Eleaml - Nuovi Eleatici


Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

SUNTO DI GEOGRAFIA DELLA CRIMEA E DEGLI STATI LIMITROFI

ILLUSTRATA

da quattro Carte diligentemente incise

CIOÈ

Crimea, la Turchia colla Grecia, la Russia europea, l'Austria colla Confederazione germanica

del Prof. F. COLOMBETTI

DEDICATA AL SOLDATO PIEMONTESE

SCELTO PER LA SPEDIZIONE D'ORIENTE

Per SERVIRGLI DI GUIDA IN QUELLE LONTANE REGIONI

2.°EDIZIONE

TORINO

TIPOGRAFIA PARAVIA E COMPAGNIA

1855
(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
CRIMEA IL TRATTATO DI ALLEANZA L'ORDINE MILITARE DI SAVOIA
IMPERO OTTOMANO IN EUROPA DISCORSO DEL CONTE SOLARO
DELLA MARGARITA
POSCRITTA
IMPERO OTTOMANO IN ASIA BREVI CENNI STORICI E GEOGRAFICI DISCORSO CONTE SOLARO DELLA MARGARITA
IMPERO RUSSO
CENNI GEOGRAFICI SULLA CRIMEA TRATTATO DI PARIGI
IMPERO D'AUSTRIA CENNI SU SEBASTOPOLI VITTORIO EMANUELE
DISCORSO GENERALE DURANDO GUERRA D'ORIENTE E SPEDIZIONE
IN CRIMEA
VITTORIO EMMANUELE II
DISCORSO CAVALIERE L. C. FARINI QUADRO CRONOLOGICO PROTOCOLLO I - PROTOCOLLO XXIV

Ora che gli evenimenti della guerra tengono tutti gli guardi rivolti sulla Crimea, universale si fa sentire il bisogno di conoscere i luoghi sui quali fu portato il Teatro che armi. Vivissimo si fa quotidianamente il desiderio i seguitare gli Eserciti nelle loro mareie e nelle loro rivoluzioni. Pienamente si fatto desiderio può essere appagato, da coloro in ispecial maniera che sono esperti che cose militari, col mezzo della Carta geografica pubblicata recentemente dal Corpo dello Stato Maggiore. Mi parve però che la pubblicazione di un Atlante tascabile sarebbe stata vantaggiosa, sia perché si può trasportare senza imbarazzo, sia perché si può offrire ad un prezzo a cui giungono le forze anche più ristrette dell’Operaio, dell’Artigiano, e del semplice Soldato; e sia finalmente perche in esso si raccolgono oltre alla Carta della Crimea quelle della Turchia, della Russia e dell’Austria; le quali per la natura stesa della Guerra, mi sembrano sovra ogni rapporto indispensabili a chi voglia tener d’occhio tutte le operazioni militari.

Raccomandando questo mio lavoro ai miei connazionali, avvertire, che la Carta della Crimea specialmente fu fatta con tanta precisione, quanta è necessaria per dare cognizioni esatte sulle più notevoli Località, e che quantunque l'Atalantino non abbia potuto arricchirsi di molte nozioni, tuttavia quelle raccolte bastano a dare un’idea precisa delle cose principali e più necessarje a sapersi intorno alla suddetta Penisola, ed agli Stati limitrofi.




CRIMEA

CRIMEA

POSIZIONE. — Giace la Crimea fra il grado 44° 20’ ed il 46° 20’ di latitudine boreale, e tra il grado 50 ed il 35 di longitudine orientale dal primo meridiano di Parigi.

ESTENSIONE. — La sua maggior larghezza dal capo di Karam-Roun sino allo stretto di Jenickalè è all’est di circa 245 chilometri; e la sua lunghezza dall’Istmo di Perecop al nord sino al capo di Saritsch al sud è di chilometri 450. La sua intiera superficie è di 17730 chilometri quadrali.

CONFINI. — Al sud, all’est, ed all’ovest confina col mar Nero, ed al nord col mare d’Azof e col continente Russo, con cui si unisce per mezzo dell’Istmo di Perecop; lingua di terra, la quale non ha che un miriametro di larghezza.

ACQUE. — I mari della Crimea sono il mar Putrido, il mare di Azof ed il mar Nero, questi duo ultimi circondano la penisola. Il primo di essi, stante l’immensa quantità di sabbie che vi vengono depositate dai fiumi che versano in esso, quotidianamente va perdendo in profondità; ond’è che al giorno d’oggi nei siti più profondi non ha che 14 metri di fondo. Resta perciò difficile ai bastimenti di tragittarlo senza che corrano il pericolo di gettarsi in banchi di arena. Il seconde subi anch'esso notabili variazioni nel suo litorale, ma ciò non fondo permette in varii siti un sicuro sbarco ai grandi bastimenti. La Crimea non ha corsi d’acqua perenne considerevoli. Il fiume più ragguardevole è il Salghir il quale la divide in due parti. Le fiumane scaturite nella sua pendice settentrionale si perdono per lo più fra le ghiaie entra le steppe prima di giungere al mare; quelle della pendice meridionale sono quasi sempre asciutte, o s’ingrossano d’improvviso, durante i temporali, i quali sono assai frequenti in estate. Le principali fiumane che sboccano nel mar Nero sono il Boulganack, l’Alma, il Kalscha, il Belbek, il Cernia Resca col torrente Baidar che mantiene un canale a Sebastopoli, l’Alaschla, il Demilschi ed il Soong-Son che faconda colle sue fresche acque un’ampia vallea. Versa nel mare d’Azof il Don. Molti sono quelli che dalla pendice settentrionale volgono al mar Putrido, ma gran parte di essi si perde fra le ghiaie prima di giungervi. Il Salghir, il più grande de fiumi della Crimea, sbocca nel mar Putrido dopo d’aver accolti il Karassu, il Kutschukk-Karassu ed il Bojuk-Karassn Innumeri sono i laghi che esistono in Crimea: è notevole che dei medesimi la maggior parte contiene sale, il quale, traendosi abbondante, forma un oggetto apprezzabile di commercio. Dei sudetti laghi ci asteniamo dall’accennarne il nome, ritenendo però quello di Kaja-Ruhn-Oba cosi denominato di monte su cui esiste, il quale sta come perpetuo testimoni dell’Eruzione vulcanica avvenuta nel 1794 da cui venne formato. I Stagni salati quasi tutti comunicano per mezzo d'infiltrazioni nel mar Putrido. Queste filtrazioni rendono i suolo paludoso, onde il numero degli stagni o paludi è assai ragguardevole.

CLIMA. — La temperatura umida e fredda nell’inverno, caldissima nell'estate per non dire insopportabile; il che unito alle esalazioni delle paludi fa che nelle parti interne variasse poco salubre; ma essa è migliore verso il mare dove le montagne che si stendono parallelamente alla costa del mar Nero guarentiscono i siti circostanti dai venti dei settentrionale. Ond'è che si può dire essere il clima vario secondo la regione settentrionale, o meridionale; esso in questa parte però è favorevole ad ogni specie di vegetali.

SUOLO. — I due terzi della superficie di questa penisola sono nude steppe il di cui terreno è sabbioso ed argilloso, impregnato di sale. Questa vasta pianura in alcuni luoghi è cosparsa di macchie ed offre meschini pascoli. La parte del sud-est invece è montuosa intersecala da valli assai fertili. Dalle alture di Simferopoli il suolo va gradatamente inalzandosi sino alla somma Giogaja della Tauride, che cinge la penisola dal sud-ovest all’est; la maggior altezza di queste giogaje è segnata dal monte Tschadyzdagh, il quale ha un elevazione di metri 1580. Questa catena Taurica dalla parte occidentale pigliò il nome di Monte de Jaïla-Dagh, e dalla parte orientale di Karabi-Jaïla. Frequenti sono le traccie vulcaniche che lungo questa catena si riconoscono.

STRADE. — Le strade principali sono quelle che da Sebastopoli conducono a Perecop ed a Balaklava, e da Balaklava a Balkcisarai a Psakta,ed Alupka, e quelle che da Simferopoli tendono a Jenikalè, ad Eupatoria ed Aluschta; e quelle che da Arabat a Jenitsch, ed a Caffa. La maggior parte di queste sono strade postali, per cui, se il cammino non è facile, come sulle strade nostre provinciali, non è però disastroso.

POPOLAZIONE, RELIGIONE, LINGUE. —In tutta la Crimea si contano appena 200,000 mila abitanti di cui i sette decimi sono Tartari (Cosacchi, Russi) e questi seguono la religione Mussulmana e parlano i dialetti tartari; gli altri sono Alemanni, Svizzeri, Bulgari, Boemi, Armeni, Ebrei e Greci. Ciascheduna di queste razze segue la propria religione, o non ne professa pubblicamente alcuna, e parlano generalmente tutti li suddetti dialetti.

STATO E DIVISIONE POLITICA. — La Crimea fa parte del Governo Russo della Tauride, e si divide in quattro Circoli cioè di Perecop, di Simferopoli, di Eupatoria e di Teodosia. La capitale della Crimea è Simferopoli. I principali porti sono tre: Akmetschette, Balaklava, e Sebastopoli che è il più grande.

PRODUZIONI DIVERSE. — I pendii delle montagne sono per lo più coperti di boschi che forniscono eccellenti legnami da costruzione. Nel seno delle medesime rinvengonsi sostanze minerali, cave di marmi, di carbon fossile e di calce. La parte settentrionale è poco coltivata stante la sterilità del terreno, ed in quei pochi siti ove il terreno è meno ingrato le sementi e le messi sono quasi sempre divorate dalle lucuste. Nella parte meridionale la vegetazione è rigogliosa. Si coltivano le viti con ottimo successo, e tutte le piante fruttifere delle nostre riviere, come il fico, l’olivo, il noce, il persico, il melagrano ecc. I principali prodotti però sono le biade in abbondanza, olio, lino, canapa, tabacco, e tutti i legumi delle parti meridionali d’Europa. Numerose sono le mandre di buoi, camelli, capre e montoni. Vi si trovano api in gran quantità che danno un miele squisito ed assai rinomato. Abbondante è la pesca sulle coste dei mari e soprattutto quella delle ostriche.


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IMPERO OTTOMANO IN EUROPA E REGNO DI GRECIA


IMPERO OTTOMANO IN EUROPA E REGNO DI GRECIA

POSIZIONE. — La parte dell'Impero Ottomano situata in Europa, compresa insieme la Grecia, trovasi fra i paralleli 56,20’, e 48,20’ di latitudine al nord; e fra 15,20’ e 27,50’ di longitudine orientale del meridiano di Parigi.

ESTENSIONE. — La maggior lunghezza della grande penisola che abbraccia questi due Stati è di 126 miriametri dal nordest ai sud-ovest; la maggior larghezza è di 102 miriametri dall’est all’ovest La superficie totale è di 4,494 miriametri quadrati, di cm 545 appartengono al Regno di Grecia. L'Impero Ottomano è molto più esteso nell’Asia dacché abbraccia 13,827 miriametri quadrati.

CONFINI. — L’Impero Ottomano in Europa, ha per confine al nord la Russia e l'Austria; all’est il Mar Nero, il canale di Costantinopoli e il mar Marmara; al sud lo stretto dei Dardanelli, l’Arcipelago o mare Egeo e la Grecia; all’ovest ha l’Adriatico, il Principato del Montenegro e nuovamente l’Austria. La Grecia ha al settentrione la Turchia, all'est e al sud l’Arcipelago, all'ovest il mar Jonio.

MARI E GOLFI. — Bagnano questi Stati il mar Nero, il mar di Marmara; — il mar Egeo o Arcipelago che forma sulle coste turche i golfi di Saros, d’Enos, d’Orfano, di Monte Santo, di Cassandra, di Salonichio; e sulle coste greche quelli di Volo, d’Atene, di Nauplia;—il mar Jonio che forma sulle coste greche i golfi di Colochinas, di Corone, di Lepanto, d’Arta;— finalmente l'Adriatico.

STRETTI. — I più importanti sono il canale di Costantinopoli che unisce il mar Nero col mar di Marmara; i Dardanelli che uniscono il mare Marmara all'Arcipelago; il canale di Negroponte nella Grecia.

LAGHI. —L'Impero Ottomano ha parecchi laghi, i principali sono; quello di Rassein nella Bulgaria, quelli di Cadaca, e di Betschic nella Romelia; quelli d’Ochrida, e di Scutari nell’Albania.

FIUMI. — Nell’Adriatico non mettono foce fiumi importante pur menzioneremo la Moraca, il Driri, lo Scombi, la Voiussa e l’Aspropotamo che attraversa anche le provincie settentrionali della Grecia. — Mettono foce nell’Arcipelago fiumi dei pari poco importanti quali sono la Salambra, l’Indi-Carasu, la Vistritza, il Vardaz, il Carasu, la Maritza. — Nel mar Nero entra assai grosso il Danubio che riceve dai territori dell’Impero, a destra, la Sava che scende dall'impero Austriaco e quivi s’ingrossa della Bosna e della Drina; la Morava, fischer, il Tincow, il Vid; ed alla sponda sinistra o Valacca riceve il Schill, l’Aluta, l’Ardijs, la Dumbrovicza, la Talomitza, il Screlh e il Pruth.

MONTAGNE. — I Carpati a settentrione stendono le loro diramazioni nella Moldavia principalmente, e anche nella Valacchia. — Le Alpi poi girando intorno al mare Adriatico col nome di Alpi Dinariche si stendono fra la Dalmazia e la Turchia, e correndo parallele non molto distanti dalla Costa occidentale, tutta la cuoprono colle loro ramificazioni, stendendosi anche per entro al Regno Greco; e prendendo vari nomi, alcuni dei quali come il Pindo, l’Ossa, il Taigete furono celebri nell'antichità. Dalle Alpi pure si staccano i monti Emo o Balcan che fendono per mezzo la Turchia d’Europa dall’Occidente all'Oriente, e vanno a perdersi sulle coste dei mari Nero e Marmara, rendendo assai montuoso da una parte e dall’altra, ma specialmente al mezzodì, tutto il paese.

CAPI. — Sull'Adriatico si distinguono i capi San Giorgio all’ingresso del golfo di Volo. E seguendo la costa trovansi nella Grecia i capi Papa all’ingresso del golfo di Patrasso, Matapan all'estremità della Morea; quindi il capo Mallio, il capo Colonna all’oriente del golfo d’Atene; ripigliando la costa Turca, fra i molti nomineremo il Capo detto monte Atos, e nel mar Nero il capo Eminéche, e quello di Bangorad.

PENISOLE. —La Penisola più celebre è il Peloponneso, oggidì detto Morea appartenente alla Grecia; succedono la penisola di Tricheri, quella di Calcide costituita dalle tre penisole del monte Atos, di Corone, e Cassandria; e finalmente la penisola di Gallipoli lunghesso i Dardanelli.

ISOLE. — Gran numero d'isole possiede la Turchia nell’Arcipelago; principalissima è quella assai vasta di Candia; poscia le più importanti sono Thasso, Samotraki, Imbro, Lemno;—La Grecia possiede l’isola di Negroponte, quella di Sevro, di Coluri o Salamina, d’Egina, e il numeroso Arcipelago delle Cicladi.

POPOLAZIONE. — L’Impero Ottomano d’Europa conta 10,000,000 d’abitanti; il Regno di Grecia sale appena ad 800,000. I popoli che abitano la Turchia appartengono a varie razze, ma al mezzodì del Balcan prevale di gran lunga la Greca; al settentrione del Balcan e lungo l’Adriatico sono le stirpi Slave che prevalgono, miste nella Valacchia a' discendenti degli antichi coloni Romani. Trovansi dovunque Armeni, Turchi e Tartari. La Grecia per altro è quasi esclusivamente popolata di Greci.

RELIGIONE. — La gran maggioranza delle popolazioni professa la religione cristiana di rito greco scismatico; nondimeno vi sono molti Greci cattolici di tre riti greco, armeno, latino. Nell’Impero Turco però la religione dominante, quantunque professata dalla minoranza è quella dei conquistatori cioè la Maomettana,

GOVERNO. — La Turchia è soggetta a governo assoluto nelle provincie che dipendono immediatamente dal Gran Sultano, ma i Principati di Servia, Valacchia, e Moldavia soggetti solamente all’alta sovranità di lui, hanno governo monarchico temperato da forme aristocratiche. La Grecia è un regno costituzionale.

DIVISIONE POLITICA. — La Turchia si divide in 19 provincie e sono: la Servia, la Valacchia, la Moldavia, il Montenegro (soggette solamente all’alta sovranità della Turchia) la Bosnia, la Bulgaria, la Romelia, l’Albania, e la Tessaglia, e le Isole più lontane il cui centro di governo è Candia.

La Grecia è divisa in 10 dipartimenti, e sono: 1. L’Acaja e l’Elide; 2. la Messenia; 5. L’Arcadia; 4. la Laconia; 5. L’Argolide; 6. L’Attica; 7. La Locride e la Focide; 8. L’Acarnania e l’Etolia; 9. L’isola di Negroponte colle vicine isole Sporadi; 10. Le Cicladi.

CITTÀ PRINCIPALE — Capitale di tutto l’Impero Turco è Costantinopoli, l’antica Bisanzio che i Turchi chiaman Istambul; le altre città principali sono Adrianopoli, Salonichi, Scutari, Sofia, Larissa, Bosna-Serai o Serajevo; Varna, Scumla, Vidino, Nicopoli, Rustschuk e Silistria. Belgrado è capitale della Servia ma presidiata dai Turchi; Bucarest è capitale della Valacchia, dove è importante anche Giurgevo; Jassy è capitale della Moldavia, ove primeggiano anche Galacz e Brailoc o Ibraila. Capitale della Grecia è Atene; le principali altre città sono Corinto, Argo, Nauplia, Lepanto, Patrasso, Negroponte.


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IMPERO OTTOMANO IN ASIA

POSIZIONE. — Si trova la parte asiatica dell’Impero Otlomano posto tra il 50° e 42° gradi di latitudine al nord, e fra il 25 ed il 47° di longitudine all’est.

ESTENSIONE. — Dal nord-ovest si estende al sud-est per una lunghezza di miriametri 250; la sua massima lunghezza è di miriametri 150; la sua superficie intiera è di 55,000 miriametri quadrati.

CONFINE — Al nord contermina col mar Nero e la Russia; all'est colla Persia; al sud coll'Arabia; al sud-est col Golfo Persico; all'ovest coll'Arcipelago; ed al sud-ovest col Mediterraneo.

ACQUE. — Essa è bagnata dai mari: Mediterraneo, Arcipelago, Marmara, e dal mar Nero. Nel Mediterraneo tiene il golfo di Satasiéli, e quelli di Scanderéroun, e di Alessandretta. Possiede nell’Arcipelago i golfi di Smyrne, di Symia, d’Adramiti, di Sardarli, di Scala Nuova, d’Assem-Kasasi, di Eo, di Baba, di Cara-Bouronn, e di Erio. Finalmente nel mare di Marmara stanno i golfi di Mondania, d’Ismid, ed il Persico che è formate dal mare delle Indie. Lo stretto dei Dardanelli o canale di Costantinopoli separa la Turchia Asiatica dall’Europea. I suoi laghi principali sono Babr-el-Margi, il Tabaricli, l’Asphaltile o mare Morte, l’Alakieb, il Van, il Balagalzia, il Toulza e l’Aboullonia; sono notevoli i bacini del mar Nero, del mar di Marmara, dell’Arcipelago, del Mediterraneo, e del mar d’Oman dal golfo Persico. I principali fiumi sono la Sacaria, il Jechil-Emak, il Kizyl-Ermak, ed il Barlin i quali versano nel mar Nero; la Nicabilza che scorre nel mar Marmara. Il Sarabal, la Mendres (o Meandro) che sboccano nell’Arcipelago; il Seihoum, il Carason, il Djihoun, e l’Aasi (Oronte) che si scaricano nel Mediterraneo; il Chai-El-Arab che si ingrossa colla riunione dall'Eufrate e del Tigri, e che si getta nel golfo Persico; finalmente il Chari’a, il Cheri’a, e l’Arden (Giordano) i quali mettono foce nel mar Morto.

CLIMA. — Il miglior clima del mondo è quello della Turchia Asiatica; la sua temperatura è dolce e pura.

SUOLO. —Fecondissimo è il suolo di questa parte dell’Impero Ottomano. Le Montagne sono coperte da magnifiche foreste. Le pianure sono fertili ma coltivate assai male. Dall'est all’ovest si stende una catena di Montagne denominata Tauro; e quella dell’Anti-Tauro di cui il Monte Ageo è il più elevato. Sono notevoli i Monti Tcheldir; il Baba-Dagh che si elevano dall’ovest all’est; il Monrad-Dagh e l’Alma-Dagli al sud; i Monti Nimrod che si dirigono al sud-ovest ed il Djebet-Tak che separa la Turchia asiatica dalla Persia. Nella Siria si innalza la catena del Libano, e i Monti Tabor e Carmelo; e finalmente nell’Isola di Cipro sono raguardevoli i Monti di S. Croce. Sul mar Nero si nota il capo di Kerembch e d’Indjeh, sul mare Mediterraneo quelli di Khelidoni, Ainmour, Kizliman, Cavalière, Karudash, Khanzir, Ziarel, Ostanc, e del Carmelo. Le Isole principali sono: nell'Arcipelago, Renedo, Samos, Metelino, Chio, Cos, Ipsera, Calamine, Scarpanto, Radi. Nel mar di Marmara, è l’isola dei Principi. Nel Mediterraneo Cipro; Cisica e una penisola nel mar di Marmara.

LINGUA, RELIGIONE, POPOLAZIONE. —Le lingue parlate sono il Turco, l’Albanese, ed il Greco moderno. Si professano le religioni Musulmana, Ebraica, e Cristiana. Nel rito Greco ed Armeno, vi esistono anche varie selle di Giacobiti e di Nestoriani. La popolazione ascendea 12,000 d’abitanti, che stanno in ragione di 542 per ogni miriametro quadrato, dei quali parte sono Turchi, e parte Greci, Armeni, Arabi, Ebrei e Boemi.

STATO POLITICO. — Il Governo è monarchico ed assoluto; e si divide in selle Circondarii, cioè: nel Circondario di Anatolia, d’Armenia, di Siria, di Aldjezireh (Mesopotamia), di Kourdistan, d’Irak-Arabi, e delle Isole. Smirne è la capitale, e giace sul Mediterraneo, e le città principali sono Aleppo, Damasco, Bagdad, che sono poste sul Tigri: Tokal, Erzeroum, Alessandretta, Acri, Tripoli e Bajrut, le quali aprono i loro porti sovra il Mediterraneo. Brussa, Bassora, Scutari, Scala-Nuova, Trebisonda e Gerusalemme, antica capitale della Giudea. Le capitali delle Isole di Rodi e di Sio sono le città dallo stesso nome.

PRODUZIONI. — Le stesse della Turchia europea.


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IMPERO RUSSO COLL’UNITO REGNO DI POLONIA


IMPERO RUSSO COLL’UNITO REGNO DI POLONIA

POSIZIONE. — Fra 40° e 70° di latitudine nord, e fra 15, 10’ e 62 di longitudine orientale del meridiano di Parigi.

ESTENSIONE. — Lunghezza 240 miriametri, larghezza 195; superficie 55, 582 miriametri quadrati.

CONFINE — Al Nord l’Oceano glaciale, e il mar Bianco; all'est l’Asia, al sud il mar Caspio, il Caucaso, il mar Nero e quello di Azof, e la Turchia Europea; all’ovest l’impero d'Austria e la Prussia; indi il mar Baltico e i suoi golfi, finalmente il regno di Svezia e Norvegia.

MARI E GOLFI. — Al nord l’Oceano glaciale artico col mare Bianco ch'è un suo golfo, e gli altri golfi di Caca e di Ischeschaia; al sud il mar Caspio co’ suoi golfi di Bachon e Sùlian; il mar Nero col golfo di Perecop, il mar di Azof col golfo di Tangarog; all’ovest il mar Baltico coi golfi di Botnia, di Finlandia e di Riga o di Livonia.

STRETTI. — Senza occuparci di quelli che dividono le isole, ricorderemo lo stretto di Caricale per cui dal mar Nero si entra in quello d’Azof.

FIUMI. — Il Cara, la Petchora, il Meze, e principale di tutti la Dwina si scaricano nei mari settentrionali. Il Volga, il più gran fiume d’Europa va a finire nel Caspio; sono suoi principali affluenti l’Oka, la Mologda, il Kama, l’Ural o Iaich. Il Don entra nel mare d’Azof; nel mar Nero entrano a perdersi il Cuban che scende dal Caucaso, il Dnieper, il Dniester, e il Pruth; scendono nel Baltico la Neva, la Duna, il Nieraen e la Vistola.

LAGHI. — La Russia ha i più grandi laghi d'Europa, quali sono l’Onega e il Ladoga a settentrione di Pietroburgo; e vasti pur sono il Peypus, l’Ilmen, e il Saima, l’Enara, ecc.

CLIMA. — É temperato nelle provincie meridionali; è piuttosto freddo nelle centrali massimamente in quelle che s’avvicinano di più all’Asia; è gelido nelle settentrionali. L’aria v’è pura generalmente e sana, eccettoché sul Baltico, ov’è umida. Il suolo è generalmente fertile ove non ha il clima contrario, ma però vi si trovano vaste steppe deserte, e immense foreste.

MONTAGNE. — La catena degli Urali che segna all'est il confine fra l’Europa e l’Asia; il Caucaso che corre fra i due mari Caspio e Nero e divide in quel tratto pur esso l’Europa dall’Asia. I Carpati ad occidente che dividono la Polonia Russa dall’Duglieria e dalla Transilvania, provincie dell'impero Austriaco. Fra queste catene di montagne, che sono ai suoi confini, la Russia si stende in una vastissima pianura che ha per confini i mari settentrionali dell’Europa e il Nero a mezzodì, non potendosi contare come montagne le piccole e pochissimo elevate catene dei monti Waldai, e dei Volconscki, e qualche altra.

CAPI. — Menzioneremo quelli di Sviatoi e Camin nell’Oceano glaciale.

ISOLE E PENISOLE. — Nell'Oceano glaciale quelle dello Spitzberg e della Nuova Zembla, notevoli solo pella caccia dell’orso bianco di cui sono la patria; nel Baltico le isole di Ofel e Dagoes all’ingresso del golfo di Riga; l’Arcipelago di Aland all’ingresso del golfo di Botnia, e molte altre piccole isole lungo le coste della Finlandia.

La Penisola più importante è la Crimea nel mar Nero unita al continente mediante l’istmo di Perecop.

POPOLAZIONE. — La popolazione dell’impero Russo in Europa si calcola di 58,000,000 cioè di 1490 circa per miriametro quadrato. Sono la più gran parte di razza slava, suddivisa in Russi, Lituani, Rusuiachi, Polacchi, Letteni, ecc. ed in razza finnica, come sono i Livonesi, Finlandesi, Lapponi, Samojedi, e vi sono pure Tartari, Cormeni, Valacchi, Greci, Tedeschi, ed altre schiatte.

GOVERNO. — É assoluto ed ereditario. L’Imperatore è anche il Capo della religione dominante.

RELIGIONE. — La religione dominante è la Greca orientale o Greca scismatica; nella Polonia Russa per altro predomina il Cattolicismo; vi sono poi molti Ebrei e Protestanti, ed anche de' Maomettani e de' Pagani.

DIVISIONE AMMINISTRATIVA. La Russia è divisa in 54 Governi; e la Polonia a lei annessa, in 8 Palatinati.

CITTÀ PRINCIPALE — La città residenza dell’Imperatore è Pietroburgo sulla Neva in fondo al golfo di Finlandia. Mosca dee considerarsi come la città sacra dei Russi, e seconda capitale dell’impero. Città assai importanti sono Varsavia, capitale della Polonia russa, Riga, Revel, e Kronstadt, tutte tre sulle spiagge del Baltico o de' suoi golfi; Kalisch, Plock, Zamosc, Modlin nella Polonia; Orembourg negli Urali; Kasan, Astracan, Tangarog, Sebastopoli, Simferopoli, Odessa, Bender nella Russia meridionale; Arcangelo sul mar Bianco; Vilna, Kaluga, Tula, Twer, Novgorod, Saratov ed alla nell’interno.


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IMPERO D'AUSTRIA


IMPERO D'AUSTRIA

POSIZIONE. — L’impero]d’Austria è si tua to fra 40°, 10 e 51°,2’ di latitudine nord, e fra 6,14’ e 21,10 di longitudine orientale del meridiano di Parigi.

ESTENSIONE. — La sua maggior lunghezza è di 158 miriametri da Levante a ponente; la maggior larghezza è di 53 miriametri dal nord al sud; la superficie è di 6,888 miriametri quadrati, comprese le provincie italiane.

CONFINI. — A settentrione la Prussia e la Sassonia, all’est la Russia e la Moldavia; a mezzodì la Valacchia e la Turchia, il mare Adriatico, gli stati Pontifici, e i ducati di Parma e Modena; all’ovest la Baviera, la Svizzera, e gli Stati Sardi.

— Il Mare Adriatico o golfo di Venezia bagna le spiagge dei paesi italiani, e della Dalmazia, soggetti all'Austria.

GOLFI E LAGUNE. — Lo stesso Adriatico forma nella sua parte più settentrionale il golfo di Trieste; sulle spiagge orientali quello del mar Nero; e sulle coste occidentali forma le lagune di Grado, di Caorle e di Venezia.

LAGHI. — I più importanti laghi sono quelli di Balaton e Malien, e di Neusiedlen nelle provincie Ungheresi; quello di Costanza che tocca il Tirolo settentrionale; quelli di Garda, d’Iseo, di Como, di Lugano, e Maggiore nelle provincie italiane; e molti altri minori nell’Arciducato d’Austria e nelle provincie contermini.

FIUMI. — I fiumi che bagnano l’impero Austriaco sono il Vistola nello provincie polacche, e l’Oder nella Slesia,i quali volgono a settentrione e scendono al Baltico; l’Elba la quale raccoglie la Morava ed altri fiumi minori che irrigano la Moravia e la Boemia, e porta quindi il tributo delle sur acque attraverso la Germania settentrionale nel mare del Nord; il Dniester, che si getta poi per la Russia Meridionale nel mar Nero e nasce nella Polonia Austriaca. Il Danubio è il fiume più considerevole dell’impero che lo attraversa dal 1 ovest all’est, recando la gran massa delle sue acque anch’esso nel mar Nero; nel lungo suo corso riceve molti fiumi di cui i principali sono: a destra l'Inn ingrossato dalla Salza, l’Ens, Raab, la Mur, la Drava, e la Sava; a sinistra la Mardi, la Waag, la Theiss ingrossata dal Samos, dalla Maras e da parecchi altri fiumi.

Scendono nell’Adriatico la Narenta il fiume più importante della Dalmazia; e tutti i fiumi che bagnano le provincie italiane di cui sono principali l’Isonzo, il Tagliamento, la Piave, la Brenta, l’Adige, e il Po che in se raccoglie le acque( )del Mincio, dell'Oglio, dell’Adda e del Ticino.

CANALI. —Fra i canali più ragguardevoli avvi quello di Francesco in Ungheria fra il Danubio e la Theiss; e nelle provincie italiane molti ve n’ha sulla Brenta e sull’Adige, e nella Lombardia fra l’Adda e il Ticino.

MONTAGNE. — La catena de' monti Carpati circonda al nord o all’oriente l’Ungheria e la Transilvania la quale ultima ricoprono colle loro diramazioni. I monti Sudetici, i Riesen de' Giganti e l’Erzgchierge dividono l’impero degli Stati settentrionali ed occidentali della rimanente Germania; le Alpi finalmente solcano l’impero fra le provincie italiane che gli sono soggette e la Svizzera, e poscia fra esse e le provincie Tedesche e Slave.

ISOLE, —Avvi l’Arcipelago numerosissimo delle isole Istriane, Adriatiche lungo le coste di quelle due provincie; primeggia per grandezza le isole di Veglia, Kerso, Ossero, Pago, Brazza, Lésina e Lissa.

PENISOLA. — L’Istria penisola Slavo-Italiana è posta sull’Adriatico fra i golfi di Trieste e del mar Nero.

POPOLAZIONE. — La popolazione totale dell'impero sorpassa 00,000 cioè conta 5000 abitanti per miriametro quadrato. Sono popoli di razze diversissime o nemiche; la più numerosa è la razza Slava che si divide in molte schiatte tra cui primeggiano la Boema, la Valacca, l’Unghera, la Serbiana, la Dalmata, l’Illirica, la Tedesca, e l’Italiana; e si contano numerosi i Greci, e più scarsi sono i Giudei e gli Arabi. La religione cattolica è la più seguitata, ma i vari protestanti abbracciano almeno un terzo della popolarità.

GOVERNO. — E’ monarchico assoluto essendo comparse quelle ombre di costituzione ch’erano nell’Ungheria o Transilvania.

GESTIONE AMMINISTRATIVA. — L’impero si dee considerare ammasso di 15 membre che altre volte formavano porzioni di stati differenti: sei di questi fanno parte della federazione Germanica, e sono: 1. L'Arciducato 2. la Stiria, 5. L’Illirio, 4. il Tirolo, 5. La Boemia. 6. La Moravia, Gli altri Stati che non fanno parte della nazione. Sono: 7. La Polonia Austriaca o Gallizia. 8. L’Ungheria, 9. la Transilvania, 10. la Slavonia. 11. la i confini militari, 12. la Dalmazia. 15. Il Lombardo. Ognuno di questi tredici stati costituisce uno e più circondari o centri amministrativi chiamati governi, ogni governo è suddiviso in provincie, in circoli abitati.

Le CITTÀ PIÙ IMPORTANTI. — Vienna sul Danubio icato d'Austria, è la capitale di tutto l’impero; capitale della Boemia, Brunn lo è della Moravia, Lemberg lo sono della Gallizia; Buda e Pest due città divise dal Danubio sono le capitali dell’Ungheria, nel quale non di meno primeggiano anche Presborgo e Dizin; Agram è capitale della Croazia; Hermanstad della Transilvania; Gratz lo è della Stiria; Laibach e Trieste lo dell’llliria; Inspruch e Trento del Tirolo, Milano e Venezia delle provincie Italiane. Ma oltre di queste hanno le provincie dell'impero altre città di molta importanza.


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DISCORSO GENERALE DURANDO

PRONUNCIATO DAL GENERALE GIACOMO DURANDO

ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

nella seduta del 3 febbraio 1855

sul trattato d’alleanza coll'Inghilterra e la Francia

PRESIDENTE. Il deputato Durando ha facoltà di parlare.

DURANDO. Il primo oratore, il solo che sin ora prese a difendere il presente Trattato, osservo che l’annuncio della firma del medesimo era stato ingrato al pubblico. Io mi permetto di rettificare questa asserzione. Io credo che la notizia della firma di questo Trattato produsse una impressione di stupore e di sorpresa. Infatti, o signori, clii tra noi non intese dire intorno a sé, nei giorni che corse la notizia di questo Trattato: Che andiamo noi a fare in Oriente? Quali sono i principii che vi difenderemo? E forse in pericolo l'indipendenza nazionale? Sono forse in pericolo le nostre istituzioni? Sono minacciati i nostri interessi commerciali? Oppure facciamo noi la guerra per la guerra, o siamo noi ritornati all’epoca della politica battagliera e cavalleresca dei primi secoli della monarchia di Savoia?

Queste sono le domande, questi i dubbi che si sparsero alla notizia di questo Trattato, ed io credo che questo giudizio debba richiamare fortemente l'attenzione della Camera in una maniera singolare, che cioè sia altamente necessario che la nazione sia ampiamente illuminata su questa materia, e che la questione sia studiata sotto tutti i punti di vista da cui può esserlo. È appunto perciò che in sette anni che ho l'onore di sedere in questo recinto serbando il silenzio anche nelle occasioni più solenni ed analoghe alla presente, credo mio obbligo di rompere questo silenzio.

I motivi che m’indussero ad osservarlo in questo lungo spazio sono interamente cessati, posso parlare con fiducia, posso parlare con convinzione e non ho alcun timore che per la posizione ch'io occupo nell'esercito. Le mie parole, che non suoneranno né dubbio né incertezza, possano esercitare qualche influenza perniciosa al morale delle truppe destinate a partecipare alla presente guerra.

Ritengo anzi che oltre all'obbligo che mi è imposto come deputato io debba pure parlare come militare, affinché se mai, ciò che la Camera, credo, condannerà senza esclusione di alcun partito, alcuno osasse spargere la diffidenza nel perverso intendimento di far crollare la disciplina dell’esercito, sorga una voce amica che rincuori in quei sacrifizi e lo conforti in quei pericoli cui è chiamato per l’indipendenza, per la libertà e per l’onore del proprio paese.

Si, o signori, io lo ripeto: la guerra, a cui noi siamo chiamati a partecipare, è una guerra d’indipendenza, una guerra di libertà. Aggiungo di più che questa guerra non contraddice affatto quella politica tradizionale italiana che noi pratichiamo da più di Ire secoli, e neanche quella politica più speciale che ci siamo assunta dopo la guerra del 1848.

Io intendo di provarvi, o signori, che la guerra è necessaria, utile e conveniente: 1° rispetto alla nostra posizione politica con riferenza all’Europa; 2° riguardo alla nostra posizione in relazione all’Italia. Io ho bisogno di tutta la vostra indulgenza, o signori, giacché io non vengo a parlarvi col linguaggio fervido e immaginoso, a cui siete avvezzi quando prende la parola l’onorevole signor Brofferio; io debbo tenervi un linguaggio freddo, un linguaggio severo, il linguaggio del puro e nudo raziocinio.

Io vi prego di seguirmi in una breve rassegna storica che debbo fare delle condizioni del nostro paese, per provarvi appunto che queste condizioni esigono assolutamente che noi partecipiamo a questa guerra.

Nei primi secoli della nostra monarchia, se noi eccettuiamo il grande Impero germanico e la Santa Sede, che avevano ragioni speciali di esistenza, propriamente parlando, quasi tutti gli stati grandi o piccoli non avevano una ragione politica europea di esistere; sussistevano, sto per dire, perché sussistevano. I sentimenti di nazionalità poco erano conosciuti, e quasi si può attribuire a molti Stati ciò che si dice di alcuni possessori; posseggono perché posseggono. Cosi questi stati esistevano perché esistevano; l’azione loro molto circoscritta non si estendeva guari al di là delle proprie frontiere, e tutto al più toccava alcuni stati loro conterminali.

Tali erano anche le condizioni del Piemonte. Noi propriamente non avevamo una ragione d’esistenza politica europea, la nostra azione politica era ridotta alla sfera di alcuni vicini con cui alternavamo ora l’amicizia, ora la resistenza dietro viste assai ristrette di interessi transitorii.

Ma questo stato di cose cessò affatto quando cominciarono in Europa i tre grandi antagonismi per cui ne nacque la nostra situazione politica speciale europea.

Io vi parlo dei tempi di Carlo V, quando cominciò il grande antagonismo europeo tra le case d'Austria e di Spagna riunite e la Francia, e dopo questo antagonismo l'altro non meno terribile della fusione delle due case borboniche di Spagna e di Francia, e poi finalmente il terzo grande antagonismo che tenne dietro agli altri, nato col primo Napoleonide il quale a somiglianza di tutti i fondatori delle dinastie dovette crearsi una grande preponderanza onde trovare in essa la base per edificarvi sopra la grandezza propria, e quella della sua discendenza.

Fu allora, o signori, in mezzo a questi tre antagonismi che l’Europa riconobbe nella nostra posizione speciale ragioni particolari per affidarci un mandato europeo; fu allora che ci fu conferita veramente una missione politica della maggior importanza, missione dovuta in parte alla nostra situazione geografica, poi sostenuta gloriosamente dalla sapienza che abbiamo posta nei nostri ordinamenti militari e governativi, dal valore delle nostre popolazioni, dalla lealtà e fermezza della nostra dinastia. Fummo cioè considerati come uno stato faciente parte di un tutto, come una ruota necessaria alla macchina europea, come un membro costitutivo di questo complesso di stati che si chiama Europa.

Ma, signori, le condizioni dell’Europa sono gravemente mutate. Quel grande antagonismo suscitato da Carlo I non è più quella gran lotta tra le due case borboniche, e quella d’Austria ha cessato; il tremendo conflitto sollevato pure dal primo imperatore francese, è scomparso: imperocché porto opinione che l’attuale suo successore non terra dietro alla politica del primo fondatore della sua dinastia, tentando cioè rinnovare a pro della Francia una seconda preponderanza napoleonica.

Io credo anzi che la sua grande missione sia di dividere questa preponderanza, egualmente fra le varie famiglie politiche dell’Europa, onde controbilanciare quella della Russia, cosi fatale al riposo dell’Europa: questa credo che sia la missione, e l’aspirazione dell'Imperatore dei Francesi. Voi vedete adunque da questo breve quadro, quanto siano essenzialmente mutate le condizioni del sistema generale Europeo,

Quando noi eravamo qui il teatro delle guerre, quando noi in certo modo avevamo la chiave del punto strategico di tutta Europa, noi eravamo a ragione considerati come uno Stato, non dirò necessario e indispensabile, ma molto utile all’andamento della società Europea.

Ma col mutarsi dei vincoli che la stringevano, evidentemente le condizioni politiche nostre speciali debbono pure cambiare, e guai a noi, o signori! guai a noi, se quando si trasformano tutte le relazioni politiche. d’Europa, noi non sappiamo prendere quel posto che finora abbiamo mantenuto con onore, se non sappiamo seguire colla nostra energia, col nostro coraggio quella varietà di condizioni, e di trasformazioni politiche, in mezzo a cui noi abbiamo potuto attraversare tempi cosi varii e difficili, e sorgere a potenza non dispregievole nel computo delle forze Europee. È tempo ora di dire all'Europa: durante tre secoli ci siamo dissanguati per opporci e neutralizzare quella preponderanza che sembrava più minacciosa a tutti: ora, tuttoché ancora sanguinanti di una recente guerra, non esiliamo ad offrirvi il nostro concorso, purché ci manteniate in quel posto d’onore, che abbiamo conquistato con tanti sagrifizii, e mantenuto con tanta costanza.

Come io vi diceva, le grandi preponderanze di casa d’Austria, di casa di Francia, e del primo napoleonide, sono sparite; ma dopo di esse una ne sorse, e la più temibile, la preponderanza russa.

Questo è il pericolo attuale dell’Europa, questa è la minaccia che ci pende sul capo, questo è il danno che noi tutti senza eccezione dobbiamo combattere.

D’ora in avanti, signori, l’Europa penserà seriamente e indefessamente non più a rimedi palliativi, ma si convincerà che è venuto il tempo di organizzarsi secondo le esigenze dei nuovi rapporti politici, secondo le nuove necessita, onde far argine ad una piena che a tutti sovrasta. Finora gli Stati d’Europa erano classificati in quattro categorie; vi erano gli Stati necessari, che erano come membri indispensabili e ruote costitutive, direi, del meccanismo europeo: vi erano gli Stati utili, vi erano gli indifferenti, ed infine gli Stati dannosi. Ebbene, o signori, colle nuove contingenze che si preparano in Europa, io tengo ferma opinione che questo stato di cose debba essere mutato; io credo, che l’Europa penserà che non debba più esser tollerata l’esistenza politica di certi Stati, checché indifferenti, checché innocui: molto più poi quella degli Stati inutili o dannosi; forza sarà che ogni Stato si renda necessario ed utile all’equilibrio europeo, che vuol dire alla salvezza comune. Inoltre io ritengo che al terminarsi della guerra si tenterà di lare nel senso inverso ciò che si fece nel 1815 per mezzo della santa alleanza, cioè per mezzo di quel trattato mistico, come sapete, in cui sotto all'aspetto di carità cristiana, di spirito evangelico, si celava un calcolo profondo della Russia, in cui vi era implicitamente sotto intesa l’espulsione della Turchia dall’Europa; e l’Europa cadde in quest’errore; almeno vi cadde la maggior parte delle potenze che presero parte a quel Trattato.

Ebbene converrà rifare ciò che male si fece nel 1815; converrà costituire una nuova confederazione europea contraria affatto a quel principio che era virtualmente incluso in questo Trattato; bisognerà che tutti gli Stati siano solidari, tanto i grandi che i piccoli, ed allora sarà forza che noi pure cerchiamo di trovar posto in questa solidarietà generale.

Ma come saremo noi ammessi, se ora, che il pericolo incalza, stiamo neguittosi, se quando l’Europa ci chiama in aiuto noi rifiutiamo il nostro concorso? L’Europa ci dirà: voi siete uno Stato inutile; vi abbandoniamo alla sorte degli Stati inutili alla salvezza comune. (Sensazione!).

Queste considerazioni mi conducono naturalmente a parlarvi delle conseguenze del Trattato, rispetto alla politica italiana.

E qui pure mi è d'uopo invocare la vostra indulgenza per una rassegna storica della nostra condizione, riguardo alla politica italiana.

Quasi tutti gli Stati che da una dimessa condizione di fortuna poterono compiere la loro personalità nazionale, quasi tutti ebbero a praticare due specie di politica, cioè una politica permanente e, direi quasi, obbiettiva, ed una politica transitoria ed eventuale.

Se noi studiamo lo sviluppo di tutte le moderne nazionalità, la Francese, l’inglese, la Spagnuola, e se volete anche la Prussiana, la Russa medesima, voi agevolmente vi accorgerete che i loro primordi furono sempre molto umili, ma che aumentarono sempre via via, applicando non solo una politica obbiettiva, quale era quella di allargarsi nei loro territori, ma anche a quando a quando alternando la politica incidentale, la quale pareva, a prima vista, non avere alcuna relazione coll'oggetto primitivo a cui tendevano.

Mi spiegherò meglio. lo paragono questa politica permanente che differenzio dall'eventuale alla condotta di un capitano marittimo il quale esce dal porto e si prefigge uno scopo lontano, a cui giungerà solo dopo molti anni. Sorgono tempeste, incagli, difficoltà ed ostacoli d'ogni specie al suo progredire, ora si arresta, ora volteggia, torna anche indietro, ma non perde perciò mai di vista il suo scopo principale. Finalmente dopo molti andirivieni, dopo molte vicissitudini e peripezie ottiene di raggiungere il suo intente.

Ecco o signori, applicata la politica obbiettiva. Questa, torno a dirlo, fu sempre la politica di tutte quelle nazioni che poterono sviluppare la loro nazionalità. Ora credete voi che queste nazioni abbiano rifiutato sempre quelle alleanze e quelle guerre che non conducevano direttamente allo scopo di compiere la loro nazionalità? No, signori, esse facevano alleanze incidentali ogni qualvolta v’era qualche ragione per giustificarle e talvolta anche quando non aveano vere ragioni plausibili, ma solo coll’intento di mantener viva quell'operosità nazionale, senza la quale tutte queste nazioni sarebbero cadute nell'ignavia quindi nell'impotenza, ed avrebbero perduto quel posto cui miravano. E noi abbiamo degli esempi molto recenti di questi risultati.

Noi abbiamo veduto sfasciarsi intorno a noi degli stati già fiorentissimi non già precisamente perché avessero dimenticato lo scopo a cui sempre aveano teso, ma bensì perché si erano abbandonati a quell’inoperosità nazionale che poi li condusse all’ultima rovina, o per parlarvi il mio linguaggio, neglessero la pratica della politica incidentale, sol perché pareva non essere immediatamente e direttamente utile alla loro politica permanente. Voglio dire con ciò che quelle nazioni le quali unicamente, esclusivamente esercitano una politica obbiettiva e che trasandano le altre circostanze atte a mantener viva la loro potenza, quelle nazioni perdono poco a poco il loro vigore e decadono infallibilmente.

Ora io faccio l’applicazione di queste massime alla nostra posizione. Fu un tempo che noi eravamo confinati in un angolo della valle di Stura o della Moriana; guardammo intorno a noi, e riconoscendoci piccoli e poveri volemmo ingrandirci ed arricchire; e fu allora che nacque fra noi una politica obbiettiva, quale i piccoli stati che hanno la coscienza di valer qualche cosa, sogliono mettere in opera.

Questa politica permanente però era distratta in differenti tendenze: talora si svolgeva verso la Svizzera, talora verso la Borgogna, talora verso la Provenza e qualche volta verso il Po, ma distratta quale ella era, non può negarsi, che noi anche nei primordi della formazione della nostra piccola nazionalità avevamo inaugurata e praticata una politica permanente, obbiettiva.

Per tre o quattro secoli perdurò questa altalena politica. Finalmente i fatti stessi decisero in un modo incontrastabile che la politica nostra non doveva più aggirarsi incerta al di là delle Alpi ma che doveva fissarsi al di qua.

Ma potete voi credere; o signori, che in mezzo alla pratica di questa politica obbiettiva noi abbiamo trasandato la politica transitoria? No, signori. Anzi chi ben studia la nostra storia vedrà che la nostra fortuna politica si sviluppò molto più per mezzo delle guerre eventuali, delle guerre di poesia, delle guerre cavalleresche, come quasi per derisione si suol dire, che coll'esercizio della grande politica che tende alle conquiste territoriali.

E difatti, o signori, come si è formato il vecchio Piemonte, quello cioè che ci servi di scala e d’elemento principale ai successivi ingrandimenti? Credete forse che sia stato per effetto di conquiste, vale a dire di questa politica obbiettiva di cui discorreva? Nulla di questo. Il vecchio Piemonte si formò per mezzo di aggregazioni spontanee. E queste aggregazioni spontanee quando si sono fatte? Forse quando si tentavano le conquiste e si esercitava la grande politica? No sicuramente; fu appunto colla politica transitoria, colla guerra di poesia, allorquando il conte Verde e il conte Rosso correvano in Oriente, e nelle Fiandre, che si ampliarono le basi della nostra nazione.

Fu a quell’epoca, che coll’aggregazione volontaria di molte città, e coll’espulsione degli angioini prese consistenza la regione subalpina e nacque veramente il Piemonte. (Sensazione!).

Io prescinderò dal continuare questa rassegna istorica perché credo che la Camera mi ha perfettamente inteso, e d’altronde l’ora già avanzata me lo impedirebbe.

Molte voci. Parli! parli!

DURANDO. La mia tesi è questa:

Non fu praticando esclusivamente la grande politica, permanente, la politica obbiettiva, che noi abbiamo dato maggior consistenza alla nostra nazione, ma fu appunto valendoci delle circostanze che ci si offerivano per adoperare la politica transitoria colle guerre anche di poesia. Fu con esse che noi abbiamo posto il fondamento della nostra influenza italiana, dopo che noi abbiamo costituito il vecchio Piemonte col quale in seguito abbiamo ottenuto Saluzzo, Asti, Vercelli. Quindi risultò che la nostra politica, la quale era in sulle prime transalpina passò alla condizione di essere una politica fissa subalpina, e più tardi quando col trattato di Utrecht abbiamo ottenuto l’annessione della Sicilia, quando potemmo giungere fino al Ticino col trattato d’Acquisgrana, e finalmente quando abbiamo ottenuto col trattato di Vienna l'aggregazione della Liguria e penetrammo cosi fino nel cuore dell'Italia, allora la politica che era solamente subalpina passe in modo incontrastabile ad essere politica italiana (Bravo! Bravo!)

Ma mi si può dire; anche quando imprendevamo queste guerre cavalleresche da cui ritraemmo tanti vantaggi indiretti, allora noi eravamo associati con potenze amiche; ora succede l’opposto; noi entriamo in alleanza con una potenza considerata come avente degli interessi ostili alla politica italiana che abbiamo assunta. Potrei, se volessi continuare in questo esame storico, il quale mi pare avere già abbastanza spiegato, potrei dimostrarvi che quando noi facevamo quelle guerre cavalleresche non sempre precisamente abbiamo consultati i nostri immediati interessi. Quando noi andammo in Oriente a sostenere il moribondo impero greco, in verità io non vedo il grande vantaggio materiale e diretto che ce ne sia risultato e la riconoscenza certamente dei Greci non fu molto grande. Quando noi andammo in Fiandra a sostenere Carlo VI re di Francia contro le Fiandre e l’Inghilterra, in verità anche allora forse noi abbiamo commesso un errore politico. Ma, comunque sia, gli errori dei nostri avi per questa parte certamente non scuserebbero quelli dei nipoti.

Ora però le circostanze sono interamente cambiate. Certamente non viene in capo a nessuno di supporre che noi accediamo a questo trattato per favorire anche indirettamente l’influenza e l’ingrandimento dell’Austria; ma quando mi si dice: voi non dovete assolutamente, né direttamente, né indirettamente immischiarvi in cose che possano favorire gli interessi dell’Austria, io mi immagino di vedere due possidenti vicini ad un gran fiume; questi due possidenti litigano per un terreno attiguo alle loro terre; ecco che mentre stanno querelandosi ed anche ingiuriandosi, come avviene talora nelle liti, per questo brano di terreno. quel fiume ingrossa e minaccia opprimerli entrambi colla sua piena.

I proprietari più lontani accorrono ai due litiganti, e gridano: pace! Vedete che rischiate di essere subissati entrambi, vedete che il torrente vi sta sopra; date tregua alle vostre dissensioni, facciamo argine al pericolo comune. Ma, signori, che direste se uno di questi proprietari rispondesse: oh, giammai accordarmi, anche per un momento solo, con un uomo, con cui io sto litigando da tanti anni! perire piuttosto che sottostare a questa ignominia. Che direste voi della condotta di questo uomo? E che direste di una nazione, che mentre è chiamata a difendersi da un pericolo comune. per una suscettibilità, che io altamente onoro, rifiutasse il suo soccorso, e preferisse soccombere anziché salvarsi differendo ad altri tempi la soluzione delle sue vecchie querele? (Bravo. Bene!) Questa condotta, o signori, non sarebbe per certo prudente, e la storia la condannerebbe altamente.

Ma, si dice, giacché non intendete d'allearvi direttamente coll'Austria, giacché non volete né anche indirettamente promoverne gl'interessi, non potreste voi adottare un sistema più dignitoso, la neutralità?

Questa neutralità, di cui tanto si parla, bisogna assolutamente anatomizzarla. Già lo ha fatto in gran parte l'onorevole mio amico. il sig. Torelli, io lo faro pure, ma ancor più brevemente.

Vi sono quattro partiti che propugnano la neutralità:

1.° V’è un partito che io chiamerò la neutralità Russa (non crediate, o signori, che io dica questo per derisione, lo dico molto sul serio), vi è una neutralità la quale dice: a che impigliarci noi adesso in questa guerra colle potenze occidentali? L’alleato più utile al risorgimento della nazionalità italiana è la Russia.

Parlo solamente di una parte di questo partito, perché vi è anche un’altra frazione che desidera la neutralità russa per simpatia di principii politici. Non parlo di questa; ma parlo della frazione liberale italiana che potrebbe valersi dell’alleanza russa come di un potente aiuto al risorgimento italiano. Ebbene questa opinione, o signori, io lo confesso, ha qualche fondamento nella nostra storia.

Ricordiamoci, o signori, che dopo l’impero romano non vi fu mai unificazione attuata in Italia che una sola volta, cioè sotto i Goti. Consolidiamo che le immense difficoltà che si attraversano all’unificazione italiana, forse non potranno mai vincersi compiutamente se non per mezzo di una preponderanza esorbitante, barbara, o non barbara che schiacci tutti questi elementi reluttanti tra di loro in Italia i quali non potranno mai esser domali da una piccola potenza.

Signori, questa opinione è, come suolsi dire, un'utopia, ma però, ripeto ha un qualche fondamento nella storia. Mi è d'uopo però dire che il difetto di cui pecca questa opinione si è di calcolare sopra avvenimenti i quali non si verificheranno, o se mai potranno aver luogo, sono sempre anticipati per lo meno di mezzo secolo. Si parte dal supposto che qualora la Russia trionfasse delle potenze alleate, si avvicinerebbe perciò all’Italia, e allora la nostra posizione di neutralità, convertendosi in istretta alleanza colla Russia, potrebbe servire all'unificazione italiana e cosi giungere facilmente alla soluzione di quel problema difficilissimo della ricostituzione dell’unità italiana. Ma qui, ripeto, s'anticipano gli avvenimenti fors'anco di un intero secolo.

Imperocché, o signori, la politica puramente obbiettiva della Russia non è mica quella di scendere per ora in questa prima guerra nel mezzogiorno di Europa. Quando essa riuscisse a sovrapporsi alle potenze alleate, non sarebbe verso l'Italia che essa si dirigerebbe, ma in Oriente dove è la via che le han segnato Pietro il Grande e Catterina.

Ora dunque voi vedete, o Signori, che la nostra neutralità non avrebbe più veruno scopo; giacché quando appunto l’occasione si offrirebbe di renderla proficua, essa ci sfuggirebbe, perché appunto quell'elemento con cui noi vorremmo unificare la penisola italiana si allontanerebbe per raggiungere lo scopo che per ora ha prefisso in Oriente.

Non dirò già che qualora il russo avesse raggiunto il suo scopo in Oriente, fra 50 anni, fra un secolo, esso non si rivolgerebbe all'Italia. Certo che si, ma come vedete o Signori, noi non possiamo calcolare la nostra politica su contingenze cosi lontane e problematiche. Vi ha poi un altro partito il quale proclama anch'egli la neutralità e dice: aspettiamo; che necessità vi è di pronunciarci? lasciamo che l’Austria consumi le sue forze; questo è tutto a vantaggio dell’indipendenza italiana, noi approfitteremo di questo stato di cose; allora ci dichiareremo, prenderemo quel partito che sarà più conveniente ai nostri interessi, ed allo sviluppo di quella politica italiana che noi vogliamo proseguire. Vi è anche un terzo partito, una terza opinione la quale veramente non vorrebbe aspettare a dichiararsi nel senso di muovere guerra all’Austria in tempo opportune, quando ella fosse indebolita a tale di render dubbia la guerra contro di noi, ma anzi dice: aspettiamo ancora un mese, due, tre, quattro, aspettiamo che la guerra si faccia ancora più terribile; allora le potenze occidentali avranno maggior necessita dei nostri aiuti, porremo trattare a migliori patti. Questa è un'opinione anche molto sostenibile.

Finalmente vi è, non so se in questa Camera, ma fuori certamente un partito il quale dice: ma che regno italiano, che ingrandimento di territorio, che preponderanza italiana? stiamocene nel nostro angolo, nel vecchio e buon Piemonte; noi ne abbiamo a sufficienza; consolidiamo le nostre istituzioni, pensiamo a sanare le piaghe delle finanze, adottiamo una neutralità assoluta, una neutralità ad ogni costo.

Ripeto, non so se in questa Camera vi sia un rappresentante di tale partito, ma comunque sia, a questi quattro partiti che proclamano la neutralità sotto differenti forme e con intenzioni e viste cosi differenti, io non faccio che una domanda.

Signori, la vostra politica di aspettazione sarà tollerata? Vi si presterà fede? Ditemi, non parlo dei ministri i quali hanno proclamato il loro sistema, ma di qualunque altro ministero che venisse, e protestasse di voler essere neutrale, di non volersi immischiare nella lotta attuale. sarebbe egli creduto? Io suppongo che venga al ministero l'onorevole nostro collega il conte Demargherita, che mi spiace non veder al suo posto...

Voci. C’è, c'è (Ilarità).

SOLARO DELLA MARGHERITA. Ci sono.

DURANDO. Certamente gli antecedenti del nostro collega sono tali, che quando egli proclamasse all’Europa voler essere neutrale e dicesse: fate voi la guerra, io me ne sto rincantucciato nel mio paese, l’Europa certamente. darebbe fede a questa sua protesta; perché il suo carattere, i suoi antecedenti non lasciano ombra di dubbio sulla lealtà della sua protesta; ma chi risponde, dirà l’Europa, che voi rimarrete sempre a que! posto? chi risponde che a voi non succederà un partito che non solo non vorrà la neutralità assoluta e neanche la neutralità aspettante, ma vorrà una neutralità fatale, dannosa, una neutralità che aspetta l’opportunità per gettarsi contro la potenza che nell’interesse comune si fosse affranta nella guerra? E come potrete voi supporre che in queste contingenze l’Europa vorrà restare incerta e lasciarvi la libertà di agire, o non vi imporrà o in un modo o nell’altro, o direttamente o inderettamente l'obbligo di pronunziarvi, per non lasciare dietro di sé un tale pericolo? Io per certo ritengo che giammai l'Europa accondiscenderebbe a tollerare una condizione siffatta.

E poi, signori, quand'anche fosse possibile proclamare e mantenere questa neutralità, a costo di quai sacrifici dovremmo noi sostenerne le conseguenze, al ritorno della pace? Credete voi possibile ancora dopo la guerra che si permetta ad uno stato che nulla ha fatto per l'interesse europeo, che si è rifiutato agli inviti nel pericolo comune, e si è ridotto nei termini del suo paese. mirando forse con qualche ambiziosa intenzione la tempesta scatenarsi, di continuare nelle presenti condizioni politiche che formano il più bel titolo alla nostra considerazione esterna, e alla nostra influenza in Italia? Romperemo noi la guerra a chi vorrebbe turbarci? Ma la guerra sarebbe impossibile, soli contro tutti; perche tutti sarebbero malcontenti di noi. E se non fosse grossa guerra, evitereste voi quelle continue battaglie spicciolate che vi si moveranno ora col pretesto dei dazii, ora della stampa, ora delle emigrazioni, ora della bandiera, ora di questa tribuna?

Reggereste voi, isolati, sprezzali. a questa continua lotta? Quando noi fossimo caduti in questa depressione morale, quando non avessimo fatto nulla per l’Europa, accertatevi che le condizioni delle nostre politiche istituzioni sarebbero molto precarie (Sensazione).

Vediamo ora quali siano riguardo alla politica italiana i vantaggi che potrebbero risultare, se si approvasse il trattato.

lo lascio stare l'eventualità delle neutralità teste mentovate. e suppongo adottato il partito della guerra.

Non potete negare che l’Europa da un secolo in qua conosce il pericolo in cui versa relativamente alla Russia; ma forse giammai questo pericolo l’ha cosi palpabilmente toccato quanto in questa contingenza.

Da taluno si è parlato della barbarie russa. Per dir vero, io non vi credo molto; quando veggo una nazione la quale ha costrutto Sebastopoli, ha eretto e creato dal nulla Cronstadt, ha fortificato Varsavia in un modo che ben presto se ne sentirà la potenza, io dico che questa nazione è tutt'altro che barbara. Or bene, l’Europa vede appunto quella civiltà che si va insinuando nella Russia, andarsi lentamente svolgendo per rivolgersi poi tutta contro la civiltà europea. Lasciate che quei 60, 70 o 80 milioni di russi siano collegati tra loro colle strade ferrate, coi telegrafi elettrici, e formino una nazione compatta come la Francia e l'Inghilterra; allora comincierà il grande pericolo per l’Europa.

Fra cinquanta anni la Russia conterrà 100 milioni, i quali uniti sotto un solo regime politico-religioso, ne varranno 200 o 300 altri, i quali siano divisi di interessi religiosi e politici, come è il rimanente dell’Europa (Bravo!).

L’Europa attuale deve alla perfine ricorrere a qualche rimedio potente. Rimedi palliativi ve ne sono molti. I celebri quattro punti che voi conoscete la libertà del Mar Nero, la distruzione di Sebastopoli, tutte queste non sono che ferite di una spilla, ma il pericolo continuerà a ingigantire, e non vi sono assolutamente che tre rimedi efficaci: 1,° Ricostrurre una grande Polonia, e, ritenete, io dico grande, con intenzione, perché una Polonia di tre o quattro milioni non gioverebbe a nulla, e neanche la Polonia antica che contava, se non sbaglio, circa 10 milioni, più non basterebbe; 2.° Inoltrare, quasi direi, parallelamente le potenze che fiancheggiano e fronteggiano la Russia lino nell’intérim della stessa, e ciò a cominciare dalla Svezia e a terminare nella Persia; 3.° Finalmente, la spartizione della Turchia europea.

Quanto al primo rimedio, o signori, io sono dolentissimo di non poterlo trovare possibile. Io non posso a meno di venerare la memoria di una grande nazione che ha reso alti servizi all'Europa, ed ha dato prova di grande eroismo in cento occasioni; tuttavia io non ho gran fede nel suo risorgimento, neanche per parte della diplomazia; imperocché con quale ardire l’Austria e la Prussia che si sono divise le spoglie di questa nazione farebbero una guerra — e che guerra! — per ristabilire questa nazionalità? Questo, o signori, io lo credo un fatto improbabile.

Quello poi di avanzare tutte le frontiere dalla Svezia alla Persia, a spese del territorio russe, è una impresa colossale.

La spartizione dell’impero ottomane sarà quella probabilmente che scioglierà, non ora, ma più tardi, il problema; giacché, o signori, la guerra che si fa attualmente non è un fatto isolato, voi ben lo vedete, è il principio, è il primo anello di molti avvenimenti, è una prima crociata. Ma, comunque si svolgano questi avvenimenti, qualunque sia il partito a cui l’Europa si appigli, bisogna pur che si appigli ad une di questi partiti, se non ora, fra 10, 15 o 30 anni, e qualunque sia esso, voi vedete quanto non debba vantaggiarsi lo sviluppo della nostra nazionalità. Dirò più, o signori, quando anche possa la Russia essere alcun che diminuita territorialmente, ciò che è ben arduo, tuttavia, essa sempre resterà un gran pericolo per l’Europa, ed anche in questo stato di cose converrà che le due grandi potenze germaniche facciano continuamente fronte alla medesima, e ne avverrà per necessaria conseguenza un certo movimento analogo di Stati i quali si sostituiranno l’un l'altro. La Prussia avanzerà. l’Austria avanzerà, e per l’istessa forza delle cose avanzerà anche l’Italia, e per conseguenza avanzeremo anche noi se prendiamo parte alla guerra, se ci rendiamo utili e necessari all’Europa, la quale vedrà sempre in noi il solo centro, il solo elemento possibile di resistenza in Italia nelle possibili contingenze di un nuovo e più formidabile straripamento dell’impero russo.

Adunque, in ultima analisi vi sono due alternative: o la guerra attuale è causa di mutazioni territoriali fra le potenze, e noi siamo in posizione di valercene e trarne profitto: oppure rimane lo statu qito territoriale, ed allora, checché ne dirà l'onorevole deputato Brofferio. per noi rimarrebbe anche lo statu quo costituzionale.

Ma, signori non vedete voi che cresce la nostra influenza appunto per quella sola circostanza che l'Austria e le potenze germaniche dovendo far fronte non più all'occidente di Europa ma ad oriente, il loro centro di gravita politica e militare peserà più lontano da noi e la nostra influenza più immediata si estenderà maggiormente in ragione della diminuzione dall'altrui preponderanza? (Bravo! Bravo!)

In verità mi dispiace che ad ora cosi tarda...

Voci. Parli! Parli!

DURANDO. Mi rimane solo a parlare di due obbiezioni al Trattato, le quali sono piuttosto generalizzale, e che si attengono particolarmente all'assunto politico ch'io ho trattato.

Si è detto: ma voi fate una guerra impopolare: il paese non conosce lo scopo di questa guerra, il paese non avendo simpatie per questa guerra farà a rilento i necessarii sacrifizi, e quest’apatia del paese si riverserà nell'esercito: voi dunque compromettete indirettamente l’onore delle armi.

Ma, signori, se noi avessimo che fare con una popolazione riottosa, solistica e sospettosa, io certo darei qualche peso a questa obbiezione, ma la nostra storia c'insegna quanta fiducia sempre abbia esistito tra il governo e la nazione.

Voi sapete che ogni qualvolta la casa di Savoia proclamò una guerra, le nostre popolazioni non sottilizzarono in raziocinii per ricercare l'utilità più o mono grande della medesima. Quante vol le Casa di Savoia intraprese una guerra per un diritto o d'omaggio o di successioni molto contestabili, la nazione ciò non pertanto non si restà mai di accorrere alla sua chiamata.

Ed ora che essa è interrogata per mezzo de' suoi rappresentanti, correrà con doppio ardore, se voi sanzionate questo trattato; imperocché alla docilità del suo carattere si unirà ancora quella forza che darà la grave discussione e le profonde e grandi convinzioni che ne risulteranno. Vi dirò di più: se noi volessimo cercare nella nostra storia altri esempi che ci confortassero, io sarei impicciato nella scelta.

Consentitemi una sola citazione.

Ditemi, o signori, quando nel 1705 noi imprendemmo la guerra di successione di Spagna, avevamo bensì qualche ragione a quella successione, ma eravamo in quarta linea, eravamo cioè dopo la Francia, dopo la Baviera e dopo l’Austria era un diritto che aveva qualche fondamento, non lo nego; ma era egli facilmente intelligibile e popolare? Gli stessi dubbi che si muovono sul presente trattato, non erano forse più ragionevoli in quella circostanza? eppure non titubammo un momento a dichiararci per la guerra, e fu appunto in essa che le nostre popolazioni fecero maggiori sacrifizi, e fu allora che abbiamo potuto erigere Io stato, che non era che un semplice ducato, alla condizione di regno.

Mi ristringo a questo solo fatto, e ad ogni modo io dico che questa pretesa impopolarità cesserà dal momento che questa grande discussione avrà illuminato il paese. Io non penserò che l’armata sia per ricevere di mal animo questa convenzione; l’armata è troppo disciplinala, e sa che andando a combattere coi vincitori dell’Alma e d’Inkermann, difenderà in Oriente l’indipendenza, la prosperità e l'onore della patria.

Si è anche detto: ma voi avete fatto un trattato in cui sono stipulati sacrifizi, ma non sono stipulati i compensi. Per verità questa difficoltà è facile ad essere appianata. Primieramente, o signori, quale è lo scopo della convenzione a cui noi abbiamo acceduto? Certamente non è quello di abbattere il colosso russo e di dividerne le spoglie; lo scopo è di frenarne l’ambizione e di limitarlo in certi dati punti. Non si è stipulato nulla per la ragione semplicissima che sarebbe in certa maniera rinnovare la favola della pelle del leone; ma siccome noi non impiegheremo per ora che una parte delle nostre forze, qualora sia luogo ad altre convenzioni, ad altri trattati, noi abbiamo sempre da gettare nella bilancia 40 o 50 mila uomini, ed allora sarà il caso di stipulare nuovi vantaggi. E qui permettetemi che vi citi anche qualche fatto della nostra storia.

Credete voi che sia dai trattati combinati con tutte le precauzioni mercantili che noi abbiamo tratto i maggiori vantaggi? No, o signori. Verso la meta del secolo xvi, nei tempi di Emanuele Filiberto, aveva egli forse questo principe stipulai un compenso con Filippo II, con quel Filippo II con cui non era superfluo di parlar chiaro e tondo, avea egli pattuito che gli sarebbe restituito il suo regno? Nulla; egli accettò il comando dell’armata, andò a San Quintino, vinse, segui la pace di Cambresis, e gli fu restituito il regno.

Passiamo al trattato di Utrecht. Noi abbiamo acquistato la Sicilia con quel trattato, che poscia cambiammo colla Sardegna, senza aver stipulato alcun patto; e fu l'Inghilterra che, per certe sue viste (su ciò non occorre ora di fermarsi), si fu l'Inghilterra, dico, che intervenne, senza che si fosse fatto verbo in nessun trattato di questa Sicilia, e non solo ci diedero la Sicilia, ma si mantennero le condizioni che pure avevamo tassativamente convenute coll'Austria, l'acquisto cioè dell’Alessandrino ed il Monferrato. E la ragione di tutto ciò consiste in che vi intervenne una potenza con cui noi non fummo, né saremo in urto di interessi né territoriali, né politici, e neppure commerciali cioè l’Inghilterra (Sensazione!)

Vi cito ancora un ultimo fallo: credete voi che l’unione della Liguria sia stato oggetto di preventive stipulazioni' No. signori; vi fu, è vero, tra la Francia e noi, un progetto di alleanza nel 1797, ma fu semplicemente progetto, in cui si stabiliva unicamente la seguente clausola:

«La France s'engage à chercher pour le roi de Sardaigne un débouché sûr et commode vers le littoral... »

E ciò perché l’anno avanti col Trattato di Torino noi avevamo rinunciato a Nizza, e non avevamo più un palmo di terreno sul litorale, chiedevamo un piccolo porto pel nostro commercio.

Epperciò l’annessione della Liguria non fu oggetto di verun patto preventivo.

Se adunque l'Inghilterra con cui non avevamo stipulato niente in fatto di compensi, ma che ci avea soltanto promesso dei sussidi, pure colla sola intervenzione della sua volontà ci fece ottenere dall'Europa l’importantissima annessione della Liguria, quanto più dobbiamo sperare oggi che noi abbiamo trattato direttamente coll'Inghilterra, la quale è divenuta garante della nostra integrità, e implicitamente garante di quei vantaggi nostri eventuali che, armonizzano tanto colla sua politica, e colle presenti e prossime contingenze europee?

Adunque, o signori, questa difficultà non deve essere di ostacolo all'approvazione del Trattato; imperocché, ripeto, noi abbiamo ancora forze sufficienti in riserva per gettare nella bilancia, qualora occorra, non dirò ora, ma nel successivo probabile svolgimento di questa guerra.

Io conchiudo, o signori, perché credo già di avere abusato dell’attenzione della Camera. Io approvo questo trattato, perché tali sono le esigenze della nostra situazione politica in faccia all’Europa; lo approvo perché esso non ci stacca punto dalla politica nazionale italiana; lo approvo poi anche per un’altra ragione, perché, cioè, questa guerra sarà occasione di una grande rivendicazione e riabilitazione nazionale.

Noi, signori, dal 1848 in qua, epoca che città pure l’onorevole deputato Brofferio, abbiamo certamente fatto assai. Abbiamo presentato all’Europa il fenomeno quasi incredibile di un piccolo paese che malgrado la compressione di tante malevolenze, seppe mantenere il suo governo costituzionale. Non basta ancora; noi abbiamo bisogno di riabilitarci del disastro che abbiamo sofferto nel 1849.

