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Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

DISCUSSIONI ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

SUL TRATTATO DI PACE

stipulato in Parigi il 30 marzo 1856

IN OCCASIONE DEL VOTO DI RINGRAZIAMENTO

AL CORPO PIEMONTESE DI SPEDIZIONE IN CRIMEA

con alcuni discorsi pronunziati nel Senato del Regno sugli stessi argomenti

TORINO 1856

Tipografia EREDI BOTTA

Palazzo Carignano
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LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

Tornata delli 6 maggio 1856 - Presidenza BONCOMPAGNI Tornata delli 9 maggio 1856 - Presidenza BONCOMPAGNI
Tornata del 7 maggio 1856 - Presidenza BONCOMPAGNI DISCORSI PRONUNZIATI NELSENATO DEL REGNO SUGLISTESSI ARGOMENTI
Documenti diplomatici presentati alla Camera dal Presidente del Consiglio dei Ministri Tornata del 10 maggio 1856 - Presidenza ALFIERI

Tornata delli 6 maggio 1856

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Presidenza BONCOMPAGNI

SOMMARIO. Interpellanze del deputato Buffa intorno al trattato di pace, ed al congresso di Parigi — Discorso del presidente del Consiglio in risposta alle medesime — Osservazioni del deputato Buffa — Discorsi dei deputati Solaro della Margarita e Brofferio — Nuove spiegazioni del presidente del Consiglio.

Interpellanze del deputato Buffa al Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno porta le interpellanze del deputato Buffa al presidente del Consiglio dei ministri sul trattato di pace.

La parola è al deputato Buffa.

BEFFA. Signori, nel trattato di Parigi una sola delle questioni che riguardano da vicino i nostri interessi è definita, ed è la questione commerciale; delle altre non vi è fatta parola, e quello che se ne legge nei protocolli è piuttosto un indizio che una compiuta notizia di quello che probabilmente vi si è detto e trattato.

Questo si può anche più ragionevolmente argomentare dall’atto con cui i nostri plenipotenziari posero fine alla loro missione in Parigi; intendo dire dalla nota diplomatica da essi presentata alla Francia ed all’Inghilterra, della quale il sig. presidente del Consiglio ha dato copia alla Camera.

Quell'atto è veramente rilevante, e quale forse non fu mai altro simile in tutta la storia del Piemonte, e di necessità deve essere stato preceduto da discussioni di importanza eguale.

In quella nota i nostri plenipotenziari pigliano la parola non solo per gli interessi del Piemonte, ma per quelli di tutta Italia, e i Governi di Francia e d’Inghilterra gli consentono questo uffizio accettando la nota.

Se il Piemonte avesse tentato di farlo alcuni anni addietro, chi può credere che gli sarebbe stato permesso?

Egli è evidente che le discussioni, le quali hanno preceduto questa conclusione, devono aver avuto un’importanza molto maggiore di quello che possa apparire dai protocolli; ed è

necessario conoscere in certo modo la serie dei fatti che dalla prima proposta sulle cose italiane condussero a questo ultimo atto, per poter giudicare con cognizione di causa, quali e quanti possono essere i risultali morali che abbiamo ottenuto.

. Io restringerò a pochi punti principali le mie domande.

L’Austria sta fortificando Piacenza; essa ne fa una fortezza di primo ordine: contro chi? Quali sono i nemici contro cui edifica quelle fortificazioni? Evidentemente non possono essere dirette che a noi: a pochi passi dalla nostra frontiera, l’Austria pianta le sue batterie contro di noi.

L’Austria continua, e non perde occasione di accrescere le sue occupazioni militari nei vari Stati italiani. E qui dirò che, malgrado le smentite ufficiali, si potrebbe forse asseverare che Compiano e Pontremoli dovevano essere occupate, benché in fallo non-lo fossero. Forse, cadendo appunto allora la discussione sulle cose italiane nelle conferenze di Parigi, forse, dico, l’Austria ebbe avviso in tempo per sospendere questa nuova provocazione; questo non assevero, ma solo argomento: bensì è certo che già erano state fatte provviste di paglia e di altri oggetti per le truppe che dovevano occupare Compiano e Pontremoli.

Ora domanderò di nuovo: a qual fiue queste occupazioni?

Perché si mantengono con tanta insistenza? Perchè queste dimostrazioni sui nostri confini? Forse gli Stati vicini possono ragionevolmente lagnarsi di noi? Forse noi non abbiamo custodito rigorosamente i nostri confini?

Non gli abbiamo anzi custoditi per modo, che questi Stati medesimi furono costretti a renderne grazie al Piemonte? Queste occupazioni e queste fortificazioni non possono dunque avere che un solo significato, quello della minaccia e quello della provocazione.

L’Austria ha tolta l’indipendenza più o meno direttamente a quattro de’ sei Stati italiani; le minaccie e le provocazioni non possono avere altro scopo che di toglierla ancora al Piemonte. Ora le potenze alleate sono disposte a permettere che continui il pericolo, e il sinistro intento sia conseguito?

È questo un punto su cui credo che il Piemonte abbia diritto di essere chiarito.

Vi ha pure un altro pericolo. Le condizioni dei varii popoli italiani sono più o meno intollerabili, ma tutte infelici. Ad essi è negata, non solo ogni libertà, ma anche quella onesta larghezza che gli stessi governi assoluti oggidì, purché civili, non sogliono negare. Proibito ad essi di professarsi italiani; assoggettati a pene umilianti, che offendono non solo la dignità nazionale, ma anche la dignità d’uomo; pene, delle quali l’Italia da più generazioni aveva perduto perfino ogni memoria; esasperali gli animi da continue vessazioni; diminuita o svanita affatto ogni speranza di sorte migliore; tutto questo non fa che alimentare lo spirito di rivoluzione, che, sorgendo l’occasione, può diventare un grande pericolo come per l’Europa intera, così più specialmente per noi.

Ed anche sopra di ciò sarebbe utile di conoscere se le potenze alleate intendano permettere che questo fomite sia del continuo mantenuto alle nostre porte da chi ha forse interesse di mantenerlo.

Finalmente io domanderò ancora schiarimenti sopra nn altro punto.

Nel protocollo dell’8 aprile si leggono alcune lagnanze gravi sulla stampa del Belgio. Sicuramente a me non cadde nel pensiero che s’intendesse pure volgere quelle lagnarne al Piemonte. Senza minacele di alcuno, senza aspettare autorevoli consigli da nessuna parte, ma per solo amore di giustizia e della vera libertà, nei da lungo tempo abbiamo fatto ciò che si doveva e poteva per questa rispetto; abbiamo fornito a tutti i Governi stranieri i mezzi legali di farsi rispettare dalla stampa del nostro paese. Epperò non poteva essere volto a noi né direttamente nè indirettamente nessun avvertimento di questa natura; ed io assolutamente non lo credo.

Ma quando si veggono uomini timidi che malgrado queste ragioni pure persistono a temere, e sopratutto quando si veggono giornali stampati in paesi vicini, dove la stampa ha sempre qualche cosa della risponsabilità ufficiale, giornali, dico, i quali si studiano di insinuare che al Piemonte furono dati consigli e gravi avvertimenti di questa natura, io credo utile che il signor presidente del Consiglio dichiari apertamente se in questi sospetti sia alcun che di vero.

Io gli sarò grato se egli vorrà fornire alla Camera le necessarie spiegazioni sopra questi varii punti, e più ancora se vorrà aggiungere tutte quelle altre informazioni che: possano meglio chiarire l’andamento e i risultati del congresso di Parigi. Dopo le sue risposte io mi riservo di fare quelle avvertenze che mi parranno opportune, se il signor presidente della (Camera vorrà conservarmi la facoltà di parlare.

CAVOUR C. presidente del Consiglio.

(Vivi segni d'attenzione).

Signori, onde rispondere nel miglior modo che per me si possa alle interpellanze dell’onorevole deputato Buffa, e nello stesso tempo soddisfare alla giusta impazienza della Camera e del paese di essere ragguagliati intorno ai fatti principali che sono accaduti nel Congresso di Parigi, credo miglior consiglio, invece di seguire l’ordine delle domande che mi vennero dirette dall’onorevole deputato Buffa, di fare un breve riassunto di quanto si è operato dai plenipotenziari sardi in questa circostanza.

L’onorevole interpellante e la Camera intenderanno di leggeri che io non posso, né debbo entrare in minuti particolari, e che mi è forza conservare una riserva, sia per convenienze diplomatiche, sia per la considerazione che molte questioni iniziate nelle Conferenze di Parigi non hanno ricevuto ancora una definitiva soluzione.

Prima di parlare di quanto si fece da noi in quei Consigli, Lini occorre dire una parola sulla posizione che venne fatta ai plenipotenziari della Sardegna.

Quando il Governo del Re firmava un trattato d’alleanza. coll’Inghilterra e colla Francia» non credeva opportuno di stabilire in modo definitivo e particolare la condizione che verrebbe assegnata alla Sardegna nel Congresso, che sarebbe stato per avventura chiamato a deliberare intorno alle condizioni, della pace. Contento della clausola in. esso trattato stabilita, che nessuna pace si potrebbe fare senza il concorso della Sardegna, lasciò che venisse determinata la sua posizione quando si fosse presentato il caso di adunare un Congresso. Giacché il Governo riteneva, come ritiene tuttora che, sì per gl’individui, come per le nazioni, la loro considerazione, la loro influenza, dipendono assai più dalla propria condotta, dalla riputazione; acquistata, che non dalle stipulazioni diplomatiche.

Ed invero la nostra aspettativa non fu tradita, sia sui campi, sia t nei congressi pacifici. Quantunque nulla si fosse determinato, rispetto alla situazione del nostro generale in capo, voi sapete, o signori, quale influenza esso abbia, esercitata, non nolo nel campo, ma anche nei consigli di guerra europea; influenza questa dovuta, non tanto al posto che occupava, quanto alla bella fama da lui acquistata; fama diventata europea, e tale da dirsi oramai una gloria nazionale (Bravo! bene!).

Molto prima che le conferenze incominciassero, ebbe il Governo ad occuparsi, in modo però non positivo, né definitivo, del concorso che la Sardegna fosse per avere in questi negoziati.

Se vi fu per alcun tempo qualche incertezza tale riguardo, questa sparì allorquando noi abbiamo dimostrato con quanta fedeltà, con quanto vigore noi mantenevamo gli assunti impegni. Da quel punto non fuvvi più dubbio, ed i nostri alleati c’invitarono alle conferenze senza riserva alcuna.

E qui debbo dire ad onorerei vero che questo concorso ilei fu seriamente contrastato da alcuna delle altre potenze alle conferenze partecipanti.

La missione dei plenipotenziari sardi aveva un doppio scopo. In primo luogo dovevano concorrere coi loro alleati all’opera della pace colla Russia, alla consolidazione dell'Impero Ottomano: in secondo luogo, era debito loro di fare ogni loro sforzo onde attirare l’attenzione dei loro alleati e dell’Europa sulle condizioni d’Italia, e cercar modo di alleviare i mali che affliggono questa nazione

Rispetto alla prima parte della loro missione, l’opera loro non fu malagevole, giacché, o signori, la causa dell’occidente, la causa dell’impero Ottomano era validamente, fortemente propugnata dai distinti statisti che rappresentavano nel Congresso la Francia e l’Inghilterra; e fu agevolata altresì dallo spirito di conciliazione, dalla lealtà spiegata fin dal principio dai plenipotenziari della Russia. A questi sentimenti io mi compiaccio di rendere altamente giustizia, imperocché vennero manifestati non solo rispetto a tutti gli alleati, ma lo furono in modo particolare rispetto al nostro Paese. Donde io traggo argomento per credere e per sperare che il trattato che abbiamo firmato, non solo ristabilirà la pace fra noi e l’impero della Russia, ma ripristinerà le buone relazioni che per tanto tempo esistettero fra le due nazioni, come pure quei vincoli di amicizia che unirono per secoli la Casa di Savoia con quella dei. Romanoff.

Credo che non mi bisogni molta fatica per dimostrare come lo scopo che gli alleati si erano prefisso nel muovere la guerra alla Russia, sia stato pienamente raggiunto. La semplice lettura del trattato basterà a convincervi come ogni pericolo di usurpazione per parte della Russia sia affatto scomparso. Neppure mi fermerò a dimostrarvi come siasi fatto quanto era possibile a favore delle popolazioni cristiane dell’impero Ottomano, e per quanto era compatibile colla condizione

delle cose, onde assicurare e rassodare resistenza di quell’impero.

Non sarò per esagerare le conseguenze di quel trattato di pace, né gli utili materiali che saranno per derivarne a nostro vantaggio; tuttavia credo poter asseverare che la neutralizzazione del Mar Nero, e la libertà della navigazione del Danubio, assicurata non solo in quella parte del fiume che corre lungo i confini ottomani, ma altresì in quella che si estende per l’intiera Germania, sieno condizioni tali da esercitare una notevole e salutare influenza sul nostro commercio.

Non dubito che il commercio genovese, ritornando in quei lidi, sia per trovare l’antica memoria de’ suoi padri ringiovanita dagli allori raccolti dalle nostre truppe, e trarre vantaggio dall’accresciuto prestigio del nome che esso porta.

Credo pure dovere indicare come risultato vantaggioso pel mondo tutto, ma specialmente per noi, la consacrazione solenne di un nuovo diritto marittimo per ciò che riflette i neutri. Questo nuovo diritto marittimo il quale assicura i neutri in tempi di guerra contro le prepotenze delle maggiori nazioni, deve tornare a vantaggio speciale delle nazioni commercianti, le quali non hanno un naviglio bastante per contrastare coi navigli maggiori. Di più, colla consacrazione di questo principio a cui l’Inghilterra si è associata, vediamo scomparire una delle principali cause che potevano rompere l’alleanza occidentale, che poteva far scendere nei campi della guerra le potenze che sono a capo della civiltà.

Ma più che ai vantaggi materiali, stimo che dobbiamo badare a quelli morali che dalle conferenze, che dal trattato abbiamo ricavato, lo ritengo che non sia poca cosa per noi l’essere stati chiamati a partecipare a negoziazioni, a prender parte alla soluzione di problemi, i quali interessano non tanto questa o quell’altra potenza, ma sono questioni, sono problemi di un ordine europeo. È la prima volta, dopo molti e molti anni, dopo forse il trattato di Utrecht, che una potenza di second’ordine sia stata chiamata a concorrere con quelle di prim’ordine alla soluzione delle questioni europee; cosi venne

meno la massima stabilita dal congresso di Vienna a danno delle potenze minori.

Questo folto è di natura a giovare non solo al Piemonte, ma a tutte le nazioni che si trovano in identiche condizioni. Certamente esso ha di mollo innalzato il nostro paese nella stima degli altri popoli, e gli ha procaccialo una riputasione, che il senno del Governo, la virtù del popolo, non dubito, saprà mantenergli.

Io qui, date queste brevi spiegazioni intorno alle cose più speciali del trattato, dovrei venire a discorrere intorno a ciò die riflette la questione italiana; prima però di trattare questa parte, che è la più dilicala del mio discorso, stimo opportuno di rispondere all'ultima delle fattemi interpellanze, a quella cioè relativa alle osservazioni promosse dal primo plenipotenziario della Francia intorno alla stampa belga.

Io ringrazio l’onorevole interpellante di avermi fornito l’occasione di far scomparire su questo geloso argomento ogni dubbiezza.

Il plenipotenziario della Francia giudicò di dover chiamare l'attenzione del congresso sopragli eccessi della stampa belga, rispetto al governo francese, e specialmente al suo capo.

Il plenipotenziario della Gran Bretagna prese la parola immediatamente dopo di lui e, dopo aver fatte le più ampie riserve intorno al principio della libertà della stampa che disse essere uno dei fondamenti della costituzione inglese, non dubitò di esprimere altamente un biasimo per gli accennati eccessi. Io ho credulo di dovermi associare a queste dichiarazioni del ministro inglese.

Se i protocolli non ne fanno cenno, si è che questi non sono processi verbali, ed io ho espressa la mia adesione senza estendermi in parole; ma ciò si scorge dal riassunto folto dal conte Walewski, là dove è dello elio vari furono i plenipotenziari che fecero le loro riserve a favore della libertà della stampa. L’art. 4 dice:

«Tous les plénipotentiaires, et même ceux qu’ont cru devoir réserver le principe de la liberté de la presse, n’ont pus il hésité à flétrir hautement les excès auxquels les journaux belges se livrent impunément en reconnaissant la necessità de remédier aux inconvénients réels qui résultent de la licence effrénée dont il est fait un si grand abus en Belgique.»

I plenipotenziari (plurale) che fecero delle riserve a favore del principio della libertà della stampa sono quelli dell’Inghilterra e della Sardegna (Movimento).

Questa riserva mi parve bastevole; non ho creduto né opportuno, né utile il fare un discorso in favore della libertà della stampa nel seno del Congresso di Parigi; le mie parole certamente non avrebbero giovalo gran fatto alla causa medesima che avrei propugnato, ed avrebbero potuto far gran male alla causa dell'Italia, la quale era in quella circostanza argomento di speciale attenzione del Congresso ( Bravo! al centro).

Io credo che alcuni dei plenipotenziari presenti al Congresso sarebbero stati lieti di poter cogliere questa circostanza onde distogliere l’attenzione del Congresso dalla questione italiana per portarla su quella della stampa; ho pensalo quindi che un-assentimento tacilo alle dottrine messe avanti dal plenipotenziario dell’Inghilterra fosse il modo più opportuno di procedere.

Ma, o signori, quand’anche avessi avuto a prendere la parola, io certamente non avrei detto di più di quello che venne espresso dal plenipotenziario della Gran Bretagna, ed in molte parti avrei dovuto associarmi alle parole profferite dal plenipotenziario della Francia.

Diffatti, o signori, il primo plenipotenziario francese, parlando con molta temperanza di parole, non attaccò nè punto _nè poco la libertà della stampa; non ne condannò tutti gli eccessi, non toccò quelli relativi alla politica interna; non-disse verbo sull’esagerazione delle dottrine di questo o di quell’altro giornale; si restrinse a far -notare al Congresso la pubblicazione di giornali il eui principale, se non unico scopo, era, non di occuparsi delle cose interne del Belgio, ma bensì di combattere il Governo francese e la persona del suo Capo, e di combatterlo non con argomenti, non con ragionamenti, ma con le ingiurie più villane, con le calunnie più atroci.

Osservò il plenipotenziario della Francia essere difficile che le buone relazioni potessero sussistere fra due nazioni, e fra due governi, quando in uno dei due paesi si fondano giornali al solo scopo di combattere l’altro governo.

Or bene, se io avessi avuto a manifestare un’opinione, non mi sarebbe stato difficile il farlo, non avrei avuto che a ripetere quello che in altra circostanza ebbi l’onore di esporre a questa Camera. Or son quasi cinque anni, quando una analoga discussione ebbe luogo in seno al Parlamento, io manifestai un’opinione che l’esperienza di un lustro ha pienamente sanzionata.

Io dissi allora, e avrei dovuto ripetere al Congresso che, mentre io ritengo che la libertà della stampa, anche spinta all’estremo suo limite, abbia pochi pericoli rispetto alle condizioni interne di un paese, riguardo alle sue relazioni esterne, possa averne molti e procurare pochissimi vantaggi. Di questo io sono talmente convinto die, se per un giuoco del caso io mi trovassi trasportato nel seno delle Camere belgiche, quantunque, mercé le opinioni che ora professo e stante lo stato attuale delle cose in quel paese, io fossi per sedere in quella Camera sui banchi della sinistra, cercando il più possibile di avvicinarmi al mio amico, il signor Frère Orban, nulladimeno mi crederei in debito di denunciare alla Camera questi deplorevoli fatti, che sono fonte di danni e di pericoli; ed in ciò pure stimerei non di propugnare la causa della reazione e del partito retrivo, ma si di rendere alla libertà un immenso servigio.

Vengo, o signori, alla questione italiana. (Vivi segni di attenzione).

Io ho detto che i plenipotenziari della Sardegna avevano per missione di chiamare l’attenzione dell’Europa sulla condizione anomala ed infelice dell’Italia, e di cercare a portarvi qualche rimedio. Nella condizione di cose creata dalla pace, nessuno di voi certamente sarà per credere che fosse possibile l'ottenere rimedi portanti seco modificazioni nella circoscrizione territoriale dell’Italia.

Forse, se la guerra si fosse protratta, se la sfera in cui si ravvolgeva si fosse per avventura allargata, in allora si poteva con qualche fondamento sperare che, allargato pure il programma adottato dalle potenze occidentali al cominciare delle ostilità, fosse preso in considerazione il rimedio a cui testé accennava; ma quando si aprivano le trattative, la spada degli alleali essendo rientrata nella guaina, la diplomazia essendo solo incaricata di occuparsi delle cose europee in relazione alle vicende della guerra, non era, lo ripeto, né da sperare, e nemmeno da proporre questo rimedio.

Le grandi soluzioni non si operano, o signori, colla penna. La diplomazia é impotente a cambiare le condizioni dei popoli; essa non può al più che sancire i fatti compiuti e dare loro forma legale.

Tuttavia, anche sul terreno della diplomazia, e mettendo per base i trattati esistenti, ai quali non era il caso di portare modificazione, vi era mezzo di portare la questione d'Italia, se non avanti al Congresso, almeno dinnanzi alle potenze in esso rappresentate. Didatti, o signori, lo stato attuale d'Italia non è conforme alle prescrizioni dei trattati vigenti. i principi stabiliti a Vienna e nei susseguenti trattati sono apertamente violati; l'equilibrio politico, quale fu stabilito, trovasi rotto da molti anni.

Quindi i plenipotenziari della Sardegna credettero dovere specialmente rivolgere l'opera loro a rappresentare questo stato di cose, a chiamare sopra di esso l'attenzione della Francia e dell'Inghilterra, invitandole a prenderlo in seria considerazione.

Qui non incontrarono serie difficoltà, giacché i loro alleati, sin dai primordi delle loro istanze, si dimostrarono altamente favorevoli a queste istanze, e manifestarono un sincero interesse per le cose d'Italia. La Francia e l'Inghilterra, riconoscendo lo stato anomalo in cui si trovava l'Italia in forza dell’occupazione di gran parte delle sue provincie per parte di una potenza estera manifestarono, lo ripeto, il desiderio di veder cessata questa occupazione e ritornate le cose allo stato normale.

Ma un’obbiezione veniva mossa alle istanze che per noi si facevano. Ci si diceva: sta bene che l’occupazione dell’Italia centrale debba cessare, e cessi; ma quali saranno le conseguenze dello sgombro delle truppe estere, se le cose rimangono nelle attuali condizioni! I plenipotenziari della Sardegna non esitarono a dichiarare che le conseguenze di tale sgombro, senza preventivi provvedimenti, sarebbero state di un carattere il più grave, il più pericoloso, e che perciò non sarebbero stati giammai per consigliarlo; ma soggiunsero che essi ritenevano, come, mercé l’adozione di alcuni acconci provvedimenti, quello sgombro si sarebbe reso effettuabile.

Invitati a far conoscere la loro opinione, essi pensarono di dover formolare, non già un memorandum,,

ma una memoria che, sotto forma di nota verbale, venne consegnata alla Francia ed all’Inghilterra.

L’ accoglienza fatta a questa nota fa molto favorevole. L’Inghilterra non esitò a darvi la più intera adesione; e la Francia, a motivo di particolari considerazioni, di cui farò or ora parola, pure riconoscendo questo stato di cose, ed ammettendo la proposta in principio, stimò di dover fare un’ampia riserva all’applicazione che per noi si chiedeva.

D’accordo sopra questo principio, cioè sopra la massima utilità die vi sarebbe di far cessare l’occupazione straniera nelle provincie del centro d’Italia, e sulla necessità di far precedere lo sgombro delle truppe estere da provvedimenti speciali, fa deciso dal Governo francese con quello dell’Inghilterra, che la questione sarebbe sottoposta al congresso di Parigi; e, come avrete rilevato, essa lo fa nella tornata delli 8 aprile.

Se il linguaggio del plenipotenziario francese non fu del tutto simile a quello del plenipotenziario inglese, avvi perciò una gravissima ragione di cui, io penso, tutti vi farete capaci.

Pel Governo francese il Papa non è solo il capo temporale dì uno Stato di tre milioni d’abitanti, ma è altresì il capo religioso di 53 milioni di francesi; questa condizione-impone a quel Governo particolari riguardi rispetto al sovrano pontefice. Quindi noi non dobbiamo stupirci che quando si tratta della questione romana, abbia ad usare speciali riguardi. Se si pon mente, come si richiede, a questa speciale circostanza; se si tien conto dell’influenza che ogni passo fatto a noma può avere sulla politica interna della Francia, io credo che il paese, che l’Italia tutta proveranno pel Governo francese non minore riconoscenza di quello che ne meriti il Governo inglese.

La questione per l’Inghilterra era assai più semplice; la questione romana era per lei meramente politica, il che rendeva la parte dei plenipotenziari della Gran Bretagna assai più facile. Ed invero il plenipotenziario che a nome di quella gran nazione prese la parola, la trattò con quella libertà, con quella pienezza che si appartiene ad una questione di un tal ordine.

Che anzi, io debbo qui altamente proclamare che in quella circostanza, quell’illustre uomo di Stato, che vo superbo di poter chiamare mio amico, dimostrò tanta simpatia per le condizioni d’Italia, un così vivo desiderio di sollevarla dai mali che l'affliggono, da meritare la riconoscenza non solo dei plenipotenziari, dei piemontesi, ma di tutti gl’italiani (Bravo! Bene.).

I plenipotenziari dell’Austria opposero, alla proposta della Francia e dell’Inghilterra, una quistione pregiudiziale, une fin de non recevoir.

Essi dissero, e, diplomaticamente parlando, con ragione, che i loro Governi non essendo stati prevenuti prima della riunione del congresso, che si avrebbe a trattare delle cose d’Italia, essi non avevano né istruzioni, né poteri all’uopo. Nulladimeno, trascinati dall’importanza dell’argomento, entrarono in qualche particolare, e mantennero con molta energia la dottrina dell'intervenzione. Essi proclamarono la massima che uno Stato ha il diritto d’intervenire nelle quistioni interne di un altro, quando né è richiesto dal legittimo Governo di questo. Questa dottrina non fu ammessa dalla Francia, e fu contrastata altamente dall’Inghilterra. A ciò si restrinse la parte relativa agli interventi.

Nessun risultato positivo si può dire essersi ottenuto: tuttavia io tengo essere un gran fatto questa proclamazione che si fece, per parte della Francia e dell’Inghilterra, della necessità di far cessare l’occupazione dell’Italia centrale, e dell’intendimento per parte della Francia di prendere tutti i provvedimenti a quest’uopo necessari.

Sul terreno della diplomazia era difficile trattare altri argomenti italiani, di sottoporre altre questioni alle deliberazioni del congresso; tuttavia parve alla Sardegna, come pure ai suoi alleati, i quali su quest’argomento concorsero, dirò, con una grande spontaneità, potersi, all’occasione della sanziona di questa gran pace europea, rivolgere ad alcuni Stati d'Italia consigli di clemenza, di temperanza, di moderazione.

VALERIO. Domando la parola.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO Non ripeterò le ragioni messe in campo dai primi plenipotenziari della Francia e dell’Inghilterra, che in questa circostanza tennero un identico linguaggio, e dimostrarono eguale simpatia per le sorti dei nostri concittadini; solo dirò le loro parole essere state tali da meritare il plauso di tutti i buoni italiani.

Se a questi consigli non vollero associarsi i plenipotenziari delle altre nazioni, lo fecero per molivi di convenienza, ma posso dire, credo, senza commettere indiscrezione, che nessuno di questi plenipotenziari, nè ufficialmente, nè ufficiosamente prese a contrastare la validità degli argomenti di cui si erano serviti e i plenipotenziari della Francia e quelli della Gran Bretagna. Se nemmeno su quest’argomento il Congresso è arrivato ad un atto definitivo, è pure lecito il credere che i consigli di cui discorriamo, quantunque non abbiano per sanzione un voto del Congresso, avvalorati come sono dall’autorità della Francia e dell’Inghilterra, sieno però per riuscire talmente potenti ed efficaci da sortire quei risultali che da essi ci ripromettiamo.

L’onorevole deputato Buffa avendo insistito in modo speciale sull’estensione data alle fortificazioni di Piacenza, e sul pericolo che da queste fortificazioni può derivarne al Piemonte, risponderò essere anche ciò stato argomento dei richiami dei plenipotenziari sardi, i quali anzi, onde avvalorare le loro asserzioni, ebbero a procurarsi un piano delle opere nuove innalzate da alcuni anni dagli austriaci, e questo piano venne da loro rimesso ai rappresentanti delle potenze alleate. L’aumento delle fortificazioni di Piacenza fa parte del sistema seguito dall’Austria per estendere in Italia la sua influenza; sistema che venne denunciato dai plenipolenziarii sardi e che fu argomento dei principali loro reclami. Potrà l'onorevole interpellante, dalla lettura della nota consegnata prima di partire da Parigi alle potenze alleate, vedere come i plenipotenziari i sardi abbiano segnalalo questo fatto e questo sistema, e contro essi formalmente protestato.

lo vi ho esposto, o signori, i risultati delle negoziazioni alle quali abbiamo partecipato; voi riconoscerete, spero, che rispetto alla questione orientale, si sono conseguiti alcuni vantaggi materiali pel lustro commercio, c si è conseguito s.ovratutto un gran vantaggio morale per là nostra posizione politica, essendo stata rialzata al cospetto di tutta l’Europa.

Rispetto alla questione italiana, non si è, per dir vero, arrivali a gran risultati positivi; tuttavia si sono guadagnale, a mio parere, due cose: la prima, che la condizione anomala ed infelice dell'Italia è stata denunziala all'Europa, non già da demagoghi (Si ride),

da rivoluzionari esaltati, da giornalisti appassionali, da uomini di partito, ma bensì da rappresentanti delle primarie potenze dell’Europa, da statisti che seggono a capo dei loro governi, da uomini insigni, avvezzi a consultare assai più la voce della ragione, che a seguire gli impulsi del cuore.

Ecco il primo fatto che io considero come di una grandissima utilità.

Il secondo si è che quelle stesse potenze hanno dichiarato essere necessario, non solo nell’interesse d'Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d'Italia un qualche rimedio. Non posso credere $he le sentenze profferite, che i consigli predicali da nazioni quali sono la Francia e l’Inghilterra, siano per rimanere lungamente sterili.

Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall'altro io debbo riconoscere che esso non è scevro d’inconvenienti e di pericoli (Movimento d’attenzione).

Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni con l'Austria! (Sensazione). Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari della Sardegna e quelli dell'Austria, dopo aver seduto due mesi a fianco, dopo aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuto in questi ultimi quarant'anni, si sono separali senza ire personali (giacché io debbo qui rendere testimonianza al procedere generalmente cortese e conveniente del capo del Governo austriaco), si sono separati, dico, senza ire personali, ma coll'intima convinzione, essere la politica dei due paesi più lontana die mai dal mettersi d'accordo (Applausi),

essere inconciliabili i principii dall'uno e dall'altro paese propugnali (Bene!).

Questo fallo, o signori,è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fatale di quel sistema leale, liberale, deciso, che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui il Governo del Re ha sempre cercato di farsi l’interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo e valido appoggio (Molte voci: Bravo! bravo!).

Né io credo, o signori, che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli sia per farvi consigliare al Governo del Re di mutare politica.

La via che abbiamo seguito in questi ultimi anni ci ha condotti ad un gran passo: per la prima volta nella storia nostra la quistione italiana è stata portata e discussa avanti ad un Congresso Europeo, non come le altre volte, non come al Congresso di Lubiana ed al Congresso di Verona coll’animo di aggravare i mali d’Italia, e di ribadire le sue catene, ma coll’intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, col dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi nazioni.

Terminato il Congresso, la Causa d’Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribunale a cui, a seconda del detto memorabile dell'Imperatore dei francesi, spelta l’ultima sentenza, la vittoria definitiva.

La lite potrà esser lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi, fidenti nella giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l’esito finale (Applausi generali).

PRESIDENTE. 11 deputato Buffa essendosi riservato di continuare il suo discorso gli mantengo facoltà di parlare.

BUFFA. Ringrazio l’onorevole presidente del Consiglio per le spiegazioni che ebbe la compiacenza di dare alla Camera, le quali hanno mostrato sempre più aperto che il Piemonte e l’Italia furono degnamente rappresentati nel congresso di Parigi; e non dubito, o signori, che la Camera approvando le cose da lui dette e sostenute nelle conferenze, vorrà confermarle solennemente davanti a tutta Europa.

Gli sono grato soprattutto perchè non volle rimpicciolire la gran causa che gli era affidata, promovendo vantaggi materiali per noi in particolare. 11 più belio, il più nobile premio che il Piemonte potesse conseguire coi suoi sacrifizi e colla gloria del suo esercito era quello di acquistare il diritto di parlare davanti all’Europa in nome di tutta Italia.

Il signor presidente del Consiglio ha già esposto alcuni dei risultali morali, certamente ragguardevoli, che si sono raccolti dal Congresso di Parigi.

Egli accennava, come le grandi potenze rimanessero persuase che i mali d’Italia sono reali e profondi, e abbisognano di un pronto ed efficace rimedio. Per questa guisa la causa della giustizia acquistò quella forza oggidì importantissima che viene dall'opinione, e quell'autorità che accompagna sempre la potenza.

Ma un altro risultato importantissimo, a parer mio, abbiamo ottenuto, ed è questo, che le potenze hanno potuto persuadersi e toccare con mano che è vano sperare dall’Austria riparo ai mali e ai richiami d’Italia (Applausi dalle tribune).

Le simpatie di Francia e di Inghilterra, la franchezza e il calore con cui furono manifestate, sono certamente un grande beneficio per la nostra causa: e per l’amore che noi portiamo ad essa, e per le speranze che abbiamo nel suo avvenire, io sono d'avviso che dobbiamo professarne loro viva gratitudine.

Ma ora è da insistere che queste simpatie e questa convinzione divengano praticamente efficaci. Esse sentono tanto il bisogno c l’importanza dell’equilibrio europeo, e hanno dimostrato essere pronte a fare per esso cosi grandi sacrifizi, che non possono a meno di scorgere a prima giunta avanti pericoli e quale guarentigia possano venire ad esso dalla cattiva o dalla buona risoluzione delle cose italiane.

È sorto un nuovo fatto nel mondo. Per lo addietro non si aveva che una sola questione da cui pendesse l’equilibrio Europeo, era quella d’Oriente. Da pochi anni ne è sorta un'altra la quale può ferirla forse più direttamente nel cuore, ed è la questione italiana; e se le potenze le quali hanno tanto interesse alla conservazione, anzi al ristabilimento dell'equilibrio europeo, non pongono mente ai progressi dell’Auslria in Italia, ben presto la questione italiana darà loro da studiare più assai che quella d’Oriente.

Infatti, che cosa vediamo, o signori? Permettetemi di ritornare per poco sulla fortezza di Piacenza.

Il trattato di Parigi del 10 giugno 1817 dice nell’art. 5:

«Quoique la frontière des États Autrichiens en Italie soit déterminée par la ligne du Pò, il est toutefois convenu d’un commun accord que la forteresse de Plaisance, offrant un intérêt plus particulier au système de défense de l’Italie, S. M. I. R. A. conservera dans celte ville, jusqu’à l’époque des reversions, après l’extinction de la branche espagnole des Bourbons, le droit de garnison pur et simple…

Sa force, en temps de pais, sera déterminée à l’amiable entre les hautes parties intéressées, en prenant toutefois pour règle le plus grand soulagement possible des habitants.»

L’Austria adunque, secondo il trattato di Parigi, non aveva che un diritto di guarnigione puro e semplice in Piacenza; essa trasformò questo diritto in quello di formarvi una fortificazione di primo ordine.

Il trattato, per evitare che la guarnigione non fosse troppo forte e pericolosa all'indipendenza del ducato, aveva stabilito che nel determinare la forza di quella, si tenesse come norma il più grande sollievo possibile degli abitanti. L’Austria vi mantiene un corpo considerevole con cui può provvedere all’occupazione dell’intero ducato.

Sotto questi due aspetti è evidente che il trattato di Parigi del 1817 è violato.

