alcun piano per la discussione delle camere. In tale stato di cose la missione del Parlamento divenne delicata e difficile. Molti animi vivaci e forse ardenti, scarsi i lumi, esperienza nessuna, le opinioni ondeggianti, differenza nelle opinioni: ecco il quadro che presentava questa assemblea. Dall'altro lato i nemici della costituzione non restavano oziosi. L'assenza di Lord Bentinck, la mala intelligenza che regnava nel seno del ministero e fra' suoi partigiani il raffreddamento dell'entusiasmo (), il disertare di alcuni costituzionali, finalmente il favore del re offrivano loro assai favorevoli circostanze per non poterne apprezzare troppo il valore e profittarne.

L'apertura del Parlamento ebbe luogo nei primi giorni di agosto.

Disgraziatamente 'per la Sicilia non corrispose all'aspettazione generale. Il primo segno delle scandalose divisioni fu dato dai costituzionali sul proposito della presidenza della camera de' comuni non essendosi trovati di accordo gli amici di Belmonte e di Castelnuovo. La scelta finalmente cadde, con generai soddisfazione, in persona di U. Cesare, Airoldi. La camera de' Pari elesse il principe di Villafranca.

Ben presto nuove occasioni cagionarono nuove discordie, più funeste alla causa pubblica. Intorno alla fine di luglio, in occasione di una festa popolare, avvenne un lieve tumulto, che tantosto fu sopito. Il domani altra volta si riprodusse, e il popolo sollevandosi sotto pretesto della penuria dei viveri, pose a ruba alcune botteghe di commestibili. I carcerati tentarono di evadere dalle prigioni. li disordine venne immediatamente represso dalla forza, e nulla di tristo avverossi. Si credè che la sollevazione fosse stata in gran parte il risultamento d'istigazioni segrete. Si assembrò un consiglio di guerra per giudicare i colpevoli; avvegnaché il principio della sollevazione essendo stato l'attaccare e il disarmare una sentinella, si caratterizzò questo atto come delitto militare; il che fu una misura tanto soperchia quanto illegale. L'opposizione profittando di tal circostanza gittò alte grida, principalmente nella camera dei Pari. Un indirizzo fu presentato al principe vicario contro la misura adottata, siccome contraria alla costituzione: e venne in effetto rivocata. Fu questo il primo colpo recato al ministero, e gli fu assai fatale. 1 suoi avversari nella lotta che sostennero in questa occasione, ben poterono misurar le loro forze, si riconobbero, si legarono insieme, e fieri della vittoria in vece della timidezza, e della circospezione che per lo innanzi osservavano cominciarono a mostrare dell'audacia.

Il ministro delle finanze, principe di Castelnuovo, sperando trovar fra coloro che si erano dichiarati partigiani della rivoluzione francese, ardenti difensori delle nuove istituzioni, avea vivamente secondato la loro elezione nella camera dei comuni, e cintava molto sulla loro cooperazione. Costoro però, nella maggior parte Catanesi e avvocati, altro segno non diedero dell'antico lor gallicismo, che un odio accanito contro gli inglesi, che tanti diritti avevano alla riconoscenza della Sicilia, e invece dell'amor di libertà diedero prove dell'amor di licenza (). Alzarono appena lo stendardo del, opposizione, che i loro ranghi si popolarono di malcontenti che mai non mancano, e di tanti altri, i quali novizi negli affari politici credevano non poter meglio far brillare il talento e il loro recente patrioaismo, che mettendosi a dritto o. a torto in opposizione diretta col governo. Facendo dunque causa comune coi Pari non trascurarono nulla per distruggere e rovesciare, nell'assenza di Lord Bentinck, il nuovo ordine di cose: e vi riuscirono assai bene.

In questa epoca, comparve un giornale periodico, chiamato la Cronica di Sicilia. Questo giornale, quantunque redatto nei buoni principi e nelle migliori intenzioni, risentia ancora l'infanzia della libertà della stampa, e invece di impiegare un linguaggio moderato e conciliante, impiegò forse troppo di vivacità e di calore: le repliche virulente e gli attacchi impetuosi degli opponenti, disonorarono nel nascere la libertà della stampa, che da una parte e dall'altra divenne un'arma di provocazioni e di scandali. La camera de' comuni, la cui maggioranza era già anti-ministeriale, vi discese la prima: si dichiarò offesa, e facendo delle sue prerogative un abuso pria di averne fatto uso, si eresse in tribunale di persecuzione contro gli editori, e gli impressori della cronica. E fu questa l'origine dei cronici ed anticronici, nomi coi quali vennero designati i due partiti, che in appresso formarono lo strumento di persecuzioni.

Intanto le bisogna dello stato cominciavano a divenir più pressanti. L'armata e gli impiegati non erano più pagati. Il Parlamento del 1812 avea provvisoriamente soltanto dato riparo alle spese necessarie, e le risorse accordate spiravano con lo spirare di agosto.

Dopo molto stento si ottenne di esigere per altri due mesi i dazi stabiliti. Era inutile il procurare a mostrarne l'insufficienza ad una assemblea, che lungi di accordare risorse, volea al contrario far rendere i conti. Continuamente si faceano ad arte percorrere dicerie altrettanto assurde quanto ingiuriose, spacciandosi che considerevoli somme eransi donate a Lord Bentinck e inviate financo ai ministri di Inghilterra: e quanto minor fede la calunnia ritrovava, tanto maggiore era l'arte e lo studio che si impiegava a propagarla. Disgustato il ministero di tanta ingratitudine, ed ingannato nelle sue speranze da tanti inattesi rovesci, scelse fra tutti gli espedienti il peggiore, quello cioè di ritirarsi dalle camere, nel che tenne imitato da tutti i suoi partigiani, e di abbandonare il campo ai suoi nemici. Poco tempo appresso riconoscendo la falsa posizione in cui evasi messo, dimandò di essere rimpiazzato. I presidenti delle due camere rinunciarono nello stesso tempo il loro posto. Si nominò allora un nuovo ministero assai meno proprio del primo per dirigere gli affari.

Il novello ministero, opera dell'antico, e particolarmente di Belmonte, somigliava perfettamente quel re che le ranocchie ricevettero da Gioia. Il ministro degli affari esteri duca Lucchesi vecchio settuagenario era un membro della camera dei Pari, che non mancava né di talento né di buon senso, ma non avea nessuna istruzione. Personalmente si riguardava come un uomo onesto. Era stato membro del tribunale dei real patrimonio, e avendo dissipato quasi tutta la sua fortuna al gioco vivea in gran parte di impieghi e di favori ch’egli accordava la corte. Nel fondo era un cortigiano.

Il ministro della marina e della guerra, colonnello Naselli era un uffiziale di marina. Non avea fatto che gli studi necessari al suo servizio, e sino allora non avea percorso altra carriera. Era il cadetto di una famiglia molto distinta, specialmente per una certa bonomia. In tutto il resto non avea affatto mostrato nessuna idea decisa in politica.

Il ministro di grazia e giustizia, duca dI Gualtieri, era un antico magistrato; mediocre in talenti ed in istruzioni, e di una lentezza estrema negli affari. Godea una riputazione di grande integrità, sebbene dopo essere entrato nel ministero abbia mostrato un carattere pieno di falsità e di dissimulazione; del resto divoto sino alla bigotteria. Era dopo qualche tempo succeduto a suo fratello il maggiore nella camera dei l'ari, attaccato più all'antico che al nuovo ordine di cose, e fu uno dei più accaniti nemici della costituzione.

Il ministro delle finanze, marchese Ferreri, potea essere riguardato come la caviglia del nuovo ministero. Esso era nato a Comiso, e comechè poco eloquente oratore, era giunto a farsi nel foro una gran reputazione per la perspicacia del suo spirito a la estensione delle sue conoscenze in giurisprudenza. Impassibile e freddò ad un grado estremo, conservava una grande austerità nella maniera di vivere. Quantunque settuagenario, era infatigabile al travaglio e dotato di una ferrea memoria. Fatto magistrato non ostante il suo attaccamento al governo, ne venne in disgrazia a causa della sua moderazione allorquando fece parte della giunta di stato nominata in Napoli per giudicare i giacobini, tra i quali si trovava allora sotto processura il cavalier de' Medici. Reintegrato dopo nella magistratura, e nominato avvocato fiscale del tribunale del real patrimonio, come se avesse voluto fare un'ammenda onorevole della sua prima condotta, si mostrò uno dei fiscali i più implacabili e i più accaniti che si fossero mai veduti. Inflessibile nell'odio e nella vendetta scrupoleggiava assai poco su la scelta dei mezzi, avido di innalzamento e di ricchezze, pieno di tenacità nei suoi principi affrontava imperterrito l'opinione pubblica: poco occultava la sua lontananza dalle idee liberali e dal sistema rappresentativo, di cui non avea alcuna nozione.

Questo ministero, anche più inabile del primo nella condotta degli affari parlamentari, mostrò tanta avversione ai cambiamenti già operati, quanto zelo ed ardore vi avea recato il primo ministero. Non era difficile il travaglio che dovea sostenere, riducendosi soltanto a secondare, il genio anarchico e l'inerzia della opposizione vittoriosa. Cosi fece di fatti. Le animosità particolari non ebbero più limite, e divennero gli oggetti continui delle discussioni del Parlamento.

Il disordine e lo spirito di partito giunsero in fine a tal punto nella camera de' comuni, che su le istanze di Lord Montgommeri, incaricato interinamente degli affari politici e militari nell'assenza di Lord Bentinck, fu dichiarata la proroga del Parlamento ().

Lord Bentinck tornando da Spagna, apprese con dolore il cambiamento che erasi operato nella stia assenza. Volle riparare il male, ma era già troppo tardi. Ebbe diverse conferenze coi nuovi ministri e con qualche membro del Parlamento. I ministri promisero che all'apertura della nuova sessione la primissima occupazione sarebbe il fissare i sussidi necessari. Si apri in effetto il Parlamento, ma ad eccezione di coloro che si chiamavano cronici, tutti i membri ed anche gli amici e i partigiani dei ministero rigettarono ad unanimità le sue proposizioni: fenomeno tutto nuovo negli annali dei governi rappresentativi, che presentava lo spettacolo di un ministero in contraddizione con se stesso (). Si decise allora di disciogliere il Parlamento per evitare la dissoluzione dello stato. Il ministero si ritirò, e in parte fu rinominato l'antico. I principi di Belmonte e di Castelnuovo vennero chiamati al consiglio di stato: ove si aggiunsero ancora il principe di Cattolica e il principe di dItalia, Il portafoglio degli affari esteri si confidò al principe di Villafranca e quello delle finanze a Gaetano Bonanno: si richiamò all'interno il principe di Carini, ed. alla guerra e marina il maresciallo Settimo. Fu mestieri adottarsi l'espediente della proroga delle stesse tasse sino alla imminente sessione. Prese queste misure Lord Bentinck credendo aver già ristabilito gli affari in Sicilia rivolse altra volta la sua attenzione verso le operazioni militari sul continente. I rovesci ultimamente sofferti da Napoleone probabilissimo rendeano il successo di una diversione in Italia. A questo effetto molti preparativi erano già stati fatti in Sicilia. Una legione detta Italica si era formata, generalmente comandata da uffiziali inglesi, ed oltre un gran numero di Italiani eransi arrollati in essa molti giovani siciliani. Le bandiere date a questo corpo portavano scritto in grossi caratteri: Libertà e indipendenza italica. Lord Bentinck dunque parti per l'Italia con una spedizione composta da questo corpo, e da altre truppe inglesi e siciliane e sbarcò in Toscana presso Viareggio. Un gran numero di copie della costituzione di Sicilia era uno dei mezzi di guerra, che questa armata portava. Ma disgraziatamente per l'Italia l'avvenire non giustificò una prospettiva tanto brillante.

Il ministero si occupò allora della composizione del nuovo Parlamento che pochi mesi dopo fu convocato. La trista esperienza del passato fece sì che non si risparmiò questa volta alcuna premura per formar la nuova camera con deputati fermi e fortemente pronunziati per lo nuovo ordine di cose; e forse forse spinse troppo lontano la precauzione di impedire che nessun membro dell'ultima opposizione fosse eletto nella camera. Il ministero riuscì completamente, e forse la sessione del 1814 avrebbe alla fine fissato la sorte della Sicilia; ma il destino avea altrimenti disposto.

La caduta di Napoleone e il trionfo inaspettato. degli alleati aveano ornai cambiato la politica di tutti i gabinetti, e particolarmente quello della Gran Bretagna verso la Sicilia.

Lord Bentinck frattanto tornava da Italia, ove unitamente al conte di Neípperg nominato da parte dell'Austria avea conchiuso con Murat un armistizio, che nell'atto in cui assicurava al re Ferdinando il possedimento del regno di Sicilia, garentiva a Murat quello del regno dl Napoli, stante la sua cooperazione nella nuova lega formata contro Napoleone. Questo trattato dispiacque immensamente la corte.

Era già sul punto di farsi l'apertura del Parlamento, la Camera dei comuni era perfettamente composta, ma quella dei Pari non ispirava la medesima confidenza. il principe di Belmonte, propose allora al consiglio di stato, come un mezzo eccellente in quella occasione di fare un indirizzo al re, in cui gli si farebbe conoscere lo stato delle cose, esponendogli, che mercé il suo zelo e la sua infaticabile perseveranza, il governo avea finalmente vinto gli ostacoli innumerevoli, che sino allora eransi frapposti per lo, ristabilimento della sua nuova costituzione, dalla quale dipendea la rigenerazione e la prosperità della Sicilia; che frattanto rimaneva ancora un ostacolo tanto pia difficile a vincersi, quanto più vicino era collocato ai gradini del trono; ostacolo. che risedea nella camera dei Pari per l'avversione decisa, e le disposizioni ostili che un partito formato nel suo seno mostrava contro i cambiamenti che si erano fatti; che i membri più ardenti di questo partito, coloro che camminavano alla sua testa erano cortigiani e personaggi i più ricolmi di favori e dei segni della confidenza di S. M. che sino adesso coprivano la loro opposizione col velo della fedeltà e dello attaccamento al trono, che questa condotta, già grave in se stessa, diveniva anche una sorgente di scandalo, perché riempiva di inquietudine gli animi su le intenzioni e le disposizioni di S. M. che dunque sì rendea urgente che facesse egli conoscere a coloro che gli erano sì divoti la sua disapprovazione di una condotta così opposta al governo e a tutto ciò che si facce in nome suo: che finalmente se S. M. non era soddisfatta dello andamento del governo, non dovea che riprendere nelle proprie mani lo esercizio del sovrano potere; e che i ministri attuali e i consiglieri della corona se avessero la disgrazia. di non godere la sua confidenza, anziché servir di ostacolo al compimento del voto cotone, avrebbero rinunziato volentieri il loro posto, e la direzione degli affari ().

Questa proposizione fu adottata e posta in pratica; ma il fatto non corrispose al desiderio. Si supponea che il re non volendo riprendere le redini del governo sarebbe stato costretto di ordinare ai suoi amici ed ai suoi partigiani di mutare condotta. Ma avvenne tutt'altro.

Il re profittò dell'occasione favorevole, accettò la proposizione dei ministri e tornò a Palermo a riprendere la direzione degli affari. Il ministero fu immediatamente cambiato, e rimpiazzato da quello al quale era succeduto.

La gioia e i plausi degli opponenti o ant cronici giunsero al colmo. Fieri del loro trionfo, e forse non petrando molto nell'avvenire, sì abbandonarono alle ingiurie ed agli eccessi contro i cronici o costituzionali.; e poco mancò che non venissero alle vie di fatto. Lord Bentinck poco dopo partì nuovamente per l'Italia.

M. A' Court, cui era stato, autorizzato tempo prima di far venire da Tunisi ove era occupato di una missione diplomatica per farsene riampiazzare al bisogno, gli successe come ministro, plenipotenziario. Questi avvenimenti sparsero la costernazione fra i costituzionali. Lo stesso principe di Belmonte, disperando degli affari di Sicilia, e lusingandosi di incontrare sul continente Lord Castelreagh, che si portava al congresso di Vienna, e di servir presso colui la causa della Sicilia, partì per Marsiglia nel medesimo bastimento da guerra francese che conducea in Francia il duca di Orleans con la famiglia. Era talmente alterata la sua salute, che non avendo potuto sopportare la fatica di un viaggio così precipitato, giorni dopo che arrivò in Parigi, fu forza di soccombere (). Molti nobili verso l'epoca medesima sul di lui esempio spatriarono. Numerose destituzioni e lunghe persecuzioni segnalarono il trionfo del partito vittorioso. La vendetta. e la reazione sarebbero andate anche più lungi senza l'intervenzione del governo britannico. Circolò in quel mentre una nota, sebbene in una forma non officiale, in cui il ministro inglese esprimea le nuove disposizioni del suo governo verso la Sicilia ().

La sorte del regno di Napoli non era ancora decisa.

Il re, il 12 luglio fece l'apertura del Parlamento con un discorso pomposo (). La camera de' comuni non potea garbeggiare al nuovo ministero. Difatti fu esposta impunemente alle ingiurie di alcune persone postate sul passaggio, allorché si portava alla camera dei Pari il giorno della solenne apertura. La camera dei Pari si unì al ministero, e con un particolare indirizzo chiese al re di sciogliersi la camera de' comuni, a causa di alcune illegalità avvenute nelle nuove elezioni. 11 voto della camera dei Pari fu subitamente soddisfatto. Il Parlamento fu disciolto, e una nuova camera si formò sotto l'influenza e per mezzo delle manovre del ministero. Nessun cronico allora si presentò come candidato in queste elezioni.

Finalmente, il 10 ottobre, si apri la seconda volta il Parlamento. Ma già la costituzione era condannata a morte: e più non si disputava che su la maniera da imprendere per farla perire, e si aspettava un momento più favorevole ().

Il ministero non solo per ignoranza ma a bella posta si trattenea in una inerzia totale. Era totalmente alieno di voler che si compisse quella costituzione che avea esso giurato di distruggere, ma volea giungere ad un tale scopo per mezzo della camera stessa.

Ciò non ostante la camera si mostrò poco disposta a secondare le vedute del ministero: questo cominciò a perdere la sua influenza, e di mano in mano la camera scuotendo totalmente il giogo gli divenne interamente contraria: forse avrebbe essa potuto ancora servire alla prosperità della Sicilia. Ma sprovveduta dl uomini e di principi che avessero potuto dirigerla, e non essendo sostenuta in verun modo dalla pubblica confidenza, fu nemica del ministero senza esser utile alla patria. Nello spazio di sette mesi non si occupò che di frivolezze, o non trattò che con leggerezza gli affari d'importanza (). Facendo abuso delle sue prerogative volle prender cognizione di un, arresto che era stato eseguito sotto l'ultimo ministero, in occasione di un delitto per istampa, e giunse a fare arrestare dalla truppa che facea il servizio nelle sedute del Parlamento, alcuni uffiziali dell'ordine giudiziario, e della polizia. Questi atti gli fruttarono in marzo 1815 un messaggio severo. del re (), e in disprezzo della camera si posero in libertà i 'prigionieri, in seguito ricevette ulteriori messaggi non meno ostili per causa dello stato in cui si, trovavano le finanze.

Intanto la evasione di Napoleone dall'isola di Elba, avea nuovamente posto in moto le armate della lega. Murat presentendo forse le risoluzioni del congresso di Vienna 'sul proposito del regno di Napoli, prese da se stesso l’offensiva contro l'Austria nel 1815. La sorte delle armi gli fu contraria, e il re Ferdinando, che niente avea trascurato presso il congresso di Vienna per far valere i suoi dritti sul regno di Napoli, vide finalmente realizzarsi le sue speranze con una concatenazione di avvenimenti si straordinari che alcuna saggezza umana non potea prevedere. Prese egli la risoluzione verso la fine di aprile di avvicinarsi a Napoli con una spedizione di truppe inglesi e siciliane.

Il 30 aprile si portò egli in Parlamento, e gli annunziò la sua risoluzione con un discorso il cui tuono e le espressioni facevano già presentire la sorte che aspettava la Sicilia. Ordinò quindi la dissoluzione delle camere, non lasciando che un corto spazio per votare i sussidi (). Il ministro delle finanze dimandò gran somme per le spese ordinarie dello stato per l'anno corrente e per il seguente, e di più un sussidio straordinario per la spedizione ori dinata.

La camera de' comuni, cedendo, alla forza., accordò tutto ciò che si domandava. Nuove tasse furono imposte sul macino dei grani, sui bèni f' ndi, sul commercio, su gli animali di lusso e di travagliò. E siccome impossibile riuscia anche con le nuove imposizioni di soddisfare. quelle dimande tanto straordinarie, si permise di' fare i prestiti forzosi, di esigere prima della. scadenzail pagamento delle contribuzioni dirette, e come setutto ciò non fosse già troppo si donò al re per le spese della progettata spedizione che poi non ebbe luogo, la contea di Mascali, che mesi prima era stata assegnata dal medesimo Parlamento al mantenimentd e alla formazione delle strade del regno. Infine come i condannati al supplizio pagano le spese della loro esecuzione, il Parlamento accordò alla corte 22 mila onze per le spese fatte a quel congresso di Vienna, che servì di tanto appoggio allorché si volle rapire alla Sicilia la sua costituzione e la sua indipendenza. Poi il 15 maggio, un commissario del re dopo avere annunciato al Parlamento essere già muniti della real sanzione alcuni di tali atti, e non essersi accordata la sanzione a tutti quelli altri che tendevano a riempire le lacune della costituzione, proclamò la dissoluzione delle due camere ().

La battaglia di Tolentino avea in questo mezzo deciso della sorte di Murat. Il domani della dissoluzione del Parlamento il re si imbarcò sul vascello l'Archimede per la volta di Milazzo, d'onde si portò a Messina per via di terra. I ministri rimasero a Palermo. Nessuno de' Siciliani che facevano parte della corte si imbarcò col re, ad eccezione del principe dì Camaro, suo primo ciambellano. Giunse Ferdinando a Messina il giorno stesso che si firmò tra le truppe austriache e napolitane la convenzione di Casalanza la quale gli restituì il regno di Napoli.

Murat area lasciato Napoli il 18: il 23 il principe Leopoldo entrò in quella città, e il re partì da Messina il 31 maggior e entrò il 4i giugno, II 3 giugno si pubblicò a Palermo il decreto di S. N. in data del 29 maggio da Messina e firmato dal principe di Cassaro, col quale S. M. nominava suo luogotenente generale in Sicilia S. A. R. il principe ereditario.

Una commissione di diciotto membri fu nel tempo. stesso nominata per continuare il travaglio della costituzione, abbenché una simile misura già proposta dal Parlamento era stata rigettata. In questa epoca medesima una nota contenente le istruzioni che doveano servir di norma a questa commissione, e ché circolò nel pubblico, eccitò, sebbene senza nessun carattere officiale, una generale sorpresa. Queste istruzioni erano in 30 articoli, i quali formavano il piano di una costituzione totalmente nuova (), Questo pezzo inoltre lungi di essere un progetto reale, non era destinato che ad operare una specie di diversione politica, e a preparare gli animi a più estesi cambiamenti. In effetto la commissione non si riunì giammai, e non mise. mano al travaglio.

Erasi già stipolato con ]'articolo segreto di un trattato conchiuso tra la corte di Napoli e l'imperatore d'Austria, che quella non introdurrebbe e non permetterebbe nei suoi stati alcun cambiamento politico né alcuna istituzione, che non fosse in armonia con quelle degli altri stati italiani sottoposti alla casa d'Austria ().

Restava ad assicurarsi delle disposizioni del governo della Gran Bretagna, che sembrava interessata a sostenere quelle istituzioni, che avea tanto contribuito a stabilire. La corte non potea trovare per eseguir ciò un miglior mezzo di sir William A'Court, che qppena giunto in Sicilia avea chiaramente mostrato come poco simpatizzava con la costituzione.

Si travagliò dunque con ardore per via della sua utile mediazione presso il gabinetto inglese, onde ottenere l'adesione ai cambiamenti progettati in Sicilia. Si dice anche che uh viaggio fatto a Londra da sir William A'Court, in quell'epoca, non ebbe altro motivo. Assicuratasi la corte di un si potente appoggio nell'esterna cominciò immediatamente a scoprire le sue batterie.

Il 14 giugno, apparve in Napoli un decreto che riuniva in una sola le armate dei due regni. Un altro decreto del 14 settembre richiamò da Sicilia il ministro di guerra e marina Naselli per occupare nel ministero napolitano il posto di ministro di marina. Le somme votate dal Parlamento per la guerra e marina, per il corpo diplomatico, e per la lista civile di una corte residente in Sicilia furono poste a disposizione del ministro delle. finanze di Napoli.

Il ministero erasi lusingato per qualche tempo di giungere a far pronunziare dal Parlamento stesso l'abolizione della costituzione: contava molto su la divozione della camera de' comuni, che avea esso formata, ma se questa camera non seppe fare un miglior uso delle sue prerogative, ebbe almeno molto pudore per non volersi lordare di una macchia si infame. Rinunciando al suo primo progetto il ministero prese il partito di consumare insensibilmente la costituzione, non, solo col non convocare di nuovo il Parlamento, ma con attaccare e distruggere giornalmente alcune delle nuove istituzioni; in modo che la costituzione tanto per causa delle numerose lacune che la lasciavano incompita, come ancora per i motivi summenzionati. non esisteva più che di nome.

L'anno finanziere era finito col mese di agosto ed egualmente gli accordati sussidi. In vece di mettere in vigore per l'anno seguente il corrispondente budget si pretestò che il catasto, la di cui esecuzione era confidata al ministero, non era ancor perfezionato, e si prorogarono i sussidi votati per l'anno precedente, che erano in vigore Il ministero introdusse in seguito in, Sicilia una formola di giuramento, differente da quella che era stata prescritta dalla costituzione; difatti non vi si trovava il nome di costituzione.

Si stabilivano nello stesso tempo imposizioni. arbitrarie, si assoggettivano gli impiegati militari a pagare in. proporzione del loro soldo, la stessa contribuzione che l'armata pagava a Napoli al re Gioacchino, sotto il titolo di offerte volontarie, per occorrere alle spese della guerra contro i Borboni: gli impiegati civili subivano egualmente da canto loro una ritenuta di un ottavo su' loro assegnamenti, e frattanto non si pagavano né gli uni né gli altri, sotto pretesto del dissesto delle finanze, onde eccitar l'odio per la costituzione, alla quale si applicava il tutto.

Il 2 aprile il principe ereditario partì per Napoli sull'apparente motivo di condurvi la principessa sua figlia destinata sposa di S. A. R. il duca di Berry. Il governo della Sicilia fu posto nelle mani di un particolare, il principe di Cutò.

Gli arresti arbitrari e le persecuzioni non scemarono punto in questa epoca. Queste ultime erano principalmente dirette contro la libertà della stampa, di cui diversi giornali, e principalmente il giornale Patriottico attestavano ancora la esistenza. L'editore del Registro Politico fu carcerato e detenuto sino alla soppressione del suo giornale. Un altro giornalista fu obbligato di prender la fuga, e di cessare il giornale che pubblicava. Lo stampatore del giornale Patriottico fu arrestato, e tenuto due mesi in prigione, sotto pretesto di contravvenzione ai regolamenti della costituzione su la libertà della stampa.

Il 15 maggio, si vide un decreto firmato dal ministro della marina, generale Naselli, che, sotto pretesto di convenzioni conchiuse con le potenze barbaresche, vietò ai, bastimenti siciliani l'uso della bandiera nazionale, ed ordinò che venisse rimpiazzata dalla bandiera napoletana ().

Ornai il dramma si avvicinava al suo sviluppo. Furono inviati emissari in varie parti del regno, per insinuare ai consigli municipali di chiedere con un indirizzo al trono l'abolizione della costituzione. Si sparsero per ogni dove modelli dello indirizzo, e le petizioni in pari sensi, che i cittadini erano sollecitati a firmare. Ma queste vituperevoli pratiche, che per riuscire tutti gli artifizj e tutte le seduzioni vennero impiegate, restarono vuote di effetto. Bisogna dirlo a gloria del nome Siciliano, vennero esse ricevute dapertutto con indignazione, e produssero un effetto intieramento opposto a quello che si aspettava.

Si cominciò allora, ma troppo tardi, a riconoscere il pericolo. Molti consigli municipali, prendendo occasione del ritorno in Sicilia del principe ereditario, in luglio, gli inviarono indirizzi di felicitazione con deputazioni speciali, e nello stesso tempo gli chiesero con istanza la convocazione del Parlamento per compirsi la costituzione. La città di Termini diede la prima l'esempio, e bentosto fu seguita da quelle di Calascibetta, Noto, Vittoria, Patti; Buccheri, Marsala, Leonforte, Misilmeri, Avola; e così sarebbe stato ugualmente di tutte le altre città del regno, sei Pari e il consiglio municipale di Palermo avessero secondato quella generale e legittima impulsione.

Allarmato il governo di questo moto inaspettato, ebbe immediatamente ricorso alle vie di compressione e di rigore. L'avvocato D. Cosimo Galasso fu arrestato, e gettato in una prigione ove restò quasi un anno per aver sollecitato l'indirizzo di Misilmeri. Si fecero nello stesso tempo delle visite domiciliari presso.. alcuni individui sospetti di mantenere delle corrispondenze con l'interno per lo stesso oggetto. I presidenti de' consigli municipali che aveano votato gli indirizzi furono mandati in Palermo, minacciati di prigione, e forzati a giustificarsi. E siccome il giornale Patriottico oltreché non cessava di invocare e richiamare la costituzione pubblicava ancora tutti gli indirizzi, cosa per soffocare un tale scandalo, siccome mancava un mezzo legittimo, si risorse alla forza ed all'arbitrio.

Il tribunale della gran corte criminale composto dal marchese Artale, presidente, dall'avvocato fiscale A. Mastropaolo, e da tre giudici D. Giovanni Napoli, D. Litterio Domenico, e D. Giuseppe Costanzo (questi nomi meritano di esser consegnati alla posterità) che era ligio a tutte le volontà del ministero, fu lo strumento dell'esecuzione: fè togliere a viva forza il giornale dalla stampa: chiamò dinanzi a se tutti i tipografi e proibì loro di stamparlo sotto pena di prigionia e sotto pene anche più gravi.

In questo mentre l'anno finanziere toccava al suo termine (). I sussidi accordati dal Parlamento sino al mese di agosto andavano a mancare, allorché un reale editto, pubblicato il 13 dello stesso mese, ordinò che i dazi tutte le contribuzioni pubbliche continuassero ad esigersi come per lo passato ().