Noi siamo ancora sotto il fatale incubo di Novara (Bene, bravo!). E qui giacché il deputato Brofferio, che vedo volontieri tornato al suo banco, cita Waterloo, io gli dirò in proposito come la Francia siasi rivendicata di Waterloo. Si è ella forse rivendicata di quel disastro facendo la guerra a quell’Inghilterra medesima da cui era stata vinta a Waterloo? No, signori, ma offrendogli la mano in una grande impresa (Movimenti!).

VALERIO. E noi l’offriamo all'Austria!

DURANDO. Ella cominciò una guerra illogica ed impolitica nel 1825 contro i costituzionali spagnuoli, poi fece la spedizione della guerra classica della Grecia, e non bastò ancora; intraprese la guerra colossale dell’Algeria, poi la spedizione di Anvers, poi quella di llloa, o tutto ciò non bastò ancora; l’attuale Napoleonide credette sua speciale missione di rialzare definitivamente la Francia, e ciò fece. lo ripeto, non muovendo la guerra agli inglesi, ma riunendosi ad essi e combattendo il pericolo comune che minaccia l’Europa.

Pertanto, signori, approvale questo trattato con fiducia, con ardore; pensate che se in tanto movimento di tutta l’Europa, quando essa vi apre le braccia, voi la respingete; se rimanete inoperosi, se proclamate una politica di neutralità, a cui nessuno presterà fede, voi forse politicamente vivrete, ma i vostri figli o i figli dei vostri figli morranno inonorati ai piedi delle Alpi, e con essi saranno sepolte le ultime speranze d’Italia (Vivi applausi).

La seduta è sciolta alle ore 6.

Torino, tip. Botta nel palazzo Carignano.


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DISCORSO CAVALIERE L. C. FARINI

pronunziato dal Deputato

CAVALIEREL. C. FARINI

nella tornata della Camera del 7 febbraio 1855

SUL TRATTATO D'ALLEANZA

COLL’INGHILTERRA E COLLA FRANCIA

(Estratto dal Rendiconto Ufficiale

N.454 e 455)



Prendendo a discorrere dopo molti e molto ingegnosi e facondi oratori, io non posso avere la pretesa, né posso pormi l’incarico di afferrare tutte le obbiezioni che sono state messe innanzi contro il trattato di lega colle potenze occidentali, per venirle combattendo ad una ad una.

È mio intendimento di dire le ragioni politiche, per cui credo doversi aderire all’alleanza colle potenze occidentali, ed approvare le convenzioni stipulate dal governo del Re. Cercherò di afferrare i sommi capi delle obbiezioni più spiccanti, e se nell’andare del discorso avverrà che me ne cadano in mente, che mi sembrino meritevoli di attenzione, procurerò, alla meglio, di venirle confutando. Certamente mi propongo di non dimenticare quella che all'onorevole preopinante è parso potere trarre da un mio povero libro: per ora lo ringrazio, delle molte cortesi parole colle quali di quel libro, e della mia persona gli è piaciuto di favellare.

Signori, alcuni oratori che hanno parlato contro la lega colle potenze occidentali hanno dichiaralo, che la guerra è ingiusta, inopportuna e dannosa; altri hanno cercalo di impicciolirne e di invilirne quasi nel vostro concetto la cagione, la natura ed il fine; altri hanno dello: che mai importa a noi dall'equilibrio europeo? Che cosa significano gli europei concerti? Che cosa valgono i congressi? Questi sono enimmi diplomatici, sono lustre e tranelli dei governi, sono inganni armali: i poveri popoli non ci hanno a vedere; l’Italia non ci ha nulla a guadagnare, il Piemonte ci ha tutto a perdere; il denaro, il sangue ed il credito.

Queste mi paiono le più spiccanti obbiezioni che sono state messe innanzi, quelle almeno che ne abbracciano molte altre accessorie.

Per vero dire, anzitutto debbo confessare, che non saprei venire a ragionamento di cose di Stato con chi intendesse affermare che non si debbe tener conto di ciò che esiste; con chi sentenziasse che i trattati ed i governi sono un fuor d’opera, che l’equilibrio europeo e le questioni che lo riguardano non riguardano né punto né poco i popoli e le nazioni. Perché, dovendo io favellare di ciò che è, di ciò che si pratica nei gabinetti, delle cause per cui si trattano le armi sui campi di battaglia, qualunque sia il giudizio che io possa portare sui governi, sui negoziati, sui trattati, io non posso sostituire i miei desideri ai fatti esistenti; io non posso pretendere di dettar leggi colla mia fantasia e col mio cuore all’Europa; si debbo considerare tutte le circostanze, in mezzo alle quali ci. troviamo, debbo vedere quali sieno i governi, quale il diritto positivo internazionale, quali le cagioni che tengono in affanno ed in guerra l’Europa, e debbo avere il solo modesto intendimento di ricercare quale sia, nelle condizioni in cui si trovano lo Stato, l’Italia e l’Europa, il modo migliore per cui noi possiamo provvedere al bene, alla riputazione, all’avvenire di questo paese di cui abbiamo l’onore di essere i rappresentanti.

Permettermi adunque, o signori, senz’altro, di tenere per pienamente dimostrato, che le quistioni di equilibrio europeo sono (almeno dall'epoca del trattato di Vestfalia in qua) le questioni che sono state la cagione di moltissime e gravi, e lunghe guerre, il fine di moltissimi negoziati, il risultamento, più o mono buono, di moltissimi trattati. E permettetemi anche di accennarvi un’opinione che ho, ed è questa, che le questioni stesse di nazionalità sono comprese molto più che non sembri nella questione dell’equilibrio europeo; e forse nel corso del mio parlare mi avverrà di dimostrarlo.

Ora, se fu mai una questione di equilibrio europeo, ella è senza dubbio la questione d’Oriente.

Voi sapete, o signori, che l’Impero turco restà fuori del diritto comune pei trattati del 1815. Al quale proposito io debbo, prima d’andare oltre, contraddire ad una sentenza che, giorni sono, fu messa innanzi dall’onorevole conte Solaro della Margherita. Egli, forse per rendere omaggio al trattato, disse parergli, che coll’aderire alla lega delle potenze occidentali si venisse, se non per diretta, per indiretta via ad aderire ai trattati del 1815.

Ora io credo di non andar lungi dal vero se affermo in contrario, che coll’aderire alla lega attuale delle potenze occidentali, si distrugge il senso e lo spirito dei trattati del 1815. Tanto manca infatti, che i trattati del 15 siano raffermi dalla lega attuale, che gli è facile il vedere, che qualunque soluzione si voglia dare alla questione attuale di Oriente, fosse pur temporanea, fosse pure posticcia, i trattati del 15 debbono necessariamente essere modificati. Imperocché, delle due cose l’una, o si voglia mantenere ed assolidare l’impero turco, e bisogna farlo entrare nel consorzio europeo, quindi bisogna che tutte le parti che formano questo consorzio, ricevendo nella compagnia propria questo nuovo Stato, modifichino i loro rapporti territoriali; osi voglia distruggere o diminuire, ognun vede che la conseguenza necessaria è un rimpasto territoriale del continente europeo.

Per la quai cosa la lega vuolsi, a mio avviso, reputare non già una adesione ai trattati del 1815, ma la preparazione certa di nuovi trattati: sicché resta a vedere quai sia e quai possa essere l’interesse nostro di concorrere alla stipulazione di questi nuovi trattati che si preparano.

D'altra parte la questione d’equilibrio europeo, per se stessa gravissima e importantissima, acquista anche un'importanza ed una gravità tutta speciale, dalla natura speciale di una delle potenze belligeranti, dico della Russia.

Nel parlare della Russia, se mi avverrà di usare le parole di civiltà o di barbarie, avverto sin d’ora, che non le uso nel senso assoluto, che non uso quella di barbarie nel senso odioso, ma nel senso, direi cosi, filosofico, ossia come termine di comparazione fra il momento civile d’un popolo e quello di un altro popolo.

Dico dunque, che quando si parla della Russia, non bisogna solo considerarla sotto l’aspetto del suo sterminato impero, del suo sterminato esercito, non paragonarla a qualche altro impero antico o moderno della stessa estensione o della stessa forza, e che quando si parla dello Czar non bisogna considerarlo né come un imperatore, né come un despota, né come un conquistatore dell’antica o della moderna stampa, ma bisogna considerare e quell’impero e quell’imperatore sotto l’aspetto del sistema, della idea, dell’ambizione, della religione, di quella ideale potenza politico-religiosa alla quale ubbidisce tutto l’impero, e lo Czar sovrattutti. Io voglio accennare alla potenza che ha preso nome di Czarismo, a quell’ente che è per eccellenza e diplomatico, e battagliero, e conquistatore ed apostolo; a quell’ente, il quale non solo pratica astutamente nei gabinetti, ma astutamente cospira nei popoli; non solo cerca di sollevare nei popoli certe passioni, di cui può fare suo pro, ma cerca stimolare gli istinti di razza; a quella potenza, la quale è, non una meteora che rumoreggia e passa, ma un vulcano che può preparare un cataclisma (Bravo).

Ed io credo, che si debba cosi considerare, perché se da una parte vi sembra essere in Russia, come avvertiva l’onorevole generale Durando, molta civiltà, d'altra parte è manifesto, che questa civiltà si va informando più degli aggiunti che degli spiriti della civiltà occidentale, e si serve della scienza nostra non già per guastare gli stromenti della barbarie, ma per renderli più efficaci.

Del resto, per ciò che riguarda i principii della civiltà nostra occidentale, non si dà nell’esagerato quando si dice, che la Russia rappresenta principii di barbarie.

E valga il vero, o signori: rispetto a religione, voi avete una pretendenza feroce ad ortodossia esclusiva, la quale non minaccia solo tutte le Chiese costituite, ma minaccia ogni libertà di religione e di coscienza; voi avete, o signori, il giure della proprietà pienamente, o quasi pienamente barbaro ancora, voi avete l’uomo servo della gleba; nessun diritto di cittadino, nessun altro diritto dell’uomo, che quello di vivere, purché serva ed obbedisca.

Questi sono i principii che rispetto a quelli della civiltà occidentale, noi possiamo a ragione chiamare barbari, e questi sono i principii, contro i quali a ragione si solleva la civiltà occidentale. Per la qual cosa io argomento, che la questione per se stessa gravissima di equilibrio europeo, si implica in una questione di resistenza della civiltà occidentale. Né vale il dire, che forse quella tal civiltà semibarbara, o barbarie semicivile, che l’impero russo porta in suo grembo, possa essere in un avvenire lontano chiamata a risanguare questa civiltà occidentale che invecchia e si corrompe. Ciò potrà essere nei reconditi disegni della Provvidenza, ma, o signori, se lo speculare nel lontano avvenire questi reconditi disegni, può essere ufficio molto utile della filosofia civile, non è ufficio degli statisti, i quali se non debbono guardare troppo corto, non debbono nemmeno guardare troppo lontano, ma debbono cercare di vedere quali siano i mali più prossimi ed urgenti, a cui si debba portare rimedio.

Ora io dico, che i mali più urgenti e prossimi, sono ed il grande disquilibrio minacciato dalla Russia, che mira a Costantinopoli, perno di ogni equilibrio europeo, ed i principii sopraccennati co’ quali minaccia la nostra civiltà occidentale.

Se voi guardate in Oriente l’impero russo, voi vedrete come dopo le guerre napoleoniche, esso abbia or coll’armi, or cogli accorgimenti, or colle sollevazioni, cercato di estendere la propria dominazione.

Ricorderete, come ieri l’onorevole presidente del Consiglio accennasse al carattere cavalleresco e generoso dell’imperatore Alessandro; ma eziandio ricorderete come si debba all’imperatore Alessandro il mistico trattato che fu detto della santa alleanza, il quale fu divisato pel trionfo di quel sistema russo che ho cercato di colorire. Diffatti a quel modo, che pel trattato politico del 1815, l’impero russo restava fuori del consorzio europeo, cosi per il trattato della santa alleanza, nel tempo in cui tutti i popoli erano dati in piena balia dei principi legittimi, veniva lasciata libertà ai greci di scuotere il giogo dell’impero, riputato illegittimo, del turco. Quindi è che nel tempo stesso, in cui l’imperatore Alessandro ad Aquisgrana faceva sancire il trattato iniquo dell’intervento armato dei grandi imperi negli Stati piccoli, ogni qualvolta fossero sollevati a novità; nel tempo stesso che a Troppau, a Leibach, a Verona, Alessandro faceva effettuare questo principio di intervenzione sancito in Aquisgrana, egli soffiava nella rivoluzione greca; e si serviva del sentimentalismo un po’ cristiano, un po’ liberale dei popoli occidentali in favore della Grecia, per accrescere la propria influenza, e la propria preponderanza in Oriente, e non già per costituire una nazione greca forte, indipendente di sua ragione, ma per acuirne la voglia nei popoli, per tenervi acceso quel fuoco che non bastasse a dar libertà, ma si giovasse a consumare a poco a poco l’impero turco. Questa era l’opera dello Czarismo nei primi anni della ristorazione (Bene).

Qual frutti cogliesse, vi sarà chiaro se considerate come succeduto ad Alessandro l'attuale imperatore Nicolò (del quale Ferdinando d’Este, mandato da Vienna a fargli complimenti, scriveva «questo non è mistico, farà quello che ha fatto quell’altro, ma lo farà più speditamente colle vie di fatto, e non cercherà tanto di servirsi delle idee») e salito al trono, castigando molto severamente quei pochi che avevano tentato di ribellarsi contro l’autocrazia, faceva tosto intendere alle potenze confederate, che egli desiderava di gran cuore la pace (poiché è vecchio stile, che si mostrino più teneri della pace, quelli che più desiderano la guerra) che egli bramava si di andare d’accordo coi federali in tutte le questioni che potessero nascere in Occidente, ma che per quanto risguardava l’Oriente, la questione russa non si poteva confondere colle altre questioni del continente europeo, e che questa questione egli voleva condurre a suo talento, senza che altri se ne mischiasse.

E quello che disse presto, presto fece: voi vedete che nel 1826 stipula il trattato di Akermann, nel 1827 quello di Londra, dopo due campagne quello di Adrianopoli nel 1829, finalmente il trattato di Unkiar Iskilessi nel 1855, per forma che l’impero turco, cui gli arbitri europei nel 1815 avevano lasciato fuori della legge europea, passò sotto la legge russa; e cosi è stato fino ai giorni nostri.

Voi sentiste ieri dall'onorevole presidente del Consiglio rammemorare quale sia stata in occidente l’influenza politica della Russia.

Io non voglio ripetere quello che egli ha detto egregiamente, perché è indubitato che questo sistema ha avuto per fine di favorire tutte le repressioni, tutte le oppressioni, tutti i despotismi. Né io voglio parlare della Polonia; è storia troppo dolorosa: si voglio prendere dalla storia intima dell’imperatore Nicolò questo fatto. Era, se non isbaglio, il giorno otto di dicembre del 1850; era la festa di san Giorgio: l'imperatore aveva dintorno a sé tutti i grandi del suo impero, tutto lo Stato Maggiore: ferveva la lotta estrema della povera Polonia.

L'imperatore si volse al suo Stato Maggiore, e con parole e contegno concitato disse loro: Nessuna pietà dei ribelli, nessuna transazione cogli eterodossi (eterodossi erano i cattolici di Polonia); andremo a Varsavia, dovessimo avere il sangue sino alle ginocchia. I polacchi sono quattro milioni, noi siamo quaranta. Erano quaranta, forse cinquanta, oggi sessanta o settanta, domani ottanta. Quello è l’uomo, quello è il sistema, l’Europa badi a sé (Sensazione).

Ma qual è il fine di questo sistema in occidente?

A me pare chiaro, o signori; si travagli l’Austria in Italia dove la sua dominazione non è ferma, non può esser ferma; nel 1825, vada la Francia a domare la rivoluzione in Ispagna, dappertutto si mantenga questo travaglio di rivoluzioni inefficaci e di reazioni forsennate; intanto, tutte le potenze occidentali afflitte da questa infermità che le consuma, si dividono, si rodono, si indeboliscono, e intanto che l’Austria si allarga in Italia, intanto che la Francia ha da pensare a' suoi travagli, nessuno pensa all’oriente, e la cupola di Santa Sofia aspetta la bandiera dello Czar! (Sensazione)

Ma io odo dire, tutto ciò sarà vero, ma che cosa ci ha a fare l’Italia?

Che cosa ci ha a fare l’Italia? Signori! nell'anno 1815 fu alterato l’equilibrio europeo, perché l’impero turco restò eslege; adunque disequilibrio europeo in oriente.

V’ha un’altra gravissima cagione del disequilibrio europeo, un'altra cagione gravissima dei mali d’Europa, delle rivoluzioni che si perpetuano, e questa cagione è il disequilibrio dell’Italia, è la servitù dell’Italia!

Due enormi mali ha portato in Europa il trattato del 1815, la servitù dell’Italia, e l'ostracismo dell’impero turco dal consorzio europeo; l’un male ha stretta attinenza coll’altro.

L’Italia è stata lasciata qui quasi lievito di rivoluzione in occidente, quasi preda all'ambizione ora dell’Austria, or della Francia; spina nel cuore dell’una, desiderio dell'altra; mezzo di divertire l’una e l’altra dall'oriente. E l’una questione ha attinenza coll’altra, principalmente perché, se si voglia fare argine robusto al torrente che minaccia dal nord, se si voglia impedire alla Russia di andare a Costantinopoli, il mezzo più efficace sarà quello di rafforzare l’impero austriaco da quella parte.

Ora, o signori, se ciò si voglia, egli è indispensabile che si pensi eziandio a stabilire un vero equilibrio dalla parte di occidente, e questo non si potrà fare finché l'Italia non sia di propria ragione, finché gli stranieri vi signoreggino e vi pre ponderino; cosicché la questione di equilibrio europeo è ora nella sua prima fase, e se la guerra duri si tirerà dietro necessariamente quella dell'equilibrio occidentale, e quindi la questione italiana.

Ho inteso dire che nel 1815 noi avemmo il mandato di bilanciare in Italia la preponderanza dell'Austria e della Francia.

Mi dispiace di contraddire all'onorevole oratore che mise innanzi questa idea, ma per me è chiaro che tale non fu il di segno degli arbitri europei. Questo Stato fu ingrandito ed allungato non già per tenere il mezzo tra Austria e Francia, ma per fare un baluardo contro la Francia. Vel dicano, o signori, le nostre frontiere aperte ed Alessandria smantellata da una parte, e le Alpi irte di fortezze dall'altra; che ciò sia vel pro vano gli stessi ministri sardi che allora avevano voce e mano nei consigli dei potenti.

Allora essi reclamavano, ed a ragione, che le condizioni del Regno Sardo, rispetto all'Italia e rispetto all'Austria, fossero peggiorate dal trattato del 1815, quantunque la stu penda provincia della Liguria fosse unita alle altre provincie del Piemonte; e quei richiami erano giusti. Noi nel 1816 (e bisogna pure che l'Europa se ne persuada), noi nel 1815 in Italia rispetto all’Austria siamo restati molto più deboli che non fossimo prima della guerra della rivoluzione francese. La preponderanza austriaca è tanto cresciuta in Italia, che quel go verno non ha servito, ha sopportato fremendo. E si renda giustizia agli uomini che hanno governato questo paese, i quali se hanno sopportata talvolta quella preponderanza l'hanno sopportata fremendo.

E qui mi piace rendere questa giustizia particolarmente ad un uomo di Stato, il quale siede in questa assemblea. Egli mi ha fatto l'onore di scrivere che dissente da me in tutto; ed io gli rendo lo stesso onore; ma mi recherò a debito di dire che mi onorerei di avere firmato certe sue scritture, in cui si di fendevano e la dignità della corona e l'indipendenza del paese, e si protestava contro la preponderanza austriaca in modo degno di un ministro di casa Savoia e di un generoso italiano (Ilarità).

Io ho voluto adunque dimostrare, o signori, che la guerra ci riguarda, perché è guerra d’equilibrio europeo, perché è guerra di resistenza dei principii della nostra civiltà a quelli della semi-civiltà, o semi-barbarie della Russia, infine perché è guerra, per indiretto, di equilibrio italiano.

Ma io ho pure udito dire: Quali ragioni speciali avete contro la Russia? E l’onorevole conte Solaro Della Margherita, che ora nominava a cagione di onore, ricordava, giorni sono, i beneficii che la Russia ha fatto alla casa di Savoia. E l’onorevole deputato Cabella or ora introduceva ad egual fine la testimonianza di documenti che io ho pubblicato.

Prima di tutto, io credo che ai pretesi o veri benefizi della Russia si debba, come suol dirsi, dare un po’ di tara.

Quando il Sowaroff portava le sue armi a sostegno del trono dei reali di Savoia, forse aveva la generosa idea di difendere questa gloriosa dinastia, ma il fatto è che per offendere Francia, e per potervi resistere, egli era necessario ristaurare e tener in piedi questa dinastia, quindi si può senza malignità supporre che, piuttosto che cavalleria, quella fosse strategia.

Cosi, quando si facevano uffici, perché fosse afforzato il nostro Stato contro Francia, si potrebbe dire che era scienza di fortificazione militare, anziché simpatia per questo Stato.

Ma voglio far buona la opinione di questa simpatia per lo Stato e per la casa di Savoia; tuttavia non trovo che importasse simpatia per l’indipendenza d’Italia. So bene che Capo d’Istria veniva in Italia e specialmente nella Venezia, e là lasciava intendere, che l'imperatore delle Russie favoreggiava le idee di libertà e d’indipendenza. Avea bisogno Capo d’Istria di muovere i sentimenti italiani pe’ suoi fini greci. Ma sapete che cosa rispondeva Nesselrode a Giuseppe Demaistre, quando gli parlava di sentimenti e di spiriti italiani e di Italia?

Rispondeva: Non parlatene: questo guasta i disegni del mio padrone, guasta i disegni dei confederati.

Voleva la Russia, il concedo, uno Stato forte sotto casa di Savoia per far fronte alla Francia, ma non voleva preponderanza del Piemonte in Italia; la preponderanza era data all’Austria, ed era data all’Austria pei fini orientali.

La più grave obbiezione alla lega è per me, il confesso, quella per la quale si dice: il Piemonte ha iniziato nel 1848 una politica italiana, oggi la rinnega.

Signori, se avessi questa convinzione, il mio voto cadrebbe irrevocabilmente nero nell’urna.

No! io ho convinzione contraria, ho convinzione che è una fortuna per l’Italia, che il Piemonte entri nella lega.

Ve ne dirò le ragioni.

Innanzi tutto, senzaché io spazii nei campi della storia antica, attenendomi alla storia contemporanea, credo potere asserire, che quella che si chiama politica italiana effettiva, non intenzionale forse, se volete, ma politica italiana effettiva, non data solo dal 1848. Non bisogna darsi ad intendere che l’abbiamo inventata noi questa politica; no, essa esisteva già,e nel 1814 i ministri del primo Vittorio Emanuele difendevano questa politica con uno zelo, con un coraggio, con una sollecitudine che io auguro ai ministri di Vittorio Emanuele II (Segni di approvazione).

Ma questa politica andava per vie per le quali non poteva riescire, pur troppo, al suo fine; si credeva di preparare la risurrezione di un popolo con mezzi i quali, checché altri pensi (ché io rispetto tutte le convinzioni), erano acconci a snervarlo; si credeva di dover fare assegnamento soltanto sugli ufficii diplomatici, sulle astuzie più o meno efficaci, e niente sull’opinione pubblica, su questa nuova potenza europea che andava crescendo, e che, volere o non volere, finirà per trascinare e domare tutti i governi. Perciò non si riusciva ad ottenere dalla politica intenzionale italiana quell’effetto che era nel cuore dei principi e dei ministri di casa Savoia.

Nel 1848, che cosa è egli avvenuto? È avvenuto che la politica italiana di casa Savoia si fece politica italiana rivoluzionaria, perché tutta quanta l’Europa, e l’Italia con essa, essendo in rivoluzione, sarebbe stato ben poco sagace consiglio il mettere a pericolo la monarchia per resistere a quell’impeto a cui non resistevano i più forti imperi dell’Europa. Di che io credo si debba gratitudine al venerato Cesare Balbo che iniziò allora la guerra rivoluzionaria in Italia, ed ai suoi colleghi, tre dei quali sono oggi in questa Camera, ed il quarto, me ne spiace, è assente.

Allora era sagace consiglio entrare risolutamente in quella via per afferrare la novissima occasione, ma appunto perchè allora era sagace consiglio l’afferrarla per avanzare i destini della casa di Savoia e migliorare, se non compiere, quelli di Italia, cosi oggi, o signori, la stessa sagacia comanda, che si colga l’occasione nuova che è porta dalla questione e dalla guerra d’Oriente.

Oggi, o signori, la questione e la guerra si trattano da governi regolari per mezzo di eserciti regolari; piaccia o no, si desiderino o no quei casi che nel 1848 fecero palpitare tutti i nostri cuori delle più calde, delle più santa speranze, noi non possiamo a nostra posta crearli, e se pur si rinnovassero, non so se tutti si porrebbero sulla stessa via colla stessa confidenza colla quale vi si gittarono nel 1848. Oggi, o signori, se non vogliamo mancare al debito nostro verso la dinastia, verso la monarchia e verso l’Italia, noi dobbiamo con ogni nostra possa cercare di prender parte a quella guerra, la quale è sicuramente la preparazione di un nuovo assetto Europeo, e quindi d'Italia.

Questa è per me la ragione principale, la quale mi fa rendere il partito favorevole all’alleanza divisata dal Governo.

Ma e l’Austria, voi mi dite? L’Austria! Signori, io ho sempre creduto, e molti amici potrebbero fare testimonianza che l’Austria entrerebbe, nella prima fase almeno (badate bene), nella prima fase, certamente entrerebbe in lega colle potenze occidentali.

L’ho creduto, perché io ho imparato a fare stima del senno politico dei ministri austriaci, quella stima che in altri tempi anch’io non faceva, seguendo il vezzo di disprezzar troppo i nemici; l’ho creduto perché conosco l’animadversione tradizionale della politica austriaca contro la politica russa, avversione tradizionale, la quale era alimentata specialmente dal principe di Metternich; l'ho creduto, perché l’Austria ha sul Danubio i suoi principali interessi; ed io dovrei supporre assai poco accorti i ministri di Francesco Giuseppe, se dovessi credere che fossero indifferenti alla soverchianza russa in Oriente; infine l’ho creduto, perché, o si voglia, o non si voglia, dopo il 1848 l’impero austriaco in qualche parte si è trasformato; ed è certo che nei consigli di quell’impero non prevalgono più le idee di quell’oligarchia semi-feudale che puntava a Pietroburgo.

Io dunque tengo per ferme, che l’Austria trarrà la spada contro la Russia. E che per ciò, o signori? Per ciò, io dico urgente e indispensabile che la tiriamo anche noi; e noi prima dell’Austria. Infatti se voi lasciate l’Austria farsi merito di un poderoso soccorso alle potenze belligeranti, e voi acquistate il demerito di rifiutare il vostro piccolo soccorso, egli è indubitato, che necessariamente cresce la preponderanza austriaca nei consigli europei, cresce durante la guerra, cresce e raddoppia quando questa guerra sia finita, e sia conchiusa colla vittoria delle potenze occidentali. Allora, o signori, su chi farete voi assegnamento? Voi direte: il nostro concorso a ragguaglio di quello dell’Austria è ben poca cosa, quai peso possiamo noi portare nella bilancia dei consigli europei dopo la guerra? Sia pur poca cosa questo peso, sia quello di una piuma, ma volete voi avere il rimorso che nessuno sia che pronunci il nome d’Italia nel concilio in cui si prepareranno i nuovi destini europei? (Bene!). Vorrete voi venire in termine di dire: noi potevamo mettere una piuma che poteva dare il tratto alla bilancia, e non l’abbiamo voluto fare, e per nostra colpa la influenza austriaca in Italia è cresciuta? Imperocché questo sarà il risultato, se voi non intervenite in Oriente.

Quai partito vi resta se non prendete parte alla lotta? La neutralità! Dopo che vi è stata chiesta l’azione, disarmata a che cosa è buona mai la neutralità? Forse armata? Ma dopo le dichiarazioni che qui si sono fatte pubblicamente la credete voi possibile? Se ponendosi a partito di accettare o non la convenzione si deliberasse la neutralità armata, che s’intenderebbe con ciò? Che manteniamo nel cuore, come diceva l’altro giorno un onorevole oratore, quelle aspirazioni, quelle tendenze che abbiamo avuto nel 48, che aspettiamo la buona occasione di di far che? dite la parola! di dare addossò all’Austria! E credete voi che vi lascierebbero stare in armi? Dopo le vostre dichiarazioni la neutralità sarebbe spacciata; tanto varrebbe prender le offese domani (Bravo! bene!).

No, o signori, noi dobbiamo prender parte alla guerra; perche è guerra dei principii della civiltà occidentale, perché è guerra di equilibrio europeo, e per indiretto, è guerra d’equilibrio italiano.

Noi, portando le nostre armi sui campi orientali, vi portiamo le forze di uno stato libero e ferino nella sua libertà, nel mentre che altri stati infermi per assolutismo se ne stanno paurosi ed appartati; noi vi portiamo, o signori, la riputazione e la forza di uno stato italiano costituito, e fortemente costituito; noi vi portiamo un simbolo nazionale costituente: oh! lasciatemelo dire! (Con forza) noi andiamo col Piemonte vessillifero a battezzare l’Italia in mezzo al fuoco del cannone europeo.

Questo è il mio fermo convincimento, perciò dichiaro altamente, che non ho mai preso un partito con più sicura coscienza nazionale, come in questo momento, in cui di gran cuore approvo il trattato d’alleanza stipulato dal Governo del Re colle potenze occidentali (Vivi segni di approvazione). 


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IL TRATTATO DI ALLEANZA COLLE POTENZE OCCIDENTALI


È proprio vero che per conoscere gli uomini quanto valgano ci vogliono le occasioni. E per verità, tutti sapevano che il nostro Parlamento nazionale abbonda di elettissimi ingegni e di esperimentati politici, ma non a tutti era nota l'eloquenza maschia di cui non pochi fecero mostra nella discussione del Trattato politico-militare colle Potenze occidentale La materia era degna di quell’alto Consesso, e fu degnamente discussa. Ed io fra tanta disparità di sentenze rispettabili, ho raccolto onde tessere il ragionamento che segue:

È principio sanissimo in politica quello di mostrarsi spontanei nelle concessioni che ci possono essere imposte dalla forza. Non altrimenti si consigliarono i sovrani di Vienna e di Napoli quando diedero la loro effimera costituzione. Applicando la massima al Piemonte, noi ripuliamo prudente la pronta adesione del nostro Governo alla lega offensiva e difensiva colle potenze occidentale La prova rifulge in gran parte dagli stessi oppositori. Imperocché se è vero, come dai più si tiene per indubitato e come pure ragionava nella Camera il facondissimo Tecchio, che Francia ed Inghilterra per assicurarsi la tanto amoreggiata collegazione austriaca avevano bisogno di quel Trattato per attutare il timore che Francesco Giuseppe ha di un movimento italiano alle spalle è ragionevole il pensare che Londra e Parigi dopo avere esaurito le lusinghe e le preghiere, non avrebbero tollerate una ripulsa che loro toglieva il libero aiuto di cinquecento mila baionette. In una parola; se Luigi Napoleone, come asserisce anche Kossuth, voleva ad ogni costo la compagnia dell'Austria, ne segue per diretto che ogni ad costo avrebbe pure voluto la piemontese alleanza con tutti i suoi accessorii.

Ora supponiamo che i nostri statisti l’avessero ostinata. — mente negata colla miccia accesa sui cannoni. Che cosa avrebbero risposto esempligrazia alla intimazione anglo-francese di spararli contro o in favore della Russia? che è quanto dire: Noi non vogliamo neutralità; o unità una parte delle vostre armi alle nostre, o vi dichiariamo la guerra?

Fra î casi ex-cogitabili vi era anche questo. Or bene; il Governo accettando quello che testé fu conchiuso, avrebbe per lo meno perduto il prestigio dell'amicizia e il merito della spontaneità, la quale in qualunque negozio vale sempre qualche cosa. Battersi contro tre formidabili Potentati che si danno la mano, sarebbe non pure sventatezza, come conchiudeva l'onorevole Casaretto nella tornata dell'8 febbraio, ma l’ultimo tracollo delle nostre finanze e della nostra egemonia.

Non è egli un fatto che per mantenere quindicimila combattenti ci necessita l’imprestito di venticinque milioni all’estero? Come e dove si troverebbe una somma di gran lunga maggiore per condurre una guerra grossa abbandonati a noi soli? Caricheremo noi torse di nuovi per non dire impossibili, balzelli i popoli già intorati sulle imposte presenti? Niuno potrebbe saviamente consigliarli. «Un appello all'amor nazionale, un appello alla santa indipendenza d'Italia e tutto è fatto, rispondono alcuni. »

Cosa veramente desiderabile! Ma a soffocare un tale appello, volerebbero tosto le bombe degli alleati sopra Genova e sopra la Sardegna, che forse non sarebbero più nostre. Tanto più che mi corrono al pensiero le parole profonde del ragguardevole deputato Pareto nella tornata del 10 febbraio:

«Concorrono a formare la monarchia sarda elementi e provincie d’indole differente alcune di queste provincie riconoscevano la «sola forza delle baionette come arbitra dell'imposta riunione. »

A soffocare si fatto appello sorgerebbe il grido calunniatore di quella fazione arrisicata che ha sempre tentato di sfatare il nostro sistema costituzionale, di svisare le provvidenze che non mirano a repubblica, e di persuadere ai semplici che sulla terra piemontese non può fallire la pianta della libertà.

Sorgerebbe l'anatema dei puritani che non vogliono nemmeno la repubblica se non è da loro soltanto indirizzata.

Finalmente a soffocare un simile appello uscirebbero gli intrighi di quegli intolleranti qualificati nelle seguenti parole dell'egregio Tecchio:

«Furono dessi, che calunniando le menti e i cuori di chi non giurava ciecamente il loro vangelo, scompigliarono quella meravigliosa unanimità per la quale gli Italiani del 48 sorgevano a fronte del comune. nemico, cimentavano comuni rischi, aspiravano a comune trionfo.»

Oltre tutto questo, crederemo noi forse che il detto appello sarebbe salutato dalla esultanza popolare, e seguito da tutta la nostra armata ardente di battaglie come nel 48? Errore, funestissimo errore! Le suggestioni dei tristi, i sinistri di Lombardia e di Novara hanno disamorato il nostro esercito da quella impresa, e la moltitudine che giudica solo dagli effetti, non ama che il bene presente, e maledice a chiunque si trova nella dura necessita di assoggettarla a qualche gravezza, ancorché temporaria. Arrogi che fra gli stessi democratici più caldi e più accreditati molti cominciano a sentire che questo fare da sé per liberare l’Italia compressa da tanti battaglioni al dispotismo devoti, è una santa cecità consimile alla venuta del Messia che aspettano i discendenti di Heber. Nel che i detti democratici seguono, l'opinione di uomini chiari per intelletto, per liberi sensi e per altissimi maneggi. Tali sono il Sismondi, l'Armandi, il Marochetti e l'Orioli. Insomma noi il 48 non Io vedremo più. Esso era quel giorno divino che si compone di mille anni. In quel giorno Iddio ribenediva l'Italia tutta guerra e tutta pace ad un tempo. Fu allora che il vessillo sventolante della sua redenzione mise un mortale spavento nei tiranni della terra. Ma i popoli ingrati e voltabili non seppero approfittarne.

Alcuni non ammettono la probabilità di una seria rottura quando bene si fosse rifiutata la lega. Per rispondere a tali oppositori basta vedere se agli alleati tornerebbe meglio privarsi di cinquecento mila ausiliari, o far guerra al Piemonte diviso nelle opinioni e non ben preparato ad una valida resistenza.

In presenza delle esposte ragioni, senza quelle che si andranno svolgendo, si può logicamente convenire che la tante biasimata alleanza fu un alto di prudenza governativa, la,quale informandosi dagli eventi probabili, e non da quelli che sono unicamente possibili, dee sempre portare ne’ suoi calcoli le disposizioni interne e morali dello Stato che amministra.

Fra le deplorate conseguenze del Trattato in discorso, vi è il regresso della nostra politica che da italiana si è fatta gretta e municipale. Suppongo per un momento che ciò sia vero. Che cosa può significare pei nostri statisti questa politica italiana che in vista di qualunque sacrificio si vorrebbe conservare da chi avversa il Trattato? Forse il governarsi a disegno di realizzare quando che sia la nostra riunione coi fratelli lombardi? Ottimamente. Ma siffatta politica benché utile e benedetta, non sarebbe italiana, si bene di puro ingrandimento territoriale, come vanno mormorando coloro che non pensano che il camminare con foga obbliga talvolta a retrocedere.

Se, poi politica italiana significa prepararsi di cheto affine di prorompere un giorno a capitanare una grande rivoluzione intesa a riunire tutta la nostra penisola in un sol regno, allora io dico che si vasto divisamento senza l'accordo operoso di una grande potenza sarebbe un delirio.

Ora questo accordo non può essere colla Francia, la quale tremerebbe al pensiero di avere una vicina ritornata a quella potenza che signoreggiava il mondo. Non può essere coll’Austria che ci fa sempre il viso dell’armi, e n’ha ben donde. Non può essere coll’Inghilterra la quale, benché propensa alla causa dei popoli, non ignora di quali prodigi sarebbe effettrice per terra e per mare questa Italia rassettata nell’elmo della sua indipendenza.

Dirò tutto in poco. Quasi tutti i belligeranti attuali non sono che despoti. La sentenza è di Cobden, e Brofferio ornatissimo dicitore ce la ripete. I despoti vogliono regnare a tutto costo, e la storia sta li per chiunque voglia saperlo. Per conseguenza, se questi despoti vedessero sorgere una nazione gigante come l’Italia, la quale a breve andare potrebbe schiantarli, che non farebbero per essere tutti uniti a schiacciarla? — Anche un’umile riverenza alla Russia, anche una pace disonorante.

Se le ragioni sin qui addotte hanno qualche valorem possiamo inferirne che la politica progressiva è la più confacente alle condizioni presenti del nostro paese, vogliamo dire la politica consistente nello accrescere i mezzi e nel diminuire gli ostacoli che si frappongono al compimento delle riforme e ad ogni possibile allargamento di territorio.

I correttori de' popoli deggiono imparare da Hobes che il diritto nasce dalla forza, e che anche i più vasti imperi somigliano ai fiumi, i quali originando da un’umile sorgente, ingrossano nel loro corso. La legge di progresso è legge di natura, la. quale non fa mai niente ad un tratto. Dio stesso poteva creare con una parola l'ordine mondiale, e volle spendervi sei giorni, ossia una successione di tempo.

Ora è da vedere se dal Trattato in questione possiamo sperare qualche allargamento territoriale. Sono certo che agli oppositori rispondono ricisamente di no; ma io la discorro cosi: L’articolo che esclude ogni futuro compenso è prova irrefragabile che nelle trattative si è parlato di compensi. Né io voglio essere tanto ingiurioso alla dignità ministeriale da crederla annuente, ove le potenze le avessero detto: Voi dovete accettare la nostra alleanza offensiva e difensiva, e senza speranza di futuro vantaggio dovete mantenere a vostre spese buon polso di armati sui nostri campi di battaglia. Linguaggio di tal fatta avrebbe superato l'insolente pretensione di Carlo VIII verso la Signoria di Firenze. Perciò stimo invece che Francia ed Inghilterra le avranno detto: Noi mettiamo questo articolo per togliere qualunque bruscolo di su gli occhi all'Austria sospettosissima; ma chiunque si batte ha diritto ad un premio, e nel congresso della pace sapremo rimunerare il servigio che ci rendete, i sacrifici che fate, e i vostri confini saranno senza fatto dilatati. Questo mio parere si corrobora nel discorso del conte Cavour ove accenna di partecipare ai frutti della vittoria, ma più di tutto si corrobora nella storia, in cui trovo che la Casa di Savoia in tutte le guerre ha sempre avuto degli utili o stipulati prima o sottintesi dopo. Sia pure cosi diranno taluni, ma quanto durano e quanto valgono le promesse che non sono documentate? Io rispondo: Alla diplomazia che non vuol stare in fede, poco importa che le promesse siano fatte a voce od in iscritto.

Quale solennità mancava ai capitoli del 15? E pure chi non li ha violati? Ben sa la Polonia! Il ministro di Luigi Filippo nella conferenza di Londra segna coi plenipotenziari di Europa il non intervento; ma poco dopo l'Austria corse da padrona sui moti di Modena e di Romagna; la Francia bombardava Anversa, toglieva al papa la fortezza di Ancona.

Lasciando da un lato tutto questo, io porto opinione che il nostro ingrandimento sarà pure dettato dalla convenienza e da quel certo equilibrio che è richiesto alla pace europea. Per giungere a persuadersi di ciò è mestieri innanzi tutto esaminare i mezzi e lo scopo precipuo che hanno nella contesa orientale i due colossi che si stanno di fronte. — Nella Casa di Romanoff la guerra e la conquista sono il testamento di tutti i suoi antenati. Essa le matura nel silenzio del suo scaltrito Gabinetto, e poscia le intraprende con immutabile risoluzione e con terribile perseveranza. I suoi mezzi sono numerosi e potenti, né va molto lungi dal vero chi dice, che movendo la Russia, movono i battaglioni di mezzo mondo. Essa lo sente, e giubila alla voce de' suoi bardi che cantano: Dio solo è più forte di noi.

Dunque la mira della Russia è quella di acquistar qualche cosa, e questa cosa, senza dubbio, è una parte dell’impero ottomano. Con ciò, geograficamente parlando, toccherebbe l'apice della sua possanza europea; imperocché spingendosi più avanti, dovrebbe poscia cadere, come l'antica Roma, sotto il peso della propria grandezza.

Però in tanta solidità di potere, non le sarebbe difficile voltarsi alle Indie e impadronirsi di quei cento milioni di abitanti che lavorano come schiavi pel fasto inglese. Questo pensiero è la molestia che non lascia dormire il governo della regina Vittoria, è la causa motrice della grande spedizione in Crimea, dove gli uni si battono per aumentare il regno, gli altri per non perdere quello che hanno. Di chi sarà la vittoria?

Gli alleati possono allestire tali eserciti e tali flotte da fracassare il mondo; gli alleati hanno la simpatia delle colle nazioni che è pure una forza; hanno milizie che s'infiammano nell'amor della gloria. Per la qual cosa la Russia. benché tutta in armi e fidentissima nel Dio che ha coronato i suoi padri, la Russia dico, è impare all'urto di tanta, possa, e quindi o più tosto o più tardi le sarà forza indietreggiare. È vero che i casi della guerra sono molti e fatali è vero che sui campi di battaglia non tutto dipende dalla forza e dall'astuzia umana, ma vi è qualche cosa di più alto che accieca ed illumina, che affila e rende ottuse le spade; è vero tutto, ma dato anche e non concesso che lo Czar vincesse, dovrebbe sempre calare agli accordi, perché guai e poi guai se per una rotta decisiva, Francia ed Inghilterra già piene di mali umori fossero costrette a favorire le aborrite rivoluzioni.

Dietro l'esempio dell'eroica Polonia, che lo fece impallidire sul trono, l’Imperatore delle Russie è uomo da comprendere l'onnipotenza dei popoli che si levano a libertà, e piuttosto che vedere il mondo a soqquadro, si rassegnerà ai sacrificii dell'equilibrio europeo.

Dell'equilibrio proclamato singolarmente dall'Inghilterra, la quale verserà sempre in gravissimi pericoli finché i sovrani di Pietroburgo non saranno impotenti a far impeto sulle regioni orientali. Al quale effetto è necessario allontanare la loro dominazione dalla Turchia e dalla Polonia, è necessario spaventarli col rinforzato impero dell'Austria, e coll'Italia riunita almeno in pochissimi governi confederali.

Uno di tali governi sarebbe al certo il distendimento del Piemonte sino all’Adige; distendimento già proposto da lord Bentingh a Vittorio Emanuele purché desse una costituzione; distendimento che anche Carlo Alberto di gloriosa memoria poteva ottenere nella guerra dell'indipendenza; ma quel Magnanimo aveva sfoderalo la spada per un più vasto disegno.

Adesso le circostanze sono mutate e le calamità politiche aumentano. Laonde sarebbe una rea spensieratezza il non; fare tutto quello che dipende da noi per avere il regno dell’Alta Italia. A questo nome rideranno tutti quelli che lo stimano impossibile per la indispensabile condiscendenza dell’Austria.

L’Austria non ha perduto il senno e, in vista dei larghi compensi che possono darle altrove le amiche potenze, non può dispiacerle gran fatto la perdita di un paese che non può più gratuirsi né tenere in rispetto senza leggi statarie e senza un esercito dispendiosissimo. Anzi non credo di errare giudicando che l'Austria stessa dal 48 in poi pensi allo smembramento di quelle contrade, poiché le tratta come un fittaiuolo che non solo dibruca, ma scavezza, e sfrutta il podere che deve presto lasciare.

Dunque il regno dell'Alta Italia, anche nel linguaggio diplomatico, è giusto perché solennemente voluto dalle popolazioni. che lo compongono. È utile, anche nel senso democratico, perché una stabilisce forza preparatoria alla confederazione italiana, unico sistema attuabile nelle difficoltà dei tempi presenti. È facile ad ottenersi perché necessario ad un ragionato equilibrio, e perché un tal regno, estinguendo il fomite principale delle rivoluzioni italiane, concorrerebbe allo stabilimento della pace europea impossibile a durare senza il favore delle nazionalità.

Se a questi validi argomenti uniamo la volonterosa alleanza e la spedizione dei nostri quindici mila soldati, il nostro ingrandimento non può fallire, se non vogliamo disdire le conseguenze ad un principio che non si può negare.

Oibò, esclamerebbe qui l’esimio deputato Cabella, le nazioni non fanno mai nulla per gratitudine. Ed io soggiungo: Se non dobbiamo sperare riconoscenza ben meritando di esse, quali danni non dovremmo temere contrariandole colle armi alla mano? Chi porrebbe movere lagnanza se nel nuovo assetto dell'Europa invece di dare la Lombardia alla Sardegna ne facessero un principato a parte coll'unione dei Ducati della Toscana?

Però il nostro vantaggioso avvenire svanisce nel giudizio di coloro che non hanno fede nella durata dell’unione anglo-francese, massime, dicono essi, se alla Francia venisse un giorno da parte della Russia proposte altre volte già fatte.

Noi vorremmo che il valente Oratore conciliasse questa sua opinione con quella che racchiudono le parole eseguenti: «La Francia ha sempre pensato dal 1814, ed oggi piucché mai, a distruggere i risultati del trattato di Vienna».

Se la Francia adopera continuamente per annullare quel trattato che umilia il suo amor proprio, con quale intendimento potrà stringere la destra all’autocrate che lo propugna? D’altronde Luigi Napoleone conosce che tanta ignominia sarebbe importabile alla Francia, la quale è pur sempre un leone che dorme. La Francia sconfitta a Mosca dalle proprie vittorie, sconfitta dall’inclemenza del cielo e da un alto della più selvaggia barbarie, rammenterà sempre con dolore il miserabile scompaginarsi di tante schiere e di (anti cavalli guidati da quel fulmine di guerra che si chiamava Napoleone.

Né la contraddizione che implicano le su riferite parole è la sola che io trovo nei biasimatori della stipulata alleanza. Chi, a mo’ d’esempio, troverà logico il ragionare di coloro che risguardano la convenzione militare come rovinosa all’erario, e poi voterebbono allegramente per una neutralità armata la quale costerebbe almeno due cotanti, senza contare le tante braccia tolte inutilmente al lavorio dei campi?

A chi non parrà strano il giudizio di coloro che veggono il risorgimento italiano lontano due passi, e poi hanno la più intima persuasione che tutti i potenti e tutta l'aristocrazia europea sono congiurati ad impedirlo?

Dunque ben si apponeva il Presidente del Consiglio ministeriale dicendo che la neutralità è un assurdo, e per necessaria conseguenza ragionevole il trattato, il quale essendo ragionevole, è anche giusto, avvegnaché Dante dimostra che dove è 'la ragione vi è pure la giustizia. Con tutto questo replicano gli avversarii che se la neutralità è possibile a Napoli,. alla Toscana, alla Svizzera, e via dicendo, debb’essere possibile anche a noi. Rispondo: Nessuno di tutti quegli Stati ha i nostri antecedenti politici, nessuno ha una situazione eccettuativa come la nostra dirimpetto all’Austria, che pone la nostra alleanza quasi per condizione alla sua colle potenze occidentali.

Fra i dispiaceri che ostentano quelli che intendono a disservire il governo negli ultimi negoziati con Francia e Bretagna, vi è la partenza dei nostri quindici mila guerrieri destinati a far parte di una lotta in cui finora fecero mala prova duecento mila tra francesi, turchi ed inglesi.

Prima di tutto osserviamo che gli errori sono i più efficaci maestri a far meglio. In secondo luogo le cose orientai sono a tale che, prima di giungere il nostro aiuto, o sulle mura di Sebastopoli sventoleranno le bandiere della vittoria occidentale, o la guerra avrà un nuovo indirizzo in cui il nostro tricolore stendardo sarà auspice di più pronto trionfo, benché taluno avvisi che un corpo di quindici mila uomini sia rinforzo di poco momento dove cozzano eserciti poderosissimi. Molle prove in contrario se ne possono addurre. I prodigiosi allori di Bonaparte a Marengo, si debbono alla resistenza di sei mila uomini condotti da Dessaix, il quale suggellò la vittoria col proprio sangue.

Nella memoranda giornata di Waterloo se il generale Nev con simil corpo fosse accorso, giusta l’ordine avuto, dove tuonava il cannone, forse le sorti di Francia non cadevano in mano agli imperatori boreali, e Vienna non avrebbe veduto il nefando mercato delle nazioni. Nell'ultima guerra polacca i quindici mila prodi lasciati discosti e inoperosi, dal traditore Ramorino, bastavano ad impedire la caduta dell’eroica Varsavia. Nella nostra guerra del 49, quindici mila uomini alla Cava erano più che sufficienti a. ributtare qualunque assalto tedesco. Finalmente un numero poco maggiore di quindici mila combattenti quanta strage di austriaci non ha fatto a Novara? Ah, se altrettanti almeno avessero rinfrescato la pugna, chi sa quanta diversità di destini!

Ho voluto citare questi fatti affinché i quindici mila dei nostri eletti abbiano la coscienza della loro importanza e del nome che portano; affinché sappiano di non meritare che voci di conforto e di applauso, poiché alla fin fine non vanno che a campeggiare coi più forti del mondo dove s’impara Parle vera della guerra. Arte tanto più necessaria, imperocché fu detto da qualche deputato che nella causa italiana i l'incapacità dei condottieri fu quella che rese vittorioso il, decrepito maresciallo. Arte indispensabile in uno Stato che vuol mantenere un esercito non inetto a fronteggiare il nemico; un esercito come il nostro che, guidato da un grancapitano, è capace di attraversare l’Europa.

È vero che questi eserciti, con tutte le loro seguenze, ormai sono cose da smettere. Conciossiaché «non dipende più né dal volere, né dai principi, né dagli intrighi, né dalla. forza delle armi il decidere la sorte dei popoli. Il Governo non appartiene più alla forza, all’astuzia, alla routine, ma alla ragione, alla scienza, al pensiero. »

Queste magnifiche parole furono pronunciate da un deputato che splende fra i più rinomati giureconsulti della Liguria, e queste parole ci descrivono in breve l’ultima perfezione dell'umano consorzio, che noi con vocabolo antico chiameremo il secolo d’oro.

Faccia Dio che non ritardi a venire. La terra ha bisogno di giustizia e di pace. Ma dove prendere questa fiducia?

Se io discorro nei regni eziandio più vantati per civile sapienza, e non incontro che l’impronta dell’oppressione del soffrire, mi è giuoco forza conchiudere che il regno della ragione e della scienza è ancor lontano. Due nemici più tremendi delle baionette e dei cannoni rendono quasi impossibile la sua venuta. Intendete l’ambizione e l’oro.

Quanto la prima sia crudele e commettitrice di scelleraggini non fa duopo di riandare le storie che ne sono piene. Ogni generazione, ogni città, ogni paese ha i propri esempi. Essa è il vero tarlo delle anime, e difficilmente dai più sordidi cenci sino al diadema ed al triregno trovi chi ne sia illeso. Essa infine è la molla principale di tutte le azioni umane, si che la gloria stessa, se ben l’esamini, il più delle volte non è che una sublime ambizione.

Che non diremo dell'oro, qualificato assai bene nelle parole di Virgilio: quid non mortalia pectora cogis aitri savra fames? Ma meglio ancora in quelle del Guicciardini circa il pontificato di Roderigo Borgia: «I cardinali disprezzatori dell'evangelico ammaestramento, non si vergognarono di vendere la facoltà di trafficare, col nome dell’autorità celeste, i sacri tesori nella più eccelsa parte del tempio. »

Con questi esempi non dobbiamo meravigliare se anche a di nostri si vendono gli amici, i fratelli e le intere nazioni. Né pochi ambiziosi, né pochi avari, né pachi di questi venditori si trovano fra quegli stessi democratici che rimpiangono le miserie dei popoli, imprecano alle violenze dei Governi, e non lodano che gli estremi partiti.

Voi pertanto, instancabili agitatori dei popoli, prima di avventurare il sangue de' vostri proseliti, pensate all'ambizione e all’oro capaci da sé soli a frustrare qualunque conato. Pensate che il martirio è una voluttà divina, ma a poche anime è dato di sentirla, principalmente nelle cospirazioni che troppo spesso rovinano le famiglie degli ullusi, e ribadiscono le catene della schiavitù.

Le grandi rivoluzioni non nascono dai conventicoli né dai catechismi di un comitato, ma dalla forza degli avvenimenti preparati dalla pubblica opinione, la quale cresce come pianta al tacito trapassare degli anni. Il cadavere di Lucrezia provocò la cacciata dei Tarquini, e la cimentosa parola di Balilla fu segnale alla memorabile disfatta degli Austriaci in Genova. E chi non sa quale incendio rivoluzionario non produssero le ordinanze di Carlo X, a cui non fu poca sorte il poter campare la vita?

Agitatori de' popoli, pensate finalmente alle savie parole di Proudhon: «Ciascuna rivoluzione, checché si faccia per giustificarla, porta seco un certo che di sinistro, che ripugna alla coscienza del popolo e all’istinto dei cittadini non altrimenti che la guerra e il patibolo. » (Le Peuple de 1850)

Torniamo al Trattato per fare qualche riflesso sui danni possibili che esso può cagionare al commercio di Genova, giacché intorno ai danni certi fu già risposto anche troppo dal Ministero.

Si teme che durante la guerra il nostro commercio nel Mar Nero possa soffrirne assai più dei neutrali.

Contro tale supposizione primamente è da osservarsi che le condizioni strategiche e morali degli eserciti sono tali che la contesa di Sebastopoli non può più stare lungamente indecisa. In secondo luogo le flotte alleate possono molto adoperare che le bandiere neutre non abbiano vantaggi che siano negati alla sarda. Terzamente la tratta di quelle derrate che sono ricca vena alle sue rendite, dovendo importare maggiormente alla Russia che a' suoi nemici, essa non può a meno di seguire il principio insegnalo dai migliori economisti, che chi porta moneta è sempre il ben venuto, in qualunque modo egli venga. Anche il Muratori parlando di commercio raccomanda questo principio ai governi. Per ultimo se è vero, come si disse nella Camera, che l'asportazione dei grani russi è un commercio quasimente esclusivo alla Liguria, d'onde verranno i capitalisti e le navi che per un effimero privilegio ne facciano improvvisamente le veci?

Se poi disaminiamo la questione come a guerra finita, ripugna ad ogni buon senso il credere che nello stabilimento della pace gli alleati vogliano consentire alla Russia un atto qualunque di rappresaglia, come sarebbe una parziale gravezza imposta alla nostra bandiera. Né può cadere in mente al Gabinetto previdentissimo di Pietroburgo di vessare i mercatanti genovesi coi quali da gran pezza è stabilito il più favorevole avviamento allo smercio delle sue biade.

Né può con savia politica disgustare il governo sardo, il quale in pochi anni, mediante buone leggi annonarie e tutto il favore possibile all’agricoltura, potrebbe fargli una vittoriosa concorrenza nell’abbondanza dei cereali.

Se alcuno avesse per erronea questa opinione, legga Lucio Floro.

Esso chiama la Sardegna e la Sicilia pignora annonae dell’impero romano, in cui la sola capitale numerava più abitatori che tutto il Piemonte e la Lombardia insieme. Dal che si deduce la maravigliosa quantità dei raccolti che si facevano nelle due isole, capaci in allora di alimentare due terzi della presente popolazione italiana, benché a que’ tempi l’agricoltura mancava di due preziosissimi prodotti, voglio dire lo zeamais e i pomi di terra, considerati da Carlo Botta come una guarentigia contro la carestia.

Per tutte queste ragioni sembra evidente che il nostro commercio marittimo negli scali del levante non possa temere incagli dalla Russia dopo la guerra.

Ora tornando a bomba e riepilogando il discorso, risulta che il Trattato si doveva accettare quand’anche fosse un male per iscansarne un maggiore; ma il Trattato è un bene perché ci apre la via più giusta, più facile e più dignitosa al nostro ingrandimento.

Non è contrario al pensiero della nazionalità italiana, perche mira ad accrescere i mezzi per aiutarla.

Non è cattivo dal lato dell’economia, perché la neutralità sarebbe molto più dispendiosa.

Non è intrinsecamente cattivo pei soldati, perché la guerra è il loro elemento, e perché girando il mondo si sviluppa l'ingegno, si fa tesoro di cognizioni, si guadagnano onori e quattrini.

Non tronca il nostro migliore avvenire, perché la politica è cosa mutevole, e la presenza delle circostanze forma sempre il supremo consiglio di un provvido Governo.

Se nelle esposte considerazioni andiamo errati, esca fuori chi ci corregga, e noi faremo la parte dello scolaro.

Francesco Rovelli.


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DISCORSO DEL CONTE SOLARO DELLA MARGARITA

PRONUNCIATO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

nella tornata del 5 febbraio 1855

SUL TRATTATO D'ALLEANZA COLLA GRAN BRETAGNA E LA FRANCIA


Prima di sanzionar col voto la Convenzione militare conchiusa colla Gran Bretagna e la Francia, il pensiero si volge al trattato per cui le armi del Re furon chiamate a dar prova del loro valore in Oriente. Il pensiero indaga quali ne saranno le conseguenze; se utili, se funeste alla nazione.

Tanto più trepida l’animo, dacché l'onorevole Torelli parlando a favore della presa determinazione, e la rappresentò come un inevitabile necessità, come i minor dei mali cui possiam soggiacere. Gravi parole on queste: né in affare di tanta importanza, da cui l’avvenire del paese forse dipende, potrei decidere a' qual urna debba deporre il voto, se prima non sente le spiegazioni del Ministro degli affari esteri. Espongo dunque l'impressione che in me produce la conclusione del trattato; il mio discorso non sorti che una serie di osservazioni e di dubbi.

Le risposte, che dalla cortesia del Ministro attendo, determineranno il mio voto.

Memore de' rapporti di alleanza e di amicizia per tanti secoli mantenuti fra l'Augusta Casa di Savoia e la Corte Britannica, il primo sentimento è di applaudire ad un atto che li rinnova e conferma. Più volte fummo alleati della Francia; più voile le nostre schiere pugnarono a fianco de' prodi di quella nazione; ad essi uniti sotto il comando del Re Carlo Emanuele si vinse nella gloriosa giornata di Guastalla, Tal rimembranza è di conforto ai nuovi cimenti; inclina l'animo a rallegrarsi per la pattuita alleanza, Duolmi nondimeno che si abbia a combattere una potenza, i cui beneficii, fin da quando la Corte di Sardegna stabili con essa diplomatiche relazioni, non posso dimenticare. Sappiamo pur tutti che in tempo di luttuose circostanze scese l'esercito russo in Italia per difendere i diritti della Real Casa di Savoia l’indipendenza nostra.

Severa e fredda la ragion di Stato fa tacer le memorie dei benefizii quando l’onore della Corona chiama altre considerazioni; quando il ben del paese lo richiede, la giustizia lo comanda; e poiché i ministri hanno consigliato il Re di aderire all'alleanza delle Potenze occidentali contro la Russia, conviene che l’onore, il bene del paese, la giustizia della causa che andiamo a propugnare, imperiosamente lo esigano; d’uopo è però che ci sia dimostrato onde il nostro voto sia una conferma di questi veri, e non sanzioni mai un principio contrario.

Mentre la Danimarea, i Paesi Bassi, il Belgi mentre la Svezia, che avrebbe pure più d’ogni al Potenza a sperar vantaggio si mantengono neutrali mentre le Corti germaniche, malgrado l'influenza dell’Austria, vanno cosi a rilento a pronunciarsi non dubito che i Ministri non hanno preso, neppure indirettamente, l’iniziativa ed offerte le nostre armi agli alleati. Al tempo stesso vo scrutinando per qual motivo mai la Francia e l'Inghilterra hanno chiesto a noi, cosi lontani dal teatro della guerra, di aderire al trattato, e non piuttosto alla Danimarea che ha le chiavi del Baltico, e non piuttosto insistito a Stoccolma, ove la speranza di ricuperar la Finlandia doveva certamente arridere: tanto più potendo la Svezia disporre d’un esercito non men del nostro agguerrito, e di una ragguardevole flotta. La Svezia si schern finora dal prender parte alla lega, e non adontarono le Potenze; perchè dunque noi ci affettammo di prontamente aderirvi? Alle considerazioni, io conchiudo, hanno mosso il Ministero.

Noi entriamo a parte di una lite gigantesca; saremo avvolti in una guerra europea; il sangue dei nostri soldati sarà sparso in Crimea, e sulle rive del |éler; per la prima volta la Croce di Savoia si darà sostegno dell'ottomana luna. Mentre ci auguriamo allori, l’uomo di stato demanda quali saranno i vantaggi pel nostro paese, e consulta nelle pagine della patria storia le tradizioni degli avi. Carlo Emanuele nel 1610 stringeva alleanza con Arrigo IV, ivi si stabiliva che avrebbe in compenso della guerra ossa alla Spagna il Ducato di Milano. Vittorio Amedeo nel 1651 si univa a Luigi XIII contro la stessa potenza, ma fu determinato qual parte avrebbe nelle conquiste Vittorio Amedeo II nel 1705 conchiuse il trattato di Torino coll'imperatore Leopoldo, e gli fu ceduta una parte del Monferrato, ancor tenuto dall’imperatore, Colle provincie della Lomellina, di Alessandria e Valsesia. Aderendo il medesimo nel 1704 alla grande alleanza fra l'Inghilterra, l’Impero e le Provincie Unite contro la Francia e la Spagna, altri considerevoli vantaggi gli furono assicurati; non si parlò, è vero, della Sicilia, che in Utrecht fu al Duca assegnata, ma non prese parte all'alleanza senza la certezza d'un grande utile per la Corona. Mi spiace di contraddire quanto ieri l'altro pronunciò nell'ingegnoso suo discorso l'onorevole Generale Durando; ma se consulta attentamente il testo di tutte le transazioni diplomatiche della Corte di Sardegna, aventi per oggetto alleanze e partecipazione attiva alle guerre, non ne troverà una sola in cui clausole di acquisti e compensi non siano state stipulate.

È vero, la Gran Bretagna e la Francia, nel trattato del 10 aprile 1854, dichiararono di rinunciare a qualunque vantaggio derivante dagli avvenimenti; mai esse, in ciò generose, ebbero pur sempre in vista quello massimo d'impedire la preponderanza della Russia, di stabilire il loro ascendente a Costantinopoli Concorrendo le nostre armi a tale scopo, giusto è il desiderio che qualche utile ci compensi dei sacrifici cui andiamo incontro. Se a ciò si è, come spero, pensato, è impossibile che le alte Potenze non abbian apprezzato così ragionevoli istanze. Chiedo pertanto al Ministro degli affari esteri se furono fatte e quale ne sia il successo. Non fo l'indiscreta ed inutile domanda di conoscere, se ve ne furono, gli articoli secreti; desidero soltanto essere dalle sue parole tranquillato, non togliermi il timore che il sangue piemontese si sparga in Oriente senza alcun pro per la patria nostra.

Ogni guerra può divenir contesa di principii, l'attuale può divenirla; ma non son d'accordo e chi crede che tal sia fin d'ora. Essa fu intrapresa nell'interesse dell'equilibrio europeo, e dal 1791 la prima che abbia tal carattere; essa è una conferma dei trattati del 1815, cui son lieto di vedere il Ministro dar manifesta adesione. Che tal sia questa guerra, n’è prova lo scorgere come, mentre si combatte, non si tralasciano i negoziati, né ciò accade quando i principii sociali sono argomento di contesa; le passioni hanno allora il predominio e soverchiano ogni considerazione di materiali interessi. Un accordo è sempre possibile quando questi sono in campo; se si contende pei principii, se la civiltà viene flotta colla barbarie, nessuna transazione è possibile, decide la forza. Chiamar barbara la Russia, è far eco a chi vede la barbarie in ogni luogo ove la libertà non è in balia delle mutabili idee del popolo; mi dolse che per approvare il trattato siasi data tal taccia alla Russia, tal colore alla guerra; e ben a proposito accortamente osservava l'onorevole generale Durando, che più dalla civiltà che dalla barbarie della Russia ha da temere l'Europa. Io non temo, per ora, né l’una né l’altra, né credo si temano a Parigi e a Londra, ove ben si apprezzano le condizioni degli Stati: anzi, non mi perito di affermare, che quando la pace sarà conchiusa rimarrà la Russia quello che è, quando alle Potenze che la combattono di aver delle guarentigie contro il suo predominio in Europa. L’onorevole generale Durando ha fatto menzione gloriosa de' nostri valorosi antichi principi, ma aggiunse che le loro guerre furono sempre guerre cavalleresche, anzi di poesia. Mi ha ciò sorpreso, poi né quando si contendea con Arrigo IV pel marehesato di Saluzzo, né quando Emanuele Filiberta, perduti i suoi Stati, capitanava l'esercito di Filippo II, né quando Vittorio Amedeo e Carlo Emanuele presero l’armi nelle guerre di successione della Spagna e dell'Austria, poetico era il sentimento che l’’animava a combattere per la salvezza e l'incremento della propria corona. Guerra cavalleresca fu soltanto quella di Amedeo VI quando mosse in Oriente a difesa del greco Imperatore. Un sentimento religioso in quei tempi spinse più volte l’Europa in Asia, e i conti Savoia, nel cui petto fervea l'eroica idea di combattere per la santa guerra, non badavano a pericoli, i pensavano a terreni acquisti per si generose imprese.

La politica di quel tempo non ha analogia i quella dell'epoca nostra che segue le massime ad tate nel trattato di Vestfalia, confermate durante il lungo regno di Luigi XIV e riconfermate con qualche modificazione nel congresso di Vienna. La politica che dee seguirsi non può sortir da queste vie senza errare. I Ministri, io non dubito, ne sono persuasi.

La condizione di neutralità, che equivale all’isolamento, è difficile per gli Stati di second'ordine anzi pericolosa quando trovansi vicini alle Potenze belligeranti, ma quando trattasi di guerre lontane e d'interessi ne’ quali la nostra politica non ha parte, la neutralità non pone in istato d'isolamento, né i nostri antichi Sovrani cosi bellicosi, cosi accorti onde crescere in considerazione e potenza, si credettero mai astretti a prender parte alle guerre di Gustav Adolfo, né poscia a quelle del gran Federico di Prussia.

Guerre vi furono in Europa dopo quella della successione alla corona d'Austria, ultima cui abbiamo preso parte, fino all'epoca della rivoluzione di Francia, e non perciò la Corte di Sardegna fu considerata mai come isolata dalle altre Potenze, colle quali anzi ogni dì aumentava le sue relazioni. Seguire via diversa, rompere la pace con una Potenza non ci ha offeso mai, non si può, senza che qualche cagione poderosa vi spinga; io prego il signor Ministro ad accennarla, perché possa risolvermi a dare il mio voto alla Convenzione militare.

Ne basta, intraprendendo una guerra, calcolare i vantaggi di sperati trionfi, convien prevedere i pericoli d'un disastroso fine; prevedere le eventualità d'un cambiamento di condizione, ove avvenisse che le Corti che ora vediamo unite alle Potenze occidentali, adottassero un'altra via, e poiché a ragion ci sta a cuore l'Italia, convien pensare se noi non ne poniamo in certi casi, non impossibili, la quiete in periglio. Inevitabilmente ciò accadrebbe, se mentre i nostri soldati combatteranno nella Crimea o sulle rive del Pruth, tuonassero i cannoni tedeschi nelle itale pianure e con essi quelli dello Czar delle Russie. lo parlo di pericoli remoti, l'Austria credo solidamente unita alle Potenze occidentali; ma quante volte nelle lunghe guerre tali avvenimenti accaddero, per cui fu cambiata l'attitudine politica delle Potenze! A queste eventualità si deve pensare, e vi avranno, io i Ministri pensato.

Fu savio avvedimento de' Principi dell'Augusta Casa di Savoia, nel prender parte a tante guerre, che quelle non riuscissero a danno degli interessi generali dell'Italia, di cui erano, come custodi dell'Alpi, i difensori; se a seconda delle circostanze ora uniti all'Impero, ora alla Spagna od alla Francia, la dominazione di qualche provincia italiana era sempre in contesa, né potean essi rimaner neutrali. Ben diversa è l'attuale condizione delle cose; estranea è Italia alla guerra d'Oriente, ma unita la nostra bandiera a quella delle Potenze belligeranti, non il Piemonte solo, tutta la nostra penisola è esposta ai inni delle future contingenze, cui non è dato prevedere nelle sorti della guerra se seconde o avverse.

Tali idee affollandosi nella mia mente mi rendono perplesso assai. Da un lato col voto alla Convenzione militare si concorre e implicitamente si approva un nuovo patto d’alleanza oltre ogni dire apprezzato se si considera le Corti con cui si strinse; dall’altro timore che non siasi provveduto al decoro della Corte né all'utile del paese, rende l’animo incerto. Riassumo con brevi parole il discorso; da quelle del Ministro verranno, io spero, i miei dubbi dileguati e i miei timori. Importa a tutti i Deputati della nazione di giustificare la decisione che siam per prendere, di conoscere la via per la quale c'innoltriamo, e se l’attual condizione è frutto d’altissimo consiglio, e mai di politica imprevidenza. Un oratore amico del Ministero accennò le conseguenze del rifiuto dell’alleanza ove le Potenze avessero detto: siate per noi, o contro noi; e prendo la forza dell'ingiunzione, ma importa sapere se fu fatta, se vi fu luogo a temerla. Importa insomma a tutta la nazione di rimaner persuasa qualunque fosse il Ministero onorato dalla fiducia Re, ugualmente inevitabile sarebbe stata la necessità dell’alleanza, e che l'indipendenza da noi sempre gelosamente serbata, fu riconosciuta, né fu pensiero delle alte Potenze d’unirci a loro per porre freno a non ben celate idee d’intempestive aggressioni.

Sia chiarito come l’onor della Corona e l’utile paese ci chiamino alle armi; si dimostri che nessun principio di giustizia è leso, e non avverrà mai alcun di noi, immemore di ciò che gl’incombe verso il Re e la patria, il suo voto ricusi. Siano pur gravi i pericoli, siano pur grandi i sacrificii, gli animi nostri non sono avvezzi a calcolarli quando i nomi del Re e della patria stanno a fronte.



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BREVI CENNI STORICI E GEOGRAFICI

SOPRA LA GUERRA D'ORIENTE

LA CRIMEA E SEBASTOPOLI

illustrati da due apposite Carte Geografiche

IL MAR NERO LA CRIMEA

TORINO 1855

TIPOGRAFIA DIRETTA DA VASSALLO

via della Basilica, N. 8.

IL MAR NERO LA CRIMEA


CENNI SULL'ORIGINE DELLA GUERRA D'ORIENTE

E SULLE INTRAPRESE OSTILITÀ

I

Questa guerra che mette in agitazione trecento milioni di popoli, e minaccia di avvolgerli in una lotta generale ebbe certamente la sua origine quale si volle far credere.

Quando la Russia diede fiato alle trombe desiderava altra cosa: e nutriva altre speranze, che non erano quelle che manifestava. Essa velò la questione dandole un aspetto puramente religioso; ma non si curò, o non seppe si bene farla che non trasparissero le sue mire ed i suoi disegni.

La diplomazia pare che ancora non siasi perduta di coraggio. Dopo d'aver esercitata tutta la sua arte, e messi campo tutti i suoi giochi di scaltrezza in cinque o sei congressi dove ora tre, ora quattro, ora dieci Plenipotenziari torturarono il cervello a fabbricar note e contronote, progetti e contro progetti: dopo tanti maneggi pure ancora vuole, o le piace far credere che sia possibile di venire ad accomodamenti onorevoli. Intanto giornatmente vediamo annunziata una nuova spedizione di armati per la Crimea, e poi quotidianamente udiamo che la morte mena stragi ora sul campo di battaglia, ora sotto la tenda del misero soldato colpito da morbi terribili. A tanto lutto, a tanta desolazione, per quanto la diplomazia possa essere creduta senza che, tuttavia, se le sue forze avessero potuto influire, la pace sarebbe già stata conchiusa. Ma la quistione non già, come si tentò di far credere di religione, o di razze; essa è tutta geografica, epperciò si ribella a tutte le frasi delle cancellerie. Il solo cannone la può comporre; e forse non sarà cosi presto; perchè chi ci assicura che la guerra, la qual fu bandita sotto un pretesto religioso e che ora si combatte in una angusta penisola, non venga sotto più degna aspetto ad estendersi improvvisamente, ed ardere minacciosa e terribile in tutti gli angoli d'Europa? Dio voglia che le nazioni si sveglino a pacifiche imprese; ma potrebbe succedere altrimenti; che da qui ad un anno, a sei mesi, anche prima il rimbombo del cannone le scuotesse colle armi alla mano. Quello che si può asserire si è, che i popoli non hanno nulla a temere nell'avvenire, anzi vi debbono sperare confidentemente, perchè i semi onde si propaga il progresso civile più spesso vengono gettati da passion furibonde, che dall'opera tranquilla delle menti illuminate. Tra i Greci ed i Latini fuvvi sempre contesa relativamente al possesso dei santuari di Gerusalemme, Betlemme e Nazaret. Sotto Francesco I re di Francia venne con Trattato confermato a favore dei latini il possesso d'adorazione dei luoghi che da tempi remoti avevano occupati. Questa disposizione fu rinnovata nel 1740; ma non si determinarono in verun trattato, in modo preciso, i santuari che esclusivamente dovessero appartenere ai cattolici. La Turchia, come è ben naturale, propenderà in siffatta quistione a favorire i Greci i quali erano, ed anche adesso sono, in gran parte suoi sudditi; donde le dissensioni furono continue, e gli accordi duraturi.

