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Zenone di Elea – Settembre 2017

LE ISTORIE ITALIANE

DI FERDINANDO RANALLI

DAL 1846 AL 1853

VOLUME TERZO

FIRENZE

TIPOGRAFIA DI EMILIO TORELLI

1855

FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME PRIMO HTML ODT PDF
FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME SECONDO HTML ODT PDF
FERDINANDO RANALLI - LE ISTORIE ITALIANE DAL 1846 AL 1853 VOLUME TERZO HTML ODT PDF
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VOLUME TERZO LIBRO DICIASSETTESIMO 39
VOLUME TERZO LIBRO DICIOTTESIMO 93
VOLUME TERZO LIBRO DICIANNOVESIMO 153
VOLUME TERZO LIBRO VENTESIMO 213
VOLUME TERZO LIBRO VENTUNESIMO 259
VOLUME TERZO LIBRO VENTIDUESIMO 311
VOLUME TERZO LIBRO VENTITREESIMO 371

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LIBRO SEDICESIMO

SOMMARIO

Effetti prodotti in Roma alla nuova della fuga del papa. — Accordo del ministero, de’ consigli legislativi, del municipio e della guardia cittadina per impedire disordini. — Protesta del papa. — Consiglio del governo eletto dal medesimo. — Adunanza dell’assemblea per provvedere alla salute publica. — Ambascerie mandate al papa. — Condizione della corte di Gaeta. — Spedizione di Francesi a Civitavecchia. — Protesta de’ rettori romani. — Rumori e pratiche per la effettuazione della costituente italiana. — Commessioni e brighe del napoletano La Cecilia. — Proposta di costituente fatta dal Mamiani. — Pratiche d’accordo co’ ministri toscani. — Rifiuto del papa a ricevere gli ambasciadori romani. — Grida e lamenti per questo rifiuto. — Mostre di licenza popolare. — Autorità acquistata dallo Sterbini. — Disordine nella milizia. — Costernazioni e fughe. — Stato delle provincie romane. — Contegno de’ governatori e de’ presidi. — Opera de’ costituzionali raffonati a Bologna. — Favore di questi verso il general Zucchi. — Sdegni e sospetti dei democratici contro lo stesso generale. — Balia data al cardinal Castracane. — Dissoluzione del consiglio di governo, nominato dal papa. — Impazienza popolare in Roma. — Scioglimento volontario de’ consigli legislativi. — Creazione della Giunta di Stato. — Allegrezze, rinunzie, codardie. — Vana autorità dei rappresentanti de’ governi italiani in Roma. — Commissione conferita al Canuti, al Pinto e allo Spini. — Commovimenti democratici ancora in Piemonte. — Interrogazioni e querele contro a’ ministri. — Risposte e scuse e dichiarazioni de’ medesimi. — Discorse del Gioberti. — Altre dicerie di altri membri del parlamento. — Applausi, rumori, querele, proteste, confusione grandissima. —Clamori, tumulti e pratiche per un ministero democratico in Piemonte. — Continua guerra al ministero governato dal Pinelli. — Discussione sulla legge di pubica sicurezza. — Altre discussioni per altre leggi sempre offensive allo stesso ministero. — Maggiori tumulti nelle piazze; maggiori scandoli nelle assemblee. — Maggiori gareggiamenti fra le parti dei democratici e dei costituzionali. — Deposizione del ministero pinelliano.

Uno de’ più notabili documenti, che si cavano dalle istorie, è quello, che gli uomini possono colla prudenza, colla sapienza, coll’onestà, impedire o indugiare alcuni avvenimenti, ma poiché non seppero o non vollero, sono dall’impeto loro per forma trascinati e portati via, che ogni virtù e ogni senno vengono meno. Potevano gl’Italiani in generale, e i Romani in particolare, o per dir meglio, coloro che i popoli, co’ magistrati, cogli scritti e colle adunanze movevano, far sì, che le cose non giungessero al mal termine, che il pontefice fuggisse da Roma. Dopo questa fuga, era forse impossibile, certamente malagevole ottenere, che non precipitassero. Perciocché il papa, indotto a lasciar lo stato da coloro, che volevano la restituzione de reggimenti assoluti, non sarebbe mai tornato, che con la detta condizione. I Romani d’altra parte, rimasti senza governo, e riuscendo inutile ogni pratica di conciliazione col papa, era quasi naturale che sdrucciolassero a republica. Il cui esempio produsse maggiori sconvolgimenti altrove; de’ quali fu conseguenza lagrimevole la seconda e ultima sconfitta in Lombardia; e dietro a quella, il facile ritorno dell’Italia sotto l’antico giogo. Ma seguitiamo la narrazione, che delle cose notate fa piena testimonianza.

Erano parecchie ore che il papa avevi lasciato Roma, e la città non sapeva nulla; anzi né pure in palazzo, con tanti curiosi e ciarlieri, appariva sentore. Prima se ne bisbigliò qua e là; e come si fa nelle cose incredibili, uno domandava l’altro, e niuno sapeva che rispondere. Finalmente si chiarì la fuga da una lettera, che il papa lasciò scritta al marchese Sacchetti, foriero maggiore, e che i ministri notificarono per bando, in cui lo pregava a far consapevole della sua partenza il ministro Galletti, e da lui e dagli altri ministri impetrare, a prender cura de’ sacri palazzi, e più ancora de’ familiari pontifici, del tutto ignari della sua risoluzione, come altresì del mantenimento della quiete publica. Raccomandava la quiete publica chi, abbandonando lo stato, aveva fatto, senza volere, la maggior opera perché fosse irreparabilmente turbata; e quel che è più a notare, la raccomandava a’ ministri, che, dopo pochi giorni, dichiarava illegittimi, e impostigli dalla violenza del popolo. Ma, o fosse caso, o provvedenza, i designati disordini, per dir vero, non avvennero; e più tosto gli animi furono presi da sbalordimento, che da sdegno: né gli stemperati, che sino allora avevano usato tutte le occasioni da intorbidare, si levarono: non tanto perché avessino mutato costume, quanto forse perché temevano del popolo, cui ancora non bene conoscevano, in che modo intendesse quell’avvenimento.

Forse anco li rattenne il modo prudente e insiememente gagliardo, con cui i ministri, scossi dalla grandezza del pericolo soprastante, notificarono la partenza del papa «Trascinato (dicevano) da mali consigli, il pontefice è partito questa notte da Roma. Ma essi non mancheranno al debito loro di provvedere alla salute della patria; e giù quanto valga ad assicurare vita e sostanze a’ cittadini hanno ordinato. Un consiglio permanente si adunerà per gastigare con tutto il rigor delle leggi chiunque di offendere la quiete publica s’attentasse. Tutte le milizie assoldate e civili sono in arme, e pronte ne’ loro alloggiamenti ad accorrere ove il bisogno della patria il richiedesse.» Laonde quelli che dalla fuga di Pio IX s’aspettavano, che Roma andasse sossopra, e fosse mestieri di armi straniere, strabiliavano e si rodevano; non parendo più loro di riconoscere quel popolo: un tempo sì devoto al papa, che ad ogni menomo accidente si sollevava in suo pro; e allora indifferente o avverso appariva. Ma i buoni si dolevano e contristavano: alcuni per amore a Pio IX; non potendosi a un tratto pigliare in odio chi era stato cotanto idoleggiato; altri perché già colla mente presagivano i mali, che ne sarebbono derivati, massime dopo saputo, che s’era volto versò Napoli. E se partiti di prudenza e di conciliazione avessero potuto giovare, non furono certamente né dal ministero, né dai consigli legislativi trascurati: nessuno, a’ primi annunzi della partenza di Pio IX, pensando a mutar lo stato: non tanto forse per desiderio del papato, quanto perché a tutti pareva, non essere allora momento da tentare, non che effettuare, una tanta impresa. Anzi era generale il pensiero, che procacciar si dovesse il ritorno del papa.

Il ministerio in quel giorno erasi compiuto; perché mancando l'accettazione del Mamiani, arrivato a Roma la sera del dì 23, ignaro delle cose de’ giorni 15 e 16, e rimaso incerto se accettare o no alcuni giorni, veduto il pericolo della patria, e com’ei ricusando, lo arebbe aumentato, poste giù le dubbiezze, acconsentì. Nel medesimo tempo il consiglio dei deputati si adunava; e dopo un po’ di rumore fatto dal principe di Canino, che la subita promulgazione della costituente italiana addomandava, veniva d’accordo stanziato questo bando a’ popoli dello stato romano: «Nell’assenza del principe rimaner fermo nelle stesse forme e autorità il governo. Avere il santo padre nello allontanarsi conferito i poteri al suo ministerio, accomandandogli le sue robe e la quiete publica. Col ministero accordarsi perfettamente i rappresentanti della nazione, e all’opera di questo congiungere la propria, perché l’impresa di veder libera la comune patria, non debba fallire a gloriosa meta. Esortare quindi il popolo romano a mantenersi tranquillo, temperato, concorde.» Lo stesso editto presso a poco fece il dì appresso l'alto consiglio; e m a i non fu veduto ministero, parlamento, municipio, milizia civile accordarsi fra loro per forma, da mantener la quiete, e far opera di salvare là costituzione dello stato: seguitando ognuno per la parte sua a provvedere in nome del pontefice, come se fosse stato presente. E poiché egli aveva approvata la istituzione nello studio di Roma e di Bologna, delle cattedre di amministrazione publica e di diritto mercantile e di agraria, fu ordinato che il nuovo insegnamento si mettesse in atto. In oltre, trovandosi l’erario in estrema povertà, ed essendo già da’ consigli legislativi consentito, che si publicassero altri boni del tesoro, decretossi da’ ministri, che se ne potessero dar fuori per la somma di scudi secentomila.

Fu anche deliberato, che a’ termini dello statuto, dovesse cessare ogni giurisdizione criminale di eccezione, e quella pure della consulta per le colpe di maestà: e altre discussioni erano pure da' consigli cominciate per nuove leggi proposte innanzi; come per un migliore ordinamento della guardia cittadina, per l'annullamento de’ fidicommissi, e altri provvedimenti di amministrazione publica.

Ma non così a queste cure di pace si attendeva, che gli animi non fossero altresì commossi e turbati dal pensiero de’ soprastanti pericoli. Facevasi gran dire per la città, che voleva cicalare, sull'essersi il papa fermato a Gaeta, non bene ancora conoscendosi se vi sarebbe rimasto, o andato fuori d’Italia; e chi prognosticava una cosa, chi l’altra, come avviene nelle novità, che ognuno pretende di sapere il vero. Finalmente ne’ primi giorni di dicembre soppesi, che il papa aveva da Gaeta promulgato una protestazione in questa consueta forma fra lamentosa e minacciosa: Le violenze usate contro noi ne’ passati giorni, e le manifestate volontà di prorompere in altre (che Iddio tenga lontane, ispirando sensi di umanità e di moderazione negli animi) ci hanno costretto a separarci temporalmente da’ nostri sudditi e figliuoli, che abbiamo sempre amato e amiamo. Fra le cause che ci hanno indotto a questo passo, Dio sa quanto doloroso al nostro cuore, una di grandissima importanza è quella di avere piena libertà nello esercizio del supremo potere della santa sede: il quale esercizio potrebbe con fondamento dubitare l’orbe cattolico, che nelle attuali occorrenze non ci venisse impedito. Che se la notata violenza è cagione per noi di grande amarezza, questa accrescevi a dismisura, ripensando alla macchia d’ingratitudine acquistata da una generazione di uomini perversi al cospetto d’Europa e del mondò, e molto più a quella che nelle anime loro ha impressa lo sdegno di Dio, che presto o tardi rende efficaci le pepe dalla sua Chiesa stabilite. Dalla ingratitudine de’ figliuoli riconosciamo la mano del Signore che ci percuote; il quale vuoi soddisfazione de’ nostri peccati e di quelli de’ popoli. Ma senza tradire i nostri doveri, non ci possiamo astenere dal protestare solennemente al cospetto di tutti (come nella stessa sera funesta del 16 novembre, e nella mattina del 17, protestammo a bocca dinanzi dal corpo diplomatico, che ci faceva onorevole corona, e tanto giovò a confortare il nostro cuore) che noi avevamo ricevuto una violenza inaudita e sacrilega. La quale protesta intendiamo di ripetere con pari solennità in questa congiuntura; di essere cioè sottostati alla forza: e però dichiariamo tutti gli atti, che sono da quella derivati, di nessun vigore e di nessuna legalità. Le dure verità, e le protestazioni ora esposte, ci sono strappate dal labbro dalla malizia degli uomini, e dalla nostra coscienza. Tuttavia confidiamo che non ci sarà vietato innanzi a Dio, mentre lo invitiamo e supplichiamo a placare l’ira sua, di cominciare la nostra preghiera colle parole di un santo re e profeta: memento, Domine, David et omnis mansuetudinis ejus. Intanto avendo a cuore di non lasciare senza capo in Roma il governo dello stato, nominiamo un consiglio composto del cardinal Castracane, di monsignor Roberto Roberti, del principe di Roviano, del principe Barberini, del marchese Bevilacqua di Bologna, del marchese Ricci di Macerata, e del generale Zucchi.

Giunse come un fulmine questa protesta: della cui autenticità benché niuno dubitasse, e i più sentissono rammarico, tuttavia parve prudenza o arte vociferarla falsa, o almeno nulla per non essere soscritta da alcun ministro mallevadore; come se il papa negli altri suoi editti avesse mai fatto conto di queste cerimonie costituzionali. E più ancora faceva dire la scelta dei commessari; perché il Castracane aveva fama di essere di quei cardinali, che più le concedute libertà avevano contrariate: e di lui si raccontava, che ad alcune gentildonne, andate raccogliendo soccorsi per Venezia, aveva detto, che opera non utile allo stato e dannosa alle loro anime facevano. In oltre, non mai di faccende civili impacciatosi, mancavagli di queste, non meno la scienza, che la pratica. Monsignor Roberti era di miglior animo, né forse del tutto contrario a qualche riforma civile: ma appariva incerto, irresoluto, e da tenere quell’ufficio di mala voglia. Il Barberini, che avrebbe avuto senno e probità, e un certo uso di affari, conosce vasi intinto di quella patriziesca superbia, quasi ereditaria in casa sua: mentre il principe di Roviano, quanto scemo d’intelletto, altrettanto, dicevano, d’impero assoluto ostinato partigiano. Il general Zucchi, il marchese Bevilacqua di Bologna, e il marchese Ricci di Macerata erano tre costituzionali, da non essere in quei momenti più accetti degli altri. Il primo per aver tenuto il governo in compagnia col Rossi: il secondo, che non mancava di dottrina e virtù, era stato in principio accusato di tepido amadore di libertà; e più gli aveva fatto torto l’essere con altri bolognesi di sua parte fuggito da Roma, e avere abbandonato il consiglio de’ deputati nel maggior pericolo della patria. Il Ricci, stato esule per i fatti del 1831, aveva nome puro e onorevole, ma da deliberare più coll’ingegno d’altrui, che col proprio. In una parola la più parte apparivano avversi a’ liberi ordini, e quasi tutti inabili a timoneggiare lo stato in quella tempesta.

Pure successe di contenere per ancora il popolo concitato, e indurlo a nuove prove di pazienza e di moderazione da quei che le cose publiche, come meglio, potevano, governavano. Fra tanto i ministri, la cui autorità era dal papa annullata, si deponevano: né subentravano i commessari da lui eletti. de’ quali tre erano lontani di Roma, gli altri si tenevano celati, o almeno non si ragunavano né mostravano lor mandato: e, interrogati, o non rispondevano o rispondevano dubbiosi, e da fare intendere di non sapere né pur essi quali facoltà avessono ricevuto; quantunque già fosse noto, che il cardinal Castracane con lettera particolare a lui solo, avesse avuto ordine di differire le tornate del parlamento. Non era adunque con questo invisibile consiglio da fare alcun provvedimento, e lo stato senza governo alcuno rimaneva. Se intendimento della corte di Gaeta fosse di stancare per forma la pazienza de’ popoli da farla in furor traboccare, si può dire che ella non si travagliava indarno.

Adunossi in gran fretta la notte del 3 dicembre il parlamento romano: a cui il presidente Sturbinetti volse queste parole: Voi conoscete l’editto, che a nome del santo padre è stato divulgato; e conoscete pure i nomi de’ commessari eletti a rappresentarlo. Ma né quello ha veruna testimonianza autentica; sì per non essere stato comunicato a’ rettori del governo o a’ consigli, e sì perché manca della sottoscrizione di qualche ministro mallevadore; né questi mostrano di aver ricevuto mandato di sorta: e alcuni protestano di non volere accettare, e altri sono in sul punto di partirsene. In oltre, dove pure l’editto fusse dal principe sottoscritto, sarebbe a vedere primieramente s’ei, in paese straniero, potrebbe parlare a' suoi sudditi, e in secondo luogo s’ei, posto nella fortezza di Gaeta, non avesse qui piuttosto patita quella violenza, che dice aver tollerata in Roma. Pure convien discutere e deliberare in modo da ovviare a’ pericoli, che da questo editto del papa, come se fosse stimato valido, potrebbono derivare. E primieramente, rispetto al ministero, io non credo possa il papa aver inteso di comprenderlo fra le cose derivate dagli avvenimenti del 46 novembre, e dichiarate casse; non solo perché esercitò sufficiente libertà nella scelta de’ ministri, e alcuni ne scambiò, altri ne surrogò, e tutti accolse benevolmente, ma ancora perché, partendo di Roma, raccomandava loro i suoi palagi, i suoi servidori e la città; il che significava, non solo di riconoscerli, ma di averne fiducia. Che se in questo intendimento non fosse stato, l'arebbe manifesto nella lettera scritta al marchese Sacchetti. Quanto alla nostra assemblea, nulla dice lo scritto, e nulla altresì, ci dicono i commessari. Solamente corre una voce che il cardinal Castracene abbia in particolare ricevuto autorità di differire il parlamento. Se non che il creare una podestà nuova, da recare in sé la somma delle cose publiche, è sovvertire da cima a fondo l’ordine del reggimento costituzionale, dallo stesso papa fondato. Ora noi, che ci troviamo in sul punto di non avere governo alcuno, dobbiamo risoluti prendere un partito, senza star molto in sulle forme, dacché la patria è in pericolo, e la quiete publica d’ogni parte minacciata. Egli è mestieri, nel paese nostro, che già ha dato sì splendide testimonianze di senno e di virtù antica, non accadano perturbazioni, desiderate ed aspettate da’ nemici nostri. ché non potete dubitare in tutti questi fatti non essere stata ordita una trama per farci venire a quello stato, che dicesi anarchia, quasi pretesto a straniera occupazione. Se fossimo venti milioni d’uomini, congiunti di autorità e di forze, ben altre parole userei. Dalle divisioni e discordie nostre si aspettano cagioni e mezzi di opprimerci e tornarci schiavi.

Dopo questo discorso, messo in discussione quel che era da Care, la lingua del Canino cominciò sfringuellare «non doversi più aspettare; a bastanza essersi tollerato; andarne la dignità del popolo romano, la libertà del parlamento; doversi di presente creare governamento nuovo.» I moderati per contrario proponevano, che innanzi di venire a queste estremità, fosse da mandare al pontefice oratori a richiamarlo. Ma dove la costoro proposta il popolo proverbiava, l’altra con alte voci commendava. E allora il Canino più forte strideva; più forte i popolani applaudivano; maggiormente i moderati si abbandonavano: e, com’è lor costume, cedevano il campo, quando, sopraggiunto il ministro Galletti, sostenne il loro consiglio per modo, che il mutabile popolazzo dall’applaudire il Canino passò ad applaudere l’altro: mostrante, essere buona sentenza di richiamare il pontefice prima di venire a partiti estremi. Fu quindi deliberato con gran numero di voti, di non riconoscere per autentico l’atto del pontefice, mancando delle forme richieste dalla costituzione: di concedere balla temporanea a’ ministri deposti, affinché senza un governo non dovesse lo stato rimanere; e di mandare senza indugio al santo padre un’ambasceria di uomini sortiti dalle due assemblee per informarlo dello stato della città di Roma, e invitarlo a tornarvi. Col consiglio dei deputati congiungevasi nel medesimo proposito di mandare oratori al pontefice, l’alto consiglio, e il municipio altresì: e formavansi queste tre ambascerie; per il primo, il dottor Fusooni e l’abate Rezzi; pel secondo, monsignor Mertel e il marchese Paolucci; e pel terzo, il principe Corsini, senatore di Roma. Partirono senza indugio il dì 5 dicembre per alla volta di Gaeta, nessuno dubitando che per fo qualità loro, e per l’ufficio, che andavano a compiere, non fossino ricevuti.

Già Gaeta era fatta centro delle arti diplomatiche. I rappresentanti delle corti straniere vi corsero, non eccetto l’ambasciadore della republica francese: nessun risentimento facendo dell’essere stato anch’egli gabbato. E a Gaeta pure, o a Napoli, come a fidato ostello, riparavano ogni giorno travestiti, quanti cardinali e prelati dimoravano in Roma o nelle città, più odiati e in periglio. E similmente il re, i reali principi, i magnati della corte borbonica, i capi della milizia, i ministri di stato, i principali del regno, frequenti visite a Gaeta, e atti di devozione al pontefice facevano, come se maggiore benefìzio dell’averlo in casa non avessero mai potuto sperare. Né sì provvedeva meno, che il popolo minuto, parte per divozione, e parte per mercede, s’unisse anch’esso a fare dimostrazioni di religiosa allegrezza. Onde quando giunse la nave spagnuola, era stato già preso dalle carezze e adorazioni regie l’animo di Pio IX.

Notai più sopra, che l’ambasciador di Francia, duca d’Harcour, non aveva messo tempo in mezzo a rappresentare a capi della republica francese, con quanta più acerbità poteva, le cose di Roma del mese di novembre, e la susseguente deliberazione del pontefice di abbandonare la sua sede. Ora devo dire gli effetti di quella rappresentanza. Le cose di Francia in quei giorni per io spavento che seguitava a mettere in tutti la crudele fantasma del socialismo, erano andate sempre restringendosi sotto la militar dittatura del general Cavaignac. Il quale, colla celerità de’ telegrafi, mandò ordine a Tolone perché un’armata, con tremila cinquecento soldati, andasse a Civitavecchia: e nel medesimo tempo al signor De Corcelles, rappresentante del popolo, dava le seguenti commessioni: «che si trasferisse anch’esso a Civitavecchia; d’accordo coll’ambasciadore d’Harcour mettessesi in comunicazione col santo padre: offrissegli le forze francesi per rimetterlo in Roma e assicurarlo della sua libertà; se egli volesse riparare presso la republica francese, facesselo accogliere da un navilio; quando no, stesse a guardia di lui; né facesse sbarcare le milizie, se non quando lo stimasse opportuno: finalmente avesse cura di mostrare, la republica francese non intervenire nelle differenze del papa co' suoi popoli, ma solamente rendere lui libero e sicuro.» Come se il restituire colle armi il papa a Roma, perché avesse libertà di governare, non fosse stato ingerirsi nelle quistioni altrui. Non mancarono nell’assemblea parigina interrogazioni e richiami per questa spedizione; mossi dagli uomini estremi, più per far rumore e urtare i rettori del governo, che per alcuno amore dell’Italia; e altre voci più autorevoli si levarono, solite, adulatrici, false: «che bene adoperava la francese republica a soccorrere il pontefice: la quistione romana non essere italiana, ma sì di tutta la cristianità; e i Francesi cattolici doverla per primi risolvere in pro di chi è stato segno alla più orribile violenza e nefanda ingratitudine.» Fu stimato, e non senza ragione, che il generale Cavaignac ordinasse questa impresa, sperando di procacciarsi maggiori suffragi nella prossima elezione del presidente della republica, dacché vedeva nella nazion francese tanto fervore per il papa, eccitato dal numeroso clero, dalla nobiltà fanatica, e dalla cittadinanza, divenuta religiosa per interesse.

Come si seppe in Roma che in vicinità di Civitavecchia volteggiavano legni stranieri con intenzione poco amichevole, da non piccolo turbamento furono presi gli animi: e tosto ne fu chiesto contezza a’ ministri in parlamento; i quali per la voce eloquente e generosa del Mamiani, risposero: «che appena ricevuti gli avvisi, non avevano mancato di far provvisioni di guerra, per resistere e respingere l’assalto con quelle maggiori forze che si poteva. Essere anch’essi compresi d’indignazione per quest’oltraggio fatto a Roma dalla republica francese; tanto più che le parole del Cavaignac, dette il dì 28 novembre all’assemblea francese, contenevano singolarissime contraddizioni, indicio di fraude. Aveva detto il generale, che saputo il dì 26 novembre la fuga del pontefice ordinò la spedizione. Ora in questo giorno non poteva essere conosciuto a Parigi quel che avvenne la notte del 24 al 25. In oltre, se la spedizione ordinò per difesa della vita e libertà del pontefice, perché comandarla, quando già conosceva, essere da

Roma partito, e quindi postosi in sicuro? Finalmente non potersi accordare, che le armi francesi debbano restituire il papa ne’ suoi poteri, e non debbano nelle faccende dello stato romano mescolarsi: come se al papa fosse stato tolto o impacciato il potere spirituale, e la quistione del poter temporale non fosse cosa d’interno reggimento.» Terminavano, che avrebbero subito fatta publica protesta. La quale perché non partorisse effetti sinistri, non indugiarono a scrivere al ministro Bastide parole di amicizia. Né io potrei dire, se i Francesi, per questi uffici, o perché la voglia del papa fosse già loro passata, o anche per non andar, d’accordo colle deliberazioni di Gaeta, non facessero allora quel che più tardi, non ritenuti da vergogna interna, e da giustizia esterna, mandarono ad effetto.

E intanto colla tribolazione di minaccio di fuori si congiungevano pressure interne. Un grande impaccio pe’ reggitori romani era la costituente italiana; alla quale, come detto è, aveva mostrato Pio IX di acconsentire, dichiarando che ne rimetteva la deliberazione a’ consigli. Né era mai cessata la voce de' più insofferenti a levarsi, perché fosse deliberata senza indugio. Ad ogni tornata il deputato Canino schiamazzava, che la costituente italiana si decretasse; indettato forse col capo del ministerio toscano. Il quale doveva sopra ogni altro spasimare di veder messo in atto cosa, in cui credeva di avere il suo nome immortalato. Laonde mentre rallegravasi delle romane novità, giudicandole acconcie al suo disegno, provava rammarico, che il romano ministerio si fosse ricomposto colla persona del Mamiani; stimandolo, dopo la parte avuta nel congresso di Torino, non solo avverso alla sua costituente di na tura republicana, anzi partigiano di Carlo Alberto, da travagliarsi per farlo gridare re di Roma. Onde al rappresentante toscano Bargagli, che aveva avuto ordine di non andare a Gaeta cogli altri ambasciadori stranieri, scriveva subito, che stesse in guardia e in sospetto del Mamiani; e s’intendesse e facesse a fidanza col Galletti; procacciando che la sua costituente, e non altra avesse effetto; colla quale si rimedierebbe ad ogni male. «Il papa (aggiungeva) non. si dichiarerebbe scaduto dalla podestà di principe, se non a suo tempo; i republicani non farebbero colpi di mano; gli albertiani avrebbero un freno alle loro ambizioni principesche: tutti sarebbono paghi, e la media Italia troverebbesi riunita in una sola idea; e il potersi pur fare un congresso di rappresentanti romani, toscani, veneziani, . e siciliani, ancorché i piemontesi e i napoletani mancassero, sarebbe un immenso fatto.» Come se in questa impresa, chiamata immensa, il meno che dovesse rilevare, fosse l’avere partecipanti i due paesi, che solamente avevano armi.

Ma il lettore stupirà, che allo stesso Bargagli, il quale forse allora faceva il democratico, ma tutti avevano prima conosciuto per monarchico, indirizzasse e raccomandasse, come straordinario inviato del ministerio toscano, il napoletano La Cecilia, dicendogli: essere questi l'uomo acconcio per apparecchiare dimostrazioni di popolo in pro della costituente. E in effetto per sommovere valeva tant’oro; anzi fra quanti allora scombuiavano città e villaggi, non era il più destro e attivo, pungendolo povertà, cupidigia e fama non pura. E non contento di avergli raccomandato la Cecilia, facevagli pure fervorosa raccomandazione del Cernuschi e del Maestri, esuli lombardi, come atti anch’essi a spingere il negozio della costituente. Similmente, mandando a Roma le congreghe popolari di Toscana uno o due deputati, sempre per predicare, promuovere, sollecitare la costituente italiana, dava loro lettere e raccomandazioni particolari.

Né costoro se ne stavano in Roma colle mani alla cintola; ma si accozzavano in concilio permanente, facevano adunanze, scrivevano le deliberazioni, tenevano corrispondenze e intelligenze, non solo con le congreghe che gli avevano mandati, ma con altre dello stato romano e del Piemonte: in somma disponevano le cose a piena rivoluzione. Di che lo impudentissimo la Cecilia non faceva mistero; e diceva e operava ancor più di quel che gli era stato commesso. Onde il Bargagli spaurito, ricusava di secondarlo, e piuttosto chiedeva licenza dall’officio di ambasciadore. E non per questo raffrenato, La Cecilia seguitava travagliarsi come sapeva e poteva un uomo nutrito nelle congiure e ne’ subbugli, e con dietro lo stimolo della povertà e della cupidità. Correva ora dal Mamiani, ora dal Galletti, ora dallo Sterbini; conferiva quando col Saliceti, quando col Canino, e con ogni capo di setta: da’ capi del governo, ai caporioni delle congreghe, e da questi a quelli passava irrequieto, mulinando novità smisurate; e poiché non trovava tanta disposizione quanta gliene bisognava per le sue follie, scriveva a’ ministri toscani: «che in Roma non aveva uomini da rivoluzioni. Il Mamiani timido, speculativo, conciliatore per falso calcolo, o per essere infetto di aristocrazia. Il Galletti, virtuoso e cittadinesco, ma inetto, non pari alla grandezza e difficoltà dei tempi, ostinatamente fisso in quella sua legalità, come se legale potesse stimarsi un ministerio strappato al pontefice fra le grida e le archibusate. Lo Sterbini vola ora alle stelle, or precipita negli abissi; sempre fanatico di quella confederazione del congresso di Torino, di. cui fu membro: nondimeno assentirebbe di buon grado, che in Roma fosse promulgata la italiana costituente sotto la presidenza di Leopoldo II: ma ci vogliono gli argani per piegarlo a un partito, e fargli concedere. qual cosa. Quanto al Saliceti, mostrarsi poco fiducioso del successo della impresa, e anch’egli è un sapiente perduto nelle astrazioni. Finalmente il Canino fa meglio le parti di strione che di uomo da commovimenti.» Insomma secondo i suoi rapporti, pareva non essere altri che lui, buono a rivoltare e mettere le cose in cima ad ogni libertà. E come temerario e arrogante sommo era, così assicurava che l’impresa non sarebbe fallita: aver bene ordite le fila; apparecchiato un movimento negli Abruzzi; aspettare il Mazzini e il Garibaldi a Roma; tutto essere a giudeo e propizio; soltanto chiedere danari, e fiducia piena.

Fra tanto il Mamiani, cui non erano ignote tutte queste brighe, prima che il torrente popolaresco, maggiormente traripando, non forzasse a fare della costituente italiana una proposta sconfinata e paurosa, corse in parlamento a proporla in questa forma. Se noi apriamo i libri di quasi tutti gli scrittori politici dell’età nostra, vi leggiamo, il moto civile dello stato d’Europa avere per meta di raccogliere i piccoli regni ne’ grandi, e fondare salda e poderosa unità di reggimento. La qual sentenza, vera in gran parte, io non contraddico: ma credo altresì che non sia in ciò da riconoscere l'ultima perfezione della civiltà umana. Imperocché a me non sembra cosa eccellente e perfetta annullare le speciali potenze, per accumularle in un sol punto; e se io non temessi di parlarvi con parole usate nelle Accademie, v’inviterei ad osservare le opere della natura; le quali quanto maggior perfezione dimostrano, tanto rilevano in ciascuna parte; e ogni membro è sì col tutto proporzionato, che a un tempo varietà e unità, libertà e forza si ottengono. Ora la provvidenza apparecchia all’Italia questo gran bene, di mantenere la varietà e la libertà delle parti, commesse e strette dalla unità e forza del tutto, mediante la confederazione; il cui patto e attributi deve determinare e statuire un congresso costituente dell’intera nazione. E quando dico congresso costituente, credo aver chiaramente significato, che io non intendo parlare d’una confederazione di principi soli, ma di principi e popoli insieme: non d’una confederazionetransitoria, ma persistente, sostanziale, feconda; non di tali opere o di tali altre di comune accordo pensate ed eseguite, ma d’una podestà suprema a cui nelle maggiori necessità della nazione sia obbedito. Il ministerio confida assai in questa italiana confederazione; imperocché un popolo diviso per lunghissima età in diversi stati, non si raccoglie né si confonde in una sola provincia, che per effetto di conquista o di violenza. Io salgo per. tanto in ringhiera col lieto ufficio di annunciarvi da parte de’ rettori, che essi intendono quest’oggi dar cominciamento alla promessa solenne e sincera di spendere ogni loro cura ed ogni loro zelo affinché la costituente italiana al più presto possibile sia messa ad effetto; e quindi vi domanda facoltà di poter cogli altri stati d’Italia trattare ne’ seguenti termini: che un’assemblea costituente sia convocata per gli stati italiani; con balia di compilare un patto federale, che, rispettando l'essere di ciascuno stato, e lasciando intatta la forma del governo e delle leggi fondamentali, valga ad assicurare la libertà e l'unione d’Italia, e promovere la felicità della nazione; che alla detta assemblea costituente ogni stato debba mandare un numero eguale di rappresentanti; che i detti rappresentanti sieno eletti nel modo che i rettori e i consigli legislativi stanzieranno; che l’assemblea sia in Roma convocata; che del modo di procurare rappresentanti a' paesi tornati in potere dello straniero, debba trattarsi fra gli stati consenzienti la confederazione; che finalmente l’assemblea costituente, innanzi di procedere alla discussione e compilazione del patto federale, proponga e deliberi i provvedimenti comuni, richiesti dalla urgenza dei casi, e necessari al pronto e pieno conseguimento della libertà italiana.

Non si poteva per certo con maggior prudenza proporre cosa di tanta gravità in tempo cotanto malagevole. Onde posta ad esame in consiglio, dopo lunga relazione del deputato Pantaloni, fu con quasi pienezza di suffragi vinta e approvata; nel tempo che lo stesso Mamiani non si stava di scrivere e d’intendersi co’ ministri toscani. I quali promettevano, per amor di concordia, modificare e restringere i loro concetti. Se non che il Montanelli, che non voleva apparire di aver ceduto, e quasi abbandonato la sua idea prediletta, massime dopo le commessioni date al napoletano la Cecilia, tornava a scrivere al Bargagli una lunga lettera, nella quale diceva: «di potere e volere aderire alla costituente deliberata in Roma parendogli molto avvicinata ai concetto suo; conciossiaché non si vietasse la elezione de’ rappresentanti per suffragio della nazione. E siccome il divario finale era solo, che secondo il Mamiani la futura assemblea italica avesse ogni facoltà da quella in fuori di distruggere l’essere de’ regni attuali; e secondo lui anco questo potere dovesse avere; così consentiva qual mezzano accordo, che ogni stato fosse libero di mandare i suoi rappresentanti con facoltà limitate, mentre i Toscani manderebbongli onnipossenti.» Condizione non sappiamo a che buona: dacché i deputati toscani sarebbonsi trovati di numero inferiori agli altri. Pure i ministri toscani, e particolarmente il Guerrazzi, se non fossero stati da successive novità travolti, come dirò a suo luogo, avrebbono per forma modificato i loro concetti, da ridurli a poco a poco a quel che allora da’ savi reputavasi unicamente possibile.

Mentre adunque in Roma si faceva opera da’ ministri e dai consigli di puntellare, in qualche modo, papato e statuto, eccoti avviso, che gli ambasciadori mandati a Gaeta, non erano stati ricevuti. Costoro, appena giunti al confine napoletano, intesero da un commessario di governo, essere ordine di non permettere l’entrata a qualunque ambasceria fosse stata al santo padre indirizzata. Onde costretti a tornarsi a Terracina, di qua scrissero al cardinale Antonelli, pregandolo, come maestro de’ palazzi apostolici, a voler loro impetrare udienza da Sua Santità, cui a nome de’ consigli legislativi, e della città di Roma, dovevano presentarsi, per significarle il voto publico, che in seno a’ suoi popoli si restituisse. Rispose l’Antonelli, (e la risposta era recata da un gendarme) «avere il santo padre col manifesto del 27 novembre dichiarato le cause del suo allontanamento da Roma: per le stesse cause essere doloroso al suo cuore, di non poter ricevere le persone mandate a invitarlo di tornare: in tanto volgere di continuo preghiere a Dio, affinché usi misericordia a Roma e allo stato.» Dopo ciò dolenti e umiliati gli ambasciadori si ricondussero a Roma; e, presentatisi in parlamento, riferirono l'impedimento trovato al confine, la lettera da essi scritta al cardinale Antonelli, e la risposta avuta.

Il deputato Pantaleoni disse, che si eleggessero cinque commessati, perché, studiando bene le necessità e i pericoli della patria, d’accordo co’ ministri proponessero alle assemblee un partito accettabile. Ma il Canino, che non sapeva stare mai quieto, s’opponeva gridando, che una reggenza contemporanea si eleggesse. Postosi mezzo il Galletti, che ambiva di fare uffici di conciliazione, come colui che seguitava a essere né tutto di una parte né tutto di un’altra, fu accettata la proposta più temperata del Pantaleoni, e per commessati furono eletti lo Sturbinetti, il Fusconi, il Rezzi, il Lunati e il Sereni; tutti di animo moderato, e a risoluzioni conciliative dispostissimi.

Ma se bene i ministri e i consigli seguitassero a dar prove di prudenza, non poteva il rifiuto papale alle tre ambascerie ascoltarsi senza sdegno publico, e senza porgere grande occasione a’ commovitori di popoli per tirarli a partiti estremi. Puossi bene imaginare quel che ne’ cerchi e ne’ giornali si dicesse: «bene ci sta quest’altra ingiuria; stolti, che pensavamo di ammorbidire nature crudelissime e vendicative, come sono quelle dei preti e dei diplomatici: ciechi fummo a tollerare che a nome del popolo si mandasse a pregare chi aveva tradito il popolo. Ora non più rimedii mezzani; non più accordi; essere tempo di sbarbare dalle radici il putrido tronco.»Passavano quindi a mostre licenziose; che mettevano terrore e sdegno, non tanto perché la vita o l’avere di alcuno corresse pericolo, quanto perché significava il popolo sciolto da ogni freno di legge, e i rettori impotenti o partecipi. Era tornato nel magistrato della sicurezza interna Michele Accursi: tanto più da lasciare la briglia, quanto che aveva mestieri di forbirsi di antichi sospetti di traditore. E quantunque fosse manifesto, che i ministri abborrissero da’ tumulti e dalle sfrenatezze, non s’ignorava nel medesimo tempo, che il ministro Sterbini adoperava in un modo co’ colleghi, e in un altro coi sollevatori di plebe; valendosi dell’autorità, che su questa gli faceva avere il suo ufficio di comandare e dirigere i lavori publici. I quali vogliono che riescissero meglio a produrre ordinate e prezzolate quadriglie di gridatori, che a mettere la gente povera in condizione di vivere onestamente con vantaggio del comune. Per lo che il ministerio, che sarebbe stato in quei giorni di commozione, il meno importante, diventava in mano dello Sterbini, il più autorevole. Né il Galletti, che capitanava la forza de’ carabinieri, era uomo da rimediare: o che non sapesse, o non potesse, o non volesse perdere la fama popolare, che era il suo martello, e tiravalo a secondare il movimento più che la coscienza propria e il ben publico non consentivano. Quindi riteneva nello stesso comando il Calderari, già provato fellone, o inetto a frenare i disordini: e tollerava che s’intramettessero negli uffici di governo alcuni, sciagurati per natura, e allora dirotti a mal fare. I quali riconoscevano la loro balia dalla congrega popolare, che signoreggiava Roma: perciocché i consigli legislativi, il ministero, il municipio facevano buone leggi, abbracciavano prudenti partiti, risolvevano savii provvedimenti: ma non avevano la forza di mandarli ad effetto: essendosi la milizia assoldata, con tanti esempi di licenza publica, condotta a non sentire più i freni del comando; onde mancava ne' capitani autorità, ne’ soldati ubbidienza, in tutti coraggio di contrastare alle voglie popolaresche; partendo la corruzione dai sommi gradi, e negl’inferiori allargandosi. Leggo, che in alcuni luoghi, come nella fortezza di Civitavecchia, mancasse perfino la necessaria custodia de' prigioni per delitti publici. E se bene non si venisse alle rapine, agli ammazzamenti, alle arsioni, e alle altre atrocità, che sogliono le rivoluzioni accompagnare, tuttavia le leggi avevano debole impero; e tanto erano rispettate, quanto fossero a grado dello stesso popolo. Il quale in quello affievolimento d’ogni podestà è più da commendare di temperanza per quel che non fece, che da biasimare di eccesso per quel che fece: e maggiormente i pericoli pigliavano rilievo dalle commosse fantasie, che dalle realtà; e collo immaginarsi o far credere il male maggiore che non era, s’aggravava: assai nocendo, vedere ogni giorno gran parte di nobili e di cittadini ragguardevoli, che pur avevano in fino allora mostrato desideri! cittadineschi, fuggirsene a poco a poco, nascondendosi nelle loro ville, o in altri paesi trasferendosi, quasi in Roma non fosse più sicurezza. I quali poi si querelavano delle scapestratezze popolari, come se essi col fuggire per paura o per dispetto, non le avessero maggiormente fomentate.

Le quali scapestratezze, chi ben guarda, non interamente provenivano da malvagità; conciossiaché quanto più que popolani romaneschi avevano l’anno avanti esaltato Pio IX, meno per amore al papa, che per crederlo fautore di libertà, maggiore sdegno provavano al vederlo passato alla parte contraria; quasi nel disinganno trovando cagione e ragione a prorompere. E rammenterò per tutti Ciceruacchio: il quale a certi spasimanti di quiete quanto prima era apparso uom di pace e di conciliazione, allora appariva uomo di corrucci e di sangue: essendo sempre accontato co’ più licenziosi: e spesso dando mano a certe ribalderie, ch’ei nel suo grosso ingegno e volgare animo reputava per avventura lecita e necessaria vendetta di quello che chiamava papale tradimento. Onde, se prima erasi lasciato indurre a onorare il pontefice presente, e a tenere in freno la moltitudine, poi secondò quei che il pontefice assente vituperavano, e la moltitudine disfrenavano; più per impeto che per consiglio, più per ira che per tristizia, e meglio usando, che creando le occasioni.

Nelle provincie le cose passavano ancor più infelicemente. Quasi tutti i presidi e i governatori ecclesiastici, appena udita la fuga del papa, erano partiti senza informarne i ministri a Roma, o fare alcuna provvisione di sicurtà publica: e qualcuno che non fuggi, come monsignor Bucciosanti, ch’era a Civitavecchia, dicono che, spogliati gli abiti prelatizii, si gettasse a favorire i tumulti. Né solamente da’ prelati erano i governi delle provincie abbandonati; ma altresì da’ secolari, eletti da Pio IX coll’autorità del ministro Rossi. E qual prima, qual poi rinunziarono, il Zannolini per Ancona, lo Spada per Bologna, il Fabbri per Urbino, e altri altrove: onde parecchie città e terre, rimaste senza rettore, erano in balia delle congreghe popolari. Né quelli, che seguitarono a tenere il governo, come il Manzoni a Ravenna, il Lovatelli a Ferrara, e il Rota a Perugia, valevano a frenare i ragunamenti e gli schiamazzi: o che allora anch’essi volessero accattare favore popolare;o non riuscissero con quel loro animo, sempre timido e incerto, massime dopo il manifesto papale, che dichiarava nullo il potere de’ ministri; o anche perché i capi popolani avevano vinta la mano. I quali, sotto colore di ragion publica, facilmente sollevavano le genti, già da due anni avvezze a commoversi col nome e stendardo di Pio IX, or per ottenere mal indugiate riforme, e ora per rallegrarsi di averle ottenute. In alcune città, appena inteso, che il papa aveva rifiutato di ricevere gli ambasciadori mandati da Roma, si voleva senza più gridare governo nuovo: e a fatica raffrenarono quell'impeto alcuni cittadini più prudenti, che avevano saputo mantenersi in favore delle turbe popolari. Se non che i Bolognesi parevano mossi da desiderii diversi dagli altri: conciossiaché in quella città gran numero di costituzionali, fuggiti da Roma dopo la uccisione del Rossi, si fossino raccozzati. I quali, ristretti intorno al general Zucchi, speravano col coraggio di lui ripigliare quel che per la loro codardia avevano perduto; e quante più dimostranze di onore e di favore si potevano a lui fare, promovevano. Ond’egli, che aveva publicamente rinunziato ad ogni comando, tosto lo riprendeva di suo volere, appellandosi commessario del papa, e mostrando di non curare quel che in Roma, dopo partito Pio IX, era stato da consigli legislativi deliberato. E poiché al vecchio generale, colle forze degli Svizzeri che aveva cercato di raccogliere a Bologna, riesciva tenere in freno i democratici, maggiormente acquistavano baldanza i costituzionali: mescolandosi con loro non pochi, che col pretesto della costituzione, miravano ad accendere la guerra civile; stimandola il più spedito mezzo di procacciare armi straniere. Laonde usavano il nome e l’autorità del Zucchi per divulgare scritture sediziose, che, raccendendo antiche superbie e pertinaci odii municipali, valessero a spiccar la città di Bologna da Roma, e in due campi opposti dividere il medesimo stata II trovarsi in Bologna il conte Mastai, fratello del papa, accresceva i sospetti e le voci, che si volesse creare governamento da quello di Roma differente.

Veramente se questo era l'animo del Zucchi, non potrei dire. Credo intenzion sua fosse di abbattere la democrazia, e rimettere il papa colle forze dello stato, per impedire intervenimento di forze straniere; il che dove avesse potuto compirsi, sarebbe stato rimedio al male fatto. Ma l’essersi messo in aperta guerra co’ rettori di Roma; il non saper bene quanto potesse contare sulle milizie rimaste fedeli, sulle guardie cittadine e sulle popolazioni; finalmente l’essere al buio delle risoluzioni e della volontà del principe, il tenevano sospeso e titubante; e perdendo da una parte l’occasione, dall’altradava materia o preteste a' suoi avversari, di colorarlo fautore di civile discordia, e rinnegato conculcatore di libertà; attribuendo a lui quel che altri in nome suo propalavano. Onde presto in Roma e in ogni altra città dello stato la fama del Zucchi cominciò sonare come d’un traditore. E il ministro sopra la guerra Campello gl’intimava di presentarsi a Roma. Al qual comando sdegnando obbedire, da che noi riconosceva per superiore; e l’altro accusandolo in publico di fellonia; protestava che sarebbe andato a Roma a vendicare la ingiuria colla spada. Il che non fece; e, avendogli nello stesso tempo scritto il ministro Galletti per ammonirlo che gravi sospetti erano fatti di lui, e consigliavate di condursi a Roma a purgarsene, rispondeva: dispregiare le vili calunnie; essere sempre lo stesso amadore di libertà, ma non potere l'avvenuto in Roma approvare. Quanto a sé, dependerebbe dal santo padre.

Ma ormai nello stato romano erano le cose a tal termine, che non si trattava più di salvare lo statuto concesso da Pio IX, ma sì di ovviare a maggiori disordini di popolo, da tanti mantici di civile discordia agitato. Adunaronsi i sopraddetti commessari, eletti dal parlamento, per conferire se era da trovar modo alcuno d’intendersi col cardinal Castracane e con monsignor Roberti: soli rimasti in Roma di quel consiglio eletto dal papa. I quali, fosse paura o costume, accogliendo con ineffabile cortesia quanti andavano a loro a far pratiche di conciliazione, davano parole benigne, ma incerte e vuote; terminando sempre con dire, essere anch’essi di parere che fosse da compor subito un governo accettevole al popolo: ma, non avendo balia di risolver nulla, dovevano scrivere a Gaeta. E se realmente scrivessero, e quali e quante risposte venissero, non mi è noto; ma se quel che si seppe, non era prolungamento di fraudo, giustizia richiede che non sia il male riferito solamente alla corte di Gaeta; ma se ne attribuisca una parte agli uomini stessi eletti dal papa, per rappresentarlo nella sua assenza da Roma. Conciossiaché non solo al cardinal Castracane era stato scritto di aggiornare il parlamento, ma successivamente gli fu data facoltà di approvare le polizze del tesoro, publicate nuovamente da' rettori di Roma, costituirsi anche in numero di tre in legittima autorità, traslatare, se fosse stato mestieri, la sede del governo fuori di Roma, nominare altre persone in surrogazione o aggiunta del consiglio, finalmente rinnovare il ministerio. Ma il cardinale non fece di detta balia alcun uso; non forse, come fu sospettato, per far nascere consigli stemperati, ma per timore di eseguire egli in Roma, fra tanti crucci e appetiti popolari, quel che il papa e gli altri cardinali gl’imponevano ben sicuri a Gaeta. Non poco altresì dovette scoraggilo, che il principe Barberini apparisse incerto di accettare; il principe di Roviano rifiutasse, e senza indugio per Toscana si partisse; monsignor Roberti tentennasse: gli altri tre avvertiti, non giungessero. I quali in cambio di andare a Roma, com’era loro debito, se n’erano iti a Gaeta; promettendo di usare uffici e preghi per la conservazione dello statuto. Qual frutto avessero le loro pratiche, conoscerà chi legge procedendo avanti.

Ma la popolare impazienza era in sul convertirsi in furore, e mandare ogni cosa in fascio; divenendo impossibile più indugiare gli ultimi atti di ribellione, non che impedirli. Della quale cosa il principe Corsini, come senatore di Roma, informava i consiglieri, affinché provvedessero senza dimora. Onde quelli ragunatisi, invitarono i ministri a proporre alcun provvedimento; e i ministri d'accordo co’ commessati del papa, proponevano una Giunta di stato, composta di tre membri, nominati dalle assemblee, che nell'assenza del pontefice compisse le parti di lui. La quale, approvata da’ consigli» fu per bando notificata al publico. E quasi a fare maggior prova di prudenza, elessero don Tommaso Corsini, senatore di Roma, Gaetano Zucchina, senator di Bologna, e il conte Filippo Camerata gonfaloniere d’Ancona: i quali non solo rappresentavano le tre principali provincie dello stato, ma a quell’ufficio erano stati dallo stesso pontefice con sua piena soddisfazione innalzati. E sì come allora per ogni cosa nuova si festeggiava a prima giunta, correva il popolo in piazza, guidato da Ciceruacchio, a mettere in cielo con liete grida le deliberazioni del parlamento; le quali da indi a poco non erano più a grado di alcuna parte; tassandole alcuni per timore, che fossero atti sediziosi; altri per ira, che non fossero risoluzioni abbastanza popolari, e qualcuno per ostentamento di scienza politica. Onde ne’ giornali e ne’ cerchi si diceva: le assemblee legislative non avere mandato né diritto di creare una podestà da tener luogo del principe: massime dopo essere in sì magro numero ridotte: cessando il poter sovrano, appartenere a tutta la nazione surrogarne un altro: essere viziosa l’origine di quel triunvirato, e nulla per tanto ogni sua autorità: allo stesso pontefice, meglio che quella usurpazione, dovere riescire più grato il convocare la nazione, la quale anziché spodestarlo, potrebbe rimetterlo in seggio.

Queste ed altre cose si disputavano, come se allora si fosse trattato di adoperare colle regole delle rivoluzioni, o colle ragioni naturali delle genti, e non piuttosto di trovar compensi e amminicoli di salvare qualcosa, non potendosi tutto; ovvero di ovviare a mali maggiori. A togliere autorità al nuovo triunvirato non poco valse la subita rinunziazione del senator Zucchini: e più l'allegare il solito pretesto della coscienza, che non gli consentiva di prendere un ufficio, che se bene volto ad ottimo fine, pure non gli pareva lasciasse a bastanza intatti i legittimi vincoli fra il capo del municipio e il principe. Con questi scrupoli e sofisterie, prodotte da superba ignavia, o da codarda paura, gli uomini, che volevano fama di moderati, ovviavano a’ pericoli della patria: rammaricandosi e mormorando poscia, che di un’assemblea costituente e di un reggimento republicano si levassono gridi; e al timone dello stato persone inchinevoli per uso e obblighi a secondare i moti popolari, salissero. In luogo del Zucchini, richiedendosi un bolognese che accettasse certamente, fu messo il Galletti; sempre in condizione di essere levato a’ sommi magistrati. E poiché in questo mezzo erasi deposto il Lunati, ministro dell’erario, e rimaneva altresì vacante il ministerio delle cose interne, furono queste due soprintendenze confidate temporalmente allo stesso conte Mamiani; che in quei giorni avendo quasi tutta la somma degli affari, ed essendo pure la principal luce di quel governo, faceva, quando con provvisioni interne, e quando con uffici esterni, ogni maggiore sforzo per rattenere l’ultima rovina. Se non che gli uffici esterni riescivano più malagevoli delle interne provvisioni: provandosi bene allora il crudele fato de’ piccoli stati, in mezzo a sterminate dominazioni; più ancora crudele per Roma, sede del pontefice: che i potentati stimano, com’è in effetto, negozio generale; nulla rilevando, che tre milioni d’uomini vivano in martoro per tutti.

E ben mostrarono ch’eglino tanto contavano Roma quanto vi fosse il papa, da che appena partito, non rimasero, del così detto corpo diplomatico che i legati di Sardegna e di Toscana temporalmente, e i rappresentanti de’ governi non riconosciuti di Sicilia e di Venezia. I quali, oltreché avevano poco peso nei destini del mondo, non erano né pur fra loro d’accordo, per la diversa forma degli stessi loro governi. Al marchese Pareto, ministro della corte di Torino» era stato ordinato di rimanere in Roma finché vi fosse un governo legittimamente costituito; mancato il quale, dovesse interrompere gli uffici, aspettare nuove ingiunzioni, né puntomescolarsi nelle quistioni fra il papa e i suoi sudditi. Ma, avendo il papa protestato di non riconoscere il nuovo ministero e gli, atti suoi, quasi subito a Gaeta si trasferì. Il granduca di Toscana avrebbe voluto, che il suo ambasciadore andasse anch’esso a Gaeta; ma, opponendosi il presidente de’ ministri Montanelli, intramessosi il Guerrazzi, lo indusse ad aspettare finché non fossero certi che la corte di Napoli, colla quale allora era nimicizia, non avrebbe impedito di essere ricevuto. Onde ne’ pochi giorni, che ancora dimorò in Roma, non sapendo fare per conto proprio, e di malincuore adoperando secondo le commessioni del ministero democratico, forse non ignorando i desiderii del principe, non riesciva buono né a’ moderati né agli smoderati. Il siciliano padre Ventura fra la teocrazia e la democrazia ondeggiando, né pur egli valeva a soddisfare alcuna parte. Cruccioso, come siciliano, che il pontefice avesse rifugio presso Ferdinando di Napoli, avrebbe tenuto co’ rettori di Roma, ma nel medesimo tempo, volendo serbar fama di zelo cattolico, da tutto quello, che l’avesse fatto apparire men che ossequioso al pontefice, si riguardava. Il Castellani, che rappresentava i temperati consigli della republica veneta, era forse il solo che non restasse dal promovere e aiutare le risoluzioni de’ prudenti; ma fuori di un soccorso di parole savie, non poteva altro.

Sentiva dunque il Mamiani, che dove a’ divisamenti di Gaeta non ponevano freno le grandi potenze, la libertà di Roma era spacciata; e a tal fine mandava a Parigi e a Londra Filippo Canuti, antico e provato amadore di onesta libertà, affinché cercasse di accontarsi per modo co’ rettori di quelle nazioni, che colla loro mezzanità autorevole si potesse fare colla corte papale un accordo stabile, qual era di separare e distinguere i due reggimenti; dalla confusione de’ quali ogni cagion di disordine proveniva. Similmente, argomentando non a torto, che il mettere subito ad esecuzione la costituente italiana, ne’ termini ond’era da lui proposta e dai consigli approvata, poteva, oltre a’ beni futuri, essere ottimo espediente a’ mali presenti, affine di soffocare o reprimere il già cominciato grido di un’assemblea costituente romana, che mutasse faccia allo stato, mandava oratori a Torino Michele Pinto e Leopoldo Spini; i quali, benché uomini di non molta importanza, parvero da riuscire facilmente nella commissione di promovere la sollecita effettuazione della italiana costituente, sì perché i termini di questa, secondo che erano stati deliberati in Roma, non trascendevano sostanzialmente quelli del congresso torinese presieduto dal Gioberti, in que’ medesimi giorni assunto al ministero. La quale assunzione essendo stata accompagnata da commovimenti, richiede che io ne riferisca i particolari, tornando un po’ indietro, e il filo delle cose di quel regno ripigliando.

I fatti della democrazia nell’Italia mezzana non avevano lasciato di commovere anco il Piemonte: dove se i medesimi effetti non seguivano per le forme della libertà interna, un gran pericolo sorgeva per le cose della comune guerra: sospesa e non definita. Come e quanto il ministerio pinelliano, che il Gioberti chiamò di doppia politica, fosse esoso, abbiamo abbastanza riferito. Or continuando, aggiungerò, che la tenzone contro di esso, non che rallentare, era sempre andata rinforzando: e investendolo con obbrobri e calunnie gli smoderati, quasi più noi difendevano i moderati: anzi ne’ costoro diari leggevansi a quando a quando accuse e rimprocci, massime per ciò che alle provvisioni di guerra, e ai maneggi diplomatici della pace si riferiva. Tornando il dì 16 ottobre, dopo breve intervallo, a ragunarsi le assemblee legislative, molte interrogazioni e querele erano state apparecchiate: e alla lor volta i ministri eransi messi in punto di rispondere. Né il publico ignorava questa contesa; anch’esso preparato di assistervi; alcuni per vaghezza, altri per soffiarvi co’ gridi, e volgerla secondo la propria passione. In senato, notificando il conte Alfieri del Sostegno, ch’ei lasciava il ministero, non per divario di politica da’ suoi colleghi, ma sì per cagioni personali, prese quella occasione per informare l’assemblea de’ generosi principii di quelli che governavano: i quali, dove fossero tornate inutili le pratiche di accordo usate dalle potenze mezzane, e fallita la speranza di un soccorso straniero, avrebbero tenuto que’ mezzi, che una nazione, quando vuole, sa in sé stessa trovare, per ripigliar la guerra con più ardore.

Ma nel consiglio dei deputati non ebbero tempo i ministri a fare dichiarazioni. Gli assalì tosto il deputato Cadorna con domanda, se avevano deposto i poteri straordinari stati loro conferiti dal parlamento nel passato mese di luglio; né bastando ch’ei rispondessero, che intendevano lasciarli in quel giorno stesso, chiedeva che una protestazione solenne di non volerli mai più ripigliare facessero. Similmente avevano i ministri annunziato, che fra due o tre giorni avrebbono reso conto al parlamento degli atti loro; e tuttavia i deputati Rovina e Valerio avacciavano con diffidenza scandalosa quel rendiconto. Più anco si chiarirono le nimicizie contro i ministri per lo cavillare inopportuno intorno alla validità della loro elezione a deputati; e per essere stato con gran numero di voci eletto presidente dell’assemblea il Gioberti, conosciuto per il più poderoso avversario del ministerio. Sale finalmente il Pinelli alla tribuna: e poiché le accuse e le querele de’ rappresentanti erano principalmente per l’accettata mediazione degl’inglesi e de’ Francesi, e pei temporeggiamenti guerreschi, intorno a questi punti così prese a discorrere.

A voi, onorevoli rappresentanti del popolo, ignoto non è, in mezzo a qual turbamento, per la ricevuta sconfitta, il nostro ministerio nascesse, e come ci fosse dolorosa necessità accettare partiti, che se bene non vituperosi, pure non grati né lieti potevano tornare all’animo nostro; mai sempre ardentissimo della maggiore felicità di questa Italia, nostra patria dilettissima. Fra’ quali partiti uno di principale importanza fu senza dubbio l’accettare che i rettori di Francia e d’Inghilterra s’intramettessero co’ loro uffici per procurare una pace non pur onorata, anzi profittevole agl’Italiani. E avgnaché la prudenza di stato mi vieti di manifestarvi tutte le speciali condizioni, posso non di meno assicurarvi, che di detta mezzanità e fondamento il riconoscere la libertà d’Italia, e caldeggiare il compimento d’un regno forte sotto l’alpe, che ne sia guardiano. Certo, non neghiamo, che più glorioso per noi sarebbe stato entrare trionfanti nelle rocche di Mantova e di Verona: e altri confidando maggiormente nella forza delle idee, avrebbono per avventura affrontato il pericolo di ultima rovina, anzi che alcun accordo procacciare. Noi, diciamo francamente, non avemmo questa fidanza. Stavaci dinanzi alla mente, da quali fatiche e patimenti oppresso, con quanto disordine il nostro esercito rivalicasse il Po e il Ticino; e ristorarlo e rifornirlo per modo da valere contro a un nemico per vittoria baldanzoso, non potevasi in poco tempo. Né la nazione parevaci disposta a tollerare quegli espedienti, che le istorie c’insegnano essere riusciti dove, mediante il terrore, spingevansi i cittadini ad affrontare la morte in campo, per non riceverla su’ patiboli, e a spogliarsi delle loro sostanze, per non vederle confiscate. Ché appo noi sarebbonsi in tal modo le municipali parti rideste; e la subita enormità delle gravezze e de’ rigori, disgustando il popolo delle istituzioni nuove, non anco ben intese e radicate, avrebbe fatto non meno il possesso della libertà interna, che l’acquisto dell’esterna pericolare. Che se la coscienza non ci rimorde per l’operato fin qui, siam certi di serbarla immacolata per quel che è ancora da fare. 0 le nostre istanze, e i nostri eccitamenti faranno che l’imperadore accetti la mezzanità inglese e francese colle condizioni poste, e potremo liberare la patria dai danni d’una guerra infelice e incerta: o l’imperadore rifiuterà le condizioni e rinnoverà la guerra, e noi con tutto ardore, e fino all’estremo la sosterremo coll’aiuto de’ Francesi, che in tal caso non ci mancherà. E qualora l’imperadore, senza rompere la guerra, indugiasse ad accettare le condizioni; conciossiaché giudichiamo impossibile rimanerci in questo stato di sospensione: onde a tutta la spesa della guerra si aggiunge la inquietudine degli spiriti, e l’oppressione di quelle provincie italiane, che s’unirono al Piemonte; protestiamo, che, stimandoci sciolti d’ogni obbligo, staremo in guardia, per cogliere il momento più opportuno di ricominciare la guerra. ché, trattandosi di un’ultima prova, non dobbiamo avventurarci per lusinghe di notizie fallaci o esagerate. Gli avvenimenti succeduti testé nel cuore dell’impero austriaco, sono tuttora mal noti; e qual effetto possano produrre per l’Italia, non è chiaro. Un nostro assalto troppo repentino, potrebbe spegnere quel seme di discordia che fra le milizie di schiatta diversa, come sono le imperiali, va pullulando. Ogni giorno la condizione nostra migliora; peggiorando quella del nemico. Ma nelle guerre la opportunità del momento è tutto; della quale può e vuole essere solamente giudice chi siede al governo.

Questo discorso, benché, vero, pure per mala disposizione degli animi, e per proponimento di abbattere quel ministero, non fu creduto. E né pure di buon grado furono ascoltate le dichiarazioni degli altri ministri, e particolarmente di chi soprintendeva all’amministrazione della guerra: il quale assicurava, non avere risparmiato cura né fatica per riordinare e ampliare l’esercito; chiamando senza indugio sotto le armi tutte le genti destinate alla riscossa, facendo una descrizione di altri venti mila soldati, incettando armi, provvedendo vestiti, rinforzando cittadelle, e altre provvisioni e riforme nell’amministrazione e giustizia militare. Prima sorsero i rappresentanti di parte estrema, gridando: che lasciassero i veli, le ambiguità, le mediazioni; andassero schietti e difilati alla meta: subito, senza respiro, annunciassero agli Austriaci il ricominciamento della guerra. Finito che ebbero, il Gioberti, asceso la prima volta al seggio di presidente, fece bilanciato discorso, come quello, che, sendosi volto alla democrazia, pur non voleva parere di aver rinnegate o modificate le antiche sue massime. E se bene lungamente favellasse di unione e di concordia, pure germi di divisione d’ogni parte pullulavano. Le interrogazioni a’ ministri, non che cessare, crescevano; chiedendosi con più istanza quel che meno era a dire in publico, cioè se l'esercito erosi bene riavuto dello scoramento degli ultimi disastrile se per numero, armi e disciplina era pronto a ripigliare la guerra. Il ministro sopra la milizia, Dabormida, non avrebbe voluto dir tutto, né sapeva come sottrarsi a tanta ressa di domande imprudenti. Cercava di scantonare, non parendogli buon consiglio mettere a repentaglio una causa di tanto momento con precipitate risoluzioni: e poiché dagli avversari eragli messo innanzi lo scompiglio e dissolvimento dell’impero austriaco (secondo i quali pareva già fosse dalle radici spiantato) quegli notava, non essere la cosa come la dipingevano. E conchiudendo, che avendo Italia sofferto tanti secoli, poteva aver pazienza qualche altro giorno, eccoti levarsi il deputato Brofferio esclamare: «Appunto perché ha sofferto tanti secoli, è tempo che cessi di soffrire; e in nome de’ suoi patimenti e martori io sorgo un’altra volta a propugnare per la subita guerra.» E qui veemente diceria sciorinò, terminando: Non vi maravigliate, se io non confido negl’inglesi o ne’ Francesi, o negli Alemanni Io confido in una sola potenza: in noi. Vedeste mai venire gli Austriaci ad accordi, accettar patti, consentir mediazioni, se non dalle armi costretti? Quella potenza non tratta co(1) nemici che dopo esser vinta; e ne facciano fede Ulma, Wagram, Austerlitz e Marengo. Non più mediazione adunque, ma guerra. La miglior sapienza è l’ardire, la miglior politica è apprestarsi a battaglia. Quando O’ Connell, il grande apostolo della libertà irlandese, sorgeva contro l’oppressione britanna, tre cose, egli diceva, io vi raccomando, o figliuoli dell’Irlanda: agitazione, agitazione, agitazione; ed io pure tre cose vi raccomando, o italiani; ardimento, ardimento, ardimento.

Inaudito rumore di applausi, massime dalle tribune popolari, seguitò queste parole. Primo ad applaudire era il Gioberti. Sorgono i deputati non disposti agli ardimenti, a querelarsi che il presidente tolleri quell'applaudere, vietato dalle leggi del parlamento; e il presidente, che aveva dato l’esempio, rispondeva: «che anco in altre nazioni, rette a libertà, si consentivano applausi, quasi sfogo e dimostrazione di generosi sentimenti; molto più dovevano essere consentiti in quel tempo, che di ardore era mestieri. Da capo applausi scoppiarono di ogni parte; la tornata divenne rumorosa. Vedovasi chiaro che il Gioberti, lusingato dalla democrazia, cercava di questa le grazie e i favori; né forse pensava, che del suo nome voleva usare, per correre dove egli non avrebbe consentito; il che apparirà dalle cose che restano a dire.

Altri discorsi nel parlamento piemontese furono fatti pro e contro, inopportuni e imprudentissimi. Chi disputava che si doveva por fede negli uffici di Francia e d’Inghilterra; chi affermava, che no; chi aggiungeva che era da porre un termine alla loro mediazione, e chi, da essere anzi caldeggiata. Davanzo quelle potenze erano mal disposte, ma con tali dispute vie più s’avvolpacchiavano. I democratici volevano la guerra senza indugio; i monarchici volevano aspettare, e tutte le pratiche di accomodamento terminare. E combattendo essi per la guerra, ne apparecchiavano con le discordie interne il cattivo successo. In senato queste cose si discutevano con più moderazione, ma gli esempi di quest’assemblea avevano poca autorità nel popolo, che più faceva conto de’ rappresentanti eletti da esso, come sempre avviene ovunque gli alti consigli sono di elezione del principe; i quali, essendo o credendosi a lui obbligati, non si reputano a bastanza liberi. Fu da' ministri proposta, e subito vinta, novella descrizione di quattordici mila soldati; togliendoli da’ giovani nati negli anni 1828 e 29; per potere rimandare alle famiglie tanti padri e mariti, sostegni di quelle, strappati nel maggior bisogno. Ma se bene questi provvedimenti accennassero ad apparecchi di guerra, pure i nemici del ministero non si quietavano: né paghi di pungerlo per le deliberazioni da fare, seguitavano a garrirlo per quelle già fatte: tornando sempre sull’accettata mezzanità delle due potenze; per la quale (dicevano) era fallito il soccorso armato de’ Francesi; stimandosi sdebitati delle loro promesse con quell’opera vana. Né bastava chiarirli, che i Francesi medesimi, per bocca del general Cavaignac, eransi protestati mediatori, facendo chiaro conoscere, che di soccorrerci colle armi non sapevano risolversi. Né pure fece tacere le male lingue l’essere stato al general Dabormida sostituito nel ministerio della guerra il generale Alfonso La Marmora, che pur nella prima guerra splendide prove di valore e di ardire aveva fatto. Proprio quegli opponitori mostravano di non saper essi medesimi ciò che si volessero: conciossiaché, ragguagliando il dichiarato più volte dal Pinelli, e dagli altri ministri, con quel che il Gioberti e gli altri democratici predicavano, non appariva che differissero nel fine o nei modi di conseguirlo: opinando sì gli uni e sì gli altri di rinnovare la guerra, quando per altra via non fosse da ottenere la libertà d’Italia, e mantenere la decretata unione della Lombardia cól regno piemontese. Laonde convien dire, che o il Gioberti e gli altri avevano buono in mano per credere che i ministri dicessero una cosa, e ne praticassero un’altra; o miravano ad occupare i loro seggi. Comunque fosse, ancora in Piemonte si giunse a quel brutto termine, di accettare ministeri imposti al principe colle grida del popolaccio.

Cominciarono i Genovesi come avevano fatto i Livornesi, a chiedere un ministero popolare: e come che non trascorressero, come quelli, a una quasi ribellione, pure a vituperosi eccessi si abbandonarono: essendosi nel tumulto intramessi ladri e omicidi; onde alcune botteghe furono sfondate; una chiesa svaligiata; più d’un cittadino offeso. Con questi atti le città nostre il trionfo della democrazia assaggiavano. In Torino, non era tanta foga democratica, ma stromenti da sommovere non mancavano; e gran rumore levavano nel parlamento i deputati Brofferio e Valerio: co’ quali spesso s’accontavano il Sineo, il Buffa, il Rattazzi, il Cadorna, il Ravina, il Pescatore ed altri; secondati dallo stesso presidente dell’assemblea Gioberti: cui ne’ diari accusavano di parziale i monarchici, ed ei facile all’ira non si teneva di rimbeccarli, e far di sé difese, che parevano lodi. Gli opponenti, che andavano in cerca di occasioni per abbattere il ministero, n’ebbero una quasi porta loro dagli stessi ministri. Aveva il deputato Pietro Gioia, che nel parlamento rappresentava Piacenza, fatto querela dei danni e patimenti che soffriva quella città, congiunta col Piemonte, e allor tornata in potere degli Austriaci; notando specialmente, non pur mancare ogni giustizia, ma anco le forme legittime della giustizia; e le sentenze sì civili e sì criminali, non eseguirsi né in nome di Carlo Alberto, vietandolo la forza publica, che era austriaca: né in nome dell’imperadore, essendo pronunziate da giudici piemontesi.

Le parole d’un uomo di grandissima considerazione, quale era il Gioia, commossero tutta l’assemblea, e quasi inchiudessero un rimprovero a quelli che governavano, trassero il ministro Pinelli a commettere l’errore (dagli stessi suoi amici rimproveratogli) di domandare all’assemblea un consiglio segreto; innanzi al quale purgar sé e i suoi colleghi delle tante accuse, ond’erano fatti segno; quasi non sapesse o non volesse in publico. Sortiti i giudici, in maggior numero, dalla parte democratica già prevagliente rapportarono: l’attuale ministero non essere in grado di procurare una pace onorevole, né di amministrare una guerra felice. Richiamaronsi i ministri, e più specialmente il Pinelli, che il consiglio aveva passato le sue facoltà; ristrette a conoscere, se si poteva senza indugio ricominciare la guerra e liberare dalle oppressioni austriache le provincie unite col Piemonte: e quindi domandavano, che tutta l’assemblea, adunata in segreto, pronunziasse il giudizio. Il quale, quantunque al ministero favorevole, essendosi troppo svelata la nimicizia degli opponitori, pure non valse a rinvigorirlo: porgendo troppa e continuata materia al romoreggiare, le crudeli oppressioni della Lombardia e dei Ducati. Conciossiaché gli Austriaci, tornati padroni di quei luoghi, cercavano con quante più gravezze potevano, e con bandi sanguinosi, di ridurli più agevoli alla soggezione straniera, e rinfrancarsi delle spese della guerra per vendetta o provvedeva. Ai primi giorni di novembre ponevano un altro balzello straordinario sopra quanti avessino avuto parte alla rivoluzione; sapendo che i signori e i possidenti, più che il popolo minuto, l’avevano promossale minacciavano di mettere in comune i loro beni, dove nello spazio di sei settimane non fosse stato soddisfatto.

Facevansi di ciò querele nel parlamento sardo; come se i ministri avessero potuto impedire che gli Austriaci vincitori non tiranneggiassero la Lombardia vinta. E tornavano a dire, che doveansi rompere gl’indugi vergognosi, ricominciare la guerra onorata, adoperare modi proprii delle rivoluzioni; quasi il Piemonte, anzi tutta Italia fosse stata disposta a prove estreme di uomini e di danari. È vero che ciò non fu dò pur tentato;conciossiaché il ministero, diretto dal Pinelli, avvisale sempre doversi mezzi ordinari, benché i tempi fossero straordinari, adoperare. Chiese danaro in prestito fuori d’Italia, e non avendolo trovato, ne domandò a’ cittadini; i quali ne diedero, finche poterono; e volendosi maggiormente aggravare, i rappresentanti si opponevano, e alcuni consigliavano quella che i socialisti chiamavano imposta progressiva, de crescere secondo le speciali ricchezze di ognuno: altri suggerivano, che si mettessero balzelli alle rendite, si cassassero gli uffici superflui, si restringessero gli stipendii, si proporzionassero meglio le pensioni, si tassassero specialmente gli ufficiali publici. Ma il deputato Brofferio, che quasi in ogni questione usciva di seminato, levatosi, così prese a dire: volete, o rettori, danaio per soccorrere alla più santa delle cause? Cominciate dal togliere le ingiustizie. Incamerate i beni de’ gesuiti espulsi; sciogliete l'altre fratesche congregazioni, e mettete altresì in comune le tante loro ricchezze; impadronitevi delle mense di que’ vescovi, che più si sono sbracciati a contrariare il nostro movimento di libertà. Fate in somma come nelle rivoluzioni si ha da fare. Ai quali detti, secondo il solito, forte applaudivano le popolari tribune, proverbiando nel medesimo tempo chiunque di confutare il Brofferio si attentasse.

Ma i più dei deputati, che da’ modi straordinari erano alieni, tennero col ministero. Il quale non per questo ripigliava autorità: e a togliergliela del tutto, venne in discussione la legge di publica sicurezza. L’avevano motivata i tumulti di Genova, suscitati principalmente da quella turba di uomini perversi, che col titolo di fuorusciti lombardi eransi d’ogni paese travasati in quella città, stromenti pessimi di sedizioni. 'Onde da prima la legge fu proposta speziale contro i fuorusciti, e levò fierissimi lamenti; parendo che fosse una gravissima ingiuria a’ popoli, che ornai s’erano congiunti co’ Piemontesi, e quasi un indizio, che davvero chi reggeva il Piemonte, trattasse negli accordi coll’imperadore, l’opera ornai compita disfare. Ne furono persuasi gli stessi ministri; i quali accettarono di correggerla per forma, che non a’ soli fuorusciti, anzi a tutti i ‘ sudditi del regno dovesse riguardare. E non di meno i nemici del ministero seguitarono a dirla dispotica, crudele, barbara: e dipingendo con artifiziosa eloquenza i dolori dell’esilio, mostravano che la nuova legge non che disacerbarli, gl’inaspriva maggiormente, obbligando i poveri fuorusciti a confessare la loro miseria, affinché il pane concesso sapesse loro più amaro. Né lasciavano l'altro argomento, assai valido in que’ giorni, che una siffatta legge offendeva l’unione decretata, anzi la distruggeva di fatto. In vano i ministri, e sopra tutti il Pinelli, protestavano, intenzion loro non essere di recare ingiuria a’ fratelli lombardi, ma sì di nettare le città di vagabondi e di malfattori, che la quiete publica intorbidavano, e discordie seminavano. Più forte strepitavano i contradittori: plaudenti le tribune, e quasi la voce soffocanti di coloro, che in sostegno della legge si provavano favellare. La quale alla fine rimandata agli esami, di una se ne fecero due: distinte per lo gastigamento de’ misfatti, e per lo soccorso de’ fuorusciti lombardi; parendo indegno accomunare un provvedimento di beneficenza con uno di rigore. Proposta altresì altra legge dal ministro sopra la guerra, per creare un gran giudice dell’esercito, che valesse a raffermare la buona disciplina, specialmente nel tempo della guerra, senza grave opposizione e con lievi mutamenti, fu vinta.

Ma le imprudenti domande tornavano sempre ad agitare l'assemblea, comecché il maggior numero de’ rappresentanti mostrassero in fine colle loro deliberazioni di sostenere il ministero. Di che menavano vanto i partigiani di esso: non considerando, che il suffragio de’ più ne’ parlamenti giova ai rettori in tempi tranquilli; ma in quelli di tanta concitazione, bastavano pochi a sgararli: rafforzati, come se fossero molti, dalle tumultuazioni di piazza. Alle quali novello eccitamento furono le nuove di Roma; la morte del Rossi: e la successiva fuga del pontefice: accolte dai democratici di tutti i paesi, quasi l’estremo di lor possa, quando erano l’ultimo segno di sciagura. Nella sera del dì 19 novembre ebbevi in Torino vituperoso baccano. Turba come di briachi va per le vie, prima cantando canzoni, poi levando grida e imprecazioni a’ ministri, finalmente sforzando la porta di palazzo. Rintuzzati da alcuni soldati, con quelli s’azzuffano, e qualcuno é ferito. Nel medesimo tempo prezzolati gridatori divulgavano una protesta contro il ministerio, soscritta da tutti i deputati avversari; i quali non potendo vincerlo per numero, lo assalivano co’ tumulti. Grande fu lo scandalo, non tanto per le cose che vi erano scritte, essendo in fine una ripetizione delle accuse mosse in parlamento, quanto pel brutto esempio che rappresentanti della nazione porgevano. Risentivasi l’altra parte dell’assemblea, e publicando anch’essa un bando per ribattere la protesta degli altri, accresceva lo Beandolo; parendo, che dal parlamento fossero in piazza discesi a gareggiarsi. Levò gran rumore, e fu rigettata una legge proposta dal deputato Pescatore sul tributo progressivo: che delle teoriche de’ socialisti di Francia putiva. Vie più. s’incollerivano i contrarii al ministerio; quanto maggiormente non potevano co’ suffragi prevalere, e più rumorose facevano suonare lor voci; rafforzate ogni dì dalle grida del popolo assembrato nelle ringhiere: onde nella tornata del dì 30 novembre il ministro dell’erario, salito in bigoncia a fare proposta di una nuova legge, dovette scendere quasi subito, essendo la sua voce dagli schiamazzi popolari affogata. Protestò con severe parole il capo de’ ministri, general Perrone, contro sì scellerata, e per tanto tempo continuata violazione del più sacro dei diritti in paese libero: frutto dell’essere stata in principio non pur tollerata, anzi promossa da ohi pur aveva obligo di vietarla, come moderatore dell’assemblea. Ma le proteste e le querele nulla valevano dove era preordinato divisamento di far passare in altre mani il governo dello stato.

Il re in quei giorni trova vasi abbattuto dalla sconfitta. Maggiormente l’accorava, che, dopo aver messo a periglio tante volte la vita sua e de’ figliuoli, non aveva potuto forbirsi del l’antica macchia di traditore; la quale sentivasi da capo rifischiare agli orecchi. Quindi eragli caduto ogni coraggio a resistenze interne, e piuttosto disponeva l’animo ad accogliere partiti disperati. Tal che in fine gli riescivano più graditi coloro che gli favellavano di nuova guerra, che i consigliatori del temporeggiare o accordarsi col nemico vincitore. D’altra parte vedeva la setta democratica acquistar potenza ogni dì più; vedeva infido o vano l’appoggio delle corti mediatrici. Lo stare co’ moderati non l’arebbe colle vecchie corti riamicato, né salvato dalla tempesta, che i non moderati gli apparecchiavano. Il correre a fortuna rotta parvegli il miglior partito; conciossiaché, dove avesse ogni altra cosa perduto, avrebbe la sua fama per sempre vendicata. Tutto adunque cospirava a far cadere il ministero, di cui era ballo il Pinelli. Il quale venuto in parlamento, così favellò. Nelle gravi occorrenze della nostra patria, ogni dì più stringe la necessità d’un governo che abbia saldo appoggio nei parlamento; Il che non intervenendo a noi, e d’altra parte rifuggendoci l’animo di dar pretesti a contrasti e discordie nel tempo che più ci bisogna stare uniti e concordi, abbiamo deliberato di rinunziare le patenti di ministri. E ritirandoci preghiamo quanti siedono in questo parlamento a lasciare le gare, e accordarci in un solo pensiero, per dar forza sicura a’ novelli reggitori, . e toccar la meta suprema di liberare Italia dallo straniero, e costituirla in un regno potente a perpetua sicurtà delle sue franchigie e della sua libertà. Poiché il ministro ebbe finito, parve come commosso il parlamento, più da sorpresa che da dolore. Ma nessuno fiatò: parendo debolezza o codardia il ritrarsi nel maggior frangente, e allegare la stessa scusa del toscano ministerio presieduto dal Capponi, cioè di cessare dal governo per non servire di pretesto a’ tumulti. In questo modo allora i monarchici costituzionali cedevano il governo a’ democratici: che sotto specie di accordarsi colle monarchie, le tiravano al precipizio.


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LIBRO DICIASSETTESIMO

SOMMARIO

Nuovi frastornamenti alla pace. — Compressione de’ moti di Vienna e di Berlino. — Restringimento del governo francese. — Elezione del presidente della republica. — Intendimenti del principe di Swartzemberg intorno alle cose d’Italia. — Congresso di Bruxelles. — Lamenti de’ moderati contro la democrazia. — Disfrenamenti dei democratici per questi lamenti. — Disordini e tumulti genovesi. —Brighe della democrazia piemontese per avere un ministero di sua parte — Formazione di questo ministero, presieduto dall’abate Gioberti. — Esposizione della sua politica. — Divario fra’ tre ministeri democratici di Toscana, di Roma, e di Piemonte. — Mala contentezza de’ moderati. — Atti del nuovo ministero piemontese — Commessione data al ministro Buffa per ricomporre le cose di Genova. — Scandoli che ne seguirono. — Pratiche inutili de’ costituzionali presso la corte di Gaeta. — Risposte ambigue del cardinale Antonelli. — Nuova protesta del papa contro la Giunta di stato eletta in Roma. — Irritazione da quella prodotta. — Mancanza de’ commessari eletti dal papa per rappresentarlo nel governo dello stato. — Incitamenti a’ Romani da parte. de’ Toscani e del Mazzini. — Arrivo del Garibaldi a Roma e festeggiamenti a lui fatti. — Brighe de’ costituzionali per istaccar da Roma le Romagne e le Marche. — Maggior commovimento della democrazia. — Desiderio d’un’assemblea costituente per lo stato romano. —Congressi fatti a Forlì e ad Ancona per promoverla. —Ritegni vani de’ rettori. —Provvedimenti contro a’ tumulti. — Osceno raguno nella piazza detta di Sciarra. — Continue e diverse petizioni di popolo. —Provvedimenti chiesti dalla milizia cittadina adunata in piazza. — Ordini e contrordini e scandoli per espellere i forestieri che movevano sedizioni. — Stato miserissimo di Roma. —Difficoltà a costituire la Giunta di stato. —Editto che questa publicò. — Ricomposizione del ministero. — Pratiche non mai interrotte di riconciliazione col papa. — Prova andata male dei costituzionali di rivoltar Roma e rimettere il papa. — Uffici della corte torinese colla corte di Gaeta. — Profferte di Carlo Alberto al papa, e risposte avute. — Ambasceria del conte Martini per riconciliare il papa co’ Romani. — Commessione data al Berghini per Toscana e per Roma. — Dissoluzione dei consigli legislativi in Roma. —Fine della Giunta di stato. — Nuovo governo temporaneo. — Annunzio della convocazione dell’assemblea costituente dello stato romano. — Feste popolari in Roma, — Feste religiose a Gaeta. — Aumento del movimento democratico in Toscana. — Provvedimento pe’ militi volontari. — Nuove turbolenze: scandoli, sperperamenti di danaro publico. —Riforme militari sotto il ministero del D'Ayala.— Effetti di queste riforme. — Indugi alla convocazione del parlamento. — Gare in Piemonte fra’ costituzionali e i democratici. — Rinnovamento de’ comizi. — Stato del reame di Napoli. — Vana prova de’ Piemontesi di accostarsi a quello. — Martori della Lombardia e dei ducati. — Tribolazioni e pericoli dei Veneziani. — Consiglio di difesa. — Incuoramenti del general Pepe. — Numero e condizione delle milizie di terra e di mare. — Penuria del danaro. —Provvedimenti per procurarlo. —Resa di Osopo. — Sortita di Cavallino. — Assalto a Mestre. — Battaglia sanguinosa. — Morte di Alessandro Poerio. —Acquisto di Mestre. — Mala provvidenza nell’usare dette vittorie. —Ricaduta di Mestre. —Crudeltà degli occupatori. — Ricomparsa dell’armata sarda. — Gioie intempestive. — Nuove gravezze per sopperire alla deplorata mancanza di danaro. — Abbandono in che si trovarono i Veneziani. —Voci strane sul congresso di Bruxelles. — Speranze vane e dannose sul trionfo della democrazia in Roma, Toscana e Piemonte. — Nuova convocazione dell’Assemblea veneta, e sue deliberazioni in provvedimento della difesa. — Sospensione di combattimenti. — Feste e distrazioni dalle cose della guerra. — Nuove e maggiori fortificazioni. — Carità usata nella cura de’ feriti a Venezia.

Aveva l’imperadore, dopo lungo indugiare e scantonare, accettato finalmente la mezzanità de’ rettori di Francia e d’Inghilterra per la pace d’Italia. Né essendo ancora ben d’accordo nelle cose, ragionavano del luogo dove congregarsi. La corte d’Austria avrebbe voluto Vienna, o Inspruck, o altra città dell’impero. Gli altri proponevano un paese neutrale, come la Svizzera o il Belgio. E mentre i giorni passavano vanamente, sopravvenuti i casi di Roma, fu messo da banda il negozio della mediazione, da maggiori novità frastornato. Il che non so se piacesse a’ mediatori; quasi per levarsi di quell’impaccio fastidioso e inonorato. Certamente profittò all’imperadore; dacché una quistione ben più grande, e da importare a tutto il mondo cattolico, erasi levata; senza la cui risoluzione tutte le altre sarebbero state mal deffinite. Proprio la fuga del papa non poteva venire più in taglio per guastare quel che a mala pena da' rappresentanti francesi e inglesi si praticava per lo assestamento dell’alta Italia. Né a ciò cospirava meno il principiato rimutarsi delle cose nel resto di Europa. E giudico non fuori di proposito darne alcuna notizia, non solo per chiarire tutte le cagioni delle nostre sciagure, ma ancora perché sia manifesto, che quanto più altrove le cose volgevano favorevoli al regnare assoluto, tanto più noi correvamo a briglia sciolta in cerca di maggiore libertà; quasi gli esempi esterni avessero dovuto sollevarci quando erano lieti, e non del pari raumiliarci, sendo avversi.

Più sopra toccai della sommossa viennese nel mese di ottobre: a comprimere la quale le genti di Windischgratz, rinforzate di altre milizie, s’approssimavano: mentre i sollevati, sperando che d’Ungheria venissero uomini in loro sostegno, a gagliarda difesa s’apparecchiavano. Fu l’assalto feroce: non men feroce fu la difesa: finché a eserciti ordinati dovette arrendersi popolo tumultuario, e di genti d’ogni paese ingrossato. Entrò Windischgratz a Vienna a’ primi di novembre. Il suo ingresso fu sanguinoso e da incendii funestato. Impadronitosi della città, la metteva in istato di guerra; disarmava i cittadini; al governo civile surrogava il soldatesco. E perché si abbarbicasse, e il rinnovamento dell’impero assoluto apparecchiasse, parve spediente mutare la persona del principe: nel cui nome erano state largite e autenticate le concessioni di libertà: che non si volevano o non si potevano più mantenere, dopo la sanguinosa vittoria riportata, e la voglia di raffermarla co’ supplizi di coloro, che de’ viennesi movimenti erano stati autori o complici. Né fu difficile alla corte de’ magnati, o aulico consesso, d’indurre Ferdinando, quanto buono di cuore, altrettanto scemo d’intelletto, a rinunziar la corona al suo nipote Francesco Giuseppe, che ancora il quarto lustro non compiva.

Sottomessa Vienna, ebbe la stessa sorte Berlino; il cui popolo, nello stesso mese d’ottobre, tratto dall’esempio de’ Viennesi, aveva fatto movimento; che, non raffrenato subito da chi ondeggiava sempre fra ’l cedere e ’l ricusare, fra ’l non amare la libertà, e non saper volere governo stretto, trascorse in fino ai sangue: onde fu forza ricorrere alle leggi e a’ rigori diguerra. Né solamente cadde la democrazia per tutta l'Aiemagna, prima che si stabilisse, ma ogni altra libertà fu conculcata; nel tempo che quei protervi metafìsici del parlamento di Francfort, senza intendersi l'un l'altro, seguitavano a disputare di costituzione germanica; da mostrare che non fummo allora noi soli a fallire nell’impresa di procurarci unità di nazione.

Ora è da conoscere quel che si facesse in Francia; al cui popolo i costumi impedivano di rendersi republicano, e la divisione non consentiva, che tornasse monarchico. Quattro parti principalmente si cozzavano nell’assemblea costituente: devoti della monarchia vecchia, chiamati legittimisti; ambiziosi della monarchia nuova, chiamati orleanesi; licenziosi o spasimanti di novità estreme, che si domandavano socialisti: e finalmente desiderosi di republica moderata: in sì piccol numero, che mal potevano fronteggiar gli altri; onde erano costretti o a rimanere inutili, ovvero congiangersi co’ monarcati o co’ socialisti. E siccome dei due mali, pareva loro da maggiormente temere il sovvertimento della società, accostavansi più spesso a’ primi che a’ secondi, e ne nasceva che la parte principesca per numero, arte, necessità prevaleva; e soltanto il non essere d’accordo, le faceva la republica tollerare, quasi stato transitorio, finché tutti i partigiani della monarchia non si fossero accordati, o alcuna delle parti non fosse divenuta tanto più potente dell’altra da trionfare. Avendo dunque accettata la republica come mezzo per tornare al regno, era naturale che mirassero a costituirla per modo, che, fuori del nome, tutto il resto sapesse di principato assai stretto; non solo perché la nazione non perdesse l'uso di questa forma di reggimento, ma eziandio perché provasse avere goduto più larghezza co’ principi che colla democrazia. Con questi intendimenti compilarono lo statuto; il quale per quanto s’ingegnassero di foggiare più favorevole a monarchia che a republica, pure per i freschi vestigi della rivoluzione, e per lo romoreggiare della parte democratica, che co’ gridi compensava lo scarso numero, riesci più libero che non avrebbero voluto; onde allora non contentò alcuno, parendo a chi troppo stretto, e a chi troppo largo; e più tardi doveva essere un grandissimo scoglio da urtarvi tutti, quasi pena meritata dell’averlo con frodolenti fini e dottrina pessima compilato.

Ma più grave peccato fecero nella elezione del presidente di questa loro mal tollerata republica; imperocché, volendo eglino che dovesse riuscire più tosto a danno di essa che a incremento, favoreggiarono la scelta di chi a’ loro occhi non altro pregio aveva, che di portare il nome di Bonaparte; osservato dalle moltitudini, e da significare tutt’altro che libertà democratica. Il quale fosse testimonianza irrefragabile, che, fatta la seconda volta la sperienza de’ comizi col voto di tutto il popolo, la nazione francese resultasse monarcale anziché republicana. Ma ancora di quest’altra loro insidia alla odiata republica ebbero più tardi il meritato gastigo: perché chi essi volevano usare stromento a’ loro fini, per removerlo appena gli avessero aggiunti, quasi careggiando il nome e disprezzando la persona, non indugiò in paese corrotto e cupido di onori e di guadagni a farsi clienti e partigiani. Onde alle quattro designate parti, in che era la Francia divisa, si aggiunse quest’altra dei bonapartisti; i quali dapprima cercarono di nascondere i loro proponimenti; finché il Presidente, secondando i più dell'assemblea, che volevano rigori e strettezze di regno assoluto, non si fosse stimato a bastanza potente della grazia publica da potersi scoprire. nel che, come riescisse, non é qui luogo e tempo di riferire. Soltanto per lor bisogno delle nostre istorie noterò, che fra la fine dell’anno 48, e il cominciamento del 49, la republica francese era tutta in poter di monarchici e d’imperiali: che, quale nemico odiatissimo, la tenevano; aspettanti di poterla d’un sol colpo, e quasi d’un fiato spegnere; né il gridare furioso de’ socialisti gli spauriva più; dacché avevano provato la milizia stanziale disposta a sostenere la tirannide del nuovo governo republicano; come avviene sempre fra’ militi mercenarii, che ciascuno guarda al suo interesse particolare, non curando il bene del publico. Anzi quei clamori, ora insani ora iniqui, e sempre inopportuni, erano occasione o pretesto a sempre più le cose restringere.

Se adunque la corte austriaca erasi dimostra superba, prima della sottomissione di Vienna, nell’accettare le condizioni della pace d’Italia, proposta da’ rettori di Francia e d’Inghilterra, vie più imbaldanziva dopo tanti rimutamenti di fortuna, e semi gittati d’interne discordie. Era della potenza viennese arbitro il maresciallo Radetzky; al quale tanto l’imperador Ferdinando nel deporre la corona, quanto l’imperador Francesco Giuseppe nell’accettarla, avevano scritto con lettere publiche, che da lui riconoscevano, l’uno di poter tramandare a’ successori, e l’altro di poter accettare integro lo impero. E Radetzky seguitava a insistere, che nessuna concessione si facesse. Tanto gli pareva di avere in mano la vittoria. Né a compiacerlo era più titubante o restio il nuovo ministero austriaco: cui principal consiglio, quasi un altro Metternich, era divenuto il principe di Swartzemberg; che sotto spezie di libertà nutriva gli stessi pensieri dell’altro, o che gli avesse attinti alla sua scuola, o che, salito in potenza, gli fossero nati, o anche vedesse la impossibilità di stabilire ordini cittadineschi in quella vecchia macchina d’impero, commessa di tanti popoli d’indole, religione e favella diversa. Dicono altresì che particolarmente avesse in odio l’Italia; dove pure aveva dimorato, facendo il costituzionale, come tanti altri: che poi di leggieri in fautori di regno assoluto si tramutarono. Non è dubbio per altro, che non avesse avversione per Carlo Alberto e per il Piemonte, e non isdegnasse altamente che gli dovesse mai toccare alcuna parte delle provincie possedute dall’imperadore. Nella solita dichiarazione di governo ch’ei fece il dì 28 novembre dinanzi all’assemblea costituente austriaca, adunata a Kremsier, usò apertamente queste parole: «Il regno lombardoveneto tornerà, dopo conchiusa la pace, in perfetta unione coll’impero austriaco costituzionale. I cui rettori non si dipartiranno dalla ragione de’ trattati; agùrando non lontano il tempo, che il popolo italiano godrà i benefizi d’una costituzione; destinata a tenere congiunte tutte le differenti stirpi con egualità assoluta de’ loro diritti.» Quando e come si ottenesse la detta costituzione, e qual godimento di diritti avessero gl'Italiani, sudditi dell’imperadore, non è questo il luogo di mostrare; ma dalle parole del principe di Swartzemberg era già manifesto qual conto i rettori viennesi facessero della mediazione de’ Francesi e degl’Inglesi. Laonde se contro questa, e contro i ministeri, che a quella si affidavano, cotanto i democratici ne’ parlamenti, ne’ cerchi, e ne’ giornali strepitassero, non avevano ogni torto; se pure non era follia strepitare, quando mancavano sufficienti forze per risolvere in campo quel che da’ congressi diplomatici non era da sperare.

Pure, non costando nulla lo ingannare i popoli, si volle fare una mostra: e, tirando da una parte e dall’altra, si convenne finalmente che la città di Bruxelles fosse il luogo dove gli oratori della pace sarebbonsi congregati. La quale risoluzione saputasi in Torino, quasi fosse da argomentare ogni bene, fecesi dalla parte de’ moderati costituzionali gran parlamento. Ecco, dicevano, al fine chiarito quanto mal fondate fossero le accuse a’ ministri, ch’ei non provvedevano con operosità; e che lo intramettersi de’ rettori inglesi e francesi fosse una fraudo per allungare e dar agio al nemico di ristorarsi. E ben con la prudenza d’un ministerio savio e accortamente cercatore della libertà d’Italia, saremmo giunti ad ottenere sicuramente coll’opera di potenze amiche e generose, quel che dubbiosamente e con danni e duoli aspettiamo dalla guerra. Ma ora chi sa se il negozio così bene avviato potrà essere condotto più a termine buono.

Questi discorsi lamentosi e irosi, non arrecando alcun riparo, accendevano maggiormente le parti; e quella dei democratici, che già si teneva la vittoria in pugno, inalberavasi per sospizione che non si brigasse a distogliere il principe dallo eleggere ministri popolari. Quindi nuove contese in parlamento. Chiedevasi perché si allungasse tanto la elezione de’ nuovi ministri. Qualcuno ingenerava il sospetto, che i vecchi fossino rieletti, o altri dello stesso ordine: quindi ora per una cosa e or per l’altra, venivano interrogati e biasimati, come se avessero dovuto il magistrato seguitare. Nel medesimo tempo si continuava a tumultuare e ingarbugliare nelle città. In Genova, la solita festa popolare per l’anniversario della cacciata dei tedeschi, volgevasi in uno di que’ soliti baccani, con gridori di morte a’ ministri e al governatore: e di viva la costituente italiana, e il ministero democratico. Si giunse fino a subornare la milizia, perché lasciasse le insegne; mettendole innanzi lor mogli e figliuoli; e qualche grido: andiamo a casa, s’udì; che non fu secondato; ritenendo ancora i soldati, un resto di onorata disciplina. Poi per la voce sfrenata de’ cerchi, a nome del popolo, che nulla sapeva, si mandavano petizioni e messaggi al re, affinché (dicevano) spiegasse il vessillo della democrazia; formando un ministerio popolare; e all’assemblea costituente italiana, secondo era stata promulgata in Toscana, aderendo. E quasi nel parlamento piemontese non vi avesse a bastanza deputati sussurroni, fu eletto in que’ giorni un cotal Didaco Pellegrini: che al primo suo presentarsi, cominciò folleggiare, e spacciare dei tumulti genovesi, cose non vere, e vilipendere la milizia; quasi il gridare da un lato: «rinnovamento pronto di guerra» e infamar dall’altro quelli che la dovevano combattere, fosse stato accorgimento.

Ma se bene i democratici piemontesi, abbattuto il ministero che dal nome del Pinelli riceveva autorità, non si rimanessero dal brigare che rettori di lor parte si eleggessero, ognuno, al solito, aspettando ricompensa di onori o di uffici, pure non si potrebbe dire, che in Piemonte avvenisse quel che in Toscana e in Roma era intervenuto; ne’ quali luoghi quasi la violenza armata produsse i così detti ministeri democratici; avendo almeno Carlo Alberto potuto affidarsi a chi nella democrazia appariva maggiormente, per ingegno e probità, commendabile. Invitato adunque l’abate Gioberti, e schivando questi di accettare per consorti nel sommo magistrato gli estremi della parte, elesse il general Sonnaz per la guerra, l’avvocato Rattazzi per la grazia e giustizia, Vincenzo Ricci per l’erario, l’avvocato Sineo per le cose interne, il Buffa per l’agricoltura e il commercio, il Cadorna per la publica istruzione; il Tecchio pe’ lavori publici. de’ quali per certo ninno era fautore di tumulti e di sbrigliatezze: ma piuttosto erano uomini di opinioni più prossime alla democrazia, e più conformate alle passioni del tempo. Alcuni di loro, come il. Gioberti, il frattazzi e il Ricci, avevano altra volta retto il governo, d’accordo con uomini moderatissimi. Il Sonnaz era uomo di milizia; né pure in voce di democratico. Chiarivansi per i più avanzati ne’ desiderii di novità il Sineo, il Buffa e il Cadorna; non tanto per esempi d’improntitudine che avessero dato, quanto per la troppo aspra, e spesso ingiusta opposizione che avevano fatta a’ ministeri. In fìne la democrazia di costoro più che in altro, riducevasi a cercare la subita rinnovazione della guerra; e quantunque allora corresse pure questa maligna opinione, che la più parte di loro, d’accordo col republicano Mazzini, la bramassero per procacciare un’altra sconfitta all’esercito regio, e quindi far succedere la guerra popolare di sollevazione, e dopo quella, la republica, pure non credo che sì disonesto pensiero albergasse nell’animo di alcuno di quegli uomini. I quali se peccarono, fu per errore, e non per malvagità; non solo per essere anch’essi più valenti in teorica, che prestanti in pratica; ma eziandio perché traevano con la loro elezione il pernicioso fato di obbedire alla parte che gli aveva innalzati. Conciossiaché venuti in potenza col grido di guerra, servito di pretesto ad abbattere il ministerio antecedente, non potevano più non secondarlo, senza troppo manifesto contraddire a loro stessi. E ben si conobbe il gravissimo fallo di non avere il principe subito dopo la tregua del 9 agosto, eletto rettori popolari; i quali forse bilanciando meglio le cose, dove si fossero trovati in ufficio, sarebbonsi persuasi a cercare più gli accordi di pace, che rinnovellare la guerra in sì mal punto; e avrebbero per avventura avuto più potenza di raffrenare l’impeto di coloro, che inopportunamente, e forse malignamente, la chiedevano.

I novelli ministri, entrati in parlamento, esposero colle parole del presidente Gioberti, i loro intendimenti: che si restringevano a queste due forme, allora usitatissime: caldeggiare le istituzioni interne di libertà: procacciare che Italia a stato di nazione si componesse. Cosa maravigliosa, ovvero scandalosa, vedere xsì spesso scambiar ministerii, protestando tutti, più o meno, le stesse cose. Ma più maraviglia fu quando esso Gioberti indicò i modi, che avrebbero tenuto per ottenere questa composizione della nazione italiana: e quando segnatamente toccò il tasto della guerra. Disse in fondo quel che aveva detto e ribadito tante volte il Pinelli: «che le armi sarebbero state ripigliate quando il principe si fosse chiarito che elle s’avessero potuto adoperare con probabilità di buon successo; e in tanto avrebbero lasciato terminare gli amichevoli uffici alle due nobili e generose nazioni; la cui mezzanità, se prima non aveva sortito lo intento, non era per colpa di esse, ma sì degl’indugi e impacci intramessi dal nemico.» E venuto al punto della costituente italiana, non era da dubitare, che il Gioberti, con quella sua conciliativa facondia, non trovasse modi acconci per accordarla co’ suoi propositi di confederazione. «Questo patto fraterno, ei disse, non può essere fermato in modo degno, e alla presente civiltà proporzionato, se cogli stati liberi i popoli non concorrano. Noi festeggiamo di buon grado il patrio grido, sorto in varie città d’Italia, e accettiamo volenterosi la italiana costituente. Per la quale brigheremo con ogni sollecitudine d’intenderci co’ rettori di Toscana e di Roma circa il modo più acconcio e pronto di convocare cotale assemblea; la quale, oltre al dotare Italia di unità civile, senza pregiudizio della sovranità dei diritti dei vari stati, renderà agevole il valersi delle forze d’ognuno a pro della libertà di tutti.» Dal qual discorso, sebbene con grand’arte compilato, pure trapelava la differenza sostanziale fra la costituente promulgata dal Montanelli in Toscana, e quella abbracciata dal ministerio piemontese; che dove la prima conferiva poteri di anche spodestare i principi, l’altra era limitata a creare un consiglio supremo italiano, capo della confederazione. Così la stessa parola non significava la stessa cosa in Piemonte, in Toscana e in Roma, per una deliberazione, che doveva condurci ad essere una nazione sola. E né pure il senso di democrazia era pari ne’ ministerii dei tre paesi, o almeno nella mente de’ principali direttori di essi: perché mentre il Montanelli ne aveva un concetto vago, forse da farlo servire a’ vaneggiamenti di futura republica, il Gioberti e il Mamiani volevano come identificarla colla monarchia più per aggiungerle un sostegno allora valevole, che per distruggerla. Saremo democratici (parlamentava il Gioberti, tenendosi in su’ generali) nel proteggere, istruire, migliorare, ingentilire la povera plebe, innalzandola a stato e dignità di popolo. Saremo democratici, serbando rigidamente inviolata l’egualità di tutti i cittadini al cospetto della legge comune. Saremo democratici, procurando con vigilante sollecitudine gl’interessi delle provincie, e guardandoci dal postergarli a quelli della metropoli. Saremo democratici, corredando il principato d’istituzioni popolane, e a quelle conformando i civili provvedimenti, e in ispezialtà il magistrato della publica sicurezza, le costituzioni de' municipii, e la milizia cittadina. Considerata in questi termini la democrazia, non può sbigottire né ingelosire chicchessia; essendo la sola che risponda al suo nome, e sia veramente del popolo degna; come quella che virtuosa, generosa, desiderosa della quiete, e della conservazione de' troni, è alienissima dalla licenza, dalla violenza, dal sangue; e non che osteggiare quegli ordini, che in passalo chiamavansi privilegiati, stende loro amica la mano, e gl’invita a congiungersi seco nella santa impresa di salvare e felicitare la patria.

Così il Gioberti metteva insieme monarchia, democrazia e aristocrazia: parendo che a chi in principio fece credere conciliabile il papato colla libertà, non dovesse fallire quest’altro accozzamento. Ma le cose non erano più le stesse: il moto, non secondato prontamente, era divenuto strabocchevole: e fra poco noteremo, come il consiglio e l’opera gli venissero meno in quest’ultima impresa. In tanto le sue protestazioni non contentavano la parte de’ moderati. I quali, come superbissimi della loro dottrina, avevano in dispetto qualunque novità, che un poco l’avessino trascesa. Quindi ne’ loro diari, e nelle loro adunanze cominciarono subito a gridare e piangere e mal agùrare non ritenendoli il nome del Gioberti, che pochi mesi addietro avevano messo in cielo; e allora proverbiavano e schernivano. Onde non si otteneva riposo né pur dopo scambiati i ministerii; perciocché i nuovi si trovavano sotto il martello dei democratici, che volevano dominarli come lor criati: e fra le inimicizie de’ monarcati, che di urtarli, per vendetta e per odio, non restavano. E cercandosi il meglio, incorrevasi nel peggiore.

Come aveva fatto il ministerio democratico toscano, così il ministerio democratico piemontese cominciava il magistrato rinunziando al titolo di eccellenza, e che più importava, riducendo la sua provvisione. Il che piaceva, se con questo esempio di civil modestia e parsimonia, avesse avuto il coraggio di riformare gli altri stipendii, e raffrenare la ingordigia di coloro, che in nome della democrazia uffici e guiderdoni chiedevano. A ricomporre le cose di Genova, sgominate da’ tumulti de’ giorni addietro, mandavasi con balia di commessario il Buffa, ministro del commercio. Il quale fece un bando da più tosto rinfiammare, che calmare le passioni: cominciando dall’adulare il popolo, e attribuire i disordini, non a lui, generoso e magnanimo, ma a’ ministri antecedenti, contrari alla libertà e al bene della nazione. Poi passò a dir lodi del ministerio nuovo, di cui egli era membro; notificando, che le milizie assoldate sarebbero fra due giorni partite, e la città e i forti di essa affidati alla guardia de’ cittadini, acciò si conoscesse niun presidio di forza essere mestieri a tener Genova tranquilla, quando quelli che reggono, generosamente adoperano. Conchiudeva il discorso con una esclamazione di viva la costituente italiana.

Per queste cose, dette in publico da un ministro, fecero grande querela ne’ giornali e nel parlamento i partigiani del ministero caduto: e lo stesso Pinelli si richiamò di essere insieme co’ suoi colleghi fatto segno d’odio publico da’ loro successori. Onde acerba contenzione s’accese, nella quale sempre più vive le parti, sotto pretesto di ben publico, diventavano. E quantunque fosse conforme agli stati liberi il mantenere la quiete delle città colle armi più tosto de’ cittadini, che de’ soldati, pure il toglierli allora da Genova, giudicavasi un invilirli, e sempre più mal disporli a ripigliare la guerra contro lo straniero. Ben si chiariva la necessità del nuovo ministero di andare a’ versi alla fazione che lo aveva prodotto.

Ma la fucina de’ mali d’Italia era allora Gaeta, dove mi è forza ricondurre queste meste istorie. Vi erano già arrivati il marchese Bevilacqua e il marchese Ricci, e poco stante il Barberini. Il Zucchi, ritenuto per via da infermità e da altri accidenti, non vi giunse che a’ primi di gennaio. Ebbero il Bevilacqua e il Ricci cortese e lieta accoglienza; dal che incuorati, non si tennero di rappresentare: essere desiderio vivissimo in tutto lo stato, che il santo padre si restituisca nella sua sede; increscendo sommamente a’ buoni e fedeli cittadini, che detto allontanamento sia pretesto a’ nemici del governo temporale del pontefice, per vociferarlo non conciliabile colla libertà e felicità de’ popoli. Richiedersi pure, che lo stesso santo padre, con qualche suo editto, dilegui il timore, da maligna fama suscitato, che nelle sue consulte siasi deliberato di togliere le franchigie dello statuto. Necessario essere in oltre lo istituire un governo non pur legittimo, anzi operoso ed efficace; il quale non solo in ogni suo atto si conformi puntualmente a’ canoni dello statuto, ma sia esercitato da uomini, che a un tempo la fiducia del principe, e la osservanza del popolo sappiano procacciare. Da ultimo importare sommamente, che i governatori delle provincia sappiano la via da tenere, perché dopo lo interdetto publicato non avvenga qualche grande sconvolgimento in tutte le parti dello stato.

Alle quali istanze rispondeva il cardinale Antonelli: A caso, e non per alcuno formato disegno, trovarsi il pontefice a Gaeta; essere volere e desiderio di lui tornare fra’ sudditi, appena avrà risposta da’ diversi potentati, consapevoli del caso suo, e potrà rendersi sicuro di dimorare in Roma libero di esercitare la spirituale e temporale podestà; essere stato al cardinal Castracane mandato ordini e facoltà di aggiornare il parlamento, approvare le nuove polizze del tesoro, costituirsi in numero di tre, nominare ministri, ed altre commessioni, da non lasciare lo stato senza governo; le quali non intendersi come fin ora non abbiano avuto esecuzione. D’altra parte niuno sinceramente potrebbe della conservazione dello statuto dubitare: testimoniata dalla stessa sua nomina a prosegretario di stato, e dal suggello messo all’ordine di aggiornamento dei consigli, qual segno di malleveria ministeriale. Pensare anche lui, la forma del reggimento costituzionale essere la sola buona e conveniente a tenere i popoli sotto’ legittima autorità contenti e temperati; né essere meno convinto della necessità di conservar vivo il sentimento della libertà e della unione d’Italia, promovendolo e caldeggiandolo meglio co’ fatti, che co’ detti. Queste parole del cardinale Antonelli, quale adempimento avessero, sa tutto ì mondo.

