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I BRIGANTI E LA CORTE PONTIFICIA

OSSIA LA COSPIRAZIONE BORBONICO CLERICALE SVELATA

RIFLESSIONI STORICO-POLITICHE DELLA STORIA COMPLETA E DOCUMENTATA SUL BRIGANTAGGIO PEL

DOTT. EMIDIO CARDINALI

DI ROMA
VOLUME SECONDO

(01)

LIVORNO

A SPESE DEGLI EDITORI L. DAVITTI E C.

1862.

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I BRIGANTI

E LA CORTE PONTIFICIA

XXVI

Le difficoltà, che dal rinnovamento politico delle Due Sicilie in poi circondarono gli uomini chiamati a dirigerle, non furono giammai cotanto gravi e spiccate, quanto sotto la luogotenenza Carignano e Nigra. Quest'ultimo, su cui realmente pesava la responsabilità governativa, non superò al certo la modica espettativa che lo precorse. Il suo buon volere era poco. Per Napoli era mestieri d'un uomo, o d'uomini incurvati sotto il peso dell'esperienza, e d'una esperienza tutta locale, non già d'un giovine elegante fosse pur savissimo, il quale veniva ad esordire e a far pratica amministrativa nella parte più delicata e difficile del regno italiano, dopo la mala prua va di un uomo pratico ed eminente qual era il Farini.

Mal sicuro fin da principio il Nigra nella scelta de' suoi consiglieri, s'era quasi avventurato alla fortuna, nominando chi fosse accompagnato da maggior strepito di fama popolare, o chi paresse meglio istrutto delle cose del paese. Qui pure come nel resto, buon volere non mancava, ma conoscenza diretta, convinzione propria di cia che il Nigra si facesse, restava a desiderarsi.

I frutti dell'impasto direbbesi fortuito del suo consiglio non tardarono a sbucciare. Le povere provincie napolitane agitate, conquassate dalle lotte continue, manomesse dai preti e dai briganti, dovevano pur mirare lo scandalo di una scissione profonda ne' suoi governanti, e unitamente all'asprezza del male, doveva appalesarsi miseramente nel publico la quasi, impossibilità del rimedio, persuadendo ai men coraggiosi l'ingovernabilità di quel paese? Fra poche linee vedremo quanto infierissero sotto questa luogotenenza i disordini, e il brigantaggio, nel tempo medesimo che i partiti da un regime mezzo tra irresoluto e benigno Ì i non si peritava di sperare ed agire.

Non potrebbe intanto meglio dimostrarsi il vero di quanto si è testè accennato che colle parole medesime del consigliere dell'interno Liborio Romano; non che colla dimissione che ne seguì de' suoi colleghi.

Ecco in qual modo Il detto consigliere rivelava gl'interni dissidi del governo col mezzo di dichiarazioni che lasciaronsi apparire imprudentemente ne' publici giornali; anzi contemporaneante alla loro presentazione a sua altezza il principe di Carignano si videro affisse per la città di Napoli.

«Altezza Reale

«L'altezza sua venendo tra noi vide le gravi difficoltà, in cui versava l'amministrazione di queste provincie, e con somma saggezza proclamava la necessità della concordia fra tutti gli onesti cittadini, onde potesse il governo giovarsi di tutte le probità e le capacità e procedere franco e risoluto in questo novello indirizzo.

«Animato da tale spirito di conciliazione mi sobbarcai a far parte del nuovo consiglio, sperando così poter vigorosamente organare la guardia cittadina, primo presidio d'ogni libertà civile; spingere alacremente le opere publiche, dando con esse pane e lavoro al popolo pur troppo afflitto dal caro de' viveri; moralizzare le diverse branche della publica amministrazione.

«Ma sventuratamente queste mie speranze andarono t:t, strate sìper passionee profonde divergenze surne fra i nner,,Gri del consiglio intorno all'indirizzo governativo; sì per l'assoluto difetto de' mezzi pecuniari superiormente promosso, e sì in fine per gli ostacoli ch'altri ba frapposto a procurarli. Il perché o una mala contentezza preoccupa la publica opinione, ed il governo più non gode il suffragio di quella maggioranza che proclamò il memorando plebiscito.

«In questa spiacevole condizione di cose, io credo mio precipuo dovere scommettere a Vostra Altezza Reale che a rendere il governo forte, compatto ed accetto all'universale sia necessario

«1. Riformare prontamente e radicalmente il consiglio della luogotenenza.

«2. Prendere le più energiche misure per tutelare l'ordine e la sicurezza publica, mercé la cooperazione dell'esercito e della guardia cittadina.

«3. Organare ed armare questa immantinenti

«4. Procedere al modo stesso al prestito nazionale dei venticinque milioni, e chiedere di urgenza al parlamento più larghi sussidi per le opere publiche.

«5. Moralizzare i diversi rami della publica amministrzione chiamando al servizio del paese tutti gli onesti, cittadini a qualunque gradazione politica essi appartenessero.

«Le quali cose tutte io sottometto a Vostra Altezza Reale, e chiamato altresì dall'indeclinabile mio dovere a recarmi al parlamento nazionale, la prego di voler accogliere la mia dimissione.»

Al quale atto gli altri consiglieri risposero immediatamente così:

«Altezza Reale

«Considerando le ragioni di dimissione messe a stampa dal signor Liborio Romano, le quali tornano in altrettanti capi di accusa lanciati in mezzo al publico, per modo nuovo e senza giustificazione alcuna contro il resto del consiglio di luogotenenza, noi non sapremmo come meglio provvedere alla responsabilità che ci deriva da tali atti, facendo appello al testimonio ed al senno supremo dell'Altezza Vostra, la quale conosce appieno il vero.»

Le dimissioni vennero accettate, ma intanto questo consiglio così scisso e per nulla omogeneo, checché gli avversari del signor Romano volessero dirne, resse per qualche tempo il paese, mentre i suoi mali inacerbivano crudelmente.

L'idea dell'autorità già abbastanza corrotta ed avversata nel napoletano riducevasi più che mai inferma per tali sventurate divergenze. Ogni partito ne traeva profitto: i republicani prosuntuosi d'aver tutto fatto e di saper far tutto in Italia, irridevano all'incapacità dei rappresentanti della eunuca monarchia: i borbonici scorrevano impuni e cospiravano allegramente all'ombra di tanta debolezza, Ben presto se ne raccolsero le risultanze.

Siccome ogni favilla destava il più grande incendio, per sommuovere tutta Napoli si tolse motivo da alcune parole del consigliere Spaventa inserte nel regolamento della guardia nazionale.

Fin dalla prima cospirazione lo stesso generale di detta guardia avea inibito di portare il kepi a coloro che muniti non fossero di patentiglia, e ciò ad evitare appunto le frequentissime mascherate de' borbonici. Spaventa insistendo sullo stesso concetto, esprimevasi cosi nella sua circolare:

«A raggiungere un tale scopo sarebbe opportuno che i comandanti di guardia nazionale procurassero ottenere che a i militi non indossassero l'uniforme o segno alcuno di esso a quando non sono in servizio. In questo provvedimento che si consiglia, ogni onesto cittadino, lungi di vedere una mancanza di riguardo alla nobile divisa della guardia nazionale, a deve scorgere quanto sia a cuore del governo ch'essa mantengasi onorata e non serva di mezzo ai tristi per garantire le loro male opere, né venga mai compromessa dalla ina consideratezza di qualcuno che non trovandosi in servizio, a potrebbe forse obliare che un solo atto sconvenevole commesso da chi veste l'uniforme della guardia nazionale non a degrada solo chi lo commette, ma tutti coloro che indossano la medesima divisa.»

Nessuna ingiuria od offesa contenevasi al certo in queste parole; tuttavia dagli agitatori vollero interpretarsi come una palliata sottigliezza, nella quale si ascondesse una misura preliminare inibitoria d'indossare la divisa nazionale; quindi deducevasene che la guardia sarebbe stata esautorata, e dato il pieno comando ai piemontesi.

— Divulgatasi ad arte codesta malevola voce, in un subito s'adunò un forte numero d'individui d'ogni risma, e tra questi distinguevansi molti uffiziali e militi della guardia nazionale, che cattivi o sedotti schiamazzavano colla folla dinanzi al dicastero di Polizia, dov'era lo Spaventa, in quella che alcuni più audaci penetrati nella stessa residenza d'ufficio, osarono rivolgergli intimazioni e minacce.

Il consigliere per istornare li procella, tentò invano sedar quegl'individui, che nella mali fede loro erano fatti impersuasibili.

Riferitosi l'esito della missione alla moltitudine, questa ne fu irritatissima, e furibonda per vendetta si volse alla rinfusa verso la casa di un parente dello Spaventa creduto forse complice delle disposizioni recriminate.

Là giunti, le porte furono atterrate; poste a soqquadro e a ruba mobilia, orologi, cristalli, e danaro. Rifattisi sulla publica via, versaronsi per Toledo le grida di morte a Spaventa echeggiavano al cielo. Si precipitarono di lì alla questura, dove eran detenuti alcuni de' loro. Messo giù ogni rispetto verso l'autorità, violarono anche questo dicastero, estrassero i detenuti, e viemeglio imbalditi dal successo cominciarono ad insolentire contro la forza. Pattuglie e i suoi utúziali vennero motteggiati, e minacciati se osavano contrapporre resistenza. Forse la pazienza della milizia italiana sarebbesi esaurita senza l'intervento dell'autorevolissimo generale Tupputi che alla testa del suo stato maggiore con forte numero di guardie nazionali, benché a stento, potè riescire a dissipare gli insolenti assembrati.

Fortunatamente la cosa non ebbe altro seguito; dacché nella notte del 21 il luogotenente con analogo proclama invocando rispetto alla legge, mostravasi risoluto alla repressione de' tristi; il generale #ella guardia cittadina, diradando ogni dubbio su i pretesi oltraggi della circolare Spaventa, denunciava al publico i perturbatori come nemici dell'Italia, e quali reazionari molti militi nazionali, contro cui il generale prometteva usare tutto il rigore, espellendo coloro, che disonoravano la divisa col promuovere disordini, in luogo di contribuire alla quiete e sicurezza del paese; la parte più eletta della guardia abborrendo d'esser confusa coi cattivi, ruppe il silenzio e protestò energicamente contro di loro, dicendo che avrian creduto incorrere nella taccia di barbari, ove siffatti scandali fossero stati lasciati senza la riprovazione e la pena meritata; demandavano severità contro la sedizione, promettendo tutto l'appoggio degli onesti.

Quanto ai militi italiani meritano esser riprodotti questi pochi ma esemplari concetti quivi espressi.

«Circa l'esercito regolare noi non sapremmo manifestargli a parole quanta stima ed amore gli portiamo. Non mai si vide tanto valore congiunto a tanta gentilezza di costumi. Non sai che più lodare io essi o il cittadino o il soldato. Ci duole nell'anima che i vincitori degli austriaci, delle orde papali e borboniche ricevano alcun disagio per cagione di que' vili che cercano follemente di avanzarsi nel lutto comune.»

Il sindaco della città per riparare anch'egli all'offesa inditta alle valorose milizie, e retribuire di elogio il loro contegno, diresse sentimenti nobilissimi di ammirazione e riconoscenza al maggior comandante delle truppe nelle provincie napolitane.

Codesti spiacevoli fatti, benché venissero spenti appena apparivano, non potevano reputarsi gravi in se stessi, ma considerati in rapporto alla loro emanazione, dovevano preoccupare vivamente il governo; imperocché non era chi non vi scorgesse la mano direttrice in Roma, e se un disordine oggi sedavasi, dimani era a temersene altro peggiore.

Gli arresti che continuamente facevansi in provincia di borbonici, di camorristi, e di emissari; l'indomabile querimonia e la nauseosa burbanza di alcune classi, specialmente artigiane; il cupo sopracciglio dell'aristocrazia; l'impudente insolenza de' preti, erano manifesti indizi di novelle agitazioni, auspicii di mali più gravi.

Alcuni deputati delle provincie meridionali, non illudendosi sulla portata della difficilissima situazione, si riunirono fra sé per deliberare se dovessero concedersi al governo poteri eccezionali idonei a reprimere l'audacia ognora in aumento de' partiti; ma tale misura avrebbe fatto gridare all'oppressione; i borbonici se ne sarebbero valsi per provare che il governo italiano non poteva reggere che collo stato d'assedio o con apparati marziali: Francesco II essere necessario al ristabilimento della pace. Si era adunque costretti a soffrire e combattere, fidando nella giustizia della causa, raccomandata alla coscienza del popolo.

— Non v'era altra via; i battaglioni italiani si gittarono di nuovo nelle provincie. minacciate, specialmente verso i confini dello stato pontificio, dove già sapevasi l'arrivo di nuove orde brigantesche.

Codesti ladroni però avvedutamente, evitavano i luoghi troppo guerniti di truppe; dacché non di guerreggiare avean voglia ma di pingue bottino.

La provincia di Basilicata lor parve acconcissima per aprire la campagna di primavera. Quivi, atteso il guasto o la niuna esistenza delle vie publiche, era difficile il praticarvi. Siccome poi la Basilicata fu tra le prime nel 1860 ad insorgere e in dare eccellenti saggi di spirito liberale, esigeva minor vigilanza; né a vero dire, ove avesse voluto adoperarsi, sarebbesi potuto; imperocché non erasi ancor distribuito tal numero di truppa da bastare ugualmente su tutti i punti, dove l'azione o la prevenzione si rendesse necessaria. Solamente una quantità di forze superiori,l'affluenza di ex--militari borbonici delle limitrofe provincie di Salerno, Avellino, Calabria, e Puglia gol seguito di prezzolati contadini, potevboo riescire in sopraffare momentaneamente or l'una or l'altra città, senza che la Basilicata smettesse giammai le primiere disposizioni.

— Da qualche tempo ne'dintorni di Melfi aggiravansi comitive di briganti. Verso i primi di Aprile finalmente penetrando ne' territori del principe Doria si presentarono in Avigliano presso Lagopesole; annunciarono lo sbarco di Francesco II alla testa de' suoi, rafforzato dagli austriaci; esser imminentissimo il suo ritorno al trono, e immensa la ricompensa di chi avesse secondato il movimento, altronde sicurissimo della vittoria.

I villici che assumono le difese di chi loro dà pane, credettero assicurarsene maggior copia seguendo le parti di Francesco; la promessa inoltre di poter impunemente saccheggiare ed uccidere per avere avuto i briganti dallo stesso re carta bianca, oltre vani carlini al giorno di soldo, li decise con loro. Alcune centinaja di questa plebe furono alla peggio armati, la guardia nazionale di Avigliano era per farglisi incontro; ma essi prevenendola si posero in marcia incontanente, scorazzarono pazzamente la campagna tra schiamazzi frenetici di evviva e di morte, avviandosi verso Ripacandida, dov'eran raccolti molti soldati sbandati de' luoghi finitimi.

]$ella notte del sette all'otto assalsero la caserma della guardia nazionale. Il capitano di essa, reputando impari la resistenza, si racchiuse in quartiere. I briganti attesero l'arrivo di unCarmine Donatelli di Rionero detto Crocco ( [1]) il quale faceva intitolarsi generale comandante e capitanava la massa forte de' briganti. Un Vincenzo Nardi di Ferrandina famosoladro e assassino anch'egli, volle nominarsiD'Amato e assunse il grado di colonnello. UnMichele La Rotonda omicidiario e ladro recidivo, fu elevato a luogotenente colonnello. Un Niccola Summa omicidiario e ladro come gli altri, ma men di loro valente, s'ebbe il più umil grado di maggiore ( [2]).


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Riunita così la banda intimò priniieramente l'evacuazione della caserma di guardia nazionale chiusa poco prima dal capitano Michele Anastasia. I militi cedendo all'imponente numero ne uscirono tremanti per la lor vita: l'infausto presentimento che agitava specialmente l'infelice capitano, si avrò: un tal Liccio con pochi colpi lo rese cadavere. La città fu occupata. Le bandiere bianche sventolavano ne' punti più elevati; un governo provvisorio proclamato; distribuite cariche; promesse onorificenze e protezioni. Intanto al festivo suono delle campane, allo sparo de' mortari, al fulgore delle illuminazioni imponevansi ricatti, vuotavansi le casse, saccheggiavansi le case de' ricchi che fossero o no liberali, volevansi ritener tali per avere un titolo a spogliarli. In una parola per' circa tre giorni Ripacandida fu preda de' malfattori venuti di fuori, delle vendette de' cattivi di dentro; dilaniata dalla veracità de' miserabili e proletari; abbandonata in balia del delitto dominante, senza difensori e senza legge. Pigliando a scherno finalmente la muta divinità, bestemmiarono nel tempio un solenne Te Deum.

— Un altro masnadiero per nome Saccomanno alla testa di galeotti e malandrini era in volta intanto alla direzione di Venosa, città designata all'assalto dopo Ripacandida. Di fatti il dì 10 Crocco e i suoi ricongiuntisi, al Saccomanno marciavano per colà.

Il capo della provincia Racioppi, volendo allontanare da Venosa il flagello che incrudeliva là presso in Ripacandida, operò quant'era in suo potere per organizzare la resistenza. Dalle comuni lucane avea raccolto guardia nazionale, eretto barricate, messo in arresto i sospetti, infervorato i cittadini a difendere le proprie case e famiglie.

Tutto era in punto, quando spintisi oltre in ricognizione fuori della città vari militi, la paura diè loro a scernere più e più migliaja di briganti armati fino ai denti, al cui numero era impossibile resistere.

Giunse un rinforzo; parve restaurarsi il coraggio; i recinti di difesa eran però gremiti di trepidi combattenti. Una prima ritirata de' briganti li rianimò un istante, ma ahimè essi avean girato le terga ad una porta, che sembrava ben fortificata per irrompere più agevolmente in altro lato, dove erasi raccolto un nucleo di partigiani, il quale schiuse a Crocco un facile passaggio nell'interno, apprestandogli perfino i mezzi onde ascender le mura.

Crocco s'impossessò della città: i difensori cercarono scampo nel castello, dove avrebbero potuto sostenersi, le la contagiosa paura non avesse scisso e disarmato gli spiriti. Crocco per non essere impacciato nella esecuzione de' suoi disegni, spedì parlamentari, promettendo rispettare la proprietà, e di non saccheggiare la città, qualora sgombrassero il castello. A codesti farneticanti pel panico, di che eran soprappresi, parve aver ricuperato cogli averi la vita; credettero alle parole del brigante in capo; lasciarono il castello; ma furon tra i primi ad esser saccheggiati.

Ed ecco succedere nuove scene di orrore. Istituito un così detto governo provvisorio; creato un sindac; indi al solito vuotata la cassa municipale, messi in fiamme gli archivi; aperte le prigioni. Dio mio sembrava che quella infelice città dovesse ripiombare nel caos! Quanto mai inesauribil voglia di tòrre altrui, in fugace scorcio di tempo, le accumulate ricchezze può albergare in anima malvagia, tutto si osava senza ritegno, neppur della coscienza, che cogli empi fa a fidanza col rimorso, e che qui transigeva sotto il pretesto della sacra difesa del re. Il sangue non tardò a contaminare la terra.

Una fanciulla appena matura, nell'atto del sacco fu stranamente deformata. Ad altra venne attentato al pudore: essa che bruciava di ben diversa fiamma, armò la mano d'una pistola, l'esplose inutilmente contro il suo assalitore; e avvistasi della morte inevitabile, precipitossi dal balcone.

Ad un Francesco Nitti vecchio venerando professore in medicina prima trucidato, venie vilipeso e malconcio anche il cadavere trapassato da nuovi colpi di carabina, e calpesto co' piedi.

Un fanciullo minorenne fu messo in pezzi sotto gli occhi del proprio genitore negoziante di argenti, dopo avergli derubata e manomessa la casa.

Giuseppe Ghiura non avendo risposto con. soddisfazione ad alcuni indiscreti interroganti, fu sgozzato in mezzo alla via pubblica. Gli sventurati Venosini privi di notizie e di ajuto non sapevano cui prestar fede tra l'annunzio diffuso dai briganti circa il ritorno imminente o già avvenuto di Francesco II, e la permanenza tuttora vigente del governo nazionale. Nel dubbio, in cospetto di pericoli gravissimi eran rimasti muti, instupiditi e bersaglio di tutte le ingiurie. Il paese abbandonato alla filantropia de' malfattori, poteva pure esser uguagliato al suolo co' suoi abitatori; nessuno sentivasi in lena d'opporgli un respiro.

Codesta credulità che avea tanto profittato sin quì, studiavasi mantenerla ed accrescerla. Non era ignoto ai briganti che le truppe italiane e la guardia nazionale erano prossime; a colorire pertanto la loro ritratta da Venosa, in un momento inatteso dal popolo, si vide qualche centinajo di uomini schierato sotto l'abitazione del comandante general Crocco. Questi disceso pomposamente disse che le sue milizie erano chiamate dal loro dovere di farsi incontro al general Bosco a giungere colla sua armata gloriosa. Il generale affettò di passare in rivista i suoi campioni; dopo di che Venosa fu resa vacua di briganti; ma rimaneano i briganteggianti. La plebe che ne avea favorito, le parti, temeva una riscossa de' cittadini, e tentò di proseguir l'opera, almeno per assicurarsi i mezzi a fin evadere in caso di rovescio. Era questo, come suoi dirsi, il colpo di grazia non meno terribile; imperciocché i briganti venuti di fuori non potevan procacciarsi che notizie indirette de' luoghi e delle persone; ma codesti vagabondi circolanti oziosamente. tuttodì per la strada conoscevano minutamente tutti e tutto.

I Venosini affranti già dai colpi precedenti non valsero a resistere neppure all'audacia di costoro, che proseguirono saccheggio e ruberie per proprio conto; finché dopo sei o sette giorni di perfetta anarchìa e di rovine, una valida colonna di fanteria e cavalleria di guardia nazionale, rettificò le notizie, restituì l'ordine e la tranquillità.

Tra i capi della guardia Nazionale figurava un Gabriele Bachicchio di una fama alquanto torbida per la stretta relazione col Crocco, il quale dal tenore della familiarità passala argomentò che questi potesse far parte de' briganti il che al certo con avrebbe osato pensare se le sue opinioni non vi si fossero conformate ([3]). È un fatto che Bachicchio combatté pel governo di Vittorio Emanuele, e s'altro non foste, ribattezzò il proprio, nome col rinunciare, acme o alla vecchia sua conoscenza.

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«Carissimo Gabriele»

«Oggi a Melfi da una commissione militare è stato ristabilito il governo provvisorio. Le cose vanno bene. Io ho agitoper ordine superiore. Il decreto è stato rilasciato a Roma il 28 febbrajo da S. M. ti nostro re Francesco II (che Dio guardi e protegga). Se tu vuoi prender servizio; i superiori di qui vi daranno armi e libertà, e sarete elevato al mio grado. Riunite dunque e prontamente delle forze, e praticate ciò che ho fatto; vale a dire, il disarmo del paese, e la distruzione della bandiera di Vittorio Emanuele, e sii sicuro che tutte le popolazioni, come un sol uomo, insorgeranno al grido di Viva Francesco II, re delle Due Sicilie.»

«Se voi accettate, fatemelo sapere con fatti splendidi; senza di che se i tuoi sentimenti sono diversi, sortite in campagna colla nostra armata, e datemi appuntamento, dovunque perché io son pronto a incontrarvi col fucile alla mano, e a' farvi pagar care le vostre imprudenze.

«Son, sicuro che farete tesoro delle mie parole, e che non mi costringerete a perseguitarvi.

«Il generale comandante le armi

«Carmine Donatello»

Codesta lettera sebbene assai originale, non ha lo stesso stile di quella riportata nella nota a pag. 14 tom. 2. Il generale, che ha solamente firmato, era più valente del suo segretario.

I successi per un istante fortunati di Crocco presto giunsero a notizia de' vicini paesi; il difetto di truppa e il numero crescente de' borbonici governava la paura, disarmando il coraggio de' patriotti troppo isolati; per cui le piccole borgate circostanti, paesi e villaggi stimavano minor male arrendersi alla prima voce di qualche prete o reazionario che levasse la bandiera della sedizione. Avigliano, Caraguso, Ruoti, Rapalla cc: eransi così sollevate.

Fra questi paesi Lavello insorse concitata da un fanatico arciprete Don Ferdinando Maurizio, il quale alla testa della plebe, al grido di viva Francesco II avea anticipato la preda. Crocco v'entrò trionfalmente, compartendo ordini in qualità di generale: vuotò la cassa del comune; operò il disarmo; designò a morte qualche decina di cittadini; ma attratto in città più importanti a sollecitare la sua corsa prima dell'arrivo delle truppe, lasciò Lavello e passò in Melfi. L'arciprete Don Maurizio nominato cappellano dell'armata seguiva il suo generale.

Questa città avea come tante altre il suo comitato reazionario dipendente da Roma od anche da Napoli indirettamente. Se negli altri luoghi la rivolta secondava il tumulto disordinato ed eslege, presentato dalla circostanza, senzaché giammai, i comitati avessero avuto il coraggio di mostrarsi, quello di Melfi, stante il terrore incusso dalle scorrerie brigantesche ne' dintorni, potè osare di scoprir la faccia, certo di non trovar resistenza. Un dispaccio telegrafico del governo, che avvisava la municipalità di non poter ispedir le milizie richieste, fu intercettato dai reazionari, ed accrebbe l'audacia.

Allora alcuni di non umile famiglia, che già da tempo avean cospirato per la restaurazione, assunsero la direzione del moto. UnColabella ex-consigliere d'intendenza, un Aqui lecchia ricevitore generale, certo Parrini ed altri noveravansi tra gli agitatori. Si creò intendente un Sanguinella (quello del governo dové evadere), e sindaco un tal Fortunato.

Pareva che la cosa non dovesse, come in altre parti, vestir l'aspetto cotanto truce e spaventevole, dacché la cosa esordiva con un principio d'ordine qualunque; ma siccome qui la tresca non era diversa d'altrove, non appena il basso popolo potè assembrarsi al consueto grido di viva Francesco II, innovaronsi gli stessi inconvenienti. Aperte le prigioni; sconvolti e dati al fuoco gli archivi municipali e giudiziari; furti, assassinii, vendette. Nessuno avria potuto arrestare la ferocia e l'ingordigia della plebe affamata, armata di scuri, coltellacci, bastoni, pistole, fucili ec: Alcune donne senza freno furenti, cacciatesi per lo mezzo, con acutissime grida s'accordavano al frastuono assordatore degl'insorti. Colabella si tentò arringare il popolo; Aquilecchia innalzato ad una specie di. dittatura dava ordini per nulla osservati. Furono condotti in trionfo dalla turba, e tronfi di quell'alto onore, non seppero muoversi o contraddire.

L'anarchia era perfetta; la confusione al colmo. Un vil soldato del vecchio esercito si pose senz'altro a capo degli attruppamenti, e si fè salutar generale. Guai a chi se gli opponeva! Le imagini del re Vittorio e di Garibaldi vilipese e imbrattate di sozzure; quelle di. Francesco II applaudite in mezzo alle piazze.

Qui pure si rese grazie all'Altissimo d'aver favorito la canaglia pel felice esito di tanti furti e ruberìe: l'eterno Te Deum fu cantato in tuóno maggiore nella chiesa principale. Un prete dal pulpito, quando fórse non v'era altro da rispettare, inculcò di non ledere le proprietà e i cittadini; ma il prete o il parroco dai cortigiani di Francesco si ascolta, quan4o chiassi al sacco e alla rapina; l'incomodo precetto del rispetto o della obedienza, in casi diversi son reputate follie ieattendibiii. La plebe non s'acquetava; dové spargersi su i capi più iniluenti di essa oro a piene mani , per evitar peggio, e così. per un momento s'ebbe un poco di calma.

Trattavasi ora di apprestare una degna accoglienza al rappresentante di Francesco II, a Sua Eccellenza il general Crocco. Si ordinarono decorazioni alle fenestre, luminarie, fuochi giulivi. Troni a gloria de' reali coniugi, trofei, bandiere bianche, concerti, e via dicendo esilaravano pazzamente la città. Croceo e la sua armata si avvicinava. Deputazioni di onore se gli fecero incontro; i capi del governo borbonico, o almea pareano tali, Aquilecchia e Colabella precorrreano il corteggio fino alle porte della città. Varie eleganti carrozze dovean ricevere il generale e il suo stato maggiore; parte dell'aristocrazia certamente sollecita di conservare le proprie sostanze (per non sembrare men benigni interpreti di atti imposti da un caso di forza maggiore) con decorazioni uniformi e medaglie eran del seguito; la folla curiosa si accalcava alla coda delle autorità e de' magnati.

Crocco giunse alfine; accettò di buon grado le rimostranze onorifiche di quei cittadini; fra entusiastiche acclamazioni percorse trionfalmente il paese, e sicuramente nel richiamar la memoria delle miserie passate in confronto delle glorie presenti, dové credersi in sogno. Egli peraltro non si fè illudere da vani clamori. Non appena stabilitosi in Melfi, cominciò a dettar leggi, e s'affrettò a cumulare danaro con imposizioni ed angherie ai così detti liberali.

Da Venosa avea tratto vani muli carichi d'oro e di oggetti di valore; qui si appropriò un trentamila ducati circa, e e fatto avvertito della mossa di armati a quella volta, senza ceremonie disparve. La prima scena chiudevasi così; ma un'altra più brillante era in sull'aprirsi.

Varie compagnie di truppa regolare italiana a passo di corsa entrarono in Melfi. Aquilecchia, Colabella, e Parrini furono messi in ceppi coi ladri, acclamati ora dai fischi e dalle maledizioni di chi poc'anzi li avea esaltati al trionfo; le autorità ripigliarono i loro posti; lo spirito de' patriotti si riebbe; le guardie nazionali si riordinarono per casi che potessero sopraggiungere.

— L'intendente del distretto avea raccolto altre guardie ne' piccoli contorni d'Avigliano, Muro, Ruoli ec Un corpo di militi da Rionero si batté presso Atella; la zuffa accanita fu risoluta per l'arrivo opportuno della truppa. I briganti vennero fugati. Altri rinforzi sopragiunsero da Acerenza e Spinazzola, e così congiuntisi mille e più combattenti, ebber principio le dispersioni brigantesche di Basilicata; pochi altri rinforzi erano per compiere l'intiera liberazione.

I briganti oramai erano in piena ritirata. S'essi avean potuto sorprendere una delle provincie più liberali per difetto quasi assoluto della forza publica, non appena potè avanzare la vanguardia italiana, l'incanto e le illusioni disparvero.

Croceo inseguito da tutte parti, dopo aver perduto moltissimi de' suoi, si gettò su i comuni di Montenerde e Carbonara. Quivi parecchi della guardia nazionale, non per anco scelta, attesa la recentissima inaugurazione del nuovo regno, fecero causa comune coi briganti, L'indegna condotta di costoro fu denunciata dall'autorità locale al principe Eugenio, luogotenente in Napoli, e ne seguì l'immediato scioglimento del corpo per esser ricostituito a norma del recente regolamento.

La defezione vergognosa delle guardie nazionali scisse il paese; gli uni armaronsi contro gli altri; s'accese tal zuffa tremenda, che apportò guasti incalcolabili al paese medesimo ed alle persone, cagionati dagli stessi cittadini fra loro.

In Calitri, dove Crocco ritirandosi intendeva a saccheggiare, i cittadini benché abbandonati dal sindaco e da alcuni capi della guardia nazionale, si fecero addosso ai briganti, li misero in piena rotta, lasciando sul terreno molti morti e prigionieri.

L'avvilimento avea percosso i seguaci di Crocco, che girandosi attorno più non iscorgevano i loro fianchi guerniti di numerosa falange; al suono festevole delle campane e degli evviva era succeduto il sibilo acuto delle palle italiane; alle sale di ricevimento e ai conviti, le caverne ed un pane ben duro. Per la qual cosa divisi in piccole bande si ridussero per allora all'antico mestiere di assaltare i viandanti lungo le rive dell'Ofanto.

Per gli avversi casi, cotesti malfattori eran divenuti più fieri e sanguinari che mai. Un fatto compirà per ora l'idea, che del Crocco abbiam concepita.

— Dieci individui in parte a cavallo rientravano in Melfi. Tra questi erano tre canonici e due sacerdoti per nomeRaffaele Tramutoli l'uno, e l'altro chiamavasiPasquale Ruggiero. Giunti alla così detta croce di Patrolio, veggono sbucare circa dieci cavalieri, i quali in modo amichevole si fecero a distogliere i viaggiatori dal proseguir quella via pericolosa pei briganti.

Caddero i meschini nell'agguato; ma uno di essi dal grido all'armi, addatosi per tempo del tradimento (dacché erano appunto nelle mani di Crocco) ne avvisò i compagni. De' pedoni, quattro si trafugarono appiattandosi ne' seminati prossimi; gli altri a cavallo fuggirono tutti. Una scarica li segue e il destriero dei Ruggiero è ferito; Tramutoli precipita di sella; ma riesce a saltare agilmente in arcione al cavallo di un suo compagno.

Ruggiero, come pavida damma inseguita da veltri, si gitta anch'esso ne' seminati. I briganti con feroci cani escono in traccia di lui e de' quattro che poco prima aveano scorto erranti per colà. I cani aizzati furiosamente, alla fine fiutano prima uno e poi gli altri infelici nascosti. Nell'atto stesso tutti a colpi di sciabola e traforati da palle sono messi a morte senza pietà. Il cadavere del misero sacerdote è spogliato, e meno il capo lasciato coperto del cappello triangolare, così nudo, sanguinante e brutto per le ferite, viene confitto alla resupina in un rilievo scarpato di terra, e di lì, come in vile gogna, motteggiato inonestamente è colmo d'insulti e di sozzure.

La tragica fine di questo buon prete commosse tutta Melfi, non appena s'udì l'orrendo caso commesso dagli agenti di Francesco II benedetti dal papa!!:. .

— Se le stragi per fortuna eran ridotte allo stremo in Basilicata; altre ne apprestavano le schiere elette che Chiavone avea potuto agiatamente equipaggiare nello stato pontificio. Di fatti ne' primi di maggio comparvero inaspettatamente in Fondi (città della provincia di Terra di Lavoro confinante collo stato del papa) circa settecento individui. Accorse una compagnia di bersaglieri da Portello, e si congiunse col piccolo presidio di Fondi; ma benché oprasse prodigi di valore, le fu impossibile resistere al numero e alla postura. Il governo fu avvisato e già due reggimenti s'incamminavano a quella volta.

Intanto però Chiavone (altro ladro eletto che s'intitolava generale in capo dell'armata napolitana) avea reclutato, a forza di danaro, gran quantità di villici, e fornito com'era di oggetti militari, li armò e abbigliò subitamente, così raccozzando un corpo di 1200 uomini all'incirca.

Dopo aver depredato, per, non perder l'uso, le piccole borgate di Fondi, occupò il comune di Monticelli poco lungi di là. Ivi dopo aver commesso atrocità indicibili e taglieggiato i dintorni, si fortificò. Ma circondati dai soldati italiani e sopraggiunti i briganti, si dispersero ne' boschi adjacenti. Fondi rientrò nell'ordine, come lo fu pure de' vicini paesi instupiditi per lo spavento delle enormi bande che scorazzavano impuni pel loro territorio.

Chiavone cominciava qui a prodursi in fazioni importanti. È bene formarsi un qualche concetto di questa figura singolare. Egli chiamavasi veramente Luigi Alfonsi o Alonzi secondo altri. Era guardaboschi di professione, e per lo più teneasi nelle campagne di Sora, dove avea acquistato rapporti minuti coi contadini, carbonai, e gente di mal affare. Quest'uomo, il cui solo aspetto incute terrore, come può rilevarsi a colpo d'occhio dal retratto fotografato qui riprodotto; nell'appello di Francesco II alla reazione ravvisò un tratto di fortuna; egli poteva speculare colle sue conoscenze, reclutando uomini suoi pari; riescire accetto ai borbonici per la pratica intima de' luoghi, i quali per essere sulla linea di confine tra il governo nemico e il pontificio divenivano strategici e importantissimi.

Non è da imaginare neppure in costui ombra di affetto o di buona fede nel difendere la causa regia. Come Crocco, Cipriano della Gala ed altri, avea offerto i suoi servigi al governo italiano per combattere appunto contro i briganti; ma respinto, si diè disperatamente alla partita opposta. Mosso pertanto dalla sola cupidigia d'arricchire, tendeva alla propria conservazione, e affettando con destra sagacità la importanza necessaria di duce in capo delle sue genti; teneasi in serbo nelle retroguardie, o mentre combatteasi, stemperavasi in faccende e in dare ordini, evitando il cimento aperto, e l'imminenza del pericolo, a guisa di gran condottiero. I titoli di capitano, colonnello, generale, tenente generale, generalissimo si successero a brevissime date. Egli percorse la faticosa e difficile carriera militare in qualche mese; tanto era il suo merito e la dottrina! Eccone qualche classico esempio.

«Comando della Gendarmeria Reale

Num. 99 — Oggetto —

«Al signor D. Francesco Palermo

«In Castellucci

«Signore

«Siete precato alle stando di mandarmi lai somma di a ducati centi che serveranno i mie omme della suddetta massa per pacamento che sarete relasciate uno firmato da me che vj saranno reborsate dalla fondiaria subito nella mia transito nel regno, e meglio non sia necabele la mia addemanda che per ordene di superiore comando che avevate uno bone da me della suddetta somma e subite e subite per il porgitore. D Chiavone capitano»

«Comando della Brigata dell'armata napoletana»

«Signor Sindaco

«Alla vista della suddetta subito si alzi la voce del nostro augusto sovrano, e si togliono le bandiere di Savoi, e si alzano quello di Francecesco Burboni, se non altrimenti il paese sarà dato saco e fuoco e pronte di trovare due mila razioni de pani e formaggo, pronti nella mia venuta in Balsorana.

«Il tenete generale in capo.»

«Chiavone»

Egli ebbe la sorte di uscire tra i primi nella campagna. di primavera, e siccome gli arruolamenti da buona pezza ingrossavano nello stato papale, potè avere sotto i suoi ordini molte centinaja d'individui, coi quali operare fatti clamorosi più che rilevanti. Prossimo ad entrare nelle terre del papa ogni qualvolta veniva inseguito dagl'italiani, subiva poche perdite e molestava assai; per cui i suoi bollettini e i suoi proclami moltiplicavansi senza numero.

Per accrescersi autorità consumava in ripetute gite la via di Roma, dove presso gli augusti rinfrescava l'imbeccata; otteneva colle sue frequenti comparse di farsi spesso rammentare in corte; e riedere presso i suoi pieno di gravi cure di stato e di mistero a ripigliare le redini del suo comando.

Per un momendo si credè, specialmente dai giornali stranieri, che udivano titillarsi le orecchie continuamente da questo nome, una specialità nel sud genere; uno di que' genii abusati, degni di migliore causa. Nulla di tutto ciò: Chiavone era un brigante al par degli altri e meno degli altri, il quale, come nel passaggio di un pianeta sinistro, era nella bocca di tutti allorché la malnata influenza delle sue atrocità faceva piangere e stupire; niuna qualità straordinaria di ambizione o di coraggio conferivagli titolo all'ammirata celebrità dell'infamia.

— Non era solamente la banda chiavonica comparsa nelle vicinanze di Sora che infestasse il regno; bastimenti di reazionari da Civitavecchia erano destinati ad approdare pelle coste di Napoli e Palermo: in Ascoli aggiravasi sempre il famigerato Piccioni, il quale attendeva rinforzi per importanti operazioni: nei Ponti della Valle, da Caserta Vecchia e da Morrone, soldati sbandati e contumaci formavagsi in altre bande: guardie nazionali mobili di Maddaloni, Cancello, Caserta, Santa Maria apparecchiavasi a combatterle: movimenti udivansi in Cosenza e nel Tramano; insomma il lavorio reazionario cominciava a produrre saltuariamente i suoi effetti, e benché impotenti,, riescivano a tener desta l'agitazione e provocare la pazienza.

— Intanto in mezzo a pericoli sempre crescenti, diminuiva l'autorità del governo. Dopo la scissione del consiglio, era difficilissima rialzare la dignità della luogotenenza compromessa da una lotta, che quanto più impugnavisi dai consiglieri contro il direttore dell'interno Liborio Romano, diveniva tanto meglio esplicita e decisa. Giammai questo periodo di governo avea goduto fama di forte e rispettato; oggi era impossibile che proseguisse, o che tentasse cangiar metro.

Il principe di Carignano uomo per ogni riguardo rispettabilissimo e moderato, non istimò conveniente tener ulteriormente il suo posto, e dimandò al re di allontanarsene. Sua Maestà con decreto del giorno 16 Maggio aderì alle dimande del principe, e conferì la carica di luogotenente generale delle provincie napolitane al conte Gustavo Ponza di S. Martino, consigliere di stato e senatore del regno. i Nel partire da Napoli lo stesso principe confessava d'avere operato quanto per lui si poteva a vantaggio delle provincie di Napoli, nell'interesse del re e della patria; ma non aver potuto compiere tutto quello che avrebbe desiderato. Si accomiatò con un proclama cortesissimo diretto in genere agl'italiani di Napoli e di Sicilia, ed in ispecie agli ufficiali e militi della guardia nazionale, agli ufficiali e militi del dipartimento militare, non che al dipartimento marittimo meridionale.

Il conte di San Martino nell'assumere la direzione del governo, divulgò il seguente proclama, che riportiamo, poiché da esso origina un nuovo periodo nelle provincie del mezzogiorno, ed è bene notare l'aumento o decremento respettivo dell'ordinamento politico di codesta tanto travagliata parte d'Italia.

«Italiani delle provincie napolitane!

«Onorato dalla fiducia del re, io assumo sotto le direzioni del suo governo l'amministrazione delle provincie.

«Dopo che avete ricuperato una patria degna di tal nome, e mentre vi ha ancora chi ci contesta il diritto di essere italiani, vengo tra voi col proposito di dare forza, energia ed unità all'azione di tutti quei buoni cittadini che intendono consolidare e di rendere durevole l'unione dei popoli italiani.

«La forza di un magistrato costituzionale sta essenzialmente nel concorso che gli prestano coloro stessi, nel cui interesse deve far rispettare ed eseguire le leggi.

«Questo concorso io lo invoco e spero mi sia universalmente prestato colla franchezza e colla dignità che debbono presiedere alle relazioni di un popolo libero co' suoi magistrati.

«E con particolare fiducia invoco la cooperazione di tutte le guardie nazionali, le quali tanto nella città di Napoli, come nelle provincie diedero moltiplici luminose prove di amore alla patria, alla libertà ed alle leggi.

«I rapidi e radicali mutamenti nella nostra rivoluzione hanno inevitabilmente rallentato i publici servizi, e prodotto nei medesimi qualche confusione. Gradatamente importa pel nostro comune interesse di rinfrancarne con prontezza l'andamento, ed io assumendo personalmente la superiore direzione di tutte. le amministrazioni, procurerò di compiere il mio dovere, accertandomi che in tutti gli uffici publici regni immancabilmente quella vita d'ordine e quel lavoro regolare che sono necessari per dare all'azione del governo un carattere calmo ed energico ad un tempo,, e per soddisfare le legittime esigenze de' cittadini.

«Confido che ognuna di codeste amministrazioni vorrà concorrere efficacemente, nella sfera delle proprie attribuzioni, alla piena ed intiera osservanza delle leggi; cosicché io debba andar superbo d'essere a capo del governo.

«Sarà mio studio costante di promuovere nel miglior modo lo sviluppo della prosperità morale è materiale di queste provincie, con che io seguirò i generosi intendimenti di quell'augusto principe, il cui patriottismo e l'alta intelligenza cotanto giovarono all'amministrazione dell'Italia nostra. ne' più difficili momenti della sua rigenerazione, e che stette poc'anzi con voi rappresentante del magnanimo nostro re.

«Fedele osservatore delle leggi e delle intenzioni del governo, sarà mia cura di rispettare e proteggere senza passioni o debolezze le libertà e i diritti di tutti, e spero che quando la mia delicata missione sia cessata, dobbiate riconoscere aver io onestamente, e coscieziosamente adempiuto al mio mandato, lavorando per voi, pel re,. e per l'Italia.»

Il conte Ponza di San Martino fu preceduto dalla fama di abile amministratore, di uomo energico e fermo da non transigere colla piazza, da creare savie ed opportune leggi, e farle rispettare. Sebbene la prevenzione fosse diversa di quella che il Nigra avea prodotto, i risultati furon gli stessi; se non peggiori.

Generalmente parlando per rinormalizzare una stato dopo una rivoluzione è inevitabile lo sciupìo di molte riputazioni. Ogni uomo istrutto nella politica e pratico delle cose, si prefigge un sistema, le cui basi sogliono tradursi nel programma di apertura: in virtù delle risorse del potere confida trionfare di tutto.

Il programma sarà pur troppo vero e ragionato in pro. getto; ma l'attuazione è riserbata al terzo o quarto successore, il quale emendando gli errori o il malo esperimento d primi autori, il trova distrigato da impacci, e ben incamminato nella via pratica.

Napoli triplicava per lo meno le difficoltà ordinarie. Farini e Nigra già n'erano stati le prime vittime; ora veniva il turno pel conte Ponza, cui non era serbata sorte migliore; più avventuroso dovea esser Cialdini; meglio ancora Lamarmora, e così di seguito.

— Il nuovo luogotenente vide ogni male ne' disordini amministrativi, e nell'alterco de' partiti. L'una cosa influiva potentemente nell'altra. Non sembrava esservi via di mezzo: o rigori eccezionali che tagliassero al vivo senza riguardo; ma reggitori troppo nuovi e quasi donatarii del regno non potevano comandar troppo, e parere di despotizzare: o la conciliazione. Questo era però uno spediente scabroso, irto di difficoltà e quasi moralmente impossibile a connettersi per l'eterogeneità degli elementi; ma forse il solo da tentare. E a questo s'appigliò il conte di San Martino. Si provò a non perseguire troppo dappresso gli estremi partiti; anzi tentò di blandirli per guadagnarseli, s'era possibile. I borbonici s'ebbero invito perfino nelle feste di palazzo, e così col dissimulare oblio richiamandoli alle onorevoli pratiche del paese, il conte pensava di cattivarseli. Invece siccome il borbonismo era in realtà un figlio spurio del chiericato, e fratello germano del legittimismo, non poteva non partecipare della incorregibilità, e de' vizi d'ambedue. I borbonici si prevalsero della larghezza accordata per agire più speditamente, e in breve tempo il brigantaggio si estese pressoché a tutta quanta la, faccia del regno. Il tristo esempio era seguito dal partito della republica, il quale sotto la scorta di Mazzini uccellava tutte le occasioni per iscreditare il governo, umiliarlo, e guadagnarsi le speranze della patria.

— Proclami di Francesco II furono sorpresi nella stessa Napoli, ed erano diretti a tutte le provincie, per accenderle a favorire lo sviluppo di altre mosse di reazione e di brigantaggio.

Uno di questi proclami sorpreso a certo individuo, che confessò essergli stato consegnato da un prete messo perciò agli arresti, era riboccante d'insulti a Vittorio Emanuele, e Napoleone III; il primo trattavasi da folle, il secondo qual parvenu; e conchiudeva con un appello alle armi in massa, per circondare la real coppia borbonica e restituirla di peso sul trono napolitano. Un brano di questo proclama conteneva il tratto seguente:

«In nome della indipendenza italiana compressa dalla e Francia, i patriotti borbonici si rivolgono ai loro concittadini. L'Italia è caduta come ne' primi anni del secolo presente sotto la tirannide napoleonica. Se l'Europa penserà un istante a tutto il sangue, che ha versato da cinquant'anni per servire all'ambizione di due uomini nuovi, la riproduzione di qualche articolo del trattato 1815 le sembrerebbe una misura assai leggera, bisognerebbe ch'essa procedesse in modo ben più energico e durevole.»