E qui giova ritenere che la Porta appunto perchè conosceva esserle conveniente di non scontentare i Greci, maneggiò in questa quistione in modo che, evitando di stabilire precisamente i Santuarii che dovessero appartenere a Greci ed ai Latini si conservò nel summenzionato trattato posizione svincolata ed indipendente: conservò nel tempo una piena libertà di far valere sempre quando le piacque e meglio le tornasse a conto i suoi diritti di sovranità sui suddetti luoghi. Col citato trattato 1740 la quistione venne, per modo di dire, assopita, ma non già definita e risolta.

Nel 1846 il luogo della Grotta ove vuolsi che sia nato C. apparteneva ai Greci. I Latini fondandosi sul possesso anteriormente avuto, vi collocarono una stella d'argento, la quale portava nel mezzo un'iscrizione latina. Una notte questa stella scomparve; essi ne incolparono i Greci; la rexmarono, e per ottener giustizia invocarono il protettorato della Francia. Questa per mezzo dei suoi rappresentanti dimandò che al clero latino fossero restituiti dodici santuari, i quali la gran cupola del sepolcro, la Chiesa di Betlemme e parte degli annessi giardini, e la tomba della Beata Vergine; e che al suo luogo fosse rimessa la stella. Queste domande furono infruttuosamente oggetto di negoziati particolari; ed invano la Francia dopo la caduta di Luigi Filippo si appellò ai Governi cattolici, onde determinarli ad appoggiarle.

Allora fu che la Repubblica Francese instò acciocché fosse dato ad una commissione mista l'esame dei diritti e delle xxioni dei due riti. Mentre la commissione compiva il suo incarico l'Imperatore di Russia tolse da ciò pretesto per rimproverare alla porta d'aver riconosciuto il trattato del 1740.

Quantunque non fondato fosse questo rimprovero, tuttavia il Sultano deferendo alla Russia, che erigevaşi a protettrice della regione Greca sciolse la commissione e ne creò un'altra composta di Ulema e di ufficiali ottomani. Ciò nemmeno poteva appagare Nicolò il quale mirava a diventar capo della Chiesa greca in Oriente per farsi scala a più alta meta; perciò pose al Governo Francese che le due potenze Francia e Russia trovassero modo di intendersi tra loro relativamente la quistione sui luoghi santi; ed una volta stabilito un accordo, se ne dovessero imporre le condizioni alla Turchia, allora che la Francia cominciò a travedere le intenzioni dello Czar; fatta accorta delle sue mire, dichiarò che alla Russia solo spettava di risolvere queste quistioni, non potendo le altre potenze senza ledere i diritti della medesima avervi parte se non officiosameute. Intanto cominciò a guardare con maggiore attività e prudenza i maneggi della Russia. E come la Porta avvisava che a bene le tornasse di finir le cose in modo da non compromettersi né in faccia alla Russia, né presso le altre potenze Europee e specialmente riguardo alla Francia; prima di convocare la seconda commissione proponeva un accomodamento in cui manifestava il suo desiderio, che si rendessero comuni a tutti i culti i Santuari che stavano fra essi divisi. Ma la Francia scorgendo che la quistione invece di risolversi avrebbe sempre sporti alla Russia nuovi pretesti a nuovi reclami; e bramando di porre questa potenza in una situazione, in cui fosse obbligata a svelare i suoi pensieri nascosti, od a rinunciare all'impresa che da lungo tempo meditava, respinse la proposta della Turchia. La Russia però non perdevasi di coraggio: continuava le sue pratiche verso la Francia, cercando di persuaderla ad unirsi a lei; pratiche che ogni giorno erano dal gabinetto Francese sempre meno apprezzate. Intrigava pure con tutti i sforzi per separare l'Inghilterra dalla Francia; la qual cosi avrebbe forse ottenuta, se questa potenza fosse stata men accorta.

In questo mentre la commissione emise il suo giudicio dichiarando che la gran cupola del Santo Sepolcro, fosse comune fra i Greci ed i Latini; la piccola cupola si possedesse dai Greci; che i latini fossero ammessi a praticar i loro atti religiosi nel santuario ove sta la tomba della Vergine; ma che compiti i riti trasportassero gli arredi e quanto avesse servito al culto; che sebbene la Chiesa di Betlemme fosse stata edificata dai Latini, tuttavia si occupasse dai Greci che ne avevano il diritto per il lungo possesso e finalmente siccome la grotta della Natività è posta xxxl'altare di questo santuario, i latini ritenessero una chiave della Chiesa e due dell'altare.

Queste decisioni furono convalidale con un firmano quantunque i Greci energicamente vi si opponessero ed invocassero assistenza e protezione dalla Russia, tuttavia in modo definitivo restò fermo che ai latini fosse rimessa la chiave della Gran Chiesa di Betlemme e che alla stella, xxxnto stata tolta ne sarebbe sostituita un'altra cisellata per cura ed a spese del Governo Ottomano.

Appena queste deliberazioni furono convalidate dalla Porta, il Gabinetto Ottomano ne informava la Russia, ed il Sultano coglieva quest'occasione per rispondere alle lagnanze fatte dalla medesima; scriveva all'imperatore che un sovrano xxale non avrebbe dovuto fargli il rimprovero d'aver approvato il trattato del 1740, mentre conosceva che la Turchia aveva sempre proceduto lealmente in tutti i suoi impegni.

Con sfarzo regio e con contegno minaccioso e fiero giungeva a Costantinopoli il principe Menschikoff ambasciatore della Russia non soddisfatta delle determinazioni della Porta, ferma di cogliere quest'occasione per mandar ad effetto i progetti di Pietro; la di cui politica Nicola avea costantemente seguita. Faceva entrata in Costantinopoli il 28 febbraio, seguito da tutti gli impiegati della legazione Russa, e un imponente corteggio di otto o dieci mila Greci, che mandavano appoggio e protezione dalla Russia nella quistione dei luoghi Santi. Questa specie di scena comica fu guardata dagli agenti delle altre potenze come un ridicolo mezzo che il talento della diplomazia Russa impiega per intimorire. Il 2 marzo in semplice paletot e cappello rotondo, senza veruna decorazione, come un semplice privato recossi alla Porta; ed ebbe una conferenza col Gran Vizir. Essendo io invitato, secondo l'uso diplomatico, a fare una visita al ministro dell'estero Fouad-Effendi, il quale costantemente alle ingiuste pretese della Russia aveva con coraggio resistito, rispose superbo ed altiero: «Non voglio vedere Fouad-Effendi cui il mio governo, e specialmente il sig. Oxeroff ministro russo presso la Porta debbono rimproverargli la più volte beata fede». Con queste parole il principe Menschikoff ottenne quanto desiderava, la dimissione del ministro dell'estero, il quale per quanto abbiano instato i suoi colleghi, non riuscirono a far si che accettasse un altro portafoglio.

Fuad -Effendi è uno dei personaggi più distinti della Turchia, il quale conosce perfettamente le instituzioni del suo paese e i sentimenti dei diversi popoli che compongono l'impero.

Fu lungamente incaricato d'affari presso le potenze estere ed in questa carriera vi acquistò tanta esperienza che giustamente fu riputato l'uomo di stato più dotto e più progressista della Turchia. Fu lieto il principe russo della caduta di Fouad-Effendi, ne menò vanto, e si inorgoglì. Credé che giunto fosse il momento di aprirsi la via per ispingere avanti i nascosti progetti della politica russa.

Sottopose quindi alla Porta un abbozzo di trattato contenente sei articoli, in cui, lasciata a parte la quistione dei luoghi santi, poneva direttamente sotto la guarentigia del Russia i diritti e le immunità della Chiesa e del Clero Greco. Svelava questo progetto intieramente le mire dell'Imperato Nicolò. Chiamava diffatti colla proposta convenzione sotto la sua protezione dieci milioni di Greci sudditi della Porta ed erige un impero sacerdotale in Oriente, onde stabilirvi un’autocrazia politica ed aprirsi la via a maggiori imprese. La Turchia fu minacciata di morte ed il Mediterraneo di diventar più tardi un porto russo.

In tali frangenti, che si rendevano più gravi perché l’Inghilterra dimostrava di non accorgersi dei maneggi della Russia, il Sultano credette opportuno di comporre un nuovo Gabinetto. Rechid-Pacha pigliò il governo degli affari esteri. Dotato di acuto ingegno e di un’onestà inconcussa avrebbe forse avuta nella carriera diplomatica e governativa una fama assai più romorosa e splendida, se avesse potuto persuadersi che in politica si corre maggior strada, si arriva più alta meta e si conchiude più facilmente colla bontà e fermezza del carattere che colla prontezza e facilità dell'ingegno. Rechid-Pacha avrebbe potuto avere, qualora se le fosse proposte fermamente, l'una e l'altra cosa. Devo al consiglio ed alle pratiche attivissime di questo Ministro la celebrata riforma del 5 novembre 1839, che la posterità ricorderà con riconoscenza attribuendogliene giustamente merito. La posizione della Turchia rimpetto alla Russia è sempre stata questa: 0 cader martire dei suoi diritti, o colla forza dell'eroismo e della giustizia farli trionfare impegnando le occidentali potenze a prestarle il loro concorso. Rechid-Pacha l'aveva compresa in tutta la sua estensione, epperciò le ambasciate a cui fu spedito in Parigi e Londra impiegò tutto lo studio e tutta l'arte del suo penetrante ingegno, maneggiò con si rara prudenza e si comportò con tanta umanità, che giunse ad acquistare alla Turchia le simpatie le due potenti nazioni Inghilterra e Francia.

Il principe Menschikoff aveva fissato per la risposta soli cinque giorni. La Porta rispondeva, che stante le mutazioni presi nel Ministero, non poteva il nuovo segretario dello stato per gli affari esteri trovarsi in grado di deliberare nel breve spazio di tempo fissato intorno il proposto progetto di statuto; ma che però entro altri cinque giorni avrebbe provato di dare una soddisfacente risposta.

L’Ambasciadore Russo conchiudeva, che la Porta rifiutava di accettare la proposta di guarentigia al Culto Greco-Russo Ortodosso, e che perciò il suo Governo doveva cercare questa guarentigia nelle proprie sue forze; annunziava che egli e tutti gli Ufficiali addetti alla legazione di Costantinopoli sarebbero senz’altro partiti.

Credeva Egli con siffatta minaccia concepita in termini xxxxeri e sdegnosi di intimorire la Turchia; ma non produsse l’effetto che desiderava. Avrebbe dovuto ricordarsi che solamente tre anni prima, nel 1850, la Russia unita all'Austria quando pretendeva dalla Turchia lo sfratto dei rifugiati politici, dovette ritirare le sue inumane pretese a fronte resistenza che la Porta vi oppose appoggiata dall'Inghilterra e dalla Francia. L'istessa unione che si stabili ora poteva. con più forte ragione rinnovarsi in questa quistione, in cui erano complicati gli interessi di tutta Europa. Se il principe russo meglio avesse ricordato il passato non si sarebbe lasciato trascorrere a tanta intollenza, ed a cosi amare minaccie. La Russia avendo voluto pretendere colle intimidazioni precipitò gli evenimenti. Il plenipotenziario Russo volle però prima di partire tentare di intimidire anche il Sultano. Instò in modo imperioso, affinché questi gli accordasse un'udienza. Quantunque sdegnato per la sua audacia Abd-ul-Megiil, tuttavia diede ordine ai suoi ufficiali di introdurlo dicendo: volere che egli sapesse per bocca sua propria essere i suoi ministri fedeli organi della sua volontà immutabile. Fu certo dal Sultano mantenuto il propostosi contegno; perchè, appena lasciata la Regia, il principe Menschikoff con tutti gli ufficiali diplomatici la Russia abbandonò Costantinopoli.

La Francia, edotta di questi fatti, pubblicò nel Moniteur che questa quistione, affatto diversa da quella dei luoghi santi riguardava i soli interessi della Turchia, di cui essa particolarmente doveva calcolarne il valore; e che, se dalla medesima fosse stata per nascere qualche complicazione, allora la quistione diventerebbe europea, e la Francia e le altre potenze avrebbero dovuto prendervi parte. La Porta intanto diriggevasi ai rappresentanti Francese, Inglese, Austriaco e Prussiano annunziando loro ufficialmente le pretese della Russia, e dichiarando, che dopo la partenza del Principe Menschikoff, doveva senza indugio prepararsi alla difesa contro qualunque aggressione possibile.

Quantunque la squadra inglese restasse immobile a Malta, tuttavia la Flotta Francese del Mediterraneo ricevette ordine di recarsi in osservazione nell'Arcipelago Greco e di mantenersi pronta ad ogni evento. Ciò significava che il Governo Francese voleva sostenere, non ostante le esitazioni della Inghilterra, i diritti della Turchia.

Era allora ministro per gli affari esteri in Inghilterra Lord Aberdeen, il quale forse troppo confidente nella buona fede dello Czar, si ostinava a non vedere nella quistione d'Oriente che quella dei Luoghi Santi, o per meglio il pretesto, e non la causa. Conosceva le opinioni del ministro l'Ammiraglio Dundas, perocchè invitato dall'Inviato Inglese a Costantinopoli di portare la sua flotta nelle ad Turche rifiutavasi; ed intanto ne informava il Lord Aberdeen che lodava il dato rifiuto. Ciò diede luogo a supporre che impossibile fosse un'alleanza tra l'Inghilterra e la Francia o quanto meno un'unione per intraprendere insieme guerra. Ora questi sospetti cessarono affatto. Sta solo a vedersi quali saranno i frutti di tale alleanza.

L'una e l'altra però fecero delle rimostranze alla Russia, tentarono con tutta l'efficacia dei mezzi diplomatici di indurla a ragionevoli accordi: ma invano. Essa passato il Pruth invase i Principati Danubiani. I Consoli di Francia Inghilterra levarono le insegne del loro Governo e parlarono protestando contro l'improvvisa occupazione.

Contro una tale invasione reclamando con tutta ragione nella pienezza dei suoi diritti la Porta, partecipo per mezzo di Omer-Pacha al Generale Russo comandante l’Armata di occupazione, che se entro quindici giorni o avesse abbandonati i Principati, la guerra sarebbe stata la conseguenza del suo rifiuto. I quindici giorni fissati spiravano al 23 ottobre 1853, ed essendo trascorsi senza veruna risposta, nel suddetto dì ebbe luogo il primo scontro tra i Turchi ed i Russi presso Issatcha luogo fortificato sulla riva sinistra del Danubio, appartenente ai Turchi, situato tra Ismail e Rheini..

II

Omer-Pacha ricevette ordine di passare il Danubio, e di conseguire coll’armi quanto si rifiutava diplomaticamente, l'evacuazione della Moldo-Valacchia. Calcolando il vantaggio che ebbe ottenuto occupando fermamente la posizione di xxxafat nella piccola Valacchia, mediante la quale sarebbe stata tagliata ai Russi la via per la Servia, ne progettò l'impresa; se le sue forze per isviare l'attenzione del nemico; mentre Corpo d'armata Russo avanzavasi nella piccola Valacchia xxxrajowa e Salatina egli tentò dalla parte Giorgewo il passaggio del Danubio ad Oltenitza, che trovasi distante da Bucharest tre giorni di cammino. Quando i Russi si accorsero del disegno dei Turchi provarono di opporvisi, ma era troppo tardi. Questi s'impadronirono di un edificio destinato alle quarantene sulla sponda del fiume e vi si fortificarono con molta celerità ed assennatezza meravigliosa. Stando i Russi appoggiati sul villaggio di Oltenitza, ed i Turchi ai loro trinceramenti. Quelli attaccarono i primi, risposero questi col fuoco delle loro batterie energicamente; poscia si scagliarono intrepidi alla baionetta sul nemico; il quale dopo quattro ore di lotta terribile e sanguinosa, stordito dell'avversario coraggio e della disciplina costantemente osservata fu obbligato a cedere il campo lasciandovi morti un colonnello, in tenente-colonnello, ventiquattro ufficiali e trecento settanta soldati, oltre ad ottocento cinquantasette feriti tra cui un generale, sei maggiori e venti ufficiali. Perdettero pure una gran quantità di armi; locchè dimostra a quale disordine e scompiglio si fosse abbandonato l'esercito Russo. La notizia di questa vittoria produsse un entusiasmo in Costantinopoli indescrivibile. Il desiderio di guerra nei Mussulmani diventò una passione furibonda; Omer-Pacha ebbe da tutta Europa encomi di valentissimo generale; tutte le speranze dei Turchi si riposarono sovra di lui, riputandolo guerriero formidabile ed invincibile. Ma in Russia fu tanto l'avvilimento e lo sdegno, che lo Czar per lavar la macchia caduta sulle sue armi meditò l'orribile macello di Sinope. Anche in Asia erano cominciate le ostilità con buon augurio, perciocché nello stretto di Iakortola nel Daghistan, attaccati i russi simultaneamente all'Est, ed all’Ovest furon battuti da Abdi-Pacha e Selin-Pacha, i quali tentavano di congiungersi a Schamyl. Venti mila Russi, stando allo notizie dei giornati austriaci che non poterono mai smentire sarebbero stati pienamente distrutti. Se quindi i fatti d'armi turchi non furono più coronati da eguale prospero successo devesi piuttosto che alla mancanza di perizia dei Generali di bravura nei soldati attribuire alla difficoltà di porre l’insurrezione del Caucaso in comunicazione col mare per poter fornire a quegli indomabili e fieri Montanari armi e munizioni.

Lo Czar irritato dalle diverse sconfitte che la sua armata aveva toccato sul Danubio ed in Asia, sfogossi con una vergognosa ed inescusabile carnificina: a Sinope. La flotta di Omer-Pacha non incrociava sul mar Nero, ma secondo le istruzioni ricevute attendeva a mantenere le comunicazioni tra Costantinopoli e l'Anatolia. Egli riposava sulla fede dello Czar, il quale aveva dichiarato di star, non ostante lo stato di guerra, in quelle acque sulla difensiva finché i negoziati colle potenze alleate non si fossero resi infruttuosi; e tanto egli vi si fidava che avendo il 27 novembre visto approssimarsi due vascelli ed un brich russi fino al tiro delle batterie di terra di Sinope, non ordinò di farvi fuoco contro e non spedi per soccorso alle squadre alleate.

Comparve il trenta del suddetto mese la squadra comandata dal Vice Ammiraglio Nakimoff composta di tre vascelli a re ponti, tre vascelli di second'ordine, due fregate, e di tre battelli a vapore; questi legni entrarono nella baja di Sinope. Quattro altre fregate rimanevano fuori con alcuni bastimenti incrociandosi verso il capo di Indighè per sorvegliare se giungesse soccorso da Costantinopoli. I bastimenti Turchi in Sinope erano undici e portavano 460 cannoni.

Questa città è posta sulla riva asiatica a cento leghe dal Bosforo, quasi in faccia di Sebastopoli. Ha un’importanza considerevole sia per il cantiere di costruzioni navali, che per il suo porto, o meglio, la sua baja che è difesa da alcune batterie, sotto la protezione delle quali Osman sperava ad ogni evento di potersi riparare. È però da osservarsi che esso stando fiducioso sulla fede Russa non aveva collocate le sue navi in modo che esse potessero ricevere tutto il soccorso possibile dalle batterie di terra.

I sei vascelli russi entrati nella baia portavano 690 cannoni, oltre a 160 che avevano le navi d'osservazione, in tutto contavano 760 bocche da fuoco. L'Ammiraglio Russo schierò sue navi a traverso i bastimenti turchi, quindi spedi un ufficiale del suo Stato maggiore ad Osman-Pacha, che gli intimò d'abbassare la bandiera ottomana. Questi rispose l'insulto ordinando che si tirasse sul vascello Ammiraglio Russo. Allora cominciò il fuoco su tutta la linea. I Turchi combatterono con disperato coraggio, con un ardimento eroico; ma tanta loro virtù non valse; le batterie di terra giovarono poco a proteggere le loro navi. In sulle xxx ore circa, dopo il meriggio, la flotta Turca era totalmente distrutta, eccettuato un battello a vapore che ebbe tempo di fuggire per recar la trista notizia a Costantinopoli. Quattro mila cinquecento cinque uomini perirono; trecento, quantunque feriti non mortalmente, per mancanza di soccorsi pure perirono. Osman-Pacha fu fatto prigioniero con cento venti marinai e condotto a Sebastopoli. Questo atto feroce che la storia a perpetua infamia della Russia registrerà caratteri di fuoco e sangue è tanto più barbaro in quanto che non si contentarono i Russi di ardere le navi Turche, abbandonare spietatamente i feriti; ma incendiarono gran parte della città di Sinope senza altro scopo, che quello di vendicare una sconfitta che essi avevano sofferto in campo aperto, senza tradimento, e nelle forme onorate della guerra Quest'alto fu dalla Francia e dall'Inghilterra considerato come un assassinio; e fu loro di eccitamento a prender parte attiva alla guerra. Tutta Europa lo condanno; gli armamenti delle suddette due potenze furono sollecitati con ardore, quasi spinte dal grido universale delle nazioni civilite.

In sul far del giorno 5 gennaio 1854, le squadre alleati entravano nel mar Nero. La Francia con 14 navi portando 914 bocche da fuoco; l'Inghilterra con 20, armate di 112 pezzi d'Artiglieria; in tutto trentaquattro navi, con 2034 bocche da fuoco.

Mentre gli alleati si inoltravano nel mar Nero, nuove vittorie dai Turchi si riportavano sul Danubio. I Russi si preparavano ad attaccare Kalafat. Ibmed-Pacha senza fer conoscere i suoi divisamenti disponevasi anch'esso a dare battaglia, e conduceva le sue truppe verso Citrate per cui passa la strada che conduce a Kalafat. In sul far del giorno del 6 gennaio, il nemico era attaccato sopra una collina da cui fu obbligato di sloggiare. Le artiglierie comandate Ismail-Pacha lo fulminavano con meravigliosa destrezza, chè costretto ad indietreggiare, si ritirò dentro il villaggio di Citrate; allora i Turchi partirono alla baionetta. I Russi contendevano loro ogni casa, ogni camera, ogni muraglia, si apri una carnificina terribile: non si chiedeva e non si accordava quartiere da ambe le parti; il sangue scorreva. In ogni lato e si moriva coll'armi alla mano combattendo.

Furono visti ufficiali Russi vergognosi della sconfitta precipitarsi forsennati sulle baionette nemiche. In sul meriggio villaggio era in potere dei Turchi. Ritiravansi i Russi verso la strada, ma trovandosi minacciati dalla cavalleria urca la quale gli sbarrava il cammino, si ripiegarono in una ridotta sopra un'altura, che previdentemente avevano co rutta. Stavano già i Turchi pronti ad attaccarla, quando viddero che giungevano da Motzcizei, da Božlechti e dai circonvicini villaggi numerosi rinforzi. Fu impegnata con le truppe che s'avanzarono in soccorso ai fuggienti la zuffa, dopo un accanita lotta verso sera la vittoria si mostrò dole ai Turchi. Soppragiunta la notte, da ambe le parti cessò il combattimento. Ahmed-Pacha credette prudente di tirarsi; locchè fece senza contrasto e comodamente, lasciando però sul campo trecento trent’otto morti e conducendo con sé settecento feriti. Più grave perdita ebbero i russi, i quali valendosi della notte abbandonarono la ridotta dopo aver sepolti i morti che suonanavano a millecinquecento, e fatti trasportare i feriti in numero di duemila abbandonarono anche Citrate. A Sinope i Turchi dimostrarono di saper morire valorosamente; a Citrate dimostrarono sapere vittoriosamente combattere. Sia morendo, che vincendo l'Europa ammirò il loro coraggio e la loro disciplina.

Non si dimenticavano intanto le pratiche per la pace.

Mentre dalle due potenze facevansi armamenti e davansi disposizioni grandissime per porsi ad ogni evento in istato di sostener la guerra, e mentre le armi Turche facevano prove di valore con prospera fortuna in sul Danubio, e con meno felici risultati, ma con eguale ardore e disciplina combattevano in xxia, la diplomazia non lasciavasi sgomentare dal cannone; piegavasi ora in congressi, ora con note, ora con pro ti per combinare un accomodamento. L'Austria si era unita in queste pratiche alla Francia ed all'Inghilterra; essa si propose mediatrice e paciera; e non una sola volta, ma a riprese presentò progetti di pace. Con qual intenzione interponesse l'opera sua, se per far protrarre le ostilità e dar tempo alla Russia di provvedersi, ovvero si intrommettesse lealmente colla brama di ritornar la tranquillità all'Europa, chi potrebbe indovinarlo? È certo che per quanto abbia fatto onde conciliarsi la confidenza della pubblica opinione, questa le fu sempre costantemente negata. Il diffidare del l'Austria non è solo prudenza, ma diventò una necessita degli intelletti sani. Ove essa intriga il sospettar tradimenti quando promette temer vendetta e spergiuri diventò regola di chiunque abbia a fare con essa. Va forse non è lontano il momento, in cui anche dalla testa birostrata dell'aquila cadrà la maschera. Nel vero il fatto sta che i suoi progetti di pace non furono cagione che di ripetuti congressi e di ripetute discussioni; la conclusione è tutt'ora riservata alle bombe ed alla mitraglia.

Non accettati i progetti fatti dall'Austria, inutile tornata la lettera autografa che Napoleone scriveva allo Czar, onde persuaderlo a ragionevoli trattative non rimaneva più probabilità di accomodamento. Allora il Governo Francese nel foglio officiale avvertiva la nazione, che era prossimo i giorno in cui essa avrebbe dovuto sostenere la propria causa con mezzi più efficaci, i quali non erano quelli della diplomazia; e che l'Imperatore faceva assegnamento sul patriottismo francese. Diresse una circolare agli agenti diplomatici in cui respingendo la risponsabilità degli evenimenti d'oriente si dichiarava, che tanto Francia quanto Inghilterra non intendevano, entrando nella lotta, di sostenere l'Islamismo, di proteggere la Turchia contro la cupidità Russa. L'opinione pubblica intanto, per la pubblicazione che fece il ministero di Francia dei documenti relativi alla quistione d'Oriente restava pienamente illuminata sulle ambizioni della Russia voler essa gettarsi su Costantinopoli dominare sul Mediterraneo e sul Baltico, abbracciare l'Europa dal Mezzodì e Settentrione, e preparare su tutto il continente la dominazione del knut.

Anche in Inghilterra ogni giorno maggiormente cresceva la simpatia verso la Turchia; la sua causa era propugnata dai giornati di ogni colore con molta energia. Venuto al potere Lord Palmerston, aveva al Parlamento sostenuto vivamente i diritti minacciati della Porta. Le cose si erano condotte al punto che la dichiarazione di Guerra alla Russia per parte Belle potenze occidentali non poteva più sospendersi senza compromettere la loro dignità ed i destini d'Europa. Perciò il tredici febbraio 1854, si firmava un trattato di alleanza offensiva e difensiva tra le suddette potenze e la quelle si impegnavano a sostener la Turchia colla forza delle armi fino alla conclusione di una pace, che assicurasse l'Indipendenza dell'Impero Ottomano e l'integrità dei diritti del Sultano. E la Turchia impegnavasi a non firmar atti di pace senza il consenso delle suddette due potenze; le quali obbliavansi dal canto loro, conchiusa la medesima, di ritirare le oro truppe da ogni luogo dell'Impero. Cominciarono dopo la ratifica del trattato suddetto le spedizioni delle truppe alleate.

III

Lasciammo di accennare come la Russia per rendere ai Turchi maggiormente difficile la guerra suscitasse la insurrezione dei Greci soggetti alla Turchia, e la favorisse con armi e con danaro; e come pure insorgessero la Bosnia e Servia ed altre provincie dei Principati Danubiani dietro influenti mene della Nordica potenza.

Il grido di Indipendenza e di Libertà aveva corraggiosamente risuonato, e trovato eco spontaneo in Grecia, terra Hassica per virtù, per scienze, per arti, per gesta gloriose.

Quantunque nella maggior parte della Grecia soggetta alla dominazione ottomana i sentimenti di amor patrio e di indipendenza siano stati soffocati dall’abrutimento sotto un giogo di molti secoli; e che degli antichi costumi e carattere, e della antica grandezza non si trovi altra impronta che nei Monumenti, i quali sfidarono il tempo; tuttavia tanto on potè il servaggio da cancellare in quel popolo la mem oria della sua prisca origine. Un popolo che come il greco abbia avuta un'origine gloriosa e che la mantenga nel suo pensiero inobliata non può prescrivere sui suoi diritti, non può morire al civile progresso. Alla minima scossa si desta; ad una voce generosa risponde col vigore di tutte le sue forze; e tardi o tosto tornerà ad occupare fra le nazioni incivilite l'antico suo seggio. La Russia comprendeva come fosse facile in un popolo simile con piccola scintilla destare un grande incendio. Fece suonare in mezzo alla generazione schiava la parola magica, ed essa si scosse; ne aiutò i moti col danaro e coll’armi; in un momento gran parte della Grecia si trovò sul campo a combattere per la propria indipendenza. Il forte di Riniassa sulle coste d'Epiro si arrese agli insorti: quello di Platanos e la città di Fanari nella Tessaglia si diede pure agli insorti; i Distretti di Paramigia e di Chimara si levarono in armi, insomma la rivoluzione progrediva ogni giorno e vittoriosamente la sua bandicra scorreva la Grecia. Credevasi che il re Ottone, oltre all'aver incoraggiata la rivolta, per accrescerle vigoria fosse disposto di recarsi in persona a combattere contro i Turchi.

Ciò si credeva con qualche fondamento perchè correra voce che non solamente la Russia, ma secretamente anche l'Austria secondasse l'insurrezione; e si confermò per vero che il Re coi rappresentanti di Francia ed Inghilterra che lo invitavano ad impedire gli aiuti che dal suo regno si portavano agli insorti si esprimesse in questi termini: «piuttosto che comprimere questi moti mi lascierei troncare le mani».

Per quanto la Turchia cercasse di frenare i movimenti dell'insurrezione greca, tuttavia essa abbracciò tutto l'Epiro, e la Tessaglia ed altre provincie; e forse avrebbe acquistato intieramente il terreno, se la Francia non fosse intervenuta a favore della Porta colle armi alla mano; perchè questa in pegnata, come si trovava a far fronte alla Russia in sul Danubio e nell'Asia, non avrebbe potuto disporre di forze sufficienti per arrestarne l'impeto. La qual cosa sarebbe stata tanto più difficile in quanto che, come si disse, il re Ottone apertamente, dietro le raccomandazioni dello Czar e forse anche dell'Austria permetteva che dal suo regno uomini, soldati e Generali partissero al soccorso degli insorti. Fecero in quella lotta prove di coraggio i Greci; e guidati dai Generali Grivas, Zervas e Botzaris, Zavellas ed altri bravissimi, batterono alla testa degli insorti indisciplinati e mancanti di tutto fuorché di coraggio non poche volte i Turchi in ordinanza, bene provvigionati, esperti nell’armi e sottomessi ad una buona disciplina.

L'insurrezione dei principati Danubiani infastidiva anche l'Austria, la quale ha ragione di temere ad ogni grido di rivolta; e l'infastidiva tanto più, in quanto che quel grido partiva da un suolo limitrofo. Essa aveva dichiarato che non potendo permettere, senza suo danno, che si propagasse un insurrezione ai confini del suo Stato, sarebbe stata obbligata di intervenire colle armi per sedarla. Ma il suo intervento armato in quelle regioni poteva dar sospetto alle potenze alleate e rompere le relazioni amichevoli colla Russia, che essa studiavasi di conservare colla sua neutralità negli affari d'Oriente; o, quanto meno, toglierle quella influenza che le era necessaria di conservare, onde non perdere la sua posizione di mediatrice, che si era procurata con tant'arte e che tanto le era utile per mantenersi neutrale. Onde evitare tutti questi inconvenienti si valse della dichiarazione che le potenze alleate avevano fatta: non voler trattar pace intanto che i principati non sarebbero stati abbandonati all'armi russe. E dando peso a questa condizione presso lo Czar insisteva per l'abbandono dei medesimi, osservandogli, che in caso di persistenza essa sarebbe stata costretta d’unirsi a Francia ed Inghilterra. Proponeva per tutelare le armi russe in quelle contrade dagli eserciti alleati e restringere la guerra in altra regione, finché sarebbesi trattata la pace, di occupare essa medesima provvisoriamente i principati; pronta ad abbandonarli, sia quando le trattative suddette si fossero rese infruttuoso, sia che avessero avuto lo scioglimento favorevole. Questa proposta fu accettata all'Imperatore delle Russie, e dalle Potenze occidentali, e Austria occupò i principati con ottantamila uomini. In questo modo ottenne un doppio scopo, quello di guarentire proprio territorio delle conseguenze d'una insurrezione che alzava la forze ai suoi fianchi, e quello di conservarsi mediatrice fra le potenze belligeranti; e forse anche quello di poter più comodamente servire quando che l'occasione si presentasse ai disegni della Russia.

Eransi ribellati anche i Montenegrini, ma poscia venuti trattative ritornarono all'antica loro soggezione della Turchia.

Le flotte alleate sotto il comando degli Ammiragli Dundas inglese, ed Hamellin francese si incrociavano sul Mar Nero onde impedire ai nemici di prestarsi soccorso per le vie di mare; intese però a vendicare l'atroce misfatto di Sinope spedirono alcune navi sopra Fokciani città trincerata, popolata di trenta mila abitanti; e divisa dal fiume Milkow in due parti. Le navi appressatesi all'imboccatura del porto cominciarono il bombardamento. Invano le batterie delle trincere opposero resistenza, ogni difesa fu inutile; in poche ore città fu distrutta. La parte inferiore della medesima, in cui abitavano i due terzi della popolazione ed esistevano migliori edilizii, gli ospedali militari ed i magazzeni amplissimi di vettovaglie, di munizioni e dei varii oggetti di armature fu incendiata quasi intieramente; sole sei case rimasero salve; i magazzeni, le provvigioni, andarono in fiamma. Quasi egual sorte ebbero Odessa, ed il Porto di Batum. Da prima è città marittima considerevolissima per il suo commercio e per la sua industria, numerosa di oltre sessanta mila abitanti. Le flotte alleate chiusero l'imboccatura del suo vasto porto, e quindi imposero che loro si consegnassero le navi russe ivi ancorate; fu risposto con rifiuto allora fulminarono contro la città. La batteria del porto distrutta; nove navi russe incendiate; molte case rovinate. Priva ora del suo commercio Odessa è città squallida e deserta. Dopo il bombardamento le navi fecero vela e si allontanarono.

Poiché fu Crimea fatta teatro di guerra la flotta si impadronì di Eupatorii, poscia di Balaklava; più tardi porlo di Kerici, e di Jenikalè nello stretto del mare di Azof, e di Genizzi tra questo mare ed il mar putrido, come avverrà di accennare più appresso.

Mentre tali fatti avvenivano nel mar Nero, nel Baltico un'altra flotta con maggiori forze veleggiava sotto il comando del celebre Ammiraglio Napier e dell'Ammiraglio Paraguai di Alliers. Il primo in questa spedizione vuolsi che non abbia soddisfatto alla aspettative, che si erano sulla sua abilità e sul suo valore concepite; epperciò fu chiamato a render ragione del suo operato. Il fatto sta che nessuna intrapresa d'importanza fu segnata degna di essere annoverata fra quelle che fecero cosi glorioso il suo nome. Poiché bombardamento e la presa di Bomarsund, quantunque abbia fruttato onore ai valorosi che presero parte al combattimento e specialmente a cacciatori di Vincennes che grandemente si distinsero, tuttavia non può considerarsi come una impresa nei fasti navali straordinaria. La Russia saputo l'arrivo delle nemiche flotte nel mar Baltico, ordinò nelle sue squadre si mantenessero nei porti ed evitassero battaglia. Per la qual cosa non rimaneva a Napier di attaccare, e di abbattere le fortificazioni di Cronstad e Revel, che i Russi tengono nel suddetto mare, dove si trovavano ancorate flottiglie russe; ovvero limitarsi a dar la caccia a quelle navi mercantili o di guerra, che per ragion di commercio, per qualche speciale ordine avessero dovuto abbandonare porti. Si tenne, a quanto pare, a quest'ultimo partito; imperocchè le fortezze di Cronstad e di Revel essendo guarnite di ogni mezzo di difesa, forse non credette di avventurar flotta al pericolo di essere distrutta. Per mezzo della prima queste due posizioni marittime, qualora gli fosse stato dato abbatterla, avrebbe potuto penetrare fino alla capitale della Russia a Pietroburgo e distruggere tutto il miglior materiale delle squadre nemiche; pensiero che egli aveva concepito prima di porsi al comando della flotta inglese, e e in pubblico banchetto disse di voler mandar ad esecuzione. Ma quando conobbe la difficoltà dell'impresa dovette mutar proposito; ed attenersi piuttosto ad un sistema di ecco che sfidare il nemico dentro le proprie fortificazioni.

Siamo sicuri che egli potrà giustificare il suo operato, ma non sappiamo se meglio di lui potrà il suo successore maneggiarsi in quel mare. Già da alcuni mesi parlasi che questi intendesse di attaccare Revel; ma fin'ora non furono che voci e supposizioni dei giornatisti. Nessuna operazione rimarchevole venne fatta nel mar Baltico dai nuovi Ammiragli. E però vero che la campagna non è ancor chiusa e che loro rimane tempo ad operare prima che il gelo li costringa ad abbandonare quelle acque.

V

Fino dal mese di aprile i soccorsi delle Potenze occidentali erano giunti a Varna. Più di ottanta mila armati tra fanti e cavalieri, ed artiglieri sbarcarono alle bocche del Danubio, e quasi giornatmente arrivavano nuovi rinforzi sicché vuolsi che l'armata alleata in sul finire di settembre contasse ducento mila uomini; cinquanta mila spediti dal l'Inghilterra, e cento cinquanta mila mandati dalla Francia li quali uniti ad altri cento cinquanta mila messi in arme e dalla Turchia componevano un esercito forte di trecento cinquanta mila combattenti. Opponeva la Russia, se vuole tener conto delle asserzioni che leggevansi nei giornati pi disinteressati, un'armata considerevolissima e molto più superiore in forze. Il principe Giorgiakoff comandava nelle Volacchia settantacinquemila soldati tenendo il suo quartier generale a Buckarest. il Generale Luders guardava con quarantacinque mila combattenti gli sbocchi del Sereth del Pruth. Liprandi con quarantadue mila soldati investir Kalafat. Osten-Sachen si teneva tra il Pruth ed il Dniester sessanta mila uomini. Seinchnikoff organizzava un corpo trenta mila armati nella Volinia. Le truppe mobili che avanzavano verso Odessa, la Tauride, la Crimea erano numerose di quarantacinquemila combattenti. Il principe Woronzoff stava nel Caucaso con cento ottantadue mila armati, senza la riserva, e teneva il suo quartier generale a Tiflis. Occupavano l'importante posizione strategica di xxxaciem quaranta mila soldati. Questo esercito opponeva la Russia contro la Turchia e gli alleati dalla parte di Costantinopoli forte di cinquecento mila combattenti, e so tenuto da settecento cannoni da campagna.

In una guerra che si estende in cosi vaste dimensioni è difficile il tener conto di tutti i fatti militari. Ci basterà accennarne i principali.

Il 23 marzo 1854, i russi avevano passato il Danubio su tre punti; presso Braila, Galaiz e fra Tuleia ed Isàcika. Questo passaggio loro fu contrastato vittoriosamente sei volte; sempre furono respinti con grandissimo danno. Il giorno dopo ritornarono all'impresa, ma Omer-Bascià sia perchè credesse di non poter più a lungo sostener le prove dell’armi nemiche, le quali avevano ricevuti molti rinforzi; sia perché stimasse opportuno di concentrarsi sovra Mancin e quivi spettare il nemico e dargli battaglia, ordinò la ritirata su detto luogo, e recò il nerbo delle sue forze fra Turuckai lo sbocco d'Argis, in vicinanza Olsteniza. Riaccesasi quivi battaglia dopo che i russi ebbero passato il Danubio, toccarono una sconfitta tale, che più grave non avevano sopportata in tutte le antecedenti fazioni di guerra. Altra battaglia di non minor importanza e con egual fortuna, oltre ella di Kalafat, vinsero i turchi il 29 aprile presso Cerna da in cui i russi non erano in numero minore di 120 combattenti. Battuti da tutte parti, inseguiti furiosamente sciarono sul campo immenso numero di morti e di feriti.

Dopo questa battaglia un movimento generale di truppe si e sovra tutta la linea del Danubio. Le evoluzioni militari ero scomparire dal suolo ogni segno di opere agricole, ne se mai vi fossero stati abitatori in quelle contrade.

Manifestossi dal concentramento imponente delle soldatesche i russi facevano nelle vicinanze di Silistria la loro inazione di assediarla e batterla. I Turchi diedero mano con xxxnde energia a costrurre nuove trincere ed armare i punti maggior importanza; e dal loro canto su tre punti i i cominciarono il bombardamento.

Una fra le condizioni per trattare la pace imposte alla Russia, come si è detto, era l'abbandono dei Principati. Notammo essere stato stabilito che provvisoriamente venissero occupati dall'Austria: ma intanto né questa Potenza entrava od occuparli; né la Russia si curava di abbandonarli. Forse l'Austria d'accordo colla Russia, voleva lasciarle aggio di prendere Silistria, affinché lo Czar potesse tener posizione sovra una linea che cominciava da questa fortezza e che si sarebbe la Obrugia lungo il Sereth fino al confine austriaco della Bukovina. Cosi gran parte dei Principati rimanendo evacuati, l'Austria sarebbe rimasta soddisfatta; in faccia alle Potenze occidentali avrebbe potuto conservare la sua attitudine di paciera, ed appoggiare alla seguita evacuazione le sue mediazioni di pace favorevoli alla Russia. Intanto questa Potenza tenendosi ferma su Silistria e conservando la linea sovra indicata restava guarentita per le successive operazioni militari. Ma queste combinazioni vennero distrutte dalla resistenza che faceva Silistria. Essa teneva fermo, e le armi russe invano sforzavansi di espugnare quel baluardo Varie battaglie state date in quei dintorni furono colla loro peggio. Il valore ottomano veniva confortato dall'arrivo delle truppe alleate a Varna. Omer-Pacha prese un'attitudine offensiva, ed obbligò le armi russe a levar l'assedio di Silistria; quindi ripassato il Danubio le sconfisse a Giurgevo.

Il combattimento fu sanguinoso. I russi si ritirarono nel massimo disordine sino a Fratesti sulla strada di Bukarest.

Qui ad una parte riuscì di raccogliersi senza però poter far testa. Il resto dell'armata continuò in fuga sino a Calugereni e verso Argis. I Russi lasciarono il campo seminato di morti e di feriti; anche ai Turchi costò cara questa vittoria, perdettero mille e settecento uomini. Il combattimento ebbe luogo sovra tre punti della riva del Danubio, nella città di Giurgero, al disotto della medesima e verso il Nord colle truppe della Divisione Chruleff che vi perdè un braccio. Questa battaglia rindonderà ad eterna vergogna dei Russi, giacchi superiori in forza di gran lunga agli ottomani sovra un piano in cui poteva agire vantaggiosamente la loro cavalleria che formava il nerbo principale dell'esercito; padrone di un terreno che lo tenevano da un anno fortificandolo nelle migliori posizioni, potevano considerarsi in proporzione dicci volte più forti dei Turchi. Questi invece dovevano, come arditamente fecero, impossessarsi delle isole in faccia a Giurgevo, prendere d'assalto le formidabili batterie erette sulla spiaggia; conquistare palmo a palmo il terreno con accanito combattimento, por piede a terra, ordinarsi e di sporsi a battaglia sull'opposto terreno. Ebbero perciò onori del trionfo non contestati, anzi resi dagli istessi nemici.

Veramente gloriosa per gli alleati, degna della storia fu la battaglia d'Alma. Il venti settembre i Russi avevano concentrate le loro forze sul fiume per impedirne il passaggio.

Il Principe Vensikoff: in persona comandava a più di cinquanta mila combattenti oltre a seimila cavalli e cento ottanta cannoni. Il Generale Busquet francese sostenuto dal Generale Canrobert avviluppò la sinistra dei Russi o con questo. movimento, assicurò la vittoria; gli Inglesi comandati dall'intrepido Lord Raglan minacciavano la destra. De Saint Arnaud manovrava al centro per distogliere l'attenzione dei Russi sulle operazioni che facevansi ai loro fianchi.

Quando Lord Raglan e Boquet si trovarono in posizione di attaccare il nemico, De Saint Arnaud che dirigeva la guerra diede il segno dell'attacco generale. Il fiume Alma fu traversato a passo di carica. Il principe Napoleone si impadronì del Villaggio. Allora il fuoco si estese terribile sovra tutta la linea, la lotta diventò sanguinosa e mortale alle quattro della sera le truppe alleate erano padroni del campo. L'esercito Russo fu volto in fuga e se gli alleati avessero avuta sufficiente cavalleria sarebbe stato pienamente disfatto. Il Principe Hensikoit tenendosi sicuro della vittoria aveva lasciati nella sua tenda la carrozza, il portafoglio e la sua corrispondenza; costretto a fuggire abbandono ogni cosa, se ne impossessò il Maresciallo de Saint Arnaud. Più di cinque mila uomini e più di diecimila fucili perdettero i Russi; gli alleati tra morti e feriti ebbero due mila soldati. Le posizioni dei russi furono tutte prese alla baionetta. Questi gettavano a Terra i fucili ed i sacchi per essere più celeri alla fuga. Al valore dei turchi devesi in gran parte l'esito fortunato della giornata. Essi avvilupparono il Generale Russo e girarono le batterie. In questa battaglia furono segnati la disciplina ed il coraggio degli Inglesi; gli allori del trionfo però debbonsi egualmente compartirsi al valore degli eserciti alleati; chè ognuno compi il dover suo con entusiasmo e bravura indescrivibile.

Il pensiero dei Generali alleati era di battere Sebastopoli ed impossessarsi della Crimea. A questo fine era stato la battaglia d'Alma, ed era stata presa Balaklava. De Saint Arnaud a cui si vuole attribuire questo piano di Guerra non poté godere a lungo i trionfi della descritta vittoria. Molestato da un anno da aneurisına, e di fresco attaccato dal colera al 28 settembre, cioè otto giorni dopo la battaglia d'Alma mori. Prese il comando dell'esercito francese il Generale Canrobert, giovane valoroso, ma non troppo dalla fortuna favorito; il quale più tardi o perché diffidasse delle proprie forze, o perchè glielo imponesse il suo Governo, abbandonò la Direzione della Guerra al generale Pellissier venuto d'Africa con onorata fama. Il Piano d'operazione era di concentrarsi in piena forza nella Baja di Kalamita per impadronirsi delle sorgenti d'acqua della Crimea scacciarne i Russi, e gettarsi su Sebastopoli; perciò le armate appena questi lasciarono Belbek si avanzarono sino al di là del Katcía, e la flotta a Balaklava spingeva a terra le artiglierie d'assedio. Il Generale Mensikoff conosciuto il pensiero dell'inimico si affrettò ad occupare le alture di Bakci-Serai la strada di Simferopoli. Se gli alleati avessero riuscito scacciare i Russi prima che si fossero rinforzati in quella zona colle truppe arrivate da Perekop l'assedio di Sebastopoli sarebbe stato assai facilitato, perchè un esercito il quale non si trovi in possesso della regione dove hanno sorgente i fiumi che si scaricano nel mar Nero, ed in quello d'Azof, non potrebbe tenersi in Crimea più di tre o quattro settimane.

Gli alleati fermi nel disegno di impadronirsi di Sebastopoli avevano sloggiati i Russi da Eupatoria ed avevano spinto avanti i loro eserciti verso questa fortezza dalla parte d'Inkermani, ove ebbe luogo un terribile conflitto che durò una giornata con grave danno degli Inglesi che vi perdettero molti uomini ed alcuni Generali. Questa battaglia che costò si cara ai Russi, quantunque sia stata gloriosa per gli alleati, tuttavia la vittoria non fu, per quanto fu asserito nelle relazioni degli uomini periti nelle cose della guerra, coronata di importanti risultati. Intanto l'inverno appressavasi, E gli alleati non ostante le nevi ed il freddo rigorosissimo continuavano le operazioni militari per approssimarsi a Sebastopoli. Francia ed Inghilterra facevano nuove leve d'uomini per averli pronti alla primavera; e facevano pratiche presso Governi amici per averli alleati nella guerra. Pare che queste pratiche siano riuscite infruttuose meno presso il Governo Sardo, il quale cedeva alle loro instanze, lusingato forse da secrete promesse di futuro ingrandimento di territorio. Fu stabilito che il Piemonte avrebbe procurato un contingente di quindici mila uomini compresi i cavalli e le artiglierie convenienti; e che lo avrebbe mantenuto effettivo sino al fine della guerra. La nazione è informata come questo trattato abbia trovato opposizione alla Camera dei Deputati, e come sia stato difeso dal centro, e dalla sinistra combattuto ugualmente con rara facondia, con grandissima copia di argomenti. Il Paese, che riverente alla maggioranza ella Camera seppe rispettarne il voto facendo sacrificio generoso dei proprii figli, ora è ansioso di poter proferire il suo giudicio. Il tempo chiarirà se meglio prevedessero gli nomini del Governo, o gli oratori dell'opposizione. Fu scelto dell'esercito nostro il fiore della soldatesca e degli ufficiali, sotto il comando del Generale La Marmora fu spedito verso il finire d’aprile 1855 in Crimea; non però con buoni auspici; chè il Croesus vapore inglese carico delle cose più necessarie alla guerra dopo un'ora di cammino s'incendiò.

Appena si conobbe l'impossibilità di spegnere il fuoco che investiva furioso il legno da tutte parti il valente Comandante si sforzò di afferrar la spiaggia onde salvare l'equipaggio, e vi riusci, Alle grida dei soldati impazienti di sottrarsi all'incendio accorsero con barche coraggiose due donne: i soldati vedendo appressarsi un nuovo mezzo di scampo vi si gettarono precipitosi in mare per afferrarlo; e fecero capovolgere le barche. La qual cosa costò la vita ad una delle generose donne, tutto l'equipaggio ad eccezione di tre soldati potè salvarsi. Il prode capitano fu l'ultimo, ad abbandonar la nave.

Dopo la morte di Nicolò Imperatore di tutte le Russie che avveniva, al due di marzo, la diplomazia credette di poter ripigliare con migliori risultati, le pratiche per la pace; e queste tornate vane perchè il nuovo imperatore Alessandro si mostrò fermo a seguire la politica del di lui padre, l'Austria dopo un lungo tentennare finalmente dichiarò voler rimaner neutrale, sgombrò i principati, e per non dar sospetto alle potenze occidentali d’unione colla Russia, ridusse il suo esercito.

Le opere d'approccio venivano in Crimea spinte con grande attività; varii fatti d'armi succeddettero o per la difesa delle medesime, o per abbattere quelle del nemico. Succeduto Pelissier a Canrobert fece ultimamente prova di attaccar Sebastopoli. I francesi spinsero le forze al Mammellone Verde, gli inglesi sul Redan. Quelli riuscirono ad impadronirsi del Mammellone, ma non poterono mantenervisi; questi battuti dalle artiglierie delle navi del porto furono costretti a lasciar l'impresa. La giornata fu sanguinosa tanto per il nemico, che per gli alleati. Sebastopoli resiste ancora; e già si pensa a provvedere, affinché le truppe possano passare l'inverno in quelle lontane regioni in cui il freddo al pari del caldo è eccessivo e doloroso.

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CENNI GEOGRAFICI SULLA CRIMEA

SOPRA LA GUERRA D'ORIENTE LA CRIMEA E SEBASTOPOLI

VI

Dopo che la Crimea diventò il teatro della guerra non pochi studi si fecero sovra questa penisola; ma fin'ora perciò che riguarda le opere militari gli studi riuscirono incompiuti poiché lo medesimo furono sempre accuratamente dalla Russia e con somma gelosia custodite; o tanto più riesce difficile il descrivere le opere che furono fatte dopo che fu dichiarata la guerra, in quanto che non fu più possibile di poter visitare quei luoghi dove i russi intesero a fortificarsi. Del resto quantunque ci siamo proposti di limitarci a soli cenni, tuttavia compieremo questa nostra fatica con tanta accuratezza, quanto valga a dare una cognizione esatta delle principali località geografiche e militari, sicché non inutile torni coloro che vogliano seguire gli avvenimenti della guerra. La Crimea è una delle migliori provincie che la Russia possegga in Europa. Giace fra il grado 44º. 20. ed il 46 10 lat. N. e fra il 50° 20, e 34, 10 di long. E ha una superficie di 6500 miglia quadrate sulle quali è sparsa una popolazione di 200,000 abitanti, i quali sono di diverse nazioni; cioè sette decimi sono tartari (cosacchi-russi) e gli altri xxxmarrni, Svizzeri, Bulgari, Boemi, Armeni, Ebrei, e Greci.

Ciascuna di queste razze segne la propria religione, o non professa pubblicamente alcuna e parla il proprio dialetto. È bagnata da parecchi fiumi; il Salgyr o Salghyr, il quale il maggiore di tutti la divide in due parti; quella del S. O. è una vastissima pianura raramente coperta di macchie il cui suolo sabbioso impregnato di sale giace infecondo e non offro che scarsi pascoli. Le fiumane che scaturiscono pendice settentrionale perdendosi in gran parte fra xxxhinje lasciano in molti luoghi il terreno paludoso, o formano frequenti stagni d'acqua, onde l'aria nell'estate per esalazioni mefitiche delle paludi è nociva. La parte del S. E. è montuosa ed intersecata da valli assai fertili. Quivi l'aria è più salubre, massime verso il mare dove le montagne stendonsi parallelamente alla costa del mar Nero guarantiscono i siti circostanti dai venti del settentrione.

In questa parte cresce rigogliosamente ogni sorta di piante, le quali forniscono frutta eccellenti, e legnami adattatissimi alle costruzioni. Il suolo è fecondo di biade di lino di canapa di tabacco; numerose sono le mandre di buoi, camelli, capre e montoni; È rinomato il miele che abbondantemente danno le api.

Essa governativamente è divisa in quattro circoli, in quello di Perekop, di Simferopoli, d'Eupatoria e di Teodosia; ed ha per capitale Simſeropoli.

Il circondario di Perekop al Nord confina col territorio Russo, all'Est col Mar Putrido, all’Ovest col Mar Nero, ed al Sud col circondario di Simferopoli. La città è situata verso il fine dell'Istmo; ha un forte chiamato Casteldoro, il quale non è certo la miglior opera militare che la Russia abbia nella penisola. È composta di case mal costrutte ed il suo soggiorno è malinconico e mal sano sia per le vicine Steppe saline, sia per le esalazioni perniciose del Mar Putrido, che si trova poco distante. Da Perekop parte una strada postale la quale traversando i villaggi di Jaschan, Djarmen, Aibar ed altri di minore importanza, si inoltra fra le Steppe e conduce a Simferopoli.

Dal Nord partendo dall'Istmo e costeggiando verso il Sud si incontra il Golfo di Perekop, il capo di Ssaribulat, da cui parte una strada che passando per Aip si congiunge a Jascan colla grande strada postale sovra menzionata, e quindi si entra nel circolo di Eupatoria. Questo circondario confina al Nord, all'Ovest ed in gran parte al Sud col Mar Nero, all'Est con il Circolo di Simferopoli. Eupatoria capo luogo di questo circondario è una città marittima edificata sovra terreno arenoso. Nulla offre d'importante; le case sono basse, ed irregolari e strette le vie. Una strada postale mette capo ad Eupatoria dirigendosi verso l'Est va a congiungersi con quella sovra della di Perekop a Ulan Eli; un'altra partendo dal medesimo luogo si dirige verso il Sud e mette a Simferopoli; finalmente una strada verso la costa all'Ovest guida ad Akmetschetsk porto frequentato da bastimenti che vengono da Odessa.

Il circondario di Simferopoli confina al Nord col circolo di Perekop, all'Est con quello di Teodosia, all'Ovest con quello d'Eupatoria ed al Sud col mar Nero.

Simferopoli è la capitale della Crimea; bagnata dal Salghir e da varii ruscelli. La vegetazione è rigogliosa, le piante crescono. prosperosamente ed i vigneti sono ubertosi. Essa si divide in città vecchia, e nuova. La prima è fabbricata sovra un piccolo promontorio e la seconda giace al piano. Nella prima le case sono mal fabbricate e le vie strette; nella seconda le case sono edificate con mediocre gusto e le strade percorrono diritto. La sua popolazione ascende a cinque mila abitanti; ma è continuamente visitata da gente che accorre per ragion di traffico e per faccende governative da ogni parte della Crimea. La sua posizione centrale l'ha fatta Sede del Governo e di tutte le autorità superiori della penisola. L'acqua potabile è buona e viene somministrata da varii pozzi Artesiani. Al Nord della città si estende la valle del Salghir, la quale è popolata di alberi notevoli per la loro bellezza. Da Simferopoli parte una strada maestra o postale, che passando per Bakci-Serai conduce a Kostantinovskoi, ed un altra che senza deviare quasi diritta tocca la costa marittima meridionale a Jalta; e da questo luogo dirigendosi verso l'Ovest tocca Balaclava e mette a Sebastopoli; finalmente un'altra strada postale da Simferopoli dirigendosi verso il Sud Est per Kara Bou-Bazar, ed Eski Krim scende a Kalfa o Teodosia.

Sulla costa Sud Ovest trovasi il piccolo porto di Balaclava quale è riparato dalle montagne adiacenti. Angusto è il suo ingresso, e pericoloso per gli scogli sottomarini; e contiene solamente da 33 a 40 navi al più. Da Balaclava una piccola strada conduce ad Inkerman, il quale elevasi in mezzo ad un boschetto di piccole quercie. Questo luogo si rese famoso per battaglie date dagli alleati, trovandosi il medesimo presso Sabastopoli da cui dipende.

Belbek è un villaggio all'Ovest d'Inckerman. Anche questo meschino villaggio solamente prese rinomanza per la guerra che fu portata in quei luoghi. Occorrerebbe qui parlare di Sebastopoli, ma di questo forte considerevolissimo per le sue fortificazioni e per la sua posizione dominante il Mar Nero, abbiamo voluto farne una particolare descrizione.

Finalmente il circolo di Teodosia confina al Sud ed all'Est col mar Nero, al Nord col Mar d'Azoff e col Mar Putrido, ed all'Ovest cul circondario di Simferopoli.

Il capo luogo di questo circolo è Karfa, cinta di vecchi muri guardata da torri diroccate. Ha un porto con una baia semi circolare frequentato solamente dalle navi che vi approdano per far acquisto di cereali. Sia per il luogo dove è costrutta, sia anche per la disposizione delle case, si trova in essa aggradevole soggiorno. Ila una strada che scorre parallela al mare fiancheggiata di portici di architettura genovese, ai capi della quale vi esistono due grandissime piazze. Considerata militarmente non offre ora altro di riguardevole, che le vastissime caserme munite di gallerie coperte dove i soldati stanno al riparo di tutte le ingiurie del tempo. Una strada maestra o postale conduce ad Arabal, ed un'altra staccandosi da questa verso Jactodoro declina verso l'Est e mette a Kertci e Jenikalė; quella che giunge ad Arabat continua parallelamente al mare d'Azoff e fa termine allo stretto di Genizzi. Arabat possiede una fortezza costrutta sulle sabbie fra il Mar Putrido ed il Mare di Azoff, difesa da buoni rivestimenti, ma rovinata nell'interno. Il villaggio è meschino e non ha che poche case, forse solamente in numero di dieci. Kerlci è una penisola che prende il nome dalla città di Kertci la quale si avanza in parte sul mar d'Azoff ed in parte sul Mar Nero sino a lenikali, dove questi due mari si congiungono. La città di Kerici ha il suo ingresso per mezzo di una via assai larga fiancheggiata da edifizii e da archi. Le sue vie sono regolarmente tracciate e diritto, le case vi sono fabbricate con buon gusto, relativamente però a quelle delle altre città della Crimea. Lungo la baia avvi un quai in pietra. I navigli si riparano in fondo alla medesima il suo commercio è fiorente; ogni giorno più la città va prosperando ed acquistando un posto distinto fra le città maritime. Non è da dimenticarsi il Museo Numismatico che è uno dei migliori d'Europa. I ghiacci durano nel porto quattro mesi dell'anno e ne chiudono la navigazione. Nel 1827 fu dichiarato porto di prima classe.

Jenickalė è un stretto fra il Mar Nero ed il Mare d'Azoff.

Pigliano pure questo nome la città ed il forte, che difende questo passo. La città è posta sovra una rocca madreporita di forma bizzarra ora cavernosa, ora leggermente arcata, di natura spongiosa. Il forte è situato al Vord, ha una forma irregolare nella quale non si veggono osservati i principii della scienza militare. Osservasi una gran torre quadrata fiancheggiata da quattro piccole torri alla guardia; la quale sembra opera non turca, ma genovese. Il passaggio di questo stretto per quattro mesi è coperto di ghiaccio, ed è assai pericoloso per i banchi di sabbia che vi si incontrano.


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CENNI SU SEBASTOPOLI

VII

SEBASTOPOLI, o Sevastopol come viene chiamata dai Russi sorge dove anticamente esisteva il villaggio Tartaro Akthiar, per cui in prima portava questo nome. È posta sulla costa occidentale della Crimea ai gradi 49, 50, 51, di Lat. Set. ed al 51, 11, 00 di long. orient. dal primo meridiano di Parigi.

La parte della Crimea ove si trova Sebastopoli, era dagli antichi chiamata Tauride. Dopo di essere dai Romani caduta in mano dei Persi e da questi ai Turchi, venne in potere di Pietro I imperatore delle Russie. Sebastopoli offre un aspetto veramente pittoresco. Esso è costrutto sulla cima di un alto colle come un anfiteatro, all'entrata della Baja Yujuata-Burxxata in luogo sano e riparata. È divisa in tanti quartieri strade simmetricamente disposte assai larghe; le case sono soli due piani e molto distanti le une dalle altre. Fra i edifizi più notevoli devono annoverarsi la Cattedrale che è di architettura elegante, la torre dell'ammiragliato, gli arsenali, il lazzaretto, le caserme, e qualche albergo.

Questa città, prima che la Crimea fosse stata conquistata dai Russi giaceva sovra una rada deserta, oggi stante le immense opere di fortificazione di cui è munita si considera come la prima fortezza di quella penisola, ed una delle migliori che si trovi in Europa.

ll'pensiero di fortificare questo porto marittimo, il quale è dai Russi considerato come la prima tappa per marciare su Costantinopoli, fu concepito da Pietro I. I suoi successori scorgendo come importante riuscisse il munirla di sode opere di fortificazione continuarono con summo studio e con le arti più raffinate di guerra sino ai giorni nostri a renderla sempre meglio difesa. Sia perché la natura, la quale si mostrò prodiga nel circondare quel luogo di mezzi di difesa; sia perchè le sue fortezze sono tante, e tali che non sarebbesi potuto distrurle, fu fin'ora Sebastopoli creduta inespugnabile.

Vicino è forse il momento in cui questo problema sarà sciolto. È ciò non ostante da notarsi che questo posto non fu mai da considerevoli forze attaccato; e che va sprovvisto del più essenziale mezzo di difesa, di una buona marina.

La baja di Sebastopoli è vicina al capo Chersonese e si apre dalla parte meridionale della città con una larghezza di un chilometro circa stendendosi internamente dall'Ovest all'Est per la lunghezza di forse 400 metri. Essa si divide in quattro baje, di cui i Russi ne fecero quattro porti; cioè quello detto della quarantena, quello dell'Artiglieria, il porto Militare, ed il porto di Carenaggio.

Il forte di Costantina chiude la Gran Baja. Esso è costrutto in pietra da taglio e si stende dal capo detto di Costantin sopra una piccola penisola che si protrae all’Ovest della Baja stessa e si congiunge alla terra con altre opere di fortificazione in forma quasi semicircolare. Ha un doppio ramo di case malte con Batteria in barbetta ed è armato di 100 cannoni. Sul monte che alzasi dietro il forte stanno appuntati attorno al telegrafo otto pezzi di cannone, ed altri quattordici disposti a guisa di ferro da cavallo guardano l'entrata della baja. Attorno alle suddette batterie i Russi fecero altre opere di fortificazione e le munirono di molte bocche a fuoco. Oltre a questo forte sovra un capo più stretto vi esiste quello chiamato Caterina, il quale è guerniito di 120 cannoni.

La suddetta baja contermina con un monticello su cui è situato il villaggio ed il forte di Sieverna. Questo forte e costrutto pure in pietra da taglio; dalla rada presente l'aspetto d'un quadrilatero ed è armato di altri cento cannoni.

Dall'apertura del porto si estende un colle sino alle alture d'Inkermaon sulla cresta del medesimo fu costrutto il forte del Nord, il quale protegge le batterie che difendono la rada e incrociando i fuochi col forte di s. Paolo, che gli stà dirimpetto, con due batterie di 34 cannoni contrasta l'entrata al porto militare. Attorno al suddetto forte e specialmente nella direzione del Nord verso Belbek si fecero dai russi in questi ultimi tempi grandissimi lavori di fortificazione, i quali si estendono fino al mare. V'ha chi pretende che tali nuove opere siano munite di 400 cannoni di grosso calibro.

Il Porte di Soukbaja si lega per case al forte del Nord e si compone di tre opere, delle quali una sola batteria conta non meno di 50 cannoni.

La baia dell'arsenale è sbarrata nella sua apertura con una catena di ferro sotto marina ed è difesa dal forte Nicolò, il quale ha due ranghi di case matte, una batteria in Barbetta sovrapposta, e termina in ferro da cavallo dalla parte dell'entrata della Baja, e con una torre rotonda dal lato d'ingresso nell'arsenale; esso è armato di 200 cannoni.

È pure difesa dal Porto di S. Paolo, il quale ha una triplice batteria di 80 cannoni ed una quantità di caserme dietro una spianata armata di una gran quantità di bocche la fuoco. Oltre a queste opere vi è ancora la Torre di Malakoff, che chiude affatto l'altipiano sino alla baja del Carenaggio. Il numerare tutte le opere di fortificazione che a difesa della città o della baja sonosi innalzate dai Russi non lo consentirebbe il piccolo formato di questo nostro libretto ci basta l'accennare li principali; tanto perchè il lettore possa avere un'idea di questa formidabile fortezza marina, la quale ha sfidata fin ora tutta la scienza militare delle truppe alleate. Del resto quando si volesse minutamente descrivere tutte le opere di fortificazione da cui è circondata si farebbe cosa imperfettissima, essendo che le medesime non si conoscano intieramente, e nessuno finora ha potuto numerare i mezzi di difesa.

Il porto dell'artiglieria è custodito dal forte Alessandro che ha 84 pezzi d'artiglieria, e le sue opere sono legate col forte della quarantena. La batteria inferiore di questo forte conta più di cento cannoni ed altrettanti ne ha la batteria superiore.

Finalmente il porto della baja della Quarantena è difesa dalla fortezza di questo nome sopra accennata e dal forte del Lazzaretto. facendo il giro della città dal forte della quarantena sino al lato opposto si trovano le seguenti opere il Bastione della quarantena, il Bastione centrale della torre, il Bastione del Mat, il Parco d'artiglieria con il Bastione Redan, ed il Bastione di Malakoff. Si sosteneva che l'insieme dei pezzi di artiglieria dei quali è armata Sebastopoli sia di 1500 i quali possono lanciare simultaneamente da 500 a 400 palle senza contare le bombe e le palle infuocate. E però da credersi che il numero sudetto sia attualmente aumentato essendo che si calarono dai russi a fondo varie navi e si servirono dei cannoni per armare ai forti, oltre quelli di grosso calibro che ricavarono dal disarmo di molti bastimenti che stavano in porto.

Debbonsi aggiungere alli sovra accennati mezzi di difesa da cui è circondata Sebastopoli anche le navi che tutt'ora sono armate nel porto, delle quali quantunque non si conosca il numero preciso, tuttavia vuolsi supporre che esse non abbiano meno di 500 bocche da fuoco a bordo.


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GUERRA D'ORIENTE E SPEDIZIONE IN CRIMEA

MEMORIA INDIRIZZATA AL GOVERNO DI S. N. L'IMPERATORE NAPOLEONE III

da un

OFFICIALE GENERALE

TORINO

STAMPERIA DELL'UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE TORINESE

1855

Nel Monitoredel 22 febbraio di quest’anno 1855 leggevasi:

«Il governo francese ha sporto querela ai tribunali belgi contro un opuscolo pubblicato recentemente a Brusselle ed intitolato:

«De la conduite de la guerre d’Orient: Expédition de Crimée: Mémoire adressé au gouvernement de S. M. l’empereur Napoléon III, par un Officier Général.

«Non fa mestieri che affermiamo non essere questa Memoria stata indirizzata al governo dell'imperatore.

«Questa scrittura, che tende a calunniare i capi del nostro esercito, ad esagerare le nostre difficoltà e le nostre perdite, a dar confidenza ai nostri nemici, non è che un libello pubblicato nell'interesse russo o bugiardamente attribuito ad un ufficiale francese».

«Quest'avviso, che fu subito ripetuto dai giornati di Parigi, si direbbe quasi fosse stato pubblicato dal Monitoreper far conoscere l’opuscolo ed eccitare la curiosità di leggerlo. Esso ha infatti prodotto una viva sensazione, e deve avere anco inquietato la polizia francese, perché si parte di mene republicane, di combriccole, di cospirazioni; si fecero delle visite domiciliari, si sparsero diverse voci, e si trovò poi asservi niente altro che un opuscolo stampalo a Brusselle, e cosi difficile a trovarsi in Francia, che da Lione e da Marsiglia si scrisse a Torino per averlo.

«A Parigi ne fu creduto autore Emilio de Girardin, a Brusselle il principe Napoleone. Il lettore però non ha bisogno di molta perspicacia per conoscere chi egli ha, tanto si caratterizza da sé stesso quasi ad ogni pagina.

«L’opuscolo, a quanto pare, fu scritto in fretta e di memoria; lo che spiega alcunI sbagli in cui è incorso l’autore. Cosi, per esempio, in sul bel principio, ove dice Delacourdeve dire Delavalettee viceversa; essendo stato quest’ultimo il ministro francesea Costantinopoli, che ottenne il firmano a favore della Chiesa latina, e che èpoi richiamato dall'imperatore de' Francesi e sostituito dal signor DelaCour, accreditato presso la Porta il 13 aprile 1853, cioè dopo l’arrivo di Mengikoff inCostantinopoli.

«Anco le date relative a quest’ultimo sono erronee. Il principe Mengikoff arrivò a Costantinopoli l’ultimo di febbraio 1853; il suo ultimatum è del 5 maggio, e al 91 maggio, non al 23 febbraio, dichiarò rotte le relazioni diplomatiche tra la Russia e la Porta, e lasciò Costantinopoli.

«Il manifesto di Nicolò, col quale dichiara di voler occupare i principati, è del 26 giugno, e i Russi passarono il Pruth il 3 luglio.

«Vi sono altre di simili inesattezze, che sembrano procedere da errori di stampa; come sono da imputarsi a falli di memoria alcune non forse troppo esatte particolarità relative alla battaglia di Alma, e alla parte che l’autore assegna agli Inglesi.

«Anche ciò che dice di lord Lucan e della sua carica di cavalleria, che sorti esito tanto funesto, non si accorda appieno con quanto di recente ne scrisse lo stesso lord Lucan, abbenché la sostanza sia la medesima.

«Ma questi ed altri lievi trascorsi, facili a commettersi a chi scrive di memoria, e in uno scritto in cui le circostanze di rilaglio sono di una importanza secondaria, non scemano punto il merito dell’insieme, e sopra tutto la giustizia delle osservazioni sopra fatti generali e più reconditi, e che sono il vero scopo che si è proposto l’autore. Il quale, supposto altresì che ceda qualche volta alla passione, figlia dei contrasti ch’egli ebbe a soffrire, e dello sdegno che eccitarono in lui tanti errori politici e militari, la verità non ne soffre perciò. Questa anzi traluce con una ingenuità singolare, ed è confermata dalle conseguenze che sono oramai visibili a tutto il mondo, e sulle quali non vi e più che un solo giudizio.

«Ed ora che noi pure siamo direttamente impegnati in questa tanto complicata questione di Oriente, non è di picciol momento il sapere se si va a fare la guerra per la causa della giustizia e del diritto, o se per servire ad una politica subdola ed egoistica.

«L’opuscolo di cui offriamo la traduzione ci puòinsegnare qualche cosa.


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GUERRA D’ORIENTE E SPEDIZIONE IN CRIMEA

Non è nostro intendimento di discorrere partitamente le cause primordiali della guerra impegnatasi fra la Russia da una parte, e la Francia e Inghilterra dall’altra, stanteché g sia no esse conosciute. Ci ristringeremo perciò ad epilogare alcuni tra i fatti che precedettero la guerra, aggiungendovi alcune considerazioni politiche e diplomatiche, che specialmente si acconciano coi limiti di questa memoria.