Ma più strano è, che mentre conveniva col Bevilacqua e col Ricci, che la nave dello stato, rimasta senza nocchiero, era per affondare, e bisognava senza indugio comporre un governo, che valesse a sorreggerla, gittava novella esca a quelli, che di mandare ogni cosa sossopra aspettavano l’occasione; imperocché, saputasi a Gaeta la istituzione in Roma della Giunta di Stato, non ostante che dovesse assumere il reggimento a nome del papa, anzi fosse creata per ultimo soprattieni al temporal reggimento de’ pontefici, non di meno contr’essa fu in data del 17 dicembre lanciata una nuova protestazione del papa, chiamandola non legittima, sacrilega, e usurpazione di sua sovrana podestà. La qual protestazione, prima di publicare, sendo stata mostra dal cardinale a’ marchesi Bevilacqua e Ricci, non mancarono que’ gentiluomini di avvertirlo de’ pessimi effetti che avrebbe prodotto, e come ad antivenirli era mestieri accompagnarla almeno da alcuna esplicita dichiarazione del mantenimento dello statuto, del sollecito ritorno del papa, e della composizione d’un ministero di persone accette e conciliatrici. Ma la protesta fu mandata, e la dichiarazione e gli altri provvedimenti rimasero in petto al cardinale, che, facendo protestazione di costituzionale, de’ costituzionali andati a Gaeta si gabbava. I quali (parlo del Bevilacqua, del Ricci e del Zucchi) se, appena ricevuto avviso di essere eletti rappresentatori del papa, in cambio di trasferirsi a Gaeta a fare inutili uffici, fossero andati a Roma, com’era lor dovere, e procacciato di costituire un legittimo governo, non sarebbe nato il pensiero di creare quella Giunta di stato, né il papa avrebbe avuto motivo di scagliare quella seconda protesta; che ancor più della prima irritando, fece traboccare il sacco. Negli affari di stato un errore tira l’altro; sì il precipizio non inghiottisce colpevoli e innocenti. Forse anco procedendo diversamente, i rimedii non sarebbero stati proporzionati o solleciti quanto i mali. Il che non iscusa chi al suo debito mancò, o male adempì: non potendosi dire, che dove i commessari del papa si fossero a Roma condotti, la loro autorità non sarebbe stata rispettata; conciossiaché a’ ministri e a’ consigli, composti la massima parte di costituzionali, non ostante il sussurrare de’ malcontenti, fosse succeduto di far accogliere deliberazioni temperatissime; l'ultima delle quali era la stessa istituzione della giunta. Or unisci il mal talento della corte di Gaeta, la dappocaggine de’ costituzionali, e l’avventatezza de’ democratici, e niuno maraviglierà che le cose a mal termine venissero.

Appena in effetto divulgossi in Roma la novella protesta di Pio IX, caddero le braccia a quanti di rattenere la rovina facevano sforzi. Non avvertendosi, che pur in essa era detto, il papa, nominando i commessari, che dovevano in suo nome assumere il reggimento dello stato, non avere inteso derogare alle istituzioni già fatte, guardossi all’essere tassato di sacrilego un governo, composto per necessità, e tutto in servigio del papato, da due assemblee legittimamente costituite. Laonde non fu più freno a coloro che di mutar forma allo stato spasimavano. I quali per verità non se ne erano stati; e quasi non fossero troppi gl’incitamenti interni, ne venivano di fuori; e particolarmente di Toscana; dove ne’ giornali e ne’ cerchi, con paroloni gonfi, ogni giorno dicevasi: «non adoperare i romani com e’ pur dovrebbero; il papa fuggito aver perduto ogni diritto a regnare; ponessero giù quelle dubbiezze ignave e dannose; rompesserla colla corte di Gaeta; mostrassersi di Roma e dell’Italia degni figliuoli.» Finalmente giungeva la voce del supremo oracolo della democrazia, Giuseppe Mazzini; ridottosi in Isvizzera, e aspettante di rientrare in Italia, quando il moto popolaresco gli fosse paruto tale da farlo risolvere in republica. Scriveva per tanto a’ romani, nel solito suo stile tenebroso: che dirizzava le orecchie per ascoltare cose degne della loro città, e in cambio non udiva che arcadiche melensaggini e suoni di agonia delle monarchie costituzionali. Levassersi una volta; migliore occasione non poteva porgere la provvidenza; Iddio e popolo prendessino per insegna; di fatto erano in republica; promulgassero altresì di diritto: così la vagheggiata unità d’Italia compierebbesi.

Era pure in que’ giorni arrivato in Roma il Garibaldi: che, inteso a Ravenna il caso del Rossi e la fuga del pontefice, pensò bene di non andar più a Venezia, ma sì correre in Campidoglio; dove pareva la democrazia vicina a incoronarsi. Fu subito eletto colonnello, e recatagli la patente da un abate rinnegato, di cognome Dall’Qnghero; cui nominò suo aiutante e segretario; e poiché del Garibaldi era andata per tutto la fama di straordinario valore, s’accese nel popolo grande curiosità di vederlo e festeggiarlo. Andavano a casa, chiamavanlo fuori; ei s’affacciava, arringava, voci e laudi non più udite si levavano; non si volle che fosse chiamato colonnello pontificio, ma sì bene italiano; come se ne’ titoli la grandezza d’Italia consistesse. Se la città principale agitavasi, le provincie non quietavano. I costituzionali, che in Bologna principalmente facevano capo e consulte, per esservi quelle poche forze di Svizzeri, non appena seppero, il papa aver condannata la Giunta, si diedero a procacciare, che da Roma le Legazioni e le Marche si spiccassero. Se li movesse prudenza, o paura, o superbia, o la solita illusione di riavere il papa civilmente, non so: questo so che i loro rimedii giungevano quando, non essendo più in tempo, tornavano peggiori de’ mali. La scandalosa proposta fu fatta in consiglio municipale dal conte Annibale Ranuzzi, ed egli insieme con Giov. Battista Ercolani e Luigi Tanara, andarono oratori per le Romagne, affine di tirarle alla stessa risoluzione. Ma in questo sperimento, che avrebbe voluto gente arrischiata e pronta, non riuscirono, secondo il consueto: e in iscambio commossero vie più gli umori della parte democratica, i cui seguaci avevano d’ogni cosa difetto, dall’ardire in fuori. Onde quanti erano maestri di sommosse correvano le romane provincie, e col mezzo delle congregazioni popolaresche infiammavano i cervelli nel desiderio di un’assemblea generale, che alcuna forma di governo allo stato romano donasse. E benché in ogni città, come altrove notai, fossero concilii, che le due parti di moderati e di smoderati rappresentavano, pure in quelle estremità di cose, fosse timore o consiglio o trascinamento, anco i moderati si acconciavano a chiedere, che la nazione si chiamasse con generale comizio a deliberare qual governo bramasse; sperando alcuni di loro, che il maggior numero avrebbe richiamato il papa, e questi dopo sì solenne deliberazione non avrebbe più ricusato di tornare, e collo statuto regnare. Convenutosi per tanto di fare nella città di Forlì una grande adunanza generale de’ rappresentanti di tutte le particolari adunanze delle altre città di Romagna, dopo lunga discussione, fu risoluto, che a’ romani una petizione s’indirizzasse, che qualora non fosse modo di accordarsi col papa, eleggessesi un governo temporaneo, con balla ne’ rettori di decretare generali comizi. Il qual congresso, rinnovatosi in Ancona, e riuscito più numeroso, e altresì più vivo, per lo facile raddotto di forestieri in quella città di mare, e cuore dello stato, fu quasi in punto di gridare esso medesimo la republica, se i più prudenti, o i meno imprudenti, non avessino raffrenato quella foga, e ottenuto che si contentassero per ancora di domandare la subita adunanza dei comizi di tutto lo stato per un’assemblea costituente. La qual petizione, fatta in termini ricisi, recarono con grande solennità in Roma; dove pure la stessa impazienza fervea; ancoraivi da’ conventicoli fomentata, e dalla presenza del Garibaldi incuorata, sapendolo o credendolo valido sostenitore delle loro deliberazioni. Né la Giunta di stato erasi per anco costituita: e il ministerio qual corpo vacuo, con capi diversi, che si tenzonavano, operava. Il Mamiani avrebbe voluto rintuzzare quel nuovo grido di costituente, chiudere il cerchio popolare, impedire colle armi cittadine, che mutazione di stato si facesse. Ma lo Sterbini, che pure in palazzo faceva vista di accordarsi, fuori lusingava i cupidi di cose nuove, e nel cerchio popolare sfatava quel che in consiglio cogli altri ministri aveva approvato. Se era debolezza, o malizia, o forse l’uno e l'altro, giudichi il lettore. Più che in ogni altro, il Mamiani confidava nel comandante della guardia cittadina Gallieno; il quale onorato e valoroso essendo, non mancava di fare provvedimenti di resistenza al tumultuare; quantunque nella prova si riducessero a mostre; o che la detta guardia fosse rimasta anch’essa irritata e offesa dalle repulse del pontefice, o che, dopo tanti agitamenti, ancora nel suo corpo eransi appigliati umori di parte, e quel male appiccaticcio della poca disciplina. Pure riuscì di non lieve freno a guerra civile: di cui erano continui e audaci aizzamenti. La sera del dì 17 una mano di truffatori sperduti, usciti d’un chiasso, portando lurida insegna, che terminava in forma di croce, e aveva il motto di democrazia cristiana, avviavansi verso piazza di Sciarra, sotto spezie di festeggiare il Garibaldi coi soliti gridi di costituente; a’ quali i più sfacciati mescolavano a quando a quando quelli di republica. Il popolo, anziché accozzarsi con loro, come speravano, veduto essere gentame pagato con solo fine d’ingarbugliare, si leva contro, e con urli, improperii e spuntoni, gli sbaraglia e mette in fuga; e fu mestieri che il Garibaldi, per onor suo, protestasse in publico, che non riconosceva per fatta a lui quella sconcia onoranza.

Fra tanto per tutta Roma si udiva sdegnoso grido, che fossero bandeggiati i forestieri; cui la fama publica diceva autori principali di questi scandoli. Le stesse congreghe popolari se ne querelavano, e s’univano a volerli cacciati, o che ancora in esse entrasse sospetto che fossero agenti stipendiati della tirannide, o che, i medesimi promotori de’ tumulti, cominciassero a temerne. Piovevano intanto al mal fermo e scomposto ministero petizioni, richiami, inviti, messaggi, esortamenti d’ogni parte: or sommessivi, e or minacciosi; or per una novità, e or per un altra. I ministri rispondevano per bando, che non ad essi, esecutori delle leggi, sì bene a’ consigli legislativi apparteneva risolvere le grandi faccende di stato: a quelli si rivolgessero, non con tumulti e voci sediziose, ma con suppliche e domande. Eccoti allora la serra democratica tutta intorno ai consigli; che stremati di numero e di coraggio, boccheggiavano. E poi che la guardia civica, dopo avere sgominati i sediziosi del giorno avanti, stavasi in gran numero accampata in piazza dei SS. Apostoli, eranle di tratto in tratto indiritti inviti a stampa, perché il suo al voto del popolo congiungesse nell’impetrare la subita convocazione d’un’assemblea generale con reggimento temporaneo, quasi non fosse temporaneo reggimento quello che avevano. Ma non fu mai cotanta smania di podestà nuove e transitorie, sì come allora; surgente sì da intemperanza popolare, e sì dal provarsi nessuno di quei governi autorevole a provvedere. Se i più della milizia civile fossero disposti a secondare, non so: è certo, che fu a nome di tutto il corpo, e per mezzo del comandante Gallieno, presentata istanza a’ consigli, non solo per la espulsione de’ forestieri, che turbavano la quiete, ma ancora per l’adunanza dell’assemblea costituente: protestando, che non sarebbonsi divisi, né posate le armi, se non quando a questi desiderii fosse satisfatto. Andò allora il ministro Sterbini, e da una loggia parlamentando, assicurò che i domandati provvedimenti sarebbono stati fatti. Ebbe ordine per certo il prefetto di bandire alcuni più conosciuti per sommovitori; ma non l’eseguì, o per timore o per accordo; e in iscambio fu occasione di nuovi rumori: spargendosi, essere stato imposto di partire anche al Garibaldi; il che non era vero: e già quei che avevano gridato, che la città si nettasse de’ turbatori venuti di fuori, cominciavano a romoreggiare contro questo provvedimento; e in consiglio fu al principe di Ganino materia per garrire i rettori, che in vero non sapevano più in qual mare navigassero. Né mai città ebbe faccia di costernata, sì come Roma in quei giorni. Il papa, che protestava a Gaeta contro tutto quello, che bene o male, si faceva. Il ministero, che si andava sperperando per la rinunzia di alcuni: e i rimasti non erano d’accordo. Le assemblee, che non contavano più il numero necessario per deliberare con autorità. Le congreghe, che s’inframettevano, e il popolo menavano a loro voglia. La milizia, così assoldata come civile, che secondava il popolo. Le persone elette a formare la giunta di stato, ognora tentennanti a prendere il magistrato. Le provincie, che chiedevano un governo, e alcune che di spiccarsi dal capo minacciavano.

Da ultimo, arrivato a Roma il senator Camerata, e attestato, per sua vanità, o per compiacere a quella degli altri, che nelle Romagne e nelle Marche era generale, grande, inespugnabile il voto per la costituente, fece che alcuni si accogliessero insieme col Galletti, ambizioso di figurare in quella Giunta di supremo comando, per vedere che alla fine si costituisse, e la invocata costituente decretasse. Certa difficoltà incontravano dalla parte del senator Don Tommaso Corsini, che non pareva molto disposto a correre quell’ultimo arringo; come colui, che messosi nel pericolo per boria, desiderava ritrarsi per paura, o almeno non sapeva affrontarlo deliberatamente. Stavasene in casa, come per leggiera infermità. Andavano persone a pregarlo e subbiarlo affinché accettasse, mettendogli innanzi la rovina, in che era per traboccare la patria. E quando s’accorsero ch’ei piegava, gli mostrarono l’editto, col quale la suprema Giunta doveva prendere il governo: che o non lesse o non considerò: e certamente sottoscrisse; forse dopo stampato, e a’ canti della città appiccato. Dove nessuna menzione era fatta del papa, quasi temessero di più nominarlo dopo l’ultima protesta. Solamente dichiaravano, di assumere temporanea signoria, sì un assemblea costituente, da ragunarsi al più presto possibile, non avesse il deffinitivo ordinamento dello stato romano decretato.

Costituita la Giunta, era da pensare a ricomporre il ministerio, quasi annichilato, per la rinunziazione antecedente del Sereni e del Lunati, per lo innalzamento del Galletti a membro della giunta medesima, e finalmente per lo deporsi del Mamiani, appena la costituente si promulgò. Furono il Muzzarelli, lo Sterbini, e il Campello lasciati per le soprintendenze agli studi, a’ lavori publici, e alle armi; se non ohe al Muzzarelli fu temporalmente dato a tenere l’ufficio di ministro per le cose esterne; dove, ancor meno che per quelle della istruzione, poteva riescire abile reggitore. Ministri nuovi per le cose interne, per la giustizia, e per l’erario, furono Cario Armellini, Federigo Galeotti, e Livio Mariani. Il primo era un illustre avvocato romano, e uno altresì degli avvocati concistoriali, quantunque in cuore odiasse il governo de’ cherici; ma o fosse ambizione, o necessità in paese, dove ogni splendido arringo è chiuso a’ laici, indossava il mantello prelatizio, che forse in fino allora 1 aveva ritenuto di mostrarsi libero quanto avrebbe voluto; onde molti l’avevano in concetto di papalino, o almeno d’uomo prudentissimo. Vecchio nelle arti del foro, nuovo in quelle del governo; più retto aveva l’animo, che non avesse prode l’ingegno; affievolito anche dalla età e dalle fatiche. Ancora il Galeotti era stato sempre nelle faccende di curia involto e non che aver dato mai indici di opinioni estreme, era tenuto per troppo moderato: e di certo era modestissiino; né da trovare il più onesto uomo del mondo. Accettò per la ressa fattagli dagli amici, e per la condizione che vi sarebbe dimorato poco tempo. Similmente per l’erario cercossi un uomo moderato, qual era il marchese Guiccioli da Ravenna: ma non avendo allora accettato, fu cagione che per alcuni giorni la tesoreria fosse amministrata da Livio Mariani da Subiaco: uomo schietto, attivo, e fiero odiatore degli abusi; ma di modi rozzi, quasi d’un montanaro; e nel trattar gli affari, più impetuoso che sapiente; da arruffar maggiormente le cose, per troppa voglia distrigarle.

Da queste scelte, e dalle due prime in ispezialtà, si chiariva la disposizione di non romperla affatto col papa. Il quale d’altra parte mostrava di non voler più sapere né di Roma, né del suo governo, né de’ costituzionali; e seguitava a protestare e dichiarare nullo e sacrilego quanto si faceva. Solo manteneva comunicazione co’ rettori romani nel ricevere le provvisioni: che non gli furono mai interrotte per lasciare almeno questa via aperta alle non mai cessate pratiche di conciliazione. Proprio era deplorabile quella condizione di tempi: non atti a far piena rivoluzione, né capaci di raffrenarla; e più per debolezza d’ogni parte, che per vigore alcuno, quelle novità succedevano.

Continuavasi dunque, ancorché promulgata la romana costituente, a conferire col cardinal Gastracane e con monsignor Roberti: i quali, mostrando anch’essi desiderio d’un pacifico accomodamento, promettevano di scriverne, e forse ne scrivevano, al papa a Gaeta. Alcuni pure pregavano in particolare confidenza il duca di Rignano, che era in Napoli, affinché la grazia, in fino allora dimostratagli da Pio IX, spendesse per indurlo a tornare quel di pria. Né il Rignano, sincero amadore di libertà temperata, mancava di fare inutili uffici. Ancora il dottor Fusconi da Ravenna, già amico di Pellegrino Rossi, e tutto di parte costituzionale, cercò di aprirsi un varco a Gaeta. Fu come il Ricci e il Bevilacqua bene accolto, e come quelli assicurato, che lo statuto sarebbe stato mantenuto; conciossiaché prima della vittoria, avuta da Tedeschi a Novara, il cardinale Antonelli parlava a tutti in questa forma; o per tenere a bada, o perché realmente, non sapendosi come le cose piegassero, non era ancora fermato di rimettere lo stato sotto impero assoluto. E i costituzionali, che non sapevano lasciare le prime illusioni, credevano, o mostravano di credere sincero il cardinale, stato lor consorte nel primo esperimento di libertà. E poiché erano accusati di mollezza, pensarono di fare in ultimo una prova di coraggio. Accontatisi col Gallieno, divisarono con quella porzione di milizia civile l'e assoldata, che parteggiava per la monarchia temperata, rivoltar Roma, e abbattere quei mah fermi simulacri di reggimento nuovo. Ma di questo loro disegno vollero prima informare lo stesso Antonelli, per avere sicurtà, com’essi dicevano, che il papa l'arebbe approvato e coronato col suo ritorno e assodamento delle franchigie desiderate. Il cardinale, o per non si sbilanciare, o che la natura de’ costituzionali conoscendo, non gli stimasse da tanto, o che i principi, e specialmente il papa, vogliono piuttosto da Dio che dagli uomini la podestà riconoscere, non rispose. Per lo che quegli sfiduciati, tornarono subito alla innocente dappocaggine. Il Gallieno si depose del comando della guardia civica: la quale rimase parecchi dì senza chi la capitanasse.

Ma gli uffici, che il re di Sardegna faceva in quel medesimo tempo colla corte di Gaeta, erano di tale importanza, che non potrei in silenzio passarli; non che alcuno effetto producessero, . ma onorano i rettori sardi, quanto rivelano la natura de’ cardinali e dei diplomatici. Salito il Gioberti al governo, di leggieri s’accorse che i pericoli erano più fuori che dentro; più nella bassa che nell’alta Italia; e l’essere il pontefice divenuto schiavo della diplomazia tedesca e russa, stimava il maggiore infortunio. Oltre di che, chi aveva cotanto scritto e favellato per rimettere in onore il papato, e farlo credere non incolpabile della servitù d’Italia, anzi protettore della sua libertà, doveva avere a cuore d’impedire che non si raffermasse quel che le istorie di undici secoli avevano mostrato, e che a lui era con maravigliosi argomenti riescito a far dimenticare. Adoperandosi dunque a tutt’uomo di riamicare Pio IX co’ suoi popoli, e fargli accettare per sostegno e sicurtà sua le armi piemontesi, anzi che gli stranieri soccorsi, mandò oratori a Gaeta il marchese di Montezemolo e monsignor Riccardi vescovo di Savona. I quali ricevuti dal cardinal Antonelli, e presentati al pontefice, mostrarono lettere di Carlo Alberto, che offrivano al santo padre asilo degno nella città di Nizza o in qualunque altra del regno gli fosse piaciuta, e armi altresì per ristorare gli ordini costituzionali nello stato. Con benignità di modi, che erano suoi propri, e con sentimenti, che forse erano di altri, rispondeva Pio IX, ringraziando e lodando la pietà e generosità del re: ma in pari tempo aggiungeva, che trattenuto ornai in quel luogo, per non essere arrivata la nave, che doveva menarlo alle Baleari, sapevagli grave di allontanarsi maggiormente da’ suoi stati, innanzi di avere perduto ogni speranza che in quelli la quiete e la sua autorità ritornasse: averne già scritto a’ potentati d’Europa, e domandatone consiglio; né volere ad alcun partito appigliarsi prima di ricevere le risposte. Ripigliavano gli oratóri piemontesi: che dove avesse accettato le offerte del loro principe ed esaudite le preghiere, che essi a bocca gli facevano, avrebbe potuto rassettare il suo dominio, assicurare la sua persona, e far cosa da non dispiacere alle gentid’Italia. La religione del re, e la sua devozione al pontefice, la religione e divozione de’ popoli subalpini, i sentimenti e le massime del primo ministro essergli malleveria, nulla nel regno sardo farebbesi che alla cattolica fede conforme non fusse. Allora Pio IX, d’indole poco atta a’ disfìngimenti di corte, disse: che il veder così spesso in Piemonte scambiar ministerii, non lo rendeva molto tranquillo; ricordavasi pure come i trattati, da lui cominciati o consentiti per una confederazione italiana, erano stati guastati; né parevagli buono indizio, che il re avesse mandato a Roma e in Toscana ambasciadori per trattare accordi intorno alla costituente italiana con coloro, che i diritti del pontefice nello stato della Chiesa calpestavano. Da ultimo non credeva che l’autorità sua, manomessa da un’audacissima setta, potesse altrimenti restituirsi che colla forza delle armi; e dubitava, che Carlo Alberto potesse dargliene come e quanto glie ne faceva mestieri. Dalle quali parole, dette con insolito calore, traluceva a bastanza il mal celato pensiero di tirarci nuovamente addosso il flagello degli eserciti forestieri. Non cessavano i commessari del re, secondo gli ordini avuti, di pregare e cercare meglio che sapevano, di removere le difficoltà e dubbiezze del pontefice. «Potere ben fidare nel governo sardo, qualunque sieno i ministri. Fargliene fede la dimora presso la sua corte del legato marchese Pareto. Gli oratori mandati a Firenze e a Roma aver avuto commessione di tastare gli animi, e non accettare le proposte di costituente secondo era stata da’ rettori toscani promulgata. Avere lo stesso Gioberti, altra volta consigliere del principe, inviato a Roma il Rosmini per caldeggiare la federazione italiana, né, ora, capo del ministerio, nutrire pensieri diversi. La prudenza de’ reggitori piemontesi, e il loro desiderio di pace con tutti gli stati italiani, essere stata altresì nella quistione siciliana testimoniata; e la rottura con la corte di Napoli doversi giudicare più apparente e momentanea, che sostanziale e durevole; e cotale, da non dover frastornare accordi giovevoli al pontefice e all’Italia. D’altra parte, non essere sperabile, o almeno essere gravemente temibile, che le forze straniere valgano a restituire al pontefice lo stato per forma, che l’amore, la concordia, e la fiducia publica ne siano fondamento; e non più tosto si raffermi l’antica opinione e querela, che i pontefici romani abbiano mai sempre tirato sull’Italia la maledizione delle armi straniere. Il che potrebbe tornar pericoloso non solo alla podestà temporale, ma a quella spirituale altresì.» I quali discorsi ed altri simili degli oratori piemontesi, fatti col papa e col cardinale Antonelli, andavano perduti come quelli più sopra riferiti de’ costituzionali dello stato romano. E non di meno il Gioberti aggiungeva uffici ad uffici, commessioni a commessioni.

Richiamato il Pareto, o che non gli paresse molto in grazia del papa, o volesse inviare un uomo più esperto, nominò in luogo di quello il conte Martini, commettendogli di fermarsi prima in Roma: e di rappresentare a’ nuovi rettori la necessità di far pace col santo padre per forma, che tranquillando la coscienza, come capo della Chiesa, assicuri i diritti del regnare, come principe. ché prolungandosi ancora la nimicizia, grandissimo pericolo gli stati costituzionali di tutta Italia correrebbero. E qualora i Romani desiderassero alcuno, che fosse mezzo fra loro e il pontefice, esortasseli a compromettersi nel re di Piemonte, di cui non potrebbono avere il più leale e onorevole paciere. Rispetto alla costituente romana, gridata nel cerchio popolare, differentissima da quella deliberata da’ consigli, governassesi secondo i casi. Se con buone ragioni la si potesse ancora impedire, mostrasse che solo mettendo in dubbio l’autorità del pontefice, potrebbe stimarsi atto di fellonia: e senza aggiungere il fine, tirarci in casa gli stranieri, e farci perdere la libertà acquistata, anzi che altra maggiore acquistarne. Quando poi impedir non si potesse, cercasse almeno temperarne gli effetti; volgendola ad ottenere una saggia spartizione del governo temporale dallo spirituale, con questo per altro, che la suprema podestà del pontefice, come principe costituzionale, rimanesse intatta. Eseguita questa prima commessione in Roma, andasse a Gaeta presso il santo padre, mostrassegli le lettere del re di Piemonte; e com’egli vivamente desideri, che la sua mezzanità sia accettata; replicassegli le profferte di asilo e di armi fattegli da' due inviati straordinari; insistesse soprattutto sulle ragioni che devono indurlo a conciliazione. Ciò richiedere la religione, affinché i nemici di essa non abbiano occasione di rappresentare il papa nemico della libertà e della grandezza d’Italia. Ciò richiedere la patria comune, dacché la prolungata assenza del pontefice da Roma sarebbe impedimento alla confederazione italiana, e pretesto ad intervenimento di milizie oltramontane: oltreché darebbe potenza alle sette estreme a mutare gli ordini publici della penisola.

Come il Martini fosse ricevuto a Gaeta, diremo più innanzi. Ma il Gioberti, temendo queste sue pratiche non fallissero, non metteva tempo in mezzo a mandare in Toscana il deputato Pasquale Berghini, per domandare il passo a dieci mila soldati piemontesi da condursi in Romagna. E l’avere a ciò incontrato alcuna difficoltà, richiede che io mostri in quali termini di amicizia si trovassero in que’ giorni la corte toscana e la piemontese. In generale non s’intendevano molto; perché, mentre in Toscana, governando il Montanelli e il Guerrazzi, si andava troppo a larghezze o scioperaggini democratiche, in Piemonte non solo il ministero del Pinelli aveva tirato le cose a strettezze monarchiche, ma ancora il nuovo ministerio del Gioberti, quantunque democratico si appellasse, pure nessuna disposizione aveva a secondare i folleggiamenti della democrazia fiorentina. Stati amicissimi in privato il Montanelli e il Gioberti, e l’uno adoratore dell’altro, lo imperio li divideva; perché il primo erasi tutto gittato a parte mazziniana, e l’altro non vi si accostava quanto bisognava, per ricongiungersi insieme. In oltre durava sempre in Toscana la ubbia, che i Piemontesi mirassero a pigliare la signoria di tutta Italia, e que’ rifiuti o attraversamenti, posti alla effettuazione d’una lega o confederazione di stati, avevano come ribadito questo dubbio; di cui pareva fosse anco preso il granduca; mostrandosi anch’egli cruccioso e sospettoso de’ rettori sardi. A inacerbire questi umori, s’erano aggiunte le differenze di territorii, delle quali toccai altrove: e non che essere state mai composte, erano anzi cresciute per lamenti fatti dalla corte piemontese, che le genti toscane avessero occupato Lavenza, dalle sue milizie abbandonata in forza della tregua del 9 agosto. E Se non successe al ministero del Capponi togliere la detta controversia, assai più malagevole riusciva al ministero del Montanelli e del Guerrazzi, per la minore autorità che avevano presso la corte di Torino. Il ritirare le milizie, non sarebbe stato dignitoso; entrare in guerra con una potenza italiana, e dove maggiormente riposavano le speranze della liberazione d’Italia, era anche peggio, per lo scandalo e pericolo comune. Fu proposto e accettato, che lo stesso popolo di Lavenza, per isquittinio publico, tagliasse la quistione, deliberando a chi volesse darsi: e i maggiori suffragi furono per la Toscana; ma, movendosi dubbio sulla regolarità dello squittinio, restava la controversia non ben deffinita. E in questo mezzo altra differenza per la terra di Parrana, parte del comune di Mulazzo, sorgeva. La quale essendosi data a’ Piemontesi fin dal mese di giugno, quelli la occuparono in dicembre; di che forte richiamavansi i rettori fiorentini, domandando riparazione. Al che la corte di Torino opponeva l’antecedente dedizione di quella parrocchia; e commissari dall’una parte e dall’altra s’inviavano per esaminare, se la parecchia di Parrana avesse potuto staccarsi dal comune di Mulazzo, che a’ Toscani per voto universale erasi dato. Parrà incredibile, che, mentre cotanto d’Italia e di nazione si parlava, queste quistioni di comunelli e di borgate si facessero: e che due stati, come Toscana e Piemonte, disputassero fra loro per poche braccia di terra, quando vasta parte della penisola era ancora dagli Austriaci occupata.

Il Berghini adunque, venuto a Firenze a chiedere passo e stanza alle milizie piemontesi, trovò non sì agevole il ministero toscano, coni’ ei sperava. Avendo prima parlato col Guerrazzi, questi gli disse, che, trattandosi di cosa piuttosto grave, domandava tempo a risolvere. Ma il Montanelli niegò il permesso, se innanzi il re di Piemonte non risarciva i Toscani dell’offesa fatta coll’occupazione di Parrana, e se i trattati intorno alla costituente italiana non fossero condotti a fine.

Ma con nuovi uffici insistendo il Berghini, finalmente ottenne che almeno il passo fosse conceduto: e tosto ne scrisse al Gioberti, dolendosi de’ ministri fiorentini e delle loro mazziniane follie. (Andato poscia a Roma per domandare il permesso di fare entrare e stanziare in Romagna le milizie piemontesi, maggiori difficoltà incontrò; delle quali prima di favellare, rileva conoscere a qual termini fossero condotte le cose di quella città; dove, crescendo i mali publici, scemavano i rimedii. L’essere stata creata la suprema Giunta di stato, coll’annunziazione della costituente per gli stati romani, non acquetava. I popoli, che di tanti annunzi e promesse non avevano mai veduto effetti corrispondenti, né sentivano più i freni della pazienza, romoreggiavano, o erano fatti romoreggiare, perché indugio alcuno non fosse posto alla convocazione di detta assemblea costituente, quasi in questa ornai fosse ogni salvezza della patria riposta; e seguitavano dalle provincie a venire petizioni e richiami e minaccie. Seguitavano i clamori ne’ cerchi: le tumultuazioni nelle piazze; con tanto più impeto, quanto che di cose già concedute e annunziate domandavasi esecuzione. D’altra parte il concedere e annunziare era più facile che l’eseguire: massime avendo riguardo alle condizioni in che il governo e le assemblee si trovavano. Nel primo erano parti contrarie. La Giunta di stato raccozzatasi per forza, non aveva unità di pensiero e di volere. Il Galletti ora disposto a secondare; il Camerata lasciavasi menare; il Corsini, che senza considerazione aveva accettato, entratagli la paura, non voleva saperne. Nel ministerio, toltosi il Mamiani, che era di qualche ritegno alle improntitudini, il genio torbido dello Sterbini dominava, disgustandosene gli altri, e il Galletti medesimo, ma di removerlo non avevano cuore e potere, sapendolo sì autorevole sulla plebe romanesca: ch’ei moveva coll’esca de’ lavori publici, or sollevandola or quietandola; quando tirandola a voglie di republica, e quando distogliendola; secondo che temeva di perdere, o di non accrescere il suo impero, per parte de’ mazziniani, venuti di fuori, o de’ moderati, rimasti dentro. Talché odiato dagli uni e dagli altri, più tosto avea potenza di guastare i propositi d’entrambi, che di procurare un governo da soddisfare a tutti. Fra tanto l’alto consiglio non si poteva ragunare, essendo quasi tutti quei, che lo componevano, partiti di Roma, o nascosti. Il consiglio de’ deputati era ridotto a sì piccol numero, per la fuga di molti, che, ragunandosi, non poteva legittimamente deliberare. Per le quali condizioni de’ vari maestrati passavano i giorni, senza che ad atto si mettesse quel che era stato annunziato. La Giunta ne dava carico a’ ministri; questi a’ consigli: i consigli alle sfrenatezze democratiche. Né altro riesciva, che accumular materia di discordia.

Il giorno 23 dicembre, i membri della Giunta scrivevano a’ ministri, e con modi assai vivi rappresentavano loro il gran pericolo della patria, se più s’indugiava a ragunare 1 assemblea costituente, domandata con tante voci e petizioni da tutte le parti dello stato. Ma il Corsini, che pur aveva segnato questo invito, nel momento si doveva mandare ad esecuzione, abbandonava il magistrato, e disponevasi a lasciare altresì Roma. Il consiglio de’ deputati faceva mostra di adunarsi con animo i più di meglio rigettare, che approvare la proposta della costituente. Quella tornata fu veramente scandalosa; non tanto per le cose dette, quanto per i pochi deputati che vi convennero. Fu letta la lettera della Giunta; l’avvocato Armellini, qual ministro sopra le cose interne, fece lungo discorso per magnificare, in istile forense, le ragioni, necessità e vantaggi di convocare la nazione ad eleggersi sovranamente il suo reggimento. Il deputato ferrarese Francesco Mayr, un de’ pochi non fuggiti, assunse il grave carico di sostenere il rifiuto della legge, mostrando (il che era facile in astratta ragione) che alla Giunta mancava autorità di proporla, e al consiglio di accettarla. Benché le logge publiche fossero, secondo il solito, gremite di popolo, pure il suo discorso dignitoso fu con silenzio ascoltato: ma terminato che ebbe, si levò con impeto il ministro Sterbini a confutarlo. E che? sclamò; si parla ancora di statuto, violato già da chi aveva maggiore obbligo di mantenerlo? e finiva minacciando, che se il consiglio non faceva, avrebbero fatto la Giunta, il ministero e il popolo. Prese allora a parlare il deputato bolognese Audinot, anch’esso meritevole di commendazione, per non essersi fuggito, e desideroso del minor male, quando il meglio non si poteva ottenere. Accordandosi col Mayr, che il consiglio dei deputati non avesse facoltà a deliberare un’assemblea costituente, conchiudeva, che dovesse o richiamare la Giunta a osservare lo statuto, o promovere e regolare la mutazione. Surse il deputato Pantaleoni, e mostrando più coraggio che prudenza, lesse lunga diceria sugl’inconvenienti delle assemblee costituenti; che non potè terminare per lo schiamazzo levato dal popolo nelle tribune, appena vide accesa la gara nel parlamento, applaudendo o fischiando secondo che pro o contro favellassero i deputati. a’ quali venuta la paura, non parve vero allegare, che non erano in numero legittimo: anco perché alcuni durante la discussione burrascosa, eransi involati. Né valse che il non timido Audinot, cercando sempre di rattenere le cose in sull’ultimo pendio, protestasse, che piena o non piena l’assemblea, dovesse risolvere, per non lasciare il paese in preda alla licenza. Si dipartirono senza aver nulla deliberato; e due giorni dopo tornarono a unirsi, in numero ancora minore, e come traendo il fiato co’ denti. Il marchese Potenziani protestava contro la proposta legge sulla costituente; il Bonaparte, che non restava mai in dietro ad alcuno, levavasi a protestare contro la protesta del Potenziani. Si rinnovavano gli scandali, quando il ministro sopra le cose interne, chiesto e ottenuto di parlare, venne a notificare, che il consiglio de’ deputati s’intendeva sciolto per legge, difettando del numero necessario. Questo diceva in publico; ma forse ragion principale era, che i più avevano mostro di non volere accettare la proposta dell’assemblea costituente. Così le tre podestà, che, secondo gli ordini della monarchia rappresentativa, formano lo stato, eransi per l’assenza del principe e per lo scioglimento delle assemblee, dileguate; da provare quanto sia più facile a descriverle negli statuti, che metterle d’accordo ne’ fatti.

Riusciva per tanto impossibile alla Giunta di rattenere più quella publica rovina: essendo anch’essa in dissoluzione dopo la rinunzia del Corsini. Il quale per fuggire il pericolo proprio, in che si era messo senza considerarlo, accrebbe quello del publico: nulla tornando più pernicioso ne’ mutamenti, che il prendere e lasciare gli uffici, che genera scandalo, diffidenza, e distrugge anco le apparenze della legittimità. Se tutti gli uomini di nome, per nascita, ricchezze e sapere, avessero seguitato d’accordo e congiunti a fare quel che la necessità publica richiedeva, meno agevole sarebbe stato a’ congiuratori della corte di Gaeta di ripigliare lo stato; e dove pure l'avessono ripigliato per forza altrui, sarebbonsi tanto più infamati, quanto che Roma ne’ termini della maggior temperanza si fosse mantenuta. So bene che le sbrigliatezze popolari rovinano gli stati; ma poiché non succede di schivarle nelle mutazioni (avendo radice nei vizi della natura umana) è pregio di saviezza e di moderazione civile lo adoperare in modo, che non menino alla distruzione della libertà.

Eccoti dunque da capo lo stato romano senza governo né buono né reo. E quindi nuove disperazioni nell’animo di tutti. Pensarono i due membri superstiti della Giunta, e i ministri di comporre insieme un altro, ancor più degli antecedenti, transitorio reggimento: e ancor più degli altri, spettacolo di debolezza: quasi ultima conseguenza di quei deplorati avvenimenti; non ricevendo autorità né dal volere del pontefice, né da alcuna altra podestà per lo innanzi costituita, né dal suffragio della nazione. E come governo di necessità, non riesciva accetto né agli uomini temperati, per esservi alcuni membri di stemperate massime, né agli eccessivi, per dimorarvi alcuni di ristrette opinioni. Vi primeggiavano per fasto il Galletti, per loquela l’Armellini, per potenza lo Sterbini: e fra il Galletti e lo Sterbini bollivano occulti umori, benché salvassero l’apparenza; e l’Armellini era aggirato dal mazziniano Accursi, divenuto sua segretario. Gli altri desideravano il bene, ma non sapevano opporsi al male; e grande condescenzione mostravano a rimanere in quel governo, con pericolo di accattare odio, fallando; senza speranza di gloria; giovando.

Il primo atto di questi novelli rettori, che in sé recavano tutti i poteri publici, fu di bandire con acconcio preambolo la convocazione in Roma pel dì 5 febraio, dell’assemblea costituente dello stato romano; ordinando a’ 21 di gennaio i comizi generali; con questo, che gli elettori avessero compiti ventun’anni, e gli eleggibili venticinque: non maggiore di dugento il numero degli eletti: segreto lo squittinio; almeno cinquecento suffragi riuniti per render buona la elezione: lo stipendio di due scudi per giorno a’ futuri rappresentanti. Se bene questo annunzio dell’assemblea costituente romana non fosse da commovere a gioia vera e universale i popoli, pure non mancarono procurate o comandate mostre di allegrezza publica; come tiri di artiglierie, suono di campane, preghiere nei templi, milizie schierate nelle piazze, musiche, canti, discorsi e voci di gente adunata a festeggiare qualunque cosa nuova.

Ancora il papa in questo mezzo non istava senza feste. Ricorrendo il dì della nascita di Cristo, e non potendo, come è uso, solenneggiarlo in Roma, ne fece con que’ cardinali, che erano con lui, celebrazione nella chiesa di Gaeta: essendo presenti al pontificale uffizio il re, la reina, e tutta la real famiglia di Napoli, insiememente co’ ministri delle corti esterne. a’ quali eransi in quei giorni aggiunti fino i rappresentanti straordinarii del Messico e della Brasiliana. Il ministro spagnuolo, come più cattolico di tutti, indirizzava al santo padre divote parole, a cui seguiva accomodata risposta. Un sermone pure di conforto eragli volto dal decano dei cardinali a nome di tutto ’l collegio. E tutti questi discorsi e risposte terminavano in un querelarsi vicendevole delle cose di Roma, e far voti di presto la papale podestà ristorare.

Fra tanto il commovimento democratico aggrandito in Roma e in Piemonte tornava ad agitare la Toscana, dove era cominciato. E quasi non parevano più popolani i ministri gridati un mese fa dal popolo. I quali nelle adunanze erano sindacati e tassati da coloro, che, non essendo stati secondo lor voglie satisfatti, meditavano di scavallarli. Io non potrei dire con sicuro giudizio, se i ministri Montanelli e Guerrazzi fossero più in condizione di opporsi a quella torbida piena, o se già gli avesse ornai sormontati. Parve ad alcuni, che se in que’ due fosse stata pari disposizione a reggersi, non tanto su’ gridori delle piazze, quanto sui suffragi della cittadinanza, non eravamo forse per anco venuti a quella estremità, da non essere più rimedio a’ tumulti; potendosi d’ogni popolo italiano, e assai più del toscano, affermare, il movimento di quegli anni non essere di natura sì impetuoso da non bastare potenza di uomini ad infrenarlo: e stimo che avesse bisognato più fatica in principio a renderlo eccessivo, che non sarebbe poi stato mestieri di provvedenza a temperarlo..

Un grande impaccio al ministerio democratico era lo ingrossare di genti, che colf onorato titolo di militi volontari per la guerra contro lo straniero, colavano in Toscana, e di essere alloggiati, cibati, rivestiti ed armati chiedevano. Il più di costoro avevano sulle labbra l’amor d’Italia, e nell’animo ambizione e mal talento. Spacciavano gradi, insegne, servigi segnalati, per avere accoglienze più onorate, e ricompense più adequate a’ vantati meriti. Il satisfarli, non era possibile in tanta strettezza dell’erario; il rintuzzarli, pericoloso, per la nota che acquistavano i rettori d’inumani contro gente, che aveva per la comune libertà militato. Oltre di che costoro, non contentati, gittavansi disperatamente a sommovere le città, per cavare dalle turbolenze il negato sostentamento. I ministri Guerrazzi e d'Ayala rappresentarono al principe il caso in questi termini: Uomini che si vantano, e saranno almeno in parte, svisceratissimi della italiana libertà, senza posa affacciarsi alle nostre frontiere così terrestri come marittime; protestare di voler correre ora in Lombardia, ora in Isvizzera, ora finalmente a Venezia, per versare quanto hanno di sangue in benefìzio della patria comune. Bellissimi proponimenti in vero, che troppo spesso lasciano desiderare corrispondenti effetti. V’ha chi domanda vesti; altri chiedono armi: tutti vogliono danari; e sovente non secondo necessità, ma conforme a’ gradi veri o simulati. Questo modo non è da tollerare. Ristrette è il nostro erario: dobbiamo fra poco pagare enormi interessi pei presti dello stato; abbiamo sprovveduti i magazzini militari; di armi patiamo scarsità. Che più? Molti de’ soldati nostri, privi di vestito o di copertura, soffrono il rigore della stagione invernale. Ora, con quale, non diremo convenienza, ma carità e giustizia, potremmo consentire armi, vestimento é danaio per gente che passa, e non si sa bene dove, né con qual concetto ella vada, mentre i soldati nostri sono in tanta deplorabile miseria? Tuttavia abbandonar non si potrebbono tanti italiani e fratelli, che affermano avere lasciato ogni cosa più caramente diletta per la difesa della patria: onde proponiamo, che a chiunque si presenti alla frontiera toscana, si faccia assapere, che dove si voglia scrivere alle nostre bandiere, che son pure italiane, sarà accolto amorevolmente, nutrito, vestito ed armato. Se al contrario, rimandisi colà donde partissi, e provveda come meglio sà e può alla propria vita.

Il principe decretò conforme i ministri proposero; ordinando, che de’ nuovi scritti facessesi una coorte chiamata italiana con leggi e disciplina dell’esercito toscano. Ma non ostante questo provvedimento, che non ebbe cattivo effetto, seguitarono gl’intorbidatori delle città: alcuni de’ quali (che per dispregio non nomino) facevano segno alle maggiori villanie l’arcivescovo di Firenze. Il che a molti dava indicio, che non solo ogni freno civile, anzi ogni freno religioso, volevasi da quella turpe gente troncare. Usciva di pazienza di tratto in tratto il ministro Guerrazzi, e pareva volesse romperla co’ sommovitori; come quando minacciò di spiantare la terra di Castagneto, per essere stato dato di piglio nel sangue e nella roba di alquanti cittadini; e quando cacciò un cotal Torres forestiero; che stando in Livorno, chiari vasi pessimo e forse prezzolato stromento di sedizione. E poiché costui, non meno sfacciato che disonesto, tornò dopo alcuni giorni, lo fece imprigionare; e altri turbolenti nostrali fece pure mettere in carcere; e ammonì severamente i così detti navicellai livornesi, per soprusi che volevano commettere. Ma queste ed altre mostre di rigore erano più impeti di collera momentanea, che risoluto volere; forse ritenuto dalla solita paura, invano dissimulata, di non perdere la fama popolare, ed essere da altri scavallato nella stima della fazione; di cui i più pericolosi restavano sciolti e pronti a’ garbugli. Essendo stato il poeta Prati, sparlatore, come più sopra notai, della democrazia, con percosse e villanie maltrattato in publico, in cambio di gastigo agli offenditori, fu bandeggiato l'offeso. Per la qual violenza, grande lamentio fecero i costituzionali moderati; né altrimenti avrebbero potuto scusarsi i ministri, che bandeggiando in pari tempo, sì come aveva fatto il Manin a Venezia, i perturbatori della parte democratica; e particolarmente il romano Niccolini, che sopra ogni altro, le turbe popolari tristamente signoreggiava: ora aizzandole contro lo stesso ministero democratico, e ora raffrenandole, per averne guiderdoni, quasi di suo difenditore.

In mezzo a tanta perturbazione, poco o nulla in pro dello stato facevano i rettori: e mentre vedevansi rimanere in palazzo tutto il dì e quasi tutta la notte, con grande fastidio de segretari, commessi, e custodi, avvezzi per lo passato a dimorar poco negli uffici anco di giorno, nessun ordine buono si fondava: seguitando a spendere il maggior tempo in ascoltare gl’interminabili stuoli de’ chiedenti soccorsi e uffici. Né in quelle anticamere de’ ministri democratici mancava spesso di vedere alcuni, che in fino allora avevano più fatto professione di cortigianeria al principe assoluto; e tornarono a farla con fortuna, quando la democrazia venne meno. Maggiormente accorava i buoni, che le spese publiche, non che scemare, augumentassero. Parve, e fu vanità, meglio aristocratica che democratica, creare presso la republica francese, ufficio di ambasciadore, con istipendio proporzionato a quel grado: conferito al principe Giuseppe Poniatowsky; il quale, innalzato dalla democrazia, seppe grato serbarsi alla monarchia ristorata: e mantenne parecchi anni l'ufficio, che non più sembrò aggravio al tesoro.

Ma il maggior dispendio era per la milizia: la quale tuttavia non si potrebbe negare, che non ricevesse migliore ordinamento dall’attivissimo ministro D’Ayala: per quanto il comportavano il breve tempo, eh ei resse il ministerio delle armi, e il cattivo stato in che la trovò. Poche centinaia si dimoravano a confini: quivi dopo la sconfitta di Lombardia fermate sotto la condotta del generale De Laugier. Un’altra parte e maggiore, erano prigioni, che tornavano di Germania, affamati, ignudi, pieni di rogna e di affanno. Il resto, ossia il massimo numero, formavano guarnigioni interne, odiati e inviliti dopo i fatti di Livorno: avendo usato le armi contro il popolo, e non essendone usciti vincitori. Era più tosto mestieri creare nuovo esercito, che riformare il vecchio; e sarebbe stata creazione quella fatta dal D'Ayala, se non avesse dovuto valersi degli stessi capi e degli stessi uomini; allevati la più parte ne’ disordini d’una milizia, dove, come altrove notai, non era ombra di buona disciplina. Cominciò dallo sciogliere tutti i corpi per subito ricomporli, togliendo loro le viete intitolazioni, e sostituendo le naturali enumerazioni. E compissi l’ordinamento con cinque legioni di fanteria: una de|le quali di milizia scelta, fatta de’ carabinieri, già cassi, e chiamata col nome di veliti, consacrato dall’antichità. Parrà incredibile, comecché vero, che parecchi de’ capi supplicassero il ministro, a non fare quel cambiamento di titolo, quasi li disonorasse; e alcuni anteponevano la licenza al non sentirsi più chiamare carabinieri. Formossi pure una legione di cavalleria, e un’altra di artiglieria, fornita di trentadue cannoni: oltre alla sopraddetta coorte italiana, e altre due coorti, una di bersaglieri, pure di gente raccogliticcia d’ogni parte d’Italia, e un’altra distinta col nome di volontari toscani; in tutto erano circa dieci mila uomini, meglio spartiti, meglio armati e meglio altresì esercitati ne’ movimenti.

Ma la disciplina, non che migliorare, peggiorò; di che fu attribuita la cagione a’ novelli modi usati dal D’Ayala nel procurarla; conciossiaché, restringendo grandemente le facoltà dei capi nel gastigare o premiare i soldati, e cassando certe pene, maggiormente odiose, ogni sottomissione a’ comandi levò, e la militar licenza, non volendo, favoreggiò. Imperocché intendimento suo era di togliere abusi e arbitrii, che sapevano di barbarie; onde i soldati per le crudeli ingiustizie, che spesso ricevevano da’ graduati, erano meglio tratti a’ doverli odiare che osservare: come un terribile esempio ebbesi nella uccisione proditoria del colonnello Giovannetti. Né di questo cercare, che la giustizia e la umanità si dovessero amministrare anco negli ordini soldateschi, potrebbesi il nuovo ministro biasimare, se non avesse scelto il tempo meno opportuno alla detta riforma. ché avendo gli ufficiali patito nella passata guerra svillaneggiamenti e ingiurie, il raumiliarli allora davvantaggio, privavali d’ogni autorità.

Se non che il d’Ayala mirava a più alta riforma; volendo cominciare quel suo vagheggiato esperimento di governare la milizia stanziale colle leggi della civile; affinché quanto più della militar disciplina era fondamento la ragione, tanto meno fosse da temere che stromento di tirannide addivenisse. Il che a poco a poco avrebbe portato, che alla stessa soldateria si desse facoltà di giudicare quando giusto e legittimo fosse l’ubbidire. Gli antichi non conobbero eserciti fermi; e quando questa peste colla tirannide v’entrò, s’accorsero, che ad ogni maggiore scelleratezza si scapestravano, se dura legge non gl’infrenava, V’ha istituzioni, che seco traggono infelice necessità di essere rette con modi straordinarii; come son quelle, per cui una porzione d’uomini è indotta, nel maggior fervore dell’età, ad accettare una special maniera di vivere, dalle naturali consuetudini dilungato. Si richiamavano i graduati toscani, usi a far da despoti, dell’essere stato loro tolto il modo di gastigare i soldati con pane e acqua, o di premiarli col riposo di alcuni giorni. Rispondeva il ministro, che non con questi gastighi o premii, ma col buono esempio si procacciassino autorità e osservanza. «Sieno essi medesimi zelosi del servigio militare; si mostrino primi in ogni cosa; prendano cura de’ bisogni del soldato; accomunino con esso lui le fatiche e le privazioni; lo visitino negli ospitali; si facciano loro modello di ubbidienza, senza la pesta del mormorare e censurare; lo accolgano con amorevolezza, e nel cuor suo infondano generosi sentimenti e carità di patria; usino rigore inesorabile quando è ragione; lo avvezzino a riconoscere in loro il protettore e la guida; e si rendano certi, eh(1) ei avranno autorità maggiore, che non acquistavano dalle pene casse; le quali anzi esso soldato invilivano e aspreggiavano.»Forse in lungo tempo il nuovo ministro avrebbe, colla prova degl’inconvenienti, modificati e renduti proficui que’ suoi ordinamenti: che in quei giorni di sfrenamento publico, còlla soprastante necessità di ricominciare la guerra, tornarono più dannosi che utili. Pure di non poche cose buone lasciò esempio: come di aver creato un ispettore supremo delle speciali armi e degl’istituti di educazione militare; carica al conte Serristori conferita; certamente atto ad esercitarla con intendimento e fermezza. La migliore spartizione degli uffici della guerra ebbe pure lode, tanto più che all’erario, notevole risparmio arrecava. Fu cassa la legge che i giudizi militari si facessero in segreto: e stabilissi, che il merito, chiarito con esami e sperimenti, dovesse far salire ne’ gradi della milizia. Finalmente fu adombrata, e quasi apparecchiata, una scuola o liceo militare, cui due anni dopo vedemmo effettuato.

Fra tanto dell’indugiare, che faceva il ministero democratico a ragunare le assemblee, essendo da parecchi giorni terminati i comizi, mormoravano i vaghi di parlamenti, ora attribuendo a’ ministri intenzioni ree di spegnere d’un colpo la costituzione, non satisfatti delle elezioni; e ora spargendo, che fosse una superbia del Guerrazzi, per aspettare il dì dell’anniversario del suo incarceramento a Portoferraio. Ma forse la cagion vera era di conoscere come gli avvenimenti di Roma si risolvessero, per meglio chiarire in publico i loro propositi. E perché non mancò voce che gl’indugi provenissero dal non accordarsi col principe intorno alle parole da mettergli in bocca il dì della convocazione, eccoti nel diario delle leggi una pro testa di esso ministerio, che giammai e in nessun luogo ebbevi tanto accordo, fra ministri e principe, quanto allora in Toscana. Il che, come fosse vero, dalle cose che restano, si conoscerà.

Le cose, benché meno sconvolte, pure non procedevano quiete nello interno del Piemonte. Seguitava a mormorarsi nei cerchi e ne' diarii de’ moderati contro il nuovo ministerio democratico; e se ne presagivano con parole esagerate i mali futuri. Rispondevano con più acerbità i democratici, divenuti sostenitori del governo, che dal loro nome s’intitolava. E se prima questi erano stati tutto occhi e orecchi, per appuntare le cose fatte dal ministerio del Pinelli, buone o ree elle fossero, non meno allora i moderati guardavano e origliavano tutti gli atti e detti de’ ministri popolani per coglierli in fallo; e talora anch’essi gittavano colpi in aria, biasimandoli quando o erano da scusare, o non erano colpevoli. Rappresaglie misere e indegne degli uomini, che pur di continuo protestavano di avere in cima de’ loro pensieri il bene della patria comune; conciossiaché assai potessero sugli animi della milizia; la quale, sentendosi ripetere ogni dì, che era stata offesa dal ministero democratico, e privata della fiducia del principe, faceva richiami e protestamenti odiosi, da sempre più le non saldate piaghe inasprire.

Ancora in Piemonte i ministri democratici ebbero il torto di rinnovare l’assemblea de’ rappresentanti, avvegnaché da quella ricevessino, per codardia o per altro, favore anzi che nimicizia. Onde pareva, che, stati eglino sì vivi ed acerbi nell’oppugnare i ministerii antecedenti, non volessero alcuna opposizione in publico comportare; anzi volessero non pur gli uomini, ma le stesse cose ubbidienti; ché, sendo in parlamento proposto, che la elezione de’ capi de’ municipii si facesse da’ consigli municipali, e non dal principe, quantunque tale domanda fosse affatto popolana, pure con grande scandalo fu dal ministero democratico contraddetta, quasi per gelosia di potenza. In oltre dava materia di mormorare, che quei rettori di rada al parlamento intervenissero, quasi indicio di alterezza; stomachevole in uomini, che si dicevano popolani, e cotanto avevano l’orgoglio degli aristocratici vituperato. Se i nuovi ministerii sardi ebbero in animo di rinnovare il parlamento per averlo favorevole, ottennero lo intento: essendo che la maggior parte delle elezioni riescirono più popolane delle passate: e quantunque d’uomini vituperosi il subalpino parlamento non si macchiasse, tuttavia assai deputati precipitosi, o da lasciarsi di leggieri vincere' da que’ che a’ precipizi non guardavano, vi si accolsero: il che non avvenne senza certo travagliarsi della parte democratica ne’ comizi.

Mentre l’Italia di sopra scavezzavasi a libertà eccessiva, il regno delle. Sicilie tornava sotto l’antico giogo: forse un poco indugiato, per la paura degli sconvolgimenti viennesi, e per le pratiche cominciate dal conte Rossi. Ma soppressi quelli, morto il conte, e divenuta Gaeta ricettacolo di tutti i rappresentanti della diplomazia straniera, non fu quasi più ritegno. Il parlamento, che doveva essere ragunato il dì 30 di novembre, fu novellamente differito in lino al primo febraio, non ancora parendo tempo di cassarlo, e mal tollerandosi, che ricominciasse. Pure il coraggio, o l’ardire, come suole, nei Napoletani raddoppiava col crescere de’ pericoli; dimostrandolo coll’eleggere rappresentanti alcuni uomini, più invisi al principe, come il Saliceti, il Pepe e il Settembrini. Se non che di questi segni d’ira impotente si rideva chi sentivasi potente. E poiché collo stato romano, per la fuga del pontefice; e col toscano, per avere i ministri democratici consentito a’ Siciliani di mettere in publico la loro impresa, aveva rotto ogni comunicazione diplomatica, interruppela finalmente colla corte di Piemonte; ricusando di accettare le lettere, che coll’ambasciatore straordinario di Carlo Alberto, gli presentava il senator Plezza, mandato dal Gioberti con commessione di tirare la corte napoletana a congiungersi colle altre d’Italia, e ovviare a un intervenimeuto di potenze straniere nelle discordie del papa co’ suoi popoli. Se non che quando i Piemontesi, veduto il pericolo di rimanere divisi dal reame di Napoli, avrebbero desiderato di accostarsi a quello, non era più tempo. Giù deliberato era di troncare alla libertà boccheggiante ogni respiro, che ancora, per coraggio di alcuni scrittori, rimaneva: qual suono, spesso interrotto, e talora spento da crudeltà e violenze soldatesche.

E quasi le miserie publiche non fossero bastate, s’aggiungevano le private a contristare la città. Giuseppina Guacci, ammirata nel regno e fuori per ingegno nobilissimo, e squisito poetare; né amata meno per bontà di cuore; moriva di lento malore, nella verde età di quarantadue anni, lasciando teneri figliuoletti, e consorte amatissimo. E tanto più l’averla perduta recava dolore, quanto sape vasi, che per i lutti della patria era caduta inferma, non soffrendole il gentile spirito e il cuor generoso di vedere tanto strazio disonesto della patria.

Le sorti di Lombardia e de’ ducati erano quelle de’ vinti. Se Venezia, per lo fervore de’ suoi difenditori, e più per la sua natural postura in quelle quasi inespugnabili lagune, seguitava a resistere, non era tuttavia senza grandi tribolazioni e pericoli; e fia pregio di queste istorie il narrare quel che ivi di lieto e di tristo passasse dal momento, che il filo del suo racconto interrompemmo.

Fra’ primi atti del triunvirato veneziano fu di cassare l’antico comitato di guerra, che per negligenza o malvagità degli uomini che ’l componevano, non aveva fatto alcun bene; e in iscambio istituire un consiglio di difesa, composto del general Bua; de’ colonnelli Ulloa, Milano, Mezzacapo, e del capitano Mainardi: i quali studiando il miglior modo di fortificare l’Estuario, dovessero informarne i rettori. Non ostante la partenza de’ soldati napoletani e piemontesi, l’esercito difensore di Venezia, ne’ primi giorni di ottobre, componevasi (se i ragguagli non sono falsi) di circa diciannove mila uomini, mediante il fresco accrescimento di altre tre coorti, la più parte accozzate di romani, traghettatisi da Ravenna, dopo la capitolazione di Vicenza e di Treviso. Il general Pepe, che allo accendere leganti con detti generosi non era mai scarso, anco per quella vaghezza di parlar di sé e delle sue passate glorie, arringavali in questa forma:Compiva appena il terzo lustro, o militi volontari e assoldati, quando io cacciato in bando, era nelle schiere di quella gloriosa legione’ italica, che, valicato appena il gran San Bernardo, da sé sola ruppe gli Austriaci a Varallo, e la sua vittoriafu presagio felice dell'altra di Marengo; per la quale la fama dello italiano duce cotanto s'aggrandì. Era quella legione composta di napoletani, romani, toscani, lombardi, veneziani, e piemontesi; giovani tutti, nuovi alle armi, ma di amor patrio ardentissimi; quasi anticipata imagine di questo corpo di milizie, che, recandomi a onore di capitanare, sembra da Dio destinato a difendere l’antico e glorioso rifugio della italiana libertà. Se quella legione non restava alle grosse nevi, a’ lunghi cammini, e a’ disagi e patimenti d’ogni maniera, voi pure sopportate malattie e privazioni con incomparabile fermezza; e come quella guerreggiava vittoriosa gli antichi nemici d’Italia, ancor voi farete loro guerra con animo degno di egual fortuna. Eccoli; s’avanzano fra la vergogna di essere stati sconfitti dagli inermi popoli di Venezia, Milano e Bologna, e l'orgoglio della recente vittoria, riportata sulle sponde del Mincio. Gli sguardi di tutta Italia, anzi di Europa tutta, son qui rivolti, e noi mirano; a cui di contribuire grandemente alla liberazione della comune patria è concesso, in questa città di eroi, che i mari signoreggiando, impedirono che l’occidente non s’imbarbarisse; conciossiaché il nemico, combattendo sotto le nostre fortezze; perderà il vantaggio, cui in aperto campo darebbegli la inveterata e macchinai disciplina. Noi sì difenderemo Venezia; questo d’Italia baluardo, che in tanti secoli, se ben da nemici superiori a quelli che ora ci stanno a fronte, combattuto, non cadde mai. Difenderemla in fino che gli aspettati aiuti non ci giungeranno, e pria di abbandonare i fratelli veneti alla straniera tirannide, la morte incontreremo con lieto cuore; né avremo a deplorarla: essendo che le difese della laguna non ci farebbero cadere invendicati, e i veri figliuoli d'Italia alla sorte dei difenditori di Venezia invidierebbero.

Quanto alle milizie di mare, erano sempre le medesime; cioè circa quattromila uomini, mille e secento marini, mille e cento cannonieri, e mille e trecento fantaccini. Finalmente annoveravansi sette in otto mila uomini di guardia cittadina, che in un territorio, come quello delle lagune, ove sono tante posture interne da solamente vegghiare, potevano riescire di non lieve utilità. Tutte queste forze, non manchevoli di buona quantità di artiglierie così da espugnazione, come da difesa, sarebbero state per numero sufficienti a reggere a qualunque assedio, e forse anco a sostener la guerra a qualche lontananza dalle lagune, se avessero avuto maggiore disciplina e migliore ordinamento. Ma dell’una e dell’altro difettavano grandemente; sì perché difficilmente si riducono a leggi militari cittadini che servono volontariamente; e sì perché l’esempio, allora sì frequente de’ tumulti civili, era male appiccaticcio anco alle milizie. Né pregiudicava meno lo sparpagliamento, in che erano tenute per le guarnigioni de’ forti; conciossiaché togliesse di poterli esercitare nelle armi quanto e come faceva di bisogno. Arrogi la malsania, nascente non meno da infezione d’aria in vari luoghi della laguna, che da trascurato governo nel provvedere i soldati di buoni cibi, vestimenta e abitazioni; onde quasi un terzo di loro infermi negli spedali languivano. Finalmente fra’ capi e i soggetti era poca fiducia, e ancor meno osservanza; gli uni per ignoranza del comando, e gli altri per avversione alla obbedienza: onde gli ordini della buona milizia spesso si pervertivano.

Tuttavia non era tanta la mancanza di genti per numero ed esercizio atte a difendere Venezia, che ancor più grave e spaventevole non fosse la penuria del danaro; e quanto più dai cittadini si largiva, più l’erario si disseccava. Furono poste tasse sulle patenti da viaggio; e da’ più ricchi fu consentito un prestito volontario di altri tre milioni, pagabili in polizze a diversi tempi; le quali furono cedute alla banca publica, con facoltà di mandar fuori per la stessa somma biglietti obbligatoci, che chiamaronsi, con ispecioso titolo, moneta patriottica. E non si stette guari, che la detta prestanza, colle stesse condizioni, fu di altri due milioni agumentata; nel tempo, che agli uffiziali militari di terra e di mare diminuivasi il soldo, con loro beneplacito e notevole esempio di generosità.

Intanto erasi di quando in quando intorno alla laguna fatto da ambe le parti alcun trarre di archibusi, che a poco o nulla riusciva; se bene più d’una volta gl’imperiali dovettero dagli avanzati posti di Marghera, Treporti e Brondolo ritirarsi in gran fretta, lasciando armi, vesti e civaie. Nel medesimo tempo continuava a resistere Osopo, torreggiente a piè delle Alpi, sopra una rupe spiccata nell’alta valle del Tagliamento, dove imbocca la strada, che di Alemagna conduce in Italia. Poche centinaia di militi volontari la guardavano, e non essendosi voluta arrendere dopo la tregua del 9 agosto, fu dagli Austriaci assediata, e nel mese d’ottobre assalita per modo con bombarde, non meno contro la città, che contro il forte traenti, che dopo due giorni, dovette cedere, con patto che i difenditori uscissero cogli onori di guerra, e si conducessero a Venezia, dove a gran festa furono ricevuti. Il giorno innanzi Manin aveva proposto all’assemblea, che benemeriti della patria fossero i presidii di Osopo e di Venezia dichiarati. Tutta adunque la difesa di Venezia erasi negli ultimi giorni di ottobre ristretta alla sua laguna. Da cinque mesi la circondavano i nemici. Grande era in quelle giovani e intolleranti milizie il fastidio di sì prolungato riposo. Era altresì dannoso il lasciarle tanto tempo non esercitate alla guerra. Il general Pepe avrebbe voluto venire alle mani, ma il triunvirato lo persuadeva ad aspettare, colla speranza che i Francesi e gl’inglesi avessero per la loro mezzanità, indotto gli Austriaci a rinunziare volontariamente a’ dominii d’Italia. In questo alcuni veneti, rifugiati dalle vicine provincie, ed esploratori inviati, riferivano essere ne’ popoli di terraferma disposizione pronta di nuovamente spezzare il giogo tedesco. Aggiungevansi le nuove, che la città di Vienna erasi sollevata; gli Ungheri marcianti in sostegno de' ribelli, e l'impero vicino a crollare. Oltre ciò, Italiani riparati in Isvizzera, e raccozzatisi in sulla frontiera, cercavano di sbucare nell’alta Lombardia, e tentare un movimento. Onde parve da non più indugiare a fare qualche sortita, che però non avesse tanta importanza da guastare i lusinghevoli uffici delle potenze mediatrici.

Ordinossene una contro Cavallino, con animo di aprirsi più larga comunicazione con terraferma per ricevere vettovaglia. Cavallino sulla imboccatura del Sile e della Piave, sito forte per natura, con presidio di trecento uomini e due cannoni congiungevasi con Treporti, mediante un argine, dove a mala pena due uomini di fronte potevano camminare; essendo a manca il terreno rotto da canali e siepi, a destra da un fiumicelio. Sopra detto argine la mattina del 22 ottobre quattrocento de’ nostri, condotti dal colonnello Ulloa, cadendo stemperata pioggia, si misero in cammino, fiancheggiati da battelli armati; e quando furono a un trar di archibuso, assaltarono il nemico, avanzandosi sempre contr’esso colle punte delle armi, sì non riescirono a cacciarlo da Cavallino. E vedutolo in rotta, seguitarono in fino alla Piave; prendendogli i due cannoni, e parecchi moschetti e gran parte di bagagliume: senza che i nostri perdessero un sol uomo, mentre gli Austriaci ebbero di morti o feriti circa quindici. Ma, non essendo Cavallino a bastanza prossimo al forte di Treporti, non parve al general Pepe di occuparlo, tanto più che il fine della sortita, di poter ricevere maggior vettovaglia, erasi conseguito; e né pure gli Austriaci, ritrattisi dietro il Sile, tornarono a riprenderlo, costernati da quello improvviso assalto e più gagliardo, ch’essi, da giovani e inesperte milizie non s’aspettavano: nel tempo che queste presero maggior ardire, rinfocolato dalla gran festa, con cui fu in Venezia accolta la loro piccola vittoria; e quindi chiedevano di essere condotti a impresa maggiore; per lo chetriunvirato diè piena balia al general Pepe, che sopra ogni altro appariva infiammatissimo, di operare senza riguardo alcuno; tanto più che della interposta protezione inglese e francese, non si vedeva alcun costrutto, e cominciavasi dubitare che potesse mai alcun buon effetto produrre.

Il Pepe deliberò di attaccare il nemico a Mestre; città a poche miglia dai forte di Marghera; nodo di congiungimento fra Venezia e la terraferma; a cui si va per la strada ferrata sul gran ponte della laguna, pel canale che passa vicino di Marghera, e per gli angusti argini del medesimo: essendo il rimanente tutto padule e grillaie, da non potersi quasi praticare. Essa par fatta per essere centro a milizie, che intendono campeggiar Venezia; e la tenevano gli Austriaci con mille cinquecento uomini dentro, e altri mille spartiti ne’ luoghi adiacenti; oltreché a premunirsi da assalti dalla parte di Marghera, avevano innalzate due trincee, l’una sulla strada ferrata, e l'altra sull’argine del canale, amendue guarnite di artiglierie. Comecché gli ordini del general Pepe, per assalir Mestre, fossero buoni, mancò poco che non andassero a vuoto per la cattiva esecuzione. Di due mila uomini componevansi le schiere destinate a questa importante fazione; delle quali una squadra di secento uomini, con due cannoni, doveva a destra avanzarsi su per l'argine del canale di Mestre, e attaccare il sinistro corno de’ nemici; nel tempo che la squadra formante il nostro centro, di novecento uomini e due cannoni, doveva marciare e sforzare una delle trincee; caduta la quale, sarebbesi anco. l’altra facilmente espugnata. Finalmente una terza squadra, a sinistra, aveva comando di sbarcare a Fusina, e fiancheggiata da cinque barche, armate di grosse artiglierie, correre sulla strada di Padova, e affortifìcarvisi, non solo per tagliare il cammino alle guardie nemiche, poste da questo lato, ma ancora per fermare i rinforzi, che potevano loro di qua arrivare.

Ma questa squadra, formante l’ala sinistra, che doveva la prima assalire, innanzi il giorno, per divertire il nemico verso Fusina, tardò di alquante ore a giungere; né i quattro pezzi di artiglierie, da servire alle altre due squadre, giunsero a tempo; e da ultimo non fu gittate il ponte sul braccio del canale, onde Marghera si separa dalla strada ferrata, a fin di agevolare il passo a’ cannoni, destinati a rafforzare il nostro centro. Alle negligenze si aggiungeva la fraude; conciossiaché il generale austriaco Mitis la sera innanzi era stato avvertito della sortita che volevano fare i Veneziani; e poiché di questa non erano consapevoli, che il general supremo, il capo dello stato maggiore, il ministro della guerra, e il comandante della fortezza, dell’ultimo sospettossi; anch’egli vecchio uffiziale al soldo degli Austriaci, e dopo la caduta di Venezia, non solo lasciato libero, e con altri graduati tedeschi affratellato, ma tornato agli stipendii dell’imperadore. Non ostante i detti indugi e tradimenti, il general Pepe fece movere le squadre del centro e della diritta; le quali per le disagevolezze del suolo, e un folto spineto poterono pingersi assai da presso alle trincee dei nemico, prima che se ne addasse. Ma addatosene, cominciò fulminare colle artiglierie, e trarre spessamente co’ moschetti: onde assai fiero combattimento appiccossi, con incerta fortuna da ambe le parti; perché mentre la compagnia de’ bersaglieri lombardi era in sul punto di circondare il luogo, all’ala destra teneva gagliarda fronte il nemico, e un assalto di fronte ributtava; il che veduto il general supremo, che era presente, mandò cento gendarmi di riscossa, guidati dal prode colonnello Ulloa, e tutti insieme rincalzando l’assalto alla trincea, sì la superarono, che i difenditori, maggiormente sbigottiti per non potersi accertare del numero degli assalitori, si sbaragliarono.

Ma a destra erano maggiori difficoltà; non solo pel terreno molliccio e tagliato da spessi canali, ma per una maggior gagliardia ne’ difensori; che dovettero altresì cedere all’impeto sempre crescente de’ nostri; talché le due squadre vittoriose, rinserrate lor file, marciarono contro Mestre; dove il nemico nella principal piazza erasi affortificato, appostando feritori dinanzi dalle case. Lunga e sanguinosa fu qui la pugna. Tre volte gl’Italiani rigettati, altrettante, e più ardenti, tornarono a caricare gli Austriaci, che alla fine si misero a fuggire da tutte parti, seguitati per alcun tempo da’ vincitori. a’ quali pur rimaneva a spuntare più ostinata resistenza di dugento croati, trinceatisi in una casa dietro; che, avviluppati, furono fatti tutti prigioni, e per giunta, scherniti col forzarli a gridare viva Italia; ma quelli con orrido accento rispondevano il contrario. Se bene la squadra terzana eseguisse imperfettamente la parte sua, per essersi mossa troppo tardi, pure, sendo fiancheggiata dalle barche, aveva potuto sbarcare a Fusina, e mettere in fuga il nemico, che due cannoni, e di munizioni gran quantità, abbandonò.

Per questo fatto d’arme, gli Austriaci ebbero trecento uomini fra morti e feriti, e secento prigioni, oltre alla perdita di sei cannoni, e molto bagagliume; mentre i nostri non perderono che circa dugento cinquanta uomini; tra’ quali per altro ve n’ebbeuno da valere per alquante migliaia; e da contristar sommamente quella vittoria; vogliam dire del napoletano Alessandro Poerio; figliuolo del celebre avvocato; ingegno fervido, cuor magnanimo, petto intrepido; che di sedici anni seguitò il general Pepe, quando nel 1821 moveva contro gli Austriaci: i quali avendo trionfato, esulò col padre, e con esso Pepe. Più tardi rimpatriato, avendo ognora cantato, con musa ardentissima, inni italiani di libertà, fu altresì tra' più ardenti a difenderla colle armi, perché di lui si dicesse che combatté come aveva poetato; e qual milite volontario seguitando un’altra volta il Pepe, andò alla difesa di Venezia: e ferito a Mestre, dove fu de’ primi a entrare, nondimeno procedeva innanzi coraggiosissimo, finché vinto dal dolore, cadde al suolo, gridando, viva Italia; e avendo per cinque giorni agonizzato fra le maggiori angosce, non fece che benedire il sangue sparso per la diletta patria: e al prete, che gli estremi conforti della religione gli porgeva, e domandavagli se odiava alcuno, rispondeva: non odio che i nemici d’Italia, cui tanto amo; e con questo nome sulle labbra, fra le braccia di amici piangenti, con sereno ciglio, spirò. Né mai alcuno morì più lacrimato. Tutto il popolo di Venezia ne fece acerbissimo corrotto; onorevolissime furono le esequie; e per tutta Italia si pianse, con non mai scemato desiderio di sì valoroso giovine.

Tornando a’ casi della guerra, i fatti egregi di Cavallino e di Mestre, perché avessono resultamenti proporzionati all’eroico valore di quelle nuove milizie, richiedevasi, che il resto della guerra italiana avesse avuto successo diverso da quel che ebbe. Il che dovrebbe essere ammonimento salutare, che l’Italia d’oggi è per modo ridotta, che una provincia non può mai riescire à felice impresa, senza che le altre vi concorrano con eguale fortuna. Tuttavia ancor maggiore profitto dalle vittorie di Cavallino e di Mestre si poteva tirare, se il general Pepe avesse subito provveduto ad assicurarsi dello stato del nemico, e quindi attaccarlo con forze maggiori in più punti a un tempo. Ma egli, inebriato del trionfo, non pensò che a godersi le ovazioni del popoloveneziano, e fatte schierare nella piazza di San Marco le milizie, passolle in rassegna fra le festevoli grida popolari, che quella vittoria, e il nome suo, e l’altro di Manin, che se n’era stato in palagio, mettevano in cielo; insultando altresì con sciocche millanterie al nemico, più in apparenza che in sostanza perdente. E in effetto il giorno appresso riprese Mestre, maggiormente l’affortificò, e la rabbia di esserne stato cacciato, sfogò crudelmente contro la inerme città, quasi avesse dato mano all’impresa. E dalla soldatesca furono svaligiate botteghe, bastonati padroni, predate case, manomessi vecchi e bambini, straziate donne, uccisi popolani, e per giunta imposte taglie gravissime; e se richiesto dal comandante austriaco il general Pepe della sorte de’ suoi prigioni, non avesse risposto minacciando di farli ad uno ad uno trucidare, qualora lo strazio barbarico di Mestre non fosse cessato, forse sarebbe tutta andata a ferro e a fuoco. Contentaronsi gli Austriaci, dopo il fatto di Mestre, di allargare l’assedio, abbandonando alquanti posti, a fin di tenersi meglio in guardia: e due o tre volte tentarono di notte assalire per sorpresa, e senza il menomo successo, le opere di Marghera; onde in. tutto il mese di marzo, fuori di solite scaramuccie fra le avanguardie, non v’ebbe intorno alle lagune alcun fatto d’arme, meritevole di essere raccontato.

Ma non è da tacere, che l’armata sarda, la quale, trattasi presso Ancona, non aveva mai abbandonato l’Adriatico, conosciuta la giornata di Mestre, ricomparve nel porto di Venezia. La qual vista crebbe le allegrezze, già troppe, di coloro, che nuovamente contavano lo immediato e definitivo trionfo dell’Italia. £ queste intempestive gioie promosse da congratulazioni e saluti e ringraziamenti delle altre città italiane, distraevano non poco da’ provvedimenti: quantunque la difficoltà maggiore seguitasse ad essere la pecunia: non mai tanta, da bastare sì a’ necessari spendii, come a’ deplorati sperperamene. Il 1 novembre, non servendo le prestanze volontarie, fu comandato un prestito obligatorio d’un milion di lire; e pochi giorni dopo decretossi una straordinaria imposizione di dodici milioni sopra i beni stabili, compresi ne’ luoghi soggetti al dominio veneto, in un certo spazio di tempo. Ma, stringendo il bisogno, obbligavasi il maestrato municipale a comperare questo credito; pigliando in pagamento tanto danaio in carta, che chiamossi moneta comunale; la quale, congiunta coll’altra chiamata patriottica, se da principio fu ricevuta con sufficiente fiducia da’ mercanti, in processo di tempo, accumulandosi, e facendo sparire il contante, non si acquistava che con grave usura da’ banchieri; sempre apparecchiati a fare delle publiche necessità monopolio; e quindi accadevano tumulti e riotte, per la difficoltà che il popolo incontrava a spendere detta carta, come moneta; onde i rettori furono costretti di proibire ogni sorta di lucro nel barattarla, e istituissi altresì per conto publico una banca di scambio, che fu benefica, massime per lo pagamento delle derrate e de’ viveri, che di fuori si trasportavano in città. E l’altro gran male de’ Veneziani era l’abbandono pericoloso, in che, a somiglianza de’ Siciliani, seguitavano a dimorare: perciocché de’ potentati stranieri, i meno avversi, o per dir meglio, i più lusinghieri, come i francesi e gl’inglesi, si contentavano di riguardare il loro reggimento, come opera di fatto; e degl’italiani, la sola osservanza, che avevano ottenuta dalla corte di Sardegna, era loro, per vera necessità di fatto, mancata, dacché fecero la republica.

Fra tanto correvano voci diverse e incerte e paurose sul congresso di Bruxelles e sui trattati di pace; cominciandosi a buccinare, che i rettori d’Inghilterra e di Francia proponevano di dare al re di Piemonte la Lombardia, e compensare l’imperadore col cedergli la Venezia, sotto condizione, che dovesse reggerla con principe libero. Altre e più strane novelle si divulgavano, che della Lombardia, della Venezia e del Tirolo sarebbesi formato un reame, e dato al principe di Leuchtemberg, sotto il patrocinio della corte di Russia. Né forse s’ignorava, che gli Austriaci, baldanzosi delle vittorie riportate, volevano tornare padroni de’ possedimenti italiani, com’erano prima della rivoluzione.

Ma gli accecati, o quelli che avevano interesse di serrar gli occhi a’ tristi presagi, e vaghezza di spalancarli a’ lieti, ringavagnavano ben altre speranze; e gran conforto prendevano, non solo dalle commozioni di Germania, e dalla guerra d’Ungheria, ma ancor più dal vedere nel continente italiano acquistar voga la democrazia, sotto il vessillo della costituente montanelliana; onde cercavano di caldeggiarla, tempestando i rettori del governo veneto con petizioni, affinché senza indugio a quella aderissero, e così avere qualche legame di congiunzione sincera, almeno cogli stati di Roma e di Firenze: quasi questi stessero allora meglio in gambe; conciossiaché Roma, fuggito il pontefice, aveva tutta Europa cattolica e non cattolica apparecchiata a romperle guerra; e se bene ancora di Toscana non fosse fuggito il principe, pure il così detto mininistero democratico, fuori di quella apparente e fallace forza, che davangli i suoi rumorosi e scarsi partigiani, non aveva né la più piccola osservanza delle corti e nazioni forestiere: e dimorando quindi in condizione contradittoria, ondeggiava fra il non poter essere né abbastanza principesco, né abbastanza popolano. Vero è che in Venezia erano più che in altre parti d Italia imbrigliate le passioni estreme e rovinose; non solo per mitezza del popolo, ma ancora per certa fermezza di chi reggeva. Pure non mancavano le solite congregazioni politiche di vario ingegno: e come altrove, co’ loro parlamenti e istanze e rumori, inquietavano e attraversavano la libertà de’ rettori, obligandoli a novellamente convocare l’assemblea de’ rappresentanti. I quali, essendo accesa la guerra, stimarono, ed era stato buon consiglio, di non adunarsi, e lasciare piena facoltà al triunvirato, affinché piena altresì fosse la loro mallevadoria. Ricominciato il parlamento, si chiedeva da’ vaghi di novità, che si riformasse e sminuisse la podestà concessa al triunvirato, non essendo più mestieri di dittatura, poiché, secondo essi, la guerra era vinta o prossima a vincersi. Ma il parlamento, più saggio, rifiutò questi imprudenti consigli, e fu contento di lasciare a’ triunviri ogni autorità per provvedere alla difesa, quando non fosse stato da accettare un accordo onorevole e utile alla comune patria.

Essi fra tanto, poco destri ed esperti delle arti diplomatiche, lasciavansi facilmente aggirare da’ rappresentanti delle potenze mezzane, e particolarmente dal console francese, che assicurava aiuti armati, qualora le cose non fossero state per trattati composte; e però consigliavano a non guastare con nuovi fatti d’arme la possibile conchiusione d’una pace onorevole. Per questo, apparecchiandosi il general Pepe, dopo la fazione di Mestre, a un’altra sortita sopra Caorle, se bene avesse tutto stabilito d’accordo col viceammiraglio Graziani, uno dei triumviri, e fosse in sul punto di partire, ricevette ordine contrario dal triunvirato, che ragioni di stato allegava.

Non potendosi combattere, ogni cura doveva essere rivolta a meglio prepararsi alla guerra, dove questa fosse ricominciata. Ma il festeggiare e parlamentare e far mostre erano ornai costume sì intrinseco alle cose di quel tempo, che lasciar non si sapeva ancora in mezzo alle avversità. I militi napoletani offerirono una spada d’onore al general Pepe, e questi non mancava di gloriarsene. Si fecero in chiesa con gran solennità le esequie pe’ morti della giornata di Mestre, e andossi limosinando per innalzar loro un monumento in marmo. Spuntando il 1 dicembre, si volle che questo giorno fosse dichiarato festivo, per l’anniversario della lega lombarda, stretta nel 1167. Celebrossi solenne messa nel tempio di San Marco; le milizie furono rassegnate in piazza; la sera, gran festa in teatro e per le vie alluminate, con grida di viva la costituente italiana, l’Italia libera e una, e la lega lombarda. Curioso mescolamento di cose diverse e lontane.

Né con ciò vogliam dire, che non fosse in Venezia alcuna sollecitudine per la difesa. Conciossiaché ogni giorno arrivassero giovani dalle provincie venete a fin di sottrarsi al giogo nemico; tra cui notavansi soldati, che le insegne austriache abbandonavano. Se non che dette genti erano ben lieve vantaggio a petto alla perdita, che in que’ giorni pur si faceva di cinquemila soldati romani, abbastanza addestrati, e restituiti al loro stato, per essere, dopo i fatti di Roma, ogni dì minacciato di straniera occupazione. Similmente non sono da com

mondar poco i provvedimenti sempre maggiori di fortificazione dell’estuario. Né finiva il mese di dicembre, che a Brondolo erasi costruita una lunga trincea, che si distendeva in sino al mare; più batterie erano state costruite lungo il fiume della Brenta; ed eransi per modo afforzate le rocche di Treporti e di Marghera, da poter resistere a qualunque più vigoroso assalto; senza dire de’ continovati segni di telegrafi, che dalla torre di San Marco si partivano. Ma, provvedendosi sufficientemente alla difesa di Venezia, per la quale' ancor meglio dell’arte, valeva la natura, non s’era ovviato al maggiore pericolo, di essere per mare così serrata da doversi arrendere per manco di munizioni e di viveri. Né a torto gl’intendenti osservavano, che a’ Veneziani non era tanto necessario l’affortificare i castelli, quanto l’avere una milizia navale, che la difendesse da un campeggiamento marittimo. E in ciò non posero la sollecitudine che dovevano e potevano; conciossiaché dove il danaro, che pur era stato raccolto, fosse stato principalmente serbato a questo supremo bisogno, e fosse stata con più vigilanza accelerata l'opera de’ lavoratori, non era difficile avere, prima che finisse l’anno, un’armata, non pur da stare, ma da soperchiare di gran lunga l’austriaca. Fin dal 22 marzo erano nell’arsenale da costruire o risarcire quindici navili di grandezza e forma differente, portanti dugento trentotto cannoni; a’ quali aggiungevasi il soccorso di piccole barche in gran numero. Ma appena undici si giunse ad armare e porre in opera; e il difetto della pecunia, non fece mai acquistare fuori qualche bastimento a vapore, cotanto necessario. In somma la marina restò quasi sprovveduta; mentre a quella pur era innanzi tutto da pensare. Né sufficiente compenso riesciva il provvedere a bastanza a quella parte d’armata, destinata con barchette, palischelmi, trabaccoli, cannoniere e simili, a trasportar viveri e munizioni, guardare le imboccature de’ canali, e l’entrare dei porti, dar sostegno alla difesa de’ castelli, assicurare gli sbarchi, secondare i movimenti delle milizie su’rivaggi delle lagune, e volteggiar per ovunque fosse stato bisogno. Anzi detta armata poteva, senza danno, essere manco numerosa, mentre era d’uopo che l’altra, guerreggiante, riescisse il più e il meglio poderosa.

E poiché ci siam proposti dir sempre il bene e il male d’ogni uno e d’ogni cosa, non vogliam tacere, che in nessun luogo fu provveduto alla cura de’ combattenti, rimasti feriti o caduti infermi, come in Venezia; e brigate di gentildonne, senza posa, travagliavansi per apprestar loro fasce, coltri, lenzuola, e ogni altro bisognevole; e quando fune e quando l’altre andavano negli spedali ad assisterli e confortarli con esempio di carità maravigliosa; tra le quali sono da ricordare Teresa Papadopoli, Elisabetta Giustiniani, Maddalena Cornelio, Teresa Manin, e Antonietta Benvenuti; degnissime del nome italiano. E v’ebbe pure medici generosi, che, lasciando ogni altro guadagno, si misero a tutto uomo a curare chi il sangue dava per la patria: e tra questi Paolo Callegari principalmente segnalossi. In somma in Venezia republicana, erano più le belle opere, che le non lodevoli; e quando altro non fosse stato, il suo patire sì a lungo per amor della patria, se bene non coronato da prospero fine, pure resterà documento perenne d onore in queste istorie, sì scarse di grandi e continuate virtù per la causa publica.


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LIBRO DICIOTTESIMO

SOMMARIO

Materia d’istoria dell’anno 1849. — Prima adunanza del parla mento toscano rinnovato dal ministero democratico. — Discorso del principe. — Potenza de’ concili popolari. — Monitorio del papa contro la costituente dello stato romano. — Effetti diversi prodotti da questo monitorio. — Tumulto della città di Orvieto. —Ordini del general Zucchi alla milizia. — Trambusto in Roma per questi ordini. — Rumori di trame contro il nuovo governo. — Giunte militari. — Lamenti de’ monarchici. — Annunciazione della costituente italiana fatta da’ rettori romani, a istanza delle congreghe popolari. — Pratiche infruttuose del Gioberti per tirare i Toscani alla forma federale di costituente, da lui proposta — Commovimento fiorentino all’annunzio della costituente italiana fatto in Roma. — Tumulto contro l’arcivescovo. — Ressa a’ ministri perché propongano la legge de’ comizi per la detta costituente. — Brighe per indurre il principe a consentire. — Proposta fatta nel parlamento. — Discussione tumultuaria, e codarda approvazione delle due assemblee. — Disegno del Gioberti di ricondurre il papa in Roma colle armi piemontesi. — Opera inutile da lui fatta per mandarlo ad effetto. —Accordo segreto della corte piemontese co’ rettori di Roma. — Commessione al Berghini per Gaeta. — Comizi romani. — Abbandono del governo delle provincie. — Lode di alcuni presidi nuovi. — Contegno de’ costituzionali. —Qualità delle elezioni. — Ordine del Zucchi al generale Latour. — Commessione data a monsignor Bedini. — Scioglimento de’ corpi svizzeri. — Querele de’ rettori romani. — Accusa contro il general Zucchi. — Povertà dell’erario romano. — Ordinamenti nuovi. — Contrasti nel parlamento toscano per la legge de’ boni del tesoro. — Tumulti in piazza. — Paure e lamenti contro a’ ministri che non provvedevano. — Continuazione de’ maneggi della diplomazia. — Contrarietà della corte di Gaeta all’intervenimento de’ Francesi. — Richiami del duca d’Harcour. —Arte e prudenza della corte di Vienna. — Commessione data al cardinal Giraud. — Rifiuto della corte papale a ricevere il conte Martini ambasciadore di Carlo Alberto. — Scuse del medesimo. — Udienza avuta dal papa. — Intendimenti della corte viennese circa lo intervenimento de’ Napoletani e degli Austriaci per rimettere il papa in Roma. — Nuovi uffici di monsignor Bedini. — Desiderio de’ Romani a far lega col re di Sardegna. — Risposta del Gioberti. — Mostre di ostilità verso la corte di Sardegna tanto in Gaeta quanto in Napoli. — Risentimenti del Gioberti. — Accettazione del conte Martini per ambasciadore sardo presso il santo padre. — Grande soddisfazione e grande illusione per questa accettazione. — Esortamenti del Gioberti ai rettori romani. — Difficoltà a metterli in opera. — Armata spagnuola a Gaeta. — Proteste della corte di Piemonte e di Toscana. — Prima adunanza del nuovo parlamento piemontese. — Discorso del re. — Ricominciamento delle tornate del parlamento napoletano. — Stato della Lombardia e dei ducati. — Rinnovamento del parlamento veneziano. — Misera condizione di quel paese. — Vanità del congresso di Bruxelles. — Arrivo del conte Esterhazy a Gaeta. — Deliberazione per lo intervenimento straniero nello stato romano.

Finiva nel modo sopraddetto l’anno 1848, che pareva dovesse per l’Italia essere suggello d’ogni maggior libertà; e in cambio fu seme di nuovo servaggio, che nell’anno appresso fruttificò. Ne’ cui fatti entro ora a malincuore, per descrivere nuove colpe, nuovi errori e nuovi infortunii. Qua paure codarde, e ignavia superba: là ardiri sconsigliati, e disfrenamento a voglie impotenti. Dove gareggiamenti, cupidigie e furiosi odii di parti: dove ostinazioni, fraudi e perfidie di grandi. E vedremo altre fughe di principi; e governamenti nuovi, più sciagurati che tristi. Alcune fallaci imagini di republica. Ricominciata, e perduta la seconda guerra italica, per tradimento di alcuni, e diffalta di tutti. La tirannide rinvigorire a poco a poco. La pessima calamità degli eserciti forestieri, veùirci addosso. Le franchigie date con sacramento, tolte; le vendette, sotto nome di ristorazioni, riempiere di lutti e di martòri le città. La religione e la morale, offese con brutto esempio di fedi rotte, venir meno ne’ popoli; e nella inaspettata oppressione, raccendersi le ire, i rancori, le divisioni, e tutti i vizi della servitù. Materia, che più tosto raumilia lo ingegno dello scrittore, e quasi il tira a disperare d’ogni bene futuro, dove tanta abiezione e malizia d’uomini e di cose s’accumulò.

Pure ancora in questo anno, vi ebbe alcuni saggi di virtù e grandezza civile. Un principe infelice e generoso, postergando la corona alla patria, muore in esilio. Due republiche recenti e fieboli, resistere a poderosi campeggiamenti, e colle armi in mano cadere onorate. Una piccola monarchia, da libertà, prudenza e fede publica afforzata, sorgere, e mantenersi salda fra tante nemiche e gagliarde tirannidi E si videro qua e là esperimenti di senno virile; splendori di eloquenza publica: testimoni di moderazione e di disinteresse: atti di nobil coraggio: pie rimemorazioni de’ morti per la patria. A innocenti oppressi, e a virtù perseguitate, non mancarono asili generosi, carità private. Né tutti si oscurarono i nomi chiari; e non tutti fummo rei o vili, come indegna fama ci divulgò.

Ora seguito l’ordine: e chiedo scusa, se replico, che quanto di amaro son costretto per anco a dire, non siami attribuito a passion d’ira contro alcuno; ma a penoso debito di narrare tempi miserissimi per peccato di tutti. Ogni parlamento di Italia, eccetto quello di Napoli, erasi rinnovellato sotto l’autorità, più o meno ampia, della democrazia. Primo ad adunarsi era il toscano; e già i capi del cerchio popolare divisavano usare questa occasione per levar rumore, e fare domande eccessive; onde si sparse, che il principe, spaurito, ricusasse di andare in persona a convocarlo. Ma il ministro Guerrazzi, cui stava a cuore che quella solennità si facesse con isplendore, non pose indugio: corse al cerchio popolare: e da prima accolto freddamente; ei, non perdutosi d’animo, parlò franco e risoluto, e riesci a farsi osservare. Quindi andato al principe, lo persuase, che senza timore alcuno potesse al parlamento trasferirsi. Per verità, la ceremonia si compì senza perturbazione. Vedovasi per una seconda volta l’antica sala de’ cinquecento parata a festa. I segni tricolorati sventolavano, la milizia sì civile e sì stanziale in arme. Deputati, senatori, oratori stranieri, cortigiani, ufficiali publici, a’ loro seggi apparecchiati; finalmente molto popolo d’ogni condizione, aspettante di sentire cosa que’ ministri democratici sapessero far dire al principe. Il quale, entrato nella sala in gran pompa, e sedutosi in trono, favellò in questa sentenza.

Se gravi, e pieni di speranza e di ansietà furono i tempi, ne’ quali la prima volta mi recai ad onore l’adunare il toscano parlamento, gravissimi poi mi sembrano quelli che la provvidenza ci para adesso innanzi, e pieni di ben altre ansietà, necessità supreme, ’ dolori sofferti, speranze future. Quindi io mi compiaccio, avere di nuovo consultato la nazione, e raccolto per la seconda volta un parlamento, che voglia e sappia mostrare virtù uguale a’ tempi. La quiete interna dello stato, sebbene mantenuta più che le quotidiane commozioni de’ popoli non lasciavano presagire, richiede provvedimenti vigorosi e duraturi. Le leggi di municipio e di buon governo; il perfezionamento della milizia civica, decoro di libertà e tutela di civiltà; l’ordinamento della guardia municipale, rispettata come una magistratura, operosa come una milizia, hanno a cessare di essere un desiderio soltanto. Conto sopra lo egregio volere di tutti voi, onorandi senatori e deputati, per conseguire sollecitamente la effettuazione di sì salutevoli ordinamenti. L’erario angustiato richiede non meno sollecite provvidenze. I generosi toscani, che già corrisposero allo invito, è a sperare, che non si rimarranno dal sovvenirlo. Il non bilanciarsi le spese coll’entrate, depende in parte da’ nuovi ordini, che seco traggono le mutate forme di governo, e in parte dalle necessità della guerra; imperocché, onorevoli senatori e deputati, vorrete voi deporre le armi, finché la Italia nostra non ha pace onorata? Nelle provvisioni, che i miei ministri vi proporranno senza indugio per sovvenire al bisogno urgentissimo della pecunia, pregovi considerare non quello che è bene in tempi tranquilli, ma sì quanto é meno tristo in tempi difficilissimi. Daremo opera insieme alla formazione dei codici, affinché il modo di riparare la offesa non torni più dannoso dell’offesa medesima. Coltivare fra le commozioni della guerra gli studi dell’ingegno, e le discipline gentili, è ardua cosa: e non di meno non dimenticheremo mai come le arti belle fossero nostro vanto nel tempo infelice, e le umane lettere nutrimento vitale di tutte le virtù; per lo che, se non ci venisse dato di fare quanto vorremmo, apparecchieremo miglioramenti in ogni maniera di publica istruzione, e in parte ancora manderemo ad effetto. Nella guerra, poiché il sangue generosamente sparso in Lombardia da' prodi toscani, in vece di sbigottirli, fu loro eccitamento a perseverare; e poiché le cagioni della guerra non cessano, e i pericoli durano, io non devo astenermi, né posso, dal secondare il voto de’ miei popoli. Le nostre corrispondenze cogli altri stati, eccetto quello dell’Austria, non solo pacifiche, anzi amichevoli sono. Se non che co’ reggimenti italiani stimiamo dover essere per modo congiunti, che d’accordo ci succeda di liberare per sempre questa nostra dolcissima e comune patria. E già a' nostri richiami pe’ fatti avvenuti nella frontiera, ha la corte piemontese con sollecita cura risposto, inviando commessari, e amplissima riparazione promettendo. Altri mediatori s’interposero a far cessare le differenze non gravi, sorte colla corte di Napoli: le quali speriaitìo fra non molto composte. Deplorando, che la concordia fra ’l sommo pontefice e i suoi popoli non sia stata mantenuta, e confidando, che non abbia a indugiar molto a tornare, fra tanto ci governeremo in guisa, che non ci dividiamo dagli altri stati italiani, né manchiamo a’ riguardi, che larghissimi merita da noi il sommo gerarca della Chiesa, e il capo della religione cattolica. Quanto poi alla costituente promulgata in Toscana, dessa, o signori, non deve essere seme di discordia, ma sì di forza e di conciliazione; come quella in cui alla fine potranno acconciarsi le nostre sorti: non rifiutando alcuna forma di ordinamento possibile; anzi accogliendo in sé quanto giova ad accostarla alla meta desiderata. Laonde aspettiamo, che sia consentita dagli altri stati italiani, coi quali, più che co’ vincoli di confederazione, dobbiamo co’ vincoli di fraternità congiungerci. Il nostro inviato assisterà al congresso di Bruxelles. Spero, e con tutta l’anima fo voto, perché cessi la effusione del sangue cristiano, e il mondo nella disiata pace si componga. Ad ogni modo, siamo pronti alla guerra, se così ci giovi difendere le vite nostre e i nostri averi, e serbare incontaminato l’onore della nostra patria. Coraggio per tanto, onorandi senatori e deputati: ché nulla è per lei perduto, qualora, al fine di vederla grande, ci adopreremo unanimi: né incomodo alcuno sopportare ricuseremo. Quando voi mi conferisteil titolo di padre, io con lieto animo lo accettai; perché in vero sento affetto paterno per gli uomini, che mi Furono dalla provvidenza dati a governare. Se i presenti e gli avvenire mi confermeranno lo stesso nome, avrò. la più gloriosa ricompensa, che mai principe seppe desiderare.

Non mancarono, per questo discorso, gli usati applausi. Ma in generale apparve scolorato, o non proporzionato alle ultime novità; sembrando a’ popolani più sbrigliati, quasi un rinnegamento delle massime e de’ concetti, che il ministerio aveva in principio promulgati; e a’ costituzionali, men libero di quello de’ loro ministerii, retti dal Ridolfi e dal Capponi. E dicevasi dagli uni e dagli altri; e anco dagl’imparziali: ecco la gran fantasma di costituente italiana fatta sparire in un nugolo di parole, che nulla dicono, o il già promesso disdicono.

Adunatisi nelle rispettive sale i senatori e i deputati, cominciarono il loro ufficio con un ministerio, che non aveva la fiducia del principe, né il favore della università de’ cittadini; e insiememente con un popolaccio, che raccolto nelle tribune, e sicuro di tutto ottenere co’ gridori, stava apparecchiato a tumultuare, dove non avessero consentite le proposte democratiche, ovvero avessero proposto cose alla democrazia non piacevoli. Della quale le congreghe o circoli erano guidatori e signori; conciossiaché quanto in essi fosse imaginato e deliberato, era forza che il ministerio proponesse alle assemblee, e le assemblee fra grida, minaccio, e tumultuazioni approvassero. Le quali a che finalmente riuscissero, diremo fra poco: richiedendo l’ordine degli avvenimenti di seguitare le cose romane.

Quel che in Roma restasse a fare per salvare tutta o parte della libertà, non può così giudicarsi, come che il fatto doveva finire di perderla. Alcuni della parte moderata o costituzionale, dacché non avevano potuto impedire, che un’assemblea costituente per gli stati romani si adunasse, proponevansi di usare per forma la loro autorità ne’ comizi, che almeno si empisse di uomini savi e prudenti, da non trascorrere a promulgazioni di republica. Disegno buono, se fosse stato possibile: né poteva essere, che mostrandosi i costituzionali risoluti di sostenerlo colle armi. Ma essi, nel maggior numero, paurosi e pigri, d’ogni cosa si lasciavano atterrire, o venisse dalle corti de’ principi, o da’ cerchi de’ popolani. Primieramente e principalmente gli scompigliò e sconfortò il monitorio, che il primo giorno dell’anno indirizzò a’ popoli pontificii Pio IX, del seguente tenore: Da questa pacifica stanza, dove piacque alla divina provvidenza di condurci, affinché i nostri sentimenti e voleri potessero liberamente manifestarsi, stavamo attendendo, che si facesse palese il rimorso de’ nostri figliuoli traviati per i sacrilegii e misfatti commessi, non che contro le persone a noi affezionate, fra le quali alcune uccise, e altre co’ modi. barbari ingiuriate, anzi contro la nostra sede e la nostra persona. Ma non vedemmo che uno sterile invito di ritorno alla nostra sede; senza che una parola di reprovazione si facesse per le dette scellerità; e senza la più piccola assicuranza dalle fraudi e violenze di quella medesima schiera di forsennati, che ancora Roma e lo stato della Chiesa crudelmente tiranneggiano. Stavamo pure aspettando, che le protestazioni e ordinanze da noi publicate, richiamassero a’ doveri di fedeltà e di sottomissione coloro che l’una e l’altra disprezzarono e calpestarono nel luogo principale della nostra dominazione; ma in cambio un nuovo e mostruoso atto di smascherata fellonia e di vera ribellione ha messo il colmo alla misura della nostra afflizione, ed ha insiememente svegliato il giusto nostro sdegno, sì come sarà per contristare la chiesa universale. Vogliam parlare di quell’atto, per ogni rispetto detestabile, col quale comandaresi pretese radunamento d’un’assemblea generale dello stato romano, per istabilire nuove forme di reggimento. Aggiungendo così iniquità a iniquità, gli autori e fautori della licenza tentano distruggere l’autorità temporale del romano pontefice ne’ dominii di Santa Chiesa; quantunque nelle più antiche e sacrosante ragioni irrefragabilmente fondata, venerata, osservata e difesa da tutte le nazioni; e quasi che il suo sovrano potere fosse soggetto a controversia, o dependesse dal capriccio de’ faziosi. Risparmieremo alla nostra dignità il dire, quanto di mostruoso racchiudesi in quell’atto abominevole, per l’assurdità della sua origine, e per la empietà del suo fine. Ma per l’apostolica autorità, di cui se bene indegni siamo rivestiti, e per gli oblighi, che ci stringono co’ più sacri giuramenti all’onnipossente Iddio, dobbiamo tuttavia, non solo protestare, sì come facciamo nel più gagliardo ed efficace modo, ma condannarlo eziandio al cospetto del mondo, quale enorme e sacrilega opera, fatta in pregiudizio della nostra libertà e sovranità; meritevole de’ gastighi minacciati dalle leggi sì divine e sì umane. Se non che ci rendiamo certi, che voi, popoli pontificii, sarete a sì impudente invito rimasti da santa ira commossi, e avrete lungi da voi rigettato sì rea provocazione. Non di meno, perché niuno possa allegare seduzione o inganno de’ nemici d’ogni legge, d’ogni diritto, d’ogni vera libertà, e della stessa vostra felicità, vogliamo oggi nuovamente innalzare e diffondere la nostra voce, di sorte che qualunque sia l’ordine o grado a cui apparteniate, vi assicuriate dello stretto divieto di prendere alcuna parte nelle adunanze, che si osassero di fare per i sopraddetti condannati comizi. In pari tempo vi ricordiamo, come questa nostra assoluta proibizione venga ribadita da’ decreti de’ nostri predecessori, e de’ concilii, e specialmente del sacrosanto concilio di Trento; ne’ quali la Chiesa ha fulminato replicate volte le sue censure, e principalmente la scomunica maggiore da incorrersi, senza bisogno di alcuna dichiarazione, da chiunque si attentasse di offendere alla temporale sovranità de’ sommi pontefici romani; sì come dichiariamo esservi già disgraziatamente incorsi coloro, che hanno dato opera al prefato atto, e con mentito pretesto hanno perturbata ed usurpata la nostra autorità. Ma se bene per debito di coscienza dobbiamo tutelare il sacro deposito del patrimonio della sposa di Gesù Cristo, alle nostre cure affidato, e adoperare la spada della giusta ira a tal uopo dataci dallo stesso divino giudice, pure non possiamo sdimenticare di tenere in terra le veci di Colui, che, anche nell’esercitare la giustizia, usa misericordia. Laonde, innalzando al cielo le nostre mani, mentre ci dichiariamo pronti, coll’aiuto della potente sua grazia, di sorbire fino alla feccia, per la difesa e la gloria della cattolica Chiesa, il calice delle persecuzioni, ch’esso per primo bevve, non desisteremo di supplicarlo dì e notte per la conversione e salvezza dei colpevoli. Né per noi sorgerà giorno più lieto e giocondo di quello, in Cui rientrare vedremo nell’ovile del Signore quei nostri figliuoli, da’ quali oggi tante tribolazioni e amarezze ci provengono.

Questo monitorio, mescolato, secondo il solito, di celestiale e di terreno, di supplichevole e d’iroso, che in altri tempi, più lieti al clero, arebbe sollevato l’universo mondo, allora non mosse alcun popolo: e fino alla plebe di Napoli, dove pure fu divulgato, mostrò di non curarlo: e in Roma e nelle altre città dello stato, fu accolto con dispregio orribile; e valse a rinfiammare maggiormente le tante ire contro il papato onde vedevi turbe popolari, di notte, fra ’l chiarore di fiaccole, portare in giro, sulla punta di lunghe aste, cappelli cardinalizi e papali, e fra urli e beffe, gittarli in Tevere, come per significare, che il loro regno era finito, e della scomunica si ridevano. Né a ciò contenti, correvano alle case dei parrochi, che l’avevano divulgata, e contro le loro. fenestre sassi e improperi i scagliavano. I quali atti, contro a’ rappresentanti del sacerdozio, tornavano sommamente pregiudizievoli alla religione: il cui scadimento non fu l'ultima sciagura di quei tempi. Anzi per niun peccato ci mancano parole a bastanza gravi, come per questo; di tutti il maggiore e il più funesto; partecipato da coloro stessi, a’ quali più doveva essere a cuore, che la fede nelle genti, per mali esempi di fraudolenta politica, non venisse meno.

Ma se il monitorio del papa era accolto con derisione dai popoli, una grand’arme riesciva in mano di quanti, coll’autorità del papa, ristorar volevano il reggimento assoluto. E da ciò, più che dalle scomuniche spauriti molti, si ritraevano dal partecipare a’ nuovi comizi: lasciando così più libero il campo a quelli, che andavano a scavezzacollo in ogni faccenda publica. Tutti i maestrati civili o si deponevano o di eseguire la legge de’ comizi ricusavano. Fu l’esempio dato dal senatore di Roma don Tommaso Corsini, ancorché per due volte avesse sottoscritto un invito per l’assemblea costituente; e temendo, o forse vergognando di più stare in Roma, se ne fuggì in Firenze. S’istituirono quindi consigli speciali da soprintendere a’ comizi; i quali, composti la più parte di democratici, lasciarono che le popolesche adunanze adoperassero tutti i modi, perché le elezioni favorevoli a lor parte riuscissero. Né solamente faceva opposizione e danno al novello ordine di cose, chi dagli uffici si deponeva, ma cercavano, più o meno copertamente, di contrariarlo (che era più scandaloso) i dimoranti negli uffici, che pur ne traevano lo stipendio. E fu necessario un bando severo, per ammonirli, che un onesto uomo, quando non crede di servire un reggimento, dee più tosto lasciare l’ufficio, che tradire la fede publica. Ma le ingiunzioni de’ rettori, non reputati durevoli, poco o nulla valevano. Ché quantunque l’alto sacerdozio fosse quasi tutto scomparso, restava il basso clero, che, come meglio poteva, cercava colle confessioni, co’ sermoni e con altri modi, di mettere in discredito e in odio le nuove cose; massime nelle campagne, dove maggiore è l’ignoranza, e più tenace la credulità. Fu mestieri d’un ordine assai risoluto per indurre i parrochi a consegnare i libri delle anime, necessari alla compilazione delle liste, per gli elezionari dell’assemblea costituente.

Queste diverse contrarietà rendevano più cieca e più avventata la democrazia che, non facendo più differenza da quei, che per paura, o prudenza, o religione, a quelli che per odio o dispetto o mal talento attraversavano la convocazione de’ tanto desiderati comizi, metteva così in un fascio costituzionali e tiranneschi; anzi più i primi che i secondi faceva segno alla sua ira: come quelli che, avendo un tempo fatto professione della stessa libertà, e partecipato alle sètte e cospirazioni, apparivano a’ suoi occhi quasi rinnegatori e traditori: oltreché i seguaci di libertà mezzana hanno sempre più acerbo l’odio delle parti estreme, come più prossimi a occupare lo impero di una delle due. Nella città di Orvieto successe, per cagion della costituente, una sommossa, di cui fu dato carico al marchese Filippo Gualterio: stato intendente generale de’ militi volontari nella prima guerra italiana, e del numero di coloro, che più si mostravano allora avversi a’ trionfi della democrazia; parteggiando per le costituzioni largite da’ principi. Il tumulto fu sedato dalla milizia civile, e dalle parole altresì del vescovo, che in quella congiuntura apparve più liberale del marchese; il quale dove fuggire con pericolo della vita: lasciando di sé fama di molitore di civile discordia: quantunque intenzion sua fosse quella, comune agli altri costituzionali, di far prove per abbattere il governo de’ democratici, e indurre il papa a tornare, senza intervenimento di armi straniere e con salvezza dello statuto. Ma in ogni luogo, quel che tentavano i costituzionali, non aveva altro effetto, che di vie più commovere gli umori della parte contraria.

Nel medesimo tempo venivano ordini alla milizia, da parte del general Zucchi, già arrivato a Gaeta; esortandola a mantenersi fedele al principe; il che voleva dire, non obbediente ai nuovi reggitori. Il general Zamboni: rendutosi famoso ne’ tempi gregoriani per quella legione di gente ragunaticcia, che chiamò cacciatori, e il popolo, zamboniani; avendo allora il comando militare della città di Roma, tentò ontosamente di fuggire a Gaeta; ma, scoperto e raggiunto da alcuni popolani, che divenuti stromenti di governo, gli sguinzagliò addosso il ravegnano Bezzi, venne rapito in carcere e chiuso in castel S. Angelo. Ciò levò quasi fiamma di sedizione nella milizia, che fu per mandar Roma sossopra. Una punta di soldati zamboniani, scaldati dal vino, rompendo gli ordini, si diedero colle armi a correre la città all’impazzata, gridando, che volevano liberato il loro generale. Trassero così tumultuando all’alloggio de’ dragoni, sperando, che insiem con loro si congiungessero; ma quelli in cambio montati a cavallo, fanno segno di disperderli. I zamboniani tirano, e due dei dragoni cadono morti. Allora vengono a battaglia, e due fantaccini ubbriachi sono calpesti, seguitati e quasi tutti presi dalla cavalleria; in soccorso della quale, quantunque vincitrice, sopraggiunse la guardia de’ cittadini; e dopo alcun tempo il tumulto cessò. Male cagioni, che l’avevano prodotto, duravano e davano materia a’ capi di parte per rappresentare a’ rettori la gente monarcale e chericale assai più nemica e contrarianle i prossimi comizi, che non era; non tanto

forse per moderazione, quanto per paura; onde il più dei vescovi s’erano fino astenuti dal publicare solennemente il monitorio del papa, e i costituzionali eransi per ultimo, come dati per vinti; né opera alcuna facevano. Non di meno eredevasi che da per tutto fossero trame e movimenti, da rimutar le cose. Parlavasi, non senza qualche fondamento, d’una congiura ordita in Albano, e dal vicario di quel luogo caldeggiata; cui facessero capo altre formate in Marino, Castel Gandolfo, Aricia, Genzano, Nemi, Civitalavinia, Nettuno, Porto d’Anzio e altre terre. S’indicavano nascondigli d’armi, accozzamenti di gentame da menar le mani, proponimenti atroci di ammazzare a tradimento chiunque avesse preso parte a’ comizi. Ancora in Orvieto, in Ozzano, distretto d’Acquapendente, in Fermo, in Belforte, provincia di Macerata, in Porto di Fermo contavansi pratiche di vescovi e di parrochi per distogliere il popolo dai comizi; usando lo spavento di vaticinii, prodigi, visioni, e quanto valesse a commuovere le rozze fantasie de’ campagnuoli. Laonde per sì fatti rumori, que’ temporanei reggenti di Roma erano tratti a partiti di rigore insolito. Furono istituiti consigli, detti di sicurezza publica, per Roma e per ogni capo di provincia, con istraordinarie commessioni di eseguire prontamente le leggi contro chiunque fosse stato chiarito reo d’impedire con modi diretti o indiretti i comizi della costituente, o di accendere la guerra civile, consigliando il popolo o le milizie a non obbedire a’ presenti magistrati: il quale doveva essere tenuto traditore della patria, e meritevole d’ogni maggior gastigo. Questo provvedimento, che non recò supplizio ad alcuno, fatto a vana pompa di terrore, accattò grande odio a’ rettori, quasi gli esempi della tirannide rinnovassero. E i monarchici, che non si mostravano ornai più d’altro gagliardi, che di querimonie, andavano ragguagliando i tribunali del governo democratico con quelli giù istituiti da papa Gregorio; e gridavano, che Roma e lo stato erano tornati a quei tempi di scellerato arbitrio; come se ne fossero seguite le stesse morti e persecuzioni; come se fra un governo ordinario, e da armi straniere sorretto, e un governo straordinario, minacciato dentro e fuora, non fosse stato divario alcuno: e in ultimo, come se innocenti prove, o desideri! di libertà, equivalessero ad aizzamenti di guerra civile. E in Unto crescevano, odii, sospetti, divisioni, e più deplorabili necessità di terrore.