L’Austria mantiene, e talvolta anche estende, come ultimamente estese, le sue occupazioni nei ducati. Anche queste sono fondate sopra un trattato. Vediamo come fu determinato questo diritto dal trattato di Vienna del SA dicembre 1847; l’art. 2 dice:

«Comme en conséquence les États de S. A. R. le due de Modène (e così pure di Parma, perchè l’Austria conchiuse questo trattato con Modena e poi altro identico con Parma) entrent dans la ligne de défense des provinces italiennes de S. M. l'empereur d’Autriche,

S. A. R. le due de Modène accorde S. M. l’empereur d’Autriche le droit de faire avancer des troupes impériales sur le territoire modenais et d'y faire occuper les places fortes toutes les fois que l’exigera l’intérêt de la commune défense ou la prudence milliaire.»

Prego la Camera di considerare, che, mentre il trattato di Parigi sancito da tulle le potenze europee aveva stabilito la linea di difesa delle provincie austriache in Italia alla fortezza di Piacenza, il trattato di Vienna del 1847 estese di tanto questa linea da comprendervi dentro entrambi i ducali intieri.

Se questa non è un’aperta e flagrante violazione del trattato conchiuso da tutte le potenze europee, io non so quale altra potrebbe meritare questo nome. È inutile aggiungere, che i termini con cui questi stati sono posti nella linea di difesa delle provincie austriache in Italia, riesce quasi una vera incorporazione dei medesimi nell’impero d’Austria. Infatti, per conseguire più facilmente questo intento, noi vediamo, che è riservala all’Austria la facoltà di far occupare i ducati, non solo tutte le Volte che l’interesse della comune difesa può domandarlo, ma tutte le volte che lo esigerà la prudenza militare.

Ridotte le cose a questi termini, abbandonato il dritto di occupazione alla prudenza, cioè all'arbitrio dell’Austria, è certo che i ducati di Modena e di Parma sono in realtà definitivamente aggregati all’impero. Ed infatti, abbiamo fatti recentissimi che lo provano ad evidenza. Negli ultimi casi di Parma gli arrestati, senza pure avvertirne il governo legittimo, furono presi di nottetempo, condotti a Mantova, come se questa fosse un’altra provincia dello stesso Stato, ivi giudicati, assolti o condannati da giudici che non erano i loro, e sotto un governo al quale punto non appartenevano. Questo è un vero atto di giurisdizione, del quale non credo che possa darsi alcun altro maggiore.

Se io non erro, il Governo piemontese nel 1847 protesti fortemente contro questo trattato di Vienna; ma allora non era tempo in cui potessimo essere ascoltati. L’Austria era ancora la salvaguardia dell’Europa, era quella che difendeva l’ordine di tutta Europa. Ora le sorti sono mutate, ed io credo che il Governo dovrebbe tanto più fortemente insistere presso la Francia e l’Inghilterra, perchè alla fine dichiarino formalmente se esse riconoscano questo trattato e le conseguenze che ne possono seguitare.

Egli è poi affatto ridicolo il vedere come nei primo articolo di questo trattato si stabilisce che esso è reciproco fra l’Austria ed il dacato di Parma, e così fra l’Austria ed il ducato di Modena; e che, qualora avvengano assalii di nemici esteriori, sarà pure reciproco il sussidio; cosicché Parma e Modena potrebbero un bel giorno essere chiamate a salvare l’impero austriaco (Ilarità).

Con queste arti, o signori, l’Austria è riuscita a togliere, come già dissi, l’indipendenza a quattro de’ sei Stati italiani.

Mentre i trattati di Vienna le assegnavano la parte sinistra della valle del Po, essa ha occupato o fatta sua dipendente tutta la parte destra dal Piemonte all’Adriatico, più ancora la Toscana.

Né questa occupazione è senza grandi conseguenze per l’avvenire. L’Austria tenta di ordinare le milizie negli Stati da lei occupali. La Toscana ha 15 mila uomini. Sotto quale bandiera credete voi che marcierebbero questi 15 mila uomini, qualora scoppiasse una guerra in Europa? Anche i ducati hanno le loro forze. Dal che ne seguila che allo scoppiare d’una guerra l’Austria avrebbe forse 95 mila uomini italiani di più di quelli che avrebbe potuto levare dalle provincie assegnatele dal Congresso di Vienna. Essa aveva circa 5 milioni di sudditi in Italia; a forza di trattati e di occupazioni ne ha acquistalo circa dieci.

Ma non basta. Se si lascia che l’Austria continui in questo sistema, il Piemonte, circondato quasi d’assedio dalle forte dell’Austria, non potrebbe forse a lungo mantenere la propria indipendenza; e quando l’indipendenza del Piemonte fosse caduta, tutta l’Italia diverrebbe austriaca: l’Austria non conterebbe più solamente 40 milioni di sudditi, ma quasi 70: allora non vi sarebbe più equilibrio europeo, il sacro romano impero sarebbe ricostituito.

Or noi certamente non potremmo ammettere né tollerare in silenzio questi fatti senza rinunziare alla nostra propria esistenza. Dobbiamo non solo protestare contro di essi, ma adoperare tutti i mezzi legittimi che sono nelle nostre mani, per attenuarne o distruggerne gli effetti.

Si attenta pure alla nostra esistenza con un altro mezzo.

Come ho esposto nelle mie interpellanze, tulle le provincie italiane sono tenute in condizione deplorabile, e tale che qualunque commovimento europeo vi troverebbe facile esca ad una violenta rivoluzione.

Io non annovererò tutti i proclami di stato d'assedio, le condanne di morte, i decreti di multe, e simili, che furono promulgati nel Lombardo-Veneto dal 1848 in poi: mezzi tutti che dimostrano, come per governare quei popoli l’Austria ha bisogno di ricorrere alla violenza, e che quei mezzi che sono suggeriti dalla civiltà ad essa non bastano.

Non ricerco né decido se essa abbia torto o ragione; dico che i fatti stessi dimostrano che civilmente essa non può governare quei popoli.

Ma vi sono alcuni fatti veramente capitali, i quali caratterizzano la vera condizione di quel Governo in Lombardia. Le popolazioni Lombardo-Venete fornirono un grande contingente all'emigrazione. Forse fra tutte te emigrazioni ricordate dalla storia, ninna fu mal formata in così larga proporzione di persone ricche ed agiate. Questo dimostra che i nemici di quel Governo non sono, come si vorrebbe dare a credere, uomini die si gettano alla rivoluzione per pescare nel torbido; i nemici di quel Governo invece si trovano principalmente fra quelle persone che hanno mollo da perdere.

Ed ecco che un decreto le precipita ad un tratto dal colmo dell’agiatezza e del lusso nelle più grandi strettezze domestiche. Esse non hanno che a fare nn passo, non hanno che a scrivere una parola per riacquistare tutta l’agiatezza ed il lusso che hanno perduto; eppure, signori, fra le centinaia di vittime che quel decreto colpiva, quante sono quelle che hanno fatto quel passo e scritto quella parola? Forse potreste coniarle sulle dita d’una soia mano. E questo dura non già pochi mesi ma anni; né mancarono gli incentivi, gli inviti, le vessazioni d’ogni sorta per ismovere gli animi dal nobile proposito. L’emigrazione perdura piuttosto nelle strettezze in cui è caduta, anziché riacquistare, mediante una sottomissione, gli agi perduti.

Questo fatto, o signori, ha due grandi significazioni; in primo luogo dimostra che deve essere molto cattivo, ben poco adatto al paese quel Governo, per fuggire il quale si fanno così grandi sacrifici; dimostra in secondo luogo che debbono essere ben nobili e generosi e altamente stimabili i nemici di quel Governo, quando per amore delle proprie opinioni non dubitano di sottoporsi a sacrifizi così gravi.

È vero che il tentativo del 6 febbraio 1885, benché scontato dai ricchi, fu fatto da persone appartenenti alle classi del popolo; ma che dimostra questo, se non che in quel paese i nemici del Governo sono in tutte le classi della società? Il Governo stesso diede pubblica testimonianza della sua assoluta impotenza a governare civilmente quella provincia, quando credette necessario di circondare d’una forte cancellata di ferro-le sue sentinelle.

Signori, un Governo il quale non crede poter lasciare le sue sentinelle in mezzo alle città più popolose e civili, in pieno giorno, senza difenderle con una forte cancellata di ferro, dichiara pubblicamente con questo solo che non possiede nessuno dei mezzi regolari di governare (Segni di approvazione).

Se noi consideriamo il dominio austriaco nelle Legazioni, che cosa vi scorgiamo? In cinque anni 177 persone furono fucilate dal comando austriaco.

Signori, questo non è un governo, è una carnificina.

Nello Stato di Parma, in due anni, due Stati d'assedio. Fatti atroci, è vero, hanno dato luogo a molte di queste vessazioni; non potrà mai essere detestato abbastanza l’assassinio; il quale è tanto più vile ed esecrabile quando con esso si vuole sostenere la più santa fra tutte le cause umane.

Ma, signori, io vorrei che il nostro Governo facesse notare alle potenze alleate un fatto singolarissimo. Perchè Io spirito rivoluzionario si manifesta e si svolge in tulli i paesi dove sono stanziate le truppe austriache? Perchè lo spirito rivoluzionario se non si spegne, almeno si attuta quando le truppe austriache si ritirano? Perchè anche la mitissima Toscana ebbe i suoi tentativi d’assassinio politico finché durò l’occupazione austriaca, e solamente dopoché fu cessata ha cominciato a ripigliare quel vivere tranquillo e sereno che la rendeva cosi cara a tutti gl’italiani e a tutti gli stranieri prima del 18481 E, anche restringendoci ai soli Ducati, quale è dei due quello dove, tranne una sola terra travagliata da feroci passioni, il vivere è più tranquillo e sicuro. dove i cittadini, anche mancando di buone istituzioni politiche, non danno mai, o raramente, cenno di voler turbare Perdine pubblico? È appunto il Ducato di Modena dove non sono austriaci.

Questi fatti, o signori, questi riscontri meritano la più seria considerazione: io non ne cerco le cagioni, nolo i fatti, e prego, il Governo di sottoporli alla saviezza delle potenze alleate.

Chi dunque dee mutare condotta e politica? l’Austria o il Piemonte?

Noi abbiamo mantenuto con fermezza la libertà e l’ordine; nessuno dei pericoli i quali turbano di continuo i paesi a noi vicini è possibile qui: colla soia forza della legge, senza occupazioni militari, senza proclami d’assedio, senza fucilazioni, noi viviamo tranquilli in mezzo all’anarchia che ci attornia; l’affetto e la fede dei sudditi assicurano jl nostro principe come fosse circondato da sette muraglie; le nostre sentinelle non abbisognano di gabbie di ferro per essere sicure (Ilarità);

La sozza teoria del pugnale qui non fa proseliti (Bravo! Bene!);

noi possiamo mandare la maggior parte del nostro esercito lungi dal Piemonte, fino in Oriente, senzachè cada neppure in pensiero ad alcuno che l’ordine pubblico sarà turbalo per questa grande diminuzione di forze; e intanto forniamo largamente di ferrovie e di opere pubbliche d’ogni sorta il no. atro paese; si crea un movimento di commercio e d’industria quali il Piemonte non ebbe mai; noi riusciamo infine colla costanza e colla saviezza a vincere tutte le calunnie, tutte le male prevenzioni, ed ora ne raccogliamo in premio le simpatie delle potenze e dei popoli più civili (Sensazione).

Pongano pure i sovrani alleati ed i popoli civili a riscontro le condizioni del Piemonte con quelle degli altri paesi a cui ho accennato, e noi aspetteremo tranquilli il loro giudizio.

Io ho ringraziata fin da principio il signor conte di Cavour per avere esposto in qualche maniera alcune di queste cose alle Conferenze di Parigi, e per averle anche più ampiamente svolte nella nota diplomatica che presentò alla Francia ed allunghi) terra dopo la chiusura delle medesime; ma è alcuno a cui io sono più grato che al conte di Cavour, e quest’uno, o signori, è il conte di Buoi! (Risa ironiche).

Io lo ringrazio, perchè colle sue esagerate pretese di intervento generale in Italia, col rifiutare ogni ragionevole e moderato miglioramento, col ricusare perfino la discussione dei mali e dei rimedi da portarsi all'Italia, ha provato a tutta Europa che i mezzi conciliativi non fanno buona prova coll’Austria, che le ragioni di moderazione, di giustizia, di umanità con essa non valgono, che con essa non v’è che una sola via buona, quella che il Piemonte ha tenuto fin qui, resistere, resistere, resistere in tutto e sempre (Applausi).

E più che il conte Buoi, ringrazio il governo austriaco; colle sue fortificazioni, colle sue invasioni, coi suoi trattati esso è riuscito a fare della questione italiana una questione di esistenza, unà questione di vita o di morte pel Piemonte. Ora chi oserà biasimarci, se noi prendiamo vigorosamente nelle nostre mani questa causa, se noi la difendiamo anche disperatamente, ove occorra, come si difende la propria vita?

Io dirò dunque al Governo, non provocazioni, no, teniamoci entro gli stretti limiti dei nostri diritti e dei nostri doveri; ma dentro questi limiti, fermezza e coraggio; vagliamoci di tutti i mezzi che sono in nostro potere, dell'influenza che ci danno le nostre istituzioni, la nostra bandiera, la gloria del nostro esercito.

Voi fate propaganda! grideranno; no, noi difendiamo la nostra esistenza.

E dirò ancora al Governo: ora è tempo di insistere istancabilmente presso le Potenze alleate, perchè cessino una volta queste fortificazioni povocatrici, queste occupazioni militari che ci hanno posto in assedio, queste istituzioni che mantengono intorno a noi sempre viva la rivoluzione; perchè l’Austria sia richiamata una volta all'osservanza dello spirito e della lettera dei trattati, perchè l'equilibrio sia ristabilito in Italia.

E dirò infine al Governo, che egli si guardi bene dal diminuire di un sol uomo l'esercito: e dirò alla Camera di mettere in accusa qualunque ministro osasse diminuirlo (Vivi segni di approvazione).

PRESIDENTE. Il deputato Solaro Della Margarita ha la parola.

DELLA MARGARITA. Credeva che l’onorevole conte Di Cavour, reduce da Parigi, coronato d’olivo, sarebbe ansioso di narrare i suoi trionfi, e di soddisfare, alzando il velo dei politici arcani, la giusta curiosità dei rappresentanti della nazione.

Credea maggior premura in lui di sgombrar timori, confermar speranze. Quest’esitazione, questo ritardo rese ogni animo incerto; ma alfin dopo sei giorni d'aspettazione ci è concesso di sentire dall’oracolo del suo labbro ciò che arreca.

Da mè non aspetta il presidente del Consiglio gli encomii, e i plausi che udiva dall’amica voce dell’onorevole Buffa; altro esser deve il linguaggio d’un avversario politico. Egli conosce qual sia la via che seguo, e sebben dalla sua discorde, apprezzerà la franchezza del mio dire, mentre andrò esprimendo i pensieri che in me desiava, l’impressione che in me produsse la lettura del Trattato e degli annessi protocolli. Sarà colpa del mio corto sentire; ma quell’impressione non fu modificata, né dalle parole del deputato che mi precedette, né dalle spiegazioni del conte Di Cavour. Io entro nell'arringo costante nel mio sentire. Non seguirò l’onorevole Buffa nel bellicoso suo discorso, parlando di Modena, di Toscana e di Parma; mi parve intempestivo. Prima d’inveir contro l’Austria converrebbe aver cento mila uomini sul Ticino (Rumori).

Starò fermo al mio tema. Quanto fu pubblicato al mondo intiero, dà solo fondamento alle mie osservazioni.

Il conte Di Cavour ha comunicate alcune scritture all'ufficio della presidenza, a condizione che rimanessero segrete. Non volli esaminarle, per non essere astretto a velare alcuni de’ miei pensieri. Non per veder la mia curiosità soddisfatta, io parlo, ma perché il Paese conosca il vero. Nessun limite esiste pei rappresentanti della nazione, quando nelle vie dell’onesto esprimono ciò che giova all’interesse generale dello Stato. Grave è l’argomento, non lo tratterò con arte, ma coll’affetto che ispira carità di patria.

Questo trattato in si breve periodo di tempo conchiuso, é monumento di gloria per le potenze belligeranti d’ambe le parti che nel fiero bollor d’una guerra con tanto valore sostenuta, deposti i rancori, le gelosie e gli sdegni, consolarono colla pace il mondo. E tale e tanto è il beneficio, che io non appongo al conte Di Cavour, se, come i plenipotenziari di Vittorio Amedeo II, e di Vittorio Emmanuele I tornavano da Utrecht e da Vienna, egli non tornò da Parigi glorioso per nuovi acquisti. Le potenze occidentali fedeli a quanto generosamente prima della guerra dichiaravano, nulla pretesero, nulla potea pretendere la Sardegna. Cavalleresca fu l’impresa; non l’approvai, poiché nessun patto antico ci legava a combattere per la difesa dell’Impero Ottomano contro la Russia che non ci avea provocali; non l’approvai perchè alla condizion del paese non opportuna la guerra, e di nessun compenso promettitrice, ma a cosa fatta, esser dee paga una nazione guerriera e generosa delle prove di valore date da’ suoi soldati, della nobile altitudine dei loro generale in Oriente a Ranco dei poderosi nostri alleati.

Al giulivo pensier della pace segui un sentimento di dolore per l’Italia, che tema divien sempre di amaro compianto, deplorando che il conte Di Cavour plenipotenziario in Parigi di una corte italiana, malgrado la sagacia ed i talenti ond’è a dovizia fornito, non fosse in condizione a poterne sostenere con fronte altera le parli. Si mostrò avverso, è vero, all’intervento armato; ma non disse che la vera cagione per cui dura, è la pertinacia delle fazioni dall’idea sovvertitrice d’una falsa libertà traviate; nè confessar potea che pur troppo di quelle fazioni fomentava la baldanza, e il delirio, l’attitudine del nostro Governo a quelli degli altri Stati d’Italia ostile.

Aderire all'intervento diplomatico in Napoli, equivale all’aderire al diplomatico intervento in Torino (Rumori prolungati).

Grande fu il mio stupore per l’inavveduto consenso.

Se colà si chiederanno alti di clemenza, misure di temperato Governo, perchè non potrebbero chiedersi a noi misure di savia libertà e di giustizia riparatrice dei mali onde siamo afflitti? (Rumori).

L’intervento officioso di straniere potenze è. atto benevolo, ma ledere può l’indipendenza, ove prenda forma, più che di consiglio, di salutare avviso su ciò che si ha da temere, ove non s’ascolti. È certo il conte Di Cavour di non soggiacervi mai, egli che venne approvandolo per altri Stati? La gelosa suscettibilità della vecchia scuola diplomatica nostra era assai più grande, forse anzi soverchia; ma la flessibilità degli uomini nuovi passerà in proverbio.

Dolsemi poscia (Rumori e risa) che alla parola data sull’intervento dal plenipotenziario austriaco, non abbia risposto, che una potenza di second’ordine può esser astretta dai più forti a subirlo; ma la forza non cancella il principio, non abolisce il diritto. Allora era il caso di parlare altamente; cosi avrebbero parlalo i diplomatici antichi; ma forse a loro non accadde mai sentire cosi severo linguaggio.

Interventi giusti vi sono, li conosce chi del gius di natura, d’onde ogni diritto pubblico e privato deriva, non ignora i principii; giusti li rende una estrema necessità di difesa;, giusti son essi quando richiesti e consentiti dal sovrano legittimo, come fu quello del 1821 nel regno di Napoli (Rumori);non mai pel solo decreto delle primarie potenze. Si guardino i deboli dall’ammettere, nemmeno tacitamente, principii che attentano all’indipendenza, ond’esser dobbiam tutti gelosi. Se così avesse il conte di Cavour parlato, i plenipotenziari del Congresso, e quelli dell’Austria stessi, consci di ciò che possa in nobil cuore un giusto sentimento di nazionale orgoglio, avrebbero apprezzato lo sdegnoso sfogo d’un animo senza giattanza risentito.

Tanto è vero che il diritto non si misura dall’estension dei confini, che il conte di Cavour subì il rimprovero dell’occupazione del principato Monaco (Ilarità e rumori nelle gallerie).

PRESIDENTE. Ricordo alle tribune, che il regolamento vieta ogni interruzione, e che la prima legge di un Parlamento libero è di lasciare svolgere la discussione senza alcun impedimento. Ho ricordato il regolamento, ed ove faccia bisogno, saprò farlo rispettare.

DELLA MARGARITA. Dir che ritirerò i soldati se il principe potrà far ritorno, è farsi giuoco della giustizia e del diritto delle genti. Stanziano i nostri soldati in forza dei trattati, e a tutela del principe, non mai per proteggere i sudditi ribelli; è nostra l’onta se, sotto l’egida delle nostre armi, egli non è sicuro.

So anch’io che il microscopico principato di Monaco è un fastidio per noi finché non divenga parte integrante dello Stato. Fu giorno in cui m’adoprai, sebben indarno, per l’unione di quel distretto ai regii dominii; ma per le vie legittime, mediante il consenso del sovrano largamente indennizzato; non mai colle arti del medio evo, non mai colla violenza seguendo l’esempio dei piccoli tiranni italiani di quel tempo, che, ai forti ossequiosi, opprimevano i deboli. Deboli siam divenuti, non dirò di chi sia la colpa, anche noi; se vogliam sostenere i nostri diritti contro i forti, rispettiam prima il diritto di chi è al cospetto nostro inerme. Ciò la ragion politica vuole, ciò vuol la giustizia.

Fissando lo sguardo su quanto si disse dell’Italia, non trovai menzione del famoso memorandum che in alcuni tante speranze e vani sogni ha destati, tanta sorpresa in altri che comprender non poteano come il ministro d’una Corte italiana si fosse reso accusatore e censore di altri Governi. La stampa di tutta l’Europa ha dato grande importanza a quel documento, ed io fra me diceva: s’è un nobil documento, perchè non si mostra? se teme la luce, perchè fu scritto? E fra me diceva: non crederò mai che il conte di Cavour siasi reso interprete dì quel partito che si pasce d’illusioni, e tende a perpetuar fra noi le discordie; a far redivive nel secolo decimonono le funeste memorie delle ire guelfe e ghibelline (Rumori).

Nola era a lui la condizione dell’Europa, note le intenzioni delle potenze che la sola questione dell’Oriente voleano definire e comporre: dovette pur pensare che se per cortesia per lui, e qual lieve compenso de’ sacrificii fatti si parlerebbe d’Italia, non sarebbero che nude parole, espressione d'idee generali da maturarsi a bell’agio dopo il congresso, né ignorar che questo chiuso, separati i plenipotenziari, ogni Corte le apprezzerebbe secondo le proprie vedute, i propri interessi e i precedenti impegni. Non potea nutrir lusinga che alcuna potenza guardasse la causa dell'Italia sotto raspollo che al conte di Cavour arride, ed agli amici suoi.

Non la Prussia e la Russia, che sebbene non riconoscono l’autorità spirituale del sommo Pontefice (Ilarità

), senz’esitanza, ove ne fosse d’uopo, prenderebbero la difesa de’ suoi diritti contro ogni attentato, ed amano mille volle più il Governo del Papa tal quale è, che veder l’Italia unita prender sede fra le primarie potenze (Rumori dalla Camera).

Non l’Inghilterra che può mandar emissari accorti per dare lusinghe, per vezzeggiar partili e proteggere la propaganda anticattolica, ma non farà altro mai; e il liberalismo italiano s’inganna assai s’altro spera dall’Inghilterra che incoraggiamento e voti. Io lo ripeto: malgrado le parole che, come scorgo dal dispaccio telegrafico che or ora giunse, in questo giorno medesimo, poco fa Lord Russel pronunziava nel Parlamento Britannico.

L’Inghilterra è pei trattati a tutte le Potenze unita, e sa che in mani sue non furono le sorti dell’Italia mai. A maggiori interessi attende in tutti i mari, in tutte le parti del globo. Antica alleala della Casa di Savoia ne difenderà sempre i diritti, io ne son certo; ma non ammette pretese che non siano dalle altre potenze consentite.

La Francia, tranne in quelle epoche in cui s’infiamma di smisurato desìo di gloria e di conquiste, è ferma in voler che l’Italia sia quello che è; ricorda gli allori colti da suoi valorosi eserciti ne’ nostri campi, ma ricorda pur che più volte vi trovarono la tomba, né vuol che più formidabil sorga.

Dell’Austria non parlo per non dar esca a disgusti e sdegni die apparir possano sfogo d’inveterate passioni.

E se io m’ingannassi, se l’onorevole conte di Cavour indagando le viste delle varie potenze, scorgeva idee diverse sull’Italia da quelle che io esprimo, non m’inganno asserendo che non si vedranno compiute. Nelle grandi contese delle Nazioni, l’Italia può servir di stromento pel sostegno d’altri interessi, ma per solo amor di farla più poderosa, nessuna Potenza trarrà dalla guaina il ferro, o tarderà d’un giorno a conchiudere la pace.... Tali verità non poteano occultarsi alla perspicacia del conte di Cavour, e un sentimento di delicatezza e di rispetto, lo consigliava come ministro di una Corte cattolica, a non associarsi in sen del congresso al Plenipotenziario Britannico per censurare il Doverne Pontificio (Rumori),

ma a seguir piuttosto il moderalo contegno del conte Walewski; et particolari riguardi che imponevano a questi la riserva, come il conte di Cavour testé dicea, non l’imponevano forse a lui? Ma pur troppo lo comprendo; quando questi esprimeva che il Sovrano, della Francia, era glorioso del titolo di figlio primogenito della Chiesa, il conte di Cavour avrà pensato che i Reali di Savoia fur sempre anch’essi figli devoti della Chiesa, e tutta dei ministri è la colpa se il Governo le si mostra ostile.

Troppo onesto egli è per non aver sentito nell’interno questo rimprovero amaro. Sì lo avrà sentito, ma fia l’ultimo che pria di riassumere il mio discorso, accenni.

È tempo di stringere i conti. Nella guerra avemmo a versar tesori e sangue; nella pace nessun beneficio. I soldati furono egregi in campo, la diplomazia venne meno nei convegni politici. La questione d’Italia fu argomento di poche parole, rimase tal qual era. 11 plenipotenziario sardo si mostrò non amico ai governi, non amico ai popoli. Sancì, approvò l’intervento negli Stati altrui; lo sancì, lo approvò pel nostro. Cosi difese, così provvide all’indipendenza d’Italia! L’occupazione d’un piccolo angolo di terra sul lido del Mediterraneo diede luogo a ricordargli che anch’egli è violatore dei diritti altrui. Sentì detestare la licenza della stampa, e negli abbominevoli eccessi ond’era accusata nel Belgio, potè comprendere s’alludeva agli eccessi di quella che, sotto gli auspici stessi del Ministero, alla stampa del Belgio non va seconda.

Gloria di genere nuovo avemmo nell’assiderci, come si diceva, al banchetto delle nazioni. Sentir dure verità, sancir principii, che, se a noi, cui piace chiamar retrogradi, assolutisti, ripugnano, dovevano eccitar fremiti nei cuori alla libertà devoti, nel cuor di dii si vanta della libertà campione. La causa dell’Italia, guardatela sotto il punto di vista conservatore dei principii d’ordine, di quiete, di rispetto a tutti i diritti, d’unione con tutti i governi fu, non dirò tradita, ma deplorabilmente abbandonata. Guardatela, come gli avversarli miei, sotto l’aspetto di causa della libertà e del trionfo delle idee moderne, malgrado le forti parole dal conte Di Cavour or ora profferite, non ha fatto un passo. Questi sono i trofei del Plenipotenziario a Parigi. Piango sulle sconfitte della nostra politica, e sol mi confortali pensiero, che il valor dei nostri soldati non è ancora spento. Gli allori colti nella Tauride ne tanno fede.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Brofferio.

BROFFERIO. Mi riserverei per parlare dopo il presidente del Consiglia.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io non credo di dover rispondere particolarmente a tutti gli oratori; aspetterò che l’onorevole deputato Brofferio aggiunga le sue alle osservazioni del conte Solaro, e poi risponderò ad entrambi.

BROFFERIO. Signori! «Lo scopo della guerra fu ampiamente raggiunto: la nostra aspettativa non fu tradita nei congressi pacifici;» così esordiva l’onorevole conte Cavour .

Io penso invece che io scopo della guerra non fu raggiunto, che la nostra aspettativa fu tradita; ed io spero di poterlo alla mia volta ampiamente provare.

Questa guerra che s’iniziava da principio col pretesto di dare appoggio alla crollante Turchia, si salutava in appresso come guerra di civiltà, come guerra di nazionalità, come guerra di progresso, questa guerra per cui 800[m. uomini caddero sui campi di battaglia,che costò all’Europa tesori immensi, coi quali si sarebbero potute compiere le più maravigliose opere del mondo; questa guerra come si è conchiusa?

Si dichiarò libera la navigazione del Danubio, si dichiarò neutrale il Mar Nero, si abolì il corseggiare: ecco la conclusione di una guerra così altamente preconizzata. Qualche vantaggio di Commercio, di cui è prima a goder l’Austria che non ha tratto la spada è dunque tutto ciò che doveva aspettarsi da tanto strepito di armi europee?

Per questo si sparse tanto sangue, per questo si seppellirono le sostanze di tanti popoli?

Io chiamo a rassegna i 54 articoli del Trattato, e vedo che la Turchia che si voleva sostenere, è più debole di prima, che la Russia che si voleva indebolire continua ad esser forte e potente; non trovo neppure un accento che venga in soccorso della oppressa nazionalità dei popoli; non ravviso provvedimento che difenda all’uopo i cristiani dell’oriente contro la brutalità Musulmana; la Moldavia e la Valachia, die prima avevano due protettori, cioè due padroni, ora ne avranno sei (Ilarità).

La Grecia, la Polonia, P Ungheria T Italia sono straziate e schiave; una guerra che si bandiva in nome della civiltà e del progresso si scioglie in una pace che lascia città distrutte, devastati campi, popolati sepolcri e discordie e oppressioni e rovine. I soli che raccolgono il frutto della pace e si raffermano sui loro seggi sono l’imperatore di Francia e l’imperatore d’Austria.

Così si è raggiunto lo scopo della guerra secondò la sentenza del conte Cavour; cosi fu coronata la nostra aspettativa nei pacifici Congressi!

Ma dalla questione generale discendiamo alle particolarità, ed esaminiamo il trattato nelle sue conseguenze per il Piemonte.

Allorché da questo lato della Camera si lacera opposizione alla spedizione di Crimea, sorgevano i ministri dal loro seggio, e ci dichiaravano che non sarebbero mancati insigni benefizi nelle conferenze della pace.

Vedo il sig. ministro che fa negativo cenno col capo; io potrei mettergli soli’ occhio i suoi medesimi discorsi; potrei anche, se vuole, e la Camera il consente, citargli le istruzioni che egli ebbe dalla Segreteria degli affari esteri in ordine agli sperali benefizi

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Sarebbe una grande imprudenza e contraria a tutte le regole pubblicare questo genere di documenti; non ho nessuna difficoltà che si dia immediata conoscenza delle note presentate alle Potenze estere: ma delle istruzioni fornite ai plenipotenziari sarebbe la prima volta che si sarebbe data; ed io debbo invero manifestare una qualche meraviglia che l’onorevole deputato Brofferio, per mettere in impiccio il Ministero, ne abbia fatta la proposta.

BROFFERIO. Manifesto pur io molla meraviglia die il signor ministro, arrivato pur ora dai Consigli diplomatici, ardisca impiegare un linguaggio contrario a tutte le convenienze parlamentari, accusando di impudenza un deputato.

Voci. No! no!

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Non ho detto impudenza, ho detto imprudenza, e me ne appello ai deputati che sono più vicini. (Si, si!)

BROFFERIO. Accetto la correzione.... (Rumori).

PRESIDENTE. Non è correzione ma il ristabilimento di un fatto, di un vocabolo stato scambiato dal deputato Brofferio.

BROFFERIO. Non sarebbe stata la citazione di tal documento nemmeno un’imprudenza, perchè venne comunicato alla Camera, e perchè io premetteva che lo avrei citalo, ove ii ministro e la Camera il consentissero. Del resto, quando io vengo ad allegare un fatto di cui risulta nel modo più positivo, e vedo i ministri affermare il contrario, ho pur diritto di fere appello alle documentate testimonianze.

Io diceva dunque che quando si faceva da noi contrasto alla spedizione in Crimea, ci rispondevano i ministri allegando gli sperati benefizi della pace; e senza questa speranza, a qual fine saremmo noi andati a spargere il nostro sangue nella Tauride? Perché tanti sacrifizi I Per il piacere forse (l’intitolarci paladini della Turchia, e trarre la spada per edificazione della Francia?

Noi avremmo ben d'onde rimproverare seriamente i ministri se ci avessero condotti ad una sanguinosa guerra che non ei riguardava, senza la lusinga almeno di ricavarne qualche utilità per lo Stato.

Questa speranza era dunque legittima e giusta; anzi, per iscusare i ministri dell’arrischiata impresa, dirò che era necessaria.

Or bene, come si compierono le speranze? Dove sono i frutti dei nostri sacrifìzii? I vantaggi della pace dove sono? Tomo a interrogare il trattato: e neppure una parola io trovo sfavore del Piemonte. Fu allargato il nostro territorio? No. Fu accresciuta la nostra potenza? No. Si provvide a qualche indennità? No. Si fece diritto sugli abborriti sequestri? Neppure. Che cosa si fece? Nulla.

I giornali semiuffiziali di Francia e di Inghilterra parlarono di clausole soddisfacenti, di espressioni gradite per il Pie-monte. Ho cercato queste clausole, ho cercate queste espressioni, non ho trovato che silenzio e tenebre. Ma no: qualche cosa abbiamo avuto: avemmo complimenti (Ilarità).

I giornali di Londra e di Parigi stamparono leggiadri articoli in onor nostro; le ringhiere estere suonarono a gloria nostra di piacevoli ragionamenti; persino i re, persino gli imperatori ci complimentarono; il conte Cavour ebbe indirizzi e felicitazioni, cose magnifiche, cose stupende, io non lo nego; ma forse alcuno potrebbe ostinarsi a credere che non valgano 80 milioni (Ilarità).

Il Piemonte non ha ottennio benefici! materiali, né benefici civili, né beneficii morali, né beneficii politici; il Piemonte ba ottenuto molte congratulazioni, e se non è soddisfatto; tanto peggio per esso (Ilarità).

Ma poniamo in disparte gli interessi nostri: vi sono gli interessi dell’Italia che chiamano la nostra attenzione. Vediamo: che cosa si è fatto nel congresso per la Italiana causa! Negli articoli del Trattato l’Italia non è nemmeno accennata. Dunque, che cosa si è fatto? Si è fatto niente. Ma se non si è fatto niente, risponde il conte Cavour, qualche cosa si è detto.

Siamo dunque nella via di contentarci di parole: e fossero almeno parole che contenessero il germe di prossimi fatti; ma sono garruli e vuoti accenti che non hanno nemmeno il coraggio di se medesimi.

Osarono forse quei diplomatici di accingersi a qualche deliberazione? Espressero almeno qualche gagliardo concetto? Nulla di tutto questo: parve loro di far molto trattenendosi in una specie di conversazione accademica a discorrere dall’Italia.

Questa conversazione merita di essere esaminata. Udiamo i plenipotenziari dell’Europa. Comincia il signor conte Walewschi a parlare della Grecia ingombrata da truppe estere; poi si fa a discorrere dell'occupazione degli Stati Pontifici; esprime il desiderio che Atene e Roma vengano presto sgombrate, e conchiude annunziando che le truppe francesi continueranno a rimanere in Roma e in Atene (Si ride

). Poscia il signor Walewscki passa a discorrere delle cose di Napoli, e vuole che al re di Napoli si raccomandi un ben inteso atto di clemenza verso i suoi sudditi. Per ultimo, il signor conte si scaglia contro gli eccessi della stampa del Belgio, e fa sentire il ringhio del più forte.

Lord Clarendon si associa al conte Walewski; fa voti anche egli perii pronto sgombramento delle truppe estere da Grecia e da Roma, e conchiude anch’egli che Roma e Grecia debbono intanto rimanere occupate dalle armi straniere (Ilarità).

Avvisa anch’egli che un atto di clemenza del re di Napoli sarebbe molto opportuno, e parlando degli Stati Pontifici vorrebbe che il Papa secolarizzasse il suo governo nelle Legazioni.

Per ultimo, deplorando come il suo collega, gli eccessi della stampa, dice non potersi in questo associare al rappresentante della Francia, perchè la stampa è uno dei fondamenti delle britanniche istituzioni.

Sorge il conte Buoi, il quale dichiara non poter discorrere di cose per cui non ebbe mandato; ma si associa altamente al signor conte Walewscki per appoggiare le sue insinuazioni contro la stampa belgica, facendo voti perchè i provvedimenti contro la stampa non rimangano nel Belgio, ma si estendano a beneficio di altri Stati continentali.

