Eleaml - Nuovi Eleatici


tttttt

Zenone di Elea – Settembre 2017

LE ISTORIE ITALIANE

DI FERDINANDO RANALLI

DAL 1846 AL 1853

VOLUME SECONDO

FIRENZE

TIPOGRAFIA DI EMILIO TORELLI

1855

FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME PRIMO HTML ODT PDF
FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME SECONDO HTML ODT PDF
FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME TERZO HTML ODT PDF
(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
VOLUME SECONDO LIBRO OTTAVO 1
VOLUME SECONDO LIBRO NONO 97
VOLUME SECONDO LIBRO DECIMO 163
VOLUME SECONDO LIBRO UNDECIMO 215
VOLUME SECONDO LIBRO DODICESIMO 259
VOLUME SECONDO LIBRO TREDICESIMO 331
VOLUME SECONDO LIBRO QUATTORDICESIMO 395
VOLUME SECONDO LIBRO QUINDICESIMO 479

vai su


LIBRO OTTAVO

SOMMARIO

Esposizione delle cose avvenute nel 1848. — Considerazioni intorno all’avvenimento della rivoluzione di Francia per gli effetti pro dotti in Italia. — Ragguaglio fra’ comizi degli antichi e quelli dei moderni. — Legge elettorale napoletana e suoi difetti. — Legge elettorale toscana, e difetti ancor di questa. — Compilazione dello statuto piemontese. — Improntitudini popolari. — Tempestameli fatti a’ rettori del governo toscano per la rierdinazione della milizia. — Proposte di leggi presentate alla consulta. — Inefficacia de’ provvedimenti publici. — Istituzione del consiglio di stato. — Allargamento de’ supremi ministeri. — Quistione fra Napoli e Sicilia. — Intramettenza e mediazione di Lord Minto. — Commissioni e facoltà conferitegli dalla corte di Napoli. — Segni di lieta accoglienza de’ Palermitani verso il diplomatico inglese. — Ragioni pro e contro del non essersi Napoletani e Siciliani accordati con soddisfacimento vicendevole. — Inettezza colpevole de’ ministri napoletani nella quistione con Sicilia. — Allucinamento e trasformazione del cav. Bozzelli. — Costernazione e tumulti in Napoli per l’affare siciliano. — Deposizione e parziale rinnovamento del consiglio de’ ministri. — Annunzio della convocazione in Palermo del parlamento siciliano. — Nuove e più larghe profferte di accomodamento per parte della corte di Napoli. — Nuovo e più superbo rifiuto per parte del comitato di Palermo. — Dimostrazioni di licenza nelle provincie al di qua del Faro. — Mancanza di provvedimenti a impedirle. — Strabocchevoli pretese della parte popolare. — Opinioni del ministro Saliceti. — Espulsione dei gesuiti da quasi ogni provincia d’Italia. — Lamenti inutili del pontefice. — Caduta del Saliceti. — Legge napoletana contro gli assembramenti. — Altra legge per l’ordinamento della guardia civica, e altra per la ricomposizione della gendarmeria. — Pretese incomportabili de’ Siciliani. — Rottura di trattati e di uffici colla corte di Napoli. — Rinnovazione e provvedimenti del ministero piemontese. — Continuazione di disordini nel regno di Napoli, in Toscana e negli stati pontificii. — Governi che non sapevano contentare, e genti che di nulla si contentavano. — Commovimenti dell’Alemagna. — Rivoluzione di Vienna. — Legge stataria promulgata per la Lombardia. — Richiami inutili. — Concessioni promesse da’ governatori e non credute. — Domande popolari. — Principio di sommossa in Milano il di 48 marzo. — Rintuzzamenti soldateschi. — Governo temporaneo popolare. — Nuovo sollevamento il giorno 19. — Nuove resistenze militari,— La rivoluzione milanese trionfante ne’ giorni 20, 24, 22. — Provvedimenti fatti da’ rettori temporanei. — Sollevazione di altre città lombarde. — Sommossa di Venezia. — Cacciata degli Austriaci da questa città. — Promulgazione della republica di san Marco. — Adesione delle altre città venete. — Rivoluzione dei due ducati di Parma e di Modena. — Discordia fra Parma e Piacenza: fra Modena e Reggio. — Commovimenti de’ popoli italiani alla notizia della rivoluzione di Milano, di Venezia e dei due ducati. — Partenze de’ militi volontarii dalle Romagne, da Roma e dalla Toscana. — Fatti e circostanze che accompagnarono dette partenze. — Cambiamento del ministero Napoletano. — Ministero presieduto da Carlo Troya. — Movimenti in Piemonte per la guerra di Lombardia. — Ostacoli posti dalla corte inglese. — Risoluzione di Carlo Alberto a passare il Ticino. —

Guardando a’ primi mesi dell’anno MDCCGXLVIII, convien dire che non mai in minore spazio di tempo avvennero maggiori e. più insperate cose. Sicilia sollevata, tre principi d’Italia, l’un dopo l'altro deporre l'assoluto impero, e quel che sa di miracolo, il romano pontefice altresì. All’esterno, republica in Francia; commovimenti in tutta la Germania; sossopra la Prussia; e per ultima delle maraviglie, la rivoluzione in Vienna. Dietro alla quale sollevarsi le città lombarde e venete; cacciare i loro dominatori; l’esercito sardo varcare il Ticino, e rompere una guerra, che sei mesi innanzi stima vasi vanità desiderare, non che intraprendere. Se il successo mancò all’espettativa, gran cosa fu l’averla tentata, con proponimento di riassumerla; e in meno di un anno vedemmo grandi e piccoli re, alcuni costretti di abbandonare le loro sedi principali, altri cercare in istraniera terra riparo: antichi e potenti ministri fuggire; la vecchia diplomazia crollare. Non era regno che stesse fermo, e la inaspettata grandezza de’ casi faceva, che se ne potessero inventare e far credere de’ più straordinari, come il Belgio rivoltato, la monarchia inglese rovesciata. Pure ancora in que’ reami non mancarono semi di civil commozione, perché si dicesse, da un capo all’altro andare Europa in fiamme; e se è vero che le speranze s’inalberavano troppo, è anche vero che avvenimenti si smisurati giustificavano gli eccessi dello sperare; non potendosi credere dopo sì universale conquasso, che la libertà de’ popoli non dovesse pieno e durevole trionfo ottenere.

Ma o che il frutto apparisse migliore che non era, o lo guastammo per coglierlo troppo presto, dovemmo condurci a giudicare, che mai Europa non si mostrò apparecchiata a più grandi imprese, e giammai gli effetti non corrisposero meno alle cause. Vizio forse di questo secolo mercantesco, e da corporali diletti infeminito; quanto smisurato e baldanzoso nel desiderare, altrettanto fiacco e mutabile nel volere; e di parole assai più magnanimo che di opere: e meglio fatto a intendere le franchigie, che a procacciarle; e in fine più intollerante di tirannide, che voglioso di libertà. Non però tanto di virtù sterile, che ancora ne’ presenti fatti italiani, non sieno da notare miracoli di valore, esempi di civile sapienza, atti generosi degni dei tempi antichi. Se non da compensare gli atroci casi di Milano: le risorte ambizioni municipali: le discordie fra Napoli e Sicilia, fra Lombardia e Piemonte: le. infauste dichiarazioni del pontefice: il sangue civile sparso a Napoli per affogarvi la libertà appena nata: il mancato fervore dei popoli: la cresciuta diffidenza de’ principi: il rifiuto d’una lega: l’abbandono in che fu messo il re sardo: la vanità de’ parlamenti; le ribalderie delle fazioni; gli scandoli dello scrivere a stampa: i patimenti in casa propria dello esercito italiano: la tocca sconfitta: i vergognosi patti: le novelle oppressore: lo accusarci e calunniarci scambievole di tradimento e di viltà: il varco dischiuso a nuove cupidigie, divisioni, corrompimenti ed eccessi; quasi dai disastri non avessimo dovuto imparare che a prepararne de’ maggiori; dico che se a compensare tutti questi mali e dolori non bastano le buone azioni e i gloriosi fatti, valgono almeno a renderne manco grave la memoria.

Per seguitare a descrivere paratamente la sopra esposta materia, dopo che i diversi reggimenti italici mutarono forma, dobbiamo tener conto de’ subiti effetti prodotti nelle nostre città dalla rivoluzione francese. La quale da prima parve gran beneficio; argomentandosi che senza quel gagliardo scotimento di troni, le libertà concedute a malincuore da’ principi sarebbono state, come in altri tempi, quanto prima revocate, o rendute vane; e forse il pontefice non si sarebbe condotto a dare al suo governo una rappresentanza, o l’arebbe data con più impacci che non fece; e finalmente i Germani non si sarebbero in quel modo infiammati, e tirati a far movimento gli stessi Viennesi, e prodotto la sollevazione della Lombardia e della Venezia: per la quale fu possibile por mano alla impresa della liberazione d’Italia. Ma considerando poi i successivi e finali avvenimenti, non fu alcuno che non credesse, essere anzi quella rivoluzione riuscita un grande maleficio: conciossiachè; mentre le cagioni che avevano indotto i principi a rinnovare gli stati, erano sì ampie, e da lunga pezza apparecchiate, da quasi assicurare che il ripigliarsi il conceduto non era più possibile: e rispetto alla impresa di liberare Italia dalla dominazione straniera, meglio sarebbe stato di aspettare per ancora, finché non ci fossimo a quella apparecchiati; il sorgere di potente e lusinghiera republica nel cuore di Europa generò maggiori e strabocchevoli desiderii. I quali nel tempo che andavano convertendosi in licenza, i Francesi, secondo il loro costume, ritornati a desiderare e favoreggiare la tirannide, anziché sostenere le nostre libertà, si recarono a gloria di venirle a conculcare: da farci dire, ogni lor moto tornare alle altre nazioni funesto; e se nell’ottantanove turbarono l’ordine pacifico, col quale la società per le riforme degli stessi, principi iva rinnovellandosi, il simile fecero nel quarantotto; se non colle armi, certamente coll’esempio; tanto più forse colpevoli, quanto che in detto anno le cose eransi per sé stesse pinte così avanti, che acciò pervenissero a felice meta, abbisognavano meglio freni che sproni; massime in Italia: la quale non altrimenti potea vincere tante e inveterate contrarietà di fortuna, che temperandosi.

Quantunque allora venisse fatto a’ prudenti d’impedire movimenti di republica (al che più specialmente approdò l’opera assai pronta ed efficace di Vincenzo Gioberti; che dimorando in Parigi, e stato testimone dell’avvenimento di febraio, non mise tempo in mezzo di raccomandare agl’Italiani con lunghe lettere a stampa che il fallace esempio parigino non seguissero); pur tuttavia non si poteva ottenere che una sì grande e inaspettata mutazione senza alcuno effetto passasse in paese giù da più mesi commosso a libertà. ché oltre all’essere nella natura degli ordini umani che una novità fatta da un popolo tiri sempre l’altro, i movimenti del 1848, sendo così universali e contemporanei, si aiutavano e aggrandivano a vicenda: effetto pure di questa moderna civiltà, per la quale il tanto avvicinarci per commerci e costumi produce che sì le tirannidi e sì le rivoluzioni leggermente si colleghino e dilatino.

E poiché ho notato che il mutamento di Francia fece gran male alle cose nostre, devo ora dimostrare che anco i direttori de’ primi governi d’Italia, coi quali si fondarono le costituzioni, non seppero o non vollero adoperare in modo da impedire il più che fosse possibile i cattivi effetti dell’esempio straniero; premunendosi saviamente dalle intemperanze di coloro che non arebbero indugiato o per ambizione o per isconsigliatezza a usare il commovimento, che la improvvisa republica francese avrebbe cagionato negli animi, massime dove, per quanto apparisse concordia fra’ principi e i popoli, non erano del tutto spenti gli antichi odii, sospetti, e diffidenze; leggermente risuscitatoli qualora accorti e audaci sommovitori si fossino con quel lusinghiero nome di republica intramessi a dirigere le inordinate opinioni delle moltitudini. E in due modi i rettori costituzionali avrebbero potuto a’ disordini ovviare: o rintuzzando colla violenza qualunque appetito nuovo; o soddisfacendolo per forma che nella stessa monarchia si avesse potuto trovare tutte quelle larghezze e satisfazioni popolari, da non essere luogo a desiderare il reggimento della republica. E non fecero né l’una né l’altra cosa; perciocché dal proposito di volgere armi mercenarie contro il popolo, e di sangue civile lordare le città, era naturale che abborrissero uomini chiamati a’ governi a nome della libertà; oltreché nell’Italia mezzana deboli e scomposte e forse non sufficienti all’uopo apparivano le milizie stanziali, né le cittadine avrebbero per avventura obbedito come faceva mestieri. E similmente di opporre alla minacciante licenza una più larga libertà ritenevali o superba ambizione di non ampliare le franchigie più oltre che non era bisognato per fare ad essi e ai loro clienti pigliare il comando, o codarda paura di non dispiacere ai principi che gli avevano innalzati, o forse deplorabile inettezza a timoneggiare gli stati in mezzo alle tempeste. E sì che subito al contentare in gran parte le sorgenti voglie democratiche, si porse loro assai opportuna occasione nel fare la legge de’ comizi; d’ogni libertà fondamento principalissimo, e quasi sempre cagione di mala contentezza e turbazione; conciossiaché per essa non si determini quanta parte di diritti è data alla nazione, ma sì quanta parte di nazione sia chiamata ad avere il godimento di questi diritti; il che è anche più arduo: non solo perché dalla quantità e qualità degli elettori, e dal modo di eleggere i rappresentanti della nazione depende che si abbiano buone o cattive leggi, ma ancora perché il parlamento è via a pervenire a’ seggi del governo, e agli altri uffici.

Presso le nazioni antiche, in cui l’amore del publico prevaleva tanto sopra a quello de’ particolari, era meno difficile stabilire il modo di eleggere i magistrati; e se bene le istorie non ci manifestino chiarissimamente tutto l’ordinamento di que’ loro comizi, assai chiaro non di meno ci apparisce, che si compissero per corpi ragunati secondo la condizione o professione, a cui gli uomini appartenevano; e della buona riuscita tanto più era sicuro lo stato, quanto che era interesse d’ogni ordine il mostrarsi degno della grandezza publica. Se gareggiamenti s’accendevano, non s’accendevano fra uomini ed uomini, ma sì fra ordini e ordini; e rado si facevano minori divisioni, o di leggieri si componevano, e quasi tutte si deffinivano fra il patriziato e la plebe: la quale aveva la sua nobiltà, e i suoi principati: e tutt’altro sonava che quello spregiabile nome che suona oggidì, in cui insieme colle cose abbiamo anco i nomi falsato. Oltre a questo gli antichi con quell'ordine (sì da moderni filosofi vituperato) che i servi non godessero diritti civili, avevano una ragion publica per escludere da’ comizi l’infimo volgo; che non avendo da perdere, si lascia di leggieri corrompere o per ignoranza o per mercede. E ancora la plebe libera era in Roma raffrenata col provvedimento della legge curiata; onde il suffragio, non per capi, ma per decurie, e poscia per centurie resultando, faceva che i grandi abbienti superassero di grandissima lunga i piccoli.

Ma nelle società moderne, in cui l’amore di sé è tanto più preponderante dell’amore del comune, e ognuno gode dei diritti civili, anche la maniera di condurre le elezioni publiche doveva essere diversa: maggiormente considerandosi la qualità di ciascuna persona, che quella dell’ordine a cui avesse appartenuta. Laonde le ragunanze degli elettori si fecero per parti di città e per distretti; e necessariamente si trovarono insieme e indistinti ad esercitare lo stesso diritto, uomini di condizione diversa, che o mal si conoscevano o si aborrivano; perché comunque le società si acconcino, sarà sempre che chi ha avrà poco amico chi non ha, e formeransi separazioni di ordini. Le quali non potendosi impedire (vizio funesto dell’umana natura) era parato alla sapienza de’ romani e de’ greci, che fosse meglio lasciarli governare con costumi propri, e da avere ognuno superbia di sé medesimo; e soddisfatto all’ordine, dovesse altresì contentarsi l’uomo individuo; che nulla o poco di sé stesso facendo conto, ogni amore suo a tutto il corpo, o plebeo o patrizio che esso fosse, riferiva. Il che non essendo a’ tempi nostri, anzi tutto per converso intervenendo, mal era da provvedere che dei diritti publici ognuno avesse la debita parte: non ultima difficoltà veramente a comporre oggi gli stati a verace e durevole libertà; non tutti potendosi chiamare ne’ collegi ad eleggere, né alle assemblee a far leggi, né a’ magistrati a governare. E d’altra parte le eccezioni ed esclusioni producono necessariamente turbazione, parendo a chi rimane escluso o eccettuato di patire oppressione, che poco o nulla si sente sotto signoria assoluta; perché essendo il male di quasi tutti, più volentieri si sopporta; né si svegliano o debilmente si svegliano le passioni civili e con esse l’ambizione di aver parte nelle cose publiche. La quale coloro che non possono satisfare, provando invidia di chi è loro superiore, pigliano in odio ogni suo atto, e cercano di giungere colla violenza dei tumulti dove per autorità di legge non possono: nel tempo che la parte privilegiata di leggieri divenendo non curante di quel che sa di possedere per legge, facilmente si conduce a lasciarsi sopraffare e carpire l’autorità: onde poi nasce il trionfo della licenza distruggitrice della libertà. Non m’accusino di vanità i lettori, se appaio recitatore di teoriche a molti notissime; avvenga che, procedendo oltre nella narrazione delle cose d’Italia, ci accadrà di continuo sperimentare, che per l’oblio o mal uso di dette teoriche, la libertà fra noi non ha fatto quella buona riuscita che in principio si sperava.

Giudicavasi non essere i nostri popoli fatti per eleggere i rappresentanti della nazione co’ suffragi dell’universale; e in questa opinione erano quelli che di vederli troppo delle faccende politiche intramessi, sdegnavano o temevano; e vi concorrevano pure i più gelosi fautori di libertà popolare; i quali con una ragione contraria argomentavano, il suffragio universale poter essere leggiermente ritorto a danno della loro parte, per la grande autorità sulle moltitudini campestri e servili dai ricchi e dai preti esercitata. E veramente né gli uni né gli altri mal s’apponevano. Ma fra’ generali comizi, e i decretati colle nuove leggi nel marzo del 1848, era infinita distanza: e non potendosi concedere che ognuno fosse elettore, ben s’arebbe potuto allargare per forma questo privilegio, da forse appagare o almeno calmare que’ primi bollori del suffragio universale, di cui facevano più rumore quelli, a’ quali più dell’universale stava a cuore il particolare acquisto di quel diritto. Né era allora buona scusa il dire, che la maggior parte de’ popoli italiani aveva dato segni d’indifferenza per lo esercizio de’ diritti publici, e la libertà concessa loro era non pur sufficiente, anzi soperchia; come se a renderli più fervorosio meno indifferenti, fosse stato buon rimedio escluderli dal detto esercizio; e come se trattato si fosse a que’ giorni di giudicare la poca o la molta libertà, e non più tosto di togliere occasioni e appiccagnoli a querele e turbolenze. ché se bene a’ più poco o nulla importavano i sopraddetti diritti, importavano però a quelli che poi per acquistarli avrebbero suscitato tumulti, senza che i rettori avessero avuto modo d’impedirli, mostrandosi del pari insufficienti a contentare e a reprimere.

Primo in Italia a publicare la legge de’ comizi, che oggi chiamasi elettorale, fu il re di Napoli, prescrivendo la facoltà di eleggere a chi avesse avuto ventiquattro ducati annui di rendita imponibile, e quella di essere eletto, a chi ne avesse avuto dugento venti. Per la qual norma (in paese come il napoletano, dove non è somma spartizione di beni), un assai piccolo numero poteva a’ comizi intervenire; senza che di molto valessero ad allargarla certi titoli provenienti da accademie o da esercizi di ammaestramento publico. Basti, che Carlo Troya, uno de’ più chiari uomini d’Italia, e che un mese dopo fu chiamato a dirigere il governo, non poteva essere né eleggitore né elegibile. Onde per le piazze e pe’ cerchi, e ne’ giornali cominciarono più o meno le doglianze, con minaccia di convertirsi in tumulti: e l’essere la legge chiamata transitoria, anzi che tranquillare, faceva maggiormente mormorare: conciossiaché da lei dovesse uscire un’assemblea con quasi balia di costitutrice dello stato, o come oggi dicono costituente; avendo potere non solo di rifare la stessa legge de’ comizi, ma tutte le altre che fossero fondamento o parte della costituzione: onde pareva tanto più rilevasse ch'ella fosse verace e ampia rappresentatrice di tutta la nazione.

La seconda legge de’ comizi publicata in Italia fu la toscana; e subito fu detto, che in cambio di servire d’allargamento allo statuto, rendesse quasi nullo ciò che al detto statuto aveva acquistato maggior pregio; conciossiaché, se bene non si negasse che il titolo del sapere valesse per dar adito ne’ comizi, tuttavia ponevasi la condizione che il letterato o scienziato o artefice, che non avesse patenti di professore o di accademico, dovesse pagare non meno di quindici lire di tassa di famiglia; il che importando ch'ei fosse piuttosto bene agiato, gran numero di persone atte non pure ad eleggere, ma ad essere elette, rimanevano indegnamente escluse: senza dire che volendosi pure la scienza dalla pecunia misurare, ingiusto era che dovesse esserne fatta norma la tassa di famiglia, fra tutte la più arbitraria e bizzarra, e da non rivelar mai il vero stato dell’entrate di ciascheduno. In oltre non si comprendeva perché il diritto di eleggere dovesse essere ristretto a quel censo che nasce da beni immobili, quasi lo stesso amore della prosperità publica e della stabilità de’ reggimenti non avessino dovuto nutrirne i possessori di capitali sodati su’ beni stabili, o messi in commercio. Né d’altra parte, comecché in Toscana meglio che altrove fossero spartite e bilanciate le ricchezze, pareva proporzionato il termine di lire trecento in entrata imponibile (cioè circa 500 in entrata reale) per essere del prefato diritto dotato. Non minori lamenti si facevano per l’obligo di doversi eleggere per distretti, senza che gli squittini de’ vari collegi, di cui componevasi un distretto, si potessero accomunare; onde poteva accadere (e bene accadde) che uno avesse in un distretto i maggiori suffragi, né potesse essere eletto. Altre cose pure erano censurate e da censurare, e in ispezialità il solito vizio della oscurità e ambiguità nelle espressioni; talché parve mestieri che una comitiva di cittadini si raccogliessero per discutere, interpetrare, e chiarire ne’ giornali i veri sensi di detta legge, forse sperando con artificiose interpretazioni e dichiarazioni di renderla meno difettosa o più ampia. Alla legge de’ comizi si congiunse in Toscana la legge chiamata compartimentale, fatta all’improvviso e come per compenso: dacché dopo tanto fare e disfare, e promettere e non effettuare, non s’era ancora provveduto alla riordinazione de’ municipi, che avrebbe dovuto a ogni altra riforma precedere, come abbiamo più volte in queste istorie notato, senza che ci sia parato averlo mai fatto a bastanza; nessuno per avventura ignorando quanto una buona legge sui comuni conferisca, perché riesca altresì buona la legge per le elezioni della rappresentanza di tutto lo stato: dovendosi Tona fondare nell’altra, e potendo in grandissima parte derivare dall’acconcio e giusto modo di spartire i luoghi, che in maggiore o minor copia convengano i popoli ad eleggere i loro rappresentanti.

E tanto era vero che dopo la mutazione di Francia pareva scarso ciò che avanti era paruto tragrande, che publicatosi a dì 4 marzo in Piemonte lo statuto (di cui nel febraio erano state le sole norme notificate) sursero d’ogni parte censure acerbissime; e in Genova particolarmente si levò rumore, dicendosi vituperi de’ ministri, e gridandosi che la legge fondamentale dello stato fusse allargata e più democratica ridotta. Se non che queste maggiori improntezze riuscivano più funeste in Toscana, dove era più debolezza nel governo: i cui rettori non si potrebbe dire da quale e quanta tempesta di domande, impossibili a contentare, fossero in que’ giorni assaliti. Alle quali non sempre colla debita dignità rispondevano: e conciossiaché non potessero o non volessero appagarle, meglio sarebbe stato di non rispondere. Ma nel tempo che di opere apparivano scarsi, non sapevansi temperare di favellare in publico:e giammai le mura delle città non si videro sì coperte di editti, decreti e notificazioni; e vollero pure che nel diario delle leggi (cosa inconveniente) si confutassero le quistioni e accusazioni divulgate dagli altri giornali: e spesso leggevansi di proteste, scuse, dichiarazioni e difese de’ reali ministri, che volevano più parlare che non sapevano fare: e sì furono presi a questa vaghezza, che, se bene ancora non messa in atto la costituzione, no convocato il parlamento, pure dichiararono per bando che essi intendevano di assumere mallevadoria de’ loro atti. Né per detta dichiarazione furono meno al bersaglio degl’impronti: non essendo giorno che in luce non venissero libercoli e foglietti; senza quel che si leggeva ne’ giornali, cresciuti di numero e di loquacità; e così fatto dire e censurare e tempestare chiamavano opinione publica, e sotto questo vago nome si arrogavano facoltà non pur di consigliare i rettori, anzi di accusarli e minacciarli: e l’effetto era che quelli con tante e diverse lingue, intorno a loro di continuo sfringuellanti, vie più si confondevano e incespicavano. E sì come il maggior clamore era per la lentezza e pigrizia a riordinare e accrescere l’esercito; d’altra parte incontrandosi per questa bisogna difficoltà, forse appianabili l’anno avanti, insuperabili in quel sopraggiungere di avvenimenti ogni dì più incalzanti; erano costretti a fare protestazioni contraddittorie; e mentre un dì notificavano che l’accorrere dei cittadini a scriversi nella milizia era grande, in altro facevano assapere che anzi mancava zelo e voglia di prendere le armi: come quelli che a un tempo volevano confortare i benevoli, e dovevano difendersi da’ maligni. L’avere presentato in consulta di stato due proposte di leggi, una per una descrizione forzata di 4000 soldati, e l’altra per mobilitare una porzione della guardia cittadina, facendone un corpo di milizia volontaria: e l’avere essa consulta approvata la seconda delle due proposte, e ricusato di consentire la prima, allegando con minuziose disputazioni di diritto, non potersi richiamare a prendere le armi coloro che avevano pagato lor debito militare in fino all’anno 1847, fu cagione che il conte Serristori, del quale abbiamo in altro luogo favellato, si deponesse dall’ufficio di ministro per le cose della guerra. E tosto in quello fu richiamato il marchese don Neri Corsini, a cui come la costituzione pochi mesi addietro aveva fatto perdere il grado, la stessa costituzione gliene faceva restituire. E di questo scambiamento, come d’ogni novità, dicevasi e agùravasi bene; ma restando poi l’espettazione o imaginazione delusa, tornavasi al bisbigliare e romoreggiare: né di pretesti era mancanza: e uno fu porto dal regolamento per mobilitare la milizia cittadina: parendo a quelli, che giammai di nulla si contentavano, essere in guisa compilato da non sortire alcuno effetto buono. «Che impaccio (gridavano) essere mai quello che i figliuoli abbiano a richiedere il consenso paterno? E poi l’obligo di servire tre anni essere troppo lungo: arbitraria la elezione de’ capi: un aggravio il doversi vestire a proprie spese.» Né valeva che detta legge fosse compilata dal conte Giacinto Collegno piemontese, che dimorando allora in Firenze, e sapendosi pratico capitano de’ tempi napoleonici, e insiememente partigiano antico di libertà, era stato dal voto popolare indicato al principe per ben provvedere al riordinamento delle civili milizie. Conciossiaché i sussurratori, non osando vituperare il Collegno, spargevano, che all’insaputa di lui, anzi contro il suo avviso, la legge era stata fatta; e allegavano che avesse rinunziato all’ufficio; il che fu vero; ma se rinunziasse per dissidio co’ rettori, o anzi per que’ clamori di gente quanto più pronta al vociare, tanto meno riducibile a milizia, non potrei dire; avendo egli velata l’una o l’altra cagione con dire di tornare in patria per servirla al sopraggiungere della guerra.

E nel tempo che non si sapeva o non si poteva fare provvedimenti di quiete interna e di difesa esterna, secondo che gli avvenimenti succeduti, e quelli che dovevano fra poco succedere avrebbono richiesto, sperperavasi il danaro publico e il tempo in allargamenti di uffici e di magistrati, sproporzionatissimi alla grandezza e alla fortuna della Toscana. E fu fatta la composizione d’un consiglio di stato, spartito in due; di consiglieri ordinari e straordinari: i primi con istipendio;i secondi onorarli, e con le stesse facoltà attribuite a’ sì fatte assemblee negli altri paesi retti a signoria temperata; mostrando di volerci ordinare come se fossimo un gran regno, perché la libertà, che agli antichi costava sì poco, dovesse a dì nostri parere un acquisto di caro pregio. Né fu meno vanitoso il riordinamento de’ vari ministeri: notandosi, che un tempo la Toscana ne aveva tre soli, né furono per lei i tempi più infelici. Mercè della costituzione divennero cinque, e poi fino a sette si distesero, crescendo la spesa, non la operosità.

Ma nulla in quel tempo dava così a dire e a pensare, non solo nel reame di Napoli, ma per tutta Italia, come la discordia con Sicilia. La quale non che ricevere alcuna composizione, porgeva nuovi rincalzi alla fraterna guerra. Ciò mi sforza a tornare un po’ indietro per riferire in quali termini si trovasse nel mese di marzo quella infelice quistione, non ultima causa delle nostre sventure. Dopo il rifiuto fatto da’ Siciliani alla costituzione regia publicata il dì 29 gennaio, come abbiam detto di sopra, avevano dovuto i rettori del governo napoletano dirizzar l’animo a trovar modo di acconciare sì grave bisogna; e pare che da prima si consultassero di mandare due ambascerie, una per Palermo e l’altra per Messina, di uomini la più parte siciliani, e da satisfare a tutte le opinioni, affine che le differenze di quell’isola fraternamente si componessero. Quegli oratori si apparecchiavano a partire, quando poche ore innanzi chiamati a palazzo (dove stavano a consulta col re i ministri e i rappresentanti inglese e francese) intesero che l’ordine era cangiato, e credettesi da molti che ciò avvenisse per opera di lord Minto. Del quale già abbiamo riferito com’ e fin dal 1847 viaggiasse per l’Italia con commessioni straordinarie de’ rettori britanni; che in fin d’allora vedevano apparecchiarsi in Italia grandi mutazioni. Né potremmo accertare che successivamente non ve ne sieno state altre più segrete e non comunicate, meglio conghietturabili per alcuni accidenti che per testimonianze autentiche. Questo è certo, che, cominciato lo incendio nel reame delle due Sicilie, non parve a quel diplomatico di starsene inoperoso, sì perché importava troppo alla corte inglese di aver le mani nelle cose di Sicilia e volgerle secondo i suoi maggiori interessi, e sì perché fin da quando i Siciliani nel mese di decembre dell’anno precedente domandavano riforme, eransi a lui rivolti prima a Firenze e poi a Roma, pregandolo a usare suoi uffici col re di Napoli, perché da quella ostinata resistenza cessasse: e lord Minto aveane ragionato coll’ambasciatore di Napoli presso la Santa Sede, il conte Ludolf, mostrandogli che non ingiuste erano le siciliane domande, e conveniva soddisfarle. Ma dopo la rivoluzione di Palermo le pretensioni de’ Siciliani, non essendo né potendo essere più le stesse, misero in non poca costernazione l’animo di lord Minto; e a istanza di lord Napier, rappresentante inglese presso la corte di Ferdinando, deliberò di andare subito a Napoli: se non che innanzi di lasciar Roma volle provare, se papa Pio IX avesse intramessa la sua autorità, perché più facilmente il re e i Siciliani venissero a un pronto accordo, temendo non a torto che lo indugio a fare una conciliazione qualunque sarebbe stato impedimento ad ogni maniera di pace. Pio IX prima esitò ad accettare quella commessione, allegando che non avrebbe potuto consigliare pubicamente a’ Siciliani l’accettazione d’una costituzione ch'e non approvava, né avrebbe consentita pe’ suoi dominii, e anzi reputava una gran calamità per tutta Italia: poi, come quello che a lungo non istava saldo in un proposito, parve si lasciasse vincere alle parole di lord Minto, e promettesse di fare quel che o non fece, o fece in modo che nessun frutto ne resultò.

Giunto adunque in Napoli il diplomatico inglese, fu per bocca del principe Petrulla, gentiluomo palermitano, richiesto dal re per mezzano nella quistione di Sicilia. Il che se Ferdinando facesse per paura propria o per consiglio de’ ministri, o per acquistar tempo, non importa cercare. È certo che tanto i Siciliani quanto il re, diffidenti in tutto e sempre, furono in questo solo d’accordo, di compromettersi nei rettori della corte inglese. Se non che Ferdinando aveva nel medesimo tempo impetrata anche la mezzanità francese, o per non molto fidarsi della corte d’Inghilterra, o perché lo stesso rappresentante di Francia avrà procacciato d’intramettersi in quell’accomodamento; temendo che operando soli gl’inglesi non dovessero esercitare troppo libera e col tempo esorbitante autorità sul1’ isola. Trovo in una Jettera di lord Normanby al visconte Palmerston, che Luigi Filippo, ancora re, dicesse che la causa de’ Siciliani era legittima, e non si doveva abbandonare. Comunque sia, nel modo detto passò nelle mani della diplomazia: la quale non che terminare la quistione, maggiormente la intorbidò.

Qui è da notare, che lungamente e più tosto confusamente furono dibattuti in consiglio i poteri da concedere al mediatore inglese: talché il re non a torto noiato, e di quando in quando uscendo della stanza dov’erano adunati, e trasferendosi nel1’ altra, dove aspettavano i deputati eletti, e poi disdetti con poco acconcia maniera, dicesse loro, che lord Minto mostrava di non sapere né pur egli quello che si volesse. Finalmente parve che si accordassero, e uscisse quel memoriale, che publicato ne' giornali, rivela in quali confini erano state poste le facoltà conferitegli. Aveva creduto il ministro Bozzelli di rimediare leggermente a tutto, e procacciare di volgere favorevole allo statuto da lui compilato l’animo de' Siciliani, e con esso loro sdebitarsi dell’obligo contratto prima come particolare cittadino, e poi come rettore publico, inserendo nei disponimenti transitorii l’articolo seguente: «potersi talune parti della costituzione modificare pe’ domini di là dal Faro secondo i bisogni e le condizioni particolari di quelle popolazioni.» Messa per tanto sotto gli occhi del mediatore inglese questa dichiarazione, quasi via dischiusa a un accordo che fosse a' Siciliani accettabile, e non ne andasse l’onore della corona e la giustizia publica delle nazioni, fu il potere della sua mezzanità limitato alle seguenti proposte. Che il re consentirebbe alla Sicilia un proprio parlamento di due assemblee, l’una di ottimati, l’altra di cittadini, co' medesimi poteri attribuiti a quello di Napoli. Che nella composizione dell’assemblea degli ottimati avrebbe riguardo a’ desiderii e memorie de' Siciliani, non ricusando di nominare a vita quelli che già si trovassero avere avuto il grado di Pari ne' passati parlamenti, e per lo rimanente terrebbe le norme stabilite colla costituzione da lui promulgata. Che per la legge transitoria della elezione de' deputati, si avrebbe considerazione a’ bisogni di que'popoli e allo stato delle loro facoltà, con potere poi nello stesso parlamento siciliano di modificare la detta legge quando fosse chiamato a renderla durevole. Che oltre al separato parlamento sarebbe ne' reali dominii di là dal Faro un ministero e un consiglio di stato, composti di cittadini siciliani, a' quali altresì sarebbero solamente conferiti tutti gli uffici e gradi della guardia civile. Che per quei servigi di governo comuni a' due dominii sarebbe adoperato un numero di Siciliani proporzionato alla popolazione messa in paragone con quella di Napoli, dovendo la Sicilia fornire sempre la sua parte di esercito sì per le forze di terra come per quelle di mare nelle stesse proporzioni. Che sarebbe prerogativa della corona eleggere il luogotenente per la Sicilia o nella persona d’un principe di sangue reale, o d’altro illustre e benemerito personaggio del reame. Sarebbe altresì prerogativa del re il disporre delle forze di terra e di mare nel modo che stimasse più acconcio a conservare la libertà e integrità del territorio. Che per le cose comuni a’ due domimi, sarebbero tratti da' due parlamenti due consigli che assembrati dal re in un parlamento misto, deliberassino conforme fosse mestieri, salvo l'approvazione sovrana; e quantunque detti consigli dovessero ancor essi proporzionarsi colla grandezza delle due popolazioni, tuttavia sarebbe consentito che fossero composti di due terzi Napoletani, e d’un terzo Siciliani. Che per affari comuni s’intenderebbero quelli non appartenenti alla interna amministrazione di ciascuna delle due parti del regno, come per cagion di esempio, la provvisione del re, le relazioni diplomatiche, i trattati di commercio, di pace, di lega, e simili, i dazi sui traffichi esterni, e finalmente gli uomini e la spesa da fornire per la formazione dell’esercito. Conchiudevasi: che quando a lord Minto fosse successo con queste condizioni di terminare la questione siciliana, un supplemento allo statuto del 4 0 febbraio sarebbesi sopra queste norme immanchevolmente publicato.

Fra tanto lord Minto aveva scritto al comitato generale di Palermo: essersi senza indugio rivolto al re per dimostrargli come lo statuto publicato, accomunando i due regni sotto un sol parlamento, discordava colle sue assicurazioni fatte antecedentemente a’ Siciliani, e averne avuto buona risposta per lo inserito articolo 87, mercé di cui lo stabilimento del parlamento doveasi per ora intendere soltanto per Napoli. Né essergli mancate promessioni in vantaggio degli antichi diritti de’ Siciliani e della costituzione del 1842; e sperare che abbiano queste a dileguare ogni sinistra impressione che avesse mai fatta il mentovato decreto: aggiungendo per ultimo, averlo anche sua maestà il re di Napoli fatto richiedere della sua mediazione; e qualora paresse al comitato siciliano, potersi sulle norme accennate effettuare un accomodamento, non metterebbe tempo a imbarcarsi per Palermo. I rettori palermitani rispondevano: rendergli innanzi a tutto da parte del popolo siciliano somme grazie per gli uffici assunti in favore dei suoi diritti; poi replicargli essere costante voto di tutta l’isola che il general parlamento adunato in Palermo adatti ai tempi la costituzione che, riformata nel 1842 sotto l’autorità della gran Bretagna, non ha mai cessato per diritto di possedere. Le assicurazioni ricevute renderli certi che il re di Napoli sia pronto a riconoscerla: e se le riforme, alle quali accenna, conducono a questo fine, certamente la sua venuta non potere riuscire che graditissima. Si può quasi argomentare da questi detti, che un principio di diffidenza cominciasse a pullulare ne’ Siciliani, dacché il Minto era stato altresì eletto mediatore dalla stessa corte napoletana; ma o vollero dissimulare, o forse non erano più in tempo di ricusare quella mezzanità da essi medesimi richiesta, per sempre credere che l’Inghilterra dovesse caldeggiare una forma di costituzione, da lei medesima assicurata. Il giorno 4 7 il presidente del comitato generale mandava questo bando. «Noi abbiamo vinto con le armi, il potere arbitrario è caduto, un nuovo stato di civiltà comincia. L’ambasciadore dell’Inghilterra lord Minto, uno dei primi uomini di stato di quella eccelsa nazione, ha già preso la commessione di porre sotto sicura malleveria la nostra libertà e i nostri diritti riconquistati col pregio del nostro sangue.» Ma pochi giorni dopo giunse avviso che lord Minto era obligato a differire ancora il suo avvenimento a Palermo, dacché per la risposta avuta dal comitato palermitano, aveva trovato difficoltà nella corte di Napoli a conchiudere un trattato di scambievole contentamento. Qui incominciarono le invincibili ostinazioni da una parte e dall’altra, e chi avesse più torto a ostinarsi, dirò liberamente.

Da un lato i Siciliani ebbri di loro sollecita vittoria, senza guardare che vittoria compiuta non era infino che la potenza monarchica di Napoli stava in piè; dall’altro i ministri di Ferdinando, nessuno o legger conto facendo dello inebriamento de’ Siciliani, che in meno d’un mese erano riusciti a cacciare delle loro terre i soldati regi, facevano a chi più stare intorati, con danno di loro stessi e della comune causa: pretendendo i primi di avere il benefìzio d’una vittoria non pur compiuta ma assicurata, e i Napoletani cercando dar loro meno di quello che per la riportata vittoria meritavano. Ma perché gli uni rimettessero alquanto dalle pretese, e gli altri si distendessero maggiormente nelle concessioni, e giungere così a un accordo ad entrambi onorevole, conveniva primieramente che non vi fosse stata la mediazione straniera, provocata o accettata sì da’ rettori Siciliani e sì da’ Napoletani, che avendo in ciò fatto in comune il peccato, meritarono di pagarne in comune la pena. E in secondo luogo faceva mestieri, che nel governo di Napoli fossero stati altri uomini che non mostrarono di essere quelli che vi si trovavano; a’ quali sarebbe da attribuire troppa malvagità, se la insufficienza del loro ingegno non bastasse a chiarire i mali che procurarono alla patria. E lasciando il già notato errore di domandare o accettare la mezzanità della corte inglese, piuttostoché (dove d’una mediazione alta avessero voluto servirsi) impetrar quella che in quel tempo poteva tornare accetta e forse giovevole, o almeno non dannosa, degli altri principi d’Italia, altre e continuate testimonianze di poco accorgimento diedero nel modo di trattare la quistione; la quale in cambio di risolvere col più celere modo possibile; lasciarono che si allungasse, quasi ogni giorno, che passava, non fosse stato un sempre nuovo impaccio a una felice risoluzione.

Due opinioni a quei dì correvano, tutte e due argomento di accusa pel napoletano ministero. La prima, che il re o per paura o per altro rispetto si mostrasse allora desiderosissimo di quell’accomodamento in qualunque maniera si facesse. Il «he se è vero, avrebbe dato un’altra prova di docilità, di cui i Napoletani non seppero o non vollero giovarsi, come potevano e dovevano. l’altra opinione era, che i ministri regi trattassero più particolarmente co’ Siciliani che dimoravano in Napoli, la più parte de’ quali avendo servito i Borboni, e non potendo avere, come in effetto non avevano, la fiducia de’ loro concittadini, ma volendo in que’ momenti di vittoria, riacquistarla coll’apparir loro caldissimi propugnatori de’ patrii diritti, simulavano docilità maravigliosa colla corte napoletana, e poi scrivevano in Sicilia lettere da infiammarli a star saldi nelle loro pretese; quasi con quelle mostre di ardore eccessivo sperassero cancellare la odiosa memoria de’ servigi prestati alla casa borbonica, senza che di questa loro malizia, non difficile a scorgere, s’avvedessero i ministri, né volessero crederla a certi indizi che pure si manifestarono. Le quali due opinioni ho voluto riferire non perché io n’abbia certezza, ma perché mi son parse conciliabili co' fatti, e più perché l'essere state da molti credute, furono cagione che più odio contro il ministero si accumulasse: tanto più che fu veduto uscirne il siciliano Scovazzo, e dettosi ch'ei non avesse mancato di avvertire i colleghi, che con quel modo di trattare la quistione, l’avrebbero maggiormente avviluppata, e vedendo di non essere ascoltato, si deponesse. Dubbio per altro non può essere, che la subita deposizione di lui, uomo diritto e coraggioso, non indicasse, che le disposizioni della corte napoletana non erano favorevoli a un felice scioglimento della siciliana controversia.

Ma ancor più servì a mostrare detta corte mal disposta, e rendere più malagevole la via all’accordo, il vedere che nel tempo che si trattava, la cittadella di Messina, che sola restava in mano del re, seguitasse sempre a travagliare la città; il che non valendo a sottomettere i Siciliani; e anzi inasprendoli di più, produceva che eglino viemaggiormente prendessero in odio il governo napoletano, e in sospizione qualunque profferta fosse stata fatta. Né giovava che i ministri si scusassero, attribuendo quella continuanza di guerra al non avere i capi della cittadella ricevuto ancora i loro ordini, o averli male eseguiti; come se da Napoli a Messina fosse stata tanta distanza da non far subito cessare ogni offensione, e gastigare quelli che non avessero obbedito. Non mancò chi supponesse che quel seguitare a gittar palle accese, fosse per dare al re una certa soddisfazione, che non paresse l’esercito suo essere stato compiutamente rotto e vinto. Comunque sia, in quel modo, non che accomodar le cose, ogni dì più si guastavano, e le proposizioni fatte col mezzo di lord Minto non sortirono alcun buon effetto, giudicandole i Siciliani più severamente ch'elle per certo non meritavano, e più tosto parendo loro nuovo tranello, che benefizio alla vittoria che avevano ottenuto.

Nodo principale della quistione era di trovare il più acconcio modo di conciliare due governi affatto separati con un regno solo. Opera sempre malagevole, più malagevole dove inveterati e non mai deposti odii dividevano gli animi: e d’altra parte non sarebbe stato utile a’ Napoletani, né forse a' Siciliani fare due reami. Non che le due provincie non avessero ciascuna in sé medesima sufficienti doni naturali da provvedere alla propria prosperità; ma nel modo violento, col quale oggi è spartita l’Europa: vastissime signorie sempre intese a ingoiare o padroneggiare i piccoli domini, è vantaggioso che i minori stati si smembrino e assottiglino il manco possibile; e dove le Sicilie fossero tra loro divise, oltreché perderebbero un appoggio di vicendevole difensione in caso di guerra esterna, accrescerebbero di gran lunga i pericoli e i danni di essere da qualche gran potenza dominate: oltreché la consuetudine di vani secoli mostrava infine, che l’avere avuto Sicilia una costituzione di reggimento a parte, non aveva fatto che la corona si smembrasse. Posto adunque che un reame solo avesse dovuto essere (e in ciò convenivano in principio anche gli stessi Siciliani), e non restando che stabilire sin dove la separazione de’ governi avesse potuto accordarsi colla integrità del regno, fia d’uopo che le imparziali istorie notino quel che sì dàlia parte de’ Siciliani, e sì da quella de’ Napoletani, impedì il detto accordo, senza più all’una che all’altra inclinare.

Le tre principali forze che oggi alla unità de’ regni conferiscono, sono la persona del principe, l'esercito, e le relazioni esterne. E avrebbono dovuto i capi della rivoluzione siciliana considerare, che i ministri del re di Napoli mal avrebbono potuto consigliarlo a dividere alcuna di queste tre forze, e in ispezie la seconda, per la quale maggiormente i Siciliani insistevano, senza trarlo a smembrare o indebolire la monarchia.

E se essi diffidavano di acquistare; libertà finché un esercito comune vi fosse stato, comandato dal re, dovevano dire apertamente che l'unione con Napoli non potevano a nessun patto consentire, e provvedere in modo da bene e durabilmente costituirsi in regno libero. Favellavano i Siciliani di confedera-, zione, quasi il confederarsi fosse stato il medesimo che trovar modo di fare un sol reame con due governi. E quando puro avessero accennato a quello stato federativo italiano, che era voto e speranza di tutti, dovevano considerare, che nella formazione di detto stato, o dieta che voglia dirsi, o avrebbe prevalso il potere de’ principi, ovvero quello de’ popoli. Nel primo caso non era da pretendere che il re di Napoli si lasciasse uscir di mano la Sicilia, e quindi faceva mestieri che l’unione di essa con Napoli avesse avuto ancor più speciali legami che non erano quelli, onde i vari stati d’Italia si sarebbero collegati. Nel secondo caso, era ragione che i Siciliani aspettassero le risoluzioni della dieta o consiglio supremo italiano: il quale per prima cosa avrebbe dovuto deliberare intorno alla migliore e meglio bilanciata spartizione dei vari stati della penisola; conciliando il più che fosse stato possibile gl’interessi speciali di essi con quello universale e supremo d’Italia. Ma que’ troppo ardenti uomini non erano ancora bene sicuri della propria vittoria, e lontani ancora eravamo tutti della vittoria, da mettere la comune patria in grado di potersi costituire nazione, e già parlavano come se avessero dovuto essere considerati non più parte di Napoli, ma solamente parte d’Italia: parendo strano e odioso, che avendo tollerato trentacinque anni di unione con quella città sotto assoluta signoria, non potessero contentarsi di tollerarla qualche altro anno sotto una forma qualunque fosse di libertà: infino che le cose interiori del regno non si fossero meglio consolidate, e il più grave negozio della italiana unione non fosse stato acconciato. E finalmente scandolezzava, che mentre d’ogni parte si cercava e predicava unire e fortificare Italia, appena promulgate le costituzioni cominciasse Sicilia dallo spiccarsi da Napoli, perché invece di otto fossimo nove brani.

Pure avendo riguardo a quel tempo sì pieno di fallaci lusinghe, e alla condizione d’un popolo che per il primo in Europa si era sollevato, e avea vinto, e da quella vittoria era nato che non pur Napoli, anzi quasi tutta Italia avesse acquistato quel che allora reputavasi colmo di libertà, inescusabili del tutto non sono forse i Siciliani pel rifiuto alle proposte della corte napoletana, le quali non che ragionevoli, amplissime avrebbero dovuto parere. Che a rafforzare la stima che di lor vittoria facevano i Siciliani, s’aggiungevano le trombe de’ giornali da per tutto vociferanti: non essere il trionfo di Palermo, della sola Sicilia, ma di tutta Italia; dalla Sicilia doversi la verace libertà riconoscere; senza lei saremmo sempre a quella illusione di sterili riforme: avere Palermo mostrato,sapere gl’italiani condurre a buon termine una rivoluzione: e altrettali lodi, per cui non era città dove con feste e conviti non si celebrasse l'avvenimento palermitano, proponendosi che si coniassero medaglie con la iscrizione: Palermo la italica; soprannome rimastole in fin che altri avvenimenti non chiamarono altrove la voltabile ammirazione degl’Italiani. Né minori laudi suonavano di Sicilia fuori d’Italia; e dicevasi, che i fatti siciliani erano stati l’ultima pinta al francese rivolgimento. Onde mal era da pretendere che un popolo, da cui riconoscevano gli altri la maggiore libertà, dovesse piegarsi a rinunziare a quella per la quale si era esso sollevato e dato vita e sostanze. Né d’altra parte alcuno ignorava, e meno d’ogni altro doveva ignorare il ministro Bozzelli, con quali fini era stata la rivoluzione de’ Palermitani apparecchiata, e con quali accordi condotta; dovendosi quella interna unione dei diversi ordini, che li fece vincere, ripetere dall’essere stato loro messo innanzi antichi diritti, già troppo nella mente della nobiltà scolpiti, e renduti familiari al popolo con scritture al suo intendimento accomodate: fra le quali un catechismo popolare, dove per domande e risposte era chiarita la fede d’ogni buon Siciliano; òhe tutta in fine riassumevasi nel desiderare libertà di governo, parlamento secondo la costituzione riformata del 1812, milizia propria, congiunzione con Napoli per lo solo vincolo del re comune, e col resto d’Italia per federazione. Né i bei paroloni cangiavano a un tratto i cuori: le proteste di amicizia e di concordia, fatte ne’ giornali, non entravano nel cuore delle moltitudini; e volere che i vecchi nobili, alcuni de’ quali se i tempi l’avessero consentito, sarebbono forse tornati a' tre Bracci, accettassero di buon animo altra costituzione da quella del 12 in fuori; e che la gente volgare più che altrove rozza, e alla nobiltà ossequente, s’acconciasse ad essere soggetta a Napoli, era un mettere discordia dove la concordia aveva recato il trionfo, e quasi un esporre l’opera della rivoluzione ad essere rovesciata dalle stesse mani che l’avevano fatta: conciossiaché la maggior parte della nobiltà, e il volgo altresì, non erano tali da potere la libertà d’Italia in modo sentire da metterla innanzi alla propria: né i cittadineschi uomini, che in Sicilia, non meno che altrove, avevano in cima de’ pensieri il ricomponimento della nazione italiana, comprendendo bene che senza questo, non era da avere alcuna sicurezza delle acquistate libertà, avrebbono per avventura potuto sviare o rattenere le città da quei troppo vagheggiati propositi, ogni dì meglio rafforzati da altre cagioni, che non sono da tacere.

E primieramente gli odii con Napoli, che parevano cessati, e non erano che sopiti, cominciavano a rinviperire, aiutati da malevoli e forse prezzolati mettitori di discordie. Publicavasi un cartello de’ Siciliani contro a’ Napoletani pieno di rimproveri amari, e da aprire nuove piaghe, non che rinciprignire le vecchie, non mai del tutto rammarginate. «Noi (dicevano) allo spuntar dell’alba del giorno 12 gennaio sorgemmo e l'agùrio non rendemmo bugiardo. Che facesti, regno d’infingardi, di codardi, di perfidi? L’acquetasti nel nulla; e mentre poltrisci nella viltà, osi chiamar sorella la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero, e dietti la pinta perché tu poi nel meglio dovessi ritraiti, quasi sacrilegio avessi commesso. Non fratello tu ci sei, ma nimico; e volesti che il nostro brando ti spezzasse le catene, che amendue ci serrava, per divenir libero a offenderci. Fingere di prendere le armi, e poi posarle, essere infamia; e ben mostrasti di essere fatto per la servitù, né meritar mai di respirare queste pure aure, sì dolci a chi sente di esser nato libero. Ritenevati dal cooperare alla siciliana resurrezione, timore o odio? E qualunque di queste due cose chiudevi in petto, ignoravi forse che senza te aremmo pur trionfato, nulla potendo essere ostacolo al furore d’un popolo che ha giurato di aver libertà o morte? Numeroso popolo, e tanto di noi maggiore se" tu; muoviti, schiaccia chi non lascerà di opprimerti. Ma il cuore ti; trema, e né pure oseresti tentare ciò che con minori genti abbiamo noi in un giorno compito. Non appellarci dunque fratelli; ché mai fra noi non è stato, né sarà nulla di comune: e saremo come per la terra, così per i costumi, per le leggi, e per gli affetti divisi.» Stoccate atroci, che quantunque di penna volgare e ignota, pure facevano l’effetto in quegli animi sempre sì disposti all’ira, che ogni occasione bastava a commoverli.

A vie più raffermarli s’aggiunse un libretto del padre Ventura, uomo allora di grande autorità, e voglioso d’inframmettersi nelle cose politiche più che ad un frate non tornava bene. Cominciò con istile gonfio dal ricordare gli antichi diritti della Sicilia; fece la istoria de’ suoi patimenti; mostrò la giustizia e moderanza di lei nel chiedere le riforme, e la ingiustizia dei Napoletani nel romperle guerra; della quale pure annoverò i disastri, per inferire, essere follia parlare a’ Siciliani di unione col continente, e pretendere ch'essi abbiano a rinunziare al frutto di loro vittoria, senza che a’ Napoletani gioverebbero: anzi loro sommamente pregiudicherebbe l’avere governamento congiunto con Sicilia. E non lieve argomento all’ostinarsi de’ Siciliani era purè il credere che la libertà ottenuta da’ Napoletani non sarebbe riuscita a bene durevole, per diffidenza sì verso il principe, cui stimavano misleale, e sì verso i popoli del continente, giudicandoli non a bastanza gagliardi, da impedire che i partigiani sempre vivaci della tirannide, in città corrotta, fiacca e divisa, e da ricevere liberi ordini più per sorpresa di pochi che per sentimento generale, prima o poi non ripigliassero il di sopra, procacciando che si annullasse ciò che allora sembrava gran beneficio. Gli esempi passati li raffermavano: e stimavano per conseguente, che perseverando a voler governo provveduto di armi e di leggi proprie, non più a loro arebbero profittato, che a’ Napoletani stessi; i quali avrebbono avuto nell'isola un perenne baluardo di libertà ogni qual volta l'assoluta signoria avesse tentato risorgere. E venne tempo che i Siciliani credettero potere ai Napoletani mostrare ch'essi non s’ingannavano; se pure non rimanga sempre da dire in contrario, che forse quella non sarebbe si prontamente risorta, se le discordie fra’ due stati non le spianavano la via.

Ma non ostante tutte queste cose, non sarebbe forse riuscito impossibile piegare i Siciliani alle condizioni sopraddette, dove i ministri della corte napoletana miglior arte e accorgimento avessero usato nel proporle: e in ispezialità se avessero cominciato dal promettere la restituzione dello statuto del 1812: del quale non fecero né pure una parola; quasi la lusinga di tal nome non avesse dovuto stimarsi capace a sommamente mitigare la superbia de’ Siciliani, in fino a ridurli a consentire l’esercito comune. E a questo espediente si condussero, quando la diffidenza maggiormente accresciuta lo rese vano. Né ad altro che a difetto di fiducia è da attribuire il non essere paruto compenso buono a’ Siciliani il parlamento misto per deliberare e risolvere le cose d’interesse comune: conciossiaché non istimassero in primo luogo definito bene e compiutamente questo interesse comune, e poi temessero che per essere di due terzi Napoletani, e d’un terzo Siciliani composto, le risoluzioni non fossero sempre a Sicilia sfavorevoli. Tal che si chiarì, che il modo di trattare l’accordo fu causa che ogni accordo si rompesse; nulla valendo il consiglio d’uomini savi, che i rettori del governo non s’impacciassero di quella ornai quistione di popoli, e né pure la compromettessero ne’ diplomatici, ma pensassero in cambio di adunar presto con legge transitoria i due parlamenti delle due nazioni, e facessero a quelli con autorità non sospetta sciogliere la gran lite Veramente il mal condotto affare di Sicilia fu il primo passo che il cavalier Bozzelli mise in fallo: se per errore di mente, o per secondare i colleghi, o perché la potenza fa cangiar costume, non sappiamo; ma è certo che da indi in poi sempre più incespicando, come d’ordinario avviene a chi una volta si è tratto fuori della sua traccia, giunse ad apparire quasi rinnegatore di sé stesso, e di politica affatto opposta a quella per lo innanzi da lui professata. Dicono che l’accorto Ferdinando con accomodate carezze e opportuni disfingimenti sì lo ammaliasse da trasformarlo in altro uomo da quello stato fino allora. Certamente che rimanesse dallo splendore reale abbacinato, s’inferì, che appena salito al seggio di ministro cominciò dire a ognuno: «essere il re una coppa d’oro: non potersi imaginare il più gentile e amorevole signore; non parergli mai di favellare con un principe, ma sì con un amico dei più intimi; e di cortesie usare a lui e a’ suoi colleghi ogni dì meglio.» Né dee far maraviglia che chi era vissuto miseramente, e nel proprio animo non aveva saputo trovare conforto degno, sollevato a’ primi onori invanisse per forma da perdere coll’intelletto la virtù, e mostrare che odiando la tirannide, da cui aveva ricevuto esilio, carcere e povertade, desiderò la libertà, da cui s’imprometteva ricompense, onori e dolcezze: e la costituzione non così gli entrasse in cuore come bene pubico, che maggiormente non lo allettasse quale ristoro a’ patiti mali. Trista imagine de’ moderni liberali: e nuovo argomento di quanto sia pericoloso in tempi servili innalzare uomini di basse origini.

Se bene in petto a’ Napoletani grande amore pe’ Siciliani non si fosse mai racceso, pure dispiaceva loro che la discordia continuasse, reputandola ognuno, che sdimencato non avesse l’anno 1820, presagio di rovina comune. Forse anche i turbolenti, che già in quel regno cominciavano ad agitarsi, ne trassero pretesto per farsi strada a’ tumulti. Laonde la sera del 28 febraio, mentre gran moltitudine di popolo lietamente si raccoglieva intorno alla reggia, facendo applausi al principe, buon numero di giovani spiccati da quella corsero per altre vie gridando pace con Sicilia, e invocando insiememente la caduta de’ ministri. Fu questo uno de’ primi esempi di ammutinamenti contro a’ ministeri, che in Napoli e altri luoghi d’Italia non cessarono mai di rinnovarsi: non so se con più onta degli stessi governi, o con più offesa della civiltà nostra. Il giorno appresso ammonivasi il publico che i trattati cominciati per tornare la pace in Sicilia facevano sperare felice esito: ma doversi mantenere nel silenzio le pratiche usate affine che il desiderato fine fosse prosperamente raggiunto; e come chi avea sottoscritto lo statuto, e giurato di mantenerlo, non avrebbe mai. fallito al suo sacramento, così era mestieri che la città si mantenesse quieta, né facesse assembramenti e gridori, i quali distogliendo i ministri da’ gravi pensieri di stato avrebbono il sospirato giorno della convocazione delle assemblee ritardato. Il quale ammonimento fece effetto contrario: e ancora i più temperati mormoravano, non comprendendo perché le grida di pochi dovessino così distorre il ministero da costringerlo a indugiar di ragunare il parlamento. Ma più indignò che tre giorni dopo gli stessi rettori smentissero il prospero avviamento alla risoluzione della quistione con Sicilia; e conciossiaché si accorgessero di non saper più come distrigare quella infelice e troppo avviluppata matassa, ovvero rinnovando con alcune variazioni il loro collegio sperassero di raffermarsi ne’ seggi che cominciavano loro a crollar sotto, si deposero tutti: dicendo in un discorso diretto al re, pieno di affettazione, che mentre per ben publico e con sacrifizio di loro stessi, avevano preso il timone dello stato in mezzo a furiosissime procelle, la controversia co’ Siciliani, ogni dì più in nuove, strane, rovinose voglie invasati, li costringeva a lasciarlo, senza che dovessino farsi coscienza di nulla aver trascurato per comporla orrevolmente. Terminavano sciamando: «Liberi cittadini nell’altezza del governo, saremo sudditi obbedientissimi nella vita privata; e ci recheremo a gloria di andar sempre testimoniando la franca lealtà, con cui la maestà del principe si mostra sollecita di consolidare i nuovi ordini da lui creati.» Con sì fine adulazione vollero condire quella infinta di abbandonare il governo. Dal quale non uscirono, che il Garzia e ’l Bonanno, entrandovi in luogo d’essi il colonnello Vincenzo degli Uberti per le cose della guerra e Aurelio Saliceti per l’amministrazione della giustizia; ed essendo per la rinunziazione fetta dallo Scovazzo rimasto vacuo il ministerio sopra gli studi, vi fu chiamato il barone Carlo Poerio; e per l’altro de' lavori publici, retto temporalmente dal principe di Torcila, fu eletto Giacomo Savarese. Finalmente il principe Serracapriola, continuando a tenere la presidenza del consiglio, cedette l’amministrazione degli affari esterni al principe Cariati: cortese gentiluomo, di non gran levatura, di grandissima indolenza, e con tutti i pregi e difetti degli uomini rimasti affezionati alla potenza napoleonica: i quali furono devoti a libertà finché la gloria rumorosa delle armi, e le abbacinatoci carezze del vincitore non gliela fecero sdimenticare o posporre; essendo stato tra quelli, che, servito la republica nel 1799, non dubitarono di servir Giuseppe e Murat, quasi fossero continuatori di reggimenti liberi: e tenne uffici di diplomazia: la cui scienza o arte più che nei libri, apparò negli usi delle corti; e ancora nel 1820 fu non vile diplomatico.

Questa apparente rinnovellazione del ministero napoletano rallegrò da prima; non avendo ancora il Bozzelli perduto ogni amore del publico; e delle nuove persone chiamatevi, assai buona fama presso tutti godendo il Poerio, il Saliceti, il Savarese e l'Uberti. Del primo ho toccato altrove: al secondo riferivano scienza civile, rettitudine di sentimenti, e austerità d’animo inflessibile. Acquistava particolarmente grazia al terzo l'avere in tempi d’assoluto comando, cercato di caldeggiare la educazione del popolo e le pie istituzioni di carità. Il colonnello degli Uberti era pieno d’amore per le glorie italiane, dimostrato nelle pregiate opere e negli ammaestramenti intorno alle fortificazioni dettali con fine generosodi restituire alla nostra patria il primato di questa scienza. Ed era altresì uomo intero, sinceramente voglioso del ben publico, e di costumi più ritraenti la rigidità antica, che la mollezza d’oggi. Ma l’avere fatto studio della milizia negli scrittori d’altri secoli, anziché praticamente conosciutala ne’ particolari ordinamenti del regno, e forse ostacoli non superabili posti da chi aveva il sommo potere, non gli fecero por mano a ricomporre e altrimenti ordinare l’esercito. In vero fu gran disgrazia che i sopraddetti uomini allora salissero al governo, e con quelli che già avevano di se fatta sì cattiva sperienza s’accomunassero; perciocché mentre non riuscirono a dare un diverso e migliore avviamento agli affari di stato, si fecero con pregiudizio della loro fama mallevadori e quasi complici del male altrui. Era sempre viva la questione siciliana: anzi renduta maggiormente inestricabile, per essersi già in Palermo annunciato che pel dì 25 del mese di marzo sarebbe stato il tanto vagheggiato parlamento ragunato: e come l’atto era solenne, solenni furono le parole. Dal momento (bandivano i rettori dell’isola) che la Sicilia prese le armi contro una signoria illegittima, che spogliandola de’ suoi più sacri diritti l’aveva fatto segno alla più abbietta servitù, il suo primo grido, cento volte ripetuto, era stato, che non le arebbe posate in fino che adunato in Palermo il general parlamento, non avesse adattato a’ tempi l’antica costituzione, sotto l’autorità della gran Bretagna nel 1842 riformata. Laonde appena per benignità della provvidenza le siciliani armi ebbono riportato il meritato trionfo, santissimo debito nostro doveva essere di affrettare quanto era più possibile che un tanto voto si compisse, perché la fiducia riposta in noi dal consenso unanime di tutta Sicilia, non dovesse venir meno. Ed eccoci ora soddisfare al nostro obbligo, desiderosi che alla fine la nazione fermi le norme della publica prosperità, e coll’aiuto della onnipossente mano di Dio, si sollevi a quella grandezza, cui la natura e il coraggio de’ suoi figliuoli la chiamano.

Fatto questo preambolo, indicavano le leggi con le quali sarebbonsi ordinati i comizi; cercando il più che potevano di conciliare le norme del vecchio statuto co’ nuovi desiderii di maggiore popolarità: e mentre da un lato prescrivevano la facoltà di eleggere i rappresentanti a chi godesse rendita vitalizia o perpetua di once diciotto, allargavamo dall’altro a quanti avessero avuto patente di dottori o di accademici, e fama di letterati o scienziati. Similmente per l’assemblea degli ottimati concedevano, che tutti i Pari secolari ed ecclesiastici, scritti nell’antico statuto, e i loro successori vi fossero chiamati, ma nel medesimo tempo ordinavano che pe’ vacanti posti, o posseduti da non Siciliani, dovessino farsi le surrogazioni, mediante proposte dell’assemblea degli eletti dal popolo. Ma nel tempo che per questa annunciata ragunanza del siculo parlamento crebbero le difficoltà della pace colla corte di Napoli, abbattessi a renderla ancor più malagevole la nuova del rivolgimento francese; per lo quale di maggiori e più disorbitanti pretese empiendosi gli animi de’ Siciliani, divenne insudiciente a contentarli ciò che forse alquanti giorni innanzi avrebbe satisfatto; da mostrare quel che pure di continuo nelle cose politiche si esperimenta (e nondimeno questa sperienza non ammonisce quanto dovrebbe) che il più o meno delle concessioni è sempre respettivo al tempo che elle si fanno. Certo era molto, anzi il più che si poteva, quel che il re di Napoli co’ decreti del 6 di marzo concedette a’ popoli di Sicilia. Con un primo decreto nominava un ministro di affari siciliani da stare in Napoli presso la real persona; con altro decreto stanziava un proprio e particolar parlamento per la Sicilia, colle stesse norme prescritte dal comitato di Palermo; salvo che al primo articolo: È convocato in Palermo il generale parlamento per acconciare ai tempi la costituzione del 48Ì2, e provvedere a tutti i bisogni della Sicilia: si aggiungeva ferma rimanendo la dependenza da unico re per la integrità della monarchia: e in fine si faceva la giunta di un altro articolo che diceva: i due parlamenti di Napoli e di Sicilia si metteranno d'accordo per tutto ciò che può riguardare interessi comuni. Un terzo decreto stanziava un luogotenente generale, scelto dal re o fra’ principi della casa reale, o fra chiari personaggi dell’isola, con un consiglio di ministri di stato per le varie parti d’amministrazione publica, da corrispondere col ministro siciliano residente in Napoli. Con un quarto decreto si nominava luogotenente Ruggiero Settimo, e gli si conferiva potere di adunare il parlamento nel giorno medesimo,25 marzo. Gol quinto e ultimo decreto erano eletti ministri Pasquale Calvi, il principe di Scordia, e il marchese di Torresana, e come capo direttore di questo ministero, Mariano Stabile. Ma il prolungato indugio togliendo ogni efficacia a queste largizioni generosissime, appena giunse a Palermo il mediatore inglese portatore de’ reali decreti, ragunato il comitato generale, deliberò non più unanimemente che stranamente, non potersi accettare, e quindi dichiararli nulli, e come non fatti.

Fra tanto al di qua del Faro colla mancanza di buoni provvedimenti cresceva materia a’ tumulti; conciossiaché distrutti gli ordini vecchi, poco o nulla si brigasse a creare i nuovi, scusandosi i rettori di essere impediti dalla stessa costituzione; per la quale il fare leggi di sicurezza e quiete interna apparteneva alle assemblee legislative; la cui ragunanza era stata per il primo di maggio stanziata: come se detta ragunanza non s’avesse potuto, anzi non s’avesse dovuto fare avanti quel tempo: e come se state non vi fossero le leggi vecchie non cassate dallo statuto; e negli stessi codici del regno non si fosse trovato il sufficiente a reprimere le sedizioni e i delitti, che in pericolo mettevano la nascente libertà. Oltre di che non era da credere, che qualora fosse stato provato necessario di provvedere con alcuna buona legge temporaria, a fin d’impedire che la licenza ne’ costumi non s’apprendesse, le assemblee legislative ne avessero mai fatto carico a’ ministri; essendo che lo stato speciale di quel regno richiedeva ancor più forse che gli altri stati, pronti e vigorosi rimedii; non solo per lo improvviso balzare da somma strettezza a grande libertà, ma ancora perché l’allegrezza d’un giorno non poteva cancellare memorie dolorose di tanti anni; ed era da aspettare, che passati i primi fervori, sarebbonsi gli odii, i sospetti, e i dissi— dii fra principe e popolo risvegliati; e lo stesso ritorno di oo loro che lungamente avevano sperimentato quanto grave e dolorosa cosa sia l’esilio, non iscompagnato forse da desiderii di vendette, doveva pur servire a raccenderli. Lo scrivere a stampa, pericolosissimo sopra ogni altra libertà, ne’ mutamenti publici, cominciato subito in Napoli a sbrigliarsi, più che a vituperare le cose, mirava a ferire le persone. Piccoli giornalie cartelli infamanti venivano in luce, e moltiplicavano ciascun giorno maggiormente, non più rattenuti da censura, né gastigati da giudizio successivo di tribunali. E poiché in paese sì scorretto, e con tante mutazioni, non era quasi alcuno che qualche macchia antica o recente non avesse, l'andare a rinfrescare i peccati d’ognuno, e metterli in luce con satire e motti, che quanto più veri sono, più si conficcano negli animi, faceva che in cambio di procacciar amici alla nuova libertà, cominciassero a prenderla in odio e dispetto ancor quelli che per inclinazione o l’amavano o sarebbonsi condotti ad amarla. Il prefetto notificò: che avrebbe ritirati i permessi agli stampatori che avessero publicato scritti senza nome, e non avessero dato le cauzioni richieste dalle leggi. Nessun frutto fece questo ammonimento, rimasto senza esecuzione; seguitando le stamperie a publicar vituperi, e le passioni estreme inacerbire. E colle sfrenatezze degli scriventi, si congiungevano le ragunanze per lo più di giovani precipitosi a’ garbugli; le quali si facevano d’ordinario nelle botteghe di caffè; e una assai famosa, e quasi fomite di tutti i tumulti, era detta del caffè buono; bastando che ivi si proponesse un assembramento clamoroso e offensivo perché senza indugio si eseguisse. Dicono che il re soleva chiamarla la camera de’ comuni; contento di schernire quella libertà, che gli stemperati non sapevano fargli stimare. Né i ministri si accorgevano, ch'essi lasciando sopraffarsi dagli assembramenti, e tollerando i tumulti, o per paura o per fiacchezza, facevano il piacere di chi era lieto di veder subito la nuova libertà intorbidarsi e spaventare, aspettando forse il destro di tornare per questa via a prevalere. E se bene malagevol cosa fosse lo infrenare, dove tanti con intendimenti diversi cercavano di turbare la quiete publica, aiutati ogni dì più e incoraggiati dagli esterni e precipitosissimi avvenimenti, che parevano ordinati a scompaginare l’universo;pure il ministero, di cui era sempre anima il Bozzelli, fece assai meno di quello che avrebbe potuto e dovuto; non persuadendosi che, avendo preso il timone dello stato in tempo burrascoso, non era da tenerlo come i tempi ordinari e tranquilli consentirebbero; e siccome stimerebbesi folle medico colui il quale pretendesse coi rimedii troncare le malattie, anziché regolarle secondo le forze della natura, acciocché nel corso ch’elle necessariamente fanno, non uccidano i corpi, così essendo in fine le rivoluzioni infermità che al corpo delle nazioni si appigliano, peccano gravemente que’ reggitori che, pretendendo di fermarle innanzi che intero e finale compimento abbiano avuto, lasciano di guidarle e governarle perché in cambio di partorire la libertà, non abbiano a ricondurre la tirannide.

Fra le provvisioni più rattamente in Napoli da fare (e che il non aver fatto, come la bisogna richiedeva, fu per avventura la principal cagione de’ mali susseguenti) era l’ordinamento pronto e generale della guardia cittadina. Innanzi alla costituzione teneva luogo di questa la detta guardia d’interna sicurezza per la città di Napoli, e le guardie urbane per le provincie; e quantunque i capi della prima in quelle agitazioni che accompagnarono la promulgazione della costituzione, non apparissero affatto indegni del nome cittadino, pure non essendo stati eletti dal popolo, non potevano avere intera quella fiducia che si richiedeva dopo le cangiate cose: oltreché, l’essere sotto il supremo comando del principe di Salerno, zio del re, e quel che era peggio, l’avere avuto dependenza dal caduto ministero, detto di polizia, facevala ritenere più istituzione regia che cittadina; e in fine l’ordinamento delle compagnie non era da riuscire quale abbisognava ad una milizia che doveva aiutare il governo in quel passaggio difficilissimo da’ vecchi ordini a’ novelli. Ma le guardie urbane delle provincie, massime nelle Calabrie, avevano più tosto favorito la guerra civile, che mantenuto la quiete delle città; e oltre ad essere odiatissime, non avevano alcuna disciplina di milizia buona. Non mancarono per verità alcuni più savi di ammonir subito i rettori che non mettessero tempo in mezzo a ricomporre la guardia cittadina, armarla convenientemente, porla sotto il comando di uomini acconci: né allegassero che faceva mestieri d’una legge del parlamento: quando anzi a rendere quello possibile era necessario che s’avesse una milizia civile di già esercitata. Furono parole gittate; nulla fu fatto in tutto il febraio; salvo che al cadere di detto mese il principe di Salerno, mostrando pili senno e liberalità de’ ministri stessi, scriveva al re che, l'indole delle nuove istituzioni non comportando che un principe della famiglia reale avesse il comando della guardia cittadina, si deponeva da questo ufficio. Fu in cambio di lui nominato il principe Francesco Pignatelli Strongoli. Il quale avrebbe tenuto per avventura quell’ufficio ottimamente, quando la detta guardia fosse stata da lungo tempo ordinata, e le altre istituzioni libere abbarbicate: ma per la grave età, non bastevole a superare i consueti ostacoli posti dalla reggia, doveva riuscire insufficiente in quel tempo, in cui abbisognavano uomini non pur probi ma fattivi, non pur generosi e per passate glorie cimentati a’ pericoli della libertà, ma rendutisi per nuovi e freschi fatti meglio conosciuti alla novella generazione. Appena dunque eletto, 'parlò alla milizia affidatagli, lodolla dei passati servigi, né le tacque, che dovendosi aspettare dalle assemblee una legge che rendesse stabile il suo ordinamento, erano le difficoltà che in tutte le provvisioni transitorie s’incontrano. Pure (conchiudeva) avrebbe ogni opera usato a bene ordinarla; ed era lietissimo di potere annunciare, il valoroso e ottimo Gabriele Pepe essere stato nominato capo del consiglio de’ generali di essa.

Ma le belle parole, restando per lo più monche di effetto, non facevano riparo alle cose, che ogni dì maggiormente si scomponevano e guastavano: e conobbesi che i sopraddetti ministri erano stati più idonei a far nascere la rivoluzione che a governare secondo gli effetti che quella avea prodotto: senza che l’essere entrato nel consiglio de’ ministri il barone Poerio arrecasse migliore e più balioso andamento alle cose publiche; o che non gli venisse fatto di scotere gli altri colleghi, o si lasciasse anch’egli un poco da’ bagliori del trono abbacinare. Ma se da una parte era grande la insufficienza di quelli che reggevano, assai più strabocchevoli dall’altra erano le pretensioni di coloro che si stimavano autori o promotori della ottenuta libertà. E come interviene nelle mutazioni, che sotto nome di bene publico si fanno per interesse privato, chi un merito, e chi un altro vantavano quanti infino allora non avevano potuto ottenere alcun profittevole ufficio. Né mai ministero si trovò d’ogni parte maggiormente tempestato. Chiunque un po’ di voce aveva speso in quegli assembramenti, che la novità del 29 gennaio precedettero, se ne faceva bello, e domandava per ragione di essere messo in magistrato. La turba era sì numerosa, e ogni dì crescente, che a satollarla non era tesoro publico che potesse bastare: nessuno appagandosi di piccoli uffici: ognuno a’ maggiori e più lucrativi aspirava: tutti volevano essere capi di amministrazioni, presidenti di corti, professori di studi, governatori di provincie, e forse ministri di stato; e in oltre facevano tal ressa, che un giorno d’indugio non pareva loro comportabile. Male comune in tutte le città, nelle quali il regnare assoluto dispensando gli uffici publici per cagion di clientela, e perciò accumulandoli in una parte, fa che rimanendone assetata e bramosa l’altra, aspetti che mutazione si faccia per afferrar la fortuna. Se non che in Napoli per la maggior corruzione, più ingorde erano le brame, meno verecondo il chiedere. Né dove pure i ministri avessero voluto apparire liberalissimi, avrebbono potuto tanti chiedenti acquetare. Ma appunto perché non potevano ciò, né pure dovevano somministrar loro materia continua di querele e di accuse: non essendo giornale dove non si ripetesse: I rettori non procedere con quella balia che le cose publiche vorrebbero: ricusando soddisfare giusti desiderii, sol cedere a popolari tumulti: né ancora ridursi a togliere dagli uffici di sicurezza interna vecchi servidori di tirannide, e da’ tribunali uomini che d’innocente sangue già lordarono i patiboli: e finalmente a comporre le cose di Sicilia in modo che la fraterna guerra cessasse.

Parve di questi rimproveri rimanesse capace fra ministri il solo Aurelio Saliceti. Il quale alcuni dissero non essere mai stato per lo innanzi congiuratore o promovitore di mutamenti publici. Certamente, nominato governatore in Salerno dopo la promulgata costituzione, diresse alla provincia affidatagli parole più tosto servili che libere, esaltando per forma il principe da parere lusinghiero. Ma divenuto ministro, o che la maggiore e più intima esperienza degli affari publici lo accendesse a più libera fierezza, secondando meglio sua rigida natura: o s’invaghisse di quella fama popolare che i suoi colleghi perdevano ogni dì più, non fece il timido. Favellò prima al segretario del principe, poi al principe stesso. Mostrògli, essere il governo senza osservanza: il vero governo esercitare coloro che nelle piazze e ne’ raddotti deliberavano delle cose publiche, e per via di tumulti sforzavano i supremi magistrati a secondarli in ogni loro ardita voglia: non rimanergli per tanto che o di rintuzzare i maggiori desiderii di novità, o volgerli in modo che non dovessero trascendere lo statuto; e come non essergli possibile il primo partito, dopo i casi di Francia, doversi al secondo appigliare, dove non volesse fare la fine di Luigi XVI anzi che le cose publiche, come Napoleone, padroneggiare. Parve al Saliceti, poco pratico delle corti e della natura de’ principi, che Ferdinando avesse ascoltato di buon grado il suo libero dire; nel tempo che brigavasi di nascosto a farglielo prendere in grande odio e sospetto, quasi up macchinatore feroce di republica egli fosse. Né tardarono a venire occasioni per farlo cadere: la prima delle quali fu porta dal tumulto che precedette la espulsione de’ gesuiti. Della quale, poiché avvenuta quasi nel medesimo tempo in ogni provincia d’Italia, e da per tutto cagione di scandali, parmi da fare, tornando un po’ in dietro, particolare racconto.

La lettura dell’Opera del Gioberti col titolo di gesuita moderno produceva i suoi frutti. L’odio contro la compagnia era andato sempre ingrossando e minacciava traboccare. Ogni male publico orale riferito, e non parendo infamarla a bastanza co’ peccati vecchi, se ne inventavano de’ nuovi. Dalle parole si passò agli atti. Fin dal mese di febraio la città di Fano levatasi con furore li cacciò, dacché ricusato avevano di partirsi di buona voglia. Ancora nelle vicine città di Ancona e di Senigallia fu nello stesso modo tolto via quel rampollo gesuitico degl’Ignorantelli, e bisognò pure che i padri lasciassero Faenza, Camerino, e Ferrara. Più violenta riuscì la loro cacciata diSardegna. Furono scagliate pietre alle fenestre delle loro case, e non bastando a farli risolvere di partirsi, aggiunsero razzi incendiatori, e né pur questi facendo l’effetto, il popolo levatosi furioso, e gridando loro morte, non s’acquetò infino che d’ordine del principe non furono bandeggiati. Corsa in Genova la voce che i padri fuggiti di Sardegna vi si erano riparati, non fu messo tempo in mezzo. Rimbombano le grida, le rampogne, i clamori: la folla ingrossa intorno al convento: urta le porte: le abbatte: si precipita nelle stanze, nelle sale, negli archivi; ogni cosa mette a ruba e a soqquadro. Né aveva finito Genova che cominciò la città di Torino: se bene qui le cose manco violentemente procedessero; forse per esser noto che i ministri adunati deliberavano per legge la formale espulsione della compagnia. La quale non fu meno cagione di disturbo in altre provincie del regno; perciocché nel passare che i padri facevano per le città, i popoli si levavano a tumulto; e quanto più in Piemonte avevano avuto clientela e potenza, tanto più furiosamente li proverbiavano e li maledicevano; in fino a parere offeso del modo lo stesso Gioberti, il quale di Parigi con lettere riprovava quelle violenze; maravigliandosi ognuno che chi aveva accumulato tanta legna al fuoco, poi pretendesse che non divampasse; se pure non fece per apparire co’ vinti avversari generoso.

La furiosa cacciata de’ gesuiti dalle città del Piemonte avrebbe dovuto i rettori di Napoli ammonire, che non appena ivi la nuova si fosse divulgata, gli spasimanti di clamori ne avrebbono fatto occasione di tumulto. Il Saliceti propose in consiglio la espulsione della compagnia, come non più conciliabile colla quiete publica, aggiungendo, essere ufficio di chi governa più tosto prevenire i desiderii del publico che aspettare si manifestino co’ tumulti. Ma gli altri, e particolarmente il Bozzelli, rispondevano, non potersi senza una legge approvata dalle assemblee. Intanto il popolo levava rumore; circondava la casa della compagnia, e con furiose voci gridava che si partissero. I ministri a quello strepito fanno consulta; poi corrono alla reggia; deplorano l’enormezza, che non avevano saputo antivenire, e non potevano reprimere; discutono sul partito da prendere. Qualunque partito avessino allora preso, non poteva mai essere buono: pure scelsero il peggiore, essendo stato deliberato, che i gesuiti napoletani dovessino essere rimandati alle loro case, gii altri imbarcati. Il qual mezzano temperamento dimostrando improvvido affetto verso la compagnia, non cacciandosi tutti, e debolezza nel governo, cacciandosene una parte, non piacque al popolo, che volle tutti, senza distinzione, vedere imbarcati; e in carrozze chiuse furono trasportati: e uno quasi agonizzante, avendo a’ fianchi due della compagnia che recitavano le preci de’ moribondi, fu condotto in carrozza aperta, perché quello spettacolo dovesse eccitare compassione nel popolo, e odio verso i persecutori. In fatti ancora ne’ giornali de’ più maldicenti e stemperati fu scritto contro quella violenza; se pure non si querelassero per essere buona ragione a inveire contro le persone de’ ministri; i quali veramente o non dovevano lasciarsi vincere alle istanze popolari, aspettando il giudizio delle assemblee, o dovevano provvedere eglino stessi con una legge da essere da’ consigli legislativi approvata: e non avendo fatto né l’uno né l’altro, si fecero accusare dagli amici della compagnia senza rendersi accetti ai nemici.

Né in Roma l’odio contro a’ Gesuiti era cresciuto meno che altrove, tanto più che a torto o a ragione era loro fatto carico del non essere il papa sì corrivo alle concessioni, come si desiderava: e dicevasi che quando si trattava di concedere la costituzione, e Pio IX indugiava e tentennava, avessero dalle decisioni del concilio di Trento cavato un nuovo impaccio al pontefice. Onde, giunta appena la nuova della loro cacciata dal Piemonte e da Napoli, cominciano ivi pure i tumulti, le minacce: tanto più da scandolezzare quanto che si facevano sotto gli occhi stessi del papa. Il quale tosto se ne querelò con un editto assai lamentoso; che non salvando i gesuiti, poco stette che non rivoltasse il popolo contro a lui stesso; e se bene possa dirsi che avrebbe meglio forse Pio IX adoperato a sciogliere la compagnia, che fare inutili doglianze per gli oltraggi a lei fatti, pure non son parole che bastino a condannare gli stigatori di quelle improntezze: i quali co’ loro atti disgustavano il pontefice, del cui nome pur volevano seguitare a giovarsi; quasi fin d’allora disponendolo a gittarsi nella parte contraria alle libertà d’ogni generazione. Ma torniamo alle cose di Napoli.

L’avere il Saliceti proposto di espellere dal regno i gesuiti per legge, a fin di antivenire a’ sopra descritti scandoli, lo fece accusare autore lui stesso del popolare perseguito. Si aggiunsero altri due fatti perché ei non dovesse più rimanere ministro. Il primo de’ quali fu la riforma nell’ordine giudiziario. Quest’ordine era ottimo quanto alle leggi e istituzioni, come più sopra abbiamo detto; ma gli uomini, la più parte corrotti, lo guastavano e deturpavano. In oltre, avendo costoro tutti o quasi tutti servito nelle cause di maestà, sì frequenti e sanguinose in quel regno, sapevano di essere odiatissimi dall’universale, e temevano colla libertà di esercitare la giustizia; e molti particolarmente nelle provincie, dove erano meglio conosciuti, abbandonavano l’ufficio, o si nascondevano, o a Napoli si trasferivano, scusandosi ch'ei non avevano il coraggio di far da giudici dove pochi mesi innanzi avevano fatto da carnefici. Anzi che scambiarli di luogo e di magistrato, fu decretato che s’intendessero cassi tutti coloro che nel termine di otto giorni non tornassero al loro ufficio. Per lo che accadeva che i più stretti da necessità a stare dove erano segno all’odio publico, cercavano di mitigarlo col mostrarsi tanto più indulgenti co’ delitti quanto più erano stati forzati per l’addietro ad essere crudeli: e così mentre un tempo avevano servito la tirannide, allora favorivano la licenza; non so quando più colpevoli e sciagurati, ma sì nel primo come nel secondo tempo principal cagione delle publiche miserie. Il Saliceti avendo, fin da quando fu assunto al ministero di giustizia, rivolto ogni studio a riformare e colle nuove istituzioni accordare quell’ordine, fondamento dell’umana società, stimò che fosse da rinnovarlo con giudici, non pur onesti e dotti, ma ancora amanti di cose nuove; mentre gli altri ministri opinavano (e non male) che per amministrare gli ordini della giustizia bastassero la onestà e la dottrina: né si dovesse tener conto delle opinioni: sapendo essi che in quest’ultimo caso sarebbe stato mestieri cassare quanti erano giudicanti nel regno. Il che avrebbe cagionato una grave perturbazione, non solo pel gran numero degli scontenti che si sarebbe fatto, e per la difficoltà di trovar nuovi uomini acconci, ma ancora per l’aggravio immenso che al publico erario ne sarebbe derivato. Laonde, essendo ornai nell’animo de’ ministri o del re di removere il Saliceti, ancora per questo rinnovamento di magistrati, gli erano attribuite intenzioni maligne e sovversive, che per certo non aveva.

Fece la bilancia traboccare la legge contro le ragunanze e tumultuazioni popolari: cresciute sì fattamente in Napoli che ad ogni menomo eccitamento la publica quiete era turbata; e i disordini che ne derivavano, fornivano pretesto a’ tiranneschi per dipingerli come avviamenti alla rapina, e spaurire in modo le genti, da rendere a molti a poco a poco paurosa e odiosa la libertà, e tornarli a desiderare la tirannide quasi argine a maggiori mali. E se bene proponimento al rubare e saccheggiare quegli assembramenti non avessero (facendo anzi maravigliare che mancato allora non solo in Napoli, anzi in ogni altra parte d’Italia, qualunque freno di buongoverno, e il popolo tutto in balia di sé medesimo, i delitti se non iscemarono, certo non ispesseggiarono oltre l’usato) pure correvano voci e assicurazioni che in varie campagne delle provincie del regno i contadini sdegnassero di riconoscere nei padroni quei diritti che in fino allora avevano esercitato, e volessero altrimenti partire le raccolte: il che nelle fantasie dei paurosi aveva sembiante quasi d’un principio di comunismo: quando forse moveva da questo; che in sì generale commovimento d’animi, i padroni provavano meno docili i lavoratori delle loro terre, i quali in quel regno, dove la natura è feracissima, tollerano più povertà che altrove, e più tosto provveggono ai loro bisogni rubando celatamente ai possessori, che ricevendo migliori e più eque condizioni. Tuttavia il male in gran parte vociferato da malignità o da spavento, poteva farsi tutto vero, e non reparabile. Conciossiaché essendo stata disciolta la gendarmeria, milizia odiatissima per essere stata il sostegno di tutti i governi precedenti, ma che pure nello stesso tempo un gran freno arrecava a’ malfattori, nessuna altra forza era stata ordinata per supplirla. Laonde anco i buoni, e quelli che a libertà intendevano, cominciarono a temere e desiderare che i tumulti avessero un termine: ogni dì più accorgendosi che gli occulti nemici della nuova libertà con tenebrose arti li promovevano. Né mancavano petizioni e richiami al principe e a’ rettori perché provvedessero conforme al bisogno: laonde deliberarono di fare una legge più tosto severa, e forse come i tempi cotanto sbrigliati non comportavano. Alla quale il Saliceti, che ornai si era condotto a fare il popolaresco, contrastò fieramente, se per coscienza o per ambizione non sappiamo: ma è certo che gli altri, stucchi di quella sua costante opposizione, brigarono di farlo deporre: e se forse potevano aver ragione di non volerlo più per collega, il modo di liberarsene fu misleale: conciossiaché s’approfittassero ch'ei fusse infermo, per invitarlo a consiglio, e dove e non avesse potuto, a chiedere licenza. Della qual trama accortosi il Saliceti non mise tempo in mezzo a deporsi; e parendo in publico ch'e lasciasse il governo per amore di libertà, mentre gli altri il ritenevano per affetto contrario, tutto lo stuolo de’ malcontenti e de’ sussurratori intorno a lui si restrinse, per usare il suo nome a produrre nuove gare e scompigli. Fra tanto, essendo in questo mezzo publicata la legge per l’ordinamento della guardia civica, ancorché buona e da contentare ognuno fosse stata, non era possibile che lieta accoglienza avesse. Sì giunse in mal punto. Ma essa era altresì mal conceputa, e peggio compilata; e benché detta temporanea, servì a rendere più malagevole la effettuazione della legge deffinitiva. Quasi nel medesimo tempo fu il corpo della gendarmeria ricomposto sotto nome di guardia di sicurezza, e con assisa diversa, acciocché il nome e il vestito, divenuti odiosissimi, non fossero ostacolo a procacciarle favore. Ma né pur questo valse a quietare i procaccianti subbugli: che a piena gola proverbiavano la legge contro agli assembramenti, per la quale erasi deposto ilSaliceti. Né contenti di maledirla, la volgevano in beffa ne' piccoli e scurrili giornaletti: ancor questi moltiplicati di numero e di ardire.

In quei medesimi giorni anco le cose di Sicilia giungevano a quella estremità, da rendere infruttifero ogni rimedio, buono o cattivo si fosse. Dopo il rifiuto in vero stranissimo fatto dai Siciliani a’ decreti del 6 marzo, erano state novelle pratiche cominciate fra l’ambasciatore inglese, e il comitato generale di Palermo, non senza parere ad alcuni che detto comitato s’arrogava le facoltà dello stesso parlamento; la cui ragunanza era stata già annunziata: e dicendo, com’era costume di tutti quei reggitori nuovi, che la volontà publica esprimevano, dichiaravano, come ultimo esperimento di accordo, in tal modo i loro desiderii. Che il re non dovesse chiamarsi del regno delle due Sicilie, ma solo delle due Sicilie, come vuole la costituzione del 1842: e che il rappresentante avesse titolo di viceré con tutte le facoltà e oblighi posti dalla citata costituzione alla podestà esecutrice. Che in oltre fossero conservati gli uffici conferiti e gli atti promulgati dal comitato generale, e dagli altri comitati, e quelli che conferire o promulgar si potessero: Che di qualunque natura fossero i magistrati civili, militari, diplomatici ed ecclesiastici, dovessero essere dati a’ soli Siciliani dalla podestà esecutrice, residente in Sicilia: Che la istituzione della guardia cittadina fosse mantenuta con quelle migliori riforme che stimasse di fare il parlamento. Che le fortezze fossero tutte sgombrate dalle milizie napoletane dentro il termine di otto giorni dalla conclusione dell’accordo, e potessero essere demolite le parti giudicate offensive alle città, da’ comitati de’ luoghi, ovvero da speciali consigli nominati o dai comitati stessi o dai maestrati municipali: Che i Siciliani coniassero moneta della forma dal parlamento determinata: Che fosse riconosciuta e conservata la presente insegna siciliana e bandiera tricolore: Che appartenesse a’ Siciliani la quarta parte dell’armata, e degli strumenti e apparecchi di guerra, che vi si trovavano, o un equivalente in pecunia: Che le spese di guerra rimanessero respettivamente compensale: Che i danni d’ogni specie del porto franco di Messina, e sue mercatanzie, non fossero a carico de’ Siciliani, ma del tesoro napoletano: Che i ministri di guerra, marina, e affari esterni per Sicilia, e tutti gli altri ministri per le bisogne di lei, dimorassero a Palermo presso il viceré, e fossino tenuti de’ loro atti, a’ termini della costituzione: Che i Siciliani non dovessono riconoscere alcun ministro de’ loro affari sedente in Napoli: Che si restituisse il portofranco alla città di Messina nella condizione, in cui era innanzi alla legge del 1826, senza prescrizione a quanto il parlamento potesse disporre per gli altri luoghi dell’isola: Che tutte le materie d’interesse comune a’ due paesi di Napoli e di Sicilia, fossino determinate d’accordo dai due parlamenti: Che facendo le provincie d’Italia lega di commerci o di politica, i Siciliani dovessero esservi rappresentati distintamente, come ogni altro popolo italiano, da persone elette dalla podestà esecutrice, dimorante in Sicilia. Finalmente che fossino restituiti i legni postali doganali, comperati col denaro de’ Siciliani per servigio dell’isola.

Pretese più disorbitanti e condizioni più strane per certo non si potevano fare: appena comportabili se il trono borbonico di Napoli fosse stato abbattuto, o i Siciliani avessero avuto un esercito sì fatto da poter sostenere ogni più aspra guerra. E più dee maravigliare che fossino state consentite e giudicate ragionevoli da lord Minto; facendosi egli stesso mallevadore che nello spazio di ventiquattr’ore avrebbe fatto ottenere l’assenso da Napoli. Il quale, com era da credere, non venne: e fu detto da una parte, che la corte borbonica mancasse di fede al diplomatico inglese, e dall’altra, che spacciasse più ampie facoltà che non aveva ricevuto. Né mancò altresì chi pensasse che egli, o la corte cui rappresentava, giocasse sì il ministero napoletano, e sì il comitato di Palermo, porgendogliene il destro la inettezza del primo, lo accecamento ancor più deplorabile del secondo, e la mala disposizione d’un paese verso l’altro. Poi giudicandosi da’ finali successi, e andandosi sempre al peggiore, fu supposto da alcuni che essendosi la corte d’Inghilterra mostrata contraria alla guerra di Lombardia, volesse collo infiammar troppo il già inalberato ingegno de' Siciliani, conservare quella discordia come non lieve ostacolo alla ricomposizione delle provincie italiane; dalla quale col tempo avrebbe dovuto aspettarsi pe’ suoi commerci più danno, che non sarebbe stato l’utile di dominar la Sicilia, caso che avesse ripigliato la inglese costituzione del 1842. Non parendoci da dover trascorrere a sì maligne conghietture, né accogliere la opinione de’ fautori della protezione britannica, stimiamo, che la corte d’Inghilterra favoreggiasse la causa siciliana, argomentando che per la forza degli avvenimenti dovesse acconciarsi conforme gli stessi Siciliani desideravano, senza che a lei, fuori di amichevoli uffici e di parole, dovesse costar altro: e quel che era più, non dovesse essere favilla o pretesto di guerra più vasta: al cui pericolo cercava meglio che a qualunque altro di ovviare: onde quando si fosse trattato più che di uffici e di parole, non ostante le promesse lusinghevoli, l’avrebbe abbandonata.

Fra tanto il popolo di Palermo, che inebriato delle apparenti vittorie, e più dell’appoggio non meno apparente della corte inglese, reputava tutto agevole e sicuro, stava aspettando ansioso la risposta del re, e veggendola indugiare, cominciava dimostrare impazienza, tardandogli l’ora di godere il frutto della non ancora assicurata mutazione. Venne finalmente la risposta il giorno innanzi a quello destinato per la convocazione del parlamento. I ministri napoletani scrivevano: non essendo in facoltà del governo accogliere pretensioni, che rompono violentemente e per sempre l’unità della monarchia, turbano il rinnovamento civile d’Italia, mettono in periglio la libertà e i destini della patria comune, specialmente in questo supremo momento, in cui tutti gli animi hanno maggiore bisogno di affratellarsi, e congiungersi in una sola volontà, dovere per obbligo proprio dichiarare solennemente al cospetto del paese e dell’Italia tutta, che domandando i Siciliani condizioni incomportabili, mostrano apertamente la volontà di tagliare ogni via a qualsivoglia conciliazione. Pure per questa determinata opposizione non alterarsi nell’animo del re e dei suoi ministri il vivo desiderio di raccogliere domande più eque e ragionevoli; anzi affidarsi,che calmate le presenti dolorose agitazioni, gli spiriti abbiano a durevole concordia ricomporsi. E a questo preambolo facevano seguitare un decreto sovrano, protestante contro qualunque atto potesse aver luogo, che non fosse conforme a’ decreti del 6 marzo, agli statuti fondamentali, e alla giurata costituzione della monarchia, reputandolo nullo, e come non avvenuto. l’ambasciatore lord Minto si ritirò dà ogni mezzanità, scrivendo a’ Siciliani in questa forma: Vi promisi di farvi conoscere il resultato delle mie conferenze avute col re, che mi duole dirvi non essere favorevole. Sua maestà non mi dette cagione a sperare che consentirebbe il trasferimento della corona di Sicilia sul capo di uno de’ suoi giovani figliuoli: né trovo che alcuno de’ ministri sarebbe disposto a consigliare il riconoscimento della siciliana separazione. In tale stato di cose io altro non posso che esprimervi il mio desiderio che possiate evitare le calamità d’una forma di governo republicano. Nel medesimo tempo scriveva al visconte Palmerston, che se la Sicilia dopo il rifiuto della corte napoletana avesse dichiarata la sua intera separazione da Napoli, egli non sarebbesi opposto, perché avrebbe fatto perdere, senza prò, a’ rettori d’Inghilterra, il favore che presso ogni ordine di persone, godevano nell’isola. Furono per tanto interrotti i trattati, e interrotta altresì ogni comunicazione di uffici fra’ due regni. Abbiamo conosciuto come i ministeri di Napoli, di Roma, e di Toscana si erano in parte o in tutto nel mese di marzo rinnovellati; comecché da quelle parziali rinnovellazioni nessuno o piccolissimo bene fosse derivato a nuovi ordini di libertà. Il che non si potrebbe affatto dire del Piemonte, dove la mutazione del ministero, avvenuta pure nello stesso mese, se non partorì tutto il bene che sarebbe stato desiderabile, né pure fu sterile di commendabili provvedimenti. Né mancavano ancora nelle città del regno sardo i medesimi assembramenti e gridori di popolo, perché il re a’ vecchi ministri surrogasse de’ più noti per idee libere. Ma invitato a comporre il nuovo consiglio il conte Cesare Balbo, e veggendo come in quei dì non sarebbe stato possibile che alcun ministero potesse mai reggersi, senza avere il favore della città di Genova, stimò che il tor compagni il marchese Pareto e il marchese Ricci, amendue caldissimi di libertà, gli avesse potuto arrecar favore popolare e fermezza. Onde sotto la sua presidenza l’uno fu eletto ministro sopra gli affari esterni, e l’altro sopra gl interni. Al Boncompagni fu confidato il ministerio della publica istruzione; alla tesoreria rimase il conte Revel, e per l’amministrazione de’ lavori publici e del commercio fu conservato il Desambrois. Ministro di grazia e giustizia fu eletto il conte Sclopis. Al ministero della guerra salì il general Franzini. Né in quel tempo fece maravigliare l’accozzamento d’uomini di rimesse opinioni con altri di più larghe massime: non essendo per anco cominciata quella divisione, per la quale l’anno dopo si trovarono in due parti opposte. Se bene tutti nel governare non riuscissero quel che da molti del loro ingegno s’aspettava: avendo pur patito la sorte degli altri ministeri d’Italia, di lasciarsi dagli Aventi cogliere alla sprovvista, da non bastare né a contentare, né a rintuzzare. Il Balbo colla chiarezza dell’ingegno acquistata dalle opere accoppiava purità di costumi civili: ma era uomo da desiderare meglio la libertà che affrontarne i pericoli, non per viltà d’animo, ma per la massima che non si dovesse cercarla che d’accordo e col beneplacito de’ principi. Della quale opinione egli era più tenace che gli avvenimenti non comportassero: differenziando in ciò dal Gioberti, il quale cercava di accomodare le teoriche agli avvenimenti con quell’arte sua propria, e da noi altrove notata, di conciliare le cose manco conciliabili: onde quando per la mutazione di Francia s’accorse che la popolarità cominciava trionfare, non indugiò a predicare che era da farla fondamento della monarchia; e con la stessa franchezza, con che esortava i popoli italiani a non desiderare la republica, tempestava i regnanti perché i popolari divenissero. Per le quali predicazioni quanto si accostava a’ desiderosi di maggiori novità, altrettanto iva spiccandosi da quelli co’ quali era stato infino allora congiuntissimo.

Il primo atto d’importanza de' nuovi rettori piemontesi fu la legge de’ comizi: la quale a dire il vero per larghezza vantaggiò la napoletana e la toscana; conciossiaché oltre alla tenuità del censo non era assegnato alcun limite per gli elegibili, quasi dimostrazione di fiducia che il senno degli elettori avrebbe provveduto così, che uomini indegni non sarebbono stati scelti a rappresentare la nazione. Ed era pure speciale pregio della legge piemontese, che non si potessero eleggere deputatigli ufficiali salariati e removibili dell’ordine giudiziario; i membri del corpo diplomatico mandati fuori, i governatori delle provincie, e lor consiglieri; i capi di amministrazioni; gli ecclesiastici aventi cura d’anime, o giurisdizione con obligo di residenza; i graduati militari, qualora nel distretto avessero avuto comando; e finalmente era vietato che nell’assemblea potesse entrare un numero di ufficiali regi stipendiati maggiore del quarto del numero totale dei deputati. Provvedimento ottimo, e cotanto discusso dagli autori. Pure senza alquanti difetti non era la legge de’ comizi piemontesi: avendo la sperienza di essa chiarito fra le altre cose, che la spartizione dei distretti e de’ collegi non era la più agevole alla maggiore frequenza degli elettori al luogo degli squittini.

Altro argomento ad acquistar grazia popolare al novello ministero del re di Sardegna era il decreto di perdono generale a quanti per causa di maestà dimoravano in esilio. Il quale era stato fino allora inutilmente invocato, dicendosi che ne fosse particolare ritegno il timore che G. Mazzini col seguito della Giovine-Italia non tornasse in Piemonte, e di nuove congiurazioni non si facesse autore. Piacquero altresì queste parole del principe. «Dopo avere datò ai nostri popoli la maggior prova di affetto e di fiducia che per noi si potesse, mercé dello stabilimento d’un compiuto e sincero governo rappresentativo, vogliamo ora porgere a noi medesimi la soddisfazione di far cessare gl’impedimenti cte tolgono ad alcuni de’ nostri sudditi, condannati per crimenlese, di ricondursi nella terra natale, e raccozzarsi co’ loro fratelli in quell’accordo di sentimenti, e di voti, che debbono assicurare il buono stato presente, e un glorioso avvenire alla nostra patria.» Ma non ostante queste cose, le intemperanze non cessavano, no i suscitatori di disordini rimettevano dell’opera loro. E nuovamente il governatore di Genova Della Planargia era costretto ad ammonire per bando, che non si sturbasse più la quiete publica cogli assembramenti e co’ tumulti.

Ma il maggior male non era in Piemonte, dove in fine le cose publiche procedevano manco male che altrove. Il peggio era nel regno di Napoli, nel granducato di Toscana, e negli stati pontificii; ne’ quali paesi quanto più si temeva di allargare le franchigie, tanto più i popoli, o i sommo vi tori de’ popoli, or con un pretesto, e or con un altro ne abusavano. Ben seguitava il Gioberti da Parigi ad ammonire i rettori delle cose italiane, «che non mettessino tempo in mezzo a riconoscere la nuova republica parigina, né indugiassino altresì a rendere più democratiche le istituzioni: pensassero a provvedere in modo che i desiderii di republica non allignassero nell’universale; si persuadessero che come la republica francese non reggerebbesi senza piegare verso la forma monarchica, così né pure le monarchie potrebbero assodarsi senza volgere alla forma republicana.» Chi era stato cotanto ascoltato quando promulgava paradossi intorno al papato, non ebbe allora sufficiente autorità sull’animo di quelli che i primi governi costituzionali dirigevano; i quali preferirono di lasciarsi trascinare dai tumulti, all’apparire essi volenterosi a satisfare i popolani desiderii: e sempre col solito motto, che era troppa la libertà concessa, e che di più non ne comportavano le popolazioni, lasciavano che in iscambio d’una maggiore libertà, trionfasse la licenza. Poscia ci lamentammo avere i licenziosi, notati col titolo di demagoghi, guastato l’accordo fra principi e popoli, e i nuovi ordini politici sconvolti innanzi che si fermassero: il che era vero: ma i demagoghi o non sarebbero sorti, o trovato non avrebbero occasioni da movere turbolenze, se i popoli non avessero fatto l’abito agli assembramenti e a’ tumulti, e ad acquistare per forza quel che non potevano avere per ragione: onde i ministerii che venivano appresso, si ritrovavano in sempre maggiori difficoltà di rimediare, sì vennesi a un tempo, che ogni rimedio tornava peggiore del male.

Se ho usato parole gravi contro i reggitori degli stati, non meno gravi ne userò contro gli avversari d’ogni maniera di reggimenti. I quali più spesso mossi da amor privato che da bene publico, non erano sempre giusti e discreti accusatori: né sapevano perdonare alle grandi difficoltà, che in quello sì straordinario e incalciante sopraggiungere di avvenimenti dovevano incontrare coloro, che la republica timoneggiavano. Era pretensione in alcuni di sì fatti capi di popolo, massime in Napoli, che si dovesse a un tratto ogni cosa fatta ne’ passati governi annientare; e massimamente erano stigati dalla solita cupidigia, che a’ vecchi ufficiali publici fosse dato un bando generale, perché il salire a’ magistrati fosse loro più facile succeduto. Laonde quella mutazione dell’anno quarantotto, che al sembiante pareva una festa, nel fondo era di tal natura da dover riuscire sopra ogni altra malagevole a governare: conciossiaché se bene i principi fossino apparsi volenterosi conceditori di libertà, sentivano tuttavia che di forza erano stati tratti a privarsi dello assoluto imperio: e nelle stesse lor corti dovevano trovare ritegni a secondare con tutta franchezza e lealtà un commovimento che quelle non potevano amare: oltre di che era strano pretendere che a un tratto si dovessero spogliare di certe qualità. che in tanti anni di regno senza limiti, e fra le adulazioni della cortigianeria, e le sottomissioni di popoli abbietti, avevano acquistato, da formare in loro quasi una seconda natura. Accadeva per tanto che i ministri chiamati al supremo reggimento dello stato dopo la costituzione, si trovavano fra principi naturalmente ritrosi, e popoli eccessivamente corrivi; e l'adoperare, che la ritrosia degli uni, e la improntitudine degli altri, non partorissero conflitto, non può alcuno dubitare che difficoltà grande non fosse. Narrano, che in Napoli essendosi qualcuno de' più accesi querelato col Bozzelli, che non facesse quanto bisognava per vantaggio della libertà, quegli rispondesse: credete voi che siamo saliti al governo per distruggere tutta l’opera de’ passati? Dal che apparisce come dai direttori de' governi si voleva assai più di quello, che era per giustizia comportabile. Errore frequente nelle mutazioni, e cagione perché raramente colla libertà si congiunga il bene publico. Così con ministri, che non sapevano contentare né rintuzzare le cittadinesche voglie, e con popoli che non sapevano star d’accordo co’ ministeri, ci conducemmo lino agli ultimi giorni del mese di marzo, quando s’accese la rivoluzione in Milano, e dietro quella la guerra italiana. I quali avvenimenti innanzi di raccontare, vuoisi dire delle cose di Alemagna, che diedero loro l’ultima pinta.

Nessuno mezzanamente addottrinato nelle istorie de' Germani, ignora quanto siensi mai sempre agitati vanamente per avere impero proprio e unito; il quale non acquistarono dai principi, perciocché i re di Prussia ne apparvero più ambiziosi, di quello che non sapessero procacciarlo; gl’imperatori d’Austria, volendo tenere sì vasta signoria di genti diverse e disformi, non potevano far valere la ragione delle nazioni, e d’altra parte non era per loro poca cosa soprintendere alla confederazione germanica; e da ultimo i re di Baviera erano troppo deboli e piccoli per fare quel che Prussia e Austria non facevano. Non potè l’Alemagna avere questo benefizio dai popoli, non mai sì concordi e di civili franchigie invaghiti, da produrre commovimenti che fruttassero libertà. Conciossiaché siccome in Italia impedimento invincibile alla sua unione era il clero, non per sé stesso, ma per la potenza papale; così lo impedimento della libertà e unione germanica era la nobiltà; la quale né essa si sentiva capace da compiere l’impresa, né avrebbe tollerato il concorso del popolo, da cui era, per feudali consuetudini in gran parte conservate, fieramente disgiunta; e più tosto pativa assoluto impero di principi, che unione popolare per l’acquisto di civili prerogative. E di questa disgiunzione di ordini, recata agli estremi, usava come d’un gran mezzo, chi non voleva che mai nazione forte e libera Germania addivenisse. Accrebbesi l’avversione degli aristocratici di collegarsi col popolo per un moto di comune libertà, dopo che in que’ paesi cominciarono le dottrine sociali e democratiche a propagarsi, giudicando i potenti e i ricchi, che se non scapitavano co’ liberi istituti, per certo non molto vi avrebbero guadagnato; dacché bisognava chiamare a parteciparli esso popolo, non più ignaro o indifferente delle cose politiche. Né d’altra parte il popolo era sì forte ne’ civili desiderii da fare l'impresa senza la nobiltà, e forse con onta a lei medesima; imperocché la plebe o popolo minuto, e in ispecialtà le moltitudini campestri, vivevano con grande sommissione a’ possessori di ricchezze, assai naturale in paese d’inveterata feudalità; e la cittadinanza, che ivi, come quasi da per tutto, era la parte desiderosa di franchigie, con quegli uomini eccessivamente speculativi, e certo da non ritrarsi o declinare per qualunque avversità da’ loro propositi, aveva meglio disposizione a combattere nelle accademie che nelle piazze o in campo. I movimenti adunque di Germania furono particolarmente fatti e diretti dagli studenti, che a poco a poco si erano andati costituendo in brigate politiche, aventi nomi, norme, e segni appropriati: se non che per riuscire dovevano aspettare la opportunità di qualche avvenimento: che non tardò a sopraggiungere colla nuova republica francese, il cui furioso impero agitò tutti gli umori di ribellione che in Europa, dal 15 in poi, dove più dove meno, covavano. Né é maraviglia che più fieramente si commovessero le genti, che insieme col dolore del servaggio sentivano l’altro ancor più acerbo di vivere smembrate fra loro, e non come natura le aveva per favella, religione, clima, e costumi congiunte: essendo natural cosa, e dalle istorie provata, che se per apparecchiati casi di rivoluzioni si sollevano i popoli a libertà, tosto li punge gagliardissimo stimolo di recuperare la forma di nazione.

In tal modo non fu parte di Germania, e dello austriaco imperio, che non facesse movimento. In tutti i paesi lungo il Reno si formarono assemblee popolari e tumultuarie. Una delle quali tenuta a Manheim chiedeva al granduca di Raden armamento di popolo, libertà sconfinata di scrivere a stampa, pronta adunanza d’un parlamento comune: non giovando a impedire che sì ardite domande non si cangiassero in tumulti, il concedere senza indugio il libero stampare, la facoltà di assembrarsi, e i giudici del fatto. Simili cose avvenivano nel granducato di Assia-Darmstadt; il cui principe, avendo fatto concessioni che non contentarono, fu costretto sino ad accomunare lo impero col figliuolo, arciduca Luigi, che era in concetto d’uomo generoso. Peggio accadde nell’Assia elettorale: conciossiaché i popoli presero le armi, e se il granduca non cedeva, venivano al sangue. Né stette quieto il Wurtemberghese, avendo l’assemblea popolare raccolta a Stuttgard replicato le stesse domande fatte in Manheim e in Darmstadt. Così ancora nel ducato di Nassau, nella Prussia renana, a Wiesbade, a Francfort, a Colonia, e altrove, le stesse dimostrazioni di libertà più o meno tumultuose ebbero luogo: da far conoscere che se da una parte eccedevano i popoli nel domandare nuove franchigie, dall’altra avevano ecceduto i principi nell’avere rendute bugiarde e vane le costituzioni, mercé delle quali dovevano regnare. E dalle sponde del Reno prolungandosi il moto alemanno fino agli estremi luoghi della confederazione, e scotendo altresì la Sassonia, la Baviera, la Prussia e l’Austria, faceva un primo esperimento a Eidelberga; dove essendo congregati cinquantuno cittadini, si provarono con manifesti e discussioni ad incarnare il disegno d’un parlamento, in cui tutta la nazione alemanna fosse rappresentata, da avere la sua sede nella città di Francfort. Ma non è ufficio di queste istorie il narrare il successo non felice di quegli esperimenti, che mal si compirono nella famosa chiesa di San Paolo. I quali per altro valsero a sempre più aumentare l’agitazione nella Baviera, Prussia e Austria: le cui potenze avrebbero allora dovuto accorgersi quanto male ognuna aveva adoperato a lasciare la Germania in quello stato non durevole di violenza. Se non che in più difficili condizioni era la corte d’Austria, che aveva, meno che l’altre due, favorevoli i popoli alemanni, e quel che è più, aveva da reggere e mantenere insieme appiccati dominii, che diversi d’indole e di favella minacciavano d’ogni parte da lei ribellarsi. In Boemia si facevano Radunamenti e petizioni minacciose. Più gagliardemente si movevano gli Ungheri: e da quella dieta giungevano al trono viennese richiami e voti. Come stesse il regno lombardo-veneto già abbiam dimostrato. Ma fece gran maraviglia che la rivoluzione scoppiasse a Vienna, cotanto sottomessa e fedele alla casa regnante; se non si sapesse altresì che le città ammorbidite e corrotte sono sostegno al principato assoluto, finché non sia mestieri di affrontare alcun pericolo per difenderlo; rendendole la stessa corruzione indolenti: e per ciò egualmente profittevoli a' desiderosi di mutazioni. Maraviglia pure facevasi che i rettori del governo austriaco sì previdenti non s’accorgessero d’un moto, che aveva dovifto necessariamente ricevere principio e augumento da molti anni, e accorgendosene, non facessero opera di subito stornare le conseguenze. Se pure non errarono nella elezione de’ mezzi, credendo essi di riparare col negare, anzi che col concedere: come quelli che non tanto avevano a cuore la sicurezza del principe quanto la loro potenza, cui sapevano di mettere a repentaglio, allargando le cose; e primo a provare gli effetti di questo inganno, o più tosto di questa colpevole ambizione, fu il principe di Metternich: contro cui la burrasca viennese principalmente si volse e disfogò; avendogli i tumultuanti assaltata la casa, minacciatolo di morte, e costrettolo a reputar fortuna di salvar la vita in terra straniera; senza dire che allora veramente apparve agli occhi di tutti come i servigi da lui renduti all’impero per lo spazio di trent’anni, anzi che utili, dannosi gli erano stati, da porlo quasi in sull’orlo di crollare, se non fosse stata prontamente promulgata una costituzione di quasi estrema libertà. Riparo non meno pericoloso a quel governo di più nazioni, che lo stesso negare le civili riforme, quando queste con una più temperata larghezza, e più agevole a mettere in atto, potevano forse bastare a rattenere la foga de’ chiedenti.

La rivoluzione viennese atterrì più assai che la parigina; e tanto gli amici quanto i nemici della libertà gridavano finimondo. «Vienna, la città fedelissima, non curante fino ad ora che di femmine, teatri, gozzoviglie, e di tutte l’altre morbidezze; il baluardo della politica aulica; l’esempio della maggiore sottomissione d’un popolo; il nido delle arti diplomatiche, che signoreggiavano Europa; il luogo destinato ad estremo rifugio del principato assoluto: commoversi, far forza contro il governo, gridare colle armi alla mano una costituzione libera, e finalmente indurre lo stesso imperatore a fuggire, traportando a Inspruck la sedia dell’impero. Dopo sì strano, e quasi prodigioso avvenimento doversi credere ornai rotto ogni argine al torrente delle rivoluzioni, né potersi sapere dove si andrà a riuscire, ma certo si andrà molto lontano, e forse avvererassi la seconda parte del vaticinio napoleonico, fatto a S. Elena, che nel 1850 l’Europa sarebbe stata o tutta cosacca o tutta republicana.» E collo spavento degli uni, e l’allegrezza degli altri si congiungevano i giudizi disformi e fra loro ripugnanti, conforme all’indole diversa de’ ragionatori. Da alcuni, affezionati alla monarchia austriaca, e tenaci de’ principii del regnare assoluto attribuivasi il male a minor severità di quella che bisognava, e all’essere entrata disparità di opinioni, e quindi fievolezza, nel consiglio aulico. Altri per converso opinavano, che la eccessiva severità aveva nociuto, e fatto troncare la corda soverchiamente tesa, e bestemmiavano Metternich, che n’era stata la cagione, e que’ principi aulici che lo avevano come oracolo venerato. In tal modo chi senza fine si disperava, e chi smisuratamente sperava; chi di smoderate paure martellava l’animo, e chi di più smodate allegrie lo pasceva. Più noi italiani ci rallegravamo, e i tempi han mostro, che gli avversari della libertà ebbero più torto a temere, che i fautori a gioire. Se non che nessuno allora avrebbe fatto carico a’ Lombardi e a’ Veneti dell’essersi sollevati; e più tosto è da deplorare che i precipitati avvenimenti a ciò gli spingessero.

Eccoci per tanto giunti dove l’Opera nostra, allargandosi nella grandezza stessa degli avvenimenti e de’ pericoli, non tanto delle cose de’ vari stati d’Italia, quanto di quelle di tutta Italia, sottoposte al fato della guerra deve far ritratto, schivando le troppe particolarità e minuzie, nelle quali fin qui abbiamo dovuto per avventura intertenerci per apparecchiare l’animo del lettore ad una più perfetta cognizione de’ maggiori avvenimenti. E stato già narrato lo infruttuoso commoversi de’ paesi lombardo-veneti e dei ducati a’ primi gridi ed esempi di riforme. La qual commozione com’era andata aumentando dopo il cominciato promulgamento delle costituzioni, così era pure divenuto più ferope e minaccioso il resistere. Quindi nuovi imprigionamenti, nuovi esili, nuove fughe. I primi gentiluomini di Milano avevano dovuto abbandonare la loro patria. Fino alle donne erano bandeggiato, se a mariti sospetti appartenevano. Dove si volesse andare con quelle asprezze, non sappiamo: ma il terrore e lo sdegno essendo grandissimi,. maggiori provocamenti fra soldati austriaci e cittadini italiani producevano. E assai lagrimevoli nuove correvano di Padova: nella cui città gli studenti, com’era seguito in Pavia, erano venuti alle mani coi graduati tedeschi, e v’erano stati feriti, e anche qualche morto da una parte e dall’altra.

E poi che un assai lamentoso richiamo per tante crudeltà era stato dal municipio di Milano indirizzato a’ capi del governo, si ordinò che il regno lombardo-veneto fosse assoggettato a una legge di guerra, o, come oggi dicono, stataria: e insiememente erano per modo accresciute le facoltà a’ governatori, che potevano con procedimenti sommari invigilare, giudicare, e punire i turbatori della publica quiete. Fra’ quali s’intendeva compreso chiunque avesse portati certi colori o segni distintivi, chiunque avesse cantato o recitato alcune canzoni o poesie, chiunque avesse commendato o fischiato nei teatri a certi luoghi di rappresentanza drammatica o mimica, chiunque fosse convenuto in alcun luogo per posta data, chiunque avesse dissuaso di aver che fare con certe persone, chiunque avesse fatto collette o soscrizioni, chiunque, nascondendo intenzioni sovversive, avesse tentato d'impacciare l’altrui libertà con minacce, scherni, rampogne e ingiurie, e finalmente chiunque avesse fatto alcuna dimostrazione, da riferire a cose politiche e contrarie al presente governo.

Egli è facile immaginare quali effetti nell’animo dei più facessero simili disponimenti; essendo ornai sì accesi e sollevati gli spiriti, che occasioni e pretesti a quelli del reggimento per farli viepiù incrudelire non potevano mancare. Il podestà Casati, destinato a sempre e inutilmente protestare, protestò anche contro questa legge stataria: ma chi l’aveva fatta, non si smosse. Né cessarono dagli usati costringimenti i duchi di Parma e di Modena; destinati ad ormare i rettori di Lombardia: se pure in alcune cose non facessero peggio; come quelli che non operavano per forza propria, né con ordinati provvedimenti, e talora congiungevano colla crudeltà il ridicolo: come fu un decreto del duca di Modena singolarissimo, e in tutti i giornali celebrato, col quale condannava alcuni a patire più o meno lunga prigionia secondo i talenti e le cognizioni che avevano, facendosi egli stesso giudicatore degli uni e delle altre.

Sorgeva il mese di marzo, in cui il contrasto, sostenuto dalle provincie lombardovenete e dai ducati, doveva avere una fine; conciossiaché le nuove straordinarie degli agitamenti di Francia e di Germania sollevavano gli animi di que’ popoli alla speranza, che il termine a tante loro miserie non dovesse essere lontano. Stavano come sospesi ed aspettanti di giorno in giorno, e forse di ora in ora, che si appresentasse loro una qualche occasione per sollevarsi. Non parve sufficiente quella della rivoluzione parigina, troppo gagliardo essendo il freno che dovevano spezzare, stretto ancor più in que’ giorni. Ben v’aveva in Italia chi iva farneticando che il re di Sardegna dovesse passare senza indugio in Lombardia e romper guerra all’imperatore. Ma i più, e forse quelli che più sinceramente desideravano la espulsione del dominio straniero, non credevano che fosse impresa da pigliarsi agevolmente; non trattandosi per via di scritti e di tumulti sgarare principati che non avevano forze proprie sufficienti, né allora potevano procurarsele di fuori, ma faceva mestieri affrontare una potenza che aveva in mano rocche inespugnabili, e grandi e ben forniti eserciti Ma quando i Lombardi udirono la interna monarchia austriaca percossa nel capo scompigliarsi tutta, stimarono quell’avvenimento come da’ cieli preordinato per avvertirli che era tempo di sorgere. I nemici dell’Austria (quasi tutta la nobiltà lombarda e la cittadinanza) se ne valsero per sollevare le città; gli amici restarono atterriti e confusi; gl’indifferenti credettero davvero che bisognava alla fatale mutazione accomodarsi.