— Chiavone ne' circondari di Sora proseguiva alacremente le sue operazioni. Protetto da luoghi montuosi e inaccessibili eludeva da' un lato la resistenza delle truppe, mentre dall'altro giovavasi della immunità territoriale dello stato pontificio per ritirarsi, lorché vedevasi incalzato.

Verso la fine di Maggio celebravasi in Sora la festa della protettrice della città S. Restituta: nell'atto della processione videsi comparire sulle cime de' colli prossimi una vanguardia di briganti, i quali cominciarono una viva fucilata per metter lo scompiglio nel paese e invaderlo. Ma trovatasi in pronto la truppa regolare e la guardia nazionale, furono ricevuti a colpi di cannone e dispersi.

Il dì appresso sentendosi pungere alle spalle da ogni parte, lo stesso Chiavone si spinse all'ardimento d'intimare al comandante italiano di depositare le armi, minacciando altrimenti una disfida di morte. A tale era montata la baldanza borbonica pel poco o niun rispetto verso il governo italiano!...

La situazione politica, e le misure adottato da suoi luogotenenti non incutevano paura.

La città di Catania era una prova evidente del fallace indirizzo assunto dal governo. Essa contiene una popolazione di ben novantamila anime, e già esulcerata dai guasti della guerra poc'anzi quivi combattuta, avea d'uopo di potere forte, senza legalità troppo meticolosa. Se altrove poteva tentarsi il sistema di conciliazione; colà era assolutamente impossibile. Impiegati sospettissimi e del paese, difetto di lavoro, abbondanza di ladri, tutto rendeva agevole il piano della restaurazione, la quale poteva ben calcolare sull'asprezza delle circostanze, e sopra un malcontento, che ogni dì guadagnava terreno per la estrema debolezza delle autorità.

Il disordine che s'era fin qui tenuto cupo e segreto, cominciava ad erompere dal suo silenzio. Varie fucilate tratte in vani punti della città, che sembravan segnali della rivolta, destarono la vigilanza de' buoni. Al solito la guardia nazionale tosto in armi contribuì agli arresti e al disarmo de' sospetti. Il general Della Rovere con apposito proclama prometteva lavoro, e rigore contro i sediziosi, guarentiva ne' modi più espliciti la sicurezza della proprietà. Le disposizioni prese erano eccellenti, ma serotine, e siccome prevedeasi che distaccamenti di truppa sarebbero positivamente sopraggiunti per isventare le trame minacciate, i borbonici, che dirigevano effettivamente il subbuglio, affrettarono l'esecuzione de' loro disegni.

Manifesti a stampa comparvero publicamente eccitanti il popolo alla rivolta contro i sorci (così nominavansi i reazionari) e contro i funzionari borbonici.

La sedizione era organizzata sotto colore nazionale. Il giorno 20 maggio infatti una mano di gente cognitissima per mal talento, uscì in piazza avente in pugno una bandiera tricolore, ed iva gridando — Viva Italia — Morte agl'infami — Gli onesti cittadini che avean per tempo saggiato il tranello, dieron di piglio al portatore del vessillo, e a colpi di sciaboja e di bastone il trassero senza meno prigione. La guardia nazionale fu tutta in armi subitamente, e siccome s'era posto ogni studio per cattivarsi l'arrestato, affinché denunziasse i suoi complici, ben presto se ne ottennero tali rivelazioni da venire in chiaro delle fila più importanti della cospirazione. Giusta l'usato giuoco, circa settecento malfattori dalle publiche carceri doveano esser liberati, e formare la vanguardia armata della sedizione; disarmar la guardia, e commettere quanto può di leggieri imaginarsi avesse potuto gente siffatta.

Ne' paesi limitrofi con Catania estendevansi Ia cospirazione; in tempo però si giunse a spegnerla pria che levasse la testa. Si detennero opportunamente i capi i cui nomi venivano con tutta franchezza scoperti da complici vili e venderecci, che come avean dato a prezzo la loro fede alla reazione, oggi capitati in mano della giustizia, tra il timore e le promesse, non v'eran né virtù né ragioni che loro infrenasse la lingua.

Il moto di Catania fu represso; il sentimento nazionale, comecché sovente scosso dai malvagi, era altresì radicato intimamente nella maggioranza de' buoni, i quali per fortuna mostravansi convinti della difficoltà momentanea e del buon volere del governo che dava alla tolleranza un pegno certissimo in avvenire non lontano.

— Il clero ancora in questi tempi avea raddoppiato di audacia; la sua opposizione era divenuta straordinariamente imprudente ed aperta. Approssimavasi la festa nazionale dello statuto da celebrarsi nella prima domenica di giugno; il governo desiderava, come rappresentante una potenza cattolica che le sue solennità civili fossero benedette dalla religione; però noi voleva forzosamente, e nel dare le sue disposizioni per la festa sopradetta; lasciò intera libertà ai sacerdoti d'intervenirvi. L'episcopato già renitente ad ordini diretti delle autorità governative, non prese tempo a risolvere per cosa ad esso potestativa; chiuse bellamente le porte del tempio in facai fedeli, che avrebbero voluto rendere grazie a Dio pel verace benefizio accordato alla nazione italiana nello statuto.

— I vescovi in questo obbedivano direttamente alle ingiunzioni di Roma, col. soprassello del livore personale che ai monsignori piacesse spargervi secondo i luoghi e le circostanze. Il giorno 18 maggio 1860 la sacra penitenzierìa previde il caso, e impetratone l'oracolo dal Vaticano, n'ebbe la risposta come segue

«Beatissimo Padre

«Da diversi pastori di anime esistenti nelle provincie del regno sardo è stato proposto il seguente dubbio, sopra di cui per norma delle coscienze, chiedono l'oracolo della santa sede; se cioè sia lecito al clero delle stesse provincie prender parti alla festa nazionale recentemente decretata per celebrare nella prima domenica di giugno l'unità italiana e lo statuto esteso alle provincie occupate dal governo sardo.

«Sacra pznitentieria mature considerato proposito dubio, respondit NEGATIVE.»

Nella corte romana questa risposta era fato di logica. Essa riteneva il re Vittorio Emanuele incorso nelle censure ecclesiastiche per la occupazione delle Marche e dell'Umbria (Napoleone non ostante il suo deliberato assenso inchiusivo sicuramente di complicità, era troppo potente per non proseguirsi a intitolarlo figlio primogenito della Chiesa). Ora nelle Romagne al re o al suo governo ostava l'atto sacrilego del possesso; nel resto del regno, né al re né al governo era lecito comunicare (dacché tutti erano scomunicati) colla chiesa o coi suoi ministri.

Non tutti però tra i vescovi e i preti la sentivano ugualmente, né tutti formavansi dell'opinamento romano una legge indeclinabile di coscienza. Quinci le interpretazioni, e le contradizioni: a Como, a Sarzana e in altre diocesi del napolitano i vescovi permisero l'intervento ecclesiastico nella solennità; i vescovi diTorino, di Brescia, di Colle, di S. Minialo in Toscana ec: acremente opponevansi, comminando sospensioni a divinis e censure.

In Milano la resistenza di monsignor Caccia, esosissimo prelato, produsse una vera rivoluzione. Il popolo si assembrò sotto il palazzo di lui, e cominciava già a trasmodare in vie di fatto; la polizia si fè incontro al popolo. Il capitolo di Milano e i parrochi, di conserva fulminavano il loro superiore per la insolente circolare sconsigliatamente divulgata. Il Caccia si tenne sempre caparbiamente sulla negativa; ma la funzione solennemente seguì.

Le ragioni di renuenza e di accettazione del clero in questa occasione si rassomigliano. Per foggiarne un idea, presceglierò un esempio che serva per tutti.

Cito la breve circolare di monsignor vescovo di Colle, a cui tien dietro una dettagliata protesta coi respettivi considerando.

Il vescovo al preposto capitolare scriveva così:

«Reverendissimo Signore»

«A scanso di equivoci io rinnovo la proibizione di ce lebrare funzioni sacre per qualsivoglia motivo politico In tutte le chiese di questa mia diocesi. La prego invigilare acciò nulla avvenga in opposizione a questa mia espressa volontà nel sesto da lei dipendente; prevenendola inoltre che nel caso di disobbedienza, intendo che siano sospesi ipso facto a divinis, non solo il celebrante, ma ancora gli altri sacerdoti assistenti alle funzioni.

«Le do facoltà di mostrare la presente, quando occorra e a chi di ragione.

Il capitolo rispose immediatamente.

«I sottoscritti formanti parte del clero, dietro nuova circolare di monsignor vescovo di Colle del 2 maggio corrente concepita in termini così concitati da far trasparire spirito di vendetta contro coloro che sono bene affetti ad un governo già legalmente costituito, con minaccia Immediata di sospensione a divinis qualora assistano o celebrino funzioni dette dagli odierni prelati di colore politico; mentreché la chiesa non deve, né può occuparsi di colori:

Considerando come dietro altra circolare del superiore governo corre obligo di celebrare l'annua. festa nazionale la prima domenica del prossimo giugno: Considerando come il celebrare o l'assistere alle funziozioni sacre per fine di supplicare, ovvero di, ringraziare l'Altissimo per il favore fino a qui visibilmente elargito alla più giusta delle cause, quale è quella della indipendenza italiana, non si oppone né al santo vangelo, né ad alcun altro insegnamento cattolico, come rilevasi dai sacri libri, e come hanno molti santi padri, e prelati più e più volte asserito:

Considerando come la chiesa cattolica chiaramente iusegna e comanda di pregare per tutti:

Considerando come l'andare in chiesa a lodare e ringraziare Iddio, non è opera di sua natura peccaminosa; ma anzi inculcata e comandata da Gesù Cristo medesimo;

Considerando che la indignazione grandissima che ha suscitato la notizia della rammentata circolare, sia tale da far temere che possa soffrirne danno non lieve la publica estimazione, e il decoro degli ecclesiatici, che in forza della medesima dbbbono soli astenersi in mezzo ad un intero paese dal prendere parte alla solenne festa nazionale;

Considerando finalmente che i sottoscritti hanno già in diversi indirizzi giurato fedeltà ed obbedienza a Sua Maestà il Re d'Italia, e che questo giuramento a nessuno è permesso annullare. — Per questi giustissimi motivi.

Protestano contro la summeatovata circolare e dichiarano d'intervenire a detta funzione assolutamente voluta e bramata da tutta la popolazione; intendendo così di porsi in ogni caso sotto la protezione del reale governo.»

Simile lotta e più ancora passionata agitavasi nelle Due Sicilie più direttamente sopravegliate da Roma. Colà come nel resto d'Italia frequentissimi erano gli scandali e le scissioni tra il vescovo, i capitoli e il popolo. Chi vietava di pregare e chi lo voleva a dispetto; chi sentenziava quelle preci come sacrileghe, e chi reputavate un merito celestiale, e un dovere di cittadino.

È un fatto peraltro che, lasciando stare il popolo delle altri parti d'Italia, quello napolitano benché contenesse masse superstiziosissime, non si mostrò sensibilmente commosso degli scrupoli episcopali. Quando il prete, in mezzo a verità bandite apertamente e liberamente, pretende di sovvertire con troppa fidanza le coscienze, non può a meno di non isperimentare la resistenza dell'intimo senso e della ragione anche nelle masse più rudi, che se sono offuscate dalla ignoranza, non perderono già il bene dell'intelletto e la capacità di addivenire migliori.

— Gli affari italiani che tante glorie venivano apparecchiando ai futuri destini della nazione, andavano innoltrandosi per sentieri intricati e difficili. La mente che aveali fin qui iniziati e diretti dovea addoppiare i portenti della sua virtù per sorreggerli e confortarli di quegli avveduti consigli, che nel causare gli eccessi, sanno contenersi equabilmente nei limiti assegnati.

Piacque invece alla Provvidenza di ritrarre il suo soffio dall'uomo che soprastava a tanti svariati movimenti, e parve quasi volesse sorprendere ne' momenti più ardui la nostra patria italiana per metterla a sempre maggiori prove,da cui dovesse risultarne vieppiù glorificata e grande.

L'insigne uomo di stato conte CAMILLO BENSO CAVOUR il giorno sei giugno 1861 consunto da breve infermità veniva rapito alla luce in quella età, da cui sogliono derivare i frutti più maturi del senno. Pianse l'Italia orbata inattesamente di sostegno cotanto valido, e se nel fervore delle passioni, lui vivente, s'imprecò da taluni contro la sua esistenza e contro il suo potere, ch'era pur salute della patria, per lui estinto, non fu chi non versasse largo tributo di lacrime.

Tristo fato delle anime grandi!... Dell'immortal corona di gloria non è dato vedersi circondare le travagliate tempia nell'atto dei benefizio; l'invidia, l'emulazione e la garrula ignoranza dannosi attorno per isfrondarne quel capo, che nella modestia, compagna indivisa del merito, offresi a facile vittoria di turba prosuntuosa.

Allorché la voce all'annata di chi tanto oprò per altrui si smarrisce nella silenziosa vacuità della tomba, solo un pianto crudelmente pietoso alimenta quella tremula lampada che mestamente irraggia la fredda pietra del sepolcro... Piange anch'esso per là dentro lo spirito irrequieto per la ingratitudine dei suoi fratelli, riconfortato soltanto nel compenso della virtù... ma il superstite non l'ode, e poche ore appresso, il ciglio è isterilito, e discende l'oblio sul deserto seggio, che la morte vuotò e ch'altri riempie.

— Non altrimenti dell'esimio personaggio, che oggi Italia perdeva, avvenne. Erano troppo ampie le ali della sua fama, perché potesse sfrontatamente niegarsi la rapidità e l'altezza a' suoi voli; ma pure un livore cupo che non perdona alle pili elevate intelligenze, studiavasi attenuarne l'intensità, denigrarne il valore, sia nella rettitudine degl'intendimenti, sia nella estensione della capacità.

Non appena disparve dalla scena del mondo, fu un solo il lamento ch'echeggiò da un polo all'altro dell'universo. L'Europa. più che le altre parti, stata spettatrice di mosse ardimentosissime condotte da straordinaria saggezza, consecrata dall'esperienza, rese omaggio unanime a questa celebrità. I suoi stessi nemici e quelli del nostro bel paese non poterono dissimulare l'immenso rispetto e la stima nudrita per lei pel senno pratico e fermo volere con cui avea saputo combatterli.

— Inghilterra, per cui il conte di Cavour avere provato «quella stima e quell'interesse (come egli stesso scriveva sur l'actuel ètat de l'Irlande pag. 38) che deve ispirare uno de' più grandi popoli che hanno onorato l'uman genere usa nazione che ha gagliardamente cooperato allo sviluppo morale e materiale dei mondo, e la cui missione di civiltà s è ben lontana dall'esser finita» l'Inghilterra, dico, dopo Italia, fu quella che per gli organi della publica opinione, e per l'autorevoli voci de' ministri britannici, contribuì sinceramente alla sua apoteosi.

Ecco il giudizio, che in mezzo al cordoglio comune espresso dal giornalismo inglese, fu compendiato a favore dell'illustre defunto nel parlamento di quella grande nazione. La camera de' comuni fece eco onorevole alle parole seguenti di sir Roberto Peel —

«Signori io sorgo per richiamare l'attenzione di questa camera sopra un soggetto, del quale già si tenne, parola nell'altra: intendo dire sulla morte recente del conte di Cavour. E mi sembra che questa sia una favorevole occasione per la camera de' Comuni di esprimere a il suo doloroso sentimento di rimpianto e di simpatia per la perdita prematura sofferta dall'Italia, nella persona di quell'uomo di stato, il più illustre sicuramente che abbia mai retti i destini di una nazione sul continente europeo sul sentiero delle libertà costituzionali. Non ispetta a noi lo scrutare i decreti della Provvidenza sulle cose terrene; ma stimo che la sciagura che afflisse Italia e che sembra esser 4 per minacciare la pace d'Europa, sia tale da attirare l'attenzione della camera, come rappresentante l'opinione del paese. Credo altresì corra obligo a noi di manifestare non solo i propri sentimenti, ma di esternare ancora il publico a cordoglio sotto forma officiale.»

Alle quali parole corrispondendo appuntino il. visconte Palmerston, soggiunse:

«Sento che mancherei ai propri miei sentimenti se non concorressi con coloro che hanno espresso il profondo loro cordoglio destato dalla perdita dell'uomo insigne; perdita non solo pel suo paese che altamente io rimpiange ma per tutta l'Europa; la cui memoria vivrà gloriosa nella grata ricordanza de' suoi concittadinie nell'ammirazione dell'u man genere insino a che istoria ricorderà le sue gesta.

«Quando io parlo di ciò che ha fatto il conte di Cavour, è d'uopo risovvenirsi che gli atti più splendidi della sua amministrazione e quelli che destarono maggior rinomanza nel mondo; vale a dire la estensione politica di unità per tutta Italia non sono forse quelli, per cui i suoi concittadini onoreranno di più la sua memoria. Giova ricordare ch'ei gettò le fondamenta di miglioramenti costituzionali, legali e sociali in tutti gli all'ari interni dell'Italia, e sorviveranno eternamente a lui, mentre conferiranno benefici inestimabili ai presenti e agli avvenire.»

Alla opinione del parlamento inglese, quello di Francia fe ancora eco generosa. Nella seduta del giorno 5 luglio espresse nel processo verbale il dolore della irreparabile perdita. Il Moniteur diè il segnale, e gli altri autorevoli periodici francesi d'ogni colore tributarono i loro elogi sviscerati senza gelosia e con impeto veramente cordiale e fraterno.

Scelgo per brevità un solo tratto della Presse, che cosi
si esprime:

«Il conte di Cavour è morto. Questa notizia ha fatto palpitare i cuori di tutti gli amici della libertà, i quali da un capo all'altro dell'Europa vibrano in questo momento della medesima pulsazione.

«Egli muore nel momento, in cui la rigenerazione dell'Italia compiutasi dall'irresistibile ascendente della giusti zia e del diritto, ci s'affaticava a riunire tutti gli animi sotto l'autorità delle nuove leggi, nel momento, in cui non conosceva più altri nemici all'infuori dei nemici d'Italia e della libertà.

«Egli gettava le vere basi dell'indipendenza e dell'unità d'Italia, e non potè compire la sua vasta impresa; ma egli la lascia sicura dagli attacchi de' suoi più pericolosi nemici.

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«Come l'eroe che cade sul campo di battaglia, allorché la vittoria è sicura, il conte di Cavour potè morir contento. Ei vide l'Austria abbattuta, espulsi i piccoli tiranni d Italia, la corte romana agli estremi, gl'italiani progredienti nella stima e nelle simpatie dell'Europa. Egli cominciò assumendo gli affari di un piccolo reame di quattro milioni d'anime, ei trasmette ai posteri ed alla storia una grande nazione di venticinque milioni di cittadini liberi e indipendenti. E nel giorno ove il parlamento italiano si a prirà in Campidoglio, esso metterà sopra un piedistallo, nella sua aula delle deliberazioni,la statua del conte di Cavour.

«Nulla mancò alla sua gloria. Egli porta con se e me«rito l'odio implacabile di tutti i controrivoluzionari, l'ammirazione, la riconoscenza ed il rimpianto di tutti gli amici della libertà.

«I suoi. nemici che sì indegnamente lo calunniarono, vollero farlo passare per il più gran perturbatore di Europa. Dio voglia che gli avvenimenti non debbano dimostrare loro un giorno che quel perturbatore e quel rivoluzionario era il primo rappresentante dell'ordine, la più so lida guarentigia della pace in Europa.»

Ma che più? Gli stessi avversari politici del conte resero a lui finalmente giustizia, quando non ne aspettavano ulteriore nocumento alla loro causa.

Cito un breve tratto, ad esempio, dell'Amì de la Religion, il quale esce in questi detti:

«I nostri lettori ne siam convinti risentiranno a lor volta una profonda e dolorosa emozione innanzi questa mora te, che rammenta in qualche lato quella di Mirabeau in mezzo alle grandi rovine incompiute della rivoluzione.

«L'ora della istoria non ha ancora suonato pel signor di Cavour.

«Ma qualunque sia il nostro irrevocabile giudizio sugli avvenimenti compiuti da due anni in Italia, noi non potremmo vietarci un rammarico e un omaggio per l'uomo eminente che testé scomparso. A volte in mezzo pure alle pro teste le più energiche che ci dettava la coscienza, noi ci domandavamo perché tanti doni meravigliosi e tanto forti a qualità non erano impiegate a una causa migliore! Vera_ mente uomo di stato potente per la parola e per l'azione, portante con facilità le più gravi responsabilità, insieme vane nelle sue combinazioni e perseverante ne' suoi fini, d'uno spirito moderato e d'un carattere passionato, egli sembrava fatto per essere uno dell'iniziatori dell'Italia moderna; per liberarla dall'antico regime senza abbandonarla alla rivoluzione, e per condurla verso l'indipendenza senza allontanarla dalla chiesa.

Se tanto si dolsero gli stranieri, non esclusa la pubblica opinione austriaca, e gli stessi nemici nostri, cosa dovea dirsi dell'Italia che da vicino soffriva la perdita diretta d'uomo cotanto ammirevole? Il parlarne superfluo tornerebbe; basti solo che non una città astennesi dal celebrarne i funerali solenni, circondandosi del lutto più profondo, come se veramente la più alta sventura nazionale ne avesse colpiti; le città primarie poi tutte decretarono per publiche soscrizioni monumenti parziali al grand'uomo per rappresentare in qualche modo esteriormente la sua memoria, a cui la storia avrebbe d'altronde reso la meritata giustizia.

Su tutte le città italiane l'eterna Roma testé da lui proclamata Capitale d'Italia, s'abbandonò al più stemprato dolore. Per saggiar i sentimenti di quella popolazione desolata per tanto disastro non posso dispensarmi dal riportare le espressioni d'immensa doglia e le disposizioni tanto onorifiche alla patria mia, che il Comitato romano interprete de' voti de' suoi concittadini, emise in questa circostanza.

Il proclama a stampa divulgato era concepito ne termini che seguono.

«Questa commozione vivissima d'ogni parte d'Europa; questo tributo d'un compianto unanime al sommo italiano che la morte ci ha rapito, dimostrano che per l'umanità la, scomparsa d'un grand'uomo non è meno sentita e meno acerba della scomparsa & un gran popolo. V'è qualche cosa di profondamente comune fra i destini di un paese e quelli dell'uman genere.

«Oh non potremo piangere abbastanza sopra questa tomba che così di subito, così prematuramente e nel meglio del bisogno ha inghiottito tanta nostra gloria e tanta nostra speranza!

«Se il morire è proprio di tutto quello che nasce, è sovrumana cosa il risorgere. E coloro che coll'opera del senno e della spada si fanno ajutatori e braccio di. un popolo risorgente, rimangono per noi quasi la personificazione immortale di quel divino spirito,' che sparge da per tutto la vita.

«Più d'altri fu serbata al conte di Cavour questa personificazione sublime nella rediviva nostra patria. Massimamente per opera di lui echeggiò di nuovo alla vista del porto l'antico saluto — Italiani, Italiani — per lui alle vecchie ed umiliate bandiere delle città sempre sorelle e sempre divise, fu sostituito raggiante di fede e di amore, raggiante d'un avvenire indefettibile, il trionfale vessillo della nazione, che la sua gagliarda mano era ornai per piantare sulla cima invocata del Campidoglio! Ahi che la gramaglia dovea circondare quel vessillo augurale! Tutto un popolo prima di ricongiungersi nell'antica Roma si trova ricongiunto dallo stesso 'dolore, intorno ad una bara: e quella corona che assai più, pura e solenne degli allori dei Cesari, Roma novella avea apparecchiato per la fronte del maggiore cittadino d'Italia, ora è deposta sul capo d'un estinto.

«Ma se Cammillo di Cavour è scomparso, pensiamo che la nostra speranza, invece di spegnersi, vuoi raddoppiarsi sul suo stesso sepolcro. Facciamo che sulla traccia imperitura del grand'uomo si avanzi animoso passo di un gran popolo. Ed allora la Provvidenza moltiplicherà sul cammino di questo popolo il numero degli uomini grandi.

«Al successore di Cavour ed al parlamento si appartiene di recare al designato termine il colossale edificio della italica redenzione e della italica unificazione.

«Appartiene a noi trarre dal sepolcro del gran defunto i nostri auspici immortali, e continuare per essi il culto di un uomo che le altre genti c' invidiarono; il culto di un nome che sarà ornai insuperabile da quello d'Italia e che nel presente compianto d'Europa contiene già la riverenza di tutti i secoli avvenire.

«E noi che le lontane età chiameranno avventurosi, perché contemporanei a quel grande; noi che aspirammo le nobili emanazioni della sua mente, e lo secondammo colle emanazioni del cuor nostro, noi debbiamo con un ricordo perenne tramandare ai posteri il segno di quell'intimo legame che ebbe l'Italia col suo statista, tanto nella vita che nella morte di lui.

«Roma era il punto eccelso a cui mirarono i sublimi e finali intendimenti di quel massimo instauratore dell'Italia, ed è doveroso che Roma si faccia iniziatrice di una nazionale contribuzione per un momento di riconoscenza al defunto incomparabile.

«Il comitato nazionale di Roma si fa quindi a promuovere le contribuzioni per un monumento al conte di Cavour, da erigersi nel Campidoglio, od in qualunque altro luogo che sia per designarsi dal parlamento italiano.

«Esso comitato a' incarica di raccogliere, per poi depositare nella banca di Torino le contribuzioni delle città e paesi tuttora sottoposti adominio pontificio, ed ha fiducia che le altre città divenute libere concorreranno unanimi all'impresa nel modo che stimeranno migliore.

«Sarà ricevuto colla moneta del ricco e dell'agiato anche l'obolo del povero. L'oblatore contraddistinguerà la sua offerta con un motto o una cifra di convenzione, coi qual motto o cifra verrà depositata nella già detta banca e pubblieata nei giornali. All'enunciata cifra o motto potrà l'oblatore sostituire il proprio nome a suo tempo.

«Le ulteriori norme per procedere alla raccolta delle oblazioni, verranno publicate con altro avviso.

«Roma 9 Giugno 1861»

In questa triste circostanza fu gentile pensiero della gioventù francese di apportare una stilla di sollievo alla commossa gioventù italiana, desumendo dal sinistro incorso una occasione per iscambiarsi a vicenda pensieri patriottici, e rinfrescare l'amicizia degli uomini liberi.

«...È quest'ora de' supremi dolori (leggevasi in un indirizzo della gioventù francese alla italiana) che noi vogliamo scegliere; noi, gioventù di Francia per recarvi i nostri pianti più amari, le no. stre speranze più vagheggiate; i nostri voti più ardenti, e fare come un eco simpatica ed entusiastica a questi tre gridi della morte: Venezia… Roma… Francia...; rivelazione dell'avvenire, uscita onnipotente dalla tomba...Italiani! proseguite a mostrare all'universo che vi guarda. ed ammira, la virtù dei due ultimi anni ed allora le parole dell'agonia saranno profetiche — Tutto è salvo —»

«La memoria del grande trapassato vi sia in tutti gli atti della vita politica un insegnamento ed uno sprone, e se mai voci ostili e corruttrici seminassero la discordia nelle vostre fila, pensate a Cavour, e rimanete tutti uniti. intorno a Vittorio Emanuele. Ognuno che rechi nel suó cuore scintilla di patriottismo, non s'allontani dal re; ecco la via, la sola via che meni a Venezia, non havvene altra.

«Ecco ciò che noi nipoti dell'89, volemmo dire ai no stri fratelli d'Italia, usciti jeri da quella immortale rivoluzione, che sola dee trasfigurare il mondo, poiché solamente la giustizia fa miracoli. Così direm loro con uno dei nostri: mostratevi rivoluzionari: cioè calma innanzi la lotta, devoti ed energici nel giorno dell'angoscia suprema: mostratevi popolo, e l'Italia non è più in pericolo. Le nazioni che vogliono esser grandi devono, come gli eroi, essere R educate alla scuola de!la sventura.

Ma se nostrani e stranieri; amici e nemici struggevansi d'ambascia per attestare stima e dolore al genio immortale di Cavour, chi mai tripudiava nel lutto comune, chi traeva fausti auspici dai suoi funerali?… Roma; non la Roma de' romani, ma la Roma d'Antonelli e de' briganti, gioiva sola nel sol cordoglio di tutti.

Colla morte del gran ministro stimavansi le cose italiche ridotte a mal partito; smarrita ogni diritta via, e prossima la rovina de' patriotti, quanto la vittoria delle restaurazioni.

I preti incorreggibili nella superstizione, predicavano ad alta voce che il gastigo di Dio era piombato su di un correo principale de' danni arrecati alla Chiesa ed al suo visibile capo ( [4]); la stessa fine sovrastare a suoi complici. Quindi uscivano in perorazioni per incoraggiare que' ciechi che non sapevano esimersi dal prestar loro credenza: procuravano accrescere così il numero del proselitismo reazionario.


L'Italia perdè nel conte di Cavour un gran sostegno, ma non caddero perciò i fondamenti dell'edificio patrio.

S'ei fu uno de' principali autori del risorgimento nazionale, la Dio mercé non difettavano ingegni che almeno potessero studiarsi efficacemente di seguirne le orme fortunate, e che a fine conducessero l'impresa.

La nostra causa intrinsecamente buona, da ogni làto fluiva spontanea ne' suoi progressi; noi son avevam d'uopo sostenerla meccanicamente per via di artióziose combinazioni; a noi non restava che combattere nemici perfidi o e propugnanti il solo loro egoismo.

— Oltre misura forse m'intrattenni sul grave avvenimento della morte dell'insigne presidente del consiglio; sembra altresì che in accennando certi argomenti di primario interesse, che ci colpirono di recente, il cuore e l'intelletto non valgano facilmente a distaccarsene, sorvolandovi leggermente;. talché non durerò pena in ottenerne venia da' miei lettori, mentre seni' altro l'invito a seguire il nostro cammino.

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XXVII

La successione alla presidenza del consiglio era riservata all'esimo ìo barone Bellino Ricasoli, nome per moltissimi titoli, accetto agl'italiani, e il solo forse che per abilità, dignità e rettitudine poteva presso i gabinetti europei avvicinarsi all'esercizio della valida autorità di Cavour. La sua fama convalidata dai fatti, che tanto il resero benemerito della nazione, facevalo rispettato agli stranieri eziandio.

I primi suoi discorsi nell'assemblea, e le sue note diplomatiche corrisposero alla espettativa con sommo plauso; la moderazione e la fermezza, doti caratteristiche ch'erangli proprie e che tanto urgevano nella difficoltà degli affari presenti, spiccavano in lui mirabilmente.

Datosi egli a risolvere principalmente i problemi politici della nazione, non fu ugualmente fortunato nel distrigare gli ostacoli gravissimi opposti dai disordini di amministrazione, massime nelle provincie napolitane; o a dir meglio non ora ancor venuto il tempo, in che il male avesse potuto percorrere i suoi stadi, e forza d'uomo non vi avrebbe fruttato che in, quella dose consentita dalla regolate vicenda della cose agglomerate alle triste specialità che ogni dì facevansi sempre meglio manifeste nelle Due Sicilie.

Il barone Ricasoli trovò alla luogotenenza di Napoli il conte Ponza di San Martino, e lasciò ch'ei seguisse ad esercitare la sua carica; ma sia che il governo non approvasse intrinsecamente lo svolgimento del suo programma; sia che reputasse necessario colà un potere più forte e quasi esclusivamente militare, cominciò dal corrispondere lentamente alle richieste di truppa che il Conte energicamente faceva per prevenire o reprimere, secondo i casi, tanto gli abusi amministrativi, quanto l'idra del brigantaggio che risollevava il capo, e minacciava perfino audacemente i dintorni della stessa Napoli.

Procedendo inoltre il governo più apertamente, spedì sì l'illustre generale Cialdini in quelle provincie; ma con una autorità esclusiva e indipendente dalla luogotenenza; talché oggi l'autorità politica diveniva subalterna alla militare a detrimento di quella legittima unità di comando e di ordine richiesta per l'efficacia degli atti ad evitare contraddizioni e la prepostera cooperazione del militare, la quale, meno casi eccezionalissimi, suole operare dipendentemente dal potere politico, cui dee servire di mezzo potente nel conservare il rispetto e la sanzione effettiva della legge.

A velare appunto cotali sconci evidentissimi, il ministero italiano, nell'inviare il Cialdini, inculcava al luogotenente di rimettersi, quanto alla publica sicurezza, al giudizio di lui, che opererebbe a modo di guerra.

Nel napolitano però noi era il caso di combattere nemici in campo aperto, era d'uopo agire in via di polizia, dacché il brigantaggio alimentato e favorito da comitati e da paesani non poteva cadere solamente sotto la competenza militare. Di più il conte Ponza avea d'uopo di soldati per opporsi ai briganti non solo, ma per far rispettare le sue risoluzioni, per l'esecuzione delle sentenze civili, per la riscossione de' tributi ec: insomma per dare esecuzione a quel sistema che ogni uomo si prefige in mente nell'accettare un governo.

La coesistenza impossibile di questo duumvirato addusse di per se la rinuncia del conte San Martino, che intralciato nello sviluppo delle sue idee, rimaneva di fatto esautorato e destituito quasi della parte esecutiva del suo potere.

Il conte credè aver colto il disegno de' ministri; di far cioè che l'autorità militare già accordata a Cialdini si consolidasse colla politica. Egli non adottò la sua risoluzione di dimettersi che dopo aver maturamente scrutato l'intenzioni del governo.

Non si ebbe coraggio di manifestare dichiaratamente che voleva cangiarsi sistema: il conte Ponza era personaggio sotto ogni rapporto rapporto ragguardevole, e non poteva togliersi di mezzo per nulla; si mancò d'altri espedienti e volle farglisi intendere per indiretto.

Era questo al certo un riguardo sacrificato al buon volere del governo, che voleva rafforzare il potere a Napoli e circondarlo dell'aspetto militare per escludere quella rigorosa legalità, da cui l'autorità politica non può giammai discostarsi senza essere appuntata.

Tuttociò peraltro contribuì a rinfrescare i disordini; od almeno a far dichiarare perduto il tempo precedente; imperocché le disposizioni iniziate particolarmente dal luogotenente, le sue pratiche specialmente ne' publici uffizi per purgarli dai funzionari inetti o cattivi, rimanevano sospese e sotto nuove influenze. Finalmente questi continui cangiamenti di uomini e di sistemi adducevano ritardo nell'assestamento degli affari e discredito al governo che ancora non sapeva trovare il bandolo per moderare le provincie del mezzogiorno italiano. I nemici guardavano, e se non potevan ridere, avean buoni argomenti a sperare.

Ed ecco che come due mesi innanzi, il principe Eugenio avea dichiarato non aver potuto compiere quanto avrebbe desiderato, oggi a sua volta era costretto ripeterlo il conte San Martino, il quale accomiatavasi da Napoli, coi seguenti sensi diretti al sindaco di quella città

«Un telegramma del barone Ricasoli presidente del consiglio de' ministri mi annunzia che S. M. ha accettato le mie dimissioni.

«Prima di partire sento il bisogno di ringraziare lei, l'amministrazione municipale e la popolazione tutta per la cordialità, colla quale mi hanno sorretto nella breve ma laa boriosa mia amministrazione.

«Parto profondamente addolorato di non aver potuto condurre a termine il mio lavoro di conciliazione e di rsordinwnento interno.

«Forte dell'appoggio della popolazione che non mi ha fallito mai, io ho tanto maggiormente sperato di poter coma piere l'opera mia, inquantochè rifuggendo da ogni mistero. e da ogni segreto, ho sempre posto la popolazione in grado a di valutare ogni mio atto, ogni mio pensiero, e non ho trovato mai che parole di conforto e di benevolenza.

«Parto colla convinzione di non aver mai transatto col. mio dovere, e porto con me la fiducia di conservare quella benevolenza di tutti, della quale principalmente in questo. momento ricevo tanti e si commoventi attestati.

«La prego di accettare coi miei rigraziamenti le proteste della mia distintissima considerazione.

«Napoli 15 Luglio 1861»

«U.mo Obbl. mo Servitore

«Di San Martino»

Il generale Enrico Cialdini quattro giorni dopo prendeva possesso della luogotenenza di Napoli. Egli nel suo proclama solito ad evulgarsi in chi assume il nuovo potere per delineare la propria fisionomia, rendeva evidenti i presentimenti del conte Ponza nel dare le proprie dimissioni, e con una franchezza tutta militare ei annunciava un nuovo genere di conciliazione offerta non già per far dominare il governo, ma per ottenere cooperazione in renderlo più forte colla giunta efficace di tutte le forze omogenee del paese. Era un altro tentativo, che si discostava dal precedenti per una tacita minaccia commi nata sottilmente a chi avesse osato scattar l'orbita delle respettive o legittime competenze.

In Cialdini tali disposizioni venivano rispettate e temute; dacché egli portava seco l'ascendente del merito e della fortuna, e insieme quel prestigio di severità risoluta e senza termini medii, propria delle abitudini militari: anzi tale stima, congiunta alla nessuna reputazione amministrativa nel generale, che mai avea dato saggio di se in tale materia, faceva supporre che se per un istante fosse riuscito a guarentire con ben inteso terrore la publica sicurezza, ne avrebbe rinteso l'amministrazione interna, che non abbisognava meno di pronti energici e non men sapienti provvedimenti.

Ad ogni modo già generale d'armata in età fresca, benemeritissimo della patria oltre ogni dire, redimito di verdeggianti corone sul campo, preceduto da una fama di uomo veramente liberale e franco, la sua venuta riscosse la comune simpatia, benché sorta dal ritiro del conte di San Martino, il quale pel suo spirito eminentemente conciliativo (fors'anche troppo) erasi guadagnato l'animo dell'universale, ch'era sinceramente amato, e a vicenda avea meno nemici degli altri.

Il proclama Cialdini nella sua semplicità è un capo d'opera. Ritraeva in se mirabilmente l'aspetto dell'uomo che lo redasse; e sembrava che per la franchezza e fiducia ne' mezzi preconcetti affrancasse i dubbi e facesse pregustare la fausta certezza della riuscita nel compito intrapreso. Eccone le parole:

«Napoletani!

«Il governo del re mi mandava tra voi coll'incarico speciale di purgare il vostro bel paese dalle bande di briganti che l'infestano.

«Accadde per la deplorata dimissione del conte Ponza di San Martino, ed in allora volle Sua Maestà con sovrano decreto del 14 corrente nominarmi luogotenente del Re in queste provincie. E ciò senza dubbio nello scopo di riunire in una mano sola i poteri militari e civili, onde agevolare così la riuscita del mio mandato.

«Io giungo preceduto da cortese testimonianza di benevolenza che amava darmi il municipio di Napoli, facendomi concittadino vostro. Onorificenza lusinghiera e cara cotanto al mio cuore, m'imponeva un debito di gratitudine e qui venni a soddisfarlo.

«Ma poco o nulla potrei senza voi. Con voi tutto potrò. Fra chi vi ruba e vi assassina e chi vuoi difendervi sostanza e vita, la scelta non parmi dubbia.

«Mi affida quindi il natural criterio del buon popolo napolitano e il senno della sua mirabile guardia nazionale. Invoco ed avendo con fiducia l'appoggio delle frazioni tutte del gran partito liberale; giacché questione è questa di sostanza,. non di forma; di comune, non di particolare interesse.

«Tregua or dunque alle irritanti polemiche. Chi vuole la libertà sotto la garanzia delle leggi fortemente sostenute ed equamente applicate, chi vuole l'Italia libera ed una con Re Vittorio Emanuele, sia meco; ch'altro io non desidero, non voglio, non propugno.

«Un grido, un sol grido che esca da' petti nostri, purché simultaneo e concorde, avrà un eco possente irresistibile dal Tronto al greco mare. Esso basterà a disperdere in breve le bande reazionarie, ed a gettare lo sgomento nell'animo di chi le paga da lungi, le muove, le dirige.

«Quando rugge il Vesuvio, Portici frema!

«Napoli 19 Luglio 1861»

«Il generale d'armata Luogotenente del Re

«Enrico Cialdini»

Il generale al suo arrivo trovò inondate pressoché tutte le provincie di briganti. La necessità di tentar qualche cosa per parte de' comitati, attesi gli arruolamenti da lunga mano pronti; la facilità di esecuzione nella deficienza di truppa regolare, e le agevolezze ch'eran conseguenza del sistema conciliativo intrapreso dal conte Ponza, facevano che se non al tutto impune, almeno baldanzoso e temuto potesse il brigantaggio commettere scorrerie, stragi, incendi, ricatti con tutte quelle scene di orrore, quali esauste su tutta la, distesa delle possibili crudeltà, in varianti proporzioni rassomigliavansi tutte.

Senza troppo affaticar la pazienza dei leggitori in minuti ragguagli o addolorare soverchiamente il loro cuore, accenniamo che, al sopraggiungere di Cialdini, le Calabrie, Basilicata, Capitanata, gli Abruzzi, Terra di Lavoro, Benevento, Molise, Salerno, Avellino, e il circondario di Napoli erano in pieno fermento per offese e difese di orde d'assassini ([5]).


In Portici s'era raccolta gran parte dell'aristocrazia fautrice di Francesco II, e quasi liberamente congiurava all'aperto, senza che ancora si avesse avuto il coraggio di porvi arditamente la mano.

Chiavone era sopratutto in voga in questi tempi; però il suo sistema fu sempre il medesimo; spingere innanzi i suoi complici, ritrarsi, dividersi il bottino, empiere del suo nome le contrade tra i confini italiani e pontifici.

Un Cipriano Della Gala non faceva men tristamente romoreggiare la sua fama. Era questi non dammen degli altri delittuoso ed empio. Campato dal carcere schivava la mano della giustizia; e rifugiavasi sotto la protezione dell'ex-re; presto intitolato generale, fu capo terribile dei banditi. Più audace e coraggioso di Chiavone ottenne a preferenza degli altri maggiori successi.

Due brevi annedoti il daranno meglio a conoscere. Un fratello di Cipriano era racchiuso nelle prigioni di Caserta. Egli mise in punto venti e trenta uomini abbigliati a guardia nazionale; indi sul far della sera tenendo uno de' suoi compagni afferrato pel collo, si avvicinò alla porta maggiore delle carceri, dicendo alla sentinella;Signori miei, eccovi uno de' galantuomini di Franceschiello.

La guardia riceve con plauso lo zelo del finto capo di picchetto; spalanca la prigione… ma che!… non appena i briganti son dentro, s'impadroniscono de' custodi, disarmano la guardia, e schiudono libero il varco al fratello di Cipriano, non che a tutti gli altri detenuti, quali si convertono così in altrettanti briganti.

Presso Capua in un casolare di campagna Della Gala fu appuntino indiziato alla truppa italiana. La casina venne circondata, e ben presto invasa dai carabinieri reali. Ei s'avvide d'esser nella rete senza scampo: ebbene afferrò due recolvers, si pose in resta dietro una porta, dove i carabinieri stavan travagliando per atterrarla; la porta cadde rovesciata, un fuoco infernale e seguito cominciò a vomitarsi dai due arnesi asi colpi. 1 carabinieri sopraffatti e mezzo confusi dal cadere di alcuni fra loro, si ritirarono un momento. Nel frattempo il Della Gala evase prestamente, guardandosi sempre le spalle a pistole spianate. Quest'uomo risoluto e fatto più audace dall'imminente pericolo, impose e sbalordì gli assalitori, ai quali bellamente sguizzò di mano, e poche ore dopo, il brigante era già in sicuro co' suoi compagni.

Cozzito, Caruso, Ninconanco, Pilone, Crocco, e cento altri simili malfattori, senza valutare gli stranieri francesi e spagnuoli, erano in quel tempo 'i condottieri di masnade armate più temuti e famosi. Prima d'innoltrarsi spicchiamo dai numerosissimi episodii qualcuno di quelli che si distinguono più per singolare ferocia.

Se nelle altre provincie brulicavano briganti, quella di Avellino n'era gremita; dacché incalzati nella Terra di Lavoro dal generale Pinelli, s'erano ritirati in frotta per colà.

Una banda di cinquanta o sessanta uomini invase Salsa, e lo potè senza resistenza. Passò a Sorbo, e via facendo, andava ingrossando. Divisa io piccole colonne pei boschi di Montefalcione, Prata e Montemiletto assaltò Lapio, Tufo, Chiusano, Candida ed altri paesotti vicini. Finalmente facendo centro in Montefalcione, fu installato un governo provvisorio, la guardia nazionale disarmata, stemmi patriottici abbattuti. Di là muovevano ordini di sommissione ai luoghi circostanti con terribili minacce in caso di trasgressione.

Alcuni villaggi, attesa la picciolezza di numero, impossibilitati alla resistenza, per tema d'essere ingojati, necessariamente fecero atto di soggezione.

In Montemiletto batteano cuori italiani. V'era un Carmine Tarantino tenente della guardia nazionale di Avellino, e il sindaco arciprete Leone anelante alla vendetta del padre e del fratello trucidato pochi dì prima dagli assassini: quivi costoro valsero a raccogliere molta guardia nazionale del luogo ed altri volonterosi giovani ne' dintorni, coi quali ritennero poter rintuzzare un assalto, e respinger frattanto sdegnosamente le audaci proposte di resa intimate dal sedicente governo provvisorio de' briganti di Montefalcione.

Non si omise di richiedere pronti soccorsi al capoluogo in Avellino: il governatore De Luca a sua volta fe istanze urgentissime a Napoli e a Torino, costituendo nel tempo medesimo la giunta municipale in permanenza a fine di provvedere nel miglior modo possibile alla sicurezza de paesi minacciati.

L'animosa gioventù raccolta da Tarantino e Leone, senza contare il numero dell'inimico, che pur esageravasi alla cifra di più migliaja, volle provarsi d'attaccare i briganti nella loro residenza di Montefalcione; ma scorta sul luogo una forza di gran lunga maggiore, non vollero avventurar troppo se stessi, e sguernire di difensori il loro paese.

Laonde si rifecero su i loro passi verso Montemiletto. Ivi profittando di due validissimi palagi esistenti nell'ingresso, l'uno del principe appunto chiamato di Móntemiletto; l'altro del principe di Fierimonte, foggiati presso a poco sullo stile delle vecchie residenze feudali, vi si racchiusero atteggiandosi a disperata difesa.

L'attacco non fe attendersi lungamente. Una schiera di sessanta briganti circa, fattisi precedere da concerti con alcuni malandrini del paese, si presentarono in prossimità appunto de' due palazzi testé rammentati. Una vivissima fucilata li accolse: però gli assalitori resi baldi dal numero della plebe che, puntuale al convegno, agognava a lucroso saccheggio, massime di que' due magnifici locali, urtavano sempre più da presso; finché dopo varie ore di combattimento, le munizioni degli assaliti erano esauste; soccorsi attendevansi invano, e col rallentare del fuoco animavasi fieramente la turba invaditrice.

I difensori altresì vedendo balenarsi orrendamente sugli occhi la scure de' carnefici e certissimi di morire insistevano gagliardamente. Allora il fuoco fu lo spediente estremo per metter fine alla mischia.

Le donne s'erano aggiunte nel sanguinoso_ baccano, e ferendo le stelle con acutissime grida, adducevano esca alle fiamme. Alcune barricate distrutte, la porta principale già rovinava preda del vorace elemento...