Finalmente apparve, il giorno 8 dicembre, il famoso reale editto col quale Ferdinando, appoggiandosi su le risoluzioni del congresso di Vienna prese il titolo di Ferdinando I e diede ai suoi stati al di quà e al di là del Faro una nuova ed uniforme organizzazione. Ed ecco col fatto abolite in una volta l'antica. e la nuova costituzione e la indipendenza della Sicilia ().

Da' fatti sopraccennati riesce facile ora il dedurre le. cause principali che più o meno han contribuito a questo fatale risultamento.

La prima a mio credere la più grave e la più importante di tutte consiste nell'aver voluto fare del Parlamento del 18. 12 un'assemblea costituente, abbenchè i ministri avessero senza dubbio le migliori intenzioni. In vece di dare alla Sicilia una costituzione bella e fatta, fu creduto più convenevole e più liberale di lasciarla fare alla nazione medesima, legalmente rappresentata, proponendole soltanto per modello la costituzione di Inghilterra. Si assicura parimente che Lord Bentinck non avea ricevuto dal suo governo alcuna istruzione per introdurre in Sicilia i cambiamenti che avvennero in seguito. I ministri temendo di allarmare il principe con la idea di una costituzione, trovarono più naturale e più facile di spingerlo a convocare un Parlamento per la riforma generale degli abusi, e di appoggiarsi in seguito su questo medesimo Parlamento per giungere alle forme radicali che si fecero poi. Se tale fu l'idea loro, lo effetto fu senza dubbio quale il desideravano. Ma siccome né essi né i membri del Parlamento non avevano l'esperienza necessaria di una sì nuova e difficile intrapresa, perciò l'esecuzione sorti così disgraziata quanto il disegno era senza riflessione.

L'abate Balsamo, uomo altronde di un gran merito e professore distinto di agricoltura e di economia politica nella università di Palermo, che avea preso una gran parte agli affari del 1812, contribuì molto al partito adottato dai ministri. Forse la sua vanità fu sedotta dall’idea di essere l'unico autore di siffatta opera. Avea egli fatto già un progetto di costituzione, che volea perfezionare, il ministero l'approvò, ma segretamente, appunto per non eccitare la gelosia, e sperando di farlo passare nei tre bracci dei Parlamento articolo per articolo, separatamente, come se fosse nato nella stessa assemblea. Nella prima seduta, l'adozione degli articoli che doveano servire di base non trovò che poche difficoltà. Ma non fu così in appresso. I ministri ammisero alla confidenza alcuni amici scelti, che ebbero comunicato con anticipazione ciò che era presentato a' tre bracci sotto la forma di proposizioni particolari. Questa scoperta eccitò la gelosia e il malcontento. Furono soppresse le conferenze. Cominciarono ad essere discusse nei tre bracci le differenti proposizioni. I ministri molto si dolevano, e con ragione del tempo che si perdea in questo dibattimento. Ma chi ne avea la prima colpa? Altronde il Parlamento non si riuniva tutti i giorni. Assai di raro si ebbe ricorso all'utile espediente di creare le commissioni che preparassero il travaglio, e discutessero le proposizioni pria di metterle in deliberazione nei differenti bracci. Sovente le proposizioni dette allo improvviso erano discusse nella stessa seduta, che le avea veduto nascere. In sostanza fu un miracolo particolarmente dovuto all'armonia ed all'unanimità che regnavano allora, di aver potuto il Parlamento, diviso come era in tre braccia, in pochi mesi discutere e' compire un si gran travaglio.

Ma questa rapidità fu causa anche dei grandi inconvenienti, la di cui influenza si fe risentire financo nella redazione della costituzione. Oltre il disordine la confusione delle materie, e la mancanza di stile legislativo, vi si trovava una folla di specialità e di disposizioni o temporanee o estranee alla costituzione. Alcuni capitoli offrono una fastidiosa prolissità e la più vana ridondanza, mentreché in molti altri si osservano importanti lacune tanto in ciò che riguarda l'amministrazione, che in ciò che ha rapporto alla libertà civile. Per esempio, le principali disposizioni, che aveano per oggetto quest'ultima, al capitolo del potere giudiziario, erano o interamente teoriche, o ineseguibili nella massima parte senza i nuovi codici penale e di procedura ai quali si rapportavano. Questo inconveniente sì grave in se stesso lo divenne maggiore dopo la real sanzione: perocché essendo state rigettate dal principe moltissime proposizioni del Parlamento, oltre al piano di magistrature, e, quel che è più. strano, molte altre proposizioni essendo state arbitrariamente modificate, ne seguì di conseguenza che la costituzione monca e mutilata ebbe più di prima imperfezioni e lacune: quindi durante l'anno che passò dalla convocazione del Parlamento alla pubblicazione della costituzione, l'entusiasmo sulle prime universale negli animi di tutti andò manomano visibilmente intiepidendosi, e maggiormente langui allorché, dopo essersi pubblicata la costituzione, per le ragioni sopra esposte, invece dei propizi risultamenti delle salutari riforme che ognuno con tanta ansietà aspettava, si videro i disordini continuare dapertutto come prima.

Il secondo fallo, a mio avviso, fu di essersi costituito il vicariato in persona del principe ereditario. Si opinò comunemente, che non per motivi di salute ma par avversione ai cambiamenti progettati il re rinunziava temporaneamente al governo. Ignoro veramente quale misura potea o dovea allora abbracciarsi, ma certo nessuna altra potea riuscire più fatale di quella che allora si adottò. Un principe, figlio e suddito, posto alla testa di un nuovo ordine di cose in contraddizione con suo padre e il suo re, in una carica la cui esistenza non era attaccata, che a un atto a una, parola di quest'ultimo: un partito composto di persone potenti, i cui propri interessi le stringevano ai privilegi, di magistrati che sorridevano al prolungamento degli abusi, di uomini insomma, i quali attaccavano alle loro opinioni un sentimento di fedeltà e di dovere., i quali forti del nome del re, di cui si facevano un ricovero, davano importanza alla loro opinione, e sapeano profittare di tutte le circostanze e di tutti gli sbagli contro il partito costituzionale a fronte del quale si trovavano sempre: ecco quali furono le triste conseguenze.

La scissura tra il principe di Belmonte, e di Castelnuovo e tra i loro amici, origine dello indebolimento dei costituzionali, di incoraggimento e di accrescimento dei loro nemici, di scandalo per tutti: il ritirarsi di questi due personaggi dal ministero e dai Parlamento ai primi colpi della opposizione: lo allontanamento e le occupazioni in Ispagna e in Italia di Lord Bentinck la cui presenza avrebbe servito di freno ai malintenzionati, e di sprone ai buoni, contribuirono ancora, a quel deplorabile sviluppo.

Ma tutte queste cause gravi che fossero, non erano frattanto senza rimedio, se non fossero state tutte ad un colpo accresciuto da una causa assai più potente e decisiva, vale a dire la caduta di Napoleone e di Gioacchino, e lo ristabilimento di Ferdinando in Napoli. Se l'avversione di questo principe per le riforme introdotte avea tanto nocumento prodotto alla Sicilia, malgrado l'efficace intervenzione e la cooperazione della Gran Bretagna, nel tempo in cui non era padrone, che della sola Sicilia, ben si argomenta cosa avvenir ne dovea, allorché dopo aver egli rientrato nel possesso del regno di Napoli, ne fu confidato il governo alle mani. di un ministero napoletano. La riunione de' due regni difatti avea deciso la sorte della costituzione siciliana. L'articolo segreto del trattato conchiuso con l'Austria non era già una dichiarazione di guerra contro questa costituzione?

Il ministero napoletano non potendo né volendo forse introdurre in Napoli simili istituzioni, le avrebbe giammai lasciate esistere in Sicilia, riguardata sempre come una dipendenza di quel regno?

La emigrazione dei principali costituzionali, la deserzione degli altri, che ricusavano di presentarsi per candidati alla elezione dell'ultimo Parlamento, provano a sufficienza quale era la opinione generale, e l'avvilimento che regnava all'epoca dei precitati avvenimenti.

Non ostante però non potea tutto ciò avvenire e non. sarebbe certamente avvenuto senza l'abbandono della Gran Bretagna, il cui ministro Lord Castelreagh avea ornai abbracciato i principi adottati dalle potenze alleate verso i popoli, dopo la caduta di Bonaparte, e l'invasione della Francia.

La discussione che ebbe luogo nella camera dei comuni d'Inghilterra il 21 giugno 1821 in proposito della mozione fatta da Lord William Bentinck e i documenti officiali presentati a quella camera, e da noi portati nell'appendice di questo opuscolo (), svelano a sufficienza le vituperevoli negoziazioni di allora, abbenché si procura tuttora coprirle di un certo mistero, e mettono in pieno meriggio quella parte sì importante degli avvenimenti di Sicilia.

L'attuale oscurità di un piccolo paese situato alla estremità ed alla frontiera meridionale dell'Europa, e per così dire fuori di essa, e gli avvenimenti memorabili che in questa epoca ebbero luogo in Europa hanno diminuito l'importanza di quelli che accaddero allora in Sicilia. Ma la storia imparziale, che ha giudicato oramai Lord Castelreagh, assegnerà a questo fatto, come lezione importante pei popoli, il luogo che gli spetta, e ciascuno soffrirà la conseguenza di questa scena che avrà rappresentato.

È dunque indispensabile di offrire al lettore alcuni schiarimenti presentando in appoggio i fatti, e i documenti officiali, la mancanza dei quali ha impedito sin oggi di rimirare quelli avvenimenti sotto il vero punto di vista.

Lord Castelreagh, in conseguenza del nuovo sistema di politica che prese ad adottare, abbandonò dunque la Sicilia al suo destino, come, fece poco tempo dopo per Genova. Nessuna istruzione era stata inviata a Lord Bentinck quando egli lasciò il suo posto. Quest'ultimo dunque fu testimonio, come già siè veduto, degli insulti e degli oltraggi che il partito vincitore fece provare ai suoi amici ed ai suoi partigiani, e financo ai membri della camera de comuni, allorché il giorno dell'apertura del Parlamento si portavano al loro posto: un poco meno di prudenza da un lato e un poro più di audacia dall'altro, avrebbero infallibilmente acceso la guerra civile, e versato fiumi di sangue.

Ecco intanto come si esprime il medesimo Castelreagh ().

«Il nobile Lord (Bentinck) dice che l'evacuazione della Sicilia ebbe luogo nel 1814 e 1815, e che le istruzioni non furono inviate che' nel 1816. Ciò è vero, e quando le nostre truppe lasciarono la Sicilia, il governo di quel paese non pensava a dargli una costituzione… Queste istruzioni non furono trasmesse quando le nostre truppe evacuarono l'isola, perché la nostra massima è stata sempre di non intervenire giammai senza un'assoluta necessità... E non si esiterebbe a dire che non si sarebbero inviate istruzioni a sir William A'Court se il governo napoletano non avesse fatto delle aperture su questo proposito.»

Vediamo intanto su qual principio egli appoggia questo abbandono.

«La quistione, continua egli, si divide in due parti: 1. Qual fu il sistema adottato quando l'Inghilterra avea il possesso militare dell'isola. 2. Allorché la Sicilia fu evacuata dalle nostre truppe quali obbligazioni restavano a soddisfare verso la stessa, sia in seguito dell'occupazione militare, sia in conseguenza di qualche dichiarazione simile a quella alla quale sembra alludere il nobile Lord. Riguardo alla natura delle relazioni tra l'Inghilterra e la Sicilia, quantunque il governo avesse sempre provato una stima ed un vero interesse per la nazione siciliana, frattanto non fu per questo motivo unicamente che le truppe britanniche vennero a stabilirsi nell'isola, né per assicurare la felicità del popolo che l'abita. Ciò in sostanza non fu che una occupazione militare. Osservando lo stato di Europa, il governo credette necessario non meno per la sicurezza della famiglia reale che per opporre una barriera ai progressi della Francia in tutta l'Europa, il prendere la Sicilia sotto la sua protezione. La posizione d'isola di quel paese gli permettea anche di profittare delle nostre risorse marittime. Era facile il difenderla contro gli attacchi esterni; ma più di tutto era evidente che se ne potea fare una posizione militare da servire mirabilmente alle utili diversioni in favore della libertà di Europa, ed ai tentativi che potrebbero farsi per togliere l'Italia ai francesi. Era questo di fatti il caso, e ad eccezione della promessa con la quale il governo si impegnò non già a dare una costituzione al popolo siciliano, ma a difendere e a proteggere quella parte degli stati dei re delle due Sicilie, non si entrò in alcuna convenzione di natura espressa..... non si diede alcuna assicurazione espressa relativamente ad una costituzione, sia nuova, sia riformata.»

Adunque la Gran Bretagna non occupò la Sicilia per alcun fine di vantaggio o di bene per il popolo siciliano, ma unicamente per lo interesse della sua politica, per la sola veduta di farne una posizione militare, per proteggere la libertà di Europa, e tentare di sottrarre l'Italia al dominio francese. La Gran Bretagna non si è obbligata con alcun trattato di natura espressa a garantire alcuna costituzione o nuova o rifatta al popolo siciliano.

Ma esistono per i popoli come per gli, uomini certe obbligazioni, le quali quantunque non risultino da alcuna convenzione scritta o da alcun trattato, pure derivano dai rapporti nei quali si son trovati o si trovano gli uni verso gli altri, o per gli antecedenti o col fatto' medesimo. Queste obbligazioni sono, anche più forti, delle prime, perché non nascono da una convenzione arbitraria, ma dalla natura stessa delle cose, più sacre, perché nella stessa guisa dei debiti contratti al gioco dai particolari, invece di riposare su la lettera di un contratto, riposano su l'onore e su la buona fede, e quanto più gli antecedenti e i motivi su' quali basa l'obbligazione, hanno avuto per oggetto l'utilità personale, in luogo della. filantropia o dell'utilità altrui, altrettanto legano.. di più la persona obbligata. Or, giacché Lord Castelreagh scelse la Sicilia come punto militare, non può supporsi che il nobile Lord l'abbia voluto considerare come un terreno col quale non si contratta alcuna obbligazione per gli alberi o le mura che vi si atterrano, le fossate che vi si scavano, e le opere che vi si innalzano. È meno anche permesso di supporre che Lord Castelreagb, abbia nella sua politica, considerato una nazione come una trombaa fuoco, o una macchina della quale si fa uso per un oggetto determinato, e che dopo si inette da parte.

La Sicilia era abitata da un popolo capace dei dritti e di obbligazioni nei suoi rapporti verso gli altri popoli. Or se la Gran Bretagna, servendosi della Sicilia nei suoi interessi e nelle sue vedute politiche, ha dovuto interporsi negli affari interni del paese, se essa vi prese parte a segno di cambiare la situazione morale e pubblica del popolo che l'abitava, di cambiarvi e di stabilirvi un nuovo ordine di cose, diremo noi, dopo tutto ciò, che la Gran Bretagna non era tenuta ad alcuna obbligazione verso quel popolo, perché non esiste alcun trattato o alcuna convenzione espressa?

Tali furono i fatti: Lord Castelreagh stesso il confessa, quando dice:

«E’ vero che durante il soggiorno delle truppe britanniche in Sicilia si giudicò necessario da parte dell'Inghilterra l'intervenire con vigore, ad oggetto di far sentire al governo siciliano il bisogno di mantenere la costituzione. Se così non si fosse operato, il governo non avrebbe potuto sostenersi, e il paese non avrebbe potuto esser più adatto ad una occupazione militare ().»

Lord Castelreagh spiegò il motivo dell'abbandono della Sicilia, adducendo lo scrupolo fattosi di mischiarsi negli affari interni di un altro stato. Ma, di grazia, non è egli eminentemente ridicolo che un ministro, dopo aver già violato questo principio nell'interesse della sua politica, venghi poi a scrupoleggiarsi, giusto quando si tratta di assoggettarsi alle conseguenze di questa medesima violazione, e quando bisogna soddisfare i doveri e le obbligazioni, che la stessa ha fatto contrarre?

Che il governo inglese dunque abbia contratto delle obbligazioni col popolo siciliano in conseguenza di questa intervenzione, è una cosa tanto vera, che non è venuto in mente a nessuno il dubitarne, anche di coloro, che erano interessati a sostenere il contrario.

Difatti, il governo napoletano, che certamente non avea interesse a riconoscere questo principio, ne fu nulla dimanco si penetrato e persuaso, che non ardì intraprendere i cambiamenti progettati senza l'adesione, e il consenso della Gran Bretagna. Le parole stesse di Castelreagh mostrano manifestamente tutto ciò allorché dice, che non avrebbe egli inviato istruzione a sir William A'Court, se non avesse ricevuto sul proposito le corrispondenti comunicazioni del governo napoletano: e questo ultimo portò in quella occasione ad un si alto punto lo scrupolo, che quando il governo in lese gli fè conoscere le. sue disposizioni per mezzo del ministro A'Court, non volle nemmeno allora dar principio all'esecuzione de' suoi progetti se prima, questo ministro, lasciando da parte il carattere diplomatico, non avesse minuziosamente esaminato, da semplice particolare, i cambiamenti in quistione, ed indicato se vi trovava qualche. cosa contraria alle intenzioni dichiarate dal ministero Britannico. E degna veramente di particolare osservazione questa restrizione mentale totalmente gesuitica del ministro A'Court, chiamato da Lord Castelreagh a man of great hability in his line, che per così dire travestendosi, e ponendo da parte il suo carattere diplomatico accetta l'invito di assistere ad una conferenza e di manifestare la sua opinione personale con la clausola espressa che ciò non obbligherebbe in nulla il governo inglese.

Consultiamo intanto Lord W. Bentinck il quale, quantunque non abbia ottenuto da Lord Castelreagh i medesimi elogi del suo successore A'Court, non è perciò, come lo stesso Lord Castelreagh confessa, un'autorità meno importante nella materia, essendo stato l'intermediario in tutte le negoziazioni con la Sicilia e l organo del governo Britannico all'epoca del suo intervento. Dopo aver parlato del popolo siciliano come di un popolo che gli è caro, per la cooperazione costante che ne ha sempre ottenuta e per gli importante vantaggi che si sono ritratti dalla sua condotta. Lord Bentinck dice che questo popolo è stato ingannato per le promesso che gli sono fatte, promesse, aggiunge, in which the honour of the country was involved (). Ed è talmente penetrato da questa verità, che fa un appello all'onore e alla buona fede del Parlamento Britannico perché questo intervenghi e faccia riparare i torti sofferti dal popolo siciliano.

Si sarebbe maggiormente desiderato, per l'interesse e l'onore della Gran Bretagna, che il suo ministro Lord Castelreagh si fosse mantenuto fermo sul terreno medesimo che avea scelto sul privi ipio, e avesse sempre ricusato di riconoscere ogni obbligazione negli affari di Sicilia. Una tale denegazione sarebbe stata senza dubbio ingiusta: avrebbe però conservato almeno un certo carattere di fermezza, di risoluzione, di indipendenza. Ma, non è un'umiliazione per il ministro di una gran nazione, lo scendere dall'alto ove egli si è situato, il vedersi costretto a confessare la verità, e il non farlo che in parte, il pentirsi, poi a dimenticarla ben presto, per ricominciare a negar la verità confessata, e finalmente il ricorrere a' pretesti a' mezzi termini a sotterfugi per evitarne le conseguenze? Ecco, se io non mi inganno, la posizione in cui Lord Castelreagh, o sir William A'Court si sono trovati.

Lord Castelreagh rigetta, in luglio 1815 l'idea di qualunque obbligazione relativa agli affari interni di Sicilia nel punto in cui, dopo i grandi avvenimenti. di Europa, il re Ferdinando riprese il governo dei suoi stati. Nessuna istruzione fu data a Lord Bentinck quando parti di Sicilia. L’Inghilterra si contentò allora di rimanere spettatrice degli avvenimenti: e frattanto, poco tempo dopo, questo medesimo Lord Castelreagh ritorna su i suoi passi: ed ecco ciò che fa dire al ministro A'Court nella memoria da costui fatta circolare al momento dell'evacuazione di Sicilia, cui fa egli allusione nel suo discorso alla camera de' comuni ().

Dopo aver parlato di ciò rimanea a fare per compire la costituzione «L'Inghilterra, egli aggiunge, presterebbe volentieri in qualunque prudente e temperata modificazione di governo quello ajuto e sostegno, che è in suo potere di accordare, esige solamente, come una condizione di questa assistenza, che ciò sia fatto dal Parlamento stesso, che ciò sia compito in una maniera legale e costituzionale lontana di ogni diretta influenza di un'autorità comprimente da un lato, quanto di ogni uso di popolare 'ingerenza dall'altro.»

Più sotto egli dice ancora: «L'Inghilterra ha un incontrastabile dritto di insistere che niuno sia molestato nella sua persona, o nella sua proprietà per la parte che può aver presa nello stabilimento e sostegno della costituzione, e la perfetta sicurezza di questi individui deve essere considerata il sine qua non della protezione ed alleanza britannica.»

Questa dichiarazione semiofficiale è anche ripetuta da Lord Castelreagh medesimo, di una maniera più precisa e più particolare, nel suo dispaccio a sir William A'Court del 6 settembre 1816, esso comincia così:

«S. A. R. (il principe Reggente d'Inghilterra) rigetta ogni sorta di intervento negli affari interni di un governo straniero e indipendente, menoché non sia dessa imperiosamente richiesta dal suo onore e dalla sua buona fede.»

«Il principe Reggente, continua, riguarderebbe come un'obbligazione per lui un simile intervento (would consider seach interference imposed on him as a duty) se gli individui che agirono in Sicilia di concerto con le autorità britanniche negli ultimi anni, fossero esposti a cattivi trattamenti, o perseguitati a causa della condotta di allora.»

«S. A. R. si vedrebbe egualmente obbligata ad intervenire ab, benché con suo rincrescimento, se avesse la pena di veder fare dei tentativi per ridurre i privilegi della nazione siciliana al punto che possa rimproverarsi il governo britannico di aver contribuito ad un cambiamento di sistema nella Sicilia, che avrebbe peggiorato la sorte dei suoi abitanti, in comparazione della somma della prosperità e della libertà che altre volte godevano.»

Egli termina con 'dire in proposito del dritto di intervento. «La necessità costituisce il dritto, e quando essa è cessata, è cessata al tempo stesso ogni pretenzione della Gran Bretagna ad interporvisi nuovamente, eccettuato il caso in cui le considerazioni di buona fede e di onore, alle quali ho fatto antecedentemente allusione, e che derivano dalla nostra antica posizione in Sicilia, potrebbero farcene una obbligazione.»

Se io non temessi di oltrepassare di molto i limiti di un opuscolo principalmente istorico, factl cosa mi sarebbe il dimostrare l'obbligo in cui era il governo inglese non solamente di non lasciare il popolo siciliano piombare in una condizione peggiore di quella di prima, ma di mantenere ancora i cambiamenti introdotti, obbligo, che in vero non era contenuto in alcuna convenzione espressa, ma che era la giusta conseguenza di una convenzione quanto tacita tanto sacra, dell'intervento operato, e di ciò che i Siciliani erano naturalmente in dritto di aspettare dall'onore e dalla buona fede della Gran Bretagna. Ma contentiamoci delle concessioni fatte da Lord Castelreagh. Eccoci infine sul medesimo terreno; eccolo obbligato a rendere omaggio alla verità, ed a riconoscere che qualche obbligazione era imposta al governo britannico dall'onore e dalla buona fede, in conseguenza dell'occupazione militare della Sicilia e dell'. intervento inglese. Se dunque il governo britannico avea contratte delle obbligazioni verso la Sicilia, perché non adempirle? Perché restare ozioso spettatore? Perché aspettare le comunicazioni e l'invito del governo napolitano? E se finalmente Lord Castelreagh ha riconosciuto queste obbligazioni in settembre 1816, se egli ne ha fatto una pubblica dichiarazione, osserviamo se le abbia egli adempito siccome lo richiedevano l'onore e la buona fede.

Mi si permetta pria di tutto di chiedere se si peggiora la condizione di un popolo o di un individuo, quando per lo vantaggio di un altro si fa passare da uno stato mediocre ad uno stato assai migliore, e che in seguito si lascia poi ricadere nella sua prima condizione? Or io dimando, se dopo averlo sottratto per tutti altri interessi che i suoi, da uno stato di patimenti e di abusi, da uno stato insopportabile in modo agli occhi del governo inglese, che si credette obbligato di intervenirvi per farlo cessare, se dopo averlo situato in una condizione migliore, si abbandona poscia per respingerlo al suo primo stato e alla sua prima condizione, dimando io, sarebbe ciò un peggiorare la situazione morale di un popolo? In secondo luogo poi domanderei: il popolo Siciliano è ritornato realmente alla sua prima condizione? ha egli perduto o no con questo cambiamento? Or qui fa mestieri osservare tutta la diplomazia mettersi alla tortura per cercare espedienti e pretesti, e non potendo nemmeno riuscire per questa via, prender quella della falsità e della calunnia, ed impiegando la menzogna a causa dell'abbandono dei principi, giustificare la mancanza di fedeltà agli impegni riconosciuti. Sono questi gli atti vituperevoli, che suggelleranno per sempre il nome degli autori di siffatta infamia, o che almeno, se dessi non furono che gli istrumenti, non fanno grande onore alla loro abilità tanto vantata.

È fuori di dubbio che il decreto di dicembre 1816 tolse alla Sicilia non solo la costituzione del 1812 ma ancora quell'antica Costituzione del regno, di cui abbiamo noi fatto conoscere lungamente la forma e il dettaglio. Mettiamo da parte la perdita della bandiera nazionale, e di tante altre prerogative anche più essenziali, allorché si tratta della libertà e dei dritti politici di un popolo. L'annullamento del parlamento non porta forse per conseguenza necessaria, almeno agli occhi di tutto il mondo se non a quelli di Lord Castelreagh e di sir William A'Court, il peggiorare essenzialmente la condizione del popolo Siciliano? Checché ne dica Lord Castelreagh nel suo discorso, e malgrado gli sforzi per riabbassare l'importanza di tale istituzione, non è persona istruita in queste materie, che non senta il prezzo di una rappresentanza nazionale, anche degenerata.

Questa istituzione, di antica origine, analoga a quella del Parlamento inglese, e di nascita coeva, era oggi giorno assolutamente viziosa e imperfetta, reclamava certamente delle riforme il cui bisogno era già vivamente sentito dai Siciliani; ma anche tale quale era, formava una grande ed inestimabile prerogativa. Tale quale era, represse questo Parlamento più di una volta senza rimontare più alto del 1810 gli abusi dei ministri e le pretese esagerate del potere. Tale quale era, fu l'organo che qualche volta, e quando il bisogno maggiormente pressava, fece conoscere al principe i voti o l'oppressione del popolo: tale quale era infine, era suscettibile di miglioramenti, e di riforme come il Parlamento inglese. Ma non può più migliorarsi ciò che più non esiste, e l'istoria ornai legherà per sempre all'occupazione militare della Sicilia fatta dagli inglesi la distruzione e la perdita del suo Parlamento. Sarebbe superfluo l'esaminare qual garenzia, e compenso potea offrire ai Siciliani l'istituzione della fabbrica austriaca della cancelleria del regno.

Quali sono adunque quei risarcimenti, che tanto sublima, il ministro A'Court nel suo dispaccio del 6 settembre 1816 a Lord Castelreagh? Prima di tutti è l'arcivescovato di Palermo riservato a soli Siciliani (veramente un arcivescovato equivale un parlamento) con un quarto di cariche in corte, nel ministero, nella cancelleria, e nella diplomazia.

Poi l'abolizione della feudalità, della quale non esistevano soltanto che i rottami. Fu questo il solo de' cambiamenti fatti da Parlamento del 1812 che fu conservato, primamente perché si volea sbarazzare di una gerarchia sovente importuna al governo, e in secondo luogo perché assieme col nuovo Parlamento fossero anche distrutti gli elementi dell'antico, del quale un braccio (il baronale) era fondato su la feudalità, e non vivea che per essa.

Ma quello che più di tutto colpisce l'attenzione dell'abile ministro, è il budget, il cui maximum è fissato alla somma di 1,847,687 onze, somma votata dal Parlamento del 1813 e che non potrà oltrepassarsi che col consenso del Parlamento.

Or, in questa somma, si trovano comprese nel budget del 1813 le 400,000 lire sterline, che al cambio di 40 tari sono pari ad onze 533,332 di sussidio che pagava annualmente la Gran Bretagna (questo sussidio fini nel 1815). Questa somma altronde, come ancora quella del budget del 1814 e quella dell'ultimo budget del 1815 che fu di onze 1,403,700 fu votata nel tempo della massima opulenza della Sicilia, e per far fronte tanto alle spese straordinarie della guerra, che a quelle che esigeva una corte, ed uno stato indipendente.

Ma poi quale è l'autorità incaricata nel nuovo decreto di ricevere o di esaminare i conti della rendita dello stato? ().

Non è dunque una cosa veramente comica e ridicola, il tuono di gravità col quale si esprime il ministro A'Court? Nel tempo stesso che si aboliva la nuova costituzione e l'antica, che nessuna delle nuove disposizioni non facea neppur menzione del Parlamento egli affetta di dare la massima importanza alle parole senza il consenso del Parlamento, che non sono là gittate che per derisione, Come se avesse trovato il lapis philosophorum o la quadratura del circolo.

«Quest'ultima espressione, dice egli, diede luogo a molte animate discussioni, tanto in questa che nelle seguenti conferenze. Si desiderava sostituirvi, le parole: senza il consenso della nazione siciliana: ma io mi vi opposi fortemente: l'immensa importanza di questa parola non potrà certamente non essere osservata da V. E. è dessa in effetto la base del sistema adottato (the system of our consistency), e l'omissione della stessa ci avrebbe esposto al rimprovero particolarmente indicato nelle mie istruzioni. Noi non possiamo acconsentire a questa omissione, e il governo napoletano ne è totalmente persuaso.»

«Gli antichi privilegi della nazione, dice egli in appresso, sono puramente garantiti dalla stipolazione che il re non potrà imporre nuove tasse al di là della rendita permanente dello stato, senza il consenso del suo Parlamento (). Questa rendita permanente è quella votata dal Parlamento medesimo.»

Qualunque riflessione sopra somiglianti asserzioni non potrebbe che indebolire l'effetto della precedente citazione ().

«Appena si promulgheranno questi decreti (dice anche William A'Court) avrà luogo la nomina de' Siciliani che devono occupare le grandi cariche, ed io ho la soddisfazione di informare V. S. che in siffatta nomina saranno compresi tutti gli individui di distinzione, che agirono di concerto con le autorità britanniche nelle ultime turbolenze.»

Questo passo si rapporta ad un altro articolo del dispaccio di Lord Castelreagh relativamente agli individui.