Al decreto de' consigli investigatori de’ delitti di stato, successe un altro, che creava tribunale soldatesco, con potere di giudicare senza appello, e punire dentro ventiquattr’ore, i nemici del governo e della quiete publica; facendo questo rigore strano, contrasto con altro decreto, publicato lo stesso dì, con cui per. allegrezza della prossima assemblea costituente, quasi come fanno i principi, quando hanno qualche felicità, era alleggerita di due anni la pena a’ condannati per misfatti: e veniva restituito in libertà chiunque non avesse più di due anni di gastigo da espiare. Di che gravemente querelossi, e poco stette che non si deponesse, il preside di Bologna BertiPichat: che a fatica teneva la provincia guardata dalle vecchie bande di rubatori; i quali ad ogni occasione si ridestavano; e in que’ giorni la città era nel colmo del turbamento, per essere stata di pieno giorno assalita e messa a ruba una bottega d’un banchiere. Onde si temeva, che le sanguinose ribalderie de’ mesi addietro non ricominciassero; e forse ricominciate sarebbono, senza la severa e operosa giustizia del novello preside: aiutato in ciò dal direttore di buon governo, Oreste Biancoli.

In mezzo a tutte queste novità, pur seguitava in Roma il furore per la costituente italiana. La quale a che dovesse più ornai conferire, né sappiamo noi, né quelli che allora la domandavano: perché, rispettando essa le deliberazioni del consiglio, che fra poco doveva costituire lo stato romano, vano era l’adunarla: mancandole la qualità essenziale del potere sovrano; e revocandole, era stoltizia grande l’avere convocata un’assemblea costituente per lo stato romano. Ma né prudenza civile, né scienza di stato, entrava in que’ balzani e intorbidati cervelli. Veramente i rettori del governo romano non volevano aver biasimo di quest’altra pazzia; dicendo per bando, che alla prossima assemblea de’ rappresentanti dello stato stesse bene decretarla; anche perché gl’impacciava tenere doppi comizi generali, per due assemblee diverse. E con loro pareva pure tenessero i capi de' cerchi popolari di Roma. Ma la ressa veniva d’altra parte. Abbiamo detto, come in Roma fossero convenuti deputati di tutte le congreghe d’Italia, per caldeggiare la comune costituente, e come avessero formato un consiglio supremo, che discuteva, deliberava, pubblicava corrispondenze, e fuori intelligenze manteneva. A cotali deputati, giovani per lo più, caldi per età e per poco senno, e vaghi di risplendere per fama civile, sapeva male, dopo essere andati a Roma oratori di popoli, e colà dimorato molti giorni, e speso voce e gesti, tornarsene alle lor patrie, senza aver nulla conchiuso; oltrediché i più autorevoli fra essi erano partigiani del Mazzini, e con lui s’intendevano, perché la italiana costituente fosse ad ogni modo decretata senza indugio. Onde quelli del governo, non potendo più reggerò a tanta serra, la bandirono con una notificazione a tutti popoli italiani. Dissero, che l’assemblea costitutrice dello stato romano, non era cosa diversa da quella destinata a costituire tutta Italia: conciossiaché amendue da’ suffragi de’ popoli movessero, e per fine avessero il sollevare la comune patria al grado di libera e possente nazione. Laonde, in cambio di due specie di comizi, ne facevano uno solo, per amendue le assemblee; ordinando, che una parte de’ rappresentanti della costituente romana fossero scelti per la italiana: riunendo la prima, le facoltà proprie d’amendue le assemblee. E terminavano con un eccitamento, perché l’esempio dato dalla città di Roma seguitassero le altre d’Italia. Né forse in quel tempo di stranissimi editti, alcuno si lesse più confuso e più vuoto di questo. Il quale poco o nulla rilevava per lo stato romano, che. iff qualunque modo si governasse, non aveva ornai altro da perdere. Ma per la vicina Toscana, dove bollivano gli stessi umori, e non per anco erano traboccati, fu somma calamità, e quasi l’ultima pinta al precipizio. Nel quale prima di entrare, importa riferire quel che fra il ministerio torinese e il fiorentino era passato in questo tempo rispetto alla costituente italiana.

Il Gioberti, appena creato ministro, aveva mandato a Firenze Ferdinando Rosellini, con commessione straordinaria di proporre da parte del re sardo una forma di costituente italiana, che era presso a poco la medesima, già inutilmente proposta e raccomandata dal Mamiani; cioè di procacciare all’Italia unità di stato per via di confederazione, rispettando la natura de’ governi già costituiti. E se bene al Montanelli paresse a bastanza larga e popolare la proposta giobertiana, pure non sapeva adagiarsi di accettarla, per la differenza che la podestà de’ futuri costitutori della nazione italica dovesse essere circoscritta; mentr’ei l’aveva promulgata sconfinata. Fu in questo torno, che trattossi di ricomporre il ministerio senza la persona del Montanelli, acconciandosi egli stesso, o mostrando di acconciarsi a questa deliberazione, più tosto che rinunziare al suo pensiero, o essere ostacolo alla pronta effettuazione di quel primo passo verso l’unità d’Italia. Il Guerrazzi, forse cupido di primeggiare solo nel consiglio de’ ministri, o per levarsi quel gran fastidio della costituente montanelliana, ne favellò col principe; offerendosi di tenere il governo ancora con quelli di parte alla sua contraria: non ricusando fin la compagnia del marchese Ridotti, col quale aveva avuto più particolare nimicizia. Parve da prima il granduca persuaso anco per consigliarlo a ciò il rappresentante inglese Hamilton, indettato dallo stesso Guerrazzi; ma poi, o temesse, che la rinuncia del Montanelli non fosse occasione di novelli tumulti, o non sapesse cui scegliere, da talentare non meno a lui, che alla democrazia, o che accogliesse con sospetto ogni cosa prepostagli da que’ ministri, o per altra ragione qualunque, pensò e tentennò un pezzo, e non ne fece nulla; anzi volle che il Montanelli andasse a rassicurarlo, che non sarebbesi deposto. Fra tanto il Gioberti, che di partiti conciliativi faceva studio continovo, mandava altra proposta, per la quale, finita la guerra, ogni stato avesse due costituenti, una generale di tutta Italia, l’altra particolare per gli ordini interni. In questo guazzabuglio di costituenti, che nulla costituivano, rivelasi la confusione e vanità del tempo.

Ma nel mentre cotali proposte andavano e tornavano, il Gioberti cambiò politica.: non. per vanità, ma per provare ogni dì meglio, doversi ogni altra faccenda a quella del ritorno del papa in Roma posporre. Il quale, dove fossevi ricondotto da eserciti stranieri, non che possibile alcuna costituente, sarebbesi perduta ogni libertà. Onde allora cominciò scrivere al Montanelli, non solo per mezzo diplomatico, ma ancora in privata confidenza, che s’acconciasse per allora a non pensare a costituenti; contentassesi di stringere una semplice lega col re di Piemonte; spiccandosi dall’amicizia del Mazzini e de’ rettori di Roma. Ma gli ammonimenti del Gioberti nessun profitto facevano: anzi con quell’annunzio, venuto dal Campidoglio, di promulgata costituente, parendo a’ democratici toscani di aver toccato il cielo col pugno, più non si tennero. Era verso notte, quando la notizia fu da’ giornali divulgata. Corrono con fiaccole in piazza, chiamano i ministri, invitangli a proporre subito in parlamento la legge di potere eleggere i deputati alla futura assemblea italiana. Se il Montanelli non era d’accordo coi gridatori, contentavasi chetale dimostrazione facessero, quasi trionfo della sua idea. Il Mazzoni, taciturno sempre, non ratteneva, né spingeva. Il D’Ayala, inteso alle faccende militari, poco s’ingeriva nelle altre. L’ Adami e il Franchini non avevano quasi voce in consiglio. Il solo Guerrazzi, che ornai sperava, il popolo, del solo nome di costituente appagato, non chiedesse d’avvantaggio, mostravasi forte impacciato e sgomento a quelle domande. Cercò di calmarlo, e persuadere i movitori a non insistere; ammonendoli, ch’ei mettevano il governo in gran periglio, dacché alla effettuazione di quella costituente, Europa tutta contrastava. Ma i popolani, non che quietarsi, gridavano ne’ cerchi e nelle piazze, che dove i ministri e i rappresentanti non decretavano di presente la costituente, avrebbero gittato dalle fenestre gli uni e gli altri; ed eran gente, se non da fare quello che dicevano, certamente da produrre lo stesso timore. La mattina appresso si ragunarono, come per deliberare, nella loggia della Signoria in piazza. Infuocati arringatori ad una voce stanziarono, che si facesse una petizione al parlamento a fin di ottenere la legge de’ comizi per la costituente italiana. Poscia in lungo stuolo traevano alla chiesa principale; essendo uso allora di correre, per ogni cosa, a ringraziare Iddio: e quel che avrebbe dovuto essere segno di felicità, era spesso di miserie publiche, come in quel giorno; perciocché, avendo trovato muto il tempio, gli altari mezzo spogliati, ogni prete partito; e sapendo così aver disposto l’arcivescovo, benché pregato da ministri a removerescandalo; senza più, corsero al suo palagio; empirono la corte, minacciarono di entrar dentro, e il prelato, che erasi fuggito, manomettere.

Adunaronsi i ministri a consulta per deliberare quel che fosse da fare; se cedere o no alle istanze popolaresche. La dignità del governo richiedeva che non si cedesse; da che nonpopolo, ma un branco di facinorosi alzava quelle grida. Quand’anche quella costituente fosse stata un bene, non era da mandarla ad esecuzione, sol perché fra’ tumulti gridata. Il Guerrazzi proponeva partiti da differire ciò, che allora non aveva coraggio di ricusare, né coscienza di accettare; ma, conosciuto, che dove essi non avessero proposta la legge domandata, il parlamento, pressato dalle istanze delle congreghe, l’avrebbedeliberata, con danno della loro riputazione, e con perdita della grazia popolare, risolverono di non più indugiarla. Se non che rimaneva a superare lo scoglio principale che era il principe: in nome del quale pur dovevano proporre la legge. ché già il ministero democratico, e per la natura sua, e per la forza degli eventi, erasi a quel termine condotto, da doverla rompere o col principe o col popolo: senza che avesse forze per mantenersi saldo contro l’uno o contro l’altro.

Andato il Montanelli al granduca, trovollo poco inclinato a cedere; ripugnandogli, non a torto, di crearsi da sé un tribunale, che poteva cassarlo. Spaurivalo colla solita minaccia del popolo tumultuante e impossibilità di contenerlo; e lo lasciava non più spaventato che crucciato di que’ modi, non uso a udire in corte. Succedette con arti più lusinghiere, e con migliori argomenti, il Guerrazzi; col quale pareva il granduca più volentieri s’intertenesse. Comunque volgano le cose d’Italia (così favellogli) non essere per lui alcun pericolo da correre. Vincitori gli Austriaci, sarebbe ogn’ora rispettato un principe di quel sangue. Non vincitori, il mostrarsi non dubbioso di sottoporre la corona al giudizio de’ popoli, gliela raffermerebbe in capo più gloriosa. Allegava il principe il timore del papa; ed eccoti il Guerrazzi far opera di levarglielo, con impetrare dal Montanelli, che nella legge fosse cancellata ogni parola, che accennasse a Roma; senza fissare la sede della futura assemblea, che il tempo avrebbe meglio di essi indicata. Ancora il preambolo della legge, ottenne dal collega di riformare. Insomma parve allo stesso principe migliorata. E non di meno seguitava a stare infra duo. Trova vasi in corte, per caso o chiamato, il rappresentante della regina d’Inghilterra Carlo Hamilton; il quale infino allora aveva consigliato il granduca a tener fermo; ma, conferito col Guerrazzi, mostrò, cambiato avviso, di esortarlo a fare quella concessione. Se quel diplomatico parlasse schietto, non so; certamente il Guerrazzi fu per modo preso da illusione, che i suoi discorsi fossero entrati nella mente e nel cuore di Leopoldo, che il reputò non pur convinto, anzi acceso per la costituente; e gloriavasene poi co’ suoi colleghi e amici, quasi di aver fatta una grande opera d’ingegno, e vinta la maggiore difficoltà. E se io affermo, che questa fu la maggiore, e più dannosa illusione del Guerrazzi, può bene il lettore aggiustar fede alle mie parole.

In questo stesso tempo il popolo nuovamente congregato in piazza, discuteva e parlamentava intorno a’ comizi della costituente italiana, e oratori mandava al parlamento, anch’esso adunato, affinché i suoi voti accogliesse. E poiché sapevasi, che i ministri erano pure intorno al principe, per pregarlo a consentire la proposta, e quegli tentennava, levavasi già quel mormorare lento e sospettoso di plebe, presagio di vicina tempesta: quand’ecco s’annunzia che Leopoldo ha consentito, e già i ministri andavano in parlamento a proporre la desiderata legge. A un tratto empionsi di popolo le tribune; non mai si era veduta tanta calca e tanta concitazione di spiriti. Il Montanelli, qual presidente del ministerio, salito in bigoncia, parlò in questa sentenza. Fino dai primi tempi del nostro risorgimento, onorevoli deputati, conosciuta la necessità di collegare insieme le forze della nazione, cedendo i principi a’ desiderii publici, appiccarono a tal fine trattati, che non sortirono alcuno effetto. E v’ebbe chi al nostro ministero fece rimprovero di aver turbato quelle pratiche: quando possiamo con documenti provare, che, prima che esso nascesse, andarono a vuoto. Ma la costituente da noi promulgata aggiunge il doppio fine di stabilire la massima della suprema sovranità della nazione nel deliberare le sue sorti finali, e di creare una potenza, che le divise forze degli Italiani ricongiunga. E conciossiaché i tempi con mirabile velocità avanzano, né vogliamo noi lasciarci, come i predecessori nostri, sopraffare e travolgere dagli avvenimenti, stimiamo essere venuta l’opportunità di eleggere i rappresentanti della Toscana; secondando noi primi lo invito fatto dal Campidoglio, che primi altresì fummo a promovere. E dovendo la detta futura assemblea aver la fede di tutta la nazione, vogliamo che da’ suffragi di tutti emerga liberissima, e abbia balia piena. Laonde, non senza religiosa trepidazione, presentiamo alla vostra approvanza questa legge, di cui mai non fu fatta la più solenne: dependendo dalla sua esecuzione, che una grande nazione, quale è la italiana, o sorga alla grandezza, cui l’hanno i cieli destinata, o s’avvalli nel fondo d’ogni abbiezione, dove tirar la vorrebbero i fautori della tirannide. Se pari adunque all’altezza del concetto avremo il volere della virtù, , essa resterà come la prima pietra d’un edificio, innanzi a cui le generazioni future s’inchineranno; e dove nò, riporteremo col danno, vergogna eterna; quasi fanciulli, che alzare un peso da giganti tentammo.

Furiosi applausi popolari suonarono dopo questo discorso; rinnovati dai deputati al ministero devoti. Alcuni de’ quali, più impazienti, chiedevano, che incontanente la legge fosse discussa e vinta; se il ministro Guerrazzi, levatosi, non si opponeva: dicendo, che quanto più grave era la cosa, tanto maggiormente era da lasciar tempo a deputati di studiarla; quasi la proposta, che non aveva potuto impedire, volesse mettere in credito, con parere di farla ponderare. Rimesso il discuterla al giorno appresso, accorrendo lo stesso popolo in folla, disposto ad applaudire o garrire, nessun deputato osò rifiutarla; non per sentimento, che anzi i più l’avevano per pessima, ma per codarda paura. Se non che alcuni, come temperamento, proponevano, che i poteri de’ deputati da eleggere fossero limitati per modo, che la sovranità degli altri stati distruggere non potessero. Lungamente fu dibattuto questo punto: riuscendo strano, che un’assemblea, parte d’una parte del popolo d’Italia, dovesse limitare la podestà d’un’assemblea, destinata a sorgere da’ suffragi dell’intera nazione italiana: se pure non era ancor più strano, come altrove notammo, convocare un’assemblea costitutrice di tutta Italia, prima che questa fosse dagli stranieri liberata; quasi dopo ciò avesse avuto bisogno dei parziali parlamenti per adunarsi e deliberare intorno alle sue sorti. I ministri Montanelli e Guerrazzi rigettarono ogni modificazione, allegando il primo ragioni astratte e teoriche di alta politica; mentre il secondo, venendo più al caso, e cercando di tranquillare i timidi, senza irritare gli audaci, disse: non convenire assegnar mandato ristretto a’ deputati del popolo; ben essi adunati, che saranno, e gli uni cogli altri indettati, sapranno con prudenza prescriverselo conforme alle informazioni e commessioni, che innanzi di partire da’ rettori stessi riceveranno. Dalle quali parole si chiariva, che il ministero in segreto avrebbe fatto quel che in pubblico, senza perdere la fama di popolare, non poteva. E poiché alcuni deputati della parte contraria, seguitavano a movere dubbiezze, il Guerrazzi nuovamente levatosi, gridò con impeto. E che? Sospettate forse, che la legge propostavi sia una insidia al principe? Nò: che al tradire noi, nati del popolo, non siamo usi; e quando un generoso principe, come mi gode l’animo appellare Leopoldo II, non ricusò di sottoporsi al giudizio universale delle genti italiane, volete voi, rappresentanti del popolo, mostrarvi più regi di lui medesimo? Al quale però, che che ne pensiate, non è dubbio, che non sarà da’ nostri popoli, con altrettanta generosità, corrisposto: e poiché l'ora della republica non è giunta per l’Italia, riceverà la corona, assai più splendida e salda, dal consentimento di più milioni d’uomini. E in fine volete saperlo? Vogliamo, che diventi re dell’Italia di mezzo. Il che, se bene detto nel fervor della disputa, pure possiamo accertare, che anco ne’ familiari colloqui, soleva parlare di questo disegno: rammaricandosi per altro di aver che fare con un principe irresoluto e timido, né abbastanza cupido di regno, per fargli desiderare e accettare un ingrandimento di dominio.

Condotta a questo punto la disputa nel consiglio publico, cominciava divenir fiaccola di discordia, anziché di pace, come l’avevano i ministri annunziata. Romoreggiavano le popolari tribune, conforme alcuni deputati sostenevano la sentenza di limitare le facoltà della futura costituente. Né serviva rammentare l’obligo del silenzio, e il rispetto al libero voto d’ognuno. Divenne sì sconcia quella ribalderia, che lo stesso Guerrazzi, come ministro, volto al presidente dell’assemblea, «pregovi, gli disse, poiché le leggi del parlamento lo vietano a me, d’indirizzare al popolo questo ammonimento: che sia dichiarato traditore della patria chiunque, con intempestiva e indegna perturbazione, fa che in questo momento la discussione non proceda solenne e liberissima.» Maravigliandosi e sdegnandosi i perturbatori, di essere così acerbamente garriti in publico da cui sapevano in privato, desideroso, che quei clamori si facessero, affinché la paura rendesse il parlamento docile al ministerio. Il che particolarmente si notò in quella memorabile tornata: perché, venutosi allo squittinio della legge, secondo che l’avevano proposta i ministri, tutti, ancor quelli che avevano parlato contro, diedero voto favorevole; stomacando tanta servilità il publico, e aggiungendo baldanza a’ sussurroni, che di vincere colle grida governo e parlamento sperimentavano.

Ancor più servile, per paura, apparve il senato: dove non essendo alcuno, che di buona voglia accettasse la legge, pure non v’ebbe chi dicesse una parola contro; e quasi senza disputazione fu vinta, dopo relazione del senator Bufalini; che ter minava con queste parole: «Se dall’accettazione della proposta legge avesse il senato potato temere nocumento alcuno, per certo avrebbe francamente palesato, non essere tempo opportuno di mandarla ad effetto. Ma in cambio ha dovuto convincersi, per unanime considerazione, che benefica, anzi che pregiudiziale, debbe alle comuni sorti dell’Italia tornare.» Faceva ridere a vedere que’ vecchioni di senatori, di massime tutt’altro che democratiche, e alcuni chiaritisi pochi mesi dopo, accesissimi partigiani e sostenitori di governo stretto, correre allora l’un dopo l’altro, in gran fretta, a deponere nell’urna i voti, che tutti favorevoli alla italiana costituente riescirono. Tanto più della coscienza poteva il timore.

Nel Piemonte, o fosse più saggezza nel governo, o meno sbrigliatezza nel popolo, non si fece quel che fu agevole effettuare in Toscana. Fuori di alcuni pazzi strepiti in Genova, e in qualche altro luogo, restava fermo il principio, che la costituente italiana dovesse essere circonscritta, e non assoluta. Ma non per ciò il Gioberti era meno inquieto e mal contento per le cose romane e toscane; come colui, che, guardando meglio all’Italia che al Piemonte, non giudicava durevole il bene d’una provincia, senza il bene di tutta la nazione. Era, come più sopra dissi, andato a Roma Pasquale Berghini, per chiedere il passo e la stanza alle genti piemontesi nelle Romagne. Da prima incontrò molte difficoltà presso i rettori di quel governo, che non sapevano indursi a conceder cosa, che avrebbe loro fatta andare addosso la piena degli odii popolari; e d’altra parte non reputavano prudente alienarsi dal re di Piemonte, mentre tutti gli altri stati di Europa avevano contrarii. Dibattendosi fra questi contrarii pensieri, venuto al loro cospetto il rappresentante della republica veneta Castellani, così loro favellò:Partito il papa da Roma, non avevate che due vie: rivoluzione o accomodamento. Non faceste l’una, e impacciate l’altro. Né ora pure essere che queste due vie. Il tempo fogge, e conviene scegliere: o la rivoluzione, co(1) prestiti forzati, colle multe sugli assenti, colle descrizioni militari, co’ provvedimenti di eccezione, e con tutte l’altre violenze: o l’accomodamento col papa. Il quale, d’accordo, e coll’intervenimento dei Piemontesi, riavrete in Roma, insieme colle franchigie da lui concesse. Altrimenti, tornerà assoluto, e col pericolo, o d’una guerra civile, o d’una occupazione forestiera. E dove sono le vostre forze per respingerla? Non un sol corpo di milizia da poterci contare. Dov’è il fervore delle moltitudini? Non un grido di popolo si ode. Dove le armi? Fu ordinato l’acquisto di diecimila archibusi, e passeranno ancora due mesi prima che sieno giunti. Dove i denari? Sono già vuote le casse. Per tanto i Romani, vogliono amica la corte di Piemonte, e l’avranno; o nò, e se vorrà, interverrà anco loro malgrado. E dove non intervenisse, peggio per tutti, e per l’Italia; ché non bisogna farci illusione; gli Austriaci verranno, e con loro verranno tutte le armi di Europa. Che se, come è debito nostro, pensate meno a voi, che all’Italia, ricordatevi per quale causa gl’Italiani si mossero, e se vi sta a cuore la libertà della nazione, dite in vostra fè, qual parte, or fate voi in Italia, e per Italia? Io, che così vi parlo, non posso esservi sospetto: qui nulla io spero, nulla temo per me medesimo. Solo vi supplico a pensare, che non siamo nò romani né veneti, ma sì italiani; e a decidere, se sentiate in voi stessi autorità, forza e ingegno, che bastino a salvarvi, e liberar l’Italia col mezzo della rivoluzione; o se non vi convenga più tosto di accomodarvi, per unirci nel fine comune.

Queste veraci e oneste parole non passarono senza commovere i reggenti di Roma; e dopo varie pratiche e consulte, finalmente sotto altro pretesto, si stipulò questo accordo. «Che la corte di Torino, tostoché avesse annunziata nuovamente la guerra all’imperadore, potesse per vantaggio d’arte militare far entrare e stanziare a sue spese nelle provincie fìnittime dello stato romano, le reali milizie, col doppio fine di assicurarlo dalla occupazione straniera, e potere liberamente attaccare il comune nemico in qualunque punto del suolo italiano, e cacciamelo. Che dall’altra parte i romani fossero obbligati di concorrere alla sopraddetta santa guerra, con tutte le forze dello stato, e di mandare appena intimata, un esercito non minore di quindici mila uomini, d’ogni cosa provveduto, da dependere interamente dal generale, cui piacerà a Sua Maestà. Carlo Alberto di commettere il governo della guerra. Che i comandanti delle regie milizie sarde non dovessero in nessun modo ingerirsi nelle quistioni interne dello stato romano: e in ultimo, che delle presenti convegno fosse da ambe le parti mantenuto religioso silenzio. La qual ultima condizione vollero inserire i rettori romani per paura de’ partigiani dei Mazzini, che d’ogni cosa ombravano. Né dispiacque al commessario del governo sardo, per meglio condurre a fine la sua impresa. E in effetto il publico non ne spillò nulla, e credette l'andata del Berghini a Roma fosse per trattare della costituente italiana; quantunque ancor per questa si facessero discorsi e pratiche; cercando i rettori romani, per mezzo del Muzzarelli, 'ministro sopra le cose esterne, di rendere capace il commessario di Carlo Alberto, che la costituente italiana, decretata in Roma, aveva per fondamento una confederazione degli stati d’Italia, per tutelare la comune libertà; né offendeva la sovranità di alcuno, ne alterava sostanzialmente i trattati fra’ due stati di Roma e di (Torino pendenti: e poteva quindi il re di Sardegna abbracciarla francamente e fidatamente, per cooperare insieme, e di tutta forza al trionfo di una stessa causa. Il popolo romano (proseguiva il Muzzarelli) comprende troppo bene, che l’aiuto de’ Piemontesi può salvarlo da straniere occupazioni, e da’ continui assalimenti degl’interni fautori di tirannide; ma è d’uopo, che la corte sarda si dichiari apertamente: e la sua colleganza co’ romani sia arra di sicurtà per tutti; né porga, con equivoche dubitazioni, pretesto a chicchessia di spargere calunnie e sospetti. Noi vogliamo il papa, ma quale lo spirito vero della religione e della libertà, la necessità de’ tempi e de’ luoghi, la morale e la civiltà richiedono. Vogliamo il totale separamento de’ due reggimenti; affinché lo esercizio dell’uno non frapponga, come per lo passato, ostacoli a quello dell’altro. Vogliamo uno statuto di libertà vera. Vogliamo in fine nella costituente italianaunà confederazione, mercé della quale la comune patria libera dallo straniero diventi.

Se bene queste dichiarazioni fossero in sentenza moderata, e più monarchiche che republicane, tuttavia erano da’ Piemontesi giudicate amminicoli d’uno stato, che si reggeva a voglia delle congreghe popolari, e sentiva pure la necessità di appoggiarsi a qualche potenza armata; oltreché trapelava da alcune espressioni, che durava sempre la diffidenza verso la corte di Sardegna. Opinione, che maggiormente rafforzavano i gridatori de’ cerchi; i quali non cessavano dire, non doversi nel governo di Carlo Alberto e in lui fidanza alcuna avere. Laonde il Gioberti allo stesso Berghini scriveva: che in Roma tutto era borra e fuoco di paglia: non istesse più a perder tempo con que’ ministeri romani e toscani, fatti zimbello della setta mazziniana, e da non potersene mai sperar nulla. Andasse, senza rivelar cosa, a Gaeta: e se in quella corte, i suoi uffici co’ rettori di Roma fossero conosciuti, dicesse, che erano di semplice ceremonia. Veggendo il santo padre, assicurasselo, essere il re di Sardegna fermamente deciso a mantenere e difendere, con tutti i suoi sforzi, la causa della monarchia costituzionale; essere calunnia quanto contro di esso era stato affermato, come i fatti proveranno; non potere anzi la santa sede e i suoi legittimi diritti avere difenditore più fermo, leale, dignitoso del piemontese principe. L’aiuto straniero, qualunque sia, pregiudicherebbe all’onore del papato e della religione, e cagionerebbe mali grandissimi all’Italia; mentre quello de’ Piemontesi non avrebbe alcuno di questi inconvenienti e pericoli. Offrisse adunque al santo padre tutte le forze sarde, e rendesselo certo, che non fu fatta in principio questa offerta, per la speranza di pronta conciliazione fra lui e il popolo romano. In somma il Gioberti non veniva meno in questo suo zelo; e quanto aveva di facondia e di autorità, spendevale tutte, più con fine generoso che con mezzi da riescire; come chi voleva mettere l’accordo fra parti, che non volevano che la guerra; sperando ognuna di vincere: il papa colle armi straniere; i democratici colle sollevazioni de’ popoli.

Cominciarono i comizi dello stato romano. Era la prima volta che fra noi si provasse quel che chiamavano suffragio universale; di cui essendosi cotanto detto pro e contro, stavasi in grande espettazione di vederne gli effetti. Quanti mai editti, esortamenti, prieghi, consigli, minacele, ordini si potevano fare, ora a’ magistrati, ora agli elettori, ora alle guardie cittadine, ora a tutta la nazione, erano stati fatti da’ romani rettori; che di bandi, come in tutti i governi di quei giorni, largheggiavano. E fecero altresì provvisioni, sì per antivenire disordini, e sì per facilitare gli squittinii. Ma in questo stesso tempo, quanto più si credeva, o faceva credere, che i preti, i monarchici assoluti, i monarchici costituzionali, tutti gli avversari della democrazia brigassero, perché i popoli, e particolarmente i campagnuoli, o non andassero in numero a’ comizi, o persone di lor parte eleggessero, maggiormente si agitavano i democratici; che ne’ teatri, nelle chiese e nelle piazze tenevano adunanze; e quanti erano sfrontati nel parlare in publico, o smaniosi di fama popolare, arringavano la moltitudine; veggendosi fra que’ nuovi dicitori, mescolati alcuni frati e preti, presi al rumore di dette novità. Oltre a ciò ne’ giornali si mettevano innanzi i nomi prediletti, dopo essere stato fatto di quei da accettare o scartare, oltraggioso scrutinio; e perché nessuno esempio francese mancasse, si stampavano in tante schede, per empirne in alcuni luoghi le mani alla gente volgare e ignorante, perché fossino rinfusamente versate nelle urne; onde mentre si presagiva da alcuni, che il numero de’ voti sarebbe stato scarso e insufficiente, vogliono, che in alcuni luoghi soprabbondasse a quello degli elettori.

Veramente in ogni paese la faccenda de’ comizi, generali o parziali che sieno, è sempre un giuoco di autorità, esercitata sull’animo degli elettori; a’ quali è quasi impossibile conoscere i nomi e le qualità delle persone acconcio a rappresentare la nazione, conforme alla natura delle cose. Ma dove la libertà è radicata, e lo stato bene assodato, la sopraddetta autorità non si esercita da una sola, ma sì dalle diverse parti, ond’è la nazione divisa; rappresentanti i diversi ordini del civile consorzio; e dalla gara e dal fervore scambievole talora nasce la migliore sicurtà della bontà delle elezioni, quasi prova di potenza di esse parti, e di disposizione ne’ popoli a seguire piuttosto l’una che l’altra. Cotalché in fine il meglio o il peggio de’ resultamenti degli squittinii, è da inferirlo da una buona o rea prevalenza e direzione della sopraddetta autorità, che i moderni chiamerebbero influenza. La quale allora fra noi non più parti spendevano con pari ardore e coraggio, ma sì una sola; cioè quella de’ democratici, che per mezzo di scritti, conciliaboli e parlamenti signoreggiava; mentre l’altra de’ tiranneschi, non meno per vergogna che per necessità, operava di soppiatto, e forse col solo fine d’intorbidare; e quella de’ costituzionali, che avrebbe con onore e utilità potuto contrapporsi a’ democratici, s’ecclissò per paura o dispetto; anche a costo di accattar vitupero; come fu de’ due presidi di Ferrara e Ravenna, Manzoni e Lovatelli; i quali eransi mostri favorevoli alla convocazione dell’assemblea costituente; e il Lovatelli aveva per fino accettato di essere proposto candidato nella città d’Imola, dove pure fu eletto; quando, o si fossino ripentiti, o avessero sperato, che per qualche accordo con la corte di Gaeta le cose rimutassero prima del dì delle elezioni, abbandonarono ognuno la sua provincia, al cominciamento de’ comizi, ed ebbero l’onta di essere con decreto dichiarati felloni: e certamente furono vigliacchi. Meglio si portò il Rota, preside a Perugia, che ne scrisse a Gaeta, e, non avendo avuto risposta, deliberò di non abbandonare la provincia: ritenuto altresì da’ preghi de’ cittadini, e dalla sua coscienza retta, che non dubitò di anteporre ad ogni altra fede, quella di servire la patria nel pericolo: e se non potè fare, che le cose volgessero secondo i suoi desiderii, almeno impedì, che qualche impronto o tristo non mettesse la provincia in maggiori lutti; come avvenne alla provincia anconitana; dove l’onesto Zaunolini era stato scambiato con un cotal Mattioli: vanitoso giovanastro; che stato al governo della piccola terra di Russi, per grazia del Galletti, che lo sapeva seguace della giovine Italia, fu chiamato a reggere grande, e sopra ogni altra malagevole, provincia, divenuta in que’ giorni nido di malfattori. E degli eccessi nefandi, onde più innanzi dovremo contristare i lettori di queste istorie, apparve sì tollerante, che fu creduto promotore o complice.

Ma 'degli altri presidi e governatori, inviati da’ rettori del nuovo governo romano, di mano in mano che gli altri o fuggivano o si mostravano avversi, ebbero le città più tosto a lodarsi che rammaricarsi; e se non tutti mostrarono senno e pratica di affari, o quel che più allora importava, arte di antivenire e raffrenare i disordini, quasi niuno lasciò fama di disonesto; mentre alcuni colla onestà congiunsero anche vigore di giustizia; come il Berti Pichat a Rologna: quanto sincero republicano, altrettanto nemico di pazze e scellerate opere; e il ferrarese Dionigi Zannini a Macerata; non repubblicano, anzi per essere particolarmente devoto a Pio IX, e insieme amico al Galletti, mandato a tenere provincia sopra ogni altra papalesca e monarcale; e non di meno usò per modo giustizia a tutti, che mentre la prossima Ancona e Senigallia mettevano in disperazione atrocità inaudite, la provincia di Macerata servì piuttosto di rifugio ad innocenti perseguitati, di quello che alcun turbamento patisse. Tanto è vero che a’ moderati o costituzionali non era vietato di fare il bene, se voglia e cuore ne avessero avuto; come è vero altresì, che sarebbero stati considerati e messi agli uffici ed eletti al parlamento, se cotanto acerbi nemici delle novità democratiche non si fossero inutilmente dimostrati. Ma essi le loro diffalte, causate da paura, o da superbia, o anche da innocente dappocaggine, adonestavano o scusavano colla coscienza di serbar fede al principe costituzionale; il quale dimorava dove l’annullamento della costituzioni si macchinava. Poscia i cattivelli non rifinarono di querelarsi della ingratitudine chericale, che non seppe loro grado di aver abbandonato i magistrati, rifiutato gli uffici, fuggito dalle città, ricusato di prendere alcuna parte ne’ comizi della costituente; come se i principi, rimessi introno, facessero distinzione da quei che operarono, a quelli che non impedirono la rivoluzione. Né per dir vero hanno tutto il torto;perciocché la temperata libertà, non sostenuta da uomini coraggiosi, trascorrendo di leggieri in licenza, produce le ribellioni; contro le quali sono tardo rimedio le ristorazioni de’ governi abbattuti; non potendosi, dopo un grande scombuiamento di uomini e di cose, reggere più gli stati, che per forza d’impero assoluto.

Ma se bene fosse ornai statuito, ristorare il papa colle armi di fuori, pure dove i costituzionali e i democratici, lasciate le gare intestine nel comune pericolo, si fossero in qualche modo accordati, maggior difficoltà gli strani avrebbero avuto a intervenire: più gloriosa resistenza sarebbe stata fatta; e miglior fondamento avremmo gittata per riuscire un’altra volta nell’impresa. Ma i costituzionali, seguendo lor molle natura, speravano anzi col mostrarsi avversi alle novità democratiche, di poter attutare gli sdegni papali, e salvare lo statuto. Nel che non si potrebbe affermare, che la maggior parte non fossero sinceri e animati da ben publico: e più tosto fallavano nella stima che de’ rimedii facevano; poco curando di rammentare le istorie di altri tempi; per le quali dovevano convincersi, che perdevano tempo e fama; e non volendo, fomentavano le divisioni e i precipizi. Si dirà che io replico troppo questi avvertimenti; ma dopo tanti scrittori di parte, che hanno storta o mascherata la verità, non parmi da fare cattivo ufficio.

Tornando alle elezioni dei deputati alla futura assemblea dello stato romano, non furono sì malvagie le arti de’ tiranneschi, non sì grande la torpedine e la paura de’ costituzionali, non sì aperte le suggestioni e violenze dei democratici, che maggiore non apparisse il sentimento morale delle popolazioni. Le quali, non arrestate dalla scomunica, concorsero in buon numero a’ collegi elezionari: e per resultamenta ultimo degli squittinii si ottenne, che il maggior numero degli eletti furono uomini dabbene, provveduti del loro, e di spiriti sì temperati, che i più né pure desideravano la republica; alla quale poscia aderirono, più per necessità de’ tempi, che per disposizione del loro animo.

Ma se bene in que’ romani comizi si vedesse più tosto esclusione di coloro, che si erano maggiormente chiariti avversari a quel movimento democratico, che accettazione di gente scapestrata e infame, pure non si potè cansare, che di scelte vituperose non si facessero: come nella provincia di Macerata; dove per la presenza forse dei garibaldiani, crescendo l'audacia ne’ pochi republicani, e l’abbandono ne’ molti papalini, furono per modo maneggiati i comizi, che alquante nomine caddero in persone torbide e rovinose. Le quali se non potevano prevalere nelle deliberazioni, arrecavano macchia a quell’assemblea: tanto più bisognosa di fama purissima, quanto che, con tanti nemici esterni e interni poderosissimi, doveva fare la miracolosa opera di ricomporre uno stato di natura diversa da tutti gli altri. Finalmente bisognò concedere che non pur nativi degli stati romani, ma altri, nati in altre parti d’Italia, si potessero eleggere, per far grazia ai più conti della parte democratica: dicendosi, con più vanità che fondamento, non doversi più da indi innanzi far distinzione fra italiani di paesi diversi.

Mentre nel detto modo, si compivano i comizi dello stato romano, e pareva che alle tempeste de’ giorni passati fosse un po’ di bonaccia succeduto, ecco da Gaeta nuovi e furiosi venti levarsi a intorbidarla. Il Zucchi, nel partirsi di Bologna, sempre coll’animo di fare un movimento contro Roma, aveva ingiunto al general Latour, comandante delle forze svizzere, di tenersi apparecchiato per eseguire gli ordini, che da Gaeta, dov’ei si trasferiva, sarebbongli venuti; e in effetto, in sul finire del mese di gennaio, fu mandato a Bologna con ampi poteri di commessario straordinario monsignor Bedini; che v’entrò di celato, alloggiandosi in casa di giovine sposa, per meglio nascondersi, o per antecedenti dimestichezze. Egli doveva innanzi tratto accertarsi, se fosse possibile in quella città, ristorare il reggimento del papa, pieno e assoluto; quando nò, dovesse dar ordini, perché tutta la milizia svizzera verso il confine degli Abruzzi s’incamminasse. Giudicato impossibile il primo partito, appigliossi al secondo, mostrando al general Latour lettera del cardinale Antonelli, che a nome del papa, gl’imponeva di secondarlo in ogni cosa, e raccomandandogli di tener segreto il suo nome e la sua venuta. Il generale svizzero, fedele al giuramento, non negava obbedire, e mandava per gli altri capi, a fin di consultare intorno al miglior modo di effettuare sì subita partenza. Ma chiesto allo inviato pontificio il danaro necessario, quello, che per nulla vi aveva pensato, proponeva di valersi de' risparmii degli stessi soldati, e di taglieggiare colla forza i paesi pe’ quali doveva passare. L’uno e l’altro disonesto mezzo rifiutò il generale, dicendo, che sacri erano i depositi fatti in sue mani da’ suoi soldati; a’ quali altresì non avrebbe mai procurato la taccia di predatori. Tuttavia la partenza fu per la mattina del dì 28 gennaio fermata, e statuito di provvedere alle paghe e alla vettovaglia de’ soldati col prenderne ne’ luoghi, rilasciando polizze di rimborso sull’erario publico. Ma, spartasi per Bologna la nuova, grande fu la commozione d’ogni ordine di gente: stimando i republicani, che fossero chiamati per moverli contro di essi; e i non republicani, che, togliendo quelle milizie, unico freno, non vi sarebbe stata più sicurezza alcuna. Né valeva che il generale notificasse, non altro essere quella partenza che scambiamento di presidio. Il subbuglio, promosso da diffidenza, non che arrestarsi, aumentava. I Bolognesi apparecchiavansi a impedire l'uscita agli Svizzeri: non meno si commovevano e tenevano pronte le città di Romagna; nessun dubbio era che molto sangue civile non si sarebbe sparso. Il commessario Bedini, in segreto, stimolava il generale, rammentando i giuramenti, i patti stipulati colla santa sede, i vantaggi di ricuperare lo stato al pontefice; dall’altra parte il preside di Bologna Berti Pichat, in palese, mettevagli innanzi la quiete publica, l’orrore della guerra civile, il dovere adoperare le armi contro quelli, coi quali aveva combattuto a Vicenza, e portare la paura nelle famiglie, che lo avevano alloggiato, e finalmente il pericolo di non condurre a salvamento i soldati. In oltre usò prieghi e istanze de’ più ragguardevoli cittadini. Scrisse in Firenze ai ministri di Francia e d’Inghilterra, perché l’autorità loro interponessero. Anche il vecchio cardinale arcivescovo Opizzoni aggiunse le sue alle preghiere degli altri maestrati.

Veramente il generale Latour trovossi a un assai duro contrasto; ma, potendo più in lui il rispetto alla fede giurata, non si smoveva, se i consoli, inglese e francese, non l'avessero richiesto, e obbligata la sua parola di differire almeno di ventiquattrore la partenza, sì che potessero, in caso di sommossa, provvedere alla sicurtà de’ loro nazionali. Nel qual tempo cresciuto maggiormente il popolare commovimento, diveniva più difficile e periglioso il partire: e le congreghe dimoravano in adunanza: indicavano mezzi di resistenza; petizioni d’ogni parte piovevano. Il direttore di buongoverno vietava con publico bando di dare, sotto qualunque pretesto, vetture e cavalli per servigio degli Svizzeri. Assembramenti spessi e minacciosi facevansi per le piazze: commessari mandavansi per sollevare le campagne. Imprigionato fu il colonnello Kaiser, che comandava il presidio di Forlì, dove i cittadini minacciavano di azzuffarsi cogli Svizzeri per rifiuto del capitano Ubaldini di dare le chiavi della polveriera. Lungo la via tra Forlì e Faenza erano vedette e scolte, perché d’ogni movimentò svizzero mandassero celere avvisò. Alla Cattolica pure si raccozzavano armati. Tutto in somma dimostrava un terribile sollevamento.

Veduto monsignor Bedini la mala parata, non avrebbe voluto aspettare che spirasse il termine delle ventiquattr’ore, se bene, col permesso suo, consentito a’ consoli inglese e francese; ma sdegnato il generale di mancare all'onore della promessa, codardamente si fuggì, lasciandogli avviso scritto, che per lo macello impedire, aspettasse miglior tempo. Le quali cose conosciute a Roma, fu ordinato al preside di sciogliere tutto l'corpo della milizia svizzera: ricomporlo nel medesimo giorno co’ medesimi patti, sì che non dovesse il menomo danno ricevere; nel nuovo convegno dovesse appellarsi, non più milizia straniera, ma sì nazionale; e alla nazione pure dovesse giurare fedeltà. Ma il generale Latour e gli altri capi, allegando il giuramento alla Santa Sede, rifiutarono, e di buon grado ad essere colla maggior parte de’ loro soldati licenziati si sottoposero. E non ostante sì onorato e leale portamento, fu biasimato in corte del papa. I cui ministri pretendevano, ch’e, ’sforzando e combattendo, si aprisse la strada in fino agli Abruzzi, per ricongiungersi col Zucchi, che vane prove di sollevazione, or nelle Marche, e or nella campagna romana, faceva.

Fra tanto, i rettori del governo romano motevano acerbissime querele a tutti i potentati di Europa per quell'eccitamento, secondo che essi dicevano, del vicario di Cristo a guerra civile; quasi i potentati d’Europa, che avevano messo il papa in quelle risoluzioni, fossero stati disposti ad ascoltare le loro voci. Nel medesimo tempo, era con decreto publico annunziato reo di tradimento verso la patria il general Zucchi, e come tale citato al nuovo tribunal soldatesco, e dato facoltà di essere in qualunque luogo dello stato preso e condotto a Roma. A questa vergogna era serbata la vecchiezza di chi quasi tutta la vita aveva per la causa della libertà adoperata: e credette di renderle un ultimo servigio, restituendo a Roma il papa, prima che armi di fuori venissero; quantunque il generoso fine era guastato col mezzo scellerato della guerra civile. Ma la sua impresa di sollevare i popoli in favor del papa, andò in vano: da mostrare quai deboli fondamenti avesse nelle opinione delle moltitudini il papato.

Con tante miserie publiche v’era sempre quella grandissima dell’erario. I secento mila scudi di cedole del tesoro, publicate un mese fa, fra spese vecchie e nuove, ed entrate diminuite, e brame presenti da soddisfare, e pericoli futuri da antivenire, erano ornai consumati. Cbè la piaga, sì profonda in Roma, delle favorite clientele, non che restringersi sotto quei reggimenti di libertà, vie più si allargava, aggiungendosi alla turba antica i novelli chieditori di uffici; e se quelli avevano ottenuto, per divozione alla tirannide, questi ottener volevano, per servigi alla licenza. Veramente il Mariani tesoriere, con quella sua natura rusticana, non era tale da secondarli, e anzi a lasciarlo fare, avrebbe stirpato il male, che già v’era. Ma l'Armellini, più morbido, e nutrito anch’esso nell’arte lusinghiera de’ favori, inchinava a contentare meglio che poteva. Più allo

spendere vano faceva luogo lo Sterbini con quelle quadriglie di popolani, che manteneva sotto spezie di lavoro publico; né il Galletti era uomo da voler la parsimonia, per indole fastosa, e per bisogno di grazia popolare. Fu pertanto decretato sul finir di gennaio, che altri secento mila scudi di cedole del tesoro fossero publicati con sicurtà sopra un resto di credito proveniente da’ beni del principe di Leuchtemberg, prima acquistati dal papa, e poscia venduti. I rettori allegavano urgenza, e urgenza era. tMi passerei di altre disposizioni e leggi nuove, annullate prima che se ne provasse il frutto, se non fosse debito di storia dire anche il bene designato. Dichiarossi sospesa la decennale rinnovazione delle ipoteche, finché una più stabile e civile riforma non fosse fatta in questo ufficio di sicurtà publica. Fu posto mano a miglioramenti dell’ordine giudiziario; fra’ quali di togliere l’uso della lingua latina in alcuni tribunali. Ebbe il corpo de’ carabinieri novello ordinamento. Anco pel resto dell’esercito stanziale furono fatti ordini, come il destinar luoghi a raccettare quelle, che nella moderna milizia si appellano reclute. Publicossi un decreto per la formazione di un’armata, che, formante un sol corpo, sotto la stessa disciplina, avesse tre spartimenti per lo Mediterraneo, Adriatico e Tevere. Furono regolate le riscossioni del tributo, detto della dativa, le quali facevansi con prepotenza arbitraria, e tal ora feroce. Un altro decreto provvedeva alla navigazione lungo le coste, escludendo i legni di quegli stati, coi quali non fosse un trattato di vicendevole privilegio. Sendo stato provveduto alla pensione de’ soldati, fu altresì provveduto a quella de’ giudici e degli altri ufficiali dello stato. Furono tolti alcuni impacci per legittimare lo interesse dei capitali m danaro. Fu posto un freno all’enorme abuso dei giudizi in materie di commerci, e ordinato, che non si potessero incarcerare i debitori, se non appartenenti per patente a’ traffichi. Un’altra legge cassava i testamenti fatti per fiducia, i quali più spesso erano testamenti di fraudo scandalosa. Vennesi al provvedimento di rendere acconciamente mobile una parte della guardia de’ cittadini, per supplire alla milizia assoldata, dove questa non fosse bastataci perla internarsi perla esterna sicurezza. Dal conte Mamiani, prima ch'ei si deponesse dal ministero, era stata proposta a’ consigli una legge nuova e più cittadinesca per costituire le municipali amministrazioni con poteri più ampi, e meglio alle democratiche larghezze accomodati. Detta legge, rimasta senza approvazione, per lo subito scioglimento del parlamento, fu con qualche leggiera mutazione e aggiunta, publicata. È noto come i rettori papali avevano contrariato lo innesto vaccino, quasi ereticale opera fosse; e se bene la necessità de’ tempi lo avesse loro fatto a poco a poco tollerare, pure non era stato mai a questa bisogna provveduto con una legge: che fu allora a nome della congregazione di sanità publica, compilata. Da ultimo fu dato opera a riformare il codice civile ne’ punti dove più appariva barbara e disforme la passata legislazione, e dove maggiore provavasi la necessità di rinnovare, come per ciò che appartiene allo stato civile e diritto delle persone, al dominio delle cose, alle servitù, alle successioni legittime, alle forme de’ diversi testamenti, alle donazioni fra uomini vivi, a’ contratti delle persone tutelate, alle successioni future, alla nullità o revoca delle convenzioni, agli atti autentici, alla prova testimoniale, alla lesione, alla così detta ragione reintegratoria, alle ragioni di possedimento, e da ultimo alle prescrizioni: bene conoscendosi in queste riordinazioni (più proprie di reggimento stabile, che di quello al tutto transitorio) che era nel ministero un giureconsulto, vago di lasciare monumenti di sua scienza.

Il fiorentino parlamento seguitava, in questo mezzo, sue discussioni, fra paura e rancore. Provavasi, non meno che in Roma, somma povertà nell’erario; derivante pure da mancanza di coraggio nel regolare le spese, proporzionando gli uffici alla grandezza e qualità dello stato. Dopo casso il così detto comando militare; che pareva un buono avviamento al togliere uffici superflui, e non conciliabili co’ recenti ordini, altro non si fece: quasi altro non fosse stato da fare, in paese, dove rimanevano gran parte d’istituzioni del tempo, che con tre soli ministeri si governava lo stato; né v’era consiglio di stato, e tribunali e amministrazioni di foggia francese, ed altri uffici nuovi, che gli attributi e ragioni de’ vecchi comprendevano. Ma i democratici rettori, che più tosto a novità politiche, che a riforme di stato attendevano, non osavano levare gli abusi, per non moltiplicare il numero de’ nemici, o per insufficienza scioperata.

Le spese dunque non iscemate, e forse aumentate, vie più le rendite soverchiando, avevano messo il tesoro in tal miseria, che mancava da pagare gl’interessi dei debiti, e gli stipendi!. D’altra parte di tributi sì diretti come indiretti era sì gravato il publico, che aumentar non si potevano, senza acerbissimi lamenti provocare: né questo odio volevano ministri nati col favor popolare; i quali avevano promesso, che per fatto loro le gravezze sarebbero state alleggerite. E per la stessa cagione abbonavano da un prestito di costringimento; oltre alla difficoltà grande di esigerlo, dove non era forza sufficiente, e dove nulla colla violenza s’ottiene. Di prestanze volontarie era stata già sperimentata la vacuità. Il tor pecunia, anco a patti gravi, dalle città straniere, non si poteva, mancando credito e autorità ad uno stato, i cui ministri erano meglio imposti, che accetti al principe. Studiati e fatti studiare i modi possibili e agevoli di far danaro, col minor danno publico, parve da anteporre quello di publicare per la somma di quattordici milioni di lire, tante polizze del tesoro, assicurate su’ beni dello stato, fruttifere dell’interesse del cinque per ogni cento, e da valere negli usi, come moneta d’ariento o d’oro. Fu dunque proposta la legge alle assemblee, non come buona, ma come la manco cattiva in quelle strettezze: dimostrando i ministri, che gli altri espedienti di aumentare le gravezze publiche, o promuovere una prestanza volontaria di cittadini, o decretare un prestito di costringimento, o mercatare un soccorso con negozianti stranieri, sarebbono tornati o più dannosi o inefficaci, o impossibili a praticare. Tuttavia non mancò grande opposizione ne’ due consigli; dove molti, non guardando, o fingendo. di non guardare, che le malleverie speziali e generali, ond’ereno quelle polizze accompagnate, le facevano sostanzialmente dalla così detta carta monetata, differire: e in oltre, il piccol numero assicurava da ogni danneggiamento i privati e publici commerci; quante ragioni e argomenti di esperienza passata e di scienza recente, contro la carta monetata, si potevano allegare, misero in campo: ma per verità la legge fu con destrezza e dottrina acconcia sostenuta dal Guerrazzi, ministro delle cose interne: dacché il ministro speciale dell’erario Adami, timido, impacciato e della parola impotente, sarebbe stato di leggieri vinto da’ facondi contraddittori. I quali stretti da ultimo a proporre altro compenso migliore, non sapendo che dire, dovettero, bene o male, approvare la legge; se non che nel consiglio dei deputati fu modificata per modo, che la somma da quattordici milioni fosse a otto ristretta. E in senato, avendo Cesare Capoquadri proposto, che l’interesse di dette polizze fosse non del cinque, ma del sei per ogni cento; affinché la cupidigia dei mercanti facesse nascondere la carta, e rimettere fuori l’oro e l’argento; fu consentito, e fu errore; divenendo sì vantaggioso l’acquisto, da far rinvilire le così dette cedole della banca di sconto; parte sostanziale del toscano commercio; che infino allora, come moneta d’argento, si spendevano. Per lo che parve quasi avesse ragione un cotal Socci deputato, avventato bestione, che encomiando la legge per corteggiare i ministri, aveva detto, che i boni del tesoro (così si chiamavano quelle polizze) sarebbono stati troppo boni. Certamente, quando quel provvedimento fu messo in pratica, non partorì i danni, de’ quali i contraddienti alla legge avevano fatto presagio, alcuni in buona fede e per teorica, e altri per malizia e odio al ministero democratico; quantunque di continuo, e vigliaccamente protestassero, che non intendevano di offenderlo.

Mentre le dette leggi si discutevano e vincevano in parlamento, la città era gravemente turbata. Un giorno fu pretesto ai sediziosi, che uno scambiatore di moneta, ricusasse di accettare una polizza di zecca; e alla Sua bottega corsero, mettendola sossopra. In altro giorno, dopo un banchetto, che chiamarono republicano, andando per le strade con grida da forsennati, ed eccitamenti a sommossa; avvenutisi con drappelli di veliti, che temporaneamente facevano l’ufficio di soldati di sicurezza interna, gli oltraggiarono; poscia si pinsero ne’ loro alloggi, rinnovellando altri e più laidi oltraggi. In borgo degli Albizzi, e in via de’ Calzaioli fatto maggiore il tumulto, vennero alle mani ferocemente; e uno fu morto, altri feriti, parecchi mal conci. La mattina la città era silenziosa e trista, veggendosi nelle vie i vestigi del sangue sparso. Il prefetto, che sapeva le cose quando non era più tempo da rimediare, fece un bando misero e inefficace; mentre il diario delle leggi, notificava, che il popolo stesso indignato, aveva preso i più insolenti e trattili alle prigioni del pretorio; se non che in quella confusione poterono fuggire, eccetto uno, cui furono trovate in dosso polizze di cambio, con indicio che avessevi chi quei malvagi a movere tumulti, comperasse.

Facevansi per tanto lamentanze contro i ministri, che niuna forza per freno de’ turbolenti usassero: tanto più che era stato sparso, avere il ministro sopra la guerra, comandato a tutti i capi delle guardie, di astenersi da ogni atto, ancorché i tumulti in vicinità de’ loro alloggiamenti accadessero. E questa voce era creduta, non solo per essere conforme alle massime militari del d’Ayala; secondo cui gli eserciti non dovevano prendere alcuna parte ne’ tumulti interni, e conservarsi per le sole guerre di difesa esterna; ma ancora perché pochi giorni prima, essendosi alcuni richiamati in senato per ingiurie all’arcivescovo e al danno di aver dovuto la sua sede abbandonare, prese quella occasione a meglio dichiarare disdicevole alla milizia stanziale lo intramettersi nelle civili commozioni. E in questo, faceva come un invito a’ senatori «che dovessino eglino stessi, ad esempio dei cittadini antichi, non temere di andare in piazza, quando il popolo fosse stato commosso, e interporre la loro autorità per calmarlo.» Né saprei dire quanto a que’ timidi uomini, là più parte vecchi e cascanti e nutriti nella quiete de’ morti, suonasse male questo ardente discorso, quasi ad un collegio di baliosi guerrieri, favellasse: onde, dal presidente ammonito più volte a tacersi, sperimentò, che la sua massima, eccellente in sé stessa, non era conciliabile coi costumi nostri; mancando negli ordini de’ cittadini eguale ardore per la libertà, e rispondente vigoria di difenderla. Che tanti anni di monarchia assoluta ci aveva renduti spensierati e dappoco e inerti a provvedere alla stessa nostra personale sicurtà. Laonde forte scandolezzavano la paurosa gente, che erano il maggior numero, que’ discorsi: e da per tutto si udiva: «Eccoci abbandonati alla mercé di ladri e di omicidi: non abbiamo più armi che ci difendano; il nuovo ministero vuole che ci difendiamo da noi: quasi non pagassimo tributi e non sopportassimo gravezze per avere nell’esercito (che ci costa tanto) un valido sostegno di quiete publica: e che c’ importa di godere libertà esterna, (se pure ci sarà dato acquistarla) qualora non siamo sicuri e tranquilli dentro casa? Ma i tristi ornai hanno vinto la mano; e i rettori, che non sanno più raffrenarli, si scusano che la milizia dev’essere adoperata per la sola guerra di fuori. E che più ci resta a vedere? Oltraggiate le persone, sforzate le botteghe, profanati i templi, minacciato nella vita l’arcivescovo, nulla più di sacro e di profano rispettato.» Ed accrescevano questa turbazione i mercatanti: sempre mai pronti a usare in lor pro i mali publici; conciossiaché le banche di Livorno e di Firenze ricusassero di scambiare le polizze di zecca, quasi effetto o pretesto dell’accettata legge de’ boni del tesoro; ma infine era mancanza di fede, o ingordigia di nascondere il danaro, per accrescerne il pregio.

Fra tanto la diplomazia non era stata a man giunte: e dobbiamo più specialmente a lei tener dietro, come quella che le sorti de’ popoli aveva in mano. Come all’imperadore, dopo le vittorie riportate, fusse grave di accettare la mezzanità de’ rettori di Francia e d’Inghilterra, e come cercasse di eluderla, abbiamo dimostrato. Ma contento non era finché non si toglieva del tutto quell’impaccio: che pur un poco lo frastornava dal procacciare che le cose generali di Europa, e speciali d’Italia, volgessero per modo, che senza pericolo, se non poteva senza scandalo, si liberasse dall’altra e maggiore tribolazione di acconciare a reggimento costituzionale quel suo difforme impero. La elezione del ministero democratico piemontese, e la discordia fra il papa e il popolo romano, dovettero sembrargli due stupende occasioni: conciossiaché avendo il Gioberti dichiarato, nessuno accomodamento poter essere cogl’Italiani, se non quando fossino rimasi liberi da ogni straniero dominio, toglieva ogni appicco agli uffici de’ mediatori; e in oltre, importando la quistione del papa al mondo cattolico, non poteva essere trattata né risoluta per via d’uffici usati da una o due potenze; ma era necessario, che quanti sottoscrissero i trattati viennesi del 1815, avessero voce in questa suprema deliberazione, da cui la pace di Italia e forse d’Europa poteva dependere. In una' parola, la casa d’Austria, col pretesto assai acconcio del papa, voleva fare un altro congresso di Vienna, da maggiormente la sua corte e quella di Russia prevalervi; argomentando così non solo rassicurarsi de’ possessi italiani, senza sostenere nuova guerra, ma ancora di rimettere l'Alemagna quale era innanzi all’anno 1848. E, di cotali intendimenti, fa testimonianza una lettera del principe di Swazeberg alle corti di Pietroburgo e di Berlino; dove affermava, che l’offerta di cedere la Lombardia, non era stata mai fatta dall’imperadore, ma sì proposta da’ rappresentanti inglesi, e accettata dal legato austriaco, barone Hummelever, sotto condizione di averne approvazione: la quale non solamente non fu data, ma non indugiò la corte imperiale a chiarire le due potenze mediatrici, che essa non intendeva di rinunziare a’ possessi d’Italia, e né pure voleva che alcun potentato s’ingerisse nelle riforme che avesse creduto di fare nello interno de’ suoi stati. Conchiudeva, che i rettori di Francia cominciavano a persuadersi, essere ornai le cose per modo cangiate dopo gli avvenimenti di Roma, da non potersi con alcun profitto usare gli uffici di mediazione: ed essere mestieri d’un congresso fra le principali potenze, dove non una, ma tutte le più importanti quistioni fossero in guisa risolute, che non solo l’Italia, anzi l’Europa, il riposo e il buon ordine riacquistasse.

Fine adunque della diplomazia era ristorare lo stato vecchio; mezzo, un congresso di potentati; occasione, il papa. Intanto, quasi avviamento, si faceva dalla corte di Spagna (forse né pur essa informata de’ finali disegni aulici e russi) indirizzare a tutti gli stati cattolici un invito per un congresso comune, a fine di deliberare il modo di restituire nella sua piena podestà il sommo pontefice. Rispose a questo invito il re di Sardegna: ancor lui desiderare che l’autorità del sommo pontefice fosse ristorata; ma non parergli miglior modo il disputarne in un congresso di potentati, i quali dovrebbero altresì agitare la questione del temporale reggimento, per cui il papa abbandonò Roma; né potrebbe tornarvi, senza che fosse civilmente risoluta. Il che soltanto otterrebbesi mediante uffici, che inducessero da una parte Pio IX a restituirsi alla sua sede con quegli ordini di libertà, da lui fondati, e dall’altra porgessero coraggio alla parte de’ moderati in Roma, perché, tornando a prevalere sopra quella degli stemperati, potesse con soddisfazione del pontefice, ripigliare il governo.

Ma la diplomazia, che procedere voleva con altri modi, faceva, che al manifesto spagnuolo, seguissero pratiche per apparecchiare lo intervenimento armato; notandosi, che nella corte cardinalizia di Gaeta, era più impazienza, e meno prudenza, che nella corte aulica di Vienna; e forse la prima avrebbe per troppa fretta guastato i comuni disegni, se non era il bilanciato procedere della seconda. Ad alcuni di quei cardinali faceva mill’anni di tornare a Roma, ed esercitarvi tutte le vendette, che odio antico, e offese recenti inspiravano. In oltre volevano schivare ogni aiuto di Francesi, e forse anco di Spagnuoli; e confidar l’impresa a’ soli Austriaci e Napoletani: conciossiaché i preti, che non guardano il bene che per un verso solo, niente si fidavano de’ Francesi republicani, e poco degli Spagnuoli costituzionali; ma stimavano, che occupando senza indugio, i Napoletani da una parte, e gli Austriaci dall’altra, lo stato romano, i Francesi avrebbero un po’ gridato, come è lor costume, ma poi a cosa fatta si sarebbero accomodati. Forse a questi consigli risicosi, erano anche confortati dal sapere, la gran potenza della Russia, disposta a spalleggiar gli Austriaci in detta impresa: come fa fede una lettera di quella corte così compilata: «Gli affari di Roma mettere in grave pensiero sua maestà l’imperadore delle Russie; e s’inpannerebbe chi supponesse, ch’ei prendesse parte meno viva de’ principi cattolici, al dolore del sommo pontefice; il quale senza fallo troverà in esso imperadore un leale aiuto, perché possa al più presto la temporale e spirituale podestà in Roma ricuperare.» Né sarebbe stata la prima volta, che avessimo veduto i Russi, come vedemmo anche i Turchi, venire in Italia in soccorso del papa: da mostrare quanto fossero vere e sincere le proteste della diplomazia, che per amore della cattolica fede, levavansi in sostegno della santa sede.

Senza dunque saputa dell’ambasciadore di Francia, né informazione di quel di Spagna, a cui era stato commesso dalla propria corte di promettere aiuti con condizione che gli altri consentissero; solamente con piena intelligenza del re di Napoli, e per maneggio del conte Spaur e del cardinale Antonelli, era stato domandato in gran confidenza un soccorso di soldati austriaci; da entrare nelle Legazioni, e congiungersi co’ napoletani; i quali sarebbero venuti dalla parte opposta, ingrossati dagli Svizzeri, che s’aspettavano di Bologna. E dove allora avessero così affrettata la impresa, correvano pericolo di rovinarla: avendo gli Austriaci due guerre addosso, l’una ardente in Ungheria, l’altra vicina a ricominciare in Italia; il re di Napoli altresì aveva in casa la siciliana ribellione non del tutto domata; il soccorso degli Svizzeri sarebbe fallito; e degli aiuti Russi non si poteva fare in fine gran conto, sì per la lontananza, e sì perché gl’inglesi e i Francesi avrebbero contrastato. Onde era più facile che per questa via una guerra generale di tutta Europa s’accendesse, di quello che a una pronta restorazione del governo papale si giungesse. Ma, per nostro avverso destino, ritenneli dal precipitar l’opera, il prudente consiglio de’ rettori viennesi; avvisando bene essi, che nulla era da effettuare senza il concorso o il consentimento de’ Francesi. Da’ quali, possenti, uniti, nel cuor di Europa, e per la stessa loro mobilità, vogliasi o no, depende sventuratamente, che le sorti o della libertà o della servitù, prevagliano nel resto del mondo: onde popoli e principi son costretti, lor mal grado, ad osservarli.

D’altra parte, a’ consiglieri aulici dovette allora sembrare meno arduo ottenere, che la republica francese a poco a poco a lor parte volgesse, di quello che condurre la impresa di ristorare il papa, avendola nemica. Già la elezione del Bonaparte a presidente, era stato ottimo presagio: e se con loro intelligenze subito appiccasse, come si credette allora, non potrei dire: ma certamente, di andare a versi più alle vecchie corti, che a governi nuovi, conforme aveva praticato in più alto seggio Luigi Filippo, dimostrò. Laonde, nel nominare la prima volta i ministri, non gli trasse dalla schiera de’ republicani, ma sì de’ monarchici; cominciando da quelli, che la parte, per larghezza di opinioni, più prossima alla republica, rappresentavano; fra cui primeggiava Odilon Barrot; reputato de’ principali promovitori della rivoluzione del mese di febraio, non per mutare il governo del vecchio re, ma sì per esserne rettore, come aveva sempre desiderato, e non mai eragli successo. Videsi per tanto in Francia lo strano spettacolo d’una republica, amministrata da’ monarchici; che è quanto dire, da’ naturali nemici di lei; con voglia di soffocarla, se l’essere fra loro divisi non gli avesse per alcun tempo ritenuti. Forse Odilon Barrot a questo non mirava: ma spianò agli altri la via, col suo procedere coperto, falso, pauroso, incostante, principalmente dimostrato negli affari di Roma. Desiderato avrebbe in principio, che senza soccorso di armi di fuori, la pontificai podestà fusse ristorata. E in questa sentenza concorreva allora per avventura lo stesso presidente, non per anco gittatosi a parte chericale, da ciecamente compiacerla. Quindi appena ebbesi in Parigi sentore dei disegni della corte di Gaeta, di far occupare lo stato romano da’ Tedeschi e da’ Napoletani (che come all’Italia stranieri si stimavano), subitamente, e per via straordinaria, fu mandalo il signore Latour d’Auvergne, affinché d’accordo col duca d’Harcour, ambasciadore ordinario, mostrasse a cardinali e a’ diplomatici l’offesa che facevano alla republica francese di tenerla al buio di quelle pratiche, e schiuderla dalla gloria di rimettere il papa, di cui era appellata primogenita figliuola; e dove avessero persistito, e gli Austriaci fossero intervenuti, né il papa avesse protestato, avrebbe anch’ella mandato soldati, e qualche luogo importante dei dominii della Chiesa, occupato.

Ma arte e prudenza, sì scarse nei democratici, non man cavano alla diplomazia; la quale, se bene rinnovellatasi colle mutazioni del 48, pure non aveva cangiato costumi e intendimenti. Né dal principe di Metternich al principe di Swazemberg era altro divario, che dal maestro al discepolo. E se il primo ebbe tanta parte nel creare i trattati del 1845, non fece meno il secondo nel 1849, per conservarli. A dì 17 gennaio scriveva a’ rettori della republica francese: Essere l’imperadore dispostissimo a congiungersi colle altre potenze a fin di stabilire in Italia il riposo e la pace, purché elle facciano sempre fondamento alle loro deliberazioni il convenuto nel congresso di Vienna, salvo qualche modificamento che non alteri la sostanza. E fra le cose da risolvere, primeggia il restituire il pontefice in tutta la sua sovrana potenza; non solo perché importa al mondo cattolico, che il visibile capo della Chiesa possa libertà piena di giurisdizione esercitare in quell’antica monarchia che ha sudditi in ogni parte della terra, ma ancora per togliere a’ paesi, vicini al dominio ecclesiastico, un fomite di licenza estrema. E appartiene all’imperadore e alla cattolica republica francese, come, potenze di prima qualità, alzar la voce: e non bastando, usar le armi in sostegno del papa; permettendo che a sì onorevole impresa partecipi altresì Ferdinando di Napoli; il solo principe in Italia, che abbia saputo tener fronte agl’impeti delle ribellioni, e ha potuto dare sicuro e magnanimo rifugio al santo padre. Se non che, per ottenere meglio l’intento, convien prima, d’accordo, e a un tempo, fare un ammonimento a’ Romani della volontà delle potenze, di rimettere il papa; il quale, dove non giovasse a scoraggire i faziosi, e confortare i più a scagliare dal collo il brutto giogo imposto da pochi, vuoisi far uso delle armi: presentandosi le forze navali della Francia a Civitavecchia; mentre da una parte le milizie napoletane, e dall’altra le austriache entrerebbero nelle terre della Chiesa, allargando più o meno la occupazione, conforme il bisogno richiedesse.

Ora, siccome restituire il papa nella piena libertà di potenza, non altro significar voleva, che tornarlo assoluto, non essendo conciliabile principe libero con monarchia limitata, così le corti ottenevano di rendere il pontefice, esempio del revocare costituzioni largite; non guardando se con questo atto di mala fede s’affievolisse l’autorità del capo della Chiesa; quasi argomentassero, che ornai questa, senza le armi, non più si sosterrebbe; onde bastava salvar l’apparenza, provvedendo alla sostanza le spade e i cannoni. Così quel Pio IX, cagione o pretesto, perché le cose innanzi al quaransette si mutassero, doveva, secondo la diplomazia, essere mezzo per tornarle nel1’ antica forma. Ma i rettori di Francia non sapevano ancora indursi a congiungere le loro colle tedesche e napoletane armi, seguitando a desiderare, che la restorazione papale si effettuasse con forze proprie o con quelle non odiose de’ Piemontesi; e quando ciò non fosse riuscito, avrebbero voluto, che più tosto sotto l'autorità della republica, che sotto quella dell’imperadore, si compisse. Fu per tanto, con loro beneplacito, inviato al papa dal clero francese l'arcivescovo di Cambray, per fargli più solenne ed autorevole invito di condursi in Francia, sì come più volte aveva promesso e mostrato intenzione. Al che Pio IX, già rimutato, e in balia della napoletana, tedesca e russa diplomazia, rispondeva, che di visitarla Francia aveva certamente desiderio, ma per allora non poteva mandarlo ad effetto.

In que’ medesimi giorni, giunto a Gaeta ambasciadore di Carlo Alberto il conte Martini, subito incontrò difficoltà ad essere accettato; allegando il cardinale Antonelli, la corte di Torino non avere domandalo innanzi, com’era usanza, se nuovo ambasciadore fosse stato gradito: mantenere in oltre amichevoli uffici co’ ribelli di Roma; avere accolti, come legati romani, lo Spini e il Pinto, per mandare ad effetto un disegno riprovevole, quale era quello della costituente italiana; essere finalmente indegno del re di Piemonte mettersi mezzo fra il sommo pontefice e un governo di assassini. Scusavasi il Martini, come meglio sapeva e poteva: La ristrettezza del tempo (diceva) non aver consentito la ceremonia di chiedere innanzi, se piaceva al santo padre di accettare nuovo ambasciadore: né le continue e fedeli consuetudini di amicizia e di osservanza fra le due corti, facevano dubitare, che potesse non gradirgli, che il re avesse presso di lui un rappresentante. La costituente, proposta dal ministerio del Gioberti, non avere altro proposito che la confederazione degli stati italiani, già dal pontefice concordata. Né per trattar d’altro essere stati ricevuti a Torino i due oratori Spini e Pinto. Replicava il cardinale, conchiudendo: che il santo padre, prima di riceverlo in qualità di ambasciadore, voleva pensarci qualche giorno; e intanto, per mezzo del nunzio apostolico a Torino, avrebbe scritto per maggiori spiegazioni degl’intendimenti della corte piemontese. Avendo il Martini domandato e ottenuto, come privato gentiluomo, di visitare il papa, sentì, con modi meno irosi, i medesimi sospetti ripetere; e cercando egli di farsi strada nel suo mite animo co’ partiti di conciliazione, e con persuaderlo della utilità degli aiuti italiani, e del danno degli aiuti stranieri, Pio IX dichiarava: «che poca o nessuna fiducia aveva ne’ governi italiani; i costituzionali essergli sospetti; sperare ne’ soccorsi di fuori: la Chiesa non essere italiana, ma universale;. il pontefice capo di quella, più che padre de’ suoi sudditi. Nel qual linguaggio era tutta la vera natura del romano papato scolpita: che che in contrario ne pensassero coloro, che di farne una trasformazione civile avevano insanamente sperato. Da ultimo, non sapendo Pio IX, per bonaria indole, star molto in sul dissimulare, fece intendere, che lo intervenimento degli Austriaci era quasi certo; aggiungendo all’ambasciadore torinese, che si mostrava turbato, questo motto amaro: l'hanno voluto: nel tempo che il Conte Spaur, capo e ordinatore di que’ maneggi, affermava, che fra quindici giorni, quello scandalo di Roma cesserebbe.

Ma, non ostante queste spavalterie, la prudenza della corte di Vienna, i risentimenti della republica francese, e la diffidenza manifesta fra questi due stati, faceva che quelle brame cardinalizie e diplomatiche di Gaeta, non avessero quel pronto adempimento che s’impromettevano. Fu detto, che seguitando i Francesi ad opporsi per lo intervenimento degli Austriaci, avessero pensato a quest’altro partito: di fare a’ confini settentrionali dello stato ingrossar minacciosi gli Austriaci, per tenere in paura e in freno i popoli; mentre cogli Svizzeri al soldo del re di Napoli, con quelli che di Bologna si aspettavano, e con quanta più gente ragunaticcia potevano avere, capitanata dal general Zucchi, assalire Roma. Intanto a Parigi, sotto finto nome, mandarono in gran diligenza monsignor Bedini, perché s’indettasse colla parte cattolica, colà tanto viva, e procacciasse, che i rettori della republica, non dovessero impedire la santa opera, che gli Austriaci insieme co’ Napoletani si proponevano di fare.

Adunque in corte di Gaeta erano odiati i Piemontesi, sospetti i Francesi, da non tranquillare gli Spagnuoli. Napoletani, Austriaci e Russi solamente, fidanza e amore inspiravano. Non di meno il Gioberti non sapeva ritrarsi da’ suoi propositi di accomodamento; anzi in quelli infervorandosi quanto maggiori trovava gli ostacoli, senza frapporre indugio, comandava al segretario della legazione sarda conte della Minerva, perché anch’egli, per non dar sospetto, abbandonasse Roma, e a Gaeta si riducesse. Insiememente impetrava da’ rettori di Roma una dichiarazione in iscritto, che gli inviati a Torino, Spini e Pinto, non avevano alcuna formale rappresentanza o qualità diplomatica; né alcun mandato per trattare negozi contrari alla santa sede. E poiché i Romani, sentendo di avere bisogno del sostegno di qualche potenza, usavano continui uffici col re di Sardegna per averlo collegato, mentre ricusavano di abbracciare i suoi consigli, scusandosi colla necessità, e con protestazioni, che la costituente da loro promulgata, non offendeva i diritti del pontefice, il Gioberti rispondeva loro: che ornai le cose erano state condotte a tal punto, da non essere più luogo ad accordo: né valeva dire, che la costituente romana non offendeva i diritti del pontefice, niuno potendo prevedere le conclusioni ultime; le quali dove pure non fossero estreme, bastava che potessero essere, perché il santo padre la giudicasse un atto di fellonia, e tirasse negli stati della Chiesa le armi di mezza Europa: onde la lega col Piemonte non gioverebbe per nulla ad essi, e nuocerebbe a tutti gli altri, spegnendosi quest’ultima speranza d’Italia.

Queste soddisfazioni, che i ministri di Carlo Alberto davano continuamente alla corte pontificale, anzi che mitigarla, vie più la irritavano: quasi con quegli uffici di moderazione rattenessero i Romani dal condursi a tali estremi, da maggiormente giustificare la impossibilità d’ogni accomodamento, e quindi la necessità d’invocare forestieri soccorsi. Contano, che il cardinale Antonelli si lasciasse uscir di bocca: «la corte di Piemonte pregiudicare al papa coll’impedire che le cose in Roma non volgano al peggio.» Dimorava adunque, ancora non accettato ambasciadore, il conte Martini; anzi era guardato in cagnesco, e cercato dal conte Spaur e dal cardinale Antonelli, che fosse il meno possibile, veduto dal papa, il cui arrendevole animo conoscevano. E se bene l’ambasciadore di Francia non si potesse, come il conte Martini, trattare, né pur desso era alle confidenze intime chiamato; sì come quello, che di approvare e caldeggiare i consigli piemontesi faceva sembiante; non sappiamo se per vanità, o per non parer vero a’ rettori parigini di causare la necessità di mandar soldati in Italia, da che impedire non sapevano, che altra potenza ne mandasse. Certamente il conte Martini, mostrando di confidare negli uffici del duca d’Harcour, con lui cercava d’intendersi, e adoperarlo perché inducesse il papa ad accettare le lettere del suo re. Ma Pio IX continuava a negare, aggiungendo agli altri pretesti, che il Martini, come lombardo, era suddito austriaco; mentre il figliuolo del conte Ludolff, mandato commessario della corte di Napoli a Torino, a fin di spiare quel governo, non cessava di scrivere biasimi e sospetti; che tant’oro erano in mano del conte Spaur e del cardinale Antonelli, per voltare al lor senno il facile animo del pontefice: rincalzando pure quelle malignità il napoletano ministerio, preseduto dal principe di Canati; il quale macchiava di brutto servaggio il fin di sua vita, tenuta onesta e poco men che libera. Né contento di avere a nome del principe, negalo sempre di accettare il senator Plezza qual inviato di Carlo Alberto, divulgava in Italia e fuori, e segnatamente in Francia, quel che egli stesso per avventura non credeva: che la corte sarda, col favore de' costituzionali raccolti a Bologna, macchinasse di pigliarsi le Legazioni del papa. Onde il Gioberti, che allora si arrovellava a studiare partiti di conciliazione per tutti, montato in giusta collera, richiamava il Plezza da Napoli, e all’ambasciadore napoletano a Torino restituiva le patenti: ottenendo Ferdinando quel che desiderava; che fra la sua corte e quella di Piemonte ogni ufficio publico fosse finalmente interrotto. Né parendo altresì al Gioberti di più tollerare la stessa ingiuria a Gaeta, dove si seguitava a rifiutare le. lettere di Carlo Alberto, e a sospettare e sparlare del suo governo; come perduta la pazienza, scriveva: che l’indole mite e caritatevole della Chiesa avrebbe dovuto a’ rettori di essa inspirare pensieri di pace e di conciliazione, e non quei modi rotti, violenti e superbi, che infino a’ rettori secolari disdicono. Ma poi che la mediazione e il soccorso d’armi del re di Piemonte non gradivano, esso ritirava l’una e l’altra profferta; e mentre non giudicava di assassini il governo di Roma, parendogli invece, che gli spiriti di dissenzione in pochi si restringessero, forte si scandolezzava, che il vicario di Cristo, a una pacifica e benevola interposizione, la via sanguinosa e violenta delle armi preferisse, e l’aiuto di un principe italiano al tedesco soccorso postergasse. Avvertiva in pari tempo il Martini, che dove subito non fosse ambasciadore del re considerato, dovesse Gaeta lasciare e a Torino restituirsi.

Queste severe e risolute dichiarazioni, aiutate dagli uffici dell’ambasciadore di Francia, scossero per modo la corte papale, che finalmente a ricevere le lettere presentate a nome di Carlo Alberto, s’indusse. Accolto umanamente dal pontefice il conte Martini, e da quello avute parole amorevolissime, credettelo riconciliato colla sua corte, e spogliato in modo d’ogni sospetto, da non pure accettare gli uffici e aiuti di Carlo Alberto, anzi di gradirli e desiderarli. È vero che, ogni volta cadeva di parlar dell’Italia, raffermava i sensi del pontefice, replicatamente espressi: che la Chiesa non è italiana, ma universale; è per quanto Italia stessagli in sul cuore, doveva non le sole armi di lei, ma quelle di tutti i cattolici, invocare ed usare a difesa de’ proprii domini. Ma l’ambasciadore piemontese, inebriato di essere stato alla fine accettato, e facendo gran conto della tanto lieta e benevola accoglienza di chi a tutti favellava dolce, non si brigava molto di queste dichiarazioni; ovvero stimava, che fosse meglio dissimulare, e contentarsi d’aver ottenuto che almeno non era più rifiutata la mediazione e l’aiuto dei re di Sardegna. Ne avvisò tosto il Gioberti; il quale non vedendo più anch’esso per la gioia, quasi già avesse vinto il grande ostacolo della corte di Gaeta, scriveva al presidente del ministero romano Muzzarelli in questa sentenza: Ricevere di Gaeta la lieta novella, avere il santo padre accolto il conte Martini quale oratore del re di Sardegna; avergli in oltre mostrato di vedere di buon occhio la corte piemontese interporsi amichevolmente presso i rettori e il popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Essere quindi mestieri adoperare ogni autorità, perché l'assemblea costituente, vicina a ragunarsi, riconosca per primo atto i diritti del santo padre come principe costituzionale: e per definirli, dichiari di accettare nello stesso suo seno, delegati e rappresentanti pontificii. Senza la qual condizione, non essere sperabile che le conclusioni di essa costituente, ancorché temperatissime, sieno mai accolte dal pontefice: che non può ricevere legge da’ propri sudditi, senza lesione, non solo della sua podestà, ma della stessa costituzione. Fra tanto i rettori del governo piemontese farebbero, che il papa consentisse di farsi rappresentare nell’assemblea costituente dello stato romano; e brigherebbero altresì di rendere favorevole e benevola, per quanto loro è conceduto, la diplomazia esterna. Ma, nello statuire l’accordo fra il popolo romano e il pontefice, doversi aver rispetto agli scrupoli religiosi di Pio IX; il quale non si lascerebbe giammai tirare a concessioni, che nella timorata coscienza, non gli paressero da fare. Laonde non convenire di urtarla minimamente, toccando certi tasti o quistioni, da lasciarne la decisione, quando gli animi delle due parti fossero posati. Finalmente, restando il provvedere alla sicurezza del santo padre, che, dopo i casi avvenuti, non potrebbe rientrare in Roma, senza essere da ogni prova di sollevazione guardato; offrire il re di Piemonte un presidio di buoni soldati, che lo accompagnerebbero, e non meno la legittima podestà di lui renderebbero sicura dagli assalti di pochi turbolenti, ma la costituzione del popolo romano e la dignità del parlamento difenderebbero dalle trame degli oscuri fautori del regno assoluto. Da più giorni (conchiudeva) andar pensando, essere questa la più acconcia e onorevol via per terminar le differenze. E dove la non fosse subito praticata, non si eviterebbe lo intervenimento di forze straniere; senza che la voce di chi regge il Piemonte potesse essere ascoltata contro il consentimento di tutta Europa.

E in vero, in tanta estremità di mali, era quello rimedio unico, se non fosse stato altresì malagevole, e forse impossibile, ad eseguire. Imperocché, quando anche il papa si fosse indotto a conservare gli ordini costituzionali; il che non era negli intendimenti suoi o de’ suoi consiglieri, dopo lo esperimento fatto; non era da credere che volesse riceverne quasi la investitura da un assemblea popolare, per quanto larga e generosa inverso lui addimostrata si fosse; tanto più che di scomunica aveva minacciato chiunque di quella avesse direttamente o indirettamente partecipato: senza che valesse il compenso de’ legati o rappresentanti di esso papa, mandati come a patteggiare con chi egli reputava suoi soggetti e ribelli. E non minore ostacolo sarebbesi incontrato dalla parte de’ Romani; perché se bene, degli uomini che reggevano, la più parte nutrivano pensieri conciliativi, e forse reputavano saggio e giuste le proposte del Gioberti, tuttavia non avevano potenza di farle, per tali, stimare a que’ cervelli popolareschi, sì infiammati a novità, e fra tanta irritazione di animi per lo rifiuto papale a tre ambascerie, per lo dispregio alle pratiche di conciliazione fatte da’ ministri di Roma e da’ costituzionali di Bologna, e finalmente per l’oltraggio del promulgato interdetto. Né a sedare gli sdegni popolari sarebbe stato utile la paura della occupazione straniera; primieramente perché dessi sono sempre ciechi; e in oltre perché a’ movitori de’ popoli riesci va bene di mantenerli inalberati, con mostrar loro la poderosa nazione degli ungheri sollevata contro l’impero; compressi, non spenti i fuochi democratici a Vienna, a Parigi, a Berlino: non vinta la Sicilia; Venezia republicana reggersi ancora; il Piemonte monarchico apparecchiarsi a nuova guerra; né da temere il sostegno della Russia per essere lontano, e più perché gl’Inglesi per interesse, e i Francesi per superbia lo impedirebbero. Onde, posto che la corte di Gaeta avesse accettata la offerta di Carlo Alberto: il che era lungi da ogni conghiettura; gli aiuti piemontesi sarebbero stati dalle romane città ricevuti a colpi di moschetti: e agli altri spettacoli di guerra civile, sarebbesi aggiunto questo, ancor più dannoso, di aver nemica la parte più vigorosa e armata d’Italia; senza che né pure col sangue il fine fosse aggiunto; poiché, dalla fiera resistenza fatta successivamente alle quattro potenze, che lo stato romano assalirono, è lecito argomentare che a’ soli Piemontesi sarebbe fallita la impresa; massime avendo alle spalle gli Austriaci; che bene usata avrebbero quella occasione, come ne avevano diritto, per ricominciare la guerra con certezza di vittoria. Solamente le dette giobertiane proposte potevano essere effettuabili, se la corte d’Inghilterra e la republica di Francia avessero usata un’autorità, che non era da sperare usassero, dopo le prove fatte della benevolenza di quelle due nazioni, che, sotto velo di amicizia, ci facevano più male degli stessi Austriaci, co’ quali avevamo guerra aperta; che forse avremmo in tutto o in parte vinta; o trovato modo di onesta pace, dove le mal nutrite speranze nella protezione inglese e francese, non ci avessino renduti più ciechi, o meno temperati.

Nel tempo che il Gioberti scriveva a Roma, che il papa erasi piegato ad accettare la mediazione piemontese, giungevano al porto di Gaeta due navi spagnuole, che al santo padre annunziavano vicina un’armata con mille dugento soldati. Imperocché l’ambasciatore Martinez della Rosa, abbenché avesse ordine dalla sua corte di non offrire aiuti, se non era richiesto, pure il suo zelo cattolico lo aveva spinto a fere la profferta per entrare innanzi ad ogni altro potentato in quella gara di devozione alla santa sede. I rettori de’ governi italiani, a’ quali non restava che disfogarsi in lamentazioni, protestarono; e una protesta assai risentita mandò la corte di Sardegna, giungendo fino a dire, che ne avrebbe fatto caso di guerra. Né manco risentitamente protestò il granduca di Toscana, o per dir meglio i ministri Montanelli e Guerrazzi; e le due protestazioni furono dal Martini e dal Bargagli presentate al papa, che a un medesimo tempo, offerte e richiami accoglieva, non più a questi, che a quelle ponendo mente. Solo il cardinale Antonelli, che faceva le diverse parti della corte, cercò scusarsi col Martini, dicendo, che gli Spagnuoli non intervenivano nelle cose d’Italia, o di Roma: ma solo mettevano a ordine del santo padre un sussidio, che lo accompagnasse ovunque traslocarsi gli piacesse. Ma al Bargagli, credendolo forse in particolare più indifferente alle novità, parlò più chiaro: «non i soli aiuti di Spagna attendersi: ma in breve giungerebbe il conte Esterhazv, ambasciadore della corte d’Austria, per notificarne altri.» E ancor più schiettamente Pio IX gli disse: non essere dubbio che gli Austriaci non intervengano negli stati della Chiesa; arrecando ancora ad essi pericolo quella romana costituente. Il Bargagli, che voleva star bene con tutti, riferendo questi discorsi, ebbe ordine di partire da Gaeta e tornarsene a Roma. Gli altri ambasciadori stranieri, non eccetto il francese, si conducevano a Napoli per diporto, o per vaghezza di assistere alle ricominciate adunanze di quel parlamento. Solo il conte Spaur e il conte Ludoff, accontati col cardinale Antonelli, non lasciavano il campo; aspettando di giorno in giorno il conte Esterhazy, portatore del felice annunzio dell’intervenimento austriaco.

Erano dunque nel mezzo d’Italia precipizi ed accecamenti di parti; dall’un de’ lati, inutili sforzi per salvarla; dall’altra, non inutili pratiche per rovinarla; il resto martoriato o minacciato; quando il 1 di febraio adunavasi il rinnovato parlamento sardo con grande solennità. Il re co’ principi reali, accerchiato dalla guardia civile, e festeggiato dal popolo, vi si trasferiva, e a’ deputati e senatori volgeva questo breve e dignitoso discorso. Grato e soave conforto al mio cuore è ritrovarmi fra voi, che sì degnamente la nazione rappresentate. Ché se nella prima adunanza del parlamento, era la nostra fortuna diversa, non era maggiore la nostra speranza: la quale anzi è andata crescendo in cuore de forti, aggiungendosi alla efficacia delle nostre ragioni, l’ammaestramento della esperienza, il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. L’opera a cui dovete attendere in questa seconda adunanza, è molteplice, varia, difficile, e tanto più degna di voi. Rispetto agli ordini interni, dovrà essere nostra cura di ampliare le franchigie, accordarle co’ tempi, proseguire alacremente nell’assunto, che l’assemblea costitutrice dell’alta Italia. compirà. Di re e di popolo comporsi il governo con costituzione: dal primo de’ quali nasce unità e forza; dal secondo libertà e civiltà. Io feci e fo la mia parte. Le schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti, e gareggiano di bellezza e di prodezza coll’armata. Testé visitandole, potei il patrio amore, che le infiamma, argomentare. Né voi, come rappresentanti del popolo, mancherete, come fin ora mancato non avete, di fare la parte vostra; stimando sopportabile ogni patimento, che fia breve, mentre il frutto sarà durevole. Con tale accordo, non è possibile fallire alla meta, cui con egual voto e fiducia c’ indirizziamo.

Non si potrebbe dire da quanti applausi d’ogni parte fosse seguito questo magnanimo parlare di principe, che già di desiderare l’affrancamento d’Italia aveva coll’esporre la vita sua e de’ figliuoli, dato irrefragabile testimonianza. Né fu meno applaudito il Gioberti: al quale, come a primo ministro, in gran parte si riferivano que’ pensieri. Ma egli, sì prolisso favellatore, in tempi vaghissimi di parlamenti, giudicando scarso il già detto e ripetuto in fino alla sazietà, levatosi dal seggio, recitò lunga orazione, che in fine restringevasi a dimostrare: doverci per ancora contentare della monarchia costituzionale, e della libertà e unità di nazione, procacciata per via di confederazione.

Nel medesimo giorno che adunossi il parlamento sardo, ricominciava pure il napoletano; ma quanto diverso. Non armi civili gli facevano cerchio e sicurtà. Non allegrezza di popolo contento, lo rendeva bene agurato. Dentro lo funestavano gli odiosi visi de’ ministri; fuori, moltitudine di spie, di birri e soldati della tirannide. Non appena i deputati si raccolsero, subito si divisero per difetto di numero, non essendo stato a molti, già esuli, permesso di tornare. La parte buona della città era mesta, l’altra spensierata o soddisfatta. E facevansi presagi tristi o lieti, chiari o scuri, secondo le voglie diverse; quasi esser quello dovesse l’ultimo simulacro delle napoletane libertà.

La condizione de’ lombardi, de’ parmigiani, e de’ modanesi, seguitava essere quella de’ vinti; cioè fughe, taglie, ammazzamenti, confische, gravezze, spogli, terrori d’ogni maniera. La sola Lombardia dall’agosto del 48 al febraio del 49 era gravata di circa quaranta milioni d’imposizioni straordinarie; alle quali, aggiunte le ordinarie di trenta milioni, resultava un carico da non potersi in nessun modo comportare da una provincia di due milioni e mezzo d’abitanti. Richiama vasi la corte piemontese appo i rettori di Francia e d’Inghilterra, rammentando i patti della tregua del 9 agosto, sì apertamente violali: né quelli mancavano d’indirizzare parole al maresciallo Radetzky; il quale, dando risposte vacue ed ambigue, seguitava a fare secondo il suo arbitrio militare, confidando nella vittoria sua, e nelle discordie nostre.

Stretti d’assedio nel medesimo tempo vivevano i Veneziani, sopportando tutte le calamità d’infelicissima quanto onorata guerra. Né erano nell’interno affatto quieti da agitazioni civili; imperocché se bene in Venezia i sommovitori avessero meno che altrove campo libero, pure qualche disturbo a quando a quando cagionavano col mezzo delle congreghe, che co’ loro consigli e parlamenti volevano avere ingerenza e potenza nelle deliberazioni publiche. E gran motivo di lamento era per essi che l'assemblea, eletta nel passato mese di giugno a fin di risolvere la quistione della congiunzione col Piemonte, restasse in piè; la quale dicevano non competente ad altre deliberazioni; come se un consiglio sorto da’ suffragi dell’universale, non portasse seco ogni potere di piena sovranità. Tuttavia, se lo scioglimento fosse stato chiesto, per non lasciare parlamento aperto in tempo di guerra, sarebbe stata testimonianza di senno antico; ma in cambio si voleva casso quello che v’era, per far subito luogo alla elezione d’un altro, composto di rappresentanti tratti da’ luoghi che ancora resistevano agli Austriaci. Il triunvirato per un pezzo s’oppose a questa voglia, o che non la credesse ragionevole, o temesse di essere spogliato della dittatura: ma crescendo sempre le istanze e i clamori, ultimamente cedette; e valendosi del suo potere straordinario, cassò l’assemblea, decretando in pari tempo la convocazione di comizi per una novella; composta di deputati da durare in ufficio soli sei mesi, e rappresentare ciascuno mille e cinquecento abitanti. Pure, fatto il decreto, indugiava a mandarlo ad effetto, quasi gl’increscesse di affrettare la ragunanza d’un parlamento, in man del quale doveva deporre ogni potere; onde non prima della fine di gennaio si tennero i comizi; essendo stata la popolazione delle lagune spartita in dodici collegi; di cui otto erano per la città di Venezia, e quattro per i luoghi vicini: mentre l’esercito e l’armata ne formavano uno a parte. Ma se bene il numero degli elettori, non comprese le milizie, fosse di quarantaduemila, pure appena un terzo prese parte a’ comizi, non tanto per contrarietà, quanto per isvogliatezza: nascente in gran parte da quel continuo e petulante rinnovar parlamenti senza necessità o utilità publica.

Appena congregati i nuovi rappresentanti, vennero al loro cospetto i rettori a render conto della balia stata loro conferita. Lungamente parlò il Manin: studiandosi innanzi tratto di giustificare il più e il meglio che sapeva, il rimutamento delle cose deliberate nell’agosto passato, e la creazione e prolungazione della dittatura. Poi entrò, meno esplicito e franco, a favellare della domanda d’intervenimento armato fatta alla republica francese, e delle pratiche colle potenze mediatrici, e della buona amicizia colla più parte de’ governi italiani, e particolarmente col piemontese. Appresso lui, parlamentò il Tommaseo; di fresco tornato da Parigi, dove l’avevano mandato a chiedere sostegno; e com’ei, d’ingegno naturalmente poco lucido, s’avviluppasse in quella per se stessa difficile relazione, non potrei significare; onde l’assemblea restò più al buio di prima, intorno alle vere disposizioni de’ Francesi e degl’inglesi verso la povera Venezia. Vennesi al punto più scabroso, cioè a riferire dello stato dell’erario, dell’esercito e dell’armata. Il Manin, che amava meglio lusingare che sconfortare, fece della tesoreria assai prosperoso ritratto, affermando, aver fondata speranza che per lungo tempo non sarebbesi ricorso ad alcuna straordinaria gravezza, né gittato in commercio altra moneta di carta. E se bene da alcuni deputati si chiedesse un rendiconto meglio particolareggiato, giammai non l’ebbero. Più aperto e severo parlò della milizia il Cavedalis, ministro sopra la guerra; conciossiaché non nascondesse né dissimulasse le profonde e quasi insanabili piaghe della niuna disciplina e della sfondala ambizione de’ gradi, e della ancor più sfondata ingordigia degli stipendii: delle quali querele facevano immoderato uso le congregazioni politiche per domandare gastighi e rigori contro quelli, che pur, bene o male, dovevano combattere. Tuttavia queste tribolazioni interne, ordinarie in tutti i mutamenti, non erano il maggior male; ma sì il pericolo della guerra esterna, o della fraude diplomatica. Al che non più le lombarde che le veneziane provincie vivevano miseramente esposte. Sfortunatissime contrade; per le quali l’uscire di tanti travagli era non più malagevole per novello esperimento di armi, che per pratiche di accordo.

Le maggiori novità quasi non facevano pensar più al congresso di Bruxelles; o era sì languido e sfiduciato il parlarne, che nessuna speranza più se ne aveva. Solo a quando a quando si levava qualche voce, che i Francesi e gl’Inglesi facevano istanza alla corte d’Austria e di Piemonte, perché i loro rappresentanti mandassero; e s’annunziava, che l’imperadore sarebbesi fatto rappresentare dal principe di Colloredo, con ammonimenlo ben chiaro, che i trattati nuovi avessero fondamento ne’ vecchi del 1815; che era quanto dire, non volere di quelle conferenze resultamelo alcuno. Dicevasi altresì che per la republica francese sarebbe andato il Toccheville; poi il Thiers; che di tutti il più scaltrito, se ne scusò. Altre voci pure si levavano, che non più un congresso speciale per l’assestamento dell’alta Italia, ma tino generale per la risoluzione di tutte l'altre quistioni, e massimamente di quella del papa, sarebbesi tenuto; e ancor di questo si designavano i luoghi e le persone: e quasi le risoluzioni, colle imaginazioni già commosse, si antivenivano. Egli è certo, che per lo imaginario congresso di Bruxelles partì il conte Turini, qual rappresentante la consulta lombarda, stanziata in Piemonte. Partì pure il marchese Ricci oratore di Carlo Alberto con commissione affatto opposta a quella del rappresentante austriaco; essendogli stato ingiunto di sostenere la intera libertà e unione d’Italia. Per la Toscana ebbe commessione il Cav. Martini, che trovavasi presso la corte piemontese. Finalmente per i ducati di Parma e Modena furono mandati il Maestri e il Poltronieri. L’andata di costoro fu sì vana, che non l'avrei ricordata, se non fosse stato per annoverarla fra le cose ridevoli o fraudolente di que’ giorni.

Ma l'ora era venuta della rovina d’Italia. Il tanto aspettato conte Esterhazy il dì 4 febbraio giungeva a Gaeta, come ambasciadore della corte d’Austria. Stato prima alle strette col cardinale Antonelli, fu poscia accolto dal papa; che gli fece il medesimo buon viso, mostrato all’ambasciador di Sardegna, parendo che presso lui avesse ragione l’ultimo a favellare: e però accorgimento dello Spaur e dell’Antonelli era di fargli parlar poco dal legato di Sardegna, e da chiunque di costituzione, d’italiana libertà, e di accomodamento pacifico portava opinione. È vero che Pio IX in fine anch’egli per iscrupoli, o per risentimento, aveva l'animo composto a sentire maggiormente i consigli de’ nemici d’Italia; ma tuttavia a quando a quando dava segno di certo turbamento o afflizione; e una volta fra le altre, lo stesso conte Martini se ne accorse; perché tornato a pregarlo di accettare almeno un presidio di Piemontesi in Romagna, gli rispose: non potersi, per non impacciare il passo a milizie, che sarebbero state senza fallo mandate in suo soccorso. Allora l’orator sardo, riscaldato il dire, mettevagli innanzi la povera Italia, da lui benedetta; le tante speranze di libertà suscitate; il bene della stessa religione, che disgiunta dalla patria, gran pericoli correva. Pio IX, traendo dal petto sospiro angoscioso: che posso io far più, esclamò; è troppo tardi; e così accomiatollo, come se lagrime in sugl’occhi gli spuntassero, e volesse nasconderle.

Il dì 7 fu tenuto concistoro di cardinali, e deliberossi di domandare formalmente soccorso d’armati alle corti di Austria, di Napoli e di Spagna, e alla republica francese, in tali termini, che ognuna senza intelligenza dell’altra, potesse mandarlo, sperando che gli Austriaci e i Napoletani, e anche gli Spagnuoli, intervenendo senza indugio, facessero sì, che la mal amica republica lasciasse il pensiero di più intervenire o di opporsi: contenta e paga dell’essere stata chiamata.

Ma la corte di Vienna, che sapeva come stava in casa, né era usa precipitar le imprese, anzi assai bene le misurava, non s’avventurò: e volle prima, che la quistion di Lombardia in un modo o nell’altro si risolvesse; e certificar si potesse che i rettori di Francia non farebbero opposizione. Onde differita la esecuzione, fu in massima, lo intervenimento straniero per rimettere il papa in Roma, statuito e accettato; notandosi, che ciò si facesse a Gaeta il giorno innanzi, che in Roma si decretava la cassazione del papa e il reggimento della republica; e in Firenze, fuggito il principe, gridavasi un governo temporaneo. I quali fatti, sì precipitosi e per la loro natura e per la celerità con cui si succedevano, daranno materia al libro che segue.


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LIBRO DICIANNOVESIMO

SOMMARIO

Convocazione dell’Assemblea romana. — Discorso dell’avvocato Armellini. — Impazienza di alcuni a deliberare il governo della republica. — Comunicazioni fatte dal ministro degli affari esterni. — Disposizione a decretare la republica. — Discussione intorno a questo soggetto. — Orazione del conte Mamiani. — Altri discorsi pro e contro. — Deliberazione del governo della republica. — Promulgazione fattane dal Campidoglio. — Allegrezze stentate. — Sentimenti e giudizi diversi. — Elezione d’un triumvirato. — Ricomposizione del consiglio de’ ministri. — Dichiarazioni al publico. — Penuria d’uomini valenti. — Mala scelta di rappresentanti presso le nazioni di fuori. — Fughe, vigliaccherie e improntitudini. — Indicii di fuga del granduca di Toscana. — Partenza per Siena. — Subbugli in quella città. — Istanze per farlo tornare a Firenze. — Andata a Siena del ministro Montanelli. — Colloqui avuti col principe. — Opinione che fosse infermo. — Disordini promossi dai licenziosi. — Fuga del granduca per la Maremma. — Lettere mandate al Montanelli. — Ritorno di questi a Firenze. — Adunanza notturna de’ ministri. —Accordi e macchinazioni per fare un governo temporaneo. — Adunanza del consiglio de’ deputati. — Rinunzia de’ ministri. — Irruzione plebea. — Abbandono dei deputati. — Deliberazione d’un reggimento temporaneo. — Conferma a questa deliberazione in Senato. — Errore e colpa di tutti nel fare o sopportare la mutazione. — Mala contentezza per la fuga del principe. — Discorsi e lamenti per la medesima. —Allegrezze e baldorie popolari. Bando del triunvirato. — Elezione pessimamente accolta di nuovo ministero. — Assalto plebeo agli stemmi granducali. — Baccano in Livorno. — Venuta del Mazzini in Toscana. — Decreti e mutazioni fatte da’ rettori del nuovo governo. — Cambiamento di ufficiali publici. — Sedizione militare in fortezza. —Indici di sollevazione contro il nuovo governo. —Improvvida dispensagione di armi al popolo. — Spedizione di Portoferraio. — Timore di controrivoluzione in Maremma. — Bando del principe diretto a’ Toscani dal porto di Santo Stefano. — Rinfocolamento del commovimento democratico in Roma per le novità di Toscana. — Rinunzie di rappresentanti dell’assem454 bica romana. — Provvedimenti da quella deliberati. — Legge di adesione e di giuramento alla nuova republica, rimasta quasi senza esecuzione. — Ingordigia e gara di uffici. — Espettazione e costernazione diversa in Toscana per le risoluzioni del principe. — Infamia delle denunzie. — Domande insane per provvisioni di terrore. — Mostre di republica in Firenze. —Opposizione efficace del Guerrazzi. —Difficoltà di provvedere all’erario. — Publicazione de’ buoni del tesoro. — Vana prova di riordinare la guardia cittadina. — Elezione del professore Zannotti a generale. — Accrescimento della guardia municipale. —Nomina del Solera. — Dissoluzione della milizia stanziale per cagione del nuovo giuramento. — Giuste querele de’ veri amadori della causa italiana. — Impossibilità a ricomporre l’esercito. — Aizzamenti a guerra civile. — Guerra indiretta fatta dagli ufficiali publici al nuovo governo. —Notificazione del Triunvirato per chiamar gente alle armi. 'Ripugnanza, e diffidenza generale.

Erano a’ primi di febraio convenuti in buon numero in Roma i deputati delle provincie, la più parte senza sapere che dovessino deliberare; se non che, come a disporli a decretar la republica, facevansi ne(1) cerchi e ne’ teatri, numerosi raguni di popolo, con grida e acclamazioni per quella forma di stato. Trasferironsi la mattina del dì 5 in Campidoglio, ornato di trofei e di emblemi, e qui raccolti, dopo avere invocato il divino favore nella contigua chiesa di Araceli, in pricissione fra schiere di milizia cittadina, preceduti da stuoli con bandiere italiane, s’incamminavano verso il palagio della cancelleria, attraversando la via principale della città, e piena di gente: la più parte assembrata per disio di vedere quella novità. Giunti alla sala dell’adunanza, e messosi ognuno al suo seggio, il presidente del governo temporaneo C. E. Muzzarelli, notificò essere il publico parlamento cominciato: e l’avvocato Armellini, ministro degli affari interni, invitò a render conto dell’amministrazione delle cose publiche; il quale, salito in bigoncia, parlò quasi in questa forma.

L’opera della nostra redenzione, o cittadini rappresentanti del popolo, è compiuta. Che spettacolo maestoso è questa veramente cittadinesca assemblea: la prima volta co’ suffragi dell’universale, adunata, e in Roma. Siate i ben venuti, o cittadini rappresentanti, cui proviamo orgoglio di salutarvi; inchinandosi dinanzi a voi gli uomini che hanno temporalmente tenuto il governo. Per me è questo il giorno più bello della mia vita: e posso dire di essere vissuto a bastanza, non restandomi che un sol voto da fare, che Italia sia libera e unita; e salga al grado di nazione, e splenda fra le altre grandissima. Quanto ci è costata questa convocazione. Quanto il mantenere liberi i comizi, e vincere gli ostacoli, che da tutte parti ci erano frapposti, avendo contro noi l’Europa armata. Oggi siamo tutti romani, e ci chiameremo romani, appartenenti a noi stessi e all’Italia; dacché i popoli non sono più sostanze e prebende d’un ordine, o dote d’un sacerdozio. Dio ha creato libere le genti, ed è bestemmia chiamare di ragion divina il regnare: quasi Dio potesse contraddirsi. Prendiamo il nome nostro originale di romani, perché Roma è la parte più sacra, più dalle storie glorificata, e sopra ogni altra prediletta d’Italia, anzi cuore di lei, e tale da andarne superbi. Nel deporre ora nelle vostre mani, o cittadini rappresentanti, la podestà nostra, vi rendiamo ragione dell’uso che ne abbiamo fatto. Pio IX, il cui nome è parte principale delle istorie di questo tempo, succeduto a un detestato pontefice, ammaestrato da’ passati rivolgimenti, stretto da invincibile necessità, si era messo con quelle prime concessioni in una via gloriosa, togliendosi dalle braccia della diplomazia, e a quelle volgendosi dell’Italia; onde speravamo, ch’ei dovesse essere il riconciliatore del principato coll’uman genere. Ma non vince chi ben comincia, ma sì chi persevera; ed ei non era pari alla grandezza del suo ufficio. Credeva ad ogni concessione, di aver finito; e in tanto i popoli lo sospingevano sempre più innanzi. Eccolo allora, spaurito da scrupoli, che gli facevano stimare sacrilegio la libertà secolare, e rattenuto dalla diplomazia, e dai fautori della tirannide assoluta, ripentirsi e indietreggiare per forma, che a farlo dichiarare, non mancava che l’occasione. La quale venne colla guerra italiana, ch’ei condannò nella enciclica del 29 aprile 1848: che fu il primo atto di sua separazione dal popolo. Né bastandogli di ritrarsi dalla guerra, si scusò delle leggi fatte; e di non voler più ne’ rinnovamenti seguitare, protestò. Onde d’allora in poi fu continuo cozzarsi della teocrazia colla monarchia costituzionale; impossibile formare ministerii, eterno il quistionare per l’ufficio di soprintendere agli affari colle corti di fuori; e in ultimo la tragedia del 15 novembre, la sommossa del dì seguente, un ministero parte accetto e parte nò, la fuga, i provvedimenti dei ministero dell’assemblea, e della giunta suprema. Ma la nazione era senza capo; e quantunque il principe, abbandonato tostato, avesse violato lo statuto, pure seguitavamo a reggerci in nome suo, e far pratiche continue e vane di riconciliazione. Il che valga per coloro che delle fazioni e parti estreme si dolgono. Ma dopo i rifiuti, le protestazioni, gl’interdetti e gli ordini fatti in paese nemico, la rivoluzione si allargò e trionfò. Fervea in que’ giorni per l’Italia il pensiero d’un’assemblea generale costituente, dacché dileguata la illusione delle costituzioni, bramavasi stato nuovo; quando noi fummo assunti al governo publico: i quali stimando che si dovesse invocare la sovranità del popolo, da noi riconosciuta, proponemmo al consiglio de’ deputati, la costituente. Trovammo perplessità, pusillanimità, contrarietà; alcuni si ritirarono; altri non intervennero; quasi il consiglio annullatosi di per sé, fu disciolto con legge. Altro impaccio provammo nella rinunziazione della giunta, suprema di stato: per la quale fu costituito il governo temporaneo, cui non mancò lode d’ogni parte d’aver mantenuto la quiete e sicurtà publica. I potentati stranieri mantennero con noi uffici cerimoniosi, e qualcuno anco autorevole. Si fecero i comizi generali. Impacci, difficoltà, sedizioni, congiure sacre e profane, resistenza del clero, degli ufficiali, de’ municipii, titubanza d’una parte della milizia, minacce di cospirazione e d’intervenimenti stranieri, dovemmo sostenere. Ma il popolo era con noi, e col popolo è Dio: onde potemmo altresì promulgare la costituente italiana, destinata a compire in breve, la maggiore, la più gloriosa, la più desiderata impresa.