Mio Dio chi raffrenerà ora l'idra del volgo precipitantesi vincitrice, negli abbattuti baluardi della resistenza? Un Vincenzo Petruzziello di Montemiletto apre l'atroce scena. Scontratosi nell'eroico Tarantino, lo mette in pezzi e getta il cadavere tra i tizzoni ardenti; ugual sorte tocca al sindaco Leone, non che a fanciulli e donne che trovavansi in palazzo; taluni sono sepolti vivi tra fetenti cadaveri; quanti in somma respirano colà dentro e che non possono trafugati in qualche nascondiglio, sono trucidati e morti. Un rapporto officiale ne conta diciassette; altri testimoni del fatto recano a numero ben più elevato, questa cifra.

Nel momento del pericolo, vedendo mancare soccorsi da Avellino, o da Napoli, alcuni patriotti si rivolsero al 'governatore di Benevento, il quale per verità ordinò immantinente che si armassero le guardie nazionali del mandamento di S. Giorgio, sì che in poche ore una colonna di presso a centocinquanta militi era in assetto di partenza. Altra forza era impossibile; imperciocché ciascun paese avea d'uopo per se; oltreché in Montefusco, dov'era qualche centinajo di reazionari rinchiusi nelle prigioni, dovettero spedirsi altri uomini, a fine di non aumentare il numero de' nemici coll'evasione, cui minacciavano dar mano altri briganti. .

Malgrado le premure che d'ogni parte metteansi, nessun soccorso potè giungere in tempo. I militi raccolti nella provincia beneventana erano lì lì per guadagnare il luogo del del couflitto, quando a piccola distanza seppero che i briganti scacciati da Montemiletto aveano assaltato Dentecane. Si diressero adunque per colà.

Il debellatore intrepido di queste bande era lo stesso governatore di Avellino De Luca, il quale alla testa delle guardie nazionali dopo aver liberato Candida e Chiosano, sotto Montefalcione corse risico gravissimo della vita; avvegnachè respinto furiosamente dalla plebe non ancor sazia di preda e temente il meritato gastigo, dové trafugarsi in un convento, e già vedevasi attorniato da' briganti in procinto imminentissimo; quando alla perfine un distaccamento del 63mo di linea e la legione ungherese del presidio di Nocera poterono operare una fortunata ricongiunzione cogli uomini del governatore. Ben duemila soldati sopra modo animati dipendevano ormai da' suoi ordini.

Esci egli dal suo ritiro, percorse la linea senza trar colpo, ripristinando il governo, arrestando i malfattori, come venivangli tra mano; migliaja di contadini alla rinfusa si dispersero pei campi alla nuova della prossimità delle truppe. Montemiletto abbandonato da' suoi ladri difensori era piombato nella costernazione e nello scoraggiamento, lasciò prendersi senza lunga contesa: la truppa vi penetrò. Avea battuto l'ora della punizione pei malvagi; circa, quaranta briganti superstiti alla fuga generale, soccombettero colle armi alla mano; molti furono fucilati, la guardia nazionale immediatamente disciolta.

Montemiletto il giorno dodici Luglio era sedato: i liberali tornarono ad applaudire il loro salvatore; dopo di che trionfalmente De Luca rientrò in Avellino a rioccupare il suo posto, rimeritato dal governo pel suo coraggio, ed acclamato dalle popolazioni per dove transitava.

— Cialdini adunque trovò i napolitani a pessimo partito, e di guisa inviluppati che ormai il rimedio pareva doversi attendere appunto dal lato dei rigore che s'era voluto possibilmente evitare, affinché i nemici non togliessero pretesti per gridare alla oppressione.

Egli insomma invitava a tale conciliazione tutti i partiti, che ove avessero ricusato, da qualunque principio essi movessero, sarebbero stati energicamente richiamati all'ordine; chi non eracon lui interprete de' voti nazionali e del plebiscito, era contro di lui e trattato come nemico.

In questo senso invitò a cooperazione tutte le frazioni del gran partito liberale; alludendo specialmente al partito d'azione ed al repubblicano (in realtà fra loro diversi, ma spesso confusi) da cui poteva trarsi una forza viva ed effettiva; il voler far prevalere però lo scopo di viste individuali o di sètta a carico della buona fede e della larghezza consentita dal suo sistema, veniva stimato un demerito tanto più marcato quanto maggiore era la confidenza riposta in amici, cui stendeva francamente la mano.

Il generale sapeva d'esser rimasto alquanto inviso ai partigiani di Garibaldi per avere avuto l'ardimento d'attaccarlo, quando niun altro al mondo l'avrebbe osato. Però ogni cosa era sopita tra i due uomini, ed egli volle scuotere anco la cenere dei passato incendio coll'offrire pel primo generosamente loro la destra, ammettendo pur sempre l'importanza de' servigi di essi, accettandoli cordialmente.

Quanto ai borbonici dichiarati e sospettissimi di agire contro il governo, non esitò. Al ruggito del Vesuvio veramente dové tremar Portici. Quivi fu posta in arresto una parte della più alta aristocrazia, che fin qua all'ombra de' proprii titoli s'era forse creduta immune ed intangibile; generali, preti, monsignori, vescovi, senza mezzo termine vennero imprigionati al primo sentore di reazione: perfino il cardinale arcivescovo di Napoli insolente quanto più era circondato da riverenza e da cortesia, fu espulso da Napoli.

A mostrar meglio che questi atti erano inevitabili, per contrapporre risoluzione alla debolezza ed alla instabilità precedente, e che non venivano perpetrati dissenziente il popolo, ei si fe sollecito invocare fervidamente l'ajuto ancora delta guardia nazionale, dalle cui armi protettrici risultasse una bella ed eloquente complicità da non mettere in dubbio la libertà e la spontaneità degli onesti cittadini.

Mercé questa tattica abbastanza avveduta e spedita Cialdini ottenne stupendi successi; dacché i borbonici i quali pretendevano cospirare tranquillamente ne' recinti delle proprie abitazioni, all'ombra delle stesse istituzioni liberali, si arretrarono e temettero; i republicani o i partigiani dell'azione, sia che isdegnassero esser vinti di magnanimità; sia che alla fin fine scorgessero nell'essere invocati, un passo in avanti verso la loro meta, accettarono l'invito ed acclamarono il generale.

In questa guisa, se non rimossi, resi men baldi i borbonici di dentro, erasi munito d'elementi validissimi per combatterli di fuori ne' briganti.

Sapientissime furono le mosse strategiche adottate dal nuovo, luogotenente; egregii i capi preposti al comando de' varii corpi sparsi sull'infetto reame. Il generale Pinelli tanto redarguito pel suo preteso rigore prima nella Terra di Lavoro, poscia nelle pianure di Nola marciava sbaragliando ovunque fossero nemici; il terrore benauguratarnente concetto del suo nome il precorreva e anticipavagli la vittoria. Instancabile, invitto con soldati ch'altra oste già videro ordinata a tremende batta lie, eragli un giuoco combattere vili mercenari male in arnese e peggio guidati da condottieri cogniti solo ai laberinti delle foreste.

Non men risoluto l'intrepido colonnello Negri ne' dintorni di Benevento, indi nelle Puglie oprava miracoli di valore. Celebre sarà nella storia la terribile giustizia fatta in Pontelandolfo e Casalduni.

I briganti con cui aveano stretto causa comune i cittadini di que' due villaggi, misero in pezzi un avanguardia di quarantadue soldati italiani. Ciò fu nulla: quello che faceva trasalire dal disdegno e dal ribrezzo si fu il macello commesso su i cadaveri delle vittime. Trofei di militari divise strappate dai corpi; gambe, braccia, teste orribilmente peste e mutilate, altre membra…

Inchiodate qua e là a dileggio vergognoso, colmarono la misura del furore.

Altra volta (alla pag. 257 tom. 1) ebbi occasione rendere i devoti omaggi all'eroico coraggio di un cittadino di Livorno. Era dosso il capitano Carlo Mazzetti caduto nello scontro di Castellamare. Oggi una gloria novella aggiungevasi a quella città che tanto gentile ospitalità m'accorda nel mio esilio.

Augusto Bracci anch'esso di Livorno moriva in questa fazione sventurata...

Oh di qual serto immortale dové splendere la sua bell'anima resa a Dio in olocausto alla patria! Ahi qual martirio orrendo glie la meritò!... Ben nove o dieci ore consumarono que' crudi, ideando strazi e tormenti per avvelenare gli estremi istanti di quella vita preziosa; egli le contò, agonizzando, mentre quel sangue fumante spicciando da cento ferite, ascendeva fremente al trono dell'Altissimo, gridando vendetta.

E fu pronta... Esanime in mille brani giaceva sul suolo la salma di Augusto Bracci fatta scherno, e derisione di plebe; ma mille spade ultrici de' suoi valorosi commilitoni già pendevano sul capo degli empi di Pontelandolfo e Casalduni.

I due villaggi furono inesorabilmente condannali alle fiamme. Il nome di questi cannibali meritava esser abraso di mezzo al suolo italiano. Crollando le fondamenta de' loro asili, doveva sperdersi anco la memoria di tanto misfatto.

Ahi se una punizione meritata e la necessità dell'esempio giustificava il tremendo spediente, la pietà non poteva esser aliena da stragi cotanto spaventevoli!….

Maledizione a chi armava la destra de' fratelli colla clava di Caino!…

— Per quanto ben pensati e disposti fossero i movimenti delle truppe e valenti i suoi duci, era impossibile asseguire compiutamente lo scopo ultimo della sicurezza publica ne' beni e nelle persone; il male poteva attenuarsi, ma non distruggersi. Nessun piano militare era applicabile per gente che non s'avventurava in battaglia decisiva: se un corpo di truppa dirigevasi in un punto, nulla di più facile che ritrarsi e comparire in un altro. Le vittorie sopra i briganti in ultima analisi riduceansi a scaramucce e a veri conflitti parziali, che non curavano il male radicalmente.

Lo sbocco aperto delle frontiere pontificie, la colpevole e misteriosa oscitanza dell'armata francese, la manifestissima connivenza del governo papale, in onta alla dichiarata neutralità; la presenza. trionfante del nemico principale nel palazzo Quirinale o Farnese in Roma, collo stormo seguace della sua aristocrazia e de' suoi generali; ecco le vere sorgenti primarie, che oggi conservavano il brigantaggio così numeroso e indestruttibile.

Lo scompiglio dell'interna amministrazione, la guerra dell'impieghi, la camorra, le vecchie abitudini ec. eran cause secondarie e che di per se sole non potevan produrre che malcontento, reclami e repressioni parziali; ma non avrebbero mai indotto i cittadini a gittarsi alla macchia od a raccogliersi in bande per grassare i proprii simili. Sossopra negli altri paesi d'Italia la transizione istantanea da governi assoluti al liberale dové produrre i medesimi torbidi; in nessuno però di questi stati udimmo che gli espulsi dall'officio, o i perseguitati togliessero su il moschetto o il trombone per assassinare.

Cialdini fece quanto mai fu in sua facoltà e quanto era possibile ad uomo deciso e di buon volere; ma per le ragioni qui sopra esposte non riuscì a sedare il flagello.

Uomini e danaro mandati di fuori ad infestare il regno, rianimavano chi battuto o stanco avrebbe forse deposto le armi e chiesto il perdono. Impulsi sempre nuovi alimentati dalla inesauribile avidità della corte di Francesco II e dalla careggiata ostinazione de' preti, rinnuovavano ogni giorno il conflitto; la piaga minacciava divenire cronica e incurabile.

— Gli stranieri che ributtati dai loro paesi, o che avidi di tentare una fortuna, desideravano avventurarvisi, oggimai ne aveano il mezzo. Roma accoglieva tutti, non importa se protestanti, scismatici, pagani, o di professioni politiche precedentemente sospette.

È credenza religiosa cattolica che colui, il quale non entra nella chiesa per la porta del battesimo non è ammesso nel regno de' cieli: però gli elastici preti ritenevano la massima. quanto alla chiesa trionfante che trovasi nell'altro mondo; rapporto, altresì alla militante, dov'essi bivaccano, avean cangiato costume; era permesso propugnare la religione cattolica o le sue derivazioni senza convinzione della verità, e in luogo d'introdursi per la porta, oggi sguisciavasi per la fenestra.

Francesco II ugualmente accettava qualunque avesse due mani, senza guardare in faccia alla sua fede e alle qualità del difensore ( [6]).


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La causa era comune per ambedue ed eran posti n contributo gli uffici e le persone a perfetta reciprocanza. Ciò che guarentiva la fedeltà de' servigi era l'interesse del combattente licenziato al bottino per proprio conto in mezzo a popolazioni, con cui non solamente. non esisteva vincolo di sorta, ma una invincibile antipatia di principi, di nazionalità e di mestiere.

Non citerò individui oscuri di questa tempra. Il fatto è notorio e già ne scrissero autori di vaglia, tra cui il Liverani nelPapato,l'Impero e il Regno d'Italia pag. 224, Firenze, edit. Barbèra 1861. In questa spezie d'intervento transfugo e palliato, premetterò la narrazione di qualche notabilità estera, che lasciò la vita sul territorio italiano, pugnando ignobilmente in mezzo alla feccia de' briganti.

In tale rassegna ci si offre primamente il marchese Alfredo De Trazegniea di Namour del Belgio.

Non saprebbe ben definirsi se irritato da contese domestiche, costui disdegnasse la vita: ovvero se per un sentimento verace di affetto alla causa della legittimità, che reputasse difendere nell'augusto proscritto di Napoli, fossesi gittato perdutamente nella fazione borbonica. Scevro di vedute ambiziose in mezzo a quelle masnade; doviziosissimo e di una nobiltà insigne, per esser affine all'ambasciatore italiano nel Belgio, del maresciallo Saint Arnaud e del suo germano in Francia; nipote bella contessa di Nassau, imparentata col re di Olanda; possessore di un reddito computato circa a trecento mila franchi, offriva nella sua apparizione un vero mistero. Fors'egli stesso ignorava il perché siffattamente agisse; e secondo la sua stessa espressione sembrava che il bizzarro giovine amasse trovarsi spettatore e parte, degl'incomposti orrori di Marte e desiderasse pigliar diletto ne' romorosi fragori del campo.

Interrogato in fatti com'egli si trovasse tra quella bordaglia d'uomini, rispose arditamente — en amateur — Ecco la breve istoria di lui:

Il dì undici Novembre 1861 in Isoletta e S. Giovanni Incarico, paesi posti a un miglio e mezzo l'un dall'altro sull'estrema linea di confine col territorio pontificio di Ceprano, avvenne un forte scontro fra le truppe italiane ed una colonna di circa cinquecento briganti.

Non erano abbasta nza in numero le milizie regolari e doverono nell'istante abbandonare Isoletta, la qua!e in breve ora rim1neva preda di furioso saccheggio; non tardò guari però buona scorta di soldati, che ricongiuntisi ai primi riguadagnarono il paese e dispersero i briganti.

Il marchese di Trazegnies, che veniva chiamato Colonnello, durante il sacco era andato follemente percorrendo il paese con revolrers alla mano, e penetrando da una casa all'altra tra le ruine e le fiamme appiccate dai fuggitivi. Non essendo rieccito a fuggire co' suoi, s'era occultato nella più prossima casa, e precisamente nel vicolo Soccorte presso le carceri comunali.

I soldati furono avvisati della latebra, dove il marchese erasi ridotto: vi penetrarono tantosto, e dopo aver scassinato a viva forza la porta di una soffitta, il rinvennero nello stremo angolo di quella, da dove già spezzati molti embrici, tentava fuggire. Avea presso di se una carabina rigata, un revolver a sei colpi, e in dosso un pugnale coll'elsa in oro.

Depose volontariamente le armi, ma rifiutando di escir da quel coviglio, ne fu estratto a forza, e presentato al maggiore Savini allora sopragiunto da Pontecorvo con nuovi rin forzi.

Il belga, vista imminente l'inesorata sentenza che lo condannava, perché colto colle armi alla mano, tentò di gittare tra la deliberazione di quel capitano e la sua sorte il peso della propria autorità, sciorinando una filza di titoli e di elevati rapporti, per attestare alcuno de' quali dimandò imperiosamente un brano di carta, su cui rapidamente e con una specie dì securtà, trascrisse le seguenti parole: Alfredo di Trazegnies di Namour, Belga – Madama di Montalto moglie dell'am basciatore del re Vittorio Emanuele, è mia cugina. — Ma la legge uguale per tutti lo condannava alla fucilazione.

Era sventuratamente tempo di rigore eccezionale; il recedere dalla massima in ossequio de' gradi e de' titoli avrebbe apportato pessimo esempio e incoraggimento per altri campioni aristocratici... La condanna dové eseguirsi senza dilazione.

Era questo sfortunato, giovine di belle forme in età di circa trent'anni: vestiva decenti abiti da città e cappello alla calabrese. Appesa ai ciondoli dell'orologio avea una medaglia coll'effigie di Pio IX; pendeagli dal collo un abitino della Vergine.

In tasca avea qualche carica da revolvers, lettere affettuose ed un ritratto; una piccola carta geografica d'Italia spezzata, dove non iscorgeansi che le sole provincie dei mezzodì; una nota di alcune principali opere di strategia militare; qualche sentenza classica militare in varie lingue testuali; recapiti al Vaticano, e più biglietti di visita.

Trazegnies era stato sepolto insieme agli altri suoi compagni; quando il giorno diecinove decembre 1861, un maggiore francese comandante le truppe di frontiera dello stato pontifico con un suo capitano, e certo prete per nome Bryan, provenienti da Roma scortati da due ussari, si portarono in S. Giovanni Incarico, e a nome del general francese Govon, dimandarono permesso di disumare e asportarsi il cadavere.

Il sindaco autorizzato dal governo di Napoli lo tesse a quella deputazione, previa la seguente ricevuta — Io qui sottoscritto dichiaro aver ricevuto il cadavere del marchese Alfredo Trazegnies, fucilato come, brigante faciente parte della banda de' chiavonisti, trovato armato e comandato di dare il sacco e il fuoco a questo comune.

S. Giovanni; 21 Decembre 1861 (il pretebelga) Bryan.

Segue uno de' tratti più importanti delle fazioni brigantesche. In questa si compendia la prova più flagrante sull'aperta e diretta cospirazione della corte napolitana, e nel tempo stesso il più raro documento delle atrocità commesse dagli emissari suoi.

Un fortunoso accidente diè nelle mani del governo l'autografo originale di uno de' rei principali, accuratamente descritto.

Non riprodurlo o riprodurlo mutilato, sarebbe defraudar l'opera di un essenziale elemento.

Reputo inoltre accrescere autorità alle cose narrate, riferendole colle parole stesse dell'inimico, acchiudenti la miglior prova giuridicamente conosciuta; la confessione del reo.

Nel documento appare manifestamente il presentimento scoraggiante di una mala riuscita, e sembra vergato dalla mano di un testatore che senta prossima la sua fine, o come da tale che prevedendo sovrastargli l'ora dell'estremo disinganno, apparecchia le proprie discolpe eccitate dal rimorso e da un resto di pudore, che raccomandi il suo spirito alla pietà ed al perdono de' superstiti offesi.

Senza interrompere il documento, mi riserbo in fine di questo le necessarie osservazioni, a cui potesse per avventura far luogo la parzialità del racconto.

L'uomo, la cui storia dovrà sdegnare e contristare insieme i lettori, è lo spagnolo GENERALE BORJES.

Essa è tratta dall'archivio del ministero degli esteri in Torino, dove io ebbi il permesso visitarla dallo stesso ministro general Giacomo Durando; uno degl'inscritti onorevolissimi, che fanno corona nell'associazione di questo lavoro al nome augusto. di S. M. Vittorio Emanuele ed altri insigni personaggi.

Nessun giornale ha fin qui riprodotto alcune lettere tra il generalClary e Borjès col memoriale di quest'ultimo, ad eccezione di Marco Monnier, che attesa la piccola mole del suo pregevole opuscolo quasi contemporaneo, poté precorrere la mia publicazione.

— Borjès era un generale spagnuolo carlista fierissimo partigiano avverso alla costituzione della penisola iberica. Vuolsi ch'egli a tale eccesso di odio giungesse nel propugnare la sua parte, da mettere a morte i figli o i congiunti di coloro, che combattevano nelle fila dell'esercito costituzionale.

Mediocre nella scienza e nell'arte militare, dove solo distinguevasi per fanatismo ed un coraggio brutale, fu nelle Spagne il terrore della Catalogna.

Tramontata la sua stella sanguigna, dové ire in traccia di ventura, dove la sua sete infernale potesse refrigerarsi alle idee di livore e di vendetta verso gli uomini, che prima dalla sua patria e poscia all'alito pestifero di tante nefandezze, aveanlo dal lor consorzio rigettato.

Era negli ardenti voti di lui il ripresentarsi in patria dinanzi ai suoi emuli rinsignito della piuma generalizia, aspirando certo a nuovi eccidii di parte, ove occasione il permettesse.

Pervenutagli a notizia la caduta di Francesco II, e conoscendo i suoi disegni di reagire con ogni sorta di mezzo per ricuperare violentemente il trono perduto, credè. venuto il momento di riai ilare la sua spada, la cui lama sanguinosa al certo non avrebbe rabbrividito i fabri della reazione borboni-presti com'erano ad accoppiarla col pugnale degli assassini.

La notoria sua crudeltà in mezzo a progetti disperatissimi, tornava in ragion di prodezza e di qualità necessaria all'indole della campagna che meditava.

Il suo tempo era venuto ed egli dovei afferrar l'occasione propizia.

Il comitato di Marsiglia per elementi legittimisti e per prossimità di luogo, doveva essere il suo punto di partenza. Accolto, com'era naturale, assai benevolentemente in raffronto ai Crocco, Chiavone ed altri siffatti campioni, teneansi in onore iscriver nelle loro fila un soldato bene o male asceso pei stadj della milizia al grado di generale.

Ben si conoscevano costoro l'orgoglio e le speranze del l'eroe novello; stimarono quindi dover saziar l'uno e le altre adescandolo almen collo splendore di magnifiche lusinghe.

L'ex-general Clary eco di Francesco in Marsiglia avea l'incarico di dar fiato all'ampolla, e conciare questa pelle di lupo.

Di fatti gli si sciorinò dinanzi un vasto programma da svolgere: reggimenti e divisioni da ordinare; eserciti da capitanare; stabilimenti da attivare; nomine di alte funzioni civili e militari da decretare; vie ferrate da prescrivere; governi da inaugurare, ed altre simili istruzioni fragorose da trasportare una mente già esaltata fino al punto che Borjès dové al certo credersi il precursore, il ministro onnipossente della restaurazione.

Al suono di tali promesse, venne nominato generale plenipotenziario di Francesco II.

Con pochi seguaci, ma risoluti parea che come il Cristo co suoi dodici pescatori, muovesse 'alla rigenerazione armata del vecchio mondo.

Ecco le istruzioni ch'egli ebbe dal general Clary Marsiglia.

ISTRUZIONI AL GENERAI BORJÈS

Nell'intento di animare e proteggere i popoli delle Due Sicilie traditi dal governo piemontese che li ha oppressi e disillusi;

Per secondare gli sforzi di questi popoli generosi che richiedono il loro legittimo sovrano e padre;

Per impedire l'effusione del sangue dirigendo il moto nazionale;

Per impedire le vendette private che potrebbero condurre a funeste conseguenze;

Il signor generale Borjès si recherà nelle Calabrie per proclamarvi l'autorità del legittimo re Francesco II.

In conseguenza osserverà le istruzioni seguenti, bene inteso, che le modificherà secondo le circostanze e la prudenza, perché è impossibile stabilire regole fisse, ma soltanto i principii generali che determineranno la sua condotta.

1. Dopo aver riunito il maggior numero di uomini che potrà in ragione dei mezzi che gli verranno forniti, il signor generale s'imbarcherà per rendersi a un punto di sbarco sulle coste di Calabria, che possa offrire minori pericoli ed ostacoli. ( [7])

2. Appena egli si sarà impadronito di qualsiasi luogo e dopo aver preso le precauzioni militari più adatte, vi stabilirà il potere militare di Francesco II colla sua bandiera. Nominerà il sindaco, gli aggiunti, i decurioni e la guardia civica. Sceglierà sempre uomini di una completa devozione al Re e alla Religione, prendendo cura speciale di evitare gli individui, che sotto le apparenze di, devozione, non vogliono che soddisfare ai loro odii e alle loro vendette private; cosa che in tutti i tempi ha meritato la speciale attenzione del governo, attesa la fierezza di quelle popolazioni. ( [8])

3. Il generale proclamerà il ritorno alle bandiere di tutti i soldati, che non hanno ancora compiuto il termine di servizio, e di coloro che vorranno volontari servire il loro amatissimo sovrano e padre. Avrà cura di dividere i soldati in due categorie: 1. Quelli che appartenevano ai battaglioni dei Cacciatori; 2. Quelli dei reggimenti di. linea e d'altri corpi.

Aumentando il loro numero, formerà i quadri delle armi diverse, artiglieria, zappatori, infanteria di linea, gendarmeria e cavalleria. Avrà cura di non ammettere antichi officiali, in proposito de' quali riceverà ordini speciali.

Darà il comando de' diversi corpi agli officiali stranieri, che l'accompagnano; sceglierà un ufficiale onesto e capace, che sarà il commissario di guerra, e successivamente officiali amministrativi e sanitarii. Il generale Clary invierà poco a poco delle guide di Borbone, che, sebbene armate di carabina, serviranno da officiali d'ordinanza e di stato maggiore. I battaglioni saranno di quattro compagnie; aumentando le forze, verranno portate a otto.

L'organamento definitivo di questo corpo sarà stabilito da S. M. il Re.

I battaglioni prenderanno i seguenti nomi: 1. Re Francesco; 2„ Maria Sofia; 3. Principe Luigi; 4. Principe Alfonso. La loro uniforme sarà simile al modello che invierà il generale Clary.

4. Appena egli avrà una forza sufficiente, comincerà le operazioni militari.

5. Avendo per iscopo la sommissione delle Calabrie, questo fine sarà raggiunto quando esse saranno assoggettate.

Il generale Borjès farà noto al generale Clary tutti i suoi movimenti, i paesi che avrà occupato militarmente, le nomine dei funzionari da lui fatte in mode provvisorio, riservandone l'approvazione, la modificazione e il cambiamento alla sanzione reale.

6. Non nominerà i governatori delle provincie, perché S. M. per mezzo del generale Clary invierà le persone che debbono sostenere questi alti uffici.

Il generale si darà cura di ristabilire i tribunali ordinari, escludendo coloro che senza dare la loro dimissione, son passati al servizio dell'usurpatore.

Il generale Borjès potrà far versare nella cassa della sua armata tutte le somme di cui avrà bisogno, redigendo ogni volta de' processi verbali regolari. Si servirà di preferenza: 1. Delle, casse pubbliche; 2. Dei beni de' corpi morali; 3. Dei proprietari che hanno favorito l'usurpatore.

7. Farà un proclama, del quale manderà copia al generale Clary, e prometterà in nome dei Re un'amnistia generale a tutti i delitti politici. Quanto ai reati comuni, saranno dolenti ai tribunali.

Farà intendere che ognuno è libero di pensare come più gli piace, purché non cospiri contro 1 autorità del Re e contro la dinastia. Un proclama stampato sarà inviato dal generale Clary per esser pubblicato appena sbarcherà in Calabria.

8. All'oggetto di evitare la confusione o gli ordini dubbi, resta in massimi stabilito che il generale Borjès e tutti coloro che dipendono 'da lui, non obbediranno che agli ordini del generale Clary, anche quando altri si facessero forti di ordini del Re.

Questi ordini non gli giungeranno che per mezzo del generale Clary. Gli ordini che il generale e i suoi sottoposti non dovranno seguire, anche provenienti dal generali Clary, sono soltanto quelli che tenderebbero a violare i diritti del nostro augusto Sovrano, e della nostra augusta Sovrana e della loro dinastia.

In questi tempi al primo splendido successo, il generale Borjès si vedrà circondato da generali e da officiali che vorranno servirlo; egli li terrà tutti lontani, perché S. M. gli manderà gli officiali che essa stimerà degni di tornare sotto le bandiere.

9. In Calabria debbono esservi molte migliaia di fucili, e di munizioni. Il generale Borjès li farà restituire immediatamente al deposito di Monteleone, e punirà severamente ogni individuo che non ne facesse consegna dentro un breve spazio di tempo.

La fonderia di Mongiana, le fabbriche d'armi di Stilo e della Serra saranno immediatamente poste in attività.

10. Il signor generale Borjès farà le proposizioni per gli avanzamenti e le decorazioni per gli individui, che più si distingueranno nella campagna.

11. Avrà i più grandi riguardi per i prigionieri, ma non darà ad essi libertà, né lascerà liberi gli officiali sotto la loro parola. Se un individuo commette insolenze o offende i prigionieri nemici, sarà giudicato da un consiglio di guerra subitaneo e immediatamente fucilato.

Il signor generale Borjès non ammetterà scuse in questo proposito; pure di fronte ai piemontesi userà del diritto di rappresaglia.

12. Di ogni modificazione che l'urgenza e le circostanze renderanno necessaria alle presenti istruzioni sarà reso conto al generale Clarv.

Marsiglia, 5 luglio 1861.

G. CLARY

PS. —Non appena avrete riunita la vostra gente a Marsiglia o altrove, e sarete pronto ad imbarcare in ordine alle relazioni e all'aiuto de' nostri amici di Marsiglia, voi mi scriverete per telegrafo a Roma, posto che io mi ci trovi sempre; ne' seguenti termini: Langlois, Via della Croce, 2. Giuseppina goda santità, si rimette parte del giorno…

G. CLARY

ll general Clary, di cui ho parlato alla pag. 87 Tom. I erasi riserbato l'alta direzione della cospirazione in Marsiglia: conoscendo altresì appieno la qualità de' luoghi, delle persone, e gli avversari da combattere, tennosi. ben lungi innoltrarsi in quel campo periglioso, pronto a cogliere i lauri altrui, quando per avventura fosse riescita la trama.

Borjès tra l'agosto e il settembre 1861 salpò da Marsiglia, facendo vela per Mala, dov'eravi altro centro borbonico (241 tom. I).

Quivi non ostante gli avvisi precorsi e l'attività del comitato, gravissimi furono gli ostacoli per raccogliere le armi necessarie promessegli non solo, ma risaputasi l'ardita mossa di lui, in iscambio di poter uscir furtivamente e piombare inatteso sulla costa sicula, numerose corrispondenze di giornali aveano già annunciato il suo arrivo, e dato l'allarme sul disbarco minacciato.

Ciò non pertanto egli dovea compiere la sua missione, e ben o male vi riesci. Il giorno tredici pose piè a terra sulla riva di Brancaleone. Ora lasciamo la parola allo stesso Borjès che in una lettera al general Clary compilò il seguente rapporto

Mio Generale,

Dopo molte pene ed ostacoli per procacciarmi armi e munizioni, pervenni finalmente ad avere una ventina di fucili. E qui si offrì un nuovo impaccio; fu il modo di uscir da Malta. Dubitavasi di qualche cosa: non so come, ma è certo che i giornali parlarono del nostro tentativo, prima della nostra partenza.

L'11 corrente m'imbarcai sopra un cattivo legno à vela co' miei officiali, e partii a 10 ore e mezzo della sera, abbandonandomi al volere di Dio.

Dopo una traversata di due giorni, trovandomi presso la spiaggia di Brancaleone sorpreso da una gran bonaccia, che non permetteva di andare innanzi, risolvei di sbarcare, e al cader della notte del 13, scesi sulla riva, ch'era assoluta, mente deserta.

Senza guida, mi diressi a caso verso un lume che scuoprii in mezzo alla campagna: era il lume di un pastore.

Una fortuna provvidenziale mi fece cader nelle mani di un uomo onesto, che ci condusse nel luogo denominato Falco, dove bivaccammo a cielo scoperto.

Il giorno successivo (14) a cinque ore e mezzo del mattino, ci mettemmo in marcia, sempre condotti dal pastore, conducendoci alla piccola città di Precacore, ove fummo accolti dalla poca gente che vi trovammo e dal curato, al grido di Viva Francesco II. Il primo successo mi diè buona speranza, che presto perdei.

Frattanto una ventina di contadini si arruolavano sotto i miei ordini; e con quest'armata microscopica, risolvei di proceder oltre nel paese.

Due luoghi si presentavano vicini a Precacore, Sant'Agata e Caraffa; mi decisi per quest'ultima città, come quella che mi era stata accennata per la migliore quanto ai sentimenti. Io mi misi in cammino verso le 3 dello stesso giorno, ma passando in prossimità di Sant'Agata fui assalito da una sessantina di guardie mobili.

Cominciarono contro di me una viva fucilata. Al primo colpo di fuoco le nuove reclute si dettero alla fuga, ed io mi trovai solo co' miei officiali.

Tuttavia, essendomi impadronito di una buona posizione, feci il mio dovere e sostenni il fuoco per un'ora e mezzo. Poco dopo, quando fu cessato, ricevei un parlamentario in nome de' proprietari di Caraffa, i quali m'impegnavano a entrar nella loro città; mi vi rifiutai, e feci bene, perché mi avevan preparata. un'altra imboscata, nella quale avrei dovuto soccombere.

Dalla gente che vennero intorno a me durante il fuoco, seppi che vi era una banda assai vicina nel paese, comandata da un certo Mittica e che i monaci di Bianco poteano darmi notizie di lui. Non frapposi indugio, dacché sapevo che si era inviato ad avvertir i Piemontesi a Gerace.

L'abate del monastero di Bianco mi diresse verso Natile, ove giunsi dopo una marcia orribile il 15 alle 3 e mezzo.

Prima d'entrare nel villaggio feci chiamare il notaio Sculli al quale ero diretto. Questi, dopo averci bene accolti, ci condusse in prossimità di Cirella, nel luogo chiamato Scardarilla, ove era il campo di Mittica, composto di circa 120 uomini, la maggior parte armati.

Mi accorsi che Mittica diffidava di noi, credendoci nemici; e infatti me lo disse chiaramente, aggiungendo che non si porrebbe sotto i miei ordini, che dopo il primo scontro che avremmo avuto.

Fui quindi tenuto come prigioniero del pari ai miei officiali, e ciò durò, tre giorni; il che fu una grande sciagura. Attendendo quindi di potere comandare, dovei obbedire.

Frattanto Mittica mi fece sapere che aveva risoluto di attaccare la città di Plati, ove eranvi moltissime guardie nazionali e pochi piemontesi: inflitti nella notte dal 16 al 17 marciammo verso questa città.

Dovevamo attaccarla da tre parti, ma in realtà l'attacco non aveva luogo che da una, e questa erasela riserbata Mittica.

Alle 4 e 20 minuti fu dato il segnale con un colpo di fuoco. Il combattimento s'impegnò con una viva fucilata.

Se si fosse profittato del primo momento di confusione cadendo sulla città, facile sarebbe stato l'impadronirsene; almeno io avrei agito così, ma in quel momento ero impotente a fare, e mi trovava nella mischia come semplice amatore.

La guarnigione, che, a nostra insaputa, erasi il giorno innanzi aumentata di 100 piemontesi, rispose vigorosamente di guisa che ci fu impossibile prender la città, e noi battemmo in ritirata a 10 ore e mezzo senza aver un morto o un ferito; mentre parecchi ne aveva avuti il nemico.

Di là ci dirigemmo verso Cimana per disarmarla; potemmo raccogliervi pochi fucili. Nel tempo stesso sapemmo che 400 Piemontesi sbarcati il dì innanzi, quelli de' dintorni e le guardie mobili si apparecchiavano ad assalirci. Togliemmo gli accampamenti subito, ascendendo la montagna; pioveva a rovescio: ci accampammo sul culmine del monte.

A 6 ore e tre quarti del 18 ci dirigemmo verso i monti di Catanzaro; ma dopo poco tempo cademmo in un'imboscata.

I nemici aveano tentato di girare la posizione. Retrocedemmo, e cademmo in un'altra imboscata. Infine dopo pochi colpi di fucile potemmo uscir da questa pessima situazione e entrar alle 11 ore del mattino nel Piano di Gerace.

Io non era seguito che dai miei officiali, da Mittica e da una quarantina di soldati di lui; il rimanente s'era sbandato. Scendemmo la costa e marciammo fino a un'ora di distanza da Gi0'ona, ove avendo fatto alto, cercammo un po' di pane.

Ci fu mestieri contentarci di rimaner digiuni e partimmo a un'ora del mattino del 19. Mittica e il resto de suoi ci abbandonarono. Feci alto sul monte chiamato Feudo; genti armate, a colpi di fucile, ci costrinsero a sloggiare e a correre per qualche tempo.

Trovammo finalmente un luogo appartato; ci riposammo, e a cinque ore e tre quarti partimmo per Cerri, ove arrivammo il giorno appresso a cinque ore del mattino. Facemmo alto alla Serra di Cucco presso il villaggio di Torre.

Un antico soldato del 30 de' Cacciatori si presentò, chiedendo di accompagnarmi. È il solo partigiano che ho trovato fino ad oggi.

Il 21 settembre passammo sulla montagna della Nocella, e il 22 dopo una marcia assai penosa, giungo a Serrastretta, in faccia alla Sila, che spero ascender ben presto.

— A questo primo rapporto tennero dietro degli altri; però Borjès per sua particolare memoria, non senza prevenzione che un dì o l'altro potesse cadere nelle mani del nemico, trascrisse esattamente quanto venivagli succedendo giorno per giorno; ora per ora.

Il suo diario è quello che segue.

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GIORNALE Dl BORJÈS.

(Calabria)

22 settembre 1861.

Caracciolo spinto in parte dalla stanchezza, in parte dalle istanze di un tal Mauro, mi fece sapere a due ore dopo mezzo giorno che egli erasi deciso a ritornarsene. a Roma. Gli feci molte obiezioni per ritenerlo, ma inutilmente. Copiò l'itinerario, e, verso sei ore della sera mi chiese 200 franchi, e se ne andò coq colui chedeve aver contribuito alla sua partenza.

NOTA. — Le montagne della Novella e di Serrastretta sono assai coltivate: tuttavia l'ultima è sguarnita a mezzogiorno; folta di pini al settentrione, e di castagni a ponente.

23 settembre.

Dalla montagna di Serrastretta ho marciato verso quella di Nino, pia cammin facendo mi fermai ad una cascina di Garropoli, ove feci uccidere un montone che mangiammo. Le genti della cascina furono cattive con noi, e per conseguenza misero le truppe nemiche sulle nostre tracce. Esse rovistarono i boschi cercandoci; fortunatamente lasciarono un angolo di terra, ove come per miracolo ci trovammo. A quattro ore della sera batterono in ritirata con nostra grande soddisfazione; e noi, non appena avemmo mangiato alcune patate arrostite su carboni, ci mettemmo in marcia (a sei ore) per 'seguire la direzione delle montagne.

NOTA. — Le montagne di Nino e di Garropoli sono assai coltivate, ma hanno poco bosco. Vi è molta selvaggina, e in particolare delle pernici rosse: vi abbonda anche il bestiame.

24 settembre.

Dalla montagna di Nino mi diressi verso la valle dell'Asino, che in questi tempi ho trovata piena di capanne abitate da moltissima gente: gli abitanti vi raccolgono delle patate. e vi nutriscono i loro armenti. Questa pianura da levante a ponente ha una lunghezza di un'ora e un quarto di cammino, e una larghezza di un'ora. in fondo, e a levante, scorre un ruscello, il corso del quale parte da settentrione a mezzogiorno. Sulla sua riva sinistra si presenta una salita assai aspra, ma dopo una mézz'ora di cammino la via si allarga, la scesa diviene insensibile, tanto è agevole.

Quand'ebbi raggiunto l'alture, la Provvidenza volle che io udissi un sonaglio: feci alto, e ben sicuro che alla nostra diritta eravi una cascina, lasciai la strada, e allettato dalla fame, mi ci indirizzai felicemente: dico felicemente, perché in quell'istante giunsero 120 garibaldini, che si posero in una imboscata per prenderci, allorquando fossimo giunti alla sfilata che noi dovevamo traversare e che lasciammo così sulla nostra sinistra.

Giungemmo alla cascina e fummo benissimo, ricevuti: furono uccisi due montoni; ne mangiammo uno, portammo con noi, il secondo per mangiarlo all'indomani. Indi ci sdraiammo, e alla punta del giorno ci riponemmo in marcia, accompagnati da un pastore, per recarci ad Espinarvo, o, come si chiama in paese, al Carillone, ove fummo alle sette del mattino!

25 settembre.

Giunto sulla montagna di Espinarvo feci alto, affinché i miei officiali si ripossassero tutta la giornata. Al nostro arrivo incontrammo un contadino di Taverna, che se ne partiva con due muli carichi di legname da costruzione. Dopo averlo lungamente interrogato, gli detti dei danari, perché ci portasse delle provvigioni per l'indomani. L'attendemmo invano.

Invece del pane e del vino, che gli avevo pagato a caro prezzo, ci inviò una colonna di Piemontesi, che ci costrinsero a partire in gran fretta: ma siccome essa non potè vederci, nulla ci avvenne, se non teniam conto della fatica di cui questo contrattempo ci fu causa, marciammo dunque, perché essi perdessero le nostre tracce: a otto ore e mezzo di sera ci conducemmo ad una cascina della montagna di Pellatrea, che lasciammo alle undici, conducendo con noi uno de' pastori, e ci recammo a riposarci a poca distanza della medesima.

NOTA. — Espinarvo è una montagna ricca di ubertose pasture e per conseguenza cosparsa di molti bovi e di altro bestiame. Nelle pianura sorgono pini ed abeti, e la chiamano Carillone: essa è cinta da un bosco assai folto e assai tristo: il terreno è ottimo e ferace: que' boschi sono, è vero, assai frigidi, e in questa stagione la brinata si fa sentire assai duramente: ma se gli alberi fossero in parte atterrati, e le terre coltivate, è certo che la temperatura sarebbe più dolce, dacché gli alberi visono così spessi che il sole non vi penetra giammai; e questa è la causa naturale del freddo che vi si trova.

6 settembre.

Alla punta del giorno mi sono posto in marcia, e dopo aver traversato la montagna, sono entrato al Ponte della Valle. Questa specie di piccola pianura che da levante va a ponente e che avrà all'incirca sei ore di lunghezza sopra dieci minuti di larghezza, abbonda di armenti e di gente armata. Ma nessuno ci recò fastidio. Pure quando la lasciammo per raggiùngere il monte Colle Deserto, cinque uomini vennero a noi e ci chiesero chi fossimo. Ma siccome gli rispondemmo amichevolmente, ci lasciarono in pace. Frattanto giungemmo alla montagna nel luogo in cui essa offre il suo fianco diritto, e allorché fummo al vertice, scuoprimmo la valle di Rovale. Scendemmo tranquillamente per traversarla, e la traversammo. Ma allorché ci preparammo a salire un altro monte, il nome del quale era ignoto alla guida, scorgemmo una casetta a trecento passi, da noi e una sentinella che camminava dinanzi a quella e che non avvertì la nostra presenza.

Vedendo alcuni contadini che prepavano del lino, chiesi loro che significasse quella sentinella, ed essi mi risposero: — È la sentinella di un distaccamento Piemontese. — É egli numeroso? chiesi — 200 uomini; ma rassicuratevi, stamani hanno salito il monte, verso il quale vi indirizzate. Questi schiarimenti mi costrinsero ad una contromarcia di quattr'ore, credendo poter lasciare i nemici dietro di noi, e ho potuto farlo; ma essendo in vista della piazza di Nielo, seppi che eranvi cinquanta custodi vestiti da Guardie nazionali; per il che rimanemmo nel bosco fino al cader giorno. Allora, scendemmo, prendemmo una guida, e andammo a dormire sul monte Corvo, dove arrivammo verso mezza notte.

NOTA. — La montagna di Pelletrea, da noi lasciata la mattina del 26, è fertile e assai ben coltivata: produce patate, legumi, fichi e altri frutti eccellenti. I ricchi di Cotrone v'inviano i loro armenti a pascervi. Noi mangiammo un montone alla cascina del capitano della Guardia nazionale di quella città, chiamato Don Chirico Villangiere. Se potesse arrestarci, ci farebbe pagar ben cara la nostra audacia: pure abbiam dato quaranta franchi al pastore, e parmi che tosse ben contento di questo inaspettato guadagno. Ponte Della Valle è una pianura in parte descritta nell'itinerario del 25 settembre; ma molto mi resta dirne. Questa valle e traversata in tutta la sua larghezza da un fiume che la bagna anche troppo. Quelle, acque, mancando di un canale alquanto profondo per iscorrere, rendono quel luogo paludoso; se vi fossero condotti per disseccarlo, diverrebbe il più bel giardino dei mondo. Malgrado ciò, produce una gran quantità di lino, ed è una abbondante pastura. Gli armenti che vi si vedono sono innumerevoli. Le capanne di coloro che preparano il lino sono densissime, di guisa che si scorge moltissima gente che va e viene. La montagna di Colle Deserto ha molto bosco; malgrado ciò, la parte meridionale di essa sarebbe suscettibile di produrre buon vino, se vi fosser piantate delle viti. La valle di Rovale, piccolissima, riunisce le stesse condizioni della precedente, con questo di più, che mi sembra più sana ed)è meno umida. La valle di Nielo, che avrà forse una quindici na di leghe di circonferenza, è oltre ogni dire sorprendente. Giardini, pasture, ruscelli, casette, palazzi con ponti levatoi, e a piccole distanze, boschetti, rendono questo luogo il soggiorno di estare il più incantevole che io abbia mai veduto. Non parlo delle donne che vanno attorno con panieri pieni di formaggi, di frutta o di latte; degli uomini' che lavorano o zappano; de' pastori che appoggiati al tronco de' salici, cantano o suonano il flauto o la zampogna. In breve è un'Arcadia, ove le pietre, se volassero, si fermerebbero per vedere, ascoltare e ammirare. — La montagna di Corvo ha molto bosco, e non offre d'interessante che i bei pini che cuoprono i suoi fianchi e coronano la sua, cima. Pure la parte meridionale ben coltivata, compenserebbe largamente le fatiche di chi prendesse a lavorarla.

27 settembre.

Mi son posto in cammino per recarmi alla montagna di Gallopane, e verso le 9 del mattino ci siamo giunti: abbiam mangiato un brano di pane e delle cipolle, che andammo a cercare in una casa situata all'orlo del bosco, dove incontrammo una Guardia nazionale, ché non riconoscemmo per tale. Questa circostanza, nota a noi più tardi, mi decise a raggiunger la cima, dove arrivai verso mezzogiorno. Là feci alto co' miei uomini, che estenuati dalla fame e dalla fatica non ne potevano più. Dopo un quarto d'ora di riposo, vedemmo un giovinetto di venti anni, snello di corpo, che mi parve assai sospetto; quest'idea mi fece prender il partito di cercare una strada, che conducesse a rovescio della montagna. Dopo dugento passi, il capitano Rovella, che ci precedeva in qualità di esploratore, mi fece segno di arrestarci, e mi disse che vedeva 15 Guardie nazionali, che venivano incontro a noi.

A questa notizia m'imboscai: ma quando furono a un tiro di fucile da noi, ci videro e si fermarono. Li aspettammo una mezz'ora; e vedendo che non si muovevano, temei qualche accordo, e mi decisi subito a cambiar direzione. Seguii dunque, senza guida e per il bosco, la parte settentrionale, come punto del nostro viaggio per quella sera. Verso le cinque, io era estenuato dalla fatica e affranto dalla fame, e mi trovai sopra una piccola montagna chiamata Castagna di Macchia. Pieno di angoscia e di perplessità, non sapevo più dove andare, né che fare; ma siccome la Provvidenza veglia sempre sui propri figli, essa ci fece apparire, pregata senza dubbio dalla Vergine Santa, un pastore, che si avvicinò a noi e ci disse che avrebbe dato vitto e alloggio a tutti; il che fece. Se per disgrazia il Cielo ci avesse rifiutato questo favore, eravamo perduti. Appena entrati nella casupola del pastore (ed è degno di nota che questa è la sola volta che abbiamo dormito al coperto dacché siamo sbarcati), scoppiò un terribile uragano. La pioggia cadde a torrenti per tutta la notte, e invece di soccombere sotto il peso della stanchezza, della fame e della tempesta, mangiammo e dormimmo benissimo, e ringraziammo Dio con tutti il cuore per questa grazia accordataci.