La mattina del giorno 48 i rettori di Milano notificarono: essere stato dall’imperadore decretato di cassare la censura e far sollecitamente publicare una legge sullo scrivere a stampa: e in oltre di convocare gli stati dei regni tedeschi e slavi, e le congregazioni centrali del regno lombardo-veneto per il prossimo mese di luglio. Non produsse alcun buon effetto questo bando, sì perché le fallite promesse, fatte dal viceré ne’ mesi addietro, gli toglievano ogni fede, e sì perché pareva dettato da paura, sapendosi, per quanto si cercasse di celare i fatti, che già la città di Vienna era in sommossa, e 1‘ imperadore costretto a fare ben altre concessioni che quelle annunciate. Laonde fu divulgato in Milano a nome del popolo uno scritto con queste domande. «Cassazione del vecchio magistrato di sicurezza interna, e formazione di un nuovo sottoposto all’autorità del municipio. Annullamento delle leggi sanguinose, e sùbita liberazione de’ prigionieri di stato. Reggenza del regno. Libertà immediata dello scrivere a stampa. Ragunanza, nel più breve termine possibile, de’ consigli comunali per eleggere deputati all’assemblea della nazione. Guardia cittadina sotto gli ordini del municipio. Neutralità delle milizie austriache.» Aggiungevasi un eccitamento al popolo perché sotto al palazzo del governo traesse in massa a farle accettare. A un ora dopo il mezzo dì si fece ammutinamento. I soldati che stavano a guardia del palazzo, trassero alcuni colpi di archibuso sull’affollata moltitudine, che furono come faville al già apparecchiato incendio. Vennero a un tratto disarmati, il palazzo fu occupato. v’era dentro il vicepresidente del governo O’Donell, rimasto solo, dacché il viceré e il governatore si erano pochi giorni innanzi fuggiti. Non era egli cattivo uomo, e più tosto non aveva avuto animo di opporsi a’ cattivi, che desiderio di crudeltà; la qual dappocaggine dimostrò altresì in que momenti fortunosi. Non avrebbe voluto discendere a patti colla moltitudine ribelle, né aveva coraggio di rintuzzarla, e stivasene rimpiattato e stordito, non sapendo che si fare. Accorsero il podestà, gli assessori municipali, l’arcivescovo, e vari prelati, per confortarlo a mostrarsi a fin di ovviare a mali maggiori. Dopo lungo dubitare apparve pallido e tremoroso, e tre ordini l’un dopo l’altro publico: col primo concedeva al municipio facoltà di armare la guardia cittadina; col secondo, di consegnare al medesimo le armi del governo; col terzo finalmente cassava l’ufficio detto della polizia, e la sicurtà publica al municipio affidava.

Ma le cose erano condotte sì innanzi, che né pure questi ordini valsero a impedire che non rovinassero. Fatto prigione e condotto altrove, si gridò un reggimento temporaneo, s’inalberò la bandiera de’ tre colori; il palazzo del governo andò a soqquadro; furono gittati dalle fenestre libri e carte: nel tempo che grosse punte di soldati austriaci di diverse armi occupavano i luoghi principali della città, e qua e là si udivano archibusate, che gran terrore agli abitanti arrecavano. Coll’avanzar delle ore crebbe il tumulto. Tonavano le artiglierie, sonavano a martello le campane. Gli Austriaci prendevano d’assalto il palazzo della città, detto del Broletto, e quelli che erano dentro a difenderlo, venivano tratti prigioni in castello. Le strade si abbarravano e asserragliavano di legni, carrozze, masserizie, e quanto veniva alle mani: dalle fenestre e dai tetti piovevano sassi e tegoli; dirotte acque altresì venivano dal cielo, quasi congiurasse anch’esso. I soldati, facendo fuoco per le vie, ivano ritraendosi alle porte della città, intanto che il popolo investiva il palazzo vicereale, che facilmente acquistò. Né in tanto sollevamento mancava il municipio milanese di prendere temporalmente il governo, aggregandosi il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, l’avvocato Anselmo Guerrieri, e il conte Guerrieri. In pari tempo eleggeva a soprintendente della sicurezza interna il delegato Bollati, ordinando la liberazione di quanti fossero in carcere per cause di maestà.

Il giorno appresso fu principio a novella zuffa: non tanto nel cuore della città, quanto intorno alle porte; dove la maggior parte delle milizie austriache ridottesi, avevano dato tempo a’ cittadini di rinforzare le difese delle strade. Di questo modo d’improvviso fortificarsi nelle rivoluzioni ci sono stati maestri i Francesi, gran fabbri di rivoluzioni, e da non essere facilmente agguagliati da altro popolo. Pure i Milanesi in quel primo esperimento, e in città di ampie vie, adoperarono come se fossero usati a gagliardi movimenti; mentre gli Austriaci, provando difficile il reggersi ne’ luoghi più interni della città, si distendevano lungo i baluardi, minacciando di avanzarsi colle artiglierie folgoranti ne’ borghi di porta Orientale, Monforte, Brera, Cavalchina, Baggio e porta Ticinese. Ma il popolo, armato come più e meglio aveva potuto, seguitò affrontarli; e dai tetti e fenestre con più impeto piovevano sassi, lanciati da fanciulli, donne, vecchi, e da quanti potevano trarre. Fu insiememente ordinato di comporre nel più breve spazio una guardia cittadina per la interna sicurezza, e per dar mano al combattere. Una grossa e ben costrutta fortificazione, era stata fatta da’ cittadini nella contrada di S. Vincenzino, luogo non più lontano d’un tratto d’archibuso dal castello. Contr’essa si voltarono due grossi cannoni, che non riuscirono ad abbatterla; onde, cresciuto animo ne’ difensori, non fu più possibile alle milizie, con più asprezza tornate all’assalto, di prenderla. Né resistenza manco splendida fu fatta da’ cittadini nella trincea lavorata presso san Martino verso il Criminale, e in un’altra fatta«sulFangolo dell’albergo dell’Ancora; dove particolarmente si acquistò onore un piemontese per nome Valenzasca; il quale non solo ottenne che la difesa non si espugnasse, ma fu liberatore d’incarcerati per cause di stato; conciossiaché avendo potuto tostamente raccogliere e porre sotto di sé una banda di valorosi, presentatosi al custode delle prigioni, intimassegli di aprir le porte, né quello ricusasse.

Mentre queste cose si facevano, seppesi che dal castello venivano a corsa drappelli di ungheri, e obligavano a riaprire le botteghe, state serrate al primo tumulto, e fermavano, e al castello menavano cittadini, cui avessino trovato armi in dosso:nel tempo che altre compagnie di soldati qua e là si approssimavano, e internavano spicciolatamente nella città, e per le case entravano, e dalle fenestre anch’essi traevano. Per fino si condussero nella sommità del grande edificio del duomo, da dove con più sicurezza e vantaggio gli archibusi adoperavano. Si rinfiamma il popolo, si richiudono botteghe e fenestre, ricominciano le archibusate, da’ baluardi e dagli spaldi del castello rafforzano i tratti di cannone. Verso sera tornasi a combattere con grande asprezza dall’una parte e dall’altra nelle contrade di san Marcellino, san Tommaso, Broletto, e Rovello. Anco intorno al palazzo vicereale si guerreggia. Né mancano morti e feriti, in maggior numero di Austriaci, come più esposti e atterriti. Allora veramente parve a tutti che le cose diventavano estreme. Anco i cittadini, che meno arebbono desiderato o pensato a far movimento, stimarono che la difensione era divenuta tanto più necessaria quanto che da lei dependeva, che le case, robe, e vite d’ognuno non andassero a fiamma, a ruba, e a sangue. Così interviene, che rivoluzioni desiderate e cominciate da pochi, diventano universali quando si stima da tutti che il perderle torna a eccidio sì di quelli che le avevano promosse, come di chi n’era stato spettatore indifferente. Ingrossavano pertanto le bande de’ combattenti. Le campane più che mai sonavano a stormo. Chi somministra danaro, chi dà conforti, chi manda vettovaglie: tutti, buoni e rei, amici e non amici della libertà, si danno la mano e stringono nel comune pericolo. Né servono meno a rinfocolare alcuni esempi di virtù antica. Un giovanetto di sedici anni morendo pregava colle parole estreme il sacerdote, perché i cittadini confortasse a non temere di perdere la vita per sì bella cagione. In borgo di porta romana, mentre un corpo di croati svaligiava una casa, un tal Giovanni Cappietti impediva col suo archibuso che non fosse. fatto male ad alcuni alunni del collegio Calchi Taeggi, che tornavano a casa,trasportandoli egli stesso l’un dopo l’altro sugli omeri. Né meno mancarono sacerdoti, che colla santità dell’ufficio si intromettessero nella mischia, e la gioventù accendessero a sostenere l’onore e salvezza della patria. In somma terminava il giorno 19, e la città aveva in vari luoghi circa settanta grandissimi serragli, pe’ quali era vietato sì alla fanteria e sì alla cavalleria di operare nel suo interno. Tre volte a porta orientale eransi le milizie avanzate fino a S. Damiano, e tre volte erano state forzate a rinculare, senza che né pur giovasse lo scagliar fuoco a dirotto che facevano le bombarde.

Albeggiava appena il terzo dì della milanese rivoluzione, e il capo delle milizie austriache faceva assapere essere stato decretato di bombardare la città, ammonendo che chi voleva salvarsi, dovesse andare in castello. Dal quale annunzio non lasciatosi atterrire il popolo già sollevato, continuò combattere, quasi il valore gli crescesse quanto più estremo vedeva il pericolo. Il municipio, costituito come detto è, in governo temporaneo, dove primeggiavano i conti Casati, Litta e Borromeo, mentre colle parole e cogli esempi s’adoperava a mantener salda la virtù de’ cittadini in fino che non avessero vinto, faceva nuovi e maggiori provvedimenti per la interna difensione, e formava cinque collegi di cittadini, il primo per la sicurezza delle persone, il secondo per l’amministrazione dell’erario, il terzo per le cose della guerra, il quarto per la publica difesa, il quinto per l’annona.

Il giorno 21, quarto della rivoluzione, col coraggio crebbero gl’ingegni: e uno da non tacere fu di mandare in aria palloni gonfi di vento per annunziare a’ luoghi vicini la sollevazione milanese, sì che in aiuto di essa tostamente si levassero. Né fu vano quell’invito; nel tempo che altri acquisti di luoghi, e vantaggi sul nemico si facevano dentro la città. Fu preso il palazzo del Genio, e dugento sessanta soldati e tre graduati fatti prigioni, cedendo armi e munizioni. In questo fatto si acquistò particolare onore il popolano Pasquale Sottocorni, che nell’assalto appiccò primo il fuoco alla porta. Il quale diè un’altra prova di valore straordinario assaltando la Pia Gasa di Ricovero, e disarmando quanti vi stavano a guardia. Parve pure segnalato acquisto la casa del maresciallo Radetzki: non mancando chi aggiungesse e divulgasse, che era stato lui stesso preso, e per le vie di Milano tirato a coda di cavallo. E poiché l'oppugnazione de’ nemici era fatta nelle porte, a quelle si diressero gli ultimi sforzi de’ Milanesi: molto in queste fazioni segnalandosi Gio. Battista Beltrami, che trovato e messo in opera un ingegno di fortificazione mobile, si spinse con una compagnia de’ più arrischiati contro porta Ticinese, e forzò i soldati, che assai ferocemente rintuzzavano quell’assalto, a ritirarsi; onde il borgo di Viarenna fu tutto in man del popolo. E collo stesso ingegno di fortificazione mobile, renduta più formidabile dal portare fascine accese, lo stesso Beltrami ottenne che i cittadini avessino agio di costruire altre difese, e porsi sempre più a giuoco di maggiormente il nemico offendere, che da quello essere offesi. Verso porta Vercellina fervendo ancor più la mischia, assai giovò che due studenti coraggiosissimi, scalando le mura fra la detta porta Vercellina e porta Ticinese, annunziassero che il contado si levava in arme e veniva in soccorso della città: imperocché aggiunse non poca caldezza al popolo, che, per eccitamento di Giuseppe Osio, acquistò lo importantissimo sito della casa del commissario di S. Simone, difesa dalle guardie di governo; la quale, comunicando con l'alloggiamento militare, teneva di varie contrade della città soggetta la imboccatura. Onore pure si fece con alquanti coraggiosi il cittadino Vernev in quel giorno, intorno all’Orfanotrofio chiamato de’ Martinetti; e assai converrebbe dilungarci a dir di tutti particolarmente: e forse correremmo pericolo di non essere giusti egualmente con tutti; non potendosi nelle sollevazioni, dove il combattere è improvviso e tumultuario, aver mai notizie certe né pur da quelli che furono presenti, e parte dell’avvenimento. È certo che non erano le cinque della mattina e le cose già un prospero fine promettevano. Tutto l’esercito austriaco erasi nel castello e negli alloggi ristretto. Aveva pure Radetzki fatto la bandiera bianca inalberare, e proposta una triegua, che da’ rettori del governo temporaneo non fu accettata, o perché le condizioni non piacessero, o perché non sincere le stimassero. In vece fu accresciuto il numero delle barre, e gli apparecchiamenti al combattere. Già sulla torre, in cima del duomo, è altrove il segno de' tre colori sventolava. Ma la notte sopraggiunse portatrice di paure e di funesti presagi: non per lo nemico che d’ogni parte piegava, ma per le insidie de’ traditori di dentro, che spiando, e false e incerte voci spargendo, cercavano di mettere la costernazione ne’ cittadini. I quali tuttavia non si abbandonarono, e pigliando in buono agùrio vedere il giorno che doveva esser l’ultimo della rivoluzione, sorgere sereno e ridente, dopo i passati nugolosi e piovosi, disponevansi a fare il compimento dell’impresa. S’impadronirono del collegio militare, e degli alloggi di san Vittor grande e di san Simpliciano, mentre le nemiche bombarde di varia grandezza seguitavano a trarre sino al cadere del giorno. Un fatto degno di essere rammemorato fu la espugnazione di porta Tosa. Compagnie di archibusieri e zappatori ben ordinate eransi poste sotto il comando del valoroso cittadino Carati, a cui si aggiunse per rinforzo con altri arditi il cittadino Scifardi. Appiccossi la zuffa, che durò alquante ore, restando ancor dubbiosa la vittoria. Fu fatta breve triegua, e poi ricominciato il combattere, e parendo agli Austriaci di aver contraria la sorte, si ritirarono, appiccando il fuoco alla porta. Né i Milanesi restarono di seguitarli finché poterono; onde rimase diviso da loro il corpo di milizia che aveva in custodia la porta e il retroguardo. Il quale, sostenendo la difesa verso il Borgo della Fontana, procacciava di ricongiungersi co’ fuggenti, e veniva assai poderoso contro a’ seguitanti, che stimarono con assai buon consiglio di ritrarsi ne’ loro steccati, da dove poterono molestare assai valevolmente la ritirata de’ nemici verso porta Orientale. In questo fatto di porta Tosa molto segnalossi Luciano Manara, giovine di ventiquattr’anni, bello della persona, di eleganti costumi, abituato alle morbidezze del vivere d’oggi; e tuttavia divenuto a un tratto guerriero, e de’ più animosi, dove maggiormente spesseggiavano le archibusate e ardevano le case, lanciasi da prima solo, poi seguito da pochi, corre in fino al casino, che è presso alla porta, abbatte le porte, entra dentro, uccide, fuga, appicca il fuoco, dischiude il varco a torme di contadini dalle sollevate campagne accorsi. Altri racconti con alquante circostanze variate furono fatti intorno alla espugna» zione di porta Tosa, né ho potuto bene chiarirmi quale di tante testimonianze sia la più esatta. Certamente l’avere il popolo superato quell’ostacolo, fu causa che al termine della vittoria più sollecitamente pervenisse.

Leggo ne’ giornali, che in que’. cinque giorni della rivoluzion milanese, orrende cose, e più da fiere che da uomini, fossero state fatte da’ soldati austriaci. Case sforzate e arse, templi svaligiati e profanati, corpi di donne contaminati e guasti, fanciulli lattanti schiacciati a’ muri, vecchi trucidati, ed altre nefandigie; delle quali non potrei dire quanto non sia falso o amplificato, nulla essendo più difficile che conoscere ne’ combattimenti tumultuari il vero per l’appunto: conciossiaché non si possa mai dire fin dove una soldatesca infuriata per antichi odii e recenti offese trascorra in vendette atroci; oltre di che gli scrittori di quei fatti tanto volentieri accoglievano e divulgavano le voci contrarie e odiose agli Austriaci, quanto che era non pur desiderio, ma necessità allora di concitare contro di essi le ire de’ popoli. Veggendo adunque, al sopraggiungere della notte, di non potere più luugamente tenere la città; né sapendo in oltre presagire dove le cose dello impero, assalito e scosso da tante parti, andassero a riuscire, più tosto che seguitare in una quanto vana, altrettanto sanguinosa resistenza, stimarono di mettersi in condizione di ritentare quando che sia in campo aperto la più finale vittoria; la quale dove loro fosse toccata, di leggieri avrebbono le abbandonate città ripigliato. E certamente dovettono recarsi a somma ventura il riparare nelle veronesi fortezze, innanzi che fosse loro tagliata la via da quanti Italiani sarebbono andati in arme a soccorrere i Lombardi; dovendo eglino facilmente credere che il re di Piemonte, e con esso gli altri principi d’Italia avrebbe tratti lo impeto de’ loro popoli a romper guerra a una potenza che andava giù, né faceva ornai più paura. In vero considerando que’ fatti del marzo 1848, è da confessare che o grande accorgimento e prudenza usarono gli Austriaci per riaversi da tanto generaleconquasso, o grandi sconsigliatezze e imprudenze usammo noi perché l’ultima vittoria ci fuggisse di mano: se pure non fa l'una e l’altra cosa. Il che dico non a vana rampogna degl’Italiani, ma sì a non vano documento di essi. I quali se volevano che veramente quelle cinque giornate di Milano riuscissero felicemente gloriose, com’ essi allora con tanto strepito e allegrezza predicavano, dovevano star saldi e concordi, finché la liberazione d’Italia non fosse stata compita, e per sempre assicurata.

Poiché la città di Milano era rimasa libera degli Austriaci, fu cura di quelli del governo temporaneo disfare i vecchi ordini, e crearne de’ nuovi. Vennero istituiti tre ministeri: di sanità, di guerra, e di publica sicurezza. Si cassarono dagli uffici tutti gli uomini devoti alla casa d’Austria: si rinviliò il prezzo del sale; s’attenuò la gravosa legge del bollo; si ordinò che tutti gli atti s’intitolassero a nome del governo nuovo; si tolse l’antico consiglio di governo, e in suo luogo si fece un consiglio di stato, presieduto dall’avvocato Nazzari. Fu differito a quindici giorni il diritto di esigere le polizze di cambio. A comandare tutte le milizie lombarde fu chiamato il general Lecchi bresciano, uomo nelle cose di guerra reputatissimo. Questi provvedimenti fecero subito i nuovi rettori milanesi, e altri decreti e ordinanze in gran numero publicarono: da far dire, avere essi in pochi giorni fatto più leggi che non ne fecero gli Austriaci in trentaquattro anni. Vizio comune, e quasi naturale a tutti i reggimenti che nascono improvvisamente dalle sollevazioni, accresciuto allora fra noi da servile imitazione delle cose di Francia. Non di meno una prova di saggia e prudente risoluzione porsero in sulle prime col procacciare di mantenere il governo in sul temporaneo, quantunque non mancassero istanze a gridar subito republica: il che avrebbe per fino tolto, che il re di Sardegna si provasse a quella guerra, che dopo la rivoluzione fatta era necessità estrema divenuta. Laonde il giorno 22 ‘ marzo notificavano per editto: Finché dura la lotta non essere opportuno mettere in campo opinioni su’ futuri destini della nostra carissima patria. Chiamati per allora a conquistare la libertà, i buoni cittadini di null’altro doversi brigare che di combattere.

Seguivano intanto lo esempio di Milano altre città lombarde. Brescia, Pavia, Bergamo, Como, Cremona, Lodi fecero quasi a un tempo sollevazione, e dopo alcuni non gravi azzuffamenti restarono libere di soldati austriaci, reggendosi a popolo. E colle glorie del regno lombardo si congiungevano quelle del veneto: delle quali fìa egual pregio far memoria in quest’Opera. Ancora in Venezia appena suonò il grido dei moti di Vienna, e il governatore delle provincie venete conte Palffy annunciò le prime concessioni fatte dall’imperadore, cioè la cassazione della censura per gli scritti a stampa, e l’adunanza delle congregazioni centrali del regno lombardo-veneto, il popolo si mosse, corse in folla nella piazza di S. Marco, fregiossi de’ segni tricolori, e rammentandosi che di quella allegrezza non potevano godere coloro che l’avevano col loro coraggio promossa, cominciò gridare che l’avvocato Manin e Niccolò Tommaseo, stati imprigionati nel passato mese di gennaio, fossero senza indugio scarcerati; e mentre i rettori austriaci si disponevano a contentare questo desiderio, la moltitudine impaziente andò alle prigioni, chiese che le porte fossero aperte, trasse fuori i due cittadini sopraddetti, e sulle spalle come in trionfo trasportolli in piazza San Marco fra clamorose voci. Le milizie tedesche, non molte, e spaurite per i casi di Vienna, non fecero contrasto a quella prima gioia di libertà. Pure il solo mostrarsi di esse, e far vista di dissipare l’assembramento, fu cagione che s’intorbidasse, e restassero nella calca due feriti, e uno soffocato. Il municipio diresse al popolo esortazioni perché tranquillo e moderato si conservasse, e il governatore tedesco Palffy fece per bando come presentire che già in Vienna era stata la costituzione per tutto lo imperio promulgata, sperando con questa notizia meglio che con altre parole gli animi acquetare. E in effetto per quel giorno si acquetarono; ma il dì appresso ricominciata la commozion popolare, colle solite voci di vivaPio IX, viva Italia, e simili, e col vagheggiato segno de’ tre colori, le milizie tornarono a venir fuori, e veggendo che la tumultuazione facevasi maggiore, usarono la forza, e v’ebbero alcune persone morte, e alquante altre ferite. Poco stante il tumulto allenò e, la calma restituita, i soldati si ritirarono. E quantunque leggiera cosa fosse quella zuffa, pure il sangue sparso fu seme da fruttare novelli e più estremi commovimenti. Fu tosto da alcuni cittadini, fra’ quali erano il Manin, l'Avesani, il Giurati, il Benvenuti, il Mengaldo, il Levi, il Costi e il Canneti, richiesto il municipio, perché facesse a’ rettori del governo la proposta di armare senza indugio una guardia cittadina, che sola avrebbe potuto cessare la popolana agitazione. Il municipio consentì, secondato a fare la stessa domanda dalla congregazione centrale e dal cardinal patriarca: né i rappresentanti del governo austriaco ricusarono, e datone avviso al publico, incontanente i cittadini corsero a scriversi, e in poche ore si ordinò una guardia civile, al cui mostrarsi ogni segno di tubazione scomparve.

Stavano così le cose quando giunse la notizia che era stata dall’imperadore conceduta la costituzione. Il governatore Palffy, credendo che l’annunziarla egli stesso al popolo in piazza assembrato, dovesse esser rimedio buono a tutte le inquietudini, fattosi alla fenestra, lesse l’atto imperiale, aggiungendo parole mansuete, dopo fatti crudeli: e fra l’altre cose disse: «non aver voluto ritardare d’un istante questa letizia alla città di Venezia, di cui recavasi a gloria essere chiamato cittadino.» E sulle prime grande allegrezza si destò nella moltitudine, sempre leggieri e sùbita sì nelle gioie e sì ne’ lutti: ma passato il primo fervore, e sempre più conoscendosi le nuove della rivoluzione viennese, e il sollevamento delle città lombarde, non si trattò più della interna, ma sì della esterna libertà. Né l’occasione a maggiori brame mancò, dove cotanto erano gli spiriti commossi. Gli operai dell’arsenale, da molto tempo aspreggiati dal comandante Marinovich, di nazione dalmata, e d’animo crudelissimo, stimarono venuto il momento di farne vendetta. Si abbottinarono, e mentre di farlo in pezzi minacciavano, sopraggiunse la guardia cittadina, che a fatica lo salvò, facendolo uscire dell’arsenale. La novella si sparse, e perché divenisse favilla di sollevazione aggiungevasi la voce che navilii da guerra con materie incendiatrici fossero nel porto apparecchiate per mandare a fuoco la città. Contano, che un frate di san Francesco attestasse di aver veduto gli apparecchi. Non fu più freno alla collera popolare: di nuovo e più furiosamente chiedevasi a morte il Marinovich; il quale quasi bravando quel furore, né curando i prudenti consigli dei Martini, comandante generale della marina, volle tornare all’arsenale. La moltitudine inferocita gli va addosso; invano tentano le guardie di raffrenarla: vogliono morto l’odiato dalmate: 'che trovate chiuso ogni varco a fuggire, chiudesi in una torre. Gli operai abbattono la porta; corrono fino in cima; lo tirano giù pei piedi, e ridottelo cadavere sanguinoso, e spiccatogli il capo, vanno con quello in piazza, e ’l fanno buon tratto ruzzolare. Allora ingrossando maggiormente la piena del popolo, gli amici di Daniele Manin mettono innanzi il suo nome, che per caso rammentando quello dell’ultimo doge, con cui spirò la veneta libertà, vien testo da mille bocche ripetuto. Per l'addietro non era noto che per un chiaro avvocato. Gli diè fama politica il coraggio mostrato nel decembre dell’anno passato: se bene dopo la prigionia sofferta non paresse molte inclinato ad affrontare nuovi pericoli. Tuttavia sentendosi da ogni parte invocare, e incoraggito insiememente da’ successi di Lombardia, lasciossi trarre in mezzo alla nuova rivoluzione; e messosi innanzi alla folla tumultuante, andò verso l’arsenale, occupato da circa cinquecento soldati di marina sotto il comando del viceammiraglio Martini. Il quale per avventura avrebbe potuto difendere un luogo circondato da alti muri e da un canale; ma o che non volesse venire al sangue, o non contasse troppo sulla fede di soldati la più parte italiani, o fosse anch’egli preso da sbigottimento per tante nuove di commozioni interne ed esterne, dopo breve esitazione lasciò che i sollevati entrassero, e dell’armeria s’impadronissero: dopo di che fu fatte prigione insieme cogli altri graduati; mentre i soldati, deposte le insegne austriache, s’accomunavano col popolo, che in breve ora tutto s’armò.

Nel tempo che le cose passavano così nell’arsenale, la congregazione municipale ragunata per consultarsi intorno a quel che era da fare in tanta gravità di casi, saputo l’atroce uccisione del colonnello Marinovich e la presa dell’arsenale, mandò oratori a chi governava (fra’ quali era l’egregio e molto benemerito avvocato Avesani) per informarlo, che gli avvenimenti succedendosi l’un dopo l’altro sempre più gravi, non altra via restava a tranquillare la città che di mettere in poter dei cittadini tutti i mezzi di difesa. Componevano il governo pei civile il conte Palffy, e pel militare il generale Zichy: amendue ungheri, che da molto tempo dimorando in Venezia, conoscevano bene il paese, dal quale, per dir vero, non s’erano fatti odiare. Ma in quella occasione o fosse inettezza, o amore di non insanguinare la città, mal seppero provvedere come la dignità e lo interesse del governo, cui rappresentavano, avrebbe richiesto. Alla domanda degli oratori municipali, che intera balia delle forze armale fosse lasciata a’ cittadini, rispose il governator civile Palffy, che ciò era un volere che il governo austriaco sì annullasse. Tornavano gli altri a insistere, che senza ciò non s’impediva più lo spargimento del sangue civile: tanta era la commozione del popolo. Querelavasi Palffy che ingiuste accuse e indegni carichi fossero fatti a’ rettori per commovere la moltitudine a sedizione, non essendo bastato il soddisfare alle prime istanze, perché altre maggiori e incomportabili se ne facessero. Ma gli oratori incalzavano: «non esser tempo da perdere: non trattarsi più di minori o maggiori concessioni; ma sì d’impedire che la città non vada sossopra.» Allora il governatore depose l’autorità sua in mano del generale Zichy, con potere di trattare col municipio veneziano e risolvere secondo avesse stimato meglio in quell’estremo caso. Da prima ancora Zichy dichiarò non voler cedere alle soverchie domande; e dove avesse usata la forza, e fatto occupare i luoghi più importanti della città, sarebbesi probabilmente potuto reggere, avendo da disporre di circa sei mila uomini, dei quali più della metà erano a lui fedeli, e certamente da resistere finché nuovi rinforzi non gli fossero sopraggiuntl Ma assai più che le commozioni interne sgomentavano que’ rappresentanti austriaci le rivoluzioni di fuori, e massimamente quella sì inaspettata di Vienna; oltre che il comandante Zichy era di sì mite e benevola natura da non patirgli l'animo di vedere insanguinata una città, dalla quale sapeva di essere amato. Onde tra per l’una cosa e per 1’altra capitolò con questa forma: Che sintendesse cessato da quel momento il governo civile e militare austriaco sì di terra e sì di mare; e fosse rimessa la podestà in un governo temporaneo; che le milizie del reggimento Kinsky e quelle de’ croati, l'artiglieria e il corpo del genio dovessero abbandonare la città e i forti, restando solo in Venezia le milizie italiane; che gli stromenti di guerra di ogni sorte restassero alla città; che la partenza delle milizie dovesse farsi senza dimora per la via di Trieste per mare: che le famiglie degli ufficiali e de’ soldati, che volessero partire, dovessero essere assicurate, e de’ mezzi di trasporto provvedute; ohe tutti gli ufficiali civili italiani e non italiani dovessero avere protezione per le loro persone, famiglie e sostanze: che a’ soldati si largisse la paga per lo sostentamento di tre mesi: che finalmente il conte Zichy sotto fede di onore dovesse partir l'ultimo da Venezia per sicurezza che la convegna fatta avesse fedele esecuzione. Rimutate le cose, tanto il governatore Palffy quanto il comandante Zichy, l’uno per aver lasciato la città, l'altro per non averla difesa, furono a un consiglio di guerra sottoposti, e il secondo condannato.

Fra tanto il Manin, tornando dall’arsenale, di cui si era agevolmente impadronito, e saputo altresì che il comandante Zichy aveva ceduto, e il governo imperiale erasi quasi da se medesimo annichilato, trasse in piazza, e al cospetto dell’assembrato popolo pronunciò il doppio grido di viva la repubblica e viva san Marco; il quale trovò facile accoglienza in paese che per lunghezza di secoli aveva con quei nomi grandeggiato nel mondo. Prudenza publica avrebbe voluto che non fosse stato per allora promulgato ciò che offendeva chi Pur doveva la guerra della comune libertà guerreggiare; e se i capi del moto veneziano potevano ciò impedire, e noi fecero, usarono poco accorgimento: anzi commisero un gravissimo peccato, avendo appiccata la scintilla a un gran fomite di divisione; che più tardi doveva fruttare irreparabili rovine. Ma nell’animo del Manin erasi accesa non prima sentita ambizione per quel gran potere del suo cognome che lo faceva mettere in cielo, e rendeva quasi signore della volontà popolare, che allora sovraneggiava. Né è quindi da maravigliare (se pure non è da scusarlo) se gli facesse nascere tali bagliori da non vedere a qual funesta via si commetteva, e quanto pericoloso e sconsigliato partito fosse voltare a republica Venezia innanzi di conoscere le sorti delle altre parti d’Italia.

Adunque all’annunzio della republica di san Marco, generali allegrezze intorno scoppiarono. Parve per un momento ai Veneziani di dover tornare a’ lieti giorni della loro prospera grandezza. Il patriarca affacciatosi benedisse le insegne della libertà recate in giro dal popolo: che facilmente si dava a credere essere quello istantaneo mutamento avvenuto per prodigio della Madonna di san Marco; e alcuni in lor dialetto sciamavano: «l’abbiamo esposta all’adorazione alle undici ore; alle quattro, era la republica:» nel tempo che il municipio divulgava questo bando: «La vittoria è nostra, e senza sangue. Il governo austriaco civile e militare si è dileguato: gloria alla nostra brava milizia cittadina. È stato stipulato un trattato, che oggi stesso sarà messo a cognizione di tutti, e un governo temporaneo altresì verrà istituito.» Schieravansi nella piazza di san Marco le milizie civiche sotto il vessillo dei tre colori, e il comandante di esse Angelo Bengaldo, nelle cui mani il municipio aveva deposto ogni facoltà, dopo avere la benedizione del patriarca con grande solennità impetrata, sottoponeva all’approvazione del popolo, già indettato, il governo temporaneo della republica veneta: presieduto dall’avvocato Manin e insiem con lui amministrato da’ cittadini Tommaseo, Paulucci, Castelli, Solerà, Paleocapa, Camerata, Picherele, Toffoli, e Zennari. I quali poi che furonsi ordinati, spartendosi gli uffici e le cure, publicarono un bando, lusinghiero al popolo, che si era sì presto e sì civilmente vendicato nell’antica sua libertà, risuscitando una republica nella memoria degli uomini gloriosissima. Né fu senza maraviglia e scandolo, che in questo primo atto di loro potenza, non una parola facessero delle cose del rimanente d’Italia, quasi senza un deffinitivo e stabile accomodamento di esse la veneziana republica avesse potuto stare. Altri e molti decreti seguitarono; e forse ancor più che in Milano apparve la servilità d’imitare gli andamenti del governo temporaneo della recente republica francese. Fra le prime cose ordinate, fu che avessero in Venezia ospizio i forestieri d’ogni nazione e di qualunque opinione: che i figliuoli di Eugenio Zen, mancato nel fatto d’arme del giorno 18, fossero adottati dalla republica, la quale altresì provvederebbe alla cura di quanti restarono feriti. Insiememente si decretava lo scarceramento di chi per cagion di maestà languiva nelle prigioni. E provvedimenti pure si fecero perché la giustizia de’ tribunali ordinari, e l’altre amministrazioni non patissero interruzione.

Alla nuova del cambiamento di Venezia la vicina Padova si sollevò; e senza gravi disastri ottenne che gli Austriaci da lei sgombrassero, e potessesi in temporaneo reggimento costituire. Nella città e provincia di Treviso ancor più fedelmente il fatto di Venezia si rinnovò; conciossiaché fra il municipio e il tenente maresciallo tedesco Ludolf fosse fatta capitolazione ne’ medesimi termini. Né altrimenti intervenne in Udine; ed ogni città e terra dello stato veneto fu sgombrata di Austriaci insino all’Adige, dove quelli poterono a poco a poco raccozzarsi e affortifìcarsi ne’ baluardi; de’ quali la provvidenza austriaca non aveva giammai dal 1815 in poi cessato di circondar Verona, sapendo come ivi era la chiave della sua potenza per mantenere Italia.

Essendosi nel detto modo vendicato in libertà il popolo lombardo-veneto, non è maraviglia che il simile facessero il modanese e il parmense, che con quello erano ornai congiunti. Una qualche sanguinosa resistenza in sulle prime fu fatta aParma dalle milizie austriache. Poi sì da Parma e sì da Modena andarono a poco a poco ritirandosi per ricongiungersi col grosso dell’esercito dirizzato a Verona, lasciando a discrezione de’ loro popoli que’ due mal difesi principi. 1 quali tardi conobbero che la gran potenza, sotto le cui ali si erano ricovrati, non era per loro quel sicuro sostegno che credevano: e probabilmente in quel generale soqquadro di regni, stimarono di essersi ingannati, e forse provarono pentimento di aver ricusato di secondare a tempo i voti de’ loro sudditi, e l'esempio degli altri principi italiani. Dissero per bando, che avrebbero tutto concesso, riforme, guardia di cittadini, costituzioni, e ogni altra franchigia; vedere ornai volgere i tempi sì fattamente che il resistere ad essi sarebbe contrario all’amore che avevano mai sempre avuto del bene de’ loro fedeli sudditi. E così dicendo, istituivano ciascuno nel proprio stato una reggenza con balia di far tutte le mutazioni richieste. Se non che il duca di Modena più assennato dell’altro, stimando che dopo i fatti precedenti le sue concessioni sarebbero state di leggieri giudicate fuor di tempo e ricusate, non aspettando di essere cacciato, raccolto quanto più poteva delle sue cose di maggior pregio, se ne fuggì a Mantova: laddove il duca di Parma, non meno leggieri che timido, o che non sapesse dove andare, o vane speranze nutrisse, antepose di rimanersi in Parma, come annichilato, abbandonandosi a tutte le viltà che la paura poteva spirargli. Dichiarò con lettera publica del 919 marzo, ch'e’, deplorando il breve tempo che per necessità aveva doduto servire alle voglie della corte d’Austria, comprometteva la sua sorte all’arbitrio di Pio IX, di Carlo Alberto e del Granduca di Toscana. Con altra lettera dei dì 8 aprile dichiarava altresì nulla e come non avvenuta la sua antecedente convenzione di lega coll’imperadore, impostagli da chi ne poteva più di lui. Forse lusingollo un prezzolato trionfo, che il primo giorno delle concessioni gli fu fatto: non essendo mancata vii turba plebea che il tirasse in cocchio co’ bestierecci omeri per la principal via della città. Così fa il popolazzo; esalta oggi chi voleva martoriato ieri, passando per lievi cagioni da estremo a estremo. Ma il popolo modenese rifiato subito la reggenza istituita dal duca fuggitivo, dove era presidente il consigliere Rinaldo Scozia: e corso tumultuando al municipio, obbligollo a creare senza indugio un governo temporaneo, designando come presidente di esso Giuseppe Malmusi, e come segretario Giovanni Minghelli, amendue accettissimi all’universale per le non dubbie testimonianze che avevano dato di loro affetto alla patria, quando era con pericolo manifestare ogni altro pensiero che servile non fosse. Il popolo di Parma d’altra parte accettò la reggenza formata dal duca rimpiattato, o perché la vedesse composta di tutti uomini di massime generose, quali erano un San Vitale, un Catelli, un Maestri e un Gioia, o perché la natura de’ popoli guasti da lunga servitù di rado non tentenna ne’ subiti mutamenti. Ben recò maraviglia che gli uomini chiamati a formare la reggenza, che non erano volgo voltabile ad ogni vento, accettassero il governo dello stato a nome di chi non aveva né pure saputo serbare dignità nella estrema sventura. Ma quasi fosse destino in Italia che i trionfi non si scompagnassero mai dalle discordie, appena i Modanesi si erano costituiti in governo temporaneo, i Reggiani protestarono di non volerlo riconoscere, sì come non legittimo, e in quel mezzo formavano anch’essi un governo a parte. Vi ebbono deputazioni, proposte, trattati fra le due città, ma nulla giovava a riunirle, e per più d’un mese dimorarono l’una non soggetta all’altra. Cagione di questo separamento erano le nostre vecchie ambizioni municipali di voler tutti primeggiare; pretesto,che i Modanesi non avevano facoltà di rigettare la reggenza del duca, e un governo temporaneo creare. Similmente, e in pari tempo, i Piacentini con un argomento diverso da quello dei Reggiani, spiccavansi da’ Parmigiani, dicendo che era indegnità seguitare a vivere sotto un principe spergiuro: e intanto istituivano un governo transitorio, e l’avvocato Gioia piacentino, un de’ membri della reggenza, abbandonava Parma, e in patria, già reggentesi in comune, si restituiva. Deplorevolissimi esempi eran questi, e quasi presagio de’ futuri disastri, che città, state congiuntesotto assoluta signoria, non sapessero accordarsi per costituirsi in libertà, e intraprendere una guerra, che dicevasi fatta per l’unione d’Italia.

Fra tanto ne' diversi paesi d’Italia, suonando le voci che gli Austriaci erano stati cacciati da Milano, e dalle altre città lombarde e venete, e dai ducati, cominciossi ne’ giornali a gridare il motto di fuori i barbari, attribuito a papa Giulio II: e se fu menzogna in bocca di colui (il quale non che cacciare i barbari d’Italia, li chiamò ei medesimo, e pretendeva disfarsene quando non obbedivano a lui) riuscì una vanità in bocca nostra, che gridavamo fuori i barbari innanzi che fossimo apparecchiati a cacciarli. E come più sopra abbiamo dimostrato che la rivoluzione di Francia del febraio ci nocque per avere nuovi e intempestivi desiderii svegliato, e fatto nascere germi di future discordie, ora è da aggiungere ch'ella altresì ci recò detrimento coll’avere avacciato la guerra italiana, conseguenza de’ suscitati commovimenti di Germania e di Vienna. Io non so, se i governi italiani, divenuti rappresentativi, sarebbono stati mai afforzati di validi eserciti, e collegati in modo fra loro da esserci possibile, quando che fosse, sostenere l’impresa d’una guerra italiana; ma è certo che allora non erano né a bastanza armati, né fra loro collegati; quantunque alcune trattative di lega politica fossero state cominciate: e tuttavia non potevamo più schifare la guerra, divenuta fatale dopo la rivoluzione del regno lombardo-veneto: conciossiaché dove pure i principi avessono ricusato d’ingaggiarla, era forza che in quel bollore generale di spiriti, fossino trascinati da’ movitori de’ popoli, abituati già a vincerli colle grida e co’ tumulti. E in effetto da per tutto, alcuni forse con sincero affetto alla causa italiana, i più per avere un pretesto a movere garbugli, si levavano, facevano raguni, chiedevano armi e approvvigionamenti, volevano che la guerra si bandisse, eserciti si mandassero, lo austriaco dominio dalle italiane terre si snidasse. Una delle prime città a sollevarsi fu Bologna, dove anche spartosi che i Modanesi non erano ancora ben riusciti a liberarsi degli Austriaci, si fa grande adunamento di genti, domandanti le armi per correre subito a Modena, e poi oltre proseguire. Il legato cardinal Amat, non sapendo al solito che si fare, e non potendo né impedire che andassero, e d’altra parte non avendo facoltà di secondare, fece vari editti l’un dopo l’altro, che più tosto la sua confusione, che alcun deliberato proponimento palesavano. Con uno dichiarava: essere false voci quelle che il territorio pontificio fosse da alcuna forza esterna violato; tuttavolta per maggior sicurezza e tranquillità concedere che buon numero di militi cittadini con una squadra di dragoni partissero a guardia del confine di Castelfranco. Poi con altro editto avvertiva che non si era ingannato nel dichiarare che alcun pericolo non soprastava, e per riprova trascriveva il primo bando del duca di Modena, con cui, mutato stile, prometteva di fare a modo dei suoi popoli. Ma non ostante queste dichiarazioni del legato, i Bolognesi armatisi, come meglio e più prontamente potevano, il giorno stesso si partivano per alla volta di Modena. Erano un migliaio circa, il più di giovani studenti, divisi in due legioni, una di secento sotto la condotta di Carlo Bignami, e l’altra di quattrocento comandata dal marchese Livio Zambeccari. La prima si fermò al confine di Castelfranco; l’altra prosegui infino a Modena, dove fu a gran festa ricevuta per avere l’annunzio del suo avvenimento fatto risolvere la promulgazione del governo temporaneo col rifiuto alla reggenza ducale. Ma quasi subito dopo i capi dello stesso governo temporaneo dovettero procacciare che ella si partisse, e a Castelfranco si riducesse, avendo la più parte di que’ legionari senza disciplina cominciato fare baldorie, e porgere occasioni a turbare la città. Anche da altre parti di Romagna si movevano genti armate per quella volta. Non era grande il numero, come che ne’ diari amplificato, ma certo un buon principio di commovimento di popoli era: il quale se fosse stato ben diretto da’ soprintendenti de’ novelli governi, avrebbe potuto per avventura produrre maggiori e migliori effetti che non produsse.

Se le provincie pontificie si commovevano, non se ne stava Roma. Il cui popolo pareva a’ primi annunzi che tutto volesse partire in soccorso de’ fratelli lombardi. Era per le vie e per le piazze della vasta metropoli un correre e agitarsi della gioventù, da non potersi ridire. I rettori del governo mezzo secolare, e mezzo ecclesiastico tentennavano. Il papa dava eguale mente buone parole a quelli che volevano e a quelli che non volevano che il commovimento si secondasse. Alla fine fu preso il mezzano temperamento, che si ordinasse dal ministro delle armi la descrizione de’ militi volontari, e si rendesse mobile una parte della guardia cittadina, come pure si facesse partire la milizia stanziale che si trovava in Roma, sotto la condotta del colonnello Ferrari e del generale Durando, con ordine che questi corpi non dovessero varcare i confini. Il popolo per quelle partenze fece grande allegrezza. S’adunò nell'anticoforo romano, dove le memorie di quel luogo servivano a rinforzare le imaginazioni, e rendere più sonori i gridi di viva la libertà e l’Italia. Tre arringatori si fecero innanzi. Il colonnello Ferrari, che faceva note le risoluzioni del governo: Luigi Masi, assai pronto e ingegnoso favellatore: e più forte di tutti, e con un tuono di voce da far rintronare i sette colli, la gigantesca fjura del bolognese padre Gavazzi. Questo frate barnabita trovavasi in Roma, e dell’autorità del suo ministero si era prevaluto per accendere il popolo a quella libertà, di cui egli mostravasi non pur caldo, anzi infuocato partigiano; e poiché la passione in lui era più gagliarda che lo intelletto, non sempre usava modo nello infiammare, e talora trascorreva dove in cambio di eccitare sentimenti generosi di libertà, eccitava quelli non generosi della licenza. Predicava nelle chiese, nelle piazze, nelle strade. Gridava contro i ricchi non liberali, contro i sacerdoti non evangelici, contro i principi non generosi. Quindi facilmente venne a noia ai potenti, e particolarmente alla curia romana, a cui sapeva male sentirsi da un frate, coll’autorità dell’evangelio di Cristo, scagliare vituperi. Dicono che il papa profondi sospiri mandasse dal timorato petto per questo frate, ch'ei chiamava un’anima perduta; ma in que’ primi commovimenti e paure, non s’attentava di fargli nulla, salvo qualche segreto monitorio che nulla fruttò; perciocché il Gavazzi, messosi ei pure innanzi a’ militi volontari che partivano, col titolo di cappellano maggiore, e colla paga di primo capitano, seguitò a predicare, a incitare, a infiammare dovunque arrivava: secondato altresì da’ giornali, che assai vivo rincalzo alla sua poderosa voce facevano. «Grido di guerra sorgere terribile da Roma; popoli italiani uditelo; il general voto essere che Italia torni tutta italiana: concorrere alla liberazione dei lombardi e dei veneti non essere solo un sentimento, ma un diritto degli Italiani, cui consegue il dovere di farlo trionfare.»Queste voci, ed altre simili suonavano sul Tebro, e altrove si ripetevano. Correvano intanto i volenterosi a scriversi: né per verità in piccol numero. I più ardenti partirono alla spicciolata, o per impazienza d’indugio, o per cansare gli ordini di non uscire de’ confini: partirono altresì le milizie stanziali. In quella sera del 23 marzo era spettacolo nuovo per Roma vedere tanto moto di gioventù, e tanti apparecchi di guerra. Né era men bello che da molti si offrisse danaro e robe per approvvigionamento de’ marcianti; quasi gareggiando insieme co’ cittadini i nobili. Alcuni de’ quali, come il marchese Patrizi e il principe Ruspoli, oltre a largir somme, partirono co’ loro figliuoli. Nel medesimo tempo si facevano petizioni a voti a nome di tutte le provincie d’Italia, perché il papa si facesse subito capo d’una dieta italiana da rappresentare in Roma l'unità dell’intera nazione, e con essa restituirle quel primato civile che nella speculativa mente del Gioberti rampollato e per le opere di lui e di altri divulgato, pareva allora da mandare ad esecuzione. E poi che i militi volontari innanzi di partire da Roma schieratisi nella piazza del Quirinale, avevano domandato di essere dal pontefice benedetti, per questa benedizione, che non nega ad alcuno, fu gridato, e i giornali a gran lettere e a sazietà ripeterono, che Pio IX (il quale non altro in fine aveva permesso, che di andare a guardare i confini) aveva rotto guerra all’imperadore, e siccome l’aveva rotta il capo della Chiesa, così era per conseguente una guerra sacra, anzi una vera crociata bandita contro i nemici della libertà d’Italia, e però coloro che andavano a combattere in Lombardia, dovevano chiamarsi crociati, e del segno della croce fregiarsi. In verità per le cose che allora si dicevano e scrivevano, se strabiliarono i presenti non accecati, più strabilieranno i posteri; né io vo’ dare a’ miei lettori il fastidio di rinfrescarne la memoria. Basti notare, che alcuni di quelli, i quali si sbracciavano più in quel tempo a vociferare il papa autore del nostro risorgimento, maestro di civile libertà, auspice della guerra italiana, nell’anno appresso furono i più arrabbiati nell’abbattere il dominio del pontefice, come non conciliabile colla libertà. Eccessivi prima e poi; prima, perché pretendevano tirare il papa dov’ei non poteva condursi; e poi, perché pretendevano disfarlo senza che armi e appoggi a tale opera avessero.

Mentre queste cose si travagliavano nelle città pontifìcie, i Toscani ancor essi romoreggiavano. In Firenze non si sapeva ancor bene come stessero le cose di Lombardia, quando il giorno 21 marzo alquanto popolo affollatosi sotto palazzo, chiedeva di essere armato e mandato in soccorso de’ fratelli lombardi. Il gonfaloniere Bettino Ricasoli, fattosi in mezzo alT assembramento, promise che sarebbe andato senza indugio al principe per renderlo consapevole del popolare desiderio. Ma i rettori che non avevano infino allora fatta alcuna provvisione per una guerra, cui forse non credevano, o non s’aspettavano così di presente, non sapevano come potere nello spazio di poche ore fornire l’armamento e approvvigionamento a quelli che di voler correre in Lombardia gridavano. Oltreché dovevano temere, che il permettere quel passo innanzi di conoscere se gli altri potentati consentivano, e se la cosa era veramente in quegli estremi, che ne’ giornali si rappresentava, non dovesse sopra la Toscana, e a chi la reggeva, qualche gran flagello attirare: troppo grave risoluzione essendo, che un principe di casa d’Austria mandasse armi contro la propria famiglia, da cui nessuna offensione aveva ricevuto. Per k che vedevausi come costretti i ministri a far vane promesse, e dar parole ambigue, senza che a capo di nulla si venisse. Ben subito quel momento di confusione e di sbalordimento afferrarono coloro che volevano urtarli, o perché li credessero reai-, mente inetti a’ bisogni della libertà, o forse perché avessero in animo di far salire al governo altri uomini. Ed eccoti uno stuolo di sfaccendati correre per le vie gridando con quanto ne avevano in gola: giù il ministero. Stomacò quell'atto, perché dove pure i ministri avessino meritato di cadere, non pareva ad alcuno essere quello il tempo da parlare di mutazione di ministeri; e poco stette che agli autori del dissennato tumulto non facesse il popolo indignato pagar caro di averlo mosso: mentre tutti i ministri scesi nella loggia di piazza furono con festa e applausi ricevuti ancora da quelli che non gli amavano. Arringò secondo il suo solito il ministro Ridolfi: disse generosi detti, chiudendo così il suo discorso: «mentre noi parliamo, ne’ piani di Lombardia si decide la gran lite: già le bandiere sono pronte pe’ valorosi militi volontari; ogni ritardo potrebbe esserci causa di rimorso.» Nuovamente la gioventù si raccende: era per le vie un andare e venire. Ognuno cercava di fornirsi del bisognevole a partire. Chi al palazzo civico, e chi in fortezza correva a scriversi. Un certo fervore vi ebbe in quel primo giorno, ma al solito la materia per alimentarlo e renderlo durevole non essendo apparecchiata, piccolo o nessun frutto produsse. Né devo altresì celare che non tutti que’ giovani volontari erano mossi da verace amore di libertà: e alcuni per giovanil leggerezza, altri per vergogna di non essere chiamati vili e bugiardi dopo tanti vantamenti, chi per eccitamento di amici, chi per isperanza di apparir valoroso senza affrontar pericoli, dicendosi ne’ giornali che la vittoria era bella e guadagnata, e qualcuno finalmente con intendimento di volgere a vantaggio privato una causa publica, s’offerivano di marciare. Il che sia detto senza detrarre minimamente all’onore di quei Toscani, che con sincero ardore e magnanimo fine andarono in Lombardia, e mostrarono con fatti segnalati una virtù che agli stessi nemici parve da ammirare. Fra tanto il granduca publicava questo bando: L’ora del compiuto risorgimento d’Italia è giunta improvvisa, né può davvero chi ama questa patria comune, ricusarle il soccorso che implora. Io vi promisi altra volta di secondare con tutte le forze l’impeto de’ vostri cuori in tempo opportuno, ed eccomi la promessa ad attenervi. Ho dato gli ordini necessari perché le milizie stanziali marcino senza indugio verso le frontiere in due squadre: una per Pietrasanta, l'altra per San Marcella Le città restano affidate alla guardia cittadina. I militi volontari, che desiderano seguire le regolari milizie, riceveranno pronto ordinamento, e saranno posti sotto capitani esperti. Ma in mezzo all’ardore de’ vostri affetti per la santa causa d’Italia, non dimenticate la moderazione, che fa bella ogni impresa. Io veglio co’ miei ministri agli altri bisogni della patria; e intanto affretto colle mie cure la conclusione d’una potente lega italiana, che ho sempre vagheggiata, e della quale sono cominciati i trattati.

Credettero i rettori toscani, che col dire di mandare le milizie alle frontiere, potessero contentare quel primo bollore di popolo, senza porre a repentaglio lo stato con una annunciazione di guerra alla casa d’Austria. E perché con piccole realtà non mancassero grandi apparenze, la sera il principe con seco il ministro Ridolfi si condusse nella cittadella di S. Gio: Battista, per salutare e incuorare colla loro presenza quelli, che pochi di numero, e male acciviti, dovevano nelle ore più avanzate della notte partire. Erano circa ottocento; porzion de’ quali condotti dal maggiore Belluomini verso la frontiera Pistoiese, e l’altra porzione capitanata dal maggiore Baldini per Pietrasanta, insieme con alcune compagnie di soldati vecchi, e con pochi pezzi di artiglieria, s’incamminarono, senza ordini, o con ordine di riceverli secondo che a’ rispettivi confini s’approssimavano. Pure molto popolo fiorentino corse a vederli e festeggiarli, notandosi, che lo spettacolo di chi vedeva era assai maggiore che quello di chi partiva. Il giorno appresso il ministro Ridolfi metteva al publico un altro bando, quasi rovescio di quello fatto o fatto fare dal principe; conciossiaché dicesse, che volgendo le cose in modo inaudito e rapidissimo, e tutte propizie alle sorti d’Italia, rendevasi ornai superflua ogni nuova come che apparecchiata partenza di genti: tanto più che lo zelo cittadinesco aveva corrisposto sì abbondantemente allo invito del principe, che già fra milizie volontarie e assoldate erano raccolte forze più che sufficienti a far fronte ad ogni evento potesse a un tratto sorgere. Parlava il ministro come se già la guerra fosse stata vinta innanzi che si sapesse ch’ella fosse stata cominciata. Poi quando le cose andarono male, non mancarono le scuse, che non per colpa de’ ministri furono piccoli i soccorsi, ma sì del popolo toscano, che di male gambe andava alla guerra. Il che sarà stato anco vero, ma con quella sorte di eccitamenti e di provvisioni anco il popolo più ardente e armigero sarebbesi agghiadato. Né io ciò affermo con animo di fare ingiuria al nome del marchese Ridotti; il quale schiettamente desiderava la liberazione d’Italia; ma o che sul principio non avesse un pensiero determinato e finale, da renderlo potente ed efficace nell’opera, o resistenze segrete e poderose incontrasse altrove, né sapesse o potesse vincerle, fece un governo sì debole, che non che esser buono a provvedere come l’urgenza de’ casi inaspettati arebbe richiesto, doveva farsi ad ogni più leggiero urto popolesco scompigliare: e anzi che fondare il nuovo regno di libertà, apparecchiar materia di non reparabili disordini a’ successivi ministeri, come, in queste istorie procedendo, sarà noto. Ancora nelle altre città di Toscana era fervore militare. Si empivano le vie di genti, si chiedevano armi, si voleva marciare, non si voleva aspettare: pretendevasi che i direttori publici, che fino allora avevano fatto meno del possibile, dovessero poi fare miracoli. Né si potrebbe dire qual tumultuaria e improvvida descrizione di militi volontari si facesse in Livorno, già cotanto a’ garbugli apparecchiata. S’intramisero in quelle schiere uomini perduti, e meglio fatti per dar di piglio nella roba altrui, anzi che nel sangue tedesco. In Pisa il fervor per la guerra scoppiò principalmente nello studio. Da banda le scienze, le armi si domandavano; i professori più giovani e più coraggiosi, lasciate le cattedre, o invitavano i discepoli a partire, o erano da quelli richiesti a capitanarli: invano lamentandosi i padri, e piangendo le madri, che avevano mandato i loro figliuoli allo studio pisano per imparare le scienze e avviarsi a qualche professione, e non per andare a farsi ammazzare dagli Austriaci in Lombardia. Ma in quel primo accendimento di animi, non s’udiva altro che il motto, che bisognava cacciare i barbari d’Italia. Co’ volontari Livornesi e Pisani si congiungevano volontari di Lucca, di Siena, di Pistoia, e d’altre città e terre della Toscana, che tutti insieme formavano parecchie migliaia. Le quali dove (mi giova ripetere) fossero state meglio, e quando era tempo, ordinate, potevano essere non lieve nerbo alle cose della guerra. Né la loro marciata verso le frontiere fu meno disordinata che la loro partenza; per lo che il diario del governo non restava dal dire, «che non si desse retta alle voci sparse da’ malevoli; non si spedirebbero altri militi volontari alla frontiera:» arrecando già imbarazzo il troppo gran numero che ne restava raccolto, anche nel caso di andar più oltre. Conciossiaché giungendo quelle masse di uomini in luoghi, dove nulla era apparecchiato per riceverle, e in qualche parte non avendo come raccettarsi e ristorarsi, i cattivi e i miserabili si davano o a rubare a' compagni, o a commettere atti disonesti ne(7) paesi e villaggi: e i non cattivi e di lor danaro provveduti trovandosi in compagnia di gente sfrenata e ladra da un lato, e dall(7) altro veggendosi così mal secondati da(7) rettori publici, cominciavano a pigliare in avversione la causa, per la quale, chi lasciando le loro famiglie e affari, e chi gli agi d(7) un vivere tutt(7) altro che da guerrieri, si erano mossi. E tutto dì giungevano nelle città lettere di essi, con lamenti e rampogne, non mancando i giornali altresì di publicarle, perché colla mala contentezza dei marciati si congiungesse ancor quella de(7) rimasti, e di appicchi a tumulti e discordie non fosse penuria.

In questo mezzo, per messaggi del vicario di Pietrasanta, giungeva al granduca la nuova, che i popoli di Massa e Carrara, dopo la partenza o fuga del duca, avevano levato rumore, e proffertisi di tornare sudditi toscani, come natura gli aveva destinati. Per lo che adunatosi il consiglio de(7) ministri, deliberavasi che il principe bandisse, che le genti toscane già partite occupassero i territori estensi per sicurtà che la quiete de’ dominii granducali non ricevesse perturbazione dai moti improvvisi in quelle provincie suscitati. E in effetto la occupazione avvenne, preceduta da un bando del maggior Baldini, col quale invitava le milizie modanesi già disciolte a porsi sotto la insegna del granduca, e ingrossare il toscano esercito. Pure quel fatto non passò senza rumori e segnali di discordie, che pur rileva qui di conoscere. Contano, che avendo i partigiani del duca di Modena, che pur se ne raccozzavano in Massa e Carrara, mosso un tumulto in favore del medesimo, e accorso per sedarlo il maggior Baldini colle sue genti, erano per comporsi gli animi della moltitudine agitata, quando, sopraggiungendo inaspettatamente il professore Giuseppe Montanelli, si diè ad arringare il popolo, dissuadendolo a congiungersi con i Toscanni, ed esortandolo a mantenersi libero finché in un congresso italiano o europeo, presieduto da Pio IX, non fosse stato deciso delle sorti delle provincie italiane. E poiché a queste parole, rinnovandosi il bisbiglio, non mancarono voci, che dicessero: vogliamo essere toscani, per avere un appoggio: l’arringato replicò: e allora dovete darvi a Carlo Alberto. Fattosi maggiore il subbuglio, il professore Matteucci, cui era stato conferito il grado di commessario presso la squadra di Pietrasanta, trasse in mezzo a sostenere che i Massosi e Carraresi non dovessero darsi che al granduca, e così in effetto deliberarono: mentre dalla parte di Fivizzano, avendo il popolo disfatto il governo ducale, il maggiore Beliuomini mandava un editto che sarebbe entrato colle sue genti in quella provincia di fratelli toscani, e adoperatosi a mantenere la quiete e la disciplina. I ministri in Firenze davano notizia di questi avvenimenti, quasi d’un principio di conquista: né mancavano dimostramenti di allegrezza per tanto prospero succedersi di cose: e tosto fu comandato che alla bandiera toscana si aggiungesse il segno tricolore; e nel maggior tempio fossero rendute grazie a Dio del cessato spargimento di sangue in Lombardia, come se le armi ed armati fossero partiti per far guerra senza sangue. Ma io credo che si volesse la cagione velare di quelle solennità; sempre continuando la paura di non dire quel che gli avvenimenti facevano fare.

Tutte queste cose si travagliavano nell’Italia mezzana; ma poiché era venuto il tempo di non più far parole, ma di menar le mani, chi era savio guardava alle regioni estreme; importando conoscere le risoluzioni dei re di Napoli e di Sardegna, che in fine un po’ di forza armata avevano. Quel che a’ primi annunzi della rivoluzion lombarda e veneta dimostrasse la città di Napoli è facile imaginare. Assembramenti, schiamazzi, grida, tumulti, dalla parte del popolo; contrarietà e ostacoli dalla parte della reggia; inettezza, vanità, e forse mal talento dalla parte de’ ministri. Si chiedevano armi, si voleva marciare in Lombardia, si gridava che il ministero bozzelliano si deponesse; le botteghe, ricettacoli de’ cervelli più sventati, soffiavano più che mai in questo agitamento, senza che alcun ordine o provvedimento giungesse a rattemprare quella foga, e a soddisfare a que’ desiderii. Divenne pertanto necessità publica che al governo fossero chiamati altri uomini, e. licenziati quelli che v’erano: tanto più che i migliori, come il Savarese, il degli Uberti e il Poerio, si erano già de’ poeti. Ma se era impossibile andar più innanzi col cav. Bozzelli e co’ suoi colleghi, impresa difficilissima, e sopra ogni altra pericolosa era altresì comporre nuovo ministero in mezzo a quelle perturbazioni, e fra tante brame opposte e disordinate. Eccoti gli assembratori intramettersi e far pratiche tumultuarie perché i ministri fossero eletti a loro modo. Raguni qua e là; vociferazioni temerarie; alcuni nomi messi in voce, altri beffati. Forse non sapevano né pur essi quel che si bramassero, ma è certo che volevano ingarbugliare, o almeno le loro avventatezze terminavano in garbugli. I più ardenti si erano stretti intorno al Saliceti, che per la sua uscita del ministero, e pe’ liberi modi usati, era allora sopra ogni altro accettissimo. E chi pure alcune parti di eccellente rettore avrebbe avuto, e di certo non amava i disordini, guastava la sua fama col lasciarsi predicare e designare a direttore del governo da uomini stemperati e sediziosi, che davano materia per farlo colorare nemico del trono, e settario di repubiica. Infortunio non raro nei mutamenti publici, che i migliori acquistino rinomo dalla voce dei tristi, che cercano sempre qualche nome illustre per avanzare nei loro divisamenti. Il Saliceti, avendo scritto ad istanza di quelli che il volevano presidente de’ ministeri una dichiarazione dei suoi proposti intorno al modo di governare, con questo scritto i gridatori si facevano innanzi, pretendendo che dovesse essere la politica da seguitarsi da qualunque fosse per assumere la direzione delle cose publiche. E si domandava, che la legge de’ comizi fosse riformata per modo, che tutti i cittadini vi potessero entrare; che gli ottimati o Pari fossero nominati dal parlamento degli eletti dal popolo: e questi avessero potenza di rifare una costituzione più conforme a’ tempi e a’ bisogni della patria; e finalmente si dovesse senza indugio mandare un esercito in Lombardia per combattere la guerra chiamata nazionale.

Cotali condizioni mettevano più che mai difficoltà a pervenire a una pronta e utile composizione di ministero. Il re diè commessione successivamente al generale Guglielmo Pepe, al tenente generale principe Pignatelli Strangoli, e al marchese Luigi Dragonetti. Si fecero conferenze, discussioni, pratiche d’accordo, ma a nessuno de’ tre mentovati successe di accozzare un ministero, che a un tempo piacesse al popolo, e non dispiacesse al re. Al quale dava noia il manifesto fatto dal Saliceti,e d’altra parte, essendo questo divenuto volgarissimo, rende vasi necessario che fosse posto come una condizione del novello governo. Finalmente fra disputazioni private, e tumultuaaioni publiche, cioè fra dissidii, impacci, minacele, e confusione grandissima, uscì un ministerio così formato. Presidente Carlo Troya; ministra degli affari esterni il marchese Luigi Dragonetti; ministro dell’erario il conte Pietra Ferretti; ministra per le cose della guerra, il brigadiere Gaetano Del Giudice; ministro di grazia e giustizia, il magistrato Vignale; ministro degli affari interni, l’avvocato Giovanni Avossa di Salerno, e ministro de’ lavori publici, il colonnello Vincenzo degli Uberti. Duolmi dover dire che con uomini di ottimi affetti e pensieri, non sorgesse un governo migliore dell antecedente, perciocché se quello apparve tristo, e fu inetto, questo non apparve tristo, ma fu ancor più inetto dell’altro. Il Troya, nella cui fama d’illustre letterato, e d'uomo probo, acquistava splendore tutto il collegio, dove pure fosse stato atto a ben reggere uno stato in mezzo a quella bufera, impedito era da infermità, che l’obligava a star confitto in casa, e di casa provvedere alle risoluzioni del governo. Ma né pure era uomo da governo: sendo il suo ingegno fatto per esercizii d'altro genere, e tutti di quiete; mentre allora ci volevano uomini sommamente travagliativi e destri: conciossiaché non fosse più buono a mezzo giorno un provvedimento fatto in sul mattino: tanto le cose si accumulavano e sospingevano. Del Dragonetti nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio la fede sincera per la causa della libertà. Le tante volte esiliato, carcerato, perseguitato, e mai cangiato proposito, facevano ampia sicurtà dell’animo suo. Ma per tenere un’amministrazione com'era quella degli affari esterni (dove se da per tutto e sempre si richiede grande destrezza, in Napoli, e per la natura di quella corte, e per le difficoltà dei tempi sì pieni di avvenimenti straordinari, si richiedeva grandissima) non era uomo né pur esso a bastanza accorto; anco perché aveva indole quanto capace di afforzarsi nella sventura, altrettanto da apparir molle e debole nella potenza: da provare ancor egli che l'accostarsi a' troni scema fierezza agli amatori di libertà. Egregia persona era il Ferretti, e intendente delle cose appartenenti all’amministrazione dell'erario; ma per le cose politiche aveva un ingegno da avvedersi più tosto del male che avessero fatto gli altri, che sapere egli indicare buoni rimedii. Della quale sua insufficienza, come modesto e leale uomo, conoscendosi, e confessandola, poco tempo ne' seggi ministeriali dimorò. Ancora il Del Giudice e il Vignale, non potresti dire che non fossero uomini diritti e sinceramente bramosi del bene della patria; ma non da bastare alla gravità che ogni dì più acquistavano le cose; e particolarmente nel primo sarebbe abbisognato civile coraggio, dovendo tenere l'ufficio di amministratore della guerra, dove il principe voleva seguitare egli a signoreggiare, importandogli meno delle altre amministrazioni. E se il degli Uberti, eccellente uomo, lasciato all’amministrazione de’ lavori publici, non aveva potuto raddrizzare verso il meglio il ministero bozzelliano, non riuscì né pure a fare, che al meglio s’indirizzasse il ministero del Troya. Tanto era in Napoli difficile, per non dire impossibile, operare il bene. Al D’Avossa, che non accettò per inferma salute l’amministrazione delle cose interne, venne surrogato senza indugio Raffaello Conforti, ornamento del fòro napoletano, e da procacciarsi grazia non tanto per provata perizia nel governare, quanto per quel suo gran nome, che rammentava chi neH799 morì col Pagano e col Cirillo.

Appena accozzati i detti ministri, fecero lor dichiarazione di governo: e fra l’altre cose annunciavano che sarebbe stata allargata la legge de’ comizi, abbassato il censo degli elettori ed eguagliato con quello degli elegibili, e dato luogo agli addetti a’ liberali studi, a traffichi, e alle industrie: oltre che, aperto il parlamento, i deputati avrebber podestà di ampliare lo statuto, massime in ciò che appartiene all’assemblea degli ottimati; che sarebbero senza indugio mandati oratori diplomatici per annodare la lega cogli altri stati italiani, e intanto sarebbe messa a disposizione di detta lega un grosso esercito da movere verso la frontiera, nel tempo che una porzione partirebbe subito per la via di mare, e insiememente avaccerebbesi lo armamento delle guardie civili in tutto il reame; e finalmente sarebbero inviati delegati nelle provincie, per ordinarle secondo la nuova costituzione. Non s’era ancora messa in opera la costituzione avuta, e cotanto festeggiata, che quasi se ne voleva un’altra. Onde i novelli ministri, mal consenziente il principe, dovettero fare queste sconsigliate promesse che furono seme delle future calamità. Né indugiarono (sempre per acquetare le insaziabili voglie) di publicare più ampia legge di comizi. Variazioni pure fecero negli ufficiali civili e amministrativi; nominarono gli ordinatori delle provincie, togliendoli dal numero di coloro che di libertà si erano mostrati più teneri. In somma guardando alle intenzioni degli uomini che il nuovo ministero napoletano, componevano, non vorresti che di me bene; e incresce doverli giudicare dagli effetti successivi del loro governo. Fra’ quali il primo e più funesto di tutti fa di non porre un termine qualunque alla quistione siciliana; la quale, se erasi ogni di più avviluppata, poteva forse d’un colpo essere troncata per la paura ingenerata nella corte di Napoli dalla inattesa rivoluzione di Vienna; e vogliono che il re, dopo quell’annunzio spaventevole, si ripentisse di non aver consentito alle ultime proposizioni de’ Siciliani, quantunque esorbitanti fossero. Ma i nuovi rettori, oltre a quella ruggine ornai confitta fra’ due popoli, avevano lo stesso peccato di debolezza e d’irresoluzione nelle faccende publiche; nessuno di loro avvisando, che era meglio fare un cattivo accomodamento co’ Siciliani, che seguitare a dimorare in quella discordia. Il che non avrebbe dovuto parer meno agli stessi Siciliani; se pure a scusar questi un poco non debba sempre valere quel succedersi di tanto prosperi avvenimenti per tutta Europa, sì che pareva che non si bramasse giammai a bastanza. Per noi furono disgrazie le stesse prosperità.

Ma in Piemonte le cose procedevano altrimenti: anzi in questa provincia d’Italia le cose volsero così, che subito acquistarono una vera e solenne importanza per la causa d’Italia. Appena soppesi de’ fatti lombardi, le città subalpine si levarono in grande commozione, e da per tutto, più o meno, si gridava: che si desse pronto soccorso a’ vicini Lombardi, e la guerra agli Austriaci si rompesse. In Torino e in Genova principalmente il popolo s’assembrava, chiedeva arme, dimostrava di voler marciare insieme coll’esercito: e molti già marciavano, particolarmente dalla Liguria, non aspettando gli ordini del governo; e armi e munizioni altresì dal Piemonte si facevano passare in Lombardia. Sparsesi pure, o anche era vero, se non in tutto, forse in parte, che la milizia non meno de’ cittadini ardesse di entrare ne’ campi lombardi, e di paragonarsi coll’Austriaco, verso il quale tanto odio nutriva. In somma il commovimento era grande, o tale appariva agli occhi di tutti; il che per gli effetti che dovevano seguire, era lo stesso. Il re di Sardegna che già aveva adoperato di mettere fin dal mese di febraio il suo esercito in un certo ordine di guerra, comandò che un corpo di milizia di circa trentamila uomini si raccozzasse sul confine, lungo il Pò e il Ticino, e in pari tempo permise che si facessero descrizioni di militi volontari di mano in mano che questi di andare a combattere si profferivano. Se non che a fare il gran passo di annunciar la guerra all’imperadore, ancora non sapeva risolversi. Io credo che se Carlo Alberto avesse potuto far solo l’impresa d’Italia, ed esser certo di condurla felicemente, non avrebbe né pure aspettato che i suoi popoli si commovessero, e a valicare coll’esercito il Ticino il richiedessero, recandosi a gran ventura che l’annunzio della viennese e lombarda rivoluzione gli porgesse una tanto 5 propizia occasione di soddisfare a un voto antico nella casa di Savoia. Ma, oltre alla natura sua, sempre dubbiosa e incerta, doveva temere che colle proprie forze non avrebbe potuto vincere; perciocché, se bene i commovimenti di tutto lo impero austriaco mostravano come se quello fosse spacciato, tuttavia del terrore che aveva messo in tutti per tant’anni, non si poteva a un tratto liberar l’animo d’un principe di piccolo stato: oltre di che doveva vedere, che non ostante le mutazioni seguite in Vienna, gli eserciti imperiali restavano ancora interi e forti sotto quella invecchiata e tenace disciplina; e in mano loro erano altresì le principali rocche che il lombardo-veneto stringevano. Né poteva eziandio assicurarsi se validi appoggi gli altri principi italiani avessero potuto e voluto dargli e se le condizioni, con le quali gliene avessero dati, sarebbono state utili al suo regno. Non gli poteva nemmeno parere sufficiente sicurtà il fervore de’ popoli, sì perché doveva in gran parte stimarlo esagerato dagli scrittori de’ giornali, come quelli che ogni cosa allora esageravano, e sì perché suol riuscire sempre cosa fugace e leggieri: e nelle guerre è mestieri di perseveranza e tenacità; e dove pure questo fervore fosse stato quel che si diceva, e avesse durato, doveva non lasciargli l’animo sgombro dal dubbio, che i popoli attribuendo a loro stessi il merito dell’impresa, e sentendosi padroni del campo, potessero condursi al punto da non volere più udire parlare di re, ma da voltarsi alla republica, di cui già un fantasma era in quei giorni sorto nella vicina Francia, e non leggermente le terre italiane perturbava.

Tutte queste ed altre considerazioni dovettero in sulle prime martellar lo spirito di Carlo Alberto: o certamente di questi timori dovettero ingombrarglielo i suoi cortigiani, la più parte de’ quali erano sempre vecchi nobili, e avversari a tutte quelle novità. E a costoro potentemente si congiungeva la diplomazia esterna; la quale ciò che fino allora aveva cotanto temuto, vedeva essere finalmente intervenuto, e se prima cotanto s’era arrovellata, viepiù allora si arrovellò. Particolarmente, e con maggiore efficacia non stette inoperosa la corte inglese: a cui quanto non avevano dato noia le riforme e le costituzioni, altrettanto dispiacevano le rivoluzioni e le guerre; e particolarmente quella di Lombardia, che aveva per fine di recare Italia a stato di grande e libera nazione. Il ministro presso la corte di Torino sir Abercromby scriveva subito a lord Palmerston: I suoi presagi essersi verificati; il non avere la corte d’Austria voluto cedere quando con poco poteva acquetare, averle fatto scatenar contro tutti i popoli, e rendutole malagevole il più tenere il regno lombardo-veneto; già tutto sollevato, e con esso infiammate le altre parti d’Italia a chieder armi contro l'odiata potenza. Già in Piemonte romoreggiare il grido di guerra, e facilmente sarà il principe trascinato a doverla rompere: e nessuno poter dire questo passo a quali conseguenze condurre, ma certo dover condurre a fatti di somma gravità. In pari tempo il diplomatico inglese, che ben sapeva quel che diceva, e sapeva anche meglio quel che doveva fare, volgevasi tutto a Carlo Alberto per ritenerlo a non mettersi in quella guerra: Pensasse al pericolo grandissimo, a’ danni che ne avrebbe, qualora la fortuna delle armi volgesse sinistra; ai nessuni o piccoli vantaggi che ne riporterebbe quando pur fosse seconda. Pensasse in oltre all’atto d’imprudenza che farebbe, violando i trattati solennemente stipulati nel 845 dalle grandi potenze per la pace e felicità di Europa, e all’atto d’ingiustizia, rompendo guerra a una potenza che non l’aveva offeso, e che anzi era stata mai sempre proteggitrice de’ governi principeschi d’Italia. Conchiudeva, che la corte d’Inghilterra sarebbe costretta a disapprovare siffatta risoluzione, la quale distruggerebbe la bilanciata composizione de’ regni di Europa, cui ella aveva interesse di conservare. Rispondeva il re di Sardegna: Conoscere ancor lui essere vere tutte queste cose, ma essere altresì a tutti manifesto in quale tumultuazione si ritrovavano i popoli, e come non era in poter suo di resistere alle loro voglie, con tante e replicate voci dimostrate; e quando egli dovesse scegliere o di far nascere una guerra civile in casa, o di portare le sue armi in soccorso delle genti lombarde per una causa comune a tutta Italia, non potrebbe esitare ad appigliarsi al secondo partito, comecché pieno di pericoli e di difficoltà.

Crescevano intanto i commovimenti popolari, di mano in mano che di Milano e di Venezia novelle ognor più gravi giungevano. La cortigianeria piemontese, e la diplomazia esterna altresì alla lor volta facevano maggiori sforzi di resistenza, e l’animo del re empivano di spaventi. Era Carlo Alberto tempestato di qua e di là, e in sì fiera tenzone non v’era tempo da perdere. Tanto le cose, come ognuno allora diceva, si precipitavano. Vogliono, che parecchi gentiluomini lombardi, che si trovavano in Torino, appena conosciuti i fatti di Milano, si presentassero a lui, e in nome della lor patria lo pregassero a mandar soccorsi in Lombardia, ed egli rispondesse che per prendere sì fatta risoluzione era mestieri che i rettori del governo temporaneo di Milano ne facessero solenne domanda. La quale non indugiò guari, e il re subito adunava il consiglio de’ ministri, e il grave argomento si metteva di nuovo in discussione. Se tutti i ministri in particolare desiderassero e stimassero bene il rompere quella guerra, non so; di certano so, che i più e i principali n’erano non pur disiosi, anzi accesi, e nessuno avvisasse essere meglio esponere il reame a tumulti civili, ché affrontare un gran pericolo sì, ma che dovefosse riuscito di superare, avrebbe fatto vincere un’impresa orrevolissima, e stata il sospiro di tante generazioni. Penso in oltre che a far decidere il re per la guerra, non poco dovesse valere nell’animo suo la considerazione, che qualora egli avesse ricusato o più lungamente indugiato, avrebbe non pur raffermato, ma augumentati i brutti carichi che erano stati fatti alla sua fama per le cose del ventuno e del trentatré: mentre secondando prontamente e volonterosamente quel moto italico, aveva una splendida occasione di forbirsi d’ogni macchia, e tutte le accuse dileguare; onde quando pure non avesse guadagnato di grandezza vincendo, arebbe sempre riparato al suo onore, e lasciato a posteri un nome glorioso e immacolato. Comunque sia, egli è certo che Carlo Alberto trovavasi in questa terribilissima stretta, o di far la guerra a un gran potentato, qual era l’imperadore, o di temere una rivoluzione nel regno; e in quel generale scrollameato dell’impero austriaco, e in Unito accendimento di popoli, dovette sembrargli essere più da dubitare di non poter sedare la seconda, che di non vincere la prima. Ma è certo altresì, che se bene alla fine si risolvesse di varcare colle milizie il Ticino, pur tuttavia ancora que’ pochi giorni di tentennamento e indugio non furono senza danno alla felice riuscita dell’impresa; per là quale si richiedeva che l’ardire tenesse il luogo della prudenza, e la franchezza tenesse quello della considerazione; imperocché dove colla prudenza e colla considerazione s’avesse voluto deliberare, non era da rompere la guerra; e poiché stimossi necessità il romperla, non restava che una gagliarda e audace risoluzione che avesse potuto farla vincere; usando dello sbigottimento che aveva colto l’esercito imperiale, quando dalle città venete e lombarde si fuggiva, e quel che più importava impedendo che non avesse tempo di ritirarsi e chiudersi nelle fortezze, e quivi riaversi, e apparecchiarsi a’ combattimenti. Insomma o bisognava non fare, o fare coll’impeto del fulmine: e ciò non era della natura di Carlo Alberto, per sé stessa dubitativa, e in oltre ritenuta da’ tanti e continui tempestamene di coloro che il volevano distorre. Adunque la grande deliberazione di annunciare la guerra all'imperadore, e insiememente entrare in Lombardia non fu presa prima del 23 marzo, quando già il maresciallo Radetzky, sgomberato da Milano, era riuscito a raccozzare le sue forze, ritraendosi sopra il Mincio: e colla data di quel medesimo giorno re Carlo Alberto notificava a’ popoli della Lombardia il suo desiderato ingresso in questa forma.

Le nostre armi, o popoli della Lombardia e della Venezia, che già si adunavano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa città di Milano, vengono ora a porgervi nelle successive prove quell’aiuto, che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico. Seconderemo i vostri giusti desiderii, confidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con noi; di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX; di quel Dio che con sì maravigliosi eccitamenti pone l'Italia in grado di fare da sè. E per viemeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento della unione italica, vogliamo che le nostre milizie entrando nel territorio lombardo-veneto, abbiano lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

In pari tempo fu dato ordine che un corpo di milizie di circa cinque mila uomini passasse in Lombardia, e andasse a Milano, indugiando il re altri sei giorni a entrare col grosso dell’esercito. Novello errore, perché un tale indugio gli scemò, o non gli procacciò l’opinione di franchezza, tanto nelle guerre necessaria quanto che il capitano signoreggi colla fama: e fu cagione che i Lombardi, veggendo fuggire gli Austriaci dinanzi a’ loro commovimenti, più tosto che dinanzi all’esercito piemontese, si disposero fin d’allora a credere che a loro stessi era dovuto il merito della vittoria: persuasione, che mentre alienò alquanto gli spiriti di quelle genti da Carlo Alberto, o non gli fece acquistare tutta l’autorità, di cui aveva mestieri, servì a rendere i Lombardi così baldanzosi e fiduciosi di loro medesimi, che poco o nulla più pensarono ad armarsi e prepararsi alla guerra de’ campi, stimando che coll’aver cacciato i nemici dalle città, avessero non pur conseguito, anzi assicurato il finale trionfo. I quali falli io noto non per disio di togliere onore a chi pur n’è degno, ma perché dalla somma di essi derivò che in processo di tempo le cose andarono male: troppo importando conoscere con quali circostanze una guerra di tanto momento fu mossa; essendo che spesso da bene o male sortiti principii depende che un prospero o avverso fine si ottenga. E altri ancor maggiori falli ci accadrà notare più innanzi, procedendo in queste istorie, mio malgrado destinate a dover più biasimare che lodare.


vai su


LIBRO NONO

SOMMARIO

Esultazioni per lo ingresso di Carlo Alberto in Lombardia. — Sospetti e gelosie degli altri principi. — Proposta d’una lega. — Errore di Carlo Alberto di non stringerla sollecitamente. — Semi di perturbazioni. — Ingresso del re a Pavia. — Suo alloggiamento a Lodi. — Primi fatti d’arme a Gotto, Monzambano e Borghetto. — Indolenza de’ Lombardi nell armarsi ed esercitarsi per la guerra. — Cattivi e scarsi provvedimenti fatti dalla nuova republica di Venezia al medesimo fine. — Pessima disciplina de’ cosi detti crociati veneti; e cattive prove che fecero in alcuni scontri. — Circostanze che accompagnarono le milizie toscane e pontificie verso il campo. — Opera de’ rettori napoletani per soccorrere alla guerra di Lombardia. — Ritegni posti dalla diplomazia inglese. — Disposizioni dell’animo del re per detta guerra. — de’ governi palesi e de’ governi nascosti. — Attraversamenti alla lega. — Tumulti popolari contro gli stemmi della casa d’Austria. — Licenza data agli ambasciadori imperiali. — Fuga di Carlo Lodovico da Parma, e creazione d’un governo temporaneo. — Legge piemontese per punire i delitti della stampa. — Convocazione del parlamento siciliano. — Prime deliberazioni. — Nuovo governo temporaneo e nuovi ministri. — Cagioni d’impedimento alla formazione d’una buona milizia. — Gare di uffici e ambizioni di gradi. — Agitazione publica. — Primi atti del parlamento siciliano. — Nuovi irritamenti contro la potenza borbonica. — Decreto di cassazione del regno di Ferdinando II e della sua stirpe. — Conseguenze di questo decreto. — Difficoltà de’ Siciliani nello scegliere un principe. — Segni di costernazione degli Austriaci sul principio della guerra. — Editto del conte Hardig. — Pratiche della corte inglese per aprir la via a un accordo. — Lentezza militare di Carlo Alberto. — Prime prove sopra Peschiera e Mantova. — Passaggio del Mincio. — Stato speciale dell’esercito italiano, e dello esercito austriaco. — Errore di Carlo Alberto nel non permettere che Durando andasse a guardare il veneta. — Successi favorevoli avuti dal re a Pastrengo. — Sciagure nel Tirolo de’ volontari Lombardi, condotti dall’Alemandi. — Surrogamento del Durando e sue risoluzioni. — Disastri nel Friuli. — Resistenza della cittadella di Palmanova. — Il generale Zucchi. — Movimenti di Nugent. — Andata del general Giovanni Durando nel veneto. — Sue operazioni. — Arrivo a Treviso del general Ferrari. — Fatto infelice di Gornuda. — Disordine nell’esercito del Ferrari. — Ritirata a Mestre. — Scaramucce fra Toscani ed Austriaci sotto Mantova. —

Appena fu divulgato da giornali in tutta la penisola, che Carlo Alberto aveva rotto la guerra, e si lesse il suo primo e per certo generoso bando a popoli della Lombardia e della Venezia, le esultazioni e commozioni crebbero ovunque, dacché più probabile appariva il buon esito della grande impresa. Eccoti particolarmente coloro, che più devozione nutrivano per lo re e governo piemontese, gridare con gonfie parole e stile moderno: La spada d’Italia essersi finalmente snudata: gl’Italiani del Piemonte aver liberato gl’italiani della Lombardia, anzi aver liberato Italia tutta. Doversi i soldati austriaci cacciare fino all’ultimo: il gran capitano d’Italia essere in Lombardia; aver cominciato la gran crociata italiana, benedetta da Pio IX, e la croce del mondo essersi colla spada d'Italia congiunta. Queste ed altre magnifiche e sonanti cose più o meno da per tutto dette e ripetute, nel tempo che non mossero così i Lombardo-veneti da far loro avere Carlo Alberto in quel credito, in cui pur sarebbe stato utile che l’avessero avuto, servirono in vece a movergli contro la gelosia degli altri principi. I quali vedendolo tanto sopra di loro esaltato, e quasi unicamente additato campione d'Italia, cominciarono subito a temere che non si volesse creare una parte piemontese in tutti gli stati, da riuscire quando che fosse a gridarlo re d'Italia. Io non credo che questa parte con sì fatto proponimento giammai si creasse in Italia; ben credo che da per tutto erano uomini che o per interesse proprio, o per credenza di bene comune, volentieri avrebbono veduto re d’Italia Carlo Alberto; i quali anche sarebbersi travagliati perché la cosa avesse effetto, se i successi della guerra avessero a quello posto in mano la vittoria, e con essa spianatagli la via a più vasta signoria.

Ad accrescere i gelosi sospetti degli altri principi italiani inverso il piemontese, s’aggiunse un Tatto di grandissima importanza per i casi della guerra e per la salute d’Italia; voglio dire la proposta d’una lega sì di difensione e sì di offensione fra tutti gli stati nostri. Della quale era parso che i primi semi fossero stati gittati con que’ primi accordi di lega doganale: sapendosi che fin d’allora monsignor Corboli Bussi, commessario del pontefice, non tacesse la speranza che più tardi avrebbero potuto condurre ad una colleganza politica fra' potentati italiani. Similmente sul finire del quaransette comparve in Genova un giornale col titolo di lega, compilato con -intendimento di promoverla: e l’essere tollerato quando la libertà dello scrivere a stampa non era stata per anco conceduta, faceva ritenere che il re di Sardegna il pensiero della lega favorisse. È certo, che, costituitosi appena nel marzo del 1848 il ministero quasi secolare in Roma, non indugiò a parlare di lega con sincero desiderio che venisse effettuata; se nonché essendo allora ogni faccenda esterna nelle mani del cardinale segretario di stato, nessune o incerte notizie giungevano a’ ministri laici, e le loro pratiche rimanevano vacue di effetto. Corse pur voce, che il papa desiderasse la lega, mosso dal desiderio di liberarsi da ogni scrupolo nel dover partecipare alla guerra italiana; parendogli che quando fosse stata stabilita una lega, non più per conto suo, ma bensì di essa lega sarebbesi annunciata la guerra, ed egli non peraltro vi avrebbe contribuito,che per soddisfare alle convegno de' collegati. Ma io non credo che a questa sottigliezza volesse ricorrere lo intelletto di Pio IX, e dove anche vi fosse ricorso, ne lo avrebbono di leggieri stornato gli oscuri consigli di quelli, che né lega, né guerra, né italiana unione volevano. Rispetto a Napoli, seppesi che il re ne facesse proposta con una lettera diretta al conte Ludolf suo rappresentante in Roma: di che particolarmente vanta vasi il principe di Cariati, innanzi di deporsi dal ministero delle relazioni esterne. E né meno s'ignorò che i rettori del governo toscano altresì avessero dato commessione a’ loro rappresentanti di trattarne; e o credessero, o volessero far credere, che l’affare fosse concluso, ad ogni momento annunciavano nel diario publico, che presto ne sarebbe stata fatta la publicazione; la quale non venendo unqua in luce, era occasione agli scrittori di altri giornali di proverbiarli, come annunciatori di cosa che non s’avverava. Ben può affermarsi questo, senza tema di errore, che di tutte le corti italiane la sola che veracemente fosse non pur disposta, anzi desiderosa a veder conclusa la lega, era la toscana, come quella a cui mancavano speciali cupidità e interessi di aggrandimento di stati; e nel tempo stesso trovandosi in mezzo la più piccola e debole, aveva maggior bisogno di stringersi a quelli che di forze erano provveduti, non solo per i casi esterni, ma ancora per le interne perturbazioni, che ogni dì più la scrollavano. Ma se bene la corte di Napoli non fosse schietta e volenterosa, come la toscana, nel promovere la lega, pur tuttavia veggendo al primo accendersi della guerra, tanto favore per Carlo Alberto, e tanto poco per Ferdinando, volentieri vi si sarebbe acconciata, sperando di stabilire alcune condizioni, per le quali non dovesse essere tutto l’utile per il primo, e tutto lo incomodo per il secondo; e se torto ebbe, fu di avere al solito indugiato a fare la proposta: la quale giunse a Carlo Alberto, quando già aveva passato il Ticino, e quel che è più, era salito in superbia di poter fare da sé solo; onde avvenne che mentre i rettori sardi a. parole non contrariavano il pensiero della confederazione, coll’opera cercavano di stornarla, dicendo che dovesse ritenersi come conclusa nel fatto, e dovesse ogni stato mandar genti, e pensare unicamente al combattere: che dopo la vittoria sarebbonsi accomodati gl’interessi di tutti. Il qual contegno veramente strano e pericoloso, servì a confermare, come più innanzi meglio conosceremo, i gravi sospetti nati o fatti nascere nel re di Napoli, e anche nel papa, che Carlo Alberto fosse mosso da cupidità di aggrandire il suo reame, o da vanagloria di essere predicato solo liberatore d’Italia, e con ciò acquistarsi il popolar favore per meglio riuscire quando che fosse ad ingoiare gli altri stati. Io non so dire quanto nel re sardo fosse di ambizione per la grandezza propria, e quanto di amore per la liberazione d’Italia: e dopo la infelice e gloriosa fine che ha fatto, sarebbe indegnità le sue intenzioni sindacare. Questo possiamo affermare, che quando egli non era certo di poter fare da sé solo, e tale certezza non poteva per nessun rispetto nutrire, doveva ad ogni modo collegarsi subito cogli altri principi, usando della occasione, che volenti o disvolenti li costringeva allora a piegarsi alla lega: e se noi fece, fu uno de’ primi e principalissimi errori ch'ei commise, o che gli fecero commettere i suoi consigliatori; senza che valga a scusar lui od essi, che l’uno e gli altri per un momento restassero sì inebriati da quel primo fervore di popoli, e da quel maraviglioso scompaginarsi dello impero au siriaco, da darsi a credere di poter con poche forze, e quasi al loro mostrarsi, conseguire una grande vittoria, il cui merito sarebbe stato tutto al Piemonte riconosciuto; conciossiaché se il re sardo non voleva accomunare cogli altri principi d’Italia la gloria, e forse l’utilità della liberazione del regno lombardo-veneto (il che sarebbe stato più sicuro per lui), doveva allora appoggiarsi maggiormente al favor de’ popoli, e andare innanzi non meno con una guerra di sollevazione, che con una guerra regolare. Nel qual caso gli bisognava raddoppiare di audacia, dovendo vincere più co’ morali effetti dello sbigottimento, che coll’opera delle milizie stanziali: e quindi era mestieri con ogni opera di caldeggiare i commovimenti delle città, e più tosto apparire capo di rivoluzione, che conquistatore.

Ma per essere giusti, è anche da confessare, che le cose non s’avviarono a felice meta soltanto per gli errori commessi da Carlo Alberto, ma ancora per le malvagie sorti della stessa Italia; ritrovandosi nella difficile condizione di dovere a un tempo la interiore ed esteriore libertà acquistare; l’una e l'altra per forma fra loro collegate, che non si poteva trasandar la prima senza perdere la speranza di ottenere la seconda; mentreché per lo acquisto della seconda, sarebbe stato mestieri non dover pensare alla prima. Io voglio dire, che al cominciarsi della guerra, sarebbe stato non pur utile, anzi necessario, che, poste da banda tutte le quistioni d’interni ordinamenti, e creata una specie di militar dittatura, fosse in questa riposta la somma di tutte le cose, insino a tanto che la guerra non era vinta. Ce ne avevano dato esempi continui gli antichi, che ben di libertà s’intendevano; ma in Italia era immensa difficoltà da superare perché si potesse stabilire la detta dittatura, che riusciva così facile e salutare ordinamento dove già gli ordini liberi erano fondati e radicati; onde ivi non nasceva paura o dubbio che potesse condurre a tirannide, come era da aspettarsi che questa paura e questo dubbio incontanente si svegliassero in paese, in cui le libertà erano state appena concesse, e non si era fatto ancora di esse alcuno esperimento; e sapevasi in oltre, che non ispontanei ma forzati avevano i principi fatto quelle concessioni: né mancavano di quelli che o per ispirito turbolento, o per fine di salire a’ supremi magistrati, spargevano diffidenze, e ponevano ogni dì inciampi a’ capi de’ governi, per meglio farli apparire misleali. A tutto ciò s’aggiungeva lo smembramento per tanti secoli dell’Italia; per cui si rendeva ancor più malagevole il tirare tutte le volontà a questo provvedimento della dittatura; alla cui malagevolezza avrebbe forse potuto ovviare una lega che, come detto è, non fu mai conchiusa; e così mentre per noi ci sarebbe voluta più che per ogni altro popolo una forza dittatoria, durante la guerra, tutto invece cospirava perché la non si potesse acquistare; e anzi seguitava' a parere, che se i direttori delle cose publiche non erano sorvegliati, e incalciati, e messi d’ogni parte alle strette, o non avrebbero fatto la guerra, o l'avrebbero fatta male: e più tosto in vantaggio proprio, che in vantaggio della nazione italiana l’avrebbero conchiusa. Quindi nel tempo che sarebbe stato bene che i giornali si fossero taciuti, e le congreghe politiche si fossero sciolte, avvenne che i giornali più fragorosamente parlarono, propalando molte cose, che per lo felice esito della guerra, sarebbe stato meglio tener celate; e più innanzi di questo inconveniente ci accadrà dover lamentare i tristi effetti: e similmente le congregazioni politiche crebbero da per tutto di numero e di loquacità, e facevano discorsi e proposte, e in cambio di aiutare i principi a far buone provvisioni per la guerra, vie più li confondevano e screditavano.

Finalmente sarebbe stato altresì prudente, che l’adunanza dei parlamenti fosse stata differita a guerra terminata, e invece si strepitava da tutti, perché si adunassero senza indugio; dicendosi che quanto più le cose ingrossavano e divenivano maggiori i pericoli, tanto più importava che i rappresentatori della nazione sapessero e discutessero e deliberassero secondo che era reputato più vantaggioso. Si voleva in una parola farla guerra fra gli strepiti de’ giornali, de’ conventicoli e de’ parlamenti, contro l’uso de’ migliori tempi, ne’ quali il silenzio era il migliore e più efficace ausiliario dell’operare felicemente. Ma dove in quel primo impeto di libertà, a cui gl’Italiani di tutti i paesi si gettarono quasi veltri tenuti per tanti anni al guinzaglio, alcuno avesse proposto di far tacere i giornali, sciogliere le adunanze, differire la convocazione de’ parlamenti, non si potrebbe dire quali e quanti schiamazzi e querele avrebbe fatto sorgere da ogni parte, e il rimedio sarebbe forse tornato assai peggiore del male. Le quali cose tutte ho voluto notare così in generale, perché poi nel venire a’ particolari della guerra, saremo tratti sovente a citarle come cause dei non felici successi.

Con tali auspicii adunque, cioè fra le diffidenze de’ popoli, e le gelosie de’ principi, e con tali semi più tosto di divisioni che di unione, entrava Carlo Alberto insieme co’ suoi figliuoli il 29 marzo ne’ lombardi domini, seguito da circa ventiquattro mila uomini, che aveva potuto alla meglio raccozzare in quei primi e subiti volgimenti di cose: lasciando luogotenente del regno il suo cugino, principe Eugenio di Savoia Carignano. Nell’uscire del regno, così da’ suoi popoli prendeva commiato: I doveri di re, e quelli che abbiamo coll’Italia, vogliono che io insieme co’ miei figliuoli ci trasferiamo ne’ lombardi campi, ove sono per risolversi i destini della comune patria. L’esercito, nostra cura ed amore, ci segue: gran numero di valorosi cittadini spontanei son corsi a partecipare con noi alle fatiche della guerra, e a’ pericoli delle battaglie. Il nostro cuore esulta in sì universale fervore. Bello e glorioso per noi è l’esser duce di generosi popoli per la santa impresa cominciata dal sommoPio. Alle milizie civili del regno, e all’affetto del popolo commettiamo con piena fiducia la guardia della nostra famiglia, e la custodia della quiete publica, fondamento d’ogni libertà. Fedeli savoiardi, e valorosi liguri, alla vostra fede, al vostro onore, al poderoso vostro braccio affidiamo la difesa de' nostri confini, e delle nostre piaggio. Nell’assenza dell’esercito sarete pacati e dignitosi guardiani delle libere istituzioni, e della integrità della patria. Il primo suo fermarsi fu nella città di Pavia: e subito dovette accorgersi che quantunque fosse bene accolto e festeggiato, pur tuttavia il suo giungere era reputato dal più dei lombardi come fuor di tempo; parendo loro già di aver superrato i nemici, e quasi non aver più bisogno degli aiuti piemontesi. La quale opinione rivelarono altresì i deputati di Milano e delle altre città lombardelli a Pavia a fare onore al re; conciossiaché non dubitassero affermare, che le genti austriache erano in piena rotta, e impedite a fare la più piccola resistenza, e già erano in volta di ripassare le alpi. E alle bugie aggiungevano le millanterie: che bisognava seguitarle al di là de’ monti, prendere l’Illiria, l’Istria e la Dalmazia, antichi possessi italiani. Smisurati concetti, che nascevano o da superbia o da ignoranza. Dicono, che Carlo Alberto rispondesse con prudenza e circospezione, mostrandosi ammiratore della vittoria riportata da’ Milanesi, e assicurando ch’ei da nessun proprio interesse o secondo fine era mosso, ma sì dal vivo desiderio di combattere finché la libertà d’Italia non fosse stata acquistata. Poi col suo esercito andando verso Lodi, e giunto in quella città, vide come i deputati milanesi o s’erano ingannati, o l’avevano ingannato: perché gli Austriaci, lungi dall’essere in fuga, e dal volere le alpi rimontare, eransi per lo contrario raccozzati e fortificati con buon ordine nel pano di Montechiaro, dove ogni anno Radetzky soleva piantare i suoi campi di militare ammaestramento. Non parve al re con milizie quasi nuove a’ combattimenti, di attaccarli, e per la valle di Po proseguendo, si volse sulla riva del fiume Mincio, sperando con questo movimento di costringere il nemico ad abbandonare il forte sito di Monte chiaro; il che avvenne in effetto, perciocché Radetzky si era colà fermato non tanto per aspettare l’esercito piemontese, quanto per allentare il suo arrivare sul Mincio, e guadagnar tempo a prendere i luoghi dell’Adige.

Prima di lasciare Carlo Alberto il generale alloggiamento posto in Lodi, volgeva queste parole a’ popoli della Lombardia, della Venezia, di Parma e Modena. «Chiamato dai vostri concittadini, nelle cui mani una ben meritata fiducia ha posto la temporanea direzione degli affari publici: e soprattutto spinto dalla mano di Dio, il quale condonando per le tante sciagure sofferte da questa nostra Italia le colpe antiche di lei, ha voluto ora suscitarla a nuova gloriosissima vita, io vengo fra voi capo del mio esercito, secondando così i più intimi eccitamenti del mio cuore. Io vengo fra voi, non curando di prestabilire alcun patto; vengo solo per compiere la grande opera dal vostro stupendo valore così felicemente incominciata. In breve, o Italiani, la nostra patria sarà libera dallo straniero. E benedetta le mille volte la divina provvidenza, la quale volle serbarmi a così bel giorno, e volle che la mia spada potesse adoperarsi per procacciare il trionfo della più santa di tutte le cause. La vostra vittoria è certa. Le mie armi, abbreviando la lotta, ricondurranno fra voi quella sicurezza, che vi permetterà di attendere con sereno e tranquillo animo a riordinare il vostro interno reggimento: il voto della nazione potrà dimostrarsi veracemente e liberamente; in quest’ora solenne fate che soprattutto ardano la carità della patria, e l’aborrimento alle antiche divisioni, che apersero ognora allo straniero le porte d’Italia.» In pari tempo quest’altre non meno generose parole indirizzava a’ soldati: Varcato il Ticino, finalmente i nostri piè premono la sacra terra lombarda. Ben è ragione, che io lodi la somma alacrità, colla quale, non curando le fatiche di accelerato cammino, percorreste nello spazio di settantadue ore, centodieci miglia. Molti di voi accorsi dagli estremi confini dello stato, appena poteste raggiungere le nostre bandiere a Pavia; ma ora non è tempo di pensare al riposo: del quale godremo dopo la vittoria. Grande e sublime, o soldati, è l’ufficio, a cui la divina provvidenza ha voluto ne’ suoi alti decreti chiamarci; imperocché noi dobbiamo liberare questa sacra terra italiana dallo straniero, che da più secoli la conculca e opprime. Ogni età avvenire invidierà alla nostra i nobilissimi allori che Iddio ci promette. Tra pochi giorni, anzi tra poche ore, ci troveremo a fronte del nemico: per vincere basterà che ripensiate alle glorie vostre di otto secoli, e agl’immortali fatti del popolo milanese: e vi ricordiate in ultimo che siete italiani.

Il primo fatto d’arme dell’esercito italiano fu nei dì 8 aprile l’espugnazione della terra di Goito, posta sulla riva destra del Mincio, e fronteggiante il ponte che insieme coll’altro di Monzambano fa passare il fiume fra Mantova e Peschiera. Era entrata nelle milizie piemontesi una certa costernazione per la sorpresa fatta dagli Austriaci due giorni innanzi a Marcaria, dove l’antiguardo regio, non facendo di sé buona custodia, fu da un corpo di ulani e di cacciatori tirolesi nella oscurità della notte assaltato, e trattone parecchi prigioni, e qualcuno morto. Cotalché il general Bava che doveva condurle, aveva conceputo non lieve timore che non dovessero fin dal principio attestare il difetto che era in esse dell’arte di combattere. Se non che le prime prove riuscirono assai meglio che non si credeva dagli stessi condottieri. Colla legione comandata dal general d’Arvillars approssimatosi il Bava, e sapendo come a Goito i nemici si erano afforzati, ordinò che quella terra fosse assalita. Per quattro ore gli Austriaci resistettero in mezzo a un vivissimo trarre da ambe le parti, e se essi mostrarono valore nel resistere, vie più ne mostrarono i nostri nell’espugnarli. Onorossi particolarmente in questa fazione il colonnello Alessandro della Marmora, che capitanava i bersaglieri, i primi e più sottoposti al fuoco nemico; ed essendo rimasto ferito, e parendo che i soldati un poco tentennassero, sopraggiunse a corsa il generale d’Arvillars, gridando da prode uomo: ecco, mi pongo io dinanzi a voi; il quale esempio raccese l’ardor militare; e fu cagione che gli Austriaci cacciati si ritirarono a manca del fiume, rompendo il ponte, che tosto da' Piemontesi racconciato, diè loro passaggio per andare a porre il campo al di là del Mincio, nel tempo che il nemico in ritirata si volgeva inverso Mantova colla perdita di parecchi soldati, di qualche capo, e d’un cannone. E quantunque in assai minor numero, anco i Piemontesi ebbero morti e feriti; se non che parve largo compenso il buon agùrio ch'essi, è chiunque aveva a cuore la causa italiana presero da quel primo esperimento, riuscito felicissimo; non essendo mancato chi riferisse che dopo quel fatto parecchi soldati italiani al servigio dell’imperatore, passarono nel campo italiano. Il che se è vero, rende ancor più grave l'errore del re di non aver usato di quel primo sbigottimento dei nemici, attaccandoli subito dove le loro principali forze dimoravano. Egli intanto, che il dì 8 aveva trasportato il suo alloggio a Castiglione, così i suoi soldati confortava: Colle vostre precipitose marciate avete finalmente raggiunto il nemico sul Mincio. Invano fortificato e abbarcato nelle vie di Goito, ba sperato di rallentare il vostro ardore: gli fu forza cedere a' vostri valorosi assalti, né valse la distruzione dei ponte già minato sul Mincio ad arrestarvi. Voi calcando intrepidi le rovine, lo inseguiste sulla opposta riva, dove vari prigioni e qualche pezzo d’artiglieria da voi acquistato, fanno testimonianza del valor vostro di contro alla resistenza nemica, favoreggiata dal possedimento de’ luoghi. La nazione, o soldati, andrà al pari di me, gloriosa di voi, né Italia resterà delusa di avere nel valor vostro confidato.

Ai fatto di Goito conseguitarono altri due non meno splendidi per l'armi nostre; conciossiaché il general Broglia, che aveva il comando d’un altra legione, essendosi il giorno appresso dirizzato verso la terra di Monzambano, e gli Austriaci nel vederlo avendo bruciato il ponte, e affortificatisi sulla sponda sinistra, le artiglierie piemontesi cominciarono a trarre con tanto impeto, che li costrinsero a ritirarsi. Nel qual fatto d’arme è degno di speziale ricordanza il soldato Serravalie del sedicesimo; il quale, dopo la rottura del ponte fatta dagli Austriaci, non essendo rimasa che una fune tra una ripa e f altra, a questa quel valoroso aggrappatosi, e sotto un tempestar di palle traghettato il fiume, potè dare appicco di comunicazione a’ Piemontesi per racconciare il ponte, e i nemici snidare. Occupati Goito e Monzambano, fu non impossibile prendere altresì la terra di Borghetto, posta in sito fortissimo di contro a Taleggio, fra’ due ponti di Goito e Monzambano, e insiememente impedire agli Austriaci di ripigliare que’ luoghi, cui non sapevano condursi ad abbandonare. Onde il dì 4 0 fecero vista di voler attaccare i nostri: se non che accorgendosi cheavrebbono fatto cattiva prova, si ritraggono, e i Piemontesi afforzando i ponti di Monzambano e del Borghetto, agevolarono il passo alle artiglierie: e la mattina del dì 4 4 acquistarono senza resistenza Valeggio, e il re potè stabilire il suo alloggiamento a Volta, e mettersi in condizione di tenere dal lato manco la lunghezza del Mincio. Qui frattanto lo raggiungevano le altre milizie, che al suo entrare in Lombardia non erano per anco apparecchiate. Il che importa notare per quelli che vorrebbero scusare Carlo Alberto dell’aver dimorato sul Mincio fino agli ultimi giorni di aprile, costretto ad aspettare i soldati e i cannoni: i quali avevano cominciato a raggiungerlo fino dal dì 14. E sappiamo per autentici ragguagli che il dì 15 aprile, era forte di quarantaduemila seicento otto uomini di milizia regolare, e di centoventi pezzi di artiglieria. Se nondimeno queste milizie e artiglierie avevano indugiato più che non era necessario, io non posso dir bene. È certo che la guerra essendo giunta più improvvisa che non si credeva, il tempo di porre a ordine tutto l’esercito co’ necessari corredi mancò; e quantunque il Piemonte fosse tra gli stati italiani il meno sprovveduto in caso di guerra, pure né pur esso si trovava così apparecchiato da affrontarla di presente. E dove gli avvenimenti straordinari e infrenabili non giustificassero l’esserci messi a quell'impresa, non avrei parole a bastanza gravi per accusare la nostra imprudenza.

Tuttavia per lo straordinario e quasi miracoloso concorso di tanti casi esterni ed interni, non ci sarebbe stato forse impossibile il vincere, se altra risoluzione fosse stata nell’animo di Carlo Alberto. Il quale, adoperando come forse in altre occasioni l’arte della guerra avrebbe richiesto,non fece quel che il caso suo particolare allora domandava, imperocché se egli avesse avuto il doppio dell’esercito, o se altro ordinato esercito avesse saputo che sopraggiungeva incontanente da qualche altra parte d’Italia a rinfrancarlo, nessuno potrebbe quel suo misurato procedere biasimare: ma poiché ciò non era, non si può dubitare, che il partito migliore non fosse quello di tentar la fortuna delle armi coll’attaccar subito il nemico, qualunque fosse per essere l’evento; tanto più che essendo a’ primi d’aprile rimalo libero di Austriaci tutto il veneto, eccetto Verona, e cadute in potere degl’italiani le rocche di Osopo e di Palmanova, l’una delle quali signoreggia le valle del Tagliamento, e l’altra guarda il Friuli, per lo che le forze tedesche erano tutte accumulate sull’Adige, era qui da fare subito un movimento risolutivo, procacciando di passare il fiume, e occupare una parte de’ monti del Tirolo, e le valli del Friuli, col doppio vantaggio di togliere al nemico ogni comunicazione coll’Alemagna, e costringerlo o ad arrendersi, o a ricevere subito una battaglia in campo aperto. La quale non è dubbio che allora non sarebbe stata vinta da’ Piemontesi; non tanto perché Radetzky non aveva per anco ricevuto i rinforzi, quanto perché durava sempre nelle sue milizie un grande sbigottimento. Ma il re sardo fece il contrario di ciò: come da qui innanzi avremo occasione di meglio conoscere. Certo avevano torto coloro che volevano la guerra piemontese del 1848 ragguagliare con quelle bonapartesche del 1796 e 97; essendo assai diverse le condizioni de’ tempi, de’ luoghi e degli eserciti; ma è certo che dove Bonaparte si fosse trovato nel caso di Carlo Alberto, più tosto sull’Adige che sul Mincio avrebbe portato la guerra, affrontando i pericoli che pur sì fatta risoluzione accompagnavano: conciossiaché avrebbe veduto che quella guerra non si poteva vincere che o per sorpresa, o avendo due poderosi eserciti. E quando Carlo Alberto non avesse fatto altro che chiudere a Radetzky le comunicazioni colla Germania, avrebbe sempre provveduto meglio a’ casi di quella guerra, che vane prove di attaccarlo nelle fortezze facendo. Mentre adunque sul Mincio dimorava accampato l’esercito piemontese, e dava tempo agli Austriaci non solo di raccozzarsi e fortificarsi sull’Adige, ma eziandio di ricevere a tempo validi soccorsi dall’Alemagna, le città della Lombardia e della Venezia, contente di essersi liberate dagli oppressori, e stimando che per la loro fuga, già fossero sicure di non dovere più tornare sotto il giogo straniero, poco o nulla pensavano alla necessità di armarsi, esercitarsi, e andare a rinforzare le schiere piemontesi, già entrate in campo, e venute alle prese co’ nemici. Disfogavansi con discorsi, preghiere sacre, salutazioni, allegrie publiche, agùri, inviti, doni di bandiere, proteste di municipi, assicurazioni di fraternità, imprecazioni contro il dominio austriaco: e in pari tempo parole di amicizia e di affetto alla nazione tedesca, ungherese, boema, polacca, prussiana, e a quante parevano allora mosse per la libertà, o da doversi movere, come se tutto il mondo fosse risoluto di distruggere i tiranni, e far causa comune coll’Italia. Nel qual peccato di far parole quando abbisognavano fatti, e di credere sentimenti delle nazioni quel che era desiderii o anco vane proteste di pochi uomini, avevano bene i Lombardi per compagni gli altri Italiani. Ma le altre nostre provincie meno ree della provincia lombarda comparivano; sì perché un grande impaccio avevano sempre ne’ loro principi, che tutt’altro desideravano che quella guerra; sì perché non era veramente in casa loro, che si facesse la guerra, abbenché de’ suoi effetti tutta Italia ne avrebbe partecipato; e sì perché in fine qualcosa più degli stessi Lombardi in mandar genti ordinate alla guerra avevano operato. Notavasi come que’ rettori temporanei delle città di Lombardia fossero più solleciti a far decreti, e publicar notizie non sempre esatte de’ primi fatti e movimenti delle armi piemontesi, che provvedere con severi bandi ed efficaci modi per la formazione di un buon esercito, da servire almeno in ogni evento, di valevole soccorso a quello di Carlo Alberto. E se bene non avessero ragione coloro, che pretendevano, un paese stato tant’anni senza milizia propria, e con una dominazione straniera, che gli aveva tolto ogni vigore, doversi a un tratto ridurre così armigero da fornire in pochi giorni una milizia ben ordinata; essendo che gli eserciti non si formano che o per invito oper costringimento: e poco o nulla giovando il primo mezzo, per adoperare efficacemente il secondo, sarebbe stato mestieri di altro esercito già formato: senza dire che la mancanza di danaro accresceva smisuratamente le difficoltà; pure fu assai meno fatto di quel che era da aspettare. Del che oltre alla soverchia fidanza nella propria vittoria, era cagione una mal celata diffidenza accesa contro il regno piemontese da quelli che la republica appetivano; e vogliono che ancora nello stesso governo milanese dimorassero alcuni con questa voglia, che impacci mettevano perché prontamente e valevolmente soccorsi a Carlo Alberto non s’inviassero. Questo è certo, che essendo riuscito alla parte monarchica, che era in Milano, di fare eleggere il piemontese Giacinto Collegno ministro sopra la guerra e avendo subito il Collegno proposto, che in iscambio di formare un esercito lombardo (il che non parevagli possibile in quel poco tempo, che la gravità de’ casi concedeva) si dovessero scrivere gli uomini e incorporarli colle milizie piemontesi, affinché più presto avessero potuto la militar disciplina acquistare, trovò invincibile opposizione, prevalendo la sentenza di quelli, che per orgoglio patrio, o per gelosia verso i Piemontesi volevano che una milizia lombarda si creasse. La quale fu tutt’altro che un esercito, ma sì un’accozzaglia d’uomini che dall’audacia in fuori, non avevano altro segno guerresco; mancando di armi, di approvvigionamenti, e di buoni capi; e anzi che servire alle bisogne della guerra, più tosto furono causa di sinistri casi, come fra poco noteremo. Fra l’altre cose non si seppe o non si volle né pur vestirli come conveniva, essendo stata loro appiccata un’assisa verde, odiosa a’ Piemontesi, perché a torto o a ragione vi scorgevano un segno di separazione; e in oltre, non essendo stati la più parte di loro vestiti, furono ricoperti d’una tunica di tela bianca, che talora li faceva cogli stessi Austriaci scambiare. Che se i rettori temporanei di Milano sì fievolmente e scarsamente provvedevano a’ bisogni d’una guerra, che più che ad altri doveva essere in sul cuore a(1) Lombardi, non meno improvvidi apparivano nell’impedire che nello interno delle città non fosse la quiete turbata, e di fazioni e discordie non si gettassero i semi; avendo bene i giornali, e le congregazioni politiche cominciato subito a travagliarsi in modo, da riuscire il miglior rinforzo che mai potessero avere le armi nemiche.

Non molto meglio di Milano dava opera Venezia alle provvisioni di guerra; quasi l’essersi renduta libera con tanta facilità, e come per incantesimo, l’avesse dovuta francare dal debito di provvedere alla sua maggiore difesa. Certamente con quelle lagune, forti marittimi e terrestri, e altri vantaggi di postura, nessuna città era in condizione di reggere a qualunque più lungo e ostinato campeggiamento. Ma era mestieri altresì di soldati, armi e munizioni in quell'ordine e copia che l’arte della buona milizia richiedeva. Né in alcun luogo la fortuna porgevasi così favorevole a creare valide forze militari; conciossiaché fossero rimasti circa tre mila uomini italiani di ben ordinata fanteria, che potevano essere nodo alla formazione d’un esercito. E dell’armata austriaca, composta quasi tutta d’Italiani, dimorando ferma a Pola, a poche ore da Venezia, era non meno agevole che importante lo impadronirsi appena fatta la capitolazione. Ancora la tesoreria non era povefa; e fra il lasciatovi dagli Austriaci, e il cavato dall’amministrazione delle strade ferrate e le oblazioni de’ cittadini, passava dieci milioni Da ultimo non lieve ardore di militare per la difesa della patria sfavillava ne’ popoli in que’ primi sollevamenti. Mia di tutti questi benefizii non seppero usare i capi del governo veneziano, presi alla generale illusione che la così detta resurrezione d’Italia fosse per modo compita e assicurata da essere gran ventura per gli Austriaci rivalicare le Alpi. In oltre il Manin e il Tommaseo, che erano i maestri della nuova republica, meglio che la parte fattiva, compivano la ciarliera; l’uno a bocca, essendo facondo e non dispiacevole parlatore; l’altro in iscritto, mandando per tutto ’l mondo e a tutte le nazioni e governi, saluti, inviti, omelie, raccomandazioni, proteste: ma in conclusione il Manin e più ancora di lui il Tommaseo, mancavano di pratica negli affari publici; mostrando di conoscer poco gli uomini e niente le cose: per lo che gli uffici,come altrove, si empirono incontanente di dappochi o di tristi, che dal brigare e sommovere in fuori, non sapevano far altro. Così tosto licenziarono le sopraddette milizie rimaste, perché (dicevano) erano state al soldo degli Austriaci: diedero tempo che da Trieste si mandassero ordini efficaci per salvar l’armata tedesca: e in cambio di accrescere le sorgenti della pecunia, conforme alla necessità publica, le diminuirono, cassando la tassa personale, quella sulla marca de’ giornali, il giuoco del lotto, e rinviliando altresì il sale, e d’ogni gabella liberando i navicelli dei pescatori: tutte cose fatte per acquistar favore dalle plebi, quando era da abituarle a sopportare maggiori gravezze per amore della libertà.

Fu ben subito decretata la formazione di due coorti di militi volontari, d’una guardia cittadina mobile, di quattro compagnie di gendarmi, d’un corpo d’artiglieria e d’un altro di cavalleria; ma tempo mancava e ufficiali di prova per ammaestrarli e ridurli a buona milizia. In oltre l’essere state ne' primi giorni prese le armi nell’arsenale da chi ne voleva, costava allora danaro e difficoltà ricuperarle per fornire il nuovo esercito. Domandato a Carlo Alberto un buon capitano per comandare e dirigere la difesa della città, quel re, non ostante la promulgata republica, mandava Alberto della Marmora, uno de’ migliori dell’esercito piemontese. Al quale per altro non venne fatto di mettere alcuna disciplina in quelle squadre di veneti volontari, che per estremo di vanità si davano nome di crociati, e nella capitolazione di Palmanova apparvero il più scapestrato esercito che mai si conoscesse. Poco dopo gli stessi veneti reggitori, turbati da’ timori de’ danni che alla sicurtà del commercio avrebbe potuto fare l’armata austriaca ancorata nel porto di Trieste, chiesero soccorso al medesimo re; il quale mandò nell’Adriatico un’armata sotto il comando dell’ammiraglio Albini con ordine d’impadronirsi, se gli riusciva, delle navi tedesche, e così Venezia assicurare. Similmente veggendo come tornavano scarse al bisogno della difesa le forze marittime di Carlo Alberto, invocavano quelle maggiori e più gagliarde del re di Napoli. Niccolò Tommaseo scriveva particolarmente all’amico Alessandro Poerio, perché desse opera che almeno un legno a vapore napoletano andasse a congiungersi co' legni veneti; e il Poerio, zelosissimo della libertà italiana, non vanamente si adoperava co’ ministri I quali riusciti a vincere le contrarietà della corte, fecero partire per Venezia un’armata sotto il comando dell’ammiraglio de' Cosa. Vogliono ch'egli innanzi di lasciar Napoli, fosse segretamente chiamato dal re, e ammonito con queste parole: Ricordati che se vecchio ed hai famiglia. Aggiungono che per via ricevesse ingiunzioni di non ingaggiare alcun fatto d’armi colle navi austriache. Certo è che l’armata napoletana stette parecchi dì ferma in Ancona, e avendo il suo avanguardo scontrato a poche miglia un bastimento tedesco, e volendolo attaccare, fu da superior comando ritenuto. In ultimo per avvenimenti, di cui fra poco dovrem tessere lagrimabile racconto, fu richiamata innanzi che il vagheggiato soccorso arrecasse. Solo di Napoli giunsero circa settecento militi volontari, che a Rovigo in due squadre si divisero per discordia di capi; e l’una di esse dopo alquanti giorni si suddivise, no mai più si raccozzò; l’altra si tenne unita un po’ di tempo; poi si smembrò anell'essa, i più seguitando onoratamente la guerra, e gli altri stando a Venezia ad accrescere la turba de’ sussurratori. Erasi anche la republica veneziana rivolta alla prossima Svizzera; i cui rettori, avendo potuto dare soldati mercenari alla tirannide, negavanli alla libertà; ritenuti da paura che le maggiori potenze, tutte contrarie all’Italia, non facessero loro pagar caro quel benefìzio.

E assai calda istanza fecero pure i Veneziani in sulle prime al general Durando, perché, stando ancora a Ferrara coll’esercito pontificio, andasse per la via di Padova e di Rovigo a soccorrere il veneto. E così avesse Carlo Alberto quel desiderio secondato prontamente; ché forse le cose della guerra potevano avere diverso e migliore avviamento. In fine non era parte a cui i poveri Veneziani non si rivolgessero e supplicassero per avere aiuti. Ma in cambio di regolari e disciplinate genti, le piovevano in seno studenti, cacciatori, reliquie di corpi disfatti, pellegrini, vagabondi, avventurieri nostrali e forestieri: e quindi in luogo di apparecchi guerreschi e di esercizi d’armi, vedevi non meno che altrove, baldorie, scene da teatri, penne in su' cappelli, croci nel petto, bandiere all’aria, mostre di colori, vanità in tutto. Oltre che, questo raguno di gente svariata accese in ultimo un gran fomite di civile discordia; promovendo alcuni la congiunzione degli stati veneti col regno piemontese; i quali erano designati col nome di Albertisti, e altri che caldeggiavano il governo della republica, si chiarivano per satelliti del Mazzini: seminando zizzania per raccogliere il frutto alla prima occasione: onde in ultimo, fu forza al Manin di espellere gli uni e gli altri, come più sotto diremo.

Qui è da riferire che i sopraddetti corpi di volontari o crociati veneti, formati rapidamente e rinfusamente, avendo appiccato ne’ primi giorni di aprile alcun badalucco cogli Austriaci, fecero subito conoscere quanto poco nelle guerre approdi l'ardor cittadinesco, se non è da sperienza e disciplina militare accompagnato. A Montebello, sulla via da Vicenza a Verona, scontratisi con un corpo di Austriaci, tennero loro fronte per più ore senza cedere un palmo di terra: ma il dì appresso venuti di nuovo alle mani, e trovato il nemico più numeroso, e facilmente messi in mezzo, si sbandarono e fuggirono chi verso Vicenza, chi verso Arsignano, perdendo fra morti e piagati dugento uomini; oltre a una trentina di prigioni. Similmente la guarnigione di Palmanova avendo attaccata la vanguardia tedesca sulla ripa destra dell'Isonzo, riuscì a impadronirsi di Visco: che per altro fu tosto ripigliato dagli Austriaci, ritirandosi i nostri colla perdita di circa cinquanta uomini. I quali fatti sminuivano il loro coraggio, più subitaneo che perseverante, come di tutte le milizie non lungamente esercitate.

In questo stesso tempo non meno lentamente che confusamente procedevano le genti, che di Toscana, e dagli stati romani movevano per la Lombardia. Notammo già come i volontari Toscani, insieme con poche compagnie di milizia ferma, erano partiti senza provvisioni, senza disciplina, e senza altro ordine, che di aspettarne per via. Costoro, tanto i diretti per il confine pistoiese, quanto i diretti per il confine pietrasantino, stettero alquanti giorni fermi, o avanzarono lentamente, perdendo in tal modo co’ fastidi della dimora, e cogl’inutili disagi quel po’ d’ardore che li aveva fatti movere. Vogliono che la cagione di tanto temporeggiare fosse che i rettori toscani aspettassero di porsi in corrispondenza con Carlo Alberto, e da lui le informazioni opportune ricevere. Ma d’altra parte assicurano, che se i Toscani fossero andati difilati a Mantova, e dato maggior coraggio alla popolazione sollevata, di leggieri avrebbero avuto essi la non lieve gloria di prendere quella importantissima e tanto formidabil rocca, che trovavasi in quel momento quasi sprovveduta di guarnigione; il che aveva fatto con tanta liberalità piegare in sulle prime il comandante Gorgowsky a concedere che la guardia cittadina s’armasse, e la insegna tricolorata s’inalberasse: ma poi, avuto tempo di chiamare maggiori forze, e di soppiatto, e quasi per sorpresa farle entrare in Mantova, rafforzò la cittadella, e toltasi la maschera, rimise la città sotto il giogo, sciogliendo subito la milizia civile, vietando ogni segno che imperiale non fosse, imponendo tasse, facendo bandi sanguinosi, quasi volesse far caro pagare al popolo mantovano l’avergli perdonato la vita quando si trovò in sue mani ad ogni cosa cedevole. Né è da tacere altresì che gli abitanti non fecero tutto lo sforzo che potevano e dovevano fare; forse per essercisi intramesso il vescovo, il quale sperando, o fìngendo di sperare, che la città sarebbe stata ceduta dagli Austriaci, senza spargimento di sangue, spense ogni ardor popolare. Pare che intendimento di correre subito a Mantova, e occupare per sorpresa quella città, fosse stato altresì nell’esercito piemontese, appena entrato in Lombardia. Lo afferma nella sua relazione militare il general Bava, qual risoluzione presa a Cremona nei consigli del re; ma o ch’ei lo dica per iscusare que’ primi movimenti di Carlo Alberto, o che né pure i Piemontesi per la comune lentezza giungessero a tempo, fatto sta che la poveraMantova tornò sotto il dominio straniero prima che ne fosse uscita.