Fatto questo preambolo, annoverò le nuove leggi e riforme effettuate in sì breve tempo nelle varie amministrazioni; e perché al principio magnifico fosse uguale il fine, così conchiuse: «La democrazia acquista ogni dì potenza: né più s’inchina un popolo per farsi assolvere di avere il suo diritto vendicato. Le sacre leghe hanno il baco nel seno. Faransi colleganze di popoli. Cascano le forze materiali; s’elevano le morali. Se voi adoprerete da senno, io v’assicuro in nome di Dio, il trionfo della nostra causa. Rammentatevi di essere fra’ sepolcri de’ Cesari e de’ Papi. Sovr’essi elevate il nuovo edificio, che non sarà men glorioso del caduto, cominciando l’opera vostra con questi due nomi: Italia e popolo.»Pareva in queste ultime parole la mistica anima del Mazzini, benché non presente, spirasse. Non meno gli spettatori, che i deputati furono in modo accesi, che d’ogni parte si levarono voci e grida, come se già la republica de’ Bruti, de’ Cammini e degli Scipioni avessono risuscitata. Il principe di Canino, che voleva sempre andare innanzi a tutti, sentendosi appellare per conoscere se i deputati erano in numero, rispose: viva la republica: quasi vagheggiasse diventarne supremo reggitore. Allora il Garibaldi levatosi, grida: A che star qui a perdere il tempo in cerimonie? Andiamo tutti in Campidoglio e promulghiamo subito la republica. Il Canino seconda; il popolo applaude, e forse il più dei deputati sarebbonsi lasciati tirare a quell’invito, se Pietro Sterbini non gli avesse ritenuti, dicendo con arte: dover essere degne di Roma le deliberazioni de’ suoi rappresentanti: libere le volontà; e quindi da sottostare alle leggi de’ parlamenti: fra le quali annoverarsi la verificazione delle elezioni degli stessi deputati, senza cui non potersi stimare del tutto costituita ed autorevole l’assemblea.

Piacque l’ammonimento; fatto da uno de’ più spasimanti di novità; e stanziarono, che innanzi di venire a deliberazioni, fosse da esaminare ne’ diversi uffici le elezioni. E per questa esamina si consumarono due giorni; ne’ quali fra tanto i deputati andavano facendo adunanze private per ammaestrarsi l’un l’altro, e intendersi sul partito da prendere. Principali ritrovi erano, uno d’impronti in casa il siciliano La Masa; l’altro di temperati, presieduto dal Mamiani in casa Berretta. I più veramente non sarebbono stati per la promulgazione della republica, . e d’altra parte ignoravano qual altra forma di governo accettare; né il seguitare a dimorare nel temporaneo pareva conforme al mandato ricevuto di costituire governamento nuovo. Dibattuti in questi pensieri diversi, né sondo ancora ben chiariti intorno alla migliore risoluzione, s’adunarono in publico la mattina del dì 8 febraio dopo avere eletto a loro presidente l’avvocato Giuseppe Galletti. Grande era l’espettazione, grandissimo il concorso del popolo; più d’uno apparecchiato a lunghe dicerie. Primo a rompere il silenzio fu il principe di Canino; il quale per vaghezza di non risparmiare alcuna generazione di rettori, o per izza di non essere lui mai stato eletto ad alcuno governo, cominciò a querelarsi degli uomini che avevano retto transitoriamente lo stato; perché non avevano fatto provvisione di armi e di danari quanto era mestieri, né purgati gli uffici publici della gente devota a tirannide. Risposero lo Sterbini e 1’Armellini, scusandosi dell’operato, e di quel che non avevano potuto fare; quando uno surse, e mostrato non essere quello tempo di accuse e di giudizi, ma sì di provvedere al reggimento nuovo dello stato, tosto le diverse lingue si sciolsero. Fu chiesto di conóscere in qual corrispondenza si trovasse co’ potentati esterni per entrare con miglior cognizione in materia; ma gli impazienti interrompevano: doversi senza tante disamine e considerazioni deliberare. Tuttavia riesci a vincere che si ascoltasse innanzi tratto la relazione di chi era stato ministro sopra gli affari esterni. Dalla quale resultava, che niuna comunicazione formale s’aveva più co’ potentati così oltramontani come italiani, e solo alcune intelligenze cerimoniose erano colle corti di Toscana e di Torino. Non mostrandosi satisfatti i deputati, il ministro depose in lor mani i documenti, pregando a volerli disaminare: e non sembrando convenienza far ciò in publico, deliberarono adunarsi in segreto. La loro attenzione era principalmente dirizzata a’ Piemontesi, per argomentare quanto di sostegno e di favore potevansi da quelli aspettare: e instantemente si lesse la lettera del Gioberti, da noi sopra riferita: colla quale esortava di cominciare il nuovo parlamento col dichiarar salda la sovranità costituzionale del pontefice, e consentire che tornasse con un presidio di soldati piemontesi. Andarono in furore, per questi consigli, i più stemperati, quasi fosse un tradimento. Come? (dicevano) un" assemblea scomunicata dal papa dovere la sua sovranità autenticare? E chi non volle ricevere ambascerie d’un consiglio da lui stesso creato, piegherebbesi a mandar commesarii per trattare con gente maladetta? Che è quel «non dover ricevere la legge da proprii sudditi, » quando in cambio, essendo un principe costituzionale, cioè legato col popolo per patto, ch’ei ruppe, scadde d’ogni autorità? Come poi ovviare a’ suoi scrupoli religiosi? Dunque se la coscienza un giorno gli dicesse essere mestieri raccendere i roghi della sacra inquisizione, non se gli potria opporre? Ma peggio d’ogni cosa è la profferta d’un presidip piemontese per tenere in freno i pochi faziosi; motto usato da tutti i tiranni per designare i loro avversari; e ora liberi fratelli italiani si vorrebbero far servire a rimettere la più abborda e inflessibile fra tutte le antiche e recenti tirannidi.

Non soddisfecero le esortazioni del Gioberti né pure i temperati, che dopo l’esperienze fatte, reputavano vana ogni altra pratica colla corte di Gaeta. In fine dispiacquero a tutti, parendo un prostrare la dignità publica a fare altre umiliazioni, dopo i rifiuti, le minaccio e gl’interdetti. E da quel congresso segreto alcuni uscirono più che mai sbuffanti republica, ed altri che in fino allora avevano tentennato, disposero l'animo ad accettare questa forma, come il men reo partito che in quella disperazione restasse. In tal modo chi in conciliare le parti maggiormente si travagliava, fu causa che ogni via d’accomodamento si chiudesse.

E tornati in consiglio publico i deputati, fu gridato che si passasse subito alla discussione del nuovo reggimento. Un cotal Savini fece acerba invettiva contro il papato, e conchiuse «in nome di Dio, noi rappresentanti di popolo cristiano, alzando l'evangelio, sentenziamo una volta per sempre, che i papi non debbano sedere in sedia di re, e il regno loro non è di questa terra.» Tuono di applausi a queste parole scoppiò, e forse sarebbesi d’un colpo passato a gridar la republica, se quella foga non avesse ancora rattenuta per alcuni istanti, la splendida orazione che fece il conte Mamiani. Il quale in mezzo a un profondo silenzio, attirandosi attenzione e reverenza d’ogni parte, così favellò:«Pronunziare la decadenza de’ papi, racchiude due distinte significazioni; le quali fa gran bisogno di ben intendere e di ben chiarire. Dappoiché l’assemblea nazionale risiede in Roma, e giudica di essere qui mandata dal popolo tornato in possesso di ogni diritto, i pontefici non possono più oltre pretendere alcun impero temporale assoluto, né alcun principio d’autorità, il qual sia superiore e nemmanco eguale a quello della costituente romana. Con tale sentimeuto adunque assumendola proposizione della decadenza de’ papi, credo che pochi, o nessuno dissentirebbe in quest’assemblea. Ma per ciò che riguarda l'altra significazione, che comunemente si dà e s’inchiude in quell’enunciato, cioè a dire, che i papi non debbono essere mai più investiti, neppure da noi, di autorità principesca, è cosa sulla quale desidero di palesare e di esporre alcuni miei pensamenti. Godo in primo luogo che la discussione sia subito pervenuta al suo punto essenziale. Alcuni qui sedenti desideravano di procrastinare, e che l’assemblea volesse innanzi occuparsi della legislazione costitutiva del nostro paese. Ma io godo (ripeto) che il vero quesito, il principale, il fondamentale quesito sia subito posto innanzi; per trattare il quale io accettava l’onore ed il carico di rappresentare in questo consesso la metaurense provincia. Per tale oggetto gravissimo, per assistere a così grande e solenne dibattimento, benché io sapessi che il mio nome è caduto, che la mia influenza è annullata; benché sapessi di non poter più fare assegnamento su quella facile udienza, su quella pronta e spontanea adesione, e su quei frequenti applausi che seguitavano i miei discorsi in altra assemblea, pure sciogliendomi da ogni dubbiezza e acchetando nel cuore qualunque trepidazione, sonomi intieramente affidato alla vostra benevolenza e alla vostra giustizia. Siamo schietti e fuggiamo le sottigliezze e gli equivoci. In Roma non v’ha via alcuna di mezzo; in Roma non possono regnare che i papi, o Cola di Rienzo. Mostriamoci dunque franchi e sinceri, come s’appartiene più propriamente a un’assemblea popolana e sicura dei propri diritti, quale è questa qui presente. Dichiarare la decadenza de’ papi in tutte e due le significazioni anzi espresse, vuol dire né più né meno che stabilire in Roma il governo republicano. Approfittando della benignità ed anche della ragionevolezza e giustizia, per cui volete lasciarmi libertà piena di opinioni e di parole, dovete concedermi su tale argomento, che io vi esponga il mio parere un po’ per disteso. E innanzi a tutto vi annunzio, che io qui non intendo discutere dei principii. In quanto ai principii, io vo persuaso, che poca o niuna differenza interviene fra me e buona parte di questa assemblea. Io, nel vero, ho sempre pensato, che qualora il poter temporale dei papi non riesca in niuna gutèa a conciliarsi e accordarsi colla piena libertà e coi sentimenti nazionali, e qualora venir non possa in massima parte delegato alle assemblee ed ai ministeri; e conformato alla generale opinione, esso continuerebbe oggi ad essere quello che, secondo il giudizio mio, è stato troppo sovente un flagello per l’Italia, un flagello per la religione. Similmente io vi dico, che la republica, al mio sentire, è la più bella parola che suonar possa sul labbro dell’uomo; e dove la virtù e il senno dei popoli sia sufficiente all’uopo, la republica è il governo, il quale si confà meglio colla dignità della nostra natura, e tocca l’ideal forma della perfezione civile. Io non questiono adunque né di principii, né di massime universali, né di diritti; io voglio solò condurre l’attenzione vostra sull’essere di alcuni fatti; voglio indurvi a considerarne parecchie gravissime conseguenze; voglio che ne esaminiate l’opportunità; e soprattutto io voglio con voi ponderare ciò che possono apportare quei fatti alla comune salute d’Italia, la quale io so bene essere nel petto vostro il primo, il sommo dei sentimenti e degli interessi. Quando i francesi pensarono di atterrare il trono di Luigi Decimosesto, avevano a requisizione loro, ed esecutrici del lor volere, trecento e più mila baionette agguerrite e disciplinate. Io mi volgo a guardare intorno di voi, o signori, e non vedo l’esercito che debbe eseguire i vostri decreti; perché non suppongo bastare all’uopo le non molte migliaia di uomini che noi possediamo, non assai per anche agguerriti e disciplinati. Ma vi ha di più; dal lato alle trecentomila baionette francesi sorgeva un’altra forza ugualmente o più formidabile ancora, la forza del popolo. Quelle plchi Sollevate davano volenterose l’ultima goccia del proprio sangue per la causa republicana; e voi sapete bene il perché. Al sentimento nazionale radicato ed innaturato nel cuor de’ francesi da secoli, aggiungevasi la giusta paura che il furioso manifesto del duca di Brunswick si avverasse, cioè a dire che il popolo minuto tornasse sotto il peso delle Corvee, sotto il peso e l’ingiuria delle servitù personali, sotto le avanie, gli spregi, i soprusi, e tutte ornai le usurpazioni e le concussioni delle classi privilegiate. Per questo principalmente tutto il popolo in massa correva ad affrontare il nemico e a rompere col ferro la congiurazione de’ re: per questo principalmente rinnovò la Francia tredici volte l’eroico esercito suo. Ma non iscordiamo, io vi prego, non iscordiamo, che ciò che la rivoluzione francese, ha raccolto di veramente fruttifero ed utile alle classi inferiori, è pressoché in intero accettato e praticato oggi dalle nazioni più colte e ben governate. La libertà e ugualità civile innanzi alla legge, l’estinzione dei privilegi, lo sveglimento fin dalle ultime lor radici delle soperchierie feudali, buona pezza è che mercé di Dio vennero promossi e compiuti in ogni provincia italiana. Laonde, non si volendo aver ricorso ai delirii del Comunismo, quello che si può promettere oggi dà noi alle moltitudini perché ci seguano coraggiose e infiammate, perché versino largamente e con letizia il sangue delle lor vene, si è un profitto ed un bene poco visibile e poco palpabile, non mollo certo, non vicino, non bastante ad accendere la fantasia e lusingar!'interesse. Però io sento i giovani generosi rispondermi; che la parola republica ha suono portentoso e immortale. La vista del vessillo. republicano, dicono essi, esercita nel cuor dei popoli un invincibile attraimento, e porta seco dovunque uno spirito sempre nuovo d’infinito proselitismo. Noi dunque, concludono, lo afferreremo con fede, e traendolo trionfalmente per le contrade tutte italiane, troveremo quelle armi, que’ tesori, quel seguito e ardore di genti che alla vittoria finale della nostra causa bisognano. A me, in considerazione della salute d’Italia, fa grandemente mestiere di seguire con l’occhio e un poco esaminare questa trionfale processione di frigio beretto. E prima concedo che non sarà molto malagevole fare republicana la vicina Etruria, e confesso che, nel trambusto e scombuiamento in cui trovasi quello stato, tanto è facile imporgli qualunque forma di governo, quanto difficile il conservarvela. Contuttociò neanche in Toscana mi avviso sarà senza dolore il piantare la vostra bandiera; perché se il granduca si rifuggisse (poniamo) in Siena, si avrebbe un lacrimevole saggio del medio Evo Italiano; e noi vedremmo ancora il sangue dei Fiorentini e dei Sanesi bagnare le glebe del. più fiorito giardino d’Italia. Pure, ripeto, vi si conceda che la Toscana presto diventi republica; ma non molto di forza, non molto di tesoro, non copiose moltitudini, non grande incremento di vigoria recherebbe quella conquista alla causa che voi caldeggiate. Egli bisogna procedere più avanti, varcar la Macra e la Sesia, varcar le frontiere del Piemonte, perché là è il nerbo, là il braccio e lo scudo d’Italia. Ora, in Piemonte la cosa non può succedere certamente con uguale facilità e con uguale prontezza, perché ciascuno quivi ha la mente e l'animo pieno e infuocato di memorie, di tradizioni, di costumi monarchici. Il popolo piemontese, partecipando più d’ogni altro italiano della natura settentrionale, ha la fantasia meno mobile, il consiglio più posato, molta gravità e costanza negli usi, negli affetti e in qualunque intimo convincimento. E che lo spirito regio di quella provincia non sia fugace e non iscemi rapidamente siccome altrove, si dimostra dalle cagioni. La storia intera del Piemonte è da secoli la storia sola della casa di Savoia. Tutto il bene e tutto il male procede da lei. Né possono i subalpini dimenticare giammai, che per la spada, pel valore e per la sagacità de’ principi loro, sieno divenuti una gente che ha molta dignità, molta forza, molta importanza, fra tutte le altre e che è giunta oggi per effetto di regie vittorie e di regie conquiste a tenersi in mano la più gran parte de’ destini della penisola. So che allato del Piemonte sta Genova, so che Genova è al contrario nutrita di tradizioni republicane, di costumi republicani. Ma colui s’ingannerebbe più che mediocremente, il quale reputasse. Genova molto disposta e facile ad accettare la vostra bandiera. Genova e la Liguria, innanzi ogni cosa, sono un popolo marinaio e un popolo mercatante: e per l’esperienza di più di trent’anni non v’ha nessun cittadino colà, il quale non siasi accorto e non confessi candidamente che alla città di Genova, così a rispetto del commercio, come dell’importanza politica e della salute comune d’Italia, torna utilissimo essere congiunta al Piemonte e rimanere provincia del regno Sabaudo. Ora, ecco il mio discorso a che viene. Chiamando i Subalpini sotto la vostra bandiera, voi non potete ottenere che uno di questi due effetti: o si sveglierà e diffonderà nel paese una sanguinosa reazione contro le idee republicane e contro le libere istituzioni, ovvero si empirà esso di partiti e di sette, di tumulti fieri e incessanti, di soppiatte congiure e macchinazioni. Nell’uno e nell’altro caso, il Piemonte verrà senza meno scompigliato e disfatto; cosa per la quale l’esercito subalpino, „nel cui cuore e nelle cui braccia sta la vera e la sola forza italiana, non potrà mantenersi ordinato e disciplinato, stretto da un solo legame, al solo intento rivolto della guerra santa del riscatto. A me poi non bisognano molte parole a mostrare le conseguenze di tutto ciò. L’astuto Radetzky ripeterà a rispetto del Piemonte quel medesimo che operava a rispetto della Lombardia. Chiuso egli e trincerato nelle sue vaste fortezze, venne spiando a grande agio il luogo, il giorno, il momento opportuno per assaltare e sbaragliare il nemico. Ora, pensate, o colleghi, che il simile va adoperando colui in risguardo della vita politica degl’italiani; e visto il Piemonte sossopra e l’esercito disunito e scompaginato, gli piomberà addosso un bel giorno, e in due marciate, con poco sangue e contrasto, si accamperà nella nobile Torino. Una risposta mi si può fare, lo so, ed è la presente. La Francia non può del sicuro abbandonare una republica sua sorella, perché ucciderebbe il principio che la fa vivere oggi, principio che di sua natura è invadente e diffusivo. Che quando anche a quel governo non paresse necessità di soccorrere una nascente republica, il moverebbe un’altra più certa e più sentita necessità, quella di non poter tollerare i tedeschi accampati al piè delle Alpi e vicinissimi alle sue sacre e inviolate frontiere. A me pare altresì di sentire alcuno che aggiunge: forse alla impresa nostra avrem compagna eziandio tutta la parte più animosa e civile del genere umano, scossa e maravigliata della portentosa risurrezione di Roma; ivoti, le simpatie, gli sforzi di tutti i popoli, non ancora in pieno modo emancipati e sicuri, in noi si convergeranno, e starà con noi lo spirito democratico di tutte le genti: forse dal nostro fatto scoppierà nuova scintilla di universale e inestinguibile incendio; forse a noi toccherà la gloria sublime di avere una volta per sempre affrancata davvero e rigenerata l’Europa intiera. Vedete che io non mi adopero punto a celare ed attenuare la copia e il vigore delle vostre risposte, né le speranze, i giudicii e gli indovinamenti che un nobile cuore e un ardir generoso vi detta e vi persuade. Il danno d’Italia si è che spesso ella intraprende e incomincia ciò che altrove è finito.: ella procaccia di rialzar quelle insegne che altrove sono cadute: ella per sua sventura non sa ben cogliere né il tempo, né l’occasione. Se mesi addietro aveste appoggiato i vostri disegni e le vostre speranze sul democratico movimento di Europa, io ci avrei veduto alcun buon fondamento; ma oggi non può dà nessuno ignorarsi che invece comincia a predominare in Europa uno spirito gagliardo di conservazione e di resistenza, e che pur troppo cotesto spirito robustissimo ha guadagnato assai vittorie sui popoli, e torna inutile il volerle occultare e negare a noi stessi. La seconda terribile sollevazione di Vienna è caduta e spenta; 1 altra di Berlino è tutta riuscita in favore del monarcato; e non mai il re di Prussia ha goduto di maggiore autorità, di maggior forza morale, di maggior dignità regia quanto in questo momento. A Francoforte, mentre poco fa nessun principio e forma di reggimento democratico pareva assai larga e assai popolare a quell’Assemblea, oggi non più si pensa a un presidente di condizione privata e scelto da libero voto, ma si pensa e guarda ad un re di vecchia progenie e di antica possanza, il quale sia imperatore non già eletto, ma ereditario di tutta Germania. La Svizzera finalmente, la Svizzera stessa, che pure si regge a republica, e soscriveva testà un patto federale, fondato sopra massime le più liberali e le più larghe del mondo, oggi, voi lo sapete, oggi cerca di stringer legami di salda amicizia coi principi che la circondano, e piuttosto si mostra parziale e tenera dei loro interessi, che degl’interessi e bisogni estremi dei miseri rifuggiti italiani. Queste sono verità, miei Colleghi, verità di fatto evidenti e innegabili (almeno agli occhi miei), le quali se evidenti non sono, se dubbie, se false, bisogna provare con allegazione di fatti e non altramente. Dopo ciò, voi replicherete ancora, il mondo, l’Europa rimanere per noi; e sé non il mondo, la Francia. Per quella potente nostra vicina, io mi rimetto assai volentieri alle parole medesime di Lamartine, alle parole solenni di Cavaignac. Io non trovo in esse, e niuno vi può trovare se non che espressioni dubbie, frasi ambigue, dichiarazioni a doppio aspetto, poca volontà al certo di mettere il proprio sangue e i propri tesori in difesa e in redenzione di alcuna parte d’Europa. E se ciò avveniva, e se ciò si udiva dalla bocca di Lamartine e di Cavaignac, qual cosa si dee pensare oggi, che la republica in Francia è, quasi direbbesi, agonizzante, e che tutti aspettano in più o meno lunghezza di tempo, un secondo impero Napoleonico? Ma tutto questo considerato; e concludendosi a forza che la republica è di presente impossibile e all’Italia troppo funesta, qual consiglio rimane da seguitare e quale opera da intraprendere? Riapriremo noi que’ trattati che niuno spera di veder pervenire ad alcun nobile risultamento? rinnoveremo e ritenteremo accordi e conciliazioni fatte vane oggimai e impossibili? Chiederemo forse perdono di colpe che non si commisero? Rinuncieremo ai santi diritti che la natura, la natura stessa ha scolpito nel cuore di tutti gli uomini? La gran questione che ci occupa non si risolve interamente col nostro arbitrio e talento, e pigliasi errore non lieve, a pensarlo. Per fermo, voi siete arbitri e padroni della legislazione novella di questa contrada; voi potete provvedere con ogni larghezza alla sua vita civile e politica, ma per quella parte soltanto che non interessa immediatamente e sostanzialmente l'Italia intera. A voi non è lecito di far cosa, la quale rompa la simiglianza e l’armonia necessaria fra le istituzioni de’ nostri popoli, e non dovete imprendere mutazione che metta in estremo compromesso la quiete, l’ordine e il prossimo e ben augurato avvenire di tutte le provincie italiane. Io affermo e sostengo pertanto che questa gran parte del problema non è in vostra facoltà, e non dipende dalla vostra sentenza; ma voi dovete riporla nelle fraterne mani della costituente italiana; e tanto a voi disdice di più, miei colleghi, il sembrare poco guardinghi di occupare i diritti della costituente italiana, in quanto voi avete raccolto il pregio e la lode d’iniziarla, di decretarla e quasi condurla ad atto; e fareste ciò, o patrioti? quando, in che giorno, in che congiuntura? Nella vigilia stessa (può dirsi) del dì fortunato che ella verrà a sedere sulle cime del Campidoglio. Questo punto adunque del mio discorso rimanga ben chiaro, rimanga ben fermo; che, cioè, proclamare la decadenza del papa, nella seconda ed ovvia significazione di quella frase, non dipende. unicamente da voi, né dai vostri decreti, ma sì dalla costituente italiana. E qualora aveste lo scrupolo o la diffidenza o l’orgoglio di non cedere nemmeno in ciò ogni arbitrio a quel tanto consesso, degnatevi almeno di consultarne il parere: non isfuggite di avere da lui e consiglio e lume ed approvazione; fate conoscere al mondo che siete veri e leali italiani, e che nessuna gran cosa volete definire, nessuna deliberare, senza il beneplacito della nazione, in concordia con tutti i suoi popoli, in conformità con tutti i suoi interessi. Innanzi che io scenda da questa ringhiera, dove troppo lungo tempo mi accorgo di esser rimasto, ma dove peraltro ho ricevuto graziosa testimonianza della vostra gran cortesia, favorendomi di un’attenta e vivissima ascoltazione, io voglio solo mettere innanzi alla mente vostra un ultimo mio concetto. Se noi non avessimo lo straniero accampato in Lombardia, se centomila baionette non fossero ad ognora appuntate contro le vite nostre, io sosterrei volentieri che voi compiste la troppo arrischiata prova, alla quale volete a forza avventurarvi. Io so bene, e tutte le storie me lo insegnano, ed anche la mia privata esperienza me lo conferma, che il risorgimento dei popoli mai non procede su di una linea continuamente diritta ed uguale a sé stessa; ma invece può essere assomigliato ad una gran curva in cima alla quale concorrono e tumultuano le passioni più ardenti e infrenabili, i tentativi ed i conati più temerari, le speranze fallaci e infinite volte deluse di attingere immediatamente e di praticare l'idea suprema d’ogni politica perfezione; poi quella curva gradatamente declina e discende finché la nazione che la trascorse viensi a trovare in quell’assetto civile e politico che si conforma coll’indole sua verace e perpetua, si conforma coi suoi costumi, coi suoi bisogni, co’ suoi sentimenti; e allora infine nasce la pace con l’ordine, la libertà con la sicurezza, e a splender comincia perdurabile gloria e possanza. Ripeto che li eccessi medesimi, quando eccessi ed enormità sanguinose avessero luogo, non mi sgomenterebbero più che molto; e forse è vero dei popoli, come degl’individui, che nessuna esperienza giova loro insegnata o dalle storie o dai savi, ma quella soltanto che fanno eglino di sé medesimi. Ma quando la guerra è imminente; quando i croati tengono stanza e dominio in Milano, e Radetzky preme col piede intriso di sangue il petto mezzo esanime della Lombardia, possiamo noi abbandonarci a lunghe, a dolorose, a incertissime prove, e saggi di forme di governo? Possiamo noi rischiare di crescere ancor di vantaggio le perturbazioni e le divisioni della patria nostra infelice? Ricordatevi, che se aveste oggi pupille così penetranti da speculare i campi lombardi, voi scorgereste colà i feroci croati invadere a torme gli asili innocenti dei più pacifici abitatori; scorgereste quei barbari saccheggiare con egual furia i palazzi dei patrizi, , e le modeste dimore degli umili popolani; taglieggiar li vedreste ogni sorta di cittadini; devastar le campagne; le donne contaminare; opprimere la più minuta e misera plebe sotto continue spogliazioni, battiture ed ingiurie, E similmente, se avessimo per poco tempo ne’ nostri orecchi una tale virtù da vincer lo spazio che si frappone fra noi e le valli del Po, forse in questo momento medesimo che io vi parlo udiremmo lo scoppio delle mortali fucilazioni che mietono le vite dei nostri fratelli, le vite che non sapemmo difendere, e tanto tardiamo di vendicare.»Se veramente il Mamiani, dopo le cose avvenute, confidasse potersi più l’assemblea costituente effettuare, non sappiamo. Forse col rimettere in quella la decisione della forma dello stato, stimò di ovviare al pericolo presente, e acquistar tempo in fino che i destini d’Italia, per mezzo d’una novella guerra, o d’un accordo procacciato dalle potenze, non si risolvessero. Chiarivasi il detto nel preambolo, artificio retorico per procacciarsi autorità fra quegli arrabbiati gridatori di republica: ma non giovò; che anzi gliene ritorsero contro. Se in Roma, dicevano, non possono regnare altri che il papa o Cola di Rienzo, e se deesi il primo reputare flagello perpetuo d’Italia, non re» stare, che il reggimento della republica, senza più, sia deliberato, E poiché da molte ore si disputava, i deputati che erano la più parte digiuni, cominciarono verso sera a sentirsi mancare; onde v’ebbe chi propose di rimettere alla dimane il resto della discussione; ma i più vivi sciamarono in nome della patria, che si doveva per amor di lei continuare soffrendo; e per termine mezzano si accettò, che si andasse a mangiare, e quindi subito tornassesi in parlamento. Così, rinvigoriti dal cibo, ripresero con più calore la quistione.

Il deputato Audinot bolognese, de’ pochi saggi e conciliativi di quell’assemblea, veggendo che la sentenza del Mamiani non sarebbe stata accolta, provò con artificiosi temperamenti di farla accettare; e montato in ringhiera disse: non essere quistione se il parlamento, fatto co’ suffragi dell’universale, abbia diritto di mutar forma allo stato; bensì se non abbia obbligo, come parte dell’Italia, di guardarsi da tutto quello che potesse guastare o sturbare la sua liberazione dallo straniero dominio. Né potersi da chicchessia dubitare, che il cassare in modo assoluto il governo del papa, e sostituire il republicano, non conduca a questo sopra ogni altro lagrimevole effetto; non solo perché la sovranità papale, importando, a torto o a ragione, a tutti i potentati d’Europa, farebbe che ognuno di loro si levasse a sostenerla colle armi, ma ancora perché l’esempio d’una republica in Roma, movendo gli altri popoli d’Italia, sarebbe cagione di maggiori divisioni e scompigli; in mezzo a cui, impossibile, non che malagevole, tornerebbe ricominciare con buon agurio la guerra italiana; che sopra ogni altra cosa, e più assai del determinare le forme de’ reggimenti, dee stare a cuore a chiunque veracemente desideri onore, libertà e grandezza. Doversi per tanto (seguitava Audinot) deliberare da noi né più né meno di quanto possa alla causa di far dell’Italia una nazione libera conferire; e poiché fin qui è stato sperimentato a quello contrario il governo papale, per essere di teocratici spiriti informato, così è ragione che il dichiariamo casso, qualora di divenire sinceramente italiano seguitasse a ricusare. Quanto poi al riordinare lo stato, doversi rimettere alla suprema balla dell’italiana costituente, con condizione per altro che non più tardi d’un mese dovesse essere convocata.

Se bene il discorso del deputato Audinot fosse ascoltato con sufficiente attenzione, pure non valse a ritenere gli spasimanti di republica; parendo, che i suoi temperamenti, mentre facevano seguitare a dimorar nel temporaneo, non togliessero lo affrontare le grandi nimicizie de’ sostenitori del papato. E si notava, la costituente italiana, qualche mese fa cotanto dagli smoderati agognata, era allora divenuta arma dei moderati per frenarli, e tuttavia non giovava. Tanto era la impazienza degli animi, la cecità degl’intelletti, la slealtà delle fazioni. Insistevano adunque nel romano parlamento i rappresentanti republicani perché la forma del loro governo fosse decretata. Aiutavanli le voci delle tribune popolari; le quali, se bene non togliessero veramente la libertà delle opinioni, tuttavia non poco la disturbavano. Pietro Sterbini, dopo avere cominciato dal confutare le paure del Mamiani, dicendo che tutti i popoli d’Italia e del mondo avrebbero seguitato Roma, finiva dimostrando, ancora più che non aveva fatto 1 Audinot, la grandezza de’ pericoli, che in promulgar republica, s’incontravano; onde restava dubbioso s’ei in un senso o in un altro parlasse. Certamente non conchiuse nulla, perché, volgendosi alla coscienza dei colleghi, ammonivali, che deliberassero per la republica, quando avessero giudicato, che erano braccia e petti disposti a sostenerla; e quando nò, dovessero contentarsi del fatto, senza pronunziare il nome. Curioso e strano consiglio. Dopo lo Sterbini, parlò il deputato Gabussi, il quale non usò mezzani termini, e mostrato ch’ei non era alcun pericolo da temere, conchiuse: «io fò voto per la cassazione del reggimento papale e per la promulgazione della republica.» Da capo, e più sbrigliato di pria, tornò a parlare il Savini; e come se non fosse stato detto a bastanza o troppo, eccoti l’infrenabile Canino; il quale dopo aver protestato con alta e rimbombante voce, che la grande e generosa nazione de’ Francesi non poteva mancare al sostegno d’una republica sorella, e dopo avere imprecato a tutti i troni, a tutti i monarchi, a tutti gli spiriti conciliativi, terminava: «Ma non sentite voi il sacro suolo tremare sotto i piè? Sono le anime de’ vostri antenati che fremono d’impazienza, e ci gridano agli orecchi, republica.» E così dicendo; quasi davvero sentisse barcollare il terreno, agitavasi tutto, perché colle parole gonfie lo spettacolo de’ gesti e degl’atti corrispondesse.

La notte era già alta e s’avvicinava a mezzo il corso. La impazienza e il fastidio dei deputati e del popolo erano al colmo. Uno s’alzò a un tratto, e disse: Dalle cose dette m’accorgo non esserci che tre soli partiti: o papa, o governo temporaneo, o republica; del papa mi vergognerei parlare; il reggerci a tempo, sarebbe prolungata agonia; dunque non rimane che la republica. Piacque il modo riciso; cui secondò grande scoppio di applausi, e gl’indugi furono troncati: perciocché, rifiutata la proposta del Mamiani, che si dovesse rimettere all’assemblea costituente il decidere dell’ordinamento dello stato romano, e messa a’ voti l’altra di pronunziare la cassazione del temporale reggimento dei papi e la promulgazione della republica, questa fu vinta con centoventuno voti favorevoli e tredici contrari: fra’ quali era quello del Mamiani; potendosi per avventura giudicare, che degli approvanti i meno furono mossi da sconsigliata o colpevole ambizione; i più o da vanità; non talentando a quei legislatori novelli di essere andati a Roma, e partirsi senza aver nulla costituito; ovvero da sincera e onesta persuasione d’impedire con quella risoluzione la guerra civile. La quale dir non potrei se nata sarebbe. Questo ho di certo che, non deliberata la republica dall’assemblea, l’avrebbe gridata il popolo. Né i rettori avevano forza di frenarlo, essendo questa tutta in mano del Garibaldi; sì di republica impaziente, che a decretarla, non voleva aspettare che l’assemblea si costituisse; senza che valesse il maggior numero de’ cittadini non desiderare questa forma di governo; quando per ignavia, o per altro rispetto, non sarebbesi cimentato co’ republicani, pochi sì, ma audaci e armati.

Certamente meglio sarebbe stato non venire a questa estremità; non che forse sarebbonsi più i mali, che la seguitarono, impediti; ma per risparmiare nuova onta al nome republicano con un reggimento da durare qualche mese; conciossiaché l’onore de’ governi popolari, più che da altro, si misuri dalla durata, che fa necessariamente il voto, dei più argomentare; differendo dalle tirannidi che durano per terrore. Ma allora la republica in Roma era quasi ultimo anello d’una catena, annodata e ribadita da lagrimevoli fatti; aventi origine nella provata inconciliabilità del papato co’ liberi ordini.

La mattina del 9 febraio si svegliarono.! romani, divenuti nella notte republicani. Il decreto fu dal Campidoglio con gran solennità notificato al popolo in questa forma: 11 papato, scaduto di fatto e di diritto dal temporale reggimento, avrà tutte lè malleverie necessarie, perché sia libero d’esercitare la spirituale podestà; mentre da indi innanzi la forma dello stato sarà di democrazia pura, col titolo glorioso di republica romana. La quale col rimanente d’Italia manterrà i legami di patria comune.

Questa promulgazione di republica fu meglio tollerata che accolta dalla città; e ben si parve all’allegrezza publica, stentata, né universale, come in altre occasioni. Di che varie, e non inutili a notare, erano le cagioni. Il papato, come d’ogni podestà durata molto tempo, aveva pur clienti e affezionati, che ne traevano prò, massime in paese, dove negletta l’agricoltura e l’industria, vivevasi di servigi familiari: a’ quali davano largo pascolo le tante corti de’ card inali e prelati. La nobiltà; lasciata godere vani privilegi e superbie viete, tenevasi soddisfatta del governo papale, se bene alcuni per vanità più che per sentimento, ne mormorassero. Aggiungi più o meno il chericato dei due ordini, che per abito, natura e consiglio non poteva desiderare la mutazione. Il resto de’ cittadini apparivano incresciosi, non tanto per amore o rispetto del papa, quanto perché, non vedendo fondamento nel nuovo governo, temevano che da quello non dovessino sciagure e patimenti comuni, seguire.

Ancor fra i dabben republicani, il più de’ quali per paura di peggio, avevano consentito, non era piena gioia, martoriandoli, tristo presentimento che l’opera loro sarebbe stata distrutta. Solo i ciechi ambiziosi, e perduti uomini tripudiavano avventatamente, quasi più altro non fosse da desiderare. Fecero canti, luminarie, discorsi; e perché nulla mancasse alle ostentazioni e imitazioni forestiere, fu d’un berretto rosso incoronata la cima del grande obelisco di piazza del Popolo; e in oltre vollero che nella chiesa del Vaticano si celebrasse e quasi consacrasse la mutazione col renderne grazie a Dio. Al quale ufficio essendosi negati i canonici di San Pietro, fu mestieri trovare sacerdoti, che per paura o per prezzo non ricusassero.

Né indugiarono i corrieri a portare la notizia nelle provincie; che co’ medesimi segni di apparente allegrezza raccolsero; se non che in più città furono rizzati alberi nelle piazze e fatto intorno feste e baldorie; quasi fosse bello rinfrescare memorie d’altro secolo. E da queste mostre, dalle quali Roma dignitosamente s’astenne, argomentavano alcuni maggior contentezza nelle provincie; il che mal si potrebbe chiarire, in tanta diversità di affetti, e facilità di mentire o per paura o per debolezza. Certamente la mutazione fu eseguita da per tutto senza contrasto; e giungevano in Roma lettere delle congreghe e de’ municipii, che a nome de’ popoli testimoniavano universale divozione alla decretata republica; di che i rettori mostravano soddisfarsi, o che ’l credessero, o fingessero di credere per necessità o dignità.

Promulgata la republica, era da nominare le persone che l’amministrassero. Disputossi intorno al numero, titolo, e balia di esse; finalmente si convennero di eleggere un comitato di tre, removibili e giudicabili dall’assemblea, con facoltà di governare lo stato in fino che non fosse compilata e messa in atto la costituzione della republica: e fatto lo squittinio, furono eletti l’avvocato Armellini, di cui abbiamo già parlato; il Montecchi, che aveva militato nel Veneto; e Aurelio Saliceti, che dopo i casi di Napoli dell’anno avanti, era riparato a Roma. Materia di più viva discussione fu se il sopraddetto comitato dovesse o no aver ministri, e se questi dovessero essere eletti da esso o dall’assemblea, e mallevadori degli atti del governo o semplici commessari. Si sciorinarono lunghe dicerie; al solito si fece valere l’esempio di Francia, e vennesi al partito che vi fossero ministri giudicabili, e fossero eletti dal comitato, giudicabile anch’esso. Se non che alcuni proponevano, che l’assemblea, spartendosi in ispeciali consigli, conforme a’ speciali uffici della publica amministrazione, all’opera de’ ministri soprintendesse. Contrastavano altri, allegando ciò equivalere a torre a’ ministri l’obligo di mallevadoria, e gravemente impacciarli. Ancora per questo nuovo e straordinario provvedimento si contese, e da ultimo stanziossi, che si spartisse bene l’assemblea in consigli o giunte, ma non dovessero far altro che esaminare le proposte di legge che al ministero. fosse piaciuto di presentar loro per averne un parere. Acconciata la bisogna del comitato e del ministero, cominciarono subito i decreti: che nel termine di tre giorni fossero tolte da' luoghi publici le imprese papali, eccetto le chiese, i luoghi pii, e gli uffici ecclesiastici per le corti di fuori; che le milizie si fregiassero del segno de’ tre colori coll’aquila romana sull’asta; che le sentenze de’ tribunali s’intitolassero dalla republica romana; che il titolo di questa fosse Dio e popolo; che s’intendesse casso il giuramento dato al caduto governo da tutti gli ufficiali publici. Che le giunte di publica sicurezza o qualunque altro tribunale eccezionale cessasse per sempre da qualunque potere. Che fosse vietato sotto pena di nullità ogni vendita di beni stabili e mobili appartenenti a chiese, ordini religiosi e istituti pii. E fra questi primi atti dell’assemblea republicana fu ancor quello di dichiarare quasi a una voce cittadino romano il Mazzini, giunto in que’ giorni in Toscana, dove le cose volgevano pure a mostra di republica, come fra poco diremo.

Procedendo il comitato esecutivo alla composizione del ministero, furono alle soprintendenze degli studi, della milizia, e. de’ lavori publici rieletti il Muzzarelli, il Campello, e lo Sterbini. Nuovi erano il Saffi, per gli affari interni, il Rusconi, per gli esterni, il Lazzarini, per la giustizia, il Guiccioli, per l’erario. Al primo mancavano più tosto eletti studi che ingegno; sviato dietro a’ vaneggiamenti delle scuole moderne: e quanto di propositi onesto, altrettanto per poca età, non supplita da dottrina solida, privo di sperienza buona. Tutto d’ingegno e di sapere romantico era il secondo; né mai da procacciare alla nuova republica osservanza appo le genti straniere. Buono, modesto, e in ragion civile reputato il Lazzarini, tutt’altro aveva che attitudine a’ governi; degno più di essere amato che osservato. Né il Guiccioli, onestissimo anch’egli, fuori d’una grande ricchezza e d’un casato illustre, e d’un certo fasto, aveva al governare altro merito. Il comitato e il ministero fecero lungo e gonfio discorso, per dichiarare i divisamenti loro nel reggere la republica. Promisero al di fuori di caldeggiare con ogni possa la guerra della italiana libertà e la effettuazione della maravigliosa costituente di tutta la penisola; nell’interno raddrizzare la istruzione publica, render benefica la religione, ristorare l'erario, rifare i codici, riformare i manicipii, soccorrere a’ bisognosi, provvedere all’educazione del popolo, assicurare la libertà e sicurezza di tutti, in fine comporre un governo di quella maggior felicità che gli uomini possano desiderare. Né è a dubitare, che tutti, o la più parte non desiderassero sinceramente di fare il bene che promettevano, se insieme colla malagevolezza dei tempi, la niuna loro pratica nelle faccende di stato non avesse ostato. E di uomini valenti era allora penuria in ogni luogo. Colpa, non mai a bastanza deplorata, de’ pessimi studi; bruttamente involti nelle oltramontane romanticherie e metafisicherie; che ci hanno tolto quel senno di soda politica, onde gli avi nostri, meno presuntuosi e più sapienti di noi, furono a tutto ’l mondo maestri.

E il difetto di uomini di considerazione provossi e deplorossi primieramente nello scegliere rappresentanti della nuova republica presso le nazioni di fuori; i quali non potevano in generale essere sortiti più scemi d’intelletto e di buona riputazione; quando sarebbe stato maggiormente mestieri di persone autorevoli, per reggere almeno colla fama un governo che aveva, piccole forze e nemici grandi. Furono mandati presso la republica francese un P. Beltrami e un Federigo Pescantini. In Isvizzera un Filippo de’ Boni; in Sicilia un Torricelli; in Piemonte un Alceo Feliciani: in Toscana un Pietro Maestri; a Venezia un Niccola Fabbrizi. de’ quali la più parte né pure allo stato romano appartenevano. E per verità giudicandosi fuori, della mutazione, da questi rappresentatori, facevasi concetto ancor meno buono che i fatti stessi non avrebbono richiesto. Conciossiaché le cose publiche tanto vagliono quanto sono dagli uomini ben rappresentate, e quando una forma di reggimento non può avere sostenitori di nome, meglio è non promulgarla. Il conferire i principali uffici a gente dappoco e di fama non pura, nasceva primieramente da consueta necessità di soddisfare alla parte; e secondamente perché sarebbono stati rifiutati, dove pure fossero stati profferiti, da coloro, che almeno per nascita o ricchezza o gradi, sono a torto o a ragione, dalla moltitudine creduti ed osservati. I quali dopo la fuga del papa eransi o partiti di Roma, o ecclissati; meno per fede alla monarchia o al papato, che per timore de’ preveduti pericoli: querelandosi poi questi cotali, che indegni uomini tenessero senza contrasto l’abbandonato campo. Non dico, che dove i più di coloro avessero aderito, la romana republica sarebbesi retta (il che finalmente non sarebbe stato cattivissimo scambio coll’antico governo del papa), ma siami lecito di credere, che, schiumandosi ella a poco a poco degli indegni, avrebbe lasciato miglior desiderio di sè, e forse procacciatosi maggior rispetto ed osservanza presso le nazioni di fuori. Verso le quali poco o nulla servivano a raccomandarla i discorsi ora a questo e ora a quel popolo o potentato indirizzati; che non saprei dire quanti e quali se ne facessero per ogni lieve cagione; tale essendo il genio del tempo e di quei governi nuovi; retti per l’ordinario da ingegni romantici; che quanto meno sapevano fare, tanto più non sapevano quelle loro mistiche lingue infrenare.

Diciamo ora delle cose di Toscana, successe nel medesimo tempo. Il granduca, dopo presentata in suo nome all’approvazione delle assemblee la legge per la costituente italiana, erasi in gran fretta partito per Siena, sotto colore di visitare la sua famiglia, colà sempre rimasta, ma con probabile intendimento di allontanarsi. Nulla disse a’ ministri, salvo un motto all’Adami, ito a caso la sera alla reggia per uffici di governo. Vero è che da qualche giorno si bisbigliava per la città, fuggito l’arcivescovo, anche il granduca, ornai stucco di tanti disordini, apparecchiarsi a fuggire: e indicii pur trapelavano, non essendo mancato chi riferisse, aver saputo, che tutta la notte innanzi al partire, era stato chiuso in camera a far preparativi da lungo viaggio. Similmente furono veduti più traini di roba uscire di palazzo e dirizzarsi verso Siena. L’ essere stato poi da’ ministri più volte e istantemente pregato di far tornare la real famiglia in Firenze, senza di che non potevano acquistare fiducia nell’universale, e l’aver sempre dato parole vacue, era altro e più grave argomento, ch’ei di abbandonare il governo dello stato meditava. Il quale pensiero quando e come gli nascesse, e se per consiglio d’altri, o per sentimento proprio, non si può così affermare, che non rimanga il dubbio di non aver detto tutto ’l vero. Ben credo che, se bene ei da qualche tempo il concepisse, e forse fin da quando accettò il ministerio democratico con quella costituente, e sentì come vacillare il seggio, pure non l’avrebbe mandato ad effetto senza lo esempio autorevole del pontefice, da formare questo giudizio; che, accomunando la sua con la sorte di lui, mettevasi quasi al sicuro di ricuperare il trono. Né parmi da discredere, che, dopo gli ammonimenti di scomunica publicati dal papa per la costituente romana, sorgessegli nell’animo incerto, e in quei giorni contristato, lo scrupolo d’incorrere nelle censure ecclesiastiche, approvando deffinitivamente la costituente italiana: e ne scrivesse a Pio IX, da cui poi ricevendo risposta, conforme a’ disegni della corte di Gaeta, deliberasse la fuga: senza saper bene ancora, se uscire della Toscana, e uscendo, se trasferirsi a Gaeta o in Piemonte; ma s’avventurasse, aspettando dal tempo e dalle occasioni norma e consiglio; e intanto volendo mettersi in luogo, da essere a giuoco di fuggire sollecitamente, dove le cose piegassero, non come desiderava, risolvesse di andare al porto Santo Stefano, posto sull’estremo lido della Toscana, e una provincia cotanto da lui beneficata e prediletta.

Giunto adunque a Siena, quella città si levò a festeggiarlo; e tristi uomini presero occasione di eccitare vituperoso tumulto, sotto pretesto di onorare il principe, e offendere il governo così detto democratico; né mancarono grida sediziose, e segni avversi alle nuove istituzioni; onde pareva che i Sanesi volessero come formare una parte avversa al resto di Toscana, quasi raccendendo le antiche izze municipali, colorate di fedeltà al principe. E poiché non tutti erano ne’ medesimi concetti, e ancor colà dimoravano uomini e congregazioni democratiche, apparecchiavasi materia di guerra civile. I ministri conobbero il pericolo, tanto più che nelle altre città di Toscana si faceva gran romoreggiare di questa subita andata del granduca a Siena, del dimorarvi sì a lungo la real famiglia, e dell’essere la loro presenza cagione o pretesto di sollevamenti contrarii a libertà; quindi, richiamandosene allo stesso principe, e minacciandolo che si sarebbono deposti di presente, k) pregavano a voler subito tornare in Firenze colla famiglia. E quegli rispondeva, che niun celato pensiero lo faceva dimorare a Siena: ma Tessere alquanto indisposto non gli consentiva di tornar subito; e se dubitavano, andasse un di loro a fargli compagnia. Volle andare il Montanelli, conducendo seco il segretario Marmocchi, e fu vera sciagura. Fu detto, che, indettato col Mazzini di fare dell’Italia di mezzo una republica, fondamento a quella di tutta la penisola, partisse con intenzione di adoperare per modo che il granduca si fuggisse. A me ciò non è chiaro, e più credibile riesce, che solamente volesse ad ogni patto indurlo a sottoscrivere quella sua legge di costituente italiana, non badando a ciò che diceva e faceva, o non credesse che il principe avrebbe mai fatta la risoluzione di fuggire, o non gl’importasse, qualora non avesse potuto averlo a’ suoi desiderii cedevole. Imperocché eravamo allora sì inebriati della felicità degli avvenimenti, che ci pareva da potere far tutto senza pericolo: e nessuno (che che si dicesse dopo) stimava possibile il caso di tornare sotto impero assoluto. Dalla qual fidanza nasceva in molti quel cieco ardire di tentare sempre cose maggiori. Seguirono il Montanelli a Siena il romano Niccolini e altri perturbatori: che, appena giunti, mettevano quella città sossopra con grida e tumulti. Nel medesimo tempo alcuni mal fidi cortigiani del principe, che volevano per ogni evento tenere il piè in due staffe, avvertivano il Montanelli, che persone non amiche al ministero democratico, andavano e venivano di sotterfugio, e, tempestavano gli orecchi al granduca e alla granduchessa. Onde col crescere i sospetti, vie più gli attizzatori di scandalo riescivano nello intento d’intorbidare. Stavasi il granduca giacente in letto, come in angoscia. Entrava il Montanelli, e, mostrandosi afflitto di vederlo in quella infermità, chiedeva sue nuove, faceva voti che presto si ristabilisse, e alla metropoli si rendesse. Aggiungeva protestazioni di fedeltà e di amore; e altrettante ne ricambiava Leopoldo. Entrato in faccende di stato, così gli favellò: «Essere per le notizie avute prossima la promulgazione della republica in Roma; ma chi avea primo in Italia sottoposta la corona alla sovranità popolare, non correre pericolo; i republicani sinceri avere ornai, per via d’accomodamento, accolta la costituente italiana; néalcuno più s’attenterebbe d’usurpare quel finale giudizio, serbato a tutta la nazione d’Italia. Né una republica romana potere di se sola durare fra italiane monarchie; onde in fin delle fini essere necessità che o l'una forma di stato o l’altra trionfi da per tutto. Trionfando la monarchia, la larghezza degli ordini liberi toscani, e l'odio al reggimento sacerdotale, farebbero, che al banditore della costituente fosse conferito il rettorato dell’Italia di mezzo, per voto di quei medesimi popoli, ora volgenti a republica; e trionfando la republica, lo stesso banditore sarebbe tra’ principi italiani l’ultimo a discendere, e resterebbe riverito ed amato cittadino pur sempre.» Alle quali ultime parole Leopoldo abbassò le ciglia; mal trangugiando il notato dilemma del mal accorto ministro. Ma, essendo quello tempo da dissimulare, non acconsentì, né ricusò; rispondendo l’usato motto: «che ci voleva pensare.» È stato detto che parole più amare aggiungesse il Montanelli, per vincerlo, secondo il solito, colla paura, non riuscendo colla persuasione. Comunque sia, era proprio strana quella fantasia de’ nostri democratici, che, non sapendo o non potendo disfare i principati, pretendevano, che i principi da loro medesimi si annichilassero: che è quanto dire, mostravano di supporre in quelli una virtù, che niuno di essi avrebbe usata. Visitò pure il Montanelli la granduchessa regnante, facendole quasi i medesimi discorsi; e quella, non usa a brigarsi delle cose di governo, ma sì di attendere con sua vera lode alle cure di ottima madre, rispondeva, tenendosi in su’ generali, che deplorava il difetto unione fra gli stati d’Italia; al che (bene a ragione) i comuni disastri attribuiva.

Non è da ignorare, che innanzi di giungere il Montanelli a Siena, erano stati mandati dalla città di Firenze il gonfaloniere Ubaldino Peruzzi. e il comandante della guardia cittadina Corradino Ghigi: anch’essi con commessione di pregare il principe a restituirsi presto a Firenze, e calmare i timori che la sua assenza aveva suscitati. a’ quali pure dal letto, aveva risposto, che stessino di buon animo; sperando di essere presto risanato e potersi alla diletta sede ricondurre. Onde quei due onorevoli cittadini, tornati a Firenze, assicuravano in lor fede, che avremmo il granduca fra un giorno o due, senza fallo, riveduto; nessuno dubitando, ch’ei non fosse malato: e lo stesso Montanelli, al vederlo sì prostrato di spiriti, parve sei credesse; e assai costernato ne scrisse al Guerrazzi. Il quale di continuo chiedeva notizia del principe, e replicate lettere scriveva al collega, affinché ogni opera facesse di persuaderlo a tornare; in una delle quali aggiungevagli in piè di pagina: «ei bisogna salvarlo anche suo malgrado.» Tornato a lui il Montanelli la mattina del 7 febraio, e trovatolo non più in letto, ma in piè, di buono aspetto, e più benevolo del solito, eccolo subito domandargli, se aveva soscritto la legge per la costituente, e il granduca rispondere, che per cagion della infermità, non aveva potuto, ma lo farebbe senza indugio; frattanto voleva rinfrancarsi d’un po’ dell’aria aperta, con una passeggiata fuori della città; e così, stringendogli la mano, lo accomiatò.

In questo, i reali cocchi, senza dar sospetto, uscivano di Siena dalla porta san Marco; prendendo la strada principale di Maremma, non sapendosi dove s’indirizzassero, né dove si fermassero. Solamente il direttor delle poste recava al Montanelli due lettere del principe, una particolare, e l’altra da leggersi in publico; nella prima delle quali gli diceva. «che nel lasciar Siena non intendeva di abbandonare la Toscana, cui era troppo affezionato. Raccomandargli vivamente, e con fiducia, i familiari suoi, ignari della risoluzione; pregandolo a permettere di seguirlo a quelli, de’ quali aveva maggiore necessità; come altresì di facilitare i carriaggi delle sue robe a raggiungerlo; senza di che sarebbe rimasto privo dello strettamente necessario alla vita. Prendendo la strada regia maremmana, le persone del suo seguito avrebbero trovato la indicazione del luogo, dove s’indirizzava.» L’altra lettera scritta per il publico, diceva. Scorsi otto giorni, dacché mi trovo in Siena, sapendo essersi levata da più parti la voce, che la mia lontananza da Firenze muove da cagioni di ti more o da altra più rea natura, io posso ora e debbo apertamente palesarne la causa vera. Il desiderio di evitare gravi turbamenti mi spinse il 22 gennaio ad acconsentire, che fosse in mio nome presentata alla discussione e al voto delle assemblee legislative la proposta di legge per la elezione dei rappresentanti toscani alla costituente italiana. Mentre la discussione doveva farsi nel consiglio generale e in senato, io mi serbava di osservare l’andamento della medesima, e a pensare a un dubbio, che sorgeva nell’animo mio, che potesse cioè incorrersi nella scomunica indicata nel breve papale, publicato da Gaeta. Questo mio dubbio manifestai ad alcuni de’ ministri, accennando loro che il pericolo intrinseco della censura mi sembrava dipendere principalmente dal mandato che si sarebbe conferito a’ deputati della costituente; del quale non era parola nella proposta legge. Ma nella discussione del consiglio generale, fu mossa appunto quistione intorno ai poteri da dare a’ deputati della detta assemblea costituente; e fu deciso e approvato alla unanimità, che dovesse intendersi essere il loro mandato illimitato. Allora il dubbio si fece in me gravissimo, e credei dovere sottoporre la quistione al segreto giudizio di più persone autorevoli e competenti; e tutte respettivamente convennero nel dichiarare, incorrersi con tale atto nella censura della Chiesa. Nondimeno, essendo stata sparsa da taluno notizia, con molte apparenze di verità, che il papa non intendesse di condannare la costituente italiana, anzi interrogato in tal proposito, non avesse disapprovato i comizi per la medesima, io, volendo procedere in questo importantissimo affare per le vie più sicure, ed avere un giudizio solenne e inappellabile, mi risolvei con lettera del 28 gennaio di consultare il sommo pontefice, al giudizio del quale in sì fatta materia, come sovrano cattolico, doveva sottopormi. La risposta di sua santità, giuntami più tardi di quel che io credeva, è stata causa che indugiassi a dare alla sopraddetta legge l’approvazione finale, che secondo lo statuto mi apparteneva. Ma la desiderata lettera del santo padre mi convertì il dubbio in certezza: per modo, che la legge della costituente italiana non può essere da me sottoscritta. Che fino a tanto che la detta costituente metteva a repentaglio la mia corona, io, avendo solo in mira il bene del mio paese, e l'allontanamento d ogni guerra civile, credei non dover fare opposizione; e però accettai un ministero che l’aveva promulgata, e fattone suggetto di governo: né per altra cagione ne tenni parola il dì che adunai il parlamento. Ma poiché ora si tratta di esporre con questo atto me stesso e il mio paese a sventura massima, qual’è quella di partecipare io, e di far partecipare tanti buoni toscani nelle censure fulminate dalla Chiesa, debbo ricusare, e lo fo con tutta la tranquillità della mia coscienza. In tanta commozione di spiriti, è facile il prevedere, che il mio ritorno a Firenze in questo momento, potrebbe mettermi in tali estremi, da impedire la libertà del voto che mi compete. Per questo io mi allontano dalla sede dello stato, ed abbandono anche Siena, affinché non sia detto, che per mia cagione, questa città è campo di civile discordia. Confido, che il senno e la coscienza del mio popolo sapranno riconoscerò di qual peso sieno le ragioni che mi obbligano a fare il rifiuto, e spero che Dio avrà cura del mio diletto paese. Prego in oltre il ministero a dare publicazione a tutta la presente dichiarazione, acciocché sia manifesto a tutti, come e perché ho negato l’approvazione alla legge pe’ comizi della costituente italiana. Che se tale publicazione non fosse data nella sua interezza, con sollecitudine, sarei costretto a farlo io stesso dal luogo, dove la Provvidenza vorrà che io mi trasferisca.

Avute queste lettere il Montanelli, preceduto dal Niccolini, tornò a Firenze; dove, arrivato a notte avanzata, chiamò subito gli altri ministri per consultare quel che era da fare. Al Guerrazzi la notizia giunse come fulmine. Stupore, dolore, dispetto, paura di rovina prossima, ambizion delusa, più d’un affetto diverso l’assalì: non disgiunto da vergogna; conciossiaché più volte co’ suoi colleghi e con altri avesse detto, favellando della partenza del pontefice, ch’ei, ministro in Roma, non se l’avrebbe fatto fuggire. E nondimeno, temendo di rendersi discaro ai popolani, lieti e baldanzosi, simulò allegrezza, quasi disperatamente gittandosi a secondare il loro movimento: che, non essendo rivoluzione vera, mancando uomini e voglie per effettuarla, aveva tutti gl’inconvenienti delle sommosse: senza alcun bene possibile, non che probabile. Già la sala de’ ministri empivano i caporioni del cerchio popolare, e d’accordo statuivasi, che la mattina appresso il ministerio avrebbe adunato il parlamento, informatolo della fuga del principe, deposto i poteri che da quello avevano ricevuto: e intanto la congregazione de’ democratici, a nome del popolo, avrebbe chiesto un governo temporaneo, composto del Guerrazzi, del Montanelli, e del Mazzoni: né fra gli stessi deputati sarebbe mancato chi la proposta avesse fatta e raccomandata. Ciò fermato, era da pensare ad assicurarsi che i partigiani del principe, che si supponevano il maggior numero, non facessino opposizione: onde il ministro sopra la guerra d’Ayala richiedevano, che mettesse in arme la milizia, apparecchiasse artiglierie, provvedesse, come se per forza si avesse a creare il novello reggimento. Ma il d’Ayala, consentaneo a’ suoi principii, che la milizia non dovesse ingerirsi nelle cose di governo, e il mantenimento della quiete appartenesse alla guardia de’ cittadini, ricusò; il che lo mise in disgrazia de’ colleghi e di quei popolani ciechi e arrabbiati. I quali già erano corsi al corpo di guardia in piazzale disarmate le sentinelle, s’apparecchiavano a recare la città neghittosa in lor balia.

Così il giorno 8 febraio sorgeva: e nelle prime ore s’udivano i tamburi della milizia civile sonare a raccolta, come si fa in tempo di gran pericolo; mentreché si divulgava la fama, che il principe da Siena era colla famiglia fuggito, né si sapeva dove erasi trasferito. Da prima un certo sbalordimento per la novità del caso si provò; a cui successe universale indifferenza, e quasi curiosità di vedere quel che sarebbe seguito. Ma i democratici non istavano inoperosi, e li vedevi correre affaccendati per le strade, piazze e ritrovi, invitando il popolazzo con cartelli a radunarsi in piazza della Signoria; la quale presto si empì di curiosi, ascoltanti quel che sapevano dire dalla loggia dell’Orgagna i gridatori del cerchio popolare, e sopra tutti il Niccolini, principale sommovitore: che, per operare la mutazione, voluta da pochissimi, e da ognuno tollerata, ricevette quaranta scudi, da dividere cogli altri. Misero e laido guiderdone: degno di quegli uomini e di quella rivoluzione.

In questo mezzo, ragunavansi i deputati in publico parlamento: alcuni spauriti, altri incerti, altri crucciosi, tutti di buoni e vigorosi consigli sforniti. Entravano pure con esso loro i ministri: con sembiante di uomini rimasti gabbati da ehi essi stimavano da meno di loro per accorgimento. Il Montanelli, trattosi in mezzo, lesse le lettere del principe, aggiungendo, a nome di tutto! ministero, queste parole: Essere religiosamente vero, che di certa scienza e libera volontà il granduca concordò il pensiero della costituente italiana; il manifesto ministeriale studiosamente esaminò e approvò: corresse pure il discorso da recitare il dì della convocazione delle assemblee, compilato tutto conforme a lui stesso era paruto più conveniente. La legge intorno ai comizi per la costituente del pari accettò, dopo lungo consiglio, e udito il parere dell’ambasciadore inglese; senza rivelare alcun timore o mostrare, che alcuna forza gli fosse fatta; anzi apparve lieto e contento, dopo le ultime conferenze tenute in disparte con alcuno de’ ministri. Nò ignorò fin dal principio, essere senza limiti i poteri da conferire a’ toscani deputati per la stessa costituente; e sul dubbio, appena accennato, delle censure ecclesiastiche apparve tranquillato dalla osservazione, che la costituente italiana differiva dalla romana, e i deputati toscani, quantunque eletti con mandato illimitato, avrebbero dovuto sottostare al maggior numero di quelli degli altri stati. Finalmente ne’ frequenti colloqui, avuti co’ diversi ministri, non espresse mai pentimento o titubanza: e solo talvolta raccomandò di procedere con prudenza. Dall’altra parte, considerando che nel partirsi il principe da Firenze e da Siena, senza indicare il luogo della sua nuova stanza, aveva interrotte le civili comunicazioni col proprio ministerio; cosa grave in tempi ordinari, gravissima, e causa d’immensi danni in tempi pieni di perturbazione e di pericoli, come quella che ogni governo scioglieva; e che nella dichiarazione da lui scritta e letta in publico, distruggeva il principio, che era l’anima del ministerio democratico, da lui consentito, rassegnavano ai consigli legislativi, in mancanza d’altri, gli uffici da essi esercitati con fede e rettitudine, tanto verso il popolo, quanto versò il principe.

Ma non aveva finito ancora di parlare il Montanelli, quando a un tratto s’ode calpestio e frastuono di gente rovinosa, che, sforzando la porta del parlamento, si pinge nel mezzo della sala, guidata dal solito Niccolini. Il quale con voce e gesti da spiritato, e sfacciatezza non più veduta, non rispettando che il presidente dell’assemblea lo ammonisse, non poter qui alcuno che non sia deputato, favellare, e se aveva da far petizioni, le deponesse in sue mani; grida con quanto ha in gola, ch’ei non reca petizioni, ma ordini del popolo; il quale, per la vii fuga del principe, essendo tornato nelle sue naturali ragioni, bandiva esso principe casso, annullava il parlamento, creava governo temporaneo, composto de’ cittadini Guerrazzi, Montanelli, e Mazzoni: i quali, dove non avessero accettato, avrebbe pensato a quel che dovesse fare.

Stomacò, che un forestiero vagabondo, sconosciuto, o noto per ribalderie, seguitato da pochi sciagurati, portasse in quel modo i voleri del popolo toscano; e tutti i deputati levatisi abbandonarono la sala. Ma il Guerrazzi, che avendo sempre l’occhio alla fuggitiva potenza, voleva almeno che il novello governo si formasse con qualche apparenza di legittimità, salito in tribuna, e parlato com’ei sapeva meglio, raffrenò a fatica il tumulto, dacché era trascorso dove ei non avrebbe desiderato; e l’. ho di certo per rimproveri, che in privato mosse al Niccolini, di aver fatto tutta quella baldoria, da lui non comandatagli: e tanto più brobbriosa, quanto che le stesse cose ancor senza violenza sarebbonsi ottenute. Richiamati i deputati dalGuerrazzi e dal Montanelli, tornarono quasi tutti, l’un dopo l’altro, con visi smorti e capi chini, e il parlamento fu ricominciato. Favellò il deputato Trinci: forse indettato, o per naturale vaghezza di gradire momentaneamente alla parte trionfante. Disse, che ornai, essendo lo stato rimaso senza governo per la fuga del principe, dovesse il parlamento, membro della podestà sovrana, creare un governo transitorio, affidandolo a tre: che non potevano essere altri che il Guerrazzi, il Montanelli e il Mazzoni, . come i più accetti al popolo, e stati fino allora al timone della nave publica. Secondò questa proposta il deputato don Neri Corsini; salvo che a’ tre nominati proponeva di aggiungere il gonfaloniere della città e il professore Zannetti; ma, non volendo questi accettare, né mancando chi facesse osservare, non essere mestieri d’altri che dei tre designati, di buona voglia assentì. Soltanto alcuni di quei che nell’assemblea rappresentavano la parte estrema, gridavano, non il parlamento eletto col suffragio di pochi, dover creare il novello governo, ma sì gridarlo il popolo, e poscia raffermarlo un’assemblea, sorta da generali comizi. Ma, le loro voci parute insane o inopportune, né ascoltate, fu vinta la prima proposta; e i novelli triunviri, portati dalla folla, come in trionfo, si mostrarono al popolo in piazza, che applaudiva; e ognun di loro parlò, come se davvero in quel giorno la somma libertà fosse stata assicurata.

Poscia si trasferirono in senato, dove pure furono lette le ‘lettere del principe, e ripetute le stesse dichiarazioni. Il senator Ghigi, levatosi per primo, disse: che non era da metter tempo in mezzo a consentire le deliberazioni del consiglio dei deputati. Rafforzava questa sentenza il senator Capponi, dichiarando di dar voto libero e conformo alla sua coscienza; e terzo il duca di Casigliano sorgeva a palesare il suo assentimento: se non che questi, con coraggio mancato agli altri, avendo fatto intendere, il novello governo temporaneo doversi per altro tenere a nome di Leopoldo II, fu con impeto dal Guerrazzi interrotto; il quale sciamò; ch’egli aveva con fede sincera servito il principe, ma provatolo misleale, mentirebbe a sé stesso e al publico s’ei non dichiarasse, che intendeva di governare solamente a nome del popolo. Tutti allibbirono; alcuni finsero di applaudire: il Guerrazzi e il Montanelli si abbracciarono col senator Capponi, come per segno di riconciliazione.

E giudicando da sembianti, pareva ognuno contento, mentre nessuno aveva la coscienza di aver fatto il meglio. Conciossiaché non dovevano primieramente i ministri consentire, che governo temporaneo si facesse, e molto meno dovevano essi, che avevano servito il principe, accettarne la investitura, che gli avrebbe fatti apparire disleali e traditori, e quindi sprovveduti di autorità buona, per reggere con osservanza lo stato, in mezzo a tanto commovimento e discordia di animi. Né la gente de cerchi, spasimante di quella novità, era sì numerosa, che non s avesse potuto per avventura imbrigliare, quando ne’ rettori fosse stata ferma e uniforme volontà di mantenere gli ordini costituiti. Non dovevano in secondo luogo i deputati e i senatori piegare a quella deliberazione di reggimento temporaneo: di cui mancavano le ragioni; avendo il principe non solamente dichiarato, eh ei non lasciava lo stato, e sol dalla città, capo di esso, per non dare appicco a tumulti, dilungavasi, ma lino la stradario che s era messo, indicava: onde sostanzialmente il governo antico, con questo atto, non era distrutto. E debito, non meno che senno delle due assemblee, era di procacciar subito di conoscere dal principe assente, in che modo intendeva acconciare il suo governo, e fra tanto pregare i ministri a tenere temporaneamente il magistrato, finché non fossero stati eletti i successori; e quando pur costoro avessero, contro ogni consuetudine, rifiutato, doveva essere al maestrato civico data balia transitoria di eseguire le leggi, e alla milizia cittadina raccomandato il mantenimento della quiete publica. Finalmente la università de’ Fiorentini non doveva tollerare, che novità si facesse da pochi gridatori: a’ quali sarebbe bastato mostrare il dente per disperderli. Ma il consiglio dei deputati e il senato furono vinti da codarda paura; i ministri furono tratti da sconsigliata cupidigia di comando momentaneo: il popolo fu ritenuto da naturale ignavia e dappocaggine, chiarendosi, confesso, posto alla prova, non amasse né principato né republica; e lasciasse fare a chi ne aveva la voglia e l'animo; pago di non affrontare pericoli e fastidii per alcuno.

Né di questa indifferenza vuoisi soltanto accagionare la molle natura del popolo toscano; ma una parte pure è da riferire al giudizio che in generale fece della risoluzione del principe; della quale, fuori di quei che o l'avevano consigliato a fuggire, o speravano la non lontana rovina delle concedute libertà; i quali eransi o partiti o nascosti; tutti gli altri erano malcontenti. I costituzionali, per essere stati abbandonati e lasciati in balia d’una fazione, che in gravissimo odio gli aveva: i democratici, perché, se bene parecchi di loro in cuore follemente godessero che il granduca se ne fosse partito, pure! più sentivano di aver ricevuta una grandissima offesa in quel subito e inaspettato abbandono. E quelli che né monarcati né democratici erano, ma desiderosi del quieto vivere, e questi formavano il vero popolo toscano, erano incresciosi e dolenti, per essere stati messi a repentaglio di patire i terrori e i danni della guerra civile. In fino a’ serventi e famigli de palazzi reali, si querelavano del loro padrone, che a perdere il soldo gli avesse esposti.

E qua e là, come sa la gente fiorentina, facile e libera favellatrice, si disputavano le ragioni e cagioni della sua improvvisa partita. Se non che i più linguacciuti, rotto ogni bavaglio, sciamavano: «S’inganna se ha creduto di non mancare all’ufficio di principe costituzionale, protestando di non uscire di Toscana; perciocché, troncando ogni comunicazione col ministerio mallevadore, e non volendo, o non potendo provvedere con altro ministerio, è cagione del pari, che lo stato rimanga esposto a pericoli di quella che chiamasi anarchia. se non voleva la democrazia, non doveva accettarla; e forse allora poteva provare in qualche modo giustificabile la sua fuga; quantunque per nessuna cagione possa essere mai lecito ad un principe abbandonare lo stato, ne andasse pure la sua vita, come sarebbe colpa gravissima a chi in guerra abbandonasse il posto per timore del nemico. Conciossiaché la salute publica debba essere sempre anteposta a quella d’un solo, qualunque. sia il suo grado. Né i popoli pagano sì largamente i principi, perché solamente i piaceri della potenza si godano; ma hanno diritto che anco nel pericolo sappiano la sicurezza propria a quella della patria posporrei Ma niun pericolo ei correva. Giammai non fu fatto ingiuria alla sua persona; ché fu anzi mai sempre rispettato ed osservato. Se il papa lasciò Roma, oltreché né pur egli adoperò bene, alla fine ebbe un ministro morto, e vide il popolo nella stessa sua casa spaurirlo colle armi alla mano; e per le due podestà che riuniva, trovavasi in maggior difficoltà di cedere alle voglie popolari. Quello scrupolo di coscienza allegato non vale: essendo noto, ch’ei sapeva bene fin dal principio, la costituente promulgata dal suo ministerio, e da lui accettata, non comportare restringimento di poteri a’ deputati, e il monitorio papale riferirsi direttamente alla costituente romana; lo cui necessario intendimento era di dar novella forma al governo degli stati della Chiesa, mentrechè la costituente italiana avrebbe anzi potuto restituire ai papa la corona, dove gli fosse stata tolta; in oltre, posto ancora, che nelle censure ecclesiastiche avessero dovuto cadere gli autori della costituente italiana, non poteva di ciò temere un principe costituzionale, non tenuto per legge degli atti del suo governo; sindacabile da’ consigli legislativi, che pur avevano approvato la costituente. E finalmente lasciate dall’un de’ lati l’altre considerazioni, e bilanciato tutto, doveva sopra ogni scrupolo, sentire fierissimo quello di mettere lo stato nel risico o della guerra civile o della occupazione straniera: i maggiori mali publici; e l’uno o l’altro inevitabile conseguenza della sua resoluzione; non potendo ignorare, che i democratici, ornai chiariti per gente precipitosa, saputo lui di Siena dipartito, l’avrebbono data pel mezzo a tutte le improntezze, e promossa infrenabile ribellione.» Queste ed altre più amare cose si dicevano, e quel che era maggior male, la stampa, già disfrenata, le accoglieva e divulgava, per maggiormente commovere gli umori; onde ai venne a tale che quasi più non importava del principe, e alla mutazione facevasi buon viso, se le sfrenatezze democratiche, rivoltando gli animi, non avessero quasi subito fatto tornare a desiderarlo.

Fra tanto alle ribalderie ed errori di quel giorno, non mancava che fame allegrezza: la quale, non venendo dal cuore della città, rimasa più tosto attonita o indifferente, che satisfatta, fu procurata dalla setta. Ecco le campane sonare a festa: di canti alla libertà e vituperi al nome del principe echeggiare le vie. Ne giornali e ne’ cerchi non si celebrò meno la fuga e gli effetti di quella. Avendo chiesto il popolo di adunarsi la sera nella sala grande di palazzo, per solenneggiare l’avvenimento, fu con iscandalo d’ognuno, dato il permesso; e quel luogo, venerabile per antiche memorie di onorata libertà, fu pieno di gentame, che in grida, invettive e folleggiamenti fino a notte avanzata traboccò. Il giorno appresso, il nuovo triunvirato mise fuori questo bando: «Il principe, cui prodigaste tesori di affetto, vi ha abbandonati nel maggior pericolo. Ma i principi passano; i popoli restano; e popolo ed assemblee provvidero con dignità, eleggendo noi a reggere temporaneamente la Toscana; e noi accettammo, in. Dio e nella coscienza nostra coraggiosamente confidando. Siamo per tanto uniti e concordi: né alcuno si attenti, sotto qualunque pretesto, di turbare la sicurezza de’ cittadini. Conciossiaché custodi per volere del popolo, della civiltà, della probità e della giustizia, siamo deliberati a reprimere acerbamente le inique macchinazioni d’ogni generazione di perturbatori della pace publica.

Quantunque vanitoso questo editto, pure per la dichiarazione d’impedire disordini, non sarebbe dispiaciuto, se non l’avesse accompagnato il decreto, che creava nuovo ministerio; non solamente per essere giudicato superfluo, essendo i triunviri tenuti essi stessi degli atti publici, e potendo con semplici capi di uffici regolare le diverse amministrazioni, ma ancor più perché appariva, che sotto l’autorità tumultuaria de’ capi del cerchio del popolo, era stato composto, veggendosi il ministerio degli affari esterni, se non più importante, certo il più onorevole, conferito a un cotal avvocato Mordini, che del sopraddetto cerchio era presidente; conosciuto per essersi, meglio colla presenza più tosto grata, che per alcuna altra qualità, fatto capo o promotore di tutti i raguni popolari antecedenti; cacciato di Venezia come turbatore; uomo sì al di sotto, per ingegno e stato, alla carica di ministro, che poco stette ch’ei dalla sorpresa non impazzasse. Il ministero degli affari interni, restato vacuo anch’esso, fu dato al segretario Marmocchi, a cui l'ingegno, e la scienza delle cose geografiche e naturali avrebbono dato fama onorevole, se d’altra parte non fosse stato tenuto per uno de’ principali e più operosi sommovitori, essendogli fino attribuite opinioni di socialismo; non perché le nutrisse realmente, ma per essersi mostro sempre assai avventato caldeggialore di libertà estrema, e non alieno di usare modi violenti per ottenerla. Oltreché niuna sperienza di faccende publiche aveva, mentre niuno più di lui se l’arrogava, per natura, con tanto vanto di democrazia, alterissima. L’amministrazione della grazia e giustizia fu offerta al dottor Leonardo Romanelli aretino, onesto uomo, e tale da ognuno reputato; ma anche esso di nessuna pratica e consiglio; il quale accettò stimolato dagli amici, per non lasciare il luogo a qualche tristo, che in quella confusione ve ne aveva in gran numero, agognanti i supremi magistrati. Per gli altri ministri dell’erario, istruzion publica e guerra furono raffermati l’Adami, il Franchini, e il d’Ayala; se non che quest’ultimo rimase temporaneamente, avendo il giorno stesso domandato licenza, non parendogli verecondia, dopo aver servito il principe, servire un governo fatto in onta al medesimo. Questo nobile esempio, che gli altri non seppero o non vollero imitare, gli fruttò riputazione d’uomo intero e dabbene, quando, calmate un po’ le passioni estreme, si potè cominciare a far giudizio retto degli uomini e delle cose.

Tuttavia ancora auffa elezione del sopraddetto ministerio, la gente sarebbesi acquetata, se non gli avesse subito tenuto dietro quell’assalto di plebaglia immonda, a tutte le imprese granducali: il che sopra ogni altra cosa indignò: parendo viltà abbattere i segni d’una potenza fuggitiva; oltreché a’ molti devoti, per abito o per servilità, a quelle memorie di molti anni, faceva ribrezzo e dolore vederle scassinare; e finalmente era ingiustizia, che si togliessero prima che il popolo non fosse chiamato a dire qual reggimento bramasse. Ma i sommovitori credevano, con quelle mostre, di gittare fondamenta di republica: né i triunviri, ornai schiavi loro, valevano più a raffrenarli.

Maggiore baccano si fece in Livorno; dove era governatore il Pigli; che, dimentico de’ beneficii ricevuti, diessi a publicare obbrobri del principe, e incitar la plebaglia; la quale, corsa in piazza nuova, fece in pezzi la sua statua, eretta per memoria di quell’opera. E la commozione si accrebbe per esservi in quel medesimo giorno, a caso o per intelligenza, giunto Giuseppe Mazzini. Era stato scritto dal Guerrazzi allo stesso governatore, che non lo facesse disbarcare; temendo che non gli mettesse la città in subbuglio. Ma l’ordine, o non giungesse a tempo, o il governatore adoperasse altrimenti, non fu eseguito. Il popolo livornese, con insegne, suoni militari e cartelloni, dove era scritto Dio e Popolo, andò ad incontrarlo. Le milizie erano in arme, e schierate. Il suono delle campane annunziava il suo ingresso. Il volgo levava grida e laudi solite, adulatrici. Quegli, fattosi alla fenestra del palazzo publico, parlò quasi in questo modo: In Livorno arrivai esule nel 1830, e mi strinsi fratello con quei che voi innalzaste al governo. A questa città io pensai sempre, e ben mi gode l’animo di rivederla oggi sopra ogni altra di libertà desiderosa. Gli applausi, che a me fate, non a me uomo, ma a’ principii, ch’io mai sempre professai, vogliate indirizzarli. Partito il principe, che vi reggeva, un ostacolo di meno rimane alla libertà d’Italia e alla fondazione della republica. A questa parola più d’una voce lo interruppe: «dunque promulghiamola.» Nò, riprese l’altro destramente: Io, repubblicano per tutta la vita, vi esorto ad attendere che sia fatta prima in Roma; e che gli eletti co’ voti dell’universale, legalmente la statuiscano. Finiva raccomandando quiete e concordia. Poscia partiva per Firenze; aspettando qui di sentire, che in Roma fosse la republica decretata, per trasferirvisi, come alla meta de’ suoi desiderii e delle sue ambizioni. Né parmi da tacere, che la venuta del Mazzini in Firenze fu appena conosciuta; e forse i più l’arebbono ignorata, se dopo alcuni giorni i capi del cerchio popolare, sentendo come vergogna, che nella città capo della Toscana, regnando la democrazia, non si facesse alcuna festa a chi n’era principe, ordinarono una ragunata di popolo sotto le finestre del suo albergo; e quegli mostratosi favellò con. sentimenti di tanta moderanza, che i più se ne maravigliavano: misurandolo forse dalle cose che da’ suoi discepoli si dicevano e facevano.

E seguitando a discorrere degli atti del triunvirato toscano, poiché erano entrati nella mala via di consentire, che tutte le apparenze di rivoluzione si compissero, senza una sola realtà, comandarono, che dalle sentenze de' tribunali fossero casse le intitolazioni di Leopoldo II, e sostituite quelle di governo temporaneo; e che la guardia cittadina, e la milizia assoldata, fossero sciolte dal giuramento dato al principe: e che le assemblee del senato e del consiglio dei deputati s’intendessero casse, per dar luogo ad una nuova assemblea di centoventi rappresentanti, eletti co’ suffragi dell’universale; da provvedere temporaneamente alla formazione delle leggi, infinoché non si adunasse l’assemblea costituente italiana, destinata ad acconciare i governi di tutti i paesi; facendo strabiliare e sdegnare veder cassati i due consigli da rettori transitorii, e creati da quei medesimi; quasi avessero avuto balla di lacerare lo statuto, e mettere in piè altro magistrato legislativo, nel luogo del principe; anzi che (quando pur volevano far mutazione) chiamare la nazione con generali comizi a deliberare qual forma di reggimento avesse voluto. E ben subito accortisi della insana deliberazione, prodotta da ignoranza e da superbia, dovettero ritirarla, e dichiarare la prefata assemblea, giudicatrice e costitutrice dello stato toscano.

Né i decreti succeduti immediatamente alla promulgazione del governo temporaneo finirono con queste tre novità; altri ne furono fatti per cose e persone. È da commendare, che fosse creata una giunta del gonfaloniere della città Peruzzi, del comandante della guardia cittadina Ghigi, dell’avvocato Luigi Fabbri, e del professore Emilio Cipriani, per subito prendere in custodia i palazzi regi e gli oggetti in quelli contenuti, affinché nulla si potesse dire mancato o guasto. Al quale ufficio adempirono con somma religione. Non sarebbe apparso cattivo provvedimento altresì mandare nelle provincie commessari, per vegghiare al buon ordine e alla sicurezza publica, se alcuni di essi non fossero stati tolti dal numero di coloro, che più in passato la quiete publica avevano turbata. E similmente avrebbe avuto lode, e ispirato fiducia, che un consiglio si creasse per provvedere con ogni mezzo d’arte militare alla difesa del territorio toscano, caso che da straniere armi fosse stato assalito, se degli uomini eletti alcuni più intendenti non avessono rifiutato la commessione, e i più de’ rimasti non fossero apparsi poco delle faccende guerresche intendenti o pratichi. Dirò di altre provvisioni. Stimossi utile, o consentaneo al genio della mutazione, cassare i rappresentanti toscani presso le nazioni di fuori, mandati a nome del principe, e sostituirne de’ nuovi; inviandone più particolarmente alcuni straordinari a Roma e a Venezia; quasi volessesi con quelle republiche stringere intelligenze per operare d’accordo. A Roma fu mandato il professore Atto Vannucci, e a Venezia il giovane Carlo Fenzi; amendue di onesta democrazia partigiani, e il primo, chiaro per lavori d’ingegno. E poiché seguitava ancora quella mostra del congresso di Bruxelles, o non era dà mandare alcuno, o si richiedeva chi, non ricevendo che poca o nessuna autorità dal proprio governo, avesse potuto in quelle diplomatiche consulte farsi strada almeno col nome e col sapere; e nondimeno vi fu spedito un cotal Frappolli, oscuro, non toscano, e dei numero di coloro, che col predicare libertà sconfinate cercavano in que’ giorni ventura. E se bene con qualunque fusse andato, sarebbesi lo stesso effetto ottenuto; pure con quella gente, il nuovo reggimento non veniva in credito. E vacando l'ufficio di rappresentante toscano a Costantinopoli, lo conferivano al vecchio professore Luigi Muzzi; mostratosi in quei dì fervido democratico; il quale, piuttosto che nella diplomazia, sarebbe stato bene in un’accademia di letterati. Peggiore fu l’avergli dato segretario un disperato aretino, spaventoso di corpo; e sì d’ingegno e d’opere sozzo, che fra i mettitori de' nostri scandali, non era il più reo. Si scusava il Guerrazzi, di mandarlo in Turchia per levare di Toscana quella peste; come se altre non ve ne fossino rimaste, o se da queste elezioni vituperose non fosse onta al governo derivata. Il principe Giuseppe Poniatowskv, ambasciadore presso la republica francese, appena saputo partito il principe, chiese licenza; che gli fruttò di essere poi nello stesso ufficio reintegrato.

Essendo per la subita partenza del principe, rimasti senza soldo tanti servidori e appartenenti alla corte e a’ reali palazzi, fu decretato, che alle loro famiglie temporalmente si sovvenisse. Si ordinò pure, che là tassa de’ pedoni, che di notte entravano in città, s’intendesse cassa; come pure l’altra, detta delle osterie e cantine, riscossa nel lucchese;che il pregio del sale da dodici quattrini per ogni libbra fosse a otto ridotto; che una somma di lire ventun mila, tolta dall’erario, fosse alle famiglie povere della Toscana dispensata; che la legge delle pensioni a’ militi volontari e soldati mutilati o feriti nella guerra italiana fosse messa senza indugio in esecuzione; che il palazzo regio della Crocetta, si convertisse in ospitale degli uomini, per anni o infermità invalidi. Cose fatte la maggior parte più per mostra, che di durata; allora necessarie, e scusate. Vennesi allo scambio delle persone: e alcuni prefetti e altri ufficiali publici, sospetti o per opinioni diverse o per calunnie di coloro che volevano entrare ne’ loro posti, furono cassi; alquanti altri dell’ordine civile o militare, che pur avevano consentito di servire il governò democratico, fuggito il principe, si deposero: e vedevi qua e là sostituire uomini che il publico conosceva per inetti, o per cime di ribaldi, o per principali sommovitori. Ciò più d’ogni altra cosa scandolezza va e impauriva e metteva in odio il nuovo governo; cui mancando armi e origini legittime, non per altra via avrebbe potuto aggraduirsi l’universale, che affidando i magistrati e le cariche a gente specchiata e di autore volo fama; e quando pure i migliori avessino ricusato, meglio era lasciare i vecchi, che gli uffici publici contaminare; tanto più che, non essendo possibile saziare le cupidigie della fazione, ognor crescenti colT essere sbramate, bisognava condursi a doverle rintuzzare, e avere nemici gli stessi partigiani.

Fece dir molto, né senza ragione, una giunta sopra la interna sicurezza; istituita in Firenze per aiuto del prefetto; il quale, come devoto alla democrazia, non si voleva togliere, e come inetto, non si voleva lasciar solo: imperocché alcuni di quei che la composero, avevano fama dubbia o rea; e pareva somma indegnità, che dovessero alla sicurezza de’ cittadini soprintendere quelli che più la facevano stimare in pericolo. E imagini il lettore, se i paurosi si rimpiattassero e gridassero finimondo: esagerando i mali, quasi fossimo vicini al rinnovamento dei terrori e delle stragi francesi del 1793; che forse alcuni di quei sommovitori vagheggiavano, se i tempi, e più la loro stessa viltà, non l’avesse impedito. Molti per tanto, massime se gentiluomini o ricchi erano, se ne andavano in altri paesi, o alle loro ville riparavano, ancorché niuno veramente perseguitato o offeso fosse. Il che dava più baldanza a’ tristi, o stemperati, quasi restassero padroni delle città; onde in cambio di publico favore, acquistava avversione e odio quel male arrivato governo; ignari i rettori, se più degli amici o de' nemici dovessero temere. E un gran pericolo di andar sossopra, quasi subito dopo creato, corse per cagione della milizia assoldata; la quale, non tanto per disciplina onorata, quanto per non averne alcuna, prese quella occasione per disfarsi; non apparendo né fedele al principe, né disposta a sostenere i successori. Chiusi in fortezza i soldati, si sollevano: chiamano traditori alcuni: bestemmiano i noipi de' triunviri; benedicono a quello di Leopoldo; protestano di non voler servire; gridano di volersi allo loro case tornare. Il tumulto si fa grande, da parere principio di guerra civile. Richiesto il ministro d’Ayala affinché colla sua autorità tirasse la soldatesca a giurare pel nuovo governo, ricusò, o che non gli paresse conveniente, o temesse di non essere obbedito. Mostrarono ardimento il Guerrazzi e il Montanelli, andando eglino stessi in fortezza a calmare la sedizione. I soldati al vederli approssimare sbuffano, e vogliono che atti minaccevoli dagli spalti del castello facessero. Ma i triunviri non ispauriti, entrano. Cresce il rumore, con grida, querele, e minaccie: chi dà di piglio alle armi; chi le gitta via; chi s’oppone; chi vuol fuggire; chi non consente; de’ capi non s’ode la voce; i più s’uniscono coi minori; gli ordini del comandare e dell’ubbidire son rotti. Tutto è confusione e pericolo; da spaventare chicchessia, eccetto quell’ardito petto del Guerrazzi; che, trattosi in mezzo, e adoperato parole franche e lusinghiere, riesce a mettere un po’ di bonaccia dov’era furiosa tempesta; e fare alcuni vergognare, altri ripentirò, e qualcuno fino dichiarare acceso di seguitare il nuovo governo. Fu decretato, che chi non voleva servire, fosse libero d’uscire e tornarsi alle proprie case; e i rimasi dovessero giurar fede a chi reggeva lo stato a nome del popolo. Laonde si videro stuoli di soldati, senza armi, mezzo vestiti, uscir di fortezza, e andare per la città, mescolati col popolo, e come smarriti e raminghi; non ben chiarendosi se di loro si dovesse più paura o compassione avere. E de’ rimasti non era da fare gran capitale; sapendosi che più tosto 1 amor del soldo, che altra onorevol cagione gli avea ritenuti: e alcuni de’ graduati, sperando di aprirsi la strada a maggior fortuna, andavano a’ capi del governo temporaneo a metter male del D’Ayala, attribuendo a lui quel disfacimento della toscana milizia; onde, sapendosi che questi aveva chiesto licenza, fu al Mordini dato a reggere anco l’amministrazione della guerra: la quale sotto lui divenne scuola di brobbriosa vanità. Vedevansi nelle sale del militar ministero, quasi a una bottega da caffè, entrare e sedere fumando e sentenziando giovinastri da postribolo. Furono alcuni della milizia avanzati di grado, altri messi in riposo; chi eletto a nuova carica, chi lasciato nella oscurità, chi licenziato: talora premiandosi o gastigandosi non tanto secondo i meriti o demeriti, quanto secondo le dimostrazioni che più o meno favorevoli avevano fatto alla mutazione. Pure fu provvedimento degno di lode mandare ad esecuzione il codice della giustizia penale militare; di cui era sì provato il bisogno, che ancor dopo il rinnovamento della monarchia si conservò.

Erano cominciati qua e là a scoppiare indizi di popolari sollevamenti contro il nuovo reggimento, accompagnati da nefandezze. La sera del di 11, fu guastata la strada ferrata da Firenze a Livorno, troncati i fili del telegrafo, incendiata la casa di stazione presso Empoli. I triunviri, dopo quasi sperperata la milizia ferma, non sapendo affidarsi alla guardia de' cittadini per non crederla tutta o la maggior parte favorevole; né essendo per anco in buon numero vestita ed armata la guardia municipale, barcollavano incerti di sostegno e di potenza. Che se bene il diario delle leggi apparisse, secondo il solito, pieno di protestazioni e dichiarazioni di cerchi, congreghe, municipi e città in lor favore, tuttavia, non meno nell’interno che fuori minacciati, sentivano quanto deboli e mal fermi fossero; e commettevano questo gravissimo peccato di far venire a Firenze una turba armata di popolaccio livornese, col nome di legione, che facevano ribrezzo pe’ loro costumi laidi e riottosi. Fu pure altro errore, consentire a’ fuorusciti di altri paesi, stanziati in Toscana, che offrivano il loro aiuto, l’ordinarsi a milizia; essendo onesti con disonesti mescolati, eda prevalere in quel subbuglio, più presto i secondi che i primi. Ma nessuno errore fu eguale a questo; di permettere, che per richiesta del così detto circolo del popolo, ognuno si armasse; ché se bene lo invito fosse fatto in termini convenienti, e per fine buono di guardare la quiete publica, né mancasse la condizione che chiunque avesse chiesto le armi, dovesse scriversi e provare di essere onesto, pure nella esecuzione non era da vedere maggior confusione e sovvertimento. Aperta appena in palazzo l’armeria, gente d’ogni ordine e costume affollavasi, e più tosto rapiva le armi che non le ricevesse. Né potrei dire da quale e quanto spavento fosse la città giustamente compresa nel mirarli poi, alla foggia di saccomanni e berrovieri andare per le strade, entrare nelle botteghe, insultare a cui fosse loro paruto non amico: e avendo fatto lor principale ritrovo il convento di S. Trinità, quivi con tanta più sfrenatezza deliberare, quanto che di avere le armi in mano sapevano. I quali uomini sì audaci nello interno delle città, codardissimi furono nel sostenere il medesimo governo, che eglino stessi avevano con tanto furore gridato.

E timori d’un rivolgimento in favor del principe, crescevano secondo che novelle di lui, parte false, e parte aggrandite, giungevano a Firenze. Da prima si sparse che erasi indirizzato a Portoferraio; e tostamente d’ordine del triunvirato il governatore di Livorno mandava navilio a vapore con uomini armati per cacciamelo. Il che era indegnità; ma era anche stoltezza; e se ordini contro lui si volevano scagliare, dovevano essere anzi di prenderlo, che di cacciarlo. Ma i nostri artefici di rivoluzione, non sapevano quel che volessero, né quel che facessero. La detta spedizione, affatto inutile, costò a’ Toscani parecchie migliaia, e più forse che non fu speso. Ma da indi a poco si conobbe essersi in iscambio trasferito a porto Santo Stefano; e fama altresì correva ch’ei qui si fosse ridotto per sollevare colla presenza la maremmana provincia, cui doveva stimare a lui devotissima, e tornare a Firenze a grida di popolo. Dove fosse questo il suo pensiero (e per noi era meglio) restò deluso; quantunque alcune mostre in principio ricevesse da Grosseto; la cui città gli mandò un’ambasceria per invitarlo a ripararsi nel suo seno, e profferirgli sostegno di popolo per ricondursi alla sua sede. Ma nel medesimo tempo vi si era trabalzato il napoletano La Cecilia; già di Roma corso a Livorno; affinché non si potesse dire, che dovunque era materia di sedizione, ei non fusse presente. E ben si travagliò per rivoltar Grosseto e altre terre vicine: scrivendo a’ triunviri, che mandassero genti in arme e di prova, se volevano che la Maremma republicana si rendesse. Fra tanto il principe da Santo Stefano indirizzava a’ Toscani il seguente bando:

Da questo confine estremo di Toscana, io vi dirigo la mia parola; parola d’un principe, che voi conoscete da venticinque anni, e che ha sempre con sollecitudine e affetto la vostra felicità procurato. Costretto di abbandonare la sede del principato, per difendere la libertà del mio voto in un atto, di cui sarei stato mallevadore innanzi a Dio e agli uomini, non posso permettere, che la mia voce si taccia in mezzo a tanta violazione de’ più sacri diritti. Protesto. adunque contro il nuovo governo stabilito in Firenze il dì 8 febraio, e dichiaro di non avere per legittimo alcun atto da esso prodotto; essendo illecita la sua origine, e nulla la sua autorità. Ricordando alla milizia i giuramenti; agli ufficiali civili l’osservanza de’ propri doveri; al popolo la fedeltà verso il suo principe costituzionale; confido che la mia voce faccia ravvedere i traviati, e sia di consolazione a’ buoni toscani; l’affetto de’ quali è per me la sola cagione di conforto in mezzo al dolore, da cui, per così grandi disordini e per tante enormità, sono oppresso.

Questo bando, non conosciuto che tardi, o che non giungesse in Firenze, o i novelli reggenti lo tenessero celato, acquistò fama per mezzo de’ giornali piemontesi, dove fu subito inserito e divulgato: mormorandone i costituzionali, che già il sapevano, e protestando gli uomini del governo temporaneo, ch’essi nulla avevano ricevuto, e se l’avessero ricevuto, non avrebbero a metterlo in luce temuto.

La nuova della fuga del granduca e del nuovo governo toscano, giunse lieta a Roma, come lieta in Firenze suonò quella che i romani avessero la republica deliberata. E queste novità, avvenute e sapute nel medesimo dì in ognuno dei due paesi, servivano a rafforzare il movimento di entrambi, e talora farlo trascendere la civil temperanza; meglio con mostre di terrore, che con terror vero; come in Roma l’essere fatta villania ad alcuni servitori di gentiluomini, che si mostravano dietro a’ cocchi in livrea; non parendo da tollerare quei segni d’avvilimento umano fra tanto scalpore di democrazia superba; e l’essere pure appiccato a’ canti un cartello vituperoso e minaccevole a’ sacerdoti, con grande scandalo della gente divota; tanto più che alcuni di essi, per paura o vanità, indossavano abito laicale, e qualcuno si sconsacrava. Non cessavano i ministri della nuova republica di riprovare queste e simili improntitudini; ma più ne potevano i diversi favellatori de’ giornali e de’ cerchi nel procurarle, che i rettori nel vietarle. Nell’assemblea, se bene i più inclinassero a partiti meglio conciliativi che strabocchevoli, tuttavia al senno moderato dei prudenti entrava innanzi la baldanza sconsigliata de’ proponitori di cose nuove: aiutata dall’applaudere o mormorare del volgo, raccolto nelle tribune publiche. Oltre a ciò gli uomini di vera prudenza civile non erano molti; e il numero di essi maggiormente erasi stremato per la subita rinunzia del Mamiani e del De Rossi; i quali non sapremmo lodare dell’essersi deposti, dacché la loro sentenza non era stata accolta: e ci par meglio da commendare il bolognese Audinot; il quale, benché anch’esso contrario al voto della promulgazione della republica, tuttavia non si depose: e come che non potesse fare tutto il bene desiderato, spesso a sconsigliati proponimenti ovviò. Aveva egli persona, voce e ingegno di oratore publico; non solo sapendo cogliere la opportunità del parlare, ma ancora riuscendo spesso a cattivarsi il favor popolare per combattere efficacemente le dannose proposte. E intorno a lui si strinsero i più savi; quasi tutti bolognesi; secondando in parte le voglie della democrazia, per non farla in maggiore eccesso traboccare.

Fra le prime dispute fatte in parlamento fu, se dovessesi o no accettare le rinunzie de’ rappresentanti. Il principe di Canino schiamazzava, non doversi; ma la maggior parte seguitarono la sentenza contraria più onesta di Audinot. Si discusse per istanza del deputato Carpi, se doveasi riconoscere il debito publico, fatto dal papa; e stimossi atto di buona politica e morale l’approvarlo. Fu sciolto il consiglio di stato, e sostituito collegio temporaneo. Vennesi a parlare degli ufficiali publici, e si contese lungamente se conveniva richiedere che assentissero e giurassero alla nuova republica. Meglio era non sottoporli a questo costringimento; vano per i disonesti, e da mettere gli onesti nel caso di deporsi. Ma i più vollero, che si decretasse, tutti gli ufficiali del1’ ordine civile dovere in iscritto dare loro adesione alla republica, e quelli dell’ordine militare, con giuramento accompagnarla. Pochi aderirono, e la maggior parte rimasero tollerati, per necessità o negligenza; non ostante le continue querele e richiami di coloro, che forse aspettavano veder vacui gli uffici per occuparli o farli a’ loro chenti occupare. Né la ressa dei chieditori fece mai più respirare i triunviri: spesso costretti a cedere con iscandolo publico; e sovente in parlamento si trattò di mettere un freno a questa sfondata cupidità degli uffici, e provvedere con legge, che solamente i necessari e meritevoli si eleggessero. Ma per una tale riformagione, uopo era, che la republica si assodasse, e pervenisse ad essere non da uomini di parte, ma da cittadini, curanti del bene publico, timoneggiata. Tuttavia s’istituì un consiglio, che avesse balia di verificare i titoli e meriti de’ chiedenti, e rapportarne al triunvirato.

Vivevasi fra tanto in Toscana in grande espettazione e costernazione di conoscere le risoluzioni del principe, per fame argomento di speranza o di timore, secondo gli affetti diversi. I democratici più ciechi avrebbono voluto che abbandonasse del tutto lo stato per liberarsi della sua a loro odiosa presenza, e per paura, che non fosse occasione di quella, che chiamavano reazione: sperando altresì, che dove si fosse dileguato, più agevole sarebbe stato la republica fondare. Con fine diverso il suo allontanamento desideravano i tiranneschi; spasimando di vedere i precipizi della democrazia, quanto più si fosse disfrenata; e quinci la necessità degli eserciti forestieri. Solamente i costituzionali monarchici, di vero cuore, non desideravano che il principe uscisse di Toscana, ma alla sua sede si restituisse per un impeto di popoli, sollevati in favor suo, ó per via di soccorso armato di piemontesi. Dal che pure nasceva, che essi erano i più sospetti e odiati dalla democrazia; tanto più che alcuni manco prudenti, mostravano di travagliarsi per lo ritorno di Leopoldo. Il che per altro facendo secondo lor natura, niente atta agli ardimenti, non riescivano; ed erano appicco a maggiori turbolenze: perché coloro, che dal movere, e poi sedare i tumulti, traevano prò, massime dopo essere state le armi alla plebe fiorentina distribuite, correvano, giorno e notte, in palazzo a spaurire i reggenti, con pericoli di sollevamenti e di congiure della parte monarcale; additando uomini di nome per cospiratori: «Se non si fa man bassa (sciamavano indragati) con questi cani di nobili, di preti e di costituzionali, non si ha pace: avercene porto esempio i Francesi nel 1793: avercelo detto quel gran maestro di politica Niccolò Machiavelli: non riescir buone se non le rivoluzioni sanguinose.» Era pure entrata, e andava sempre crescendo la infame viltà delle accuse, senza nome dell’accusante: tanto che il ministro per le cose interne fu costretto a dichiarar publicamente, ch’ei per le sue molte e gravi occupazioni, non le avrebbe più ricevute, ma rimandatele a’ prefetti per esaminarle: ringraziando per altro i cittadini di quello zelo democratico: quasi piaggiando ciò che sarebbe stato da gastigare. Con questi terrori speravano di trionfare: e ben facevano montare in subita collera il Guerrazzi: che, sentendo d’ogni parte nemici e insidiatori, sarebbesi forse qualche volta lasciato tirare a. rigorosità estreme, se noi ratteneva il consiglio di alcuni buoni, e non codardamente moderati, o il senno suo proprio, che, passata la prima furia, lo ammoniva: la Toscana non essere la Francia; popolani d’oggi non quei del novantatre; il secol nostro, non quello del Machiavelli. E aneor meglio della paura interna, era ritegno la esterna; tanto più che il rappresentante inglese Hamilton, il quale pareva non vedesse di mal occhio esso Guerrazzi, aveva protestato, ch’ei da un intervenimento di forze straniere non poteva assicurarlo.

Pure al sapersi che Roma erasi già renduta deffinitivamente republicana, i vogliosi di cose nuove, incuorati dalla presenza del Mazzini, non si tenevano. Corrono in piazza, traendo grosso albero, e di rizzarlo si provano per signacolo di republica; quando il Guerrazzi fattosi innanzi alla turba schiamazzante, disse: «essere quello un atto di prepotenza verso i fratelli toscani; non presenti. Napoleone aver sostenuto in Ispagna lunga ed aspra guerra per volervi portare la civiltà colle punte delle armi. I benefìcii dover essere accettati e non comandati. Appartenere al libero voto di tutto il popolo toscano, convocato in assemblea costituente il dì 15 marzo, decidere sulla forma del nuovo governo: Quell’albero poter essere seme di discordia, anziché di unione; e lui amar meglio vedere la libertà radicata ne’ cuori che piantata sull’arido terreno.» Scosse questo discorso figurato, e a proposito: e il popolar raguno si sciolse: ma ne’ più secreti conciliaboli nutrivasi quella voglia; e maggiormente ingagliardiva, dacché il Mazzini, d’accordo col Montanelli, faceva pratiche co’ republicani di Roma per la unione delle due provincia sotto lo stesso governamento. E perché nulla mancasse di quel che suole notarsi nelle istorie degli umani rivolgimenti, videsi di pieno giorno, per cagion naturale, sfavillare in cielo una stella: né mancò il volgo, simile in tutti i tempi, di trarne agùri lieti o sinistri, secondo i vari desiderii.

Ma crescevano le difficoltà di dare un sesto alle cose publiche. L’erario era sì al verde, che alle spese più necessarie non era da sopperire; perciocché i rettori nuovi, bisognosi d’accattar favore popolare, dopo avere rinviliato il sale, e tolto il piccolo tributo delle porte, cassavano altresì la tassa di famiglia, chiamandola, com’era in effetto, ingiusta e arbitraria. Se non che scemavano le entrate, né pensavano a sminuire le spese; mancando a ciò tempo, consiglio e potere. S’aggiunse che, cadendo in que’ dì in Firenze il pagamento delle pigioni, e levandosi il solito rumore per la riscossione anticipata di otto mesi, si cercò antivenirlo con ammonire i padroni di casa a voler non esigere tanto tempo innanzi il danaro; e coll’esempio, che i pigionali di case appartenenti allo stato, non dovessero più d’un mese innanzi pagare. Non mai adunque, tra per una cosa e l’altra, la povertà della tesoreria apparve sì spaventevole come allora: e per ripararla un poco, fu senza indugio messa in esecuzione la legge degli 8 milioni de’ così detti boni del tesoro, che le assemblee, già cassate, avevano deliberata. La quale, venuta fuori non più a nome del principe, ma per ordine d’un governo, che i più non reputavano legittimo e da durare, mancò di credito; e con perdita si spendevano quelle polizze; abusandone la ingordigia di coloro che fanno sempre de’ mali publici bottega. Pure, atteso la piccola somma, non fu l’estremo dei mali.

Veramente in Toscana la principal calamità nasceva dal non venir fatto di creare una forza militare, che fosse sostegno a un reggimento qualunque: o almeno la quiete publica assicurasse. Si provò riordinare la guardia de’ cittadini; a cui l’essere stato. il nome italiano di civica, con quello più francese di guardia nazionale cangiato, non produceva che la patria potesse con miglior successo, così dentro come fuori, valersene. Istituissi un consiglio composto di Ubaldino Peruzzi gonfaloniere, del professor Ferdinando Zannetti, 'del conte Guglielmo Digny, dell’avvocato Luigi Casamorata, di Vincenzio Manteri e di Goffredo Angelotti, affinché nuovo regolamento proponessero. Ma o che mancasse il tempo o altra cagione s’intramettesse, la riforma più che ad altro si restrinse a scambiamenti di capi; essendosi la più parte di quelli eletti dal principe deposti; e poi che anche il comandante supremo, Corradino Ghigi, chiese licenza, fu messo in luogo di lui, quasi chiesto dal popolo, il professore Zannetti; niente per natura, per professione, per studi, atto a quell’ufficio; che accettò, non per orgoglio, ma perché in tanto sperperamento di riputazioni buone, non si trovava chi fosse a un tempo accettevole a’ democratici, né discaro a’ monarchici: onde la sua elezione come d’uomo onesto, fu sentita con piacere, e festeggiata; desiderando meglio ognuno ch’ei fosse stato più acconcio, di quello che non fosse eletto; se bene le cose erano a tali estremità, che più tosto reputavasi merito impedire maggiori disordini, che fondare novelli ordini. Tutte le altre forze o mancavana, o erano infide: sì come la guardia de’ municipali, che il publico stimava pretoriani direttori, e in vece erano di felloni o sciagurati. Le poche compagnie, composte innanzi che il principe si partisse, furono di mano in mano accresciute di numero, accogliendosi ogni feccia, adescata dal grosso soldo; e sì furono accecati i rettori, che elessero per capo supremo un cotal Solera, antico servidore della casa d’Austria, e allora mascherato di republicano, per aiutare il precipizio delle cose nostre.

Ma non ho parole per descrivere il disfacimento della milizia stanziale. Della quale alcuni erano tornati a casa; una parte dimoravano a’ confini di Massa e Carrara, sotto gli ordini del generale De Laugier; il resto, sparso per le fortezze e guarnigioni. Fu dato ordine a’ comandanti per lo nuovo giuramento; e con ispeciale raccomandazione al De Laugier, che guardava i confini: avendogli scritto in confidenza il Guerrazzi, come a vecchio amico, in questa forma: «Eterna infamia o eterno onore aspettarci. Leopoldo, senza cagione, senza ragione, averci abbandonati; né solamente abbandonati, ma tratto da consigli scellerati quanto stupidi a muovere la guerra civile. Essere il paese dalle devastazioni del comunismo, e dalla straniera occupazione minacciato: non ti chiamo per tanto colla mia, ma sì con la voce della patria:» e finiva con una di quelle sue scappate; ricordati che una volta usavano le fucilazioni. Mostrandosi da prima De Laugier forte impacciato per la difficoltà sì di obbedire e sì di ricusare; e in oltre per la speranza, che le cose si rimutassero in favor del principe, ed ei potesse aiutarle con un rinforzo di soldati, che di suo moto aveva chiesto a Carlo Alberto, diede ordini incerti a’ capi delle compagnie, come per acquistar tempo; e rispondendo al Guerrazzi in modo lusinghiero, e da fargli quasi credere che secondar volesse la mutazione, scongiuravalo per altro a non insistere di volere giuramento da quelle sì disordinate milizie, che ne avrebbono fatto un pretesto per non obbedire ad alcuno. E in effetto, proposto di giurare a' soldati da alcuni graduati, per mala intelligenza degli ordini, dati vagamente dal generale, cominciarono a tumultuare e gridare, che volevano partirsi. Per frenarle fu proposto un indugio di otto giorni da scrivere al principe e intendere, s’ei dell’antico giuramento le liberava.

Ancora in altri luoghi i soldati s’abbottinarono per causa del giuramento: e alcuni ricusarono di più servire, come a Portoferraio e altrove; ma per dir vero i più giurarono, con questo, che il nuovo sacramento valse meglio a chiarirli infe' deli al principe, che fedeli al reggimento popolare. Fu rimesso il gastigo del pane e acqua, e de’ ferri: e rendute a’ graduati tutte le facoltà arbitrarie, cassate dal ministro d’Ayala; sperando i triunviri di gratificarseli, come se il. rigore o l’autorità avesse potuto più giovare, dopo infranta la religione, oscurato l'onore, e calpestata ogni disciplina. Quindi vedevi quei soldati, ora abbandonare le insegne, ora tornare sotto quelle ripentiti ora sbuffare insolenti contro la democrazia: or protestare raumiliati di volerla servire; quando benedire a Leopoldo II, e quando bestemmiarlo; secondo che i comandi diversi, i rumori, la ubbriachezza, e gli altri vizi li trasportavano; onde si venne a tale, che né il principe, né i nuovi rettori potevano farne alcun conto; senza dire che dove la guerra italiana fosse ricominciata, non avevano più i Toscani da mandare esercito né piccolo né grande; il che sopra ogni altra cosa accorava i buoni e veri amadori d’Italia; né riesci che per mostra un ordine, fatto in quei giorni, d’una nuova descrizione di soldati volontari; perciocché se. ne(1) popoli toscani non era stato grandissimo l’ardore per la prima guerra, molto meno poteva essere per la seconda; sì per lo infelice sperimento che si era fatto, e sì perché le discordie e paure interne stornavano gli animi da ciò, che pur avrebbe dovuto stare in cima a tutti i pensieri. Né in quei nuovo governo temporaneo, più patito che accettato dall’universale, era autorità da vincere siffatta ripugnanza; in parte naturale e in parte dalle ultime novità accresciuta: imperocché ogni dì più appariva, che dove i reggenti democratici fossero riesciti a crearsi un esercito, anziché mandarlo in Lombardia, avrebbero avuto mestieri di tenerlo per sostegno proprio: veggendo contro di loro qua e là commosse le città e le campagne per eccitamento di nobili, di preti, e degli stessi costituzionali; già quasi accontati co’ partigiani di governo assoluto per odio alla democrazia trionfante. Presso Empoli continuavano aizzamenti di guerra civile. À Montevarchi e a Figline il popolo levò rumore, rialzò le imprese granducali, azzuffassi co’ democratici. Anche a Pescia seguivano tumulti; né stava quieta la città di Livorno; dove alquanti soldati fuggiti di Portoferraio per non aver voluto giurare, erano occasione di trambusto. Il triunvirato mandava a reprimere, ma non sottometteva un luogo, che un altro levava in capo. Il maggiore scoppio e meno infrenabile temevasi in Maremma per la presenza del principe. Invitato di andarvi con una legione il general d’Apice, allora ricusò. Costui, foruscito napoletano, che, militando sotto le insegne borboniche nel 1820, secondò la mutazione, fu per penuria di uomini segnalati nella milizia, accolto, e innalzato da’ nuovi rettori toscani; credendolo partigiano di republica, quando non era che un soldato di ventura; non privo d’ogni valore, ma da servire, per bisogno di fama e di premii, la parte che avesse trionfato. Avendo a quel primo invito ricusato il d’Apice, ebbe ordine di marciare con una squadra di Livornesi, un tal Guarducci; che non prima giunto, fu, come dirò più innanzi, richiamato.