In sul principio trattavasi di una lotta, d’influenza a Gerusalemme tra i riti greco e i latino. Il governo francese, coll’organo del suo ambasciatore a Costantinopoli, signor Delacour, ottenne dal Sultano un firmano che faceva pendere la bilancia a favore del rito latino. Quest’era un mezzo politico adoperato dal giovane impero per aquistar diritti alla stima del mondo cattolico e conciliarsi le buone grazie del Santo Padre, di cui l’imperatore poteva aver bisogno per farsi coronare nel tempio di Notre-Dame. L’uso di questo mezzo era legittimo assai ed aveva inoltre il ‘merito di dare una nuova consecrazione all’influenza francese in Oriente.

Quel firmano fu però il motivo addotto dal gabinetto di Pietroburgo per fare al Divano domande tendenti a stabilire un piede di eguaglianza fra i due riti. Esse furono accolte con una premura mal dissimulata non pure a Costantinopoli, si anche a Parigi. Lo Czar era stato l’ultimo ira i sovrani dell’Europa a riconoscere l’impero e a salutare l’imperatore; a fronte del nuovo governo egli aveva presa un’attitudine priva di benevolenza; in onta di ciò desideravasi di provargli che non solo non si conservava rancore pel ritardo che aveva frapposto nel rispondere alla notificazione del ristabilito impero, ma che anzi si era disposti a compiacerlo e a riannodare con lui buone e fraterne relazioni.

Ell’era una proposta, non una debolezza. Per malaventura lo Zar non intese in questo senso la premura con cui il governo francese inclinava a rinunciare alle concessioni fatte dalla Sublime 'Porta, e nemmanco la condiscendenza del Divano verso le di lui pretese. Credette all’incontro essere giunta l’ora di coronare l'opera intrapresa dai Zar, cominciando da Pietro il Grande, e le circostanze per ridurre a buon fine i suoi progetti gli parvero al sommo favorevoli.

Infatti durante i tre o quattro anni che perturbarono l’Europa, lo Zar con una consumala prudenza non aveva dalo segno di vita. Per fermo egli non temeva lo spirito rivoluzionario che scuoteva ovunque il principio d’autorità; non ne paventava la propagazione a suo danno, ma non voleva provocarlo, né fornirgli un alimento col prendere parte ad una lotta che l’avrebbe sommamente irritato. Pertanto non cercò, con un’azione immédiata e decisiva, di riannodare la vecchia coalizione del 1815; evitò la grossa guerra che una sua imprudenza avrebbe infallibilmente suscitata; e la sua astinenza tornò più utile ai principii e agl’interessi minacciati dalla rivoluzione che non la sua intervenzione, il primo effetto di cui sarebbe s lato forse una coalizione di popoli che avrebbe cominciato colla rovina dell’impero d’Austria e della monarchia prussiana. Aspettò ad intervenire quando vidde la rivoluzione scemare e le sue forze indebolirsi; egli la persegui quando ella già indietreggiava, e in Ungheria la percosse con un colpo clamoroso.

L’impero d’Austria, il regno di Prussia, le sovranità tedesche erano fuori di pericolo; e Nicolò recossi a gloria, per dir vero, giustamente, di aver posta l’ultima mano al ristabilimento dell'ordine, nel modo che lo intende e lo fa regnare ne’ suoi Stati.

Dopo questo segnalato servizio reso generosamente all'Austria, alla Prussia e a tutti i sovrani che per un istante si trovarono minacciati, lo Zar rientrò nel suo riposo e nel suo silenzio.

Egli toccava l’apogeo della potenza e della gloria. Egli ebbe la destrezza di non urtare bruscamente né violentemente la rivoluzione, da cui forse sarebbe stato vinto, e di darsi l’aria di tutore delle monarchie e di protettore dei principii d'autorità e di governo.

Dopo il 2 dicembre l’influenza dello Zar divenne irresistibile. La rivoluzione, il suo più serio avversario, era scomparsa; la republica francese, propagandista per indole, si era trasformata in un governo pressoché assoluto; la tribuna e la stampa non esistevano più; né più speravano le nazionalità. Nissuna cura preoccupava lo Zar nell’Occidente; il silenzio succeduto al fragore ed alle agitazioni dei quattro ultimi anni era assicurante e salutare più che mai. Insomma l’occasione era buona per riprendere definitivamente in Europa il disopra già occupalo dalla rivoluzione e per racconciare la catena dei tempi che essa aveva spezzato. Contro i progetti dell’imperatore di Russia nissuna opposizione potevasi prevedere dall'Austria e neppure dalla Prussia. Quanto all'Inghilterra, bisognava sedurla e assegnarle all’uopo una parte nel dislocamento dell’impero ottomano. Tale fu l’opera a cui lo Zar consacrò tutti i personali suoi seducimenti e tutta la sua perizia diplomatica nelle conversazioni che ebbe con lord Seymour, ambasciatore britannico a Pietroburgo.

Tutt'altro per ciò che concerneva la Francia. Già nel luglio 1840, allorché trattossi appunto la questione d’Oriente, dalle quattro potenze riunite a congresso ella era stata esclusa dal concerto europeo. Una nuova esclusione non poteva disgradire a quelli che la rivoluzione dei 1848 aveva tanto minacciati e che nel ristabilimento dell’impero vedevano una suprema infrazione ai trattati dei 1815. La republica e l’impero erano due minaccie da reprimere, due gravami da punire, due fatti da cancellare dalla storia. Il primo di quei fatti era scomparso, bisognava attaccare il secondo. L’impero d’altronde non teneva alle sue promesse di modestia; ci se la prendeva con un tuono provocatore verso l’Europa, massime al tempo dcl matrimonio di Napoleone colla contessa di Theba, egli affettava il titolo di parvenu, in molte circostanze rivendicava il principio popolare donde egli era sortito; si faceva passare per un impero elettivo; in circostanze memorabili, a fronte degl’imperii e dei reami ereditari stabiliva fra lui e le dinastie antiche un contrasto che doveva colpire lo spirito dei popoli. Era un contegno offensivo e pericoloso.

La sua politica interna piaceva allo Zar; e diciamolo di passaggio, la tolleranza dello Zar era la condanna di quella politica; i suoi mezzi di governare aggradivano ai sovrani, e n’ebbe più di una volta le loro congratulazioni. Ma i suoi sforzi per assimilarsi a loro ed innalzarsi al loro livello; la sua pretesa di trattare con loro da pari a pari, e di riceverne il titolo di fratello; poi i suoi molti amari, le sue sfide agro-dolci, e lo sue affettazioni di popolarità spiacevano singolare mente a Pietroburgo, come anco a Vienna e, a Berlino.

In fondo lo Zar che aveva abilmente indietreggiato da una lotta colla rivoluzione e non avrebbe fatto lo stesso a fronte di una coalizione contro il nuovo impero. Tale era forse il suo segreto pensiero. Le sue impazienze non si tradivano al di fuori, gl’importava di non darsi il torto di una provocazione; ma era pronto a cogliere la circostanza, qualunque ella si fosse, per impegnare coll’impero e l’imperatore un conflitto donde poteva risultarne la guerra. Tale circostanza l’offri la questione de' luoghi santi, e lo Zar non se la lasciò sfuggire.

II

Con una perspicuità che lo onora, Napoleone III sentì il pericolo. Indietreggiò senza una troppo apparente debolezza e consenti all’abbandono delle concessioni ottenute a pro dei Latini. Lasciò cadere il peso di quell’affare sul suo ambasciatore di cui riprese lo zelo eccessivo, sebbene non avesse fatto che attenersi alle istruzioni statele date a Parigi; e per evitare ogni pretesto di conflitto, Delacour fu bruscamente richiamato, e Delavalette lo sostituì.

Ma questo buon volere dei governo francese e questa condiscendenza dei Divano nella questione de' luoghi santi, non tornavano a conto della Russia. Soddisfatte pienamente le sue prime domande, ella divenne più esigente; e lo Zar che contava, forse a torto, sulla connivenza dell’Austria e della Prussia e sulla adesione interessa la dell'Inghilterra, giuocò l’ultima posta e rischiò la missione dcl principe Mengikoff, che fu in certo quai modo il suo alea jacta est. L'apparente missione data al principe, confidente dell’intimo suo pensiero, era di ottenere una nuova consecrazione de' privilegi di cui godevano ab antiquo i cristiani greci, sudditi della Turchia. Ma la missione reale e rimasta alcun tempo segreta, consisteva nel domandare ed ottenere il protettorato dello Zar sui cristiani; ciò che equivaleva ad una dislocazione dell’impero ottomane. Sulla prima missione dei principe Mengikoff il governo francese cedette ancora; e diede prova in quella circostanza di buona fede ed anco d’ingenuità. Lavalette a Costantinopoli credette alla moderazione delle preteso moscovitiche; Drouyn de Lhuys a Parigi se ne congratulò col sig. di Kisselef, che aveva il sorriso sulle labbra, della felice piega che prendeva un affare presentatosi sotto un aspetto minaccioso. L’orizzonte, coperto per un istante di nubi, si era rasserenato, quando tutto ad un colpo il principe Mengikoff spiattellò tutte le pretese dello Zar e depose il suo ultimatum.

Correva allora il febbraio 1853. Il principe Mengikoff concedette dieci giorni al Divano per risolvere; e al 23 febbraio, in seguito al rifiuto definitivo di quello, egli lasciò Costantinopoli dichiarando rotti i negoziali e trasportando li archivi dell’ambasciata.

Era difficile che questa volta il gabinetto di Parigi s’ingannasse sulla portata della querela che lo Zar moveva al Sultano. Tuttavia i due governi di Occidente, che pure allora avevano contratta un’alleanza onde viepiù stringere le loro relazioni al cospetto di prossime eventualità, sognavano ancora di pare. I Russi varcarono il Pruth dal 20 giugno al 3 luglio, e i due governi negoziavano ancora. A Vienna si rifacevano le note vergale a Parigi e si spedivano al gabinetto di Pietroburgo che le rifiutava.

In questo momento non si smenti punto la perspicuità di cui l'imperatore Napoleone aveva dato saggio fin da principio. Capi a meraviglia lo scopo che lo Zar si proponeva, e come egli intendeva d’isolarlo. Per questo si applicò con gran cura ad assolidare l’alleanza inglese; l'opera non era difficile; perché la sveglia era stata data all’Inghilterra, l’allarme era ovunque: e li organi della pubblicità, indecisi alcuni mesi prima, suonavano a stormo contro la Russia, e ad alte voci domandavano la guerra.

A malgrado le tergiversazioni dei suoi ministri che male intravedevano la questione, e non indovinavano il motore che spingeva lo Zar, Napoleone era a quel tempo deciso per la guerra. Egli sapeva che colla guerra dava un divagamento all'attività francese, compressa dal colpo di Stato; dava una gloriosa occupazione all'esercito, compromesso nella guerra civile; dava una soddisfazione a sé stesso e in pari tempo al gran nome ch’egli porta; e per ultimo, egli prendeva al cospetto dell’Europa una posizione ammirabile, col correre a difesa dell’indipendenza di uno Stato debole contro l’avidità e l’ambizione di uno Stato potente e temuto.

Per operare gli faceva mestieri dell’alleanza inglese, che con premura aderì. Fin qui la sua politica non aveva fatto verun passo falso. La nazione poteva rimproverargli di essere, col suo nome e colla sola sua presenza a capo del paese, l’autore della perturbazione che la guerra trae seco; ma la nazione non aveva voce in capitolo, e si lasciava trascinare dalla corrente degli avvenimenti. AI di fuori poi gli impazienti potevano tutto al più rimproverargli una longanimità che andava un po’ di conserva coll’illusione e la debolezza. Ma ogni di egli faceva qualche passo in avanti, procedendo colla circospezione che lo distingue, e nulla rischiando a casaccio.

Passato il Pruth, la guerra fu risolta; e da qui incomincia la serie fatale dei fatti, l’ultimo risultato di cui fu la nullità e l’impotenza cosi al settentrione come al mezzodì dell’Europa, cosi sul mar Baltico come sul mar Nero.

La speranza di attaccarsi l’Austria, come si era attaccato l'Inghilterra; il desiderio di formare contro lo Zar una coalizione di sovrani, anziché di formare contro il dispotismo una coalizione di popoli, furono le cause che traviarono quella politica abile e circospetta, e che rovinarono in una campagna le forze occidentali.

L’Austria doveva essere un inciampo, e la sua alleanza un ostacolo insormontabile.

La guerra era dichiarata e cominciata con accanimento sul Danubio e nel mar Nero fin dall’autunno del 1853. Si conoscono già i particolari di quella guerra; le battaglie di Olteniza e di Citate, il disastro di Sinope, ecc. L’imperatore, il cui segreto pensiero era tutto alla guerra, ne fece la dichiarazione sei mesi dopo, stanteché le potenze occidentali datassero quella dichiarazione il 27 marzo 185-4, quando i Russi avevano già valicato il Danubio da vari punti, quando devastavano la Dobrucia e minacciavano la Bulgarie.

Questo ritardo giustificò le accuse che si affibbiavano a quel tempo al governo imperiale.

Ê certo che l’imperatore si attaccò alla chimera dell’alleanza austriaca come ad un'ancora di salvezza. La posizione era buona, ma egli la guastò; egli compromise a capriccio il frutto che doveva ritrarre dalle forze morali e materiali che aveva accumulale intorno a sé ed alla causa del Sultano; si assorbi nelle conferenze di Vienna; ne segui i lavori con un’attenzione sterile; passò il suo tempo a voltare e rivoltare le frasi de' protocolli, a collocare le virgole dei memorandum, ingegnandosi a tessere le maglie della rete da cui sperava che Austria e Prussia non potrebbero sortire.

Ma egli vide come la Prussia scappasse dalla fragile sua rete; né perciò egli è convinto ancora degli imbarazzi cagionatici dall'Austria, della impotenza a cui ci hanno ridotti la sua buona volontà o i suoi terrori, e dei pericoli infine a cui ella ci espone.

Si sa quanto costasse all’illustre capo della famiglia imperiale l’alleanza austriaca, che fu il principio della sua rovina. Napoleone lll,che conosce tanto a fondo la storia dell'impero, sembra tuttavolta essere il solo che l’ha dimenticata. Questa pagina di storia è scritta per lui in caratteri geroglifici; egli né la capisce né vuole capirla. Si è perciò separato dal suo più abile consigliere, da uno dei suoi amici i più devoti, dal conte di Persigny; e su quest’argomento, ove fia d’uopo, si separerà da tutti i membri della sua famiglia, e li pregherà anche, se forse non l’ha già fatto con alcuni, di non opporgli veruna osservazione in proposito.

Questo acciecamento si fonda tuttavia, bisogna dirlo, sopra motivi plausibili in apparenza. Il primo di essi è il suo vivo desiderio di finir la col titolo di parvenu, chi prese egli stesso un giorno con una felice arditezza, e di rientrare a piè fermo nelli famiglia delle vecchie dinastie e nei consigli diplomatici dell’Europa. L’altro motivo poi dipende dalle sue idee esagerate di ordine di conservazione. Egli ha volto alla democrazia un odio mal fondalo; ha giurato ali rivoluzione una guerra senza tregua; ed i suoi occhi il ridestarsi delle nazionalità che i tre sovrani del Nord hanno vinte senza spxxxxx, questo ridestarsi è rivoluzione per insurrezione in Ungheria, in Italia, in Polonia; non può appoggiarsi, a creder suo, xxxxx non sui principii della democrazia: per ragione egli la condanna colla stessa veracità e la stessa risolutezza, come se si trattasse di una sommossa in Parigi per balzarlo dal trono.

Si potrebbero citare molti membri della famiglia imperiale che sono lungi dal comprendere questa opinione assoluta, la quale costituisce una rottura tendente ad allargarsi oggidì tra la dinastia napoleonica e i fondamentali istinti del popolo francese. Ma non fu questo il momento di far risaltare dissidenze che l’avvenire pur troppo metterà in chiaro.

III

Alla dichiarazione di guerra del 27 marzo 1854, il governo aveva fatto precedere sull’estensione dell’impero considerevoli preparativi militari. I reggimenti destinati a fermare l’esercito d’Oriente erano stati designati, i battaglioni posti sul piede di guerra. L’Africa teneva pronte le sue truppe meglio agguerrite, e tra le altre i Zuavi e i bersaglieri indigeni che avevano reso preziosi servigi.

L’11 marzo, dopo la partenza dei signori xxxsselef e Brunow (ambasciatori russi, quello Parigi, questo a Londra) e il richiamo del Signor Castelbajac e di sir Hamilton Seymour, il decreto imperiale organizzava il personale dell’esercito e stabiliva i diversi servigi. Il totale delle forze sommava a circa 40 mila uomini, venuti da ogni guarnigione di Francia e dell’Algeria. Era il fior dell’esercito, era quanto conteneva di più fermo e più sperimentato sotto il comando di eccellenti ufficiali inferiori. Bello e grande spettacolo il vedere l’imbarco di quelle truppe, anche dal più puro patriottismo, e impazienti misurarsi con quel nemico lontano che vogliamo punir di presente, e di cui avevano vendicarsi pel passato.

Tutti i piroscafi disponibili, accompagnati da oltre 200 navi onerarie noleggiate dal governo, trasportarono quasi simultaneamente quell’esercito sulle rive ottomane. Alla fine di aprile esse sbarcavano a Gallipoli, ove non si aspettava che il maresciallo Saint-Arnaud, che doveva arrivare sul Berthollel.

Alcuni reggimenti inglesi ci avevano preceduto a Gallipoli; e le altre truppe inglesi arrivarono in seguito, animale come le nostre dal più vivo entusiasmo, e mescolando il loro God save the queen (Dio salvi la regina) colla nostra Marsigliese.

O quante speranze che poi non si effettuarono! Quale brama di combattere e certezza di vincere! Tutti li sguardi erano tesi al Danubio, ove continuava la lotta con eventi diversi fra li eserciti russo ed ottomano, e ciascuno aspirava al momento in cui si schiererebbe contro li autori dell’atto brutale di Sinope, e che avevano in pari tempo violati i trattati europei e il territorio di un popolo amico e degno del più serio interesse.

Ma che femmo noi per due mesi? Anche oggidì sarebbe difficile di addurre una causa seria della nostra inazione. I due eserciti stavano sotto il comando del generale Canrobert pei Francesi e del luogotenente generale Brown per gl’lnglesi. I comandanti in capo erano a Costantinopoli; il 19 maggio recaronsi a Varna, ov’ebbero il 21 un colloquio con Omer Pascià, in cui si fissò un piano di campagna, stando al quale i tre eserciti dovevano operar di concerto e combinare le loro operazioni.

In quella riunione del 21 maggio si calcolarono le forze dei tre eserciti, si designarono le posizioni da occupare e da difendere; si determinarono le vie e i mezzi; per ultimo fu fissato un piano generale fra i comandanti di terra e di mare alla cui esecuzione tutti dovevano contribuire. Il maresciallo Saint-Arnaud fu nominato generalissimo dell’esercito combinato. Ba Varna i Ire generali andarono a Sciumla ove passarono a rassegna le truppe di Omer Pascià, che sommavano a 45 mila uomini ben disciplinati e ben disposti, ma insufficienti sia per sbloccare Silislria o sia per difendere i Balkani. Finalmente lord Baglan e Saint-Arnaud ordinarono alle truppe inglesi di Scutari e alle truppe francesi di Gallipoli di recarsi a Varna per mare. Il distaccamento francese era composto di due divisioni comandate dai generali Canrobert e Bosquet.

Il 1° giugno arrivò il primo convoglio di truppe delle due nazioni: i Zuavi aprivano la marcia. Varna e Sciumla stavano per diventare la base delle operazioni delle forze combinate.

Sgraziatamente vi furono nuovi indugi e nuovi ritardi, che sarebbero inesplicabili se non si riferissero alle cause diplomatiche da noi indicate di sopra. Ciò che avvi di più strano si è che il maresciallo Saint-Arnaud pareva essere il solo tra tutti che fosse perfettamente al corrente di quanto succedeva nei gabinetti. Egli affettava di tenersi fuori il circolo dei generali, e a certe obbiezioni fattegli più di una volta, rispondeva con un’aria di mistero, con cui stimava di darsi dell’importanza.

IV

Fa mestieri che diciamo qui tutto che noi pensiamo del maresciallo, senza fermarsi superstiziosamente davanti alla morte che lo ha prosciolto a tempo della più grave responsabilità.

Egli aveva portato da Parigi istruzioni per tutti gli eventi. Attaccato alla fortuna personale dell’imperatore, per gravi ragioni, sulle quali torna inutile d’insistere, egli aveva in certo quai modo forzata la confidenza di quest’ultimo, e penetrato molto addentro ne’ suoi disegni. Condivideva le sue viste politiche in punto all’alleanza austriaca, e al paro di lui si maneggiava per rappresentare la parte di un uomo imbevuto dei principii d’ordine, e riconciliato colle sane idee monarchiche e religiose. A Costantinopoli si era applicato a convincere l’internunzio d'Austria (barone de Bruck) della buona fede del governo francese, e ad assicurarlo del suo personale desiderio di vedere i gabinetti di Parigi e di Vienna camminare d’accordo ed inaugurare una politica comune a fronte della Russia. Queste proteste erano tali da sedurre l’internunzio che le accolse con favore e le partecipò al suo governo che fino allora si era mantenuto con una tal quale riserva.

L’ambasciatore francese a Costantinopoli (generale Baraguay d’Hilliers); era stato richiamato pel momento in cui il maresciallo doveva arrivare in Oriente, e s’ebbe ragione. Un ambasciatore era inutile; il maresciallo bastava a tutto. Egli scendeva persino a denunzie di polizia; si faceva render conto delle relazioni che tenevano i generali ed ufficiali superiori, e biasimò severamente certi uni di loro perché ricevevano tale o tale profugo ungarese, tale o tale celebrità polacca, il contatto di cui coll’uniforme francese offuscava il pudore dell’onorevole de Bruchxx. Egli professava un disdegno manifesto pei generali Klapka e Wisowski; e un giorno li permise di prendere una misura generale di proibire che qualsiasi persona appartenente all’ordine civile frequentasse cogli stati maggiori o coi gradi dell’esercito. Questa misura gli era stata imposta dall’internunzio d’Austria; ed era stata preventivamente approvata dall'imperatore. Lo scopo era di colpir il conte polacco Branicki, amico personale del principe Napoleone. Il principe, con lettera, chiese delle spiegazioni, e il maresciallo rispose: non altro far egli, che obbedire agli ordini del governo dell'imperatore Saint-Arnaud, consacrando il suo tempo e le sue fatiche a questa sorta di cure, neglesse l’esercito, e da quell’epoca le truppe cominciarono a sopportare privazioni, le( )responsabilità delle quali non conviene far pesare sull'amministrazione del dipartimento della guerra, bensì sullo stato maggiore generale, ove si era introdotto il massimo di ordine. Il signor di Martimprey è un ufficiale che non manca di buon volere né d'intelligenza, lo raccomandano altresì incontrastabili qualità amministrative, ma difetta d’iniziativa, e non sa nulla prendersi sul conto. Ricorreva al maresciallo per le più misere e più volgari; ed essendo il maresciallo raramente in libertà, perché ed egli e sua moglie si occupavano più d'intrighi, di apparati, che di affari urgenti, cosi i( )vizi si disorganizzarono in breve, e chi patì fu l’esercito.

Noi non vogliamo aggravare la mano sull'amministrazione finanziaria del maresciallo: basti dire che era deplorabile. Invano il ministero delle finanze e la Corte dei conti cercheranno i documenti giustificativi delle spese a cui si abbandonò dall’arrivo delle truppe a Gallipoli fino alla loro partenza da Varna. Sarà giuocoforza di prendere in globo tutte quelle spese e dar loro un titolo qualunque, il titolo men disgustoso per la memoria del maresciallo di Francia.

Quel disordine e quello sciupinio si diffusero in tutta la gerarchia. In altri tempi e in tali circostanze più di un individuo avrebbe scontato coi lavori forzati le irregolarità flagranti della sua contabilità e le concussioni di cui rendevasi colpevole a detrimento del raldato. ifa il disordine dall'alto autorizzava il disordine da basso; e la sicurezza data alla tolleranza passò bentosto all’impunità.

Spiacevoli voci circolavano fra le truppe, e più tardi, quando accadde l’incendio di Varna, gravi accuse si sollevarono fino alle sommità dell’esercito. Le perdite in provisioni o in materiale fatte allora dall’esercito francese porsero l'occasione di fare immensi I guadagni a fornitori austriaci che avevano l’accesso dal maresciallo.

Un altro fatto è rimasto inesplicabile, la mancanza di pane a Varna durante il mese di luglio. L’intendenza dell’esercito che non li aspettava questa lacuna, dovette far venire in tutta fretta biscotto da Orano, da Algeri e da Tolone.

Sul finire di maggio arrivarono li ordini di partire da Gallipoli. Le divisioni Canrobert e Bosquet furono trasportate a Varna per mare. La divisione Napoleone, venuta metà per terra, metà per mare, si fermò a Costantinopoli; e la divisione Forey, una parte di cui era rimasta ad Atene a cagione del movimento greco-slavo, allora minacciosissimo venne ad accampare a Gallipoli.

Il principe Napoleone era rimasto a Costantinopoli. Dopo il suo arrivo aveva veduto l’uno dopo li altri i principali personaggi della scena, ed aveva potuto apprezzare in uno stesso tempo Rescid Pascià e de Bruck che in quel momento preparavano insieme il trattato 20 giugno tra l’Austria e la Turchia. Da ogni parte al principe giungevano querele e sulla direzione politica data agli avvenimenti e sull’attitudine di Rescid Pascià e sui singolari ritardi arrecati al trasporlo delle truppe nella Bulgaria sul teatro della guerra. Ma egli poteva far nulla e dichiaravalo a tutti quelli che la volevano capire. La sua azione era pienamente paralizzala da quella del maresciallo che aveva ragioni evidenti per temporizzare, come faceva: perché conosceva perfettamente il progetto che si elaborava tra de Bruck e Rescid pascià; e fu anche presente ad un convegno in cui si deliberò sul fondo e sulla forma del trattato, di cui nei primi giorni ne mandò copia a Parigi indirizzata particolarmente all'imperatore.

Al principe Napoleone dispiacevano sopramodo gl'inciampi che si suscitavano ad Omer pascià, il quale dolevasi che a Costantinopoli si dimenticasse al tutto l’esercito del Danubio e che lo si lasciasse in difetto di tutto, di viveri, vestimenta e munizioni. Anzi il 24 maggio il principe ricevette direttamente un ufficiale dell’esercito danubiano che gli espose i gravami del generalissimo turco pel quale egli professava grande stima. Il principe ne parte col Sultano nella visita che gli fece innanzi di andare a raggiungere la sua divisione a Gallipoli; e pregò il generale Bosquet di farne parola egualmente al maresciallo, cansando però di additare l’origine di esse querele e la via che avevano percorsa. Il Sultano non parve prendersi gran fastidio di ciò che gli diceva il principe, e con un tuono molto indifferente lo accertò che avrebbe comunicate quelle osservazioni a Riza pascià, ministro della guerra, in cui sia deposta tutta la sua confidenza. Ma il maresciallo nel ricevere la comunicazione del generale Bosquet prese il tuono più altiero, e ricorse ai termini più severi per qualificare l’amministrazione turca.

Presso il Sultano fuvvi una riunione a cui si trovarono presenti il maresciallo St-Arnaud, lord Raglan, Rescid Pascià e Mehemet Kchresli pascià. Il maresciallo richiamò i gravami del Muscir, e su questo proposito stava per intavolare una discussione. Ma non appena ebbe pronunciate le prime parole che Rescid Pascià sporse la sua dimessione.

Fu un colpo da teatro, e alla vista del Sultano sconcertato da questa proposta, il maresciallo non insisté oltre. D’altronde Riza pascià, dopo il consiglio, gli forni delle spiegazioni che egli giudicò bastevoli; e disse da poi al generale Bosquet, parlando di Omer Pascià e delle sue querele, ch’egli era un ammalalo immaginario.

Allorché il signor de Bruck vide passare sul Bosforo le truppe anglo-francesi recantisi nella Bulgaria, prese tosto la sua risoluzione. Precipitò lo scioglimento de' negoziati pendenti ira lui e Rescid Pascià, e al 20 giugno il trattato tra l’Austria e la Turchia fu sottoscritto. Il testo definitivo fu sottoposto al maresciallo che lo rimando all’internunzio senza veruna osservazione.

A quest’ora si trovavano a Varna da 38 a 40 mila uomini di truppe alleate che domandavano di marciare sopra Sciuinla e Silistria; ma de Bruck e il suo confidente Rescid Pascià stornarono questo colpo col trattato 20 giugno.

Già il 19 il fatto era conosciuto alla Borsa (di Costantinopoli), e sotto la stessa data parti da Vienna un dispaccio annunciante che i Russi avrebbero tantosto sgomberalo i Principati.

V

Se eravi una nazione, sul concorso efficace od almeno sulla compiuta neutralità della quale la Russia avesse diritto di contare, questa era appunto la nazione austriaca.

Senza troppo presumere, lo Zar poteva credere che il capo di quell’impero da lui sottratto alla rovina e rinfrancalo sulle conquassate sue basi conservasse la memoria degli immensi benefizi ricevuti, né contro di lui volgerebbe mai quella spada che senza di lui sarebbe stata inevitabilmente spezzata dalla rivoluzione. Nei consigli del giovane imperatore la riconoscenza doveva pure avere il suo posto e la sua voce: oltreché il procedere dei gabinetto austriaco era tale da alimentare simili speranze. La sua politica indecisa cansàva d’impegnar l’avvenire e procurava di remorare il presente con un sistema d’indugi indefiniti. A Vienna eravi un lavoro incessante di note, di protocolli, di proposte, di soluzioni pacifiche, il cui solo scopo era di guadagnar tempo e lasciare agli eventi la cura di far sorgere una favorevole occasione par intervenire attivamente.

L’Austria giuocava ad un giuoco prudente, né si avanzava se non con precauzioni infinite sopra questo politico terreno semina ad ogni passo di trappole e di pericoli; e giova dirlo ad onore dei consiglieri dell'imperatore, e seppero ammirabilmente evitare. Fin qui tutti li scogli della loro posizione ambigua e mettere in salvo, senza nulla compromettere, gl’interessi della monarchia imperiale.

Per fermo la causa delle potenze occidentali non si era politicamente guadagnate le simpatie dell’Austria; imperocché era quelle la causa della indipendenza della Turchia; ma ciò che teneva l’Austria esitante era il desiderio di partecipare allo smembramento di quell'infelice paese. Tuttavolta ella nutriva pure segrete antipatie contro lo Zar. Su di che ella seguitava le tradizioni della politica dei principe di Metternich durante la guerra del 1828-29, allorquando il gabinetto di Vienna, il solo ad opporsi ai progetti dello Zar sovra Costantinopoli, laddove i gabinetti di Parigi, di Londra e di Berlino lasciavano che l’esercito russo passasse i Balkani e la Russia imponesse alla Sublime Porta l’umiliante trattato di Adrianopoli.

Quanto più grandi erano al presente le obbligazioni che l’Austria aveva contratte nel 1849, tanto maggiore era la sua impazienza di liberarsi da una gratitudine onerosa e che pesar faceva su di lei una sorte di protettorato cui ella subiva come una umiliazione perché era un testimonio di debolezza nel passato e d’incertezza nell’avvenire.

Pertanto l’Austria cercava un'occasione per tradurre in effetto quelle parole dei principe Sclnvarzenberg: «Verrà un di che faremo e stupire il mondo colla enormità della nostra ingratitudine»; parole memorabili l’eco di cui non sembra che abbiano convinto ancora coloro a cui erano dirette.

Le presenti circostanze parevano fatte per provocare lo scoppio di quella ingratitudine. L’Austria, sollecitata dal governo dell'imperatore Napoleone e dal gabinetto di Windsor, concepì a poco per volta il disegno d'intervenire nella lotta sotto qualsiasi titolo e di schierarsi dal lato delle potenze occidentali, a cui questa intervenzione doveva riuscire più funesta che utile, come i fatti lo dimostrarono.

L'imperatore d'Austria, sin dal principio, inclinava personalmente per l’unione colla Francia e l'Inghilterra; perché giovane, di uno spirito ardito e temerario, di un carattere avventuroso e cavalleresco, desioso di mescolare il suo nome al fracasso delle azioni militari, quel principe sentiva fretta di scuotere la tutela dello Zar e di protestare colla fermezza della sua altitudine contro il fare I disdegnoso e protettore della corte di Pietroburgo.

Lo stesso avviso tenevano i suoi ministri, ma lo spacciavano men nella mente; perché ravvisando la questione più d’in alto travedevano meglio tutte le conseguenze che poteva avere.

Era sorta nell'Austria dal seno delle ultime; agitazioni una influenza colla quale bisognava fare i conti; ed era quella della borghesia viennese, nemica dello Zar, e nemica sopratutto della vecchia aristocrazia austriaca di cui agognava il retaggio politico, accusandone amaramente le tendenze moscovitiche, e denunciando le sue relazionianti patriottiche coll’aristocrazia di Pietroburgo.

L’Austria sopratutto voleva staccarsi dalla Russia, perché le invasioni di questa potenza erano una minaccia permanente per l’impero tedesco. I Russi stanziati sul Basso Danubio, erano un inciampo al suo commercio in Oriente e nel mar Nero. Di più a Vienna era perfettamente noto il progetto ereditario dei Sovrani di Pietroburgo, tendente a riunire insensibilmente le popolazioni panslaviste, tutti i Greci dell’impero ottomano, e ad estendersi per tal modo sino all’Adriatico con la catena di popoli mokio-valachi, serbi e montenegrini. Rammentavasi l’idea emessa un giorno dallo Zar; di stabilire un porto russo a Cattaro sulla frontiera della Dalmazia, per cosi assicurarsi l’influenza e la preponderanza nell’Adriatico, in questo mare che chiamar si potrebbe un lago austriaco.

Tali erano i motivi che spingevano l’imperatore, i suoi ministri e la borghesia viennese ad entrare nell’alleanza occidentale, ed a pronunciarsi contro lo Zar, a malgrado li obblighi contratti nel 1848 e 1849.

Ma quest’alleanza offriva altresì più di un pericolo, anzi pericoli seri e difficili ad evitarsi compiutamente. Egli è per ciò che noi vedemmo con quanta lentezza si spiegasse aperta e chiara quest’adesione, che pur era stata promessa fin da principio alla Francia e all'Inghilterra. Imperocché l’Austria subordinava la sua adesione a condizioni che dovevano renderla inaccettabile e comprometterla agli occhi delle persone sensate in Francia e in Inghilterra: ella non prendeva parte nella lotta se non per modificarne essenzialmente il carattere, le viste e la condotta, e per sostituire alla difesa del principio dell'indipendenza e della libertà una guerra senza principio, di un carattere mal definito e di un esito impossibile a prevedersi.

L’Austria scorgeva un pericolo inevitabile nella vicinanza di assise francesi sulle frontiere ungariche e non lunge dalla Polonia; quella vicinanza poteva movere le speranze del partito nazionale ungarese e provocare sollevazioni potenti quanto basta per iscuotere dalle sue radici l’albero appena ripiantato della monarchia austriaca. Già le emigrazioni ungarese e polacca erano in molo; già formavano legioni destina le ad unirsi alle potenze alleate e a combattere lo Zar, nel quale vedevano la personificazione dell'assolutismo e della tirannia. Fin nel seno dell’esercito francese eranvi profughi di quelle due nazioni. Ora all'Austria premeva di evitare ad ogni costo l’apparizione di un vessillo francese sulle frontiere dell’Ungheria, da cui poteva risultarne una agitazione in quelle provincie, sempre disposte a sollevarsi.

Tale era la condizione ch’ella prestabiliva alla sua adesione, e tale condizione, l’abbiamo dello già, non era da accettarsi; e pur non, pertanto fu accettata.

All'imperatore Napoleone III premeva particolarmente l’alleanza dell’Austria; gli stava particolarmente a cuore, come fu già accennato, di farsi riconoscere e accettare come pari ed alleato da quest'ultimo discendente dell’antica casa di Asburgo.

Per raggiungere questo fine Napoleone III era prontissimo a sacrificare il principio in nome di cui aveva preso le armi, e a trasformare la lotta dei debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore in una coalizione di sovrani, in un conflitto di preponderanza e di autorità. Preferiva un’alleanza potente e considerevole, opera dei suo genio personale, ad un trionfo più rapido e meno avventuroso, ma opera della guerra e dell’accidente.

Egli aveva già ottenuta l’alleanza coll'Inghilterra, e questo luminoso e solenne riconoscimento dell’impero per parte della Gran Bretagna, l’anima delle vecchie coalizioni contro la Francia, era già un successo immenso: col concorso di questa alleata la Francia poteva trar la spada senza che la vecchia Europa protestasse e potesse credersi minacciata da progetti di conquista che naturalmente si attribuivano all’erede dei nome e della fortuna di Napoleone I. Dal punto in cui l’uniforme inglese mescolavasi nelle nostre schiere, la moderazione e la giustizia della nostra causa diventavano incontestabili anche al cospetto degli spiriti i più prevenzionati.

Ma tanto non bastava. Volevasi, e a tutto costo volevasi l’alleanza dell’Austria. Volevasi gettare allo Zar, a modo disfida, la defezione dell’alleato sovra cui aveva più ragione di contare. Volevasi che l’Europa dir potesse: I diritti più inviolabili legavano l’Austria alla causa dello Zar; e l’Austria ha fatto strame di quei diritti per associarsi alla fortuna e al genio di Napoleone III.

VI

Dal trattato 20 giugno sortirono tutti i disastri a cui soggiacquero le armi di Francia e d'Inghilterra nella lotta generosa in cui si erano impegnate contro la Russia in nome dei diritto, della giustizia, dell’indipendenza della Turchia e della libertà dell'Europa. Quel trattato è troppo conosciuto, e tanto inutile che ne riponiamo il testo sotto li occhi dei lettore.

Con questo trattato il gabinetto di Vienna soddisfaceva al suo amor proprio col provare allo Zar di essere deciso a fare senza di lui; ed occorrendo eziandio contro di lui. In più tempo soddisfaceva alle potenze occidentali, e preveniva i tentativi che esse avrebbero incoraggiti, o per lo meno tollerati in Italia. Ma col trattato medesimo il gabinetto di Vienna serrava la strada della Moldo-Valacchia e della Bessarabia ai vessilli anglo-francesi. Sviando dalle sue frontiere ungaresi ogni minaccia rivoluzionaria, ciò che era già per l’Austria un gran guadagno, ella faceva partecipare alla Russia il beneficio dei suo intervento pacifico, e permettevale di agglomerare le sue forze sul punto che noi giudicavamo il più acconcio per essere minacciato. Mettendo al sicuro con questa prova di buon volere quelli tra' suoi possedimenti che racchiudevano maggior copia di elementi insurrezionali, poneva fra noi ed i Russi sorte di muraglia della China, coperti da cui questi ultimi potevano recare i loro sforzi su tutte le altre parti delle loro frontiere, e specialmente sopra Odessa e Sebastopoli, di cui già a quel tempo cominciavasi a parlare.

L’Austria diceva alla Turchia: «Io ti proteggo». — Diceva alla Francia e all'Inghilterra: «Sono con voi, e costringo i Russi a rivarcare il Pruth». — E diceva alla Russia: «I miei atti di ostilità contro di te non sono che apparenti; ma ora tu hai libertà di difendere Odessa e Sebastopoli, di dare una lezioncella agli alleati».

Non si può descrivere il dolore che la notificazione del trattato 20 giugno cagionò tra i generali e li ufficiali superiori dell'esercito. Il principe Napoleone ne manifestò l’indegnazione più viva. In una conversazione famigliare con uno dei suoi amici, colonnello uno dei reggimenti della sua divisione, e più tardi ebbe diverbio col maresciallo, il generale Bosquet proferì la parola tradimento lo stesso Canrobert, malgrado che si attenesse in sui riguardi, ne espresse il suo dispiacere. I Turchi non ci capirono nulla affatto. Gl’Inglesi si tacquero e non formularono la loro opinione, tali essendo le loro abitudini militari; il generale Scarlett, a cui ne fu tenuto parola, salutò freddamente il suo interlocutore, sotto il pretesto di aver fretta. Tornava inutile d’interrogare lord Raglan e il daca di Cambridge, che non avrebbero risposto.

Il maresciallo Saint-Arnaud era invece radiante; e dalla soddisfazione che manifestava era da dire che quel deplorabile trattato fosse l'opera sua. Ne fece i suoi complimenti a Rescid Pascià, e rinnovò al signor de Rruck le congratulazioni che gli aveva già fatte per l'attitudine sempre più dispiegata che prendeva il ano governo.

VII

L’assedio di Silistria essendo fallito, i Russi s ritirarono lentamente nell’interno dei Principati, cedendo a passo a passo il terreno ai Turchi, che si avanzavano con prudenza, e che bentosto li Austriaci vennero a rilevare nella Moldo-Valachia.

E noi, che facevamo a Varna? Sallo Dio! Delusi nella speranza di marciare sul Danubio, di disbrigare Silistria e di mescolare le mani coi Russi, i soldati caddero in uno scoraggimento che li ardori di giugno e di luglio non tardarono ad aumentare di più. Dal 20 giugno al 20 agosto scorsero due lunghi mesi durante i quali la nostalgia, il tifo, il cholèra assalirono e decimarono le truppe alleate. Elle presentavano allo sguardo il quadro più lamentevole; ogni giorno li ospedali si empivano; la morte devastava le nostre schiere, che l’indisciplina, ben facile a comprendersi in simili condizioni, aveva già scomposte. Da ogni bocca sfuggivano clamori; in alcuni battaglioni si fecero udire grida sediziose, e il soldato ricordò i nomi di certi generali esuli.

A quest’epoca si riferisce il primo insulto alla malattia che persegui poscia il principe Napoleone per tutta la spedizione. Fu preso un violento attacco di tifo, e i medici gli prescrissero un aere più puro e il soggiorno più tranquillo di Costantinopoli. Ma se, bene o male, la sua salute si sosteneva mercé la personale sua energia e le cure che lo assistevano, d'altra parte gli restava molto a soffrire per lo spettacolo di tutti gli intrighi, le fila di cui mettevan capo a Costantinopoli, nel gabinetto del ministro degli affari esteri. Il principe era minutamente istrutto di quanto succedeva a Parigi, a Vienna e nel Divano. Di Francia riceveva lettere bene informate che gli rappresentavano come invincibile l’ostinazione dell’imperatore e come incurabile il suo acciecamento. Nella capitale della Turchia egli seguiva da vicino li andamenti del maresciallo e conosceva la sua intima partecipazione alla deplorabile politica in cui si erano impacciati. Per ultimo egli non ignorava veruno dei particolari relativi ai frequenti convegni tra de Bruck e Rescid Pascià che a Costantinopoli si credevano pienamente al coperto di ogni indiscreta rivelazione.

Per alcuni giorni il principe condivise lo scoramento generale e da quel tempo chiese formalmente il suo richiamo. Sentiva ripugnanza di continuare più a lungo a prender parte ad una lotta di cui era impossibile di preveder l’esito, e nel fondo di cui i più chiaroveggenti non iscorgevano che inganni. Ai disastri non si pensava ancora.

La demanda di richiamo, presentata in buona e debita forma, non fu accettata. Premeva all’imperatore che il principe figurasse nelle file dell’esercito attivo; gli rispose perciò con istanza, ed invocando il nome della famiglia imperiale e l’onore della Francia. Il principe Napoleone dunque rimase.

VIII

Al principio di luglio la spedizione di Crimea cominciò ad essere posta seriamente sul tappeto. L’idea di questa spedizione non era nata in Oriente, ma veniva direttamente da Parigi dopo di essere passata per Vienna e Londra ove fu ricevuta con un estremo favore.

A Vienna si raggiungeva di un sallo lo scopo che si erano proposto: quello di allontanare dal Danubio le truppe occidentali e di impacciarle in un’avventura colla truppa russa, fosse ella pure in Crimea o nell’Asia.

A Londra l’idea di prendere Sebastopoli e di distruggere la marina russa faceva trasalire di gioia i negozianti della City e li azionisti della Compagnia delle Indie. Quanto all’esecuzione militare, il gabinetto inglese, composto per la massima parte d’uomini ingenui e poco familiarizzati colle cose della guerra, se ne riferiva intieramente al governo imperiale che da questo lato presentava, almeno in apparenza, le migliori guarentigie. Il venerabile conte di Aberdeen, la cui nullità di apparato ricorda tanto bene quella del principe Kaunitz, faceva le meraviglie per l’arditezza di tanto concepimento; l’eccellente duca di Newcastle accoglieva con un sorriso anticipalo l’infallibile successo delle armi alleate: lord Palmerston una sola cosa temeva, quella di non poter provare abbastanza all’imperatore con quanta premura l'Inghilterra accettava i suoi piani e quanto essa ammirava il suo genio.

Lo ripetiamo, l’idea di questa spedizione sorse nel gabinetto delle Tuileries: essa fu concepita nella solitudine. L’imperatore curvato sulla carta, con occhio attento, col compasso in mano, passò lunghe ore ad elaborare il suo piano e lo mandò a Costantinopoli tutto scritto di suo pugno senza averlo preventivamente comunicalo a veruno. L’imperatore diffidava delle osservazioni che il maresciallo Vaillant non avrebbe mancato di opporre e ch’egli avrebbe sopportate con impazienza.

IX

Questa importante comunicazione il maresciallo Saint-Arnaud la ricevette nel luglio: l’accetto senza riserva, senza obbiezione, e la mise all'ordine del giorno come opera sua propria, adottata dall'imperatore. Egli invertiva passabilmenle le parti, e fuori il generale Marlimprey che conosceva tutta la verità, per lungo tempo l'esercito gli attribui l’onore di quest’alto concetto. I più tra i generali si lasciarono prendere.

Da quel momento il maresciallo spiegò un’attività favolosa; divorava la via da Costantinopoli a Varna, da Varna a Costantinopoli, allestiva i preparativi della spedizione; conferiva ogni giorno con lord Raglan, e rialzò per quanto potè il morale dell’esercito.

Egli non mancava né di attrattive né di destrezza; era audace, brusco nell’incesso, e questi modi piacevano al soldato; ma tosto ch’egli fosse assente, il soldato ritornava in sé e domandava ciò che fossevi in fondo a quella indole febbricitante, infermiccia, tal po’ sregolata, e che cosi nel morale come nel fisico sostenevasi solo con infingimenti? Allora il soldato ricadeva nell’incurabile suo male e ripigliava la sua altitudine cupa e, tal fiata, minacciosa.

In seguito ad una relazione fuori modo allarmante del generale Canrobert, il maresciallo prescrisse da Costantinopoli di dare ai battaglioni più impazienti un'occupazione provvisoria.

«Devono esservi ancora, dei Russi nella Dobrucia, scriveva egli a Çanrobert, fate loro dare la caccia, e qualche vantaggio che possiamo convertire in una vittoria da offrire all'imperatore le feste nazionali del 15 agosto. Espinasse è forse il migliore tra i vostri generali per eseguire un colpo di mano di questo genere».

Li ordini del maresciallo furono eseguiti,( )il generale Espinasse ebbe l’incarico della spedizione della Dobrucia. Alcune sotnie di Cosacchi, sempre in vista delle nostre truppe senza mai lasciarsi cogliere, trassero i nostri battaglioni in mezzo alle paludi e alle più dure fetide del paese a più di 25 leghe (60 miglia) da Varna; indi sparvero all'improvviso, e cessarono d’inquietarci.

Ma tra pochi giorni quella divisione fulminata da piogge diluvianti, a cui sud cedevano calori tropicali; a tal che sei mila uomini perirono, e due mila contrassero malatie che li resero inetti al servizio.

In pari tempo il cholèra e il tifo incrudelivano con furore a Varna, a Gallipoli ed in Pireo: di modo che il 15 agosto invece (una vittoria da offrire all’imperatore, ne avevamo da presentargli uno stato di 14,000 morti.

X

Da Parigi arrivarono ordini per affrettare la spedizione; e in seguito a questi il maresciallo Saint-Arnaud tornò da Costantinopoli a Varna, e vi raccolse il consiglio di guerra.

Tutti sanno che una ricognizione sulle coste ostro-occidentali della Crimea era stata Città dai generali Canrobert e Brown, dal contrammiraglio Lyons e da alcuni ufficiali speciali degli stati maggiori; i quali recarono documenti preziosi senza dubbio, e dati da cui eravi a trarre un partito eccellente. Ma quelle informazioni si riferivano puramente alle specialità di esecuzione dell’impresa, al punto di sbarco, al concorso che l’artiglieria delle armate porger doveva all'esercito nel caso di attacco dei Russi; e finalmente all’una e all’altra via che seguir potevasi per marciare sovra Sebastopoli.

Il consiglio di guerra si congregò a Varna, ai 10 di agosto, se la nostra memoria è buona. Il maresciallo lo presiedeva, ed aveva preventivamente partecipato al principe Napoleone fu generali Canrobert e Bosquet il piano convenuto tra lui e l’imperatore. Era il piano elaborato dallo stesso Napoleone III, e dato da Biarriz, perché in quei critici tempi era di là che Napoleone III mandava i suoi ordini e datava i suoi proclami.

Il maresciallo espose al consiglio l’idea della spedizione; ne fece risaltare i vantaggi e la politica anglo-francese, ne analizzò il suo tal quale lo aveva ricevuto da Parigi. Essere mestieri di scegliere un punto di sbarco, operarlo sotto la protezione dell'artiglieria delle squadre; dare addosso ai Russi che certo tenterebbero la fortuna delle armi; batterli (di un esito infallibile, secondo lui); tirar dritto, dopo una vittoria, sovra Sebastopoli, ed espugnarlo per sorpresa. Non avere i alcun dato positivo sulle forze dei Russi campagna, né sull’effettivo della guarnigione, né sulle difese di Sebastopoli da terra: le informazioni attinte a differenti sorgive scordarsi a stabilire non esservi ostacoli né insuperabili né troppo seri. La potenza russa soffre subito or ora un grave smacco sul Danubio; essere perciò men difficile di vincerla in Crimea, ove non ha concentrato forze né si aspetta un’aggressione. Lo sbarco nella Crimea e la presa di Sebastopoli compirebbero al cospetto del mondo la disfatta della Russia e le strapperebbero la pace. Questo essere il fine che si proponevano le loro maestà la regina Villoria e l’imperatore Napoleone. Sul Danubio nulla più esservi a fare, essendo li Austriaci diventati essi pure alleati della Porta ottomana, ed avendo costretto Gorgiakoff a ritirarsi. Convenire che si spostasse il campo di battaglia; e se quello della Crimea era periglioso, era altresì il più favorevole pel clima e pei vantaggi decisivi che presentava agli eserciti alleati.

Tutti li sguardi si volsero al generale Raglan. Egli se ne slava accigliato e con un volto che da alcuni minuti attestava tutta l’incredulità del suo spirito.

Lord Raglan oppose il difetto di nozioni sulle forze russe e sullo stato della piazza dal lato di terra; veruna indicazione fornire le carte; strade, fiumi, ostacoli naturali essere sconosciuti; essere quello un cattivo campo di battaglia; sopra ogni altro poi, l’esercito mancare di cavalleria, intanto che i Russi avevano gran copia di cavalli eccellenti. Per conseguenza la partita non essere eguale.

Il vice-ammiraglio Hamelin vi mise più passione. Al dir suo, la spedizione intrapresa con simili condizioni somigliava molto ad un’avventura; le forze alleate parergli insufficienti; le squadre potere senza dubbio proteggere lo sbarco dell’esercito, ma non essere certo che potessero assisterlo a lungo a cagione de' venti equinoziali vicini ad arrivare. Forse le squadre dover essere costrette di cercare un ricovero sul finir di settembre per isfuggire alle burrasche tanto violenti nel mar Nero. In tale caso l’esercito resterebbe abbandonato a sé; e questa essere un'eventualità spiacevole, e che porrebbe divenir fatale. Il clima non istare in misura coi climi di egual latitudine; doversi tener conto della vicinità del mare e della distribuzione delle catene di montagne. La Crimea, posta ad ostro della Russia, essere come il recipiente comune di tutte le intemperie di quel vasto impero. In certi inverni essersi persino veduto ghiacciare la baja di Sebastopoli. Se il colpo di mano fallisce, l’onore della Francia e dell’Inghilterra rendere necessario un assedio della piazza: e ciò posto, chi potrebbe prevedere il fine della spedizione? Seria oltremodo essere l’obbiezione di lord Raglan sulla mancanza di nozioni relative alle forze russe di campagna, ed alle difese di terra di Sebastopoli: per tutte le quali ragioni l’ammiraglio non poter dare il suo assentimento all’impresa.

Il maresciallo Saint-Arnaud fece a queste osservazioni una risposta breve e vivace; riprodusse i suoi argomenti con maggior forza, e conchiuse appoggiandosi all'autorità competentissima dell’imperatore.

Il principe Napoleone prese allora la parola, e parte» per tre quarti d’ora: anzi giova qui notare ch’egli esprimeva ad un tempo la sua opinione e quella dei generale Bosquet e dei duca di Cambridge, che aveva visti, e coi quali si era inteso il giorno avanti.

Il principe riprovava la spedizione nel suo principio e nella sua esecuzione in modo assoluto. Grandissima senza dubbio essere in questa materia l'autorità dell’imperatore, ma egli a Biarriz non essere in grado di avvisare le difficoltà pratiche dell’impresa. La gran distanza dal teatro degli avvenimenti in cui egli si trovava poter creare nel suo spirito una Fata Morgana. Aver egli ragione, come erede dei nome di Napoleone, di continovare gloriose tradizioni militari, di riporre la Francia nel suo grado tra i popoli, di vendicarla di un passato disastroso; ma non doversi cominciare là dove Napoleone ha finito. Un’invasione in Russia essere l’incognito; lo stesso maresciallo ne rimaneva d’accordo. Nulla sapersi dei clima, nulla delle risorse dei paese, nulla delle forze e dentro e fuori la piazza, nulla dei valore delle fortificazioni di Sebastopoli che da terra potevano essere tanto formidabili che dal mare. Li ammiragli stare esitanti al presentarsi davanti a 600 bocche da fuoco che difendevano la baia e il porto; non doversi perciò contare in un attacco sovra un concorso molto efficace da parte della marina, la cui missione d’altronde essere di combattere vascelli e non muraglie (li ammiragli Hamelin, Dundas, Lyons e Gharner fecero un segno di approvazione),

Il vero campo degli eserciti alleati essere il Danubio, e dopo il Danubio il Pruth; là stare un paese ricco e fecondo; là una popolazione simpatica: e là essere eglino appoggiati da un gran fiume e protetti da una serie di fortezze imprendibili. Quel campo di battaglia prestarsi mirabilmente cosi all’offensiva come alla difensiva: l’esercito turco vittorioso dare un possente concorso; l’esercito russo scorato da' suoi insuccessi, dai falli de' suoi generali, difficilmente poter evitare una compiuta disfatta. L’esecuzione di questo piano avere ne altro vantaggio, quello di provare all'Austria che si può far senza di lei. La presenza degli allea ti sulle frontiere dell'Ungheria, a sessanta leghe dalla Polonia, renderli padroni di tutta la situazione; la guerra avrebbe dominato la diplomazia e dettata la legge a Vienna ed a Berlino. Essere tempo ancora di trarre ad esecuzione questo piano. La lentezza che i Russi ponevano allo sgombero dei Principal! essere un'ultima circostanza da cogliersi.

Che se invece si eseguiva la spedizione della Crimea, in onta alle gravi obbiezioni sollevate già da uomini la cui opinione faceva pure un'autorità, eravi da stabilire un piano intiero, e fino a quest’ora la discussione non averne rivelato alcuno. La discussione sviavasi nelle specialità; ma un piano d'insieme non essere ancora stato presentato, eppure i consiglio doveva recare la sua attenzioni sovra questo punto.

Sbarcare in Crimea, a settentrione o a mezzodì, battere i Russi e marciare sovra Sebastopoli, non essere un serio piano di campagne Ma il punto a cui da prima bisognerebbe attenersi, sarebbe di chiudere ai Russi la penisola di Crimea, tagliar loro le comunicazioni di Sebastopoli col resto dell'impero russo, isolare il principe Mengikoff dalle riserve che fornir gli potrebbero le truppe del Danubio. A quest’uopo converrebbe da prima occupare l'istmo di Perekop, fortificarvi di divisioni in posizioni inespugnabili e coperte dall’artiglieria dei battelli a vapore. Bisognerebbe in seguito occupare Simferopoli, se del governo della provincia, l’amministrazione della quale si troverebbe disordinata, ed assicurarsi da tutti i punti del paese le provincie, le vestimenta, li alloggi e i foraggi di cui l’esercito potrebbe abbisognare. Finalmente si potrebbe difilare sopra Sebastopoli, espugnarla o investirla. Senza queste operazioni preliminari, la spedizione della Crimea non essere, come lo aveva detto il vice-ammiraglio francese, se non un’avventura, al termine di cui stava una campagna d’inverno sopra il suolo russo, od una pazzia.

Il maresciallo Saint-Arnaud fu vivacissimo nel replicare al principe Napoleone, e fece alcune mordaci allusioni alle sue idee e alle ben note sue relazioni. Il principe l'interruppe per dirgli che le sue amicizie personali egli le sceglieva secondo i suoi gusti; e quanto che sue idee, egli attingerle nell'interesse della Francia e dalla tradizione nazionale del primo impero: e nissuno fuori di lui esserne giudice.

Il generale Canrobert appoggiò il progetto di spedizione. Particolarizzò l’esito della ricognizione che aveva fatto lungo le coste ostro-occidentali della Crimea; e, secondo lui, lo sbarco ad ostro di Sebastopoli essere possibile, ma le eminenze essere fortificale 0 presentare gravi difficoltà. Dal ponte del Furioso avere lui e i suoi colleghi scorti distintamente gli accampamenti russi, il cui effettivo potersi calcolare a 25,000 uomini. Tosto dopo, a borea della piazza, tra un forte considerevole e il fiume Belbek, esservi un altro campo di circa 6,000 uomini. Lo sbarco potersi operare sulla costa occidentale di Eupatoria, sovra una spiaggia favorevole e dove ergono le rovine di un vecchio forte. Di colà l’esercito alleato potersi indirizzare in tre o quattro giorni sopra Sebastopoli, senza dar tempo al principe Mengikoff di concentrare le sue forze e di opporsi seriamente alla nostra marcia. Tenendo questo sistema, esservi delle probabilità di rompere l’esercito russo, la sua disfatta poneva infallibilmente Sebastopoli nelle nostre mani.

Ma che succederà, chiese lord Raglan, se la piazza resiste e se è ben fortificata?

Rispose il maresciallo, che in tal caso bisognava farne l’assedio, e che occupando le fortificazioni settentrionali si diventava naturalmente padroni della città. Se quelle fortificazioni presentavano troppo grandi ostacoli, era facile di passare ad ostro, girando la piazza, e d'intraprendere un assedio regolare col concorso e la protezione delle squadre, che troverebbero buoni ancoraggi sulla costa, massime a Balaklava riconosciuta da sir Lyons.

In seguito si entrò nelle più minute specialità sulla spedizione, che sul registro ottenne l’approvazione della grande maggioranza del consiglio. Lo stesso lord Raglan, a malgrado le tanto sensale sue obbiezioni, fini col dare il suo volo affermativo; il generale Bosquet fece altrettanto, e il fatto fu fatto. I quattro opponenti che rimasero furono i vice-ammiragli Hamelin e Dundas, il duca di Cambridge e il principe Napoleone.

XI

Il maresciallo, in onta al suo tuono di confidenza, provò dispiacere per l’opposizione che erasi manifestata nel consiglio di guerra. Alcuni giorni dopo pubblicò un proclama all'esercito, da cui trasparivano le cupe disposizioni del suo spirito. Esso è troppo conosciuto, né importa perciò che lo ripetiamo: basti ricordare ch’egli terminava con parole respiranti una specie di di speranza e che produssero la più funesta sensazione. Più lardi, col mezzo del Monitore, si dichiarò apocrifo quel proclama, e ad istanza del principe Napoleone che ne scrisse a Biarritz, fu annullato e sostituito da un proclama dello stesso imperatore. Il fatto commesso dal maresciallo fu abbondantemente usufruttato dai Greci e dai Russi.

XII

La spedizione parti da Varna e da Balgik il 4 settembre 1853; il 7 ella stava all’altura dell’isola de' Serpenti nel golfo di Odessa, ed ancorava per aspettare l’armata inglese; perché allora, come anche oggidì, gl’Inglesi sono sempre in ritardo a motivo della loro viziosa amministrazione. Il 9 l’armata francese, raggiunta dalla inglese, levò l'ancora dall’isola de' Serpenti, e veleggiò per scirocco-levante con buon vento e con uno splendido cielo.

Il 13 di mattina scorsimo le bianche spiagge della Crimea, e a sera ci presentammo ad Eupatoria, che fu occupata dal colonnello di stato maggiore Trochu. La piazza era abbandonata, né ritrovammo che un maggiore con 200 soldati ammalati.

A mezzanotte tutte le squadre rispiegarono le vele, i Francesi alla testa, gl’lnglesi nel centro e i Turchi alla retroguardia. Il 14 fu adoperato a sbarcare sulla spiaggia dei Vecchio Forte, indicata dal generale Canrobert nella sua relazione al maresciallo e riconosciuta posteriormente da una commissione composta dei generali Canrobert, Martimprey, Thierry, Bizot, dei colonnelli Trochu e Lebeuf e dei contr’ammiraglio Bonet-Wuillaumez, in compagnie dei quali andarono pure i generali Raglan, Brown, Burgoyne e il contr’ammiraglio Lyons.

Su questa parte della Crimea non eravi un solo nemico. Eravi bensì un campo assai numeroso verso il capo Chersoneso; e verso il Kacia o l’Alma le forze russe potevano sommare a 20,000 uomini. Per conseguenza lo sbarco si opero colle circostanze più favorevoli. Ma nel fare il primo accampamento ci accorsimo che gl’lnglesi mancavano di tende. I nostri soldati però avevano tende e buone coperte.

All’appello dei 15 risultò che le truppe alleate sommavano a 62,000 uomini, ossia 28,000 Francesi, 26,000 Inglesi ed 8 mila Turchi.

Noi invadevamo la Russia (la Crimea) come i Normanni invasero la Sicilia, Pizzarro il Péril, e Ferdinando Cortès il Messico. Nell’esercito eravi una vaga apprensione, una indefinibile inquietudine. Ognuno era disposto a fare il suo dovere e a vender cara la sua vita; ma è certo che se i generali russi fossero stati più preveggenti, non avremmo passata una notte in Crimea, e ci avrebbero gettati in mare senza respiro come senza misericordia. Ma e’ si scusano con dire che loro pareva impossibile che nel mese di settembre si dovesse effettuare una spedizione in Crimea.

Fino dal 15 la malattia dei maresciallo Saint-Arnaud si aggravò talmente che divenne impossibile di parlargli. Per conseguenza egli rimase presso che estraneo alle operazioni, e dobbiamo rendere giustizia al signor di Martimprey, capo dello stato maggior generale, dei quale fu merito se gli ordini furono dall’egualmente con precisione ed eseguili con disciplina.

Dal 15 al 19 scorsero quattro giorni consacrati allo sbarco complementario dell'artiglieria di assedio ed alle disposizioni di marcia da prendersi per difilare sulI’Alma, ove concentravasi un esercito russo di 30,000 uomini. In quei quattro giorni patimmo per mancanza di acqua e di legna.

Il 19 le truppe alleate si avanzarono verso l’Alma; e il 20 di mattina, il tempo essendo magnifico, che trovaronsi a fronte dell’esercito russo, accampato sulle alture dall’altra parte dei fiume, e contando all’incirca 35,000 uomini, di cui 3,000 di cavalleria.

XIII

Noi dissimo che i generali russi non vollero credere alla fama sparsa intorno alla nostra spedizione, per essere la stagione troppo avanzata e insufficienti le nostre forze.

Il generale principe Mengikoff fu l’ultimo a prestar fede alle relazioni delle spie greche ed agli avvisi che gli trasmise in tutta frotta il governatore di Odessa. E cosi si lasciò sorprendere in Crimea, né in posizione d’arrestare la marcia di 62,000 uomini scelti approdati nella baia di Kalamita.

Or ecco qual era il suo effettivo di campagna al nostro sbarco:

Il 27°, 28°, 33° e 34° reggimenti di fanteria di linea; il 33° e 34° reggimenti di fanteria leggiera: in tutto 24,000 uomini coi generali Sciabokruiski, Lubimoff e Wolkoff;

La seconda brigata della 6 divisione cavalleria leggiera, 3,200 uomini;

Sei batterie d'artiglieria; due batterie leggiere, sei compagnie di piazza, contando 3,20 uomini;

Cosacchi e compagnie di marina, circa 5,000 uomini.

Tali erano le forze che ci venivano opposte; ma esse occupavano una posizione formidabile nei burroni e sulle alture dell’Alma; alture munite con 64 pezzi di campagna.

La mattina del 20 la salute del maresciallo peggiorò visibilmente. Con gran fatica si levò dal suo letto di campo, e gli fu impossibile di occuparsi delle disposizioni dell’attacco, che furono decise definitivamente tra il generale Raglan e il generale Martimprey in presenza dell’infermo che con segni dava il mo consentimento.

Da nostra parte l’attacco cominciò alle sei antimeridiane. Il generale Bosquet, alla lesta della sua divisione, sali le alture alla nostra destra, appoggiato dall'artiglieria dei vapori. Il generale Canrobert lo segui al passo di carica, e le due divisioni precipitarono sulla sinistra dei Russi che furono buttati indietro. la pari tempo la divisione Napoleone s'impadronì, dopo una viva fucilata, del villaggio d’Alma, coll’appoggio di una delle brigate della divisione di riserva del generale Forey.

A sinistra gl'Inglesi avevano speso un tempo infinito nei loro preparativi; soltanto a dieci ore si schierarono e si avanzarono colla abituale loro flemma; ma furono soperchiati dalla cavalleria nemica, e fulminati a fuochi immergenti dall'artiglieria delle alture, e forzati a ritirarsi indietro dall’Alma onde riassestare le loro file.

La situazione si faceva critica per loro e quindi anco per noi. Ma i Russi minacciati li fronte dalla divisione Napoleone e da una brigata della divisione Forey, e di fianco alle divisioni Bosquet e Canrobert, esitarono un istante, e questo decise della giornata. I zuavi si precipitarono a baionetta sui Russi. I pari tempo le divisioni Lacy Evans e Brown comparivano sull’altra riva dell’Alma, ed attaccavano di fronte le posizioni russe, la cavalleria di cui si ritirava sotto il fuoco della moschetteria della divisione Cathcart, dinanzi ad una carica brillante della cavalleria del maggior generale conte di Lucan. La giornata era nostra; nostro il campo di battaglia. I Russi si rifacevano lentamente coperti dalla loro cavalleria: ma abbandonavano le alture traendo seco i cannoni, di cui neppur uno cadde in nostro potere. A sei ore di sera i Russi erano scomparsi dall’orizzonte.

Questa rapida vittoria provava l’incontestabile superiorità delle nostre armi. Conveniva profittarne, compulsare i Russi fin sotto le mura della piazza e tentare a tutto rischio il colpo di mano di cui il maresciallo aveva avuto l’idea. Un atto di audacia poteva in quel momento coronare il nostro primo successo, e d'altronde si aveva il vantaggio di non dare al nemico l’occasione di ricevere i rinforzi che erano in viaggio da Perekop e Calfa, e il cui arrivo ci costringeva ad una seconda battaglia, ma quest’altra volta contro forze superiori.

Lo stato del maresciallo non gli permise nemmanco di emettere un parere. Il generale Raglan, le cui truppe avevano molto sofferto, patì dei dubbi sul successo di un colpo di mano da tentarsi contro Sebastopoli; e il capo di stato maggiore Martimprey, interrogando successivamente tutti i volti, non seppe formulare un’opinione.

Tuttavolta in seguito alle vive istanze dei generali Bosquet, Lacy Evans, Cathcart e Napoleone fu risolto che l’esercito si porrebbe in marcia il dopodomane e spingerebbe fino al Belbek, accostandosi quanto più è possibile a Sebastopoli.

Il 22 ripresimo dunque la nostra marcia ad ostro, ed arrivammo in un giorno sul Belbek.

Non dobbiamo dimenticare di soggiungere che la divisione turca non prese veruna parte alla baltaglia dell’Alma. Durante tutta l’azione ella rimase nei borri, tramezzo i giardini e i boschetti della valle formata dal fiume, e non diede segno di vita. Questa inazione deve principalmente attribuirsi al generale Martimprey che dimenticò al tutto quei bravi, e non mutò l’ordine che loro era stato dalo il mattino di tenersi in riserva dietro le divisioni Bosquet e Canrobert.

XIV

Alla sera arrivammo sul Belbek di cui trovammole foci e la sinistra sponda difese da opere in terra munite di batterie. Lord Raglan e il capo dello stato maggiore francese le riconobbero, e giudicando essere difficile espugnarle, in un consiglio di guerra tenuto alle sei pomeridiane allo stato maggiore inglese si decise che l’esercito, anziché passare il Belbek e attaccare il settentrione della piazza dalle colline scaleggianti giù giù sino alle fortificazioni della riva destra della baia, girerebbe la piazza appoggiandosi a sinistra, passerebbe il torrente Cernaia fuori del tiro dell’artiglieria di Sebastopoli ed andrebbe ad appostarsi ad ostro sul poggio del Chersoneso osservalo durante la ricognizione del Furioso. Ivi molte baie sicure e profonde frastagliando bizzarramente l'estremità meridionale di quel poggio, offrivano buoni ancoraggi alle armate e le mettevano in relazione immediata coll'esercito. Il quale ultimo in cotesta posizione poteva bombardar la piazza coll’aiuto delle squadre e tentarne l’assalto. Se poi l’assalto veniva riconosciuto impossibile, si poteva procedere ad un assedio regolare col vantaggio di essere appoggiati da mare e di ricevere per questa via pronta e facile tutto quanto fosse necessario alle operazioni dell’esercito.

Dopoché la mano dell’uomo si lascia afferrare da un incastro, è forza che tutto il corpo intiero sia trascinato dalla ruota. Il vizio radicale della spedizione doveva corromperne tutti li svolgimenti. Il principio era falso, le conseguenze dovevano essere disgraziate. L’idea, concepita a Parigi, al di fuori d’ogni nozione pratica, era cattiva, e l’esito non poteva perciò essere buono. Dopo il 24 settembre, il detto del vice ammiraglio Hamelin era divenuto un fatto, e noi navigavamo a caso verso un’avventura, e i frutti della bravura anglo-francese alla battaglia dell’AIma erano già perduti.

Il 25 e 26 settembre noi eseguimmo intorno alla piazza il movimento circolare stato deciso e convenuto nella tenda del generale Raglan.

Durante questa marcia penosa, a traverso una contrada incognita, squarciata da burroni profondi, coperta da boschi impenetrabili, senza strade, senza guide, senz’acqua, il maresciallo, quasi all’agonia, si assaggiava per dimostrarsi ardito. Ad ogni poco. l’idea di un immediato assalto gli tornava alla mente, ne parlava come di una cosa facile ad eseguirsi e che non doveva richiedere in prevenzione se non un bombardamento di: dodici a ventiquattr'ore.

«L’imperatore sarà contente di noi, mormorava egli con un sorriso; noi abbiamo eseguiti i suoi ordini; a lui tocca l’onore della spedizione… In dieci giorni egli avrà le chiavi di Sebastopoli... L’impero è fatto questa volta; egli ha ricevuto il suo battesimo».

Il maresciallo sortiva frequentemente dal suo sapore mortale per ripetere queste frasi con cui anninnava la sua agonia. In diverse riprese mormorò altresì la data del 2 dicembre, ma quivi le sue parole erano più incoerenti, le sue idee più vaghe e più confuse.

Il 26 arrivammo sulla Cernaia. Cola il maresciallo fece chiamare i generali di divisione e di brigata; tentò di far loro un’ultima allocuzione, ma la sua debolezza non gli permise di finire. Fece un ultimo sforzo, e disse non credere d’ingannare le intenzioni dell'imperatore col rimettere il comando a quello de' generali che pareva essere designato dalla voce unanime dell’esercito. Ho scelto, disse egli, Canrobert per sostituirmi, finché giunga la ratifica di questa nomina da Sua Maestà».

Il maresciallo accennò colla mano al generale Martimprey che si avanzò verso il generale Canrobert, per presentargli la caria contenente la sua commissione provvisoria. Ma egli non la prese; trasse bensì dalla tasca! interiore della sua tunica un piego coll'arma dell’imperatore, il cui esterno lasciava supporre che soggiornasse già da qualche tempo nelle tasche del generale.

Saint-Arnaud apri gli occhi, ma non fece atto di sorpresa. La sua testa ricadde sul capezzale del letto da campo e la sua bocca pronunciò debolmente queste due parole: sta bene.

Tutti i generali si ritirarono, tranne il nuovo comandante in capo, che rimase ü conferenza con Martimprey nella tenda du generale (del maresciallo?).

Quali erano i titoli seri del generale Canrobert per diventare comandante di un esercito impegnato in una simile spedizione? Se la storia si mostra severa per la memoria del maresciallo, complice docile ed inintelligente del concetto militare che ci condusse da Varna al Vecchio-Forte e dal Vecchio-Forte sugli scogli del Chersoneso, ella mostrerassi più severa ancora per una misura, l’esito di cui fu di aggravare il fatto primitivo e d’incantonarci in un angiporto, senza altra uscita tranne una debolezza o una pazzia, una ritirata od un disastro.