L’onorevole conte Cavour raccomandava alla sua volta l’atto di clemenza del Re di Napoli; si univa eon lord Clarendon per la secolarizzazione del governo nelle legazioni pontificie: quanto alla stampa conservava un incredibile silenzio.

Qui il signor conte Cavour ha creduto doversi giustificare, dicendo alla Camera che era prudente consiglio non parlare di stampa, perché si sarebbe tratta la questione dal Belgio all’Italia.

E, per mia fede, la parola del conte Buoi, se io comprendo il linguaggio diplomatico, non voleva dir altro se non che dopo il Belgio la condanna della stampa doveva regalarsi al Piemonte; e a questo punto una dignitosa protesta in nome della nostra bandiera era troppo necessaria.

L’onorevole deputato Buffa interpellava il sig. conte Cavour sopra questo suo silenzio, e sopra le sinistre induzioni che se ne potevano trarre. La risposta del conte Cavour non mi parve abbastanza chiara. Ha egli dichiarato che vi fossero, o non vi fossero pericoli per la stampa del Piemonte t

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. No.

BROFFERIO. Accolgo con grande soddisfazione questa schietta risposta; in questo almeno non vi è diplomazia (ilarità).

Duolmi tuttavolta, che abbia cercato di giustificare il conte Walewski dicendo, che egli non condannava là libertà della stampa, ma solamente gli eccessi della stampa. Io non ammetto questa distinzione. Se la stampa è libera, deve poter commettere eccessi, salvo alle leggi e ai Tribunali di reprimerli. Nel giudizio degli eccessi sta appunto la liberti della stampa. Il rappresentante della Francia trova eccessiva la stampa nel Belgio, perche lancia spesso ardite verità contro il governo Francese; i liberali del Belgio troveranno forse eccessivo nei giornali dell’imperatore Bonaparte lo zelo delle adulazioni; io alla mia volta trovo eccessiva in Piemonte, la stampa ministeriale, da cui siamo inondati (Ilarità).

Ha non vorrei per questo che il conte Walewski la riducesse al silenzio coi noti espedienti delle Tuileries.

La libertà della stampa non si può toccare senza ucciderla; anche gli eccessi della stampa sono una parte della sua libertà sotto pena di essere frenata dalle leggi e corretta dalla stampa stessa che ha l’antidoto contro le sue ferite.

Il conte Clarendon e il conte Cavour vorrebbero secolarizzato il governo Pontificio nelle Legazioni.

E perchè nelle Legazioni soltanto non in tutto il Romano Stato?

Roma è forse men degna che Bologna di qualche omeopatico provvedimento, come sarebbe questo del governo laico sotto la papale dominazione!

lo mi ricordo che noi 1831 il signor Guizot trasmetteva una nota al rappresentante di Roma sotto Gregorio XVI, nella quale si inculcava la secolarizzazione del governo Pontificio, non solo nelle Legazioni, ma in tutto lo Stato del papa. Mi ricordo inoltre di una lettera che scriveva nel 1849 il presidente della Repubblica francese al signor Edgardo Ney suo rappresentante a Roma. In quella lettera il presidente della Repubblica protestava che non si erano mandate le truppe francesi a Roma per soffocare la libertà; si dichiarava essere risoluta volontà sua che si dovesse secolarizzare di governo, che si proclamasse il codice francese, che. si accordasse una piena amnistia, che si chiamasse al potere un governo liberale. Tutto questo era assai più di dò che chiedeva il signor Cavour al congresso, per le sole Legazioni.

È vero che di quella lettera del presidente della Repubblica, F Imperatore dei francesi non si è più, a quanto pare, ricordato. Che ne fa di quella lettera? Dove andarono quelle dichiarazoni? Quelle promesse dove andarono?..... Chiedetene al vento che passa, al fumo che si dilegua: chiedetene ai presidenti che diventano imperatori (Movimenti).

Ad ogni modo io ne raccolgo questo, che il signor Guisot ministro francese, die il principe Bonaparte presidente francese hanno voluto e promesso assai più di ciò che chiese e che volle il conte Cavour diplomatico italiano.

Quanto alla clemenza del re di Napoli (Si ride), io vi chiedo la permissione, o signori, di ricordarvi una pagina della nostra storia italiana.

Dopo il glorioso assedio di Firenze, i fuorusciti fiorentini andavano ramingando di città in città. Carlo V fingeva di proteggere la loro causa, e per mezzo de’ suoi agenti faceva larghe promesse. A tempo opportuno i fuorusciti presentavano all'imperatore per chiedere l’esecuzione delle promesse.

Cario V rispondeva con una nota, nella quale dichiarava che si sarebbe a tutto potere adoperato per ottenere a loro favore una amnistia dal duca Alessandro signore di Firenze. Allora i fuorusciti, a capo dei quali stavano Filippo Strozzi e Baccio Valori, presentarono alla loro volta una nota, di cui mi permetterete dì leggere alcune linee chela storia ha conservate come glorioso monumento. Udite:

«Noi non venimmo qui per domandare a S. M. con quali condizioni dovessimo servire al duca Alessandro, non per implorare da lui perdono di quello che giustamente e per debito nostro abbiamo volontariamente operato in benefizio della libertà e della patria; né ancora per potere con la restituitone dei nostri beni tornare servi in quella città dalla quale siamo usciti liberi, ma sibbene per domandare alla M. S. quella intera e vera libertà, la quale dagli agenti e ministri suoi in nome di S. M. ci fa promessa.

«Per il che vedendo al presente per il Memorandum datoci, aversi più rispetto alla satisfazione e contento del duca Alessandro, che al merito ed onestà delle cose nostre, e vedendo che in esso non si fa pur menzione di libertà, e poco degli interessi pubblici, e che la reintegrazione dei fuorusciti si fa non libera; come per giustizia eV obbligo dovrebbe esaere fotta, ma limitata e condizionata, non altrimenti che se si cercasse per grazia, noi non sappiamo altro replicare se non die risoluti siamo a voler vivere liberi, e liberi morire.»

Questa era la risposta dei fuorusciti italiani a Cario V; e questa è

la risposta, io lo spero, che darebbero i cittadini delle Due Sicilie al re di Napoli, quando loro parlasse di amnistia e di demenza (Si! Si!).

E nel vero, che cosa è la clemenza! è il perdono delle colpe. Quindi nel nostro caso i colpevoli sarebbero i Napoletani: colpevoli di essere stati traditi, mitragliati, espulsi, incarcerati, tratti al patibolo: colpevoli di aver veduto insultare persino i cadaveri dei loro congiunti, sui quali il re di Napoli non permise che si chiudessero le patrie sepolture: colpevoli di aver veduto le loro spose e le loro sorelle, in odio dei mariti e dei fratelli, strascinate in infame carcere colle prostitute. Questi sono i colpevoli, e secondo lord Clarendon, il conte Walewski, e il conte Cavour dovrebbero questi malfattori inginocchiarsi per aver perdono da chi da colui che li proscriveva, che li carcerava, che li mitragliava, che li traeva al patibolo, che disonorava le loro consorti, che profanava i loro sepolcri. È questa la demenza che regala all’Italia il congresso europeo (Bravo! Bene!).

Non finisce qui ciò che ha folto il congresso in favor nostro. Continua la diplomatica conversazione (Si ride) e torna ad iniziarla il conte Walewski, il quale propone che nel caso in cui alcuno dei contraenti si trovasse in procinto di correre all’armi, dovesse chieder prima l’intervento delle potenze alleate, per amichevole mediazione.

Qui l’onorevole signor conte di Cavour, non so con quanta sagacità, faceva interpellanza se con queste parole si volesse alludere anche all’intervento armalo, come in Napoli nel 1891.

Ciò sventuratamente apriva largo campo al signor conte Buol, per giustificare a modo suo l’austriaca invasione di Napoli, e conchiudeva dicendo che l’intervento di quelle armi era stato deciso da cinque grandi potenze nel Congresso di Laybach, e non potersi tollerare che sorga contro le deliberazioni di cinque grandi potenze uno Stato di second’ordine. A queste superbe parole, che cosa rispondeva il nostro rappresentante? Si dichiarava soddisfatto delle spiegazioni avute (Si ride). Era per altro ben facile rispondere al conte Buoi, che nessuna grande potenza in nessun congresso del mondo, per quanto grande e forte pur sia, può legittimare l’usurpazione; era ben facile rispondere che il re di Napoli, re costituzionale, chiamando lo straniero in danno del suo popolo per distruggere la costituzione da lui giurata, si rendeva mentitore e spergiuro; era ben facile rispondere che il re di Napoli il quale otteneva facoltà dal Parlamento di recarsi al congresso di Leybach con promessa sui santi Evangeli! che avrebbe propugnata la causa della patria e impedito lo straniero intervento, commetteva un delitto chiamando l’Austria ad assassinare l’Italia; ed era facile conchiudere che le armi austriache non erano quindi condotte a Napoli dalla ragione e dalla giustizia, ma dal tradimento e dal parricidio (Bravo! Bene! dalle gallerie).

Eppure l’onorevole conte di Cavour rispondeva che era soddisfatto delle spiegazioni del conte Buoi. Per la qual cosa mi sia lecito, alla mia volta, di dire che, poiché il conte di Cavour si dichiarava soddisfatto del conte Buoi, io non posso essere soddisfatto del conte Cavour (Bene! Ilarità).

Soggiungeva il signor presidente dei ministri, che la nostra condizione morale, civile e politica si era di molto avvantaggiata dopo il congresso. Io domando in qual modo. È la prima volta, si è detto, che noi abbiamo l’onore di intervenire ad un consesso diplomatico, dove si decidono i destini del mondo; il Piemonte fu riconosciuto per la prima volta come potenza di prim’ordine (Segni negativi).

E questi sono i pretesi vantaggi morali e politici! Per mia fede, un grand’onore fu questo! Se dal nostro intervento fosse derivala qualche lieta conseguenza per noi, vorrei felicitarmene anch’io; ma un intervento che si risolve in una delusione, non è un onore, è una puerilità.

Nei congressi del 1814 e del 1815, il Piemonte non interveniva; eppure otteneva un’indennità di 24 milioni dalia Francia; avea la restituzione di tutte le provincie che possedei la monarchia Sabauda, e si compieva P unione delta Liguria, cogli Stati Subalpini.

Nel Congresso del 1886 noi avemmo invece due rappresentanti. E qual vantaggio si ottenne? Nessuno. Io debbo dunque inferirne che in certi Congressi è assai meglio non intervenire che intervenire? (Ilarità).

Fummo dichiarati potenza di primo ordine!.... I Francesi chiamerebbero questo una grande mistificazione.

Non per dichiarazione altrui si è potenza di primo ordine, ma per forza propria: uno Stato piccolo che non ha bezzi di far rispettare i suoi diritti, dovrà sempre subire sopra la sua bilancia l'imprecazione di Brenno.

Quando Napoleone vinceva nelle italiche battaglie, qualche principe che voleva venire a transazione con lui, scriveva che avrebbe riconosciute la Repubblica francese. Napoleone rispondeva: «E che bisogno ha la Repubblica di essere riconosciuta? forse i raggi del sole hanno bisogno di essere riconosciuti?»

Questo è linguaggio di Stato di primo ordine: quando si è forte, quando si è polente, si getta l’asta nel Rubicone e sì dice: avanti! Quando non si può far questo, meglio è non intervenire nei Congressi per dichiararsi soddisfatto delle provocazioni altrui.

I negoziati di Parigi, disse il signor Ministro, non hanno migliorate le nostre condizioni rimpetto all’Austria.

Ebbene; mentre io sono costretto a censurare ciò die si è follo al congresso, son lieto almeno di poter applaudire a ciò die non si è fatto.

Non sono migliorate le nostre condizioni coll’Austria? Il solo buon frutto del Congresso è dunque un non seguito miglioramento.

Affermava il conte Cavour essere dovuta dagli italiani molta riconoscenza verso lord Clarendon. E perchè? Perla clemenza deire di Napoli? Per il Codice francese nelle legazioni del papa? 0 sarà forse per aver dichiarato in Parlamento che il governo della duchessa di Parma è mite e dolce?

Le imprese del governo di Parma a tutti son note. Lo stato di assedio, la guerra civile, le carceri rigurgitanti e la mannaia in permanenza: ecco le dolcezze

di Parma. Una povera moglie si getta ai piedi della sovrana per chiedere la grazia del marito; la sovrana risponde: Domani anche lei sarà vedova!

Un padre s’inginocchia e implora la vita di suo figlio; la sovrana risponde: «Ella pensa troppo al corpo di suo figlio, io ho pensato all’anima, e gli ho messo un confessore al fianco per accompagnarlo al patibolo.» (Sensazione).

Ed in cospetto a questi orribili fatti, il nostro alleato lord Clarendon vanta le dolcezze

Parmensi? Per mia fede bisogna confessare che i diplomatici hanno talvolta uno strano linguaggio.

Fece grande encomio il signor Cavour a questa sentenza dell’imperatore Napoleone: «Ora tocca all’opinione pubblica di giudicare delle cose italiane.» L’opinione pubblica, sono molti secoli che ba giudicato della causa italiana, né avea bisogno, per manifestarsi, del vuoto cicaleccio del congresso di Parigi. Non di pubblica opinione abbiam d’uopo, ma di soldati, di danaro e di armi. Se dai nostri alleati non ci viene altro aiuto che questo, affediddio, che ci vogliono soccorrer bene!

Per ultimo il signor conte Di Cavour ha detto che questa volta la voce d’Italia si è fatta udire per mezzo d’uomini influenti nei congressi dell’Europa.

La voce d’Italia si fa udire da più che otto secoli da’ suoi proscritti, da’ suoi martiri, da’ suoi guerrieri, dai perseguitati suoi scrittori; la voce d’Italia suonò per tutta la terra sul labbro di Dante Alighieri, di Francesco Petrarca, di Niccolò Macchiavelli, di Vittorio Alfieri; ed è voce che durerà immortale (Bravo!).

La voce d’Italia fu altamente suscitata in Roma da Cola da Rienzo, in Palermo da Giovanni da Procida, in Napoli da Masaniello, in Fiorenza da Gerolamo Savonarola, in Venezia da Enrico Dandolo, in Genova da Andrea Boria: la voce d'Italia fu eloquentissima nelle barricate di Milano, di Palermo, di Messina, di Catania, di Brescia, di Bologna; la voce d’Italia fu sublime sui campi di Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Peschiera: e se questa voce, per umana ingratitudine, dimenticassero i vivi, dalla polve dei sepolcri rammenterebbero i morti (Bravo!).

No, la libertà italiana non sorgerà mai dai sinedrii diplomatici; no, l’indipendenza d'Italia non sarà mai dono né della Prussia, né della Russia, né della Francia, né dell’Inghilterra; l’Italia si scuoterà dal sonno della tomba quando la sveglieranno gli Italiani (Vivi applausi dalle gallerie).

PRESIDENTE. La parola è al signor presidente del Consiglio.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. L’ora essendo tarda, e sapendo essere iscritto un distinto oratore che la Camera avrà desiderio di udire, non intendo rispondere per ora ai due preopinanti; solo mi sta a cuore di rettificare un’asserzione poco esatta dell'onorevole deputato Brofferio, e dare spiegazioni intorno ad un fatto che è stato frainteso da molte persone; intendo parlare dell’allusione che si fece al protocollo del II aprile intorno agli interventi stranieri.

Qui giova riferire come le cose accaddero in quella tornata; non è il conte Walewski, come diceva l’onorevole deputato Brofferio, ma Lord Clarendon che propose al congresso di emettere il voto che, qualora due nazioni si trovassero dissidenti sopra qualche questione che potesse condurre alla guerra, avessero a ricorrere ad una terza potenza, onde trovar modo di conciliare la differenza, con intervento pacifico. Onde provocare una dichiarazione favorevole ai governi di fatto, e contraria agli interventi armati, rivolsi la parola al proponente, cioè a Lord Clarendon; lo richiedi di dire se intendeva estendere la sua proposta anche ai governi di fatto ed all'intervento armato di una potenza, a richiesta di un sodano cosi detto legittimo. Lord Clarendon rispose affermativamente, ed aggiunse non esservi agii occhi dell'Inghilterra differenza nelle questioni di guerra fra le diverse specie di governo, avvalorando tosto questa sua affermazione coll'esempio "della mediazione offerta dall’Inghilterra nel 1825 nelle contese fra la Spagna e la Francia.

Il conte Walewski appoggiò la spiegazione data da Lord Clarendon. Dopo la manifestazione delle opinioni di questi due plenipotenziari, il conte Buoi prese la parola, e senza contestare il fatto (vogliasi pure ammettere che parecchie delle sue allusioni non fossero troppo lusinghiere pel Piemonte), espresse però il suo avviso in modo non interamente conforme a quanto venne riferito dal deputato Brofferio.

Il conte Buol si attenne alla massima generale, che quando una guerra era stata determinata da cinque grandi potenze, riusciva inutile il cercare la mediazione di una potenza di secondo ordine. E per vero, questa è cosa poco contestabile. Quando tutta l’Europa è determinata a fare la guerra, sicuramente una potenza di second’ordine non la può impedire.

È una verità spiacevole, ma è una verità.

In quei punto, l’ora essendo tarda, e non desiderando io di fare una discussione inutile nè di procacciarmi trionfi oratorii nel seno delle conferenze, ed essendo occupato assai più delle conseguenze politiche che dalle conferenze potessero, sorgere, che dell’effetto che potessero fare le mie parole sul pubblico, mi rivolsi a lord Clarendon ed al conte Walewski, che nelle conferenze sedevano di fronte a me, e loro dissi accennando alle spiegazioni date: io accetto il principio. La mia risposta non lasciò il menomo dubbio nell’animo di alcun plenipotenziario.

Nel protocollo, però, nel quale le cose si riferivano molto in succinto, ciò non è stato indicato: sarebbe Stato più esatto il dire: «soddisfatto delle spiegazioni di lord Clarendon e del conte Walewski, accetta.»

Ma quando questo venne letto, era l’ultima seduta: tutti stavano già per separarsi per sempre: ho creduto inutile il suscitare una discussione chiedendo questa rettificazione, la quale, leggendo con qualche attenzione il protocollo, potrebbe riuscire soverchia.

lo vado convinto di aver ragione di applaudirmi di aver fatto questa riflessione, la quale era in favore dei Governi di fatto, e

contro gli interventi. E che io non avessi torto di applaudirmi di ciò, posso desumerlo dalle parole a me dirette da lord Clarendon il giorno dopo. Egli mi disse: «vi ringrazio dell’osservazione die avete esposto: sarà per noi una ragione di più di alzare la vece ogniqualvolta un Governo vorrà intervenire negli affari altrui. Vi ringrazio di questa osservazione: è forse la migliore che si sia prodotta al congresso.»

Ho dunque motivi di sperare che la Camera non troverà biasimevole la mia condotta in questa circostanza.

Rispetto alle dottrine politiche spiegate in questa tornata con qualche calore, e, talora, con un poco di spirito di provocazione dall’onorevole Solato Della Margarita e dal deputato Brofferio, mi riservo di rispondere nel seguilo della discussione.

PRESIDENTE. La parola è al deputato Mamiani.

Voci. A domani! A domani!

MAMIANI. L’ora è avanzata, ed il mio discorso andrebbe un po’ in lungo, cederei perciò la parola a qualche altro deputato che voglia parlare.

Voci. Parli! Parli!

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Se il deputato Mamiani non vuole parlare, risponderò immediatamente ai deputati Brofferio e Della Margarita.

Dirò poche parole. Le accuse mosse dal signor conte Solare alla diplomazia piemontese in questa circostanza, sono molteplici e contraddicenti. Egli accusò la diplomazia piemontese di soverchia timidità, l’accusò di aver piegato il capo davanti all’estera diplomazia, l’accusò di essersi fatta complice di pericolose dottrine in ordine agl’interventi, l’accusò d'essersi associata alla diplomazia inglese per denunziare io stato delle cose negli Stati Pontifici, l'accusò infine di aver sancita la violazione dei principi! del diritto pubblico, mantenendo la legittimità dell’occupazione di un piccolo Stato, colle truppe piemontesi.

In verità io non mi aspettava a ricevere da un deputato sedente sul lato dell’estrema destra, il rimprovero di soverchia timidità, rispetto alla diplomazia estera, e specialmente rispetto alla diplomazia austriaca.

Il deputato Solaro della Margarita, mettendo in contrastò il nostro operato, rispetto a Monaco, e rispetto ad altre potenze, disse che noi eravamo pieghevoli coi forti, audaci coi piccoli.

A me non pare die il linguaggio da noi tenuto, rispetto all'Austria, sia timido, ed oltremodo riservato.

Ho detto quanto è avvenuto nel Congresso; la Camera in gran parte conosce il linguaggio Ufficiale tenuto alle potenze; ed io ho per fermo, che tutti coloro i quali avranno letti questi atti ufficiali non saranno disposti ad accagionare di soverchia timidità i plenipotenziari della Sardegna. M nostro linguaggio, riservato nella forma, lo reputo abbastanza energico quante alla sostanza: questo linguaggio si rivolgeva non ad un piccolo Stato, ma ad uno di gran lunga maggiore del nostro.

Io con ciò stimo di poter essere assolto dal rimprovero di soverchia timidità.

Rispetto alla teoria degli interventi, mi pare che vi sia manifesto abbastanza qual fosse l’opinione del governo del Re. È su questo terreno che la questione è stata portata principalmente nel seno del congresso. È contro la teoria degli interventi che noi abbiamo protestato; è contro la teoria dell'intervento propugnata dall’Austria, che la Sardegna e l’Inghilterra, e, fino ad un certo punto, la Francia, hanno combattuto.

Noi ammettiamo l’indipendenza dei diversi Governi, noi non riconosciamo ad un Governo il diritto d’intervenire in un estero Stato, anche quando dall’altro Governo è a ciò fare invitato. Mi pare dunque che su ciò la mia teoria vada molto più in li di quella che propugna l’onorevole deputato Solaro Della Margarita.

Vi sono però alcuni fatti talmente gravi, le cui conseguenze possono estendersi al di là dei confini del proprio paese; che possono, che debbono richiamare l’attenzione dei Governi civili ed illuminati.

Nessuno ha mai condannato (ed il conte Solaro Della Margarita nella lunga sua carriera ha operato in conformità a quanto sto per dire) la sollecitudine che le potenze cristiane e civili hanno dimostrato verso le popolazioni cristiane che vivono sotto il dominio ottomano. Se ciò è vero, come biasimare la premura che le potenze occidentali manifestarono per la popolazione del regno di Napoli? Sullo stato di quel regno, l’opinione della massima parte della diplomazia europea è affatto diversa da quella che professa l’onorevole conte Solare Della Margarita.

Mi rincresce di doverglielo dire, ma l’ho constatato nel modo più assoluto. Il giudizio che la diplomazia europea porta sullo stato del Regno di Napoli, è molto dissimile dal giudizio che è stato portato in questo recinto dal conte Solare Della Margarita. Sarà forse giudizio erroneo, ma, stando questa convinzione nella diplomazia, non era strano che i rappresentanti dei Governi occidentali avessero desiderio che un consiglio di moderazione, un invito alla clemenza, fosse rivolto al re di Napoli; né con ciò ritengo che avesse a considerarsi violato quel principio di non intervento che era stato da noi proclamato.

Per ciò che riflette la questione romana, posso accertare l’onorevole deputato Solaro Della Margarita, che non una parola, sia nel Congresso, sia fuori delle aule in cui si radunavano i plenipotenziari, fu da me pronunziata, meno che rispettosa, pel capo della religione cattolica; ma solo reputai opportuno di associarmi al giudizio portalo dall'Inghilterra, sulla condizione politica degli Stati del papa.

A parer mio, il trattare questa questione non può fare danno alla religione,, debbe anzi giovarle assai, poiché avrebbe molte a guadagnare se la condizione dei popoli degli Stati Romani venisse qualche poco migliorata.

Rispetto al caso di Mentone non penso che l’onorevole conte Solaro, possa anche dal punto di vista in cui si colloca, rivolgere fondata censura ai plenipotenziari. Diffatti» che cosa abbiamo noi detto? Ci si rimproverò di parlare contro gl’interventi e d’intervenire a nostra volta a Mentone per imporvi uno stato di cose contrario ai diritti del principe, ai desiderii della nazione. Noi abbiamo risposto: ben lungi dal volere imporre agli abitanti di Mentone e Roccabruna cosa che loro sia poco accetta, ben lungi dal costringerli a vivere sotto un regimò diverso da quello che esisteva prima del 1848, siamo dispostissimi a lasciarvi tornare il Principe, purché vi faccia ritorno senza l’aiuto delle armi straniere, purché si voglia lasciare che principe e popolo diano sesto ira loro alla cosa pubblica (si ride);questo è quello che abbiamo detto. E qui, commetterò forse un’indiscrezione, ma pur dirò che questa dichiarazione fu accolta molto favorevolmente da tutti i plenipotenziari, non eccettuati coloro che non dividono le nostre opinioni ed i nostri principia Spero che l’onorevole conte Solaro non sarà di più difficile contentatura dei plenipotenziari a cui alludo.

Sarebbe cosa ardua oltremodo per me il rispondere all’onorevole deputato Brofferio. Infatti egli ha accennato a cose che sarebbe stato desiderabile l’ottenere, ed io non nego che quello che si è ottenuto è le mille miglia lontano dal desiderabile. Ma se l’onorevole deputato Brofferio si fosse collocato sul terreno pratico, nella sfera del possibile, credo che avrebbe durato molto maggior difficoltà a provare che l’opera dei plenipotenziari fu assolutamente inefficace, e poco in relazione con quanto da essi si aspettava. Certamente io non posseggo un’eloquenza pari alla sua, ma però ho pur io una certa abitudine delle discussioni, e quantunque riconosca che mi sarebbe certamente stato impossibile di raggiungere l’eloquenza di cui ha fatto sfoggio quest’oggi l’onorevole preopinante, tuttavia parmi che anche qualche argomento per dimostrare la giustizia dei richiami, per porre sotto gli occhi dei rappresentanti le condizioni d’Italia, l’avrei saputo trovare; ma schiettamente parlando, giudicai allora, e giudico ancora che questo modo di procedere, invece di giovare alla causa d'Italia, le avrebbe fatto molto male,

È vero, come ha detto l’onorevole Brofferio, che la voce d’Italia risuona da molti secoli, per bocca forse dei maggiori genii dei tempi di mezzo e dei tempi moderni, ma a quale condizione queste declamazioni eloquentissime hanno esse condotta la povera Italia? Io penso che, istruiti dal passato, fatti savi dall’esperienza, dovremo convincerci che non le declamazioni, che non gli alti lamenti, possono migliorare la condizione nostra; che giova invece seguire una via mollo più pratica, via meno splendida, ma che forse ci condurrà a migliori risultamenti.

L’onorevole deputato Brofferio non ba biasimato quello che si è fatto, ma ba biasimato quello che non si è fatto.

BROFFERIO. È il contrario.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Mi perdoni; ha detto che lodava quello che non si è fatto per rispetto al ravviciuamento all’Austria, ma ba biasimato il plenipotenziario di non aver ottenuto maggiori vantaggi pel Piemonte e per l’Italia.

Quanto al Piemonte io reputo, se la memoria non mi tradisce, che nella circostanza del trattato, né dai membri che siedevano allora al Ministero, né dall’onorevole mio amico il generale Durando, che parlò a favore dei trattato, non siasi accennato mai né a vantaggi materiali, né ad acquisti territoriali, né a compensi pecuniari, ed io ho la quasi certezza che nessuna parola che potesse ricevere queste interpretazioni fu da noi pronunciata.

Si accennò a vantaggi morali, a pericoli che si evitavano, a vantaggi commerciali; ed io. ho fiducia che le promesse fatte siano state largamente mantenute.

Ho detto e lo ripeto, che se la guerra avesse continualo, se la sua sfera si fosse allargata, forse per noi si sarebbe potuto ottenere maggiormente, le nostre speranze si sarebbero innalzate; ma, comunque sia, a me sembra che non si possa con fondamento, né dal paese rivolgere al Governo rimproveri per mancate promesse, né da noi muovere analogo rimprovero ai nostri alleati!

Ciò essendo, io mi unirò all’onorevole deputato Brofferio per lamentare che non si sia potuto fare di più. Ma mantengo, in opposizione ai suoi detti, che nelle circostanze in cui eravamo collocati, era difficile l’ottenere risultati migliori dai plenipotenziari sardi. Essi nulla tralasciarono di fare nel limite delle loro forze; essi spiegarono tutto il loro zelo, tutta l’attività di cui erano capaci; se vi fossero stati uomini più abili, più eloquenti, avrebbero per avventura ottenuto di più!

Comunque, io spero che la Camera, il Paese e l’Italia, sapranno tener conto delle difficoltà immense che s’incontravano per noi in questa solenne circostanza, come sapranno altresì considerar^ che, nel Congresso di Parigi, i plenipotenziari sardi si trovavano a fianco dei plenipotenziari austriaci, i quali intervenivano, non come potenza nemica belligerante, nemmeno come potenza assolutamente neutrale, ma come mediatrice benevola delle potenze occidentali, come semi-alleata della Francia e dell’Inghilterra.

Io penso che quando si vorrà prendere in seria considerazione questo stato di cose, che rendeva singolarmente difficile la condizione dei plenipotenziari sardi, la Camera ed il paese non vorranno giudicare troppo severamente il loro operato.

Voci: A domani!

La seduta è levata alle ore 5. . .


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Tornata del 7 maggio 1856

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Presidenza BONCOMPAGNI

SOMMARIO. Seguito della discussione intorno alle interpellanze mosse dal deputato Buffa sul trattato di pace, e sulla questione italiana — Discorso del deputato Mamiani in approvazione del trattato — Repliche del deputato Brofferio in opposizione del medesimo — Spiegazioni del presidente del Consiglio riguardo ad un trattato tra la Francia, l’Inghilterra e l'Austria, non stato comunicato alla Camera — Interpellanze del deputato Cadorna C., riflettenti una nota dei plenipotenziari sardi, e la probabilità di un concordalo colla santa Sede — Lettura fatta dal presidente del Consiglio di quella nota, e spiegazioni intorno alla seconda domanda — Spiegazioni personali del deputato Mamiani — Proposta del deputato Cadorna C. di una risoluzione riflettente la condotta dei plenipotenziari a Parigi — Considerazioni dei deputati Sineo, Sappa e Valerio — Schiarimenti del deputato Cadorna — Foto del deputato Moia — Interpellanze finanziarie del Deputato Revel, e risposte del deputato Buffa, e del presidente del Consiglio—Chiusura della discussione, e approvazione della risoluzione proposta dal deputato Cadorna.

Seguito delle interpellanze al signor Presidente del Consiglio.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito delle interpellanze mosse ieri dal deputato Buffa al signor presidente del Consiglio, intorno al trattato di pace.

Il deputato Mamiani ha facoltà di parlare.

MAMIANI. Alle risposte particolari e specificate che dava ieri il ministro della finanza al discorso dall’onorevole Brofferio, aggiungerò io alcune poche considerazioni esaminando la sentenza più generale di tatto quel discorso; la quale si fa die non hanno giovato a nulla le conferenze di Parigi; a nulla l’attività somma spiegatavi dal nostro plenipotenziario, e la discussione introdottavi intorno alle cose italiane: similmente che non recarono bene veruno né al Piemonte, né all’Italia l’aver noi partecipato alla lega e alla guerra, e l’annegazione magnanima che in tutto ciò ha mostrato questa illustre provincia inverso la patria comune.

Io reputo cotale sentenza falsa, ingiusta e perniciosa al paese; tuttoché io confessi che ella va per la mente di molti; e le gazzette che sono, come a dire, pubblici segretari ed araldi di una parte di questa Camera, tutto giorno la ripetono, tutto giorno la commentano; ed anche ci imbattiamo in parecchi, i quali con melanconico aspetto e con modesto linguaggio vanno

pronunciando che ei sono stati troppo veritieri profeti, ed i fatti confermare oggi amplissimamente le loro dolorose vaticinazioni.

lo mi apparecchio adunque a contraddire vivamente questi profeti della sventura, e per non riuscire prolisso e tedioso, pongo immediatamente mano alle prove.

Le conferenze testé compiute in Parigi hanno posto suggello ad un fatto certissimo ed irrepugnabile; e ciò è che la Russia rimansi perdente; che nella difficile prova ella ha dovuto soggiacere; che le è stato forza di accettare i patti e le condizioni della pace quali le vennero proposte, ed accettare altresì la stretta e rigorosa interpretazione di quelle.

Similmente, la Russia ha nell’ultima guerra rivelato a ciascuno la interna sua debolezza, ed ha porto ai pensatori una dimostrazione novella di questa verità, che quando ogni cosa cede, ogni cosa soccombe al di dentro, male si fa resistenza al di fuori; e che una mezza civiltà nasconde molto maggiore fiacchezza, che una piena barbarie.

Ciò veduto, eccone, o signori, le conseguenze. L’abbassamento della Russia vuol dire lo spezzamento irreparabile della lega del nord; vuol dire la dissipazione degli avanzi della Santa Alleanza; vuol significare infine che crolla e si fiacca quel fondamento primo a cui si appoggiavano le monarchie assolute per infrenare, per osteggiare il moto delle idee a delle istituzioni liberali, l’abbassamento della Russia ci annunzia altresì, che cade e si dilegua, senza possibile ristaurazione, il superbo patrocinio che ella esercitava su tutta l’Alemagna. E quanto i Governi tedeschi fossero ossequiosi e ligi inverso di quel patrocinio, per potere con più vigorezza imbrigliare i sudditi proprii, noi l’abbiamo veduto negli ultimi avvenimenti con assai maggiore chiarezza che per l’innanzi.

Io lo so bene che in Germania tra la teorica e la pratica sembra interporsi nn abisso; conosco che gli alemanni,, nella speculativa sono sublimi, e nell’arte civile il più delle volte fanciulli; ma infine, essi non si straniano affatto dall’umana natura, e partecipano, come tutte le genti, a ciò che m lei è più profondo e sostanziale. È dunque impossibile che eglino pure pon sentano la necessità di accostare al possibile i fatti alle idee, ed i principii alle applicazioni. Io non dubito adunque di affermare che il trattato di Parigi ha, per conseguenza indiretta, dato cominciamento alla vera, alla progressiva emancipazione della Germania.

Ma v’ha di più. L’ultima guerra ha profondamente commossa c riscossa la Gran Bretagna la quale, aprendo gli occhi e guardandosi attentamente dattorno, essi avveduta die, ponendo tutto l’animo ne’ soli lucrosi commerci e nelle industrie fabbrili, ella venia logorando a poco a poco la sua antica gagliardezza e magnanimità: ed ella s’è pure avveduta che nessuna nazione, per doviziosa e formidabile che sia, può vivere solitaria nel mondo e povera di amicizie potenti e sicure. Quindi nel suo maggior rischio ella non ha dubitato di gettarsi nelle braccia della Francia; e le due più civili e poderose nazioni del mondo sonosi vedute, con lieta maraviglia degli uomini, e con sostanziale mutazione dell’ordine delle cose, sonosi vedute, dico, stringere un patto di lega saldo, duraturo e fecondo.

Se non che per le nazioni di primo ordine, come e uso chiamarla, un’amicizia unica e necessaria piglia forma di servitù: quindi elleno, volendo ad ogni costo recuperare l’esercizio del proprio arbitrio, si studiano di moltiplicare i compagni e gli amici. Però sono sicuro che l’Inghilterra, senza nulla detrarre alle cordiali relazioni che la legano alla Francia, procurerà essa pure di rinvenire novelli compagni ed amici. Ma oggi ella non li rinverrà, salvo che presso i popoli di già maturi pel viver libero, e prossimi a conquistare la propria e legittima autonomia, come per esempio l’Italia, come la Germania alla quale ultima non manca l’indipendenza, ma si manca tuttora, e la vita e la rappresentanza nazionale. Insomma non rimane oggi, per mio giudizio, all’Inghilterra altra politica sicura e feconda, che 1’aiutare la libertà e il risorgimento delle nazioni.. In fine, ei si debbe aggiungere che, avendo il trattato di Parigi rotto il talismano della forza moscovita, fu dato con ciò una somma prevalenza ai governi rappresentativi c liberali, a quei governi che professano apertamente i principi! domandati dell’ottantanove.