Per altro si sa che tutti gli individui di distinzione si ridussero al maresciallo Settimo che fu nominato membro della cancellarla, e che essendo stato ministro di guerra. e marina al tempo della costituzione, ricusò quel posto.

Il ministro A'Court poteva forse ignorare le Innumerevoli destituzioni che erano state fatte da quasi tutti i partigiani della costituzione, e non solamente dei ministri e dei direttori, ma ancora dei capitani di armi, dei capitani giustizieri, dei segreti, dei prosegreti, dei proconservatori ec. ec. (), e le persecuzioni di cui furono tanti altri l'oggetto? (). Il silenzio dei Siciliani, la mancanza dei reclami presso il governo inglese sono stati da Lord Castelreagh assegnati come la prova più forte in favore della condotta del governo napoletano. Noi non possiamo sul proposito far di meglio, che rinviare il lettore alla replica fatta lo stesso giorno dall'eloquente e filantropo oratore sir James Mackintosh ().

Nel combattere la mozione fatta da Lord, W. Bentinck, Lord Castelreagh si appoggia più di tutto sopra questo motivo: che essa era stata fatta assai tardi, e quasi accusa il nobile Lord per non aver fatto più per tempo conoscere che gli impegni e le obbligazioni riconosciute dal governo britannico erano state violate. Ma questa accusa non ricade sopra il medesimo Lord Castelreagh? Non era egli incaricato di mantenere immacolato l'onore e la buona fede del governo britannico? non potea egli da se stesso conoscere se i cambiamenti proposti si accordavano o no con le obbligazioni contratto? Non dovea egli ricevere anziché Lord William Bentinck dal rappresentante inglese presso la corte di Napoli gli schiarimenti e le notizie necessarie?

Ecco in effetto come si esprime questo ultimo nel dispaccio sopra citato: «Può essere ancora, e sarà senza dubbio necessario il vegliare su tutto ciò che si fa in Sicilia, e V. S. può contare con certezza che io continuerò a farlo, e in modo tale che il mio governo non sia in nulla compromesso.»

Ma esaminiamo ancora i documenti prodotti alla camera dei comuni d'Inghilterra. Essi contengono i motivi e le considerazioni che determinarono il gabinetto inglese e il suo ministro ad aderire ai cambiamenti operati in Sicilia. L'esposizione di questi documenti convincerà gli spiriti più difficili sul carattere di questa negoziazione.

«La necessità (), dice Lord Castelreagh, sentita egualmente e dal re di Napoli e dal Parlamento di Sicilia, di effettuare questi cambiamenti nella costituzione del paese, è stata sottoposta al giudizio del principe Reggente.

Or vediamo un poso quale sia questa necessità sì ben sentita dal re di Napoli e riconosciuta dal Parlamento siciliano.

Sir William A'Court sembra venir qui in soccorso di Lord Castelreagh: e come se questo ultimo si fosse già troppo innoltrato col suo dispaccio del 6 settembre, si addossa egli stesso (non sappiamo con quale autorità) di enunciare un principio che distrugge tutto ciò è stato detto dal, ministro Castelreagh.

Nelle osservazioni comunicate da sir William A'Court al governo napolitano, relativamente allo disposizioni del principe Reggente, dice così: «Sente egli (il principe Reggente) che non ha né mezzi né i dritti di giudicare su la necessità de' cambiamenti proposti, né dell'estensione che devono essi ricevere, né del modo della loro esecuzione.»

Ma come conciliare una simile contraddizione? Ciascun sa che non esiste obbligazione senza dritto, né dritto senza obbligazione. Or se l'onore e la buona fede obbligano il governo inglese ad intervenire in qualche caso specificato, fa di mestieri che conosca ed esamini i cambiamenti proposti, per vedere ove ed in qual punto si accordano o si mettono in contraddizione col medesimo caso.

In effetto, il ministro A'Court, entrando in questo esame dice ().

«Le due camere del Parlamento, avendo inutilmente travagliato di concerto col potere esecutivo, ad oggetto di effettuire il cambiamento progettato, pan dovuto ricorrere esse stesse alla corona, per venire incaricata una commissione a deliberare sule modificazioni proposte.»

«L'unione dei due regni, dice egli nello stesso dispaccio, rende necessari certi cambiamenti: questi cambiamenti racchiudono tacitamente l'abolizione di differenti parti del precedente sistema.»

Nel fare allusione a questi cambiamenti, il ministro degli affari esteri napolitano, il marchese di Circello, dice nella sua nota officiale a sir William A'Court, sotto il 6 dicembre 1816 ().

«Sua Maestà non potea non occuparsi essa stessa dei cambiamenti proposti, allorché conobbe, che la commissione incaricata di questo travaglio, noni avea affatto corrisposto ai suoi desideri, e avea lasciato scorrere diciotto mesi senza nulla produrre.»

Quindi Lord Castelreagh facendo allusione a questi cambiamenti nel suo discorso sopra citato, comincia a biasimare, e a porre in ridicolo la costituzione di Sicilia del 1812 come difettosa e incapace di assicurare la felicità di un popolo ().

«Tutti i partiti, dice egli, concordavano su la necessità di un cambiamento fondamentale..... Frattanto dopo dodici mesi di travaglio, le parti incaricate della riforma della costituzione, si arrestarono senza avere in nulla progredito. Ne avvenne, che le camere del Parlamento fecero allora un indirizzo alla corona, e che unii commessione reale fu istituita per giungere allo scopo desiderato. Questa commessione non riuscì meglio della prima. Il re fu supplicato di rinnovare totalmente la costituzione del 1812 che già si era trovata impossibile ed eseguirsi. Questa dimanda fu rinviata al consiglio di stato, e restò infruttuosa per molti mesi sotto il suo, esame. In somma se si fosse risoluto di introdurre in Italia il regno del Caos, non si sarebbe. potuto scegliere un mezzo migliore per arrivarvi.»

E’ questo un ammasso di menzogne, di errori, chi sotterfugi e di contraddizioni, che, meglio di qualunque altro mezzo, prova evidentemente, come alla sola giustizia è dato il privilegio di riposare all'ombra della verità e della buona fede, e l'ingiustizia è sempre condannata a sostenersi col miserabile soccorso della mala fede e della menzogna.

È cosa evidente che si allegano due ragioni distinte e totalmente separate per la necessità di un cambiamento, e che invano si sforza di ridurle e di confonderle in una sola. La prima nasce dallo stato della costituzione, ed essa è stata sentita e riconosciuta dalla razione siciliana e dal parlamento, non mai dal governo napoletano. La seconda nasce dalla riunione dei due regni, e questa è stata sentita e riconosciuta dal. governo napoletano, e non mai dal parlamento e dalla nazione siciliana.

Per la prima, abbenché la costituzione della Sicilia fosse l'oggetto delle facezie e dell'antipatia di Lord Castelreagh, chiunque però ha letto le basi di quella costituzione si trova a portata 'di giudicare come poco era fondata l'opinione, o per meglio dire la prevenzione di quel ministro. Fra le imperfezioni della costituzione alcune derivavano dalla maniera con la quale era stata redatta, e dalle addizioni apportatevi dalla real sanzione, e tali imperfezioni non erano per così dire che di semplice forma, altre, derivavano dalle lacune che presentava la stessa costituzione, il cui travaglio non era stato ancor terminato né dal Parlamento del 1812 né da quello del 1813. Il primo avea principalmente fissato la sua attenzione su l'organizzazione dei differenti poteri e dritti politici, tanto perché questa organizzazione era legata a quella del Parlamento, quanto perché si impiegava una certa avidità a fissare ed assicurare sin d'allora, di una maniera qualunque, ciò che in seguito avrebbe potuto divenir più difficile ad ottenersi. In quanto poi alla parte della costituzione che riguardava la libertà civile, i cui principî erano altronde fissati, (parte certamente più importante della prima) sembrava questa una conseguenza inevitabile dei cambiamenti ornai adottati. Altronde dipendeva essa dai codici civile e penale, e, soprattutto da quello di procedura, che rimaneva a redigersi. Ed è ciò tanto vero, che il ministro A'Court, nella sua memoria sopracitata si esprimeva in questa guisa nel 1814:

«Nelle ulteriori deliberazioni che possono precedere il compimento della costituzione la gran Bretagna è desiderosa di raccomandare una pronta attenzione al codice delle leggi ed alle disposizioni necessarie per assicurare la lor dovuta osservanza... L'intiero possesso della libertà civile è il solo sicuro fondamento sul quale può essere stabilito il potere politico. L'Inghilterra è molto desiderosa che la nazione siciliana rivolga al conseguimento di questo imprezzabile bene quell'attenzione che fino adesso è stata principalmente diretta ad oggetti di minore importanza:»

Da ciò derivava, che la costituzione comunque desiderata da tutti i Siciliani non avesse ancora posto profonde radici nell'affetto del popolo, il quale non ne potea risentire quei benefici che si aspettavano. Il Parlamento del 1814 volle occuparsi del travaglio indicato da sir William A'Court, e rifondere la costituzione con darle un ordine più regolare e riempirne le lacune.

Questo bel travaglio non fu perfezionato. Ma a chi mai attribuirne la colpa? Alla nazione forse e al Parlamento che sollecitavano la finalizzazione, ovvero alla cattiva fede del governo, il quale lungi di voler terminare non cercava che distruggere quello che già era finito?

Le due camere del Parlamento convocate il 22 ottobre 1814 adottarono, il 21 novembre seguente, come base del travaglio intrapreso, un atto disposto di cinque articoli, che furono sottoposti alla real sanzione. Nelle discussioni ulteriori le camere espressero il bisogno di conoscere la determinazione reale su questo atto, pria di andare avanti (). Frattanto il governo guardò il più profondo silenzio, né lo ruppe che alla fine della sessione, che ebbe luogo il 15 maggio 1815.

Avvertite le due camere del prossimo fine della sessione, votarono nella seduta del 1 maggio un indirizzo al re in cui dimandavano che si nominasse una commissione composta di tre pari, di tre membri della camera de' comuni, di due magistrati, e di due giureconsulti sotto la presidenza del ministro dello interno per occuparsi nell'intervallo di una sessione all'altra, della redazione dei codici civile e penale, e della rettifica della costituzione: per essere. poi il tutto presentato alla prossima sessione. S. M. rigettò questa proposizione. In appresso, nel discorso fatto al Parlamento il 17 maggio giorno della sua dissoluzione, S. M. annunziò essere sua intenzione il nominare una commissione alla quale traccerebbe essa stessa la linea che bisognava seguire ().

Il primo di giugno, il governo nominò in effetto una commissione che ricevé alcune istruzioni contenenti il piano di una costituzione totalmente nuova ().

Se questa commissione non si occupò mai del travaglio di cui era stata incaricata, o, ricevette l'ordine di non farlo, a chi attribuirne la colpa se non al governo? Se infine il governo potè, motu proprio, nominare una commissione in giugno. 1815 per travagliare su di una costituzione di sua creazione, chi la impediva di darla in dicembre 1816 in luogo di abolire ogni forma costituzionale?

La necessità sentita e riconosciuta dal Parlamento e dalla nazione siciliana fu dunque quella di perfezionare e di compire la costituzione del 1812, e non di cambiarla o di abolirla, come il governo avrebbe voluto che si fosse fatto, e come fece in effetto.

Or, se il non mantenere le promesse e il privare un popolo dei suoi dritti e delle sue libertà pubbliche è cosa ingiusta e perfida, non è poi una perfidia più vile il ricorrere ai pretesti e alle menzogne per accusarne quel popolo medesimo che si è ingannato?

La seconda necessità proveniente dalla unione dei due regni, e che si cerca confondere colla prima, è veramente quella che agì sul governo (). Non è già che la costituzione non si sarebbe tutto accordare con l'unione dei due regni. Non abbiamo nei l’esempio della Norvegia e della Svezia, della Polonia e della Russia; e quello della Sicilia medesima che primi della sua unione con Napoli, avea la costituzione sua propria? Perciò dunque non renderla al suo primo stato?

Se il decreto di dicembre 1816 confermava ai Siciliani tutti i loro antichi privilegi, d'onde venia quella ripugnanza e quello odio contro il solo Parlamento, repugnanza sì forte, che al dire dello stesso ministro A'Court produsse tanti dibattimenti in molte conferenze per non essere il suo nome nemmeno inserito nel nuovo atto?

Se realmente la riunione dei due regni trascinava l'abolizione di ogni sorta di costituzione e di ogni privilegio di cui aveano sino allora goduto i Siciliani, ne conchiuderemo che la Gran Bretagna abbia soddisfatto agli obblighi che le erano imposti dall’onore e dalla buona fede, allorché densa aderì non solamente alla riunione dei due regni, ma anche all'abolizione della nuova e dell'antica costituzione?

E qui luogo, né sembri inutile a coloro che rimirano con occhio attento i fenomeni politici, di rilevare gli errori in cui cadè il pregevole autore dell'istorìa di Italia, Botta, quando, nel parlar della Sicilia, espone i vizi che fecero perire la sua costituzione.

«Nacque tostamente, egli dice, la peste dei governi liberi dico le insolenze popolari: nacque il vizio dei paesi comandati dai forastieri, dico i favori conceduti dai dominatori ai più vili, ai più ignoranti, ai più ridicoli uomini: la parte popolare più forte, e sempre intemperante nei suoi desideri, principiò a non serbar più modo verso i nobili, contro di loro con parole e con fatti imperversando. Era in questo procedere, non che cecità per l'avvenire, ingratitudine pel. passato, perché dei nobili, chi era stato autore della costituzione, e chi l'aveva accettato volentieri. Per la qual cosa eglino, non trovando più sotto l'imperio di lei rispetto a quieto vivere, diventarono avversi, e desiderarono il cambiamento di quello, che coi desideri e colle opere avevano mandato ad effetto.».

Io non credo che riesca facile al Botta il dimostrare che la popolare insolenza sia la peste dei governi liberi: salvo che non intenda parlare dei governi non liberi ma anarchici. E soltanto, in questi ultimi regna in effetto l'insolenza popolare e la licenza, come i governi assoluti o aistocratici nasce sempre l'avvilimento del popolo, e il disprezzo di tutto ciò che costituisce le classi utili eindustriose della società. Ma in un paese, che quantunque libero, ubbidisce alle leggi, un eguale rispetto protegge. tutti i dritti. e ogni uomo è al coperto degli insulti di un altro. Indubitatamente in questi governi ognuno conosce perfettamente quanto egli vale, e si ignorano quelle scene degradanti di bassezza e di umiliazione di uomo ad uomo, che si incontrano in tutti gli altri governi. Indubitatamepte non ha nessuno il dritto di maltrattare, di insultare e persino di bastonare i domestici o l'operajo al quale nello stesso tempo si nega, il salario. Ma sicuramente anche il Botta non intende chiamare insolenza popolare la saggia libertà, che ovunque regna, bandisce simili eccessi (). Del resto, checche ne sia della massima di Botta, è certo che nulla di quanto, egli asserisce avvenne in Sicilia dopo i cambiamenti introdotti nel governo. Non fu nobile che soffri il più lieve insulto, ed io sfido Botta, o chiunque si fosse, di citare un sol fatto in appoggio del contrario. È vero che ho fatto menzione io stesso di esempi di insolenza che segnalarono il mese di giugno 1814 dopoché il re ripreso le redini del governo. Ma non fu il popolo che si rese colpevole di questi eccessi, né furono diretti contro i grandi: furono commessi dagli anticronici contro i cronici, dal partito vincitore contro il partito vinto, e l'aristocrazia formava la forza principale del primo.

Il governo dei forestieri non è certamente a desiderarsi in alcun paese: sarebbe inutile il voler dimostrare con le. prove quello che da se stesso è sì evidente: ma non credo. che il vizio principale ditali governi, il vizio inerente alla loro natura, sia, come sembra sostenersi da Botta, nei favori conceduti dai dominatori, ai più vili ec. ec.

I governi o nazionali o stranieri, nella distribuzione delle cariche e degli onori, scelgono sempre i più adatti e i più propri e cercano a ricompensare gli uomini virtuosi, che i gran servizi resi alla patria raccomandano maggiormente allorché tendono al bene e alla prosperità del paese: e il contrario avverrà, ove essi avranno bisogno di uomini che prostituiscono la loro opinione, che sacrificano il bene pubblico al particolare vantaggio e a quello degli altri, e che vendono i loro servizi in detrimento del. proprio paese. Nel presente caso la presunzione, sta in favore anziché contro gli inglesi: dappoichè supponendo anche che non avessero in ciò per' oggetto che il proprio interesse, pure avendo, essi l'intenzione di favoreggiare in Sicilia lo stabilimento di una saggia libertà sotto un governo costituzionale, doveano naturalmente favorire e mettere avanti quelle persone che aveano per loro l'opinione pubblica, sa cui voleano appoggiarsi, e noti già i più vili, i per ridicoli, i più ignoranti.

Se mettendo da parte questa presunzione noi esaminiamo i fatti, mi permetterò ancora di contraddire il signor Botta, e di asserire che né i principi di Belmonte e, Castelnuovo, né alcun altro di coloro che figurarono nei primi ranghi tra gli affari di quell'epoca non poteano esser situati nella classe degli uomini che egli accenna, ma al contrario si vide per la prima volta in Sicilia in grazia del nuovo ordine di cose, l'interesse e il bene pubblico consultati nella distribuzione delle cariche e degli onori, che sino allora erano stati il prezzo del favore e dell'intrigo.

«Pessime furono, aggiunge il signor Botta, la maggior parte delle elezioni alla camera dei comuni; fatte principalmente per maneggio di Bentinck, più avendo potuto nel suo animo i servigi particolari fatti a lui medesimo, che quelli fatti o da farsi al pubblico. La viltà degli eletti portò disprezzo al consesso: da spie e ligi, di Carolina, a spie e ligi di Bentinck non facendo i popoli differenza. concepirono la opinione, che gli scritti di penna, non sono altro che scritti di penna, e che gll atti e i risultamenti sono sempre i medesimi, cioè di dare a chi meno merita, e di torre a chi più merita; chi avea disprezzo, chi odio, chi freddezza verso la nuova costituzione, e tutto in un fascio mettevano Carolina, Acton, e Bentinck.»

Mi è facile il mostrare come è stato ingannato il signor Botta, nell'attingere tali notizie da sorgenti false e menzogniere. Potrei prevalermi con vantaggio del nome di Lord W. Bentinck, il cui ben conosciuto carattere e rispettato dai suoi nemici medesimi, assai lo difende dalle ingiurie che gli si sono imputate nell'opera di Botta. be avesse voluto Lord Bentinck, in luogo del pubblico bene, favorire il suo interesse privato, avrebbe procacciato il favore della corte e non quello del popolo. La Gran Bretagna e il suo ministro altro scopo allor non avevano che di stabilire e di consolidare l'opera della costituzione.

Lasciamo intanto questo terreno, sebben vantaggioso, e passiamo a fatti.

A quell'epoca, quattro parlamenti furono convocati in Sicilia: l'uno nel 1812, l'altro nel 1813 e due nel 1814. Di quale tra questi Parlamenti intende parlare il signor Botta? Non certamente del primo, mentreché parla di elezioni alla camera de' comuni; giacché quella camera non fu istituita che nel Parlamento seguente, e in quello del 1812 intervenne il braccio demaniale. Altronde, questo stesso Parlamento, cosi notabile per la buona volontà e l'accordo che mostrò in mezzo a tanti ostacoli, e per la brevità del tempo che impiegò per dar fine ad un travaglio così importante, comunque Imperfetto, non può certamente esser quello che attacca l'autore: meno ancora può fare egli allusione ai due Parlamenti del 1814 perocché il primo, come abbiamo veduto, riunito dopo avere il re ripreso il governo, fu immediatamente disciolto dopo la sua apertura, e il secondo non fu convocato, che sotto il governo del re, e dopo la partenza di Lord Bentinck: non può dunque parlare che di quello del 1813.

Potrei qui nominare, i centocinquantaquattro membri della camera dei comuni di quell'epoca, e ciò basterebbe per confutare il signor Botta, se non temessi di abusare della pazienza del lettore. Questa camera, è vero, poco rispose all'aspettazione generale, come dissimo di sopra: ma ne furono la causa le divisioni e lo spirito. di partito che vi regnarono in tutta la sessione, e non già la viltà degli eletti, o perché era composta di spie e di ligi di Bentinck. Tutto al contrario, lungi di sostenere il ministero e di secondare gli sforzi della Gran Bretagna, prese la camera, come noi abbiamo veduto, un atteggiamento ostile contro tutti due.

Sotto il pretesto di una infrazione alle leggi sanitarie per lo sbarco di certi cavalli dell'armata inglese, a Siracusa, la camera giunse a proporre di mettere in accusa i generali inglesi in Sicilia. Un progetto di indirizzo di ringraziamento al principe Reggente d'Inghilterra, per la parte da lui presa alla difesa e alla prosperità dell'isola, incontrò nella camera la più viva opposizione. Questo Parlamento in fine prorogato a dimanda di Lord Montgommeri, fu in seguito disciolto a dimanda di Lord Bentinck, che al suo ritorno in Sicilia area tentato, ma invano, tutti i mezzi per riavvicinare gli spiriti ed impegnare la camera ad occuparsi delle finanze: poiché il minor numero disposto a secondarlo non era più di cinquantatré membri.

«Si arroge a questo, continua Botta, che i dazi posti ai tempi del Parlamento Bentiniano secondo gli ordini della costituzione, avanzarono di gran lunga quelli che si pagavano prima, ed in virtù degli antichi statuti del regno. Del quale effetto la cagione si fu, parte la necessità del pagare i soldati altrui, parte quella di supplire con nuovi dazi alle rendite dei dritti feudatari soppressi. A questi aggravi si risentivano i popoli, che generalmente piuttosto dal non pagare, che dal fare gli squittini giudicano. della libertà.»

È vero, che i dazi dopo lo stabilimento della costituzione avanzarono di gran lunga quelli che si pagavano. prima, non è vero che le cause di questo aumento furono: 1 il pagare i soldati altrui (gli inglesi): poiché questi soldati furono sempre pagati, nutriti e alloggiati a spese del governo britannico, e non gravarono di nulla la nazione, anzi al contrario l'Inghilterra pagava un sussidio annuale di 400,000 lire sterline; 2 la soppressione dei dritti feudali: poiché questi dritti, relativamente al tesoro si riducevano al caso di rilevo o di devoluzione al fisco, il che non era mai di una grande importanza, mentreché al contrario le finanze ritraevano un gran soccorso dalla fusione delle proprietà feudali e allodiali, fusione, che le sottoponea ai medesimi dritti. Le cause di questa aumento di dazi furono la dote splendida assegnata alla corona, dote che fu nel 1812 e 1813 di onze 240,000 e nel 1814 di 257,000 onze: e la somma assorbita dall'armata e dai bisogni della guerra, che fu per il 1812 e 1813 di 1,440,864 onze, e per il 1814 di onze 1,164,000. Altronde nessun Parlamento era ancor penetrato, nel labirinto dell'amministrazione pubblica, né avea stabilito le finanze dello stato in una stabile posizione.

«Non cosa tosto, dice il signor Botta, il re Ferdinando, pei casi dell'ottocentoquattordici, tornossi a sedere sul trono di Napoli, che con un cenno solo aboliva la costituzione, non solamente senza sommossa di popolo, ma ancora senza mala contentezza.»

Dalla narrazione di tali fatti può ciascuno argomentare quali fossero gli artifici e gli intrighi che si posero in pratica per giungersi a gradi alla distruzione di questa costituzione, abolita al dire di Botta con un cenno solo. Riguardo poi al malcontento che produsse questo passo, se altra prova non basta, qual prova maggiore abbisogna di quella violenta esplosione succeduta alcuni anni dopo, cioè nel 1820 del grido universale che allora si innalzò per l'indipendenza, dell'ostinata resistenza del popolo siciliano contro l'armata napolitana, abbenché portatrice della libertà spagnuola?

«Insomma, termina l'autore, Ferdinando disse, che la costituzione era stata data per forza, Bentinck che era stata chiamata di volontà. Castelreagh andò per le ambagi. Vero fu, che fu desiderata prima, poco amata dopo, colpa più dei popolani che dei nobili, più dei forestieri che dei paesani. Del resto, anche qui si vide il vizio dell'aver commesso in quest'Europa ciarliera ed ambiziosa la potestà popolare, cioè la potestà, che debbe, servire di moderatrice al governo, e di guarentigia al popolo, ad assemblee numerose. Nella natura attuale degli Europei, questo è un pessimo rimedio, né so quello che diventerebbe l'Inghilterra stessa, se non avesse i borghi compri: per un vizio enorme solamente, cioè per questi borghi ella vive. L'antica sapienza italiana seppe trovare migliori rimedi, e se quello, che nelle costituzioni degli italiani antichi, ed anche in qualcheduna dei moderni, era solamente un principio non ordinato, o male ordinato, con buoni statuti si ordinasse, il che sarebbe non che difficile, agevole, sarebbero sicuri la libertà e l'imperio.»

I fatti rapportati di sopra han posto il lettore in istato di apprezzare a sufficienza le opinioni dell'autore: in riguardo alla maggiore o minore colpa da lui attribuita agli uni o agli altri fra coloro che presero parte alla rivoluzione siciliana: solamente mi resta a presentare alcune riflessioni suggerite dalla conchiusione di Botta, allorché grida contro la colpa di aver commesso in Sicilia come in Europa la protestà popolare a numerose assemblee, allorché finalmente compiangendo propone per modello le costituzioni delle antiche repubbliche italiane.

Il numero dei deputati alle assemblee nazionali non è stato giammai notevole, in Sicilia, e non sembra che lesso sia stato o possa divenire negli altri stati moderni la causa delle disgrazie o dei disordini. Non bisogna giudicare le assemblee nazionali nel tempo della rivoluzione e del tumulto. Allora i disordini sono il risultamento, non già del numero di coloro che deliberano, n:a dello spirito del partito e della licenza dei tempi. È facile altronde il dirigere con saggi regolamenti il corso e le deliberazioni delle grandi assemblee; e se alle volte possono insorgere dei lievi disordini, vengono questi compensati largamente da sommi vantaggi. In un piccolo numero si trova difficilmente l’onniscibile, ma in una assemblea numerosa e ben regolata, spuntano da ogni dove torrenti di luce. Coloro che non sono oratori, e che non prendono parte ai dibattimenti, non si rendono perciò meno utili nelle commissioni, tra le quali si dividono i differenti travagli legislativi. Con la discussione si rischiarano tutti, e nel dare il rispettivo voto con piena conoscenza di causa formano in certo modo il gran giuri legislativo. Se quando si tratta della libertà o degli interessi di un individuo, non si crede avere una sufficiente guarentigia che in un giurì composto di dodici persone, si avrà forse meno riguardo al numero quando si tratta iella libertà e della sorte della nazione? Le deliberazioni poi si improntano di un carattere più augusto e solenne, e la loro influenza su la pubblica opinione diviene più estesa. Con un piccolo numero sarà sempre facile all'ambizione o al potere di dirigere le elezioni e gli eletti. Un popolo per essere veramente rappresentato, è di mestieri che tutte le opinioni e tutti gli interessi Siena rappresentati egualmente, e elle concorra alle elezioni il maggior numero di elettori possibile. Quindi tutti i comuni che hanno una municipalità, un patrimonio, un numero sufficiente di elettori, hanno il dritto di essere individualmente, e non collettivamente rappresentati nell'assemblea della nazione, come i membri che compongono la gran famiglia dello stato. In conseguenza di ciò, ideputati sono meglio conosciuti dai loro commettenti, la confidenza è più intima tra essi, e la sorveglianza degli elettori su gli eletti più facile e più efficace.

Questo felice pensiere di moderne assemblee rappresentative sarebbe totalmente ideale se fossimo ridotti solamente a quelle consulte o consigli ai quali vorrebbe ricondurci l'autore.

Sarebbe finalmente un decreto assai disperante per l'Europa il fatale interdetto lanciato dal signor Botta contro tutti i governi rappresentativi moderni, che riposano sopra una vera rappresentanza nazionale, liberamente scelta dal suffragio del popolo.

APPENDICE DEI PEZZI GIUSTIFICATIVI

N. 1

Reale cedola con la quale S. A. R. il Principe Ereditario, é elettoVicario generale del regno di Sicilia.

Ferdinando III per la grazia di 'Dio Re delle due Sicilia, dl Gerusalemme ec. Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Mio diletto, e carissimo figlio Francesco Principe Ereditario delle due Sicilie.

Per indisposizioni di mia salute, essendo obbligato per consiglio (lei medici di respirare l'aria di campagna, e tenermi lontano da ogni seria applicazione, crederei essere verso Iddio colpevole, se m questi difficilissimi tempi non provvedessi al governo in modo, che anche gli affari di maggior momento abbiano il loro corso, e la causa pubblica non soffra, per le dette mie indisposizioni, alcun danno. Volendo io dunque disgravarmi dal peso del governo fino a che Dio non piaccia restituirmi lo stato di mia salute, adatto a reggerlo, non posso ad altri più condegnamente affidano, che a Voi, mio dilettissimo. figlio, e per esser Voi il mio legittimo successore, e per l'esperienza, che ho fatto della vostra somma rettitudine, e capacità. Laonde di mia piena volontà vi costituisco, e fo in questo mio regno di Sicilia mio Vicario Generale, siccome lo siete stato per ben. due volte nell'altro mio regno di Napoli; e vi concedo, ed in voi trasferisco con la piena clausola dell'Alter-Ego l'esercizio di ogni. dritto, prerogativa, preeminenza e facoltà, che da me si potrebbero esercitare. Ed affinché questa mia volontà sia a tutti nota, e da tutti eseguita, comando, che 'questo mio foglio da me stesso sottoscritto, e. munito del mio real suggello, sia conservato presso gli atti del Protonotaro del. regno, e ne sia da voi passata copia a tutti i Consiglieri e Segretari di stato per la loro intelligenza, e per parteciparlo a chiunque convenga.

Dato in Palermo li 16 gennaro 1812.

FERDINANDO.

N. 2

Lettera convocatoriale del generale estraordinario Parlamento del 1812

Ferdinando III per la grazia di Dio, Re delle due Sicilie, di Gerusalemme, ec. Infante di Spagna, Duca. di Parma, Piacenza, Castro, ec. ec. gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Noi qual Vicario Generale con Alter-Ego, in virtù di atto del nostro Augusto Genitore dei 16 gennaro corrente anno, abbiamo determinato, che si celebri in questa città di Palermo un generale straordinario Parlamento, ed abbiamo deliberato, che se ne faccia la consueta solenne apertura nel di 15 del prossimo mese di giugno. E perché è nostra volontà, che in esso si provveda, non solamente ai bisogni dello stato, ma ancora alla correzione degli abusi, al miglioramento delle leggi, ed a tutto ciò, che può interessare la vera felicità di questo fedelissimo regno; con particolare premura vi esortiamo, che nel detto tempo, ed a tale effetto vi raduniate nei luoghi stabiliti, acciò per voi. si possano sentire le proposte, trattare, votare e conchiudere tutto quello, che nel detto generale straordinario Parlamento si esporrà, tanto per lo real servizio, che per lo bene del regno, a cui sono indirizzate le nostre provvide cure.