Fra tanto in Modena ogni dì si aspettava che le toscane milizie arrivassero; conciossiaché alcuni de’ più volenterosi, che non sopportando gl(1) indugi delle compagnie, erano andati fin da’ primi giorni in quella città, avessero annunciato, che in breve quelle sarebbero giunte; e il popolo modanese d’altra parte non vedendole arrivare, cominciava a mormorare, e prenderne cattivo agùrio. Il quale fu per mala sorte raffermato nella generale opinione da’ fatti di Massa e di Carrara, essendo stato da uomini malevoli e incauti divulgato, che i militi toscani non per combattere contro gli Austriaci in Lombardia, ma bensì per conquistare Modena marciavano. Né valeva che questa mal conceputa credenza adoperassero con ogni modo dileguare que' pochi Toscani, che già in Modena si trovavano; i quali per fino publicarono una protestazione, dalle stampe divulgata. Ancora si aggiunse, che per avere i volontari bolognesi capitanati dallo Zambeccari lasciato in Modena poco desiderio di loro, erasi messo negli animi de’ più un certo dispetto e avversione per ogni generazione di volontari; onde per tutte queste cause allorquando le milizie toscane vi giunsero, furono assai freddamente ricevute, e guardate con sospetto. Non vi si fermarono che la metà d’un giorno, e quinci si condussero fra Modena e Reggio, dove secondo un decreto del granduca publicato il 29 marzo dovevano attendarsi per operare d’accordo con le milizie pontificie e piemontesi. Alcuni giorni dopo fu fatta una spedizione di milizie stanziali, con ordine di ricongiungersi con quelle già andate innanzi. Elle si componevano di otto compagnie del secondo reggimento di fanteria, d’una mezza compagnia di artiglieria, e d’una compagnia di cacciatori a cavallo: in tutto erano ottocento uomini circa. Miserabile soccorso a una guerra, che principi e popoli chiamavano vitale per l’Italia. E come nulla allora si faceva senza solennità, il granduca, circondato dalla sua famiglia, da’ ministri, e da’ capi della guardia cittadina, li vide difilare, e insieme col popolo festeggiente li accomiatò. In pari tempo fece appiccare a’ canti della città questo bando. La santa causa della libertà d’Italia si decide oggi su campi di Lombardia. Già i nostri cittadini di Milano l’hanno comprata col loro sangue, e con sì eroico valore, che pochi esempi eguali ne offrono le istorie. Già l’esercito sardo muove alla gran tenzone, capitanato dal magnanimo suo re, sotto li cui ordini combattono i principi reali. Figliuoli dell Italia, eredi della gloria militare degli avi, non possono né debbono i Toscani rimanersi in ozio vergognoso in momenti così gravi. Volate adunque, uniti a’ prodi cittadini, che volontari accorsero sotto le nostre insegne, all'aiuto de’ fratelli lombardi. Carità di patria ecciti in voi quel coraggio, del quale i guerrieri toscani hanno fatto prova in ogni tempo. La disciplina vi dia quella forza che non vien sempre dal numero, e la vittoria sarà con esso voi.

La quale ultima sentenza tanto più era paruto bene inserire, quanto che ognuno sentiva che il numero delle milizie riusciva sì scarso e sì sproporzionato al rumore delle parole magnifiche che si facevano, e al bisogno delle battaglie che si dovevano combattere. Per ovunque le milizie toscane passarono, furono dalle popolazioni festeggiate, e con felici agùri accompagnate. Raccozzatesi tutte nell’alloggiamento generale di Mirandola, il general d’Arco mandò a Carlo Alberto il colonnello Chigi per protestargli che aveva ordine di mettersi colle sue genti sotto i suoi supremi comandi, e in pari tempo tenersi in corrispondenza col general Durando, che le genti pontificie comandava. Il quale aveva fatto Bologna e Ferrara i luoghi di raccozzamento di tutte le milizie degli stati della Chiesa, da dove ei pure mandava a Carlo Alberto il colonnello Massimo d'Azeglio per dirgli di aver ricevuto commissione dal ministro di Roma sopra la guerra di dipendere da’ suoi ordini; nel tempo che il general Ferrari doveva fermarsi in Ancona, e in questa città raccogliere e ordinare quanti uomini volontari dalle Marche e Romagne di andare in Lombardia si profferivano. È da notare che i Pontificii avevano in casa quello straniero che essi dovevano andare a guerreggiare in Lombardia: perciocché nelle cittadelle di Ferrara e di Comacchio guarnigioni austriache dimoravano. Il 30 di marzo una squadra mobile uscita di Ravenna, e composta di civici, di svizzeri e di alcuni dragoni e due pezzi di artiglierie, giunta a Comacchio indusse quella fortezza a rendersi con capitolazione scritta dal Durando; per la quale fu consentito da ambe le parti, che gli Austriaci lasciassero tutte le armi e stromenti da guerra, e i soldati avessero i mezzi a tornare alle loro case per la via di mare.

Lo stesso general Durando faceva il giorno 5 d’aprile una enfatica orazione alle sue genti; gran parte delle quali, pessimamente armate, e d'ogni cosa sprovvedute, erano ancora in cammino. La nobile terra lombarda (così diceva loro) già glorioso teatro di libera guerra quando Alessandro III benediceva i giuramenti di Pontida, è ora calcata da nuovi prodi, co' quali siamo vicini a dividere pericoli e vittorie. Anche noi siamo benedetti dalla destra d’un gran pontefice; santo e giusto uomo, e sopra tutti gli uomini mansueto. Il quale non poteva non contristarsi al pensiero de’ mali che seco adduce la guerra, né poteva scordarsi che quanti scendono in campo, qualunque sia la loro insegna, son tutti egualmente suoi figliuoli. Onde per dar tempo al ravvedimento, rimase sull’augusto suo labbro sospesa la parola che doveva farvi strumento della celeste vendetta: e quell’uomo di Dio pianse sulle stragi e sugli assassinamenti delle città lombarde, sperando che bissino effetto di momentanea sfrenatezza militare. Ma veduto Radetzky mover guerra alla croce di Cristo, atterrare le porte del santuario, spingervi il cavallo, profanar l’altare, violar le ceneri de’ padri nostri colle immonde bande de’ suoi croati: e per ciò convinto, sola arme possibile contro chi ogni umana e divina legge calpesta, essere la ragione estrema, il santo pontefice ha benedetto le vostre spade, che unite con quelle di Carlo Alberto devono concordi movere all’esterminio de’ nemici di Dio e d’Italia. La qual guerra della civiltà contro la barbarie, è non pur di nazione, anzi cristiana; laonde ad essa moviamo tutti fregiati della croce di Cristo; nel cui segno saremo vincitori, come furono i padri nostri.

Così infiammava i soldati alla guerra il generale di Pio IX; il quale non che aver benedetto quella guerra, ricusava anzi il permesso che le sue genti il confine valicassero. Ma col far credere quel che non era, si procedeva innanzi: non presentendo alcuno che il termine a tante sterminate illusioni non era lontano. Né valse poco ad accrescere siffatte illusioni che andasse come inviato apostolico presso il campo di Carlo Alberto monsignor Corboli Bussi; nello stesso modo che per la. Toscana era andato il cavaliere Giulio Martini. Vogliono che il Bussi v’andasse con commessione e persuasione di dover caldeggiare la causa d’Italia; il che se pure è vero, non dee recar maraviglia; conciossiaché la natura del pontefice era così fatta, ch’ei colla stessa facilità, con cui lusingava i fautori delle nuove cose, faceva poi a modo degli avversari di esse, come fra poco ci accadrà non pur conoscere, anzi toccar con mano.

Poiché alla diplomazia inglese non era venuto fatto di ritenere il re di Sardegna dall’entrare in Lombardia, si voltò subito a procacciare almeno che il re di Napoli non secondasse quell’esempio: che è quanto dire, non avendo potuto removere la guerra italiana, adoperava perché felice successo non avesse. Non appena alcune centinaia di volontari napoletani s’imbarcarono per Genova, con animo di congiungersi colle milizie sarde, che lord Napier, rappresentante di sua Maestà Britanna, fece alla corte di Napoli una di quelle che in diplomazia si chiamano note, rammentando i trattati che assicuravano la integrità de' territorii appartenenti a potenze amiche e collegato colla gran Brettagna. Ma il cambiamento avvenuto del napoletano ministero fu causa, che i primi ritegni posti dalla corte inglese non valsero a ritenere dal mandar genti in Lombardia: e il decimo di linea fu imbarcato per Livorno, da doversi congiungere e servir di rinforzo alle milizie toscane; mentre una altra spedizione si apparecchiava sotto il supremo comando del generale Guglielmo Pepe, destinato da' cieli a serbare la sua vecchiaia in difesa della libertà, per la quale aveva infelicemente combattuto nel meglio de’ suoi anni. Il re faceva questo memorabile bando.

Le sorti della comune patria decidendosi ne’ piani della Lombardia, ogni principe e popolo d’Italia ba debito di accorrere e prender parte alla gran tenzone che assicurar dee libertade e gloria. Il principe vostro, o popoli delle due Sicilie, al pari di voi ardendo d’amore per la causa che ogni cuore italiano infiamma, iienché la particolare condizione d’una parte del regno tenga occupato buon numero di milizie, pure ha deliberato di contribuire al suo più sollecito e sicuro trionfo, non solo con tutte quelle maggiori forze di terra e di mare, delle quali potrà disporre, ma ancora cogli arsenali e co’ tesori della nazione. E già è stata fatta una buona spedizione di milizie marittime, e un’altra è in cammino lungo i lidi dell’adriatico per operare d’accordo con l’esercito dell’Italia mezzana. ché se bene non per anco formata con certi e invariabili convegni, pure l’universale consenso de’ principi e de’ popoli gli fa reputare come conchiusa la lega; né indugerà molto a raccogliersi in Roma il supremo congresso che per primo suggerì, come primo sarà a mandarvi rappresentanti. Stringetevi per tanto o popoli delle Sicilie, intorno al vostro re; perché dall’unione fatti potenti e temuti, possiamo tranquillamente apparecchiarci alla guerra, e uscirne vincitori. Confidiamo nel valore dell’esercito che dee nella magnanima impresa avere quella parte che al maggior principato d’Italia si conviene. Ma per potere tutto il vigor guerresco dimostrar fuori, abbiamo mestieri di pace e concordia dentro. Per le quali l’opera, che per certo non verrà meno, della guardia cittadina, e l’amore stesso delle sue genti invoca; affinché senza contrasto sieno rispettate le leggi, e osservati i magistrati. E come egli conta sulla popolare fedeltà, così deve il popolo rendersi certo della fede sua nel mantenere le concedute e solennemente giurate libertà. Unione adunque e costanza, e la liberazione della nostra bellissima Italia, sarà sicura. Questo fia l’unico pensier nostro; e ogni altra men generosa passione si taccia per questa sopra ogn’altra generosissima: nulla potendo esservi di più glorioso che ventiquattro milioni d’Italiani abbiano una patria poderosa, un comune e doviziosissimo patrimonio di gloria, e una nazione rispettata e da avere autorità nelle bilance politiche del mondo.

A sentire in quel tempo parlare i nostri principi, avresti detto che giammai tanta caldezza di affetti per la libertà d’Italia, non fu udita sulle labbra di alcuno de’ più accesi innovatori: se non fosse noto che per bocca altrui, anzi che per volontà propria favellavano. Ma se bene Ferdinando fosse fatto in quel modo parlare da’ suoi ministri, sinceramente desiderosi che la causa italiana avesse ottimo fine, ed egli forse desiderio contrario nutrisse, pure non si può disconfessare, che poco o nulla si adoperasse non solo dagl’Italiani, ma ancora dagli stessi Napoletani, per invogliarlo di quella guerra; se pure anzi non si facesse di tutto perché in sempre maggiore avversione la prendesse; conciossiaché dove di continuo con istraordinarie lodi si esaltava Carlo Alberto, niuna o lieve loda si diceva di lui; anzi ne’ giornali era sovente messa in quistione la sua lealtà: oltreché gli assembramenti e tumulti popolari lo facevano stare in forse, che contro il suo trono qual cosa non si mulinasse. In somma né il re era per sua natura ben disposto, né i cittadini seppero trovar modo a renderlo favorevole alle cose d’Italia: senza dire che a vie più confortarlo in questa sua natural contrarietà aggiungevansi le replicate istanze della diplomazia inglese, che non restava dal tempestarlo perché dal partecipare a una guerra da lei chiamata ingiusta desistesse: e parendo a lord Napier, che il conte Ferretti, ministro del tesoro, avesse acquistato gran potere nel consiglio ministeriale, a lui particolarmente s’indirizzava, mettendogli innanzi la ingiustizia dell’impresa, fondata nella violazione di solenni trattati. Al che il Ferretti rispondeva: Essere tutto ciò vero in teorica, ma nel fatto doversi altramente giudicare: né potere i Napoletani dissentire da ciò che gli altri stati della lega italiana già consentono; in oltre avere la persuasione che la potenza imperiale è per sempre finita in Italia, e forse anche in Alemagna per le sventure che la opprimono: e finalmente parergli la presente condizione di Europa dover condurre alla distruzione de’ vecchi trattati; onde quel che in tempi ordinari non potrebbe essere giustificabile, potersi scusare per i nuovi casi, e per lo trionfo ogni dì più incontrastabile della democrazia. Alle quali ragioni non lasciandosi vincere lo inflessibile inglese, replicava secondo le informazioni ovate da lord Palmerston: li presente moto d’Europa probabilmente non condurre ad alcun grande mutamento di stati o rovesciamento di troni; essere anzi molto probabile che dove gli affari della Lombardia non sieno deffiniti per via di trattati, le armi sarde saranno fra non molto espulse dal territorio imperiale: poiché le forze dell’imperadore non sono distrutte: e nulla d’altra parte essere più imprudente per uno stato debole come Napoli, che il cimentarsi con una potenza, la quale in altri tempi si mostrò formidabile co’ più grandi nemici nel termine della contesa.

Così fatti servigi ci rendeva allora quel lord Palmerston, che per ineffabile stranezza di alcuni, fu rappresentato eccitatore e fautore di rivoluzioni. Al quale per altro debbono avere grande obligo gl’Inglesi, essendo riuscito a fare apparire la loro nazione favoreggistrice e proteggitrice delle libertà dei popoli, quando a tutt’altro attese; se pure non sia chi pensi che i popoli possano avere libertà nell’interno, senza averla prima acquistata fuori, e che acquistar la si possa fuori senza che le nazioni abbiano facoltà di ricomporsi, non conforme a’ trattati delle corti, ma sì conforme alla loro naturale volontà.

Era per tanto da credere, che i detti ritegni diplomatici, posti da una potenza come l'Inghilterra, che aveva acquistato ne’ movimenti italiani grandissima autorità, dovessero non poco valere sull’animo d’un principe, che in quella guerra o vinta o perduta non vedeva che danno per sé: conciossiaché dove le armi italiane avessero tocca la sconfitta, non meno degli altri avrebbe dovuto risentirne i calamitosi effetti; e quando la vittoria avessino riportata, l'onore principale e l'utile sarebbero stati di Carlo Alberto. E forse doveva anco girargli nella mente il pensiero, ancor più acerbo, che, espulso il dominio austriaco dall’Italia, facilmente sarebbesi venuto all’opera di darle unità

di stato: e dove un re s’avesse dovuto scegliere dalla nazione, non sarebbe stato lui, ma sì bene lo stesso Carlo Alberto, che più pronto e spontaneo a fare l'impresa di scacciare il nemico si era dimostrato. In vero, considerando la condizione e natura di Ferdinando di Napoli, è da confessare che rifiutando di gittarsi poderosamente a sostenere la guerra italiana, non era tanto colpevole quanto si è voluto rappresentare. Dicono, che per indurlo a mandare quelle poche milizie e fare que’ bandi che abbiamo detto, usassero i ministri la stessa gelosia che gli si era accesa nell’animo verso Carlo Alberto, e facevalo sopra ogni altra cosa ritroso alla impresa: rappresentandogli che avendo il re sardo disegni di aggrandirsi e ingoiare l’altrui, uopo era non lasciarlo solo signore della guerra; e stava bene a lui di occupare il paese veneto, e con ciò bilanciare l'impresa, e divider la vittoria. E veramente questo era il miglior partito a cui allora Ferdinando avesse potuto appigliarsi; il quale non solo avrebbe messo lui nel caso di soddisfare alla giusta ambizione di non restare inferiore a Carlo Alberto ne’ vantaggi della vittoria, ma avrebbe per avventura messo noi nel caso che quella vittoria cotanto necessaria non ci fallisse.

Ma come la parte dei desiderosi di libertà viveva in sospetto dell’animo suo, così egli con diffidenza tutto ciò che essi gli suggerivano accoglieva. Né giammai seppe indursi ad abbracciare la causa italiana con sincero e deliberato animo di vederla trionfare; e solo per forza, e per timore di novelli tumulti interni, fece partire una scarsa porzione del suo esercito, con ordini ambigui e simulati e diretti a farla retrocedere quando le ordite trame avessero prodotto il desiderato effetto: forse non ignorando essere vicino il papa a fare quella solenne e tanto funesta dichiarazione contro la guerra, di cui fra poco ci accadrà favellare. Egli è certo ed importante a notare, che mentre il re nelle altre faccende di governo lasciava piena facoltà di operare a’ ministri, negli ordini della milizia voleva sempre a sé stesso serbare intatto l'arbitrio: e ad esercitarlo spacciatamente eragli mezzo quasi legittimo la istituzione improvvidamente conservata del cosi detto comando generale; per la cui via, anzi che per quella del ministro mallevadore delle cose della guerra, disponeva quanto a lui fosse piaciuto. Così il modo della spedizione per Lombardia, cioè la scelta de’ capi, la composizione de’ reggimenti, e le opportune ingiunzioni, fu tutto opera sua: in vano dolendosi il general Pepe (imbarcatosi innanzi, e giunto a Ferrara), ch'ei nulla sapesse degli ordini delle milizie da lui capitanate: non essendogli né pure venuto fatto di passarle tutte in rassegna. Solamente fu saputo che dovevano partire a vari corpi per la via degli Abruzzi e delle Marche, scusandosi i ministri, che di questo lento provvedimento, chiamato con frase moderna a scaglioni, era causa il papa che a questa condizione ne aveva voluto consentire il passaggio ne’ suoi stati; dopo che, essendo stato pregato di farle sbarcare in Ancona, e permettere che questa città o Bologna fosse fatta pianta di movimenti militari, o almeno vi si potesse mantenere una guarnigione, ricusò. Se bene il conoscere per l'appunto quanto di vero fosse in quelle richieste e intelligenze fra la corte di Napoli e quella di Roma, non è facile: apparendo al publico quel che non sempre in effetto era; per essere tanto in Roma quanto in Napoli un doppio governo, l’uno palese, l’altro nascoso e fra di loro nemici; e mentre i direttori de’ governi palesi più o meno desiderosi della libertà d’Italia trattavano in un modo, i maneggiatori de’ governi nascosti, che avevano consulta nel segreto delle corti, trattavano in un altro, e sovente sventavano, e sempre intorbidavano le cose proposte o risolute da’ primi. Al che principalmente è da attribuire che mai non si venisse a capo della lega: essendoci noto, che mentre i consiglieri publici della corte di Napoli mandavano subito in Roma quattro oratori, i due principi di Colombrano e di Leporano, e i due cittadini Gamboa e di Lieto, per trattare co’ rappresentanti degli altri stati d’Italia, i consiglieri privati, che s’appiattavano nella reggia, mandavano più tardi persone autorevoli a maneggiare una lega contro il Piemonte. La cui corte d’altra parte è sempre da accusare per non avere usato l’occasione che di stringere la sopraddetta lega gli porgevano di continuo i ministri palesi degli altri stati italiani: e in vece col tergiversare e mandare a vuoto le pratiche, e rispondere vagamente, che tutti bisognava combattere, e poi pensare a trattati, dava il destro perché i ministri nascosti nel loro intento riuscissero. I quali ad arte divulgavano: «non essere giusto che il re di Napoli mandi le sue genti senza conoscere le condizioni; doverne lui rendere stretto conto alla nazione, che in fine dà gli uomini e i tesori, né la nazione poter consentire che si sopportino le gravezze d’una guerra, senza alcun vantaggio nella vittoria.» E intanto ogni dì più si accrescevano i sospetti d’ogni principe italiano inverso Carlo Alberto; e in Napoli anco nella stessa parte cittadinesca si formò la opinione che Ferdinando non avesse ogni torto di mostrarsi ritroso a mandar soldati in Lombardia. In somma non si potrebbe mai dire abbastanza quanto grave e funesto errore fosse quello de’ rettori piemontesi a non procacciare la subita conclusione della lega; che dove altro male non avessero fatto, non fu piccolo quello di rendere in certo modo giustificabili le diffidenze degli altri principi, e le infauste risoluzioni del re di Napoli e del papa.

Accrescevano in oltre il mal umore de’ principi le interne e continue tumultuazioni delle città: dove ora con un pretesto, e ora con un altro il popolo si assembrava, schiamazzava, e la gente, avvezza all’antica quiete de’ sepolcri, fortemente spauriva. Grande occasione di clamori fu per tutto l’atterramento dello stemma austriaco; che tratto per le vie dal popolo, era bruciato e le ceneri sparse fra’ gridori e imprecazioni alla casa d’Austria. Similmente vedovasi bruciare in effigie il principe di Metternich, e il general Radetzky pure in figura ricevere grandi sfregi. Né mancavano qua e là insulti a coloro che si reputavano partigiani o servitori della corte imperiale: credendo alcuni con questi atti, più da fanciulli che da uomini di vendicarsi del comune e odiato avversario; quando altra vendetta di lui non era da fare, che di essere concordi e savi per condurci a cacciarlo della Italia; oltrediché davano motivo ai paurosi d’ogni più piccolo rumore a prendere in avversione la novella libertà, e a’ nemici di questa libertà occasione di calunniarla. Egli è vero che a siffatti disordini avrebbono potuto e dovuto facilmente ovviare i capi de’ governi col fare che fosse tolto agli occhi del publico ogni memoria della troppo odiata dominazione austriaca: dovendosi essi bene aspettare che il popolo in quel primo inebriamento sarebbe corso agli oltraggi e alle violenze. Egli è doloroso e altresì tedioso dover continuare a dire, che la nessuna provvidenza de’ ministeri costituzionali da una parte, e la soverchia intemperanza de’ movitori de’ popoli dall’altra, guastavano il buono andamento alle cose d’Italia. Dopo le dette dimostrazioni s’inducevano finalmente le corti italiane, eccetto il papa, a dar licenza a’ diversi rappresentanti della casa d’Austria, e a richiamare i propri che in Vienna dimoravano. Occasione pure a lamenti era che in Parma seguitasse a regnare Carlo Lodovico; e la reggenza non si vergognasse a governare in nome di lui. A forza di dire, questa reggenza finalmente si depose, e quel che fece strabiliare, fu l’avere il duca publicato un bando, col quale, dichiarando di mettere lo stato sotto la tutela e protezione di Carlo Alberto, dava autorità all’anzianato di creare un governo temporaneo; i cui membri furono quei medesimi che avevano tenuta la reggenza: il Sanvitale, il Cantelli, il Pellegrini, il Maestri, e il de' Castagnola, coll’aggiunta d’altri due. E dopo alcuni giorni lo sciagurato principe se ne partiva, lasciando di se più dispregio che odio. Fra le prime cose del novello governo, fu di mandare al campo del re la massima parte della milizia parmense, con dugento militi volontari sortiti dalla guardia cittadina. Dava in oltre pretesto al romoreggiare ne’ giornali e nelle piazze il continuato indugio della legge punitrice dei delitti commessi colla stampa, e quindi l’annullamento di fatto della censura; la quale benché operasse come se non vi fosse stata, tuttavia era divenuta insopportabile dopo tanto rumore di libertà. Primi a darla in luce furono i rettori piemontesi; e parve allora segnalato beneficio l’esempio introdotto, che delle colpe commesse collo scrivere a stampa, dovessino essere giudici gli stessi cittadini, opportunamenti eletti a questo ufficio, e chiamati con vocabolo straniero giurati.

Ma nulla più in que’ giorni tornò funesto alla causa italiana. quanto la risoluzione ultima presa da’ Siciliani nel dichiarare per sempre casso dal trono di Sicilia il re di Napoli; imperocché, mentre essi non poterono per le cose sopraggiunte dipoi sostenerla come faceva di bisogno, porsero al detto re un gran pretesto per andare a rilento a mandar genti in Lombardia. Né fìa inutile qui di questo fatto gravissimo notare i particolari. Il di 25 marzo era stato cominciato il parlamento siciliano con gran solennità e allegrezza ineffabile di tutto il popolo. Il buon Ruggiero Settimo aveva letto lungo discorso, e renduto conto degli atti del comitato generale, da lui presieduto. Prime deliberazioni non furono la cassazione del Borbone, come forse dopo le proteste della corte napoletana e le parole di lord Minto, si sarebbe aspettato; o che ancora non fossero ben d’accordo nel modo di fare sì grave e importante decreto, o volessero ancora alquanti giorni lasciare a Ferdinando per sottrarsi a questa onta. Si occuparono in vece nel fare alcune leggi e provvedimenti interni. Fra’ quali di creare un governo temporaneo, dacché il comitato generale aveva deposto i suoi poteri. Il quale si compose d’un presidente e di sei ministri: il primo eletto dal parlamento; i secondi dal presidente; l'uno e gli altri tenuti de’ loro atti, con le facoltà attribuite alla podestà esecutiva dallo statuto del 1812, eccetto quelle di negare approvazione a decreti delle assemblee, scioglierle o aggiornarle o prorogarle, annunciar guerra o stringer pace o altro trattato con potenza straniera stipulare, senza intelligenza e ratifica dello stesso parlamento. Era in fondo una imagine di republiche moderne; non mancando che il nome e la stabilità. Fu eletto presidente con unanime voto lo stesso Ruggiero Settimo: sì da’ monarchici e sì da’ republicani venerato per la sua invariabile probità; ed egli elesse ministri sopra gli affari stranieri Mariano Stabile; per la guerra il barone Riso; per l’erario Michele Amari; per le faccende interne Pasquale Calvi; per gli studi e lavori publici il principe di Butera; e per la grazia e giustizia l'avvocato Gaetano Pisano; non volendo la piccola Sicilia (che non seppe o non potè crearsi un esercito per la difesa esterna) esser da meno de’ grandissimi regni nel numero de’ ministeri: a ciò indotta non solo da vanità, ma da bisogno di satisfare a molte ambizioni: che appena posate le armi si svegliarono e andarono sempre crescendo, quasi conseguenza del rivolgimento: conciossiaché quanti si credevano di averlo promosso, volevano una ricompensa negli uffici. La qual cupidità (più tosto smisurata che grande in quell’anno 48, per l’indole avara del secolo) se fu piaga mortifera ovunque si fece mutamento, ancor più invelenì in Sicilia: dove, essendo state chiamate in principio a sostenere la ribellione genti d’ogni fatta (e fino vi si mescolarono malfattori scatenati a caso o ad arte dalle prigioni) non era però da lasciarle senza guiderdone; tanto più che la maggior parte rimanendo in arme avevano costretto i diversi comitati a largheggiare in modo nel conferir gradi e onori, che non bastando quelli che v’erano, fu mestieri di leggi per crearne de’ nuovi; massime nella milizia; e nel tempo che questa (divisa in isquadre per la difesa. esterna e in guardie municipali per la sicurezza interna) si empiva di uomini malvagi e rotti alla licenza, ebbe tanti colonnelli e capitani da quasi il numero de’ soldati superare. I quali, non avendo dalla presunzione in fuori altra qualità militare, fecero, che proffertisi di servire la patria uomini pro e nel mestier delle armi esercitati, come i generali Statella e il general Stati, furono tumultuariamente rigettati, sotto pretesto che avevano servito il Borbone; e a fatica fu tollerato ministro delle cose della guerra il marchese Paterno.

Feroce adunque era la gara degli uffici, né gli uomini del governo temporaneo che erano i medesimi che avevano composto il comitato generale, ebbero coraggio né potenza di togliere quel che pochi dì innanzi era stato largito: e l’abuso continuò, con doppio e crescente dannaggio del comune: perché da una parte il danaio dato generosamente dai privati, per i provvedimenti della difesa esterna, sparnazzavasi nel saziare l’avarizia interna, e dall’altra era fomite a turbolenze. ché se bene aumentati fossero gli uffici e ingrossati i salari, tuttavia era impossibile che non restassero sempre alquante voglie non isbramate; e costoro per dispetto o per aprirsi altra via agli onori e agli uffici, gittavansi nelle congreghe col nome di republicani a sommovere il popolo, vituperare il governo, suscitare discordie. E se il dir di tutti non sarebbe né facile né importante, non parmi da tacere di uno troppo noto, e non ultima parte delle siciliane miserie. Questi era il barone Ferdinando Malvica siciliano: non senza ingegno né studi, ma d’animo reo e voltabile. Aveva egli fin dal 4 837 mostrato di desiderare la libertà: poi, vedendo che la libertà non fruttava che pene e martori, cercò e riuscì ad ottenere dalla corte di Napoli un ufficio al di qua del Faro. Seguita la rivoluzione del 1848, mal tollerandosi in Napoli Siciliani di qualunque opinione fossero, o ch’ei sperasse di carpire in patria maggiore ufficio, tornò a Palermo: dove istituì col favore di alcuni suoi parenti, fatti improvvisamente colonnelli, un conciliabolo, predicando e divulgando idee democratiche republicane. Le quali se bene non trovassero accoglienza (eccetto che in pochi, che per errore d’intelletto o per soperchianza di affetto, la republica vagheggiavano) tuttavia servivano a mantenere una grande agitazione publica, e indebolire per modo l’autorità del governo da non bastare più né all’esterne né alle interne provvisioni.

Nè il ministero trovava meno cagioni d’indebolirsi nello stesso parlamento: dove tutti gli smoderati, e insiememente tutti gli ambiziosi di potenza, gli erano contrari. Una delle prime dispute dell’assemblea de’ comuni (quasi di cose più gravi non fosse stato da trattare] fu se i ministri dovevano aver voto nelle deliberazioni. In tutti gli altri paesi di costituzione, grandi e piccoli, a torto o a ragione, l’avevano; ma il parlamento siciliano stanziò che non dovessero averlo. Di che offesi alcuni di essi, fra’ quali Stabile, Amari e Botera chiesero licenza, dissenziente il Calvi, forse per persuasione o forse anco per essere poco amico allo Stabile, quantunque collega. E se i più moderati, interponendo l'opera loro, riescirono a impedire quello scandalo di mutar ministero, quasi subito dopo composto, e in un momento di tanta gravità, non poterono schivare eh(1) esso non apparisse ognor più fievole, eziandio per i segni di nimicizia manifestatisi fra gli stessi uomini che lo componevano; e che più tardi dovevano in aperta discordia convertirsi.

Altre proposte, come la restituzione del porto franco alla città di Messina, furono fatte in parlamento, e fra le grida di popolo assembrato nelle logge, discusse e cangiate in leggi. A dì 7 aprile nell’assemblea de’ comuni Giuseppe La Farina propose, che tutte le statue di bronzo ritraenti i passati re di Sicilia si fondessero e convertissero in cannoni. La qual proposta essendo stata con pienezza di voti e festeggiamenti delle tribune popolari approvata, ebbevi pure un altro, che volendo come interviene, andare più oltre, propose che insieme colle statue si fondessero anche le campane. E poi che l’altra assemblea de’ Pari indugiava a consentire quel che subito aveva deliberato l’assemblea de’ comuni, non per rispetto alle statue dei re, ma per amore alle campane, il popolo palermitano, già sbrigliato per gli scritti de’ giornali e più pe’ discorsi de’ conciliaboli, senza aspettare che la legge fosse vinta da tutto il parlamento, corse di notte a fracassare quante statue vedeva di bronzo o di marmo, non rispettando che quella eretta in piazza Vigliena a Carlo V; quasi egli fosse stato meno tiranno degli altri: se pure non lo ritenne la bellezza dell’arte, maggiore che nelle altre.

Questo moto fu come prenunzio all’atto del parlamento del dì 13, che dichiarava cassato re Ferdinando. La qual risoluzione a determinare o accelerare non poco contribuì vedere che dalla cittadella di Messina, sola rimasta in potere de’ regi, si continuasse a gittar bombe in città; e gridavano i Siciliani: Ecco i ministri liberali peggiori dei tiranneschi; ma essi alla croce di Dio s’ingannano: e non vogliamo più sapere né di re, né di confederazione, né di accordi, ma sì vogliamo che la terra nostra abbia lo intero frutto, acquistato col pregio del sangue. E guai allora a chi avesse fatto trapelare la menoma inclinazione al regno di Ferdinando in Sicilia, ancorché accompagnato da parlamento, governo e milizia a parte. Que’ medesimi che accettato lo avrebbero, dovevano celarsi: e nelle tre principali città dell’isola, Palermo, Messina e Catania, la gente ammutinata gridava in piazza: fuori i Borboni: guerra a’ Borboni; morte a Ferdinando bombardatore: soprannome che gli rimase per malo servigio di que’ consiglieri che lo spingevano a questo eccesso di codarda barbarie de’ nostri tempi chiamati civili. Fece traboccare il sacco, essersi conosciuto, che il re nell’inviare quattro commessari a Roma per la lega italiana, li dichiarasse rappresentatori del regno unito delle due Sicilie; parendo alle stemperate fantasie de’ Siculi, che ciò indicasse un volerli sempre considerare provincia napoletana. Laonde era non meno con pericolo il più temporeggiare che il risolvere male. Già da qualche mese in assemblee private erano andati preparandosi alla fatale deliberazione; e se bene v’avesse pure che, non istimando prudente romperla del tutto con Ferdinando, avrebbono voluto procacciare un accomodamento con lui, pel quale dovesse al suo figliuolo rinunziare la corona di Sicilia, pure non s’attentavano di manifestare questa loro opinione; massime dopo che lord Minto, ancora di questo ufficio richiesto, aveva scritto che non era da usarlo efficacemente. Per la qual cosa, essendo ai più avviso, che la signoria napoletana, libera o dispotica, con costituzione o senza, sarebbe stata per la Sicilia sempre la stessa, appena la mattina del 13 aprile fu in parlamento proposta la sua cassazione, quasi senza disputa e con pienezza di suffragi fu vinta.

Più tosto diè occasione a disputa, se nel medesimo tempo si avesse dovuto dichiarare la forma del governo, o se fosse stato più conveniente aspettare. Vogliosi di republica, o non ve ne avea, o era sì scarso il numero che non potevano sperar mai di prevalere. Nell’assemblea dei deputati rappresentavali in principio Giuseppe La Farina. Il quale, partito di Sicilia l’anno 1837 e condottosi in Toscana, avendo qui per lo facile scrivere, e imaginoso ingegno, e aspetto piacevole trovato grazia, facilmente si collegò con uomini stati clienti della giovine Italia: e al cominciare del commovimento italiano del 1847, allargatasi la censura per gli scritti, e permessi i giornali politici, diè subito mano a quelli, e contribuì grandemente ad accendere nel volgo desiderii mal definiti di novità; non senza altresì adoperare la pronta parola negli allora frequenti raguni popoleschi. Saputo la rivoluzione di Palermo, e la vittoria riportata, tornò in patria imbevuto d’idee republicane, sperando di farle trionfare per la fama che gli onori di fuori gli avevano acquistato. Ma trovò la sua patria mal disposta a republica: e in vece desiderosa di monarchia temperata da costituzione d’indole inglese; quantunque non mancasse chi pure avrebbe accettato la republica, se le cose di Italia e di Europa ve l’avessero necessariamente portata. a’ quali i pochi republicani s’accostarono con fine di trarli dalla loro, con renderli persuasi che era conveniente e prudente non dichiararsi circa la forma del governo, e seguitare a reggersi temporaneamente, non potendosi presagire dove andrebbono a riuscire le cose, dopo i fatti di Francia e di Alemagna. Ma l’altra parte che temeva di republica, e che di mala voglia l’avrebbe presa in qualunque evento, faceva maggior ressa, che si pronunziasse la forma del governo, allegando che i Siciliani, mentre per questa via facevano tranquilli gli altri principi d’Italia, e specialmente quello di Piemonte, che doveva combattere in Lombardia la causa della comune e suprema libertà, non davano sospetto che volessero col loro esempio farsi di rovesciamenti di troni eccitatori. Le quali considerazioni parendo altresì buone a quelli, che, quasi stando nel mezzo, erano indifferenti per luna o per l’altra forma, guardando più al caso della opportunità, che alla massima, fu come via di conciliazione stanziato, che si pronunziasse monarchico il governo di Sicilia, e italiano il principe, ma da chiamarsi al trono dopo che il parlamento avesse formato lo statuto, mercé del quale dovesse regnare; argomentando siffatti conciliatori di ovviare in tal modo a tutti gl’inconvenienti, è quasi a tutte le opinioni soddisfare: perché la dichiarazione della forma del governo e della qualità del principe pareva dovesse acquetare quelli che temevano di republica, e il non doversi d’altra parte eleggere il principe se non quando fossestato approvato lo statuto, dovesse lasciare sempre aperto il campo a revocare senza difficoltà il decreto, se gli avvenimenti italiani o europei ponessero i Siciliani nella necessità di rendersi republicani. Adunque il decreto fu vinto e promulgato in questa forma. Il parlamento siciliano dichiara Ferdinando Borbone e la sua stirpe per sempre cassi dal trono di Sicilia. La quale si reggerà a governo costituzionale, e chiamerà al trono un principe italiano dopo avere formato il suo Statuto. Ma avvenne quel che per l’ordinario interviene quando mezzane vie si tengono; le quali, non facendo il bene desiderato, conducono al male che si voleva sfuggire; perciocché i republicani continuando a star uniti con quelli che accettato avrebbono la republica, se una grande necessità l’avesse recata, riuscirono a far si che la formazione e deputazione dello statuto andasse sì in lungo, che a un temporaggiamento stabilito equivalesse: sempre costoro con quelle loro smisurate e non vincibili illusioni aspettando che i fati, che si preparavano a restituirci l’estremo servaggio, ci ammannassero l’ultima libertà. E intanto lo stato di Sicilia, dimorando o parendo che dimorasse nel transitorio, e quindi rifiutando tutte l’altre corti di riconoscerlo, iva indebolendosi nel tempo che aveva tanto maggior bisogno di fortificarsi, quanto non poteva che tornargli funesto l'affidarsi alle protezioni straniere, se il re di Napoli l'avesse con altre e più ordinate forze assalito. .

Egli è vero d’altra parte che difficil cosa era in que’ momenti la scelta del re. Gl’inglesi che facevano gran premura perché i Siciliani venissero a questa risoluzione, promettendo che avrebbero riconosciuto e difeso il loro governo, fu detto che indirettamente suggerissero il secondogenito di Carlo Alberto, duca di Genova. I Francesi in vece gelosi che i Siciliani già troppo inclinati ad amare la Gran Brettagna, eleggendo un re da questa potenza proposto, non si rendessero ognor più ligi, vogliono che indicassero altro candidato nella persona del figliuolo del granduca di Toscana. Vi aveva pure agenti bonapartiani, che si travagliavano per la elezione di Luigi Bonaparte; ma per costui era piccolo e quasi nullo il favore; di sorte che i Siciliani si trovarono in sì trista condizione, che,indugiando a eleggere il re, davano alle potenze un pretesto di non riconoscere il loro stato, ed eleggendolo, accendevano sempre più la gelosia e la discordia fra la corte di Napoli e quella di Piemonte con danno di tutta Italia. Non si potrebbe dire a parole come la deliberazione del parlamento che il regno di Ferdinando annullava, fosse da tutto ’l popolo siciliano festeggiata e messa in cielo. Era più tosto una ebrietà che una gioia; non essendo città né comunello, né villaggio o borgata a cui non giungesse lieto e desiderato quell'annunzio, da dimostrare tutto 'l maggiore odio che mai popolo possa nutrire contro un re. Il quale alla sua volta non metteva tempo in mezzo a protestare contro l’atto ribelle, dichiarandolo illegittimo e di niun valore. Torniamo ora ne' campi della guerra lombarda.

Se Carlo Alberto avesse meglio usato de' successi avuti nei primi giorni di aprile sui ponti di Goito, Monzambano, e Valeggio, come avrebbe fatto un più abile e pronto capitano, forse poteva mettersi in sulla via di ottenere con piccole forze vantaggi grandissimi; conciossiaché detti successi avessero per forma accresciuto lo scoramento degli Austriaci, che io non so se più essi allora disperavano della vittoria, o se più noi di averla in pugno ci rendevamo certi. E lasciando dall'un de’ lati altre testimonianze della disperazione austriaca, giova ricordare quella del conte Hartig, mandato subito commessario in Italia con piena facoltà di trattare ad ogni modo la pace; e costui di Gorizia il giorno 49 aprile a nome dell'imperatore indirizzava a' popoli del regno lombardo-veneto straordinarie parole di amore e di conciliazione, assicurandoli che tutte le libertà desiderate avrebbero ottenuto, e nessuna traccia più del passato reggimento sarebbe rimasta. L'amministrazione, diceva loro, sotto la superiorità dello stato sarà, a voi stessi affidata; le leggi sotto la vostra autorità si formeranno; lo scrivere a stampa sarà libero; saranno alleviate specialmente quelle gravezze che più la gente bisognosa affliggono; e conchiudeva: non sarebbe egli imprudenza voler acquistare colle armi quello che potete senza gli orrori della guerra ottenere?

Ma ancor più di questo mansueto editto dell’Hartig, testimoniarono allora la costernazione degli Austriaci le prolungate pratiche e proposte di accordo fatte dalla diplomazia britanna. La quale, non avendo potuto impedire che la guerra non si accendesse, e che i principi d’Italia non mandassero genti, cominciò travagliarsi, perché almeno una tregua si facesse, da aprir la via ad una pace formale. Al che, oltre al desiderio che l'imperatore non rimanesse affatto spossessato delle provincie italiane, era stimolata da speciale gelosia verso i Francesi, aumentata in que’ giorni per lo adunamento fatto sulle Alpi di milizie sotto il comando del generale Oudinot; e quantunque la corte inglese fosse assicurata dal ministro della republica Lamartine, che i Francesi non avrebbero fatto alcun movimento in soccorso degl’Italiani, e soltanto per cautela e osservazione in tanta bizzarria di avvenimenti avevano formato quel campo (e in queste protestazioni era sincero Lamartine quanto era subdolo allorché ci prometteva sostegno), pur tuttavia non si affidava e tranquillava per modo, che non vivesse sempre in sospizione della francese volubilità; e volgevasi coi mezzo de’ suoi rappresentanti sì alla corte austriaca, e sì alla piemontese per metterle egualmente in dubbio e paura di quell’apparato di Francesi in sull’alpi, affine d’indurle più di leggieri a condizioni di concordia: e in effetto colla prima non si adoperava in vano, fino a ricevere commessione di trattare la pace come più innanzi diremo. Onde tutto addimostrava a Carlo Alberto, che i nemici erano in grande sgomento, e che per vincerli bisognava da questo sgomento trarre quella maggior forza, che a lui non davano né le sue milizie valorose, ma scarse e poco esercitate, né quelle degli altri stati, ancor più scarse, ancor meno esercitate, e soprappiù dipendenti da principi che quella impresa di mala voglia secondavano. Infine come era sommamente vantaggioso per Radetzky lo indugiare e allungare, così non da altro Carlo Alberto poteva avere utilità, che dal far presto; e in cambio proseguì la guerra con la stessa tardità, con cui l’aveva cominciata, aggiungendosi la ignoranza de’ luoghi pei quali s’avanzava, senza che trovasse spie accorte e fide, quasi fosse in paese nemico. Il quale infortunio, oltre alla indifferenza (se pure non si debba chiamare contrarietà) degli abitatori delle campagne per una guerra, di cui non vedevano che i danni presenti, né sapevano o non volevano apprezzare i vantaggi futuri, è da attribuire eziandio al terrore che alcune vendette atrocissime fatte dagli Austriaci avevano loro inspirato; e particolarmente dovette assai spaurirli il caso di Castelnovo, che per avere accolto dentro una squadra di militi volontari proveniente da Salò, fu crudelmente bruciato, e più crudelmente perseguitati i miseri terrazzani che lo incendio fuggivano; de’ quali trovo scritto che non meno di quattrocento perissero.

Adunque, sondo Carlo Alberto padrone de’ ponti del Mincio, anzi che passare il fiume, e affrontare risolutamente il nemico (che, lungi dal contrastargli quel passo, cansava di venire con esso lui a giornata, o perché non si fosse ancora del tutto dal primo sbigottimento riavuto, o che volesse maggiormente rafforzarsi) sfavasene incerto, non giudicando le sue forze per ancora a tanta risoluzione sufficienti. Alcuni falsi ragguagli ricevuti di Peschiera, che gli avevano fatto credere trovarsi quella rocca sfornita di presidio, lo indussero a tentare di assalirla. Siede Peschiera sulla punta del lago di Garda, a mezzogiorno, da dove sbocca il fiume del Mincio. Ha la forma d’un pentagono. Varie fortificazioni la difendono, fra le quali primeggia quella di S. Salvi verso Brescia, e l’altra detta di Mandelli, dalla parte di Verona. Accrescono gagliardemente la sua difesa le acque del Mincio che l’attraversano e circondano. Poco più di mille sono i suoi abitanti. Carlo Alberto, fatto costruire quattro piccoli steccati sulle alture, che dalla riva sinistra del Mincio la signoreggiano, il dì 4 3 di aprile cominciò a travagliarla colle artiglierie; al che fortemente resistendo gli Austriaci, dopo alcune ore di battaglia, mandò a richiedere il generale Rath, comandante della rocca, perché si arrendesse, e avendo quello rigettato la strana proposta, e veggendo il re com’ era stato ingannato, e come gli bisognasse di maggiori forze per impadronirsi di una città, tutt’altro che sprovveduta di difesa, deliberò di ritirarsi, lasciando una brigata che da quella parte la campeggiasse. E non ostante la cattiva prova fatta a Peschiera, il re dopo alcuni giorni, su certe informazioni venutegli da Modena, che avrebbe potuto disporre delle sue artiglierie d’assedio stanziate a Brescello, volle fare un esperimento contro Mantova, che ancor più infelice dell'altro successe. Noto è per le istorie quanto di fatiche e di perdite sia costato a poderosi eserciti in altre guerre questa formidabile rocca, dal cui acquisto depende il poter le rive del Po signoreggiare; ma per voltarsi così presto alla espugnazione di Mantova (che se fosse avvenuta, certamente avrebbe dato a Carlo Alberto immensi vantaggi di guerra com’ ei avvisava) era mestieri che avesse avuto quattro volte più di forze: conciossiaché le non molte che aveva, fosse costretto a distendere in una lunghezza sterminata, e quindi assottigliarle e indebolirle per un pronto e sicuro rinforzo sull'Adige, dove veramente allora stava la maggiore e risolutiva potenza della guerra. Sperando il re di cogliere all’improvviso quelle milizie, che uscendo di Mantova per provvedersi di vettovaglia, danneggiavano le circostanti campagne fino a Rivalta e alle Grazie, il dì 29, dopo aver le brigate dette di Aosta, Cuneo e Casale rinforzate, sotto gli ordini del general Bava le spingeva contro le prime guardie nemiche, che di fronte e di fianco furono attaccate. Ma gli Austriaci che avevano migliori e più fedeli spie, conosciuto il movimento delle genti piemontesi, s'erano ritirati e ben apparecchiati dentro Mantova, lasciando che i feritori piemontesi s'approssimassero a brevissima distanza sotto la fortezza; e allora cominciò un tirare assai gagliardo quanto inaspettato, che li costrinse a ritirarsi, e nella ritirata a sostenere un combattimento, che a un tempo fu testimonianza del valore dei nostri, e del loro inganno nel credere il nemico più scorato che non era, e le popolazioni lombarde disposte ad aiutare la guerra contro di esso. Anzi fu allora veramente, conforme nota il general Bava, che si esperimentò con dolore come gli uomini del contado più tosto alla parte dei Tedeschi, che a quella degl'italiani inclinavano. Pestifera conseguenza di tanti anni di dominazione straniera, e più pestifera conseguenza delle nostre non mai cessate divisioni. Pure ancora con questo ostacolo di aver contrari o non favorevoli tutti gli uomini delle campagne, e gran parte degli uomini delle città, poteva esser vinta la guerra, se fosse stata meglio condotta, e se le improntezze popolari non avessero porto a’ nemici della libertà d’Italia il destro di usare le arti della fraudo con pari o maggiore vantaggio, che non usavano quelle della guerra. Il giorno 26 aprile fu deliberato finalmente da Carlo Alberto di compire il passaggio del Mincio; e poiché dopo quel fatto cominciò veramente la guerra, panni da dar conto delle condizioni speciali sì dell’esercito italiano, e sì dell’esercito austriaco, raccogliendo le cose che sparsamente ho notato del primo ne’ particolari luoghi, e altre aggiungendone di non minore importanza.

Le milizie piemontesi fra le prime entrate in Lombardia, e quelle giunte poi, si ragguagliavano a circa sessantamila uomini, formanti un primo e secondo corpo, e una parte destinata alla riscossa. Il primo corpo era comandato dal general Bava, il secondo dal generale Sonnaz, e per la riscossa aveva il comando il duca di Savoia primogenito del re. I Toscani comandati dal general d’Arco Ferrari, fra volontari, milizia ferma, e un reggimento di Napoletani, erano seimila novecento cinquanta. I Parmigiani e i Piacentini avevano mandato fra volontari e soldati stanziali mille e secento settanta uomini, e altrettanti erano venuti di Modena. In oltre, diciassette mila pontifica avevano passato il Pò sotto gli ordini del general Giovanni Durando, e da Napoli erano in cammino quindicimila uomini capitanati dal general Guglielmo Pepe. Finalmente un quattro e più mila volontari lombardi dimoravano nel Tirolo; e nel Veneziano eransi formate diverse bande più o meno numerose.

Ora è da dire dell’indole particolare di questi eserciti. Il meglio anzi il sodo e per disciplina e per numero e per valore era senza dubbio ne’ Piemontesi; e tuttavia ancora l’ordinamento dell’esercito piemontese aveva difetti che alla prima occasione dovevano manifestarsi. E soprattutto il modo delle descrizioni de’ fanti, che pur sono il nerbo degli eserciti, fatto a similitudine di quello di Prussia, avevano per pessimo alcuni odierni maestri dell’arte della guerra, parendo loro che i soldati, i quali hanno l’obligo assai prolungato di servire sedici anni, e nel tempo stesso non dimorano in esercizio più di quattordici mesi, tornando per lo rimanente tempo alle loro case, e spesso togliendo moglie, perdono le disposizioni alle fatiche e a’ pericoli della vita militare: senza dire che non possono mai ridursi a quella severa disciplina che voglion? le milizie. Il che non crediamo; parendoci anzi che a fare un paese valevolmente armigero, senza ridurlo ad un campo di soldati (che è il maggior flagello delle città), non vi sia altra via che quella di fare le descrizioni per lungo tempo, e molto estese, e insiememente tenere i descritti il minor tempo che si può sotto le armi, sì perché il tesoro publico non sia inutilmente impoverito, e sì perché al sostegno dello famiglie e alla prosperità dell’agricoltura e della industria non sieno tolti senza necessità lungamente gli uomini. Né da questo ordinamento sarebbe a temere non buona disciplina, anzi tanto più morale e civile si otterrebbe quanto che invece di militi imbestiati nell’ozio delle guarnigioni, e ridotti a stupide mandrie dalla verga de’ capitani, uscirebbero soldati, che, non lasciando del tutto le consuetudini della famiglia, sentirebbero meglio, non quel falso onore di obbedire ciecamente a qualunque tirannide, ma bensì l’onor vero di difendere la patria. Ma perché detto modo torni profittevole; si richiedono ordini appropriati: che non erano nella milizia piemontese: dove fra 1’altre cose era difetto lasciare senza continuati esercizi quelli che nelle loro case lungamente dimoravano a disposizione del principe, e più ancora era difettuosa la formazione di ciò che modernamente chiamasi quadri; sì perché tornava confuso il passare dalla condizione di pace a quella di guerra, e sì perché per una compagnia composta di 200 uomini eran pochi quattro soli graduati. In oltre non era il maggior male che la fanteria piemontese non fosse sì perfetta come alcuni desideravano (e in fine assai migliore si mostrò di quelle delle altre milizie italiane, se bene fatte con la descrizione di tenere gli uomini sotto le armi per cinque o sei anni continui), ma il maggior male consisteva in queste tre cose: che una gran parte di que’ descritti erano troppo giovani, e affatto nuovi agli esercizi della guerra, e bisognava altro buon tempo fosse passato prima che bene addestrati e pazienti alle fatiche addivenissero; in oltre in tutto lo esercito non era quella proporzione di forze d’arma diversa che è necessaria; essendo la cavalleria, comecché ben ordinata, assai scarsa e l'artiglieria abbastanza provveduta, e valentemente ammaestrata per gli usi delle battaglie in campo, ma affatto insufficiente per lo espugnamento delle fortezze. Finalmente, e ciò forse era il supremo de' mali, la mancanza di buoni capitani superiori; conciossiaché quello che nella moderna milizia chiamasi stato maggiore, dove dimora la suprema autorità de’ consigli per le cose della guerra, annoverava uomini né a bastanza intendenti, né sinceramente desiderosi della libertà d’Italia. Appartenevano la più parte alla vecchia nobiltà piemontese, che tanto si era travagliata per impedire che riforme di stato non si facessero, e di libertà italiana non si parlasse. I quali tirati da necessità ad aver parte in una guerra che non desideravano, e del cui felice successo dovevano per loro maggiormente temere, che se contrario fosse riuscito, e oltre a ciò essendo pervenuti a’ supremi gradi più per favore che per merito, non era da sperare che consigliassero il re come la scienza delle guerre, e l'amore d’Italia avrebbono richiesto. Lo stesso capo dello stato maggiore general Salascò, era uomo di misero ingegno e gretto animo, da non desiderare forse che la guerra andasse male, ma da farla andar male cogli errori del suo intelletto; senza che fosse bastante compenso glia inettezza del Salasco la presenza del ministro sopra la guerra Franzini, che se bene più sperto dell’altro e meglio acceso nel desiderio di veder libera Italia, tuttavia né pure in lui lo ingegno e l’animo erano pari alla grande impresa. Certo l’entrare Carlo Alberto in Lombardia circondato da sì fattigenerali, che per fino avevano mancato di provvedersi di buone carte descrittive del territorio in cui dovevano combattere, fu maggior fallo che entrarvi con insufficienti forze: se pure non è da chiamare disgrazia; non essendoci chiaro se fosse in poter suo in quelle strette lo spacciarsene, e d’altri consiglieri militari più sapienti e più amanti dell Italia provvedersi. Né poteva riparare che egli stesso, per certo voglioso che la guerra avesse buon successo, fosse co' suoi figliuoli capitano supremo; imperocché, lasciando dall’un de’ lati il caso particolare, che Carlo Alberto, quanto fornito di coraggio da spendere nell’ardor delle battaglie, altrettanto sprovveduto era di scienza e di risoluzione, nulla v’ha per l'ordinario di peggio alla buona riuscita delle guerre, che l’esservi alla suprema direzione un re che non sia egli stesso un eccellente guerriero, atto a conoscere e a prendere da sé le migliori risoluzioni: conciossiaché la sua presenza diventi più spesso d’impaccio al franco operare degli altri capi: nel tempo che facilmente può dar luogo a brighe, vanità e cupidigie, come in corte ordinariamente interviene; e quando un re si muove, non é possibile che anche tutta o parte della sua corte non lo accompagni, e dove pur non lo accompagnasse, non si potrebbe evitare ch’ella prima o poi non si formasse. Il che non dico per rimproverare a Carlo Alberto l’essersi messo innanzi al suo esercito; atto magnanimo e da rendere per sempre onorata la sua memoria; ma per mostrare che fra gl’infortunii suoi v’era questo altresì, di essere re, di non essere re guerriero, e di non avere nella propria milizia capi da preporre a una guerra di tanto momento.

Quanto alle poche genti toscane, elle avevano i difetti e i vizi che derivano da un ordinamento tutt’altro che militare; e fatto più tosto per creare malvagi e codardi, anzi che buoni e valorosi soldati E se questo ordinamento durato tant’anni, non produsse ancor peggiori effetti di quelli già deplorati, vuoisi per avventura attribuire all’indole del moderno popolo toscano, che fiacco nella virtù, non sa né pure nella malvagità toccare gli estremi. Milizia senza leggi, senza costumi, senza ammaestramenti; servile, e non sottomessa; obbediente, e non volenterosa; odiatrice de’ capi, che nel maggior numero tristi o inetti, e l’un all’altro avversario, non sapevano né farsi amare, né temere. Infine vi si ragunavano tutti i mali della soldatesca stanziale, senza i pochi vantaggi; non essendo sozzura di libidinoso ozio, ch’ella non avesse: mentre di pazienza alla fatica, di sommissione, e di guerreschi esercizi mancava. Non v’era altro vantaggio che fosse poca, e se fosse stata anche meno, era meglio; cioè felice la Toscana se ancora in questa parte avesse seguito i divisamenti del granduca Pietro Leopoldo; ché non ci saremmo trovati con soldati viziosi in pace, insufficienti in guerra. L’aver loro dato per capo supremo il general d’Arco Ferrari non era, perché questi fosse stato il più acconcio, ma perché trovandosi al primo grado fu giudicato a lui appartenere il comando. E se bene ei non fosse un malizioso uomo, e da fallire alla fede data al principe che lo mandava, né affatto sprovveduto di onore militare, essendo stato fra’ Toscani che sotto le insegne napoleoniche guerreggiarono, e tornarono senza aver fatto vergogna alla terra natale, pure non era da attendere da lui né quell’ardore, né quella virtù, che nasce in chi è acceso nel desiderio di libertà naturalmente; e né pure aveva quella risoluzione di operare, che viene da un coraggio arditissimo, com’ era nel colonnello de' Laugier, che dopo il general d’Arco Ferrari primeggiava per grado nell’esercito; e se la fama non è mendace, fra loro si astiavano e nimicavano.

Quasi le. stesse cose dette delle toscane, potè vasi affermare delle milizie pontificie: le quali dimostravano i pessimi effetti di un ordinamento nato e invecchiato negli abusi d’ogni sorte, ne’ più odiosi privilegi, nelle brighe più sozze, e nella maggiore ignoranza di tutte le buone regole della milizia. Non Ha vano qui cercarne le cagioni da tempi più remoti, e trarne compendiata notizia. Dopo la caduta del regno napoleonico, potevano i papi provvedersi di buona milizia, essendovi soldati e graduati che avevano sotto il gran capitano militato. Avevano in oltre per patto segreto ne’ trattati di Vienna assunto obligo di allestire un esercito di dieciassette mila uomini. Ma nemici per massima d’ogni cosa nuova, ancorché necessaria, tornarono a vecchi usi, cassando la legge della così detta coscrizione, e ravvivando quella chiamata degl’ingaggi. Per la quale si formò un’accozzaglia di circa otto mila uomini, che di soldati avevano appena il vestire; spartiti in due reggimenti di fanteria; uno de’ quali doveva guardar Roma, la Comarca e l’Umbria; l’altro le quattro legazioni. Di cavalleria avevano un reggimento detto di dragoni. L’artiglieria contava sette compagnie, con nessuni o pochi arnesi da guerra. Finalmente due reggimenti di carabinieri a piè e a cavallo erano per la quiete delle città. Tutta questa gente malissimo soddisfatta di servire a’ preti, che poco o nulla di essa curavano, senza dire che nella milizia il chiamarsi soldato del papa suonava dispregio, secondò la più parte le sollevazioni delle Romagne e delle Marche nel 1834; a comprimere le quali fu mestieri degli Austriaci, non avendo potuto quella ciurmaglia di ribaldoni, che ragunata dalle campagne romane, e capitanata dal cardinale Albani, fu rovesciata sopra i popoli sollevati; dove non altro fece che rubare, ammazzare, svergognare e commettere tutte quelle maggiori nefandezze, proprie di uomini allevati e rotti a’ delitti. Ristorata la signoria papale, furono assoldati due reggimenti di Svizzeri, con condizioni quanto gravose all’erario, altrettanto vergognose al principe; avendo patteggiato non co’ rettori della confederazione elvetica, come aveva fatto il re di Napoli, ma sì con due capitani di ventura Salis e Coartai. In tutti erano quattromiladugento uomini ben disciplinati; che posti a presidio delle Romagne, non è a dire quanto a que’ popoli riuscissero odiosi. E nel medesimo tempo un altro capitano di ventura, il colonnello Zamponi romano, al servigio della corte di Austria, si diè a raccozzare una coorte di mille dugento cacciatori, distinta di vestire e di soldo da tutto il resto dell’esercito. Il quale fra nostrali e stranieri pervenne al numero di circa tredicimila cinquecento uomini; se bene nelle liste e nelle paghe comparissero ventimila. In oltre, eccetto una scuola di artiglieria, dovuta al comandante Stewart, di origine inglese, non v’era altro militare insegnamento. E molto meno era da trovare maestranze, arsenali, officine d’armi. Non buoni i comandi, pessima la disciplina, non regolamenti, non esercizi, non autorità: capi inetti o tristi; mala distribuzione nelle guarnigioni; monopolio nell’amministrazione; erano questi gli ordini militari dello stato romano, quando eletto Pio IX, e cominciato a parlarsi di riforme, la consulta da detto papa istituita rivolse i suoi studi sopra la milizia. E tornavasi a mettere in vigore la legge della coscrizione, e proponevasi la formazione di quattro reggimenti di fanti; un quinto da riscossa: tre di cavalli; otto compagnie di artiglieri; una di maestranza; uno squadrone di zappatori e minatori. E oltre a ciò si voleva che due collegi militari s’istituissero. Ma innanzi che avessero effetto queste proposte, scoppiò la guerra: alla quale non si potendo mandare che poche milizie regolari, fu supplito colle turbe indisciplinate e mal esercitate de’ così detti militi volontari. E certamente l’accettare il comando d’un esercito sì disordinato, fu gran virtù del general Giovanni Durando: di nascita piemontese; aveva combattuto lungamente e valorosamente in Spagna per la causa della libertà; e da semplice soldato era salito a’ supremi gradi per merito, non per favore. Fu in Aragona comandante; governatore in Barcellona; e l’essere tornato in Italia povero, e sempre tenero della sua patria, faceva testimonianza che quelle cariche non l’avevano corrotto. E in effetto non da altri che dal voto publico fu al pontificai governo indicato capo dell’esercito, né in tanta penuria di grandi capitani potevasi fare migliore elezione; come né pure cattiva elezione fu quella del general Ferrari del regno delle Sicilie: il quale aveva una vecchia esperienza militare di quarant’anni: e ancor esso aveva per la libertà lungamente e valorosamente combattuto. Ma errore fu di collocare questi due generali di egual rinomo nel medesimo esercito con poteri mal deffiniti, e forse da non potersi mai ben definire, quantunque fosse dettò che il Ferrari dovesse stare sotto gli ordini del Durando. E l’avere poi il Ferrari avuto commessione di formare un esercito nuovo nelle provincie della Marca e della Romagna, lo metteva in condizione non solo di rimaner segregato dal general supremo, e di non potere con lui operare a un tempo, e con efficace prontezza, ma altresì da fargli acquistare una superiorità per conto proprio, e da dar luogo per conseguenza a gareggiamenti e a gelosie di comando. Due eccellenti uomini scelse il Durando per capi del suo stato maggiore, il colonnello Casanova e Massimo d’Azeglio: l’uno de’ quali più colla pratica delle cose militari, e l’altro più col buon giudizio dovevano aiutarlo. Né è da tacere che il maggior nerbo dell’esercito regolare pontificio era formato dalle genti assoldate della Svizzera, e più atte de’ nostri alle fazioni della guerra.

Se il re di Napoli avesse mandato un esercito di cinquanta o sessanta mila uomini, certamente avrebbe prodotto cotale aumento di forze in Lombardia, che in quella prima costernazione delle genti austriache, si può quasi con certezza affermare che la guerra sarebbe stata vinta. Ma se il detto re avesse fatto la guerra solo, o quasi solo, come la fece Carlo Alberto, sarebbesi trovato nelle medesime difficoltà, e ancor esso avrebbe dovuto sperimentare i cattivi effetti degli ordini della sua milizia. della quale abbiamo più sopra distesamente dimostrato l'indole servile, e ora notando più particolarmente il materiale ordinamento, esso non era sì ricco di cavalli come forse sarebbe abbisognato in combattimenti di vaste pianure, e non meno del piemontese difettava di artiglierie da rompere trincee e assaltar cittadelle. Né la più parte de’ generali maggiori abbondavano di scienza e pratica delle cose guerresche, se pure ancor più di quelli dell’esercito sardo non ne erano privi. E sebbene i soldati, lungi del loro paese, e sapendo di obbedire al loro principe, non avrebbero forse mancato di coraggio e di sufficiente destrezza ne’ fatti d’arme, pure non era da sperare che altro desiderio da questo in fuori nascesse in loro: come quelli, pe’ quali il guerreggiare contro i Tedeschi tanto sarebbe stato buono quanto fosse così apparso a chi li comandava e pagava. Finalmente né pure approdava che a capitanarli fosse eletto il generale Guglielmo Pepe; sincero e costante amadore di libertà; ma di scarso ingegno nelle armi, di niuno accorgimento nelle faccende politiche, e da tirarlo sopra ogni altra cosa la vanagloria. In oltre non aveva né la stima né l’affetto della milizia; mancandogli la prima per i fatti sciagurati del 4 81, e per lo giudizio troppo severo, e non sempre giusto, che di lui aveva fatto nelle sue istorie Pietro Colletta; e mancavagli l’affetto per essere tanti anni vivuto in esilio, e poco alla soldatesca conosciuto. Onde nessuna o debolissima autorità aveva sulle genti poste sotto i suoi ordini da chi poi diversi ordini è da credere conferisse agli altri capi, che più del Pepe ne potevano.

Tutte l'altre forze nostre erano militi volontari la più parte congiunti e confusi colle milizie stanziali. E senza dire paratamente di loro, gente più indisciplinata e tumultuaria di quella non s’accozzò mai: da far desiderare a chi la guerra dirigeva, che più tosto alle proprie case si tornassero che proseguissero ad essere parte de’ corpi combattenti. Se non che di questa nessuna disciplina, (di che più innanzi ci accadrà notare gii scandali e i danni) sarebbe ingiusto accusare gli uomini, che o veramente volenterosi, o incitati dallo zelo di altri, si erano scritti per la guerra, quando principalmente è da accagionare il modo col quale erano stati ordinati. Error grande per certo fu questo di volere ordinare e adoperare cittadini, come se fossero soldati già da parecchi anni militanti, più tosto che farne corpi con disciplina appropriata alle cittadinesche consuetudini; per condurli non già colle milizie regolari nelle pianure, e sotto le fortezze, ma sì bene ne monti a bezzicare il nemico, e impedire che rinforzi dalle alpi non gli venissero. Né dubito che a ciò non sia in gran parte. da attribuire il non essere stato in Lombardia, in Romagna, in Toscana e altrove cotanto abbondante e pronto il levarsi delle genti per correre in difesa d’Italia. E toccava soprattutto a Carlo Alberto a promovere l’ordinamento di questa speciale milizia, quando in cambio mostrando egli diffidarne, per le solite paure che gli si svegliavano nell’animo, o altri gli svegliavano della guerra popolare, fu cagione in gran parte che restasse un vano desiderio di alcuni, che non vedevano tanto agevole l’acquisto della vittoria, e stimavano che fosse non pur utile, anzi necessario congiungere con la guerra regolare la guerra di sollevazione.

Avendo detto dello esercito italiano, ora è da dire dell’austriaco. Circa ottanta mila soldati aveva l’imperadore in Italia quando la rivoluzione nelle città lombardovenete s’accese: e poiché si estimò la perdita fatta in quella fosse stata di circa venti mila uomini, intorno a sessanta mila gliene restavano al principiare della guerra, raccozzati e accumulati fra il Mincio e l’Adige. Spartivansi in due corpi: il primo comandato dal generale Wratislaw, il secondo dal general d’Aspre, amendue sotto il comando supremo del maresciallo Radetzky. Questo esercito non superiore allora per numero allo italiano, vantaggiavate non solo per avere le rocche e i luoghi più forti, ma eziandio per la miglior disciplina e istruzione militare, e per la conoscenza e pratica del territorio. E rispetto alla disciplina, egli è cosa mirabile che ad una milizia composta di genti di paesi, costumi, religioni, lingue diverse, fosse riescito conferire tale unità e forza di ordinamento, da non far loro conoscere altra autorità ed altra nazione che te imperadore e te imperio: e anzi questa varietà di origini, era stata usata in vantaggio dello stesso ordinamento militare; chiamandosi le diverse genti al diverso esercizio delle armi secondo che la loro indole naturale meglio rispondesse. Così mentre per la fanteria, da tutte le parti dell’impero erano tolti gli uomini, la cavalleria leggera non componevasi che di ungheri; i lancieri venivano di Galizia; per i corazzieri e dragoni davano ottimo fornimento le provincie austro-germaniche; e l’artiglieria era quasi tutta alemanna. Né per certo gli ammaestramenti per ognuno di questi esercizi erano radi e difettosi, ma frequenti, e non solo aiutati dalla migliore cognizione della moderna arte della guerra, ma ancora renduti pratichi ne’ luoghi; talché le milizie stanziate in Italia facevano i loro esercizi e i loro campi d’istruzione dove poi ebbono a sostenere la guerra vera, e quindi facilmente s’impratichivano del territorio alla loro difesa confidato. E quantunque l’austriaco esercito non vantasse condottieri di straordinaria perizia (e di errori da essi fatti in guerra avremo occasione di notarne) per certo n’aveva di più esperti che non erano i nostri. Il capo supremo conte Radetzky settagenario, era stato colonnello di stato maggiore nella battaglia di Marengo, né fu guerra con Napoleone, dov’ei non si fosse trovato; e avendo apparato i modi del ben ordinare e condurre le battaglie, messo poi in Italia a comandare le forze imperiali, aveva cercato di migliorarne la condizione, e soprattutto aveva di continuo adoperato a fornirlo di artiglierie di difesa dentro le rocche, anch’esse di maggiori e più estese fortificazioni accresciute: conciossiaché sapesse di essere in paese e in tempi, che una gran tempesta da un momento all’altro sarebbesi potuto levare. Questo vecchio generale, senza essere una cima di sapienza, può vantarsi di avere colle sue previdenze militari salvato lo imperio d’Austria; il quale se cadeva in Italia, mal avrebbe potuto rinvigorire altrove. È anche da' aggiungere, che dove l’esercito austriaco avesse avuto che fare con un capitano più abile che non era il re di Sardegna, e con soldati meglio armati e disciplinati che non erano i nostri, e con una nazione più unita e concorde che non era l’Italia, forse avrebbe avuto la sorte che in quasi tutte le preterite guerre gli era toccata, non ostante i continui miglioramenti ricevuti. Ma quando pure i soldati d'Austria fossero stati sconfitti, non sarebbe stato impossibile a’ capi di raccozzarli, e menarli a rinnovare la guerra con la stessa fermezza e perseveranza: virtù veramente peculiare delle genti alemanne, affatto sconosciuta agl’Italiani. E in vero della tenace disciplina dell’esercito austriaco dove altra testimonianza non s’avesse, basterebbe che in mezzo a uno scompaginamento di tutte le parti dell’impero, conservassesi unito e gagliardo, da valere per ancora a tenerlo in piè. Se bene a domare la ribellione delle provincia italiane, ebbe l’imperadore favorevoli gli stessi popoli alemanni; i quali nel vendicare la loro libertà, guardavano di mal occhio la nostra impresa; e dicevasi che detta contrarietà movesse dall’avere cotanto gl’Italiani in fino allora gridato contro a’ Tedeschi; quasi non avesse dovuto apparire che non a loro, ma sì al dominio austriaco erano i nostri odii rivolti. Comunque sia, al conoscersi che il regno lombardo-veneto era per uscir di mano all’imperadore, da diverse parti d’Alemagna si facevano profferte d’uomini per venire a rinforzare l’esercito di Radetzky, che assottigliato e scorato dimorava chiuso nelle fortezze di Verona e di Mantova: e fino ad una parte di quegli studenti che avevano fatta la rivoluzione in Vienna, fu detto che corressero volontari a mettersi fra le schiere imperiali che dovevano alla volta d’Italia marciare. In somma avevamo tutto 'l mondo avverso, né sapevamo essere uniti e concordi. Se ciò io ripeto troppo spesso, siami di grazia perdonato.

Mentre da una parte l’imperadore cogli uffici della corte inglese adoperava di fermare il commovimento italico mediante concessioni e conciliazioni, provvedeva dall’altra, che un esercito, come l’aveva potuto il meglio formare in mezzo a tante difficoltà interne, partisse per l’Italia sotto la condotta del maresciallo Nugent. Il quale anch’esso, stato altre volto e in altre guerre in Italia, potè sul finire d’aprile trovarsi con ventitré mila uomini sull’Isonzo, e senza difficoltà passare nel paese veneto; conciossiaché Carlo Alberto,non credendo forse che l’imperadore potesse in que’ suoi interni scombuiamenti far giungere con tanta rapidità quel rinforzo, o forse stimando in ogni caso, che le fortezze di Osopo, Palmanova e Udine dovessero bastare ad arrestarlo, non solo aveva con que’ suoi sempre lenti e irresoluti procedimenti mantenuto la guerra più verso il Mincio che verso l’Adige, ed erasi messo con grave e funesta perdita di tempo à circondar d’assedio Peschiera, più tosto che tentar di entrare arditamente nel territorio de’ Veneziani (e in fin d’aprile impossibile non sarebbe stato alle milizie sarde di varcar l’Adige, troncare le comunicazioni all’esercito di Radetzky, e costringerlo a ricevere una battaglia in campo aperto); ma, quel che è ancor più strano, non pensando che a guardare la Lombardia e i ducati, ricusò al general Durando, che il dì 22 aprile aveva colle genti pontificie valicato il Pò, il permesso di andare, com’ era suo proponimento, a Padova, e da questa città o condursi nel Friuli per impedire che non ricevesse aiuti l’esercito austriaco, o verso l’Adige per operare efficacemente colle milizie piemontesi nel vero luogo della guerra. In vece gli fu imposto di occupare Ostiglia e. Governolo per tenere in guardia Mantova e i due ducati. Né diversamente furono disposte le milizie toscane, che passate anch’esse in Lombardia intorno al 20 d’aprile, ebbero ordine di accamparsi sotto Mantova, e quella provincia dalla parte delle Grazie e di Curtatone guardare. Così Carlo Alberto in cambio di usare di quelle poche forze degli altri stati d’Italia, procacciando di avvicinarle e col suo esercito annodarle, da sé le spiccava e illanguidiva, facendo per fin pensare ch'ei non curasse di servirsene per dispregio o per gelosia: o almeno porgendo a’ suoi nemici il destro di spargere anche queste maligne voci. Poi credeva scusarsi con dire, che era da tutte quelle città di Lombardia e dei ducati altresì, pressato a mandar genti per loro guardia, e dove egli avesse rifiutato, sarebbongli piovute addosso querele e rampogne, e la usata nota di traditol e; come se un supremo duce d’una guerra, dal cui successo dependeva la fortuna sua, e d’una intera nazione, avesse dovuto lasciarsi vincere a domande sconsigliate o a querele imprudenti, e non avesse dovuto cercare anzi di superare la calunnia conducendo la guerra come la miglior arte insegnava. Ma il povero Carlo Alberto traeva con se stesso un fato infelicissimo, per lo sospetto che a ragione o a torto infondevano sempre le memorie della sua vita passata; per le quali era tal ora costretto a fare quel che per avventura non avrebbe fatto, o non sarebbe stato bene che facesse. Certo fu gran disgrazia, come per lui, così per Italia, che egli insieme con un maggiore intendimento delle cose della guerra, non avesse una fama da nessun ombra offuscata. Proseguivansi intanto le opere di assedio contro Peschiera; le quali perché conducessero alla espugnazione, non solo conveniva che i Piemontesi fossero accampati sulla riva sinistra del Mincio; il che avevano effettuato fra il dì 26 e il 29 d’aprile; ma era mestieri altresì che avessero tolta al nemico la occupazione de’ colli, che distendendosi obliquamente da Pastrengo a Valleggio formavano fra Peschiera e Verona una catena di naturali fortificazioni. E in effetto il primo corpo composto delle legioni comandate da’ generali d’Arvillas e Ferrere, essendosi accampato à Custoza, Sommacampagna e Sona, il secondo corpo, formato dalle legioni sotto il comando de’ generali Broglia e Federici, assalì Peschiera a manca, e s'impadronì de’ forti luoghi di Cola, Sandrà, e santa Giustina, nel tempo che la legione di riscossa era stata posta a guardare il mezzo e il di dietro dell’esercito a Guastalla, Oliosi, e san Giorgio. Ma Radetzky, che con buona ragione non s’era ostinato a molto difendere que’ luoghi in sul cominciare della guerra, e avea schivato di esporsi a maggior battaglia co’ Piemontesi avanti di ricevere aiuti, e sapere come le cose di Vienna e dell’impero andavano, stimò dovere con più vigore resistere, perché i luoghi di Piovezzano e di Pastrengo non gli fossero tolti, come quelli che posti dove propriamente l’Adige cambia cammino, signoreggiano e difendono le comunicazioni di Verona con Rivoli, e sono altresì buon riparo al Tirolo dalla parte di Pussolengo. E tre legioni sotto gli ordini del general d’Aspre, formanti un corpo di circa ventimila uomini, tenevano queste alture; contro le quali con ventiquattro mila uomini il dì 30 si volse Carlo Alberto, ordinando al general Sonnaz di assalirli. Questo assalto, che doveva essere fatto di buon mattino, e indugiato per cagione di fare ascoltare la messa a’ soldati, ebbe principio quasi vicino al mezzo dì. La brigata, chiamata Piemonte, comandata dal general Federici, appiccò per prima la zuffa, ricacciando il nemico di colle in colle fino a Pastrengo: e poiché la brigata detta Cuneo, s’avanzava con lentezza per lo terreno molle e acquoso, il re che da un’altura avanti Sandrà, guardava i movimenti delle sue milizie, impaziente di quell’indugio, scese frettoloso, e ottenne con incalzanti ordini, che non ostante gl’impacci del suolo, raggiungesse l'altra brigata a piè del colle, che domina Pastrengo, e insieme rafforzate, rinnovassero l’assalto. Il quale per vero non. successe senza grave risico; perciocché il nemico tentando un estremo sforzo di resistenza, fece vigoroso e inaspettato impeto contro le due brigate, da produrre un subito scompiglio nella cavalleria che guardava il re; ma per la fermezza del terzo di fanteria, non ebbe la conseguenza che poteva avere; e tosto il maggiore S. Front comandò a’ carabinieri a cavallo, da lui capitanati, che a briglia sciolta contro l'erta del colle andassero. Tutti lo seguirono, e il re fra’ primi; onde in brevissimo tempo gran numero di milizie raccozzatesi in sull’altura, e il nemico sforzato da tutte le parti, dovette in disordine verso il fiume ritrarsi. Non era ancora la quarta ora dopo mezzo dì, e vi sarebbe stato tempo di seguitarlo, e rendergli quella fuga dannosissima, correndo nella valle dell’Adige per tagliargli le comunicazioni; ma Carlo Alberto, non sapendo secondo il suo solito usare de’ favorevoli successi, e contentandosi di occupare i luoghi, che aveva avuto in animo di togliere a Radetzky, e particolarmente la terra di Pussolengo, ritenne le sue milizie; porgendo altra e più manifesta testimonianza, che mancando d’ogni risoluzione, non era l’uomo da governare quella guerra: mentreché i soldati piemontesi adoperati in que’ combattimenti, mostrarono grandissimo coraggio e voglie ardimentose e perizia nel maneggio delle artiglierie: e i soldati d’Austria, che fra morti, feriti e prigioni perderono circa mille secento uomini, fecero vedere, non ancora essersi bene del primo sgomento rinfrancati.

Mentre di fugace vittoria allegravasi il campo di Carlo Alberto, i mal prevenuti disastri del Tirolo e del Friuli cominciavano. I volontari lombardi che sotto la sciagurata condotta dell’Alemandi, sprovveduti d’arme, di vettovaglie, e d’ogni buona disciplina, erano stati mandati sul lago di Garda per travagliare il nemico, e impedirgli le comunicazioni, e che per lo spavento che allora prendeva da per tutto gli Austriaci, avevano riportato alcuni vantaggi in quelle scaramucce, fatti più baldanzosi, e volgendo l’animo a maggiori imprese, deliberarono di occupare il Tirolo italiano: movimento che se fosse stato appoggiato da un corpo di Piemontesi, poteva essere causa di ottimi effetti per la guerra: eseguito da quella gente ragunaticcia, e malo armata, e con capi fra loro discordi, e d’ogni arte di guerra ignorantissimi, partorì pessime conseguenze. Ma né Carlo Alberto allora pensava al Tirolo, né i rettori del governo temporaneo di Milano avrebbero avuto potere d’impedire quella spedizione di uomini, che a lor capricciosi governavano; onde ebbero il successo che dovevano avere. Addentratisi nel Tirolo colla speranza di occupar Trento, e di essere favoreggiati dalle popolazioni, si trovarono a fronte co’ soldati austriaci passati al di là della Sarca, e impadronitisi del vecchio castello di Dobiino, da dove il passo verso Trento difendevano. S’appiccarono vari combattimenti, ne’ quali i volontari dimostrarono coraggio, che non valse contro perizia di guerra, contrariandoli altresì la cattiva stagione. Onde la impresa andata male, una gran parte di loro per diverse vie si sbandarono, riducendosi chi a Bergamo, chi a Como, e chi a Milano, i più alle proprie case. Siffatto disordine mentre indignò l’animo delle popolazioni, sempre più distogliendole dal secondare quella guerra, che vedevano fatta da uomini, sì inesperti e indisciplinati, servì a ravvivare il coraggio nei nemici, e a renderli atti a fare maggiori acquisti. Insuperbiti per quel fatto, e discesi per vai di Chiese in sino al Caffaro, minacciavano di danneggiare la provincia bresciana; il che era di gran pericolo, per avervi sì prossima l’estrema ala sinistra l’esercito piemontese, campeggiante Peschiera. Né in quel frangente era riuscito ai soprintendenti de’ governi temporanei delle città di Lombardia di ordinare nuove forze, o le disperse raccozzare. Soltanto la città di Brescia aveva mandato verso il Caffaro una squadra, formata di fuggiaschi italiani; e di Milano venne una legione di militi volontari, che s’intitolò della morte; gente molto intrepida, e che una ferrea disciplina avrebbe potuto piegare a rendere utili servigi. In tutto non erano più di mille e quattrocento uomini: i più non vestiti, e tutti male armati e acciviti. Con costoro non era per certo da far testa agli Austriaci; e d’altra parte soprastando ogni di più il pericolo, che essi non facessero un movimento in quel di Brescia, i Milanesi invitavano il general Giacomo Durando, che dal re di Piemonte era stato messo a' loro servigi affinché volesse prendere il comando e la direzione di quelle genti, e adoperare insiememente di raccoglierne delle altre, e formare di tutte un esercito, che meglio disciplinato servisse alla guerra. Al Durando, che vedeva la difficoltà per le già cominciate inimicizie fra’ Lombardi e Piemontesi, e per le poco buone disposizioni che i primi avevano dimostrato a sottoporsi alla militar disciplina, pareva grave l’accettare quelle commissioni, ma,pregato instantemente dal Collegno allor ministro della guerra, stimolato pure dal general Lecchi, e finalmente spinto dal proprio desiderio di rendere alcun servigio alla causa, per la quale aveva sì generosamente scritto, sobbarcossi al penoso carico, e incontanente provò la quasi impossibilità di sostenerlo come l'animo suo egregio avrebbe desiderato; imperocché non appena egli diretto verso Brescia, e saputo di alcune scaramucce avvenute fra’ volontari lombardi, collocati sulla diritta del Caffaro, e gli imperiali che avevano ripigliata la sinistra, acquistava cognizione delle forze nostre, avvedevasi che non potevano essere in peggior condizione; e assai tempo e pazienza abbisognava per mettere un po’ di ordine in quel guazzabuglio di genti; onde si persuase che non gli sarebbe stato possibile offendere con successo il nemico, e doveva parergli molto se in condizione di difesa si metteva. Nel che per vero riuscì ottimamente, e tenne quella provincia finché le generali calamità dell’esercito piemontese non renderono più tardi vana ogni altra opera di guerra in altri luoghi.

Ancor peggio che nel Tirolo, e di ben altre conseguenze cagione, passarono le cose nei Friuli; conciossiaché Nugent entrato nel territorio veneto, erasi da prima volto contro Palmanova, guardata da un presidio di circa. mille e cinquecento uomini fra due reggimenti italiani disfatti, e alquanti volontari crociati mandati dalla republica veneta; e come i primi difettavano di capi e sottocapi, così i secondi non avevano ombra di disciplina. In oltre la fortezza, la cui circonferenza di circa tre miglia, può essere da nove lati assalita, trovavasi in cattivo stato, mancando di artiglierie, e i baluardi essendo mezzi rovinati. Carlo Alberto vi aveva mandato a rinforzarla una compagnia di artiglieri piemontesi, diretta dal maggiore Ansaldi; ma il comando della cittadella teneva il vecchio generale Zucchi, il quale di prigione, che in quella si trovava innanzi che la rivoluzione si accendesse, divenuto custode, conoscendo la importanza di sì fatta difesa, aveva voluto rimanervi, quantunque i rettori di Venezia lo avessero in sul principio instantemente pregato ad accettare il comando generale di tutte le milizie venete. Nel Zucchi s’accoppiavano scienza di milizia, acquistata nelle guerre napoleoniche, e onorati servigi renduti in altri tempi alla causa della libertà. Avendo egli fatto una sortita, e condottosi con quelle mal composte milizie sul confine illirico, ebbe caro di ritirarsi e riparare nella cittadella: perciocché que’ volontari si erano subito sbandati per le montagne, mentre gli Austriaci sbucando dall’Isonzo, e nel Friuli allargandosi, misero quello terre a ferro e a fuoco. E non parendo a Nugent da perder tempo a campeggiare Palmanova, che per la fortezza del sito, e l’abilità degli artiglieri piemontesi, avrebbe fatto più tosto lunga resistenza, andò col suo esercito improvvisamente sopra la città di Udine; la quale per lo pronto e veramente coraggioso levarsi degli abitanti, che in difetto di fortificazioni, eransi per le vie abbattuti, rintuzzò per un poco e spicciolatamente quel feroce assalto, ma veggendo che a lungo non avrebbe potuto reggere, e d’altra parte avendo le bombarde nemiche cominciato a danneggiarla, si arrese per via di capitoli, con tutta la provincia; e così Nugent senza incontrare che lieve opposizione al Tagliamento e alla Livenza, si trovò il 30 d’aprile a Conegliano, poco discosto dalla Piave. La republica di Venezia di mano in mano che aveva avuto notizia di questi avanzamenti del nemico, aveva fatto maggiori istanze e maggior ressa al general Durando, perché in aiuto del paese veneto corresse; e il Durando aveva risposto non poter mancare agli ordini del re, che di alloggiare ad Ostiglia gl’imponevano. Soltanto gli era stato consentito di mandare verso il Friuli due squadre di granatieri, e due di cacciatori, che insieme con alcuni corpi franchi posti sotto il comando del general Alberto della Marmora, erano stati posti sulla Piave per impedire o almeno ritardare il passaggio di Nugent. Ma divenuto più grave e quasi estremo il pericolo, e le istanze dei Veneziani moltiplicando fuor di modo, ebbe finalmente Durando il permesso dal re di condursi con tutte le sue forze in aiuto delle minacciate provincie venete, ingiungendogli particolarmente di rafforzare la difesa della cittadella di Palmanova, e impedire al corpo di Nugent di congiungersi coll esercito di Radetzky. Ma Durando, come che il suo cammino accelerasse gagliardemente, non giunse a Treviso che quando già Nugent alloggiato a Conegliano, aveva le sue avanguardie sulla sinistra sponda della Piave. E fu ben lungi dal poter soccorrere Palmanova, e quindi condursi a riacquistare Udine; conciossiaché avrebbe dovuto passare i fiumi della Piave, della Livenza e del Tagliamento, e affrontarsi co’ soldati di Nugent, che guardavano que’ luoghi; il che gli era impedito di fare primieramente dalla mancanza di stromenti e di artefici per costruire i ponti, e in secondo luogo dal non avere che poco più di settemila uomini, ed alcuni corpi franchi, da non potersi certamente contrapporre a un nemico il doppio più numeroso, immensamente più esercitato, e di ottime artiglierie provveduto. Deliberò per tanto di difendere la riva della Piave, ponendo il suo alloggiamento a Montebelluna, per provare almeno d’impedire che il corpo di Nugent coll’esercito di Radetzky non si rappiccasse. La quale impresa non era men difficile; perciocché se bene accampato si fusse in luogo da poter correre così nell’alto come nel basso del fiume, tuttavia non era da ottenere che pochi soldati guardassero una lunghezza di circa quaranta miglia; e certo non fu piccolo merito ch'ei valesse a indugiare di qualche giorno il passare di Nugent. Il quale or più sotto, e or più sopra minacciando

di forzare il passo, teneva i corpi pontifici in continua attenzione di sè. Finalmente con una forte squadra nella parte alta della Piave, fra Belluno e Feltre, occupò queste città senza alcuna resistenza incontrare. Il che saputo Durando, per l’appunto quando era in volta verso Feltre, e stimando che il nemico scendendo per Primolano e Bassano, poteva acquistar Verona, tornò indietro, trasferendosi in mezzo alle allegrie di quelle popolazioni a Bassano, con animo di chiudere il vai di Brenta: e in pari tempo spedì verso Primolano un corpo di più di mille uomini, sotto il comando del colonnello Casanova, per soccorrere i volontari bassanesi, che fin dal mattino erano alle prese con gli Austriaci.

In questo stesso tempo era giunto a gran corsa dalle Romagne a Treviso il general Ferrari con circa diecimila uomini o volontari o tratti da guardie cittadine: gente tutta nuova alla milizia, la più parte indocile ad ogni disciplina, e alcuni più tosto meritevoli di dimorare nelle prigioni, che di andare a combattere per la patria. Per giunta vi si congiungeva la legione venuta di Francia, e capitanata dal general Antonini, che già i giornali avevano rappresentata per una compagnia di perturbatori. In oltre ne’ sottocapi era discordia e imperizia; e ne’ capi supremi, Durando e Ferrari, se non era imperizia, manifestavasi gelosia di superiorità, che nasceva in gran parte dal non essere stati in principio, come altrove notammo, bene deffiniti i loro poteri, o dall’essere anco difficile deffinirli quando due generali, che si stimano di egual conto, vengono chiamati a capitanare un esercito. E poichè appariva, che al Ferrari sapesse male di sottostare agli ordini del Durando, fu occasione a’ soliti romoreggiatori di spargere ch'ei adoperasse in modo da procacciare che le cose andassero male, perché la principal gloria non avesse il suo emolo; e per converso, che il Durando commettesse errori per aver ricusato di servirsi, com’ era mestieri, delle forze del Ferrari, affinché questi non si facesse più onore di lui. Vero è, che dalle difese e apologie, che dopo i disastri avvenuti, que’ due generali scrissero di loro stessi a fin di purgarsi della macchia di traditori (frequente accusa che allora si dava agli uomini, quando in sinistro volgevano le cose), se non si chiarisce determinata volontà di nuocersi l’un l’altro, ben chiaro si vede che mancavano di accordo, tanto giovevole anzi necessario alla buona riuscita de' movimenti guerreschi. Confidata al general Ferrari la difesa della bassa parte della Piave, pose questi il suo alloggiamento generale a Montebelluna; dove ebbe avviso dalle prime guardie, che i nemici, i quali erano sparsi fra Belluno, Feltro e co' negli ano, s’approssimavano una parte verso Poderobba, e un’altra verso Primolano. Allora fatte subito mettere in arme le sue genti che erano circa dodicimila, ed entrato in cammino nella via di Feltro, si trasferì a Cornuda, mandando replicati messi al general Durando perché colle sue genti andasse subito a raggiungerlo; e intanto si appiccava un’assai fiera zuffa fra i Pontificii e gli Austriaci, alla quale avendo posto termine la notte, fu cagione che i primi poterono mantenere i loro posti. Vie più il general Ferrari insistette con messaggi al Durando, perché non mettesse indugio a soccorrerlo; e se dobbiamo dar fede a una relazione che in sua difesa scrisse il Ferrari, sarebbe colpevole il Durando di non aver secondato quell’invito, non ostante che avesse risposto che sarebbe andato correndo; imperocché dove egli giunto a poche miglia lontano da Cornuda, non si fosse risoluto di tornare indietro, anziché attaccare di fronte i nemici, Nugent non si sarebbe pinto innanzi col grosso dell’esercito, né occupato i luoghi più importanti. Onde ricominciata la battaglia, quantunque le genti del Ferrari assai gagliarda e onorevole resistenza facessero, ultimamente dovettero cedere, e ritirarsi a Mentebelluna. Ma il general Durando nella difesa che anell'egli scrisse di sé (tristo esempio che i nostri condottieri avessero bisogno di difendersi) si scusa del non essersi congiunto a Comuda col Ferrari per inganno fattogli nascere da cattivi o infidi relatori; i quali informandolo, che il numero de’ nemici non fosse maggiore di due mila, gli facevano argomentare, che il Ferrari con circa dodicimila uomini avesse potuto più che tener fronte agli Austriaci; e nel medesimo tempo e quando non gli mancavano che otto miglia per arrivare a Cornuda, gli giungevano altri messi per parte del colonnello Casanova, il quale lo avvisava del gran pericolo in cui era, poiché un forte corpo di Austriaci minacciava di forzare il passo a Primolano; e siccome d’altra parte il Casanova non aveva con sé che poco più di mille uomini, cioè una forza tre volte minore della nemica, ed era altresì sfornito affatto di artiglierie, parvagli da anteporre di andare più tosto a soccorrere il Casanuova che il Ferrari; del quale anche aveva saputo, che nel primo scontro avuto col nemico, era riuscito a mantenere i posti occupati. Io non farò qui giudizio se Durando realmente avesse il torto, e se in cambio di credere a incerti rapportatori, non avesse dovuto contentar subito il Ferrari, che infine dirigeva il movimento, o almeno certificarsi più delle mosse de’ nemici avanti di prendere le risoluzioni; ma è certo che lo inganno suo tornò' dannosissimo; imperocché saputo della ritirata del Ferrari quando non era più in tempo di soccorrerlo, fece nascere in quelle genti, sì inclinate a rompere la disciplina, odio e mancanza di fede verso i capi: e quasi abbottinate, e come nelle avversità interviene, cominciarono a voce alta, e secondo la loro fantasia, a disputare del fatto. «Abbiam combattuto ferocemente più di nove ore con un nemico tanto più di noi superiore per dar tempo alle genti di Durando di attaccarlo alle spalle, e queste non sono giunte; e come il general Ferrari aveaci assicurato che il soccorso del Durando non sarebbe mancato? Dunque o il Ferrari ci ha gabbati, o il Durando ha tradito.» Le quali grida di sedizione aumentando di schiera in schiera, e distruggendo ogni fiducia, e ogni soggezione, obligarono il Ferrari a ritirarsi a Treviso, abbandonando Montebelluna: il qual luogo se fosse stato conservato da’ nostri, non era ancora da disperare della vittoria. E in vano poi tentò più volte esso generale di condurre le sue genti a ripigliarlo; le quali apertamente ricusavano, allegando alcuni di essere stanchi, e altri, che non essendovi stata ancor per parte del papa una manifesta annunziazione di guerra, temevano in caso di sconfitta di non essere giudicati per ribelli. Tanto era il disordine e la repugnanza a obbedire a qualunque comando. Né sapendo il Ferrari più che si fare, scrisse al general Durando per informarlo dello stato del suo esercito, e della necessità allora più urgente di effettuare quel che tante volte gli aveva chiesto, cioè dei due corpi capitanati da essi disgiuntamente, comporre un solo, e meglio ordinarlo. Ma Durando che a quelle nuove inaspettate non era men confuso, non sapeva che rispondere, e quali ordini dare. Finalmente adunati in consulta i capi del suo esercito, chiese loro se era da mandar soccorsi a Treviso, e poiché tutti d’accordo deliberarono che ciò non era possibile di eseguire con meno di quattromila uomini, che allora aveva Durando, fu risposto al Ferrari, che si governasse secondo che la gravità de’ casi richiedeva, e qualora non avesse potuto reggersi a Treviso, ritraessesi a Mestre. Il che eseguì il Ferrari ancor prima che l'ordine del Durando gli giungesse, avendo in una sortita da lui fatta all'avvicinarsi degli Austriaci, sempre più provato le sue genti, meglio disposte a fuggire che a combattere, e da tornar più dannose che utili alla difesa: né mancò di lasciare a Treviso un presidio di circa quattromila uomini, de’ migliori che aveva, i quali assai buona e onorevole resistenza opposero alle minacce di assalto, più simulate che vere, fatte dal nemico, come più sotto noteremo.

E avendo detto delle cattive sorti delle milizie pontificie nel territorio veneto, non voglio qui passare in silenzio, che le genti toscane e napoletane rimaste sotto Mantova, si badaluccavano con qualche successo cogli Austriaci, che di tratto in tratto di quella fortezza sortivano, e di assalirli si provavano. E più d’una volta furono respinti, e messi in fuga. Un giorno vennero fuori, e a’ posti di Montanara e di S. Silvestro s’accostarono vestiti da italiani, e gridanti viva Pio IX e Italia; per lo che i nostri corsero ad abbracciarli, e in cambio trovato nemici, che subito assalirono, prima un poco balenarono per la sorpresa, poi rincorati e diretti dal colonnello Laugier, andarono loro addosso, e gli ricacciarono, sì la mantovana ròcca non gli ricovrò. Ma da questi badalucchi non derivava vero utile agl’Italiani, né vero danno agli Austriaci; e unicamente le istorie devono rammentarli in testimonianza di valore toscano e napoletano, inutilmente speso per ignoranza di chi tutta la guerra capitanando, lasciava che le forze ausiliarie stessero così divise, e sparse, e vanamente combattenti.


vai su


LIBRO DECIMO

SOMMARIO

Tenebrosa opera perché le cose d’Italia andassero male, — Imprudenza nello spingere troppo il papa a dichiarar la guerra all’imperadore. — Ripugnanze e titubazioni di Pio IX. — Avvisi del general Durando a’ ministri romani. — Istanze di questi al pontefice a permettere alle sue genti il passo del Po. — Sdegni del pontefice. — Clamori e tumulazioni popolari. — Pio IX pressato da due parti opposte, dichiararsi favorevole o contrario alla guerra. — Maneggi per la lega italiana, contrariata dalla corte di Piemonte. — Paure suscitate nell’animo del papa d’uno scisma tedesco. — Gelosie per Carlo Alberto. — Supplica indirizzata da’ ministri a Pio IX perché dichiarasse la guerra agli Austriaci. — Enciclica famosa del 29 aprile. — Grande turbamento da quella prodotto. — Vani espedienti per sedare la commozion popolare. — Sediziosi ragionamenti. — Minaccia di scomunica al popolo romano. — Maggiori commovimenti. — Nuovo ministero composto dal conte Terenzio Mamiani. — Pretese cittadinesche. — Effetti dell’enciclica nelle altre città dello stato, e nel campo, e per tutta Italia. — Profitto che ne trassero i partigiani della corte d’Austria. — Pratiche inutili per indurre Pio IX a ritrattarsi. — Lettera scritta dal medesimo al1 imperadore. — Ambasceria di monsignor Morichini. — Contraddizioni negli ordinamenti dello stato romano. Formazione del consiglio di stato. — Elezione de’ membri dell’alto consiglio. — Altri semi d’interne discordie gittati da’ nemici d’Italia. — Ritorno funesto di Giuseppe Mazzini. — Fantasie di republica. — Paure e ritegni in Carlo Alberto. — Moto republicano in Savoia. — Dubbio contegno de’ nuovi rettori di Milano. — Errore di Carlo Alberto nel proporre la congiunzione della Lombardia col regno piemontese. — Agitazioni popolari in favore e contro questa congiunzione, l’una promossa dal Mazzini, l’altra dal Gioberti, ritornato in Italia. — Decreto de’ rettori di Lombardia e de’ ducati per chiamare i popoli ad accettarla o rifiutarla. — Risposta de’ Veneziani, richiesti a seguire lo stesso esempio. — Sospetti contro Carlo Alberto accresciuto dagli ostacoli posti alle conclusione della lega. — Malignità della diplomazia straniera. — Cominciamento solenne del parlamento piemontese. — Loquacità e mislealtà delle parti. — Maggiori e più164 rovinose agitazioni per lo congiungimento della Lombardia con Piemonte suscitate da’ mazziniani. Tumulti in Milano ne’ giorni 28 e 29 maggio. — Viaggio del Gioberti per l'Italia, e sospetti che ingenerò. — Divisioni nascenti da improvvido cercare unioni. — Battaglia di S. Lucia. — Scontri sostenuti da’ volontari lombardi nel Tirolo sotto la condotta del Durando. — Fatto d’arme de’ Toscani presso Curtatone e Montanara il di 13 maggio. — Ricongiungimento dell’esercito di Nugent colle forze di Radetzky. — Combattimento e difesa di Vicenza. — Diffalta delle milizie napoletane. —

Fatti in apparenza lieti, disastri in sostanza gravi succedevano in campo fra l'aprile e il maggio, quando altrove si faceva tenebrosa opera di volgere in sinistri i lieti fati d’Italia. I cui nemici avevano dovuto fino dalle prime esperienze persuadersi, che colla sola potenza delle armi, se bene piccola non fosse, e da non fallire alla prova finale, pure non avrebbero ottenuto stabile e sicura vittoria: e uopo era di raccendere altresì le nostre interne discordie; per le quali stimarono primo e valevolissimo mezzo il procacciare che il papa di favoreggiatore che infino allora era apparso della causa italiana, contrario finalmente si mostrasse; conciossiaché fossero certi che i popoli e per lo improvviso disinganno e per non avere più quella pacifica guida, con la quale si erano mossi, sarebbonsi ad ogni eccesso licenziati. E tanto più in questo loro divisamente credevano allora di riuscire, quanto che argomentavano, che infino che si trattava di civili riformazioni di governo, poteva la Santa Sede accomodarsi, per lo minor male, alla necessità de’ tempi; ma non così era da stimare quando si voleva tirarla a secondare un’impresa, che di ridurre Italia a unità di nazione si proponeva. Per la quale, vinta che fosse, sarebbe stato mestieri dalla Chiesa il temporale dominio prima o poi disgiungere. Il che quanto meno doveva piacere alla corte dei cardinali e de’ prelati, tanto più questi avrebbero ogni loro autorità adoperata per rattenere il pontefice religiosissimo: assaltandolo nella paurosa coscienza, quasi a repentaglio la fede cattolica mettesse. Né Pio EX, a levarsi dell’animo gli scrupoli che l’altrui teologia avesse potuto fargli nascere, aveva più il suo antico e tanto amato maestro Graziosi, già morto; e cominciava a non più fidarsi molto del padre Ventura, rappresentatogli da’ cortigiani per infetto di resta. E perché i disegni dei nemici dell’impresa d’Italia avessero effetto, contribuirono, per poco o niuno accorgimento, gli stessi fautori di quella. I quali non contenti di aver fatto servire il papa a commovere tutta Italia, producendo un certo accordo, ancorché più apparente che reale, di desiderii; e tiratolo a largire una qualunque siasi costituzione di libertà, per cui non solo pareva consacrata la massima de’ reggimenti liberi, ma erano equiparati e uniformati tutti gli stati della penisola, volevano ancora spingerlo ad aiutare la guerra italiana. E successo era loro di far credere che benedetta l’avesse, e quel che è più, indottolo a mandare a’ confini un corpo di milizie, apparecchiate di entrare in Lombardia, e colle genti piemontesi congiungersi. E né pure di ciò satisfatti, e volendo da vantaggio, pretendevano ultimamente che avesse fatto publica e solenne annunciazione di guerra allo imperadore, e ordinato egli stesso a’ soldati di passare il Po. La quale stranissima pretesa non solo avevano quelli che nei giornali e ne’ concili popoleschi sempre nuove voglie manifestavano, ma eziandio gli uomini moderati, e gli stessi ministri. Non che questi avessero in animo di fare alcuna violenza al papa, o farlo scadere dal gran concetto in che l’avevano i popoli: ma alcuni di loro, delle giobertiane e balbiane dottrine imbevuti, pensavano col nome di lui potersi e doversi al sommo dell’impresa pervenire, e sotto quel nome fondare una nuova Italia: non imaginando mai che Pio IX sarebbesi da loro spiccato, e deluse tante liete speranze: e in altri potevano scrupoli di coscienza: reputando colpa di mandare ordini a Durando di passare il Po senza che il papa gli avesse approvati: nel tempo che sperimentavano quanto fusse per la quiete dello stato pericoloso il più indugiarli. Onde non restavano dal punzecchiare Pio IX perché alla fine si dichiarasse: non s’accorgendo che dietro a loro e da un altra parte era chi a fare molto diversa dichiarazione il punzecchiava. .

A dire il vero, il papa aveva sempre fatto intendere, il suo ufficio vietargli quella guerra: se non che tal ora vogliono si lasciasse uscir di bocca parole, che se non erano del tutto affermative, pure bastavano a tenere in vana speranza o illusione i ministri, che da ultimo lo avrebbero persuaso; e una volta fra l'altre avendogli novellamente messo innanzi la necessità publica e i pericoli a cui esponeva lo stato, dove avesse negato alle milizie l’ordine di passare il Po, rispose, che se la necessità incalzava, non impediva che a quella obbedissero: e quanto all’annunciar lui stesso la guerra, non era ancora ben deliberato, aspettando risposta di teologi tedeschi cui aveva consultati; come se questi avessero potuto dargliela favorevole, o fosse stata in Italia penuria di teologi da consultare. E avendo uno de’ ministri replicato, che non potevano prendersi un sì fatto carico senza l’assentimento suo, li tranquillò dicendo; che dov’ei si fosse risoluto di negare alle sue genti la guerra, era vi sempre il tempo di ritirar le milizie dal campo. Da ciò si rivela l’animo di Pio IX, martellato da paura o di perdere il favore dei popoli, o di fare atto contrario alla sua qualità di capo della Chiesa. Allettavalo da una parte il sentirsi levare alle stelle e liberator d’Italia chiamare: spaventavalo dall’altra, che si dicesse per cagion sua accendersi guerre e rivoluzioni da scuotere i troni e offendere gli altari. Incerto dibattendosi in contrari pensieri mostrava che sarebbe stato principe da secondare le voglie cittadinesche se la podestà di papa non l’avesse ritenuto. È credibile altresì, che la crudel malattia ond’era stato sì travagliato in gioventù, gli avesse in modo renduti i nervi cedevoli a tutte le impressioni, da procacciargli quella straordinaria mobilità di spirito; se pure i contrasti dell’animo non nascessero maggiormente dalla prova in cui, senza avvedersene, s’era messo di conciliare papato e libertà.

In questo mezzo giungevano al ministero avvisi da Durando: «avergli Carlo Alberto ordinato di mettersi a guardia sotto Mantova: non poter più tenere le sue genti che ad ogni modo vogliono varcare il confine, pressate dalle popolazioni e dal gridare senza fine de’ giornali e delle congreghe; quindi chiedere colla maggiore celerità l’ordine del papa.» Adunaronsi i poveri ministri romani, né sapendo che rispondere, scrissero al condottiero pontificio che si apparecchiasse al passo, ma innanzi di effettuarlo, attendesse ordine più decisivo. Ed eccoli da capo a studiare il come fare che Pio IX aderisse: e stanziarono d’accordo, che il conte Pasolini, parendo il più accetto, andasse a lui. facessegli presente il caso di Durando, e l’urgenza di ordinargli il passo del Po; vedesse di strappargli quest’ordine; e dove non riuscisse, si convennero di deporsi tutti. Ma Pio IX da altri già prevenuto, che i suoi ministri avevano scritto a Durando di apparecchiarsi a valicare il Po, accolse più tosto male il Pasolini: al quale non valse lo scusarsi della necessità, e dell’essere stato mandato un ordine non definitivo. Il papa più risoluto e crucciato raffermò ch'ei non poteva né voleva fare alcuna dichiarazione di guerra. Ma essendo altresì minacciato da’ ministri ch'ei sarebbonsi di presente deposti, tornava dopo breve tratto alle solite titubanze. Se non che pervenutogli in questo mezzo il bando fatto da Durando alle milizie, andò maggiormente in collera, giudicandolo usurpazione della sua autorità, e aperta menzogna; conciossiaché lo facesse apparire banditore d’una crociata contro una potenza cristiana, con cui egli voleva essere in pace: e subito faceva publicare nel diario romano. «Non doversi badare alle cose dette da quel generale a nome suo: quando ei vuol fare dichiarazioni, favellare di moto proprio, e non per bocca d’inferiori.» Pure ancora non sapeva indursi a disdire a approvare la guerra. Il debole suo spirito seguitavano da una parte a tempestare i teologi della corte, né cessavano altresì i ministri d’insistere perché non li tenesse più in quelle angustie, o di apparire mentitori, o di esporre lo stato a un grave scompiglio.

In questo stesso tempo si movevano in Roma e per lo stato novelli tumulti: se bene più che atti violenti e colpevoli, fossero domande clamorose e forse temerarie; nascenti in gran parte dalle stesse papali perplessità, e quindi cagione a vie più aumentarle; perciocché i commovitori di popolo ne davano carico a’ cardinali, e gridavano, che finché questi non cessavano al tutto d’intramettersi delle faccende di stato, non sarebbesi fatto mai nulla di buono. Né qui finivano le loro grida; e domandavano che a gente nuova e secolare fossero tutte le cariche di giudici, di governatori, di ministri conferite. Qualche mutazione in ciò era stata fatta. Tre secolari di ottima fama erano stati mandati a governare le provincie, il conte Lovatelli a Ravenna, il conte Fabbri a Pesaro, il cavaliere Ronfigli a Rieti; succedendo il primo al cardinal Ferretti, che al primo grido della rivoluzione di Parigi fuggendo, aveva senza avviso e d’un colpo abbandonato la provincia; il secondo al cardinal Fieschi, inettissimo ad ogni sórta di governi; e il terzo a monsignor Badia, trasferito a Frosinone in luogo di monsignor Pilla odiatissimo. Nulla era più aspro a’ cherici quanto vedersi tolti dagli uffici; e ognor più s’invelenivano contro agli autori di quelle novità, e ostacoli d’ogni parte al ministero ponevano: massime dopo che monsignor Morichini rinunziò alla carica di tesoriere, e in sua vece fu messo un altro laico, Annibale de’ principi Simonetti anconitano; il quale fece il possibile a tenere in piè il conquassato erario e ottenne che le polizze del tesoro, poste in commercio, avessino credito di moneta d’ariento: né in pari tempo dovessino i biglietti della banca romana scapitare.

Ma quel sentir di continuo gridare contro a’ cardinali, a torto o a ragione: quell’essere stato forza consentire che per ordine del governo i gesuiti lasciassero Roma, le loro case, i loro studi: quel sapere che una turba famelica e insaziabile di chiedenti uffici, grazie, pensioni teneva i ministri come in assedio, ognuno allegando meriti e servigi e patimenti per la causa della libertà; in fine quel vedere sì spesso trarre la plebe in piazza, schiamazzare or per una cosa or per un’altra: non parendo che mai le voglie si empissero e gli animi si posassero, forte crucciavano il papa e ogni dì maggiormente lo alienavano dalle nuove cose. Vuolsi notare che in quella stagione più delle provincie mostravasi Roma disposta a’ popolari commovimenti, o che vi convenissero allora i più ardenti, o che essendosi più tardi commossa, voleva vanto di superare le altre città ne’ desiderii de’ liberi ordini. Laonde lo star più lungamente in quella sospensione, mal poteva Pio IX, pressato a dichiararsi dalle due parti contrarie, sperando ognuna di usarlo a suo pro. Gli uni rappresentavangli, che il lasciarsi ancora credere acceditore di guerra contro l'imperadore, avrebbe nell’interno aggiunto stimoli alle sedizioni, e all’esterno prodotto scandoii atrocissimi. A bastanza (dicevano) le sette essersi travagliate col suo nome: a bastanza aver commosso le plebi e rotto ogni freno morale e civile. Aspettano che sieno vinti gli Austriaci per dare addosso alla Chiesa di Dio. Ma più grave flagello minacciarla: un grande scisma essere vicino a scoppiare nelle Germanie, scandolezzate che il supremo gerarca appaia guerreggiatore d’una potenza cattolica e della Santa Sede valida proteggitrice. Queste cose si facevano scrivere a Roma da’ vescovi tedeschi e da’ nunzi apostolici che erano a Vienna e a Monaco: e con tutta l'autorità loro le rafforzavano e coloravano i cardinali e teologi; i quali dipingevano agli occhi di Pio la navicella di Pietro vicina a dar fondo, e che troie la cattolica fede.

Aggiungevasi in que’ medesimi giorni un altro fatto. Più sopra notai che i rettori del governo palese di Napoli, presieduto da Carlo Troya, avevano mandato a Roma quattro oratori, i due principi Colobrano e Leporano, e i cittadini de' Lieto e Gamboa con commessione di stringere una confederazione di stati italiani con dieta in Roma convocata dal sommo pontefice. Ma quegli ambasciadori napoletani non seppero far nulla di quanto era loro stato commesso, non forse per colpa di tutti, ma. certamente del principe di Colobrano. Il quale era di coloro, che in Napoli desideravano la maggior larghezza di libertà possibile, ma del tutto ignoravano quanto e come importasse di congiungerla col resto d’Italia. A lui non pareva bene, e anzi pareva male che si formasse un regno solo dell’alta Italia, non so se per superbia municipale, o per sospetto di tirannide sabauda, o anche per non credere il re di Sardegna sì alto nella stima, delle genti da recare nelle sue mani i destini di tanta parte d’Italia. E veggendo pertanto che d’ogni luogo i partigì ani di Carlo Alberto brigavano per la formazione del nuovo regno italico, stimò accorgimento politico adoperare che si formasse una lega degli stati di Roma Napoli e Toscana, da contrabilanciare la soverchianza piemontese: e sì il Colobrano s’invasò in questa sua opinione, che non riguardossi di manifestarla in publica adunanza: onde subito venne in sospetto de’ romani: e si disse e credette ch'egli avesse ricevuto ordini segreti dal re, ostili a’ Piemontesi: il che non era vero; perché in tutta la nobiltà napoletana non era uomo, che meno amasse il re, e da cui fosse meno amato, e per favor popolare anzi che per grazia regia era stato scelto. Più credibile è, che l’ambasciadore di Napoli presso la Santa Sede, conte Ludolf, antica volpe diplomatica, usasse tali arti col poco accorto Colobrano, da facilmente trarlo nella rete di essere, senza volere, dannoso alla causa italiana. Ma è ancora vero che i rettori piemontesi si diportavano in modo, da quasi giustificare quelle pratiche; perciocché non solo rifiutarono di mandare deputati a Roma, sì come aveva fatto la corte di Napoli, ed era pronta a fare quella di Toscana, ma non vollero che il papa inviasse legati ad un congresso militare nell’alta Italia per fermare i patti d’una lega unicamente profittevole alla guerra. S’ingelosì e turbò il pontefice, sì perché gli era negata la forse vagheggiata superiorità, e sì ancor più perché gli pareva sconveniente al suo grado prender parte ad un consiglio puramente guerresco e dannoso agl’interessi del suo piccolo stato: o forse per altre ragioni, trovate e messegli innanzi dagl’intesi a ricondurlo in dietro. Né io potrei dire quanto fosse ottimo mezzo per voltare alla costoro parte Pio IX quel veramente strano e insano procedere della corte piemontese nel mettere ostacoli e sospetti alla pronta stipulazione d’una lega italiana. Poni dunque da un lato le perturbazioni delle città e la minaccia di uno scisma tedesco, e dall’altro la gelosia alla fortuna di Carlo Alberto, e si conoscerà quanto buono in mano avessero i nemici d’Italia per prevalere ne’ consigli d’un pontefice, che solamente si era in principio lasciato movere per la speranza di accrescere splendore e fermezza alla Santa Sede, e forse anche per soddisfazione di sentirsi festeggiare e salutare autore della italiana felicità.

Alla sua volta la parte cittadinesca spargeva, che il papa in un prossimo concistoro avrebbe dichiarato i suoi pensieri intorno alla guerra. Il conte Pellegrino Rossi, che dopo la mutazione di Francia, era rimasto privato in Roma, pregato dai ministri a manifestare la sua opinione, così favellò: «il sentimento di voler libera Italia dallo straniero essere ornai di tal forza, che o Pio IX se ne fa bello, o le sette nemiche appropriandoselo, contro lui e il papato lo ritorceranno». Dai quali pensieri autorevoli confortati i ministri, il 28 aprile indirizzavano al mal disposto Pontefice una petizione, dove ponendogli sott’occhio questi tre partiti, o di protestarsi contrario alla guerra, o di consentirla pubicamente, o di non fare né l'uno né l’altro, lo informavano de’ pericoli che avrebbe corso e fatto correre allo Stato qualora il primo o l’ultimo partito avesse scelto, e quindi lo supplicavano ad appigliarsi al secondo, con cui (gli dicevano) rialzerebbe l’autorità del governo, procaccerebbe affetto e osservanza alla sedia apostolica, e impedirebbe che gli uomini che ornai hanno passato il Po sotto le insegne papali, non fossero dal nemico trattati da assassini, ma sì colle norme della buona guerra.

È notabile che in questa petizione il primo sottoscritto fosse il cardinale Antonelli, presidente del consiglio: il quale accertano che in quelle consultazioni si mostrasse sopra tutti consigliatore caldissimo del doversi la impresa d’Italia favoreggiare. Le parole de’ ministri romani nulla fruttarono perché avevano già fruttato le parole contrarie: anzi vogliono che nuova turbazione mettessero nell’animo di Pio IX, il quale non fece alcuna risposta: già destinato da’ cieli a testimoniare, che da dove mossero le prime speranze, dovevano nascere le ultime disperazioni. Certo il disinganno fu atroce, ma era stato anco enorme lo inganno. Il dì 29 aprile, adunato in concistoro i cardinali, lesse un’enciclica, dove usando il vecchio linguaggio della corte romana, che aveva pur tenuto in tutte le altre sue encicliche, dichiarò: Essersi da un pezzo accorto che il suo nome era fatto servire per un’impresa, cui non aveva mai pensato, non essendo stato altro il pensier suo, che di procurare a poco a poco allo stato una migliore amministrazione interna: pure a fin d’impedire disordini più gravi, e forse spargimento di sangue, avere taciuto: ma poiché ora si voleva spingere a prender parte ad una guerra ingiusta, dannosa, contraria al suo grado di capo di una religione, che non vuol guerra con alcuno, e che l’obliga a riconoscer tutti i popoli per egualmente suoi figliuoli non potere né dovere più tacersi: e anzi protestandosi solennemente avverso, ammonire che non per altro aveva consentito che le genti pontificie partissero di Roma e al confine del Po si conducessero, che per non aver potuto raffrenare quel commovimento di popoli, come né pure altri principi d’Italia avevano potuto vietare che uomini armati corressero alla guerra; e tuttavia avere il generai-Durando passato il Po contro a’ suoi ordini; i quali non altro gli concedevano che di guardare i confini.

Quantunque in Roma si bisbigliasse e temesse da alcuni giorni che Pio IX non facesse qualche brutta celia, pure era tanto il fervore per lui, che dai più non s’aspettava mai quella sì esplicita e solenne protestazione. Primi a ignorarne i sensi erano stati i ministri: lo stesso cardinale Antonelli, forse a malizia, si faceva nuovo e dava vista di strabiliarne. Non ignari erano i partigiani della corte d’Austria; i quali bene a ragione se ne rallegrarono e sperarono di cavarne ottimo frutto: né s’ingannarono; non tanto perché valesse a spegnere ogni fervore cittadinesco, acceso dal nome del papa per essere apparso identificato coll’altro più possente di libertà; quanto perché fu seme di divisioni e perturbazioni interne: fu pretesto a’ principi di contrariare una guerra, cui di mala voglia avevano cominciata; fu occasione di scoramento e di confusione a Carlo Alberto: ultimamente fu scusa a molti, che essendo iti al campo senza buona e durevole persuasione, e ripentitisi, non vedevano l’ora di tornare agli ozii turbolenti delle città.

E in effetto appena in Roma si lesse la enciclica papale, tutta la città si turbò. Chiunque aveva tra’ militi volontari partiti per la guerra il figliuolo o il fratello o l’amico, di fiero sdegno s’accendeva. Ecco (dicevano) i nostri più cari abbandonati al furore de' barbari che li tratteranno non più come soldati, ma come ribelli. Fece nascere o accrebbe il corruccio una novella a caso o a malizia sparsa, che nel Friuli era stato appiccalo a un albero un civico romano, con questo cartello sul petto; così si trattano i soldati di Pio IX. In tanto si facevano ragunate di genti per le piazze e per le vie, e si rompeva in minaccio di morte a que’ cardinali e prelati che si credevano avere indotto il papa a scrivere quella enciclica. Insiememente le congreghe politiche, che in quei giorni esercitavano grande autorità sulla moltitudine, si adunavano e disputavano quel che era da fare. Da una parte il romano Pietro Sterbini e il napoletano Pier Angelo Fiorentino: dall’altra il professore Francesco Orioli e il conte Terenzio Mamiani, arringavano la gente affollata, gli uni col linguaggio delle passioni, gli altri con temperati consigli. Chi proponeva una cosa e chi un’altra; chi intendeva a conciliazione, e chi a romperla una volta compiutamente. Furono mandate diverse ambascerie al papa, composte de’ capi della guardia cittadina, del senatore e di altri accetti uomini, per vedere se riuscivano di ritrarlo dal passo che aveva fatto, e provvedere perché i ministri tìon fossero costretti a deporsi. Fu tutto vano; e trovo che si maravigliasse degli effetti prodotti dal suo discorso di pace; e li riferisse a ingratitudine di popolo o a malvagia opera di accenditori di discordie: dichiarando di essere risoluto a non cedere «ché se lo inquietavano maggiormente, sarebbesi partito di Roma e lasciatili in preda alla violenza delle loro passioni.» Pare altresì ch'ei s’incoraggisse a restare nel suo proponimento per un’ambasceria di alcuni capi della guardia cittadina di trastevere; i quali lo assicuravano che il popolo trasteverino era pronto e risoluto a difenderlo da qualunque violenza gli fosse fatta: nel tempo che i trasteverini, eccetto pochi, erano quelli che più contro all’enciclica romoreggiavano; e in atti atroci sarebbono corsi se non fossero stati rattemprati da(1) più prudenti cittadini: i quali volevano ancora provare se Pio IX s’inducesse a fare un secondo atto da distruggere o attenuare i cattivi effetti del primo. Nacque questo pensiero nella parte che a rimedi conciliativi intendeva: che cioè Pio IX, avendo protestato in concistoro di voler la pace, se ne facesse mezzano non pur colla voce, anzi colla persona, e andasse senza indugio egli stesso a Milano. Speravano, che togliendolo di Roma, dal cuore della cortigianeria chericale e diplomatica, potesse tornare uomo propizio alla causa della libertà. E a lui, sempre facile ad accettare tutti i partiti, quanto a disdirli, narrano che non dispiacesse sì fatto temperamento, ma non avesse effetto per dubbi e sconforti del rappresentante del governo temporaneo di Milano. Se per questa via sarebbesi conseguito il bene desiderato, io non so: ma dubito che Pio IX, anco senza le difficoltà del rappresentante milanese, sarebbesi mai risoluto a fare quel viaggio, tosto che fosse venuto in cognizione di chi più intimamente ed efficacemente lo consigliava.