XV

La sera del 26 e durante il giorno 27 noi presimo posizione ad ostro di Sebastopoli, e dopo che ebbimo riconosciute le nostre posizioni, quelli che fino allora avevano professala una opinione contraria, accettarono la nostra. Noi non potevamo investire che il mezzodì della piazza; tutto il lato boreale restava scoperto e libero nelle sue comunicazioni colla Russia mediante le strade di Eupatoria e di Simferopoli.

Credemmo dapprima che il principe Mengikoff si fosse ritiralo verso la piazza passando alture di Belbek; ma fu uno sbaglio accreditato principalmente dal parere di lord Raglan e del generale Canrobert. Tranne alcune batterie a difesa di quelle alture e l'acquisto ii cui ci avrebbe permesso di attaccare il forte di settentrione e il forte Costantino dalla parte dei monticoli di Svernaia, dietro il Belbek non vi erano altre truppe fuori alcuni distaccamenti della guernigione, alcune compagnie di marina e la brigata incaricata di occupare i sumentovati due forti. Da generale abile e prudente, il principe Mengikoff leva preveduto o conosciuto a tempo opportuno la nostra mossa verso la Cernaja. Si era perciò ripiegato col suo esercito sulla strada i Bakci-Sarai e il suo retroguardo era anzi stato incrociato nella nostra mossa circolare della brigala di cavalleria inglese che gli aveva dato la caccia.

Era evidente che il principe, a vece di chiudersi nella piazza, andava a tener la campagna ed aspettare i suoi rinforzi, e ch’egli proponevasi di conservare la libertà delle comunicazioni di Sebastopoli col suo esercito e col mezzodì dell’impero. Era una posizione eccellente e ne esperimentammo noi crudelmente li effetti.

Stante questa combinazione strategica, la piazza diventava imprendibile. Ogni sera ella poteva rinfrescare le provigioni, e rinfrescare la guarnigione quantunque volte occorressero truppe nuove per rilevare i battaglioni già stanchi.

Il fallo commesso dai comandanti in capo divenne anche più visibile posciaché seppimo che i Russi avevano colato sette dei loro vascelli all’ingresso della rada di Sebastopoli. Per questo un attacco da mare diventava impossibile e i Russi potevano disporre di 500 pezzi di artiglieria di più cavati dalle navi sommerse.

Seppimo bentosto dalle spie che giungevano al principe Mengikoff considerevoli rinforzi; l’elenco de' quali fu rimesso allo stato maggior generale da un ufficiale polacco. Quelle truppe erano in marcia o giùnte già in parte a Simferopoli.

Il principe Mengikoff fece una mossa innanzi e tornò ad occupare le alture a settentrione di Sebastopoli e tutta la riva destra della Cernaja. In pari tempo si concertava col generale in capo della Bessarabia e col governatore di Odessa per assicurare la posizione di Kerson (alle foci del Dnieper), di Nicolajeff, di Perekop e della strada che dall’istmo conduce a Simferopoli e a Sebastopoli.

A nulla dunque ci servi l’essere noi sbarcati sulla costa occidentale a settentrione della piazza, essendoché fosse perduto tutto il beneficio di quell’operazione. Noi eravamo bloccati sulla punta del Chersoneso dalla città per una parte, dalla Cernaja per l’altra, e bentosto rischiavamo di essere assediati noi stessi sul nostro fianco sinistro dalle truppe di rinforzo che si avanzavano a marcie forzale sotto il comando del generale Liprandi. Ê ciò che avvenne infatti qualche tempo dopo.

XVI

Partendo dal 1° ottobre si procedette ai preparativi dei bombardamento, e il generale Canrobert. credette di dover prendere una misura che riordinava l’esercito sopra un nuovo piede. Lo divise in due parti. La prima, sotto il comando dei generale Forey, doveva fare l’assedio, e comprendeva essa la divisione Napoleone e la divisione Forey (3 e 4). L’altra, sotto il comando dei generale Bosquet, doveva formare un corpo di osservazione, e comprendeva la divisione Canrobert e la divisione Bosquet (1 e 2). Disposizioni analoghe prese l’esercito inglese.

Quest’ordinamento era buono, in quanto che ci teneva pronti a rispondere agli attacchi dei Russi su tutta la linea dei nostro fianco sinistro. Sventuratamente la parte più estesa di cotesta linea era occupata dagli Inglesi, e lord Raglan neglesse le precauzioni sommarie prescritte per simili casi. Non fece stabilire nessun’opera difensiva sul davanti delle sue linee che rimasero scoperte, e si occupò esclusivamente dei lavori della prima parallela, in grazia dei bombardamento che si preparava.

Dal 4 all’8 ottobre li alleati ricevettero circa 10,000 uomini di rinforzo, per la massima parte della 5° divisione (generale Lévaillant) e due battaglioni della sesta (generale Pâté).

Lo stato sanitario dell’esercito non inquietava; pur tuttavolta fu constatato che il cholera era ricomparso nelle nostre schiere, massime tra gl’lnglesi, che contro le soverchie fatiche non lottavano a paro dei nostri soldati.

I preparativi durarono fino al 16 ottobre. Noi facevamo un assedio in regola, e il 17, alle 6 antimeridiane, cominciò e da terra e da mare lo spaventevole bombardamento di Sebastopoli.

I particolari, come anche l’esito, sono conosciuti. Le squadre si portarono valorosamente, e cagionarono gran danni ai forti della baia; ma alla sera furono costrette ritirarsi dopo di avere subito perdite sensibili e gravose avarie.

Quanto a noi, collocati a 1,000 metri,stanza media, dalle opere le più avanti( )della piazza, le recammo proporzionatamente minor male delle squadre. L’artiglieria dl Sebastopoli non cessò dal rispondere al nostro fuoco con un insieme, un’attività e uni precisione che ci stupirono.

Il bombardamento continuò quasi senza interruzione fino al 24: allorquando i generali in capo tennero consiglio, e veggendo il poco male che aveva prodotto la nostra artiglieria, risolvettero di rallentare il fuoco di continovare l’assedio con tutte le regole dal l’arte sino alla terza parallela. I soldati, che cominciavano a soffrire per causa della temperatura, domandarono in più compagnie l’assalto, ed alcuni ufficiali superiori parteciparono alla loro impazienza e al loro avviso. Ma lord Raglan si opponeva invariabilmente a quelle richieste con discorsi del miglior gusto che non avrebbero figurato male alla tribuna della Camera dei lordi.

XVII

A quest’epoca l’imperatore fu avvertito confidenzialmente (dal principe Napoleone?) di quanto succedeva al campo. Egli seppe che il bombardamento aveva giovato a null’altro fuorché a consumare immense quantità di munizioni ed a provare ai Russi la solidità delle loro opere e l'inutilità dei nostri attacchi. Senza dubbio essi avevano fatte delle perdite; uno dei loro ammiragli (Korniloff) era caduto nella piazza; i loro artiglieri erano stati decimati; la guarnigione dal 1° al 24 ebbe 1,800 uomini posti fuori di combattimento. Ma noi non ci eravamo avanzati di una linea, e ciò che avevamo distrutto alla sera, ricompariva sotto i nostri occhi la domane, come per incanto.

Potevamo noi prendere Sebastopoli con un colpo di mano a settentrione dopo la battaglia d’Alma? Forse: in ogni caso dovevasi tentarlo. Una volta arrivati ad ostro potevamo noi ridurre la piazza con un bo bardamento, aprirvi breccia, espugnarla assalto? Più che dubbioso: la posizione è cambiata con nostro disavvantaggio; ma quand’anco la piazza si fosse espugnata, non avremmo potuto, in qualsisia ipotesi, prenderne possesso. Questo è quanto il generale Bizot e li ufficiali superiori del genio e dell'artiglieria dimostravano a chiunque voleva capirla, senza riguardo ai termini che adoperavano per caratterizzare le nostre operazioni.

Dal campo scorgevansi le opere del lato boreale della piazza che sta sulla sponda opposta. Erano le opere da cui dovevasi incominciare l’assedio, perché la padronanza di esse avrebbe determinato immantinente la resa della città e dell’armata. Di quelle opere la più importante è il forte di Svernaia, situato sopra un poggio arido che domina a fuochi immergenti la piazza, la rada e il porto. Il generale Bizot e il principe Napoleone interrogarono più fiate ufficiali disertori sull’importanza di quella fortificazione; e tutti furono d’accordo a dire ch’ella era munita di più di 300 pezzi di grosso calibro, e difesa da una guarnigione di 3,000 uomini. Senza dunque possedere questo punto culminante, l’assedio di Sebastopoli è inutile a farsi; e dato che la piazza s’arrendesse, non si potrebbe tenerla finché il forte Svernaia sia occupato dal nemico.

Ma, cosa strana! pareva che i generali in topo sospettassero nemmanco l’esistenza di quest’ostacolo, tanto poco se ne curavano. Pare che ricevessero dai loro governi ordini che li obbligavano a tacere e a dissimulare gli ostacoli che si opponevano alla presa di Sebastopoli; perché né nei giornati d'assedio, né nelle loro relazioni, né nelle loro conversazioni trovasi indizio degli oggetti che tenevano inquieti tutti li altri. Essi per fermo credevansi tenuti a promettere ai loro sverni mari e monti, come i loro governi vedevansi tenuti a promettere mari e monti all’opinione publica per nasconderle il fatto reparabile della spedizione.

L’imperatore fu informato delle più mille particolarità, delle circostanze e delle specialità le più acconcie ad illuminarlo sul loro stato delle cose, ma non ne tenne alcun conto, ed a queste comunicazioni sorrideva in una deplorabile confidenza: anzi un di rispose pubblicamente colle parole di timidi avvisi, che colpivano direttamente il viceammiraglio Hamelin e il principe Napoleone, e indirettamente il maresciallo Vaillant che manifestò più di una volta sia coll’imperatore, sia col principe Gerolamo i suoi dubbi sull’esito dell’operazione.

XVIII

L’imperatore stimava particolarmente il generale Canrobert, lo credeva capace di grandi cose: e giustificano questa stima molte qualità, come sarebbero una bravura stupenda e tal po’ poetica, un contegno che rapisce sul campo di battaglia, un colpo d’occhio rapido e giusto, in un momento critico una foga formidabile per decidere l’azione. Egli era amato ed ammirato dalla sua divisione: ma non conviene dissimularlo, il brillante generale non è fatto per comandare in capo, ed è incapace di amministrare un esercito. Il suo spirito manca di sintesi e non abbruccia mai un insieme. Sul campo di battaglia egli non si occupa che di un punto e trascura li altri; egli si attacca con ardore ad una spazialità, ma non vede né capisce ciò che succede altrove. Nulle poi sono le sue qualità amministrative, e da questo lato è anche da meno del maresciallo Saint-Arnaud, questo modello di sciupinio e di disordine non pure alla testa dell’esercito d'Oriente, si ancora al ministero della guerra a Parigi. Il suo successore maresciallo Vaillant ne sa qualche cosa. La gran parola di Canrobert è che non si può far tutto alla volta. E il suo modo di cavarsela. Eppure in campagna bisogna sapere far tutto alla volta; ma questo osta invincibilmente coll’indole angustiata e pigra del generale.

Bosquet è stimato generalmente: è prode e brillante come il suo collega; ma più vasto è il suo colpo d’occhio, più pratico e più organizzatore è il suo spirito. Niuno meglio di lui scioglie una difficoltà; a lui appartiene l’onore della giornata dell’Alma; fu lui che, colto il momento, gettò il disordine sulla sinistra dei Russi; un quarto d’ora più tardi gl’Inglesi sarebbero stati rotti una seconda volta, e noi rischiavamo di essere presi di fianco dalla cavalleria russa che contava 3,000 cavalli e che poteva attaccarci di rovescio dispiegandosi nella vallata formata dal fiume. Fu pure lui che salvò l’esercito alleato ad Inkermann, e per una seconda volta l’esercito inglese.

Ma da uomo prudente che si spiana un avvenire, Bosquet non si compromette mai: chiede il vostro parere, ma v’impone il suo: non si prende mai nulla a suo dosso, ma fa sempre a suo modo. Ha un tatto delicatissimo: è ufficiale istrutto, ha molto letto sull’arte della guerra che conosce a fondo per averla studiata e messa in pratica. Simpatizza pel suo collega e lo compiange volontieri, ma in istretta confidenza. Quante voile non lo vedemmo ridere amaramente dei fatti tanti che si accumularono su questa spedizione! Ma non prese mai la parola, né fece veruna osservazione. L’imperatore lo stima, ma non lo ama.

Il generale Forey non è che un soldato, che anche non sempre eseguisce li ordini che ha ricevuti. All’Alma ricusava d’impegnare una delle sue brigate di riserva, nel momento appunto in coll'intervento di quella brigala era decisivo. Il capo di stato maggiore ebbe un gran da fare per ottenere che la staccasse per aiutare la terza divisione ad espugnare il villaggio di Alma che i bersaglieri russi difendevano ostinatamente. Forey è molto legato con Canrobert, e i due generali s’inspirano confidenza a vicenda.

Eviteremo di entrare in digressioni sui generali inglesi, e ci basti di esprimere il nostro rammarico che i prodi e brillanti ufficiali comandanti l’esercito britannico, Brown, Cathcart, Lacy-Evans ed anche il giovane duca di Cambridge, non avessero un capo più abile, più attira e meno carico di anni.

XIX

Il 25 ottobre al mattino il fuoco delle nostre batterie aveva quasi cessalo, quando udimmo tuonare il cannone da levante. Il campo era lungi dallo aspettarsi una simile sveglia. In un batter d’occhi tutti furono in gambe; le precauzioni furono prese; e il corpo di osservazione del generale Bosquet corse all’armi.

Lo stato maggiore francese si spinse ad una ricognizione a levante e raggiunse bentosto lo stato maggiore inglese che correva al galoppo per informarsi di quanto succedeva al disopra di Balaklava, al pendio delle colline superiori che limitano da quella parte il terreno di operazione degli alleati.

Egli era un attacco che i Russi dirigevano con una grande discrezione e un'abilità più grande ancora contro quei pochi cattivi ridotti che il generale Raglan aveva fatti costruire cola. All’arrivo dei generali la prima parte dell’azione era già finita. Ventidue mila Russi, comandati dal generale Liprandi, avevano espugnato l’uno dopo l’altro i quattro ridotti turco-inglesi e preso posizione sulla strada che mena da Balaklava al campo.

Quel colpo di mano di Liprandi era riuscito a meraviglia, e se avesse avuto forze più numerose egli metteva il nostro esercito nella situazione più critica. Fortunatamente il suo corpo d’esercito non era integro, né altro fine egli si era proposto fuori quello di bloccarci da quella parte, come lo eravamo già dall’altra dai corpi russi della Cernaja e del presidio.

I generali Canrobert e Raglan fecero attaccare i posti-avanti russi dai cacciatori di Vincennes e dagli Highlanders (Scozzesi). Due ridotti furono ripresi a baionetta dai nostri soldati, e dalle alture di Kadikoi ove stavamo, battevamo le mani al felice loro successo, allorquando surse un incidente fatale che getti fra di noi la costernazione.

I Russi nella loro ritirata traevano seco i cannoni dei due primi ridotti, e il maggior generale, conte di Lucan, corse a briglia sciolta per avvertire di questo particolare i generale inglese. Lord Raglan, senza esaminare la posizione, diede ordine al conte i Lucan di lanciare la cavalleria leggiera inseguire i Russi, ed a ricondurre, se ei possibile, i pezzi inglesi di cui quelli si erano impadroniti.

Il conte Lucan si fece ripetere l'ordine parola per parola, indi raggiunse lord Gardigan, che alla testa della sua brigata occupavala pianura davanti a Ciorgun. Tra i due ufficiali superiori fuvvi una spiegazione che durò da sette ad otto minuti: indi vedemmo con istupore misto a spavento la cavalleria inglese gettarsi, colla rapidità dei fulmine, in mezzo alle masse nemiche. Sfondò i Russi, sboccò al di là degli ultimi loro squadroni, senza lasciar perdita dietro di sé: ma in quel momento ella si trovò circuita da ogni parte ed esposta quasi a bruciapelo ad un fuoco di moschetteria e di scaglia, che la miete come un mietitore farebbe in un campo di biade.

Bosquet si precepitò verso i generali in capo per domandar l’ordine d'attaccare od almeno di accorrere in aiuto di quegli intrepidi cavalieri. il generale Canrobert rispose essere inutile e troppo lardi; lord Raglan non si mosse; ed assisté con una impassibilità apparente alla distruzione della sua cavalleria leggiera, risultamento diretto e immediato dello sciagurato ordine dato da lui.

Un brividio scorse nelle file de' battaglioni, testimoni di quella scena commovente. Noi credemmo che stavano per iscuotersi e marciare avanti, senza ricever ordini. Ma l'attitudine de' generali subito li convinse che conveniva rassegnarsi, senza muoversi, alla perdita che i Russi c’infliggevano.

Di tutta la brigata vedemmo tosto dopo tornare indietro un gruppo di 70 ad 80 uomini, e cavalli dispersi e senza cavalieri che correvano o dietro a loro o sui loro fianchi.

A parer nostro non era punto dubbio l’esito di un attacco, indirizzato a sostenere e a vendicare la cavalleria inglese. I Russi non avrebbero tenuto fermo contro il bollente ardore de' nostri soldati, commossi fino alla collera sulle alture ove i generali li trattennero fino a disastro compiuto. Il corpo di Liprandi sarebbe stato infallibilmente sbattuto al di là della Cernaia, e noi non saremmo stati più tardi assediati da questa divisione, che conservando due dei ridotti da essa conquistati, non cessò d’inquietarci con iscaramuccie continue.

Ma il difetto d’iniziativa compié in questa congiuntura quanto era stato incomincialo taldifetto assoluto di preveggenza. Non seppesi prevenire l’attacco di Liprandi con un buon sistema di opere difensive; né si seppe reprimerlo con una di quelle forti e subitanee risoluzioni che sono il segreto della guerra e che caratterizzano i generali consumati.

XX

Dopo il 26 il nostro fuoco si allentò. Noi ci accorgemmo sempre più dei tenue danno che cagionavamo alle opere della piazza, e tra le schiere l’impazienza cominciava a propagarsi in modo serio. Dall’esordio della spedizione le nostre perdite sommavano a cifra considerevole, e le malattie la ingrossavano ogni giorno. Bisogna finirla: era la parola d’ordine sparsa tra le divisioni francesi. Un maggior ritardo poteva compromettere la sorte dell’esercito che già pareva non meno assediato di quello che lo fosse la piazza. Sapevamo d'altronde che nuovi rinforzi giungevano ogni di al nemico, e vedevamo appressarsi il momento in cui forze infinitamente superiori ci avrebbero da ogni banda soperchiali.

Trattossi da prima di fissare il giorno dell'assalto pel 2 novembre; ma per diversi motivi, estranei allo scopo che ci siamo proposto, esso fu differito al 5, qualunque dei resto si fosse lo stato delle breccie aperte nelle fortificazioni della piazza. Intanto fino all'epoca indicata continuò il fuoco da ambe le parti con eventi diversi. I Russi facevano frequenti sortite, generalmente respinte con successo. Essi perdevano molta gente; e dalle nostre trincee noi potevamo col cannocchiale constatare l’effetto disastroso che producevano le nostre bombe anche in città. L’incendio vi era permanente, e il riverbero delle fiamme sul fondo nero e nebuloso dei cielo, offriva strani spettacoli all'immaginazione.

Trascorriamo rapidamente i mille incidenti dell’assedio, il racconto de' quali non fa al nostro disegno, ed affrettiamo verso li ultimi avvenimenti.

XXI

Al mattino del 5 novembre noi fummo svegliati nel campo francese da un terribile cannonio che veniva da lnkermann. Il campo fu all’erta con quella rapidità di cui avevamo già dato prova il 25 ottobre, e il generale Canrobert mandò un’ordinanza al generale Raglan per sapere che cosa fosse.

Esso era un nuovo attacco dell'esercito russo di campagna, ma questa volta ben altrimenti formidabile che non quello di Liprandi sui ridotti di Balaklava. Profittando di una densa nebbia mattutina, il nemico si era avanzato senza strepito dal ponte d’Inkermann, ed aveva passata la Cernaja all’insù onde sorprendere il campo inglese, mal difeso o mal custodito, a malgrado la triste lezione del 25 ottobre. A 7 ore la lotta era già impegnata sopra un terreno angusto tra il grosso dei Russi e la divisione Lacy-Evans che sola sosteneva l'impeto di 25,000 uomini almeno, comandati dal generale Soimonoff. Di dietro a coteste truppe e un po’ a sinistra il comandante in capo del 4° corpo d'esercito, generale Dannenberg, avanzavasi alla testa d’una divisione d’egual forza, e calava dalle alture della destra sponda con una numerosa artiglieria, prendendo di traverso la divisione inglese, che perciò trovavasi avviluppata da due parti.

Gl'Inglesi cedettero alla superiorità del numero; ma l’arrivo delle altre divisioni permise loro di tornare all'assalto delle posizioni che avevano perdute, ed allora s’impegnò una delle più sanguinose battaglie che si fossero mai viste dopo le grandi guerre dell'Impero. Ne sono conosciuti i drammatici orrori: da ambe le parti i soldati sfogavano un furore indescrivibile; battevansi corpo a corpo; col calcio del facile quando la baionetta era spezzata; a pugni quando il calcio era infranto; a sassate quando mancava altr’arma offensiva o difensiva. La nebbia rendeva la lotta più sinistra e più micidiale.

Alle nove le schiere inglesi cominciavano a diradarsi; e dopo di avere perdute, poi riprese, indi riperdute le loro posizioni, facevano appello alla loro disperazione, quando sul terribile campo di morte arrivò un primo battaglione della seconda divisione, condotto in persona dal generale Bosquet. Egli ebbe già l’intenzione di riparare il disastro di Balaklava; e toccava a lui di riparare l’incurabile impreveggenza di lord Raglan e di salvare l’esercito da un’orrida sconfitta.

Bosquet si sentiva disperare; egli vedeva la grandezza del pericolo e parevagli difficile di respingerlo. Al momento in cui egli arrivò in aiuto degli Inglesi con un battaglione di Zuavi di 600 uomini, in mezzo a cui si piantò col suo stato maggiore, udi tuonare il cannone sulla nostra estrema destra, dal lato della Quarantena; udivalo altresì da tergo dell’esercito alla volta di Balaklava, ove il corpo di Liprandi si metteva in moto, per piombare addosso, sul passaggio, ai nostri soldati, di cui egli si aspettava la sconfitta.

Una mezz’ora più tardi, disfalli gl’Inglesi, sparso il disordine fra le colonne che sarebbonsi ripiegate le une sulle altre, noi ci trovavamo avviluppati da ogni banda, e ricacciati sulla riva e gettali in mare. Fortunatamente i soldati ripararono i falli dei generali e la loro irresistibile bravura trionfò del formidabile attacco combinato dal principe Mengikoff.

Tre falli dei generali russi ci salvarono. Da prima il generale Soimonoff, sboccando dal ponte d’Inkermann, s’impegnò a sinistra sopra le linee inglesi a vece d’impegnarsi a destra; lo che paralizzò quasi intieramente l’azione del secondo corpo comandato da Dannenberg in persona e che doveva attaccar e a destra. In secondo luogo Liprandi si limitò ad una dimostrazione da tergo, ed aspettò, ma invano, la nostra disfatta, innanzi di prender parte all’azione. In terzo luogo, la sortita del presidio sull'estrema sinistra delle nostre linee si fece con mezzi troppo insufficienti: da che quella sortita componevasi soltanto di cinque battaglioni, contro cui la brigata de Lourmel della 4(a) divisione si trovò forte abbastanza e la respinse.

Dunque da parte de' generali russi noi fuvvi che un serio attacco, quello d'inkermann, mentre potevano trarre di fronte a tre attacchi seri, massime in quello di Balaklava ov’erano in forza. In grazia di codesti sbagli, la risponsabilità di cui cade sui generali che dovevano eseguire li ordini del principe Mengikoff, ci riusci di sfuggire ad un disastro generale.

Bosquet piombò sul fianco della divisione Soimonoff, sorpresa da quest'attacco imprevisto; e di mano in mano che i battaglioni giungevano, l’intrepido generale allargava la sua linea di attacco e propulsava i Russi nei borri della Cernaja ove la divisione del generale Cathcart gli mise bentosto a dure strette. A dieci ore e mezzo antimeridiane i Russi cominciarono, però in buon ordine, le loro mosse di ritirata. In questo momento la divisione Napoleone staccato finalmente (dal generale Forey, che anche in questa circostanza stentò molto a prendere questa decisione, arrivò sul campo di battaglia. Il principe, sebbene ammalato, marciava alla testa delle sue truppe. I suoi primi battaglioni giunsero ancora in tempo per tare alcune cariche alla baionetta, che determinarono definitivamente la ritirata del nemico.

In questa terribile circostanza tutti fecero il loro dovere: gl’Inglesi si condussero da eroi, e cinque dei loro valorosi generali rimasero sul terreno. Canrobert dimostrò una grande valentia; ma non fu che soldato, e al cospetto dell’esercito intiero tutto l’onore della giornata appartenne al generale Bosquet.

Forey, che voleva conservare le sue due divisioni per respingere la sortita operata dal presidio della piazza, non seppe trattenere il bravo de Lourmel dal commettere una di quelle imprudenze che si perdonano all'ufficiale inebbriato e trascinato dall'azione, ma che non le deve permettere un generale di divisione comandante un corpo di esercito. De Lourmel, nell’inseguire i Russi, si avanzò fin sotto le mura della piazza e fece perire 300 uomini metragliati a tiro di pistola dall'artiglieria russa, ed egli stesso fu colpito da una palla che gli passò il corpo.

Questa battaglia, che i due governi (francese ed inglese) scrissero sulla colonna dell’attivo di guerra, va piuttosto scritta al passivo. I Russi vi fecero perdite enormi, ma relativamente più sensibili furono le nostre. Questa battaglia è una condanna suprema della spedizione, una sanguinosa prova della giustezza e verità delle obbiezioni che aveva sollevale. Ai falli di principio si aggiunsero successivamente i falli di specialità accumulati da capi impotenti e incapaci, e ricomprò a cosi caro prezzo dalla valentia de' soldati.

Dopo questa lezione terribile, i generali in capo pensarono a fortificare il campo e ad ordinare in serio modo il corpo di osservazione. «Non si può far tutto in una volta», ripeté sovente il generale Canrobert; ma dopo la giornata d’Inkermann convenne egli stesso che quella precauzione tanto semplice avrebbe potuto e dovuto essere presa in tempo utile.

Il 6 novembre l’idea di un assalto fermentò un’altra volta negli spiriti. Infatti si poteva profittare dello scoramento dei Russi, della ritirata del loro esercito di campagna e della inaudita esaltazione manifestatasi tra i nostri soldati. Il generale Canrobert ne conferi con lord Raglan, il quale ne dissuase il suo collega, adducendo l'insufficienza delle forze alleate, e singolarmente delle forze inglesi, ridotte oramai a 14,000 uomini. La morte dei generali suoi compagni d’arme e lo stato costernante del duca di Cambridge dopo il giorno 5 novembre toccavano profondamente il nobile lord che non vide più se non due partiti da prendere: o continovare un assedio regolare aspettando rinforzi, o rimbarcarsi; appiglio estremo, ma previsto dal consiglio di guerra ed ammesso in massima dai due governi al principio della spedizione.

Il generale Canrobert respinse vivamente l’idea di rimbarcarsi, in cui scorgevasi, forse a torto, un’onta per le nostre armi; e si accostò all'idea di continovare un assedio regolare che dura ancora dopo tre mesi d’inverno, passati nel fango, nella neve, sotto una temperatura media di otto gradi di freddo, col cholera, il tifo e lo scorbuto.

Dopo il 5 novembre l’esercito alleato, esclusi i Turchi, numerava 48,000 uomini. Oggi dopo tutti i rinforzi per empirne le lacune, dopo l’arrivo delle due nuove divisioni (Desalles e Dulac) l’esercito alleato non somma al di là di 64,000 combattenti.

La spedizione è condannala; la prima campagna è stata disastrosa.

L’imperatore conosce la verità, tutta la verità, sul valore del maresciallo Saint-Arnaud, sul merito del generale Canrobert, sull’importanza delle difese di Sebastopoli, sui pericoli di una invasione nel territorio russo, sui pericoli di ogni campagna d’inverno in quel paese, sia sotto il 45° come sotto il 57° grado di latitudine. A lui tocca pensarci.

L’Inghilterra che si è ingegnata d’indagare le cause che rovinarono il suo bell’esercito, conosce la verità, tutta la verità, sui mezzi di combattere efficacemente la Russia e di colpirla al cuore. A lei tocca a rifletterci.

I due governi conoscono il male in tutta la sua estensione. Noi sappiamo che essi persistono oggidì nella spedizione della Crimea, non per altro che per l’onore delle loro armi; ma sappiamo altresì che persistono per sistema nella fatale politica dei due ultimi anni. Da un capo all’altro dell’Europa non avvi che una voce sola, una sola opinione, una sola sentenza su quella politica, sulle presenti sue conseguenze e sul suo esimo avvenire. I due governi, stretti fra l’uscio e il muro, sono ridotti nell’impotenza; e dalle loro alleanze conchiuse o da conchiudersi non otterranno i frutti che ne sperano, né sforzeranno la Russia alla pace.

Il totale delle perdite fino a questo giorno, fatte pel ferro del nemico, per le malattie e pel freddo supera i 45,000 morti e i 30,000 uomini posti fuori di combattimento. Tutto questo lo sanno e l’hanno già confessato.

Continuando questo stato di cose, la loro cordiale alleanza si rilasserà e finirà col disciogliersi. Ci perderanno l’uno e l’altro.

Tutto il beneficio di questa guerra, tanto bella di speranze nel suo esordio, tanto gravida di fortunate eventualità, sarà pel dispotismo, rappresentato eternamente dalla vecchia coalizione.

La Prussia lo sa; l'Austria, calmati che siano i suoi timori, se ne accorgerà a sua volta; e la Russia coglierà l’occasione di richiamar loro utilmente il passato.

La partita non è perduta, si può riprenderla sovra altre basi, sotto nuove condizioni, con elementi migliori.

La strada seguila fino ad ora è falsa e conduce agli abissi: fa mestieri cambiare.

La spedizione della Crimea è una pazzia; bisogna escirne. Il tempo incalza; la Francia è inquieta, è turbata nel cuore; la Russia arma con vaste proporzioni; la Germania chiama sotto le armi le sue landwehr (milizie nazionali): contro chi?

L’imperatore non ha che un segno da fare, una volontà da esprimere. L’Inghilterra, elaborata al di dentro da una forza giovane, nuova, irresistibile, lo seguirà fino in capo al mondo.

FINE


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QUADRO CRONOLOGICO DELLA GUERRA D ORIENTE

Quando per le rivoluzioni del 1848 e 49 l'Europa le parve a Niccolò infiacchita, piena di sospetti, di ore, di discordie, la tentazione di afferrar pei capelli una e opportunità di gettarsi impunemente alla conquista la Turchia fu irresistibile. Chi avrebbe fatto ostacolo? L’Austria che solo era stata salva per l'intervento russo? Prussia feudale che stretta allo Czar per vincoli di sangue gli si stringeva ognor più per paura della rivoluzione appena domata? La Francia lontana, divisa in infinite xxxx che col solo nome del suo nuovo imperatore avea destati gl'inveterati sospetti dell'Inghilterra? Niccolò non temeva ostacoli che dagl'inglesi, o a questi (per imbonirli) propose lo spartimento dell'impero ottomano.

Il rifiuto inglese nol rese più guardingo: una lega oca, dentale gli parve impossibile; e quand'anche possibile, ogni modo impotente per la lontananza.

E usanza diplomatica (strana ombra di pudore) di accampare ragioni, o larve di ragioni per coonestare anche le guerre più spudorate ed inique: queste ragioni Niccolò volle trarle da quei luoghi che per essere stati testimoni delle opere e delle predicazioni di pace di Gesù Cristo sono detti santi, e furono sempre per singolare antica cagione al mondo di guerre più atroci che non mai al lembo di terra.

Da secoli l'Oriente è teatro di contese accanite tra cattolici greci e cattolici latini per il possesso de santuarii Gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret e simili. I turpi signori della provincia davan favore ora a questi ora quelli a norma delle convenienze politiche. Talvolta anche il bastone ottomano mettea pace imparzialmente ir ringhiosi contendenti, battendoli d'un modo.

La Francia, potenza cattolica preponderante; atteggia ab antico a protettrice de' latini, per aver voce negli affari orientali. Ai greci invece dava speranza forza il crescere della Russia, sostegno invocato della loro religione.

Dopo interminabili discussioni e negoziati già iniziati Luigi Filippo, continuali sotto la repubblica, ripresi l'impero, si convenne in ciò che la cupola del santo sepolcro fosse comune ai greci ed ai latini; che questi fossero ammessi ad uffiziare nella tomba della Madonna che avessero una chiave della chiesa, e due dell'altra della Natività in Betlemme. Ma l'equità che le pareggia invece di calmarle fe' andare in bestia entrambe le sxxxx. I latini si dissero traditi, i greci ugualmente inferociti si rivolsero allo czar.

Il momento desiderato era giunto. Fu colto avidamente. Il 28 febbraio 1853 il principe Mentsikoff ambasciatore di Niccolo sbarcava a Costantinopoli con pompa inaudita, le acclamazioni dei greci, l'ira e lo sgomento de' turchi.

Il 2 marzo si presente in semplice paletot al gran visir, solennissimo sfregio. Era uso inoltre che l'ambasciadore recasse in seguito presso il ministro degli esteri: Mentsikoff rifiuta la visita dicendone indegno il ministro come uomo di mala fede. L'Europa osserva, e tace ancora. La Turchia lasciata a sé sola soffre l'insulto rassegnata, vede placare il nemico colla caduta del ministro.

Ma non a placarsi il russo aspira. La condiscendenza sembra anzi irritarlo, perchè gli toglierebbe i pretesti della guerra che è il suo scopo: cresce pertanto d'insolenza, e pone le famose condizioni con cui lo Czar si arroga la protezione ossia il pieno dominio sulla popolazione greca dell’impero. Solo allora, piuttosto che abdicare vilmente, i bi deliberano di affrontare la guerra e perire pugnando.

Si respingono le proposte russe.

21 maggio Mentsikoff, rotti i negoziali, parte da Costantinopoli e torna a capo dell'esercito e della squadra russa di Crimea.

Allora il fulmine tien presto dietro al tuono. Il 21 giugno eserciti russi del Danubio passano il Pruth e invadono i principati.

Europa occidentale se ne commuove, ma non osa anche a snudare la spada. E l'età dell'oro della diplomazia, si lusinga d'arrestare Niccolò con protocolli.

23 ottobre le prime ostilità tra turchi e russi hanno a Issalcia e à Turtukai. Lo Czar è convinto d'avere in pugno i destini del mondo, e il 1 novembre lancia in faccia all'Europa il famoso proclama conchiuso col vanto salo del Non confundar in æternum.

Intanto, coraggiosa e timida a mezzo, la flotta anglo-francese entra nel Bosforo il 2 dicembre, a difesa di Costantinopoli contro un colpo di mano.

4 novembre. Omer bascià passa il Danubio e sbaragli ad Oltenizza un esercito russo molto superiore al suo. E oltre cento anni le armi turche non rammemoravano sconfitte; questa è la prima vittoria che viene a rallegrar l'entusiasmo dei turchi è ardentissimo. L'Europa e piena di meraviglia.

I russi frementi d'ira e di confusione, ed a provocazione delle folle collegate inchiodate al Bosforo dalla diploma con potentissima squadra vanno a distruggere alcuni navigli leggeri turchi nella baja di Sinope il 30 novembre. Quel fatto prende nome di massacro di Sinope. E l'ultimo ed esile trionfo della squadra ed anche delle armi russe in questa guerra.

Questa provocazione rompe finalmente gli indugi. Il gennaio 1834 la squadra alleata entra nel mar Nero.

Il 21 febbraio Niccolò con nuovo proclama più minaccioso chiama la Russia alle armi.

23 marzo. I russi passano il Danubio in tre punti verso Maczin.

27 marzo. I governi inglese e francese promulgano dichiarazione di guerra alla Russia.

31 marzo. I primi battaglioni dell'esercito anglo-francese sbarcano a Gallipoli.

5 aprile. I russi sotto Paskiewitch assediano Silistria.

15 – La squadra anglo-francese del Baltico entra golfo di Finlandia.

22 aprile. La squadra del mar Nero bombarda Odessa.

1 giugno. Gli anglo-francesi sbarcano a Varna per xxxxlare Silistria, od esser pronti al riparo, se la città soccombe. Il cholera imperversa negli eserciti e sulle squadre collegate.

28 giugno. Dopo orribili perdite sofferte in numerosi assalti infruttuosi, i russi levano l'assedio di Silistria, partono in seguito anche dai principali.

7 agosto. I turchi gl'inseguono ed entrano a Bachxxx

16-Anche nel Baltico i russi sono battuti: Bomar und è espugnata: la squadra russa sta immobile a Kronstad e a Sveaborg, assistendo umiliata all'annichilamento della marina mercantile ed alla devastazione delle coste.

25 agosto. L'esercito collegato reso immobile finora dalle stragi del cholera, è quasi libero del terribile flagello.

La spedizione di Crimea è decisa, un ordine del giorno lel maresciallo St-Arnaud l'annunzia ai soldati.

8 settembre. Oltre a seicento legni, sia da guerra che da trasporto, sui quali è imbarcalo l'esercito alleato di spedizione, si riuniscono rimpello alle foci del Danubio, e avviano verso la Crimea.

14 settembre. L'esercito sbarca presso Eupatoria, senza he i russi facciano opposizione. Gl’Inglesi son 27 mila, i francesi 25 mila, i turchi 8 mila.

20 settembre. Gli anglo-turcho-francesi incontrano l'esercito russo fortificato formidabilmente sulle sponde dell'Alma e lo sconfiggono.

24 settembre. I collegati che avevano disegno di assediar Sebastopoli dalla parte del nord assaltando a un tempo interno della rada colle squadre riunite, ricevono avviso che i russi hanno affondato cinque vascelli e due fregate per chiudere l'entrata di essa rada; il disegno primitivo e xxxutato dai capitani della lega che si avviano a Balaklava per mettersi in comunicazione colle squadre ed assediare Sebastopoli dal lato del sud.

26 settembre. Canrobert succede nel comando de' francesi a St-Arnaud moribondo.

30 settembre. Famosa notizia del Tartaro sulla presa di Sebastopoli.

9 ottobre. Si apre la trincea davanti a Sebastopoli.

17 –Bombardamento della città per terra e per mare.

Il risultato è nullo. Gli alleati sono anzi in parte sopra ti dall'artiglieria de' russi, i quali avendo disarmati i loro 6 vascelli hanno cannoni soverchianti enormemente di numero e di calibro. Gli alleati traggono anch'essi cannoni dai loro vascelli.

25 Ottobre. Un esercito russo dalla Bessarabia avendo rinforzato Mentsikoff, questi fa attaccare gli alleati a Balaklava. I turchi tunisini cedono, ma gli scozzesi resistono mirabilmente, e rintuzzano i russi.

3 novembre. L'esercito russo (40 mila uomini) assale gl'inglesi sulle alture rimpetto ad Inkermann. Gl'inglesi mila) resistono con eroismo: Bosquet (con 6 mila francesi li soccorre, e i russi sono respinti dopo perduti nove mila uomini. Tuttavia anche le perdite dei collegati sono gravi e il 7 novembre in un consiglio di guerra si conchiude di sospendere l'assalto da Sebastopoli e di attendere rinforzi,

14 novembre. Spaventosa burrasca che rompe e sommerge molti legni alleati fra i quali il vascello france l'Enrico IV, e il piroscafo che recava agl'inglesi gli abiti d'inverno, e molto danaro. Le operazioni sono ridotte scaramuccie per respingere sortite.

2 dicembre. Grande mistificazione della «trattato tra potenze occidentali e l'Austria».

26 gennaio 1855. Convenzione militare tra le potenze occidentali e la Sardegna. In Crimea il cholera, il freddo e i disagi fanno strage specialmente degl'inglesi. I russi però mostrano soffrire ancor peggio poiché non fan sforzi importanti che contro Eupatoria, è senza frutto.

2 marzo. Morte di Niccolò. Suo figlio Alessandro I proclamato imperatore.

15 marzo. Cominciano le conferenze di Vienna, che finiscono a nulla. Affluiscono in Crimea rinforzi da tutte parti.

3 aprile. Nuovo bombardamento di Sebastopoli.

24 Incendio del Cresus.

28 Partono da Genova le prime truppe del corpo spedizionario sardo.

3 maggio. Arrivo del generale Lamarmora, e di quattro mila piemontesi a Balaklava.

19 maggio. Pelissier sottentra a Canrobert nel comando capo dell'esercito francese. La guerra tosto si ravviva.

22 maggio. Presa del cimitero di Sebastopoli.

24-Spedizione del mare d’Azoff, distruzione di finiti legni mercantili russi. E’ tolta cosi all'esercito russo via più comoda per vettovagliarsi.

25 maggio. Occupazione della linea della Cernaja.

7 giugno. Presa del poggio verde.

18-Assalto infruttuoso a Malakoff. Si continuano a crescente costanza i lavori d'approccio per non fallire una seconda volta. I russi si vedono perduti, e il loro esercito di soccorso tenta di liberare la città con una battaglia.

6 agosto. La battaglia ha luogo sulla Cernaia. I piemontesi sono i primi assaliti sul far del giorno, ma non xxovveduti. Gli avamposti resistono con sommo valore, ripetono le eroiche scene d'Inkermann, col merito di di avere usata maggior diligenza nel guardarsi. L'artiglieria piemontese riduce l'oppostale arliglieria russa al xxzio, sebbene questa sia di molto superiore; e fulminando di fianco le profonde colonne russe che assalgono i francesi agevola a questi prodi la villoria. La fanteria piemontese serba fede all'antica sua gloria con prodigi di coraggio e di valore. Francesi e piemontesi sono uno contro xxxx e tuttavia per ogni uomo che perdono fanno subire al nemico perdite decuple. La villoria è completa. L'Italia si fa rivivere alla gloria dei suoi soldati. Un lungo grido d'entusiasmo eccheggia da ogni sua provincia pei prodi piemontesi.

--- settembre. Frutto di tal vittoria è il poter tentare con a l'assalto generale contro Sebastopoli. Dopo tre giorni di bombardamento infernale gli anglo-francesi si slanciano nel meriggio, e dopo una lotta eternamente memorabile, xxxxkoff resta decisamente in potere di quelli eroi.

9 settembre. I russi abbandonano la città dopo averla incendiata, o fatta saltare in aria per forza di mine. La flotta russa intiera è bruciata 0 sommersa senza avere pur data una battaglia! Quattro mila cannoni, infiniti proiettili, ecc. sono trofeo d'una vittoria che non ha riscontro nelle storie, a chi chiude luminosamente il primo alto della guerra orientale.

CASALE TIP. NANI



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L'ORDINE MILITARE DI SAVOIA E LA PACE

CONSIDERAZIONI DEL CONTE CARLO DU-VERGER

Capitano nel Reggimento Savoia Cavalleria

Ex-Deputato al Parlamento Sardo Membro corrispondente dell'Accademia R. di Savoia

TORINO

TIPOGRAFIA ARNALDI

1856

(Estratto dalla Gazzetta Militare di Torino)


Felice d’aver veduto con quale benevolenza si voile accogliere l’articolo sull’Esercito Sardo, che io pubblicai nello Spectateur Militaire, prima della partenza del nostro Corpo di spedizione per la Crimea; più felice ancora d’essermi accorto come tutte le mie previsioni riguardo al successo delle nostre armi sieno state gloriosamente giustificate all’occhio dell’opinione pubblica, io credo potermi permettere di pubblicare ora un altro scritto sulla riorganizzazione dell'ordine Reale Militare di Savoia.

Questo scritto fu da me inviato verse la fine di febbraio p. p al Direttore dello Spectateur Militaire,ma non potè venire inserito in quel periodico pei motivi esposti nella lettera seguente:

Direction du
SPECTATEUR MILITAIRE
Paris

Monsieur le Comte

«J’ai reçu votre lettre avec beaucoup de plaisir, et je Vous remercie des bons sentimens, qu’elle m'exprime, tout en regrettant de ne pouvoir les mériter. Si je ne consultais que mes simpathies pour Vous, et pour votre Pays, j’accepterais les veux fermés tout ce que votre patriotisme Vous dicte en faveur de l'Italie en général, et du Piémont en particulier; mais notre législation sur la presse m’obblige à traiter les questions politiques avec une grande prudence, si je ne veux pas compromettre l’existence du Spectateur.... etc.»

Se questo mio piccolo lavoro non ha oggi la stessa attualità, che avrebbe avuta due mesi addietro, servirà almeno a dimostrare che nel nostro Esercito come nelle nostre Popolazioni vi sarà sempre una sola speranza, ed un solo desiderio: quello cioè dell’Indipendenza nazionale.

I

Se si vuol gettare un colpo d’occhio sulla storia dei differenti Ordini di Cavalleria, si vedrà ognora ch’essi vennero fondati, o rimessi in vigore per motivi politici o per gravi circostanze d’ugual natura. L’augusta Casa di Savoia, la cui politica fu già da noi dimostrata più voile altrettanto paterna, come saggia e previdente, non mancò giammai di dare a' suoi ordini cavallereschi il suggello dell’opportunità; suggello ch’ella ha saputo del resto sostenere con gloria da più secoli a questa parte.

E riguardo a tale opportunità, noi osserviamo che l'ordine militare di Savoia, si nobilmente illustrato nel corso di tre guerre antiche, e caduto in disuso durante una lunga pace, non poteva esser richiamato in vigore in modo migliore e più opportuno, come al momento, in cui le Armi dei nostri valorosi Principi aggiungevano un nuovo fregio all’aureola, di cui vanne ornate da tanti secoli.

Si, senza dubbio, egli era al momento, in cui un Corpo di Truppe Sarde combatteva in Oriente per la causa della giustizia e della civilizzazione, al momento, in cui i nostri bravi soldati rivaleggiavano in coraggio e devozione coi primi soldati del mondo per sostenere gloriosamente il vessillo d'indipendenza, ch’essi aveano alcuni anni prima con tanto onore difeso, egli era a questo momento supremo pel nostro Paese che riusciva convenientissimo il richiamare in vita codesta Stella dei bravi, alla quale tradizioni, desiderii, speranze, avvenire, tutto deve contribuire a dare un novello splendore.

L’ordine militare di Savoia brillerà certamente sulle rive della Cernaia, ed in ogni altro punto del teatro di guerra; — ma continueremo noi a gridare: Savoia avanti! da che le Conferenze per la pace si vanno ad aprire?

Io domando ai miei lettori di permettermi una breve corsa da bersagliere nel vasto campo della politica: spero d’essere in questa fortunato, ma in caso contrario gli stessi miei lettori da avversarii indulgenti, vorranno senza dubbio servirmi di scorta e di sostegno.

Le Conferenze di Pace ne condurranno esse realmente alla pace, ovvero alla continuazione della guerra?

Innanzi tutto, se mi è permesso di trattare una si ardua questione colla dura franchezza d’un Capitano de' Dragoni, io chiederò di quai genere di pace s’intende parlare? Per me non havvi pace, senza stabilità, né può stabilirsi pace veruna sulla misera base di rimpasti.

L’Europa, dopo tanti sagrifizii d’ogni genere, vorrà essa che tutto finisca in un semplice armistizio? In una parola, — mi si conceda di dirlo francamente — nessuna pace è possibile sulla base del trattato del 1815!

Questo funesto trattato non era che il concetto d’un Congresso di teste coronate, le quali non permettendo al pensiero de' popoli di giungere fino a loro, s’accordavano soltanto nel lasciarsi dirigere da un solo principio motore, quello d’una comune gelosia contro la gloria e i trionfi della Francia, quello di rintuzzare per sempre il voto delle nobili aquile, che s’erano presentate vittoriose in quasi tutte le capitali dell’Europa. Era adunque, prima d’ogni altra cosa, la Francia che si trattava d’umiliare, e d’annichilire nella sua potenza politico-militare.

I principii del 1789, che costituivano i diritti dei Popoli e delle Nazioni furono messi in disparte: la santa Alleanza era stata creata per combatterli, e cosi nel fatale trattato, attinto probabilmente dagli archivii di Casa d’Austria, i popoli furono considerali come greggie di pecore; i grandi interessi delle Nazioni, le considerazioni territoriali e geografiche, le simpatie e le antipatie delle razze, delle credenze, delle nazionalità, tutto ciò venne compiutamente obbliato dai signori diplomatici della santa Alleanza.

E mi sia ancora permesso di chiedere, colla storia alla mano, qual fu il risultato di questo edifizio stabilità su principii cosi assurdi, e cosi evidentemente contrarii allo spirito dei tempi?

Scosse continue, infrazioni, vittime d’ogni classe e d’ogni paese: — ed a questo trattato, intieramente dettalo dalla sciabola ignorante (perché una Spada intelligente l'avrebbe fatto assai diverso) la voce possente di tutte le Nazioni è venuta ad opporre la terribile condanna delle rivoluzioni e degli sconvolgimenti. Quante proteste successive si fecero contro di esso, finché la Russia medesima gli diede poi il colpo di grazia per la sua ambizione!

No, senza dubbio, non sarebbe ora un vantaggio il conservarlo, anzi neppure dovrebbesi accordargli ancora qualche ora di più d’esistenza!

La nostra opinione più sopra espressa e dunque codesta che non vi è pace possibile, prendendo per base il funeste trattato dcl 1815.

Quali sarebbero pertanto le condizioni necessarie. perché un vero trattato di pace venisse alfine a rendere la tranquillità alla Società, fortemente scossa sulle sue basi dagli uragani successivi che ha dovuto soffrire?

Noi non sapremmo discutere a fondo una questione di tanta importanza: ma basta al nostro scopo di additare per base dell'edificio della nostra rigenerazione sociale il riconoscimento dei principii liberali che costituiscono le basi della nostra Società attuale: in una parola, il pentimento e la riparazione delle iniquità del passato; e i diritti imprescrittibili dei popoli, nelle loro nazionalità, preferiti ognora alle pretese orgogliose di Dinastie.

Massime che, secondo noi, devono trar seco le seguenti

1.a Una estensione maggiore del Regno di Grecia, per costituire una migliore e più efficace separazione fra la Turchia e la Russia.

2.a Un Regno possente nell'alta Italia sotto la Dinastia della Casa di Savoia, per proteggere l’indipendenza della Penisola, e sostenere le modificazioni politiche liberali, adottate dal Congresso a favore delle altre Popolazioni Italiane.

3.a L’attuazione pratica, per parte della Corte di Roma, dei principii contenuti nella lettera al Colonnello Edgardo Ney.

II

Estensione maggiore del Regno di Grecia per costituire una migliore e più efficace separazione fra la Turchia e la Russia.

Se si considera la condotta della Grecia in questi ultimi i tempi, se si analizzano le grandi cause di malcontento ch’essa ha date alle Potenze continentali, non si può a prima giunta fare a meno di partecipare all'opinione d’uomini politici, i quali hanno lamentata la formazione del Regno di Grecia sotto una Dinastia Bavarese.

Ricordiamoci tuttavia che all'epoca della formazione di quel Regno, la Francia era governata da Carlo X, e che questo Principe non s’era impegnato che a malincuore nella spedizione di Morea, perché a' suoi occhi sottrarre la Grecia, od una parte della Grecia, alla dominazione del Sultano era un portare offesa al diritto della legittimità, e di più si incoraggiava con esempi, luminosi lo spirito di insurrezione.

L’opinione pubblica pose la mano su tali scrupoli, e diede vinta la causa ai clienti di lord Byron, del sig. Chateaubriand, e del sig. Eynard. Le potenze direttrici dell’Europa furono trascinate dalla Fillellenomania; la rivoluzione del 1821 fu sanzionata collo smembramento della Grecia, e collo stabilimento d’una Dinastia che venne pescata all'azzardo, in mancanza di concorrenza, allontanata e resa quasi impossibile dalle difficoltà della situazione.

Il motivo di questo allontanamento di concorrenza, e del rifiuto del Principe Leopoldo (oggidì Re del Belgio) uomo illuminato e liberale, dovea fare impressione sulla Conferenza di Londra, e darle a riconoscere l’errore commesso. Noi desideriamo che questo errore fondamentale, che ci accingiamo a porre in luce. sia preso in considerazione dal Congresso di Parigi.

Lo smembramento della Grecia fu un grande errore, o un grave sollecismo contro la costruzione grammaticale d’ogni Società.

Infatti, in luogo di costituire un Regno coll'intiera razza i ellenica, se ne costituì uno della più piccola parte, lasciando la più grande, correligionaria della Russia, sotto l’impero ottomano.

Nessuna costruzione sarebbe stata più efficace a favorire gli intrighi incessanti del protettorato della Russia: era una di quelle anomalie, che sono corollarii evidenti del sistema di suddividere i popoli a greggie, — sistema che ha tristamente presieduto ai destini dell’Europa dopo il 1815.

Eppertanto noi ci uniamo ben volontieri all'avviso del Comandante Martin, nella sua analisi alla rimarchevole opera di J. Pellion (Spectateur Militaire), noi invitiamo con esso lui la diplomazia a non essere si crudele nei suoi giudizii verso la Grecia, imperocché nel caso di cui parliamo, sono i maestri di scuola, anziché gli scolari, su cui pesa la responsabilità dei fatti. Se la Grecia ha dato imbarazzo nel 1854 alle Potenze occidentali, tutta la colpa non deve riversarsi su lei: è la sua composizione politica che bisogna prendere a considerare.

Tale composizione è viziosa: egli è tempo di rimediarvi, egli è tempo di por riparo alle iniquità del passato. Che la Grecia sia ricostituita, com’ella dovea esserlo: ch’essa formi un regno potente, ed allora l’Europa potrà trovare in essa una buona muraglia di separazione tra la Russia e la Turchia.

Riconoscente per l’ottenuta emancipazione, liberata dalle influenze malefiche, ond’è costantemente agitata, essa prenderà nuovo aspetto, nuova forza, nuovo vigore, avanzerà nelle vie del progresso sotto la direzione delle Potenze occidentali, che l’avranno presentata al battesimo delle Nazioni; essa diverrà un buon avamposto contro l’ambizione degli Czar. Queste previdenze non sono nuove per la Russia, perché ogni osservatore può rimarcare che in tutti i tempi ella ha mostrata opposizione e ripugnanza a qualunque aggrandimento della Grecia.

Questa sola ragione potrebbe, a nostro avviso, bastare per giustificare le idee da noi ammesse.

III

Un Regno possente nell'Alta Italia sotto la Dinastia della Cosa di Savoia, per proteggere l’indipendenza della Penisola, e sostenere le modificazioni in senso liberale, adottate dal Congresso a favore delle altre popolazioni italiane.

Per mettere i nostri lettori in caso di meglio înterpretare il nostro pensiero, non sarà inutil cosa di premettere alcune considerazioni sulla posizione del Piemonte riguardo all'Italia dopo la ristorazione.

Noi non sapremmo del resto eccitarli troppo a meditare attentamente le considerazioni sulle campagne dei 1848 e 1849 in Lombardia, pubblicate nello Spectateur Militaire delli 15 gennaio e 15 febbraio e seguenti dal sig. Comandante Martin.

Non si potrebbe meglio infatti spiegare la posizione dei Piemonte e difendere la sua politica, e la sua armata dagli attacchi senza numero, dei quali il nostro paese fu costantemente lo scopo, per parte di coloro che aveano un interesse si possente a denigrare la Monarchia, che al giorno d’oggi sa si bene far rispettare ed onorare la bandiera della nazionalità.

Noi dobbiamo qui esprimere tutta la nostra riconoscenza alla sua penna militare, e riconoscere che se l’armata francese seppe apprezzare il nostro Esercito sul campo di battaglia, ella sa altresì difendere i suoi alleati sul terreno dell’opinione; speriamo che l’esito delle Conferenze di Parigi ci persuaderà che la Francia non rifiuta ai suoi alleati sull’arena dei protocolli quella simpatia che lor sa accordare sui campi di battaglia!

I trattati dei 1815 sottomisero, è vero, i popoli colla forza, ma, come noi l'abbiamo osservato, non poterono mai arrivare a dominare l’opinione, ed a misura che quest’opinione acquistò dell'importanza in Europa per causa dei liberalismo e dell’influenza del progresso, sorsero a protestare da ogni parte le oppresse nazioni, e l’Italia più che ogni altra dovette aggiungere pagine sanguinose al gran libro delle ingiustizie e dei dolori.

Egli era ben naturale che il Piemonte, parte integrante dell’Italia, partecipasse alle ispirazioni che si sovente agitavano la Penisola, soffrisse degli affanni della Patria comune, e si unisse di cuore e di sentimento ai voti universali per la gran quistione dell’indipendenza nazionale. Cosi il Piemonte diventò la speranza ed il rifugio degli Italiani infelici. Cosi videsi il Piemonte, in cui il regime dell'assolutismo veniva temperato dall'amministrazione paterna degli augusti suoi Sovrani, far contrasto col rigore dell'amministrazione austriaca, ed il paragone semplicissimo dei due regimi eccitare i timori, le gelosie, un’ostilità sorda, per ciò solo che la popolazioni sottomesse all'Austria, ed agli arciduchi suoi proconsoli, si avvezzavano a riguardare il Piemonte e la Casa di Savoia, come l'ancora di salvamento, la bandiera della speranza, Cosi si vide da tutte le parti dell’Italia la gioventù venire a prendere servizio in Piemonte, per quivi cominciare e compiere la loro educazione militare; gli scienziati venirvi a convegno perché la scienza non ama di piantare il suo osservatorio sulla piatta-forma troppo circoscritta delle cittadelle. Cosi si vide Silvio Pellico venire a riposarsi tranquillamente delle persecuzioni, o se cosi si vuole, a digerire in pace nel Piemonte le dolcezze del Spielberg, come direbbe il Generale Schonal nel suo Veterano Austriaco, che non simpatizza di troppo col Piemonte.

Allora si videro le opere di Cesare Balbo, di Massimo d'Azeglio, di Gioberti, lette, gustate, desiderate in tutta l’Italia.

Si subiva, è vero, un poco l’influenza austriaca, ma questa (oltre ad essere moderata dallo spirito d’equità e di paternità dei nostri Principi, soprattutto dopo la ristorazione e gli avvenimenti del 1821) fu di qualche peso al principio del regno di Carlo Alberto, finché poi cominciò a declinare sensibilmente e da ultimo quel venerato e magnanimo Sovrano se ne emancipò affatto; e ciò fu un gran bene.

Non evvi dunque a stupire se stanchi dell'oppressione i Milanesi avevano gettati gli occhi su Carlo Alberto, sopra i suoi popoli, sopra il suo Esercito, poiché eransi abituati a riguardare il Piemonte come il sostegno naturale dell’idee di nazionalità e d’indipendenza. Il Re Carlo Alberto non esitò punto ad arrischiare il suo trono, e la sua vita per andare al soccorso dei Milanesi: né si venga ad accusare il Piemonte d’aver violato i trattati, che torse le potenze segnatarie medesime non li hanno sovente calpestati, e per cause molto meno legittime? Sarebbe per caso l’Austria che potrebbe a questo riguardo avere la pretesa di voler presiedere il modo degli scrupoli? Allora per lo meno il Consesso deve aver la sua sede nella Cattedrale di Cracovia!!!

Il Re Carlo Alberto andò dunque in soccorso dei Milanesi, e non contento di una prima prova, egli sagrificò in una seconda la sua corona e la sua vita. La guerra fu infelice, ma essa non fu senza gloria. L’Esercito Piemontese mostrò ciò che poteva tare, se fosse stato meglio organizzato e sotto il comando di un capo più intraprendente. I suoi trionfi, sebbene resi passeggieri da forze superiori, eccitarono l'attenzione dell’Europa, ed assicurarongli cosi le simpatie di tutta l’Italia.

Dopo il trattato di Novara, il Piemonte, mentre occupavasi a consolidare ed a sviluppare le novelle sue istituzioni, divenne ancora il rifugio degli Italiani perseguitati, ed anche questa generosa ospitalità gli conciliò l’affezione di tutti i popoli della penisola.

Senza dubbio, malgrado la moderazione del Governo Piemontese, non si manco di calunniarlo, di suscitargli degli imbarazzi presso le nazioni straniere, accusandolo di mantenere nel suo seno un focolare di rivoluzioni. Ma l'accusa è più speciosa, che fondata.

II Piemonte non ha mai né provocali, né causati, né tollerati di quei movimenti, cui potrebbe muoversi il dubbio non fosse tanto straniera l’Austria, affine di avere un pretesto per soffocare questo Governo liberale si simpatico all'Italia, la cui marcia progressiva e moderata, non torna si bene a conto dell'Austria, come la cooperazione tutta rivoluzionaria e sovvertitrice di Mazzini e dei suoi compagni.

La vigilanza del Piemonte non rallentossi mai un istante, egli soffocò sempre qualunque tentativo organizzato nel suo interno ed alle frontiere, e fu anzi nel momento stesso che esso dava le prove più evidenti della lealtà della sua condotta a questo riguardo, che l’Austria, stanca dell’inutilità delle sue persecuzioni, osò violare apertamente il diritto sacrosanto delle nazioni, mettendo il sequestro sui beni di sudditi sardi naturalizzati.

Al di d’oggi questo mostruoso abuso della forza non le basta più; essa osa aggiungervi l’insulto, parlando d’amnistia!

I sequestri debbono essere tolti puramente e semplicemente, perché essi non avrebbero mai dovuto esistere.

In questa circostanza che eccitò la più viva indignazione in tutto il Piemonte, e presso tutte le più colle Nazioni, il Governo Piemontese seppe evitare l’insidia, che gli veniva tesa cosi sfacciatamente, e si mantenne con fermezza al suo posto.

Fece un appello alla Nazione per tendere una mano fraterna e soccorrevole agli oppressi, ma non ismenti mai la sua dignità, e rifiutossi costantemente ad assentire a qualunque movimento; eppure non istava che in lui di destare un novello incendio in tutta l’Europa. Questo consenso vennegli domandato, e più di una volta!!

Ma se il Piemonte è piccolo, egli merita di divenir grande per la generosità del suo procedere, e della sua politica.

Egli aveva preso degli impegni coll’Europa, ed egli seppe mantenerli religiosamente: egli aspetta con pazienza l’ora del riscatto, e speriamo che nell'interesse dell’umanità quest’ora non tarderà ad arrivare.

Verranno forse rimproverate al Piemonte le sue dissensioni con Roma?

Senza volere scrutare una questione si grave, noi stabiliremo prima di tutto che il Piemonte aveva ragionevolmente il diritto. di desiderare di poter coordinare le discipline religiose coi principii dello Statuto.

Noi non cercheremo qui di negare i torti che taluno, a seconda della sua maniera di vedere, potrebbe attribuire al procedere del Governo Sardo; ma noi domanderemo se si può assicurare che la Corte di Roma sia essa medesima scevra del torto essenziale di voler mantenere dei privilegi e delle instituzioni disciplinari, che non sono più in rapporto né collo spirito, né coi bisogni dell’epoca, né coi principii inerenti alle instituzioni fondamentali che reggono il Piemonte?

E, per esempio, il Concordato, di fresco concluso coll’Austria e che attualmente dà degli imbarazzi a questa potenza, non può ragionevolmente far nascere dei dubbi a questo riguardo?

Leggiamo piuttosto la Gazzetta Ufficiale di Milano:

«Non è più l'epoca, in cui i decreti, ed i roghi potevano annientare un libro, soffocare un pensiero. Ora essi si riproducono all’infinito dalla stampa e se ne ridono di tutti i mezzi impiegali per distruggerli. La Chiesa non può pensare a combatterli colla prigione e colla tortura, essa non dispone più di queste armi, essa deve combattere i principii con altri principii, le parole colla ragione, e non con interdetti e colle scomuniche; le rimane il pulpito, e la stampa che ella può impiegare a sua volta con lealtà, tolleranza, e dolcezza, confidandosi a quel pilota che sa condurre la nave in porto, malgrado l’inesperienza e gli errori dei marinai».

Dopo queste riflessioni, che tra parentesi l'Austria potrebbe benissimo applicare alla politica da lei usata verso gli italiani, si chiede se le basi del concordato Austriaco possano essere ammessibili in Piemonte? Si comprende benissimo che quel concordato possa avere ottenuta la firma di un giovane Imperatore, più abituato ad occuparsi del bel portamento dei granatieri tedeschi e dei dragoni De la Tour che a manovrare contro la diplomazia pontificia, a cui in ogni tempo i più rinomati tattici durarono pena grandissima a strappare un posta avanzalo, o ad impadronirsi d’una sola sua vedetta.

Se si viene ad attaccare la prosperità interna del Piemonte, parlando della sua situazione finanziaria, si dovranno attribuire i suoi debiti parte agli avvenimenti della guerra disastrosa del 1848 e 49, parte alle riforme economiche e finanziarie che diedero uno sviluppo immenso alla sua industria, al suo commercio, alle sue ferrovie; perché chi vuol raccogliere, convien prima che semini.

Il flagello della guerra che l'Europa subisce da due anni ha contrariato necessariamente lo sviluppo si necessario alla prosperità delle sue finanze. Questi fatti sono si evidenti che ci pare cosa inutile l’arrestarci a spiegarli ed a discuterli.

L’ambizione dell'Imperatore Nicolò venne ad intorbidare la pace dell’Europa, minacciando l'integrità e la indipendenza della Turchia. La Francia e l'Inghilterra si uniscono per difendere la causa del buon diritto e dell'umanità.

Il Piemonte lascia a parte le questioni meschine d’interesse e di municipalismo, egli si confida lealmente a suoi nobili e possenti alleati, unisce la bandiera italiana alla loro, e bentosto un battesimo di sangue fa vedere all’Europa che se l’Italia ha una bandiera, ha un’armata altresì ed un valoroso Generale.

Il Generale Alfonso de La Marmora giustifica la confidenza del suo Principe, e della Nazione, ed egli seppe guidare degli Italiani alla vittoria, mentre altri soldati Italiani ambivano l’onore di servire solo la stessa bandiera. I successi dell’armata non tardano ad essere conosciuti in Piemonte; l’Italia intiera s’associa alla gioia di questo Paese, l’opinione nazionale è più possente della forza, e da tutte le parti della penisola vengono sottoscrizioni in favore dei soldati della Crimea.

Oltre ad avere un Re, ed una Dinastia, l’Italia possiede ancora una tomba venerata a Superga e questa tomba parla bastante mente per designare a tutta la Nazione su chi debba portare il suo suffragio. L’erede di Carlo Alberto è Re: egli altresì ha partecipato ai sacrifizi di un padre sventurato e magnanimo, egli altresì ha versato il suo sangue per l’Italia.

Vittorio Emanuele ha ricevuto testé a Londra ed a Parigi le felicitazioni si gloriosamente acquisiate a Traktir da' suoi valorosi soldati, suoi antichi compagni d’armi. Qui ancora l’accoglimento è in rapporto coll’opinione: non sono soltanto le autorità costituite, ma i popoli ospitali che dappertutto sul suo passaggio spargono i voti e gli applausi, non sono soltanto gli antichi sudditi, ma altresì quelli che vogliono divenir tali che fanno sentire il grido di Evviva Italia, Evviva il nostro Re!

Mai io parlai dell’opinione pubblica;— si senza dubbio, al di d’oggi l’opinione pubblica ha un potere che si è svincolato dai ferri della santa Alleanza, e voglia dessa o non voglia, questo potere debbe regolare i destini attuali dell’Europa e del mondo. I desiderii, le aspirazioni dei popoli non hanno punto consultato i protocolli, né l’Almanacco di Gotha, per farsi comprendere.

L’opinione pubblica che è al potere, e le riflessioni che noi abbiamo indicate, ci permettono ripetere: l’Italia ha una bandiera, un Esercito, un Generale, essa ha un Re, una Dinastia; —e questa Dinastia è la Casa di Savoia!

Ma tutto ciò non fa punto l’interesse dell'Austria: cosi le sue vedette non hanno punto mancato di muovere sordi attacchi al Piemonte, elevando delle difficoltà sopra la sua posizione nelle conferenze.

Il Piemonte prenderà egli parte alle Conferenze? E ciò avrà luogo con voce deliberativa? Potrà egli parlare a nome dell’Italia? Quanto alle due prime questioni volerle mettere in discussione sarebbe un'assurdità ed una sconvenienza.

Il diritto del Piemonte non è dubbioso: egli deve figurare alle Conferenze sullo stesso piede delle altre Potenze.

Il Piemonte che associossi al trattato di Alleanza tra la Francia, l'Inghilterra e la Turchia, ha non solo gli stessi diritti delle Potenze sue alleate, ma, noi non temiamo di dirlo, esso ha ancora maggiori diritti dell’Austria, la quale trovò utile il non sguainare la spada, e si è limitata a segnare un trattato eventuale li 2 dicembre 1854, aspettando senza dubbio che gli avvenimenti le permettessero di scegliere più vantaggiosamente in appresso!

Se noi rimontiamo al Congresso di Vienna, noi vediamo che la partecipazione al trattato per la quistione Europea venne determinato, non dalla grandezza delle potenze, ma bensì dalla parte che ognuna di esse avea preso agli avvenimenti generali anteriori. Noi richiamiamo alla mente dei nostri lettori gli articoli della convenzione delli 10 aprile 1854 e l'articolo comunicato del Moniteur all’occasione della morte del Generale Alessandro de La Marmora. Non si poteva dunque porre in campo il minimo dubbio, ed una tale quistione era fuori di proposito.

La stessa cosa dicasi riguardo all’esclusione del Ministre di Sardegna dalle Conferenze di Costantinopoli, avvenuta in forza delle sollecitazioni dell’lnternunzio Austriaco. Questa esclusione ha offeso tanto più l'opinione pubblica del nostro paese, in quanto che oltre della sua sconvenienza naturale ella era ancor più sconveniente in vista dei buoni uffici che l’hanno motivata.

In quanto ai diritti dei Principi della Casa di Savoia di rappresentare l’Italia, egli non è soltanto dal giorno d’oggi che questi vennero rivendicati e difesi.

Se vuolsi gettare un colpo d’occhio sulle note diplomatiche esistenti negli archivii del regno, e pubblicate dall’onorevole Deputato Castelli, noi vediamo prima di tutto che il Monitore delli 30 giugno e del 1.° luglio 1855 ha pubblicato molti documenti diplomatici, relativi alla quistione d’Oriente tale quale era considerata nel 1785-17811.

Dai quali documenti risulta che di già a quell’epoca la quistione d’Oriente attirava sopra di noi l’attenzione delle grandi potenze, che vi erano più particolarmente interessate.

La pubblicazione di queste note ha fatto conoscere sotto quai punto di vista il Governo sardo considerava nel passato secolo questa gran quistione, che è press’a poco la medesima al giorno d’oggi come nel 1785. Ed ognuno può essere convinto che il Governo di S. M. il Re Vittorio Emanuele, collegandosi colle Potenze occidentali, nel 1854 non ha fatto che inspirarsi (come abbiamo fatto rimarcare nell’armata Sarda) nelle idee della politica tradizionale della Casa di Savoia, messa in pratica nel 1785 dal Re Vittorio Amedeo III.

Più tardi, come ci viene certificato da altri documenti, il Conte de Maistre, nostro ambasciatore a Pietroburgo, diceva all’imperatore di Russia:

«Il Re, mio signore ha ricorso all'Imperatore non solo nella sua qualità di Re di Sardegna, ma come Principe Italiano, come membro della Sovranità Europea, come difensore della giustizia generale... Senza un nuovo sforzo dell’Imperatore, non evvi più equilibrio, né buon sistema politico: l'Italia scomparisce e tutti li principi italiani non rimangono più che vassalli dell’Austria! »

Queste profetiche parole non saranno punto perdute, noi lo speriamo per l'illustre rappresentante della Russia. Il Conte Orloff non dimenticherà neppure la politica dell'Austria in quest'ultima crisi, ed a peggio andare in un caso di lotta fra noi e l'Austria la Russia seguendo il prudente esempio, che le venne dato da quest'ultima potenza, resterà almeno coll'arma al piede.

Il conte d'Agliè a Londra raccomandava con tutte le sue forze al governo britannico la causa dell’Italia. Egli ricordava quali discordie avea accese in Europa l’antagonismo della Francia, e dell’Austria, che cercavano sempre d’ingrandirsi in Italia, e pensava che non era quasi possibile di assicurare all’Europa una pace durevole, senza mettere la penisola in caso di difendersi da se medesima.

Per arrivare a questo scopo egli era d’avviso, «che si dovevano fare tutti gli sforzi per costituire ai piedi delle Alpi un regno fortemente stabililo, ai destini del quale presiederebbe la Casa di Savoia: le sue antiche glorie, la sua fermezza nell’avversità ed il suo rispetto per la fede giurata ne la rendevano ben degna».

In una nota memorabile che egli indirizzava a lord Castelreagh prima delle conferenze di Vienna, egli cosi si esprimeva:

«Quando una potenza di già formidabile annuncia l’intenzione che ha di appropriarsi la migliore e la più vasta parte dell'Italia, ed estendere i confini del suo territorio sino a quello del Piemonte, non si devono tacciare di cupidità gli sforzi che potrebbe fare la Corte di Torino per ottenere a sua volta un ingrandimento di territorio, e dei mezzi proporzionati ai pericoli che la minacciano. In questo caso, l'ingrandimento non né ambizione, ma è una garanzia; un mezzo indispensabile per conservare la sua indipendenza».

Non è dunque nell’interesse solo del Piemonte ma nell’interesse del l’Italia intiera, nell'interesse del riposo dell'Europa, che la nostra diplomazia debbe desiderare un aumento di territorio; l’opinione pubblica è ben pronunciata a questo riguardo, e non dovrebbe essere tenuta in poco conto senza gravi pericoli, senza dare a temere molte complicazioni.