Per tutti li Parlamentari assenti da questa capitale, è nostra volontà, che intervengano personalmente, menoché non fossero legittimamente impediti, nel qual caso dovranno scegliere i medesimi, persone idonee, intelligenti, e costituite in dignità, dell'istesso ceto ecclesiastico, munite di legale, ampia, ed autentica procura, con facoltà di poter costituire.

Non dubitiamo che sarete per eseguire il tutto colla solita vostra premura, e zelo sperimentato, per quanto tenete cara la grazia Sovrana.

Palazzo 1 maggio 1812.

FRANCESCO Vicario Generale

N. 3

Allocuzione di S. A. R. il Vicario Generale, letta dal gran Protonotaro del regno, nella solenne apertura del generale straordinario Parlamento, seguita ai 18 giugno 1812.

Cari ed amati Siciliani.

Dal momento, che il Re mio Augusto Genitore degnossi. per sua bontà, con l'atto dell'Alter-Ego dei 16 gennaro di questo corrente anno, di conferirmi le redini del governo, tutte le mie cure non sono state dirette, che a dare delle momentanee provvidenze, tendenti al vostro sollievo, ed al vostro bene.

 Ora per dare uno stabile assetto ai pubblici affari di questo regno, ho creduto necessario di radunarvi in questo generale straordinario Parlamento, onde provvedere, sì ai bisogni dello stato, che al riordinamento, ed alla migliorazione delle leggi, come altresì a togliere gli abusi, che nel volger dei secoli vi si sono potuti introdurre a poco, a poco, per quindi stabilire un ordine pubblico ben regolato.

Per riguardo al primo oggetto concernente ai pubblici bisogni, il mio cuore avrebbe desiderato, o fidi Siciliani, di non essere astretto a farvi alcuna domanda. Ma come serbare un silenzio tale fra la scarsezza dei tempi trascorsi, ed in mezzo ai bisogni di occorrere con ingenti somme a provvedere alla vostra difesa, contro un nemico, che continuamente vi minaccia di rendervi suoi schiavi, di rapirvi i vostri figli, per farli strumenti dei suoi ambiziosi e dispotici disegni, e di dissipare le vostre sostanze pei suoi capricci? Calamità, da cui, mercé la grazia di Dio; in forza delle provvide cure del mio Augusto Genitore, e per l'ajuto efficace del nostro potente alleato, siete stati finora esenti.

Vuolsi aggiungere a ciò, l'avere io dovuto badare, che non vi mancassero i generi di sussistenza~in questo infelice anno di penuria; i prezzi di tutti i generi accresciuti rapidamente; effetto bensì dello accrescimento della ricchezza nazionale, e della carestia dell'annata; la incertezza, ed insufficienza de' nuovi catasti pe' beni stabiliti: e l'attuale sbilancio in cui si trovano le finanze.

Queste sono le ragioni, che mi obbligano, mio malgrado, ad inculcarvi di seriamente occuparvene; onde provvedere efficacemente agli urgenti bisogni dello stato. Sicuro, che la vostra generosità, o fidi Siciliani, vi concorrerà con piacere; comprendendo voi bene, che una nazione non si fa giammai rispettare, e stimare, che in proporzione della energia, che adopera a mantenere in vigore le leggi, e la sua forza militare.

Ad aumentare però la ricchezza nazionale, e con ciò le risorse dello stato, il commercio interno ed esterno, l'agricoltura, e l'industria, contribuiscono oltremodo, come ben sapete, le savie leggi, che assicurano la libertà civile non meno, che la proprietà. Voi già ne scorgete un felice esempio nella Gran Bretagna nostra fedele alleata, dove la saggia, e ben ponderata sua costituzione, l'ha elevata a quel segno di floridezza, e di potenza, in cui al presente si ritrova, e le fornisce a dovizia i mezzi di sostenere con attività la gran lotta, che ha intrapresa contro il comune nemico.

Applicatevi dunque a questo importantissimo oggetto, fidelissimi Siciliani, senza lasciarvi sedurre da una smoderata voglia di novità, da astratti pensamenti, e da fantastici sistemi, sommamente pericolosi in questa gravissima materia; siccome sarebbe egualmente reprensibile un eccessivo, e superstizioso attaccamento a certi vecchi stabilimenti, e costumi dei nostri progenitori. Per la qual cosa, seguendo voi la giusta strida della moderazione, fate si, che il vostro lavoro riesca eli gloria, e di vantaggio, non meno al Trono, che alla Nazione, e renda memorabile ne' fasti della nostra storia questa epoca, in cui si assoderà la base dello ingrandimento, e del lustro nazionale.

Riflettete, che gli occhi dell'Europa sono in questo momento rivolti su di voi. Rechiamo dunque a fine con gloria questa grande intrapresi, la quale, io confido nel Signore, che assicurerà gloriosamente la fermezza, e lo splendore del trono, non altrimenti, che la vostra felicità, al cui conseguimento tutti i miei sforzi saranno sempre diretti.

N. 4

Memorandum presentato al re Ferdinando III delle due Sicilie da Lord W. A'Court. ministro estraordinario e plenipotenziario di S. M. il re d'Inghilterra al 20 di ottobre 1814.

Gli ultimi fortunati avvenimenti che hanno avuto luogo in Europa, avendo essenzialmente alterato i rapporti tra la Gran Bretagna, e la Sicilia, diviene necessario al rappresentante Inglese di render palesi alla nazione Siciliana i sentimenti, dai quali è animato il suo governo, e le vedute alle quali è principalmente diretta la sua attenzione nel momento attuale. Ciò è tanto più necessario, poiché nel conflitto dei partiti, il dritto di mediazione è stato forse da una parte tanto esagerato, quanto dall'altro senza saggezza e bisogno biasimato. I sagrifizi fatti dalla Gran Bretagna le danno il dritto di aspettarsi che i di lei suggerimenti fossero accolti con rispetto e attenzione, mentreché la moderazione con cui essa è disposta ad esercitare il privilegio che le hanno dato i benefici che ha conferito alla Sicilia, dovrebbe essere considerata come una sufficiente prova, che essa è poco disposta a mirare allo acquisto di una non dovuta influenza, incompatibile con i. principi della Costituzione, e colla dignità di uno stato indipendente.

Non è necessario riandare le cagioni dalle quali ebbe origine la generale manifestazione del desiderio della nazione di una riforma nella costituzione del paese. Esse possono rinvenirsi nel progressivo avanzamento della civilizzazione, nella più generale diffusione de' lumi, e nella. insufficienza d'ogni umana istituzione a potere resistere agli abusi, e alle deteriorazioni alle quali sono naturalmente soggette, e a somministrare in mezzo al cambiamento delle opinioni, e delle circostanze, la stessa sicurezza per la felicità del popolo, che per avventura ha potuto godere nel tempo della loro originale formazione.

Ma sebbene il desiderio per il cambiamento fosse pressochè unanime, la fissazione dei precisi limiti che, dovea essere stabilita alle proposte alterazioni fu accompagnata dalle maggiori difficoltà. In questa emergenza era naturale, che la nazione rivolgesse i suoi occhi verso un paese, il quale non avendo né grande estensione, ne gran popolazione comparativamente è stato nulla dimeno in grado di difendere non solo se stesso, e preservarsi dal torrente, che ha rovinato i principali regni di Europa, ma di stendere dapertutto la mano in soccorso di coloro che erano oppressi, o minacciati.

A queste sagge ed eccellenti istituzioni della Gran Bretagna si è creduto (e ben con ragione si è creduto) che il suo splendore, la sua prosperità dovessero attribuirsi: e quindi è nata la speranza, che l'adozione di una somigliante forma di governo dovesse assicurare i medesimi vantaggi alla Sicilia, la cui insulare posizione, e le di cui primitive istituzioni offrivano un certo grado di rassomiglianza con quelle del suo più potente alleato. L'Inghilterra non poteva, essere insensibile a' reclami che l'erano stati fatti, e mentre erasi 'incaricata della protezione della Sicilia da qualunque estera invasione, cedé nel tempo stesso agli inviti che aveva ricevuti e divenne la protettrice, e il sostegno delle innovazioni fondate su principi così giusti in se stessi, e. così onorevoli per quelli che ne sono. gli autori.

Sotto tali auspici si diè principio all'opera della costituzione. Se nel suo progresso ha incontrato delle difficoltà che non potevano essere prevedute, se ha incontrato degli ostacoli, che possino ancora sembrare insormontabili, dovrebbe essere considerata la grandezza dell'impresa, dovrebbe essere richiamata alla memoria la facilità comparativa, colla quale vari importantissimi cambiamenti sono già stati effettuati: e sopra tutto dovrebbe farsi resistenza a quello spirito di avvilimento, e di scoraggiamento che conduce a condannare qualunque tentativo di miglioramento, come un progetto vano, e chimerico. E difficile, e può quasi dirsi impossibile il trasferire da un paese ad un altro tutte le sue leggi, forme, istituzioni, senza' qualche previa preparazione. La differenza di costumi, pregiudizi, religione, ed educazione offrono una insormontabile barriera' al compimento di' una così totale rivoluzione.

L'Inghilterra non ha mai desiderato di imporre questa condizione alla Sicilia. Essendo l'amica e l'alleata della nazione siciliana, il suo desiderio era di secondare soltanto l'adozione di quelle parti della sua costituzione, che dopo un maturo e grave esame fossero state trovate uniformi al desiderio del popolo, e giudicate conducenti ad assicurare la sua felicità, e prosperità. i Nelle ulteriori deliberazioni che possono precedere il compimento della costituzione, la Gran Bretagna è desiderosa di raccomandare alla seria considerazione della nazione la necessità di accordare una adequata proporzione di potere nelle mani del governo esecutivo. E dall'altra parto vorrebbe presentare al potere esecutivo l'esempio del re di Francia, il quale nella sua restaurazione al trono dei suoi antenati, ha confermato alla nazione i privilegi e vantaggi di un governo libero per quanto sono compatibili colla necessaria autorità della corona, col mantenimento dell'ordine, e della tranquillità tra il popolo, e con i costumi, e con il carattere della nazione francese.

Vorrebbe inoltre raccomandare una pronta attenzione al codice delle leggi, e alle disposizioni. necessarie per assicurare la loro dovute osservanza. Ma. vorrebbe dippiù richiamare alla memoria della nazione, che la felicità di un popolo dipende più da una pura ed imparziale amministrazione di giustizia, che dalla proporzione di potere politico, che può ad esso essere affidato. L'intiero possesso della libertà civile è il solo sicuro fondamento sul quale può essere stabilito il potere politico. L'Inghilterra è molto desiderosa che la nazione siciliana rivolga al conseguimento di questo imprezzabile bene quella attenzione, che fino adesso è stata principalmente diretta ad oggetti di minore importanza. L'Inghilterra presterebbe volentieri in qualunque prudente e temperata modificazione di governo quello ajuto, e sostegno, che è in suo potere di accordare: esige solamente come una condizione di questa assistenza, che ciò sia fatto dal Parlamento stesso, che ciò sia compito in una maniera legale, e costituzionale, tanto lontana d'ogni diretta influenza di una autorità comprimente, da un lato, quanto d'ogni dovuto uso di popolare ingerenza, dall'altro. Essa somministra questo consiglio e questa assistenza sotto veruno altro punto di vista, se non se come la più intima amica ed alleata di S. M. Siciliana.

L'esibizione che è stata ultimamente fatta di ritirare le sue truppe dalla Sicilia, sarebbe una sufficiente prova (seppure vi abbisognano delle prove) che l'Inghilterra non ha la più lontana idea di esercitare una influenza militare su' consigli del re, o della nazione. L'attitudine che è stata obbligata ad assumere, durante la guerra, può aver data origine alla. propagazione di. varie false voci, la di cui miglior confutazione è la ben conosciuta lealtà della di lei condotta, e la di lei riconosciuta buona fede.

Non può bastantemente compiangersi la continuazione dello spirito di partito di Sicilia. Le mire della Gran Bretagna essendo unicamente dirette alla prosperità generale dell'Isola, non vi può essere cosa alcuna più lontana dalle intenzioni del di lui governo, quanto quella che il ministro inglese in Palermo comparisca come centro di un partito. Ma nel fare questa dichiarazione non sarà fuori di proposito di aggiungere che il governo inglese si considera come altamente interessato nella sorte di quei individui che hanno sostenuto le misure del governo interno di Sicilia, le quali, durante' i tre scorsi anni, la critica situazione del paese obbligava il suo rappresentante a suggerire. Le rette ed onorevoli intenzioni, delle quali erano animati questi individui, sono perfettamente conosciute, e l'abbandonarli in queste circostanze sarebbe incompatibile, col carattere e colla dignità della nazione britannica. Ella ha un incontrastabile dritto di insistere che niuno sia molestato nella sua persona, o nella sua proprietà per la parte, che può aver preso nello stabilimento e sostegno della costituzione, e la più perfetta  sicurezza di questi individui deve essere considerata il sine qua non della continuazione della protezione ed alleanza britannica.

Il necessario rapporto in cui trovansi le due nazioni, in seguito della conchiusione di una pace generale, ha indotto il ministro inglese a fare questa generale dichiarazione de’ sentimenti, e delle intenzioni del suo governo.

L'influenza della Gran Bretagna negli affari domestici della Sicilia non è mai derivata che da' più puri motivi di una disinteressata amicizia.

Essa sarà ampiamente compensata di tutti i sagrifizi che ha fatto, se per sorte sarà riconosciuto, che i di lei sforzi hanno contribuito al bene, felicità, e prosperità della nazione siciliana.

N. 5

Discorso tenuto da S. M. il Re delle due Sicilie in occasione della solenne apertura del generai Parlamento di Sicilia del 1814 seguita in Palermo il giorno 18 luglio.

Illustri Pari, Onorevoli Rappresentanti dei Comuni del Regno.

Fra mille pensieri, che risveglia questo giorno memorabile, io preferisco di annunziarvi quelli, che più lusingano il mio cuore. Io vengo in mezzo di Voi, come un padre nella sua cara famiglia. Noi non abbiamo; che uno stesso ed unico oggetto; il bene, la felicità, la grandezza della nazione Siciliana.

La provvidenza, innanzi la quale i giudizi degli uomini sono fragili, e vani, ha guidato i grandi avvenimenti di Europa per vie impensate. La bella Sicilia è anche essa sul punto di poter riacquistare tutto il suo antico splendore. Nell'esterno essa ha ripigliato il suo rango nell'ordine delle nazioni, perché la massa enorme, che schiacciava l'indipendenza, e la libertà politica, è stata distrutta nell'interno i desideri, ed i travagli per una utile, e salutare riforma han secondato lo spirito, e l'impulso generale del secolo verso la perfezione. lo non ignorava la saggezza delle vostre antiche leggi. lo apprezzava le istituzioni, e le usanze, che fecero tanto onore ai vostri Parlamenti, ed ai Principi illustri fondatori, e restauratori di questa, Monarchia. Ma io era persuaso, che niuna opera. è perpetua, che il tempo alterando i rapporti delle cose; rende degni di correzione i migliori sistemi, e che le leggi politiche, come le civili, hanno sempre bisogno di essere ricondotte alla purità dei loro principi, o sviluppate degli abusi, che spesso le deturpano, e le soffocano. La Sicilia ha ormai una sua costituzione scritta. Destinata questa a stabilire un ordine nei movimenti del potere, per ché non si confondano; ad assegnare un limite alle diverse funzioni di esso, perché non si invadano; a fissare il gran punto, dove i dritti privati, ed i bisogni pubblici debbano concordemente riunirsi; a proteggere l'individuale libertà civile, e la piena sicurezza delle persone, e delle proprietà; destinata in somma a gittare te basi della prosperità, e del ben essere dei Siciliani, è stata essa accompagnata dai miei più teneri sentimenti paterni, ed è stata modellata sopra la forma del governo di una grande, ed elevata nazione, che riscuote l'ammirazione del mondo, e che ha dato, e dà continuamente prodigiose prove di ricchezza, di potenza, e di magnanimità.

Egli è vero che tanto bene non ha finora corrisposto interamente ai comuni presagi. Le conseguenze di una guerra generale, i terrori di un contagio vicino, le convulsioni ordinarie nelle grandi mutazioni, nei subitanei, e non preparati passaggi, e nello spiantamento delle antiche abitudini, hanno forse cagionato qualche amarezza, e (dovrò anche dirlo) qualche dissenzione. Ma questo giorno solenne finalmente ci unisce per godere, ed accrescere il bene, e per cancellare la rimembranza dei mali. Figli, e fratelli della medesima famiglia, animati dallo stesso interesse, e dalla stessa gloria, Voi non avete, che una mente, ed una volontà. Discendente di Errigo IV., Io non avrò, che l'ardente desiderio della vera felicità del mio popolo, 'e non impiegherò, che per esso tutti i momenti detta mia vita, e tutti i poteri, e le prerogative, che la costituzione garantisce, alla mia corona.

Rivolgetevi adunque agli oggetti, per li quali siete stati chiamati. La concordia, l'unanimità, la giustizia, l'umanità, l'onore, l'amor della patria seggano insieme con voi, e divengano l'anima, e la luce dei vostri voti, e delle vostre discussioni.

Sostenete prima di ogni altro la dignità di nazione. Restituito«l'equilibrio, ed il libero uso dei rapporti del diritto delle genti, la Sicilia avrà l'esistenza sua propria, e godrà della sua indipendenza politica. Siate orgogliosi di questo sagro, dritto. Ma pensate a mantenerlo con più validi sforzi, finché non sarà fermo, e finché il nostro orizzonte non sarà interamente diradato da' quelle nubi, che potrebbero ad ogni istante turbarne la tranquillità. Difendetene, e consolidatene i primi momenti col mantenimento di una forza armata, che vi faccia rispettare. Riflettete, che questi temporanei sagrifizi vi risparmieranno il rossore di cader forse nell'avvilimento, e nella nullità, e che dovrete ad essi la consolazione di vedere ben presto, che la vostra esistenza politica sarà molto più stabile, e vi costerà molto meno.

Compite poi quello, che manca nell'edificio civile, che aveva innalzato.

Il codice delle leggi, e la forma dei magistrati sono la parte più nobile, e più necessaria. Le vostre vite, le vostre persone, le vostre sostanze non avranno mai sicurezza, se la giustizia non apparirà senza velo, e non sarà facile, e vicina a chi l'implora, e difficile, ed inaccessibile, a chi vuole adoperarla come lo strumento della iniquità, o come la fiaccola della discordia.

Ritoccate, e correggete quelle imperfezioni, che possono esser corse nell'esecuzione del lavoro. Le opere degli uomini non nascono perfette. Interrogate perciò i secoli, e l'esperienza; consultate la prudenza delle vostre leggi preesistenti; combinate quanto piir sia possibile gli antichi usi coi costumi novelli; adattate ai tempi, ed ai progressi dei lumi, ed alle crescenti colture le maniere di pensare, di sentire, . e di vivere degli abitanti di questo suolo fortunato; e non lasciate di riguardare in tutti i convenienti rapporti il grado nel quale si ritrovano, e quello a cui possono pervenire la loro industria, ed il loro commercio.

Tolta già l'ingiustizia, e l'oscurità del vecchio metodo di contribuzioni pubbliche, ed adottato il più chiaro, ed il più agevole sistema di proporzione; evitate ora, che nel fatto questa proporzione si perda, e che le tenebre, le quali si sono scacciate dalla classificazione, e dalla distribuzione delle tasse, si spargano più funestamente sopra la cognizione delle rendite tassabili.

Occupatevi dell'articolo della moneta di rame, . più importante di quello, che volgarmente si crede. La falsificazione di essa, questo piccolo seme di grandi mali, all'ombra dei pubblici disastri ha gettato radici profonde. Estirpatele con un coraggio degno di Voi, e con una generosità non dissimile da quella, che mostrarono i Parlamenti passati.

Facilitate finalmente, ed affrettate la costruzione delle vie pubbliche. Mentre tanto si pensa a migliorare le leggi, non si deve soffrire che gli uomini manchino di comunicazione tra loro.

Onorevoli Rappresentanti della Camera dei Comuni.

Voi dovete concorrere a tanti beni con apprestarne i mezzi. Lo stato non può esser felice, e grande, se non se ne conserva la vita ed il vigore. L'ordine delle cose che abbiamo adottato, rende questo. punto poco capace di dubbio.. Voi vedete i bisogni: Voi somministrate la spesa. Voi esaminate l'amministrazione. Io ho disposto, che vi si presenti il piano delle finanze della indizione vegnente, accompagnato da tutte le dimostrazioni necessarie.

Vi sarà esposto il debito nazionale, e, le troverete assai maggiore di quello dello scorso anno, tanto per gli imprestiti fatti allo stato sotto la garenzia del governo britannico, quanto perché ai pesi non soddisfatti nella passata indizione si aggiunge I annualità corrente già vicina a terminare. Il mio animo è penetrato di dolore vedendo che i creditori più legittimi dello stato come i tandari, gli assegnatari sopra i. donativi antichi e moderni, i possessori dell'abolito dazio della seta, ed i comuni, le badie e le commende che han rilevato lo stato dalle massime angustie col prezzo dei loro terreni a tale uopo alienati sotto la promessa di una corrispondente rendita restino ancora non soddisfatti; per la qual cosa languiscono nell'indigenza molte famiglie e comunità contro ogni regola di equità e di giustizia. Rimediate prontamente a tanto male, e riflettete che se ciò è un sagrificio, lo è per una sola volta. Posta in corrente la rendita dello stato non si avrà più un tale disagio. E anzi da sperarsi fondatati ente che una piena e perfetta serenità diminuisca in appresso i bisogni, ed in conseguenza le prestazioni che per la prossima indizione fisserete.

lo non voglio farvi il torto di dubitare che possiate essere in contraddizione con voi stessi, che desideriate il fine senza i mezzi; che vogliate la nazione florida e sicura, consolidata la costituzione, il debito pubblico pagato, la buona fede inconcussa, la giustizia rispettata e protetta, senza preparare il fondo sul quale debbono posarsi tutti questi vantaggi.

Signori e Cittadini.

Io debbo un pubblico attestato di approvazione e di lode al mio carissimo, figliuolo, il Principe Ereditario, per lo tempo nel quale ha fatto le mie veci. L'esperienza che egli mi ha. dato mi ha confermato pienamente i' idea della purità delle sue intenzioni, della sua saviezza e rettitudine, e ne ha anticipato la soddisfazione di vedere nel successore al mio trono le virtù che ne lo rendono meritevole.

Non ho poi da mettervi innanzi gli occhi verun altro avverti. mento particolare che meriti la vostra attenzione, se non la gloria e la riputazione che hanno acquistato le nostre truppe in Ispagna, ed in Italia, dove sono state impiegate con quelle del nostro augusto ed antico alleato il re della Gran Bretagna e sotto gli, ordini del degno capitan generale Lord W. Bentinck per cooperare al feuco successo della giusta causa universale, all'abbattimento del. l'usurpazione ed al ristabilimento della giustizia e della legittimità, Ael. dippiù le circostanze di questo anno esigono delle vedute ge118 nerali ed estese. Gli sguardi dell'Europa, finito il teatro della guerra universale saranno rivolti su i primi passi delle nazioni nella via della pace. Talora è più facile il sostenere la fortuna propizia che l'avversa. Voi avete dato esempi luminosi di costanza nei pericoli. II Signore ha benedetto la vostra virtù, e la tempesta ha rispettato le vostre spiage. Sarete voi diversi nel momento che dee tornare la calma? Voi avete un nome ed un carattere nella storia, voi non sarete degeneri dagli avi vostri.

N. 6

Messaggio di S. M. alla Camera dei Comuni di Sicilia,

nella seduta dei 31 marzo 1815.

S. M. con sommo rincrescimento del suo real animo ha ravvisato vari passi dati dalla Camera dei Comuni, che contengono degli abusi delle facoltà prescritte dalla costituzione, e degli attentati ai poteri, dalla di cui fermezza dipende la sussistenza della costituzione istessa.

La M. S. si è finora lusingata, che la Camera fosse rientrata irr se stessa, e che si fosse occupata a compire quei travagli, che sono necessari per lo bene della nazione, che sta a cuore di S. M., e ad apprestare i mezzi bisognevoli, onde riparare le attuali imponenti urgenze dello stato.

É stata però informata con estrema sua sorpresa, che la Camera dei Comuni abbia fatto eseguire l'arresto del custode della casa di correzione, ed abbia disposto quello del capitano della gran Corte, e dell'alta polizia, individui addetti al pubblico servizio, impiegando di sua autorità quella forza militare, che soltanto è destinata per il buon ordine del Parlamento.

Non potendo intanto permettere S. M. simili disordini, che possono dar luogo a più gravi inconvenienti, col parere del suo privato Consiglio ha risoluto che si metta in libertà il custode della casa di correzione, e che si avverta la Camera dei Comuni di proseguire nell'esercizio delle sue funzioni, senza dipartirsi da quanto trovasi stabilito nella Costituzione; giacché appartiene al sovrano potere di S. M. il vegliare, affinché sia la stessa osservata, riserbandosi S. M. di dare tutte quelle provvidenze, che lo accerto della giustizia richiede; quindi io di sovrano comando comunico ciò a cotesto tribunale per la esecuzione che ne risulti di sua parte.

Al tribunale della gran Corte.

Palermo 31 marzo 1815.

IL DUCA GUALTIERI.

N. 7

Messaggio pronunziato dal Re personalmente al Parlamento di Sicilia nella seduta dei 30 aprile 1815.

Illustri Pari, Onorevoli Rappresentanti della Camera dei Comuni.

La guerra sventuratamente si è riaccesa in Francia, ed in Italia. La facilità di estendersene alle altre regioni la desolante influenza, ha raffermata la grande alleanza delle nazioni di Europa. Esse hanno riunite le loro armi poderose per estinguere questa fiamma, prima che possa divenire fatale ai diritti, alla sicurezza, ed alla indipendenza di tutte. Sarebbe uniforme ai desideri del mio cuore, che questo turbine inaspettato non interrompesse il pacifico riposo del regno di Sicilia. Questo suolo benedetto è stato preservato dai flagelli, che hanno devastato le più ricche e floride contrade Ma appunto perché questa fortuna sia stabile, bisogna non rimanere oziosi spettatori di un conflitto, da cui essa dipende. Nel pericolo comune non vi è interesse diviso. I miei sacri diritti sul veno di Napoli sono i primi fondamenti della sicurezza dei miei fedeli Siciliani. L'estrema parte dell'Italia è così vicina a questo regno, che non vi si può lasciare il fermento del disordine senza percolo.

Io, cui appartiene l'arbitrio della guerra e della pace, non posso astenermi dalla più giusta delle guerre; Le mie ragioni sono universalmente riconosciute dalle alte potenze alleate. La custodia dei miei domini, il sostegno dei sacri titoli della mia corona, i vincoli e gli obblighi dei trattati, e sopra tutto la necessità di estinguere il germe velenoso, che crescendo potrebbe rovesciare l'equilibrio e la libertà generale, rendono indispensabile la pronta cooperazione delle mie forze militari con quelle degli Illustri Sovrani miei amici e confederati.

Vicino dunque a mettermi alla testa di un'armata, ed a radunarla sulla frontiera, io mi presento a questa ragguardevole adunanza, per annunziare a voi il prossimo mio. allontanamento dalla metropoli, e per sollecitare a quei pronti sussidi, che le circostanze imperiosamente domandano.

Non è l'ambizione di un principe, non è la passione privata di un oggetto indifferente, e straniero, che esige questo sagrificio. Nell’agitazione universale voi non potete essere insensibili; Voi avete dei beni preziosi, che potete perdere. Mentre l'Europa è stata desolata dalla più crudele delle guerre, Voi avete goduto una pace Utile; Voi avete migliorata la vostra Costituzione; Voi avete acquistati dei considerabili privilegi. Abbandonerete questo tesoro, per mancanza di custodia? Permetterete che lo straniero nemico dell ordine si avvicini alle vostre spiagge? Oltre del vostro interesse, io reclamo la vostra gratitudine, 'ed il vostro onore. Voi riconoscerete da Me il dono di inestimabili prerogative. Darete Voi l'esempio di esser meno generosi? Negherete Voi di far conoscere al mondo, che le forme di un governo moderato accrescono la real potenza dei Principi, e la vera forza delle Monarchie?

Cittadini della Camera dei Comuni.

Appartiene principalmente a Voi il votare i sussidi convenienti al bisogno. Ai tanti motivi, che ho esposto, io ne aggiungo uno particolare per Voi, nel riguardo, che vi ho mostrato durante il lungo corso della presente sessione. Basta un momento di riflessione imparziale per farvi accorgere, che Voi non avete sempre osservate le leggi; né rispettate le mie reali prerogative. La dotazione dello stato non è un vostro regalo spontaneo, da potersi sospendere, o differire ad arbitrio. Essa è il primo dei vostri doveri. Voi non l'avete adempito per circa sette mesi. Lo stato ne ha sofferto una scosso; e le lagrime di innumerabili famiglie, che o sono state gittate nella miseria, o tremano di esservi sommerse, mi hanno intenerito, e commosso.

Io avrei giustamente potuto dichiararvi decaduti dalle vostre funzioni, e chiamare dai vostri costituenti la rinnovazione della Rappresentanza de' Comuni, per lo sostenimento della mia corona, e per la salvezza del regno. Io ho dissimulato, e son pronto a perderne la rimembranza. Ma voi pure colla vostra condotta dovete ora gittare un velo su questo fatto passato.

Uniformandomi alle massime e pratiche del Parlamento britannico, per accelerare in questo momento le vostre operazioni, ho ordinato, che il ministro delle finanze vi presenti il piano de' bisogni ordinari per la spirante, e per la ventura indizione, e dei sussidi straordinari per la urgenza presente, e quello ancora dei mezzi per realizzare tali sussidi, affinché possiate subito discuterlo, e votarlo liberamente.

Io dichiaro, che sarò sempre custode fedele dei vostri privilegi, e che la colpa sarà vostra, se mi condurrete alla disgraziata necessità di sospenderli, mettendoli in collisione colla salvezza pubblica, ch'è la prima, e suprema legge degli stati, ed alla quale ogni altra bisogna cedere, e sottomettersi.