NOTA. — La montagna di Gallopane è in parte coltivata: potrebbe esserlo intieramente; e se lo fosse, non si può calcolare quanta gente sarebbe in grado di nutrire, tanto il terreno ne è buono. Produrrebbe, senza grande fatica, grano, patate, gran turco e abbondanti pasture. La Castagna di Macchia è una montagna piena di castagni; nutrisce molti giumenti, bovi e montoni. il basso popolo è là, come ovunque, eccellente.

28 settembre.

A otto ore e mezzo ho lasciato la casa per raggiungere, una tettoia, che si trova a un'ora e un quarto di distanza. Due pastori ci accompagnano, e lasciandoci ci promettono che andranno in cerca di 20 uomini che vogliono venir con noi e di condurceli prima di sera.

Sono le nove del mattino, e Dio solo sa quello che può succedere di qui alle 7 della sera.

Mezzogiorno. — Nulla di nuovo relativamente al nemico. Gran regalo! Li portano delle patate cotte nell'acqua.

Otto ore di sera. — Gli uomini che mi erano stati prom. essi non giungono. Dubito che sieno immaginarci, o che dif lidino di noi.

29 settembre.

Sei ore del mattino. — Un corriere dell'agente del principe di Bisignano mi prega d'inviargli qualche documento che possa constatare la mia identità: gl'invio due lettere del generale Clary, e sto attendendo con impazienza i resultati che produrranno.

Sei ore e 34. — Sono informato che il nemico si è messo in marcia per sorprendermi. Questa notizia unita alla paura de' contadini che ci rubano assai, mi costringe a lasciar la mia tettoia per dirigermi verso il bosco di Muzzo, deve il corriere che è venuto a trovarmi stamani deve raggiungermi.

Sette ore e m. 40. — Giungiamo al bosco.

Nove ore e 20 minuti. — Il corriere atteso giunge, ma io debbo seguirlo a Castellone, dove mi aspetta l'agente suddetto.

Dieci ore e mezzo. — Lo incontro con una diecina. d'uomini; mi saluta assai cortesemente, e subito dopo da ordine per riunir gente: ciò fatto, ci dirigiamo verso il territorio di Roce; ma gli uomini che accompagnavano la nostra nuova guida si dileguano come il vapore.

NOTA. — Serra di Mezzo è coperta di boschi da costruzione, magnifici: vi sono anche molte terre coltivate e fertili e de' ruscelli di un'acqua assai limpida. — Territorio di Roce. È un paese sano, d'un clima assai dolce: coperto di macchie assai folte e frondose. Si veggono qua e là alcune quercie e sugheri molto rigogliosi. Devo notare che se si prendesse maggior cura di coltivare tali alberi, questi monti sarebbero in futuro miniere di oro. Molte casette e molte cascine sono seminate in questi luoghi. L'agricoltura è in buono stato, ma è suscettibile di miglioramento.

30 settembre.

Territorio di Roce. 5 ore di sera. Un confidente arriva e ci avverte che i nemici hanno circondato i boschi di Macchia e dl Muzzo per sorprenderci: hanno arrestato sette contadini che ci accompagnavano ieri sera. Questi disgraziati, vinti dalla paura, hanno indicato ai nemici la nostra direzione; il che significa che sarem costretti, malgrado l'oscurità, a toglier l'accampamento. I proprietari della Sila essendo pessimi, bisognerà prendere una direzione affatto opposta.

Dieci ore di sera. Ci fermiamo al bosco di Ceprano, ad una ora di distanza dal luogo onde siamo partiti, con questa differenza, che invece di essere a mezzogiorno ci troviamo a settentrione.

NOTA. — Sono senza calzatura, e ho i piedi rovinati, alla pari di altri officiali. Non sapendo come uscire da questo stato miserando, mi rivolgo ad alcuni contadini. Vedendo la nostra dolorosa situazione, partono ciascuno in direzione diversa, e ci portano le loro scarpe. Ne provo un paio, non mi stanno: ne prendo un altro paio, che pesa 3 chilogrammi, e lo conservo. Le altre son distribuite e pagate a carissimo prezzo.

1 ottobre. ( [9] )


Sei ore del mattino. — Grande novità. Abbiamo pane bianco, prosciutto, pomodori, cipolle, e un bicchierino di vino; cosa rarissima qui.

Un'ora dopo mezzogiorno. — Sette guardie nazionali si presentano alla Sorra del Pastore, di fronte a noi, mentre una ventina di esse percorre la Serra del Capraro; vi restano una mezz'ora, poi si ritirano dal lato di Roce, d'onde sono venuti.

Dieci ore di sera. — Le guardie nazionali si riuniscono a Roce. Oggi hanno rubato cinque capre alle fattorie del principe di Bisignano.

NOTA. — I proprietari della Sila sono antirealisti, perché quando il re fosse sul trono non potrebbero comandare dispoticamente i loro vassalli. So che Roce e Castiglione sono buonissimi, e che quindi vi si può far conto.

2 ottobre.

Sei ore del mattino. — Tutti coloro che presero parte alla sollevazione del marzo decorso sono imprigionati.

Sette ore. — Le spie ci recano che coloro che comandava ho le forze da noi vedute ieri, erano i due figli del barone di Mollo e del barone Costantino, e che la forza da essi guidata era composta soltanto di loro guardie.

Otto ore. — Mi si dice che ieri sono uscite tutte le forze di Cosenza per piombare sopra di me: ma avendo saputo per via che una banda de' nostri avea sconfitto un distaccamento nemico, queste forze hanno cambiato direzione per gettarvisi sopra. Non so quanto in ciò slavi di vero, ma è un fatto che, malgrado tutti i miei agenti, non ho potuto scuoprire una sola banda di realisti in campagna. Le guardie nazionali di Roce hanno inviato stamani un dispaccio a Cosenza, ma ne ignoro il contenuto. So che in questa città non vi sono forze disponibili: ieri furono costretti a far montare la guardia a contadini disarmati. Essendo morto un generale piemontese, non sonosi trovati che una cinquantina d'uomini per accompagnarlo al cimitero.

Cinque ore della sera. — Nulla so ancora delle forze che l'agente credeva poter rinvenire: temo che questo sia un pio desiderio e nulla più. Vengo informato che il 22 del mese scorso furono arrestati due de' nostri e condotti ai Cosenza: dicesi che avessero indosso alcune decorazioni, fra le quali una del Papa, e un po' d'oro: lo che m'induce a credere che potessero essere gli sventurati Caracciolo ( [10]) e Marra.


Cinque ore e venti minuti. — Le guardie nazionali hanno or è poco imprigionato tutta la famiglia dell'agente del principe di Bisignano.

NOTA. — Ho trovato per tutto un affetto al principio monarchico, che spinse al fanatismo, ma per mala ventura accompagnato da una paura che lo paralizza. Malgrado ciò, ho compreso che se si potesse operare uno sbarco con due mila uomini su quattro punti, vale a dire cinquecento nella provincia di Catanzaro, cinquecento in quella di Reggio, cinquecento in quella di Cosenza e il resto negli Abruzzi; la domi nazione piemontese, sarebbe distrutta, perché tutte le popolazioni si leverebbero in massa come un solo uomo. I ricchi, salvo poche eccezioni, sono cattivi dovunque, e quindi assai detestati dalla massa generale,. 1 figli del barone di Mollo furono coloro_ che ordinarono il furto delle capre, di cui ho parlato di sopra. Sono state cucinate e mangiate in casa del capitano della guardia nazionale di Roce.

3 ottobre.

Quattro ore e mezzo di sera — Nulla di nuovo intorno agli uomini che mi erano stati promessi.

Sette ore e mezzo di sera. — Malgrado la risoluzione presa di partire questa sera, rimango, vinto dalle preghiere dell'agente, al medesimo posto per attendere otto uomini che hanno ucciso, a quanto dicono, una' guardia nazionale e un curato pessimo. Che orrore!

4 ottobre.

Gli otto uomini che io aspettava non sono venuti. I piemontesi hanno, dicesi, disarmato ottanta guardie nazionali perché eransi rifiutate a marciare. Ora gli stessi individui chiedono di porsi sotto i miei ordini, ma comprendendo i progetti che potrebbero nascondere essi e i piemontesi, li respingo.

Dieci ore del mattino. — Mi si parla di corrieri che debbono giungere, di numerosi attruppamenti che debbono aver luogo in senso realista, ma io non vi presto gran fede. La guardia nazionali hanno saccheggiato ieri 5 ville, di cui due appartengono a Michele Capuano. Fra gli oggetti rubati da esse in una delle medesime si trovano 15 tomoli di fichi, rappresentanti un valore di?0 ducati. I nemici ci credono a Sila, e per questo battono il paese in tutti i sensi.

Dieci ore di sera. — Mi dicono che un distaccamento dei nostri è sbarcato a Rossano. È un'illusione.

Nota. — Dal mio accampamento reggo in fiamme i casini dei baroni Coltici e Cozzolino, uomini assai cattivi in politica, dacché il secondo ha dato 60 mila ducati ai rivoluzionari. Anche il primo elargì loro una somma, di cui ignoro la cifra.

5 ottobre.

Sei ore del mattino. — Siamo accampati nel bosco di Pietra Fevulla: al sudest scuopriamo il bosco di Pignola, popolato di castagni: il prime lo è di querce e di sugheri in abbondanza.

Nove ore di sera. — Il capo della banda Leonardo Baccaro giunge dal suo paese, Serra Peducci, ove avevo mandato in cerca di lui per vedere se era possibile far qualche cosa in senso realista; ma la sua risposta, come quelle di molti altri, è negativa. Gli ho domandato il perché, e la sua replica è stata conforme a quelle altrui. — Che il Re venga con poca forza, e il paese si solleverà come un solo uomo: senza di ciò, non vi. è da sperare. — Ed io lo credo al pari di essi. Questa gente vuole la sua autonomia e il suo Re, ma il timore di veder bruciate le loro case, imprigionate le donne e i fanciulli, li trattiene. Se conoscessero la loro forza, ciò non avverrebbe. É un danno, perché questo popolo è più sobrio e più sofferente di ogni altro; ma è debole di spirito quanto è forte nel corpo. Se io fossi sbarcato tre settimane prima, avrei trovato 1061 uomini e 300 cavalli a Carillon, e ciò bastava per far loro vedere quanto valevano e in conseguenza per moralizzarli. , Per mala ventura al mio arrivo in quel luogo si erano da diciassette giorni sbandati e presentati al nemico, e alcuni di essi arruolati nelle file della guardia nazionale mobile. 11 tempo che mi fecero perdere a Marsiglia e a Malta ha recato un grave danno alla buona causa da un lato ([11]), senza contare dall'altro che io vo errando a caso, e, ciò che. è più grave, questa circostanza mi toglie una gloria che avrebbe costituito la felicità della mia vita.


6 ottobre.

Sei ore e mezzo del mattino. — Magnifico colpo d'occhio! Dal bosco di Fiomello ove sono accampato, scorgo il forte e e lo spedale di Cosenza, Castiglione, Paternò, Castelfranco, San Vincenzo, Santa File, Montalto, San Giovanni, Cavallerizza, Gelsetto, Monarvano e Cervicato; di contro a me vedo un immenso bosco di castagni, poi una valle tanto fertile quanto bella, piena di campi, di case bianche come i fiocchi della neve; prati più verdi dell'edera, boschetti di alberi disseminati come tanti bottoni di rose; piantate regolari di olivi, fichi e altri alberi fruttiferi. Questo complesso di cose suscita la mia ammirazione, e susciterebbe anche quella di chiunque fosse meno di me affezionato ai prodotti di una natura dotata di tutto ciò che può renderla bella allo sguardo di chi ha il dono dell'intelligenza.

Sei ore di sera. Tolgo il campo per recarmi al bosco della Patrina, posto al mezzogiorno della pianura di questo nome, distante di qui circa tre ore.

7 ottobre.

Sei ore del mattino. — I contadini passano sull'orlo del bosco dove siamo: li faccio interrogare: dalle loro risposte rilevasi, che si recano a portar danaro a otto briganti nascosti nella Valle di Macchia.

Dieci ore. — 1 nemici in numero di cento praticano una ricognizione nel bosco di Piano d'Anzo, ma sono da, noi distanti un miglio. Non so se ci scacceranno, ma è probabile.

Tre ore di sera. — I piemontesi si sono ritirati senza vederci; questa sera attendiamo una buona cefla. Luzza, Busignano ed Astri che scorgiamo dal nostro campo sono appoggiati alla montagna di Cucuzzolo e offrono una graziosa prospettiva. Questi luoghi sono ben coltivati, e i boschi che vi si scooprono debbono essere assai produttivi: specialmente i castagni e i sugheri vi debbono essere in abbondanza.

8 ottobre, Ieri alle sette della sera lasciammo il bosco della Petrina e ci avviammo verso i fiumi Morone'e Crati, dove io dovevo prendere, come infatti presi, la strada regia, chiamata Strada Nuova, dopo averli passati a guado.

Marciammo dunque seguendo la direzione di Canicella; giuntivi, prendemmo a sinistra, lasciando la strada sulla diritta. Ci arrampicammo sul monte di Campolona. — Luongo, dove riposammo una mezz'ora continuando poi a marciare verso il fiume di San Mauro che traversammo tranquillamente e verso il fiume d'Essero, che fu da noi passato al luogo che divide i possedimenti del signor Longo da quelli del principe di Bisignano, Alle cinque e mezzo accampavamo alle falde di Farneto, estenuati dalla fatica, lo che non è meraviglia, avendo percorso ben 30 miglia in quella notte. Siamo tre miglia lungi da Rossano, e ad un egual distanza da Firma: a quattro miglia dal lato di mezzogiorno abbiamo Altomonte: e tutto ciò senza contare che questa notte abbiam lasciato sulla diritta Tarsi e Spezzano Albanese.

Rossano, toltine una ventina d'abitanti, è eccellente; ma Firma e Luongo sono cattivi, come tutti i paesi che si chiamano Albanesi. Altomonte è buonissimo.

Ho saputo oggi che tutte le forze rivoluzionarie che si trovano in questo paese sono state otto giorni in imboscata sopra diversi punti per sorprenderci: non ho saputo altresì che, deluse in questa aspettativa, sono rientrate ieri proprio a tempo, per lasciarmi libera la via.

NOTA. — Il fiume Morone, che scorre da ponente al settentrione, è assai stretto e rapido, il che rende difficile il suo passaggio. Le acque alimentano due molini che bagnano quasi tutta la pianura della Petrina, rendendola fertilissima: le zucche, i fagiuoli, i cocomeri, le patate, il formentone e altri legumi vi si trovano. — Se si aprissero i passaggi alle acque che si rovesciano dalle montagne a sinistra, questo paese se ne avvantaggerebbe assai. — Traversato questo fiume, prendemmo la strada nuova che in questo luogo non r: ancora finita: non vidi cosa alcuna degna di essere osservata, salvo alcune cascine e la cattiva influenza dell'aria, in specie in questa stagione 9 ottobre.

Lasciammo ieri sera alle 7 il bosco Farneto diretti verso i monti di Cermettano. 'Per la via traversammo la pianura Conca di Cassano piena di piccoli ruscelli e quindi assai incomoda. La notte è stata orribile: non ho mai sofferto tanto, fisicamente e moralmente. Fisicamente, per la fatica e per le piaghe de' piedi: moralmente, per le disgrazie che ci colpiscono tutti, a causa delle circostanze. Marciando e saltando questi innumerevoli fossi, anche assai profondi, uno vi cade colle armi e col bagaglio, vi perde il fucile che bisogna ripescare, l'altro la bajonetta, che bisogna abbandonare. Quegli co'piedi rovinati si getta in terra e chiede la morte: questo si toglie le scarpe credendo marciar meglio scalzo; un altro mette il fucile ad armacollo e prende due bastoni per appoggiarvisi. Soffro alla pari di essi, ma il mio animo non è scoraggiato: voglio comunicar loro questo. mio coraggio, e a tale effetto rammento ad essi le imprese de' grandi uomini che militarono prima di noi. Prendono, così rassicurati, ardire, e faccio loro operare prodigi; quello che non può marciare, si trascina alla meglio: e in tal guisa, senza rammaricarci, senza pane né acqua giungiamo ad un bosco di olivi dove passiamo la giornata del 9.

Dieci are della sera. — Lasciando Francavilla alla diritta, Castrovillari alla sinistra, ci rechiamo sulla montagna Serra Estania La prima conta sci mila abitanti, la seconda dodici mila. In ambedue lo spirito pubblico è buono. Giungendo nel cuore della montagna abbiamo trovato una mandra di capre, e ne abbiamo fatto uccider due, che erano pessime, perché magrissime: ma siccome eravamo digiuni, le mangiammo quale cosa prelibata. Dopo questo pasto abbiamo marciato anche un'ora, poi ci sdraiammo.

10 ottobre. ([12]) Quattr'ore e mezzo del mattino. — Giudge un giovanetto di 12 anni montando un ronzino, e in l'arresto. Lo interrogo, e resulta che può recarmi dei pane dal convento della Madonna del Carmine. Mando perciò con lui un soldato.


Sett'ore. — Non vedo né il giovanetto né il soldato, sebbene in un'ora si vada al convento e in un'ora si ritorni: ciò comincia a rendermi inquieto.

Sette ore e 10 minuti. — Grazie al cielo, il pane giunse. Ott'ore e venti minuti. — Abbiam fatto colazione, e ci rimettiamo in marcia per giungere al culmine della montagna.

Dieci ore. — Vi giungiamo, e ci riposiamo per non iscuoprirci.

Quattr'ore di sera. — Ci rimettiamo in marcia per le tagne di Acqua Forano o Alberato di Pini, ove contiamo mangiar qualche cosa, se è possibile. La nostra espettativa fu delusa.

OSSERVAZIONI GENERALI. — Ho notato che i monti da me percorsi fino ad oggi,10 ottobre, sono suscettibili di moltiplicare le loro ricchezze intrinseche; ed ecco, come, secondo le osservazioni da me fatte in fretta. 1. Circondare di grandi strade, che sbocchino al mare e nei paesi, i fianchi delle montagne. 2. Alle cime di queste, porre corpi di guardia di dieci uomini, d'ora in ora, e aprire una comunicazione dall'uno all'altro in tutta la sua estensione, vale a dire sulla cima di tutte le montagne. di questa provincia. Ne resulterebbe: 1. Che non vi sarebbe più ricovero per i ladri, che è impossibile prenderveli, e che quindi sono il flagello non solo de' monti, ma delle valli e delle pianure vicine; 2. Che gli alberi da costruzione che vanno perduti per mancanza di comunicazioni non lo sarebbero più; e siccome il trasporto al mare costerebbe poco, tutti questi boschi diverrebbero una miniera d'oro inestinguibile, tanto per il paese in generale, quanto per le casse dello Stato in particolare. Nelle grandi strade laterali bisognerebbe porre dei cantonieri di due ore in due ore, una brigata di gendarmi a piedi sia per recar le corrispondenze, sia per esercitare sorveglianza. — I corpi di guardia che sarebbero sulle cime de' monti dovrebbero esser chiusi al principio dell'inverno, e trasportati ne' luoghi ove la neve non giunge, onde non lasciar riposo o tregua ai ladri, fino a che non fossero scomparsi. Questi provvedimenti, che potrebbero essere adottati senza grandi spese, accrescerebbero la popolazione, i bestiami, i fieni, i grani, gli orzi, la vena, le patate, e poi si potrebbe trarne delle legna da ardere in gran quantità, che si riporrebbero in magazzini dove fosse più facile procurarne la vendita. — Ho osservato anche che i monti non boschivi racchiudono minerali di ogni sorta; e siccome non son privi di acqua che bagnino le loro falde, così si potrebbero aprii miniere che produrrebbero valori inestimabili. Qualora i filoni di esse non fossero fruttiferi, il che non credo, si potrebbe profittare di tali acque, sia per lavorare il ferro, sia per preparare le lane e il lino. ( [13])


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(BASILICATA)

11 ottobre 1861.

Un'ora dopo mezzanotte. — Giungiamo alla destra della Donna, dove, perduti, ci ricovriamo sotto una tettoia e ci sdraiamo, a malgrado della prossimità di Terra Nuova. Questa notte abbiamo passato quattro ore pessime, ma Dio ha voluto che giungessimo senz'altra perdita fuori di quella di un uomo il quale era un po' malato. Si chiamava Pedro Santo Leonato, figlio di Rosa.

Ore tre e mezzo di sera. — Ci mettiamo in marcia e passiamo dinanzi a Torre Nuova, la cui popolazione è assai buona, e fra San Costantino, Casale Nuovo, Noja e San Giorgio. Costantino e Casale Nuovo sono pessimi, come tutte le popolazioni greco-albanesi.

12 ottobre.

Sei ore del mattino. — Siamo giunti alla montagna Silfera, ai confini di San Giorgio a due ore del mattino, vale a dire dopo dieci ore e mezzo di marcia per strade detestabili, tanto il terreno è scoglioso. Ieri fummo senza pane, e quindi dovemmo fare strada digiuni. Comincio a disperare di giungere a Roma: le nostre forze diminuiscono e il mio malessere aumenta: Poco nutrimento e quasi sempre mal sano, acqua sola per bere, e molte fatiche, distruggono i più robusti. Pure io marcierò fino a che potrò: ma se Dio vuole che io soccomba, consegnerò questi appunti a Capdeville, affinché li faccia pervenire al generale Clary, o a Scilla, e se Capdeville morisse, dovrebbe consegnarli al maggior Landet, affinché questi, faccia ciò che Capdeville dovea fare. Mi preme che questo scritto pervenga a S. M, affinché Ella sappia che io muoio senza rimpianger la vita che potrei aver l'onore di perdere servendo la causa della legittimità.

13 ottobre.

Ieri sera avemmo del pane e della carne: il pane ci è giunto da Colobrara, la carne siamo andati a mangiarla alla Serra di Finocchio, ove siam giunti alle 7 circa di sera. Dopo il pasto ci sdraiammo sulla paglia in luogo coperto: il che ci fu di gran sollievo. Avevo pensato di passarvi tutta la giornata d'oggi: ma sventuratamente non ho potuto farlo.

Verso le quattro del mattino un pastore è venuto a dirmi ché le guardie nazionali di San Giorgio a Favara, eransi riunite per attaccarci oggi, e sebbene io abbia tenuta in conto di falsa tale notizia, pure si è avverata... Alle sette del mattino sono stato avvertito dal maggior Landet che una compagnia di guardie nazionali percorreva i boschi, ove passai la giornata di ieri. Ho guardato col canocchiale, e infatti l'ho veduta. Allora ho pensato che un pastore che ci aveva rubato cinque piastre sotto pretesto di recarci delle scarpe aveva fatto il colpo, lo che mi ha dato a temere di qualche tradimento In questa previsione ho ordinato che i miei soldati prendessero le armi, e poi immediatamente ho tentato di raggiunger la cima della montagna per non esser preso tra due fuochi. Non appena fui sul punto culminante, ho veduto una compagnia che ci prendeva alle spalle, il che mi ha obbligato a ritirarmi verso il settentrione della montagna, ove mi sono imboscato. Là ho saputo che questa forza era la guardia nazionale di Rotondella.

Mezzogiorno e dieci minuti. — I nemici prendono riposo alla fonte dove noi attingevamo l'acqua stamane.

Tre ore della sera. — I nemici ripiegano sulla nostra diritta a mezz'ora di distanza: tuttavia ne rimane ancora una parte a tiro di fucile che ci cerca ne' boschi: pure, a malgrado di ciò, persisto a credere che non ci vedranno.

Tre ore e un quarto. — La squadra che avevamo sopra di noi batte in ritirata, dirigendosi sulla nostra dritta come la precedente.

Tre ore e venti minuti. — Sono informato che quegli che ieri ci portò il pane, ci ha venduti al capitano della guardia nazionale Don Gioacchino Mele di Favale.

Tre ore e 35 minuti. — il restante de' nemici si ripiega sulla riserva.

Tre ore e 40 minuti. — I nemici si ritirano prendendo la direzione di Rotondella e di Belletta.

Quattro ore e 45 minuti. — I nemici si fermano.

Quattro ore e 46 minuti. — I nemici si ripongono in marcia.

Quattro ore e 50 minuti. — Levo il mio piccolo accampamento per dirigermi verso il fiume Sinna, che ho l'intenzione di passare un poco al disotto di Favanola, se è guadabile.

Nove ore di sera. — Passo il fiume al punto indicato per seguire la direzione del bosco di Columbrara. Per la strada chiedo ovunque del pane, e ne ho a mezzanotte per tutti.

14 ottobre.

Un'ora di mattina. — A un quarto di lega dal bosco faccio fàre alto e do riposo alla mia truppa, fino alla punta del giorno. A tale ora mi metto in via per imbarcarmi, e mi accorgo, una volta stabilito, che il sottotenente Don Benito Zafra è scomparso, sebbene lo abbia veduto seguire il nostro accampamento. Questa circostanza unita alla poca o niuna fiducia che m'ispira Zafra, mi costringe a cambiar posizione e 4lirezione.

Sei ore del mattino. — Mentre io stava per partire, Zafra ricomparisce, dicendo che si era smarrito, ed io fingo 0i crederlo; perché ciò mi permette di conservar la mia posizione, e la conservo.

Sei ore e mezzo della sera. — Ci mettiamo in marcia per passare il fiume Acri, ma verso mezzanotte scoppia un uragano e ci costringe a ritirarci nel casino. chiamato Santanello, ove giungiamo verso un'ora del mattino, bagnati fino alla pelle. Due contadini, profittando nella nostra stanchezza e dell'oscurità della notte per evadere, si recano a darne avviso alla guardia nazionale di Sant'Angelo, luogo che trovai sulla nostra diritta, a i miglia di distanza dai nostri alloggi.

15 ottobre.

Il mattino verso cinque ore e mezzo i contadini si presentano infangati fino ai ginocchi. Questa circostanza risveglia. . i miei sospetti, e mi decide a dirigermi verso il fiume sopra indicato, e a condurre meco quelli che mi hanno venduto, perché mi servano di guida. Appena l'ebbi guadato, vidi la guardia nazionale di Sant'Angelo che marciava verso di noi. Minacciai allora le guide se non ci salvavano; e tale minaccia ha fatto loro operar miracoli: ci hanno condotto così bene, che poco dopo non abbiamo visto nemici da alcuna parte. Un po'più tardi abbiam passato il fiume di Rosairo, lasciando Albano alla sinistra, e ci siarpo diretti verso la taverna Canzinera, dove abbiamo mangiato un boccone. Di là abbiamo fatto strada, con una pioggia tremenda, verso il fiume Salandra, che avevamo traversato verso le due dopo mezzogiorno: e siccome avevamo percorso una ventina di miglia, facemmo alto per riposarci: ma dopo una mezz'ora la pioggia riprese e ci costrinse a ricovrarci in una villa di proprietà di Don Donato Scorpione, capitano della guardia nazionale di Formina. A sei ore della, ci ponemmo nuovamente in marcia per raggiungere i boschi della Salandra; ma verso le sette una pioggia forte ei sorprese, e il terreno, che è assai grasso, cominciò a divenir talmente melmoso, da impedirci di marciare. Tuttavia pazientammo fino alle dieci della sera, e vedendo che la pioggia non cessava e che era impossibile proceder oltre, ci arrestammo alla montagna Ferravante nelle statle di Niccolò Provenzano; ci rasciugammo un poco, e dopo aver dato ordine al padrone che nessuno delle baracche si muovesse senza mio ordine, ci sdraiammo.

NOTA. — I contadini sono realisti qui come altrove, ma molto più vili. Il timore di esser imprigionati e il desiderio di aver danaro fa loro commettere ogni sorta di bassezze. Il 12 non mi sono state restituite quattro piastre, il 13 mi hanno rubato 30 franchi che dovevano servir per comprare scarpe e altre cose necessarie. In quel medesimo giorno, o meglio nella notte, mi hanno denunziato alla guardia nazionale di Sant'Angelo, e stanotte hanno fatto lo stesso, ma ignoro dove.

16 ottobre.

Sei ore del mattino. — II padrone e due de' suoi pastori sono scomparsi furtivamente, e indovino il perché. Ciò mi decise a fuggire al più presto verso il bosco della Salandra, malgrado la pioggia che cade a torrenti. Conduco meco un fanciullo che avrà dodici anni, per conservarlo in ostaggio tutta la giornata.

Sette ore. — Ci fermiamo per mangiare un po' di pane.

Sette ore e mezzo. — Ci mettiamo nuovamente in marcia.

Otto ore e dieci minuti. — Vedendo che debbo scuoprirmi se vado più oltre, mi fermo per attendere gli eventi o l'ora propizia per mettermi in via.

Due ore della sera. = L'umidità, il freddo e la fame mi costringono a togliere il campo.

Tre ore e mezzo. — Scuopriamo una baracca, ove troviamo una mezza razione di pane, che fo dividere, e mi ripongo in cammino.

Quattr'ore e mezzo. — Giungo ad una casupola, dove trovo degli armenti. Faccio uccidere due montoni: ne 'mangiamo uno, e serbiamo l'altro per domani.

Ott'ore. — Mi ripongo in via per traversare il fiume Grottola. i Nove ore. — Avevamo appena passato il fiume, che cinque uomini armati si slanciano sopra di noi, intimandoci di fare alto. Noi cadiamo loro addosso, fuggono a gambe, e passano io senso opposto il fiume, che io lascio dietro di me, senza far fuoco. Subito dopo prendiamo la via di Grassano, ove havvi una guarnigione piemontese, per evitare un lungo giro.

Undici ore. — Giriamo attorno alla parte settentrionale esterna della città aspettando un chi va la che non udiamo. Siamo passati vicinissimi alla chiesa e senza nessuno incidente.

NOTA. — Il bosco della Salandra è magnifico, e vi occorrerebbero 15 ore per farne il giro. 11 terreno è assai buono e quindi suscettibile di produrre tutto, anche fichi e olivi, ma non si è tentata la minima cultura: gli alberi che abbondano sovra ogni altro in questo grande spazio, sono le quercie. Potrei parlare di altre specie, se ne avessi il tempo; ma credo che ciò basti per dare un'idea della bella vegetazione questo luogo. I secoli passarono sulle frondose cime di questo re delle foreste, e non hanno lasciato traccia sulla loro freschezza. Sono ciò che potevano essere cento anni indietro, e credo che un secolo di più non cangierà il loro aspetto, se il fuoco o la scure non se ne immischiano. Un ceppo còlossale ed intiero, rami proporzionati alla loro altezza e alla loro grossozza, una fronda fitta e fresca come le acque delle fontane che spesso scorrono a' loro piedi, completano questo ritratto disegnato a grandi linee. Tuttavia debbo dire qualche, cosa delle foglie di questi alberi: ne ho colte in diversi luoghi alcune lunghe quattro pollici e larghe tre. La 'parte superiore ha una forma ovale, senza cessare per questo di essere sui bordi graziosamente smerlata.

17 ottobre.

Quattro ore del mattino. — Giungiamo alla montagna Piano della Corte, e alloggiamo in una baracca di Don Giuseppe Santoro, capitano della guardia nazionale di Tricarico. Ove io mi decido a passare la giornata, sebbene abbia a diritta a mezzogiorno Montesolero, città di sei mila anime, e Tricarico alla sinistra e per conseguenza a settentrione.

Tre ore e mezzo di sera. — Mi ripongo in marcia Ile raggiungere la provincia di Avellino, ove arriveremo fra 'due o tre giorni, se il tempo si rimette, e se le circostanze lo consentono.

NOTA. — Abbiamo traversato una pianura assai grande
e ricca, ma io ho osservato che l'agricoltura 'è molto addietro. 'Pure, siccome la terra è buona, produce molto 'grano 'e molte frutta, quasi per forza naturale. Che sarebbe, se vi fosse a Napoli un buon ministro che desse impulso al lavoro, e un altro che regolasse con mano franca la giustizia, che trovo incurata dappertutto? A senso mio, è necessaria una legge, se non esiste, che proibisca il matrimonio alla gioventù, prima che non abbia servito e ottenuto il congedo.

19 ottobre.

Due ore e mezzo della sera. — Mi pongo nuovamente in cammino senza guida, come ieri, per seguire a tasto la direzione di Napoli.

Tre ore e mezzo. — Zafra mi significa che vuoi partire col soldato Moutier, ed io vi consento. L'intemperie della stagione, la fame, la fatica, il letto a ciel sereno non possono convenire a uomini di fibra molle e di costumi effeminati. Avrei potuto fucilarlo, ma forse non sarebbe stata una pena. Quando potrò, farò conoscere la loro vigliaccheria dovunque, e in specie in Ispagna, perché sieno da per tutto e sempre spregiati.

Tre ore e tre quarti. — Mi dirigo facendo un gran giro, per evitare un villaggio, verso il famoso bosco di Barile, e di là verso il bosco di Manguesci Pichitello, ove conto mangiare qualche cosa.

Cinque ore è mezzo. — Erriamo nel bosco di Barile, senza trovare un egresso, e per conseguenza senza sapere dove andiamo.

Cinque ore e tre quarti. — Udiamo una campanella e la seguiamo! Poco tempo dopo c' imbattiamo in una baracca e in tre uomini che guardano i 'giumenti. Ne prendiamo due che ci guidano al bosco Manguesci, ove mangiamo un montone e un agnello con del pane, che trovammo per miracolo.

Undici ore di sera. — Ci mettiamo in cammino per prender posizione nel bosco Ìi Monte Marcone; strada facendo lasciamo sulla nostra sinistra Barile, Genzano e Forenza.

19 ottobre.

Bosco di Lagopesole. — Due ore e mezzo del mattino. — Giungemmo al bosco sopra indicato non senza fatica. La pioggia c' incomoda assai, e i giri cui siamo costretti, ci fanno perdere un tempo immenso: per quattro miglia e mezzo abbiamo impiegato più di otto ore. Piove tutto il giorno: siamo senza pane, mo ho preso provvedimenti per averne.

Dieci ore del mattino. — Abbiamo avuto un po' di pane e un po' di pimento.

Tre ore della sera. — Alcuni soldati de' nostri giungono, e mi dicono che a otto miglia di distanza si trovano mille uomini sotto gli ordini di Crocco Donatello. Mi decido a inviargli il signor Capdeville con una lettera, scortato da due soldati per vedere se possiamo intenderci, del che dubito, giacché osservo il più grave disordine. Qual danno che io non abbia trecento uomini per sostenere i miei ordini! Oh allora le cose prenderebbero una piega favorevolissima per la causa di S. M.

Quattro ore della sera. — Cambiamo di luogo, ma restiamo nello stesso bosco.

Tre ore. — Sono informato che le forze piemontesi del circondario son poche, sebbene non mi sia noto giustamente il loro numero; mi si dice che siano bersagliar io che abbiano seco due pezzi da montagna.

20 ottobre.

Sei ore del mattino. — Nulla di nuovo; la notte è stata assai rigida.

Dieci ore. — Mi dicono che qui avviene quello che ordinariamente ha luogo in tutti i posti da cui sono passato: s'imprigionano i realisti a torto o a ragione.

21 ottobre.

Sette ore del mattino. — I due soldati che hanno scortato Capdeville ritornano senza di lui e senza sue lettere; lo che per parte sua non è regolare: ci dicono che dobbiamo andare a raggiungere la forza, e lo faremo dopo aver mangiato.

Dieci ore. — Di mettiamo in marcia per raggiungere l'altra truppa e Capdeville che non è tornato, e che si trova con essa nel bosco di Lagopesole.

Un'ora e dieci minuti della. sera. Facciamo alto per riposarci.

Tre ore e mezzo. — Ci riuniamo ad una piccola banda; la credevamo più numerosa; ma altre devono giungere col suo capo.

22 ottobre.

Sei ore del mattino. — Il capo della banda è giunto questa notte, ma io non l'ho veduto. Egli è andato a dormire con una sua concubina, che egli tiene io uno de' boschi vicini, con grande scandalo di alcuni.

Otto ore e mezzo. — Il capo della banda giunge: gli faccio vedere le mie istruzioni, ed egli cerca di esimersene con falsi pretesti. Temo di non poterne trarre partito; tuttavia non ho perduto ogni speranza: mi dice che dobbiamo attendere l'arrivo di un generale francese, che è a Potenza e che giungerà domani sera, e da lui sentiremo ciò che dice, prima di decidere qualche cosa di definitivo.

Due ore della sera. — Il capo della banda parte, senza dire dove va: si fa dare il titolo di generale. Ho dimenticato di dire che gli ho proposto di prendere 500 uomini d'infanteria e 100 cavalli, assicurandolo che con questa forza mi sento capace di tener la campagna: mi rispose che i fucili da caccia sono inutili per presentarsi in faccia al nemico; io combatterò quest'obiezione, ma senza frutto.

23 ottobre.

Otto ore del mattino. — Il signor De Langlois giunge con tre ufficiali: si spaccia come generale e agisce come un imbecille. Lo lascio fare per vedere se la sua nascita lo ricondurrà al dovere: ma vedendo che egli prende maggior coraggio dal mio silenzio, lo chiamo a me e gli intimo ad esibire le sue istruzioni. Risponde non averne in scritto; e allora abbassa il suo orgoglio.

Carmine Crocco, capo della banda, per il momento è assai attento, ma non si dà cura di riunire le sue forze per organizzarle. Qual danno che io non abbia 500 uomini per farmi obbedire prontameute i 24 ottobre.

Sei ore del mattino. — Nulla di nuovo per ora. Fassiama la giornata nello stesso luogo.

25 ottobre.

Sei ore e un quarto del mattino. Tre colpi dl fucile ci annunziano l'apparizione del nemico.

Sette ore Ci scontriamo col nemico a cento passi di distanza; una viva fucilata s'impegna fra una quarantina dei suoi bersaglieri e una ventina de' nostri. Sostengo gli sforzi del nei ico per un'ora.

Otto ore. — I nemici ci hanno circondato: abbandoniamo quelli che ci attaccano di fronte per gettarci su quelli che ci attaccano di dietro.

Otto ore e mezzo. — Gravi perdite: il mio ufficiale della diritta, il maggior La Candet, è colpito alla testa da due palle e rimane sul campo. Quattrocento piastre che avea indosso e il suo fucile rimangono in potere de' nemici, i quali lo spogliano di tutto, meno de' pantaloni e della camicia. Nel tempo stesso vien ferito gravemente uno de' quattro calabresi che mi hanno accompagnato, per nome Domenico Antonio il Rustico: la palla che lo ha colpito mi ha salvato da una ferita.

Due ore e mezza della sera.Il nemico ci pone in imboscata nella foresta, mentre io invio il calabrese al medico.

Ho decorato due individui della banda per la bella condotta da' essi tenuta la mattina; ma non so i loro nomi. Il capitano di cavalleria Salinas non è più con noi: ignoro se sia morto.

26 ottobre.

Otto ore e mezzo. — Occupiamo lo stesso basco. Il capitano Salinas manca sempre: son convinto che egli è inerte.

Otto ore. — Crocco, che è assai astuto, guadagna tempo e non mantiene la promessa di organizzare da lui fattami.

Non posso intendere quest'uomo, che, a dir vero, raccoglie molto danaro: cerca l'oro con avidità.

Nove ore . — De Langlois mi narra che Crocco ha ricevuto una lettera di un canonico che gli promette completa amnistia se si presenta colla sua banda! Il suo silenzio di fronte a me in un all'una si grave mi fa temere che egli, ricolmo di danaro, vinto dalla sua concubina ch'egli conduce con noi, non commette qualche viltà. L'affare di ieri non diminuisce i miei sospetti. Allorché vedemmo che il nemico veniva a noi, egli si è mosso in marcia per il prima; ma giungendo ad una certa distanza: ha fatto una contromarcia, talché quando, io mi credeva appoggiato da lui sulla diritta, mi son trovato attaccato a rovescio. In breve Crocco, De Langlois e gli ufficiali napolitani non hanno udito fischiare una palla: co' miei uomini e con due della banda di Crocco ho pagato le spese del combattimento, e mi è costato caro.

27 ottobre.

Il capitano Salinas è ricomparso or è poco in buona salute. l nemici hanno ucciso Niccolo Falesco ammogliato con cinque figli, mentre ci recava del vino. La vedova di lui si è presentata a me, ed io le ho assegnato nove ducati mensili in nome di S. M, Ieri l'altro i nemici hanno bruciato le capanna e le casette che si trovano alle falde del bosco.

28 ottobre,

Sei ore del mattino. Dal medesimo bosco. Ci riuniamo per Super quanti siamo e per organizzarci.

Sette ore e mezzo. ll capo dà un contr'ordine, e dice che non vuole che noi formiamo due compagnie, fino a che non sieno giunti 120 uomini che egli attende, ma inutilmente.

Dicci ore e mezza. De Langlois, uomo che temo assai intrigante, mi narra che ieri sera ha avuto una conferenza di più di due ore con Crocco, e che questi gli ha detto:

«Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, ciò non accadrà più. Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli e i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero, se cadessi. Del resto io non sono stato che caporale, Io che vuol dire che di cose militari non me ne intendo; dal che ne segue che non avrò più preponderanza il giorno in cui si agirà militarmente.»

29 ottobre.

Sette ora del mattino. — Dallo stesso luogo di ieri. — De Langlois mi riferisce quanto segue:

«Ieri sera ho avuto un colloquio col nipote di Bosco, il solo cui Crocco si confidi e gli ha detto… Egli pretende, e mi ha incaricato di dirvelo, un brevetto di generale sottoscritto, da S. M. e altre. promesse che non specifica per il futuro, una somma corrispondente di danaro, e non so che altro ancora.»

De Langlois avrebbe risposto che non può garantire tutto, ma che il modo di regolarizzare queste faccende era quello di riconoscere i capi. Crocco e i suoi hanno rubato motto, e quindi hanno molto danaro che vogliono conservare e aumentare; se vedono che sì aderisce a questo toro intendimento, consentiranno a lavorare per la causa di Sua Maestà, ma in caso contrario non si adoperanno che per loro medesimi, come hanno fatto fin qui.

Mezzogiorno. —Sono informato che quattro guardie nazionali di Livacanti, hanno fucilato Ieri la donna. Maria Teresa di Genoa, perché il suo fratello era con noi.

Nove ore di aera. — Giungono in questo momento alcuni nostri uomini che si sono imbattuti in una guardia nazionale che ha fatto villanamente fuoco sopra di essi. Sono saltati addosso a lui, e dopo avergli tirato cinque colpi di fucile hanno ucciso e disarmato.

30 ottobre.

Nove ore del rnattino. — Siamo nel medesimo luogo: in questo momento abbiamo un allarme; la gente di Crocco fugge come un branco di pecore: resto con i miei officiali al posto, e mostro molto disprezzo per quei vigliacchi, onde farli arrossire e costringerli a condursi meglio, se è possibile; ma tutto é inutile.

Dieci ore e metto. — Cambiamo luogo a un'ora di distanza da quello da noi lasciato; ma sempre nel medesimo bosco.

Cinque ore della sera. — De Langlois viene ad avvertirmi che il padre di Crocco si trova in relazione con il general La Chiesa, e che questi ha scritto una lettera a Crocco, esortandolo a presentarsi colla sua banda. Questi avrebbe risposto, secondo Langlois, che il general La Chiesa dovei presentarsi a noi. La Chiesa avrebbe soggiunto che se gli davano sei mila ducati e 30 pezze al mese, avrebbe dato in nostro potere la provincia. Ora siccome io vedo che la reazione è fatta, ciò che ho di meglio a fare si è di trarne il miglior partito possibile. Non ho, è vero, i ducati in questione: ho detto a Langlois, malgrado ciò, che appena La Chiesa ci avesse consegnato una grande città, gli avrei sborsato i sei mila ducati.

Ho però fatto notare a De Langlois che io dubitava di quanto mi diceva, e che Crocco non mi aveva di ciò fatto parola. Crocco vi presta fede, rispose, dia non ve ne parla, perché vuoi far ciò senza discorrervene.

De Langlois mi ha detto ancora che Crocco vorrebbe conservare in apparenza il comando di generale. Sta bene, ho detto, che ei faccia trionfar la causa e vi acconsento; ma io so che egli pensa ad una cosa, e potrebbe accader che ne avvenisse un'altra. I soldati e il paese ci ammirano dopo il fatto del 25; ed io credo che il giorno in cui mi converrà alzar la voce, Crocco non sarà nulla. Qualunque cosa ei trami, son deciso a rimanere, per assistere allo scioglimento di questi intrighi, o per vedere se essi offriranno alcun che da permettermi di trarne partito. Se io avessi qualche centinaio di migliaia di franchi, trecento uomini, e un numero di ufficiali, probabilmente diverrei il padrone della situazione.

31 ottobre.

Sette ore e mezzo del mattino. — Crocco sai legge una lettera di un capo di una banda, nella quale pone 500 uomini a mia disposizione. Se son cambia consiglio, stanotte senza falle aneleremo a raggiungerli e formeremo domani il prime battaglione.

1 novembre.

Ieri Ci siamo posti in marcia per andare al bosco di Potenza. Cammin facendo abbiamo costeggiate le Serre. Iacopo Palese che va dal settentrione a mezzogiorno: alle sue falde abbiamo trovato il fiume della Serra del Ponto, e siamo giunti verso le 2 del mattino al luogo sopra indicato.

2 novembre.

Uri' oro di aero. — Nulla di nuovo, se ne eccettui;auio la mancanza di razioni. Ci dicono che ne avremo più tardi: io ne. dispero, perché l'ora è avanzata: i soldati muoiono di fame.

3 novembre.

Nulla di nuovo.

Undici ore. Usciamo dal bosco, ci rechiamo a Trevigno, distante di qui quattro miglia.

Un'ora e mezzo della sera. — Giungiamo al luogo indicato b siamo ricevuti à colpi di fucili.

Tre ore e mezzo. — Dopo un combattimento di oltre due ore, c'impadroniamo della città; ma debbo dirlo con rammario, il disordine più completo regna fra i nostri, cominciando dal capi stessi. Furti, eccidii e altri Patti biasimevole furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla.

4 novembre.

Sei ore e mezzo del mattino. — Lasciamo Trevigno e ci dirigiamo verso Castelmezzano, ove arriviamo alle undici e mezzo. Vi facciano no alto di due ore.

Tre ore della sera. — Ci mettiamo in marcia dirigendoci vero il bosco di Cognato, ove giungiamo alle 7. Alle 8 e ½ sono informato che Crocco, Langlois e Serravalle hanno commesso a Trevigno le più grandi violente. L'aristocrazia dei luogo ernst nascosta id casa del sindaco, e i sopradetti individui, ché hanno ivi preso alloggi, l'hanno bnvbitmente sottoposto a riscatto. Più percorrevano la città, minacciavano di bruciare le Case de' privati, se non davano loro danaro. Langlois interrogato da me i torho alle somme raccolte ìn quel luogo, mi hai risposto che iÌ sindaco gii alleva datfl 280 duceti soltanto, e eltie questo tra tutto quanto aveati Irotuto Ottenere.

4 novembre.

Sei ere e Olezzo. di vien doto l'ordine di riunirei, per dirigerci non so in qual luogo.