Ascoltiamo quanto scriveva il Marchese Alfieri di Sostegno quest’occasione. «Ciò che avviene in Ispagna può fornire un argomento di più in favore della possanza che l’opinione esercita sul mondo e delle cure che i governi debbono prendere affine di ben dirigerla e di approfittare della sua influenza a beneficio del paese, senza lasciarsi dominare troppo da essa ma altresì senza combatterla di fronte. L’impulso è stato dato con troppa forza, per potere credere che questa terribile potenza, che opera sugli spiriti, e trascina li corpi politici, possa arrestarsi».

Potrebbesi forse non fare un’applicazione di queste parole alla nostra attuale situazione? Vorrebesi forse negare che l’opinione non preconizzi oggi il Piemonte come il difensore nato dell'indipendenza Italiana? E questa stessa opinione non si pronuncia ella forse per delle modificazioni liberali nel sistema dei differenti governi Italiani? L’occupazione quasi permanente che fanno varie potenze in Italia deve ella durerà per sempre? Non costituisce dessa uno stato deplorabile per i popoli? Puossi torse permettere al governo delle due Sicilie di conservare la stessa politica sebbene ella sia riprovata universalmente? E l’Austria non cerea forse di estendersi dappertutto? e di intervenire dappertutto? E quest’estensione, come noi l’abbiamo notato più sopra, dietro delle autorità competenti, quest’estensione, noi domandiamo, non offre forse un pericolo grave per la Sardegna e per le sue instituzioni?

Si farà cessare l'intervento; ma allora converrà fare modificazioni nel senso liberale, e supponendo che i governi le adottino un istante, le adotteranno essi sinceramente? e l’Austria? e il Governo di Napoli? Si pensa forse che questi due governi vogliano convertirsi sinceramente al liberalismo per appoggiare simili modificazioni? No, senza dubbio!

Noi crediamo dunque di poterci fondare nell'opinione del conte d’Agliè e dire che il mezzo il più valide per assicurare il riposo e la prosperità dell’Italia, e quelle dell’Europa sarebbe di costituire nell’Alta Italia sotto lo scettro della Casa di Savoia un regno bastantemente possente per proteggere l’indipendenza della penisola, e sostenere le modificazioni liberali decise nel congresso in favore delle altre popolazioni Italiane.

III

Attuazione pratica per parte della Corte di Roma dei principii contenuti nella lettera al Colonnello Edgardo Ney.

Per restringere le osservazioni, noi ci limiteremo a consultare le nostre memorie ed a ripetere ai nostri lettori ciò che noi dicevamo durante la campagna del 1848 ad un distinto Italiano, il Capitano Minghetti ministro dimissionario di S. S. Pio IX.

«Giusta la poca capacità politica che può avere un giovane Luogotenente di Cavalleria, parmi che S. S. avrebbe potuto meglio studiare il modo di mettersi alla testa del movimento liberale italiano. Egli avrebbe potuto evitare di ritirare ciò che egli avea largito. I popoli non ritornano indietro, essi avanzano nel senso del progresso; conviene saperli guidare, e loro accordare a proposito le riforme, di cui abbisognano. Cosi io capisco che la posizione tutta eccezionale di Sovrano Pontefice esigendo in lui un'indipendenza assoluta, gli era ben difficile di sostenere un regime rappresentativo. Avrebbe forse meglio giovato per il civile, il contentarsi di accordare giudiziosamente e largamente delle riforme reclamate dall'opinione, e profittare di questo momento favorevole per iniziare delle riforme clericali si necessarie in Italia, si fertili in conseguenze utili per tutta la cristianità; in questo modo si progrediva saggiamente, si accordava ciò che potevasi mantenere e praticare, si rinunciava a quella vieta politica di resistenza e di inerzia che irrita al tempo stesso i governi e le popolazioni, e produce sovente dei torbidi e delle crisi rivoluzionarie, e venivasi ad assicurare per sempre i mezzi di trattare con vantaggio gli interessi della religione con tutti i governi, anche i più liberali.»

«La chiesa primitiva erasi sempre messa alla testa del vero progresso, e della più pura civilizzazione. La chiesa odierna continuando le stesse tradizioni, mettendosi alla testa della pubblica opinione, ne assumeva la direzione per il fatto medesimo della sua influenza benefica; essa aiutava i governi a trionfare delle cattive passioni, in luogo di loro suscitare degli imbarazzi. In una parola essa diventava il sostegno dell’equilibrio sociale, che secondo noi non potrebbe avere una base più solida che lo spirito religioso.»

Tali erano in allora le nostre opinioni; esse non sono in oggi punto cangiate, ed il corso degli avvenimenti non pare voglia invitarci a cambiarle.

Al di d’oggi havvi ancora tempo: e possa il governo di Roma ancora comprendere che è arrivato il momento in cui fa duopo mettere in pratica li savi consigli datigli nella lettera al Colonnello Nev; la Provvidenza farà vedere coll’esito delle cose l’efficacia dei consigli che essa ha senza dubbio inspirato all’uomo che si compiacque d’elevare sul più brillante trono dell’universo, per sostenere la società minacciata di una composta dissoluzione.

Terminando queste riflessioni che noi abbiamo esposte con una franchezza tutta militare, dobbiamo dichiarare che la nostra debolezza non ha cercala una scusa a se medesima fuorché nella coscienza di voler difendere nella causa del nostro paese e dell'Italia una causa giusta, che a nostri occhi si confonde colla causa della vera giustizia, del progresso, e del diritto delle nazioni; ciò che ci dà l’ardire di sperare che la più giusta, la più nobile delle cause quantunque da noi mal difesa, troverà un eco nello spirito pubblico dei nostri fratelli di armi.

La possanza dell'opinione è al di sopra delle piccole passioni, dei piccoli rancori degli uomini politici e dei gabinetti. Dessa arriverà senza dubbio fino agli occhi di colui che non con lento di trarre la sua origine da un impero stabilito sopra tanti trionfi, ha voluto assicurare il suo scettro, prendendo per base h sovranità nazionale. Speriamo dunque nell’elevata saviezza dell’Imperatore Napoleone III: egli stabilirà la pace sopra basi durevoli, sulla giustizia, sui diritti dei popoli, e la sua dinastia si perpetuerà, perché avrà meritato i voti e la riconoscenza delle nazioni; egli avrà detto, ed avrà provato che l’empire c'est la paix ».

Che se li suoi nobili sforzi riuscissero infruttuosi, che se le passioni prendessero il di sopra alle idee conciliatrici ed ai consigli dovuti all’esperienza dei mali passati, la causa della civilizzazione sostenuta dalla Francia e dalla Inghilterra continuerebbe ad avere nel Piemonte un leale e fedele alleato, nell'Esercito Piemontese valorosi soldati che non mancherebbero di tare dei nobili sforzi per aver l'onore di vedersi brillare sul petto l'ordine militare dell’augusta e cavalleresca Casa di Savoia.


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POSCRITTA

Saluzzo, 4 maggio 1856.

Credo a proposito di soggiunger quivi alcune riflessioni sulla riuscita del Congresso di Parigi e sul Trattato di Pace.

La soluzione di tutte le cose non è stata — convien confessarlo — secondo i nostri desiderii, ma nondimeno è pure un fatto che tutte le nostre speranze hanno acquistata una gran forza, e fors'anco una grande approssimazione al positivo; in una parola, se noi non abbiamo ottenuto il fine, abbiamo avuto però il principio e l’avviamento del fine.

Parlando sulla Grecia il Comandante Martin, nella sua interessante analisi che abbiamo citata più sopra, ammetteva al pari di noi la necessità d’una conferenza Europea per ristabilire la società sovra basi più solide: soltanto egli credeva se ne dovesse aggiornare la convocazione a circostanze più favorevoli.

All'incontro nelle nostre considerazioni noi abbiamo spiegata maggior fretta, ed abbiamo chiesto l’acceleramento delle cose, credendolo necessario ad evitare mali maggiori.

Il trattato di Parigi ha giustificate le previsioni del Comandante Martin; la ragione del fatto appartiene ad esse, ma noi crediamo che il diritto non abbia cessato d’appartenere a noi. Quindi persisteremo anche oggi ad affermare che sarebbe stato meglio per l'equilibrio europeo che il Congresso di Parigi fosse stato in grado di stabilire la pace su basi durevoli, imperocché allora, in luogo di conchiudere una pace parziale, avrebbe realmente costituita una pace europea.

Tuttavia. noi siamo anche amici della prudenza, e comprendiamo che se le Potenze occidentali avessero voluto affrettare con troppo vigore una soluzione, come quella da noi desiderata e che pur anco desideriamo, la loro posizione non sarebbe stata forse cosi favorevole, qual è oggi giorno, mentre essendo fatta la pace colla Russia esse rimangono libere dalla spedizione di Crimea che cagionava loro molti imbarazzi, ed impediva naturalmente di portare altrove le loro forze.

Ma il Congresso non s’è neppur limitato a rimanere in tal posizione: egli s’ è incamminato a grandi passi sulla buona via, egli ha stabiliti dei principii per l’avvenire, e questo avvenire appartiene all'Italia, appartiene al Piemonte, se saprà prepararvisi!

In breve: il Piemonte ha ottenuto il principio; conviene perciò che si disponga a raggiungere il fine. Non si potrà essere meravigliali di questa mia proposizione, se si vorranno considerare seriamente i vantaggi che il nostro Paese ha ottenuti per esso lui, e per l’Italia, in grazia della sua cooperazione spontanea alla guerra d’Oriente; in grazia al valore del suo Esercito, ed all’abilità del suo Generale; in grazia ancora (e ciò non reca a noi la minima sorpresa) del tatto diplomatico del suo rappresentante, sig. Conte di Cavour, si onorevolmente secondato dal sig Marchese di Villamarina.

E qui mi sia permessa di passare una rivista in dettaglio.

Le piccole controversie che si erano volute accampare contro il Piemonte, circa alla sua ammessione alle Conferenze, circa alla sua posizione, circa al potere o non potere egli occuparsi degli interessi d’Italia, tutto ciò è stato messo da parte: la giustizia dei diritti del Piemonte ha trionfato.

Il nostro Paese, rappresentante naturale delle istituzioni liberali in Italia, formava oggetto di mille contese: e da ciò che ha egli ottenuto?

1.° Ricognizione solenne per parte di tutte le Potenze (compresa l’Austria e la Russia) delle sue libere istituzioni, e della legittimità delle sue tendenze.

2.° Ha ottenuto (ciò che è importantissimo) la sua ammessione nel concerto delle grandi Potenze europee.

3.° In fatto di utilità materiali ha ottenuto di partecipare ai vantaggi della libera navigazione sul Mar Nero e sul Danubio; e a dir vero questo punto non offre egli grandi risultati pel nostro commercio, specialmente per quello di Genova e del littorale?

Apriamo il PROTOCOLLO dell’8 aprile.

Chi ha posta sul tappetto la questione Italiana? Forse il sig. Conte di Cavour? No, senza dubbio; egli se ne sarebbe ben guardato, ed è in ciò che bisogna riconoscere con quale saggezza e prudenza egli ha saputo rappresentare gl’interessi del suo Paese e dell'Italia.

Il rappresentante della Francia sig. Conte Walewski è stato il primo a toccare la questione. Mi sia dunque permesso di tare osservare che la confidenza ch’io ho sempre dimostrata, ne’ miei scritti e nelle mie opinioni, verso l’alto senno dell'imperatore Napoleone e verso le simpatie da lui nudrite per una migliore organizzazione europea, si trova oggi pienamente giustificata. Egli è al suo rappresentante che noi dobbiamo l’iniziativa, ed il collocamento della prima pietra dell'edifizio. Era necessario ottenere la pace. la prudenza consigliava a non andare più lungi: quindi il conte Walewski non ha sviluppala per intiero la lesi, ma il principio è stato stabilito. L’imperatore non ha obbliate le massime del suo zio, egli non ha obbliati i principii che hanno eretto il suo trono, e che devono perpetuarlo. Un solenne avviso è stato dato all’Europa: — tanto peggio per coloro che non hanno voluto comprenderlo, perché sul loro capo pesa la responsabilità delle complicazioni che non possono a meno di sopraggiungere!...

La voce del Plenipotenziario d'Inghilterra non poteva mancare di farsi intendere: lord Clarendon si è mantenuto all’altezza di rappresentante d'una grande Nazione liberale: egli ha sostenuti con energia i diritti dei popoli, e la sua simpatia pel Piemonte non può mettersi in dubbio.

Subito dopo ha presa la parola il Conte di Cavour: egli ha saputo lasciare in disparte con molto tatto gl’interessi particolari del Piemonte, elevando cosi questo Paese all’alta sfera delle sue giuste speranze. Prudenza, moderazione, spirito di giustizia e di convenienza, tutto ha prodotto eccellenti effetti nelle osservazioni da lui fatte circa alla difesa dell’oppressa Italia!

Il signor Conte di Cavour ba terminata a Parigi la manovra si ben cominciata in Crimea dal Generale Alfonso Lamarmora: e circa a quest’ultimo io ho date sufficienti prove d’indipendenza per non temere ora di imbrattare l’elsa della mia sciabola colla polvere dell’adulazione. lo devo ripeter quivi ciò che ho detto in proposito nella biografia del Generale Alessandro Lamarmora: Egli è cosi che lo scrittore militare «deve far risplendere indipendenza ed imparzialità ne suoi giudizii per aspirare a guadagnarsi la stima delle oneste persone».

L'imparzialità è dunque un sacro dovere per lo scrittore militare, e si potrà o si verrà egli impedire di adempiere un lai dovere, quando si tratta di rendere omaggio a coloro che hanno sostenuto degnamente gl’interessi dei loro Paese, ed i cui nomi non appartengono più al solo Piemonte, ma hanno acquistato col primo dei diritti, quello de' buoni servigi, una onorevole iscrizione sul libromastro della gloria nazionale?

Per quanto riguarda il sig. De Buol, rappresentante austriaco, egli non aveva istruzioni sul tema posto in campo dal Conte Walewski; ma gli è convenuto farsi coraggio contro l’avversa fortuna. Egli ha difesa l'eterna causa dello Statu quo: era questa la vera sua parte: — rimane però a vedere lo scioglimento dei dramma.

Il conte Orloff non ha punto dimenticata l’antica amicizia, costantemente mantenuta fra gli Imperatori di Russia e i Principi della Casa di Savoia. Ed infine quai motivo avrebbe potuto avere il Plenipotenziario russo per incomodarsi a favore di ingrati? Egli ha seguita la tattica che noi speravamo, ed è rimasto al pied-arm! Crediamo poterne tirare la conclusione che, a peggio andare, quest'attitudine sarà mantenuta dalla Russia in circostanze, che ora non possono più prevedersi, tanto forse che ci sono vicine.

Quale è il risultato di codesta rivista da noi passata? Esso consiste in ciò che nel congresso di Parigi il Piemonte ha ben cominciato: ha stabilito il suo punto di partenza, e si è incamminato verso la fine. Egli ha fatto sentire con simpatia la voce dell’Italia, ed ornai l’avvenire di questa dipende da lui. Pertanto egli ha obbligo di ben prepararsi per raggiungere il fine.

Or quale è la base principale di questo preparamento?

È l’Esercito.

Non occorre che rimontare ad altre epoche nella Storia, per conoscere che la Monarchia Sarda ha sempre dovuti alla sua gloria militare gli aumenti successivi della sua possanza, e della sua influenza nei Consigli dell’Europa (e non è certamente oggi che si possa mettere in dubbio un tal principio).

Cosi tutti i pubblicisti che si sono occupati dell’Italia, che hanno desiderata la sua indipendenza, gettando gli occhi sul Piemonte da essi riguardato come sostegno naturale di quella, hanno sempre insistito sulla necessita di rafforzare la sua organizzazione militare.

Nella sua risposta alla mia lettera sull’Esercito Sardo, il sig. Capo Squadrone De Colonjon volendo corroborare la sua approvazione alle idee che io emetteva a tale riguardo, apri il libro delle Speranze d’Italia del Conte Cesare Balbo, e ne rilevo le linee e seguenti;

«Il primo dei preparativi consiste evidentemente nelle forze militari: ciò è chiaro agli occhi di tutti, salvo forse di alcuni economisti rigorosi, i quali in questa, come in altre questioni, si fanno difensori degli interessi materiali, nel che fanno bene, ma difensori esclusivi, ed in ciò fanno male senza dubbio.... Esaminate dunque, correggete, perfezionate la organizzazione dell'Esercito; sopprimete le spese inutili, ma conservate, aumentate il necessario.»

Esprimendo tali idee il conte Balbo presentiva gli avvenimenti, cercava d’infondere a suoi concittadini la convinzione del mezzo più sicuro per raggiungere lo scopo delle loro speranze. Fosse piaciuto al cielo che i suoi consigli avesser trovato chi li ascoltasse! Troveranno essi almeno miglior fortuna per l’avvenire?

Egli è appunto questo stesso pensiero che mi faceva dire nel mio lavoro dell’anno scorso alcune parole che giudico conveniente di ripetere oggi:

«Nulla esiste di più contrario agli interessi dell'Esercito quanto le leggi votate sotto l’influenza di scrupolosi limitatori del bilancio! Per darsi la soddisfazione di operare alcune piccole economie, si distrugge la forza di un esercito, si espone lo Stato alla spesa di più milioni all’aprirsi di una guerra, e si compromette sovente la buona riuscita di questa, per non avere assicurata in buon tempo la vitalità dei quadri, che sono la base principale degli Eserciti.»

Completare la forza e l’organizzazione del proprio Esercito è dunque ciò che rimane oggi a farsi dal Piemonte. Giammai la parola di riduzione, pronunciata da alcuni giornali, ha avuto un significato più anti-patriottico, più anti-italiano, come avrebbe oggi giorno.

Prepariamoci, esaminiamo, completiamo l’organizzazione del nostro Esercito: la gratitudine, la giustizia, la necessita lo richieggono!

E se noi non possiamo togliere all’Esercito nazionale il vanto d’essere stato in ogni tempo la causa d’aumento della nostra potenza, se tutti i presenti vantaggi sono stati acquistati al prezzo del suo sangue, potremo noi senza ingratitudine, senza ingiustizia ricusargli i diritti e le garanzie che sono inerenti alle istituzioni liberali onde siam retti? E, di più, s’egli è vero che i quadri, ed il materiale costituiscono la forza principale d’un Esercito, le circostanze presenti non c’impongono esse la necessita di occuparcene attivamente?

Né si venga a dire che io voglio l’accrescimento dell’Esercito per farlo poi servire a sostegno di idee rivoluzionarie. Io dimanderò se possono appellarsi conservatori ed amici dell’ordine coloro che s’ostinano a voler perpetuare un vecchio edifizio, stabilito su basi false e decrepite, le quali per la loro stessa satura, minacciano ad ogni istante intiere popolazioni? O piuttosto se non si debba riguardare come conservatore nello stretto senso della parola, e come vero amico dell’ordine l’uomo d’istinti liberali, che, volendo avanzare col progresso in maniera sicura, esamina attentamente dietro i principii dell’arte i difetti dell’edifizio, ed appoggiandosi sulle lezioni fondamentali ammesse dalla esperienza vuole ricostruirlo in modo da prevenire una caduta, da garantirne la solidità e la conservazione.

Ma ascoltiamo a questo proposito il Comandante Martin (Spectateur Militaire).

«L’Europe n’a pas eu assez de louanges pour l’armée autrichienne victorieuse, disait-on, delà démagogie bien plus encore que de l’indépendance italienne. Soit: mais n’eut-il pas été aussi loyal d’accorder un hommage bien mérita au service signalé que l'Armée Piémontaise a rendu à la cause de l’ordre, en disputant à Mazzini et à ses adeptes le fatal pouvoir, dont la perte les a rendu ses irréconciliables ennemis? A défaut de la justice des étrangers, les reproches du grand prêtre de la démagogie costituent un éloge, dont l’Armée Piémontaise doit être Gère, et dont la portée mérite d’être méditée: — l’intervention Piémontaise et la fatale idée de la fusion et de a l’agrandissement de la Maison de Savoie a tué la révolution italienne! (Écrit de M.r Mazzini, Foi et avenir).»

Eppertanto sostenendo nei nostri scritti l’indipendenza italiana, noi abbiamo sostenuto un principio conservatore, abbiamo sostenute le tradizioni dei nostri gloriosi Sovrani, e ci siamo richiamati alla memoria gli antichi trionfi di questo prode Esercito, in cui siamo fieri di occupare un umile posto.

Ma per disporci agli eventi, non basta preparare un buon Esercito; bisogna ancora che le nostre popolazioni s’apparecchino che medesime a cooperare all’opera dell'indipendenza nazionale.

A tal fine occorre l’unione che fa la forza. Occorre che tutti gli uomini veramente liberali, gli uomini d’ordine si riuniscano in un pensiero comune, quello di consigliare si, ma di afforzare eziandio il Potere, ed assisterlo a compiere la missione da lui iniziata. Occorre una adesione completa al grande Partito nationale, guidato con mano ferma dal nostro Governo. Se poi sogna fare appello al patriottismo degli individui per riunirli ad un solo scopo, lasciando a parte le idee municipali e. personali, non meno bisogna invitare il Governo ad imitare la saggezza dell’imperatore Napoleone III facendo egli pure appello, nei limiti delle istituzioni liberali che ci reggono, a tutte le buone volontà, senza eccezione d'origine, e senza antipatie personali. Avvegnaché se l'indipendenza degli individui eccita qualche volta delle antipatie, ella è però quasi sempre indivisibile compagna dell’energia, del patriottismo, della fedeltà, della completa devozione: qualità bene essenziali per assicurare la riuscita delle grandi imprese.

Egli e adunque collo sforzarsi a riunire intorno a sé tutte le popolazioni che il nostro Governo aumenterà la propria I forza, potrà occuparsi con frutto della prosperità interna, del perfezionamento della sua potenza militare; e presentando all'Europa esempi luminosi di fermezza, di moderazione, di dignità, egli s’ acquisterà la confidenza e le simpatie delle grandi Potenze, aumenterà l’influenza che si è di già assicurata in Italia, e la Provvidenza che tiene nelle sue mani i destini delle Nazioni ricompenserà nel nostro augusto Sovrano Vittorio Emanuele II il discendente d’una Stirpe, sempre amata e venerata da' suoi Popoli, il Figlio di Colui che seppe sacrificare il suo Trono, e la sua vita per la più giusta delle cause: quella dell’Indipendenza Italiana.



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DISCORSO CONTE SOLARO DELLA MARGARITA

DEPUTATO DI S. QUIRICO

PRONUNZIATO NELLA TORNATA DEL 6 MAGGIO 1856

sul

TRATTATO DI PACE CONCHIUSO IN PARIGI AL 30 MARZO

TORINO

TIPOGRAFIA D1R. DA P. DE-AGOSTINI

Via della Zecca. N. 25

1856.

Estratto dall'Armonia, N° 105.

Credea che l'onorevole conte di Cavour reduce da Parigi, coronalo d'olivo, sarebbe ansioso di narrare i suoi trionfi, e di soddisfare, alzando il velo dei politici arcani, la giusta curiosità dei rappresenlanti della nazione.

Credea maggior premura in lui di sgombrar ti mori, confermare speranze. Quest'esitazione, questo ritardo rese ogni animo incerto; ma alfin, dopo sei giorni d'aspettazione, ci è concesso di sentire dal l'oracolo del suo abbro ciò che arreca.

Da me non aspetta il Presidente del Consiglio gli encomi, e i plausi che udiva dalla voce amica dell'onorevole Buffa; altro esser deve il linguaggio d'un avversario politico; egli conosce qual sia la via che seguo, sebben dalla sua discorde, apprezzerà la franchezza del mio dire, mentre andrò esprimendo i pensieri che in me destava, l'impressione che in me produsse la lettura del trattato e degli annessi protocolli. Sarà colpa del mio corto sentire, ma quel l'impressione non fu modificala né dalle parole del deputato che mi precedette, né dalle spiegazioni del conte di Cavour. lo entro nell'arringo costante nel mio sentire; non seguirò l'onorevole Buffa nel bellicoso suo discorso parlando di Modena, di Toscana e di Parma. Mi sembra intempestivo. Prima d'inveir contro l'Austria converrebbe avere cento mila uomini sul Ticino. Sto fermo al mio tema. Quanto fu pubblicato al mondo intiero dà solo fondamento alle mie osservazioni.

Il conte di Cavour ha comunicato alcune scritture all'ufficio della Presidenza a condizione che rimanessero segrete. Non volli esaminarle, per non essere astretto a velare alcun de' miei pensieri. Non per veder la mia curiosità soddisfatta io parlo, ma perchè il paese conosca il vero. Nessun limite esiste pei rappresentanti della nazione, quando nelle vie dell'onesto esprimono ciò che giova all'interesse generale dello Stato.

Grave è l'argomento, non lo trallero con arte, ma o l'affetto che ispira carità di patria.

Questo trattato in si breve periodo di tempo con chiuso è monumento di gloria per le Potenze belligeranti d'ambe le parti, che nel fiero bollor d'una guerra con tanto valore sostenuta, deposti i rancori, le gelosie, e gli sdegni, consolarono colla pace il mondo. E tale e tanto è il beneficio, che io non appongo al conte di Cavour se, come i Plenipotenziari di Vittorio Amedeo II e di Vittorio Emmanuele tornavano da Utrecht, e da Vienna, egli non tornò da Parigi glorioso per nuovi acquisti. Le Potenze Occidentali, fedeli a quanto generosamente prima della guerra dichiaravano, nulla pretesero; nulla potea pretendere la Sardegna. Cavalleresca fu l'impresa; non l'approvai, poiché nessun patto antico ci legava a combattere per la difesa dell'Impero Ottomano contro la Russia, che non ci aveva provocati; non l'approvai perchè alla condizion del paese non opportuna la guerra, e di nessun compenso promettitrice; ma a cosa falla esser dee paga una nazione guerriera e generosa, delle prove di valore date dai suoi soldati, della nobile attitudine del loro Duce in Oriente a fianco dei poderosi nostri alleati.

Al giulivo pensier della pace segui un sentimento vero, di dolore per l'Italia che tema divien sempre di amaro compianto, deplorando che il conte di Cavour plenipotenziario in Parigi d'una Corte italiana, mal grado la sagacia ed i talenti ond'è a dovizia fornito, non fosse in condizione a poterne sostener con fronte allora le parti. Si mostrò avverso, è all'intervento armato; ma non disse che la vera cagione per cui dura, è la pertinacia delle fazioni dall'idea sovvertitrice di una falsa libertà traviale; né confessar potè, che pur troppo di quelle fazioni fomentava la baldanza, e il delirio, l'attitudine del nostro governo a quelli degli altri Stati d'Italia ostile.

Aderire all'intervento diplomatico in Napoli equivale all'aderire al diplomatico intervento in Torino.

Grande fu il mio stupore per l'inavveduto consenso.

Se colà si chiederanno atti di clemenza, e misure di temperato governo, perchè non potrebbero chiedersi a noi misure di savia libertà, e di giustizia riparatrice de' mali onde siamo afflitti? L'intervento officioso di straniere Potenze è allo benevolo, ma leder può l'indipendenza ove prenda forma, più che di consiglio, di salutare avviso, su ciò che si ha da temere ove non s'ascolti: è certo il conte di Cavour di non soggiacervi mai egli, che venne approvandolo per altri Stati? La gelosa suscettibilità della vecchia scuola diplomatica nostra era assai più grande; forse anzi soverchia; ma la flessibilità degli uomini nuovi passerà in proverbio.

Dolsemi poscia che alle parole delle sull'intervento del plenipotenziario Austriaco non abbia risposto che una potenza di second'ordine può esser astretta dai più forti a subirlo; ma la forza non cancella il principio, non abolisce il diritto. Allora era il caso di parlar altamente, e così avrebbero parlato i diplomatici antichi, ma forse a loro non accadde mai sentire cosi severo linguaggio.

Interventi giusti vi sono; li conosce chi del gius di natura, donde ogni diritto pubblico e privato de riva, non ignora i principii; giusti li rende un'estrema necessità di difesa; giusti son essi quando richiesti e consentiti dal Sovrano legittimo, come fu quello del 1821 nel regno di Napoli; non mai col solo decreto delle primarie Potenze. Si guardino i deboli dall'ammettere, nemmeno tacitamente, principii che attentano all'indipendenza, ond'esser dobbiam tutti gelosi. Se cosi avesse il conte di Cavour parlato, i plenipotenziari del Congresso, quelli dell'Austria stessi, conscii di ciò che possa in nobil cuore un giusto sentimento di nazionale orgoglio, avrebbono apprezzato lo sdegnoso sfogo d'un animo senza giallanza risentito.

Tant'è vero che il diritto non si misura dall'estensione dei confini, che il conte di Cavour subi rimprovero dell'occupazione del principato di Monaco.

Dir che ritirerà i soldati se il Principe potrà far ritorno, è farsi giuoco della giustizia, e del diritto delle genti. Stanziano i nostri soldati in forza dei trattati, e a tutela del Principe, non mai per pro leggere i sudditi ribelli; è nostra l'onta, se, sotto l' egida delle nostre armi, egli non è sicuro.

So anch'io che il microscopico Principato di Monaco è un gran fastidio per noi, finché non divenga parle integrante dello Stato. Fu giorno in cui mi adoprai, sebben indarno, per l'unione di quel distretto ai regii dominii; ma per le vie legittime, mediante il consenso del Sovrano, largamente indennizzato: non mai colle arti del medio evo, non mai colla 'violenza, seguendo l'esempio dei piccoli tiranni italiani di quel tempo, che, ai forti ossequiosi, opprimevano i deboli: deboli siam divenuti, non dirò di chi sia la colpa, anche noi: se vogliam sostenere i nostri diritti contro i forti, rispettiamo prima il diritto di chi è, al cospetto nostro, inerme. Ciò la ragione politica vuole, ciò vuol giustizia.

Fissando lo sguardo su quanto si disse dell'Italia, non trovai menzione del famoso memorandum, che in alcuni tante speranze e vani sogni ha destato, tanta sorpresa in altri, che comprender non poteano come il ministro d'una Corte italiana si fosse reso accusatore e censore di altri governi. La stampa di tutta l'Europa ha dato grande importanza a quel documento, ed io fra me diceva: se è un nobile documento, perchè non si mostra? se teme la luce, perchè fu scritto? E fra me diceva: non crederò mai che il conte di Cavour siasi reso interprete di quel partito, che si pasce di illusioni, e tende il perpetuare fra noi le discordie, a fare redivive nel secolo XIX le funeste memorie delle ire Guelfe e Ghibelline.

Nota era a lui la condizione dell'Europa; note le intenzioni delle Potenze, che la sola questione del l'Oriente voleano definire c comporre: dovette pure pensare che, se per cortesia per lui, qual lieve compenso dei sacrifizi fatti, si parlerebbe d'Italia, non sarebbero che nude parole, espressione d'idee generali da maturarsi a bell'agio dopo il Congresso, né ignorar che, questo chiuso, separati i plenipotenziari, ogni Corte le apprezzerebbe secondo le proprie vedute, i proprii interessi ed i precedenti impegni. Non poteva nutrire lusinga che alcuna Potenza guardasse la causa dell'Italia sotto l'aspetto, che al conte di Cavour arride ed agli amici suoi.

Non la Prussia e la Russia, che, sebben non riconoscano l'autorità spirituale del Sommo Pontefice, senza esitanza, ove ne fosse d'uopo, prenderebbero la difesa de' suoi diritti contro ogni attentato, ed aman mille volte più il governo del Papa tal qual è, che veder l'Italia unita prender sede fra le primarie Potenze.

Non l'Inghilterra, che può mandar emissari accorti per dar lusinghe, per vezzeggiar partiti e proteggere la propaganda anticattolica, ma non farà altro mai; e il liberalismo italiano s'inganna assai s'altro spera dall'Inghilterra, che incoraggiamento e voti.

Io lo ripeto, malgrado le parole che, come scorgo dal dispaccio telegrafico or ora giunto, in questo stesso giorno lord Russel, poco fa, pronunciava nel Parla mento Britannico. L'Inghilterra è pei Trattati a tutte le Potenze unita; e sa che in mani sue non furono le sorti dell'Italia mai. A maggiori interessi attende in tutti mari, in tutte le parti del globo. Antica alleata della Casa di Savoia, ne difenderà sempre i diritti, io ne son certo, ma non ammette pretese che non sieno dalle altre Potenze consentite.

La Francia, tranne in quelle epoche, in cui s'infiamma di smisurato desio di gloria e di conquiste, è ferma in voler che l'Italia sia quella che è; ricorda gli allori colli da' suoi valorosi eserciti nei nostri campi, ma ricorda pur che vi trovarono più volte la tomba, no vuol che più formidabil sorga.

Dell'Austria non parlo, per non dar esca a disgusti e sdegni, che apparir possano sfogo d'inveterate passioni.

E se io m'ingannassi, se l'onorevole conte di Cavour indagando le viste delle varie Potenze scorgeva idee diverse sull'Italia da quelle che io esprimo, non m'inganno asserendo che non si vedranno compiute.

Nelle grandi contese delle nazioni l'Italia può servir di stromento pel sostegno d'altri interessi; ma per solo amor di farla più poderosa nessuna Potenza trarrà di guaina il ferro, o tarderà d'un giorno a conchiudere la pace.

Tali verità non potean occultarsi alla perspicacia del conte di Cavour, e un sentimento di delicatezza e di rispetto lo consigliava, come ministro d'una Corte cattolica, a non associarsi in sen del Congresso al Plenipotenziario Britannico per censurare il governo Pontificio, ma a seguir piuttosto il moderato contegno del conte Walewski. I particolari riguardi che impone vano a questi la riserva, come testé l'onorevol Conte ci disse, non l'imponeano forse a lui? Ma pur troppo io lo comprendo, quando questi esprimeva che il Sovrano della Francia era glorioso del titolo di figlio primogenito della Chiesa, il conte di Cavour avrà pensato che i Reali di Savoia fur sempre anch'essi devoti figli della Chiesa; e tutta dei ministri è la colpa se il governo le si mostra ostile. Troppo onesto egli è per non aver sentito nell'interno questo rimprovero amaro. Sì, lo avrà sentito, ma fia l'ultimo che, pria di riassumere il mio discorso, accenni.

È tempo di stringere i conti. Nella guerra avemmo a versare tesori e sangue; nella pace nessun benefizio. I soldati furono egregi in campo, la diplomazia venne meno ne' convegni politici. La questione (d'Italia fu argomento di poche parole; rimase tal qual era. Il plenipotenziario sardo si mostrò non amico ai governi, non amico ai popoli. Sancì, approvò, l'intervento negli Stati altrui, lo sancì, l’approvò pel nostro. Così difese, cosi provvide all'indipendenza d'Italia.

L'occupazione di un piccolo angolo di terra sul lido del Mediterraneo diede luogo a ricordargli che anch'egli è violatore de' diritti altrui. Sentì detestare la licenza della stampa, e negli abbominevoli eccessi ond'era accusata nel Belgio, potè comprendere si alludeva agli eccessi di quella che, sollo gli auspizi stessi del ministero, alla stampa del Belgio non va seconda.

Gloria di genere nuovo avemmo nell'assiderci, come si diceva, al banchetto delle nazioni. Sentir dure verità, sancir principii, che, se a noi, cui piace chiamare retrogradi, assolutisti, ripugnano, doveano eccitar fremiti nei cuori alla libertà devoti, nel cuor di chi si vanta della libertà campione. La causa dell'Italia, guardatela sollo il punto di vista conservatore de' principii d'ordine, di quiete, di rispetto a tutti i diritti, d'unione con tutti i governi, fu, non dirò tradita, ma deplorabilmente abbandonata. Guardatela, come gli avversari miei, sotto l'aspetto di causa della libertà e del trionfo delle idee moderne, malgrado le forti parole dal conte di Cavour or or proferire, non ha fatto un passo. Questi sono i trofei del plenipotenziario sardo a Parigi; piango sulle sconfitte della nostra politica, e sol mi conforta il pensiero, che il valor de' nostri soldati non è ancora spento. Gli allori colti nella Tauride ne fanno fede.


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TRATTATO DI PARIGI

segnato il 30 marzo 1856

E CONCHIUSO TRA L'AUSTRIA, LA FRANCIA, IL R. UNITO DELLA GRAN BRETAGNA E D'IRLANDA, LA SARDEGNA, LA PRUSSIA, LA RUSSIA E LA TURCHIA

COLLE CONVENZIONI RELATIVE ED I PROTOCOLLI DELLE CONFERENZE

MILANO

TIPOGRAFIA DI FRANCESCO MANINI

1856


VITTORIO EMANUELE

Per la grazia di Dio

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO, DI GERUSALEMME, DUCA DI SAVOJA, DI GENOVA, ECC. ECC. PRINCIPE DI PIEMONTE, ECC. ECC.

a tutti coloro che vedranno le presenti, saluta:

Un Trattato di pace e di amicizia seguito da un articolo addizionale e transitorio, e da tre Convenzioni annesse essendo stato conchiuso a Parigi il trigesimo giorno del mese di marzo dell’anno 1856 fra la Sardegna, l’Austria, la Francia, il Regno Unito della Gran Brettagna e d'Irlanda, la Prussia, la Russia a Turchia;

Trattato, articolo addizionale e transitorio,e convenzioni annesse delle quali segue il tenore:

In nome di Dio Onnipossente

Le LL. MM. il Re di Sardegna, l'Imperadore dei Francesi, la Regina del Regno Unilo di Gran Brettagna e d'Irlanda, l'imperatore di tutte le Russie e l'Imperatore degli Ottomani, animati dal desiderio di metter fine alle calamità della guerra, e volendo evitare che si rinnovino le complicazioni che la generarono, decisero d’intendersi con S. M. l’Imperatore d'Austria sulle basi da porre per il ristabilimento e la consolidazione della pace, con assicurare per mezzo di garanzie efficaci e reciproche, l’indipendenza e la dignità dell’impero Ottomano.

A tal fine le LL. MM. Nominarono a loro Plenipotenziari, cioè: S. M. il Re di Sardegna il signor Camillo Benso, conte di Cavour, gran croce dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, ecc., il signor Salvatore marchese di Villamarina, gran croce, ecc.

S. M. l’Imperatore d’Austria il signor Carlo Ferdinando, conte di Buol-Schauenstein, gran croce, ecc., e il signor Giuseppe Alessandro, barone di Hübner, gran croce, ecc.

S. M. l’imperatore dei Francesi il signor Alessandro conte Colonna Walewski, senatore dell’impero, grand'uffiziale, ecc. e il sig. Francesco Adolfo, barone di Bourqueney, gran croce, ecc.

S. M. la Regina del Reame Unilo di Gran Brettagna e d’Irlanda l’onorevolissimo Giorgio Guglielmo Federico, conte di Clarendon, barone Hyde di Hindon, pari del Regno Unilo, consigliere di S. M. Britannica, ecc, e l’onorevolissimo Enrico Ricardo Carlo, barone Cowley, pari del Regno Unito, ecc.

S. M. l’Imperatore di tutte le Russie il signor Alexis, conte Orloff, suo aiutante di campo generale, e generale di cavalleria, ecc., e il signor Filippo barone di Brunnow, suo consigliere privato, ecc. ecc.

S. M. l’Imperatore degli Ottomani, Mehemmed-Guia-Aali Pacha Gran Visir. ecc. e Mehemmed-Djemil Bey, decorato dell’ordine Imperiale del Médjidié, ecc. i quali si sono riuniti in Congresso a Parigi.

L'accordo essendo stato felicemente stabilito fra essi, le LL. M. M. il Re di Sardegna, l’Imperatore d’Austria, l’Imperatore dei Francesi, la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e dell'Irlanda, l’Imperatore di tutte le Russie e l’Imperatore degli Ottomani, considerando che è di interesse europeo che S. M. il Re di Prussia, firmato alla Convenzione 15 luglio 1841, sia chiamato ad avere parte ai nuovi accordi da stipulare, e apprezzando il valore che aggiungerebbe a un’opera di pacificazione generale il concorso della della Sua Maestà, l’hanno invitata a mandare Plenipotenziari al Congresso.

In conseguenza S. M. il Re di Prussia nominò il signor Ottone Teodoro barone de Manteuffel, Presidente del Consiglio ecc. ed il signor Massimiliano Federico Carlo Francesco conte di Halzfeld-Wildenbourg Schoenstein, Consigliere privato ecc.

I Plenipotenziari, scambiati i loro pieni poteri, e trovatili regolari, convennero sui seguenti articoli:

Art. 1. Vi sarà, a datare dal giorno dello scambio delle ratifiche del presente Trattato, pace ed amiciziatra S. M. l’Imperatore de' Francesi, S. M. la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, S. M. il Re di Sardegna, S. M. I. il Sultano da una parte, e S. M. l’Imperatore di tutte le Russie dall’altra, del pari che tra i loro credi e successori, loro Stati e sudditi rispettivi, in perpetuo.

Art. 2. Essendo felicemente stabilita la pace tra le dette Maestà, i territorii conquistati o occupati dalle loro armate, durante la guerra. saranno reciprocamente sgombrati. Speciali accomodamenti regoleranno il modo dello sgombramento, che dovrà effettuarsi al più presto che sia possibile.

Art. 5. S. M. l’Imperatore di tutte le Russie s'impegna a restituire a S. M. il Sultano la città e la cittadella di Kars, come pure le altre parti del territorio ottomano di cui le truppe russe si trovano in possesso.

Art. 4. Le LL. MM. l’Imperatore dei Francesi, la Regina del Reame Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, l’Imperatore di tutte le Russie, il Re di Sardegna e il Sultano si obbligano a restituire a S. M. l’Imperatore di tutte le Russie le città e porti di Sebastopoli, Balaklava, Kamiesch, Eupatoria, Kertch, Jenikalè, Kinburn, non che tutti gli altri territorii occupati dalle truppe alleate.

Art. 5. Le LL. MM. l’Imperatore dei Francesi, la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, l’Imperatore di tutte le Russie, il Re di Sardegna e il Sultano accordanti amnistia piena ed intiera a quei loro sudditi che siano stati compromessi per una partecipazione qualunque ai casi della guerra in favor del nemico.

Espressamente inteso che questa amnistia comprenderà i sudditi di ciascuna dette parti belligeranti, che abbiano continuato durante la guerra ad essere impiegati nel servizio di alcuno degli altri belligeranti.

Art. 6. I prigionieri di guerra saranno immediatamente restituiti d’ambe le parti.

Art. 7. S. M. il Re di Sardegna, S. V. l’imperatore d’Austria, S. M. l’imperatore dei francesi, S. M. la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e dell'Irlanda, S. VI il Re di Prussia e S. M l’imperatore di tutte le Russie dichiarano ammessa la Sublime Porta a partecipare a tutti i vantaggi del diritto pubblico e del concerto europeo. Le LL. MM. si obbligano ciascuna per la parte sua, a rispettare l’indipendenza e la integrità territoriale dell’Impero Ottomano, guarantiscono in comune la stretta osservanza di questo impegno, e considereranno in conseguenza quale questione di interesse generale ogni atto di natura da recarvi pregiudizio.

Art. 8. Se fra la Sublime Porta ed una e più fra le altre dette Potenze firmate sopravvenga un dissenso che minacci la durata dei loro rapporti, la Sublime Porta e ciascuna di esse Potenze, prima di usar la forza, metteranno le altre Parti contraenti in grado di evitare questo estremo colla loro azione mediatrice.

Art. 9. S. M. I. il Sultano, nella sua costante sollecitudine per d bene de' suoi sudditi, avendo emanato un firmano, che, migliorando la loro condizione, senza distinzione di religione né di razza, consacra le sue generose intenzioni verso le popolazioni cristiane del suo impero, e volendo dare una novella testimonianza de' suoi sentimenti a questo riguardo, ha risoluto di comunicate alle Potenze contraenti il detto firmano, spontaneamente largito dalla sua volontà sovrana. Le Potenze contraenti constatano l’alto valore di questa comunicazione. É ben inteso che non sarà dato, in nessun caso, il diritto alle Potenze d'ingerirsi, sia collettivamente, sia separatamente, nei rapporti tra S. M. il Sultano ed i suoi sudditi, né tampoco nell'amministrazione interna del suo impero.

Art. 10. La Convenzione del 15 luglio 1841, che mantiene l’antica regola dell’Impero Ottomano, relativa alla chiusura degli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, è stata riveduta di comune accordo. L’atto conchiuso a tale oggetto. e conformemente a questo principio. tra le Parti contraenti, è, e rimane annesso al presente Trattato, ed avrà anche forza e valore come se ne facesse parte integrante.

Art. 11. R Mar Nero è neutralizzato, e aperto alla marina mercantile di tutte le nazioni. Le sue acque e i suoi porti sono, formalmente in perpetuo, interdetti alle bandiere di guerra, sia delle Potenze finitime, sia di tutt'altra Potenza, salve le eccezioni menzionate negli articoli 14 e 19 del presente Trattato.

Art. 12. Libero di qualunque intoppo il commercio nei porti e nelle acque del Mar Nero, non sarà soggetto che a de' regolamenti di sanità, di dogana, di polizia, concepiti in un senso favorevole allo sviluppo delle transizioni commerciali. Per dare agli interessi commerciali e marittimi di tutte le nazioni tutta la desiderabile sicurtà, la Russia e la Sublime Porta ammetteranno de' consoli ne’ loro porti situali sul littorale del Mar Nero, conforme a' principii del diritto internazionale.

Art. 13. Il Mar Nero essendo neutralizzato, a' termini dell’art, il. il mantenimento e Io stabilimento sul suo littorale di arsenali militari marittimi diventa senza necessita, come senza oggetto. In conseguenza S. M. l'Imperatore di tutte le Russie e S. M. il Sultano si obbligano a non costruire né conservare, su questo littorale, alcun arsenale militare marittimo.

Art. 14. Le LL. MM. l’Imperatore di tutte le Russie ed il Sultano, avendo conchiuso una convenzione all’oggetto di determinare la forza ed il numero dei bastimenti leggieri, necessarii al servizio delle loro coste, che desse si riserbano di trattenere sul Mar Nero, questa convenzione viene annessa al presente Trattato, ed avrà anche forza e valore come se ne facesse parte integrante. Essa non potrà essere né annullata né modificata, senza il consenso delle Potenze segnatarie del presente Trattato.

Art. 15. L’atto del Congresso di Vienna avendo stabilito i principii destinati a regolare la navigazione de' fiumi che separano e traversano più Stati, le Potenze contraenti stipulano tra loro che per lo avvenire questi principii saranno egualmente applicati al Danubio ed alle sue bocche. Esse dichiarano che questa disposizione fa d’ora in poi parte del diritto pubblico dell’Europa, e la prendono sotto la loro guarentigia. La navigazione del Danubio non potrà essere soggetta ad alcun intoppo né imposizione che non fosse espressamente preveduta dalle stipulazioni contenute negli articoli seguenti. In conseguenza, non sarà esatto alcun pedaggio basato unicamente sul fatto della navigazione del fiume, né alcun diritto sulle mercanzie che si trovino a bordo de' navigli. I regolamenti di polizia e di quarantena da stabilire, per la sicurezza degli Stati separati e traversati dal fiume, saranno concepiti in modo da favorire, per quanto sarà possibile, la circolazione de' navigli. Salvo questi regolamenti, non sarà frapposto alcun ostacolo, qualunque ci sia, alla libera navigazione.

Art. 16. Nello scopo di realizzare le disposizioni dell’atto precedente. una Commissione, nella quale la Francia, l’Austria, la Gran Brettagna, la Prussia, la Sardegna e la Turchia saranno, ciascuna, rappresentate da un delegato, sarà incaricata d’ordinare e far eseguire i lavori necessari, al di là di Isatcha, per sgomberare le bocche dlel Danubio, non che le parti del mare che vi si avvicinano, dalle sabbie e altri intoppi che le ostruiscono, affine di mettere questa parte del fiume e le dette parti del mare nella miglior condizione possibile di navigabilità Per coprire le spese di questi lavori, non che quella degli stabilimenti che banno per oggetto di assicurare e facilitare la navigazione alle bocche del Danubio, potranno essere prelevati diritti fissi, di una tassa conveniente, stabiliti dalla Commissione a maggioranza di voli, coll’espressa condizione che, sotto questo rapporto come su tutti gli altri, le bandiere di tutte le nazioni saranno trattate sul piede d'un a perfetta uguaglianza.

Art. 17. Sarà stabilita una Commissione, e si comporrà di delegati dell'Austria, della Baviera, della Sublime Porta e del Wurtemberg (una per ciascuna di queste Potenze), a’ quali si uniranno i commissarii de' tre Principali Danubiani, la cui nomina sarà stata approvata dalla Porta. Questa Commissione, che sarà permanente, 1. elaborerà i regolamenti di navigazione e di polizia fluviale; 2. farà scomparire gli ostacoli di qualunque natura potessero essere, che si oppongono tuttavia all’applicazione al Danubio delle disposizioni del trattato di Vienna; ordinerà e farà eseguire i lavori necessarii lungo tutto il corso del fiume; e 4. veglierà, dopo lo scioglimento della Commissione europea, al mantenimento della navigabilità delle bocche del Danubio e delle parti del mare che vi si avvicinano.

Art. 18. È ben inteso che la Commissione europea avrà fornito il suo compito, e che la Commissione fluviale permanente avrà terminato i lavori destinati ne' paragrafi 1 e 2 nello spazio di due anni. Le Potenze segnatarie riunite in conferenza, informate di questo fatto, pronuncieranno, dopo averne preso alto, lo scioglimento della Commissione europea, e da quel punto la Commissione finitima permanente sarà investita degli stessi poteri onde la Commissione europea sarà stata fino allora.

Art. 19. All’oggetto di assicurare l’esecuzione de' regolamenti che saranno stati stabiliti di comune accordo, dietro il principio sopra enunciato, ciascuna delle Potenze contraenti avrà il diritto di far stazionare in tutto il tempo due bastimenti leggieri alle bocche del Danubio.

Art. 20. In cambio delle città, porti e territorii enumerali nelI’art. 4 del presente Trattato, e per viemeglio assicurare la libertà della navigazione del Danubio, S. M. l'Imperatore di tutte le Russie consente alla rettificazione della sua frontiera in Bessarabia. La novella frontiera partirà dal Mar Nero, ad un chilometro all’est del lago Bournasola, raggiungerà perpendicolarmente la strada di Akerman, seguirà questa strada sino al vallo Trajano, passerà per il sud di Belgrado, risalirà lungo la riviera di Jalpuk sino all’altura di Saralsika, e andrà a terminare a Kntamori sul Pruth. Risalendo da questo punto, l’antica frontiera tra i due imperi non subirà alcuna modificazione. De' delegati delle Potenze contraenti fisseranno i particolari della linea de nuova frontiera.

Art. 21. Il territorio ceduto dalla Russia sarà annesso alla Moldavia sotto la signoria della Sublime Porta. Gli abitantI di questo territorio godranno dei diritti e privilegi assicurati a’ Principati, e durante lo spazio di tre anni sarà loro permesso di trasportare altrove Il proprio domicilio, disponendo liberamente delle loro proprietà.

Art. 22. I Principati di Valachia e di Moldavia continueranno a godere sotto la sovranità della Sublime Porta, e sotto la guarantigia delle Potenze contraenti, i privilegi e le immunità di cui sono in possesso. Verun protettorato esclusivo non sarà esercitato su d'essi da una sola delle Potenze garanti. Non vi sarà alcun dritto particolare d'ingerenza nei loro affari interni.

Art. 25. La Sublime Porta s'impegna a conservare ai suddetti Principati un’amministrazione indipendente nazionale, non che la piena libertà di culto, di legislazione, di commercio e di navigazione. Le leggi e statuti oggidì in vigore saranno riveduti. Per istabilire un completo accordo sopra questa revisione, una commissione speciale, intorno alla composizione della quale s’intenderanno le altre Potenze, si riunirà senza indugio a Bukarest con un Commissario della Sublime Porta. Questa Commissione avrà per incarico d’informarsi dello stato attuale dei Principati e di proporre le basi della loro futura organizzazione.

Art. 24. S. M. il Sultano promette di convocare immediatamente un Divano ad hoc in ognuna delle due provincie, composta in modo da formare la rappresentanza più esatta degl’interessi di tutte le classi della società. Questi Divani saranno chiamati ad esprimere i voti delle popolazioni relativamente alla definitiva organizzazione de' Principali. Una istruzione del Congresso regolerà i rapporti della Commissione con questi Divani.

Art. 25. Pigliando in considerazione l’opinione espressa dei due Divani, la Commissione trasmetterà senza indugio alla sede attuale delle conferenze i risultamenti del proprio lavoro. L’accordo finale colla Potenza sovrana sarà consacrato da una convenzione conchiusa a Parigi tra le alte Parti contraenti, e un Halli-cheriff conforme alla stipulazione della convenzione costituirà definitivamente l’organizzazione di queste province, poste da qui innanzi sotto la garanzia collettiva di tutte le Potenze segnatarie.

Art. 26. Rimane convenuto che vi sarà ne' Principati una forza armata nazionale, ordinata allo scopo di mantenere la sicurezza interna e di assicurare quella della frontiera. Non si potrà opporre alcun ostacolo a' provvedimenti straordinari di difesa che di accordo colla Sublime Porta i Principati fossero costretti a pigliare per respingere qualsivoglia aggressione straniera.

Art. 27. Se la quiete interna dei Principati si trovasse minacciata o compromessa, la Sublime Porta s'intenderà colle altre Potenze contraenti sulle misure a prendersi per mantenere o ripristinare l’ordine legale, e un intervento armato non potrà aver luogo se non previo accordo tra codeste Potenze.

Art. 28. Il Principato di Servia continuerà a rimanere in dipendenza della Sublime Porta, conformemente agli hais imperiali, che fissano e determinano i suoi diritti e immunità, posti quindi innanzi sotto la guarentigia colletti va delle Potenze contraenti. Per conseguenza il detto Principato conserverà la propria amministrazione indipendente e nazionale, come benanco piena libertà di culto, di legislazione, di commercio e di navigazione.

Art. 29. Il diritto di presidio della Sublime Porta, come trovasi stipulato da' regolamenti interni, è mantenuto: niun intervento armato potrà aver luogo in Servia, senza previo accordo tra le alle Potenze contraenti.

Art. 30. S. M. L'Imperatore di tutte le Russie e S. M. il Sultano mantengono nella sua integrità lo stato dei loro possessi in Asia, come esisteva legalmente avanti la rottura. Per antivenire qualsivoglia contestazione locale, la linea della frontiera verrà rettificata, se farà mestieri, senza che ne possa risultare un danno territoriale per l’una o l’altra delle due parti. A quest’effetto una Commissione mista, composta di due commissarii russi, di due commissarii turchi, di un commissario francese, di un commissario inglese, sarà mandata sul luogo immediatamente dopo il ripristinamento delle relazioni diplomatiche tra la Corte ai Russia e la Sublime Porta. Il suo lavoro dovrà essere terminalo infra otto mesi, a datare dallo scambio delle ratifiche del presente Trattato.

Art. 31. I territorii occupati durante la guerra dalle truppe delle LL. MM. l'Imperatore de' Francesi, l'Imperatore d’Austria, la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, e del Re di Sardegna, a' termini delle convenzioni sottoscritte a Costantinopoli, il 12 marzo 1854 ira la Francia, la Gran Brettagna e la Sublime Porta, il 14 giugno dello stesso anno tra l’Austria e la Sublime Porli, e il 15 marzo 1855 tra la Sardegna e la Sublime Porta, saranno sgombrati dopo lo scambio delle ratifiche del presente Trattato, tosto che sarà fattibile. Lo spazio di tempo ed i mezzi di esecuzione formeranno l’oggetto di accomodamento tra la Sublime Porta e le Potenze le cui truppe hanno occupato il suo territorio.

Art. 52. Fintantoché i trattati o le convenzioni esistenti prima della guerra tra le Potenze belligeranti sieno stati o rinnovati o surrogati da atti nuovi, il commercio d’importazione e di esportazione avrà luogo reciprocamente a norma dei regolamenti vigenti prima della guerra; e i loro sudditi in qualsiasi al tra materia saranno trattati come le nazioni più favorite.

Art. 35. La convenzione conclusa in questo giorno tra le LL. MM. l’Imperatore dei Francesi e la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e della Irlanda da una parte, e S. M. l’Imperatore di tutte le Russie dall’altra, relativamente alle isole d’Aland, è e rimane annessa al presente Trattato, ed avrà la stessa forza e valore come se ne facesse parte.

Art. 54. Il presente Trattato sarà ratificato. e le ratifiche saranno scambiate a Parigi nello spazio di quattro settimane, o prima, se è possibile.

In fede di che i Plenipotenziari rispettivi l’hanno sottoscritto, e vi banno apposto il suggello delle loro armi.

Fatto a Parigi. il 30 marzo 1856.

C. Cavour. — Di Villamarina. — Buol Schauenstein. — Hùbner — A. Walewski. — Bourqueney. — Clarendon. — Cowley. — Manteuffel. —Iatzfeld. — Orloff. — Brunnow. — Aali. — Mehemmed Djemil.

Articolo addizionale e transitorio

Le stipulazioni della convenzione degli Stretti firmata in questo giorno, non si applicheranno ai navigli di guerra impiegati dalle Potenze belligeranti per lo sgombro, per via di mare, dei territorii occupati dai loro eserciti; ma esse stipulazioni riprenderanno tutta la loro efficacia, appena compiuto lo sgombro.

Fatto a Parigi il 30 marzo 1850.

(Seguono le firme).

In nome di Dio Onnipotente

Le LL. MM. l’imperatore d’Austria, l’imperatore dei Francesi. la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d'Irlanda, il Re di Prussia. l’imperatore di tutte le Russie, segnatari della Convenzione del 15 luglio 1841, e S. M. il Re di Piemonte, volendo provare di comune loro unanime determinazione, che si conformano all'antica regola dell’Impero Ottomano, secondo la quale gli Stretti dei Dardanelli del Bosforo sono chiusi a legni di guerra stranieri, fin quando la Porta si trova in pace.

Le dette MM. da una parte, e S. M. il Sultano dall’altra banno risoluto di rinnovare la Convenzione conchiusa a Londra li 15 luglio 1841, salvo alcune modificazioni di particolari che non portano verun attacco al principio su cui essa riposa;

In conseguenza, le dette LL. MM. hanno eletto a tal effetto loro Plenipotenziari; cioè:

(Seguono i nomi e i titoli de' rappresentanti suddetti)

I quali dopo avere scambiati i loro pieni poteri, trovatili in buona e dovuta forma, son convenuti negli articoli seguenti:

Art. 1. S. M. il Sultano da una parte dichiara che è sua ferma risoluzione di mantenere in avvenire il principio invariabilmente stabilito, come antica regola del suo impero, ed in virtù del quale è stato sempre proibito a' legni di guerra di Potentati stranieri di entrare negli Stretti de Dardanelli e del Bosforo; e che finché la Porta si trova in pace, S. M. non ammetterà alcun legno da guerra straniero ne' detti Stretti.

E le LL. MM. il Re di Sardegna, l’imperatore d’Austria, l’Imperatore de' Francesi, la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d'Irlanda, il Ile di Prussia e l’Imperatore di tutte le Russie dall’altra parte, s’impegnano a rispettare questa determinazione del Sultano e a conformarsi al principio sopra enunciato.

Art. 2. Il Sultano si riserba, come per lo passato, di dar firmani di passaggio ai legni leggieri sotto bandiera di guerra. i quali saranno impiegati, come è d’uso, a servizio delle Legazioni de' Potentati amici.

Art. 5. La stessa eccezione si applica a' bastimenti leggieri sotto bandiera di guerra che ciascuno de' Potentati contraenti è autorizzato a tare stazionare alle bocche del Danubio, per assicurare l'esecuzione de' regolamenti relativi alla libertà del fiume, e il cui numero non dovrà eccedere quello di due per ciascun Potentato.

Art. 4. La presente convenzione annessa al Trattato generale firmato quest’oggi a Parigi. sarà ratificata, e le ratifiche saranno scambiate nello spazio di quattro settimane o prima se si può.

In fede di che i Plenipotenziari rispettivi l'han sottoscritta, e vi han posto il sigillo delle loro armi.

Fatto a Parigi il 30.° giorno del mese di marzo dell’anno 1856.

(Seguono le firme).

In nome di Dio Onnipotente

S. M, l’Imperatore di tutte le Russie e S M. I. il Sultano, prendendo in considerazione il principio della neutralizzazione del Mar Nero stabililo da preliminari trascritti nel protocollo N. 1, e firmati a Parigi il 25 febbrajo di quest’anno; e volendo in conseguenza regolare di comune accordo il numero e la forza de' legni leggieri che esse si son riserbalo di mantenere nel Mar Nero pel servizio delle loro coste, han risoluto di sottoscrivere per tanto una Convenzione speciale, ed banno nominato a questo effetto.

(Seguono i nomi de' plenipotenziari)

I quali dopo avere scambiato i loro pieni poteri, e trovatili in buona e dovuta forma, son convenuti ne’ seguenti articoli:

Art. 1. L. e alte Parti contraenti s’impegnano scambievolmente a non avere nel Mar Nero altri legni di guerra che quelli il cui numero, la cui forza e le cui dimensioni sono qui appresso stipulati.

Art. 2. Le alte Parti contraenti si riserbano di mantenere ciascuna in quel mare (i bastimenti a vapore di m. 50 di lunghezza in flottazione, di 806 tonnellate al maximum e quattro bastimenti leggieri a vapore o a vela della capacità non maggiore di 200 tonnellate ciascuno.

Art. 5. La presente convenzione annessa ecc., ecc.

In nome di Dio Onnipotente.

S. M. l'imperatore de' Francesi, S. M. la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, e S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, volendo estendere al Mar Baltico l'accordo si felicemente stabilito fra loro in Oriente, e consolidare con ciò i benefizi della pace generale, han risoluto di conchiudere una convenzione, nominando a tal effetto:

(Seguono i nomi e titoli de' plenipotenziari)

l quali dopo avere scambiato i loro pieni poteri, trovati in buona e dovuta forma, son convenuti ne’ seguenti articoli:

Art. 1. S. M. l'Imperatore di tutte le Russie per rispondere al desiderio che gli è stato espresso dalle LL. MM. l’imperatore dei Francesi, e la Regina del Regno Unito della Gran Brettagna e d’Irlanda, dichiara, che le isole di Aland non saranno fortificate, e che non vi sarà mantenuto né creato alcuno stabilimento militare o navale.

Art. 2. La presente convenzione annessa, ecc., ecc.

Moi, avendo veduto ed esaminato i detti trattati ed articolo addizionale e Iransitorio, li abbiamo approvali 1 approviamo in tutte e singole disposizioni ivi contenute:

Dichiariamo ch’essi sono accettati, ratificati e confermati, e promettiamo che saranno invariabilmente osservati. In fede di che Noi abbiamo sottoscritto con Nostra mano le presenti lettere di ratificazione, e vi abbiamo fatto apporre il nostro Gran Sigillo Reale.

Date al Palazzo Reale di Torino il 19.° giorno di aprile dell’anno di grazia 1856.

VITTORIO EMMANUELE

Per il Re

Il Ministro Segretario di Stato per gli affari esteri

CIBRARIO.



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VITTORIO EMMANUELE II

per la grazia di Dio

RE DI SARDEGNA, DUCA DI SAVOJA, DI GENOVA, ECC. ECC. PRINCIPE DI PIEMONTE, ecc ecc.


A tutti coloro che leggeranno, salute:

Il trentesimo giorno del mese di marzo dell'anno mille ottocento cinquantasei venne conchiusa a Parigi una Convenzione, relativa al divieto del passaggio dei Dardanelli e del Bosforo pei bastimenti da guerra, tra la Sardegna, la Turchia, l’Austria, la Francia, il Regno Unito di Gran Bretagna e l’Irlanda, la Prussia e la Russia, conforme le disposizioni dell'articolo 10 del trattato di pace del giorno stesso.

Ecco il tenore della Convenzione:

(V. 1.a Convenzione annessa al Trattato di pace).

Avendo veduta ed esaminata la della Convenzione, Noi l'abbiamo approvala e l’approviamo in ogni e ciascuna disposizione che dessa contiene.

Dichiariamo ch’ella è approvata, ratificata e confermata e promettiamo che sarà inviolabilmente osservata. In fede di che Noi firmato abbiamo di Nostra mano la presente scrittura di ratifica, e vi abbiamo fatto apporre il Nostro Gran Sigillo Reale.

Dato nel Palazzo Reale di Torino il decimonono giorno del mese d’aprile dell’anno di grazia mille ottocentocinquanta sei.

VITTORIO EMMANUELE

Per il Re

Il Ministro Segretario di Stato pegli affari esteri

CIBRARIO.

PROTOCOLLO N.° I

Presenti

Per l’Austria;

Il sig. Conte di Buol Schauenstein, ecc., ecc.

Il sig. Barone di Hübner, ecc., ecc.

Per la Francia;

Il sig. Conte Colonna Walewski, ecc., ecc.

Il sig. Barone di Bourqueney, ecc., ecc.

Per la Gran Brettagna;

Il sig. Conte di Clarendon, ecc., ecc.

Lord Cowley, ecc., ecc.

Per la Russia;

Il sig. Conte Orloff, ecc., ecc.

Il sig. Barone di Brunnow, ecc., ecc,

Per la Sardegna;

Il sig. Conte di Cavour, ecc., ecc.

Il sig. Marchese di Villamarina, ecc., ecc.

Per la Turchia;

Aali Bascià, ecc., ecc.

Mehemmed-Djémil-Bey, ecc., ecc.

I signori Plenipotenziari dell’Austria, della Francia, della Gran Brettagna, della Russia, della Sardegna e della Turchia si sono riuniti il giorno d’oggi in conferenza nel palazzo del Ministero degli affari esteri.

Il signor Conte Buol prende la parola e propone d'affidare al sig. Conte Walewski la presidenza dei lavori della Conferenza. «Non è soltanto, diss’egli, un uso dalle antecedenze consacrato e ultimamente adoperato a Vienna, è, nel tempo stesso, in omaggio al Sovrano di cui fruiscono l'ospitalità in questo innto i rappresentanti d’Europa».

Il sig. Conte Buol non dubita dell’unanime assenso per quêta scella, che assicura, sotto ogni rapporte, la migliore dire-» ione che i lavori della Conferenza richiedono.

I signori Plenipotenziari aderiscono unanimamente a tale proposizione, ed il sig. Conte Walewski, avendo assunta la presidenza, ringraziò la Conferenza in questi termini;

«Signori, vi ringraziò dell’onore che vi compiacete accordarmi nello sciogliermi per vostro organo; e benché mi ravvisï allaite indegno di simile onore, non posso né debbo esitare ad accettarlo, giacché questo è un nuovo attestato dei sentimenti che indussero i nostri alleati cosi come i nostri avversari a richiedere che Parigi sia la sede de' negoziati che stanno per aprirsi.

«L’accordo unanime che su questo punto si è manifestato è di buon augurio pel risultato finale de' nostri sforzi.

«Per quanto mi concerne personalmente, mi sforzerò di giustificare la vostra confidenza fungendo di tutta coscienza i doveri che mi attribuiste: le mie cure tenderanno ad eliminare inutili lungaggini; ma preoccupato specialmente di giungere allo scopo, non oblierò pertanto che una precipitazione soverchia ce ne potrebbe allontanare.

«D’altronde, signori, animati quali siam tutti dello stesso spirito di conciliazione, disposti a dar prove di mutua benevolenza coll'evitare discussioni irritanti, noi sapremo compiere, scrupolosamente e con tutta la maturità che vi s’addice. il grande incarico a noi devoluto, senza perdere di vista la giusta impazienza d’Europa, che tiene lo sguardo fisso sopra di noi, e che ansiosamente attende le nostre deliberazioni».

Sulla proposizione del sig. conte Walewski, la Conferenza decide di affidare la redazione dei protocolli al sig. Benedetti, direttore degli affari politici nel ministero degli affari esteri; e questi viene introdotto.

I Plenipotenziari procedono alla verificazione de' loro rispettivi poteri, che trovali in buona e debita forma, sono deposti fra gli atti della Conferenza.

Il sig. conte Walewski propone, ed i signori Plenipotenziari il consentono. d'astringersi mutualmente ad un segreto assoluto su quanto sia per attuarsi nella Conferenza.

La Sardegna non essendo concorsa alla firma del protocollo ratificato in Vienna il 1.° febbraio prossimo scorso, i Plenipotenziari Sardi dichiarano di aderire pienamente al detto protocollo ed al documento che vi si connette.

Il conte Walewski, dopo avere esposta la serie dei lavori, cui la Conferenza dovrà dedicarsi, emette l’avviso di dichiarare che il PROTOCOLLO firmato a Vienna il 1.° febbraio costituisca i preliminari di pace.

Dopo essersi intesi su questo punto, i Plenipotenziari considerando che il protocollo firmato a Vienna il 1.(u) febbraio dai rappresentanti d’Austria, Francia, Gran Brettagna, Russia e Turchia constata Medesime delle loro Corti alle basi de' negozianti registrati nel documento annesso ai protocollo stesso, e che (ali disposizioni convengono a costituire i preliminari di pace, consentono in ciò che tale protocollo col suo connesso, copia del quale sarà controsegnata da loro e riunita al protocollo presente, abbia il valore di formali preliminari di pace.

I Plenipotenziari essendo cosi caduti d’accordo sui preliminari di pace,il sig. Conte Walewski propone di passare alla conclusione d’un armistizio. Il termine e la natura essendone stati discussi, i Plenipotenziari delle Potenze belligeranti, considerando la convenienza di procedere ad una sospensione d’ostilità tra gli eserciti che si trovano a fronte, durante il presunto periodo delle conferenze, decretano che sarà conchiuso, dai Comandanti in capo, un armistizio, il quale cesserà, di pieno dritto, il 31 marzo prossimo inclusivo, se, avanti quell'epoca, egli son fosse rinnovalo d’accordo comune.

Durante la sospensione d’ostilità, le truppe conserveranno le rispettive posizioni presente mente occupate, astenendosi da qualunque atto aggressivo.

In conseguenza, la presente disposizione sarà trasmessa senza ritardo e, se fia possibile, telegraficamente, ai Comandanti in capo, ond’abbiano a conformarvisi, subito che l’ordine de' rispettivi governi pervenga ad essi.

I Plenipotenziari decidono, inoltre, che l’armistizio sarà senz’effetto sui blocchi stabiliti od a stabilirsi; ma i Comandanti delle forze navali riceveranno l’ordine di astenersi da qualunque atto d’ostilità contro i territorii de' belligeranti.

Ciò conchiuso, i Plenipotenziari convengono di riunirsi dopo domani 27 febbraio, per devenire alla negoziazione del Trattato definitivo.

Fatto a Parigi il venticinque febbraio mille ottocento cinquanta sci.

Firmato ecc

Annesso al PROTOCOLLO N. 1.

In seguito all’accettazione per parte delle rispettive Corti delle cinque proposizioni rinchiuse nel documento qui annesso sotto titolo di progetto de' preliminari, i sottoscritti, dopo averlo controssegnato conforme all'autorizzazione che a tale effetto hanno ricevuta, sono convenuti in ciò che i loro governi nomineranno rispettivamente de' Plenipotenziari muniti de' pieni poteri necessarii per procedere alla firma de' formati preliminari di pace, e conchiudere un armistizio ed un trattato di pace definitivo. I detti Plenipotenziarii dovranno riunirsi a Parigi nel termine di tre settimane decorrenti dal di d’oggi e più tosto se sarà possibile.

Fatto a Vienna il 1.° febbraio mille ottocento cinquanta sei, n quadruplice copia.

Firmato ecc.

Annesso al PROTOCOLLO N. I.

I. Principati Danubiani.

Abolizione completa del protettorato Russo.

La Russia non eserciterà alcun diritto particolare o esclusivo di protezione o d’ingerenza negli affari interiori dei Principati Danubiani.

I principati conserveranno i loro privilegi, e le loro immunità sotto la sovranità della Porta, ed il Sultano, di concerto colle Potenze contraenti, accorderà, inoltre, a quei Principati lo confermerà loro un’organizzazione interna conforme ai bisogni ed ai voti delle popolazioni.

D'accordo colla Podestà Sovrana, i Principati adotteranno un sistema difensivo permanente quale è richiamato dalla loro geografica situazione: nessuno impedimento potrebbe essere recato alle misure straordinarie di difesa che dessi sarebbero chiamati a prendere per respingere qualsiasi invasione straniera.

In cambio delle piazze forti e de' territori occupati dagli eserciti alleati, la Russia acconsente ad una rettificazione di sua frontiera colla Turchia d’Europa. Questa frontiera, rettificata conforme i generali interessi, partirebbe delle vicinanze di Chotyn, seguirebbe la linea delle montagne che percorrono la direzione sud-est e giungerebbe al lago di Salsyk. La traccia sarebbe definitivamente regolata dal Trattato di pace, e il territorio concesso ritornerebbe ai Principati ed alla Sovranità della Porta.

II. Danubio.

La libertà del Danubio e delle sue foci sarà efficacemente assicurata per mezzo d'istituzioni europee, nelle quali le Potenze contraenti saranno in pari guisa rappresentate, salve restando le particolari posizioni dei littorali che saranno regolate sui principii stabilili dall’atto del Congresso di Vienna, che alla navigazione fluviale si riferisce.

Ciascuna Potenza contraente avrà il diritto di fare stazionare uno o due bastimenti leggeri da guerra alle foci del fiume, destinati ad assicurare l'esecuzione dei regolamenti relativi alla libertà del Danubio.

III. Mar Nero.

Il mar Nero sarà neutralizzato.

Le sue acque saranno bensì aperte alla marina mercantile d'ogni nazione, ma saranno interdette alle marine militari.

In conseguenza non vi saranno creati né conservati arsenali militari marittimi.

La protezione degl’interessi commerciali e marittimi di tutte le nazioni sarà assicurata ne’ porti rispettivi del Mar Nero mediante lo stabilimento d'istituzioni conformi al diritto internazionale ed agli usi invalsi in simile materia.