La città di Firenze, dove per la sede del governo, era più potente la democrazia, parea sottomessa; e non di meno ancor qui soppiatta voglia di vedere il trono granducale rialzato, da’ più si covava; e se bene i servidori della monarchia non osassero di far sollevamento, guerreggiavano indirettamente il nuovo governo: alcuni ricusandogli l’opera loro; e altri, pur rimasti negli uffici, porgendogliela inefficace o proditoria; per poi i più scaltriti farsene belli col principe e ricevere guiderdone dell’avere osteggiato un reggimento, da cui avevano seguitato a ritrarre lo stipendio, chi per bisogno, chi per interesse, e chi per tenere il piè in due staffe. Laonde, più che dalle macchinazioni e da sollevazioni, facilmente rintuzzabili, era il nuovo stato scassinato e condotto a perire, dai coperti e continui attraversamenti degli ufficiali publici: provandosi in Toscana, non meno che a Roma, non potersi uno stato assodare senza ingenerare nei più certezza di durata. La quale dove non fosse mancata, più per ragione esterna che interna, avremmo per avventura veduto il berretto di republicano in testa a chi aveva in fino allora indossato livrea di ciamberlano; come non s’ignorò essere alcuni stati un momento in forse, se gittarai a parte republicana. Ma un fato ad essi benefico, alla patria infausto, li ritenne, e a' servigi del principato assoluto serbò.

Provando adunque i reggitori toscani questa terribil guerra, e sopra ogni altra perniciosa, della ignavia generale, il 16 febraio, facevano questo bando di sdegno e di disperazione mescolato. «Il nostro bel paese rovina, se quanti hanno cuore italiano non sorgano animosi a salvarlo; bande di facinorosi, col pretesto della fuga di Leopoldo II, e anche senza pretesto, saccheggiano, ammazzano, incendiano. Soldati, abbandonando le insegne, si partono da’ confini alla fede del loro sacramento confidati. Una cosa sola conforta 1 animo travagliato, che i più, pentiti, tornano. Ora corre il momento deffinitivo, o di perpetua infamia, o di sempiterno onore. E che? Non sapremo spargere altro che lamenti codardi e lagrime vane? Vorremo di nuovo farci spettacolo allo straniero di derisa impresa? Ricordinsi i tepidi e infingardi e dubbiosi, esserci noi a tale condotti, che il pessimo partito è di non far nulla. Voi vi ritirate nelle vostre case, sciagurati? Chi ve le salverà dallo incendio? Voi nascondete il vostro denaro, negandolo alla patria. che ve lo chiede? Chi vi difenderà, se, bastonati, avrete a darlo a’ croati? Voi pervertite il cuore de’ campagnuoli, e li dissuadete dalla guerra? Chi preserverà i campi dalle scorrerle de’ cavalli nemici? Non credete? Guardate le provincie lombarde. Ma se i mali sono grandi, grande pure dev’essere la costanza nel sostenerli. Né mai è lecito della salute publica disperare. Rincoratevi dunque. La legge intorno a’ militi volontari è stata decretata: breve il tempo del servizio: la ricompensa giusta; l’onore grandissimo. Non più parole, ma fatti. Se trenta mila Toscani non corrono alle armi, chi è quaggiù che osi più di libertà favellare? Se il popolo mostrerassi pari alle sue promesse, non mancherà chi regge, all’ufficio suo; e saprà domare la licenza, in casa: difendere la patria, fuori.

Questo editto non produsse alcun effetto; se non che dal cerchio popolare i soliti schiamazzatori trassero in piazza, cui già per decreto, non più del granduca, ma del popolo doveva chiamarsi; e nella loggia della signoria raccolti, si diedero a parlamentare la moltitudine, per incitarla a scriversi in gran numero sotto le insegne della patria; veggendosi nel medesimo tempo qua e là tavole rizzate con liste; le quali nel fervore, parvero o si credettero piene di nomi; ma poi o gli scritti si ripentissero, o vi corressero in minor numero che non era detto, tutto in parole al solito enfiate e arroganti, sfumò. Stavano così le cose scommesse e perturbate, quando giunse in Firenze avviso, che il generale De Laugier apparecchiavasi, colf aiuto delle genti piemontesi, a ripigliare lo stato in nome del principe. Della quale impresa, e del successo che ebbe, prima che io favelli, devo mostrare quel che in altre parti d’Italia, nel medesimo tempo, si travagliasse.


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LIBRO VENTESIMO

SOMMARIO

Guerra mossa al, ministero del Gioberti nel parlamento piemontese. — Proposte del Gioberti d’intervenire militarmente nello stato romano. — Ripugnanza di Carlo Alberto. — Richiamo dello stesso Gioberti per essere stato il re di Piemonte escluso dalle potenze che dovevano ristorare il governo del papa. — Allegrezza in corte di Gaeta e in quella di Napoli per la promulgata republica in Roma, e per la fuga del granduca di Toscana. — Agonia del parlamento napoletano. — Richiamo de’ deputati al re contro al ministero. — Scuse de’ ministri. — Vane prove di riconciliazione. — Principii di nimicizia fra le due assemblee. — Nuove proteste del papa contro le deliberazioni dell’assemblea di Roma. — Formale invito alle potenze per lo intervenimento nello stato romano. — Avvicinamento di soldati napoletani al confine. — Continuazione di prove di sollevazione fatte dal general Zucchi. — Discorrimento armato di Austriaci a Ferrara condotti dal generale Haynau.— Violenze usate. — Lamenti de’ rettori della republica romana. — Millanterie de’ cortigiani di Gaeta. — Cause d’indugi per la spedizione contro Roma. — Stato dell’erario romano. — Provvisioni fatte per risarcirlo. — Altre deliberazioni e decreti dell’assemblea republicana. — Legge improvvida del prestito forzato. — Moneta erosa. — Riforma ne’ giudizii civili e criminali. — Abolizione del Santo Uffizio. — Altre novità lusinghiere. — Nuove protestazioni del papa. — Pratiche del Gioberti per accomodamento delle cose toscane. — Gran da fare dei costituzionali a’ confini. — Profferta di aiuti piemontesi al granduca di Toscana. — Accettazione di questi aiuti. — Editto del generale De Laugier. — Sfrenatezze democratiche in Firenze e in Pisa e altrove. — Gridi scomposti di republica e di unione co’ romani. — Strattagemma del Guerrazzi per raffrenarli. — Intendimenti del principe di non uscire di Toscana. — Opera fatta dal De Laugier. — Contrarietà in Piemonte allo intervenimento in Toscana. — Brighe per indurre il granduca a trasferirsi a Gaeta. — Sue perplessità per consigli contrari. — Paura per gridi di republica in Orbetello. — Partenza da Santo Stefano. — Caduta del Gioberti. — Invereconde contese in parlamento. — Favore dimostrato ai Gioberti fuori del parlamento. — Accuse, discolpe, scandoli d’ogni maniera. — Scoramento de’ costituzionali toscani per la caduta del Gioberti. — Spedizione contro il generale De Laugier capitanata dal Guerrazzi. — Scompiglio e sbandamento ne’ soldati. — Grande turbamento nella città di Firenze per minaccie di sollevazione del contado in favor del principe. — Rigori strani, inutili e odiosissimi. — Improntitudini popolari. — Vane pompe pel ritorno del Guerrazzi da Lucca. — Accoglienze fatte al granduca di Toscana a Gaeta. — Minacele di Austriaci e di estensi a’ confini toscani. — Spedizione in Lunigiana capitanata dal Montanelli. — Domande popolari per la congiunzione della Toscana collo stato romano. — Ritegno del Guerrazzi a soddisfarle. — Alcuni trattati cominciati per la detta unione. — Lamenti de’ rettori per la infedeltà delle milizie, e per la confusione negli uffici publici. — Manifesto de’ triunviri fiorentini all’Europa. — Partenza del Mazzini per Roma. —

Mentre la corte di Sardegna aspettava alcun frutto de’ tanti suoi uffici di pacificamente, riceve, quasi a un’otta, queste tre notizie; a Gaeta deliberato di chiamare Austriaci, Napoletani, Spagnuoli e Francesi in soccorso del papa; in Roma promulgata la republica; in Firenze fuggito il principe, gridato governo temporaneo. E come se tanta materia di calamità esterne fosse poca, s’aggiungevano travagli e impacci dentro; sendo ancora in Piemonte chi per ambizione, o interesse, o cieco impeto di fare opposizione ad ogni maniera di reggimenti, bramava rivoltar lo stato. Già il ministerio del Gioberti non era più accetto. Quasi appena ragunata la novella assemblea dei deputati, pioggia di domande e di accuse cominciò; godendone in segreto i ministri vecchi, e lor partigiani, che agli avversari lo stesso martello toccasse. Il deputato Brofferio; uomo turbolento, da scandoli, ciarlatore, e da piacere a molti; per astio forse di non essere stato chiamato a partecipare del governo, chiamato democratico, disse obbrobri de’ nuovi ministri; «dopo aver fatto tanta guerra al Pinelli, né più né meglio, da due mesi, adoperavano; anzi adoperavano peggio: perché nimicavano i piemontesi colla parte più libera d’Italia, e tradivano la democrazia, in nome della quale avevano preso il governo.» Rispondevagli il Gioberti e gli altri del ministero, come sapevano e potevano; né io recherò le accuse e le discolpe, quasi le stesse, altre volte per altri ministeri e occasioni, sciorinate: sol noterò, che quantunque il ministerio giobertiano potesse non a torto chiamarsi ritratto del pinelliano, perché veramente non andò più oltra di quello, non di meno per le avvenute mutazioni di Roma e di Toscana in assai maggiori difficoltà e pericoli si ritrovò; e se forse non venne a capo di condurre Italia a unità di nazione, con una forma di costituente, che col nome appagasse la democrazia, e col fatto non ispaventasse i principi, non fu tanto per colpa sua, quanto per la ostinazione dei democratici romani e toscani a volere una costituente, che poneva gli stati a soqquadro.

Fra tanto le novità di que’ paesi davano materia e ardire alla parte estrema del parlamento sardo per mettere i ministri in disperazione. Perciocché, tempestati fieramente con domandar loro, se avevano per legittimi i governi di Roma e di Toscana, non sapevano che dire; e barbugliavano risposte vacue; come quelli che non volevano l’odio di parteggiare per principi che avevano abbandonato lo stato, e temevano il pericolo di accontarsi co’ nuovi reggitori. Più forte allora gridavano i contraddittori: doversi senza indugio, senza esitazione, far onore al popolo romano e al toscano, approvando il loro stato, e con esso il principio della popolare sovranità. Contesero un pezzo, con più acerbità che trionfo d’alcuna parte; e quando erano in sul quietarsi, fu mossa altra e più scandalosa quistione. Riferirono alcuni, essere stata in Genova proibita dal commessario Buffa l’adunanza popolare, per aver celebrata la costituente toscana del Montanelli. Scoppia gran fremito; quasi maggiore oltraggio alla libertà non s’avesse potuto fare. Ecco, sbottoneggiavano, ministri popolani, che fanno quel che non osarono i monarchici, privandoci dei diritti di assembrarci e di parlare. Dopo essersi bene disfogati, stucchi la maggior parte dei deputati di tanti clamori, chiesero ed ottennero, che fosse fatto fine alla discussione, già troppo prolungata.

Ma il Gioberti, che colla mente misurava la grandezza dei pericoli soprastanti all’Italia, non si lasciava vincere alle opposizioni degli stemperati ché anzi pareva le disprezzasse, mostrandosi di rado in parlamento, e nelle sue pratiche d’accordo continuando. E a lui avvenne quel che suole a chi si pone mezzo fra due parti estreme; che rovinò sé stesso, e non giovò alla patria; né si potrebbe dire se più per fraudo delle corti o per accecamento dei democratici; avendo toccato il colmo l’una e l’altro. Fra’ molti segni di dispregio, uno grandissimo ricevettero i Piemontesi, coll’essere schiusi dalle potenze cattoliche nel soccorrere il pontefice. Carlo Alberto assai se ne contristò, come d’ingiuria da vendicare colle armi, se piccolo principe avesse potuto affrontare nuova e più Vasta guerra, quando non era uscito vincitore della prima. Pure il Gioberti, che non sapeva darsi pace degli stranieri aiuti chiamati dal papa, e delle sue pratiche andate a voto, consigliava il re di mandare un presidio di soldati piemontesi nella città di Ancona, per avere nelle quistioni di Roma quella parte, che come a potentato cattolico e italiano gli apparteneva, e allora oragli dal papa, dagli stranieri, e dai republicani ingiustamente e ontosamente contesa. Ma Carlo Alberto dubbioso ancor quando non era da dubitare, molto più tentennò nell’accettare sì risicoso consiglio, di mettere le sue armi in contrasto con altre italiane; e più di occupare una città della Chiesa senza consentimento del pontefice. Laonde non restando al Gioberti, che risentimenti di parole, ne fece uno fierissimo; commettendo all’ambasciador sardo conte Martini, di comunicarlo al cardinale Antonelli a Gaeta, in questa forma: La corte pontificale non conoscere i suoi veri amici: se li conoscesse, non anteporrebbe alcun altro potentato al re di Piemonte. Ma né pure conoscere le regole dell’evangelo; ché ella non accetterebbe la vendetta e il sangue, in luogo della conciliazione e dell’accordo; quasi rinnegando Cristo per Maometto. Aver lui date bastanti prove di affetto e di devozione alla santa sede in passato e al presente, da privato e da ministro. Anzi nel ministero avergliene porte di più grandi e maggiori d ogni altro ministero antecedente. Ma essa, facendo di lui giudizi più che temerarii, non mostrarsi molto osservante per questa parte de’ precetti evangelici; né avere altri in tal parere consenzienti da’ republicani in fuori. Rallegrarsi di questo singolare accordo fra Giuseppe Mazzini e l’eminentissimo Antonelli, testimoniato dalla stessa querela mossa dal secondo, che il re di Sardegna co’ suoi uffici di pace noceva al papa, impedendo che le cose de’ Romani non volgessero al peggio. Ma qualunque principe o ministro desideri il male per cavarne un bene, non può che riportare infamia in questa vita, e lo inferno nell’altra. Non avere probabilmente chi consiglia il pontefice, considerato il grave oltraggio fatto a Carlo Alberto, schiudendolo da’ re cattolici; e né pure guardato, ch’ei ha cento mila uomini in arme, disposti a combattere col Tedesco nello stato romano così bene come sulle rive del Mincio e dell’Adige. Pensi bene la corte di Gaeta a’ suoi interessi. I Piemontesi saranno sempre devoti al capo spirituale della Chiesa, ma non sopporteranno mai, che gli Austriaci vengano nel cuor d'Italia, e colle loro armi la causa del pontefice svergognino.

Ma siffatti lamenti e minaccio non facevano alcun frutto a Gaeta; dove gli umori contro i piemontesi eransi maggiormente inacerbiti; dacché s’era sparso che Pio IX avesse detto a) conte Martini di accettare la mezzanità e l’aiuto di Carlo Alberto. Il che era vero; e l’oratore piemontese, come era suo ufficio, non aveva mancato di far valere queste parole del pontefice, quando s’avvide che l'aiuto delle potenze cattoliche s’invocava con esclusione de’ piemontesi, quasi regno scismatico fosse. E dolevansi gli oratori tedeschi e russi, che il papa facesse di queste promesse, in contraddizione colle deliberazioni prese. Ma il cardinale Antonelli rimediò; prima le smentì e fece smentire dal nunzio a Torino; poi tirò il buon Pio IX a negare egli stesso, come faceva quasi sempre, ciò che aveva detto; allegando il mal uso fatto d’una frase, ch’ei non si ricordava se fossegli sfuggita, e in ogni caso avrebbe significato, tutto al più, meglio condescenzione a lasciar fare che facoltà di fare. In tanto, giunte a Gaeta le nuove che Roma erasi composta a republica, e i Toscani, fuggito il principe camminavano per quella via, gongolavano que’ diplomatici e cardinali, ohe in tal modo si liberavano da ogni noia d’accordo per parte de’ rettori piemontesi e de’ costituzionali dello stato. Né si allietava meno la corte napoletana, ornai trasfusa in quella di Gaeta. Ma nella mente de’ popoli del regno suonavano presagio di maggiori avversità. Onde quel che nel resto d’Italia serviva a sollevare gli animi, ivi tornava meglio a prostrarli: tale essendo la natura de’ paesi, che dalle disposizioni proprie più che dalla qualità delle cose, pigliano argomento di letizia o di abbattimento.

Ricompostosi nel modo, che più sopra dicemmo, il napoletano parlamento, i deputati cominciarono a pensare a quel che era da fare, e come governarsi con un ministero che vergognando di essere schiavo, non sapeva o non poteva essere libero. Scorso più d’un mese, che meglio colla forza che col diritto, riscuoteva i tributi, speravano che finalmente, ragunate le assemblee, ne avesse chiesto approvanza, e presentato lo specchietto delle spese ed entrate publiche. Ma i ministri nulla chiedevano e nulla presentavano, quasi del parlamento non curassero: il qual dispregio tanto più pungeva i deputati, quanto che s’accorgevano di essere stati adunati per ultima beffa alla loro spirante podestà. Laonde statuirono di fare una legge, da prescrivere a due mesi la facoltà ne’ ministri di riscuotere i tributi: facendo ridere ch’ei concedessero autorità a chi non ne cercava: né mestieri ne aveva; se non che vollero usare questa occasione per indirizzare al principe un discorso di questo tenore. Approvando noi la riscossione temporanea de’ tributi per una parte del presente anno, abbiamo voluto mostrare, che lungi dall’impacciare il governo della maestà vostra, desideriamo anzi di aiutarlo e rafforzarlo. Ma nello stesso tempo non potremmo più a lungo tollerare il calpestar continuo che fanno i ministri lo statuto fondamentale del regno. Onde ci rivolgiamo a chi primo in Italia accese questa novella luce de’ reggimenti costituzionali, supplicandolo a removere un ministerio che non rispetta la santità del domicilio; che manomette la libertà del pensare; profana la coscienza de’ giudici; disarma i cittadini pacifici, senza provvedere con altra guardia di vera sicurtà publica; fomenta le discordie fra la milizia e il popolo; si arroga la podestà di far leggi crudeli, vessatorie, gravose; attraversa il parlamento in ogni provvisione buona: finalmente tenta di rompere quel vincolo di fede e di riconoscenza che stringe il principe e i vicari della nazione, fino a impedire che la loro voce pervenga al trono. Contro tante colpe l’assemblea potrebbe procedere per severo giudizio. Nondimeno, per temperanza civile, antepone di richiamarsene al principe. Il quale non indugerà a provvedere per forma, che lo stato non incontri più ostacoli e travagli nel ricomporsi a verace e durevole libertà e riposo.

Era stato lungamente dibattuto se questo richiamo s’avesse o no dovuto mandare; dicendolo alcuni contrario agli ordini costituzionali: il che era falso; essendovi esempi del parlamento inglese; altri con più ragione oppugnandolo, come inopportuno e forse pretesto di annullare la costituzione. Pareva, che la maggior parte dei deputati fossero della seconda opinione rimasti capaci, aqche per le notizie giunte della fuga del granduca e della promulgata republica in Roma: le quali cose accennando a non lontani precipizi, li ammonivano di abbondare piuttosto in prudenza che far prove d’inutile coraggio; e cercossi d’indugiare la deliberazione, e forse sarebbesi sdimenticata, se i più estremi, come suole, non l’avessono rimessa in discussione; non guardando, che accusare in quel modo i ministri era lo stesso che accusare il principe. Né potevano sperare, ch’ei calasse; non avendo più paura. Onde in effetto uomini inermi rompevano guerra a chi armato aspettava il destro di finire quel vano giuoco di libertà. Sodi certo, che i ministri Bozzelli e Ruggiero tentarono di pacificarsi coi deputati, e averli meglio amici che nemici; avvertendoli che tenzonando essi il ministero, tenzonavano chi già disponevasi tornare assoluto: «volessero cedere alla necessità, piuttosto che per vano competere con chi ne poteva più di loro, perdere ogni bene: considerassino, che tolti essi dal ministero, sarebbe mancato ogni ritegno.» In questi ammonimenti e desiderii di accordo, i due ministri erano sinceri; conciossiaché conoscessero, che dove Ferdinando si fosse del tutto spacciato del parlamento e della costituzione, non sarebbono stati più tollerati, non valendo d’ordinario co’ principi, servigi nuovi a cancellare peccati vecchi.

Ma le loro pratiche non furono accolte dai deputati; ornai per lunghe izze, troppo incolleriti e insospettiti: reputandoli o d’accordo col principe, o per lo meno impotenti con esso lui; quindi inferivano, che, non potendosi più la libertà salvare, meglio era di procacciare che illustrata cadesse da splendide testimonianze di coraggio. E poiché dove è grande sperienza di male, il sospettare non ha confine, si disse, che la corte per meglio venire a capo de’ suoi divisamenti, cercasse di far nascere conflitto fra l’assemblea dei deputati e quella de’ pari. Cominciò questa opinione a venire in credito, perché un cotal Lefebre, d’origine straniera, per subiti guadagni divenuto ricco, e quindi stimato di essere eletto pari, richiese in publica assemblea il generale Filangieri; col quale aveva intimità; a render conto delle cose operate in Sicilia, quasi per porgergli occasione di difenderle e purgarle dall’infamia, che in Italia e fuori acquistavano a’ rettori del governo napoletano; sapendosi che la reina d’Inghilterra ne aveva dato contezza al parlamento con gravi accenti di reprovazione. Il generale, già apparecchiato a rispondere, conoscendo le domande, fece lungo discorso scritto, che pur doveva essere creduto improvvisato; e sarebbegli stata decretata una lode, se anche in quei servili animi non avesse fatto entrar vergogna la voce di Giacomo Bavarese; a non doversi dar premio a’ trionfatori di guerre civili.» Ma presentata e posta pochi giorni dopo in disputa nello stesso consesso de’ pari, la legge intorno alla riscossione de' tributi, allargarono la facoltà a’ ministri, con deliberazione diversa da quella dei deputati. La sentenza de’ quali, quantunque avesse dovuto prevalere in cosa, dove, secondò l’esempio d’Inghilterra, l'assemblea de’ pari non suole ingerirsi, pure per far prova di prudenza, proposero uno speciale consiglio tratto con egual numero dall’una e l’altra assemblea. Al quale successe rimettere l’accordo in tutto il napoletano parlamento. Per lo che chi reggeva maggiormente irritato, gittata la maschera, deliberò cassarlo, come fra poco diremo.

In questo stesso tempo le proteste del papa contro le deliberazioni della romana assemblea, fioccavano: le quali giungendo a Roma, e leggendosi in parlamento, eccitavano urli di gioia, come per mostra di poterle e volerle dispregiare; decretandosi quasi per vendetta, che tutti i cavalli de’ così detti palazzi apostolici e delle così dette guardie nobili, fossero presi per uso di artiglierie. Ma colle protestazioni papali si congiungevano travagli di gente armata: che non si potevano dispregiare. Pio IX aveva tenuto un altro concistoro il dì 11 febraio: dove erasi stanziato, che lo invito alle potenze cattoliche, deliberato in segreto il dì 7, dovessesi fare solenne e publico: al quale ufficio adempiva tosto il cardinale Antonelli con una lettera diretta a tutti gli stati di Europa, in cui dopo aver fatto sommaria e non sempre verace esposizione degli avvenimenti di Roma, terminava: Avendo il santo padre usati tutti i mezzi che erano in suo potere; spinto dall’obligo che ha con tutto il mondo cattolico di conservare integro il patrimonio della Chiesa, e la sovranità che vi è annessa, sì indispensabile a mantenere la sua piena libertà, come supremo capo della Chiesa stessa; e mosso altresì dal gemito de’ buoni, che invocano altamente un aiuto, non potendo più oltre sopportare un giogo di ferro e una mano tirannica; si rivolge di nuovo alle stesse potenze, e specialmente a quelle cattoliche, che con tanta generosità d’animo, e in. un modo non dubbio, hanno manifestato di esser pronte a difendere la sua causa. E poiché gli Austriaci, i Francesi, gli Spagnuoli e i Napoletani possono per la loro natural postura sollecitamente accorrere colle armi, così il santo padre, fidando nel religioso amore di queste potenze figliuole della Chiesa, domanda con piena fiducia il loro intervenimento armato.

Non appena spedita questa lettera, i soldati napoletani s’approssimarono al confine romano, minacciando di valicarlo. Annunziossi del pari che con loro era il generale Zucchi: il quale non cessava da vane prove di sollevare le vicine popolazioni, per Io ristoramento del governo papale: non temendo con questi servigi di macchiare in ultimo la libera sua vita; non potendosi credere ch’ei non sapesse allora essere già dal papa chiamato il soccorso degli stranieri; e quel moversi delle genti napoletane, doveva fargliene testimonianza: onde se i romani, sentendolo da quelle seguitato o spalleggiato, lo gridassero traditore, non avevano ogni torto: massime ch’ei nel partirsi di Bologna, aveva protestato, che andava a Gaeta oratore di libertà, e dove le sue pratiche fussero fallite, sarebbesi deposto. Ma quel tempo pareva destinato ad oscurare i nomi più chiari e diletti all’Italia; che non fu delle nostre disgrazie la più lieve.

Romoreggiando adunque la tempesta sul confine napoletano, la republica mandò subito l’arditissimo Garibaldi, colle sue non molte, ma provate genti; nel tempo che altre proteste e richiami e lamentazioni a’ potentati s’indirizzavano, quantunque alle voci de’ popoli avessero chiuse le orecchie. Ma peggio le cose passavano nell’opposto confine del Po.. Era rimasta sempre in potere degl’Austriaci la cittadella di Ferrara; e di violenze soldatesche, alcune provocate, altre nò, erano avvenute, maggiormente dopo la vittoria. Nei nuovi rettori di Roma avevano più de’ vecchi provveduto alla sicurezza di quella città, sì in pericolo. Essendo stato ucciso un giovane ferrarese, figliuolo d’avvocato, furono per rappresaglia morti alcuni soldati austriaci. Ciò parve ottimo pretesto a fare un discorrimento armato in Ferrara, con tanto miglior successo da quello dell’agosto del 1847, quanto che le sorti d’Italia erano assai diverse. Ne fu data commessione al maresciallo Haynau, alloggiato a Padova: di cui in tutta la soldateria tedesca non era da trovare il più acconcio ad eseguire ordini feroci. Con un corpo di circa diecimila uomini e molte artiglierie, valicato il Po in due luoghi, correva sopra la città di Ferrara; che, levatasi in grande spavento, e come meglio poteva asserragliatasi, mandava ambasciadori per sapere in nome di chi, e con quai proponimenti venisse. Rispondeva il comandante austriaco: che si dessero le porte della città: si disfacessero i serragli: si consegnassero gli autori degli omicidii dentro 24 ore;si provvedessero di vettovaglia le milizie che entravano; si cedesse l'ospitai militare; si pagasse dentro ventiquattr’ore la somma di dugentoseimila scudi; si rimettessero le imprese pontificie, e finalmente si dessero per malleveria di queste condizioni sei statichi. Parvero eccessive cotali pretese, e alcune impossibili a soddisfare. Fu mandata altra ambasceria di autorevoli cittadini, aggiungendovisi il cardinale arcivescovo Cadolini: il quale per quanto mostrasse carità apostolica e coraggio cittadino, non riesci ad ammollire l’atroce Haynau; che, pregato finalmente di modificare almeno la somma dei dugentoseimila scudi, non potendo la città in sì breve spazio, e con tanti aggravi patiti, disborsarla, replicava superbamente: dover lui essere ben noto agl’Italiani: non isperassero di risparmiare un solo scudo della somma chiesta. E all’arcivescovo, che insiem cogli altri pregava, volto con piglio beffardo: il luogo vostro, non esser qui, ma a Gaeta. Conoscere i suoi doveri, l’altro ripigliava con dignità, e sapere che il luogo suo era di non abbandonare il gregge a lui affidato. E avendogli profferto di accoglierlo in fortezza, mentre la città sarebbe stata bombardata, il venerabile cardinale rispondeva: traesse pure, ch’ei con l’ultimo de’ ferraresi, resterebbe esposto al fuoco nemico. Se d’altri prelati e cardinali ho dovuto dire parole acerbe, godemi l’animo di consegnare a queste istorie benedetta la memoria del Cadolini.

Ritornati gl’infelici oratori, riferirono l’accoglienza avuta, e la necessità di cedere, se non volevano che la città andasse a ferro e a sacco; essendo Haynau tal uomo, da fare quel che diceva, e più ancora. Intanto il preside C. Mayr, allegando, non essere a lui, rappresentante republicano, dicevole restare dove le pontificali imprese dovevano rialzarsi; quasi fosse stato segno di dignità fuggire i pericoli; trasferiva la sua sede a Lugo, e poscia in Argento. Onde rimasa Ferrara senza governo, i migliori cittadini si accontavano di notte per raggranellare quel più di danaro che potevano; supplendo con lettere di cambio, mallevate dal comune. E restando l’altra più crudele domanda degli statichi, si proffersero questi generosissimi; marchese Massimiliano Strozzi, dottor Ippolito Guidotti, marchese Girolamo Canonici, Antonio Trotti, avvocato Agnelli e Giuseppe Cadolini, nipote dell'arcivescovo. I nomi de’ quali scrivo, parendomi degni di passare onorati nella memoria de’ posteri Così il predone austriaco, tolta la somma dei dugento seimila scudi, e i sei statichi, per la esecuzione delle altre condizioni, si partì colle sue genti, e a Padova se ne tornò, pago di aver messo il terrore in quelle popolazioni, e portatone ricco guiderdone.

Grande fu in Roma il fremito al giungere avviso di questi fatti. Fu data balia militare al preside di Bologna Berti Pichat, perché con quante più genti poteva, assumesse là custodia dei confini della repubblica. Partiva pure per Ferrara il ministro sopra la guerra Campello: che giungeva quando giù gli Austriaci avevano ottenuto quel che volevano. Non so quante protestagioni e richiami per l’atto barbarico s’indirizzassero a tutte le corti, a tutte le nazioni. Ma ogni vendetta finiva in vane querele, e in un decreto della nuova republica, che dichiaravasi de’ danni sofferti dalla città di Ferrara, mallevadrice; quasi avesse potuto ristorarli.

Se fra il movimento de napoletani e de’ zucchiani da una parte, e quello degli austriaci dall’altra, fosse intelligenza, non ho di chiaro. So che i cortigiani di Gaeta facevano insolite allegrie, dicendo, che presto il re di Napoli e l’imperadore gli avrebbono ricondotti trionfanti a Roma, e tutto lo stato avrebbono al pontefice ricuperato. Ma veramente ancora le potenze non s’erano bene accontate intorno alla esecuzione di questa impresa. La corte di Piemonte seguitava a protestare e minacciar guerra. Seguitava pure la republica francese a fare opposizione. Né l'imperadore, con tanti vulcani accesi dentro casa, sapeva indursi a gittarsi nelle cose della Italia di mezzo, prima che i Francesi non fossero d’accordo. Era stato mandato a Parigi un diplomatico tedesco, assai destro, affinché arti e lusinghe adoperasse co’ rettori di Francia per trarli nella disegnata opera; e vari partiti proponeva; che gli Austriaci entraasino nelle Romagne, nel tempo che i Francesi si mostrerebbero in Ancona e Civitavecchia; ovvero, se piacesse più le genti imperiali si fermassino al Po, e le navi francesi costeggiassero l’Italia dall'uno all’altro mare, mentre l’esercito napoletano occuperebbe lo stato della Chiesa. Ma a nessuna di queste cose piegavasi per ancora la republica di Francia, combattuta fra vergogna e desio di contentare il papa e l’imperadore. Dicono che proponesse colle armi napoletane congiungere le piemontesi; e lo stesso arcivescovo di Cambray ne facesse particolare raccomandazione al pontefice, per non offendere i Piemontesi, potenza anch’essa cattolica: ma il papa rispondesse di non fidarsene. E ancor meno quelli della sua corte, come altre volte abbiamo detto, si fidavano dei Francesi: il cui soccorso avevano invocato per paura, e speravano che si restringesse a permettere lo austriaco e napoletano intervenimento; che solo stava a cuore al conte Spaur e al cardinale Antonelli. Il quale trovo che un giorno così favellasse: «So clienti sieno i disegni de’ Francesi; profferendo il general Cavaignac, dopo i casi di novembre, un presidio per la persona del pontefice, protestava di non impacciarsi delle cose del governo: onde que’ soldati avrebbono lasciato anche promulgare la republica. Né il pensiero loro è cambiato: il quale non fa per noi. Le armi di quella instabile nazione, dove è sì frequente e repentino il mutar di reggimenti, non possono essere mai sicuro aiuto del papa.» Il cardinale per verità non diceva male; e dura condizione era il dovere invocare aiuti che non si volevano.

Le due principali e più malagevoli necessità della romana republica, come d’ogni governo non reputato durevole, erano la pecunia e l’esercito. L’erario, per vecchi scialacquamenti, e recenti spese, né da maggiori entrate soccorso, le quali anzi erano state sminuite, domandava pronto riparo. Regnante Pio IX, erano stati messi in commercio per due milioni e cinquecentomila scudi di moneta in carta; altri secentomila scudi essendo stati deliberati dal consiglio dei deputati, creato dal pontefice, furono da’ rettori publicati del successivo governo temporaneo; i quali ne misero fuori, poco stante, altri secentomila: onde innanzi alla promulgazione della republica, aveva lo stato romano di moneta in carta tre milioni e settecentomila scudi. Né è da pretermettere, che nella opinione generale faceasi distinzione fra quelli decretati dal pontefice, e gli altri messi fuori da' rettori temporanei, attribuendo a' primi una valuta che a’ secondi si negava. Tanto poco si credeva nella stabilità di quella mutazione. E avveniva, che gli scambiatori di moneta e incettatori ne facevano monopolio: cui non riescivano a impedire le querele e minaccie de' democratici: essendo che la fiducia degl'interessi è fra tutte la meno possibile a comandare. La republica provvide che vi fossero per conto suo scambiatori publici; il quale artifizio non salvò dalle baratterie de' mercanti: nascenti dal difetto della fede publica; a rinverdir la quale, come non rimediava la deliberazione che la republica riconoscesse il debito dello stato, contratto da' papi, cosi né pure valse il decreto, doversi le gravezze pagare co’ boni del tesoro, come per accreditarli. Stringendo adunque la miseria dell’erario, si propose qual compenso momentaneo, da alcuni contraddetto, e da’ più sostenuto, che l’assemblea desse autorità alla banca romana di pubìicare polizze per la somma di un milione e trecento mila scudi, da avere corso obligatorio: de' quali novecento mila dovessero somministrarsi al tesoro, per saldo d’un debito, che la detta banca aveva col publico, e quattrocento mila servissero a sovvenire la mercatura di Roma, Ancona e Bologna, che avrebbero dato sicurtà ne’ loro stessi crediti. Si propose pure e vinse senza alcuna opposizione, e a piene voci, lo incameramento de’ beni ecclesiastici, con dichiarazione che sarebbesi con una legge provveduto alle spese de’ ministri del culto. La qual cosa tirò seco poscia l’altra provvisione d’interdire a tutte le chiese, corporazioni religiose, luoghi sacri, e in fine a quel che in generale dicesi mano morta, l’acquistare per qualsivoglia titolo, sia lucrativo, sia oneroso, tanto per atto fra' vivi, quanto per ultima volontà.

Abbondante materia di discussione fu invece la figura e la iscrizione della impresa o stemma della nuova republica; e di erudizione antica, mancando i fatti dell’antichità, si fece sfoggio. Ultimamente decretossi, che fosse l’aquila, circondata di corona civica, co’ fasci consolari fra gli artigli, il cui legame avesse inciso il motto «legge e forza.» Fatto il modello, andavano pittori a ritrarlo; e tosto se ne empì Roma. Ma, parendo ridicolo e indegno lo spendere parole sullo stemma della republica, mentre le provincia erano assalite e taglieggiate da crudelissimi nemici, più d’una voce si levò ad ammonire, che il provvedimento dell’esercito era ad ogni altro da anteporre. E subito proposte di armamento fioccarono. Ma al porle in atto con sollecitudine, pari al bisogno, e in tanto esaurimento del tesoro publico, era la grande difficoltà; che i rettori mettevano bene innanzi. Se non che a’ più loquaci piaceva di non avvertirla, per voglia di garrire o declamare. Tuttavia decretassi, che si facesse subito un’incetta di quindici mila archibusi; e fosse vietata di portar fuori del territorio della republica cavalli e muli, perché restassero a’ servigi militari; e de’ non pochi delle stalle apostoliche dovesse col medesimo fine impadronirsi il publico. Si deliberò ancora che dai templi si togliessero le campane, e in cannoni si convertissero: lasciando quelle delle basiliche, parecchie e chiese nazionali. Le quali provvisioni, avendo apparenza d’ira e vendetta, erano materia a’ nemici della republica per tassarla di sovvertitrice della religione, quasi ne’ cavalli e nelle campane consistesse.

Maggiore stimolo al querelare e accusare la republica era la legge vinta d’un prestito obligatorio, proporzionato all’entrata di ciascuna famiglia, che non avesse meno di due mila scudi all’anno; e da pagarsi in tre rate; la prima dentro venti giorni, la seconda non più tardi del prossimo mese di luglio, e l’ultima dentro ottobre; impromettendoai quella republica vita più lunga che non era da sperare. Questa legge, che i ricchi gravava, non essendo mollissimi ad avere due mila scudi d’entrata; renduta maggiormente odiosa per la discussione che se ne fece nell’assemblea avendo detta i più sboccati, che dovevano essere i signori solamente gravati, per punirli di aver abbandonato la patria, e dimostro avversione alla republica; ebbe sembianza d’uno quasi spoglio o gastigamento dell’ordine de’ nobili e de’ principali banchieri, che oggi sono tutt’uno; i quali tocchi nel più vivo, non è a dire come ne mormorassero e traessero cagione di accusare la nuova republica di comunismo e socialismo; tanto più che l’aumento progressivo di detta prestanza era secondo le teoriche de’ socialisti di Francia. Io credo che intendimento de’ rettori fosse meglio di non disgustare, o anche di gratificare l’universale, che di offendere i ricchi: né era poi da reputare cotanto ingiusto, che nelle necessità publiche sopportassino le maggiori gravezze coloro, che nella quiete della patria godono i maggiori comodi; massime, porgendone esempio generoso lo stesso proponitore della legge, marchese Guiccioli, uno de’ principali posseditori di Romagna. Ben poteva trovarsi un modo che manco offendesse; nulla essendo più malagevole, e da aprire la via a ingiustizie, che il fondare un tributo sulle rendite, sì facili a nascondere; e oltre a ciò, il lasciare indeterminata la somma del prestito, mostrava quasi un procedere a caso e d’arbitrio; e metteva turbamento negli animi, ignorandosi eguali e quanti fossero i bisogni del governo. Avvenne pertanto, che mentre siffatto provvedimento inasprì maggiormente contro la republica la nobiltà e i mercanti, recò lievissimo beneficio all’erario: perciocché, non volendo o non potendo quelli del governo usar la forza, pagò chi ebbe voglia; alcuni nascondendo e falsando l’entrata; altri tergiversando e chiedendo maggior tempo, e qualcuno negando affatto. E bisognò concedere replicate dilazioni per avere quel non molto; quasi tutto pagato dalla città di Roma; perché le provincie, o per giungervi più debole l’autorità del governo, o per essere più avverse alla republica, si mostrarono sino all’ultimo recalcitranti: onde di mano in mano che strinsero le necessità, fu mestieri accrescere le polizze di carta, da valere per contante. E per sopperire, agli usi del minuto commercio, fu proposto di coniare una moneta chiamata erosa, cioè mescolata di rame e ariento, per un valore intrinseco corrispondente a quattro decimi del valor nominale; che è quanto dire per sei decimi falsa. Dibattessi da una parte e dall’altra se questo provvedimento era da fare; e ultimamente fu vinto, che si desse facoltà al ministro dell’erario di crearne per una somma non superiore ad un milione di scudi; con questo per altro che non potesse adoperarsi che ne’ pagamenti non oltrepassanti gli scudi cinque.

Nell’assemblea le proposte di leggi si accumulavano conforme allo istinto d’innovare. Si chiese, e mandata a’ voti, fu approvata una riforma ne’ giudizi civili e criminali; cassandosi tutti i tribunali ecclesiastici, e concedendosi a’ piati la satisfazione delle moderne procedure. Ma come si faceva più presto a togliere i mali vecchi che a mettere in opera i rimedi nuovi, l’andamento della giustizia incontrava indugi e inceppamenti, non ostante il buon volere del ministro Lazzarini. Deliberossi ancora con unanime grido la cassazione perpetua del tribunale del S. Offizio: e una colonna dovesse sorgere nell’odiato luogo, per documento a’ posteri del solenne atto. Fu tolta a’ vescovi ogni autorità sopra gli studi e le scuole della republica. Lunga discussione si fece intorno al conio della moneta republicana, e stanziossi che nel diritto fosse la figura dell’Italia in piè, col motto intorno: Dio vuole Italia unita; e nel rovescio, la corona civica con in mezzo scritto: valore: e intorno; republica romana. Non potendosi compire alcun vero atto di diplomazia, conciossiaché nessuno stato europeo avea per legittima la romana republica, supplivasi con manifesti a’ diversi popoli, non restandone alcuno a coi non fossino indirizzati. Solamente pratiche si facevano co’ Toscani, per effettuare lo incorporamento de’ due stati; le quali non altro effetto producevano, che di far lingueggiare nel parlamento vanamente.

Né in mezzo a tutte queste cose mancavano continue protestazioni del papa contro qualunque atto della romana republica. E una più speciale, e maggiormente irosa, ne mandò per lo decretato incameramento de’ beni ecclesiastici. E non contenta la corte papale di protestare per le cose vere, anco per le false protestava; conciossiaché il cardinale Antonelli indirizzasse due ben lunghi richiami a tutti gli stati cattolici per danari tolti dalla republica in prestanza da’ mercatanti stranieri, con sicurtà e balia, concessa loro, di vendere le opere de’ musei. Né giovava che nel diario della republica Fosse ciò publicamente sbugiardato; continuando il cardinale a richiamarsene: e con lui congiungendosi lo imperadore: il quale in un decreto, confermando che si faceva spoglio e vendita di monumenti d’arte, non solo da’ rettori di Roma, ma ancora da quelli di Toscana e di Venezia, proibiva ne’ suoi stati questo traffico, vergognosissimo, se fosse stato vero.

In questo tempo l’animo indefessamente conciliativo del Gioberti, non isgomentato della cattiva prova della mediazione col pontefice, erasi intramesso nelle cose toscane; sperando che, riuscendo ad acconciar queste, potesse aprirsi nuova strada a vincere gli ostacoli per l’acconciamento delle romane. Aveva scritto al marchese di Villamarina, oratore di Sardegna presso la corte di Toscana, ammonendolo di seguire il granduca se dello stato non usciva, e profferirgli rifugio in Piemonte, se di uscire era risoluto. Il Villamarina invitò gli altri ministri delle altre corti, di trasferirsi a Santo Stefano, e tutti, chi prima, chi poi, chi di buona e chi di mala voglia, v’andarono: se non che il rappresentante inglese Hamilton, andava e veniva, e a’ membri del governo fiorentino dava parole ambigue e mescolate di dolce e di amaro. Legni pure vedevansi su e giù correre il mare fra Napoli e Santo Stefano; e mentre nella fucina di Gaeta si pensava al modo di volgere le cose toscane, come erano state ornai dirizzate le romane, i costituzionali di questa provincia, sollevavano l’animo ad una lietissima speranza di rendere il trono al granduca, e lo statuto, da essi compilato, alla nazione, mercé d’un soccorso di soldati piemontesi; e alcuni de’ più autorevoli dimorandosi in sul confine presso Sarzana, facevano pratiche, e appiccavano intelligenze fra il granduca e i ministri del governo sardo: parendo loro mil1 anni di vedere la regnante democrazia abbattuta. Più caldo e operoso in questa impresa mostravasi don Neri de’ principi Corsini; non senza certo scandalo, che chi pochi dì innanzi aveva nel consiglio de’ deputati aiutato particolarmente e caldeggiato la creazione del governo temporaneo, cotanto subito si travagliasse per rovesciarlo. Il Gioberti dall’altra parte, veggendo i costituzionali toscani, parte nascosti, e parte rifuggiti in Piemonte, aspettare a braccia aperte il soccorso sardo, e credendo che non meno il principe, reputato a nch'esso costituzionale, il dovesse desiderare, scrissegli incontanente, offrendoglielo a nome del re; che si lasciò andare a questo assentimento (conforme s’inferisce da un colloquio avuto con esso Gioberti) meno per. soccorrere il granduca, che per farne occasione di pigliare e congiungere al reame sardo la Lunigiana e la Garfagnana. E senza forse esso Gioberti svelar bene e per intero questo suo disegno a’ colleghi di ministerio, temendoli di sentenza contraria, mandò ordini al general La Marmora, che era presso Sarzana, affinché stesse apparecchiato. Il granduca, che in quel momento non per anco aveva deliberato di gittarsi nelle braccia dell’imperadore, stimolato altresì da’ costituzionali, che in sul confine piemontese s’aggiravano, rispose, che accettava l’offerta fattagli da Sua Maestà, per recuperare il trono; e in peri tempo ne scriveva di suo pugno al generale De Laugier, a Massa, perché con le armi piemontesi le toscane da lui comandate congiungesse: «al comun fine di ristorare gli ordini costituzionali, desiderati dalla maggior parte della popolazione.».

Era De Laugier quasi in sul punto di correre improvvisamente, colle forze che aveva, sopra Firenze, per fare la ristorazione granducale, sperando che i popoli, dietro lui sollevandosi, lo sostenessero in questa impresa; ma, sentendo dal principe di doversi unire co’ piemontesi, credette di aspettarli: e intanto compose e divulgò un bando in questa forma. L’amato sovrano costituzionale Leopoldo II non avere abbandonato la Toscana: nello allontanarsi da Siena, aver nominato un governo temporaneo; aver proibito di sciogliere le milizie dall’antico giuramento; essere lui sempre ardente amadore della libertà italiana; ordinargli per tanto di richiamar tutti alla fede e al dovere, e rimettere il buon ordine e la quiete; le milizie piemontesi in numero di ventimila uomini, passare la frontiera per sostenerlo; essere conservati i gradi alla milizia stanziale e perdono e oblio per i falli di tutti, eccetto per quelli che dopo questo editto tentassero di fare spargere una soia goccia di sangue civile.

Cercarono i costituzionali coll’aiuto di alcuni preti, di spargere questo bando il più che potevano, e non senza certo pericolo: e in alcuni luoghi fu letto in publico, ma più si leggeva per le case private, come d’una stampa proibita; e grande allegrezza produceva ne’ costituzionali, per la notizia che le genti piemontesi passavano il confine. Giunto in Firenze, fece il torrente popolaresco traboccare: come se il conoscere che venti mila uomini armati marciavano in aiuto del principe, avesse dovuto infocarli a chiedere la subita promulgazione di republica. Fecesi da’ rettori del governo e da’ ministri consiglio, al quale invitato intervenne il Mazzini, e si di, batté se era da decretare la republica e immediata congiunzione con Roma. Sciorinò il Mazzini uno di que’ suoi discorsi nuvolosi, per dimostrare che non era più da mettere tempo in mezzo. Il Montanelli, già accordato, assentiva, e parole aggiungeva in sostegno. Il Mazzoni, secondo il suo costume, taceva, e il silenzio suo, come di chi conoscevasi republicano per tutta la vita, era favorevole al Mazzini interpetrato. Solo il Guerrazzi fece opposizione; non parendogli giusto né conveniente, che colle grida e co’ tumulti d’una città si dovesse conferire il reggimento a tutta la Toscana; tanto più, che era stato decretato di adunare fra pochi giorni l’assemblea, che avrebbe avuto legittima balia di fare questa sì grave risoluzione. Rispondeva il Mazzini: che bisognava non procurare, ma imporre la republica a genti, che non avrebbero saputo né potuto intenderne i benefizi. E il Guerrazzi: Ma noi con queste violenze, non avremo l’intento, e faremo il civil sangue versare. Tanto meglio, ripigliava l’altro: così la republica assoderassi e santificherassi. Altre parole furono dette, e senza venire ad una risoluzione, si sciolse il consiglio. Dopo due ore, eccoti turba di gridatori, che dal cerchio popolare guidati dal Niccolini, col Mazzini in mezzo, si precipitano dentro palazzo; empiono il cortile, #li anditi, e fino le stanze de’ triunviri e de’ ministri. Annunziano di essere ambasciadori del popolo» che chiede la subita promulgazione della republica. Torna il Mazzini a parlare più infervorato di pria. Più acerbo rispose il Guerrazzi: e tanto l’uno bezzicò l’altro, che il Guerrazzi trascorse a chiamarlo (e non aveva ’l torto) la più grande sventura d’Italia. Se non che dopo, avvistosi della scappata contro uno, allora sì idoleggiato, mandò per lettera a chiedergli scusa. E alla gente, che gli faceva ressa per la promulgazione della republica, volendosene spacciare, disse: «datemi due mila uomini bene armati e di prova, né io indugerò un momento a fare che la republica sia decretata.» Cinque mila, risposero; e altri più ebbri, dieci mila, trentamila; talché, secondo quelle voci, aresti detto, non essere più toscano che republicano non fosse. Fu fatto gran convito democratico in piazza, per onorare quelli che si erano scritti, e invogliare altri a scriversi. Grandi furono le allegrie: rumorosi i discorsi: smisurati i concetti; ma due o trecento al più si sottoscrissero; e tuttavia le smanie per la republica non vennero meno. A un tratto s’ode sonare la campana di palazzo, illuminarsi le fenestre, e fra suoni e canti e grida di viva la republica, piantarsi l’albero che doveva simboleggiarla. Il popolo curioso, , e affollato in piazza, guardava mutolo questo spettacolo, che ad alcuni pareva ridicolo, ad altri oltraggioso, e pure nessuno s’attentava contraddire. Onde vie più quegli ubriachi urlavano e tripudiavano e rumore da per tutto levavano. Il baccano durò Uno a ora tarda, e in ogni piazza si corse a rizzare alberi, facendone bottega alcuni, che un mese dopo, andarono ad abbatterli, per la stessa mercede.

L’esempio di Firenze fu seguitato dalle altre città di Toscana. In Pisa si fece pure lo stesso innalzamento dell’albero nella principal piazza; si volle che l’arcivescovo co’ sacerdoti intervenisse a consacrare quest’atto; si cantarono laudi in chiesa; la sera la città fu illuminata; e poca plebaglia correndo le vie, mandava non intesa e storpiata la parola republica, mentre il resto della città con dispetto, paura e codardia ascoltava quelle voci. E le stesse cose si rinnovarono più 0 meno rumorose in ogni luogo. Né si sapeva che stato fosse quello: e se dovesse intendersi, che la republica fosse con tali atti di popolo schiamazzante accettata, o si dovesse aspettare promulgazione più autorevole. Prima ad esserne impacciati, e non sapere che cosa fossimo, mostravansi i capi del governo. Il Guerrazzi stimava non doversi in quel modo mutar forma a uno stato; il Montanelli in cambio, pressato dal Mazzini che si tratteneva in Toscana a posta, avrebbe voluto che la dimostrazione popolare fosse con publico decreto autenticata; usando il motto antico: cosa fatta, capo ha. Già quei due poco si stimavano; né molto si amavano; un tempo forse anche si odiavano; l'ambizione del comando li congiunse sotto il principe. Ma la invidia di primeggiare tornava a dividerli: se bene si coprissero. Onde la parte democratica, già sì poco numerosa, cominciava a scindersi in due; una più estrema col Montanelli, l’altra meno avventata col Guerrazzi; alla quale se si fosse subito congiunta la schiera de’ costituzionali, forse avrebbe potuto fare una buona prova d’impedire l’ultima rovina; come impedì che la detta rovina non fosse da maggiori calamità accompagnata7 conforme più innanzi noteremo. Riesci adunque al Guerrazzi, dopo tanto tumultuare, d’indurre i colleghi a consentire che si dichiarasse, la dimostrazione del popolo del giorno avanti non essere vera e propria promulgazione di republica e unione con Roma, ma sì un voto che sarebbe stato raffermato e legittimato dall’assemblea degli eletti di tutta la nazione; e perché detta risoluzione fosse tollerata, fu notificata con un bando a’ toscani, dove del principe e del generale De Laugier era detto ogni male; chiamandoli bugiardi, traditori, di civil guerra accenditori.

Così procedevano le cose nelle città; come procedessero a’ confini, ora dirò. A Santo Stefano giunti i rappresentanti delle corti straniere e accolti dal principe con grande cortesia, comunicò loro di essergli stato da Carlo Alberto profferto il soccorso delle sue armi, e lui averlo senza indugio accettato. E poiché il legato di Sardegna, marchese Villamarina, secondo le commessioni avute, offrivagli pure a nome dello stesso re, ospitalità in Piemonte, il granduca rispondeva: essere sua intenzione di non lasciare il suolo toscano se non per estrema necessità; e in questo caso andrebbe a Gaeta o alla Spezia. Trovo, che a queste parole quasi tutti gli ambasciadori lo confortassero nel proponimento di non uscire di Toscana, finché gli restasse alcuna parte sicura, ed egli allora riprendesse: che quando fosse costretto di partire da S. Stefano, aveva in cuore di condursi o a Viareggio o a Massa, per essere in mezzo alle sue milizie, e vicino a quelle di Piemonte.

Pendeva adunque incerto l’animo del principe, seguitando ad aspettare dagli avvenimenti quel consiglio, che né gli uomini, né la timorosa coscienza gli porgevano sicuro. D’altra parte De Laugier, avente sotto i suoi ordini circa tremila uomini, correndo fra Massa e Pietrasanta, e facendo in Toscana la parte che nello stato romano faceva nel medesimo tempo, e col medesimo successo il Zucchi, aveva scritto a’ capi militari, avvertito le podestà civili, nascosto i decreti del governo temporaneo di Firenze, cercato di tenere in fede i soldati, fatto eccitamenti a' popoli, invitato lo stesso principe a condursi a Massa, perché la sua presenza aiutasse il commovimento. E poi ché tutti questi sforzi sarebbero stati vani senza le milizie piemontesi, replicati messi mandava a Sarzana e alla Spezia a sollecitare il promesso soccorso. Ma risposte vacue di non potersi: mancare ordini, tornavano; e per intenderne la cagione, dobbiamo per un momento ricondurci a Torino; dove conosciuti i maneggi del Gioberti per intervenire in Toscana, levavansi gran lamenti della democrazia, quasi replicandosi le stesse voci degli altri paesi: che i piemontesi in vece di ricominciare la italica guerra contro lo straniero, s’apparecchiavano a farne una civile contro gl’Italiani, e conculcando l’altrui libertà, rimettere in trono principi spergiuri. Queste erano le grida dei più avventati; ma in sulle prime né pure a’ moderati andava molto a grado quella spedizione, parendo inconveniente smembrar le forze nel momento di tornare in campo contro il vero e comune avversario; e implicarsi in altre minori quistioni, innanzi di essere risoluta quella suprema d’Italia; tanto più che dove fosse riescito di vincere in Lombardia, ogni altra controversia del resto della penisola sarebbe stato agevole appianare: e quando la vittoria avessero avuto gli Austriaci, ogni provvedimento e riparo sarebbe tornato vano, e forse sarebbonsi gittati nuovi semi d’intestine discordie. In alcuni poi suonava male quella parola d’intervento, renduta odiosissima da’ passati esempi, quasi lo intervenire di soldati stranieri, e nostrali, avesse dovuto la stessa cosa reputarsi. Sì eravamo disposti ad accomunarci in un solo stato, come alcuni predicavano. I ministri piemontesi, fuori del Gioberti, anima e motore del governo, tutti gli altri non sapevano se fosse bene o male il fare la ristorazione de’ principati della media Italia colle armi piemontesi; onde quando parvero consentire, e quando nò: or mossi dall’autorità del presidente del consiglio ministeriale, e ora ritenuti da paura, che suol prendere gli uomini vani, di non perdere fama popolare; sì che in ultimo potendo più d’ogni altro affetto, si opposero, e spiccarono dal Gioberti. Il quale in tanto per queste contrarietà de’ colleghi, rumori de’ cerchi, dubbiezze dello stesso re, non ben certo da chi doveva tenere, era costretto a indugiare gli ordini definitivi, e procedere non con quella sollecitudine e risoluzione, che faceva mestieri perché la sua impresa avesse alcun successo. ché dove le genti piemontesi fossero entrate innanzi che il granduca ripentitosi disdicesse quel che ornai aveva accettato, forse la ristorazione principesca, secondo la mente de’ costituzionali, poteva almeno in Toscana avere effetto, per quella ragione che in diplomazia chiamasi oggi de’ fatti compiuti.

Ma nel tempo che in Torino era discordia, a Santo Stefano giungevano messaggi infausti della corte di Gaeta, il Bargagli, ministro toscano presso la Santa Sede, e un brigante francese per nome Saint Marc, tutto di parte legittimista. I quali furono subito col principe e colla reale famiglia in colloqui segreti; recavano un cumulo di lettere; del papa, del re di Napoli, del cardinale Antonelli, della duchessa di Berry, del conte Esterhazy e di quanti erano colà pertinaci fautori di governo assoluto. Tutti consigliavano, esortavano, pressavano, che lasciasse la Toscana; se ne venisse anch'egli a Gaeta; qui troverebbe veri amici e solidi sostegni; non pensasse a' Piemontesi, infidi amici, mal fermo patrocinio. Rammentasse, che era di sangue austriaco; non obliasse che i trattati potevano far ricadere la Toscana sotto io impero; avesse ben presente, che la corte d'Austria non permetterebbe mai a qualunque costo che altri, da lei in fuora, il toscano principato ristorasse. Rispondeva il granduca: ornai avere l’aiuto di Carlo Alberto accettato: ripigliavano i messaggi, che bisognava trovar modo di disdirlo, se non voleva che in Toscana una guerra fra gli Austriaci e i Piemontesi s’accendesse. Forse in questo mezzo eragli giunta notizia della scissura e impacci del ministero sardo; onde bilanciato tqtto, deliberò di appigliarsi al partito di Gaeta; e per iscusarsi con Carlo Alberto, gli scrisse, che l'imperadore non avrebbe mai permesso che i Piemontesi intervenissero in Toscana; che non prima le genti di lui varcassino la frontiera, che tosto sopra Torino cavalcherebbe il maresciallo Radetzky; né egli voleva essere cagione di questi mali che lo minacciavano: onde erasi risoluto a rinunciare all’aiuto proffertogli: serbando per esso non men viva la riconoscenza.

Disdetto così l'aiuto piemontese, ne rese consapevoli i ministri delle corti straniere, che lo assistevano a S. Stefano; i quali di sì subita mutazione un poco strabiliarono; e fuori del rappresentante pontificio, monsignor Massoni, che molto si adoperò per tenerlo fermo in detta risoluzione, tutti gli altri fu scritto che mostrassero di non approvare quel ripentimento; e alcun di loro fece osservare, che a Gaeta non si potevano conoscere le determinazioni della corte d’Austria rispetto alla Toscana, essendo mancato il tempo per riceverle; onde mal sui giudizi che di colà erano venuti, si fondava; e non che disdire Faccettato soccorso di Carlo Alberto, doveva anzi disdire il rifiuto. Vogliono che il granduca tornasse a tentennare: e come novellamente rimutato, chiamasse il ministro di Sardegna, per dargli nuova lettera pel suo re, quando seppe che una squadra di Livornesi era stata mandata per inseguirlo, e scrittone altresì a tutti i prefetti. Fuggissi a un tratto sopra nave inglese; poi veggendo che nessuno armato arrivava, quasi subito tornò a terra, ancora incerto di quel che dovesse fare.

Ma ecco all’improvviso udirsi rombo di cannone dalla vicina Orbetello, che la promulgata republica festeggiava. Si spaurì e turbò maggiormente; non aspettandosi dalle maremmane terre, sì da lui amate, cotanta sconoscenza: e fra sé dovette argomentare, che ornai tutta Toscana fosse a republica voltata. Tornarono con più effetto a tempestarlo quelli che di tirarlo a Gaeta avevano commessione. Adunati i ministri delle varie corti, gl’informò del caso, e com’ei doveva provvedere alla sicurezza e dignità propria e della sua famiglia: né gli pareva di far male, trasferendosi a Gaeta presso Sua Santità, e accomunando la sua colla sorte del capo della Chiesa. Cercavano tuttavia, eccetto il nunzio papale, di persuaderlo a non abbandonare il suolo toscano, se non dalla forza costretto; pensasse agli ordini che aveva dati al generale DeLaugier; alla quasi cominciata ristorazione granducale; agli aiuti piemontesi aspettati; alle pene che si davano i costituzionali: alle speranze di tutti i buoni: in Santo Stefano non correre pericoli; almeno pigliasse tempo a risolvere. Vie più a questi discorsi, il sì e il no sul capo gli vacillavano, vie più di mente e di cuore prostrato appariva. Invitolli di tornare a lui il dì appresso; ma in questa, imbarcatosi, e ricevutili a bordo del navilio, fece loro la seguente protestazione. «Ringraziarli primieramente de’ generosi conforti e dell’amorevole assistenza, che gli avevano fatto: informarli, che la sua dimora in quest’ultimo porto della Toscana erasi ornai renduta impossibile: sapere da alcuni giorni che si minacciava di cacciarlo; ora la minaccia essersi in fatto convertita; averne dato aperta notizia' i giornali, e già una forte mano di armati, guidati da capi non toscani, essere in via per Grosseto. Che più? Lo sparo del cannone della vicina Orbetello annunziargli il compimento dello disleale oltraggio, promulgandosi republica. Laonde essere costretto a fare una risoluzione, che per quanto sia un gran coltello al suo cuore, pure sola rimanergli in quel momento. Partire lui dal suo diletto paese, ma non coll’animo; pregare Iddio che voglia illuminare lo spirito de’ malvagi e de’ traviati, e portare consolazione ai buoni, che sono molto maggior numero di quel che si crede: pregare il corpo diplomatico a voler fare publica fede della infrenabile cagione, per cui eragli forza lasciare la Toscana, e dei sentimenti che nutriva nel compiere quell’ultimo passo; rimettendo alla Provvidenza di fare che i tempi volgessero in meglio.» Nello stesso tempo per mezzo del dottor Boncinelli (che recò la lettera in gran diligenza» e non senza pericolo) scrisse al generale De Laugier, a’ confini di Pietrasanta, che non attendesse più l’aiuto de’ Piemontesi, da lui disdetto; in cambio raccogliesse tutte le sue forze toscane, e se con queste, secondato agevolmente dalle popolazioni, potesse procedere innanzi, evitando inutile spargimento di sangue e la guerra civile, da cui l’animo suo rifuggiva, glie ne dava balia, nominandolo suo commessario speciale, con ingiungimento di tenerlo informato di quanto nelle provincie del granducato fosse per accadere.

Contano ch’ei nel mettere il più nel legno inglese, voltosi in dietro, dicesse crucciato: Voi mi cacciate, gli Austriaci mi rimetteranno. Se bene non mancò maligna fama, che l’allegata paura de’ Livornesi armati fosse pretesto, dacché questi giammai non si approssimarono, anzi erano stati richiamati prima che procedessero: e la republica di Orbetello non era cosa da mettere terrore; e in fine, guardato a Santo Stefano da legni inglesi, non poteva di sua sicurezza stare in torse. Fu anche detto che prima di andare alla Spezia; poscia di condursi a Gaeta deliberasse: e intervenisse tramutamento di bagaglio da nave a nave, e comandi diversi e continuato perplessità, quasi più non sapendo, s’ei non che al men buono, anzi al pessimo di partiti s’appigliasse. Certo buoni consiglieri di autorità e insieme di fiducia in quel momento gli mancavano, e torse più potevano i cattivi consigli, o la paura, che è la peggiore consigliatrice.

Prima che a Torino della partenza del granduca si sapesse, era giunta la lettera che disdiceva il soccorso piemontese. Il Gioberti, confortato dal ministro inglese, stimolato dai costituzionali toscani, che erano in quella città, e anche; per giudizio suo proprio, avrebbe voluto non di meno mandarlo: ma tutti gli altri ministri già divisi da lui, si opposero: il re stesso, peritoso sempre, non volle; i democratici del parlamento e delle piazze non ismettevano di mormorare; ond’ei, abbandonato da tutti, chiese ed ottenne licenza. Né da maggiore altezza di grazia publica cadde mai persona più bassamente. Certo in principio il Gioberti era stato esaltato troppo; forse i subiti e straordinarii onori lo avevano un po’ invanito, e trattolo quella gran fama, che gli avevano dato gli scritti, a cimentare nel governo, scoglio di tutti, e in ispezialità de’ filosofi trascendentali. S’ingannò a farsi scala la parte democratica, non preveggendo, ch’ei non sarebbe riuscito a tenerla in freno, né l’animo suo avrebbegli consentito di secondarla; e anzi che egli, come forse sperava, dominare e ridurre al meglio i democratici, questi, che lo fecero guida e capo per alzarsi in potenza con un nome famoso, avrebbero sormontato lui e condottolo a precipitare; chiarendosi ancora in Piemonte quanto sia male il giungere a quella estremità in cui sorge governo imposto dal popolaccio; non restando più in poter degli uomini che il compongono, ancorché savissimi e temperatissimi, il non lasciarsi sospingere dalla piena: e se, inevitabile essendo fare ministeri popolani (il che si sperimentò non solo dove non era forza di armati, ma ancora dove questa abbondava) non si fosse aspettato che l’impeto popolaresco gli avesse quasi generati; ma invece i principi stessi gli avessino eletti, e l’autorità dei moderati non gli avesse contrariati, siamo di parere che migliori o assai meno rovinosi alla causa publica sarebbono riusciti. “ché dove pure si voglia tenere il Guerrazzi e il Montanelli per Toscana, e il Galletti e lo Sterbini per Roma, uomini settari e inclinati a correre sbrigliatamente, il Gioberti, quantunque allora intinto di democrazia, era però sempre riguardato uomo di mente sana e di affetti moderati; e non di meno salito al governo, non valse a raffrenare gli altrui delirii e sfrenatezze.

Ciò per avventura può dirsi di lui e delle cose in generale; ma parole' abbastanza gravi non avrei contro quei che dall’averlo fatto loro idolo, poi lo travolsero nel fango, con tantamaggior viltà, quanto che essi, senza lui, non avrebbero avuto alcuna potenza. E chi potrebbe non che riferire, né pure adombrare lo scandalo del torinese parlamento in quella tornata del 21 febraio? Entrava il Gioberti, e non a' seggi de’ ministri, ma fra i deputati si allogava, mostrando ch’ei erasi già deposto. Uno s’alza e chiede se era vero che volessero fare entrare soldati piemontesi in Toscana per riporre sul trono dei Medici Leopoldo di Austria. Il general Chiodo, che aveva preso il luogo del Gioberti, qual nuovo presidente del ministeriale consiglio, risponde ch’ei non sapeva se quest’ordine fosse dato; ma poteva accertare, il consiglio de’ ministri non averlo dato, e molto meno allora avere intenzione di darlo. Avuta questa dichiarazione, lo stesso deputato domandava il perché era avvenuto quello scambiamento del presidente de’ ministri, forse quelli, che ciò domandavano, sapendo bene la cagione, ma ne volevano far rumore in publico. Allora il ministro di grazia e giustizia, avvocato Sineo, disse che v’era stato dissentimento, e il dissenziente era uscito "del ministero. Pregava l’assemblea a non dover dare altre spiegazioni. La qual cosa detta in quel modo riciso, accese più la curiosità, e il Gioberti, sentendosi pungere, chiesto di parlare, così cominciò. Rispetti di aver tenuto il governo m’impongono di non isvelare quanto servirebbe a giustificarmi; ma verrà giorno, che, sciolto da questi riguardi, potrò farlo, e ridurre non pure in silenzio, ma far venire i rossori in sul volto a quelli che ora mi osteggiano. Un mormorio si levò a questi detti. Il ministro per le cose interne, Urbano Rattazzi, venne innanzi dicendo, che poiché si voleva fare arrossare gli altri, esso avrebbe svelato tutta la cagione del dissenso, nata dal volere il Gioberti, e gli altri no, intervenimento militare in Toscana. Alla qual dichiarazione, avresti udito dalle tribune publiche gridi e voci diverse di popolo tumultuoso. Ma divenne maggiore lo scandalo, quando il Gioberti, novellamente levatosi, e cercando in vano di mantenere sulle cose occorse un velo, che gli altri a tutta forza scoprivano; dopo aver mostro, che non era intervenimento, come la odiosa parola suona, quello da lui voluto: essendo stato chiesto dal principe e dal popolo toscano, e più essendo diretto ad agevolare la guerra contro lo straniero, e ottenere la libertà della nazione, e alla fine messo alle strette da' gridi popolari, e da’ risentimenti de’ suoi antichi colleghi, e dalla improntezza dei deputati, che non si volevano chetare, alzata più la voce, affermò che, quando si trattò di deliberare sul punto dibattuto dello intervenire in Toscana, la maggior parte de’ ministri furono del suo parere; venuti alla esecuzione, dissentirono. E terminava tutto concitato: io lo giuro sull’onor mio, e protesto che chiunque affermasse il contrario, mentirebbe. Questa sì scolpita e solenne affermazione, commosse tutti, e specialmente i ministri; i quali alla lor volta dichiaravano, che niun di loro aveva acconsentito; né il publico sapeva più a chi dovesse aggiustar fede: e se tenere mentitori i ministri, o calunniatore il Gioberti. Onde più forte si fece il bisbigliare nelle logge: e la sfacciatezza venne a tale, che alcuno de’ deputati propose di mettere in accusa chi un mese avanti nello stesso luogo era stato levato in cielo. Ma per onor publico fu chiesto e ottenuto di por fine alla invereconda contesa: da cui non altro s’imparava, che a non dovere stimare più alcuno; quantunque l’assemblea pronunziasse un voto, che, lodando i ministri rimasti, inchiudeva un biasimo a chi erasi deposto.

Ma fuori del parlamento non così giudicavasi. Già al Gioberti, nimicato colla democrazia, eransi di nuovo accostati buon numero di costituzionali, quasi lieti di riacquistare quel nome celebre; e per la città si facevano adunamenti di gente d’ogni condizione per festeggiarlo: tratta non tanto dal conoscere o pesare le vere ragioni della sua caduta, quanto dal gran nome, che non si poteva a un tratto ecclissare; e quei medesimi che applaudivano al Gioberti, correvano poi a villaneggiare e insultare il Brofferio, creduto principale autore di quella guerra. Fecesi a nome del popolo una petizione al re per richiamarlo al governo. La sottoscrissero più di ventimila persone; fra cui il Pinelli e altri dell’antecedente governo, per mostra di generosità o per paura che i rimasti non mandassero in fascio ogni cosa. Il re accolse la supplica, ma non richiamò il Gioberti, o che né pure a lui andasse a sangue la sua politica, o godesse di vedere abbassalo chi col nome regnava più che non egli con lo scettro, o anche per non venire a partiti di violenza contro la democrazia. Però queste dimostranze di stima publica, servivano a vie più concitargli l’ira de’ contrari, e libelli contro lui venivano fuori, altri se ne annunziavano. Fu chiamato traditore; fu detto, ch’ei voleva vendere la patria a’ re e a’ preti; non ingiuria, non villania fu risparmiata: apparendo moderato chi si contentava chiamarlo fabbricator di chimere e di sogni, e falso vaticinatore d’un papa che la libertà e grandezza d’Italia procurasse. a’ gridori e villaneggiamenti di dentro, s’aggiungevano quelli di fuori; e particolarmente ne venivano da’ giornali toscani, e da’ rettori stessi, ancorché fra quelli fosse il Montanelli, uno de’ più grandi adoratori, che il Gioberti avesse mai avuto.

Chi lo difendesse non mancava, ed ei da sé ben sapeva difendersi; ma più imperversavano quei che l’accusavano e calunniavano: e come se lo scandalo avuto nel parlamento il dì 21, non fosse bastato, eccoti il ministro Buffa, che si trovava a Genova commessario, rinnovellarlo, dichiarando per le stampe, che nulla ei sapeva del disegno del Gioberti; e questi rispondendo, che se non egli, gli altri ben lo sapevano; e tornavano a darsi di mentitori l’un l’altro, senza che il publico potesse bene chiarirsi del vero. Qua l’autorità e provata probità del Gioberti pareva valesse più; là era maggior numero, e il non potersi né pure gli altri ministri reputare disonesti. Onde non è maraviglia che il popolo si commovesse nelle piazze;e chi seguendo una parte e chi l’altra movesse tumulti per fine di ingarbugliare; e come a Torino si facevano più assembramenti in favor del Gioberti, a Genova per contrario più si schiamazzava e sbuffava contro di lui: e particolari gareggiamenti servivano a infiammare i pertinaci odii municipali. Era per queste discordie la nazione ansiosa e incerta: e nessuno sapeva più in qual uomo aver fede, sendo il Gioberti chiamato traditore. I rettori facevano intanto schierare in publico milizie in arme, mandavano bandi di sicurtà publica, a protestazioni aggiungevano protestazioni; parendo strano o ridevole quel premunirsi di ministri, rimasti in potenza, contro chi era caduto e calpestato; più allora temendolo, che non l'avevano amato quando lo fecero loro sgabello. I quali se per coscienza non credevano di consentire a’ suoi disegni, dovevano insiem con lui deporsi, e serbare il silenzio, per non riescire scandalosi in publico, sconoscenti in privato e sempre dannosi alla patria.

La caduta del Gioberti, quanto fu lieta» a’ tiranneschi e ai republicani, altrettanto i costituzionali d’ogni paese contristò; e più particolarmente quelli di Toscana, che vedevano andare in fumo i loro disegni nel momento che credevano di averli condotti a termine. E quanto più potevano e sapevano si arrabattavano qua e là; e al principe e al general De Laugier scrivevano, che l’uno stesse fermo, e l’altro seguitasse la magnanima impresa; poiché la deposizione del Gioberti era cosa momentanea: e sarebbe anzi tornato al governo più poderoso che mai; o gli altri ministri sarebbonsi piegati a consentire lo intervenimento ornai stabilito.

Ma il granduca se n era partito da Santo Stefano, gittandosi a parte contraria a’ Piemontesi; e in grandi difficoltà e pericoli si trovava il generale De Laugier. Già la fede delle sue genti cominciava a balenare, essendo stati da Firenze mandati a subornarle ufficiali della stessa milizia; oltre che l’essere annunciato un soccorso che non veniva, era facilmente usato a rompere quel dchile filo di disciplina e di onore, che le teneva unite: senza che giovasse l’agitarsi continuo del capo, nel rassegnarle, arringarle, far loro promesse, invocare giuramenti, condurle innanzi, ritrarle indietro; conciossiaché in mezzo a queste comparse, rivelasse la confusione di chi mancava di danari e di ordini. La quale si accrebbe per la lettera del principe; ché, perduto il miglior tempo a fare un movimento, per aspettare i piemontesi, era tratto ad apparire bugiardo: tanto più che d’uomo inconsiderato, bizzarro e vantatore gli davano carico: e quindi col credito scemandogli l’autorità, non era più atto a operar nulla; né potremmo notar per sicuro, quel che pure fu detto, che, se egli fosse stato più pronto a raccogliere, e più avveduto nell’accivire le sue genti, da correre sopra Lucca gagliardamente, dove erano molti partigiani della monarchia, avrebbe potuto sbaragliare i republicani, e acquistar tal sostegno dalle popolazioni, da rialzare il seggio granducale. Questo sappiamo, che essendosi in ultimo, quasi per disperazione, avventurato a cotale impresa con poche, disordinate e mal provvedute milizie, che fin del come coprirsi e cibarsi mancavano, dovette quasi subito ritrarsene; e non che pensare ad assalire, apparecchiarsi gli altrui assalti rintuzzare; conciossiaché nel tempo riceveva avviso che i Piemontesi non più venivano in suo aiuto, che una spedizione armata contro lui moveva da Firenze; della quale importa conoscere i particolari.

Non sapendosi ancora bene come le cose passassero ai confini; e solo essendo noto che il generale De Laugier facesse a nome del principe prove armate per ristorarlo, i rettori prima lo dichiararono per bando traditor della patria, mettendo a prezzo la sua vita; poscia incoraggiti da lettere di Torino, che i Piemontesi non sarebbero passati in Toscana, deliberarono di mandar contro lui genti armate sotto la militar condotta del general d’Apice. Il quale, assunto al grado di generale di tutto l’esercito toscano, fu indotto a prendere quel comando: e parendo forse al, Guerrazzi, spesso involto nelle romane erudizioni, essere buona occasione di rinnovare esempi antichi, quando i consoli o altri magistrati andavano in persona dove si combatteva, volle egli l’onore di capitanare quella spedizione; e se non aveva l’uso delle armi, gli avanzava quello della parola; e ad ogni modo appariva coraggioso andando dove pur si doveva venire alle mani. Investito adunque di poteri straordinari, che si conferì quasi da sé stesso, partì per Lucca, destinato luogo delle sue deliberazioni. La curiosità e anco la novità, che i capi del governo si mettessero innanzi a fazioni d’armi, faceva per ovunque passava levar genti a vederlo: né festeggiamenti da quei della sua parte gli mancavano. Ma disgustava il brutto codazzo: imperocché, come se ancora per quella impresa fosse mestieri di perturbatori, si lasciò accompagnare da parecchi di costoro, e specialmente dal romano Niccolini; non dubitando con questo ribaldone al lato, farsi a Lucia e in altre città, per le quali si trasferiva, come fusse stato un suo fido, vedere. Onde la plebaglia del compartimento lucchese quasi imparò ad osservarlo e crederlo uomo d’importanza; e fu causa che ne’ prossimi comizi commettessero il vitupero di eleggerlo deputato; dolendosi poi lo stesso Guerrazzi, quando, meglio conosciutolo, avrebbe voluto vederlo abbassato, non rammentando che per cagion sua si era innalzato.

Appena il Guerrazzi mise piè a Lucca, cominciò a far bandi: il primo per infiammare i soldati, in questa forma: Voi siete chiamati a fugare un traditore, che con parole di menzogna e di fraudo ha tentato sconvolgere la nostra carissima patria. Siate pronti e mostratevi amorosi figliuoli d’una madre che vi ama. Sappiamo che molte ingiustizie patiste, le quali saranno riparate; e la colpa, voi lo sapete, non fu nostra; chiamati da poco tempo a mostrarvi in qual conto tengano la patria coloro che sanno amarla e difenderla. Fugga il traditore De Laugier. Egli è posto fuori delle leggi. Sgombri dalla nostra terra, di cui è vergogna e dolore. Maledizione sul capo di chi tradisce la patria. In ricompensa delle fatiche che durate, o soldati, per ora noi, vostri fratelli, vi aumentiamo di cinque quattrini la paga ordinaria, e portiamo fino a dieci soldi la straordinaria, finché non vi sarete alle guarnigioni ridotti. Ufficiali e sott’ufficiali, l’arringo degli avanzamenti è aperto dinanzi di voi: statevi uniti intorno alla bandiera tricolore; tenetela stretta nelle vostre mani, più forte che mai. I gradi de’ capi ribelli sono diventati vostri. Portate un ramo di ulivo sui vostri berretti, perché voi non venite a suscitare, ma a reprimere la guerra civile. Morte a’ traditori; amplesso fraterno a chi tornerò al nostro seno. Un secondo bando fu diretto a’ cittadini: Un soldato ribelle ordinare che si straccino le notificazioni del governo temporaneo, eletto dall’assemblee publiche, e dal popolo. Noi, per contrario, ordiniamo, che le stampe di codesto soldato vengano diffuse e appiccate a’ canti. Veda, e confrontando, giudichi il popolo, come il soldato adoperi la menzogna, ecciti la maladetta guerra civile, tolga il presidio alla frontiera, calpesti la legge e la nazione, tenti spegnere la civile libertà nel sangue de’ cittadini, semini scandali, odii, e le città sollevi a sanguinosi rimutamenti; e chi regge adoperi la verità, si affatichi di richiamare i fratelli a concordia, spinga la gioventù atta alle armi a difendere i confini della patria, e con ogni possa procacci di mantener la sicurezza, gridando: pace, pace.

E intanto si apparecchiava a far partire quel piccolo e male accozzato esercito in tre punti. Una squadra di livornesi condotti dal popolano Petracchi, col titolo di maggiore, per la strada marittima di Viareggio, con ordine che fossero per mare spalleggiati dal navilio del Giglio; un’altra banda di questi mezzi soldati verso il monte Chiesa, dove lo stesso Petracchi, che per certo animoso uomo era, si condusse egli stesso. E il resto delle forze, per la parte di S. Quirico, verso Camaiore. Fu dato lo strano ordine, che questi soldati procedessero coll’archibuso scarico, e co’ ramoscelli d’olivo in bocca e su’ berretti; e incontrando resistenza, andassero incontro, domandando se per la empietà di un uomo, i fratelli dovessero trucidare i fratelli. Singolar modo di marciare a battaglia: che vale a testimoniare la stranezza in ogni cosa dello ingegno guerrazziano: se forse queste ostentazioni di pace non nascevano dal sapersi che già il nemico, prima che i combattenti si movessero, erasi ritirato; accomiatandosi il De Laugier dalle città, con vano e inopportuno protestare per publici bandi, che avrebbe voluto i diritti del suo legittimo principe difendere, ma non era né da’ popoli né dalle milizie secondato; quasi dopo questa confessione avesse potuto più i guerrazziani, che movevano ad assalirlo, fronteggiare. E in vero tale fu lo sbandamento delle sue genti, che si ridusse a non avere più di duegentocinquanta uomini da comandare; nel tempo che gli ordini non erano più eseguiti; i posti abbandonati; le città e terre mandavano ambascerie, pregando che fossero loro risparmiati i danni della guerra civile: altrove minacciavano di sollevarsi se apparecchiamenti di battaglia si seguitassero. Non era più danaro in cassa, e i comuni ricusavano di darne. Ridottosi De Laugier a Massa, e qui di nuovo tempestato da' cittadini, che volesse rinunziare a quella guerra fraterna, adunò i pochi soldati rimastigli, e disse loro, che o bisognava collocarsi a Fosdinovo, se intendevano seguitar la guerra, o entrare in Piemonte, se da questa volevano desistere. Mostrarono ripugnanza all'uno e all’altro partito; dacché il delegato di quella città del Medico, erasi offerto di procurare una capitolazione, che gli assicurasse. Fra tanto le genti del Guerrazzi, trovando abbandonati i luoghi, entravano nelle città come ad una festa. Egli pur volendone godere, si condusse a Càmaiore, accolto a suon di campane; e di qua procedendo innanzi cogli stessi rumori e applausi, giunse a Pietrasanta, dove ricevette gli oratori massesi mandati dal delegato per impetrare una capitolazione in questi termini, accettati dal De Laugier: «Stessero le due parti contendenti fino a definizione di causa, ferme l’una a Pietrasanta, l’altra a Porta; oblio del passato per tutto e per tutti: conservazione di gradi, onorificenze, diritti di avanzamento. Per esso De Laugier la licenza di tornar privato.» Il Guerrazzi rispose che prometteva il perdono a tutti, eccetto al De Laugier; il quale, se venisse in sue mani, farebbe al consiglio di guerra, creato in Lucca, sottoporre. Saputo ciò a Massa il De Laugier, disponevasi a fare un’ultima prova di disperazione; come colui che a’ primi impeti non resisteva; ma ecco il suo piccolo campo diporta comincia a tumultuare; i soldati, uscendo in frotte, lo accusano di tradigione; ei tenta abbonirli ed esortarli a seguirlo a Fosdinovo. Rifiutano ostinatamente, gridando: a casa, a casa, la paga, non più tradimenti; e così si sperperavano tutti. Veggendosi allora in pericolo, con dodici carabinieri, dieci fucilieri, otto cannonieri e tre cavalleggieri, che soli non lo lasciarono, riparò in Piemonte, mentre gli altri quasi tutti domandarono di essere ricevuti dal Guerrazzi sotto le insegne del nuovo governo: che per necessità o vanità accoglieva felloni, che a suo tempo avrebbero anche a lui rotto fede.

Mentre queste cose succedevano a confini, la città di Firenze fu per andare sossopra. Da varii giorni alcuni preti, nobili e prezzolati accenditori di guerra civile, si travagliavano nelle vicine campagne per fare sollevamento. La notte del 21 febraio vedesi a un tratto su’ circostanti colli fiammeggiare insoliti fuochi, con allungato scoppiettare di archibusi: e dopo poco, frotte di villani, armati di ferri e di pertiche, con isconce grida, correre verso la città, guidati principalmente da due forestieri; un certo Smith inglese, e un napoletano di cognome Ricciardi: vizioso e spregievole spione. Come Firenze si commovesse tutta a quel rumore, non si potrebbe dire. Furono chiuse e abbarcate le porte: per le vie era un accorrere, un chieder armi, un dichiararsi pronti a respingere colla forza i più audaci che coraggiosi assalitori. Quasi parve per un momento, che, deposti gli odii e le gare, non si pensasse che a difendere la patria e impedire che di ci vii sangue non si bruttasse. Dopo questo fatto, i rettori s’abbandonarono ciecamente a mostre odiose quanto vane di rigore. Parecchi furono incarcerati; altri tenuti d’occhio; e poiché a’ preti e a’ ricchi quelle prove di rimutamento erano attribuite, furono i primi con un bando ammoniti, e per i secondi si decretò, che tutti i possidenti, che usi dimorare in Firenze se n’erano allontanati senza cagione, ritornassino nel termine di tre giorni; passato il quale d’un tributo quotidiano graverebbonsi. Nel medesimo tempo s’istituì un tribunale di guerra, da giudicare sommariamente, e dentro ventiquattr’ore gastigare, chiunque facesse atto di sedizione, o alla vita e sostanze de’ cittadini recasse ingiuria. Le quali due leggi, proprie della tirannide, non sortirono alcuna esecuzione, e immenso odio al vacillante governo fruttarono. Pochi de’ partiti da Firenze tornarono; né tributo alcuno pagarono; anzi fu in que’ giorni l’erario in tale strettezza, che si pose in ogni comune una tassa corrispondente ad un quattrino per ogni lira di rendita giudicata. Similmente, de’ nominati a giudicare in quel tribunal soldatesco, ricusarono alcuni per vergogna; sostituendosi altri meno verecondi, che di leggi e di giudizii nessuna pratica avevano. Sì accecati erano quei nuovi rettori, che non vedevano, non valere pe’ reggimenti liberi, anzi tornare a danno quel che approda a' tiranneschi. E le vane rigorosità continuavano. Alcuni, creduti o chiariti rei, furono cassi da’ publici uffici: fra’ quali fecero molto dire due professori dello Studio di Pisa, il sacerdote Sbragia e Giov. Battista Giorgini; e poiché il corpo de’ professori protestava, fu di essere tutto casso minacciato. Eran parole, che venivano da ira subitana; ma servivano a far tassare il triunvirato di prepotente, arbitrario, ingiusto e vendicativo: mostrando ogni dì più essere in balia d’una fazione irrequieta, che lo tirava a scandalosi espedienti, sotto spezie di ben publico. La quale da sé stessa profferivasi di mantenere la quiete e la giustizia; mentre l’una turbava, e l’altra calpestava; come avvenne, pure in quei dì, al poggio a Gaiano: dove sfrenati andarono per tenere in freno la campagna, che dava segni di sollevazione in favor del principe, che vi avea palagio, possessioni e maggior servitù. In cambio commisero scandali e oscenità; non ponendo a ruba o guastando la casa reale, come maliziosamente fu detto, ma sì facendovi per ischemia sporcizie da giovanastri briachi.

Co’ vani rigori si avvicendavano vanissime pompe; e colla mestizia di tante perturbazioni si accoppiavano stentate allegrie. Tornava il Guerrazzi dalla spedizione di Lucca, e come se dell’aver vinta una gran battaglia fosse tornato, accettò gli onori, quasi di trionfatore. Entrava la città in gran cocchio, con seguito e apparato di milizie e di popolo applaudente. Al tempio principale si volgeva per ringraziare Iddio di avergli fatto sconfiggere i nemici della nuova libertà. Le campane suonavano; le musiche non tacevano; i gridatori mandavano le solite voci adulatrici; forse i medesimi, che pochi giorni dopo, imprecarono morte a cui allora mettevano in cielo. Uscito dal tempio, al palagio riconducevasi; arringando la moltitudine, com’ei sapeva: e dicendo queste parole: «il leone è rientrato in palazzo; guai a chi lo tocca;» come se già fosse ornai assicurato di non dover più da quel luogo partirsi. Le quali apparenze di superbia o di vanità gli scemavano osservanza, e quasi accattavano il ridicolo, peggiore dell’odio; tanto più che consuonava con quel che dicevasi di lui; «amare il fasto più che un vecchio aristocratico; non contento di privata ambizione, aver voluto abitazione in palazzo vecchio; e nella parte più splendida di quello, già destinata ad accogliere fastosissimo papa: né essersi mostro contento se non era delle migliori suppellettili addobbata.» Poi tutto ciò cozzava col farsi vedere circondato da mascalzoni di piazza: che in gran confidenza entravano nelle sue stanze, assistevano alla sua mensa, facevano con lui a gran fidanza. Contrapposti strani e conformi alla singolare bizzarria del suo spirito. Il granduca giunto a Gaeta, era stato accolto con molta allegrezza dalle corti pontificia e napoletana, dagli ambasciadori delle corti d'Austria e di Russia, e da quanti colà macchinanavano la ristorazione delle vecchie monarchie. Se scrivesse subito a’ parenti imperiali per chiedere soccorso, come pure fu voce: o se, come altri afferma, aspettasse ancora per meglio consultarsi, io non posso dire con certezza. Tanto sapevano allora i principi nascondersi: e col segreto e colla prudenza riescivano a ripigliare quel che cogli strepiti e colle sfrenatezze le democrazie perdevano. Ma è certo, che gli Austriaci, ingrossati straordinariamente nel parmense e nel modanese, minacciarono di rompere il confine toscano, sotto spezie di recuperare a quei duchi gli antichi possessi della Lunigiana e della Garfagnana. Quindi con loro erano mescolati soldati estensi: da’ quali si facevano precedere. E grande a tali movimenti fu la costernazione de’ rettori toscani; conciossiaché non fosse allora da andare contro le poche e disordinate genti del general De Laugier, che aspettavano l’occasione di scompigliarsi. Pure l’ardire nelle parole, e la vanità negli apparecchi, non mancarono. Essere giunta (notificavano) notizia che estensi arrivati a Castelnuovo, da’ monti minacciano entrare in Fivizzano: avere chi regge provveduto per ributtarli; dove con esso loro fossero Austriaci, ancora per combattere con buon successo gli uni e gli altri, essersi apparecchiato. Fatto questo superbo annunzio, fu con decreto, detto la patria in pericolo; invitato i cittadini a scriversi per difenderla; dichiarata mobile, e da essere ordinata a uso di guerra, la guardia civica: istituito un consiglio di uomini creduti intendenti delle cose militari, con questa smisurata commessione di rendere soldatesca tutta la Toscana: ordinalo, che a Pistoia si formasse un campo e mettesse mano a fortificazioni. Da ultimo, poiché il Guerrazzi era andato contro De Laugier, e n’era tornato trionfante, il Montanelli, per non parer da meno, anzi volendo essere da più, andò contro gli Austriaci, che di occupare le terre toscane facevano vista. Né a sermoni e bandi restò al di sotto del collega; e per ogni città o terra, dove passava, arringava la moltitudine: Il tedesco essere alle porte; minacciare di entrare; svaligerebbe le case; brucerebbe i campi; stuprerebbe le vergini; contaminerebbe le spose, profanerebbe le chiese; fanciulli e madri, giovani e vecchi, ogni cosa metterebbe a ferro e a sangue. Non trattarsi ora di liberare dalla loro tirannide fratelli lontani, ma sì difendere le nostre case, i nostri talami, le nostre sepolture, e quanto v’ha di più caro al mondo, la libertà. Levassersi come l’anno innanzi, quando suonò caro il grido di guerra agli austriaci; ed ei fu dei primi a correre; e così dicendo rammentava la ferita, che ne riportò, e tanto favore gli acquistò.

Ma questi ed altri discorsi, uditi da molta gente curiosa, non movevano popoli, fiacchi per natura, avversi alle armi per costume, sfiduciati per la prima sconfitta, e allora ritenuti da tutti gli avversari della regnante democrazia. I quali, non che procacciare che opposizione a’ tedeschi si facesse, anzi li desideravano e aspettavano a braccia aperte. E tra questi s’annoveravano alcuni, che l’aQno avanti erano fra’ primi corsia combatterli in Lombardia; ma sì l’ira contro il democratico governo gl’invasava, massime dopo il fallito soccorso de’ piemontesi, che cento volte i tedeschi avrebbero accettato, più tosto che seguitare a tollerarlo. Ho udito io certi, che pur di italiani e di costituzionali avevano gran fama, gridare; «meglio i tedeschi o i russi, che la republica del Mazzini.» E se altri più verecondi ciò non dicevano, ben a certe parole tronche e segni di volto lo stesso animo manifestavano. Non nomino alcuno, per onore di questo povere istorie. Poi quando davvero fummo dai tedeschi occupati, tornarono a fare gli spasimanti di libertà e d’italianità: e mostrarsi piagnoni, come prima s’erano mostri vigliacchi. Partirono dietro al Montanelli alcune compagnie di veliti, con una banda di cavalleria. Andarono pure due coorti di militi volontari di secento l’una, comandate da’ soliti livornesi Petracchi e Guarducci. Alcuni altri pochi corsero per via ad ingrossare le file. Il Montanelli giunse a Massa; di battimani non gliene mancarono: ed ei di paroloni voti non fu avaro; e correndo su e giù per quella frontiera, insieme col general d’Apice, più tosto mostravano di quello che avessero modo alcuno di provvedere a valevole difesa. Ma gli estensi mescolati cogli austriaci, appena fattisi vedere verso Fivizzano, subito si ritirarono; non tanto per paura de’ soldati toscani, quanto per lo vicino campo piemontese a Sarzana; imperocché i rettori sardi, informati di que’ movimenti, avevano scritto al generale La Marmora, che dove le milizie austriache passassero il confine toscano, anch’egli s’avanzasse e occupasse i varchi dell’Appennino, che guardano Modena: non già per intramettersi negli affari interni de’ toscani, o di fare la difesa dello intero territorio, ma sì di prendere i punti militari più importanti alla difensione generale. Ma gli Austriaci, che facevano quelle mosse più per gittar semi di scompiglio nello interno delle nostre città, non si vollero cimentare, e ripigliare fra le toscane montagne la guerra co’ Piemontesi; sapendo che colla vittoria in Lombardia, a cui veramente miravano, era agevole di rimettere il morso al resto d’Italia.

Non ostante questo pericolo a’ confini d’un discorrimento di Austriaci, non cessava, anzi era andata crescendo quella voglia popolaresca di congiungere Toscana con Roma, per fare di due stati deboli una republica debolissima, per le discordie che ne sarebbero derivate. Seguitava in Firenze a dimorare il Mazzini; e comecché non vedesse più il Guerrazzi, tuttavia, accontato cogli altri, era un gran sprone al governo toscano. Egli al presidente della romana assemblea, che gli aveva comunicata la decretatagli cittadinanza di Roma, così in quel suo fatidico stile scriveva: Venti anni di esilio mi sono largamente pagati. Una vita intera, sacrificata al bene della comune patria, basterebbe appena a sciogliere il debito, che l’onore della cittadinanza nella Roma del popolo m’impone; ed io ho pochi, tardi e languidi anni da spendere per la fede che ora dal Campidoglio si bandisce: ma in questa fede io vissi finora, e in questa fede (vogliate dirlo con fiducia a’ vostri colleghi) io morrò. Il resto appartiene a Dio e alla virtù dell’esempio che Roma ci dà. Tacqui finora, perché io sperava rispondere coll’annunzio della unificazione della provincia italiana, ov’io sono, con Roma. E possa riescite cominciamento solenne della più vasta unificazione, presentita da’ nostri grandi, santificata dai nostri martiri, maturata, come io credo, nel disegno di Dio, e invocata dall’unico interprete, che voi ed io riconosciamo di quel disegno, il popolo. Nel medesimo tempo dal cerchio popolare di Firenze, dov’erasi ornai ristretta tutta la potenza toscana, annunziavasi al publico, che pel dì 4 di marzo sarebbe chiamato il popolo in piazza e fattogli gridare la sospirata congiunzione di Toscana con Roma. Il qual divisamento, che sarebbe terminato in tumulto civile, parve a’ rettori da prevenire con questa notificazione: «Avere essi invitata la nazione a mandar deputati, perché in generale assemblea deliberassero le sorti della Toscana; doversi adunque aspettare ch’ella si aduni e decreti sovranamente e legittimamente; non potersi aver dubbio sulla parte che in questa deliberazione prenderà il triunvirato, creato dal popolo; ma aver obligo nel medesimo tempo di far rispettare la legge; e chiunque presumesse trascinare violentemente la patria, con manifesta tirannide, sarà traditore della patria, e giudicato secondo la legge del 22 febraio.» La quale legge era quella del tribunal militare, già notata, contro cui cotanto gridavano i nemici della democrazia, pe’ quali era fatta; e allora contr’essa con più acerbità si avventarono e protestarono gli stessi democratici, sentendola minacciare a loro, che si credevano sciolti da ogni freno.

Né valendo rimedii risoluti, si faceva uso de’ mezzani: e nello stesso giorno che i rettori minacciavano l’uso della legge sommaria per chi non avesse voluto tranquillamente aspettare le deliberazioni dell’assemblea generale, notificava, che volendo mostrare quanto stesse loro a cuore la desiderata congiunzione della Toscana colla republica romana, avevano con quella cominciato trattati per pareggiare i due territorii: togliendo gl’impacci de’ confini, e accomunando le dogane, le tariffe, le poste, i telegrafi, le monete, le polizze di carta da valere per argento, gli uffici diplomatici, i provvedimenti militari, e un sussidio da dare a Venezia. Ben si chiariva da queste pratiche lo intendimento, se non in tutti, certamente nel Guerrazzi, di andare a rilento il più che si poteva in quello incorporamento con Roma, a cui visibilmente contrastavano tutti i potentati di Europa, la natural repugnanza de’ popoli toscani, e forse la sua stessa ambizione di non volere essere secondo o terzo in Roma, quando poteva in Toscana senza contrasto primeggiare. Ma il Mazzini insisteva; il Montanelli e il Mordini il secondavano; l'assemblea romana, stimolata dal principe di Canino, dava ordine e potere al ministro degli affari esterni Rusconi di conchiudere la unione desiderata. Pure il Guerrazzi teneva fermo, puntellandosi colla ragione, che si dovesse aspettare il giudizio dell’assemblea toscana; e così andavamo innanzi, senza essere né di qua né di là; privi di quiete interna; e con soprastante pericolo di occupazione esterna. Il che sopra ogni altra cosa contristava i buoni, né mancavano di pregare i rettori, che pensassero alla difesa dei confini prima di promulgare la republica. Ma a sentire i giornali della democrazia, e certi sfaccendati, pareva che tutta Toscana si levasse, e d’invincibili fortificazioni si munisse. E veramente la natura, più provvida degli uomini, ci aveva fatto sì valido schermo di montagne, che con non molta gente ci saremmo potuti diffondere. Ma petti e voglie generose mancavano. I soldati, che avevano rotto fede al principe, riescivano altresì infedeli alla libertà: sol fermi nella infingarda licenza. Né a raccozzarli e a onorata disciplina ridurli, valeva il general D’Apice; il quale, avendo accettato il comando per ambizione o per bisogno, conforme s’avvedeva della prossima rovina, al poco sapere aggiungeva la fiacchezza, nascente da sfiducia. Molto meno era atto provvedere il nuovo ministro sopra la guerra Tommi, per inettezza propria, e ostacoli non superabili. Onde il Guerrazzi, che non poteva fare il bene, né sapeva nascondere il male, bandiva pubicamente. Non potere la giustizia sostenere più a lungo il disfacimento dell'esercito. Ogni mite consiglio, ogni mezzano temperamento sarebbe ingiuria alla patria in periglio. Rotti gli ordini; non comandi, non obbedienza; compagnie ribelli; soldati faziosi, sfrenati, disertori, ecco del toscano esercito il miserando spettacolo. Né diceva più del vero. Ma i rimedii fallivano, anzi quanto più scorgeva da una parte o dall’altra necessità di comprimere, tanto più chi governava era forzato a lasciare le sembianze di rigore, incautamente prese: e fu mestieri revocare la odiosa legge delle condannagioni sommarie, perché il professore Zannetti, di onesta e temperata democrazia partigiano, minacciava di deporsi dal comando della guardia cittadina, se non era tolto quel vitupèro, che infamava la libertà né serviva ad abbassare i fautori della tirannide. Altri poi si deponevano dagli uffici militari e civili; e i più non per alcuna onorevol cagione, ma perché, avvicinandosi il precipizio delle cose, volevano farne occasione di grazia presso il principe; il cui ritorno sentivano non lontano. E fra tanto cresceva la serra de’ novelli chieditori di uffici; cui seguitava il doppio male di veder salire gente vituperosa o inesperta, e di gravare l’erario colla pensione a’ vecchi e lo stipendio a’ nuovi: mancando il coraggio di privare d’ogni assegnamento coloro che chiedevano licenza per paura o avversione alla republica. Giammai non fu tanta confusione negli uffici publici, né maggiore inettezza che in quei ministri di governo temporaneo; di cui lo stesso Guerrazzi altamente querelavasi e appariva disperato: trovando impacci e male disposizioni ancora in quelli che pareva parteggiassero per lui. Né da’ legati di governi esterni poteva prendere alcun conforto; i quali, dopo lasciato la Toscana, ordinarono a’ rispettivi consoli di non sottoscrivere le patenti d’uscita a nome del governo di Firenze. Ancora il consolo inglese ricusò: da togliere ogni resto di speranza o d’illusione nutrita nel favore di quella corte.

Pure i triunviri fiorentini vollero seguitare, coi né se i potentati forestieri alcuna cura o pensiero del loro governo prendessero. E poiché erano state alla diplomazia notificate le protestazioni del granduca in sul punto di lasciare la Toscana, vollero anch’essi un gran manifesto agli abitanti dell’Europa indirizzare, come per confutarle; dicendo le stesse cose replicate altrove: che Leopoldo II aveva accettato spontaneamente la costituente italiana e gli altri principii del ministero democratico; che, era partito per Siena, senza avviso al ministero; che richiesto e pregato, aveva promesso di tornar subito; che in cambio, senza motivo, senza consiglio, senza indicare il luogo, senza istituire altro governo, erasi colatamente sottratto da Siena, e trasferitosi a Santo Stefano; che, dopo la dimora qui di alcuni giorni, aveva abbandonato la Toscana; che come principe costituzionale aveva peccato e rotto egli stesso quest’ordine di governo; che intendimento suo non era di tornare co’ freni della nuova libertà, ma sì assoluto signore; contando sulla guerra civile e sulle armi straniere; che il popolo, le assemblee e il ministerio d’accordo, e tratti dalla necessità publica, avevano provveduto con temporaneo reggimento alla salute della patria: che non era vero fossero stati mandati uomini armati a cacciarlo di Santo Stefano, da cui era partito per la fallita prova della guerra civile; né pure era vero che in Toscana fosse stata decretata la republica, e solo il popolo ne aveva fatta una promulgazione, che i rettori avevano accettato come semplice voto; che chiamavano in testimonio di quanto affermavano, i Toscani tutti, gli stessi membri del corpo diplomatico, e sfidavano anco i più affezionati alla causa del principe fuggitivo di smentire le loro parole. Le quali per altro suonarono in Europa come in un deserto: da mostrare a’ vaghi di republica che la difficoltà non era tanto dentro, quanto fuori. E il Guerrazzi di ciò persuaso, guardando più al presente che al futuro, avrebbe voluto usare freni anzi che sproni. N’erano persuasi ancora gli altri del reggimento: ma questi guardando, come dicevano, più all'avvenire che all’attuale, volevano seminare la republica; laquale se non poteva il presente allignare, avrebbe messo radice più tardi. In un colloquio che il Mazzini ebbe col marchese Capponi, avendogli questi, che accoglieva tutti benevolmente, mostrato, che il fondare republiche nel mezzo d’Italia era un chiamarle addosso le armi straniere, rispondeva con mirabile freddezza: esserne ancor lui convinto, ma non per ciò doversi retrocedere, per onor della idea; che avrebbe poi tanto meglio trionfato quanto che le genti avessero nuove battiture della tirannide sopportato. E parendogli di avere disposte le cose di Toscana in modo, che la congiunzione con Roma non dovesse più fallire, e d’altra parte non potendo andar d’accordo col Guerrazzi, anzi mostrandosi di lui mal contento e cruccioso, a’ primi di marzo si partì per Roma, dove desiderii di molti anni lo spingevano, e trionfi popolari lo aspettavano.


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LIBRO VENTUNESIMO

SOMMARIO

Parte avuta dal Mazzini nella promulgazione della republica romana. — Discorso del medesimo recitalo nell’assemblea. — Ragguaglio fra le teoriche del Mazzini e quelle del Gioberti, rispetto a Roma. — Nuovo rimutamento del romano ministero. — Caduta dello Sterbini. — Eccitamenti strani per mandare ad effetto la costituente italiana. — Oratori mandati a tal fine a Firenze. — Vanità di questa ambasceria. — Leggi odiose di rigore in Roma. — Voglie impotenti di frenare, i disordini. — Trame orribili de’ settari della tirannide. — Pretesti a’ settari della licenza. — Disposizione a mitezza e clemenza nella republica romana. — Debolezza de rettori di essa per autorità de’ capi di parte. — Provvedimenti a frenare i delitti. — Attività del Laderchi nello imprigionare i malfattori della città d’Imola. — Scelleratezze nella provincia anconitana, non represse. — Comizi per l’assemblea costituente toscana. — Nuovo attributo conferito a questa assemblea. —Confusione tanto In Roma quanto in Toscana per conciliare la costituente italiana edile altre costituenti. — Brighe de’ democratici ne’ comizi toscani. — Tumulto in Firenze. — Sbrigliatezze popolari. — Ridicole ostentazioni. — Resultato de’ comizi. — Opera di alcuni per isventare la fantasia di congiungere la Toscana con Roma. — Convocazione dell’assemblea. — Discorso e proposta del Montanelli. — Agitazioni civili in Venezia. — Discorso del Manin. — Elezione di governamelo nuovo. — Proposte guerresche del general Pepe a Carlo Alberto. — Condizione del ministero sardo. — Impazienza per lo ricominciamento della guerra. — Schiamazzi genovesi. — Punzecchiamenti de’ costituzionali. — Funesta necessità di rinnovare la guerra. — Precipitata risoluzione di rompere la tregua in mal punto. — Condizione dell’esercito piemontese. — Qualità e natura del nuovo generale Chrzanovsky. — Scelta del Ramorino. — Forze militari degli altri stati italiani. — Condizione dell’esercito austriaco. — Imprudenza di ricominciare la guerra prima che le cose dell’Italia di mezzo avessero una risoluzione. — Fato di Carlo Alberto. — Mancanza di provvedimenti. — Annunzio al maresciallo Radetzky della rotta tregua. — Leggi di rigore nell’interno della monarchia piemontese. — Parole del Radetzky ai260 suoi soldati. — Partenza di Carlo Alberto per Alessandria. — Mancanza di fervore publico per la seconda guerra. — Provvedimenti di rigore militare per le città di Lombardia e dei ducati. — Apparecchi de’ Veneziani. — Effetti prodotti negli altri stati d’Italia dalla nuova del vicino ripigliare la guerra. — Commessione data al deputato Valerio per Toscana e Roma. — Disposizioni e apparecchiamenti di questi stati ad aiutare la guerra di Lombardia. — Contegno della corte di Gaeta alla nuova del ricominciamento della guerra. — Dissoluzione del parlamento napoletano.

Chi dicesse la promulgazione della republica in Roma, con l'altre novità che l’accompagnarono e seguirono, avvenisse per autorità del Mazzini, mal giudicherebbe. Al quale se opera alcuna è da riferire, dessa è di avere col suo ritorno in Italia, e colla discordia ingenerata, traviate le cose, e voltatele a quella estremità. Impresa altresì facile, in tanto commovimento di spiriti; dopo sì straordinarii rivolgimenti di tutta Europa. ché, secondo fu dimostrato in principio di queste istorie, egli, non che dar mai indicio di uomo di stato, provò anzi di non valere nella stessa arte del macchinare e del sommovere, cui erasi particolarmente dedicato; e come in fino al 1847 non fu buono a produrre alcuna mutazione, e quasi direi sollevazione da rammentare, dopo quell anno, non altra potenza mostrò, che di guastare l’opera altrui; ed essere non ultima cagione perché gl’Italiani nella servitù, quasi appena usciti, tornassero. Né la grande osservanza tuttavia acquistatasi dev’essere attribuita ad alcuna sua virtù o ingegno, ma alla meschinità del secolo, e forse anche alla perfidia di coloro, che di sue sterili e spregiabili macchinazioni si valsero, quando per ricondurre, e quando per raggravare la tirannide. Erasi egli dunque condotto a Roma, a raccogliere il frutto di quel che altri, bene o male, avevano fatto, e di cui soltanto aveva qua e là gittato semi, da fruttificare agevolmente. Fatto prima cittadino romano, fu anco eletto con altri di sua parte, deputato all’assemblea. Curiosità di vederlo, curiosità di udirlo, curiosità di festeggiarlo moveva la gente: alla quale pareva in lui incarnata la nuova republica, o lui in quella rassembrato. Entrava in parlamento fra liete grida e applausi d ogni luogo. Invitato da chi teneva il seggio di presidente, a sedere accanto a lui, recitò questa orazione. Se le parti si avessero a fare qui tra noi, i segni di applauso e di affetto, dovrebbero, o colleghi, da me a voi, e non da voi a me essere indirizzati: perché tutto il poco bene che io ho, non fatto, ma tentato, riconosco da Roma. La quale fu mai sempre il mio fato. Giovinetto, studiando le istorie d’Italia, imparava, che mentre tutte le altre nazioni nascevano, crescevano, scadevano per non risorgere mai più, una sola città era per modo da Dio privilegiata, che potesse morire e rivivere più grande di pria, per adempiere nel mondo un ancor più solenne ufficio. Io vedeva risorgere prima Roma degl’imperadori, e colle conquiste di stendersi da’ confini dell’Affrica in fino a quelli dell’Asia. La vedeva poscia perire per man de’ barbari, e risuscitare, cacciando gli stessi barbari, e dal suo sepolcro facendo novello seme di civiltà pullulare. Apparivami più grande, dacché moveva colla conquista non delle armi, ma della parolaio nel nome de’ papi rinnovava suoi grandi uffici. Io diceva m mio cuore: non essere possibile che una città, la quale ha sola avuto nel mondo due vite, l’una più grande dell’altra, non debba una terza averne. Dopo la Roma, che operò colla conquista delle armi; dopo la Roma, che operò colla conquista della parola, verrà, io diceva a me stesso, verrà la Roma che opererà colla virtù dell’esempio. Dopo la Roma degl’imperadori, dopo la Roma de’ papi, verrà la Roma del popolo. La quale oggi è sorta, e a nome di lei qui vi parlo. Non mi salutate con applausi; rallegriamoci insieme. ché nulla io posso promettervi di me, se non di cooperare a tutto ciò che voi farete pel bene dell’Italia, di Roma, e del genere umano. Noi avremo forse da superare grandi ostacoli; forse avremo da combattere una santa battaglia contro gli Austriaci, unico nemico che ci minacci. Ma lo combatteremo e vinceremo. Io spero, se Dio ci aiuti, che gli strani non potranno più dire quel che molti tra loro ripetono anch’oggi, parlando delle cose nostre; che quanto vien da Roma, è fuoco di paglia, o luce che gira fra cimiteri. Il mondo vedrà, che questa è luce di stelle, eterna, splendida, pura, come le risplendenti nel nostro cielo.

Queste cose tante volte dette e ripetute dal Mazzini, furono accolte come se nuove allora suonassero; e sì abbagliarono, che ninno guardò agii strani sensi: quasi prima della Roma. degli imperadori non fosse stata altra Roma, anzi non fosse stata la veramente grande, virtuosa e libera Roma; in cui col poter delle armi andava congiunto quello della parola e dell’esempio; quasi nella Roma papale del medio evo le parole fossero andate dalle armi disgiunte, anzi non fossero state le armi, ed armi straniere, che operarono e sostennero la mutazione. Ma è questo lo stile de’ moderni; venir fuori con paroloni voti e sonanti; distinzioni di cose naturalmente congiunte, o congiungimenti di cose, di natura distinte. ché i fatti contrastino, non importa. Egli basta che se ne inferisca concetto, già in mente formato. Volendo il Mazzini conchiudere, che per opera sua e de’ suoi compagni doveva sorgere una Roma, che operasse colla virtù dell’esempio; bello era supporre che mai questa Roma stata non era; e gran suono era poi quella distinzione di Roma degl’imperadori, de’ papi e del popolo; come se la Roma de’ Camilli e degli Scipioni, fosse stata di altri che del popolo.