Anzi, a parlare più esatto, nell’Europa civile (e ne escludo la Russia, ancora semi-barbara), nell’Europa civile non rimarrà a breve andare altro Stato, con reggimento assoluto, che quello dell’Austria, la quale se ne scuserà forse, dicendo che l’eterogeneità estrema de’ suoi elementi le vieta di accostarsi a qualunque altra forma di pubblica amministrazione. E perchè tale scusa non può essere menata buona a quelle pallide lune che si aggirano sempre ed ignobilmente, attorno all’austriaco sole (Risa)

(voglio dire Napoli, Firenze, Roma, Modena e Parma), io mi starò a vedere quanto gran tempo ancora perdureranno quelle provincie, ad essere governate in maniera affatto arbitraria ed essenzialmente illiberale.

Ma se tutto ciò (mi sembra che alcuno obbietti), se anche tutto ciò debba essere accettato per vero, non ne consegue che a noi tornasse necessario di partecipare alla lega e cooperare alla guerra, profondendo sangue e tesori in contrade lontanissime, sotto un mortifero clima; e ciò per accrescere smisuratamente l'ascendente della Francia, e abbellire di splendori novelli una fortunata dittatura. Signori, se qualcuno ciò mi obbiettasse, io gli risponderei risolutamente che colui ama di guardare le cose un po’ alla leggera e nella sola superficie, e dimentica l’arte di penetrar addendro nel chiuso midollo; io risponderci risolutamente che le armi piemontesi hanno combattuto in Crimea non per l’altrui, ma per la causa loro propria, ed hanno sparso il loro sangue pro aris et focis; perocché là soltanto ricuperarono essi il nome e la dignità loro e della patria...

BROFFERIO. Domando la parola... (Movimenti).

MAMIANI...... e là soltanto hanno conquistata per sempre la quiete, la sicurezza, l’integrità, la perduranza delle nostre libere istituzioni, senza le quali oggimai il vivere nostro sarebbe morte é non vita (Segni d’approvazione).

Se qualcuno di ciò dubitasse, io lo pregherei di ricordare te importunità, le molestie, te superbe querele,, le non rade prepotenze, le quali il nostro Governo o doveva tollerare con ingiuria, o respingere con fatica, e le quali tutte gli provenivano dalla diplomazia di un nostro vicino. E se ciò accadeva innanzi allo scoppiar della guerra, mi sembra agevole d’immaginare quello che saria divenuto lo stato nostro al presente, quando non ci fossimo per tempo provveduti di amicizie potenti e temute, e non le avessimo allacciale a noi fortissimamente con molti e segnalati servigi! (Bravo! Bene!)

Ma, oltrediciò, quale contraddizione é questa mai di rallegrarsi, di compiacersi altamente della reintegrata fama dell’esercito nostro; della bella e onorata prova che ha tetto in vista di tutta l’Europa, e a comparazione eziandio delle più agguerrite e disciplinate schiere del mondo, che contraddizione, dico, é mai questa di compiacersene, di applaudirsene, e al tempo medesimo biasimare il fatto in cui quella gloria piglia origine, piglia cagione; e poi con nuova contraddizione, chiamar tutto ciò un nulla, ed una cosa inutilissima, al bene del Piemonte, al bene d’Italia!

Ma, quando ci parlerai tu, mi sembra udire da alcuna altra parte delle conferente parigine, che sono il soggetto peculiare della presente disputatone?.

Quando ci dimostrerai che non forano il parto ridicolo della montagna, che non ne rimasero deluse le nostre speranze, nè frustrate e mortificate le nostre ansiose aspettazioni?

Signori, circa il particolare delle conferenze, io non potrò dire meglio, né molto diversamente di quello che avete raccolto dalle belle e persuasive parole del deputato Buffa, e dalle dichiarazioni franche ed esplicite del presidente del Consiglio.

Tuttavolta non nasconderò la mia speciale maniera di considerare cotale subbietto, e di giudicarlo.

Se era nel nostro desiderio di procurare rimedi efficaci e presentane! a guarire i mali profondi d’Italia, certo faceva d’uopo ricorrere ad altro medico che ad un congresso di diplomatici; la diplomazia, per quello che io ne sento, ha ne’ di nostri attenuata non poco la virtù e l’autorità sua.

La pubblicità universale e la libertà della stampa l’hanno mezzo consumata; e se ciò è vero della diplomazia di ciascun singolo Stato, ciò è

maggiormente vero dell’opera collettiva dei rappresentanti loro.

In un congresso politico, o taluno vi fa la parte del bone, ed in quel caso gli altri tutti, con sembianza di deliberare, altro non tanno che obbedire; o le forze vi si contrappesano, ed allora, volendo ad ogni costo pervenire ad alcun accordo di pace, tanto bisogna piegare, tanto cedere da ogni banda e sopra ogni cosa, che l’ufficio dei congregati somiglia molto all’opera della buona massaia che rammenda e racconcia alla meglio, e non per lungo tempo, le cose già logore e vecchie, ma non ne crea mai d'impensate e di nuove (Ilarità).

D’altra parte, in nn congresso politico radamente si radunane personaggi rappresentatori di cose di una natura cosi disparata e contraria, come accadde in Parigi.

Quivi, in fatto di religione, il musulmano sedeva accanto, ai cattolico, il cattolico accanto al protestante ed allo scismatico; in fatto di governo, quivi eransi incontrati il dittatorio, il costituzionale, l’assoluto ed il teocratico; infine, anche a rispetto delle leggi, dei costumi, delle istituzioni, là era forse rappresentata quanta varietà e differenza puossi raccogliere da un capo all’altro di Europa.

Non doveasi dunque ragionevolmente aspettare da quel congresso altra cosa maggiore, che (come bene osservava ieri il presidente del Consiglio) la confermazione e registrazione dei fatti già consumati, ed una più rumorosa e legale significazione dei prestabiliti voleri.

Da questo lato imperlante io mi accosto nel giudicare le conferenze, al modo usate dagli uomini della opposizione; ma subito mi dilungo da loro nel valutare un fatto che, agli occhi miei, ha gran rilevanza, cioè che le conferenze di Parigi hanno recato in mezzo una testimonianza splendidissima e accertatissima del gran progresso che fa la causa italiana nello spirito dei popoli e nella opinione dei più moderati e conservativi d’ogni nazione; e quando questo fatto sia giudicato dagli avversari un’assai tenue cosa, un minimo risultamento, io li giudico io contraddizione colla massima loro, che la opinione sia la regina del mondo.

Nei nostri tempi, o signori, le nazioni risorgono non meno per virtù delle idee che pel valore delle armi; ed a non cercarne molto discosto gli esempi, piacciavi di ricordare che la sola forza dell’opinione fece scoppiare la celebre battaglia navale di Navarino; e la forza sola dell’opinione astrinse il Governo francese a spedire il Maison nel Peloponneso per affrancarlo dalle armi del micidiale Ibraimo. Ma procediamo ad altre maggiori considerazioni.

Nel 5.° articolo della proposta di pace, lasciavasi ai contraenti l’arbitrio di esaminare nello stato di Europa quei punti e quelle condizioni politiche che loro fossero apparsi più attinenti alla conservazione e perdurazione di essa pace. Ma io credo che facilmente mi verrà conceduto che di cotesti punti, di coteste condizioni, se ne potevano radunare ed esaminare infinite.

Perché dunque il Congresso, appena toccata, e come di volo, la Grecia ed il Belgio, subito trapassò a discorrere ed a controvertere sulle cose italiane?

Forse l’Italia è la sola nazione oppressa nel mondo? Forse è la sola a cui si impedisce di pervenire all’indipendenza? Purtroppo no. Di là ancora dall’alpi e dal mare vi ha parecchie regioni in cui prevale, in cui si mantiene l’oppressione e la servitù. Forse l’Italia era un subbietto molto semplice ed assai maneggevole, una materia non punto gelosa, né irritativa, e sulla quale potevano i contraenti venire a facili accordi e risolvere alcun che di formale e di positivo? Ma la bisogna andava tutto all’incontrario; e non potevasi prescegliere un tema e più implicato e più difficile; non una materia dalla quale uscisse maggior pericolo, anzi certezza che in taluno dei presenti sarebbesi risvegliato grave indignazione e dispetto; nog potessi mettere innanzi argomento sul quale l’accordo riuscisse meno probabile, e la discussione più vuota di positivi risultamenti, dovendosi ottenerli per via di deliberazioni spontanee e di reciproche concessioni. Perché dunque, domando io di nuovo, perché il Congresso volle occuparsi distesamente ed unicamente delle cose italiane? Perchè, rispondo io, i destini della Penisola sono maturi; perchè l’opinione pubblica li spinge innanzi; e lo zelo e l’abilità singolare del nostro inviato se ne giovò altamente e con fruttuosa opportunità.

Signori, i casi straordinari del 48, la nuova e specchiata vita politica del Piemonte, e sovrattutto la comparsa onorata del nostro vessillo tricolore in mezzo alle schiere francesi e britanne hanno rivolto sopra di noi lo sguardo di tutto i| mondo civile; eia stampa di qual che sia paese, massimamente dallo scoppiare della guerra, mai non cessò di occuparsi, e preoccuparsi delle nostre sorti. E più non sono articoli veementi ed infiammativi di qualche gazzetta radicale, non sono programmi di conventicole, non iscritture lavorate e propalate dalle soppiatto cospirazioni, ma è il pensamento generale di tutti i savi e di tutti i buoni, dei governi come dei popoli, della diplomazia, come della democrazia.

E se questo non sembra bastevole agli oppositori, io aggiungerò ancora che di là dalia Manica, il capo stesso del partito dei tories, il vecchio e riverito lord Lindhurst si apparecchia di caldeggiare la causa italiana con tutta la facondia e l’autorità della sua parola. Aggiungerò ancora, che ieri medesimo, un dispaccio annunziava che nel Parlamento inglese patrocinavano quella causa dessi i ministri della Regina, e forse in quest’ora, in questo punto che noi ragioniamo, alcun altro insigne oratore parla e perora colà pei nostri conculcati diritti (Bravo! Bene!).

Questa è, o signori, questa la segreta e potente cagione che introduceva nelle conferenze di Parigi la questione delle cose italiane. Invano il plenipotenziario di Vienna premunivasi d’ogni cautela la più diligente e minuta; invano sperò che nel recinto del congresso tutti gli aditi fossero vigilati e interdetti, le porte tutte ben chiuse e ben sigillate, e non vi fosse da alcun lato accesso possibile all’esterno ed importuno vociferare, e tenne per sicuro, con quale accecamento non so, che il nome odioso d’Italia mai non avrebbe risuonato là dentro.

Ma il conte di Cavour, colla franchezza e veracità delle note sue diplomatiche sgombrò quegli aditi, schiuse, spalancò quelle porte e fece a forza echeggiare là dentro le mille voci che d’ogni parto gridavano e gridano tuttavia: Salve magna parens! (Bravo! Bene! Movimento); egli è tempo, o Governi di Europa, egli è gran tempo che la primogenita delle nazioni dell’occidente, che la figliuola di Roma sottragga il venerabile capo al giogo indegnissimo, e cessi una volta di vivere, quasi a dire ex lege, e in tormentosa e perpetua contraddizione con tutte quante le leggi della giustizia e della natura ( Applausi fragorosi e prolungati).

Ora questa espressione della coscienza universale, questa dichiarazione del diritto echeggiata in mezzo ad un congresso di diplomatici, sembra ella davvero, agli opponenti, una cosa di niun momento e che nulla rileva al bene della patria nostra? lo su ciò la penso molto diversamente da loro, e giudico invece che in cotal fatto, non lo disgiungendo soprattutto dalle notabili contingenze che lo accompagnano, si manifesta il cominciamento d’una nuova forma di risorgimento italiano.

E per vero non sono ancora dieci anni passati, o signori, che noi, poveri rifuggiti di là delle Alpi, scansar dovevamo al possibile ogni contatto frequente, ogni stretto colloquia cogli stranieri per non sentirli discorrere della nostra patria infelice o con fredda indifferenza, o con pietà oltraggiosa ed avvilitiva. Ed oggi! Oggi il rappresentante d’un Governo italiano siede a deliberare coi massimi potentati d’Europa, e vi siede con eguale dignità, con egual diritto di suffragio; discute con essi le cose d’Oriente, piglia facoltà di spedire legni armati alle foci del Danubio per invigilare l’esecuzione dei trattati; ed apparecchia, insieme co’ suoi colleghi, la costituzione terminativa delle provincie Danubiane, le cui popolazioni, generoso rampollo del sangue latino, debbono ancora con dolce meraviglia riconoscere qualche benefizio dalla loro antica madre (Bene! Bravo!).

Sono due anni appena compiuti che il Piemonte sembrava scusarsi delle sue libere istituzioni, e tenea sembianza ed atto come d’un uomo che d’ogni cosa e sempre si difende e si scolpa. Ed oggi? Oggi, nelle conferenze di Parigi, il Piemonte chiama a severo giudizio i suoi antichi querelanti, narra, espone e descrive le loro enormezze e le loro tirannidi, e nessuno sorge colà a difenderli, nessuno osa negare le tremende incolpazioni; tantoché il novello accusatore, pieno di fede nella necessità delle cose e nella giustizia di Dio, aspetta con sicurezza e serenità la finale sentenza.

Non sono due anni bene compiuti che il Piemonte veniva accusato di spiriti irrequieti e perturbatori, e a lui recavasi la cagione delle frequenti sommosse e cospirazioni. Oggi, o signori, nelle conferenze di Parigi, il Piemonte rovescia la vile calunnia sul capo de’ suoi avversari, ed essi, essi soli sono colà ravvisati da ognuno come vera cagione e occasione del prolungarsi dei disordini e delle sommosse in Italia (Bene! Bravo!).

E non è tutto ancora. 11 conte di Cavour, con felice ardimento inspiratogli da un alto e primitivo diritto, assumeva là, nelle Conferenze, l’uffizio pietoso di rappresentare e patrocinare tutte le oppresse popolazioni italiane; e quell’uffizio, pur troppo nuovo e insperato a quelle misere popolazioni, non trovò nel Congresso che poca e parziale contraddizione, e al di fuori trovò l’opinione più illuminata di Europa che lo applaudiva e davagli conferma ed autenticazione pienissima; ond’esso è uno di quei sacri diritti che vanno da se medesimi a registrarsi nel codice comune ed universale delle genti.

Però, sciogliamoci da ogni timore e apprensione, e crediamo saldamente che quel nobile ufficio di rappresentanza e di patrocinio non fuggirà più mai dalle mani del nostro Principe e del nostro Governo; e quando alcuno richiedesse ai ministri di profferire la carta del geloso mandato e le altre consuete rubriche e legalità, risponderanno autorevolmente che essi il prezioso chirografo ricevevano dalle mani stesse della natura, e fu scritto e fu segnato dal sangue dei Piemontesi nobilmente caduti nelle Valli lombarde,e sottole mura di Sebastopoli (Nuovi applausi).

Questo, o Signori, ci hanno fruttato le Conferenze, questo il partecipare alla lega, il cooperare alla guerra; e se gli opponenti perseverano a giudicare tutto ciò un nulla e una cosa inutilissima al bene del Piemonte e al bene d’Italia, io riconosco e confesso la forma del mio intelletto e del mio naturale criterio essere differentissima dalla loro.

Ed ecco io sono pervenuto ai fine delle mie considerazioni, e a me non rimane altro compito che pregare e scongiurare i ministri, non solo a serbarsi intatto, e serbarsi inoffeso il nobile officio di rappresentare e patrocinare tutte le oppresse popolazioni italiane, ma di accrescerne a ciascun giorno l’efficacia ed il frutto, procedendo sempre con allo coraggio e magnanimità.

Già le cose sono trascorse ad un termine, che bisogna alla Real Casa di Savoia o retrocedere e sottomettersi, o esercitare con franchezza e pienezza d’effetto la legittima egemonia assegnatale dalla buona fortuna d’Italia, anzi dalla visibile mano di Dio (Applausi generali e prolungati).

PRESIDENTE. Secondo l’ordine della discussione dovrei dar la parola al deputato Sineo, ma non essendo presente, spetterebbe ai deputato Valerio che è scritto dopo.

VALERIO. Cedo la parola al deputato Brofferio.

BROFFERIO. Signori, a discorso lungamente meditato, e tutto sparso di olezzanti fiori colti nel giardino d’Arcadia.... (Rumori).

Non so il perchè di questi rumori; se si comincia ad interrompere sulle prime parole un oratore che non è sostenuto che da una piccolissima minorità in questa Camera, egli rinunzia a parlare (Siede).

Voci.

Parli, parli.

BROFFERIO. Parlerò se mi è conservata libera e intiera la facoltà della parola.

PRESIDENTE. Il deputato Brofferio ha coscienza di non avere fatto un complimento; tuttavia non essendovi imputazione personale, certamente non erano lecite le interruzioni; lo invito perciò a continuare il suo discorso e stando egli nei termini del regolamento, il presidente saprà mantenergli quella libertà che compete ad ogni deputato.

Voci. Parli! parli! Alcuni segni di dissenso non vietano di parlare.

PRESIDENTE. Non posso che ripetere che ha facoltà di parlare.

BROFFERIO. Se la questione si riducesse in questo campo: ha fallo bene o male il sig. Conte Cavour a parlare dell’Italia nel congresso dei potenti? Io non potrei negare die abbia fatto bene: anzi mentre non so fargli plauso di efficace risultamento, non posso che encomiare le intenzioni sue. Quando si porta sul labbro la parola Italia, anche in ingrata atmosfera, si fa opera di egregio Italiano; la censura ch’io fo al conte Cavour non è rivolta al diplomatico, è indirizzata al Ministro.

La condizione in cui si trovava il conte Cavour nel Congresso di Parigi, era ardua, era spinosa: era tale, che nulla di bene potea derivare; e la sventurata condizione del diplomatico era frutto delle opere del ministro.

Ciò premesso, ecco le mie pronte e non elaborate risposte ai ragionamenti del sig. Mamiani.

Si rallegrò del trattato perchè da esso fosse manifesto che la Russia era perdente, perchè la Russia avesse rivelata la sua interna debolezza, perché umiliata la Russia, fosse distrutta la Santa Alleanza.

Se io volessi trattenermi su queste asserzioni, potrei molto facilmente provargli il contrario. Io gli direi che non ha rivelato la sua debolezza una nazione la quale ha stancato per quasi due anni quattro potenze, di cui tre sono le più forti di Europa, intorno a una città, e ad una torre; gli direi che la Russia se qualche concessione dovette fare, fu cosi lieve che per nulla ne rimase indebolita; gli direi per ultimo che se la Russia fosse perdente, ciò non dovrebbe essere per noi argomento di allegrezza; la sua perdita tornerebbe a principale benefizio dell’Austria, nostra vera e terribile nemica.

Il signor Mamiani ha dimenticate le parole proferite ieri in questa Camera dal signor conte di Cavour, il quale si rallegrava che in quel Congresso si fossero ripristinali i vincoli di amicizia che da antico tempo legavano la Casa Sabauda colla Casa Romanoff: o l’assemblea applaudiva alle sue parole.

Dica per me il generale Durando se a noi convenga congratularci della prostrazione della Russia; egli il dica che scriveva in una sua memoranda opera, dovere il Piemonte mantenersi piuttosto in buon accordo colla Russia che con qualunque altra potenza.

Umiliala la Russia, dice egli, è distrutta la Santa Alleanza? Può darsi che la Santa Alleanza del 18111 e del 1815 più non esista; ma il trattalo del 1856 ha ricostruita una nuova arca di alleanza ch'io non dirò né sacra né santa, ma che certo non è da meno di quella di Parigi e di Vienna.

Esulta il deputato Mamiani per l'alleanza dell’Inghilterra colla Francia, e quest'alleanza io la deploro.

La storia c’insegna che i benefizi derivati alla libertà dei popoli seno in gran parie dovuti ai contrasti fra Inghilterra e Francia. Senza questi contrasti l’America forse non sarebbe libera.

L’intervento della Francia negli Stati Uniti contro gli inglesi portò un gran peso nella bilancia di quel popolo; accanto a Washington sorse Lafayette; e lo stendardo dalla libertà americana sventolò trionfante.

La rivoluzione della Francia, di cui nessuno vorrà certo ripudiare la gloriosa eredità, non sarebbe forse seguita senza gli occulti aiuti dell’Inghilterra che per vendicarsi dell'intervento francese in America, suscitò lo sconvolgimento in seno alla Francia, sopra il quale, dopo molte catastrofi, si rialzava l’offesa Inghilterra.

Dirò di più. La potenza della dinastia di Savoia ebbe campo a grandeggiare col valore e colla virtù sabauda; ma ella si trovò sempre fra due nemici, l’Austria e la Francia; e l’Inghilterra fu quella che promosse ognora la causa del Piemonte, perchè, se da un lato non amava l’Austria, abborriva ancora di più la Francia: e in odio di questa favoriva l’ingrandimento degli Stati subalpini.

È antico detto: quando i lupi si mettono d’accordo, guai alle pecore; e i popoli che pecore sono, hanno interesse che i lupi non si stringano fra loro in amicizia.

Ha detto il signor Mamiani che nei campi della Tauride i Piemontesi hanno ricuperato il decoro e la dignità; ha detto che in quei campi si è reintegrata la fama dell'esercito. Confesso anch’io che una bella pagina di storia patria venne vergala, col sangue, nei campi della Crimea; ma osservo che tutti quelli, a cui son note le patrie nostre vicende, non possono ignorare come la nazione piemontese sia stata ab antiquo riputata bellicosa nazione; come il Piemonte, benché circoscritto in angusti confini, non sia stato mai ultimo nella carriera delle armi. Tutti quelli che hanno studiato un po’ di storia patria si ricordano con entusiasmo delle giornate di Guastalla, dell’Assiella, di San Quintino, e dell'immortale assedio di Torino; tutti quelli che hanno studiato il periodo delle guerre napoleoniche, tanno come Napoleone, quel maestro di battaglie, avesse in sommo pregio i soldati piemontesi; tutti quelli die assistettero ai nostri conflitti nelle pianure lombarde sanno che se non fu con noi la fortuna, fu con noi il valore. No, il Piemonte non aveva perduto né decoro, né dignità, per aver bisogno di postume riabilitazioni; io ne fo solenne appellazione al Piemonte non solo, ma all’Italia (Applausi).

No, l’esercito piemontese non aveva d’uopo di reintegrazioni; in mezzo alle nostre sventure, la virtù natia non ba mai cessato di rivelarsi.

Parve che il sig. Mamiani accennar volesse al nostro disastro di Novara. Che vuoi egli inferire da questo? Sotto le mura di Novara egli potrà accusare discordie civili, disgrazie patrie, dissensioni politiche (Bravo! bene!

); ma quel piccolo stuolo che tenne fronte ai tedeschi, bastò egli solo a rintuzzare la protervia straniera; bastarono due cariche di cavalleria del Duca di Genova a disperdere due volte le nemiche falangi; se i destini ci percossero, non fu viltà, ma infortunio, il coraggio dei soldati fu uguale sempre a Goito, a Pastrengo, a Novara ed in Crimea, e dappertutto (Vivi segni di approvazione).

Disse l'oratore che ebbe ventura il Piemonte di alleanze forti e potenti. Se questa sia ventura giudicherà l’avvenire. Se da queste dubbiose alleanze scaturiranno magnanimi fatti, dirò anch'io che l’oratore aveva ragione; ma finché questi fatti non sono tradotti nel dominio del tempo e dello spazio, io dirò che questa è una deplorabile allucinazione. Le alleanze dei piccoli e dei deboli coi potenti e coi forti sono sempre pericolose alleanze. L’antica filosofia di Grecia e di Roma tradusse questa sentenza in ingegnosi apologhi; ed Esopo e Fedro non dovrebbero averci raccontato indarno la lega del leone e dell'agnello; noi, che il leone non siamo, ricordiamoci della sorte dell'agnello (Ilarità).

Quelli, disse il signor Mamiani, che non vogliono riconoscere la potenza dell’opinione risvegliata dal Congresso, smentiscono se medesimi, perchè sogliono proclamare che l'opinione è regina del mondo.

Nessuna mentita è per questo iato accettabile. L’opinione dell’Europa sui dolori e sulle speranze d’Italia non venne creata dai Walewski, dagli Orlof e dai Manteuffel del Congresso; essa è frutto di lunghi e ben sostenuti patimenti; è frutto del genio e del martirio Italiano.

La stampa di tutti i paesi, soggiunse l’oratore, si occupò e si preoccupò delle cose nostre. Non è più la democrazia, non sono più le conventicole che parlarono di libertà e d’Italia furono i potenti ed i forti.

Io già diceva ieri che per coloro i quali si compiacciono di articoli di giornali, e si contentano di complimenti, ne avemmo da vendere; ma non parrai che per la stampa, occupata e preoccupata di noi, noi dobbiamo tenerci compensati abbastanza di tanti sacrifizi di tesori e di sangue.

Quando poi soggiunse che questa volta la parola d’Italia non fu pronunciata dalla scapigliata democrazia, ha di nuovo il signor Mamiani dimenticata la Storia piemontese. Egli dovea ricordarsi che Carlo Alberto non solo parlava d’Italia, ma ne alzava il primo la bandiera, e ciò sotto gli auspizii di un Ministero che s’intitolava democratico. Quelli pertanto a cui ripugna la parola d’Italia in nome della democrazia, condannano gli atti e le parole di Carlo Alberto, condannano gli atti e le parole del signor Rattazzi, che io veggo sul banco ministeriale accanto al signor Cavour (Movimento).

Si rallegra l’onorevole signor Mamiani perchè ba veduto nel Congresso di Parigi aprirsi e spalancarsi le porte innanzi all’idea Italiana: si rallegra che siasi salutata l’Italia Salve magna Parens!

e ne trae magnifici augurii.

Il signor deputato Mamiani non si è forse trattenuto lungamente a meditare le pagine dei protocolli, altrimenti avrebbe veduto quanto si sia sudato a far penetrare colà una mezza parola, la quale non fu ricevuta a porte spalancate come egli disse, ma appena appena potè introdursi dal buco della chiave.

Tanto è vero che questa mezza parola per aver accesso in quelle sale non venne iniziata dall’italiano labbro del conte Cavour, ma ebbe bisogno, per introdurvisi, degli uffizi del francese conte Walewski, e dell’inglese lord Clarendon; e fu parola tronca, smozzicata, paurosa; e ben lungi da avervi le ospitali accoglienze che accenna il signor Mamiani, fu appena tollerata; e ben lungi da esservi salutata come la grande genitrice di Virgilio, fu guardata biecamente come la ringhiosa sirocchia di Goldoni.

È egli vero che l’Inghilterra voglia stendere la mano all’Italia? Lo mostri coll’opera non colle blandizie di giornali; e quando avvenga ch’io mi sia ingannato facendo sinistri pronostici degli aiuti di Londra e di Parigi, avrò il coraggio di una nobile ritrattazione; e la farò il giorno in cui ci troveremo una terza volta colla fronte alta e colla spada in mano, in cospetto dell’aquila austriaca (Bravo! dalle gallerie).

Ai tempi della nostra emigrazione, diceva il signor Mamiani, non si voleva quasi neppure udire il nome d’Italia nella Francia, ed ora si accoglie e si applaude. Che non si volesse udire il nome d’Italia nella Francia io non ammetterò, né contesterò; ma dico che il nome d’Italia acquistò onorata cittadinanza nella Francia non dopo i colloquii dei plenipotenziari, ma dopo le battaglie gloriosamente sostenute dagl’italiani sui campi Lombardi, dopo la resistenza di Venezia, e sopratutto dopo le battaglie sotto le mura di Roma, dove i francesi, per resistere ad un piccolo stuolo non di soldati, ma di cittadini che da pochi giorni avevano imparato a maneggiare il fucile, dovettero impiegare sei mesi di assedio e valersi di tutte le loro forze. Udimmo allora il generale Oudinot, capitano di Francia, proclamare dalla ringhiera dell’assemblea i prodigi del valore italiano; udimmo Lesseps, legalo di Francia a Roma, dichiarare pubblicamente la virtù e la grandezza dei nuovi Romani; quindi non è dalla bocca dei diplomatici che si rese omaggio al valore italiano, ma dalla bocca dei nostri cannoni, e dalla punta delle nostre spade.

Dice il signor Mamiani che l’opinione e la stampa hanno mezza ammazzata la diplomazia; io spero che il cielo ci aiuterà perchè sia presto ammazzata compiutamente (Ilarità).—

Due anni sono, ripiglia il signor Mamiani, noi eravamo avviliti e dimessi. — No: il Piemonte non fu avvilito e dimesso mai: vennero per noi, è vero, giorni amari e tristi; ma la nostra sventura fu con dignità sopportata; altri cercava la nostra alleanza, noi non cercammo le alleanze d'altrui; ci sostenemmo con proprii sacrifizi, non ci umiliammo a implorati soccorsi. No, il Piemonte non fu mai né umiliato, né dimesso: queste due imputazioni io le respingo, e come piemontese, e come italiano! (Bene!)

Si confortò il signor Mamiani a sperar bene dell' Inghilterra dalle parole recate dal dispaccio telegrafico di ieri. Da ciò, diss'egli, si potè scorgere come quei ministri inglesi caldeggiassero in Parlamento la nostra causa.

Se bastassero i discorsi dei ministri e dei principi, già ieri confessai che, ne avevamo a profusione: ma sull’annunzio dei dispaccio il signor Mamiani prese grave abbaglio; il telegrafo ci recava che un membro dell’opposizione, John Russel, parlava alla Camera in favore dell'Italia, e che la Camera applaudiva: ma non così Lord Clarendon alla tribuna

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. John Russel è alla Camera dei Comuni, e Lord Clarendon parlò alla Camera dei Pari; vede dunque che non può essere.

BROFFERIO. lo dico che fu e che è. Poco importa che i discorsi succedessero in due diversi recinti; quello che importa è che le parole del Ministro suonarono in ben diverso senso di quelle del deputato dell’opposizione. No, gli oracoli dell' Inghilterra che invoca il signor Mamiani, non sono confortevoli per nessun italiano che abbia esperienza della politica britanna; gli oracoli invocali non ci pervengono dal tempio di Delfo, ma dall’antro di Trofonio (Ilarità).

Badi il signor Mamiani che l’alleanza di certi principi e di certi imperatori non ci tolga l'alleanza dei popoli e delle nazioni.

Nei congressi di Parigi, il signor Mamiani non ha veduto che sette grandi potenze: io ne ho veduto otto.

L’ottava potenza vuol egli sapere qual è?

Nei pusilli discorsi a mezza vece tenuti da quei protocollisti sull'Italia, questo si raccoglie che tutti a gara confessarono che, nulla facendo per l’Italia, i demagoghi, i sovvertitori, i rivoluzionari avrebbero mandato tutto sossopra; ciò dissero Walewski, Clarendon e Cavour; ciò ripeterono i loro fogli, ciò ripeterono i loro apostoli.

L'ottava potenza è dunque consacrata dalla paura dei diplomatici; e questa si chiama la Rivoluzione (Movimento).

Ieri il signor Cavour nel dimostrare l’inefficacia della voce d’Italia sul labbro dei martiri, dei guerrieri, e dei poeti esclamò: fu rispettata parola sicuramente, ma non ebbe nessun pratico risultamento. E quale effetto pratico ebbero sin qui te parole diplomatiche del Congresso? Quando vedrò queste fievoli parole tradotte in egregii fatti, confesserò che il conte Cavour ha ragione; ma, finché non si tratta che di parole, mi permetterà il signor conte Cavour di credere che le sue parole e quelle de’ suoi colleghi sono meno autorevoli della voce immortale di Dante, di Alfieri, di Macchiaveili. Confessiam tutti frattanto che, se le idee si maturarono, se il sentimento della libertà si diffuse nei popoli, se l’oppressione divenne abborrita, se la rivoluzione si trasformò in oliava potenza, confessiamo che questo si deve a quei magnanimi che nel campo della intelligenza prepararono nell’avvenire il campo alle battaglie (Bravo!).

Non credo che altro siasi aggiunto dal chiaro oratore che io possa concretare in qualche nuova idea per potergli rispondere; ma, terminando, gli dirò die un amaro documento ci giunse oggi a dare una smentita alle sue speranze, documento che sarebbe ben funesto per lutti, se il signor presidente non sorgesse a dileguarne le nubi (Movimento d'attenzione).

La Presse di quest’oggi riferisce dal Morning Post e da altri giornali di Londra un trattato conchiuso il 13 aprile in supplemento al trattato del 30 marzo; i contraenti sono l'Inghilterra, la Francia e l’Austria; noi non vi abbiamo parte.

L’Austria senza combattere venne a noi surrogata. Le parole preliminari che trovo nella Presse sono queste:

«I giornali inglesi ei recane un tetta di trattato supplementare conchiuso il 15 aprile scorso tra la Francia, l'Inghilterra e l’Austria, allo scopo, come dicesi nel preambolo, di regolare l'azione concertata die imporrebbe a queste potenze ogni infrazione alle stipulazioni dei trattato del 50 marzo.» Poi seguono gli articoli.

Questo trattato non segni, è vero, che per difendere il trattato precedente e quando venisse infranto; ma perché ne siam noi esclusi?

Le parole che pronunziava ieri il sig. Cavour erano gravissime; e più die gravi sarebbero state imprudenti se egli non avesse avuta la certezza di aver seco la Francia e l’Inghilterra contro l’Austria; e come averle, se un nuovo trattato all'Austria le congiunge, mentre noi siam ripudiati dal nuovo connubio?

lo spero, come diceva, che il conte Cavour dileguerà queste sinistre nubi; ma se egli noi potesse, mi permetterebbero il signor Cavour, il signor Mamiani, e lutti gli amici toro, che non molli, di esclamare ancora una volta: ahi! le alleanze dei potenti e dei forti cominciano a rivelarsi con ben tristi auspici! (Applausi dalle gallerie).

CAVOUR C. Presidente del Consiglio.

Io non intendo rispondere a tutti gli argomenti toccali nel discorso dell'onorevole deputato Brofferio, ma mi occorre dare alcune spiegazioni intorno alla fattami interpellanza sull'esistenza di un trattalo fra la Francia, l’Inghilterra e l’Austria. Questo trattato, stato annunciato dal Morning Post, il cui articolo fu riprodotto da molli giornali, e si trova nella Presse, nel Débat, e non so se anche nel Monitew, reputo che realmente sussista.

Ma a die cosa si riduce questo trattato? In quello del 30 aprile fu dichiaralo da tulle le potenze intervenienti essere ammesso l’impero ottomano a far parte del concerto europeo.

Alcune potenze stimarono dover andare più oltre, ed essere in debito di dichiarare che qualunque attentato all'integrità dell’impero ottomano dovesse essere considerato immediatamente come un caso di guerra. La Camera non aspetterà da me che io entri in particolari sulle conseguenze a cui questo modo d’interpretazione che si voleva dare al trattato, poteva dar luogo, ma non esito a dire che a mio giudizio non conveniva alla Sardegna di andare fino a quel punto.

Riflettano infatti l'onorevole preopinante e la Camera quali sono le conseguenze di quel trattato: esse sono che qualunque aggressione contro l'impero ottomano, da qualunque parte essa venga, costituisce per le parli contraenti un caso di guerra. I contraenti si vincolano a priori

a fare la guerra contro chiunque attenti all'integrità dell'impero turco.

Quantunque la Sardegna sia interessala al mantenimento di questa integrità, quantunque la Sardegna porli molta simpatia a quel governo, nulladimeno io non istimo che sia nella sua convenienza il vincolarsi al patto di sguainare la spada contro chiunque, o in Europa, o in Asia, o in Africa si metta in guerra coll'impero anzidetto.

Sicuramente, la Francia, l'Inghilterra, l'Austria hanno all’integrità dell'impero ottomano un interesse di grati lunga maggiore di quello che possa avervi il Piemonte; epperciò non è da stupirsi che quelle potenze abbiano creduto opportuno di dichiarare a priori

essere per esse caso di guerra qualunque attentalo a quell'integrità, e che la Sardegna ed alcune altre potenze partecipanti al trattalo non abbiano giudicato di dover fare simil cosa.

Questa spiegazione mi pare di natura da tranquillare l'onorevole preopinante e la Camera sul trattato fatto per assicurare l'integrità dell'impero ottomano. Gl'interessi della Francia, dell’Inghilterra e dell’Austria sono identici su questo punto; quei governi vogliono l’integrità di quell'impero, non è quindi da stupirsi che queste potenze si siano associate per dare a quel principio una sanzione mollo maggiore di quella che avesse ricevuto dal trattato del 30 marzo.

Quel trattato però non va più oltre, e tulle le altre clausole nel trattato del 30 marzo stabilite non hanno ricevuto una nuova sanzione od una modificazione da quello del 6 aprile.

PRESIDENTE. Il deputato Cadorna ha la parola.