Undici ore. — Ci imbattiamo in otto guardie nazionali, che inseguiamo fino a Caliciana; là ci arrestiamo: è stato saccheggiato tutto, senza distinzione a realisti o a liberali in un modo orribile: è stata anche assassinata una donna, e, a quanto mi dicono, tre o quattro contadini.

(Cinque ore e mezzo. — Giungiamo a Garaussa, ove il curato insieme ad altre persone è uscito col Cripto, chiedendoci una pace che io gli accordo ben volentieri. Dio voglia che gli altri facciano lo stesso. — Non racconto cosa alcuna della scena che è avvenuta dopo la mia partenza, cagionata dall'indignazione che mi avea suscitato il disordine.

6 novembre.

Dieci ore del mattino. — Ci mettiamo in marcia per andare ad attaccar la Salandra, ma havvi una guarnigione di un centinaio di Garibaldini e un distaccamento di Piemontesi. Appena ci hanno scorto, hanno preso posizione sopra un'inespugnabile altura a settentrione. Allorché sono stato a mezzo tiro di fucile, ho spedito il maggiore Don Francesco Forne alla testa di una mezza compagnia, che malgrado il declivo del luogo e il fuoco che si faceva contro di lui, si è impossessato del punto che i nemici occupavano pochi momenti prima. I nemici respinti hanno preso le case, dove hanno provato più vigorosa resistenza; ma essendosi accorti che io andava a prenderli alle spalle colla mia colonna, hanno lasciato la 'città a passo di corsa. Quando li ho veduti, son piombato sopra di essi; ne abbiamo uccisi dodici, abbiam preso la loro bandiera e abbiam fatto 4 de prigionieri. Dal lato nostro Serravalle è stato ferito, ma non gravemente, alla testa. — La città è stata saccheggiala.

7 novembre.

Serra di Cucariello, Comune di Salandrba, 2 ore e mezzo di sera. — II signor Angelo Serravalle muore in questo momento. Mi pregano di scrivere a S. M. di far innalzare un castello in questo luogo.

8 novembre.

3 ore del mattino. — Riuniamo la truppa, e prima di partire Crocco fucila in una sala della città Don Piàn Spazziano; poi noi abbiam fatto strada verso Cracca, ove noi siam giunti a tre ore di sera: la popolazione intiera ci è venuta incontro; e malgrado di ciò, avvennero non pochi disordini.

9 novembre.

Sei ore del mattino. — Usciamo da Cracca e marciamo verso Alliano: ma circa due ore dopo mezzogiorno nella pianura bagnata, dall'Acinella, troviamo una quarantina di guardie nazionali, che attacchiamo con vigore. — Vedéndoci, si danno ad una fuga precipitosa e si nascondono in un bosco vicino; malgrado ciò, la cavalleria li raggiunge, ne uccide quattro, fa un prigioniero, che ho posto in libertà, perché non aveva fatto uso del suo fucile.

Sette ore della sera. — Giungiamo ad Alliano, dove la popolazione ci riceve col prete e colla croce alla testa, alle grida di Viva Francesco II; ciò non impedisce che il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da render sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto.

10 novembre.

Nove ore del mattino. — I miei avamposti,mi avvertono che una forza nemica è comparsa sull'Acinella. Io esco immediatamente per incontrarla e mi accorgo che è un corpo di 550 a 600 uomini. Faccio riunire la mia gente, che non supera i 400 uomini, in faccia ad essi, e attendo le disposizioni del nemico per prenderle noi. Mi persuado ben presto che il capo piemontese era un nemico che non conosceva il suo mestiere.

Vedendo la sua inesperienza, mi rivolgo ai miei soldati e prometto loro la vittoria, ove mi prestin fede: me ne fanno sicuro, ed io mi pongo in marcia. Allorché ebbi raggiunto la cappella, distante un tiro di fucile e sul declivo del villaggio, invio la prima compagnia sotto gli ordini del capitano Don Francesco Forne prevenendolo di spiegare in bersaglieri la metà della sua forza e di seguire col rimanente per proteggerlì, percorrendo la via che da Milano conduce al fiume.

Nel tempo medesimo. ordino al luogotenente colonnello di cavalleria comandante la seconda compagnia, di marciare sopra una cresta che il terreno forma a dritta e di prender il nemico di fianco; il che eseguì con grande precisione, mentre la prima compagnia lo attaccava di fronte.

Siccome lo spazio del letto del fiume è assai grande, così ho posto la cavalleria a retroguardia della prima compagnia ordinandole di passar il fiume e di porsi in un'isola piantata di olivi per prender il nemico alle spalle.

Quanto a me, col resto dell'infanteria marciai in colonna al centro delle due ali per proteggerle in caso di scacco; ma l'impulso delle due compagnie è stato così vivo, che il nemico non ha potuto sostenere il primo scontro. Vedendolo sbandato, attesi che la cavalleria gli facesse mettere le armi a basso. Vana speranza. Guardo e la vedo alla mia dritta a piedi, in un burrone che faceva fuoco, anzi che eseguire i miei ordini.

Questa circostanza ha reso dubbiosa l'zione; ma siccome a colpi di sciabola ho fatto avanzare la cavalleria, e ho marciato rapidamente colla riserva verso il centro del fiume, ho avuto il di sopra anche una volta sul nemico, il quale si è riunito ai piedi di un mulino. Vedendolo in una posizione forte, ho staccato una sezione della mia compagnia di riserva per prenderlo alle spalle, mentre la prima compagnia lo attaccava di fronte e la seconda a sinistra.

Questa manovra è bastata per sloggiarlo dalla sua formidabile posizione; ma. siccome l'altezza della montagna che dal mulino si spinge fino a Steggiano è piena di piccoli colli che si difendono da sé stessi, il nemico si è nuovamente riformato e ha preso l'offensiva caricandoci alla baionetta.

La seconda compagnia ha sostenuto la mischia per dieci minuti sulla dritta e la prima ha fatto altrettanto a sinistra. In questo tempo son potuto giungere con la riserva, e allora la sconfitta del nemico è stata completa. Egli si è sparpagliato per i boschi, ma noi abbiamo ucciso 40 individui, fra i quali un luogotenente che è morto da eroe, mentre ci caricava alla baionetta: abbiamo fatto cinque prigionieri che si sono arruolati alle nostre truppe...

Abbiamo fatto alto a un miglio da Astagnano lasciando in pace i nemici.

Le nostre perdite sono meschinissime, il che è piuttosto un miracolo che frutto del caso. Il luogotenente colonnello Don Agostino Lafont ha ricevuto un colpo di una bocca di cannone al di sopra del sopraciglio dell'occhio sinistro: ma non è nulla; un altro soldato ha avuto una parte della testa sfiorata da una palla; ecco tutto.

Dopo un'ora di riposo, un corriere di Astagnano viene ad avvertirci che la popolazione ci attende, e ci prega di andarvi. in conseguenza di che faccio metter la truppa sotto le armi, e mi pongo in marcia. Appena avevamo sfilato, scorgo delle croci e de' preti che venivano verso di noi, e una folla immensa che riempiva la strada con bandiere bianche e gridava Viva Francesco II.

In mezzo a tale entusiasmo siamo entrati trionfalmente nella città, con ordine ai soldati, che abbiamo pagati prima di alloggiarli, di osservar la più stretta disciplina. Ma siccome hanno l'abitudine del male, hanno cominciato a farne delle loro solite, di guisa che siamo. costretti a fucilarne due; provvedimento che ha ristabilito subito l'ordine.

11 novembre.

Asiagnano. Abbiamo passato la giornata tranquillamente,
o meglio lavorando. Ci si presentarono 300 uomini di diversi paesi, di guisa che contiamo 700 uomini assai bene armati.

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12 novembre.

Nove ore del risaltino. — Partiamo da Astagnano per recarci a disarmare i nazionali di Cirigliano e al primo luogo siamo rimasti due ore, o per meglio dire ne siamo usciti a un'ora e mezzo della sera per recarci al secondo: ma quando siamo stati al principio della salita, fummo avvertiti che il nemico era ad un miglio di distanza.

Vedendo la mia posi zione assai compromessa, inviai il maggior Forne comandante la prima compagnia al villaggio, ed io col resto della forza presi posizione sulle alture che avevo alla mia sinistra: una volta che fui in grado di difendermi, attesi, spiegato in battaglia, gli eventi. Dopo un quarto d'ora scorsi la testa della colonna nemica forte di 1200 uomini,,. che si poneva nella strada che divide i due villaggi suddetti; ma era troppo lardi.

Comprendendo la forza della mia posizione ho offerto la battaglia al nemico, il quale ha manovrato fino al cadere della notte, senza nulla intraprendere. Dopo di che ci ponemmo in marcia diretti al bosco di Montepiano di Pietra Portassa.

12 novembre.

Sei ore del macino. — Partiamo dal bosco, facendo via verso l'Autura: arrivando in questo luogo ho fatto, malgrado la volontà di Crocco, accampar la truppa per prevenire una sorpresa e il disordine, ordinando che ci fosse recato del pane e del vino, il che è stato eseguito di buon grado.

Mentre si distribuivano le razioni, il clero vestito de' suoi àbiti sacerdotali, colla croce alla testa, si è presentato per complimentarci, e,per pregarmi di andar ad ascoltare una messa co' miei officiali: l'ho ringraziato, dicendo che sebbene io desiderassi moltissimo di accettar tal proposta, non mi era possibile: tuttavia ho aggiunto che quanto era differito non era perduto. In questo mentre fui avvertito che il nemico veniva incontro a noi: ho fatto riunire la truppa e ho congedato i preti.

Nove ore e mezzo. — Gli avamposti scuoprono il nemico, ed io mi pongo in moto per prendere posizione ad, Arause, ove giungo a mezzogiorno.

Due ore della sera. — Il nemico è alle viste. Faccio battere la generale e gli offro battaglia: il nemico si pone sulle difensive.

Sei ore della sera. — Mi ripiego nel bosco chiamato la macchia del Cerro, dove ci accampiamo per passarvi la notte.

14 novembre.

Sei ore del mattino. — Ci mettiamo in marcia verso Grassano, dove giungiamo a 10 ore dal mattino. Alloggiamo la truppa, e i. nostri capi vanno a rubare dove più lor piace.

Due ore della sera. — Il nemico si avvicina, egli offro battaglia, ma egli non l'accetta, sebbene abbia il doppio della mia forza. Ci scambiamo alcune fucilate nel resto della giornata.

Otto ore di sera. — Vedendo che il nemico non sa decidersi lascio gli avamposti, e mi ritiro con tutto il rimanente della mia forza in città per passarvi la notte.

15 novembre.

Sette ore e mezzo del mattino. — 11 nemico rimane nelle stesse posizioni di ieri sera.

Otto. Ritiro i miei avamposti per andare verso San Chirico, ove sono giunto verso le undici: ho fatto alloggiare un officiale in casa dei capitano delle guardie nazionali per impedire che gli si arrecasse del danno, e credo che questi me ne fosse grato. In questo luogo vi è stato un po' d'ordine; il che mi ha (atto un gran piacere.

Tre ore di sera. — Ci mettiamo in via per attaccare il villaggio Loagle: ma ad un miglio di distanza ci accampiamo e aspettiamo il giorno.

16 novembre.

Sei ore del mattino. — Riconosco la posizione e la trovo fortissima; malgrado ciò, mando innanzi la quarta compagnia per attaccar la sinistra dei villaggio: invio la terza sulla diritta: la prima al centro: il resto dell'infanteria rimane con me sull'altura a dritta della nuova strada e in faccia al villaggio.

Destino una parte della sedicente cavalleria a sinistra e una parte a dritta, e questa per togliere la ritirata del nemico a Potenza. Allorché l'infanteria è giunta al ponte che trovasi a' piedi della salita, il nemico fa una forte scarica e ferisce un, uomo della prima compagnia; ma la truppa si slancia all'assalto. Il nemico, accortosi della nostra fermezza ripiegò e si racchiuse in un gran palazzo: una parte fugge per cadere nelle mani de' nostri, che li massacrano.

Il capitano della prima compagnia attacca il palazzo e l'incendia con della paglia e con delle legna resinose: il nemico cominciò a saltare da un balcone: ma in questo men tre, taluno, non so chi, si permette di far batter la generale: la truppa si riunisce e l'operazione rimane incompiuta. Due de' nostri feriti rimangono nel villaggio: abbiamo due morti e alcuni feriti.

Cessato. l'allarme, ci mettiamo in marcia per attaccare Pietragalla, dove giungiamo alle 3 della sera. Riconosciuta la posizione, invio la terza e la quarta compagnia sulla diritta della città, la quinta e la sesta con porzione della cavalleria verso la sinistra, la prima e la seconda verso il centro.

Il nemico in forti posizioni dietro una muraglia aprì un fuoco vivissimo. Ma il maggior Don Pasquale Margine, luogotenente della seconda compagnia, si slancia come un fulmine seguito da alcuni soldati, e s'impadronisce delle prime case della città.

Il capitano lo segue col resto della compagnia e la città, meno il castello ducale, ove i nemici si sono racchiusi, fu presa in un batter d'occhio. Abbiamo avuto quattro morti e cinque feriti, o piuttosto 9 feriti ne' punti che abbiamo attaccato, e fra essi il luogotenente Laureano Carenas. Compiuto il fatto, abbiamo preso alloggio, per non esser testimonio di un disordine contro il quale sono impotente, perché mi manca la forza per far rispettare la mia autorità. Temo che Crocco, il quale ha molto rubato, non commetta qualche tradimento.

17 novembre.

Dieci ore del mattino. — Ci riuniamo per accamparci nel bosco di Lagopesole, ove giungiamo a quattro ore della sera. Crocco ci lascia sotto pretesto di andare a cercare del pane, ma temo che sia piuttosto per nascondere il danaro e le gioie che ha rubato durante questa spedizione.

18 novembre.

Un'ora dopo mezzogiorno. — Siamo nel medesimo bosco senza Crocco e senza pane. La condotta del capo ha fatto sì che in tre giorni abbiamo perduto la metà della forza, circa 350 uomini.

Quattr'ore della sera. — Noi sloggiamo per accamparci ad un miglio più lontano. — Crocco non è venuto.

19 novembre.

Otto ore del mattino. — Crocco è giunto, ma non si è presentato ancora dinanzi a me.

Mezzogiorno. — Crocco ha fatto battere l'appello dopo aver tirato diversi colpi di fucile. Monto la collina e chiedo cosa significhi ciò. Crocco mi risponde che noi dobbiamo andate ad attaccare e prendere Avigliano, città di 18 mila anime Gli dissi che era impossibile, che i nazionali di quella città erano assai superiori in numero. Mi obiettò che in qualche luogo dovevamo andare: gli risposi che... ci attendeva con impazienza: replicò che ciò gli andava a genio e che mi vi condurrebbe. Dopo ciò disparve, e andò a consigliarsi con gente che non avrebbe mai dovuto né vedere né ascoltare, e venne a dirmi che potevamo metterci in cammino; il che facemmo.

Dopo aver marciato per qualche tempo, chiesi ad up uomo del paese, quale era la via che noi seguivamo. Mi rispose esser quella di Avigliano. Non ho di ciò parlato ad alcuno: ma ho pensato che quell'uomo senza fede nii aveva ingannato.

Non era passato un quarto d'ora che il maggiore di cavalleria venne a dirmi: Mio generale, noi prenderemo una graziosa città.

— Noi andiamo ad Avigliano, dunque? Gli chiesi — Si, signore — Ebbene io protesto contro questa impresa.

Tre ore e mezzo di sera. — Siamo giunti ad Avigliano. Crocco mi dice di prendere le disposizioni opportune per assalirla e impadronirsene. Gli rispondo che avendo fatto egli il contrario di quanto avevamo stabilito, prendesse, le disposizioni che più gli piacevano; dacché io non voleva assumere la responsabilità di una impresa che non poteva riuscire. Allora ha fatto attaccare la piazza con tutta la forza e senza lasciar riserva; aperto il fuoco, egli si è ritirato sulle alture e vi è rimasto per vedere ciò che accadeva.

Il fortino che è al fianco della città e al settentrione fu preso di primo slancio dalla prima compagnia sostenuta dalla seconda: ma non si è potuta prendere una cappella che, si trova sulla stessa linea e protegge le vicinanze del centro della città. La dritta è stata attaccata dalla forza rimanente; ma è stata tenuta in scacco da un muro che servì di barricata alla parte di ponente della città. In breve, la notte è sopragginta e con essa una nebbia e una pioggia intollerabile, tanto era fredda. Crocco ha fatto suonare la ritirata e ci siamo con dotti ad una piccola borgata chiamata Pavolo Duce, dove abbiamo passato gelati e bagnati fino alla pelle una pessima notte. Questa circostanza, unita ai disordini precedenti, ha scemato la nostra forza, che era assai piccola. Durante la Gotte nos ho mai potuto sapere dove fosse Crocco.

20 novembre.

Cinque ore del mattino. —Faccio battere la sveglia.

Sei ore e mezzo. — Faccio batter l'appello. Ninco Nanco si presenta e mi dice che mi servirà di guida, come ha poi fatto. Dopo urna mezz'ora di marcia, mi vien detto che Crocco si trova ad una piccola casa di campagna alla distanza di 200 passi a sinistra della strada da noi percorsa. Nel momento medesimo (8 ore) mi fa avvertire di far alto; mi fermo e l'aspetto, ma inutilmente.

Nove ore dei mattino. — Ninco Nanco, Donato, e un altro degli ufficiali mi dicono che Crocco ci ha lasciati. Riunisco gli ufficiali tutti per chieder loro ciò che intendono di fare, assicurandoli che io era deciso di andar fino in fondo, se avessero persistito ne' loro propositi.

Bosco prende la parola e discorre assai bene: ma un altro ufficiale dice, che i soldati non ci seguiranno, se saranno comandati da ufficiali spagnuoli; che d'altra parte io era destinato al comando in Basilicata, il che mi spiegò tutti gli intrighi di costui.

Pure ho fatto dare la dimissione a tutti i miei uffiziali, per provare a quelli della banda che noi servivamo per devozione e non per interesse.

De Langlois durante questa riunione si è tenuto in disparte, ma ascoltandone il resultata. Comprendendo ch'egli era l'anima di tutto ciò, ho detto agli uffiziali della banda di deliberare fra di loro, promettendo di aderire alla loro decisione.

Terminata la deliberazione, hanno posto gli ufficiali della. banda a capo delle compagnie e De Langlois alla loro testa, senza che io sia stato fatto consapevole di quanto avevano, risoluto, sebbene mi sia facile intenderlo, giacché De Langlois dà ordini, fa batter l'appello ec. senza dirmi perché, senza domandarmene licenza. In breve, sono stato destituito e anche con mal garbo.

21 novembre.

Ieri sera De Langlois m'inviò il suo ajutante per prevenirmi di esser pronto a partire oggi alla punta del giorno: pure sono le otto e siam sempre nel bosco di Lagopesole.

Otto ore e mezzo. — Ci mettiamo in marcia per andare non so dove.

Nove ore e mezzo. Facciamo altra in una spianata, d'onde scopriamo Rionero.

Dieci e 45 minuti. Ci mettiamo iq, marcia per andare a Santa Laria, dove arriviamo a un'ora e 45 minuti.

22 novembre.

Noi ci mettiamo in marcia a; 6 ore e mezzo del mattino difetti alla Bella, ove giungiamo a mezzogiorno. De Langlois si ferma, riunisce la truppa, ed io che mi trovo alla retroguardia mi mi fermo dei pari. De Langlois viene a trovarmi per chiedermi se contavo di prendere il comando per attaccar la città.

Gli rispondo, che colai che tutto si arroga deve dar la direzione anche a questo affare.

Non sapendo che rispondere, se ne è andato e ha preso le sue disposizioni, per provarmi senza dubbio che non è mai stato militare: ora sono quattro ore da che abbiamo attaccato questa posizione, senza che siasi potuto prenderla, e pure un, quarto d'ora bastava per impadronirsene. .

Quattr'ore ¼ della sera. — La città è attaccata da ambo le parti, polche vedo bruciare tre case; ma il fuoco del nemico non rallenta in guisa alcuna.

Sei ore della sera. — Abbiamo preso una strada verso la parte meridionale della città: il centro e una gran parte del settentrione resta in potere dei rivoluzionari. La parte di cui si siamo impadroniti comincia a bruciare in un modo spaventoso.

23 novembre.

Sei ore te mezzo del mattino. — Usciamo dalla città o meglio dalla terza parte, di cui ci eravamo impadroniti. Un luogotenente vi resta, ferito mortalmente. Andiamo a riunirci al levante sotto il tiro de nemici.

Otto ore e mezzo. — Ci mettiamo in marcia per raggiugere le forze sparse, che si trovano dalla parte meridionale della città.

Dieci ore. — Crocco, che è ricomparso ieri, brucia le ville che si trovano nella parte di ponente della città.

Undici ore. — Ci mettiamo di nuovo in marcia diretti a Ilare.

Mezzogiorno. — Alcuni colpi di fucile si odono dall'avanguardia: l'infanteria grida all'arme: la cavalleria si spinge innanzi. Ben presto mi accorgo che si distribuiscono le compagnie in vare direzioni e malamente.

Un'ora. — Arrivo al culmine della Serra e vedo tutta la nostra gente dispersa. Alcuni colpi di fucile si scambiano contro una capanna: vi vado per veder di che si trattava.

A mezza strada trovo Crocco e Ninco Nanco che fuggono a spron battuto. A malgrado di ciò m'inoltro, sebbene non avessi alcun ordine, per sapere il numero de' nemici che ci attaccavano.

In questo istante scorgo De Langlois che, solo, si mette in salvo dalle palle nemiche. Gli chiedo dove sono i capitani delle sue compagnie. Non mi risponde.

Tiro innanzi cogli ufficiali che mi rimangono e con alcuni soldati italiani e scuopro il nemico, che uccide con un colpo di fuoco uno di questi ultimi.

Faccio una ricognizione, e mi accorgo che la sua sinistra si dà alla fuga e che la destra, appoggiata ad un boschetto di quercie, sostiene la posizione. I nostri soldati vedendosi senza ufficiali si sbandano, abbandonano i feriti, il frutto delle loro rapine, i bagagli e alcuni fucili, e fuggono dinanzi a. 10 guardie nazionali, provenienti da Balbano.

In mezzo a questi disordini, noi ci siamo riparati verso un piccolo fiume, che scorre ai piedi di una montagna, e traversatolo, De Langlois ha fatto riformare la sua truppa, lo che non gli è stato difficile, non avendo il nemico osato seguirci. Indi dopo aver fatta via, seguendo il corso del fiume che dal settentrione scende a mezzogiorno, e dopo un'ora di marcia abbiamo incontrato una compàgnia di 41 uomini, egregiamente formata e disciplinata. Questa forza ci ha preceduti e noi l'abbiamo seguita nella direzione di Balbano, ove siamo giunti a 1 ore di sera. La città era illuminata, e al nostra ingresso fummo gradevolmente assordati dalle grida di Viva Francesco II.

Il vescovo, alcuni preti e la guardia nazionale si racchiusero nel castello situato al mezzogiorno, in una posizione inespugnabile. I nazionali ci han fatto dire che sarebbero bea contenti se avessimo rispettato le proprietà, e che non avrebber fatto fuoco sopra di noi, se non quando i nostri avessero tirato su di essi.

Il capitano è uscito e si è abboccato con Crocco. Don Giovanni e De Langlois sono stati al castello, ma ignoro ciò che abbiam detto e fatto.

So unicamente che che la cosa che mi è più grato scrivere si è che l'ordine il il più completo è regnato nella città durante la notte.

24 novembre.

Balbano sette ore e mezzo del macina. — Ascendiamo la montagna, e allorché siam giunti a mezza via per una contromarcia ci dirigiamo a Ricigliano, dove siam giunti a un'ora dopo mezzogiorno, e dove siam ricevuti con ramoscelli d'olivo in mano.

Undici della sera. — I disordini più inauditi avvennero in questa città; non voglio darne i particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto.

25 novembre.

Sei ore del mattino. — Ci riuniamo: ma siccome a ciò si richiede un gran tempo, non so se per marciare o per qualche altro motivo.

Otto ore e mezza. — Crocco ordina all'avanguardia di avanzare, perché il nemico segue le nostre traccie.

Nove ore. — Odo una fucilata assai viva.

Nove ore e cinque minuti. — I nazionali si ritirano. Ì Piemontesi in numero di 100 hanno preso una forte posizione e non si muovono.

Mezzogiorno e 45 minuti. Ci riuniamo e riprendiamo la marcia diretti ad alcune baracche distanti cinque miglia, nelle quali ci riposiamo assai male, avendo un freddo orribile.

26 novembre.

Nove ore e mezzo del mattino. — Ci mettiamo in marcia in mezzo a monti altissimi e freddissimi. A mezzogiorno scendiamo la montagna e scuopriamo un distaccamento di 40 uomini: si preparano al combattimento, ma senza aver il coraggio di resistere al primo scontro; una carica di cavalleria bastò per farli fuggire a Castello grande.

Due ore e mezzo di sera. — Proseguiamo il nostro cammino alla volta di Pescopagano, ove giungiamo a 3 ore e 45 minuti della sera. La città è investita; una viva fucilata si impegna: ma i nostri soldati oscillano. Il luogotenente colonnello Lafont e il maggior Forne, fermandosi, dicono alla truppa «noi non abbiamo comando: pure, se volete seguirci, prenderemo la città.»

Ottenuta risposta affermativa, si slanciano e s'impadroniscono della posizione in un quarto d'ora.

27 novembre.

Cinque ore del mattino. — Invio il capitano di cavalleria Martinez a Crocco per fargli dire esser tempo di suonare la diana, ma egli non presta attenzione alla mia preghiera.

Sei ore del mattino. Vedendo che non si fa suonar l'appello, vado in cerca di Crocco egli era nella strada discorrendo con taluno de suoi. Giungo e lo saluto, e gli dico subito esser mestieri uscire dalla città, altrimenti avremmo perduto molta gente.

In questo momento giunge un trombetta, ed io gli ordino di suonar l'appello alla corsa. Crocco glielo proibisce: lo prego allora di far suonare l'appello ordinario: lo nega.

Riflette un momento e subito dopo se ne va, ed io,,prevedendo il pericolo che ci minaccia, me ne vado del. pari.

Il resultato di ciò è stata la perdita di 25 uomini, secondo gli uni, di 40 secondo gli altri. È certo però che abbiam perduto molti soldati di linea e anche alcuni cavalli. — La mancanza di soldo, il disordine e l'apparizione di una forza assai considerevole producono la dispersione della banda.

Quattro ore di sera. — La forza nemica di cui ho parlato di sopra, sta sempre di fronte a noi, ma non osa attacca rei.

Cinque ore. — Entriamo nel bosco di Monticchio, dove ci accampiamo, digiuni e senza pane.

Sette ore del mattino. — Ci mettiamo in marcia per internarci nel bosco.

Mezzogiorno. — Facciamo alto nel centro del bosco senz'aver pane: la banda si scioglie.

Mezzogiorno e mezzo. — Ci prepariamo a marciare, ma non so dove; se la direzione che prenderanno non mi anderà a genio, prenderò la via di Roma.

Tre ore della sera. — Scena disgustosa. Crocco riunisce suoi antichi capi di ladri e dà loro i suoi antichi accoliti. Gli altri soldati sono disarmati violentemente, prendono loro in specie i fucili rigati e quelli a percussione.

Alcuni soldati fuggono, altri piangono. Chiedono di servire per un po' di pane: non più soldo, dicono essi: ma questi assassini sono inesorabili. Si danno in braccio a capitani della loro tempra, e li congedano dopo un digiuno di due giorni.

Tutto ciò era concertato, ma lo si nascondeva con molta astuzia. Alcuni soldati venivano da me piangendo, mi prendevano le mani e me le baciavano dicendo:

— Tornate con una piccola forza, e ci troverete sempre pronti a seguirvi — Per conto mio pregai Crocco a salvar questa gente, e piangendo con i soldati, per quanto era in mio potere, cercai di consolarli.

29 novembre.

Abbiamo marciato tutta la notte.

30 novembre.

Abbiamo marciato assai, e vinti dalla fatica facciamo alto.

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Da vari giorni i disastri cumulavansi, ed era tempo ormai disilludersi da ulteriori tentativi reazionari. Era tanto lungi la strana avventura che facevasi d'uopo anzi di por seria mente in provvedere alla sicurtà propria col ritrarsi o spingersi verso la frontiera romana e guadagnare il territorio del pontefice, asilo sicuro de' briganti.

La persecuzione continua dell'armata italiana vittoriosa su tutti i punti, l'instancabile zelo delle guardie nazionali, l'interesse de' cittadini in tutelare gli averi proprii; dacché non perdonavasi a poveri o a ricchi di qualunque colore; aveano opposto dovunque barriere insormontabili.

Gli scarsi e transitorii trionfi erano la necessaria conseguenza di una forza maggiore o della paura di mali più gravi.

Ultima era la pretesa devozione al caduco regime, che in mal punto rammentavasi agli antichi sudditi coll'apparecchio di briganti indigeni ed esteri avidi sol di preda né rifuggenti da ogni sorta di delitto commesso nel nome bestemmiato di Dio e sotto le mentite insegne d'una dinastia abominata universalmente, non escluso l'ultimo suo rampollo peggiore di tutti, come compendio delle sceleratezze de' suoi avi.

Questi conati disposti con tanto studio, mendicati sì di lontano, con profusione di tanto danaro, coll'impiego effrenato di tutte le risorse legittimiste, tornavano appunto a dimostrazione del principio rappresentato: la causa italiana era la sola che se ne vantaggiasse, quanto per contrario iva scemando pur anco il merito effimero della passata resistenza ch'altri disse eroica, ma per la certezza della perdita, par meglio dicevole ai dettati della umanità e della carità cristiana stimmatizzarla vana, stolta e crudele...

Il puntiglio o una comparsa di onore giammai legittimò orrende stragi o la guerra civile colla sicurezza di soccombere...

Chi tien diversa sentenza cancelli prima dalla sua fronte il marchio del cristianesimo... non usurpi il nome sacrosanto della giustizia... il suo regno è quello degli Sciti o dei barbari; il suo codice è quello de' reprobi!!...

Borjès che dopo i delitti perpetrati nella sua patria, era corso ad insanguinare la nostra, s'era fatto il satellite, il vero filibustiere dei proscritto carnefice di Napoli e Sicilia, la provvidenza però che se fè schermo maisempre ai popoli dalla diuturna oppressione di chi pretende manomètterne gl'imprescrittibili diritti, e protesse visibilmente ne' suoi supremi perigli la tanto desolata Italia, ora, fulminate e disperse quelle immonde schiere, vergava nell'accendimento dell'ira sua la sentenza fatale...

La fine di Borjès era segnata egli... vi precipitava incontro ciecamente ad ogni passo.

Tempo di già mancava per adagiarsi e redigere gli empi commentari di sangue...

Il suo giornale dopo la narrazione del novembre è sconvolto, disordinato.

Ecco i pochi appunti che veggonsi indi in poi notati:

1. Esquiave

2. Anone

3. Capracotta

4. Tolete

5. Preteniera

6. Roccarsà

7. RoccaValle scura

8. Furca Carusa

9. Arco di Paterno

10. Lasattura

11. Tagliacozzo

12. Rocca di Cerri

13. Colle Catena

14. Carruzole

15. Rio Freddo

Fanno seguito a questa istoria varie lettere, le quali prima di narrare la deplorabile fine di questo sventurato, reputo utilissime pel nostro scopo; imperocché da esse emergono vittoriosamente le mene de' legittimisti italiani (se pur v'ha in Italia partito di tal nome) e francesi i quali, come tutte le sette, menan buoni qualunque mezzi purché adducano allo scopo.

Quasi immediatamente al giornale sopradetto notasi questa lettera, che forma sicuramente altro de' consueti rapporti inviati al general Clary.

«26 ottobre 1861.

«Mio Generale.

«È tempo che io vi dia segno di vita. L'avrei fatto innanzi, se avessi saputo come; ma non ho trovato una persona abbastanza devota in alcun 'luogo per affidarle l'incarico di rimettermi le mie lettere.

Oggi che De Langlois mi offre mezzo di farvi giungere questa mia, profitto di tale occasione; non per darvi i lunghi e penosi ragguagli della mia spedizione, che è andata a vuoto per mancanza di una forza di 200 uomini che sostenesse la fida autorità, ma per dirvi che mi trovo nelle vicinanze di Melfi con Crocco, col quale conto rimanere, se egli vuole sottoporsi a me e ammettere la necessità di un po' d'ordine, del che dubito assai.

«Lo spirito delle cinque provincie da me percorse è eccellente, o per meglio dire, vi sono nove realisti sopra dieci persone.

Se Crocco volesse disciplinarsi e io potessi aver un po' di danaro e cinquecento fucili, gl'intrighi rivoluzionari sarebbero terminati; ma se quest'uomo agisce in senso contrario, nulla si può fare senza una forza di cinquecento uomini, colla quale si costringerebbero i recalcitranti a marciare.

Crocco tuttavia mi promette ajuto, se me lo dà, terrò la campagna; se me lo rifiuta, non ho altro partito da prendere che tornarmene a Roma, per rendervi conto della mia missione, e per esporre nel tempo stesso ciò che importa fare per riuscire.

«Ieri a sei ore e un quarto siamo stati avvertiti che i nemici in numero di 150 bersaglieri venivano incontro a noi; siamo andati subito incontro ad essi; Crocco si è posto innanzi, ed io co' miei spagnuoli ho marciato alla retroguardia; ma allorché Crocco è stato ad una certa distanza, ha fatto una contromarcia senza avvertirmi, per il che mi sono trovato di fronte ai nemici e ad una distanza di cinquanta passi.

«Una viva fucilata si è impegnata immediatamente: noi siamo andati avanti, credendomi sostenuto sulla diritta, fino a venti passi dai nemici, che ci cedevano il terreno: ma vedendo che facevamo fuoco, si sono avanzati nuovamente fino a dieci passi da noi, e noi abbiamo sostenuto l'attacco, sebbene non fossimo che venticinque uomini.

«Abbiamo ucciso nove bersaglieri: ma io ho avuto ferito gravemente il soldato Domenico Antonio Mistico, e il maggiore Don J. Landet, è morto al momento della ritirata.

«Questa perdita è irreparabile, perché un tale uomo era dotato di qualità eccezionali.

«Debbo ritornare sulla nostra ritirata e sui motivi che l'hanno cagionata: mentre noi ci difendevamo con accanimento al fronte e alla dritta, una forza piemontese si è presentata alle nostre spalle.

«Non iscorgendola, continuavamo a resistere: ma ad un tratto i nemici che erano dietro di noi ad alta voce ci ordinano di arrenderci.

«A questa ingiunzione caccio un grido a' miei Spagnuoli e agli altri sei che trovavansi meco, e mi slancio co' miei contro il nemico; fu allora che il maggior Landet colpito da due palle alla testa è morto.

«La cosa è stata talmente pronta che io non ho veduto il colpo, e non ho potuto far prendere il suo fucile e le 400 piastre che aveva indosso.

«Ho nella mia compagnia il fattore del signor principe di Bisignano, per nome D. Michele di Capuano, il quale mi ha reso rilevantissimi servizi e desidera che il suo padrone sappia che ei si trova meco, ed io pure lo bramo.

«Mettetemi ai piedi delle LL. MM.; e voi, mio generale, fate conto sempre sul profondo rispetto del vostro sottoposto

«Borjès.»

Son degni di considerazione i seguenti annotamenti di

Spese occorse

A 18 febbraio. — Dato a Niccola Sansaloni per num. 32 carabinieri corrotti alla reazione per 2 piastre per ciascuno…………………...76. 80.

Idem, per corrieri ed altri individui che componevano il partito.............................……....…………………………………………...34. 60.

Preparativi per formare altre reazioni……………………………...111. 40.

Polvere conto id. 3..…………………………………………………………..330. 00.

Piombo id. 3…………………………………………………………………….70. 00.

Armi comprate num. 30………………………………….192. 00.

Giberne 18……………………………………………………………………….18: 00.

Per la formazione di 400 individui a due piastre per cadauno………………………………………………………...990. 00.

Spesa cibaria per dodici giorni circa 500 individui……….364. 00.

Tra le altre lettere sorprese a Borjès non sono prive d'importanza le seguenti direttegli dal general Bosco da Roma.

Esse dal Luglio giungono fino all'Agosto.

26 Giugno 1861

«Mio caro generale.

«La volontà del re si oppone alla mia partenza. Ardo d'impazienza per sapere ciò che avete. fatto; giacché sa il mio onore è compromesso, io andrò a Parigi ad ogni costo.

«Scrivetemi il più presto possibile, e se è necessario ch'io parta, io non lascio Roma che per attraversare il mare; egli è su questa base che aggiusterete i' affare.

«Bosco.

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Altra del 2 Luglio 1861.

«Carissimo generale.

«Voi mi dimenticate. Aspetto le vostre risposte a due mie lettere. Il re non vuole ch'io parta. Ciò non ostante non esiterei un momento solo a recarmi a Parigi, qualora tutto fosse già accomodato. In fretta queste due righe, giacché il re mi chiama al Quirinale. Vi stringo la mano amichevol mente.

«Tutto vostro

«Bosco.

___________

«Civitavecchia 10 Luglio

«Carissimo Generale.

«Incomincio questa lettera coi miei più vivi ringraziamenti pel modo nobile col quale avete trattato l'affare. ( [14])

«Non posso rimettervi la lettera dei signor R. perché credo sia stata smarrita dal maggior F. Vi prego di far tenere la risposta, ed avrete la compiacenza di rimettergliela sigillata dopo che l'avrete letta. Siete voi sempre disponibile?

«Gradite ec.

«Tutto vostro

«Bosco.

P. S. La lettera pel signor R. è stata spedita al nostro segretario.

Ve ne rimetto la copia (come segue).

«Signor colonnello

«Gli è a mezzo del ministero, degli affari esteri di S. M. Francesco II che ho avuto l'onore di ricevere con evidente ritardo la vostra lettera del 2 giugno ultimo scorso.

«Non posso celarvi ch'essa mi era giunta in buon punto per farmi rinunciare alla mia partenza per Parigi, partenza ch'era già decisa. Vi esprimo ad ogni modo la mia piena soddisfazione pei termini che impiegaste a mio riguardo, poiché io desiderava esclusivamente di giustificare la mia condotta personale e giammai quella de' miei colleghi, i quali se si credevano offesi, non abbisognavano però dei mio concorso.

«Quanto agli ufficiali, i quali hanno più volte combattuto sotto i miei ordini, sia Monreale, sia a al Parco, a Corleone, e a Milazzo, nessuno potrà contestare ila loro bravura, la loro fedeltà; qualità che li fanno degni dell'ammirazione generale, e che li autorizza a portare altissima la fronte in faccia di chiunque siasi soldato.

«Il tradimento, le passioni politiche, ma non mai la mancanza di coraggio, hanno potuto produrre l'illusione prolungata, che fa supporre che la più nobile e la più giusta delle cause fosse perduta.

«L'inesattezza che si rinviene nella pubblicazione — Trenta giorni a Messina — verrà dimostrata dalla storia appoggiata a documenti.

«Intanto ho testé appreso che un ufficiale assai bene informato degli avvenimenti di Sicilia abbia di già publicato un piccolo opuscolo tendente a confutare il vostro articolo sopraindicato.

«Credetemi, signor conte, coi sensi della mia considerazione

Vostro servo

«R. D. Bosco.

«Civitavecchia 28 Luglio 1861

«Carissimo generale.

«Buona fortuna, e al più presto possibile.

«Ho ricevuto la vostra cara lettera tanto particolareggiata; Vi rinnovo i miei sinceri ringraziamenti.

«Probabilmente noi ci ritroveremo.

«So di trovarvi a Marsiglia e non a Bordeaux.

«Tutto vostro

«Bosco.

______________

«2 Agosto 1861 leggeri così:

«Caro generale.

«Ho ricevuto le vostre due lettere. Finalmente voi partirete domani. Buon viaggio e buona fortuna. Non è vostra, né mia la colpa se non partiste prima.

«A quest'ora, secondo i miei desideri, dovreste marciare su Napoli. Meglio tardi che mai. L. ( [15]) è un originale. Non vuoi partire che colla sua decorazione. Avendo avuto il torto imperdonabile di promettergliela senza dargliela, egli si ostina ad averla e,mette innanzi mille difficoltà per darsi importanza.

«Voi capirete che io' non voglio umiliarmi e fargli credere ch'è necessario, e perciò lo lascio tranquillo. S'egli riceve quel fortunato diploma, lo mando a raggiungervi per la prima occasione.

«Quanto a voi, caro e buon generale i nostri cuori vì seguono e sono impazienti di sapervi arrivato laggiù. In qual modo andrete voi da... ?

«C. può esservi molto utile, servitevene. A voi di cuore per sempre.

«P. S. Mia moglie vi dice mille cose.

«Vi mandai M. de... ; egli può esser una buon uffiziale di cavalleria.

________________

V'ha negli ordinamenti del brigantaggio anche una eroina eh eruttando virili concetti, spreca un bell'ingegno, e agitando il flagello di Bellona provoca i furori di Citereà e del faretrato fanciullo. Anche di questa corrispondenza rinvenuta nella valige di Borjès rileva far motto; dacché per le continue allusioni al caso, non si allontana dall'argomento.

La prima è del 3 giugno 1861.

«Mio caro generale.

«La vostra lettera è di quelle che non possono restar senza risposta. Essa' mi ha così profondamente commossa che voglio tosto ringraziarvi della vostra confidenza e dirvi che non perderò un momento fino alla realizzazione de' vostri desiderii.

«Al pari di voi dubitammo per parecchi giorni della sventura che accompagna il gran nome che tutti rispettiamo.

«Volemmo separare l'abdicazione dalla sottomissione. Ci volo la seconda lettera, quella che tratta di Sua Maestà per convincerci di una debolezza senza esempio.

«Tuttavia nulla sarebbe perduto, se i consiglieri sempre ascoltati, di questo principe sventurato, non lo fermassero in una via che permetterebbe a D Juan di non troncare ogni speranza.

«Dopo tanti giorni che il conte di M... è a Parigi, abbandonato come lo merita; se rettificasse la sua condotta, il proclama di suo fratello, sostenuto dall'adesione di tutti i nobili cuori, proverebbe all'Europa che se la titubanza è possibile, il principio non resta perciò meno sicuro.

«Ma... e gli altri impediscono quest'atto, e se Don Juan non si appiglia ad un partito vigoroso farà credere di non biasimare suo fratello, è ci darà così altro colpo terribile al legittimismo.

«Vi sarà noto che la settimana scorsa il conte di M... recossi a Londra. Cabrera si credette in obligo di cercarlo alla stazione della strada ferrata e condurlo a casa sua, Per otto ore continue nulla ha potuto ottenere.

«Le sue lacrime, perché esso singhiozzava, non commossero punto quel cuore dì pietra. Gli disse che darebbe sino all'ultima stilla il sangue delle sue ferite per lavare il grand'insulto fatto al gran principio del legittimismo: D. Juan non disse una parola a' quel principe decaduto, e, si lasciaro no senza scambiare uno sguardo.

«Ove andiamo, mio caro generale? La rivoluzione irrompe come un torrente. Se non. facciamo violenza a Dio colle nostre preghiere, l'Europa sarà seppellita sotto le sue ruine.

«Le notizie di Roma sono buone. Il generale Lamoriciere vi si organizza ( [16]): pare contento, ma se a Napoli è vinto, che farà egli solo contro tutti?

«Ci vorrà un miracolo per salvare la barca di S. Pietro, e per parte mia non dubito che si faccia.

«Ditemi ciò che vi fa d'uopo pel viaggio e pel vostro arrivo.

«Attendo con ansietà la vostra risposta, perché vorremmo offrire la vostra buona spada alla gran cauga cattolica, e come dite voi stesso, non v'ha tempo da perdere, e più presto voi partirete, e Maggiore sarà il servizio che renderete.

«Oggi vedrò importanti persone che vi daranno delle lettere, di cui potrete aver bisogno. Bisogna che si sappia chi voi siete. Voi nop potete giungere come volontario; ma dovete invece esser riavuto con conoscenza di causa.

«A... aggiungerebbe qualche riga a questa mia se non fosse obligato a scrivere al signor di... di cui ebbe stamane notizia.

«Su di E... sono divise le opinioni: gli uni dicono che sia uscito di prigione senza giuramento; gli altri che abbia preso lo stesso impegno del suo padrone.

«Il signor di... scrive di essersi portato a Tolosa. Ai([17] ) vostri amici pareva Che fosse malinconico; ma che al tempo stesso si rassegnasse troppo facilmente al fatto compiuto.

«Egli dice di avervi fatto sopra le sue riflessioni. Come può credere che tutto sia perduto per una corte che ha un ramo sano e dei figli che rappresentano il principio?

«L'avvenire mostrerà il fondo di tutta questa triste istoria: ma il presente è ben crudele, e tutti i cuori ben fatti soffrono nel vedere tanti nobili affetti così mal ricompensati.

«Speriamo che la sia una prova, e che il futuro ripari tutto il male che si commette in oggi.

«Non ho alcuna notizia a darvi: tutto è triste ed oscuro. Gli avvenimenti si succedono senza che luce si faccia.

vai su

____________

La lettera che fa seguito è priva di data.

«Mio caro generale.

«Non vi ho risposto perché voleva proporvi di andare a difendere il nostro vessillo in quel paese ove gettasi un così luminoso splendore.

«Da qualche tempo ci si scrive da tutte le parti ché si cerca un capo per andare negli Abruzzi; picchiammo a parecchie porte, ma ricevemmo quelle risposte, evasive, quali i comitati san dare. E sono gli stessi che si occupano di Roma e di Gaeta.

«Oggi uno de' nostri amici vide un bravo napoletano e si era già pronunciato il vostra nome; gli si chiese se vi conosceva: disse di voi tutto quello che si sapeva, e quindi venne a chiedermi se acconsentireste partire, qualora vi fosse offerta una posizione degna di voi.

«Rispondetemi a posta corrente, e se a Dio piace il vostro cuore d'oro e il vostro braccio d'acciajo potranno ancora servire alla buona causa.

«Vi scrivo ciò perché non havvi un istante da perdere, e perché il signor D... è uscito; forse faremo una pratica inutile, ma non bisogna perdere il coraggio ed a forza di volere, forse giungeremo a buon fine.

«Non so che pensare della parte di tutti i vostri principi, e non ho nemmeno il tempo di parlarvene; bisogna che la mia lettera parta; rispondetemi tosto e siate tranquillo che noi metteremo 'tutte le nostra cure per far quello che vi piacerà, se accettate la sorte di cui ci venne parlato.

«Addio, mio caro generale, voi conoscete tanto i miei sentimenti, quanto quelli di mio marito.

«Se mi rispondete di si, scrivetemi una lettera che possa mostrare.

_____________

14 Giugno

«Sono dispiacentissima, mio caro generale per la fatica che provaste nel leggermi. Ho la cattiva abitudine di scrivere così presto che spesso mi trovo costretta a rinnovare le mie lettere convincendomi che effettivamente sono illeggibili. Oggi ci metto una speciale attenzione, per cui vi annojerete meno della mia prosa.

«Ci occupiamo attivamente del vostro affare, ma siccome tutti se ne andarono in campagna, così è forza aspettare.

«Abbiamo quattrocento franchi a vostra disposizione, e vi prego d'indicarmi il mezzo più opportuno per mandarveli. Lo avrei forse fatto, ma siccome gli avvenimenti camminano, così non c' è tempo da perdere.

«Ho anche una lettera di uno de' miei amici, intimamente legato alla principessa... Voi la recapiterete giungendo in Roma; le siete già raccomandato, e siccome essa ha il braccio più lungo del papa, con 'questa conoscenza arriverete più presto al vostro scopo.