Voglio notare, dove questi ultimi concetti del Mazzini si riscontravano, e dove si scostavano da’ primi concetti del Gioberti. Anch’esso aveva distinto le due Rome degli imperadori e de’ papi: fermandosi a Roma papale, e fantasticando novello trasformamento, secondo gli ordini della odierna civiltà; mentre il Mazzini, mettendo in sepoltura Cesari e Papi, trascorreva nella Roma del popolo: colla quale pretendeva cacciare dell’Italia lo straniero: come il Gioberti aveva preteso cacciarlo col nome del papa. Chi s’ingannasse più, dalle cose dette, e da quelle che restano, può conoscersi; quantunque niuna delle due parti volesse alla sua dottrina i cattivi successi riferire. Dicevano i giòbertiani, che se non venivano i republicani a metter innanzi opinioni soperchio e non comportevoli, saremmo col papa e co’ principi arrivati a liberar Italia, e ridurla a stato di nazione. Dicevano i mazziniani, che se i costituzionali non avessero impacciata l’opera loro con voler conciliare cose contrarie, non sarebbe fallita la magnanima impresa; onde a tutte l’altre sventure s’aggiunse la cieca perseveranza negli errori. Conciossiaché quanto era vero che col papa non si potesse mai venire a capo dell'impresa desiderata, anco senza il papa non era da sperarlo; e se i principi tradivano, o non erano uguali alla grandezza delle cose, ancora i popoli non erano fatti per affrancarsi. In fine erano fantasie tanto l’accordo della libertà col papato, quanto il fondar republica in nome di Dio e del popolo. Ma era più strana cosa ampliarla a tutta Italia colla forma di uno stata solo: quasi l'unire le città fosse in poter degli uomini come il dividerle; quasi nulla fosse da contare gli usi, le tradizioni, le inveterate superbie municipali; quasi con vasto territorio stesse reggimento republicano; quasi, che era più, si potesse tener fronte alle manifeste contrarietà di tutta Europa, la più parte composta a monarchia, e di smisurati eserciti provveduta.

In questo mezzo v’ebbe nell’assemblea romana occasione d’indurre altro scambiamento di ministri. Già lo Sterbini, ministro del commercio e de’ lavori publici, non era più accetto ad alcuno; l’odiavano gli uni, ne aveano sospetto gli altri; e a tutti riesciva grave per que’ suoi modi aspri, ingegno torbido, inclinazione a soperchiare. Venuta l’Opportunità di farlo cadere, tutti la presero. Dicemmo della legge vinta per sovvenire i commerci di Bologna e di Ancona. Più volte i ministri del commercio e dell’erario erano stati avvertiti che mandassero alle due città i promessi soccorsi; e sempre avevano assicurato che al tempo fissato adempirebbono l’ufficio loro. Ma, fosse negligenza o prepotenza dello Sterbini, i decretati soccorsi non furono mandati; onde venivano da’ mercatanti bolognesi e anconitani gravi lamentanze e minaccio di fallimento. Allora, interrogati in publico i due ministri, né sapendo che rispondere, ebbero dall’assemblea acerbo rimprovero, che indusse il Guiccioli a deporsi senza indugio. Ma lo Sterbini, più sfacciato, non lasciava il governo; e novellamente nell’assemblea si presentava; mentre l’altro vedovasi non più nei seggi ministeriali. Qualcuno chiesto della deposizione del Guiccioli, lo invitava di andare alla tribuna a rispondere. Da prima indugiava, come poco franco e felice parladore; ma pressato, cominciò con voce tremante e viso pallido a discolparsi; e poiché d’ogni parte eragli detto, che nessuno aveva inteso di accusarlo, egli, commosso fino alle lagrime, non potè proseguire. Il presidente Galletti, levatosi non pure a difenderlo, anzi a lodarlo di probità, fece che con applauso se ne tornasse al suo seggio. Ciò era dimostranza ancor più viva di avversione allo Sterbini; il quale, avendo nel medesimo giorno proposto di coniare nuova moneta di cinque baiocchi, e sapendosi che il conio era stato fatto innanzi all’approvazione dell'assemblea, gli fu dato in sulla voce, e nuovamente biasimato di arbitrio. Onde con tanti spunzoni fu costretto a ritirarsi; e per rendergli meno dolorosa la caduta, gli fu creato nuovo ufficio di soprintendente a' monumenti publici. Il. ministerio fu così ricomposto: lo Sturbinetti in luogo del Muzzarelli, presidente di tutto 'l consiglio e ministro per la publica istruzione. Per gli affari esterni, per gl'interni e per la giustizia restarono il Rusconi, il Saffi e il Lazzarini. Per l'amministrazione della guerra fu temporaneamente raffermato il Calandrelli. Montecchi, uno de’ triunviri, tolse l'ufficio di ministro del commercio e de' lavori publici. Veramente uomo non ancora sperimentato fu per l'erario il Manzoni di Lugo, parente dell’altro stato preside. Avea ingegno, operosità e fama di onesto; ma per aver applicato l'animo a molte cose diverse e difformi, non era riescito, come suole, ben fondato in alcuna: oltreché negli affari era spesso tratto dalla stessa mobilità d'ingegno, a saltar da una cosa all’altra, che gli acquistava nota di leggerezza.

La presenza e le parole del Mazzini resero nella romana assemblea più gagliarda la fantasia del congiungimento di Toscana con Roma, e il principe di Canino vie più tempestava. Fatto prima acerba invettiva contro il triunvirato e il ministerio, accusandoli d’ignavia, di arbitrio, di negligenza, e conchiudendo che la republica non era governata, grida il rimedio a questo male essere di fare senza indugio di Roma e di Toscana una republica sola. Mandassesi un invito a que’ fratelli, non solo per la costituente italiana, anzi per la costituente della republica dell’Italia di mezzo; né dovessero venire i trentasette deputati per cominciare l’assemblea costitutrice di tutta Italia, com’era stato decretato, ma sì tutta l’assemblea toscana vicina a ragunarsi; e con essa pure dovesse venire a prendere un seggio nel governo di Roma o il Montanelli o il Guerrazzi: italianissimi uomini, e da procurare davvero, e con fermezza la sospirata unificazione. Mentre queste cose diceva, volgendosi al Mazzini, lo prega a dare contezza delle disposizioni della Toscana, da dove egli di fresco giungea, a fin di avvalorare il suo voto: e il Mazzini, già indettato, comincia: essere più giorni dimorato in Toscana; avere a fondo studiata la natura di quel popolo; poter accertare tutto o quasi tutto desiderare republicanamente incorporarsi collo stato romano; e le persone del governo altresì bramare questo salutare incorporamento; se non che ricusano di mandarlo esse a compimento per amore soverchio di legalità, e paura di non essere tassate di usurpatrici del mandato conferito dalla nazione toscana a’ suoi rappresentanti: ma di questo scrupolo non sapere lodarle; parendogli, che nelle rivoluzioni non fia da riconoscere altra legalità, che d’interrogare e indovinare il volere del popolo per quindi eseguirlo. E su questo tenore, e ognor più avviluppandosi in astrattezze maravigliose, seguitò il Mazzini; che pur avendo mai sempre predicato piena sovranità di popolo, allora voleva che si facesse, non secondo la sentenza degli eletti da esso, ma secondo il concetto di quelli che tumultuariamente il movevano. Rinfiammato il principe di Canino dal discorso del Mazzini, torna a favellare più accento: Non più indugi alla impresa: non più frontiere fra Toscana e il territorio romano; non si parli più di unione, ma sì di unificazione; se i rettori de governi non fanno questo passo inevitabile, il, faranno bene i popoli, che sì l’agognano. Dunque si chiamino i centoventi rappresentanti della costituente toscana a venire a sedere fra noi, e con esso noi confondersi; si offra al cittadino Guerrazzi un seggio nel triunvirato governante la comune republica; anteporlo all’angelica anima del Montanelli non per altro che per abbisognare animo ferreo in tempi straordinarii; e in compenso alla città di Firenze della perduta qualità di metropoli, si dichiari centro letterario e scientifico dell’intera nazione.

Le idee gittate con impeto di strione dal Bonaparte, furono un po’ raddrizzate dal deputato Audinot;. e deliberassi di mandare ambasciadori a Firenze a chiedere ohe i deputati dell’assemblea toscana, vicina a ragunarsi, si trasferissero nel romano parlamento, per istanziare in comune le norme fondamentali della desiderata congiunzione. Furono a tale ufficio con segreto squittinio eletti il Guiccioli, uscito allora del ministero, il Camerata già uno della Giunta di stato, e il Gabussi, come per dare a que’ duo, non molto atti a pratiche di rivoluzione, chi bene di queste aveva dato saggio ne’ cerchi popolari e nelle congreghe cospiratrici. E insiem con loro andò Ciceruacchio, che per io gran nome acquistatosi fra’ popolani, credevano dovesse fare colla minuta gente toscana quel che i commessari co’ direttori del governo. Ma i Fiorentini, che squadrano le persone a colpo d’occhio, e danno subito la baia, nel vedere quel rozzo carrettiere, e più nell’udirlo favellare in publico sì a sproposito, non sapendosi rinvenire come di lui fosse stato parlato tanto, e attribuitogli tante prodezze, cominciarono a ridere e metterlo in canzona; nel tempo che in Palagio niun frutto altresì facevano i commessari; i quali dopo pochi giorni se ne partirono, senza recare alcuna fondata speranza, che i Toscani volessero nella romana republica trasfondersi. E in vera, tolti pochi della parte più cieca della democrazia, nessuno desiderava, anzi ognuno aveva a noia quella congiunzione; non solo per la perdita della sovranità, di cui i Fiorentini erano tenerissimi; ma eziandio perché i Toscani, senz’armi e danari e possibilità di procacciarne, non arrecando alcuna forza alla romana republica, peggioravano la loro condizione, per le maggiori discordie, che sarebbonsi accese, e perché di quella moneta di carte, onde riboccava io stato romano, ne sarebbe loro piovuto in gran copia, aggiuntovi in que' giorni anco l’altra specie di moneta erosa.

Fra tanto crescendo in Roma la povertà dell’erario, si scemavano l’entrate. Era tolta la tassa detta di barriera per tutto lo intero confine della republica, qual segno (dicevano) di divisione fra’ popoli fratelli, e causa di vessazione e impaccio alle libertà e prosperità de’ commerzi. E poiché le benevole provvisioni giovavano poco a procacciare amici alla nuova republica, né v’era forza regolare sufficiente contro tanti e poderosi avversari, ricorrevasi a far leggi di straordinario rigore; decretandosi a tempo un abbreviato e sommario giudizio per misfatti contro la republica, violenze publiche e omicidii proditori; non senza scandalo, che il regolamento penale, fatto sotto il regno di papa Gregorio, si accettasse, quasi il terrore, salutare nelle tirannie, potesse mai far pro a’ liberi reggimenti. In effetto rimaneva a vana e odiosa mostra; tanto più che la romana republica, in tempo che ordinava rigorosità insolite ne’ giudizi, ambiva di sfoggiare in clemenza; usando grazia a trentacinque beneventani, accusati di tramare la dedizione della loro città al re di Napoli. I quali atti poi venivano nel diario publico registrati, come a vanto, per isbugiardare le accuse di crudele contro lei scagliate da’ monarchici; che per dir vero erano ingiuste: avendo anzi disposizioni al conciliare e tollerare; e avrebbe avuto anco voglia di frenare i tumulti e gli scandoli popolari, se la condizione sua gliene avesse consentito: non solo perché con tanti ciarlatori di cerchi e scribacchienti di fogli giornalieri, non era possibile tenere così il popolo in briglia, che alcuno sconcio alla quiete publica non avvenisse, ma ancora perché nello stesso governo dimoravano alcuni, che per cupidigia di fama popolare, allora fruttifera di potenza, non volevano dispiacere a’ gridatori; e qualcuno amava secondarli; come quel Michele Accorsi, avente sempre negli affari di governo il sopracciò, per debolezza dei ministri, o per sua propria arditezza.

Ma è anco vero, che a mettere i rettori republicani nella quasi necessità di comportare, e tal ora adoperare i licenziosi, era altresì causa la continua e manifesta tenzone de’ partigiani della tirannide; a negare o dissimulare la quale, sarebbe contraddire a ciò che per documenti e per fatti publici resulta. Il decreto dello incameramento de’ beni ecclesiastici fu grande appicco, imperocché, avendo gli ufficiali della repubblica richiesto a’ superiori e amministratori delle chiese, monisterii e luoghi pii, lo inventario delle loro robe, da validarsi con giuramento, il vicegerente del vicariato di Roma scrisse loro segretamente, che non obbedissero: e dove la forza gli avesse costretti, protestassero. Alcuni vescovi, preti e frati si diedero con quest’ordine a eccitare turbolenze. Un monsignor Vespignani minacciò di scomunica il preside d’Orvieto, che lo fece incarcerare. Veduto il suffraganeo di Fara trafugare le suppellettili preziose della sua chiesa, il popolo si levò in tumulto. Il vescovo di Bagnorea oppose la più pertinace resistenza. I frati agostiniani di Viterbo e Soriano nascosero gli argenti. I preti di Velletri misero tanti ostacoli e spacciarono tante menzogne contro la republica, che il preside Ettore Borgia dovette publicamente ammonirgli e richiamargli al rispetto delle leggi. Costretta la republica di eseguire il sopraddetto inventario de’ beni del clero, mediante l’uso della forza, una squadra d’armati fu da Roma spedita in quella parte della Sabina, dove da un pezzo era vescovo il cardinale Lambruschini; e i gesuiti aveano i maggiori possedimenti. Accadeva per tanto che in alcuni luoghi collo inventariare per forza, scoprivansi carte e apparecchi di sedizione: come fu nel convento di S. Andrea a Spello; essendovisi rinvenuto un foglio spedito da Gaeta al reggente padre R. Rossi, con sottoscrizione misteriosa, e con tale un incitare al sangue da far raccapricciare. «Iddio misericordioso (diceva) prima di concedere a’ suoi fedeli le glorie del paradiso, vuole che la palma del martirio si guadagnino. Le calamità soprastanti all’uman genere e alla religione, richiedere l’uso d’ogni mezzo per giungere a riacquistare gl’infranti diritti, e a disperdere le trame de’ comuni nemici. Liberali, giacobini, carbonari, republicani, tutto essere uno; volere essi il rovesciamento degli altari e lo sperperamene) dei sacri ministri; ma in cambio è da cercare l’annientamento loro, e la dispersione delle loro ceneri. Dovere pertanto proseguire col suo zelo a nutrire in queste massime i suoi religiosi e gli uomini di quelle campagne; e dir loro, che al santo segno del suono della campana, non manchino, per immergere senza pietà il ferro nel petto a’ persecutori della fede cattolica. Terminava con questi esecrandi detti: Considerate i voti che dà noi s’innalzano all’Altissimo; sono quelli di disperdere fino all’ultimo i nostri nemici, non eccettuati i bambini, per evitare le vendette che questi un giorno potrebbero fare su’ nostri altari. Fu anche scritto che nello stesso convento si rinvenissero pugnali, moschetti, polveri, e quanto fusse mestieri a guerra civile. Certamente il padre Rossi, già per vecchie e recenti turpitudini abominato, fu messo in carcere e processato, e dal tribunale di Foligno, con sentenza publica, da giudici non sospetti, condennato. Ancora nel convento di S. Domenico di Narni, dove una guardia si accapigliò col priore, fu trovato una lettera diretta da questi al parroco di Fossato, leggendovisi mistiche e tronche parole: «le colombe essere poste in sicuro, perché lo sparviero non le offenda: levarsi una nube dal suolo odrisio, da cui si spera una pioggia propizia: anche il Vesuvio promettere bene; e la Dora e il Tanaro menar acque copiose: il leone ritornar presto all’antica sua tana; ma il terreno d’Umbria rosseggiare; vicina essere la primavera; Iddio aiutare. Maggior focolare di macchinazioni pretesche era Civitavecchia: dimoravavi vescovo suffraganeo un monsignor Bocci, che anima de’ sanfedisti più rabbiosi, teneva annodate le fila colla corte di Gaeta. Navi a vapore e messaggi ivano e tornavano, aiutante il console napoletano e il preside Bucciosanti, inettissimo: che non vedeva o non badava; il quale fu tolto, e sostituitogli un cotal Mannucci. Appena giunto, fatte diligenti inquisizioni, sequestrò in mano d’un prete più di quaranta lettere, nelle quali si domandavano ragguagli sugli apparecchi dell’impresa meditata, si confortavano i parrochi a favoreggiarla cautamente, si davano assicurazioni di pronti soccorsi stranieri. Fra dette lettere ve ne avea due del cardinal Lanabruschini, e una furiosissima del suo segretario G. Gabaro, e altre di monsignor Miella, e d’un frate zoccolante, chiamato fra Rocco, e d’un prete ignorantissimo e fanatico di nome don Angelo Cabras. La republica ordinò, che il suffragamo Bocci fosse imprigionato, e n’avea ragione; ma ebbe torto di commetterne l'esecuzione al ravegnano Angelo Bezzi; ognor presto a tutte le violenze lecite e non lecite.

Altro appicco a turbolenze era l’editto della consegnazione delle campane superflue. In Roma i padri filippini esposero per tre giorni il Santissimo Sagramento, come si fa al soprastare di qualche grande calamità. La più parte de’ frati, e particolarmente i più giovani, si erano opposti: parendo loro che fosse, ed era in effetto, . provocazione a civile discordia; ma due de’ più vecchi e più autorevoli s’ostinaro, mettendo sé stessi e il convento a gran repentaglio. Andati i commessari per le campane, e negato loro l’entrare, il popolazzo» che ad ogni otta si assembrava, cominciò romoreggiare, corse per fascine, appiccò fuoco alla porta; che fu tosto spento, e impedito dalle guardie civiche, che a nessuno de’ religiosi fosse ingiuria recata. Solamente i due, che aveano fatto nascere lo. scandolo, furono menati in prigione; e tratte giù le altre campane, lasciarono la principale: per la quale il volgo avea speciale divozione; sendo uso di sonarla ne’ temporali, quasi valesse a dissiparliE altra tumultuazione, facilmente sedata dalla guardia dei cittadini, accadeva per lo monopolio, che gl’ingordi mercatanti facevano nello scambio delle cedole di banca; le quali non si trovava a barattare in argento, senza pagare sproporzionato interesse. Spargevasi che pel danaio messo da’ poveri nelle casse di risparmio, non era sicurezza. Il che pure dava luogo a subbugli e ingarbugliamenti. E alle menzogne nuturali, si aggiungevano le soprannaturali, fino a divulgarsi, dm i republicani sacrificassero alle dimonia, in via della Lungara, e facessero negromanzie; nel tempo che erano di miscredenza e resta proverbiati. Prodigi e spaventosi segni, oltre a ciò, erano rapportati. Il volto del Redentore, impresso nel lenzuolo della Veronica, che, chiuso in un quadro, si conserva in Vaticano, avere girato gli occhi in significazione di gran cordoglio; nelle Marche, nella chiesa di S. Benedetto, un’imagine di S. Francesco, fatto il viso spiritato; una madonna de’ dolori lagrimato a Fermo; apparsa la B. Vergine ad una fanciulla in Roma; il vescovo di Rieti colpito d'apoplessia per essere ai comizi per la costituente intervenuto. Ancora profezie di cose avvenute o probabili, si divulgavano; e presso Orvieto andava per le mani del popolo un testo latino, attribuito a un tedesco che diceva: Nel mezzo del secolo XIX sarebbonsi conturbate le genti, fuggiti i principi e il sommo pontefice; ma un re aquilonare per divino aiuto sceso in Italia, abbatterebbe le republiche, restituirebbe i principi alle sedi reali, e il vicario di Cristo a Roma. A Civitavecchia e a S. Giovanni in Persiceto, altri vaticini e ubbie: credule ne’ rozzi secoli; da valer poco nel nostro. Ma queste benché vane prove di rivolgimenti, talora forse da maliziosa fama aggranditi, erano cagione o pretesto perché i vaghi del tumultuare sempre più si scapestrassero, e dei governo stromenti necessari divenissero. Costoro, imaginando o credendo macchinazioni contro la republica, davano spesso addosso a persone innocenti, che nulla macchinavano. E certo fu indegnità, che dispiacque a tutti, la inquisizione ai buoni religiosi cistercensi di S. Croce in Gerusalemme: né mancarono i rettori della republica di farne ammenda con publica scusa.

Ma con tante male lingue strepitanti, non si poteva a tutto ovviare; e come gli stati nuovi sono di natura ombrosi; sapendo di aver nemici dentro e fuori; ogni cosa era seme d’inquietudine; e più forse degli stessi tiranneschi, eclissati o mascherati, davano noia i costituzionali; che se bene timidi e impotenti a far movimenti, tutta via seguitavano con alcuni loro ritrovi e giornali a proverbiare e divulgare tutto ciò che alla nuova republica avesse recato vitupero: mostrandosi tal ora ingiusti o esagerati; e avvegnaché non tutti procedessero a un modo, pure, come fa il popolo, chiunque non appariva republicano, per nemico o macchinatore della republica riguardava. Aggiungevasi, che i giornali forestieri, e in ispezialità i francesi, cominciarono subito a propagare indegnità contro la romana republica, quasi ordinasse incendii, ammazzamenti, ladronecci, stupri, e ogni maniera di sacrilegi. Né mancava credenza o sospetto, che tutta o parte di queste bugie fossero scritte fuori, e particolarmente in Francia e in Inghilterra, dai costituzionali, che ancora dimoravano in Roma, e aveano più fede in que' paesi. Tuttavia a nessuno di loro era fatto ingiuria nella persona, o vietato libertà di parlare; come né pure alcuna offesa ricevevano i vescovi nelle loro sedi, e i pochi cardinali rimasi nello stato. Notammo, che non bene adoperò la republica a sforzare le coscienze degli ufficiali publici richiedendoli di giuramento o adesione: ma, fatta la legge, doveva essere osservata. Né mancava in parlamento chi o per giusto risentimento o per isperanza ne’ vacanti posti, rimproverassero di tanta negligenza i ministri: i quali mandavano ordini e avvertimenti, che poco o nessun frutto facevano. Fu istituita una giunta di sindacatori o scrutatori, che né pure rimediò; quantunque ve ne avesse di quei che per buono o malo fine avrebbero usato severità, se non fosse stata maggiore indulgenza in quelli del reggimento. Parecchi fra’ stipendiati consultavano il confessore: altri facevano scrivere fino al papa: repugnando loro giurar fede alla republica, né sapendo spiccarsi dall’ufficio, chi per bisogno, chi per ingordigia, e chi per tenere dalla parte che vincesse. Fatto è, che i più furono in fino all’ultimo tollerati, senza che aderissero, anzi mostrando di non amare, e forse nimicare la republica, da cui seguitavano ad essere pagati. Ma dove si voglia maggior documento che istinti violenti e sanguinarli non erano nella romana republica, valga questo. Dimoravano chiusi in castel S. Angelo, pel processo del 1847 alcuni di quelli scelleratissimi, come il Freddi, l’Aliai, il Minardi, ed altri: verso i quali quanto era giusto, altrettanto sarebbe stato feroce l’odio publico: e bastava lasciar men guardate le prigioni, perché il popolo li facesse a pezzi, e portasse i brani per le vie. Pure fosse cura de’ reggitori nel rafforzarne la custodia, o freno d’ira ne’ popolani, poterono salvarsi, e serbarsi a nuovi e più infami servigi della tirannide. Adunque nella città di Roma, in fin quasi alla venuta dei Francesi, furono più clamori che delitti, più baldorie che violenze. Ma nelle provincie, dove più lento e più scarso il poter. delle leggi arrivava, non erano solamente popolane scapestrerie, ma in alcune, come nelle città d’Imola, di Ancona e di Senigallia, abominevoli delitti: cominciati prima che la republica si decretasse, e continuati dopo; non senza grave onta a' rettori che n’erano accusati; quasi ordinatori o complici fossero; ma certamente erano incolpabili di debolezza nel provvedere: e togliere subito d’ufficio alcuni presidi o dappochi o forse fautori essi stessi dei malvagi disordini; e sostituir uomini di prova e chiariti onesti. Né la debolezza del governo nasceva solamente da mancanza di forze ordinate, ma più ancora dall’esercitare su di esso non piccola autorità uomini di parte; come lo Sterbini e il Galletti; i quali, secondò il solito, desideravano che fino a un certo segno quelle perturbazioni avvenissero; non 60 se più per terrore degl’interni nemici della republica, meglio temibili a parole che a fatti, o perché, non sapendo acquetarsi di non avere più essi nelle mani la somma delle cose, sperassero che i tumulti popolari dovessono rimetterli in sella, o sospingerli più alto. Egli è certo che al preside di Macerata, che voleva essere giusto con tutti, e quindi proverbiato da’ fautori della repressa licenza, scriveva in confidenza il Galletti: che smettesse la veste del moderato, e secondasse più la parte, per bisogno e vantaggio della rivoluzione.

Ma non ostante questi attraversamenti, non si potrebbe dire che niuna provvisione per rimedio a’ disordini facesse la republica. Avendo l’Assemblea deliberato, che un freno a’ ribaldi fosse messo, il ministro per le cose interne Aurelio Saffi, non risparmiò zelo e autorità; non solo con severissimi editti dichiarando traditori della patria, e parricidi della republica, gli eccitatori di sommosse, e chiunque nel sangue e nella roba altrui desse di piglio, ma ancora eccitando per lettere private i governatori delle provincie ad assicurarsi de’ rei. Più particolarmente scriveva al conte Francesco Laderchi, che la provincia ravegnana reggeva; mostrandosi acerbamente crucciato degli assassinamenti della città d’Imola, ed esortandolo a fare ogni possibile opera per cessarli. Se la intendesse (gli diceva) co’ presidi delle vicine provincie; dessersi tutti mano; facessero, che la vita di quelle sventuratissime genti non fusse più in balla di malfattori. E il Laderchi, non men con senno che con coraggio provvide; ordinando che di notte tempo tutta la guardia civile di Ravenna uscisse addosso a quella feroce masnada di saccomanni, che col nome di squadracela correva la città e il contado, mettendolo a sangue e a ruba; e coltala all’improvviso, e circondatala, menolla prigione con salutare spavento di quanti erano di siffatte scelleratezze partigiani. Ma nella provincia d’Ancona, governando il Mattioli, nessun riparo si faceva; e mentre di pieno giorno, in publico, negli atrii privati, nelle botteghe, e fin nelle case si ammazzava e incarcerava per vani sospetti, o per furore di odii personali, o per libidine di sangue, metteva il colmo al terrore de’ buoni il vedere i micidiali impuniti: e talora nelle anticamere del preside ricevuti. Il quale per ciò tenevano fomentatore egli stesso; e forse era un balordo, cui mancava senno e cuore, e sufficiente autorità.

Ma del come la licenza de’ delitti imperversasse nella provincia anconetana e pesarese, e come alla fine si sopprimesse, diremo più sotto, richiedendo l’ordine che seguitiamo la storia delle cose di Toscana. Dove spuntava il giorno de’ comizi per l’assemblea costituente. Uno strano regolamento lo aveva preceduto, indicante necessità di far presto, e di avere deputati di parte republicana; quindi si ordinarono le elezioni per compartimenti, affinché più spediti andassero gli squittinii, e più facile a’ partigiani del governo il dominar l’animo degli elettori, raccolti a grandi masse in pochi luoghi. E questa voglia o necessità di far presto, tirò i governanti ad un altra maggiore sconcezza: che dove i deputati scelti non accettassero, o fossero reputati mal eletti, dovessero surrogarli quelli che avevanoavuto di mano in mano maggiori suffragi: onde, se moke e replicate rinunzie vi fossero state, come in effetto vi furono, potessi venire a questo, da avere deputati che meglio la minore che la maggior parte rappresentassero: non avvertendo i rettori, che, senza volere, aprivano la via al rinnovellarsi dell’assemblea cogli stessi loro avversari; se costoro non avessero di accettare temuto, come più sotto si dirà. Ma non finivano col regolamento de’ comizi le sconcezze. Era stato detto più volte, doversi all’assemblea toscana rimettere la decisione del congiungimento con Roma, ma non ancora ben dichiarato con legge; imperocché, come sopra notai, non fu da prima a quest’assemblea toscana conferita altra balia che di far leggi insieme co’ tre del governo temporaneo; ma poi, veduto la stoltizia di cotale provvedimento, per rimediare, si notificò, che detta assemblea avesse questi due poteri distinti; primieramente di deliberare se, e con quali condizioni, lo stato toscano dovesse colla republica romana unirsi; e in secondo luogo di comporre insieme co’ deputati dello stato romano, la costituente dell’Italia di mezzo. Né il rimedio era meno strano del male; non sapendosi concepire come reggenti transitorii e criati per necessità, determinassero in questo modo gli attributi d’un’assemblea, eletta co’ suffragi di tutta la nazione, e dichiarata costituente. Della cui parola giammai non si fece più stravagante uso come allora: non solo per difetto di dottrina politica, ma ancora perché non potendosi fare rivoluzione co’ fatti, si voleva colle parole.

Restava nel medesimo tempo da acconciare 1 ordinamento dell’altra costituente, detta italiana; la quale, mentre pareva avesse dovuto andare innanzi a tutte le altre, per lo scalpore fattone, quasi più non se ne ragionava. E maggiormente ne scapitava l’onore de’ reggitori toscani, stati i primi a promulgarla, e messo sossopra il mondo con quel grido. Ma allora erano presi al delirio di fare della toscana e romana provincia una republica sola; e sé in Roma non era il Canino; il quale non dimenticava soggetto vecchio o recente, che materia al favellare porgesse; non sarebbe stata più ricordata. E a istanza di lui disputossi nel romano parlamento, se fosse da stare al decreto de’ rettori del passato governo temporaneo, che dalla stessa assemblea costituente romana faceva eleggere alquanti deputati per l’assemblea costituente italiana, ovvero se con nuovi comizi generali questa elezione dovessesi fornire. Molto e confusamente fu parlato da una parte e dall’altra. I ministri proponevano che dalla costituente romana si traessero sessanta, da unirsi cogli altri deputati degli altri stati per la costituente italiana. Ma v’avea chi argomentava, doversi nuovi comizi per questa tenere. Il deputato Audinot consigliava di aspettare, non parendogli a proposito parlar di costituente italiana quando era vicina a ricominciare la guerra, dal cui successo, più che dalle assemblee, dependeva che l’Italia avesse libertà. Finalmente dopo grande cicaleggio, prevalse la sentenza, che di nuovo i comizi si adunassero.

I rettori toscani, che facevano da dittatori, ordinavano alla lor volta, che nel medesimo tempo si fornissero le due elezioni; cioè, gettando in un’urna i voti per i costituenti toscani, e in un'altra quelli pe’ costituenti italiani: con avvertenza che gli stessi potevano essere all’una e all’altra assemblea eletti. Come ciò potesse bene effettuarsi non sò; ma avvenne che, fatta la elezione dei deputati per l’assemblea toscana, fu lasciata da banda quella dei deputati per l’assemblea costituente italiana; destinata e sotto le monarchie, e sotto le democrazie, a figurare ne’ decreti, per mostra di vanità o grido di sconvolgimento. Tuttavia gli scrittori de’ giornali, e i parlatori dei cerchi davansi gran da fare per l’una e l’altra costituente; e secondo il solito, erano stampate e divulgate liste di nomi prediletti, già innanzi ventilati ne’ popolari comizi, con indagini scandalose sulla vita di ciascheduno; nel tempo che non pochi preti e parrochi andavano distogliendo gli uomini, particolarmente delle campagne, da’ comizi; condannati dal pontefice, e da procurare a chi li partecipasse le pene dell’inferno. Per questi attraversamenti, maggiormente i republicani de’ cerchi colle parole e cogli scritti s’adoperavano; e siccome non ogni comizio o collegio doveva eleggere il suo rappresentante, ma ogni elettore poteva nominare rappresentanti in tutto il compartimento, cosi furono sull’esempio dello stato romano, e con beneplacito de’ rettori, stampate le solite polizze con entro i nomi desiderati: e in alcuni luoghi, meglio versate, che messe nelle urne. Né in questo, i costituzionali si facevano vivi: o sì fiaccamente si travagliavano, che né pure osavano raccomandare candidati di lor parte; o che ninno volesse per paura accettare, o temessero di competere co’ popolani. I quali, quanto più vicini al precipizio, maggiormente la davano pel mezzo a tutte le violenze. Una scandalosissima turbò la città di Firenze. Da’ soliti eccitatori di scandoli, erasi fatto gran raguno di popolo in piazza; per chiedere la cassazione de’ capi dell’esercito, come rei di stigare i soldati ad abbandonare le insegne della libertà, e tornar sotto quelle del principe. Rispondevano i triumviri, che, per dar forma di giudizio a questa accusa, facessero domanda ne’ termini ordinati dalla legge. Passò per caso il regio procuratore Lorini; cui già odiavano gli sfrenati, per avere, come il suo magistrato richiedeva, accusato per delitto di scrivere a stampa, gli autori d’un giornaletto, chiamalo popolano; dove non sacro né profano si risparmiava. Ecco gli si lanciano addosso; quegli cerca refugiarsi nelle stanze del suo ufficio; i più furiosi lo assalgano, traggon fuori, e malmenandolo il conducono alle prigioni del Bargello. Grande fu la indignazione per questo oltraggio alla persona d’un magistrato; e, fuori dei disonesti, ognuno invocava il rigore della giustizia. Tutto il corpo de’ giudici protestò di deporsi. I rettori fecero subito liberare l’offeso, e promisero, che fatto processo, sarebbesi punito i colpevoli. Nel medesimo tempo cassavano le pene de’ lavori publici, della gogna, e dell’esilio parziale, facendo specie, che si scemassero i gastighi, mentre crescevano i delitti.

Venne in capo ad alcuni del cerchio popolare di tirar giù la campana del Bargello, memoria di antica tirannide, e fonderla in artiglierie per difesa della recente libertà. I triunviri, tollerato che fosse tolta, volevano risparmiarne la distruzione. Fecesi anche per questo un baccano; suggerendo qualcuno, non la sola del bargello, ma tutte l’altre delle chiese dovessersi fondere. Surse anco il pensiero di togliere una lampada di argento, che nella Chiesa della SS. Annunziata il vecchio Ferdinando di Napoli, per voto del tradimento, aveva appesa, passando per Firenze. Parve che lo istituto dell’Annunziata, per educazione delle donzelle nobili, protetto dalla corte, non istesse bene colla democrazia, e si volle casso. In somma ogni dì s’accendevano voglie nuove; alcune forse da contentare, se quella maggiore libertà si fosse consolidata. E insieme co' rumori popolari, spesseggiavano decreti, dichiaramenti, proteste, deposizioni, rinunzie, infedeltà soldatesche, e quanto indicava disfacimento di ogni ordine dello stato. Pure le pompe non mancavano: le quali d’ordinario, non dignità, ma scandolo producevano. Si fecero nel giardino regio di Boboli schierare tutte le milizie civili, secondo erano state riordinate. Il Guerrazzi le passò a rassegna sopra cavallo, che dicevano tratto dalle regie stalle: anzi, aggiungevano alcuni, il medesimo che lo stesso principe soleva per diporto cavalcare: e qua e là se ne mormorava, quasi al trono toscano aspirasse. Certamente alla fama di lui queste ridicole ostentazioni pregiudicavano: e lo rendevano odioso ancora a chi lo aveva in buon concetto.

Il giorno che i comizi dovevano adunarsi fu dichiarato festivo con pubblico decreto: e al tempio in gran solennità andarono i capi del governò, i maestrati, i graduati dell’una e l’altra milizia, per bene agurare quel nuovo esperimento di popolare libertà; mentre fuori erano genti in arme, e popolo tripudiente; la sera lumi per la città, suoni, canti, e procurati segni di allegrezza publica. I comizi ebbero compimento, né disordini da raccontare avvennero. Il resultato fu: pochi savi, nessun uomo di autorità; molta ragazzaglia senza cervello; alcuni tristi; il rimanente, desideroso del bene, se non fosse mancato chi con coraggio e sapienza avesse saputo mostrarlo. Per altro vedevasi un’assemblea, che, benché uscita de’ suffragi dell’universale, non rappresentava che una parte sola, né la più grande ed eletta, della nazione. Laonde quando s’adunò nella sala degli antichi deputati, addobbata a festa, la città apparve più curiosa che curante di vedere que’ nuovi rappresentatori della democrazia; quasi nulla di buono dalle loro deliberazioni si aspettasse. Aggiungevasi a farli ancor meno pregiare il sapere che i migliori ricusavano di accettare, o protestavano deporsi: non per viltà, ma per vergogna di trovarsi in compagnia di sciocchi o scapestrati, quasi fossero in uno di que' cerchi popolareschi che la città scandolezzavano. Sopra ogni altro dava noia, che vi dovesse il romano Niccolini sedere: parendo ch’ei solo bastasse a oscurare l’onore di tutta l’assemblea. Pure, innanzi di rinunziare, cercarono di accontarsi in adunanze preparative per trovar modo di sventare i proponimenti degli uomini eccessivi, e segnatamente quello sì vagheggiato dello incorporamento colla romana republica. Nè, potendo vincere per numero, cercarono tirare a questo consiglio l’autorità degli stessi triunviri. I quali erano disposti a secondare le voglie dei. gridatori della congiunzione con Roma; il Montanelli, per folle opinione propria e accordo col Mazzini: il Mazzoni, per amore al nome di republica; il Guerrazzi, per paura di cadere in odio alla democrazia contraddicendola. Ma venne fatto ad alcuno di persuadere quest’ultimo, che alle ragioni si piegava, a usare ogni suo potere, affinché non si commettesse quest’ultimo errore, che, senza condurre all’intento, sarebbe stato favilla di guerra civile, e sorgente di maggiore calamità. Egli promise di sostenere, che indugiar si dovesse la deliberazione del congiungimento con Roma, e a questa promessa, per dir vero, non mancò; se non che fu veduto procedere con certa titubanza, o che non fosse mai ben chiaro se era meglio o peggio, o non avesse potenza sufficiente da tirar gli altri dal suo, o ridurli in silenzio. Così adunata l’assemblea sovrana, il Montanelli, a nome di tutti e tre, lesse lunga diceria; e dopo annoverato, scusato e lodato le cose fatte da loro prima e dopo la mutazione, propose, come supremo rimedio a tutti i mali, l’unione di Toscana con Roma in una sola republica; e forse a questa deliberazione sarebbesi venuto, se la nuova dei disastri della guerra, come dirò qui sotto, non avesse dato animo al Guerrazzi di frastornarla. Benché in Venezia fussero minori forniti di licenza, pure cagioni o pretesti a’ disordini publici non mancavano. Rinnovatosi il parlamento, cessata la dittatura dei tre, dovendosi provvedere a una nuova podestà per la esecuzione delle leggi, chi voleva che seguitasse a primeggiare il Manin, chi no. I più erano per lui, non solo perché lo stimavano da valere sopra ogni altro, ma ancora perché i suoi partigiani facilmente riuscivano a disporre gli animi del popolo in favore di chi sino allora aveva dato nome e opera alla mutazione: e, temendo non di meno di sorpresa, non si stavano dal vociferare che uomini del tutto indegni della confidenza pubblica si volevano eleggere: per lo che, adunatosi il parlamento il cinque marzo nel vecchio palazzo ducale, gran turba di soldati schiamazzatori vi si precipitò, minacciando a que’ rappresentatori, che si chiarivano o sospettavano avversari al Manin; e nacque tumulto, cui non valse a sedare la guardia de' cittadini; coprendo la colpevole ignavia, col pretesto che i tumultuanti esprimevano la volontà della nazione; e fu mestieri che lo stesso Manin, in grazia del quale schiamazzavano, venisse in mezzo a persuaderli, che di quella sedizione cessassero, e ai rappresentanti publici lasciassero piena libertà di suffragio. La turba quietò, acquistando il Manin sempre nuova potenza, come chi a posta sua le popolari tempeste sollevava e calmava. Fecela destramente valere il dì appresso nell'assemblea, innanzi alla quale venuto, così parlò. Io non ho mai avuto tanto dell’indulgenza vostra mestieri, onorevoli rappresentanti, quanto oggi, che devo parlare di cosa, sulla quale avrei volentieri mantenuto il silenzio. Ma tale essere la presente condizione del governo, da non potere più durare; conciossiaché allorquando la vostra assemblea, il dì 17 febraio, dichiarata cassa la dittatura, temporal balia di governare diè a’ tre che l’avevano esercitata, fece un provvedimento da non prolungare, che in sino che non vi foste ordinati con quelle leggi proprie dei parlamenti. Le quali ora fornite, e penduto conto altresì i rettori della diversa amministrazione, . affatto è cessata la ragione della loro momentanea potenza; che, solamente renduta tollerabile dalla necessità, riescirebbe debole e scema d’ogni autorità; cosa pericolosa sempre e in ogni luogo: maggiormente ora appo noi, con tanti pericoli dentro e fuori. Laonde vi scongiuro, cittadini rappresentanti, a non porre più tempo in mezzo alla creazione di reggimento nuovo, che abbia del publico quella fiducia che. non abbiamo noi, appena tollerati.

Con questi sproni, l’assemblea fece il partito per la forma del governo, e per le persone da tenerlo. Manin fosse capo della podestà esecutiva con titolo di presidente: nell’assemblea restasse la podestà legislativa, e quella altresì di deliberare intorno alla sorte della nazione: il presidente avesse pieni poteri per la interna ed esterna difesa; facoltà di aggiornare il parlamento, salvo a doverlo ragunare dentro quindici giorni, e dichiarare la ragione di averlo aggiornato: in fine potesse fare anco leggi per urgenza, da sottoporre alla approvanza dell’assemblea. Tornato Manin ballo della veneziana republica, subitamente costituì il reggimento in sei uffici: affari esterni, che prese a dirigere egli stesso: tesoreria e commercio, dove chiamò un Isacco Pesaro: Giustizia e amministrazione interna, che a un Giuseppe Gaiucci conferì: Culto, istruzione e beneficenza, dato all’abate Giuseppe de Gamin: Guerra e Marina, ne’ quali due ministeri restituì il Cavedalis e il Graziani: soli noti, sendo gli altri di nome oscurissimi.

Mentre dette cose dal Manin si travagliavano in palazzo, il general Pepe, che era l’altra potenza dimorante allora in Venezia, operava per conto proprio, scriveva lettere a questo e a quello: a Roma e in Toscana; ovunque gli paresse trovare secondatori de’ suoi pensieri. Avendogli Carlo Alberto spedito il general d’artiglieria Olivieri, insieme col deputato Correnti per conoscere lo stato delle forze venete, e conferire circa il modo di aiutare la comune guerra; prese quella occasione per isciorinargli disegni; in un de’ quali proponeva l’esercito piemontese fosse in due corpi spartito: componessesi il primo di sessantamila uomini, scegliendo il fiore: il secondo delle milizie che restassero, augumentate delle guardie cittadine mobili. Dovesse questo secondo corpo occupare Alessandria, Genova e le posture contigue alle Alpi, per impedire a' nemici ogni entrata in Piemonte; nel tempo che il primo corpo avanzerebbe nelle provincie veneziane, facendo Padova centro dei suoi movimenti, come in campo trinceato. E dove questo disegno paresse troppo arrisicato, metteva innanzi quest’altro; che nel veneto si formasse un esercito mescolato di veneziani, piemontesi, romani e toscani; non meno di trentamila uomini; oltre ’l presidio delle lagune; che dà lui stesso capitanate fingesse di attaccare il nemico, meglio per divertirlo che per combatterlo; intanto buon terzo se ne imbarcasse e andasse rapidamente ad occupar Trieste, Nola, Fiume, e altre cittadelle, per restarvi solamente il tempo necessario a mandare a Venezia i prigioni e gli arnesi da guerra, di cui si fosse impossessato: cercando nel medesimo tempo di promovere una sollevazione nell’Istria e nella Dalmazia, è appiccar corrispondenza fin coll’Ungheria. Quanto all’esercito sardo, dovesse questo, schifando l’errore della guerra precedente, cioè del distendersi troppo, tenersi raccolto il più che fosse possibile; e creare un valido campo nel Tirolo, da dove, mettendosi facilmente d’accordo colle venete milizie, minacciasse così il nemico da fargli perdere tutte le comunicazioni col capo dell’impero; e dove gli Austriaci per tenersi un varco dischiuso, si dilungassero da Verona, esporrebbonsi a, non più rientrarvi.

A noi qui non accade discorrere se questi disegni di guerra fossero buoni, e da riescire. Da alcuni furono giudicati sogni: e tali certamente apparvero a Carlo Alberto. Dopo venti giorni d’indugio, rispose al vecchio generale, ringraziandolo e lodandolo de’ suoi pensieri, e facendogli ben chiaro conoscere ch’ei non voleva nulla sapere di sue proposte. Cadde il fiato al Pepe, che aspettavasi per avventura il re sardo dovesse gettarsi nelle sue braccia, e riconoscerlo supremo consiglierò di tutta la guerresca impresa. È vero altresì, che da chi le fu preposto, non si potevano le cose condurre peggio. E nel tempo che il general napoletano, con sì poca fortuna cercava accordarsi militarmente col re di Piemonte, non si rimaneva di volgersi alla republica di Roma e alla mezza republica di Toscana: mandando in questi paesi, che mal bastavano a loro stessi, il colonnello Fabbrizi da Modena, con commessioni d’indurli a militari apparecchiamenti, più tosto secondo i suoi particolari divisamenti, che secondo quello generale di chi a diritto o a torto dirigeva la guerra: onde nell’eccitar vanamente altrui, consumava il tempo, che avrebbe con più vantaggio potuto impiegare a rendere maggiormente valida la difesa delle lagune. Ma in tutti era più voglia di dire che potere di fare; non che in Venezia non si facesse, ma ivi, come altrove, si diceva più che non si operasse., Ma dove dimoravano veramente i fati d’Italia, era il Piemonte. Caduto il Gioberti, tutta si parve la piccolezza del ministero sardo; non avendo più un nome che lo sollevasse, né una luce che lo guidasse. I rimasti non erano uomini da correre a voglia de’ parteggiatori delle toscane e romane novitadi; né aveano cuore di mettersi in opposizione con esso loro: e, come fa la gente di mezzano valore, stavano alla mercé degli eventi, che per certo non volgevano propizi all’Italia. Interrogati spezialmente in senato del governo che intendevano fare, rispondevano protestando, che in tutto avrebbero seguitato le massime tante volte dallo stesso Gioberti dichiarate. Onde molti non sapevano rendersi ragione della deposizione di lui e dello scandolo seguito; e gran maravigliare e mormorare se ne faceva pe’ cerchi e per le piazze; massime quando fu noto, che a succedergli nell’amministrazione delle cose esterne era stato nominato il senatore Colli; già commessario in Venezia nel brevissimo tempo, che quella città si tenne pel re, e conosciuto di opinioni rimesse anzi che no. Scrivendo egli a Gaeta al conte Martini, ambasciadore sardo; che dopo lo invito papale alle potenze trovavasi colà più impacciato e umiliato che mai; in cambio d’una risoluzione dignitosa, lo ammoniva di mantenersi nella più stretta neutralità, seguitando ad attestare al. santo padre affettuosa reverenza, come a principe cattolico si conveniva.

Era fra tanto nel torinese parlamento ricominciata grande impazienza per la rinnovazione della guerra; che ancor più forse delle costituenti, poteva far correre pericolo alla monarchia sarda, come a tutta Italia tornò funestissima. E co(1) rappresentanti piemontesi si univa a dimostrare la stessa impazienza la consulta lombarda, stanziata a Torino; che a nome del popolo, cui rappresentava, chiedeva pure il pronto ripigliare le armi. Né a ciò concorrevano meno da Venezia il Manin e il Pepe; i quali non avevano mai lasciato di tenere appiccate intelligenze co’ ministri torinesi; fra cui essendo un amico particolare dello stesso Manin, scriveva di continuo: l’esercito di Radetzky stremarsi ogni dì meglio; non avere più di ottanta mila uomini; non meno di dodici mila infermi: frequenti le fughe de’ soldati: in fine, dovendo il general tedesco guardare il largo assedio di Venezia, appena restargli quarantamila uomini da portare in campo. Tutte cose errate, da valere in quelle bellicose fantasie.

Ma sopra ogni altro appariva di pronta guerra spasimante lo stesso Carlo Alberto; spronato da generosa disperazione di finirla o con una vittoria segnalata o con un nome glorioso; onde a’ commessari andati a presentargli la risposta dell’assemblea de’ deputati, come pure agli oratori lombardi, disse: che l’esercito era fiorito e pronto; e non meno a lui che a’ suoi figliuoli tardava l’ora di tornare in campo per la liberazione d’Italia a’ gridi di guerra sollevati nel parlamento, s’aggiungevano quelli de’ cerchi e delle piazze; che spesso m tumultuazioni, anzi che in armigeri apparecchiamenti si convertivano; come intervenne a Genova; tratto il popolo a romoreggiare dai soliti accenditori di garbugli, per qualunque cagione: né giovò che il commessario Buffa facesse un bando per invitare i cittadini a scriversi per la guerra; conciossiaché i tumultuanti, che volevano schiamazzare, anzi che andare a combattere, principiarono a dire: essere uno scherno; abbisognar fatti e non parole; armi e non inviti; e simili clamori, rafforzati in quei giorni dagli stessi costituzionali: nonché fossero persuasi esser tempo quello di ricominciar la guerra, ma per travagliare l’odiato ministero democratico. Ecco (dicevano) ministri che ci annunziano inevitabile la guerra, tutto propizio alla vittoria, ogni apparecchiamento compito, e fra tanto gli eserciti stanno fermi. Né s’accorgevano di mettere con sì fatti punzecchiamenti quelli del governo, tempestati da una parte e dall’altra, in punto di fare quel che essi medesimi stimavano precipitato. Vero è che la prima causa di quella funesta necessità nasceva da ciò, che il mantenere la nazione in quel piè di guerra struggeva l'erario; e il toglierla, non si poteva; niuna conchiusione avendo sortito le pratiche di pace del congresso di Bruxelles; che quasi più di sé indicio non dava. La ragione dunque d’Italia era nuovamente ridotta a un nuovo esperimento di armi. Ma dal ricominciare la guerra, al precipitarla, era divario; contrastando allora sì le cose esterne e sì le interne. Rispetto alle prime, quantunque i mediatori di Francia e d’Inghilterra non potessero o non volessero procurare una pace alle due parti accettabile, pure di non rinnovare la guerra consigliavano; non so se indotti da amore o da odio, o forse da considerazione, che le novità republicane, avvenute nel cuor d’Italia, non dovessero, per cagion del papa, menare a qualche europeo sconvolgimento. Il nuovo presidente della republica francese, che iva disponendosi ad abbracciare la causa chericale e monarcale, aveva spedito a Carlo Alberto il general Pelet, oratore e consigliere di pacifici indugi; e poco di poi venne il signor Mercier, segretario di ambasceria, con la stessa commessione di ritenere il re sardo dal rompere la tregua. Possiamo dalle cose vedute argumentare, che, anco temporeggiando, nulla i rettori di Francia e d’Inghilterra avrebbero fatto per la libertà d’Italia: ma non avremmo porto loro il destro di scusare l’abbandono col rifiuto a’ loro consigli; e anzi che poscia tollerare lo insulto allo infortunio, avremmo potuto almeno raffacciare ad essi la ignominia del tradimento. Anco i mezzi di scolparci al cospetto d’Europa perdevamo. Internamente, i più di mal animo vedevano quel novello ritentare la fortuna delle armi; chi per abbattimento dopo gl’infortunii tollerati: chi per prudente giudizio, che le forze nostre, infievolite da civili discordie, non fossero da paragonare più con quelle dell’imperadore, per vittoria e concordia rinvigorite; e chi finalmente perché, sendo la guerra predicata e avacciata dalla' parte democratica, facevasi pregio sol per questo di reputarla dannevole.

Più ancora detta contrarietà appariva nell’esercito: e se la maggior parte de’ capi erano andati di male gambe alla prima guerra, di peggior voglia vi tornavano, dopo la sconfitta, e le accuse replicate e vituperose contr’essi lanciate ne’ giornali e ne’ parlamenti. I soldati aveano sempre in sugli occhi la crudele imagine della fame patita ne’ paesi, alla cui liberazione si erano levati: e rammentavano il piccolo soccorso, che i Lombardi, per superbia o gara o ignavia, porsero loro in una guerra principalmente in servigio di essi combattuta. Né potevano cancellare della mente quella orrenda notte, che insieme col re uscivano di Milano a suono di archibusate. Fu pure opinione, che tanto i partigiani della tirannide, quanto i fautori della republica, non si fussero restati di seminar zizzania, e di subornare gli animi della milizia; i primi, dicendo loro che i democratici gli spingevano a guerra con intendimento di abbattere la monarchia; e i secondi, sconfortandoli con sospetti di tradimento e di voglie occulte di tornare all’impero assoluto. Io non potrei dire quanto di queste malvagità, da molti vociferate e credute, fosse vero; ma è certo che non mai nella milizia piemontese la disciplina fu sì debile: giammai l’ordinamento non fu meno buono. Vecchi capitani non più osservati, era stato forza scambiare con capitani novelli, mal noti. Replicate ammonizioni bisognarono per indurre graduati a tornare sotto le insegne; le domande di licenza spesseggiarono con publico scandalo; vedevansi altresì soldati disertare le bandiere; e a ritenerli da sì brutta vergogna, dovette il ministro, preposto alla guerra, il dì stesso che fu rotta la tregua, ammonirli: che non si lasciassero sedurre da’ nemici della patria con artifizii e lusinge; né fuggendo di faccia ai nemici, volessero imbrattare l’onore delle armi piemontesi, per otto secoli mantenuto puro e glorioso.

Quanto all’ordinamento, l'esercito, rapidamente cresciuto di numero, contandosi cento trentacinque mila uomini, compresi diecimila lombardi e altri italiani, era peggiorato di qualità. Difettose già innanzi alla prima guerra le descrizioni della fanteria, che è nerbo principale degli eserciti, maggiormente furono di poi, per insufficienza di capi e sottocapi, e per nuovi e precipitati cambiamenti nella formazione delle legioni, coorti e compagnie. Le nuove cerne, raccolte in gran fretta, mancavano di esercizi militari, di uso alle fatiche, e di tenace disciplina. Come era vezzo o necessità tollerare allora le sbrigliatezze nel popolo, così ancora a’ soldati allentavasi il freno: e la ripugnanza a ubbidire scambiavasi talora col fervor cittadinesco; che ad alcuni di quei democratici ministri pareva bello. La cavalleria e l'artiglieria; Fona buona, ottima l'altra; non di meno seguitavano ad essere scarse. Il supremo consiglio de’ generali maggiori, era il medesimo; cioè composto di uomini non a bastanza atti a’ provvedimenti della guerra.

Essendo stato molto biasimato il disegno della prima guerra, e attribuito il cattivo successo a difetto di ottimo generale, Carlo Alberto, con esempio di grande virtù, rinunziò al comando supremo; offrendosi di combattere sotto gli altrui ordini, affinché non si dicesse più, che per colpa sua non si ottenesse la vittoria. E per avere un esperto capitano, fu scritto primieramente alla republica francese; la quale, avendo promesso, tergiversato, e finalmente ricusato, fu scelto il generale Chrzanowski, di nazione polacco. Era stato soldato di Napoleone; ebbe poscia il grado di colonnello; e nella patria guerra del 1831 contro a' Russi, fatto generale, per meritato onore; che gli diè fama cittadinesca: la quale, vivendo esule e privato in Francia, si conservò, scrivendo precetti di arte militare. Onde, accetto alla democrazia, che lo diceva soldato cittadino, fu designato al principe, che non lo rifiutò: senza guardare, che avrebbe sempre più mal disposti i generali piemontesi, mettendoli sotto comandante straniero, non di tal prova, da tenerlo da più di loro. Ottimo in teorica, e capace del miglior disegno d’una battaglia, se per inopinato accidente le ordinate cose si fossero scomposte, non da trovare subiti ed efficaci rimedii: avendo 1 animo per modestia e bontà assai rimesso, e più che a capitano non conveniva, privo di vigore e di risoluzione. Anche il corpo, misero e poco in vista balioso, non lo raccomandava molto all’osservanza de’ soldati, che spesso misurano i capi dall’apparenza. Da ultimo, nuovo in paese non suo, poco degli uomini e de’ luoghi esperto, ignaro della lingua e de’ costumi, era meglio fatto a giudicare i consigli della guerra che a reggere il comando. Ma l’avere i democratici fatto eleggere al principe il Chrzanovsky, non fu per avventura la maggior colpa. ché s’ei non era da molto più degli altri, certamente non era da manco: e di sua fede e probità nessuno poteva formar dubbio. Il vero danno procurarono, innalzando colle trombe de’ giornali e de’ cerchi la fama del Ramorino, e quasi imponendolo al re, perché fra’ suoi generali lo accettasse. Questo Ramorino aveva anch’esso militato con onore nella guerra de’ polacchi contro a’ russi; e, gittatosi a parte del Mazzini, capitanò la sciagurata spedizione di Savoia del 1833; dopo la quale vivendo in esilio, quasi sdimenticato, sopravvennero gli sconvolgimenti del 1848 a toglierlo dell’abbiezione, in che i suoi vizi e dissolutezze l’aveano condotto. Uomo più da ardimenti arrischiati che da militari prodezze, e da postergare all’amor di parte, ogni più sacro dovere. Tristo nome ei suona in queste istorie, come fra poco dirò. Adunque, fanteria non buona; artiglieria poca; cavalleria mancante; capi o inetti o sfiduciati o mal volenti, e qualcuno traditore; abbondanzieri di guerra mal sortiti: de’ cento trentacinque mila uomini, che componevano l’esercito piemontese, appena novanta mila potevano dirsi soldati; il resto bruzzaglia da far rumore nelle cerchia delle città.

Quali aiuti dagli altri stati d’Italia fosse da sperare per quella guerra di comune libertà, può bene dalle cose fin qui descritte argomentarsi. Il reame di Napoli, quasi tornato sotto assoluta signoria, non che spedir gente per sostenerla, ogni provvisione anzi facea per mandarla male. L’assemblea de’ deputati in quella sua agonia, avea diverse volte dichiarato al ministero, che sarebbesi con esso lui pacificato, e del passato fatto monte, se al soccorso della guerra italiana mandasse un esercito. Ma né il re voleva, né i ministri aveano cuore e potere di vincerlo; oltreché tutti partecipavano di quella napoletana noncuranza per ciò che, bene o male, seguisse fuori del regno, quasi italiani non fossero; o perché le piaghe proprie paressero loro troppo gran cosa, da non potersi di quelle degli altri brigare. I Toscani, che sì poco e tardamente aiutarono la prima guerra, nessun benefizio potevano fare alla seconda: perciocché il piccolo esercito, formato in nome del principe, dopo la costui fuga erasi sperperato; e i continui e minacciosi sperimenti di rimutazione obbligavano que’ rettori temporanei a usare le poche forze rimaste, per sostegno proprio, mancando tempo e autorità di creare milizia novella.

In miglior condizione, rispetto a milizia, trovavasi certamente lo stato romano: tuttavia lontano dal poter recare valido soccorso alla guerra italiana. In altro luogo fu detto cliente era l'esercito pontificio innanzi allo scoppio della prima guerra: dopo la capitolazione di Vicenza si poteva forse dei diversi corpi farne uno più regolare e disciplinato, e tenerlo apparecchiato caso che di nuovo la guerra si raccendesse. Invece furono sciolti; e sol tenute sott’arme poche milizie assoldate e d’ogni disciplina insofferenti: salvandosi a fatica la legion romana, per le cure del suo comandante 'Bartolommeo Galletti; mentre il ministro sopra la guerra Campello, in pochi dì ebbe sottoscritto più di secento licenze. Niente egli pratico degli ordinamenti militari, salito al governo quando le maggiori difficoltà si frapponevano alla formazione d’un esercito regolare, avviluppavasi in vari divisamenti; né potendo ravvivare la legge delle descrizioni per obbligo, verso la quale erano avversissime le popolazioni, nuovamente ricorse alla meno efficace, delle descrizioni volontarie. In principio i ritornati dal veneto corsero a scriversi, colla speranza e pretesa di conservare i gradi acquistati. Ma, partito o fatto partire per Ferrara, e avendo assunto temporalmente l’ufficio di ministro Alessandro Calandrelli, che per lo suo merito segnalato era giunto al grado di colonnello, si adoperò con vera scienza al miglioramento dell’esercito, per quanto glie ne consentivano la scarsità de’ mezzi, e l’abbondanza delle difficoltà d’ogni maniera. La parte, che si riferisce all’artiglieria, sì importante agli eserciti, occupollo sopra ogni altra, e di due sole batterie, ne furono costrutte in fino a cinque; quattro da campi, e due da espugnazione, con servizio di circa tremila uomini. La cavalleria si riformò di due reggimenti di due e più mila uomini. Di fanti, allorché fossero compite le descrizioni, si avea più di trentamila, compresovi alcune legioni di volontari cittadini delio stato e fuori, e quella di sopra a mille uomini retti dal Garibaldi, e composta d’italiani d’ogni paese, venuti raccozzando e riducendo a militar disciplina dal prode condottiero, che solo avea petto di tenere in freno quell’accozzaglia d’uomini sperduti e arditissimi. Se il tesoro non era esausto, poteva ottenersi, che gli svizzeri stanzianti a Bologna, tutti o gran parte tornassero, ad assoldarsi per la republica. Né il preside Berti Pichat mancava di farne istanza a Roma, dopo che, essendosi tolto dal comando il generale Latour, fu egli nominato comandante. Ma i rettori, non potendo né soddisfarli, né licenziarli, dovettero tollerarli nello stato come gente senza alcuna bandiera. Tuttavia quanti erano soldati vecchi e nuovi, obligati e volontari, sparsi qua e là, senza buoni ordini, corrispondenti armi ed esercizii, si cercò di raccozzarli per modo, che avessero sembiante di regolare milizia, né mancassero di disciplina: della quale il Calandrelli era tenacissimo. Avvegnaché fra milizia regolare e avventicela, non passassero il numero di diciotto mila uomini (minore assai a quello scritto) pure, avendo riguardo alla scarsità del danaro e del tempo, non era poca cosa. Né lo stato romano ebbe mai milizia più numerosa, meglio vestita, meglio armata, e negli esercizii di guerra addestrata: onde parve livore del Mazzini verso il Calandrelli l’avere in parlamento lamentato che alla riordinazione della milizia non provvedessesi quanto e come era mestieri, e proposto un consiglio di cinque, tratti dall’assemblea, con commessione di agevolare e accelerare i guerreschi provvedimenti. Però era vero, che lo esercito romano riusciva scarso e nuovo per istare a fronte co’ meglio ordinati e poderosi; oltreché la romana republica aveva da apparecchiarsi a sostener sola ben altra guerra di quella che Carlo Alberto rappiccava cogli Austriaci. Non era per tanto da fare in lei grande assegnamento per soccorsi alla comune guerra di Lombardia.

Resta che diciamo del sostegno sperabile da’ Veneziani. Le cui forze terrestri, avendo a’ primi di marzo la republica romana richiamato i novecento della coorte dell’untone, riducevansi a sedicimila uomini circa. Il quale esercito seguitavano a rendere meno balioso le infermità de’ soldati per maligna influenza d’aria, e la indisciplinata inettezza de’ capi, continuamente stimolati dall’agonia de’ gradi; che si conferivano, inconsapevole il comandante supremo: e ancor di ciò dovette far querela col Manin; che, dopo fatto il male, ordinò che niuno della milizia potesse avanzare se non per giudizio del general Pepe. Più ancora debole dell’esercito era l’armata. Dovea comporsi d’una fregata, di quattro corvette, di sei bricchi, tre galee e tre battelli a vapore. La fregata e le tre galee non furono mai allestite, e accrebbero più tardi l’armata austriaca; e di due battelli a vapore rimase solo un ammasso di legname e di metallo, trovati a Chioggia.

Avendo detto di tutte le forze italiane, è da dar contezza dello esercito imperiale; mantenutosi dopo la tregua, quasi il medesimo di pria, circa l’ordinamento e il numero, con più il vigore della vittoria. Agli annunzi de’ nuovi rivolgimenti di Vienna, e della scoppiata rivoluzione di Ungheria, era apparso qualche indizio di sedizione; ed alcuni di nascita ungheri o italiani, avevano abbandonato l’insegne. Il che in quel tempo, sì dato a esagerare il bene e il male, aveva servito a far sempre più uscir di senno la parte democratica ne’ desiderii di ricominciare la guerra; e a udirli pareva già l’esercito austriaco disciolto per ribellione. Ma Radetzky potè colla severa disciplina e col prestigio delle vittorie, spegnere subito questi mali germi, e mantenerlo in fede. Contava circa cento mila uomini, de’ quali più di novanta mila erano pronti a battaglia. Le artiglierie non valevano per qualità e uso quanto le piemontesi, ma erano in assai maggior numero, e da corrispondere tre cannoni per ogni mille uomini. Anco la cavalleria non vantaggiava per bontà la nostra, ma, essendo quasi tutta leggiera, riesciva più acconcia a’ luoghi. Prevalevano poi grandemente nella fanteria, composta d’uomini grandi, gagliardi, non meno di cinque anni stati sotto le insegne, e con capi esperti e di natura ferma. Ancora gli approvvigionamenti erano meglio regolati, massime dopo alcune riforme fatte nel tempo della sospensione delle armi. Onde, bilanciato tutto, l’esercito austriaco trova vasi in assai miglior ordine del piemontese; da riconoscere, che l’uno da una vittoria, l'altro da una sconfitta usciva. Anco le cose interne dell’impero volgevano propizie agli Austriaci, essendo successo d’infrenare la democrazia nella città principale, e in quasi tutta Alemagna. E se la Ungheria sollevata era, e in piena guerra, sapevano che ad ogni estremo stavano pronti i Russi a soccorrerli.

Non potevamo adunque scegliere momento peggiore a rom’pere la tregua. Avverso o indifferente il maggior numero della nazione: esausto l’erario, mal ordinato e sfiduciato l’esercito; le potenze, reputate amiche, disapprovanti; nessuno o piccolo soccorso sperabile dal resto d’Italia. Dovea bene parere grande errore, anzi incomportabile mattezza, che i soli Piemontesi ripigliassero le armi per cacciare gli stranieri da un estremo della penisola, mentre il capo della Chiesa cattolica li avea chiamati ad occuparne il cuore; sostenuti da’ Napoletani, che lo stato italiano più poderoso componevano, e secondati dalle stesse potenze, che di amare l’Italia pur facevano vista. ché se bene l’ambasciador di Francia appresso il pontefice adoperasse per pacificarlo co’ suoi popoli, e i rettori di quella republica protestassero contro l’intervenimento degli Austriaci, pure quando si fosse venuto a questo, come in effetto si venne, di sostenere o di lasciar perire il papato, essi, democratici, o monarchici, governante Buonaparte o altri, sarebbonsi al primo partito appigliati.

Era per tanto da attendere che le cose dell’Italia dimezzo si diffinissero meglio, avanti di rinnovar la guerra; perciocché o si fosse retta la parte republicana (caso men probabile) e conveniva dar tempo agli stati nuovi di consolidarsi e mettersi in condizione di validamente aiutare la cacciata dello straniero; o il principato abbattuto si fosse ristorato, ed era pure da attendere se limitato dalle costituzioni ovvero assoluto tornava; se con armi straniere o italiane, se disposto a collegarsi co’ Piemontesi o nò; se in fine com’era avanti, o con migliorate o peggiorate condizioni. E forse, rimanendo sospesa la risoluzione della guerra italiana, né gli Austriaci rinvigoriti dell’ultima e decisiva vittoria, non era improbabile la ristorazione del papato e del granducato condurre in termini diversi: sapendosi e potendosi credere, che in corte di Gaeta non era per ancora stabilito cassare le concessioni; anzi il cardinale Antonelli seguitava sempre a protestare con tutti, che sarebbero mantenute. Anco Ferdinando di Napoli, non ostante i progressi fatti nella via del regnare assoluto, non pensava di togliere ogni specie di libertà; e dicevasi che apparecchiasse un modificameato dello statuto, mediante nuova legge di comizi; da fondare ne’ municipali consigli. Ad ogni modo quel che si fece di poi, non sarebbesi allora osato: e la totale rovina d’Italia potevasi per avventura impedire.

Ma Carlo Alberto, abbandonatosi ornai al fato della guerra, che era il fato d’Italia, piuttosto si lasciava trasportare dai precipitosi che ritenere da’ prudenti; guardando meglio a salvare la fama che la corona. E dove pure nell’animo dei ministri fosse stato alcuno istinto di prudenza publica, lo spegnevano i gridatori de’ parlamenti e de’ cerchi; e appariva, che se col Gioberti capo, furono sottoposti al potere di quelli che gli avevano messi in alto, vie piò, mancato lui, nella costoro balla si trovarono. Il solo Colli, che avea bene tutte le difficoltà sopraddette ponderato, s’opponeva al subito rinnovamento della guerra: e fu costretto anch’egli a ritirarsi, dando appicco a mormorazioni e scandoli nuovi; conciossiaché, essendo in quel medesimo tempo spedito in Toscana e a Roma il deputato Lorenzo Valerio per domandare soccorso d’armati alla imminente guerra; e rappresentando questi in Piemonte la parte più estrema della democrazia, eccoti sospetti e voci maligne, ch’ei era stato inviato per osservanza a que’ governi, e per intendersi con quegli uomini a fine di far sorgere anco in Piemonte la republica; onde il Colli, com’uomo d’onore e fedele alla monarchia, avea voluto licenza. Al Colli fu surrogato il consigliere de Ferrari, che quantunque uomo da toga e non da spada, pure di accomodarsi a quella improntitudine guerresca era disposto.

E poiché ornai in consiglio di ministri statuito era di rompere la guerra, avessero almeno procacciato di fornire innanzi i provvedimenti, che più necessarii si reputavano. Non dirò che, mandato in Toscana e in Roma il Valerio, era pure da aspettare di conoscere quali e quanti aiuti davano, o promettevano, o rifiutavano quegli stati. Onde lo invito parve più fatto per ceremonia, che per verace desiderio di averli compagni o aiutatori. Ancora più grave fallo, e più sostanziale fu di non avvertire anticipatamente delle risoluzioni di guerra la republica di Venezia, non solo perché, disponesse in modo le sue forze da secondare i generali movimenti dell’esercito piemontese, ma ancora perché, non avendo obblighi di tregua, avrebbe potuto nel medesimo tempo, con molto profitto, attaccare le genti, che la campeggiavano, e obbligare Radetzky a indebolirsi al di qua dell’Adige.

Ma l’assicurarsi che l’erario sopperisse alle cotidiane spese della guerra, avrebbe dovuto parere, non prudenza, ma necessità. Giammai la piemontese tesoreria non era stata sì esausta, come a que’ giorni. In tre mesi il ministero democratico non aveva saputo o potuto trovare alcun modo per ristorarla, illudendosi sempre colla speranza di una prestanza vantaggiosa da qualche mercatante forestiero. Quattro giorni avanti che si doveva rompere la tregua, il Ricci, ministro per le cose interne, venne in parlamento a chiedere facoltà di fare con mercatanti di fuori un debito di cinquanta milioni di franchi; e dove ciò non riescisse ordinare, un prestito obligatorio fra’ cittadini, cavandolo dalle tesorerie provinciali. Ma fallita subito la prima speranza, per l’altro provvedimento abbisognava tempo. Né parrà credibile, com’era scandaloso, che mentre l’araldo di guerra si mandava a Radetzky, i ministri a Torino si mostravano forte sgomenti e confusi a raccogliere un po’di danaro, e impedire che l’esercito non dovesse un’altra volta morir di fame. a’ creditori dello stato si sospendevano i pagamenti, ai contribuenti dell’imprestilo si negavano gl’interessi, e alle casse degli ospitali e luoghi pii si andava limosinando per provvedere giorno per giorno. Trovo che il grosso delle artiglierie, fermato in Asti, ricevesse a stento il necessario per raggiungere l’esercito; e se la guerra non si fosse sì rapidamente risoluta, forse avremmo veduto il doloroso spettacolo di non poterla continuare per difetto di danaro. Similmente promulgata la legge, che una parte della guardia cittadina si rendesse mobile, bisognava aspettare che si ordinasse: affinché in caso di rotta, potesse riescire buona guardiana de’ confini.

La improvvedenza publica apparve fino nel modo di notificare il ricominciamento della guerra; essendo l’annunzio giunto a Radetzky un giorno prima che a Chrzanovsky, dimorante al generale alloggiamento di Alessandria. Sarebbe infamia incaricare i ministri, quasi volessero favoreggiare il nemico; ma in quella precipitazione di cose, non poterono bene accertarsi, che i messaggi andassero con eguale celerità; e pare che l’avviso a Chrzanovsky fosse stato per via trattenuto per fraudo o negligenza; onde, venuti i rovesci, e cominciate le accuse, né alcuno, come suole, volendo la colpa, furono pubblicate dichiarazioni e protestazioni da una parte e dall’altra. J ministri assicuravano sulla lor fede, che il messaggio a Chrzanovsky era stato mandato in tempo; questi rispondeva non averlo avuto che cinque giorni dopo la risoluzione; e doleasi, che ciò gli aveva tolto di potere antivenire il nemico ne’ movimenti guerreschi, anzi che essere da lui antivenuto; essendo che nelle guerre il tempo anco di poche ore, è supremo calcolo di fortuna o disgrazia. Fu pure detto che Radetzky potè apparecchiarsi a movimenti arditi, avendo ancor prima che arrivasse il messo di guerra, saputa la deliberazione de’ rettori piemontesi; il che mostrerebbe come in Piemonte, e forse nell’esercito stesso, avevano gli Austriaci, partigiani e rapportatori. Certamente a tutto mancava tempo e consiglio; né mai al mondo si fece guerra più precipitata di quella; e come l’averla perduta fu secondo l’ordine naturale, così vincendola, avremmo dovuto attribuirlo a miracolo di fortuna; e se altra colpa la democrazia di quell’anno non avesse, basterebbe ciò per acquistarle onta perpetua in queste istorie, che sinceramente non servono ad alcuna parte; senza che valgano a scusarla le ragioni allegate da’ rettori in un manifesto, che indirizzarono alle nazioni di Europa: conciossiaché la giustizia della causa, le violazioni de’ patti duella tregua, il nessun frutto che dalle pratiche di mediazione si coglieva, non avevano alcun peso di contro alla impossibilità di rinnovare la guerra con un esercito mal ordinato e ritroso; con un erario affatto esausto; col resto d’Italia sconvolta; co’ potentati d’Europa contrari. E ben sentivano i reggitori sardi, ch’ei mettevano ad effetto una risoluzione, a cui il paese repugnava, avendo mestieri di provvedimenti d’interno rigore. Chiesero al parlamento facoltà straordinarie d’inquisire, carcerare, sciogliere adunanze, far tacere gli scrittori de’ giornali, cacciare i non nativi del Piemonte, impedire che notizie di guerra si divulgassero. Il restringere la libertà interna ne’ casi di guerra esterna, era documento di sapienza antica; ma per noi, usi a far tutto lingueggiando, indicava prepotenza o debolezza nel governo. Lev ossi tosto mormorio d’ogni parte; e primi a mormorare erano i costituzionali moderati, che dicevano: avere il democratica ministero con democratica ipocrisia pubblicato una legge, che sospende la libertà della parola e della persona, e toglie i diritti dell’assembrarsi e dell’ospitare: essere insulto alla nazione supporre ch’ella non voglia usare prudenza e temperanza, mentre in campo si decide la sua sorte, e di tutta Italia. Così parlavano allora quelli che per altre cagioni meno gravi, avevano pure dato esempio di domandare e commendare provvedimenti di eccezione.

Fra tanto prima che colle armi, cominciò la battaglia colle parole. In questi termini i Piemontesi annunziano a Radetzky, la rotta tregua: Quantunque la comunicazione di tregua stipulata in Milano fra gli eserciti sardo ed austriaco il 9 agosto 1848 non sia stata mai ratificata dalle podestà costituite negli stati di S. M. Carlo Alberto, né abbia mai avuto altra qualità che di mero atto militare e transitorio, pure tutte le condizioni di essa poste all’esercito sardo furono fedelmente ed esuberantemente adempiute. D’altra parte i comandanti austriaci hanno violato e tuttavia persistono a violare que’ patti, avendo negato di restituire la metà degli arnesi di guerra che erano in Peschiera, occupato soldatescamente i ducati, stretta d’assedio Venezia, commesso spogli e crudeltà atrocissime nelle città. Né fecero alcuno effetto le molte istanze e querele del re per queste violazioni; anzi fu risposto che così era comandato dalla corte di Vienna. La quale non mostrò meno il suo mal talento nel render vane le sollecitudini delle potenze mediatrici: prima indugiando di accettare loro uffici; poi mettendo difficoltà sul luogo da assembrarsi gli oratori; in oltre annunziando che tutto doveva essere composto conformemente a’ trattati del 1845: finalmente col non essersi mai presentato a Bruxelles il suo rappresentante, dove inutilmente erano convenuti i legati di Francia, Inghilterra e Sardegna. Onde il re di Piemonte, protestandosi non obbligato a riconoscere la convenzione del 9 agosto, o di quella per ogni ragione prosciolto, pure per soprabbondanza di onore, annunziare la cessazione della tregua.

Se in queste parole era superbia, il maresciallo Radetzky, che si sentiva vincitore, e forse credeva che Carlo Alberto sarebbesi indotto ad accettar le pace a qualunque patto, anzi che ripigliar le armi in quel momento, andò più oltre in baldanza; e v’aggiunse oltraggi. Comunicato a’ soldati l’annunzio di guerra, e accoltolo con grida di allegrezza, così loro favellò: I vostri più caldi voti sono compiuti: il neinico ci rompe di nuovo la guerra, quasi stendendo un' altra volta la mano sulla corona d’Italia: ma è bene ch’ei torni a provare il vàlor vostro, la vostra fede, il vostro amore all’imperadore. Allorché usciste delle porte di Verona, e correndo di vittoria in vittoria lo rincacciaste entro i suoi confini, gli concedeste generosi una tregua, perché potesse proporre condizioni di pace; in cambio s’arma a nuova guerra. Ancor noi siamo armati, e la pace che da magnanimi gli offrimmo, conseguiremo di forza dentro Torino. Breve, o soldati, sarà la lotta. Gli è quel medesimo che vinceste a S. Lucia, a Somma Campagna, a Custoza, a Volta, e dinanzi dalle porte di Milano. Dio è con noi, per la giusta causa che difendiamo. Ancora per una volta, o soldati, seguite il vostro duce canuto, che insieme v’invita alla pugna, e alla vittoria. Io sarò testimone delle valorose vostre gesta; e sarà l’ultimo lieto atto della mia lunga vita di soldato quando nella sede di un disleale nemico potrò ornare il petto de’ miei prodi commilitoni del segno del loro valore, acquistato col sangue e colla gloria. Avanti, dunque, o soldati. Torino sia la nostra meta; qui troveremo la pace, per la quale combattiamo.

Fra tanto il re, eleggendo di nuovo il suo cugino principe di Carignano per rappresentarlo nella sua assenza col grado di luogotenente, e confidando alla milizia civile la sua famiglia e la sicurezza publica, in compagnia de’ figliuoli trasferivasi in Alessandria, non volendo né pur questa volta sottrarsi a’ pericoli delle battaglie. La quale deliberazione se può essere non approvata secondo le militari ragioni, tornando anzi nocevole che utile nelle guerre la presenza d’un re che non ha comando; è da reputarla atto magnanimo, dove si consideri che da sottoposto marciava; forse dubitando che l’esercito non fosse così acceso e ben disposto a’ nuovi combattimenti, e volesse colla presenza e coll’esempio inanimirlo. Ma dal lato de’ popoli, tutto in questa seconda guerra, come fuor di tempo, procedeva con freddezza: mancarono fino le parole di fervor popolare e gli agurii di felicità, che abbondarono nella prima. Allora lo avanzarsi delle milizie sarde era preceduto o accompagnato dal sollevarsi delle città lombarde e venete, e dalla fuga degli occupatori; d’ogni parte d’Italia accorrevano genti; banditori sacri e profani eccitavano le moltitudini: dicevasi, quelle armi benedette dal sommo pontefice; pareva che i principi fossero collegati co’ popoli per liberare l'Italia. Era più apparenza che realtà, ma anco l’apparenza era bella, e approdava. Ora avvilimento, indifferenza, contrarietà, e quasi desiderio, orrendo a dire, che la vittoria fosse del nemico. Tanto avevano potuto la civil discordia, la fraude tirannesca, le improntitudini popolari, e forse quel genio nostro di stancarci d’ogni impresa innanzi di averla compiuta. Ma dirò particolarmente. Della Lombardia e de’ ducati, quanti erano stati fautori di libertà più o meno larga, si trovavano o in Venezia o in Piemonte o in Toscana, o nello stato romano, secondo che per la republica o pel principato costituzionale parteggiavano; e la gente rimasta, massime nelle campagne, se con poco ardore avea favoreggiato la prima guerra, ancora minor disposizione mostrò di favoreggiare la seconda; e l’aver provato di nuovo la oppressura tedesca, e sentito gli effetti crudeli del militare governo, anzi che irritamento e stimolo a rivoluzione, aveva causato maggior prostrazione: come interviene a’ popoli ammorbiditi, che nelle prosperità trascorrono in baldanza, per quindi con pari estremità abbandonarsi ne’ casi avversi; oltre che le taglie, le confische, gli spogli e altre crudeltà andavano principalmente addosso a’ fuorusciti, e la parte più agiata della provincia offendevano; le moltitudini poco o nulla ne risentivano. Né era da sperare che si sollevassero per amore di quelle che gl’innovatori chiamavano indipendenza e nazionalità italiana: perché queste due idee il volgo accoglieva come suoni vuoti di senso: e a fare che ancor meno le intendesse, non poco serviva la divisione delle opinioni in quelli che le predicavano; ché il sentir contendere chi di confederazioni, chi di costituenti, chi di monarchia costituzionale, chi di republica, chi d’un’Italia sola, chi di più Italie, era causa che a nessuna di queste cose il minuto popolo si affezionasse.

Pure alcuna commozione di animi al nuovo annunzio di guerra si vide specialmente a Bergamo e a Brescia, città più vive, e dalle cui popolazioni si poteva sperare qualche movimento. I rettori piemontesi fecero un bando per una descrizione in massa di soldati da’ 18 a’ 40 anni nella Lombardia e nei ducati; ma non si potè cominciare ad eseguire che dopo lo sgombramene degli Austriaci. I cui bandi minacciosi d’altra parte riescirono più efficaci a ritenere le popolazioni dal soccorrere a quella guerra. Radetzky prima di lasciare la città di Milano minacciò con editto publico finale distruzione, se contro lui e le sue genti si sollevasse; e con altro editto del general Wimpfen era creato una guardia che avesse ufficio di mantenere la interna quiete. Un editto ferocissimo nel medesimo tempo mandò il maresciallo Thurn, governatore militare a Piacenza: e quella città sottopose alle più dure condizioni di guerra; minacciando ferro, fuoco, e sacco dove i suoi ordini non fossero obbediti. Partite per il campo le milizie austriache, il municipio assumeva il governo temporalmente, e poco dopo rimasta libera la città, tornava a dichiararsi soggetta a Carlo Alberto, mercé della passata legge di congiunzione. Il duca di Modena, dopo avere pochi giorni avanti imposto un prestito forzato di due milioni di lire, udita la rotta tregua, improvvisamente si fuggiva o ritiravasi in Brescello, lasciando un editto non feroce né superbo; solo aggirandosi che la giusta causa, cioè quella degli austriaci, avesse trionfato, ed egli potesse tornar signore. Fu mandato subito il senator Plezza a reggere i ducati a nome del re con pieni poteri.

Quel che facessero i Veneziani, vuoisi particolarmente conoscere. Vi ve vasi in quella città in grande e ansiosa incertezza circa il giorno che la guerra sarebbesi in Lombardia rappiccata, quando il 14 marzo giunse avviso che il 20 era il termine della tregua; e subitamente Manin ragunava il parlamento, e lo richiedeva a vincere questa legge; che primieramente esso dovesse aggiornarsi per lo spazio di quindici giorni; in secondo luogo tutti gli ufficiali militari di terra e di mare dovessero senza metter tempo in mezzo condursi a loro posti, aspettando gli ordini che sarebbero loro mandati; e finalmente la guardia cittadina dovesse tenersi pronta a sussidiare i movimenti delle altre milizie. L’assemblea approvò, e si sciolse col grido unanime di viva la guerra; ripetuto altresì con grande letizia dal popolo, che non sapeva quel che applaudiva, ma si lasciava inebriare da’ discorsi infocati del Manin; che, arringando, rammentavagli il 22 marzo, esortavalo a prepararsi a grandi cose, a confermare con novelli meriti verso la comune madre Italia l’acquistata fama; e poneva termine alla diceria col motto di viva la guerra: che divenne sì familiare, che nelle piazze, case, teatri, e per tutto l’estuario non s’udiva altro. E a vie più infiammare, si fece divulgare un bando venuto di Ferrara, che i popoli alle armi e allo esterminio dei tedeschi eccitava con parole di fuoco. Colle quali pure si congiungevano alcuni buoni apparecchiamenti militari; conciossiaché il general Pepe, se bene rimasto senza informazioni e domande di soccorsi dalla parte de’ Piemontesi, pure deliberò, spartite in quattro brigate tutte le sue milizie, di raccoglierle in gran fretta a Chioggia e Marghera, con intendimento assai lodevole di recar sostegno verso Rovigo a una legione romana, di ottomila trecento fanti, secento cavalli e sedici cannoni, condotta dal napoletano Mezzacapo, proveniente di Bologna per forzare il passo sul basso Po; e così con forze aumentate guerreggiare a qualche distanza da Venezia, ributtare il nemico fin presso l’Adige, e sostenere una sollevazione di popoli, che dicevasi apparecchiata nelle provincie venete; onde se i piemontesi fossero entrati subito in Lombardia, conforme doveano, e non fecero, gli Austriaci, come nell’anno precedente, sarebbonsi trovati fra il Mincio e l’Adige rinserrati. Non si potrebbe dire con quanta festa il popolo di Venezia vide partire il vecchio generale per Chioggia: affollato lo seguitò fino alla riva, mentre, attraversando la piazza di S. Marco, iva ad imbarcarsi; e come se già fosse nella impresa riuscito, salutavamo padre della patria. E certo d’uomo generosamente infervorato a dar gli ultimi suoi anni per la difesa della italiana libertà, meritava nome e commendazione splendidissima; e se pari al cuore avesse avuto lo ingegno, egli era ben da riescire il vero eroe della nostra rivoluzione, e il vero salvatore della nostra patria.

Ora diciamo degli effetti, che negli altri stati produsse la nuova del vicino ripigliare le armi. Era giunto in Firenze il deputato Valerio, inviato, come dicemmo da’ rettori piemontesi, per chiedere soccorso militare; da prima trovò mal disposti que’ reggitori; avendo il general La Marmora fatto dalle genti piemontesi attraversare, senza permesso, paesi appartenenti ai Toscani, come se quello fosse stato tempo da mostrar superbia o sospetto verso la sola potenza, in cui alla libertà d’Italia fosse ancora un resto di speranza. Ma il Valerio, rendutosi facilmente accetto, per la conformità delle opinioni, potè calmare i mal concetti risentimenti, e farsi promettere che avrebbero colle armi concorso alla guerra: se bene facessero promesse, che non potevano in alcun modo attenere. Pure di parole e mostre di armamenti non mancarono. La tregua è rotta (notificarono per bando): il duca di Modena fuggito; la valle del Po rintrona del cannone italiano. Sangue di fratelli si versa forse a quest’ora per la salute della patria. I Piemontesi scendono a vendetta d’Italia, né ci hanno detto: accompagnateci, ma sì bene seguiteci. Oh viva il Piemonte! Quando non movesse l’onore, lo interesse dovrebbe chiamare ogni figliuolo d’Italia a correre il medesimo arringo. Invano uomini, che agguaglierebbero ogni infamia, se non superassero qualunque stupidezza, hanno inteso dividerci. Piemontesi, Romani, Veneziani e Toscani, stretti adesso con vincoli di leale e non sospettosa fratellanza, attendono concordi alla comune difesa. I tempi corrono gravi: avendo di contro nemico gagliardo: che fu una volta mal vezzo torre a dileggio. Ma i nemici non voglionsi beffare, sì abborrire e disperdere. Però tregua a’ vaniloqui, via da noi i sussurroni irrequieti, e gli scandalosi speculatori di libertà. Sia punizione e infamia a cui ricusa soccorrere in questo estremo la patria; che di contenere traditori, o tepidi amadori, né pure supporre osiamo.

Ma a’ detti magnanimi, non seguitavano magnanimi fatti. E se la voce fioca, peritosa e incerta de’ ministri del principe, non fece nella prima guerra levar molti, assai meno in questa seconda ne fece correre quella, benché magnifica, de’ rettori democratici. Fu decretato il prestito per forza, presso a poco colle stesse condizioni e proporzioni dello stanziato in Roma; e per giustificare l’odioso provvedimento, attribuirono a’ passati governi la estrema e irreparabile miseria dei l’erario; mancando per altro ad essi la potenza prima che a riscuoterlo cominciassero. v’ebbe per armamento di gente, alcune rade e scarse offerte di somme; né da paragonare con quelle dell’altra volta. Il gonfaloniere fece un invito a’ cittadini, rammentando e amplificando il concorso dell’anno antecedente; ma pochi e svogliati obbedivano. Quasi fino mancavano le parole, di cui la prima volta fu sì grande sfoggio: e quel grido di fuori i barbari, più quasi non pronunziavasi, o pronunziavasi sommessamente, per pudore, o perché quelli che l’altra volta l’avevano principalmente sollevato, erano qua e là dispersi o ecclissati; parecchi de’ quali appartenendo alla parte de’ costituzionali, meglio che eccitare la guerra contro il Tedesco, la eccitavano, o almeno facevano che altri la eccitasse, contro il reggimento democratico.

Un sollevamento assai grave scoppiò in que’ dì nel distretto di Arezzo. In alcune terre, a istanza d’un prete, furono tumultuando abbattuti i segni della mutazione, e le granducali imprese rialzate. Preso il prete, turbe di villani armati corsero a liberarlo, e la sollevazione facevasi maggiore, da convertirsi in fiamma di guerra civile. Onde parve spedire di Firenze il ministro di giustizia Leonardo Romanelli; il quale, aretino essendo, e conosciuto nel luogo, e avuto in riverenza d’uomo onesto, stimarono che potesse meglio d’ogni altro fare la commessione. Gli diedero facoltà straordinaria di spegnere la sedizione, e gastigare con giudizio militare i rei. Ma egli, partito con una squadra di militi livornesi, mostrò anzi il rigore di quello che l’adoperasse; e riesci cogli esortamenti a ricondurre a poco a poco nella calma i sollevati, e tenere in freno gli stigatori, che sotto pretesto d’amore al principe mettevano a soqquadro i paesi. Laonde se i rettori democratici poco avrebbero fatto in sostegno della guerra italiani, ancor meno, anzi nulla fecero, per la nimistà di uomini, sì da odio e desio di vendetta accecati, da non vedere che la comune rovina promovevano; quasi ad ogni altro bene preferissero di poter dire: che i democratici al governo fecero per la guerra molto meno di loro, che tanto da quelli erano stati accusati di dappocaggine. Queste misere vendette particolari potevano più che la gran vendetta comune contro l’oppressore d’Italia.

L’annunzio recato dal Valerio in Roma, che la guerra ricominciava, fu con più efficace disposizione di secondarlo, ascoltato. Non che mancassero sciagurati uomini a mettere scandoli e discordia, calunniando le intenzioni di Carlo Alberto, e chiamando quella guerra colla solita schernia di regia. Ma il parlamento e il triunvirato adoperarono come più sapevano e potevano per aiutarla. Nel primo, saputasi la nuova, scoppiò tuono di applausi d’ogni lato: e attentatosi il Cernuschi d’interromperli, dicendo: «Si fa la guerra, noi inconsapevoli?» Il deputato Ecolani con generosa ira lo rintuzzò: «Lo sapremo in campo». E tutta via quell’audace non si chetava, e aggiungeva con maggiore improntitudine «cittadini, ricordatevi, il giorno stesso che La Marmora doveva entrare in Toscana, Haynau occupò Ferrara.» Ma cotali parole, parute ebbre, non fecero alcuno effetto; anzi levossi più concorde e gagliardo proponimento di soccorrere alla guerra. Lo stesso Mazzini parlò infiammatissimo, e secondo il suo solito, nelle stranezze avvolto dell’odierno misticismo; dalle quali tutta via trapelò: non doversi più alle forme di reggimenti riguardare, ma sì al cacciare dell’Italia lo straniero; e i romani republicani dovere a fianco de’ piemontesi monarchici militare. Più esplicitamente disse, che per fare e vincere la comune guerra, mestieri era di danaro, e bisognava che la republica accozzasse cinque milioni di franchi in sei giorni, cominciando dai chiederli in prestanza, e quando non s’avessero, obbligando i più facoltosi a fornirli. Furono sì efficaci questi detti, che alquante gentildonne in quel dì assistenti a' discorsi dell’assemblea, togliendosi di dosso i preziosi ornamenti, li gettarono nella sala in dono della patria..

Ma non di meno i più disfrenati non si acquetavano, e con discorsi da furiosi, tornavano a distogliere l’assemblea dal secondare la guerra di Lombardia; e poiché le malevole o insensate suggestioni di tradimento non valevano, misero in campo, che la republica avea più vicino e minaccioso avversario da combattere nel re di Napoli; già. deliberato di assalirla per farsi strada all'acquisto di Parma e Piacenza, di cui s’intitolava principe erede. E conchiudevano: Italia essere in Roma, perché Roma n’è il cuore; potersi lasciar tagliare le membra, il cuore non ferire; perduta Roma, Italia perire. A questi detti levatosi Audinot, grida: La guerra della libertà italiana essere il più sacro dovere e la suprema necessità per tutti gl’italiani. Per non averla secondata il papa, e il granduca di Toscana, caddero de’ loro seggi; per averla contrariata il re di Napoli, è da sperare che tosto o tardi caggia anch’esso. Né salverebbesi la republica romana, dove l’esempio di questi principi seguitasse; non potendosi ella stimare veracemente consolidata, se non quando l’austriaco sarà delle italiane terre cacciato. Non offerire la provvidenza due volte a’ popoli una grande opportunità. Della quale chi non usasse, o la disperdesse, sarebbe ingrato verso Iddio, traditore verso la patria. Volgere per Italia tempi decisivi; e quindi a prove estreme dobbiamo prepararci; conciossiaché non potremmo scusarci, se i popoli con futuro e tremendo giudizio ci accusassero di non aver fatto quanto il bisogno richiedeva; essendo in nostre mani il governo: e qualora i triunviri poco o mal provvedessero, tocca a noi riparare: che pur testà al grido di guerra, sollevato da’ Piemontesi, rispondemmo chiamando il popolo all’arme. Ma quelle furono parole. Dove sono i fatti? Non un tamburo udiamo sonare a raccolta: non un comando, perché le nostre schiere passino il Po; né veggiamo, guardando intorno, la città dipartirsi dalle usate faccende: non rompere l’ordinario silenzio: non commoversi, come l’anno passato, quasi bramosa di travasarsi tutta ne’ lombardi campi. Io che troppo spesso son venuto in questa tribuna per contraddire a’ partiti di violenza, ogni più estremo partito caldeggierò, se trattisi di armi e di armati per lo trionfo della santa impresa. Sia dunque fine alle ciancie; tregua alle gare: la republica ha mestieri di forti, onesti, italiani uomini, che vita e sostanze per la salute della comune patria non ricusino.

Detto ciò, con grande applauso, volgevasi al ministro sopra la guerra Calandrelli, pregandolo a dar conto de’ provvedimenti fatti o apparecchiati. E quello rispondeva. A compire l’esercito, e recarlo al numero di quarantamila uomini non intramettersi cure e sollecitudini; farsi ogni giorno descrizioni di militi, e per facilitarle aver pensato a questo provvedimento; che arebbe il buono della così detta leva forzata, senza il cattivo o pericoloso: dovere ogni cittadino dai 18 a’ 36 anni scriversi soldato della republica, e i ricusanti pagare una piccola tassa, per assoldar genti atte alla guerra. Oltre a ciò non potere da qui a tre anni aspirare a uffici civili se non chi avesse nella milizia regolare servito. Ma di questo, provvedimento aspettare l’approvazione dall’assemblea. Fra tanto avere mandato in Francia e in Inghilterra a comperare armi: apparecchiato arsenali in Roma; cercato cavalli nell’agro romano, come i più acconciagli esercizi di guerra. Quanto al comando dell’esercito, essere il supremo grado confidato al valente colonnello Mezzacapo; e successivamente a’ maggiori Giusti, Cerroti, e Pisacane. con ordine a tutti i presidi per la subita mobilitazione di dodici coorti di guardia cittadina. Essersi pure ordinato, che due mila carabinieri, sotto il comando del general Galletti, si raccolgano a Bologna, apparecchiati a passare in Lombardia; e de’ così detti finanzieri, fattone una coorte da passare anch’essa in Lombardia, insiememente coll’altra degli studenti: e a quella volta dover altresì marciare due compagnie di zappatori; e già di Roma partire una coorte del primo: e un’altra essere in cammino. In Ferrara dimorarsi raccolta la terza legione, né indugiare a moversi il terzo leggiero.

E in vero disponimene per aiuto della guerra italiana, con un esercito di circa quindicimila uomini, sufficientemente esercitati, furono fatti dalla republica romana. Ma la precipitazione de’ rettori piemontesi nel rappiccar la guerra, non lo fece giungere a tempo; essendosi saputa la disfatta irreparabile, prima che le republicane milizie di Roma, che andavano a Bologna e a Ferrara raccozzandosi, passassero il Po; come più avanti sarà detto.

La nuova che Carlo Alberto tornava in campo, produsse a un tempo allegrezza e ansietà nella corte di Napoli e di Gaeta, ornai tutt’una. Re Ferdinando poteva dirsi tornato assoluto; avendo sciolto il parlamento a tempo indeterminato, è quel che è notabile, il giorno stesso che Carlo Alberto annunziava a Radetzky il ricominciamento della guerra. Occasione o pretesto fu il seguente. Da alcuni giorni era fatto sussurrare agli orecchi dei deputati, non essere lontano lo scioglimento loro; con questa voce ne andava un(1) altra: che sarebbesi nuovamente modificata e ristretta la legge de’ comizi, e forse del tutto scambiata con elezione fatta per municipii o provincie, da facilitare più al principe la via di ripigliare intera l’autorità sua. Comunque fosse, argomentarono i deputati di ovviare a queste mutazioni e restrizioni col dichiarare stabile la legge, che era temporanea; parendo loro di non dovere incontrare opposizione in quelli che pur compilata l’aveano, con animo più presto di restrignere che allargare la libertà. Proponitore di cotale deliberazione fa Roberto Savarese; il quale fra se disse: o porremo un argine a maggiori arbitrii, o sarem chiariti che il principe vuol tornare assoluto. E così fa. Si chiarirono del secondo punto. Conciossiaché appena il dotto giureconsulto fece la proposta, e l’assemblea approvò, Ferdinando mandò il decreto di dissoluzione: senza che precedesse, com’è uso, alcun ordine di aggiornamento. Anzi vi ebbe questa tristissima beffa. Richiesto il ministro del tesoro Francesco Paolo Ruggiero da un dei deputati di essere interrogato intorno alla riscossione de' tributi, scrisse, che ne avrebbe dato conto il dì, che poi fa bandito lo scioglimento; quasi egli avesse potuto ignorarlo. Onde i deputati crucciati ricusarono di udir leggere il decreto: e accoppiati e silenziosi uscirono del palazzo del parlamento, e dopo breve tratto si accomiatarono, tornandosi ognuno alle proprie case, non senza risico di essere insultati per via dalla birraglia; che dicevasi appostata, sperando che il popolo movesse qualche tumulto, per pretesto d’inveire contro uomini designati macchinatori della uccisione del re, e abbattimento della monarchia. Non essendole ciò riuscito, diessi la sera a gavazzare e festeggiare; partecipando a questo tripudio quanti per interesse o ignoranza spasimavano il ritorno della tirannide. E perché alle violenze s’aggiungesse l’oltraggio, i ministri riferivano al principe, che era stato mestieri disciogliere le assemblee, divenute congreghe di sediziosi. Questo fine ebbe in Napoli il parlamento, la Costituzione, e ogni fantasma di libertà.

Ma per la occupazione dello stato romano parve a’ diplomatici di Gaeta da indugiare per ancora, e permettere al rappresentante della republica francese d’Harcourt di fare altre lustre di protezione e favore verso la italiana libertà. Andò in Roma il signor Mercier a significare a’ capi del governo republicano, che dove non si fossero piegati a rialzare pacificamente il trono papale, le potenze avrebbonlo rimesso in piè colle armi. Ma quelli accecati, non credevano o fìngevano di non credere al soprastante pericolo: né la parte dei costituzionali avea potere e coraggio da far prevalere i consigli ed esortamenti dell’ambasciadore francese. Onde quelle pratiche furono vane come le intenzioni: anzi furono il principio alle promesse bugiarde della nazion francese; perché avendo il duca d’Harcourt scritto al conte Mamiani che facesse ogni opera a indurre i romani a consentire la restorazione pontificia, e quegli avendo risposto che era veramente una violenza l'escludere tre milioni d’uomini dal diritto comune di vivere sotto quel reggimento civile che più loro piacesse, l’ambasciadore francese replicava: che ornai lo intervenimento delle armi straniere era deliberato ad ogni costo.

Novellamente allora il Mamiani rispondeva, che ciò sarebbe stato nuova e lagrimevole umiliazione per l’infelice penisola, e novello carico per la dominazione temporale de’ papi: tuttavia, se il male non si poteva più impedire, cercassesi il minor male: cioè i soli Francesi intervenissero; essendo gli Austriaci abborriti; senza credito gli Spagnuoli; infamati i soldati di Napoli; ma dichiarassero innanzi, in un manifesto publico assai aperto, primieramente lo intervenimento straniero certo e inevitabile; in secondo luogo, la republica francese mallevadrice delle istituzioni di libertà acquistate; da ultimo invitassero i costituzionali e la milizia de’ cittadini a interporsi fra le due parti estreme, per condurre la necessaria mutazione con quiete e senza vendette. Promise il legato francese di difendere le franchigie delle genti pontificie, assicurando che a qualunque evento lo statuto dato da Pio IX sarebbe stato mantenuto; come pur lo stesso cardinale Antonelli allora protestava; non consentendo ancora gli eventi dire diversamente. E si può credere, che innanzi alla sconfitta novarese nessuna deliberazione circa la forma di governo fu presa. Ogni sorte adunque pendeva da’ successi della guerra: alla quale ora l'ordine di queste istorie ci riconduce.


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LIBRO VENTIDUESIMO

SOMMARIO

Raccozza mento de’ due eserciti ne’ luoghi della guerra. — Descrizione di questi luoghi. — Disegni di battaglia si di Radetzky e sì di Chrzanovsky. — Distribuzione delle forze piemontesi. — Distribuzione delle forze austriache. — Diffalta del Ramorino. — Passaggio degli Austriaci nel territorio Piemontese. — Ignoranza e improvvedenza del generale de’ piemontesi. — Ordini confusi e ritardati. —Movimenti dell’esercito austriaco. — Scontro alla Sforzesca, felicemente sostenuto da' nostri. — Fatto d’arme a Mortara. — Resa di questa città agli Austriaci. — Arditissime prove de’ Piemontesi di ripigliarla. — Orribile e confusa battaglia. — Ritirata infelice de’ nostri. — Scoramento prodotto dal caso di Mortara. — Condizione de’ due eserciti la sera del 21 marzo. — Confusione di Chrzanowski. — Sua deliberazione di raccogliere le milizie a Novara. — Ordini di Radetzky. — Battaglia alla Bicocca. — Smarrimento. e disordine nei soldati piemontesi. — Rinfrescamento della pugna per nuove forze da una parte e dall’altra. — Presa della Bicocca fatta dagli Austriaci. — Intrepido e vano sforzo del duca di Genova per ripigliarla. — Ritirata de’ nostri a Novara. — Grande confusione e disordine — Valore inutilmente speso da’ nostri. — Stato deplorabile dell’esercito piemontese. — Eccessi dentro Novara, commessi dalla soldatesca. — Domanda d’una tregua. — Superba risposta di Radetzky. — Consiglio tenuto da Carlo Alberto. — Rinunzia da lui fatta della corona al duca di Savoia. — Sua partenza. — Pericolo incontrato e superato. — Convenzione stipulata fra Radetzky e il nuovo re. — Ringraziamento di Radetzky a’ soldati. — Fatto d’arme di Casale. — Resistenza eroica di Brescia. — Immanità del maresciallo Haynau. — Effetti prodotti a Venezia dalla nuova della sconfitta de’ Piemontesi a Novara. — Intimazione del generale Haynau di arrendersi. — Risposta coraggiosa de’ Veneziani. — Fervore publico nel sostenere la continuazione della guerra. — Commozione in Piemonte alle nuove della sconfitta di Novara. — Elezione d’un nuovo ministero. — Contese in parlamento. —Mormorazioni e scandoli. — Lodi a Carlo Alberto. — Giuramento del nuovo re alla costituzione. — Scioglimento del parlamento piemontese. — Dichiarazioni de’ ministri. — Commessione data al Gioberti per Parigi. — Dimostrazioni tumultuarie. — Rigori publici. —Ribellione di Genova. — Effetti prodotti in Roma al sapersi i casi della guerra. — Disposizioni di quella republica a soccorrere i Piemontesi. — Agitazioni tumultuose per le nuove della capitolazione e della ribellione genovese. — Improntitudini popolari causate da contrarietà del clero. — Stato della Toscana al giungervi le nuove della disfatta piemontese. — Dittatura conferita al Guerrazzi, e scandoli che l'accompagnarono. — Frenesie della parte estrema per la congiunzione di Toscana con Roma. — Ritegni posti dal Guerrazzi. — Commessione data al Montanelli. — Maggiori poteri di dittatura conferiti al Guerrazzi. — Allegrezza in corte di Gaeta e di Napoli per la disfatta piemontese. — Mostre di costituzionalità continuate dall’ambasciadore di Francia d’Harcourt. — Occasione di contesa nell’assemblea parigina per le cose d’Italia. — Prudenza del re di Napoli nel ritornare principe assoluto. —’ Improvvidenza de’ Siciliani nell'apparecchiarsi alla guerra col re di Napoli. — Scioglimento delle squadre. — Campo, detto scellerato, a Taormina. — Rinnovazione del ministero, sotto la balia del principe di Butera. — Nuova proposta di costituzione fatta dal re di Napoli a’ Siciliani. — Rifiuto de’ Siciliani. — Ricominciamento delle ostilità. — Momentaneo fervore de’ Palermitani di affrontare la guerra. —Progressi de’ soldati regi. — Fuga delle squadre siciliane. — Caduta di Catania, Augusta e Siracusa. — Rigori e violenze in Lombardia e ne’ ducati. — Rinunzia del duca di Parma della corona al suo figliuolo. — Mitezza della ristorazione ducale in Modena. —Repressione della ribellione di Genova. — Ambasceria infelice del Gioberti presso la republica francese.

Dopo gli annunzi di guerra e le scambiate offese, il maresciallo Radetzky raccoglieva in gran fretta le sue genti in valle di Po, verso il confine sardo. I Piemontesi raccozzavansi intorno al Ticino; che dovea vedere il primo scontro di quella finale battaglia. La frontiera orientale del Piemonte, guardante la Toscana, i ducati e la Lombardia, si distende attraverso gli Appennini e le Alpi dal mar tirreno a’ monti della Svizzera; in due parti è divisa dal Po: restando per natura e per arte fortissima quella compresa fra’ l detto fiume e ’l mare; conciossiaché oltre Genova e Valenza, evvi tra mezzo Alessandria; posta dove tutte le strade, che menano dal Po al mare, si ricongiungono; né a torto in ogni tempo reputata importantissima cittadella; le cui fortificazioni, accresciute da Napoleone conquistatore, la preveggente corte d’Austria, negli accordi del 1845, chiese e ottenne demolire. Ma l’altra porzione della frontiera piemontese, a sinistra del Po, dove la presente guerra doveva combattersi, avea debolissima difensione: non essendovi alcuna rocca, e poco guardandola la ripa del Ticino; onde, battuto l’esercito del re, poteva il nemico, senza ostacolo, correre e occupare tutto il Piemonte. Nessuna fortificazione d’altra parte fecesi da questo lato; o mancasse il tempo o il danaio o la provvedenza; stimandosi d’aver provveduto con accrescere un poco il presidio d’Alessandria, quando sarebbe stato altresì mestieri di afforcar Novara con trincee e fossati, rendere non facilmente spugnabile il passo della Cava; e finalmente fortificar Torino per ogni estremo. Ma la furia dei democratici a ricominciar la guerra, entrava innanzi ad ogni provvisione militare; e l’ora giungeva da provarne i miserandi effetti.

Disegno di Radetzky era tutto offensivo: cioè passare arditamente il Ticino, e portar la guerra in Piemonte, innanzi che Carlo Alberto tornasse a raccenderla in Lombardia. Disegno di Chrzanovsky era a un tempo difensivo ed offensivo; volendo egli primieramente impedire al nemico ogni varco in Piemonte, e in oltre passare in Lombardia, colla speranza, concepita per false informazioni, di condursi senza invincibile contrasto, anzi come in trionfo, fino a Milano. Da ciò mosse il primo errore, radice degli altri; e proponendosi di essere insiememente difenditore e offenditore, non riesci né l’uno né l’altro; quasi non dovesse avvedersi, che, ancora succedendogli di chiudere agli Austriaci ogni varco in Piemonte, nessun vantaggio reale avrebbe avuto; perché, vincitore Radetzky in Lombardia, poteva egualmente e senza difficoltà correre e ingoiare il Piemonte, non eccetto la città capo di esso. Per contrario, dove, non pensando a difesa alcuna, avesse anzi lasciato e promosso che gli Austriaci passassero in Piemonte, ed egli, gittandosi di presente in Lombardia e messosi alle loro spalle, privati gli avesse della comunicazione colle loro naturali difese, non diremo che sarebbe stata vinta la guerra; il cui successo poteva essere da altre cagioni guastato; ma certamente era il miglior partito da seguire; tanto più che la subita occupazione di Lombardia, rimasta con poche milizie, era facile all’oste piemontese. Né il presidio di circa tremila uomini, lasciato nel castello di Milano, potea contener la popolazione, incoraggila a sollevarsi dalla presenza de’ soldati piemontesi. Ma come la mancanza di ardire e di risoluzione nel capitano generale rovinò la prima guerra, così fu cagione che andasse male la seconda. Avvedutosi Radetzky di sì rimesso e svigorito procedere, raddoppiando egli di ardimento, s’arrischiò a quel passo, per sé stesso temerario, se il generale de’ Piemontesi avesse saputo usarne. E sulla speranza, che questi si fosse messo con tutto l'esercito a contrastargli l'entrata in Piemonte, potè il maresciallo impunemente non pensare a chiudere a’ nostri il varco in Lombardia. Ma il fato d’Italia voleva, che gli errori del nemico non profittassero a noi, come i nostri ampiamente profittavano a lui; e manchevoli di capitano atto a ben condurre quella guerra, dovesse venirci di fuori uno che non più de’ nostri valeva.;Fisso dunque Chrzanovsky a difendere il passo del Ticino, quasi con ciò avesse provveduto al buon esito della guerra, né pur seppe disporre le forze secondo il suo intendimento. Delle sette legioni e due brigate di avanguardo, formanti circa ottantacinque mila uomini, quella comandata dal La Marmora, che si trovava a’ confini toscani, in cambio di subito ricongiungere col forte dell’esercito, ordinò che andasse a Parma, per farla operare secondo i casi; una brigata, pose sulla ripa diritta del Po a guardia di Piacenza; il resto dell’esercito ebbe comando di difendersi (con preponderanza di forze sulla strada da Novara a Milano) lungo il fiume del Ticino. Il quale avendo due varchi, uno a Buffalora, e un altro a Pavia, era da conoscere quale di essi sarebbe riescito più comodo e facile al nemico; né si poteva dubitare, che non fusse quello di Pavia; dove bisognava la maggior resistenza apparecchiare. Stato Chrzanovsky prima incerto, e ultimamente dispostosi a contrastare il passo agli Austriaci a Buffalora, cioè dove quelli non sarebbero passati, collocò cinque legioni tra Mortara e il Ticino; ordinando che quella condotta dal decadi Genova, si accampasse a Trecate con un avanguardo presso il ponte di Buffalora; la legione comandata dal general Terrone stesse a manca a {fomentino e Galliate: l’altra sotto gli ordini del general Bes a dritta, su Cerano e Cassolnovo; alquanto più in dietro intorno a Vespolate, la legione di Durando; il duca di Savoia colle genti per la riscossa, presso a Novara sulla strada di Mortara; e la brigata comandata dal Solferoli alla estrema manca fra deggio e Bellinzago, collegata colla legione del general Perrone, per mezzo di quattro bande di cavalli, appartenenti alla riscossa posta a Camerì. Alla guardia del passo di Pavia credette per ogni evento di provvedere con la legione de"lombardi, sotto gli ordini del general Ramorino: il quale ebbe le seguenti ingiunzioni; di trovarsi al luogo, detto la Cava; guardare con avanzamenti di soldati il Gravellone, che, spiccandosi con un braccio d’acqua dal Ticino, forma un’isoletta di contro Pavia; pingere i suoi riconoscimenti in fino ai luogo detto Bereguardo, dove avrebbe riscontrato parte di cavalleria della legione comandata dal generale Bes; e finalmente provare la mattina del 24 a impadronirsi di Pavia; il che succedendogli, procedere oltra verso Lodi, e dove no, contentarsi di raffrenare il più che poteva il passo degli Austriaci, e ritirarsi senza danno a Mortara o a S. Nazzàro; da facilmente col grosso dell’esercito ricongiungersi.