Le due Potenze littorali s’impegneranno mutualmente a non serbarvi che la quantità di bastimenti leggeri, di forza determinata, necessari al servizio delle loro coste. La Convenzione che interverrà fra quelle, a tal uopo, sarà, dopo opportuno aggradimento delle Potenze sottoscriventi il Trattato Generale, annessa al Trattato stesso, e avrà la stessa forza e lo stesso valore che se ne facesse parte integrante. Cotesta Convenzione separata non potrà essere né annullata, né modificata senza il consenso delle Potenze stipulanti il Generale Trattato.

La chiusura degli Stretti ammetterà l’eccezione, applicabile agli stazionari, in precedente articolo menzionali.

IV. Popolazione cristiana suddita della Porta.

Le immunità de' sudditi Rayas della Porta saranno consacrate senza lesione della indipendenza e della dignità della Corona del Sultano.

All'epoca della pace la Russia sarà imitata ad associarsi alle deliberazioni che l’Austria, la Francia, la Gran Brettagna e la Sublime Porta verranno a conchiudere affine di accertare ai sud diti Cristiani del Sultano i loro religiosi e politici diritti.

V. Condizioni particolari.

Le Potenze belligeranti si riservano il diritto rispettivo di introdurre, per un interesse europeo, condizioni particolari oltre 6 quattro garanzie.

Firmato ecc.

PROTOCOLLO N.° II

Seduta del 28 febbrajo 1856.

Il primo Plenipotenziario di Russia annuncia che avendo comunicato al suo Governo la risoluzione presa dal Congresso circa l'armistizio, egli ne riceveva avviso essere stati immediatamente inviati gli ordini analoghi ai Comandanti in capo degli eserciti russi nella Crimea e nell’Asia.

I Plenipotenziari di Francia, di Sardegna e di Turchia fanno consimili comunicazioni.

Il signor conte di Clarendon fa sapere, di sua parte, che l’ordine, fu parimenti spedito ai Comandanti delle forze navali degli alleati del Mar Nero e nel Baltico, perché si astenessero da ogni atto ostile contro i russi territorii.

Il signor conte Walewski espone esservi luogo a toccare al cune quistioni pregiudiziali, affine di fissare l’andamento della generale negoziazione.

Il signor conte di Buol pensa che converrebbe, avanti di procedere allo sviluppo d’ogni punto, di passare rapidamente in rivista le basi generali.

Il signor conte di Clarendon appoggia tale avviso, e indica che l’ordine a seguire, nell’esame definitivo, dovrebbe essere fissato l’importanza delle materie.

I Plenipotenziari di Russia, di Sardegna e di Turchia aderiscono a questa combinazione.

La quistione di sapere se si procederà alla redazione di uno o di più istrumenti è dilazionata di comune accordo; ma tutti i Plenipotenziari riconoscono che converrebbe chiudere la negoziazione mediante un Trattato generale, a cui gli altri atti sarebbero annessi.

Il signor conte di Walewski, in conseguenza, porge lettura. per paragrafi, de!le proposizioni di pace accettate dalle Potenze contraenti come basi del negoziato, e che trovansi inserti nel documento annesso al protocollo firmato in Vienna il 1.° febbraio ultimo scorso.

Su! paragrafo 1 del I. punto, il signor barone di Brunnow fa sentire che la parola Protettorato esprime impropriamente l’ingerenza che la Russia s’era acquisita sui Principati: i Plenipotenziari Russi aveano ciò segnalato nelle Conferenze di Vienna, ed aveano ottenuto che vi si sostituisse un’altra denominazione affine di porgere al!(1) azione della Russia il suo vero carattere. Il signor barone di Brunnow domanda che si attenga al giudizio ch'era prevalso negli atti della Conferenza di Vienna.

Il sig. conte di Buol rammenta che il protettorato trovavasi nel fatto e nella situazione, comunque la parola non esistesse nelle stipulazioni diplomatiche colla Turchia; che l'espressione impiegata è in effetto quella di guarentia; ma che resta importante trovare una redazione propria a indicare, di maniera esatta, che sarà messo un termine a tale esclusiva guarentia.

Aali Bascià ricorda, di sua parte, che la parola Protettorato fu impiegata in documenti diplomatici, e segnatamente nello Statuto organico de' Principati.

I primi Plenipotenziari della Francia e di Gran Brettagna aggiungono che le determinazioni prese a Vienna non hanno tutte egualmente soddisfatte le Potenze alleate, e che, d'altronde, non s'ha da preoccuparsene oggidì, poiché gli sforzi fatti a quell'epoca, pel ristabilimento della pace, furono infruttuosi.

I Plenipotenziari di Russia esprimono il voto che si terrà, conto, nullameno, affine di sollecitare i lavori del Congresso, dell’accordo, che, a quell’epoca, s'era stabilito su certi punti.

Il signor barone di Brunnow pensa, che la situazione della Servia dovrebbe fare oggetto d'un articolo speciale.

Quest'opinione ottiene l'assenso di tutti i Plenipotenziari.

Aali Bascià rileva che la cessazione d'ogni particolare protettorato esclude naturalmente qualunque idea di protettorato collettivo, e che l’intervenzione delle Potenze sarà circoscritta nei limiti d'una semplice garanzia.

Data lettura del 2. paragrafo del 1. punto, il signor conte di Walewski rammenta, che la futura organizzazione dei Principati ha dato nascita a differenti sistemi.

I Plenipotenziari sono unanimi a pensare che tutte queste combinazioni dovranno essere deferite ad una Commissione tolta d'inseno al Congresso, e che questa non avrebbe che approvare i principii della costituzione politica e amministrativa delle Provincie Danubiane, lasciando cura di elaborarne i dettagli ad una seconda Commissione, nella quale le Potenze contraenti saranno rappresentate, e che si riunirà immediatamente dopo la conclusione della pace.

Il 3. paragrafo del 1. punto, relativo al sistema di difesa nei Principati, è letto poscia dal signor conte Waleswki.

Il signor barone di Brunnow dichiara che a tal uopo i Plenipotenziari di Russia se ne riferiranno volontieri alla redazione. concertata in Vienna.

Il signor barone di Bourqueney risponde che le idee, su tal punto importanti, trovansi oggidì più sviluppate e meglio definite; che la riferenza non risponderebbe all’oggetto proposto nella redazione del paragrafo in discussione.

Il signor conte Walewski, dopo aver fatta lettura del 4. ed ultimo paragrafo del 1. punto, passa al 2. punto che comprende un paragrafo solo.

Il signor conte Orloff fa rimarcare che la presenza, alle bocche del Danubio, di bastimenti da guerra portanti la bandiera di Potenze non littorali del Mar Nero costituirà una lesione al principio di neutralizzazione.

Il signor conte di Walewski risponde che non si dovrebbe dare ad un’eccezione, convenuta dalle Parti contraenti, il carattere d’un’infrazione al principio.

Il signor conte di BuoI fa osservare che le navi delle Potenze non littorali, destinate a stazionare alle foci del Danubio, potranno, pertanto, circolare nel Mar Nero; che la natura e le esigenze del servizio di cui sono incaricate, non permettono il dubbio a questo riguardo.

Il signor barone di Brunnow ricorda che l’oggetto della loro missione rimane pur sempre definito.

La lettura del 2. e 3. paragrafo del 5. punto non dà luogo ad alcuna osservazione.

Una corta discussione precedette l’accordo de' Plenipotenziari sull’interpretazione del 3., 4. e 5. paragrafo concernenti la protezione degli interessi commerciali nel Mar Nero e la convenzione particolare che interverrà fra la Russia e la Porta Ottomana.

Sull’8. paragrafo relativo alla rinnovazione della convenzione degli Stretti, i Plenipotenziari hanno unanimemente emesso il voto che l'alto particolare destinato a consacrare questo importante principio sia allegato al Trattato generale.

Il conte Walewski fa osservare che vi sarà luogo, quando i Plenipotenziari comincieranno a toccare questo punto della negoziazione, d’informarsi dalle Potenze che saranno chiamate a concorrervi; ed il conte Orloff, come pure il conte di Buol aggiungono che la Prussia sarà naturalmente invitata a prendervi parte.

Aderendo a tal avviso, il conte di Clarendon ha esposto che la Prussia non doveva essere invitata a partecipare alla negoziazione se non lorquando le principali clausole dei Trattato sarebbero firmate.

Il conte Walewski indica che i Plenipotenziari avranno a decidere posteriormente a quai momento cotesto invito dovrà essere indirizzato alla Prussia.

Il quarto punto è letto nel suo complesso; ed il conte Walewski in quest'occasione richiamò che vi sarà luogo di stabilire l’entrata della Turchia nel diritto pubblico europeo. I Plenipotenziari riconoscono che importa stabilire questo nuovo fatto con una stipulazione particolare inserita nel Trattato generale. E data lettura della compilazione che era stata concertata a Vienna a tal effetto, ed è ammesso ch’essa potrebbe esser ammessa dal Congresso.

Il conte Orloff esprime il desiderio che sia fissato sulla via che la Turchia si propone di seguire per dare al 4.° punto la conseguenza che comporta.

Aali Pascià annunzia che un nuovo hatti-sceriff ha rinnovato i privilegi religiosi conceduti a' sudditi non musulmani dalla Porta, ed ha prescritto nuove riforme le quali attestano la sollecitudine di S. M. il Sultano per tutti i suoi popoli indistintamente; che quest’atto è stato pubblicato, e che la Sublime Porta, proponendosi di comunicarlo a' Potentati, col mezzo di una nota ufficiale, sarà in questo modo soddisfatto alle previdenze che concernano il quarto punto.

Il conte Orloff come anche il barone di Hübner, e dopo essi gli altri Plenipotenziari esprimono l’avviso che sia fatta intenzione del Trattato generale dei provvedimenti presi dal governo Ottomano. Essi invocano il testo medesimo del 4. punto che ne dà l’obbligo a' Plenipotenziari, senzaché tuttavia possa risultarne attentato all’indipendenza ed alla dignità del Sultano.

I Plenipotenziari dell’Austria, della Francia e della Gran Brettagna rendono omaggio al carattere liberale delle disposizioni che sono state decretate a Costantinopoli, ed è per cotesto medesimo pensiero ch’eglino giudicano indispensabile di richiamarle nell’atto finale del Congresso, e non già per farne nascere un diritto qualunque di immistione nelle relazioni del governo di S. M. il Sultano con i suoi sudditi.

Aali Pascià risponde che i suoi poteri non gli permettono di aderire pienamente all’avviso degli altri Plenipotenziari, ed annunzia, che per mezzo del telegrafo prenderà gli ordini della sua Corte.

La tornata è sciolta, e l’esame del 5. punto è rinviato alla prossima riunione.

(Seguono le firme)

PROTOCOLLO N.° III.

Vernaia del l.° marzo 1856,

Presenti i medesimi.

Il protocollo della tornata precedente è letto ed approvato.

Il Congresso, come ha risoluto, passa all’esame del 5. punto.

Il conte Walewski ne dà lettura ed aggiunge che, in primo luogo, e come condizione particolare, le Potenze alleate domandano che la Russia non possa più oramai ricostruire o creare veruno stabilimento navale nelle isole di Aland.

Il conte Orloff risponde che la Russia è disposta ad aderire a questa stipulazione, se, come spera, i Plenipotenziari riescano a intendersi sugli altri punti della negoziazione. Domanda che cotesta stipulazione sia consegnata in un atto separato che sarebbe conchiuso tra la Francia, la Gran Brettagna e la Russia, attesoché queste Potenze hanno esclusivamente preso parte ai fatti di guerra, di cui è stato teatro il Baltico. I Plenipotenziari dell'Austria annunziano l’avviso che l’alto separato sia non ostante annesso a Trattato generale.

Il Congresso aderisce.

Il conte Walewski annuncia che come seconda condizione particolare, le Potenze alleate domandano di sottomettere ad un esame speciale lo stato dei territorii situati all’est del Mar Nero.

Il barone di Brunnow espone i fatti diplomatici che han messo la Russia in possesso di quei territorii, e la loro situazione attuale.

Aali Pascià ricorda che a tal proposito si sono elevate delle difficoltà tra la Porta Ottomana e la Russia, e che vi sarebbe utilità di procedere alla verificazione, ed, occorrendo, alla rettificazione delle frontiere tra i possedimenti dei due imperii in Asia.

Il bar. di Brunnow fa osservare che la traccia determinata dalla Convenzione sottoscritta a Pietroburgo nel 1854 non ha dato luogo dopo di allora ad alcuna lite tra i due governi; che per lo stretto della Cubulezia, la cui caria è staia prodotta, si sono per vero fatti riclami, ma avevano esclusivamente il carattere di particolari riclami che avevano sorgente ne’ titoli di proprietà litigiose. Il plenipotenziario della Prussia aggiunge che l’Austria ha date alla Russia l’assicurazione, che le condizioni particolari non implicheranno alcuna cessione di territorio.

Il conte Walewski risponde che una revisione di limiti non costituisce un rimaneggiamento territoriale, e propone, affin di dar prova dello spirito di equità che anima tutte le parti, di decidere che una Commissione mista sarà incaricata, dopo la conclusione della pace, di statuire su questo punto in un termine che sarà fissato.

Questa proposta è accolta in massima da tutti i Plenipotenziari, ma l’accettazione definitiva è rimessa alla prossima riunione.

Il conte Walewski ricorda che la Russia aveva innalzato sulla costa orientale del Mar Nero, alcune fortezze, che aveva fatto saltare in aria essa medesima in parte, e che vi sarebbe luogo di andare intesi a tal uopo.

Il conte di Clarendon, fondandosi segnatamente sul principio della neutralizzazione del Mar Nero, si applica a dimostrare che codesti forti non potrebbero essere riedificati. I Plenipotenziari russi, stabilendo la distinzione che passa secondo essi. tra cotesti forti e gli arsenali militari sostengono l’opinione contraria.

L’esame di questo punto é aggiornato.

Il conte Walewski stabilisce che la città di Kars e il territorio ottomano occupati presente mente dall’esercito russo dovranno essere restituiti alla Turchia.

Il conte di Clarendon appoggia e svolge cotesta opinione,

I Plenipotenziari russi ammettono il principio di cotale restituzione; ma siccome essa non deve ricevere la sua definitiva consecrazione che alla fine della negoziazione, manifestano il desiderio che nel suo corso sarà lor tenuto conto delle facilitazioni alle quali si prestano, nell’esame delle condizioni particolari fondate sulle basi già consentite.

Il conte Walewski, prendendo atto dell'adesione de' Plenipotenziari della Russia, rende testimonio delle disposizioni concilianti di cui eglino han dato pruova in questa tornata, per ciò che concerne Kars, come eziandio per ciò che concerne le isole di Aland.

Prima di sciogliere la tornata, il conte Walewski ricorda che nella prossima riunione vi sarà luogo ad occuparsi delle basi e della compilazione degli articoli del Trattato; e pensa che sarebbe opportuno d'incominciare dal terzo punto relativo alla neutralizzazione del Mar Nero.

(Seguono le firme).

PROTOCOLLO N.° IV.

Tornata del 4 marzo 1856.

Presenti i medesimi.

Il protocollo della tornata precedente è letto ed approvato.

Il conte Walewski ricorda che il Congresso si è riserbato di prendere nella presente tornata una definitiva risoluzione relativamente alla Commissione mista, incaricata di verificare e di rettificare se occorre, le frontiere della Turchia e della Russia in Asia.

Il barone di Brunnow ricorda da suo canto, che cotesta revisione deve farsi senza pregiudizio delle parti e in modo che non possa costituire una lesione gratuite o superflua di territorio.

Plenipotenziari della Francia, della Gran Brettagna e della Turchia pensano che la Commissione, oltre i Commissarii delle due Parti direttamente interessate, deve comprendere Delegati delle Potenze contraenti.

Di seguito il conte Walewski propone che la Commissione ha composta di due Commissari turchi, due russi, uno inglese ed uno francese. I Plenipotenziari russi aderiscono, salva l’approvazione della loro Corte.

È convenuto che i lavori di questa Commissione dovranno essere terminati nello spazio di otto mesi dopo la sottoscrizione del Trattato di pace.

Il conte di Walewski dice che occorre passare, come il Congresso ha deciso, allo svolgimento del 5.° punto relativo alla neutralizzazione del Mar Nero, convenendo sulla compilazione delle stipulazioni le cui basi sono state stabilità nelle precedenti tornate. Il primo Plenipotenziario della Francia propone il testo del primo paragrafo, che dopo essere stato oggetto di un esame a cui prendono parte tutti i Plenipotenziari è cosi stabilito. (V. art. 11 e 12 del Trattato generale).

Il secondo paragrafo è pure approvato da tutti i Plenipotenziari, dopo essere stato stabilito nella seguente forma. (Vedi art. 15).

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna espone che la Russia possiede a Nicolajeff un arsenale di costruzioni marittime di primordine, la cui conservazione sarebbe in contraddizione con i principii sui quali è fondato il paragrafo, i cui termini sono stati teste stabiliti dal Congresso.

Non essendo cotesto arsenale posto su lie rive del Ma r Nero. lord Clarendon non intende stabilire che la Russia sia obbligata a distruggere i cantieri che vi si trovano; ma fa osservare che l’opinion pubblica sarebbe autorizzata a dare alla Russia intenzioni ch’essa non può ritenere, se Nicolaieff conservasse, quai centro di costruzioni marittime, l’importanza che ha acquistato.

Il primo Plenipotenziario di Russia. risponde che l'Imperatore suo augusto padrone, accedendo lealmente alle proposte di pace, ha preso la ferma risoluzione di eseguire strettamente tutti gli impegni che ne derivano; ma che essendo Nicolajeff situata lungi dalle rive del Mar Nero, il sentimento della sua dignità non permetterebbe alla Russia di lasciare estendere all’interno dell’impero un principio unicamente applicabile al littorale, che la sicurezza delle coste e la loro guardia esigono d(1) altronde che la Russia abbia, come è stato riconosciuto, un certo numero di navigli leggieri nel Mar Nero, e che se consentisse ad abbandonare i cantieri di Nicolajeff, sarebbe obbligata di stabilirne un altro sopra altro punto de' suoi possedimenti meridionali, che per soddisfare ad un tempo a’ suoi impegni e alle esigenze del servizio marittimo, è intenzione dell'Imperatore di non autorizzare a Nicolajeff se non la costruzione di navigli di guerra, di cui è stata fatta menzione nelle basi della negoziazione.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna e dopo lui gli altri Plenipotenziari considerano questa dichiarazione come soddisfacente.

Il conte di Clarendon domanda al primo Plenipotenziario di Russia se aderisce all’inserzione della sua dichiarazione nel protocollo. Dopo aver risposto affermativamente, il conte Orloff aggiunge che, per dar una prova della sincerità delle sue disposizioni, l'Imperatore l'ha incaricato di domandare il libero passaggio degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli per i due soli vascelli di linea che si trovano a Nicolajeff, e che devono recarsi nel Baltico tostoché la pace sarà conchiusa.

La compilazione degli altri paragrafi relativi al 5. punto, deliberata tra i Plenipotenziari, rimane cosi concepita. (Vedi art. 12 e 14).

I Plenipotenziari della Russia e della Turchia sono invitati a combinarsi sulla convenzione che deve essere conchiusa tra loro riguardo ai bastimenti leggeri. che la Sublime Porta e la Russia potran mantenere nel Mar Nero, ed è convenuto che il progetto sarà comunicato al Congresso nella prossima riunione.

(Seguono le firme)


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PROTOCOLLO N.° V.

Tornata del 6 marzo 1856.

Presenti i medesimi.

Il protocollo della precedente tornata è letto ed approvato.

Il conte Orloff annunzia che i Plenipotenziari della Turchia e della Russia non sono in grado di presentare al Congresso il progetto di trattato relativo a' bastimenti di guerra che i potentati littorali potranno mantenere nel Mar Nero, e domanda che questa comunicazione sia rinviata alla tornata seguente.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna demanda ai Plenipotenziari della Russia se la dichiarazione fatta dal conte Orloff nella precedente tornata intorno a Nicolajeff, si applica altresì a Kherson ed al mare d’Azoff.

Il primo Plenipotenziario della Russia risponde che, nello stesso modo che Nicolajeff, il mare d’Azoff non porrebbe cadere sotto la diretta applicazione del principio accettato dalla Russia; che per altra parte è fuori di dubbio che i navigli di alto bordo non possono navigare in quel mare; tuttavia egli mantiene le assicurazioni che il conte di Clarendon ha richiamate, e ripete che la Russia, volendo conformarsi pienamente agl’impegni che ha contratti, non farà affatto costruire. sulle rive del Mar Nero, o sopra i suoi affluenti, né nelle acque che ne dipendono, bastimenti di guerra oltre quelli che la Russia manterrà nel Mar Nero a' termini della convenzione. con la Turchia.

Il Congresso passa a svolgere il secondo punto.

Il primo Plenipotenziario della Francia ricorda che la Conferenza di Vienna aveva studiato accuratamente tutte le quistioni che si attaccano alla navigazione del Danubio, e che per conseguenza occorrerebbe si tenesse conto de' lavori ch’essa aveva preparato.

Il conte di Buol dà lettura dell’annesso al protocollo di Vienna N.° V.

Il conte Walewski propone la compilazione de' 6 paragrafi seguenti:

«L’atto del Congresso di Vienna avendo stabililo i principii destinati a regolare la navigazione de' fiumi che traversano più Stati, le Potenze contraenti stipulano tra loro che in avvenire cotesti principii saranno anche applicabili al Danubio e alle sue bocche; esse dichiarano che cotesta dichiarazione fa ormai parte del diritto pubblico dell’Europa, e la prendono sotto la loro malleveria.

«La navigazione del Danubio non potrà esser assoggettata ad alcun incaglio né ad alcun diritto che non fosse espressamente preveduto dalle seguenti stipulazioni. In conseguenza, non sarà percepito verun pedaggio basato unicamente sul fatto della navigazione del fiume, né alcun diritto sulle mercanzie che si trovino a bordo delle barche, e non sarà recato alcun ostacolo qualsiasi alla libera navigazione.

«La Sublime Porta prende impegno di far eseguire, di accordo con l'amministrazione locale ne’ Principati. i lavori che oramai sono o potranno esser necessari, tanto per isgombrare le bocche del Danubio dalle sabbie che l’ostruiscono, quanto per mettere il fiume nelle migliori condizioni di navigabilità possibili su altri punti montando il suo corso, e segnatamento tra i punti di Galatz e di Braila.

«Per far fronte alle spese di cotali lavori come a quella degli stabilimenti che han per oggetto di assicurare e facilitare la navigazione, potranno esser prelevati sulle barche, che percorrono il Basso-Danubio, diritti fissi di una tassa conveniente, con l’espressa condiziune che. tanto su questo rapporto, quanto su tutti gli altri, le bandiere di tutte le nazioni saran trattate on una egualità perfetta.

«Per mettere ad effetto le disposizioni dell’articolo precedente, una Commissione, che non potrà esser disciolta se non di comune accordo, composta di... sarà incaricata di determinare l’estensione de' lavori da eseguire, e di elaborare le basi di un regolamento di navigazione e di poli sia fluviale e marittima; essa formolerà del pari le istruzioni che devono servire di guida ad una Commissione esecutiva.

«In conformità con le stipulazioni de' trattati di Vienna, cotesta Commissione esecutiva sarà composta di.... in qualità di Stati littorali; e sarà permanente.

«In caso di disaccordo sull’interpretazione da dare ai regolamenti stabiliti, sarà fatta relazione alle Potenze contraenti.»

Il conte Walewski fa osservare che il Congresso dovrà occuparsi ulteriormente della composizione delle due Commissioni di cui si è parlato ne’ due ultimi paragrafi; ma che dovendo b Commissione esecutiva comprendere Delegati di tutte le Potenze delle rive del Danubio, occorrerà invitare la Baviera a farvisi rappresentare.

Il conte di Buol fa osservare che il regolamento alla cui esecuzione dovrà cotesta Commissione vigilare, non può toccare se non gli interessi della navigazione nel Basso-Danubio; che la navigazione dell’AKo-Danubio non ha sollevato verun conflitto tra gli interessati, e che non vi sarebbe ragione alcuna di dare all'autorità della Commissione una estensione per nulla giustificabile.

Il primo Plenipotenziario della Francia risponde che il Congresso si è impossessato di una quistione generale che interessa la navigazione del fiume; ch’essa è stata posta anche nel documento che serve di base alla negoziazione, e che una volta che si è convenuto che la Commissione della esecutiva dev’essere composta de' confinanti con le rive, non si potrebbe escludere la Baviera; egli aggiunge, che altronde il testo degli articoli proposti non è ambiguo, e indica sufficientemente la natura delle attribuzioni di cotesta Commissione.

Il Congresso differisce ad una prossima tornata la compilazione definitiva di cotesti diversi paragrafi.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna emette lo avviso che la compilazione delle stipulazioni inserite nei protocolli non dovrebbe legare il Congresso irrevocabilmente. Aggiungo che, secondo lui, ciascun Plenipotenziario conserva la facoltà di proporre ulteriormente le modificazioni che giudicherà utile di presentare.

Il conte Orloff risponde che trasmettendo i Plenipotenziari ciascun protocollo a' loro Governi rispettivi, non potrebbe ammettere che clausole accettate di comun accordo possano essere indefinifivamente rivedute.

I Plenipotenziari della Gran Brettagna aggiungono non intender essi riserbare a ciaschedun Plenipotenziario il diritto di ritornare sulle prese determinazioni e sui principii accettati dal Congresso, ma la facoltà di proporre una semplice revisione del testo, se occorre, per meglio precisarne il senso ed il valore.

Circoscritte in cotesti limiti, le osservazioni del conte di Clarendon sono accolte dal Congresso.

PROTOCOLLO N.° VI.

Tornata del 8 marzo 1836.

Presenti i medesimi.

Il primo Plenipotenziario della Turchia fa sapere che Mehemmed Djèmil Bey non assisterà alla tornata, non permettendoglielo lo stato di sua salute. É letto ed approvato il protocollo della tornata precedente.

Il primo Plenipotenziario della Russia annunzia che la sua Corte ha dato il suo assenso per l'instituzione della Commissione mista che sarà incaricata dalla revisione della frontiere in Asia, ed alla quale, come ne fa fede il protocollo n.° IV, i Plenipotenziari della Russia non avevano aderito che sotto riserba dell’approvazione del loro Governo.

Sulla proposta del conte Walewski il Congresso passa a svolgere il primo punto, e decide che prima d’incominciare a trattare le quistioni che si rannodano con l’ordinamento dei, Principati, egli si occuperà della rettificazione delle frontiere tra le Provincie Danubiane ed il territorio Russo.

Il barone di Brunnow dà lettura di una memoria tendente a stabilire che la disposizione de' luoghi e la direzione delle vie di comunicazione non permettono di determinare una traccia diretta tra i due punti estremi indicati ne’ preliminari di pace. Egli ricorda che le Potenze alleate hanno avuto di mira di assicurare la navigazione del Danubio, e pensa che quest’intento sarebbe conseguito mediante un’altra traccia ch’egli è incaricato di proporre al Congresso: la quale avrebbe il vantaggio di non recare veruna perturbazione nell’economia della provincia, e partirebbe da Waduli-Isaki sul Pruth, seguirebbe il Vallo di Trajano, e riuscirebbe al nord del lago Vapulk. La Russia abbandonerebbe le isole dcl Delta, smantellerebbe le fortezze d’Ismail e di Kilia nova.

Il conte Walewski risponde che questa proposta si allontana molto sensibilmente dalle stesse basi della negoziazione, si che i Plenipotenziari delle Potenze alleate non possono prenderla in seria considerazione.

Il barone di Brunnow ritornando sulle osservazioni che ha; già fatto valere, espone che sarebbe difficile fissare un buon limite allontanandosi da quelli da lui indicati. Aggiunge che tuttavia si potrebbe aggiungere al territorio che la Russia cede. per la traccia ch’egli ha già proposto, quello compreso tra il lago Katabug, il Vallo di Trajano ed il lago lalsyk.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna fa presente che 1 ammissione della traccia indicata del Plenipotenziario della Russia equivarrebbe all’abbandono delle proposte formolate dall’Austria con l’assenso delle Potenze alleate; che queste proposte sono state accettale a Pietroburgo, con fer mate a Vienna ed a Parigi, e che i Plenipotenziari di questi Potentati qualunque sia lo spirito di conciliazione che li anima, non potrebbero allontanarsi, in tal provvedimento, dalle condizioni di pace. e rinunziare totalmente a concessioni ammesse in principio da tutti i governi rappresentanti il Congresso.

Il conte Walewski fa osservazioni analoghe.

Il sig. conte Buol fa parimenti osservare che il delineamento offerto dal sig. barone di Brunnow non comprende che una picco la porzione del territorio la cui cessione fu consentita dalla Russia, accettando le concessioni di pace che l’Austria portò a Pietroburgo, ed oggi spera che i signori Plenipotenziari di Russia faranno al Congresso una proposizione che s’avvicinerà davvantaggio ai fatti che hanno preceduta l’apertura dei negoziati.

Il sig. barone di Hübner ricorda che il delineamento indicato, per mezzo degli estremi suoi due punti, nelle proposizioni austriache, è fondato sulla configurazione riprodotta in tutte le mappe.

I signori Plenipotenziari di Russia rispondono che hanno attestato, nelle precedenti sedute, le loro concilianti intenzioni; ed essi posero sotto gli occhi del Congresso considerazioni, delle quali, seconde loro, dovrebbesi tener conto; ch’essi non hanno altro scopo fuorché provocare un accordo conforme alla topografia del paese ed agli interessi degli abitanti; e per conseguenza, sono pronti a discutere tutt’altra proposizione che loro sarebbe comunicata.

Il signor primo Plenipotenziario di Francia ripete che le Potenze alleate non saprebbero aderire ad una demarcazione di limiti che non fosse in armonia colle concessioni acquisite nel negoziato; ma che pertanto è permesso procedere per via di compensazione. e che forse sarebbe possibile intendersi prolungando il limite al sud-est e al di là del lago Jalsyk, se come la pensano i signori Plenipotenziari di Russia, desso incontra al nord delle difficoltà topografiche.

Dopo una discussione, impegnata in questo emendamento, alla quale tutti i Plenipotenziari pigliano parte, viene offerto ai signori Plenipotenziari di Russia di stabilire la frontiera per mezzo d'una linea che, partendo dal Pruth, tra leova eHusch, passerebbe al nord del lago Jalsyk, e cesserebbe al dissopra del lago Albediès.

I signori Plenipotenziari di Russia obbligati, come dicono, d'assicurarsi della posizione che ne risulterebbe pelle colonie de' Bulgarie de' Russi stabiliti in questa parte della Bessarabia, domandano di rimettere il seguilo della discussione alla prossima seduta.

Il Congresso aderisce; ma i signori Plenipotenziari di Francia e della Gran Brettagna stabiliscono che la proposizione, cui si sono attaccati, per ispirito di concordia, costituisce sotto ogni rapporto una concessione, l'importanza della quale è attestata dall’estensione del territorio compreso tra Ghotyn e Hush; ed esprimono la convinzione che questa concessione sarà pienamente apprezzata dai signori Plenipotenziari di Russia, il sig. conte Orloff fa testimonianza delle buone disposizioni che i signori Plenipotenziari di Russia incontrano, a loro volta dalla parte degli altri membri del Congresso, e aggiunge che domandando di poter sommettere ad uno studio particolare 11 proposizione che loro è fatta, essi non hanno altro scopo il vista fuorché conciliarlo colle locali esigenze.

Il Congresso passa all'esame delle proposizioni relative al l'organizzazione de' Principati.

Il signor conte Walewski fa osservare che prima di toccare questo punto importante del negoziato, è indispensabile deliberare sopra una quistione che è dominante, ed alla soluzione della quale si trovano necessariamente subordinati gli ulteriori lavori del Congresso per tale soggetto: questa quistione si risolve in sapere se la Moldavia e la Valacchia saranno ora riunite in un solo Principato, o se continueranno a possedere un'amministrazione separata. Il signor primo Plenipotenziario di Francia pensa che la riunione delle due provincie risponda delle necessita rivelate da un esame attento de' loro veri interessi, ed il Congresso dovrebbe ammetterla e proclamarla,

Il signor Plenipotenziario della Gran Brettagna partecipa e s'appoggia alla stessa opinione, basandosi particolarmente sull’utilità e la convenienza di prendere in seria considerazione i i voti delle popolazioni, de' quali è sempre meglio tener conto.

Il signor primo Plenipotenziario di Turchia la combatte; Aali Bascià sostiene che non deesi attribuire alla separazione delle due Provincie la situazione cui vuolsi mettere un termine; che la separazione data dei tempi più remoti, e che la perturbazione, che ha regnato ne’ Principali, rimonta a un'epoca relativamente recente; che la separazione è la conseguenza naturale dei costumi e delle abitudini differenti nell'una e dell’altra provincia che qualcheduno sotto l’influenza di considerazioni personali ha potuto formolare un avviso contrario allo stato attuale, ma che tale certamente non è l'opinione delle popolazioni.

Il signor conte di Buol, comunque non autorizzato a discutere una quistione, che le sue istruzioni non hanno preveduta,: pensa come il primo Plenipotenziario di Turchia, che nulla giustificherebbe la riunione delle due Provincie; le popolazioni, aggiuns’egli, non ne furono consultate, e, se si considera l'importanza che ogni agglomerazione attacca alla propria autonomia, si può dedurre a priori che i Moldavi come i Valacchi desiderano, avanti tutto, conservare le loro istituzioni locali e separate.

Dopo aver invocato altri motivi all’appoggio della propria opinione il signor conte Walewski risponde che il Congresso non può consultare direttamente quelle popolazioni. e che deve, a tal riguardo, necessariamente procedere pella via della presunzione. Ora, ei disse, tutti gli indizi s’accordano a rappresentare i Moldo-Valacchi come unanimemente animali dal desiderio di più non formare, in avvenire, che un solo Principato; questo desiderio risulta dalla comunità di origine e di religione, come dalle precedenze le quali posero in luce gl’inconvenienti dell’ordine politico o amministrativo risultante dalla loro separazione; l’unione essendo, senza fallo, un elemento di prosperità pelle due provincie, risponde all’oggetto proposto alla sollecitudine del Congresso.

Il signor primo Plenipotenziario dell’Austria non crede di poter accordare intera fede alle informazioni sulle quali si basa il primo Plenipotenziario della Turchia, meglio portalo che alcun altro membro del Congresso per apprezzare i veri bisogni e i voti delle popolazioni, merita d’essere presa in considerazione particolare; che d’altra parte, le Potenze sono, in primo luogo, mpiegate a mantenere i privilegi dei Principati, e che sarebbe portarvi una grave lesione obbligando le due Provincie a fondersi l’una nell’altra, poiché ne’ numeri di que’ privilegi si trova il capo-linea quello d’amministrarsi separatamente. Aggiunge che, più tardi, quando si sarà costituita nei Principati una istituzione che possa considerarsi l’organo regolare e legittimo dei voti del paese, si potrà, se occorrerà, procedere alla riunione delle due Provincie con conoscenza di causa.

Il signor barone di Bourqueney risponde al primo Plenipotenziario dell’Austria ch’egli non può partecipare alle sue vedute; le basi del negoziato, dice egli, recano che i Principati conserveranno i loro privilegi e le loro immunità, e che il Sultano, di concerto co’ suoi alleati, accorderà o confermerà loro una interna organizzazione conforme ai bisogni ed ai voti delle popolazioni. Noi adunque a Vienna abbiamo inteso riservare al Sultano e ai suoi alleati il diritto e le cure di concertarsi sulle misure appropriate ad assicurare la felicità di quei popoli, apprezzando i loro voti. Ora, la Francia ha deposto, alle conferenze dell’anno scorso, un alto che ha posta la quistione sul terreno della discussione, e non sollevossi, da parte alcuna, una manifestazione tendente ad indebolire le informazioni che ci portano a credere che i Moldo-Valacchi desiderano la riunione delle Provincie in un sol Principato.

Il signor primo Plenipotenziario di Sardegna rammenta, per istabilire che il volo delle popolazioni a tale riguardo è anteriore alle circostanze attuali, che un articolo dello Statuto organico ha pregiudicata la questione deponendo in questo stesso atto il principio dell’eventuale riunione dei Principati.

Aali Bascié sostiene, che l’articolo citato dal signor conte di Cavour non comporterebbe simile interpretazione.

Il signor conte Orloff dichiara che i Plenipotenziari di Russie. avendo potuto apprezzare i bisogni e i voti dei due Principati. appoggiano il progetto di riunione come tendente ad avvantaggiare la prosperità delle Provincie.

Sulla dichiarazione fatta da Aali Bascié che i Plenipotenziari della Turchia non sono autorizzati a seguire la discussione su. tale terreno, ed i Plenipotenziari Austriaci essendo altresì senza istruzioni, la quistione è rimandata a un’altra seduta affine di possibilitarli a ricevere gli ordini dalle loro Corti.

Firmato ecc.

PROTOCOLLO N. VII.

Seduta del 10 marzo 1856.

Il signor secondo Plenipotenziario della Turchia, trattenuto à dello stato «li sua salute, non assiste alla seduta.

Il protocollo della seduta precedente è letto ed approvato.

Il Congresso ripigliò la discussione sulla determinazione delle frontiere in Bessarabia.

Il signor barone di Brunnow espone che i Plenipotenziari della Russia hanno esaminato collo stesso spirito di concordia che ne ha suggerito i termini ai Plenipotenziari delle Potenze alleate, il delineamento che fu loro proposto nella precedente seduta; ch’essi riconoscono quanto simile delineamento giustifica; la confidenza da loro posta nelle disposizioni concilianti del Congresso; ma che dopo aver consultate le loro istruzioni, fondandosi sulle considerazioni topografiche e amministrative che già fecero valere, vedonsi obbligati, nell’interesse d’una buona demarcazione di limite, di domandare un emendamento al tracciato offerto loro, di modo che la frontiera, partendo dal confluente del Pruth e della Saratsika, rimonterebbe quest’ultimo fiume fino al villaggio di stesso nome, per quindi dirigersi verso il fiume di Valpuck, di cui scenderebbe la corrente fino al punto, ove egli raggiunge il Vallo di Trajano; cui seguiterebbe fino al lago Salsyk, per metter capo all'estremità settentrionale del lago Alabiès.

Questa proposizione diviene l'oggetto d’un esame, al quale partecipano tutti i Plenipotenziari, i quali riescendo concordi, decidono che la frontiera partirà dal Mar Nero, un kilometro all'est del lago Bourna Sola, raggiungerà perpendicolarmente la strada d’Akerman, seguirà della strada fino al Vallo di Trajano, passera al sud di Belgrad, riscenderà il fiume di Valpuck fino all’altezza di Saratsika, e andrà finire a Katamori sul Pruth.

Aderendo a questa deliberazione, i signori Plenipotenziari di e Russia, comecché scostati dalle ricevute istruzioni. chiedono una riserva per l’approvazione delle loro Corti.

Una Commissione composta d'ingegneri e di geometri sarà incaricata di fissare ne’ suoi dettagli il delineamento della nuova frontiera.

Il signor conte Orloff, fondandosi sulle antecedenze, propone al Congresso di decidere, che gli abitanti del territorio della Russia ceduta conserveranno l’intiero godimento dei dritti e privilegi, di cui sono al possesso, e che sarà loro permesso di trasportare altrove il loro domicilio, cedendo le loro proprietà contro un’indennità pecuniaria convenuta di comune accordo, o per mezzo d'accordo particolare stipulato coll'amministrazione dei Principati.

Vari Plenipotenziari fanno considerare che questa proposizione può sollevare delle difficoltà, che dessi non sono al fatto di calcolare, e quindi il Congresso la prende ad referendum.

Il signor conte Walewski rammenta, che lo sviluppo del primo punto, in quanto concerne l’organizzazione futura de' Principati, esige di confidare i dettagli ad una Commissione, i cui lavori, se si dovesse subordinarvi la conclusione della pace, ritarderebbero, senza sufficiente motivo, il principale oggetto confidato alle cure del Congresso.

Secondo l’opinione del signor primo Plenipotenziario di Francia, si potrebbe limitarsi a introdurre nel Trattato le basi del regime politico e amministrativo che reggerà d’ora innanzi le provincie danubiane, convenendo che le Parti contraenti concluderanno, nel più corto periodo, una stipulazione a tale soggetto. In questo caso, aggiunge egli, il Trattato di pace potrebbe essere segnato tra breve, e l’aspettativa d’Europa non sarebbe più a lungo tenuta in sospeso.

Questa proposizione è l’oggetto una discussione, nella quale intervengono particolarmente i Plenipotenziari dell’Austria e della Gran Brettagna.

Il primo Plenipotenziario d'Austria propone un emendamento che viene accettato, e in conseguenza il Congresso deride che una Commissione composta del signor conte di Buol, del signor barone di Bourqueney e d’Aali Bascià, presenterà alla prossima seduta il testo degli articoli del Trattato di pace, destinato a fissare le basi della stipulazione che sarà conchiusa sul soggetto de' Principati.

Il signor conte Walewski emette l'avviso, che al punto, in cui le negoziazioni sono fortunatamente arrivate, il momento è venuto d’invitare la Prussia a farsi rappresentare al Congresso, come è stato deciso nella seduta del 28 febbraio, e propone di assumere e di fare prevenire a Berlino la seguente risoluzione.

«Il Congresso, considerando essere d’interesse europeo che la Prussia segnataria della Convenzione conchiusa a Londra il 15 luglio 1841, partecipi a' nuovi assestamenti, decide che un estratto del protocollo nel di d’oggi venga indirizzato a Berlino, per cura del signor conte Walewski, organo del Congresso, onde invitare il governo prussiano ad inviare dei Plenipotenziari a Parigi.»

Il Congresso aderisce.

Il signor conte di Clarendon, in testificanza della fiducia che pone nei sentimenti della Corte di Russia, e parlando a nome delle Potenze alleate, crede potere esser certo, che i cimiteri, ove riposano gli ufficiali ed i soldati, che soccombettero innanzi a Sebastopoli e sopra altri punti del Russo territorio, cosi come i monumenti elevati in loro memoria, saranno mantenuti a perpetuità e circondati del rispetto dovuto alla cenere dei morti; egli aggiunge che sarebbe giocondo di raccoglierne, nullameno, la sicuranza dalla bocca dei Plenipotenziari della Russia.

Il signor conte Orloff ringrazia il Congresso dell’occasione che gli viene offerta di esibire un'arra delle disposizioni che animano l’Imperatore suo augusto Signore, di cui garantisce essere leale e fedele interprete, dichiarando che si prenderà tutte le misure opportune a pienamente realizzare il voto espresso dai signori Plenipotenziari delle Potenze alleate.

Il signor conte Walewski ricorda, che il Trattato di pace dovrà far menzione della pi ma e intera amnistia, che ogni Potenza belligerante accorderà ai proprii sudditi per qualsiasi cooperazione ai fatti di guerra.

I signori Plenipotenziari della Russia aderiscono a tale avvisamento, che viene accolto del pari dagli altri membri del Congresso.

Firmato, ecc.

PROTOCOLLO N. VIII.

Seduta del 12 marzo 1856.

Il protocollo della precedente seduta viene letto ed approvato.

Il signor barone di Bourqueney rende conto del lavoro della Commissione, che, nell’ultima riunione, fu incaricata di preparare il testa degli articoli del Trattato concernente la futura organizzazione de' Principati.

Avanti di porgere lettura degli articoli proposti dalla Commissione, i! signor barone di Bourqueney stabilisce, che lo scopo del lavoro di tale Commissione fu quello di conciliare le opinioni emesse nell’ultima seduta.

L’andamento proposto dalla Commissione, aggiunge il signor barone di Bourqueney, riposa. su Ire principii:

Concludere la pace senza subordinare l'instrumento finale a un atta diplomatico rimasto sospeso;

Prendere le più appropriate misure, onde assicurarsi del; vota delle popolazioni su quistioni di massima non ancora risolte;

Rispettare i diritti della Potenza Sovrana, e non lasciare da banda quelli delle Potenze garanti, stabilendo la doppia necessita di un atlo diplomatico per consacrare i principii adottati,, come basi dell'organizzazione dei Principati, e d’un Halti-sceriff per promulgarne l’applicazione;

Partendo da queste tre idee, la Commissione propone l’immediato invio a Bucharest dei delegati, che si riuniranno ad un Commissario ottomano.

Dei Divani ad hoc sarebbero senza ritardo convocati nel capo luogo delle due provincie. Dessi sarebbero composti in modo d'offrire garanzia d’una vera e seria rappresentazione.

La Commissione Europea, prendendo in considerazione i voti espressi dai Divani, rivedrebbe gli Statuti ed i vigenti regolamenti. Il suo lavoro sarebbe trasmesso alla sede attuale delle Conferenze. Una convenzione diplomatica, basata su tale lavro. sarebbe conchiusa tra le Potenze contraenti e un Hatti-sceriff, costituente l’organizzazione definitiva, sarebbe promulgata dal Sultano.

Il Congresso adotta il proposto andamento e invia ad un'altra seduta l’adozione definitiva del testo degli articoli de' quali il signor barone di Bourqueney esibì la lettura.

I signori Plenipotenziari della Russia e della Turchia comunicano al Congresso il progetto della Convenzione che debb’cssere conchiusa fra loro, dopo l’aggradimento degli altri Plenipotenziari, relativamente ai bastimenti da guerra leggeri che le Potenze littorali tratteranno nel Mar Nero.

Essi annunciano di non essere d’accordo sopra un punto: i Signori Plenipotenziari della Russia pensano che la Convenzione deve autorizzare l’una e l’altra Potenza a trattenere oltre i bastimenti da guerra impiegati alla polizia dal Mar Nero e un numero determinato di trasporti, delle navi di minor portata destinate a sorvegliare l’esecuzione dei regolamenti amministrativi e sanitari nei porti. I Plenipotenziari di Turchia non sono autorizzati ad accogliere una stipulazioue concepita in questo senso. L signori Plenipotenziari della Russia danno al Congresso delle spiegazioni tendenti a dimostrare la necessita di provvedere alla polizia interiore dei porti. ed inserire nelle Convenzioni i una clausola relativa agli stazionari che vi saranno impiegati, affine di non esporre le Potenze littorali del Mar Nero ad interpretazioni, che potrebbe autorizzare il silenzio osservalo a questo riguardo.

I signori Plenipotenziari della Gran Brettagna e della Francia rispondono, che tali bastimenti non potendo comportai né le dimensioni, né l’armamento dei bastimenti da guerra, non era il caso di farne menzione nella Convenzione, e che, se la Russia intende aver ne' suoi porti soltanto dei battelli cosi detti petaccie pel servizio doganale e sanitario, non dovendo, in-conseguenza essere impiegati per il mare, non è il caso di temere che la presenza di tali petaccie, nei porti di commercio, possa divenire occasione d’incresciose interpretazioni.

I signori Plenipotenziari della Russia ritirano la loro domanda relativa all’inserzione, nella Convenzione, della causa concernente i piccoli navigli destinati al servizio interiore dei porti, riservandosi, nullameno, l’approvazione dalla loro Corte.

Il signor conte di Clarendon fa notare che i bastimenti di frasporto non dovranno essere armati.

Il signor conte d’Orloff risponde che. come tutti i trasporti impiegati dalle altre Potenze in altri mari, quelli della Russia nel Mar Nero saranno esclusivamente muniti dell'armamento di sicurezza, che riclama la natura del servizio a cui sono addetti.

Il signor conte di Clarendon non credendo dovere ammettere tali spiegazioni, la quistione è differita.

Il Congresso riprende la discussione del progetto di redazione del secondo punto che fu l’oggetto delle sue deliberazioni nella seduta del 6 marzo.

Il signor conte di Buol espose, che i principii stabiliti dal Congresso di Vienna e destinati a regolare la navigazione de' fiumi, che attraversano più Stati, posano, come regola principale, che le Potenze littorali saranno esclusivamente chiamate a concertarsi sui regolamenti della polizia fluviale, ed a sorvegliarne l’esecuzione; che la Commissione europea, di cui si fa menzione nella redazione inserita al protocollo N. V, comprenderà, oltre ai delegati delle Potenze litorali del Danubio, dei delegati delle Potenze non littorali; che la Commissione permanente a sostituirsi, sarà incaricata di eseguire le risoluzioni per essa prose; che, quindi, per rimanere nello spirito come nei termini dell’alto del Congresso di Vienna, 1 una e l'altra Commissione dovranno limitare i loro lavori al Basso Danubio ed alle sue foci.

Il signor conte Walewski rammenta le basi del negoziato accettate da tutte le Potenze contraenti, che stabiliscono l’efficace assicuranza della libertà del Danubio e delle sue foci;e che, per conseguenza, fu inteso debba essere provvisto alla libera navigazione di quel fiume.

Il signor conte di Clarendon aggiunge, che fosse altrimenti, l’Austria, restando sola in possesso dell’Alto Danubio, e partecipando alla navigazione della parte inferiore del fiume, acquisterebbe avvantaggi particolari ed esclusivi, che il Congresso non saprebbe sancire.

I Plenipotenziari dell’Austria rispondono, che tutti gli sforzi del loro governo, come le sue tendenze, in materia commerciale, lanno per oggetto di stabilire e propagare su tutti i punti dell'Impero i principii di un’intera libertà, e che la libera navigazione del Danubio è naturalmente compresa nei limiti de' miglioramenti che si propone; ma che trovasi, per questo riguardo, a fronte d'antecedenti impegni, di dritti acquisiti, di cui deve tener conto; che quindi le sue intenzioni rispondono al voto inserto ne’ preliminari di pace; che, non ostante, essi non possono acconsentire alle Commissioni, che trattasi d’instituire, un’autorità loro non competente sull’Alto Danubio.

Il primo Plenipotenziario di Francia disse, essere il caso, in effetto, di distinguere tra due risoluzioni egualmente ammesse in massima, ma aventi l’una e l’altra un oggetto perfettamente distinto, che, d’una parte, il Congresso deve provvedere alla libera navigazione del Danubio, in tutta la sua percorrenza, sulle basi stabilità dal Congresso di Vienna; e, dall'altro, avvisare ai modi di far sparire gli ostacoli, che inceppano il movimento commerciale nella parte inferiore del fiume ed alle sue foci; che quest’ultimo incarico unicamente sarà devoluto alle Commissioni di instituirsi; ma che non o meno essenziale d’intendersi sullo sviluppo del generale principio, affine di completar l'opera, che le Potenze contraenti hanno di mira, stipulando, come è detto 11 ei preliminari, che la navigazione del Danubio e delle sue foci sarà efficacemente assicurata; riservando le posizioni particolari dei littorali, che saranno regolate sui principii stabiliti nell’atto del Congresso di Vienna in materia di navigazione fluviale.

Dopo le spiegazioni, che precedono, deciso che i Plenipotenziari dell’Austria presentino ad una delle prossime sedute gli emendamenti, che crederanno dovere proporre alla redazione inserta nel protocollo N. 5.

Firmato ecc.

PROTOCOLLO N.° IX.

Seduta del 14 marzo 1856.

Il protocollo della precedente seduta viene letto ed approvato.

Il signor conte Orloff annuncia che il delineamento del confine tra la Russia e l’Impero Ottomano, in Europa, fissato dal Congresso nella sua seduta del 10 marzo, ottenne rapprovazionti della sua Corte.

Il Congresso riprende l'esame della redazione degli articoli concernenti i Principati e destinati a figurare nel Trattato di pace, preparata dalla Commissione, di cui il signor barone di Bourqueney, nella qualità di relatore, ha dato comunicazione al Congresso nella precedente seduta.

Ogni paragrafo di questa redazione fu l’oggetto d’una discussione, a cui partecipano tutti i Plenipotenziari, e, dopo essere stata emendata su due punti, ella è adottata dal Congresso ne’ termini seguenti:

(V. Art. 22 del Trattato generale fino al 27, con cui corrispondono gli articoli del protocollo con qualche leggera modificazione).

Il signor primo Plenipotenziario di Turchia fa osservare che non permettendogli le sue istruzioni di acconsentire definitivamente a tale redazione, fa riserva per l’approvazione della sua Corte che domanderà per via telegrafica.

I signori Membri della Commissione che ha preparato il travaglio di cui il Congresso vieta di occuparsi sono incaricati di volersi riunire per elaborare il progetto di un testo che debbe essere egualmente aperto nel Trattato, e che stabilisca le disposizioni che dovranno essere prese, se vi è luogo, intorno la Servia.

Il signor primo Plenipotenziario di Francia dice che si deve convenire sulle espressioni, delle quali si userà nel Trattato per istabilire l’ingresso della Turchia nel concerto europeo, e dà lettura di un progetto in due articoli.

Il signor primo Plenipotenziario della Turchia pensa ch converrebbe attenersi alla redazione che egli aveva proposta nelle Conferenze di Vienna, e la sottopone al Congresso.

Sulla proposizione del signor conte Walewski il Congresso decide che una Commissione composta di Aali Pascià e dei signori secondi Plenipotenziarii d’Austria, Francia, Gran Brettagna, Russia e Sardegna si riunirà il più presto possibile per preparare un progetto di redazione di tutte le stipulazioni del Trattato di pace, tenendo conto delle risoluzioni consegnate nei protocolli, e rimanda a questa Commissione i progetti presentati dai signori primi Plenipotenziari della Francia e della Turchia sull'ammissione dell'Impero Ottomano nel dritto pubblico europeo.

Il signor conte Walewski annunzia che in risposta alla comunicazione che è stato incaricato di far giungere in Berlino; come organo del Congresso ha ricevuto lo avviso che la Prussia prestandosi allo invito che le fu fatto ha nominato per suoi, Plenipotenziari i signori barone di Manteuffel, Presidente del Consiglio, Ministre degli affari esteri, e il signor conte di Hasfeldl, Inviato straordinario e Ministre Plenipotenziario pressa la Corte di Francia. (1)

(Seguono le firme)

PROTOCOLLO N.° X.

Prima Seduta del 18 marzo 1856.

Presenti

I Plenipotenziari di Austria — Francia — Gran Brettagna — Russia — Sardegna — Turchia.

Il protocollo della precedente seduta è letto e approvato.

I signori Plenipotenziari di Russia e Turchia presentano il progetto di convenzione stabilito tra loro. e relativo al numero, e dimensioni dei bastimenti leggieri che le Potenze littorali stabilirono nel Mar Nero per la polizia di quel mare, e la sicurezza delle loro piazze. Dopo averne esaminato i termini il Congresso trovando questo progetto conforme alle basi che ne sono state poste nei preliminari, decide che la copia deposta e cifrata dai signori Plenipotenziari di Russia e Turchia sarà annessa al presente Protocollo.

La Commissione di redazione per organo del suo relatore barone di Bourqueney dà conto de' suoi lavori. In tal qualità il signor secondo Plenipotenziario di Francia espone che la Commissione si ê occupata in primo luogo dell’ordine in cui le differenti stipulazioni saranno inserite nel Trattato; e aggiunge che ha adottalo la distribuzione seguente: Ristabilimento della pace. — Sgombramento dei territori occupati. — Prigionieri di guerra. — Amnistia. — Entrata della Turchia nel sistema Europeo. — Condizione de' cristiani. — Revisione della convenzione del 1841. — Neutralità del Mar Nero. — Libertà del Danubio. — Nuova circoscrizione del confine della Turchia europea. — I due Principati. — La Servia. — Commissione mista per la revisione del confine in Asia.

Passando alla lettura de' testi preparati dalla Commissione il sig. barone di Bourqueney dà comunicazione di un progetto di preambolo cosi concepito:

«S. M. ecc. (le parti belligeranti) animate dal desiderio di por fine alle calamità della guerra, e volendo di concerto con S. M. l’imperatore di Austria prevenire il ritorno delle complicazioni che la fecero nascere, si sono accordate sui mezzi di assicurare con guarentigie efficaci e scambievoli l'indipendenza e la integrità dell’Impero Ottomano, e le dette LL. MM. avendo stabilito le condizioni opportune a raggiungere questo doppio scopo hanno invitato S. M. il Re di Prussia ad associarsi a quest'opera di pacificazione generale».

«In conseguenza le LL. MM. hanno nominato...»

Il sig. barone di Bourqueney legge i seguenti paragrafi:

«Vi sarà da questo giorno pace ed amicizia tra S. M. (parti belligeranti) o tra i loro eredi e successori loro pari e sudditi rispettivi, a perpetuità.

«Essendo felicemente stabilita la pace tra le dette MM., i ï territori conquistati o occupati durante la guerra saranno e scambievolmente sgombrati».

«Provvedimenti speciali regoleranno il modo di sgombramento che dovrà essere pronto quanto è possibile.

«S. M. l’Imperatore di tutte le Russie s’impegna a restituire a S. M. il Sultano la città e cittadella di Kars come le altre parti del territorio ottomano, di cui le truppe Russe si trovano in possesso.

«Le LL. MM. l’Imperatore de' Francesi, la Regina della Gran Brettagna, il Re di Sardegna e il Sultano s’impegnano a restituire a S. M. l’Imperatore di tutte le Russie le città e porti di Sebastopoli, Balaklava, Kamiesc, Eupatoria, Kertcli, lenickalè, Kinburn, come tutti gli altri territori occupali dalle truppe alleate.»

Lord Cowley fa osservare che il contesto dei due ultimi paragrafi potrebbe far credere che le Potenze belligeranti procedano a uno scambio, mentre i preliminari stabiliscono che la Russia in cambio di territori occupali dagli eserciti alleati consente a una rettificazione de' suoi confini con la Turchia europea. Il sig. relatore della Commissione propone quindi i paragrafi seguenti:

«S. M. l’Imperatore di tutte le Russie e le LL. MM. (parti belligeranti) s’impegnano a rimettere in libertà i prigionieri di guerra subito dopo lo scambio delle ratifiche del presente Trattato.

«Le LL. MM. ecc. (belligeranti) concedono amnistia piena e intiera a coloro tra i loro sudditi che sarebbero stati compromessi dalla loro partecipazione della guerra in favore della causa nemica.

«S. M. ecc. (tutti i contraenti) dichiarano la Sublime Porta ammessa a partecipare ai vantaggi del sistema europeo. Le LL. M. M. s’impegnano ciascuna dal canto suo a rispettare la indipendenza e la integrità territoriale dello impero Ottomano garantiscono in comune. La rigorosa osservanza di questo impegno e considereranno in conseguenza ogni alto o avvenimento che sarebbe di natura a portarvi alterazione come quistione d’interesse generale».

«Le convenzioni o trattati conchiusi o da conchiudere tra Esse e la Sublime Porta faranno parte quinc’innanzi del diritto pubblico europeo.

«Se sopravvenisse tra la Sublime Porta e una delle Potenze contraenti un dissenso tale da minacciare il mantenimento dei loro rapporti, i due Stati prima di ricorrere all'uso della forza, porranno in grado le altre Potenze di prevenire tale estremità coi mezzi di conciliazione».

Il signor conte Buol annunzia che ha ricevuto le istruzioni della sua Corte sul secondo punto concernente il Danubio. Egli dichiara che l’Austria aderisce alla intiera applicazione dei principii politici dell’atto del Congresso di Vienna per l’alto come pel basso Danubio, purché tuttavia questa misura sia combinata con gli impegni anteriori presi bona fide dagli Stati littorali. Egli propone in conseguenza una redazione nuova che ha per oggetto di corrispondere pienamente al principio di libera navigazione consegnato nei Preliminari, tenendo conto per un tempo determinato di questi impegni stessi.

Dopo aver udita lettura di questa nuova redazione il Congresso decide che copia ne sarà imita al presente protocollo, e ne rimanda la discussione alla prima tornata.

Il presente protocollo è letto e approvato.

(Firme).

Annesso al protocollo N° X.

Convenzione stipulata fra la Sublime Porta e la Russia.
(Controssegni dei due primi Plenipotenziari Orloff, Aali.)

S. M. I. il Sultano. e S. M. l’Imperatore di tutte le Russie pigliando in considerazione il principio della neutralizzazione d-l Mar Nero consacrato nel Trattato generale in data del.... nel quale sono Parti contraenti. e volendo in conseguenza regolare di comune accordo il numero e la forza de' bastimenti che si sono riserbati di trattenere nel Mar Nero pel servizio delle loro coste hanno risoluto di sottoscrivere in tale scopo una convenzione speciale ed hanno nominato a tale effetto: ecc.

(Nomi dei Plenipotenziari).

Art. 1. Le alte Parti contraenti s’impegnano scambievolmente a non avere nel Mar Nero altri bastimenti di guerra che quelli di cui il numero, la forza e le dimensioni sono convenuti qui appresso.

Art. 2. Ciascuna delle due alte Parti contraenti si riserba di trattenere in quel mare sei bastimenti a vapore di cinquanta metri di lunghezza a pelo di acqua, e quattro bastimenti leggieri di un tonnellaggio che non oltrepasserà duecento tonnellate per uno.

Annesso al protocollo N.(0) X.

Art. 1. Avendo l’alto del Congresso di Vienna stabilito i principii per regolare la navigazione dei fiumi che percorrono più Stati, le Potenze contraenti stipulano che in avvenire questi principii saranno applicati al Danubio e alle sue foci. Esse dichiarano che questa disposizione fa parte oramai del diritto pubblico Europeo, e la pongono sotto la loro garanzia.

La navigazione del Danubio non potrà essere sottoposta a verun impedimento né prestazione che non siano espressamente preceduti dalle seguenti stipulazioni. In conseguenza non sarà esalto alcun pedaggio fondato unicamente sul patto della navigazione del fiume né alcun diritto sulle mercanzie che si trovano a bordo delle navi, e non sarà fatto alcun ostacolo quai che si fosse alla libera navigazione.

Art. 2. Onde realizzare le disposizioni del precedente articolo una Commissione composta de' delegati di Austria, ecc. (lutte le Potenze segnatarie) sarà incaricata di designare i lavori necessarii per liberare le foci del Danubio dalle sabbie che le ostruiscono, e di ordinare la esecuzione di quei lavori.

Per coprire le spese di tali lavori non meno che degli stabilimenti che avranno lo scopo di facilitare e assicurare la navigazione alle bocche del Danubio, diritti fissi di una tariffa convenevole potranno essere prelevati, a condizione, che sotto questo rapporto, come sotto tutti gli altri, le bandiere di tutto le nazioni saranno trattate sulle basi di una perfetta eguaglianza.

Art. 5. Una Commissione sarà istituita che si comporrà dei delegati dell’Austria, Baviera, Wurtemberg, della Servia, della Valacchia, della Moldavia e della Turchia. Essa sarà permanente, ed elaborerà:

a) I Regolamenti di navigazione e di polizia fluviatile;

b) Farà scornparire gli impedimenti legislativi che si oppongono all'applicazione al Danubio delle disposizioni del Trattato di Vienna;

c) Ordinerà e farà eseguire i lavori necessarii per tutto il corso del fiume.

Art. 4. Resta inteso che la Commissione Europea avrà adempito al suo mandato e che la Commissione littorale terminerà i lavori indicati nell’articolo precedente. con le lettere a e b nello spazio di due o tre anni, o più presto se sia possibile. La Conferenza residente in Parigi informata di questo fatto, dopo averne preso alto, pronunzierà le scioglimento della Commissione Europea.

Art. 5. Per assicurare l’esecuzione dei regolamenti che saranno stati stabiliti di comune accordo secondo i principii sopraenunciati, ciascuna delle Potenze contraenti avrà il diritto di porre a stazione uno o due bastimenti leggieri alle bocche del Danubio.


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PROTOCOLLO N.° XI.

Seconda seduta del 18 marzo 1856.

Presenti i Plenipotenziari di Austria, Francia, Gran Brettagna, Prussia, Russia, Sardegna, Turchia.

Il signor Walewski annunzia che lo arrivo dei Plenipotenziari prussiani a Parigi gli è stato notificato dal signor conte di Hatzfeldt.

Il signor barone di Manteuffel, e il signor conte di Hatzfeldt introdotti presentano i loro pieni poteri che sono trovati in buona e dovuta forma e posti agli atti del Congresso.

E passata ai signori Plenipotenziari di Prussia una copia dei protocolli delle tornate precedenti.

Il signor barone di Bourqueney dà lettura dei paragrafi preparati pel rinnovamento della Convenzione degli Stretti concepiti nei seguenti termini:

«La Convenzione del 15 luglio 1841 che mantiene l'antica regola dello impero Ottomano intorno alla chiusura degli

«Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, è stata riveduta di comune accordo,

«L'atto conchiuso a tale effetto e la conformità di tale principio è, e rimane annesso a questo Trattato.

Il signor conte Walewski propone di affidare ad una Commissione la cura di redigere lo strumento destinato a surrogare la Convenzione del 15 luglio 1841; il Congresso acconsente, e la Commissione è composta dei primi Plenipotenziari della Prussia e della Turchia e dei secondi Plenipotenziari di Francia, Gran Bretagna, Russia e Sardegna.

(Firme).

PROTOCOLLO N.° XII.

Seduta del 22 marzo 1856.

Presenti tutti i Plenipotenziari.

Il signor conte Orloff fa conoscere al Congresso che la Corte di Russia ha data la sua approvazione alla proposta di Convenzioni concordata tra i Plenipotenziari della Turchia e della Russia e che è stata annessa al protocollo num. X.

Il signor conte di Walewski propone di designare una Commissione che sarà incaricata di presentare al Congresso un progetto definitivo di preambolo.

La proposizione è adottata, e la Commissione composta dei secondi Plenipotenziari.

(Firme).

PROTOCOLLO N.° XIII.

Seduta del 24 marzo 1856.

Presenti tutti i Plenipotenziari.

Il protocollo della precedente seduta è letto o approvato.

Il signor barone Bourqueney dà conto dei lavori della Commissione incaricata di preparare la proposta definitiva del preambolo del Trattato generale. La Commissione, dice il secondo Plenipotenziario della Francia, aveva la missione di trovare una redazione, che provvedendo a tutte le situazioni fosse soddisfacente al modo istesso per ciascuna delle Potenze che contribuiscono all'opera della pace.

È data lettura nei seguenti termini della proposta accettata all’unanimità dalla Commissione:

Le LL. MM. ecc. (è la stessa che si legge in capo al Trattato).

Il Congresso adotta.

Il signor conte Walewski ricorda che il Congresso ha deciso in una. delle sue precedenti tornate che sarà fatta menzione nel Trattato generale dell’Hatti-sceriff promulgato di. recente da S. M. il Sultano in favore dei suoi sudditi non musulmani: che è stato concertalo tuttavia che questa menzione sarebbe concepita in termini proprii a stabilire la spontaneità del governo Ottomano in tale occasione, e in modo che non possa in alcun caso risultarne un diritto d’ingerenza per le alte Potenze.

Il signor conte Walewski ha proposto di inserire nel Trattato generale sul quarto punto la redazione seguente che gli sembra corrispondere alle istruzioni del Congresso.

«S. M. imperiale il Sultano nella sua costante sollecitudine pel ben essere di tutti i suoi sudditi senza distinzione di religione né di razza, avendo conceduto un firmano che consacra ugualmente le sue generose intenzioni verso le popolazioni cristiane del suo impero e volendo dare un nuovo attestato dei suoi sentimenti a questo riguardo, ha risoluto di comunicare alle Potenze contraenti il detto firmano spontaneamente emesso di sua volontà sovrana.

«E ben inteso che questa comunicazione di cui le Potenze contraenti riconoscono l’alto valore, non potrebbe in alcun caso dar diritto alle dette Potenze d’immischiarsi sia collettivamente, sia separatamente nei rapporti di S. M. il Sultano coi suoi sudditi, né nell'amministrazione interna del suo impero.»

I Plenipotenziari dell'Austria, della Gran Brettagna e della Turchia appoggiano la proposizione come corrispondente all’oggetto proposte. Aali Pascià aggiunge che non gli sarebbe possibile di ammettere verun’altra redazione che tendesse a conferire alle Potenze un diritto tale da limitare l’autorità sovrana della Sublime Porta.

I Plenipotenziari di Russia rispondono che questo punto merita un’attenzione particolare, e che non saprebbero esprimere la loro opinione prima di avere esaminato con cura la redazione posta in deliberazione: essi ne domandano il rinvio a una Commissione.

I Plenipotenziari di Francia e Gran Brettagna combattono la proposizione dei Plenipotenziari russi, fondandosi a vicenda i medesimi sulla stessa importanza della questione per cui si richiede che sia deliberala in pieno.

E deciso che la discussione avrà luogo in Congresso alla prossima seduta.

Il primo Plenipotenziario di Francia comunica gli articoli relativi alla Servia già redatti dalla Commissione dei Principati.

Sulla proposizione del signor conte di Clarendon il Congresso decide che questi articoli saranno inseriti nel presente protocollo, e ne rimette l'esame alla riunione seguente.

Cotesti articoli sono cosi concepiti:

Art. «Il Principato di Serbia continuerà sotte l’alto dominio della Sublime Porta conformemente agli Hatti imperiali che fissano e determinano i diritti e le immunità di cui esso gode.

«In conseguenza il dette Principato conserverà la sua amministrazione indipendente e nazionale, la piena libertà di culto, di legislazione, di commercio e di navigazione.

«I miglioramenti che potrebbero divenire necessari a farsi nelle istituzioni attuali del Principato di Serbia, non dovranno essere che il risultamento di un accordo tra la Sublime Porta e le alte Parti contraenti.»

Art. Il diritto di guarnigione della Porta, come trovasi stipulato da regolamenti anteriori, è mantenuto.»

Art. Trovandosi oramai la Serbia posta sotto la garanzia collettiva di tutti i Potentati, nessun intervento armato esclusivo potrà aver luogo sul suo territorio da parte di una o dell’altra delle Potenze contraenti.»

(Seguono le firme}.

PROTOCOLLO N.° XIV.

Seduta del 25 marzo 1836.

Presenti tutti i medesimi.

È letto ed approvato i! protocollo della tornata precedente.

I Plenipotenziari della Russia sono invitati a far parte al Congresso delle osservazioni che si sono riserbate di presentare sulla compilazione inserita nel protocollo N. 15, relativo al 4,°punto.

Il barone di Brunnow espone, che assicurando a' cristiani dell'impero Ottomano l’intiero godimento de' loro privilegi, si è dato alla pace una malleveria di più che non sarà la meno preziosa: che a cotesto titolo non si potrebbe abbastanza apprezzare l’importanza dell'Hatti-Sceritî recentemente emanalo dalla volontà sovrana del Sultano, che i Plenipotenziari della Russia non esitano a riconoscere, e sono inoltre lieti di dichiarare che quest’atto, ciascun paragrafo del quale attesta altamente le benevoli intenzioni del Sovrano che l’ha reso, manda ad effetto e sorpassa pur anche tutte le loro speranze, che sarà un rendere omaggio all’alta saviezza del Sultano, e render testimonio della sollecitudine che anima egualmente tutti i governi dell’Europa, il farne menzione nel Trattato di pace; che si è di accordo su questo punto, e che non si tratta più se non d’intendersi ne’ termini. Il signor di Brunnow aggiunge che l’interesse particolare, cui la Russia porta a' cristiani della Turchia, l’aveva determinata a dare il suo intiero assenso ad una prima redazione che pare pertanto abbia tollerato alcune obbiezioni, benché cotesta redazione, conformemente all’avviso del Congresso, facesse rimontare esclusivamente alla volontà sovrana e spontanea del Sultano l'alto che testé si è ricordato nel Trattato, e stipulasse che non poteva risultarne un diritto qualunque d’ingerenza. per verun Potentato.

Per riguardo, dice egli ancora, a suscettibilità che rispettiamo, noi dunque vi rinunciamo, e proponiamo al Congresso una compilazione che ci pare soddisfaccia a tutte le necessità, rimanendo ne’ limiti che ci son tracciati. Il barone di Brunnow dà lettura di cotale dichiarazione, che è cosi concepita:

«S. M. il Sultano, nella sua costante sollecitudine per il ben essere di tutti i suoi sudditi, senza distinzione né di religione né di razza, avendo largito un firmano, il quale consacra le sue generose intenzioni verso le popolazioni cristiane del Suo Impero, ha risoluto di portare il detto Firmano alla conoscenza delle Potenze contraenti.

«Le LL. MM. l’Imperatore de' Francesi, ecc. riconoscono l’alto valore di quest'atto spontaneo della volontà sovrana di S. M. il Sultano. Le dette LL. MM. accettano questa comunicazione come un nuovo pegno del miglioramento della sorte de' cristiani in Oriente, oggetto comune de' loro voti, nell’interesse generale dell’umanità, della civilizzazione e della pietà.

«Manifestando a tal riguardo l’unanimità delle loro intenzioni, le alte Parti contraenti dichiarano di comune accordo, che la comunicazione dell'atto sopramenzionato non potrebbe 1 dar luogo ad alcuna ingerenza collettiva o isolata, negli affari di amministrazione interna dell’impero Ottomano in pregiudizio dell'indipendenza e della dignità dell'autorità sovrana ne’ suoi rapporti con i suoi sudditi.»

Il primo Plenipotenziario della Francia, e dopo lui il conte di Clarendon fanno osservare che il progetto presentato da' Plenipotenziari della Russia non differisce essenzialmente da quello, a cui essi domandano che sia sostituito, e che insistendo, essi metteranno i Plenipotenziari della Turchia nell’obbligo di riferirne di nuovo a Costantinopoli e provocherebbero siffattamente altri aggiornamenti; che le differenze che si notano fra i due testi, hanno valore degno di occupare i! Congresso, ed in tal caso i Plenipotenziari della Russia dovrebbero precisarne il carattere e la natura; o se coteste differenze sono insignificanti; come si può credere ad una semplice lettura, ed allora però converrebbe stare alla compilazione che già ha ottenuto il gradimento del governo Ottomano, principal interessato nella quistione.