Ma la commozione publica vie più cresceva: crescevano le difficoltà di creare nuovo ministero: il vecchio allegava di non poter seguitare. il governo, dopo le dichiarazioni del principe. I mettitori di odio e d’ira, che ne’ commovimenti publici non mancano mai, si travagliavano a condurre il popolo a violenze estreme. Le guardie civiche, chiamate tutte in arme, occupavano i luoghi della città, con tutt’altro animo che di sostenere il pontefice. Era Roma minacciata da spaventevole disordine; tanto più che andava intorno una voce, che il papa avesse chiamato il cardinal Ferretti a recare in sue mani tutto il governo dello stato e annunziarlo con un bando al puhlico. Il qual bando se fosse venuto fuori, la città andava sossopra. Onde il cardinale Antonelli, che ciò prevedeva, corse a mettersi in mezzo, e pregare il Ferretti a non fare atto alcuno; anco perché non gli era ignoto che i così detti circoli, potenti meritori del popolo, avevano fatto una supplica al. pontefice per avere nuovo ministero con facoltà di promovere e caldeggiare la guerra. E come avviene nelle commozioni civili, che i governi si traggono a poco a poco a tal termine da essere necessari certi uomini, fu invitato a comporre il ministerio, il conte Terenzio Mamiani; non perché ei fosse amato dal pontefice: cui fra l’altre cose rendeva discaro il rifiuto fatto al suo tanto magnificato perdono del luglio del 1846; ma perché era il solo forse in Roma, che allora fosse in grazia del popolo, e a un tempo non facesse temere di risoluzioni avventate o disoneste; sì per la fama che aveva d’uomo sapiente, e sì per la vita intemerata che aveva sempre condotta. Lo accettava Pio IX come un minor male in quel trambusto. Né di buona voglia il vedevano salir ministro gli altri della corte, e la stessa parte cittadinesca più moderata; non che il Mamiani avesse mai porto indici d'ingegno sbrigliato; ma il saperlo sì applaudito e festeggiato da quei che nelle piazze e ne’ cerchi si sbrigliavano, faceva pensare a molli che o inclinasse allo stesso peccato, o per compiacenza di fama popolare, sarebbe stato tratto a secondare le democratiche voglie. Egli al primo invito ricusò, dicendo che la quiete publica sarebbe tornata dove i ministri deposti avessino ripigliato il magistrato e trovato modo di porgere alcuna sicurtà che avrebbono seguitato a favoreggiare come e meglio potevano la causa italiana. Ma oratori audacissimi presentatisi a corte a nome de’ concilii popolari mettevano innanzi i diritti del popolo, non più pregando, ma minacciando: chiamavano traditore il cardinale Antonelli: aggiungevano con più istanza, non volersi più né quello né altro cardinale al ministero. Cercavano i vecchi rettori di persuaderli a cessare da quelle pretese;e gli oratori raffibbiavano nuove proteste e minacce. Finalmente parve si accordassero al temperamento proposto dal Mamiani, e giudicato ottimo quando, come segue ne' tumulti, non era più a tempo. Publicarono, che i ministri deposti sarebbero temporalmente rimasi in magistrato: e con animo italiano avrebbero fatto quei provvedimenti che nello stato. attuale delle cose avessono reputati necessari al bene dello stato e dell’Italia. Altro mezzo d’accordo parve che il papa mandasse il dottor Carlo Farmi al campo di Carlo Alberto con ordine di fargli prendere sotto il suo comando le milizie pontificie che avevano passato il Po, affine di ovviare a’ pericoli nati per cagion dell’enciclica.

Non ostante questi compensi, il popolo, ornai commosso nelle piazze, non si acquetava; anzi ogn’ora meglio gridava, che voleva un governo senza preti; che la guerra agli Austriaci fosse fatta a viso scoperto; che si cacciasse di Roma il suo ambasciadore. Ed altri più innanzi sospingendo la còllera, aggiungevano: «sia fine al papato temporale: con esso non avremo mai bene e sicurtà: mutiamo forma allo stato: provvediamo intanto con un reggimento temporaneo». La qual sentenza acquistava certo credito mediante questa argumentazione che si faceva ne’ cerchi e ne’ foglietti senza nome: «Se il papa non vuole la guerra perché non la crede giusta, dunque tiene coll’imperadore; e se non la vuole perché gli è interdetta dal suo grado di capo della Chiesa, dunque confessa non essere le due podestà in lui conciliabili, non potendo provvedere alla dignità e sicurtà del proprio stato un principe che non possa far guerra: non altro (tiravano conseguenza finale) rimanere, ch’egli stesso, se non vuol precipitare dal gran concetto che di lui avevano i popoli, effettui la benefica separazione del dominio spirituale dal temporale, rinunziando al secondo, e solo conservando e vie più glorificando il primo.» Così cominciava a farsi manifesto quel che pochi mesi addietro o non appariva o si cercava che non apparisse. Alcuni poi ridevano della protestazione, che al papa, come vicario di Cristo, disdicesse far guerra, e allegavano le storie per documento, che da nessun principe erano state fatte tante guerre quante ne avevano mosse i romani pontefici in più secoli. Onde sciolte le lingue al mormorare, udivasi qua e là: «quando ei trattavasidi conservareo augumentare le loro usurpazioni, non dubitavano di commovere all’armi tutto ’l mondo, or contro un potentato e or contro un altro; e adesso che è questione di liberare una parte della comune patria dalla tirannide forestiera, abboniscono dal guerreggiare. Oh! ben si palesa l’animo loro, quale è stato mai sempre, avversario implacabile della libertà e unione d’Italia. Ora ci avvediamo che quelle concessioni, quelle benedizioni, quelle riforme erano polvere gittata in sugli occhi per accattare applausi e addormentarci: ma quando fossimo venuti al buono della magnanima impresa, avrebbe la romana curia mostro di non avere cangiato costume; e alla croce di Dio, in fino che la malvagia lupa non sarà da noi ricacciata nell’inferno, non avremo né libertà né patria né bene alcuno: e anzi saremo afflitti da sempiterni mali, e dal più brutto e ontoso servaggio». Coi quali sediziosi ragionamenti, che per le botteghe e raddotti si facevano, rinfocolandosi gli uni cogli altri, ognora più la città si commoveva. Le case dove i politici congregati disputavano, eran circondate di popolo fremente: e indarno oratori di autorità si provavano di calmarlo; non bastando più, come suole, a quietare, la voce di quelli che avevano avuto potere di sommovere.

Già si cominciava a designare i cardinali da manomettere. Il Lambruschini, il Bernetti, l’Ostini, il della Genga, il Vannicelli ed altri più odiati, corsero pericolo; ed era spettacolo insolito veder cocchi pontificali correre qua e là per raccettarli e trasportarli al Quirinale. Pio IX, avvezzo fino allora ad essere ascoltato dal popolo, credette che la sua voce, in quel suono di spirituale autorità che usano i pontefici, dovesse raffrenarlo; e publicò un bando col quale, cominciando a dolersi della ingratitudine a’ suoi benefizi, e raffermando quel che aveva protestato coll’enciclica, di non voler la guerra, finiva con minacciare la scomunica al popolo romano, se più oltre avesse in quelle violenze contro a’ suol cardinali e prelati seguitato. Maggiormente ribollirono gli sdegni per questo bando: gridavasi a piena gola: «Chi non volle scomunicare gli Austriaci, che entrando in Ferrara violarono le terre della Chiesa, ora vuol far uso delle armi spirituali contro il suo popolo, in ricompensa dell’averlo cotanto idoleggiato; ma bene ci stà; non dovevamo sì correre a sparger fiori, accender lumi, cantar inni per chi non s’era ancora provato nella finale quistione di dare libertà all’Italia.» E in tanto correvano a lacerare l’editto papale, tumultuando. I conventicoli popolari padroneggiavano la città: impotenti a contentare e a reprimere erano i ministri, sì per laloro qualità temporanea, e sì perché, al buio de' consigli della corte, conoscevano le deliberazioni del principe dopo publicate. Singoiar modo di governare colla costituzione. Chiesto di nuovo licenza, la ottennero: e di nuovo in quella burrasca (che principiava a minacciare il trono pontificio) fu invitato a rifare il consiglio ministeriale il conte Mamiani. Il quale a un secondo invito non seppe ricusare, più forse cedevole al pericolo della patria, che preveggente il pericolo in che sé stesso metteva.

La prima difficoltà era d’indurre il papa a consentire un governo tutto di laici, e procacciare che il popolo in quel commovimento si persuadesse a tollerarlo ancora mezzo laicale e mezzo ecclesiastico. Vi furono per ciò lunghi e replicati colloqui fra lui e il pontefice, nel tempo che la impazienza popolare, che aspettava una risoluzione, era al colmo. Grave cosa pareva alla corte romana doversi degli affari esterni spogliare. Finalmente successe al Mamiani di persuadere Pio IX a fare quest’altra concessione, ottenendo in pari tempo che i Romani comportassero che presidente del consiglio ministeriale fosse un cardinale, con la balla di corrispondere colle corti di fuori pe’ soli negozi ecclesiastici. Fu adunque il romano ministero così composto. Il Mamiani per le cose interne: per l’esterne il conte Giovanni Marchetti: per la giustizia il professor Pasquale de' Rossi: per l’amministrazione della guerra il principe Doria: per l’erario l’avvocato Lunati: pe’ lavori publici e commerci il duca di Rignano. de' ministri antecedenti non rimase che l’avvocato Galletti, favoreggiandolo particolarmente le popolari congreghe, per crederlo di opinioni democratiche: e ciò che è notevole, anco il papa l’aveva caro, stimandolo a lui affezionato per quelle prime lagrime che nel luglio dell’anno quaransei versò a’ suoi piè nell’uscire di prigione. Dovendosi dare a questo ministerio un presidente cardinale, che avesse la grazia del publico, fu scelto il Ciacchi: al quale, per essere assente, venne temporalmente surrogato il cardinal Orioli, più inclinato a darsi buon tempo che procurarsi i fastidii del governare, e quindi da lasciar fare gli altri piuttosto per quieto vivere che per desiderio d’innovazione. Ma v’erano altri più possenti cardinali apparecchiati ad attraversare qualunque risoluzione del novello ministero. E dove pure il conte Marchetti, quanto era gentile poeta, fosse stato altresì valente diplomatico, nulla avrebbe potuto fare che non intenebrasse e guastasse la corte: la quale, in apparenza più che sostanza, aveva ceduto a’ secolari il maneggio degli affari stranieri. E così del de' Rossi, del Doria, del Lunati, del Rignano non si potrebbe dire che proponimenti buoni non avessero, e anche una certa pratica delle publiche faccende; ma qualunque zelo e scienza doveva fallire in un ministero che contro a sé ne aveva un altro, da riuscire tanto più possente ne’ consigli del principe, quanto che di nascosto lo signoreggiava. E non solo i romani ministri dovevano incontrare difficoltà dalla parte del papa e della corte, ma ancora da quella de’ cittadini, che s’imaginavano con loro, quasi recati in seggio dalle tumultuazioni popolari, di ottenere cose straordinarie. Né si erano ancora bene accozzati, che la guardia civica di Roma, contro a’ suoi statuti, faceva loro una petizione che si proseguisse con ogni sforzo possibile la guerra, e si chiamassero in Roma rappresentanti eletti da’ popoli per fermare le sorti di tutta la italiana nazione. Né mancavano divisioni nella stessa guardia; protestando alcune compagnie, aizzante da’ capi, di non volere obbedire che a’ decreti del papa.

Mentre queste cose si facevano in Roma, le altre città dello stato, avuto notizia dell’enciclica, anch’esse si commovevano: anch’esse gridavano, che il fiore di tanta gioventù generosa ita alla guerra di Lombardia, sarebbe stata trattata come ribelle: ed era per suscitarsi una gran sedizione in Bologna, se il senatore Zucchini non avesse interposta la sua autorità: a cui altri pur si unirono, e specialmente il dottor Farini, giunto a tempo e adoperantesi di far credere che Pio IX, mandando lui al campo di Carlo Alberto, aveva rimediato a’ danni dell’enciclica. Rassicurò finalmente gli animi questo editto del cardinal legato Amat: «Le novelle cose vi sconfortarono soverchiamente: ed io che non poteva con lettere autentiche smentirle o scemarne i tristi, effetti, provava grandissimo dolore. Adesso però non è più così; e rallegratevi, o Bolognesi, anzi rallegriamoci tutti; che io vi. annunzio essere stati per poche ore lontani dalla sacra persona del pontefice i ministri depostisi la sera del 29 aprile; e la mattina appresso essere tornati al governo e aver l’animo nuovamente rivolto a que’ provvedimenti che più al comun bene e alla redenzione di questa nostra patria comune dovessero conferire. Cacciate dunque dell’animo vostro i crudeli timori che le animose milizie civili, insieme colle stanziali, mentre dan prova di valore ne’ piani veneti e lombardi, possano anco per un istante solo non godere del diritto militare delle genti. E più di tutto, levatevi il dubbio che non sia valida e legittima la loro dependenza da chi regge le forze concorse nella valle spadana. Abbandoniamoci in ultimo alla gioia, riponendo ogni fiducia in Pio IX, sicuri che quella benedizione, ch'è dalla vetta del Quirinale dirigeva all’Italia, frutti gloria a’ nostri fratelli in campo e a tutta la nazione.» Se il cardinale Amat parlasse in questo modo per paura che non avesse a scoppiare non frenabile sollevazione di popolo, ovvero per ignoranza delle cose che si travagliavano in Roma, o anche per sua particolare bontà, non saprei dire; è certo che ottenne di calmare gli animi per allora. Ma, con questo far credere e miscredere, s’ammannavano nuovi e più gagliardi commovimenti di popolo; cui niente più vale a su biliare quanto il mostrargli di essere stato ingannato.

Più atroce che nelle città fu nel campo de’ Pontifica la tubazione prodotta dall’enciclica. Que’ soldati novelli e licenziosi, ritirati, come detto è, da Treviso, senza più conoscere né ordini né capitani, giunta la mala nuova, si sollevarono: molti chiedevano dipartire; al general Ferrari, che vuol ritenerli, voltano le punte: gridano esservi tradimento; essere stati tratti a incontrar morte, non da soldati in buona guerra, ma da assassini e tornare alle loro case maladetti dal pontefice e disonorati. Accesa questa gran fiamma di sedizione, non cessava né si mitigava per lo scandolo della discordia ne’ capi. Il Ferrari rimproverava al Guidotti di avere abbandonato la Piave: incaricavano il Ferrari di aver osato troppo; e questi attribuiva le avversità al non essere stato secondato dal Durando. Passò per Treviso una carrozza con alcuni prigioni dentro: si seppe che erano Modanesi, fra cui il Disperati, antico e crudelissimo direttore di buongoverno; i quali, andando per lo contado a fare approvvigionamenti per lo esercito austriaco, erano stati presi dal colonnello Lante e ivi menati in custodia. Ma la turba de’ volontari pontifici, ornai troppo rotti alla licenza, non si tennero: si avventano a quelli; ne fanno strazio col ferro e colle mani; lo averli uccisi, non li sazia; incrudeliscono altresì co’ cadaveri, lor viscere infilzando sulle punte de’ moschetti e portandole per trofeo. Ebbevi, se la fama non mente, chi, per estremo di ferocia, volle assaporarne il sangue. E costoro, sì arrabbiati con pochi prigioni, il giorno appresso condotti dal general Ferrari a tener fronte alle genti di Nugent, si diedero a sì precipitosa fuga, che molti nella confusione restarono calpesti da’ propri cavalli, e nel correre alzarono tal polverio, che gli Austriaci non più veggendoli e sentendo gran rumore prodotto dallo scompiglio, dubitarono di essére assaliti da numerosa cavalleria, e anch’essi, voltandosi insieme le spalle, si misero a fuggire.

Ma la lettura dell’enciclica di Pio IX, non meno che ipopoli pontificii, commoveva il resto d’Italia. Doglianze, commenti, presagi, interpretazioni, discorsi vari vi si facevano sopra dagli scrittori de’ giornali e da’ favellatori de’ cerchi popolari, quando per lo utile della guerra bisognava parlarne il meno possibile. Chi si rallegrava, chi si contristava, chi si maravigliava, secondo i diversi affetti e desiderii ond eravamo divisi: e quelli che si maravigliavano avevano il maggior torto; conciossiaché stimassero che Pio IX avesse fatto un grande e inaspettato cambiamento. Il che a dir vero non era; né altro per avventura la enciclica del 29 aprile dimostrava se non che, dove egli per lo innanzi aveva tollerato che gli fossero attribuite intenzioni non mai avute, d’allora in poi non tollerò più che queste intenzioni gli si riferissero; veggendo che con questo fargli dire e pensare quel che non diceva né pensava, assai oltre un buon tratto era stato spinto, e più anche si voleva spingere. Più dolorosa la infausta nuova suonò nel campo di Carlo Alberto, al quale giunse come fulmine; e subito chiamò a consulta monsignor Corboli Bussi: il quale, strabiliando anch’egli, chiese di tornare a Roma; dove, allegando il bisogno di ristorare la salute, ma per disgusto e prevedimento di maggiori calamità, si ritrasse da ogni ufficio publico.

Fra tanto i partigiani della libertà moderata, che di certo non ebbero in animo di far violenza al papa, e anzi, se peccato fecero, fu di averlo esaltato troppo, accortisi dell’errore di averlo punzecchiato tanto a dichiararsi per la guerra, e del pericolo che da quella dichiarazione conseguenze pessime non derivassero, cominciarono a trovar modo di far credere che l’atto della enciclica non era di Pio IX, ma bensì della setta austro-gesuitica, a cui il buon pontefice, coito alla sprovveduta, aveva dovuto cedere; ma che poi avvedutosi della insidia tesagli, apparecchiavasi a ritrattarlo, e testificare che egli aveva sempre animo italiano e vivamente bramoso che la patria nostra si riscattasse dal forestiero servaggio, e in libera e forte nazione si costituisse. Nè mancava chi con più sottile industria propalava che Pio IX, nel fare quella enciclica avendo risposto alle querele dell’episcopato tedesco, non poteva né doveva usare altra favella, ma con ciò ei non aveva rinunziato agli oblighi che gli correvano come a principe italiano. Spargevano pure che i conti Mastai, fratelli del pontefice, giunti a Roma in quei giorni, lo avrebbero vie più persuaso e indotto a secondare i desiderii degli amici d’Italia; e scongiurazioni e suppliche gli erano in questo stesso tempo indirizzate dalle congreghe politiche, affinché (dicevano) non volesse il suo benignissimo e italianissimo animo consentire che la bella e doviziosa Lombardia avesse a seguitare ad esser pasto della grifagna aquila imperiale. Una petizione soscritta da Lombardi, Veneziani, Siciliani e Toscani, e v’erano nomi chiari e autorevoli, gli fu mandata; dove, quanto di più e di meglio si poteva dire, fu detto. Finalmente, come prima erano state sciorinate dissertazioni per provare che il pontefice poteva dare la costituzione, così allora grande sfoggio si faceva di ragioni per mostrare che poteva far guerra senza mancare agii oblighi di vicario di Dio. In vero giammai non furono trovati argomenti ed espedienti più ingegnosi di quelli per conservare Pio IX in voce di amico della causa italiana. E da questo lato, chi negasse eccessiva temperanza da parte de’ popoli, negherebbe il vero. Anche questo punto è bene sia chiarito per coloro che ogni male dalle improntezze liberalesche ripetono.

Ma Pio IX stette saldo: e reputando insidioso e falso quanto gli era detto, non che fare ritrattazioni, seguitò a dimostrarsi contrario alla guerra. Il più che da lui poterono ottenere i nuovi ministri, fu di fargli scrivere una lettera all’imperador d’Austria e pregarlo di venire a un accordo, per il quale non dovesse più mantenersi in Italia colla violenza delle armi, e l’Italia senza spargimento di sangue potesse al grado ben dovutogli di nazione pervenire. Ma questo non fu che un atto cerimonioso per addolcire l’amaro dell’enciclica: né produsse alcun effetto, e forse non si sarebbe né pur conosciuto, se i giornali, scrutatori è raccoglitori d’ogni atto del pontefice, non l’avessero publicato e magnificato come rimedio a tutti i mali; e se i ministri non avessero stimato di renderlo valido nella grazia popolare, facendo poi essi un publico atto di ringraziamento a chi pareva avesse intramessa la sua autorità in beneficio dell’Italia. Sembrato in oltre utile di accompagnare la sopraddetta lettera di Pio IX con due oratori, uno laico e l'altro ecclesiastico, che colla voce la rendessero più efficace, furono richiesti l’avvocato Sturbinetti e monsignor Morichini; con quali e quante commissioni, non potremmo accertare. Fu allora da alcuni detta subdola questa mediazione; altri la giudicarono sincera, allegando una testimonianza di F. de' Pillersdorf, allora ministro a Vienna per le cose interne; il quale, in una sua relazione de’ casi dell’impero austriaco, scrisse che il prelato romano osò proporre che dovesse l’imperadore rinunziare a tutte le provincie italiane, non ostante la ragion de’ trattati, ornai priva d’ogni valore. Ma non è da ignorare che anche in Austria, come altrove, erano allora due governi, uno ministeriale, l’altro segreto. Con quale dei due veramente s’intendesse la corte romana, direttamente o indirettamente, non sappiamo. Questo fu noto al publico, che l’opera di monsignor Morichini ebbe la sorte delle mediazioni profferte dalla regina d’Inghilterra e dalla republica di Francia.

Né deesi tacere che, mentre il papa mandava all’imperadore lettere ed ambasciadori di pace, i rettori romani davano licenza al rappresentante austriaco in Roma conte di Lutzow, per imprudenza di quella corte rimasto fino allora, non ostante che le imprese imperiali fossero state a furia di popolo abbattute. Dicono ch'ei nel partirsi dicesse: «Ho posto il governo papale in tale imbarazzo, da cui non potrà uscire più mai;» e se ciò disse, disse vero. Altra contraddizione era che, dichiarando il papa di non voler guerra, si ponessero le milizie pontificie sotto il comando di Carlo Alberto, il quale per certo non attendeva a studi di pace in Lombardia; e in pari tempo fosse ordinata la descrizione d’un esercito da riscossa di seimila uomini, allegandosi per ragione il bisogno d’Italia. Il che mostra che il papa e il ministero facevano ognuno per conto proprio, e spesso senza che l’uno sapesse dell’altro: e quando il papa o la corte conosceva le risoluzioni de’ ministri, questi erano costretti a ritirarle; come avvenne quando dal ministro sopra gli affari esterni fu scritto al commessario Farini che, non ostante gli ordini ricevuti, non dovesse più stipulare di mettere le genti pontificie sotto la dependenza di Carlo Alberto. Se pure, come altri opinò, noi facesse per essere nel consiglio stesso de’ ministri cominciato ad aver forza le cagioni che mettevano il re sardo in sospetto di fortuna soverchia. Comunque sia, accordo sincero fra il principe e il ministero non era né poteva essere. Pure, ad alcuni provvedimenti scritti nello statuto, fu posto mano; fra’ quali era la composizione del consiglio di stato; che, come ho detto parlando di Toscana, doveva parer superflua in piccolo stato, se non avessino da per tutto voluto ordinarci a similitudine de’ grandissimi regni. Il papa, facendo assai lodevole scelta, nominò i nuovi consiglieri: dieci ordinari, cinque straordinari, gli uni e gli altri preseduti dal ministro di grazia e giustizia. Opera più importante e difficile era la elezione de’ componenti l’alto consiglio o assemblea degli ottimati. I ministri proposero le persone che reputavano più meritevoli; le quali non piacendo al papa, che d’ogni atto dei ministri diffidava, usò libertà di sceglierle a suo talento; e mescolò degni con indegni dell’onorevol grado. Più strano fu che avendo il cardinal Ciacchi rifiutato la presidenza del consiglio de’ ministri, né volendo continuare a far le veci il cardinal Orioli, fu dal pontefice eletto a questo ufficio il cardinal Soglia, senza che gli altri ministri ne fossero (almeno per ceremonia) informati. Il Soglia era un buono ecclesiastico; quanto e forse più dell’Orioli inclinato a darsi buon tempo; noto per le facezie talora scurrili, con cui da prelato soleva tenere allegra la corte di papa Gregorio.

Vennesi pure al fare la legge per gastigare i delitti commessi collo scrivere a stampa. Il papa, non a’ ministri commetteva di compilarla, ma al maestro de’ sacri palazzi, che da altri ecclesiastici fecesi aiutare; e mentre l’opera loro avrebbe in tempi ordinari e quieti impacciata qualunque libertà di scrivere, in quelli cotanto straordinari e commossi non vietò la licenza. 1 ministri ricusarono di sottoscriverla: e il. papa la diè in luce di moto proprio. Poco potevano fare e poco facevano i rettori romani, passandosela con ordinanze e avvertimenti, che piccolo o nessuno utile producevano. Le poche cose da notare furono, che la guardia de’ cittadini avesse la dependenza dal ministro delle cose interne; e fosse istituito un ministero di publica beneficenza, che incontrò gravissime difficoltà. Le quali meno vincibili si provavano allorquando si trattava di scambiare ufficiali publici; perché stando sempre il papa in sospetto del conte Mamiani, che era l’anima di quel governo, ricusava conferire uffici alle persone da esso proposte. Onde, da qualche governatore in fuori, rimanevano quasi gli stessi uomini, e seguitavano a reggere le provincia o ecclesiastici o devoti alla ecclesiastica potenza; i quali o non eseguivano o contrariavano gli ordini de’ ministri. Così, comandato dal ministro sopra la guerra che i militi che nel Veneto avevano abbandonate le insegne, fossero giudicati e puniti, la corte riusciva a sottrarli non pur ad ogni giudizio, anzi ad ogni rimprovero. Ordinato pure da’ ministri che il conte Pepoli bolognese andasse nel campo di Durando a raffermare nell’onore e nella disciplina i soldati, altre lettere da Roma giungevano a mettere tra le fila il disordine. Con questi fondamenti pretendevano alcuni cominciare in Roma il governo della libertà, tardando ad essi l’ora che le assemblee si ragunassero. Poi questi cotali, veggendo che era impossibile, si querelavano degli uomini; e chiamavano il Mamiani un poeta speculativo; il Marchetti un poeta arcadico; quell’altro un demagogo; quest’altro un retrogrado, e via dicendo; quasi gli uomini ne’ governi non fossero necessitati di operare secondo la natura delle cose; e vedremo fra poco, che lo scambiar de’ ministri nello stato romano non faceva mutar le cose.

Ma se gl’Italiani nessun bene coglievano dagli uffici di pace usati dal pontefice, non così andava pe’ nemici d’Italia. I quali ben largo frutto tiravano dall’enciclica del 29 aprile; e subito gli agenti imperiali adoperarono a fame accogliere i sensi dall’animo de’ popoli: di che, fra l’altre testimonianze, abbiamo una lettera del commessario Hartig diretta al clero del regno lombardo-veneto, invitandolo a far bene persuase le genti di quanto s’erano ingannate a credere il papa banditore di guerra contro l’imperadore, cui in vece chiamava uno dei suoi più diletti figliuoli, e protestava di voler sempre con esso lui vivere in santa amicizia.

Non di meno, se in quel medesimo tempo non fossero state accese altre faville di discordia civile, la papale enciclica non avrebbe per avventura arrecato tutto quel danno che arrecò al prospero andamento della guerra di Lombardia; imperocché le cose erano ornai sì avanzate, che la parola del pontefice non poteva più farle retrocedere. Già il re di Piemonte si era così ingolfato in quella guerra, che il proseguirla era per lui il mirnor male. E anche il granduca di Toscana non era allora in condizione di ripentirsi, e il più ch’ei poteva mandare di forze militari, aveva mandato. Le stesse milizie pontificie non solo avevano passato il Po, ma eransi già in diversi combattimenti ingaggiate: e quantunque la notizia dell’enciclica, giunta proprio dopo il disastro di Gornuda, recasse al colmo il loro scompiglio, e una parte di que’ militi, allegando o il timore della scomunica, o il pericolo di essere da indi innanzi trattati da ribelli (in molti pretesto di viltà). abbandonassero le insegne, tuttavia era successo a’ generali Durando e Ferrari d’impedire che l'esercito si disfacesse o ricusasse di più combattere. Né per lo re di Napoli sarebbe stata la enciclica di Pio IX sufficiente argomento per richiamar le genti ornai partite per Lombardia, se perturbazioni interne non si fossero aggiunte, come fra poco racconteremo. Onde in fin de’ fini, non ostante la dichiarazione del pontefice, la guerra avrebbe potuto combattersi felicemente. A veramente spingere allo eccesso le nostre discordie, e quinci scomporre e quasi annullare le nostre forze, e agevolare la vittoria a’ nostri nemici, dovette sembrare a fautori della tirannide, dopo l'atto di Pio IX, la più acconcia via gittare in mezzo il nome lusinghiero di republica; il quale in paese d’inveterate divisioni, di odii municipali e di costumi servili, quanto meno sarebbesi appreso negli animi, tanto più avrebbe avuto potere di commoverli. I giornali e i conventicoli si porgevano molto acconci, perché il reo disegno non dovesse fallire; conciossiaché in essi, agenti austriaci avessero modo di mascherarsi da republicani più accesi e spasimanti dell’ultima libertà e grandezza d’Italia, E che la corte d’Austria assai contasse sulla divisione delle nostre opinioni intorno alle forme di reggimento, fra le molte testimonianze, cademi sott’occhio quella dei generale Welden, che dal Tirolo, allora sede dell’impero, dirigeva a’ sudditi tedeschi un bando d’incoraggiamento per la guerra, in cui così concludeva: Anco nello interno d’Italia essere divise le opinioni: la decretata republica di San Marco avere interessi diversi da quelli della republica fatta o da fare in Lombardia; e il re di Piemonte, sentendosi alle spalle una republica, non potere andar d’accordo col governo lombardo. Questa divisione de’ nostri nemici valga ad accrescere la nostra unione, che ci farà avere la vittoria finale.

Parecchie cose in fin d’aprile aiutarono l’opera de’ mettitori di scandali e di discordie. Una principalissima fu il ritorno di Giuseppe Mazzini; del quale e della sua setta discorsi ampiamente altrove: nè, per aver veduto succedere in Italia il mutamento con principii e modi diversi da’ suoi, aveva cangiato proposito: anzi, a vie più raffermarlo in quel suo orgoglio fanatico, aveva non poco contribuito lo incessante vituperarlo che facevano i nuovi costituzionali; conciossiaché sapendo che l’odio contro lui non terminava co’ partigiani della monarchia assoluta, giudicasse essergli mestieri promovere la libertà estrema, per avere osservanza e potenza. Appena giuntagli a Parigi la nuova della cacciata degli Austriaci da Milano, erasi tosto con altri fuorusciti italiani trasferito al luogo dove i rettori della republica francese dimoravano, per invocare la loro protezione alla nuova Italia dei popolo, che, auspice lui, fra poco doveva sorgere: e quelli, per la bocca sempre in que’ giorni favellante del ministro Lamartine, avevano le più fraterne e lusinghevoli cose replicato. Chiamarono Italia, non delle nazioni, ma delle umane genti reina, e degna di ripigliare lo scettro dell’universo. E venuti alle promesse, con maggior voce gridarono: le loro spade essere apparecchiate a difendere la italiana libertà, quando le nostre destre bastate non fossero. E poi che i giornali avevano sì'il discorso del Mazzini e sì la risposta de’ rettori francesi divulgato, quasi più paura si ebbe che quella republica non avesse mandato soccorsi che volesse rifiutarli, caso che di domandarli fossimo stati costretti. Venne poi tempo che lo stesso Lamartine riferì publicamente, a merito di quel primo reggimento della francese republica, l'avere non solo ogni conforto ricusato al re di Sardegna, non ostante le reiterate domande da esso fatte, ma ancora formato sulle Alpi un campo di sessanta mila uomini, per essere di ostacolo, qualora un regno forte in Italia sorgesse. Ma giunto il Mazzini a Milano, da prima o che fìngesse, o trovasse nella città disposizioni diverse da quelle che s’imaginava, protestava di non voler nimicare. Carlo Alberto, e anzi volerlo nella magnanima impresa incoraggire. Ad ogni modo, o si doveva fare che i non tornasse in Italia, o era da schivare attentamente di porgergli occasioni di agitare fra’ l popolo quella sua fantasia di republica unitaria: la quale, quanto era più lontana' dalla republicana realtà, altrettanto era vicina a mettere in furore gli spiriti. E queste occasioni in gran parte vennero dalla stessa corte piemontese.

Prevalevano a que’ giorni nell’animo di Carlo Alberto e de' suoi ministri due affetti: paurà di republica, e desiderio di aggrandire il reame. I quali non diciamo che viltà o cupidigia partorisse, ma sincera persuasione di bene comune, aiutata da fatti e da ragioni. E primieramente non poteva non essere un gran pensiero di costernazione l’aver subito i Veneziani gridato republica; il cui esempio era da arguire che sarebbe stato seguito altresì da’ Milanesi; e, divenuto reggimento republicano il lombardo-veneto, non potevasi più vivere tranquilli del Piemonte, e particolarmente della Liguria, che avevano vicino quel fuoco della republica parigina, pronto a dilatarsi. E fra i fatti paurosi per il re sardo, non era senza certa importanza quello di Savoia, dove né’ primi giorni di aprile una turba di fuorusciti accozzati con operai francesi di Lione e di altri paesi, guidati da uomini audaci e facinorosi, e provveduti d’ogni maniera d’arme, erano entrati in Chambery, avevano abbattuto i segni dell'autorità regia e gridato la republica; e quantunque il popolo savoiardo, a cui niuna fiducia e affetto potevano inspirare quegli occupato» che avevano meglio sembiante di ladri che di republicani, si levasse tosto, e preso le armi, gli assaltasse e cacciasse e il governo del re ristabilisse, tuttavia quel movimento non poteva essere con indifferenza riguardato. In oltre dava noia a Carlo Alberto vedere in quel governo temporaneo di Milano mescolarsi alcuni già noti per opinioni republicane, i quali a lui pareva che col loro ardire avessero maggioranza ne’ consigli; traendone argomento o sospetto dal— l'avere, fin dal primo giorno che le sue milizie entrarono in Pavia, provato la difficoltà de’ viveri: non ostante fosse stato innanzi pattuito che la paga, de’ soldati sarebbe stata a carico dell’erario sardo, e del loro nutrimento avrebbono avuto curai Milanesi; e in oltre, dallo sperimentare che non un corpo solo di militi lombardi bene ordinato aveva per ancora raggiunto l'esercito piemontese; e in vece i rettori milanesi insistevano perché si avanzasse colle sue genti, e occupasse i luoghi maggiormente in pericolo, quasi ei fosse un loro condottiero assoldato. Crebbero nel re sardo le cagioni di temere e sospettare dopo il ritorno del Mazzini, giudicando che alcuni fra’ rettori milanesi, accontatisi con lui, non deliberassero che secondo a lui piaceva. Alla quale intelligenza attribuiva che ad ogni tratto fossero assoldati nuovi capitani forestieri, si formassero nuovi corpi, e ad uomini indegni si conferissero gradi e insegne. Parvegli finalmente indizio e quasi prenunzio di republica il decreto del dì 8 aprile, con cui s’istituiva un consiglio di cittadini per proporre la legge sul modo di ragunare l’assemblea che doveva co’ suoi voti deliberare la forma di reggimento da conferire alla Lombardia: conciossiaché il sopraddetto consiglio fosse la più parte composto di uomini desiderosissimi di reggersi a popolo. Se non che, l’essere il governo milanese mezzo mazzinesco e mezzo albertiano, dispiaceva all’uno e all’altro; e dall’uno e dall’altro era querelato e avuto in sospetto; avvenga che non meno dolevasi di lui il Mazzini, e quasi le stesse colpe con altri intendimenti gli riferiva.

Stimò per tanto il re, o chi lui consigliava, che a porre subito un argine al torrente republicano conveniva procacciare che la Lombardia, senza metter tempo in mezzo, si congiungesse col Piemonte; sperando di riuscire nell’intento per lo bisogno in che i Lombardi si trovavano delle armi sue dopo cominciata la guerra; né temendo di poter essere accusato di cupidità, essendo per lui assai buono argomento che, coll’unione dei due paesi acquistando unità il governo, avrebbe potuto con più forza e speditezza alle necessità della guerra provvedere. Ma per non dar sospetti di ambizione, e appicco a discordie, sarebbe stato necessario che, entrato in Lombardia prima che i Lombardi s’inorgoglissero di quella loro prima e apparente vittoria di cacciare gli Austriaci dalle città, avesse di presente e con risoluto animo domandata la congiunzione dei due stati, come necessaria a ben condurre la guerra contro il comune avversario. Certamente i Lombardi si sarebbono a lui dati; ed egli, recando in sue mani la somma delle cose, avrebbe potuto fondare un governo forte e guerresco innanzi che si creassero que’ governi temporanei, composti di uomini di opinioni diverse, e colpevoli ora di estrema avventataggine, e ora di estrema debolezza. Ma dopo rotta la guerra, e aperto il varco agl’interessi e alle cupidigie, non doveva sembrare che pericolosissimo e imprudente il favellare di congiunzione, sì perché i Lombardi erano ornai certi che, avendo Carlo Alberto ingaggiatola guerra coll’imperadore, non poteva più abbandonarla senza esporsi a maggiori disastri;onde(4)non potevano essere mossi da paura; e non potevano né pure essere indotti da amore, perché ancora egli non aveva ottenuta la vittoria, da parer loro meritevole che per riconoscenza gli si assoggettassero. E d’altra parte que’ primi e piccoli successi delle sue armi, anzi che acquistargli grazia, lo rendevano vie più sospetto, parendo ch'ei volesse usarli quasi mezzo a effettuare disegni d’ingrandimenti. E sommo danno altresì alla sua fama recavano quelli che per lui parteggiavano; i quali coll’esaltarlo tanto, e col tanto predicare e caldeggiare la congiunzione della Lombardia col Piemonte (che con parola barbara e vacua di senso chiamavano fusione), accrescevano le sospizioni contro lui concepite tanto da’ principi quanto da’ nemici dei principi, mal conoscendosi se più gli uni o gli altri lo guardassero di mal occhio. E sapendo egli di aver contro tante inimicizie e gelosie, doveva dichiararsi fermo e deliberato a non volere che di congiunzioni e di ordinamenti di stati si ragionasse avanti che la guerra non fosse terminata: conciossiaché dando vista di desiderare la congiunzione de’ due stati sotto una sola monarchia, quasi ogni valore perdevano le replicate protestazioni che, non per interesse e grandezza propria, ma sì per la liberazione dell’Italia era entrato coll’esercito in Lombardia. E da ultimo, quando anco alcun sospetto di sé non avesse ingenerato, e la bramata congiunzione avesse ottenuta, non poteva essere che il solo agitare una sì grave quistione non commovesse gli umori, e semi non gittasse di gareggiamenti municipali, sempre pericolosi; pericolosissimi allora che, essendo la guerra cominciata, natural cosa era che il nemico facesse di tutto per fomentarli, e in battaglie intestine convertirli.

Ma Carlo Alberto, o per credenza propria che questo fosse il miglior partito, o più tosto per consigli fraudolenti di coloro che in bocca avevano la salute d’Italia e in cuore la sua rovina, o anche per inganno e errore di tutti, il 23 aprile, mediante il suo ministro delle cose della guerra, scriveva al commessario de’ Milanesi Enrico Martini queste parole: Riconoscendo lui il governo temporaneo di Milano, e trattando co’ rettori di esso, avere inteso di fare con uomini che traevano autorità dalla forza de’ casi e dalla fama che di ottimi cittadini godevano. Ma non potere nel medesimo tempo mettere in non cale, al solo popolo, con tanto valore testé deliberatosi dal giogo straniero, appartenere il diritto di determinare la forma del proprio reggimento. Essere pertanto desiderio suo che, adunati nel più breve tempo possibile i generali comizi, stabile e diffinitiva sorte le lombarde provincie ricevano da un’assemblea libera e veracemente autorevole di sì bella parte d’Italia.

E se bene non facesse parola di congiunzione della Lombardia col Piemonte, ognuno s’accorgeva non altro essere il fine di quell’invito; non potendo a chicchessia cadere in animo che a Carlo Alberto non dispiacesse che per la republica si decidessero; e tutti altresì conoscendo che, dove un re avessero dovuto eleggere, nessun’altro per ogni rispetto poteva essere eletto da lui in fuora. In oltre v’era lo stuolo de’ partigiani della congiunzione, che allora più che mai rinforzando lor pratiche, ottenevano che alcune città lombarde facessero dimostrazioni publiche di volerla. Fra le quali stimossi di gran momento quella di Brescia; città sopra ogni altra di gagliardi e liberi spiriti, e da potere col suo esempio sulle altre. E la inclinazione di Brescia era nata in gran parte da nimicizia con quelli che governavano Milano; per lo che il Mazzini scrisse lunga lettera a’ Bresciani, dando loro ammonimenti di pazienzae di concordia in quel tempo che la guerra al nemico di fuori ai combatteva. Il che noto perché appaia come nel Mazzini e ne’ seguaci suoi spesso colle parole discordavano le opere. Frattanto i rettori del governo temporaneo di Milano (che poteva dirsi a due teste, una imbevuta d’idee republicane mal digesto, e l’altra desiderosa della monarchia di Carlo Ai berta) apparivano incerti e coi né tenzonanti con loro stessi; esercitando su di essi autorità non meno i fautori della con giunzione che gli avversari. E come della parte che brigava perché congiungimento alcuno non si facesse era capo il Mazzirii, così all’altra, che si travagliava perché Lombardia e Piemonte divenissero uno stato solo, soprintendeva l'abate Gioberti. Il quale, anche prima che tornasse in Italia, aveva cominciato con quella sua feconda voce a ragionare della necessità di creare nell’Italia subalpina un regno forte e po lente, da contrastare ad ogni straniera occupazione. E m quel tempo l'autorità del Gioberti era grandissima, e tanto maggiore di quella del Mazzini, quanto che il nuovo commovimento era stato fatto coi consigli e quasi colla direzione del primo, e pareva dovesse condurre a quella libertà, cui non avevano condotto i moti consigliati e diretti per l’addietro dal seconda Se non che, il Gioberti ancor lontano, e il Mazzini già pre sente, faceva che, se questi non riesciva a sventare la opinione del sopraddetto congiungimento, valeva a mettere la di visione nella città, e procacciare che la vittoria de' giobertiam e degli albertiani lieta non dovesse essere. Finalmente anche il Gioberti tornò in Italia, mettendo piè in Torino il giorno stesso che Pio IX in Roma colla sua en ciclica lo faceva comparire bugiardo vaticinatare. Come, il suo ritorno festeggiassero i Piemontesi non si potrebbe dire. Non guardando per allora che le sue profezie Sul papato cominciassero a fallire, ebbero in considerazione chi, colla fama dell’ingegno e degli scritti era stata per due anni promovitore, e quasi autore di quello che seguitavasi a chiamare risorgimento italiano: facendo, ancor più che la dottrina e la facondia, stupire la sua rara felicità; conciossiaché, prima con paradossi, che le istorie smentivano, potè movere tutta Italia; e poscia, non ostante nuovi fatti raffermassero la fallacia delle sue dottrine, seguitò tuttavia ad avere straordinaria autorità nelle cose publiche: come colui che cercava governarsi secondo le opportunità; e, avendo accarezzate e lusingate la monarchia e l'aristocrazia quando erano potenti, poiché i democratici cominciavano a prevalere non restava di predicare, che il principato, secondo la. sentenza sua, altro non doveva essere che l’ottima delle republiche; e, senza entrare in giudizi speciali sulle recenti protestazioni fatte in concistoro da Pio IX, cominciava a parlare aperto intorno alla necessità che il pontefice ornai deponesse la soma del dominio secolaresco, che lo faceva cader nel fango e bruttare, e in vece si contentasse d’un principato puramente e spiritualmente moderatore; traendone argomento, in vero specioso, da’ tempi del terzo Innocenzo, per lo cui esempio (diceva) avrebbe potuto Roma anco reggersi a stato di republica, e avere ne) papa un fedele protettore.

Ma, perché egli avesse continuato a giovare co’ paradossi alle cose d’Italia, era forse mestieri che ancora fosse rimasto lontano: sì come sarebbe stato certamente gran bene che avesse continuato a dimorar esule il Mazzini, affinché non le avesse danneggiate. Il ritorno di questi due celebri uomini fece che le due parti di republicani e di albertiani divenissero più vive e operose. Condottosi il Gioberti a Milano, ecclissò per un momento il Mazzini; e tutta quasi la città parve rivolta a festeggiarlo, e disposta ad accogliere le sue idee. Né egli trascurò di usare quel favore; e quanto più potè e seppe, predicò e caldeggiò la congiunzione di Lombardia con Piemonte: né fu lieve aiuto alla sua voce quella altresì del poeta lombardo Giovanni Berchet, dopo tant’anni di onorato esilio rimpatriato anch’esso; e tanto più da valere il giudizio suo, quanto che nessuno aveva sì vivamente il nome di Carlo Alberto infamato. E tuttavia, anteponendo allora il bene d’Italia alle sue passate opinioni, erasi accostato più tosto a quelli che la monarchia del Piemonte volevano, che a quelli che di republica farneticavano. E mentre le cose dette dal Gioberti e dal Berchet, e da chiunque la unione raccomandava, non s’attentava né il Mazzini né alcuno de’ suoi seguaci confutare, aspettavano non di meno che i rettori milanesi decretassero il modo di mandarla ad effetto, per avere ’l destro di contrariarla con apparenza di buone ragioni. Né in questo loro disegno s’ingannavano; conciossiaché l’adunare nel tempo che ardeva la guerra un" assemblea co’ suffragi dell’universale, non era possibile; sendo molti andati al campo o distolti dalle cose che ivi succedevano: e il fare la deliberazione per via di assembramenti popolari o di soscrizioni publiche era sommamente difficile e pericoloso, e da ingenerare dubbi di falsità ne’ suffragi manifestati o scritti. Tentennarono un pezzo i reggitori di Milano; e, poiché il primo partito d’un’assemblea non si poteva, appigliatisi all’altro della soscrizione, fecero un bando, col quale invitavano il popolo lombardo a dichiararsi se voleva o no congiungersi col regno piemontese, mediante registro doppio in ciascuna parrocchia per chi accettava o ricusava; assicurando in questo mezzo, nessuna modificazione patirebbero le franchigie e libertà acquistate, in fino che l’assemblea sovrana e generale adunala, non avesse lo statuto del nuovo regno dell’alta Italia compilato.

Eccoti subito il Mazzini levarsi contro questo bando, e gridare ad arte: «non essere legittimo l’atto di congiungersi per sottoscrizione: doversi bensì fare per un’assemblea costituente, senza la quale non si manifesterebbe, ma si costringerebbe la volontà publica: lo stesso re avere già dichiarato non voler guiderdone se non a guerra finita». Cademi qui in acconcio d’infamare un lurido ebreo, per nome Urbino; il quale insieme col Mazzini sottoscrisse questa dichiarazione. Costui spacciavasi per un de’ più accesi republicani; nessuno più di esso essendosi travagliato in Milano perché la parte del Mazzini acquistasse clienti, e intemperate voglie prorompesse. Poi, mutate appena le cose, fu chiarito per uno spione degli Austriaci. E di questi traditori ve ne avea più d’uno; non solo in Milano, ma ancora in altre parti d’Italia; tristi e vili quanto e più dell’Urbino. I quali operavano sì sconciamente e impudentemente, che se i capi della parte republicana non fossero stati sì ciechi e sì bisognosi di accogliere ogni gente, avrebbero dovuto scoprirli innanzi che il trionfo della tirannide gli avesse con comune vergogna e danno smascherati.

Un altra speranza pe’ così detti mazziniani era Venezia: la quale avendo ornai deliberata la forma del suo governo, non avrebbe accettato il consiglio di congiungersi ancoressa coi Piemonte. E ben allora apparve Terrore de’ Veneziani a costituirsi in republica, prima di ben conoscere come gli avvenimenti si risolvessero; trovandosi in questo pericolo: o di mostrarsi leggieri, rimutando quasi subito una risoluzione fatta con tanta solennità; o di essere cagione di nuovo smembramento e divisione, e, quel che allora era anco più temibile, di rimanere abbandonati. Interrogati pertanto intorno alla congiunzione co’ Piemontesi, risposero: «serbarsi a guerra finita di prendere consiglio; assicurare, intanto, che non si sarebbero giammai spiccati dalla Lombardia:» e aggiungevano quel che pochi saggi in vano predicavano tessere tempo di armarsi, e non di ragionar di assemblee, di costituenti e di fusioni. Quasi a un tempo co’ rettori di Milano, facevano quelli di Parma e di Modena lo stesso decreto d’invito a’ popoli per sottoscrivere o rifiutare il congiungimento di quei ducati col Piemonte; e per ben disporre le genti a quell’atto, dice vasi, fra le altre cose, che non lo statuto dato da Carlo Alberto avrebbe retto il nuovo reame italico, ma bensì ne sarebbe stato fatto un altro da un assemblea costituente più ampio e più libero.

Queste deliberazioni, oltre a dar pretesti di clamori ai sognatori di republica, servivano di ritegno a’ principi di stringersi in confederazione, che solo rimedio forse rimaneva alla piaga aperta nel corpo d’Italia dall’enciclica papale del 29 aprile. Né i ministri romani, appena assunto il governo, avevano mancato di rappiccare le pratiche rimaste interrotte; ma da per tutto, eccetto che nel granduca di Toscana, incontrarono opposizioni invincibili. Che, publicata la enciclica di Pio IX, gli oratori napoletani furono richiamati senza aver nulla conchiuso, e avevano anzi gittate nuovo seme di maggiori sospiziooi e rancori. Fu questa un altra disgrazia del ministero di Carlo Troya; il quale, scarso conoscitore di uomini e di cose, otteneva sempre effetti pessimi con intenzioni ottime. E l’opinione del publico, che gli oratori napoletani fossero andati a Roma a maneggiare una lega contro Carlo Alberto, era anche opinione de’ ministri romani: i quali, non ignorando in pari tempo in quale diffidenza verso quel re vivesse altresì la corte papale, tanto più stimarono da insistere perché i Piemontesi aderissero alla comune lega; e scrissero alla corte di Torino con intendimento di facilitare per forma il trattato d’una lega, che bastasse oggi mai una solenne e molto publica dichiarazione di volerla ed accettarla. Il Pareto, ministro allora degli affari esterni in Piemonte, rispondeva favorevole; ma i fatti erano contrari; perciocché i rettori di quel governo,invaniti de’ primi successi di guerra, credevano di essere fra poco signori ed arbitri d’ogni cosa; oltreché, avendo il pensiero alla vagheggiata congiunzione del Piemonte colla Lombardia e co’ ducati, temevano che la formazione d’una dieta o anco d’una, lega italica, non potesse disturbarla; quindi, prima ricusarono di mandare oratori a Roma, come avevano fatto i Napoletani e i Toscani, dicendo essere inopportuna la dieta, pericolosa la lega politica; e poi, alle istanze assai più rimesse e conciliative de’ ministri Mamiani e Marchetti, che non si stancavano di scrivere ogni dì per quella benedetta lega, non contraddissero né aderirono; e quando le mutate fortune della guerra li avrebbero fatti piegare, furono costretti a deporsi; onde i trattati di lega rimasero novellamente interrotti, senza che si trovasse più modo di rannodarli per forma da venire a una conclusione. È da aggiungere che, alle improvvidenze interne, si aggiungeva la continua malignità di tutta la diplomazia esterna; intesa ogni dì più a stornare quanto avesse potuto arrecar forza e unione al l'Italia. E poiché era noto allora, e oggi è autentico, che la republica di Francia, comecché protestasse parole di affetto, non voleva uno stato forte subalpino; e la corte d’Inghilterra altresì metteva impacci nel tempo che pareva desse appoggio e protezione, non fia stupore che non risparmiassero opera per aizzare le gelosie degli altri principi italiani contro Carlo Alberto, giuocando quelli e questo, e a noi, miseri popoli, apparecchiando novelle e più ree catene.

In que’ giorni ragunavasi la prima volta in Torino il par lamento, secondo la costituzione dell’8 febraio. Se quello fosse tempo di parlamenti, giudicherà il lettore. Io dirò che fu cominciato con fiducia publica e solennità grandissima. Tutta la milizia civile era in sull’arme. Deputati eletti dalla nazione, e senatori eletti dal re, si raccoglievano nella gran sala del palazzo detto Madama, le cui logge empiva popolo attento e aspettante. A mezzo giorno entrava il reggente principe di Carignano, seguito dai ministri; e nel seggio a lui eretto adagiatosi, pronunziava a nome del re la forma del giuramento: e insieme con lui giuravano i senatori e i deputati. Quindi leggeva un discorso con sentimenti appropriati a’ tempi e alla lieta occasione; facendo presagi di concordia e di felicità, da parere la libertà interna egualmente che la esterna assicurata.

E l’esempio di Torino moveva gli altri Italiani a vie più pressare i loro rettori affinché altro indugio non frapponessero a ragunare le assemblee: ché, assuefatti in fino allora a vincere colle parole, credevano che co’ parlamenti avrebbono meglio provveduta e condotta la guerra. E quasi non bastassero a tanta loquacità i parlamenti e i giornali, si formavano dappertutto nuove congregazioni popolari, che si chiamavano circoli o comitati di guerra; e si diceva ch'essi avrebbono aiutati i principi ad essere più efficaci ne’ provvedimenti militari. Certo in questi circoli e comitati si fecero di ciarle assai, allora vane, fra poco rovinose; e, senza avvedercene, co’ mezzi guastavamo il fine; se pure per alcuni il fine non fosse mezzo ad altri fini; conciossiaché, in questo moto italiano, sopra ogni altra cosa fosse da deplorare la mislealtà de’ proponimenti in ciascuna parte. I mazziniani cominciavano a gridare ne’ loro giornali e conventicoli che, non co’ principi, ma colla sollevazione de’ popoli era da condurre quella guerra di nazione; e come più sapevano e potevano, cercavano di togliere fama e autorità a Carlo Alberto: quasi avessero avuto essi un esercito dacontrapporre agli Austriaci, o avessero davvero avuto potenza di sollevare le genti, ogni dì meglio di lor gridi forsennati infastidite. E quando pure avessino sinceramente creduto che colle armi de’ principi non era da sperare la vittoria, dovevano almeno astenersi dall’attraversarli; per non porgere a’ partigiani di quelli giusta cagione di affermare, che per la loro opera scompigliatrice non avevano la gloriosa impresa a felice meta condotta. E a questi nuovi giornali e conventicoli democratici, infervorati dalla mai agùrata presenza del Mazzini, era sempre larga materia di querele e di accuse la congiunzione di Lombardia col Piemonte; né finivano di spargere che il re di Sardegna, facendo la guerra per usurpare a’ Lombardi quella libertà che ornai col pregio del loro sangue si erano acquistato, brigava di metterli sotto il suo scettro, senza che valesse la promessa d'un’assemblea costituente: la quale innanzi che fosse adunata, il poter dittatorio militare avrebbe in modo stretto i ceppi, che non sarebbero stati in condizione di più spezzarli. E intanto la plebe milanese, incitata da queste e da altre paurose voci, s’ammutinava e schiamazzava che si ragunasse senza indugio la detta assemblea, e le libertà acquistate si assicurassero; in vano i temporanei rettori, ora con bandi scritti, e or colla voce protestando, che stessero tranquilli, essere stato per la sicurezza delle ottenute franchigie in guisa provveduto, da non sorgere pericolo alcuno di tirannide fra l’atto di congiunzione e l’adunanza della costituente. Conforme s’avvicinava il giorno che si doveva conoscere il voto de’ popoli, crescevano i sospetti, le calunnie, i tumulti. ne’ dì 28 e 29 maggio i tumultuatori si assembrarono in Milano in piazza San Fedele, guidati e aizzati principalmente dal giudeo Urbino, agente austriaco sotto spoglie republicane: e a nome del popolo, cui essi stessi tradivano, domandavano che si publicasse subito una legge assicuratrice del godimento delle presenti franchigie. 1 rettori dovevano far disperdere quel raguno, anziché dar vista di temerlo; ma, credendolo più gagliardo che non era, cercarono di calmarlo con ragioni e consigli. Il conte Casati, presidente del governo, che era stato tante volte alle prese coi commissari austriaci, e allora doveva combattere co’ democratici italiani (i quali ciò che volessero forse né pur essi sapevano, ma è certo che volevano pescare nelle torbolenze) fattosi alla fenestra, provò di parlare alla moltitudine: ma la sua voce, interrotta da spessi e contrari gridi, non potè pronunziare sentenza intera. Credette rimediare con una dichiarazione soscritta da tutti i membri del governo, colla quale dava sicurtà che le franchigie acquistate sarebbono state poste a condizione dell’atto di congiungimento, qualora il popolo l’avesse deliberato. Né pure giovando questa dichiarazione, che pur era quel che i tumultuanti domandavano, novellamente e più minacciosamente si raggruppano. Di nuovo chiamano sulla ringhiera i membri del governo. Presentasi il Casati mezzo morto: tenta di persuadere quegl’indemoniati. Urli, schiamazzi, ingiurie, quanto di più osceno e di più insano si può dire, suona d’ogni parte. Il sopraddetto Urbino mostra una nota di uomini per fare novello governo. Questo vii ribaldo, e con lui altri ribaldi, non avevano pace finché nonconducevano la patria nel precipizio. Ma Dio volle che in quel giorno non vi dovesse essere tratta; perché tanta insolenza di scelleratissimi indignò per forma l’universa! popolo che, perduta la pazienza, levossi a sgominare e confondere quella canaglia, cui l’altrui pazienza o indifferenza o dappocaggine rendeva audace. La cosa andò tant’oltre che, lo stesso Mazzini vergognandosene, scrisse ch'ei non ci aveva che fare, e anzi deplorava e riprovava que’ disordini. Tanto è vero che i seguaci trascendono sempre l’esempio. Gli altri paesi d’Italia, quantunque non avessero in casa quel fomite di discordia e di agitazione, che era la quistione del congiungimento di Lombardia con Piemonte, pur tuttavia ne partecipavano secondo le differenti opinioni; conciossiaché da per tutto v’avea albertiani e mazziniani, e da per tutto gli uni e gli altri co’ giornali, colle ragunate e colle corrispondenze quel malagurato tema, detto della fusione, agitavano e volgevano a rendere più viva la separazione di quelli che si chiamavano monarchici costituzionali, e di quelli che democratici puri si appellavano.

E un grande incentivo era il viaggio del Gioberti; il quale non contento di essersi restituito in patria, stimolato da amici, e particolarmente dal cavaliere Pier Dionigi Pinelli, deliberò di viaggiare per l’Italia: né quella fu una buona deliberazione: chè se bene possa credersi ch'ei sinceramente si proponesse di vie meglio coll’autorità della sua presenza annodare i vincoli della unione, e con essa della forza italiana, pure, oltreché la presenza diminuisce la fama, parve in generale che non sapendo la sua filosofia resistere alle lusinghe della vanagloria, andasse per le città e per le terre a raccogliere lodi e festeggiamenti; e tanto più ciò apparve, quanto che la importunità de’ suoi ammiratori nel lodarlo e festeggiarlo non ebbe né limite né verecondia. Gli furono renduti onori più convenienti a re, che a filosofo. I giornali parecchi dì avanti annunziavano il suo avvenimento. Da per tutto gli erano poste guardie di onore all’albergo; da per tutto popolo che gli si affollava sotto le fenestre,e il suo nome levava alle stelle; da per tutto accoglienze nelle case, ne’ circoli,nelle corti; da per tutto feste, luminarie e panegirici alla sua virtù straordinaria. In qualche città fu tratto in cocchio dalle spalle degli uomini. In Firenze, in un’accademia adunata per onorarlo, fu chiamato più grande di Galileo, per aver fatto movere gl’intelletti anzi che la terra. Ed egli di tutte queste, ed altre più strane lodi appariva ascoltatore in publico, ricambiandole con acconce parole di ringraziamento e di consigli politici, che novelle laudi e festeggiamenti provocavano. E se in que’ discorsi, co’ quali prendeva commiato dalle città che lo avevano celebrato, non altro s’avesse dovuto ammirare, per certo erano mirabilissime la sua facondia di dir sempre le stesse cose con modi che parevano diversi e speciali de’ luoghi dove arrivava, e la industria di esaltare in guisa ogni città sopra l’altre, che l’ultima, a cui favellava, compariva sempre la più meritevole. Né per verità in publico parlò mai d’altro che di concordia: protestando sempre che si dovessero lasciare in piè que’ principati che non erano stati abbattuti per rivoluzione, e solamente si dovessero congiungere sotto la corona piemontese quelli stati che non avevano più principe, come il lombardo-veneto, Parma, Modena e Sicilia: quasi principio e avviamento a quella unità di nazione cui dovevano mirare gl’Italiani. Facendo una sottil distinzione fra unità e unione, voleva che colla seconda si avesse dovuto a poco a poco, e per lo effetto stesso degli avvenimenti, ottenere la prima. Ma, non ostante queste dichiarazioni e protestazioni e sottigliezze, non fece alcun frutto; anzi vie maggiormente aguzzò le gelosie e i sospetti, sì de' principi e sì dei popoli contro Carlo Alberto; dicendosi ch'egli era mandato per fargli proseliti in ogni città, e così lastricargli la via all’impero di tutta Italia.

Particolarmente in Toscana, paese piccolo, ciarliero e superbo della sua sovranità, s’accesero le dette parti: aggiungendosi, a renderle più vive, le cose della Lunigiana; dove, appena caduti i governi ducali di Modena e di Parma, non erano mancati consigli e inviti perché si desse al re di Piemonte; affermandosi e anco per la stampa divulgandosi, essere l’acquisto di que’ paesi necessario compimento al così detto regno dell’alta Italia. Ma, l'essere stati tanto tempo i Lunigianesi congiunti co’ Toscani, e a quelli avvicinandoli stirpe, favella e consuetudine, trasse gran parte di que’ paesi a invocare il ritorno sotto il dominio granducale. Scoppiarono le gare dei comuni, comunelli,città, terre, borghi, castella. Uno diceva: io sarò della Toscana; l’altro decretava: io mi darò a Carlo Alberto. Gli ordini si confondevano, le leggi non si «osservavano. Soffiavano in queste contese giornali toscani e piemontesi, che dei fatti davano giudizio diverso e astioso: e gli uni accusavano gli altri di municipale orgoglio,di prepotente ingiustizia, d’ingiurie fatte all'autorità delle due nazioni. Lo scandalo non era tanto che la Lunigiana tornasse al granduca o si desse al re di Piemonte, quanto il vedere chi all’uno e chi all’altro inclinare; forse non mancando ancora chi avrebbe voluto che si reggesse da se, con governo, metropoli, con fini propri. Volevamo l’accordo d’Italia, e non sapevano accordarsi fra loro quelli cui un muro e una fossa serravano. Ma è vero che la più parte de’ Lunigianesi desideravano tornare toscani, e le dimostrazioni di dedizione al Piemonte erano più opera di agenti, che voto spontaneo. Se non che la gara, cominciata con parole, minacciava terminare con atti di guerra intestina. Drappelli di milizia piemontese passarono il confine. Alcuni inalberavano la insegna di Savoia, altri la volevano abbassata. Questi e quelli s’insultavano, venivano alle mani; risse erano più che battaglie; ma di pessimi effetti cagione. Le due corti, per que’ fatti, si dirigevano querele, chiedevano spiegazioni, talora si accusavano, talora si scusavano; il dichiararsi allora nemiche, non osavano, né potevano essere amiche. Le cose diventarono più scandalose quando, aperti i parlamenti, si fecero soggetto di richiami e di discorsi. I ministeri de’ due stati riferirono secondo che le ragioni di ciascun paese richiedevano. Giovò a renderli prudenti l’essere pressati e distolti da cose maggiori; ma i sospetti e le gelosie non si acquetarono, traendone non lieve argomento coloro che davano voce a Carlo Alberto di volere ingoiare tutta Italia. Così le unioni de’ paesi erano allora germi di maggiori divisioni.

Peggior prova fece il Gioberti a Roma: dove, quanto più i cittadini l’onorarono e festeggiarono, altrettanto i preti della corte, che da un pezzo l’odiavano, avevano brigato di metterlo in malo concetto, e forse persuaso Pio IX, che era ito per indurlo a deporsi dal reggimento temporale, e procacciare che il novello trono di Carlo Alberto vi si potesse rizzare. È certo che dell’andata del Gioberti in Roma grandi cose si aspettavano; e vogliono che lo stesso Carlo Alberto, cui prima aveva visitato nel campo, lo esortasse a trasferirvisi senza dimora, e adoperare tutta la sua autorità per. rimettere il pontefice nella via abbandonata coll’atto dell’enciclica. Ma l’animo di Pio era stato già occupato, e nessun frutto poteva egli fare; non ostante che dicesse a tutto ’l mondo ch’era stato dal pontefice assai bene accolto, e lo aveva trovato sempre dispostissimo a favoreggiare la causa italiana. Al popolo affollato pronunziò queste parole: «Guai a me, se avessi dubitato dell’animo di Pio, o condannato alcun suo atto o detto che non mi fosse paruto consentire colla sua virtù:» stimando utile per le cose della guerra di velare il più che si poteva i papali intendimenti, o forse vergognandosi così subito dichiarare il papa ostacolo alla liberazione d’Italia, dopo averlo in sino allora predicato il primo e principale sostegno. Ma, dopo i rovesci, in un suo libro rivelò che tre lunghi colloqui ebbe con Pio IX, e dai due ultimi s’accorse che l’animo suo non era più quel di prima; tuttavia, nell’accomiatarlo, promettessegli che se la vittoria fosse di Carlo Alberto, ei di propria mano lo incoronerebbe re d’Italia, Né fia stupore che così dicesse papa Mastai, solito ognora a mostrarsi cittadinesco co' fautori di libertà, e poi fare a modo de’ fautori de’ governi assoluti; forse non per deliberato proponimento d’ingannare, ma per vaghezza di piacere a chiunque gli favellasse; laonde interveniva Che alcuni, anco dopo il fatto dell’enciclica, si partivano da lui assai contenti e persuasi che ’fosse sempre quel medesimo che infino allora era apparso; e in buona fede propagavano questa loro opinione, che altri induceva in errore, affine che per alcun altro po’ di tempo le illusioni sul papato continuassero. Il Gioberti terminò il suo viaggio con Roma; non parendogli Napoli luogo acconcio a’ suoi esortamenti, dopo gli orribili casi del 15 maggio; col racconto de’ quali fra poco dovremo contristare il lettore e noi stessi. Ora il filo della narrazione ci riconduce ne’ campi della guerra, per dire, innanzi tratto, come la nuova dell’enciclica papale, e le agitazioni popolari prodotte dalla quistione di congiungere Lombardia con Piemonte, servissero a vie più confondere la mente di Carlo Alberto, perché, agli errori commessi, altri ne aggiungesse.

Dopo le cose felicemente operate a Pastrengo dall’esercito piemontese, intendimento del re era di assaltare Peschiera; ma le artiglierie di. espugnazione dovendo venire di Alessandria, e non essendo per anco giunte, erano cagione perché le armi se ne stessero inoperose. Ciò riusciva doppiamente pregiudizievole; dando tempo da una parte agli Austriaci di ricongiungersi, e sempre meglio raffermarsi; e dall’altra porgendo il destro agli avversari di Carlo Alberto di metterlo ogni dì più in sospetto, spargendo ch’ei voleva attendere che il regno lombardo veneto si decidesse a darsi a lui, innanzi di proseguire la guerra: e sì queste voci si appigliavano e dilatavano che, ancora quelli che non erano avversi al re sardo, cominciavano a dubitare. Certamente Carlo Alberto aveva allora ragione di aspettare, mancando di artiglierie da campeggiamenti; ma hon aveva ragione di essersi ostinato a voler campeggiare le cittadelle, quando avrebbe non difficilmente potuto tirare i nemici a battaglia aperta, o almeno impedir loro gli aiuti dalla Germania. Intanto, sì i rettori di Torino e sì quelli di Milano facevangli ressa perché, con qualche bel fatto d’arme, la sua fama mettesse al di sopra della calunnia; tanto più che la corte inglese, per mezzo de’ suoi agenti, insisteva ogni dì più per una sospensione di guerra; e oltre a ciò si temeva che, assembrandosi il parlamento piemontese, facilmente sarebbonsi levate voci di lamento e di biasimo; le quali avrebbero avuto gran peso nel numero de’ suffragi, che dovevano fare dell’unione di Lombardia con Piemonte deliberare.

Ma niente faceva più sentire il pericolo di que’ temporeggiamenti quanto la enciclica del papa, protestatosi in concistoro contrario alla guerra. Laonde, per tutte queste considerazioni, Carlo Alberto si risolvette di fare una prova contro Verona, come se quelle fatte alcuni giorni innanzi contro Peschiera e Mantova lo avessero dovuto a questo passo confortare. Ancora questa volta fu mosso da false o incerte informazioni, che gli abitanti di detta città al suo avvicinarsi avrebbero fatta sollevazione, e facilmente sarebbonsi impadroniti della fortezza; dacché i suoi presidii erano composti di ungheri e d’italiani, dispostissimi a secondare il popolo; e per conseguente Radetzky sarebbe stato costretto a uscir fuori e ricevere una battaglia. È Verona, fra le quattro rocche che difendono la doppia lunghezza del Mincio e dell Adige, la più importante. Grandeggia maestosamente a piè delle montagne del Tirolo. Il fiume Adige, che passa per Io mezzo obliquamente, la divide in due parti; una alta, fiancheggiata da colli con fortificazioni antiche; e l’altra nel piano, difesa da vaste trincee di moderna fabbricazione. Pensiero di Carlo Alberto era di assaltare i luoghi chiamati di Croce Bianca, San Massimo, e Santa Lucia, che da Chievo in fino a Tomba formano un’altra cinta di difese; e dopo averli occupati approssimarsi a Verona, per attendere che i cittadini facessero movimento, e Radetzky colle sue genti uscisse fuora. Chi fino allora non aveva usata alcuna occasione buona per tirare in campo aperto il nemico, andava a provocarlo in luogo dov’era fortissimo e quasi inespugnabile. La direzione di questa mal conceputa battaglia fu confidata al general Bava. Ordinossi che le milizie, partendosi per tempissimo dagli alloggiamenti, dovessono raccozzarsi sulle prime alture che si trovano prima di arrivare a Finiletto; e, appoggiando il corno sinistro a’ colli di Palazzina, mentre il destro guarderebbero abbondanti artiglierie e una brigata di uomini a cavallo, i soldati collocati nel centro appiccassero i primi la zuffa a S. Massimo, e quelli de’ corni sinistro e destro marciassero, gli uni verso la Croce Bianca, e gli altri verso S. Lucia: nel tempo che la cavalleria taglierebbe la ritirata delle milizie nemiche occupanti Tomba, e il corpo di riscossa terrebbesi in dietro verso il centro guardando al movimento.

Questo ordine di battaglia biasimarono gl’intendenti pererrore di attaccare di fronte, a un sol tempo e su tutti i punti il nemico, senza che alcuno di questi punti avesse un sufficiente sostegno; ma, dove pure il disegno della battaglia fosse Stato tale da ottenere la vittoria, servì a farla perdere il modo col quale venne eseguito: imperocché gli ordini a’ diversi corpi di milizie che dovevano marciare o furono dati male, o giunsero tardi; onde quelle, in cambio di trovarsi tutte a un tempo e all’ora posta, arrivate alla spicciolata, fecero assalti interrotti e inefficaci. Aggiungevansi, a rallentare e impacciaremovimento de’ soldati le immense difficoltà del suolo, tutto quasi coperto di vigne con pali altissimi, che toglievano di vedere più oltre di cento passi; e pieno altresì di fossi e macerie, quasi steccati per il nemico. E conciossiaché la brigata Aosta, che marciava in fronte alla legione del centro dove erano il general Bava e il re, seguita a gran distanza dal corpo di riscossa, si trovasse nel luogo all’ora ordinata, dovette incominciare la battaglia, e sostenere sola l’impeto delle forze nemiche pingendosi sempre innanzi, in fino che, ignorando i luoghi, s’accostò al cimitero di S. Lucia, occupato gagliardemente dagli Austriaci, insieme colla terra, tutta intorno trincerata. Le artiglierie piemontesi per gli ostacoli del terreno mal potevano operare e servir di riparo a’ soldati, guardanti il nemico che tirava coperto dalle trincee; onde quelle giovani milizie, di mano in mano che provavano cotanto micidiali e infruttuosi i loro valorosissimi sforzi, cominciavano dar segno di confusione: se non che il giungere d’un altra legione produsse che la terra di S. Lucia, con novello vigore assaltata, non ostante la disperata difesa fatta dagli Austriaci, fu presa e occupata da’ Piemontesi. I quali, essendo allora dirimpetto a Verona, mentre speravano di sentire i presagiti movimenti, s’accorsero che né la città fiatava, né Radetzky pensava a uscir fuori; e frattanto giungendo la notizia che, avendo la terza legione del corno sinistro assaltata la terra di Croce Bianca, aveva trovato insuperabile resistenza, e una parte di essa malconcia dall’artiglieria nemica era in piena rotta, fu ordinato che tutte le milizie si ritirassero; usando le necessarie cautele perché, il ritirarsi marciando addietro, fosse col minor danno possibile. Vedendo gli Austriaci che i Piemontesi si ritiravano da ogni parte, corsero a ripigliare la terra di S. Lucia; dove rimanendo la brigata detta Cuneo, con ordine di resistere in fino che l’esercito in ritirata non si fosse bene allontanato, ella, avendo alla testa il duca di Savoia, compiette assai valorosamente questo ufficio. Ma un gran numero di fedi tori tirolesi avendo occupato improvvisamente alcune case sul diritto corno, e messo grandissimo scompiglio nella legione comandata dal general Ferrere, le cui genti si diedero a precipitosa fuga, non servendo la voce de’ capi per rattenerle, pose termine a quel sanguinoso esperimento. Il quale a’ Piemontesi costò più di mille e trecento uomini fra morti e feriti; comecché non fosse del tutto lieto per gli Austriaci, che non ne perderono meno di novecento, oltre alla morte di due generali e a un gran numero di graduati. Né si può dire quanto nocesse alla fama del re questa battaglia che, data per far qualcosa, cioè per non apparire tanto tempo inoperoso lungo il Mincio, fece piangere tanto inutile spargimento di sangue; e vogliono che parecchi abbandonassero le insegne, mentre tutto l’esercito, composto la maggior parte di giovani descritti, restò preso da scoramento: non facile a provarsi dove i soldati, avvezzi alle fatiche e a’ disastri delle battaglie, non si lasciano subito abbattere da’ sinistri casi. E in questo io credo che fosse il maggior vantaggio degli Austriaci; i quali, forse meno valorosi della più parte de’ nostri, li superavano nel coraggio della perseveranza, acquistato da’ continui e duri esercizi militari.

Fatta la infelice prova di Santa Lucia, che, come alcuno ben disse, non valse a guarire Carlo Alberto dada follia di assaltare rocche ben affortificate, tornò il re alla vagheggiata espugnazione di Peschiera, cui lo indugio delle artiglierie gli aveva fatto sospendere; e intanto non pensava al pericolo di tenere il suo non grande esercito disteso in una grandissima lunghezza; conciossiaché si trovasse obliquamente collocato dall’Adige infino al basso Mincio, con una parte sulla diritta sponda di questo secondo fiume,e un’altra sulla manca; e a un tempo medesimo dovesse guardar Mantova, mantener Goito con tutte le alture da Vaneggio, dov’era l’alloggiamento generale del re, fino a Pastrengo, e finalmente campeggiar Peschiera. Se Radetzky non avesse voluto essere più sicuro di attaccarlo dopo il ricongiungimento delle novelle forze giùnte di Alemagna, assai prima Carlo Alberto avrebbe dovuto sperimentare i cattivi effetti del suo disegno nei condurre quella guerra.

E poiché i vari eserciti nostri operavano qua e là divisi, e senza che l’uno sapesse dell’altro, anzi che uniti e con la efficacia d’un medesimo ordine, è da cercare quel che nel medesimo tempo passasse nel campo de’ volontari lombardi nel Tirolo, in quello de’ Toscani sotto Mantova, e in quel de’ Pontificii nel Veneto. Era successo al general Giacomo Durando di mettere un po’ d’ordinamento in que’ volontari, che il confine tirolese guardavano, e in alcuni scontri che ebbe col nemico sul Caffaro (i quali meglio scaramucce che battaglie si possono dire) aveva avuto non piccoli vantaggi per gli errori commessi dagli stessi Austriaci: di cui egli per altro seppe utilmente usare, e potè continuare a impedire che da quella parte gli Austriaci sbucassero, e la bresciana provincia assalissero, arrecando in tal modo grandissimo vantaggio all’esercito campeggiente Peschiera, perché sventava la speranza di Radetzky, che Carlo Alberto avesse le sue forze dovuto smembrare per inviarle a tutelar Brescia, e insiememente lasciare senza guardia le opere d’assedio condotte intorno a Peschiera. Fu in vero dolorosissima sciagura per il prode e sapiente Durando, che quando era pervenuto a dare un po’ d’ordine e di disciplina al suo esercito, e renderlo forse atto a rinforzare valevolmente la guerra al di là del1’ Adige, sopraggiungessero le irreparabili avversità, che resero vani i suoi generosi divisamenteE non meno infruttuosamente s’andavano provando e abituando a’ combattimenti le genti toscane accampate a Montanara, a Curtatone, alle Grazie e a S. Silvestro. Se non che ad esse lo imparare costava assai più caro: primieramente per cagione della poca provvedenza de’ rettori publici, che faceva loro, attendati sotto la formidabil rocca di Mantova, per fino mancare le munizioni; e furono costretti a chiederle in prestanza a’ Piemontesi, che ben si saranno scandolezzati del come i loro ausiliari fossero stati approvvigionati da chi le cose publiche reggeva: in secondo luogo per la imperizia e inerzia degl’ingegneri civili, destinati a fortificare i luoghi, e costruire trincee che munissero i nostri dalle scorrerle che di tratto in tratto facevano gli Austriaci; e la più parte di quelle opere riescirono deboli, e da movere piuttosto il riso di chi le vide, che da recare un valido riparo a’ combattenti: finalmente per la dappocaggine del capo supremo d’Arco Ferrari; il quale mostrandosi non meno lento che incerto nel dare gli ordini, noceva come se cattivi ordini avesse dato; efacevalo anco più languido apparire l’operoso e pronto generale de' Laugier: onde quanto più questi la grazia e osservanza acquistava de’ soldati, altrettanto quegli l’una e l’altra ogni giorno più perdeva, massime fra’ militi volontari, che meno sopportando la noia del temporeggiare, non credono guerra se non quella, in cui si viene ogni giorno alle mani. E quindi a diritto o a torto si levavano continue querele contro di lui, la più parte maligne, e forse fomentate da chi aspettava il destro di sgararlo nel supremo comando. Un gran rimprovero gli fu fatto che il dì 9 maggio, credendo ad alcune false voci che gli Austriaci avrebbono fatto una sortita di Mantova, comandò che tutte le milizie si ritirassero a Goito, contro l’opinione dei generale de' Laugier, e di altri, che opinavano esser più vantaggioso fare quella ritirata sull’Oglio, traghettare il fiume, e fermarsi a Marcaria; se non che il giorno appresso ripresero senza contrasto i posti di Curtatone e Montanara: e per questo movimento fatto indietro, avvenne che la squadra dov’erano il colonnello Metani e il maggiore Landucci, avendo avuto un incontro cogli Austriaci presso le Grazie, e sostenendolo con valore, caddevi morto il Landucci, uno de’ migliori fra quei capi della toscana milizia.

In quel mezzo giunse nel campo il ministro sopra la guerra Corsini; mosso per avventura dalle voci, che in Firenze di continuo giungevano, che le milizie non volevano stare sotto il general D’Arco Ferrari, dacché lo provavano ogni dì più inetto a provvedere come i casi della guerra richiedevano. Fu pertanto il Corsini testimone del fatto d’arme del dì 13, presso Montanara e Curtatone: al quale egli assistette con coraggio. più da soldato che da ministro; e poiché vide che le milizie toscane sì civili come stanziali sostennero gagliardemente quella zuffa, durata parecchie ore, dove gli Austriaci non penderono fra morti e feriti meno di dugento uomini, e dove più particolarmente si segnalarono per valore il de' Laugier e il Giovannetti fra’ capi superiori, e fra gl’inferiori i tenenti Carchidio, Mosell e Niccolini, che le artiglierie dirigevano, dovette per avventura accorgersi che non sarebbe mancato il valore ne’ Toscani se confortato l’avesse una buona disciplina: della quale apparve il difetto nella stessa vittoria; conciossiaché nel seguitare i nemici che fuggivano, procedettero assai disordinatamente; il che non fece ottenere que’ maggiori vantaggi che avrebbono potuto riportare se miglior ordine avessero avuto; colpa primieramente di coloro, che quando era il tempo, trasandarono di accrescere e meglio ordinare il nostro esercito, scusando la loro ignavia col ripetuto motto, che le genti toscane non erano fatte per le armi; e duolci dover dire che lo stesso Corsini, avente allora in mano l'amministrazione delle cose della guerra, non pensò a correggere il sopraddetto fallo, procacciando vigorosi provvedimenti militari, e meglio alla urgenza de’ casi confacevoli; non già per non amare il trionfo della italiana libertà, ma per essere uomo non a bastanza esperto delle cose guerresche; quantunque dopo rotta la guerra, mal era da provvedere, come sarebbe stato mestieri, alla formazione di buoni eserciti; e chi non sa nella pace prepararsi alla guerra, dee disperare di condurre a buon termine le imprese. La deliberazione che esso Corsini prese dopo il fatto del dì 13, fu di far richiamare dal principe il general d’Arco Ferrari, e affidare il comando generale al de' Laugier: il quale se è vero che aspirava a questo grado, è anco vero che nel combattimento del giorno 13 aveva mostrato che non ne era indegno: e se in lui non era mente quale sarebbesi richiesta in chi la suprema direzione delle cose assumeva, nessuno de’ nostri lo eguagliava nel coraggio e nella operosità, nel tempo forse che nessuno gli entrava innanzi per militare scienza.

Ma dove le cose andavano di male in peggio, era nel Veneto. Dopo che le milizie comandate dal general Ferrari eransi ritirate a Mestre, il general Durando passando colle sue genti il fiume della Brenta, aveva posto il campo a Piazzola, da dove poteva guardare Vicenza; né si lasciava movere dal vedere che le genti di Nugent facevano guasti e metter vano lo spavento nelle campagne intorno Treviso, e minacciavano di prendere altresì questa città; conciossiaché s’avvedesse che intenzione del nemico era di fargli abbandonare quel luogo, che gli chiudeva il passo per raggiungere il doppio importantissimo fine di occupare Vicenza e congiungersi con Radetzky; nel tempo che lo stesso Durando non ignorava essere Treviso in condizione di potersi difendere. E così egli avesse in questo suo ottimo accorgimento perseverato. Ma cominciarono le congreghe e i giornali a romoreggiare, e accusarlo di tradigione e di viltà, perché lasciava predare e taglieggiare dagli Austriaci i luoghi intorno Treviso, e non correva a impedire che questa città non cadesse in potere di essi. Il comandante di Treviso eziandio scriveva scongiurandolo che non indugiasse più, sotto pena di acquistarsi nota d'infamia. Le stesse istanze e maggiori gli erano fatte da’ rettori di Venezia, dove non sapevano rendersi ragione ch’ei restasse immobile, quando Treviso correva pericolo di essere presa. È vero che Durando avrebbe dovuto non curare tutti questi clamori e oltraggi, che movevano da ignoranza delle vere condizioni della guerra; se pure chi sentendosi da ogni parte, e tanto audacemente tempestare, non si conducesse a credere egli stesso che fosse da soccorrere Treviso, argomentando che Nugent volesse realmente insignorirsene per appoggio ad aprirsi una libera comunicazione fra Udine e Verona. Onde abbandonato il suo disegno migliore, da Piazzola si trasferì a Mogliano per andare ad attaccare il nemico, e insiememente aiutare Treviso. Il che veduto Nugent, e lieto che Durando avesse fatto quel ch'ei desiderava, non mise tempo in mezzo, e con una sola marciata celerissima percorrendo la distanza che è fra la Piave e la Brenta, si trovò in sulla via che mena a Vicenza, e in condizione di congiungersi con Radetzky, che era il suo fine principale. Né giovando allora più a Durando che si avvedesse com’ ei aveva ben giudicato che le minacce del nemico contro Treviso erano fatte per ingannare e fargli lasciare la Brenta, corse subito per Mestre in soccorso di Vicenza; dove col rimanente delle sue genti, e con la legione de’ militi volontari venuta di Francia e comandata dal generale Antonini, essendo giunto il 21 di maggio, seppe che il dì innanzi l'avanguardo nemico avendo provato di assaltare due volte la città, fu da’ nostri valevolmente respinto. Ma se Durando riesci a impedire che in quel giorno Vicenza non prendessero le genti di Nugent, comandate dal generale La Tour Taxis, non potè fare che non si ricongiungessero coll’esercito di Radetzky; conciossiaché il Taxis, che aveva l’occhio all’Adige, girando intorno con assai lungo movimento, si contentò di porre il campo a Olmo sulla principale strada di Verona; e non essendo successo di cacciarlo al general Antonini, il quale perdette in quella prova un braccio, incontrò a San Bonifazio il maresciallo Radetzky; che con una porzione delle sue gènti andava verso di lui, mostrandosi acerbamente crucciato che non avesse con un più gagliardo assalto espugnata Vicenza; città importantissima per essere in luogo dove fanno capo parecchie strade del Tirolo e del Friuli; la quale in fino che fosse stata tenuta da’ nostri, erano tolte al nemico le comunicazioni di quella parte, e quasi inutile gli si rendeva la occupazione di Udine e di Bassano, senza che potevamo guardare Padova e Treviso. E in verità grande errore commise Nugent di non averla assaltata con tutto il suo esercito il dì 20, innanzi che Durando giungesse. Laonde Radetzky ordinò subito al general Taxis di tornare indietro, e ricominciare l’assalto, aggiungendogli un rinforzo, di quattro mila uomini, la più parte cacciatori, e quattro batterie: in tutto diciotto mila uomini, e quaranta cannoni.

Poche città sono sì difficili alla difesa come Vicenza. Sorge a piè de’ monti Berici che le stanno a cavaliere: dividesi in città vecchia e nuova; due fiumi, il Bacchigliene e il Retrone, l’uno entrando nell’altro, circondano la prima da tramontana a mezzogiorno, mentre la seconda è quasi tutta aperta. Durando confidando nell’ardor de’ cittadini, che era grandissimo, dispose le sue milizie di circa diecimila uomini alla resistenza, ordinando che le stanziali difendessero i subborghi e le alture, e il resto si tenesse apparecchiato alla riscossa nelle porte e ne’ luoghi più acconci alla difesa. Cominciò ferocissimo l’assalto la sera del 23 maggio in mezzo alla oscurità d’una notte burrascosa: ed ecco a un tratto la città alluminarsi tutta; le case aperte; i cittadini, che potevano combattere, correre alle porte, e le donne, i vecchi, i fanciulli aggirarsi per le vie a spegnere le accese palle, che dal campo nemico si scagliavano. Verso mezza notte la battaglia allenò e poco stante cessò. La dimane ricominciata più aspra, ricominciò pure più aspra la resistenza; e come colle milizie ben disposte gareggiassero di coraggio e di splendida ira gli abitanti della gentil Vicenza, mal potrebbe la penna ritrarre. Dodici ore durò il fulminare delle artiglierie nemiche: sì gli Austriaci veggendo tornar vani i loro maggiori impeti, si ritrassero per allora dall’impresa, per la quale perderono fra morti, feriti e prigioni circa due mila uomini: e certamente vuoisi questa difesa di Vicenza, sì ben diretta, e con tanto valore sostenuta dal general Durando, rammentare come una delle più chiare prove del valore italiano in quella guerra infelice. Se non che la vittoria non seguitò molto, ad essere lieta, e se Durando potè vendicare la sua fama dalle calunnie appostegli, non potè più rattenere che le cose non volgessero sinistre dopo la congiunzione di Nugent con Radetzky. La quale non avendo provveduto il re, quando era tempo, affinché non si effettuasse, rendevala allora più funesta col non procacciar subito di raccogliere e stringere insieme il più. che poteva tutte le sue forze, per tenersi apparecchiato ad una giornata che da qui innanzi era da aspettare che il nemico rinforzato e rincorato avrebbe cercato d’ingaggiare in campo aperto. Ordinò è vero che le milizie pontificie tornassero sul Mincio per sostegno del corno destro dell’esercito piemontese, ma nel tempo stesso concedeva al general Durando di restare nel paese veneto fino che a surrogarlo non fosse arrivato colle milizie napoletane il general Pepe, che si sapeva essere sulla riva del Po. Durando, che grande importanza poneva nella difesa di Vicenza, e non guardando che allora era più urgente il ricongiungersi coll’esercito piemontese, accettò di rimanere à Vicenza, vanamente aspettando il general Pepe, che non giunse mai. E della causa di quella diffalta, sì funesta alla sorte della guerra, diremo nel seguente libro.


vai su


LIBRO UNDECIMO

SOMMARIO

Cagione di turbolenze nelle principali città d’Europa verso la metà del mese di maggio. — Cagioni onde più particolarmente s’accesero in Napoli. — Strabocchevoli cupidigie e improntitudini popolari. — Minaccie e paure di gravissimi disordini. — Debolezza e discordia nel consigliò de’ ministri, parzialmente rinnovatosi. — Pratiche fatte per danneggiare le cose della guerra in Lombardia. — Sospetti e accuse da una parte e dall’altra. — Comizi del parlamento napoletano. —Congressi preparatorii. — Dubbi sulla forma del giuramento. — Differenze fra’ deputati e il re. —Difficoltà di comporle. — Errore dei deputati. — Subillamenti per commovere il popolo. — Venuta della soldatesca. — Asserragliamento delle vie. — Malo ordinamento della guardia cittadina. — Inutili pratiche a far togliere i serragli. — Voci e opinioni di tradimenti. — Pretensioni insanissime de’ sediziosi. — Furibonda ostinazione a tenere la città abbarrata. — Deplorabile debolezza e confusione ne’ ministri. — Difficoltà a trovare un sollecito accordo fra il principe e i tumultuanti. — Indugio a publicare il decreto d’accordo. —Cominciamento della zuffa. — La città a sacco e a ferro. — Inutili prieghi e intercessioni a far cessare il furore soldatesco. — Crudeltà inaudite. — Esempi di virtù generosa. — Formazione di un comitato di sicurezza. — Scioglimento dell’assemblea dei deputati. — Dignità e coraggio da questi mostrata nel protestare e dividersi. — Festeggiamento osceno seguito alla sanguinosa vittoria. —Nuovo ministero. — Revocazione delle milizie dalla Lombardia. — Tumulto popolare in Bologna. — Titubazioni del general Pepe. — Scompiglio nella milizia. — Esempio dato dal generale Statella di tornare in dietro. — Inutili esortamenti del general Pepe a condurli avanti. — Grida e maledizioni al re di Napoli per tutta Italia. — Trasferimento del Pepe a Rovigo con poche milizie rimastegli. — Ritiro dall’Adriatico dell’armata napoletana. — Scuse de’ ministri alle corti esterne. — Rigori interni. — Violenze soldatesche. — Nuovi comizi e promesse di conservare intatto lo statuto del 10 febraio. — Movimenti di Calabria capitanati dal conte Ricciardi. — Maggiori pretesti a’ rettori napoletani di rifiutare ogni soccorso alla guerra italiana. — Contegno de’ rettori di Francia e d’Inghilterra alla nuova de’ casi di Napoli. — Disastro del campo toscano a Curtatone e a Montanara il 29 maggio. —Conseguenze all’andamento del resto della guerra. — Assedio di Peschiera. — Vittoria de’ Piemontesi del 30 maggio a Goito — Presa di Peschiera. — Straordinarie feste e allegrezze per tutta Italia.

Se bene la publicazione dell’enciclica papale del 29 aprile, avesse a Ferdinando di Napoli facilitata la via di togliere alla guerra italiana i mal conceduti soccorsi, pure gli bisognava qualche interna cagione, che gli fu porta dagli autori del moto del dì 1 o maggio. Il quale fu giudicato apparecchiata macchinazione dal vedere che in quel medesimo giorno quasi le stesse turbolenze accadevano a Parigi, a Vienna e a Berlino. Le quali non appartiene a queste istorie descrivere, ma la infausta colleganza de’ nostri co’ destini di quelle nazioni mi sforza a dame alcuna generale notizia.

Secondo che i Francesi si provavano di costituire il reggimento popolare, s’accorgevano di avere eletto una forma di stato, la meno di tutte ad essi conveniente. Quelli che temporalmente reggevano, signoreggiati da parti estreme e nemiche, non acquistavano né potenza né autorità. Ogni freno di leggiera sciolto; i commerci turbati; le industrie pericolanti; la fede publica quasi spenta; le cupidigie private gareggianti per aprirsi un varco; il passato lacrimevole; tristo il presente; pauroso l’avvenire. Molti attribuendo ciò allo stato transitorio, speravano nell’assemblea che doveva fare lo statuto della novella republica: e anco questo sperare era vario, secondo i vari appetiti. I socialisti, o quelli che con tal nome erano designati, speravano che la loro fazione vi dovesse prevalere; né ringavagnavano meno questa speranza i monarchici delle due sette. I meno forse che avevano da sperare erano i veri e temperati republicani, perché dovevano travagliarsi in paese, che lungi dall’essere republicano, era fatto per correre da un. estremo all’altro sì della licenza e sì della tirannide. In effetto il primo esperimento del voto generale non fu favorevole che alle parti estreme; le quali ben presto si disputarono il primato nell’assemblea così detta costituente: e si noti che i socialisti prevalsero per brighe di governo; i regi prevalsero per sentimento regio della nazione. Se non che in sul principio quantunque i monarcati vincessero di numero, tutta volta restavano da’ socialisti bilanciati per la potenza, che dava loro l’essere ancora fresca la rivoluzione e troppo vivi gli odii contro la monarchia abbattuta. Oltreché i regi pensavano, che in principio conveniva dissimulare, e fìngersi anche convertiti alla republica, per aver dalla loro i pochi republicani sinceri, e con questi uniti contrapporsi a’ socialisti. I quali ciechi, come tutte le sette eccessive, o non s’accorgevano di questa colleganza, o credevano di non doverla temere; anzi deliberarono di affrontarla in sul nascere, e recare in loro mani la somma potenza dello stato. Il 16 di aprile fecero movimento, che fu vinto da’ republicani sinceri congiunti co’ republicani falsi. Convocata l’assemblea costituente, ed eletto nuovo governo temporaneo, senza che alcuno de’ capi delle sette socialiste più estreme vi trovasse luogo, maggiormente furono invasati a turbare lo stato: e il di 15 maggio assemblea e governo assaltarono furiosamente. Se non che i loro assalti ributtati dalle milizie, provarono che quanto più eglino tentavano rivoluzioni, tanto più i monarchici ognor più stretti ai pochi republicani spaventati, guadagnavano di potenza, e preparavano in Francia e altrove il ritorno alla tirannide.

Le turbolenze viennesi nacquero per diffidenza nelle promesse libertà: e si temeva o a malizia si vociferava, che si mirasse fare un colpo che annientasse il frutto della rivoluzione. L’essere stato eletto primo ministro il conte di Ficquelmont avvalorava i sospetti. Torna il popolo ad assembrarsi, tirato al solito dagli studenti: precipitasi a nuovi tumulti: chiama inganno la costituzione publicata; chiede un assemblea costituente. I reggitori, non osando resistere, accrescono l’audacia de’ tumultuanti. L’imperadore spaurito trasporta a Inspruck la sede dell’impero. I nuovi ministri si depongono. I soldati si azzuffano co’ cittadini. Vieppiù ingrossano le domande. Si vogliono altri uomini, altre cose. Non mancano desiderii di republica. Grande era il pericolo, immenso lo spavento. a’ tumulti di Berlino fu segnale o pretesto essere richiamato il principe di Prussia, reputato dal popolo avverso alle idee nuove; e il re fu costretto a non farlo tornare prima che l’assemblea costituente, stabilita pel giorno 22 maggio, non si fosse adunata. Ma la Prussia renana da più gravi movimenti era sconvolta. Proprio quel mese di maggio fu turbolento per tutta Europa. Le insperate felicità de’ mesi di febraio, marzo e aprile minacciavano di cangiarsi in lutti estremi. a’ superficiali ingegni pareva accordo di uomini; a’ sapienti, accordo di cose; cioè mislealtà nelle vecchie corti, scioperaggine ne’ governi nuovi, sfrenatezza ne’ popoli guasti; e per dire la cagion più intima, la vastità stessa del repentino commovimento, sproporzionata a’ costumi del secolo, non fatto per intera servitù né per intera libertà, doveva produrre il rovescio. Del quale se nello stesso giorno si videro i segni a Parigi, a Vienna, a Berlino e a Napoli, può essere stato caso, o anche intendimento di pochi, che appunto fecero l’effetto a un tempo, perché da per tutto le stesse cause erano ammannate per produrle.

Ma se bene in ogni luogo la licenza guastasse la libertà, pure le cose acquistavano forma speciale dai diversi paesi. In Napoli la costituzione giunta improvvisamente e inopportunamente, sedò per poco i commossi, umori, che quasi subito tornarono a ribollire fra invecchiati odii, diffidenze, e brame di vendetta: e se in ogni paese era illusione l’amicizia, cotanto allora celebrata de’ principi co’ popoli, una terribile menzogna era pel regno delle due Sicilie; di cui una parte dimorava in ribellione, e un’altra viveva in paura che la libertà concessa non fosse dono più tosto da nemico che da amico. Vero è che i popoli sdimenticano leggiermente il passato; ma le piaghe de’ Napoletani erano troppo fresche e sanguinose, perché ogni cosa valesse a riaprirle. I primi ministri costituzionali, tra’ quali era il Bozzelli, non avevano saputo fare ordini da antivenire gli effetti che da questi cattivi umori dovevano necessariamente derivare; e anzi col mostrarsi restii ad allargare le libertà, mentre nelle piazze e nelle vie lasciavano imbaldanzire la licenza, avevano miseramente accresciuto le paure e i sospetti, e fatto nascere semi di novelli odii contro la persona del re; stimandosi, ch'ei s’opponesse per superbia antica, e i ministri lo secondassero per viltà nuova. Né i ministri accozzati da Carlo Troya erano stati più valenti dei primi nel porre un argine a disordini interni; se pure anzi non furono più inetti, non solo per la poca pratica che quegli uomini, per altri rispetti onorandissimi, avevano de' governi, ma ancora per aver trovato le cose condotte sì presso al precipizio, che assai poderosa mano abbisognava per impedire che non vi cadessero. Costituiti appena in autorità, cominciavano a non essere più graditi a quei medesimi che gli avevano fatti eleggere. Accusati erano di torpedine e d’improvvedenza. Benché l’accusa in gran parte vera, pure da torbida gente moveva; sendo lor principali avversari quel nugolo di chiedenti premii e uffizi publici, non isbramati né sbramabili nelle sfondate cupidigie. I quali non più supplicavano, ma assalivano di sorte, che qualche ministro fu ridotto a non potere uscire delle sue stanze, impedito e minacciato dalle stesse guardie civiche. Tutto testimoniava, che i più non si erano levati per amore di libertà, ma per desiderio di fortuna. Grande e insanabile piaga della moderna società, e non ultimo ostacolo al consolidamento de’ liberi ordini sono gli uffici a prezzo; divenuti oggimai professione, o clientela. Gli antichi (non fìa tedio udirli spesso ricordare) giudicavano che a farli appetire fosse stimolo sufficiente la naturale ambizione degli uomini, da non dovervisi aggiungere lo interesse.

Non si potrebbe poi riferire a qual termine d’impudenza fossino giunti in Napoli gli scriventi ne’ giornali; da’ cui oltraggi non era intemerato nome, né autorità publica che non rimanesse offesa: gittandosi le più vive contumelie addosso alla milizia; fomentate per avventura dagli oscuri nemici della libertà, perché sempre più contro quella s’invelenisse, né ritenessesi ad una buona occasione di spegnerla colle armi. E alle parole secondavano i tumulti popolareschi, ogni dì più frequenti e minacciosi. Uno de’ maggiori stimolia far trascorrere, era che nessuno (inebriati tutti dagli avvenimenti di fuori) pensava, che le cose, comunque andassero, dovessero mai ricondurci a veder risorgere le cadute tirannidi: onde il tentare tanto più pareva bello, quanto stimavasi con manco pericolo. E molti che sarebbonsi astenuti dalle sedizioni, di leggieri in quelle s’impigliavano: altri che sarebbero proceduti rimessamente, peccavano per intemperanza; e chi aveva natura stemperata, la dava per 'l mezzo a tutti gli eccessi. E se bene ciò fosse per tutta Italia, più particolarmente in Napoli, per la infiammabile nobiltà di quel popolo, si esperimentava.

Gridavasi replicatamente per le piazze e per le vie, che fosse cassa l’assemblea de’ Pari, e un’assemblea costituente si convocasse. Genti che non comportavano le minori libertà, volevano le maggiori acquistare. Più strana cosa era, che accolta dal principe una costituzione fatta e non ancora messa in opera, si parlasse di costituenti; le quali per essere legittime e naturali, fa mestieri che sieno precedute da rivoluzione che muti forma e nome allo stato. I gridatori non intendevano quel che dicevano, e meno ancora sapevano quel che bramavano. Erano voci confuse e tumultuarie, come di popolo, a cui erano state a un tratto spezzate le catene di molti anni. E tanto più quello insano tumultuare e schiamazzare per ogni lieve cagione, e anco senza cagione alcuna, tornava funesto, in quanto che talora pareva infetto delle dottrine francesi di socialismo e di comunismo; essendo stato in Napoli udito gridare in piazza da alcuni mascalzoni prezzolati, che fosse loro conceduto il diritto al lavoro; e nella città di Venosa erano stati messi a ruba i così detti beni demaniali, e in altre provincie pure di sì fatte violenze a mano armata non erano mancate. Onde il ministro per le cose interne Raffaello Conforti scriveva un ordine a’ governatori perché riparassero; ma quelli o non sapevano, o non potevano; troppo importando ai partigiani dell’assoluto principato, che tali cose avvenissero e se ne divulgasse e anco aggrandisse la voce, perché l'odio alla libertà andasse ogni giorno crescendo, e la impotenza dei ministri maggiormente si discoprisse. I quali più volte in corpo chiesero licenza al re; ed ei loro dinegolla; o che non sapesse in que’ momenti a cui voltarsi, o volesse far sempre meglio toccar con mano, come rettori indicati dal popolo non erano sufficienti né a contentarlo né a contenerlo.

A renderli vie più deboli e incerti, s’aggiungeva che non erano né pur fra loro concordi; e ai primi di maggio il dissentimento cangiossi in publico scandalo. Più sopra favellai delle persone de’ vari ministri, da tre in fuori: Antonio Scialoia, Paolo Emilio Imbriani, e Francesco Paolo Ruggiero; saliti al governo più tardi a riempire le vacanti soprintendenze alle cose di agricoltura, di commercio, e di affari ecclesiastici. Lo Scialoia era un giovine, nelle scienze oggi dette economiche versato, e quanto desideroso di onesta libertà, altrettanto d’animo rimesso. Di più gagliarda tempera era lo Imbriani. Né ingegno pronto, mostrato negli esercizi del foro, e risoluzione d’animo attivo, e modi officiosissimi mancavano al Ruggiero. Il quale nel medesimo tempo, aveva natura leggiera, subitana, puntigliosa, audace, arrogante. Fu tratto nel ministero del Troya, quasi a crescergli sostegno, per la fama di antico partigiano di libertà. Ma nella potenza invanito, non meno del Bozzelli, agevolò il ritorno della tirannide, non desiderandola; quantunque men fortunato dell’altro per non essersi renduto così ligio del principe che altresì non ambisse di apparire popolaresco. E contano, che nel consiglio de’ ministri giungesse a proporre di togliergli la facoltà di rifiutare le leggi, vinte in parlamento; mentre v’ha chi narra, che nello stesso consiglio protestasse di non consentire la guerra agli Austriaci se non quando tutta Italia fusse sotto lo scettro di Ferdinando II riunita. Certamente la spedizione delle milizie in Lombardia contrariò a tutt’uomo; per quanto non si possa dire, se con ciò mirasse a dar nel genio al re e gratuirselo, o veramente stimasse (come pur altri in Napoli opinavano) non convenevole il partecipare a quella guerra senza determinare le condizioni e bilanciare i vantaggi. Ma quanto più il Ruggiero per una cagione o per l'altra n’era oppugnatore tenacissimo, con maggior ardore lo Imbriani la caldeggiò; non parendogli mai che in ciò si facesse a bastanza. Né gli altri ministri, comecché più col secondo tenessero, avevano risoluzione di vincere gli ostacoli che nascosti e palesi incontravano; laonde seguitavano a governare a ludibrio di fortuna rea, senza gradire né al popolo né al principe. Ben fu necessità che lo Imbriani si de' ponesse, e con esso pure il Ruggiero; come quelli che per ragioni contrarie dissentivano dagli altri; e l’esempio loro seguì il conte Ferretti, per fuggire i rumori; dacché vedeva il male, né sapeva o non poteva impedirlo. Ma lo Imbriani, non contento del deporsi, rivelò la cagione al publico; informandolo che i rettori non facevano né potevano fare i provvedimenti che la patria italiana allora richiedeva per liberarsi del dominio straniero. Ed era vero, che poco dopo partite le milizie napoletane per Lombardia, il ministro sopra la guerra del Giudice (propriamente il dì 3 di maggio) scrivesse o facesse scrivere al general Pepe, che dovesse fermarsi sul Po, e aspettar ordini di Napoli innanzi di passarlo coll’esercito. Non men vero era che, mandato presso il campo di Carlo Alberto Pietro Leopardi, stato quartiermastro nel 1824; incarcerato nel 1834, esule in Francia fino al 29 gennaio dell’anno 48, e de’ non molti rimasi onestamente fidi alla causa della libertà; e il re a bocca e anco in iscritto commessogli d’intendersi con Carlo Alberto, e vegghiare al buono andamento dell’esercito napoletano: giungessero in pari tempo per mezzo di un cotal Spenzoli capitano, rimproveri al colonnello Rodriguez, comandante il decimo di linea, per aver passato il Po, con ingiunzione di stare agli ordini di chi comandava l’esercito, che ancora si trovava al di qua del fiume. Finalmente essendo stato da’ ministri commesso al medesimo Leopardi di trattare una lega di difesa e di offesa fra la corte di Napoli e quella di Piemonte, la lettera trattenuta da mano ignota, non fu mandata; anzi il Leopardi era rimproverato di avere egli ad una lettera de’ rettori di Milano risposto. Per le quali cose, ed altre o sapute o inventate, buccinavasi per l’Italia, che l’esercito napoletano non avrebbe passato il Po. Della qual voce uno de’ principali divulgatori era il principe di Canino, che si trovava per tutto, stimolalo da desio di acquistarsi fama e importanza, comunque parlasse e operasse: e forse il propagarla egli, già in fama di bugiardo, fu causa che fosse manco creduta di quel che meritava.

Per l’uscita e rivelazioni dell’Imbriani vie più scompigliati e confusi i ministri napoletani, appariva maggiormente la debolezza del loro governo; miserando spettacolo di universale calamità. Indirizzavansi a’ popoli con editti: pregavano si pagassero i tributi; cessasse ogni frodo; non si negassero soccorsi all’erario. Promettevano, che dove l’opera de’ cittadini non fosse mancata, gran rinforzo di terra e di mare la guerra d’Italia avrebbe dalle armi napoletane ricevuto. Ma niun frutto facevano queste parole, non ascoltate o schernite. E fra tante cagioni e ragioni diverse e opposte di publica inquietudine, nulla sarebbe stato più necessario del temperarsi per modo, che la favilla a sì deforme materia non si appiccasse: facil cosa essendo il prevedere che il popolo ignorante e superstizioso sarebbe corso a vituperevoli eccessi; e il principe ne avrebbe tirato vantaggio per ripigliare la perduta potenza; e la milizia servile avrebbe sostenuto più tosto il principe che parteggiato col popolo. Ma la prudenza, che non sarebbe allora stata mai troppa, i vaghi di libertà o non seppero o non vollero usare: e mentre quelli della corte aspettavano l’occasione di mettere giù buffa, gli altri la porsero, chi per errore e chi per iscellerato proponimento. E come de’ mali publici nessuno vuol essere incolpato, dicevano i regi il moto del 15 maggio apparecchiata macchinazione per atterrare il trono e fondare la republica; e i nemici del re che lo facesse nascere egli stesso per ispacciarsi della costituzione data a malincuore; quando forse non era né l’una né l’altra cosa; e a renderci incredibile che Ferdinando procurasse un conflitto per avere il destro di tornare signore assoluto, dove altra considerazione non valesse, basterebbe questa, che la paurosa natura d’un re difficilmente s’induce a sì fatti cimenti, che non si sa mai, messo mano al sangue, a che possano riuscire. E né pure del tutto mi apparisce credibile che di mutar forma allo stato con determinato pensiero avvisassero i pochi republicani, capitanati da Giuseppe Ricciardi: il quale più tardi publicamente confessò, che nel giorno delle elezioni dei deputati, cioè il 17 aprile, volevano tentare un movimento, e a lui venne fatto distoglierli, non parendogli tempo ancora opportuno. Né si sa che dopo ordissero altra macchinazione; salvo che seguitarono a fomentare le cause del publico agitamento: più per abito fatto a’ disordini, che per alcun deliberato disegno effettuare; non dubbiamente scorgendosi ne’ loro movimenti, che né pur essi sapevano bene quel che si volessero, e come è uso de’ cervelli sbrigliati, aspettavano dalle prove norma a tentare cose maggiori: bastando loro di spingere le cose sempre più innanzi che potevano, da rimanermi dubbio se anco la republica fosse meta a’ loro conati. Laonde con più sicurezza di vero è da affermare, che la rovina del 15 maggio nacque per caso, crebbe per imprudenze, si compì per eccessi: avendo nel popolo, nella reggia, nella milizia, disposizioni antecedenti e remote: perciocché in quel giorno tutti cattivi umori, che il reame ammorbavano, vennero a conflitto, e conobbesi quanto malagevol sia fra uomini corrotti e da lunga servitù imbestialiti civile reggimento fondare. Le quali cose premesse, vengo a’ particolari. Era prossima la ragunanza del parlamento; decretata pel dì 15 maggio, da celebrarsi nella chiesa di san Lorenzo, memoria di antiche libertà. Il publico sfiduciato de’ ministeri, che non pareva bastassero a rinfrancare con buone leggi la civile morale, che ogni dì più si guastava, speravano che i deputati della nazione adunati, avessero balia da ciò; onde il giorno 15 si aspettava con pari desiderio e ansietà; niuno per avventura avvisando di dovere in vece assistere a un sanguinoso spettacolo. Le elezioni de’ deputati eransi per dir vero eseguite con sufficiente tranquillità; solo deplorandosi la poca frequenza nei comizi; effetto della poca disposizione alle franchigie, nascente da ignoranza o corruzione. Pure alquanti cittadini richiesti di andare per i comuni a svegliare e illuminare l’animo degli elettori, avevano ottenuto che le elezioni finalmente si compissero. E da una ventina in fuora, tutti gli altri eletti erano di opinioni più o meno temperate: ma quasi tutti privi di accorgimento necessario ne’ difficili esercizi della libertà: oltre che nessuno di loro aveva fede nel principe, e pochi l’avevano negli stessi ministri, quantunque col favor popolare nominati; dubitando che sarebbonsi non meno de' precedenti lasciati vincere alle lusinghe della corte.

Alcune private adunanze avevano fatto per conoscersi l’un l’altro, e intendersi intorno a’ provvedimenti della patria sconvolta; e in una di queste conferenze buccinossi, che il re non intendeva nel suo giuramento di riconoscere la promessa fatta per bocca de’ ministri, che il parlamento avesse balia di ampliare e modificare lo statuto; e richiedeva che i deputati giurassero secondo che egli aveva giurato la semplice osservanza allo statuto promulgato il dì 10 febraio. Congregatisi per tanto il dì 13 maggio nella sala del palazzo civico di Montoliveto per chiarirsi intorno a queste difficoltà, e trovar modo d’impedire che non dovesse dare appicco a qualche scandolo, deliberarono che alcuni di loro, a nome di tutti, andassero a’ ministri, e mostrassero loro che dove fosse stata intenzione del re il farli giurare nel modo col quale egli aveva giurato il 24 febraio, molti avrebbono trovato ostacolo invincibile nella loro coscienza, dacché il decreto del 3 aprile aveva loro concessa facoltà di allargare la legge dello stato. Strano e funesto scrupolo; quasi il giurare lo statuto del 10 febraio, che in fine rappresentava la mutazione di monarchia assoluta in monarchia limitata, avesse inchiuso rinunziazione al diritto acquistato il 3 d’aprile, o per dir meglio al diritto che naturalmente traeva con sé stessa la podestà legislativa conferita alla nazione; quasi dove il re avesse voluto eludere quella maggior concessione, non ne avesse avuto sempre il potere, negando approvazione alle successive leggi che la riguardavano: e quasi, da ultimo, combattendosi in Lombardia per la libertà di tutti, fosse stato tempo opportuno di combattere in Napoli per le forme dei giuramento. In vero que’ deputati mostrarono poca scienza civile, e nessuna prudenza umana. Ma il sospetto impadronitosi degli animi, agitandoli fieramente, moveva alcuni a prendere quella occasione per chiarirsi una volta della sincerità del principe, e venire a una deliberazione che veramente gli affidasse. E i sospettosi delle regie intenzioni facilmente suscitarono il sopraddetto scrupolo nelle più timorate coscienze di alquanti deputati; i quali per avventura sinceramente credevano di fallire alla religione accettando quel sacramento. I ministri d’altra parte congregati in casa il presidente Troya, che per infermità non si poteva movere, non negarono che l’ordine di giurare era stato stabilito conforme a quello tenuto dal re il 24 febraio, ma, ascoltando le difficoltà di quei deputati, e la costernazione entrata negli altri, dopo alcuna disputazione promisero che avrebbero adoperato di far l’ordine cangiare. Ma il re che non era meno entrato in sospetto delle intenzioni dei deputati, e temendo che non gli si volesse ordire qualche trama, stette fermo; e senza saputa de’ ministri fu la sera del dì 13 stampato e divulgato per Napoli l’ordine della ceremonia per la convocazione del parlamento; dove, non che togliersi, l’obligo di giurare secondo lo statuto del 10 febraio, era anzi raffermato. I ministri allora chiesero licenza, che dal principe fu negata.

La mattina appresso adunavansi novellamunte i deputati nella stessa sala del palazzo di Montoliveto per apparecchiarsi alla prima ragunanza publica: e subito gli sciagurati tornavano a mettere in disputazione la forma del giuramento, vie più costernati e inacerbiti che la promessa de' ministri, ancor più sciagurati, fosse così subito fallita. Il deputato Giannattasio, uomo che in altri tempi aveva dato prova di pensieri moderati, dimostrò con belle parole, che giuramento veramente non poteva prendersi da’ deputati innanzi che le loro elezioni fossero verificate, e in podestà legislatrice costituiti; ma dove avessero voluto giurare, dovevano ciò fare in modo generale; protestando che avrebbero adempiuto a’ doveri di vicari della nazione, senza accennare alla costituzione promulgata il dì 10 febraio. Il ragionamento del Giannattasio moveva da errore, che le assemblee legislative non acquistino potenza sovrana se non dopo validate le elezioni de’ singoli deputati. Il che se fosse, sarebbe enormità che elle stesse si facessero giudicatrici delle dette elezioni; ma si richiederebbe altro tribunale già costituito, che esercitasse una sì grande autorità. Ma non ostante ciò, e la contraria consuetudine di tutti i paesi retti a monarchia temperata, il discorso del Giannattasio piacque a’ deputati napoletani; i quali deliberarono doversi far sapere a chi reggeva, ch'essi alcun giuramento non avrebbero fatto, o se pure era forza di farne alcuno, avrebbono. accettata quella generica forma proposta, come compenso, dal Giannattasio. Risposero i ministri, dopo alcune ore, che non era stato possibile piegare il re ad acconsentirvi, e in tanto per la bocca del ministro Conforti aggiungevano pregando: che pensassero alla guerra di Lombardia, né volessero con quistioni interne disturbarla. Ma non che essere ascoltato questo consiglio, anzi il deputato Lanza, che in quel momento faceva le veci di presidente temporaneo, replicò audacemente, che l'assemblea arebbe alla guerra di Lombardia provveduto meglio che in fino allora non avevano fatto quelli che le cose publiche governavano.

Erano le otto ore della sera, e i deputati continuavano a disputare. I più erano d’accordo, e cercavano anco le vie della moderazione, ma non sapevano trovarle, o per poco accorgimento, o perché erano sviati da’ pochi deputati senza freno, la maggior parte calabresi; i quali volevano a partiti estremi venire. Alla fine, non sapendo fare altro, deliberarono di mandar fuori un editto dell’assemblea, pregando il popolo a tranquillarsi. E in questa, si davano la posta pel giorno dopo, affine di condursi ordinatamente al luogo della publica adunanza, quando uditosi che i deputati Piccolellis e Cacace erano l’un dopo l'altro chiamati a palazzo, sospesero la publicazione dell’editto, e il dipartirsi dalla sala, aspettando di sentire l’effetto di quella conferenza col re. A mezza notte tornò il Cacace, e disse; contentarsi il re che alla forma del giuramento da lui usata il 29 febraio, si aggiungesse: «salvo lo ampliamento delle leggi dipendenti dallo statuto.» Intanto il popolo, come interviene in questi casi, e particolarmente in città popolosa e imaginosa, come Napoli, era andato assembrandosi intorno al palazzo di Montoliveto e pingendosi dentro la corte: né mancavano deputati imprudentissimi che di quando in quando gl’indirizzavano parole di concitazione; talché le cose cominciavano a prendere sembiante di tumulto. Il re, a cui non dovevano mancare attenti rapportatori di quanto accadeva a Montoliveto, impaurito (o forse anche per venire ad un esperimento della sua potenza) ordinò, o lo indussero a ordinare, che i principali luoghi della città fossero occupati da milizie regolari, nel tempo che i deputati discutevano se la forma del giuramento colla giunta riferita dal Cacace dovesse accettarsi; ed essendo raccolti da dodici ore, e noiati per lo digiuno e la stanchezza, erano in sull’accordarsi di vincerla senz’altra disputazione, quando entrato precipitoso Giovanni la Cecilia, abbenché deputato non fosse, con voce e gesti da forsennato, grida: «signori, le milizie sono uscite degli alloggi: elle volgonsi ad assaltare il popolo, e i suoi rappresentanti: non altro rimanere che abbarcarsi per le vie e difendersi.» I deputati da prima allibirono; poi con voto unanime risposero, ch'essi riprovavano quel pensiero: e in pari tempo mandarono alcuni capi della guardia cittadina, che erano altresì deputati, affinché, presa buona informazione dello stato delle cose, adoperassero d’impedire disordini. Ma già lo abbarcarsi delle vie era cominciato, e i militi cittadini, anziché vietare, o non facevano alcuna opera, o davano mano. E ben allora si provò tutto il male fatto da’ primi ministri costituzionali di non ben ordinare a tempo la guardia civica, rimasta un pezzo senza capi; e quando poi definitivamente gli acquistò, aveva fatto l’abito a niuna disciplina: ovvero detti capi non riescirono a dargliela. Credevano i più che la milizia civile fosse una congregazione di uomini armati da fare ognuno quel che voleva. Né parmi da tacere che la mala composizione di essa servì a mettere sempre più in chiaro quanto rimanesse ancora per forbire quei popoli da’ rei costumi acquistati nella lunga servitù; imperocché se nelle altre parti d’Italia non mancarono ambizioni di gradi, in nessun luogo partorirono i gareggiamenti che in Napoli s’accesero; i quali poi nelle provincie, dove era maggiore bestialità, cambiavansi in risse, uccisioni e tumulti; e mentre nessuno o pochi volevano servire da semplici militi, ognuno di essere graduato spasimava; e in alcuni comuni bisognò accrescere il numero delle compagnie per satollare più cupidigie di comando. Così quelle genti intendevano la libertà.

Al primo asserragliarsi delle strade, preso il re da maggiore spavento, e chiamato il ministro Manna, succeduto nell’erario al conte Ferretti, lo mandò in fretta a’ deputati per dir loro, ch'ei consentiva fare la ceremonia di adunare il parlamento all’ora deliberata senza obligo che giurassero. Del quale annunzio lieti oltre modo i deputati, senza indugio notificarono per bando che, essendo tolta ogni differenza fra essi e il principe, raccomandavano di togliere le sbarre dalle vie, procacciando ognuno che la quiete fosse alla città prontamente restituita. Furono parole vane. Già gli eccessivi uomini eransi intramessi; i quali non so se fossero republicani, ma è certo che erano gente perduta; e per giunta pessima dicono, che vi si accozzassero alcuni Francesi sbarcati dal navilio che sotto il comando del vice ammiraglio Baudin nel porto di Napoli dimorava; e secondando il costume della loro patria, non poco contribuissero a invogliare i Napoletani del subito por mano a’ serragli delle strade. Ma quando poi cominciò la strage dei cittadini, gli aizzatori, ancora in ciò secondando lor costume, rimasero sulle navi spettatori indifferenti. Altre voci corsero, che non potendole sbugiardare, solamente riferirò. Credettesi, che parecchi della fazione tirannesca, mascherati da republicani, sugassero gli altri a mandar gridi di republica, quasi pretesto di guerra. E coloro che così credevano, davano riscontri di apparecchiate macchinazioni. Notavano, che in casa il principe Lebzettern, stato per molti anni ministro imperiale presso la corte di Napoli, e rimastovi non ostante il cessatogli ufficio, si facessero da vari giorni congressi segreti: oltreché apparisse certa baldanza insolita in alcuni della milizia, quasi di vicina mutazione di cose; favellandosi di annunzi paurosi, motti feroci, agùri sinistri, soliti forieri di calamità publiche. Ciò innanzi allo sbarramento delle strade; e dopo contavano, che vecchi commessari di governo, e altri uomini noti per servigi di corte, si vedessero por mano a’ serragli, e adoperare altresì che non si removessero. Pareva anche indizio di tradigione, che lo asserragliarsi fosse cominciato e progredito sotto gli occhi della soldatesca schierata, e quasi consenziente, quando con nessuna o lievissima fatica avrebbe potuto impedire. Aggiungevano, che un graduato svizzero, fingendo di tenere dal popolo, s’intramettesse fra’ serragli, e invitasse con franche parole i cittadini a difenderli e sperare nella vittoria. Ma se accertare non posso quanto di ciò sia vero, non parmi strano e insolito che co’ spasimanti di libertà stemperata si mescolassero e confondessero proditoriamente partigiani di non meno stemperata tirannia. I quali amando non il principe, ma la loro fortuna, né avendo i timori e le titubanze di lui, più gagliardo sentivano lo stimolo di usare quella occasione: poco ad essi importando di precipitare il trono per un esperimento, che dove fosse riuscito, gli avrebbe largamente compensati dell’opera arrischiata.

Adunque o per una cagione, o per un’altra, o per più cagioni insieme, moventi da sospetto, ira, tradimento, paura, speranza, violenza, debolezza, cupidità, ed altri affetti contrari e rovinosi, non si trovò via di persuadere i tumultuanti dal cessare da quella insanissima guerra. I quali anzi di più temerari ardiri si accendevano: dicendo alcuni, che il bando fatto dai deputati era falso e divulgato a nome loro per subita paura nata nel cuore del re: e altri aggiungendo, che ancorché vero, mancava de’ segni autentici della real podestà, e in ogni modo, non poteva essere che nuovo tranello. Se l’assemblea, conchiudevano, aveva voluto cedere, non doveva così per fretta cedere il popolo, che ornai erasi posto in sulle difese, e doveva mantenercisi in fino che non fosse ben sicuro che le milizie regie non potessero fare alcun impeto contro lui: né questa sicurezza avrebbe ottenuto se non quando gli fossero consegnate le castella della città. Colle quali disorbitanze credevano di afferrar la occasione di sottomettere per forma il re, che l’opera del 15 maggio fosse compimento di quella del 27 gennaio; quasi il paese trovato si fosse nella stessa condizione; e anzi le continue tumultuazioni popolari, e paure di rapine e di spogli, aggrandite con arte dai desiderosi di regno assoluto, non avessero in modo alienati gli animi da quella che chiamavasi libertà, che i più avrebbono veduto con piacere il ritorno di quella che chiamavasi tirannide; la quale infine pareva loro che li difendesse dalle publiche e cotidiane infamazioni, e dal pericolo di vedersi dar di piglio nelle sostanze. Ma gli uomini eccessivi non giudicando mai gli effetti dalla natura reale delle cose, bensì da quella esagerata delle loro idee, spesso si conducono a fare al contrario di ciò che lo stesso loro interesse vorrebbe. Laonde per modo s’imbestiarono ne’ loro furori, che ad alcuni deputati, i quali adoperandosi per la pace, allegavano fra l’altre cose, lo ingombro de’ serragli posti nella principale via della città avrebbe impedito al principe di andare in solennità a ragunare il parlamento, rispondevano: che tenesse altra via. E la mattina del di 15, sendosi il generale Gabriele Pepe presentato di buon’otta per provarsi a togliere il serraglio prossimo alla reggia, non solo trovò opposizione, ma quei turbolenti osarono oltraggiare il venerando vecchio, chiamandolo traditore, e minacciandolo della vita. Uomini più accecati e arrabbiati di quelli non era da vedere; i quali audacemente giocavano della patria come se il perderla fosse stata rovina di pochi e non di tutti. Così i deputati napoletani colla imprudente quistione del giuramento diedero occasione agli stemperati di fare una prova di rivoluzione, a cui non essendo apparecchiati, e svelando, al solito, la loro debolezza, non solo non acquistarono quel che essi a sproposito desideravano, ma fecero perdere quello che gli altri con buona ragione avevano acquistato.