Così non solo il più importante luogo, cliente era la Cava, villaggio che posto sopra una scoscesa altura, domina tutto ’l paese fra il Ticino e il Po, fu confidate a un uomo innalzato da’ gridi delle fazioni, e con fama militare infelicissima. ma non cercò Chrzanovsky né pure di assicurarsi, che i suoi ordini fossero intesi ed eseguiti. Era rimasto più giorni senza avere con colui veruna comunicazione; invece di fargli occupar subito la Cava, gli aveva imposto che pel dì 20 vi si dovesse trovare; e la mattina di questo medesimo giorno non era andato in persona, come poteva e doveva, a certificarsene; né almeno avea pensato a stabilire segnali pronti è sicuri, che in caso di diffalta lo avvertissero. Laonde se è reo, e degno di qualunque infamia il Ramorino, che mancò agli ordini ricevuti, come fra poco noteremo, non è meno da incolpare la negligenza e improvvedenza del supremo capitano.

Migliore disposizione alle sue forze diede il maresciallo Radetzky; come quello che assunto solamente la offesa, procedeva risoluto, e ben certo di ciò che faceva; e de’ sei corpi, onde si componeva il suo esercito, lasciato uno a guardia del Mincio, dell’Adige, e della Venezia, gli altri, fuori di alcuni presidii ne’ castelli di Milano, di Brescia, di Bergamo, di Piacenza e di Modena, avea raccolti intorno Pavia, con tanta sollecitudine e segretezza, che nulla trapelò: anzi furono i Piemontesi per modo ingannati, che nessun di loro credeva, che Radetzky arebbe mai presa l’offensiva, entrando in Piemonte; non ostante che replicatamente ’l facesse con arte divulgare, affinché meno si credesse. Quanto più e meglio il capitano austriaco era informato de’ movimenti e intenzioni dell’oste piemontese, tanto meno Chrzanovsky e i suoi generali sapevano di quel che faceva e preparava Radetzky. E ciò non solo a improvvedenza è da attribuire, ma eziandio al trovare gli Austriaci in paese italiano più fide spie e informatori, che non trovavano i Piemontesi.

Disposte adunque nel modo sopraddetto le forze nostre, tutte la mattina del 20 marzo erano a’ luoghi destinati, eccetto la legione del Ramorino: il quale deliberatamente non obbedì; tenendosi al di là del Po, presso Gasutisma; e se il facesse per non istimar buono, secondo le regole militari, l’ordine di Chrzanovsky, o per astio e gara col medesimo, ovvero per accordo secreto co’ mazziniani di procurare infelice successo a quella guerra, che essi infamemente chiamavano regia, non si è mai potuto a bastanza chiarire; con tutto che per questa sua non mai scusabile disubbidienza fosse processato e dannato a morte; non altro alle varie interrogazioni ed esamine rispondendo, che non aveva tradito la causa della libertà, e solo avea operato conforme gli pareva tornasse in maggior vantaggio di essa.

Restando sprovveduto di milizie il passo del Ticino a Pavia, se ancora colla guardia de’ soldati del Ramorino gli Austriaci, in tanto maggior numero, lo avrebbero sforzato, senza lui agevolmente il superarono. Gittato di buon’ora due ponti, a mezzo giorno passò il fiume il corpo comandato dal general d(9)Aspre, senza trovare opposizione alcuna; e di leggieri vinta quella di alcune coorti, mandate dal Ramorino verso Zerbolò, la Cava e Mezzanacorte, che subito piegarono e disordinaronsi, procedette sicuro fino verso Garlasco; e dietro d(9)Aspre passarono gli altri corpi, comandati da’ generali Appel, Wratislaw e Thurn: onde la notte del 20 al 21 marzo l’esercito austriaco di settanta mila uomini e di dugento cannoni, era tutto sul territorio piemontese. Né mancava Radetzky d’indirizzare un editto agli abitanti, per esortarli a dimorarsi tranquilli, e lasciare che i due eserciti deffinissero la lite; ché suo malgrado faceva quella guerra, e tuttavia gli assicurava che avrebbe cercato il più che poteva, di alleggerir loro i mali, che seco porta il combattere.

Mentre gli Austriaci erano in Piemonte in numero da soverchiare le forze apparecchiate da Chrzanovsky, egli se ne stava verso Buffalora, aspettando di respignerli, caso che avessero minacciato di portar la guerra in Piemonte, e quando no, effettuare il passaggio del Ticino. Vogliono, che false spie gli facessero credere il numero degli Austriaci minore di sessanta mila uomini; e non che a Pavia marciare, essere anzi in ritirata sull’Adda. In questo falso concetto si raffermò, perché nel mezzo dello stesso giorno, avanzatosi il duca di Genova colla sua legione fino al ponte di Buffalora, non si vedevano nemici; né dal lato di Pavia s’udivano tratti di cannone; in oltre fatta da Chrzanovsky una ricognizione verso Magenta, nella quale Carlo Alberto passò primo con una compagnia di feritori, non furono veduti che pochi cavalieri austriaci ritirarsi di lontano. Tuttavia, ancora supponendo che i nemici fossero verso l'Adda; e non essendo in quel luogo, dovevano essere verso Pavia; nell'uno o l'altro caso, era subito da far passare tutto l’esercito in Lombardia, e condurlo fra Milano e Pavia verso Lodi. Più confuso e irresoluto mostrandosi Chrzanovsky, non veggendo i nemici, rivalicò il Ticino insieme col re, lasciando il duca di Genova a Magenta; e ordinando che il general Perrone, avanzatosi al ponte del Gravellone, tornasse a Trecate, e qui nuovi ordini attendesse. Dicono che a questa deliberazione lo tirasse Carlo Alberto; che ricevuto freddamente dagli abitanti di Magenta; i quali ricusarono alloggio, viveri e informazioni a’ soldati piemontesi; e temendo la stessa accoglienza negli altri paesi di Lombardia, desiderò, prima d’ingolfarsi nella guerra, di assicurarsi che il nemico non entrasse in Piemonte. Ma né pure a Trecate attinsero nulla; e ci stupiamo, che, potendo tanto la paura che gli Austriaci non portassero la guerra in Piemonte, non facesse il general supremo ogni opera per chiarirsi della loro condizione; mandando esploratori, ed egli medesimo correndo verso Vigevano; dove più sollecitamente poteva essere informato. In vece, andatosi a letto tranquillamente, dopo un’ora, seppe che gli austriaci avevano passato il Ticino, né Ramorino era alla Cava per opporsi. Se tosse Stato uomo da subito variar disegno o modificarlo, secondo allo inaspettato sopraggiungere de’ casi, ancora colla diffalta del Ramorino, e colla entrata degli Austriaci in Piemonte, poteva in modo provvedere che irreparabili disastri non nascessero. Ma egli, più tosto ohe pignersi con grande rapidità innanzi al nemico, fra Trumejlo e Mortara; il che poteva eseguire, sondo assai da presso; lasciossi dal nemico antivenire; perdendo non solamente tempo, che nelle guerre è sì gran prezzo, ma ancora facendo disponimene tardivi e sconnessi. I soli generali Durando e Bes ebbero ordine nella notte di trasferirvisi, l'uno verso Mortara, l'altro verso Vigevano; mentre il duca di Savoia, il general Perrone, e il duca di Genova, non furono fatti marciare che la mattina del giorno appresso; e chiamato all’alloggiamento maggiore il general Ramorino arrender conto: e toltogli il comando, lo fece surrogare dal generale Fanti; senza però dargli alcun ordine di fare il possibile per condurre la legione sulla destra del Po; sperando che le genti di Durando e di Bes facessero testa agli austriaci ne’ luoghi di Mortara e Vigevano, e potesse nel dì 22 il ragunamento delle sue forze compire. Arrivò Durando in sul far del giorno a Mortara, e dopo mezzo dì, lo raggiunse il Duca di Savoia. Ancora Bes fu a Vigevano per tempissimo, e fermatosi alla Sforzesca, assai vantaggioso luogo, spinse un avanguardia fino a Borgo S. Siro, per guardare il passo del Ticino a Bereguardo; ma non sapendo che Durando fosse a Mortara, e però temendo di non essere circondato a destra, si allungò da questo lato, mandando la brigata di Casale verso Fogliano. Così posto, cercando notizie de’ movimenti del nemico, attendeva le legioni comandate dal Perrone e dal duca di Genova. Queste per cagione di ordini ritardati, e della lenta distribuzione de’ viveri, giunsero a sera tarda, salvo la brigata di Savoia, arrivata verso le undici ore della mattina, insieme col re e Chrzanovsky. Fu messa, parte vicino alla Sforzesca per aiutare la legione di Bes, e parte con artiglierie e cavalli sulla strada di Gambolò.

Fra tanto gli austriaci marciavano verso Mortara per quindi correre sopra Vercelli o sopra Novara, conforme a’ movimenti de’ Piemontesi. D’Aspre, Appel, e le genti di ricuperazione, seguivano il cammino di Garlasco; Thurn cavalcava a manca sopra S. Giorgio; Wratislaw prendeva a destra la strada di Zerbolò a Gambolò, e mandava uno squadrone a Vigevano; che arrivato a Borgo S. Siro, e scontratosi coll’avanguardo piemontese, l’attaccò, essendo spalleggiato dalla brigata condotta da Strassoldi, che in quel medesimo tempo giungeva. Avvegnaché i Piemontesi, minori di numero, piegassero, non di meno sostennero ritirandosi l'assalto valorosamente; e trovando a S. Vittore due coorti disposte ad aiutarli, poterono tutti insieme, e in ottima ordinanza ridursi alla Sforzesca; che, assalita con grand’impeto da’ nemici, per due volte furono ributtati colle punte degli archibusi dalle genti di Bes; e ritraendosi in gran disordine, ne restarono buon numero prigioni; e i fuggenti furono lungo tratto seguitati; se non che un rinforzo di Austriaci, che in quel momento passarono il Ticino a Bereguardo, costrinsero i Piemontesi a tornare indietro. Parimente una banda di Austriaci, mandati la sera da Wratislaw ad attaccare i Piemontesi sulla strada di Vigevano, vennero gagliardemente respinti; onde da questo lato si combatteva con buona fortuna; che non poco valeva a ravvivare gli abbattuti spiriti nell’esercito, dopo l’ingresso inaspettato degli austriaci in Piemonte.

Ma a Mortara le cose andavano diversamente; non avendo Chrzanovsky dato ordini chiari e sicuri né a Durando né al duca di Savoia. Al primo comandò di mettersi in difesa dinanzi dalla città, e al secondo di fiancheggiare a destra la legione di Durando e la città, che poteva essere da quel lato. circondata. Nel medesimo tempo, volendo che Durando occupasse la ripa del canale della Roggia Biraza, dalle mulina di Faenza fino a S. Albino, e i posti avanzati di Garbana e Remondo dall’altra parte, mandò da Trecate Alessandro La Marmora, a recar nuovi ordini ad esso Durando e al Duca di Savoia: dovessero guardar Mortara, ponendosi fra le due strade di Garlasco e di S. Giorgio; inoltre distendersi da una parte fino a Faenza, e dall’altra fino a Castel d’Agogna, da essere gagliardemente occupato; e in ultimo porsi in comunicazione per Fogliano colle milizie di Bes, e per la strada di Vigevano col1’ alloggiamento maggiore. Questi ordini, oltre a non essere più chiari de’ primi, giunti a Mortara quando le genti di Durando prendevano cibo, non furono incontanente eseguiti: soltanto si spedirono esploratori a Fogliano per comunicare con Bes; i quali, caduti in mano de’ nemici, non tornarono più. Aspettandosi che la legione di Durando venisse innanzi, fu spiato se dalla parte del cammino di S. Giorgio, piuttosto che per Mortara, fusse da appiccare comunicazione con Castello d’Agogna; ma la ignoranza che i generali maggiori aveano del terreno, e la mancanza di buone informazioni, fecero fallire questo disegno; non avendo indicato il cammino che dal ponte di S. Giorgio va alla porta di Marengo; né un tale errore fu ultima cagione de’ disastri di quel giorno; senza dire che le milizie poste a Mortara non conoscevano il paese, come l’altre poste a Vigevano, che vi avevano svernato; finalmente non fu senza certo danno il non riunire il comando delle due legioni in un uomo solo; per ottenere maggior prontezza ne’ movimenti.

Alla terza ora la legione del Durando, pingendosi innanzi (ma non quanto era stato ordinato, sondo rattenuta dalla vicinità del nemico, le cui scolte si vedevano verso Gambolò, Trumello, e S. Giorgio) si distese dal cimitero della città, dove appoggiò l’ala sinistra, formata dalla brigata d’Aosta, in lino al convento di S. Albino appoggiandovi il corno destro, formato dalla brigata della Regina. Ognuna di esse aveva quattro coorti schierate, e due per riscossa, v’era sedici pezzi d’artiglierie, e cavalli a manca del cimiterio, di contro la città. Ma il terreno era malagevole, e da operarvi con difficoltà. La legione del duca di Savoia, provveduta di trentadue cannoni, variamente distribuiti, si accampava nel medesimo tempo a destra di Mortara, prolungandosi dalla città a Castel d’Agogna, pel mulino nuovo affortificato. La sua destra era formata dalla brigata delle guardie, che si appoggiava a Castel d’Agogna, avendo dietro un reggimento di cavalleria; e la sinistra, dalla brigata detta di Cuneo, poco discosto della città. Cominciarono riconoscimenti verso la strada di Garlasco e di S. Giorgio. Essendo l’ora avanzata, e udendosi dalla parte di Vigevano romoreggiare il cannone, da indicare essere ivi combattimento piuttosto vivo, credettero che per quel giorno non sarebbono stati attaccati; quindi non fecero i disponi menti, che a un prossimo assalto, in luogo sì malagevole, sarebbero abbisognati; anzi la legione del Durando non avea per anco compito i suoi movimenti, quando in tutta fretta i corrieri annunziarono, il nemico approssimarsi. Era il general d’Aspre, con circa quindici mila uomini e quarantotto cannoni; avendo ordine d’occupare Mortara, e anco pignersi più oltra. Benché ora tarda, pure non volendo differir la giornata, si dispose subito al combattere; facendo che la legione, comandata dall’arciduca Alberto, assalisse di fronte dai due lati della strada; e la legione condotta dal general Schaffgótsche si tenesse per riscossa, salvo alcune bande mandate verso il cimiterio e il convento per ispiare e raffrenare il nemico da questa parte. Cominciò la pugna collo scoppio di ventiquattro bombarde, diretto contro il mezzo della legione di Durando, e contro un’altura, dove stavano esso Durando, il duca di Savoia e La Marmora. Né questi tre valorosi, non ostante il pericolo, si ritrassero, per dare esempio di fermezza a’ soldati. Ma 1 artiglieria piemontese, poco abbondante in detto luogo, non poteva stare a fronte con quella gagliardissima degli Austriaci. La brigata della regina non indugiò molto a scompigliarsi; e riescito di riordinarla, resse altro buon tempo; quando al sopraggiugnere della notte, assalita con maggior impeto, fu costretta a ritirarsi precipitosamente in città, dove colle tenebre crebbe la confusione. Gli abitanti fuggivano da ogni parte; i cannoni e le bagaglie impedivano le vie; e, continuando il nemico ad avanzarsi, il terreno palmo a palmo si disputavano. Balenarono un poco gli Austriaci se entrare in città; poi vi spinsero il colonnello Benedeck con una coorte e due soli cannoni: seguito da altra coorte; mentre il grosso dell’esercito fermossi dinanzi da Mortara, combattendo ancora una parte coll’estrema destra dei piemontesi, resistenti sempre dal lato di S. Albino. Ma Benedeck potè sgomberare Mortara de’ Piemontesi; non ostante alcuna resistenza oppostagli dal general Trotti; che finalmente dovette ritirarsi per la strada di Novara. E dopo ciò frugata la città, s’impadronì de’ cavalli e bagaglie del duca di Savoia, collocando le sue due coorti in sulla piazza principale, e nella grande strada, che dalla porta di Pavia conduce a quella di Vercelli.

Nel tempo che così passavano le cose di Mortara, la brigata d’Aosta, che per l’ampio fossato che la serrava a destra, non avea potuto soccorrere a tempo l’altra brigata, ebbe ordine da Durando di marciare à difesa della città; e tosto una coorte, due bande di cavalli, e due cannoni, mandati innanzi, attraversando il fuoco delle artiglierie nemiche, lanciavansi dentro; ma indarno: ché gli Austriaci la possedevano già, e vi si erano afforzati; onde circondati, parte de’ fanti abbassano le armi; mentre le due bande di cavalli aprendosi risolute e coraggiose una via, caricano i nemici, abbattono quanto è loro innanzi frapposto, e salvando sè, conducono a salvamento il resto della fanteria e dell’artiglieria. Non parendo al comandante della brigata di tentare a riprendere la città, si ritira per la strada di Novara: alla cui volta pure andò il reggimento di cavalleria, e l’artiglieria della legione destinata alla riscossa. Ancora il duca di Savoia, dopo arditissima fazione di recuperare Mortara, cercando di rattenere i fuggenti, ristabilire l’ordine nelle schiere, sgombrare le vie, finalmente, essendo senza frutto i suoi sforzi, e rincalzato d’ogni parte, si ritirò a Castel d’Agogna, non senza essere dai nemici molestato; né volle tornando avventurarsi con tutte le forze a quella impresa, giudicata impossibile. Più ancora ardita, e più altresì infelice fu l’estrema prova fatta più tardi dal generale La Marmora. Il quale, veduto il pericolo delle sue genti a S. Albino; il cui convento aveano perduto, poi ripreso, e nuovamente perduto; era corso in loro aiuto con quattro cento uomini, raccozzati per via mentre fuggivano: lasciando per riscossa al ponte di San Giorgio due coorti mandategli dal duca di Savoia. Ma un’imboscata di feditori nemici li fece rinculare; né, facendo la oscurità e la sorpresa discernere amici da nemici, furono nel ritirarsi offesi dalle coorti di riscossa, che trassero su di essi, credendoli austriaci. Accortisi dell’errore, e riordinatisi, seguitarono a combattere, impedendo che il nemico maggiormente si avanzasse. Erano le otto della sera; quando La Marmora, dopo riconoscimenti praticati, attinse che i nemici padroneggiavano Mortara: e poiché niuna cognizione aveva de’ luoghi; e ignorava il cammino che da S. Giorgio conduce a Castel d’Agogna; giudicando impossibile il ritirarsi a traverso de’ campi, deliberò di passare per la città a fin di riprendere la strada di Novara. Ordina le sue genti in serrate squadre; con artiglierie nel mezzo; e tenendole al buio che il nemico fosse dentro Mortara, move arditamente sopra quella città; dove entrati, trovano le strade impacciate di carri, cadaveri e cavalli: il buio grande: le botteghe e case serrate: non un lume si vedea; i soldati nemici in riposo, non aspettandosi che dietro loro entrasse quel corpo di piemontesi. Fatto La Marmora sonare i tamburi, ancora gli Austriaci chiamarono alle armi, e nella piazza e per le strade s’appiccò orribile e confusa battaglia, non sapendo i piemontesi fra le tenebre dove indirizzarsi o riuscire; e né pure gli austriaci conoscendo quali e quanti fossero le forze degli avversari. Ultimamente il colonnello Benedeck, argumentando che i piemontesi non potevano essere in gran numero, raccoglie prontamente tutte le sue genti, asserraglia le vie, e invita i piemontesi a deporre le armi, come prigioni. Sfiduciati, abbattuti, non concedendo la notte di conoscere se i nemici erano in tante forze, da circondarli, s’arrendono; e con poco più di cinquanta uomini il generale La Marmora riparò a Castel d’Agogna; dopo avere indarno eccitato le genti a fare uno sforzo estremo; che forse poteva avere buon esito’; essendo il grosso delle forze tedesche rimasto alla imboccatura della città: né i Piemontesi aveano di fronte e a’ lati assai gente da combattere. A Castel d’Agogna La Marmora, giunto verso la nona ora, trovò il duca di Savoia; che, informato del fatto, avrebbe voluto attaccar di nuovo il nemico a Mortara durante la notte; ma il timor degli altri frenò il suo coraggio, e obligò a seguitare la ritirata. Perderono in quel fatto, fra morti e piagati, cinquecento uomini, duemila prigioni, e cinque cannoni. Gli austriaci non ebbero che poco più di trecento uomini di perdita.

Il caso di Mortara, comecché per sé stesso parziale, ebbe non di meno gran peso nella sorte finale della guerra, per lo scoramento prodotto in quella giovine milizia; coraggiosissima, e anco audace, fino che le grandi avversità non sopraggiugnessero; ma non egualmente atta a rinvigorirsi dopo gl’infortunii. Se bene vantaggiassero di numero gli Austriaci, e fossero di quelli meno affaticati, e il terreno padroneggiassero, tuttavia la prontezza nell’eseguire del general d’Aspre, e il vigore del colonnello Benedeck, a petto a quell’irresoluto e talora confuso comandare del Chrzanovsky, e alla lentezza e dappocaggine de’ suoi luogotenenti, scambiò per guisa le sorti, che la vittoria dovea fallirci. La sera del 21 così trovavansi i due eserciti. I piemontesi avevano tre legioni presso Vigevano, altre due in ritirata a Robbio e Novara, e una brigata al ponte di Buffalora, che, occupando la strada da Pavia a Mortara, si prolungavano a destra fino a Gambolò, a manca fino a S. Giorgio. D’Aspre era a Mortara, Appel a Trumello, gli uomini della riscossa a Gropello, Wratislaw a Gambolò, Thurn a S. Giorgio; il quale aveva mandato una banda per fiancheggiare a sinistra l’esercito; e oltre a ciò esplorava le vicinità di Valenza e le sponde del Po.

Informato un’ora dopo mezza notte, e per caso, Chrzanovsky della sconfitta di Mortara, rimase vie più sbalordito: conciossiaché tutti i suoi disegni scombuiasse, né egli fosse uomo da subito imaginarne de’ nuovi. E come tre partiti in quelle stette rimanevano; il primo arditissimo, di attaccare colle genti di Vigevano il diritto lato del nemico, assaltandolo di fronte le legioni in ritirata, e così ripreso la offensiva, entrare in Lombardia, e qui ordinarsi a battaglia decisiva; il secondo meno ardito e meno periglioso, di raccogliere dall’altra parte del Ticino tutte le genti che erano a destra del Po, non eccettuata la legione di La Marmora, procacciando nel medesimo tempo di sollevare la Lombardia, tagliare la ritirata agli austriaci, e antivenirli sul Mincio; il terzo finalmente, più savio in apparenza, e più imprudente in sostanza, di raccogliere tutte le forze a Novara; e qui risolvere i destini della guerra: questo, come il più conforme al rimesso animo di Chrzanovsky, fu scelto; il quale, perché pur avesse probabilità di buona riuscita, bisognava almeno accompagnarlo da grande sollecitudine nel chiamarvi le milizie, stante la vicinanza del nemico, che, accennando anch’esso a Novara, non era più discosto de’ piemontesi da questa città.

Ma tardo e ineguale fu l’arrivare de’ nostri; e tuttavia poterono il giorno 23 raccogliersi a Novara, mercé di aitrettanta e forse maggiore lentezza dalla parte degli Austriaci. I quali, se fossero giunti con quella prontezza che potevano, impedendo la congiunzione delle legioni piemontesi, avrebbero per questo solo ottenuta la vittoria. In oltre lo ignorare Radetzky il vero accampamento de’ piemontesi, gli fece dividere e spargere le sue forze, che in fino allora erano procedute molto serrate; ordinando, che d’Aspre, Appel, e le genti di ricuperazione s’approssimassero a Novara; Thnrn andasse a Confienza, aspettando qui secondo gli eventi, di indirizzarsi a Vercelli o ripiegare a Novara; e finalmente Wratislaw dovesse marciare sopra Vercelli per Robbio, con ordine di attaccare vigorosamente il nemico, dove scontrato l’avesse, ovvero ripiegarsi anch’egli dietro Thurn, a Novara, se avesse conosciuto che in detta città era rimasto. Nel medesimo tempo fu ordinato, che le due brigate, lasciate a Pavia e a Mezzanacorte andassero a Casale a fin di prevenire i piemontesi sul Po. Le quali brigate, e altre bande, allogate altrove, sommavano a dodicimila uomini. Né le forze de’ cinque corpi austriaci, che marciavano sopra Novara e Vercelli, passavano il numero di circa cinquansette mila uomini con cento ottansei cannoni.

Evvi a mezzogiorno di Novara fra’ torrenti dell’Agogna e del Terdoppio, un villaggio chiamato la Bicocca, posta nella cima d’un rialto, con una parte il terreno avvallato e rotto da due piccoli canali; dall'altra più alto, ma coperto di alberi, di vigne, e di sparsi casolari. Qui la mattina del 23 aspettando il nemico, presentò Chrzanovsky la battaglia; il cui fronte guarnito di feritori, formavano tre legioni ordinate in due schiere, e occupanti quanto s’estendeva dal canale d’Olengo vicin del Terdoppio, fino al canale Dassi, presso Agogna. La legione del Perrone 'collocata alla Bicocca, reggeva a manca, fiancheggiata da sei coorti; nel mezzo era la legione del Bes; a diritta quella di Durando, cui davano appoggio altre quattro coorti. Le legioni del duca di Genova e del duca di Savoia, l'una a sinistra dietro la Bicocca, presso al cimiterio di S. Nazzaro, l’altra a diritta presso di Novara, stavano in serrate file pronte per la riscossa; mentre la brigata del Solàroli nella imboccatura delle strade di Trecate e di Galliate, doveva esplorare e arrestare le forze nemiche, che presentate si fossero da questo lato. In tutto le forze piemontesi, messe in combattimento, erano di cinquanta tre mila uomini, con cento undici cannoni. Né miglior ordine di battaglia si poteva desiderare: vantaggiato grandemente dalla natura del luogo; pieno di fossati e di elevamenti, che rendevano assai difficile e pericoloso agli Austriaci l’assaltare. Ma poco accesi. al combattere erano i soldati: nel cui animo durava lo abbattimento de’ precedenti disastri; aggiuntovi la rotta disciplina: poiché la sera innanzi, mancata una parte di viveri, s’erano in Novara licenziati al predaree tumultuare: parecchie migliaia avevano disertate le bandiere. Della freddezza delle milizie schierate dovette accorgersi il re, che, passandole a rassegna, non udì i soliti gridi e festeggiamenti. Verso la ora undecima dal lato d’Olengo arrivarono i nemici, postisi assai tardi in cammino, e il general d’Aspre, senza guardare a’ pericoli e informarsi delle forze nemiche, traportato dall’ardor suo e de’ suoi soldati, diè subito, come a Mortara, 1 assalto; ma tosto avvedutosi di avere a fronte tutto l’esercito de’ piemontesi ben ordinato, mandò rattamente ad avvisare Radetzky, e in pari tempo fece sapere ad Appel di avanzarsi in gran diligenza, e a Thurn di ripiegare a Novara. Colla speranza del pronto arrivare di questi soccorsi, appiccò risolutamente la zuffa. Dopo vivissimo trarre da ambe le parti, avendo il di sopra, fece venire la fanteria, che rinnovando l’assalto, scompigliò la brigata di Savona, che era in prima schiera; ma subentrata tosto quella di Savoia, riprende il terreno, perde e riacquista successivamente vari luoghi, e fa molti prigioni nelle case sparse dinanzi dalla Bicocca; alla fine cede ancor essa, e si sbanda al sopraggiugnere de’ soldati, che d’Aspre teneva in serbo; i quali novellamente della Bicocca s’impadroniscono; essendo quasi in piena rotta la legione comandata dal Perrone. Allora fu comandato al duca di Genova di menare a battaglia le sue brigate, una secondando l’altra; e tosto s’avanza quella detta di Piemonte, comandata dal general Passalacqua; il quale messosi innanzi al tredicesimo, attacca con impeto il nemico, prende vari luoghi intorno alla Bicocca, fa più di dugento prigioni, e in questo, colpito da tre palle nel petto, cade morto. Il reggimento tuttavia continua vittorioso, e passando oltre la Bicocca, si pigne fin sull’altura di Castellazzo; quivi soverchiato da poderosa batteria, è costretto a ripiegare; e venuto in suo aiuto il tredicesimo della brigata di Pinerolo, rinforzato torna ad occupare i dintorni di Castellazzo; di cui finalmente s impadronisce il duca di Genova, che capitanando il quarto, e avendo il rinforzo dei quattordicesimo, corre arditissimo sopra la terra d’Olengo, ne caccia gli Austriaci, e li fa inseguire da’ feritori lungo tratto. Nel medesimo tempo Durando e Solaroli ributtavano gli assalti fatti al mezzo e all’estremità delle nostre schiere. Onde in quell’ora D’Aspre combattuto da tutte le parti, rincalzato oltre Olengo, non vedendo ancora giungergli alcun soccorso, correva pericolo d’estrema rovina; se Chrzanovsky avesse usato di quell'istante di prosperità, facendo ogni opera di raccozzare l’esercito, e riassumere gagliardamente l’offesa. Trinceandosi egli sotto Novara, né adoperando che una metà delle sue forze, non mirò che a rafforzarsi nella difesa, contando che gli Austriaci, venendo per la via di Mortara, avrebbero tentato di riprendere la Bicocca, e fallendo loro gli assalti di fronte, avrebbero cercato di circondare a destra le schiere piemontesi; nel qual mentre ei si proponeva di fare un gagliardo movimento offensivo, colla legione del duca di Genova, colla brigata del Solaroli, e con una porzione della legione destinata alla riscossa. Con questo disegno, forse da riescir bene qualora avesse potuto confidare nella fermezza de’ soldati, richiamò il duca di Genova al di qua di Castellazzo. Questa mossa rese più audace D’Aspre, che senza indugio tornò all’assalto, rioccupando Castellazzo, se bene non ci si potesse a lungo mantenere; e intorno alla detta terra ingagliardì la pugna con ardore dell’una e l’altra parte; ma i fanti piemontesi non istettero molto a disordinarsi; combattendo spicciolatamente, e le file rotte non rappiccandosi; e mentre alcuni coraggiosi soldati restarono al combattimento, altri con pretesti lo abbandonavano, riparando a Novara, lasciata loro aperta. Ancora buon numero di graduati non davano buon esempio; e chi lo dava, come il general Perrone, non riusciva; anzi questo valorosissimo, che cercava di ricondurre alla pugna i dispersi o svogliati, pignendosi sempre innanzi, mortalmente ferito, cadde di cavallo; e portato sugli omeri di quattro soldati fuor della battaglia, accrebbe lo smarrimento nelle schiere. Approfittandone gli Austriaci, mossero subito ad assalire la Bicocca, che era sempre il luogo più importante, da cui il successo dependeva della battaglia. Ma avendo Chrzanovsky fattovi andare senza indugio varie coorti della brigata detta di Cuneo, fu ributtato l’assalto: rinfrescata la battaglia; i piemontesi ebbero il di sopra; e, guadagnando paese, poterono trasferirsi assai oltra la Bicocca, mentre le milizie d’Aspre, estenuate e assottigliate, non potevano più reggere. Questa prosperità fu lampo, e l’ultimo.

Radetzky, avvertito dello stato DAspre, mandò Appel in gran fretta a soccorrerlo; ordinando altresì che Thurn e Wratislaw, piegando a destra per alla volta di Novara, si conducessero sul campo di battaglia. Giunte le due legioni di Appel, la prima comandata da Lichnowsky, entra subito in combattimento; restando l’altra, comandata da Taxis, apparecchiata alla riscossa. Più aspra e feroce si fa la battaglia. La legione di Bes colle artiglierie incrociate fulminava da fronte dalla Bicocca; e altrettanto faceva l’artiglieria di Durando; onde la fortuna seguitava a pendere incerta, sì che non sopraggiunse il corpo Thurn, e poco dopo la gente di riscossa, seguitante il corpo di Appel. Radetzky, che stava in luogo rilevato a manca di Mortara, guardando l’andamento della battaglia, accortosi di poter fare un gran colpo, ordinò, che le quattro legioni di Aspre e di Appel, spalleggiate da una brigata di granatieri, in istrette file assaltassono di fronte la Bicocca; nel tempo che il resto degli uomini della riscossa dovessero accamparsi a sinistra, per contenere il centro e la destra de’ piemontesi; sostenuta dalle legioni di Bes e di Durando. I quali in quello stesso momento ricevevano ordine dal Chrzanovsky di moversi innanzi, non per isperanza di vittoria; divenuta ornai disperata; ma per divertire solamente i nemici dall’assalto dellaBicocca, e il campo di battaglia conservare. In fatto respinsero le genti nemiche, che in piccol numero aveano dinanzi; ma le quattro legioni comandate da Aspre e da Appel, marciando con grande impeto, s’erano impadronite di Castellazzo, e degli altri luoghi vicini: e continuando sforzavano i piemontesi ad abbandonar la Bicocca; dove già entravano, quando a quella volta correva Chrzanovsky insieme col re; non mai rimaso addietro a’ pericoli; e, volendo tentare di riprenderla, ordina al duca di Genova di fare un ultimo sforzo. Lo intrepido principe, appena potuto raccozzare tre coorti, le conduce all’assalto, marciando egli innanzi a piè, ma dopo breve tratto, sopraffatto da spaventevole fulminare di artiglierie, è costretto a rinculare; e rimasto il nemico sicuro padrone della Bicocca, fu necessità che i nostri, quanto più presto potevano, si ritirassero dentro Novara. Il che procacciarono, mercé del sostegno arrecato dalla cavalleria; ma con estremo disordine della fanteria. Correvano in frotte i soldati verso la città, mentre il nemico era loro sopra; e alla porta fu tale un affollarsi, urtarsi, cozzarsi, che mai non si vide maggior confusione; accresciuta dalla oscurità della notte, e da pioggia dirottissima; e dove il nemico non si fosse fermato a qualche distanza, rattenuto dal buio e dall’acqua, avrebbe potuto fare de’ nostri fanti orribile macello.

Disfatto così il lato manco dell’esercito piemontese, in gran pericolo rimaneano il centro e l’ala destra; onde La Marmora, che si trovava in verso il centro, senza aspettare ordini da Chrzanovsky, cominciò la ritirata, che condusse felicemente, per essere il nemico poco numeroso da questo lato. Ma giunti a Novara, ebbero offesa da’ nostri, che da’ bastioni traevano, credendoli nel buio soldati austriaci; e quelli allora pensando che il nemico fosse in città, si disordinarono, e una gran parte fuggendo, presero il cammino d’Agogna. Restando a ritirarsi la legione del corno destro, ov’era Durando, appena cominciò a muoversi in dietro, fu assalita dalle genti di Thurn, che, varcato il torrente d’Agogna, eransi distese lungo il canale Dassi: tuttavia potè da quelle per guisa difendersi, che senza gravi perdite entrò a Novara. Ancora gli uomini della riscossa e la brigata del Solaroli, dopo essersi bravamente difesi, riparavano nella medesima città. E ultimo col retroguardo vi entrava Carlo Alberto; che avea assistito a tutti i fatti di arme con coraggio maraviglioso; tanto meno mostrando di curar la vita quanto più le sorti del suo esercito rovinavano. Conta chi era presente, che nell’entrare in città, chiesto nuove della guerra, e rispostogli, che non v’era più riparo, replicasse: almeno l’onore dell’esercito fusse salvo: e sospirando aggiugnesse: la morte non volle colpirmi. Né egli mentiva: essendosi in tutto quel giorno, cacciato dove era più da incontrarla; dicendo a chi cercava fargli schermo: lasciatemi morire; essere questo il mio giorno estremo. Coraggiosissimi e non meno sprezzanti la morte si mostrarono insieme con lui i due principi figliuoli: il duca di Savoia e il duca di' Genova. Né soneranno meno gloriosi i nomi di Durando, di Bes e di La Marmora; e piangeremo sempre mai che infelice guerra privasseci de’ prodi Perrone e Passalacqua. E altri in minori gradi, onor grande si acquistarono: de’ quali non diremo, per tema di non lasciare qualche nome. Lo stesso capitano generale Chrzanovsky, che potrassi per avventura accusare d’improvvedenza o d’ignoranza, raffermossi la fama che di animoso erasi in altre guerre acquistato. Dolorosa cosa, e quasi inesplicabile, che tanto valore, tanto sangue, tanta generosità andasse in un sol giorno perduti.

Dall’assalir Novara trattenne il nemico la notte avanzata e burrascosa. Padrone del campo le genti d’Aspre, di Appel, e di Thurn, dormirono allo scoperto; fermandosi il corpo di Wratislaw a Monticello, dove lo colsero le tenebre. I piemontesi avevano perduto sei mila uomini fra morti e feriti e prigioni, e dodici cannoni; gli austriaci ne avevano tre mila di morti o feriti, e un mille prigioni; onde i danni quasi bilanciavansi; ma nell’esercito piemontese, più della sconfitta, poteva il disordine, in cui annullavansi le nostre forze; e fanno raccapricciare gli eccessi di quella brutta notte, commessi dentro Novara dalla soldatesca; che, rotto ogni freno, e sprezzando

l’autorità de generali, s’avventava a’ cittadini, proverbiavali che avessero desiderato quella guerra, e di mettere la città a ferro, fuoco e sacco, rabbiosamente minacciava; e molto si faticò a sedare quel furor cieco. Ultimamente bisognò chiamare la cavalleria a dare addosso a predatori. Questi scandoli sanguinosi durarono più giorni per ovunque passava e si fermava lo sbandato esercito; perché ancora questa seconda guerra, cominciata per amor della nazione, dovesse terminare colle rabbie civili.

Fra tanto Carlo Alberto da Novara mandava il general Cossato al campo di Radetzky, per domandare una tregua; e il vecchio maresciallo, ebbro della vittoria, rispondeva che l’arebbe conceduta sotto condizione che fossero espulsi di Piemonte tutti gl’italiani non piemontesi, combattenti nella guerra contro l’imperadore, e l’esercito austriaco dovesse occupare tutto il territorio fra il Ticino e la Sesia, e tenere la cittadella di Alessandria. E alla disorbitanza aggiugnendo l’oltraggio, chiese per istatico il duca di Savoia, dicendo non potersi fidare alle parole del re. Il quale conosciuto gl’ingiuriosi patti, adunò tutti i generali; e domandato replicatamente e istantemente se era da ritirarsi in Alessandria; poiché tutti a una voce risposero, non essere possibile, stato un poco sopra di sé, con voce ferma e alquanto fioca pronunziò queste parole: Io ho fatto di me sacrifizio per la liberazione d’Italia, esponendo la vita mia, quella dei miei figliuoli, e la corona. Ma non potei conseguirla; e sendo ora la mia persona ostacolo per ottenere dal nemico una sopportabile capitolazione; che io d’altra parte non potrei sottoscrivere: non avendo potuto sul campo trovar la morte, che pur ho cercato, rinunzio la corona al mio figliuolo duca di Savoia, che da qui innanzi sarà il vostro re. Così dicendo abbracciò tutti, e accomiatatili, rimase co’ due figliuoli. Poco di poi, accompagnato da un servo, e vietato ad ogni altro di seguitarlo, si partiva da Novara, sotto nóme di conte di Barge, colonnello dell’esercito sardo. Ma dopo breve tratto, s’avvenne a un drappello di austriaci, che con artiglierie guardavano la strada di Novara, e poco stette che al primo e indistinto rumore del cocchio, non iscoppiassero Parme. Fermatolo e chiesto chi fosse, rispose ch’ei era il conte Barge, che, presa licenza, se ne tornava a Torino. Ma il sergente, che lo interrogava, disse che dovesse presentarsi al generale Thurn; il quale, trattenutolo con molta cortesia, volle che alcuno quanto affermava, testimoniasse. Chiamato un sergente di bersaglieri piemontesi, prigione, da prima mostrò di non conoscerlo, poi avvicinatosi e scorto chi era, ebbe cenno dal re di far la testimonianza; e come rinvenutosi, riprese, che ben lo conosceva. Così gli fu lasciato libero l’andare: giunse a Nizza il 25, e il giorno appresso ad Antibo in Francia. Leggo, che saputo poi il general Thurn, essere Carlo Alberto, che col nome di conte di Barge, se ne andava in esilio, si recasse a ventura, che i cannoni appostati sulla strada, per la quale passò, non traessero; il che sarebbe stato riferito a barbarie di vincitore crudele verso re vinto e sventurato.

Il nuovo re, che si chiamò Vittorio Emanuele II, aveva mandato al campo di Radetzky nuovamente il general Cossato e il ministro Cadorna, oratori di tregua. Il maresciallo rispose di voler trattare colla persona stessa del re; il quale esitò un poco, e finalmente consentendo, s’abboccarono in un luogo presso Vignale; dove la sospension delle armi fu conchiusa con questi patti: Ventimila austriaci a spese dello stato piemontese, occuperebbero il territorio compreso fra la Sesia e il Ticino; una guarnigione mista di austriaci e di piemontesi starebbe nella cittadella di Alessandria: darebbesi licenza ai combattenti non piemontesi; l’esercito piemontese ridurrebbesi come in condizione di pace; si comincierebbero senza indugio trattali di pace, colle condizioni dei trattati del 1815; finalmente le spese della guerra sarebbero da’ Piemontesi all’imperadore rimborsate. Sottoscrissero questa convenzione il nuovo re e il vecchio maresciallo: il primo per necessità, il secondo per prudenza; e se all’uno dovea parere non poco salvare il Piemonte da un vincitore, che poteva correrlo senza contrasto, l’altro doveva essere contento di ricuperare all’imperadore gli antichi possessi d’Italia, senza prolungare la guerra in Piemonte: la quale non poteva avere alcun resultamento di conquista, opponendosi a ciò le maggiori potenze.

Radetzky indirizzava asoldati lusinghiere parole: Avergli tenuta la promessa: incominciando la guerra contro nemico superiore in numero, e terminandola con la vittoria in cinque giorni. Non potere le storie rifiutar loro la gloria del più valoroso e fedele esercito. Ringraziarli a nome dell’imperatore e della patria; piangendo coloro che caddero morti nel campo. Il loro più ostinato nemico Carlo Alberto essere disceso dal trono, e col giovine successore avere stipulata una tregua con sicurtà di prossima pace. Aspettare di conoscere i nomi di quei prodi, che più si segnalarono, per fregiare il petto de’ meritati contrassegni di onore.

Nel tempo che sotto Novara le nostre sorti rovinavano, altrove si facevano estreme e inutili prodezze. Avea Radetzky mandato inverso Casale tre brigate, sotto il comando del generale Wimpffen; il quale, giuntovi la mattina del 24, chiese alla città di arrendersi. E Casale situata sulla destra sponda del Po, a piè delle alture che signoreggiano la valle, e tutto che non fortificata, evvi un vecchio castello, allora presidiato da una compagnia di veterani. Avendo i Casalesi ricusato di aprir le porte, comandò il generale tedesco, che le bombarde traessero; né ciò valse: anzi coraggiosamente armati, insieme co’ pochi soldati che vi si trovavano, fecero una sortita, e scacciarono gli austriaci dal ponte di Terranova, molestando le loro avanguardie. Ma il giorno, che Wimpffen s’apparecchiava ad un nuovo assalto, ebbe contezza della fatta tregua, e l’ordine di ritirarsi dietro la Sesia.

Ora dobbiam riferire gli eroici fatti della città di Brescia, e gl’inumani portamenti del generale Haynau. Veramente nel ricominciare quella seconda guerra con tanta precipitazione, il ministero piemontese aveva, conforme alla illusione dei democratici, contato sopra una sollevazione de’ popoli di Lombardia; ma, comecché Milano fosse da un debolissimo presidio guardata, e di commoverla alcuni si provassero, pure rimase quieta, non sappiamo se per terrore degli austriaci o per diffidenza verso i piemontesi o per aspettare i successi delle costoro armi. Ancora alcuni sollevamenti eccitati nell’alta Lombardia dai fuorusciti, che tornavano di Svizzera, furono di piccolo momento, e di mano in mano che si divulgavano notizie infauste dell’esercito piemontese, svanivano. La sóla Brescia, città di quaranta mila abitanti, mantenutasi sempre partigiana e secondatrice dei generosi sforzi de’ piemontesi, si sollevò e affrontò i rigori dell’estrema ferocia. Era stata sgombrata dagli austriaci il giorno che andarono ad accamparsi sul Ticino, e solo cinquecento uomini erano rimasti nella cittadella. I sollevati fanno prigione il comandante, sorpreso in città; poi corrono alla fortezza, e respinti dalle artiglierie, l’assediano. Uscendo fuori al sobborgo di Santa Eufemia, se ne impadroniscono; ma alcune milizie austriache che erano nelle vicinità, essendo accorse, li rincacciano, e tuttavia seguitava la zuffa. Erano Stati fermati i corrieri, troncata ogni comunicazione fra Milano e Venezia, quando in gran diligenza. giunge di Padova con circa quattro mila uomini Haynau, che succeduto a Welden, mandato in Ungheria, aveva il comando dell’esercizio della Venezia; onde la città fu da ogni parte campeggiata. Egli sapeva la sconfitta di Novara, che ignoravano i bresciani; i quali fecero maggior resistenza che allora non dovevano; e quel ferocissimo usò ogni eccesso d’inaudità crudeltà; e mentre avrebbe potuto risparmiare che sangue si spargesse, lasciò che la inegual pugna s’ingaggiasse; la quale asprissima durò da ambe le parti; trovando gli austriaci ogni via asserragliata, e ogni casa affortificata, e molti petti parati a disperata difesa. Finalmente sforzando e uccidendo entrò nella città, e ardendo e saccheggiando la occupò. Né pago della sanguinosa vittoria acquistata in battaglia, aggiunse poi i supplizi, le taglie, le confische, ed ogni altra scelleratezza; e di lui, come d’un flagello, rimase fama spaventevole, raffermata e accresciuta più tardi in Ungheria, da essere costretto lo stesso imperadore di deporlo, come d’uno stromento eccessivamente abominevole, e da sollevargli contro le querele di tutta Europa raccappricciata.,

Così sanguinoso degli eccidii di Brescia, il generale Haynau volgevasi a Venezia, sperando che dovesse a una sua feroce intimazione arrendersi; del pari atterrita dalla rotta dell’esercito sardo e dalla sottomissione delle città lombarde. Viveva quella città in grande espettazione di conoscere i successi della guerra combattuta in Lombardia. Il general Pepe, condottosi come sopra fu detto, a Chioggia con quante più milizie poteva disporre, pure più ardito ne’ concetti che nelle fazioni, non si risolveva di avventurarsi oltre le lagune: non solo per essere al buio de’ movimenti dell’esercito piemontese, ma ancor più per non essere sicuro che la legione romana fosse in Bologna, e si disponesse a marciare. Fu da prima contento di fare riconoscimenti nelle vicinità di Brondolo. Il dì 21 occupò Conche, piccolo villaggio situato sul canale della Brenta, fortissimo per natura e atto a sicurare le comunicazioni delle milizie, che da Brondolo si fossero allontanate. Qua si trinceò con trecento cinquanta uomini; che attaccati dal nemico con forze superiori, valorosamente per molte ore resistettero; né sarebbono stati sgarati, se inviar loro qualche aiuto si fosse pensato. Gli Austriaci ripigliarono finalmente quel luogo, ma due giorni appresso i nostri, tornati con più numero e vigore all’assalto, da capo lo espugnarono, e obbligarono i nemici a ritirarsi a Santa Margherita. Nel medesimo giorno fecero un riconoscimento oltre Cavanella, e s’accorsero, che gli Austriaci abbandonatolo, s’erano trinceati a Cavarzere.

Fra tanto il popolo veneziano ricorrendo dopo un anno il giorno della sua rivoluzione, era tutto in festa per celebrarlo., Suoni, canti, lumi, addobbamenti, rassegne militari, comparse civili, allocuzioni patrie, nulla fu intramesso, quasi davvero il frutto di quella rivoluzione fosse assicurato. Ma ecco a un tratto la straordinaria e precoce letizia convertirsi in tristissimo e interminabile lutto. Giungono le notizie della sconfitta novarese; da prima secondo il solito incerte e contradittorie; finalmente accertate e paurose. Cominciossi per le piazze e cerchi a disputare intorno al gran disastro; in gran fretta richiamossi in città il general Pepe; quistione gravissima darisolvere era, se rovinata la fortuna militare del Piemonte, poteasi più ancora sostenere la difesa dell'estuario. Provossi allora quanto importava aver sopra ogni altra cosa provveduto a una valida armata navale; colla quale padroneggiando il mare adriatico, sarebbesi di leggieri fornita Venezia di viveri e di munizioni da guerra: il cui difetto fu in ultimo la maggior causa della sua sottomissione. Stavano così le cose, quando Haynau affrettavasi di far conoscere a' Veneziani la rotta dell'esercito piemontese, insieme co’ capitoli della nuova tregua; esortandoli minaccevole a tosto sottomettersi, se volevano condizioni manco dure. Il feroce avviso giungeva il 2 aprile al presidente Manin. Senza frapporre indugio, aduna il parlamento per deliberare la resistenza o la sottomissione. Solenne silenzio, come ne’ grandi pericoli, era nella vetusta sala, già gloriosa sede del maggior senno italico. Né la domanda fu discussa; tutti a una voce gridarono, doversi resistere. Manin commosso fino alle lagrime, pregò pensassero meglio alla deliberazione; e quindi la replicassero. Quelli più concitati sciamarono: resistenza ad ogni costo. Fu fatto con unanime volontà il decreto: e restituita ampia dittatura al Manin; che subito mandò ad Haynau la risposta de’ rappresentanti di Venezia, mentre il popolo con gran fervore l’accoglieva e festeggiava. Una bandiera rossa, per signacolo di guerra, fu inalberata in sulla torre di S. Marco; di nastro rosso ognuno fregiò il petto; e in memoria di sì fausto giorno coniossi medaglia in bronzo, con entro scolpitovi il decreto di guerra, e nel rovescio la città di Venezia, che in atto marziale sorge a difendere il vessillo della italiana libertà. Né vi ebbero solamente mostre; ma avendo il Manin chiamato intorno a sé alcuni de’ più facoltosi, e mostrandosi peritoso nei chieder loro ancor nuovi tributi, quelli più del doppio offrirono. Non mancò chi promise dare tutte le sue sostanze. Diciotto famiglie si tassarono spontanee per otto milioni di lire. Insomma, fosse amor cittadinesco, o paura. d’infamia, o necessità di cose, grande fu e concorde il fervore a sostenere la decretata guerra. E se coloro che misurano la virtù dalla felicità de’ successi, accuseranno di folle il popolo veneziano per aver seguitato a combattere dopo la giornata di Novara, la storia, che pur dee tener conto della generosità de’ proponimenti, scriverà, che esso nel memorabile 2 aprile si mostrò non tralignato da que’ fortissimi avi, che a tutta Europa armata e collegata tennero fronte. E dove pure non voglia parere gran loda, e non vana prova, l’aver salvo l’onore della patria, e sbugiardata la brutta accusa, che gl’italiani non sanno combattere, ma co’ bilanciati calcoli della prudenza guerresca o politica si voglia giudicare, né pure si potrebbe così alla prima condannare la magnanima risoluzione de’ Veneziani; conciossiaché le cose di Europa dimoravano ancora in tal condizione, che nessuno poteva dire a che finalmente riescissero. Fra gli Austriaci e i Piemontesi era tregua, non pace: vittoriosa Ungheria, minacciava spiantare quasi dalle barbe l’austriaco impero: sempre agitata la Francia, e come in punto di prorompere in nuova rivoluzione; non d’accordo i rettori di Vienna e di Berlino; durevoli le commozioni alemanne. Tutte, o una di queste cose, poteva pur fare, che dell’aver resistito agli Austriaci, non dovessero i Veneziani pentirsi.

Altre dolenti note cominciano. Mentre i fautori della guerra predicavano, che l’esercito piemontese sarebbe entrato quasi senza combattere a Milano, le triste nuove volavano, e grande commozione producevano. Saputasi la finale sconfitta, e i duri patti della tregua, e la rinunzia di Carlo Alberto, non fu più freno agli eccessi sì della licenza e sì della tirannide; e dove si piangeva, dove si tripudiava, dove si accusava, secondo i luoghi e le parti diverse; onde a conoscere bene l’effetto che nelle città produsse la fatai giornata di Novara, conviene d’ogni stato d’Italia dire separatamente.

In Piemonte suonò per prima il tristo annunzio, con questo bando del nuovo re: Funesti avvenimenti, e la volontà del mio veneratissimo genitore, mi chiamano assai prima del tempo sul trono de’ miei avi; né in mezzo a’ presenti casi potrei reggere lo stato, e volgerlo, come è mio unico animo, alla salute della patria comune, senza il più efficace concorso e aiuto d’ognuno. Ora la nostra impresa debbe essere di mantenere illeso l’onore della patria, ristorare il pubblico tesoro, le nuove istituzioni di libertà consolidare. Al che fare mentre invito ed esorto tutti i miei popoli, io ne dò solenne giuramento, aspettandomi in ricambio affetto e confidenza.

Fra tanto licenziati i ministri, che aveano imprudentemente ricominciata la guerra; né poteano, senza loro infamia accettare la convenzione imposta dal vincitore: erasi formato nuovo ministero in questo modo: il luogotenente generale e senatore De Lunav presidente del consiglio; il Pinelli per l’amministrazione delle cose interne; il Nigra per l’erario; il Dabormida per gli affari della guerra; il Cristiani per la grazia e giustizia, e il Mameli per la pubblica istruzione. Questi ministri, venuti innanzi al commosso parlamento; non si erano ancora fatti vedere, e protestato di mantenere integra la costituzione dello stato, che d’ogni parte si levò tempesta di domande intorno agl’inaspettati disastri della guerra. Il deputato Lanza pronunziò concitata diceria: Essere non solo diritto dell’assemblea, anzi obligo di chiedere a’ rettori in qual modo un esercito di centoventi mila uomini, in tre giorni si scompigliò, annientò. Vogliamo che sia noto se per mala fortuna o per tradimento. v’ha testimonianze di onorati uomini, doversi a infami e tenebrose arti sì repentina calamità attribuire. Certamente più giorni rimasero i ministri al buio di ciò che passava in campo: un’altra volta mancò la vettovaglia a’ soldati: più d’un reggimento ricusò di combattere, non per viltà, ma pei essere stati sparsi foglietti nell’esercito, con questa frodolenta scritta: soldati per chi credete di combattere? Il re è stato tradito: la republica gridata a Torino. Grande mormorici fece dopo questo discorso; raffibbiarono le interrogazioni; i ministri più volte risposero, che informazioni esatte non potevano dare di presente, mancandone essi medesimi, ma che in altra tornata avrebbero a quest’obbligo soddisfatto. Cosi accomiataronsi. La sera del medesimo giorno, il parlamento novellamente adunato, e notificato i patti della tregua con le altre particolarità, non potrei riferire l’agitazione. Gridasi da ogni parte, che sono contrarii alla costituzione; e Faccettarli, grande vitupero della nazione piemontese. Qualcuno disse, che si sarebbe più tosto lascialo trincar la testa sul patibolo, che sottoporsi a tanta ignominia: di cui in tant’anni di catene l’Italia non provò la maggiore. E qui rinforzavano le voci de’ deputati, e le grida scandalose del popolo: che adunato nelle logge, applaudiva o fischiava secondo gli arringatori. Uno de’ quali alzatosi: diamoci pure, sciama, mani e piè legati, al tedesco; abbandoniamogli i nostri arsenali, i nostri tesori, le nostre città; rimettiamo la spada nel fodero: quasi nel ripigliar la guerra potessero incontrare maggiori mali di quelli che lo stipulato convegno ci reca. E che? Non rimane la ritirata in luoghi non espugnabili? Non è forse intatta e piena di ardor guerresco la legione comandata da La Marmora? £ quella de’ Lombardi, che vede cadere il vessillo sospirato da tanto tempo, non freme di venire alle mani coll’abborrito nemico? Non sono forse altri molti corpi sparsi in più città di Piemonte? Non v’è la guardia cittadina, che diede tante prove di amor patrio? E da ultimo, non v’ha il gran sostegno della sollevazione de’ popoli, che pigliando il nemico alle spalle, gli taglierebbe la ritirata a Brescia, a Bergamo, al Mincio? Non prudente, non necessaria essere adunque la capitolazione, e doversi rifiutare, se non vogliam tradire la nazione, alla quale abbiam giurato di sostenere la guerra della libertà. v’ebbe chi più ancora infuocato, aggiunse. Essere la guerra da seguitare ancor quando la casa di Savoia fosse di fuggire in Sardegna costretta; dove essa non voglia perdere l’onor suo; cui già in parte oscurò la tregua fatta a Milano; e ora del tutto distruggerebbe questa di Novara. ché senza queste due tregue, Radetzky non si sarebbe salvato, e Italia non sarebbe tornata serva. Uno gridava con alta voce: Venga Radetzky, venga pure; ché ne abbiamo bisogno per iscuoterci del letargo in che viviamo sommersi per cinquant’anni abbiamo desiderato di morire liberi sopra terra italiana; il che non succedendoci, almeno morremo combattendo per le nostre case, pe’ nostri figliuoli, pe’ sepolcri degli avi nostri. E tutti questi, e simili discorsi, secondati dalle grida popolari, terminavano sempre: che le milizie non avevano combattuto, che erano state corrotte, che gli aristocratici e i preti si erano travagliati perché gli Austriaci uscissero vincitori. Invano i ministri rispondevano; innanzi di fare così severi giudizi, doversi cercare maggiore e migliore informazione delle cose; la quale non avrebbono indugiato a procacciarsi, per conoscere se da malizia o da necessitò procedevano i disastri, e dopo ciò giudicare se l’onor loro sopportava che tenessero l'amministrazione dello stato. I gridi di tradimento, soliti nelle grandi avversità, seguitarono a rimbombare, finché la burrascosa adunanza non fu sciolta; senza aver preso altro provvedimento che di mandare ai nuovo re un’ambasceria per conoscere le sue intenzioni, e rappresentargli che le condizioni della tregua erano disonorevoli, e da non potersi accettare. Tornano il giorno appresso i deputati a ragunarsi, e anco le tribune si empiono di popolo, pronto al tollerato scandolo di romoreggiare applaudendo o garrendo gli oratori, secondo che favellavano.

Gli ambasciadori mandati al nuovo re riferiscono: com’ei loro avesse protestato di nulla intraprendere, che non fosse consentaneo al bene della nazione; rispetto a’ patti della tregua, avere spedito al campo di Radetzky oratori, perché volesse mitigarne la enormezza, e renderli manco offensivi alla dignità del Piemonte; né disperare di riescire, dacché i legati di Francia e d’Inghilterra vi hanno aggiunto loro benevoli uffici. Nel medesimo tempo venuti i ministri, ancor essi parlano delle condizioni della tregua, distinguendo le militari dalle politiche, e mostrando come solamente per le seconde si potea e dovea richiedere il giudizio e approvazione del parlamento; essendo delle prime mallevadore il solo capitan generale della guerra. Qui sorgono deputati, che interrompono e trascorrono in contumelie. Le tribune romoreggiando applaudono; il presidente dell’assemblea minaccia di farle colla forza sgomberare; i ministri crucciati fanno mostra di partirsene; grande è la confusione; in mezzo a cui è sciolta l'adunanza, senza aver nulla deliberato: con tutto che d’ogni parte piovessero proposte, che i più facevano meglio per ira o vanità, che per considerazione. E ai clamori delle assemblee s’aggiungevano quelli più ancora inveleniti de’ giornali, che s’intitolavano democratici: ne’ quali di uomini e di cose si faceva strazio disonesto. Un De Lunav, dicevano, capo del ministero, che lasciò di sé ingratissima ricordanza in Sardegna, Ciamberì e Genova; la sua elezione essere stoltezza per la parte che lo innalzò: oltraggio al popolo e alla maestà del magnanimo Carlo Alberto, largitore delle libere istituzioni. Ma di peggiore agurio essere la elezione di Pier Dionigi Pinelli; che salì in potenza colla prima tregua del Salasco, sì fatale all’Italia, ed ora vi risale per un’altra tregua, che dee porre il suggello alle nostre calamità: onde il suo nome al ministero essere in ogni occasione indizio di sozzura. Uomo di spiriti municipali, d’ingegno cavilloso, d’animo gretto, e di ambizione tanto più tenace e pericolosa quanto più circonscritta e non generosa. Né d’altra natura essere il Galvagno. In fine tutti non altro rappresentare, che un consiglio superbamente nemico della democrazia, bassamente cupido del comando, vilmente, disposto a piegare il collo a qualunque ignominia publica.

Del re apertamente non si dicea male; ma indirettamente si cercava oscurarlo, coll’ostentare grandissimo dolore per la perdita di Carlo Alberto, quasi con lui se ne fosse andata ogni libertà e ogni speranza per l’Italia; e gli si attribuivano ancor più magnanimi propositi che non ebbe; né mai quel re apparve sì atto a fare il bene de’ popoli come allora che aveva deposto la corona; stomacando che tanto l’esaltassero e rimpiangessero coloro, che in fino allora avevano parteggiato coi maggiori avversari e vituperatori della sua fama. Certamente nessun re ebbe maggior ventura nel finire il regno, come non ebbe maggior disgrazia nel cominciarlo; e chi compativa Carlo Alberto dell’aver dovuto gittar la corona, dava vista d’invidiare o non conóscere la sua suprema felicità; se pure questa sia da riporre meglio in "un monumento di fama universale e durevole, che nel godimento di altri pochi mesi d’inquieto e incerto regnare.

Richiedendo la costituzione che il nuovo re facesse giuramento solenne di mantenerla, per questa cefemonia il 29 marzo le assemblee de’ senatori e de’ deputati si adunavano. Salito in trono, pronunziava queste parole: In presenza di Dio giuro di osservare lealmente lo Statuto: di non usare l’autorità reale che in conformità delle leggi: di far rendere ad ognuno, secondo sue ragioni, pièna ed esatta giustizia: di condurmi in ogni cosa con intendimento di promovere la prosperità e l’onore della nazione. Alla lor volta i deputati e i senatori giurarono anch’essi, e compiuta la ceremonia, il principe alla reggia, e le assemblee a’ loro uffici tornarono. Ma bisognava provvedere, che il nuovo ministero, costretto a governare dopo la sconfitta con più rimessi propositi, non si trovasse con un consiglio di rappresentanti, il cui maggior numero nutriva desiderii o più larghi o stemperati. Era necessità il parlamento dei deputati rinnovellare; il quale prima fu differito: poi subito disciolto, con dichiarazione di nuovi comizi. Insiememente i ministri indirizzarono a’ cittadini un bando, per conciliarsi il più che potevano il favor publico con protestazione, che i mali della patria sentivano nel vivo dell’anima; per amor di lei s’erano sobbarcati ad un peso, che poteva essere ambito onore in tempi felici; giuravano, ogni lor pensiero avrebbero diretto a ristorarla de’ patiti danni, consolidarla nelle civili libertà, salvarle l’onore.

Similmente a fin di chetare le male lingue, maggiormente inviperite contro a’ capi della milizia, istituirono con decreto reale un consiglio composto de’ generali Saluzzo e Dabormida, de’ colonnelli Lisio e Pastore, e de’ deputati Lanza, Mollard Ravina e Iosti, per investigare i fatti della guerra e le cagioni del miserando fine. Sapendo tuttavia quanto erano odiati, cercarono di aggregare al loro collegio il Gioberti: non per conferirgli alcun potere, e né pure per metterlo a parte delle risoluzioni più importanti, ma per avere un nome che valesse a addolcire gli odii, che contro essi di continuo suscitavano i partigiani della democrazia. Ma, non ottenendo questo fine, fecero, che maggiormente la riputazione di lui si ecclissasse, dispiacendo vederlo ora accontato co’ democratici, e ora con quelli che si reputavano avversari della democrazia: e poiché il Gioberti non era uomo da usare quel titolo vano, cercarono di liberarsene, persuadendolo di andare a Parigi, e procurare d’indurre quella republica a sostenere per forma la causa del Piemonte e dell’Italia che non si dovesse permettere agli austriaci l'occupazione della cittadella di Alessandria, che sopra ogni altra cosa gravava, per le conseguenze funeste ne’ già incominciati trattati di pace. Il Gioberti accettò, chiedendo le commessioni: gli fu risposto che partisse, e le avrebbe senza fallo ricevute a Parigi. Tutto questo si travagliava nelle sala del parlamento e del governo: ma fuori, i soliti accenditori di discordie movevano ben altra guerra. Tutti i deputati della parte democratica mandarono una protesta o richiamo contro il ministero e lo scioglimento dell’assemblea; poi crearono una giunta di tre per dirigere i futuri comizi, e procacciare che le elezioni un altra volta riescissero favorevoli alla democrazia. Spargevasi altresì che il parlamento, per essere libero e veramente italiano, dovesse non a Torino, ma a Genova adunarsi. Furono in oltre procurate petizioni ed ambascerie di municipi!, anch’esse contro l’odiato ministero e io scioglimento dell’assemblea. Diè il primo esempio il municipio d’Alba, cui secondarono quelli di Aosta, Pinerolo, Tortona, Casale ed Asti. I rettori, non che accogliere, le domande, sciolsero i loro consigli; come deliberanti fuori delle facoltà. Maggiormente allora si schiamazzò, e diè nota a’ ministri di mettersi sotto i piè ogni pubblica ragione, e operare secondo il loro talento e capriccio.

Ma quel che altrove era indizio, in Genova fu vera e propria ribellione. Quivi, come al luogo reputato più acconcio a’ sollevamenti, s’erano raccozzati d’ogni parte desiderosi di novità, conformate a quelle di Roma e di Toscana. La guerra perduta dava occasione d’intorbidare e commovere gli umori; essendo nelle disgrazie publiche agevole spargere e far credere quel che non è; fino divulgando i commovitori, che la città di Genova sarebbe stata occupata dagli Austriaci; e sotto colore di amor di patria, accendevano la discordia civile, e gli antichi e non mai spenti odii e gareggiamenti co’ Torinesi rinfocolavano. Il 34 marzo scoppiò la sedizione; che facilmente trionfo, sendo la maggior parte dei luoghi forti in mano delle guardia cittadina; la quale non rintuzzò il movimento; e il presidio in numero di tre mila uomini, comandato dal generale De Asarta, dopo sostenuto un affronto, in cui v’ebbe alcuni morti e feriti, venne a patti, e acconsentì di sgomberare la città, passando alcuni soldati nella parte de’ sollevati. Allora fu creato un collegio di sicurezza publica, composto di Giuseppe Avezzana, Costantino Reta, e David Marchiò, che si convertì subito in governo temporaneo della Liguria. Furono distribuite le armi dell’arsenale al popolo; fatto manifesti ed eccitamenti alle genti delle campagne, e quanto altro si riferisse a piena ribellione. Saputosi a Torino, fu con reale ordinanza dichiarata Genova in condizione di guerra, e conferito poteri straordinarii di andare a rimetterla in obbedienza, al general Alfonso La Marmora; che si trovava nel ducato di Parma con una legione; e dopo la notizia della tregua, s’era mosso per Tortona e Voghera.

Fra tanto, mentre la republica romana faceva apparecchi per soccorrere nel miglior modo possibile alla guerra italiana; e cogli apparecchi congiungeva rappresaglie: come di deliberare a piene voci, che il così detto palagio di Venezia, occupato un tempo dall’ambasciador d’Austria, fosse restituito al popolo veneto, avente il diritto di possederlo; vi giungono le nuove della sconfitta. Fu sparso che i democratici più accesi in un convito la festeggiassero, qual termine di guerra regia, e principio di guerra popolana. Per quanto sfrenatezze grandi allora si facessero, pure neghiamo fede a tale enormità; incredibile dove pur fosse vera. Ben crediamo che i republicani d’allora non la reputassero in cuor loro quel gran male che in effetto era, o ne dissimulassero la gravità, per avventataggine o nimicizia col monarchico Piemonte. Tuttavia a’ primi annunzi l’assemblea romana apparve commossa; si gridò all’arme da tutti i lati; infuocati sermoni furono pronunciati, e parendo non convenisse in publico discutere provvedimenti di guerra, s’adunarono in segreto consiglio; e come le notizie erano ancor vaghe, né pareva possibile sì a un tratto la fortuna dell esercito piemontese precipitata, così chi una cosa e chi un altra proponeva. Finalmente deliberarono di soccorrere con tutti i mezzi i Piemontesi; e alle milizie che verso Bologna e Ferrara si andavano raccozzando, mandarono ordini di disporsi a passare in Lombardia. In oltre giudicando che in tempo di pericoli richiedevasi governamento forte e spedito, crearono una specie di dittatura di tre, Mazzini, Saffi e Armellini; a’ quali affidarono tutta la podestà esecutrice, con questo che dovessino riconoscerla dall’assemblea e dal popolo, che rimanevano sovrani. I triunviri, de’ quali il Mazzini era sopracciò e vero dittatore, fecero uno di que’ soliti bandi, che in nome di Dio e dèi popolo assumevano il novello ufficio, e nello stesso nome lo avrebbero con lealtà e risolutezza adempiuto, preservando la republica da ogni pericolo interno ed esterno, e procacciando aiuti alla guerra italica. Ordinarono, che chi avesse armi dovesse con adequato compensò cederle, per fornirne gli acconci a marciare: e la milizia civile, che ne’ tempi ordinari è soggetta al ministro per le cose interne, dependesse allora da quello della guerra; dandole per capo l’avvocato Francesco Sturbinetti: che negli uffici di soprintendente agli studi fu surrogato temporalmente dal professor Gherardi. Deliberassi pure che il diritto di grazia fosse conferito al triunvirato. Il quale ricompose subito il ministero, da lui dependente, co’ medesimi uomini; salvo che per l’amministrazione delle cose interne fu chiamato il bolognese Berti Pichatjche venuto a Roma, e veduto a qual termine erano le cose, non volle accettare. Ancora il Calandrelli ricusò di rimanere: non parendogli di ricevere sufficiente autorità per rafforzare la disciplina con quegli ordini che si richiedevano: quindi fu istituito dall’assemblea un collegio per l’amministrazione delle cose di guerra; e per gli affari interni supplì lo stesso Michele Accursi, di cui altrove abbiamo detto, e qui solo noteremo, che i due più rilevanti ministeri, rimasero i peggio provveduti.

Ma come le prime nuove della sconfitta dell’esercito piemontese commossero la republica romana, e procurarono generose risoluzioni di soccorso, il sapersi la capitolazione, la rinunzia di Carlo Alberto, e la ribellione di Genova, fu esca a raccendere i furori della democrazia estrema. La quale ne’ conventicoli, ne’ giornali e nelle piazze cominciò imbaldanzire di quel suo creduto trionfo; argumentando per esso, che presto ancora il Piemonte sarebbesi renduto republicano, che era quanto dire, quasi tutta Italia. Le voci di tradigione regia furono ripetute e aggrandite d’ogni parte; e d’ogni parte altresì replicossi il solito grido di guerra popolare; che i popoli non ascoltavano. Il Mazzini dichiarò per bando: essere caduto l’ultimo prestigio della monarchia, e trionfare Dio e popolo, che non tradiscono. In mezzo a questi inebriamenti, la plebaglia moveva tumulti, prendendo occasione o pretesto da odiose ricordanze. Veggendo le prigioni del santo uffizio lasciate aperte per imprudenza, come se di novello sdegno quella vista raccendesse, corre al convento de’ frati domenicani, minacciando di metterlo a fiamma, quasi tarda espiazione (dicevano) di tante morti e crudeli supplizi: e fu mestieri di forte. drappello di soldati per disperdere i tumultuanti. Poscia decretossi che l’edifìcio servito tanto tempo a lagrimevole uso, fosse da indi in poi ridotto ad abitazione di famiglie povere. E di decreti, leggi, editti, bandi venivano fuori in gran copia, secondo l’uso di governi sprovveduti di armi e di forza. Il triunvirato, quasi non si fosse a bastanza. dichiarato, fece altra protestazione intorno agl’intendimenti suoi. Parlò di fraternità, di eguaglianza, di giustizia per tutti, e abborrimeuto da ogni violenza, alludendo a recenti disordini. Poi sendosi divulgato, che sarebbesi fatto accomodamento colla corte di Gaeta, notificò che ornai Roma e republica dovevano suonare nomi sinonomi: e chiunque altramente s’apponesse, fosse per traditore della patria tenuto. Nel parlamento un deputato ferrarese domandò, che fosse il Po dichiarato fiume della nazione, e l’assemblea con unanime grido approvò.

Ricorrendo le feste pasquali, e temendo i rettori romani, che il non vedere le usate pompe, non ne facesse nascere il desiderio nel volgo romano e forestiero; e procurasse loro notà d'irreligiosi, ordinarono che si celebrassono colla maggiore solennità; rinnovando alcune usanze, dagli stessi pontefici dismesse, per essersi in oscene profanazioni convertite; sì come la gran croce illuminata, che la sera del venerdì santo s’appiccava nel mezzo della cupola in San Pietro: e v’aggiunsero un fuoco d’artifizio a tre colori, per mescolare simboli politici con religiosi. Venuto il dì della resurrezione, e comandato a’ canonici di San Pietro di celebrare il sacrifizio con tutti i papali splendori, e quelli avendo ricusato, fu trovato un prete mezzo scomunicato, che pontificò a uno de’ quattro altari di S. Pietro, serbato al solo pontefice o al decano de’ cardinali con bolla delegato. Il tempio era a festa; assistevano! triumviri, molti deputati, ufficiali, congregazioni politiche, i consoli toscano, svizzero, americano, inglese. Suonavano le musiche militari. Finita la messa, il prete andò in pricissione alla gran loggia della basilica, portando il Santo Sacramento in mezzo a bandiere republicane, e benedisse alla moltitudine inginocchiata nella sottoposta piazza; non mancando poi chi nel diario publico intitolasse quella festa nuova pasqua, e riferisse a sommo merito della republica il far benedire popolo libero da Cristo in sacramento. Ma grande era lo scandalo della gente divota; fomentato da que’ medesimi, che facilmente avrebbero potuto antivenirlo; non vietando la religione che si facciano feste e sacrifizi a Dio, cui appartiene giudicare le intenzioni, e secondo queste, accogliere o no le preghiere. Onde se d’ogni cosa i licenziosi prendevano motivo a romoreggiare, ancora di continue occasioni porgeva loro il clero; essendovi chi fino ricusava di udire in confessione i soldati che servivano la republica; e qualunque prete non si fosse mostro contrario alla republica, era dal proprio vescovo ammonito, e talora impedito negli uffici del sacro ministero.

Quasi nel medesimo tempo le stesse nuove della sconfitta piemontese divulgavansi in Toscana; dove le cose interne stando in sul temporaneo, e veruna forza militare essendosi potuto ordinare, produssero maggiori scompigli e confusione. Il Guerrazzi, il Montanelli e il Mazzoni, che seguitavano a reggere le cose publiche, in fino che la nuova assemblea costituente non avesse risoluto la tanto agitata quistione della congiunzione della Toscana con Roma, l’adunarono in fretta per informarla de’ casi della guerra e de’ pericoli della patria. Il Guerrazzi, a nome de’ colleghi, fece pittura spaventevole: tutte le parti dello stato in dissoluzione; milizie tumultuarie che minacciano di sollevarsi; l’erario esausto; avversione negli ufficiali civili; la diplomazia nemica; nobiltà e clero che spandono denari ed eccitamenti; gli austriaci che ingrossano nel parmense e nel modanese; nessuna difesa buona a’ confini; impossibile a reggersi in quello stato, non che pensare a fondare republiche. Confermava il disfacimento dell’esercito, e la impossibilità di difendere i confini, il general d’Apice, creato in que’ giorni ministro della guerra in surrogamento al Tommi; facendo ridere questo continuo scambiettar di ministri transitorii sotto transitorio stato. Tutti per tanto furono d’accordo che si creasse subito governo forte, e capace di provvedere alla patria in pericolo. Ma sul modo, fu grande controversia, per la divisione già nata fra gli stessi democratici; de’ quali la parte più estrema spiccata dal Guerrazzi, per averlo fino allora provato ostacolo alle voglie di republica, e agitata principalmente da Carlo Pigli, divenuto nemico al Guerrazzi, avendolo dal governo di Livorno, dove faceva cose da ubbriaco, revocato, volgeva ogni dì più il suo favore al Montanelli, lusinghiero e propenso alle ultime novità.

Ma conforme al Guerrazzi divenivano avversi gli uomini eccessivi, e di farlo cadere, ogni mezza adoperavano, scemava l’odio de’ moderati e de’ paurosi, che in quegl’ultimi precipizi il celebravano unico sostegno della quiete. Sì erevamo trascesi nelle cupidigie di libertà. Nella stessa assemblea costituente, sendo i più a bastanza temperati, apparivano disposti maggiormente in favor del Guerrazzi, che de’ suoi emoli, non ostante che il Pigli con male parole cercasse di subornarli, sperando forse di entrar terzo col Montanelli e col Mazzoni in un nuovo triumvirato, a imitazione di quello testà creato in Roma. Con questi umori si congregavano a provvedere alla pericolante patria i rappresentanti toscani; onde scandalosa sopra ogni altra riesci quella tornata, che per onor del paese fu di notte e segreta.

Da prima disputassi se era da creare una dittatura. Sonori paroloni rimbombarono contro questo maestrale, invocandosi le istorie per testimonianza de’ pericoli delle dittature, quasi tirannie in erba. Poi si mise in discussione che specie di dittatura era da fare, e con quali e quante facoltà: e poiché alcuni più indracati, e vagheggiatori degli esempi francesi del 1793, avrebbero voluto, che alla stessa assemblea si trasferisse il governo, da tenere per mandatarii della medesima, altri che facevano le parti di conciliativi, studiavano di far accettare una mezza dittatura; da non estendersi lungo tempo, e da dependere dall’assemblea in ogni suo atto. Qui il battagliare divenne più acerbo, e dalle cose si passò alle persone: essendosi levato qualcuno a dire, che era bene quello il tempo d’una dittatura assoluta, ma non vi. avea l’uomo da ciò, ossia l’uomo (com’ei diceva) della rivoluzione. E sorto un altro più sfacciata, aggiunse: che il Guerrazzi sarebbe stato il caso, s’ei per ambizione non si fosse venduta al principe. Una gran furia allora prende il Guerrazzi, e grida con forte accento, che era calunniata, che chi l'accusava, mentiva; e voleva riparazione. In vano il presidente cercava di metter la calma in quel furore di parole; in vano si chiedeva da altri che si tornasse alla quistion delle cose, lasciando quella delle persone. ché un insensatissimo fra que’ deputati, propose che prima si eleggesse l’uomo da investire del potere, poi si deffinisse quale e quanta dovesse essere; allegando per ragione, che secondo la qualità di lui, sarebbesi potuto largheggiare più o meno. Né giovò mostrare esser questo pessimo consiglio; da far nascere gare e offese di persone. L’ assemblea accettò la proposta, e messa a’ voti, la elezione del dittatore, cadde nel Guerrazzi; mal dissimulando suo astio il Montanelli, quantunque se ne sforzasse in volto. Dalla persona si venne al potere da conferirgli. Chi più chi meno voleva concederne. Furono dette, lui presente, smisurate lodi e accuse. Chi lo ragguagliava con Kossout, chi lo notava per traditore; chi lo metteva in cielo, chi in inferno. Dopo lunga e confusa disputa, si deliberò: che capo della podestà esecutiva, fosse chiamato il Guerrazzi: poteri straordinarii avesse sol per i provvedimenti della guerra e della difesa interna; dopo venti giorni dovesse cessare la sua dittatura, rendendo conto all’assemblea dell'uso fattone.

Allora il Guerrazzi, che non s’era opposto alla deliberazione, levatosi, e chiesto di parlare, ringraziò i deputati dell’odore fattogli, dichiarando per altro di non poterlo accettare, avendo bisogno di riposo. Eccoti voci e istanze di molti deputati perché accettasse: ma ei seguitava a ricusare: e quelli a pregare; sì messo sempre più alle strette, protestò di non accettare, ? per non essere la sua dittatura piena ed assoluta, ma sottoposta a condizioni che rivelavano diffidenza a lui oltraggiosa. A queste parole inaspettate, e veramente straordinarie, si levò gran bisbiglio e tumulto. Facendo vista di uscire della sala, il presidente e altri deputati lo supplicavano a rimanere, e piegarsi a’ desiderii del maggior numero dell’assemblea per amore della patria. Quegli rispondeva: non essergli possibile salvarla con poteri limitati, e da durare sì breve tempo; appiccandosi dialoghi fra lui e alcuni deputati a fin d’estenderli maggiormente; finché qualcuno, stomacato di sì brutta gara fra chi chiedeva sconfinato comando, e l’assemblea che non voleva concederlo, si levò e disse parole gravi, che troncarono la quistione; e decretossi: che il Guerrazzi fosse capo della potestà esecutiva, e potesse per la difesa della patria usare ogni autorità. Ma il giorno appresso cominciarono le rinuncio dei deputati che avevano più nome: a’ quali dopo lo Beandolo della sopraddetta tornata, pareva indegno di più rimanere nell’assemblea: conciossiaché le cose erano a tal termine da s desiderare che fosse trattata quasi collegio d’indisciplinati. Né il Guerrazzi mancò a questo ufficio: e recati appena in sé i conferiti poteri, niun conto più fece di que’ non osservati né osservabili rappresentanti.E se bene non resulti che alcun trattato appiccasse col principe a Gaeta, tuttavia nell’animo suo agitava fra gli altri pensieri ancor questo di ristorare il trono granducale con sufficienti assicurazioni di libertà, , giustamente parendogli che il disastro di Novara fosse argomento piuttosto da raumiliare che da inorgoglire. Né a dir vero, della necessità di tornare alla costituzione monarchica faceva mistero ancora co’ suoi colleghi; avendolo io stesso udito favellarne, presente il Montanelli, e altri di quella parte. Ma di movere alcun passo non s’attentava; non solo per gli attraversamenti della democrazia estrema, che in gran sospetto viveva di lui, ma ancora per non' essere né pur egli ben certo del da fare; e più tosto andava innanzi impedendo risoluzioni deffinitive e arrisicate, di quello che alcun proponimento si formasse; se pure non fusse di procurare ciò che avesse riuscita da mantenerlo in potenza: e come in tanto succedersi di cose, non era facile accertarsene, così appariva ora inclinato a ristorare il principato, e ora a secondare il moto republicano. Le notizie della rivoluzione di Genova, giunte da prima sì amplificate, che pareva tutta la Liguria e il Piemonte, e dietro l’Italia dovesse sollevarsi, fecero un poco rallentarlo ne’ propositi della restorazione principesca; e quasi sarebbesi gittato a promovere la promulgazione della republica; ma poi ritenuto da migliori consigli, e stimando che fosse da attendere se quella impresa de’ genovesi avesse avuto il successo che i democratici s’impromettevano, rafforzavasi nel temporaneo. Né molto gli convenne aspettare per conoscere che a quella favilla nessuna fiamma secondava; e i Piemontesi si tenevano in fede del loro principe, e né pur le campagne liguri facevano movimento; onde ognor più si persuase che non era da avventurare alcuna dichiarazione di republica; mentre altresì malagevol opera riusciva lo indugiare e temporeggiare; perciocché tumulti popolari seguitavano per la subita unione di Toscana con Roma. I diari della democrazia estrema dal 9 febraio in poi non avevano fatto che ripetere a gran letteroni questo grido: Unione con Roma, Unione con Roma: che allora voleva dire, di due stati fare un solo e republicano.

Al medesimo fine riboccavano petizioni delle congreghe popolari; e così pure deliberavano i municipi!, voltabili in ogni. occasione, secondo il vento che spira. Né in mezzo a questo vociferare per le piazze la unione con. Roma, si tacevano i deputati estremi dell assemblea costituente; dove non era più alcun uomo di autorità da opporsi con successo. Chi pur volle provarsi, fu interrotto da un tuono di gridi contrarii. Allora il Guerrazzi avvisò, anche per consiglio di amici savi, che bisognava spacciarsi di quell’assemblea. Il che per altro non poteva fare con un colpo risoluto: mancandogli ogni forza militare, né avendo gran sostegno di forza morale: perché se bene gli uomini moderati, e forse anco partigiani del regno assoluto, mostrassero in que’ trambusti di osservarlo, per paura di peggio, tuttavia né l’amavano, né del tutto se ne fidavano. Debole dunque e mal fermo per ogni rispetto essendo il suo governo, quantunque dittatorio, avea mestieri, di sgarare la parte estrema per mezzane vie; voltandosi or qua e or là; e quando lusingando e quando minacciando; e con alcuni intendendosi, e con altri dissimulando. Ciò se faceva parere strano o subdolo il suo contegno, per esso la Toscana non fu tratta in maggiori calamità. Fra’ primi espedienti che usò, fu di allontanare il Montanelli, per togliere alla parte estrema nome e capo, e a sé un emolo tanto più pericoloso quanto più coperto. Né il Montanelli ricusò: o cominciasse a disperare degli avvenimenti, o stimasse da correre a Genova; nella cui ribellione si rafforzavano allora l’ultime speranze dei democratici. È certo che se bene partisse di Firenze con qualità di ambasciadore straordinario presso la corte d’Inghilterra, a Genova si fermò, e vi rimase finché non fu sottomessa dal general La Marmora. Ch’ei ricevesse danari dal Guerrazzi per aiutare quella sollevazione, come fu allora detto e creduto da molti, non apparisce: ché anco volendo, non avrebbe potuto; non essendo mai stata sì esausta la toscana tesoreria.

Più tosto ricevette una lettera di cambio di alquante migliaia di lire dall’Adami, a un tempo ministro dell’erario e banchiere, con animo di rimborsarsene quando il tesoro publico si fosse un po' rimpolpato colla publicazione di nuove cedole. Ma vogliono che non facesse a tempo, per la prossima mutazione di governo; della quale più innanzi diremo. Partito dunque il Montanelli, più baldo e sicuro procedette il Guerrazzi nella via della resistenza alle voglie republicane, e scrisse all’assemblea, ch’ei giurava sull’anima sua di non poter salvare la patria se primieramente non gli consentiva pieno e liberissimo esercizio de’ poteri conferiti; e in secondo luogo se non differiva le sue adunanze, sospendendo ogni disputa intorno alla forma del governo: e finalmente non gli concedeva di usare altri due milioni di polizze del tesoro. Messe in discussione queste proposizioni, quanti nell’assemblea spasimavano republica e unione con Roma, si levarono furiosi a combatterle; e con più ardore insistevano perché republica e congiungimento cpu Roma si promulgassero, allegando ragioni vaghe», e di principii, e quelle più solide trascurando de’ fatti; che volgevano tutt(?) altro che propizi a libertà intera.

Era bello a udire que’ deputati promettere e assicurare ogni ardore di popoli a difendere la patria, tostoché avessero conosciuto ch’essi combattevano sotto la republicana insegna; quando invece i popoli ogni dì più davano manifesti segni di avversione minacciosa per questa forma di reggimento; onde il decretarla non sarebbe stato che avacciare la sollevazione, che dovea ristorare il principato, e procurare alla Toscana un grande e durevole flagello per lo empirsi della moneta in carta, onde lo stato romano riboccava, né sapeva più come smaltire; e forse non per altro il più de’ romani il congiungersi co’ Toscani desideravano. Faceva d’altra parte dispetto, che si chiedesse la promulgazione della republica per avere, come essi dicevano, una bandiera. Un deputato, per nome Carrara, assennato giovine fra tanti deliranti, levatosi, disse: Come? I Tedeschi si avvicinano a’ nostri confini, e voi cercate una bandiera? Mentre i croati minacciano ardere le nostre città, saccheggiare le nostre case, rapire il nostro oro, profanare le nostre chiese, disonorare le nostre donne, noi stiamo a disputare de colori che avrà la nostra bandiera? È egli questo amore per la patria? È carità per questa misera Italia, così indegnamente tradita? Credete voi che il nome di republica farà sorgere centomila uomini dal terreno? Non c’ illudiamo o cittadini: chi non impugna l’armi per salvare la patria, che è vicina a divenire provincia tedesca, non le impugnerà per salvare la republica. Tregua dunque agl’inutili discorsi; alle armi, tutti: tutti, alle frontiere. Queste parole fecero accettare le proposte del Guerrazzi; la cui dittatura divenne assoluta quando le cose erano già in sull’orlo del precipizio.

Mentre in tal modo gli annunzi della sconfitta piemontese producevano scompigli e incertezze nell’Italia di mezzo, allegrezza piena suscitavano nelle corti di Gaeta e di Napoli. La diplomazia secolare e chericale, che in fino allora avea proceduto avvolpacchiata e circospetta, cominciò scoprirsi deliberata di promovere la ristorazione de’ principati assoluti coll’esempio del papa. Il conte Esterhazv, legato austriaco, apparso prima conciliativo e temperalo, mise in campo pretensioni esorbitantissime; secondandolo il cardinale Antonelli: che non più parlando di conservazione di statuto od altra riforma civile, sostenne che il pontefice dovesse essere dalle potenze cattoliche ricondotto al suo seggio senza condizione o impaccio alcuno. Se non che l’ambasciadore francese duca d’Harcour, che in quelle conferenze o era zimbello degli oratori nordici e cardinalizi, ovvero serba vasi a far le mostre di costituzionalità, opponeva che l’operare una rinnovazione di monarchia senza alcuna civile sicurtà, non era quietare e pacificare i popoli, ma sì raccendere un fomite di nuove perturbazioni; e novellamente mandava a Roma il signor Merciér per avvertire i costituzionali del pericolo che correva la forma di stato da essi desiderata, e inanimirli à fare movimento, che partorisse la ristorazione papale; invocando il patrocinio de’ Francesi, perché fosse da malleverie di libertà accompagnata. Ma primieramente i costituzionali, come altre più volte abbiamo avvertito, non erano da imprese arrisicate: poi allora vivevano sparsi, incerti, sfiduciati; da ultimo gli esortamenti del Merciér non arrecavano gran coraggio, come quello che dava consigli e speranze, ma nulla prometteva e nulla assicurava per parte di chi reggeva la Francia. Dove non è vano conoscere innanzi tratto, come fosse giudicata la disfatta piemontese.

Nell’assemblea parigina si fecero contese: delle quali era pretesto l’Italia; le interne gare, la ragion vera. Da una parte Ledru Rollin moveva acerbe querele, che la francese republica avesse abbandonato gl’Italiani a un nemico tanto più potente di loro, contro il suo canone di mantenere la pace con tutte le potenze, purché non si fosse trattato di sostenere la libertà di nazioni conculcate. Al che il general Cavaignac, cui maggiormente toccava questo rimprovero, rispondeva; che egli nel reggere la Francia nel tempo che gl’Italiani, perduta la prima guerra, invocavano i suoi aiuti, aveva bene adoperato a non concederli; parendogli da lasciar la guerra per estremo partito, e tentar prima per via di trattati, lo scioglimento della quistione. Ma sorgeva più aperto, anzi più sfacciato d’ogni altro Adolfo Thiers: essere follia, senza guerra, sperare lo affrancamento d'Italia; ma la guerra non doversi fare da’ Francesi: primieramente, per le loro condizioni interne sì civili e sì pecuniarie; e secondamente, per non valer la pena che si accapiglino con tutta Europa per una nazione come l’Italia, che non ha saputo combattere, e da ultimo è venuta a mano di ridicoli perturbatori. Villanie tollerabili, se non fossero state pronunziate da uomini che avevano fatto e facevano come noi, e peggio. Messo pertanto in disputa chente sostegno dovessero arrecare all’Italia i Francesi, deliberarono, che dove fosse stimato di fare una parziale e temporanea occupazione della penisola, a fin di tutelare la integrità del territorio piemontese, e meglio provvedere all’interesse stesso della republica francese, l’assemblea avrebbe approvato. Il che significava di rimettere tutto in arbitrio di chi avea la podestà esecutiva: il quale a un altro genere di spedizione si apparecchiava. Però ancora nel ministero francese erano inclinazioni diverse. I più o desideravano o simulavano di desiderare, che la ristorazione papale si effettuasse civilmente. Di secondare tutte le voglie della corte di Gaeta era disposto il signor di Falloux, ministro sopra gli studi, fanatico papalesco, e gran sostegno di quella parte, che i Francesi chiamano cattolica; per la quale travagliavasi il segretario di legazione Forbin di Jason, che di Gaeta a Roma andava e tornava, intendendosi, e fila annodando con preti, prelati, e quanti erano sanfedisti o fautori di questa setta; e reca maraviglia, che il signor d’Harcour, facendo operare il Merciér con intendimenti liberali, non s’accorgesse, o permettesse che un altro appartenente alla stessa legazione francese, brigasse nel medesimo tempo con disegni oppostissimi. Il che prova quanto sinceri fossero i desiderii di lui, o quanto vero il suo zelo per la conservazione delle nostre libertà.

Mentre la diplomazia faceva disegno di risuscitare assoluta signoria ovunque erano stati fatti sperimenti di libertà, Ferdinando di Napoli, che andava sempre innanzi a tutti, cominciava già a farne con buon successo la prova nel suo regno: insegnando a’ precipitosi di democrazia, come le imprese si conducano a buon termine, con misurato attendere e usare le occasioni. Egli dopo la vittoria del 15 maggio, non che inebriarsene, seguitò protestarsi monarca costituzionale, e coll’aiuto di ministri appartenuti alla parte detta liberale, salvò il più che potè le apparenze. Fuggito il papa di Roma, e avutolo a Gaeta, e accertatosi delle disposizioni delle potenze europee di rimetterlo nella pienezza della podestà, fece altri passi; e prima differì, poi sciolse a tempo indeterminato il parlamento. Sconfitti gl’italiani a Novara, reputandosi a bastanza sicuro, mise giù visiera. Né solamente fu soffocata ogni voce di libertà, ma contro i partigiani di essa incrudelito: e alcuni deputati, come Silvio Spaventa e Pietro Leopardi, ebbero la carcere: altri si salvarono colla fuga; e maggiori crudeltà e supplizi si apparecchiavano, affinché l'età nostra non dovesse raccapricciar meno dei testimoni alle condanne del novantanove, del quindici e del ventuno. Ma prima importava di ripigliare la Sicilia; perché con questa allora non invano sperata vittoria era ancor più facile ribadire i ceppi.

La storia di quest'isola lasciai cogli eccidii di Messina, e la tregua fatta per interposizione de’ legati di Francia e d’Inghilterra. Rappiccandola qui, è da conoscere se nel tempo della sospensione delle armi, s’apparecchiassero i Siciliani, come potevano e dovevano, alla guerra, che tosto o tardi sarebbe senza fallo ricominciata. Ben s’accorsero della necessità di creare esercito ben ordinato e atto a sostenere assalti e battaglie di milizie regolari; e non essendo possibile in tanta ristrettezza di tempo, accozzare uomini nell’isola, massime per l’avversione che, come sopra notai, era ad ogni descrizione forzata, stimossi di raccozzarne da paesi stranieri; il che proposto in parlamento, non più s’opposero coloro che reputavano la formazione d’un esercito regolare, stromento e sostegno di futuro tiranno. Stanziossi che si mandassero commessari in Francia e in Svizzera a raccoglier uomini da militare sotto le siciliane bandiere; e poiché la parte più estrema fàcilmente soverchiava ne’ consigli del governo, di cui era ministro La Farina; non avendo potuto impedire la deliberazione del parlamento per un esercito regolare; cercò volgerla a suo pro, procacciando che andassero in Francia e in Svizzera arrolatori, uomini noti per opinioni repubblicane; e sortiti fra que’ vagabondi, che d’un paese in altro allora si travasavano, conforme fossero faccende da espedire. Ma innanzi che detta gente ragunaticcia giungesse in quel numero che bisognava, e si ordinasse a milizia convenevolmente, sopravvennero i disastri irreparabili; de’ quali per altro vuoisi notare che non solo fu cagione il difetto d’un esercito numeroso e disciplinato, ma ancora le intestine perturbazioni e discordie.

Riduciamoci a mente, conforme più sopra notai, che la rivoluzione siciliana, pura e onorata finché trionfò, in processo si rese odiosa per delitti e garreggiamenti; conciossiaché per vincere fosse stato necessità dare le armi ad ogni generazione di persone, non eccetto gli scappati dagli eragastuli; che ne’ primi giorni della vittoria, ritenne dall’usarle scelleratamente il general fervore per la libertà della patria; passato o scemato il quale, tornarono ad essere gente da corrucci e da sangue. In vano si chiese che fossero disarmati collo scioglimento delle così dette squadre; opponendosi coloro che per lo gridare e travagliarsi ne' primi giorni della rivoluzione, aveano carpito onori e gradi, comandando a quella tumultuaria milizia: che lasciata in piè più a terrore del governo e del parlamento che per alcuna difesa esterna o guardia interna, riusciva un gran braccio agli ambiziosi e a' turbolenti. La insolenza furiosa di queste squadre era cresciuta dopo la caduta di Messina; essendo le sventure publiche piuttosto esca che freno a mi sfa re; e dal dar di piglio nel sangue e roba altrui, notte e giorno, si licenziavano, con grande inquietudine e lamento dei possessori di terre, che spesso per difendersi da quegli assassini, restavano uccisi o malmenati. E quantunque di rapine e ammazzamenti in ogni tempo si fossero commessi in Sicilia, massime in certi luoghi più selvaggi e abbandonali, tuttavia sotto signoria assoluta sogliono i delitti ordinarii spaurir meno che in tempo di libertà; o che la prima si creda, o in effetto sia più atta a frenarli e punirli. Rinnovata adunque in parlamento siciliano la proposta che si sciogliessero quelle malvagie squadre, i più, dopo alcun contrasto, acconsentirono; se non che d’una parte di esse, e forse della peggiore, si ordinò un campo presso Taormina, chiamato, ed era, campo scellerato; perciocché quei soldati, già avvezzi a nessun freno, trovandosi ivi raccolti e oziosi, non facevano che scorrazzare per le vicine ville, e da per tutto predare, uccidere, taglieggiare, stuprare, e ogni altro eccesso commettere. Fra tanto il marchese di Torrearsa, ogni dì più incontrava difficoltà a reggere il governo con quello accozzo strano d’uomini di opinioni oppostissime; che in cambio di produrre conciliazione, come egli s'imprometteva, causava divisione e debolezza: tirando da un lato i membri monarchici, e dall'altro i republicani, e gli uni desiderando ciò che agli altri non era a grado, e così per converso. Fu consigliato a liberarsi di La Farina, reputato il più acceso di republica; ma come prima l'aveva accettato per renderselo amichevole sostegno, temea poi di averlo nemico. E così con infermo e mal accozzato governo procedevasi innanzi; sì fu mestieri al Torrearsa, insieme con gli altri, ritirarsi. Fu composto un ministero sotto la balia del principe di Butera; appartenente ad una delle principali e più cospicue famiglie di Palermo.

Travagliandosi queste cose a Palermo, i ministri di Francia e d’Inghilterra, Raynal e Tempie, insistevano a Gaeta acciocché la loro mediazione profferta dopo la tregua di Messina, avesse un qualche effetto; e sul finire di febraio indussero il re a fare a’ Siciliani un’ultima proposta di costituzione; dicendosi nel proemio, che era fondata su quella cotanto vagheggiata del 1842, salvo i modificamene richiesti da’ tempi; e quanto all’unità del reame, che, era il principale scoglio, stanziavasi, che per la persona del re, per le relazioni colle potenze straniere, e per l’armata di terra e di mare, dovesse rimaner salda; nel resto, avrebbevi separazione di parlamento, di amministrazione, di uffizi: il parlamento comporrebbesi di due assemblee, una detta de’ Pari, nominata a vita e con numero illimitato dal re: l’altra di comuni, eletti dalla nazione per distretti, con questo che gli elettori non avessero meno di once diciotto di rendita annuale, e gli eligendi, non meno di trecento: avrebbe il re facoltà di sciogliere il parlamento, né obbligo di ragunarlo se non dopo un anno; sarebbe libertà di stampare, riserbandosi esso principe di far la legge gastigatrice degli abusi. L’altre disposizioni erano più o meno quelle dell'altre costituzioni moderne, ovvero speciali allo statuto siciliano del 1842.

Quantunque la detta proposta fusse in termini più ristretti delle antecedenti, pure avendo riguardo a’ tempi, anch’essi di molto peggiorati, fu grande stoltizia rifiutare: se già dopo la decretata cassazione del re, dopo gli eccidii di Messina, e i rigori di Napoli, accumulandosi maggiori odii e sospetti, non fosse divenuta impossibile ogni maniera di accomodamento. Sappiamo, che avendo i mediatori inglese e francese, fatto spargere in vari luoghi dell’isola la detta proposta stampata, a fin di provocare una dimostrazione popolare in favor di essa, in vece per ogni dove il popolo s’accese in maggior ira, gridando che avrebbe fatto a pezzi ministri e deputati qualora l'avessero accettata. In tanto i navilii francesi e inglesi entravano nel porto di Palermo con gli ammiragli Boudin e Packer; dicendosi portatori di concessioni da parte del re di Napoli, e dichiarandole il più e l’estremo, che gli sforzi congiunti della republica francese, e della reina d’Inghilterra avessero potuto ottenere, e pregando che fossero accettate, parendo loro che menassero a una dignitosa riconciliazione, da assicurare a’ Siciliani la forma di libertà desiderata con ardore per tanti anni. Adunatosi il consiglio de’ ministri, lette le proposte, risposero: che essi non potevano ricevere alcuna concessione da un re, cui la nazione siciliana avea cassato, e se volevano che fossero presentate al giudizio del parlamento, bisognava che non venissero da Ferdinando di Napoli, ma sì da’ rappresentanti delle due potenze mediatrici. Il che veramente aggiunsero meglio per acquistar tempo di apparecchiarsi alla resistenza, che per alcuna voglia di accettare alcun accomodamento. Tuttavia avendo così riferito i due. ammiragli, eccoti subito condursi a Palermo gli ambasciadori Raynal e Tempie, e togliere dalla proposta costituzione il preambolo del re, affinché non più in nome di lui, ma sì di essi fosse presentata al parlamento: che d’accordo col ministero la rigettò: facendo così il maggior piacere del re; il quale meditando di spegnere ogni libertà in Napoli, non poteva desiderare che altra, comunque limitata, ne sorgesse in Sicilia. E grande impaccio era per lui, se i Siciliani accettavano: ché oltre alla maggior difficoltà di rimettere l’uno e l’altro reame nell’antica servitù, avrebbe esposto troppo la fede delle potenze conciliatrici, e maggiormente scoperto l’animo suo. Forse lasciossi vincere alle istanze de’ rappresentanti di Francia e d’Inghilterra, per la speranza che i Siciliani, ornai chiaritisi per gente forsennata, avrebbono ricusato, ed ei arebbe acquistato novella ragione di ripigliar l’isola colla guerra, e tenerla colle asprezze dell’impero assoluto. Partitisi dunque da Palermo gli oratori d’Inghilterra e di

Francia, dopo il rifiuto del parlamento, fu annunziato d’ordine del re di Napoli, che la tregua s’intendeva rotta. Il che avveniva sei giorni dopo che Carlo Alberto aveva notificato a Radetzky, essere deliberato a ripigliare le armi. Così due guerre, l'una esterna, l’altra intestina, amendue infelici e funeste alla libertà, si raccendevano nel medesimo tempo alle due estremità dell’Italia.

Se non che il re di Napoli, che fra l’annunziazione della rotta tregua, e il ricominciamento della guerra, ricevette le novelle della sconfitta novarese, potè con sì lieto e aspettato agurio seguitar la sua impresa, confidandola allo stesso general Filangieri, che sì bene l’aveva incominciata coll’eccidio di Messina. Egli, fattosi precedere da’ soliti bandi, lusinghieri alle popolazioni e a’ soldati, mosse costeggiando da Messina a Catania per ingrossare con opportuni sbarchi le milizie di terra, e farsi strada guerreggiando in fino a Palermo. Dove altresì con fremiti di allegrezza, fu accolta la notizia; e dal fervore del primo giorno sarebbesi giurato, che la vittoria non mancherebbe. Tutto il popolo, uomini e donne, vecchi e fanciulli, laici e sacerdoti, popolo e deputati, più di quarantamila persone, con zappe, scuri, picconi, corse a scavare fossati e innalzare trincee intorno là città; che in meno di dieci giorni fu per modo affortificata da resistere dalla parte di terra a qualunque più poderoso esercito; né dal mare poteva essere mai assalita validamente da un’armata che non fosse la inglese o francese. Le fortificazioni adunque erano a bastanza gagliarde, , e munite altresì di abbondanti artiglierie. Ma non corrispondeva l’esercito; composto di gente raccogliticcia, e la più parte scapestrata. Capi da ben dirigere una guerra mancavano, in tanta copia di colonnelli e generali partoriti dalla rivoluzione, e solo buoni a fomentare tumulti ne’ paesi. v’avea un fuoruscito polacco per nome Mariolasky, che combatté con onore in altre guerre: e non trovandosi di meglio, a lui fu dato il comando della principale fazione; essendo mandato a Catania per ordinarsi a ricevere la prima battaglia del nemico, avanzantesi da Scaletta: ultimo posto occupato dai regi dopo Messina. Mariolasky fra le genti condotte di Palermo, e le stanziate a Taormina, Catania e altre vicinità, avea circa sette mila uomini: e stimando che fosse da prendere la Offensiva, ordinò alle squadre accampate a Taormina di attaccar subito i regi a Scaletta, con intendimento di cavalcare sopra Messina. Ma il comandante di dette squadre, appena giunto alla terra di Ali, mancatogli il coraggio, si arrestò; onde il nemico da Scaletta; la cui piccola guarnigione sarebbe stata facilmente spugnata, e poteva essere principio di vittoria pe’ Siciliani; preso animo, da assalito divenne assalitore. Avanzandosi ad Ali, mise in fuga pe’ monti quelle squadre; quanto coraggiose nelle sedizioni, ne’ ladroneggi e negli omicidii, altrettanto codarde ne’ generosi combattimenti; e senza contrasto procedendo a Taormina, l’occupò. Nella così detta pianura de’ giardini, sbarcavano intanto le genti condotte per mare dal Filangieri; le quali congiungendosi colle altre, rendevano sempre più grosso e poderoso l’esercito regio, che senza difficoltà procedendo sempre innanzi, s’impadronì della terra di Giare, e poscia occupò AciReali distante circa dieci miglia da Catania; alle cui vicinanze sostenne uno scontro, che facilmente rintuzzato, s’avanzò verso Catania: cui prese dopo aspra zuffa colle poche milizie rimastevi, e vinta da’ regi per non essere stato possibile ricondurre a combattere le disperse squadre, non ostante gli ordini del Mariolasky, rimaso ferito, lasciando di sé fama piuttosto di coraggioso soldato che di esperto capitano; se bene con quelle genti senza disciplina né valore, ogni militare esperienza sarebbe fallita. Caduta Catania, si arresero senza guerra Augusta e Siracusa. Le quali vittorie sapute a Gaeta, furono fatte straordinarie allegrezze. s’innalzarono a Dio azioni di grazie, congiungendo Pio IX e i cardinali le loro preghiere con quelle de’ principi; musiche e mostre militari accrescevano la festa; il santo padre insieme col re si condusse sopra vascello francese per ricrearsi dello spettacolo d’una finta battaglia navale: mentre altrove sangue civile realmente si spargeva.

Se tutti erano nella Italia inferiore, non si godeva nella superiore. Radetzky più dispotico di qualunque re, rafforzava nella Lombardia tutti i rigori d’un governo soldatesco e feroce: e a quello si conformavano i ducati. I quali pareva, secondo i patti della tregua, che non dovessero essere occupati dagli austriaci, innanzi alle definitive risoluzioni della pace; essendo stati i luoghi da occupare designati. Ma Radetzky vincitore, senza molto badare se aveva o no diritto, mandò sedici mila uomini a Parma, intimando al senator Plezza, commessario del re sardo, di lasciare il governo della città, da restituire a’ borboni. Protestò il Plezza, ma non valendo le parole contro le armi, dovette obbedire; e subito fu disarmata la milizia cittadina: vietato ogni segno che a quella e alle passate cose si riferisse; e notificato che il general d’Aspre di commessione e a nome del duca regnante Carlo II assumeva il supremo governo civile e militare degli stati parmensi, e nominava comandante della città il generale Wimpffen; istituendo altresì uno speciale consiglio d’amministrazione, composto per Parma del cavalier Vincenzio Cornacchia, e dei consiglieri Lombardini Guadagnini ed Onesti: per Piacenza de’ conti Barattieri, Gnarnaschelli e Petrucci. Ma peggiore calamità sopraggiungeva a’ popoli di Parma e di Piacenza; avendo il duca Carlo Lodovico da Weiropp il dì 4 marzo rinunziato la corona al suo primogenito Ferdinando Carlo. Il quale avea tutti i vizi del padre: lascivie, giuochi, superatirioni, scioperatezze; senza il cuor generoso e i modi cortesi. Audace negli atti, nemico d’ogni legge, frenetico d’assoluto impero; volto che sotto sembianze umane scopriva ferita di tigre; non gli restava che assidersi in trono perché nel secol nostro un imagine de' Borgia e de’ Farnese non mancasse. Fortuna men rea apparecchiavano i cieli al ducato di Modena. Che se bene soldati stranieri l’occupassero e le solite rigorosità militari praticassero, pure il duca Francesco V, che, come sopra dissi, erasi per avventura messo nelle braccia, di uomini, se non liberali, almeno onesti e amanti della loro, patria, perseverò ne(1) propositi di mite regnare.

Seguitando l’ordine della storia, in questo medesimo tempo era soppressa la ribellione di Genova; i cui autori più che nella popolazione, che piuttosto non impedì che secondò, avevano confidato nella legione de’ Lombardi: rimasta senza combattere nella guerra contro gli Austriaci; onde in gran fretta mandarono messi a Robbio per indurla a correre alla difesa di Genova; e dove fossero giunti, e avessero avuto tempo a ordinarvi una resistenza, non sarebbe stato facile a’ rettori piemontesi ricuperare quella città; fortissima per lo sito, essendo sul dorso dell’estremo appennino, e per le fortificazioni fattevi, che in tre cerchi di mura, uno più esteso dell’altro, la circondano; onde con non molti difensori e col mare libero potrebbe reggere a qualunque più gagliardo assedio. Ma prima che arrivassero i lombardi, sopraggiunse il generale La Marmora, che da Parma riconducendo la sua legione in Piemonte, dopo la tregua fatta, aveva avuto ordine di andare a Genova. Miserando spettacolo, vedere soldati serbati per combattere contro lo straniero, allora volti a rintuzzare guerra intestina. Avendo subito assediato i forti che occupano la sommità del triangolo, e avanzatisi nella parte sottoposta, entrarono nel subborgo di San Pier d’Arena; popoloso di minuta gente; dove i soldati commisero ogni eccesso; non rispettando uomini e cose, mentre i sollevati niuna ingiuria aveano fatto alle persone e alle sostanze. Impadroniti del detto subborgo, scalarono le mura, obligando i resistenti, che vi erano in piccol numero e in peggior ordinanza, a restringersi nella piazza, per farvi estrema opposizione; ma continuando a campeggiarli, e presa la porta di S. Tommaso, procederono fin entro al molo nuovo, da dove cominciarono a travagliare la città colle bombe, chiedendo che si arrendesse. Le strade strette e ripide, ove fossero state meglio asserragliate e difese, avrebbero potuto ancora impedire che le ordinate milizie, se bene padroneggianti le fortezze, avessero subita e allegra vittoria. Ma la università del popolo non desiderava mutazione; che da pochi tentata, era riuscita per lo turbamento arrecato dalle nuove della guerra. Nel tempo che i principali e più arditi a eccitar la sommossa, venuto il pericolo, fuggirono, il maestrato civico, stimolato da una gran parte di abitanti, chiese di capitolare; e il 6 d’aprile fu conchiusa una tregua, durante la quale s’implorò e ottenne perdono quasi generale. Sedata la ribellione, rimasevi pel governo del re il general La Marmora, usando pieni poteri di commessario straordinario, e facendo tutte quelle provvisioni di rigore che in simili casi è necessità o costume; non portar armi; non assembrarsi; bandeggiati i non nativi che non dessero malleveria di loro; vietate le congreghe politiche e le stampe volanti; le botteghe e officine serrate prima della mezza notte.

Ridotta Genova all’obbedienza, il reame piemontese andò ricomponendosi a quiete, e a quello stato di mezzana libertà, che al Pinelli, e a’ suoi colleghi pareva il più durevole, e allora il solo conciliabile colle future sorti d’Italia e di Europa. Fuori del gridare ne’ giornali, e rifrustare accuse di tradimento, la democrazia, dopo le sconfitte tocche notabilmente sconfortata, non aveva più potere di sommovere. Più tosto era cagione di grande e generale afflizione, che gli austriaci dovessero entrare nella cittadella di Alessandria, parendo ciò un tagliare i nervi alla nazione, e anzi che trattarre, ricevere condizioni di pace. I ministri sardi avevano mandato oratori a Radetzky, e insiememente interposto i soliti uffici degli ambasciadori di Francia e d’Inghilterra, perché rinunziasse alla esecuzione di questo durissimo patto, che veramente oltraggiava l’onore de’ piemontesi, e rendeva meno agevole la conclusione dell accordo. Ma il vecchio maresciallo ricusò: quasi volesse far gustare al nemico tutto l’amaro di quella rotta: il che fu cagione che i cominciati trattati di pace s’intorbidassero e allungassero, come più innanzi sarà detto.