CADORNA C. Innanzi tutto io debbo rivolgere al signor presidente del Consiglio dei ministri due eccitamenti. Lo prego a voler dichiarare, se non avrebbe difficoltà di dar lettura, nel seno della Camera, dell'ultimo documento diplomatico che è stato deposto al banco della presidenza, cioè della nota del 16 aprile.

Debbo inoltre fargli un altro eccitamento. Abbiamo visto, non è guari, in molli giornali esteri, alcuni dei quali sono considerati come organi ufficiali o semi-ufficiali dei governi e degli Stati in cui sono pubblicati, farsi cenno di pratiche che il Piemonte avrebbe fatte o che sarebbe disposto a fare presso la Corte di Roma, per le quali tenderebbe ad allontanarsi da quei principii e da quella politica che ha sin qui professalo, e che con deliberazioni legislative il Parlamento ba sanzionati.

Queste notizie delle quali si è impossessata una parte della stampa interna hanno portato ad un tempo dei dubbi in alcuni animi, ed in alcuni altri sollevate delle speranze. Noi non dubitiamo che il signor ministro sarà in grado di dare anche a questo riguardo delle soddisfacenti risposte; epperò, per la tranquillità di tutti, io pregherei di volerle dare alla Camera.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io ho già dichiaralo nella tornata di ieri che riteneva scevra d'inconvenienti la pubblicazione della nota rassegnata dai plenipotenziari della Sardegna ai rappresentanti della Francia e dell’Inghilterra; che anzi, dopo la taccia appostami dal conte Solaro della Margarita di Soverchia timidità rispetto alle potenze colle quali mi trovava in contrasto, stimava tale pubblicazione indispensabile. Se la Camera crede sia necessario di darne lettura, onde istruirne anche l’onorevole conte Della Margarita, io non ho difficoltà di farlo (Molle voci: si, si).

Credo però inutile di dar lettura della nota verbale, perchè soverchiamente lunga; questa potrà stamparsi a parte; quindi leggerò soltanto Fullima (Segni di assenso).

Data questa lettura risponderò all’interpellanza.

(Pedanti in fine le due Note).

Rispetto alle interpellante, mossemi dall'onorevole deputato Cadorna, mi farò debito di dare alcune spiegazioni alla Camera.

Fu sparsa, è vero, la voce in varii giornali esteri e del paese, che, dietro consigli autorevoli ed inviti venali da persone alto locale, il Piemonte si disponeva a riaprire trattative con Roma.

È vero che in altri tempi, in tempi già da noi alquanto lontani, furono dati consigli, furono fatti inviti per indurre il Governo a riaprire trattative colla Corte di Roma; ma debbo tosto seggi ungere che questi consigli e questi inviti non erano dettati né dall'intenzione di veder mutata la nostra politica, ed abbandonali i principi! da noi sostenuti, ma anzi, di veder conchiusi accordi sopra basi conformi alle massime che hanno ricevuto sanzione di legge, giacché si parlava di negoziazioni aventi più o meno per base il Concordalo del 1801 (Movimento

).

Ma naturalmente questi consigli non furono ripetuti, che anzi io posso assicurare la Camera che, essendomi trovalo in questi ultimi tempi in contatto con gran numero di personaggi distinti nella sfera politica, sia per i posti che occupano, sia per la parte presa ai passali eventi, non ne (rovai che on piccolo numero, una minoranza, sarei per dire, impercettibile, che ci consigliasse di mutar politica, di avvicinarci alla Corte di Roma; l’immensa maggioranza degli uomini distatosi della Francia che degli altri paesi, invece faceva apertamente plauso ai nostri principii.

Dissi che poche persone soltanto incontrai le quali ci consigliassero raccordo, e due fra esse insistettero in modo più speciale presso di me.

Quantunque io onori altamente il loro ingegno, e faccia grande stima del loro carattere, tuttavia non potei rimanere convinto dai loro ragionamenti, sebbene in essi spiccassero alcuni argomenti che, per mio avviso, non sono destituiti di un certo valore. Essi volevano persuadermi che il nostro contegno, rispetto alla Corte di Roma, fosse di grave nocumento alla cassa costituzionale in Europa, somministrando la nostra condotta un argomento contro essa ai cattolici più zelanti ed illuminati.

Ad entrambi questi personaggi io feci identica risposta.

Se la Camera me lo permette io mi farò qui a ripeterla, giacché penso possa valere anche per quelle persone che, animate da spirito liberale, avessero ancora in mente di rinnovare simili istanze.

Dissi loro come io fossi persuaso del vantaggio che poteva risultare da accordi fatti su basi accettabili tra il Governo del Re e la Corte romana; com'io fossi ben lontano, in massima, dall’avversare nuove negoziazioni; che anzi, se avessi avuto la minima speranza che queste avessero potuto condurre ad accordi plausibili, io avrei consiglialo al Governo di immediatamente intavolarle. Ma, soggiunsi, onde la conciliazione tra due parli sia per riuscire, é necessario che queste siano in disposizioni favorevoli a trattare: ora io credo, diceva, che né la Corte di Roma, né il mio paese, siano in quella condizione che è indispensabile per condurre ad accordi che siano dalle due parli accettabili.

E invero, per quanto spetta alla Corte romana, come mai si può supporre che essa, il giorno dopo un'immensa vittoria che riconduce in certo modo le relazioni tra la Chiesa e lo Stato? ai punto in cui erano nei secoli di mezzo, mentre si sta adoperando per ottenere un simile risultato in altri Stati italiani, come volete che io possa sperare di trovarla disposta a ragionevoli accordi? Dunque, per parte della Corte di Roma il momento non è opportuno per cominciare delle trattative (Risa di approvazione).

Ma, soggiunsi con eguale franchezza (perchè, sebbene non si trattasse di discorsi diplomatici, ma solo di discorsi famigliari, la franchezza la credo sempre buona), ma, soggiunsi: vi confesso che anche da noi l’opinione pubblica non è in quelle disposizioni che sarebbero necessarie per venire ad accordi ragionevoli, perchè, se da un lato si dovrebbe richiedere la Corte di Roma di rinunciare ad antichi privilegi, di consentire alle riforme necessarie per mettere in armonia i rapporti della Chiesa coi principii che informano le nostre leggi civili, dall’altro io ritengo che bisognerebbe fare certe concessioni alla Chiesa, concederle una maggior larghezza nei suoi rapporti collo Stato, ammetterla insomma a godere dei principii di libertà. Ebbene, l’opinione pubblica non è disposta a fare queste concessioni (Ilarità

); e volete sapere il perchè, diceva sempre a miei interlocutori, volete saperne il perchè? La condizione degli Stati romani è infelicissima, e qui debbo dire che i miei interlocutori non lo negavano (Viva ilarità), e non lo negavano perchè sono cattolici e liberali ad un tempo. Questa condizione di cose produce un sentimento poco favorevole al sovrano temporale di quegli Stati; e questo sentimento nuoce alla persona di questo principe, che è ad un tempo sovrano pontefice.

MOIA. Debbe cessare la sovranità temporale.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma, dicevano, voi dovete distinguere i due caratteri, lo replicava: voi avete perfettamente ragione: io li distinguo come voi, come tutti gli uomini istruiti, come i filosofi; ma nelle moltitudini è impossibile di riuscire a far sorgere questa distinzione; quindi l’irritazione contro il sovrano, vi ripeto, nuoce all’influenza che dovrebbe esercitare il pontefice, epperciò la nostra opinione pubblica non è in quelle condizioni che si richieggono per scendere a veri accordi, perchè, vi ripeto, quando si dovesse venire ad un vero accordo, anche noi dovremmo fare delle concessioni alla Chiesa.

Quindi è forza aspettare, da un lato, che la memoria del concordato coll’Austria sia affievolita (Si ride),

e dall’altro, che la condizione degli Stati romani sia alquanto migliorata (Risa di approvazione).

Non so se queste ragioni abbiano convinto pienamente i miei interlocutori; quello che è certo si è che questa risposta troncò la discussione.

Ho parlato di un cambiamento che si è operato nell'opinione di un’infinità di uomini di Stato rispetto alle nostre relazioni con Roma; e qui posso accertare che molti di coloro, i quali altre volte erano disposti a giudicare severamente, se non a biasimare apertamente, la nostra condotta, ora, non solo non ci biasimano, ma ci danno la più ampia approvazione.

Se volete saperne il motivo, ve lo dirò. Non è già dovutosi ineriti nostri, ai nostri discorsi, alle nostre memorie, ai nostri scritti; è dovuto a un altro fatto, è dovuto allo stesso Concordalo austriaco (Bravo!

). Questa è stata la difesa la più eloquente che si fosse potuta produrre a favor nostro (Ilarità).

Quindi io sono condotto a trarre una conclusione, che per un momento mi ravvicinerà all’onorevole conte Solaro Della Margarita (Si ride), ed è che, se dal lato religioso, io non posso a meno di lamentare quell’atto, dal lato politico io mi associo al conte Solaro Della Margarita per farvi il più alto plauso (Ilarità prolungata).

PRESIDENTE. Il deputato Mamiani ha fa parola per un fatto personale.

MAMIANI. Parecchi amici miei nella Camera, mi persuadono a dare alla medesima una dichiarazione del senso d'alcune mie parole..

lo, e come italiano, e come al presente onorato della cittadinanza piemontese, ho a cuore, quanto qualunque altro, fa gloria dell'esercito sardo; e nessuno più di me riconosce che le armi sarde mai non sono venute meno all’onore, mai non hanno smentito la vecchia e sperimentata loro bravura. Però in quella frase, reintegrare la fama dell'esercito,

io non riponeva o non voleva certo riporre il significato che vi venne trovando il deputato Brofferio; alludeva io solo all'opinione degli stranieri, la quale, pel passalo almeno, era a noi scarsamente favorevole, e soleva dare alle nostre sventure uh nome poco benigno.

Se dopo questa breve, ma sincerissima spiegazione del senso della mia frase, essa continua a dispiacere ad alcuno (No, noi)

Io la contraddico solennemente (Bravo!).

PRESIDENTE. La parola è al deputato Cadorna per continuare il suo discorso.

CADORNA C. La Camera comprenderà di leggieri che ai ponto cui è giunta la discussione, e dopo l’eloquente discorso dell'onorevole deputato Mamiani che l'ha compiutamente esaurita, sarebbe temerità la mia di voler ora intraprendere un discorso sullo stesso soggetto. Per altra parte gli argomenti che le varie parti credettero di addurre a sostegno delle proprie opinioni, mi sembra che siano stati siffattamente e si ampiamente sviluppati innanzi alla Camera, che qualsivoglia oratore non potrebbe ora far a meno di non cadere in ripetizioni. Perciò io esporrò soltanto alla Camera la conclusione di quel discorso che altrimenti avrei avuto intenzione di sottoporre alla benigna sua considerazione.

Dalle discussioni che ebbero luogo in questa Camera, dai documenti comunicatile dal Ministero, e dalle spiegazioni date dal signor ministro presidente del Consiglio, è dimostralo che il Governo del Re ed i plenipotenziari di lui al Congresso di Parigi hanno ben compreso i diritti ed i doveri a cui il Piemonte doveva soddisfare nel Congresso stesso, e presso le potenze alleale, rispetto all’Italia, e che essi hanno degnamente e compiutamente mandale ad effetto le obbligazioni che loro incombevano.

Egli è fuor d’ogni dubbio che dopo gli eventi del 1848, e dappoiché il Piemonte divenne Stato libero, costituzionale ed indipendente, la politica piemontese si converti e si trasformò in politica italiana; e che tale divenne non solo per le naturali simpatie, e per l’affetto che ciascuno di noi fia nel cuore per le provincie che formano una parte eletta e grande della comune patria, ma benanco per la necessità e pel diritto della difesa dei nostri ordini interni e liberi, i quali si consolidano, e si compenetrano cogl'interessi italiani.

Questa politica che ornai necessariamente sarà invariabile e perpetua pel Piemonte, dovevano patrocinare al Congresso di Parigi e presso le potenze alleale i plenipotenziari del nostro Governo.

Noi crediamo che tutto ciò che ragionevolmente si poteva spedare ed ottenere in tali circostanze ed in occasione di questo Congresso sia stato adempiuto ed ottennio. Il Piemonte sedette nel Congresso di Parigi. Ivi, ed in particolare alla Francia ed all’Inghilterra, parlò altamente e francamente in favore dell’Italia, e non solo è stato udito, ma è stato con simpatia ascoltato.

Il Piemonte ebbe agio di porre in piena luce innanzi alfe potenze alleate le condizioni rispettive del Piemonte da una parte, dell'Austria e degli altri Stati in Italia dall’altra. La Francia e l’Inghilterra poterono apprezzare e riconobbero in quale diversa, ed anzi contraria relazione i due diversi sistemi che si trovano di fronte in Italia siano coll’intento di mantenere l’equilibrio in questo paese e nell’Europa, e di tutelare la di lei pace.

Esso potè agevolmente dimostrare come la politica del Piemonte ed i principii da lui patrocinati nell’interesse dell’Italia, fossero diretti ad un tempo a guarentire quell’equilibrio, e costituissero il solo mezzo efficace a creare in Italia, a benefizio anche dell’Europa, una vera e durevole pace. Esso ottenne che quelle grandi nazioni alleate riconoscessero ciò che mai fin qui non era stato diplomaticamente riconosciuto, cioè che, tranne il Piemonte, tutta l’Italia è male governata, e che il mal governo delle altre parti d’Italia compromette la pace dell’Europa. Pu inoltre riconosciuto che era pur necessario ed urgente il porre a tanti mali un energico e definitivo rimedio. Che se non si potè ottenere nel Congresso stesso un provvedimento, ciò era a prevedersi, dappoiché l’Austria vi doveva intervenire, e non avrebbe intralasciato di opporsi ad ogni deliberazione, appoggiandosi alla non contestabile circostanza che quel Congresso era raunato unicamente per fare la pace in seguito alla guerra d’Oriente.

Però anche in ciò si è conseguito che l’Austria sola impedisse che le buone intenzioni degli alleati avessero fin d’allora alcun effetto.

Ad ogni modo, signori, la questione è ora miniata; essa fu presa nelle mani dalle grandi potenze, e per la prima volta un congresso di diplomatici ha dichiaralo che i popoli hanno ragione, e che i Governi che li opprimono hanno torto (Bravo! Bene!).

lo perciò non posso qui trattenermi dall'associarmi compiutamente, a nome anche de’ miei amici politici, ai sensi di gratitudine che il signor presidente del Consiglio dei ministri ieri esprimeva alla Francia ed all’Inghilterra, per la simpatia che esse hanno dimostrala per la causa italiana. Noi non possiamo neppur dubitare che, in seguito alle esplicite ricognizioni che i plenipotenziari di quelle due grandi potenze facevano rispetto alla questione italiana, questa sia stata iniziata nel Congresso di Parigi per essere poscia condotta ad un fine infruttuoso.

Non è mestieri avere un cuore ed un’anima italiana per essere commossi al miserando stato dell’Italia; basta l’essere uomo (Bene!), e ne’ consigli ed a capi de’ Governi della Francia e dell’Inghilterra seggono uomini che illustrano le due nazioni che sono alla testa della civiltà dell'Europa.

Noi perciò non dubitiamo che, se nessun rimedio sinora fu portalo a tanti mali, se ad essi non si è ancora provveduto anche nell’interesse dell’equilibrio e della pace, il procedimento di questa solenne ed importante causa sia stato siffattamente incominciato e spinto innanzi, che essa debbe necessariamente ricevere, fra non mollo tempo, una definitiva decisione favorevole alla politica italiana del Piemonte, alla conservazione della pace in Europa, ed al trionfo in Italia della giustizia e dell’umanità.

A tale scopo non dubitiamo che saranno costantemente rivolli tulli gli sforzi del Governo del Re, che noi ringraziamo di che abbia patrocinato questa gran causa nobilmente, e nel solo interesse dell'Italia.

In seguito a questi risultamento l’onore di proporre un ordine del giorno, il quale riassumerebbe l'espressione dei sentimenti e delle opinioni della Camera intorno alla questione che si è sinora dibattuta.

Esso è concepito in questi termini:

«La Camera, udite le spiegazioni del signor presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re e la condotta dei plenipotenziari sardi nel Congresso di Parigi, e confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all’ordine del giorno.»

PRESIDENTE. Domando se sia appoggiata questa proposta. (È appoggiata).

Il deputato Sineo ha la parola.

SINEO. Non intendo, signori, di ritardare con una semplice questione di forma la manifestazione d'un voto che fu dettato al preopinante da generosi sentimenti. Geloso tuttavia delle prerogative e delle cautele parlamentari, non posso dispensarmi dal dichiarare che una deliberazione qualunque sopra un trattato che non fu ancora ufficialmente presentato alla Camera (Susurro), e quando lo fosse stato ufficialmente, una deliberazione data senza le forme tutelari prescritte dallo Statuto e dal nostro regolamento, mi sembrerebbe prematura. Un giudizio sopra un trattato, e un trattato di tanta importanza qua) è quello di cui si è tenuta qui parola, è cosa gravissima e debbe essere frutto di maturo consiglio.

Che questo trattato dovesse presentarsi regolarmente alla Camera, lo prova l’esempio di ciò che si è praticato presso i nostri potenti alleati. Il trattato fu presentato al Parlamento di Francia, al Parlamento d’Inghilterra, e non debbo dubitare che, in modo egualmente solenne, sarà presentato al nostro Parlamento.

Con ciò sono lontano dal biasimare la premura colla quale l’onorevole deputato Buffa volle provocare quelle spiegazioni che il paese aspettava con grandissima impazienza. Su queste spiegazioni, dice l’onorevole deputato Cadorna, non c’è più nulla a dire; in questo non sono del suo sentimento. Penso che moltissime cose sarebbero ancora a dirsi. Credo tuttavia che la Camera a quest’ora non sia disposta a sentirne di più.

Intendo soltanto di manifestare anch’io l’impressione ricevuta alla lettura del trattato e dei verbali che lo precedettero. Quest’impressione non fu sicuramente tale per cui abbia creduto che dovesse farsi qualche rimprovero ai nostri plenipotenziari per non aver ottenuto dal Congresso nulla di più di ciò che ottennero.

Io non ho mai creduto che dal Congresso che si teneva i Parigi, convocato per por termine alla guerra d’oriente, potesse aspettarsi qualche conseguenza immediata per l'Italia. Più tardi si può sperare qualche cosa, ed io penso anzi che sia ora opinione generale che abbia da essere non molto lontano il tempo in cui i diritti dell’Italia saranno riconosciuti per mezzo di qualche risultato pratico. Ila, ripeto, non ho mai creduto che le risoluzioni di un Congresso, appositamente convocato per tutt'altro oggetto, potesse produrre conseguenze immediate favorevoli per l'Italia. lo penso bensì die gli stessi principii, i quali diedero spinta alla guerra contro la Russia, e che diedero occasione al Congresso terminato coll'attuale trattato, possano invocarsi a favore dell’Italia, e che da essi possano dedursi conclusioni più larghe di quelle Che sono state proposte dai nostri plenipotenziari in quel Congresso.

Nel 1848 la causa della nazionalità poteva trattarsi con elementi più energici di quelli che possano mettersi in opera attualmente.

Nel Congresso di Parigi la politica che doveva servire di base alla discussione, non poteva essere sostanzialmente die la politica della Santa Alleanza.

La guerra alla quale volevasi por fine con questo congresso aveva per iscopo di punire infrazioni ai trattati di Vienna e di Parigi, e di mantenere l’equilibrio Che quei trattati avevano stabilito. Ognuna delle potenze che avevano sottoscritto alla Santa Alleanza era contabile davanti ai membri deità stessa alleanza di qualunque infrazione ai principii che erano stati d’accordo consecrati.

Due anni fa, la Russia era chiamata a Compatire davanti quel tribunale europeo per rendere conto dei suoi tentativi di usurpazione in Oriente. Ora è tempo di pensare alle usurpazioni che si commettono in Occidente.

In Italia le usurpazioni, le infrazioni ai trattati della Santa Alleanza non sono soltanto quelle che furono denunciale nella seduta di ieri. Le infrazioni, o signori, sono da molti anni ripetute e costanti anche in altre parti d'Italia delle quali ieri non si è ragionalo.

Quando il congresso di Vienna ridonò una parte d’Italia all’imperatore d'Austria, intese con questo di snazionalizzarla. Gli atti di quel congresso provano il contrario.

Il Congresso di Vienna era convocato per adempiere alle promesse colle quali i sovrani d’Europa avevano suscitali i popoli a unire le loro forze onde reprimere una prepotente usurpazione. Allora erano la Russia, la Prussia, e l’Austria che denunziavano ai popoli d’Europa il primo Buonaparte;. nell’ultima guerra erano, la Francia e l’Inghilterra che denunciavano solennemente la Russia all’Europa civile.

Ora, o signori, non dovrà venire il turno dell’Austria? Non deve essa reggere, secondo la lettera e lo spirito dei trattati del 1814 e 1815 i popoli allo scettro del suo imperatore affidati?

Con quei trattati volevasi fare una ristorazione dell'impero austriaco in Italia, stato dalla rivoluzione francese distrutto; ma questo alto dominio dell’imperatore sopra una parte d’Italia non doveva avere prerogative maggiori di quelle che aveva prima della rivoluzione francese.

La Lombardia prima della rivoluzione non era uno Stato tedesco. Era uno Stato italiano, governato con leggi e con magistrati italiani, quantunque posto sotto lo scettro dell'imperatore.

Questa alla prerogativa impeciale non aveva mai portata la disnazionalizzazione di nessuna parte d’Italia.

La nazionalità italiana doveva essere mantenuta e rispettata nelle leggi e nei magistrati del Regno Lombardo-Veneto, Stato italiano creato dal trattato di Vienna, come era stata mantenuta e rispettata nell’antica Lombardia, sino all’invasione francese.

Nello stesso modo in cui l’Europa ha diritto d’impedire che la Russia usurpi la nazionalità turca, così ha diritto d’impedire che una parte della Germania usurpi la nazionalità italiana.

Nei trattati di Vienna e di Parigi eransi riconosciuti i diritti dei popoli, erasi reso omaggio alla pubblica opinione.

Negli atti specialmente e nei proclami dei governi che costituivano la Santa Alleanza, eransi fatti ripetuti appelli alle nazionalità ed ai diritti dei popoli, ed io sono stato ben lieto di trovare che negli atti del Congresso di Parigi quest'omaggio ai diritti dei popoli sia stato reso nuovamente, non solo dai rappresentanti delle potenze costituzionali, ma dallo stesso ministro dell’Austria, il quale non altrimenti si opponeva alla proposta di riunire i principati Danubiani in un solo Stato, salvo coll'obbiettare, che non erano stati consultati i popoli.

«M. le comte Buol pense, comme le premier plénipotentiaire de la Turquie, que rien ne justifierait la réunion des deux provinces. Les populations, ajoute-t-il, n’ont pas èli consultées, et, si l’on considère le prix que chaque agglomération attaché à son autonomie, on peut en déduire a priorique les Moldaves et les Valaques désirent, avant tout, conserver leurs institutions locales et séparées.»

Nel Congresso di Parigi, convocato unicamente per le cose di Oriente, ripeto ch’io non ho mai creduto che si potessero risolvere le questioni che concernono l’Italia. Ma era indubitabile dovere dei nostri rappresentanti di profittare della riunione dei rappresentanti delle principali potenze di Europa in Parigi, per far conoscere i gravami che l’Italia è in grado di denunciare contro la potenza austriaca, non solo per le parti d’Italia, che non le furono attribuite dai Congressi del 1814 e del 1813, ma anche per le parli nelle quali allora fu ristabilito l'alto dominio dell’imperatore.

Queste parti sono italiane, hanno diritto di avere governo e istituzioni italiane, quantunque abbiano un principe che segga fuori d'Italia, come erasi praticato nei secoli scorsi.

La germanizzazione di queste parli d’Italia è un trovato di questo secolo, è un’infrazione alla lettera ed allo spirito dei trattati del 1814 e del 1815. Non veggo dunque perchè non possano aver luogo le nostre querele, tanto più quando queste giuste querele sono cosi altamente appoggiate dall'opinione pubblica e dal voto delle popolazioni; al quale voto lo stesso rappresentante dell’Austria ha reso i dovuti omaggi.

Le conversazioni che hanno succeduto al Congresso, ci ha dichiarato il primo rappresentante della Sardegna, portano una condizione di cose non disgiunta da inconvenienti e da pericoli.

Io credo che queste considerazioni debbano aggiungersi a quelle, per cui il paese deve riconoscere la necessità di mantenere forte il suo esercito.

Se la guerra che fu terminata con questo trattato non ebbe pel nostro paese niun altro risultato favorevole, non possiamo tuttavia a meno di congratularci dell’occasione che offerse a nostri soldati di dare nuove prove del loro valore. Sia conservato tutto il suo splendore a quell’esercito, che è principale pregio della nostra nazione; a quell’esercito che ci somministrò le più belle pagine della nostra storia e che è destinato ad assicurare l’avvenire della gran patria italiana. Ma le forze del Piemonte non debbono essere riposte soltanto nell’esercito stanziale.

Io non mi stancherò mai di ripetere, per quanto vani siano stati in quest’argomento i miei sforzi, che il Piemonte, bellicoso come è, che i piemontesi, inclinati al maneggio delle armi, debbono trattarle non solo nelle file dell’esercito stanziale, ma che ciascun cittadino capace di portare le armi dee saperle maneggiare a difesa della patria.

Pur troppo, questa verità non fu bastantemente sentita ed apprezzata nel 1848 e 1849. Io ne rinnovo l’espressione ai ministri, al Parlamento e davanti la nazione, la quale vi chiamerà severo conto in ogni occasione in cui il Piemonte debba mettere in opera le sue forze, se voi non le avrete disposte in modo da poter essere usate al suo più grande vantaggio. La nostra guardia nazionale debbe sempre stare a lato del nostro esercito, disposta ad assecondarne le valorose imprese.

Coll’espressione del desiderio che si organizzi fortemente il nostro paese per ogni evento, io pongo fine alle mie osservazioni sul trattato e sulle discussioni cui esso diede luogo;

SAPPA. Dopo gli eloquenti discorsi che furono pronunciati in questa Camera, di leggieri comprenderanno i miei colleghi quanto io debba essere trepidante nel prendere la parola in sì grave momento.

Tuttavia, credendo di poter sottoporvi alcune considerazioni che non sieno sola ripetizione di quanto già venne da altri oratori annunciato, io mi permetto di esporle, confidando nella vostra indulgenza.

Prima di tutto però, mi occorre di fare una breve osservazione in risposta a quella con cui iniziava il suo discorso l'onorevole deputato Si neo, cioè sulla questione di forma, sul difetto di presentazione del trattato alla Camera.

Io credo che in questa parte l’onorevole deputato non abbia considerata la differenza che vi è tra quei trattati che importano onere alle finanze, i quali vogliono essere comunicati alla Camera, perchè ne faccia soggetto delle sue deliberazioni, ed i trattati politici, dei quali il Governo dà comunicazione officiosa al Parlamento perchè sia a sua notizia quanto venne dalla prerogativa della Corona operato.

Premesso questo breve cenno, che io credeva indispensabile di fare all’onorevole Sineo, poiché toccavami di parlare pel primo dopo di lui, ricorderò anzitutto che, quando in principio dell’anno passato si dibattevano in questa Camera le convenzioni relative al trattato che la Corona aveva conchiuso colla Francia e coll'Inghilterra, io fui fra coloro che fecero plauso a quel savio consiglio, ed in un discorso che ho pubblicato sui giornali, perchè il mio turno di parola in questo recinto fu impedito dalla chiusura pronunciata dalla Camera, io mi son proposto di dimostrare come, nella possibilità di un generale conflitto europeo, il nostro interesse ci comandasse di prender una parte attiva nella questione che era vertente, avvegnaché, comunque il nostro Stato non sia fra primari per ampiezza di territorio, è però fra quelli a cui nella bilancia politica dell'Europa è assegnata non poca importanza; quale importanza, seguendo le gloriose tradizioni dei nostri maggiori, è dover nostro in ogni evento di accrescere, e non mai di permettere che per timidi consigli possa venir menomamente sminuita.

Ed allorché dopo non lunga, sebbene gloriosa guerra, si trattò la pace, parvemi che questi miti consigli dovessero dar fondate speranze di veder riconfermalo il politico equilibrio su basi solide e durature, la qual cosa preveder non potrebbesi ove le principali difficoltà, che vennero suscitandosi, non fossero tutte appianate..

Per dir vero, i risultali ottenuti dalle conferenze di Parigi non corrisposero intieramente a tale aspettazione, e preoccupandomi principalmente della questione Italiana d’onde pur troppo possono sorgere complicazioni tali da turbare i pacifici accordi che vennero testé stipulali, confessar debbo die le mie previsioni sui risultati del Congresso non ebbero pieno appagamento.

Se però le mie previsioni non ottennero i risultali che speravo, non perciò io intendo dire, o signori, che i nostri rappresentanti al Congresso di Parigi possano essere rimproverati di aver dal canto loro tralascialo di segnare alla di lui attenzione la gravità delle cose d’Italia. Checché siasi detto li protocolli che accompagnano il trattato, e più ancora le carte che ci vennero comunicate e che loro servono di commento, fanno fede del loro operalo.

Certamente, o signori, che da’ nostri rappresentanti non si pose, né si poteva porre in campo la questione dell’italiana indipendenza, né potevano essi in un Consiglio, dove sedeva il rappresentanti dell'Austria, ripetere con Tito Livio, che con provvido intendimento li Dei immortali avevano colle Alpi separato l’Italia dalle Gallie e dalla Germania.

Tutto quanto per essi far si potea in un congresso che, per consenso delle potenze contraenti, si volle ristretto alla questione orientale, era appunto di fissare l’attenzione dell’Europa sulle condizioni di questa Penisola, e porre in evidenza i pericoli che dalle sue condizioni sorgevano per la pace che si voleva stabilire, e le conseguenze che ne derivavano a pregiudizio del nostro Stato e dell'europeo equilibrio da così fatte eccezionali ed incomportabili condizioni.

A mio giudizio, o signori, li nostri rappresentanti al Congresso compirono con zelo ed abilità a questa missione, e fecero quanto per essi far si poteva nell’interesse dell’Italia e del nostro Piemonte. Ed in vero essi ottennero l’autorevole espressione di un voto del Congresso, perchè li governi della Penisola mitigassero le condizioni dei loro reggimenti in conformità di quei principi! che sono comandati dall’odierna civiltà; e, fissando soprattutto l’attenzione del Congresso su quella parte d’Italia che trovasi in una condizione più eccezionale, ben dimostrarono come la politica costituzione dello Stato pontificio troppo si scosti dalle basi che pur sono generalmente ammesse in tutti li Stati dell’Europa civile.

Con molto accorgimento poi, o Signori, fu a mio avviso fatta in quel congresso distinzione fra quella parte degli Stati del Papa che costituisce l’antico patrimonio di S. Pietro, e le al tre che vi furono in seguito aggregate; imperciocché, se la potenza temporale del papa è tuttavia considerala come una necessità da alcune Potenze cattoliche dell'Europa, non fu però mai da esse riconosciuto necessario di dare a questo Stato eccezionale, così larghi confini. Perocché la convenienza del poter temporale nel Papa, ove si voglia ammettere, non potrebbe altrimenti giustificarsi che nella necessità di assicurare la sua indipendenza religiosa; e questa indipendenza non potrebbe essere piena che colla prevalenza, nel governo dello Stato della Chiesa, dell’elemento clericale su quello secolare, e questi prevalenza sta evidentemente in ragione inversa dell’ampiezza degli Stati pontificii. Quanto più gli Stati del Papa avranno larghi confini, tanto più il governo pontificio sarà nella necessità di riconoscere in importanza l’elemento secolare, e di piegare alle influenze della pubblica opinione, le quali non sempre volgono nel senso religioso, o di ricorrere all’appoggio della forza straniera per dominarla; e quanto più lo Stato sarà limitato, tanto più agevole e sicuro sarà il governo dei preti ed assicurato il carattere ecclesiastico del politico reggimento. D’altronde lo Stato pontificio, come potenza Europea, non potrebbe avere maggior imponenza ora che consta di una popolazione di due milioni d'abitanti, di quel che avrebbe, ridotto a soli cinquecento mila, dappoiché la sua importanza nasce, non già dalla forza materiale, che perciò sarebbe anche in ora insufficiente, ma dall'influenza morale e religiosa; e ciò che importa all'interesse cattolico non è già che il Papa possa pesare nella bilancia degli interessi politici, e materiali delle nazioni, ma che nell’esercito del suo potere spirituale non si trovi sotto la pressione di alcuna potenza straniera, e nemmanco dominato da influenze secolari nello Stato. In una parola lo Stato pontificio, tal quale lo intendono coloro che credono alla necessità della sua esistenza, non potrebbe essere governato che colla massima indipendenza in uno spirito meramente religioso.

Ma questo stato di cose, tollerabile forse dalle popolazioni che circondano la città di Roma, le quali sole raccolgono i benefizi che ne derivano a quel gran centro del cattolicismo, non potrebbe guari sostenersi nelle provincie più lontane; e ben sappiamo come nel 1814, allorché fu ricostituito l'antico edificio politico europeo, le Potenze contraenti in Vienna siano state esitanti nello stabilire il governo delle Legazioni.

Quelle popolazioni avevano fatto per molti anni parte del Regno d'Italia, con esso avevano avuto comunanza di leggi e di governo, e di simpatie.

L'Austria, dall'altro canto, ardentemente desiderava di estendere il suo dominio su quella parte eziandio del cessato Regno d'Italia, ed ivi*considerava il complemento del suo sistema marittimo sull'Adriatico e della sicurezza del suo Stato. Senonché l’attribuire il dominio di quelle provincie all'Austria, che già cotanto pesava sull'Italia col possesso della Lombardia, parve giustamente inammessibile, e prevale il divisamento di aggregarle agli Stati del Papa. Con ciò re affezioni di quelle popolazioni non furono acquistate al governo pontificio, il quale, com’è purtroppo noto, non potè sostener visi che mediante l’appoggio delle truppe austriache. Quindi il pericolo cui si voleva ovviare, di soverchiamente estendere i domini dell’Austria in Italia aggregando le Legazioni allo Stato Pontificio, divenne di fatto una necessità, e l’Austria continuò e continua ad averne il reale dominio, né mai potranno quelle provincie sottrarsi alla sua influenza se non si trova modo di costituirle fortemente.

Un tale stato di cose meritamente fu posto in evidenza dai nostri plenipotenziari al congresso di Parigi, né si tacque come per esso fosse pregiudicalo gravemente l’europeo equilibrio; e veramente l’Austria che presiede la Lombardia e la Venezia, che domina colle sue influenze sulla Toscana, e sui ducati colla occupazione delle legazioni, è diventata assai più preponderante in Italia di quanto le dessero diritto i trattati, e da quel lato venne perciò meno ogni sicurezza per noi.

lo non mi farò ad esaminare le idee che furono poste innanzi per sottrarre le legazioni alla occupazione austriaca; dico solamente che mi pare che li nostri plenipotenziari abbiano ben dimostrato che, se quell’occupazione, la quale nel fatto equivale ad un dominio, deve prolungarsi, l’Europa deve avvisare a dar sicurezza al Piemonte con mezzi acconci, e impedire che l’equilibrio venga più gravemente scosso e pregiudicato.

Ed in ciò, o signori, parmi che li nostri plenipotenziari non siansi dimostrali indegni successori dell'illustre marchese D’Agliè, che nel congresso di Verona già aveva rappresentata la necessità di limitare il dominio austriaco all’Adige; la qual tosa, se sin d’ali or a si fosse effettuata, non sarebbero forse nate le complicazioni che straziano tuttavia la Penisola, e sono e saranno d’inciampo sullo stabilimento di una pace durevole in Europa.

Fu dimostrato che l’equilibrio europeo, bene o male stabilito coi trattati di Parigi e di Vienna negli anni 1814 e 1815, venne per parte dell’Austria gravemente pregiudicato in Italia.

Altri fatti, o signori, d’allora in poi si realizzarono in Europa che pur interessano l’Italia, e più particolarmente il nostro Piemonte; io mi limiterò ad accennare quello che più direttamente ci riguarda. La conquista dell'Algeria per parte della Francia non v'ha chi non veda quanto abbia accresciuta là preponderanza di quella generosa nazione sul Mediterraneo, e quindi la sua politica influenza sul litorale italiano. Certamente che fu beneficio per l'Europa civile l’aver richiamato alla civiltà ed alle relazioni europee quella parte del territorio africano.