Ma se fu imprudenza ne’ deputati, doppiezza nella reggia, forsennataggine ne’ tumultuanti, non si potrebbe a bastanza deplorare la inettezza mostrata in quel frangente da’ ministri. Da prima non seppero trovar modo di comporre subito le differenze fra’ l parlamento e il principe; e col mostrare or di piegare dall’uno, e ora dall’altro, senza mai abbracciare un partito di resoluzione che ad alcuna delle parti soddisfacesse, entrarono in diffidenza a tutti e due, e perderono ogni balia di conciliarli sollecitamente. E quando poi le differenze non furono più fra il parlamento e il principe, ma bensì fra questo e i tumultuanti, seguitarono il medesimo peccato. Andarono alcuni di loro al re a supplicarlo perché facesse rientrare negli alloggiamenti le milizie, il quale rispose, che avrebbe ciò ordinato quando si fosse cominciato a togliere i serragli dalle strade, per non avvilire la milizia col dar vista di cedere innanzi al popolo. Se fosse sincero il discorso del re, non so; ma certamente era ragionevole. Vogliono che aggiungesse in fine: «mi basta che un sol serraglio sia remosso, perché io faccia tutta la soldatesca ritirare.» Ecco per tanto i ministri in mezzo a principe e popolo, che nessuno voleva aver sembiante di cedere, essendo che l’uno diffidava dell’altro; ed eccoli da capo vacillanti come chi è fra duo, e mostranti in faccia a’ tumultuanti di essere d’accordo col re, e in faccia al re di tenere da’ tumultuanti: onde al solito non più nel primo che ne’ secondi infondendo sospetto, per nessun de’ due avevano sufficiente autorità. Forse dubitavano anch’essi di tradigione per parte della reggia, e in pari tempo non sapevano affidarsi a quel popolo tumultuario, per paura di peggio; che è quanto dire, non erano uomini o da capitanare con tutte le forze cittadine la imminente rivoluzione, o spegnerla senza dimora, facendo che i serragli fossero tolti colle armi, quando le esortazioni non giovavano; conciossiaché avessero dovuto di leggieri considerare, che, continuando anco per poche ore a stare i popolani e la milizia in quell’apparecchio, anco il caso poteva fare che la ci vii guerra si accendesse. Forse avrebbe potuto riparare la sollecita publicazione del decreto del re, col quale concedeva a’ deputati di congregarsi senza alcun giuramento; non essendo stata creduta la notificazione fattane da’ deputati. Ma accertano, che non ostante le premure de’ ministri, il re allungasse a sottoscriverlo in fino che divenne inutile: perciocché nuovi impacci prodotti da caso o da malizia sursero in questo mezzo; giudicandosi, come ne’ tumulti avviene, ottimo partito quello che non era più in tempo. Appena la mattina del dì 15 i deputati tornarono in abito di festa a congregarsi in Montoliveto, apparecchiati di andare al tempio, veggendo i serragli non essere stati per anco remossi, mandarono quattro de’ loro ai ministri a pregarli, che non potendosi eseguire la ceremonia con quella solennità che sarebbe stata conveniente, atteso lo ingombro che era nelle vie, e segnatamente in quella, per la quale doveva passare il re col suo corteo, impetrassero che sua Maestà eleggesse un rappresentante, e nel miglior modo possibile la ragunanza del parlamento avesse luogo. Stimavano essi che dove fossero giunti a costituirsi in potenza legislatrice, un fondamento alla libertà in pericolo sarebbe stato posto. Pare che i ministri alla istanza dei deputati acconsentissero; se non che alcun poco dissentivano circa al modo di compilare il decreto, col quale il re commettesse ad altri l'ufficio di adunare il parlamento: e mentre queste difficoltà cercavano di appianare, finalmente s’appiccò la zuffa.

Da chi movesse il primo colpo non è chiaro: né chiaro è se a caso, o ad arte fosse tratto. Tutti s' accordano, ch'esso venne dal serraglio posto nella piazza di S. Ferdinando di contro alla reggia: al quale tennero dietro altri due che, avendo morto un soldato, furono segnale alla guerra. La guardia reale impugnate le armi e dirizzatele verso il popolo, cominciò a offendere; ma quel primo assalto rintuzzato, si sbaragliò. Sopraggiunsero allora le coorti degli Svizzeri, rinnovando la battaglia con tanto più coraggio e asprezza, quanto che sapevano la fragile costruzione de’ serragli, e il piccolo numero dei difensori. I quali forse non erano più di cinquecento; conciossiaché molti si fossero già ritirati, e deposto il pensiero di combattere dopo le esortazioni e assicurazioni dei deputati. Le quali mentre non avevano giovato a removere la favilla alla guerra, servirono perché ardesse sprovveduta di ogni buona difesa dalla parte del popolo. E la milizia cittadina altresì come non aveva in principio impedito che la città non si asserragliasse, e la battaglia non s’ingaggiasse, né pure arrecò alcun sostegno alla parte popolare, contro cui le regie armi erano volte; eccetto alcuni, che senza comando s’erano co' mantenitori de’ serragli per improntitudine congiunti: senza dire che da prima il numero de’ combattenti era parso maggiore per essere dai traditori ingrossato. Vedendo adunque i pochi civici e popolani rimasti, di non potere opporre proporzionata resistenza nelle strade, abbandonate le difese, ripararonsi nelle case, e dalle fenestre, facendosi riparo di materasse e d’altro, con più audacia e vantaggio ferivano. Vie più allora l’ira della soldatesca s’infiamma. Un furor cieco la prende, e mena qua e là senza guardare a età, a sesso, a condizione. Maggiormente inferociti appaiono i mercenari Svizzeri. Irrompono nelle botteghe, salgono nelle case, entrano nelle stanze, ammazzano, svaligiano, gettano dalle fenestre uomini e cose: ogni libidine ogni rabbia disfogano, e la plebaglia schiamazzante, e in quel paese rovinosa a’ delitti, invitano a prendere di loro ingordigia gli avanzi. Nel medesimo tempo i castelli della città fabbricati ad offesa, cominciano a trarre: le prime palle furono scagliate dal castel nuovo, contiguo alla reggia. Non erano stati mandati ordini diretti; bensì per consuetudine di militari disponimenti, rimesso a discrezione de’ comandanti; i quali, misurando il debito loro dai desiderii altrui, anteposero la disgrazia publica alla propria, ovvero sperarono guiderdone al servigio infame; eccetto Michelangelo Roberti; il quale, avendo in custodia il castello più formidabile, ricusò, e fu casso.

Era dunque ogni cosa pieno di spavento, di sangue, di tumulto. In vano alcuni de’ ministri erano corsi alla reggia a supplicare a man giunte che si facesse cessare quell’eccidio. Contano che il principe, con voce e piglio diverso da quel di pria, rispondesse loro (e quel che è più strano, con testo latino) che il tempo della misericordia era passato, e cominciava quello in cui avrebbono dovuto delle loro azioni render conto. Fu anche vano che i ministri stranieri mandassero loro istanze e querele, mossi da cura di loro stessi e de’ loro compatrioti. Né le grida de’ fanciulli, gli ululati delle donne, il terrore de’ vecchi, la pietà di tutti valeva a mitigare genti che dalla vittoria acquistavano maggiori appetiti di più crudeli atrocità. E in alcune case furono infermi nel proprio letto trafitti; in altre bambini lattanti, gittati ne’ pozzi; e dove stuprato vergini, dove trucidato vecchi, dove distrutto masserizie, e altre nefandigie; forse ignote fra le selvagge fiere; non nuove per le napoletane istorie. E ancora, come in altra età di scellerate memorie, si facevano prigioni, e poi a scherno trafiggevansi colle armi; e le case de’ partigiani di libertà s’indicavano alla feroce avidezza de’ soldati e de’ lazzeri; che affratellati correvano al sangue e alla rapina. Un tal Angelo Santilli, giovine di ventisette anni, noto perché soleva favellare al popolo, e accenderlo a libertà, fu cerco, né la infermità sopraggiuntagli lo difese dalle ire di que’ ribaldi, che giacente lo trucidarono, e il corpo gittarono per le scale; e tutta via non sazi, ammazzarono due fratelli e una sorella, che lo infelice assistevano. Datisi pure alla cerca del già ministro Saliceti, che sopra ogni altro aveva fama di nemico del principe, per sorte nol trovarono; e tre volte di fuoco la sua casa minacciarono, dicendo que’ saccomanni di avere promesso al re di portare la sua testa. Calunnia sfacciata e degna dei tempi. Se non che differenza dal giugno del 1799 al maggio del 1848 era, che la plebe ebbe la minor parte nelle ferocità e ne’ ladroneggi; fatta men rea e avventata da’ tempi più civili, o da esperienza, che il farsi strumento di vendette regie non la toglieva dall’abbietta miseria.

Ma suppliva la soldatesca: sì invasata in ogni crudeltà, che più non ascoltava la voce de’ capi. I quali avendo comandata la civil battaglia, non potevano temperare la vittoria, divenuta a tutti paurosa; e quasi bisognò che la stanchezza del predare e dell’uccidere e del contaminare la frenasse. Erano stimolo alle sue furie l’odio antico e le offese recanti; e giustizia di storico richiede che sieno altresì notati a vitupero coloro, che, non potendo o non sapendo combattere nelle vie, non dubitarono di esporre alla vendetta de’ soldati offesi le case d’innocenti con battaglia quanto ingloriosa altrettanto fallace. Per lo che furore chiamava furore. Il maggiore e supremo assalto fu dato all’antico palazzo de’ Gravina: de’ non molti che abbia Napoli per pregio d’arte il più ammirato. Contr’esso, forse per essere ritrovo a’ disputatori di cose politiche, furono prima volti i cannoni: al cui trarre i difensori pochi e male armati resisterono un pezzo. Caduto in potere degli assalitori, fu messo a fiamma e a ruba: guastati e dispersi i preziosi ornamenti: quanti abitavano dentro o morti o mal conci. Una gentil donna, di cognome Ferrara, abitatrice del palazzo, aveva tolta da’ suoi armadi una cassetta di gioie per offrirla in prezzo della vita di suo marito, della madre, e propria. 1 soldati presero le gioie, e il marito e la madre uccisero; ond’ella sbalordita e brancolante accostatasi a una fenestra, e da quella gittatasi, fu mezza morta raccattata dal popolo, che impietosito la trasse in salvo. E fra tanti eccessi godemi pur l’animo di poter rendere giusto onore a un corpo, che in altri luoghi di queste istorie ho dovuto additare strumento pessimo di tirannide. Il dì 15 maggio i gendarmi rimasero inoffensivi: anzi umani tal ora apparvero: forse indotti dall’aver provato particolarmente quanto sia amaro l’odio publico.

Mentre la città era così in balia di soldatesca sanguinosa e rapace; il ministero, che sì infelice esperienza aveva fatto di sé, deposto: la reggia indifferente o lieta; è da notare che i deputati, i quali sì poco accorgimento avevano avuto per non somministrare la favilla a quest’empia guerra, grande dignità e coraggio dopo cominciata la zuffa addimostrarono. Tutti rimasero adunati in Montoliveto. Anche chi non era andato, corse a congiungere il proprio col periglio de’ compagni. Vi ebbe alcuno, che aveva dichiarato di rinunziare all’ufficio di deputato per potere attendere all’ammaestramento delle leggi. Appena cominciato il contrasto, si presentò a Montoliveto, dicendo ch'ei voleva essere deputato. Questi fu Roberto Savarese. In oltre, essendo stata a’ deputati offerta guardia di difesa da un capitano di gendarmi, risposero ch'essi altra guardia e altra difesa non volevano che quella che traevano dalla loro dignità. In vece sortirono un consiglio dal loro seno, col nome di comitato di publica sicurezza, affinché in minor numero potessero meglio per la salute della patria adoperarsi. Questo comitato mandò oratori al comandante della città, al ministero, e fino all’armata francese che era nel porto; i quali o non tornarono, o tornarono tardi. Fra quelli che andarono all’armata francese, fu il republicano Ricciardi: il quale avrebbe voluto dal republicano Baudin, che avesse fatto scendere alcune migliaia de’ suoi soldati per sostegno della napoletana rivoluzione. Ma il francese che di republicano aveva il nome, e nel cuore era fierissimo monarchico, prima disse di non potere; poi di volerci pensare: e pensato che vi ebbe, non fece nulla: salvo una preghiera sterile al re, perché moderazione e clemenza usasse. Dannosa congiuntura; trovarsi di Francia rappresentante inerme un socialista, e rappresentante armato un partigiano orleanese, affinché al solito non mancassero gli eccitamenti, e mancasse il sostegno. E non riuscendo i deputati congregati a Montoliveto a fare alcun provvedimento per salvare la patria, avvalorarono con quel comitato di sicurezza publica (nomi famosi per rivoluzione) il pretesto a sciogliere la loro adunanza, quasi degli ordini dello stato sovvertitrice. Quindi verso sera,. quando da circa otto ore la città tollerava lo strazio disonesto, fu mandato un capitano a ingiunger loro che tosto si dividessero. Presiedeva l’assemblea l’ottagenario e venerabile arcidiacono Cagnazzi; il quale preso coraggio dalla età e dalla ragione, rispose a nome di tutti; che l’assemblea non si sarebbe sciolta se non riceveva ordini scritti dal re o dal ministero. Replicò il messo: che dove non avessero obbedito, avrebbono la forza sperimentato. Protestarono allora contro l’atto violento, e dandosi commiato doloroso, alle proprie case, per mezzo a milizie già in Montoliveto accampate, non senza pericolo di essere per via uccisi, dispersi, innnanzi di essere convocati, si tornarono.

A spettacol fero successe spettacolo osceno. Il dì appresso i fautori di regno assoluto cercarono, che il popolo si levasse a festeggiare la ottenuta vittoria: forse sperando nell’assembramento di facilmente commoverlo a sterminio di quanti si erano vaghi di costituzione dimostrati. E grande fu lo spavento in città, che degli eccessi del 1799 si raccordava. Ma il popolo, non più quel d’allora, non secondò lo scellerato divisamente: anzi apparve sdegnarsene; e solamente una turba di bagasce, mischiate a lurido stuolo di poca plebaglia facinorosa, dimenandosi come invasate, trassero per alcune vie, gridando viva il re, morte a' suoi nemici. Degno termine di quel brutto giorno, che per tutta Europa acquistò ricordanza nefasta. Né sarebbe facile quanti fossero i morti e quanti i feriti, in tanta confusione, rintracciare. Fu detto che sì dalla parte de’ soldati e sì da quella de’ cittadini, ne andassero più di mille, e non meno di quattrocento rimanessero piagati. Ma qualunque fosse il vero numero, faceva raccapricciare, che mentre altrove si guerreggiava per l’Italia onorevol guerra, i Napoletani di civil sangue s’imbrattassero, e lo spargessero quelli, che se fossero andati a combattere in Lombardia, forse poteva essere che lo straniero avesse le Alpi rivalicato.

Finita la strage, il re vincitore s’accorse subito di due cose: che la parte cittadinesca era men forte e concorde di quel che aveva forse in sino allora creduto; e che la milizia era dispostissima a secondarlo in tutte le sue voglie. Laonde parvegli di usare della vittoria per tornare là, donde mal suo grado erasi dipartito. Il che per altro stimò dover fare per gradi, quasi aiutandosi dell’opera stessa di quegl’innovatori, la cui ambiziosa e cedevole natura aveva così bene assaggiata. In tal modo dato licenza al Troya e a’ suoi colleghi, non richiamò a tenere il governo né il del Carretto, né il Santangelo, né altri di questa risma, ma fece principalmente capitale di Francesco Saverio Bozzelli e di Francesco Paolo Ruggiero; affine che sotto la presidenza del principe Cariati, e aventi a consorti il principe di Torella, il general Carascosa e il principe d’Ischitella, raccattassero le patenti di ministri cadute nel sangue cittadino. Certo, l'accorto principe non poteva meglio gastigarli dell’avere un tempo per la libertà cospirato. Vero è che il Ruggiero avanti di accettare il magistrato, consultò più d’uno de’ suoi antichi amici: i quali concordemente lo esortarono a non ricusare: parendo loro non male che uomini di civili opinioni, dopo l’avvenuto disastro, fossino chiamati a ripigliare il governo. E per fermo se i novelli ministri non avessero consentito che le milizie partite per Lombardia fossero tolte a quella guerra, potevano essere non solo lodati di tornare al ministero, ma ancora per le acerbità e rigorosità interne scusati; senza dire che avrebbero avuto assai valevole mezzo a sperperare per sempre i fautori della licenza; addosso a’ quali sarebbe tutta andata la piena dell’odio publico, mancando ancora testimonianza di mal animo dalla parte di chi reggeva. Laonde per non supporre che ad accettare li movesse cupidità di danaro o di comando, è da attribuir loro tale ignoranza di cose civili e militari da non vedere che qualunque opera avessero fatto per salvare tutta o parte della libertà interna del regno, sarebbe necessariamente fallita, dove la guerra italiana fosse andata male; né poteva andar bene, mancandole i napoletani soccorsi. E quando non potevano colla loro autorità ritenere il principe da quella risoluzione, meglio era che si fossero deposti che disonorare inutilmente sé stessi e la parte cui rappresentavano. In cambio, allegando il bisogno di comprimere sollevamenti interni (quasi i soldati rimasti non avessero mostrato di essere sufficienti) scrissero, a nome del principe, al general Pepe, che facesse imbarcare a Rimini una parte della fanteria, e il resto della cavalleria e artiglieria facesse per la via di Ancona retrocedere. E qualora dall’eseguire prontamente questi ordini l’animo suo rifuggisse, dovesse il comando al generale Statella rinunziare.

L’ordine partito in gran diligenza la notte del dì 16 maggio, giunse in Bologna quando le napoletane milizie avevano cominciato ad incamminarsi per alla volta di Lombardia: cotalché se il moto di Napoli, dove pure avesse dovuto accadere, fosse stato di altri pochi giorni indugiato, forse tornato non sarebbe sì alle cose della guerra funesto; avendo di già il general Pepe ricevuto ordini da Carlo Alberto di passare nel paese veneto, e accogliere sotto il suo comando le genti del Ferrari. E con un esercito di più di venti mila uomini, e con buone artiglierie, non solo avrebbe potuto sostenere Vicenza, ma dare tale appoggio al re, da indurlo forse a passare subito l’Adige. Tanto può il caso ne’ destini delle nazioni. Letta il vecchio generale la lettera de’ rettori napoletani, prima stette sopra di sé: poi temendo di non essere da’ soldati obbedito e dalle popolazioni secondato, rinunziò il comando supremo allo Statella, forse troppo subito abbandonandosi, da dar agio alla milizia di scompigliarsi e ricusare di andar oltra. Ma in questo, spartasi la nuova per Bologna, il popolo si sollevò, corse minaccioso ad accerchiare la sua casa, obbligollo a mostrarsi e promettere che avrebbe fatto ogni opera d’indurre i soldati a passare il Po: di sorte che ripigliò il comando ceduto allo Statella. Il quale spaurito dal tumulto popolare glie ne rese facilmente; e dicendo con bassa voce, sentir lui bene il pregio della causa italiana, ma non potere altresì non obbedire agli ordini del re, partissene, prendendo la via di Toscana; dove fu causa di scandalo: perché, giunto in Firenze, una mano di gente andò tumultuando per offenderlo: e non trovatolo più, presero il cocchio che 1’aveva portato, e trattolo fra urli e schiamazzi in piazza, lo incendiarono, contenti i Fiorentini di quel falò; a cui come ad una festa assisteva in cerchio la guardia cittadina; spettatrice silenziosa, o più tosto ridevole spettacolo.

Ma spettacol tristo era nelle vicinanze del Po: conciossiaché la fuga dello Statella fu più tosto esempio alle milizie di seguir lui, che potenza al Pepe di ritenerle. Al quale d’ogni parte giungevano eccitamenti e conforti. Replicate lettere gli venivano dal campo di Carlo Alberto e dalla republica di Venezia d’accordo, a metterlo in chiaro delle cose della guerra, e della necessità ch'ei senza dimora passasse nel veneto. Particolarmente anco gli scriveva da Roma il ministro Mamiani, che a un tempo scriveva al Bozzelli a Napoli, rammentandogli l’amicizia stretta nell’esilio, e pregandolo a far sì, che alla Italia non fosse tolto quel soccorso. Era pure ad istanza del conte Carlo Popoli, commessario ponteficio nel campo di Carlo Alberto, corso da Mestre a Bologna il general Ferrari, affinché per l’antica dimestichezza ch'egli aveva col Pepe, lo sollecitasse a far passare nel veneto le napoletane genti. Ma il Pepe più che di stimoli, aveva bisogno di autorità: né gliela davano le proteste fatte dal Leopardi, allegante la commessione avuta in iscritto e a bocca dal principe, da dover valere più d’un ordine mandato da’ ministri. Già lo scompiglio e la turbazione era entrata nella soldatesca sparsa fra Bologna e Ferrara. Alcuni graduati avevano ricevuto lettere di loro famiglie, supplicanti che obbedissero se non le volevano vedere nella miseria condotte. Prima la vergogna di tornare indietro da una parte, e la paura de’ gastighi e danni dall’altra li fece ondeggiare: poscia potendo più la seconda, cominciarono a sbuffare, tumultuare, non ascoltar più la voce di chi avrebbe voluto ritenerli; e finalmente a ripigliare il cammino verso Ancona deliberarono: favoreggiati altresì dal legato di Ferrara e dalla sua corte, perché di viveri e di denari non mancassero. Contano che il colonnello Lahalla, valoroso e al re devoto, non potendo tollerare tanta ignominia, né volendo rompere l’obbedienza, con un colpo di pistola si tolse la vita.

Fra tanto le trombe de’ giornali non istavano chete, ancorché pericoloso fosse divulgare quelle nuove nel tempo che fra l'Adige e il Mincio s’appiccavano giornate: onde tutta Italia si turbava: dall’un capo all’altro maledicendosi al nome di Ferdinando II, e con grande ira chiamandosi traditore, carnefice, tiranno. Le sue imprese erano battute in terra, e de’ più atroci vituperi contro la sua persona insozzati i muri delle città. Gridavano, il regno borbonico per sempre finito; cessata la guerra contro gli Austriaci, sarebbesi rotta a’ Napoletani, peggiori tante più volte: i soldati di quel regno essere croati, non italiani; ed altrettali oltraggi; dei quali si faceva beffa chi ornai aveva messo giù visiera. E poiché da per tutto si stava in grande ansietà, correvano voci contrarie per le provincie d’Italia sul passare delle milizie napoletane in Lombardia: non per ancora la speranza abbandonando gli animi, né parendo quasi possibile che di tanta viltà si volessero macchiare. Stimavasi altresì, che non ritenendole l’onore, dovesse ritenerle la paura di affrontare il furore delle popolazioni per mezzo alle quali avevano a passare. Ma invece nel ripigliare le stesse orme con più velocità che non erano venute, maggiormente esse mettevano paura ne’ paesi, per la vecchia fama che avevano di ladroni e di feminieri, di quello che alcuna resistenza di popoli incontrassero: perché anche quest’altra testimonianza della indifferenza delle moltitudini per la causa italiana si avesse. Non restavano in tanto obbedienti al general Pepe che due legioni, una di fanti, l'altra di cavalli, con otto pezzi di artiglierie. Scrivo per onore della gente napoletana i nomi di Ulloa, Cosenza, Mezzacapo, che fra’ graduati non si scompagnarono dal generoso condottiero. Il quale indugiava ancora a passare il Po, trattenuto quando da forte timore che anco le genti rimastegli non ricusassero, e quando da debole speranza che la vociferata rivoluzione delle Calabrie trionfando avesse potuto far di nuovo ritornare verso il Po quelle già volte in dietro. Ma pressato ogni dì più da’ Veneziani e da Carlo Alberto, ultimamente deliberò di abbracciare l’occasione che la sorte, quantunque contraria all’Italia, gli porgeva di vendicare la sua fama dalle offese ricevute pe’ tristi casi del 1821; e ordinato alle milizie rimasegli (ingrossate da alquanti cittadini volontari napoletani, bolognesi e milanesi accorsi), di varcare il Po, egli trasferissi a Rovigo: dove appena giunto, seppe che Vicenza era caduta, e insiememente s’accorse che anco de’ soldati lasciati sulla ripa destra del fiume, la più parte avevano voltato le spalle.

E nel tempo che i rettori napoletani toglievano alla guerra di Lombardia ogni soccorso, e alle corti di Europa scrivevano che a ciò fare erano indotti da necessità di assicurare la monarchia dalle congiure de’ republicani, non trasandavano provvedimenti interni, conformi alla riportata vittoria. La città di Napoli, prima insanguinata, poi messa in istato di guerra. Sciolta e disarmata la guardia de’ cittadini a’ soldati, che nel giorno 15 più avevano ammazzato e rubato, conferiti con vecchia usanza di quel regno, onori e guiderdoni: annullate per decreto le elezioni dei deputati, e quelli dichiarati felloni, e delle leggi dello stato violatori. Da ultimo istituito un consiglio detto di sicurtà publica, con autorità di fare inquisizione dei colpevoli, e con obbligo di consegnarli a’ tribunali ordinari. Ciò era la figura del giudizio, ma in effetto cominciarono persecuzioni per sospetti di maestà; tanto più sfrenate quanto erano fatte da prepotenza soldatesca: né pur composta a tribunale qualunque fosse, ma scorazzante spicciolata per le vie, e or oltraggiente uno e ora un altro: e quando entrante in una officina, e quando in una casa, sotto pretesto di cercar rei e fogli rivelatori di reità. La maggior guerra fu fatta alle stamperie, quasi tutte manomesse, e minacciati di morte gli scriventi: onde il parlar franco per le stampe quasi cessato, sursero in cambio scrittori codardi e venali, non meno vituperevoli de’ licenziosi: perché tanti che in fino allora avevano mentito libertà, divennero trombe di servitù abbiettissima; e confortavano quelli del reggimento a restringere sempre più le cose sotto specie di quiete: notandosi che essi andavano co’ desiderii assai più innanzi di chi non per ancora forse credeva poter tornare signore assoluto. E in vero produceva indignazione, che mentre i ministri (ingannati a un tempo e ingannatori) protestavano, che sarebbono rimaste intatte le libertà concedute; e con nuova e più circoscritta legge dei comizi, invitavano la nazione a rieleggere i suoi rappresentanti, la soldateria scapestrata, non rispettando né uomini né cose, adoperava come se più alcuna costituzione la monarchia non temperasse. Né mai ministri di stato furono zimbello a mal celati rancori, come quelli napoletani dopo i casi del 15 maggio.

Il dì 24 il re faceva questo bando compilato dal ministro Bozzelli. «Sentirsi profondamente addolorato per gli orribili fatti del giorno 15; desiderare di raddolcire quanto è possibile ad uomo gli amari effetti. Essere sua fermissima e immutabile volontà di mantenere la costituzione del 10 febraio pura e immacolata da ogni maniera di eccessi; la sola conciliabile co’ veri e attuali bisogni del reame; l’arca sacrosanta, alla quale sono i fati de’ suoi amatissimi popoli confidati. Le assemblee legislative ragunarsi fra poco tempo; e la sapienza, fermezza e prudenza loro assicurarlo di vigoroso aiuto per lo migliore riordinamento dello stato. Dovere pertanto ripigliare ognuno le proprie occupazioni; fidarsi con effusione di spirito della sua lealtà, della sua religione, e del suo sacro e spontaneo giuramento; e vivere della pienissima certezza, la principal cura e incessante dell’animo suo essere quella di cancellare al più presto possibile le vestigia della lacrimevole sventura.» Come poi queste reiterate promesse fossero attenute, saprà il lettore procedendo innanzi in queste istorie d’illusioni e d’inganni. Per le quali resulterà, che tutto nel regno delle Sicilie, libertà e servitù, andava a precipizio.

Ora devo raccontare altro forse più enorme fallo commesso da coloro che in Napoli cercavano libertà vagamente. I quali stimarono, che per le cose del giorno 15, e per la subita revocazione delle milizie dalla Lombardia, i popoli delle provincie del regno, dovessero levare in capo. Certamente fu nelle città una certa commozione; la quale più che da disperato ardire di abbattere il governo, sorgeva da trepidazione che le stesse atrocità di Napoli non si commettessero; più temibili ne’ piccoli paesi, dove gli odii privati sono più vivi; e già quelli che il ritorno del regno assoluto vagheggiavano, più non si tenevano; e in alcuni luoghi dalle contese correvano alle armi, e di civili tumulti empivano le città. Ma forse, accordo e volontà di fare una rivoluzione apertamente mancavano. Pure col solito inganno di credere, e di far credere ciò che non era, alcuni deputati de’ più ardenti e arrischiati, stimolati e capitanati dal conte Ricciardi, andarono nelle Calabrie, e qui trovando più fomiti di mala contentezza, vollero tentare un movimento colla speranza che le altre provincie secondassino. E da per tutto erano corsi eccitatori: e in qualche distretto avevano trovato facilità di operare negli stessi Intendenti: alcuni de’ quali, come che vanissimamente, cercarono di accendere le moltitudini a sollevamento: pigliando occasione da ogni atto de’ ministri, colpevole o nò, per mettere in maggior odio il governo.

Procedeva per tanto il moto di Calabria assai scomposto, e senza sostegno altrove. Gli stessi movitori non erano d’accordo fra loro. Il Ricciardi voleva far presto. Gli altri titubavano. s’aspettavano aiuti di Sicilia, che indugiavano. Finalmente si fece Cosenza capo di ribellione. Publicaronsi i soliti manifesti, inviti, eccitamenti. Un governo temporaneo s’istituì. Crearonsi uffici e magistrati, come da potenza già assicurata; e fra loro stessi si nominavano ministri, colonnelli e ufficiali publici. Si voleva in oltre che a Cosenza si raccozzassero tutti i deputati cacciati da Montoliveto, e inviti e prieghi erano loro fatti: ma nessuno secondò, o che i più non credessero in quella impresa cotanto folle, o l’essere qua e là fuggiti, e intercette le comunicazioni, vietasse che si potessero sollecitamente rassembrare. Facile era per tanto a’ rettori il mettersi a ordine per comprimere quella ribellione; che altro frutto non produceva che porger loro nuovo pretesto a scusarsi di aver richiamato le genti dalla Lombardia. È notabile la risposta che il principe di Cariati, a nome del re, diede al rappresentante sardo, per le incessanti istanze di quella corte, che non potendo ottenere altro, domandava in fine quattro legni da guerra, senza corredo di armati.

Non ignorare (scriveva il ministro napoletano) sua maestà sarda i gravi disastri del 15 maggio; che prodotti da fazione scellerata, intesa a capovolgere l’umana società, avevano costretto il principe a chiamare il nerbo delle sue forze nella città di Napoli, e lasciare quasi sguarnite le provincie; onde ancora in queste essersi il fuoco della ribellione acceso, aiutato da’ vicini Siciliani. E mancherebbe a sé stesso chi regge gli stati napoletani qualora non si apparecchiasse tutto, e come e meglio può per difendere la giurata costituzione e la publica quiete ovunque l’una e l’altra fossero minacciate: oltre che, non domatolo spirito di turbolenza in Napoli, funesto tornerebbe al rimanente d’Italia. Non erano a questi estremi le cose del regno quando deliberato fu di mandare genti di terra e di mare in aiuto della guerra di Lombardia. Non potendo adunque il re di Napoli con istati internamente sconvolti, tesoreria esausta, lontananza dal campo della guerra, partecipare a sì nobile impresa, non rimanergli che ammirare le prodezze e gloriose gesta dell’esercito piemontese, e agurargli sollecita e lieta vittoria.

Aspettavasi di conoscere (poi che le interne speranze eransi dileguate) come in Francia e in Inghilterra fossero stati uditi gli eccidii napoletani del 15 maggio: forse alcuni sperando che da’ rettori di queste nazioni (sì solleciti a impedire la guerra mossa allo straniero) venisse qualche richiamo per l’abusata vittoria d’una guerra civile. Nell’assemblea francese, detta costituente, fu fatta de’ casi napoletani lamentevole narrazione da qualche deputato. Radi e nauseati ne’ loro seggi ascoltarono gli altri, finché il ministro Bastide, ardito difensore delle ragioni de’ popoli quando non era ministro, con voce fioca rispose, che sarebbe stata al re di Napoli domandata una indennità pe’ danni sofferti da’ Francesi, che in quella città dimoravano. E gl’inglesi, reputati nostri proteggitori, non altro usarono che di queste venali prepotenze; quasi che chi straniero era, avesse dovuto andare immune da’ disastri che sfuggir non potevano gli stessi cittadini. v’ebbe chi sperò che papa Pio IX, qual vicario di pace, alzasse la voce per freno delle napoletane violenze. Ma ancora quella voce rimase muta; non parendo alle corti di fuori che Ferdinando avesse torto di valersi d’una vittoria, che gli stessi suoi nemici gli avevano messa in mano.

Ora da’ luoghi bruttati di sangue civile torniamo là dove per l’Italia altro sangue, più orrevolmente, ma non più felicemente si spargeva. Dopo la infelice battaglia di S. Lucia l’oste piemontese era rimasta immobile sul Mincio, aspettando sempre le artiglierie da campeggiar Peschiera; le quali finalmente giunte, tosto si volse a vie più stringere d’assedio quella città, perdendo tempo e fatiche grandissime per una espugnazione, ben poca cosa a petto al vantaggio avuto dal nemico di rappiccare e accumulare tutte le sue forze nel vero campo della guerra. E mentre iva affievolendosi l’animo nelle milizie italiane, tornava a rinvigorire nelle austriache, non solo per la ricongiunzione del corpo di Nugent, e le ricevute notizie dello impero, non sì scosso da non potere mandar genti in Italia; ma ancora per la divulgata protestazione del papa, contrariante la guerra, per le discordie suscitate in Lombardia dalla quistione della unione con Piemonte, e pe’ sanguinosi fatti di Napoli del dì 15 maggio e la immediata revocazione delle milizie, e finalmente per lo gridare che facevano i nostri giornali contro a(1) governi italiani, sì perché palesavano come detti governi poco o nulla facessero per provvedere a’ bisogni della guerra, o sì perché mostravano che non era fra’ popoli e’ principi quell’accordo, che in principio si diceva, e che forse più d’ogni altra cosa faceva paura al nemico. Forse apparirà strano a una savia posterità, che a far provare quanto fosse cosa più fittizia che reale la concordia fra noi, dovesse servire una guerra che si doveva combattere in comune: la quale anzi che stringerci maggiormente, distrusse quel po’ d'apparente unione che v’era; arrecando pretesto assai gagliardo a’ vaghi di tumultuare e accusare i governi, come lenti e svogliati a raccogliere danari e agenti: e se non si sapesse che intenzione loro finale era di abbattere i ministeri per fare che altri occupassero gli ambiti seggi, direi ch'essi avevano ragione a gridare che non era stato fatto quel che si poteva in tempo opportuno; ma farneticavano se credevano che allora i rettori degli stati avessero potenza di far correre i popoli alle armi, e in pochi dì renderli esercitati alle battaglie. In altra parte noteremo, che con queste accusazioni si rovesciavano sì i mal fermi ministeri, ma quelli che salivano, riuscivano più inetti di quelli che erano discesi; e gli ultimi e più fieri a gridare, furono anco meno fortunati nel mostrare, che far si poteva quel che i primi non avevano fatto. Né della impotenza e imprudenza nostra erano al nemico testimonianza i soli giornali, ma glie ne facevano fede altresì gli atti publici: conciossiaché nel parlamento piemontese non ancora ben costituito, cominciassero le interrogazioni a’ ministri sulla guerra, sull’esercito, su’ comandanti, sulle provvisioni, e perfino su’ disegni delle corti esterne. Né giovava che i ministri rispondessero, che era imprudenza parlare di queste cose innanzi che la guerra fosse finita; e frattanto nell’ardor della disputa si faceva assapere quel che era stato fatto, e quel che non si poteva fare. La disgraziata prova di S. Lucia porgeva materia a’ disputatori importuni, né mancavano rimproveri, scuse, querele, dubbi, sospetti, amarezze, come suole nelle assemblee, che potranno essere buone in tempo di pace, ma riescono pestifere in tempo di guerra.

Adunque rincorato per tutte queste cose, e pe’ ricevuti soccorsi l’esercito austriaco, conobbe Radetzky essere ora tempo non più di sfuggire, anzi di affrontare una giornata, impromettendosene la vittoria dal sapere, che i corpi dell’esercito italiano erano sì sparsi e disgiunti, che non potevano mai a un tratto fronteggiarlo gagliardemente; e poiché sopra ogni altro spiccato, e con un debile appoggio a Goito trovavasi il corpo de’ Toscani sotto Mantova, deliberò di assaltarlo avanti che soccorsi potesse ricevere, e ripiegandosi sulla diritta riva del Mincio, prendere l’esercito piemontese alle spalle, e chiudendolo così fra il Mincio e l’Adige, forzarlo a un combattimento svantaggioso. Ma le cose non riescirono sì agevoli al maresciallo tedesco, com’ ei per avventura s’immaginava; e poco mancò che tutte contrarie a’ suoi disegni non tornassero, anzi tornate sarebbono, se in Carlo Alberto fosse stato quel1’ ardire che non era; onde la prudenza tedesca diventava imprudenza a petto a lui, eccessivamente riguardoso: conciossiaché uscito Radetzky dalla rocca di Mantova il 27 maggio con un corpo di trentacinque mila uomini, e gran traino di artiglierie e bagaglie, e attendatosi presso a San Giorgio, avendo il dì 29 assalito il campo toscano fra Montanara e Curtatone, che non aveva più di quattromila ottocento sessanta sette combattenti fra soldati e cittadini, né più di otto pezzi di artiglierie, trovò in quello una resistenza che né egli né altri sarebbesi aspettata; più che a perizia d’arte guerresca dovuta all’ardor quasi cieco de’ militi volontari: fra cui segnalaronsi gli alunni dello Studio pisano, i quali sbrigliatamente e senza ricevere ordine alcuno, si cacciarono in fine dove più la mischia fervea, e parecchi di quei generosi giovani, speranza di famiglie desolate, vi lasciarono la vita, e con esso loro spirò il professor Pilla napoletano, chiaro per scienze, e ora più chiaro per quella morte. E mancherei se tacessi, che la più parte delle milizie stanziali, e particolarmente gli artiglieri, gareggiarono co’ militi volontari: notandosi la intrepidezza del battaglione napoletano che era a Montanara; la quale tanto più fece increscere e lamentare la diffalta degli altri, sì prossimi a valicare il Po. Ma gli sforzi generosi e gagliardi sostenuti in mezzo a un trarre di artiglierie e di archibusi vivissimo, dovettero in fine cedere al soverchiante numero; e quasi la differenza tre volte maggiore delle forze nemiche non fosse bastata, il caso fece per due volte incendiare le serbate polveri, che orribilmente danneggiarono parecchi de’ nostri, e furono cagione di grandissimo terrore. Dopo aspra zuffa di circa sei ore, dove fu gravemente ferito il bravo tenente Niccolini, e valore non ordinario mostrarono gii altri graduati Pekliner, Cialdini, Camminati, e Leonetto Cipriani, fu comandato il ritirarsi, che somigliò più tosto a una rotta: non riuscendo più a’ capi di rattenere gli sbaragliati; e contano che il prode colonnello Ghigi, avendo perduto un braccio, facessesi in mezzo agitando il moncherino e gridando: «per dio, siamo italiani; rannodiamoci, e da valorosi ritiriamoci.» Qui merita di essere ricordato il nome di Elbano Gasperi, che solo rimasto illeso fra gli artiglieri, strappatesi di dosso le vestimenta che ardevano, e quasi tutto ignudo, seguitò con alcuni pezzi di artiglierie ancora maneggiabili, a far fuoco. Né fu meno memorabile il coraggio di Giuseppe Cipriani, che nudo e tutto abbronzato corse alle Grazie, e in fretta nuove vesti indossate, tornò e rimase in fino all’ultimo dove ancora aspramente si combatteva. E poiché di esempi generosi ho fatto menzione, sarei colpevole se tacessi del professore Ferdinando Zannetti: il quale ito al campo come primo chirurgo, si mise a’ pericoli e alle fatiche della guerra al pari d’un soldato: e dove più le bombarde e i moschetti traevano, accorreva pronto esempio di coraggio e di pietà: imitato dagli altri medici toscani, che in quella congiuntura chi più chi meno si onorarono; e parve atto di virtù antica quello del dottor Barellai, che volle esser fatto prigione, più tosto che abbandonar la cura de’ malati. Né esempi di gagliarda virtù mancarono eziandio fra’ combattenti; de’ quali dir di tutti particolarmente saria difficile, odioso il passarsi di alcuni. Tuttavia mi sia lecito rammentare il giovanetto Luciano Luciani fiorentino; figliuolo d’onorevol padre, poco oltre i venti anni, il quale nel taglio che bisognò fargli d’una mano, mostrò intrepidezza pari a quella colla quale aveva combattuto: né altra parola pronunziò nel dolore, che di viva Italia.

La ritirata per dir vero a Curtatone non fu sì disordinata, e dannosa, come sarebbe stata se alquanti valorosissimi cittadini, fra’ quali non si potrebbe tacere del professor Giuseppe Montanelli, che rimase ferito, e del livornese Vincenzo Malenchini, non avessino dalle trincee e parapetti seguitato fino all’ultimo a fronteggiare il nemico, che mirava a chiudere il passo per la terra delle Grazie. Ma nel campo di Montanara, dove non erano state fatte minori prove di valore combattendo, ed eransi particolarmente segnalati i graduati Beraudi, Araldi, Mosell, la ritirata fu infelicissima. Assaliti i nostri da più lati, e fieramente scompigliati, potè il nemico circondarli e trarli quasi tutti prigioni; e v’ebbe tanta confusione, che per più giorni s’ignorò chi fosse mancato, e chi salvato. Ciò rendette ancor più grave la costernazione nelle città, dove giungendo dubbiose nuove, nessuno era certo della sorte de’ propri parenti o amici, e se dovesse piangerli estinti, o ancora sperarli vivi. Fu di questo lutto in gran parte incaricato il colonnello Giovannetti, a cui più tosto falliva la prudenza che mancasse il valore: ché non solamente aveva poste le sue genti fuori delle difese, dicendo che elle dovevano mostrare il petto al nemico, ed essere viltà nascondersi nelle trincee, ma aveva loro lasciate scoperte le spalle e il fianco vólto a Montanara; di che fu non lievemente rimproverato dal comandante supremo de' Laugier: il quale pareggiava il Giovannetti di ardore, e lo vinceva di provvedeva; quantunque né pure in lui il saper provvedere fosse il maggior pregio, e dalla mancanza di alcune provvisioni indugiate o sdimenticate, è pure da riconoscere che le cose andassero ancor peggio di quel che sarebbono andate. Ma veramente la cagione principale di quel disastro, che rapì alla Toscana molti generosi giovani, e cotanto turbò i nostri popoli, nuovi a’ casi delle guerre, fu il nessuno accorgimento con cui tutta quella guerra si dirigeva. Imperocché il general Bava, sotto il cui improvvido comando stavano le genti toscane, prima mancò di correre in loro aiuto come aveva replicatamente promesso, e poi indugiò gli ordini che potessero a Goito ritirarsi. E il generale de' Laugier, quantunque conoscesse la impossibilità di reggersi, non solo per lo scarso numero delle sue genti e delle artiglierie, ma ancora per avere il campo dalla parte di Montanara scoperto e minacciato, e dalla parte di Curtatone a ridosso d’un fiume chiamato Osone, più simile a un fosso, guadabile dal nemico ovunque gli fosse piaciuto, pure confortato dalla speranza dell’arrivo del general Bava, non volle in principio mancare agli ordini avuti di opporsi al nemico fino che avesse potuto; e quando poscia dal Bava ebbe comando di ritirarsi a Goito, essendosi qui le schiere nemiche approssimate, e stimando allora più pericoloso indietreggiare che resistere, spronato più da ardire che da prudenza, deliberò difendersi: e certamente non poteva fare più di quel che fece, e lo stesso Radetzky, quando conobbe le forze toscane, si maravigliò della prova arrischiata e coraggiosa di quel giorno 29, che non a torto i Toscani seguitarono lungamente a rimemorare come uno de’ più gloriosi per le loro istorie.

Il dì 30, il piccolo esercito toscano assottigliato per i prigioni fatti dagli Austriaci, ebbe ordine dal campo del re di ritirarsi a Brescia, passando per Guidizzolo, Castiglion delle Stiviere e Montechiaro. In vano il generale Laugier fece istanza presso il Bava, che lo adoperasse nelle vicinità di Guidizzolo in una profittevole fazione. Gli furono rinnovati i comandi al partire. Giunto a Castiglione, con soldati nuovi, scorati, infastiditi, sentì venir meno la disciplina. Gridavano di non volere star fermi, e di andar soli minacciavano. Fu forza adunque di procedere innanzi, e finalmente arrivarono a Brescia; dove a gran festa furono ricevuti da quel buon popolo. Ma poco dopo cominciò doloroso effetto del mal tollerato infortunio. Lettere di padri e di madri giungevano al generale Laugier lamentose per la sorte de’ loro figliuoli. Lamenti e richiami si facevano dagli stessi soldati. Chi aveva perduto l’arme; chi il vestito; chi il bagaglio. Rotti i cariaggi, scomposte le compagnie: penuria di danari: penuria di capi; pretensioni smodate: impazienza in tutti. La maggior parte dei militi volontari chiesero licenza, e se ne tornarono alle loro case, svillaneggiati ne’ paesi, po’ quali passavano, e più in quelli dove si fermavano. I rimasti o erano feriti o malati; e i sani mal riesci va di raccozzare a buona milizia. Fra l'altre cose, avevano sempre l’abito tedesco; stato cagione di non pochi dannosi scambiamenti nelle zuffe. Il generale Laugier scriveva a’ rettori fiorentini per informarli di tutto, e chiedere mezzi di riordinare l’esercito. Ma le risposte erano lente e vacue di effetto. In fine con gran fatica e pena gli venne fatto di dargli un po’ di sesto; se non che di cinque mila uomini, che in sul principio era l’esercito toscano, si ridusse a duemilacinquecento circa. E da notare che assai pietosa e caritatevole opera ebbero da’ Bresciani coloro che negli spedali furono costretti a dimorare infermi; come altresì tutti que’ giovani prigioni nell’essere trasportati in Germania, ricevettero da tutte le città lombarde e venete, per le quali passarono, tal dimostrazione di affetto, che incancellabile ne rimase nel loro cuore la memoria. Ancora dagli Austriaci furono umanamente trattati, e alcuni dei più notevoli renduti, fra’ quali il colonnello Leonetto Cipriani, e più tardi il professor Montanelli, e il pistoiese Francesco Franchini.

Quantunque la resistenza fatta da’ Toscani a Curtatone e Montanara il 29 maggio, fosse da sconfitta seguita, pure non fu senza vantaggio a’ movimenti generali della guerra; perocché servì a rattenere lungamente l’esercito di Radetzky, marciante verso Goito, e far sì, che l’esercito del re avesse potuto riportare una più splendida e più utile vittoria, che non ebbe, se Carlo Alberto si fosse messo quando era tempo, in condizione di raccozzare a Goito tutte le sue forze. Avrebbe potuto distruggere il nemico, che aveva commesso l’errore gravissimo prima di assalire troppo tardi il campo de’ Toscani, poi di non combatterli con vigore proporzionato al numero delle forze, cogliendoli in mezzo, e finalmente di rimanersi per ventiquattro ore inoperoso. Fortunato Radetzky, che avendo che fare con Carlo Alberto, poteva di lentezza e fiacchezza peccare impunemente. Tuttavia una bella vittoria ebbero i Piemontesi il dì 30 maggio; della quale come dell’ultima nostra allegrezza dirò i particolari.

Il re era tutto occupato nel campeggiamento di Peschiera, comandato dal duca di Genova. Le batterle, che per alquanti giorni non avevano potuto efficacemente operare per cagione di continuata pioggia, il giorno 21 maggio, racceso più vivamente il fuoco, fecero saltare in aria un magazzino di polvere, e rovesciarono quasi tutte le bombarde che la cittadella dalla parte del forte di Mandella a manca del fiume, guarnivano: onde la sera del 22, sebbene gli assediati non facessero molle resistenza, pure rotti i ripari, procacciarono che i campeggiane non fossero che di pochi passi lontani dalla cittadella. La quale sapendosi mancar di vettovaglia, fece credere al re, che chiedendo di nuovo al governatore di Peschiera che s’arrendesse per patti, non dovesse rifiutare. Ma un’altra volta s’ingannò, conciossiaché il governatore che cercava di guadagnar tempo, aspettando di giorno in giorno un soccorso da Radetzky, disse che nel termine di ventiquattro ore arebbe data una risposta, passato il quale rispose, che domandava altri quattro giorni; e il buon Carlo Alberto glie ne avrebbe conceduto, se avendo chiesto per istatico un comandante croato, che era nel presidio, non gli fosse stato rifiutato; per lo che il giorno 28 ri cominciarono le batterle con più forza a danneggiare. Nel tempo che il re assisteva a questo assalto, e vagheggiava il non lontano momento di entrare a Peschiera, dacché le artiglierie nemiche quasi più non traevano, seppe che un grosso corpo di Austriaci uscito da Verona andava verso Mantova per attaccare le sue genti, che guardavano la sponda destra del Mincio, e quindi soccorrere e rinfrescare il presidio di Peschiera. Comandò subito al general Bava di trasferirsi a Volta colla legione comandata dal general Ferrerò, e il giorno appresso lo raggiunse egli medesimo. Qui seppe la rotta del campo toscano avanti che s’accorgesse di non poterlo più soccorrere, e seppe altresì da alcuni disertori italiani dell’esercito austriaco, venuti da Villafranca, che intenzione di Radetzky era di fare una marciata verso Milano, nel tempo che non s’ignorava che dalla parte di Rivoli aveva poche forze. Non doveva per conseguenza Carlo Alberto mettere tempo in mezzo a raccozzare a Volta e a Goito quante più genti poteva, togliendole anco dall’assedio di Peschiera; ma egli né fu sollecito a dare gli ordini, né altre milizie chiamò che quelle alloggiate da Sona a Goito: le quali assai tardi e con intervalli e per lo lungo cammino trafelate, il 30 di maggio, giungevano intorno a Goito, né per certo erano in condizione di venir subito alle mani. Sperava il re che gli Austriaci avessero ancora indugiato ad arrivare. A un tratto ode un rumore di artiglierie: erano per l’appunto essi che battendo venivano. Sonato a raccolta, furono le piemontesi milizie come meglio si potè ordinate a battaglia, appoggiando il corno sinistro a Goito, dove era parte della legione napoletana trinceata, e il destro prolungandosi dietro la strada maestra di Volta, afforzato dalle brigate di Casale, Cuneo ed Aosta. Tre legioni di uomini a cavallo con artiglierie furono poste alla riscossa. Tutte le forze erano di circa diciotto mila uomini. Il general Bava aveva il comando. Dalla parte degli Austriaci il numero era maggiore quasi d’un terzo. Il maresciallo Radetzky le capitanava egli stesso, con intendimento di prender Goito, e insiememente circondare l’ala diritta de’ Piemontesi, e serrarli al Mincio: per lo che aveva la destra del suo esercito collocata verso la strada che mena a Sacca, da fronteggiare a un tempo Goito, e il centro dell’esercito piemontese, e la sinistra aveva in modo distesa da soperchiare la destra dei Piemontesi, e poterli cogliere alle spalle. Così ordinati gli Austriaci, e traendo con esso loro numerose artiglierie, affrontarono le genti del re con grande asprezza verso Goito; e quelle che avevano minor numero di artiglierie, ma più destramente le maneggiavano, sostennero per quattro ore con altrettanta ferocia l’affronto. Ultimamente nel destro corno la brigata di Cuneo cominciava a piegare, e con essa altresì l’altra detta delle Guardie tentennava, e non piccolo scompiglio era nato nelle nostre schiere, che per tre volte indietreggiarono, e pareva che la vittoria, rimasa più ore dubbiosa, volgesse dalla parte degli Austriaci, quando per la quarta volta tornate a caricare il nemico, e dalle artiglierie mirabilmente sostenute, riescirono prima a fronteggiarlo, e poi con validi rinforzi arrecati dal duca di Savoia, aumentato l’impeto della zuffa, lo sbaragliarono e misero in fuga; senza che per altro lo stesso impeto fosse adoperato nel seguitarlo: onde Radetzky potè ritirarsi con minor disordine e danno che forse ei medesimo non s’immaginava. Pure in questa battaglia, che fu grande ed aspra, e può dirsi la più notabile di quante ne furono combattute in quella guerra, gli Austriaci perdettero fra gli uccisi, i feriti, e i prigioni circa tre mila uomini, nel tempo che i Piemontesi non ebbero che quarantatré morti, dugentocinquantasette feriti, e cinquantacinque prigioni. Il re e il duca di Savoia riportarono lieve ferita, dopo aver mostrato l'uno e l'altro che non avevano temuto di porsi al maggiore pericolo. Ma se bene le genti piemontesi combattessero valorosamente, e massime gli artiglieri facessero prove degne di ricordanza, tuttavia dovettero in parte riconoscere quella vittoria dall’avere Radetzky commesso lo presso errore, di cui era incolpabile Carlo Alberto; spiccando da lui un terzo quasi delle sue forze e collocandolo verso Ceresara: il quale se avesse avuto tempo di giungere a rafforzarlo, quando l'ala destra piemontese piegava tutta, non è dubbio alcuno ch'egli non avrebbe vinto, né per altra via d’altra parte poteva vincere che soverchiando molto di numero i nostri, che in ogni occasione, e anco perdenti, mostrarono di superare nel valore e coraggio gli Austriaci. Rese più allegra questa vittoria a’ Piemontesi l'avere il re, mentre i nemici si ritiravano sbaragliati, annunciato loro, che dopo essere stato dal general Bes combattuto e respinto il corpo degli Austriaci che con gran corredo di artiglierie si approssimava a Colmasino, la cittadella di Peschiera erasi resa. Un grido non più udito di gioia si levò nelle schiere, che ad una voce salutarono Carlo Alberto re d’Italia.. Egli, che in quel momento si credette al colmo d’ogni felicità, entrò il primo di giugno in Peschiera, andò al tempio a ringraziare il cielo; non capiva in sé dal contento di avere in mano una fortezza, agognata da due mesi, campeggiata da due settimane. I capitoli della resa furono: che i soldati austriaci, in numero circa di mille e settecento, s’imbarcassero per Ancona, da dove potessero rimpatriare, senza per altro tornare a combattere in Lombardia durante quella guerra. I Piemontesi trovarono nella fortezza cento diciotto cannoni, gran quantità di polvere, proiettili, legnami, e altri bellici arnesi. In quell’assedio fu grande il numero de’ feriti dalla parte nostra, lieve quello de’ morti; e maggior perdita, come quasi sempre, o vincitori o vinti, ebbero gli Austriaci.

Se fu gioia nel campo italiano per questa doppia vittoria, avuta nello stesso giorno, mal può la penna ritrarre a quali straordinarie e insolite esultazioni si levassero le città di tutta Italia: tanto più che da per tutto era cominciato un certo abbandono dal veder che niun successo notabile si faceva: e in que’ giorni era cresciuto lo scoramento per le infauste proteste del pontefice e la diffalta delle milizie napoletane. La nuova della resa di Peschiera e della vittoria di Goito, portata dai corrieri e divulgata e magnificata ne’ giornali, ravvivò gli spiriti. Era per le vie un assembrarsi giolivo, un raccontare le prodezze, un incitarsi a sperare sollecito il finale trionfo. Ancora quelli che non desideravano la vittoria degl’Italiani, se ne congratulavano, per paura che la generale letizia non gli scoprisse e all’odio publico non gli additasse. I castelli tiravano a gioia, le campane sonavano a festa, i sacerdoti pregavano, i magistrati assistevano, il popolo con bandiere e canti e suoni tripudiava. In Firenze il granduca co’ ministri andarono nel principal tempio a render grazie a Dio: mentre il popolo era tutto in festa; nella quale si addolciva il dolore per i morti di Curtatone e Montanara, parendo compenso la successiva vittoria. In Lombardia per un momento si attutarono le parti, che in que’ giorni avevano dato segno di venire a guerra aperta. Nell’udire che Peschiera aveva capitolato, e ventimila Piemontesi avevano messo in rotta trentamila Austriaci, non fu bocca che non gridasse viva Carlo Alberto; e per le piazze, teatri, e chiese si festeggiò come non si potrebbe riferire. Tic oratori, un membro del governo milanese, un assessore del municipio, e un graduato della guardia cittadina, andarono al campo di Carlo Alberto per congratularsi a nome della città. Lo stesso Mazzini mostrava di non capire dentro sé stesso per l’allegrezza, né ritmava di magnificare il valore dell’esercito piemontese, e la virtù del re condottiero. Sì gran potere ha la vittoria.

Quel che si facesse in Roma, è facile imaginare. I ministri secondarono il popolo festeggiante nelle piazze, ne’ cerchi, nelle case, con tanto più fervore, quanto che pareva dovesse averne onta e pena chi contro la guerra aveva protestato. Ma i consiglieri intimi del papa fecero che non dovesse apparire ordinatore o partecipante dell’allegrezza publica; contentandosi i cittadini che si dicesse che in segreto se ne rallegrava. E fino a Napoli gli animi si commossero ad allegrezza; più sommessa, ma tanto più sentita quanto accompagnata da speranze che la vittoria degl’italiani potesse arrecar presto un termine alle nuove miserie. Non si celebrarono feste sacre né publiche, perché i magistrati impedivano: ma quel che si fece e disse privatamente bastò per dar sospizione di congiura contro Ferdinando in favore di Carlo Alberto: che fu per avventura un primo seme a’ futuri processi per colpe di maestà. Ma la maggiore e veramente piena allegrezza provarono i Piemontesi, a’ quali toccava il principal vanto di quella vittoria. l’annunziarono i ministri in parlamento, che mandò subito oratori al re a fargli onore: e tutte le città del regno solenneggiarono il prospero avvenimento. Il quale doveva essere altresì l’ultimo nostro gaudio: perché subito dopo cominciarono gl’interminabili lutti, come da indi innanzi dovremo narrare.


vai su


LIBRO DODICESIMO

SOMMARIO

Difficoltà di Carlo Alberto a far la pace. — Pratiche della diplomazia. — Errori militari del re. — Caduta di Vicenza, e sue conseguenze. — Altro fallace tentativo contro Verona. — Resa di Palmanuova. — Il general Pepe eletto capo supremo delle milizie venete. — Pessima composizione di queste milizie. — Provvedimenti scarsi alla difesa della laguna. — Principio dell’assedio di Venezia per mare. — Debolezza dell’armata austriaca. — Inerzia sì negli assediatone si negli assediati. — Ritiro dell’armata napoletana. — Prove fatte dall’armata sarda, e richiami della confederazione germanica. — Stato interno delle città. — Guerra fatta a’ ministeri ne’ parlamenti. — Elezione de’ rappresentanti de’ popoli pontificii. — Lor prima e solenne adunanza. — Discorso del papa per bocca del cardinale Altieri. — Dichiarazione de’ ministri per bocca del conte Mamiani. — Applausi e nuove illusioni dalla parte de’ popoli. — Sospetti e nuovi rancori da parte della corte. — Tenzonamenti ostinati e inverecondi dei deputati romani a’ ministri. — Notizia del principe di Canino e del professor Orioli, amendue ostili al ministero con fine diverso. — Infido sostegno dello Sterbini. — Grande disputa e richiami nell’assemblea pe’ disastri di Vicenza. — Disordini nelle provincie. — Debolezza del ministero a riparare. — Disputa vana nell’assemblea per rispondere al discorso del papa. — Nuove e maggiori accuse contro i ministri. — Maggiore difficoltà a governare fra’ garriti dell’assemblea e l’odio del principe, negante approvazione ad ogni sorta di leggi. — Provvedimenti tornati vani. — Contristamento dei buoni e speranze de’ malvagi. — Desiderio del papa perché tutta l’amministrazione degli affari esterni tornasse a un cardinale. — Mormorio delle congreghe popolari. — Licenza domandata da’ ministri. — Discorso del Mamiani. — Piccola autorità dell’alto consiglio. — Protestazioni del pontefice a’ deputati. — Comizi toscani. — Parziale rinnovazione del ministero. — Convocazione del parlamento. — Discorso del granduca. — Dispute inopportune intorno alle cose della guerra. — Negligenza a risarcire l’erario. — Risposta al discorso del principe. — Legge de’ macelli. — Tumulti e disordini popolari. — Nuove interrogazioni e rimproveri a’ ministri in parlamento. — Gare fra’ moderati. — Opera dei democratici — Natura e costume sì della parte de’ moderati e sì di quella dei democratici. — Guerra mossa nel parlamento piemontese al ministero del Balbo. — Importunità nel richiederlo delle informazioni della guerra. — Altre e non men dannose discussioni nello stesso parlamento. — Gare municipali per la legge di unione fra Lombardia e Piemonte. — Dispute scandalose nelle assemblee; e più ancora ne’ cerchi e nei giornali. — Nuove querele intorno alle cose della guerra. — Confessione del ministro Franzini. — Accuse e calunnie contro a’ generali. — Avvilimento del governo temporaneo di Milano. — Difficoltà a crearne uno nuovo, dopo la congiunzione dei due stati. — Deposizione del ministero sardo. — Tumulti popolari. — Opera contraria degli albertisti e de’ republicani; gli uni per indurre i Veneziani a congiungersi col Piemonte, gli altri per distoglierli. — Prestito obbligatorio. — Mala contentezza. — Assemblea veneta per deliberare la congiunzione col Piemonte. — Stato deplorabile di quella republica. — Discorsi del Tommaseo e del Paleocapa. — Decreto di congiunzione. — Fazione militare del general Pepe a Brondolo. — Sortita di Marghera. — Allegrezze de’ Piemontesi per la deliberazione d’unione fatta da’ Veneziani. —Nuovo ministero sardo. — Subite manifestazioni di contrarietà in parlamento. — Stato del regno di Napoli. — Spedizione sciagurata de’ Siciliani in Calabria. — Vane prove fatte per sollevare le altro provincie. — Comizi napoletani. — Adunanza del parlamento. — Discorso letto a nome del principe dal presidente de’ ministri. — Squallore publico. — Prime tornate delle assemblee. — Odio fra’ deputati e ministri; e offese reciproche. — Scandoli in publico parlamento. — Continuazione delle cose di Sicilia. — Perturbazioni e delitti. — Debolezza del governo. — Opposizione a’ ministri nel parlamento. — Clamori nelle congreghe. — Dissoluzione e raffazzonamento del consiglio ministeriale. — Ruggiero Settimo dichiarato inviolabile. — Vituperosa guerra al nuovo ministero, eccitata dal Calvi. — Gara sanguinosa fra la guardia civica e le così dette squadre. — Discordia nascente da cupidità di gradi e di uffici. — Commissari mandati al papa, al granduca di Toscana, e a Carlo Alberto. — Prove inutili da essi fatte. — Improvvedenza inesplicabile de’ Siciliani nell’armarsi. — Norme del loro nuovo statuto. — Pericoli nella scelta del nuovo re. — Elezione del duca di Genova; variamente giudicata in Italia. Collera del re di Napoli; e sua protestazione. —

Chi disse, che Carlo Alberto, dopo la battaglia di Goito, doveva avere il coraggio di fare la pace, nessuno dopo le cose succedute affermerebbe, che non facesse buon giudizio. Ma è assai dubbio, se a quel re, entrato in campo più per cancellare colpe vecchie, che per acquistare glorie nuove, sarebbe stato allora più difficile e pericoloso far la pace, che seguitar la guerra. Se si fosse accordato coll’imperadore innanzi che l’ultimo Austriaco avesse rivalicato i monti (conforme allora in tutti i giornali, congreghe e parlamenti superbamente si gridava) le accuse di traditore e di ambizioso sarebbongli piovute addosso, credendole per avventura anco quelli, che sincero campione della liberazione d’Italia il reputavano. E pare che in quelle sue incessanti dubbiezze volgesse bene nell’animo il pensiero di non isperimentare più oltra la fortuna delle armi: conciossiaché, passato il primo fervore di allegrezza per la vittoria di Goito e di Peschiere, dovesse considerare di essere quasi solo rimasto in guerre, stante la mancanza degli aiuti napoletani, la rotta del campo toscano, e i disastri pontifici i nel veneto; senza dire della costernazione ingeneratagli. dalla protesta fatta in concistoro dal pontefice. Da una lettera sua particolare, che il ministro inglese Abercromby scrivendo a lord Palmerston afferma di aver letto, si arguisce, che Carlo Alberto sarebbe stato disposto ad accettar la pace con condizione di rimaner padrone di tutta la Lombardia e dei ducati di Parma e di Modena, avendo l’Adige per confine; ma sì erano invasati gli animi nel desiderio di vedere tutta Italia libera degli Austriaci, che tanto i rettori di Milano quanto i suoi stessi ministri, lo tenevano al buio delle pratiche di pace che per mezzo della corte inglese si facevano. Delle quali pratiche importa in queste istorie non perdere il filo.

Fin dal 23 maggio la corte di Vienna aveva spedito a Londra il barone Hummelàuer per domandare a’ ministri della regina di interporre i loro uffici col re di Piemonte, per una composizione che facesse cessare la guerre nell’alta Italia. Trovavasi in que’ giorni l’imperadore per le turbolenze viennesi e moti di tutte le parti della monarchia, in tali afflizioni, che temeva di non dover richiamare gli eserciti d’Italia a difesa della sede dell’impero, piuttostoché mandarne de’ nuovi a ripigliare le provincie italiane. Rispose pertanto lord Palmerston, ministro degli affari esterni, che assai volentieri Sua Maestà britanna avrebbe secondato questo invito, qualora le condizioni poste le avessero fatto credere probabile la conchiusione dell’accordo. Quindi Hummelauer in un memoriale dichiarava: primieramente l’imperatore disposto a lasciare la Lombardia, con facoltà o di reggersi da se, o di congiungersi con qualsivoglia stato italiano, purché assumesse una parte del debito publico austriaco; secondamente di concedere alla Venezia un governo a parte, con esercito proprio, e con un principe di casa d’Austria; finalmente di permettere la congiunzione di Parma e di Modena colla Lombardia, mediante compenso in denaro a’ due principi. Egli è noto che nel medesimo tempo l’imperadore direttamente fece al governo temporaneo di Milano le stesse proposte, e n’ebbe risposta assai ricisa e molto temeraria, che accordo non poteva essere se non quando tutti i paesi d’Italia fossino rimasti liberi di Austriaci: quella guerra non essendo lombarda, o veneta, o piemontese, ma bensì italiana, e tale non sarebbe più stata quando una porzione della penisola fosse dimorata in potere dello straniero. Generose parole, che richiedevano da’ Milanesi più gagliardi fatti. Pare la stessa comunicazione essendo mandata al ministero di Torino, ancora da quello avesse la medesima risposta. Ciò trovo nei ricordi attribuiti a Carlo Alberto, e vi trovo altresì che tanto le proposizioni quanto i rifiuti gli furono nascosti, e seppeli dopo per caso dai deputati milanesi che iti a trovarlo a Garda, per offrirgli la dedizione della Lombardia, gliene favellarono. Infelice sorte d’un re, a cui era tolto di far pace onorevole, e non era dato continuar guerra felice. Fra tanto lord Palmerston, o sapesse di questi rifiuti, o seguitasse a credere la sorte degl’Italiani più lieta di quella degli Austriaci, e quindi inevitabile la loro uscita dell’Italia, o facendo richieste maggiori, volesse allungare i trattati per veder meglio come le cose della guerra si disponevano, giudicò le concessioni austriache scarse al bisogno di una efficace mezzanità per parte della regina d’Inghilterra, e domandò che colla cessione di Lombardia s’unisse quella di una porzione del veneto, proponendo per linea di confine il Tagliamento da una parte, e un punto fra Trento e Bolzano dall’altra. Senza la qual nuova condizione (aggiungeva lord Palmerston) non poteva assumere le parti di mezzano, essendo certo che i suoi uffici non avrebbono prodotto alcun frutto. Alle richieste di lord Palmerston non piegatosi subito l’imperadore, il quale innanzi di rinunziare alle provincie venete avrebbe aspettato che tutti i suoi eserciti fossero disfatti, e allungandosi le pratiche di mano in mano che i fati della guerra volgevano a noi sinistri, non si venne mai ad alcuna conclusione, come non mancherò di far conoscere a suo luogo, bastando per ora di aver chiarito, che se utile sarebbe stata a Carlo Alberto la pace dopo i felici successi avuti sul Mincio, cielo e terra congiuravano perché non la potesse fare.

Ma dovendo per fato ornai inflessibile proseguir la guerra, avrebbe anco in mezzo a tante avversità potuto proseguirla con maggiore felicità, se della vittoria di Goito non avesse secondo il suo solito perduti i vantaggi, come aveva fatto degli altri minori successi di Pastrengo. Un capitano che meno sapesse usare di occasioni favorevoli, mostrandosi più timido e impacciato dopo la vittoria che avanti, credo nella storia delle guerre non sia da trovare: e per lo appunto era da’ cieli serbato a noi poveri Italiani nel primo esperimento che facevamo di acquistare colle armi la nostra libertà, e di unirci in un corpo, che si chiamasse nazione. Errore manifesto di Carlo Alberto adunque fu di non seguitare il nemico rotto a Goito: tanto più che l’acquisto di Peschiera lo metteva in condizione di disporre delle genti che si trovavano a campo intorno a quella fortezza, qualora avesse subito mandato ordini di raccozzarle tutte a Goito. In vece andatosene a Peschiera a solenneggiare quella sua prediletta vittoria, non pensò ad altro; ritenuto altresì da dirotta pioggia che gli faceva credere di non potere per qualche giorno eseguire alcun gagliardo movimento. E mentre così i Piemontesi se ne stavano inoperosi presso Goito e Volta, Radetzky, cui la sconfitta tocca non impediva di fare altro e subito movimento, s’accampava e fortificava col suo esercito fra Goito e Mantova, con intenzione di tentare novello affronto, e con pericolo di vedersi tagliare la ritirata sull’Adige; se pure non confidasse nella poca arte, e nessuna prontezza dell’avversario. Le sue genti cominciarono a predare e far guasti nel paese, sì che la costernazione degli abitatori si distese fino a Brescia. E pure in tanta vicinanza degli eserciti, e con sì aperte inimicizie, nessuno ancora osava di venire a giornata; e piuttosto scaramucciando, che veramente combattendo se la passavano. Ultimamente il re si condusse a rafforzare maggiormente i suoi campi di Volta e di Goito, e la sera del 3 di giugno si trovò con quaranta mila uomini e settanta pezzi d’artiglierie: esercito più che sufficiente per andare al tergo del nemico, e troncargli la comunicazione coll’Adige. Il quale movimento di quanti vantaggi alle armi nostre sarebbe stato frutto, non si può dire: e forse avrebbesi potuto appiccare intelligenza cogli abitanti di Verona, e tirarli a fare una sollevazione, che agevolasse la presa di quella città. In somma non era impossibile che Carlo Alberto effettuasse allora quel che aveva con tanto danno tentato il dì 6 di maggio. In cambio volle andare di fronte a’ nemici per ricacciarli dentro Mantova; il che dove gli fosse riescito, e ne avesse riportata segnalata vittoria, non avrebbe mai ricevuto utilità vera e durevole. Ma non ebbe né pure questo diletto, perché Radetzky, ben informato dello accrescimento di forze piemontesi, dopo la resa di Peschiera, non parendogli quello il momento più propizio di venire a battaglia, disparve col suo esercito, rientrando in Mantova, e ripiegandosi verso Legnago, consapevole che più tardi poteva ciò fare con maggior sicurezza di vittoria. Contano, che i Piemontesi trovarono nel territorio mantovano case saccheggiate, chiese profanate, campagne arse, e le genti comprese da altissimo spavento per tante crudeltà, che gli Austriaci commettevano, perché il terrore meglio che l’affetto amicasse loro i popoli.

Pure la fortuna non cessava di offrirsi a Carlo Alberto per quanto quegli mostrasse di non saperne usare. Aveva sempre Radetzky a cuore la occupazione di Vicenza, e sapendo che dal Tirolo scendeva con un esercito di quindici mila uomini il general Welden, stimò essere opportuna occasione di marciare rattamente verso Vicenza, rafforzare Welden, distruggere le forze del Durando, e poi tornarsene a compire il resto contro l’esercito di Carlo Alberto. Fece tale opera arrischiata, che ci voleva un nemico di nessuno accorgimento perché non gli tornasse a rovina; avendo così lasciata sprovveduta di forze la lunghezza dell’Adige, che dove Carlo Alberto avesse cavalcato con celerità verso quel fiume, l'avrebbe potuto di leggieri varcare e prendere le alture di Caldiero, signoreggianti il cammino da Verona a Vicenza, e travagliare l’oste nemica, e indebolire per forma l’assalto apparecchiato al Durando, che questi o avrebbe potuto resistere, o evitare la necessità d’una capitolazione, che toglieva alla guerra buon numero di combattenti. Ma il re fisso sempre che la importanza della guerra stesse piuttosto al di qua, che al di là dell’Adige; in oltre avendo poche e lente e non fide spie; come non era corso alle spalle del nemico, quando si ritirava verso Legnago, per tirarlo a battaglia vantaggiosa (contentandosi di alcuni danni fattigli nella precipitosa e notturna ritirata) così dopo aver saputo, benché tardi, del suo allontanamento dall’Adige, e movimento contro Vicenza, in vece di tentare qualche gran fatto, forse da far risolvere in favor suo i destini della guerra, seguitò ancora alcuni, altri giorni a soddisfarsi di onorevoli ma infruttifere fazioni nella provincia mantovana. Trovo che il ministro Franzini consigliasse il subito passaggio dell’Adige; e con più istanza ciò desiderasse il valoroso duca di Savoia, e anco il re ne apparisse persuaso: ma nondimeno prevalsero consigli contrari, o timidi, o incauti, o fraudolenti. Parve sì strano, che Carlo Alberto non andasse a tergo di Radetzky marciante contro Vicenza, che fu cagione si. divulgasse l’opinione, non per certo fondata, ch'ei noi facesse per non guastare i trattati di accomodamento coll’imperadore, cedente la Lombardia con condizione che non entrasse in sostegno del veneto. Finalmente il 10 di giugno si dirizzò verso l’Adige, ed essendogli stato rapportato che gli Austriaci si facevano vedere grossi e minacciosi sulle alture che, allungandosi fra illago di Garda e l'Adige, signoreggiano il piano di Rivoli, stimò che per attaccarli con successo, bisognava innanzi occupare il detto piano, che avrebbe guardato il lato sinistro del suo esercito; senza avvertire che tal vantaggio era distrutto dall’inconveniente di distendere maggiormente le già troppo distese schiere. Oltrediché l’acquisto di Rivoli non era sì importante com’ei forse, per la fama che quel luogo acquistò a Bonaparte, si credeva; ché Bonaparte, signoreggiando la riva dell’Adige, e avendo Legnano e Verona, doveva acquistar Rivoli per impedire al nemico di assalirlo alle spalle e rompere le sue schiere: mentre che Carlo Alberto trovandosi nella parte opposta, aveva. tanto meno bisogno di fortificare la sua sinistra, quanto più gli era necessario rendere gagliardo il fronte, non guardato dal fiume. Ordinò adunque al general Sonnaz di fare avanzare le sue due legioni inverso Rivoli, procacciando ch'elle dovessino soperchiare le schiere nemiche. Le quali, sapendo di essere in assai minor numero, abbandonarono quel piano, e fuggendo precipitosamente ripararono nelle montagne del Tirolo. Facile e onorata fu la vittoria de' Piemontesi, ma senza frutto, come tutte le altre. Il re, lasciato a Rivoli una brigata, tornò non senza difficoltà per lo cammino quasi tutto sbarrato. Qui due nuove ricevette, l'una lieta, l'altra calamitosa. Trovò oratori del governo di Milano, che erano andati a presentargli la dedizione della Lombardia, con immenso numero di suffragi popolari decretata. Parve ai re un ristoro alle sue fatiche di campo, e se ne allegrò più che non doveva, non guardando a’ semi di discordia che quella intempestiva unione aveva gittati; pei quali il vagheggiato beneficio della forza svaniva. Si fecero pure allegrezze nella città, comecché rivelassero più l'opera delle fazioni, che un accordo di volontà: parendo a’ savi, che sarebbe stata ottima cosa quella congiunzione, se s’avesse potuto fare senza sospetti e perturbazioni. .

Ma le contentezze di Carlo Alberto amareggiò tre giorni dopo l'altra notizia della caduta di Vicenza, di ben altra importanza che l'acquisto del pian di Rivoli. Riferimmo già in quali cattivi termini erano le cose del veneto sullo spirare del mese di maggio: e come non era da fare più conto sull’aspettato soccorso de’ Napoletani. Il general Ferrari scrisse a Roma, esponendo lo infelice stato delle genti pontificie, e la necessità di rinforzarle e meglio provvederle. Gli fu risposto dal ministro sopra la guerra, che andasse subito a Roma per avere ordini, quali la gravità de’ casi richiedeva, non credendo forse i direttori del governo romano dopo tante contrarie sentenze e accuse invereconde, di poter fare ottima risoluzione senza consultarsi a bocca con uno de’ capi dell’esercito. Confermò il Ferrari in presenza quel che aveva scritto per lettere; ma era già impossibile il prendere più un provvedimento sì sollecito, che valesse a impedire la caduta di Vicenza; e il richiamo del Ferrari a Roma invece pregiudicò, per essere rimaste senza capo e abbandonate a sé stesse le guarnigioni di Padova, Treviso e Badia, che stettero per mancanza d’intelligenza e d’accordo spettatrici inoperose dell’assalto fatto a Vicenza.

Fino dal giorno 8 il general d’Aspre colle sue genti erasi condotto nelle sue vicinità, ponendo il campo dalla parte di levante, e formante l’ala destra; mentre la sinistra, formata dalle milizie che erano sotto gli ordini del generale Wratislaw, si distendeva sino a’ monti Borici fra il Bacchiglione, e la strada di Verona. Il giorno appresso sopravvenne con grande celerità il corpo di Welden. Tutte le forze austriache si componevano di quarantatré mila uomini, e cento dieci cannoni. Il Durando quasi prima vide che non seppe tutto questo apparato di guerra, e subito mandò a Carlo Alberto per informarlo della condizione di Vicenza, ma Carlo Alberto per le cose dette, non poteva più arrecargli alcun giovamento. E Durando d’altra parte avrebbe dovuto tenersi apparecchiato a fare una ritirata vantaggiosa verso Venezia, anziché mettersi a una difesa vana. Se pure non valga a scusarlo l’aver creduto per falsi ragguagli e confusi calcoli, che gli Austriaci avessero avuto una rotta a Sanguinetta, e i Piemontesi non dovessero mancare d’impedire loro il passo dell’Adige, o almeno di molestarli alle spalle. Anco le provvisioni di fortificazione, fatte come può e sa abilissimo e operoso capitano, e la buona disposizione delle milizie confortate dalla resistenza de’ giorni 23 e 24, gli facevano credere di potersi difendere. Agli albori del giorno 10, cominciò Vicenza ad essere assalita da’ monti Berici: alla difesa de’ quali erano fra Svizzeri e militi volontari tre mila uomini capitanati dal colonnello Massimo d’Azeglio; e la battaglia andò per forma crescendo, che verso l’ora undecima del mattino, divenne grande ed aspra da ogni parte: e durava per cinque ore, senza che il nemico facesse alcuno acquisto. Ma un contemporaneo sforzo di quattro batterie con dodici mila uomini che assalivano, fece perdere a’ nostri la sommità detta Baricocoli, e poco dopo, non ostante resistenza gagliardissima, furono costretti a lasciare tutto il monte Berico, e a ritirarsi dinanzi alla città, dove il combattimento seguitò con non minore asprezza. Né la cominciata notte lo faceva terminare: se non fosse stato il numero assai maggiore de’ nemici; né pure in quel giorno Vicenza sarebbesi arresa. Ma non appena gii Austriaci si erano impadroniti dei monti, cominciarono a fulminare colle artiglierie la città, la quale sarebbe stata ridotta un mucchio di sassi qualora i nostri avessero seguitato a combattere: conciossiaché ogni altra resistenza fosse divenuta impossibile, essendo la città aperta da ogni lato; le artiglierie che avevano tirato tutto il giorno, rovesciate; i difensori spossati dal digiuno e dalle fatiche d’una zuffa di trentasei ore; vicine a mancare le munizioni e gli altri mezzi di propugnazione; considerevoli le perdite di uomini e di arnesi di guerra; il nemico a pochi passi e in condizione di prendere la città per assalto e usare tutte le violenze della conquista: tutto in fine mostrava al general Durando, che, non potendosi più difendere Vicenza, almeno dovevasi cercare di risparmiarle i disastri ultimi della guerra.

Pure il municipio e popolo vicentino, e una gran parte dei soldati, mossi più da coraggio disperato che da militare provvedenza, ricusavano di cedere, e si querelavano del general Durando, che, conoscendo lo stato vero delle cose, non sapeva consentire quella inutile rovina. E ancora per questo atto fu tassato da alcuni d’ignoranza, da altri di tradimento; stoltamente maligna l'una e l’altra accusa: perché maggiore e miglior difesa di quella non si poteva fare; e chi pretendeva che avesse dovuto aprirsi la via fra’ nemici colle punte degli archibusi, non sapeva che novemila uomini, quanto pur si vogliano animosi e parati a morire, non potevano vincerne quarantamila, percorrendo altresì 22 miglia di pianura, con vie sbarrate, ponti distrutti, e altri impacci d’ogni maniera. Né lo inutile spargimento di sangue avrebbe servito a rendere onorata la caduta, dacché al maggiore onore de’ vinti aveva già provveduto la resistenza sostenuta: la quale ammirata e lodata dagli stessi nemici, li fece venire a patti onorevoli: e con opera ingegnosa dell’auditore Eugenio Albèri, mandato al campo del generale d’Aspre, si capitolò in questi termini: che le milizie romane uscissero della città con arme e bagaglie e con tutti gli onori di milizia, prendendo la strada di Rovigo per ripassare il Po; che per tre mesi dovessero astenersi di combattere contro l’imperadore; che gli abitanti della città e provincia di Vicenza, i quali avevano preso parte alla guerra, dovessero essere trattati umanamente. Questa ultima condizione sdimenticarono gli Austriaci appena entrati a Vicenza; perché non umani ma superbi e crudeli vincitori si diportarono, ordinando, a chi uscito della città non fosse tornato incontanente, sarebbono stati confiscati tutti i beni; onde i rettori di Venezia e di Milano dichiararono annullata la convenzione fatta dal Durando, e violata da Radetzky. Ma le genti pontificie, rivalicato il Po, e da per tutto salutati eroi, pensarono meglio a godersi questo trionfo che ripigliare le armi. ne’ più era stanchezza e abbandono, nati da esperienza di fatiche e pene inutilmente spese. Aggiungevasi la contrarietà, ogni dì più raffermata del pontefice a non consentire che in suo nome si combattesse. Né il ministero allora aveva potenza di spuntarlo. Tra per una cosa e per l’altra, i pontificii lasciarono di partecipare ad una guerra, da cui acquistarono onore, e a cui utile alcuno non fecero; più per colpa altrui, che propria. Vi entrarono non consenziente il principe; n’uscirono per convenzione necessaria; non vi tornarono permalvagità di destini. I nomi del Durando, del Ferravi, dell’Azeglio, del Casanova, del Cialdini, e dello svizzero Werber deve la storia scrivere puri da calunnie allora sparse: e se in altra parte ho dovuto mostrare i soldati svizzeri non soldati ma carnefici di popolo sfortunatissimo, posso qui rammentarli per prodezze, degne non di milizia vendereccia, ma di figliuoli di libere republiche. E con esso loro gareggiarono di valore le milizie civili; ancora in questa occasione testimonianti,che sostegno più copioso e migliore non furono alla guerra, per colpa di governi, prima ritrosi a raccoglierle, poscia inetti a disciplinarle. Padrone Radetzky di Vicenza, volle seguitare la vittoria. Mandò una parte delle sue genti ad assalir Padova, città fra Vicenza e Venezia, di circa cinquanta mila abitanti, e con lunga cinta di muri da poter fare buona resistenza se vi fossero state artiglierie e combattenti. Ma essa aveva poche forze, e molta costernazione per la notizia della caduta di Vicenza, e dello approssimarsi di esercito poderoso. Fra tanto il general Guglielmo Pepe, con quelle poche genti che non avevano ricusato di seguitarlo, era giunto a Rovigo, facendosi precedere infino a Monselice da alcuni squadroni di militi volontari e da una batterla. Il che saputosi a Padova, incontanente andarono messi al Pepe per pregarlo a correre a tutta fretta, assumere il comando supremo, e ordinare valida resistenza. Ma il vecchio generale informato dello stato delle cose, e veggendo che Padova non avrebbe potuto che poche ore resistere, consigliò e ottenne di fare piuttosto un’utile ritirata a Venezia, che una dannosa resistenza a Padova. Pure il ritirarsi avrebbe potuto eseguirsi meglio e più vantaggiosamente, se non l’avessino rattenuto e intorbidato i soliti sussurroni de’ comitati e de’ cerchi; i quali spacciavano soccorsi da Venezia e appoggi dall’esercito di Carlo Alberto. Lode alla fermezza de’ capi della milizia, che adunati in consulta, non si lasciarono smovere da coloro che chiamavano codardo e funesto il parere del general Pepe. Se non che, essendo stata fatta per questi indugi la ritirata un giorno dopo, quando già il nemico era alle porte, riesci piuttosto tumultuaria e precipitosa, e fu cagione di alquante perdite di arnesi di guerra, che si potevano risparmiare. Occupato Padova gli Austriaci, senza che trovassero alcuna opposizione, cavalcarono verso Treviso, dov’era un presidio di circa quattro mila uomini, il quale, non avendo ricevuto in tempo avviso di lasciare la città e ritirarsi a Venezia, e avendo pure altra volta resistito alle genti di Nugent, provò nuovamente di reggere, ma dopo poche ore di battaglia, fu costretto a rendersi. Così dell’esercito pontificio parte tornò a casa per la capitolazione di Vicenza, e parte si ritrasse a Venezia sotto il comando de’ generali Pepe, Antonini e Ferrari, che da Roma ripartito passò senza indugio in quella città; destinato a serbare più lungamente le reliquie di una guerra gloriosa e infelice.

Mentre gli Austriaci ripigliavano così le città della Venezia, Carlo Alberto, tornato, come abbiam detto, a Garda, dove si compiaceva della vittoria di Rivoli e della dedizione della Lombardia, e saputo la mattina del dì 13 che Verona era rimasta quasi del tutto sprovveduta di forze, per essere Radetzky con numeroso esercito e grandi artiglierie andato ad assalire Vicenza, credette di poter fare un nuovo esperimento su quella importantissima città, contando sempre in una sollevazione interna del popolo. 'Esperimento che poteva riuscirgli felice, o almeno valergli a stornare Radetzky dal campeggiar Vicenza, se l’avesse fatto alquanti giorni innanzi, o se almeno l’avesse allora eseguito con più prontezza e celerità. Ma gli ordini alle milizie di raccogliersi tutte nelle vicinità di Villafranca, indugiati e male eseguiti, non le fecero arrivare che tardi, e con una pioggia dirotta, che non poco le impacciava. Furono pertanto a ordine di assaltar Verona, quando già Radetzky, compiuta l’impresa di Vicenza, vi si era restituito vittorioso e gagliardo, nel tempo che la novella della capitolazione di Vicenza, giunta nel campo del re il giorno stesso, produsse non leggero sbigottimento. Poi vi furono dei ragguagli al solito falsi per parte degli abitanti di Verona che si dovevano sollevare. Per fino fu errata l’opera de’ segnali. Ogni cosa fece perché la gran prova una seconda volta fallisse; se non che questa non ci costò le perdite sanguinose dell’altra. Il re ordinò la ritirata, per la quale si lasciò novellamente fuggire l’occasione di assalire e combattere con vantaggio il nemico; imperocché se dopo il ritorno di Radetzky a Verona, non poteva più fare la espugnazione di quella città, poteva nondimeno tentare il passaggio dell’Adige, con probabilità di riuscire, e con certezza di trovare le forze di Radetzky sparse e divise, e da combatterle spicciolatamente in numero sempre superiore. Colla qual mossa avrebbe potuto riparare all’errore di non essere corso subito alle spalle di lui quando seppe che era andato a espugnare Vicenza.

La resa della città di Vicenza si tirò dietro quella di Palmanova. Poiché il maresciallo Nugent ebbe occupato Udine, come più sopra raccontammo, aveva mandato un oratore a chiedere che quella cittadella si arrendesse, con dichiarazione ch'ei, non riconoscendo il grado di comandante nel general Zucchi, ma sì un ribelle al suo legittimo prìncipe, avrebbe ricusato di trattare con esso lui, e soltanto gli concedeva salvocondotto perché uscisse della fortezza, se non voleva esporsi ad essere giudicato come fellone, dove colla forza delle armi vi fosse entrato. Rispose il Zucchi, ch'ei a voce di popolo libero era stato eletto comandante della fortezza, e finché le forze gli bastavano, l’avrebbe difesa. Cominciarono allora gli Austriaci a campeggiarla, guastando intorno le mulina, e togliendo il corso alle acque, e con bombarde travagliando la città. Era da parecchi giorni Palmanova ridotta in estrema penuria di viveri e di danari, nel tempo che le milizie volontarie, che erano alla difesa, diventavano sempre più tumultuarie e insofferenti d’ogni disciplina. Contano, che que’ crociati veneti non volevano obbedire a nessuno, chiamavano arbitrario il potere del comandante, e volevano un governo repubblicano. Giunta la nuova della capitolazione di Vicenza, cresciuto lo scoramento negli abitanti, e l'ardire nei nemici, non essendo più via di resistenza, si fece consulta di guerra, e fu deliberato di domandare al nemico condizioni onorevoli per mezzo di oratori, che avessero pieni poteri di trattare: e mentre costoro trasferitisi al campo, e col colonnello Kerpen, che comandava le avanguardie sotto gli ordini del maresciallo Welden abboccatisi, discutevano i capitoli della resa, ecco nella fortezza levarsi un gran tumulto. I sopraddetti crociati volevano che non si capitolasse, e non rispettando la pattovita sospensione di guerra, traevano cogli archibusi sulle scolte nemiche; e poiché gli artiglieri piemontesi avevano ricevuto ordine di levar le palle da’ cannoni a fin di prevenire maggiori scandali, contr’essi le ire de’ tumultuanti si avventarono; li chiamarono traditori, corsero loro addosso, tirarono alcune archibusate. Questa sedizione scoppiata dentro, e facilmente spillata da quei di fuori, rendeva meno agevole la capitolazione. La quale finalmente il 29 giugno fu conchiusa in questi termini. Che la vita e le sostanze d’ogni cittadino sarebbono state rispettate, né alcuno molestato per servigi resi alla mutazione. Che fosse libero a tutti l’uscir di fortezza, e restare in patria, o andare altrove. Che il generale barone Zucchi, munito di salvocondotto, potesse restituirsi a Reggio sua patria, come altresì il maggiore Boni. Che le milizie regolari dovessero deporre le armi, e sciolti i corpi, ognuno tornare alle proprie case. Che la compagnia degli artiglieri piemontesi potesse tornare al suo paese con tutti gli onori militari, sotto condizione di astenersi per un anno dal combattere contro gli Austriaci. Che i crociati di Venezia potessero rimpatriare, provveduti de’ mezzi di trasporto e di sostentamento. Che le guardie civiche fossero disarmate, e così ogni cittadino dovesse nello spazio di 24 ore deporre le armi. Da ultimo, che sarebbe stata implorata la clemenza dell’imperadore perché il debito publico, fatto per quella difesa, dovesse essere spartito in tutta la provincia. Così al finire di giugno tutto il veneto era tornato in potere degli Austriaci, eccetto Venezia e Osopo; che l’una in mezzo alle sue lagune, e l’altra sopra un, dirupo a piè delle alpi, dovevano seguitare per altro buon tempo a sostenere non la fortuna, ma l’onore delle armi italiane.

Era stato il supremo comando delle forze di terra conferito al general Pepe, che per età, servigi militari, gradi avuti, era l’uomo di maggior considerazione; oltreché l’aver passata quasi tutta la vita in esilio, arrecavagli gran fama popolare, che in que’ giorni valeva sopra ogni altra cosa: da non far guardare al suo non grande ingegno nell’arte della guerra; dimostrato ne’ fatti del 1821. Sebbene in quell’anno quarantotto non erano molti generali che valessero più del Pepe; a cui almeno era da attribuire esperienza lunga, e sincero affetto per la causa italiana. l’avere poi con se i due valentissimi graduati Ulloa e Mezzacapo, non poco suppliva dove la scienza militare del capo non bastava. Ma lo innalzamento suo dispiacque a’ fautori della monarchia piemontese, che avrebbero desiderato in quel grado il colonnello La Marmora, mandato già dal re a soprintendere alla formazione dell’esercito veneziano, né era veduto di buon occhio da’ rettori della republica veneta Manin e Tommaseo, che pure lo avevano richiesto. Laonde avveniva, che essendo state dopo la resa di Palmanova fatte da’ Veneziani nuove istanze a Carlo Alberto per nuovi aiuti, trovandosi ognor più minacciati dagli Austriaci, quello mal sapeva indursi a satisfarli, allegando che nessun corpo poteva dal forte dell’esercito spiccare; e a forza d’insistere e tempestare, ottennero a gran fatica che mandasse due mila uomini appartenenti alle brigate Savoia e Savona, che presidiavano i ducati di Modena e Parma. Così con questi soldati piemontesi, e sei mila romani, e tredici mila fra Veneziani, Napolitani e Lombardi, si trovò il general Pepe ad avere sotto a’ suoi ordini un esercito di ventun mila uomini; che per altro si componeva di tanti svariatissimi corpi, ognun de’ quali aveva soldo, vestire, armadura, ordinamento diverso; accozzandovisi milizia assoldata e volontaria, vecchia e nuova, straniera e nostrale, e quel che era peggio, il fiore e la feccia delle città; la più parte comandati da uomini di ventura; che si erano da loro stessi dati i gradi, o se li avevano fatti dare da’ soldati, o gli avevano carpiti cogli schiamazzi popolareschi.

Per lo che non si potrebbe dire quanto mal guardata fosse la veneta laguna; le cui guarnigioni erano più tosto formate da bande oziose di turbolenti che da veri soldati. E non di meno nella laguna o estuario consisteva la maggior difesa di Venezia; rigirandola per circa novanta miglia con non manco di cinquantaquattro forti in cerchio, piccoli e grandi; fra’ quali per importanza primeggiavano quelli di Malghera, Brondolo e Treporti. Desiderò ben subito il general Pepe di dare alla sopraddetta mal composta milizia il maggior ordine possibile; né di bandi, arringhe e rassegne fu scarso, come colui che di pompe era vaghissimo; e qual cosa, per dir vero, ottenne; ma non quanto sarebbe stato mestieri per ridurla ottimamente acconcia alla guerra. Similmente importando sopra ogni altro luogo di munire il forte di Malghera, fu rafforzato il suo presidio con artiglieri e zappatori napoletani, e con una coorte di Lombardi; come eziandio guardie a Mestre furono poste per il nemico spiare. Il quale il di 18 giugno cominciò per mare l'assedio di Venezia con una parte del secondo corpo di riscossa capitanato dal maresciallo Welden, che aveva il suo padiglione a Padova. Occupavano gli Austriaci quanto dall’estrema Brenta alla foce del Piave cinge in semicerchio la veneta laguna, tenendo guardati a destra il ponte della Rana, Fusina, Oriago, Mira, Dolo, Lugo, Santa Margherita, e procedendo più innanzi, il luogo detto Cavanella sull’Adige, e l’altro detto Cavarzere, e un altro chiamato Borgoforte di Adige; a manca le posture di Fa varo, Dese, e più avanti Aitino, Portegrandi, San Donò, la cava Zuccherina e Cavallino. Medesimamente con severi ordini adoperavano, perché nessuna specie di vettovaglia fosse recata a Venezia. Se non che molti canali che da’ margini della circostante terra scorrono nella laguna, ingannavano la loro vigilanza, e non era giorno che cibaie e provvisioni non giungessero agli assediati. Questo campeggiamento marittimo contro Venezia doveva essere compito dall’armata austriaca uscita da’ porti di Trieste con ordine di respingere le navi che tentato avessero di portarvi munizioni e viveri, e con intendimento di servire allo sbarco di milizie ne’ liti di Chioggia, e nelle sottilissime isole di Lido e Palestrina. Ma detta armata era in sì poco buon ordine per la fuga di molti marini italiani e dalmati, che non ostante il decretato assedio, solamente dopo i disastri dell’esercito piemontese si mostrò qualche nave, a fugar la quale bastò che il popolo di Chioggia si sollevasse.

Dall’altra parte l’armata italiana componevasi di legni sardi, veneti e napoletani. I legni sardi erano tre fregate, una corvetta, una galeotta, un brigantino, e due bastimenti a vapore: i veneti una corvetta e due brigantini; i napoletani due fregate, un brigantino e quattro legni a vapore. Dal che è manifesto, che le nostre forze navali vantaggiavano di gran lunga le nemiche, e avrebbero potuto di leggieri disfarle, se da una parte e dall’altra si fosse venuto alle mani Ma per più giorni non facendosi vivi gli assediatori, né pure gli assediati si movevano, contento il general Pepe di rassegnare e arringare le milizie, e scrìvere lettere ora al campo di Carlo Alberto, ora a rettori del governo temporaneo di Milano, con proposte e consigli che non erano accettati. In oltre, mancando di fide spie e abili esploratori, e quindi ignorando che le forze austriache fossero così deboli, non s’attentava di attaccarle, come avrebbe potuto con suo certo vantaggio; e tutto finiva in piccoli badalucchi e riconoscimenti che a nulla riuscivano. E mentre in questo riposo si consumavano i giorni, era giunto di Napoli il generale Cavalcante, portatore di regio comando alT ammiraglio de' Cosa, perché senza indugio lasciasse Venezia. Ed egli non ostante le magnifiche feste e allegrezze con cui era stato accolto da’ Veneziani, guardando meglio all’utile suo che a quello dell’Italia, prontamente obbedì; talché le navi napoletane il dì 23 giugno si trovavano di contro a Reggio di Calabria, apparecchiate a guerreggiare guerra intestina. Rimaneva colle poche navi venete l’armata sarda; la quale aveva ordine di non solamente proteggere Venezia, ma di attaccare l'armata austriaca ovunque l’avesse scontrata; e avendo saputo che erasi ricovrata a Trieste, e tenevasi alla imboccatura del porto sotto la guardia di tre poderose batterie recentemente costruite, subito per a quella volta veleggiò, e difficil cosa non era l’assalirla e distruggerla, per quanto la vittoria non sarebbe stata allegra; ma eccoti rampogne di tutta la diplomazia straniera; e prima di tutti i consoli dimoranti a Trieste fecero grave lamentanza; e poco dopo giungeva a nome della confederazione germanica una protestazione contro ogni atto di guerra che le navi piemontesi avessero fatto a Trieste, che ella considerava come fatta a sé stessa, reputando quella città parte sustanziale della confederazione: onde fu forza all’armata sarda di cessare ogni altra prova di guerreggiare il nemico, contentandosi di assediare il porto triestino per impedire l'uscita alle navi austriache.

Le non prospere fortune della guerra avrebbero dovuto metter senno a’ rettori delle città ea’ movitori de’ popoli. Le istorie romane erano documento di quel che l’antica maestra di guerra e di libertà facesse quando dai campi, infelici nuove giungevano. Ma ignoranza o disprezzo dell’antichità ci faceva presumere doverci altramente governare. In cambio di sospendere le adunanze del parlamento sardo, furono i parlamenti romano, toscano e napoletano cominciati. Dirò prima delle cose di Roma, poi di Toscana, per continuare in quelle di Piemonte e di Napoli; costretto da divisione di stati a doverli spesso paratamente descrivere. Solo in comune noterò quel che fu peccato comune: la guerra ambiziosa fatta a’ ministeri: che prima disordinata nelle piazze, passò ad essere ordinata, e non meno colpevole, nelle assemblee. Il quale inconveniente, giovami chiarire, nasceva in gran parte dall’indole stessa del governo di temperata monarchia: fatto meglio per aguzzare che per sedare le ambizioni che naturalmente si svegliano sotto reggimenti liberi. Gli antichi ordinatori di republiche, ottimi conoscitori del cuore umano, e pratici moderatori delle passioni civili, stimarono il miglior freno a’ desiderii di primeggiare, fosse nel rendere i magistrati e gli uffici publici temporanei e determinati: perché la vicenda delle annue rinnovazioni sbramasse a poco a poco la voglia di tutti o della più parte: e la speranza aperta ad ognuno di salire, temperasse la foga dei bramosi. E leggiamo in Livio, che parendo a Mamerco dittatore, grave cosa che il magistrato della censura durasse cinque anni, differendo dagli altri, che duravano un anno, indusse il popolo romano a limitarlo a diciotto mesi, dicendo «essere grandissima sicurtà che gl’imperii non sieno durabili, ed abbiano certa misura di tempo.» Laonde mentre colle antiche libertà le cupidigie degli ambiziosi levavano rumore e tumulto in quel tempo, che i magistrati si rinnovavano, colle libertà moderne quelle cupidigie sono in agitazione continua; conciossiaché i ministeri che non hanno limite di durata, possono ad ogni tratto mutarsi: e chiudendo per conseguenza la via alle speranze, stimolano le brame, che per l’ordinario diritto non hanno da soddisfarsi. Queste brame si fanno più vive e operose ne’ parlamenti, il cui giudizio ha potere di conservare o abbattere i rettori dello stato. E se ciò non è cagione di gravi disordini in Inghilterra, vuoisi attribuire a’ particolari costumi e alle temperate nature di quel paese, dove tutto si fa lentamente e quietamente e d’accordo. Ma in istati nuovi, con popoli ignari di libertà, costumi corrotti, imaginazioni fervide, nature instabili, dovevano riuscire fomite rovinoso di cupidità private sotto colore di bene publico.

In nessun luogo d’Italia faceva mestieri di tanto accorgimento nella scelta dei deputati alle assemblee legislative, quanto ne’ popoli pontificii, per la difficoltà somma, in che si sarebbero trovate dette assemblee: avendo di contro un principe che voleva esser libero di seguire quella politica che più gli fosse piaciuta, e un ministerio che doveva essere mallevadore di atti, ch'ei o non poteva fare, o non poteva impedire. Non si potrebbe dire che la più parte de’ collegi elezionari mandassero al parlamento romano uomini di opinioni stemperate; ma dalle cose che dobbiam riferire, apparirà, che la più parte degli eletti non erano sì discreti ed accorti da non lasciarsi di leggieri tirare dai pochi, che o non vedevano o non volevano vedere gli ostacoli insormontabili posti a’ ministri. Prima testimonianza che di loro porsero, fu di negligenza; essendosi trovati in Roma in sì scarso numero il giorno destinato alla loro radunanza, che bisognò aspettare l’avvenimento di altri per seguitare le tornate. Pure il dì 5 giugno, la ceremonia del convocamento fu fatta, né mancò grande solennità. La via del corso parata a festa. I deputati e i membri dell’alto consiglio con fasce tricolorate, condotti in cocchi principeschi da piazza del popolo al palazzo della Cancelleria. Gran gente lungo il cammino raccolta a vederli. Il papa, non permettendo la sua dignità di andare in persona, dava commessione al cardinale Altieri di cominciare il parlamento, leggendo il solito discorso, che chiamasi della Corona. Il quale disteso prima dal conte Mamiani: variato e corretto da Pio IX; non concordato più dal Mamiani; finalmente stringendo l’ora, aspettandosi nella sala il cardinale, andarono i ministri al papa a dirgli ch'essi non intendevano di consentire alla lettura di quel discorso, che aveva racconciato a suo talento, e per evitare uno scandalo, gli proponevano di far leggere al suo delegato poche parole senza significazione politica. Pio si sdegnò, chiamò l’atto de’ ministri un tradimento, e senza dar risposta li accomiatò: e fu mestieri adoperare uffici perché subito i ministri non si deponessero. Le assemblee e il popolo intanto aspettavano nel palazzo della Cancelleria. Ecco alla fine in gran pompa arrivare il cardinale Altieri, recitare vacuo discorso, e compite l’altre ceremonie, partirsene, lasciando più desiderio di quello che non aveva detto, che soddisfazione di quel che disse; parendo a tutti che studiosamente sfuggisse di toccare delle speciali riforme da fare, e si tenesse il più che poteva in su’ generali. Pure ognuno s’acquetò nel pensiero, che nell’altra adunanza prossima avrebbero i ministri meglio e più particolarmente dichiarati i modi del governo. Né per questa dichiarazione ministeriale furono minori le inquietudini. Il Mamiani la scrisse, il papa la esaminò, la postillò, e, fatte alcune correzioni, finalmente l’approvò. Poi ripentito o fatto ripentire, disse, il Mamiani aver letto di suo arbitrio. È certo che il chiaro uomo fece grande prova di pazienza e d’ingegno in quell’opera; da contentare a un tempo il popolo, e non urtare la corte. Recitò che il pontefice, come padre di tutti i fedeli, dimora nell’alta sfera della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei dogmi, dispensa al mondo la parola di Dio, prega, benedice, perdona; e come sovrano e reggitore costituzionale di popoli, lascia alla saggezza dei deputati della nazione di provvedere alle parti delle faccende temporali. Così con questo collocarlo Ira le celestiali sfere, sperava di potergli, se non levar subito, almanco alleggerire la soma del terreno dominio, da appagare per allora i voti de’ popoli, che maggiormente dopo l’atto del l’enciclica invocavano la separazione de’ due reggimenti. Passò quindi ad annoverare i divisamenti del nuovo governo, sì rispetto alla guerra della libertà esterna come rispetto agli ordini della libertà interna: né si poteva per certo promettere di più e di meglio in pro dell’una e dell altra: talché gli stessi deputati ne furono edificati, e qualcuno avendo chiesto se una tanto generosa protestazione era stata dal pontefice consentita, ed essendo dal ministro risposto del sì, rinnovaronsi gli applausi e le congratulazioni, che dall’assemblea, come avviene, comunicandosi alla città, tornavano le genti a festeggiare Pio IX, a gridarlo angelo di libertà, e a sperare che col suo nome si dovesse la redenzione di tutta Italia compire. Ma i cardinali che non volevano vedere il papa rapito in cielo, ma sì regnante in terra, facevano della dichiarazione de’ ministri ben diverso giudizio: chiamandola pregna di veleno e d’intenzioni maligne, disleali, sovvertitrici; né faticavano molto a far credere al pontefice che si voleva spogliarlo della potestà temporale, e trarre il governo romano più alla forma di repubblica che di principato. Onde egli, stimandosi come da insidie circondato, era di continuo tratto a disapprovare quel che aveva approvato, e disdire quel che aveva detto; prendendo ogni dì più in sospetto e in avversione il Mamiani, quasi il principal macchinatore contro la santa sede il reputasse. E con questi umori cominciavano le assemblee romane l’opera loro, né tardar poteva il troppo preveduto conflitto; nel quale la inconciliabilità del papato colle forme del reggimento rappresentativo dovea farsi a tutti manifesta.

Non potendo i deputati assalire la corte de’ cardinali, segreta e potente consigliatrice delle risoluzioni del pontefice, facevano guerra a’ ministri:se bene a tutti fossero notigli ostacoli che avevano: i quali vincere del tutto non si potevano, ma forse in parte si potevano diminuire, se chi governava, avendo nemico il principe, non avesse altresì avuto contrario il parlamento: aggirato da pochi audaci; di cui era capo o esempio Carlo di Luciano Bonaparte, principe di Canino; chiaro per opere di scienze naturali; ma come nessun uomo spasimante di risplendere, e fare spettacolo di se in publico, secondo i tempi è le occasioni. Laonde innanzi alle riforme, cercò, mediante l'ottenuto titolo di principe romano, avere non solo coi papi e co’ cardinali, ma ancora co’ principi e co’ diplomatici dimestichezza, negata agli altri napoleonici; pregiandosene per la importanza che gli pareva acquistare: e riuscì in effetto a introdurre in Italia l’uso, già da alquanti anni cominciato in Francia, de’ congressi scientifici; de’ quali per essere stato promotore, pretendeva avere la dittatura. Se non che, sopraggiunti i commovimenti politici, e giudicando questi miglior campo che i congressi degli scienziati, a far rumore, diessi a correre per l’Italia, e per le piazze, botteghe e teatri arringare il popolo, spacciando quel che non era, o più di quel che era. Finalmente procacciato di essere eletto deputato al1’ assemblea, qui all’ambizione di levar fama pienamente soddisfece. Parlava sempre; alcune volte bene; più spesso non a proposito; non mai con prudenza. Ingegno, facilità, destrezza e voce rimbombante aveva; nell’ardire, o meglio sfrontatezza, sgarava ognuno. I freni e usi delle assemblee sdegnava. Interrompeva il presidente; dava in sulla voce a’ compagni; pungeva or l’uno, or l’altro. Non serviva imporgli silenzio: né bastava che tutto il congresso facesse atti d’impazienza: contento che le tribune popolari lo applaudissero o ammirassero, come colui che dalle contese in publico cercava splendore.

Col Canino s’accontava il professor Francesco Orioli: noto per dottrina quanto svariata e molteplice, non del pari profonda; per troppo abbracciare e cercare nelle scienze più la novità che la verità. Facile e lusinghiero parladore; non egualmente scrittor da ammirare, chi cerchi il nerbo e la schietta eleganza. Nel 1834 ebbe parte ne’ moti di Bologna; fu con altri incarcerato; corse pericolo nella vita; finalmente riparato a Corfù, qui publicamente insegnò. Né di quella stanza contento, cercò tornare in Italia sotto colore d’intervenire a’ congressi scientifici; tenuto per altro d’occhio e codiato qual uomo pericoloso. Ma per lo perdono di Pio IX, andato a Roma, e fattosi promovitore di politica moderatissima in tempo che altri di trascenderla brigavano, ottenne la grazia del pontefice e di parecchi cardinali; onde fu nominato professore d’istoria nello studio della sapienza. Ma quasi non gli paresse di aver fatto a bastanza per assicurarsi che l’odio di quella corte non dovesse più molestarlo, entrato nel parlamento rappresentante della città di Viterbo, sua terra natale, si volse tutto a guerreggiare il ministero ch'ei sapeva cotanto al pontefice e alla corte de’ cardinali odioso: operando con propositi e modi diversi da quelli del principe di Canino; perché dove questi mirava di spingere le cose all’estremità d’una rivoluzione per farsi strada a una potenza che altrimenti non avrebbe ottenuta; l’altro in vece brigava di ritirarle indietro o almeno di non farle avanzare, per godersi con sicurtà il bene acquistato. E come il primo coll’audace e insolente parola, così il secondo colla facile e ornata favella signoreggiava il corpo dell’assemblea, che sempre va dietro a chi parla più; e de’ parlatori in sostegno del ministero o non ve ne aveva, o non tutti erano sinceri, o mancavano di quella baldanza che agli avversari abbondava: oltre che le apparenze davano migliori argomenti a chi ne diceva male, che a chi avrebbe voluto difenderlo. Il solo Pietro Sterbini per ardire, prontezza e arte di movere le passioni, poteva stare a petto col Bonaparte e coll’Orioli: ma costui, che quasi sempre prendeva la difesa del ministero, aveva cotali oblighi colle popolari congreghe, da essere tratto a’ partiti, che all’onore e sostegno dello stesso ministerio non potevano riescire vantaggiosi: onde spesso rimaneva dubbio se lo giovasse o pregiudicasse.

I disastri dell’esercito pontificio nel veneto, furono prima occasione d’invereconda contesa. Alla nuova della resa di Vicenza, si fece adunanza straordinaria, assistente molto popolo. Piovvero interrogazioni a’ ministri; si volevano ragioni e spiegazioni di quelle disgrazie. Chi domandava perché era stato chiamato a Roma il general Ferrari; chi voleva sapere la convenzione fatta col re sardo circa la protezione delle milizie romane. Altri chiedeva che il ministro facesse conoscere tutti i provvedimenti che voleva fare per la guerra; qualche altro invocava la lettura delle lettere scritte dal Durando, general supremo. V’ebbe chi richiamavasi dell’essere mancate al Durando le munizioni. I ministri cercavano il meglio che potevano e più che non dovevano, a tutte queste domande soddisfare. Ma non per ciò i richiami cessavano. Il deputato Orioli chiese un giudizio intorno agli atti de’ ministri; e quantunque sì ingiuriosa proposta non fosse da’ più accettata, pure da quel che si disse fu manifesto che l’assemblea non aveva de’ rettori fiducia. E in questo stesso tempo nelle provincie dello stato l'autorità delle leggi ogni dì più veniva meno: i reati moltiplicavano: la nuova libertà era usata a sfogo di odii privati, di tumulti, di rapine e d’ogni altro eccesso. Non era dubbio che si promovesse la licenza, qual via per ricondurre la tirannide. Né i ministri odiati dalla corte e nimicati dalle assemblee avevano balla da usare efficaci rimedii: anzi, domandando essi di continuo a’ rappresentanti del popolo un voto di fiducia, per rinforzare la vacillante autorità, somministrarono in vece novella materia a’ loro oppositori, che più acerbi tornarono a garrirli, quasi il chiedere suffragi fosse un confessare che non erano degni di governare. Altra testimonianza di poco accorgimento dava l’assemblea nella discussione della risposta da fare al discorso del papa, letto dal cardinale Altieri, il giorno della convocazione del parlamento. In Inghilterra, maestra di moderna libertà, cotali risposte sono ufficio più cerimonioso che politico; sapendo bene que’ maturi uomini che in politica le parole tanto vagliono quanto sono dimostrazioni di opere. Ma noi, nuovi alle libertà, e vaghi del sermoneggiare in publico dopo tant’anni di silenzio, imitammo piuttosto gli usi della ciarliera Francia; e d’interminabili disputazioni e dicerie facemmo: quasi avessimo dovuto compilar trattati di scienza publica. J1 parlamento di Torino, che vi spese parecchie tornate, aveva dato il primo esempio. Seguitò il parlamento romano; se non che qui dovendosi rispondere a un principe di natura diversa dagli altri, e di cui erano sì ambigue e vacillanti le intenzioni, maggiore difficoltà s'incontrava a spacciarsene bene: e meglio sarebbe stato usare dignitoso silenzio, se il silenzio fosse parso dignità alle nostre assemblee. Si disputò e combatté parecchi giorni, più per gara che per bisogno publico. Né io farò memoria di que’ discorsi, publicati ne’ giornali d’allora: scandalosa conserva delle miserie nostre.

Ma gli avversari del ministero non s’acquetavano: e con tali accuse e interrogazioni lo assalivano, che il non rispondere era pericoloso quanto il rispondere; chiarendosi aperto il disegno di far cadere chi por vacillava. E co' garriti delle assemblee si congiungevano tal ora prezzolati rumori di gentaglia assembrata nelle piazze e gridante morte a cui pochi dì innanzi aveva levato a cielo. Onde quanto pure i ministri romani fossino stati uomini intendentissimi del governare, non era possibile che fra que’ tenzonamenti diversi non si confondessero, e vacui di salutari risoluzioni non riuscissero: tanto più che, sperimentando sì avverso il parlamento, non trovavano modo di rendersi meno ritroso il principe; e dove fosse loro succeduto di far vincere qualche legge dalle assemblee, come quella importantissima di rifornire lo esercito, incontravano il rifiuto del papa; senza che rimediasse il compenso strano, ma por necessario, che i decreti a nome de' ministri si facessero, e solo citandosi l'approvazione del regnante: la quale quasi sempre era negata, o era con modi dubbi conferita, e poco dopo contraddetta; di qualità che in Roma il governare con costituzione appariva ogni dì più impossibile. Aiutavansi i poveri ministri con quelle che si chiamavano circolari; delle quali dirò sommariamente. Fu ordinata una descrizione di semila uomini per un esercito di riscossa, con servigio da durare tre anni per la fanteria, e sei per la cavalleria e artiglieria: e disposizioni altresì facevansi per meglio armare la guardia civica. In oltre di due mesi si prorogò il corso alle polizze di banca. Furono descritti i possessi ecclesiastici, che dovevano i così detti boni del tesoro assicurare. Altri provvedimenti si apparecchiarono, come di togliere o scemare il dazio sul macinato, e d’istituire una gran ragione, detta banca nazionale, per ravvivare e sostenere meglio i commerci publici, e la publica fortuna. Finalmente ordini continui si mandavano a’ governatori delle provincie e a’ capi degli uffici, perché alla quiete e sicurezza de’ cittadini vegghiassero, e di ricondurre in ogni amministrazione la osservanza delle leggi procacciassero. Ma tutto era vano. L’esercito non si rifornì; essendo già al fugace fervore de’ primi giorni succeduto ignavia e avversione, augumentate dopo le disgrazie del veneto. L’ordinamento della guardia cittadina per continua rilassatezza di disciplina, andò più tosto peggiorando che migliorando; e non che mantenere la quiete publica, spesso era cagione di turbarla. L’erario non ebbe alcun ristoro: e anzi augumentò la strettezza, dacché i dissidi fra le assemblee, il pontefice, e il ministero distruggevano la fede publica. fi fu veduta la immensa voragine senza poterla chiudere. Conobbesi in qual disordine si trovavano i tanti uffici della tesoreria; come vi mancassero regolari registri di spese e di entrate degli anni passati; come non vi fosse conto o ragione che tornasse; come non altro abbondasse che il numero infinito degli ufficiali, e la voglia sfondata di sperperare la ricchezza publica. Similmente nessun freno ebbero i popolari tumulti, le notturne rapine, le ingiurie alle persone, il costante eccedere dello scrivere a stampa. I buoni si contristavano della licenza, temendone le conseguenze; i tristi ne godevano, inferendone più sollecito il loro trionfo. E in questa, i deputati disputavano, e il ministero, che pur sapevano innocente de’ mali publici, combattevano: spesso con futilità, tal ora con pericolo: sendo con pericolo ogni voltalo interrogare alle cose della guerra riferivasi: conciossiaché fosse cagione che le nostre piaghe si scoprissero, senza che il sanarle fosse più in facoltà di alcuno. Né bastando che non si potesse allestire altro esercito, se ne dava al nemico autentica testimonianza. Specialmente si chiedeva l’annullamento della capitolazione di Vicenza: e ragioni militari non mancavano per annullarla: ma v’era ragion più potente per osservarla: quella che i più, disgustati della guerra, ricusavano di ripigliare le armi, o di scriversi per fare nuovo esercito. Da ultimo a far risolvere i ministri di non seguitare il magistrato fra tante inimicizie coperte della corte, e tante scoperte delle assemblee, si aggiunse nuova differenza col papa, che rileva di conoscere.

Più volte Pio IX aveva dichiarato di non poter patire che il ministero degli affari esterni laicali fosse da quello degli ecclesiastici separato: ricevendone continue querele d’ogni parte da' cattolici; mentre che impacci e scandali gravissimi nascevano ogni di maggiormente: perciocché i nunzi, i legati, e i segretari di nunziatura e di legazione, tutti ecclesiastici, s’intendevano anche per le cose civili direttamente col pontefice, anzi che con un ministero, che sapevano da lui mal tollerato. Gli stessi ambasciatori delle corti esterne conferivano prima col papa, e poi col ministero, dando così a vedere che le potenze non tanto per lo principato temporale, quanto per essere capo d’una religione comune, osservavano il romano pontefice. Al quale il non separare la corrispondenza cogli stati di fuori, sì per le cose ecclesiastiche, come per le civili, pareva necessario quanto che l’una cosa aiutasse e corroborasse l’altra; conoscendo bene che a conservare con onore e sicurtà il secolare dominio, uopo era sottoporlo agli spirituali interessi della Chiesa universale. Laonde in titolo era ministro in Roma degli affari esterni il conte Marchetti; ma in effetto non esercitava che nessuna o debole autorità, dolendosi talvolta di sedere ozioso e inutile rettore di stato. Avendo più chiaramente Pio IX domandato che i due uffici tornassero insieme nelle mani del cardinal presidente del consiglio, o almeno se si volevano separati, ancora per le cose laicali esterne fosse ministro un ecclesiastico, alcuni per mezzano temperamento proponevano monsignor Corboli, sperando che per le sue franche opinioni non dovesse disgradire. Ma le congreghe politiche, che la città padroneggiavano, e che a malincuore vedevano un cardinale presidente del consiglio, tosto che ne furono informate, cominciarono a mormorare, e forzare il Mamiani a non consentire questo accomodamento. Il quale non so se sarebbe stato buono: perché nulla di buono in Roma si poteva fare. Sì erano alterati gli spiriti. Certamente fu l’ultima pinta perché i ministri si deponessero; e il Mamiani presentatosi in parlamento, dalla tribuna così a nome di tutto ’l collegio favellò.

Le opposizioni al ministero non cessano: le accuse si rinnovellano ogni giorno: gli scandoli aumentano: egli è necessario venire a una dichiarazione, senza cui non potremmo al cospetto vostro, o rappresentanti del popolo, interamente scolparci. Parlerò dunque con franco e sincero animo, come devono liberi cittadini. Quando noi prendemmo il governo, la patria era in tale subbuglio, che deliberare a voglia nostra non potevamo il giorno della ragunanza delle assemblee, abbisognandoci tempo non brevissimo a removere o almeno scemare il disordine, che ad ogni stante cresciuto minacciava trarci tutti in rovina. E manco male se avessimo trovato gli uffici ben ordinati. Al contrario li abbiamo trovati in grandissima confusione. Manco male se in que’ giorni non avessimo dovuto fare altri provvedimenti urgentissimi. Manco male, se il resto del tempo fosse stato quieto e non perturbatissimo, per gl interni tumulti, e per la guerra esterna. Provvedemmo alla meglio all'una e all’altra cosa: proponendoci, appena vi sareste assisi in questi seggi, di riporre il tutto nelle vostre mani. Se non che, avendo noi chiesto licenza al principe, non ci è stata né data né ricusata; e quindi restiamo al governo temporalmente e colla speranza di essere presto surrogati da altri o più valenti o più fortunati di noi. Pure in fino che vi resteremo, adempiremo agli oblighi nostri il più e il meglio che ci sarà concesso, né lasceremo passar giorno che alcuna proposta di leggi utili non vi sia fatta. La quale voi accetterete o rifiuterete, senza che più dobbiate seguitare a farci berzaglio alle vostre accuse. Da ultimo, ministri o deputati, uomini publici o privati, nella sventura o nella prosperità, saremo sempre devoti alla patria italiana, e con tutte le nostre forze il trionfo della sua libertà aiuteremo.

Commosse questo discorso; che valse meglio a procacciareapplausi al ministro che lo pronunziò, di quello che far cessare la guerra al ministero: tanto più vituperosa, quanto che fatta a magistrati deposti. Né dove avesse voluto essere favorevole al ministero l’alto consiglio, avrebbe avuto sufficiente balia di rintuzzare le opposizioni del consiglio dei deputati; essendo che quell'assemblea, benché dichiarata superiore, nessuna autorità o importanza aveva nel publico; e delle sue disputazioni appena se ne parlava; come interviene di sì fotte adunanze di ottimati, quantunque volte ne sia il principe e non il popolo elezionario.

Intanto il consiglio dei deputati presentava al papa la risposta al discorso che il cardinale Altieri aveva letto in suo nome. Né Pio IX si lasciava quella occasione fuggire per dichiarare ancor più esplicitamente e risolutamente le sue intenzioni di voler usare piena libertà negli ordini del governo, senza dependere dal voto delle assemblee, né dal consiglio de’ ministri: per lo che maravigliarsi che (topo le sue solenni protestazioni di pace, seguitassero i pensieri ad essere volti a provvedimenti di guerra. In vero qual forma di dottrina costituzionale si avesse in Roma a seguire, non si capiva più da alcuno; e né pure da quelli che di continuo profondi studi di conciliazione e di moderazione facevano. I quali spesso riferivano a difetto di uomini quel che era vizio radicato d’istituzione. Né sapremmo dire quanto a torto si dolessero di Pio li, quasi ingannati e traditi gli avesse; quando egli, dicendo che sì come capo della religione cattolica doveva esser libero, e seguitare quella politica che gli fosse paruta migliore per lo interesse e contentamento non di una, ma di tutte le nazioni insieme, non faceva che conformarsi al suo ufficio: e più tosto insani apparivano quelli che, stimando dovere la Chiesa esercitare piena libertà di ministerio, potesse altresì a governamento di moderna costituzione acconciarsi. Se peccato fece Pio IX, fu di essersi lasciato tirar troppo innanzi in un’impresa, nella quale seguitare non poteva: differendo dagli altri principi, che più per volontà che per necessità si ritirarono.

Ancora in Toscana conforme si avvicinava il tempo deicomizi, eransi formate congreghe per caldeggiare e dirigere le elezioni: le quali congreghe presto divennero luoghi di gareggiamenti politici. Né era questione che non si agitasse: e quantunque assai cose di libertà si dicessero, e desideri! di grandi riforme si promovessero; fra le quali primeggiava quella dello stesso statuto, non per anco messo in opera; pure la tepidezza toscana non si scosse; pochi e svogliati andarono a’ comizi: e nella scelta anteposero uomini più tosto di rimesse che di ardite opinioni. Talché in quella prima elezione si manifestarono le vere e genuine inclinazioni del popolo. Il quale era tutt’altro fatto che per correre, se pochi uomini, alcuni con folli, e altri con ambiziosi propositi, non l’avessono spronato. E di democratici in sul principio non ve ne avea che otto o dieci al più, senza che alcun di loro avesse pronta potenza di parola e di dottrina. La convocazione del parlamento, ancora in Toscana composto di due assemblee, l’una detta di senatori e l’altra di deputati, era stata fissata pel dì 26 giugno. Alcuni giorni avanti si fece una modificazione nel ministero; che non avendo cuore di svecchiarsi per intero, procedeva gradualmente in questa bisogna. Il presidente Cempini con dignitosa modestia chiese ed ebbe licenza, con tutti gli onori e stipendii dovuti ai lungo esercizio di uffici publici. Fu nominato in vece presidente del senato; e il marchese Ridolfi,che già in fatto timoneggiava il governo, assunse anco il nome di presidente del consiglio dei ministri. I quali stimarono di rafforzarsi facendo del loro numero il procurator generale Cesare Capoquadri, qual ministro di grazia e giustizia: e il consiglier di stato Ferdinando Andreucci, da soprintendere agli uffici della beneficenza e istruzione publica; due avvocati, uno facondissimo dicitore, quanto annuvolate pensatore: l’altro argomentator sottilissimo, e non del pari facile arringatore. Il primo più ambizioso che sincero nel desiderare gli ordini della libertà: schietto e d’animo purissimo il secondo. Ma non che arrecare valida difesa agli atti ministeriali, come dal loro ingegno era da aspettare, furono segno essi stessi a novelli gareggiamenti; perciocché alcuni che credevano di avere più diritto a salire, e come antichi amici del Ridolfi, e come operosi scrittori di libertà, rimasti crucciati, aspettarono di farne vendetta nel parlamento, per quanto la loro opposizione, di modi civili coprissero. Ma più innanzi conosceremo che facilmente riuscirono ad abbattere il ministero del Ridolfi, ma non ebbero sufficiente autorità per crearne uno di lor parte: e dovettero tollerare che l’ambito governo in altre mani andasse. Vicende di ambizioni, di coi il primo esempio fu porto da quelli che pur volevano nome di moderati.