Ora è da riferire il successo dell’andata del Gioberti a Parigi; il quale fiducioso di aver ligio il ministero piemontese, non appena giunto in quella metropoli, avea dato opera di appiccare intelligenze col presidente e co’ ministri della republica; a’ quali così favellò: Il re di Piemonte desidera la pace, e crede poterla chiedere senza vergogna, da che è stato dagli altri principi abbandonato nella impresa della libertà comune; ma la vuole equa e onorevole per sé e per tutta Italia. Non creda l’imperadore che per averci la fortuna detto male due volte, abbiamo perduto il cuore e le forze, e siamo disposti a far buona ogni sua pretensione. L’ultima sconfitta, nata da concorso di cause straordinarie, non da difetto di uomini e di valore, aver danneggiate le schiere austriache non men che le nostre: il forte di queste essere intatto: poche settimane bastare a raccoglierle e porle in condizione di ricimentarsi. Che se l’essere abbandonati dagli altri principi della penisola non ci permette ricombattere ne’ campi lombardi, non però le armi renderemmo a chi ci assalisse. Vegga la republica francese quanto le metta conto che gli Austriaci occupino il Piemonte e rompa là bilancia politica di Europa. Se ciò avvenisse, saremmo pronti a riceverli, e fare lunga, accanita, mortale guerra, piuttostoché piegare la fronte a patti vituperosi: e que’ soldati, cui molte cagioni s’unirono a sconfortare allorquando combattevano per la libertà della nazione italiana (il cui pregio non tutti per difetto di civile educazione intendevano) sarebbero invitti nql difendere le native provincie, e quanto hanno di più caro al mondo. E il cuor ci dice, che se anco nel principio della guerra di Lombardia mostrarono di saper vincere, nel secondo caso saprebbono i frutti della vittoria assicurare. Onde l’imperadore considerando i suoi veri interessi, dee un accordo orrevole per le due parti, a nuovi cimenti anteporre; avendo sommossa casa sua, e da dovere da più lati fronteggiare. Ciò deve altresì piacere a Francesi, e a tutti i potentati di Europa: che non potranno quietare, se Italia è sconvolta; la quale non può recarsi ad essere tranquilla, mentre ha da temere infamia, o servitù. Solo modo di riordinarla, è di ritirare il risorgimento nostro verso i suoi principii, componendo con nodi indissolubili, libertà e principato. I Piemontesi offrire l’opera loro a tale effetto: offrirla il nuovo re: ma come potranno moderare le sorti d’Italia, se sono costretti a rimettere del proprio onore, e abbandonare quelle idee magnanime, che sole, dan credito e autorità a’ governi? La interposizione delle potenze altra volta chiarì, come le mezzane vie avviliscono i rettori, avvalorano le sette, spiacciono a’ generosi. Condotti a tali strette, non che pacificare altrui, non potremmo pur provvedere a mallevare la tranquillità propria. Pensi dunque la republica se le torna bene che anco gli stati sardi sieno soggetti a quelle perturbazioni, che il resto della penisola travagliano, in cambio di essere acconci a procurare il buon assetto dalla medesima. Il quale ultimo partito se è il solo confacevole alla dignità, alla sicurezza, alle massime conservatrici e alle benevole intenzioni di lei, può colf autorità sua ridurre il nostro avversario a termini ragionevoli.

Questo disse il Gioberti in generale; ma in particolare chiese che la republica mandasse un presidio armato da valere a questi due intenti; primieramente d’impedire la occupazione d’Alessandria; e in secondo luogo, di permettere che il generale La Marmora colla sua legione, rimasa inoperosa nella guerra, entrasse subito in Toscana, e ristorando il governo del granduca, antivenisse ogni intervenimento di Austriaci. Risposero i ministri della republica, che se il re di Piemonte era risoluto a stringere una pace onorevole, dovesse proporre all'imperadore in iscritto le condizioni principali; ed essi per avvalorare le domande e le pratiche, unirebbero le francesi colle piemontesi armi, mandando un presidio in Savoia o a Nizza o a Genova. Avendo l’oratore mostrato come l’occupazione di questi luoghi; i primi per la vicinità colla Francia, e i desiderii manifestati di essere con quella incorporati, e l’ultimo pe’ recenti lutti e maneggi delle sette eccessive; poteva sembrare pericolosa e inopportuna, parvero persuasi, e lasciarono in facoltà de’ rettori piemontesi eleggere il luogo, purché fosse stato conveniente all’effetto che si voleva, né indegno della maestà della republica francese. Ma il Gioberti invano aspettava le commessioni da Torino. Informati i ministri di sue pratiche, dopo alcuno indugio, gli scrivevano: essere viltà mettersi in casa francesi, avendo già tedeschi: il dare agli uni la seconda cittadella, mentre gli altri tenevano la prima, essere disdicevol cosa: il tesoro trovarsi esausto, e da non sostenere l’aggravio d’un’altra guarnigione: non esser leale l’offerta della francese republica: occupato il Piemonte, favoreggerebbe meglio gli Austriaci che gl’Italiani: quanto al mandare genti in Toscana, non potersi indebolire il regno al cospetto dell’imperadore vittorioso, né s’avrebbe permesso dal granduca.

Non è luogo disputare se i disegni del Gioberti avrebbero sortito l’effetto, e tirato le cose a miglior termine, dopo che ne’ fatti di Roma (di che fra poco discorreremo) dovemmo conoscere qual conto fosse da fare della fede della republica francese; onde poteva essere bene il caso, che invece il Piemonte di avere gli austriaci, avesse austriaci e francesi, egualmente molesti; e che in Toscana l’ingresso de’ piemontesi avesse piuttosto acceso un’altra guerra intestina, che impedito lo intervenimento tedesco. Tuttavia ridotte allora le cose a quella estremità, non era da trovare altri e migliori partiti di questi; che quantunque disperati, pure alla nostra disperazione convenivano. Onde mal si consigliarono i rettori sardi; e ribadirono l’opinione, ch’essi, contenti a una temperata libertà in Piemonte, nulla più curavano del resto d’Italia. E con mostrarsi sori e municipali, apparvero disleali; perciocché, mentre il Gioberti s’apparecchiava a confutare lor ragioni o scuse, come sapeva e poteva egli, mandarono a Parigi con qualità di ambasciadore straordinario il senatore Stefano Gallina, che a bocca replicò il rifiuto; onde l’altro si depose d’ogni ufficio publico: e rimase a Parigi privato, giurando fin d’allora di rompere colla feconda penna, aspra guerra a’ ministri piemontesi, da cui era stato prima abbindolato e poscia offeso. I quali o temessero di averlo nemico, o sperassero di placarlo, o provassero dolore del torto fattogli, gli proffersero una pensione pe’ servigi prestati. Ricusolla, per conservarsi libero: standogli più a cuore la dignità, che non lo spaventasse la povertà; riparata alla meglio colle fatiche dell’ingegno, e la più stretta parsimonia. Così lasciò l’arringo publico: dove entrò con fama smisurata, acquistatagli dalle opere: lo corse quando festeggiato, quando maledetto; ne uscì col dolore di avere maggiormente desiderato, che procurato il bene d’Italia.


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LIBRO VENTITREESIMO

SOMMARIO

Congiure e macchinazioni nello stato romano. — Brigantaggio della provincia ascolana. — Agonia del reggimento democratico in Toscana. — Ripugnanze a scriversi per la difesa de’ confini. — Voci sinistre. — Paure di peggior governo. — Pratiche di ristorazione monarchica. — Andata del conte Serristori a Gaeta, di commissione dei costituzionali. — Altri partiti per a quella volta. — Eccitamenti a sollevazione. — Sospetti de’ democratici contro il Guerrazzi. — Inu menti e uffici del Guerrazzi nel ristorare il principe. — Provvedimenti fatti a questo fine. — Conflitto sanguinoso fra’ Fiorentini e i Livornesi del di 11 aprile. —Occasione presa da’ monarchici per mandare ad effetto i loro desiderii. — Movimento del giorno 12 aprile. — Pratiche di accordo fra il municipio e l’assemblea dei democratici fallite. — Tradimenti e diffalte. — Ristoramento granducale fatto a nome del municipio. — Rettori aggiunti. — Furori di popolo contro al Guerrazzi. — Dichiarazioni e promesse fallaci de’ ristoratori del principato. — Primi loro atti. — Imprigionamento del Guerrazzi sotto specie di custodirlo. — Mislealtà usata. — Sperperamento dei democratici. — Baldorie e violenze della fazione tirannesca. — Impotenza de’ nuovi rettori a infrenarla. — Accuse e sospetti. — Ristorazione granducale nelle provincie. — Difficoltà e contrasti superati. — Dispersione de’ corpi guidati dal Petracchi e del Guarducci. — Subbuglio della città di Livorno, ricusante di tornare sotto il principe. — Minaccia di Austriaci di rompere i confini. — Diffalta del general d’Apice. — Effetti prodotti in Roma dalla nuova della ristorazione monarchica in Toscana. — Giuramenti, bandi e deliberazioni. — Consulte diplomatiche a Gaeta sul modo di riordinare lo stato romano. — Sentenze diverse. — Consiglio di agenti francesi ai costituzionali in Roma. — Deliberazione de’ rettori francesi di fare una spedizione in Roma. — Intendimenti varii e confusi di questa spedizione. — Discussione fattane in parlamento. — Parole dette nel parlamento inglese. —Peggioramento della republica romana. — Provvedimenti di tesoreria. — Perturbazioni di quiete e sicurezza publica con fini contrarii. — Delitti atrocissimi della provincia anconitana e pesarese. — Commessione data all’Orsini per cessarli. — Totale sottomissione della Sicilia. — Nuovo assalto a Venezia. — Illusioni del general Pepe. — Apparecchi a resistere.

In mezzo a trionfi della monarchia così assoluta come limitata, seguitava l’Italia di mezzo in quello stato di transitoria libertà; i cui partigiani non potevano sostenere, né volevano lasciare; alcuni per onore, altri per vanità, chi per accecamento, chi per disperazione, e qualcuno perché non potendo trovar seggio per sé. comunque le cose si acconciassero, poco si curava della rovina di tutto ’l rimanente. Diresti che sola salute per essi fosse il non isperarne alcuna. Ma d’altro lato, dopo la sottomissione di Genova, e le fallite prove d’un generale sollevamento nel Piemonte, e la certezza del vicino intervenimento delle potenze a rimettere il papa e il granduca di Toscana, maggiormente scoprivasi l’opera de’ monarchici a sollevare le popolazioni contro a quei da loro abborriti governi di republica; accontandosi co’ tiranneschi i costituzionali, o almeno secondandoli, quantunque intenzioni e speranze diverse nutrissero, e con minor coraggio e risoluzione procedessero. Desideravano i costituzionali la principesca ristorazione con quegli ordini di libertà, pe quali avessono la potenza recuperato: agognavano gli altri pura e assoluta signoria; promovevano quelli lo intervenimento delle armi francesi, stimandole apparecchiate a difendere la monarchia civile: invocavano questi il soccorso delle armi austriache e napoletane, che sapevano più fido sostegno a dispotico impero. Gli uni avrebbero voluto che movimento i popoli facessero, ma non violento e sanguinoso; come era intendimento de’ fautori della tirannia. Finalmente differivano, perché i costituzionali più che per alcuna opera o fatto, si dimostravano nemici alla democrazia per discorsi e lamenti vani; e tanto maggior odio acquistavano da’ republicani quanto riescivano meno efficaci e temibili dei tiranneschi, che non inutilmente cospiravano; fingendo di volere principato con costituzione, per aver seguaci e aiutatori alla loro impresa gli stessi costituzionali; e dopo la vittoria facilmente sgararli, quasi punendoli sì della loro mal celata ambizione, e sì della loro semplicità a credere, che ristorazione di principato possa farsi, che non sia assoluta.

Adunque negli stati romani, di congiure scoppiavano maggiori indizi: e dacché gl’interdetti, profezie, prodigi non valevano a sollevare i popoli, si adoperavano stimoli più efficaci e più rei. In alcuni luoghi vennero alle mani e al sangue. A Ginestreto, piccolo castello a cinque miglia da Pesaro, turba di villani capitanata da un Domenico Oliva, entrò in chiesa, e fatto benedire armi e bandiere, sono le campane a martello; poi uscì ad abbattere le insegne republicane, procedendo via via in altre terre fino a Mombaroccio, terra natale dell’Oliva; la più popolosa di que’ dintorni. Gli abitanti chiusero le porte, e respinsero i sollevati, che ripararono al convento de’ frati zoccolanti, posto in vetta del monte Beatosanto; di dove furono in breve ora volti in fuga da’ soldati, che di Pesaro mandò il preside Cattabene.

Ma il maggiore sforzo di macchinazione facevasi nelle Marche, al. confine del regno. Erano memorie, che altre più volte ladroni e omicidi, conosciuti sotto il vil nome di brigantaggio, aveano, rubando, ammazzando, taglieggiando, e ogni più crudele e scellerata opera commettendo, fatto strada al ritorno del papa e di altri monarchi; e lasciarono già nelle istorie nomi di perpetua infamia un fra Diavolo, un fra Cicala, uno Sciabolone, e a niuno forse di costoro secondo, il cardinal Ruffo. Siffatti esempi, e più i profitti che ne seguirono, accesero il cardinal De Angelis e monsignor Savelli. Il primo era arcivescovo a Fermo, da dove ordiva da un pezzo trame con sì poco accorgimento e prudenza, che il preside republicano fu costretto a farlo sostenere, e quindi mandarlo prigione in Ancona. Con maggior sicurezza della persona travagliavasi il Savelli; il quale col titolo acquistato di commessario pontificio straordinario, si condusse a Teramo, città ultima d’Abruzzo sul confine; dove insiem con lui si ridussero il maggiore de Angelis, fratello del cardinale, e il maggiore AlderanoPalomba, fratello del console toscano e austriaco a Civitavecchia, per caldeggiare di qua nella provincia ascolana l’opera brigantesca, coll’autorità e col danaro ricevuto dalla corte di Gaeta. Ma il Savelli avarissimo poco o nulla diede, costringendo i briganti a maggiormente sostentarsi colle rapine e colle taglie. Erano circa mille e cinquecento, fra soldati napoletani, montanari, banditi d’ogni sorte. Capitanavali un prete per nome Taliani, uomo rozzo, ignorante, facinoroso, già colonnello de’ centurioni gregoriani, e allora nominato commessario pontificio nelle Marche, e comandante superiore de’ volontari pontificii. Precedevano frati e preti col Cristo in mano, e così entrando ne’ paesi, li mettevano a ruba. Ma non riuscivano a sommovere i popoli. Più tosto abbandonavano i luoghi che lasciarsi adescare da que’ ladroni, non ostante che in nome e coi colori del papa s’avanzassero. Più volte si avvicinarono alla città di Ascoli, che serrate le porte, col coraggio di cittadini armati e usciti fuori, gli respinse. Non di meno tornavano sempre agli assalti; sì il colonnello Rosselli, comandante le milizie republicane in quella provincia, uscito loro contro, e coltili di sorpresa presso Coperso, li sbaragliò e fugò per quelle balze: seguitandoli fino al villaggio di San Gregorio: e di qui marciò sopra Acquasanta: dove era il capitano Costantini, assediato da’ briganti insieme colle sue genti. Liberatolo, e passando per le Castagne Coperte, luogo famoso per le stragi pure brigantesche del 1809, s’impadronì di Capo di Rigo, assaltò all’improvviso i briganti, e cacciolli fino ad Arquata, di dove nascostamente fuggirono, riparando nel regno di Napoli.

Ma in Toscana o per essere poco in odio il principato, o per maggior debolezza del nuovo governo, o per inopinato accidente, le replicate prove di sollevazione ebbero finalmente effetto. Mostrai come la Toscana fra lo spirare del mese di marzo e l’entrare di aprile, perigliasse fra interne perturbazioni, e minaccio di straniera occupazione. Le quali due cose erano andate ognora aumentando, essendo l’una calamità stimolo all’altra; perciocché di mano in mano si chiariva meglio, e non lontano l’avvicinarsi degli Austriaci, i vaghi della monarchia, costituzionali e non costituzionali, pigliavano più ardire: e intanto gli estremi democratici, più tosto da disperazione che da alcuna speranza stimolati, diventavano ogni giorno più inquieti e turbolenti, mettendo il paese, già stucco, nella prova di romperla con esso loro. Il Guerrazzi, che timoneggiava la nave dello stato fra questi scogli, faceva meglio le mostre di condurla a salvamento, di quello che ne avesse il potere e la fidanza. Ché dove pure gli fosse successo di mantener la quiete dentro, non gli era possibile assicurare i confini. Tuttavia di bandi e di esortamenti seguitava ad essere prodigo: adoperava parole or fiere or lusinghevoli, mescolate d’imagini nuove e strane; sperando forse che le fantasie commosse accendessero i cuori: che per altro rimanevano freddi. E poiché negli editti si parlava di libertà italiana: il qual nome aveva altra volta suscitato fervori insoliti di guerra; allora suonava mal definito nel concetto de’ più; a’ quali, come più sopra notai, era sì odioso quel democratico reggimento, che fra il prendere le armi per difenderlo, o accettare la tedesca occupazione, a questa si accomodavano; anzi dolenti alcuni sarebbono stati, se dopo la fallita speranza del soccorso piemontese, fosse mancata. Aperti adunque i ruoli per iscriversi nella milizia, destinata alla difesa de' confini, pochi si presentarono; molta gioventù rattenuta non solo da ignavia, ma ancora da istanze de’ genitori; che pe’ figliuoli scritti si richiamavano. Il ministro preposto alla guerra, G. Manganaro (succeduto al general D’Apice, anch'esso quasi subito scambiato) manifestava per bando il suo rammarico per cotale scandaloso rifiuto a difendere la patria in pericolo, ricordando (con nessun frutto) l’esempio delle madri spartane, che non solo consentivano a’ figliuoli il prendere le armi, ma colle loro mani ne li rivestivano, e accompagnandoli al luogo della zuffa, li esortavano a lasciare anzi la vita che la vittoria.

Fra tanto qua e là i mali e i rimedii si esageravano con voci variamente paurose. Da un lato i nemici della democrazia spargevano i Napoletani a Rieti, e gli Austriaci in Lunigiana entrati; il che non era vero. Dall’altro i democratici cercavano di far credere il loro esercito smisuratamente ingrossato, inespugnabili le fortificazioni, muniti i confini, né più veduto il fervore de’ popoli a respingere ogni straniero intervenimento. Le quali cose erano ancor più lontane dal vero; perché se bene sufficienti raccolte di armi si facessero, scarsa e non disciplinata era la gente che dovea impugnarle; e tuttavia bastava perché gli animi de’ più sventati con sì fatte illusioni maggiormente folleggiassero, quasi certi del trionfo: né mai si vide tanto più crescere la baldanza, quanto più il pericolo era vicino; il che sarebbe meno esplicabile se non si sapesse, avervi di traditori, che sospingevano il furore delle passioni estreme per facilitare lo intervenimento straniero. Tanto più adunque il guerrazziano impero era desiderato dagli amici della quiete, quanto il loro animo martellava ognor crescente paura, che altro peggiore di gente vituperosissima, non ne sorgesse: quindi ne’ loro diari pregavano e confortavano il Guerrazzi a tenere il governo, come il solo rimasto a frenare gl’impeti della licenza. Piacque, e fu arte di lui, che l’arcivescovo di Firenze si riducesse alla sua sede, quasi indicio che le cose andassero a sicurtà interna ricomponendosi: e il dittatore ogni dì più dalla setta de’ licenziosi si spiccasse. In oltre di mano in mano nell’universale rafforzavasi la opinione più o meno esatta, che il Guerrazzi si travagliava per la ristorazione del principe, cresceva verso lui l'osservanza de’ monarchici; alcuni de’ quali, ragunati in segreto concilio, che s’intitolò comitato de’ veri cittadini, diressero a vari notabili della città, fra cui erano il Capoquadri, il Ricasoli, il Capponi, il Serristori, il duca di Casigliano, ed altri parecchi, una lettera in questa forma. Non essere più tempo da perdere. Toscana tutta volere da essi la sua salvezza, ed essere debito il procacciarla. Corressero e subito, stringendosi fra loro e con altri; e d’accordo col municipio andassero al Guerrazzi per concordare il modo, sì per mantenere la sicurtà in terna, e sì per ovviare alla straniera occupazione. Confidare il principe in loro, né i Toscani dimenticheranno il loro nome, che sarà in monumento eretto a’ benemeriti della patria, scolpito.

Dette lettere raccolte in un piego, furono, per più sicurezza, mandate al direttore delle poste; che per paura o per acquistarsi grazia le portò al Guerrazzi. Questi, sapendo il contenuto, suggellate le fece avere a’ nominati, avvertendoli, più tosto risentito, che non accrescessero, mescolandosi in segrete brighe, i suoi fastidii, né lo attraversassero nel conceputo disegno. Risposero alcuni, scusandosi, che nulla macchinavano, e anzi nello ingegno e virtù di lui tutti confidavano. Nel medesimo tempo il prefetto, di Firenze, Guidi Rontani, o che sperasse di conservarsi per questa via l’ufficio, o fosse mosso da amore di ben publico, cercava intendersi co’ più autorevoli della parte costituzionale, a fin di effettuare la granducale ristorazione. Né fece un motto al Guerrazzi, che gli rispose, non essere ancora tempo: doversi meglio le cose apparecchiare. Nondimeno il Rontani si convenne con Gino Capponi, Giuseppe Giusti, e il conte Serristori perché quest’ultimo andasse a Mola di Gaeta, e il principe supplicasse di richiamare con publico bando i Toscani alla sua obbedienza; dopo di che sarebbesi di leggieri il granduca al seggio rialzato, insieme collo statuto del 1848. Il Serristori, agevolato dal prefetto, partì; presentò al principe la supplica: il quale nessuna risposta diede, né alcun atto fece. Più innanzi conosceremo con quanto diverse commessioni da quelle colle quali era stato mandato, il conte tornò. Partirono pure altri nascosamente per Gaeta, chi prima, chi poi: se spontanei o chiamati, non saprei dire, ma certi che la loro andata tanto più largamente sarebbe stata guiderdonata, quanto che appariva più meritoria: sentendosi la corte in stillo scoglio di Gaeta come abbandonata e quasi dimenticata, ancor da quelli che per servigi e uffici dimestici avrebbero avuto maggior obbligo di raggiungerla o visitarla. Molti de’ quali spasimando in cuore il ritorno del principe, temevano di non manifestarsi troppo, dov’ei per alcuno accidente non fosse tornato; onde finché non furono più che sicuri dello intervenimento straniero, procedevano assai cauti, e qualcuno molto incerto ed ambiguo. Ma nel tempo che i monarchici d’ogni generazione caldeggiavano la dittatura guerrazziana, solo e finché avesse impedito che la parte più licenziosa non prevalesse, non cessavano più o meno di soppiatto dallo stigare a sollevazione contraria, massime gli uomini delle campagne, che come più sottoposti all’autorità dei preti e dei nobili, si giudicavano più agevoli a quell'impresa; maggiormente promossa coll’oro del russo Demidoff; che poco in patria osservato, avea nella facile Toscana, ottenuto titolo e insegna di principe, per lo gran spendere; talora con publica beneficenza, e più spesso con arroganza soverchiatrice e stravagante. Egli spesso andando e tornando di Gaeta; portatore e rapportatore di segrete intelligenze; mentre nello interno comperava gridatori, s’intendeva fuori cogli Austriaci, perché quanto prima in Toscana si gittassero.

Or questi diversi maneggi e tentamenti, spillati da’ settari della democrazia, aggrandendone il rumore, se ne valevano per dare addosso al Guerrazzi, che secondo loro n’era inteso, e s’accordava co’ fautori del principe, e tradiva la parte che lo aveva innalzato. Ciò era calunnia, suggerita da sospettosa malizia. Ma è certo che egli ogni di più sentendo di non potersi reggere in quello stato, non più di fuori che di dentro minacciato, più esplicito e anco determinato procedeva nel disegno della ristorazione monarchica: ch’ei sperava di condurre senza contrasto e perturbazione interna, e colle stesse forme di legittimità popolare; inducendo il maggior numero dell’assemblea a deliberarla, appena si fosse di nuovo ragunata; al qual fine mandò nelle provincie alcuni di quei deputati a lui più deferenti, perché informandosi delle inclinazioni dei popoli, ne riferissero; e rafforzato del costoro rapporto, che s’aspettava sfavorevole a republica, e più, a prendere le armi per difenderla, proporre con maggior certezza di successo la rinnovazione dello statuto. Però, quando anche l’assemblea, già sperimentata docile ad altri suoi voleri, avesse aderito, quasi cedendo alla necessità, non si potrebbe dire che la deliberazione di lei avrebbe il desiderato effetto prodotto; ché non avendo il principe, messosi in man degli Austriaci, fatto alcun conto dell’opera del municipio e de’ fautori della monarchia, come fra poco conosceremo, non era da sperare che rispettasse quella de’ rappresentanti della democrazia. Vero è che' il Guerrazzi nel medesimo tempo cercava di rendersi favorevoli gli oratori d’Inghilterra e di Francia, e impegnare lor fede a mettere un ostacolo alla venuta dei tedeschi; senza cui ogni maniera di ristorazione sarebbe tornata egualmente contraria a libertà; e il ministro d’Inghilterra Hamilton incoraggiandolo in questi propositi, davagli di quelle assicurazioni che paiono autentiche, e non sono.

Adunque colla quasi certezza di far deliberare dall’assemblea il ritorno del principe con larghe guarentigie di libertà, e colla speranza che i rettori d’Inghilterra e di Francia dopo questo fatto sostenessero il non intervenimento degli austriaci, il Guerrazzi faceva gli opportuni provvedimenti; specialmente diretti a tenere in freno i partigiani sì del regno assoluto e sì della republica; gli uni e gli altri da mandar male il suo disegno. E sì come per opera d’entrambi si commettevano ribalderie, e che era peggio, se ne ingrandiva la fama con grande spavento e dolore dell’universale, tornò a quell’odioso e vanissimo espediente della legge sommaria, che non fece né pur l’effetto di spaurire, sapendosi che come l’altra volta, sarebbe rimasta vacua di effetto. Risoluzione più opportuna fu di ordinare che le armi, nei primi giorni della mutazione, date rifusamente o rapite dalla gente dei conventicoli, si ripigliassero sotto colore di servire pe’ marcianti alla difesa de’ confini.

Ma nel tempo che il Guerrazzi faceva ogni sforzo per reggere la puntaglia in fino al 15 aprile, che doveva ragunarsi l’assemblea, nacque un conflitto, che guastò tutti i suoi disegni e apparecchi. Del qual conflitto dirò i particolari. Provando egli sterili in Firenze e nelle altre città di Toscana i replicati eccitamenti alla difesa esterna, erasi rivolto più particolarmente ai Livornesi, che come cagion prima di quella mutazione, parevagli dovessero fare ogni prova per sostenerla colle armi. Andò egli stesso in persona a Livorno, arringò il popolo nella chiesa principale, eccitollo ad accorrere numeroso alla frontiera per difendere la patria. Un certo numero si scrisse, non uguale al bisogno, ma da mostrare che i livornesi più che ogni altra gente di Toscana, ascoltavano la voce del Guerrazzi: non avvertendo egli, o forse dissimulando, che que’ sì pronti a menar le mani ne’ garbugli interni, cattivi soldati sarebbero stati per la difesa esterna; se pure in tanta penuria di combattenti e di difensori, non fosse da abbracciar tutti e adoperarli come si poteva. Ordinossi che gli scritti venissero a Firenze per essere in fortezza addestrati nelle armi; destinando la città di Pisa per ritrovo generale di tutta questa milizia volontaria. Giungevano i sopraddetti livornesi, che pareano berrovieri; armati alcuni di pistole e pugnali; e in aspetti rivoltuosi e torbidi, che facevano insieme paura e dispetto a fiorentini, già. a bastanza indispettiti per quelli che da un pezzo vi dimoravano, albergati nel convento di Borgognissanti; i quali non era quasi giorno che non facessero qualche ribalderia, o non pagando nelle botteghe, o che più inaspriva, dando noia alle donne, scambiando talora oneste con disoneste; onde avvenivano risse, baruffe e richiami al prefetto, che non sapeva o non poteva rimediare. V’avea pure la squadra de’ Livornesi, condotta dal maggiore Guarducci; che stanziata a Pistoia, era stata chiamata per mandarla al contado aretino; ma non aveva passato Montevarchi, che per richiami del commessario Romanelli, ebbe ordine di tornare a Firenze, e restituirsi alle stanze di Pistoia. Mai non furono vedute compagnie di soldati in peggiore arnese; mancavano di cappotti, di vesti, di scarpe, e soprattutto di disciplina. Il ministro preposto alla guerra passatele in rassegna, ordinò che si fermassero per essere vestite e armate convenientemente. Ma la città mormorava per tutto questo raguno di livornesi odiatissimi: tanto più che i nemici del Guerrazzi spargevano, averli esso chiamati per difender sé, e opprimere il popolò fiorentino. Il che non era vero: ma dava presa a quelle voci cól non mostrarsene scontento, quantunque in cuore nessuna stima avesse di loro; e più, col non sollecitarne la partenza; non ostante che amici suoi e della patria lo avvertissero, che non era senza gran pericolo il tenerli in Firenze ancora un giorno; e vestiti o non vestiti, armati o non armati, bisognava levare quest’esca di civile discordia, da finire col sangue. Ma il Guerrazzi, solito a scherzare col pericolo; forse non avendo concetto che i fiorentini venissero mai alle mani, o uscissero vittoriosi, lasciava correre, dicendo che appena provveduti di armi e bagaglie sarebbero partiti. I livornesi d’altra parte, sapendo la ressa che era fatta al capo del governo, perché fossero mandati via, e l’odio generale contro loro suscitato, stavano come in paese nemico; crucciosi, baldanzosi, desiderosi prima di andarsene, di lasciare alcun ricordo di loro. Quindi qua e là sparpagliati, poco o nulla valendo la voce de’ capi a tenerli negli alloggi, bravavano la gente fiorentina; che per un pezzo tollerò: ma la mattina del giorno 11 aprile il sacco era per traboccare. In tutta la città notavasi certa inquietudine più del solito. Il Guerrazzi, stato la sera avanti egli stesso testimone d’una baruffa avvenuta alla porta a Prato, e veduto per buon tratto di via rovesciarsi in città una frotta di gente, armata di bastoni, che imprecava al suo nome, erasi finalmente deciso a far partire la squadra del Guarducci; e mandava gli ordini. Ma in questo, era nato in luogo detto de’ cancelli, non molto lungi della fortezza, un gran tafferuglio per avere alcuni livornesi preso roba in una bottega, e non voluto pagarla, aggiungendo insulti e bravate. Forse in questi scandoli soffiavano coloro che desideravano un pretesto di sollevazione. I quali aggrandivano i misfatti de’ livornesi; spargendo che dove trucidavano fanciulli, dove svergognavano donne, dove svaligiavano case, e di mandare la città a ferro e a sacco erano deliberati; mentre poco più, e poco meno facevano di quanto da soldatesche regolarissime si è pur tollerato. Levossi rumore da per tutto: era un gridare feroce addosso a’ livornesi. Il capo della guardia cittadina Zannetti correva su e giù a metter pace, facendo più le parti di coraggioso e virtuoso cittadino, che di esperto comandante; il cui ufficio sarebbe stato di dar ordini: mancando i quali, le compagnie che uscivano fuori in arme, stavano ognuna a volontà de’ capitani: inconsapevoli anch’essi di ciò che dovessero fare.

Era la città in questo subbuglio, quando la squadra del Guarducci, conforme al comando avuto, s’incamminava verso la stazione della strada ferrata, per essere di qua traghettata a Prato, e quindi a Pistoia. Si sparse, e dalla commossa gente si credette, uscire a sostegno de’ compagni livornesi. All'entrare in Piazza Vecchia, contr’essa divampò la furia del popolo. Allora appiccossi la zuffa. I Livornesi armati tirarono; i civici che erano schierati, vedendo tirare, non si tennero né pur essi. Cresciuto il furore da ambe le parti, venivano dalle fenestre archibusate contro a’ livornesi, che sciolti nella piazza, ne dirizzavano altrettante contro le case. Alcuni caddero morti; in vano adoperandosi il maggior Guarducci perché il fuoco cessasse, e l’ordine tornasse nelle scomposte file; e gittò via la spada, protestando di non voler più comandare que’ suoi inferociti soldati. Era corso all’annunzio del tumulto il Guerrazzi, a cui ne’ pericoli il coraggio più tosto cresceva che mancasse. E scorgendo che un drappello di dragoni, in cambio di disperdere gli azzuffati, stavasene in disparte, garrì chi li comandava, e fatto scendere di cavallo un soldato, vi montò egli, e voltò dove più ardeva la mischia. Gli fu tratto un colpo, che non lo colse; e tuttavia seguitò: e giunto in piazza, e pronunziate parole di concordia, vi rimase fino che la civile battaglia non cessò, e le genti del Guarducci non si partirono. Ma altro più feroce tumulto erasi acceso a poca distanza, mescolandosi i veliti, che pria carabinieri, volevano vendicarsi delle offese patite a Livorno l’anno avanti, e non mai sdimenticate. E perché a’ livornesi rimasti si dava la caccia, come a belve feroci, tre di loro eransi appiattati in una bottega. I veliti li volevano nelle mani. Contrastò per un pezzo lo Zannetti: ma venutagli addosso la piena del popolo, dové cedere, e que’ sciagurati furono fatti a pezzi. Sopraggiunto ilGuerrazzi, e gridando che da quell’incrudelire contro affratelli cessassero, urli di popolo intorno lo assordano, che erano assassini e bisognava finirli. Provando egli a scusarli (e vogliono che si lasciasse uscir di bocca, che se non fossero stati offesi, non sarebbonsi cimentati), due sassi gli furono scagliati. Giovogli la sua intrepidezza: per la quale potè salvarsi, restando nel pericolo in fino all’ultimo; e promettendo che subito avrebbe fatto partire tutti i livornesi che ancora rimanevano.

Ma ornai il rimedio non era più a tempo. I monarchici d’ogni specie, in fino allora peritosi di fare utì movimento in favor del principe, e aspettanti che lo stesso Guerrazzi lo conducesse o almeno lo aiutasse, presero alquanto più animo: come che ognora lontano da quella risoluzione, che in simili fatti si richiede. Avrebbero voluto; pareva loro ottima occasione quel furor popolare contro i livornesi; ma non bene s’attentavano. La città, dopo i sanguinosi casi del giorno, era nella notte rimasa piuttosto senza guerra che con pace; tanto più che i mettitori di scandoli avevano divulgato, che la città di Livorno sarebbesi travasata in arme a Firenze per vendicare gli uccisi: e qua e là facevansi raguni di popolo, in gran parte formati di quella gente vendereccia, che grida per chi paga; e in quel momento pagavano i monarchici. Andarono indettati al palazzo della città; domandarono e ottennero che il maestrato si adunasse; gridarono che togliessero il timone dello stato a nome del principe: il cui busto preso, correvano con quello in mano a vie più eccitare a mutazione.

I sussurroni della democrazia, sì baldanzosi il giorno avanti, erano tutti scomparsi dalle piazze, svigoriti dall’aver veduto che il popolo fiorentino cominciava farsi vivo. Solamente i pochi deputati della costituente, che erano in Firenze, si congregarono nella sala de’ consigli, più per sermoneggiare, che per fare alcun provvedimento. Cominciossi ad atterrare gli alberi detti della libertà, con mescolamento di voci, se bene non molto alte né generali, di morte al Guerrazzi e viva Leopoldo IL Ne fu avvertito il ministro degli affari interni Marmocchi, da due ufficiali della guardia cittadina; a’ quali rispose: se il popolo era molto, lasciatesi fare. Ed essendogli stato soggiunto, che non era molto, e potevasi di leggieri disperdere, replicò, che ne avrebbe parlato col capo della podestà esecutiva. D’ordine del quale furono rafforzate le guardie alle porte della città, e mandate in giro scolte armate. Il ministro preposto alla guerra altresì comandava, che fossero portati in piazza quattro cannoni, e la cavalleria stesse pronta. Ma parendo la milizia di maggior fiducia i municipali, che in buon numero si trovavano a Lucca per andare ai confini, si ordinò parte di essi tornassero subito a Firenze col comandante Solerà; già apparecchiato al tradimento. Non molto il Guerrazzi mostrava di contare sulla guardia cittadina, o che la stimasse debole sostegno, o temesse di averla maggiormente avversa che favorevole; né in questo s’ingannava: perciocché nell’ultima ricomposizione fatta, i graduati eletti co’ suffragi dell’universale, erano stati la più parte sortiti monarchici e nemici al governo democratico; e comecché il capo supremo Zannetti fosse di libertà svisceratissimo, non aveva piena la osservanza di chi reggeva: essendosi già chiarito, non essere uomo da secondarlo in ogni cosa; senza dire quel che sopra notai, che per coraggio e virtù valeva tant’oro; non così ne’ consigli, e più negli usi politici e militari.

Adunque con ordini vani e incerti, anzi che con validi provvedimenti, si passò la notte dall’undici al dodici aprile; mentre i fautori della ristorazione principesca travagliavansi nascostamente, perché genti da’ luoghi vicini accorressero ad ingrossare e fortificare il movimento. La mattina del 12, la stessa gente prezzolata per tempissimo raggruppavasi. Non avendo incontrato alcuna opposizione nella notte, tornava agli stessi atti e alle stesse voci; e nel tempo che tranquillamente l'appicca va in alcuni luoghi le imprese granducali, metteva a terra gli alberi di libertà, rimasi ancora in pié; andando poi costoro per le case a domandare guiderdoni: e si riconoscevano i medesimi che un mese avanti chiesero di essere guiderdonati per averli rizzati. Tuttavia se quelli del governo avessero apparecchiato subito alcuna resistenza, ovvero non fossero stati traditi da' quei che avevano obligo di sostenerli, quest’altra prova de’ monarchici sarebbe fallita, come le precedenti; conciossiaché seguitassero a procedere colla stessa mollezza e titubanza. Chi diceva: facciamo; chi tentennava; chi avrebbe voluto in un modo; chi in un altro: onde nella città era agitazione e ingrossamento di popolo senza sapere a che si dovesse venire. Pareva che democratici e monarchici facessero a chi più temersi: e la gente fiorentina, passatole il furore contro a’ livornesi, già partiti, cominciava ripigliare quella sua naturale indifferenza, se i prezzolati delle campagne e delle. strade non venivano a rianimirla.

In questo mezzo il municipio erasi adunato nella sua sede, non certo di quel che dovesse fare. Ubaldino Peruzzi, gonfaloniere, essendo infermo, faceva sue veci un Orazio Ricasoli, che in tutta Toscana non era forse da trovare il più onesto e a un tempo il più imbecille uomo; da sottoscrivere ogni cosa senza leggere o intendere. v’ebbe qualcuno di quel magistrato che opinò, doversi impetrare la unione dell’assemblea costituente, per avere un autorità toscana, anzi che fiorentina. Parve che a’ più quadrasse questo pensiero, e l’architetto Giuseppe Martelli, uno del consiglio, andò subito in cerca del professor Taddei, presidente dell’assemblea, a fin di conferire per un accordo fra’ due corpi, mediante il quale si effettuasse l’ornai necessario, e da lutti desiderato mutamento, senza contrasto e spargimento di sangue. Il Taddei buono, e di costumi temperatissimi, facilmente acconsentiva. Accontatisi col professore Zannetti, come capo della milizia cittadina, uniti andarono al palazzo civico per consultare insieme cogli altri sul modo din andare ad effetto il comune disegno. Stanziarono, che l’assemblea, d’accordo colla guardia cittadina e col municipio, dovesse la ristorazione della monarchia costituzionale effettuare.

Ma fuori già si trattava di dare tutori al municipio: che essendo composto di uomini da nulla e alcuni quasi idioti, temevano non avesse sufficiente autorità e scienza per soprintendere a quel movimento. Lo trassero ad aggregarsi cinque 25 uomini di nome, da procacciargli fiducia e osservanza. Furono il marchese Gino Capponi, il barone Bettino Ricasoli, il conte Luigi Serristori, il marchese Carlo Torrigiani, e il senatore Cesare Capoquadri: tutti sortiti dalla schiera dei costituzionali, ma non tutti d’animo egualmente, schietto: potendo in qualcuno più l’ambizion del comando che l’amore di fama cittadinesca. Del marchese Capponi notai altra volta il fato infelice di servire d’usbergo a’ costituzionali ogni volta sentivano o fuggirsi di mano la potenza, o speravano di racquistarla; e allora gli fecero correre pericolo di macchiare con brutta fine la libera e intemerata sua vita, se non l’avesse scusato la sventura di esser cieco, e la pieghevole bontà dell’animo a lasciarsi trascinare al governo, quando più era mestieri di vedere e operare. Bettino Ricasoli, probo uomo anch’esso, e sincero costituzionale, ma d’ingegno piuttosto puntiglioso, non così in quel momento desiderava la ristorazione dello statuto, che ancor più forse non desiderasse l’abbassamento della democrazia, stata ostacolo perché egli e i suoi amici non salissero al governo. Il Serristori partito già per Gaeta, non ebbe parte nel governo ristoratore; serbato. egli a compirne un’altra men bella, come al suo luogo sarà detto. Il Torrigiani era un dabben uomo, e da stare cogli altri, più autorevoli. Meno leale di tutti appariva il Capoquadri: quasi anello ultimo fra’ costituzionali e i tiranneschi, e da prevalere in un consiglio di stolti, per quel suo intelletto avviluppato ed eloquenza variamente cavillosa. Egli la sera dell’14, erasi partito di Firenze, e fingendo andare a una sua villa presso Empoli, si condusse a Terrafino, villa del Bertolla, sperando trovarvi il senator, Baldasseroni; il quale non istimandosi ivi a bastanza sicuro, era passato ad altra villa detta Castellonchio. Qui conferirono insieme segretamente: e mentre il Baldasseroni disponevasi di andare a Mola di Gaeta, il Capoquadri tornava a Firenze a partecipare del municipale governo.

Fra tanto quelli del reggimento, parevano come morti. Il Guerrazzi, stanco delle fatiche del giorno innanzi, e della notte, riposava infìno a ora tarda. Il ministro degli affari interni, con orgogliosa dappocaggine né lo informava di quel che accadeva né provvedeva com’era mestieri. Ancor più dappoco si mostrava il prefetto; che vogliono consapevole di quel che faceva il municipio, e disposto a secondarlo, dacché vedeva non potersi più alla ristorazione contrastare. I capi della milizia stanziale, scienti anch’essi le intenzioni del municipio, non eseguivano alcuno degli ordini ricevuti, allegando che non avevano cavalli e arnesi per trasportare in piazza artiglierie. Né la guardia civica era meno inclinata a secondare gli ordini più tosto del municipio, che de’ rettori; ché avendo ragunato i capi il general Zannetti, dichiararono, che volevano la ristorazione del principe; conciossiaché la persuasione in ognuno (e nello stesso Guerrazzi, e ne’ ministri altresì) di non lontana fine a quell’ordine sì malagevole di reggimento, a chi toglieva il necessario coraggio per sostenerlo, a chi lo accresceva per abbatterlo. Il non aversi poi concetto determinato, e il solito voler molti tenere il piè in più staffe, non faceva prendere alcuna vigorosa deliberazione; sopraggiungendo la rovina innanzi che gl’imaginati rimedii si mettessero in opera.

Ma con fellonissimo animo adoperavano i condottieri della guardia municipale; destinata a recare l’ultimo colpo al governo che l’avea creata. Il comandante Solerà, secondo l’ordine avuto, giungeva in Firenze co’ quattrocento uomini, che dicono avessero gli archibusi scarichi. Presentatisi in piazza, con sembiante di trarre, fecero a un tratto l’assembrato popolo spulezzare: aiutando lo sperperamento dirotta pioggia. Ma veduto che i municipali, fatta quella mostra, si ritiravano agli alloggi, tornò a poco a poco la gente ad assembrarsi: ingrossata di uomini, che dalle porte e dal contado ad ogni otta arrivavano. Il Guerrazzi, destato e avuto ragguagli, mandò replicati ordini, che la guardia municipale uscisse in piazza, o per la vergogna si nascondesse. Non fu obbedito; avendo il colonnello Solerà; compita la parte di traditore; rinunziato il comando al maggiore Basetti; amico e beneficato del Guerrazzi; da cui pure ebbe il grado, e per vana speranza di conservarlo, tradiva il benefattore, mettendosi a disposizione del municipio. Il quale dalla infedeltà dei capi argomentando di tutto 4 corpo, chiamò gli altri minori graduati, e richiesto se volevano servire, risposero del sì, qualora fossero assicurati che non venissero tedeschi, né fosse del passato domandato ragione; il che in lor favella significava, che dovessino la paga conservare. Il Capoquadri disse: E dubitate che vi possa essere occupazion forestiera, essendo io al magistrato? al resto sarebbesi provveduto. E così pattuirono la tradigione; per la quale il municipio acquistò maggior coraggio e risoluzione; perché se bene sapesse di aver dal suo la milizia civile e la stanziale, pure assai gli dava da pensare quella guardia municipale, composta di gente rovinosa, audace e interessata a sostenere il governo della democrazia ond’era uscita. Guadagnata che fu, il Solera riprese il comando, a fin di cooperare meglio a volgere l’opera de’ costituzionali, non tanto dove essi volevano, quanto dove miravano i partigiani di regno assoluto, come fra poco conosceremo.

In questo mezzo il presidente dell’assemblea aveva adunato i pochi rappresentanti che erano in Firenze per indurli a consentire la deliberazione presa in comune col municipio fiorentino. Da prima i più arrabbiati contrastarono; si dissero di male parole: v’ebbe la solita confusione; ma sì per le esortazioni del presidente, e sì per la cominciata paura, l’uno dopo l’altro calarono. Sopraggiunse allora il Guerrazzi, mostrandosi assai torbo; e pronunziando parole tronche, da fare intendere, che si voleva precipitare malamente quel che egli avrebbe compiuto con felice successo. Nondimeno deliberarono di fare un bando in questa forma. L’assemblea, d’accordo con la guardia civica e col municipio, prenderà i provvedimenti necessari! per salvare il paese. Ma nel municipio già prevalevano consigli diversi, che lo facevano riuscire rompitore di fede; non tanto forse per malvagità d’animo quanto per la solita cagione della paura: che come da principio gli avea fatto desiderare l’unione dell’assemblea e del Guerrazzi, non sapendo se sarebbe stato dal popolo monarchico sostenuto: poi sentendo di punto in punto, detto popolo ingrossare, e dimostrarsi fieramente avverso ad ogni segno buono o reo della democrazia, disponevasi a rifiutarla. Né solamente nel municipio e ne’ quattro arroti poteva la paura popolare; ma non temevano meno che una ristorazione fatta d'accordo co’ democratici non fosse disdetta dal principe, contrariata dalle corti: tanto più che lo ambasciadore di Francia, che alcuni giorni avanti pareva confortasse il Guerrazzi ad operare egli la ristorazione del granduca, allora mutando consigli, esortava il municipio a fare da sé solo; se voleva procacciarsi il favore e il sostegno delle potenze. Ma fosse per necessità o per altra cagione, è certo, che, l’essersi i costituzionali piuttosto congiunti co’ tiranneschi che co’ democratici nell’operare la ristorazione del principe, non portò (come alcuni pur vollero giudicare) che la libertà non si salvasse: la quale in ogni modo, prima o poi sarebbe perita; ma fece che cogli altri mali si raffermasse la discordia: non più al presente che al futuro dannosa.

Deliberarono adunque i nuovi reggenti, prima d’indirizzare a’ fiorentini un bando per dir loro, che assumevano la direzione degli affari publici, impromettendosi di liberarli del dolore della occupazione forestiera: poscia di mandare all’assemblea, che altresì publicava il suo bando, ambasciadori il conte Digny, l’avvocato Brocchi, e l’architetto Martelli, per farle sapere, non essere più possibile la statuita unione, dacché il popolo alzava grida contrarie. Qui nacque fiero contrasto; furono di rotta fede proverbiati i tre del municipio, e minacciati di carcere insieme coll’intero magistrato. Ma passate lo prime ire, , e tornando a trovarsi gli uni cogli altri, scendevano a mezzani temperamenti, che ne’ trambusti non ci è di peggio, e proponevasi, che avendo il municipio aggiuntosi cinque de’ costituzionali, dovesse pure aggiungersi altrettanti dei democratici, scelti fra’ più temperati. Ma nel tempo, che spesseggiavano messaggi fra l’assemblea e il municipio per un partito delfìnitivo, una frotta di popolo assaliva e sforzava le porte dell’assemblea; che trovandosi non guardata, riparò in palazzo vecchio, dove erano guardie ancor fedeli al Guerrazzi.

Ivi seguitarono le consulte; faccendieri andavano e venivano di qua e di là, senza che si procedesse a una conclusione. Pare che l’ultima proposta di conciliazione fosse, che il generale Zannetti e il presidente Taddei entrassero nel governo, assunto dal municipio; l’assemblea si sciogliesse; ed esso Guerrazzi andasse a Livorno a far opera di pacificarla e indurla ad accettare la ristar razione del principe. Ma in questo tempo era per modo cresciuto il tumulto in piazza, che né il municipio né gli aggiunti potevano più raffrenarlo. Già la plebaglia sguinzagliata da’ fautori della monarchia, schiamazzava, e vituperii vomitava contro all’assemblea e contro al Guerrazzi; che da più ore chiusi in palazzo, erano al buio delle risoluzioni del municipio. In vano mandavano deputati che più non tornavano; impediti dalla folla stipata e minacciosa. Finalmente verso sera, poterono assapere, che il municipio non accettava altra compagnia, da quella dello Zannetti in foora; il quale ricusò. Al Guerrazzi era più in particolare raccomandato, che non si mostrasse; il che volea dire, che sgomberasse; ma ei si ostinò a rimanere: mentre ministri e deputati eransi foggiti. Avendogli prima il colonnello Tommi, poscia il Manganare profferta di condurlo fuori in modo da non essere offeso, ringraziò; forse non credendo l’ira popolare contro lui si accesa e duratura; o sperando sempre di essere da’ nuovi rettori adoperato, almeno per indurre i Livornesi ad accettare la mutazione; conciossiaché con uno del municipio, il conte Digny, ne avesse la mattina tenuto discorso, e avutone parole lusinghiere, e promessa, che avrebbe fatto di tutta a persuadere i colleghi a conferirgli detta ufficio. Ad ogni modo non poteva mai sospettare di finire in cambio prigione: onde se non mostrò molto accorgimento con quel volere non partirsi, certamente diè prova di coraggio e di fede nelle persone, che formavano il ristorato governo principesco. Le quali intanto dal palazzo civico si conducevano a prendere possesso di palazzo vecchio. Le campane della città suonavano a festa; milizie civili e stanziali, a piè e a cavallo, facevano ala: immenso popolo empiva la piazza della signoria, festeggiente i nuovi rettori: mentre improperii scagliava contro ai così detti republicani. Uno del municipio fattosi alla fenestra, parlò a nome di tutti: Avere essi preso le redini del governo, secondando il voto espresso dalla intera città; confidare, che la quiete e sicurezza publica saranno mantenute, coll’aiuto della guardia cittadina e virtù del suo capo; protestare intanto, che nel ristabilire la monarchia costituzionale, nulla avrebbero trascurato, perché fosse di popolari istituzioni munita.

Queste stesse cose furono scritte in un bando, appiccato nel medesimo tempo in tutti i canti della città; onde se i ristoratori nel primo editto promettevano di salvare la Toscana da occupazione straniera, più tardi promettevano allargamento di libertà: e su qual fondamento facessero queste promesse, non sappiamo, né sapevano essi; conciossiaché niun mandato avessero avuto dal principe lontano; in oltre non appena presero il comando della città, che dovettero sentire di essere in balia della fazion tirannesca, che li trasportò e dominò nello stesso modo, e anco peggio, che i licenziosi aveano tenuto pe’ capelli i capi del governo democratico: laonde più tosto si desiderò di quello che sorgesse un reggimento di verace moderazione. Fu fatto segno all’ira popolare il Guerrazzi, quasi fusse il solo reo; e anzi non avesse maggiori mali impedito. Ma ne’ rovesci la plebe ha bisogno di appuntare così il favore come l’odio in qualche uomo già famoso, che paia come in sé raccogliere il bene o il male di tutti. L’essere il Guerrazzi rimasto capo del governo vinto, bastava, senza far conto d’altri odii, perché e’ fosse il maladetto; e quei medesimi, a quali egli avea spianato la via per la ristorazione del principe, aizzavano il popolo a bestemmiarlo e manometterlo. E da’ segni di ferocia passavano a dimostrazioni d’allegrezza: andando a torme per la città illuminata, cantando benedizioni a Leopoldo, che indifferenti, e alcuni anco lieti avevano veduto fuggire.

Primi atti del governo ristoratore furono, che le sentenze de’ tribunali s’intitolassero nuovamente al nome del principe; che la guardia municipale toscana si sciogliesse di presente, per ricomporsi sotto nome di guardia di sicurezza, purgata de’ disonesti o avversi alla monarchia; che s’intendesse cassa la legge sommaria, e con essa i processi cominciati da’ tribunali straordinari; che le congreghe popolari fossero chiuse, finché una legge non regolasse il diritto dello assembrarsi: che il decreto del prestito, publicato recentemente, restasse senza effetto, e senza effetto pure quello di render mobile la guardia cittadina; quasi più non fosse mestieri di danari e di soldati. Finalmente fu diretto a tutti i popoli della Toscana un bando, col quale dopo averli avvertiti del movimento monarchico fatto in Firenze, e delle intenzioni del municipio, che assumendo il governo, s’imprometteva d’impedire ogni straniera occupazione, procacciando a un tempo un allargamento di libertà popolare, dichiarava, che temporaneamente in ogni provincia i diversi municipii dovessero altresì governare, procurandosi la compagnia di que’ cittadini, che per probità e autorità credessero più acconci. Altri editti più speciali a’ soldati, alla guardia cittadina, furono fatti. Al buongoverno, messo il consiglier Pezzetta, che subito rinunziò, fu da Raffaello Cocchi, altro consigliere, surrogato.

È fama che in que’ primi provvedimenti del municipio ristoratore, alcuno proponesse di ragunar subito le assemblee legislative, come se non fossero state mai casse; ma il Capoquadri, contrariente quasi sempre, s’oppose, dicendo: non doversi togliere al principe questo mezzo di rendere più gradito a’ popoli il suo ritorno. Con sì fine adulazione sventò un partito, che poteva essere savio; almeno da rendere manco facile, o più odioso in appresso lo spacciarsi della costituzione.

Forse altri suggerimenti o compensi furono indicati: ma ne’ trambusti quanto è più apparenza di fare, tanto meno si fa; e le proposte accumulandosi e serrandosi svaniscono; divenendo buono ciò che non si può mandare ad esecuzione. Il maggiore imbarazzo pe’ timonieri del nuovo reggimento era il Guerrazzi: aspettante nelle stanze di palazzo di conoscere suo destino. Farlo andare a Livorno, giudicarono, non che difficile, pericoloso; temendo ch’egli a poco a poco non rimettesse Toscana a soqquadro, e forse l’opera ornai compita del ristoramento granducale non guastasse. Tenerlo, non sapevano come e quando; e forse a’ più sapeva male di consegnarlo a gente, che di lui non avrebbe avuto pietà alcuna. v’ebbe chi consigliò, che gli si proponesse di accettare volontario esiglio. Non ricusò il Guerrazzi, e domandato danari pel viaggio, gli furono dati. Se non che trattandosi queste cose dentro palazzo, fuori cresceva tumulto e schiamazzo di popolaccio gridante: morte al Guerrazzi; e minacciante di sfondare le porte di palazzo, tutto sbarrato e di guardie circondato. Più volte il marchese Capponi, per acchetare ì tumultuanti, dovette mostrarsi, e assicurare, che il Guerrazzi era sotto custodia, e promettere, che sarebbe stato alla giustizia punitrice delle leggi sottoposto.

Spettacolo più osceno fu il dì vegnente; che truppe di villani armati di grossi bastoni, falci e accette, si precipitavano in città: e urlando, viva Leopoldo li, morte a’ liberali, portavano in giro lo stemma granducale: e nelle strade e botteghe costringevano la gente a baciarlo; poscia alle stamperie avventandosi, minacciavano mandare ogni cosa in fascio. Ma il costoro furore era sempre maggiormente volto contro al Guerrazzi, che chiedevano di vedere, dubitando che non fosse fatto fuggire: onde parve di condurlo nel castello di S. Giorgio: sì le ire popolari non si attutassero. Pregarono il professore Zannetti a compire il penoso ufficio; il quale accettò, con condizione che fosse guardato da’ militi cittadini, e non da’ veliti, alloggiati nella fortezza. Certamente non pensava il leale uomo di essere stromento a disleale opera. Andato al Guerrazzi, facilmente lo persuase a volersi ridurre in castello, dando sua parola, che fra qualche giorno sarebbesi partito. Né dubitiamo che intenzione della più parte de’ nuovi reggenti non fosse questa. Più tardi, per publica testimonianza di un di loro, del barone Bettino Ricasoli, seppesi, che li fece mutar proposito l’essere stato trovato il documento scritta dell’ordine della spedizione armata contro il granduca a Portoferraio e a Santo Stefano, e mosso il dubbio se fosse più da lasciarlo, dopo la detta cognizione; quasi non s’avesse prima: o fossero eglino chiamati a giudicarlo. Ma se si ha a dire il vero senza bavaglio, codarda paura per alcuni giorni del popolo infuriato; di poi, dello stesso Guerrazzi, che uscito di Toscana, non tornasse a Livorno, non ancora sottomessa; e da ultimo, del principe, che non sapevano cosa desiderasse: e forse stimarono di gratificarselo, e a lor brame renderlo tanto più cedevole quanto fossero apparsi più zelosi vendicatori delle sue ingiurie; gli fece ancora un’altra volta riescire misleali; e con maggior onta; non trattandosi di fare la ristorazione del principato colla unione dell’assemblea democratica o senza, ma di porre a repentaglio la vita d’un uomo, che dicevano di voler salvare. Il timore adunque ne’ molli petti de’ costituzionali potè più che la ignominia del tradire. Poi quando non era più tempo di riparare, si scusavano, che v’era stata intenzione, e non promessa; coprendo la non volontaria tradigione colla volontaria bugia; quasi l’aver dato commessione al professor Zannetti e al conte Digny, uno del municipio, di profferire al Guerrazzi una patente di uscita, e più l’averlo per cagion del viaggio provveduto di danaro, con ordine spiccato dai libri del comune, non costituisse qualunque più solenne promissione.

Messo dunque in castello, fu al capitano Bonaventura Galeotti, affidato, con ordine di guardarlo a vista. E rapportandosi, che da(7)vicini tetti si facessero segni con razzi, mettono alle fenestre, ferrate, tramoggia, graticole e ribalte con festoni di tela. Se alcuno spiraglio si vedeva, eccoti subito falegnami sverzare e stoppare ogni fesso; onde il prigioniero solea dire; essere divenuto Giona in corpo alla balena. Poi guardie di sotto e di sopra; all’uscio, e per le scale. Nessuno poteva entrare, nessuno uscire. Quanto per necessità s’introduceva, frugato era, fino alle vivande e al pane. Vietato il leggere e scrivere. Non perdonato alla stessa pudicizia: percioché avendo seco condotto la nepote, un segretario, e due servi, furono ritenuti tutti nella stessa stanza. Le quali sevizie, forse giammai in Toscana praticate ad alcun carcerato, comandavano o tolleravano i rettori costituzionali per lo solito stimolo della sopraddetta paura; cui potrà scusare chi li conosce in particolare, ma non le istorie, che non giudicano le segrete intenzioni, sì le opere.

Assicuratasi la fazion tirannesca dello incarceramento del Guerrazzi, non restava di gridare e chiedere lo sterminio di tutti gli altri, più o meno partecipi del democratico reggimento; i quali prima si nascosero, poi chi con un mezzo e chi con un altro fuggirono; e per giustizia noto, che i rettori, quando poterono senza loro risico, facilitarono di buon grado la fuga dei perseguitati e chiamati a morte: argomento che gl’intendimenti loro erano miti e anco generosi, se avessero avuto potere di raffrenare la fazione, sotto la cui pressura governavano. Per più giorni seguitarono a scaraventarsi in città frotte di villani, sconciamente armati, che insultavano a chiunque fosse per republicano notato: e alzavano grida, da rivelare dispotiche e crudeli voglie; onde cominciavano sì fatti salvatori a divenir paurosi a quei che chiamati o desiderati gli avevano. Raccomandavasi bene da’ governanti concordia, moderanza, oblio delle offese, tregua a’ gareggiamenti, fine agli odii, non ingiurie, non vendette; ma i fatti non corrispondevano; che su e giù per le scale di palazzo correvano spioni affaccendati, consiglieri di abbiette rappresaglie, fabbricatori di false paure, suggeritori di tirannici provvedimenti; i quali seppelliti, nel pericolo, allora come aspidi velenosi si drizzavan su, cercando sotto spezie di causa publica, d’aggrandirsi e vendicarsi; nello stesso modo e peggio, che i partigiani della democrazia. Ne’ canti della città s’appiccavano cartelli, che all’ira popolare e contadinesca designavano questo o quel cittadino, mettendo buoni e rei in un mazzo. Onde il paese liberato da una fazione, caduto era in balia di un’altra più trista e vendicativa. E licenziandosi i tiranneschi a violenti fatti, i costituzionali davano loro spalla coll’acerbità delle parole; e stati timidi censori, e talora anche commendatori del governo abbattuto, preso subito baldanza, cominciarono ne’ diarii a sciorinare vituperii; dicendo cose vere e non vere, o le vere ampliando; fino a spargere accuse e sospetti di mal tolto; avendo Vincenzo Martini, amministratore temporaneo dell’erario riferito senza indugio, essere uno scapito di cinque milioni; tacendo con arte i debiti da pagare, fatti da coloro che avevano innanzi, non più provvedutamente, il tesoro dello stato governato. Onde fu data commessione al senatore Ferdinando Tartini, all’avvocato Leopoldo Galeotti, e a Gio. Batista Fossi di revedere i conti. I quali, frugato e studiato ogni provanza, dopo alcun tempo publicarono un rapporto, da cui nessun vero e sostanziale ladroneggio resultò. Più tosto parvero accusabili i rettori democratici, di niuna provvedenza nello spendere, o nel regolare le spese, che da lungo tempo soperchiavano l’entrate.

Nelle provincie succedevano presso a poco le stesse cose: quantunque non ovunque a un modo. Siena e Lucca fecero mutazione sollecita, e senza contrasto. Arezzo, pria di tornare monarchica, mandò oratori a Firenze per avere spiegazione circa le promesse fatte co’ bandi; dubitando non a torto quei diritti cervelli aretini, che il municipio fiorentino non promettesse più che non poteva. A Grosseto furono provocazioni, tumulti e laidi oltraggi. Primieramente ricusati gli uomini, che il municipio si era aggiunto, altri, maggiormente conosciuti per massime strette, si sostituiscono; poscia una tratta di manuali, corsi dalle Chiane, e lavoranti nelle reali possessioni, levano rumore; né contenti di abbattere le insegne di republica, e rialzare quelle del principe, calpestano la bandiera dei tre colori, insultano alla guardia cittadina, gridano morte non solo a’ republicani, ma ancora a’ costituzionali, e minacciano di mandar la città sossopra, se dopo alcuni giorni non fossero stati raffrenati dal popolo, da quelle selvaggie dimostrazioni abborrente.

Difficoltà più gravi sorgevano per Pistoia e Pisa; trovandosi nella prima le squadre de’ livornesi condotti dal Guarducci, dal Petracchi e dal Piva: tutti armati e frementi republica: in nome della quale ponevano taglie, risquotevano denaro, fermavano corrieri, aprivano pieghi, e in gran terrore tenevano le terre del compartimento pistoiese. In Pisa v’era un numero di guardia municipale, che ignorava l’adesione degli altri, essendo rotte le strade di pronta comunicazione con Firenze, e intercette le lettere, e solo per vaghe e contradittorie voci si sapeva abbattuto in Firenze il governo della democrazia, e ristorato il granducale. Ne’ più era desiderio, che l’esempio del capo fosse seguitato: ma in quella città, sopra ogni altra di Toscana, neghittosa, nessuno s’arrischiava; anzi maggiormente rannicchiavansi e spaurivansi al vedere punte di popolani armati scorrazzare per le vie, vociferare republica, assaltare alcune case reputate più fautrici della ristorazione, impadronirsi del palazzo publico, fare protestazioni e giuramenti di guerra: estremi sfogamenti di gente, che sentiva il termine del suo regno vicino. Ma sendo stato da’ rettori fiorentini formato un campo di soldati in Lucca, già tornata al principe, ebbero ordine di marciare sopra Pisa. La spedizione fu eseguita con grand’arte: aspettarono la notte, e mentre sapevano le guardie municipali ancora immerse nel sonno, per tempissimo entrarono con cannoni in città, facilmente le disarmarono, e padroni, ristabilirono il reggimento monarchico. I pisani svegliatisi a cose fatte, e riconfortati dalla presenza de’ soldati, venuti da Lucca, si diedero a festeggiare l’altrui opera: le campane suonavano a gioia: contadini d’ogni maniera si travasavano in città. Furono abbattuti i segni di republica; rialzate le imprese granducali; il busto del principe portato per le vie, e obbligato gli avversi a baciarlo: fra’ quali l’avvocato dell’Oste, che era malato: e dovette nondimeno sottostare a quella violenza. In cui si vedevano mescolati molti di quelli che il dì innanzi mandavano per la città scordate grida di republica, e rompevano le imposte al palazzo Mastiani, avuto per monarchico. Così fa popolazzo corrotto; grida per chi vince, e inferocisce contro chi cade. Il municipio in tanto si atteggiò a governo; aggiungendosi il senator Centofanti, Rodolfo Castinelli, Rinaldo Ruschi, e il professor Ranzi. Fece i medesimi bandi, promesse ed esortazioni. Rappiccate le comunicazioni con Firenze, dichiarò d’operare d’ordine di que’ rettori.

Tuttavia seguitavano paure per l’avvicinamento de’ livornesi: che condotti dal Guarducci e dal Petracchi, movevano da Pistoia. Furono sbarrate le porte; ognun corse ad armarsi; suonarono le campane a martello; tutto era come in città vicina ad esser presa. Giunti quelli presso Pontadera sul far della sera, la popolazioni de’ contorni levaronsi in arme, per impedire loro il passo. Il pretore notificò a’ condottieri l’ordine publicato il dì avanti: che dovessero posare le armi, e resistendo, si trattassero per ribelli. Ma ricusando e procedendo innanzi, furono a fronte co’ soldati, che di Pisa, ingrossati da altri arrivati da Firenze, erano partiti con artiglierie. Intimarono a’ livornesi di arrendersi, minacciandoli della forza. Il Petracchi tentò fuggire, ma preso, fu condotto prigione prima a Pisa, poi a Firenze, il Guarducci capitolò, e senz’armi co’ suoi, si restituì guardato a Livorno. Nella qual città fin dalla notizia del conflitto della sera del dì 11, i torbidi umori eransi commossi. Sopraggiunta l’altra della ristorazione monarchica, fu mosso tumulto per non solo rifiutarla, anzi combatterla; tanto più che molti deputati dell’assemblea costituente, fuggiti di Firenze, ripararono a Livorno: e trattavano di ragunarsi, e continuare le deliberazioni della mal acquistata sovranità. Ma fuori di bandi, predicazioni, e agitamenti, null'altro si fece, che rappresentasse alcuna forma di reggimento; primieramente perché gli stessi democratici non eran d’accordo; poi la maggior parte de’ cittadini, quasi tutti dediti a’ traffichi, e da più mesi involti in tumulti, cominciavano ad esserne stanchi; e volentieri sarebbono tornati al principe, se pochi audaci non seguitavano a tenerli in paura. Erasi da prima creato un consiglio di governo, di uomini di nessun autorità. Fu chiesto che il popolo adunato eleggesse chi temporalmente lo reggesse e provvedesse alla sicurtà interna e alla difesa di fuori. Gli eletti furono il maggiore Guarducci, Emilio Demi, D. Gaetano Salvi, Giovanni Bruno, D. Eugenio Viti. Questo consiglio non fece che mantenere Livorno in istato d’impotente ribellione: che mentre non valse a rialzare nel resto di Toscana la democratica parte, servì a colorare vie più l’ormai divisato intervenimento degli Austriaci. Ma eccetto Livorno, tutte l’altre città e terre della Toscana, chi prima e chi poi, tornarono a ubbidienza del principe; e da capo il diario delle leggi come parve pieno di adesioni di municipii; fatti per accomodarsi con qualunque forma di reggimento. Furono ordinate preghiere e ringraziamenti ne’ templi. L’arcivescovo di Firenze fece scoprire un’imagine di nostra donna, dipinta da antico artefice in un muro della chiesa della Nunziata: a cui i divoti attribuivano continui miracoli, e allora le riferivano quello segnalatissimo di sì istantanea mutazione. La quale non si può negare che all’universale non gradisse: conciossiaché ad uno stato da tutti reputato in aria, succedesse un altro di probabile, anzi certa conservazione. Onde subito cominciò rinvigorire la fede publica; la mercatura, che in questo secolo mercantesco, è segno della stabilità e bontà de’ governi, mostrandosi ritrosa a favorire la democrazia, profferivasi disposta ad aiutare il principato ristorato. Le polizze o boni del tesoro, che molto scapitavano, e con difficoltà si scambiavano, subito acquistarono credito, e furono cerchi. I rettori accettarono le profferte di prestanze volontarie, ma o che in effetto non fossero tante, o le angustie del tesoro fossero maggiori, decretarono un augumento di cinque per ogni cento sulla tassa prediale, già di molto aggravata.

Ma il mal più grande era a’ confini; cui già rompevano gli austriaci il giorno stesso che la congregazione di governo prometteva di salvare la Toscana da occupazione straniera; sì che trovossi subito con questo doppio travaglio: dentro promotori di assoluta signoria; fuori soldati forestieri che venivano a sostenerla. I quali o che non fossero stati ancora formalmente chiamati dal principe, o volessero giungere maggiormente improvvisi, cominciarono dal l’occupare a nome del duca di Parma il pontremolese; alla cui difensione era con alquante milizie regolari il general d’Apice; che si condusse da soldato di ventura, quale egli era. Che appena ebbe lettera dal generale Kolobrat di sgombrare, abbandonò la città di Pontremoli, ritirandosi a Ceserano; dove dicendo di voler tentare una difesa, lasciava sguerniti i due fianchi della Cisa e di Cereto, fortissimi, e da fronteggiare il nemico con poche genti. A Ceserano, intesa la mutazione del governo, e più che mai sfiduciato, si decise a non resistere: e ricusò l’aiuto d’un corpo di lombardi, che dopo la sottomissione di Genova, offrivasi di aiutarlo, allegando di non voler far più grave la controversia de’ Toscani colle potenze vicine. Poi subito, e senza né pur saper bene come le cose volgessero, scrisse a’ nuovi rettori a Firenze, protestando di mettersi a’ loro ordini; così richiedendo l’onor di soldato e il debito di generale; quasi fosse onore e debito nella milizia servire ad ogni padrone. Forse sperava di conservare il grado, quantunque in fine chiedesse licenza per non parerne desideroso. Ma nel tempo ch’egli così scriveva, era decretata la sua deposizione; e mandato in vece il colonnello Fortini. Informati i reggenti fiorentini del pontremolese occupato dagli austriaci, e di Cereto vicino ad essere occupato dagli estensi, rivolgevansi ai vani patrocinii de’ rappresentanti di Francia e d’Inghilterra; i quali mandavano lor segretari al campo austriaco: il cui generale rispondeva, non altro fare che recuperare a’ duchi di Parma e di Modena, possessi che gli appartenevano per ragione de’ trattati, e de’ quali erano stati dispogliati. Mostrando di acquetarsene, notificavano nel loro diario, che se bene i tedeschi fossero a Fosdinovo, e già s’incamminassero verso Carrara, pure avevano fondata speranza, che mantenendosi la tranquillità publica, l’antico territorio toscano non sarebbe violato. Ingannati dalla diplomazia i reggitori fiorentini, ingannavano il publico, stimando di soddisfare all’ufficio loro con una protesta publica, che i popoli di Massa e Carrara, e della Lunigiana e Garfagnana, essendosi legittimamente e spontaneamente dati nel marzo del 1848 al granduca di Toscana, ei avendo ciò le grandi potenze approvato, era un calpestare i più sacri diritti a costringerli di tornare sotto altro signore. Qual conto di queste querele facessero le potenze, non è mestieri notare; avendo più tardi tollerato non pur la occupazione delle nuove, ma ancora delle vecchie terre del. granducato.

Mentre in Roma s’aspettava se Toscana sarebbesi con quella republica incorporata, si seppe che erasi in poter del

principe restituita. Da prima le nuove corsero incerte e confuse; forse per nasconderle chi aveva interesse di odiarle. Ma non potendosi più tenere occulte, il Mazzini ne discorse in parlamento con questa sentenza: Dopo che voi ci eleggeste triunviri, le sorti d’Italia cominciarono a rivoltarsi. La tradigione, che trionfò in Piemonte e in Genova, ora produce suoi frutti in Toscana. I quali per altro non che scoraggirci, devono farci raddoppiare di forza; e rinnovare il giuramento di mantener la Republica. Giuriamo, aggiunse qualche altro, di meglio seppellirci sotto le rovine di nostra patria, che la insegna republicana abbandonare. E tutti s’alzarono gridando replicatamente, viva la republica. Poi fu vinto e appiccato a’ canti della città un decreto, col quale era la romana republica dichiarata asilo e propugnacolo della italiana libertà, e ripetuto nel solito nome di Dio e del popolo il giuramento di tenerla in piè in sempiterno. Finalmente fu il prezzo del sale ridotto a un baiocco per libra, e casso il contratto d’appalto; e deliberato che i beni rustici de’ corpi religiosi fossino spartiti in particelle sufficienti alla coltivazione di una o più famiglie del popolo, sfornite d’altri mezzi: che le riceverebbero in enfiteusi libera e perpetua, col solo peso d’un piccolo canone redimibile. Beneficenze fatte per adescamento delle moltitudini verso la pericolante republica. Deliberossi pure intorno alla milizia con decreto, che l’esercito della republica, diviso in tre legioni, avesse quarantacinque a cinquanta mila uomini di tutte le armi: la fanteria si componesse di dodici reggimenti; ognuno, di tre coorti di sei compagnie l’una: la cavalleria, di due reggimenti di dragoni, e uno di cavalleggieri: l’artiglieria, di due cannoni per ogni mille uomini. Poi generali, colonnelli, capitani, ed altri graduati, secondo il bisogno. E come se tutta Italia dovesse a Roma correre, fecero un invito, che la republica colle braccia aperte di madre amorosa e generosa, accoglieva quanti di militare sotto la vera insegna della patria desideravano: conciossiaché (dicevano) nella sola Roma fusse tutta la italica nazione ristretta, e nella libertà di quella ogni altra assicurata; né potersi temere, che in Roma, città delle cose eterne, sia giammai per venir meno.

Parendo con questi discordi e inviti di avere a tutto ovviato, e davvero assicurata la eternità della nuova republica romana, i triunviri si presentarono in parlamento a discutere i capitoli della sua costituzione. Se non che il deputato Audinot volle che si facesse prima alla republica di Francia e alla reina d’Inghilterra un publico manifesto per chiarire le potenze di Europa de’ veri intendimenti de’ rappresentanti del popolo romano; non infesti alla libertà della Chiesa e del pontefice; e anzi deliberati di mallevarla con solennità, per potere con miglior ragione la forma del loro reggimento costituire. Ma lo stesso dì che il detto manifesto compilavano, e mandavano oratori che presso le due potenze lo caldeggiassero, apparecchiavasi la spedizione per combattere e rovesciare la republica romana. Della quale spedizione importa conoscere i particolari, che la precedettero e accompagnarono; vituperosi ancor più della spedizione medesima; inchiudendo quanto mai v’ha di più sconsigliato e frodolento.

Come detto è, nella corte papale di Gaeta, sendo tutti d’accordo nell’abbattere la romana republica, pienissimo accordo mancava o pareva mancasse circa il modo di ristorare il governo del pontefice. Che fra’ diplomatici lo intendersi e tuttavia fingere di non intendersi; è costume, e somma prova di scienza. Disputossi se lo statuto concesso da Pio IX fesse da restituire intero, o togliere del tutto, o modificare, e come modificare. Quistioni da risolvere innanzi che gli eserciti movessero, per procedere con modi consentanei alle risoluzioni. Per la intera restituzione dello statuto, vogliono che altra voce non si levasse che quella del duca d’Harcour. I più opinavano per la modificazione: e parlavasi di certa consulta, che togliendo il luogo del parlamento, dovesse deliberare per mandato di municipii. Ma a nessuna conclusione si veniva: come accade dove manca sincerità di proponimento. E quantunque i diplomatici d’Austria e di Russia tollerassero, che il granduca di Toscana accettasse la ristorazione del suo trono nelle forme colle quali l’avevano fatta, o almeno promulgata i costituzionali, non così procedevano col papa; sapendo che lo esempio e autorità di lui bastavano a sciogliere ogni altro principe da tutte promesse. Lo importante adunque per la diplomazia era che il papa tornasse assoluto. Il migliore espediente, non risolver nulla circa il suo governo. Essi avvisavano, che rimesso in Roma, nessuna potenza lo avrebbe violentato, dove si fosse ostinato a non consentire alcuna specie di libertà. Né il legato francese, che faceva le parti di costituzionale, s’opponeva; pensando o fingendo di pensare, che padroni di Roma i francesi, avrebbero bene imposto al papa quella maniera di governo che fosse loro piaciuto. Almeno in questa sentenza il Mercier, nuovamente spedito a Roma, parlava a’ costituzionali: il più de’ quali sei credevano: ma qualcuno, meglio avveduto, alla nuova che i Francesi in cambio d’impedire l’altrui intervenimento, intervenivano anch’essi, avvertiva, la romana costituzione essere bella e spacciata; il papa sarebbesi fatto piuttosto crocifiggere che cedere; né i francesi gli avrebbero messa in capo la corona del martirio. Esortava tuttavia il Mercier, che aiutassero colle dimostrazioni ciò che i francesi avrebbero effettuato colle armi; promovessero suppliche di municipii chiedenti la protezione della republica di Francia per raffermare il seggio pontificale sopra fondamenti di civile libertà. Volevano i francesi apparire di andare a Roma non tanto chiamati dal pontefice, quanto dal voto de’ popoli: e per renderselo favorevole, cercavano l’opera de’ costituzionali, pascendoli di bugiarde promesse. Quelli non avendo altro riparo, secondavano; non solo procacciando petizioni de’ municipii, ma facendo che i diari di lor parte, massime in Toscana e in Piemonte, suonassero alte lodi de’ francesi, celebrassero il gran benefizio del loro intervenimento a Roma, mostrassero come a questo unico fatto era ornai il filo della nostra salvezza appiccato. Fu questa l’ultima, e la più enorme illusione de’ costituzionali d’Italia.

Il duca di Harcour nel tempo che da Gaeta spediva il Mercier a Roma per le dette pratiche, scriveva a Parigi, per informare i rettori, come le corti di Austria, di Napoli e di Spagna fossero deliberate a rimettere il papa in tutta la pianezza della podestà; quindi richiedevasi che i Francesi non mettessero tempo in mezzo a intervenire, per bilanciare la grande autorità, che sicuramente acquisterebbe la corte di Vienna in Italia. A queste informazioni del suo ambasciadore, la republica francese, non avendo cuore di opporsi al venire degli Austriaci, per paura di appiccar guerra generale, né volendo che venissero soli, per amore di quella che chiamavano legittima influenza nelle cose italiane, appigliavasi al partito di occupar subito Roma; senza considerare gli effetti: né prevedere che non così sarebbe stato agevole d’uscire di questo impaccio, come era facile l'entrarvi. Avventuravasi a occupare, per quindi risolvere con quali intendimenti. I quali non essendo determinati, seguitavano ad essere diversi; perché la parte del ministero parigino, che teneva per quella mezza libertà, implorata da’ costituzionali, pretendeva che il papa recuperasse il seggio di principe, conservando più o meno le istituzioni civili; e in questa sentenza Drouyn de Lhuy ministro per gli affari esterni, scriveva al duca d’Harcour a Gaeta, ingiungendogli d indurre il papa a fare un manifesto a’ suoi popoli con assicurazione che lo statuto da lui concesso sarebbe mantenuto. Nello stesso tempo alla corte di Vienna volgeva questo discorso. Gli avvenimenti da alcuni giorni sì rapidamente succedutisi nel settentrione d’Italia; i movimenti operati dall’esercito austriaco dopo la breve lotta coll’esercito piemontese; la intenzione apertamente manifestata dal principe Schawzemberg d'intervenire in tutti i paesi vicini alla Lombardia; da ultimo la ripugnanza degli altri legati nella conferenza di Gaeta verso ogni proposta dell’ambasciadore francese, avere indotto la republica a prendere risoluto partito per conservare nella composizione degli affari dell’Italia di mezzo quella parte di autorità che l’è dovuta, e che tanto importa a tener bilanciate le potenze di Europa. Avere per tanto deliberato di mandare a Civitavecchia un corpo di milizie, comandate dal generale Oudinot: non per imporre al popolo romano forma alcuna di reggimento, né obligare il papa, quando egli fosse rimesso nella sua podestà, ad accettare questo o quel modo di governare; ma per agevolare una riconciliazione fra l’uno e l’altro, mettendo un freno alle passioni strabocchevoli: essendo ella di credere, per le naturali inclinazioni degli spiriti, la forma di governo introdotta a Roma destinata a perire, e il popolo romano disposto a ripigliare l'autorità del pontefice, qualora da’ pericoli della tirannide venga assicurato. Né dall’altro lato essere possibile alla papale autorità Io assodarsi e munirsi da nuovi urti, senza acconci istituti di civile libertà, contro vecchi abusi, dallo stesso Pio IX cominciati a stirpare colle sue riforme.

Di questi concetti de’ rettori parigini avranno dovuto i rettori viennesi non poco strabiliare, senza sapersi rendere ragione del come a un tempo si potesse lasciare a piacimento sì dei romani e sì del pontefice lo eleggere la forma di stato, quasi già in pienissimo accordo fossero. Speravano per avventura, sulla fede de costituzionali d’Italia (di continuo vociferanti, i sostenitori della republica esser pochi, i più spasimare lo sta tuto dato da Pio IX) che i popoli, incoraggiti dal vedere le loro armi, facessero movimento per riavere la costituzione; e il papa acconsentisse ornai a cosa fatta. Ma non avvenendo né l’uno né l'altro (che si avverò) la sapienza francese non avea pensato a rimedio alcuno: giammai come allora provandosi la fallacia de’ mezzani temperamenti.

Ma l’altra parte del governo francese, detta cattolica, e rappresentata dal ministro Falloux, argomentava più dirittamente; voleva, che il papa, sostenuto dalle armi francesi e tedesche, tornasse libero di ordinare quello stato, che piaciuto gli fosse; se non che allora non si scopriva, e lasciava che gli altri si travagliassero a lor senno, sapendo, come senza fondamenti edificavano. Il presidente della republica, che pochi mesi innanzi, sendo deputato nell’assemblea, avea publicamente reprovata la spedizione in sostegno del papa, ordinata dal general Cavaignac dittatore, allora Faccettava e approvava; non dichiarandosi per altro circa le intenzioni, per volgerla a suo pro e conforme vedesse prevalere in Francia e altrove la parte cattolica, colla quale pure tenevano le corti d’Europa. Così la republica romana, creata in mal punto, porgeva occasione al Bonaparte di aprirsi la via a distruggere dopo due anni la repubblica francese: che pagò la pena di essere stata ingenerata colla paura della guerra: al che principalmente è da attribuire che si gittasse improvvidamente a divenire stromento di vendette tiranniche altrove; che dovevano sul capo a lei stessa tornare.

Detto il deliberato in segreto consiglio, ora è da riferire quel che si deliberò in publico parlamento; dov’è maggior vitupero: non potendosi più strano viluppo di sfacciate menzogne e disoneste contraddizioni imaginare. Il giorno 4 6 aprile il presidente de’ ministri Odilon Rarrot, presentatosi in parlamento, chiedea con grande urgenza danaro e facoltà per la sopraddetta spedizione di Roma, facendo annugolato discorso, come chi voleva persuadere altrui cosa, della quale non poteva essere persuaso egli stesso; e tuttavia sapendo quanto valgono le malleverie ministeriali, si protestò mallevadore dell’esito di sostenere la causa della vera libertà in Italia. L’assemblea, che se bene uscita da’ suffragi dell’universale in tempo che più in Francia poteva la democrazia, pure nella maggior parte monarchica era, ordinò, che un consiglio speciale di deputati incontanente esaminasse la proposta, e a tutta l’assemblea ne riferisse. È notabile che questo consiglio fu sortito la maggior parte di democratici. Dibatterono la quistione da ogni lato; mostrarono alcuni, quanta e quale infamia sarebbe stata della republica francese, se contro il manifesto divieto della sua costituzione, avesse adoperato le forze contro la libertà d’un’altra republica; anch’essa sgorgata dal suffragio dell’universale: collegandosi colle potenze, che più volevano la servitù delle nazioni. Rispondeva Odilon Barrot, forse ingannalo, certamente ingannatore: Non a danno, ma a profitto della romana libertà essere quella spedizione; fatta per antivenire austriaci e napoletani, già apparecchiati di rimettere il papa in tutta la sconfinata podestà; onde la costituzione francese non solo non violarsi, anzi osservarsi, per lo articolo di non permettere la oppressione di alcun popolo. Aggirati in tal modo i delegali dell’assemblea, referirono per bocca di Giulio Favre: Avere essi voluto esser messi dentro nelle ragioni della proposta spedizione; essersi bene informati e chiariti delle cause e del line di quella: dalla voce stessa del presidente de’ ministri, essere stati accertati del pensiero de’ rettori; lontanissimo dal fare concorrere i francesi al rovesciamento della romana republica, ma invece, a raffrenare la tirannide austriaca, che dopo le vittorie riportate in Lombardia, tornerebbe a signoreggiare: e a procacciare che ogni controversia della italiana penisola fosse terminata nel modo il più favorevole allo ampliamento delle democratiche istituzioni. Ciò l'onore, ciò l’interesse della Francia richiedere; onde non che accettare, anzi senza indugio doversi la spedizione deliberare. E poiché altri mostravano ancora diffidare, eccoti da capo Odilon Barrot: Voi domandate perché vogliamo portar le armi nostre in Italia? Io stimo non mancare alla prudenza necessaria al presente caso, se rispondo, che non le mandiamo per imporre agl’Italiani più un reggimento che un altro. Non parendo a qualcuno a bastanza intelligibile, come si potesse con una spedizione armata osservare indifferenza, tornò a parlare impacciato più che mai, e da fare meglio scoprire la incerta e pericolosa via in che si era messo. Volersi (disse) conservare alla nazion francese una legittima ingerenza nelle cose italiane, ma senza che fra la republica francese e la romana sia mallevadoria alcuna; non avendo mai la prima giudicato legittima la seconda, e dove l’avesse, sarebbe stato Come annunziar guerra a tutta Europa: in fine le intenzioni del ministero essere conformi all’interesse della Francia, e vantaggioso alla vera libertà dell’Italia. Sorge Ledru Rollio. La cosa, grida, è chiara: si vuole il ristabilimento del governo temporale del papa; al qual fine la Francia republicana è congiunta coll’Austria tiranna. Interrotto, ripiglia con più veemenza; Io sfido chiunque abbia dato il voto per la costituzione nostra, a provare, che non sia violato l’articolo vietante, che mai le forze francesi non sarebbero contro la libertà di alcun popolo adoperate. Chiedevi altresì se alcun di voi metta in dubbio di non essere vero rappresentante del popolo francese. Ora non altrimenti il popolo romano ha eletto i rappresentanti suoi, che hanno diritto ad essere al pari di noi, rispettati. Al quale argomento fu risposto con villanie e ingiurie, chiamandosi la republica romana, republica d’assassini. Seguitò a contendere Ledru Rollin; ma comecché egli dicesse irrefragabili ragioni, pure la sua voce sonava senza autorità; come colui che si conosceva di opinioni estreme, e pronto a usare tutte le occasioni per far guerra a’ ministeri per ambizione propria, e non per alcun bene publico. Il generale Lamericière, uno del piccol numero de’ republicani moderati, e altresì del consiglio de’ delegati dell’assemblea per esaminar la proposta de’ rettori, diè il tratto alla bilancia: affermando che andando subito i francesi a Civitavecchia, e prevenendo gli Austriaci a Roma, avrebbero salvato, se non la republica romana, almeno la libertà de’ romani. La legge chiesta fu vinta con trecento venticinque voci favorevoli, e dugento ottantatré contrarie.

Ancora nel parlamento inglese si parlò della spedizione di Roma. Lord Beaumont, chiesto d’interrogare i ministri, disse, che se la detta spedizione avea per fine di rovesciare la republica romana, e restaurare il governo del papa, sarebbe stato un fatto assai strano: niuno aspettandosi vedere una republica distruggere un’altra, che non faceva che seguire il suo esempio; ovvero una potenza innalzatasi sulle rovine della monarchia, cominciare dal ristorar la più dispotica fra tutte le monarchie. Né sarebbe meno strano, che il papa dovesse la ristorazione del suo governo temporale riconoscere da cooperazione di rettori protestanti, come sono gl’inglesi; i quali mentre sotto pretesto di neutralità abbandonarono gl’infelici siciliani ad un macello, di cui non è esempio nella storia, farebbe strabiliare, che colla loro autorità intervenissero dove niuna violenza è stata usata. Risposero i ministri, che non si erano uè punto né poco impacciati di questa spedizion di francesi in Roma: solamente essendo loro comunicato il fine, non avevano potuto non commendarlo. E in effetto ci è noto per documenti, che a lord Palmerston, allora ministro degli affari esterni, fu scritto da’ ministri della republica francese, che intenzion loro era di procurare una restaurazione costituzionale del governo del papa; di che lord Palmerston si mostrò contentissimo, o che né pur egli considerasse la impossibilità di condurre ad effetto questo disegno, o che in fine non molto glie ne importasse; come quello che pieno di orgoglio inglese, faceva più le mostre di caldeggiare le libertà degli altri popoli, di quello che realmente gli stessero in sul cuore.

Peggioravano in questo mentre le condizioni della republica romana ogni giorno più; mancandole danaro e quiete. Nella cassa publica non erano che poche migliaia di scudi in cedole; le provincie chiedevano i sussidi, stanziati dall’assemblea; i Ferraresi volevano la restituzione della taglia posta da Haynau; i boni del tesoro non si cambiavano che con difficoltà ed enorme perdita, per supplire a’ più urgenti bisogni. Mandarono i triunviri a Londra il ministro dell’erario Manzoni per alienare le polizze del vecchio debito. Gridavano i licenziosi della democrazia ch’ei partiva per togliersi d’impaccio; e i cherici di Gaeta, per vendere i manuscritti del Vaticano. Fu istituito un collegio di tre, per amministrare il tesoro; che furono il conte Valentini, il marchese Costabili, e il milanese Brambilla, favorito del Mazzini. I quali della republica meritarono, non tanto pel bene che far non poterono, quanto pel male che seppero e vollero impedire. Per prima cosa vietarono maggior vendita de’ boni del tesoro, procacciando che la banca romana prestasse dugento mila scudi, per malleveria dei quali assegnarono altrettanta somma degli stessi boni: e mandarono alcun soccorso alla città di Ferrara e alle altre provincie. Volendo poi dare un sesto alla tesoreria» che somigliava una mantassa arruffata da non trovare bandolo (e uno de’ principali arruffatori era stato il Galli, messo in carica da’ rettori pontificii, e se bene depostosi, pur seguitava per mezzo di clienti e consanguinei ad averci le mani) chiusero i libri vecchi, ne composero uno nuovo, secondo le regole della buona computisteria, tolsero la turpe usanza, che la rendita delle multe sul bollo e registro andasse spartita fra ’l tesoriere e ildirettor generale, é decretarono che in beneficio degli spedali si largisse. Nello incameramento de’ beni ecclesiastici ovviarono a ruberie, frodi e vessazioni. Cessata la congregazione di revisione, crearono un ufficio per regolare e saldare ogni conto.

Ma più ancora del risarcire il conquassato erario, tornava malagevole provvedere alla quiete publica: perturbata si da’ nemici e sì dagli amici della republica. E mentre da una parte lo stato era infestato da brigantaggio, promosso a nome del papa, dall’altro travagliavanlo le sfrenatezze a nome della libertà. Prodotta l’una calamità dall’altra, mal si potrebbe definire se i delitti de’ tiranneschi fossero maggiormente causa o effetto de’ delitti de’ democratici; esagerando gli uni il male e i pericoli degli altri, per tirarne vantaggio conforme a’ loro fini. I papaleschi volevano da’ moti di pochi malfattori far argomentare generale desiderio della signoria papale; i republicani in cambio col dare addosso a’ lor nemici, e facilmente superarli, volevano indurre opinione contraria; onde quanto più da una parte si attizzava la guerra civile, quasi strada al ritorno del papa, dall’altra con ira e rappresaglia si dava pel mezzo a tutte le ribalderie; e sendo il sospetto ne’ governi popolari non men feroce che ne’ principeschi, co’ colpevoli si avviluppavano talora gl’innocenti; tollerando il triunvirato che fosse istituito dalla congregazione de’ popolani, un comitato di sorveglianza, ingiurioso al governo, quasi esso non bastasse, e infesto alla tranquillità de’ cittadini, non tanto per male che facesse, quanto pel terrore che spirava, temendo ognuno di essere spiato come avverso alla republica, o macchinatore di moti ad essa contrari: tanto più che collo avvicinarsi il pericolo della occupazione straniera, cresceva la rabbia ne’ republicani, che l’attribuivano meno alla diplomazia straniera, che a’ desiderii e pratiche degl’interni partigiani del papato. Tuttavia in Roma erano più spauracchi che persecuzioni; avendo continuato i costituzionali ne’ loro diari e conventi a censurare gli atti della republica, più tosto con ardire che con libertà; senza che alcuno fosse bandeggiato, Carcerato, deposto; e se v’ebbe chi dal popolazzo o da qualche eccitatore di tumulti, fu per via proverbiato, ciò accadeva all’insaputa de’ rettori, piuttosto tolleranti o impotenti a gastigare sbrigliatezze, di quello che le desiderassero o comandassero.

Ma nelle provincie non erano soltanto paure, ma delitti atrocissimi. Già abbiamo detto che la provincia anconitana sopr’ogni altra piangeva per continui e impuniti ammazzamenti: i quali non che restare, erano venuti sempre aumentando. Maggiormente scandolezzava, che chiamato a Roma il preside Mattioli, mentre si sperava che fosse casso o ammonito, tornò, serbando la stessa noncuranza; il che fece sospettare, che il Mazzini, se bene da natura non inclinato a sanguinose violenze, pure come capo di setta le permettesse: stimando salute publica o trionfo della sua parte quel che distruggeva la prima, e infamava la seconda. Certo è che i delitti continuarono; e non potendo dir di tutti, lascerò ricordanza di alcuni: de’ quali molto allora e poi si favellò. Erano in Sanseverino, provincia maceratese, i fratelli Angiolucci e il marchese Collie notati per fautori del governo papale. Incarcerati d’ordine del preside Mattioli, e menati in Ancona, il preside di Macerata se ne richiamò a’ triunviri per la usurpata giurisdizione, e subito furono liberati. Tratti in piazza, dov’era più calca di popolo, uno degli Angiolucci ricevette pugnalata, che lo accarnò e spense; l’altro restò ferito; e il marchese Codio ferito anch’esso, riparò in una casa; da cui rapito a forza dagli stessi feditori, lo trascinarono allo spedale per villania. In Osimo con replicati colpi di pugnale fu assalito il professor G. J. Montanari, pure notato avverso alla republica. Furono altresì morti un Baldelli, intendente doganale, un marchese Vembrini, un capitano del Pinto, un marchese Gensolini, un Perilli direttore delle poste, un Boidi custode del porto d’Ancona, uno Specchietti canonico, un Diamantini oriolaio, e altri più ancora, che la mente inorridita rifugge annoverare. Tra’ quali sarà stato bene qualche disonesto, meritevole di gastigo; ma veniva pietà, non morendo per esempio publico, ma per inumana ferocità di setta scellerata quanto stolta: che pretendeva purgare la città, empiendola di delitti; e toglier nemici alla democrazia spegnendoli: mentre in vece con quel sangue, crudelmente straziato, li aumentava. Né mài da più oscene bocche fu il santo nome di republica contaminato; non mai renduto più abominevole e pauroso a tutti: non mai seminato maggiormente per non farlo trionfare.

Special persecuzione patì in Senigallia la famiglia Mastai; quasi volesse contr’essa disfogarsi l’ira accumulata contro il pontefice. Né valeva che avesse sempre goduto fama non pur di onesta, anzi di amica a' liberi ordini: avendo il conte Giuseppe sofferto per causa di maestà; e nondimeno gli convenne allora vivere aquattato per campar la vita. La moglie del conte Gabriele, il quale era col papa, non sicura in una sua villa, di notte fuggì a Jesi, nascondendosi in un convento. In cerca andarono del conte Gaetano, che grave d’anni e mezzo infermo, con moglie da vent’anni inferma, a piè fuggendo, erasi riparato in un monastero di camaldolesi. Qni fu preso e condotto a Macerata, dove per amorevolezza del preside si salvò. E in detta città asilo ebbe la sorella di lui, madre di più figliuoli, e più altre persone, che fuggivano dalle vicine provincie, come da covili di fiere sitibonde di sangue. Rimproverato il preside di Pesaro, sotto la cui giurisdizione era Senigallia, che lasciasse commettere tante enormezze, rispondeva; considerarsi Senigallia come fuori d’ogni legge. E costui era stato dalla famiglia Mastai beneficato. Ma paura o inettezza lo faceva riuscire ingrato e ingiusto: tollerando che i nipoti del papa, che non vollero o non furono in tempo a fuggire da Senigallia, fossero presi e condotti come statichi in Ancona; per sicurtà (secondo dicevano) contro la soprastante occupazione tedesca, procurata dallo zio. Ma quando forse il ritenerli potea stimarsi utile, furono rilasciati, per paurosa viltà del Mattioli preside; che forse sperò averne grazia col papa.

Ma il ferire e ammazzare senza fine alcuno, mostrava che si voleva trionfare per terrore; al che non è improbabile, che nascostamente dessero mano i settari della tirannide, mascherandosi da republicani, e co’ più licenziosi della detnocrazia accontandosi, per interesse d’infamare la republica. Ad ogni modo era mestieri di sollecito riparo. D’ogni banda giungevano querele, non pur di cittadini, ma di rappresentanti stranieri, che vedevano in periglio la vita e la libertà de’ loro nazionali. v’ebbe chi risoluto s’offerse di andare ad Ancona a mettere un freno a quei furibondi assassini; ma perché non si conosceva di parte republicana, non fu accettato dal Mazzini; che desideroso che i misfatti cessassero, non di meno temeva di non far peggio a gastigarne gli autori: che, secondo lui, Disfacevano colla persuasione di giovare alla republica. Laonde antepose di mandare commessari straordinari il prete Dall’Onghero e un Bernabei da Senigallia: sperando che costoro, appartenendo alla stessa schiera de’ perturbatori, infrenassero senza guerra, e con solo l’autorità de’ consigli. In vece sotto spezie di mitigare la licenza, la secondarono. Giovò alla salute publica, che un prete, suddito inglese, fusse ferito. L’ambasciadore della corte britanna fece minaccioso richiamo a’ rettori romani; che stretti altresì da maggiori querele e doglienze de’ popoli, deliberarono di spedire lo imolese Felice Orsini, con balia piena e commessioni severissime: che adempì per modo, che onoratissima fama gli resterà in queste istorie. Afforzatosi dalla milizia cittadina meglio disposta, e d’un buon numero di carabinieri, fino allora rimasti inoperosi, sorprese di notte i facinorosi; ne rapì in carcere gran numero; dichiarò la città d’Ancona in condizion di guerra; vietò il portar armi, e altri provvedimenti fece di sicurezza publica: che mercé sua si ristabilì non solo in Ancona, ma ancora ne’ paesi vicini; dove fuori delle solite baldorie popolaresche, non avvenne altro.

La sottomissione totale di Sicilia effettuossi in questo tempo. Caduta Catania, e rendutosi il general Filangieri padrone delle più importanti città e de’ luoghi marittimi, deliberò di procedere per lo interno all’assalto di Palermo. Passo temerario e pericolosissimo, se i Palermitani resistevano, e se i popoli dietro lui si sollevavano; i quali serrandolo da ogni banda, potevano fare a pezzi il suo esercito: non sì numeroso da guardare e munire tutti i paesi che occupava; né da avere sollecita e facile uscita nel mare. Ma il Filangieri, non meno accorto che valente capitano, innanzi di risolvere, dovette essere bene informato, per mezzo di agenti e di spie, delle forze siciliane, e delle disposizioni della città di Palermo. La quale per la caduta di Catania, e la facile occupazione delle altre città, fu sì sbigottita, che il primo ardore, e le gran promesse di volersi sotto le case seppellire, svanirono, subentrando generale abbandono. Adunasi il parlamento. L’ammiraglio franzese Boudin offre di nuovo la sua mezzanità, con gran numero di voci accettata; il ministero si depone, allegando, non poter seguitare, trattandosi la pace, chi per la guerra s’era dichiarato; o più tosto sentendosi inetto a ordinare resistenza orrevole, non si volle all’ultimo ornai inevitabile frangente trovare. La sua rinunzia, in mezzo a quel trambusto, accrebbe le difficoltà. Ricorrasi al rifugiò nei mali pubblici, Ruggiero Settimo; il quale ognor disposto a sacrificarsi per la patria, come potè meglio, accozzò un ministero, che ebbe vita pochi giorni; perché nel tempo che s’aspettavano gli effetti della nuova interposizione dell’ammiraglio Boudin, questi consigliava i palermitani ad arrendersi, e a sperare nella generosità del re di Napoli; che avrebbe almeno le concessioni profferte da Gaeta largito. Era forse quello il momento di fare disperata difesa, e imitare la città di Messina, che il giuramento di lasciarsi prima distruggere che cedere, mantenne. La quale in vece colle sue rovine rimaneva anzi signacolo di terrore che esempio di coraggio estremo. Coloro che avrebbono avuto più obbligo di combattere pe’ gradi occupati, e per le sparate fatte, furono primi a fuggirsene; e salvi e lontani, divulgarono per le stampe, che la loro patria era stata tradita; calunniando e infamando uomini, o innocenti, o per certo non rei di tradigione.

Cresciuto lo sbigottimento, crebbe altresì la brama di capitolare; e scioltosi il testé creato consiglio di governo, e vicino il paese a ricadere in balia di sé, non era più tanto da temere la guerra di fuori, che non fosse maggiormente temibile, che dentro la vita e le sostanze de’ cittadini non andassero in fascio. Onde il principe Spaccaforno, pretore della città, insieme con Riso e altri, presero il governo, per salvare la patria (dicevano) da’ flagelli dell’anarchia; e altri sospettarono che il facessero per tradirla. Forse non tutti costoro, benché avessero avuto alcuna parte nella mutazione, erano sì teneri della siciliana libertà da desiderarla, ancora costando altri e maggiori travagli. Può quasi supporsi che il dispetto di veder cotanto prevalere uomini dappochi o ribaldi, e la paura di dilitti che togliesse sicurtà alla vita e alle sostanze, non facesse loro abbonir molto il ritorno della signoria borbonica. Ma vera tradigione per lor parte non si chiarì; anzi permisero che una mano di gentaglia corresse armata alle porte a trarre sulle genti del Filangieri che s’approssimavano. Questo combattimento durò poco; e chiesto il municipio di capitolare, il general regio non ricusò. La prima convegna fu, che si perdonasse a tutti, salvo a’ principalissimi autori e motori della ribellione, ridotti a quarantadue.

Così in Palermo il rivolgimento siciliano, apparso sì impetuoso nel cominciare; divenuto sì ostinato in progresso; a un tratto, e come per incantesimo, dileguò: restando dubbio se quella città si onorasse più al primo sollevarsi, o più si disonorasse in quel cadere quasi volontario: dimostrante come stanchezza di mali; che suole le prolungate rivoluzioni accompagnare. Da diciassette mesi non avevano fatto i possessori che pagare; senza che de’ loro tributi vedessero alcun frutto, sì per la interna quiete, e sì per la esterna difesa; mancando l’una e l’altra: per necessità o dappocaggine de’ vari ministeri scambiatisi. Disgustati gli abbienti, secondavali il popolo; che in Sicilia, più che altrove, si muove guardando alla gente che ha da perdere. Né i continui naufragi della libertà in altri paesi d’Italia e d’Europa, valsero poco a sconfortare cui le generali prosperità dell’anno precedente cotanto inanimirono. Da ultimo, provossi quel che nasce sempre, i fervori popoleschi non lungamente durare di contro a ordinata forza di eserciti mercenari, rinnovellantesi continuamente; e quanto vacua di passioni, altrettanto di militari artifizj potente.

Il general Filangieri entrato a Palermo come luogotenente del re, fece abbattere i segni della rivoluzione, ristorò il governo borbonico, agli uffizi chiamò uomini noti o per antica divozione o per recente fraude; tra’ quali il barone Ferdinando Malvica; nominato commessario di buongoverno; ufficio da lui con tanto maggior asprezza esercitato, quanto che doveva compensarlo della maggiore infamia che ne acquistava. In altri tempi un uomo come il Malvica, sarebbe stato de' proditorii servigi segretamente guiderdonato: allora veniva a supremi uffici innalzato; indicio che anche il pudore era remosso.

Tornato adunque in poter de’ principi Lombardia, i Ducati, Genova, Toscana e Sicilia, non restava da sottomettere che Venezia e Roma. Il ripigliar la prima era briga particolare degli Austriaci. Ne fu commessa la impresa al generale Haynau; il quale col sangue versato, essendone, per istinto o ambizione, divenuto più sitibondo; né altresì mancando di scienza e fermezza militare, sul finir d’aprile, con trenta mila uomini, e con tutti gli arnesi e stromenti per grande assedio, si volse a campeggiarla; nel tempo che l’armata tedesca, ritrattasi da capo la piemontese, tornava dal mare a stringerla. Onde da ogni banda fu serrata; per quanto sì straordinaria vastità e qualità di luogo il comportasse: restando sempre qualche varco aperto a’ necessari approvvigionamenti. A tanto apparato di guerra terrestre e marittima, non mostrarono i difensori di Venezia sbigottimento. Più tosto al magnanimo coraggio non, furono uguali i provvedimenti, non solo per difficoltà insuperabili, , ma ancora per difetto di civile e militare sapienza. Il general Pepe avea fatto passare quasi tutto il mese d’aprile; quando ancora con iscarse forze gli Austriaci campeggiavano Venezia; senza procacciare almeno di provvedersi d’abbondante vettovaglia, con ardite fazioni e scorrerie nel paese tenuto dal nemico. In cambio seguitò a perder tempo e pensieri nel fantasticare disegni di quasi impossibile riuscita; imaginandosi ognora con quel suo più caldo che misurato ingegno, di rialzare co’ Veneziani, Romani e Toscani, la fortuna dell’Italia; prostrata per la rotta dell’esercito piemontese; che è quanto dire, con paesi, niuno de’ quali bastava a se stesso, sostenere la causa di tutti. Confidava, secondo il solito, nella meno fondata di tutte le speranze, cioè nella sollevazione de’ popoli; che avevano dimostro quanto fossero disposti a imprese disperate di libertà; o per non intenderla o per quell’inveterato istinto di servitù, proprio delle generazioni, da falso incivilimento corrotte; quindi scriveva novellamente a quei che Roma e Toscana reggevano, perché accozzassero subito un esercito di trenta mila uomini, ne facessero stanza Bologna, dove egli si condurrebbe con porzione di milizie venete, e rafforzati gli uni cogli altri, aprirebbesi per le Romagne e per le Marche la via fin dentro il regno di Napoli. Né gli sarebbe difficile di sommoverlo, e aver seguaci molti, ancora fra’ soldati borbonici; e con questo movimento ridonar lena a’ piemontesi, e la guerra rincalzare contro gli austriaci, che d’ogni lato assaliti, sarebbero davvero costretti le Alpi rivalicare. Grande assegnamento faceva sulle milizie civili; le quali dove pure fosse avvenuto accozzare in sufficiente numero, doveva ben sapere egli, che ne fece memorabile esperienza nel 1824, qual sostegno riescano di contro a disciplinati eserciti. co’ rettori democratici della mezzana Italia non fu il Pepe più fortunato che con Carlo Alberto: il quale almeno una risposta, se ben vacua, gli diede. Quelli né pur gli risposero.

Ma come che questo voltar l’animo alle cose di fuori, con proponere imprese in aria, lo facesse manco attendere alla difesa didentro, ingiusto sarebbe negare, che a meglio riordinare, e per nuove descrizioni accrescere il veneziano esercito, non si travagliasse. Però, fra lui e il Manin, cominciava a non essere ottima intelligenza: se per non sopportare di apparir secondo a chi era stato nuovamente eletto dittatore, non potrei accertare; sendo la gara quasi natural cosa fra due, che del pari si stimano meritevoli di primeggiare. Certo è, che il Pepe mostravasi apertamente mal soddisfatto del governo del Manin; e come allora chiese di abbandonare la difesa dell’estuario; se non fosse stato ritenuto dal colonnello Ulloa e da altri suoi amici; più tardi divulgò per le stampe, non aver fatto tutto il maggior bene che avrebbe potuto e voluto, per ignoranza di chi reggeva le cose; il quale dandogli a parole, splendide testimonianze di stima, ne’ fatti ognora lo attraversò. Dal che appare, ch’ei né pure da’ rettori di Venezia, in servizio dei quali militava, era molto considerato. Né siam di credere, che in ogni faccenda s’apponesse male; o più senno fusse in chi l’amministrazione della republica teneva. Il quale, seguitando ogni dì più a provar diserto l’erario, ordinò nuovo prestito di tre milioni, da spartire fra quaranta de’ più facoltosi; che si recarono a pregio non rifiutarla Nel medesimo tempo ricomindossi a punzecchiare la carità de’ privati; che in Venezia non fu sorda o restia a’ prieghi della patria; anzi le profferte e oblazioni seguitavano far fede di veramente rara e liberale disposizione ne’ cittadini a sopportare qualunque maggior gravezza. Esempio tanto più da rammemorare, quanto che in ognuno doveva essere dolorosa certezza, che dopo tanto e prolungato largire, alla fine bisognava soggiacere.

Ma negli altri paesi d’Italia l’amore di soccorrere di danaro la città di Venezia, era di gran lunga sminuito; non solo per trovarsi allora grandemente scompigliati, e in preda a interne discordie e pericoli di fuori, ma ancora perché vinti i piemontesi, pareva ai più la causa della liberazione d’Italia al tutto spacciata. Piuttosto che dare pe’ Veneziani, cominciavasi a proverbiarli; e divulgare, che per lo primo esempio da essi porto di republica, nacque quella divisione, cagion prima delle comuni sventure.

Né la democrazia, che nell’Italia di mezzo prevaleva, era sì abbiente, da largheggiare in soccorsi per altri, quando per lo sostegno proprio ne mancava. Tuttavia nel parlamento romano furono stanziate somme per la città di Venezia, e decretato riscossioni volontarie; riuscite più spesso fomite di monopolii e baratterie, che profitti considerevoli. Laonde nel maggior bisogno e pericolo Venezia patì maggiore strettezza. I mal accorti governanti, per non esaurire l’erario, fallivano al più necessario provvedimento di acquistar viveri; che in tutto il mese d’aprile potevano entrare in gran copia; come se affamata la città potesse la resistenza continuare. Avvenne più tardi, che bisognò pagar del doppio ogni specie di vettovaglie, e riceverle a gran fatica. Né aveano torto coloro, che di poca risoluzione accusavano il dittatore. Al quale niuno mai avrebbe potuto far carico di violento o ingiusto, se ogni più efficace espediente avesse usato a raccogliere argenti e cose di valuta ovunque fossero, per farne conio o impegnarle fuori per moneta. Quando la patria è stretta d’assedio, nessuno aggravio è mai troppo per difenderla. e temendosi di vessare, non era da decretare la resistenza ad ogni patto. Aveano bel dire, che tutta Europa, e in particolare Francia e Inghilterra, non dovevano la rovina di sì nobile e memoranda città comportare: che non abbandonassero 1 antica reina de mari; mirassero com’ella stendeva loro le braccia dalla gloriosa laguna: che sarebbe, se dopo tanto sangue sparso, ogni maggior gravezza sopportato, e d’ogni privazione fatto sperimento, per frangere il crudel giogo tedesco, avesse a tornarvi sotto: che maggiormente aggraverebbesi per vendetta e ira di vittoria superba?

Questi prieghi e lacrime non ottenevano che promissioni vaghe e bugiarde: sendo fra le deliberazioni della diplomazia cruda e traditrice, il lasciar Venezia alle armi dell’imperadore: che sapeva, prima o poi, per ferro o per fame l’avrebbe ripigliata. Né solamente furono i Veneziani abbandonati dai potenti: ma ancor da quelli che sostenitori e propugnatori della italiana libertà si spacciavano; i quali, quasi la causa veneta fosse finita colla rotta piemontese, posarono le armi; e a più di sette mila soldati lombardi fu data licenza da' rettori torinesi; e gran numero di ricche famiglie lombarde e venete se ne andaro in esilio fuori d’Italia, o nel vicino Piemonte fermarono domicilio.

Benché Venezia abbandonata al suo fato, pure la promessa di resistere finché poteva, mantenne. E resistenza gloriosa fece altresì Roma: dove quasi tutta la democrazia degli altri paesi d’Italia ridotta, se bene non numerosissima, pure per la sua audacia, non inutilmente ingrossava le schiere de’ sostenitori di quella republica. Ma se campeggiar Venezia era sola briga degli Austriaci, pensiero e gara di tutte le potenze fu la impresa romana: che al libro a questo susseguente darà principio.

FINE DEL TERZO VOLUME

































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