Ma questo gran fatto ba pur le sue necessità, e l’Italia, che non poco vi è interessata, ba ragione di aspettarsi anche per ciò le sollecitudini dell'Europa, e di fidare in particolar modo sull’appoggio della Francia, la quale se è illustre per gloriose imprese, è pur meritamente celebrala per generoso concetto di politica giustizia: e di questa sollecitudine e di questo appoggio noi abbiamo avuto la prova nelle dimostrazioni di simpatia che l’Italia già ottenne nelle conferenze che ebbero luogo in Parigi.

Signori, la questione orientale venne definita col trattato di Parigi: a ciò propriamente furono ristrette le deliberazioni di quel Congresso; ma lo spirito conciliatore e pacifico che vi ha dominato, e la sollecitudine con cui si vollero prevenire, per quanto fosse possibile, future complicazioni, ci debbe lasciar fiducia che l’opera pacificatrice non sarà terminata, e (he si troverà maniera di rassicuracela pace del mondo sulla soddisfazione dei legittimi interessi delle nazioni; se quindi ho maggior confidenza nella continuazione della pace, di quanto abbia dimostrato l’onorevole deputato Buffa, con esso convengo però nel credere che sia intanto officio nostro di confortare coloro che ci governano a perseverare nella via che ih queste trattative, a giudizio mio, fu da essi molto convenientemente iniziata, assicurandoli del fermo e costante nostro concorso, c della gratitudine del paese.

VALERIO. In questa discussione parmi che si sia molto parlato del passato, poco del presente, nulla dell’avvenire. È mio intendimento di rivolgere l’attenzione della Camera sulla situazione che ci fa nell’avvenire l’evento a cui prese parte l’onorevole presidente del Consiglio, cioè il trattato di pace, e le conseguenze che ne emersero.

Noi udimmo l'onorevole Cavour, conchiudendo il suo discorso di ieri, dichiarare che la politica del Piemonte, divenuta politica italiana, si trova più che mai lungi dal porsi di accordo con quella dell'Austria; che i sistemi a tal uopo seguiti dai due paesi sono più che mai inconciliabili, e che questo stato di cose può essere nell’avvenire gravido di avvenimenti e di pericoli, lo non poteva udire dalla bocca del signor ministro parole che più gradite suonassero al mio orecchio, e sono assai lieto che l’onorando signor conte di Cavour le abbia raccolte sui banchi della sinistra e fatte sue...

Voci al centro.

Oh! oh!

VALERIO. Sì (Rivolgendosi al centro),

noi abbiamo sempre chiesto che il contegno del Piemonte fosse, rimpetto all'Austria, dignitoso e severo; noi abbiamo sempre chiesto perciò che si preparassero le armi, che si organizzasse debitamente la Guardia nazionale, che si tenesse pronto ed armato il naviglio di guerra, che si migliorassero le fortificazioni di Genova e di Alessandria. Il signor ministro non negherà che questi consigli non siano più di una volta partiti dai banchi della sinistra. Ora io non dirò se i nostri consigli sieno stati tutti eseguili, io non voglio fare recriminazioni, ma scorgendo dal presidente del Consiglio francamente iniziata una politica italiana, io, ben lungi dall'associarnii a quelli che gli muovevano censure pel contegno da lui tenuto nel Congresso di Parigi, gliene sono anzi vivamente riconoscente.

Ma la mia riconoscenza diverrà più grande quando alle parole che cotanto impegnano l’avvenire del paese, egli accoppierà provvedimenti i quali ci facciano certi che i pericoli cui accennava possano essere felicemente superati.

Egli ha detto essere la politica austriaca più che mai inconciliabile colla nostra.

Un deputato che noi possiamo credere interprete della maggioranza, a quelle parole aggiunse, commentandole, maggior gravità. Egli ha dello: all’Austria noi dobbiamo resistere, resistere, resistere in tutto e sempre; e pose fine al suo dire affermando doversi chiedere che sia posto in istato di accusa quel ministro il quale scemasse di un solo soldato l’esercito. Dunque conviene resistere; ma la resistenza, come ognuno ben scorge, implica un attacco. Ora. io domando al signor presidente del Consiglio dei ministri se dai dibattimenti che ebbero luogo nel seno del Congresso, se dalle nozioni che sono a loro pervenute, emerga che noi stiamo veramente sotto il colpo di una minaccia e di un attacco. Il paese non può senza inquietudine stare sotto il peso delle parole che furono pronunciale dalla sua autorevole voce, e che vennero corroborate per organo di un rappresentante, il quale può dirsi interprete della maggioranza della Camera.

Quando lo stato delle cose sia per esigere che si prendano provvedimenti in proposito, stia certo il signor ministro che ogni dissidio, ogni divergenza di opinione che possa esservi in questo Parlamento, scomparirà certamente innanzi allo straniero, e che il medesimo ci troverà disposti a tutti i sacrifizi che ci saranno chiesti a nome della dignità e dell’onore del paese (applausi dalle gallerie).

Un altro motivo mi spinge a far questa domanda al signor Ministro.

Le nostre parole, le parole del signor Presidente del Consiglio di tanto più importanti delle nostre, non staranno sicuramente chiuse in questo recinto o serrate nei confini che segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i birri che ricingono le altre provincie italiane, le quali sono da noi divise, non potranno tener lontano il suono di tali parole.

Queste varranno a ridonare coraggio agli animi abbattuti, e faranno audaci gli animi coraggiosi, e l’audacia e il coraggio che ne verrà ai nostri fratelli del rimanente d’Italia, non starà lungo tempo senza farsi sentire (Bravo! bene!).

Ora quale sarà il contegno del Piemonte dinnanzi a questi eventi? Quale sarà il contegno di quelle potenze di cui il signor ministro ci prometteva la cooperazione, o della cui amicizia ci ha lungamente parlalo? Io mi associo coll’onorevole Di Cavour quando egli chiama onorando e benemerito d’Italia lord Clarendon, ma non dimentico che lord Clarendon, pochi giorni sono, chiamava mite e temperato il governo di Parma. Io sono grato a lord John Russel, il quale ieri tuonava nel Parlamento inglese contro l’occupazione straniera in Italia; però non mi dimentico che, sette od otto mesi sono, lo stesso lord John Russel, da quella stessa tribuna, diceva non potere l'Italia sperare vantaggio mài se non se dall’Austria (Bravo! bene!).

Io amo e lodo il brillante valore degli eserciti di Francia, ma non dimentico quale specie di libertà vennero a portare in Italia gli eserciti francesi sul finire del passalo secolo e sull’esordire del presente; e quando lo dimenticassi, troverei nella storia della mia stessa famiglia dolorose reminescenze che me ne farebbero risovvenire.

Io quindi davanti ad avvenimenti che credo prossimi, che vedo gravi pur noi e più grani ancora per quelle partì d’Italia, le quali sono sottoposte ad una giustizia che non è la nostra, ad una giustizia che deve cessare, c che cesserà certamente; davanti a quegli eventi, dico, io “domando per l'onore, per la coscienza del paese, che il signor ministro ci palesi quale sarà il contegno del Piemonte.

Qualunque poi sia per essere la risposta del signor Ministro, io gli dico: voi avete agito nobilmente, quando colla nota che avete deposta prima di lasciare Parigi, avete apertamente, audacemente preso nelle vostre mani la causa dell’italianità; voi avete pure bene operato, quando i principii die sosteneste nelle conferenze francesi, francamente, apertamente li avete sostenuti davanti al Parlamento piemontese; ma in pari tempo gli dirò: quello che avete fatto vi impone obblighi gravissimi; io vi prego di pensarvi seriamente, ed ancora una volta vi rinnovo la dichiarazione, che, ne ho fiducia, non sarà certamente disdetta da veruno de’ miei amici politici, che, quando arrivi il giorno del pericolo, ogni divergenza di opinione sarà cancellata in questo recinto, e che vi troverete dei cuori disposti a sacrificare vita e sostanze per quella causa, che fu sempre la nostra e che dovrà essere combattuta in un avvenire che voi stesso ritenete non tanto lontano (Applausi).

PRESIDENTE. Il deputato Moia ha la parola.

MOIA. Pare che la discussione sia esausta; io vorrei solo spiegare il mio voto sopra la risoluzione proposta dal deputato Cadorna. Pertanto pregherei il signor presidente di rileggerla.

PRESIDENTE. La rileggo:

«La Camera, udite le spiegazioni del signor presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re e la condotta dei plenipotenziari sardi nel Congresso di Parigi, e confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all'ordine del giorno.»

MOIA, lo chiederei solamente all'onorevole Cadorna, se quest'approvazione della politica del Governo del Res’ intenda unicamente applicata a quella seguita nel Congresso, oppure a tutta la politica da lui tenuta in addietro.

CADORNA C. Darò subito la risposta.

La questione che è ora in discussione ha per soggetto unico la politica nazionale che il Governo del Re ha spiegalo nel Congresso di Parigi. Qui non si tratta di approvare genericamente la politica del Governo su tutte le questioni possibili; conseguentemente la mia proposta non può avere né ha altra significazione fuor quella di approvare la politica nazionale del Governo del Re nel Congresso di Parigi, e la condotta dei plenipotenziari sardi nello stesso Congresso, coll’invito di continuare e perseverare in questa stessa politica. Tale è il solo senso clic io ed i miei amici politici intendiamo di dare a questa proposta.

MOIA. Dopo le spiegazioni date dall’onorevole Cadorna, io non ho nessuna difficoltà ad accettare, anzi accetto volontieri la risoluzione da lui proposta. Possa questo mio voto dimostrare che, qualunque sia la divergenza delle nostre opinioni in altre quistioni, quando si tratta dell’Italia noi siamo sempre, noi siamo tutti d'accordo (Vivi segni di approvazione).

CADORNA C. Darò una brevissima risposta all’onorevole deputato Sineo (No, no.)

Egli fece notare che, trattandosi di approvare il trattato, epperò di una assai importante deliberazione, si dovrebbe trasmettere anzi tutto l’ordine del giorno da me proposto agli uffici per le loro deliberazioni, massime che il trattato stesso non sarebbe ancora stato presentato ufficialmente alla Camera. Io gli farò alla mia volta osservare che ora non si tratta di approvare il trattato di pace la cui stipulazione è, a termini dello Statuto, ne’ diritti della Corona. Ora trattasi unicamente di emettere un voto sulla politica seguita dal Governo del Re in occasione delle discussioni che precedettero il detto trattato, ed io propongo di approvarla. Inoltre non era punto mestieri, a termini dello Statuto, che il trattato fosse presentato alla Camera, prescrivendo soltanto lo stesso Statuto, che se ne debba dar notizia alla Camera, comunicando alla medesima i documenti che il Governo stesso creda di poter recare a di lei notizia. Ora, l’una e l’altra di queste due cose essendo state officialmente adempiute, e per altra parte non potendo un semplice ordine del giorno da votarsi dalla sola Camera andar soggetto alle prescrizioni dello Statuto e del regolamento riguardanti i progetti di leggi che debbono essere sanciti da tutti i rami del potere legislativo, credo non esservi alcun dubbio che la Camera può regolarmente passare, senz’altro, a deliberare sulla mia proposta.

SINEO. Domando la parola per un folto personale (Ai voti, ai voti!).

Credo che i trattati di pace debbono essere presentati al Parlamento in Piemonte, come si pratica presso i Parlamenti di Francia e d’Inghilterra, anche nei casi in cui non sia necessario di promuovere l’approvazione per legge. Credo inoltre che non si debba promuovere nei casi ordinari nessuna risoluzione importante dal Parlamento, se non è stata esaminata preliminarmente da una Giunta.

Riconosco tuttavia che vi sono casi eccezionali: ed in questo momento, specialmente, vedendo quanto accordo sia per risultare da questa discussione, dopo la spiegazione data dall’onorevole Cadorna, dichiaro che ritiro la mia osservazione (Bravo! Bene!).

Voci.

Ai voti! Ai voti!

REVEL. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.

REVEL. Io intendo di fare una breve interpellanza, che sarebbe come un corollario della discussione che è seguita.

La Camera ha udito le spiegazioni che vennero date dal presidente del Consiglio intorno ai fatti principali che ebbero luogo nelle conferenze di Parigi. Egli ha esposta la condotta che ivi fu tenuta dai plenipotenziari sardi, ed in gran parte io l’approvo. La Camera ha pure udita la risposta, o, per meglio dire, i commenti che da un oratore della maggioranza ministeriale si fecero alle parole pronunziate dal presidente del Consiglio, come altresì il discorso Che venne fatto da un de potato che siede sui banchi opposti a quelli su cui io mi trovo.

Ora, io credo che dal complesso delle cose che furono dette, sia sorta nella Camera l’idea della possibilità, in epoca non remota, di un conflitto o, per meglio dire, di una rottura con una potenza a noi vicina.

Ciò stando, io mi permetto di fare un’interpellanza al Ministero, la risposta alla quale varrà od a confermare l’idea che ho testé accennata, oppure a scemare l’inquietudine nata in molti, in seguito alle cose che furono esposte in questa discussione.

BUFFA. Domando la parola per un fatto personale.

REVEL. Quando si chiedeva l’assenso del Parlamento alla convenzione annessa al trattato di alleanza coll’Inghilterra e colla Francia, ci si domandava l’autorizzazione di contrarre un imprestito di 80 milioni, a condizioni favorevoli, per sopperire alle spese della guerra: siffatto imprestito effettivamente ebbe luogo.

Premesse tali avvertenze, io domando al Ministero:

1.° Se questo imprestito fu integralmente versato o no;

2.° Se sia vero, come generalmente si dice, che le spese della guerra, rientrato il nostro esercito net paese, non salgono ad una somma maggiore di 44 milioni.

Se ciò fosse, pei 50 milioni imprestati dall’Inghilterra, vi sarebbe un sopravanzo di 6 milioni, i quali varrebbero precisamente a colmare la deficienza che esisteva nel bilancio del 1856, e che il Ministero intendeva di coprire colla differenza tra i 24 ed i 30 milioni che chiedeva pel compimento delle spese della guerra. La Camera sa che queste erano valutate a 74 milioni sino al fine dell’anno 1856; che 50 di questi erano stati imprestati dall’Inghilterra, e che se ne domandarono altri 30 a prestito. Sebbene io abbia allora osservato che 24 milioni erano sufficienti per far fronte alle spese testò accennate, la Camera stimò di stanziare anche i rimanenti sei milioni.

Ora, se è vero ciò chè molti assicurarono, vale a dire che le spese della guerra, rientrato il nostro esercito nello Stato, non saliranno che a 44 milioni, vi sarebbero ancora quei sei milioni che erano necessari per compiere il 1856. Quindi io domando al Ministero se i 50 milioni, di cui ho sovra parlato, furono versati integralmente, e se egli sia disposto a valersi degli altri 30 che ha avuto la facoltà di contrattare.

Per me, lo dico schietto, se il Ministero prevede che vi possa essere questa possibilità di guerra, io darei volentieri, se fosse necessario, un secondo voto per questi 30 milioni, perchè desidero che, se questa gravissima contingenza si verificasse, noi non ci trovassimo sprovveduti di danaro in momenti in cui il credito pubblico vien meno (Vivissimi segni di approvazione).

BUFFA. Essendo il signor conte di Revel il secondo oratore che trae argomento dal discorso che ho fatto ieri alla Camera per argomentarne la possibilità di certi eventi, mi credo in istrettto dovere e dirò anzi, in dovere di coscienza, di dichiarare che intendo che le mie parole sieno assolutamente disgiunte da quelle che furono pronunziate in questa Camera dall’onorevole presidente del Consiglio dei ministri.

Io ho espresso semplicemente la mia opinione la quale per altro conduceva a conseguenze ben diverse da quelle che altri ha creduto dedurne. Ho sostenuto che la politica nostra per quel diritto che ciascuno ha di provvedere alla propria esistenza debbe essere di resistere alla politica austriaca in Italia in tutto e sempre, perchè questa tende ad annientarci; ma ho pur detto che questa resistenza, per quanto ferma e vigorosa, doveva tenersi entro i limiti dei nostri diritti e dei nostri doveri. Quello che ho detto ieri, lo ripeto quest’oggi, e non credo che si possa trarne la conseguenza che altri ha creduto.

PRESIDENTE. La parola è al sig. presidente del Consiglio (Movimenti di attenzione).

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. La Camera capirà quanta riserva, quanta circospezione io debba usare nel rispondere alle interpellanze che mi furono mosse dagli onorevoli deputati Valerio e Revel.

Ho esposto schiettamente, e senza reticenza, quale sia stato l’operato dei plenipotenziari sardi al Congresso di Parigi ed ho rappresentato quali fossero i principi! della loro politica. H giudicare ora quali conseguenze siano per tener dietro a questa loro condotta, e questa politica da loro propugnata, sarebbe impossibile il farlo.

Io non ho detto che fosse prossima una rottura coll’Austria; ho accennato che le conferenze di Parigi non avevano né punto né poco riavvicinato i due governi; che le discussioni ivi seguite avevano manifestato più chiaramente, forse, che noi fosse per lo passato, la differenza radicale che correva tra i sistemi di politica professati dai due paesi. A quali conseguenze questa differenza di sistemi sarà per condurre, è impossibile in ora il prevedere, il dichiarare alla Camera ed al paese.

Non posso nemmeno indicare alla Camera, al paese ed all’Italia, quale sarebbe la condotta del Governo in certe possibili contingenze. Quello che posso dire, si è che la via ehe seguirà il Governo sarà sempre quella che più direttamente conduce al maggior bene d’Italia (Kivi segni d’approvazione).

Mi è avviso di avere con ciò anche risposto alla prima parte delle interpellanze dell'onorevole deputato conte di Revel, senonchè io aggiungerò che, se il Governo ed i suoi rappresentanti hanno tenuto e tengono loro stretto dovere il proclamare altamente la loro politica, hanno tenuto dover loro di assumere il patrocinio della causa dell’Italia, cionondimeno, sentono quanto la gravità stessa di questa causa loro imponga l’obbligo della prudenza, quindi il Governo procurerà di conciliare colla fermezza la prudenza.

Venendo alla questione di finanze, io posso dire alla Camera ad onore del governo inglese, che quando si credeva che la guerra avesse a continuare, e che, in tale previsione la spesa degli anni 1855 e 1856 era stata calcolata dai 74 ai 75 milioni, il governo inglese, sulla nostra domanda, aveva aderito a fornirci in prestito un terzo milione sterlino alle medesime condizioni alle quali aveva consentilo il prestito de’ due primi milioni sterlini (Movimenti).

Quando la pace fu stabilita, non era più il caso di richiedere il Governo inglese di questo prestito suppletivo,nondimeno fu forza entrare in alcuni negoziali per determinare in modo preciso il pagamento del secondo milione sterlino, giacché, stando alla lettera pretta della convenzione, vi sarebbero stati alcuni dubbi sull’obbligo del governo inglese di pagare il secondo milione sterlino.

Il governo britannico però aveva già data un’interpretazione più larga al trattato, poiché effettivamente ci aveva anticipato 500 mila lire sterline.

Esaminato il caso dagli uomini di legge d’Inghilterra, fu riconosciuto essere necessaria una sanzione legislativa per sanare il passalo, e autorizzare il Governo a compiere il prestito dei due milioni. Io credo che si è già preparato questo atto il quale, per quanto mi consta, non incontrerà difficoltà nel Parlamento inglese.

Noi abbiamo già ricevuto dall’Inghilterra un milione e mezzo di L. sterline, e se, come non dubito, il Parlamento approva la proposta dei ministri, avremo ancora da ricevere 500,'m. lire sterline.

Rispetto alle spese della guerra, dai conti presentati dal ministro della guerra e regolate dalla sezione generale del tesoro, risultava che al primo maggio si erano spesi 44 milioni: la somma pertanto indicala dall’onorevole preopinante è quella di quanto si è speso od impegnato al primo di maggio.

Ma sicuramente rimangono ancora dispendi di qualche considerazione a farsi, prima che l’intero Corpo di spedizione si sia restituito in Piemonte, e temo forte che i sei milioni che rimangono ancora per raggiungere la cifra dei 50 milioni, non siano Assorbiti dal mio onorevole collega (Indicando il ministro della guerra che gli siede a fianco) (l'iva ilarità).

Quindi io non credo che coi risparmi da operarsi sul bilancio della guerra, si possa sopperire al disavanzo del bilancio ordinario.

Ecco le spiegazioni che, per quanto mi pare, l’onorevole preopinante desiderava intorno al prestito di due milioni sterlini.

Voci. E il prestito?

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Quanto poi al nuovo prestito, io penso di non dover assumere verun impegno. Sicuramente, se nessuna circostanza straordinaria interviene, non sarà necessario mandare ad effetto che una piccola parte del prestito consentito dal Parlamento; ma mi pare che, se la Camera ha fiducia nel Ministero, non sia il caso di ritogliere il consenso a questo prestilo, come nemmeno mi pare abbia in questo momento il preopinante questa intenzione.

Io quindi, date queste spiegazioni, spero che l’onorevole Di Revel vorrà chiamarsene soddisfatto.

REVEL. Siccome il signor ministro pare abbia franteso quanto ho detto, così è mio dovere di spiegarlo più chiaramente.

Io ho detto che, se il ministro credeva prossimo un conflitto che non potesse evitarsi, io era disposto a concedere i trenta milioni; ma qualora egli, stando in una riserva che io non voglio per ora censurare, non creda a questa probabilità, allora io non sono niente disposto (Si ride) a lasciare a sua disposizione trenta milioni, per ogni conseguenza non preveduta.

PRESIDENTE. Interrogo la Camera se intende chiudere la discussione, e quindi passare ai voti la risoluzione proposta dal deputato Cadorna.

(La Camera delibera affermativamente).

Rileggo la proposizione:

La Camera, udite le spiegazioni date dal signor presidente del Consiglio dei ministri, approva la politica nazionale del Governo del Re, e la condotta dei plenipotenziarii sardi nel Congresso di Parigi e confidando che il Governo persevererà fermamente nella stessa politica, passa all’ordine del giorno. La pongo a partito.

(La Camera sorge in massa, ed approva alla quasi unanimità).

(Vivi applausi dalle tribune).


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Documenti diplomatici presentati alla Camera
dal Presidente del Consiglio dei Ministri, indicati a pag. 75.

Note verbale remise par les Plénipotentiaires Sardes aux ministres de France et d’Angleterre le VI mars 1856.

Dans un moment où les glorieux efforts des Puissances Occidentales tendent à assurera l’Europe les bienfaits de la paix, l’état déplorable des provinces soumises au Gouvernement du Saint-Siège, et surtout des Légations, reclame l’attention toute particulière du Gouvernement de S. M. Britannique et de S. M. l’Empereur des Francis.

Les Légations sont occupées par les troupes Autrichiennes depuis 1849. L’état de siège et la loi martiale y sont en vigueur depuis cette époque sans interruption. Le Gouvernement Pontifical n’y existe que de nom, puisqu’au-dessus de ses Légats, un général Autrichien prend le titre et exerce les fonctions de Gouverneur civil et militaire.

Rien ne fait présager que cet état de choses puisse finir, puisque le Gouvernement Pontifical, tel qu’il se trouve, est convaincu de son impuissance à conserver l’ordre public comme au premier jour de sa restauration, et l’Autriche ne demande rien de mieux que de rendre son occupation permanente. Voilà donc les faits tels qu’ils se présentent; situation déplorable, et qui empire toujours, d’ un pays noblement doué, et dans lequel abondent les élémens conservateurs; impuissance du Souverain légitime à le gouverner, danger permanent de désordre et anarchie dans le centre de l’Italie; extension de la domination autrichienne dans la Péninsule bien au delà de ce que les Traités de 1815 lui ont accordé.

Les Légations, avant la révolution française, étaient sous la haute suzeraineté du Pape; mais elles jouissaient de privilèges et de franchises qui les rendaient, au moins dans l’administration intérieure, presqu’indépendantes. Cependant la domination cléricale y était dès lors tellement antipathique que les armées françaises y furent revues, en 4796, avec enthousiasme.

Détachées du Saint-Siège par le traité de Tolentino, ces provinces firent partie de la République, puis du Royaume italien jusqu’en 1814. Le génie organisateur de Napoléon changea comme par enchantement leur aspect. Les lois, les institutions, l’administration française y développèrent en peu d’années le bien-être et la civilisation.

Aussi, dans ces provinces, toutes les traditions, toutes les sympathies se rattachent à cette période. Le Gouvernement de Napoléon est le seul qui ait survécu dans le souvenir, non-seulement des classes éclairées, mais du peuple. Son souvenir rappelle une justice impartiale, une administration forte, un état, enfin, de prospérité, de richesse et de grandeur militaire.

Au Congrès de Vienne on hésita longtemps à replacer les Légations sous le Gouvernement du Pape. Les hommes d’État qui y siégeaient, quoique préoccupés de la pensée de rétablir partout l’ancien ordre de choses, sentaient cependant qu’on bisserait de celle manière un foyer de désordres au milieu de l’Italie. La difficulté dans te choix du souverain auquel on donnerait ces provinces, et les rivalités qui éclatèrent pour leur possession, firent pencher la balance en faveur du Pape, et le cardinal Consalvi obtint, mais seulement après la bataille de Waterloo, cette concession inespérée.

Le Gouvernement pontifical, à sa restauration, ne tint aucun compte du progrès des idées et des profonds changement que le régime français avait introduits dans cette partie de ses États. Dès lors, une lutte entre le Gouvernement et le peuple était inévitable. Les Légations ont été en proie à une agitation plus ou moins cachée, mais qui, à chaque opportunité, éclatait en révolutions. Trois fois l’Autriche intervint avec ses armées pour rétablir l’autorité du Pape constamment méconnue par ses sujets.

La France répondit à la seconde intervention autrichienne par l’occupation d'Ancóne, à la troisième par la prise de Rome. Toutes les fois que la France s’est trouvée en présence de tels événements, elle a senti la nécessité de mettre une fin à cet état de choses qui est un scandale pour l’Europe et un immense obstacle à la pacification de l’Italie.

Le Mémorandum de 1831 constatait l’état déplorable du pays, la nécessité et l’urgence de réformes administratives. Les correspondances diplomatiques de Gaête et de Portici portent l’empreinte du mème sentiment. Les réformes que Pie IX lui-mème avait initiées en 1846 étaient le fruit de son long séjour à Imola où il avait pu juger par ses propres yeux des effets du régime déplorable imposé à ces provinces.

Malheureusement, les conseils des puissances et la bonne volonté du Pape sont venus se briser contre les obstacles que l’organisation cléricale oppose à toute espèce d’innovation. S’il y a un fait qui résulte clairement de l’histoire de ces dernières années, c’est la difficulté, disons mieux, l’impossibilité d’une réforme complète du Gouvernement pontifical, qui réponde aux besoins du temps et aux voeux raisonnables des populations.

L’empereur Napoléon III, avec ce coup d’oeil juste et ferme qui le caractérise, avait parfaitement saisi et nettement indiqué dans sa lettre au colonnel Ney la solution du problème sécularisation, Code Napoléon.

Mais il est évident que la Cour de Rome luttera jusqu’au dernier moment, et avec toutes ses ressources, contre l’exécution de ces deux projets. On conçoit qu’elle puisse se prêter, en apparence, à l’acceptation de réformes civiles et mème politiques, sauf à les rendre illusoires dans la pratique; mais elle comprend trop bien que la sécularisation et le Code Napoléon introduits à Rome mème, là où l’édifice de sa puissance temporelle repose, le saperaient à sa base et le feraient crouler en lui enlevant ses appuis principaux: les privilèges cléricaux et le droit canon.

Cependant si l’on ne peul espérer d’introduire une véritable réforme dans le centre mème où les rouages de l’autorité temporelle sont tellement confondus avec ceux du pouvoir spirituel qu’on ne saurait les séparer complètement sans courir le risque de les briser, ne pourrait-on pas au moins l’obtenir dans une partie qui supporte avec moins de résignation le joug clérical, qui est un foyer permanent de troubles et d'anarchie, qui fournit le prétexte à l’occupation permanente des autrichiens, suscite des complications diplomatiques et trouble l’équilibre européen?

Nous croyons qu’on le peut, mais à condition de séparer de Rome,au moins administrativement, cette partie de l’État. On formerait ainsi des Légations une Principauté Apostolique sous la haute domination du Pape, mais régie par ses propres lois, ayant ses tribunaux, ses finances et son armée. Nous croyons qu’en rattachant cette nouvelle organisation, autant que possible, aux traditions du règne napoléonien, on serait sur d’obtenir tout de suite un effet moral très-considérable, et on aurait fait un grand pas pour ramener le calme parmi ces populations.

Sans nous flatter qu’une combinaison de ce genre puisse durer éternellement, nous sommes d’avis néanmoins qu’elle pourrait suffire pour longtemps au but qu’on se propose: pacifier ces provinces et donner une satisfaction légitime aux besoins des peuples; par cela mème assurer le Gouvernement temporel du Saint-Siège sans la nécessité d’une occupation étrangère permanente. Elle aurait, en outre, l’avantage de rendre une grande et bienfaisante influence aux puissances alliées dans le cœur de l’Italie.

Nous allons indiquer sommairement les points substantiels du projet, ainsi que les moyens de le réaliser.

1.° Les provinces de l’État romain situées entre le Pò, l’Adriatique et les Apennins (depuis la province d'Ancóne jusqu’à celle de Ferrare) tout en restant soumises à la haute domination du Saint-Siège, seraient complètement sécularisées et organisées sous le rapport administratif, judiciaire, militaire et financier, d’une manière tout-à-fait séparée et indépendante du reste de l’État. Cependant les relations diplomatiques et religieuses resteraient exclusivement du domaine de la Cour de Rome.

2.° L’organisation territoriale et administrative de cette principauté apostolique serait établie conformément à ce qui existait sous le règne de Napoléon jusqu’à l’an 1814. Le Code Napoléon y serait promulgué, sauf les modifications nécessaires dans les titres qui regardent les relations entre l’Église et l’État.

3.° Un vicaire pontifical laïque gouvernerait ces provinces avec des ministres et un Conseil d’État. La position du vicaire, nomine par le pape, serait garantie par la durée de ses fonctions qui devraient être au moins de dix ans. Les ministres, les conseillers d’État et tous les employés indistinctement seraient nommés par le vicaire pontifical. Leur pouvoir législatif et exécutif ne pourrait jamais s'étendre aux matières religieuses, ni aux matières mixtes qui seraient préalablement déterminées, ni enfin à rien de ce qui touche aux relations politiques internationales.

4.° Ces provinces devraient concourir dans une juste proportion au maintien de la Cour de Rome et au service de la dette publique actuellement existante.

5.° Une troupe indigène serait immédiatement organisée au moyen de la conscription militaire.

6.° Outre les Conseils communaux et provinciaux, il y aurait un Conseil general pour l’examen et le rôle du budget.

Maintenant si on veut considérer les moyens d’exécution, on verra qu'ils ne présentent pas autant de difficultés qu'on serait tenté de le supposer au premier coup d’œil. D'abord celle idée d’une séparation administrative des Légations n’est pas nouvelle à Rome. Elle a été plusieurs fois mise en avant par la diplomatie, et même prônée par quelques membres du sacre Collège, quoique dans des limites beaucoup plus restreintes que celles qui sont nécessaires pour en faire une œuvre sérieuse et durable.

La volonté irrévocable des puissances et leur délibération de taire cesser sans délai l’occupation étrangère, seraient les deux motifs qui détermineraient la Cour de Rome à accepter ce pian qui, au fond, respecte son pouvoir temporel et laisse intacte l’organisation actuelle au centre et dans la plus grande partie de ses États. Mais une fois le principe admis, il faut que l’exécution du projet soit confiée à un haut Commissaire nomine par les puissances. Il est de toute clarté que si cette tache était abandonnée au Gouvernement pontifical, il trouverait dans son système traditionnel les moyens de n’en venir jamais à bout et de fausser entièrement l’esprit de la nouvelle institution.

Or, on ne peut se dissimuler que, si l’occupation étrangère devait cesser sans que ces réformes fussent franchement exécutées et sans qu’une force publique fùt établie, il y aurait tout lieu de craindre le renouvellement prochain de troubles et d’agitations politiques, suivi bientôt du retour des armées autrichiennes. Un tel événement serait d’autant plus regrettable que les effets sembleraient condamner d’avance tout essai d’amélioration.

Ce n’est donc qu’aux conditions ci-dessus énoncées que nous concevons la cessation de l’occupation étrangère, qui pourra s’opérer ainsi.

Le Gouvernement pontifical a maintenant deux régiments suisses et deux régiments indigènes, en somme huit mille hommes environ. Cette troupe est suffisante pour le maintien de l’ordre dans Rome et dans les provinces qui ne sont pas comprises dans la séparation administrative dont on vient de parler. La nouvelle troupe indigène qu’on organiserait au moyen de la conscription dans les provinces sécularisées, en assurerait la tranquillité. Les français pourraient quitter Rome, les autrichiens les Légations. Cependant les troupes françaises, en rentrant chez elles par la voie de terre, devraient dans leur passage demeurer d’une manière temporaire dans les provinces détachées. Elles y resteraient pour un temps fixé d’avance et strictement nécessaire à la formation de la nouvelle troupe indigène qui s’organiserait avec leur concours.

Note adressée à lord Clarendon et au comte Walewsky
le 16 avril 1856.

Les soussignés plénipotentiaires de S. M. le Roi de Sardaigne, pleins de confiance dans les sentiments de justice des Gouvernements de France et d'Angleterre, et dans l’amitié qu’ils professent pour le Piémont, n’ont cessé d’espérer, depuis l’ouverture des Conférences, que le Congrès de Paris ne se séparerait pas sans avoir pris en sérieuse considération l’état de l’Italie, et avisé aux moyens d’y porter remède en rétablissant l’équilibre politique, troublé par l’occupation d’une grande partie des provinces de la Péninsule par des troupes étrangères.

Surs du concours de leurs alliés, ils répugnaient à croire qu’aucune des autres Puissances, après avoir témoigné un intérêt si vif et si généreux pour le sort des chrétiens d’Orient, appartenants aux races Slave et Grecque, refuserai de s’occuper des peuples de race latine, encore plus malheureux parte que, à raison du degré de civilisation avancée qu’ils ont atteint, ils sentent plus vivement les conséquences d’un mauvais Gouvernement.

Cet espoir a été dé$u. Malgré le bon vouloir de l’Angleterre et de la France, malgré leurs efforts bienveillants, la persistance de l’Autriche à exiger que les discussions du Congrès demeurassent strictement circonscrites dans la sphère de questions qui avait été tracée avant sa réunion, est cause que cette assemblée sur laquelle les yeux de toute l’Europe sont tournés, va se dissoudre, non seulement sans qu’il ait été apporté le moindre adoucissement aux maux de l’Italie, mais sans avoir fait briller au delà des Alpes un éclair d’espérance dans l’avenir, propre à calmer les esprits, et à leur taire supporter avec résignation le présent.

La position spéciale occupée par l’Autriche dans le sein du Congrès, rendait peut-être inévitable ce résultat déplorable. Les plénipotentiaires sardes sont forcés de le reconnaître. Aussi sans adresser le moindre reproche à leurs alliés, ils croient de leur devoir d’appeler leur sérieuse attention sur la conséquence fâcheuse qu’il peut avoir pour l’Europe, pour l’Italie et spécialement pour la Sardaigne.

Il serait superflu de tracer ici un tableau exact de l’Italie. Ce qui se passe dans ces contrées depuis bien des années est trop notoire. Le système de compression et de réaction violente inauguré en 1848 et 1849, que justifiaient peut-être à son origine les troubles révolutionnaires qui venaient d’être comprimés, dure sans le moindre adoucissement; on peut indine dire que, sauf quelques exceptions, il est pratiqué avec un redoublement de rigueur. Jamais les prisons et les bagnes n’ont été plus remplis de condamnés pour cause politique; jamais le nombre des proscrits n’a été plus considérable; jamais la police n’a été plus tracassière, ni l’état de siège plus durement applique. Ce qui se passe à Parme ne le prouve que trop.

Do tels moyens de gouvernement doivent. nécessairement maintenir les populations sans un état d’irritation constante et de fermentation révolutionnaire.

Tel est l’état de l’Italie depuis sept ans.