Nulla mancò perché la ragunanza del parlamento toscano riescisse solenne. La mattina del dì 26 tutta la milizia civile occupava in bella mostra le vie per le quali doveva passare il, principe; e questi accompagnato da’ ministri, e ricevuto dai deputati e da’ senatori, entrava festeggiato nella gran sala dei cinquecento, testimone di antiche libertà: assidevasi in trono, eretto nel mezzo: e avendo ascoltatore immenso popolo d’ogni condizione, leggeva splendida orazione. Parlò di libertà interna e di libertà esterna; e per vero giammai non fu udito principe mostrarsi così accesso dell’una e dall’altra. Ringraziò Iddio di avergli conceduto di largire a’ suoi popoli la costituzione, già presagita in quelle antecedenti riforme, che la civiltà toscana aveva meritate. Accennò a un progressivo ampliamento dello statuto medesimo, destinato a cominciare una età novella nella storia di Toscana, conformandosi alle ragioni d’una confederazione di stati di tutta la penisola. Parlando de’ legami colte corti di fuori, dichiarò di essere in pace con tutti, fuori che con quella di Austria; né dubitò in pari tempo di chiamare gloriosi i nomi di coloro, che erano caduti morti, combattendo ne’ campi lombardi. Aggiunse, che per lo bene d’Italia bisognava con tutte le forze sostenere quella guerra, e avacciarne la finale vittoria; per la quale lui essere preparato a qualunque maggiore incomodo. Terminava con queste parole. L’opera vostra, signori senatori e deputati, è vicina a cominciare; la patria ha diritto di attendere molto da voi. Fu chi tenne opinione che sia d’essenza del governo rappresentativo il contrastarsi delle tre podestà che lo costituiscono. Io più tosto credo che nel loro accordo dimori il maggior bene de’ popoli, e spero vederne splendido e costante esempio in Toscana. Mi gode l'animo di confermare qui solennemente le istituzioni approvate; di confermarle non come materiale scrittura, ma come spirito di vita e di progresso: e al nostro patto di verità e di giustizia invoco insiem con voi la testimonianza e la protezione di Dio.

Poiché egli ebbe così detto, fece giurare i senatori e i deputati, colle forme stabilite, e dichiarato aperto il parlamento, se ne partì fra’ popolari festeggiamenti. Poi le commendazioni ne’ giornali cominciarono; dove, paragonandosi il discorso cotanto magnifico del granduca con quello cotanto misero del cardinale Altieri letto in Roma a nome del pontefice, tanto più onore e favore cresceva al nome del primo. Tutto il giorno si festeggiò nella toscana metropoli: i lumi, i canti, i suoni rallegrarono la notte. ne’ giorni appresso i senatori e i deputati andarono ad allogarsi nelle respettive sale, costruite di nuovo con gran magnificenza e spesa publica: maravigliandosi molti e dolendosi che ciò si facesse in città, dove tanti anni di republica avevano lasciati grandi e acconci edilizia popolari assemblee; e dove l’erario publico era sì esausto da mancare ai bisogni della guerra italiana, senza la cui vittoria sarebbe tornato vano il fabbricare sale da parlamenti. Ma la pompa e la novità in ogni cosa era vizio del secolo e de’ novelli governi, quasi il primo indicio di libertà non avesse dovuto sembrare la semplicità e parsimonia publica.

Cominciate le tornate, esaminate e legittimate le elezioni de' deputati, nominato il presidente e i segretari; ecco subito in discussione l’argomento della guerra. Suonano parole magnifiche di alcuni; poi altri interrogano i ministri, qual numero di forze avessero i Toscani in campo, e quali trattati di lega fossero fra la corte loro e quelle degli altri stati d’Italia. Rispondeva il Corsini ministro sopra la guerra con lungo e preparato discorso, il cui senso finale si riduceva a questo: che i tanti anni d’ozio in che avevano languito le genti toscane; i nessuni provvedimenti militari fatti da’ rettori de’ governi passati; la cattiva disciplina, in che erano state tenute le milizie regolari, non avevano permesso di fare per la guerra quel che sarebbe stato mestieri; e conchiudeva, che i combattenti toscani, compresi i rinforzi, erano allora circa cinquemila, e sperava fra poco di poterli far giungere a settemila. Quanto all’altra domanda della lega, faceva sapere che v’erano stati trattati in aria, ma che nulla era delfìnitivamente concluso.

l’aver avuto notizia di queste nostre miserie, che i Toscani sapevano, e lo straniero era bene che non avesse saputo, non acchetò i deputati interrogatori; e alcuni da capo replicando, andavano sì innanzi, che pareva non restassero contenti se non quando avessero conosciuto tutto il disegno della guerra, e le intenzioni delle corti. Altri poi presero quella occasione per fare declamazioni; non parendo vero ad essi di essersi alla fine condotti in tempo da sfogare pubicamente i loro mal repressi odii contro ogni maniera di governi. E tempestavano il ministro sopra la guerra con novelle e più temerarie, domande. Si pretendeva, che dichiarasse qual numero di forze poteva certamente il principe mandare in Lombardia, facendo calcolo di tutto. Seguitava il Corsini a rispondere, che molto non era da ottenere per la natura de’ popoli, e per l’ostacolo delle leggi che governavano il paese, e vietavano che i descritti degli anni addietro si potessero richiamare a prendere le armi. E ripigliavano i deputati: non doversi con mezzi ordinari, ma sì cogli straordinari adoperare la bisogna: quasi fosse stato in poter del ministro far di sotterra scaturire un esercito; e riparare in un baleno alle passate dappocaggini Fra tanto con queste istanze e risposte replicate, e dichiarazioni incessanti rendevamo sempre meglio informato il nemico della impotenza nostra. E perché si conosca fin dove andò la petulanza dei chieditore ebbevi il deputato Pigli, che richiese i ministri a dire qual sorte sarebbe toccata ai Toscani, quante volte non fossero intervenuti nella guerra con forze proporzionate alla loro potenza; e tuttavia si fosse Italia, senza i loro aiuti, liberata dallo straniero. Alla cui ridevole domanda il deputato Giuseppe Giusti facetamente notò, che senza avere lo spirito di profezia non era dato ad alcuno, non che a’ ministri, di rispondere.

Veramente il far la guerra con quattro parlamenti, con non so quanti ritrovi e giornali vociferanti, era disperata impresa.

Se i deputati toscani volevano veramente giovare alla guerra italiana, dovevano cominciare dal non parlarne affatto, ma subito mettersi a provvedere al pronto risarcimento dell’erario, la cui povertà sapevano bene, che era allora il maggiore ostacolo a ingrandire e meglio armare l’esercito. Conciossiaché, interrogato anco in questa parte il ministro del tesoro Gio. Baldasseroni, dimostrò, che appena cominciati i bisogni della guerra, il principe aveva messi in opera cinque mezzi per far danaro. Era stata d’un terzo più aggravata la tassa prediale Era stato domandato alla mercatura sotto titolo di tassa straordinaria di guerra un soccorso di settecentomila lire. Era stato decretato un debito fruttifero di quattro milioni e dugentomila lire. Erano state tassate le provvisioni e pensioni di tutti gli ufficiali civili. In ultimo erasi ordinato l’affrancamento dei livelli appartenenti allo stato. Le quali provvisioni (conchiudeva il ministro) avrebbero dovuto dare un soccorso annuo di circa sei milioni: ma per resistenza de’ trafficanti a pagare la tassa straordinaria, e per poca volontà de’ cittadini a prestare allo stato i loro capitali, sarà molto se potrà aversi la metà: che non può per certo servire all'approvvigionamento dell’esercito, quando anco non si dovesse aumentare, essendosi provato che le forze militari state in opera fino al 7 luglio erano costate più di quattrocentomila lire.

Queste rivelazioni eccitarono querele, in cambio di eccitare rimedii: come se tutti i compensi avessero mai potuto riescir buoni quando non si fosse cominciato a riformare debitamente le spese publiche; e come se nella gravità del caso, in cui era la patria, non s’avesse dovuto ricorrere ad espedienti più efficaci che non erano quelli adoperati. Il che meglio del ministero stesso avrebbe per avventura potuto ottenere il parlamento, che seco traeva la fiducia publica, se, lasciate da parte le questioni di politica, si fosse contentato a parlare unicamente de’ provvedimenti dell’erario.

Ma que’ deputati e senatori finalmente ritrovatisi in pubblica assemblea, non era possibile farli rinunziare al diletto di sfoggiare in discorsi di libertà. Ed eccoli passar subito a discutere della risposta da fare al discorso del principe. Per la quale furono consumati parecchi giorni nell’una e l’altra assemblea vanamente; se non che in quella dei deputati cominciarono altresì a discoprirsi le mal celate ruggini; facendosi contesa intorno a’ sensi delle parole; e in oltre appiccandosi disputa intorno al tempo della mallevadoria de’ ministri: la quale se bene poco avesse da fare colla risposta al discorso del principe, pure si trovò modo di farla campeggiare; e mentre alcuni deputati facevano gran conto di questa sicurtà ministeriale, i ministri presenti gareggiavano d’inutile coraggio e generosità, chiedendo di voler essere tenuti degli atti del governo ancor prima della publicazione dello statuto. In somma si volle con tenacità rifrustare il passato, che certamente era scandaloso, nel tempo che si protestava ad ogni parola che sul passato si dovesse tirare un velo.

Come Dio volle, terminata la discussione sulla risposta al discorso del principe; e disfogatisi bene i deputati, ognuno avrebbe creduto che sarebbonsi tosto condotti a studiare i provvedimenti della guerra, di cui avevano con improvvida curiosità voluto conoscere publicamente quei che era stato fatto, e quel che era da fare. In cambio, contentandosi per allora a udire la lettura d’una proposta di legge, fatta dal ministro Corsini, per la descrizione di nuovo esercito (la quale legge, buona forse in tempi ordinari, non poteva mai arrecare pronti soccorsi alle incalzanti necessità della guerra) si voltarono a discutere altre proposte di leggi, riguardanti la riforma dei macelli di Lucca, e le tasse per la introduzione delle carni in quella città. Scandolezzò il publico, che d’ogni condizione assisteva a queste adunanze, vedere il parlamento dopo tanto rumore de’ primi giorni per la guerra italiana, cominciare il suo magistrato legislativo da’ macelli. Il popolo fiorentino arguto motteggiatore, ne faceva segno di ridicolo; ne’ giornali e nei cerchi si levavano altissimi lamenti, parte per voglia di dir male, parte anco per astio di alcuni che non erano stati eletti deputati. E intanto nei concetto delle moltitudini, anzi che acquistar credito il poter delle assemblee scadeva miseramente; traendone allegrezza e pro i nemici e detrattori della costituzione. E poiché i conciliaboli cittadineschi facevano discorsi bellissimi sulla guerra, e mettevano innanzi al principe provvedimenti nuovi, e tanto più magnifici quanto che non toccava ad essi il mandarli ad esecuzione, seguiva che, scemando al parlamento la stima popolare, salivano quelli in una potenza, che non doveva indugiar molto a divenir grave e dannosa allo stato: e si venne a tale, che ogni ministero apparve inetto, e l’ultimo fu costretto ad essere rovinoso.

Già gli assembramenti e rumori erano andati crescendo ogni dì più. In Livorno, dove i fomiti erano maggiori, la sera del dì 4 giugno si era fatta una tumultuazione con grida sediziose contro il governo granducale, e in favore del re di Sardegna, gridandolo re d’Italia, non perché i Livornesi amassero e desiderassero Carlo Alberto, ma per avere un’insegna a movere tumulti. Ma fra la fine di giugno e il principio di luglio, simili schiamazzi popolari, più paurosi che offensivi, ebbero un grande eccitatore e fautore nel padre Gavazzi, venuto a scombuiare le città di Toscana, dopo aver messa l’agitazione nelle pontificie e lombarde. Vedovasi il giorno questo frate andare in cocchio alle passeggiate, e sull’imbrunire arringare popolo immenso adunato al suono fragorosissimo della sua voce; gridando che era infamia de’ ricchi se non cedevano i loro cavalli per trarre le artiglierie ne’ campi della guerra; era rinnegazione della legge evangelica se i sacerdoti non agitavano gii stendardi di libertà; era scelleratezza di tutti, se non si profondevano ricchezze per gli armamenti e non si correva a combattere e cacciare lo straniero dall’Italia. Queste cose dette e ripetute con voce sonora e favella triviale, quanto spaventavano la -nobiltà e gran parte della cittadinanza, altrettanto facevano effetto nella imaginazione della gente minuta, la quale se non trasse a manomettere le case de’ gentiluomini e de’ mercatanti, fu perché non era stata mai fra le voglie popolesche quella del rubare; quantunque i nemici delle cose nuove si sforzassero divulgare che intenzioni finali di siffatti commovimenti fossero il sacco e il sangue. Ma non era però che di turbolenze non si gittasse la sementa. I ministri che prima fecero sfogare il sopraddetto frate per le piazze, case e campagne, quanto seppe e volle, poiché si era acquistato la grazia popolare, lo cacciarono, invocando la ragione delle patrie leggi, che vietavano di siffatte predicazioni tumultuarie: onde al solito il rimedio tornò peggiore del male: parendo allora un arbitrio o vendetta contro chi bandiva la guerra allo straniero, e infamava quelli che detta guerra cogli averi e colle persone non aiutavano. Onde il gavazzi partito con sembiante di santo profeta perseguitato, lasciò in Toscana desiderio di sé, che doveva non molto dopo essere appicco di più gravi sconvolgimenti.

Di cotali disordini in tanto si facevano inutili querele nel parlamento. Riferivano alcuni deputati: il popolo alle strade ferrate essere corso con violenza, aver rotto i cancelli, bruciato le officine, scassinato le rotaie, licenziato i manuali e impadronitosi del lavoro. In altro luogo essere stato impedito alle carrozze di servire il publico, con ingiurie a’ loro possessori. Oltre a ciò, ne’ mercati di Empoli e di Fucecchio non avere la plebe consentito che si vendesse il grano se non al prezzo da essa stabilito. Altre perturbazioni in modi diversi essere nate a Pisa, Lucca e Cortona. Aggiungevano: nulla aver fatto la guardia cittadina per impedire o reprimere: e chiedevano al ministero se aveva modi da riparare, e avendoli perché non li adoperasse, e non avendoli perché non se li procurasse dalla podestà legislativa, in publico parlamento costituita. Rispondevano i ministri scusandosi e attribuendo il male all'essere stata indugiata la legge di buongoverno (come se di questo indugio non fossero stati essi medesimi colpevoli), e promettendo che subito detta legge sarebbe stata presentata alle assemblee; il che non fu vero. Né la legge fu proposta, né le assemblee la richiesero, paghe di fare interrogazioni e rimproveri.

E le interrogazioni e i rimproveri volgevano quasi sempre intorno a’ provvedimenti di guerra. Un giorno fu sì grande lo scandolo, che rimase lungamente nella memoria di tutti; conciossiaché, avendo alcuni deputati assaltato il povero marchese Ridotti, capo del ministero, colla solita accusa che nulla aveva Satto per la guerra: e quegli provatosi a mostrare che aveva fatto tutto il possibile, citò vari atti, e fra gli altri, di aver mandato ordini replicati a tutti i gonfalonieri e a tutti i vescovi, affinché usassero ogni maniera di eccitamento per movere le popolazioni a scriversi per la difesa della comune libertà. Bettino Ricasoli, deputato a un tempo e gonfaloniere di Firenze, quasi volesse usare quella occasione, rispose ch'ei nessun ordine aveva mai ricevuto, né il Ridotti lo contraddisse: stomacandosi il publico di quelle gare, e vie più imbaldanzendo gli avversarli del ministero, nel gridare indegno di reggere il timone dello stato chi pareva che pubicamente mentisse.

Intanto a recare le cose dove potessero divenire favilla di sommosse, cominciarono a sorgere i capi della fazion democratica o republicana; come allora impropriamente si appellavano; i quali per verità in fino a quel tempo o si erano celati, o non avevano osato entrare innanzi a’ pacifici autori del così detto risorgimento italiano. Offesi costoro e danneggiati da quelli che sedevano nel governo: esclusi da ogni partecipazione di cariche e di benefizi publici; e molti né pure avevano potuto entrare nel parlamento a far vendetta de’ torti ricevuti, per briga di chi voleva un parlamento di moderatissimi, s’accorsero che non rimaneva loro che il mezzo de’ circoli e de’ giornali per lusingare e sommovere le passioni del popolo, e volgerle contro coloro, che imprudentemente e inopportunamente gli avevano prima fatti patire nelle prigioni, e poi tenuti nella oscurità e nel dispregio. Vendetta adunque e ambizione gl’incitava. Avevano poco seguito, e fama non purissima; tanto più avevano il bisogno di accogliere chiunque si fosse annunciato col nome di democratico odi republicano: senza avvertire che se gente infame per delitti, o vile per ignoranza, accresceva il numero dei seguaci, macchiava sempre più la loro insegna, e dava ragione all’universale di attribuire & loro fini maggiore nequizia che non ave vano.. Credevano altresì, e in questa parte non s’ingannavano, che i moderati della nuova libertà, spianassero loro la strada colla guerra, urbana sì, ma ostinata, che nel parlamento facevano a’ ministri, e quindi con nuove congreghe politiche e nuovi giornali, che chiamavano democratici, aiutavano acconciamente, e rincalzavano detta guerra. Se non che, odiando essi, non meno de’ ministri, quelli che i ministri guerreggiavano, e temendo che i primi non dovessero essere surrogati da' secondi, vituperavano ed infamavano a un tempo gli uni e gli altri; e le risposte non essendo meno acerbe, eccitavano maggiori accuse e vituperi. Quel che i giornali toscani fossero in que’ mesi di giugno e di luglio, vietami il pudore di riferire. Basti notare, che dell'opera sempre inefficace de' moderati usarono gli smoderati, senza che né pur essi per ragioni che in altro luogo saranno discorse, ne godessero lungamente. Taccio i nomi, per non accrescere i rancori tuttora vivi, e per rispetto agli uomini, che di lor colpe pagarono acerbissima la pena. Non ho taciuto le cose, per debito di storia, che delle colpe passate dev’essere narratrice libera e profittevole agli avvenire.

I quali se per caso maravigliassero, che alla parola di moderati mal corrisponde la idea di moderazione, sappiano, che come di tante altre voci, ancor di questa fu fatto abuso stranissimo; imperocché i moderati (parlo di tutta Italia) non erano già uomini lontani da passioni estreme, e cercatori del bene de' popoli fin dove era possibile ottenerlo, ma eglino in gran parte formavano una fazione di superbiosi e di timidi: mentre i democratici, i quali se ancor essi non avessero mentito nome e sembianze, avrebbono dovuto rappresentare l’universalità di tutti gli ordini de' cittadini, formavano una fazione di bisognosi e di audaci. In comune le due parti non avevano che l’ambizione: peccato che si rinfacciavano a vicenda. Li distingueva, che i primi avevano maniere civili, maggior sapere, arte migliore d'infingersi, e si direbbe anco più senno; se non l'avessero guastato con quella pretensione che gli eventi si dovessino mai sempre conformare alle loro dottrine, anzi che le dottrine agli eventi: vantandosi eglino di costanza ne' modi di cercare libertà; come se in politica lo star fermi in una sentenza fosse testimonianza di moderazione: e i modi di procacciare il bene della patria (nel desiderare il quale deve unicamente essere fermezza) non dovessero variare secondo i casi. ne’ secondi era rozzezza, avventatezza, ignoranza e cecità. I moderati formavano maggior numero, e avevano altresì più credito nell’universale, amante di quiete: i democratici avevano più coraggio, unica virtù ch'essi per avventura possedessero, e dall’universale inerte erano più temuti che osservati. E, come in tutte le parti si nota, ve ne avea sì nell’una e sì nell’altra alquanti onesti, e sinceramente credenti il bene che i più spacciavano.

Ho designato le parti; dirò l’opera loro. Quando i molti anni d’imperi dispotici fecero nascere i raccontati commovimenti per le riforme e per le costituzioni, i primi a succedere ne’ governi e uffici publici a’ tiranneschi (fazione d’altro genere, e altrove descritta) furono i moderati, come conciliatori della libertà col principato. Impresa difficile, nella quale non riuscirono, non so se maggiormente per mislealtà delle corti o per dappocaggine loro. Cominciarono dal fare governi, che chiamerò esclusivi, per dire che fuori di loro e di chiunque non avesse d’un apice le loro idee trasceso, reputavano immeritevole di uffici e onori publici. Almeno avessero essi fatto il meglio, e procacciato di acquistare nella opinione delle genti cotal potenza da fronteggiare la invidia e nimicizia degli avversari, esclusi e dispregiati. Ma non ebbero né arte per contentare, né coraggio per reprimere, passando dall’orgoglio allo scoramento, dal negare l’onesto al tollerare il disonesto, e vie più s’indebolivano. Arrogi, che non erano né pur fra di loro concordi, non per differenza di opinioni, ma per puntigli e gara di stare uno più alto dell’altro. In somma col voler meno di quello che si poteva, rendevano rovinose le brame di coloro che volevano più di quello che era possibile: che è quanto dire, non contentando per superbia, e non reprimendo per codardia, aprivano il varco alla licenza. La quale chi dicesse che avesse i segni crudeli, e arredi sanguinosi, e voglie rapaci di altre età, direbbe il falso; ma con quegli assembramenti, gridori e dottrine nuove riesciva paurosissima a una generazione morbida, amante di comodità, cupida d’interessi, e in fine da accettare volenterosa la libertà quando niun rumore e disordine l'avesse accompagnata.

Se bene in Piemonte la democrazia fosse meno avventata, pure in niun luogo come in quel paese tornò rovinosa alle sorti d’Italia per essere giunta a dominare le cose della guerra. Né in alcun parlamento italiano erano entrati in sul principio tanti democratici quanti ne contava il torinese, per la maggior ampiezza della legge de’ comizi. Costoro si erano ben chiariti di numero e di voglie nella discussione della risposta al discorso del luogotenente del re. Benché non tutti egualmente innanzi ne’ desiderii di libertà, tutti bramavano governo più largo e più risoluto che non era quello tenuto dal conte Balbo. Il quale già venuto a noia, toglievano da’ fatti della guerra facili argomenti per combatterlo. Ogni giorno interrogazioni nuove sull’esercito e su’ provvedimenti per rifornirlo. Or lo querelavano di tenere il popolo non informato degli andamenti delle battaglie, e quindi in ansietà e timore. Ora lo richiedevano delle cause vere o supposte del mal esito di alcune giornate, e di quelle, per le quali i vantaggi fino allora ottenuti non fossero pari al valore de’ soldati. Qualcuno proponeva che i ministri dovessero dichiarare 'se le provvisioni fatte per la guerra erano bastanti, e se facendone altre, sarebbono state dalla nazione sopportate. Invano il Balbo, come presidente de' ministri, rispondeva: «non essere uso ne’ parlamenti fare di simili interrogazioni mentre arde la guerra; lo interrogare sulle giornate, sugli eserciti, sui comandi essere permesso o prima che la guerra cominci, o dopo finita. Queste discussioni importunissime non riuscire che a turbar l’animo a’ combattenti, e informare il nemico delle cose nostre.» E conciossiaché alcuni insistevano, v’ebbe chi indignato proruppe in (peste parole: i Romani che amavano la patria, quanto la possiamo amar noi, ne’ tempi di pericoli nominavano dittatori, e noi in cambio c impanceremo dei fatti d’arme, e la toga colla spada convertiremo? Domando, che simile discussione sia cessata; e per allora cessò. Ma non andò guari che tornatosi a discorrere de’ provvedimenti di guerra, e del modo di far danaro per l’acquisto delle armi, le contese e le querele ricominciarono. Si dubitò della fede di alcuni ministri: si fecero discolpe e risentimenti. Vennesi a discutere la proposta d’un debito di dieci milioni: il quale ridotto a quattro milioni, fu vinto. Fecesi più viva la disputa sopra una legge proposta da’ ministri per nuova descrizione di seimila soldati in ristoro delle perdite fatte a Vicenza. Si dibatté se dovesse eccettuarsi l’isola di Sardegna, per diritto di antico privilegio. Più seriamente si dibatté se i oberici vi si dovessero comprendere, e con quali condizioni. Da ultimo la legge fu vinta; parendo a’ più che un armamento di seimila soldati fosse ben piccolo compenso a’ bisogni della guerra. Altre zuffe s’appiccarono per causa delle petizioni; il qual diritto concesso a’ cittadini dagli statuti fu talora usato, più spesso abusato: e quasi sempre divenne occasione o di disputazioni inutili, o di dissidii. Fra le varie petizioni una più notevole e replicata era di cassare i privilegi ecclesiastici: piaga antica e conservata in Piemonte; la quale se avessero allora saldata i deputati e i senatori, non sarebbe stata sorgente di amarezze in tempi successivi e meno propizi alla libertà. Tuttavia procacciarono che per legge il pieno godimento dei diritti civili godessero ancora quei popoli, che nel regno non professavano la cattolica fede. Delle quistioni poi fatte intorno alla espulsione de’ gesuiti, e delle dame del sacro cuore, e degli altri rampolli di detta società, mi passo, per non dare a’ lettori questo inutile fastidio. Solamente parmi da notare, che l’essere stato mestieri di lunghe discussioni in quel tempo per autenticarne la cacciata, prova quali profonde barbe aveva messo.

Ma le maggiori e più pericolose contese del parlamento sardo ancora non ho detto: suscitate per la legge d’unione della Lombardia col Piemonte. E dove fino allora erano state discordie fra la parte monarcale e la democratica intorno alla forma del reggimento, da indi innanzi furono gare municipali; più tenaci e universali: partecipandole amici e nemici delle novità. E se le unioni degli stati estensi e parmensi, non essendovi competenze di metropoli, furono quasi senza discussione approvate, non così poteva intervenire per la congiunzione di stati, che avevano per capo città come Torino e Milano. Proposta da' ministri in parlamento, scoppiò tuono di applausi, come d’un faustissimo annunzio: ma dopo la prima letizia cominciarono le perturbazioni. Tutti pensavano alla metropoli e al pericolo di perderla. Si gridava contro il ministero, che avesse accettato quella condizione della costituente. Pretendevano alcuni, che lo statuto piemontese avesse potuto e dovuto servire agli stati congiunti. Altri, meno superbi, dicevano, doversi qual mezzana via procacciare il compimento dell’attuai parlamento con deputati lombardi, parmensi e modanesi, e provvedere a’ bisogni della unione. In oltre pareva soverchiante condizione che in fino all’adunanza della costituente, non si dovesse fare alcuna legge nuova per le provincie congiunte: non sapendosi come la stessa legge per la costituente fosse con sì strano provvedimento da compilare. Intanto piovevano petizioni alle assemblee, perché non consentissero mai che la sede principale del nuovo governo non fosse Torino. E prima che la cosa fosse dibattuta in parlamento, era stata a sazietà nelle piazze, ne’ cerchi, ne’ giornali agitata; nel tempo che gli oratori milanesi, che erano in Torino, ascoltando quelle dicerie, facevano protestazione, che i giornali divulgarono: e la discordia non solo turbava la futura unione di Lombardia, ma suscitava divisioni e tumulti nello interno del regno, e specialmente in Genova, che, non avendo più il benefizio del primato, e sentendo anzi invidia che l’avesse Torino, accoglieva di mal animo quelle disputazioni, dalle quali pòi traeva motivo a tumultuare e accusare i Torinesi, come disvolenti la unione italiana. In tanto seguitava il parlamento sardo a discutere: e s udivano scilomi di dottrina politica, in mezzo a domande, querele, risentimenti, quasi uomini che si dividevano cercando di unirsi. Finalmente a forza di appuntare e correggere fu vinta la legge in questi termini: «La Lombardia cogli stati sardi e co’ ducati formare un solo regno: e mediante comizio universale, doversi una comune assemblea adunare per fermar le norme di una nuova monarchia costituzionale, sotto lo scettro della casa di Savoia, e coll’ordine di successione secondo la legge salica.» Strana cosa, che un" assemblea eletta co’ suffragi di tutta la nazione, ricevesse poteri limitati da un’assemblea di una parte di detta nazione, né eletta dal voto di tutti. Più strana cosa che si dichiarasse acquisto del nuovo regno le città di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo, già tornate in mano degli Austriaci.

Ma se finirono di disputare le assemblee, non così acquetaronsi i popoli, che si dovevano congiungere fra tanti semi di divisione, gittati da per tutto dagli scrittori de' giornali e dalle congreghe politiche; dove non si cessava di parlare dei diritti e della sovranità delle nazioni, de’ modi di fare le costituenti e gli stati federali; e si faceva studio delle costituzioni di America e di Svizzera, perché esempio fossero al modo di ricomporre l’Italia. Non fu mai sciorinata tanta erudizione politica quanta in que’ giorni: né mai si agitarono tante quistioni per ragioni di stati quante allora che unica battaglia avrebbe dovuto essere quella de’ campi. Dove in vece scemavano i combattenti, mentre ne’ parlamenti, nelle congreghe e ne’ diari crescevano ogni giorno. Non fu penna illustre che non iscrivesse; non fu penna ignota, che non cercasse d’illustrarsi. Ognuno in un modo o nell’altro spasimava di publicare la sua opinione. Necessità di paese; che, avendo taciuto sì lungamente di sé, sciolta finalmente la favella, non sapeva temperarla.

E colle turbazioni, che nascevano dal quistionare di forme di stato, si avvicendavano quelle ancor più gravi derivanti dai casi della guerra; perciocché vedere il nemico racquistare città e fortezze, e l’esercito italiano ridotto in condizione appena di difendersi, non poteva passare senza molta costernazione: la quale prorompendo in accuse e tumultuazioni, accresceva le cause de’ mali di cui si chiedeva riparo. Non contenti i membri delle assemblee piemontesi di garrire i ministri, chiamarono i capi dell’esercito inetti o traditori,e volevano mutati senza indugio i direttori alla guerra. Rispondeva sempre il Balbo, non essere ne diritti de’ parlamenti ingerirsi nelle faccende di guerra; doversene lasciare a’ ministri mallevadori la cura, per chiederne ragione quando il disputare non arreca pericolo. Ma non fu possibile che gl’interroganti si acquetassero; e perché le risposte fossero più adequate, venne in parlamento a rispondere il ministro sopra la guerra Franzini, reduce dal campo.

Ora in vero la discussione diviene miseramente scandalosa. Il deputato Brofferio, il più audace e pronto fra’ dicitori» lo assale con vigoroso interrogatorio, facendo la narrazione degli errori commessi in campo; e il Franzini, protestando di non avere uso né facoltà di parlare in publico, risponde come la sincerità d’uomo dabbene gli suggerisce, non come la prudenza di ministro della guerra avrebbe richiesto. Fatte alcune debili scuse, e qual uomo che vorrebbe dire il vero, e sente il pericolo di confessarlo, parlando e contraddicendosi, lodando e accusando, tuttavia gli escono di bocca queste ricordevoli parole. «Sin dal principio della guerra, veggendo come sopra di me principalmente contasse il re, io gli feci conoscere la mia inesperienza e quella de’ comandanti del primo e secondo corpo dell’esercito: i quali contavano appena due o tre anni di milizia negli eserciti napoleonici, e gli suggerii di chiamare un maresciallo straniero. Ei mi rispose, che Italia doveva far da se.» Se prima era poca la fiducia verso i ministri, dopo questa confessione, del tutto mancò. Né i deputati subalpini per ciò seppero trovare rimedio alcuno; e solamente ottennero, che il nemico avesse autentica testimonianza della miseria nostra: e novelle inimicizie s’accendessero fra gli stessi generali, che da un loro compagno, salito al governo, si sentivano accusare d'inettezza in publico parlamento; senza dire che ne’ giornali di tutti i paesi non fu più ritegno al sindacare e censurare la vita de’ capitani dell’esercito: lettere anonime contr’essi si scrivevano; se ne parlava anche nelle case, nelle botteghe, ne’ cerchi; e per via della stessa stampa, le detrazioni e accuse, talora calunniose, tornavano a’ loro orecchi, e li scoravano e. irritavano, sapendo che del sangue che spargevano non altro che vilipendii raccoglievano. Più inveleniti schiamazzavano i Lombardi, e specialmente quelli che avevano contrastato l’atto dell’unione con Piemonte; i quali, se un poco si erano taciuti per lo trionfo di Goito e di Peschiera, raddoppiarono di forza dopo le sconfitte tocche nel veneto, quasi ne godessero per, odio al nome del re. E maggiormente disputavano, che con le armi regie non era da riuscire a bene: i re (gridavano) o tradiscono o si lasciano tradire: doversi la guerra fare da’ popoli, perché non fallisca: né diventi impresa di ambizione e d’ingrandimento, ma sì di libertà e di patria. Se non che di siffatti gridatóri nessuno avrebbe preso le armi dove la guerra di regia fosse popolare divenuta. E tuttavia ne’ rettori di Milano non era potere di farli tacere. Deboli ogni dì più, e maggiormente dopo la deliberata congiunzione della Lombardia col Piemonte, eransi lasciati in modo sopraffare dai tristi, che non a torto i buoni, particolarmente dalle provincie, li querelavano or di tolleranza colpevole nel permettere che i giornali e i cerchi infamassero e ingiuriassero le persone, or di più colpevole improvvedenza nel dare uffici e gradi a chiunque più ardito si fosse mostrato nel domandarne, consumando in queste invereconde ingordigie private, il danaio publico, con difficoltà e aggravio de’ cittadini, raccolto per le spese della guerra. Laonde da nessuna parte amati né osservati, quasi poteva dirsi che le città lombarde fossero senza governo. Certamente riuscivano insufficienti ad ogni militare provvisione: e poiché Carlo Alberto di continuo chiedeva genti, se volevano che si proseguisse a combattere, chiamarono a scriversi per un nuovo esercito tutti i giovani dagli anni venti a’ venticinque. Ma non ostante lo zelo e l’esempio del Litta e del Visconti,pochi obbedirono: e di que’ pochi non uscì che una rinfusa accozzaglia di uomini d’ogni costume, e con capi di fede dubbia: la quale non che arrecare alle cose della guerra ristoro, era fatta per maggiormente turbarle.

Speravano alcuni che un governo forte e saggio dovesse dalla deliberata congiunzione della Lombardia col Piemonte derivare. In vece brigavasi d’indebolire lo stesso governo piemontese. E se la legge generale d’unione dei due stati aveva fatto lungamente e acerbamente contendere, non si battagliò meno per la legge speciale che doveva dare a’ Lombardi un ordinamento temporaneo, in fino che l’assemblea costituente non avesse compilato uno statuto comune. I ministri torinesi l'avevano proposta al parlamento in questi termini: Che al popolo di Lombardia fossero conservati e assicurati i diritti del libero stampare, dello assembrarsi, e dello armarsi: Che la podestà esecutiva fosse esercitata a nome del re da ministri mallevadori: Che gli atti publici avessero in fronte il nome di Carlo Alberto. Che fossero mantenuti in vigore i regolamenti di Lombardia. Che il re non potesse fare trattati con principi di fuori senza consentimento de’ rettori del governo temporaneo di Milano: Che nello spazio d’un mese fosse publicata la legge de’ comizi per la quale non solo ogni cittadino a venticinque anni potesse essere elettore con suffragio segreto e diretto, ma che il numero degli eletti corrispondesse ad uno per ogni venti o venticinquemila abitanti. Cominciatosi a discutere, chiarissi maggiormente lo inganno di coloro che dalla detta unione credevano acquistar forza per la guerra. La principale difficoltà consisteva nello stabilire una conveniente podestà legislativa in Lombardia fino al parlamento comune. Il darne facoltà al re pareva dittatura arbitraria, e non conciliabile co’ desiderii de’ Lombardi, gelosissimi di loro libertà. Né soddisfaceva il compenso trovato di darne facoltà a’ ministri regi d’accordo col consiglio milanese, sembrando che detto consiglio restasse più tosto segno di disgiungimento che di accomunamento dei due stati. Oltre di che sorgeva un altro impaccio respettivamente al Piemonte; il quale anch’esso saria rimaso senza podestà legislativa nel tempo che la novella assemblea costituente doveva discutere le norme dello statuto. Per lo che disputandosi e allungandosi, divenivano più vive le due parti: una dellequali voleva che la totale congiunzione lombarda, in fino alla costituente, fosse cosa di diritto, e non di fatto; e l'altra che fosse insieme di diritto e di fatto. E fra queste parti vacillando i ministri, senza sapere del tutto a nessuna delle due piegare, erano berzaglio all’ira di amendue. Ancora fra loro medesimi era dissidio e mala intelligenza; onde fu forza che il governo abbandonassero. .

La qual risoluzione fece che non solo si rallentassero i provvedimenti di guerra, ma nuovi ostacoli sorgessero per la formazione d’una lega. Intorno a cui non avendo mai cessato d’insistere i rettori di Roma, erano finalmente giunti ad ottenere l’assentimento della corte piemontese, non altro restando a deffinire che il luogo del congregarsi de’ vari rappresentanti, quando la mutazione de' ministri interruppe ogni pratica. Né la composizione dei nuovo ministero fu così sollecita come l'urgenza de’ casi avrebbe voluto. Onde le cose ogni dì più si scombuiavano: non mancando in Piemonte, e particolarmente in Savoia, interessati a turbare la quiete publica: e questo o quello si accusava, senza che si avesse certezza degli autori o fosse potere di gastigarli. E più ancora che in Piemonte erano sconvolti i paesi di fresco a lui incorporati. Nel Parmense e nel Modanese succedevano tumulti, forse suscitati da’ partigiani de’ vecchi principi, o da quelli che ne’ mutamenti sperano fortuna. Né cessavano di agitare la Lombardia le sopra descritte parti: le quali altresì travagliavano Venezia. La cui sorte importa particolarmente conoscere.

Dopo lo incorporamento del regno lombardo col piemontese avendo acquistato più ardire gli albertisti, maggiormente per le costoro pratiche schiamazzavano i fautori del governo republicano, e di mandarle male si sforzavano, facendo assegnamento nelle ambizioni mal celate de’ principali del governo. E dall’una parte e dall’altra erano faccendieri e arringatori, che il popolo diversamente stigavano; e se non venivano alle mani, un gran subbuglio producevano: che poteva da un momento all’altro convertirsi in guerra civile; non tanto per la natura mite e bonaria de’ Veneziani, quanto pe’ molti forestieri che vi si erano travasati. Verso i quali non pareva da prima che i rettori usassero il rigore che faceva mestieri, non sapendo forse quali bandeggiare e quali ritenere. Onde, mancando la sicurtà di fuori, non era quiete dentro. Si aggiungeva la molestia delle imposte, di cui per improvvidi scialacquamenti cresceva ogni dì più la necessità; e già verso la metà di maggio dei dieci milioni de’ primi giorni della mutazione, non rimaneva quasi picciolo; e fu mestieri decretare un prestito obligatorio di altri dieci milioni, spartibile per le provincie che non fossero tornate a mano degli Austriaci. E verso il finire di giugno erasi ottenuta una somma di tre milioni e mezzo. Il qual danaio mentre pareva dato volentieri da cittadini, e alcuni crediamo che per amore di patria si lasciassero di buon grado tassare, veramente i più erano vinti da paura o penosa necessità: non che si possa dire essersi mai in Venezia provato il terrore di altre sanguinose rivoluzioni, ma in paese molle com’ era quello, bastavano adunamenti e clamori popolari per intimorire e costringere: e quindi cominciava a divenire general desiderio che la unione colla Lombardia e col Piemonte si effettuasse, per la speranza che dovesse derivarne un governo meglio e più risoluto e potente ad assicurare la quiete interna.

Ma i reggitori republicani come che sentissero ogni dì maggiormente la debolezza, non solo per interne, ma ancora più per esterne contrarietà, ricusando ogni potentato di riconoscere per legittimo il loro governo, e in oltre sapessero che ogni forza marittima dipendeva da Carlo Alberto, pure s'ostinavano a prolungare quella mal ferma signoria, mostrando di poco curarsi del voto publico, già annunziato dalle provincie di Treviso, Padova, Vicenza e Rovigo, che per via di soscrizioni popolari avevano protestato e dichiarato di volere insieme colla Lombardia essere congiunte al Piemonte. Detto avevano, che sarebbesi invitato il resto della nazione veneta a manifestare la sua volontà, ma con quel temporeggiare ad arte, delle otto provincie non restava libera ne’ principii di giugno che la provincia di Venezia. E poiché conoscevasi o sospettavasi che le popolazioni, alle quali già era passata quella prima fantasia della republica di S. Marco, dove fossero state chiamate in massa a dire se accettavano la congiunzione col monarchico Piemonte, l'avrebbero universalmente abbracciata, parve da non aprire i registri come era stato fatto in Milano, ma sì di convocare un(1) assemblea eletta co’ suffragi d’ogni cittadino in proporzione d’un rappresentante per ogni due mila abitanti; la quale assemblea avesse balia piena di decidere sulla sorte di Venezia, Ma ancora per la convocazione di questa assemblea si temporeggiò e allungò in fino al dì 3 del mese di luglio; cotalché, essendo quasi tutta la terra ferma tornata a mano degli Austriaci, e quindi non potendo eleggere e mandare deputati, avvenne che di centonovantatré, onde doveva comporsi il nuovo parlamento, solamente cento trenta tre furono presenti. I quali appena con gran solennità si ragunarono, il presidente Manin salito in ringhiera, volse loro un discorso per informarli di quanto era avvenuto in Venezia dal giorno della rivoluzione in poi, e delle speranze concepite e da concepire, vagando e lussureggiando in parole vacue e lusinghiere, com’ era costume allora di quanti dalle tribune parlamentavano; e venuto alF, atto presente, cercò di giustificare l'aver anteposto di rimettere la deliberazione dei destini del paese ad un’assemblea di eletti, piuttostoché al voto diretto e tumultuario de’ popoli; e sebbene ciò facesse con molt’arte, pure non era possibile che un 'po’ di sua ambizione non tralucesse. Dopo lui parlò il ministro del tesoro Camerata, e reso conto di ciò che era stato riscosso e speso in fino allora, (si conobbe che in cassa fra danaro offerto e danaro esatto erano entrati tredici milioni e mezzo, e n’erano stati spesi dodici. Conobbesi pure che, essendo ornai Venezia ridotta alle sue lagune, dava appena una rendita di dugento mila lire al mese, quando per le spese ordinarie e straordinarie abbisognavano due milioni e mezzo; onde l’uscita era maggiore dodici volte più dell’entrata. Dovettero bene a questo rendiconto i deputati sentirsi stringere iL cuore: e subito levossi a parlare il ministro della marina; e per distruggere il cattivo effetto prodotto dall’altro, esagerò il bene e nascose il male: disse, valevoli provvisioni di difesa essere state fatte: le milizie sì di terra e sì di mare comporsi di venticinque mila uomini; per più mesi abbondare armi e munizioni; settantasette navi leggiere, con trecento ventisette cannoni, guardare le lagune; travagliarsi ora per lo approvvigionamento de’ forti e per la costruzione delle batterie con gran sollecitudine; quanto all’armata, non essersi fin ora potuto allestire che tre corvette e due bricchi; ma altri cinque bastimenti, e fra questi uno a vapore, non dovere molto indugiare a essere a ordine; come pure avere avuto principio la fabbricazione d’una fregata: occupare più di mille operai nell’arsenale i lavori della marina e dell’artiglieria.

Queste cose diceva il ministro; ma non diceva del cattivo ordinamento delle milizie, difettose di unità e di disciplina; dell’assoluta mancanza di capi esperti; e del gran numero dei malati e inabili alla guerra. E rispetto agli apparecchiamenti di difesa marittima, non faceva avvertire che in gran parte erano ancor lontani da esecuzione. Finalmente non dava conto del modo col quale in tre mesi erano stati spesi dodici milioni, de’ quali sette soltanto avevano servito per le cose della guerra. E nel tempo che in parlamento mal si raccomandava il governo republicano, in piazza erano eccitamenti al popolo di assembrarsi e gridare: giù la republica, viva la monarchia. S’aggiungevano accuse contro le persone che reggevano e specialmente contro il Manin, affinché, abbassata la riputazione degli uomini, fosse più agevole mutare le cose. Consueto e iniquo mezzo; cagione principale a pervertire i costumi; dacché ogni dì più il volgo era tratto a non aver più fede in alcuna virtù, sentendo d’ognuno vilipendere la fama. Errarono bene, sia per ambizione o per debolezza, i capi della veneziana rivoluzione nel gridare il nome di republica prima che fossero certi di poterla sostenere. Erravano allora di ostinarsi a mantenerla dopo la deliberazione de’ Lombardi; ma lo accusarli di mala opera, era calunnia sì sfacciata, che non acquistò fede né pure in quel tempo sì alle calunnie propizio.

Colle sopraddette disposizioni, posto nell’assemblea in disputa se doveva subito deliberarsi l’unione col Piemonte, o differirla a guerra terminata, venne in mezzo il Tommaseo, e parlò per l’aggiornamento; cercando di provare che né libera, né utile, né orrevole sarebbe stata l’unione vinta in mezzo alle presenti avversità del veneto: come se anzi le dette avversità non fossero state quelle che richiedevano a non più indugiarla. Levossi allora il ministro de’ lavori publici Paleocapa, uomo che per la chiarezza del nome e pel valore nelle scienze meccaniche era avuto in grandissima estimazione; e con prudente gravità recitò un lungo discorso da convincere ognuno che funestissimo per Venezia era il tener le cose in sospeso: che bisognava abbracciar di presente un partito definitivo; né altro allora maggiormente conveniva che di fare insieme colla Lombardia, col Piemonte e co’ ducati un regno unito e forte, e vero baluardo della italiana libertà. Allora il presidente Manin, veggendo che non era più da tenere in piè la sua republica, e quasi facendo di necessità virtù, disse «cedessero gli amatori della republica alla necessità; avvertissero che tutto quanto fosse fatto non poteva essere che transitorio, toccando al congresso o dieta italiana stabilire le sorti finali; le quali non potevano non riescire a republica favorevoli.» Quasi a unanimità fu vinta la subita congiunzione, e tosto si variò governo; nel quale, essendo stato pregato di rimaner capo lo stesso Manin, egli, protestandosi sempre republicano, ricusò; e in luogo suo fu eletto il Castelli, già ministro di grazia e giustizia; chiaro giureconsulto e onesto uomo, ma di natura non quale i tempi richiedevano; e reselo ancor meno risoluto l’essere amico del Manin, e tenere governamento contrario, e nato per durare in fino che Carlo Alberto non avesse mandato i suoi commessari a prendere il possesso del novello dominio.

Ma le mutazioni di reggimento non facevano che più prosperamente andassero i fatti d’arme. Il general Pepe, dopo alcune fazioni o meglio prove di nessuna importanza, ne operò due, che meritano di essere ricordate. Evvi, prima di Brondolo, a capo del canale della valle che unisce l’Adige colla Brenta e colle lagune» il forte di Cavanella; destinato a guardare il canale, e insiememente facilitare le comunicazioni di fuori. Avendo i Veneziani per trascuranza lasciatolo occupare dagli Austriaci, volevano allora riprenderlo e presidiarlo, non solo per opporsi alle offese del nemico da quella parte, ma ancora per mantenere libero commercio colla ricca provincia del Polesine. Fu ordinato che le legioni lombarda, napolitana e bolognese di militi volontari, e una legione di cacciatori del Sile, in tutto mille e seicento uomini, capitanati dal general Ferrari, con due pezzi di artiglierie, la notte del 6 al 7 luglio partissero da Brondolo, passassero la Brenta, e si conducessero a Sant’Anna; dove spartitesi in tre squadre, una a dritta marciasse coi due cannoni su per l’argine del canal di Valle; un’altra nei centro occupasse il bosco Nord io; e la terza a manca passasse l’Adige al luogo detto le Portesine; tutte e tre poi all’alba del 7 dovessero essere preste ad attaccare Cavanella; e mentre la prima avrebbe investito la gola del forte colle artiglierie, le altre dovessero far impeto contro a’ parapetti. Ma gli ordini non furono eseguiti con diligente sollecitudine: le barche che a punta di giorno dovevano arrivare alle Portesine, a stento giunsero alle ore dieci e mezzo. Molto tempo si consumò a passare il fiume: né prima delle undici la legione de’ Lombardi si trovò alla opposta ripa di contro a Cavanella. Questo indugio guastò il disegno dell’assalto; e diè agio al nemico di rafforzarsi di altri dugento cinquanta croati. Si aggiunse che la squadra che era a destra, impaziente degli indugi, attaccò la prima, mentre avrebbe dovuto essere l’ultima; e quella del centro per reggerla, cominciò far fuoco innanzi che la sinistra avesse potuto effettuare l’assalto ordinatole. Gli assalitori combatterono lungamente e coraggiosamente. Ma in ultimo, veggendo il general Ferrari che i valorosi sforzi non menavano ad alcun felice resultamento, comandò si ritirassero. E quelli, come soliti a non sentire i freni della disciplina, e ad ombrare a ogni menoma avversità, non vollero obbedire: e cominciavano a tumultuare e accusare di tradigione il comandante; che a fatica potè ricondurli agli alloggi, più che mai disordinati, e con perdita di circa sessanta uomini; lieve per sé stessa ma da accrescere lo sconforto in quelle così poco esercitate milizie. Onde fu mestieri lasciarle meriggiare per alcuni giorni, in tanto che gli Austriaci fortificarono per modo Cavanella che non parve da doverla più riassalire.

L’altra fazione da rammentare fu la sortita di Marghera due giorni dopo il fatto di Cavanella. Due squadre composte di cinquecento uomini, tra napoletani e romani, una per la strada ferrata, e l’altra lungo il canale di Mestre, s’avanzarono per modo che riescirono a cacciare il nemico da alcune case che occupava tra Mestre e Marghera, e da una trincea che aveva fatta sulla ripa del canale: dove, se i nostri avessero spinta più oltre la sortita, avrebbero di leggieri presa Mestre, che gl’imperiali, tenendo debolmente, s’apprestavano ad abbandonarla; ma contenti di averli rincacciati dentro detta città, e acquistate alquante vesti, armi e munizioni, che nel fuggire avevano lasciate, la sera se ne tornarono a Marghera, senza né pure usare l'occasione de’ posti occupati per distruggere intorno tutto ciò ohe avesse potuto facilitare l'assalto di Marghera, quasi fosse stato a bastanza demolire una delle case che era dappresso.

Mentre questi armeggiamenti si facevano nelle venete lagune, i corrieri volavano a recare a Torino la fausta notizia che l'assemblea di Venezia aveva decretata la congiunzione col Piemonte. Il ministro degli affari esterni comunicolla al parlamento: il quale senza indugio vinceva per Venezia la stessa legge di unione che aveva fatta per Lombardia. Né mancarono altresì allegrezze publiche, già parendo che la formazione del cotanto vagheggiato regno subalpino fosse compita. Si ricompose pure, dopo quindici giorni, il governo piemontese. de’ vecchi restarono i genovesi Pareto e Ricci, scambiando quest’ultimo il magistrato delle cose interne con quello del tesoro. Dei nuovi furono chiamati il conte Gabrio Casati che come presidente diè nome al novello consiglio; Giacinto Collegno qual ministro sopra la guerra; Pietro Gioia per la grazia e giustizia; il senator Plezza perle cose interne; l'avvocato Rattazzi per la istruzione publica; il Paleocapa per i lavori publici, e il Durini per lo commercio e agricoltura. Strabocchevol numero di ministri in regno non vasto. Pensiero fu di fare un ministero, che rappresentasse i diversi paesi congiunti, eleggendo il Casati milanese, il Paleocapa veneziano, il Gioia piacentino. Ma faceva mormorare che si conservassero il Pareto e il Ricci, accusati, non so se a torto o a ragione, di essere stati cagion di dissidio nel caduto ministero. Era stato altresì richiesto a essere di questo ministero il Gioberti.; perché coll’autorità del suo nome gli aggiungesse potenza. Ma rifiutò, non parendogli atto a soddisfare a’ bisogni del tempo. Novellamente pressato, consentì di entrarvi semplice consigliere senza ufficio di ministro. Il nuovo ministero presentatosi in corpo al parlamento, fece l’usata dichiarazione: disse quello che tutti i ministri nuovi dicono; non voler operare che il bene della patria: la guerra allo straniero volere con ogni ardore proseguire; nessun patto voler fare col nemico, da quello in fuori che lasci libera di sé tutta Italia. Promisero in oltre la maggiore larghezza nelle istituzioni interne, e ogni zelo per annodare finalmente una lega fra’ principi italiani, proficua alla libertà di tutta la penisola. Ma, conchiudevano, per far tutto questo, rendersi laro necessaria la fiducia delle assemblee. Dalle quali freddamente furono accolti. Non i soliti applausi seguirono il discorso fatto: quasi non parevano graditi. Lasciando l'altre cagioni, il non contentarsi era vizio del tempo. Ma più manifesta contrarietà poco appresso dovettero sperimentare. Avendo il ministro del tesoro domandato approvazione ad una legge, per la quale il re potesse fare un debito di cento milioni, e non dovesse renderne conto alle assemblee che dopo convocata l’assemblea costituente, sollevasi grande disputazione: renduta maggiormente scandalosa dal mormorare degli spettatori raccolti nelle logge; i quali applaudendo o fischiando, impacciavano la libertà alla coscienza dei deputati. Non ultimo fra’ disordini d’allora, era questo oltraggio plebeo fatto alla maestà de’ publici legislatori, ripetuto in ogni luogo, e sempre crescente perché impunito. Pareva grave a' deputati piemontesi, che ministri nuovi volessero prove di fiducia, 'quasi che si potesse confidare in un governo che ancora non si conosceva. D’altra parte i ministri insistevano che senza questa testimonianza di confidenza non potevano assumere fra tante difficoltà gli uffici del governare. Non avevano torto i deputati; avevano ragione i ministri: gli uni e gli altri ammoniti dagli esempi antecedenti. Ma a cessare ogni quistione sopraggiunse la notizia delle calamità della guerra, che fra poco descriveremo, richiedendo innanzi l’ordine dato a queste istorie di continuare nella dolorosa narrazione delle cose napoletane.

Il giorno 15 giugno fu tolta la città di Napoli dallo stato di guerra: ma i rigori e i sospetti seguitarono: maggiormente dirizzati contro gli scrittori de’ giornali, che, appena un po’ allargate le cose, tornavano all’usato ufficio di dir male: avendo, dopo i casi del 4 o maggio, materia più lamentosa. Né erano raffrenati dall’autorità di alcun tribunale, ma sì da violenza di soldati, che, stimandosi offesi, entravano nelle officine degli stampatori, rompevano i torchi, percotevano e fedivano. In oltre, benché dichiarate casse le leggi di eccezione, restavano sempre impacciate le esterne comunicazioni; onde il regno pareva come dal resto d’Italia spiccato; il che produceva che del governo e popolo napoletano si divulgassero da’ giornali degli altri paesi notizie false o esagerate; che raccolte da’ regi diari di Napoli le riferivano per ischerno a coloro che mentivano.

Più disordinate procedevano le cose nelle provincie. Gli aspettati aiuti siciliani erano giunti a Cosenza: non più di cinquecento uomini, de’ più coraggiosi dell’isola, capitanati dal piemontese Ribotti e dal napoletano Longo. Il qual soccorso, mentre riesciva minore del bisogno, e lasciava l’isola sprovveduta d’ogni sostegno, servì a svelare la debolezza de’ Siciliani, che, avendo guerra e pericoli in casa, affidavano quella spedizione di fuori a’ migliori capitani. Fra tanto i soldati regi, condotti dal general Busacca, dalla estremità della provincia eransi mossi verso Cosenza per ricongiungersi col general Nunziante, che giunto da Napoli con poderose forze marciava dall’altra parte, e d’accordo avanzando miravano a cogliere nel mezzo i ribelli. I quali costretti da Cosenza a ritrarsi a Catanzaro, dopo alcuni combattimenti, ne’ quali perirono assai regi, furono rotti. E come accade negl’infortunii, l’uno dava la colpa agli altri. Il Ricciardi accusava il Ribotti, questi querelava l’altro, e la discordia sorgeva a dare il tracollo a un’impresa tentata da uomini, che da un generoso ardire in fuori, non avevano altro. Alcuni, fra cui il Ricciardi, che ripararono ne’ monti della Sila, poterono salvarsi. I Siciliani che si voltarono alla marina, e impadronitisi di alcune barche, su quelle fuggivano, furono non lungi da Corfù raggiunti da navilio a vapore napoletano, che inalberò la bandiera inglese perché l’inganno agevolasse la cattura. Presi, e tra ferri e angosce menati a Napoli, ebbero per carcere la rocca di S. Elmo. Fra costoro era un giovanetto di quindici anni, a cui l’età non fu schermo a’ tormenti della prigionia; e v’erano altresì due prodi capitani, Longo e Belli Frangi, che, sottoposti a giudizio di guerra, sarebbero stati uccisi se non s’intrammetteva l’assemblea dei deputati, e la valorosa difesa, che di quei generosi fecero il Poerio e il Tarantini. Né parmi da tacere per documento nostro, che appena in Palermo si seppe la crudel sorte di quei Siciliani, andati in soccorso de’ Calabresi, grande fu la costernazione, acerbissimo l’affanno. Il presidente del governo Ruggiero Settimo andò in persona alle due armate inglesi ancorate nel porto, a fin di richiamarsi per la restituzione de’ prigioni, allegando il buon vecchio, che tanto più alla regina d’Inghilterra correva obligo di salvarli quanto che erano stati catturati vicini a metter piè in terra inglese, e quel che era più, inalberando la sua bandiera. La regina mandò secondo il suo solito assai lettere alla corte di Napoli, la quale con risposte ambigue non soddisfece a quegli sterili uffici.

Mentre le cose di Calabria toccavano questo termine infelice, nelle altre provincie si promovevano imprese ancor più temerarie, ingannandosi vanamente i sommovitori gli uni cogli altri, quasi la rovina non fosse stata di tutti: conciossiaché dessero ad intendere a quei d’una provincia che tutte le altre erano in sollevazione, o pronte a sollevarsi. Mentivano, sperando che la menzogna fosse favilla al desiderato incendio. Vie più si sperava e contava negli Abruzzi, sì per la vicinanza agli stati romani, colle cui città prossime al confine erano alcune vaghe intelligenze, e sì per essere in Aquila governatore Mariano d'Ayala. Il quale non aveva lasciato alcun mezzo intentato per saggiare l’indole di que’ popoli, e conosciuto dopo varie esperienze, che nessuna disposizione avevano a fare una rivoluzione; che mancavano armi e polveri: che le intelligenze erano scarse o interrotte; perdutosi d’animo, cercava di persuadere gli altri, non più ardenti, ma più ciechi, perché volessero deporre il pensiero di un’impresa, che, svelando sempre più la impotenza loro, sarebbe tornata in vantaggio degli amici della tirannide. Ma lo stesso furore che li spinse a cimentarsi colle milizie in Napoli il dì 15 maggio, gl’invasava allora nelle provincie, dov’erano sparsi e non secondati dalle popolazioni, dedite al bere e al trafficare, anzi che a desiderare novità, affrontando pericoli. Basti, che fatta in Aquila una rassegna di quanti sarebbono stati risoluti a prendere le armi, non se ne presentarono che venti. E pure alcuni insistevano, che si tentasse ribellione. In città ducale era La Cecilia, ognor presente a tutti i commovimenti, e ognora consigliatore di partiti estremi. Costui con altri pochi volevano che s’appiccasse la scintilla a materia non apparecchiata. Il d’Ayala, meglio informato dello stato delle cose, ricusava. Andavano messaggi e risposte vane; accuse e lamenti; chi non voleva precipitare, era detto traditore. In tanto le milizie regie marcienti a gran fretta s’avanzavano. Il d’Ayala, che sapeva di dover essere imprigionato, si fuggì; gli altri pure s’involarono, non restando di quelle temerità, che pretesti e occasioni a’ soldati regi d’incrudelire contro innocenti popoli.

Sorgeva fra tanto per Napoli il giorno che la nuova assemblea doveva finalmente ragunarsi: non più rallegrato da speranze, ma contristato da timori e sospetti. Le elezioni dei deputati erano state compite: e ciò che importa riferire è, che non ostante le arti, vere o supposte, de’ rettori del governo peravere deputati a lui favorevoli; non ostante il terrore che certamente inspirava la baldanza minacciosa e feroce della soldatesca, la coscienza degli elettori non fu vinta. Quasi tutti gli eletti avanti il 15 maggio, furono rieletti. Maggior protestazione di publica nimicizia verso i capi del reggimento non si poteva avere. Un’ora dopo il mezzo giorno (1 luglio) i deputati e i Pari convenivano nella gran sala della biblioteca borbonica, nel palagio degli studi. Il re, ecclissatosi dopo i casi del 15 maggio, non andò, ma in suo luogo mandò il duca di Serracapriola, che con voce fioca e viso smorto, lesse a nome di lui ancor più scolorata orazione. Diceva: Al gran dolore di non aver potuto ragunare le assemblee il giorno 15 maggio per lo disastro di cui serberà lacrimevole ricordo, aver oggi un compenso nel vederle finalmente raccolte. Invocare il loro aiuto per la migliore e pronta effettuazione delle libere istituzioni, da lui irrevocabilmente approvate e giurate. Avere i ministri commessione di presentare varie proposte di leggi sulle amministrazioni de’ comuni e dello provincie, sul riordinamento della guardia cittadina, sulla publica istruzione e sull’erario. Non avendo ragione di credersi in guerra con alcuna potenza di Europa, volere tutte le sue cure rivolgere al bene dell’interna amministrazione, inflessibile essendo nel proposito di assicurare il frutto e il godimento d’una bene intesa libertà, aiutato dall’opera de’ vicari della nazione. Terminava cosi: Avendo chiamato giudice Iddio della purità delle mie intenzioni, non altro mi rimane oggi che chiamare a testimoni voi e la storia.

Ma i giuramenti e le proteste avevano perduto ogni valore. Nessuno applauso, nessuna allegrezza successe a questo discorso: da cui meglio che indizii di saldare le ultime piaghe, si cavava presagio di nuovi guai, aggranditi da imaginazioni commosse e turbate da’ freschi dolori, e anche dal vedere la sala del parlamento non guardata da milizie civili, ma da soldati di buongoverno, odiata ricordanza. La ceremonia passò silenziosa. Le mancava ancora la pompa esterna; indizio che i nascosti affetti di avversione alle mal concesse franchigie non avevano più bisogno di velame: e la città, traendone argomento di mestizia, com’ è uso de’ popoli, che spesso misurano le ragioni dell'allegrezza dalle solennità, non esultò, quasi fosse in lutto: facendo all'universale squallore, strano contrasto lo sventolare in Sant’Elmo lo stendardo dei tre colori, che un tempo sì potenti eccitatori di gioia publica, allora comparivano derisa mostra di ultimo inganno. Non prima del dì 7 luglio i deputati si trovarono in numero per cominciare le adunanze: e quel giorno fu da breve gioia rallegrato, quasi fosse giunto il momento che una libera voce si potesse udire in quel regno. Espedita la usata opera della verificazione delle elezioni, e compiuti gli altri uffici, cominciarono le discussioni. Le quali riescirono più infelici che immoderate; e forse da rivelare che il parlamento napoletano, componendosi di miglior senno che gli altri parlamenti d’Italia, era in tal condizione che doveva apparire il più vano; non potendo riconciliarsi col principe che riguardavano ed era loro nemico, e non trovando appoggio ne' popoli, atterriti e sfiduciati e commossi a odiare ogni libertà. Pochissimi tenevano dal ministerio; i più, che erano i medesimi deputati espulsi da Montoliveto, stavano dalla parte opposta. Onde mai non fu veduta assemblea più concorde di quella, e dove l’ingegno e il sapere d’un regno non piccolo si accogliesse tutto; anzi fuori del parlamento non era che servitù abbietta e ignoranza feroce. Un ultimo spirito alla libertà napoletana restava fra’ deputati: e il tempo che doveva essere spento, non era lontano. I ministri sapevano di essere odiati dai deputati, e i deputati non ignoravano che i ministri si facevano beffa di questo loro odio. Erasi sparso, che il Bozzelli dicesse al re, che a lui bastava l’animo di ammutolire e confondere i suoi avversari. Forse ciò era calunnia, ma fu creduto per i modi superbi, con cui si presentò la prima volta all’assemblea in segreta adunanza; avendo subito cominciato a vituperare i suoi predecessori, tassandoli di aver data materia col loro magistrato del 3 aprile a’ disastri del 15 maggio. Il presidente dell’assemblea fu costretto ad ammonirlo; e tuttavia non si placò, e a varie interrogazioni di deputati rispose altiero e crucciato. Fino al suo antico compagno di congiura Carlo Poerio fece risposta beffarda, chiamandolo uomo che viveva nel mondo di Saturno.

In somma i deputati non raccolsero dalle loro domande alcuna informazione della politica che volevano seguire i ministri; onde gli odii e i sospetti vie più inacerbiti erano prossimi a divampare in aperta guerra. Il coraggio agli uni abbondava, non mancava agli altri la caparbietà. I deputati profferivano pace a’ ministri, e oblio d'ogni cosa passata, a patto che si facesse nuova e pronta spedizione di milizie in Lombardia, e si tornasse al perfetto godimento dei diritti acquistati colla costituzione. Con questi sensi compilarono la risposta al discorso del re: che scritta dall’egregio Roberto Savarese, fu a unanimità approvata da tutta l’assemblea. Ma que’ voti non trovarono alcuna accoglienza. I ministri rispondevano, che il mandar nuove genti in Lombardia era brama di settari, che sprovveduto di forze volevano atterrare il trono delle due Sicilie. Interrogati altresì intorno a’ recenti fatti di Calabria e alla cattura de' Siciliani, davano risposte generali e ambigue. E quanto meno le domande erano satisfatte, vie più incalzavano, seguite da risposte più amare. Si citavano crudeltà ordinate dal Nunziante in Calabria; abusi di forza armata: condannagioni arbitrarie; scioglimenti di guardie civili; violazioni di malleverie costituzionali. Il Bozzelli per difesa del ministero scusava quegli atti, rivelando le commessioni date al Nunziante. Offese, proteste, rampogne, sdegni, da una parte e dall’altra si avvicendavano. Sì burrascosa fu la tornata del 27 luglio, che bisognò sospenderla, e ordinare alle guardie di fare dal popolo sgomberare le logge; i cui clamori e tumulti accompagnavano sconciamente la battaglia accesa fra’ deputati e i ministri; godendo di questi scandoli publici i partigiani del regno assoluto, e forse promovendoli per allegarli poi ne’ loro diari a onta de’ governi rappresentativi. Forse in nessun luogo era fatta dalle assemblee a’ ministeri più giusta guerra: ma in nessun luogo eziandio riesciva più pericolosa e imprudente dopo la sconfitta che in quel regno la libertà aveva tocca il dì 45 maggio. Il qual disastro doveva ammonire i deputati, che non era tempo di vendetta; che se cadevano il Bozzelli e il Ruggiero, uomini non migliori salivano; che ciò veramente desideravano i nemici della costituzione: e quindi bisognava dissimulare, usar tolleranza, e nuovi conflitti schivare. Il loro coraggio mostrato in risentimenti vani, fruttò l’ultima rovina. Ma né anche si vide mai maggiore impudenza di ministri a voler governare a dispetto de’ rappresentanti della nazione. Già da ognuno si presagiva lo scioglimento della nuova assemblea, a cui furono lasciati alcuni altri giorni di vita, perché si disfogasse in discorsi splendidi per dottrina, inutili per la libertà.

Di Napoli mi riconduco in Sicilia, per rannodare le cose del mese di luglio con quelle dell’aprile. Preso i Siciliani il partito estremo di spiccarsi affatto dalla monarchia di Napoli; dal che ogni prudenza gli avrebbe dovuti ritenere; unico loro pensiero doveva essere Tarmarsi, fortificarsi per terra e per mare, apparecchiarsi alla guerra, che prima o poi il re di Napoli avrebbe loro rinnovata; tanto più che la cittadella di Messina era ancora in sue mani. Tre furono le principali cagioni che mantennero i Siciliani in quella spensierata scioperaggine. I disordini e gareggiamenti interni; la troppa fidanza nell’amicizia degl’Inglesi: e l’apparente trionfo della libertà in tutti i paesi d’Europa. Imperocché se tutti c’illudemmo in quell’anno quarantotto, le illusioni de’ Siciliani non ebbero confine: sorgente per loro e per gli altri d’irreparabile calamità. La pessima composizione di quella milizia, detta di squadre, e dell’altra chiamata di guardia municipale, produceva i suoi effetti: perché lungi dal valere di freno a’ delitti, n’era dessa autrice o partecipe, senza che vi fosse una guardia cittadina a bastanza ordinata, da proteggere la quiete publica. Onde gli uomini paurosi o per età o per indole o per fortuna (rappresentati più specialmente dall’assemblea de’ Pari) comecché avessero presa co’ denti quella rivoluzione, cominciavano ad averne noia: parendo loro che usciti dà un male, in un altro forse peggiore fossero per traboccare; tanto più che ne’ villaggi prossimi a Palermo cominciavasi con violenza feroce a dar di piglio nell’altrui roba, quasi da far temere che non più di maggiore o minore libertà si dovesse da indi innanzi favellare, ma sì di avere più o meno possesso. Anco le donne si scapestravano, e ne’ civili tumulti si mescolavano. Si rese famosa una tal Testa di Lana, di origine capraia; nell’aspetto e nell’animo una furia: sì che il vederla, piccola della persona, pallida, scarna, occhi fieri, fronte rugosa, armata di pugnale, faceva raccapricciare. Costei era sì potente e destra nell’attizzare le ire feroci, che per opera sua seguirono tumulti sanguinosissimi. Onde le timide fantasie si alteravano, e il male, che non era piccolo, ancor maggiore, come suole si figuravano, dacché ogni giorno più l'autorità de’ rettori provavasi impotente a gastigare i perturbatori. La quale impotenza nasceva dall’essere la più parte sori al governo; dal non trovarsi fra loro d’accordo; e finalmente dalla opposizione che gli ambiziosi di sgararli nel comando avevano suscitata loro in parlamento. Principali di quel ministero siciliano erano lo Stabile e il Calvi. L’uno più leale e meno ingegnoso: l’altro di maggiore ingegno, non della stessa lealtà. Il primo aveva l’appoggio de’ moderati; i quali, benché il conoscessero inetto a’ provvedimenti, pure lo sostenevano perché, cadendo lui, non salissero uomini rovinosi. il secondo appoggiavasi a’ democratici; non per-essere di lor parte, ma per desio di grazia popolare, della quale era ambiziosissimo; e più volte ripreso in parlamento ch'e’, come ministro sopra la sicurezza, non provvedesse a levar di mezzo gli accenditori de’ tumulti, collo scusarsi dava vista di proteggerli; onde quelli vie più si sbrigliavano: mescolandosi co’ licenziosi per ingegno i licenziosi per fraude. Né mai come in que’ giomi Ferdinando Malvica, di cui sopra abbiamo dato contezza, aizzò i suoi cagnotti a gridare ne’ cerchi e nelle piazze, che i ministri tradivano la patria: che bisognava far republica; che non si doveva aver fede nell’aristocrazia; che tutto il bene era ne’ democratici, ed altrettali cose, non credute da’ più, ma da valere, perché gli sfaccendati corressero la città, levassero rumore, domandassero che. il ministerio fosse cangiato.

La dissoluzione del quale era veramente divenuta inevitabile. Primo a ritirarsi fu il messinese Pisano, ministro di giustizia; assalito dalle due parti per aver voluto esser mezzo fra lo Stabile e il Calvi: e alcuni giorni dopo tutto ’l collegio si disfece; se con intendimento di subito ricomporsi senza la persona del Calvi, non ho di certo; ma petizioni e istanze con questo desiderio furono fatte dalle assemblee e dalla guardia cittadina; le quali sortirono l'effetto; che fu seme di maggiori gareggiamenti. E perché questi non dovessero offendere o indebolire la venerata autorità del presidente Ruggiero Settimo, e almeno di uomo sì caro a tutti si conservasse la fama intatta, fu proposto e vinto che la sua persona fosse dichiarata inviolabile; il che anco avvicinava quel reggimento temporaneo alla forma della monarchia temperata, secondo il voto de' più che a quella della republica. Ruggiero venuto in parlamento a ringraziare, fu accolto come se un dio si fosse presentato; e certamente era il nume della siciliana concordia, se il demone della discordia non fosse stato spesso più potente. Il quale, non ostante la riforma seguitò con maggior veemenza a tenzonare il governo: conciossiaché il Calvi, che n’era uscito, e quel che è più, era stato surrogato dal marchese Della Cerda, suo principale oppositore nell’assemblea de’ Pari, con più ira si travagliò a volgergli contro tutto lo scapestrato stuolo dei trafficatori di libertà, e de’ famelici di potenza; e siccome dal ministero tenevano l’assemblea e la guardia cittadina, e contro al ministero stavano le congreghe popolari e le squadre, così la guerra s’accese fra chi sosteneva e chi combatteva i rettori; la quale se disfogavasi in parole fra le assemblee e le congreghe, diventava sanguinosa fra la guardia cittadina e lePer verità la guardia cittadina non era una milizia ordinata come il bisogno richiedeva, né sì gagliarda di spiriti da mantenere il paese in dignitosa quiete; ma può bene affermarsi che era composta la più parte di uomini onesti, amanti della patria, a cui alquanti buoni servigi aveva renduto e rendevate ancora. I quali servigi amplificando per amor di parte i ministri e i rappresentanti, movevano a feroee invidia le squadre; mentre rendevano la stessa guardia civica vanitosa e talora soperchiatrice. Onde in alcuni luoghi vennero alle mani. In Catania, dove era una squadra formata di quasi tutti scappati dalle prigioni, vi ebbero morti e feriti da una parte e dall’altra, e più dalia parte della squadra; di cui parecchi furono uccisi dopo essere stati fatti prigioni, senza forma alcuna di giudizio. Le assemblee lodavano questi fatti, e nuove legna si mettevano al fuoco della discordia. La quale è bene notare, che in Sicilia, non essendo per quistioni di libertà esterna, né pure un solo trovandosi che non volesse separazione di governo da Napoli: e né pure essendo per quistioni di libertà interna, perciocché quasi tutta la nazione voleva monarchia più o meno temperata con costituzione, nasceva da gareggiamenti di personali ambizioni e d’interessi privati, che servivano a tenere l'agitazione nelle città, e distogliere dalle provvisioni della difesa. I rettori pertanto tempestati nell’interno, sebbene accetti ai più del parlamento: non riconosciuti al di fuori, comecché rappresentanti avessero inviati in tutti i paesi; sentendo ogni dì più la loro debolezza, mandavano nel mese di aprile oratori presso le corti d’Italia, Emerico Amari, il barone Pisano, e Giuseppe la Farina, con commessioni esplicite di far riconoscere il governo siciliano dal pontefice, dal granduca di Toscana e dal re di Piemonte, e di promovere e consentire qualunque forma di lega o confederazione che si reputasse utile alla unione e libertà d’Italia. Ma le commessioni riservate erano: che essi, allegando l'articolo 2 del decreto del 15 aprile, procurassero d’indurre i due principi italiani, i quali soli potevano dare qualche membro della loro famiglia, a sostenere la causa e i diritti della Sicilia; che non mostrassino ad alcuno di loro preferenza; che brigassero di avere esatte informazioni dell’indole e qualità de’ candidati; e senza impegnare lor fede col parlamento intorno alla scelta, avvertissero quale delle due corti sarebbe più inchinevole ad accettare. In fine nulla trascurassero per fornire al ministerio le maggiori e migliori notizie per la risoluzione di sì grave argomento.

Questi oratori furono festeggiati da’ popoli, onorati dalle città, bene accolti da’ principi. Pio IX, benché si fosse in que i giorni dichiarato contrario alla guerra contro l’imperadore, dicono che lodasse la rivoluzione siciliana, convenisse che era giusta, biasimasse il re di Napoli, e finalmente con benedizione accomiatasse gli oratori: affermando di non poter meglio che con quell’atto esprimere la sua adesione. Sei mesi dopo le stesse mani benedicevano le bandiere borboniche bagnate del siciliano sangue. Non fece meno buon viso a’ commissari di Sicilia il granduca di Toscana: il quale altresì conducevasi a visitare una legione di Siciliani che, condotta da Giuseppe La Masa passò in Firenze per andare in Lombardia più a vana mostra che a soccorso alcuno. Ma le maggiori cortesie ebbero i sopraddetti oratori nel campo di Carlo Alberto, che li volle alla sua mensa, parlando della siciliana rivoluzione con onore, e della napolitana corte con dispregio. Ma non ostante queste magnifiche accoglienze e lusinghiere parole, nulla ottennero di ciò che desideravano: e parve alle corti di usare una grande generosità a’ dir loro, che riconoscevano il nuovo reggimento di Sicilia nel fatto, e speravano quanto prima di poterlo anco nel diritto riconoscere; quasi il fatto avesse di riconoscimento mestieri. Solite e ingannevoli distinzioni della diplomazia. E questo rifiuto di principi avrebbe dovuto ammonire i Siciliani di essere o meno tenaci e precipitosi nel romperla col re di Napoli, o più accorti e operosi nel fortificarsi, se la vanità non avesse preso gli uomini di quell’isola appena ebbero gittato dal collo il giogo borbonico.

Fin dalla prima tornata dell’assemblea de’ comuni, il rappresentante Frante aveva fatta una petizione per lo pronto riordinamento dell’esercito: dolendosi che in fino allora al maggiore provvedimento non si pensasse per cieca fiducia nella straniera protezione. Come inopportune e imprudenti furono da tutto il consiglio queste savie parole ascoltate. Né più si parlò di esercito e di armi infìno al giorno che decretossi l’annullamento della corona di Napoli. Certamente la milizia che più a Sicilia abbisognava era la navale, come quella che siccome per mare può essere più ampiamente e validamente assalita, così può anco per mare opporre ampia e valida resistenza. E l'avversario suo d’altra parte era di navi da guerra assai ben provveduto, e come niun altro principe d’Italia. L'acquistar dunque nel più pronto modo possibile navili militari, doveva essere la prima cosa de’ Siciliani; tanto più che di America avrebbero potuto averne sollecitamente, non grandi ma sufficienti, né di molto spendio. In cambio deliberarono che di più grossi e di più magnifici fossero loro forniti dagl’Inglesi con infinita più spesa e tempo. 1 quali prima di essere costruiti, tornarono in potere del re di Napoli.

Così passavano i giorni pe’ Siciliani; credendo di provvedere a' casi loro col compilare e discutere un larghissimo statuto; secondo il quale il futuro re sarebbe stato meno che un presidente di moderne republiche; perciocché non avrebbe dovuto partecipare alla podestà di far leggi, e quindi non avrebbe avuto facoltà di aggiornare o sciogliere le assemblee; e nell'eseguire le leggi avrebbe avuto limiti e impacci grandissimi, che chiamavano guarentigie. Dello statuto del 1842, il cui titolo era stato sempre messo innanzi, non restava ombra. Fino i nomi erano mutati; non più Pari e Comuni, ma senatori e deputati si chiamavano i rappresentanti della nazione, e gli uni e gli altri in vario modo eletti dal popolo; i primi col voto generale diretto: i secondi per compagnie e distretti. Non mai costituzione più democratica era stata compilata, da mostrare che se in Sicilia i republicani erano pochi, non restavano senza esercitare una notabile autorità nelle faccende publiche, quasi contrappeso alla parte degli aristocratici, che avrebbero voluto conservare quasi intatto lo statuto del 1842. Laonde in tale disputazione si chiarirono veramente le parti estreme: da una si voleva far rivivere il medio evo; Pari ereditarli, privilegi! civili, nessuna indulgenza per ogni altro culto che non fosse il cattolico. Dall’altra si voleva una democrazia secondo le moderne fantasie francesi. Sovranità di popolo; comizi generali, libertà senza freni. Vecchi nobili, vescovi, abati, quasi in un concilio, difendevano nell’assemblea de’ Pari le viete ragioni. I desiderosi di republica nell’assemblea dei deputati trascorrevano nella opposta sentenza: e quantunque i primi fossero in maggior numero de’ secondi, e più altresì de’ secondi ritraessero dell’indole siciliana, tuttavia la forza dei tempi, e l’esempio degli avvenimenti di quell’anno, rendeva maggiore la potenza de’ secondi; di sorte che il maggior numero del parlamento, che non era né per la sola aristocrazia, né per la sola democrazia, si lasciò nella riforma dello statuto tirar più dalla parte popolana che dalla parte a questa contraria.

Fra tanto i pericoli per la Sicilia crescevano, dacché alle provocazioni in parole, eransi aggiunte altresì quelle in atti. E la spedizione fatta in Calabria aveva risvegliate e vie più accese le ire del re di Napoli incitato altresì da’ giornali, che sotto colore di libertà, lo incuoravano a vendetta: tacente o consenziente il popolo, che nella ostinazione siciliana vedeva un segno degli antichi odii. Dove pure la volontà del re non fosse bastata, l’universal voto lo avrebbe forse costretto a preparare nuova guerra contro l’isola, che non contenta di avere ripudiata la corona di Napoli, veniva in casa armata ad assalirla. Erano allora i Siciliani rispetto a Napoli quello che i Veneziani e i Lombardi erano rispetto alla corte d’Austria: gli uni e gli altri gagliardi a scuotere il giogo nemico e corrivi ad offenderlo: ma fiacchi e restii nell’assicurarsi la vittoria.

Fra la fine del giugno e il principio del luglio, insistevano più che mai i rettori d’Inghilterra e di Francia perché i Siciliani si eleggessero un re, assicurandoli che dopo quell’atto sarebbe stato anco in diritto il loro governo riconosciuto. E vedevansi ancora con maggior frequenza correre in quei giorni i trinacrii mari, navilii inglesi e francesi con apparato di forze, che dai Siciliani erano guardati a conforto e protezione delle loro deliberazioni. I candidati che maggiormente avevano favore erano, come più sopra notai, il secondogenito del re di Sardegna, e il secondogenito del granduca di Toscana: e se bene il primo fosse più dalla corte inglese raccomandato, pure mostrandosi questa più zelosa della elezione che del nome, lasciava piena libertà a’ Siciliani di scegliere piuttosto l’uno che 1 altro, purché un signore si eleggessero. Ma l’essere il candidato piemontese adulto, guerriero, appartenente a stato che aveva un esercito, lo faceva anteporre al toscano, ancor fanciullo, e di padre che non poteva promettere alcun sostegno di armi al trono siciliano. E pure Leopoldo II non sarebbe stato alieno allora dall’accettare, ponendo per sola condizione che gli fosse permesso di fare accompagnare il suo figliuolo di nove anni, da que’ precettori, che avesse stimato più convenienti; il che si chiarisce da un colloquio tenuto, e oggi publicato, col rappresentante inglese Giorgio Hamilton. Sì era in tutti la persuasione che le cose allora dovessero camminare favorevoli alla libertà de’ popoli.

L’atto che poteva forse riuscire una buona risoluzione tre mesi addietro, doveva arrecare maggiori disastri in quei momenti, che le cose d’Italia per le dichiarazioni del Pontefice, per i casi napoletani del 15 maggio, e per le cominciate avversità della guerra, erano più che mai scompigliate e lontane dal far presagire un buono assestamento. Ciò veramente il deputato La Farina, che come oratore di Sicilia si trovava in Roma, e vedeva più dappresso come le cose volgevano, non mancava di scrivere a’ suoi concittadini, ammonendoli che restassero da quella deliberazione di eleggere un re: per la quale se avessero eletto un principe di Casa di Savoia avrebbero. avuto contro le corti di Toscana e di Roma, e se avessero scelto un principe toscano, avrebbero guadagnata la nimicizia de’ Piemontesi, de’ Lombardi e de’ Veneziani: oltreché si mettevano a pericolo di gittare un nuovo seme di discordia italiana: quindi opinava, doversi aspettare la fine della guerra di Lombardia e il generale riordinamento di tutta la Penisola.

Quanto la Farina aveva avuto torto di adoperare perché la elezione del re siciliano fosse stata indugiata, altrettanto aveva ragione allora (sincero o no) di consigliare che non si facesse. E pure ascoltato prima, non fu ascoltato dopo, per diffidenza in qualunque proposta o consiglio venisse dalla parte de’ republicani: ita sempre crescendo per le loro improntitudini; e più ancora per lo sospetto, che alcuni borbonici mascherati da repùblicani, cercassero di tirare le cose a mal partito. Il che era vero: poiché il più volte rammentato Malvica gridava ne’ conciliaboli, e il grido altri replicavano, che non bisognava eleggere un nuovo tiranno. Nel medesimo tempo i Siciliani ciecamente fiduciosi nella protezione inglese e francese, reputavano loro salute il secondare i consigli di quelle due potenze. Né mancavano altresì dimostrazioni di popolo, commosso da coloro che la subita elezione del principe promovevano. La guardia cittadina, che in ogni cosa teneva col parlamento e col ministero, faceva una petizione perché più tempo in mezzo non fosse posto nel nominare il nuovo re. Fino il venerabile Ruggiero Settimo fu fatto servire a quella risoluzione: ardita da pochi, voluta da molti, patita da tutti. Ei con grande decoro della sua persona presentavasi al parlamento; faceva atto di adesione a quel che doveva farlo tornare, alla intemerata quiete della vita privata. A una voce fu gridato presidente a vita del senato, e tenente generale del regno, con la franchigia postale; onore conceduto a Giorgio Washington in America. E per certo somiglianza di bontà, non d’ingegno, era fra quei duo. Ma il siciliano non ebbe la fortuna di vedere libera la sua patria, come l’americano; colpa de’ tempi e della diversa natura degli uomini.

Essendo stato decretato, che innanzi di eleggere il re, doveva essere terminata la riforma dello, statuto, le due assemblee, e più quella de’ Pari, piuttosto la precipitarono che non la compissero, fra lo schiamazzo delle tribune popolari, che gridavano la subita elezione del re; e poco stette che non si nominasse avanti che lo statuto fosse approvato; il che per avventura desideravano la maggior parte de’ Pari, sperando di conservare più le forme e i privilegi della costituzione del 1812. Era mezza notte del giorno 10 luglio. Le ringhiere del parlamento, le scale, la corte empiva popolo curioso e impaziente. Proposta la elezione del duca di Genova, fu accettata, nessuno delle due assemblee discordante. E il decreto solenne fu disteso in questa forma: «Il duca di Genova secondogenito dell’attuale re di Sardegna è chiamato colla sua discendenza a regnare in Sicilia secondo lo statuto del 10 luglio 1848: egli prenderà nome e titolo di Alberto Amedeo primo, re de’ Siciliani per la costituzione del regno.» Vollero mutargli nome, per levargli quello sì abborrito di Ferdinando. Sottoscrissero il decreto i presidenti delle due assemblee, e tosto divulgato in tutte le città e terre del regno, da per tutto svegliò allegrezze e feste come per ogni novità era uso in quel tempo. Le armate inglese e francese accostatesi al porto, trassero colle artiglierie in testimonianza di gioia. I quali segni di fallace protezione accrebbero la siciliana spensieratezza.

Variamente per l’Italia fu giudicata quella deliberazione; chi la commendava, chi no; a chi piaceva, a chi dava noia. In fine scontentava i democratici; non contentava i monarchici. Pareva a’ primi strana cosa che un popolo riuscito a liberarsi di un re, volesse imporsene un altro, senza aspettare quali forme di governo concedeva all’Italia il destino ancora incerto di Europa. Né a’ monarchici dei vari stati, già troppo ingelositi della potenza piemontese, vedevano volentieri quell’aumento di preponderanza, che avrebbe impedito la vagheggiata confederazione, e spianata ognor più al re di Sardegna la via d’ingoiare tutta Italia. Ma il furore principale fu nella corte napoletana; cui direttamente toccava l’ingiuria e il danno. Se prima aveva gelosia e dispetto di Carlo Alberto, imagini il lettore quali dovevano essere allora. Al che faceva maraviglioso contrapposto la pretensione dell’assemblea dei deputati napoletani, che in quel medesimo tempo pregavano il re e i suoi ministri, perché novelli aiuti mandassero alla guerra d’Italia, e con Carlo Alberto si confederassero per cacciare di accordo lo straniero dalle nostre terre. Ma il re altra guerra nel suo animo apparecchiava, con tanto più coraggio quanto che la vittoria del 15 maggio lo aveva rassicurato della fedeltà delle milizie. Subito protestò contro il novello atto del parlamento siciliano, beffando i giornali di Sicilia e d’Italia quella protesta; e i fatti successivi testimoniando che non invano Ferdinando protestava. Così fra errori militari in campo, e confusioni politiche in casa, scorrevano per l’Italia i mesi di giugno e di luglio: preparata materia di estremi infortunii; nella narrazione de’ quali, come di cosa lagrimevole, sarò più breve che potrò.


vai su


LIBRO TREDICESIMO

SOMMARIO

Pratiche diverse e dannose della diplomazia esterna per le cose d'Italia. — Condizione de’ due eserciti. — Impresa infelice contro Mantova. — Combattimento a Salionze. — Battaglia di Custoza. — Disastri della fame. — Ritirata dell’esercito piemontese a Goito, e suo abbattimento. — Costernazione interna delle città. — Vanità ne provvedimenti. — Disordini e scandoli nello stato romano — Pratiche inutili del conte Pellegrino Rossi a comporre un nuovo ministero. —Ricomposizione momentanea del ministero vecchio sotto la stessa balia del Mamiani. — Commovimenti per le nuove infelici della guerra. — Petizione al papa. — Definitiva dissoluzione del ministero diretto dal Mamiani. — Condizione del governo romano. — Nuovo ministero colla direzione del conte Fabbri. — Perturbazioni in Toscana all’annunzio de’ disastri di Lombardia. — Deposizione del ministero presieduto dal Ridolfi. — Difficoltà a crearne un altro. — Poteri straordinari conferiti temporalmente ai vecchi ministri. —Misera condizione del parlamento napoletano. — Invocazione de’ soccorsi francesi. — Inganno nello sperarli. — Mediazione inglese e francese. — Ritirata dell’esercito piemontese all’Adda. — Lo stesso esercito sotto le mura di Milano: stato di quella città. — Pericolo corso da Carlo Alberto. — Ritorno degli Austriaci a Milano. — Occupazione di Bologna. — Lamenti de’ rettori romani. — Resistenza de’ Bolognesi. — Minacce di occupazione per la Toscana. — Ritorno di Carlo Alberto ne’ suoi stati. — Tregua del 9 agosto. — Strepiti e maldicenze per questa tregua. — Pratiche diverse e diverse difficoltà per far la pace senza poter continuare la guerra. — Contegno del Durando nel Tirolo italiano. — Tumulti eccitati da’ mazziniani. — Disordine delle genti toscane. — Uccisione del colonnello Giovannetti. — Debole ordinamento del governo regio in Venezia. — Cattive provvisioni di guerra. — Clamori e tumultazioni. — Nuova rimutazione di governo, fatta dai republicani. — Dittatura del Manin. — Ragunanza del parlamento veneziano. — Domanda di soccorso alla republica francese. — Pericoli per terra e maggiormente per mare.

Seguitavano trattati di pace; non più prosperi per l’Italia che i fatti di guerra. L’imperadore che in ogni cosa aveva cercato di allungare, raccoglieva de’ sapienti indugi il frutto. Lettere non sincere fra’ diplomatici inglesi, francesi e tedeschi spesseggiavano. I fati d’Italia, miseri in campo, più miseri ne’ laberinti della diplomazia. Lord Palmerston insisteva o mostrava d’insistere a rifiutare la mezzanità del governo britanno se la corte di Vienna non si conduceva a cedere una parte del Veneto. Pretesa veramente strana dopo la caduta di Vicenza e di Palmanova. Ma o che il ministro inglese, seguitando a credere la fortuna degl’Italiani migliore che non era, volesse salvare all’imperador d’Austria, suo mal grado, un piè in Italia, o mirasse a chiedere il più per avere il meno, giovava sempre agli Austriaci, che in quelle negoziazioni prolungate ad arte o a caso, più tempo acquistavano. Ché il temporeggiare riuscito alla corte viennese mai sempre salutare, era arte di regno in quel tempo, che vedeva tutto ’I mondo sconvolto, e lo imperio vacillante: essendo la Lombardia, da cui traeva le maggiori ricchezze, ribellata; e l’Ungheria, da cui traeva le maggiori forze, in punto di ribellarsi. Non contente, né quiete la Boemia e la Groazia. Il moto alemanno minaccioso di atterrare il vecchio imperio. Da ultimo la città capo dell’imperio, agitata da continui tumulti. Concedere, reprimere, promettere, guerreggiare, far proposte di pace, aumentare gli eserciti, cangiare i ministeri, conservare le massime, riordinarsi a poco a poco, ripigliar forza, aspettare fortuna dagli eventi, impromettersela dalle discordie de’ popoli, dalle doppiezze delle corti, dalle dappocaggini de’ ministri, doveva essere ed era la politica austriaca.

Gran peso nelle consulte auliche dovette avere il giudizio de’ cinquanta deputati di Francfort, che adunati nel mese di maggio per far libera la patria loro, argomentavano che non fosse però da infiacchire l'Austria, cuore della Germania, e lasciarla prostrare dagl’Italiani, ingiuriatori della nazione tedesca. Ragioni da que’ protervi e sofistici intelletti, che nella rovina altrui apparecchiavano la propria. Né per la casa d’Austria fu piccolo argomento di bene sperare l’essere stato (il dì 5 luglio) eletto capo della confederazione l’arciduca Giovanni, come quello che la grazia de’ popoli alemanni avea svisceratissima per le sue doti d’animo civile e generoso. E ultimamente se lo sforzo ogni dì maggiore degli Ungheri di spiccarsi dall’impero, forte la turbava, porgevate conforto nel medesimo tempo vedere le disposizioni de’ suoi popoli slavi, che sommossi dal bano Jelachich, tanto più l’avrebbono sostenuta, quanto maggiormente odiavano i Magiari, lor antichi oppressori, e cercatori di libertà propria per riescire più superbi tiranni cogli altri: non essendo gente al mondo più della ungherese tenace di signoreggiare per vieti privilegi di nascita e di fortuna. Cosa veramente da strabiliare; che dalle stesse cause di separamento de’ suoi popoli, traesse modo la casa d’Austria di sostenere l’unità del suo regno.

Veggendo per tanto l’imperadore non disagevole mandare aiuti in Italia, secondato in ciò anco da quei che dentro lo combattevano; ricevendo dal maresciallo Radetzky ragguagli confortevoli e promesse di non lontana vittoria; osservando la republica francese, da cui toglievano ardimento i nemici del trono, indietreggiare e restringere ogni dì più le massime del governare dopo i tumulti del mese di giugno; in fine sapendo che v’era, quasi ultimo rifugio, la potentissima Russia, offerente soccorso di danari e di uomini, se le forze alemanne fallivano; rispondeva ne’ primi di luglio per bocca del suo ministro barone Wessemberg al mediatore inglese con malizia che avea sembianza di giustizia. Non potersi più trattare con isperanza di buon successo dopo che le proposte fatte furono da’ rettori di Milano rigettate, e dichiarato non essere quistione di far cadere la dominazione austriaca soltanto in Lombardia, ma sì in ogni altra parte d’Italia, non eccetto il Tirolo. d’altra parte essendo quasi tutta la terra ferma veneta ritornata in potere dell’imperadore, oltre a’ vantaggi politici, aver notevolmente migliorata la condizione del suo esercito, che fra breve riceverà novelli rinforzi, e potrà con maggior vigore riprendere l’offensiva.

Se la subita paura de’ primi giorni aveva tratto la corte austriaca a promettere la cessione di Lombardia, da indi innanzi né pur questo fu più ne’ suoi intendimenti; e se continuava a farsi credere a ciò disposta, era per la certezza che la minore offerta non accettata, la metteva nel caso di meglio assicurarsi della fortuna della guerra. Mantenevala altresì in questa via di non rappiccare né troncare affatto le pratiche di accordo, il voler prima vedere qual forma di politica prendeva il governo francese dopo i sanguinosi casi del giugno. I quali non è ufficio di queste istorie descrivere: ma è da notare come per essi quella republica ogni dì più restringendosi, cominciò essere più palesemente e deliberatamente favorevole alla causa de’ conculcatori de’ popoli. Quelli che socialisti si appellavano, davano materia co’ loro eccessi; quelli che republicani moderati si nominavano, la volgevano colle loro paure in benefizio de’ nemici d’ogni specie di republica e d’ogni specie di libertà; e il gastigo che ne ebbero poco dopo gli uni e gli altri, è solo e misero alleviamento al male che in comune ci produssero. Credettero alcuni che la corte d’Inghilterra assai brigasse perché la nazione francese si acconciasse in modo, da essere nel nome republicana, ma nel fatto più monarchica di pria. Io non posso dire quanta parte in ciò avessero i rettori inglesi, a’ quali era uso attribuire più cose che non facevano, quasi avessero in mano i destini della terra. E come lord Palmerston fu chiamato autore del rovesciamento della monarchia orleanese, così pareva ad alcuni dovesse avere anco il merito di ricondurre la republica a principii monarcati. E che l’opera sua spendesse il celebre lord in questa bisogna, mi riesce più ragionevole di quello ch'ei si facesse accenditore e promotore di voglie democratiche; non solo perché all’aristocrazia d’Inghilterra (quantunque assai rammorbidita) non poteva piacere quel tanto progresso e vicino rumore di democrazia, chiedente riforme sociali, ma perché era vanità o senno di Palmerston il procacciare alla sua nazione fama di sola amica e proteggitrice della libertà di tutti i popoli, parendogli in questo secolo un gran mezzo a dominare. Ma dove nulla o assai poco de' subiti mutamenti francesi riferir si volesse a’ ministri della gran Brettagna, troverebbesi facile e pronta la cagione nelle interne cancrene della stessa Francia, la quale non sa mai rimediare ai suoi mali senza crearsene de’ maggiori. E fosse sola di lei la sventura; ma per crudele e implacabile fato tocca agli altri, e a noi Italiani specialmente, averne partecipazione continua e lagrimevole.

Era la Francia in que’ giorni (cioè dopo quattro mesi di republica) in condizione di guerra. l’assemblea deliberava circondata di cannoni, che la difendessero dagli assalti de’ popolari. Il general Cavaignac uscito vincitore del tumulto del 22 e del 23 di giugno, aveva ricevuto il potere supremo, e l’esercitava non meno con fierezza di soldato che con lealtà di cittadino. Restavano gli stessi ministri nominati dalla giunta temporanea, che si era sciolta. Bastide trattava colle corti di fuori: vie maggiormente impacciandolo le cose d’Italia; conciossiaché i Francesi astiassero potentemente, né ’l dissimulavano, che si formasse giammai un regno forte sotto le Alpi. Gelosia, dispetto, odio, voglia di dominare, mille cagioni, mille interessi, tutti avversi all’Italia, lo avrebbono renduto loro intollerabile. Più tosto cento republiebe democratiche o sociali, che una monarchia potente, e capace a poco a poco di distendersi a tutta la penisola e trarla a grandezza di nazione. Così pensavano i rettori francesi; né molto diversamente pensavano gl’inglesi:come che si coprissero più; e non volessero, com’ è senno di quella nazione, che il pretender troppo non togliesse di ottenere il possibile: parendo loro a bastanza che l’imperadore non s’indebolisse troppo; e ciò ottenevano qualora non fosse del tutto rimasto privo d’ogni possesso italiano. Avendo avuto dopo la metà di luglio il marchese di Normanby, ambasciadore inglese a Parigi, abboccamento col ministro Bastide, riferiva a lord Palmerston, che la republica francese desiderava anch’essa un termine a quella guerra, ma non era disposta ad altro cercare, che la Lombardia e i ducati ornai liberatisi degli Austriaci, non dovessero più tornare nel loro dominio, compensandoli col prendersi parte del debito viennese, e indennizzando i duchi di Parma e di Modena. E le provincie venete, che per la maggior parte si trovavano in lor potere, dovessero formare uno stato con costituzione, sotto un arciduca d'Austria. Era la stessa proposta, che in sul principio, per paura o per arte, aveva fatta la stessa corte di Vienna, e che i Milanesi e i Torinesi avevano rifiutata. E tuttavia lord Palmerston perseverava nel suo proposito di non entrare in trattati, se l’imperadore non cedeva porzione del veneto. Solo si mostrava sollecito a far intendere, per mezzo del visconte Ponsonby, a’ rettori di Francia, che dispiacerebbe a sua maestà britanna un intervento armato di Francesi negli affari d'Italia. Lo inglese voleva giuocar di lettere o note, sapendo che in questo nessuno l’arebbe superato di scaltrezza, e poco o nulla importandogli che quelle note non avessero l’effetto che dicevano. Giammai tanta finzione di diplomazia non fu messa in opera; e giammai di tanta credulità non fummo noi miserando spettacolo.

Gl’infingimenti diplomatici erano tristamente Secondati dalla fortuna delle armi. Dopo mancato l’esercito pontificio, quasi distrutto il toscano (scarsamente raccozzatosi a Brescia) tornato indietro il napoletano, poteva dirsi Cado Alberto rimasto solo in campo, e la guerra non più fra gli Austriaci e gl’italiani, ma sì fra gli Austriaci e i Piemontesi. Avevamo bel dire ne’ giornali e ne’ cerchi, che si faceva guerra di nazione e di libertà. Nel fatto la contesa era fra gli eserciti dell’imperadore, e quelli del re; né altrimenti veniva giudicata dalla diplomazia europea, e da chiunque non voleva con ridevoli illusioni scambiare il vero delle cose. Ciò premesso, perché la storia non deve mentire, a costo anco di non esser grata, la condizione dei due eserciti in campo era la seguente. Innanzi alla caduta di Vicenza, l'esercito di Carlo Alberto avrebbe potuto aver l’offesa della guerra, anco con vantaggio: dopo quel fatto, non gli restava che la difesa, né pur facile e sicura. Così le sorti in poco tempo erano mutate. Ma quantunque Radetzky avesse potenza di offendere, pure innanzi di adoperarla volle aspettare che le sue forze si raccozzassero meglio, e di novelli aiuti si accrescessero. Ciò fu cagione, ohe, eccetto piccoli fatti a Corona, Bussolengo e Lungagnata, non v’ebbe nel mese di giugno tosa di guerra che sia degna di memoria. a’ primi di luglio, il re aveva ricevuto i maggiori aiuti, di cui poteva usare. Aveva circa settanta mila uomini fra Lombardi e Piemontesi: de’ quali quasi due terzi erano o cittadini, che non conoscevano armi né ordini, né erano d’accordo, ovvero soldati nuovi, chiamati in que' giorni alle insegne, dopo molti mesi d’ozio domestico. Quindi nessuna buona disciplina era in costoro, né voglia di combattere. Le artiglierie seguitavano a rimanere sproporzionate al numero de' combattenti. Durava pure ne' oapi dappocaggine e mal talenta, augumentati per le accuse de’ giornali e de' parlamenti. Poco pensavano ad assicurarsi, che le necessarie provvisioni di guerra fossero fatte: abbondassero i magazzini di polveri e di munizioni: le opere di fortificazioni avessero sorveglianza: vettovaglie non dovessero mancare: di buoni esploratori non s’avesse a provar dannosa penuria.

In questo mezzo la impazienza delle città venne a turbare gli ordini delle battaglie. Pareva che nel campo si dormisse; e poiché nello stesso tempo non erano ignote le pratiche di accordo, si giudicava indizio di tradimento quel che era infelice necessità di guerra. Ambascerie da Milano e da Torino giungevano agli alloggiamenti del re a pregarlo che facesse qualche impresa importante, se voleva far tacere tante lingue disfrenate alla maldicenza; e Carlo Alberto, che non aveva arrischiato quando gli sarebbe stato non pur vantaggioso, anzi necessario, disponevasi a cimenti audaci e offensivi, allora che dovevano tornargli a rovina certa. Assaltare il nemico a Verona o a Legnago o a Mantova, erano i tre esperimenti di ardire che si presentavano; scelse l'ultimo, non perché fosse il meno fallace, ma per notizie che il nemico avesse fatto scorrerie verso il basso Po, minacciando i ducati e le legazioni. È Mantova bagnata da una parte da un gran lago formato in tre seni dalle acque del Mincio. Profondo marese la circonda dall’altra. Né tutte le acque sono correnti, ma in un luogo s’impadulano, e producono aria mortifera, massime ne’ tempi caldi, per chi non v’è nativo. Alle difese della natura s’aggiungono quelle, sebbene men gagliarde, dell’arte. Principali e notissime sono la cittadella, il forte di S. Giorgio, i bastioni di Porta Predella e di porta Ceresaj il recinto delle mura guarnito di spessi propugnacoli, e finalmente le trincee del Té, e del Migliaretto. Le quali rammento soltanto; trovandosi replicatamente in altre famose istorie, particolari descrizioni. Presa adunque la risoluzione di campeggiar Mantova, restava a deliberare il modo. Pareva ad alcuni che l’assedio dovesse farsi a un tempo raccogliendo sulle due rive del Mincio tutte le forze; perché dove il nemico, che era alle spalle, avesse fatto alcun movimento, fosse stato non impossibile tenergli testa. Altri opinavano, che non conveniva abbandonare la postura di Rivoli, con tanto onore acquistata, e proponevano che s’investisse Mantova dalla destra del fiume, e sulla sinistra si collocassero a varie distanze quindici mila uomini, guardanti la lunghezza da Rivoli a Sommacampagna, con indietro la nuova legione detta Visconti, mista di Piemontesi e di Lombardi. Dei due modi fu accettato quello che era da rifiutare; cioè il secondo, che per conservare un luogo, che quanto era stato importante a Bonaparte, altrettanto di nessun vantaggio riusciva a Carlo Alberto, faceva distendere le nostre forze smisuratamente, e le esponeva al pericolo di essere tagliate, dal nemico, dove con rapida e improvvisa marciata si fosse pinto sopra Castelnuovo. Pel giorno 13 le due legioni del Ferrere e del Perrone avevano avuto ordine di avanzarsi in modo che l’una, dopo avere occupate le posture tenute dagli Austriaci e in quelle afforzatesi, dovesse far luogo all’altra, ritornando sulla riva sinistra del Mincio: disponimento fatto, perché non piccola parte di gloria avessero in quell’assalto i Lombardi che la legione del Perrone componevano. I quali appena era bastato il tempo di raccogliere, ed era affatto mancato per esercitarli, disciplinarli, e per fino vestirli, essendo coperti di tuniche, dagli Austriaci stessi fuggendo da Milano, lasciate nei magazzini. Arrivata al luogo, la legione del Ferrerò prese alcuni posti fino oltra Ceresara; ma la legione del Perrone, che non giunse all’ora deliberata, allegando lo indugio de’ viveri, fu causa che in quel giorno non si potè compire l’assedio sino alla Parma, come era stato ordinato. Il che fu fatto il. giorno appresso. Si scavarono fosse, tagliarono strade, sbarrarono vie, gittarono ponti, alzarono steccati. Queste opere, che non procedevano con celerità uguale al bisogno, per manco di arnesi e di operosità, non furono disturbate da’ nemici; i quali, avendo fatto una sortita dal forte di Pietole, furono respinti da una compagnia di studenti lombardi, che erano parte della legione del Perrone; che, se bene nuovi alle battaglie, andarono addosso al nemico -con bravura di soldati vecchi. Ne morirono tre; e sette o nove furono feriti. Alcuni giornali malignamente sparsero, che il re mandava al macello que’ poveri giovani, mentre pochi dì innanzi lo avevano incautamente accusato di lasciare inoperose, e quasi senza gloria le genti lombarde. Altre sortite fecero gli Austriaci ne’ giorni appresso, incendiando case, e guastando paesi. Vi ebbe alcune scaramuccie, con poca o nessuna perdita dall’una e l’altra parte; e i Piemontesi poterono continuare le opere di assedio lungo la destra riva del Mincio.

Lieto intanto Radetzky di vedere le genti di Carlo Alberto sparse in quella lunghezza, aspettava di cogliere il momento di tagliarle a pezzi; se non che, temendo di poter essere attaccato valevolmente dal sinistro lato, fece occupare la terra di Governolo, che i Piemontesi avevano trascurato di fortificare, e in pari tempo mandò la legione del general Liechtenstein a rinforzare la cittadella di Ferrara, con ordine di tornare poscia a sostegno di Mantova. Ciò produsse tale costernazione nei popoli delle Legazioni e delle Romagne, che le loro istanze e lamenti indussero Carlo Alberto a favorire i disegni di Radetzky; che con que’ (Movimenti aveva altresi mirato ad aumentare lo smembramento delle forze italiane. Il general Bava ebbe ordine di andare con cinque mila fanti, cinquecento cavalli e sei cannoni, ad affrontare il general Liechtenstein. Giunto a Borgoforte, e saputo che le genti di Liechtenstein ripassando il Po tornavano verso Mantova, pensò di assaltare Governolo col doppio intendimento di assicurare il fianco diritto de’ Piemontesi campeggianti Mantova, e operare uno sbarco di soldati a tergo della guarnigione della città, per poi attaccarla di fronte, dalla destra sponda del fiume. Cominciato l'assalto con furore, fu per qualche ora con egual furore ributtato dagli Austriaci, che in numero di millecinquecento tiravano al coperto dentro le case: quando i Piemontesi, sospingendosi a corsa verso la terra, e levando scordate grida e suon di corni e tamburi, recarono tale spavento al nemico, che sgominato e confuso cercò fuggire verso Mantova, nel tempo che i bravi (editori piemontesi, corsi al fiume e rappiccato il passaggio sul ponte, gli tennero dietro. Sopraggiunse allora la cavalleria, seguitò con più impeto i fuggenti, più di quattrocento ne prese, gli altri si cacciarono ne’ pantani, gittando arme e bagaglie. Questo fatto, uno de' più gloriosi per le armi piemontesi, dove oltre a' prigioni rapirono un’insegna e due cannoni, non fu di alcun utile a’ successi della guerra; se pure anzi non tornò a danno, per essere stata tolta alla battaglia finale una brigata, rimasa a guardia di Governolo: senza che né pure si riportasse il maggior vantaggio di combattere il general Liechtenstein, che arrivato a Ostiglia, potè compire la sua ritirata senza danno.

Stringevasi ogni di più d’assedio la città di Mantova sulla destra sponda del Mincio, veggendosi Carlo Alberto sì timido e prudente infino allora, divenuto a un tratto cotanto audace e temerario da non temere di assaltare una rocca, contro cui lo stesso ardire di Bonaparte dovette lungamente piegare. Nel tempo stesso Radetzky afforzavasi viepiù sull’Adige, e ad una giornata s’apparecchiava. I due eserciti così stavano. Il piemontese aveva l'ala destra appoggiata alle due rive del Mincio; il centro nel piano di Roverbella: la sinistra occupava le alture sino a Rivoli. Da Peschiera a Goito, come in seconda fila, altre milizie. Erano sessantamila uomini circa, in una lunghezza sterminata: tagliata da Un fiume, con vie rotte, terreno malagevole; a’ quali, aggiungendo i corpi de' militi volontari del Tirolo, le genti chiuse a Venezia, e il nuovo esercito apparecchiato in Milano, l’oste italiana sul finire del mese di luglio in tutto ascendeva a centoquindicimila uomini de’ quali per altro appena la metà era atta a sostenere una buona guerra. L'esercito austriaco, non ostante i continui aiuti che aveva ricevuto, oltre i corpi di Nugent e di Welden, non contava maggior numero di combattenti, ma erano tutti uomini da guerra, bene esercitati ed armati; né era sparso come lo italiano, ma bensì raccolto sulla sponda sinistra dell’Adige da Rivoli a Legnago, facendo suo centro Verona. Disegno del maresciallo Radetzky era di attaccare l’da sinistra de’ Piemontesi, la più debole, dividerla affatto e sbaragliarla; poi, volgendosi al loro centro e alla diritta, pigliarli alle spalle, e verso il fiume e di contro a Mantova serrarli. Ma per ottenere da questo disegno ottimo successo, conveniva attaccare i nostri a Sona e a Sommacampagna, prima di assalirli a Rivoli. Invece Radetzky, commettendo un errore anco più grave di quello fatto a Goito, si volse all’assalto di Rivoli, affidando questa fazione al general Thurn: il quale accampato a Roveredo, discendendo con due squadre, fra il lago e l’Adige, il dì 22 investì Corona, e per lo soverchiente numero la prese. Ritiraronsi i Piemontesi in buona ordinanza a Rivoli: per lo cui piano apertasi la via gli Austriaci, quantunque fossero il doppio de’ nostri, trovarono intrepida e non espugnabile opposizione. Questa battaglia tanto onorevole alle armi piemontesi, e da testimoniare il poco accorgimento del generale austriaco, salvò in quel giorno l’esercito del re; avendo impedito che la sua ala sinistra non fosse tagliata e rotta, per l’ottimo avviso avuto dal general Sonnaz; il quale non lasciatosi abbacinare dal momentaneo trionfo di Rivoli, e sapendo di non potervisi reggere con forze sì inferiori, si ritirò opportunamente verso Camaione e Colmasino.

Ma il disastro fu differito, non ovviato. Radetzky che aveva in Verona il grosso del sue esercito, fece spiccare due brigate con ordine, che una mostrandosi verso S. Giustina dovesse con movimenti fallaci ingannare il nemico sul vero punto dell’assalto; e l’altra partendo dalle vicinità di Legnago, e facendosi vedere dalla parte di Villafranca, dovesse marciare verso Custoza, per ricongiungersi colle milizie che uscivano di Verona. Dopo i quali disponimene, il dì 23, se bene a ora tarda, cominciò ad essere investita tutta la lunghezza da S. Giustina a Sommacampagna, che mal fortificata da’ nostri, poterono gli Austriaci occupare sino al luogo detto l’osteria del Bosco, e costringere i Piemontesi a ritirarsi a Castelnuovo; senza che tali acquisti fossero testimonianza di alcuna loro prodezza, essendo infine sessantamila uomini che prendevano luoghi tenuti da sedicimila. Allora il general Sonnaz raccogliendo le sue genti, che erano a S. Giustina, e congiungendole con quelle che venivano da Rivoli, eseguì una assai difficile ritirata verso Peschiera, contendendo il terreno palmo a palmo col nemico, finché potè senza notevoli perdite riparare sotto la fortezza. Il che non più dovette al suo accorgimento, che ad un altro errore commesso da Radetzky di mandare una gran parte delle sue genti verso il Mincio, intorno a’ mulini di Salionze. Per lo quale movimento nemico, la condizione di Sonnaz era notevolmente migliorata, perciocché in luogo di trovarsi combattuto e isolato, poteva da Peschiera passare nella destra riva del fiume, e insieme colla legione del general Visconti, ancora fresca di combattimenti, congiungersi col grosso dell’esercito. Ma fu ritenuto da mancanza di notizie e di ordini dall’alloggiamento generale di Carlo Alberto, dove regnava la più grande confusione ne’ comandi, ignorandosi la sorte di esso Sonnaz. Il quale prima direttosi verso Peschiera, ma subito avvedutosi del pericolo di quella mossa, tornato indietro, era nella notte del 23 con gran fatica delle sue genti, passato nella destra riva del Mincio, nel tempo che lo stesso passaggio con un ponte gittato tentava a Salionze il maresciallo Radetzky, dacché i ponti di Borghetto e di Monzambano erano guardati dal general Visconti, che aveva incautamente abbandonato Valleggio. Aspra zuffa s’appiccò avanti Salionze, dove fece miracoli di valore uno squadrone piemontese, affatto nuovo alla guerra, comandato dal maggiore Crozza, che per sette ore combattendo ferocemente, impedì al nemico la costruzione del ponte. Ma rinfrescata la pugna co’ soldati lombardi testà scritti, non ressero e si scompigliarono. Al che s’aggiunse la mancanza di munizioni, l’eccessivo caldo, la stanchezza de’ combattenti, e una folta nebbia che copriva i nemici. I quali difesi altresì da numerose artiglierie, poterono effettuare il desiderato passo senza che Sonnaz, accorso colle sue genti, spossate dal cammino e dalla fame, fosse più in condizione d’impedirlo; e perpiù prudente consiglio si ritirò a Volta. Gli Austriaci occupato Ponti e Monzambano, e preso altresì Valleggio, si trovarono con sessantamila uomini padroni delle due ripe del Mincio, e delle alture fra il Mincio e l’Adige.

I fati d’Italia si compivano. Pure innanzi di toccare il termine, mostrarono a Carlo Alberto un’altra occasione di salvezza. Credendo Radetzky ch'egli rivalicasse a tutta frettaMincio, per ricongiungersi con Sonnaz, e affortificarsi sulla destra sponda del fiume, erasi spinto cavalcando sempre innanzi come per prevenirlo, e avea quindi lasciato assai debole il suo fianco sinistro, e quasi sprovveduto il suo tergo. Era quello il tempo di rinnovare una di quelle prove di militare destrezza, che in altri tempi, negli stessi luoghi, quasi colle stesse opportunità, fecero glorioso e vincitore Bonaparte. Doveva Carlo Alberto togliere le sue genti dall’inutile assedio di Mantova, raccoglierle fra Valleggio e Sommacampagna, ordinare a Sonnaz di fare ogni sforzo perricongiungersi a lui, e con tutte queste forze riunite aspettare la battaglia. La quale poteva portare compiuta vittoria alle armi italiane, e invece non fu che un’estrema e deplorabile testimonianza, che quanto Radetzky sapeva trar vantaggio degli errori di Carlo Alberto, altrettanto questi nessun utile traeva degli errori del maresciallo. Affidato principalmente a’ consigli del general Bava, stimò di provvedere ottimamente attaccando con una porzione delle sue forze, cioè con poco più di ventimila uomini, il sinistro fianco de’ nemici. In tutta questa guerra infelice si notò che mentre Carlo Alberto aveva un esercito pari e forse superiore di numero a quello di Radetzky, non vi fa combattimento in cui non si trovasse a fronte del nemico con forze di gran lunga inferiori; e ciò per non sapere mai provvedere agli opportuni e pronti raccozzamenti delle sue milizie. Il non aver voluto levare l'assedio da Peschiera, fa cagione che a Goito non ebbe i possibili vantaggi. Il non averlo voluto levare da Mantova lo fece perdere a Val leggio, e a Custoza, mentre poteva vincere.

Il caldo era grande, sì che parea che l’aria ardesse. I soldati sfiniti e boccheggianti, cadevano. Non acqua, non cibo li ristorava. Tardi e mezzi morti, si raccoglievano a Villafranca, dov’era il re, e dove le disposizioni della giornata si facevano. Le quali erano di assalire colle brigate delle Guardie, Cuneo, e Piemonte, le posture di Custosa, vai di Staffalo, Berettara, e Sommacampagna; mentre la brigata Aosta doveva in Aquarda starsi alla riscossa, e guardare la strada di Valleggio. Il re e i figliuoli cavalcarono innanzi. Le brigate delle Guardie e di Cuneo comandate dal duca di Genova, assaltarono i colli di Berettara e di Mondatore. La terza guidata dallo stesso duca di Genova si scagliò sul nemico accampato nel piano a qualche distanza da Sommacampagna. Alla quarta ora dopo il mezzo dì la battaglia divenne grande e generale. Si combatteva dalle due parti con pari asprezza, numero ineguale, essendo le forze austriache maggiori delle piemontesi La vittoria apparsa incerta in fino al cominciare della notte, ebbero ultimamente i nostri, che non raffrenati dalle difficoltà del terreno, e dal folgorare delle artiglierie tedesche, combattendo furiosamente acquistarono prima i colli, e poi nel piano presero colla punta degli archibugi la grossa terra di Sommacampagna. Ritiraronsi gli Austriaci da ogni banda verso la terra di Oliosi, quasi in piena rotta. Perirono due insegne, quarantasei graduati, millesettecento soldati. Le perdite de’ Piemontesi non furono molte né gravi.

Ma perché la vittoria in vai di Staffalo, fosse stata compiuta e fruttifera, doveva il general Bava correre rattamente colle genti destinate alla riscossa, ad impossessarsi della terra di Valleggio, che era il punto di mira a que’ movimenti: la quale avrebbe potuto con facilità acquistare, essendo che gli Austriaci vi si trovavano in piccole forze, come quelli che marciando innanzi, ignoravano il rapido ingrossare de’ Piemontesi alle loro spalle. Ma i nostri rimasero fermi sino alla dimane, ritenuti dalla oscurità della notte già avanzata, e mostrarono coll’essere la mattina entrati assai tardi in campo, quanto nelle battaglie sieno dannosi i più lievi indugi.

Il giorno appresso (26 luglio) l’impresa, a cui Carlo Alberto, rincorato forse troppo dalle cose del dì innanzi, volgeva i suoi pensieri, era di ripigliare Valleggio, per rappiccare le comunicazioni col secondo corpo del suo esercito, e seguitando vigorosamente il nemico, prenderlo nel mezzo. Le quali intenzioni conosciuto Radetzky, aveva nella notte stessa provveduto a raccogliere le maggiori forze ch'ei poteva, affine di trovarsi gagliardissimo contro al nemico, credendolo più valido che non era, mentre Carlo Alberto credeva il maresciallo più debole. Inganno giovevole all’uno, dannosissimo all’altro: perché nel tempo che Radetzky mise in ischiera circa settantamila uomini, togliendone, non senza pericolo, una porzione al presidio di Verona, il re si trovò con forze minori del bisogno, lasciando che le legioni di Ferrerò e di Perrone se ne stessero inutilmente ne’ paduli mantovani, ed altra porzione delle sue genti nelle vicinità di Goito, mentre le sorti d’Italia si decidevano fra Custoza e Valleggio. Gli ordini del re erano: che i duchi di Savoia e di Genova movendo da Custoza e da Sommacampagna con marciate oblique su’ fianchi del nemico, dovessero avanzarsi contro Valleggio dalla sinistra del Mincio; dovessero dalla destra sostenere 1assalto il general Sonnaz, venendo da Volta; mentre egli da Villafranca colla brigata Aosta sarebbe venuto a compire la battaglia, lasciando il diciassettesimo per riscossa a Roverbella. Radetzky ordinò, che la schiera comandata da Wratislaw formasse l’ala diritta con una legione a Borghetto e Valleggio, e 1’altra a Si Zeno e Fornelli; a manca la legione del general d’Aspre si allungasse fra Custoza e Sommacampagna fino alla vicinità di San Giorgio; il centro fosse a San Rocco e Oliosi: per riscossa stessero le genti comandate dal general de' Thum, presso Castelnuovo.

Il campeggiamento di Valleggio, che avrebbe dovuto essere pronto e gagliardissimo, fu secondo il solito, tardo e molle dalla parte dei Piemontesi; perché tanto Sonnaz quanto il duca di Savoia, avendo le loro genti spossate e mancanti di vettovaglie, o anche non ricevendo a tempo e con esattezza gli ordini, non si trovarono all’ora dell’assalto: quantunque Sonnaz sia meno da scusare, avendo avuto più di dodici ore di riposo, per rinfrancare le sue genti; e in oltre avendo potuto ancor meglio del re calcolare le forze del nemico, non doveva ignorare di quanta importanza fosse il riprendere subito Valleggio. La mancanza adunque di Sonnaz, e quella tutta involontaria del duca di Savoia, rendendo inoperosa l’ala destra, e quindi anco il centro, fu di grande utile a Radetzky, che ebbe il tempo di far giungere le sue genti più lontane, non ostante l’ardor grande del sole, che assai uomini dell’uno e l’altro esercito faceva morire. Combattevano quanto valorosamente altrettanto infruttuosamente i Piemontesi a Valleggio, sotto gli ordini del Bava, e colla presenza del re, mentre gli Austriaci aumentati immensamente di numero, movevano assai più gagliarda e fruttuosa battaglia a Custoza e a Sommacampagna, dove erano i due giovani principi; i quali per fermezza e coraggio, quel maggiore onore che in battaglia si può, acquistarono. Il duca di Genova con appena quattromila uomini, raccolti a Berettara, per tre volte ributtò il nemico, che forte di ventimila uomini, comandati dallo stesso Radetzky, tornò sempre a caricarlo, e potè reggersi fino alla sera. Il duca di Savoia, che aveva più genti, s’impadronì con una brigata di alcune alture prossime a Valleggio, e fu quasi sul punto di entrare in quella terra, nel tempo che con un’altra brigata difendeva intrepidamente il luogo diCustoza. E se il general Bava e il re, in cambio di ostinarsi a campeggiare con poche forze Valleggio, avessero adoperato gli uomini della riscossa in aiuto dei due principi, che incessantemente domandavano soccorso, forse le loro prodezze non sarebbono riuscite vane. Accadeva che mentre i Piemontesi erano sempre gli stessi al combattimento, Radetzky rinfrescava le schiere con sempre nuove genti; e gran cosa per i primi fu l’aver durato undici ore, mentre per l’esercito austriaco fu assai lieve prodezza l’aver vinto: aggiungendosi al minor numero de’ nostri il digiuno, che sotto quell’ardente sole li faceva stramazzare e chiedere piuttosto di essere uccisi, che dover andare più innanzi. Mi si arricciano i capelli a pensare che l’esercito italiano, in casa propria, nel cuor della Lombardia, quasi ixr deserti o terra di nemici, periva meno per ferro che per mancanza di viveri, abbondevoli allo straniero.» Se fosse più improvvedenza de’ capi dell’esercito 3ardo, o per crudeltà avara de’ nemici d’Italia, non so: ma è certo che né lingua né penna può rendere a’ posteri credibile quest’ultimo vituperio. Essendo dunque i Piemontesi pochi, trafelati, affamati, sfiduciati; gli Austriaci numerosissimi, vigorosi, vettovagliati, fu comandato da tutte le parti la ritirata a Villafranca; la quale, se il nemico avesse fatto ciò che le smisurate sue forze gli consentivano, poteva riescire infortunio più grande della sconfitta; e invece abbastanza ordinata e senza memorabili danni si effettuò: notandosi perdite maggiori ne’ vincitori che ne’ vinti; dacché i primi annoverarono fra morti e piagati circa duemila uomini, e mille e cinquecento i secondi. Si notò pure, che dalla parte degli Austriaci, il maggiore eccidio fu ne’ graduati, che perirono con immensa sproporzione, forse per lo bisogno che. avevano di accendere col loro esempio il tardo e macchinale procedere de’ soldati.