Il conte Orloff risponde che, d’accordo col barone di Brunnow, e prendendo in considerazione i motivi enunciati da' Plenipotenziari della Francia e della Gran Brettagna, rinuncia dal far accogliere il progetto presentato dal secondo Plenipotenziario della Russia, e si rannoda a quello che è stato presentato dal signor conte Walewski, domandando tuttavia un leggiero cambiamento, salvo l’approvazione della sua Corte.

Lord Cowley dice ch'egli non può lasciar passare le espressioni, di cui si è servito il barone di Brunnow parlando dell’interesse particolare che la Russia porta a(1) sudditi cristiani del Sultano, e che l'interesse che gli altri Potenti cristiani non han cessato di lor testimoniare, non è men grande, né meno particolare.

Il barone di Brunnow risponde che ricordando le disposizioni di cui la sua Corte è stata sempre animata, egli non ha inteso rivocare in dubbio o contrastare quelle degli altri Potentati per i loro correligionari.

Dopo aver dichiarato che le sue istruzioni non gli permettono di aderire ad alcuna modificazione senza prendere gli ordini del suo governo, Aall'Bascià, riconoscendo che il cangiamento domandato dal conte Orloff consiste in una semplice trasposizione di parole, vi dà il suo assenso ed il Congresso approva la seguente compilazione divenuta definitiva, salvo la riserva fatta più sopra dal primo Plenipotenziario della Russia.

«S. M. Imperiale il Sultano, ecc. » (V. art. 9 del Trattato generale).

Il conte Walewski dice che avendo lo stato di guerra invalidato i trattati e le convenzioni che esistevano tra la Russia e le altre Potenze belligeranti, occorre convenire intorno ad una stipulazione transitoria che fissi i rapporti commerciali dei loro sudditi rispettivi a datare dalla conclusione della pace.

Il conte di Clarendon emette l’avviso che converrebbe stipulare mutualmente, per il commercio e per la navigazione, il trattamento della nazione più favorita, aspettando che ciascuna Potenza alleata possa rinnovare con la Russia i suoi antichi trattati, o negoziarne altri.

I Plenipotenziari della Russia rispondono essere a tale proposito senza istruzioni, e che non sarebbe loro permesso prendere impegni che creino uno stato di cose differente da quello esistente prima della guerra, e che prima di prestarsi alla combinazione proposta dal conte di Clarendon, dovrebbero riferirne alla loro Corte; che la Russia ha conchiuso altronde cogli Stati limitrofi trattati i quali accordano ai sudditi rispettivi vantaggi che forse non le converrebbe concedere anche temporaneamente ai sudditi di altri Potentati, atteso che potrebbe non risultarne una giusta reciprocità; e per tali motivi propongono di convenire che i trattati e le convenzioni esistenti prima della guerra, saranno rimessi in vigore in un termine determinato e sufficiente per permettere alle Parti di concertarsi intorno a nuove stipulazioni.

Riserbala la quistione, il conte di Clarendon dice, che chiamando la Turchia a far parte del sistema politico dell’Europa, i Potentati contraenti darebbero segnalata testimonianza delle disposizioni che li uniscono e della loro sollecitudine per gli interessi generali dei loro sudditi rispettivi. se cercassero d’intendersi nello scopo di mettere i rapporti del loro commercio e della loro navigazione in armonia con la nuova posizione che sarà data all’impero Ottomano.

Il conte Walewski appoggia codesto avviso, e si fonda sui nuovi principii che saranno per derivare dalle deliberazioni del Congresso, e sulle garanzie che i recenti provvedimenti presi dal governo del Sultano danno all'Europa.

Il conte di Cavour fa osservare che nessun Potentato possiede una legislazione commerciale più liberale di quella della Turchia, e che l’anarchia che regna nelle transazioni o meglio nelle relazioni personali degli stranieri residenti nell’impero Ottomano, ha origine da stipulazioni nate da una situazione eccezionale.

Il barone di Manteuffel dice che la Prussia avendo a veto a negoziare un trattato di commercio con la Porta, ha avuto occasione di provare le difficoltà di ogni genere cui dà luogo la moltiplicità delle convenzioni conchiuse con la Turchia, stipulando per ciascun Potentato il trattamento della nazione più favorita.

Il conte di Buol riconosce. che taluni vantaggi ne verrebbero dal regolamento delle relazioni commerciali della Turchia con gli altri Potentati; ma differendo gli interessi con le rispettive situazioni, non si può procedere se non con molta circospezione ad un rimpasto che toccherebbe certe posizioni acquistate, le quali rimontano ai primi tempi dell’impero Ottomano.

Aali Pascià attribuisce tutte le difficoltà che impacciano le relazioni commerciali della Turchia e l’azione del governo Ottomano a stipulazioni che già han compito lor tempo. Egli entra ne’ particolari che stabiliscono che i privilegi acquistati con capitolazioni dagli Europei, nuocciono alla loro propria sicurezza e allo sviluppo delle loro transazioni, restringendo l’intervento dell'amministrazione locale; che la giurisdizione,sotto la quale gli agenti stranieri cuoprono i loro nazionali, costituisce una moltiplicità di governi nel governo e per conseguenza un ostacolo insormontabile ad ogni miglioramento.

Il barone di Bourqueney e con lui gli altri Plenipotenziari riconoscono, che le capitolazioni rispondono ad una situazione alla quale il trattato di pace tenderà necessariamente a metter fine. e che i privilegi da esse stipulati per le persone circoscrivono f autorità della Porta in limiti dispiacevoli; che occorre avvisare a temperamenti atti a conciliar tutto; ma che non è meno importante di proporzionarli alle riforme che la Turchia introduce nella sua amministrazione, in modo che si combinino le garanzie necessarie agli stranieri con quelle che nasceranno dai provvedimenti, la cui applicazione si prosegue dalla Porta.

Scambiate questo spiegazioni, i Plenipotenziari riconoscono unanimemente la necessita di rivedere le stipulazioni che fissano i rapporti commerciali della Porta con gli altri Potentati, come pure le condizioni degli stranieri residenti in Turchia; e decidono di trascrivere nel presente protocollo il volo che sia aperta una deliberazione a Costantinopoli, dopo la conchiusione della pace, tra la Porta e i Rappresentanti degli altri Potentati contraenti, per raggiungere questo doppio scopo in modo che si dia piena soddisfazione a tutti gli interessi legittimi.

Il Congresso ripiglia la discussione degli articoli relativi alla Serbia; il conte Walewski ne dà lettura, e dopo essere stati ritoccali, vengono accettati dal Congresso ne’ termini seguenti.

V. art. 28 e 29 del Trattato — meno l'ultima parte delI'art. 28, che più non si legge, e fu cosi concepita:

«S.?I. il Sultano s'impegna a ricercare, di accordo con le alte Parti contraenti, i miglioramenti che comporta l’attuale ordinamento del Principato».

Il Congresso decide inoltre che i ministri della Porta si intenderanno a Costantinopoli con i rappresentanti delle alla Potenze contraenti, sui mezzi più atti a metter termine agli abusi provati dietro investigazione, la cui natura essi determinarono tra di loro.

Il conte di Buol pensa che sarebbe utile, in occasione dei differenti punti di cui il Congresso si è occupato, di ottenere dai Plenipotenziarii della Russia, a proposito del Montenegro, assicurazioni che verisimilmente son disposti a dare. Aggiunge, che circostanze, le quali rimontano a tempi diversi, han potuto far credere che la Russia intendeva esercitare in quella provincia un’azione che avesse qualche analogia con quella che le era stata devoluta nelle provincie danubiane, e che i suoi Plenipotenziari porrebbero togliere tutti i dubbii intorno a ciò, con una dichiarazione che rimarrebbe inserita nel protocollo.

I Plenipotenziari della Russia rispondono che non è stata fatta menzione del Montenegro né ne’ documenti che sono usciti dalle conferenze di Vienna, né negli atti che han preceduto la riunione del Congresso; che non ostante essi non esitano a dichiarare, sendo interpellati, che il loro Governo altri rapporti non mantiene col Montenegro, se non quelli che nascono dalle simpatie de' Montenegrini per la Russia e dalle disposizioni benevoli della Russia per que’ montanari.

Questa dichiarazione si giudica soddisfacente, ed il Congresso passa all’esame degli articoli sopra i Principati Danubiani, che sono stati rivisti dalla Commissione di redazione.

Dopo essere stati soggetto di novella discussione, essi rimangono nel protocollo nel tenor che segue (V. art. 25-27 del Trattato).

Dietro un’osservazione presentata dal conte di Clarendon rimane intese che il firmano prescrivente la convocazione di Divani ad hoc sarà concertato con i rappresentanti delle Potenze contraenti a Costantinopoli, e compilato in modo che provvegga all’intiera esecuzione dell'articolo, il quale determina la composizione di coteste Assemblee.

Prima di chiuder la tornata il conte Walewski fa osservare che, sendo stati stabiliti la più parte degli articoli del Trattato generale, e trovandosi inseriti ne’ protocolli, il Congresso nella prossima Adunanza potrà passare m rivista tutti i testi destinati a comporre l’istrumento finale.

(Seguono le firme.)

PROTOCOLLO N.° XV.

Tornata del 27 marzo 1856.

Presenti i medesimi.

Sendo stata data lettura del protocollo della tornata precedente, i Plenipotenziari dell'Austria, della Gran Brettagna e della Turchia dichiarano considerare le spiegazioni date dai Plenipotenziari della Russia relativamente al Montenegro, come producenti l’assicurazione che la Russia non mantiene con quella provincia relazioni di carattere esclusivamente politico.

Aali Pasciâ aggiunge che la Porta riguarda il Montenegro come parte integrante dell’impero Ottomano dichiara tuttavia che la Sublime Porta non ha intenzione di mutare l'attuale stato delle cose. Uopo queste spiegazioni il protocollo è letto ed approvalo.

Il conte Walewski dà una generale e definitiva lettura di tutte le stipulazioni approvate dal Congresso, le quali trovansi successivamente inserite nel presente protocollo, dopo aver ricevuto alcune modificazioni convenute di comune accordo:

«Le LL. MM., ecc., animate dal desiderio, ecc., ecc,» (V. il Trattato dal preambolo sino all’art. 14).

PROTOCOLLO N.° XVI.

Tornata dei 27 marzo 1856.

Presenti i medesimi.

Il Protocollo della tornata precedente è letto ed approvato.

Il conte Walewski dà lettura del progetto di convenzione destinato a surrogare Patto sottoscritto a Londra il 15 luglio 1841.

Questo progetto è accolto, e il Congresso decide che sarà annesso al presente protocollo.

Il Congresso decide inoltre che un protocollo particolare, il quale sarà sottoscritto prima di questa convenzione, stipulerà, pel termine necessario allo sgombro dei territorii dagli eserciti belligeranti, un’eccezione temporanea alla regola della chiusura.

Il conte Walewski ripiglia la lettura degli articoli del Trattato generale, interrotta sulla fine della precedente tornata: i quali articoli sono successivamente approvati come segue:

Art. 15—16 (Vedi il Trattato).

All’articolo 16:

I Plenipotenziari della Turchia dichiarano che la Sublime Porta farà volontieri le necessario anticipazioni per l’eseguimento di lavori di cui si fa menzione nell’articolo superiore.

Rivedendo quest'ultimo articolo (il 28) il Congresso stabilisce che la decisione, la quale si fa seguito nel protocollo N. 14, è mantenuta.

Art. 29—50 (Vedi il Trattato).

Il primo Plenipotenziario della Francia dice, ch’egli giunse all’articolo che stipula lo sgombro del territorio Ottomano dagli eserciti delle Potenze alleate. Egli fa osservare che le convenzioni anteriori conchiuse con la Porta fissano a tal effetto termini che, a ragione dello sviluppo preso dalla guerra, sono divenuti materialmente insufficienti per lo sgombro delle truppe e del materiale, riuniti in questo momento in Crimea. Aggiunge che lo sgombro comincierà tosto che la pace sarà conchiusa, e che è intenzione della Francia e di tutti i suoi alleati di richiamare il suo esercito nel più breve termine possibile, ma che cotesta operazione non esigerà meno di 6 mesi: che quindi gli alleati della Porta si troveranno nell'impossibilità. qualunque sia il loro desiderio di conformarvisi, di eseguire nel termine convenuto gl’impegni che han preso su tal punto, e che però occorre d’intendersi su questo.

In conseguenza di cotali osservazioni il Congresso decide che si riunirà immediatamente dopo la conchiusione della pace, per convenire intorno agli accomodi che si dovran prendere per fissar i termini in cui lo sgombro dovrà essere compito.

L’approvazione degli ultimi articoli del Trattato generale è rinviata alla prossima adunanza.

Il progetto della Convenzione da conchiudersi tra la Russia e la Turchia, e che si trova unito col protocollo N. 10, essendo stato riveduto, è accolto, e rimane stabilito nel modo ch’egli si trova annesso al presente protocollo.

(Seguono le firme.)

Seguono le Convenzioni per i legni leggieri e quelle per gli Stretti. (Vedi a pag. 10 e 11).


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PROTOCOLLO N° XVII.

Tornata del 28 marzo 1856.

Presenti i medesimi.

Il protocollo della precedente tornata è letto ed approvato.

Il conte Walewski dà lettura degli ultimi articoli del Trattato generale, i quali sono stabilili ed accolli dal Congresso in questi termini:

Art. 51 al 54 (il Trattato).

Il Congresso inoltre decide che il Trattato finirà coll’articolo addizionale e transitorio che segue (V. il Trattato).

Sendo stati letti ed approvati tutti gli articoli, il conte Walewski propone al Congresso di riunirsi domani per contrassegnare il Trattato e le convenzioni che vi saranno annesse. Egli propone anche che si fissi per domenica 30 di questo mese la sottoscrizione della pace.

Il Congresso aderisce.

Il conte Walewski fa finalmente osservare che sottoscrivendo il Trattato di pace, il Congresso non sarà arrivato al termine di quei lavori; ch’esso dovrà continuare a riunirsi per esser di accordo in tutto ciò che concerne la cessazione delle ostilità e particolarmente i blocchi; per preparare le istruzioni a darsi alla Commissione che deve recarsi ne’ Principati, e per convenire finalmente sulle disposizioni che devonsi prendere per assicurare lo sgombro di tutti i territorii occupati dalle armi delle Potenze alleate,

In conseguenza il Congresso decide che continuerà ad adunarsi nel luogo delle sue tornate.

(Seguono le firme.)

PROTOCOLLO N.° XVIII.

Seduta del 29 marzo 1856.

Presenti tutti.

Jl protocollo della seduta precedente è letto ed approvato.

Viene successivamente data lettura:

1.° Del Progetto del Trattato generale.

2.° Del Progetto della convenzione degli Stretti.

3.° Del Progetto di convenzione relativo ai bastimenti leggieri da guerra che le Potenze littorali manterranno nel Mar Nero.

4.° Del Progetto di convenzione concernente le isole di Aland.

Ed i Plenipotenziari dopo avere sostituito il nome di Isatcha a quello di Toultecha; all’articolo XVI del primo di questi progetti, avendoli trovati conformi ai testi inserti nei protocolli N.ri XV, XVI e XVII, li contrassegnano e rinviano per la firma, come convennero, a domani a mezzogiorno.

Il presente protocollo è letto ed approvato.

(Seguono le firme.)

(Certificato conforme all’originale)

PROTOCOLLO N.° XIX.

Seduta del 50 marzo 1856.

Presenti — i Plenipotenziari d’Austria, di Francia, della Gran Brettagna, di Prussia, di Russia, di Sardegna, della Turchia.

Riuniti all'ora di mezzodì, nella sala delle loro deliberazioni, i Plenipotenziari collazionano sugli instrumenti contrassegnati nella precedente ceduta:

1.° Il Trattato generale di pace;

2.° La Convenzione degli Stretti;

3,° La Convenzione relativa ai bastimenti di guerra leggieri che le Potenze littorali manterranno nel Mar Nero.

4.° La Convenzione concernente le isole d’Aland.

E tutti questi atti essendo stati trovati in debita forma, i Plenipotenziari vi appongono la loro firma, ed il sigillo delle loro armi.

Dopo del che, e sulla proposizione del conte Walewski, il Congresso dichiara che l’armistizio, in conseguenza della segnatura della pace,ei trova prorogato sino ai momento dello scambio delle ratifiche, e si conviene tra i Plenipotenziari della Francia, della Gran Brettagna, della Sardegna e della Turchia da una parte, e i Plenipotenziari della Russia dall’altra parte, che ordini saranno trasmessi a tal effetto senza ritardo.

Il Congresso decide inoltre che lo scambio delle ratifiche avrà luogo in sei esemplari che le ratifiche dell’articolo addizionale al Trattato generale si faranno unitamente al 'Trattato generale stesso, e che le ratifiche di questo Trattato e di ciascuna delle su Convenzioni annesse saranno consegnate in atti separati.

Il conte di Clarendon propone a' Plenipotenziari di recarsi alle( )Tuilleries per informare l’Imperatore, che il Congresso ha terminato l'opera di pacificazione, alla quale S. M. portava un grande interesse, e che l'Europa attendeva con si viva impazienza.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna. dice ch a questo procedere verso il Sovrano del paese dove il Congresso si si trova riunito è ad un tempo un omaggio rispettoso di riconoscenza dovuto all’alta benevolenza, alla graziosa ospitalità, di cui i Plenipotenziari individualmente e collettivamente sono stati oggetto da parte di S. M. Imperiale. Lord Clarendon aggiunge esser certo anticipatamente che tutto ciò che sarebbe di natura da testimoniare sentimenti di rispetto e di alta considerazione; di cui i Plenipotenziari sono animati verso la persona dell’imperatore Napoleone, incontrerà la piena approvazione da’ Sovrani che i Plenipotenziari hanno l’onore di rappresentare.

Il Congresso accoglie con sollecita unanimità la proposta del primo Plenipotenziario della Gran Brettagna.

Il conte Walewski ringrazia il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna della proposta da lui fatta, e non esita ad assicurare che l’Imperatore suo augusto Sovrano sarà molto sensibile al procedere suggerito da lord Clarendon e non meno riconoscente dei sentimenti che l’hanno dettato, che della premura unanime con la quale è stato aggradito.

Il presente protocollo è letto ed approvato.

(Seguono le firme).

PROTOCOLLO N.° XX.

Tornata del 2 aprile 1856.

Presenti i medesimi.

Siccome era stato deciso, il Congresso si occupa della quistione, se mai i blocchi possano esser tolti prima dello scambio delle ratifiche del Trattato di pace.

Il conte Walewski espone che i precedenti stabiliscono che generalmente i blocchi non sono stati tolti se non al momento dello scambio delle ratifiche, pel principio che la guerra non si reputa terminata che ai momento in cui le stipulazioni che devono mettervi lino hanno ricevuto la consecrazione dei Sovrani; che lo spirito di liberalità, il quale a' nostri di esercita si felice influenza sul diritto internazionale e sulle relazioni che i diversi Potentati mantengono tra loro, permette nullameno di derogare a cotal regola; che la Francia e la Gran Brettagna, le quali han posto i blocchi esistenti, si sono intese per dare in cotesta congiuntura un segno della loro sollecitudine pel commercio in generale, e che quindi più non rimane che ad accordarsi su’ mezzi atti ad assicurare all'Europa cotesto nuovo benefizio.

D’accordo col primo Plenipotenziario di Francia, il conte di Clarendon propone di conchiudere un armistizio marittimo. Questo provvedimento, secondo lui, avrebbe per effetto che sieno tolti immediatamente i blocchi esistenti.

Il conte Walewski aggiunge, che questa combinazione permetterebbe di considerare le prede fatte posteriormente alla sottoscrizione della pace, come non avvenute, e di restituire i legni ed i carichi catturati; che il commercio si troverebbe siffattamente autorizzato a riprendere senz’altro ritardo tutte le suo transazioni, se la Russia da sua parte togliesse fin d’ora i provvedimenti eccezionali che ha preso durante la guerra, per interdire ne’ suoi porti le operazioni commerciali che si facevano durante la pace.

Accogliendo con premura i voli espressi dai Plenipotenziari della Francia e della Gran Brettagna, i Plenipotenziari della Russia rispondono che la proposta sottomessa al Congresso sarà verosimilmente accettata con molto favore dal loro governo; ch’essi quindi si fan premura di aderirvi per le stesse ragioni che l’han suggerita i Plenipotenziari che ne han preso l’iniziativa; ma ch’essi si trovano nell’obbligo di riferirla all’approvazione della loro Corte.

I Plenipotenziari delle altre Potenze dichiarano che questo provvedimento sarà accolto con sentimento di viva riconoscenza dagli Stati neutri.

In conseguenza si decide, che se nella prossima tornata, como essi presumono, i Plenipotenziari della Russia sono autorizzati a far sapere che il loro governo ha tolto le proibizioni imposte davanti la guerra al commercio d’importazione e d’esportazione nei porti e sulle frontiere dell’impero Russo, sarà conchiuso tra la Francia, la Gran Brettagna, la Sardegna e la Turchia da una parte, e la Russia dall’altra, un armistizio marittimo che conterà a datare dalla sottoscrizione della pace, e che avrà per effetto di togliere tutti i blocchi. Per conseguenza le prede fatte posteriormente alla data del 30 marzo passato, saranno restituite.

Gli atti consolari e le formalità richieste da' naviganti e commercianti saranno adempiti provvisoriamente dagli Agenti dei Potentati che han consentito durante la guerra a prender cura officiosamente degli interessi de' sudditi degli Stati belligeranti.

(Seguono le firme).

PROTOCOLLO N.° XXI.

Tornata del 4 aprile 1856.

Presenti i medesimi.

Il protocollo della tornata precedente ê letto ed approvato.

I Plenipotenziari della Russia annunciano che sono autorizzati a dichiarare, che i provvedimenti proibitivi presi durante, la guerra per chiudere i porti russi al commercio d’esportazione sono tolti.

In seguito di questa dichiarazione e conformemente alla risoluzione presa nella precedente riunione, il Congresso decreta che è conchiuso un armistizio marittimo ira la Francia, la Gran Brettagna, la Sardegna e la Turchia da una parte, e la Russia dall’altra, e che le prede fatte posteriormente alla sottoscrizione della pace saranno restituite.

È convenuto in conseguenza che saranno dati ordini perché vengano immediatamente tolti i blocchi esistenti, ed i provvedimenti presi in Russia durante la guerra contra la esportazione de’ prodotti russi, e segnatamente quella sui cereali, saranno parimente senza ritardo rivocati. Dopo aver proposto al Congresso di occuparsi dello sgombro dei territori russo ed ottomano, il conte Walewski dice che in ciò che concerne gli alleati, è loro intenzione, come hanno già assicurato, che senza ritardo sieno richiamate le loro truppe, e sieno dati ordini, affinché questo movimento cominci immediatamente dopo lo scambio delle ratifiche. Egli pensa, e crede poter assicurare, che i territori della Russia saranno interamente sgombri tra sei mesi. Aggiunge che gli eserciti alleati lasceranno nello stesso termine le posizioni che occupano in Turchia.

I Plenipotenziari della Russia assicurano dal loro lato che saran date disposizioni perché le truppe russe che si trovano a Kars e suoi dintorni, effettuino più presto il meglio la loro ritirata sul territorio russo. Eglino s'impegnano di far conoscere al Congresso in una delle sue prossime riunioni il termine che sarà giudicato necessario alla pronta esecuzione di cotesta operazione; ed esprimono il desiderio che gli eserciti alleati che sono in Crimea, comincino il loro movimento di ritirata da Kertch e lenikalé, affinché il mare di Azoff si trovi al più presto aperto alla navigazione ed al commercio.

Il conte Buol si felicita della premura, di cui rendono testimonianza le Potenze belligeranti, di richiamare i loro eserciti, e di eseguire siffattamente senza ritardo una delle più importante stipulazioni del Trattato di pace. Egli dice che da sua parte l’Austria avrà cura di far rientrare nel suo territorio quelle delle sue truppe che occupano i Principati. Aggiunge che non incontrando quest'operazione le stesse difficoltà che solleva l’imbarco degli eserciti che sono in Crimea e del loro materiale, essa potrà esser compita più prontamente, e che le truppe austriache avranno sgombrati i Principati prima che gli eserciti belligeranti abbiano potuto da parte loro completamente sgombrare l’impero Ottomano.

Dopo tali spiegazioni si è unanimamente convenuto, che tutti gli eserciti belligeranti e alleati cominceranno il loro movimento li ritirata immediatamente dopo lo scambio delle ratifiche del Trattato di pace, e che lo continueranno senza interruzione. Si è pur convenuto che gli eserciti della Francia, della Gran Brettagna e della Sardegna avranno un termine di sei mesi per effettuare lo sgombro totale de’ territori che occupano in Russia e nell’impero Ottomano: questo comincerà per quanto è possibile da Kertch., lenikalé, Kinburn ed Eupatoria.

Stipulando i trattati conchiusi a Costantinopoli il 12 marzo 1854 e il 15 marzo 1855, tra la Francia, la Gran Brettagna, la Sardegna e la Turchia, che dopo la pace il territorio dell’impero Ottomano sarà sgombro nello spazio di 40 giorni ed essendo divenuto impossibile materialmente cotesto impegno inseguito dello sviluppo preso dalla guerra, si è convenuto che saranno inviate istruzioni e facoltà a' rappresentanti della Francia, della Gran Brettagna e della Sardegna a Costantinopoli, perché abbiano a conchiudere una convenzione con la Porta per fissare un nuovo termine, che non potrà eccedere quello di 6 mesi.

Il Congresso decide in seguito che i Commissari, i quali secondo l’art. 20 del Trattato di pace devono procedere a delineare la nuova frontiera in Bessarabia, dovranno riunirsi a Galatz il 6 del prossimo marzo, e adempiere senza ritardo alla missione che sarà loro affidata.

I Plenipotenziari della Russia dichiarano che le autorità russe rimetteranno, quando quest’operazione sarà finita, alle autorità moldave la parte di territorio che secondo il nuovo limite dovrà essere annessa alla Moldavia. Rimane inteso che cotesta cessione ha luogo in cambio e coinciderà con lo sgombro de’ territorii russi fatto dalle armi alleate.

Il conte di Clarendon fa osservare che per affrettare lo sgombro dalla Crimea, sarebbe utile che i legni delle Potenze alleate potessero liberamente penetrare nel porto di Sebastopoli: cotesta facilitazione, secondo pensa il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna, anticiperebbe l’imbarcazione degli uomini e del materiale di parecchie settimane.

I Plenipotenziari della Russia rispondono che a tal uopo domanderanno gli ordini della loro Corte.

Il conte Walewski dice che occorre occuparsi delle istruzioni per i Commissari che saranno incaricali di recarsi ne"Principati per far inchiesta, secondo il voto dell’art. 25 del Trattato di pace, sullo stato attuale di quelle provincie e proporre le basi del loro futuro ordinamento. Egli espone che queste istruzioni potrebbero esser concepite in termini generali; che fissando l’oggetto della missione de' Commissari, quale è stato definito dal Trattato medesimo, esse devono lasciar loro la latitudine necessaria per illuminarsi e mettersi in istato di adempiere completamente e soddisfacentemente all’incarico che sarà loro confidato.

Gli pare che quest’opinione possa essere tanto più gradita at Congresso in quanto il Firmano, prescrivendo la convocazione de' Divani ad hoc, dev'essere, come stabilisce il protocollo N. 15, combinato con i rappresentanti delle Potenze contraenti a Costantinopoli e compilato in modo che provvegga all’intiera esecuzione dell’articolo del Trattato che determina la composizione di quelle assemblee. Egli pensa finalmente che la compilazione di coteste istruzioni, la quale non potrebbe esser preparala dal Congresso, debba esser affidata a una Commissione presa dal suo seno.

Il Congresso aderisce, e la Commissione è composta del primo Plenipotenziario della Turchia, e de' secondi Plenipotenziari della Francia e della Gran Brettagna.

Dopo nuovo esame, giudicando utile modificare ciò che aveva deciso sullo stesso soggetto nella sua tornata del 50 marzo, il Congresso prende la seguente risoluzione:

Nelle ratifiche del Trattato generale, questo sarà seguito testualmente e in extenso dell’articolo addizionale e delle tre convenzioni annesse; ma la ratificazione sarà fatta sul Trattato generale e sullo articolo addizionale nei seguenti termini:

«Noi.... avendo veduto ed esaminato il detto Trattato e il detto articolo addizionale e transitorio, li abbiamo approvati ed approviamo in tutte le singole disposizioni che contengono. ecc ecc.». Coteste ratificazioni saranno scambiate in sei esemplari per ciascun Potentato contraente.

La convenzione intorno a' legni leggieri sarà ratificata tra la Porta e la Russia.

La convenzione intorno agli Stretti sarà ratificata tra la Porta da una parte, la quale dovrà presentare sei esemplari, e gli altri Potentati, che non avendo a scambiare ratificazioni tra loro, avranno solo a ratificare con la Porta, e per conseguenza avranno a. presentare un solo esemplare.

La convenzione di Aland sarà ratificata tra la Francia e l’Inghilterra da una parte, le quali dovranno produrre ciascuna un esemplare per la Russia, e dall'altra la Russia, che dovrà produrre due esemplari.

(Seguono le firme).

PROTOCOLLO N° XXII

Seduta delli 8 aprile 1856.

Presenti tutti.

Il protocollo della seduta precedente è letto ed approvato.

Il conte Clarendon ricorda che, nell’ultima riunione, e siccome tutti i Plenipotenziari non erano ancora in grado di acconsentire ad altre proposte, il Congresso si era limitato a convenire che il blocco fosse tolto. Annunzia che i Plenipotenziarii della Gran Brettagna sono autorizzati a dichiarare che le decisioni restrittive imposte, in occasione della guerra, al commercio ed alla navigazione, saranno rivocate.

I Plenipotenziarii della Russia avendo rinnovata la analoga dichiarazione già fatta nella seduta delli 4 aprile, e tutti gli altri Plenipotenziarii avendo emesso un parere favorevole, it Congresso decide che tutte indistintamente le misure prese al principio od in vista della guerra, ed aventi per oggetto di sospendere il commercio e la navigazione collo Stato nemico sono abrogate, ed in tutto ciò che è relativo sia alle transazioni commerciali, non escluso il contrabbando di guerra, sia le spedizioni delle merci ed il trattamento dei bastimenti di commercio, le cose sono ristabilite ovunque, a far data di questo giorno, sul piede in cui erano prima della guerra.

I Plenipotenziarii russi annunziano che ricevettero l'ordine di dichiarare, in risposta alla domanda loro fattane, che il porto di Sebastopoli sarà aperto alle navi delle Potenze alleate, onde affrettare l’imbarco delle loro truppe e del materiale.

Aggiungono che le istruzioni loro pervenute permettono ad etsi di assicurare che lo sgombro dell’armata russa dal territorio ottomano in Asia comincierà immediatamente dopo lo scambio delle rattifiche; che si porrà mano, appena la stagione e le strade lo permettano, al trasporto dei magazzeni e del materiale di guerra, e che il movimento generale dell'armata russa si opererà nel medesimo tempo, in cui avrà luogo quello degli alleati, e terminerà nella stessa epoca e nei termini fissati per lo sgombro degli altri territorii.

A nome della Commissione incaricata dalla redazione, il barone di Bourqueney dà lettura di un progetto d’istruzioni destinate ai Commissarii che dovranno recarsi nei Principati, a tenore dell’articolo 23 del Trattato di pace.

Il conte Clarendon osserva che il Congresso s’è proposto, prima d’ogni cosa, trattando delle Provincie Danubiane, di provocare l’espressione libera del voto delle popolazioni, e che questo disegno non potrebbe effettuarsi se gli Ospodari rimanessero in possesso dei poteri di cui dispongono, e che sarebbe forse necessario di cercare una combinazione capace di assicurare una completa libertà ai Divani al proposito.

Il primo Plenipotenziario dell’Austria risponde che non debbesi toccare all’amministrazione in un momento di crisi come quello nel quale si troveranno i Principati, che col massimo riserbo, e che sarebbe compromettere tutto, qualora si sciogliessero i poteri pria che altri fossero costituiti. e che è alla Porta, in ogni caso, che il Congresso dovrebbe lasciar la cura dei mezzi che giudicherebbe necessarii.

Aali Pascià espone che l’attuale amministrazione non offre forse tutte le garanzie che il Congresso desidera; ma che sarebbe esporsi a cadere nell’anarchia, se si tentasse di escire dall'ordine legale.

Lord Clarendon fa presente che non è sua intenzione di proporre il rovesciamento di tutti i poteri; e unito ad altri Plenipotenziari, rammenta che l’autorità degli attuali Ospodari è presso a toccare il termine stabilito dagli accordi che loro l’hanno affidata, e che per rimanere nella legalità è precisamente il caso di riflettere ai mezzi.

Altri Plenipotenziarii rammentano pure che la legge organica prevede il caso della interruzione dei poteri degli Ospodari.

In seguito a queste spiegazioni, il Congresso decide di riferirsi alla Sublime Porta che si appiglierà, se sarà il caso, allo spirar del potere degli Ospodari attuali, ai mezzi necessari e proprii ad attuare le intenzioni del Congresso, combinando la libera espressione dei voti dei Divani col mantenimento dell’ordine, e col rispetto dello stato legale.

Sulla proposizione dei primi Plenipotenziari della Gran Brettagna e della Francia, e per prevenire ogni conflitto, o discussioni disgraziose, si convenne pure che il firmano, che debbo ordinare la convocazione dei Divani ad hoc, fisserà le norme da seguirsi in quanto concerne la presidenza di queste Assemblee, ed il modo delle loro deliberazioni.

Dopo aver prese queste risoluzioni, il Congresso adotta, con alcune modificazioni, le instruzioni, delle quali il barone Bourqueney ha presentato il progetto, e che sono annesse al presente protocollo.

Il conte Walewski dice ch’egli è a desiderare che i Plenipotenziarii, prima di dividersi, scambino le loro idee sui differenti soggetti ch’esigono delle risoluzioni, e di cui potrebbe essere utile occuparsi, affin di prevenire nuove complicazioni. Quantunque riunito specialmente per regolare la questione d'Oriente, il Congresso, secondo il primo Plenipotenziario della Francia, potrebbe rimproverare a sé stesso di non avere approfittato della circostanza che mette in presenza i rappresentanti delle principali Potenze dell’Europa, per dilucidare talune questioni, emettere infine talune deliberazioni, sempre e unicamente nello scopo di assicurare per l’avvenire il riposo del mondo, col dissipare, pria che non sieno divenute minacciose, le nubi che tuttora si veggono a spuntare sull’orizzonte politico.

«Non si potrà disconvenire (dice egli) che la Grecia non sia in una situazione anormale. L’anarchia, alla quale è stato abbandonato questo paese, ha obbligato la Francia e l'Inghilterra a inviar delle truppe al Pireo, in un momento in cui le loro armate non mancavano di essere occupate. Il Congresso sa in quale stato fosse la Grecia; esso non ignora altresì che quello in cui trovasi oggidì è lontano dall’essere soddisfacente. Non sarebbe quindi utile che le Potenze rappresentate al Congresso manifestassero il desiderio di vedere le tre Corti protettrici prendere in matura considerazione la situazione deplorabile del regno che esse hanno creato, avvisando ai mezzi di provvedervi?»

Il conte Walewski non dubita punto che lord Clarendon non si unisca a lui per dichiarare che i due Governi attendono con l'impazienza il momento in cui sarà loro permesso di far cessare un occupazione, alla quale frattanto essi non saprebbero metter termine senza seriissimi inconvenienti, sino a che non saranno apportate delle modificazioni reali allo stato delle cose in Grecia.

Il primo Plenipotenziario della Francia rammenta in seguito che gli Stati Pontificii sono ugualmente in una situazione anormale; che la necessita di non abbandonare il paese in preda all'anarchia ha determinato la Francia, non che l’Austria, ad acconsentirà alla domanda della Santa Sede, facendo occupar Roma dalle sue truppe, nell'atto che le truppe austriache occupavano le Legazioni.

Egli espone che la Francia aveva un doppio motivo di deferire senza esitazione alla dimanda della Santa Sede: come potenza cattolica, e come potenza europea. Il titolo di figlio primogenito della Chiesa, di cui il Sovrano della Francia si gloria fece un dovere all'Imperatore di prestar aiuto e sostegno al sovrano Pontefice. La tranquillità degli Stati Pontificii, e quella di tutta l’italia, tocca troppo da vicino il mantenimento dell'ordine d'Europa, perché la Francia non abbia un interesse maggiore a concorrervi con tutti i mezzi che ha in suo potere. Ma dall’altro canto non si porrebbe disconoscere ciò che v’ha di anormale nella situazione di una Potenza che per mantenersi ha bisogno di esser sostenuta da truppe straniere.

Il conte Walewski non esita punto di dichiarare, e spera che il conte Buol si associerà a tale dichiarazione, che non solamente la Francia è pronta a ritirar le sue truppe, ma che affretta con tutti i suoi voli il momento in cui essa lo potrà fare senza compromettere la tranquillità interna del paese e l'autorità del Governo Pontificio, alla prosperità del quale l'imperatore suo augusto sovrano non cesserà mai di prender il più vivo interessamento.

Il primo Plenipotenziario della Francia rappresenta come egli è a desiderare, nell'interesse dell’equilibrio europeo, che il governo romano si consolidi abbastanza fortemente perché le truppe francesi ed austriache possono sgomberare senza inconvenienti gli Stati Pontificii, ed egli crede che un voto espresso in questo senso potrebbe non essere senza utilità. Egli non dubita, in ogni caso, che le assicurazioni che sarebbero date dalla Francia e dall’Austria circa le loro intenzioni a questo riguardo non producano dappertutto un’impressione favorevole.

Proseguendo lo stesso ordine d’idee, il conte Walewski di¬manda a sé stesso se non è da augurare che certi Governi della penisola italiana richiamino a sé con degli atti di clemenza ben intesi gli spiriti traviati e non pervertiti, mettendo termine ad un sistema che va direttamente contro il suo scopo, e che invece di estinguere i nemici dell’ordine ha per effetto di colpire i Governi, e di accrescere partigiani alla demagogia.

Nella sua opinione, questo sarebbe un render segnalato servigio al governo delle Due Sicilie, non che alla causa dell’ordine nella penisola italiana, con illuminare il Governo sulla falsa via nella quale s’è posto. Egli pensa che pegli avvertimenti concepiti in questo senso, e Provenienti dalle Potenze rappresentate al Congresso, saranno tanto meglio accolti, in quanto che il gabinetto Napolitano non potrebbe mettere in dubbio i motivi i che li avrebbero dettati.

Il primo Plenipotenziario della Francia richiama in seguito l’attenzione del Congresso sopra un argomento, il quale, benché concernente particolarmente la Francia, non è tuttavia d'un interesse men positivo per tutte le Potenze europee. Egli crede superfluo il dire che han luogo tuttodì nel Belgio per mezzo della stampa le pubblicazioni più ingiuriose, più ostili contro la Francia e il suo Governo; che vi si predica apertamente la rivolta e l’assassinio. Egli rammenta che di fresco alcuni giornali belgi hanno osato preconizzare la società della La Marianna, di cui si conoscano le tendenze e l’oggetto; che tutte queste pubblicazioni sono altrettante macchine di guerra, dirette contro il riposo e la tranquillità interna della Francia da' nemici dell’ordine sociale, i quali forti dell’impunità che trovano sotto l’egida della legislazione belga, nutriscono la speranza di giungere ad effettuare i loro colpevoli disegni.

Il conte Walewski dichiara che l’unico desiderio del Governo dell'imperatore è quello di conservare i migliori rapporti col Belgio. Egli è sollecito d’aggiungere che la Francia non ha che a lodarsi del Gabinetto di Bruxelles e de' suoi sforzi per attenuare uno stato cli cose che non è in poter suo di cangiare, non permettendogli la sua legislazione né di reprimere gli eccessi della stampa, né di prendere l’iniziativa d’una riforma divenuta assolutamente indispensabile. Noi saremmo dolenti (dice egli) di doverci trovare nell’obbligo di far comprendere noi stessi al Belgio la necessita rigorosa di modificare una legislazione che non permette al suo Governo di adempiere il primo de' doveri internazionali, quello cioè di non tollerare in casa sua delle mene aventi per iscopo manifesto di portar offesa alla tranquillità degli Stati vicini. La rimostranza del più forte somiglia troppo alla minaccia, perché noi non avessimo a cercare di evitare di farvi ricorso. Se i rappresentanti delle grandi Potenze dell’Europa considerano sotto lo stesso punto di vista che noi cotesta necessita, giudicheranno opportuno di emettere la loro opinione a questo riguardo ed è probabile che il Governo Belga, appoggiandosi sulla gran maggioranza del paese, si troverebbe in grado di por modo a uno stato di cose, che non può mancare, o tosto o tardi, di far nascere delle difficoltà, e anche de' pericoli, che è nell’interesse del Belgio di scongiurare preventivamente».

Il conte Walewski propone al Congresso di terminare la sua opera con una dichiarazione, che costituirebbe un notevole progresso nel diritto internazionale, e che sarebbe accolla dal mondo intero con un sentimento di viva riconoscenza.

«Il Congresso di Westfalia (egli aggiunge) ha consacrato la libertà di coscienza; il Congresso di Vienna, l’abolizione della tratta de' negri e la libertà della navigazione de' fiumi. Sarebbe degno del Congresso di Parigi di posar le basi d’un diritto marittimo uniforme, in tempo di guerra, riguardo ai neutri. I quattro principii seguenti raggiungerebbero completamente questo scopo:

«1. Abolizione della scorreria.

«2. La bandiera neutrale copre la mercanzia nemica, eceetto il contrabbando di guerra.

«3. La mercanzia neutrale, eccetto il contrabbando di guerra, non è sequestrabile neppure sotto bandiera nemica.

«4. I blocchi non sono obbligatorii se non in quanto sono, effettivi.

Sarebbe questo certamente un magnifico risultato, al quale nessuno di noi può rimanere indifferente.

Il conte Clarendon dividendo le opinione espresse dal conte, Walewski, dichiara che al pari della Francia, l’Inghilterra intende richiamare le truppe che fu obbligata mandare in Grecia, appena potrà farlo senza inconvenienti per la tranquillità pubblica, ma che fa d’uopo, prima, cercare salde guarentigie onde sia mantenuto un ordine di cose soddisfacente. Secondo lui, le Potenze protettrici potranno intendersi sul rimedio che è necessario di apportare ad un sistema dannoso al paese, e che si è completamente allontanato dallo scopo che esse s’erano proposto quando stabilivano una monarchia indipendente pel benessere e per la prosperità del popolo greco.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna rammenta che il Trattato del 50 marzo schiude un'era novella;che come l’Imperatore lo diceva al Congresso nel riceverlo dopo la signatura del Trattato, questa è fera della pace; ma che per essere conseguenti non dovevasi tralasciar cosa alcuna per renderla solida e duratura; che, rappresentando le principali Potenze d’Europa, il Congresso verrebbe meno al suo dovere se nello sciogliersi, egli conservasse col suo silenzio alcune situazioni che son di nocumento all'equilibrio politico, e che son lungi dal porre la pace fuori di pericolo in un paese il più interessante d’Europa.

«Noi abbiamo, continua il conte Clarendon, provvisto allo sgombro de' vari territori occupati dalle armate straniero durante la guerra; noi abbiam fatta promessa solenne di effettuare questo sgombro nel più breve termine; come po« tremmo non preoccuparci delle occupazioni che ebbero luogo prima della guerra, ed astenerci dal cercar modo di porvi fine!»

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna non crede utile lo investigar le cause che condussero armale straniere in molte parti d'Italia; ma egli avvisa che ammesso pure fossero queste cause legittime, non è men vero, egli dice, che ne conseguita uno stato anormale, irregolare, che non può essere giudicato che da un’estrema necessità, e che debba cessare appena la necessita non si fa più sentire imperiosamente; che tuttavia, se non si cerca a por fine a tali bisogni, essi continueranno a esistere; che, se si sta paghi ad appoggiarsi alla forza armata, in luogo di cercar rimedio alli giusti motivi di malcontento, è certo si renderà permanente un sistema poco onorevole pei governi, e disgustoso pei popoli. Egli pensa che l'amministrazione degli Stati Romani offre degli inconvenienti donde potriano sorgere pericoli che il Congresso ha diritto di cercar modo di prevenire; che non porvi mente sarebbe esporsi a lavorare a profitto della rivoluzione che tutti i governi biasimano, e vogliono evitare. Il problema che è urgente risolvere, consiste nel combinare, egli dice, il ritiro delle truppe straniere col mantenimento della tranquillità, e questa soluzione sta nell’organizzare un'amministrazione, che facendo rinascere la fiducia, renderà il governo indipendente dall’aiuto straniero; questo soccorso non essendo giammai capace a sostenere un governo al quale l’opinione pubblica è contraria, ne conseguirà, secondo la sua opinione, una posizione che la Francia e l'Austria non vorranno accettare per le loro armate. Pe! benessere degli Stati Pontificii, come nell’interesse della autorità sovrana del Papa, sarebbe dunque utile, secondo il suo parere, di raccomandare la secolarizzazione del governo e l’organizzazione d'un sistema amministrativo in armonia colle tendenze del secolo, ed avente per iscopo la felicità del popolo. Ammette che questa riforma può presentare forse a Roma, in questo momento, alcune difficoltà, ma crede che potrà facilmente effettuarsi nulle Legazioni.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna fa notare che da otto anni a questa parte, Bologna è in istato d'assedio e che le campagne sono invase da briganti; puossi sperare, ei crede, che coll’istabilirsi in questa parte del Romano Stato un regime amministrativo e giudiziario laico e separato, e coll'organizzarsi una forza armata nazionale, la sicurezza e la confidenza si ristabiliranno rapidamente, e che le truppe austriache potranno ritirarsi fra poco senza che abbiansi a temere novelle agitazioni; è, se non altro, a suo parere, un’esperienza che si potrebbe tentare, a questo rimedio, offerto a’ mali incontestabili, dovrebbe essere sottoposto alle serie riflessioni del Papa.

Per quanto concerne il governo Napoletano, il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna desidera imitare l’esempio del conte Walewski, tacendosi atti che ebbero un si spiacevole eco. Ei pensa che deesi, senza dubbio, riconoscere in massima che niun Governo ha diritto d'ingerirsi negli affari interni di un altro Stato, ma crede esservi casi nei quali la eccezione a questa regola diventa un diritto e un dovere. Il Governo napoletano pare che abbia conferito questo diritto e imposto questo dovere all’Europa, e poiché i Governi rappresentali al Congresso vogliono tutti, collo stesso impegno, sostenere il principio monarchico e respingere la rivoluzione, deesi alzar la voce contro un sistema che tien accesa fra le masse l'effervescenza rivoluzionaria, invece di spegnerla. Noi non vogliamo, ei dice, che la pace sia turbata, e non vi ha pace senza giustizia, noi dobbiamo dunque far giungere al Re di Napoli il voto del Congresso perchè né migliori il suo sistema di governo, voto che certo non può rimanere sterile, noi dobbiamo inoltre chiedergli un’amnistia per le persone che furono condannate, o che sono in carcere senza giudizio per colpe politiche.

Quanto alle osservazioni del conte Walewski sugli eccessi della stampa belga e sul pericolo che ne deriva ai paesi limitrofi, i Plenipotenziarii della Gran Brettagna ne riconoscono l’importanza, ma rappresentando un paese dove la stampa libera e indipendente è, per cosi dire, una istituzione fondamentale, non si potrebbero associare a provvedimenti coattivi contro la stampa di un altro paese. Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna, lamentando la virulenza di certi giornali belgi, non esita a dichiarare che gli autori delle esecrande dottrine alle quali allude a il conte Walewski, che gli uomini che raccomandano lo assassinio quale un mezzo di ottenere un fine politico, sono indegni della protezione che guarentisce alla stampa la sua libertà e la sua indipendenza.

Nel conchiudere, Lord Clarendon ricorda che l'Inghilterra, ad imitazione della Francia, nel primo inizio della guerra cercò tutti i modi di attenuare le conseguenze e che a tal fine rinunciò a pro dei neutri, durante la lotta ora finita, ai principii che avea sempre praticati. Aggiunge essere disposta a rinunciarvi definitivamente se le lettere di marea si aboliscano per sempre: questa essere nulla più che una pirateria ordinata e legale; i corsari essere uno dei più gravi mali della guerra; il nostro stato di civiltà, di umanità esigere che si ponga fine ad un sistema che non è più dei nostri tempi; se tutto il Congresso aderisse alla proposta del sig. Walewski, saria inteso che essa saria valida solo per le Potenze che avrebbervi acceduto, ma non potrebbe invocarsi dai Governi che non avrebbonvi voluto prender parte.

Il Conte Orloff osserva che i suoi poteri avendo solo per oggetto il ristabilimento della pace, non credesi autorizzato a entrare in una discussione che le sue istruzioni non poterono prevedere.

Il Conte De Buol si rallegra di vedere i Governi di Francia e d’Inghilterra a cessare, appena si possa, l’occupazione della Grecia. L’Austria, egli assicura, forma i voti i più sinceri per la prosperità di questo regno, e a un tempo ella desidera colla Francia che tutti i paesi d'Europa, godano sotto la protezione del diritto pubblico, la loro indipendenza politica e una piena prosperità.

Egli non dubita che una delle condizioni essenziali di uno stato di cose tanto da desiderarsi risieda nella saggezza di una legislazione disposta in modo a prevenire, od a reprimere gli eccessi della stampa che il conte Walewski ha biasimato con tanto fondamento parlando d’uno Stato vicino. e la repressione dei quali deve essere considerata come un bisogno europeo. Egli spera che in tutti gli Stati del Continente nei quali la stampa presente gli stessi pericoli, i governi sapranno trovare nelle legislazioni i mezzi di contenerla nei giusti limiti, ed otterranno in tal modo di mettere la pace al sicuro da nuove complicazioni internazionali.

Per ciò che ha relazione coi principii di diritto marittimo internazionale, de' quali il primo Plenipotenziario della Francia ha proposta l’adozione, il conte Buol dichiara che egli ne apprezza lo spirito e le conseguenze, ma che non essendo autorizzato dalle sue istruzioni ad esternare il suo sentimento sopra una materia tanto importante, egli dee limitarsi pel momento ad annunziare al Congresso, che è pronto a sollecitar gli ordini del suo Sovrano.

Ma, a questo punto, egli dice, dee aver termine la sua missione. Sarebbe per lui impossibile, in fatto, di trattare della situazione interna di Stati indipendenti che non hanno rappresentanti al Congresso. I Plenipotenziarii non ricevettero altro mandato che quello di occuparsi degli affari dell’Oriente, e non furono convocati per far conoscere ai Sovrani indipendenti i loro voti relativamente all’organizzazione interna de' loro Stati: i pieni poteri uniti agli atti del Congresso farne fede. Le istruzioni dei Plenipotenziari austriaci avendo definito l'oggetto della missione loro affidala, loro non sarebbe permesso di prender parte ad una discussione non preveduta.

Per le stesse ragioni il conte Buol crede doversi astenere dal partecipare alle opinioni espresse dal primo Plenipotenziario della Gran Brettagna, e dal dure spiegazioni sulla durata dell’occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache. associandosi tuttavia completamente alle parole pronunziate a tal riguardo dal primo Plenipotenziario della Francia.

Il conte Walewski fa notare che qui non trattasi né di prendere definitive risoluzioni, né contrarre impegni, meno poi di immischiarsi direttamente negli affari interni dei Governi rappresentati o non al Congresso, ma unicamente di consolidare, i perfezionare l'opera della pace, occupandosi preventivamente delle nuove complicazioni che potrebbero sorgere sia dalla prolungazione indefinita o non giustificata di alcune occupazioni straniere, sia da un sistema di rigore inopportuno ed impolitico, sia di una licenza perturbatrice contraria ai doveri internazionali.

Il barone Hübner replica che i Plenipotenziari dell’Austria non sono autorizzati né a promettere definitivamente, né a esprimere voti. La riduzione dell'armata austriaca nelle Legazioni esprimere assai chiaro, a suo avviso, che il Gabinetto imperiale ha l’intenzione di richiamare le sue truppe, quando una simile misura sarà giudicata opportuna.

Il barone Manteuffel dichiara conoscere abbastanza le intenzioni del Re suo augusto signore, per non esitare ad esprimere la sua opinione, sebbene sia senza istruzioni al riguardo, sulle questioni le quali sono recate al Congresso.

I principii del diritto marittimo, dice il primo Plenipotenziario della Prussia, che il Congresso è invitato a fare suoi, sono stati ognora professati dalla Prussia, che costantemente si è applicata a farli prevalere, e si considera come autorizzato a prendere parte alla signatura di qualsiasi atto diretto a farli ammettere definitamente nel diritto pubblico europeo. Esprime la convinzione che il suo Sovrano non ricuserà di approvare quanto verrebbe stabilito, in questo senso, dai Plenipotenziari.

Il barone di Manteuffel non disconosce fatta importanza delle altre questioni che vennero dibattute; ma osserva che si passò sotto silenzio un affare d’un’importanza maggiore per la sua corte, e per l’Europa; ei vuol parlare dell’attuale situazione del Neutchâtel. Fa notare che questo Principato è forse il solo punto d’Europa in cui, in isfregio dei trattati, e di quanto venne formalmente riconosciuto da tutte le grandi Potenze, domini un potere rivoluzionario che non riconosce i diritti del Sovrano. Il barone Manteuffel fa istanza che questa questione sia compresa nel numero di quelle che dovranno essere esaminate. Soggiunge che il Re, suo sovrano, chiede con tutti i suoi voti, la prosperità del Reame di Grecia, e che desidera ardentemente veder tolte le cause che condussero la situazione anormale creata dalla presenza delle armate straniere; ammette nondimeno, che potrebbe esservi luogo ad esaminare i fatti in maniera da porre questo affare sotto il vero suo aspetto.

In ordine ai passi che si crederebbe utile di fare per quanto concerne lo stato delle cose nel Regno di Napoli, il barone Manteuffel osserva che tali passi potrebbero presentare vari inconvenienti. Ei dice che sarebbe bene di investigare se le mozioni, della natura di quelle che vennero proposte, non susciterebbero nel paese uno spirito di opposizione e di moti rivoluzionari, in luogo di rispondere alle idee che si sarebbero volute realizzare con intenzioni certamente benevole. Egli non crede dover esaminare la situazione attuale degli Stati Pontificj; egli si limita ad esprimere il desiderio di porre questo governo in posizione tale da rendere superflua l’occupazione delle truppe straniere. Il barone Manteuffel termina col dichiarare che il Gabinetto Prussiano conosce perfettamente la funesta influenza che esercita la stampa sovversiva d’ogni ordine regolare, ed i pericoli che ella semina predicando il regicidio e la rivolta; aggiunge che la Prussia parteciperebbe volentieri all’esame delle misure che si stimerebbe necessarie per porre un termine a queste mene.

Il conte Cavour non intende contestare il diritto che compete ad ogni Plenipotenziario di non prendere parte alla discussione di una quistione, che non venne preveduta nelle sue istruzioni; è tuttavia. egli crede, del più alto interesse che l’opinione, manifestata da alcune Potenze sull'occupazione degli Stati Romani, sia inserta nel protocollo.

Il primo Plenipotenziario della Sardegna espone che l’occupazione degli Stati Romani per parte delle truppe austriache prende ogni di più un carattere permanente, che essa dura da sette anni, e che tuttavia non si scorgo verun indizio che possa far supporre che essa cesserà più o meno tardi per l’avvenire che le cause che la motivarono, sussistono ognora; che lo stato del paese che esse occupano, non fu per certo migliorato, e che, per esserne convinti, basta osservare che l'Austria credesi nella necessita di mantenere. in tutto il suo rigore, in istato d’assedio Bologna, sebbene abbia data dalla sua occupazione. Nota che la presente delle truppe austriache nelle Legazioni e nel Ducato di Parma distrugge lo equilibrio politico in Italia, e costituisce un reale pericolo per la Sardegna.

I Plenipotenziari della Sardegna, egli dice, credono dover segnalare all’attenzione d’Europa uno stato di cose tanto anormale. come quello che risulta dall’occupazione indefinita d’una gran parte dell'Italia per parte delle truppe austriache.

A proposito della questione di Napoli, il conte di Cavour divide pienamente le opinioni espresse dal conte Walewski e dal conte Clarendon, ed avvisa che importa al più alto grado di suggerire temperamenti, che, calmando le passioni, renderebbero meno difficile il procedere regolare delle cose negli altri Stati della Penisola.

Il barone Hùbner dice che il primo Plenipotenziario della Sardegna ha solamente parlato della occupazione austriaca, e non ha fatto parola dell’occupazione francese; che le due occupazioni, nondimeno, ebbero luogo alla stessa epoca ed al medesimo scopo; che non si potrebbe ammettere la conseguenza che il conte Cavour ha voluto trarre dalla permanenza dello stato d’assedio di Bologna; che se uno stato eccezionale è ancor necessario per questa città, mentre da gran tempo ha cessato in Roma ed in Ancona. ciò parrebbe, tutt’al più, provare, che le disposizioni delle popolazioni di Roma e di Ancona sono più soddisfacenti che quelle della città di Bologna. Ricorda che in Italia non i soli Stati Romani sono occupati da truppe straniere; che li comuni di Mentone e Roccabruna, facienti parte del Principato di Monaco, sono, da otto anni, occupati da truppe sarde, e che la sola differenza che corre tra le due occupazioni, è che gli Austriaci ed i Francesi vennero chiamati dal Sovrano del paese, mentre le truppe sarde penetrarono nel territorio del Principe di Monaco, contro la sua volontà, e che esse vi si mantengono non ostante i richiami del Sovrano di questo paese.

Rispondendo al barone Hubner, il conte Cavour dice che gli desidera cessata l’occupazione austriaca non solo, ma eziandio la occupazione francese; ma che non può far a meno di avvisare la prima molto più pericolosa della seconda per gli Stati indipendenti d'Italia.

Soggiunge che un debole corpo d’armata, a si gran distanza alla Francia, non suona minaccia per alcuno, mentre è molto inquietante vedere l’Austria, appoggiata a Ferrara ed a Piacenza, di cui accresce le fortificazioni contro lo spirito, se non contro la lettera, de' trattati di Vienna, stendersi lungo l’Adriatico fino ad Ancona.

Quanto a Monaco, il conte Cavour dichiara che la Sardegna è pronta a ritirarne i cinquanta soldati che l'occupano, se il Principe è in grado di entrare in questo paese senza esporsi a gravissimi pericoli. Del resto, egli non crede che si possa accusare la Sardegna di aver contribuito a rovesciare l'antico governo onde occupare questi Stati, mentre il Principe non ha potuto conservare sotto la sua autorità che la sola città di Monaco, che la Sardegna occupava nel 1848 in virtù dei trattati.

Il barone di Brunnow crede dover segnalare una circostanza particolare, ed è che l’occupazione della Grecia per parte delle truppe alleate avendo avuto luogo durante la guerra, e che le relazioni trovandosi per fortuna ristabilite tra le tre Potenze protettrici, era venuto il momento di accordarsi sui mezzi di far ritorno ad una situazione conforme all’interesse comune. Assicura che i Plenipotenziari della Russia hanno raccolto con soddisfazione, e trasmetteranno con premura al loro Governo le disposizioni al riguardo manifestate dai Plenipotenziari di Francia e della Gran Brettagna, e che la Russia si associerà volontieri, ad un fine conservativo, ed in vista di migliorare lo stato delle cose in Grecia, a tutte le misure che parranno proprie ad ottenere il fine delle Potenze propostosi nel fondare un Regno Ellenico.

I Plenipotenziari della Russia soggiungono che prenderanno gli ordini dalla loro Corte al riguardo delle proposte sottoposte al Congresso relativo al diritto marittimo.

Il conte Walewski si felicita d’aver impegnati i Plenipotenziari a comunicarsi le loro idee sulle questioni che vennero discusse. Aveva in animo che si sarebbe potuto forse utilmente, pronunziarsi in modo più completo sovra alcuni punti sui quali si posò l’attenzione del Congresso. Ma tal quale, egli disse, la scambio delle idee che si effettuò non è privo d’utilità.

II primo Plenipotenziario della Francia stabilisce che ne emerge in fatto:

1.° Che nessuno contestò la necessita di occuparsi maturamente del miglioramento della situazione della Grecia, e che le tre Corti protettrici riconobbero la importanza di accordarsi tra di loro a questo proposito.

2.° Che i Plenipotenziari dell’Austria si associarono al vote espresso dai Plenipotenziari della Francia, di vedere sgombri gli Stati Pontificii dalle truppe francesi ed austriache, appena potrà operarsi senza inconvenienti per la tranquillità del paese e per la consolidazione dell’autorità della Santa Sede.

3.° Che il maggior numero dei Plenipotenziari non hann contestata la efficacia di atti di clemenza, che venissero esercitati in modo opportuno dai Governi della Penisola Italiana, specialmente da quello delle Due Sicilie.

4.° Che tutti i Plenipotenziari, eziandio quelli che credettero dover riserbare il principio della libertà di stampa, non esitarono a biasimare altamente gli eccessi ai quali impunemente si lasciano trascorrere i giornali belgi, e riconoscere la necessità di rimediare ai gravi inconvenienti che emergono dalla sfrenata licenza, di cui si fa grande abuso nel Belgio.

Che infine l(1) accoglienza fatta da tutti i Plenipotenziari all'idea di chiudere i loro lavori con una dichiarazione di principii in materia di diritto marittimo, deve far nascere la speranza che alla prossima seduta eglino avranno ricevuto dai loro rispettivi Governi l’autorizzazione di aderire ad un atto, che, coronando l'opera del Congresso di Parigi, realizzerà un progresso degno della nostra epoca.

(Seguono le firme).

Certificato conforme all’originale.

Annesso al PROTOCOLLO N. XXII.

DICHIARAZIONE.

I Plenipotenziari che hanno firmato il Trattato di Parigi del trenta marzo mille ottocento cinquanta sei, riuniti in conferenza,

Considerando:

Che il diritto marittimo in tempo di guerra, fu per lungo tempo oggetto di contestazioni dispiacevoli;

Che l’incertezza del diritto e dei doveri, in tale materia, dà luogo tra i neutri e le Parti belligeranti. a divergenze d’opinioni che possano essere causa di serie difficoltà, ed anche di conflitti;

Che è utile, per conseguenza, stabilire una dottrina uniforme sopra un punto si importante;

Che i Plenipotenziari riuniti al Congresso di Parigi non saprebbero meglio corrispondere alle intenzioni, dalle quali sono animati i loro governi, che col cercare di introdurre nelle relazioni internazionali principii stabiliti a questo riguardo:

Debitamente autorizzati, i suddetti Plenipotenziari convennero di concertarsi sui mezzi di raggiungere questo scopo, ed essendo andati d’accordo, hanno stabilita la solenne dichiarazione seguente:

1.° La pirateria è, e rimane abolita.

2.° La bandiera neutra copre la mercanzia nemica, ad eccezione del contrabbando da guerra.

3.° La mercanzia neutra, ad eccezione del contrabbando di guerra, non può esser sequestrata sotto bandiera nemica.

4.° I blocchi per essere obbligatori debbono essere effettivi, vale a dire, mantenuti con forza sufficiente per impedire realmente l’accesso al littorale nemico.

I Governi dei Plenipotenziari sottoscritti si obbligano a recare la presente Dichiarazione a conoscenza degli Stati che non furono chiamati a prender parte al Congresso di Parigi, e ad invitarli ad accedervi.

Convinti che le massime che essi proclamanti saranno accolte con gratitudine dal mondo intiero, i Plenipotenziari sottoscritti non dubitano che gli sforzi dei loro Governi per generalizzarne l’accettazione verranno coronati di un pieno successo.

La presente Dichiarazione non èÿ non sarà obbligatoria che per quelle Potenze che vi accederanno.

Fatto a Parigi il 16 aprile 1856.

(Seguono le firme).


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PROTOCOLLO N.° XXIII.

Seduta del 14 aprile 1856.

Presenti i medesimi.

Il protocollo della seduta precedente ed il suo annesso sono letti ed approvati.

Il conte Walewski ricorda che resta al Congresso il pronunziarsi sul progetto di dichiarazione, della quale ha indicato le basi nell’ultima riunione, e chiede ai Plenipotenziari, che si erano riservato di prendere gli ordini dalle loro Corti rispettive a questo proposito, se non sono autorizzati ad acconsentirvi.

Il conte Buol dichiara che l’Austria si felicita di poter concorrere ad un atto, del quale riconosce la salutare influenza, e che venne munito dei poteri necessarii per aderirvi.

Il conte Orloff s’esprime nello stesso senso; egli soggiugne però, che adottando la proposizione fatta dal primo Plenipotenziario della Francia, la sua Corte non saprebbe obbligarsi a mantenere il principio dell’abolizione della piraterie, ed a difenderlo contro le Potenze che non credessero di dovervi accedere.

I Plenipotenziari della Prussia, della Sardegna e della Turchia avendo pur essi prestato il loro assenso, il Congresso adotta il progetto di redazione unito al presente protocollo, e ne rimanda la signature alla prossima riunione.

Il conte Clarendon avendo chiesto il permesso di presentare al Congresso una proposizione che gli pare dover essere favorevolmente accolta, dice che le calamità della guerra sono ancor troppo presenti allo spirito, per doversi tentare tutti i mezzi capaci di impedirne il ritorno; che venne inserta nell’articolo 7 del Trattato di pace, con una stipulazione, che raccomanda di ricorrere alla mediazione d’uno stato amico, prima di fare appello alla forza, in caso di dissenso tra la Porta ed una o più ira Potenze signatarie.

Il primo Plenipotenziario della Gran Brettagna crede che questa felice innovazione potrebbe ricevere un’applicazione più generale, e divenire cosi una barriera opposta a conflitti che spesso non s ingorgano che per causa che non è sempre possibile di spiegarsi o d'intendersi.

Propone quindi di concertarsi sovra una risoluzione capace ad assicurare pel future al mantenimento della pace questa probabilità di durata, senza però violare l'indipendenza dei Governi.

Il conte Walewski si dichiara autorizzato ad appoggiare l’opinione emessa dal primo Plenipotenziario della Gran Brettagna; assicura che i Plenipotenziari della Francia sono intieramente disposti ad associarsi all’inserzione nel protocollo di un voto che, mentre coincide colle tendenze della nostra epoca, incaglierà in verun modo la libertà d’agire dei Governi.

Il Buol non esiterebbe ad abbracciare i sentimenti dei Plenipotenziari della Gran Brettagna e della Francia, se la risoluzione del Congresso deve avere la forma indicata dal conte Walewski; ma egli non oserebbe prendere, in della sua Corte, un impegno assoluto e di natura tale, da limitare l'indipendenza del gabinetto austriaco.

Il conte Clarendon risponde che ciascuna Potenza è, e sarà solo giudice delle esigenze del suo onore e de' suoi interessi; che non è sua intenzione di circoscrivere l’autorità dei Governi, ma solo di fornire loro la occasione di non ricorrere alle armi ogni qualvolta le dissensioni potranno essere spianate in altro modo.

Il barone di Manteuffel assicura che il Be suo augusto signore divide compiutamente le idee emesse dal conte Clarendon; e quindi credesi autorizzato ad aderire, ed a dar loro tutto lo sviluppo di cui sono capaci.

Il conte Orloff mentre riconosce la saggezza della Proposta fatta al Congresso, crede di dover riferire alla sua Corte prima di esprimere l’opinione del Plenipotenziario della Russia.

Il conte di Cavour desidera di sapere, prima di esternare la sua opinione se nella ritenzione dell’autore della proposta, il voto, che sarebbe espresso dal Congresso, si estenderebbe agli interventi militari diretti contro Governi di fatto, e di città, per esempio l’intervento armalo che ebbe luogo a quest'epoca in Ispagna.

Il conte Walewski aggiunge che non trattasi qui di stipulare un diritto, né di assumere un’obbligazione; che il voto espresso dal Congresso non saprebbe, in verun caso, opporre dei limiti alla libertà d’appreziazione, che veruna Potenza non può alienare nelle questioni che hanno rapporto colla sua dignità; che non vi è per conseguenza verun inconveniente a generalizzare l'idea che ha ispirato il conte Clarendon, ed a intenderla nel suo più esteso significato.

Il conte Buol, dice che il conte di Cavour parlando in altra seduta della occupazione delle Legazioni per parte delle truppe austriache, ha dimenticato che eziandio altre truppe straniere erano state chiamate sul suolo degli Stati Romani. Oggi, parlando dell’occupazione del Regno di Napoli per parte dell’Austria nel 1821, dimentica che questa occupazione fu il risultato di una intelligenza presa dalle cinque grandi Potenze riunite al Congresso di Laybach.

In ambi i casi, egli attribuisce all’Austria il merito d'una iniziativa s d’una spontaneità che i Plenipotenziari austriaci son ben lungi dal rivendicar a lei. L'intervento ricordato dal Plenipotenziario della Sardegna, ebbe luogo, soggiunse, in seguito alla trattativa del Congresso di Laybac, ella entra dunque nell’ordine delle idee emesse da lord Clarendon. Casi simili potrebbero ancora succedere una seconda volta, ed il conte Buol non ammette che un intervento, effettuato in seguito ad accordo stabilito tra le cinque grandi Potenze, possa divenire oggetto dei richiami d’uno Stato di second’ordine.

Il conte di Buol applaude alla proposizione nel modo che venne presentata dal conte Clarendon, ad un fine di umanità; ma non potrebbe aderirvi, se si volesse dare una sovverchia estensione o dedurne conseguenze favorevoli ai Governi di fatto ed a dottrine che non si potrebbero ammettere.

Del rimanente desidera che il Congresso, al momento di por fine a' suoi lavori, non si veda obbligato a discutere questioni irritanti, e di natura tale da intorbidare la perfetta armonia, che non cessò di regnare fra i Plenipotenziari.

Il conte Cavour dichiara che egli è pienamente soddisfatto delle spiegazioni che ha provocato, e dà la sua adesione alla proposta sottoposta al Congresso.

Dopo del che, i Plenipotenziari non esitano ad esprimere il voto che gli Stati, fra i quali si elevasse una seria differenza, prima di far appello alle armi, facciano ricorso, per quanto le circostanze lo permetteranno, ai buoni uffizi di una Potenza arnica.

I Plenipotenziari sperano che i Governi non rappresentati al Congresso s’associeranno al pensiero che ha ispirato il voto, inserto nel presente protocollo.

(Seguono le firme).

Certificato conforme all'originale.

PROTOCOLLO N.° XXIV.

Seduta delli 16 aprile 1856.

Presenti tutti.

Il Protocollo della seduta precedente è letto ed approvato.

Il conte Orloff annuncia che egli è in grado, in virtù delle istruzioni della sua Corte, d’aderire definitivamente al voto di cui, nel penultimo paragrafo del Protocollo N(0) XXIII.

È data lettura di un progetto di dichiarazione annessa al Protocollo dell’ultima riunione; dopo del che, e a seconda di che avevano stabilito i Plenipotenziari procedono a firmare quest’alto.

Sulla proposta del conte Walewski, e riconoscendo che è nel comune interesse di mantenere l’indivisibilità dei quattro principii menzionati alla dichiarazione firmata in questo giorno, i Plenipotenziari convengono che le Potenze che la avranno segnata, o che vi si saranno accostate, non potranno in avvenire sull’applicazione del diritto dei neutri in tempo di guerra, tare nessuna convenzione che non riposi su tutti i quattro principii, oggetti della predetta dichiarazione.

Sopra un’osservazione fatta dai Plenipotenziari della Russia il Congresso riconosce che la presente risoluzione, non potendo aver effetto retroattivo, non potrebbe infirmare le convenzioni anteriori.

Il conte Orloff propone ai Plenipotenziari d'offrire prima di dividersi, al conte Walewski i ringraziamenti del Congresso pel modo col quale ha condotto i suoi lavori: «Il conte Walewski esternava, dice egli, all’apertura della nostra prima riunione, il voto di vedere le nostre deliberazioni sortirà un felice esito; questo desiderio si realizzò, e certamente lo spirito di conciliazione, col quale il nostro Presidente ha dirette le nostre discussioni, ha esercitata un’influenza, che noi non sapremmo che troppo riconoscere, e sono convinto di interpretare i sentimenti di tutti i Plenipotenziari pregando il conte Walewski di aggradire l’espressione della gratitudine del Congresso».

Il conte Clarendon appoggia questa proposta che è accolta con unanime premura da tutti i Plenipotenziari, i quali deliberano di farne menzione speciale nel Protocollo.

Il conte Walewski risponde che è estremamente sensibile al benevolo attestato, di cui é l'oggetto, e da canto suo si fa premura d’esprimere ai Plenipotenziari la sua riconoscenza per l’indulgenza, della quale non cessò di aver prove durante le conferenze e si rallegra con essi d'essere si felicemente, e si completamente giunti allo scopo proposto ai loro sforzi.

Il presente Protocollo è letto ed approvato.

(Seguono le firme).

Certificato conforme all'Originale.



La guerra di Crimea (1853-1856) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito

1855
Sunto di geografia della Crimea e degli stati limitrofi illustrata da quattro carte diligentemente incise
1856
Discussioni alla Camera dei Deputati  del Regno di Sardegna - Trattato di pace - Parigi 30 marzo 1856
1856
La questione italiana al Congresso di Parigi nell’anno 1856
1856
La questione d’oriente - cause - andamento diplomatico - conchiusione della pace - protocolli e trattati
1856
Il trattato di pace di Parigi 30 marzo 1856 e le convenzioni annesse - seconda edizione
1871
La Russia e il trattato di Parigi del 1856 - Pensieri del cav. Pietro Esperson
1881
Il congresso di Parigi (1856) - Conferenza dell'on. comm. Giuseppe Massari
1882
Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870 di Carlo Mariani
1891
Nicolas I et Napoléon III - Les préliminaires de la guerre de Crimée (1852-1854) d’après les papiers inédits de M. Thouvenel
1896
La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56 narrazione di Cristoforo Manfredi compilata colla scorta dei documenti
2014
In Crimea nacque l’Italiella. L’inizio dei misteri d’Italia passa per l’oriente di Zenone di Elea


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)












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