Toutefois dans ces derniers temps l’agitation populaire paraissait s’être calmée. Les italiens voyant un des princes nationaux coalisé avec les grandes puissances occidentales pour faire triompher les principes du droit et de la justice et améliorer le sort de leurs coreligionnaires en Orient, conçurent l’espoir que la paix ne se ferait pas sans qu’un soulagement fùt apporté à leurs maux. Cet espoir les rendit calmes et résignés. Mais lorsqu’ils connaîtrons le résultat négatif du congrès de Paris; lorsqu’ils sauront que l’Autriche malgré les bons offices et l’intervention bienveillante de la France et de l’Angleterre s’est refusée à toutes discussions; qu’elle n’a pas mème voulu se prêter à l’examen des moyens propres à porter remède à un si triste état de choses, il n’est pas douteux que l’irritation assoupie se réveillera parmi eux plus violente que jamais. Convaincus de n’avoir plus rien à attendre de la diplomatie et des efforts des puissances qui s’intéressent à leur sort, ils se rejetteront avec une ardeur méridionale dans les rangs du parti révolutionnaire et subversif, et l’Italie redeviendra un foyer ardent de conspirations et de désordres, qu’on comprimera peut-être par un redoublement de rigueur, mais que la moindre commotion européenne fera éclater de la manière la plus violente. Un état de choses aussi fâcheux s’il mérite de fixer l’attention des Gouvernements de la France et de l’Angleterre intéressés également au maintien de l’ordre et au développement régulier de la civilisation, doit naturellement occuper au plus haut degré le Gouvernement du Roi de Sardaigne. Le réveil des passions révolutionnaires dans toutes les contrées qui entourent le Piémont, par l’effet des causes de nature à exciter les plus vives sympathies populaires, l’expose à des dangers d’une excessive gravite qui peuvent compromettre cette politique ferme et modérée qui a eu de heureux résultats à l’intérieur et lui a valu la sympathie et l’estime de l’Europe éclairée.

Mais ce n'est pas là le seul danger qui menace la Sardaigne. Un plus grand encore est la conséquence des moyens que l’Autriche emploie pour comprimer la fermentation révolutionnaire en Italie. Appelée par les Souverains des petits États de l’Italie, Impuissants à contenir le mécontentement de leurs sujets, cette puissance occupe militairement la plus grande partie de la vallée du Pò et de l’Italie centrale, et son influence se fait sentir d’une manière irrésistible sur les pays mèmes où elle n’a pas de soldats. Appuyée d’un côte à Ferrare, et à Bologne, ses troupes s’étendent jusqu’à Ancône, le long de l’Adriatique devenu en quelque sorte un lac autrichien; de l’autre, maîtresse de Plaisance que contrairement à l’esprit si non à la lettre des traités de Vienne, elle travaille à transformer en place de premier ordre, elle a garnison à l’arme et se dispose à déployer ses forces tout le long de la frontière Sarde du Pò au sommet des Apennins.

Ces occupations permanentes par l’Autriche de territoires qui ne lui appartiennent pas, la rendent la maîtresse absolue de presque toute l’Italie, détruisent l'équilibre établi par le Traité de Vienne, et sont une menace continuelle pour le Piémont.

Cerné en quelque sorte de toute part par les autrichiens, voyant se développer sur sa frontière orientale, complètement ouverte, les forces d'une puissance qu’il sait ne pas être animée de sentimens bienveillants à son égard, ce pays est lena dans un état Constant d’appréhension, qui l’oblige à demeurer arme et à des mesures défensives excessivement onéreuses pour les finances, obérées déjà par suite des événemens de 1848 et 1849 et de la guerre à laquelle il vient de participer.

Les faits que les soussignés viennent d’exposer, suffisent pour taire apprécier les dangers de la position où le Gouvernement du roi de Sardaigne se trouve place.

Troublé à l’intérieur par l’action des passions révolutionnaires suscitées tout autour de lui par un système de compression violente et par l'occupation étrangère, menacé par l’extension de puissance de l’Autriche, il peut d’un moment à l’autre être forcé par une inévitable nécessité à adopter des mesures extrêmes dont il est impossible de calculer les conséquences.

Les soussignés ne doutent pas qu’un tel état de choses n’excite la sollicitude des Gouvernements d’Angleterre et de France, non seulement à cause de l'amitié sincère et de la sympathie réelle que ces puissances professent pour le souverain qui seul entre tous, dans le moment où le succès était le plus incertain, s’est déclaré ouvertement en leur faveur, mais surtout parce qu’il constitue un véritable danger pour l'Europe.

La Sardaigne est le seul état de l'Italie qui ait pu élever une barrière infranchissable à l’esprit révolutionnaire et demeurer en mème temps indépendant de l’Autriche, c’est le seul contrepoids à son influence envahissante.

Si la Sardaigne succombait épuisée de force, abandonnée de ses alliés; si elle aussi était contrainte de subir la domination autrichienne, alors la conquête de l’Italie par cette Puissance serait achevée. Et l’Autriche après avoir obtenu sans qu’il lui coûtât le moindre sacrifice l’immense bienfait de la liberté de la navigation du Danube, et de la neutralisation de la Mer Noire, acquerrait une influence prépondérante en Occident.

C’est ce que la France et l’Angleterre ne sauraient vouloir, c’est ce qu’elles ne permettront jamais.

Aussi les soussignés sont convaincus que les Cabinets de Londres et de Paris prenant en sérieuse considération l’état de l’Italie aviseront de concert avec la Sardaigne aux moyens d’y porter un remède efficace.

Paris, ce 16 avril 1856.

(Signés) C.Cavour

DE VlLLAMARINA


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DISCORSI PRONUNZIATI NELLA CAMERA DEI DEPUTATI

IN OCCASIONE

del Voto di Ringraziamento al Corpo Piemontese di spedizione in Crimea.

Tornata delli 9 maggio 1856

______________

Presidenza BONCOMPAGNI

SOMMARIO. Lettura di un indirizzo di ringraziamento all’esercito ed alla flotta — Discorso del deputato Cadorna Carlo per svolgimento di quella risoluzione — L’appoggiano i deputati Costa di Beauregard, Mamiani e Valerio — L’indirizzo è approvalo all’unanimità.

Risoluzione per ringraziamento all’Esercito

PRESIDENTE. L’ordine del giorno ci chiama alla discussione della proposta del deputato Cadorna, stata presentata all’ufficio della presidenza, per un atto di ringraziamento all’esercito, alla flotta ed al generale in capo.

Questa risoluzione è cosi concepita:

«Il trattato del 30 marzo ponendo fine alla guerra sostenuta dagli alleati, e riconducendo fra noi le nostre milizie, che nei campi della Crimea sì altamente meritarono della» patria, i sottoscritti propongono che la Camera dei Deputati, come interprete e partecipe dell’universale sentimento, voglia attestare con solenni parole la viva e durevole gratitudine di ogni ordine di cittadini.

«A tal fine propongono la seguente risoluzione:

«La Camera ringrazia l’esercito, la flotta ed il generale in capo della nobile e

valorosa loro condotta nella guerra d’Oriente, e interprete, e partecipe dei sensi del Paese, dichiara che essi hanno bene meritato della Patria.»

(Il presidente comincia dar lettura dei nomi dei deputati che la sottoscrissero).

Voci che interrompono.

No, no, non è il caso di dar lettura dei nomi!

Altre voci.

Siamo molti che non abbiamo ancora firmata, sebbene siamo tutti dispostissimi.

PRESIDENTE. Ma io non poteva a meno di dar lettura dei nomi di coloro che si trovano in calce di una proposizione; io doveva assolutamente comunicarli alla Camera. Se però si vuole tralasciare

Voci da tutte le parti. Sì, sì!

PRESIDENTE. Do allora facoltà di parlare al deputato Cadorna Carlo per lo svolgimento di questa risoluzione.

CADORNA CARLO. Signori, io non m’alzo per patrocinare la proposta testé letta dal signor presidente della Camera. Come oserei farlo, quando da più mesi non vi ha oratore in questo recinto, in qualunque parte di esso egli segga, che non cogliesse con premura ogni circostanza, ogni favorevole occasione per tributare lodi ed elogi all’esercito? Come potrei farlo dappoiché ieri stesso, i promotori di questa proposta dovettero sospendere la presentazione della medesima ai loro coileghi, acciocché invece di una semplice proposta firmala da membri di tutte le frazioni di questa Camera, non assumesse il carattere di un’anticipata unanime votazione!

Prego pertanto la Camera di volermi solo permettere di esprimere i sentimenti che sono nel cuore di noi tutti, e di tutti i nostri concittadini.

Erasi appena annunzialo che la Francia e l’Inghilterra avevano proposto al Piemonte di entrare in alleanza per la guerra d'Oriente, e dall’urna parlamentare non era ancora uscito il voto su questa proposta, che già da ogni parte dell’esercito sorgevano domande, e vive istanze per avere l'onore di appartenere al corpo della spedizione orientale, sicché si dovette provvedere acciocché ciascuno aspettasse quelle designazioni che il Governo del Re avrebbe fatte.

Formatosi il corpo della spedizione, allorquando i nostri soldati salpavano da Genova per l’Oriente, fumino testimoni di un bello e nobile spettacolo.

Erano intiere popolazioni che affettuosamente salutavano le truppe partenti, colla certezza che esse si avviavano a cogliere nuovi allori, ed a preparare altri nobili guerreschi fatti per la storia del nostro paese.

Erano i nostri soldati che confidenti nel proprio valore, e partendo per lontane terre salutavano il patrio suolo, la famiglia, gli amici, con grida di gioia e con canti guerreschi.

Non doveva andar lungo tempo che questi prodi avrebbero incontrato l’occasione di dar prove delle loro militari virtù: e quali dolorose prove, o signori!

Non appena i nostri soldati ponevano il piede sulla terra della Crimea, che un terribile male ne decimava, e ne diradava le file.

Voi tutti sapete quanta strage quel flagello facesse delle nostre truppe, strage sì repentina e grande, che avrebbe potuto abbattere gli animi più vigorosi e costanti.

Pensate or voi quale e quanto più grande esser dovesse il dolore di soldati, che, recatisi colà anelanti di combattere, vedeansi cadere anticipatamente vittime della morte per inesorabile malattia!

Quale coraggio, quanta costanza, qual radicalo e fermo spirito di disciplina, qual profondo sentimento del dovere non fu allora necessario nei nostri soldati, acciocché in loro tutte rimanessero intatte ed incolumi quelle militari virtù, che li rendevano pregiati, e che erano arra certissima di prosperi successi!

L’esercito nostro, traendo da tanta sventura nuova occasione di far bella mostra del suo valore, ritemprò sé stesso nella sventura, e ne usci quasi più forte come da una vittoria.

Ma un altro maggior dolore già lo attendeva: la tardanza del giorno della battaglia.

Il coraggio è nna delle più belle qualità del soldato, ma forse non è la più difficile delle virtù militari; altre ve n’ha che richieggono un animo di più forte, robusta ed elevata tempra.

Sopportare lungamente i disagi delle stagioni e di un clima inclemente, soggiacere a desolanti malattie, soffrire le fatiche d’una campagna, stando sempre a fronte del nemico, vivere accanto a prodi alleati, ed udire ogni di il tuonar delle loro batterie, vedere in faccia il nemico, affrettare con ardenti voti il giorno della battaglia, e per mesi e mesi non vederlo giungere mai, è per un valoroso esercito la maggiore delle prove a cui possano essere messi il suo coraggio, la sua perdurami e la sua disciplina.

Ed anche questa dura prova fu riserbata ai nostri soldati che, virilmente superandola, accrebbero la fama delle loro militari virtù.

Sorse alfine il memorando giorno della battaglia della Cernaia. Era l’ultimo disperato sforzo dell’esercito nemico.

Io non mi attento, o signori, di descrivere le valorose gesta del nostro esercito in quei memorando giorno; altra voce ben più eloquente che non è la mia si richiederebbe, affinché le parole non fossero minori del soggetto.

È a tutti noto con quale entusiasmo in quel giorno i nostri soldati corressero all’armi; era giunto il giorno cotanto e si lungamente desiderato; si combatteva contro un potentissimo attacco, e contro valorosi nemici, accanto ai primi soldati del mondo. Ebbene, o signori, chi furono coloro che primi in quel mattino gridarono all’erta e diedero di piglio alle armi! I nostri soldati. Chi combatteva ai posti avvanzati? chi vi sostenne lungamente, accanitamente il primo urto nemico, difendendo quelle fortificazioni, che i Piemontesi avevano stabilite, dando cosi agio a tutti gli eserciti di preparare una grande vittoria? Furono i nostri soldati. Da chi furono piantate, e maneggiate quelle terribili e celebrate batterie, che colpendo di fianco il nemico, colsero in esso le centinaia, le migliaia di vittime, portandovi l’esterminio li nostri artiglieri. Da quali file usciva quel grido: Non lasciatevi passare innanzi dai Zuavi.

Dalle file piemontesi. Ed erano piemontesi que’ soldati, che i prodi combattenti alleati incontrandoli dopo la battaglia abbracciavano in segno d’affetto e di ammirazione.

Sì, o signori, la giornata della Cernaia sarà per sempre memoranda e gloriosa pel nostro paese e pel nostro esercito.

Venuto il giorno dell’assalto di Sebastopoli, tutte le nostre truppe chiedevano di essere ammesse all’onore di prendervi parte; tutti i convalescenti che sentivansi appena atti a sostenere le armi, corsero in massa volontariamente a riempiere le file, disertando gli ospedali; ed una sola essendo la brigata che il nostro esercito era stato chiamato a somministrare per Assalto, il generale in capo (sì vive erano le instanze, sì animata e spinta innanzi la nobile gara), dovette far designare dalla sorte la brigata a cui sarebbe toccato quell’ambito onore. Già essa attendeva sotto i baluardi di Sebastopoli l’ordine dell’assalto. E perchè mai quest’ordine si aspettò invano? Noi noi sappiamo. Ma ben sappiamo quanto grande dolore ne provassero i nostri soldati. Ben sappiamo che sotto le mura di Sebastopoli, delusi nell’ardente loro desiderio, stettero lungamente fermi, impassibili al fuoco dei nemici, vedendosi cadere i compagni al fianco, e dando così novella prova del loro valore.

Tali sono, o signori, le virtù di cui fece prova il nostro esercito nella memorabile campagna della Crimea, ed all’annunzio della pace, i giornali di Francia e d’Inghilterra affermarono che fra tutte le truppe alleate, quelle cui un tale annunzio riuscì men gradito, erano le truppe piemontesi.

Né minori lodi sono dovute alla nostra flotta; imperocché, sebbene essa, come le flotte alleate, abbia avuto un minor campo di azione, allorquando le fu dato di associarsi alle flotte amiche, fu dai capitani di queste giudicata degnissima di combattere al fianco dei navigli delle due prime potenze marittime dell’Europa.

Né io temo che queste lodi possano essere tacciate di esagerazione, imperciocché più assai di noi parlarono e i duci delle armate alleale, e i Governi loro, e i popoli stessi colla voce unanime dei loro giornali. Chi di noi non ha provato un vivo senso d’intima compiacenza, leggendo ogni dì sui giornali di Francia e d’Inghilterra le lodi dell’esercito piemontese?

Chi di noi non si sentì infiammato da nobile orgoglio, leggendo in essi celebrata la disciplina del nostro soldato, l'indomabile suo coraggio, la sua costanza, l’energia di carattere, l’industre sua opera in ogni sorta di lavori, l’affetto del soldato pei suoi capi, ricambiato da questi con altrettante cure ed affetto! E noi avemmo la consolazione di vedere dichiararsi da illustri ufficiali degli eserciti alleati, che quel piccolo nostro esercito, posto accanto alle schiere delle due più civili nazioni dell’Europa, poteva esser preso a modello. Queste lodi, o signori, non spettano soltanto al nostro Corpo di spedizione in Oriente, esse appartengono a tutto il nostro esercito, e si perchè comuni sono a lutto l’esercito gli ordini e le militari virtù, e si perchè ognuno de’ nostri reggimenti ebbe in Crimea un degno rappresentante in uno de’ suoi battaglioni.

Né, o signori, si possono tessere le lodi dell’esercito che esse non vadano direttamente all’indirizzo dell’illustre suo Capitano. Già assai prima della Guerra d’Oriente egli aveva acquistato la gratitudine del nostro Paese, per avere con sapiente e lunga opera, con inimitabile e straordinaria attività e con ammirabile fermezza migliorato grandemente tutti gli ordini del nostro esercito; ed era ben ragione che egli pel primo ne cogliesse in Crimea i gloriosi frutti. Egli diede colà le più splendide prove di quelle nobili qualità, che noi suoi colleghi in questa Camera già eravamo avvezzi ad ammirare. Colà si parve in lui l’altezza, la prontezza e la vivacità del concetto, la celerità dell’esecuzione, l’instancabile attività, il grande amore pel soldato, l’alto senso dell’onore e della gloria nazionale, il disprezzo d’ogni pericolo.

E voi, signori, mostraste, or son pochi istanti, coi vostri applausi, quanto siavi stato caro il suggellare col vostro voto quello del fortunato collegio, che nuovamente inviollo a sedere con noi in questa Camera. Io non posso perciò trattenermi dal far plauso al signor presidente del Consiglio che ier l’altro proclamava essere ornai il generale Alfonso Lamarmora una gloria nazionale.

Ma un tristo e doloroso>pensiero si mesce a tanti soggetti di giusta compiacenza e di nazionale orgoglio; è la memoria dei prodi spenti e caduti nella Crimea. Qual dolore provasse il paese intero all’annunzio delle numerose vittime mietute dal morbo micidiale, non è mestieri che io dica. Ed a quei valorosi quanto duro, e amaro dovette essere il morire prima di poter combattere! E quali vittime!che fra esse noi dovemmo noverare valorosi ufficiali, illustri duci, che già avevano reso onorato e venerato il loro nome con gloriosi fatti nella campagna della Lombardia. Ma pei caduti in battaglia maggiore è forse il nostro che non sia stato il loro dolore. Un illustre generale ferito mortalmente in battaglia, nel mentre mandava al suo reggimento, per memoria, il proprio uniforme perforato dalla palla che gli aveva trafitto il petto, volgevasi con morente voce ai suoi camerati: Dite al Re che io muoio contento, perchè muoio della morte che ho desiderata in tutta la vita; che io muoio contento, perchè muoio pel Re e per la mia patria. (Sensazione)

Signori, questo fu il testamento di tutti i soldati della Crimea! (Bravo! bene!)

Pongo fine alle mie parole coll'esprimere un sentimento, a cui partecipa tutto il paese.

Grande, o signori, è la nostra gioia, grande la compiacenza per la gloria dell’esercito nostro: ora quale non sarà stata la gioia, quale il contento del Re! Chi più di lui poteva e doveva sentire l’onore e la gloria del nostro esercito? Chi più di lui, in cui il valor militare e le gloriose gesta sono antico e secolare retaggio? Chi più di lui, che il paese e

il mondo salutano prode e valoroso soldato? E questo contento del Re raddoppia il nostro; imperocché sa ornai tutta Europa che in questo nobile paese nulla può essere separato tra il popolo ed il Re, nè la gioia, nè i dolori, nè le speranze.

Il prode nostro esercito si è mantenuto all’altezza dell'antica sua fama. E l’antica sua fama, esso l’ha anzi grandemente accresciuta; esso ha aggiunto prestigio alla Corona ed al paese; esso ha potentemente contribuito ad innalzare davanti al mondo il nome italiano. Ben è ragione pertanto, o signori, che noi oggi, facendo eco a quelle acclamazioni che tulle le nostre città innalzano ai reduci dalla Crimea, dichiariamo altamente, solennemente, che l'esercito, la flotta, il Generale in capo hanno bene meritato della patria (Applausi.)

COSTA DE BEAUREGARD. Messieurs, après les chaleureuses paroles que vous avez entendues, je dois me limiter à appuyer de grand cœur la proposition présentée par l’honorable M. Cadorna. Si toutes les fractions de la Chambre se réunissent aujourd’hui dans un sentiment unanime, c’est qu’une fibre généreuse vibre à l’unisson dans tous les cœurs; c’est la fibre qui touche aux sentiments de la dignité nationale, à la gloire de notre drapeau. Oui, tous les représentants de la nation proclameront ensemble que l’armée a bien mérité de la patrie. L’antique croix blanche de Savoie c’est dressée fièrement sur les rochers de la Tauride auprès des aigles de la France et des Léopards de l’Angleterre. (Bravo'.)

Puisse cette noble et glorieuse alliance, cimentée par le sang dans ces régions lointaines, avoir une heureuse influence sur les destinées de notre pays!

Messieurs, l’Europe entière a applaudi à la valeur de nos soldats. Qu’ils sachent que nous en sommes fiers.

Honneur à l’armée de Crimée!

Honneur à son valeureux chef! Honneur à la marine Sarde. Et que la reconnaissance de la nation toute entière soit la noble et juste récompense qu’ils ont si bien méritée (Applausi).

PRESIDENTE. Il deputato Mamiani ha facoltà di parlare.

MAMIANI. (Segni di attenzione)

Dirò poche parole.

Applaudo anch’io di gran cuore all'atto degnissimo che il deputato Cadorna propone alla Camera. Solo aggiungo alle parole sue caldissimo) clic noi tutti dobbiamo essere persuasi die qui siamo interpreti fidi e

autorevoli non solo del sentimento dei popoli sardi, ma di quanti ne racchiude la Penisola intiera (Bene! bravo!).

Credete che a questo atto di giustizia e di gratitudine essi tutti assistono in desiderio ed in ispirito; e specialmente quelli, i quali non hanno verun modo legale, verun modo sicuro di farvi pervenire la schietta significazione dell’animo loro, ed a cui interverrebbe che l’indirizzarvi una semplice carta, una semplice manifestazione di affetto e di voto, frutterebbe senza meno a ciascun soscrivente o l’esilio, od il carcere; ma non vi ha in Italia un picciolo borgo, nel quale in segreto i cuori non esultassero all’annunzio della vittoria della Cernaia, e sempre non tenessero fermo lo sguardo nella bandiera nazionale sventolante in Crimea, e che oggi non tributino insieme con noi encomio e riconoscenza all'esercito nostro. Se quelle misere provincie si tacciono, se la voce non suona al di fuori, voi sapete, o signori, die alcuna volta il silenzio ha più efficacia, ha più eloquenza che la parola (Applausi).

VALERIO. Sottoscrivendo secondo la proposta che ha svolta l’onorevole Cadorna, io non credeva di dover prendere la parola.

I nostri soldati furono in Crimea quello che furono sempre, valorosissimi. Né il loro valore mi reca meraviglia, perchè io era persuaso che essi sarebbero stati pari a se medesimi.

Io ho domandata la parola quando l’onorevole deputato De Beauregard, associando le sue lodi a quelle dell’onorevole proponente, diceva che l’antica croce bianca di Savoia aveva ancora una volta mostrato il suo valore nei campi di Crimea.

Sì, l’antica croce bianca di Savoia fu valorosa-sempre. Ma l’antica croce bianca di Savoia avrebbe mancato alla sua missione, se essa non fosse stata, nei tempi in cui viviamo, sovrapposta alla bandiera tricolore italiana (rivi segni d'assenso).

Fu la bandiera tricolore italiana, con sopravi lo stemma savoiardo, che dimostrò sui campi di Crimea ancora una volta il suo valore: ed era bene che fosse la bandiera italiana che mostrasse questo valore sui campi di Crimea, perchè colà trovava reminiscenze di un altro popolo italiano; dirò anzi di altri popoli italiani, i quali, quantunque non fossero condotti sopra quei campi dalla croce bianca di Savoia, pure lasciarono grandissimi ricordi di valore (Bravo! Bene!).

Or dunque, quando io veggio la croce bianca di Savoia, associata allo stendardo italiano, portarsi sui campi di Crimea e raccogliere tutto insieme in un fascio il valore del passato col valore del presente, io non posso non trarne lieto e caro presagio di grandi speranze per un prossimo avvenire (Applausi).

PRESIDENTE. Darò lettura della risoluzione proposta per metterla ai voti:

«Il trattato del 30 marzo, ponendo fine alla guerra sostenuta dagli alleati, e riconducendo fra noi le nostre milizie, che nei campi della Crimea sì altamente meritarono della patria, i sottoscritti propongono die la Camera dei Deputati, come interprete e partecipe dell'universale sentimento, voglia attestare con solenni parole la viva e durevole gratitudine di ogni ordine di cittadini.

«A tal fine propongono la seguente risoluzione:

«La Camera ringrazia l’esercito, la flotta, ed il generale in capo, della nobile e valorosa loro condotta nella guerra d’Oriente; e interprete, e partecipe dei sensi del paese, dichiara, che essi hanno bene meritato della Patria.»

La metto a partito.

(La Camera approva all’unanimità) (Prolungati applausi).


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DISCORSI PRONUNZIATI NEL SENATO DEL REGNO SUGLI STESSI ARGOMENTI

nella tornata del 10 maggio 1856

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Presidenza ALFIERI

Senatore MASSIMO D’AZEGLIO. La lettura dei documenti che il presidente del Consiglio ha depositati nella segreteria del Senato, m'ha confermato nell’idea che già prima io mi era fatta del trattato, de’ suoi antecedenti e delle sue conseguenze. Io non ispenderò lunghe parole a parlare del trattato medesimo, quantunque questa sia questione nuota pel Senato; poiché è stato tanto detto, pubblicato e letto su questa questione, e la verità non potendosi mutare, non si tratterebbe che di mutar le parole e si anderebbe in inutili ripetizioni. Mi limiterò adunque a proporre al Senato un voto di approvazione per il trattato, per la politica del governo del re, e per la condotta de’ suoi plenipotenziari: ne dirò i motivi uniti ad alcune riflessioni.

Il trattato di Parigi è un fatto importante per la civiltà universale, e altresì per lo stabilimento dell'ordine nella Penisola italiana. Quanto al primo punto, non solo il trattato, ma anche la condotta della guerra, mi parvero indizii d’un’era nuova per la civiltà, ed in latti, giammai prima d’ora s’era posta tanta cura a diminuire, fin dove è possibile, i patimenti inseparabili da simili lotte: non mai si vide tanta premura pei feriti, né accorrere sui campi di battaglia e negli ospedali suore di carità e donne di tutte le comunioni per soccorrere alle' miserie di chi soffriva.

Veniamo al secondo ponto, quello cioè degli interessi italiani.

Finora esisteva una lacuna nel diritto pubblico europeo; questa lacuna, se non è stata interamente colmata, ci siamo però avviati a colmarla. Si era provveduto fin qui a frenare le violenze dei governati, mai non si era pensato a frenare quelle dei governanti; ora venne conosciuta la giustizia difrenarle ambidue. Fatto singolare! quest’era l’assunto del partito liberale in Italia. Cosa diceva egli in fatti? Non predicava già la rivoluzione, ma dicevasoltanto a’ governi: siate giusti coi popoli e questi saranno giusti con voi. Quest’idea cosi semplice, che allora per poco non era dichiarata rivoluzionaria, l’abbiamo veduta ora proclamata altamente al congresso di, Parigi; e se questo non è un progresso, se questo non è na miglioramento sociale, in verità non saprei dove trovarne.

Ciò detto, farò alcune riflessioni se un progetto il quale fu nel trattato espresso da lord Clarendon: questo progetto consiste nella separazione della Romagna dal rimanente dello Stato Pontificio, accordandole un governo speciale.

Per la lunga esperienza che io ho di quei paesi, per il lungo tempo che ho ivi passato, io debbo confessare che ho alcuni dubbi sui vantaggi die potrebbe produrre queste progetto. Io non esporrò la mia idea se non come un dubbio. Siccome mi pare che le difficoltà che si oppongono a questo progetto, come a molti altri, non sono ancora al momento d ’essere superate, così io non dimanderò al Ministero risposta, ma proporrò semplicemente le mie osservazioni.

Questa separazione sarebbe un bene certo per le Legazioni, ma sarebbe un bene altrettanta per il rimanente dello Stato? Una buona politica, a mio parere, non deve mai partirsi dai suoi principii: ed i soli principii di una buona politica, sono il vero ed il giusto.

Ora le altre provincie dello Stato non potrebbero esse dire all’Europa, in qual nome voi chiedete a Roma delle riforme? In nome della giustizia e del diritto, perchè voi volete sostituire al privilegio il diritto comune. Perchè dunque fondate qui un nuovo privilegio offendendo il diritto comune?

Non potrebbe accadere che dove si vuol mettere ordine e concordia si mettesse disordine e discordia? Che mentre in Italia è tanto importante di riunire gli animi, spegnere gli odi» antichi, spegnere le rivalità, invece si generassero odii, si producessero rivalità? Non potrebbe accadere che le Legazioni divenissero, centri, divenissero punti di-leva da dove si procurassero altri torbidi nello Stato, e cosi si chiamassero occupazioni od interventi stranieri?

Se questo progetto dovesse eseguirsi, io credo almeno che bisognerebbe che le altre parti dello Stato avessero anche esse riforme che le migliorassero; anche a questo modo non so se potrebbe camminare, ma almeno si potrebbe tentare.

Ora mi rimane un’ultima avvertenza: tutto quanto si è detto, tatto quanto si è scritto e stampato ha prodotto, non v’ha dubbio, un certo orgasmo nel pubblico. In Piemonte deve è governo libero, dove è pubblicità, le opinioni presto si bilanciano; se uno dice troppo a diritta, l’altro dice egualmente troppo a sinistra: l’opinione pubblica presto trova la diagonale. Ma così non accade nel resto d’Italia: bisogna che pensiamo come le nostre discussioni e i nostri, giornali, tutto quanto si dice da noi, attraversa tutti i confini, delude tutte le polizie, ed è letto altrove con forse maggiore avidità che non ne’ nostri paesi.

Nei molti anni che ho passato fra quelle popolazioni» quando avevo occasione di parlare dei moti che si disegnavano, ho sempre detto: cercate di non turbare l’azione del tempo, che in politica bisogna lasciar libera, come si lascia libera l’azione de) sole in agricoltura; e servendomi di paragoni volgari, che seno quelli che vanno più all'orecchio di chi gli ode, ho detto molte volte: non vogliate tirare il grano per farlo crescere, perchè lo strappate, e bisogna poi riseminarlo. Così dicevo allora; adesso vorrei, poiché queste mie parole andranno nel resto dell’Italia, vorrei che vi andasse pure questo mio pensiero. L’Europa che da tanto tempo non si era occupata dell’Italia, che da tanto tempo non aveva detto: sì, riconosco che l’Italia soffre, che lo stato d’Italia merita di essere migliorato; poiché l’Europa si occupa di noi, lasciate libera la sua azione, non la turbate, non antivenite sugli eventi; invece di profitto incontrereste svantaggio.

Queste erano le poche considerazioni che io aveva da fare sul Trattato. Ora siccome riconosco che l’azione del Governo, che fa sua politica ha condotto a positivi benefizi, e che la condotta dei nostri plenipotenziari vi ha contribuito grandemente, penso di proporre al Senato il voto seguente:

«Il Senato, convinto delle felici conseguenze che dovrà portare il Trattato di Parigi, sia per promuovere la civiltà universale, come per stabilire sulle sue vere basi l’ordine e la tranquillità della Penisola italiana;

«Riconoscendo altresì l’onorevole parte che ebbe ad ottenere questo desiderato effetto, la politica del Governo del Re, unita all’opera dei suoi plenipotenziari al Congresso, esprime un volo di piena soddisfazione.»

Senatore DI CASTAGNETTO. Signori! Io fio combattuto in quest’aula le convenzioni annesse al Trattato d'alleanza; io ho dichiarato allora di essere avverso all’intervento delle nostre truppe in Orienti. Quindi ciascuno di voi potrebbe con fondamento argomentarne che io sorga ad interpellare l'onorevole signor presidente del Consiglio intorno alle condizioni della pace; che io venga a chiedergli conto del risultato de’ nostri orifizi.

Tale però non è il mio intendimento. Il paese versa in condizioni gravi e difficili: é tempo di concordia e non momento di opposizione, la quale d’altronde non è nell'indole mia e nelle mie convinzioni; essendomi io sempre studiato di tenermi alieno da ogni spirito di parte. Importa che il paese, che il mondo sappiano che noi siamo unanimi nel sostenere la nostra dignità.

Importa però ancora che il paese conosca se tutti i suoi interessi siano cautelati; che il mondo si persuada che noi non vogliamo turbare la tranquillità degli altri Stati se sono rispettati i nostri diritti.

Io fui avverso all’intervento armato in Crimea, perchè non vedeva giustificata abbastanza, a parer mio, la necessità d’intervenire in quella, guerra; perchè la Russia, antica alleata della Casa di Savoia, le era stata larga, non di parole, ma di fatti in tempi di sventura, perchè essa non fu la prima ad infrangere i patti dell’amicizia.

I tre poteri dello Stato giudicarono altrimente; e da quel momento le mie idee si volsero ad altra parte; una sollecitudine sola, un pensiero solo mi occuparono: l’onore del nostro paese. Fortunatamente quest’onore era affidato a quell’esercito, il quale mai e poi mai venne meno all’alta sua missione, così nella prospera come nell’avversa sorte.

I nostri soldati pugnarono da prodi a fianco dei primi soldati dell’universo sui campi della Tauride, e debbo soggiungere che l’illustre generale che li capitanava, oltre al suo valore personale, ha saputo collocarsi in tale dignitosa posizione, che ne ridonda gloria ed-onore alla patria nostra. Quindi e soldati e generali tutti hanno diritto alla nostra gratitudine.

Parlando poi delle conseguenze del Trattato, mentre io prometto che non fallirò mai a quei principii che informarono tutta la mia vita, e che con diverso successo ho propugnato sempre dinanzi a voi, tuttavia nel modo di apprezzare certe questioni posso alle volte trovarmi in opposizione con i miei amici politici, e desidero conservarmi piena quella libertà, che essi pure hanno diritto di avere a loro volta.

lo adunque penso, che questa guerra fu per noi, non una guerra d’interesse materiale, ma ben piuttosto d’interesse morale, sia perchè le stipulazioni del trattato lo stabilivano apertamente, sia ancora perchè quando una nazione meno forte è invitata ed ammessa a pugnare da pari a pari con altra nazione di lei più poderosa, credo che spetta ad essa di mostrare ancora maggiore generosità, e non cercare vantaggi materiali (Bene).

Questi vantaggi nasceranno poi dalia forza delle circostanze, dalia posizione stessa a cui noi siamo stati assunti, ma intanto sarebbe stato intempestivo, inopportuno e meno generoso il pretendere di trarne profitto. In ciò pertanto non posso che approvare la condotta del Ministero (Segni d’approvazione).

Io poi, in secondo luogo, o signori, non penso, come aie uni ne hanno manifestato l’opinione, che l’avere noi avuto sede nel Congresso di Parigi senza alcun vantaggio materiale possa considerarsi come un avvenimento indifferente. Io credo che l’avere noi seduto in quel Congresso sia tale un avvenimento che rialzi di molto, die rialzi immensamente la gloria del Piemonte. Infatti un distinto diplomatico non potè a meno di esclamare che il Piemonte con questo fatto veniva elevato al grado di potenza di primo ordine. Certamente non saremo potenza di primo ordine per le nostre forze, e da ciò credo che siamo molto lontani ancora; ma appunto perchè fummo assunti tant’alto, essendo di forze cosi inferiori ai nostri alleati, io credo che maggiore ancora debba riputarsene la nostra gloria. Quindi, se difficoltà esistevano a superare onde giungere a questa gloriosa meta, se ne abbiano la dovuta lode i distinti negoziatori, i quali intervennero al Congresso, ed in questa parte protesto che ne ho ad essi tutta la riconoscenza, come credo che essi hanno diritto alla gratitudine della patria.

Non dimentichiamo però quanto a questo proposito ci sia stata giovevole la mediazione, e la benevolenza con cui i nostri potenti alleati non cessarono, dal momento nel quale fu stipulato il Trattato, di patrocinare in ogni maniera gli interessi di questo reame. Si, o signori, io debbo dirlo, da tutti i documenti che si videro pubblicati in questi ultimi tempi, dal leale appoggio che ci fu prestato, sia per il nostro esercito, sia per l’intervento nostro alle Conferenze, noi non possiamo a meno che restar vincolati da profonda gratitudine pel modo generoso e nobile con cui Francia ed Inghilterra non cessa rotto di favorire le cose del Piemonte. Tuttavia io credo, o signori, che non dobbiamo poi, come si dice, tentare la Provvidenza, e porre con pretensioni che fossero eccessive i nostri alleati in tale posizione che fosse per loro meno accettabile. Riposiamo adunque tranquilli all’ombra dell’olivo, ed i nostri soldati appendano le armi al focolare nell’abbraccio delle loro famiglie, che sotto l’egida dei nostri possenti amici, e col favore delle stipulazioni contenute nell’articolo ottavo del Trattato di pace nulla vi è a temere che il Piemonte abbia a correre di tai pericoli, per cui possano prevedersi vicine, difficili contingenze. Allo stato delle cose adunque, o signori, dopoché furono colle trattative di pace ristabilite le relazioni nostre colla Russia in modo tanto soddisfacente quanto risulta dal complesso dei negoziati; quando Ju provvedute alle cose d'Oriente, e che col nostro intervento abbiamo ancora avuto la salvaguardia di tutti quei diritti, che al nostro commercio ed alle nostre relazioni possono riferirsi, io per me credo che possa dirsi gloriosamente compiuta la nostra missione, e che i plenipotenziari del Re abbiano soddisfatto, in tutto, il mandato che venne loro affidato.