Signori, e Cittadini.

I principali, ed i più grandi fra i miei. doveri non soffrono, che si differisca la mia partenza; né che Io partendo. lasci sedente il Parlamento, formandone Io parte integrante; né che lasci indeciso l'importantissimo punto della sussistenza dello stato. Vi annunzio dunque, che non attenderti le vostre operazioni, che per soli sei giorni.

lo spero di vedervi in questo tempo assicurare la sorte dello stato, che vacilla, concorrere nobilmente allo spirito generale di difesa comune, che forma il centro, e l'unità delle nazioni dell'Europa, custodire la pace interna, ed i beni preziosi di cui Iddio ha fatto godere questo regno; e mostrare, che sapete essere grandi, e magnanimi, quando lo richiede la gloria e la salute della nazione. Io diverso caso, Io mi ricorderò di esser Tutore, e Re de' miei popoli; ripiglierò i miei diritti originari per lo solo intervallo, . in cui lo esigerà il bisogno; ed avrò senza dubbio la consolazione di vedere approvati i miei passi da tutti i buoni Siciliani; e sostenuti, e lodati da tutti i sovrani, e specialmente dà miei Augusti, e Potenti Alleati.

N. 8

Messaggio del Re, comunicato al Parlamento di Sicilia,

nella seduta del 17 Maggio 1815.

Signori, e Cittadini

Sua Maestà mi ha destinato suo commissario, col parere del suo privato Consiglio, per annunziarvi in primo luogo, che essendo imminente la sua partenza da questa Capitale, non può più permettere, che il Parlamento sia aperto. Ha già la M. S. in questo stesso giorno manifestato nelle forme legittime le sue risoluzioni sulle proposte fatte dalle due Camere.

Secondariamente mi ha incaricato di dirvi, che nel lungo corso delle sedute di questo Parlamento, ha avuto più volte la soddisfazione di restar contenta della fedeltà, delle buone intenzioni, e della decenza del maggior numero degli illustri Pari, e della zelante ed utile applicazione di alcuni fra gli onorevoli Rappresentanti dei Comuni. Ma nel tempo stesso mi ha ordinato di non dissimulare. che avrebbe desiderato più celerità, ed amore di pubblico bene nei lavori grandi, ed importanti, e più di riflessione imparziale negli oggetti riguardanti le prerogative della corona, la sussistenza, e la sicurezza dello stato, la buona fede, e l'onore della nazione, e la giustizia di dare, e di conservare ad ognuno ciò che gli spetta.

Sua Maestà non ha potuto vedere senza suo sommo dolore, che una Camera di Comuni, il cui primo dovere era quello di conservare, e migliorare lo stato, di renderlo l'esemplare della giustizia, e del puntuale adempimento dei suoi obblighi, e di farlo montare alla grandezza nel mezzo della prosperità, e delle benedizioni di tutti i ceti, sia stata per sette mesi insensibile al pericolo di un fallimento, ed alle lagrime di migliaia di famiglie reclamanti invano i loro diritti; abbia trascurato il pagamento del pubblico debito, e verso il governo Britannico, alla cui generosa assistenza tanto si deve, e verso i magnanimi cittadini, che col loro denaro han salvato la patria più volte dai mali; abbia ridotto alle più dure prove la virtù degli uffiziali della armata, e dei creditori dello stato, lasciandoli lungamente privi del prezzo del loro servizio, e dei loro capitali; ed abbia calcolato come un acquisto l'ingiusta riduzione della mercede dovuta agli impiegati politici.

Sua Maestà ha approvato vari articoli, perché l'urgente limitazione del tempo, e l'impossibilità di differirli hanno impedito di cercarvi per ora una maggiore perfezione. Sua Maestà ne ha vietato degli altri, non perché di taluni non ne voglia la sostanza, ma perché non ha trovato corrispondenti ai suoi desiderii i modi, nei quali sono stati espressi.

Attende Sua Maestà che per l'alta corte del Parlamento si propongono degli attributi, i quali rendano questo illustre magistrato degno della nazione, che lo istituisce, conforme all'insigne modello, che si è preso ad imitare, e più adattato al complesso delle circostanze, delle abitudini, e delle leggi di questo paese.

In quanto alla domanda delle Camere per la formazione dei nuovi codici delle leggi, e per la rettifica della costituzione, Sua Maestà. dichiara che destinerà subito una commessione di Siciliani ragguardevoli per probità, per talenti, e per comune opinione, che sceglierà tra i Pari, tra gli individui, che più degnamente han seduto nella Camera dei Comuni, e tra quelli, che sono i più distinti nelle magistrature, e negli studi. Darà Sua Maestà a siffatta commissione l'incarico di travagliare colla maggiore sollecitudine possibile alla redazione dei mentovati nuovi codici, ed alla rettifica della Costituzione, e per provvedere pienamente al compimento dei voti universali, Sua Maestà medesima le indicherà le linee necessarie per ottenere finalmente, che la Costituzione contenga tutte quelle sicurezze, che la nazione desidera; somministri tutto quel grado di forza, e di consistenza, ch'è indispensabile all'autorità del governo; corrisponda ugualmente ai progressi. dei lumi, ed ai bisogni, ed alla posizione politica di questo regno; non sia privata della salutare influenza di quelle fra le antiche leggi Siciliane, che conservano la loro saviezza, e la loro utilità, anche in mezzo ai cambiamenti, ed ai novelli rapporti delle cose, che il tempo ha prodotti, e sia effettivamente capace di stabilire e di consolidare la nostra vera, e durevole felicità.

Sua Maestà è convinta, che malgrado le contribuzioni offerite, ed approvate dovrà restare un vuoto nelle Finanze, tanto perché il prodotto di alcune di esse non sarà uguale alla somma, che vi è calcolata, quanto perché alcuni bisogni inevitabili non sono stati provveduti.

Dichiara Sua Maestà, che non intende, che si faccia novità per gl'impiegati nell'Amministrazione della rendita pubblica, poiché niuna legge nuova ha rivocato la legge del 1812, che lasciò al potere esecutivo il diritto di organizzare e di esercitare pienamente l'Amministrazione anzidetta, e niuna legge nuova è stata proposta, né è stata, né sarà mai dalla Maestà Sua approvata, la quale pretenda rívocare le leggi sacre della giustizia dei contratti, e dell'esatta proporzione tra l'opera, e la mercede, che è la parte più giusta, e più necessaria dell'Amministrazione.

La medesima dichiarazione annunzia la Maestà Sua per rapporto alle spese di polizia. Malgrado l'insufficienza delle somme stabilite dal Parlamento per quest'oggetto importantissimo, Sua Maestà continuerà lo stesso sistema che si è tenuto finora, perché la cura di riguardare la quiete, e la sicurezza pubblica è la conseguenza di una delle leggi primitive, e fondamentali, alle quali non è lecito il dispensare giammai.

Frattanto l'urgenza del tempo non permettendo di ripararsi ora allo sbilancio, che dovrà risultare nelle finanze dal vuoto accennato Sua Maestà si riserva di annoverare tale sbilancio fra i bisogni da provvedersi dal Parlamento, nell'anno venturo.

Recate così a fine le operazioni attuali, Sua Maestà scioglie il presente Parlamento, e ne convocherà un altro quanto più presto sarà possibile, perché una volta possa vedere in Sicilia resi solidi e durevoli lo splendore della corona, la forza, e la saluto dello stato, la giustizia, e la libertà civile, e la pacifica unione degli animi e degl'interessi sotto la protezione della legge.

IL PRINCIPE DI CAMPOFRANCO.

N. 9

Articoli fondamentali d'istruzione comunicati da S. M.

a' Membri della Commissione incaricata della rettifica

della Costituzione col real dispaccio del 1 giugno 1815.

Articolo 1. Il regno di Sicilia continua ad avere la sua forma Costituzionale, ed a conservare quella stessa Rappresentanza Nazionale, che si trova attualmente stabilita in due Camere, una dei Pari, e l'altra de' Comuni.

2. La Religione dév'essere unicamente ad esclusione di qualunque altra la Cattolica Apostolica Romana. Il Re è obbligato professare la medesima Religione.

3. Il Potere Legislativo è esercitato collettivamente dal Re, dalla Camera dei Pari, e dalla Camera de' Rappresentanti de' Comuni; ma la Legge è proposta dal Re, ed è discussa e votata liberamente a maggioranza di voti da ognuna delle due Camere.

4. La proposizione della Legge può esser fatta a piacimento delRe, alla Camera de' Pari, o a quella de' Rappresentanti de' Comuni, eccettuata la Legge dell'imposizione, che dee essere indirizzata alla Camera de' Rappresentanti de' Comuni.

5. Ciascuna delle Camere ha la facoltà di pregare il Re di proporre una Legge sopra qualunque siasi oggetto, o d'indicare ciò, che loro sembra più conveniente, che la Legge contenga. S. M. fattone l'esame proporrà la Legge, se lo crede conveniente, ed allora comincia la discussione regolare della Camera.

6. Il Re solo sanziona, e promulga le Leggi.

7. La Camera de' Pari è composta da tutti i Pari attuali. Erigendosi altri vescovadi, i nuovi vescovi, ed i loro successori saranno Pari spirituali. 11 Re potrà sempre creare quanti altri Pari temporali vorrà, purché siano Siciliani, ed abbiano una rendita netta di onze 2000. Cosi i nuovi Pari, che saranno creati dal Re, come i successori dei Pari attuali avranno ingresso nella Camera a 25 anni, e voto deliberativo a 30 anni solamente.

8. Tutti i principi della famiglia reale sono Pari pel diritto della loro nascita, ma non hanno voto deliberativo, che a 25 anni, non possono intervenire nella Camera senza il permesso del Re nel cominciamento di ogni sessione parlamentaria.

9. Nella Camera dei Pari debbono esservi sempre non più di sei giureconsulti, i quali godono durante la vita tutti gli onori, e le prerogative di Pari, e che il Re sceglie dalla classe della più distinta magistratura.

10. La Camera de' Rappresentanti de' Comuni continua ad esser  formata col metodo, che si trova stabilito, senza però che possa essere esclusi gli impiegati del potere esecutivo, secondo ciò che si pratica dal Parlamento Britannico. Nessun rappresentante può essere ammesso nella Camera, se non ha l'età di 25 anni.

11. È privativa del Re il convocare, prorogare, o sciogliere il Parlamento.

12. Il potere esecutivo appartiene unicamente al Re.

13. Il Re è il capo supremo dello stato; comanda le forze di terra, e di mare; dichiara la guerra. Fa i trattati di pace, di alleanza, o di commercio; elegge a tutti gli impieghi politici, civili, giudiziari, e militari; fa i regolamenti, e gli editti necessari per l'esecuzione delle leggi, e per la sicurezza dello stato; ed esercita la legazia apostolica, e tutti i diritti del rea! Patronato della corona.

14. La persona del Re è sacra ed inviolabile. I ministri, ed i consiglieri dello stato sono responsabili.

15. La successione alla corona continua ad essere regolata colle disposizioni contenute nell'atto della solenne cessione fatta dall'augusto re Carlo III, ai 6 di ottobre dell'anno 1739:

16. Il più esteso, e stabile godimento dell'individuale libertà civile, e della sicurezza delle persone, delle proprietà, e dei dritti dé Siciliani è pienamente garentito.

17. Un nuovo codice di leggi civili, di leggi criminali, di procedura, di commercio, e di sanità, ed una nuova, e più adatta organizzazione di magistrature debbono assicurare, o render più ferma, più pura, pio imparziale, e più facile l'amministrazione della giustizia.

18. La potestà di giudicare emana dal Re, e si esercita in suo nome da magistrati, e da giudici, che il Re eligge ed istituisce tra i soli Siciliani. 1 giudici detti perpetui, e quelli biennali dopo di essere stati eletti, ed istituiti dal Re sono irremovibili, cioè i primi durante la loro vita, ed i secondi per tutto il periodo del loro biennio, eccetto i casi, che saranno stabiliti dalla legge.

19. La libertà delle opinioni, e della stampa mantenuta con quelle precauzioni, che per la pubblica tranquillità furono adottate in Francia nell'anno scorso da Luigi XVIII.

20. La rendita pubblica è formata da contribuzioni ordinarie, e straordinarie, le prime costituiscono la dote stabile e permanente dello stato, e sono destinate distintamente al pagamento dei creditori di esso stato, della lista civile, della truppa di terra e di mare, del ministero dei magistrati, degli impiegati nell'Amministrazione, e di tutto ciò ch'è necessario all'immancabile soddisfazione di tutti i pesi, e bisogni ordinari dello Stato, stabilite col consenso delle Camere, e colla sanzione del Re, non se ne può in seguito alterare la quantità, ma debbono essere confirmate in ogni quattro anni nelle prime sedute di ogni nuovo Parlamento, e soltanto ne può essere in ogni tempo delle forme costituzionali cambiata, e migliorata l'indole, e la natura. Le seconde sono costituite da' sussidi temporanei, i quali debbono essere in ogni occorrenza proposti dal Re nella stessa forma delle altre leggi: sono liberamente accordati dalle Camere, e durano per quel tempo, che le medesime credono giusto di stabilire.

21. La lista civile è stabilita per tutta la durata del regno dal primo Parlamento, che si convoca dopo l'innalzamento del Re. al trono.

22. L'Amministrazione della rendita pubblica appartiene intieramente al potere esecutivo. Il ministro delle finanze è obbligato a presentare in ogni anno al Parlamento il conto dettagliato degli introiti, e degli esiti di tale amministrazione il quale deve anche stamparsi, e pubblicarsi.

23. È confermata l'abolizione della feudalità, e delle giurisdizioni, e de' dritti feudali secondo le determinazioni del Parlamento dell'anno 1812.

24. Allorché il Re rientrerà nel possesso del suo regno di Napoli continuerà la sovranità di Napoli, e di Sicilia ad essere unita, com'è stata per lo passato nella stessa persona del Re e dei Sovrani suoi successori.

25. Verificandosi il mentovato caso, quante volte il Re vorrà allontanarsi dalla Sicilia, e risedere in Napoli, lascerà in Sicilia per suo rappresentante un real principe della sua famiglia, o in mancanza di questo un distinto personaggio Siciliano, conferendo o all'uno o all'altro l'esercizio nel suo real nome di quella porzione delle facoltà sovrane, che giudicherà più convenienti per la pronta risoluzione degli affari riguardanti il governo interno della Sicilia.

26. II rappresentante del Re eserciterà col parere del privato Consiglio, ed in conformità delle leggi costituzionali, tutto quelle facoltà del potere esecutivo, che gli saranno conferite dal Re.

27. Il Re nello stesso caso della sua residenza in Napoli lascerà sempre in Sicilia ottomila uomini di truppa regolare di ogni armata dell'unico suo real esercito, i quali saranno mantenuti dall'erario di Sicilia con separata assegnazione destinata per tale oggetto. 11 Re potrà cambiarli sempre che vorrà, purché non ci rimanga mai meno dell'indicato numero di ottomila uomini.

28. Resterà parimenti in Sicilia nel caso suddetto un dipartimento della unica real marina proporzionato al bisogno della, custodia del littorale, che sarà anche mantenuto dall'erario di Sicilia con separata assegnazione ed a tenore del precedente articolo.

29.  Tutte le cariche, e gl'impieghi di qualsivoglia natura cosi  civili, che ecclesiastici appartenenti al governo interno della Sicilia, debbono essere privativamente occupati da' Siciliani, senza che mai possono essere conferiti a nessun forestiere, nello stesso modo, che a nessun Siciliano non potrà mai esser conferita nessuna carica, e nessun impiego di qualsivoglia natura, cosa civile, che ecclesiastico appartenente al governo interno del regno di Napoli, qualora il Re rientrerà nel possesso del medesimo.

30. Gl'Impiegati della casa reale, gli ordini cavallereschi, i titoli di nobiltà; tutti gl'impieghi militari, e gl'impieghi tutti appartenenti alle relazioni estere, sarà nella libertà del Re di conferirsi promiscualmente agl'individui di tutti i suoi domini, ed a chi giudicherà più conveniente al servizio, ed al bene dello stato.

N. 10

Decreto che prescrive l'unità della bandiera

per tutti i bastimenti da guerra e mercantili.

Napoli 15 maggio 1816.

Ferdinando N per la grazia di Dio Re delle due Sicilie ec.

Considerando Che nell'occasione della pace che è stata conchiusa tra Noi e le Reggenze di Algeri e di Tunisi, ed è per conchiudersi con quella di Tripoli, è stato chiesto ed è necessario che sia unica la ricognizione per tutti i bastimenti della nostra marina cosa di guerra che mercantili.

Visto il rapporto del nostro Segretario di Stato di, marina; Abbiamo decretato e decretiamo quanto siegue:

Art. 1. La bandiera di tutti i bastimenti tanto da guerra quanto mercantili de' nostri reali domini sarà unica. Cessando qualunque bandiera mercantile di cui per lo addietro facevasi uso da' nostri sudditi di Napoli e Sicilia, concediamo a' medesimi che la detta unica bandiera sia da oggi innanzi uniforme a quella sinora inalberata dai nostri reali legni da guerra, cioè col fondo bianco, e le nostre reali armi nel mezzo.

Art. 2. Il nostro Segretario di Stato di marina e tutti gli altri nostri Segretari di Stato e Ministri, ciascuno per la parte che lo riguarda, sotto incaricati della esecuzione del presente decreto.

Firmato FERDINANDO.

Il Ministro Segretario di Stato

Firmato TOMMASO DI SOMMA.

 

N. 11

Real Dispaccio per la proroga delle imposte, del 18 agosto 1816.

Di ordine dì Sua Maestà con dispaccio dei 16 del corrente agosto é stato prescritto quanto segue: & In mezzo alle occupazioni gravissime che sono state la conseguenza dei grandi cangiamenti politici seguiti in questi ultimi tempi, e mal grado le moltiplici cure, che il riacquisto del Regno di Napoli ha portato nell'animo del Re, il cuore di Sua Maestà non si è alienato giammai dalla sua. egualmente amata Sicilia. Sua Maestà sempre provvida nelle sue operazioni, e sempre saggia nei suoi disegni, avea stabilito in conformità dei voti manifestatile dal Parlamento, che la Costituzione fosse rettificata, che si fossero stesi de' Codici esatti, e che si fosse eseguita la verificazione dei riveli, onde conoscersi lo stato effettivo della proprietà tassabile.

La M. S. ha incessantemente affrettato per quanto l'è stato possibile l'esecuzione delle fin qui dette disposizioni, e quantunque l'importanza delle sue nuove relazioni politiche, l'urgenza di provvedere alla salute sventuratamente minacciata in alcune parti dei suoi domini, ed i nuovi legami felicemente contratti dagli individui della sua real famiglia (che obbligarono S. A. R. il principe luogotenente di questo regno ad allontanarsene per qualche tempo ) avessero dovuto tener distratta la mente di S. M., ed avessero potuto giustificare nel suo real animo, e presso tutti coloro che rettamente pensano, qualche ritardamento, pur tuttavolta però la M. S. lusingavasi di poter opportunamente dar compimento alle sue alte, e magnanime idee.

Inoltre S. M. dopo di aver eletta la Commissione per la rettifica della Costituzione, e per la formazione dei nuovi codici, come si è detto, ne avea altresì sollecitati i lavori: malgrado però i reali dispacci su tale assunto emanati ai 16 maggio ed agli 8 settembre 1815, ed ai 7 di marzo trascorso, ha veduto, che gli ordinati travagli non han avuto alcun progresso.

S. M. non avea omesso per la sua parte alcun provvedimento, onde accelerare la tanto necessaria rettificazione ei riveli; ma quantunque questa si fosse dovuta compire nel fine di dicembre dello anno scorso, nulla di meno da una rappresentanza della Giunta Centrale a quello oggetto istituita ha inteso con estremo rincrescimento, che appena la terza parte di tali rettifiche si è fin oggi verificata: e che in conseguenza viene a mancare la base sulla quale poggiar devono le finanze, ed i mezzi di conservate la giustizia della distribuzione dei pesi.

A questi ostacoli che attraversano tutto il corso delle successive operazioni, si è aggiunta anche la conoscenza di. una tepidezza inconcepibile nello spirito pubblico: mentre la maggior parte dei Consigli Civici non sono àncora organizzati, ricusando i. soggetti più degni delle città le più cospicue di concorrere al pubblico bene; o pure deviando essi Consigli dal loro istituto, lungi di promuovere il vantaggio dei rispettivi Comuni, non han presentato, che una serie di scissure, animate dai privati rapporti, con aver anche trascurato l'interessante oggetto di formar le congrue volute dal Parlamento, e di provvedere di peculio il proprio rispettivo Comune.

Or mentre il cuore di S. M. rimane estremamente turbato dal concorso di tali circostanze, la M. S. considera, che stando già di spirare la quarta Indizione, li sacri doveri di Sovrano, e di Padre dei suoi amati sudditi lo chiamano, per ovviare per ora a maggiori sconcerti, a prendere sollecitamente le misure più convenienti alla attuale situazione e le più opportune alla conservazione dello Stato a lui affidato dalla Provvidenza, e ad impedirne la dissoluzione. Epperò col parere del suo privato Consiglio viene ad ordinare il prosieguo nell'attuale stato così delle pubbliche rendite, che dei pesi: ed ha provvisoriamente ordinato, che per ora l'ultimo terzo della fondiaria della corrente Indizione quarta si esiga alla ragione del quattro per cento, sino che si faranno le liquidazioni in consequenza delle rettifiche dei riveli; riserbandosi S. M. a provvedere diversamente nei modi regolari, se continuerà la renitenza dei possidenti a presentare le dette rettificazioni dal Parlamento ordinate, senza le quali non potrà mai liquidarsi la rendita, che per la fondiaria deve allo Stato corrispondersi.

Vuole quindi la M. S., che dal principio della prossima quinta Indizione in poi si prosegua la esazione della rendita pubblica nel modo stesso, come si è praticato nell'anno quarta Indizione, sino a nuovi provvedimenti: e che sia destinata agli stessi oggetti decretati dal Parlamento passato.

Nel tempo medesimo l'animo di S. M. vien lacerato dai clamori di una gran parte de' suoi sudditi, li quali per conseguenza di uno sbilancio nelle finanze, già preveduto, ed annunciato dalla M. S., si trovano oggidì senza lor colpa aggravati dall'insopportabile peso della miseria.

Non potendo dunque il clementissimo Real Animo essere indifferente alle sciagure di tanta povera gente, pigliando nella dovuta considerazione le circostanze dei creditori dello stato, che ritraggono dal medesimo la loro sussistenza (tra li quali vi sono non che innumerabili bisognose famiglie, ma ancora li luoghi di pubblica istituzione, le comunità religiose, le chiese ed opere di massima pietà) quantunque conosca di non potervi per ora provvedere con quell'ampiezza che il san Real Animo desidererebbe, pure non soffrendo di vederli più lungamente languire, per essersi trascurato di assegnare de' fondi corrispondenti ai pesi„ vuole la M. S., che a tutti li creditori dello stato sia pagata a costo di qualunque sagrificio una annualità della rispettiva rendita in tre eguali soluzioni, da eseguirsi alla fine di ottobre prossimo, e di febbraro e giugno 1817.

Finalmente siccome la M. S. avea potuto tollerare soltanto lo stato angustioso degli impiegati politici per la speranza che avea di potervi apprestare regolarmente il riparo, così non volendo ora più soffrire che questa classe utile, e sempre fedele, sia defraudata del prezzo dei suoi sudori, vuole, che dal primo di settembre in poi siano pagati con puntualità li soldi, cessando per li soldi dell'anno quinta indizione la retenzione dell'ottava parte, e che lo attrasse in cui sono sia soddisfatto da settembre in poi alla ragione di. mezza mesata in ciascun mese; dichiarando S. M., che farà tutti gli sforzi perché non più giungano al suo Real Trono. delle lagnanze sulla incorrisponsione dei pesi, e delle mercedi, che deve contribuire lo Stato.

Queste benigno disposizioni di S. M., che vengono dettate dalla necessità, che sono uniformi alle regole della giustizia, che impediscono lo sconvolgimento delle cose, che mantengono in vigore lo Stato, e che rasciugano le lagrime di tanti infelici, non possono che riscuotere i più sinceri omaggi. di una universale riconoscenza.

Epperò S. M. non crede necessaria alcuna misura che accompagni i suoi decreti per la esecuzione: ma se in mezzo ad una nazione intera, che sempre si è dimostrata fedele, e docile, taluno vi fosse, che non avendo interesse alla di lei felicità ardisse di alterarne la quiete con sedurre lo spirito pubblico, sarà egli soggetto al rigore delle leggi.

Palermo 16 agosto 1816.

IL MARCHESE FERRERI

N. 12

Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, portante ancora l'intestazione 
della Cancelleria generale dei detto regno.

Ferdinando I. per la grazia di lo. Re delle Due Sicilia, di Gerusalemme, ec. Infante di Spagna. Duca di Parma, Piacenza, Castro, ec. ec: Gran Principe Ereditario di Toscane ec. ec. ec.

Il congresso di Vienna nell'atto solenne a cui dee l'Europa il ristabilimento della giustizia e della pace, confermando la legittimità dei diritti della nostra corona, ha riconosciuto Noi ed i nostri eredi e successori Re del Regno delle Due Sicilie; Ratificato un tale atto da tutte le Potenze, volendo Noi, per quanto ci riguarda, mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato di ordinare e costituire per legge stabile e perpetua dei nostri stati le disposizioni seguenti:

Art. 1. Tutti i nostri reali domini al di quà e al di là del Faro costitueranno il Regno delle Due Sicilie,

Art. 2. Il titolo che Noi assumiamo fin dal momento della pubblicazione della presente legge è il seguente: Ferdinando I per la grazia di Dio Re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme cc. Infante di Spagna, Data di Parma, Piacenza, Castro ec ec. Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Art. 3. Tutti gli atti che emaneranno da Noi, o che saranno spediti nel nostro real nome dai funzionari pubblici nel nostro Regno delle Due Sicilie, porteranno nell'intestazione il titolo che abbiamo enunciato nell'articolo precedente.

Art. 4. Le plenipotenze e patenti che si trovano date a' nostri Ambasciatori, Ministri ed Agenti qualunque presso le Potenze estere, saranno immediatamente ritirate, e contracambiate nel tempo medesimo con altre da spedirsi a tenore dell'articolo 2.

Art. 5. La successione nel Regno delle Due Sicilie sarà perpetuamente regolata colla legge del nostro augusto genitore Carlo III, promulgata in Napoli nel di 6 di ottobre dell'anno 1759.

Art. 6. Stabiliamo una Cancelleria generale del Regno delle Due Sicilie, che sarà sempre nel luogo della nostra ordinaria residenza, e verrà preseduta da uno dei nostri Segretari di Stato Ministri, il quale avrà il titolo di Ministro Cancelliere del Regno delle Due Sicilie.

Art. 7. Si terrà in essa Cancelleria generale il registro ed il deposito di tutte le leggi e decreti che saranno emanati da Noi.

Art. 8. Il Ministro Cancelliere apporrà il nostro real suggello a tutte le nostre leggi e decreti, e. riconoscerà e contrassegnerà in essi la nostra firma. 11 medesimo sarà incaricato della spedizione di tutte le nostre leggi e decreti a tutte le autorità costituite nel Regno delle Due Sicilie, e veglierà per la loro pubblicazione e collesione.

Art. 9. Vi sarà. inoltre in essa Cancelleria generale un Consiglio per la discussione e preparazione degli affari più importanti dello Stato prima di portarsi dai nostri Ministri alla nostra Sovrana decisione nel nostro Consiglio di Stato, e prenderà la denominazione di Supremo Consiglio di Cancelleria. Il Ministro Cancelliere ne sarà il Presidente.

Art. 10. Una nostra legge particolare fisserà l'organizzazione interna della Cancelleria generale, e determinerà più distintamente le attribuzioni del Ministro Cancelliere e del Supremo Consiglio di Cancelleria, Vogliamo e comandiamo che questa nostra legge da Noi sottoscritta, riconosciuta dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia, munita dal nostro gran sigillo, e, contrassegnata dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro Cancelliere, e registrata e, depositata nella Cancelleria generale del Regno delle Due Sicilie, si pubblichi colle ordinarie solennità per tutto il detto Regno, per mezzo delle corrispondenti autorità, le quali dovranno prenderne particolar registro, ed assicurarne l'adempimento.

Il nostro Ministro, Cancelliere del Regno. delle Due Sicilie è specialmente 'incaricato di vegliare alla sua pubblicazione.

Data in Caserta, il dì 8 di dicembre 1816.

Firmato FERDINANDO

Il Segretario di Stato

Ministro di Grazia e Giustizia

Firmato -  MARCHESE TOMMASI

Il Segretario di Stato

Ministro Cancelliere

Firmato - TOMMASO DE SOMMA

Legge che conferma i privilegi dei Siciliani, combinandone l'osservanza coll'unità delle instituzioni politiche stabilite per base del Regno delle Due Sicilie. - 11 dicembre 1816.

Ferdinando I perla grazia di, Dio Re del Regno dalle Due Sicilie, di Gerusalemme ec. Infanta di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec. éc. gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Volendo confermare i privilegi conceduti da noi e dai Sovrani nostri augusti predecessori a' nostri carissimi Siciliani, e combinare insieme la piena osservanza di tali privilegi coll'unità delle istituzioni politiche che debbon formare il dritto pubblico del nostro Regno delle Due Sicilie, abbiamo colla presente legge sanzionato e sanzioniamo quanto segue:

Art. 1. Tutte le cariche ed uffici civili ed ecclesiastici della Sicilia al di là del Far, o saranno conferiti privativamente ai Siciliani, a tenore dei capitoli de' Sovrani nostri predecessori, senza che potranno aspirarvi mai gli altri nostri sudditi de' nostri reali domini al di quà del Faro; nello stesso modo che i Siciliani non potranno aspirare alle cariche ed agli uffici civili ed ecclesiastici dei suddetti altri nostri domini. Includiamo nella mentovata privativa a favore dei Siciliani anche l'arcivescovato di Palermo, quantunque lo stesso fosse stato riservato al Sovrano arbitrio nell'amplissima grazia conceduta a' medesimi dal nostro augusto genitore Carlo III.

Art. 3. A tutte le grandi cariche del nostro Regno delle Due Sicilie i nostri sudditi della Sicilia al di là del Faro saranno ammessi in proporzione della popolazione di quell'isola. Formando questa la quarta parte dell'intera popolazione di tutti i nostri reali domini, il nostro Consiglio di Stato sarà composto per una quarta parte di Siciliani, e per le altre tre parti di sudditi degli altri nostri reali domini. La stessa proporzione sarà osservata per le cariche de' nostri Ministri e Segretari di Stato, per quelle dei Capi della nostra real Corte, e per quelle de' nostri rappresentanti ed agenti presso le Potenze estere.