Dopo la battaglia di Custoza, chiarissi l’indole dei due eserciti. L’averla vinta gli Austriaci non era in sé stessa maggior vittoria che quella riportata da’ Piemontesi due mesi addietro a Goito. E tuttavia quel disastro non prostrò la inflessibile natura tedesca, né sciolse quella tenace disciplina;

laddove la disgrazia di Custoza scorò per modo le genti nostre, che la debole disciplina non fu più sufficiente a reggerle. Pure, non ostante l’abbandono, alcune altre prove di valore infelice fece il nostro esercito, degne di memoria. Non istallandosi il re sicuro a Villafranca, ordinò di ritirarsi a Goito. Ritirata assai difficile ad eseguire, dovendosi passare fra Valleggio e Mantova, assai dappresso al nemico; il quale se avesse voluto impedirla, e rompere del tutto l’esercito piemontese, avrebbe potuto facilmente, trovandosi con milizie fresche, abbondanti, e vincitrici. Fu questo un altro errore di Radetzky, che gli avrebbe potuto far perdere a un tratto il frutto de’ successi di quattro giorni, se i cieli non avessero ornai decretata la rovina d’Italia. La partenza da Villafranca cominciò a mezza notte; prima i prigioni e i feriti con dietro tutte le bagaglie, sotto la scorta di due squadroni di piemontesi e d’una brigata di toscani; poscia per vie diverse il resto dell’esercito: più tardi il retroguardo, comandato dal duca di Genova, il solo ad essere attaccato da alcuni ulani che furono respinti. Passato il Mincio, e raccozzatisi tutti a Goito nel miglior ordine possibile, fu grande la maraviglia di trovarvi il general Sonnaz, giuntovi col suo corpo dopo avere abbandonato il forte luogo di Volta. Allegava un ordine scrittogli a matita e mandatogli durante la battaglia di Custoza. Furono dal re interrogati i generali Salasco Bava, i quali, stringendosi nelle spalle, protestarono di non saperne nulla. Tanta era la confusione ne’ comandi. Che si divulgassero quindi opinioni di tradimento, non dee far maraviglia. Se non tradiva il re, tradivano i generali: e se nessuno tradiva, la incredibile grandezza degli errori, faceva sospettare di tradigione.

Il re ordinò subito a Sonnaz di andare a riprendere Volta: dove giù la legione del general d’Aspre, formante l’aia sinistra degli Austriaci, era arrivata. Assalita nuovamente da’ Piemontesi, benché a ora tarda, fu con incredibile sforzo di valore riacquistata. Ma gli Austriaci che n’uscivano, ricevendo da ogni parte nuovi e grossi rinforzi, rappiccarono la zuffa, che fra le tenebre della notte riesci la più aspra e sanguinosa di quante ve n ebbe in quella guerra. Nessuna lode sarebbe uguale al valore mostrato da’ Piemontesi, che senza cibo da molte ore, mettevansi in ginocchio per ingannare la debolezza del corpo, né a’ graduati chiedevano pane o ritirata, ma munizioni; e queste pure mancavano. Onde Sonnaz, veggendo che non si poteva fare più lunga resistenza, fece ritirare a Cerlengo, senza che l’aver ripreso Volta recasse alcun vantaggio all’esercito nostro, destinato o vincitore o vinto, a perire dalla fame e dalla fatica. Trovo che i terrazzani e campagnuoli fuggivano dalle case, dopo aver nascosto le vettovaglie, e fino rotto le corde da’ pozzi, per non fare attingere acqua. Barbarie che vorrei fosse menzogna per minor obbrobrio di questa nostra razza; da mostrare quanto fosse vero che le moltitudini delle campagne lombarde desiderassero di levare il collo dal giogo straniero. Principalmente i preti, adoperati con più frutto dopo l’enciclica del papa del 29 aprile, avevano messo ne’ campagnuoli odio e paura per quella guerra; e la paura aumentando colle tedesche vittorie, li rendeva crudeli co’ loro fratelli: tale essendo il genio delle moltitudini guaste da servitù, non amare né desiderare che chi vince. Meno esplicabile colpa era de’ provveditori dell’esercito. Il secolo mercantesco vuole che in ogni impresa entrino mercatanti. I rettori di Lombardia, che avevano l’obligo di vettovagliare l'esercito, ne avevano conferito l’appalto alla ragione piemontese de' Santi: la quale non potrei dire se facesse l’obligo suo. In una relazione scritta dal comitato milanese di publica difesa, è affermato che fatte le debite verificazioni dopo le giornate infelici dèi 23,24 e 25 a Sommacampagna, Villafranca e Custoza, si trovò i magazzini piuttosto riboccare che mancare di viveri, e il non essersene fatta distribuzione a’ soldati, doversi ascrivere a’ mal diretti movimenti dell’esercito stesso. Non è facile conoscere da qual parte fosse la maggior colpa dell’atroce misfatto, e se più fosse malizia o incuria. È certo che i viveri mancarono; il rappresentante del governo di Milano, che era al campo, fuggì: seguillo il commessario dello stesso governo; gli abbondanzieri ancor essi s’involarono.

Fatto consiglio, fu risoluto che non potendosi proseguire più innanzi la guerra per mancanza di ristoro e di munizioni, si dovesse impetrare una sospensione di armi. I generali Bes e Rossi col colonnello La Marmora, furono mandati ambasciatori al maresciallo Radetzky; il quale richiese: a che l'esercito del re si ritirasse oltre l’Adda: rendesse Venezia, Peschiera, Pizzighettone, e la Rocca d’Anfo; sgombrasse i ducati, restituisse la maggior parte de’ graduati prigioni, dando tempo ad accettare poche ore.» Queste condizioni comunicate al re, chiamò subito intorno a sé i capi, e così loro favellò: «Io non vi ho adunati per discutere patti che ci oltraggiano: meglio è morire colle spade in mano, che lasciarci svergognare: solo, voglio sapere da voi quel che sia da fare.» Nessuno contraddisse al magnanimo proponimento, e la risposta fatta a Radetzky fu: «non potersi accettare simili condizioni.» Intanto i due eserciti si mettevano a ordine per nuova battaglia. Il re, levato il campo da Goito, dirigevasi verso Cremona. a' soldati indirizzava parole di militare fierezza; poscia a’ popoli italiani si volgeva sciamando: «armatevi e al pericolo provvedete col vigore che lo stesso pericolo aumenta ne’ forti petti; a cui deve parere più tollerabile la morte che l’avvilimento di tornare sotto il giogo nemico. L’esercito, retto da amor di patria fra dolori e sventure, è pronto a dare quanto ancora gli avanza di sangue. Iddio aiuterà la difesa della santa causa, a cui la vita mia e quella de’ miei figliuoli è consacrata.» Eccitamenti nobilissimi, che nessuno effetto producevano o per essere tardivi, o per la ignavia di questa Italia. La quale non senza potente cagione, in tanti secoli, con tanti sforzi, è rimasa sempre divisa e schiava. Aveva ancora Cario Alberto più di cinquanta mila uomini: i quali avrebbero potuto far testa al nemico verso il Mincio, se lo scoramento non fosse stato al colmo. In quella ritirata vedevansi innanzi turbe di soldati, abbattute, sfinite, fameliche, scompigliate. Molti si lasciavano cascare ne’ fossi, o si distendevano lungo la via, quasi aspettassero che le lancio nemiche li liberassero da tanto martòro. Mai non fu veduto esercito entrato in campo con tanta baldanza, uscirne più prostrato: e la prostrazione non era meno negli animi che ne’ corpi, parendo tante fatiche e coraggio inutilmente gittati.

Le triste nuove della guerra volarono nelle città. Ecco i ministeri, i parlamenti, i ritrovi, i comitati, i giornali, tutta la turba ciarliera agitarsi, correre, domandare, piangere, gridare, proporre, consigliare. Ma non cittadini in massa andavano a scriversi per rinfrescare la guerra; non ricchezze private si mettevano a disposizione del publico, finché ne abbisognasse all'approvvigionamento di nuovi eserciti. Avevamo cotanto rammentato i fatti de' nostri avi, e venuto il tempo d’imitarli, ci mostravamo uomini di questa età, desiderosa di ciò che non sa volere; e ripetendo con quanto ne avevamo in gola, che la patria era in pericolo, mancava voglia e ‘potere di salvarla. V’ebbe un momento che fu vaghezza o moda fare il cittadinesco o liberale, come dicevasi; e si videro giovani dati al sonno, alla gola, e a tutte le lascivie della carne, a un tratto mostrarsi desiosi di patria e di libertà, e correre volenterosi a scriversi sotto le italiane insegne. Sopraggiunti i rovesci, passata la foga, tornarono a’ femminili diletti; né valse stimolo a raccenderli, ecclissando la propria ignavia nell’universale disordine. È duro ascoltare queste rampogne; e più duro il farle: amaro frutto a chi si é tolto il misero carico di scrivere la presente istoria. Veniamo a’ particolari.

In Torino, le assemblee adunatesi in fretta, e sopite per un momento le inimicizie interne, dichiaravano i ministri del re investiti, durante la guerra, di tutti poteri legislativi ed esecutivi, per provvedere alla difesa della patria. Nel tempo stesso sospendevano le loro adunanze: invitavano la milizia civile a fornire cinquantasei coorti di seicento uomini l’una per guardia delle fortezze, frontiere, e coste dello stato: creavano novello debito di 12 milioni di lire, sodato su’ beni dell’ordine mauriziano: ordinavano una descrizione straordinaria di soldati, o leva in massa, come oggi dicono. Leggi ed eccitamenti non ‘ mancavano. S’ingiunse a’ parrochi perché lo scriversi alle insegne caldeggiassero coll’autorità della religione. Magnifici e infuocati discorsi all’esercito e al popolo furono diretti: voci generose da ogni banda suonarono: quella di prima morire che cedere al nemico, fu ripetuta da più d’uno. Ma come i fatti non corrispondevano alla grandezza del bisogno, e alla imaginazione degli eccitatori, se ne faceva lamento inutile ne’ giornali; accusandosi la dappocaggine de’ reggitori e la noncuranza de’ popoli. Quindi ogni opera sfumava in parole, discussioni, proposte, commessioni, editti. E in mezzo alla vanità de’ rimedi, accrescevasi il dolore publico, che né pur la quiete interna si mantenesse. Conciossiaché paresse l’antico magistrato sopra la sicurezza de’ cittadini insufficiente a frenare i tumulti e i delitti, fu istituito un consiglio de’ migliori cittadini, perché, valendosi della milizia civile, e dell’arma de’ carabinieri, provvedesse ad assicurare le persone e le sostanze de’ cittadini.

Gl’infausti annunzi della guerra commovevano altresì Roma e Toscana. Depostosi il ministero romano, come più sopra fa detto, non erasi trovato modo di ricomporlo. Ciò aveva rendalo il governo più debole, e quindi meno atto a’ provvedimenti di publica sicurtà. Stava la città incerta di sé, e come nelle grandi paure e ire, variamente sospettosa. I tumulti si succedevano l’uno più grande dell’altro. Le macchinazioni della corte si scoprivano ogni dì meglio, o si credevano. Nessuna 0 poca libertà era nel parlamento, che deliberava fra gli applausi o garriti popolari: e le deliberazioni tanto menò autorevoli riuscivano, quanto che parevano conformate alle momentanee opinioni della moltitudine spettatrice. Le congreghe popolari indirizzavano al presidente dell’assemblea dei deputati una domanda, che si dichiarasse la patria in periglio, armassesi il popolo, all’imperadore la guerra si bandisse. Il presidente Sereni, uomo di placidi costumi, e non atto all’ufficio di reggere assemblee in quelle tempeste, voleva mettere, come è uso, in esame la proposta straordinaria. Fu interrotto e subitamente gridato che senza esamina si deliberasse. In questo, udissi dalla sottoposta piazza uno schiamazzo e fremito di plebe, che chiedeva armi, e gli atrii, scale e logge del palazzo empiva tumultuando. Fu sospesa 1 adunanza, finché, allenato il tumulto, tornarono i deputati a disputare. Eccoti lo Sterbini con voce alta e commossa: «cose gravi e paurose dovere annunziare: la città andare sossopra: doversi al popolo satisfare.» Il duca di Rignano, ministro sopra la guerra, aggiungeva: «parte della guardia de' cittadini, con moto sedizioso, aver tentato di occupare le porte e Castelsantangelo; ma a’ rettori essere riuscito d’impedire.» Allora i deputati dichiaratisi permanenti, fanno cercare del ministro Galletti che soprintendeva alla sicurezza publica. Questi giunge, scusa la guardia, scusa il popolo, giustifica le loro voglie e domande; n’è rimbeccato e contraddetto: le tribune vie più schiamazzano; secondano i deputati più rumorosi. Grande è la confusione; in mezzo alla quale parve il minor male sciogliere l’adunanza.

Il giorno appresso né pure fu quiete. ché la deposizione de’ ministri non riteneva d’interrogarli, accusarli, vituperarli. Erano chiamati quanto pronti a sciogliere l’esercito, altrettanto pigri a ricomporlo; quanto facili a parlare di patria, altrettanto restii a salvarla; quanto lamentatori degl’infortunii della guerra, altrettanto manchevoli a ripararli. Uno de’ rimproveri più vivi era di aver eletto a fare provvisioni di difesa il general Durando: il cui nome, due mesi fa messo in cielo dai popolo romano, allora gittavano nel fango, tassandolo di traditore. Il Mamiani pressato da tante querele ingiuste, fece nuova diceria nel parlamento per discolpare se e i colleghi: e più chiaro disse quel che infino allora per vana prudenza aveva dissimulato: «non essere lasciato al ministero né pure un terzo di quel potere, che ne’ paesi retti con costituzione suol avere: accennando al pontefice che a qualunque proposta negava assentimento.» Fu applaudito: e non bastò a chetare le male lingue; essendosi levato il deputato Orioli a ribadire le accuse, aggiungendone altre più invereconde, che fin mossero l’ira delle tribune popolari, quantunque al ministero non favorevoli. Altre discussioni si fecero. Dichiarazioni intorno alle pratiche di lega fra gli stati italiani si ebbero. Calmavasi la tempesta, e poi novellamente tornava a infuriare.

Non si voleva più il ministero del Mamiani, e si temeva del successore, conoscendosi che era stato dal papa invitato il conte Pellegrino Rossi, allora odiatissimo, per essere tenuto partigiano del già re Luigi Filippo. Grande, e non ultima delle nostre sventure, che quell’uomo, senza fallo, il più acconcio per dottrina e sperienza a fare il bene di Roma e d’Italia, rendesselo discaro all’universale l’aver servito un principe, cui allora tutti i mali d’Europa si riferivano. Ancora vogliono che i suoi modi piuttosto alteri, e qualche volta beffardi, il mettessero in disgrazia del volgo, che ama o odia senza buone ragioni. Trovo scritto, ch'ei da prima ricusasse di secondare l’invito, allegando che gli sarebbe mancata la grazia sì del popolo e sì della corte: di quello, per non conoscerlo bene: di questa, per saperlo non amico alle soperchierie chericali. Il chiaro uomo non s’apponeva al falso; ma pregato e dagli amici e da’ nemici della libertà, provò di comporre il nuovo ministerio, e non riesci, per essersi rifiutati alcuni uomini ch'ei desiderava consorti, e per aver trovato il papa, secondo il suo solito, ondeggiante.

La condizione di Roma diveniva ogni ora più grave. I deputati qualunque volta si adunavano, credevano di vedere nei seggi del governo i ministri nuovi, e trovavano sempre i medesimi: che addolorati, offesi, sfiduciati, mostravano nel volto, negli atti, e nella voce, l’agonia d’una potenza che veniva meno. E tuttavia i più impronti non si restavano di tempestare quei quasi cadaveri, protestanti che non potevano più assumere alcuna malleveria di atti publici, eccetto quella momentanea di sicurezza interna. Pericolosa e provocata confessione, che metteva il principe in aperto conflitto co’ rappresentanti della nazione. Si quistionava sempre de’ provvedimenti per la guerra. Ripiovevano le rampogne contro il ministero, che non avea fatto nulla, e doveva far tutto. Da capo il Mamiani salito in tribuna fra dolore e sdegno cerca difendersi, terminando con queste parole: «Oh si vergognino una volta le anime generose e gentili d’inveire contro un cadavere:» le quali sì commossero, che l'assemblea deliberò di aggiornare il parlamento finché un ministero, che si fosse dichiarato mallevadore, non fosse stato eletto. E poiché tornavano le solite voci, che il conte Rossi avesse avuto nuova commessione di comporlo, tornavasi altresì ne’ giornali e nelle combriccole a fare inquisizione e reprovazione delle dottrine di lui: e innuzzolire i ciechi odii della moltitudine. Trovo, che il deputato Sterbini, presenti altri deputati, rompesse in queste parole: se l’antico di Guizot osasse comparir ministro in parlamento, sarebbe lapidato. Messo alle strette il pontefice di crear pure un ministerio, e temendo che la elezione del Rossi, di cui sentiva tanto dir male, non recasse allora qualche gran turbamento, fu sud mal grado novellamente forzato a pregare il Mamiani, perché egli stesso provvedesse alla bisogna. Ogni altro uomo avrebbe rifiutato dopo la esperienza fatta. Il Mamiani accettò, e non fu più fortunato di pria: essendosi raccozzato co’ medesimi uomini, salvo che il ministro sopra la guerra Doria, fu col conte Campello da Spoleto scambiato. E presentatosi di nuovo all’assemblea, fece nuove scusazioni, nuove discolpe, nuovi dichiaramenti, nuove promesse; assicurando più particolarmente che avrebbe dato opera sollecita alla formazione della lega, o almeno a stringere senza indugio con Carlo Alberto un convegno, pel quale non fosse più da temere e per le romane milizie e per le romane frontiere.

Ma le parole non valevano a calmare gli umori, già da tante e diverse cause commossi. Chetate per poco le assemblee, più vivi ricominciarono i contrasti. In mezzo a’ quali giungevano le nuove del campo: da prima liete; poi incerte; finalmente calamitose; e per questa vicenda accrebbesi la publica turbazione. Gli animi aperti alla gioia, essendosi annunziata una gran vittoria riportata da Carlo Alberto il dì 24, si compongono a gran lutto nell’udire l’esercito italiano ritirato a Goito. Adunasi in fretta il parlamento. Si delibera di mandare una supplica al pontefice, perché, mosso dalle sventure della patria, volesse stendere di nuovo la mano per salvarla: aiutando e favoreggiando la guerra coll’ordinare nuove e più vaste descrizioni di soldati. Nel medesimo tempo il popolo raccolto per le piazze e per le vie, chiedendosi l’un l’altro le novelle, e come fa lontana fama, rendendosele ancor più paurose e contrarie, agita vasi tutto; né mancavano d’intramettersi i soliti trafficatori delle calamità publiche per tirarlo negli eccessi. Circondano gli oratori che vanno al Quirinale: aspettano in piazza, per conoscere le risposte: le quali non piacendo, si levano voci ingiuriose. Il presidente dell’assemblea offeso, abbandona il seggio e Roma. Gli altri deputati, fatto adunanza, ascoltano le risposte del pontefice, vacue e generali come per l’ordinario. «Non disapprovare le domande; le quali per altro sembrargli molto gravi e meritevoli di esame. Essergli a cuore la salute d’Italia; ma doversi pure con ponderazione e con senno procedere ne’ provvedimenti.» Ridotte subito a forma di leggi le cose significate ai pontefice da’ consigli deliberanti, vengono discusse e vinte senza indugio. Si risolve pure d’indirizzare preghiera a tutti i parlamenti italiani, stimolandoli a collegarsi insieme e provvedere d’accordo alla salute e libertà d’Italia.

Fra tanto il raffazzonato governo romano nuovamente e per sempre si disfaceva. Ritiravasi il conte Mamiani, con fama odiosissima al pontefice. Né pareva agevole trovare chi al penoso incarico di comporre novello e gradito ministero volesse sobbarcarsi, quando quel quasi interregno diveniva maggiormente pericoloso; conciossiaché la costernazione minacciasse di cangiarsi in ribellione. Pio IX era sì confuso che più non sapeva a quali uomini commettersi. Parlava, secondo il consueto, lusinghiero a’ vaghi di libertà, e quindi faceva a modo degli avversari: la qual vicenda rompeva o rendeva fallaci tutti i proponimenti. Credevasi di aver trovato 1 accordo, e poi a un tratto ritirate o modificate le concessioni, si rimaneva come se nulla fosse stato fatto. Condizione sopra tutte pericolosissima: nulla conducendo i popoli a perdere pazienza quanto io stare di continuo in sull’inganno. Chi deplora i fatti del novembre successivo, pensi che furono conseguenza dell’essersi provato vano ogni ordinamento di libertà ne’ mesi antecedenti; in cui vennesi a tale, che più non si aveva fiducia di alcuno: più non si credeva ad alcuna cosa: quasi parevano giusti gli eccessi, inevitabile il precipizio; presagito dallo stesso Pellegrino Rossi, che non pensò allora ch'ei per prima vi sarebbe caduto, e dietro lui l’Italia. L’assemblea romana consumava le ore querelando mali senza rimedi, e rendendosi ludibrio al popolo che chiedeva quel che a nessuno era dato di fare. Stato unicamente favorevole a’ perturbatori e a chi nelle perturbazioni e ne’ delitti sperava il naufragio delle libertà. Imperocché quanto più era mestieri di provvedimenti gagliardi, tanto meno si potevano fare in quella prolungata vacuità de’ seggi ministeriali. Finalmente il papa chiamò in Roma il conte Eduardo Fabbri di Pesaro, perché in luogo del Mamiani desse il nome al nuovo ministero; il quale sotto la presidenza dello stesso cardinal Soglia si ricompose. Ma quanto più la intemerata canizie del Fabbri era pegno che non avrebbe desiderato che il bene dell’Italia, tanto più faceva increscere de’ pericoli che alla sua fama soprastavano; essendo che allora avrebbe fatto mala prova anche chi avesse avuto ingegno per natura, per uso e per età balioso al governare; non che uno, quanto ornato di ottime lettere, altrettanto di spirito debole e dagli anni affievolito. Rimasero de’ passati ministri il de' Rossi per la grazia e giustizia; il Campello per le 'armi, e il Galletti per la sicurezza interna: quasi uomo da star bene con tutti i ministeri, forse per lo favore che e godeva delle popolari congreghe; non iscompagnato (strana contraddizione) da un certo amore, che gli portava sempre Pio IX. Rettori nuovi, oltre il Fabbri (il quale doveva soprintendere all’amministrazione delle cose interne) furono il conte Lauro Lauri per la tesoreria; e pe’ lavori publici il conte Pietro Guarini; l’uno di Macerata, l’altro di Forlì, amendue più ragguardevoli per le loro buone azioni, e per certa cultura d’ingegno, che per alcuna esperienza di amministrare il publico. Ognuno compiangeva a questo ministero, giunto in sì mal ora; ed esso stesso mostrò di accorgersi della propria impotenza col presentarsi in parlamento, timido, incerto, atteggiato a mestizia; protestandosi di fare quel che i loro antecessori avevano replicatamente e inutilmente promesso.

Più o meno le stesse perturbazioni agli annunzi delle avversità del campo accaddero in Toscana. Il 30 luglio la città di Firenze fu piena di tumulto. Una bandiera tricolore velata di nero recavasi per le strade, con dietro turba di schiamazzanti: giù il ministero. I curiosi al solito s'affollano: si fa maggiore la calca: s’incamminano verso palazzo vecchio. Acquistano coraggio i più insolenti, incitati da un vagabondo nizzardo, che avendo provato sterili i lavori dello scemo intelletto, cercava ne' garbugli di trovar rimedio alla povertà. Costui, senza seguito, senza autorità; con nessuna fama o rea, cogliendo il destro dalla confusione, fattosi in mezzo, osò dichiarar cassa dal trono toscano la stirpe lorenese, e nominare alcuni uomini a costituire un governo temporaneo. Fu deriso, restando dubbio s'ei fosse più audace o più folle. Altra mano di gente da tafferugli correva alle carceri gridando la liberazione di alcuni, e bastò la guardia in quel luogo a rintuzzarla. Intanto da ogni parte si sonava a raccolta per chiamare i militi cittadini apprendere le armi. Pochi obbedirono, dicendo i più che non volevano andare a sostenere un ministerio che meritava cadere, quasi allora non si fosse trattato di difendere la quiete publica. Forse era segno di sfiducia ne’ rettori, o era anche negligenza colpevole; e dove tutta la guardia avrebbe dr leggieri disperso i tumultuanti,l'esserne venuto fuori un drappello, vie più gl’inanimì, e fece spargere che usciva per far violenza d’armi contro il popolo. Contr’essa tosto si levano voci vituperose. Una tanto careggiata istituzione volevasi rendere odiosa, e gittare semi di civile discordia. Si formano piccoli e frequenti raguni. Nessuno chiedeva la stessa cosa: chi proponeva un rimedio, e chi un altro. Pretesto al tumultuare erano per tutti le notizie della guerra, ma il fine era vario secondo le passioni e gl'interessi. In una sola opinione s’accordavano, nel volere mutato il ministerio, non perché altro ministerio avrebbe potuto in quelle strette far più e meglio, ma perché l'ambizione agitava gl'ingegni, ghiotti del comando. Ma orrenda pioggia, tuoni, saette e minaccio di cielo, fecero quello che non avevano fatto le guardie. Diradano gli abbottinati: sopraggiunse un corpo di cavalieri con drappelli di fanti, che si schierano nelle piazze, fra applausi e fischiate. Nessuno per altro ardiva venire alle mani, mancando, come avviene in città molle, più la forza che il desiderio alla guerra civile.

In questo, erano stati in fretta invitati i deputati a ragùnarsi straordinariamente; i quali raccolti in piccol numero e interrotti dalle tumultuarie grida del popolo assembrato nelle tribune, non poterono fare alcuna deliberazione. Verso sera tornano i sediziosi a turbare la città. Da capo fanno suonare a raccolta i capi della guardia cittadina. In ogni canto si raggruppa la gente; disputandosi qua e là con sentenza contraria. I turbolenti soffiano: i curiosi, che erano il maggior numero, colla presenza favoreggiano il tumulto; i paurosi col chiudere le botteghe e le case, accrescono la costernazione. In somma per l’audacia di pochi, la paura di molti, la fiacchezza di tutti poteva essere sanguinoso quel giorno; a cui non altro mancò che la quiete: tornata colla notte, dopo un bando del principe, che pregava i cittadini a tranquillarsi, pacificarsi, e attendere, immediati provvedimenti per la guerra. Nello stesso tempo i ministri andavano in corpo alla reggia per chiedere licenza, allegando che il loro reggimento non era più colla quiete publica conciliabile. Dolente il granduca di perdere consiglieri di sua fiducia, preveggendo le difficoltà di creare nuovo ministerio, stretto da crudele necessità, non avrebbe voluto accettare, e non sapeva rifiutare le loro rinunzie. Alla prim’ora del giorno 34 adunata in debito numero l’assemblea de' deputati, presentavansia lei i ministri, annunziavano la loro deposizione, promettevano di restare in governo finché non fossero stati eletti i successori, proponevano in via di urgenza alla loro approvazione due leggi, con una delle quali si toglieva dalla milizia civile un esercito di dieci mila uomini, liberi di scriversi, obbligati dopo scritti a servire diciotto mesi. Il qual provvedimento fatto parecchi mesi addietro, poteva essere utile: allora mancò tempo di metterlo in atto, e rimase, come tanti altri, scritto ne’ reali decreti. Per l’altra legge, si richiamavano sotto le insegne tutti quelli ohe avevano militato, purché l’età di quarant’anni non avessero passata, allettandoli con promessa di onori e di premii. L’assemblea approvava senza disputare queste leggi, e si scioglieva tranquillamente. Nello stesso tempo s’incarceravano i principali movitori del tumulto del giorno avanti. La guardia cittadina accorreva numerosa. Rinforzavansi gli alloggi. La faccia della città a poco a poco si rasserenava. E nel tempo che Firenze quietavasi, tumultuava Livorno, levando gli stessi gridi: se non che il tumulto livornese fu più breve, avendolo cessato la notizia, che i ministri si erano deposti.

Ora cominciano le difficoltà per la composizione del ministero nuovo. Secondo gli usi de’ paesi retti con costituzione il principe chiama al governo i capi della parte che nel parlamento ha combattuto e vinto il ministero antecedente: per lo che fu invitato il barone Bettino Ricasoli, ad accozzare ministero nuovo. Ma egli e i suoi consorti non riuscirono, mostrando ch'erano stati più valenti a far cadere che a creare il reggimento: imperocché nella prima opera furono secondati dai democratici; nella seconda, avevano nemici gli stessi democratici, e indifferente il publico; il quale non capiva la ragione della mutazione; sapendo il Ridolfi e il Ricasoli, e lor seguaci nei principii di governo rimesso e prudente consuonare. Onde nel semplice scambiamento di persone pareva manifestarsi piuttosto invidia e ambizione di comando, che indizio di governare più largo. Aggiungevasi altresì la paura di pigliare il timone dello stato in tempo sì burrascoso, e con tanti pericoli interni ed esterni; e fu veduto, cosa insolita, rifiutarsi da molti le patenti di ministri, profferite ad uomini di nessun conto, e da non aspettarsi mai quell’onore. Si venne a tale, che fuori dei più audaci, nessuno appetiva più quel che in sino allora era stato sì desiderato da tutti; succedendo all’ambizione la viltà.

Restavano dunque in seggio i ministri licenziati: e se prima non avevano avuto forza, molto più poi dovevano sentirsi manchevoli d’ogni vigore ad amministrare le cose publiche. Il Ridolfi, che più d’ogni altro provava il dolore di quello stato, come colui che dava il nome al ministero, tratto da alcune importune interrogazioni a disacerbarlo al cospetto dell’assemblea de’ deputati, fece un discorso confuso, da mostrare la commozione di chi salito al governo col favor popolare, mal tollerava discendere vilipeso; e poiché nel tumulto degli affetti d’ordinario la mente si smarrisce, parlò come la sua dignità non avrebbe consentito: confessando di cadere sotto il peso della publica condanna. Veramente la sua fine non poteva essere più compassionevole, essendosi condotto a non potere né pur temporalmente tenere il governo senza l’uso di poteri straordinarii, e come dicono eccezionali; i quali possono giovare in mano di chi è forte di autorità: tornano sempre a danno in chi a torto o a ragione ha nemico l’universale. Chiestili per tanto alle assemblee, fu lungamente dibattuto se erano o no da concederli. La publica necessità pareva consigliasse a non negarli; e d’altra parte pareva insana contraddizione il consentirli ad un ministerio, costretto a deporsi per non avere avuto appoggio nelle stesse assemblee. Le quali credettero di provvedere col mezzano temperamento di conferire i domandati poteri (cioè d’incarcerare per cauzione, sequestrare scritture pericolose, sciogliere adunanze, tumultuarie) sottoponendoli alla condizione che dovessero cessare nel termine di otto giorni. Questo voto, rivelando piuttosto sfiducia che fiducia, non aggiunse alcuna autorità a’ ministri temporanei i quali nessun oso fecero, e potevano fare delle facoltà ricevute: e in vece servì a togliere maggiormente alle assemblee la osservanza publica; romoreggiandosi ne’ cerchi e ne’ giornali «che non era quello il caso di conferire poteri eccezionali; era poi indegnità conferirli ad uomini, che due giorni innanzi dichiaravano di ritirarsi fra’ sibili della publica disapprovazione» Passarono gli otto giorni, e il provvedimento rimasto vano e a ludibrio, palesò la inutilità di averlo fatto. .

L’effetto prodotto in Napoli dalla fama degl’infortunii di Custoza fu quasi nullo e ristretto al solo parlamento. Il quale nello stesso giorno della infausta nuova si apparecchiava a discutere la risposta al discorso del re; onde fu pensiero di ogni deputato troncare le dispute, né altro voto esprimere, che nello interno la libertà concessa collo statuto rifiorisse, e fuori si cooperasse validamente alla cacciata dello straniero dall’Italia. Ma la prudenza che negli altri parlamenti italiani avrebbe forse giovato, nel napoletano tornava infruttifera. Gli oratori che andarono al principe a porgergli il detto voto a nome di tutta l'assemblea, né pure furono ricevuti: quasi indizio superbo che non si voleva più sapere né di assemblee né di costituzione. E non di meno quanto più il parlamento napoletano presentiva non lontano il suo fine, tanto più d’inutile coraggio s’afforzava: e se infìno allora aveva tentato qualche via di conciliazione co’ ministri, da indi innanzi procedette contro di essi a visiera tolta, e più a sfogo d’ira, che a studio di renderli migliori. Infierivano le interrogazioni, e più infierivano le risposte. I recenti casi di Calabria, la prolungata guerra co’ Siciliani, i continui abusi della forza armata somministravano materia abbondante e sdegnosa a’ richiami. Era il napoletano parlamento piuttosto una lotta infelice, che una discussione legislativa. Sfuggendo i ministri di proporre leggi, né l’assemblea ignorando il pericolo di farsi ella stessa proponitrice, in tale stato sentiva come venir meno una vita, che a stento prolungava.

Queste cose accadevano nello interno delle città per la fama degl’infortunii di Custoza; e di mano in mano ci accorgevamo di fallire a un’impresa che avevamo con tanta fidanza cominciata: come è genio di popoli di mezzana o decrepita civiltà, che di leggieri osano, e di leggieri si abbandonano, i nostri pensieri dirizzavansi al di là de’ monti, allettandoci, secondo il solito, la speranza che non dovesse mancare il soccorso de’ Francesi: che tutti allora invocavano: querelando Carlo Alberto che non s’affrettasse a farne richiesta formale. La presunzione, che Italia dovesse far da sé, era passata: succedendo fiducia più rea, e altre più volte tornata a nostro ludibrio. I più accoriti a volere che si domandasse l’aiuto francese, erano i democratici, sperando che vincendosi la guerra per opera di republicani, la sorte d’Italia dovesse menare a republica. E questa foga democratica faceva altresì andare arilento Carlo Alberto a chiamare i Francesi; ingannandosi non meno i popoli che il re: quelli sperando, e questo temendo soccorsi, che non venivano. Così da Milano fu spedito a Parigi in gran fretta il marchese Guerrieri con commessione di pregare la republica francese a mandare le sue genti in Lombardia in sostegno della pericolante fortuna degli Italiani: mentre Carlo Alberto, non risolvendosi ancora di fare una domanda formale, contentavasi di mandare il marchese Ricci, con ordine di esporre lo stato pericoloso delle cose d’Italia, e indagare le risoluzioni di quella republica, dove il re di Sardegna le domandasse soccorso per respingere gli Austriaci. Nessuno effetto sortirono queste diverse ambascerie, frastornate altresì dalla diplomazia inglese; cui dispiaceva sommamente un intervenimento Armato di Francesi in Italia. Vi ebbero colloqui e conferenze fra il ministro britanno lord Normanby, e il general Cavaignac: l’uno e l’altro costernati per le sopraddette domande; perché né i Francesi avevano intenzione d’intervenire, né gl’Inglesi desideravano che intervenissero; ché oltre alla vicendevole gelosia, temevano che ciò potesse condurre ad una guerra generale; da cui, più che da ogni altra cosa abboniva l’indole mercantesca dei primi: e non meno abbonivano i secondi, spaventati dalle interne sedizioni, che sotto quel fantasma orribile di socialismo e di comunismo pareva dovessero dalle fondamenta spiantare l’umana società. Quel che sarebbe nato se una general guerra si fosse accesa; e se i Francesi senza un Napoleone che li guidasse avrebbono avuto il vantaggio, non è facile il dire. Questo è certo che le solenni promesse fatte pochi mesi avanti per bocca del ministro Lamartine, non ebbero alcuno effetto: né mancarono scuse, proteste, tergiversazioni. Cominciarono a dire i giornali di Parigi: che gl’italiani avevano protestato di far da sé; che gli scrittori nostri avevano oltraggiata la nazione francese, chiamando il suo intervento pericoloso, dannoso, vergognoso. Il desiderarlo una fazione non dover bastare alla sua dignità. Né dovere per la brama di pochi una gran nazione dare il suo sangue, i suoi tesori, la sua gloria.

Egli è vero, che in alcuni diari nostri era stato sparlato de' Francesi; e in quella prima baldanza di voler fare da noi, era apparso indegno il liberarci dallo straniero col braccio di altro straniero. Ma dove pure fosse stato peccato il mostrarci avversi a desiderare i Francesi prima di esser certi di non averne bisogno, erano infine opinioni particolari di alcuni; manifestate allora imprudentemente colla stampa, da non doversene far carico a tutta la nazione; e oltre a ciò, dovevamo pur meritare alcuna scusa per le memorie del passato, che spaventevoli e sanguinose affacciandosi alla nostra mente, ci rappresentavano i Francesi portatori di stragi, di rapine, e di peggiore tirannide sotto nome di libertà.

Fra tanto le cose dette ne giornali parigini avevano gran potere sull’animo di quelli che reggevano. Il general Cavaignac rispondeva vario «Non poter riconoscere ne rettori temporanei di Milano facoltà di chiedere soccorsi francesi, essendo quello stato già trasfuso nel Piemonte: il re di Sardegna non avere ancora fatta una domanda diretta.» Pressando il bisogno, e venuta anche quella domanda, il Cavaignac allegava: «non essere ragione inviare un esercito sulla sola richiesta di Carlo Alberto; e doversi attendere che i popoli italiani dimostrino con solenni atti di volerlo.» E quando piovvero petizioni di comitati, di municipii, e di parlamenti, che in nome de’ popoli facevano istanza alla republica francese, fu detto, che senza domanda de' principi legittimi non si poteva acconsentire. E con queste risposte subdole, anzi derisorie, facevasi disegno di acquistar tempo, sì la diplomazia inglese avesse lo intento di ottenere una sospensione di guerra, e un rappiccamento di pratiche di pace, per le quali i Francesi non fossero costretti o d’intervenire armati, o di apparire violatori di fede data: tanto più essa diplomazia mostrandosi operosa, quanto che lo stesso Cavaignac la informava, che un movimento popolare in Parigi svegliato da comunanza di affetti, avrebbe potuto costringerlo a fare una spedizione di armati in Italia. E alcune tumultuazioni si fecero, ma di sì piccolo momento che a nulla riescirono. Ad altro tempo, e per altra causa era serbato alla republicanaFrancia d’intervenire in Italia, divenendo buone le ragioni che cattive allora sembravano.

Assunta per tanto da’ rettori inglese e francese l’opera di pacieri, s’accordavano nel fare le seguenti proposte: che fossero sospese le ostilità fra l’esercito austriaco e ’I piemontese, restando ciascuno in luogo da stabilirsi da’ rappresentanti delle potenze mediatrici: che l’imperadore facesse formale rinunziazione ad ogni sovranità sulla Lombardia; la quale in cambio dovesse caricarsi d’una metà del debito austriaco: che l’imperadore dovesse conservare la sovranità della Venezia, da costituirsi come l’Ungheria, con governo ed amministrazione propria: che i comuni fra la Lombardia e la Venezia fossero più o meno gli antichi, restando Mantova e Peschiera alla prima, Verona e Legnago alla seconda: che i beni privati dovessero rispettarsi, i confiscati restituirsi, perdonare le colpe di maestà.

Io non so se la corte d’Austria avrebbe allora accettata più la pace a questi patti. Carlo Alberto di certo non l’avrebbe ricusata; e gl’Italiani, che ne avrebbero fatto alto lamento, pure sarebbero stati bene avventurosi di ottenere per una prima prova di guerra il sopraddetto acquisto. Ma prima che le proposte de’ mediatori fossero comunicate, le cose del campo precipitarono al loro termine: conciossiaché giunto l’esercito piemontese sull’Adda, tutto conquassato, più per fame e scoramento, che per perdite di uomini e di arnesi: né rettosi sulla riva di questo fiume, che pur era luogo di gagliarda difesa, il miglior partito, e forse l'unico buono, era di passare il Po, e quivi fortificarsi per avere pronta e sicura ritirata oltre il Ticino. Ma secondo il solito, fu preso il peggiore dipartiti; quello di andare alla difesa di Milano: città fatta per essere facile acquisto di chi vince. Trovo che il general Bava consigliasse il re a passare per Piacenza e Pavia sulla riva destra del Po; ma il re interrompendolo, gridasse: «no no: voglio si corra al soccorso de' bravi milanesi, e si combatta insieme con loro i esercito nemico: la città, per guanto mi viene assicurato, e provveduta di viveri, e di munizioni di guerra: vi si fecero opere di difesa; noi le perfezioneremo, e la vittoria tornerà con esso noi. Era mosso Carlo Alberto più da ragione politica, che militare; parendogli con questa risoluzione di provare ai Lombardi, che non per sè, ma per loro aveva assunto quella guerra infelice. Ma come avviene negl’infortunii, ebbe il danno con l’accusa; e per bene intendere le cagioni dell’uno e dell’altra, è da riferire come si trovasse la città di Milano, quando l’esercito piemontese, ridotto a non più di venticinque mila uomini, sempre ritirandosi e infelicemente combattendo, arrivò alle sue porte.

Dopo le male nuove de’ fatti di Custoza e della precipitosa ritirata dell’esercito italiano, stimandosi la patria in periglio, fu creato un consiglio di tre, general Fanti, avvocato Restelli, e dottor Maestri, affinché raccogliendo in pochi tutti i poteri del governo, provvedessero efficacemente alla comune salvezza. I tre nominati erano republicani, e avversari a Carlo Alberto: il che mostra come in Milano col declinare la fortuna della guerra, iva sempre la parte republicana soprastando alla monarchica. Molti e generosi bandi furono fatti: si decretò un prestito forzato di 14 milioni da esigersi in varie riscossioni: altro decreto comandava che si fortificasse la riva dell’Adda, il contado e la città di Milano: con altro ordine s’invitavano uomini e donne a lavorare quelle che modernamente chiamansi cartuccie. Ordini e commessioni furono date altresì agli abbondanzieri per lo approvvigionamento dell’esercito e della città; e stringendo maggiormente il pericolo, fu comandato, che tutti gli uomini atti a marciare dagli anni 18 a’ 10 dovessero scriversi per la guerra, e tutte le armi de’ privati dovessero senza indugio consegnarsi per la difesa publica. Similmente il generale Zucchi, che dopo la capitolazione di Palmanova, erasi messo a’ servigi del governo di Milano, fu mandato con varie compagnie di milizia civile a sostegno della città di Brescia, sì dappresso minacciata. Ed essendo pure in que’ giorni tornato il Garibaldi; noto per le sue prodezze in America: soldato non d’arte, ma d’intrepidezza straordinaria, inabile a guerra ordinata, maestro di battaglie spicciolate e tumultuarie; anch’esso ricevuto sotto gli ordini del governo lombardo, fu mandato nella provincia bergamasca, con facoltà d’ingrossare le sue bande di altre genti. Ma nella esecuzione i sopraddetti disponimenti di difesa in gran parte fallivano, nel tempo che i precipizi del campo aumentavano la costernazione. Che l’oste piemontese non avesse potuto resistere sull’Oglio, non aveva fatto maraviglia, sapendosi come quella riva sia malagevole a difendere: ma grande stupore e sbigottimento fu vedere che quasi senza opporre resistenza, aveva abbandonata la riva del1’ Adda: la quale, avendo assai validi appoggi di difensione in Pizzighettone e Lodi, poteva essere tenuta per alcun tempo da’ nostri: e v’avea pure due delle migliori brigate con tre batterie e tre squadroni di cavalleria, che non impedirono al nemico di passare il fiume, e dividersi dal resto dell’esercito; per lo che furono costretti a ritirarsi a Piacenza. Tanta era la prostrazione ne’ Piemontesi. E in quella città pure eransi ritirate le genti toscane, anch’esse abbattute e menomate dopo i combattimenti intorno a Sommacampagna.

Intanto a Milano erano giunti i commessari del re, Olivieri, marchese di Montezemolo, e dottor Strigelli. I quali, il primo per le cose militari, il secondo per l’erario, e il terzo per la politica, dovevano assumere il governo di Lombardia, conforme era stato convenuto per la legge d’unione dei due stati. E poiché nel decreto del luogotenente del re, era detto che il prefato consiglio avesse potuto farsi aiutare dalle giunte e comitati, che infino allora avevano servito a’ bisogni della patria, furono pregati i membri del comitato della difesa publica a continuare nel loro ufficio: e com’ era da aspettare, fra’ due consigli s’accese subito gelosia e discordia, che aveva fomento nella stessa gara fra’ Lombardi e Piemontesi: divenuta più viva dacché gl’infortunii della guerra ribadivano i sospetti di tradimento. Il comitato di difesa avrebbe voluto eccitare il popolo a sollevarsi, sbarrare la città, rinnovare i fatti delle cinque giornate di marzo. I commessari regi avrebbono voluto procedere con ordinamenti di difesa regolare, e contraddicevano le risoluzioni del comitato, chiamandole pericolose per la costernazione che diffondevano, e inopportune con un esercito che marciava in difesa della città; nel tempo che il comitato accusava i commessari di adoperare perché non fosse apparecchiata valida resistenza al nemico. Si vituperavano e infiammavano da una parte e dall’altra; e fra tanto il nemico s’avvicinava alle porte, e faceva sentire agli abitanti il fragore de’ suoi cannoni. Allora il comitato di difesa, senza più sentire i commessari del re, fa sonare le campane a martello: i tamburi della milizia cittadina suonano ancor essi a raccolta: spandesi per ogni angolo della città la nuova del soprastante pericolo: si pon mano ad asserragliare le vie. Non mancò concorso e fervore di popolo, ma non fu quale nel mese di marzo. E chi si maravigliava che una città che aveva potuto con tanto impeto cacciare i nemici, non bastasse a impedire che vi tornassero, non considerava che mentre le divisioni e le parti avevano indebolite le forze del popolo, le vittorie avevano rinvigorito 1 esercito austriaco: onde, scambiate le qualità, questo tornava vincitore in paese discorde e sfiduciato: oltreché la perseveranza, propria degli eserciti, manca a’ popoli, tremendi ne’ primi commovimenti, cedevoli a’ contrasti prolungati, come quelli che privi d’una forza tenace, qual è la disciplina militare, di leggieri si scompigliano in fazioni, e si abbattono. E mentre la presenza dell’esercito piemontese avrebbe dovuto accrescere nerbo agli sforzi de’ Milanesi, produceva effetto contrario, o che la fidanza in quegli aiuti ritenesse i più dal1’ abbracciare disperata difesa, o che l’odio acceso contro a’ regi non li facesse correre ad accomunare quell’ultimo esperimento di salvezza. Mi trema la penna a scrivere quegli ultimi fatti, lacrimevoli e vituperosi: spettacolo infame d’intestina, più che di esterna guerra; presagio di novella e peggiore servitù. Il giorno 4 agosto ebbevi sotto le mura di Milano verso porta romana, un’aspra zuffa fra gli Austriaci, numerosi di circa trentacinquemila uomini, e i Piemontesi, che non erano più di venticinquemila. de’ Milanesi non v’erano che quattordici o quindici uomini, condotti fuori dal prode giovine, marcheseCastiglioni, non per utilità dell’impresa, ma perché quel piccolo saggio del valore lombardo dovesse maggiormente fare increscere la mancanza di maggiore sostegno. I Piemontesi dagli steccati formati nella strada maestra fecero lunga e gagliarda testa al nemico, che, vantaggiato dal suolo, dal numero, e dal vigore, che danno i prosperi successi, riesci finalmente a rompere le loro file, assaltare di fianco alcune coorti, e impadronirsi di vari pezzi di artiglierie. S’aggiunse dirotta pioggia con tuoni, saette, e furioso vento, a rendere peggiore la sorte de’ perdenti; e in quella, avvicinandosi la notte, non altro restava che di riparare nella città, e su’ bastioni fortificarsi per una nuova difesa nel giorno vegnente. Ciò fu con sufficiente ordine eseguito, nel tempo che il re, non mai ritrattosi da’ pericoli, entrava in Milano e prendeva albergo in casa Greppi.

Ora cominciano le dolenti qote, e la grande difficoltà di chi scrive la istoria per chiarire tutto il vero. I membri del comitato di difesa scrivevano sulla loro fede, che Milano era provveduta di munizioni e di viveri da bastare per otto giorni: più di centomila franchi essere in cassa, e quattro milioni altresì doversi riscuotere in quello stesso giorno: pronta alle armi tutta la milizia civile, co’ nuovi scritti e capitanati dal generale Zucchi; finalmente il popolo mostrarsi non pur disposto, anzi acceso di lasciarsi più tosto seppellire sotto le proprie case, che vedere di nuovo l’odiato viso degli Austriaci. Carlo Alberto e i suoi uffiziali attestavano dall’altra parte: che viveri e munizioni appena bastavano alla resistenza di ventiquattr’ore; l’erario era esausto; la milizia civile disordinata; il popolo languido e silenzioso; miseri e nulli gli apparecchi di difesa. Fu chiesto dal re di poter bruciare alcune case, che impedivano al di fuori la difesa de’ bastioni. Il comitato di difesa acconsentì, qual presagio di resistenza: la quale quasi subito fallita, infierirono i lamenti di quegl’inutili incendii. Io credo che il difendere lungamente Milano non sarebbe stato possibile; ma né pure era a quell’estremo di debolezza da potersi interamente giustificare le risoluzioni di Carlo Alberto. Il quale di certo non tradiva; forse non tradivano in quel momento nepure i capi dell esercito piemontese; ma tanto l’uno quanto gli altri, con quello incerto e contrario deliberare fecero luogo a molte apparenze di tradigione. Le quali non è maraviglia che divenissero certezza nella mente di uomini cotanto disposti ai falsi giudizi; conciossiaché all'albeggiare del dì 5, aspettandosi il principio della battaglia, fu invece saputo, che il re aveva chiamato intorno a se il corpo municipale per comunicargli eh ei, non volendo esporre la città al fuoco e ferro nemico con vana resistenza, aveva fatto richiedere di onorata capitolazione il maresciallo Radetzky, e questi erasi mostrato inclinato ad accettarla. Il municipio rispose, che fossero altresì informati il comitato di publica difesa e lo stato maggiore della milizia civile: i quali non poterono parlare col re, ma bensì parlarono co’ generali Olivieri, Salasco e Bava. v’ebbero discorsi, contrasti, male intelligenze. Gli uni dicevano che si poteva e doveva resistere, gli altri no; chi metteva innanzi l’onore, chi l’infamia; alcuni protestavano, altri minacciavano.

Fra tanto per le bocche del popolo andava la fama della proposta capitolazione, con dietro quella del tradimento. Comincia l’ammutinamento. Circondano il palazzo Greppi, dove abitava il re; serrano le vie che a quello conducono; alcune archibusate son tratte alle fenestre. Il tumulto si fa grande ogni ora più: sconce grida e urli da forsennati suonano intorno; e già sforzavano le porte, se la guardia cittadina con gagliarda e nobile opposizione non avesse impedito. Allora il municipio scrisse al re, che il popolo voleva ad ogni costo la difesa della città; e il re maggiormente in pericolo per la guerra di dentro che per quella di fuori, rispose e fece divulgare: che poiché i cittadini erano veramente decisi di seppellirsi sotto quelle mura, egli co' suoi figliuoli era presto a qualunque difesa, poco importandogli di farsi ammazzare piuttosto in un giorno, che in un altro. Questo bando eroico, prima fatto a voce, poi publicato per la stampa, fu accolto freddamente. Il sospetto erasi impadronito degli animi; i nemici di Carlo Alberto lo vociferavano per un altro inganno: chi credeva, e chi non credeva. Essendo stato mandato dal re a Radetzky il generaleOlivieri per disdire la capitolazione, dicevasi che aveva voluto andar solo, ricusando la compagnia dell’ingegnere Susani, per non aver testimoni del suo intendersi col maresciallo. Vedovasi pure, o si riferiva da mettitori di scandali, che mentre continuava il bruciamento delle case per colorire la fraude, principiavano le milizie a uscire della città, si sguarnivano i baluardi, tutto il campo era in volta per la partenza. E in questo contrasto di passioni cieche ed estreme, sfumava l’ardore della difesa, anco in quelli che più per essa avevano schiamazzato. Onde allo stesso municipio parve dovere egli stesso farsi proponitore di ciò che poche ore innanzi, tratto dalla furia popolare, aveva rifiutato di accettare. Il Podestà in compagnia colf arcivescovo andò al campo di Radetzky, per ottenere che la capitolazione fosse eseguita, chiedendo maggior tempo per quelli che volessero uscire della patria. Il che non appena si seppe, ricomincia la sedizione più furibonda di pria, quasi fosse destino che la guerra detta di nazione dovesse in guerra civile terminare. Ogni cosa empiesi di grida e di confusione. Atroci nuove si levano d’ogni banda: i serragli si rafforzano intorno al palagio Greppi. Gli stessi cocchi reali guastati e spogliati, servono d’ingombro. Dalla turba ingrossata de' curiosi, e mescolati buoni e ribaldi, chi per calmare, chi per istigare, s’alzano urli di morte a Carlo Alberto e a’ capi dell’esercito. Consigliavanlo alcuni a mostrarsi; ricusò, parendogli che ne andasse della sua dignità, per la certezza che le sue parole non avrebbero sedato il tumulto: e aspettava la notte perché, diradando l'assembramento, non dovesse adoperare le armi per aprirsi la via ad uscire della città. Similmente chiamò due de' principali sommovitori del popolo, perché adoperassero la loro autorità a farlo cedere a quella fatale necessità. Promisero, e tolsero essi stessi il carico di leggere in publico i capitoli della resa, i quali erano: che le persone e le sostanze sarebbono state rispettate; a chiunque avesse voluto uscire della città si davano ventiquattro ore di tempo alle milizie del re due giorni si concedevano per ritirarsi in Piemonte.

Certo di più non era da ottenere da un nemico, che se avesse voluto, avrebbe potuto tagliare a pezzi l’esercito piemontese, e impedirgli la ritirata al di là del Ticino. Il che Radetzky non fece o per paura o per generosità, l'una e l’altra sorgente da necessità di temperare la vittoria in quello scompaginamento di regni; o forse per troppa fretta di rientrare vincitore nella città, che l’aveva cacciato. Ma tuttavia il popolo milanese non si placava. Anzi più forte gridava, tradimento. Più colpi d’archibusi furono tratti mentre si leggeva la capitolazione; e non era laido oltraggio che al nome del re e dell’esercito non si facesse. Quei medesimi, che avevano mosso il tumulto, non sapevano più frenarlo. Veggendo il re tornar vano ogni mezzo per liberarsi di quell’assedio, chiamò alcune compagnie di fanti che sbrancarono la folla: di cui non rimasero che alcuni più arrabbiati, che seguitarono tiri contro le fenestre del palagio, provandosi di buttar giù la porta e appiccarvi il fuoco. Già alta sorgeva la notte; suonavano per alquanto ancora le campane a stormo; tratti di archibusi s’udivano qua e là; bruciavano da varie ore parecchie case fuori della città; dentro, non più tumulto, né quiete, ma terrore come nelle grandi calamità. Il re e i suoi a piè, accompagnati da genti in arme, e col favor delle tenebre uscivano del palagio, e meglio da fuggitivi che da principi, raggiungevano l’esercito fermo ne’ bastioni: avverandosi il presagio fatto da’ rettori viennesi, a lui soprastare ben più gravi pericoli che le armi austriache. A porta Vercellina ebbero altri assembramenti di popolo, per impedire novellamente l’uscita, e forse commettere l’eccesso che non aveano potuto fare nel palagio. Né mancarono archibusate al retroguardo, tratte dalle case, quasi guiderdone al soccorso arrecato da’ Piemontesi a’ fratelli lombardi. E quantunque non molti erano gli operatori di queste scelleratezze, pure, come avviene, ne acquistava infamia tutta la città, e serviva ad accendere implacabile odio fra’ due popoli, che poco innanzi si erano chiamati col nome di fratelli, e dopo si sarebbero divorati gli uni cogli altri. Cagion prima, e che sola sarebbe bastata, perché ogni altra prova successiva per far l’impresa di cacciare Io straniero, tornasse vana.

Alle rabbie civili successero spettacoli di grande pietà: e scoppiava il cuore vedere i soldati nostri uscire laceri, malati, cascanti; i forestieri tornarvi gai, vigorosi, superbi; e in massa cittadini abbandonare la città, chi lagrimosi colle famiglie, e chi più dolenti di non poterle trasportare. Madri che si traevano in collo teneri fanciulli; popolani ruvidi e scarsi di fortuna, che la prima volta il nativo tetto lasciavano. D’ogni età, sesso, e condizione fuggivano, cercando patria altrove, né aspettando il tempo conceduto dal nemico. Il quale trovò Milano quasi vuota, e in sì alta mestizia sprofondata, che dove pure avesse voluto usare le insolenze della vittoria, avrebbelo rattenuto quella squallida vista di città agonizzante. Meglio avvisò Radetzky di farsi provare vincitore offeso alle città dello stato romano, con una mostra di trionfo, che a un tempo mettesse il papa tanto più in discordia co’ suoi popoli, quanto che apparisse tollerante di quella improvvisa occupazione. Ne fu data commessione al general Welden, il quale, accompagnato da’ sanfedisti fuorusciti delle Romagne, fra’ quali il famoso Alpi, preceduto da bandi atroci e minacciosi a’ popoli, amichevoli e ossequiosi al pontefice, mettendo straordinario spavento nel contado, giunse fino alle porte di Rologna, annunziando al prolegato il suo ingresso nella città. Era prolegato temporalmente il conte Rianchetti, il quale, benché onorato e dignitoso uomo fosse, e amadore sincero della patria, pure a que’ primi annunzi di vincitor superbo e feroce si smarrì, e stimando che non era da fare proporzionata resistenza, o perché non molto fidasse nell’ardor popolesco, o per giudicare le forze di Welden maggiori che non erano, mandò oratori al generale austriaco, e nel tempo stesso il popolo esortava alla quiete, dissuadendolo dal mettersi a una difesa, che avrebbe prodotto lo sterminio della loro città, senza arrecare alcun vantaggio alla causa italiana.

Gridarono al solito di essere traditi: dissero indegno del suo grado e della patria il Bianchetti. In pari tempo gli stessi avvisi turbavano Roma. Dicevasi da alcuno, che senza consentimento del papa non sarebbesi Welden attentato di violare i confini del suo stato. Altri negavano, che il papa s’intendesse col generale austriaco; ed altri più semplici affermavano che nulla ora avrebbe più rattenuto Pio IX dal bandir guerra all’imperadore. Dubbio, timore, sdegno agitavano gli spiriti in mille modi. Una fiera tempesta suscitassi nel parlamenta romano. Il ministero annunziò che il pontefice aveva per mezzo del cardinal Soglia divulgato una protesta per l’oltraggio della violazione del territorio fatta dalle genti di Welden. Qualcuno de' deputati, messo giù buffa, gridò: egli è tempo di porre un termine a questa commedia. Le belle promesse e protestazioni sappiamo a che riescano. Io domanderò al ministero passatoci ministero presente, all’assemblea, alla città, a’ consigli del pontefice, e fino a chi siede in trono: siamo noi in guerrao in pace cogli Austriaci? Se io guardo all'enciclica del pontefice, all’editto di Welden, agli ostacoli posti al nostro armamento, alle umiliazioni sofferte da' nostri militi volontari, devo dire che la corte romana è in perfetta pace coll’imperadore: e guardando altresì al pacifico grado che tiene presso la corte di Vienna il nunzio apostolico, devo aggiungere, che segreti trattati stringono le due potenze. Ma se d’altra parte guardo al furore del nostro popolo contro l’abborrita tedesco; se miro gli apparecchi d’arme fatti dalla volontà sola de’ popoli; se considero le genti assoldate e i militi volontari phe hanno in Vicenza e Treviso sotto le insegne papali combattuto, e finalmente se pongo mente agli ordini del passata ministero, non solo di difesa interna, ma di portar l’armi oltre i confini dello stato, debbo dire che noi siamo in guerra coll’imperadore. Ma il popolo non dee restare più a lungo in questo dubbio crudele. Si dichiari la guerra, o la pace. Che dove si vuol pace, non dobbiamo tollerare i disastri della guerra: e se ha da esser guerra, facciamola a viso aperta.

Nessuno poteva rispondere, e i ministri meno degli altri: come quelli che sapevano di mentire dove avessero detto che la corte di Roma era in guerra cogli Austriaci; e temevano di qualche eccesso popolare, se confessavano la ostinazione del Pontefice a voler la pace con quella potenza. Eccoci pertanto a’ soliti conflitti. Ed ecco pure il nuovo ministerio, cui dava nome il conte Fabbri, appena accozzato, minacciare di disfarsi. Notificava, avergli il Pontefice commesso di dichiarar bugiarde le querele di Welden, e datogli facoltà d’invitare le popolazioni ad armarsi e rintuzzare la straniera occupazione; ma in pari tempo sapevasi che la corte romana adoperava ogni mezzo per impedire che alcun conflitto non avvenisse. E mandava al campo di Welden oratori il principe Corsini e il principe Simonetti col Cardinal Marini legato di Forlì, affinché delle intenzioni di quel generale s’informassero, e gl’ingiungessero a nome del santo padre di lasciare affatto libere quelle provinci e: ché dove ei rifiutasse, farebbe uso di tutti i mezzi che erano in suo potere per respingere la ingiusta occupazione.

Fra tanto gli Austriaci in piccol numero entravano in Bologna, dichiarando che non avrebbono tenute che le porte di S. Felice, Gailiera, e Maggiore. Ma giunte le proteste del papa, e le querele de’ ministri inglese e francese, ebbero ordine di ritirarsi; e a ciò si disponevano quando alcuni di loro vennero con alcuni cittadini a parole, indi a contese; finalmente s’azzuffarono, e dalla parte degli Austriaci, vi ebbe qualche morto. Ciò fu segnale di guerra. Il comandante chiedeva riparazione: che si gastigassero i colpevoli, e intanto si mandassero cittadini di nome per istatichi al campo. Il prolegato, ripreso animo, e volendo purgarsi delle ingiuste accuse di traditore, che gli erano state date il dì innanzi, rispose ch'ei non credeva di mandare statichi, e piuttosto egli stesso profferivasi in ostaggio. Ciò saputosi dal popolo, non mette tempo in mezzo, s’arma come meglio può: suonano le campane a guerra; si asserragliano le vie: i tetti e le case servono di difesa; piovono sassi e tegoli da ogni banda. Giovani, vecchi, donne, fanciulli a gara tirano. Mai non fu veduto città disposta meglio a perire che a cedere. Afforzatisi gli Austriaci con artiglierie nella così detta Montagnola, da cui traevano palle nel mezzo della città, quà ad affrontarli vanno i Bolognesi, e senza cannoni, senza capi, senza guida riescono a cacciarli. Ritrassersi allora le genti di Welden d’ogni parte; e il Po rivalicarono: mentre alla città di Bologna derivò nome di gloriosa, e fu con Palermo e Milano agguagliata.

Intenzione di Radetzky era pure di far sentire gli effetti della sua vittoria anco in Toscana, che era allora tutta in preda a’ tumulti. Ma lo ritenesse la resistenza incontrata in Bologna, o la mediazione della Francia e dell’Inghilterra, o volesse in fine risparmiare questo disturbo a un principe di sangue austriaco, che sapeva essere stato tratto a quella guerra da necessità, fu contento al solo minacciare e intimorire.

Rientrando Carlo Alberto ne’ suoi stati, fermatosi coll’esercito a Vigevano, faceva a(1) popoli questo bando: La fortuna della guerra, da prima seconda al prode nostro esercito, poi rivoltatasi, ci obbligò a indietreggiare di contro al nemico. Ma in questa mossa ci stava tuttavia a cuore la bella metropoli della Lombardia, e persuasi di trovarla provveduta abbondantemente, ci disponemmo di volgere ogni nostra cura alla sua difesa. Tutte le milizie furono da noi condotte sotto le sue mura, pronte a valorosa resistenza, quando ci accorgemmo ch'ella difettava di danaro e di munizioni; né il nostro esercito ne abbondava, avendole quasi tutte consumate nella battaglia sostenuta avanti al suo giungere. Peggiorava la condizion nostra: dacché le maggiori artiglierie incamminate verso Piacenza, non si potevano far retrocedere, essendo state le vie rotte dal nemico. Le quali cose rendendoci impossibile una valida difesa, e rifuggendoci l’animo da un vano spargimento di sangue, parveci suprema necessità il procacciare che almeno la città e l'esercito si salvassero; il che ottenemmo mediante una convenzione, che ci lasciava libero il passo al di qua del Ticino, e metteva in sicuro le sostanze e le vite de’ Milanesi. Eccovi, diletti popoli, il perché l'esercito, in cui stavano tutte le vostre speranze, ritorna fra voi. Se un avverso fato gli negò l'adempimento dell’alto fine, per cui si mosse, riede non di meno con onore di forte e di bellicoso, acquistalo con tante fatiche e prodezze; riede temuto, e tale da proteggervi da ogni insulto nemico. Accoglietelo, partecipando alla fama che si è guadagnata; e rendetegli meno acerbo il dolore delle sue avversità col fraterno vostro saluto. Stanno fra le sue file i principi miei figliuoli; e vi sto io, pronti tutti a nuovi patimenti, a nuove fatiche, a spender la vita per la cara terra natale.

Le quali parole non furono nell’universale accette come meritavano. Alcuni non le credevano, altri dubitavano, e gli stessi partigiani di Carlo Alberto, atterriti da tanto infortunio, si tacevano o sommessamente parlavano: conciossiaché le relazioni varie e confuse togliendo che si conoscesse il vero, rendevano credibile qualunque menzogna. Ancora coloro che nessuna fiducia avevano avuto della riuscita di quella guerra, non sapevano rendersi conto di tanta precipitazione di cose, parendo strano che in pochi giorni un esercito di più di cento mila uomini, senza perdite importanti, si ritirasse, sbaragliasse, abbandonasse al nemico città, che senza aiuti di fuori avevano potuto quattro mesi innanzi liberarsene. Era in tutti i paesi un ansioso interrogare, un chiedere a vicenda, un rispondere incerto, e come avviene nelle publiche disgrazie, ognuno pretendeva di aver chiarita la cagione. Il tradimento generalmente si credeva, ma non si sapeva in chi e dove appuntarlo. I più avventati accusavano lo stesso Carlo Alberto: rovistavano sua vita passata; «avere nel 1824 abbandonato la causa di libertà; a Trocadero sostenuta quella dei tiranni; incrudelito per cagioni di stato nel 1833 e 34; tenuto dispotico impero fino a che i popoli noi trassero a mutar forma di governo.» Altri più ritenuti dicevano, non lui autore della tradigione, ma i generali: la più parte noti per superbia aristocratica, e amore alla tirannide, aiutati dalla vecchia cortigianeria e dalla nuova diplomazia. Alquanti altri davano carico al Mazzini a’ e suoi seguitatori di aver usato ogni mezzo diretto e indiretto per vedere disfatti il re e l’esercito, da essi abboniti, e tirare i popoli a republica, da essi vagheggiata. In tal modo si metteva a scrutinio la vita privata degli uomini, per trovarvi le ragioni delle sventure publiche: le quali non da una sola, ma da più cagioni insieme (come è sempre) scaturivano. E mentre così gli animi si arrovellavano, secondo le opinioni, gl’interessi e le cupidigie, a recare al colmo il male fu publicata la tregua del 9 agosto, di cui dirò brevemente i particolari.

Il prolungare ancora la guerra era impossibile a Carlo Alberto; il cui esercito, quantunque avesse rivalicato il Ticino quasi integro, tuttavia era sì scompigliato e stucco di quella guerra, che il ricondurlo subito in campo, sarebbe stato un esporlo a nuove e maggiori sconfitte, da mettere a repentaglio non pur la sorte di Lombardia, anzi quella dello stesso Piemonte. Né il continuare a guerreggiare era utile a Radetzky, il quale senz’altro combattimento poteva rifugiate tutto il lombardo-veneto. E dall'entrare d’altra parte m Piemonte, e qui seguitare la guerra, oltre al pericolo di smembrare e assottigliar troppo le sue forze, doveva essere ritenuto dal timore di guastare i maneggi della diplomazia, e forse provocare un intervenimento armato di Francesi In questo la corte inglese per mezzo de’ suoi rappresentanti si travagliava, perché si facesse una tregua: la quale finalmente proposta dal re, fu dal nemico acconsentita; se non che i patti furono gravi e ontosi: e pure dovette accettarli Carlo Alberto, pressato specialmente da’ rettori dell’Inghilterra, che temevano che il rifiuto non avesse tratto Radetzky ad occupare il Piemonte, e perciò non si fossero risoluti i Francesi d’intervenire; occasione di più vasta guerra, e meno estinguibile: quantunque né pure si potria affermare con sicurezza che anco l’occupazione del Piemonte non avessero con indifferenza tollerata i Francesi. Si convenne pertanto «che termine fra’ due eserciti dovesse essere la frontiera stessa de’ respettivi stati Le fortezze di Peschiera, Rocca d’Anfo, ed Osopo dovessero nello spazio di tre giorni sgombrarsi dalle milizie sarde e collegate, e riporsi in potere delle imperiali, insieme cogli strumenti e arnesi da guerra, appartenenti agli Austriaci. Gli stati di Modena e Parma dovessero pure nello spazio di tre giorni sgombrarsi dalle genti del re; e insiememente dovesse tornare sotto l’imperadore Venezia con tutta la terra ferma, porti, e rocche.» In somma si trattò di rimettere le cose quali erano avanti di cominciare la guerra. La tregua era fatta per sei settimane, e pattuito, che o sarebbe stata prolungata di comune accordo, o annunziata la cessazione otto giorni innanzi. Sottoscriveva per conto di Radetzky il generale Hess, quartiermastro dell’esercito, e per conto del re il general Salasco, capo dello stato maggiore. Il quale diè nome infausto e ricordevole a quell’atto.

Ciò che fu detto e scritto per questa tregua non ho cuore di riferire. Tutti i giornali di quel tempo son pieni di lamenti, accuse, calunnie, obbrobri d’ogni maniera: apparendo temperato chi non avesse detto, che era trama da Carlo Alberto ordita avanti di rompere la guerra. Questo guiderdone egli ebbe all’avere tante volte co’ suoi figliuoli messa in pericolo la vita ne’ combattimenti; mentre altri, nel cuore delle città sicuro e baldanzoso, dava ammaestramenti di più vasta politica: e si notavano principali accusatori alcuni, che poi, morto l’anno appresso, il fecero soggetto di alte lodi ed esagerate, Più faceva romoreggiare e querelare il sapersi, che la tregua fatta doveva essere principio e avviamento a pace definitiva, e i vaghi di tumulti ben ebbero materia da susch terne in ogni luogo e incessantemente; non servendo a raffrenarli che il re nel dì stesso dichiarasse con pubblico bando, che dove in quella sospensione d’armi non ottenesse condizioni onorate di paté, tornerebbe un’altra volta a combattere; e di quanto affermava chiamasse in testimonio Iddio, la sua coscienza, e la storia. Laonde a’ disastri della guerra aggiungendosi le turbazioni delle città; che è quanto dire, minacciati fuori, non quieti dentro, non sapevamo né che temere, né che sperare.

Più ancora dell’annunziazione fu grave la esecuzione dei capitoli della tregua. Il ministero torinese, appena n’ebbe avviso, non solo erasi deposto, anzi aveva protestato di non riconoscerli, e avendogli il re ordinato di scrivere senza indugio alla republica francese perché sospendesse di mandare le sue milizie, ricusò, e anzi continuò, benché deposto, a far istanze per accelerarlo. Ma erano corsi di soppiatto al campo di Vigevano il conte di Revel e il professor Merlo, per consigliare al re pace coll’imperadore, componendo un ministero che a quella inclinasse: né rifiutasse di ritirar formalmente la domanda dell’aiuto francese con sostituire la mezzanità pacifica della stessa Francia e insieme dell’Inghilterra. I quali consigli, i peggiori che mai si potessero dare, prevalsero tanto nell’animo sconfortato di Carlo Alberto, che fu disdetto a nome suo dal conte Revel il soccorso francese innanzi di essere publicato ministro; e senza che ne fossero informati i ministri deposti, se bene ancora in carica e mallevadori: non parendo vero al generale Cavaignac, che gli stessi rettori piemontesi gli porgessero il modo da sciogliersi onorevolmente da obblighi che di malincuore aveva contratti. Tuttavia con questo dissidio fra il principe e il ministero palese, non era possibile cominciare i trattati di pace: e molto meno condurli a buon fine. I rappresentanti d’Inghilterra e di Francia correvano di qua e di là inutilmente. Perché dalla parte de’ Piemontesi non sapevano con chi trattare, ricusando il ministero del Casati, e non riuscendo al re in quelle angustie di compor subito novello ministero. E dalla parte degli Austriaci, trovavano Radetzky non punto cedevole dopo la vittoria: né più corrivi i rettori di Vienna, che solo avevano fatto buon viso alle proposte di pace per avere maggiori vantaggi dal tempo. Oltreché le cose austriache erano tali in quel tempo, che il poter militare, vincitore e ordinato, soprastando al politico, scompigliato e confuso, piuttosto l’imperadore dependeva da Radetzky, che Radetzky dall’imperadore. Furono pregati i pacificatori britanno e gallo a interporsi presso il maresciallo, perché i capitoli della tregua avessero una modificazione, valevole a calmare lo sdegno publico; e si proponeva, quasi via di conciliazione, che dovesse considerarsi un atto militare, sceverato da ogni ragione politica: né per conseguenza dovesse mai aversi per norma nel trattato della futura pace. Ma il vincitore, piuttosto che ascoltare questi prieghi, e dare congrua risposta, adoperava che le pattuite cose avessero pronta e piena effettuazione. La quale come e quanto riescisse nei vari luoghi, dirò brevemente.

Per avere contezza di quel che accadde in Lombardia dopo la caduta di Milano, mi covien ripigliare il racconto delle cose operate dal general Giacomo Durando nel Tiralo italiano. I disastri di Custoza e di Volta avevano guastati i suoi disegni di aiutare I’ esercito piemontese, dove si fosse condotto a passar l’Adige; ricevendo in cambio ordini da Carlo Alberto, alloggiato a Cremona, e da’ rettori di Milano di non pensare che a difendere Brescia. Per mala sorto era stato a comandare questa città il general Griffini, fornito dei maggiori poteri civili e militari; il quale o non sapesse o non volesse o non potesse andar d’accordo col Durando, fu causa di disordine e d’incertezza ne’ comandi; onde se l’uno proponeva una cosa, l’altro frapponeva ostacoli; entrambi poi erano al buio de’ movimenti di Carlo Alberto. Parve al Durando di aiutare la difesa di Peschiera, assediata dagli Austriaci, tanto più che poco contava sulla resistenza della rocca d’Anfo: e scrittone al comandante Federici, mandò una porzione delle sue genti sopra Lonato, con intenzione di molestare gli assedianti; e in fatti riuscirono a cacciare gli Austriaci da quella terra, e più oltre si spingevano, quando, sopravvenuto un grande rinforzo a’ nemici, dovettero ritirarsi; senza aver sofferto perdite notevoli: anzi in detta fazione que’ militi volontari mostrarono che si erano sufficientemente addestrati a’ combattimenti, quando già la guerra era finita. Il crudele avviso della capitolazione di Milano giungeva in questo mezzo. La maggior parte de’ volontari lombardi eransi raccozzati parte a Bergamo e parte a Brescia. Giuseppe Garibaldi, capitanando un migliaio d’uomini de’ più arrischiati, erasi gettato sul lago maggiore, e d’accordo co’ capi della fazione republicana proponevasi di accendere nella Valtellina una guerra popolaresca. Ma Durando piemontese, e fedele al re, agitava pensieri diversi; e piuttostoché dirizzarsi a questa volta e prendere parte a un movimento tumultuario, voleva aprirsi una via di ritirarsi in Piemonte per Bergamo. Tuttavia innanzi di lasciare Brescia affidata alla sua custodia, disponevasi di fare d’accordo col municipio una prova di difesa, quando all’approssimarvisi conobbe che il governator civile e militare Griffini per la sopraggiunta convenzione del 9 agosto, aveva fatto sgomberare la città, né lontani erano gli Austriaci ad occuparla. Similmente era noto che per la stessa convenzione la cittadella di Peschiera, dopo avere lungamente resistito, tornava in potere degli Austriaci.

Non restava che procacciare una ritirata da salvare almeno il corpo delle milizie da lui comandato. Il Grifoni lo pressava a ritirarsi verso la Svizzera, ma Durando era sempre deliberato a ritirarsi in Piemonte sì per ricongiungersi coll’esercito principale, e sì ancor più per cansare una guerra, fatta da’ republicani. Narra egli stesso, che mentre marciava verso Bergamo per aprirsi una via in Piemonte, gli si presentò il milanese Cernuschi, intrinseco del Mazzini, e con un foglio de’ sollevatori della Valtellina, sottoscritto dal Mazzini, lo invitava a correre con quante più genti poteva a quella parte, assicurandolo che i popoli erano tutti pronti a pigliar le armi, e la impresa non poteva fallire. Solite presunzioni di questa generazione d’uomini, pe’ quali il tentare è come l’avere in mano la vittoria. Il Durando, conoscendo a che miravano que’ disegni, e d’altra parte non ignorando che una guerra tumultuaria e spicciolata sarebbe stata senza alcun successo con popoli discordi e ammorbiditi, ricusò e senza più colla sua legione si volse a Bergamo; e vi entrava da una parte mentre gli Austriaci entravano da un’altra. Strana e pericolosa congiuntura. La quale poteva costar caro prezzo alle genti di Durando: non certo in caso di sostenere una battaglia; e da essere altresì trattate da ribelli, per non avere la pessima convenzione fra il Salasco e l’Hess provveduto alla salvezza de’ volontari lombardi. Ma 0 che gli Austriaci ignorarono che fossero lombardi, o ’I finsero per non venire alle mani, lasciarono che entrassero, e fecero loro gli onori della milizia; tollerando che la città li festeggiasse, e molti corressero ad abbracciarli e salutarli. Similmente condiscesero a trattare con Durando, concedendo il passo libero verso il Piemonte, né vietando che il municipio bergamasco lo soccorresse di viveri fino al confine.

Ma nell’uscire di Bergamo i nostri militi non volevano più obbedire agli ordini del general Durando, mossi dalle istanze de’ republicani adunati nella Valtellina; e protestavano: «non potere riconoscere la convenzione del 9 agosto, non ammettere né tregua né pace col nemico, voler prendere il cammino della Svizzera e raggiungere la legione del Garibaldi.» Questo scandalo succedeva quasi al cospetto degli Austriaci, e in grave difficoltà poneva il Durando, che aveva convenuto di ritirarsi in Piemonte. Bisognavagli coraggio maggiore co' suoi, che non gli era stato mestieri col nemico. Rispose di non potere né volere capitanare quella impresa, e dove non gli fosse riuscito di farsi ubbidire da’ suoi soldati, piuttostoché macchiarsi di mislealtà, sarebbesi consegnato prigione agli Austriaci. Punse di vergogna questo parlare i sollevati, e la stima del capitano, sì grande da valere anco dove non era buona disciplina, li ricondusse nell’obbedienza: la più parte però a malincuore, e particolarmente alcuni che a’ combattimenti arrischiati e tumultuarii agognavano. Seguitando il cammino, e passando per Monza, finalmente arrivarono nella terra piemontese, dopo un mese di continue fatiche e pericoli.

Né incontrava miglior fortuna a’ republicani che volevano nelle montagne rincalzar la guerra, ch'essi chiamavano de’ popoli; i quali secondo il solito non fecero alcun movimento. Il Garibaldi, di cui certamente non era alcuno più pratico e più coraggioso per capitanare quei genere di battaglie, dove il paese inerte e mal disposto f avesse secondato, si resse il più che potè, ma finalmente mancando di vettovaglie e seguitato da ogni banda da grosse compagnie di Austriaci, fu costretto a rifugiarsi ne’ monti della Svizzera, dove già il Mazzini e il suo seguito eransi travasati; piuttosto convinti che persuasi della loro impotenza; e del fallace confidare in un popolo, che a’ pericoli della guerra anteponeva la servitù. E se la esperienza valesse mai per gli uomini di parte, quello esempio doveva chiarirli, che, venendo meno l’esercito di Carlo Alberto, ogni forza alla guerra mancava.

Similmente le milizie toscane, ricevuto ordine di partire da Piacenza, rientravano per la via di Pontremoli ne’ loro confini: e se erano partite mal ordinate e sprovvedute, tornavano macchiate d’un esecrabile delitto: il quale, benché commesso da pochi, pure, come suole, infamava tutto il corpo degli altri. Nella ritirata videsi cader morto il colonnello Giovannetti: non da ferro nemico, ma assassinato da’ suoi stessi soldati. Il colpo partì da una compagnia di granatieri, parte principale e scelta dell’esercito. Vogliono che altre volte fosse stato di morte dagli stessi soldati minacciato il Giovannetti; il quale era di natura iracondo, superbo, e talora manesco. Ma l’atrocità di averlo ucciso a tradimento, mentre aveva salvato la vita combattendo da prode per la libertà d’Italia, nel momento di riporre il piè nella terra natale, fu segno e quasi conseguenza dell’ultima corruzione della milizia toscana, quasi capace d’un eccesso, a cui né pure le scapestrate compagnie de’ militi volontari allora arrivarono. Le città al crudele annunzio fremettero di sdegno, quasi la vergogna toccasse a tutta la nazione. Liberali e non liberali, moderati e smoderati, chiedevano che si vendicasse la nefanda opera con un esempio temibile. In parlamento, in ogni congrega politica, si fece gran corrotto; chi proponeva si dovessero decimare le compagnie con severità antica; chi sciogliere e di nuovo ricomporre tutto l’esercito; chi, che si cercasse solamente il reo, e della sola compagnia, alla quale apparteneva, facessesi severo gastigo. Ma i rettori toscani, che pur compiangevano il fiero caso, procedendo colla solita mollezza, lasciarono passare il tempo, in cui, affievolita la memoria del delitto, ogni esempio sarebbe tornato inefficace.

L’occupazione de’ due ducati fu in pari tempo compiuta. Il duca di Modena, ch'era in Mantova, non indugiò ad annunziare con bando ai suoi popoli, che tornava per divina provvidenza principe di quegli stati, da cui per trama di pochi turbolenti era stato cacciato; promettendo istituzioni di libertà e perdono alla maggior parte de’ colpevoli. Similmente istituiva una reggenza composta de’ signori Scozia, Gandini, Tarabini e Parisi, che in nome suo ripigliassero il governo dello stato; e confermava temporalmente gli uffici al municipio, pregandoio a far sì, che per mezzo delle guardie civiche la quiete interna fosse mantenuta. Tutto sul principio indicava che le avversità avevano migliorato l’animo di quel principe, e piegatolo a seguitare altra via che la paterna.

Ma il duca di Parma non si fece vivo. Bensì d’ordine del maresciallo Radetzky fu istituito un governo temporaneo militare, sotto il comando del generale Degenfeld-Schomburg, senza che una parola si dicesse di Carlo Lodovico. Vi ebbe una protestazione di cittadini, san Vitale, Freschi, Gnocchi, Malmusi, Giovannini, Busani, Paitrinieri, Minghelli, Gallega, che in rappresentanti di nome dei due ducati eransi trasferiti a Torino, e dichiaravano di rimaner fermi nella risoluzione fatta col voto publico di essere parte del reame piemontese. Ma quel che valgono le proteste senza le armi, sei sanno bene i popoli.

Dopo alquanti giorni il duca mandò una lontana e scordata voce da un paese di Sassonia; con cui notificava di volere conservati e illesi tutti i suoi diritti di sovranità sopra i ducati di Parma, Piacenza, Pontremoli e altre città; dichiarando nulli e illegittimi gli atti del governo nuovo. Ma Radetzky (conciossiaché fin d’allora fosse disegno di farlo rinunziare alla corona, per gastigarlo di tanta sua leggerezza passata) seguitando a mostrare di non fare della sua sovranità gran conto, ammoniva pubicamente il governatore temporaneo Schomburg, che per lo editto del duca non s’intendeva variare i disponimenti fatti da lui. Ancora i sopraddetti rappresentanti dei ducati, sedenti in Torino, e il re di Sardegna, protestarono contro l’atto del duca: disvoluto sì da’ nemici e sì dagli amici della libertà, avendo perduto fede appo i primi non meno che presso i secondi per quel suo pauroso mutare ad ogni novità.

In tal modo tutto era tornato a discrezione degli Austriaci, eccetto Venezia; nelle cui lagune la libertà d’Italia, abbandonata da’ principi, pareva allora come rifugiarsi. E rappiccando qui la storia di quella città, noteremo che il temporaneo governo tenuto dal Castelli in sino che non fossero giunti i commessari di Carlo Alberto, non aveva fatto che dar testimonianza continua di somma e deplorabile debolezza; onde la parte republicana, non che darsi per vinta, era andata apparecchiandosi per essere a giuoco di ripigliare alla prima occasione il governo. Vogliono che il Manin tenesse le mani in queste fila, prevalendosi dell’amicizia e confidenza non mai interrotta col Castelli, che, non sapendo essere né tutto di qua, né tutto di là, facilitava la rovina d’ogni reggimento. Bonario e da rassembrare la svigorita natura de' moderni veneziani, non s’induceva ad alcun provvedimento che sapesse di energia; nel tempo che i partigiani della republica, pochi ma ardimentosi, come da per tutto, non se ne stavano. Continui gli assembramenti, i gridori, e f usato vituperare uomini e cose per abbattere l'autorità di chi reggeva mollemente. A renderla ancor più vacillante sopravvenivano i disastri della guerra lombarda; conciossiaché, vinta dagli Austriaci la giornata di Custoza, eccoti subito il maresciallo Welden scrivere da Mestre a’ rettori temporanei di Venezia, che tutto era finito e quindi esortarli a capitolare. Il Castelli, nascondendo alla città siffatte intimazioni, rispondeva, non essere in facoltà sua prendere una deliberazione che non più a’ Veneziani,che al rimanente d’Italia doveva importare. In questo mentre giungevano i commessari Golii e Cibrario, che a nome di Carlo Alberto dovevano ricevere balia di Venezia, secondo la deliberata congiunzione col Piemonte; né potevano giungere in più mal punto; oltreché essi, illustri per ingegno e scienza, non erano fatti per governare in mezzo a quelle tempeste; senza dire che l’essere nuovi e poco pratichi del paese, priva vali di ogni risoluzione. Quindi fu loro più agevole il 7 agosto, giorno che Carlo Alberto rivalicava il Ticino, pigliar le redini del governo veneziano, che mantenerle; non ostante che chiamassero a seder terzo con loro lo stesso Castelli, sperando che questi, come veneto, e non odiato da’ republicani, dovesse loro procurare favor popolare e sufficiente osservanza; ma in effetto non era che accrescere le cagioni di debolezza, pigliandosi arroto un uomo, onesto si, ma per amor di pace, da volere star bene con tutti.

Né i commessari piemontesi erano meglio provveduti militarmente; conciossiaché il general Pepe, nelle cui mani stava la forza soldatesca, se non aveva gran sapienza di guerriero, ancor meno ne possedeva di uomo politico, e per natura poco considerata era fatto meglio per secondare i precipitosi che tenere co’ più prudenti. Onde, facendo vista di non osteggiare la dedizione di Venezia a Carlo Alberto, né pure la favoriva, alfin di conservare il favore della parte republicana dove questa fosse tornata a trionfare. Ognuno allora voleva tenere il piè in più staffe, che fu una delle principali cause degl’infortunii nostri non più reparabili.

A fare maggiormente che mancasse intelligenza ottima fra il general supremo delle milizie venete, e i commessari del re sardo, s’agggiunse che Ferdinando di Napoli, crucciandolo che una porzione de’ suoi soldati, seguitando il Pepe, era passata in Venezia, e non debolmente sosteneva la difesa di quella città con artiglierie da campeggiamento, mandava, per mezzo del ministro sopra la guerra, replicati ordini a’ comandanti, perché senza iudugio si dipartissero; e uno ancor più pressante era diretto al consolo napoletano sedente in Venezia, affinché trovasse modo di affrettare la loro partenza. Nello stesso tempo erano fatte scrivere lettere dalle famiglie de’ graduati intorno al pericolo in che erano di morirsi di fame, dove a’ reali comandi non avessero prontamente obbedito. Per lo che ristrettisi insieme, e deliberati di abbandonar Venezia, andarono a prender commiato dal general Golii, capo del governo. Allora nacque contrasto fra questo e il general Pepe, che avrebbe voluto che non si lasciassero partire, mentre il Colli diceva di non aver diritto alcuno di ritenere, loro mal grado, ufficiali richiamati dal proprio principe. Contesero un pezzo, e inutilmente. Il 10 agosto apparecchiate barche trasportavano altrove i soldati borbonici, restandone un piccolissimo numero con alcuni graduati, tanto più meritevoli quanto che il cattivo esempio degli altri non fece loro abbandonare le insegne della libertà. Questo fatto fu pretesto a grande mormorio contro il rappresentante di Carlo Alberto, che non si era opposto, come doveva, alla partenza delle genti napoletane; né le consuete voci di tradimento mancavano di agitare tristamente la moltitudine. La quale avrebbe potuto ben essere contenuta dalla guardia cittadina, se questa non fosse, come in ogni altro luogo, per difetto di ordinamento e di disciplina, riescita inutile sostegno di qualunque governo: annoverandosi fra’ capi di essa alcuni indettati co’ spasimanti di republica;e altri, comecché stimabili persone, mancavano d’ogni risoluzione civile.

Non facevano né pure usbergo al novello governo dei commessari di Carlo Alberto i soldati piemontesi, che erano a Venezia, non solo per essere gente nuova alle armi, e tolta di malincorpo da’ loro focolari, ma ancora perché a’ republicani, che quando co’ gridori, e quando con segrete ingerenze esercitavano un certo potere sugli uomini del governo, era riescito di farli spargere pe’ forti della laguna, sotto pretesto di provvedere alla difesa esterna, mentre restava sprovveduta la interna. Arrogi, che chi li comandava, non appariva abbastanza destro per valersene: né a fomentare la svogliatezza ne’ graduati piemontesi contribuiva poco quell’essere fatti berzaglio continuo a calunnie scritte ne’ giornali e vociferate ne’ cerchi; e sappiamo che il general Della Marmora se ne viveva ritirato, allegando incomodi di salute, ma la ragion vera era il dispetto di vedersi non accetto. Ancora il commessario Spinola, che per la parte diplomatica rappresentava il Piemonte, non si dava briga di sorta. v’era un comitato di publica sicurezza che pe’ mal definiti o mal esercitati poteri, piuttosto impacciava di quello che aiutasse l’opera de’ commessari: tanto più che il prefetto di governo non era né regio né republicano, ma di quelli che tengono da più parti. Finalmente negli uffici dimoravano ancora parecchi del caduto governo austriaco, i quali se per paura o anche per un senso di onore non facevano guerra aperta a’ nuovi ordini, indirettamente e con una ben calcolata inerzia ne attraversavano il consolidamento. Dei buoni in somma ve ne avea, ma de’ coraggiosi a consigliare il bene, era scarso e inefficace il numero.

Essendo adunque in questi termini le cose di Venezia all’entrare del mese di agosto, è chiaro che ogni più lieve soffio bastava a rimutare il governo: e i casi infelici della guerra ne porsero l’occasione. Cominciarono da prima a correre voci incerte e contradittorie per la giornata di Custoza, che, accrescendo la costernazione generale, non davano ardire ad alcuna parte. I commessari cercavano di calmare, facendo spargere che a Milano si resisteva, e in ogni evento era da contare sulla mezzanità profferta dalle potenze di Francia e d’Inghilterra. La mattina del dì 11 ricevettero da Mestre un messo di Welden, che recava la convenzione del 9 sottoscritta da’ generali Hess e Salasco; per la quale si domandava che dalle milizie regie dovesse rimanere sgombra la città e i forti, e l'armata sarda dovesse ai suoi stati tornare. Ristrettisi coi membri della consulta veneta, si convenne di rispondere: che non potevano prestar fede a un tale annunzio; e qualora fusse vero, dichiaravano che mai non si presterebbero ad accettare un atto, da cui l’animo loro cotanto rifuggiva, quale sarebbe stato il consegnar Venezia; e dal momento che dell’annunciata convenzione ricevessero autentico avviso dal re, considererebbero come cessato il loro mandato, e i Veneziani restituiti alla condizione in che erano prima dell’essersi dati al re, e per ciò liberi di operare nel modo che avessero stimato più utile. E mentre questa risposta mandano a Welden, deliberano pure di accrescere i mezzi di resistere, ordinando che senza indugio si chiudessero tutti i varchi che mettono alla laguna; e in oltre si creasse a suffragio di popolo un comitato di difesa.

Fra tanto il Castelli che, come è notato, non lasciava di avere dimestichezza col Manin, corre a lui a informarlo delle notizie avute e delle deliberazioni fatte; pregandolo a volersi congiungere colle persone del governo, e la sua autorità popolare interporre per meglio nelle provvisioni di difesa riuscire. In volto Manin si mostrò contentissimo e pronto a secondare: ma segretamente si valse di queste informazioni per apparecchiare la mutazione: per la quale tornasse a suonare il nome di republica. Il che se facesse per cupidità d’impero, o per sincera persuasione di non potersi in Venezia sostenere la difesa col governo d’un principe costretto per patti col nemico ad abbandonarla, non potremmo affermare con certezza: e né pure siamo certi, se s’intendesse co’ sommovitori, ovvero quelli col continuo e sedizioso vociferare il suo nome, lo facessero credere. Certo è che nel giorno 11, prima divulgossi che la città di Milano aveva capitolato e l’esercito piemontese era disfatto; e poco dopo, che una tregua con ontosi patti era stata stipulata, e Venezia abbandonata alle armi imperiali. Onde il sacco già colmo de’ sospetti e delle ingiurie traboccò. Si mescola vero con falso; succede tetra confusione di gridi e di linguaggi; un senso ignoto indistinto di paure e di pericoli agita la moltitudine: che, accortamente rinfiammata da’ maligni vociferatori di tradigione, si solleva, empie in sul far della sera, la piazza, chiede minaccevole di voler conoscere i particolari della guerra, della tregua e di Venezia. Fattisi alle fenestre i commessari di Carlo Alberto, per bocca del general Colli, dicono: vociferarsi bene la battaglia di Custoza essere stata perduta, Milano aver ceduto, una tregua essere stata conchiusa, ma notizie autentiche di questi fatti non essere ancora pervenute. Le quali risposte dubbiose e timide vie più irritano la già riscaldata folla; che grida a piena gola: Dunque Milano ha capitolato? e con quali condizioni? chiedendo più specialmente e con più ressa, dell’armata che dal porto guardava Venezia. Maggiormente tentennano i commessari regi. Al fine il Colli dichiara doversi l’armata veneta dalla sarda distinguere: né esser dubbio, la prima non rimanere a difensione di Venezia; per l’altra non poter nulla di certano affermare. In questo giunge accompagnato dal Manin l’altro commessario Castelli, che per paura propria o salute publica protesta che realmente annunzi autentici, che si dovesse abbandonar Venezia, non s’avevano, ma dove fossero giunti, i regi commessari senza più sarebbonsi depostl Eccoti allora da più voci scoppiare questo clamore: Siamo traditi; siamo venduti; a terra il mal governo; vogliamo Manin, viva Manin, salvadore della patria. E con dire questo i sediziosi, occupano il palazzo, e sforzano il Colli a chiedere co’ suoi compagni licenza: in vano adoperandosi la stesso Manin di raffrenarli, o ché più non potesse, o che fosse cogli schiamazzatori d’accordo per ripigliare il comando.

Ma o che non tutti della parte republicana veramente il desiderassero o si volesse maggiormente salvata l’apparenza, le turbe tumultuanti trassero prima alla casa del general Pepe, gridandolo dittatore; e quegli venuto fuori e postosi loro in mezzo, disse che non avrebbe colla spada mancato di difendere Venezia finche gli fosse bastata la vita: ma non credeva di dovere accettare la dittatura, e consigliava il popolo di confidarla al Manin in sino che un assemblea convocata co’ suffragi di tutti non avesse deliberato un governamento deffinitivo. E così fu fatto; e mentre i commessari del re si sottraevano alla popolar concitazione, l'ambizioso avvocato tratto di nuovo in piazza, così parlò: «I commessari regi dichiarano di cessare dal governo. Dopo domani si ragunerà l’assemblea della città e provincia di Venezia, per eleggere il nuovo stato. Per queste quarantotto ore governo io.» Un grande scoppio di applausi, com’era il solito, si udì; e tuttavia l’assembramento non si dissipava, e chiedevansi armi da ogni. parte; onde da indi a poco il fresco dittatore ricomparve e novellamente arringò: «Armi ne avrete; a un popolo che vuole difendersi, tutto serve di arma: ricordatevi del 22 marzo, e con quali armi avete scacciato di qui l’Austriaco. Ora sgombrate la piazza; uopo è di silenzio e di calma per provvedere alle necessità della patria.» E tosto si fece da’ tamburi sonare a raccolta; né per dir vero fu scarso e lento l’accorrere de’ cittadini.

Queste cose succedevano a notte incominciata; né erano scompagnate da violenze arbitrarie, in parte causate da quei medesimi contro cui si operavano. Imperocché, non avendo i partigiani di Carlo Alberto saputo o potuto co’ fatti antivenire la tempesta, avrebbero voluto, quando non era più tempo, dissiparla colle parole; che riescivano tanta esca a’ civili tumulti; e cominciavasi dal popolaccio aizzato, a dar loro la caccia: alcuni de’ quali il Manin fece incarcerare, altri bandeggiare. E per mostrare che non faceva questi rigori e arbitrii per amore di parte; o che i capi della fazion republicana non appena l’ebbero tornato in seggio, cominciavano con quei loro irrequieti spiriti a renderglisi molesti, non istette guari a cacciare anch’essi; che si condussero chi in Roma, chi in Toscana, e chi in Genova a crescere in questi paesi, ancor più scombuiati, il numero de’ rumoreggiatori. E in vero questa risoluzione del Manin di spezzare i rovinosi strumenti della sua altezza, gli giovò non solo dentro, ma ancor più fuori, essendo stato cagione ch'ei s’acquistasse e conservasse l’opinione d’uomo giusto, nemico delle turbolenze, e amadore efficace della civil conservazione. Senza dire, che fece attribuire a Venezia il gran merito, e quasi miracolo di una republica in questi tempi, rettasi per quasi un anno senza che le brutture della licenza la infamassero.

Fra tanto il giorno 13 ragunossi in Venezia il parlamento dei deputati; i quali con la impressione ricevuta nell’animo dai fatti sopra raccontati, e più ancora della comunicazione renduta publica della tregua, non è maraviglia che decretassero una nuova resurrezione della veneta republica: costituendosi essi legislatori sovrani, e in pari tempo creando una temporanea dittatura di tre; che per elezione conferirono allo stesso Manin col titolo altresì di presidente, e a’ graduati Gavedalis e Graziani; indicati al voto dell’Assemblea dallo stesso Manin; sperando di avere a colleghi due esperti dell’arte militare, così di terra come di mare; essendo stato l’uno colonnello dell’antico esercito italiano, e l’altro contrammiraglio. Ma in questa prima scelta d’uomini molto s’ingannò; notandosi, che il Gavedalis, comecché vecchio e reputato soldato, chiudesse animo doppio; e sotto colore di acceso cittadino, secondasse i fini della corte d’Austria. Il che s’arguì non tanto per prove di tradimento ch'ei desse, stando al governo, quanto per essersi veduto libero e non perseguitato dagli Austriaci dopo il loro ritorno. Pessimo giudizio altresì si fece di Niccolò Benzovich, eletto direttore di buongoverno, e non solo poi lasciato in libertà da rettori imperiali, anzi messo in carica e onore. Per altro è da notare che costoro, attendendo a’ loro particolari uffici, poco o niente si brigavano del supremo governo dove era signore ed arbitro il Manin. Il quale, non potendo dissimularsi il pericolo» a cui era esposta la nuovamente promulgata republica di S. Marco, mandava senza indugio a Parigi il fido Niccolò Tommaseo a implorare dalla republica sorella un pronto e valevole soccorso d’armi, essendo rimasta sola a sostenere le offese nemiche. Quale effetto avesse questa pratica, conosceremo più avanti. Gli Austriaci, saputo che le poche milizie napoletane eransi partite, tosto cominciarono con più forze ad assalire il forte di Marghera, sperando che dovesse arrendersi: e pure trovarono ancor valida resistenza, e più volte e non senza lor danno, furono ributtati. Il che non poco animo dava a’ difensori della povera Venezia: e con ottimo successo avrebbe per avventura potuto allora adoperarli il general Pepe, se in cambio di perdersi ad arringarli e rassegnarli vanamente, gli avesse condotti ad attaccare risolutamente le schiere nemiche. Le quali non sarebbegli riescito difficile di rompere, e forse di poter correre in sino a Padova e a Treviso, poiché sul finir di luglio il forte dell’esercito austriaco erasi gittato in Lombardia per seguitare i Piemontesi, e una porzione del corpo di Welden era stato mandato a fare un discorrimento nelle legazioni.

Ma il maggior pericolo di Venezia era dalla parte di mare; affatto esposta a un campeggiamento rovinoso; conciossiaché l'armata sarda doveva per le convegno della tregua ritirarsi, e la veneziana era troppo insufficiente a sostenerlo. Amendue dimoravano presso Caorle, quando giunse a Venezia il colonnello Gossato per far conoscere al generale La Marmora l'obbligo di sgomberare la città e il porto dalle regie milizie. Se non che il Cossato ricevuto qual ambasciatore nemico, non fu lasciato parlare che col solo Manin, e sotto custodia fu altresì ricondotto in terra ferma; onde i soldati di Carlo Alberto rimasero ancora ignari della tregua; per cui il sotto ammiraglio Albini tornò coll’armata a Malamocco, dichiarando ch'egli avrebbe seguitato a difendere la laguna in fino che ordini precisi di abbandonarla non gli fossero venuti. I quali indugiarono, ma non mancarono; perché lo inviato regio prendendo il cammino più lungo di Trieste, giunse pur alla fine al luogo dove era l'armata sarda; e tuttavia non riesci a farla ritirare; perché il comandante, accarezzato dal Manin, e desideroso di gratificarsi a’ Veneziani, allegava non parergli così chiari gli ordini da doverli eseguire; e quindi bisognò ripeterli più risoluti, affinché egli e insiem con lui La Marmora a’ primi di settembre si decidessero di lasciar Venezia, come più innanzi dovremo raccontare.

Questo fine ebbe il primo esperimento di guerra italiana in Lombardia; fallito non meno per civili gareggiamenti che per errori militari: o più tosto (cercando più general cagione) perché il commovimento italiano dell’anno 1848, benché chiamato nazionale, pure non nasceva dalle viscere della nazione, non per anco ordinata alle nuove cose, ma bensì da violenza di esterni avvenimenti: i quali inanimirono i popoli, sconfortarono i principi; e fu agevole a’ primi trarre i secondi ad una impresa, a cui né gli uni né gli altri erano apparecchiati. Quindi, cambiando natura gli avvenimenti generali, doveva fallire quel che non era ne’ costumi; e ci scoprimmo insufficienti a volere ciò che avevamo desiderato.


vai su


LIBRO QUATTORDICESIMO

SOMMARIO

Discordie civili aumentate dall’infelice esito della guerra di Lombardia. — Stato de’ governi d’Italia. — Composizione del nuovo ministero piemontese sotto la presidenza del marchese Alfieri del Sostegno. — Opposizione gagliardissima de’ democratici contro a questo ministero. — Pratiche vane di pace cogli uffici della corte d’Inghilterra e della republica francese. — Accuse contro i generali. — Scandali per queste accuse. — Tumulti genovesi. — Protesta de’ consultori lombardi. — Discorso di Carlo Alberto a’ soldati. — Rinunzia del duca di Genova alla corona di Sicilia. — Composizione in Toscana del ministero presieduto dal Capponi. — Nuovi contrasti nel parlamento. — Guerra mossa al ministero del Capponi dalle congreghe popolari. — Pretensioni de’ fuorusciti. — Ritorno in Toscana del Gavazzi. — Perturbazioni per questo frate. — Ribellione della città di Livorno. — Cattivi provvedimenti fatti per comprimerla. — Elezione del Cipriani a commissario straordinario. — Conflitto sanguinoso fra’ soldati regi e il popolo livornese. — Campo pisano. — Commessione data al Guerrazzi per pacificare Livorno. — Come questi la usasse. — Nuovi incitamenti di discordia civile. — Rifiuto fatto dai Livornesi a Ferdinando Tartini, nominato governatore di quella città. — Assassini! atrocissimi di Bologna. — Sgomento de’ rettori a frenarli. — Dissoluzione del ministero romano diretto dal Fabbri. — Nuovo ministero diretto da Pellegrino Rossi. — Mala sorte di quest’uomo di stato. — Suoi intendimenti politici. — Riforme da lui cominciate. — Pratiche infelici per la confederazione degli stati italiani. — Proposta del Rosmini, mandata male da’ rettori piemontesi. — Congresso in Torino, col titolo di società nazionale, istituita dal Gioberti. — Discorsi fatti. — Ludibrio della costituzione napoletana. — Offese fatte alla dignità dell’assemblea, e alle persone dei deputati. — Gare siciliane, e discussioni vane in quel parlamento. — Stato della tesoreria. — Aumento di gravezze. — Caduta del ministero diretto dallo Stabile. — Difficoltà a provvedere alla quiete interna e alla difesa esterna. — Nuovo ministero siciliano presieduto dal marchese di Torrearsa. — Spedizione contro Messina. — Vanità del governo palermitano nel soccorrerla. — Resistenza eroica de’ Messinesi. — Fuga del colonnello La Masa. — Ingresso delle milizie regie a [Messina, posta a ferro e a fuoco. — Dimostramenti tumultuarti di plebe in Napoli contro la costituzione. — Aggiornamento del parlamento. — Pratiche del ministro Rossi per un nuovo modo di lega italiana. — Difficoltà incontrate. — Trasformazioni politiche del Montanelli. — Concetto in che era avuto dai moderati. — Accoglienza fattagli in parlamento. — Nuove ambascerie de’ Livornesi a’ rettori di Firenze. — Elezione del Montanelli a governatore di Livorno. — Pensiero della così detta costituente italiana. — Fiducia posta da’ ministri nel Montanelli. — Tumulti popolari. — Opera del Guerrazzi per rendere accetto a’ Livornesi il governo del Montanelli. — Accoglienza fattagli in detta città. — Discorso imprudente di lui col grido della costituente italiana. — Agonia del ministero retto dal Capponi. — Legge per infrenare le adunanze popolari. — Vano sostegno delle assemblee al detto ministero. — Agitazioni livornesi per farlo cadere. — Sua deposizione. — Stato deplorabile di Venezia. — Partenza dell’armata sarda. — Ricominciamento dell’assedio marittimo. — Prieghi e lamenti de’ Veneziani per avere soccorsi dai Francesi. — Arte inglese per mandarli a vuoto. — Rifiuto della corte d’Austria alle proposte di pace fatte dai rettori di Francia e d’Inghilterra; e pretesti allegati. — Risentimento de’ Francesi per lo indugio della corte d’Austria nell’accettare la mezzanità della loro republica e della corte inglese. — Accettazione di questa mezzanità. — Appicchi perché nessun effetto sortisse. — Commessioni date dal ministero del Capponi al Marchese Ridolfi. —

Dopo la enciclica del 29 aprile la stella di Pio IX erasi annugolata. Declinava altresì la stella di Carlo Alberto dopo la tregua del 9 agosto. Rimasto senza guida, e scompigliato il commovimento italico, dominarono le sette; tanto più prevalendo quella de’ democratici quanto più la parte regia iva abbassandosi. Pure nessuna delle due aveva ragione d’insuperbire. Non i regi; dacché l’accordo de’ principi co’ popoli, di qual si fosse la colpa, era ornai fallito: e se bene per gli esempi di Roma e di Napoli non paresse giusto incolpare la monarchia e il papato, attribuendo alle cose ciò che era fallo degli uomini, è natura del popolare ingegno giudicare le cose secondo che sono dagli uomini rappresentate. Se Carlo Alberto avesse trionfato in Lombardia, sarebbesi la fama de’ monarchici rafforzata in lui: ma vinto, e stando ancor confuso e incerto il giudizio se fosse colpevole, mancava di sufficiente balia per sostenere in sé tutto l’onore del principato civile: peccato più di fortuna che suo. Ma ancora i democratici avevano cagione di umiliarsi: essendo che la democrazia in Francia, da cui la nostra era nata, e pigliava forza, andava ogni dì più scadendo e infamandosi: da presagire non lontano il termine della sua dominazione.

Era quello il tempo, che sdimenticate le offese e le gare, e guardando al comune pericolo, dovevano gli uni, procedendo più innanzi, e gli altri, indietreggiando alquanto, costituire un ordine di vera moderazione, da uguagliare e non trascendere gli eventi; da conciliare gli animi, e non inasprirli: in fine da confondere per sempre coloro, che dai disordini popolari aspettavano ventura. Se non che mentre i democratici de’ commovimenti operati agognavano intero e smisurato il frutto, i monarchici dimenticavano, che da due anni il popolo, tratto ad assembrarsi nelle piazze, senza cui forse le tanto festeggiate riforme e costituzioni non avremmo acquistato, non era da pretendere che d’un colpo alla usata tranquillità si tornasse, e quelli che l'avevano mosso (gente ambiziosa d’ordinario) non dovessero cogliere alcun pro della loro opera arrischiata. E quando i monarchici volevano che la rivoluzione, non collo strepito delle piazze, ma col silenzio de’ palagi si compisse: e ne’ magistrati e ne’ parlamenti non entrasse che chi aveva fama di animo pacato, costumi gentili, discorso conciliativo; dovevano altro coraggio mostrare: né abbandonare vilmente il governo a’ loro avversari: per poscia adoperare di farli cadere; facilitando così la vittoria ultima a’ partigiani di reggimento assoluto; più nascosti che spenti; più svergognati che vinti; e tuttavia da non tornare forse più in potenza, se i cercatori di libertà, divisi in due campi opposti, non avessino loro spianata la via. La qual divisione, anzi che cessare dopo i disastri della guerra, crebbe a dismisura, pigliando la discordia alimento da ciò che avrebbe dovuto essere ragione suprema di concordia: attribuendosi gli uni agli altri la cagion del disastro, quasi di ognuno non fosse stato il peccare. Il quale non da altro potrebbe forse avere argomento di scusa, che dall’accadere ne’ medesimi giorni le stesse cose dall'un capo all’altro di Europa, e non meno ne’ grandi che ne’ piccoli stati: quasi il male fosse d’alta e generale e molteplice origine, né in potere degli uomini ovviarlo, senza grandi virtù e sapienza civile, che i costumi e studi del secolo non davano. Ma seguitiamo l’ordine.

Tutti i ministeri degli stati italiani, eccetto Napoli, erano fra l’agosto e il settembre, o deposti o in via di deporsi. Forse dai successori poteva dependere, che le cose si avviassero al meglio, o in maggiori disordini precipitassero. Uomini di troppo rimesse o troppo sbrigliate opinioni avrebbono del pari nuociuto; i primi irritando la democrazia, divenuta audace e operosa: i secondi tirando le cose più innanzi che non era comportato dal genio dei popoli, e dalla potenza delle corti. Né gli uomini, chiamali a reggere gli stati, erano siffatti da conoscere il vero mezzo: non per difetto di probità o di amore alle franchigie, ma per appartenere tutti alla schiera di coloro, che avrebbono voluto mantenere gli stati a quelle larghezze, che secondo la loro dottrina parevano ragionevoli; non considerando che i popoli erano stati ornai tratti a desiderii stemperati; né avevano essi autorità sufficiente per rattemperarli. Pure fu senno dei principi eleggere ministri, che nella opinion popolare erano di massime più stretti degli stati innanzi alla sospensione della guerra; e se non erano, aveasi non di meno questa opinione di loro; il che tornava il medesimo; perocché ei non basta a’ rettori publici essere acconci a’ luoghi e a’ tempi, ma richiedasi che altresì apparisca. I giornali col mettere in esame quel che avevano fatto i ministeri caduti, e quel che dovevano fare i successori, avevano condotto il giudizio popolare ad essere più severo, e meno contentabile. Forse chiunque fosse stato scelto, dopo breve tempo, non saria stato più accetto, piacendo allora questo scambiettar di ministri, per gara di potenza o voglia di novità.

Più speciale difficoltà era in Piemonte nella composizione del nuovo ministerio, per lo modo di trattar la pace fra gente che gridava guerra: non tanto forse per fiducia che potesse vincersi in tanta avversità di destini, quanto per timore d’una pace disonorevole suscitato dagli ontosi capitoli della tregua. Se bene quei che facevano ressa di ripigliar la guerra, fossero i democratici, e quei che la pace consigliavano, fossino i monarchici, pure ve ne avea degli uni e degli altri con intendimenti diversi. Per molti la guerra era pretesto al tumultuare, intorbidare, scuotere qualunque governo. Non pochi altresì dei bramosi di pace, non avrebbero dubitato di accettarla anco a costo di rinunziare alle interne libertà, non che alla esterna. v’erano poi gli onesti uomini, che avrebbero consentito la pace, purché onorevole fosse; se non che non andavano d’accordo nei termini. I moderati non credevano di fallire all’onore, consentendo che l’imperadore restasse padrone del veneto, e gl’Italiani rinunziassero per allora alla formazione d’un gran regno sotto l’Alpi. I democratici per converso stimavano che pace onorevole non sarebbe mai stata, se non era convenuto che gli Austriaci rivalicassero i monti. Non pareva a’ primi possibile restaurare per forma l’esercito da ricominciare la guerra con buon successo. Dicevano ciò non impossibile i secondi, dove il nuovo ministerio avesse adoperato zelo e autorità nell’usare tutti i provvedimenti, che in casi estremi suol richiedere la salvezza della patria. In somma per gli onesti era quistione di prudenza; per gli altri di turbazione. Ma i secondi mescolandosi e confondendosi co’ primi, facevano apparir ree anco le buone intenzioni. La commessione di creare il nuovo ministero ebbe il conte Revel; ingiungendogli il re di accontarsi col Gioberti, e dove con esso non si fosse inteso, cercare del professor Merlo. Ciò rivela, che quantunque Carlo Alberto la pace in quei giorni desiderasse, pure sentiva non essere meno prudente chiamare al governo uomini accetti alla democrazia; quale allora era il Gioberti, spiccatosi, come altrove accennammo, dalla schiera de’ moderati, conforme gli eventi favorevoli alla popolarità apparivano.

Abboccatosi con esso lui il conte Revel, e trovatolo non d’accordo colle sue massime, si volse al Professor Merlo, che non ricusò; e amendue fecero il ministerio; tirandovi a presiederlo, il marchese Cesare Alfieri del Sostegno, che stato altra volta ministro, n’era uscito quando le cose comincia vano a ingrossare. L’amministrazione degli affari esterni fu data al generale Ettore Perrone; prode in campo; antico e provato partigiano di libertà; da non potersi desiderare uomo migliore; se non fosse stato imprudenza sollevarlo al governo dopo avere avuto parte in una guerra infelice, e fra tante mormorazioni e accuse contro a’ generali, non ancora sì chiarite, da fare distinguere da’ rei gl’innocenti, dai dappochi i prestanti. Maggiore imprudenza fu restituire nel ministero sopra la guerra il general Franzini, cui aveva veduto il publico un mese innanzi deporsi, e infatti, sentendo egli stesso di non essere più acconcio, dopo pochi giorni, chiesto licenza, fu surrogato dal general Dabormida. I due componitori del ministero, Revel e Merlo, tolsero l’uno ad amministrare l’erario, l’altro la publica istruzione; che poi cedette al cav. Boncompagni, assumendo egli il ministerio di giustizia. Ma la importanza maggiore acquistava tutto ’l corpo de’ ministri da quello sopra le cose interne, Pier Dionigi Pinelli: de’ più valenti uomini che allora avesse il Piemonte, e de’ più inflessibili altresì nel presumere di sottomettere le voglie de’ tempi alle proprie dottrine; non certamente tirannesche, ma circoscritte, cavillose, più da legista che da uomo di stato.

Composto in tal modo il ministerio piemontese, aveva sfavorevole il publico, anco per le cause a tutti note della deposizione del ministerio antecedente. Il quale (secondo che in publica adunanza rivelò il Gioberti) era stato ridotto quasi alla impotenza: consumando gran parte del tempo ora a comandare senza essere ubbidito, e senza avere i mezzi di farsi ubbedire, ora a protestare contro ordini avversi, che, lui inconsapevole o ripugnante, si mandavano ad effetto. Conciossiaché la diplomazia forestiera avesse più potenza di quelli del reggimento: gli oratori oltramontani andavano è venivano dal campo senza né pur far motto al ministro che era sopra gli affari esterni. Così (conchiudeva lo stesso Gioberti con forte voce) la mediazione fu sostituita al sussidio francese: i prigioni di stato rilasciati: una tregua indegnamente conclusa: la proposta sicula risoluta; e in fine Inglesi e Francesi aver avuto più parte nel maneggio delle cose d’Italia che non i ministri stessi del re. Inferivasi per tanto che i novelli rettori avessero accettato, accomodando 1 animo a questa politica, contro cui allora tutti più o meno sbraitavano. Ond’è che, venuti essi in cospetto del publico parlamento a protestare, che il loro governo sarebbe stato in sostanza quello dei precedenti, cioè di mantener saldo il principio di far dell’Italia una nazione, e di seguitar la guerra coll aiuto de’ Francesi, dove gli accordi non fossero stati onorevoli, non furono creduti, anzi più d’una voce si levò a sbugiardarli: facendosi capo e fautore di sì potente contrarietà la stesso Gioberti; non senza danno del suo nome, parendo che fosse mosso da rancore di essere stato schiuso dal novello ministerio. Se non che egli, a cui il favore mancatogli de' moderati, era compensato da quello largitogli dai democratici, a quali non pareva vero di acquistare un potente ingegno e facondo dicitore, per adoperarlo in loro prò, conforme usano tutte le fazioni; seguitava ad avere una grandissima autorità nell universale; che a’ suoi giudizi conformandosi, presto diventava opinione di tutti o della maggior gente quel che era parere d'un uomo solo. Con quella sua ingegnosa vena trovò il Gioberti bel modo di avvilire e infiacchire il novello ministerio; disse, e lo disse in publico: che esso aveva due modi di governare: uno scritto, l’altro a bocca: col primo appariva generoso, libero, italiano; col secondo procedeva avvolpacchiato, servile, e ligio a forestieri. E come queste punture provocavano querele dalla parte offesa, seguitavano altre e più acerbe rampogne degli avversari; e grave scandalo era, che la discordia fosse entrata fra quelli che non solo fino a quel tempo avevano fatto professione di temperata politica, ma che erano altresì, come il Gioberti e il Pinelli, stati familiari e svisceratissimi, e allora, i loro nomi divenivano signacolo da guerra di due parti nemiche.

Il Re dimorava ancora in Alessandria; dove il dì 15 agosto si trasferirono sir Abercromby e il signor de' Reiset, ambasciadori l’uno della regina d’Inghilterra, e l’altro della republica francese, per profferirgli la mediazione dei due potentati, secondo le norme convenute fra’ rettori di Londra e di Parigi. Era adunque la diplomazia, nostra principale nemica, sottentrata alle armi: la quistione d’Italia, sospesa nei campi, agitavasi nelle corti. Gl’Inglesi e i Francesi non trovatisi d’accordo per aiutarci efficacemente colle spade, eransi di leggieri accordati per recarci sterile e tardo soccorso di parole. I due diplomatici significarono al re le condizioni della proposta pace: che cioè la Lombardia fosse libera di spiccarsi dall’imperio, e congiungersi col Piemonte, accettando in compenso una parte del debito publico viennese: che l’imperadore avesse la sovranità delle provincie venete, obligandosi a dar loro istituzioni e amministrazioni d’indole italiana: che le sostanze e le persone sì in Lombardia e sì nella Venezia fossero rispettate: che pieno perdono alle colpe di maestà fosse largito: che il confine dei due stati fosse presso a poco quel medesimo che dal lombardo divideva il veneto. Era in fine la stessa proposta fatta nel maggio dal barone Hummelauer; non accettata allora dalla corte d’Inghilterra, parendole scarsa; poscia pe’ sinistri di Custoza rimessa in campo, quando già all’imperadore era passata la paura, e quindi la voglia di mandarla ad effetto; ora nuovamente, e con più solennità risuscitata, e con non minor tristizia sventata. Se bene a Carlo Alberto e a' suoi ministri non paresse bene assicurata la futura sorte de’ Veneti, e mandassero giù male il caricarsi d’una porzione del debito viennese, pure, insistendo gli oratori d’Inghilterra e di Francia, che non era da sperare accordo più vantaggioso, accettavano quella proposta. La quale dall’altra parte la corte austriaca, con indugiare studiosamente la risposta, dava chiaro a vedere che più non voleva saperne.

Ma nel tempo si trattava la pace col nemico esterno, si gittavano legna nel fuoco della guerra interna. Fra gl’incita menti a discordie civili era quello di accusare e sindacare i generali tornati dal campo; i quali altresì facevano protestazioni di loro innocenza ne’ giornali; e fra accuse da una parte, e discolpe dall’altra le ire s’infiammavano. Il general Broglia, uno de’ più vituperati, chiedeva in publico al re un giudizio, non parendogli altrimenti di potere il suo onore vendicare. E questo giudizio invocavano più altri generali, fra cui con più istanza il Bava, primo condottiero d’una porzione dell’esercito. I ministri rispondevano di non poterli satisfare, allegando ragioni di prudenza e di necessità: «non si potria far giudizio parziale, e il farlo di tutti e d’ogni opera, saria difficile e pericoloso, forse chiarendo cose, che è meglio restino dubbiose per la dignità dello esercito. In oltre, essendo prossimo a spirare il tempo della tregua, mancherebbe il tempo alle indagini: pregarli quindi a sopportare per amor della patria le indegne accuse, fidare nella sicurtà di lor coscienza, aspettare dal tempo vendetta al loro onore.» Così i rettori, non purgando la fama de’ generali col giudizio de’ tribunali, e non facendo chetare le male lingue, producevano, che quelli non recuperando la fede publica, vie più la impresa di Lombardia prendevano in avversione. Dicono, che giungessero talora a gridare in massa, che dove gli Austriaci avessino calpestato il suolo piemontese, ogni sforzo di guerra avrebbero sostenuto per respingerli; ma per fuori, non volevano più combattere.

È certo, -che d’ogni parte i graduati da’ maggiori agl’infimi chiedevano licenza: la quale se non fosse più spesso stata negata, lo esempio avrebbe aiutato lo scandolo; contro cui non mancarono voci publiche a levarsi e gridare che fosse posto un freno. Parve a’ ministri di far bene a deporre alcuni dei più bistrattati, o per dare alcuna soddisfazione allo sdegno publico, o per fare un atto di giustizia, ancor essi stimandoli colpevoli. Fra’ puniti fu il capo dello stato maggiore Salasco, il cui nome suonava vituperoso per la stipulata tregua del 9 agosto: il general Federici, che, avendo il comando della cittadella di Peschiera, si sospettò che l’abbandonasse prima di ricevere gli ordini dal re: e il general Bricherasio, autore della indegna convenzione col general de' Thum per lo sgombramento della città di Piacenza.