«Attendo una lettera del general Lamoricière; potrei averne una da sua suocera, o da Mérode; ma amo meglio una parola del suo intimo amico, il 'conte di... Ciò sarà più conforme alle vostre opinioni, ed è meglio per un uomo del vostro merito esser raccomandato da un personaggio valoroso, anziché dalle donne.

«Dacché vi scrissi l'ultima volta, vi sono delle novità: il proclama di D. Juan venne a corroborare la rinuncia di suo fratello, e rese malcontenti tutti coloro che avendo sacrificato tutto il loro sangue e prodigata la loro vita, vedono rinnegarsi il loro passato.

«Gli spagnuoli di qui cercano di attaccarsi a questo ramo; ma sono d'avviso che per nulla si cangierà la vostra situazione.

«Dal modo, con cui si guardano gli avvenimenti, arriverete a tempo sì oggi che domani, ed infrattanto la vostra spada valorosa avrà forse resi degli splendidi servigi alla santa sede.

«Addio, mio caro generale, rispondetemi tosto, o venite in persona a prendere quello che ho di vostro. Sarebbe questo il mezzo più opportuno per giungere allo scopo ed in tal caso siamo in grado di offrirvi un alloggio.

«31 Luglio

«Ho ricevuto le vostre notizie con sommo piacere e desidererei potervene dare dalle buone delle Due Sicilie; ma sono accoranti. Quel giovine re senza esperienza è stato abbandonato piedi e mani legati. Tradito da tutti, cosa gli rimane a fare?

«La rivoluzione adunque trionfante si porterà su Roma? Vi troverebbe l'armata francese. Si azzarderà essa ad affrontarla o dirigerà essa i suoi attacchi sulla Venezia? Ivi l'aspetto, giacché ivi, ne son certa, sarà l'ultima tappa, e non oltrepasserà il Mincio.

«Coraggio adunque generale la vostra spada di Toledo non è condannata a rimanere eternamente nel fodero. Vedo sopraggiungere il giorno della vendetta; essa dovrà esser terribile, ed allora non si darà più quartiere ai tristi, alla fellonia.

«Mi rallegro ogni giorno più del caso che mi ha fatto conoscere un uomo, quale voi siete.

«A rivederci, e presto. Dio lo voglia, che i nostri voti sieno esauditi.

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29 Novembre.

«Sono parecchi giorni, mio caro generale che voglio ringraziarvi per aver voluto darmi notizie di... S'ei non fosse tanto esigente,, non avrei tardato rispondervi; ma conviene che passi la mia vita a scrivergli, e siccome non ho nessuna notizia a dargli, così deve annojarsi leggendo le mie lettere.

«Mi dice che forse si fermerà a Macon per vedervi e mi lascia incerto sul giorno del suo arrivo; sarà forse o domani sera o la mattina successiva: amerei piuttosto che fosse domani sera, perché mi dispiacerebbe che viaggiasse di notte in una stagione così rigida.

«Come voi potete credere io sono tutta occupata degli avvenimenti: col pensiero sono sempre a Gaeta, e l'eroica condotta di questo giovine re ispira un triste interesse, e fa maledire non solo ai traditori che lo attaccano, ma ai sovrani che assistono come mummie alla sua agonia.

«Quale sciagura che non sieno stati accettati i vostri servigi! Sperava sempre che voi sareste ripartito col general Bosco; era un sogno che mi solleticava; avrei veduto tanto volentieri il vostro braccio difendere quella bandiera, che noi amiamo cotanto.

«Dio voglia che tutte queste infamie abbiano tosto un termine; in questo paese si avvezzano a tutto, e si è talmente proclivi al più forte, che se il re soccombe si dirà che il filibustiere del Piemonte è un grand'uomo.

«Addio, mio caro generale; qualche volta dateci vostre notizie e ricevete l'assicurazione de' miei più affettuosi sentimenti.

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— Il giornale di Borjès accuratamente descritto dal Settembre a tutto il Novembre 1861, supponeva in lui qualche ora di agio necessario in redigerlo, e cessa appunto colla dispersione delle bande, la quale rese non pure difficile ulteriori operazioni, ma la ritirata per campare la vita.

Lo scompiglio addotto dalla instancabile persecuzione delle truppe italiane e delle guardie nazionali, tra i seguaci di Crocco avea immesso tale irritazione da indurli a rivolgere il veleno perfino contro se medesimi, altercando e derubandosi a vicenda.

Borjès adunque perdè ogni speranza di trar profitto da quelle scapigliate genti in istato di perfetta demoralizzazione e destituite pur dell'ombra di ordine per l'abbandono de' capi.

Ormai era tempo di porsi in salvo, e il generale spagnuolo ridottosi co' suoi pochi compagni superstiti alle sconfitte toccate, armandosi di novello coraggio ispirato dati' avversità de' casi, si separò bruscamente dai briganti napolitani, e cercò scampo nella fuga.

La sua mira era quella di afferrare la frontiera romana, e giungere fino a Francesco II, dove avrebbe restaurato la sua sorte coll'appoggio de' legittimisti, o veramente avrebbe volto le terga alla malaugurata bandiera, che aveva impreso a servire, se non 'avesse potuto ottenere buoni patti.

Si pose in cammino tenendo possibilmente la via retta e la più breve, ed evitando i monti che per le spesse nevi offerivano maggiori difficoltà. Tolse a tracciare la via di Avezzano per la Scurgola e Tagliacozzo.

Coll'avanzar d'ogni passo rinvigorivasi la Iena, e pareagli quasi che la crescente speranza di toccar la meta desiderata facesse obliargli i pericoli passati e alleviasse la durezza de' presenti, ch'erano infiniti.

Le truppe in tutte le direzioni erano sulle tracce di lui; cittadini, guardie mobili, contadini, passegéieri il denunziavano da ogni parte; venivagli manco, per giunta di sventura, il danaro con cui dovea sostentare se e i suoi consorti, senza poterne prodigare per comprare coi silenzio di chi lo scorgeva per via la propria sicurezza.

Certo di non potersi soffermar lungamente, avea smarrito ogni indirizzo di corrispondenza; straniero non poteva affidarsi ad alcuno; tutto facevagli paventare l'agguato e il tradimento.

Confesso che nel rifarmi più volte a leggere le sue memorie, ho pianto di compassione non pel bieco commilitone di Crocco, ma per l'uomo che sulla via del disinganno, era costretto ai più aspri patimenti, e che dall'alto di una brillante carriera, qual è quella di aver toccato uno de' primi ranghi gerarchici nella milizia spagnuola come generale, era piombato nella più squallida miseria scalzo, lacero, discinto, affamato, tra feccia d'uomini cotanto diversi da lui almeno per educazione e per abitudini.

Costui in quelle frequenti osservazioni sia intorno l'amenità o la cultura de' luoghi, sia circa l'incomposto sublime disordine della natura, mostravasi suscettibile alle impressioni delicate della imaginazione, e fornito di squisito sentimento che dovea rendere più sensibile la durezza dell'infortunio.

Oh se avesse potuto ottenersi la certezza del suo pentimento e innocuo alla patria avesse condotto la vita, bello savia stato vederlo piangere il suo fallire e divenir migliore!

Ma le sue ore erano contate, né gli vennero dall'avverso fato consentite pur quelle poche ch'erano necessarie per salvarsi!!

Il racconto della sua cattura e della sua morte è dettagliatamente esposto nel rapporto uffiziale diretto dal maggiore Franchini al generale La Marmora in Napoli, il cui tenore interessante riporto testualmente.

N. 450 Tagliacozzo, 9 dicembre 1861.

Alle ore 11 e i» della sera dei 7, una lettera del signor sottoprefetto del circondario m'avvisò che Borjès con 22 suoi compagni a cavallo era passato da Paterno dirigendosi sopra Scurgula; ed altra, alle ore 3 e 112 del mattino degli 8, del signor comandante i reali carabinieri, da Cappelle mi faceva sapere che alle 8 di sera dei 7, avevano i medesimi traversato detto paese, e che tutto faceva credere avessero presa, la strada per Scurgola e Santa Maria al Tufo.

Dietro tali notizie io spediva tosto una forte pattuglia comandata da un sergente verso la Scurgola colla speranza d'incontrarli, ed altra a Santa Maria comandata da un caporale per avere indizii se mai i briganti fossero colà arrivati; ma costoro prima degli avvisi ricevuti, avevan di già oltrepassato Tagliacozzo e traversato chetamente Santa Maria, digendosi sopra la Lupa, grossa cascina del signor Mastroddi.

Certo del passaggio dei briganti, io prendeva con me una trentina di bersaglieri, i primi che mi venivano alle mani, ed il signor luogotenente Staderini che era di picchetto; ed alle due prima di giorno, mi metteva ad inseguire i malfattori.

Giunto a Santa Maria trovava la pattuglia colà spedita, e da questa e dai contadini aveva indirizzi certi del passaggio dei briganti, ed aiutato dalla neve, dopo breve riposo celermente prendeva le loro tracce, per alla Lupa.

Erano circa le 10 antimeridiane allorché io giunsi alla cascina Mastroddi; ma nulla mi dava indizi che essa fosse occupata dai briganti, quando una cinquantina di metri circa da quel luogo, vedo alla parte opposta fuggire un uomo armato.

Mi metto alla carriera, lo raggiungo e gli chiudo la strada; i miei bersaglieri si slanciano alla corsa dietro di me; ma il malfattore, vistosi impedita la fuga, mi mette la bocca della sua carabina sul petto e scatta; manca il fuoco; lo miro alla mia volta colla pistola ed ho la medesima sorte; ma non falli un colpo sulla testa che lo stese a terra.

I bersaglieri si aggruppano intorno a me ed a colpi di baionetta uccidono quanti trovano fuori (cinque); altri circondano la cascina; ma i briganti, avvisati, fanno fuoco dalle finestre e mi feriscono due bersaglieri.

S'impegna un vivo combattimento, ed i briganti si difendono accanitamente. Infine, dopo mezz'ora di fuoco, iati mo loro la resa minacciando di incendiare la casa; ostinatamente rifiutano, ed io volendo risparmiare quanto più poteva la vita ai miei bravi bersaglieri, già faceva appiccare il fuoco alla cascina, quando i briganti si arrendevano a discrezione.

Ventitrè carabine, 3 sciabole, 17 cavalli, moltissime carte interessanti cadevano in mio potere, 3 bpudiere tricolori colla croce di Savoia, forse per "servire d'inganno, non che lo stesso generale Borjès e gli altri suoi compagni descritti nell'unito stato, che tutti traducevano meco a Tagliacozzo, assieme ai 5 morti, e che faceva fucilare alle ore 4 pomeridiane, ad esempio dei tristi che avversano il governo del re ed il risorgimento della nostra patria.

Alcune guardie nazionali di Santa Maria col loro capitano che mi avevano seguito, si portarono lodevolmente, per i quali mi riserbo a far delle proposte per ricompense al signor prefetto della provincia.

Il luogotenente signor Stàderini si condusse lodevolmente, e mi secondava con intelligenza, sangue freddo e molto coraggio.

I bersaglieri tutti grandemente si distinsero.

Rimetto alla S. V. illustrissima ló stato dei candidati per le ricompense, non che tutte le carte, corrispondenze interessantissime del nominato generale Borjès e i suoi compagni, persuaso che da questo il Governo potrà trarre grandissimo vantaggio.

Il maggior comandante il battaglione

FRANCHINI.

I tristi presentimenti di Borjès; benché a quando a quando avvivati dalla speranza di raggiungere il porto desiderato, eransi fatalmente avverati.

Al cospetto de' bersaglieri italiani ogni lusinga disparve: eragli nota la legge della fucilazione per coloro che fossero còlti colle armi alla mano.

Selle prime una intrepida indifferenza lo mosse a sclamare. verso il comandante Franchini cui consegnò la spada, — bravo giovine, maggiore. — Indi la rapida. evoluzione del suo passato, l'avvenire che a pochi passi chiudeva il suo corso, compendiaronsi nella fantasia, esso entrò in quella specie di alterazione mentale, che suole impossessarsi di tutto l'uomo uscito d'ogni speran2a di salute.

Or poneva mano in fumare talune spagnuolette: or gittaudo macchinalmente l'occhio sopra i suoi vincitori diceva: bella truppa i bersaglieri!

Intanto la via perdevasi dietro i passi de' prigionieri stretti per mano due a due; gl'italiani contenti della vittoria, guardavansi d'insultare i vinti e non iscolpivano motto; gli spagnuoli meditabondi e conquisi anche nel corpo pei trascorsi disagi, seguivano muti il loro destino; un tristissimo silenzio interrotto sol, dallo scalpitare de' piedi e dal modesto risuono delle armi accrescea la solenne concentrazione delle menti...

Borjès in un subito, vergognando forse di se stesso, e ispirato a giustificare la sua presenza tra briganti, fe udire inattesamente la sua voce, verso cui tutte le teste spontaneamente si volsero, e facendo. ricadere il suo sangue con quello de' suoi sul capo di chi avealo incoraggiato nella spedizione, uscì in fieri termini presso a poco così concepiti:

«È infame tradimento quello del comitato legittimista di Parigi, l'averci sospinti in una terra a noi incognita, dove in luogo di soldati, a d'insorgenti e di affezionati alla dinastia borbonica, con forme ci era stato descritto, non trovammo che inesperti, malfidi, e ladroni, senz'altro principio che l'avidità di cumulare tesori...

Un Langlois è un imbecille... un Crocco è un birbante... Non credo che Francesco II partecipi a tante nequizie!…

Disingannato completamente, io non avena altro scopo che
dirigermi in Roma col mio stato maggiore per informare appuntino il re di tante scelleratezze, degli assassini, delle rapine, degli orrori commessi nell'augusto suo nome:
è veramente doloroso per me essere stato colto qui presso alla frontiera romana, e dover morire senza veder la faccia di colui, al quale immolo la, vita; senza poter proferire una parola che giustifichi la mia condotta e il modo indegno tenuto dai difensori del trono.»

Parea che l'animo di Borjès alquanto commosso da una serie di affligenti considerazioni contro i suoi mandanti, potesse prestarsi a rivelare qualche importante particolarità intorno la sua missione.

Il sagace maggiore Franchini colse il momento, e con affabili detti procurò di ottenere delle rivelazioni...

L'uomo prossimo a sciogliersi dai vincoli sociali co' suoi simili, non si ferma alle illusioni, e tronca ogni riguarda…

Borjès pensò un istante; ma poco dopo fissando fieramente gli occhi sul suo interrogante, rispose «voi prima di uccidermi potrete darmi torture a vostr'agio; ma disperate ch'io sveli una parola. »

L'irritazione provata dalle istigazioni del comandante lo condussero ad uno stadio di furore sì che poco stante vivamente eruppe in queste parole.

Un'ora, un'ora sola mi ha tradito... oh se io fossi partito più sollecitamente questa mattina, sarei penetrato negli stati pontifici, e da Roma mi sarei qui precipitato con tanti uomini e con tal apparecchio di guerra ch'avrei senza fatto messo in brani il regno del vostro Vittorio Emanuele.

— Ormai la comitiva era presso a Tagliacozzo. Colà giunti Borjès e i suoi compagni vennero racchiusi in un corpo di guardia. Quivi ognuno raccoglievasi nell'interminato pensiero della sua fine.

Si confessarono tutti e con rassegnazione esemplare attendevano il momento supremo.

Pietro Martinez dimandò di scrivere... immediatamente gli fu addotto l'occorrente, e lasciò vergate queste commoventi parole dirette ad un tal Cala spagnuolo.

«8 Dicembre

«Josè y Maria

«Hog somos todos fusillados con resignacion. Addio; hastà el valle Josafa.

«Vogar par todos.

«Martinez

«France

«Monsieur Cala espagnol en Peyra.

«Haute Garonne

«Canton de M. ([18])


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Finalmente i condannati uscirono da una piccola cappella per avviarsi al supplizio.

Giunto sul luogo Borjès si rivolse a tutti i suoi, e con inesprimibile accento fermamente disse ad alta voce.

L'ultima nostra ora è giunta; moriamo coraggiosi; e qui tolse ad intuonare un salmo spagnuolo ben noto ai suoi compagni, essi rispondevano in coro, quando una grandine di palle li fè tutti muti... ([19])

Eranvi fra gli spagnuoli vari delle Due Sicilie, tra cui Michele Capuano di Cosenza fattore del principe di Bisignano, di cui Borjès avea fatto parola al general Clary nella sua lettera del 26 ottobre (pag. 157 tom. II).

Dopo gli spagnuoli, non men rassegnati i napolitani lasciarono la vita sul terreno.

Uno de' consorti di Borjès, Capdeville, in una perlustrazione presso Lagopesole fu rinvenuto nascosto in una grotta, dove venne arrestato. Egli era insignito di due' decorazioni, ed era possessore di molti dispacci intercettati che il generale La Chiesa inviava a La Marmora.

— In mezzo alle,carte requisite in dosso agli spagnuoli, si ritrovò una specie di orazione che qui trascrivo, e dalla quale apparisce come i campioni della legittimità e i preti non abborrano dal farsi velo della superstizione per infondere un falso coraggio e (azionare la convinzione delle sue vittime. . Ecco qual sorta di scritto animava il povero loro spirito.

«(Il Papa (ivi leggeasi) mandò questa carta alt imperatore Carlo V. quando era stanco di tante sue battaglie).

«E questo sovrano decretò che la si leggesse a tutto il popolo e a tutto l'esercito, e che ne cavassero copie per tutti coloro che volevano portarla addosso. Ognuno che la serberà o la leggerà, non sarà in quel giorno soggetto ad alcun male; e chi sarà in mezzo de' nemici non potrà ricevere alcuna offesa, ma la sua sorte vieppiù prospererà. e e tutte le sue imprese avranno un felice termine.

«Se alcuna moglie incinta non può partorire, ponendosi questa orazione sulla paziente, subito il partorir le sarà facile;, se essa cade in disgrazia del marito, avvedendosene, riacquisterà l'affetto di lui; se alcuno ha chiamato su di sé l'ira divina, negli ultimi momenti della sua vita recitando queste parole, la disarmerà e otterrà la sua remissione; se alcuno perde l'amicizia di un altro, subito la riacquisterà. Se alcuno va a combattere, (non importa qual spezie di uomini o di cause) sarà vincitore de' suoi nemici, chiamando gli Dei.»

HACLON, TOHEOS, DOMINATOR, AMABILIS, SALVATOR.

«A chiunque esca il sangue dalle nari e non possa rattenerlo, cesserà d'uscire ponendo sulle nari quest'orazione. E quelli che non voglion credere all'efficacia di questa specie di talismano, che lo ponga su qualunque animale, e procuri ferirlo con qualunque arma, e vedrà che non potrà averne alcun danno.

«Filippo re di Francia decretò tagliassesi il collo a un cavaliere, il migliore dell'esercito, e perché portava addosso quest'orazione non v'ebbe alcuno che il potesse ferire. E ognuno che l'abbia addosso, non esperimenterà gli effetti delle armi da fuoco, né dell'acqua, né delle armi da taglio, né potrà ricever# alcuna ferita. di qualunque natura sia. ([20]


La notizia della subita morte di Borjès, la sorpresa di carte importantissime, parte delle quali abbiamo qui sopra riportate, la delusione di un piano tanto vagheggiato e ito in repentino dileguo, scosse le due corti borbonica e pontificia, le quali in luogo della restaurazione pomposamente impromessasi, trovavansi aver perduto uomini, danaro e riputazione.

Il cardinale Antonelli e i borbonici prima della caduta di Borjès niegavano recisamente ogni connivenza coi combattenti delle Due Sicilie: oggi agendo discopertamente, il principe di Scilla dimandò al luogotenente di Napoli La Marmora il cadavere di Borjès; i clericali offersero la chiesa del Gesù in Roma per celebrarne i funerali, il che avvenne nel Febbrajo 1862.

— Il tenore de' documenti sopra esposti è una dichiarazione di più sull'indole del movimento borbonico. I legittimisti d'ogni paese disfogavano la loro bile co' rappresentanti del partito opposto; propugnavano la loro fede nella causa di Francesco II; studiavansi di aggiungerle fautori di circostanza colla prepotenza dell'oro dello stessi ex-re, rafforzato eziandio dal celebre obolo di S. Pietro.

L'istromento di queste mene era il brigantaggio accettato dagli austeri maestri di moralità e di ordine con tutta la portata delle sue brutture.

Se però alle lettere qui sopra riportate può aggiustarsi maggior credenza per la spontaneità loro e per la genuina espressione del pensiero, il memoriale di Borjès è evidentemente vergato colla prevenzione di un uomo che scrive preoccupatamente, attagliando i suoi racconti e quelli de' suoi compagni per esser subordinati al suo mecenate Francesco II, cui li avrebbe voluti diretti.

Dobbiamo rammentarci che Borjès a pag. 119 di questo volume scriveva…

«Se Dio vuole ch'io soccomba, consegnerò questi appunti a Capdeville, affinché li faccia pervenire al general Clary o a Scilla, e se Capdeville,morisse, dovrebbe consegnarli al maggiore Landet, affinché questi faccia quello che Capdeville dovea fare. Mi preme che questo scritto pervenga a S. M. affinché ella sappia ch'io muojo senza rimpianger la vita che potrei aver l'onore di perdere servendo la causa della legittimità.»

Egli erasi prefisso grandi mire, e credo veramente abborrisse dal trovarsi in mezzo a gente imperita dell'arte militare, obbrobriosa, e sozza d'ogni delitto.

Ciò era conformo anche alla sua ambizione, la quale trovavasi vilipesa nel dover sottostare agli ordini di masnadieri, il cui capo e i cui satelliti erano i primi ladri che Borjès avesse conosciuto (pag. 131 vol. II).

Però nella cecità della passione, e nella stolta confidenza di riescire a qualche brillante impresa, ei non si ristette alla iniquità de' modi, sobbarcossi alla. umiliazione e ai dispregi de' capibanda, che ben a ragione temevano la sua superiorità per influenza e per arte.

«Qualunque cosa (diceva Borjès) Crocco trami son deciso a rimanere per assistere allo scioglimento di questi intrighi, e per vedere s'essi offriranno alcun che da permettermi di trarne partito (pag. 1 34 vol. II)»

Codesta morale non potrebbe rimandare assolto nessuno che avesse una coscienza: Borjès (qualunque fosse l'intensità, la purezza, o il disinteresse delle sue massime) sarà sempre responsabile della correità gravissima incorsa nel cooperare coll'enorme falange di scellerati ladroni; egli di fronte alla storia non potrà esimersi dal titolo di brigante.

Esso non comandava schiere di partigiani; eran malvagi, assassini, uomini carichi di condanne precedenti, rifiuti della società, ai quali era dolce velare con un brano di bandiera tutte le nefandità loro.

Nove decimi delle bande di Francesco II erano rette dal seguente criterio formulato mirabilmente da Crocco, secondo la testimonianza non sospetta dello stesso Borjès a pag. 131 tom. II, e che piacemi porre in rilievo.

«Se io ammetto una organizzazione, non sarò più nulla; mentre restando in questi boschi sono onnipotente, nessuno li conosce meglio di me: se entriamo in campagna, ciò non accadrà più.

«Del resto i soldati mi hanno nominato generale, ed io ho eletto i colonnelli, i maggiori e gli altri ufficiali, i quali nulla più sarebbero se io cadessi. Del resto io non sono stato che caporale; lo che vuol dire che di cose militari non me ne intendo; dal che ne segue pure che non avrò più preponderanza il giorno, in cui si agirà militarmente.»

Questo raziocinio a sua volta lo ha adottato Chiavone presso Sora, Piccioni nell'Ascolano, Pilone, Caruso, NincoNanco, Crescenzo, Tallarico, Cozzitto, Cipriani Della Gaia, e tutta la cospicua schiera che marciava nel nome del re.

Non puossi onorevolmente servire un principio qualunque a lato di tali difensori senza contrarre la loro infamia.

Achille Caracciolo, stando alle precedenti dichiarazioni di Borjès(pag. 90 tom. II) ed alle posteriori sue(pag. 104 tom. II) reputò indegno del suo grado il divenir brigante.

Questi si ritrasse non appena addatosi dello inganno, e disdegnò la speranza eziandio d'una vittoria, quando dovesse riescir macchiata di delitto.

Spesso la penna medesima del generale spagnuolo aborre dal vergare gli orrori, a cui ha assistito.

Gli eccidi, le ruberie, le profanazioni della religione ne' tempi, e contro i suoi ministri che in sacerdotali paludamenti imploravano pace ed esenzione dal sacco, sono episodi taciuti e che lo avrebbero deturpato in faccia alla storia, come pure avrebbe temuto incuter ribrezzo nella stessa corte borbonica, dove contava conseguire gradi e considerazione.

Malgrado tutto ciò egli sull'orlo del sepolcro, senza speranza di campar la vita, confessò essere stato ingannato dai comitati legittimisti; protrasse, è vero, un impegno che né l'onore né la coscienza dovevano consentirgli; egli sperò di trar vantaggio anche da que' pessimi elementi ed avrebbe voluto combattere a patto di buona guerra... si pentì e scontò col sangue la sua intrapresa... un giudizio troppo severo non turbi oltre la tomba un anima che forse Iddio pietoso nella sua misericordia avrà di già perdonato!...

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XXVIII

II racconto parziale di Borjès si è protratto fine al decembre del 1809; è mio debito altresì, ricongiungendo il filo della storia, notare ancora talune cose più rilevanti ch'ebber luogo sotto la luogotenenza Cialdini.

— Mentre Borjès e Crocco nelle Calabrie e sui confini di Basilicata e Capitanata spargevano la desolazione; Cipriano Della Gaia e un Crescenzo suo luogotenente (altro evaso dalla galera) scorrevano da Cerreto a Sarno; nel Matese era accolto gran numero di masnadieri inseguiti dal valente general Pinelli; la provincia di Molise e i monti circonvicini n'erano ugualmente cosparsi; i paesi prossimi di Ortino, Alvito, San Donato, Agnone ec: erano in continuo allarmò per quelle numerose bande capitanate da un Centríllo; ' incalzato il brigantaggio in questa provincia versavasi nell'altra di Chieti; nel distretto di Cotrone verificaronsi aspri conflitti.

Vari villaggi dovettero perfino incendiarsi ad esempio di tristi sanguinari e feroci, i quali non era possibile atterrire che con tremende punizioni.

La banda Chiavone verso la fine di Luglio faceva man bassa verso il comune di S. Giovanni (Terra di Lavoro): accennava di ripassare il Liri presso Morrea per riguadagnare il confine romano; ma inseguita senza posa gittossi sulla opposta montagna San Leonardo mettendo a sacco il comune San Vincenzo.

Su Chiavone facevasi assegnamento in un ampio progetto di attacco simultaneo che nello stato pontificio avrebbe pigliato le mosse da Civitavecchia, Porto D'Anzio, Fiumicino; all'estero da Malta, da Marsiglia (e fu appunto la missione di Borjès felicemente riuscita da principio) Trieste e Corfò.

Intanto affinché le forze italiane in un dato punto si trovassero sparpagliate e divise, tentavasi una specie di brigantaggio nelle Romagne, fomentato da abili emissari col pretesto del caro de' viveri.

Quivi però, dove l'avversione al Pegime papale radicavasi in grado anche più elevato (e non è poco a dire) delle Due Sicilie verso l'ex-re; né il brigantaggio o la camorra aveàno attecchito abitualmente, poche disposizioni energiche del governo, e la ferma attitudine de' buoni cittadini e della guardia nazionale rintuzzarono agevolmente l'audacia di pochi tristi, e smentirono l'impudente pretensione dall'affetto al passato paterno reggimento de' cardinali legati.

Coincideva appuntino cogli apprestamenti di Borjès, la partenza da Roma per la Spagna dell'ambasciatore di questa nazione presso la santa sede; il sollecito ritorno di lui e lunghi colloqui 1`ol conte di Trapani e il cardinale Antonelli; la riunione straordinaria dell'ezre al Quirinale con i più influenti suoi generali, cui affermava asseverantemente che il Piemonte non avrebbe ritenuto i suoi stati; la partenza di Lagrange per Marsiglia, e la operosità attivissima spiegata del general Vial in unione ad un Salzelli, famoso per le sue crudeltà commesse nella reazione d'Isernia.

Riunioni frequenti di borbonici e clericali teneansi pure in Frascati piccola città prego Roma, sotto la presidenza del conte di Trapani. Quivi discutevasi un progetto attribuito agli agenti dell'Austria, il quale consisteva in simulati congedi da darsi a soldati pontifici di fede sperimentata, e a birri romani; occupare ancora i birri, le spie ed altri bassi impiegati ch'eransi rifuggiti in Roma dalle Romagne, dalle Marche e dalUmbria dopo la caduta del governo papale. Costoro dovevano segretamente insinuarsi ne' respettivi paesi e col mezzo di vec' chie relazioni avrebbero dovuto preparare partito pel papa, sludiando opportunamente le occasioni.

I borbonici dovevano furtivamente promuovere una finta diserzione degli stessi soldati pontifici e procacciare la più vasta estensione del brigantaggio. La Toscana non era estranea a codesti maneggi, sebbene per la tranquillità di questo paese, e pel buon senso delle sue popolazioni, i rimestatori si sentissero meno iocoraggiti.

Il duca, di Modena non mancò offerire i suoi fedelissimi, che ormai eran divenuti merce ch'ogni mercato ributtava.

L'Austria che riteneva né improbabile né inverosimile una guerra cogl'italiani, ritentava l'usato giuoco, preparando il terreno, perché più spedita e più brillante riescisse, ed offerivasi a dare il suo contingente di uomini che sotto divisa papale o brigantesca s'affollassero cogli altri eletti guerrieri.

Le grida di viva la legittimità, viva il papa, Francesco II, udivansi tra i baccanali, e al suono della moneta promessa per ingaggi favolosi.

Una vigna del cardinal Di Pietro fuori la porta maggiore echeggiò in questa circostanza de' lazzi immondi di turbo colà raccolte, un abate Rocchetti, arrigandole, secondava l'esaltazione dei fumi generosi di Bacco.

Un Raimondo Pesaresi ufficiale della guardia palatina, un altro uffiziale superiore dell'esercito pontificio porgevano efficace concorso alla diserzione ed al buon andamento delle sante cause. Mi dispenso dal proferire altri nomi per non cadere in troppo minuti dettagli.

Dalle montagne di Veroli e di Sonnino seriamente era minacciata Sora e Fondi; molti di costoro erano specialmente destinati a rafforzare la banda Chiavone. In una lettera sorpresa ad un Ferdinando Ricci arrestato dai Francesi, e diretta a Chiavone conteneansi istruzioni per eongingersi con un certo Gradari pontificio; passare a Piperno per ricevere armi; capsule, trombe, sacchi a pane, fasce e fili, bandiere ec.

Spedivasi un tal Basile reputato anche troppo feroce, prometteansi finalmente altri uomini ed armi, con cui la presa di Sora era disegnata — Sora sarà vostra (quivi leggevasi) appena giungeranno altri uomini ed armi.

Ajuti d'ogni genere infatti erano già in potere di Chiavone; uniformi francesi e borboniche abbigliavano molti dei suoi seguaci, qualche cannone, granate, bombe all'Orsini, fucili non rigati; avea costruito capanne di legno e di paglia sulle montagne di confine; avea molto bestiame depredato nelle campagne. Egli già vagheggiava imprese colossali, e non, dissimulando le sue millanterie, ebbe l'ardimento di spedire in Sora il seguente proclama:

«Popolo delle Due Sicilie!

«Il Piemontese nemico del nostro Re, della nostra Monarchia, delle nostre leggi, nemico del patrizio, del borghese, del contadino, nemico di tutti gli ordini militari civili e religiosi; il piemontese che arde città, scanna i fedeli a Dio e al loro sovrano, fa macello di sacerdoti, svelle dalle loro chiese i vescovi, e per sospetti caccia nelle carceri, negli ergastoli negli esilii quanti non vede piegar la fronte all'idolo d'ingorda e bugiarda rivoluzione; il piemontese che copre coi l'orgoglio la sua nudità, e che si gloria di non sentir pietà nello sgozzar vecchi, vergini, pargoletti, né ritrosia nel dai di piglio nella roba altrui o pubblica o privata; il piemontese che profana le nostre donne ed i nostri templi, ubbriaco di libidine, fabbro di menzogna e d'inganni, schernitore di vittime da lui tradite: il piemontese fugge innanzi allo scoppio dei nostri moschetti rugginosi; e nelle città dov'egli avea fondate,le case di prostituzione ed il servaggio; ormai sventola il vessillo della libertà e della indipendenza del Regno al grido di viva Francesco II. La bandiera del sovrano è già inalberata in Sora.

«Popoli degli Abruzzi e delle Puglie, delle Calabrie, dei principati, all'armi! Sopra i gioghi degli Appennini, ciascun macigno è fortezza, ciascun albero è baluardo. Ivi il nemico non potrà ferire alla lontana coi proiettili dei cannoni rigati, né con l'unghie dei cavalli (sic). Combattendo uomo con uomo, egli che non ha fede in Dio ed in Gesù Cristo, né può avere carità de' fratelli, dovrà soccombere al fremito dei nostro coraggio, alla forza dei petti devoti alla morte per una causa che merita il sacrificio della vita.

«All'armi! le falci, le ronche, i massi valgono nelle nostre mani più che le bajonette e le spade. Un milione di anime oppresse si confortano con un grido alla pugna; sessantamila dei nostri stendono le braccia dalle carceri verso di noi; le ombre di diecimila fucilati ci dicono, vendicateci. Corriamo dai boschi alle città, dai monti alle pianure, dalle provincie a Napoli.

«L'Arcangelo S. Michele ci coprirà col suo scudo, la Vergine Immacolata col suo manto, e faranno vittoriosa la bandiera che appenderemo in voto nel tempio. Il piemontese che ci deride, svilisce, conculca, tiranneggia, spoglia, e uccide con l'ipocrita maschera della libertà, ritorni nei suoi confini tra il Po e le Alpi. Ritorni a noi quel Sovrano che Iddio ci ha dato, e lo fe' generare nelle viscere di una madre santa, e crescere in virtù candido come il giglio, che adorna il borbonico stemma.

«Francesco II e Sofia, ed i Reali principi c' insegnarono come si debba star saldi e intrepidi nella battaglia. Vinceremo. I potenti dell'Europa compiranno l'opera nostra rimenando la pace all'Italia; ed il nostro regno all'ombra della religione cattolica e del papato, si riabbellirà di quella gloriosa borbonica dinastia che ci sottrasse ai duri ceppi dei piccoli tiranni, e ci diede ricchezza e franchigia vera, e la indipendenza dallo straniero.

«All'armi!»

Il Comand. in Capo

Chiavone

Luigi Riccardo Ajutante.

Codesto proclama fatto affiggere in Sora riferivasi nullameno che ai popoli delle Due Sicilie, e non si omise divulgarlo per tutto, dove probabilmente Chiavone pensava recarsi, affinché il sonito di fragorose parole precedesse i suoi passi temuti.

Frattanto l'instabile banda si diresse per ora dai dintorni di Veroli, città situata nel territorio pontificio in Castelluccio (Terra di Lavoro), nell'intento di far approvvigionamento di bestiame; ben s'intende, astraendolo a forza dai proprietari di quelle campagne.

Tosto la notizia, pervenne al più prossimo comandante la milizia italiana; ignorando altresì quanta fosse la forza de' briganti, questi spedì come potà un luogotenente con trenta uomini, non senza starsene all'erta ove per avventura costoro montassero a quantità soverchiante.

Di fatti non andò guari che la banda siscoprì numerosa di oltre trecento individui, per cui rimasero esposti i primi per varie ore al fuoco, finché quanti,altri trovavansi in _Castelluccio sopravvennero collo stesso comandante alla testa; ma stante l'assorbente massa, bastarono appena per cuoprire la ritirata sopra Isola.

Castelluccio sgombrato dalla truppa italiana per fatale necessità, fu in un baleno invaso dai, briganti di Chiavone.

Il sacco e l'incendio specialmente della casa municipale furono i preludi di tale occupazione.

Sapevasi dai malandrini che il trionfo sarebbe stato breve, attesa la facilità per gl'italiani di raccogliersi in forze imponenti; quindi è che addoppiavano le rapine e le crudeltà quanto più il tempo diveniva avaro per essi.

Di fatti un forte distaccamento a marcia rapidissima, avviavasi per colà; i briganti, senza opporre resistenza, abbandonarono Castelluccio, e carichi di bottino si volsero precipitosamente sul territorio pontificio.

Questa volta l'asilo papale non fu ugualmente inviolabile. Gli eccessi inumani, e le ruberie commesse da quelle infami orde di gente, erano giunte a notizia del comandante francese general De Gerandon, il quale funzionava in assenza del generale Govon. Quell'onorevole capo fu talmente soprappreso da orrore che spedì immantinente un ordine circolare ai posti francesi di confine, autorizzandoli a porsi d'accordo colle milizie italiane per isperperarei briganti, ingiungendogli inoltre di batterli dovunque si trovassero.

I guerrieri di Chiavone incapparono puntualmente nella rete. Essi accennavano al convento di Scifelli, quando un tenente francese con circa cento uomini gli si fece incontro. I briganti senz'altro trassero archibugiate su loro.

Può imaginarsi qual fosse il furore de campioni della grande armata, cui si osò far bersaglio d'ignobili palle: un cavaliere fuggente colla bandiera di Francesco II fu rotolato sul suolo con ben aggiustato colpo di un granatiere; gli altri parimenti fuggivano inseguiti furiosamente; la terra seminavasi di feriti e di estinti, né si cessò finché i briganti dispersi dileguaronsi nelle foreste e pei monti.

Cammin facendo venne loro indicata una piccola casa di campagna, dove una prostituta dicevasi avere ivi attratto il tenero sguardo di Chiavone, e dove supponeasi esistere oggetti derubati.

Il luogo fu perquisito, e di fatti vi si rinvennero pochi fucili, bajonette, pistole, cravatte, sproni, una carta geografica del regno di Napoli, polvere, cartucce, rapporti, annotamento degli uomini componenti la banda, colla distinzione delle cariche e gradi; un biglietto di visita di un G. B. Chiocca; due dispacci officiali scritti dal brigadiere di Vallecorsa Gaetano Bolognesi al general Chiavone coll'apposizione del timbro della gendarmeria pontificia; come pure in questo tempo altre lettere caddero in mano de' francesi, della cui originalità non voglio defraudarne il lettore, apponendole almeno in calce di pagina ([21]).


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Un cavallo ed altri oggetti derubati in Castelluccio furono prontamente restituiti.

Un graziosissimo annedoto chiuse questi fatti. Il generale Chiavone, il quale in Roma avea avuto assicurazioni che l'armata francese, seppur non pigliava parte attiva nelle loro operazioni, tuttavia non vi avrebbe opposto veruno impedimento, si maraveglia della resistenza, secondo lui, cotanto eccentrica, ed ebbe l'ardimento di scrivere una lettera rampognando il capitano francese comandante in Veroli, tacciando i suoi subalterni di tradimento, avendoli egli ritenuti sempre quali AMICI.

Si rispose a tali improntitudine col duplicare le disposizioni per l'inseguimento de' briganti; ma tornato al comando il generale Govon i francesi non tardarono a riassumere l'abituale contegno.

Chiavone dal canto suo lasciò tutto il suo corso alle furie della tempesta, la quale indi a poco sedatasi, raggrannellò gli sbandati, e con un numero di circa cinquecento, tornò ad uscire dai boschi di Veroli, e radendo la costa del Liri, venne a Colle; lì presso gittò un ponte posticcio, per dove i suoi valicarono il fiume nella linea equidistante tra Aree e Fontana,(Terra di Lavoro). interruppe il filo telegrafico, menando seco violentemente gli uffiziali di dogana: giunto alla stazione della ferrovìa di Ceprano, forzò circa duecento operaj a seguire la banda.

Con questo apparato di buon mattino si trovò a fronte d'Isoletta. Ivi un piccolo fortino era guardato da presso quaranta soldati italiani, i quali dopo energica resistenza dovettero aprirsi tra il nemico uno scampo alla bajonetta.

L'attacco de' briganti era comandato dal marchese di Trasegnies, di cui abbiamo superiormente fatto parola (pag. 75 col. I!): esso medesimo ordinò la fucilazione di quattro dei nostri. Saccheggiata Isoletta passarono i briganti a S. Giovanni Incarico, dove appunto seguì la rotta e la fucilazione del marchese di Trasegnies.

Essi assaliti anche con artiglieria, a precipitosa corsa si diressero nelle vicinanze di Pastena, Vallecorsa, Lenola e Fondi per finir di serrarsi nuovamente nell'ampia selva di Sora, e parte ancora nella tenuta di Ticchiena, proprietà de' Certosini.

Non indugiando i capi dell'esercito italiano, spinsero una ricognizione rigorosa lungo la frontiera romana per attaccare i resti de' chiavonici, se fosse stato possibile, ma dopo diligenti indagini, s'ebbe certezza che Chiavone alla perfine avea riparato, giusta il solito, nel territorio papale.

Queste cose andavano accadendo lungo il confine romano, in quella che la Calabria e Basilicata infestavansi dalle bande di Crocco e Borjès: Cipriano Della Gala, Crescenzo ed altri aveano tanto minore importanza e, non rileva rassegnarne 'per minuto il racconto.

Cialdini che con fervore avea posto mano a distruggere il brigantaggio, ottenne invero de' risultati felicissimi; ma non certo definitivi. Egli parve lusingarsene forse troppo, allorché in risposta ad un indirizzo de' componenti il consiglio d'Aquila disse

«Ora (era il 14 settembre 1861) la compressione ha pressoché finito il suo corso.»

A lui faceva eco negli Abruzzi un dì appresso il generale Cadorna comandante di una divisione in quelle provincie.

In un ordine del giorno egli dirigeva a' suoi soldati le seguenti parole

«La missione affidata al patriottismo vostro, al vostro valore volge al suo termine, la tranquillità essendo pressoché ridonata a queste provincie... . Il morale è rialzato intanto per ogni dove, gii sbandati a più centinaja raggiungono le bandiere, aumentati gli amici del governo nazionale, l'opinione applaude sopratutto al vostro energico patriottismo.

E così è; se la vostra mitezza e generosità invano sperimentata, fu per lo contrario scambiata per debolezza provocatrice di nuovi disordini; questi tantomeno si rinnovano ora perché energicamente repressi ec:

Ambedue gli egregii uomini s'ingannavano a partito: le cause del brigantaggio non erano punto estinte nella loro sorgente; la presenza del fomite vivo emanante da Roma esisteva tuttora; lo scompiglio amministrativo era ben lungi dal potersi dire assestato e normale; anzi la crisi, attorno a cui si travagliava, offeriva recrudesceze spaventevoli, che riverberavano sulle plebi minute quanto più la mano riparatrice promuoveva sul paese i dolori inevitabili delle sue cure. Il tempo che è succeduto e che va decorrendo mostra evidentemente questa triste verità.

Il brigantaggio poteva esser per,seguitato, impedito ne' suoi progressi, intralciato ne' suoi progetti, ma spento non mai: le cagioni produttrici, dopo la sosta delle dispersioni, gli permettevano di ripullulare ad oltranza.

Nondimeno praticare quanto potevasi per isgominare trame possenti che avrebbono potuto disarginare; rendere impossibile un trionfo agl'insolenti paladini di Roma; porre in chiaro una superiorità immensa, tanto riguardo alla forza materiale, quanto al concorso della nazione che più pura sorgeva da tanto prolungato martirio; tutto ciò apportava incalcolabile vantaggio.

Se Cialdini non valse ad ottenere intera la distruzione de' briganti, per le stesse ragioni non potè conseguire in genere la normalità del paese affidato alle sue cure tanto nel Iato amministrativo, come in quello de' partiti.

Pel primo egli trovossi specialmente imbarazzato nella parte personale de' funzionarii: i suoi modi troppo militari e taglienti riescivano in effetto duri, irritanti, privi di quella industre pazienza e longanimità necessaria per internarsi nella farragine de' casi particolari, de' diritti respettivi antichi e nuovi, de' meriti o demeriti precedenti ec:

Sovente l'insigne generale si scontrò in collisioni con rappresentanti della nazione e collo stesso municipio di Napoli: in somma le sue parole franche e recise non sempre erano apprezzate nella lealtà dell'intimo loro significato; ma riguardate esteriormente o non munite di una rigorosa dimostrazione ne' giudizi, eccitavano spesso delle suscettibilità non use a modi troppo bruschi e vibrati.

Pei partiti estremi la cosa spiccava anno più gravemente. Lasciando stare i briganti e gli aderenti loro, contro i qual una repressione più pronta e decisaveniva consentita dalle straordinarie circostanze, il partito estremo liberale non poteva ugualmente attaccarsi di fronte, specialmente, dopo I lusinghieri Inviti di conciliazione. Giammai atterrito abbastanza, osava levare il viso ad ogni prima occasione.

I giornali del colore dirigevano i loro movimenti, e il soffio del celebre republicano di Genova ( [22]) traspirava particolarmente dal Popolo d'Italia (giornale).

Un annedoto, su cui sorvolo, dichiarerà questi fatti.

— La giornata del 'primo ottobre, che resterà eternamente memorabile, voleva solennizzarsi dai buoni patriotti per mero fine di glorificare coi caduti l'uomo immortale che li conduceva. Il partito della demagogia, afferrando l'opportunità, voleva intruderci una dimostrazione a Roma e a Venezia.

Eransi di già apparecchiati cartelli colle parole — ARoma con Garibaldi — ovvero Roma e Vittorio Emanuele con Garibaldi; àndavasi insinuando che nel rammentare una delle più grandi giornate dell'eroe nizzardo, non potevasi a meno d'invocare il suo nome come fausto augurio per conquistare all'Italia la sua capitale e più tardi liberare la Venezia.

Codesti apparecchi che mal nascondevano una trama per abbassare la dignità del governo col solleticare maliziosamente i desiderii più vivi della nazione, per sospingerlo a pericolose estremità, venivano sospettissimi. al luogotenente.

Egli che veracemente avea invitato gli onesti di tutti i partiti per coordinare le forze del paese a vantaggio delle grandi quistioni italiche, oggi scorgendole scattare temerariamente dai loro confini, senza tener vie di mezzo li minaccio con ferma risoluzione, e fe con franchezza udir la sua voce alla guardia nazionale, invocando la mediazione efficace dall'egregio suo capo.

«Una manifestazione (così scriveva il generale Cialdini al comandante la guardia nazionale di Napoli marchese Tupputi) si prepara per domani in questa città, collo scopo di accelerare la soluzione della quistione romana.

«lo non posso permetterla, perché facendola, si riuscirebbe a vieppiù ritardare la soluzione medesima. Ho messo in opera i più efficaci mezzi di persuasione e fin la preghiera per isventarla; ma ove si volesse ad ogni modo, sono risoluto d'impedirla e contrastarla con tutti i mezzi che la legge mi offre.

«L'Italia ha bisogno di calma, di quella calma, con la quale già molto si è fatto per la grandezza della nazione, e senza la quale si rovinerebbe il passato e l'avvenire. Questo popolo specialmente ha uopo di tranquillità; agli operai è necessaria la quiete per attendere ai loro lavori; chiunque se ne fa disturbatore è nemico della patria.

«Voglia pertanto V. S. III.ma far noto alla guardia nazionale si benemerita del paese questi miei sentimenti, e son certo che il suo noto contegno e la sua fermezza ne imporranno talmente, che anche questa volta riuscirà a mantenere la calma in questa città.