Art. 3. In vece d& due Consultori Siciliani, che, per concessione del nostro augusto Genitore, formavan parte dell'estinta Giunta di Sicilia, vi sarà sempre colla stessa proporzione indicata nell'articolo precedente un numero di Consiglieri Siciliani nel supremo Consiglio di Cancelleria del Regno delle Due Sicilie.

Art. 4. Gli impieghi della nostra armata di terra e di mare, e quelli della nostra Casa reale, saranno conferiti promiscuamente a tutti i nostri sudditi di qualsivoglia parte de nostri reali domini.

Art. 5. Il governo dell'intero Regno delle Due Sicilie rimarrà sempre presso di Noi. Quando risederemo In Sicilia, lasceremo nei nostri domini di quà del Faro per nostro Luogotenente generale un Principe reale della nostra famiglia, o un distinto personaggio, che sceglieremo tra i nostri sudditi. Se sarà un Principe reale, avrà presso di se tino de' nostri Ministri di Stato, il quale terrà la corrispondenza co' Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà inoltre due o più Direttori, che presederanno. a quelle porzioni de' detti Ministeri e Segreterie di Stato, che giudicheremo necessario di lasciare per la governo locale di questa parte dei nostri reali domini. Se non sarà un Principe reale, il Luogotenente avrà egli stesso il carattere di nostro Ministro e Segretario di Stato, corrisponderà egli stesso coi Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà presso di se i mentovati due q più Direttori per l'oggetto anzidetto.

Art. 6. Quando risederemo ne' nostri reali domini al di quà del Faro, vi sarà allo stesso modo in Sicilia por nostro Luogotenente generale un resi Principe della nostra famiglia, o un distinto personaggio, che sceglieremo tra i nostri sudditi. Se un Principe reale, avrà parimente presso di se uno dei nostri Ministri di Stato, il quale terrà la corrispondenza coi Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà inoltre due o più Direttori, che presederanno a quelle porzioni de' detti Ministeri e Segreterie di Stato, che giudicheremo necessario di far rimanere in. Sicilia. Se non sarà un Principe reale, il Luogotenente di Sicilia avrà egli medesimo il carattere di nostro Ministro e Segretario di Stato; corrisponderà egli medesimo coi Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi; ed avrà presso di se per l'oggetto indicato i mentovati due o più Direttori.

Art. 7. Cotesti Direttori, tanto nel primo che nel secondo caso, saranno scelti trai nostri sudditi di qualsivoglia parte dei nostri reali domini, siccome relativamente alla Sicilia era stabilito per le antiche cariche di Consultore, di Conservatore e di Segretario del Governo, alle quali in sostanza vanno ad essere sostituite quelle de' suddetti Direttori.

Art. 8. Le cause dei Siciliani continueranno ed essere giudicate fino all'ultimo appello ne' tribunali di Sicilia. Vi sarà perciò in Sicilia un supremo tribunale di giustizia, superiore a tutti i tribunali di quell'Isola, ed indipendente dal supremo tribunale di giustizia de' nostri domini al di quà del Faro; siccome questo sarà indipendente da quello di Sicilia, quando Noi faremo la nostra residenza in quell'isola. Una legge particolare determinerà l'organizzazione di questi due tribunali supremi.

Art. 9. L'abolizione della feudalità in Sicilia è conservata, ugualmente che negli altri nostri domini di quà del Faro.

Art. 10. La quota della dote permanente dello Stato spettante alla Sicilia sarà in ogni anno fissata e ripartita da Noi, ma non potrà eccedere la quantità di annue onze 1, 847, 687, e tarì 20, stabilita per patrimonio attivo della Sicilia dal Parlamento nell'anno 1813. Qualunque quantità maggiore non potrà essere imposta senza il consenso del Parlamento.

Art. 11. Sulla quota anzidetta sarà prelevata in ogni anno una somma non minore di onze 150, 000 e sarà impiegata 'nel pagamento dei debiti non fruttiferi, e degli arretrati degli interessi dei debiti fruttiferi della Sicilia sino all’estinzione degli uni e degli altri. Seguita tale estinzione, la stessa annua somma rimarrà destinata per fondo di ammortizzazione del debito pubblico della Sicilia.

Art. 12. Finché il sistema generale dell'amministrazione civile e giudiziaria del nostro Regno delle Due Sicilie non sarà promulgato, continueranno in Sicilia tutti gli affari giudiziari ed amministrativi ad avere quello stesso corso ed andamento che hanno avuto finora.

Vogliamo e comandiamo, che questa nostra legge da Noi sottoscritta, riconosciuta dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro di Grazia e Giustizia, munita del nostro gran Sigillo, e contrassegnata dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro Cancelliere, e registrata e depositata nella Cancelleria generale del Regno delle Due Sicilie, si pubblichi colle ordinarie solennità per tutto il detto regno, per mezzo delle corrispondenti autorità, le quali dovranno prenderne particolar registro, ed assicurarne l'adempimento.

Il nostro Ministro Cancelliere del Regno delle Due Sicilie è specialmente incaricato di vegliare alla sua pubblicazione.

Data in Caserta, il dì li di dicembre 1816.

Firmato FERDINANDO

Il Segretario di Stato
Ministro di Grazia e Giustizia
Firmato -  MARCHESE TOMMASI
Il Segretario di Stato
Ministro Cancelliere
Firmato - TOMMASO DE SOMMA

Estratto della seduta della Camera de' Comuni d'Inghilterra

 del  21 giugno 1821.

AFFARI DI SICILIA

Lord William Bentinck si alza per sostenere la mozione, di cui ha dato conoscenza, 
relativa agli affari di Sicilia.

Nel richiamare per la prima volta su me l'attenzione della Camera, comeché da molti anni ne faccia parte, mi lusingo che la medesima mi voglia prestar fede, allorché le esprimo la mia estrema diffidenza di me stesso; la repugnanza che provo nella. presente occasione, e di. qual profitto mi sarebbe tornato il commettere a man più abile l'importante causa di cui sono io il debole avvocato: riconoscendo certamente che qualunque altro vi sarebbe con più felicità riuscito. Avrei facilmente trovato persone più capaci d'intraprendere questa discussione: so bene che potea comunicare a molti membri di questa camera tutte le circostanze di fatto, e porle in possesso di tutte le particolarità da me raccolte; ciò è vero, ma non è vero egualmente che avessi potuto loro trasmettere quel peso e, quella autorità, che per effetto delle circostanze. particolari, mediocre che fosse la mia importanza personale, mi si deve supporre nell'istoria di queste transazioni. (Ascoltate, ascoltate). Piùdifficile. poi mi sarebbe stato il trasfondere, e lanciare nell'anima d'un altro, quell'attaccamento e quell'affezione profonda verso un popolo, che io porto nel mio cuore, per la cooperazione franca ed efficace che mi ha prestato, e i soccorsi che dalla sua condotta si sono ricavati. Colui che è stato il testimonio del principio e del corso progressivo dei miglioramenti eseguiti in Sicilia, che in seguito ha avuto la mortificazione di vedere tutte le sue speranze più belle, totalmente distrutte, tutti i dritti più preziosi del popolo, tutti i più cari privilegi rovesciati, la sua sorte futura ruinata, il popolo stesso, dopo tante promesse, rimpiazzato in una situazione peggiore di quella, in cui si trovava pria dell'arrivo delle truppe inglesi sul suo suolo; l'uomo che é stato spettatore di tutto ciò deve esser supposto profondamente commosso in questa occasione. (Ascoltate, ascoltate). Sebbene dunque io sento tutta la mia impotenza non posso però compromettere il mio sentimento, né impedire a me stesso di agitare questa discussione, sebbene, lo. replico, sia sicuro di cedere personalmente nella mia intrapresa: mi giova quindi implorare la più grande indulgenza da questa camera (grandi. grida: ascoltate, ascoltate), ed inoltre una secondi grazia le chiedo prima di entrare in materia, ed è questa, che essa noti permetta che la causa} da me difesa soffra della debolezza. dell'avvocato. Ascoltate) lo non posso aver, dei motivi per creare inutili dibattimenti, io non ho alcuna vanità personale a soddisfare, io non voglia che querelarmi che con si sia data in fatto la libertà ad un popolo cui a era promessa. Promessa per la quale io riguardo l'onore nazionale come impegnato, e di cui il popolo Siciliano invoca altamente il compimento, e lo invoca dippiù in una l'orma in nulla opposta ai principii ed alle dichiarazioni della santa alleanza. L'ultimo manifesto, dato dagli alleati a Laybach, ha dichiarato la loro determinazione di non soffrire alcuna costituzione, che non fosse stata legalmente stabilita. La libertà invocata dai Siciliani, io lo sostengo, è così legalmente stabilita, riposa essa su di una autorità così sacra, come quella stessa che lega i governi di quei sovrani medesimi.

Nel fave questa asserzione a prò de' Siciliani, impegno la mia, rota d'onore, che ad alcuna istituzione non cedo di qualunque individuo o partito si fosse: nessuna sollecitazione non ho io rivelato, e dal punto che lasciai la Sicilia non ho avuto giammai comunicazione alcuna con quel paese (ascoltate). Allorchè parti dalla Sicilia, due condizioni erano state solennemente stipolate in favore del popolo: la prima, che nessuno individuo non sarebbe stato molesto a causa del suo attaccamento con gl'Inglesi durante il tempo che questi dirigevano gli affari dell'isola; la seconda, che i dritti e i privilegi posseduti dai Siciliani non avrebbero sofferto alcuna ferita di cambiamento nell'Amministrazione. In qual maniera siffatte solenni stipolazioni sono state eseguite? Lungi di non aver esse ricevuta la minia esecuzione, io so. dalle autorità le più certe, che giammai non avvenni un più completo annientamento di tutti i dritti e di tutti i privilegi che quello che ne segui giammai cumulo d'ingiustizie, di oppressioni, di crudeltà, non suggellò gli annali di alcun paese (ascoltate ascoltate). Se la camera mi segue in questo punto di veduta nel mio soggetto, qual migliore momento troverà essa per manifestare i suoi sentimenti di giustizia che quello in cui il re di Napoli, secondo le sue promesse si occupa di stabilire la costituzione Siciliana sopra solide basi? Si conoscono forse generalmente i motivi dell'occupazione della Sicilia dell'Inghilterra: io pure voglio in breve ricordarli.

Nel 1805 la famiglia reale abbandonò Napoli, sua residenza., e si ritirò in Sicilia, ove essa fu protetta da un'armata inglese, inviata all'oggetto. Murat era allora padrone di Napoli, e meditava una invasione in Sicilia. Sir John Stuart, in quella circostanza non potè ottenere dal governo che un reggimento di cavalleria per cooperare alla difesa dell’Isola, e allorché in, seguito ebbe luogo con effetto la spedizione di Murat, venne questa respinta dal valore delle truppe inglesi, ajutate, meno dal governo, che dagli sforzi volontari di alcuni Siciliani. Passarono i primi sei anni quasi nel medesimo spirito da parte del governo Siciliano, alla fine fu determinato che bisognava imprendere delle più efficaci misure per mettere le cose su di un piede migliore. Ebbero luogo alcune conferenze col nobile marchese, che siede dirimpetto (Londonderry) e che allora, come adesso, sosteneva le funzioni di Segretario distato degli affari esteri con tanto vantaggio' per il suo paese, che di distinzione per lui. In risultamento a queste conferenze, si diedero delle istruzioni nelle quali si appoggiò con forza sul vantaggio che ritrarrebbe il sovrano nel coltivare l'amore dei suoi sudditi, e le felici conseguenze che doveano risultare dagli sforzi di costoro, in sostegno del sovrano. Furono tali in generale, i punti di veduta su questo proposito, e mi sia permesso di aggiungere, che la fine dei nostri rapporti con la Sicilia, fu marcata dal medesimo spirito che ne avea caratterizzata il principio. Or siccome queste istruzioni non fecero alcuna specie d'impressione sul governo napolitano, si adottarono allora delle misure più decise, e la politica di quel governo cambiò interamente.

I Consiglieri napolitani si ritirarono, ed in vece vennero piazzati ministri Siciliani. Disgraziatamente il re fece in quel momento la sua apparizione, disgraziatamente io dico perché ciò diede luogo a credere che al re non gradivano affatto i cambiamenti proposti, e si temeva, che ove egli seguitasse le misure che precedentemente aveano ricevuto la sua sanzione, non finisse col distruggere la felicità del paese, annullando la novella costituzione, In queste circostanze, il principe ereditario fa incaricato di dirigere gli affari, ed avendo io avuto l'onore di esser situato presso la sua persona, posso render testimonianza della eccellenza della sua condotta. Furono chiamati dei ministri Siciliani, e tutte le parti del nuovo codice furono, portate ad esecuzione; il tutto in somma progrediva per lo meglio.

Nel corso di nove mesi settemila uomini furono inviati in Ispagna, e qualche mese dopo, il doppio di questo numero fu già disponibile. L'armata napoletana, sino allora totalmente inattiva, divenne degna di partecipare alla difesa generale. La costituzione fu fedelmente eseguita in tutte le sue parti. Il generale, che allora comandava, istruito dei mali che il popolo avea sofferto, sentiva vivamente il desiderio di prevenirne il ritorno. Sapeva egli quali crudeltà aveano segnalato il 1809 e 1810, sapea i rigori esercitati sopra i cinque baroni, stati esiliati, potrei dire alla Romeo, senza alcuna forma di giudizio, relegati in cinque differenti parti. Versato nelle condizioni del novello ordine di cose questo generale mise in opera tutti suoi sforzi per farle strettamente eseguire.

Queste condizioni esigevano che le vite, la libertà, i privilegi, la felicità dei Siciliani, non fossero meno preziosi allo stato di quello che lo erano stati per lo innanzi. L'antica Costituzione Siciliana era esistita da secoli, ed ora stata rispettata da tutti i principi di Europa. La Sicilia era libera, ed avea una Costituzione sua propria, una Costituzione indipendentissima. Abbenché riunita a Napoli, possedeva importanti privilegi, aveva la sua bandiera, la sua moneta battuta al suo conio, il suo Parlamento particolare. Veramente questo Parlamento non si riuniva che in ogni quattro anni, ma esso esercitava la. prerogativa di votare le tasse per siffatto tempo, e di vegliare perché non venissero impiegati ad altri usi che a quelli per li quali erano destinati. Nell'intervallo di una sessione ad un'altra del Parlamento, una deputazione, scelta dal sua seno ora incaricata d'ispezionare la riscossione della rendita pubblica, e d'aver cura perché non venisse deviata dal destino datolo dall'assemblea. Allorché i nuovi rappresentanti Siciliani si unirono, processero alla riforma degli abusi, che si erano intrusi nella Costituzione, e si applicarono a consolidarla perfezionandola. Nel 1812 le tre camere del Parlamento adottarono nell'unanimità le basi di una nuova costituzione; fu allora che i baroni Siciliani diedero uno dei più gloriosi spettacoli che abbia giammai contemplato il mondo, o di cui si sovvenghi l'istoria, con abdicare volontariamente i loro dritti feudali.. Ascoltate!) Si determinò nello stesso tempo di prendere per modello quanto fosse possibile la costituzione inglese. Le tre camere del Parlamento si ridussero a due: i Signori spirituali e temporali formarono la prima, i comuni la seconda. Il Parlamento si ritmi 'negli anni 1813, 1814, e 1815. Nel 1514 il re riprese le redini del governo, e rinnovò il suo giuramento di osservare inviolabilmente la costituzione che si era stabilita; nel 1815 S. M. si rese a Napoli. Riguardo alla regolarità con la quale si esercitavano allora i differenti poteri della costituzione si potrebbe addurre una folla di testimonianze; ed io credo che il nobile marchese (Lord Londonderry) siasi ingannato allorché disse che le istruzioni di questo governo, relativamente alla nuova, costituzione Siciliana, furono date al momento della nostra evacuazione dell'Isola.

Questa evacuazione avvenne in maggio 1814 e le istruzioni non furono inviate che in settembre 1815: alcune istruzioni furono anche date, a quel che credo, verso l'epoca che il re parti per Napoli. Io seppi in effetto da due persone che, si trovavano allora alla Corte dr Sicilia, che una nota vi era stata rimessa da Sir William A'Court. Una di queste mi disse, che pria della partenza del re, il ministro Inglese avea presentato una carta, la quale contenea che in vista del cambiamento   totale delle circostanze l'influenza dell’nghilterra andava interamente a cessare; che se il governo dimandava dei cambiamenti, l'Inghilterra non vi farebbe alcuna oggezione, postoché fossero eseguiti tali cambiamenti uniformemente alle leggi esistenti, e col libero consenso della nazione. Questa carta finiva dichiarando che l'Inghilterra non permetterebbe alcun. cambiamento violenti) o arbitrario nella costituzione esistente. Questa nota fu. data dall'Inghilterra alla Sicilia, nel momento stesso in cui Noi abbandonammo i Siciliani al loro destino; ed è ben, chiaro che colui il quale l'avea redatta. non conosceva le carte, depositate sul burò del nobile Lord. Riguardo poi alle istruzioni, che furono inviate da qui, io non avrei nulla imaginato che meglio soddisfacesse al profondo interesse che sento per i Siciliani, di quello che contenevano: ma quale sforzo si è fatto per dare, effetto a quelle istruzioni? neppure il menomo tentativo. Ricevute;con gioja dai Siciliani furono esse immediatamente seguite dal decreto del Re che riuniva, i due paesi.

Quest'atto di unione, non solamente violò la costituzione, ma la rovesciò difatti tutta intiera. Annullò i dritti, i privilegi del popolo, e fece la Sicilia una provincia di Napoli (ascoltate). Ecco come si trattò della Sicilia. Nessun paese al mondo era più attaccato all'Inghilterra, nessuno non avea maggiore antipatia per Napoli, di quello che vi fu così forzosamente riunito.

Quando Murat era in possesso di Napoli, si era promesso ai Siciliani un governo indipendente nel caso, che il loro Sovrano venisse a ricuperare, i domini dei suoi antenati. Questa promessa non fu mantenuta. All'epoca della rivoluzione di Napoli, i sentimenti de' Siciliani si manifestarono nella maniera la più pronunziata. Anche una rivoluzione avvenne nello stesso tempo in Palermo, ma l'oggetto della insurrezione siciliana era evidentemente differente da quello degli insorgenti napolitani. Il primo atto di questi ultimi fu di attaccare Palermo, ma quella città oppose loro una si gagliarda resistenza che furono essi forzati a ritirarsi. La camera, per questo affare, ha un testimonio eccellente, quello di un inglese, del generale Church, che allora avea il comando di Palermo. Si era accusato questo uffiziale di avere per una indiscrezione, cagionato la rivolta; egli Pubblicò una giustificazione che a mio credere, stabilisce compiutamente la sua innocenza. E questa la giustificazione che io tengo alle mani: e si deve rimarcare che l'autore era al servizio di Napoli. Il generale Church dice: «che in mezzo di una plebaglia rivoltata, egli restò fedele al Sovrano, cui serviva, e ricusò di congiungersi a coloro, che volevano obbligarlo a violare il suo giuramento.» In seguito. aggiunge «su ognuno che da lungo tempo i Siciliani desideravano un cambiamento nel governo, e che un malcontento profondo regnava fra essi.

Una circostanza rimarchevole si è che il nobile Marchese in una altra camera, ha decisamente condannato la condotta del governo rivoluzionario di Napoli verso la Sicilia. «Persona non ignora, egli dice, che la Sicilia era una nazione distinta, che avea una Costituzione a se, i suoi dritti, i suoi privilegi indipendenti.» e biasima il tentativo fatto dai rivoluzionari di Napoli per conficcare la loro costituzione nella gorgia al popolo siciliano. Sembrerebbe da ciò che il nobile Lord, alla testa del governo di S. M. non era informato del cambiamento arrivato in Sicilia, e che ignorava, che questa Costituzione libera, stata accordata ai Siciliani, era ornai, già. distrutta.

Il Re, fra gli altri atti, fissò alla somma di 1,812,000 onze, il maximum delle spese di Sicilia. Non vi è esempio di una simile esorbitanza. Si prese per base della valutazione il budget del 1813 e 1814 vale a dire, allorché il prezzo della produzione era il doppio di quello che è presentemente. Esistevano frattanto i budget del 1814 e 1815 l’ultimo dei quali porta la rendita pubblica ad onze 1,440,000, somma che dovea servir di regola per. questa valutazione, e non giammai oltrepassarsi. Ma quando il Re si ha arrogato il dritto di imporre quelle tasse che gli torneranno a grado, quando non esiste alcun conto regolare né d'introito né di esito, come mai può prosperare il paese? Se vi esistesse un consiglio nazionale, conce in Irlanda, per controllare la spesa, l'estensione del male potrebbe esser diminuita. Ma laddove il Sovrano è un despota, qualunque controllo è fuor di quistione. Secondo la nuova costituzione tutte le grandi cariche dello stato doveano essere occupate dai Siciliani. Egli è bene strano che ci si presenti come una cosa del tutto nuova, e degna di encomio, una disposizione che già facea parte della Costituzione dello stato da tanti secoli. Gli si è fatto ancora un gran merito per avere acconsentito all'abolizione del sistema feudale. Le sue mire però non sono state in ciò, che di sbarazzarsi del solo ostacolo che si poteva opporre alla potenza illimitata della Corona. Non si deve per un momento dimenticare, che i baroni rinunciarono liberamente a' loro dritti feudali, e per qual fine fecero essi questo abbandono? Essi lo fecero, a condizione, che il Re rinunciasse qualcheduna delle sue prerogative. Fu questo il contratto tra le due parti; or in dimando: i dritti dei baroni erano forse meno sacri di quelli del Principe? (ascoltate). In tutto ciò che ha detto, altro scopo io non ho avuto che di far rendere ai Siciliani quei dritti e quella libertà che si avevano acquistato con tanto travaglio. E dopo aver io dichiarato tutti i fatti che mi son sembrati necessari di far conoscere alla Camera, termino col proporre:

Che un umile indirizzo sia presentato a S. M. per rassegnarle rispettosamente che noi abbiamo la mortificazione di conoscere essersi fatti dai governo delle Due Sicilie dei tentativi per ridurre a tale i privilegi e i dritti dei Siciliani , che il governo inglese è «sposto al rimprovero di aver contribuito ad un cambiamento di Costituzione, che diminuirà la prosperità e la libertà che essi godevano per lo innanzi, e pregare in conseguenza S. M. che si compiaccia di intervenire, come l'onore e la buona fede dell'Inghilterra richieggono.

Il marchese. di Londonderry. Nell'alzarmi. per importunare la Camera con delle osservazioni, che necessarie mi sembrane per rispondere alla mozione del nobile Lord, io son ben fortunato di poterlo complimentare per la maniera pacata, intelligente e piena di franchezza; con la quale egli ha condotto una tale, discussione. Io riconosco infallibilmente, che nessun altro individuo, posto nella situazione in cui si è trovato il nobile Lord, legato coi medesimi rapporti a quelle transazioni, particolarmente istruito di tutti i dettagli degli affari ai quali ha fatto allusione, e sotto l'influenza dell'attaccamento naturale che deve sentire per gli uomini e gli interessi di quel paese, non potea trattare una quistione di un tal genere con maggiore convenienza e moderazione. Ma nel tempo medesimo che rendo, questo omaggio al nobile Lord, mi deve esser permesso di osservare che il nobile Lord ha scelto un momento tardo per fare la sua mozione. Difatti, invita oggi la Camera a decidere che la condotta del Re di, Napoli verso i suoi sudditi Siciliani è stata talmente riprensibile, che questo paese deve intervenirvi, e S. M. essere gravata di ima grande responsabilità, vale a dire di dirigere tutto ciò che si farà relativamente alla Sicilia. Il nobile Lord ha detto che approvava le istruzioni date a sir William A'Court, e che se le avesse egli dirette, non avrebbe potuto farle con maggior convenienza. Sembra intanto che sopra queste istruzioni egli fonda tutte, le sue querele. Le, circostanze alle quali allude sono del 1816 e da quel tempo in poi non, è certamente nulla avvenuto che abbia potuto alterare la condotta del governo. Se gli atti dunque del 1816 erano erronei, se i cambiamenti fatti allora alla Costituzione dl Sicilia, erano di natura tale a provocare l'intervento di questo paese, apparteneva in quell'epoca, mentre che i fatti erano ancora infragranti di dover esser chiamato il Parlamento per vendicare l'onore nazionale. Allora la quistione era ancora aperta alle modificazioni, ma oggi è un pò tardi per accusarsi la corte di Napoli innanzi il Parlamento, a cagione di fatti passati cinque anni addietro, e soprattutto allorché si dicea che la Sicilia era per ricevere un'altra organizzazione, ma di, cui il nobile Marchese ignora ancora la natura (ascoltate): lo non conosco, lo ripeto, la natura dei cambiamenti progettati, ma può ben supporsi oche essi parteciperanno di quel carattere che il nobile Lord loda cosi fortemente il carattere di una nazione separata e indipendente.

Sarà questo un governo totalmente distinto da quello del regno di: Napoli. Era dunque assai tardi di produrre la discussione su que. sto articolo, allorché la Sicilia era sul punto di divenire indipendente, invece di far parte di un altro stato. Il nobile Lord ml perdonerà di dirlo, ma la prosperità di uno stato non è sempre la conseguenza della sua separazione o della sua indipendenza. Tutto.. il mondo conosce con quale ripugnanza la Scozia tesse ciò che le parca la sua indipendenza, e frattanto a quel che io credo, l'onorevole membro che mi siede a fianco opposto (sir John Mackintosh) certamente tanto amico della libertà che chiunque altro, non vedrebbe con piacere risuscitare questo palladio della libertà, questa tesoro inestimabile, l'indipendenza Scozzese (ascoltate ascoltate). E ancora assai vicina l'epoca della riunione con l'Irlanda, ed io sa che molti Irlandesi non possono ancora rinunciare all'idea di un, governo separato ed indipendente. Non hanno essi avuto ancora il tempo di disfarsi di questo sentimento di franchigia, ma credo che già i principi contrari fanno rapidi progressi in Irlanda, e che attualmente siasi molto generalmente riconosciuto che un governo unito sotto circostanze particolari, tende maggiormente alla prosperità di un popolo che un governo separato.

Il nobile Lord ha presentato la quistione come se fosse totalmente inerente all'onore del paese; credo dunque necessario di importunare la Camera di alcune osservazioni su la maniera di ragionare. La quistione si divide naturalmente in due parti.

1. Qual è stata la condotta dell'Inghilterra, durante l'occupazione militare della Sicilia?

2. Essendo stata evacuata la Sicilia, quali obblighi restano imposti a questo governo, sia in conseguenza della occupazione, sia come il risultamento di qualche dichiarazione, come quella alla quale il nobile Lord fa allusione?

Riguardo alla natura dei rapporti con la Sicilia, quantunque il governo abbia sempre portato molta stima ed affezione a quel paese non è frattanto a causa di questo motivo o per assicurare la prosperità della Sicilia, che le troppe inglesi vi furono stazionate. Non era quella nel fatto che una occupazione militare, il governo considerando lo stato dell'Europa credette necessario, tanto per la salute della famiglia reale, che per opporre una barriera ai progressi sempre crescenti della Francia, di difendere la Sicilia.

La sua posizione insolare la rendea capace di profittare delle nostre risorse navali. Non soltanto era giovevole di metterla al coperto di ogni violenza straniera, ma era cosa evidente ancora che vi si potea stabilire una posizione militare, da dove si era in istato di fare una utile diversione a pro della libertà dell'Europa per l'oggetto di riprendere l'Italia dal potere de' Francesi. Fu tale il caso in effetto, e ad eccezione della garenzia data ai Siciliani non già di stabilire una Costituzione, ma di proteggere quei& paste dei domini del Re delle Due Sicilie, il governo non entro ami essi in alcuna misura di natura espressa. È  alla conoscenza del nobile Marchese, che il Portogallo e la Sicilia sono, secondo ciò che io sappia, due stati riguardo ai quali il governo non sia entrato in alcuna garenzia di natura speciale. I Siciliani dovettero infallibilmente esser soddisfatti che la Gran Bretagna inviò le sue truppe nella loro isoli senza alcuna Idea di ingrandimento o di apellamento, ma non si diede loro alcuna sicurezza espressa, relativamente alla riforma a allo stabilimento di una Costituzione. Quando, le truppe inglesi arrivarono nell'isola, trovarono i Siciliani occupati a discutere una Costituzione per se. Questa Costituzione fu modellata quanto una possibile su la Costituzione di questo nostro paese, e il popolo si lusingò di godere sotto la sua protezione i vantaggi medesimi che l'Inghilterra gode sotto la sua. Egli è ben vero che nella dimora della nostra armata in Sicilia si giudicò necessario un intervento vigoroso dalla parte della Gran Bretagna, per imprimere nello spirito del governo siciliano, la necessita di sostenere la Costituzione. Se ciò non si fosse eseguito, il governo non sarebbe potuto sussistere, e quel punto poi non sarebbe stato proprio per una stazione militare (ascoltate ascoltate). In seguito di siffatto intervento il nobile Lord Bentick fu inviluppato in una gran varietà di rimostranze (si ride), che furono fatte per impegnare il Re nel suo proprio interesse a mantenere l'ordine delle cose esistenti: Ma io non ho avuto giammai l’idea, che nell'appoggiare tali rimostranze, il nobile Lord abbia fatto nulla di più che non era necessario per la sua occupazione militare, io non ho giammai supposto che il nobile Lord entrasse in alcuna disposizione relativa alla Costituzione siciliana. Io non credo dovere occultare alla Camera che il nobile Lord ebbe delle gravi difficoltà a vincere nella sua situazione. La fierezza nazionale dovette essere esasperata nel vedere, un'amata straniera intervenire negli affari del proprio paese (ascoltate, ascoltate). lo son pronto a giustificare l'intervento, ma esso non dispiacque meno al, popolo (ascoltate). Secondo il mio Giudizio, non ho mai conosciuto una Costituzione meno appropriata al genio di un popolo, o che sembra meno propria a farne la prosperità, che quella che si era formata, ed io credo che non vi era cosa nella quale più concorreva il consenso deciso di tutti né opinione più generalmente stabilita, al momento in cui le nostre truppe lasciarono l’Isola, di quella che la Costituzione non poteva durare. I suoi autori avevano affettato di prendere per modello la Costituzione inglese, e credo che presero, financo la misura della tavola sulla quale io mi appoggio in questo momento, tanto essi erano decisi a mostrarsi esatti anche nei dettagli i più minuziosi (si ride).