Né soltanto a parole si faceva oltraggio alla riputazione de’ capi dell’esercito; ma in alcune città erano minacciati nella persona. In Genova, essendo giunto il general Trotti, il popolo corse a fargli villania; quegli, per discolpa, sventolavagli in sugl’occhi la sua insegna, da più palle sforacchiata, e la medaglia d’onore ricevuta combattendo. Frenossi il tumulto, restando il rammarico e la vergogna di avere insultato a un’innocente. Ma nuovi appicchi a nuove tumultuazioni si presentarono. Quella città, per sé stessa infiammabile, aveva in que’ giorni riscaldata colle sue imprudenti predicazioni il padre Gavazzi. In oltre vi si erano rifugiati una gran parte de’ seguaci del Mazzini, usciti di Milano; i quali non dimoravano inoperosi; avevano formato nuove congreghe popolari; parlavano, scrivevano, semi di discordie e di sedizioni gittavano. de’ più attivi appariva un veneto Filippo de' Boni, che avendo grata la persona, e lusinghiera la favella, erasi bene negli animi de’ Genovesi insinuato. Randeggiarlo era del pari pericoloso che tollerarlo. I rettori di Torino scelsero il primo partito, e non lo misero in esecuzione con que’ riguardi che allora bisognavano; mostrando di giuocare d’arbitrio quando potevano del soccorso delle leggi valersi. Ordinarono per messaggio segreto e imperioso, che il de' Boni fosse di notte tempo fra due carabinieri accompagnato fuori de’ confini del regno, con ingiunzione di non mai più tornarvi. Saputosi, la collera publica, abbastanza accesa contro quel ministerio, vie più infuriò. Primi a protestare contro l’atto ministeriale, chiamandolo lesivo dello statuto, furono i sindaci della città, o che il pensassero o volessero antivenire qualche eccesso. Non dimeno il popolo si leva a tumulto: circonda il palazzo ducale: grida furioso contro i ministri. Mostratosi il governatore de' Sonnaz, vie più s’alzano le voci. Quello vorrebbe parlare, ma non inteso o male inteso, non può sedare il tumulto. Finalmente una voce più alta e risonante giunge agli orecchi di tutti; che sia incontanente mandato a richiamare il de' Boni. Scoppia tuono di applausi: e il voler popolare, con umiliazione di quelli del governo, fu eseguito. Né il disordine per questo cessò: perciocché i tumultuanti, fatti più baldanzosi la notte, correvano qua e là, co’ birri s’azzuffavano, saccheggiavano l’uffizio del buongoverno, vi appiccavano il fuoco, e maggiori eccessi avrebbero fatti, se non accorreva il marchese Pareto, e con parole cittadinesche non metteva un po’ di freno in quella invasata moltitudine. La quale usò il nome stesso di lui per tosto ricominciare la sedizione. S’affollano a casa Tursi: bestemmiano il general Balbi, capò della guardia cittadina, domandano, che sia tolto, e messo in suo luogo il Pareto. Ancora questa voglia popolesca soddisfatta, non di meno il tumultuare non finiva. Altra cagione o pretesto era il processo fatto contro alcuni, che pochi dì innanzi avevano promosso un altro tumulto popolare, chiedente la demolizione del castello di S. Giorgio. Le ire s’infiammavano contro il fisco; e forse sarebbono andati a manometterlo, se il Pareto entrato innanzi, e carpito il processo, non l’avesse, nelle scale del palazzo, dato alle fiamme, presente il popolo; che in quel fumo i suoi sdegniaffogò.

.Di questi scompigli giungevano avvisi a Torino, e di novelli pericoli e impacci erano sorgente ai rettori di stato. Il de' Sonnaz erasi deposto dal governo di Genova: e faceva molto pensare a trovar successore che valesse a tenere in briglia sì bollente città, con tutto quel laido ripieno di fuorusciti lombardi, da mettere il turbamento in gente quietissima, non che fra popolo vivo, e in que’ giorni tanto più inclinante a republica, quanto il popolo torinese teneva dalla monarchia. E le due parti ogni dì più si coloravano con astio municipale: onde ne’ diari genovesi vitupera vasi il popolo di Torino, quasi complice de’ peccati dei rettori; né gli scrittori torinesi mancavano di farne acerbi risentimenti, che al colmo odii intestini e sciagurati spingevano. Fu in ultimo mandato a reggere Genova con potere di commessario straordinario il general Durando. Al quale successe che si facesse breve tregua a’ disordini: conciossiaché non era via alcuna che giovasse: servendo a pascolo di mala contentezza le stesse deliberazioni che i ministri facevano per contentare. Così giudicando che dovesse acquistar loro favore l’ordine d'invitare i membri della consulta lombarda a trasferirsi a Torino, e sbugiardare chi li diceva inchinati a lasciar cadere la unione già fatta dei due stati, riportarono in vece accuse, proteste, e male intelligenze. Prima i Milanesi protestarono di non riconoscere detta consulta, a cui niuna autorità aveva conferito il popolo: poscia gli stessi consultori fecero dichiarazione ch'essi non intendevano di renunziare ad alcuna delle ragioni acquistate, né intendevano che si dovesse altrimenti acconciare la bisogna della italiana libertà, che inchiudendovi non solo il lombardo, ma ancora il veneto paese.

In questo mentre il re volgeva a’ soldati in Alessandria questo bando: Mentre il tempo della tregua trapassa, i miei ministri provvedono gagliardamente ai mezzi di ricominciare la guerra. D’ogni parte nuovi fratelli e compagni corrono volenterosi sotto quelle insegne, che già in riva all'Adige faceste sventolare. E se i disagi, le privazioni, le prolungate fatiche poterono toglierci la vittoria, il riposo ottenuto e una severa disciplina faranno tornare il dì del trionfo. A voi tocca, o soldati, di provare che non vi siete lasciati prostrare dalla avversa fortuna, mostrando altresì alla patria ch'ella può ad ogni evento far capitale del vostro valore e della vostra fedeltà. A nuovi soldati sarà stimolo la memoria delle vostre glorie passate, e il nobile esempio che loro darete, li farà con esso voi gareggiare di prodezza. Così al termine della tregua, o si otterranno patti conformi a’ diritti della nazione, o vi vedrà il nemico tornare a combattere con racceso ardore per quella italiana libertà, che è voto d’ognuno, e meta delle nostre fatiche. Sappia intanto la patria, che pone in voi tutte le sue speranze, quanto grande e invincibile sia l’amore e la fede che portate a quelle libere istituzioni, fondamento delle novelle sorti d’Italia; quindi ordino che tutti indistintamente i capi della milizia di terra e di mare, e con esso loro tutti i soldati, prestino lor giuramento allo statuto: col quale atto solenne verrà meglio raffermata la unità della nazione, rendendo inseparabile la qualità di soldato da quella di cittadino.

In effetto erano chiamati sotto le armi tutti gli uomini atti a portarle, secondo le norme della piemontese milizia: e non piccola opera era data a far mobile gran parte della guardia cittadina; senza dire che sì dal ministro sopra la guerra e sì da quello sopra le cose interne venivano spessi ordini o per ammonire i graduati, che si fossero allontanati dalle schiere, a tornarvi senza dimoranza, o per acquistare armi e distribuirle, o per provvedere vestiti e arnesi di guerra, o per decretare che le genti lombarde, modanesi, e parmensi di qualunque arma si trovassero in Piemonte, dovessero seguitare nel servigio militare, ed essere colle piemontesi nel soldo, nella disciplina, negli ammaestramenti e ne’ beneficii agguagliate. Similmente il ministro dell’erario, concorrendo co’ provvedimenti pecuniali, mercé di tre decreti pubblicati nello stesso giorno, procacciava che nello spazio di cinque mesi potesse lo stato disporre d’una somma non minore di cinquantacinque milioni di lire: imponendo per legge un’imprestito con l’interesse annuo del cinque per cento sul valore de’ beni stabili, su’ crediti ipotecari fruttiferi, e sulla mercatura. Ma qualunque cosa avessero detto o fatto que’ ministri, non era accetto; come quelli che avevano mestieri non pure di far bene, anzi di superare la mala prevenzione che di loro si aveva. Difficil cosa in tempo di quiete: impossibile in quella sì straordinaria concitazione di passioni estreme.

Altra sorte di querele e disputazioni era l’affare di Sicilia. Dicemmo già della elezione della persona del duca di Genova. Partiti gli oratori siciliani a fare l’offerta della nuova corona, e giunti quando le cose della guerra lombarda cominciavano a volgere contrarie, pensieri diversi agitavano la corte piemontese. La quale non accettò, né ricusò. Cominciossi a favellarsene nei giornali e ne’ cerchi. Pretendevano alcuni che, sentendosi debole il re sardo a sostenere la guerra coll’imperadore, dovesse a un tempo intraprenderne un’altra col re di Napoli. Dopo alcun tentennamento,stimò bene non accettare: e i Siciliani che si erano indotti ad eleggere il re per uscire del temporaneo, tornavano nel temporaneo, con più gli sdegni nuovi, che con quella elezione avevano suscitato. Misera e spregievole condizione di popolo ridottosi a chiedere un re, e non trovarlo. Trono vacuo di ricca provincia, in altri tempi da cento pretendenti agognato, allora messo in non cale.

Ancor più torbide che in Piemonte passavano le cose in Toscana. Era stato dopo parecchie prove fallite, chiamato dal principe a comporre novello ministerio il marchese Gino lapponi, quasi uomo di conciliazione fra le due parti de’ moderati e de’ democratici; avendo egli svisceratissima la grazia de’ primi, né mancandogli eziandio quella de’ secondi. Se non che i moderati usavano il nome di lui, quando sentivano sfuggirsi di mano la potenza; e i democratici non se ne mostravano scontenti, reputandolo l’ultimo grado, dopo il quale sarebbero saliti essi al governo; ed egli per desiderio di gratificarsi a tutti, non s’accorgeva di mettersi fra due fazioni opposte; le quali o gli faceva mestieri di conciliare, o era meglio non assumere il governo dello stato. Con esso lui sarebbono stati volentieri alcuni della democratica schiera, che, rattemprati dalla prudenza d’un rispettabile uomo, potevano fare un governo da ovviare a una gran parte dei disordini; e lasciati fuori, non riescirono che a mettere a soqquadro la Toscana. Ma coloro che signoreggiavano l’animo del Capponi, seguitarono a non concedergli mescolanza di uomini d’altra qualità: sempre per quella loro superbia di fare reggimento esclusivo. Laonde sotto la presidenza di esso marchese furono nominati ministri il cav. Leonida Landucci per l’erario; il consiglier Donato Samminiatelli per le cose interne; l’auditor Iacopo Mazzei per la giustizia e il culto; l’avvocato Celso Marzucchi per gli studi; il maggiore Belluomini per la guerra. Non trovandosi un ministro acconcio per tenere corrispondenza colle corti di fuori, fu temporalmente eletto il cav. Gaetano Giorgini, già soprintendente agli studi.

Questa scelta, se contentò i moderati, assai scontentò i democratici; i quali, non potendo tacciare di disonesta la loro vita privata, ivano investigando le loro opinioni e nature. Dicevano di alcuni, che, stati un tempo partigiani di libertà, entrati poi negli uffici, o avevano mostrato ingegno superbo, o sotto colore di temperanza, avevano le loro massime modificate e quasi rinnegate; e di altri notavano la poca mente e la niuna sperienza. Specialmente mostravano di avere a noia il Samminiatelli; più forse per quel suo cognome, che per la persona; la quale d’integerrimo magistrato e di gentil cavaliere aveva fatto sempre testimonianza. Né da sperimenti posteriori potrebbesi argomentare che i sopraddetti ministri disvolessero allora la libertà: perciocché nessuno in quel tempo, che che se ne dica, pensava al possibile ritorno del regno assoluto. Ma erano piloti, buoni forse in mar tranquillo; inabili in tempo burrascoso; somigliando questo toscano ministero, cui dava nome e autorità il Capponi, a quello, cui pochi mesi innanzi aveva in Napoli dato nome e autorità Carlo Troya: cioè ministeri che avrebbero dovuto essere d’accomodamento, e non riuscirono, per eccesso di debolezza, che ad apparecchiare la materia agli ultimi sconvolgimenti.

In questo tempo erasi nell’assemblea dei deputati alquanto rafforzata la parte democratica; conciossiaché le fosse successo finalmente di farvi entrare F. D. Guerrazzi, reputato capo e movitore di tutta la democrazia toscana. E veramente più efficace uomo a subbillare il popolo, non era; sapendo non meno coll’ingegno bizzarro che co’ modi piacevoli rendersi lusinghiero e accetto a chicchessia. Né mancava di quel coraggio che a chi cerca fama nelle tempeste civili abbisogna. Più che le cose, odiava o amava le persone; e del male e del bene non sapeva far ragione, se non aveva qualcuno da imberciare. Sentiva di valere, e sdegnava profferirsi: né con pace tollerava di non essere cercato. Finalmente la persecuzione, più volte patita per cause di maestà, aveva i suoi spiriti inacerbiti e rendutili infiammabili nell’odio a’ governi. E dopo il mese di gennaio del 1848, vie più incollerito, pensando essere stato in ceppi per man di quelli, che dicevano fondare il regno della libertà, aveva l’animo apparecchiato alla guerra contro gli uomini nuovi. Laonde, entrato nel parlamento toscano, non indugiò ad accapigliarsi colla parte regia de’ moderati, già da lui cotanto combattuta e vituperata ne’ cerchi e ne’ giornali. E mancatagli l’occasione di adoperare le sue armi per abbattere il ministero del Ridolfi, già caduto, volle sotto spezie di carità publica, ingiuriarlo morto, domandando con lungo e spiritoso discorso, che si facesse un severo giudizio del perché gli fu conceduto usare poteri straordinari, e del come gli usò. L’assemblea, che sapeva le vecchie nimicizie del Guerrazzi col Ridolfi, non accettò quella proposta, tanto più che a tutti era noto, della breve dittatura conferita nessun uso essere stato fatto a danno della libertà. Ma poiché lo stesso Guerrazzi, nei provare che il ministerio del Ridolfi nulla aveva fatto per accendere i popoli alla guerra contro lo straniero, era trascorso a offendere le regie milizie piemontesi, ragguagliando le sconfitte da esse toccate, co’ miracoli di valore operati dal popolo in Milano, Venezia, Bologna, e altrove, sorse fra gli altri il deputato Salvagnoli a rimbeccarlo, chiamando calunniose le cose da lui vociferate. Già questi due per gare vecchie e recenti s’odiavano; aizzava poi gli odii amor di parte diversa, essendo f uno tutto devoto a Carlo Alberto; l’altro, comecché amore e fede in alcuno non avesse, stimava allora dover lusingare e fortificare la fazione popolana per aprirsi con essa la via al comando.

In mezzo a questi contrasti e apparecchi di più viva discordia, compariva in parlamento il novello ministerio: e al vedere quel venerato e infelice aspetto del marchese Capponi, nessuno a prima giunta si tenne dal battere le mani. Né fu meno lieta l’accoglienza fatta alle parole, ch’ei a nome di tutti, e per bocca del ministro sopra le cose interne, pronunziò dalla tribuna: avendo promesso negli ordini interni di ampliare le franchigie conforme i tempi richiedevano; e fuori, di promovere la federale unione d’Italia; apparecchiandosi a nuova guerra, dove per le consulte diplomatiche non si fosse un desiderabile accordo ottenuto. Nessun giornale non lodò queste dichiarazioni, per uso di dir bene dei mutamenti con eguale improntitudine, di vituperare le cose provate.

Ma la contentezza non durò molto. Fu mostrato più sopra, il ministerio del Ridolfi combattuto dentro al parlamento dai moderati, e fuori dai democratici con intendimenti opposti. Il ministerio del Capponi in vece, avendo sostegno quasi pieno dalle assemblee, ebbe guerra nelle piazze e nelle vie. Noi combatterono i moderati nel parlamento, non tanto perché adoperasse meglio del precedente, quanto perché sapevano che dove non fosse stato retto, non era più da impedire che non salissero al governo i capi della parte democratica. Ma quanto più i moderati, che erano sempre il maggior numero, apparvero uniti a difendere e sostenere il ministerio del Capponi, tanto più i democratici s’aiutarono co’ tumulti e colle grida a guerreggiarlo; e si può dire che a quel ministerio nocesse più il soverchio favore delle assemblee, che non sarebbe stata una certa contrarietà; scoprendosi il fine di quello amore, che alcuni chiamavano opportuno, e tale sarebbe stato per avventura, se i rettori avessero avuto potere da resistere agli assalimenti tumultuarli della democrazia. La quale da indi innanzi non più il solo ministerio, ma esso e il parlamento ragguardando per suoi nemici, contro l’uno non meno che contro l’altro dirizzò i suoi strali. Piovvero quindi accuse contro i giornali, che la maestà del parlamento oltraggiavano; a cui in pari tempo i tribunali indirizzavano domanda di poter citare i suoi detrattori. Vollero in sul principio i deputati gareggiare di generosità; sperando col perdono di rendersi benevoli gli scrittori: che tuttavia seguitarono a morderlo: secondati dalle congregazioni popolari, dove allora tutta la potenza dello stato, fallita al governo e al parlamento, consisteva. E in ogni città, e quasi villaggio, ve ne avea di due qualità; rappresentanti le due parti de' moderati e de’ democratici; con adunanze in publico, perché il popolo vi corresse. E le maggiori dispute facendosi sulle cose della guerra, e sul modo di cacciare lo straniero dall'Italia, non era giorno che non tempestassero di petizioni le assemblee, affinché inducessero il principe a creare eserciti, ammassar danari, assoldare genti di fuori, implorare, aiuti dalia Francia: e non essendo in poter delle assemblee provvedere a tutte queste cose, eccoti rimproveri, minaccie, proposte, ammaestramenti, e nuovi fomiti di publica turbazione. Se non che i concilii de’ moderati erano per l'ordinario palestra di vane disquisizioni; e l’opera loro limitavano a suppliche e suggerimenti; laddove i concilii de’ popolani non terminavano in dispute interne, ma uscivano in piazza, levavano rumore, minacciavano di mandar sossopra governo e parlamento se non ponevano in esecuzione le loro deliberazioni. E per più prontamente operare, creavano i così detti comitati di guerra, che sotto spezie di eccitare principi e popoli ad apparecchiarsi alla impresa di Lombardia, si ordinavano a mo’di reggimenti temporanei, forse non senza proponimenti di finale rivoluzione. In somma con questi ritrovi e comitati, non era più possibile al parlamento e al principe di far leggi; al ministerio di eseguirle.

In que’ giorni la Toscana riboccava di fuorusciti lombardi, parmensi e modanesi; e d’una parte di quelli che la republica di Venezia con provvido consiglio aveva cacciati, come più sopra notai. Da prima costoro si erano gittati in Piemonte, facendo principal sede Genova, città più acconcia a’ loro disegni: e non bastando il Piemonte a tutti, e non trovandolo terra tanto facile a sommovere, passarono nello stato romano e nella Toscana, paesi che per la debolezza de’ governi non potevano alcun argine opporre alle loro brame. Le quali si palesavano con titoli di carità cittadina, quasi gente che, avendo guerreggiato per la comune patria, domandavano asilo e ristoro a’ danni e patimenti sofferti. Adoperavano i rettori toscani di formare brigate di cittadini per provvedere al sostentamento loro; ma non riescivano a contentarli, crescendo co’ benefizi le pretensioni; che non soddisfatte convertivansi in materia di sedizione; perciocché della più parte di costoro si empivano i casini, e vie più con questo rinforzo scotevano il governo, e le città inquietavano. Livorno, naturale albergo di gente d’ogni lingua e costume, più specialmente accoglieva questi mettitori di scandoli. E qua, come a preparato terreno, si diresse il padre Gavazzi proveniente da Genova, non rispettando il divieto ricevuto altra volta di non rimettere piè in Toscana. Gli fu interdetto dagli uffiziali di marina lo sbarcare; ma il popolo corre al porto: lo invita a discendere, lo accompagna dentro la città in trionfo. La sera chiamato a parlare nel cerchio, detto nazionale, fece, secondo il suo solito, fragoroso discorso, appellando traditori tutti i principi, tutti gli eserciti, tutti i ministri: e gridando la guerra di popolo, per la quale il povero doveva dare il braccio; il ricco, il danaro: le donne, i vezzi; i preti, i consigli. Le stesse cose e altre più strane con maggior impeto replicò la mattina in piazza, piena di popolo, da’ suoi labbri pendente, e più forte applaudente quanto più egli colla voce, co’ gesti e cogli avventati consigli trascorreva.

Intenzione del frate non era di rimanere in Toscana, ma di andare a Bologna, bastandogli nel transito di farsi novellamente vedere e udire a’ popoli usi di festeggiarlo. Certo gran bene sarebbe stato ch'ei non fosse tornato; e meglio pure per la dignità del principe, che s’avesse potuto impedirgli l’entrare. Ma quando ciò non era successo, conveniva tollerare, ch'ei a sermoneggiare, e il popolo ad ascoltare, si fossero satisfatti; tanto più che le genti nostre erano ornai sì avvezze a quelle predicazioni, più insane che malvagie, che una più, e una meno, non poteva essere l’estremo de’ mali. Ma i rettori allora, e con essi tutta la generazione de’ moderati, quanto non sapevano essere gagliardi a far fronte a’ disordini, altrettanto per ogni raguno di popolo si costernavano e gridavano finimondo, sempre fissi in quella loro dottrina, doversi fare rivoluzione pacifica, e ogni mutamento compiere d’accordo e con quiete. E chiunque faceva avvertire, che ciò non era possibile a ottenere dalla natura degli uomini, e qualche amarezza era pur forza soffrire in fino che le nuove libertà non fossero bene consolidate, notavasi col vieto titolo di demagogo. Adunque i rettori fiorentini prima permisero che il frate Gavazzi potesse per Toscana transitare, prendendo la via di Firenze; poi ripentiti, o che non credessero ch'ei volesse solamente passare,o temessero dopo le predicazioni fatte a Livorno, che anco transitando arrecasse occasione di scompiglio, ordinarono che fosse da genti d’arme accompagnato fuori dello stato. In questo, il Gavazzi, seguito da una frotta di Livornesi, che sventolando una lorobandiera, non si saziavano di celebrarlo, giungeva a Signa: dove preso e messo in cocchio da due carabinieri, fu al confine condotto: invano egli allegando il permesso de’ ministri, e contro l’arbitrario atto protestando. Similmente de’ Livornesi che lo seguitavano, e di venire alle mani si disponevano, alcuni furono dispersi, altri imprigionati.

Saputosi da esagerata fama questo fatto a Livorno, gran fiamma di sedizione si accese: e quel disordine che si era voluto antivenire, successe come da niuno sarebbesi aspettato. Vanno a palazzo, imprigionano il governatore, sfondano un magazzino d’armi, appartenente alla guardia de’ cittadini, con quelle in mano rompono le comunicazioni elettriche con Firenze, mettono i cannoni alle porte, s’apparecchiano a difesa, fanno piena sollevazione. Mancato il governo legittimo, e sottentrato temporalmente il municipio, per avere autorità in mezzo a quel tumulto, aggiungevasi alquanti degli stessi sommovitori del popolo. Fra’ quali il napoletano La Cecilia, che in tutti i commovimenti, che dall’un capo all’altro d’Italia allora si facevano, era mai sempre presente.

Costoro cercarono di tranquillare la città, ch'ei medesimi avevano sconvolto; ma a rimediare il male non avevano la stessa balia che a procurarlo avevano avuto: essendo che altre cagioni di publico disordine vi si aggiungevano: e una principalissima era l’ordinamento pessimo della guardia civica: la quale in nessun luogo di Toscana era sì mal accozzata come in Livorno; dove poteva quasi dirsi mancare affatto: perciocché succeduta al primo fervore la solita svogliatezza, e parendo a quella gente, data a’ traffichi e a’ guadagni, di perdere il tempo a vigilare la quiete publica, per l’ordinario o non andavano, o mandavano in lor vece uomini venali, tratti dalle sozzure della plebe; onde ne’ trambusti le armi non si trovavano in mano di chi avrebbe voluto l’osservanza delle leggi, ma bensì di coloro che solamente da’ garbugli speravano profitto. In fatti nei giorni di agosto,25 e 26, in vano fu ricorso con inviti del gonfaloniere alla guardia civica; ché pochi e svogliati obbedirono: in vece affollavasi plebaglia furibonda, che dicendosi popolo, domandava con alte voci di essere armata. Al che non sapendosi piegare il municipio, e volendo anzi procedere con certo ordine nel dispensare le armi, un orribile tumulto scoppiò: si precipitano contro la fortezza detta di porta murata, e la investono per modo, che il comandante, non sapendo o non potendo resistere, l’abbandona, solo restando a guardia della polveriera pochi militi cittadini; i quali in vano fecero opera d’impedire che il popolaccio non se ne impadronisse. Urli, minacele, sassi contr’essi furono scagliati, e quelli per difesa traendo co’ moschetti, ebbevi alcuni morti e feriti. Allora non fu più freno agli sdegni. La plebe imbestialita e armata va addosso a quanti vede colf assisa di guardia cittadina: mette a sacco i magazzini della fortezza; rapisce quanto v’ha d’armi e di munizioni: grida un reggimento a parte; le difese alle porte rafforza. E pure fra tante sovversioni, con banca publica ricca di parecchi milioni, e casse private riboccanti di danaro, non uno si attentò darvi di piglio: chiarendosi che il fine di predare non era il principal movitore di que’ disordini.

I quali appena un poco allenarono, fu creato un consiglio di cittadini e di popolani con commessione di provvedere al governo della città. Componevasi di Michele d’Angelo, di Luigi Secchi, A. Luigi Fabbri, D. P. Pifferi, A. Venzi, i fratelli Roberti, il padre Meloni, P. G. Racchi, G. La Cecilia, D. A. Mangini, A. V. Giera, A. V. Malenchini, A. R. Frangi, F. D. Guerrazzi, e A. Petracchi. Questo consiglio che tanto aveva autorità quanto le popolari voglie secondava, ottenne per grazia che si mandassero a Firenze due oratori per rappresentare a’ ministri e al principe, che la città di Livorno sarebbesi pacificata purché fosse fatto ragione a queste cinque domande: che senza indugio si armasse tutta la nazione toscana per sostegno della guerra d’Italia; che si ricomponesse la guardia cittadina di Livorno; che si costruisse un navilio da guerra; che si regolassero meglio le tariffe dei tribunali; che si rinviliasse il pregio del sale. Veramente questo sì rinfuso chiedere quel che non era eseguibile, mostrava lo stato disordinatissimo di quel paese.

Gli ambasciadori livornesi, che furono Vincenzo Malenchini e P. G. Zacchi, arrivarono a Firenze quando già i ministri costernati e confusi da’ primi avvisi, non sapevano a qual partito appigliarsi. Dovendo fra usar la dolcezza o la forza scegliere, mal si adagiavano più all’una che all’altra, parendo loro colla prima di perdere ogni autorità, e colla seconda esporsi a maggiori mali. Quello che meglio era da fare non può così bene giudicarsi, come che il fatto fu pessimo; essendosi scelto il partito della forza, il più consentaneo alla dignità del principe, se fosse stato efficacemente adoperato. Chiesero per tanto alle assemblee, adunate in fretta, facoltà straordinarie a fin di comprimere il moto livornese; bandeggiare, incarcerare, inquisire, sequestrare, e da ultimo adoperare la milizia civile toscana in legione mobile per lo ristabilimento della quiete. In pari tempo esponeva di non volere altresì trascurare i modi conciliativi; e delle cinque domande de' Livornesi, promettevano di consentire il rinviliare del sale. Or questo non usare né tutta dolcezza, né tutto rigore, scoprendo il governo non a bastanza gagliardo né a bastanza generoso, mandava a vuoto i rimedii; massime con paese dell’indole di Livorno, da non potersi vincere, che con pieno uso di terrore o di amore.

Ad accrescere odio, e scemar forza al toscano ministerio, si aggiunse altra sua improvvedenza, di domandare due giorni dopo alle stesse assemblee, poteri straordinarii, non solo per Livorno, anzi per tutta la Toscana. Il che mise grave scontentezza: non chiarendosi altrove cagioni sufficienti di sospendere i beneficii della libertà. v’era stato in Lucca un tumulto per la venuta del generale de' Laugier, svillaneggiato dal popolo, che forse lo avrebbe morto, se la guardia cittadina non lo metteva in salvo. E in quel d’Arezzo erano seguiti alcuni disordini. Ma non pareva giusto con città in ribellione tutto il resto di Toscana, obbediente al principe, agguagliare. E mentre i ministri avrebbero avuto mestieri del favore di tutta la nazione, s’inimicavano l'altre città. Né mancarono alcuni fra’ senatori e deputati di ammonirli «badassero a quel che facevano; non ingaggiassero una guerra che non avrebbero potuto sostenere: misurassero il pericolo di estendere a tutta la Toscana il rigore chiesto per la città di Livorno; delle concessioni domandate, o era da farle tutte, o nessuna; o adoperare solamente la via delle armi, o solamente quella della pace.» Ma, insistendo i ministri per avere i domandati poteri, sì il consiglio de’ deputati, e sì il senato deliberarono di concederli, ponendo la condizione che dovessero cessare appena finite le cause che gli avevano fatti chiedere. Se non che l'amaro fu a metterli in esecuzione. Il dì 30 agosto con ordine del prefetto furono vietate in Firenze le adunanze popolari: le quali senza dubbio un grande impaccio arrecavano al libero operare de’ ministri. Ma non era quello il tempo di usare siffatto rimedio senza rendere il male peggiore. Imperocché i sediziosi, non potendosi più raccozzare in palese, facevano congressi segreti e macchinazioni, e fila annodavano, perché la sedizione accesa in Livorno in tutto’1 gran ducato si distendesse. Quindi fu mestieri prima d’incarcerare alcuni de’ più noti; e poscia per incalzanti petizioni al parlamento restituirli in libertà, più potenti a sommovere.

Nel medesimo tempo la prova di sottomettere Livorno andava fallita. Era stato eletto per quella città commessario straordinario Leonetto Cipriani; d’origine còrso, e divenuto livornese per lungo domicilio. Questi, andato co’ Toscani in Lombardia, aveva combattuto onorevolmente, e godeva meritata fama d’uomo coraggioso e arrischiato. Ma per la sua indole avventata e superba, era meglio atto a far nascere contrasto in città quieta che mettere la quiete in città sconvolta. In oltre l’essere quasi livornese, e l’avere, come suole in paese proprio, odii e invidie particolari, io rendeva ancor meno acconcio a quella impresa; che, non potendosi condurre con tutta forza, faceva mestieri, sopra ogni altra cosa, di prudenza: virtù ignota al Cipriani.

In tanto i Livornesi, appena conosciuto i decreti del governo fiorentino, da capo si sollevarono, e fattone un falò in piazza, minacciavano di trascorrere in maggiori tumulti, se in quel mezzo tornati gli oratori da Firenze, non avessero publicato per bando, che era stato ottenuto quel che il popolò aveva chiesto. Se non che tale annunzio cozzava colle leggi vinte dalle assemblee, e colla nomina d’un commessario straordinario: o che i ministri in quella prima confusione si lasciassero andare in parole di conciliazione più che non avevano in cuore di mantenere: o gli ambasciatori di Livorno spacciassero maggiori concessioni che non avevano avuto. Quindi il popolo, entrato in sospetto, ricominciava ad assembrarsi e vociferare tradimento; tanto più che la fama già divulgava prossimo il giungere delle milizie, comandate dal Cipriani. Il quale coll’entrare di notte accrebbe la commozione; cui recò all’estremo ne'giorni appresso, prima facendo un bando di perdono con modi minacciosi, e poi ordinando che si chiudessero le congreghe politiche, con minaccia di pena dove seguitassero le adunanze. Il popolazzo cominciò dire: chi è questo commessario che viene con poteri straordinari contro noi? Ne abbiamo rimandati due dei commessari, quando non v’era costituzione; ed ora colla costituzione sopporteremo che ci sia tolta la libertà? E così ragionando, correvano a lacerare gli editti, affrontandosi colle sentinelle; nel tempo che il Cipriani faceva mettere a ordine milizia a piè e cavallo per rintuzzare il popolar commovimento. Il giorno 3 di settembre s’azzuffarono; gridando il volgo: morte al Cipriani; e quegli comandando, che drappelli di carabinieri, con spade luccicanti, andassero addosso alla gente ragunata, e la sgominassero. A un tratto Livorno divenne campo di guerra. Chiuse le botteghe; interrotti i traffichi: in piazza milizie schierate; guardie e artiglierie alle imboccature delle strade. La qual vista non ispaurì il popolo, che vie più incollerito, cominciò a sonare a martello, e dalle fenestre e da' ripari, trarre sassi e archibusate contro la soldatesca. La quale non aspettandosi quell’impeto, si sbaragliò; poi raccozzata da nuovi ordini, tornò a mettersi in atto di resistere. Né ebbe miglior sorte:o che non usasse le armi come sarebbe stato mestieri, per mancanza di ordini chiari, o che lo spavento di quel popolo infuriato e traente dalle case, la sconfortasse. Onde dalla parte de’ cittadini, eccetto una donna, morta a caso,e qualche ferito, non v’ebbe altro notevole danno; mentre più d’un morto e ferito contò la milizia. La quale rimase più avvilita che sdegnata; e il dì appresso, quasi dolente di essere venuta alle mani col popolo, con quello si riamicava, e insieme maledivano al commessario, che aveva fatto spargere quel sangue cittadino. Soltanto i carabinieri non si unirono; forse per essere stati più al bersaglio del volgo: il quale contro di loro così acerbo odio rincappellò, che fu mestieri più tardi vestirli d’altra foggia.

Il Cipriani intanto scornato che la sua impresa avesse avuto quella fine, non metteva indugio di scrivere al principe a Firenze: «Essere dolente di aver dovuto far uso delle armi per quietare i Livornesi; abbisognargli tuttavia solleciti rinforzi per ridurli all’obbedienza: facesse movere la guardia cittadina, e con essa alla testa, marciasse a Livorno.» Poi si volse a’ soldati già ritiratisi in fortezza per condurli di nuovo in piazza; ma, avendo quelli rifiutato di venire più a battaglia civile, deliberò colle compagnie de’ carabinieri d’imbarcarsi e partirsi, lasciando di sé odiosa memoria: che faceva contrasto colla bella fama acquistatasi in Lombardia.

Ma i suoi avvisi e consigli mandati a Firenze furono per mala sorte eseguiti. Il principe, indotto da’ ministri, chiamava la guardia cittadina a prendere le armi: raccogliersi in un campo a Pisa; e se bene fosse detto, non essere intendimento di aizzare una guerra domestica, ma sì di provvedere al là comune difesa, pure nella opinione de’ più apparve odioso 'e di pessimi effetti cagione quel provvedimento: non per sé stesso; nulla meglio potendo farsi che sedare i tumulti interni, non con armi mercenarie, bensì con quelle libere degli stessi cittadini; ma per le circostanze che lo accompagnarono; e primieramente per essersi chiamata l’opera armata de’ cittadini dopo la prova sanguinosa e inefficace fatta colle genti assoldate; in oltre per avere i rettori mostrato ignavia nel rendere mobile la guardia civica quando era pericolo d’una occupazione tedesca, e sollecitudine per farla marciare contro una città dello stato; finalmente perché nuovi, com’eravamo, alle libertà, mancando l’uso di provvedere colle armi de’ cittadini alla quiete delle città, mancava eziandio l’opinione che fosse onore e merito quel che fino allora erasi reputato vitupero. Quindi alcuni per ignoranza, altri per malizia divulgavano, che i rettori armavano cittadini contro cittadini, e in cambio di serbare quelle forze per la nuova guerra contro lo straniero, sperperavanle in guerre civili. E per verità minor male era lasciar Livorno in balia di sé stessa, finché le cose allora sospese d’Italia non s’acconciassero, di quello che distogliere gli spiriti dalla impresa maggiore, da cui in quel tempo la riescita di tutte l’altre dependeva. Aggiungevasi a tutto ciò il cattivo ordinamento delle stesse guardie civiche; il che, dove altri rispetti fossero mancati, doveva ritenere dal fare quel pericoloso esperimento, in cui sarebbonsi di leggieri manifestati tutti i mali umori che le infettavano. Laonde allo improvvido invito i più non obbedirono. Onde quanto la maestà del principe fu umiliata nel ritrovarsi a Pisa con poche migliaia di que’ militi; più a mostra della debolezza del governo che a dimostrazione di forza publica; altrettanto la ribellion livornese acquistò maggiore baldanza: né fu più frenabile che per espedienti tardivi e inconsiderati; i quali trassero il governo a quel termine infelice, da cui ebbero principio le ultime calamità.

Avendo avuto il marchese Capponi negli anni passati certa familiarità col Guerrazzi, se bene da lui allora ’l separasse diversità di opinioni, tuttavia lo chiamò, e in confidenza pregollo d’interporre la sua autorità col popolo livornese, affinché tornasse nell’ubbidienza del principe. Era il Guerrazzi accusato e creduto da molti autore egli stesso di quegli sconvolgimenti. È vero che in Firenze dimorava allor quando scoppiarono; e dove fosse stato subito mandato con balia di sedarli, non avrebbe fatto forse opera vana; non per amore a chi l’avesse mandato, ma per superbia di provare di essere uomo sopra ogni altro atto alle faccende publiche in tèmpi malagevoli. Ma fu richiesto quando avrebbe avuto più potere a comandare che a cessare la sedizione: onde con arte, e non senza buona ragione, diceva: che prima i ministri avevano rovinato le cose della sua patria, e poi chiamavano lui a racconciarle. Pure la voglia che potentissima lo stimolava a non restare cittadino privato e inoperoso, lo avrebbe per avventura tirato a mettersi coll’arco dell'osso perché Livorno quietasse, qualora alla domanda di essere di autorità publica rivestito non avessero i rettori improvvidamente ricusato: o che temessero ch'ei non l’abusasse; facendo allora paura a tutti il nome del Guerrazzi, o per il solito costume di quegli uomini, di non volere altra gente che quella di lor parte. Andò dunque a Livorno il Guerrazzi né tutto uomo publico, né tutto uomo privato; e, avendogli i ministri mostrato di non aver fede in lui mentre gli avevano fatto conoscere di stimare valevolissima la sua mezzanità, gli misero in mano le armi, perché contro a loro le ritorcesse.

È pure da confessare che lo stato della città era andato di giorno in giorno peggiorando. Non essendovi più autorità alcuna; mancato anco il gonfaloniere; governava un consiglio composto di C. Venzi, A. Petracchi, G. La Cecilia, e G. Roberti. Un condottiero piemontese per nome Torres, invitato da questo consiglio senza essere ben noto, aveva assunto il comando generale di tutte le forze popolari della città, e dopo poco, non andando più d’accordo con quei che l’avevano eletto, operava quasi da despota: che presto venne in odio al popolo, dicendolo uomo che si spacciava quel che non era. Finalmente per accordo stipulata fra ’l detto Torres, e il colonnello Righini, comandante le milizie granducali, tenevano i forti, mescolati insieme soldati regi e popolani armati. Tutto avea faccia di città in disordine; e vedevi sbarrate le strade per sospetto mantenuto da’ perturbatori, che di Pisa venissero genti in arme; interrotti i traffichi; spenta la fede de’ commerci; vuoto il porta di navi straniere: i maggiori cittadini ridottisi alle ville; una terribile miseria soprastava, e con essa gli eccessi orribili della fame. I quali se non successero, è da saperne grado ad alcuni di que’ popolareschi, che, mentre fuori di Livorno avevano fama di uomini di sangue e di rapina, facevano talora le parti di raffrenatori, o per dir meglio, ritenevano da maggiori precipizi la moltitudine, ch’eglino per ira contro il governo avevano sollevata; primeggiando fra costoro il Petracchi: rozzo, nerboruto, intrepido, di non cattivo cuore; reputato non a torto il più gagliardo braccio delle sommosse livornesi, come il Guerrazzi la principal mente. Il quale appena giuntovi, fece in publico questo bilanciato discorso.

Commosso da’ casi della mia patria, io mi riduco fra voi, qual semplice cittadino, che torna in famiglia per provvedere in comune al publico bene. Vo indagando le cause de’ vostri mali, ascolto i desiderii, i voti vostri, e persuaso oggimai che sieno a giustizia conformi, mi sforzerò che vengano esauditi: confidando nella temperanza vostra, nella benevolenza che il principe dice avervi portata e portarvi ancora, e in Dio che illumina la mente degli uomini, affinché ogni discordia sia tolta via; e si possa con forze e voleri uniti attendere alla difesa della comune patria. Il vostro nemico è il Tedesco: e abbia onta chi ha potuto vedere i nemici d’Italia in altre file che in quelle dello straniero.

Sottoscrissesi deputato, mancandogli altra qualità publica. Dal che e dai detti traspariva l’animo suo, che avrebbe desiderato un comando per autorità del principe, e, non avendo potuto ottenerlo, procacciavaselo per autorità del popolo. Cosi il giorno 5, essendosi da capo levato gran rumore per falso grido di apparecchiati esterminii, egli, fattosi in mezzo alla plebe schiamazzante, che non voleva più stare congiunta col resto della Toscana, e chiedeva governo proprio, cercò di levarle quel furore, e renderla capace, che assai danno avrebbe ricevuto, separandosi Livorno dalla Toscana; facendo per altro maliziosa distinzione fra’ l principe e il ministero; perché la collera popolare, che non voleva allora trascorresse a far piena ribellione, dovesse mantenersi viva per buttar giù la transitoria podestà de’ ministri. E poiché era stato accettato, che si mandassero nuovi oratori a Firenze, per termine di ultimo accomodamento, con questi patti: «perdono sincero a tutti: mutazione intera de’ graduati della guardia cittadina: armamento della gente da riscossa: cessazione de’ poteri straordinarii;» trovandosi esso Guerrazzi primo fra gli oratori eletti, fece al popolo queste altre parole: noi porteremo le vostre proposizioni al principe, e ove fossero rigettate, ritorneremo fra voi, che adoprerete secondo che la vostra coscienza v’inspirerà, assicurandovi che noi staremo con esso voi ad ogni pericolo.

Di qua ebbero principio nuovi e più gravi scandoli; imperocché gli ambasciadori livornesi e i ministri fiorentini o non s’intendessero, o fingessero di non intendersi, riferirono gli uni, tornati a Livorno, ciò, che gli altri in Firenze protestavano di non aver concesso. Il Guerrazzi, che parlò per tutti, dopo avere chiamato i Livornesi popolo di eroi, uguali a Gionata, grandi quanto Ferruccio; dopo averli assicurati, che il principe e i ministri avevano già sprofondato nell’oblio le cose avvenute, e anzi per colmo di fiducia rimettevano in balia di loro stessi l’ordinarsi e reggersi con quel modo che più e meglio avessero creduto, invitavali a eleggere le persone che dovevano il nuovo governo comporre. Né quelli lo lasciavano finire, che primo e capo di esso noi gridassero: e per secondo eleggevano il popolano Petracchi. a’ quali aggiungevano terzo il conte Larderei; che, avendo subito rinunziato, restarono il Guerrazzi e il Petracchi signori della città; parendo che l’uno coll’ingegno, e l’altro colla mano bastassero a reggere Livorno ottimamente.

E subito agli sdegni succedendo i tripudii, furono disfatti gli sbarramenti delle vie; rappiccate le comunicazioni con Firenze; ravvivati i commerci e i traffichi. I nuovi rettori, o per dir meglio il Guerrazzi, cominciò a far leggi, decreti, ordinanze, riforme, non apparendo chiaro se facesse più per conto proprio, o in nome del principe. Onde la matassa livornese vie maggiormente s’intricava; perciocché nel tempo che in quella città facevasi e disfacevasi come se a popolo si reggesse (e per dir vero non falliva del tutto l’opera di riordinarla) i rettori di Firenze publicavano nel loro diario, ch'ei non potevano né volevano riconoscere quel reggimento: ed era falso quanto aveva riferito il Guerrazzi e divulgato i giornali livornesi; non altro essi avendo consentito, che il gonfaloniere di compagnia con altri cittadini di sua fiducia, potesse sciogliere la guardia cittadina, e provvedere alla quiete della città; e quanto al perdono, l'avevano promesso sotto condizione, che prima la città tornasse sotto il legittimo governo. Delle quali contraddizioni facevasi gran discorrere ne’ cerchi, ne’ diari, e nello stesso parlamento: dove il ministero era spesso richiesto a darne spiegazione, ed egli seguitava a protestare di non aver conferita a’ Livornesi la balia ch'egli si arrogavano, né aver loro detto quel che con maliziosa arte gli attribuivano. E con questo affermare da una parte e negare dall’altra, si procedeva innanzi; quasi apparendo che i rettori fiorentini si fossero ornai dato pace che Livorno se ne stesse in quel suo né popolare né principesco reggimento. Conciossiaché, essendo stato dal principe eletto gonfaloniere di quella città Luigi Fabbri, questi, dichiarando il governo di Firenze assai benevolo a’ Livornesi, aveva del magistrato municipale e dei due rettori temporanei Guerrazzi e Petracchi fatto un consiglio solo; dove per altro prevaleva sempre il Guerrazzi; e tanto più potere acquistava a volgere le cose livornesi a suo prò, quanto che appariva come legittimato.

Ma gli odii civili non si spegnevano: anzi rinfocolavano per imprudenza di coloro, che, recandosi a vanto la moderazione, avevano maggior obbligo di ammorzarli. Erano in quei giorni nel parlamento, grande e pericolosa materia di ragionamenti i richiami e petizioni de’ comuni, delle congreghe politiche, e degli stessi particolari cittadini. Questo tanto richiamarsi e domandare, significavano la mole degli abusi passati, e la non ancora ordinata libertà presente. Ma i più acerbi richiami, anzi proteste e talora accuse, venivano più che mai per lo esercizio prolungato che facevano i ministri de’ poteri straordinari; perciocché i parenti e amici di quei che erano stati incarcerati, non cessavano di supplicare le assemblee d’intramettere la loro autorità, affinché cessassero quei rigori; né mancavano deputati o pietosi o vaghi degli applausi delle tribune popolari, che richiedevano i ministri a lasciare le facolta di eccezione, e le malleverie della libertà restituire. Ma quelli continuavano a rispondere, che ancora ad essi pareva mille anni di abbandonare i poteri straordinarii, e speravano di poterlo far presto, ma dovevano per debito di coscienza notificare, che ancora questo felice tempo non era giunto, essendo la città di Livorno non bene tornata all’obbedienza antica, e pullulando in altre città semi di licenza: i quali (conchiudevano sempre) non faranno mai gran frutto per la civiltà e senno de’ Toscani; non di meno è ufficio di chi regge impedire che germoglino.

Una protesta assai fiera era stata fatta in Pistoia, sottoscritta da molti, diretta al presidente del consiglio de’ deputati; nella quale non solamente vituperavasi il ministerio per l’uso de’ poteri straordinari; anzi veniva accusato lo stesso parlamento d’infranto giuramento per averglieli conferiti. Mosso da giusta ira il deputato Salvagnoli, levatosi dal suo seggio, un lungo ed eloquente discorso pronunziò contro questi oltraggi alla maestà dell’assemblea; e nel cercare le cagioni di sì torbida e ogni dì più ardita licenza, designò le diverse nature dei perturbatori: e avvegnaché nessuno fosse nominato, pure vi si riconoscevano ritratti al vivo certi che allora avevano gran potere nelle moltitudini, e più specialmente il Guerrazzi, che teneva sotto la sua balia la città di Livorno. E se colle acerbe parole si fossero congiunti gagliardi fatti, santa cosa sarebbe stato l’averle dette. Ma dopo le sconfitte tocche da chi reggeva, e la mancanza di forza e di autorità a comprimere le sedizioni, dovevano rendere più rovinose le parti, inasprendole.

Né irritò meno il discorso dell’altro deputato Don Neri Corsini. Il quale, chiamato a riferire sopra una domanda che a’ porti di Longone e dell’Elba si concedessero le stesse franchigie che godeva Livorno, senza necessità, sdrucciolato a favellare de’ presenti casi livornesi, non dubitò tassarli di rapina, sopra alcune testimonianze o false o inesatte, ricevute per lettere. Deputati livornesi, che erano nello stesso parlamento, protestarono che non era vero. Maggiormente nei giornali si gridò che era calunnia. E veramente d’ogni altra reità potevano accusarsi i tumulti di Livorno, da quella del rubare in fuori, salvo qualche caso, che non era riprova sufficiente. Onde il Corsini, stato sino allora in molta grazia a' Livornesi; i quali nel governo che di essi aveva fatto, l'avevano provato generoso e pieghevole, da indi in poi fu ancor egli segno al loro odio, perché nessuna fama più rimanesse salva.

Fu in que’ giorni proposta in parlamento una legge, per la quale il principe avesse facoltà di accrescere le milizie stanziali di quattromila uomini, assoldando genti straniere, purché appartenenti a paesi liberi. Levaronsi contro detta legge nelF una e l’altra assemblea sì gli uomini della parte democratica e sì quelli della parte opposta, recando il noto argomento, le armi straniere e mercenarie essere pericoloso acquisto, che il più delle volte riesce a sostegno della tirannide. In senato un gagliardo opponitore fu Cesare Capoquadri, il quale protestandosi, come face va. sempre, vecchio e provato amico di libertà, chiamò le milizie di fuori flagello d’ogni stato, e il più grave flagello degli stati liberi. Chi avrebbe detto che l’anno appresso costui avesse nuovamente accettato il ministero di giustizia coll’intervenimento degli Austriaci? Nondimeno la legge fu vinta, parendo a’ più non lieve infortunio il non poter provvedere con forze proprie, ma infortunio maggiore il restare senza militari provvedimenti, dove la comune guerra fosse stata ricominciata, o una lega di offesa e di difesa fra gl’italiani governi fosse stata conchiusa. Se non che la legge approvata non ebbe effetto, come pure avvenne di altri provvedimenti; de’ quali è pur mestieri dar contezza. E dirò prima di quello che avrebbe dovuto ristorare l’erario.

Il nuovo ministro del tesoro aveva presentato alle assemblee un rendimento di conti; pel quale fra le rendite e le spese notavasi un difetto di più di due milioni di lire. Il consiglio de’ deputati presolo in esamina, conobbe essere il valore del toscano patrimonio di novantaquattro milioni dugento trenta mila lire, e il suo debito di milioni quaransette settecento otto mila: e, passato poscia a vedere lo stato delle spese e delle entrate, inferiva il disastro della tesoreria derivare più da mala amministrazione che da reale miseria: conciossiaché apparisse che solo gli ufficiali civili e militari consumavano il terzo,e i pensionatili settimo delle rendite; che e quanto dire una parte del publico pagava per sostentare l’altra; ma il modo di tenere la scrittura era sì vizioso da rimanere spesso confusa la entrata coll’uscita: onde, mentre nello specchietto ministeriale le rendite apparivano di ventinove milioni e dugento mila lire, l’esame fattone dai deputati mostrava che salivano a trentadue milioni e dugento mila lire. Una riforma dunque nelle spese, e nell’ordinamento dell’amministrazione era da tutti reputata necessaria; nessuno dubitando, che non fosse possibile, anzi agevole: se i rettori avessero preso queste due risoluzioni, di togliere il debito con la vendita d’una porzione de’ beni dello stato, e di "ridurre gli stipendii e le pensioni per forma, che non dovessero più stimarsi la maggior cancrena dello stato.

Ma tempo e voglia a ciò fare mancarono, e gli esami e le considerazioni rimasero a dimostrare il male piuttostoché a procurare il rimedio. E siccome il bisogno stringeva, trovandosi le casse publiche affatto vacue di danaio, il ministero proponeva in parlamento una legge di prestito obligatorio di quattro milioni e mezzo di lire, dacché il volontario non era riuscito, spartendolo secondo la incerta ragione della tassa di famiglia. Ma nel tempo che si doveva discutere (e le assemblee parevano disposte ad approvarlo, salvo alcune modificazioni sul modo di eseguirlo) sperò il ministro del tesoro di aver trovato chi a buone condizioni volesse dare danaio in prestanza: onde la discussione fu sospesa, né la prestanza sperata si effettuò, e seguitammo a rimanere esausti, quasi vivendo giorno per giorno; e prima mancò il ministerio proponitore di quei compensi, che non avessero effetto.

Altra riforma importantissima, e sempre invano desiderata, era quella, già altre volte in queste istorie discorse, de’ municipii. Finalmente il ministero del Capponi la propose al parlamento con due leggi; una delle quali dichiarava le qualità e i diritti de’ comuni, stabiliva i loro consigli e maestrati, decretava il modo di eleggerli, designava gli attributi e gli uffici. Per l'altra legge furono ordinati i consigli provinciali, da scaturire da’ comunali; e ancor di questi erano indicate le norme, le facoltà, e gli obblighi. Queste proposte in alcune parti da correggere, in altre da ampliare, forse dalle assemblee sarebbero state allora recate a quella migliore perfezione che desiderar si potesse; ma al solito mancò il tempo alla discussione; restando negli archivi del governo, perché in tempi non liberi, peggiorate anziché migliorate, dovessero avere esecuzione non lieta.

In questo tempo il gonfaloniere di Livorno faceva istanza al principe di non lasciare più a lungo quella città senza rappresentante; forse indottovi da chi, attribuendosi l'onore dell’essere stato pacificatore, sperava guiderdone adequato all’opera. Certamente i Livornesi si aspettavano che sarebbe nominato il Guerrazzi, alcuni per amore a lui, altri per amore di quiete, che s’impromettevano qualora la costui ambizione fosse stata contentata. Ma i rettori, soliti sempre a mettersi nella necessità di cedere, quanto più non volevano parere, elessero il consiglier Ferdinando Tartini, uomo non senza abilità nelle amministrazioni, ma ignoto a’ Livornesi, o senza quella fama popolare che allora abbisognava. Onde giunto alle porte di Livorno, intese dallo stesso gonfaloniere che la città non lo voleva: e dove fosse entrato, sarebbe nato grave tumulto, da non farlo arrivare al palazzo publico: oltreché vari banchieri, che avevano profferta danaro al municipio, non lo avrebbono più dato per mancanza di fiducia. In vano il Tartini mostrava la grave offesa fatta al principe con quel rifiuto, e le conseguenze pessime che ne potevano derivare: in vano significava eh ei avrebbe cominciato il governo con l’obblio d’ogni cosa passata. Onde colle trombe nel sacco, e con oltraggio alla dignità publica, se ne tornò a Firenze, restando di nuovo Livorno in balia di sé stessa. I ministri notificavano questi fatti al parlamento, dichiarando essere troncata ogni comunicazione di uffici con la città di Livorno. I cui scandoh qual termine avessero, diremo fra poco.

Se Genova e Livorno, focolari di democrazia, l’una in Piemonte,l'altra in Toscana, in que’ medesimi giorni, per occasioni affatto simili, si scombuiavano, delitti atrocissimi, ignoti a queste due città, insanguinavano Bologna. Dove la splendida gloria acquistata nel cacciare i soldati di Welden, ecclissavasi nel danno della patria, recato da alcuni crudelissimi e scelleratissimi uomini, usi a’ contrabbandi, alle rapine, agli omicidii, e ad ogni altra opera nefaria. I quali, rimasti colle armi in mano, dopo la fuga degli Austriaci, mentre i buoni le avevano posate, le volsero per dar di piglio nel sangue e nella roba altrui. E li vedevi in armate frotte e sembianti truci, andar ronzando, e sotto pretesto di difesa, incettar armi per le case private, rapirle tumultuando alle guardie, trarle da’ nascondigli di loro scelleratezze. Poi, quando si sentivano più forti, raccogliere legname, suppellettili e materiali da costruire sbarre e serragli nelle vie; e per questa opera domandare paghe doppie e triple, e come soldati, e come lavoratori; non osando Alcuno contraddire: onde per lo spavento di tutti maggiore ardire prendevano. A ingrossarne il numero entrava in Bologna, insieme con le onorate legioni di alquanti militi volontari, una turba di genti, che della feccia d’ogni paese composta, errava sbandata per le città, dopo la tregua del 9 agosto. Nessun comando, nessuna vergogna la infrenava; mezzi vestiti, o variamente vestiti: scalzi, affamati,cupidi, senza capi o con capi sediziosi, profanando il nome d’Italia e della libertà, s accontavano colla plebe bolognese, ornai sciolta al delitto; né ad infiammare gli uni cogli altri mancavano oratori, novellatori, soldati di ventura, che d’ogni parte accorrevano ovunque era materia a sedizioni e discordie. In tanto pericolo abbandonavano i migliori la città, già piena di questi ladroni. I quali, poiché l’ebbero bene in loro mano recata, divisando di abbattere quel segno di governo vacillante rimastovi, correvano armati al palagio publico, facevano impeto contr’esso, domandavano minacciosi a nome del popolo che il venerabile prolegato Bianchetti, cogli altri onorati uomini, che con lui governavano la città, si deponessero. Il che sarebbe seguito, se la discordia non fosse entrata negli stessi tumultuanti; onde gli uni per fare onta agli altri, vollero che il governo si conservasse; e conservossi: senza però che i rettori valessero a mettere alcun freno in quelle scatenate turbe. Le quali, volendo consorti e aiuti nella rapina, si volgono finalmente alle prigioni. Le sforzano, aprono, e traggono quanti da molti anni sospiravano di sfogare lor cupidigia per bisogno o vendetta. Eccoli in effetto gittarsi alle case, alle campagne, alle strade: e con ogni avidezza spogliare, svergognare, taglieggiare, uccidere; ogni cosa andare a voglia loro.

Gli atroci avvisi delle calamità di Bologna giungevano a Roma, dove, se non era messa a sacco e a ferro la città, regnava confusione grandissima. Faceva da per tutto mormorare la elezione temporanea d’un cotal Gaggiotti a ministro sopra la guerra, in luogo del Campello. Fugli surrogato, per chetare i clamori, il conte Lovatelli prolegato di Ferrara, il quale si scusò; e invitato in iscambio lo svizzero generale Latour, né pur questi volle accettare. L’essere ministro era per tutto divenuto ufficio pauroso. Lo scrivere a stampa intanto più che mai disfrenavasi; le passioni estreme si accendevano; nessuna vigilanza, nessuna autorità era a contenerle; e dove si gridava, dove si affiggevano cartelli, dove si contraffacevano in pittura uomini che si volevano scherniti. Mille gli stimoli al dispregio delle leggi e delle autorità, non uno il ritegno: nel tempo che l’erario dello stato era esausto, disperse le forze publiche, rovinati i commerci privati, la miseria generale e spaventevole.

Il ministero barcollando adoperava; né più felice era l'opera del parlamento: dove piovevano interrogazioni e proposte temerarie. Né il venerato vecchio di Eduardo Fabbri trovava modo di satisfarle; onde i suoi amici antichi e sinceri lo consigliavano a deporsi, e serbare la sua fama incontaminata. Se non che risorgeva, e più forte ancorarla difficoltà di creare ministerio nuovo; e stavasi così fra il non potersi contentare dei presenti rettori, niente esperti del governare, e dover temere de’ futuri. E conciossiaché al ministerio mancasse arte e potenza di volgere le assemblee alla discussione di utili provvedimenti, consumavano il tempo in dispute vane o tumultuarie: onde fu fatto credere al papa, ch'e’, valendosi de’ suoi diritti, facesse bene ad aggiornarle; e aggiornolle fino al 15 di novembre. Né mancavano per questo atto lamenti e sospetti, quasi fosse un colpo per troncare le libertà.

Ma niente poneva i direttori del governo romano in costernazione quanto il caso di Bologna; dove le sostanze e la vita erano in pericolo; e il rimediare tanto meno stimavano agevole quanto più sapevano di essere sprovveduti di danàio, di milizia, e di autorità. Mandarono al Cardinal Amat, Luigi Carlo Farini, con commessione d’intendersi con esso lui per fare opera di ristabilire la sicurezza publica. Il Farini giunse in Bologna, e come egli stesso racconta, trovò i mali essere al colmo: e da due giorni s’uccidevano nelle vie e nelle piazze della città ufficiali di governo, a colpi di archibuso: e se stramazzati davano segno di vita, erano finiti colle coltella. Un Bianchi ispettore fu sgozzato in letto, dove giaceva infermo per tisi. Certo, la più parte erano uomini odiosi al publico per aver servito o per necessità o per genio la passata tirannide; ma i persecutori erano scherani, stimolati da privata cupidità o vendetta; e sotto pretesto di andare alla cerca di spie e di birri, entravano nelle case, frugavano ogni ripostiglio, strascicavano fuora i nascosti, e onesti o disonesti gli straziavano, e i cadaveri gittavano nelle publiche vie a spettacolo di scherno e di terrore.

Il cardinal Amat e il Farini erano sgomenti a porre un argine a tanto furore armato; che incrudeliva sempre maggiormente dacché ogni forza mancava. Non v’erano più giudici e ufficiali di governo, o morti o fuggiti; la guardia cittadina senz'arme: i pochi soldati o confusi co’ sollevati o indifferenti; le legioni de’ militi volontari meglio favorevoli a’ tumultuosi che disposte a combatterli. Scrissero a Roma per aver facoltà a mettere in istato di guerra Bologna, ed ebbono risposta che non era prudente venire a sì estremo rimedio. Fu mestieri ricorrere al men dignitoso espediente, e spesso il più valevole

ne’ disordini; cioè di adoperare gli autori delle scelleratezze per cessarle; fingendo di non crederli rei, per metterli in punto di essere tenuti salvatori della patria. Ma questo mezzo durava poco: e più tosto valeva a scemare gli eccessi che a restituire la sicurezza; essendovi di quelli che facevano i temperati per aver più agio a sommovere senza parere. Fra’ quali si sospettò fusse il maggiore Belluzzi: che certamente si rese colpevole per aver lasciato, che le turbe di que’ mezzi soldati da lui capitanate, si scapestrassero, e col popolazzo si mescolassero.

Il caso fece quel che non era dato al debole governo. Fu assalito un carabiniere: la cui vista accese di subita ira i compagni, che prima seguitarono il reo fino in chiesa: poi di compagnia con altre genti d’arme, si proffersero ad ogni più risoluta opera. Subito ordinossi, che uscissero in ordinanza, andassero addosso a’ malfattori, disperdessero il tumulto. a’ carabinieri secondarono alcune compagnie di milizia cittadina raccozzate dal giovine Popoli; e più di tutti fecero loro spalla gli Svizzeri, da Forlì chiamati in fretta a Bologna. E costoro con le armi; autorevoli cittadini colla voce, giunsero a domare la sedizione. I più scellerati furono presi. Vietossi di portare armi a chiunque non era in servigio militare. I vari corpi armati furono sciolti. Diedesi opera a riordinare il governo, a ricomporre la guardia de’ cittadini, a temperare lo strazio del danaro publico. A poco a poco la città respirava, gli animi si ravvivavano, i più tornavano alle usate faccende. Ma i fomiti di turbazione restavano, e nelle campagne gittandosi i masnadieri, infestavano e talora mettevano a ruba e a sangue. Veramente lo stato della provincia bolognese e delle Romagne altresì, era sopra ogni altro lagrimevole; cogliendosi allora il mal frutto de’ dieciotto anni del gregoriano reggimento: sotto cui furono sparsi semi copiosissimi d’inimicizie implacabili, vendette atroci, e voglie disperate: da mostrare quanto sia inevitabile che la libertà non si converta in licenza dove la tirannide i costumi pervertì.

Disfacevasi in questo mezzo il ministero del Fabbri: il quale avendo cominciato il magistrato con cattivi aguri, lasciavalo con aguri anco peggiori; onde chiunque in que’ momenti avesse preso il governo romano, non poteva che cadervi sotto. Conciossiaché gli uomini procacciano le cose buone o ree; ma giungesi a un termine, in cui non è più in facoltà d’alcun uomo il fermarle o variarle; il che gli antichi chiamavano da religione, prepotenza di fati.

Il pontefice si volse novellamente al conte Pellegrino Rossi: il quale, tratto dalla sua pessima stella, non seppe questa volta ricusare. Gli amici di lui se ne rallegravano, quasi giungesse in buon punto, quando in iseambio avrebbono dovuto brigare ch’ei non accettasse: non che il Rossi, come più sopra abbiam detto e replicato, non fosse un valente uomo, e di grande animo: ma perché non era possibile allora impedire ch'ei non apparisse diverso da quel che era; conciossiaché natural cosa fosse che il popolo troppo insospettito e inasprito dalla esperienza di sei mesi, facesse questo ragionamento: Abbiamo veduto cadere tre ministeri; tutti e tre composti d’uomini onorevoli, e leali, e desiderosi di libertà: sappiamo la loro caduta non da altro essere derivata che da ostacoli incontrati in corte a fare che la impresa d’Italia fosse caldeggiata, e la interna costituzione osservata; accettando il conte Rossi il potere di primo ministro, mostra di essersi accomodato a fare il piacere de’ cardinali; rinnovando in Roma l’esempio di Francia, quando l'amico suo Guizot soddisfaceva all’orleanese Luigi Filippo.

Così le ire s’aguzzavano contro l’uomo illustre, quanto più i sospetti parevano secondo ragione. Ma veramente, pigliando egli il governo dello stato romano, proponevasi di abbassare la potenza de’ cherici in modo ch'ei medesimi non se ne avvedessero; usando della particolare benevolenza e stima in che l’aveva Pio IX, e del concetto stesso, in cui era presso l’universale, d’uomo piuttosto inclinato a restringere che allargare la libertà. La qual dottrina sua dove avesse potuto mettere in pratica, non dubitiamo che a poco a poco non avrebbe prodotto che gli ordini civili nello stato romano appigliassero: e l’unione d’Italia per mezzo d’una lega di stati si effettuasse. Ma la impossibilità allora di riuscire, doveva non più a lui che a’ suoi partigiani manifestarsi; conciossiaché gli fosse mestieri di navigare fra due scogli altissimi: da non poterli cansare senza rompervi: la democrazia e il clero. La prima, sorta dalle rovine del trono orleanese, doveva abborrire chi non solo l’aveva servito, anzi erasi mostrato de’ più accesi e fedeli partigiani. Gli stessi uomini moderati e amici del Rossi, col tanto aver gridato ne’ mesi addietro contro il governo di Luigi Filippo e di Guizot, avevano porto materia di odii inestinguibili verso il conte. E se bene i preti gli facessero allora buon viso, e quasi lo accarezzassero per contrapporlo alla fazion popolare prevagliente, non per questo lo amavano; anzi più crudele quanto più celato era l’odio loro; sapendo essi ch'ei per ingegno, per cuore, per usi di vita civile, non poteva desiderare che seguitassino a soperchiare; facendo della religione celestiale, bottega umana. Avresti detto il Rossi il più valente uomo, che allora fosse a ben reggere uno stato: e il meno da fare buona prova in quel rimescolamento di cose.

Esso prese il ministerio degli affari interni e dell erario. Tollerò che il cardinal presidente del consiglio (continuando il Soglia) ripigliasse l’amministrazione di tutti gli affari esterni; lasciò che un altro cardinale, il Vizzardelli, amministrasse la istruzione publica. Il resto de’ ministri furono laici; il duca di Rignano per i lavori publici; l’avvocato Felice Cicognani per la giustizia; l’abate Antonio Montanari per lo commercio. Il primo stato altra volta in governo, era tutta cosa del Rossi; gli altri due avevano fama di onesti e di moderatissimi.

Essendo adunque il dì 16 settembre conosciuto questo ministerio, giudicò il popolo, dal modo stesso con cui era stato composto, che s’era fatto un passo in dietro; essendovi non più uno, ma due cardinali, e quel che pareva anco peggio, essendo in lor mani riposte la istruzione publica e la corrispondenza di fuori. Dispiaceva inoltre vedervi il Cicognani; il quale, a torto o a ragione, era reputato fautore di servitù, e certamente non era amico di libertà. Onde se il Rossi peccò nell’accettare il ministero in quei momenti, ribadì l’errore colla compagnia di uomini, intemerati sì, ma poco o niente accetti al popolo, o a quelli che il popolo movevano. Cominciossi per tanto a mormorare ne’ conciliaboli popolani e ne’ giornali, da coloro che miravano a libertà estrema. Vi si accozzavano, laido ripieno, tutti i dappochi e gl’ignavi che gli uffici dello stato occupavano. I quali temevano del Rossi quanto più il sentivano vociferare uomo severo e da non tollerare gli abusi. Ma il Rossi, tostoché aveva accettato il magistrato, non fece mostra d’uom timido e irresoluto. Per primo atto cassò il ministerio chiamato di polizia; divenuto in que’ giorni maggiormente esoso, per aver fatto le veci del Galletti, tornato in patria per diporto, un cotal Michele Accursi romano: proscritto nel 1831, vissuto a Parigi or caro e or sospetto alla società della Giovine-Italia; trovatosi in Milano fra’ seguaci del Mazzini; poi passato a Roma, e messo per favore del Galletti, primo ufficiale di governo. Fra le matte cose ch'ei fece, fu di vietare che dallo stato si potessero cavare monete d’oro o d’argento, e verghe di qualunque metallo; permettendo a’ viaggiatori di portar seco soli dugentocinquanta scudi.

All’erario impoverito, e alla milizia disordinata, volse altresì il Rossi le sue prime e principali cure; e vogliono che fosse vicino a indurre il papa a concedere che una parte dei beni degli ecclesiastici si usassero a ristoro e benefìzio della tesoreria. Imagini il lettore se i preti noi dovessero prendere a noia. E quanto alba milizia, acciò fossesi provveduto efficacemente al suo riordinamento, faceva eleggere il generale Zucchi: che, trovandosi in Isvizzera, fu tosto per messaggi invitato di andare a Roma, e la sua scelta altresì annunziata al publico come testimonianza che i rettori del nuovo governo erano deliberati di ricomporre lo esercito, e con migliore disciplina ampliarlo. Ma non era creduto; anzi quella scelta del Zucchi, in altro tempo da rallegrare ognuno, allora servì a far diventare berzaglio di maldicenza anco quel generale, già tenuto per un martire di libertà.

E né pure avevano fede l’altre protestazioni del ministero, scritte dal Rossi stesso, e stampate nel diario del governo. Le quali nella sostanza riducevansi a questo: che nell’interno non voleva né più né meno di ciò che era nello statuto concesso da Pio IX: e nell’esterno avrebbe provveduto saldamente alla difesa dell’onore e dei diritti del principe e della nazione, qualunque fossero per essere i publici eventi. In fine erano le stesse cose generali, dette e ricantate dagli altri ministeri; se non che nelle parole del Rossi trapelava certo che di rigorosità; mentre ne’ detti degli altri erano stati continui blandimenti al popolo; cui tal ora bisognava adulare se non si voleva vederlo andare a precipizi. Ma i così detti dottrinari, che pur avevano cotanto tollerato che si adulassero i re, non avevano pazienza che un po’ di corte ancora a’ popoli si facesse. Ben per altro, accorgendosi il Rossi della necessità di cattivarsi la grazia dell’universale della quale per sua e nostra sciagura era privo, cercava di fare alcuni atti che, senza trovare opposizione nel papa, avessero dovuto piacere al popolo: quali furono di mandare a esecuzione un voto del parlamento, che i cittadini feriti nella guerra d’Italia, e le famiglie de’ morti fossero sovvenuti dallo stato, e i valorosi avessero segno d’onore; e in oltre di ordinare quel che pure era stato proposto dal ministerio del Mamiani, che per telegrafi elettrici si comunicassero celeremente l’estreme parti dello stato. Queste cose ei poscia con discorsi nel diario del governo, raccomandava al favore del publico; prendendo occasione a dire dello importantissimo affare della lega, in questa sentenza. Validissimo aiuto i telegrafi e le strade ferrate saranno, perché il gran pensiero del glorioso pontefice di raccozzare le sparse membra di questa Italia, mediante una lega, abbia effetto, e divenga, senza fallo, tutela de’ suoi diritti e delle sue libertà, per la salvezza delle monarchie rappresentative testé ordinate, e dalle quali sì splendido avvenire s’impromettono gl’Italiani. Voglia Dio che le nostre speranze non sieno deluse per le male passioni, e per gl’impeti pazzi, e gl’inescusabili errori, che troppe altre magnifiche e giuste speranze delusero.

Ma innanzi di dire qual fondamento avessero queste speranze del Rossi intorno alla lega, è da tornare alquanto indietro, e mostrare quel che in tale bisogna era stato operato. Noto è per queste istorie, come le pratiche. fatte dai ministeri del Mamiani, del Balbo, del Troya, e del Ridotti, per una lega di stati italiani, non riescissero a nulla: né tacemmo altresì le cause di questo infortunio. Venuto il governo piemontese a mano di quegli uomini, che s’accozzarono insieme sotto la balia del Casati, ed essendo fra loro, quantunque semplice consultore, il Gioberti, non solo agitarono nell’animo il pensiero d’una lega, ma quello altresì d’una confederazione con dieta, stimarono doversi procacciare: e tanto più in ciò s infervorarono, quanto che dopo la vittoria del nemico, sentivano non esservi altro migliore espediente per impedirne i pessimi effetti. Quindi deliberarono di mandare un oratore a Roma, che sapesse e volesse con buon successo trattare questo grande affare della confederazione. Scelsero per tanto l’abate Antonio Rosmini, che a un tempo amava quanto ogni altro il bene d’Italia, e aveva la grazia del pontefice e di parecchi cardinali. Giunto a Roma sul finire d’agosto, ebbe accoglienze cortesi, e trovò disposizioni ottime per conseguire l’intento a cui miravano i suoi uffici. Conciossiaché il papa, che assai confidava nello ingegno e nella probità sua, s’inducesse come a compromettere in lui la risoluzione della confederazione. E non minor favore in quell’opera gli veniva dal ministero toscano diretto dal Capponi. Il quale non solo acconsentiva per conto suo; anzi mandava il senatore Griffoli a Napoli a pregare quel principe, reputato il più mal disposto: se bene ho di certo che di questi uffici nessuno effetto s impromettesse, e mandasse il Griffoli per mostrare a quella corte quali erano gl’intendimenti degli altri stati, e metterla sempre più nel caso di scoprirsi avversa alle cose d’Italia.

Faceva adunque il Rosmini in Roma una proposta de' capitoli della confederazione fra gli stati di Roma, di Sardegna, e di Toscana, lasciando facoltà al re di Napoli di potervi entrare anco dopo stipulata. Era dichiarato, che a dare all’Italia quella unità di forza e dispera, che alla sua difesa interna ed esterna si richiedeva, non poteva conferire una lega, se ella non prendeva la forma di confederazione di stati, con podestà suprema e permanente, da annunciar guerra o pace, ordinare le milizie di ciascuno stato; sì per la difesa de’ confini, e sì per la quiete interna, regolare i negozi dèlie dogane, stipulare trattati di commercio e di navigazione colle nazioni di fuori, vegghiare alla concordia fra gli stati confederati, proteggere la loro egualità, comporre le differenze che potessinó mai sorgere, provvedere alla uniformità della moneta, de’ pesi, delle misure, della disciplina militare, delle leggi, e in fine ordinare e dirigere d’accordo co’ particolari stati, le imprese di universale vantaggio della nazione. A questo magistrato che sarebbesi chiamato dieta, avrebbe presieduto il pontefice, e dentro un mese, dopo la ratifica di detta convenzione, dovevano i tre stati mandare a Roma loro rappresentanti, eletti dai parlamenti di ciascuno, con facoltà di discutere e fermare la costituzione federale..

Certo tutto ciò era il più e il meglio che allora s’avesse potuto fare per l’Italia: né mai per dir vero s’era presentata occasione di più probabile riescita come a que’ giorni; non sembrando né pure tanto più difficile tirarvi anco il re di Napoli, quasi per contraccambio all’avere il duca di Genova rinunciato alla corona di Sicilia, e quindi rendersi a lui meno disagevole ripigliare l’isola. Chi veramente guastò ogni cosa, fu la corte di Torino, per la mutazione avvenuta del ministerio, proprio in quel mese, che volgeva sì propizio alla confederazione; quasi i cieli non volessero che mai questa Italia si componesse a nazione. Al ministerio presieduto dal marchese Alfieri del Sostegno, non piacque il disegno del Rosmini, non so se per gelosia piemontese a quel primato del pontefice, o per non fare quel che era stato proposto e caldeggiato dal Gioberti, quasi fosse opera scellerata di democrazia. E sì che vi sedevano il Pinelli, il Perrone e il Merlo, che pur di continuo si protestavano amadori e fautori della libertà e grandezza d’Italia: il che o dicevano colle parole, e non co’ fatti, o avevano segreti e potenti ostacoli a operare il bene; conciossiaché non solo essi rifiutavano la proposta di confederazione fatta dal Rosmini, ma non ne proponevano altra; e in vece s’offerivano di entrare in trattati per una semplice lega di governi in caso di difesa o di offesa militare. Se poi le cose sono andate male, si dà tutto ’l carico a’ democratici: quando pure una gran parte è da riferire alla gente che apparteneva alla schiera de’ moderati. E se non si può dubitare che l’unica via di salvare l'Italia, dopo la prima guerra infelice, era di creare una confederazione, dicasi pure ch'ella non fu salvata per colpa del ministero di Carlo Alberto, dove era ballo Pier Dionigi Pinelli. Avvenne per tanto che il papa ombrò novellamente della corte piemontese; e dall’esservi stato un momento che apparve invaghito di presiedere a quel sovrano congresso italiano, passò a non volerne più altro ascoltare. E il Rosmini, ancor esso disgustato, abbandonò l'ufficio di ambasciadore, e di bel nuovo furono fra gli stati interrotte le pratiche così di confederazione come di lega.

Ma il Gioberti che nella vita privata aveva autorità maggiore che se fosse stato nel governo, non si perdette d’animo: e fisso sempre nel pensiero che non altrimenti potevasi ottenere la salvezza d’Italia, che dandole un potere federale di nazione, volle provare di metterlo a esecuzione anco a dispetto de’ mal sortiti ministeri. Pensò di formare in Torino una compagnia di cittadini, col titolo di Società nazionale, da lui presieduta. La quale con gran solennità fece la sua prima adunanza publica il dì 27 settembre in teatro. Parlò per primo esso Gioberti, come più e meglio sapeva; e, confutando l'errore sì di quelli che volevano unità assoluta, e sì de’ fautori delle municipali divisioni, conchiudeva, secondo il suo costume conciliativo, che si poteva avere unione senza accomunare tutti gli stati. Secondarono al suo discorso quelli di altri sozi. Grande fu l'auditorio, grandissimi gli applausi; ognuno aguravasi bene di quel congresso. Il quale ogni giorno più rafforzando di operosità, eccolo fare colla stessa penna fecondissima del Gioberti, una magnifica e infruttuosa invocazione del soccorso francese;poi volgere un invito a tutti gl’italiani cultori delle scienze civili e militari, perché volessero trasferirsi a Torino, e quivi pel dì 10 di ottobre, adunarsi in un consiglio generale per discutere e fermare gli statuti della confederazione. Non si guardò a nome o a opinione nel chiamare gl’Italiani a questo consesso. D’ogni città ne convennero, mandati per ordinario dai conciliaboli popolareschi, che tanto in que’ giorni potevano. Da Roma andarono Terenzio Mamiani, Pietro Sterbini, e il principe di Canino, con fini diversi; l’uno cioè di caldeggiare; gli altri, e particolarmente il secondo, d’intorbidare i propositi della compagnia torinese, o almeno di farli credere sediziosi per la loro presenza, quando in vece per troppa innocenza riescivano vani.

Mentre queste cose si travagliavano in Torino dal congresso detto federativo, un’altra forma di lega brigavano di ottenere le corti: della quale proponitore e favoreggiatore era il conte Pellegrino Rossi. Ma per favellare di essa con più fondamento, gioverà conoscere le cose succedute nel reame delle due Sicilie in que’ mesi. Già il lettore è informato in qual gara e conflitto dimorassero in Napoli il parlamento e il ministero: né si potrebbe dire se più l’uno d’imprudenza, o l’altro di arroganza facessero mostra. Di rado i ministri andavano in parlamento; e se andavano,nulla proponevano; e interrogati, rispondevano a traverso. Secondo lo statuto, dovevano le assemblee conoscere e deliberare lo stato delle spese e delle rendite publiche per gli anni 1848 e 49. Apparteneva a’ ministri di mostrarlo, e tuttavia nulla mostravano, ancorché richiesti replicatamente da’ rappresentanti della nazione. I quali non erano solamente offesi nella dignità, ma eziandio nella persona: e alcuni, come il medico Vincenzo Lanza, furono esiliati nel termine di ventiquattro ore; altri, come il duca di Proto, svillaneggiati in publico da’ scherani di governo: a qualcuno, come a Pietro Leopardi, impedito di sedere in parlamento, tenuto dalla corte per fucina di rivoluzioni, e i deputati, accusati o di republicani, o di albertisti,o ancora di comunisti, mentre non erano che miseri rappresentanti di sciagurato paese; i quali s’ostinavano a far da legislatori dove era una podestà maggiore delle leggi, che acquistava forza e baldanza dalla milizia; tanto contraria a libertà quanto inclinata a sostenere l’assoluta tirannide. Alla quale non restava che domare Sicilia per ché si potesse dire assicurata di suo trionfo. Questa impresa mi riconduce a parlare delle cose di quell’isola.

Per la riforma del ministero non erano scemate in Sicilia le interne perturbazioni: che, essendo il frutto di tanti anni d’ignoranza e di corruttela publica, non era potenza d’uomini né di leggi che valesse a toglierle. Né la rivoluzione, cotanto subitana e impetuosa, aveva fatto altro, che rimescolare accumulate sozzure. Ma non pareva vero agli amici del Calvi di assalire in parlamento e fuori il successore marchese della Cerda, stato sì acerbo nell’accusarlo di non provvedere alla sicurezza dei cittadini. Tanto è vero che molte volte il censurare i rettori, torna più agevole che il mostrare di potere far meglio, o perché le difficoltà fuori de’ magistrati non si veggono, o perché le censure sono fatte per gara di potenza. Fo qui questa considerazione, da riferire a quel che in ogni altra parte d’Italia nel medesimo tempo interveniva.

In quel tempo fu dal ministero proposta, e dal parlamento vinta una legge che doveva riformare l’amministrazione dei comuni; la quale dallo stesso republicano La Farina fu accusata di troppo larga; avendo più tosto de' comuni create tante republichette sovrane, che un ordinamento da bilanciare il potere parziale de’ municipi con quello generale dello stato. Fu battaglia nel parlamento per risolvere se esso doveva sciogliersi o continuare, caso che il nuovo re eletto avesse accettato. Chi diceva sì, chi nò: chi proponeva un temperamento e chi un altro: vana disputa, da cui non si colse altro frutto che fra’ membri della prima assemblea e quelli della seconda le izze d’ordine diverso si fecero più manifeste e scandalose. Altra discussione nacque per la espulsione de’ gesuiti; i quali, sinceri o nò, avevano anch’essi mostrato di caldeggiare con parole e danaro la rivoluzione; anzi avevano protestato pubicamente di non voler essere tenuti mallevadori di quel che avevano fatto gli altri confratelli d’oltremare. Certo, non era bene che quella compagnia si conservasse in Sicilia; ma dacché ap(2 )pariva innocua o per paura o per arte, conveniva aspettare miglior tempo per espellerla: né ammassare tanta materia al fuoco della discordia, dove pure più d’un mantice soffiava. Ma gl’intemperanti, alcuni per vaghezza di fare ciò che altrove era stato fatto, altri per occasione di romoreggiare, cominciarono a spargere, ch'era indegno albergare più a lungo una congrega cacciata da per tutto come infausta a libertà. I padri, presentendo la burrasca, poiché ricorreva la festa del loro fondatore, deliberarono di uscire in pricissione per la città colla statua del santo, sperando di placare gli sdegni popolari o dare appicco a qualche tumulto. Ma, saputosi in tempo, il deputato La Farina corre al parlamento, propone la cassazione della compagnia, confuta chi avrebbe voluto differirla, si fa gran in rumore di parole, finalmente si delibera. E quantunque i suoi beni fossero incamerati, pure nessun utile arrecarono al tesoro, per essersi voluto soddisfare agl’infiniti legati lasciati da’ padri in tante messe, uffici, e funerali; parendo strano tanto odio convertito in tanta pietà.

Quel che era accaduto al Calvi, s’avvicinava a sperimentare il marchese della Cerda; contro cui tanto più inviperivano i calvisti quanto che lo vedevano abbandonato da’ più spasimanti della quiete, che non per altro lo spalleggiarono a dive«nire ministro. Piovevangli addosso querele di Pari e di deputati non frenati disordini; nel tempo che il parlamento aveva vinto una legge che sminuiva la podestà di provvedere alla sicurezza interna. Onde chiesto e ottenuto licenza, fu surrogato dall’avv. Viola, integerrimo uomo, ma di natura irresoluto e timido; e per debolezza d’animo più tosto che per ambizione accettò. Né contenti d’uno, si voltarono subito a combattere gli altri ministri, accusandoli ciascuno per l’ufficio speciale che aveva. Pure poterono reggersi per ancora alquanti giorni, ne’ quali fu messo il dito in una piaga, che dà per tutto, e. in Sicilia non meno che altrove, consumava le viscere dello stato, voglio dire la tesoreria, che votata per vanità, era forza riempire per gravezze.

Avendo il ministro sopra, la guerra domandato non meno d'un milione e dugento mila once, il parlamento decretava, che censi, canoni e rendite per un certo spazio di tempo si affrancassero; le botteghe e le fenestre si tassassero: i venditori a minuto anch’essi pagassero: i mercadanti di grandi commerci crescessero d’un terzo il loro tributo. Agli stipendiati, e aventi pensioni, commende, abbadie, vescovadi, prebende, ed altri benefizi ecclesiastici, fosse messa un’imposizione; e un tributo speciale dovessero sopportare i padroni delle carrozze. Né le due assemblee andavano d’accordo in queste provvisioni; perché i Pari di mala voglia vedevano aggravare la fortuna de’ ricchi. Pure dovettero cedere alla necessità; la quale costrinse i ministri a porre altri accatti, e tuttavia non bastavano; onde in principio d’agosto il ministro dell’erario chiedeva facoltà al parlamento di stipulare con mercadanti stranieri un debito d’un milione e cinquecento mila once. I deputati acconsentirono; i Pari nò. I quali volevano che il debito non passasse un milione, né si contraesse fuori della Sicilia, allegando l’esempio degl’Inglesi; appo i quali non è dubbio alcuno che lo stato non riconosca in gran parte la sua solidità dall’avere creditori i propri cittadini. Ma in Sicilia, in que’ giorni, era condizione impossibile. Fecesi un consiglio misto di Pari e di deputati, presieduto dal marchese di Torrearsa. Il concedere o rifiutare quella facoltà al ministerio era segno di fiducia o diffidenza: e tuttavia fu negata: giacché aveva perduto l’affetto e la stima anco dell’assemblea de’ Pari: tale essendo la natura de’ moderati in ogni luogo; di non riescir mai sicuro sostegno a chicchessia.

Ma a rendere più manifesta la cagione della caduta del ministero siciliano, si aggiungeva che lo Stabile, in cui era la principale autorità, partecipando il comune peccato de’ Siciliani di confidar troppo negl’Inglesi, come per questa fidanza aveva proceduto non meno lento nel risolvere che fiacco nel1’ eseguire, in que’ giorni fu tratto ad apparire non veritiera Aveva più volte affermato che appena i Siciliani avessero eletto il re, non più la regina d’Inghilterra e la republica di Francia avrebbero posto indugio a riconoscere il loro governo. Il che non si avverava; anzi sapevasi che il duca di Genova differiva ad accettare la proffertagli corona. In oltre, giungendo annunzi da Napoli che il re apparecchiava una spedizione contro la Sicilia, e quindi sentendosi da ogni parte del parlamento tempestare di domande e di rimproveri, quasi volesse la patria far cogliere alla sprovveduta dal nemico, egli, affidandosi alle assicurazioni del ministro inglese, dava ad intendere, che ninna guerra sarebbe stata per allora mossa a’ Siciliani dal re. Ingannato egli, ingannava la nazione. Forse ancora il rappresentante inglese era stato tratto in inganno. Ma le assemblee, i cerchi, i giornali, tutta la turba ambiziosa, che voleva usare quella occasione per mutare ministero, non si acquetava. E quando si seppe che di Napoli realmente moveva un’armata, non fu lingua che non si disfrenasse Republicani e non republicani gli si voltarono contro, quasi reo di dare la patria, mani e piè legata, in poter del nemico.

Il caso di Messina richiede che riprendiamo le cose da alcuni mesi addietro. Dicemmo come le artiglierie napoletane non avevano mai cessato di travagliare quella città: se non che il ministerio napoletano, presieduto dal Troya, aveva mandato i calabresi Giovanni Andrea Romeo e Antonino Plutino, per trattare una sospensione di armi fino al dì 45 di maggio, assicurando essi che, appena ragunato il parlamento napoletano, la questione di Sicilia sarebbe stata deffinita. I Siciliani accettarono la tregua. Ma il comandante Pronio o avesse ordini segreti dal re, diversi da quelli del ministerio, o sapesse di dar nel genio di lui, ricusando di obbedire a’ ministri non accetti, rispose che non poteva acconsentire, se prima non avesse avuto ordini migliori; e intanto prometteva, che avrebbe scritto per averne: come se il comando de’ ministri mallevadori non avesse dovuto bastare. Finalmente gli ordini vennero, e nel maggio si stanziò la tregua da durare fino al 26 di maggio; accompagnata da una generosità de' Siciliani: avendo in quella congiuntura restituito trecento prigioni fra soldati e graduati; di che un mese dopo ebbe il ricambio degl’imprigionali presso Corfù, e gittati, senza pietà, nelle carceri di S. Elmo. Fra tanto aspettavasi la ragunanza delle assemblee napoletane, per la quale secondo le promesse del ministero, doveva avere un termine quella guerra civile. Ma per i casi del giorno 15 non essendo avvenuta, ricominciarono altresì i travagli per la città di Messina.

Siede Messina signora del famoso stretto, che da lei prende nome, con porto ampio, profondo, sicuro, quasi rifugio necessario posto da provvida natura a’ naviganti in mar tempestosissimo, e per scogli e voragini crudelmente famoso. Ma i dominatori, più crudeli degli scogli e delle acque, convertirono questi beneficii di natura in micidiali stromenti di guerra; costruendovi sopra macigni smisurati, sorgenti nel mare, la così detta cittadella e il castello del santo Salvadore. Le quali fortezze, prolungandosi assai tratto nelle acque, e ritorcendosi contro la città, con un semicerchio, onde si forma il porto, possono dirsi quasi inespugnabili per terra, né di facile espugnazione per mare. Il re di Napoli, sapendo che qui era la chiave per tenere l’isola, le aveva munite di poderose artiglierie, che non meno di trecento allora se ne annoveravano; e studio altresì de’ Siciliani doveva essere di raccogliervi ed ordinare il meglio delle loro forze: conciossiaché a Messina sarebbonsi colle armi decise le sorti di tutta la Sicilia.

Né le disposizioni del popolo messinese a meglio seppellirsi sotto le case, che tornare a mano di Ferdinando di Napoli, mancavano. Per otto mesi, giorno e notte, la città più o meno dal fuoco de’ nemici travagliata, non che affievolirsi, aveva acquistato più animo, quasi a prolungare quell’eroico patimento godesse. E dove il cannone de’ nemici avesse romoreggiato, eccoti a frotte il popolo correre, come se di qualche sortita sospettasse, suonare le campane a stormo, e talora fra le tenebre appiccar zuffa co' regi, con inutile spargimento di sangue dall’una parte e dall’altra. Riesciva poi maraviglioso lo ingegno popolare, e invitto il coraggio de’ messinesi nel rapire i cannoni de’ nemici, rimasti sotto le rovine dell’arsenale, a pochi passidiscosto dalla cittadella; conciossiaché per via d’un fosso scavatovi, erano giunti a introdurvisi; e più colle mani che cogli stromenti, per fare meno strepito, removendo le macerie, carponi cacciavansi sotto le artiglierie: e con funi aggavignate al cannone, e avvoltolate a un argano, lo tiravano a poco a poco nella corte d’un palazzo che era dirimpetto; da dove fra suoni e canti cittadineschi, senza che le sentinelle napoletane se ne avvedessero, lo trasportavano in città. E tanto più maravigliava quella perseveranza, quanto che veniva da popolo quasi unicamente dedito a’ commerci: troncati, daoché il porto, sorgente di guadagni, era convertito in fucina di guerra; e tuttavia non un lamento per tanti danni e pericoli s’udiva. Se di notte le artiglierie de’ castelli assalivano, la città si alluminava, come fosse festa: donne, fanciulli, vecchi si facevano alle fenestre, o nelle strade correvano a incuorare i più arditi, stigare i men pronti, svergognare i paurosi. Non età, sesso, condizione, grado, interessi, voglie, erano inciampo o ritegno. Quasi diresti il cader delle palle divenuto spettacolo indifferente o lieto; seguitavano cogli sguardi l’arco che fanno; le. raccattavano e ruzzolavano, benché infuocate: poi da tutte parti scoppiava tuono di applausi, maledizioni, allegrezze, sdegni, giuramenti, e tutto quanto può ispirare odio antico, e ira presente. Quante volte e da quante bocche fosse il nome di Ferdinando IImaledetto, non si potrebbe riferire. Dentro casa, in piazza, ne’ templi, a mensa, ne’ diporti, nell’ora dei divini uffici, lo stesso grido si ripeteva, terminante: «Sia disfatta Messina; ma sia salva la libertà.» E al terribile giuro non mancarono, come tra poco conosceremo.

Ma il voler popolare, quanto più si voglia gagliardo, non basta solo contro milizie ordinate e provvedute di arnesi di guerra. La migliore fortificazione che i Messinesi avessino potuto fare, fu di guarnire di cannoni le alture de’ colli, che a guisa di luna falcata, signoreggiano la loro città: da dove se bene potevano danneggiare e anco rovinare il forte di S. Salvatore, posto sull’estrema punta del porto, quasi nessun danno arrecavano alla cittadella; oltreché, non servendo a difendere la città da mezzogiorno né da occidente, era anzi pericolo che non la offendessero, dovendo le palle, innanzi di giungere ai nemici, quasi tutta attraversarla. Navilii bene armati e veloci dal mare; esercito ordinato e poderoso da terra, si richiedevano per campeggiare con effetto quella terribile cittadella. I navilii si aspettavano d’Inghilterra; e l’esercito, quantunque nelle riscossioni delle paghe apparisse numeroso di circa dieci mila uomini, pure in tutto non era più di sei mila; la più parte composto di quelle squadre, gente nuova alle armi, e ribelle ad ogni militar disciplina. Quindi, per aprirsi la via allo espugnamento della cittadella con l’arte moderna, mancava ingegno di capi, opera di soldati, arnesi da guerra. Comandava tutte le forze messinesi Antonino Pracanica, eccellente cuore, animo debole, mente scarsa. Particolarmente comandava le artiglierie il colonnello Orsini, succeduto al Longo, e non come quello, esperto ne’ campeggiamenti. Rappresentante del governo superiore, con titolo di commessario, era Domenico Pira ino, de’ principali a promovere la siciliana rivoluzione, e de' più sdegnosi a vederla fallire per intemperanze e follie. L’Orsini, o fosse vaghezza di fare, o persuasione di riescire, insisteva perché la cittadella si assaltasse; al che opponevasi il commessario, allegando la penuria delle munizioni, e la insufficienza delle trincee. E l’uno e l’altro fecero rapporti di sentenza diversa a’ rettori di Palermo; i quali decretarono secondo il parere dei commessario, più facile ad eseguire. Ciò fu cagione di accuse, dissidii, e rinfocolamenti a discordie private; non parendo vero, poiché il successo fu contrario, di accagionarne il non fatto, a cui mancava la riprova. Ma se lo assaltare la cittadella sarebbe stato errore gravissimo, non era buon consiglio prolungare quello stato, senza guerra e senza pace. E d’altra parte riteneva i Siciliani dal venire a patti, il credere che la elezione fatta del re, dovesse porre un termine onorato alla guerra, secondo le promesse degl’Inglesi. Alla quale illusione aggiungevasene in que’ giorni un’altra, nutrita da false o esagerate voci, che il moto delle Calabrie, si distendesse e trionfasse in tutto il reame. Adunque la condizione de’ Siciliani e per le cose esterne, e per le interne altresì, non poteva essere più infelice a’ primi del mese di luglio.

Caduto il ministerio dello Stabile, provandosi maggiormente il bisogno della concordia interna, dacché il pericolo esterno maggiormente soprastava, si cercò un uomo che avesse mostro di tenere non più da una parte, che dall’altra, e facesse sperare, che della sua elezione così i moderati come gli sbrigliati dovessino soddisfarsi. Parve da ciò il marchese di Torrearsa; onde monarchici, non monarchici, pari e deputati, buoni e rei gli fecero ressa, perché l’ufficio grave e allora periglioso, accettasse. Trovo, che assai resistette, anco per rispetto ai deposti ministri, co’ quali aveva particolare amicizia. Finalmente prieghi e premure insieme lo trassero al governo: e, sapendo com’ ei era innalzato qual signacolo di conciliazione, così parvegli necessità, non che prudenza, fare un ministerio con uomini di opinioni diverse. Laonde vi fu ritenuto per le cose della guerra il Paternò, da’ republicani guardato di mal occhio, come uno, che dicevano aver servito il Borbone. Vi fu pure ritenuto il Viola, solo mutandoglisi l’ufficio dell’amministrazione interna con quello meno penoso di grazia e giustizia. Il deputato Cordova, piuttosto accetto alla parte democratica pe’ suoi discorsi popolari, e per la scienza del publico civanzo attribuitagli, ebbe l'amministrazione dell’erario. Giuseppe La Farina, reputato capo de’ republicani, fu messo al ministero della istruzione e de’ lavori publici: e, mancando il ministro sopra le cose interne, dopo il rifiuto di qualche altro, fu eletto l’Ondes; non creduto sufficiente a frenare i disordini; come forse i più timidi o i più severi avrebbero desiderato.

Che il Torrearsa col Cordova e con La Farina da una parte, e il Paterno e il Viola dall’altra, credesse di procacciare al suo magistrato il favore di tutti, non parve strano; ma fece maravigliare che i primi, con opinioni tanto diverse, non dubitassero di accozzarsi co’ secondi. Il che se fecero per amor publico, o per ambizion propria, non m’è chiaro. I novelli ministri si presentarono in parlamento, aspettati e festeggiati dal popolo raccolto nelle ringhiere: fecero il solito discorso intorno alle massime del governo, che non erano, né potevano essere diverse da quelle de’ ministeri antecedenti, e sol nel ridurle ad effetto promettevano differire. Onde aspettatasi che quei censori dell’opera altrui mostrassero di saper fare miglior prova. Ma per dir vero, non fecero né più né meglio de’ passati: anco perché gli avvenimenti, cominciando a volgere d’ogni parte sinistri e rovinosi, accrebbero smisuratamente le difficoltà di provvedere come la bisogna richiedeva. E non di meno l’ardire non veniva meno. Saputosi in Palermo, che già nel canale di Messina entrava l’armata napoletana sotto il comando di Carlo Filangieri, adunaronsi deputati e senatori, e accorrente infinito popolo, fecero le sale del parlamento del grido di guerra rintronare. La sera la città fu illuminata. Un publico bando chiamava alle armi i cittadini; rammentando loro le vittorie del gennaio e del febraio. Ma quel tempo era passalo; la fortuna erasi voltata per mutazioni esterne, e perché lo indugio giova agli eserciti, nuoce alle moltitudini. Il commessario di Messina chiedeva soccorsi d’uomini, di danaro e di munizioni. Nacquero male intelligenze circa il modo di soddisfare a queste domande; non tanto pel danaro, che ne fornirono fino a quindicimila once: e né pure per le munizioni, che ne diedero il più che poterono; quanto per gli uomini che sapessero e volessero mettersi a quella impresa. E aumentò la confusione una voce sparsa, non sappiamo se a caso o a malizia, che i regi minacciavano Messina per divertire le forze, e quindi sarebbono sopra Palermo piombati. In questo giungeva altro avviso del commessario di Messina, che le milizie napoletane tentavano di sbarcare, e già era il fuoco dalle batterle principiato. Nuovi e più infuocati gridi di guerra suonarono in parlamento. Un deputato disse: «il nemico è venuto a trovarci in casa; nessun patto con lui: sia guerra d’esterminio; come ha giurato Messina, giuriamo tutti». £ qui i giuramenti e le protestazioni andarono alle stelle. Fu quindi proposto che si creasse dittatore lo stesso ministero per governar meglio la guerra. Dittatura, dittatura, si sciamò da ogni lato. Eccoti La Farina, uno de’ ministri, rispondere: «no; essere sempre la dittatura presagio di morte della libertà: dove i vincoli della costituzione potessero fare ostacolo ai rapidi provvedimenti di guerra, essi gli avrebbono rotti, e messo le loro teste a malleveria.» Un batter di mani fragoroso (dacché di plausi e di parole magnifiche non era mai penuria) secondò questi detti, che parvero magnanimi in bocca d’un ministro. Ma le deliberazioni non corrispondevano; perché tutto quello strepito si ridusse a una spedizione di dugento uomini, capitanati da Giuseppe La Masa: uno di que’ tanti colonnelli, che, come altrove notammo, furono creati per saziare la cupidigia de' gradi nelle prime prosperità della rivoluzione. Costui, non che aver mai fatto alcuna esperienza di armi, anzi, essendo stato eletto a capitanare quella misera spedizione di Siciliani in Lombardia, erasi fatto scorgere per un vanitoso e dappoco; avendo vagato qua e là, senza mai giungere al luogo della guerra. E non di meno co’ bei paroloni, e colle mostre, era riuscito a farsi credere al caso per comandare quest’altra spedizione, da cui pure la salute o la rovina della patria poteva dependere.

In tanto il dì 3 settembre i regi, fatto un primo sbarco, appiccarono feroce zuffa co’ Messinesi; da’ quali furono respinti parte nelle navi, e parte ne’ castelli. Allora le artiglierie dall’una parte e dall’altra cominciarono a folgorare terribilmente. In questo mezzo giungeva il colonnello La Masa, accampandosi al convento del Salvadore co’ dugento uomini. Il qual misero soccorso agghiacciò il commessario di Messina, che senza metter tempo in mezzo, spedì per maggiori aiuti a Palermo; dove già s’apparecchiava una seconda spedizione di mille e dugento uomini; i quali se fossero arrivati il giorno stesso (e di questo indugio non si potrebbero mai a bastanza rimproverare i Palermitani) avrebbero forse i Napoletani distrutta prima che occupata Messina; come fece testimonianza la resistenza ferocissima, che il dì 6, compito sulla strada maestra di Dromo lo sbarco, incontrarono; sì che solo il numero e l’arte li fecero vincere; avendo lo stesso Filangieri scritto: «essergli stato il terreno contrastato palmo a palmo; di foramenti, scalate, rotture, e infine di appiccar fuoco alle case, avere avuto mestieri per discacciare gl’invisibili nemici.» Conciossiaché i Siciliani fra orti e muri, come in agguato, tiravano: lasciandosi piuttosto consumare dagl’incendii che cedere o fuggire; e la fortuna in quel giorno pareva che agli audaci arridesse, perché i soldati regi cominciavano a piegare e sbandarsi: essendosi in mezzo a tanto fuoco accese e levato fiamma le munizioni che portavano in dosso; onde credettero una cava di polvere sotto a’ lor piè scoppiata. Il terrore e lo scompiglio presero per forma la soldatesca, che rotta e seguitata da’ Siciliani, rifugiossi nella cittadella; e tale scoramento ne seguì, che sarebbesi per avventura convertito in novella sconfitta, simile a quella di Palermo ne’ cominciamenti della rivoluzione, se altro generale vi fosse stato, dal Filangieri in fuori. Il quale con quell’autorità sicura e rapida di comando, derivante da scienza e da risoluzione, rassicurò le schiere, e nella notte, sopravvenuta più benefica a’ regi che a’ Messinesi, le dispose alla vittoria; che per altro non fu né lieta né facile; e ancor più amara e ardua sarebbe stata, se il colonnello La Masa, in cambio di tenersi apparecchiato nel suo alloggiamento per correre la mattina del 7 al luogo detto lo Spirito Santo, e prendere i nemici alle spalle, come aveva avuto ordine dal commessario, non se ne fosse fuggito, e quel che fu anco peggio, non avesse fatto altresì retrocedere i mille e cinquecento uomini, che venivano da Palermo, mettendo da per tutto lo spavento e la costernazione, come di causa perduta. Né bastandogli di avere abbandonato Messina, abbandonò anco Melazzo: città forte, e non per anco attaccata dal nemico. Dove alla codardia si aggiunse la disonestà: essendo stato (forse inconsapevole il capo) predato il danaro, che la città di Palermo aveva mandato a Messina; e che il commessario vi aveva fatto, per più sicurezza, trasportare, preveggendo il vicino disastro di Messina.

Il quale né parole né cuore mi bastano a descrivere. ché mai non si vide più feroce la guerra civile, come in quella occasione: né città antica o moderna far di sé, per amor di libertà, più disperato sacrifizio. Da otto mesi era stata offesa dalle bombarde: da quattro giorni ardeva e rovinava; e pure fra quegl’incendii e rovine non una voce si udì, che chiedesse capitolazione, o tregua. Ma il commessario, dopo saputa la inopinata fuga di La Masa, non tanto per venire a patti, quanto per bisogno di temporeggiare, nella notte del 7, invitò il nemico a un accordo; ponendo condizioni sì alte, che il Filangieri per onor militare le rifiutò; e argomentando forse da quelle lo stato de’ Messinesi, che dovevano combattere dentro e fuori della città, e forse non ignorando il fallito soccorso de’ Palermitani; all’alba del giorno 7, quando già le batterie siciliane, finite le munizioni, quasi più non offendevano, con maggior ferocia rincalzò la battaglia; perciocché a mano a mano che si approssimava ed entrava in Messina, dove usava il ferro, e dove appiccava il fuoco, non perdonando a età, sesso, e grado, né risparmiando templi, monisterii, asili di pietà. Tutto era sangue e fiamme, cui di spegnere non bastavano le acque, adoperate cogl’ingegni: giacche i venti contrarii, e la non interrotta copia de’ razzi incendiatori, le risospingevano e alimentavano; e di fummo denso empivano le strade, sì che pareva notte; nella cui oscurità avvolgevansi e confondevansi quelle turbe di combattenti, che affamate, stanche, senza capi, senza provvisioni, non sapevano più né a chi obbedire, né a chi sottostare. Il commessario,non che aver agio a provvedere, mutava d’ora in ora sede e direzione, incalzato dagl’incendii e dalle rovine. Mai non si vide aspetto di città più lagrimevole; e perché nulla mancasse a guerra civile, al ferro e al fuoco si aggiunse il saccone con esso la violenza dello stuprare, sì ingenito all’ardente e scapestrata natura de’ soldati napoletani. E trovo che fin dentro le chiese si contaminavano le donne, e violavano le fanciulle, potendo più la libidine che la superstizione. Non sacro, non profano fu lasciato da quelle mani rapaci e disoneste; per circa due miglia di città fu incendiato e guasto: e tuttavia la cittadella e il castello del Santo Salvadore seguitavano a trarre con pericolo di uccidere i vincitori. Sì invasava i soldati regi furore di vendetta, che il Filangeri chiamava esempio: quasi fosse opera regia bruciare le città per possederle. Diresti che invidiasse e volesse oscurare la gloria del suo antico emolo del Carretto, che spianò la terra di Bosco; e forse egli, figliuolo del più umano de’ filosofi, spianata avrebbe la città di Messina, se tanta barbarie non avesse finalmente scossa l’avara e inumana indifferenza de’ comandanti de’ navilii inglesi e francesi; i quali, rappresentando due nazioni, che si dicevano proteggitrici della Sicilia, avevano per quattro giorni mirato dal mare il fumante eccidio di quella nobile città; e quando parve loro che la rabbia militare più tosto contro silenziose macerie, che contro gli uomini disfogavasi, essendo durato lo incendio fino al giorno 10, domandarono in nome di Dio e della pietà umana, che si facesse una fine alle feroci ire e alle spietate vendette. Alle quali era compassionevole contrasto vedere tutto un popolo, uomini, donne, ricchi, poveri, vecchi, fanciulli, misti e confusi, uscire della città, e ne’ monti o nel mare disperdersi, perché i vincitori non dovessero trovarvi che orrore di solitudine.

Mentre così piangeva Sicilia, Napoli non era lieta, ché, parendo venuto il tempo di spegnere ogni resto di libertà, arti scellerate e oscene si adoperavano. V’ebbono raguni della solita plebaglia; ladri, bagasce, scherani, e simili lordure; i quali correndo le strade, gridavano: giù la costituzione; morte a’ deputati; viva il re. Intanto in corte si disputava se era da sciogliere l’assemblea de’ deputati. Parve più prudente il differire le adunanze, volendosi andar per gradi allo annullamento. La mattina del 5 settembre, quasi nel tempo che Messina cadeva sotto le reali artiglierie, il ministro Ruggiero, in gran pompa, lesse al parlamento il decreto del re, che lo aggiornava fino al 30 novembre. Quell’atto fu nel medesimo giorno accompagnato da altro assembramento di gente sozzissima, che urlava per le vie: giù la costituzione. Li rintuzzò e disperse altra mano di popolazzo, che gridava: viva la costituzione. Il che parve indizio, non essere più la corruzione di quel popolo sì generale, che non vi fosse alcuna parte sana. La corte usò questo contrasto per raddoppiare i rigori: si fecero inquisizioni, incarceramenti, perseguiti. Fu remosso il direttore di buongoverno Abatemarchi, messo in questo ufficio dal ministero, presieduto da Carlo Troya e avuto in opinione di uomo onesto e civile. Contano, che la mattina, chiamato dal re, e rimproverato che non sapesse que’ popolari trambusti antivenire, rispose, che non poteva conoscere movimenti orditi dentro la reggia da’ servi stessi di sua maestà. Né per questo Ferdinando apparve men severo; ammonendolo, che ancora i suoi servi dovevano essere gastigati se disordini publici promovevano. Però quella troppo libera scappata, e più, l’aver chiarito il principe di quel che non voleva sapere, fu la sua disgrazia. Non ho taciuto questo fatto, accertatomi da persona degna di fede, e conforme alla natura delle cose. Ma dubbio non v’ha, che si voleva mandar giù visiera: e cominciavano a parere il Bozzelli e il Ruggiero stromenti inutili. Se costoro avessero avuto alcun senso di dignità o di vergogna, dovevano almeno allora deporsi: dacché avevano toccato con mano ch'eglino, lungi dal salvare le libertà acquistate, avevano anzi servito di mezzo per finire di perderle: potendosi quasi con certo giudizio affermare, che i principi non sarebbero forse tornati con tanta facilità e speditezza allo impero assoluto, se non avessero loro dato spalla uomini che avevano parteggiato per la libertà: sì perché l’andar d’un salto nelle mutazioni di qualunque specie sieno, è pericoloso, e sì perché era mestieri arrivar per arte dove in altri tempi si giungeva per violenza. Tollerò il Bozzelli che gli fosse tolto il ministerio delle cose interne e datogli quello meno importante della publica istruzione. Sì aveva preso quell’uomo, basso amore di fortuna. Fu fatto ministro per le cose interne Raffaele Longobardi, discepolo del Canosa e del Carretto; uomo stolido e feroce; peggiore dei maestri, avendo di quelli la tristizia, non l’ingegno.

Essendo il primo assalto di Messina riuscito felice alle armi regie, avrebbe voluto la corte di Napoli seguitare la vittoria in tutta l’isola. Ma le crudeltà commesse indussero la stessa diplomazia a domandare che si stipulasse una tregua. Alla quale forse il re aderì per ristorare l’esercito dopo le perdite fatte a Messina: o forse perché argomentava con queste pieghevolezze, che avevano sembiante di magnanimità, poter essere a suo tempo più severo. Né mancò adesione dalla parte de’ rettori del governo di Palermo; imperocché, se bene in parlamento, e nelle adunanze popolari, si gridasse guerra e vendetta, e si chiamassero d’ogni parte cittadini alle armi, tuttavia provavasi impossibile in quelle strette provvedere per modo, da tener fronte a una soldatesca vittoriosa. L’aver tempo dovette sembrare un benefìzio; e tale sarebbe stato, se i Siciliani l’avessero usato a meglio apparecchiarsi alla guerra.

Torniamo ora alle cose della lega, imaginata in Roma dal conte Pellegrino Rossi; sull’animo del quale assai potevano que’ trionfi riportati dal re di Napoli; conciossiaché gli mostrassero ben chiaramente, che l’esercito stava con lui, e forse da lui teneva altresì la nobiltà e il popolazzo, cioè l’una e l’altra plebe di quel reame. Nel tempo stesso eragli noto, che la corte di Torino non voleva sapere di confederazione con dieta; debole appoggio era Toscana; lo stesso papa, di favorevole, cominciava dimostrarsi contrario; e d’altra parte somma stoltezza parevagli, dopo la tocca sconfitta, e le discordie suscitate, tornare alle armi; e maggiore stoltezza confidare negli uffici interessati o fraudolenti degl’Inglesi e de’ Francesi. Laonde pensò a una forma di lega, che fosse più tosto impedimento a mali maggiori, che avviamento al bene disiato. E per riescire cominciò dal cercare d’intendersi colla corte di Napoli, sperando così di facilitarsi la via a un accordo coll’imperador d’Austria; per il quale, se non si poteva ottenere la liberazione d’Italia, almeno assicurassesi la libertà sì esterna come interna dei particolari stati. Proponeva per tanto una semplice lega fra’ principi, da risolversi, quasi per via diplomatica, in un congresso di ambasciadori con piene facoltà inviati a Roma da ciascuno stato, sotto la presidenza del pontefice. E in vero giudicando il pensiero del Rossi dalle cose succedute, non è dubbio alcuno ch'ei non s’apponesse al meglio; limitando l’opera sua nel modo predetto. Se non che mettendosi allora come a navigare contr’acqua, non poteva venire a un termine qualunque; non solo per le stemperate voglie di libertà che in que’ giorni dappertutto ferveano, e per le nimicizie contro lui della parte popolare, che stava tutto occhi e orecchi per notare ogni suo atto e detto, e aver motivi d’infamarlo; ma ancora perché, non restando ignoto ch'ei trattava colla corte di Napoli, non era da sperare, che la corte di Piemonte, la quale teneva l’altra per sua maggiore nemica, e nemica altresì d’Italia, ci si volesse accordare. E in fatti alla lega proposta dal Rossi, primi ad opporsi furono i Piemontesi; mossi ancora dalla solita gelosia che Roma dovessevi primeggiare; e se bene i Toscani sarebbonsi piegati a qualunque forma di lega, purché qualcosa si conchiudesse, tuttavia non tramettevano di domandare, che nel congresso degli ambasciadori da adunarsi in Roma, non solo i governi ma ancora i parlamenti vi avessero rappresentanti.

I reggenti piemontesi poi seguitavano a dire, che la lega fosse dichiarata in generale, cioè che gli stati di Roma e di Toscana mandassero uomini, armi e danaio, e poi quando fosse stato possibile, sarebbonsi adunati gli ambasciadori delle varie corti per deliberarne i patti. Alla qual proposta (non men superba che stolta) non sapendo aderire i rettori romani, né gli altri, il ministerio sardo, con impudenza singolare, tassavali acerbamente per mezzo de’ suoi giornali, di non voler la lega. Né con minore acerbità di detti, stampati nel diario publico, rimbeccavalo il conte Rossi, mostrando che anzi il non conchiudersi la lega veniva da impacci e ostacoli e ingiuste pretenzioni della corte sarda. Questa zuffa fra gli stessi monarchici tornava a grave scandalo e pericolo; conciossiaché i settari di libertà estrema bene la usassero a dimostrazione irrefragabile di quanto poco fosse da confidare per la unione d’Italia ne’ consigli delle corti; le quali non sapevano accordarsi né pure in una semplice lega fra loro; e quindi aprivansi la via a far prevalere un altro lor modo di ricomporre le nostre provincie; il quale ancor meno degli altri due, proposti dal Gioberti e dal Rossi, essendo effettuabile, doveva riescire non solo a guastar quelli, anzi a condurre all’ultima rovina le sorti d’Italia.

Di questa estrema opera dei democratici dovendo dire con particolarità, son forzato di ripigliare il filo della storia di Toscana. La quale, quanto meno si sperimentava atta a sostenere colle armi la italiana libertà, tanto più era tratta ad avanzare gli altri paesi nel desiderio di cose nuove. Abbiamo nominato in altro luogo il professor Giuseppe Montanelli, e detto com’ei si trasferisse in Lombardia, e combattesse a Curtatone: dove creduto morto, fu in tutta Italia straordinariamente lagrimato. E di questo generale compianto erano promotori gli stessi moderati, che lo tenevano di lor parte; essendosi in fino allora mostrato gran fautore delle dottrine del Gioberti, del Balbo, e del Capponi, quasi distinguendosi per soverchio amore al romano papato. E se bene alcuna volta desse segno di trascorrere in desiderii di republica, il faceva in termini sì astratti e generali, e con tal mescolamento di cattolica devozione, che poco vi si badava: anzi da alcuni, che più intimamente ’l conoscevano, attribuivasi a leggerezza d’intelletto; essendo di coloro che corrono dietro alle novità che prevagliono; non tanto forse per bassa cupidigia quanto per vanità di cercare il meglio; onde con la stessa mobilità sincera, con cui aveva seguitato il Gioberti, quando la idea del papa riformatore aveva grido, volse dalla parte del Mazzini, quando questa, dopo la rivoluzione di Francia, parve dovesse avere l’ultimo trionfo. E siccome lo ingegno di lui era sempre nel mistico ravvolto, così anco accostandosi al Mazzini, seguitò mostrarsi vagheggiatore della idea cattolica; facendo credere ch'ei voleva la democrazia perché era cristiano; ed era cristiano, perché da Cristo si generò la democrazia. Quali concetti veramente avesse di queste cose, non so; e forse né pur egli avrà saputo bene; tale essendo il genio degli uomini astratti e speculativi, di giungere a ingannare sé stessi col vedere accordo dov’è maggiore disparità. La razza de’ Savonarola e dei Campanella, senza le virtù di quegli uomini, né il vigore di que’ tempi, non lasciava di risorgere. Né a’ notati cangiamenti circa il modo di cercare libertà, lo spingeva soltanto la mente spasimante dello ideale, ma il cuore altresì non privo di ambizione: se nonché l’ambizione nel Montanelli aveva questo pregio; di non cercare onori e potenza per qualunque via avesse potuto riescire; ma bensì per quella che fosse stata conforme alle sue opinioni; somigliando in ciò il Mazzini, e differendo dal Guerrazzi, ambizioso per calcolo: quando gli altri due erano per fervore; e quindi da valer meglio a satisfarli un primeggiare momentaneo, che durevole potenza secondaria; e più da allettarli gran fama con pericolo, che piccola riputazione con sicurtà. Cotali ambiziosi sono forse più nobili degli ambiziosi calcolatori, ma riescono altresì più nocivi agli stati, perché son tirati a guastare il bene possibile per cercare lo impossibile.

Ma la parte de' moderati non sapeva che il Montanelli fossesi già accostato al Mazzini, ovvero dissimulava; sperando i suoi vecchi amici e maestri, che, tornando in Toscana, l'arebbono di nuovo rimesso nel buon sentiero. Oltrediché non osavano di romperla con esso lui, veggendolo allora in cima agli affetti popolari, per quella sua onorevol vicenda di essere stato prima creduto morto, poi saputo ferito, e finalmente prigione. Forse i moderati s impromettevano di usarlo a freno della popolarità minacciosa: e i popolani alla lor volta stimavano di averlo con loro per vincere la parte contraria. Fatto sta, che tutto il parlamento, e il ministero altresì (d’accordo in questo moderati e smoderati) facevano istanze presso alla corte d'Austria perché fosse restituito alla patria. Né la corte d’Austria negò; pensando forse di mandarci un uomo, che colle sue nuove idee avrebbe aggiunto legna al fuoco delle italiane discordie. Tornava adunque il Montanelli desiderato e festeggiato da tutti, quasi parendo un miracolo che si potesse anco rivedere. Vogliono che lo stesso principe s’intenerisse, e lo additasse come esempio di sincero amore verso la patria. Nell’entrare in parlamento, di cui era stato eletto deputato fin da quando era nel campo, ebbe le più liete accoglienze. Esso con viso smorto, voce flebile, e braccio al collo, mostrante l’onorata ferita, origine di tanto favore, ringraziò l’assemblea dell’amore dimostratogli da lontano, e degli uffici fatti per affrettargli il ritorno. Dovendosi in que’ giorni eleggere il vicepresidente nel consiglio dei deputati nominarono lui a una voce. Né mai alcuno fu veduto sì al colmo della grazia pubirca; mostrando le parti come superbia di averlo ognuna per sè. Quindi s’aspettava che parlasse, e potessesi inferire dai suoi detti da chi più tenesse. L’occasione si presentò peri casi di Livorno. Avendo il presidente de’ ministri dichiarato che era interrotta ogni comunicazione di uffici con quella città, il Montanelli levatosi, disse:Io mi guarderò bene dal rimescolare materia intrisa di sangue fraterno; e guarderommi altresì nella presente concitazione d’animi di profferire parole che non sieno di amicizia e di pace. So che il Tedesco è sempre in Italia: e fra le gravi discussioni di questa assemblea, ho sempre negli orecchi il suono oltraggioso delle spade austriache strascicanti per le strade delle città di Lombardia. Emmi noto pure che non la virtù delle armi, ma i nostri errori e le nostre discordie riaprirono allo straniero le porte di Milano. Né dubito finalmente, che quando saprà essere la discordia giunta fra noi a tale che le comunicazioni di uffici con una città sì importante come Livorno sono rotte, esulterà, come se già avesse colle armi la Toscana occupato. Ma quel che è cagione di allegrezza al nostro nemico, non può non empire noi di lutto. Io non vo’ credere ancora, non rimanere via a ricongiungere la città di Livorno col resto della Toscana; conciossiaché se questa opinione avessi, sarei dal dolore impedito a manifestarla.

Questo discorso sì maninconioso, fatto col braccio ferito al collo, e con sembiante d’uomo che soffriva per cagione di libertà, commosse tutti; ebbe applausi sterminati dalle ringhiere popolari; fu dai deputati creduto conciliativo. Interveniva pure in questo medesimo tempo, che i Livornesi, menati da uomini scaltriti ne’ movimenti, avevano fatto un congresso popolare nella loro chiesa principale, e mandato a Firenze un’ultima ambasceria per far conoscere a’ rettori, che sarebbonsi quietati, se il principe avesse dichiarato di sdimentioare quant’era stato fatto: il ministerio avesse deposto i poteri di eccezione: e in Livorno fosse mandato un governatore di piena fiducia popolare. E quegli ambasciadori venuti a Firenze, ed esposta con superbia la commessione, conchiudevano con minaccia: che dove le sopraddette cose non fossero state di presente consentite, avrebbe la città preso il partito di reggersi a popolo.

Delle tre domande, la più malagevole a satisfare, era la scelta del governatore: né altri in quelle estremità potevasi eleggere dal Guerrazzi o Montanelli in fuori. I sopraddetti oratori indicavano il Guerrazzi, dicendo che tutto il popolo lo desiderava; ma in effetto erano gli uomini di sua parte, cresciuti di numero e di ardore fra quelle popolari agitazioni. Ben i rettori fiorentini avrebbero usato destrezza, scegliendo il Guerrazzi: il quale, satisfatto d’un bene reale e durevole, non avrebbe per avventura continuato a sommovere per follie di beni ideali; né il Montanelli, senza che il Guerrazzi gli avesse fatto spalla, sarebbesi licenziato a fare anch’esso il sollevatore, o non sarebbe riescito, da innalzarsi a occupare il governo dello stato. Ma i ministri fra i due scelsero il secondo: perciocché nel tempo che il nome del Guerrazzi, quasi fosse un divoratore d’uomini, seguitava ad ispirare altissimo spavento, il Montanelli era sì da’ monarchici e sì da’ democratici tenuto per una coppa d’oro. Particolarmente, aveva familiarità col capo de’ ministri Gino Capponi; nella cui casa aveva usato insieme con tutti quelli, che in tempi non lieti alla libertà si raccozzavano a favellare di onesta politica. Il Capponi chiamollo, richieselo di accettare l’ufficio di governatore, e di andare a mettere la pace in quella città. Sparsero i giornali, che il Montanelli nell’accettare, ponesse condizioni, e fra l’altre quella che il popolo livornese dichiarasse publicamente di aver cara la sua nomina. S’ei ciò domandasse per aver sembiante di essere eletto dal popolo, o piuttosto per paura assai ragionevole di non incontrare mala accoglienza dove il Guerrazzi, che teneva pe’ capelli il popolo, sapevasi acceso d’ambizione di governarlo, non potrei dire. Il diario del governo chiamò falso quanto era divulgato dagli altri diari, aggiungendo che il Montanelli accettava per solo obbligo di buon cittadino, cui avrebbe adempiuto conforme alle leggi dello stato. Ma è vero in pari tempo, ch’egli si tratteneva in conferenze prolungate co’ reggenti, e per dar ragione a’ Livornesi del suo indugio, mandava loro da Firenze un bando stranissimo, dicendo che aveva mestieri di chiarirsi col principe intorno ad alcuni punti a fin di potere la via, in che s’era messo, percorrere fino in fondo. Di qual fondo intendesse parlare, nessuno, non che egli stesso, potrebbe sapere: come non credo che alcuno possa attestare, in quali termini veramente s’intendesse co’ ministri, e se ricevesse, ovvero credesse di ricevere, carta e giurisdizione di fare in Livorno tutto quello che gli fosse paruto meglio. Ciò mi è riescito di chiarire, ch'ei non tacque il suo proponimento di gridare la così detta costituente italiana, additandolo qual mezzo unico di calmare gli sdegni, e tirare gli animi in un sol volere: quando per lo contrario peccava di stoltizia, come dottrina, ed era il maggior seme di turbazione, come espediente; non potendosi dar balia a una nazione di deliberare la forma del suo stato, prima di essere libera da ogni dominio straniero, e qualora fosse divenuta in effetto libera, non aveva mestieri che alcuno le avesse dato potere di levarsi a giudice di sé stessa. Era poi il maggior seme di turbazione, perché, dovendo quest’assemblea di tutta Italia aver diritto anco di spodestare i principi, se avesse stimato di eleggere altra forma di stato che la monarcale, non era possibile che le monarchie, e con esse tutti i monarchici, così di assoluto come di temperato impero, volessero accettare di buon grado un principio sì pericoloso. E convien dire che i democratici o supponevano ne’ principi una virtù, ch'essi medesimi non avrebbono avuta, o si credevano tanto forti da poterli sottomettere a qualunque lor voglia: e nell’uno e nell’altro modo fallavano.

Ma il ministerio del Capponi, o per trovarsi in quelle angustie estreme, da non saper più come acconciare le cose livornesi, o che stimasse non doversi fare gran caso delle fantasie del Montanelli, lasciò ch'ei parlasse pure di costituente, purché s’avesse l’effetto di pacificare Livorno. v’ebbe qualcuno che disse non doversi mandare il Montanelli, presagendo, che per antica vaghezza del sommovere avrebbe usato quella occasione per iscuotere il governo e forse la monarchia. Ma i più non pensarono che sarebbesi mai giovato della nuova potenza per rivoltarla contro chi glie 1’avea conferita: e specialmente sei credette il Capponi, miglior conoscitore delle cose che degli uomini; costretto da sua natura infelice a porre fede in chicchessia, e deliberare più col cuore