«Il generale d'armata

«Cialdini»

Tale dichiarazione fu sinceramente applaudita, tantopiù perché la minaccia era là come un caso ultimo, a cui il luogotenente dové appigliarsi dopo esaurita anco la preghiera; la guardia nazionale diè un esempio di più di attaccamento al governo, e si distinse mirabilmente per moderazione, per zelo.

La dimostrazione, eccetto pochi iscrizioni applicate sul cappello da persone che non comprendevano che si facessero, aborti completamente; né grida, né riunioni, né minaccie, né invocazioni. Il buon senso della popolazione da un lato, e l'energia dell'autorità dall'altro, contennero tutti nel dovere.

— Il governo principale, dopo tristissima esperienza, pensò che l'abolizione della luogotenenza e l'istallamento delle prefetture avrebbe contribuito alla più celere spedizione degli affari, a maggiore unità d'indirizzo, e ad una comunicazione più pronta tra il governo e le autorità provinciali, come purea disavvezzare quelle provincie medesime dalla loro autonomia, mettendole a compartecipazione più intima colla nazione.

Fù questa veramente audacissima risoluzione verso i napoletani; rinfrescare alla mente la perdita della individualità loro, in un momento in che tutte le passioni erano in giuoco, e il potere non bene ancora stabilito. Però tutto può osarsi in un paese, dove sopra le sofferenze e i dolori sta il sentimento nazionale.

Cialdini non dubitò bandire pel primo l'imminente decreto di abolizione della luogotenenza, e non ostante i nei ch'eransi rilevati nel disimpegno della sua carica, preparavasi a lasciare bella memoria di se nell'animo di tutti.

Egli imaginò dapprima un sontuoso dono da lasciarsi in Napoli consistente

1. Per la costruzione d'una borsa di commercio

Ducati 50,000

2. Per l' associazione filantropica fondata per migliorare le sorti de' poveri, mediante nuovi edifizii

» 30,000

Riporto

Ducati 50,000

3. Per scuole di scherma da istituirsi per la guardia nazionale

» 6,000

4. Per la cassa dirisparmio già decretata e non ancora attuata

» 15,000

5. Per la emigrazione veneta e romana

» 2,000

6. Per l'istituto di beneficenza del Carminello:

» 2,000

7. Per l'istituto delle fanciulle povere in Santa Maria del Paradiso

» 500

8. Per l'Asilo infantile di San Germani (Terra di Lavoro)

» 100

9. Per la stampa del manuale dalla guardia nazionale

» 200

Totale

Ducati 105,800

Questa cospicua somma venne prelevata dal generale sugli assegni di sua competenza risparmiati, durante la luogotenenza.

Tale munificenza venne accetta ai cittadini di Napoli sommamente, e tutti riconobbero, dopo le sublimi doti intellettuali dell'esimio generale, la dolcezza e generosità del cuore.

Nè basta: un sontuoso banchetto di addio fu offerto da Cialdini alla guardia nazionale tanto benemerita del paese e che con lui avea cooperato zelantemente a serbar l'ordine ed applicare le nuove istituzioni.

Vi fu invitato il generale Tupputi col suo stato maggiore ed altri ufiziali. Come ben pqò imaginarsi dopo amichevoli parole passate durante il convito, elevaronsi brindisi lietissimi, tra i quali il marchese Tupputi augurò a Cialdini che venissero iscritti sulle fronde del suo alloro oltre i nomi di Castelfidardo e di Gaeta quelli non meno gloriosi di Verona e di Venezia.

Il giorno 31 ottobre 1861 finalmente Cialdini accomiatavasi dai napolitani in questi termini.

«Napolitani

«La Luogotenenza cessa quest'oggi ed io ritorno sulla linea del Po.

«Comprendendo le intenzioni mie, voi generosi ed indulgenti meco, gradiste il. poco che feci, e perdonaste alla umana insufficienza il molto che non seppi fare.

«La fiducia e la benevolenza di cui mi onoraste rimangono indecentemente scolpite nell'animo mio.

«Rimangono qual ricompensa invidiata e cara ai miei tenui servigi; ricompensa ch'ogni altra avanza, e che niun governo può dare né togliere.

«Parto tranquillo sulle sorti vostre, perchè venne a succedermi il generale La Marmora. La stima e l'amicizia ch'egli seppe ispirarmi mi porterebbero a parlarvi di lui. Ma il general La Marmora è troppo grande e troppo noto all'Italia. perché la sua fama possa guadagnare dagli elogi miei.

«Il suo nome basta.

«Napolitani!

«Vi lascio un addio pieno di affetto e di riconoscenza. Accoglietelo fraternamente. È un addio che parti dal cuore.

«Tolga il cielo che il mio soggiorno fra voi sia stato di danno a queste belle provincie, alle quali desidero ogni bene.

«Tolga il cielo che io sia stato di datino alla causa d'Italia e della libertà, a cui da trent'anni è sacra la mia vita e la mia spada.

«Napoli 31 ottobre 1861

«Enrico Cialdini.

La società operaia di Napoli è stata una delle prime in Italia, a cui da partiti sovversivi siasi teso il laccio di farla fuorviare dal vero suo scopo, insinuandole ch'essa, come parte attivissima della nazione, era ben diritto partecipasse allo svolgimento delle istituzioni politiche del paese.

Cialdini non ignorava codeste trame, e tanto per adempiere al proprio dovere verso il governo, come pel sincero bene degli operaj, che crudelmente venivano aggirati in ispecia da intriganti del partito demagogico, sorvegliò attentamente, affinché la società detta di mutuo soccorso degli operaj non varcasse i confini della legge.

Questa associazione di uomini, tranne poche eccezioni, diè in complesso risultanze favorevoli all'ordine e alla retta intelligenza del proprio istituto; anzi nelle circostanze della partenza del luogotenente volle attestargli con eloquente indirizzo-

Il suo attaccamento personale non solo, ma rispettare in lui il rappresentante di quell'autorità, che i biechi mestatori col mezzo delle potenti masse operaje avrebbero volato degradata e conquisa.

Senza riportare la proposta della società concepita nel senso qui sopra riferita, mi limito a riprodurre la risposta oltremodo cortese e significante del generale Cialdini.

La lettera era diretta al presidente della società generale operaja di mutuo soccorso, ed esprimevasi così:

«Signore

«Le affettuose parole che la società operaja mi diresse mi riuscivano oltremodo gradite.

«Serberò sempre una ricordanza di tutte le espressioni di benevolenza che mi vennero da queste provincie, e mio voto sarà perenne per la felicità loro.

«Non mancheranno fortunati destini al paese nostro, e più sicuri saranno, se l'ordine e la concordia non andranno mai disgiunti dai sentimenti di libertà e d'indipendenza.

«Gli operaj di Napoli tanto vivaci, tanto intelligenti, comprenderanno questa suprema necessità, e rigettato da sechiunque con subdole arti tenti di fuorviare la loro società dal suo scopo, daranno luminoso esempio di quanto prosperi una istituzione popolare, allorché l'amore la crea, il senno la regge, la volontà la mantiene. »

«Napoli 30 ottobre 1861

«Il generale d'armata

«Enrico Cialdini»

Il luogotenente usciva da Napoli, e vi entrava per la prima volta il prefetto. L'altro luminare dell'esercito italiano il generale La Marmora era designato a questo posto non solo come prefetto ma come comandante militare.

A dir vero, l'idea di un governo quasi militare, mentre trattavasi di ordinamento meramente civile avea già urtato non poco gli animi de' napoletani; oggi, veniva a ribadirsi codesta disposizione governativa col soprassello dell'abolizione della luogotenenza, la quale stringendo più saldamente al centro del governo la provincia napolitana, toglievale la sembianza autonomica, che colà a torto o a ragione era prediletta.

Se non che la speranza sempre viva di ottenere Roma per capitale del regno italico, e la necessità inevitabile di una mano ferma che imponesse all'audacia de' partigiani di colore estremo, e che infrenasse la piaga del brigantaggio, persuadeva a que' buoni cittadini la tolleranza verso misure che ben potevano dirsi eccezionali.

Per il che, malgrado un di saggradevole sentimento nudrito nel fondo dell'animo, applaudirono cordialmente al luogotenente, e fecero buon viso al successore prefetto La Marmora.

Il popolo delle Due Sicilie ha secondato mirabilmente gli eventi, ed ha somministrato esempi che, se erano desiderabili, non si osava d'attendere se col favore della Provvidenza, col senno, e colla longanimità si giungerà a pacificarlo e farlo contento, ha tali elementi d'ingegno e di cuore da divenire una delle prime popolazioni della terra.

Di tutte le luogotenenze ci piacque riconoscere la faccia fin dal primo giorno che installaronsi al potere; non sarà fuor di luogo apprendere qual sia la linea di condotta che il utUovo prefetto intendeva adottare.

Il suo proclama ai napolitani lo dichiara abbastanza; esso è concepito così:

«Ai cittadini della provincia di Napoli

«Sua Maestà nell'affidarmi il comando del VI dipartimento militare volle ch'io assumessi in pari tempo qual Prefetto il governo civile della provincia di Napoli.

«Quantunque temporanee, queste mie nuove attribuzioni, io ne sento tutta la difficoltà, forse maggiore per me che nessuna parte diretta presi ai maravigliosi eventi che si compierono 'in queste provincie da poco più di un anno, é che succedo all'illustre generale Cialdini, il quale tanta simpatia seppe da voi meritarsi.

«Ma siccome sento non men vivamente il dovere di obbedire; così più che sulla mia attitudine faccio calcolo sull'altrui cooperazione. Mi dirigo pertanto alle autorità, e le prego di prestare a me, come a' miei predecessori il loro leale e zelante concorso.

«Mi rivolgo alla guardia nazionale, la cui generosa condotta in ogni occorrenza fu meritamente da vicino applaudita, e da lungi ammirata.

«Faccio infine appello a tutti coloro che sentono esser l'amor di patria il supremo d'ogni dovere, e coll'ajuto di tutti nutro fiducia di poter corrispondere alle intenzioni del sovrano, ed agli ordini del suo governo.

«Cittadini della provincia di Napoli!

«Il pio e secolare desiderio de' sommi italiani, la cui attuazione pochi anni or sono a molti sembrava un sogno, è in gran parte soddisfatto, il compierlo sta ne' sacrifizi che dovremo ancora fare, e sopratutto nella fede e concordia nostra.

«Io vengo tra voi con pochi titoli alla vostra benevolenza; ma deciso a far quanto so e posso per concorrere alla grande opera di vedere l'Italia una, indipendente, libera e prospera.

«Napoli 1 novembre 1861.

«Il prefetto della provincia di Napoli

«Generale d'armata.

«Alfonso La Marmora.»

Ai militari del 6.° dipartimento militare diresse inoltre, le seguenti affettuose parole:

«Io ho lasciato con rincrescimento le truppe del 2.° dipartimento, alle quali io mi era particolarmente affezionato. Persuaso di trovare in voi lo stesso zelo per il servizio e pari disciplina, voi non tarderete certamente ad ispirarmi la stessa fiducia, come fin d'ora io rivolgerò a voi tutte le mie cure.

«Quando noi colle armi in braccio stavamo a guardia della frontiera settentrionale, prendevamo il massimo interesse agli splendidi successi militari ottenuti da gran parte di voi nelle provincie centrali e meridionali.

«Abbiamo poi ugualmente ammirato la costanza e l'abnegazione, con cui vi adoperaste all'ingrato, ma pur ben meritevole ufficio di spegnere il brigantaggio, che infestava queste belle contrade.

«Mentre dal prode mio amico, il generale Cialdini, ricevo la consolante notizia che mercé l'opera vostra ed il concorso della guardia nazionale, è ovunque rinato l'ordine e la pace, io vi darò la non men lieta assicuranza che nei corpi ch'io comandava, una cordiale fusione si è operata fra i militari di tutte le provincie.

«Cosicché l'Italia potrà ormai contare sopra un esercito forte, compatto ed animato da uno stesso spirito di devozione al re e di amore alla patria.

Ambedue questi proclami erano generici, e salvo le frasi consuete ad emettersi in queste circostanze, non presentavano alcun che degno di nota.

In questo secondo poi spiccava più nitida l'illusione che l'ordine e la pace fosse ovunque rinata. Brevissimo spazio appresso, il general La Marmora sarebbesi espresso ben altrimenti, ed avrebbe compreso che la sua missione non era men dura di quella de' suoi predecessori.

Quando Cialdini uscì di carica, l'altalena degli avvenimenti era in istato di passeggera remissione, né potevasi far il torto di reputare tanto poco preveggenti Cialdini o La Marmora da credere ch'eglino non iscorgessero il vero stato delle cose. Le loro espressioni conteneano al certo un augurio, un incoraggiamento; imperciocché, messe in disparte minori osservazioni (malgrado le cure particolarissime del conte Ponza di San Martino verso i publici funzionari, (cure ereditate e proseguite da Cialdini) il tradimento e la perfidia del borbonismo ostinatamente annidavasi negli avvolgimenti della macchina governativa.

Non tutti coloro ch'erano manifestamente contrarii al sistema restaurato d'Italia, potevano essere in un punto banditi dall'uffizio; giacché sonovi tali e tante funzioni, che richiedendo una pratica precedente, non possono esser disimpegnati improvvisamente da altri senza un pericolo maggiore del sospetto personale, del resto vigilabile da chi è a capo dell'amministrazione, e presso a poco conosce i suoi piccoli.

Altri non conosciuti o malfermi di fede, senz'altro programma che l'interesse proprio, tenevano per l'una e per l'altra parte: altri poi non ben cogniti o posti in uffizio in surrogazione, cadevano nello steso peccato, e da tutto l'insieme risultava certa freddezza nel servigio od una manovra proditoria e misteriosa, per la quale i borbonici passavan per tutto, ricevevano passaporti o fogli di via da vani sindaci, anche talvolta sotto mentito nome; penetravano nel regno armi, munizioni e danari, frequentissime erano le fughe dei carcerati, e via dicendo.

Per questi mezzi discendendosi a più bassi ordini di persone, il brigantaggio trovava alimento, e sostenuto da persone di qualche rango, si levava in superbia e mostrava turpemente il delitto sotto l'effimero aspetto di devozione ad una dinastia, dalla quale ancora volevansi spremere i resti di sua ricchezza coll'aggiunta di una speranza di nuovi onori e ricompense in caso di restaurazione, prossimo o remoto che fosse.

Allorché La Marmora venne al potere Crocco e Borjès erano veramente battuti dovunque; la loro caduta o una definitiva dispersione era agevolmente previdibile; Chiavone non ostante gl'ingenti apparecchi di Roma, e gli arruolamenti straordinari, parimente battuto d'ogni parte avea riguadagnato con rapidità la frontiera pontificia; Cipriano della Gaia in diverse apparizioni or sul Taburno, or presso Avellino, ma più ne' dintorni di Napoli, studiava trafugarsi fra un battaglione o l'altro delle milizie, che non gli davano pace; e così numerosissime altre' bande a piccoli drappelli infestavano con esito mutabile le provincie. Lo stato però in che esse trovavansi più difensivo che offensivo permetteva di aprir l'animo a dolci lusinghe di tranquillità, se non attuale, almeno assai prossima.

Ben presto però il prefetto La Marmora dové toccar con mano lo stato delle cose il quale né più né meno proseguiva la sua sanguinosa carriera come per l'addietro.

Un primo avviso di qualche rilievo se n'ebbe dalle rivelazioni di un tal Piciocco Paris fortunatamente arrestato in Napoli. Ecco la sua breve istoria da cui risultarono importanti scoperte.

Questo fatto acchiude in seno avventure romanzesche, epiche, e merita una speciale menzione.

Piciocco Paris uomo non al tutto rude od incolto, forse non avea il mal animo di scerre a professione il brigantaggio; per una disgraziata congiuntura altresì gli si parò dinanzi come mezzo d'evitare le conseguenze di un delitto commesso.

Trovavasi egli d'aver sedotta una fanciulla: dalla rigida disposizione de' suoi parenti poteva prevedersi qualche fatale vendetta. Mezzi pecunjarii difettavano per ispostarla e tenerci occulti; l'estremo rimedio Paris ride nell'associarsi ai briganti e tentar ventura con loro.

In tutt'altra occasione, tranne quella d'evitare il disonore e l'indignazione de' congiunti, sarebbe stata ardua cosa il persuadere alla giovine un passo arrischiato e pieno di pericoli. Tanto è; talune circostanze usurpano i suggerimenti di una buona coscienza, e jugulano il volere più restio a seguir la china d'un primo errore. La giovinetta accettò, come àncora di salvezza, il partito audacissimo di darsi in braccio al suo amante, e dividere con lui i capricci della sorte: evase dalla casa paterna, e in un con Paris dieronsi in traccia delle bande più prossime. Quella di Cipriano Della Gala che il più sovente aggiravasi dattorno a Napoli, come si è detto, si offerse loro per la prima.

La giovinetta che nominavasi Giuseppina travestissi da uomo, e con quel sentimento disperato che sanno infondere emergenti straordinari, in breve si distinse col suo seduttore per coraggio e per ardire affatto comune. Già Paris noverava vari uccisi, tra cui il padre di un uffiziale della guardia nazionale, e così di passo in passo andava sempre più compromettendo il proprio avvenire.

La garrula fama avea riportato alle orecchie del figlio dell'ucciso il nome di Piciocco Paris, e a quelle della famiglia di Giuseppina l'empia società di lei col medesimo.

Arsero terribili le ire d'entrambi... giurarono tremenda vendetta, ed ecco che i fratelli della giovane in un subito risolsero camuffarsi da briganti tra le bande di Cipriani: Piciocco all'erta, com'è sempre chi vive in flagrante delitto, riseppe la manovra, e pensò bene di trafugarsi in Napoli, mentre per contrario i germani di Giuseppina andavano ad esporre la vita tra le orde di Della Gala.

Giunti costoro ai luoghi designati, demandarono cautamente di Piciocco Paris, e s'ebbero in risposta che da qualche giorno erasi dileguato. Frattanto il capitano della guardia nazionale figlio di colui che Paris avea trucidato, era in corrispondenza coi fratelli di Giuseppina, e mettea sossopra cielo e terra per rintracciare ove si ascondesse. Munìssi di potenti commendatizie per esser appoggiato dalle autorità locali nelle sue indagini. Vario tempo impiegò in ricerche inutili: finalmente, per caso stranissimo, il giovine Canonico (che tale era il suo cognome) s'imbatté propriamente in una via popolosa di Napoli con Piciocco e la Giuseppina travestita da uomo.

É meno ratto il lampo dell'assalto repentino con che quegli e vari suoi amici si precipitarono sull'avversario. S'impegna una lotta vivissima: revolver, bastoni e pugnali sono imbranditi e minacciano a vicenda le vite, ma sopraggiunte in tempo le guardie di sicurezza publica, divisero a stento i contendenti: Piciocco e la sua amante vengono messi in ceppi e tradotti alla questura.

Canonico non lasciò la sua preda, portossi alla polizia, e impaziente stillava fuoco nelle vene de' giudici. Al primo costituto Paris, sia per far men dura la sorte propria e della sua vittima; sia perché non amava di cuore la causa che per disperazione avea servito, non esitò gran fatto in emettere rivelazioni gravissime, in seguito di che numerosi arresti di alti personaggi furono operati, tra cui un regio ex-procuratore della gran corte criminale di Trani, il figlio dei duca di Sangro generale già morto d'infermità nell'assedio di Gaeta, qualche principe e vari altri addetti all'aristocrazia napolitana.

Fu denunciato un comitato che adunavasi in Capodimonte. Quivi in certa casa operaronsi rigorose perquisizioni, e da carte rinvenute potè dedursi che un colpo di mano era in procinto a tentarsi nell'interno di Napoli. Sbarchi dovevano avvenire di armi e di uomini nel littorale di Pozzuoli. I committenti che ancora ignoravano l'accaduto, spedironle puntualmente, e in luogo de' loro corrispondenti, trovarano appostata la guardia nazionale, che dopo aver catturato. quanti ne approdavano, tentava impadronirsi de' marinai, questi però addatisi d'esser caduti in agguato, gittaronsi a nuoto; furono tratte delle fucilate, e qualcuno andò travolto nell'onde, mentre altri riescirono a salvarsi.

In varie provincie, dove Paris avea dato bastevoli indizi di altre cospirazioni, il telegrafo somministrò pronti avvisi, e cosi altre trame discoperte andavano sventandosi.

Mercé i vantaggi procurati da Piciocco col mettere in aperto segreti reazionari cotanto rilevanti potè, esso attenuare sensibilmente la gravità della posizione propria e quella della sventurata fanciulla.

Nel tempo medesimo allontanò il pericolo di pericolose vendette stante la seduzione, da cui eransi dipartite le mosse de' spiacevoli fatti teste narrati.

Cipriano Della Gaia, che sicuramente intrattenevasi nelle prossimità di Napoli, era complice delle mosse che macchinavansi nello interno; mosse appunto apprese da Piciocco nella banda di lui: egli trovossi isolato e ridotto alle avventure consuete.

All'isolamento aggiungevasi la molestia continua delle truppe, le quali coll'egregio Pinelli alla testa prima il fecero sgombrare dalle campagne di Nola; più tardi tra Palmi e e Lauro ebbe a sostenere uno scontro fierissimo, che finì col costringere quell'audace capo a gittarsi presso Monteforte, dove assalì improvvisamente il Comune di questo nome. Ivi già apparecchiavasi a commettere le solite crudeltà, devastando, uccidendo, predando; ma le guardie nazionali ajutate opportunamente da una compagnia di bersaglieri, riescirono a fugarli con grave perdita loro.

Circa i primi di novembre, Cipriani riapparve presso Solofra nella provincia di Avellino, ed avea cominciato di,già a sequestrare delle persone per trarne riscatti. Il sindaco temendo a ragione, l'invasione del suo paese, fe per tempo suonare a stormo le campane, e insieme alle guardie nazionali si unì un distaccamento di ungheresi pronti tutti a rintuzzare l'assalto; ma Cipriani stimò prudente di allontanarsi... Solofra fu libera dal pericolo.

Dopo lungo errare, la banda di Della Gala perseguita senza posa, ogni giorno più assottigliavasi tra le perdite subite colle truppe italiane; i molti prigionieri, e parecchi di loro stanchi o diffidenti di migliori imprese andavano qua e là presentandosi alle autorità per implorare perdono, o ridurre a minori proporzioni la punizione meritata.

Per il che lo steso Cipriani e il suo tristo compagno Crescenzo pensarono anch'essi di darsi nelle mani delle autorità: però credendo d'averla a fare coi Borboni, i quali solevano venire a transazioni indecorosissime coi briganti, sottoposero la loro consegna a condizioni, tra le quali pretendevano che per tutto gastigo il governo dovesse promettere di rilegarli liberamente in una isola.

Qualunque in questi tempi sia venuto al potere ha costantemente reputato inconciliabile colla dignità e co' principi del nostro regime il discendere a patti coi malfattori, quasiché esso non fosse abbastanza forte da porre argini al male minacciato da costoro in caso di non accettazione. Crocco Donatelli ed altri, come già altra volta abbiamo menzionato, ne' primi momenti terribili delle reazioni abruzzesi intrudendosi coi liberali avea già tanto oprato da meritarsi elogi nei paesi percorsi; non appena però si riseppe chi fosse Crocco, rifutaronsi non solo dal governo i venali suoi uffici; ma venne anzi posto immediatamente in prigione per íscontare i suoi misfatti precedenti. Può dunque imaginarsi come venissero accettate le. proposizioni di Cipriani e Crescenzo.

Respinti dal governo, proseguirono raminghi la loro vita in balìa della fortuna.

— Casi spaventevoli intanto non mancavano, come per l'innanzi. Il governatore De Luca da Avellino verso lo spirare di Novembre annunziava al sesto gran comando di Napoli, ed al maggior generale Franzini in Nola i seguenti fatti commessi appunto dalle banda di Donatello.

«Al momento il sottoprefetto di S. Angelo dei Lombardi per istaffetta mi annunzia che il capitano Lamberti del 6.° di Linea partito con cento quaranta uomini tra milizie regolari e nazionali da Calitri, giunse a tempo in Bella, ne scacciò i briganti che lasciarono cinque morti e molti oggetti rubati, e salvò quella popolazione che si è difesa eroicamente. In Bella molte case incendiate, tre preti massacrati, e molti liberali uccisi. I briganti si dirigevano verso Balvano (o Balbano) e Baragiano, di dove sentivasi viva fucileria a CastelGrande.»

A San Martino nella provincia di Benevento parte dei militi ivi stanziati erano teste partiti per assalire le montagne di Cervinara, dove erano annidati buon numero di briganti. Questi estendevansi anche sulle montagne di San Martino. Un tenente della guardia nazionale mobile con venti uomini circa volle provarsi a qualche operazione; ascese su pel monte che sovrasta il comune… Non appena giunto venne accerchiato da forza di gran lunga maggiore della sua, e poco stante una grandine di palle si riversò sopra i mal capitati. Il tenente s'ebbe un colpo di moschetto in una gamba, che lo fe stramazzare in terra: altri sei compagni furono presi dai briganti.

L'ufficiale, che avea nome Savoja, vivo ancora e addolorato per la recente ferita, fu scosso da terra, gli furono strappati i peli del mento e i baffi. Agli altri sei prigionieri intanto bruciavansi le estremità delle mani e de' piedi. Dopo tanto martirio d'un tratto furono tutti messi a morte.

Sarebbe infinita la seguenza di codeste miserande narrazioni, che in alternata vicenda andavansi verificando in tutto il reame. La pace e l'ordine annunziato dalle autorità, e dalla cronaca officiale, dee confessarsi, risolvevansi in desiderii, in auguri, ma non ispiegavano la triste realtà. Un fatto luminoso atterrava una banda, meno i morti e i prigionieri, gli sbandati adunavansi nuovamente in differenti punti, e sott'altra forma ripullulavano. Cadde a cagion d'esempio Borjès, Crocco sopravisse, non ostante che il telegrafo e i giornali or morto il dicessero, ora prigioniero, e proseguì il suo mestiere: la trista fama del suo nome fa udirsi fino ad oggi che scrivo.

Di nuovo cadde Borjès, il carlista spagnuolo Tristany lo surrogò.

Incetti di polveri, piombo ed armi più che per avanti tornavano a formarsi in Roma. Nuove spedizioni organizzavansi dai comitati nelle città solite a ricettare uomini per tutte le cause retrive mai aveano intermesso i loro travagli, e venivano puntualmente fornendo i quadri del brigantaggio. Parigi, Malta, Trieste, Marsiglia, il Belgio, la Spagna, non cessavano di contribuirvi; anzi l'ex-re Francesco stanco per tante inutili prove, e nauseato forse di vedersi protetto da uomini abjettissimi che (nella grande massa almeno) facevan vista appigliarsi ad un partito per opporre schermo ai loro delitti, o per cuoprire l'avara libidine di arricchire delle altrui spoglie, di tanto in tanto ha subito de' slanci mezza tra generosi e disperati d'abbandonare una via igominiosa per far valere il suo preteso diritto, e di rinviarne la rivendica a tempo più opportuno, ove questo quandochesia venisse.

Eran però troppi gi' interessati in Roma e all'estero, perché un consiglio spassionato potesse pacatamente posar su labri impuri cortigiani. Costoro che non perdevano un accento delle velleità dello sventurato Francesco, stimarono dover sostenere potentemente la vacillante volontà sua, e spiegarono mezzi validissimi per restaurare gli spiriti abbattuti, e risollevare le speranze. Da parte dell'Austria istigavasi l'erre a porre in opera la potente sua mediazione, d'accordo anche col governo pontificio per consigliare al partito legittimista in Parigi di organizzare una dimostrazione avversa a Napoleone, raccogliendo in uno tutte le risorse del partito legittimista e cattolico.

Il ministro di Spagna da suo canto assicurava in nome della regina che questo paese devotissimo, come sempre, alla santa sede non avrebbe mancato di versare il suo contingente in danaro, ed un valido ajuto di volontari spagnuoli; faceva voti ghindi che Francesco non abbandonasse Roma, come spesso ne avea mostrato desiderio.

Il governo del papa, eco fido di tali sentimenti, sostenevali col promettere più che mai una protezione, la quale pei mezzi potenti della sua polizia dovea ritenersi efficacissima.

Cosa dovea fare quel disgraziato giovine lacerato nell'anima da mille contrari sentimenti, malfermi tutti e senza il sollievo di un consiglio veramente amichevole che il ritraesse dall'abisso in che andava sempre più inglutinandosi? L'esclusività delle apparenze destate in lui, adombrando maliziosamente il fosco aspetto della mala riuscita possibile, e l'invincibile crescente voglia di riacquistare lo scettro perduto, rinvigoriva i propositi, e fermavasi con compiacenza su gli orli del precipizio senza caricarsi. della imminenza di nuovj pericoli, i quali un ingannevole prisma presentavagli, al guardo come remoti e quasi inverosimili.

Egli già era tornato alle primiere impressioni: nuovi ordini furono dati per ritirare circa trecentomila ducati dalle banche di Londra fu fatto getto di nomine di generali e colonnelli sullo stile di Chiavone: altri uomini surrogavano i caduti, nuove imprese andavano maturandosi.

È inutile ripetere che a ciascun progresso del movimento reazionario, il clero n'era l'avanguardia; esso in parte per vecchia massima; parte per le incomode innovazioni che il tormentavano, reagiva volentieri con ispirito di vendetta, e colla speranza di ricompense sia dalla corte romana, sia dal ritorno de' respettivi principi ne' proprii stati.

Una delle più importanti operazioni del governo italiano era t'aumento dell'esercito col mezzo della leva. La disposizione relativa era di per se stessa odiosissima ed offeriva un veicolo praticabilissimo di malcontento e di reazione. Ogniqualvolta una nuova categoria veniva chiamata sotto le armi, l'usato giuoco riproducevasi.

Verso il finire di quest'anno si offerse ai reazionari appunto una tale occasione, la quale coincideva appunto coi tentativi che agitavansi nella fucina di Roma. Per paralizzare il buon volere degli obbedienti, i borbonici spedirono attorno attivi emissari per istipendiare al loro servigio quanti mai era possibile togliere al debito militare verso il governo italiano. Amuleti e simboli della vecchia dinastia, venivano diffusi segretamente a nome dell'ex-re; stemmi, gigli in piombo spalmato di argento, anelli ec. distribuivansi tra le più vili plebi, affinché tra loro si rianimassero le speranze del ritorno del caduto sovrano, e con quelle la paura s'inoculasse nel popolo che pigliando parte all'attuale regime sarebbe stato severamente punito dal governo ripristinato nella sua autorità; anzi per tali insinuazioni aprivansi la via per indurre que' poveri ignoranti ad affrettarsi di bene meritare del loro re coll'iscriversi nelle sue file, e star pronti alla chiamata di sollevazione.

Il confessionale compieva il resto: quivi veniva proclamato peccato mortale il servire ad un usurpatore scomunicato; opera santissima d'altra parte il militare sotto le bandiere del legittimo principe, le quali aveano per alleate quelle del sommo pontefice, dalle cui benedizioni dipendeva un'abbondante raccolta di cereali, la fedeltà della moglie, il benessere dei figliuoli in questo mondo, ed era la caparra della vita eternamente beata nel paradiso.

Le donne principalmente venivano così sobillate dai sacrileghi ministri del santuario, i quali facevan mercato del tribunale di penitenza per eccitare stragi e inobbedienza ai poteri costituiti. Calza qui a pennello una lettera che avea lasciato in disparte, ma cui ridò vita per dimostrare l'influenza malaugurata che derivava dall'indegno abuso de' contraffattori delle coscienze.

Questa lettera è scritta da un figlio i nome de' suoi fratellini e di sua madre al proprio padre e respettivamente marito, che militava gloriosamente fra i briganti.

Ecco codesto capo d'opera colla sua ortografia alquanto rettificata per renderla intelligibile.

«Carissimo marito

«Mi sono rallegrata che voi siate in buona salute e che Dio vi abbia liberato da ogni cattiva disgrazia, io sono ad ogni momento pregando Dio di liberarti, ma intanto si dice publicamente qui che voi siate stato coraggioso per la patria e che il signore vi accompagni fino nella fine di riportar la vostra vittoria, per una sola cosa io mi sento molto dispiacente, perché tutti i paesani hanno portato ricchezze alle loro famiglie, io piangendo e lacrimando diceva perché mio marito non si ricorda di me dicendo io povera donna non ho fortuna in alcuna ora, ed io dicevo a me stessa, mio marito aveva un cuor generoso, perché mostra egli un cuore di macigno, vi prego al più presto di toglier la mia miseria. Vi salutano caramente i miei fratelli e vi dicono che vogliono un ricordo di voi, date un fucile a ognuno, perché si ricordino del nostro buon cuore e il fucile che avete inviato, non l'ho ricevuto.

«Vi abbraccio caramente.

«Scritta da me Michele Guglielmucci e anche a me mandate fucilino

«Vostra affezionatissima moglie

«Alle mani di Donato Rega-Venosa.

«In questo modo, invocando le benedizioni del Signore, una moglie e madre implorava vittoria nell'intento d'arricchire come gli altri. Impasto miserando di principii, sovversione abominevole di moralità propagata da coloro appunto che si pretendono intermediari fra Dio e l'uomo, e i direttori spirituali della coscienza!...

L'attività degli emissari borbonici ebbe ardimento spiegarsi perfino sotto gli occhi del governo centrale, non dubitando d'intrudersi ancora nel seno degl'incontaminati battaglioni della vittoriosa armata italica. In Torino, nella stessa tranquilla Torino, e nelle sue adjacenze una rete di agenti promuoveano diserzioni col mezzo de' camorristi qua e là sparsi nel esercito dalle prime leve o per avventure capitati nei ruoli degli sbandati di Gaeta.

L'opera di costoro era sommamente cauta e subdola. Eran muniti di esatti itinerari pei soldati che intendevano corrompere, e di molto danaro.

I disertori venivano diretti parte alla più prossima frontiera di Francia per far capo in Marsiglia; altri doveano tener la via delle Marche e dell'Umbria per ingrossare le bande di qualunque capo abbisognasse di rinforzo.

Preti e parrochi ricettavano costoro, fornendoli d'indirizzi e recapiti per guidarli a salvamento.

— In Savigliano si scoperse uno de' più arditi tentativi di diserzione; altri ne seguirono in Acqui a Lodi ec: — Cotanti ostacoli imperversando senza posa, sforzavano le menti a cercare la origine del male, senza fidar troppo in rimedii indiretti ed insufficienti. La vera e principalissima cagione, come abbiam sempre detto, era Roma e l'occupazione francese.

In Roma v'era Francesco II ospitato dal papa. Ormai era fuori di dubbio che dall'ex-re emanasse tutta l'artificiale agitazione infestante il napoletano, e che il governo pontificio appoggiasse sfacciatamente i movimenti del brigantaggio. Il gabinetto italiano ch'era già in possesso di documenti eloquentissimi comprovanti tali fatti, a cui faceva eco la testimonianza generale delle persone, credè venuto il tempo d'insistere più tenacemente in dimandare l'allontanamento del caduto sovrano delle Due Sicilie alla Francia, che sotto la sua bandiera indirettamente il ricovrava.

Le rimostranze della Francia verso il governo papale fossero amichevoli o minacciose, destituite com'erano di sanzione, riescivano naturalmente vuote di effetto... Un sacrificio s'imponeva ai preti e speravasi dalla loro virtù e abnegazione?... Era follia; vani sogni d'infermo!... Anzi l'effetto di tali dimande, all'inverso confermavano l'ostinazione ingagliardendola; sfregiavano l'impotente mediatrice; estendevano l'interpretazione sulla infallibilità pontificale; davano agio alla proterva corte romana di lottare contro la quasi universale opinione, ingerendo confusioni stranissime di attinenze; canonizzavano infine il trionfo delle passioni e dell'odio clericale verso l'indipendenza e la libertà.

Quale più luminoso esempio di una nuova allocuzione tenuta dal papa, nella quale osavasi ribadire con istraordinaria veemenza che la colpa e la responsabilità di tutte le sventure italiane, della fede, e della Chiesa dovevano addebitarsi alle innovazioni politiche. Spesso notammo le parole del pontefice: ora affinché possa istituirsi il confronto di una recrudescenza sempre crescente senza remissione, trascriviamo a piè di pagina alquaute espressioni, dalle quali apparisce con quanta pertinacia si sostenesse dalla corte di Roma la malintesa immobilità delle sue massime, anche in materia politica. ( [23])

Non istimo ben fatto chiudere il periodo di quest'anno,1861 senza una chiara esposizione degli estremi in che versavano le condizioni italiche, massime, rapporto a quelle delle provincie meridionali per la presenza del brigantaggio.


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XXIX

La Francia ogni di più mostrava la sua impotenza o per lo meno una volontà restia in dare soddisfazione ai reclami continui degli italiani su Roma: non v'era altro mezzo, adunque che l'Italia ripiegasse sopra se stessa, e gittasse il fondamento di un edifizio proprio, cominciando dall'amicarsi l'opinione dell'Europa e del mondo.

Questa base, di conserva cogli eventi avvicendantisi, era la sola che potesse aprire sode lusinghe nel futuro, posto che il presente non fosse in suo potere.

Se una sillaba dovesse togliersi ad un celebre documento che in proposito fu compilato dall'ottimo presidente del consiglio barone Ricasoli, diretta a tutte le potenze, crederei fare ingiuria alla verità, alla esattezza de' giudizi, alla evidenza delle conchiusioni: anzi un documento cotanto autorevole sarà norma al criterio de lettori, e avvalorerà potentemente le mie espressioni, corregendone l'esagerazione ove per avventura io vi fossi incorso, o supplendone il difetto. Riporto le parole del ministro cogl'incidenti che ne conseguirono:

«Illustrissimo signore,

«Nel dispaccio circolare, ch'ebbi l'onore d'indirizzare ai rappresentanti di S. M. all'estero, io accennava ai turbamenti ed alle difficoltà che s'incontravano nelle provincie meridionali del regno, e protestando di non volerli dissimulare né attenuare, io esprimeva la speranza che quelle provincie scaldate al sole della libertà sarebbero tosto sanate dei loro mali, ed avrebbero aggiunto forza e decoro all'Italia a cui appartengono.

«Nessuna cagione è sorta di nuovo a scemare le speranze che il Governo del Re giustamente ripone nel vigore dei provvedimenti presi all'uopo e nel patriottismo di quelle popolazioni; ma poiehè appunto il brigantaggio onde sono desolate quelle provincie, sentendosi stretto più da vicino, ha raddoppiato i suoi sforzi, e più potente è divenuta la cooperazione dei suoi ausiliatori (che ormai nessuno ignora chi e quali si sieno) e si sono commessi in questi sforzi, che giova credere estremi, atti di ferocia che dovrebbero esser ignoti al nostro tempo e alla nostra civiltà, ai quali è bisognato opporre per dura e deplorata necessità una repressione proporzionata; quindi i nostri nemici hanno tolto argomento per gridare più alto contro l'oppressione che il Piemonte, come essi dicono, fa pesare su quello sfortunato paese, strappato colle insidie e colla forza ai suoi legittimi dominatori, ai quali brama tornare anche a prezzo di martirii e di sangue.

«Alle maligne asserzioni dei nostri nemici si aggiungono, ne duole il dirlo, le parole meno caute d'uomini onorevolissimi e schiettamente per antico affetto e per profonda convinzione italiani, che vedendo protrarsi nelle povincie napolitane una lotta funesta, inclinano a credere che la unione di esse all'Italia sia stata fatta inconsultamente, e che quindi si abbia da ritenere sino a nuovo e più certo esperimento come non avvenuta.

«Noi non potremmo mai accettare il punto di vista di questi ultimi, dei quali non mettiamo in dubbio né il patriottismo né le rette intenzioni; poiché né possiamo dubitare della legittimità e dell'efficacia del plebiscito, mediante il quale quelle provincie si dichiararono parte del Regno italiano, né la nazione può riconoscere, in alcuna parte di sè, il diritto di dichiararsi separata dalle altre ed estranea alle loro sorti. La nazione italiana è costituita, e tutto che è Italia le appartiene.

«In questo stato di cose e di opinioni, pertanto, reputa opportuno il Governo del Re che i suoi rappresentanti all'estero siano messi al fatto delle vere condizioni delle provincie napoletane, con quelle considerazioni che loro giovino a rettificare i meno esatti giudizi che i lontani potessero formarsi su quelle.

«In ogni luogo, dove per forza di rivoluzione si venne a cambiare la forma di governo e la dinastia regnante, sempre rimase superstite per un tempo più o meno lungo un lievito dell'antico a perturbare gli ordini nuovi, che non si potè eliminare dal corpo della nazione se non a prezzo di lotte fratricide e di sangue.

«La Spagna, dopo 30 anni, non ha per anco rimarginate le piaghe delle guerre civili che ogni poco minacciano di riaccendersi; l'Inghilterra, dopo che ebbe ricuperato cogli Orange le sue libertà, dové lottare per quasi cinquant'anni cogli Stuardi, che poterono correre talora il territorio della Scozia fin presso le porte di Londra; la Francia, mentre sacrificava alla paura della Federazione i Girondini, devastava Lione, si funestava di stragi, era poi lacerata nella Vandea, che appena vinta da una guerra guerreggiata e sanguinosa sotto la repubblica, riprendeva le armi nei cento giorni, le riprendeva contro la Monarchia di luglio.

«E nonpertanto niuno dubitò mai per queste difficoltà dell'avvenire della Spagna, dell'Inghilterra, della Francia, né osò negare il diritto della repressione nei Governi costituiti e consentiti dalla gran maggioranza della Nazione, né considerò la resistenza armata al suo volere se non come una ribellione alla sovranità nazionale, benché questa ribellione avesse eserciti ordinati, generali valorosi ed esperti, possedesse città e territori dove esercitava dominio e fossero necessari a domarla la guerra regolare e gli scontri in giornata campale.

«Voi non potete non aver notato, o signore, l'immensa differenza che passa fra il brigantaggio napoletano e i fatti sovraccennati.

«Non si può a quello far neppure l'onore di paragonarlo con questi; i partigiani di Don Carlos, i seguaci degli Stuardi, i Vandeisti, i quali finalmente combattevano per un principio, si terrebbero per ingiuriati se venissero posti in comparazione coi volgari assassini che si gettano su vari luoghi di alcune provincie napoletane per amore unicamente di saccheggio e di rapina.

«Invano domandereste loro un programma politico, invano cerchereste fra i nomi di coloro che li conducono, quando hanno alcuno che li conduca, un nome che pur lontanamente si potesse paragonare con quelli di Cabrera o di Larochejacqueleiu o anche solamente del Curato Merino, di Stomet o Charrette.

«Dei generali od ufficiali superiori rimasti fedeli al Borbone, neppur uno ha osato assumere il comando dei briganti napoletani e la responsabilità dei loro atti.

«Questa assoluta mancanza di colore politico, la quale risulta dal complesso dei fatti e dei procedimenti dei briganti napoletani, à anche luminosamente attestata dalle corrispondenze officiali del consoli e vice consoli inglesi nelle provincie meridionali, testé presentate dal Governo di S. M. Britannica al Parlamento; sulle quali mi permetto di richiamare l'attenzione delle S. V., specialmente sul dispaccio 12 giugno del signor Scaurin dalla Capitanata e su quello del signor Bonham 8 giugno, che specificatamente dice:

«Le bande dei malfattori non sono numerose a quanto sembra, ma non sono diffuse per tutto, per tutto si parla dei loro atti feroci, spogliando i viaggiatori e i casali, tagliando i fili elettrici e talvolta incendiando i raccolti.

«L'antica bandiera borbonica è stata in alcuni luoghi rialzata, ma certo è che il movimento non è per nulla politico, ma solo un sistema di vandalismo agrario preso come professione da gran parte delle truppe sbandate che preferiscono il saccheggio al lavoro.

«Il brigantaggio napoletano pertanto può ben essere uno
strumento in mano della reazione che lo nutre, lo promuove e lo paga per tenere agitato il paese, mantenere vive folli speranze e ingannare l'opinione publica d'Europa; ma quanto sarebbe falso il prenderlo come una protesta armata contro il nuovo ordine di cose, altrettanto sarebbe inesatto il dargli, sulla fede delle relazioni dei giornali,l'importanza e l'estensione che gli si attribuisce.

«Le provincie, che formavano il regno di Napoli, si ripartiscono in 4 grandi naturali divisioni, gli Abbruzzi, le Calabrie, le Puglie, e finalmente il territorio verso il Mediterraneo, in mezzo a cui siede Napoli.

«Nelle Calabrie, che comprendono tre provincie, non vi è vero brigantaggio, ma solo alcuni furti e aggressioni, che in niun tempo si poterono da quei luoghi estirpare; in condizioni analoghe è la Basilicata prossima ed in gran parte montuosa.

«Nelle tre Puglie non havvi brigantaggio organizzato in bande; lo stesso dicasi degli Abruzzi, dove non s'incontrano se non briganti sparpagliati, colà rifuggiti dalle provincie di Molise e di Terra di Lavoro.

«Il vero brigantaggio esiste nelle provincie che sono intorno a Napoli, ha per base la linea del confine pontificio, tiene le sue forze principali nella catena del Matese che divide Terra di Lavoro da Molise, e di là poi si getta su quelle due provincie e in quelle di Avellino, di Benevento e di Napoli, distendendosi lungo l'Appennino fino a Salerno, e perdendo sempre più d'intensità quanto più si discosta dalla frontiera romana, dove si appoggia e dove si rinforza d'armi, d'uomini e di danaro.

«Cinque sole pertanto delle 15 provincie, onde si componeva il regno di Napoli, sono infestate dai briganti.

«Nè già costoro occupano quelle provincie, né hanno sede in alcuna città o alcuna borgata, ma vivono in drappelli sulle montagne, di là piombano alla preda sui luoghi indifesi, mai non osarono attaccar nemmeno una città di terz'ordine, mai non osarono attaccar un luogo custodito da truppa, per quanto scarsa si fosse: dove arrivano, se non incontrano resistenza, liberano i malfattori dalle carceri, e ingrossati da questi e dai villani, per antica abitudine usi a cosiffatte fazioni, rubano, saccheggiano e si rinselvano.

«Il brigantaggio quale oggi è esercitato nel napoletano non è pertanto una reazione politica né è cosa nuova.

«Egli è il frutto delle guerre frequenti e continue colaggiù combattute, delle frequentissime commozioni politiche, delle rapide mutazioni di signoria, del malgoverno continuo.

«Il brigantaggio desolò quelle provincie durante il viceregno spagnuolo ed austriaco sino al 1734, né cessò regnando i Borboni e poi Giuseppe Napoleone e Murat.

«La S. V. non ignora quale celebrità infame acquistassero nel breve periodo repubblicano del 1799 i nomi di Prono e di Rodio negli Abruzzi, contro il primo dei quali fu mandato con un esercito il general Dumesme; il nome di Michele Terra soprannominato Fra Diavolo nella Terra di Lavoro, il nome di Gaetano Mammone nella provincia di Sora.

«Durante il regno di Giuseppe Napoleone e di Gioachino Murat sino al 1815, il brigantaggio mostrossi tanto audace e terribile, che si reputò necessario mandare a sperperarlo nelle Calabrie il generale Manhes con poteri illimitati.

«Non ignora la S. V. come largamente ne usasse il generale, perché non è molto che i provvedimenti e gli atti suoi più che severi furono, con quella buona fede che soglieno i partiti vinti allorché hanno una cattiva causa a difendere, attribuiti e imputati a biasimo del Governo dei re.

«I Borboni restaurati presero altra via per distruggere il brigantaggio di cui si eran valsi e che ora si riconoscevano impotenti a reprimere.