Riguardo all'amministrazione del governo, alla formazione e al sostenimento delle truppe, non fu giammai Costituzione più difettosa, ed era egualmente incapace di assicurare la prosperità del popolo. In somma tutti i partiti concordavano nel desiderare un cambiamento fondamentale. Nel 1814 sir William A'Court fu autorizzato ad esporta, al popolo siciliano le ragioni che obbligavano la Grati Bretagna al ritirare le sue truppe, ed è verissimo, che nella nota da lui preparata in quella occasione abbia egli espresso la speranza che tutte le rinnovazioni nella Costituzione si sarebbero effettuite dalla Costituzione medesima, e che nulla, come in alcuni governi moderni, non sarebbe l'opera dell'armata o delle società segrete. Frattanto, dopo dodici mesi scorsi a rimodellare la Costituzione, la commissione incaricata di questo travaglio si arrestò totalmente senza avere in nulla progredito. Le Camere del Parlamento fecero allora un indirizzo al Re, ed una Commissione reale fu istituita per giungere allo scopo desiderato. Questa Commissione parimenti non riuscì. Il Re fu allora supplicato di rinnovare la Costituzione del 1812 che già si era trovata impossibile ad eseguirsi. Questa dimanda rinviata al Consiglio di Stato, e rimase sotto il suo esame molti mesi, senza risultarne alcun bene, talmente che se si avesse voluto stabilire il regno del caos in Italia, sembrava che quelli individui aveano preso la strada migliore per arrivarvi. Il nobile Lord ha detto che la nostra evacuazione dall'isola ebbe luogo nel 1814 e 1815 e che le istruzioni furono inviate nel 1816: ciò è verissimo, e allorché noi lasciammo l'isola, il governo non avea affatto l'idea di fare una Costituzione per il popolo di quell'isola. Io spero che la cura di comporre Costituzioni per gli altri popoli, menoché non sieno essi sotto il nostro governo, sarà l'ultima di cui la Gran Bretagna si incaricherà giammai (ascoltate). Io sò che questa è una opera che non sapremmo finire, e che osarla sarebbe lo stesso che rendere il nostro nome odioso a tutta l'Europa. Io quindi mi opporrò sempre a coloro che in questa Camera si lagnano perché questo paese non intraprenda la fabbrica delle Costituzioni, e che vorrebbero, che l'Inghilterra fosse il monitore perpetuo degli altri popoli, e sempre pronta a portare le loro rimostranze ai piedi dei loro Sovrani (ascoltate ascoltate). Quelle istruzioni, dunque non furono comunicate allorché le nostre truppe evacuarono l'isola, perché la nostra massima è stata sempre quella di non mischiarci in nulla senza la necessità la più assoluta.

Il governo dichiarò sin dall'origine, che non spirito di intrigo non desiderio di spogliamento impegnavano l'Inghilterra ad inviare le sue truppe in Sicilia, ed io non esiterò a dire che non si sarebbero inviate delle istruzioni a sir William A'Court, se una comunicazione non fosse stata a questo riguardo dal medesimo governo napoletano. Il nostro governo, senza dubbio, comprende il suo dovere verso la nazione Siciliana di prevenire il governo napolitano in quelle circostanze in cui ci crediamo obbligati di intervenire in favore dei Siciliani. Ma non è a mia notizia, che in sei anni che sono passati dopo la nostra evacuazione, vi sia stato un solo esempio che un siciliano siasi lagnato di essere stato maltrattato per causa dei rapporti con gli inglesi. Ben lungi di ciò, sir William A'Court, in una comunicazione fatta al. governo di S. M. dichiara espressamente che tutte le cariche del governo, dopo l'ultima disposizione, sono occupate dai Siciliani conosciuti per il loro attaccamento con gli Inglesi. Finché dunque si tratta di interessi particolari, io confido assai per attendere dal Re di Napoli, con qualche certezza, una condotta dettata da una politica liberale, o forse piuttosto dalla memoria riconoscente degli eminenti servizi che la Gran Bretagna gli ha reso. Io aveva, il confesserò, ancora preveduto che non avrebbero termine le persecuzioni di cui questo governo dovea essere assalito in seguito delle querele che poteano elevarsi probabilmente da tutti i Siciliani, i quali si riguardavano come di aver subito qualche ingiustizia dalla parte del governo napolitano. Con mia gran sorpresa, non è affatto avvenuto un simile caso da quell'epoca sino al momento in, cui parlo alla Camera. Devo frattanto dire una eccezione, ed è quella del capitano Romeo. Con tutta la stima che porto al nobile Lord, e riconoscendo tutta l'autorità che devono imprimere alla sua opinione in questo affare, e la sua lunga residenza in Sicilia, e il carattere di cui egli è stato rivestito, carattere bensì piuttosto militare che civile, quantunque le circostanze abbiano mostrato più che non si era previsto, più forse che questo governo non l'avrebbe desiderato il politico del pari che il. generale nel nobile Lord, è più che troppo per lui di fare una proposizione come questa; è per lui un terreno troppo stretto sul quale invita egli il Parlamento ad agire: ciò importa in fatto la stessa cosa di dimandare, che S. M. adotti una misura che accusi la condotta del Re dl Napoli verso i suoi sudditi Siciliani. Riguardo poi alle istituzioni siciliane in se stesse il nobile Lord ha rappresentato l'antico e il novello governo di quel paese con colori speciosi di cui egli è fecondo nelle sue descrizioni di rivestire ogni specie di governo. Ma se la Camera volesse ben consultare le carte, che sono sulla tavola, o anche i documenti inviati qui nel tempo che il medesimo nobile Lord era in Sicilia, le sembrerebbero le une in uno spirito assai differente dalle altre. Il Parlamento come era allora non si riuniva quasi giammai, non avea che il potere di dare certi sussidi, e il privilegio dì presentare. certe rimostranze come la condizione immediata di quelle concessioni (clamori su le panche dell'opposizione).

Parlare dunque in generale, come ha fatto il nobile Lord, della costituzione siciliana, è uno di quei brillanti fiori oratori che si possono ben facilmente gittare in un dibattimento, ma in realtà non è ciò. che una allusione, cui i dispacci inviati da Sicilia dal nobile Lord serviranno in un istante a dissipare: Io protesto contro l'idea stravagante, che il governo inglese sia tenuto di intervenire eternamente negli affari siciliani, è tale in effetto la conseguenza del principio di obbligazione, che è stato posto avanti dal nobile Lord.

Ciò, sarebbe egualmente ingiustificabile ed impraticabile, a menochè non avessimo noi fatto per questo riguardo un contratto speciale coi Siciliani, o che non avessimo la pretensione, che non abbiamo affatto il dritto di avere, di intervenire giustamente negli affari delle altre nazioni. Qualunque cosa dunque siasi potuta fare non si rapporta in nulla ad alcun principio generale di questa specie, ma al caso particolare del 1815. Sarebbe assurdo supporre che questo paese si fosse impegnato, al di là degli impegni fatti in allora, di proteggere i Siciliani dalle conseguenze di tutti i cambiamenti che potranno esser introdotti in avvenire o dall'ambizione o dall'azzardo, o dalla guerra, o da qualche motivo simile a quello per il quale oggi si accusa il governo napolitano., pel resto, le rappresentanze del nostro ministro non autorizzano queste imputazioni. Sir William A'Court si è mostrato, su questo particolare, un uomo d'una grande abilità. Io non potrei citare in questo momento un diplomatico più abile. Io non ho veduto nella condotta del governo napolitano nulla che possa allarmare la gelosia di questo: se desso avesse mostrato nelle sue misure della diffidenza, e del mistero, questa gelosia avrebbe qualche fondamento: ma oitreché non ha mai mostrato della ripugnanza a comunicarci i suoi progetti, esso medesimo sollecitò le nostre osservazioni, invitò sir William A'Court ad una conferenza in cui dovea discutersi la condotta da tenere verso la Sicilia, gli dimandò la sua opinione, e avrebbe voluto dippiù poterlo impegnare nella responsabilità di un avviso su la maniera di agire in quella occasione. Sir William A'Court con molta saggezza e prudenza lo riferì al suo governo, ed io gli consigliai senza esitare, di attenersi al medesimo principio del non intervento che si era seguito. E certamente, ove io rifletto che in altra occasione in cui noi abbiamo intrapreso piuttosto di consolidare, che di stabilire una costituzione, ci abbiamo quasi bruciati le dita, io non sono per nulla disposto ad incaricarmi della fabbrica di una costituzione. Fatto sta che il governo napolitano, vedendo che sir William A'Court non volea intromettersi in questo affare, gli disse parlandogli nel suo carattere pubblico:

«Se voi dubitate o Signore, di fare ciò che noi domandiamo, di impegnare il vostro governo, diteci almeno come amico particolare, ciò che noi dobbiamo fare. Per amor di Dio, rendeteci questo servizio, dateci una idea, a qualunque prezzo si fosse (sì ride).»

Fu allora che sir William A'Court mostrò molta destrezza e prudenza ricusando di commettersi in questo affare: e riguardo a quello che il nobile Lord (Bentinck) ha detto, che il governo non avea nulla operato quando ricevette per intera la comunicazione di questo affare io suppongo che la Camera non resterà molto sorpresa che quei lumi stessi che il nobile Lord non ebbe che dopo sei anni, non abbiano brillato sin dai primi istanti agli occhi di S. M. Intanto riguardo al fatto io non credo che al momento eh'io parlo un solo vestigio, un solo frantumo più non esiste di quel sistema contro il quale il nostro nobile Lord invita la Camera a protestare (ascoltate). Io credo fermamente che non ne esiste più nulla. Concepisca adesso la Camera, se lo può, il ridicolo che si attaccherebbe a questo paese ove si facesse ad accusare nelle forme il re di Napoli di conservare un sistema di governo che più non esiste (ascoltate). Riguardo poi alla condotta che il governo è obbligato di tenere, dopo essere stato istruito della politica adottata da Napoli verso la Sicilia, le sole quistioni che possono farsi sono queste: il procedimento della Corte di Napoli porta in se stesso un tal carattere di malignità, è si evidentemente calcolata nello scopa di distruggere i dritti de' Siciliani, che il governo Inglese è obbligato ad intervenire in favore di quel popolo? In una parola, è obbligato questo governo d'intervenire su gli avvertimenti o su le rappresentanze del più istruito dei suoi ministri presso le straniero? Tutto all'opposto. I dispacci di questo ministrò, fanno osservare, in riguardo al cambiamento progettato in Sicilia, che nulla in questo cambiamento non affetterà coloro che sono stati al servizio britannico. Nè può più conchiudersi da questi dispacci, che quella indignazione, alla quale il nobile Lord avea fatto allusione come eccitata dal nuovo sistema, sia stata dalla massa del popolo realmente risentita, o che la riunione della Sicilia con Napoli abbia prodotto in. qualche parte quel sentimento di malcontento generale che egli ha rappresentato. lo confesserò francamente, che non Avendo trovato, durante tutto il periodo scorso dell'anno fortunato in cui le nostre truppe evacuarono l'isola, neppure un solo Siciliano che avesse alzato querela contro il nuovo ordine di cose, la mia stima per il governo napolitano si è grandemente accresciuta per l'apparente dolcezza della sua amministrazione. Quali potrebbero essere i difetti di quel governo, io non voglio rintracciare, ma non può risultare per lui moltissimo onore da un simile fatto. Allorché si ricevette in Inghilterra 'la notizia dell'unione della Sicilia con Napoli, lungi di essere allarmato, o spaventato, provai una specie di presentimento che la Sicilia sarebbe più felice. In conseguenza io giudicai questa unione copie calcolata per alzarla a quella considerazione, e a quella ime portanza. qualunque, di cui Napoli come lo stato più potente e più esteso può esser chiamato a godere. In breve, la Sicilia deve trarre in ultimo risultato, tutti i vantaggi da questa unione; io son di opinione che questa unione non può esser per la Sicilia che salutare, perocché essa riposa su' medesimi principii dell'unione scozzese: essendosi ornai ben compreso in ultimo caso, che tutto ciò che è in Scozia appartiene alla Scozia, ed inoltre tutto ciò che può trovarsi in ogni altra parte dell'impero (si ride molto). Là mia opinione fu dunque che la Sicilia cambiava per il meglio, opinione fondata su' rapporti del nostro Ministro. Posto ciò io penso che non può nulla giustificare un intervento da parte di questo paese, e che impossibile sarà che la Camera acconsenti alla domanda dei nobile Lord. Io credo che il governo abbia dato al principio di non intervento tutta la convenevole latitudine, e che se noi avessimo agito differentemente, io sarei assai più esposto) ai rimproveri di Sir John Mackintosh; di quello che non mi aspetta di esserlo questa sera. É mio dovere di oppormi alla mozione del nobile Lord per tutti, i motivi che ho enunciato, . ma soprattutto per questo: che la sua proposizione abbenché fosse fondata per tutt'altri riguardi, è verissimo bensì che si applica ad un sistema che probabilissimamente è cessato presentemente di esistere.

Sir John Mackintosh. Avrei meglio consultato il mio sentimento ove avessi dato un voto silenziose nella presente quistione: ma la mozione che io ho sostenuto, in una precedente occasione, e che si lega ci questa discussione, ed alcune osservazioni scappate al no, bile marchese (Londonderry) m'impegnano, ad abusare dell'indulgenza della Camera, esponendole i motivi, su' quali io devo appoggiare la, proposizione del nobile Lord. Io non cerco conoscere se l'occupazione della Sicilia dalla nostra. armata sia stata un obbligo imposto a questo governo dalle leggi della politica, una veduta d'interesse, o se sia stata una misura di protezione e. di salute per i Siciliani. Qualunque siano i fatti che vi si riuniscono immediatamente io non voglio altre autorità che il dispaccio circolare dirizzato dal nobile marchese a Sir William A'Court nel'1816. La lagnanza portata contro il nobile marchese e i suoi colleghi è brevemente e semplicemente questa. Che `il governo inglese nella sua condotta verso la Sicilia ha deviato dal. principio consacrato nel dispaccio stesso di Lord Londonderry, e che il medesimo non ha soddisfatto quelle obbligazioni di cui si era volontariamente incaricato (ascoltate). Il nobile. Lord ha, molto parlato dell'unione scozzese e di tutti, i felici risultati che si, sono supposti esserne la conseguenza. Dopo l’attuale distribuzione di cariche. frattanto, sembrerebbe che il medesimo contratto tacito sia entrato nel unione con l'Irlanda. Molti Scozzesi possono, senza dubbio, avere ottenuto delle cariche in conseguenza dell'unione, ma quando io considero la distribuzione di queste cariche, io vi trovo almeno altrettanti irlandesi (acclamazioni), ed anche fra coloro che occupano gli alti officii dello stato in Inghilterra, può confessarsi che vi si trova una proporzione ragionevole d'Irlandesi (risa ed acclamazioni). Io sono lungi però di lagnarmene, è questa la conseguenza dell'unione e se le cose fossero differentemente, esse fornirebbero un argomento contro la natura beneficente di questa medesima unione. Ciò di cui mi lagno si è che il nobile Lord abbia stabilito una comparazione tra due grandi, brave, e generose nazioni, distinte per il loro amore di libertà ed eroismo col quale esse l'hanno difeso; e due altri popoli, di cui l'uno ha segnalato la sua mancanza di spirito pubblico e di coraggio, e l'altro sotto la potenza di questi degradati padroni. Il nobile marchese si è molto appoggiato sul ritardo frapposto nel fare la presente mozione, ma il nobile Lord conosceva egli, in Europa, l'impegno preso dal governo inglese di conservare gli antichi dritti e i privilegi dei Siciliani, prima della stampa delle carte depositate sulla tavola? (Ascoltate). lo avrei creduto impossibile che le istruzioni non fossero state inviate al nobile Lord (Bentinck) al punto della nostra evacuazione dalla Sicilia. La Camera ha frattanto inteso quali erano i fatti. Dal dispaccio del nobile Marchese sembra che vi fosse stata qualche antecedente comunicazione tra' due governi: egli vi parla delle assicurazioni del re di Napoli. Queste assicurazioni erano male date, senza dubbio, in risposta a delle rappresentanze da parte di questo paese. Ove sono esse? ove le istruzioni appo le quali si dovettero fare queste rappresentanze? Ove la nota scritta da Sir William A'Court nel 1812 (ascoltate). Nel 1814 il governo ancora non avea affatto preso per massima l'orrore di tutto ciò che si avvicina ai dritti popolari, la paura della libertà pubblica, la proscrizione di tutto ciò che il congresso di Vienna sembra avere per sempre suggellato! Il nobile Marchese si è molto appoggiato su questo fatto, cioè, che nessuno Siciliano non si sia querelato presso questo governo di avere sofferto dei cattivi trattamenti dal governo napolitano, e da questo fatto ha conchiuso la piena e generale soddisfazione del popolo Siciliano. Ma di buona fede può egli riguardare questo, silenzio su qualsivoglia lagnanza come una prova della soddisfazione del popolo? Non fu giammai governo, quantunque saggio, virtuoso, benefico che fosse, il quale non abbia per un momento eccitato qualche lagnanza nello spazio di sei anni; e nella presente circostanza, il silenzio dei Siciliani deve essere attribuito al sentimento generale di diffidenza, che quel sistema tanto vantato dal nobile Lord Londondérrv abbia eccitato nelle loro anime per il suo attaccamento con queste paese, attaccamento di natura tale, che tronca loro in avvenire ogni speranza su noi.

Era dunque probabile giammai che venissero i Siciliani a lagnarsi di essere stati traditi dall'armata inglese, allorché il castigo sarebbe stato il prezzo delle loro lagnanze? allorché dessi vedevano trattare con ignominia gli uffiziali i più distinti del governo britannico era forse probabile che venissero giammai a lamentarsi? Nel 1813 il nobile Lord, essendo stato chiamato dal suo dovere in Napoli, provò un rifiuto di ammissione sotto il pretesto dei suoi atti in Sicilia, atti approvati dal suo governo. Mentreché il governo inglese vedeva in silenzio uno de' suoi principali officiali, l'amico il più distinto del governo Siciliano, perché questo è il titolo che egli ha meritato, e che io spero dimorerà per sempre attaccato al suo nome, subire l'affronto di un simile trattamento, era mai verosimile che i Siciliani venissero qui a lamentarsi? Sapevano ben essi che le potenze della santa alleanza aveano mutuamente promesso di soffocare ogni querela dei popoli contro i loro sovrani, sapevano essi, io arrossisco di dirlo, che il governo inglese non avea per nulla disapprovato questo patto criminoso. Ma io ritorno al discorso del nobile Marchese, e mi fermo alla quistione immediatamente sottomessa alla Camera. Il governo inglese ha compiuto il suo contratto verso la Sicilia, riguardo agli atti che hanno avuto luogo con questo paese?

Una tale quistione, come disse il nobile Marchese, racchiude tre proposizioni, su le quali ho l'onore di richiamare l'attenzione della Camera.

1. Io prego la Camera di osservare che non esiste né per essa né per l'Europa alcuna prova della impraticabilità pretesa dal governo stabilito in Sicilia sotto gli auspici del nobile lord.

2. Io sottometterò alla Camera, che se si fosse trovato questo governo impraticabile realmente, e se ciò fosse stato provato, si sarebbe dovuto ristabilire l'antica Costituzione, quella Costituzione che era nostro dovere di restaurare, allorché l'altra che l'avea rimpiazzato si era ornai già distrutta; ma in vece di ciò, si rovesciò interamente l'antica Costituzione, tutti i privilegi vennero aboliti, e non si stabili in di loro luogo che il dispotismo.

3. La terza proposizione che voglio sostenere è che il cambiamento operato dal re di Napoli rovescia la quistione ed autorizza i Siciliani a richiedere la loro antica Costituzione.

Se il governo di Sicilia fosse stato dopo il 1816 assai peggiore dell'antico governo, il re di Napoli rientrerebbe nella medesima situazione in cui egli era per lo innanzi, nel rendere alla Sicilia la sua antica Costituzione: il nobile Lord (Bentick) avea dunque un buon diritto di essere sostenuto dalla Camera nella sua mozione. Primamente, riguardo alla impraticabilità della Costituzione Siciliana, io devo fare osservare la maniera con la quale il nobile Lord ha posto in ridicolo, come una condotta di novizi in politica, l'imitazione minuziosa che i Siciliani fecero nel 1812 d'ella nostra Costituzione. I motteggi del nobile Marchese non sono né molto convenienti, né molto generosi. La commiserazione che meritano gli uomini che lottano per la libertà, il rispetto della Costituzione inglese avrebbero dovuto Ispirare altri sentimenti a un ministro inglese (ascoltate). Tutti gli stranieri amici della libertà, tutti coloro che desiderano stabilirla nel loro paese, devono contemplare la Costituzione inglese, se non ad oggetto d'imitare minuziosamente le sue parli, almeno con un rispetto religioso.

Quante volte simili fatti si presentano alla conoscenza di questa Camera, sarebbe meglio che un legislatore, e un uomo di stato, sedendo nella Camera de' Comuni, parlasse con rispetto, anche dell'osservanza minuta, delle nostre forme, come il segnale di un attaccamento ed una venerazione straordinaria (ascoltate). Ma ove sono le prove del nobile Marchese, riguardanti l'impraticabilità della Costituzione Siciliana? L'esperienza, l'osservazione. personale, la diligente ispezione, che il nobile Lorde (Bentinck) fece su la faccia del luogo, tutto ciò non merita, mi pare, alcun riguardo la sagacità speculativa però del nobile Marchese deve essere creduta senza la minima prova. E di fatti la sua propria asserzione che egli ci dà, come una prova completa e convincente: E’ forse necessario di osservare, innanzi, questa Camera, che una Costituzione non è così magica nei suoi effetti per cambiare in un istante gli abusi familiari, e le abitudini, da lungo tempo radicate? Non può alcun paese essere, riformato d'una maniera così miracolosa per dare a una nuova Costituzione la forza e la stabilità d'una Costituzione sanzionata dal tempo: ma il nobile Marchese avrebbe potuto anche con una sola parola pronunziare l'impraticabilità di ogni costituzione, e rappresentarla alla Camera sotto colori prestati con destrezza alla sua immaginazione. Cosa mai in somma vi si è trovato d'impraticabile? Le due Camere presentarono al re un indirizzo implorando... che cosa? Io ho letto tutto ciò che ha rapporto a quelli avvenimenti: io non ho trovato affatto la minima traccia d'un simile fatto; non n'esiste nemmeno menzione, non ne esiste la menoma prova. Ove l'ha dunque trovato il nobile Marchese? ov'è il fondamento di quest'accusa di suicida contro il Parlamento Siciliano? si ha detto ancora che tutto il mondo era contro la Costituzione. Fosse ciò anche vero, io non sarei disposto peri a riguardare ogni opposizione parlamentaria a una Costituzione stabilita da un mezzo qualunque, come il decidente del carattere di questa Costituzione. Ma di tutto ciò non è vero nulla. La maggioranza era di parere che la Costituzione conteneva i mezzi di una norma efficace. Un'amministrazione legale, riunendo i suoi sforzi quelli della maggioranza, avrebbe posto questi mezzi in opera, ed avrebbe fatto eseguire con successo la riforma. Il marchese di Circello non era naturalmente disposto a giudicare d'una maniera favorevole la Costituzione Siciliana; ma giammai né egli né sir William non fecero un'asserzione simile a quella del nobile Lord che il Parlamento medesimo aveva implorato la sua propria estinzione.

Essi rappresentarono la difficoltà di fare dei cambiamenti nel governo, ma nulla dissero della natura di questi cambiamenti, né della loro difficoltà, e nulla che potesse soddisfare lo spirito o la confidenza d'alcun membro di questa Camera. Io. non ho mai veduto decidere, che il dispotismo fosse il governo proprio ad uno stato, con minori prove e con sì poca ingenuità o destrezza, della parte dei suoi fautori. Se essi procedessero nei giudizi dei particolari sopra simili prove, e se essi decidessero così sommariamente come nelle misure legislative, la loro giustizia. sarebbe veramente abominevole.

Io credo che questa pretesa difficoltà di fare delle riforme non sia stata posta avanti che come un mero pretesto per ricorrere. al dispotismo. I Siciliani erano tanto privi di esperienza e di conoscenze politiche che non potevano pensare che la monarchia assoluta fosse la migliore maniera di essere governati, ed ecco la prova, che dessi non erano proprii ad un altro governo (applausi): Ecco qual era la gran difficoltà della riforma. Qual bisogno ha il nobile Marchese delle autorità? Egli ha i ministri napolitani.

Il marchese di Circello ha dichiarato che la difficoltà di porre in pratica la Costituzione era il motivo del cambiamento. Ma era questo il vero motivo? No. Il vero motivo era appunto quel trattato criminoso segnato il 12 giugno 1815 col quale il Re di Napoli si impegnò a non permettere nei suoi stati alcuna forma di governo che fosse incompatibile coi principi del governo di S. M. apostolica in Italia. Se la Costituzione di Sicilia fosse stata più praticabile, essa sarebbe sembrata più dannosa ancora, in conseguenza. di questo trattato. Se in effetto una forma di governo popolare ora possibile in Sicilia, cosa mai divenivano le massime con le quali l'Austria governa in Italia? Questo accomodamento era stato fatto con un tale spirito di frode e di perfidia, che il Re di Napoli non contento di averlo celato al governo inglese nei primi momenti, l'occultò sino alla fine del 1817 al nobile Lord e a sir William A'Court. O il governo napolitano ha riguardato il suo trattate come obbligatorio, o no. Se l'ha riguardato come tale, esso ha dunque abolito le Costituzione siciliana in conformità a questa clausola infame. Qual prova avea esso allora dell'impraticabilità della Costituzione? Il governo austriaco non è oppressivo in fatto, almeno io non son preparato a sostenerlo: ma esso è governo assoluto, mantenuto dalla forza militare. Il governo napolitano si era dunque obbligato a stabilire il dispotismo in Sicilia, ed avea risoluto di compire la sua promessa, quantunque gli dovesse costar danno ai suoi doveri verso la Sicilia, e alle sue obbligazioni verso l’Inghilterra. Ciò posto qual fede bisogna dare alle asserzioni di impraticabilità che non riposano sopra alcuna prova? Che la Camera prenderebbe per tale l'asserzione di un nemico della Costituzione, che si è obbligato con un trattato a distruggerla, che ha deciso la ruina di questa forma di governo, e che non cerca che dei pretesti per trastullarsi della Sicilia, e del suo più fedele alleato? (ascoltate). ll 9 giugno fu segnato il trattato generale del congresso di Vienna, e il 12 quell'atto fatale, che ferì nello stesso tempo di un colpo mortale 'onore inglese, e la libertà siciliana (ascoltate). Questo colpevole impegno fu occultato dai suoi autori per lo spazio di due anni: e dopo due anni nessuna di queste stipolazioni non era ancor conosciuta né dalla Potenza unita pei rapporti più intimi con la Sicilia, né dai Siciliani medesimi.

E verissimo, che il nobile Lord trova dell'opposizione in Sicilia alla Costituzione. Ma d'onde parte questa opposizione? Io provo qualche difficoltà a spiegare questo punto. Io vorrei camminar dolcemente su la cenere dei morti; io vorrei toccare di una mano delicata quel nome, e quei: privilegi dei Re, che coloro che si sono trovati in guerra con essi non hanno sempre trattato con la medesima riserbatezza e la medesima dolcezza. Se vi fa opposizione alla Costituzione siciliana, essa si trovò, non già nelle due Camere del Parlamento, ma nella Corte, ma nei suoi Consigli, e se l'Europa non è ingannata, nella stessa famiglia del Re (ascoltate, ascoltate). I soli amici dell'Inghilterra, lo furono della Costituzione siciliana; gli amici della libertà lo sono naturalmente dell'Inghilterra, gli amici dell'indipendenza in tutti i paesi sono sempre stati colmi di rispetto per la Costituzione inglese, è la sola politica del nobile Marchese che la mette in ridicolo, e procura di estinguere questo rispetto.

La Costituzione inglese era l'antico stendardo, e l'Inghilterra la terra classica della libertà: tutti coloro che aveano combattuto per la propria indipendenza, pensavano all'Inghilterra con rispetto: ed è così che hanno fatto i Siciliani. E con questi sentimenti che hanno essi sostenuto le intraprese militari del nobile Lord, che hanno inviato delle truppe in lspagna per concorrere alla lotta universale  in favore della libertà delle nazioni. Essi non supponevano allora che un Ministro, inglese dovesse chiamare un giorno la loro estinzione politica un punto impercettibile, che gli occhi microscopici di un Lillipuziano potrebbero soli scoprire (ascoltate). lo sdegnerei di seguire il nobile Lord nella specie di difesa di una lite particolare alla quale ebbe egli ricorso nel discutere una quistione di impegno nazionale. In somigliante proposito non abbisogna né raffinamento, né riserba, né equivoco. Io arrossirei di rispondere a certi argomenti la di cui conseguenza implicita porta, che avendo l'abolizione dei dritti feudali seguito la nostra occupazione di Sicilia, noi dobbiamo ristabilire insieme le oppressioni, e i privilegi del periodo antecedente. lo arrossirei, ripeto, di lottare con una simile logica. Amo meglio credere che abbia mal compreso il nobile Lord, o che ciò sia un errore involontario di sua parte. Se l'Inghilterra dovesse ristabilire il suo governo tale quale era nei primi tempi, sarebbe forse di conseguenza tenuta a risuscitare ancora tutte le tirannie del sistema feudale? Il governo inglese deve rendere ai Siciliani la loro antica Costituzione in tutto ciò che è essenziale alla libertà, e conservare tutti i perfezionamenti introdotti pacificamente.

Dice il nobile Lord che la novella Costituzione rimuove tutte le difficoltà, e che l'antica è piena di difetti e di ostacoli: e perché? Perché la novella Costituzione è in effetto la più semplice che vi sia al mondo, ciò che i nostri antenati chiamavano un semplice dispotismo. Ha detto ancora il nobile Marchese, che qui non si trattava di una quistione di somme; egli ha sostenuto che l'attuale rendita era stata imposta dalla Costituzione precedente, ed ha posto in ridicolo l'idea di un budget annuale. Or, la Costituzione esigea che il Parlamento stabilisse annualmente una certa provvisione per le spese urgenti dell'anno corrente, il nobile Lord è stato grosso sanamente ingannato se suppone che il Re non fosse tenuto di riunire il Parlamento ogni quattro anni. Egli era tenuto di farlo una volta in quattro anni, ciò che il Re d'Inghilterra fa qui in ogni anno. La Costituzione siciliana avea alcuni tratti lontani di rassomiglianza con quella inglese: essa contenea piuttosto i primi principi del sistema, che il sistema nel suo sviluppo. In un punto frattanto essa è stata più avanti della Costituzione inglese sino agli ultimi anni della nostra storia. I nostri antenati in effetto lottarono molti secoli pria di giungere a forzare, il loro Re a tenere regolarmente i Parlamenti. Questo dritto si importante a lui solo venne oggi tolto ai Siciliani. Il Re ha il potere di cambiare le tasse a suo bellaggio, or si supponga per poco che egli triplica la sua rendita, con un tal mezzo ove sono i mezzi di resistenza? Ove il Deputato di Aberdeen per denunciare l'imposizione illegittima e castigare i suoi autori napolitani? (ascoltate, ascoltate—risa).