Ma non posso tacere, di un fatto da cui rimasi in certo modo conturbato, perchè mi dava a temere sull’esito delle trattative. Nel memento in cui stavano aperte le negoziazioni, accadde di vedere dalla stampa riferito un memorandum che si disse presentate dai nostri plenipotenziari, documento che, a dire la verità, mi sorprese talmente, che dubitai subito potesse essere stato in tali termini presentato al Congresso. Io non sapeva persuadermi cerne il conte di Cavour, personaggio di così alto senno, avesse voluto prendere l'iniziativa in cosa di tanto momento, ed esporsi al pericolo di vedere rigettate le sue proposte. Infatti la mia previsione non andò fallita; è quando ebbi satt’occhi i protocolli e i documenti relativi al Trattato, ho dovuto convincermi che i plenipotenziari della Sardegna, fedeli al loro mandato, avevano rappresentato come assai pericoloso lo stato di alcune provincie d’Italia,.chiedendo che fra gli altri provvedimenti fosse anche presa in considerazione questa parte tanto importante degli Stati europei. Nell’esporre i motivi per cui le condizioni di alcuni Stati d’ Italia potessero influire al mal essere non solo di quegli Stati medesimi, ma ancora dell’intiera Penisola, credo che i plenipotenziari della Sardegna non hanno potuto in alcuna maniera offendere quei Governi a cui le loro Osservazioni si riferivano.

Eccitati però i medesimi a proporre quel rimedio che essi credevano poter essere opportuno, allora fu che venne da essi rimesso il supposto memorandum, che è quella nota la quale abbiamo ultimamente veduto» in data, credo, del 27 scorso marzo. Tale nota, o signori, io là considero non come un alto officiale del Congresso, ma piuttosto come un’espressione particolare dell’opinione dei due plenipotenziari, rimessa onde avvalorare quelle opinioni che essi avevano manifestate ai plenipotenziari delle Grandi Potenze.

Questa nota adunque, consegnata ai Ministeri di Francia e d’Inghilterra, noi non dobbiamo ritenerla qual parte integrante delle trattative, il che è tanto vero che nel protocollo N,° 22 noi vediamo come l’iniziativa ne sia stata presa dal plenipotenziario di Francia, e come non siasi nemmeno fatto cenno del progetto 'di organizzazione contenuto nella nota medesima; per la qual cosa io non credo nemmeno il caso di estendermi in osservazioni a tale riguardo, tanto più che giudico non possa essere conveniente che nel nostro Parlamento venga a stabilirsi una discussione seria su quanto riguarda il reggimento interno di altri Stati.

Ciò stante, o signori, io credo non poter soggiungere altra osservazione in ordine al Trattato di Parigi, e non avrei forse nemmeno preso la parola in questa circostanza se una piccola nube non si fosse innalzata ad oscurare l’orizzonte, la quale però, non credo, sia gravida di tempesta, ma che potrebbe stemprarsi in densi umori. Io, o signori, alludo ad una solenne discussione che ebbe luogo in altro recinto. Voi ben capile, che io non intendo commentare l’opinione manifestata da illustri e dotti oratori, i quali con rara facondia nell’uno e nell'altro senso vennero a far prova dell’affetto loro alla patria nostra. Io non fo che raccogliere queste parole ufficiali, le quali appartengono a noi, come appartengono a tutto il paese.

L’onorevole presidente dei Consiglio nell’esporre con quella lucidità, che gli è tutta propria, l’andamento delle cose nel Congresso, ed aver provalo con quanta diligenza, con quanta perseveranza i plenipotenziari del Re siano pervenuti a disimpegnarsi di si ardua e spinosa missione, esternava poi relativamente ad alcune relazioni internazionali il suo parere in questi termini:

«Sicuramente, se da un lato abbiamo da applaudirci di questo risultato, dall'altro io debbo riconoscere che esso

non è scevro di inconvenienti e di pericoli. Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato le nostre relazioni coll'Austria!

«Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari della Sardegna e quelli dell'Austria dopò aver seduto due mesi a fianco, dopo aver cooperato insieme alla più grande opera politica che siasi compiuta in questi ultimi quarant'anni, si sono separati senza ire personali, giacché io debbo qui rendere testimonianza al procedere generalmente cortese e conveniente del capo del Governo austriaco, si sono separati, dico, senza ire personali, ma con l’intima convinzione, essere la politica dei due paesi più lontana, che mai dal mettersi d'accordo! Essere inconciliabili i principii dall'uno e dall’altro paese propugnati.

Finché, o signori, si trattasse solamente dei principii dell’uno e dell’altro Governo, io non avrei osservazione alcuna a fare. Certamente il regime del Governo austriaco, e il regime del Governo nostro, presentano discrepanze tali in questo momento, che non sarebbe nemmeno da pretendere di poterli mettere d’accordo, di poterli conciliare: ma, o signori, quanto sono inconciliabili i principii, altrettanto è pericolosa l’espressione in quanto a politica.

«Questo fatto (soggiunge il ministro), o signori, è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fatale di quel sistema leale, liberale, deciso che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui d Governo del Re ha sempre cercato di farsi l’interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo e valido appoggio. Né io credo, o signori, che la considerazione di queste difficoltà, di questi pericoli sia per farvi consigliare al Governo del Re di mutare politica.»

Il ministro nel proferire queste parole, dice egli stesso che la condizione è grave, ed io infatti la trovo gravissima, e tale è il motivo per cui mi sono mosso a rivolgere una quistione all’onorevole presidente del Consiglio.

Al momento, o signori, in cui un’aurora di pace è salutata in Europa tutta (in cui non possiamo nascondere che questa pace fu accolla con viva soddisfazione dalla universalità delle popolazioni), quando noi vediamo che la Russia riduce di 300 mila uomini il suo esercito, che la Francia diminuisce il suo di 52 mila, e che l’Inghilterra riduce di 25 milioni di lire sterline il suo bilancio militare, e che la nazione inglese vota un indirizzo alla regina per ringraziarla del benefizio della pace; in questo momento stesso, o signori, la pace è annunziata quasi qual funereo evento in seno al Parlamento; la pace o signori, non riscuote in Piemonte alcuno di quegli applausi che noi vediamo officialmente essere stati ordinati pubblicamente dagli altri Governi. Questa considerazione, io lo ripeto, è grave, tanto più quando tali parole caddero dal labbro di in ministro, il quale è un uomo di Stato di tal portata, che sicuramente, se le ha proferite, le ha pesate fino in una sillabe. Egli tornava allora allora dal Congresso della pace, egli assumeva in quel momento il portafoglio degli affari esteri. Non vi ha dubbio che queste parole ebbero un rimbombo in tutto il nostro paese, che queste parole recarono una certa quale perturbazione negli interessi privati e nei fondi pubblici, perciocché l'annunzio di tale possibile evenimento non ha potuto a meno che dar molto di che pensare.

Io, o signori, sono persuaso che le parole dell’onorevole ministro non possono avere altra portala, se non che quella di tutelare la dignità dei nostro paese contro ogni possibile evento, di dimostrare all'Europa, cioè, quanto noi siamo uniti ed unanimi in volere, a costo di qualunque sacrificio, sostenere le nostre libertà, la nostra indipendenza, quando fossero minacciate. Ad ogni modo, io credo che queste parole abbiano bisogno del conforto di alcune spiegazioni.

Voi, o signori, che sedete su di questi banchi, il di cui senno è di tanto peso da esser garante alla nazione di tutte le più gravi deliberazioni, che escono da quest’aula, voi capite che, qualunque sieno i desideri del cuor nostro, i quali non possono essere che quelli dell’universalità del paese, di tutta la nostra patria, tuttavia non sempre si possono tutti secondare. Qualche volta conviene discendere dal mondo delle idee nel mondo materiale, e vedere gli affari pratici e positivi.

Ora, se noi gettiamo uno sguardo retrospettivo, noi non possiamo a meno di convincerci che dall’anno 1848 a questa parte il Piemonte, mentre ha fatto per la causa italiana quanto era possibile aspettarsi da noi, ei pur dovette sottostare a molli sacrifizi. Nel 1849, voi sapete, o signori, che noi abbiamo, pur troppo, dopo avere valorosamente combattuto, dovuto sottostare ad una indennità di guerra di 75 milioni ed alle spese di una nuova campagna; quindi è succeduta la guerra di Crimea alla quale, anche valorosamente combattuta, noi abbiamo dovuto sopperire con nuovi sacrifizi.

Il limite delle nostre possibilità, o signori, non è ancora esausto, ma tuttavia credo che convenga pensarci seriamente, e lo credo tanto più che, qualora questo paese fosse poi totalmente estenuato, non solo a noi, ma all’Italia tutta, ne ridonderebbe danno gravissimo. Per la qual cosa, o signori, non posso a meno che rivolgermi all’onorevele Presidente del Consiglio, pregandolo a voler fornire qualche spiegazione sulla posizione attuale del paese.

Io non giudico dover formolare un’interpellanza, per il motivo che non vorrei mettere un limite a quelle spiegazioni che egli creda di dover dare, come nemmeno vorrei collocarlo su di un terreno da cui non gli sia prudente di rispondere.

Le osservazioni che io sono venuto facendo, non nascono, come ho detto fin da principio, da spirito di opposizione, ma dal bisogno che abbiamo, nell’interesse di lutti,di avere piena fiducia nel Governo; e siccome le parole che vengono or ora da me citate, hanno, io non dirò destalo la ^fiducia, ma hanno destato una qualche agitazione negli spiriti, io credo utile che dalle parole che esciranno da quest’aula, il paese capisca quanto il Governo sia sollecito de’ suoi veri interessi.

Io adunque finisco pel momento, aspettando quella risposta die l’onorevole ministro vorrà essere cortese di fare alle mie domande, con riserva, ove occorra, di prendere di nuovo la parola per qualche ulteriore osservazione, prima che venga a votarsi l’ordine del giorno proposto dall’onorevole senatore D’Azeglio.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Prima di rispondere alle interpellanze dell’onorevole senatore Di Castagnetta, debbo ringraziare l’onorevole mio amico, senatore D’Azeglio, per quanta volle dire in ordine alla parte presa nelle conferenze di Parigi da’ plenipotenziari della Sardegna, e ringraziare ad un tempo il senatore d’Azeglio ed il senatore Di Castagnetta per l’approvazione che essi diedero larga ed intiera all’opera dai plenipotenziari compiuta; ed in ciò mi è grato riconoscere altamente come l’onorevole senatore Castagnette, lasciando da parte ogni considerazione personale, abbia dimostrato come nelle grandi circostanze regna in quest’aula l’unanimità su tutte le cose che interessano l’onor nazionale.

Gli onorevoli senatori non avendo emesso critiche contro il trattalo, non mi occorre di giustificarlo: solo mi corre l’obbligo di dare alcune spiegazioni all’onorevole senatore d’Azeglio, onde giustificare alcune proposizioni che si trovano consegnate in una nota verbale dei plenipotenziari, rimessa ai nostri alleati, la Francia e l’Inghilterra.

Questa nota, come fu detto in altro recinto, non aveva altro scopo teoriche quello d’indicare i mezzi pratici di porre un termine, e un termine pronto, all’occupazione straniera degli Stati pontifici. Quindi i plenipotenziari della Sardegna, nel farla, dovevano avere in mente non ciò che sarebbe desiderabile di ottenere, non ciò che fosse conducibile al miglior bene dell’Italia e di quegli Stati, ma ciò che era possibile di ottenere, e ciò che, ottenuto, poteva condurre alla cessazione dell’intervento austriaco nelle Legazioni.

Ora io credo che la quistione cosi stabilita, sarà forza di riconoscere che i mezzi proposti dai plenipotenziari sardi fossero i soli attuabili. Quelli indicati dall’onorevole mio amico il senatore D’Azeglio, considerati in modo assoluto, erano certamente da preferirsi ai mezzi indicati dai plenipotenziari sardi; ma da quanto ho potuto rilevare nel mio soggiorno a Parigi debbo dichiarare questi mezzi assolutamente inapplicabili nelle attuali circostanze.

Ora, perchè proporre dei mezzi la cui attuazione, nelle circostanze presenti, era inapplicabile? Perchè esporsi al pericolo di vedersi rispondere: a quello che proponete non abbiamo nulla ad opporre teoricamente parlando, ma vi diremo solo che non si può attuare? In politica ciò che a mio credere bisogna anzi tutto sfuggire, se si vuol riuscire a qualche cosa, è la taccia di utopista. La riputazione che più facilita la riuscita delle trattative, nella sfera politica e diplomatica, è quella di uomo pratico. È per ciò che i plenipotenziari sardi si sono studiati a ricercare fra tutti i mezzi, che dovevano condurre allo scopo (e lo scopò l’ho indicato, quello cioè dell’intervento straniero), quelli che contenessero le minori difficoltà; e a malgrado che al trionfo di questo principio abbiano propugnato mezzi molto incompleti, mezzi che essi sapevano poter essere argomento di gravi critiche, nulla meno questi mezzi cosi ristretti incontreranno probabilmente grandissime se non insuperabili difficoltà nella loro attuazione.

Non è sicuramente sentimento del mio onorevole amico il senatore d’Azeglio, che io entri nei particolari della mia proposta per giustificarla: come disse il senatore di Castagnette, non sarebbe qui sede opportuna per discutere provvedimenti che si riferiscono ad altri Stati. Quindi io mi restringerò alle date spiegazioni, nella lusinga che il mio onorevole amico le terrà per buone.

Non essendosi, ripeto, fatta altra osservazione sul Trattato, passo immediatamente a rispondere alle interpellante che mi furono dirette non su alcun fatto che sia seguito a Parigi, o nelle discussioni del Congresso, o nelle trattative diplomatiche, ma bensì intorno alle parole da me pronunciate in un: altro recinto.

L’onorevole senatore Di Castagneto ha dato lettura di uno squarcio del discorso da me pronunciato in risposta alle interpellanze che mi vennero fatte nella Camera dei deputati; nel quale io indicava quale fosse stata a mio credere la conseguenza delle conferenze di Parigi in ordine alle nostre relazioni colf Austria.

L’onorevole senatore Di Castagnette parmi non aver mosso critica contro i fatti da me indicati, non contro i giudizi da me portati, solo, se ho bene afferrate le sue idee, ha qualche dubbio sull'opportunità delle fatte dichiarazioni, sull’utilità della esposizione di questa parte delle nostre diplomatiche relazioni. Ove questa sia, se non ho male inteso, l’idea dell'onorevole interpellante, mi sarà facile, io spero, di dargli una risposta che, io mi lusingo, riputerà appagante i fatti da me esposti furono la conseguenza inevitabile della posizione presa a Parigi e dai rappresentanti della Sardegna, e dai plenipotenziari austriaci. Questi fatti sono la conseguenza di una lotta, degli sforzi operati dai plenipotenziari sardi, onde richiamare l’attenzione dell'Europa sullo stato dell’Italia, e degli sforzi operati dai plenipotenziari austriaci onde impedire Che l’Europa si occupasse della condizione dell’Italia.

Se il senatore Di Castagneti non condanna questi sforzi, se egli non trova colpevole il Governo che li imponeva ai plenipotenziari, né colpevoli i plenipotenziari che, dietro le istruzioni ricevute» cercarono di far constatare al cospetto delle potenze europee la condizione anomala ed infelice dell’Italia, è forza die egli pure ne subisca le conseguenze. Questo fatto che venne dal plenipotenziario sardo, nella sua qualità di presidente del Consiglio dei ministri, dichiarato al cospetto del Parlamento e del paese, questo fatto, a dire il vero, non era ignorato da nessuno. Non era ignorato nel mondo politico a Parigi, non lo era nemmeno da noi. Era impossibile che non si sapesse avere i plenipotenziari sardi fatto ogni loro sforzo onde ottenere il concorso dei loro alleali in favore dell’Italia. Era poi nolo che gli alleati del Piemonte avevano manifestato il loro interesse nelle cose d’Italia. A tutti pure era manifesto avere il plenipotenziario austriaco ricusato di prendere inconsiderazione, nel seno del Congresso, la questione italiana. Di più: era pur nolo, quantunque i protocolli non ne facciano espressa menzione, clic sopra un principio politico (non di politica interna, ma di politica internazionale), sopra un principio, dico, di politica internazionale di altissima importanza si erano manifestate assolute divergenze d’opinioni fra l’Austria, la Sardegna ed alcune altre potenze, voglio dire sopra la dottrina degli interventi, e specialmente in questa dottrina, applicata agli Stati d’Italia.

Questi fatti essendo resi pubblici, essendo conosciuti a Parigi ed in tutta l’Europa, e dovendo probabilmente ricevere una maggiore pubblicità ancora dalle discussioni che dovevano aver luogo in un altro Parlamento, che cosa doveva, dirimpetto ad essi, fare il Governo? Doveva egli tacerli? Doveva egli, a fronte del contegno assunto dall’Austria, mostrarsi esitante e perplesso? Ovvero in certo modo col suo contegno ricredersi di quanto egli aveva esposto in Parigi? Fare, quasi direi, un mea culpa? No, certamente.

Dopo quanto era accaduto a Parigi, dopo il dissenso che si era manifestato in cospetto delle disposizioni, non molto concilianti dell’Austria, non vi rimanevano, credo, che due vie a seguire, due vie le quali potevano condurre a scopi molto diversi, ma per le quali vi erano ragioni da addurre.

O cedere a fronte della resistenza dell’Austria, cambiare sistema, retrocedere di molti anni, e vivere in pace e in buona armonia con tutti gli Stati della Penisola, adottando un sistema più o meno analogo a quello in essi seguito (e certamente non era questa la via che io avrei mai consiglialo, e credo che quand’anche l’avessi fatto, i miei consigli non sarebbero stati accolli da chi sarebbe stato mio dovere di rivolgerli); oppure, tornalo in paese, esporre schiettamente i fatti, accettarne risolutamente, senza baldanza, senza imprudenza, senza millanteria, ma con fermezza e risoluzione, le conseguenze. Ed è quello che io ho creduto fare annunziando al Parlamento con parole, mi pare, molto piane, scevre d’ogni spirito di esaltazione, di millanteria, annunziando, dico, la posizione nella quale io aveva lasciato il plenipotenziario austriaco.

Io non credo che dalle mie parole si possa ragionevolmente trarre conseguenze tali da fare supporre nel Governo intenzione di misure improvvide, imprudenti, temerarie. Certamente è libero alle persone poco logiche di ricavare da queste parole conseguenze che in esse non si trovano; ma io credo, interpretandole sanamente, che esse vadano scevre da qualunque rimprovero.

A questo punto io debbo dire che trovo assennatissima l’osservazione fatta dal senatore D’Azeglio, che convenga, in lutto, specialmente in politica, non partecipare, non turbare l’opera del tempo. Tuttavia mi occorre di dare una più precisa spiegazione ad una parte delle interpellanze del senatore Di Castagnetta.

Leggendo le mie frasi-e commentandole, giunto a quel periodo in cui si parla di divergenze di sistemi politici tra l’Austria ed il Piemonte, il senatore Di Castagnetta disse che pensava ch’io avessi voluto alludere unicamente a principii d’interna politica. In ciò egli s’illude altamente. Quanto accadde nel Congresso di Parigi, le spiegazioni da me date in un altro recinto, e che oggi fino ad un certo punto ho ripetuto, provano che anche nella politica internazionale corre una grandissima differenza fra i principii dall’Austria professati, e quelli che noi manteniamo. L’Austria crede legittimo, legale ogni intervento a mano armala, quando viene da un Governo richiesta. Noi invece professiamo una diversa dottrina; quindi su ciò vi è una distonia, e distanza gravissima fra l’Austria e noi.

Uno dei nostri alleati ha manifestata la piena sua adesione al nostro modo di vedere. L’altro senza pronunciarsi sui principii ba però dichiarato riputare opportuno che nel caso presente l’applicazione di questo principio avesse cessare. Dunque io credo non avere commesso veruna imprudenza, proclamando ai tornente un punto di dissidio tra la politica internazionale austriaca e la nostra.

Mi lusingo di avere con queste brevi spiegazioni soddisfatto ai desiderii dell’onorevole interpellante, facendogli conoscere i motivi che mi hanno indotto a pronunciare in un altro recinto quelle parole che avevano forse destato nell’animo suo qualche inquietudine, e lo avevano per avventura disposto a pronunziare qualche biasimo sul Ministero.

Io spero che, dissipata quella nube che egli vedeva gravida di tempesto, coglierà l’occasione di farci dei ringraziamenti senza veruna reticenza.

Senatore DI CASTAGNETTO. Io non aveva detto che la nube fosse gravida di tempesta, aveva anzi detto che la nube non era gravida di tempesta.

. Non vorrei poi che l’onorevole presidente del Consiglio, dalla somma riserva con cui io ho creduto dover parlare sopra questo così delicato argomento, volesse trarne la deduzione che egli ha manifestato in principio, cioè che io avessi assentito in tutto all’opinione da lui manifestata nel Congresso relativamente alla discussione degli affari d’Italia.

Ho detto, o signori, in. massima, che io credeva che fosse missione del nostro rappresentante di esporre veramente quali erano le contingenze italiche, e credo che questa missione gli toccasse per più rapporti, e segnatamente per quello di essere noi potenza italiana. Quanto poi al progredire più oltre, io ho i miei rispettivi dubbi. E posto che il ministro ha insistito *Un momento su questo argomento, credo di non commettere una imprudenza nell’aggiungere alcune osservazioni, mentre voglio anche pregare il signor ministro di persuadersi che io non ho mai avuto in mente di tacciare d’imprudenza la condotta tenuta dai nostri plenipotenziari, che dissi anzi all’altezza delle immense difficoltà che hanno dovuto incontrare.

Io dunque, o signori, porto opinione che quando i plenipotenziari della Sardegna avessero esposte le condizioni d’Italia ai plenipotenziari delle grandi potenze riunite in congresso, tuttavia dovesse poi toccare a questi plenipotenziari, cioè, bei inteso, ai plenipotenziari dell'Inghilterra e della Francia, di proporre quelle misure d'iniziativa che potessero essere del caso per il bene della Penisola. Io già sono persuaso che il seme gettato nel Congresso produrrà, o più tosto o più tardi, i suoi effetti. Credo che i ragionevoli bisogni dell’Italia noi potranno a mene di essere apprezzati, e che si troverà il moto di soddisfarli.

Ma, poiché siamo sul discorso, dirò che io non aveva eredito di dover parlare della nota del 16 aprile, la quale ci fa comunicata cogli altri documenti, nota stampata; e che tutti hanno potuto leggere, perchè, essendo essa stata presentata dopo chiuse le Conferenze, non Fho considerata come parte delle negoziazioni. Ma egli è ben chiaro che se io raffrontai termini di quella nota colle espressioni di cm l’onorevole ministro si è valso in altro recinto, e di cui ho dato lettura, si. vede chiaramente la posizione grave che viene a risultarne pel nostro paese.

Le spiegazioni date dall'onorevole conte di Cavour sono sicuramente atte a tranquillare Un poco gli animi, mentre egli dice che le sue parate hanno avuto per senso di protestare altamente contro quelle che erano state contrapposte alle sue, nel Congresso, e di far vedere al mondo in qual modo intendesse la Sardegna la sua posizione, e che sarebbe stata un'esagerazione di voler dare una portata più larga al senso di quelle sue parole, come se desse annunziassero quasi dei peritoli non tante remoti, lo credo ohe questo sia il senso dato dal signor conte di Cavour a quelle espressioni.

La nota del 6 aprile, ch'io sappia, non ebbe finora alcuna riscontro. Io ho visto, è vero, alcuni discorsi tenuti nelle Camere inglesi, i quali possono dirsi nel senso della nota medesima, cioè di una simpatia ben decisa per la petizione in cui trovarsi gli Stati d’Italia, e per conseguenza, nel senso dei desiderii espressi dai nostri plenipotenziari; ma questo non costituisce una risposta ufficiale. Che poi dal governo francese sia venuta anche qualche dimostrazione in quel senso, io lo ignoro. Certamente quando uno Stato di minor forza ha esposto ai due governi, suoi potenti amici, la condizione d’Italia quale egli la vede, forse questi governi ameranno di prendere iniziativa essi stessi, e non lasciarla al Governo nostro. Al momento adunque io non posso rendermi conto se le parole dette dall’onorevole conte di Cavour abbiano quell’appoggio che noi potremmo desiderare onde possano produrre tutto l’effetto die se ne proponeva; ma intanto non è men vero che queste parole hanno destato una tal quale inquietudine, ed io non credo die le spiegazioni date sieno ancora di natura da poter risolvere tali apprensioni. L’esito proverà se i miei timori furono vani.

Adunque non posso à meno di rimaner al momento in sospeso nel mio giudizio; ed invito pertanto l’onorevole ministro di avere la cortesia di aggiungere; se pur egli crede di poter aderire a tale desiderio;Me la nota del 16 aprile abbia ricevuto qualche riscontro ufficiale, per parte dei Governi inglese o francese.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Se io avessi ricevuto un riscontro ufficiale alla nota del 16 aprile, l’avrei comunicato al Parlamento; tuttavia io prego l’onorevole senatore di avvertire che quando te grandi potenze hanno manifestato altamente un’opinione, quando l’hanno manifestata in un’assemblea tanto autorevole, come era il Congresso di Parigi, e l’hanno in certo modo dichiarata all’Europa, è assai probabile che quelle potenze non abbiano l’intenzione che le loro parole rimangano assolutamente sterili; se ciò è probabile, egli è evidente che non possono rispondere in modo ufficiale, se non dopo avere accertato quale sia stato l’effetto delle loro parole.

Quindi io crederei prematuro, poco conveniente che per parte nostra si sollecitasse una pronta risposta alla nota del 16 aprile; ciò sarebbe dimostrare poca fiducia nei sentimenti manifestali in modo così solenne, e posso aggiungere così be' nuvolo, dai nostri alleati.

Queste dichiarazioni valgano di risposta a coloro che troveranno forse nelle mie parole un qualche eccitamento, mentre invece mi pare che esse possano aver giovalo a tranquillare gli animi.

Posto anche che gli animi fossero stati da quelle profondamente eccitati, non sarebbe questo una ragione per cui le grandi potenze abbiansi ad occupare, dell’attuale loro irritazione.

Se il Congresso di Parigi si fosse separato senza che la parola d’Italia fosse stata da lui pronunziata; se il silenzio delle grandi potenze avesse in certo modo sancito l’estensione eccessiva della potenza austriaca in Italia, non v’ha dubbio che allora l’irritazione sarebbe stata immensa, giacché avrebbe forse raggiunto un punto in cui sarebbesi potuta cambiare in disperazione.

Quanto si disse nel Congresso, non che la discussione che ebbe luogo in questo paese, dimostrano all’Italia, che le grandi potenze Europee si occupano della sua sorte e desiderano di migliorarla. È questo un fatto che tende, non a provocare, ma bensì a sedare l’irritazione, a far prendere pazienza a quelli che soffrono.

Io sono, o signori, di quest’avviso; e quanto dissi non essendo altro fuorché la constatazione, in modo riservato e prudente. dei fatti che si sono compiuti a Parigi, debbe avere per effetto, ripeto, di moderare, non di provocare il sentimento delle altre popolazioni italiane, e che sotto questo rispetto almeno io non merito la taccia d’imprudente e d’avventato.

Senatore MUSIO. (L’oratore premette alcune osservazioni intorno alle ragioni del voto da lui dato in occasione del trattato d’alleanza, il qual volo dice essere stato contrario n quella proposta, pei pericoli che essa racchiudeva, e per quello in ispecie di dover combattere a fianco ed insieme all’Austria. Applaude all’evento favorevole che allontanò que sto pericolo, e celebra con calde parole il valore delle nostre armate. Passando quindi a pariate del trattalo di pace, cosi prosegue).

Gloriosamente coronati di alloro in Crimea, noi ci siamo nobilmente ornati d'olivo in Parigi. Là la gloria delle nostre armi è stata suggellata dalla gloria del nostro senno politico.

Dai documenti che il Governo del Re ha comunicati al Senato, appare che le prime parole dette da Vittorio Emanuele, a norma dei suoi plenipotenziarii, sono quelle che devono grandemente onorare il figlio di Carlo Alberto; queste parole attestano altezza di principii, nobiltà di cuore, magnanimità di fini; queste parole sono degne di essere dette in nome del solo Stato libero italiano, conscio della missione che Dio gli ha confidata. A queste parole ha pienamente corrisposto l'opera dei nostri plenipotenziarii in Parigi. I protocolli N. 22 e 23 registrano le cose sagacemente dette dall’onorevole Presidente del Consiglio dei ministri, nostro primo plenipotenziario. L’ultimo dei documenti comunicati attesta le cose sagacemente scritte da entrambi i due plenipotenziarii. Il complesso di tutti gli atti e documenti attesta che in ogni ordine materiale o civile, politico od umanitario, e sopratutto italiano, la giustizia ed il diritto sono stati perorati con senno e con prudenza, e dove non fu possibile di fare le parti di Achille, furono fatte ingegnosamente quelle d'Ulisse; che a tutto ha presieduto il più alto sentimento di dignità, e che senza rischio di compromettere il tutto non si poteva fare né più, né meglio.

Nei grandi convegni come quello di Parigi, tocca ai diplomatici l'orditura di una vasta e complicata tela. In questi convegni sono in causa molti dritti e molte aspirazioni di popoli, che quantunque sempre sacrosante non sono sempre in armonia tra di loro. In questi convegni sono in càusa calcoli ed aspirazioni di principi, che, quantunque volendole sempre supporre magnanime, non sempre sono facili a combinare. In questi convegni le inflessibili regole del diritto condurrebbero a perpetuare i litigi; perciò meglio, che provocare sentenze in questi convegni, ragione e prudenza comandano transazioni.

Ora nelle transazioni, anche d’ordine privato, chi più protende si pone al rischio di meno conseguire, e chi tolto vuole si espone al rischio di lutto perdere. In questa circospetta linea di saviezza e di moderazione hanno agito i nostri plenipotenziari. È quindi per me atto di buon cittadino, è atto di buon italiano il darmi per contento di questo risultate ed è atto di giustizia il tributarne lode ai nostri agenti, e lode maggiore a chi maggiore ne ha il merito.

Chi vuole attenuare i benefizi del trattato di Parigi suppone che essi si risolvano in gran parte nella più solenne sanzione dei diritti della navigazione e della libertà dei mari e dei fiumi posti dalla natura nell’uso comune del genere umano. Ma se i

vero che ad alcuni di questi benefizi noi avremmo partecipato in forza del diritto naturale delle genti, è pur vero che noi andiamo a parteciparne, in un modo racchiudente speciali guarentigie, che non sono comuni a tutti gli altri.

Vorrei parlare di tutti i vantaggi di questo trattato, ma l’esile mio fiato mi comanda di parlare d’un solo.

La nostra civile e morale preponderanza in Malia dopo gli atti di Parigi da un fatto storico è divenuta un fatto diplomatico, ed il nostro patrocinio legate della causa italiana da un' semplice e caldo sentimento di generosità nazionale è divenuto il legittimo esercizio di un diritto. Questo diritto è solenne mente riconosciuto, ed esso solo racchiude l’intero programma di un vasto e bello avvenire.

La storia insegna che in una provincia stimata meno noi andiamo a cercare il campo delle conquiste, die in una provincia stimata da pari noi andiamo a cercare il campo delle battaglie, ma che in una provincia che da più si stima noi andiamo a cercare quel campo e quel centro nel quale deve cominciare un. movimento di vita comune, e di quell’energia politica che fortifica le nazionalità.

Io finisco, o signori, e finirò colle stesse parole e colli stessi principii del giorno della lega, io altamente e di cuore applaudisco alle gloriose gesta, ai fatti illustri che rendono il nostro Stato più caro in Italia, più riverito in Europa; io spero vicino il giorno in cui noi tutti avremo la consolazione di vedere felicemente compiuto un avvenire cosi felicemente iniziato; io spero che, siccome una è la terra, una ò l’origine, una è la lingua, uno è il sangue, uno pure sarà il comune destino degli italiani, alto il destino dei loro sacrifici, del loro coraggio, delle loro glorie e delle loro libertà (Bravò, bravo!.Applausi generati).

Senatore MASSIMO D'AZEGLIO. Nette brevi parole che ho. dette poc’anzi non ho nominato l’esercito e la-nostra marina; non già che li avessi dimenticati, come nessuno di noi li dimenticò. Tutti conoscono quale sia stata la condotta degli uni e degli altri, tutti conoscono in Europa quant’onore abbia acquistato il Piemonte per questa loro condotta, tutti conoscono il loro valore, la loro abnegazione, la loro disciplina.

Io proporrei quindi al Senato il presente voto:

Il Senato dichiara la sua alta soddisfazione all’esercito, al suo capo, ed alla sua marina, che hanno ben meritato del paese e della nazione.

Senatore DELLA MARMORA ALBERTO (Con profonda commozione).

Io desidererei che in quest'ordine del giorno fosse anche fatto un cenno onorevole di quelli che andarono in Crimea, ma che più non tornarono in patria (Commovimento... Bravissimo! Applausi fragorosissimi dalle tribune).

(Il senatore Massimo d’Azeglio si spicca dal. suo posto, si avvicina al senatore Alberto della Marmora, al quale dà un abbraccio d’affetto; poi aggiunge alcune parole alla seconda parte del suo ordine del giorno, che rimette in seguito al presidente).

PRESIDENTE. Io dunque sottoporrò intanto al voto del Senato la prima parte dell’ordine del giorno proposta dal senatore D’Azeglio, la quale è così concepita:

«Il Senato, convinto delle felici conseguenze che dovrà portare il Trattato di Parigi, si per promuovere la civiltà universale, come per stabilire sulle sue vere basi l’ordine e la tranquillità della penisola italiana;

«Riconoscendo altresì l’onorevole parte che ebbe, ad ottenere questo desiderato effetto, la politica del Governo del Re unita all'opera de’ suoi plenipotenziari al Congresso, esprime un voto di piena soddisfazione.

(Il Senato approva all’unanimità) (Applausi prolungati).

Darò ora lettura della seconda parte dell’ordine del giorno proposto dal senatore D’Azeglio:

«Il Senato dichiara la sua alta soddisfazione all’esercito, al suo capo, ed alla marina che hanno ben meritato del paese e della nazione; e rende altamente omaggio alla memoria di coloro che spesero la vita a prò della patria.»

Chi l’approva sorga:

(Il Senato approva all’unanimità)

(Applausi da tutte le tribune).



La guerra di Crimea (1853-1856) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito

1853
LETTRES SUR LA RUSSIE, LA FINLANDE ET LA POLOGNE PAR X. MARMIER
1855
CONDIZIONI INTIME E MISTERIOSE DELLA RUSSIA TRATTE DA DOCUMENTI AUTENTICI
1855
IL VERO AMICO DEL POPOLO - Domenico Venturini - 1855 (Gennaio-Giugno)
1855
IL VERO AMICO DEL POPOLO - Domenico Venturini - 1855 (Giugno-Dicembre)
1855
Sunto di geografia della Crimea e degli stati limitrofi illustrata da quattro carte diligentemente incise
1856
Discussioni alla Camera dei Deputati  del Regno di Sardegna - Trattato di pace - Parigi 30 marzo 1856
1856
La questione italiana al Congresso di Parigi nell’anno 1856
1856
La questione d’oriente - cause - andamento diplomatico - conchiusione della pace - protocolli e trattati
1856
Il trattato di pace di Parigi 30 marzo 1856 e le convenzioni annesse - seconda edizione
1871
La Russia e il trattato di Parigi del 1856 - Pensieri del cav. Pietro Esperson
1881
Il congresso di Parigi (1856) - Conferenza dell'on. comm. Giuseppe Massari
1882
Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870 di Carlo Mariani
1891
Nicolas I et Napoléon III - Les préliminaires de la guerre de Crimée (1852-1854) d’après les papiers inédits de M. Thouvenel
1896
La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56 narrazione di Cristoforo Manfredi compilata colla scorta dei documenti
2014
In Crimea nacque l’ITALIELLA. L’inizio dei misteri d’Italia passa per l’oriente di Zenone di Elea


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)












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