Il Parlamento è dunque distrutto, ed ecco la Costituzione che si vuole far credere alla Camera così buona quanto quella che avea la Sicilia, al punto della nostra occupazione.

Si supponga che il Re raddoppia con un editto il totale delle tasse, quale risorsa possono impiegare i Siciliani, che la santa alleanza non possa immediatamente denunciare come un'audace ribellione? Il Parlamento di Sicilia è divenuto una lettera morta e tanto miserabile che non si potrà trovare negli annali di una nazione rigenerata e poi oppressa. Il nobile Marchese riguarda come un assurdo le rimostranze che si presentavano unitamente al voto dei sussidi. Gran Dio! siamo dunque vissuti sin qui per vedere il giorno che in siffatta maniera si parlerebbe innanzi a noi di quel privilegio, per il quale i nostri dritti sono stati conservati, l'edifizio della nostra Costituzione alzato, e la nostra libertà estesa di età in età! (ascoltate ascoltate). Dovettimo noi vivere sin qui per veder trattati con disprezzo e derisione questi sacrosanti diritti in mezzo della Camera de' Comuni d'Inghilterra? Io non avrei' creduto che il nobile Marchese abbia osservato la destrezza e l'abilità con la quale tocca di volo i punti penosi e difficili, la faciltà con la quale scappa da questi passi dannosi, quella specie di semituono, semisorriso, col quale alletta la Camera, come se volesse persuaderla che vai meglio pensare ad altra cosa o ridere con lui, che imbarazzarsi di oggetti che il magico splendore della sua eloquenza non può fare gustare:

«Desperat tractata nitescere quae posse relinquit.»

lo dimando su qual punto la nuova Costituzione data alla Sicilia può essere diversa dal governo monarchico il più assoluto? È un luogo comune assai alla moda del giorno d'oggi il dire, che certe nazioni non sono fatte per la libertà politica. Non certamente, non siamo ancora arrivati al punto di sublimità Asiatica di negare il dritto che tutte le nazioni hanno alla giustizia; ma si dice: vi sono delle nazioni assolutamente inabili alla 'libertà politica. Or qual'è mai nazione al mondo che siasi veduta divenire propria alla libertà senza possedere. questa medesima, libertà? Bisogna riflettere, che certe nazioni possono esser capaci di dritti civili, ma non di dritti politici. Gli Italiani sono in questo momento nella stessa situazione degli Inglesi di tre secoli fà. Essi lottano attualmente come noi fecimo quando gittammo. le fondamenta del più bello edifizio di libertà che il mondo abbia giammai contemplato, e le medesime lotte possono render loro lo splendore, e l'antica lor gloria.

Il Re di Napoli con un decreto del 26 maggio ultimo ha distrutto totalmente la Costituzione che la sua saggezza avea dato cinque anni sono. Non posso trattenermi di fare osservare il destino fatale degli amici della libertà in conseguenza delle idee alla moda di questo paese. La libertà ha contro essa tutte le presunzioni sfavorevoli, senza che vi fosse bisogno della minima prova. Il dispotismo è giudicato irreprensibile, sintantoché non siano pienamente provati tutti i carichi a suo danno. Con una parola si condanna la libertà a una morte ignominiosa, si giustifica il dispotismo come sanzionato dall'uso, o richiesto imperiosamente dalle circostanze (ascoltate ascoltate). Si dichiara il governo libero impraticabile in molte contrade. Non si è giammai fatta questa obiezione al dispotismo di Turchia o di Maroc. Là il dispotismo sembra così facile che possibile. Ciascuna delle sue parti è perfettamente praticabile. Ma devonsi respingere come visionari i governi liberi: l'abolizione, ecco il solo rimedio. Due anni sono sembrati pella Sicilia una esperienza sufficiente dell'impraticabilità della Costituzione, e la Monarchia assoluta è stata ristabilita. Che sarebbe divenuta l'Inghilterra ove avesse dovuto rinunciare alla libertà per una simile esperienza! E per miracolo essa è scappata da questo pericolo. Le nostre lotte furono riguardate, come attualmente si riguardano le consimili lotte. Si fecero contro di noi più congressi e più leghe di quanto gli storici ne hanno potuto penetrare. Uomini simili a quelli che erano riuniti in Vienna, videro senza pietà i nostri gloriosi sforzi. E non dobbiamo or noi risentire qualche compassione per coloro che sono in questo momento come quando noi già eravamo in balìa del dispotismo? Ammetto le estreme circospezioni che bisogna guardare col dispotismo, la cura con la quale deve lasciarsi insinuare il veleno in tutte le membra, sintantoché non sia più possibile alcun movimento salutare. Ma domando anche qualche indulgenza per le lotte della libertà nascente. Allorché però io invoco questa indulgenza per le lotte di una libertà nell'infanzia, questa Camera, che su le medesime lotte si è alzata al rango della più augusta assemblea rappresentativa che slavi al mondo, non dovrebbe condannare la libertà siciliana su la ragione che il suo stabilimento è stato difficile nei due primi anni di prova. Se vi furono inglesi che favorivano gli ultimi cambiamenti fatti in Sicilia il loro cuore non era inglese. Sir William A'Court avea detto che l'unione. di Napoli e di Sicilia, era impossibile, e di conseguenza si abolisce il governo siciliano. È ciò che si fece, e non può più avverarsi la convocazione di un Parlamento siciliano. Le concessioni annuali erano la sola garenzia di questi Parlamenti, come di ogni altro dritto e privilegio della nazione. Sir William A'Court dice: che sarebbe presentemente un fallo tanto grave di trascurare il consenso del Parlamento, quanto se nel 1816 non si fosse tenuto conto del consenso della nazione. L'onorevole membro entra qui in molti dettagli sul carattere delle assemblee siciliane, che rappresenta come peggiori dei Parlamenti di Parigi nei più cattivi tempi.

Nessuno dei loro membri venia raccomandato alla stima de' suoi concittadini per il suo carattere. Non era necessario che avessero una professione, tutti erano schiavi pronti, ed ubbidienti. E questo il dispotismo nudo in luogo della costituzione che si era preteso di fare adottare nel 1816 per salvare l'onore della nazione.

Il nobile Lord ha garentito la costituzione sull'onore e la buona fede della nazione Inglese. Questo paese non può dunque diparti dai suoi impegni senza perfidia e senza disonore. Vi è stato un intervento riconosciuto. Il momento dunque che la costituzione del 1812 è ritirata, siamo noi obbligati a rimpiazzare i Siciliani nella medesima posizione in cui erano per lo innanzi. Il nobile Lord (Bentinck) propone a questo oggetto una mozione che la Camera vede generalmente con favore. Questa mozione, non domanda censura, e non spiega alcuna severità, essa invoca solamente a favore dei Siciliani alcuni dei loro antichi privilegi perocché la costituzione del 1812 e anche del 1816 non ha loro dati.

lo mi rallegrerei se qualche miglioramento alla sorte di quel popolo senza difesa fosse il frutto dell’intervento della gran Bretagna che l'ha si profondamente offeso. La sua antica costituzione non è stata sostenuta da 10,000 uomini di truppa straniera, essa non era stata fatta dalle bajonette austriache. Il decreto di maggio, relativo agli ultimi cambiamenti, contenea un passaggio si insultante si disprezzante per i Siciliani che non ho potuto leggerlo senza la più viva indegnazione. Ecco il passaggio. Tanta indipendenza quanto sarà buono di averne. Vale a dire nessuna indipendenza. La Sicilia non pretende d'essere indipendente da Napoli come la Scozia e l'Irlanda hanno altre volte preteso verso l'Inghilterra, ed io devo aggiungere qui che riguardo come un grande onore per il mio paese d'essere unito all'Inghilterra, perocché vale uno per tutti l'essere cioè associato con la nazione la più anticamente libera che sia al mondo, e dalla quale si può apprendere e i principii e la pratica della libertà. La Sicilia non domanda affatto la sua separazione come paese, ma come governo. Allorché dunque ho veduto dei mercenari stranieri discutere una costituzione degradante, non solamente per un Europeo, ma anche per uno schiavo dell'Asia, allorché essi osano dire che daranno alla Sicilia tanta indipendenza quanto ne abbisogna, io non posso abbastanza esprimere il mio onore, e la mia indegnazione.

N. 14

Estratto d'un dispaccio del Visconte di Castelreagh a sir William A'Court dotato in Londra il 6 Settembre 1816.

La necessità sentita dal re di Napoli ed egualmente riconosciuta dal Parlamento di Sicilia di fare alcuni cambiamenti nella costituzione di quel paese, è stata sottoposta al principe Reggente. I riguardi sinceri che il principe Reggente ha verso il suo alleato, il re delle due Sicilie, come ancora il vivo interesse che non cesserà giammai di portare alla nazione Siciliana, eccitano in questa occasione le sue più vive sollecitudini. I prossimi cambiamenti devono esser condotti con saggezza e benevolenza, ad oggetto di assicurare il vantaggio e la prosperità di tutti coloro che vi hanno interesse: ma voi informerete il marchese di Circello, che riguardo a ciò lo concerne particolarmente, S. A. R. (il principe reggente) deve astenersi dal prendete alcuna parte agli affari interni di uno stato straniero ed indipendente, a meno che vi si trova egli imperiosamente obbligato dal suo proprio onore e dalla buona fede del suo governo.

Voi informerete il ministro napolitano, che il principe reggente riguarderebbe il suo intervento come un dovere se (ciò ch'è persuaso che non arriverà giammai in seguito delle assicurazioni ricevute da S. M. Siciliana) gl'individui che hanno agito con le autorità britanniche nei tempi difficili ultimamente passati, fossero esposti a cattivi trattamenti o a persecuzioni, in seguito di questa condotta.

S. A. R. si crederebbe egualmente obbligata di prendere parte, : quantunque con suo rincrescimento, se avesse la mortificazione di osservare che si osasse di ridurre i privilegi della nazione siciliana a un tal punto che esponesse il governo inglese al rimprovero di aver contribuito in Sicilia ad un cambiamento di sistema, che in ultima analisi, avrebbe deteriorato la libertà e la felicità dei suoi abitanti, in comparazione alla loro precedente situazione.

Tolte queste riserve S. A. R. rinuncia totalmente alla responsabilità d'un intervento qualunque. Egli sente che non ha né i mezzi né il dritto di giudicare della necessità d'un cambiamento più della sua estensione o della maniera, con la quale dovrebbe operarsi.

Voi non mancherete in tutte le vostre comunicazioni di render giustizia ai principi, che soli hanno determinato il governo britannico a prender parte agli affari interni, allorché il medesimo s'incaricò della difesa e della sicurezza di quella parte de domini di S. M. Siciliana: la necessità costituì il dritto, e con la cessazione di questa necessità, cessò egualmente ogni pretensione o disposizione da parte del governo britannico ad intervenire; eccettuato il caso in cui le considerazioni d'onore e di buona fede, di cui ho fatto precedentemente menzione, e che dipendono dalla nostra ultima posizione in Sicilia, ce ne faranno di nuovo un dovere.

S. A. R. ha veduto con soddisfazione, dopo Cina lunga lotta, reintegrato il suo alleato nei suoi domini, e pienamente confutate le calunnie de' loro comuni nemici, che imputavano alla Gran Bretagna delle vedute sinistre allorché l'armata inglese occupò la Sicilia.

S. A. R. frattanto non ha che un solo desiderio quello cioè che S. M. Siciliana possa talmente travagliare alla felicità de' suoi sudditi che il principe Reggente non abbia giammai a pentirsi dell'opera alla quale fu forzato ricorrere dalle circostanze, d'impiegare l'armata inglese in quell'isola, e che S. A. R. non abbia, d'ora innanzi, null'altro ad esprimere a S. M. Siciliana su questo oggetto che la sua soddisfazione.

Io ho l'onore di essere ec.

Firmato CASTELREAGH.

William A'Court, Esq.

N. 15

Estratto di un dispaccio di M. William A'Court al visconte di Castelreagh, dato in Napoli il 6 Novembre 1816.

Il 30 del mese ultimo ho io comunicato al governo napolitano la natura delle istruzioni che avea ricevuto da V. S.

Il medesimo giorno in una conferenza alla quale intervennero tutti i ministri di stato di S. M. Siciliana feci io una dichiarazione formale delle vedute e delle intenzioni del governo britannico riguardo alla Sicilia, con conformità delle istruzioni contenute nel dispaccio di V. S. del 6 settembre. Io feci conoscere il desiderio del principe Reggente d'evitare ogn'intervento nel governo d'uno stato indipendente, menoché questo intervento non divenisse necessario per le considerazioni tendenti al suo proprio onore o alla buona fede del suo governo. I due casi che imporrebbero a S. A. R. il dovere di questo intervento sarebbero uno spirito di persecuzione o di trattamenti rigorosi riguardo a coloro che hanno agito di concerto con le autorità britanniche durante i tempi si difficili dell'ultima epoca, ovvero un tentativo di ridurre i privilegi della nazione Siciliana' al punto che si potesse esporre la Gran Bretagna al rimprovero di aver contribuito in Sicilia ad un cangiamento di sistema che avrebbe deteriorato la libertà e la felicità dei suoi abitanti, in comparazione alla loro situazione precedente.

Io feci osservare che S. A. R. salvo questa riserva, renunciava interamente alla responsabilità di qualunque intervento si fosse, e che riconosceva non avere né il dritto né i mezzi di giudicare della necessità d'un cambiamento più che dell'estensione che dovrebbe darglisi, o della maniera con la quale dovrebbe essere operato.

Le due Camere del Parlamento con la cooperazioni del potere esecutivo avendo travagliato inutilmente ad un cambiamento che aveano in vista si dirizzarono esse medesime alla corona, perché nominasse una commissione ad oggetto di deliberare su le modificazioni proposte. Continuai allora nelle medesime espressioni di V. S. a far vedere che si dovea render giustizia ai principi appo i quali il governo britannico si determinò unicamente ad intromettersi negli affari interni della Sicilia, allorché s'era incaricato della difesa e della sicurezza di questo paese. La necessità costituisce il dritto, e con la cessazione di questa necessità, ogni pretensione o disposizione da parte del governo britannico ad intromettersi nei suoi affari, era egualmente cessato, a menoché le considerazioni di buona fede e d'onore summenzionate, e che derivavano dalla nostra ultima situazione in Sicilia non ce ne imponessero nuovamente il dovere,»

Sembra che questo discorso abbia fatto una grande impressione nei ministri di S. M Siciliana che mi pregarono di voler loro comunicare queste intenzioni in iscritto. Io non mi credetti autorizzato a condiscendere a questa dimanda, ma aggiunsi che non mi opporrei ove si prendesse nota di tutto ciò che io aveva detto, ciò che fu immediatamente accettato.

Appena io ebbi intieramente spiegato la condotta che il governo britannico era deciso a seguire, e ricevetti le assicurazioni le più positive che l'intenzione di S. M. Siciliana era di conformarsi strettamente alle condizioni che S. A. R. avea dichiarato necessarie per astenersi d'ogni intervento, mi si domandò se (mettendo da parte il mio carattere pubblico, col quale avea io ricusato di prender alcuna responsabilità) volessi come M. A'Court, permetter loro di dettagliarmi i progetti che aveano essi in veduta, e indicar loro tutto ciò che per mia opinione avrebbe potuto esporli all'accusa di aver violato le condizioni fissate.

Non essendo questa proposizione in opposizione affatto con le istruzioni che avea ricevuto da V. E. non esitai ad acconsentirvi. Per evitare ogni malintelligenza, domandai di nuovo, eh e tutto ciò mi potrebbe sfuggire in questa circostanza non fosse riguardato affatto come officiale, né in alcun modo obbligatorio per il governo né per il ministero Britanno.

******  dopo l'invito dei suoi colleghi entrò allora in unlungo dettaglio istorico di tutti i privilegi che si erano accordati alla nazione Siciliana in epoche differenti; in seguito passando all'attuale progetto, procurò convincermi di tutti i vantaggi che i Siciliani trarrebbero da questi nuovi accomodamenti, in comparazione di quelli di cui essi godevano per lo innanzi.

Il re, con un proclama dichiarerà la riunione perpetua dei due paesi, e prenderà in conseguenza il titolo di Ferdinando I re del regno delle due Sicilie ec. ec. Nuove patenti saranno date ai ministri e consoli presso lo straniero ec. Un secondo decreto annunzierà l'istituzione di una cancelleria generale nel regno unito, nella quale si terrà il registro di tutte le leggi e i decreti: questa cancelleria sarà sempre preseduta da uno dei segretarii di Stato, che prenderà il titolo di gran cancelliere. Si stabilirà un consiglio, che sarà nominato il consiglio supremo di cancelleria, per discutersi tutti gli affari importanti, pria che questi venissero sottomessi alla decisione reale nel consiglio di Stato.

L'officio del Ministro Segretario di Stato sarà abolito, le sue funzioni saranno trasferite al gran cancelliere.

Si pubblicherà nel medesimo tempo un terzo decreto, che confermerà a' Siciliani tutti i privilegi che l'attuale Sovrano e i suoi precessori hanno loro accordato. Per conciliare la continuazione di questi privilegi con l'unità delle istituzioni politiche, che devono formare il dritto pubblico del regno unito, avranno luogo le disposizioni seguenti.

Tutte le cariche ed impieghi civili ed ecclesiastici nell'Isola di Sicilia saranno occupati solamente dai Siciliani, senza eccettuare l'arcivescovato di Palermo, di cui i Sovrani precedenti si erano sempre riservata la facoltà di disporre a loro piacere. Siccome la popolazione della Sicilia forma quasi il quarto della popolazione intiera del Regno unito, i Siciliani avranno parte di dritto in proporzione medesima a tutti gli altri impieghi dello stato.

Essi avranno un quarto dei posti nel gabinetto, nel consiglio di stato, e nel gran consiglio di cancelleria.

La medesima disposizione avrà luogo per gli alti posti in Corte, e nel corpo diplomatico. Gl'impieghi nell'armata e nella marina ugualmente che le piazze subalterne in Corte, saranno indistintamente accordati a tutti.

Il governo del regno unito sarà ove il Re fisserà la sua residenza. Se è in Sicilia, un principe della famiglia reale o un personaggio distinto sarà il Luogotenente del Re in Napoli, o viceversa so la sua residenza è in Napoli (seguono le disposizioni relative al Luogotenente del Re.) Tutte le cause dei Siciliani saranno giudicate in Sicilia. Tutti i tribunali di Palermo saranno indipendenti da quelli di Napoli, come quelli di Napoli dai tribunali di Palermo.

La dotazione permanente della Sicilia sarà fissata dal Re, ma essa non eccederà la somma di onze 1,817,687 votate dal parlamento Siciliano del 1813 come la rendita permanente dello Stato. Questa somma sarà riguardata come il massimum e suscettibile di diminuzione secondo la volontà del Re.

Su questa somma si preleverà quella di onze 150,000, che sarà impiegata in primo luogo all'estinzione dei debiti dello Stato, che non pagano interessi, e in seguito alla formazione d'un fondo di ammortizzazione per il pagamento degl'interessi.

Questa disposizione, tanto giusta che necessaria, sarà molto gradita ai Siciliani, che da lungo tempo disperavano di vedersi rimborzati né del capitale né degl'interessi.

S. M. dichiara finalmente che in nessun tempo, né in qualunque circostanza, non tenterà d'imporre tasse in Sicilia al di là della dotazione permanente, senza il consenso del Parlamento.

Quest'ultima espressione diede luogo a duna gran discussione tanto in quella conferenza, che in molte altre ne seguirono, ***  desiderando di sostituire le parole senza il consenso della nazione Siciliana: ma io mi vi opposi fortemente.

V. S. conosce certamente l'immensa importanza di questa parola. E questa in effetto la pietra angolare del nostro piano di condotta (the keystone of our consistency), la cui omissione ci esporrebbe certamente al rimprovero particolarmente indicato nelle mie istruzioni. Noi non possiamo acconsentire a questa omissione, e il governo napolitano ne è totalmente persuaso.

Tutto il rimanente degli articoli riguarda la conferma dell'intiera abolizione del sistema feudale nei due regni, e il regolamento nell'ordine della successione secondo le leggi di Carlo III del 1759. Quest'ultimo articolo vi sarà inserito per ismentire le grida assurde che circolano sul principe Leopoldo e la corona di Napoli.

Appena si promulgheranno questi decreti, avrà luogo la nomina di tutti i Siciliani che devono occupare le grandi cariche, ed io son molto contento d'informare V. S che in siffatta nomina saranno compresi tutti gli individui di distinzione che agirono di concerto con le autorità britanniche nelle ultime turbolenze during the last turbulent times).

E questo il piano proposto; bisogna confessare che ammettendo la necessita d'un cambiamento difficilmente si potrebbe eseguire con maggiore prudenza. Non vi si trova parola che possa incontrare un’aggressione di alcuna potenza, sebbene delicata ne sia la situazione, e sebbene interessata in, questi cambiamenti. Non vi è allusione offensiva sul passato, nulla infine che possa dar dritto di accusarci di abbandono di principii. La riunione dei due regni esige alcune innovazioni, e queste innovazioni comprendono, senza che si esprimono, l'abolizione di molte parti dell'antecedente sistema. Gli antichi privilegi della nazione sono puramente conservati con la stipolazione, che il re non potrà imporre nuove tasse al dì là della rendita permanente dello Stato, senza il consenso del suo parlamento. Questa rendita permanente dello stato è quella votata dal parlamento medesimo. In somma si accordano ai sudditi Siciliani molti vantaggi personali, che non possono esser loro che molto graditi.  Sarà a proposito ed anche necessario di vegliare attentamente su tutto ciò che si passa in Sicilia, e V. S. può contare assolutamente che io continuerò a fare in modo da non compromettere il mio governo. La promozione alle cariche di confidenza e lucrative, di coloro che agirono con noi, dovrà essere per V. S. il garante più sicuro, che nulla si troverà nel cambiamento proposto che abbia il carattere d'una reazione. E questo un punto molto importante, ed io fondatamente spero che sotto tutti i rapporti, le alterazioni saranno condotte in maniera a lasciarmi assai poco a fare, se ciò non consisterà che a felicitarmi con V. S. del nostro affrancamento intiero d'ogni responsabilità proveniente dalla parte, che noi siamo stati obbligati di prendere, e della posizione che noi abbiamo lungo tempo guardato in quell'Isola.

Io ho l'onore di essere ec. ec.

Firmato. WILLIAM A'COURTY.

Visconte Castelreagh li. G. ec. ec.

N. 16

Estratto d'un dispaccio di M. William A'Court al visconte di Castelreagh, dato in Napoli li 9 dicembre 1818.

V. 8. è stata di già informata della decisione presa riguardo ai cambi, i menti progettati nella costituzione Siciliana.

La disposizione importante, per la quale il Re non potrà imporre tasse al di là della rendita permanente dello Stato, resta valida Tutto il piano sarà posto immediatamente in esecuzione.

Il marchese di Circello mi ha trasmesso la risposta officiale qui annessa alla mia dichiarazione verbale su gli affari di Sicilia. Egli mi ha ancora Comunicato officialmente í tre documenti, di cui io ho l'onore di accompagnare qui le traduzioni.

Io ho l'onore di essere.

Firmato.. WILLIAM A'COURT.

Visconte Castelreagh K. l.. cc. ec.

N. 17

Estratto d'una nota del marchese Circello a M. William A'Court dato in Napoli il 16 Dicembre 1818.

Il marchese di Circello ha preso in matura considerazione la dichiarazione verbale che gli ha fatto S. E. M. A'Court, inviato straordinario, e ministro plenipotenziario di 8. M. Britannica.

Questa dichiarazione portava, per quanto il marchese di Circello può ricordarsi, che S. A. R. il principe Reggente, per motivi di amicizia verso il suo alleato il re delle due Sicilie, desiderava che questi cambiamenti si effettuissero con saggezza e prudenza, e che riguardo alla sua propria condotta S. A. R. il principe Reggente s'asterrebbe d'intromettersi negli affari interni di uno stato straniero e indipendente, posto che il suo onore e la buona fede del suo governo non esigessero altrimenti; ciò che avrebbe luogo nel due casi seguenti.

1. Se i Siciliani che hanno in questi ultimi anni, agito di concerto con le autorità britanniche, venissero esposte ad una reazione. 2. Se la condizione della Sicilia divenisse peggiore di quella che è stata nei tempi precedenti.

Il marchese di Circello avendo sottoposto, come dovea, questa dichiarazione a S. M. il re, suo padrone, deve, primamente assicurare a M. A'Court, che S. M. riconosce in siffatta dichiarazione, una nuova prova dei riguardi, e dell'amicizia del suo augusto alleato, e che desidera che M A'Court voglia esprimerne a S. A. R. la sua più viva gratitudine.

Tornando alla sostanza di questa dichiarazione, S. M. applaudendo a' principii da' quali si è mostrato animato il governo britannico, dichiara che accetta, e conferma le due riserve, che sono espresse nella dichiarazione.

Riguardo alla prima, concernente i Siciliani che hanno agito di concerto con le autorità britanniche, S. M. li riguarderà non solamente come tutti gli altri suoi sudditi, ma promette inoltre, che ovunque potranno rendersi utili per i loro talenti o le loro qualità morali, gl'impiegherà senza avere riguardo alle opinioni, che possono precedentemente aver professato. La condotta tenuta, da S. M. dopo la ripresa del regno di Napoli, forma una prova evidente della santità dei principii che professa, e che tutti coloro fra' suoi sudditi, i quali si distinguono pei loro talenti, il loro zelo, e la loro buona condotta, hanno egualmente dritto alla sua real considerazione.

Relativamente alla seconda, le carte qui annesse, segnate A. B. e C. che il marchese di Circello ha l’onore di tra lettere a M. A'Court, gli faranno conoscere il sistema d'organizzar fine che il re si propone di stabilire in Sicilia. Il re non poteva dispensarsi di occuparsene egli stesso, allorché riconobbe che la commissione di Stato incaricata di questo travaglio, lungi di corrispondere alla sua aspettativa, avea lasciato scorrere diciotto mesi senza nulla produrre.

Fa d'uopo osservare che S. M. ha in qualche modo diminuito la sua autorità in riguardo alle tasse, acconsentendo, ad un maximum che modifica il totale della rendita pubblica fissata dal parlamento del 1813 e non ha esitato a promettere che in caso si trovasse nella necessità d'oltrepassarlo, non lo farebbe che col consenso del Parlamento; e se S. M. si è riservata la ripartizione di questa rendita, non si è determinata, che in considerazione del bene pubblico, perocché l'esperienza da secoli ha privato che le classi le più povere, malgrado tutti gli sforzi del governo sono state costantemente sino al presente straordinariamente caricate ed oppresse nella ripartizione dei dazii al di là d'ogni giusta proporzione.

In ultimo luogo, fra le beneficenze accordate da S. M. ai Siciliani, la conferma dell'abolizione della feudalità, merita particolarmente l'attenzione del governo britannico.

Il marchese di Circello profitta di questa occasione per assicurare S. E. M. A'Court della sua ultima considerazione.

Firmato. IL MARCHESE DI CIRCELLO.

INDICE

delle materie

CONTENUTE NELLA PRESENTE OPERA

PREFAZIONE BELL'EDITORE PAG.V
INTRODUZIONE  »IX
PARTI PRIMA  » 5
PARTI SECONDA  »33

APPENDICE DEI PEZZI GIUSTIFICATIVI

Num. 1. Reale cedola, con la quale S. A. R. il Principe Ereditario,è eletto Vicario generale del regno di Sicilia 107
Num. 2. Lettera convocatoriale del generale estraordinario Parlamento del 1812 108
Num. 3. Allocuzione di S. A. R. il Vicario Generale, letta dal gran Protonotaro del regno, nella solenne apertura del generale straordinario Parlamento, seguita ai 18 giugno 1812 109
Num. 4. Memorandum presentato al re Ferdinando III delle due Sicilie da Lord W. A'Court ministro estraordinario e plenipotenziario di S. M. il re d'Inghilterra al 20 di ottobre 1814 111
Num. 5. Discorso tenuto da S. M. il Re delle due Sicilie in occasione della solenne apertura del general Parlamento di Sicilia del 1814 seguila in Palermo il giorno 18 luglio 1W
Num. 6. Messaggio di S M. alla Camera dei Comuni di Sicilia, nella seduta dei 31 marzo 1815 118
Num. 7. Messaggio pronunziato dal Re personalmente al Parlamento di Sicilia nella seduta del 30 aprile 1815 119
Num. 8. Messaggio del Re, comunicato al Parlamento di Sicilia, nella seduta del 17 maggio 1815 121
Num. 9. Articoli fondamentali d'istruzione comunicati da S. M. ai Membri della Commissione incaricata della rettifica della Costituzione 10I real dispaccio del 1 giugno 1813 124
Num. 10. Decreto che prescrive l'unità della bandiera per tutti i bastimenti di guerra e mercantili  127
Num. 11. Real Dispaccio per la proroga delle imposte del 16 agosto 1810 128
Num. 12. Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie, portante ancora l'instituzione della Cancelleria generale del dello regno 131
Legge che conferma i privilegi dei Siciliani, combinandone l'osservanza coll'unità delle instituzioni politiche stabilite per base del Regno delle Due Sicilie.—11 dicembre 1816 135
Num. 13. Estratto della seduta della Camera de' Comuni d'Inghilterra del 21 giugno 1821 136
Num. 14. Estratto d'un dispaccio del Visconte di Castelreagh a sir William A'Court dotato in Londra il 6 settembre 1816 159
Num. 15. Estratto di un dispaccio di M. William A'Court al visconte di Castelreagh, dato in Napoli il 5 novembre 1816 160
Num. 16. Estratto d'un dispaccio dì M. William A'Court al visconte di Castelreagh, dato in Napoli li 9 dicembre 1816 164
Num. 17. Estratto d'una nota del marchese Circello al. William A'Court data in Napoli il 16 dicembre 1816 165























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