«Il generale Amato venne a composizione colla banda Vardarelli che infestava le Puglie, e pattuì con essa non solamente perdono ed oblio, ma che fosse tramutata con larghi stipendii in una squadra di armigeri al servizio del Re, al quale presterebbe giuramento. Fermati questi patti, la banda venne in Foggia per rassegnarsi, e quivi, da generale fatta circondare, fu a fucilate distrutta.

«Il brigante Tallarico ebbe da Ferdinando II, perché cessasse le aggressioni e si ritirasse in Ischia, dove ancora vive, non solo grazia piena ed intiera, ma più 18 ducati al mese di pensione.

«Il brigantaggio dunque trae nelle Provincie Napoletane ila sua ragione d'essere dai precedenti storici e dalle abitudini del paese, senza contare il fomite dei rivolgimenti politici, ai quali si aggiungono nel nostro caso particolari cagioni.

«Io non insisterò nel mal governo che i Borboni fecero delle provincie meridionali; non sarà più severo dei rappresentanti delle Potenze europee al Congresso di Parigi nel 1836, che lo citarono in giudizio come barbaro e selvaggio innanzi all'Europa civile, né dell'onorevole Gladstone che al cospetto del Parlamento britannico lo chiamò negazione di Dio; io dirò solo che il Governo borbonico avea per principio la corruzione di tutto e di tutti, così universalmente, così insistentemente esercitata, che riesce meraviglioso come quelle nobili popolazioni abbiano un giorno trovato in sé stesse la forza di liberarsene.

«Tutto ciò che nei governi mediocremente ordinati è argomento a rinvigorire, disciplinare, moralizzare, in quello era argomento d'infiacchire e depravare.

«La polizia era il privilegio concesso ad una congrega di malfattori di vessare o taglieggiare il popolo a loro arbitrio, purché esercitassero lo spionaggio per conto del governo; tale era la camorra.

« L'esercito, salvo eccezione, si componeva di elementi scelti con ogni cura, scrupolosamente educato da gesuiti e da cappellani nella più abietta e servile idolatria del Re e nella più cieca superstizione: nessuna idea dei doveri verso la patria: unico dovere difendere il Re contro i cittadini, considerati potenzialmente come nemici di lui, e in continuo stato di almea pensata ribellione.

«Che se questo venisse all'atto,l'esercito sapeva che la vita e le sostanze dei cittadini gli appartenevano, e che avrebbe agio di sfogare gl'istinti feroci e brutali, e tutte le cupidigie che si coltivavano nell'animo suo.

«Del resto, nessuno di quegli ordini che mantengono la disciplina e danno al soldato lo spirito di corpo ed il sentimento del suo nobile ufficio, della sua importanza, della sua dignità: non si affezionava al paese; bastava fosse ligio al re, che per guadagnarselo non risparmiava le più ignobili piaggerie.

«Erano centomila, ben forniti d'armi, di danaro, possessori di fortezze formidabili e d'infiniti mezzi di guerra; eppure non combatterono, e cedettero sempre innanzi ad un pugno di eroi che ebbe l'audacia di andarli ad affrontare; reggimenti, corpi interi d'armata si lasciarono prender prigionieri.

«Si credè che gente che non combatte non farebbe mai dei soldati nel vero,senso della parola, e dei soldati d'Italia specialmente: ebbero facoltà di tornare alle case loro, e si sbandarono: ma avvezzi agli ozii e alle depravazioni delle caserme, disusati dal lavoro, ripresero con egual ferocia ma con più viltà, le tradizioni di Mammone e di Morra e si fecero briganti.

«Se nelle loro atroci imprese portano talora la bandiera borbonica, egli è per un resto di abitudine, non per affetto.

«Si disonorarono non la difendendo, ora la disonorano facendone segnacolo agli assassinii ed alle rapine.

«Per tal modo si è formato il brigantaggio napoletano, e di tali elementi si recluta: a questi si aggiungono i facinorosi, i fuggiti dalle galere, di tutto il mondo, gli apostoli e i soldati della reazione europea convenuti tutti allo stesso punto perché sentono che ora si giuoca l'ultima loro posta e si combatte la ultima loro battaglia.

«E qui mi duole o signore, che la necessità di far compiuta questa esposizione, mi costringa a ricordar persone, il cui nome, come cattolico e Italiano, non vorrei aver mai da pronunziare se non per cagione di riverenza e di ossequio. Ma non posso né debbo tacere che il brigantaggio napoletano è la speranza della reazione europea, e che la reazione europea ha posto la sua cittadella in Roma.

«Oggi il Re spodestato di Napoli ne è il campione ostensibile, e Napoli l'obbiettivo apparente.

«Il Re spodestato abita in Roma il Quirinale, e vi batte moneta falsa, di cui si trovan forniti a dovizia i briganti napoletani, l'obolo carpito ai credenti delle diverse parti d Europa, in nome di San Pietro, serve ad assoldarli in tutte le parti d'Europa: a Roma vengono ad iscriversi pubblicamente, a prender la parola d'ordine e le benedizioni, con cui quegli animi ignoranti e superstiziosi corrono più alacremente al saccheggio, alle stragi: da Roma traggono munizioni ed armi quante, ne abbisognano: sui confini Romani col Napoletano sono ì depositi e i luoghi di ritrovo e di rifugio per riannodarsi e tornare rinfrescati alla preda.

«Le perquisizioni e gli arresti fatti in questi giorni dalle forze francesi non ne lasciano più dubbio: l'attitudine ostile, le parole dette anche in occasioni solenni da una parte del clero, le armi, le polveri, i proclami scoperti in alcuni conventi, i preti e i frati sorpresi tra le file,dei briganti nell'atto di compiere le loro imprese, fanno chiaro ed aperto d'onde vengano ed in qual nome gli eccitamenti.

«E poiché qui non vi hanno interessi religiosi da difendere, e quando pur vi fossero, né con tali armi, né da tali campioni, né con questi modi si potrebbe tollerare che fossero difesi; è manifesto che la complicità e la connivenza della Curia Romana col brigantaggio Napoletano deriva da solidarietà d'interessi temporali, e che si cerca di tener sollevate le provincie meridionali ed impedire che vi si stabilisca un governo regolare riparatore di tanti mali antichi e nuovi, perché non manchi in Italia l'ultimo sostegno del Principato del Papa.

«Noi abbiamo fiducia che di qui debba trarsi un nuovo ed efficace argomento per dimostrare all'evidenza che il potere temporale non solamente è condannato dalla logica irresistibile del principio di unità nazionale, ma si è reso incompatibile colla civiltà e colla umanità.

«Ma quand'anche si volesse concedere che il brigantaggio napoletano fosse d'indole essenzialmente politica, dovrebbero pur sempre trarsene conseguenze opposte a quelle che vorrebbero i nostri nemici.

«Primieramente non si può dedurre argomento alcuno dalla sua durata: non si deve perder vi vista che alle nostre forze non è dato di poter circondare da ogni lato i briganti, come sarebbe necessario per distruggerli compiutamente; poiché, battuti e dispersi sul suolo napoletano, hanno comodo rifugio nel prossimo e contermine Stato Romano, dove con tutta sicurezza rifanno nodo, e natorati di nuovi aiuti di là ripiombano alle usate devastazioni.

«Si deve pur considerare che la natura del suolo, per lo più montuoso e non intersecato da strade praticabili, mentre favorisce gl'improvvisi assalti, porge facilità agli assalitori di sparpagliarsi prestamente e nascondersi.

«Nè per ultimo si deve dimenticare che nonostante le condizioni eccezionali di Napoli, vi sono rimaste in vigore le franchigie costituzionali, e che quindi. il rispetto alla libertà della stampa, all'inviolabilità del domicilio, alla libertà individuale, al diritto di associazione impedisce che si proceda a repressioni sommarie e subitanee.

«Il che fornisce in secondo luogo un argomento in favor nostro, poiché quelleguarentigie potrebbero alienare e sollèvare contro il governo italiano le popolazioni, se veramente le popolazioni meridionali fossero avverse all'unità d'Italia. Eppure quali sono le provincie, quali le città, quali i villaggi che si sollevino all'appressarsi di questi nuovi liberatori?

«Vive forse il Governo in diffidenza delle popolazioni e comprime i loro sentimenti col terrore? Si vegga la stampa napolijana; si potrà accusarla che volga piuttosto alla licenza di quello che si astenga dal trattare come le piace della cosa pubblica.

«Il Governo ha armato il paese nella Guardia nazionale, il Governo ha fatto appello per volontari arruolamenti, e il paese ha larghissimamente risposto all'appello, sicché parecchi battaglioni si sono già potuti ordinare e mobilizzare.

«E guardie nazionali, e guardie mobili, e volontari, e villici e borghesi corrono ad affrontare briganti e non di rado vi mettono la vita; e in quei frangenti le differenze d'opinione spariscono, e le diverse frazioni del partito liberale si stringono al Governo; sicché le forze regolari e le cittadine non hanno da contare una sconfitta.

«E in più di un anno, fra tanti mutamenti, nel pieno esercizio di una libertà nuova e larghissima, Napoli; questa immensa città di 500 mila abitanti, non ha sollevato mai un grido di disunione; non ha lasciato estendersi né compiersi neppure una delle cento cospirazioni borboniane che vi sono ad intervalli nate e morte.

«Io penso che dal complesso di questi fatti possa la Signoria Vostra farsi chiaro il concetto che il brigantaggio napoletano non ha indole politica: che la reazione europea annidata e favorita in Roma lo fomenta e lo nutre cogli interessi dinastici del diritto divino, in nome del potere temporale del Papa, abusando della presenza e della tutela delle armi francesi colà poste a guarentigia d'interessi più alti e più spirituali; che le popolazioni napoletane non sono avverse all'unità nazionale, né indegne della libertà, come si vorrebbero far credere.

«Vittime di un reggimento corruttore, non dobbiamo dimenticare che esse diedero gli eroi ed i martiri del 1799, e che si trovarono pronte nell'ora della nuova rigenerazione a prender posto accanto agli altri loro fratelli d'Italia.

«Ciò che la civiltà e l'umanità del secolo non possono tollerare si è, che queste opere di sangue si preparino nella sede e nel centro della cattolicità, colla connivenza non solo, ma col favore dei ministri di chi rappresenta in terra il Dio della mansuetudine e della pace.

«Le coscienze veramente religiose sono indignate dell'abuso che per fini meramente temporali si fa delle cose sacre: le coscienze timorose sono gravemente perturbate vedendo crescere la discordanza fra i precetti dell'Evangelo e gli atti di chi deve interpretarlo e inseguirlo.

«Roma, procedendo nella via sulla quale si è messa, pone a repentaglio gli interessi religiosi e non salva i mondani.

«Tutti gli animi onesti ne sono ormai profondamente convinti, e questa universale convinzione faciliterà molto il compito indeclinabile del Governo italiano, che è quello di restituire all'Italia ciò che appartiene all'Italia, restituendo In pari tempo la Chiesa nella sua libertà e nella sua dignità.

«Gradisca la S. V. le nuove proteste della mia distintissima considerazione.

«RICASOLI.

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Il giornale officiale di Roma intese pungersi vivamente dalla eloquente pittura del ministro italiano, e per evadere la forza degli argomenti e de' fatti, affettò impugnare gli strali del disprezzo in questi termini:.

«Molti giornali esteri hanno publicato la circolare del Sig. barone Ricasoli ai suoi agenti diplomatici.

«Noi ci asteniamo dal qualificare questo documento sul quale tutte le persone oneste di Europa hanno già portato il loro giudizio.

«Ci limitiamo a dichiarare che quanto dal ministro sabaudo si asserisce riguardo all'attitudine della santa sede, in mezzo alle difficoltà d'ogni genere, cui è stata ridotta dallo spoglio il più iniquo e il più ingiusto per fatto del Piemonte, è una vera calunnia.

«Non crediamo della nostra dignità di entrare in particolari per provare la falsità di quanto si è cosi impudente. mente affermato in quel documento. Ci contentiamo solo di fare appello alla lealtà de' rappresentanti delle potenze europee accreditati presso la S. Sede, ed alla lealtà dell'armata francese stanziata nello stato pontificio, la quale più specialmente ha avuto continue occasioni di costatane la falsità delle Insinuazioni contenute nel documento del Sig. barone. »

L'impudenza del diario ufficiale ispirato dall'Antonelli osava niegare fatti che splendevano più della luce meridiana.

Esso appoggiavasi sul difetto di una prova giuridica, e sfidava così con fronte di ferro la generale riprovazione destata dagli aperti maneggi, con che direttamente e indirettamente la polizia fomentava il brigantaggio.

Nè fu solo l'Antonelli che adontossi delle argomentazioni del Ricasoli, Francesco II se ne commosse anco più fieramente.

Egli non reputò indegne di risposta le paròle del ministro; anzi dalla forza del suo raziocinio sentivasi vivissimamente compunto; la virulenza medesima con che l'ex-ministro del Borbone attaccava la circolare diretta agli esteri rappresentanti, n'era evidentissima prova.

Non vuò indiscretamente costringere il lettore in percorrere un troppo prolisso documento, e mi limiterò a compendiarne il sunto.

L'esordio di questa specie di memorandum alle potenze è quasi il riepilogo della risposta. Ivi qualificavasi la circolare «un vergognoso tessuto di menzogne»

«Francesco II respinge sdegnosamente l'abuso della vocebrigantaggio, che per esso è definito invece una riscossa del popolo delle Due Sicilie contro gli oppressori piemontesi.

« I briganti son definiti a Bande d'insorti che marciavano dapertutto sotto la bandiera realista con disciplina militare, a attaccando e difendendosi militarmente; abbattendo nelle città, ch'esse occupano lo scudo di Savoja, i ritratti di Vittorio Emanuele e di Garibaldi, per sostituirvi gli emblemi e le effigie dei loro sovrani legittimi, per cui è impossibile disconoscere il principio politico che professano e pel quale si battono.

Rigetta quindi i rapporti di agenti inglesi, dicendoli « di spirito ostile e, di data remota» citandone invece del proprio colore.

Dice che le provincie tutte napoletane e sicule insorsero generalmente, e che la loro agitazione non riferivasi altrimenti al favore verso le innovazioni del governo italiano; ma bensì «alla manifestazione di un principio di ordine, per una resistenza attiva contro l'invasione straniera e pel sentimento nazionale che trascina il villico come il borghese.»

Dell'armata borbonica vanta la fedeltà dei pochi; i molti rammenta aver defezionato per «tradimento» diversamente «non per mancanza di coraggio sarebbesi resa impotente contro gli attacchi della rivoluzione.»

Impugna vivamente la viltà addebitata da Ricasoli a parte dello sbandato esercito borbonico; egli la ritorce su i generali e su gli uffiziali che lasciarono adescarsi dal danaro e dalle onorificenze offertegli dal Piemonte.

Querelasi della soperchieria commessa dalle autorità italiane riguardo ad altri soldati e condottieri, i quali non sarebbero mancati «se i proconsoli piemontesi, nella loro paura non li avessero tutti arrestati, meno poche eccezioni, e spediti in Genova Alessandria e Fenestrelle senza forma di processo.»

Passa ora il redattore del memorandum ad inveire acremente contro pretesi vantaggi apportati all'Italia politicamente rigenerata, ed ecco come rigetta l'altro veleno, di che ribocca nell'anima.

«Sanguinosa derisione è quella della circolare piemontese, laddove parla dei benefizi della libertà e della grandezza, di cui questa parte meridionale dell'Italia può andare altiera!

«Il signor Ricasoli finge ignorare persino la topografia delle provincie napolitano, e volendo restringere a qualche provincia l'insurrezione che è generale, dichiara ch'essa non esiste che in quelle che confinano colle frontiere romane.

«Nello stesso tempo dice che negli Abruzzi il brigantaggio è minore, di guisa che pel signor Ricasoli gli Abruzzi hanno cessato di trovarsi alle frontiere degli stati del santo padre. Eppure queste provincie furon le prime ad opporre resistenza alla invasione.

«Fu là che comparvero le prime bande armate, che obligarono i generali piemontesi a capitolare; e se in seguito si sciolsero, fu dietro gli ordini parecchie volte ripetuti dal loro re al suo uscire da Gaeta. ( [24])


«Lasci una volta il signor Ricasoli cader la sua maschera, e comandi all'Europa cattolica di cedergli la sede del papato per fondare in sua vece un nuovo proselitismo, che col mezzo della dissoluzione sociale ci condurrebbe all'annientamento delle tradizioni del cattolicismo; ma non ci venga a parlare di depositi di armi nascosti in Roma, di cospirazioni, di arruolamenti, di segrete spedizioni, di rinforzi agl'insorti napolitani.

«Il territorio romano non è tanto popolato da potervi far delle leve; sono invece gli abruzzesi che vengono, durante l'inverno, ad abitare quelle contrade.

«Parecchie volte la sorveglianza francese volle assicurarsi se presso le frontiere non vi fossero degli agenti arruolatori; ed il risultato di queste investigazioni, compresevi le inchieste circa gli ultimi arresti, di cui il Ricasoli mena tanto rumore, fe' certo che le persone che frequentavano queste contrade, non facevano che attendere ai loro affari industriali; donde la loro immediata liberazione, e noi non esitiamo appellarci. alle stesse truppe francesi per testimoniare la lealtà del gogerno del S. Padre e di S. M. il re ( [25]).


«Francesco II deve troppa riconoscenza al padre de' fedeli perch'egli voglia aumentare le amarezze che turbano. la sua pace.

«Allora quando S. M. il re arrivava a Roma dopo la caduta di Gaeta, diede ordini per le piazze di Civitella del Tronto e di Messina e per lo scioglimento delle bande armate. Il re attinse la forza di dare questi ordini nello stesso amor potente pel suo popolo, che, nove mesi avanti, gli fece armare il braccio de' suoi soldati nella capitale della Sicilia, e sgombrare Palermo nel punto, in cui le bande garibal«dine erano vicine a soccombere alla Fieravecchia, e che tre mesi dopo gli consigliò di lasciar Napoli senza trar colpo, non per cederla al nemico; ma per risparmiarle le terribili conseguenze della guerra che andava a continuare altrove.

«S'egli avesse voluto spingere il suo popolo ad una lotta disperata, quando Gaeta resisteva ancor gloriosamente, l'avrebbe fatto ( [26]).


«Il re delle Due Sicilie è pertanto altiero della unanime e spontanea manifestazione del suo popolo, e comprende il suo dovere di proteggerlo e difenderlo dal punto che ne sarà in potere, mentre ch'ei si attiene al diritto, che viene a lui ed alla sua dinastia dalla legittima successione e dalla volontà così generalmente unanime del sud popolo ed espressa in modo tanto diverso da quel menzognero plebiscito che seguì, ma non precedé l'invasione piemontese, di cui l'Europa ora conosce gl'indegni raggiri.

«Quindi egli è sempre deciso di accorrere, allorché lo crederà necessario e nel modo che giudicherà convenevole; è per lui un dovere ed un diritto; ma non mai entrò in pensier suo di fare d'una terra ospitale la base delle sue a militari operazioni. Egli invece stimò della maggiore importanza di non dare appiglio alcuno a questo sospetto.

«Ora in risposta al barone Ricasoli che niega lo scopo politico nell'azione delle bande brigantesche, il causidico di Francesco IL sostiene per opposto l'argomento contrario ed
asserisce che quelle agirono per ispirito proprio senza dipendenza da Roma.

È, senza dir altro curioso, l'udire parlar di scopo politico nella persona del capraro Crocco, del guardaboschi Chiavone, de' masnadieri, Pilone, Ninconanco, del Boja ed altri siffatti banditi, evasi di galera, e fuorusciti «o sono uomini che si battono per uno scopo politico (segue l'acre scrittore) ed allora essi sono mossi dall'amor di patria e del loro re, di cui alzano la bandiera; o sono invece banditi ed allora non potrebbero né vorrebbero certamente dipendere da Roma.» ( [27])


Eccoci alla retorsione dell'argomento le atrocità non s'impugnano in genere, ma in ispecie si niega che debbano attribuirsi alla insurrezione: anzi se ne fanno imputabili i piemontesi.

«L'Europa intiera (ivi si ba) ha dovuto fremere al racconto delta distruzione di città intere, come Auletta e Montefalcione; sono ancora fumanti le rovine di Pontelandolfo, San Marco, Casalduni, Rignano, Viosti, Spinelli, ed altre, ove i piemontesi fecero perire donne, fanciulli, vecchi e malati, e commisero alti di brutalità che il pudore vieta ripetere. » ([28] )

— Non va immune da censura il governo rivoluzionario per gli abusi commessi nel paese, e specialmente per aver adottato come propri sicari i camorristi «che il governo del re teneva separati dagli altri nelle prigioni, dei quali la rivoluzione ha voluto fare una istituzione nazionale.» ( [29])


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NOTE

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[1] Di questo assassino si è parlato alla pagin. 268 vol. I Per formarsi idea esatta della sua abilit à e della sua dottrina riporto un suo autografo, che anche i giornali riprodussero. Nell'accusare il ricevimento di ducati trecento sessanta ad un tal Luigi Del Bene agente del principe Doria in Venosa esprimevasi cose:

« Il Generalo si ha preso dalla gento D. Luigi del Beno del pringipi Dorio Docati trecento sessanta, perché servono per i miei soldati.»

«Il Generale Carmini Donatello Crocco»

[2] «La reità di costoro non è contestabile; imperocehè risulta da sentenze dello stesso governo borbonico precedente.»

[3] Ecco la lettera colla quale Crocco credè poter tentare il Bachicchio, datata da Melfi dove or ora vedremo giungere i briganti.

[4] Se la bufera che in gran parte determinò per noi la vittoria di Solferino, fosse stata propizia agli austriaci, i poveri italiani, ei loro compagni d'arme francesi non avrebbero più trovato dove ascondersi dalle sante ire de' sacerdoti interpreti del Dio degli eserciti che ava combattuto visibilmente per la causa giusta.

Invece mai provvidenziale favore mostross più benigno agli italiani se non in quel giorno supremo.

[5] A fine di non ismarrir di vista l'indole veradel brigantaggio, che si è voluto chiamar politico, ma che inveceè peggiore d'assai del brigantaggiocomune, in quantoché è in certa guisa legittimato e incoraggito. sotto il velo di partigiani, ho reputato ottimo undocumento sommarioriportato da Marco Monnier, sul brigantaggio pag. 85 nel quale riferendo officialmente fatti, che io avea notati semplicemente, mi è sembrato dare maggior peso e autenticit à alla narrazione, notandoli nel linguaggio stesso officiale. Si rapportano questi al mese diLuglio nella provincia di Foggia, e sono notati nel modo seguente.

1 luglio.  Casalnuovo. Assassinio commesso dai briganti sopra due individui di Casalvecchio nella fattoria chiamata Finocchito.

1 luglio. - Casalvecchio. Una banda di briganti imponeva aGiuseppe Antonio d'Alessio di pagare 2000 ducati, aPasquale D'Elisi 6000, a Gennaro Cono 600, a Francesco d'Ondes 500, a Giuseppe Ferrecchia 200, con minaccia di bruciare le loro messi, se queste imposizioni non sono pagate: dal sindaco esigono abiti 3000 ducati sotto pena di bruciare le sue messi e quelle del suo fratello.

3 luglio. - Sansevero. Tre briganti rubano un cavallo a un mercante di bestie, dopo di che svaligiano un cocchiere.

3 luglio. - Torre maggiore. I briganti uccidono tre giumenti a Tommaso Pensano e ne feriscono un altro. Impongono a Stefano Cataldo per la somma di 400 ducati; bruciano dell'avena e della paglia, molti fieni e molti grani in un possesso denominato Ripalta.

3. luglio. - Sansevero. Quattro briganti s'impadroniscono di Don Ferdinando Parisi e gl'impongono un riscatto di 60 ducati: lo lasciano in libertà per 30. Lo stesso giorno, nel luogo medesimo, alcuni soldati sbandati rubano dei cavalli e delle armi a D. Paolo del Sordo; e dieci briganti con bandiera bianca impongono a D. Luigi Trotta la somma di 300 ducati, e si contentano di 48, prendendo anche un fucile. Finalmente sei briganti rubano un fucile ed altri oggetti a Don Antonio Gelanio.

5 luglio. - Serracapriola. 24 briganti rubano un cavallo à Pasquale Carica.

5 luglio. - Bovino. Sei briganti prendono il fucile a Niccola Toldo, milite nazionale.

6 luglio. Biccari. Cinque briganti rubano a Lorenzo Goduti, in una cascina, otto forme di cacio cavallo, e due giumente, traendo colpi di fucile a oltranza.

6 luglio. - Casalvecchio. Orribile brigantaggio: furti, imposizioni forzate, ratti, fucilazioni.

7 luglio. - Torremaggiore. Tre briganti rubano delle bestie a Felice di Pampo, a Pietro Inglese e ad. altri. Tre altri s'impadroniscono di Alfonso Ferrante e gl'impongono una taglia di 3000 ducati.

8 luglio. - Cerignola. Resistenza dei briganti alla forza pubblica.

8 luglio. - Castelnuovo. I briganti s'impadroniscono di un tal Pettinario, e lo lasciano io libertà verso il pagamento. di 236 ducati e di alcuni oggetti di valore.

9 luglio. - Tenimento di Pietra. Una banda s'impadronisce del canonico Don Paolo Leo e lo sottopone al riscatto per somma ignota.

9 luglio. - Torremaggiore. Furto di un cavallo da sella e taglia di 5000 ducati a danno di Don Vincenzo La Medica. Egual fatto avviene a Lucera il giorno stesso con imposte di 4000 ducati, di munizioni e d'armi a carico di Don Tommaso La Medica: più 20 briganti rubano delle bestie a Giuseppe Afontedoro.

10 luglio. - Ischitella. Invasione di briganti in molte case coloniche, saccheggi, porte scassate ec. La Guardia nazionale avvertita si prepara a respingerli.

10 luglio. - Apricena. Riscatto di 1000 ducati imposto a Filippo Fiorentino. I briganti lo lasciano in libertà per 336 ducati e 40 grani.

10 luglio. - Sansevero. Riscatto di 4000 ducati imposto da 9 briganti a Pasquale Patruno, che vien rilasciato per 230.

12 luglio. - Carlantino. Invasione di questa comune per opera de' briganti, i quali fanno cantare un Te Deum. Prendono in seguito un'altra direzione, saccheggiando bruciando ec.

13 luglio. - Castelluccio (Val Maggiore). I briganti assassinano Michele Agresti.

14 luglio, - Sannicandro. Incendio delle raccolte (perdita calcolata a 2000 ducati a danno di D. Eugenio Pisani, che non pagò la somma impostagli dai briganti.

18 luglio. Foggia. Brigantaggio orribile in tutta la provincia; eccessi di ogni sorta.

18 luglio. - Cerignola. Furto di tre giumente a danno del duca di Bisaccia.

19 luglio. - Serracapríola. Assassinio di Aurelio Petroni commesso dai briganti.

20 luglio. - Sansevero. Giuseppe Manuelli, Salvatore Codipietro e altri briganti bruciano le raccolte di D. Francesco De Pasquale, gli rubano i carri e gl'istrumenti da lavoro, per non aver daini ricevuto la somma di ducati 2000, per la quale lo avevano imposto.

22. luglio. - Sannicandro. Imposizione di 300 ducati a Vincenzo Vocale; non ne paga che 160: i briganti fanno altro bottino.

22 luglio. - Sansevero. Imposizione di 500 ducati a Pa squale Petracchione, il quale non ne paga che 200. Furto di attrezzi di cordami e di danaro per il valore di 2400 ducati sopra quattro barche di Giovinazzo.

22 luglio. - Montesantangelo. Bartolommeo Scarano è assassinato dai soldati sbandati per essersi volontariamente arruolato fra coloro, che reprimevano il movimento reazionario a Vico nell'aprile.

24 luglio. - Torremaggiore. Furto di un 'cavallo a Bocola: imposta di 1600 ducati a D. Pasquale Fasi. I briganti gli uccidono gli armenti nella sua fattoria.

[6] In questi ultimi giorni a Valona (Albania) si è perfino scoperta u!. a cospirazione, diretta, a quanto si sa fin qui, dal general Bosco. Nell'agenzia consolare austriaca fu rinvenuta polvere e gran quantità di fucili, pistole cc:

Il governo turco reso informato da quello italiano, operò una perquisizione, e verificata la flagranza del delitto, arrestò console o agente consolare, alcuni suoi congiunti, il segretario, qualche turco ed un emissario in Messina.

Quale onta pel capo della chiesa cattolica benedicente ai briganti, mentre i seguaci dell' Alcorano e di Maometto, danno esempi di umanit à e di civilt à !!...

Cinquecento Baki-Bouzouks erano stati arruolati per operare uno sbarco in qualche punto della costiera dell' ex- regno, in soccorso de' briganti.

[7] Questo punto potrebbe esser la marina di Bivona al punto denominato Santa Venere, in prossimità di Monteleone, centro delle Calabrie, in una situazione di facile difesa e che è stato sempre il quartier generale di tutte le armate, che hanno fatto operazioni in quel paese. Se Bivona non fosse adattato, si dovrebbe cercare un altro punto che potesse condurre al Monte Aspromonte e ai Piani della Corona. Il principe di Scilla fornirà notizie sulle persone e sui luoghi. (Nota del generale Clary)

[8] Malgrado questa fierezza, i Calabresi sono capaci della massima generosità, purché abbiano che farà con uomini che rispettino la religione e non violino l'ospitalità, la proprietà, e l'onore delle donne. (Nota dello stesso)

[9] Tra la fine settembre e il principio di ottobre comparvero a migliaja nel napoletano e nella Calabrie i due seguenti' proclami destinati a sollevare gli spiriti e disporli a seguire l'impresa di Borjè s, colla missione del quale appunto coincidevano.

Napoletani!

« Quando, or son due anni, l'Italia fu scossa dallo strepito delle armi e delle battaglie pugnale sui campi della Lombardia, un grido unanime risuonò da un capo all'altro della penisola, un voto solo parti da tutti i cuori: affrancarsi dallo straniero. Sventuratamente quel grido e quell'ardente voto furono soffocati dall'ambizione subalpina,che avida d'ingrandimento, slanciò da pria i suoi avventurieri, indi i suoi battaglioni alla conquista di dodici milioni di abitanti. Calpestando le più gloriose tradizioni della Patria, insultando alla fede dei nostri padri, violando il diritto e la santità dei trattati, ha voluto il Piemonte imporsi per signore assoluto di tutta Italia, egli che non è Italiano, se non di nome. I suoi governatori, alla maniera dei proconsoli romani, ne hanno spogliato.

I suoi generali hanno fatte deserte le più belle floride provincie di un regno che aborre la loro violenta signoria.

Stanchi ornai di soffrire, né trovando rifugio che in una lotta disperata, ci siamo abbandonati alla sorte delle armi. Soli e senza ajuti stranieri, ma fidenti nella giustizia della nostra causa, abbiamo esordito una lotta che non sarà senza vantaggio per la nostra indipendenza, per la nostra autonomia. Secondate i nostri sforzi; intentate guerra a quei Drusi delle Alpi; rivendicate i vostri diritti. L'unità è sorgente di servitù, di oppressione, di miseria. Mirate i campi saccheggiati, le città distrutte, i vostri fratelli scannati. Soffrirete ancora pazientemente tante stragi e rovine? Patirete voi più a lungo lo scherno, e lo insulto? Dimenticate forse che nelle vostre vene scorre il sangue più generoso d'Italia? Alle armi adunque alle armi! Si scuota il giogo del. Piemonte che ci opprime, e si rivendichi la nostra indipendenza. Fra oppressi ed oppressori non può esser dubbia la sorte; la nostra causa è giusta, santa: è causa di Dio, né permetterà egli più a lungo il trionfo della tirannide Piemontese. All'armi!

«Se la vittoria ci sorriderà non temano i nostri nemici; noi non saremo crudeli come i loro legionarii, che pria di vincere, gridan guai ai vinti:

Vira la Religione - Viva il Re

Viva l'Indipendenza Nazionale

Segue il manifesto divulgato nelle Calabrie.

« Calabresi

«La vostra patria è oppressa dallo straniero. Il vostro magnanimo Re, figlio della Santa, la giovane ed eroica Consorte e tutta la stirpe di Carlo III, di quel Re che vi riscattò dal servaggio straniero, richiamando a vita la vetusta Monarchia delle Due Sicilie, tutti gl'intrepidi principi di Gaeta. gemono nella terra dell'esilio, deplorando lo strazio che di voi fa lo straniero.

«Pronti tutti i membri della famiglia reale a sacrificorsi per la vostra felicità, essi aspettano con fiducia dal vostro patriottismo, dalla vostra fede, e dal vostro coraggio, degni delle tradizioni dei vostri padri, che hanno sempre respinte le invasioni, che vi leverete come un solo uomo, per iscacciare il crudele invasore del vostro paese, e riacquistare colla indipendenza il vostro legittimo signore.

«Insorgete dunque, fieri e generosi figli delle Calabrie.

Tutto può il vostro coraggio contro coloro che han manomessa la patria, conculcata la religione, violato le vostre donne, saccheggiate le vostre proprietà, e che col ferro e col fuoco vorrebbero consolidare la loro aborrita dominazione.

All'armi, Calabresi! Alzate il vostro grido di guerra, e mostrate. all'Europa, che attonita vi guarda, quanto può il vostro patriottismo e la fede.

Coll'ajuto di Dio io ho la speranza di condurvi alla vittoria, ispirandoci mutuamente quella fiducia che abbiamo nella giustizia della nostra causa.

Viva la Religione - Viva il Re

Viva l'Indipendenza

[10] Codesto ufficiale era statoeffettivamente arrestato. In questo stato egli dichiarò pubblicamente come s'eraimbattuto fra i briganti e come li avesseschivati. La dichiarazione è interessante e ne lascio l'apprezziazione ai saggi lettori. Egli così si esprime: «Trovandomi circa un mese fa in Roma ebbi l'ordine dal generale Clary di partire tosto per Malta, e mettermi alla disposizione del generale spagnuolo Borjès.

«Arrivato a Malta trovai il generale suddetto con altri ufficiali forestieri.

«Pochi giorni dopo fu colà dal Consolato di Napoli noleggiata una nave su cui salimmo e patimmo in numero di 20. Approdati in Calabria e giunti a Precacore, pochi contadini si congiunsero a noi; ma avanzandoci alla vicina città di S. Agata, si fece contro noi una scarica di moschetteria.

«Siccome il capitano Merenda, ajutante di campo del Generale Clarv, ci aveva assicurati a Roma che il generale Borjès avrebbe avuto una spedizione regolare da comandare:

appena mi avvidi dello inganno, e che invece di far parte di questo corpo di esercito, appena potevamo resistere alle popolazioni Calabresi, mentre che gli altri assoldati commettevano atti di brigantaggio specialmente nella Sila; io risolvettí di abbandonare quietamente Borjès, considerando indegno del mio grado il divenir brigante.

«Ad onta dell'opposizione di Borjès mi separai da lui e mi unii ad un tal Giuseppe Carbea. Valicai monti fino che arrivai a Catanzaro, donde m'ingegnai, seguendo la via postale e sempre camminando, d'arrivare insino a Napoli. La notte dormiva sulla terra, lontano dall'abitato onde allontanare ogni sospetto, non avendo meco carte né certificati.

«Quando fui carcerato avevo passato Rogliano e Cosenza dove comperai provvigioni. Ma ad un miglio altro Cosenza fui fermato dalla Guardia Nazionale, e non avendo le carte che mi furono domandate, fui detenuto.

«Tale è la vera storia dell'inganno per cui venni condotto in Calabria, e il modo come venni arrestato.

«Non ho altro da aggiungere.»

Cosenza 15 Ottobre 1861.

ACHILLE CARACCIOLO.

[11] In una lettera ad un suo confidente ecco come Borjès deplora il dannoso temporeggiare che cominciò a verificarsi fin da Marsiglia.

Marsiglia 9 Agosto 1861.

«La causa, il danaro e gli uomini di S. M. vengono qui trattati come una mercanzia. In ciò scorgono una miniera da sfruttare con poca spesa, ed è a questo che bisogna ovviare'. Sarebbe perciò necessario di stabilire una severa controlleria per mezzo del comitato di Parigi. I miei uomini che avrebbero dovuto partire con me direttamente per le Calabrie or fa quindici giorni, giungeranno a Marsiglia domani a sera, per ripartire lunedì alla volta di Malta come semplici passeggieri. Per mettersi in strada non abbisogna alcuno; soltanto vorrei del danaro; che se lo avessi avuto a quest'ora sarei gia partito, ed avrei ottenuto due resultati: quello di trovarmi colà dove avrei fin dà prima dovuto essere, e diminuire l'elenco delle spese che non mancheranno di aumentarsi con questa bella e buona occupazione, in seguito...

«Il signor N che giunge lunedì da Roma, portò seco i mezzi per procurarsi il danaro che desideravamo, e quindi mi fu ordinato di avere in pronto gli uomini. pel tre, onde partire al cinque alle 7 di mattino a bordo di un bastimento inglese, se vi sarà posto!

Che cosa ne dite di tutto questo? Oggi siamo ai due del mese, e non so ancora che somma mi destini. C si circonda di mistero e di dissimulazione; e quando intavolo qualche questione che va dritta allo scopo, si mette al sicuro con delle assurdità, alle quali rispondo con un sorriso, perché tanto sono ridicole, che non meritano una seria discussione.

Partirò senza fucili: preferisco di farli comperare a Malta per diminuire lo scandalo che qui sarebbe prodotto dal nostro armamento.

Questi signori vogliono ottenere grossi vantaggi, senza compromettersi col Piemonte e col loro Imperatore: nulla vogliono fare di nascosto od irregolarmente. Così agendo, i nostri avversarli sanno tutto e possano seguirci ad ogni passo, per gittarci al fondo quando loro più sembrerà opportuno.

Io veggo l'agguato e devo subirlo, perché i miei principii m'impongono di procedere innanzi ad ogni costo, ma sarebbe conveniente per l'avvenire di rimediare a codesto inconveniente.

«Ho sempre proposto tal cosa; datemi un bastimento con un carico per Malta, ma lasciatemi la facoltà di comandare al capitano. Impossibile mi rispondono coloro. Se avessero condisceso alla mia domanda, avrei lasciato Marsiglia convinto pienamente della riuscita; stanteché nessuno al mondo avrebbe conosciuto le mie intenzioni, né dove avessi voluto sbarcare. Quando fossimo giunti in una delle Calabrie avrei detto al capitano: «voglio guadagnar terra in questo luogo; e quando fossi sbarcato egli avrebbe potuto continuare la sua strada senza compromettersi in modo visibile; ma questi signori temono che un semplice sospetto possa comprometterli col loro re d'Italia, e compromettere quindi i loro affari. Alle corte, essi vogliono far sembiante di servire due padroni, non servendone in vero che uno con detrimento dell'altro. Si fa la guerra ed essi ne approfittano.

«Malgrado tutto questo, non è conveniente di disgustarli, anzi bisogna accarezzarli da vicino affinché non si arricchiscano alle spalle del nostro sangue e del danaro di S. M.

C. comprese ciò quanto io stesso, e potrà dirvi altre cose che io tralascio.

Gen José Borjes

[12] Il general Clary in questo tempo forse per la sua smodata ambizione, da cui intravedeansi secondi fini, anziché una sincera devozione, 'era scaduto alquanto di grazia non solo presta corte borbonica, ma eziandio presso le autorità pontificie. Ci ò contribuiva molto a rallentare non solo il piano generale del Clary, ma ancora tutte le sue derivazioni. Borjes fa delle allusioni in proposito nella seguente lettera allo stesso general Clary.

«Io sperava sempre, mio caro generale, ricever vostre lettere da Roma; non poteva credere che Monsignor Merode fosse tanto inetto da non accettarvi, e che il generale di Lamoricière non porgesse ascolto alla domanda di un suo con fratello d'armi. Spiegatemi dunque il vostro abboccamento con quest'ultimo, perché non me ne avete mai parlato. Si crede sognare quando si legge nei giornali tutto quello che avviene in Italia, e quando piacerà ai rivoluzionarii di attaccare gli stati della Santa Sede, temo che sorgano gli stessi tradimenti che fanno arrossire quando si pensa ai fatti di Napoli. Il buon Dio vi conservi per altre occasioni, e se la marea cresce nelle stesse proporzioni, non sarà forse inutile la vostra spada valorosa. Se è vero che a Roma sieno arrivati 3 mila Spagnuoli col generale, vi sarà dispiacuto d'incontrarlo. Quanto a Napoli, è chiaro che non si volevano atti di vera devozione perché si conduceva il giovane Re al punto a cui giunse lo sventurato Luigi XVI.

«Mi fate deplorare amaramente di non essere vicino a voi, e di non poter offrirvi una ospitalità, che mi onorerebbe… Se per buona sorte posso giungere a qualche risultato, state tranquillo che non perderò un minuto senza rendervene avvisato.

«Perché temete di scrivere il francese? Non solo voi dite cose graziose, ma usate eziandio di espressioni felici, e le due lettere che mi scriveste prima di partire da Roma attirassero la mia attenzione per tutto quello che contenevano. Che giorni son quelli in cui i grandi e nobili caratteri sono ridotti alla miseria, mentre le nullità trionfano ed i furfanti trovano fortuna! Speriamo che tutto ciò stia per finire: il manifesto di Mazzini è fatto per aprir gli occhi ai più increduli, e se il Papa e il generale Lamoricière non vi fossero 'di mezzo, sarebbe cosa ben divertente un duello fra Vittorio, Emanuele ed i corifei della rivoluzione.

«Addio, mio caro generale: rispondete tosto a questa lettera che io vi scrivo col carattere più grosso che sia possibile, perché non duriate fatica a leggermi; raccontatemi la vostra partenza da Roma, ditemi la vostra opinione su ciò che avviene, perché la udirò con molto interesse. Vi prego di ricevere la espressione dei miei affettuosi sentimenti.

«Gen. José Borjes.»

[13] (1) Borjes passava ora nella Basilicata lasciando la Ca labria, dove non sarà inutile rifarsi alquanto indietro e convincersi con una lettera del principe di Scilla diretta al generale quali fossero le intenzioni e le illusioni insiem de' principali cortigiani che circondavano l'ex-re il quale seguiva a chius'occhi la china del precipizio segnato dal suo destino in Calabria.

Al general Cialdini che dovea esser bastonato e alla schifosa canaglia delle guardie nazionali, cui non dovea usarsi pietà, toccò l'opposta vicenda, e poco più tardi per lo sventurato spagnuolo era serbata a Tagliacozzo qualche cosa peggiore delle bastonate.

Ecco la lettera del principe di Scilla.

«Mio caro generale

«Non voglio lasciarvi partire senza pregarvi vivamente di bastonare Cialdini che si trova attualmente in Calabria. È lo stesso che dirvi che è urgente che voi ci andiate da Malta o direttamente. Ma sopratutto fate presto.

«L. è un vigliacco; egli non vuoi venire senza un ordine espresso, del re, vale a dire che non. vuoi venire affatto. Non fate assegnamento che su noi e i nostri saldati. Quando sarete laggiù troverete delle guide e degl'interpreti.

«Mi scosto in un punto dalle istruzioni del general Clary raccomandandovi di esser liberale, più liberale dei pie montesi. Voi riunirete così intorno a voi molti abitanti della città.

«La questione della bandiera è anche assai delicata. Gaeta si è resa immortale colla bandiera tricolore, in mezzo a cui vi era lo scudo dei Borboni. È questa la bandiera adottata dal re ed a cui egli prestò giuramento.

«Se la bandiera bianca ha maggiore influenza sulle masse, voi potrete adottarla, mettendovi i nastri tricolori. Voi sapete che magnifica missione avrà Francesco II di risollevare la vera Italia, e di essere per eccellenza il re italiano e liberale nel buon senso.

«I colori italiani furono insozzati dalla rivoluzione. Francesco II li purificherà forse.

«In una parola voi z n avete bisogno di lezioni; voi conoscete I tempi, andate e siate vincitore.

«Mia moglie vi dice mille cose e noi aspettiamo con impazienza il dispaccio che annunzierà uno sbarco di briganti.

«Allora mi sentirò felice e me ne vanterò ad alta voce, perché quella sarà l'opera mia ed il frutto della mia ostinazione. Non avendo L. , vi saranno a Marsiglia ufficiali e persino soldati napolitani. Scrivetemi una riga. Scommetto che voi avete raccolto un duecento uomini; è un pelettone assai rispettabile.

A rivederci, mio buon generale e ben presto. BASTONATELO BENE: NON ABBIATE PISTA' PER LE GUARDIE NAZIONALI, SONO SCHIFOSA CANAGLIA.

Vi raccomando ec.

[14] Trattavasi di un duello impegnato per contesa nata per divergenza d'opinioni

[15] Vari nomi vengono taciuti, non influendo sullarilevanza de' fatti; come pure perché ragioni di convenienza e di opportunit à noi permettono ancora.

[16] Questa espressione compromette vivamente il cinta di Ancona, e prova una volta di più la smania di garbugliare fra briganti sotto 1' ipocrita pretesto di congiurare per la legittimità.

[18] 8 Decembre Ges ù e Maria Noi siamo tutti rassegnati ad esser fucilati. Addio ci troveremo alla valle di Giosafat.

Pregate per tutti noi.

Martinez.

[19] Parecchi raccontano che Borj è s prima di morire pareva volesse far delle rivelazioni, almeno per giustificare se stesso, e delineare con precisione l'inganno in cui fu tratto dai visionari legittimisti, i quali empiendo di fole la mente de' loro volontari, li sospingevano alla ventura in mezzo ai peripli, sperando che dalla moltitudine e dalla disperazione sorgessero fortunose combinazioni... Borjè s parve esitare un stante, e chiam ò il comandante per dir qualche cosa, ma poco dopo soggiunse« C'EST INUTILE » e intuonando cos ì un suo cantico, trapass ò .

[20] (1) Poich é si è in ima di superstizione infusa dalle menzogne sacerdotali, non posso omettere un'altra mostruosa orazione trovata in dosso ad unbrigante arrestato, la quale altresì non era coniata appositamente inquesti tempi, come supposero taluni diarii, ma invececreata ne' tempi beati dell' ignoranza, oggi veniva distribuita e usufruttata per illudere, e pervertire le coscienze. Posso assicurare che anche qui in Livorno da moltis simi anni e perfino nell'anno presente è stata riprodotta una nuova edizione di questi riboboli. Sembra incredibile che si osi tanto da bugiardi sacerdoti, ma che dire a fronte de' fatti?

La fiaba comincia con una rivelazione che pretendesi fatta da nostro signor Gesù Cristo alle sorelle Elisabetta, Marta, e e Brigida il quale apparendo loro in visione disse:

Prima sappiate Sorelle mie care, come io ebbi 112 guanciate; ebbi 3 pugni nella bocca: quando fui preso nell'orto fino a casa' di Anna cascai 7 volte; fui spinto a terra 105 volte ebbi 180 colpi nella schiena, nelle gambe 32 percosse, fui tirato in alto per la barba e per i capelli 32 volte, ebbi una spinta mortale, alla colonna ebbi 6666 battiture, mandai fuori dalla mia bocca 126 sospiri, fui tirato e strascinato,33 volte, nella testa ebbi 110 punture, nella croce ebbi 3 spinte mortali, mi fu sputato in faccia 52 volte, mi fecero 1000 piaghe, i soldati che mi presero furono 300, quelli che mi portarono legato furono 3, e sparsi sangue 38531 gocciole. -Quelli che diranno 7 Pater ed Ave ogni giorno per lo spazio di 23 anni e 12 giorni che finisce il numero delle goccie del mio sangue, si narra dicesse, gli farò grazia in favore dell'anima sua. La prima gli concederò Indulgenza Plenaria e remissione di tutti i peccati. 2 Non toccherà le pene del Purgatorio. 3 Morendo avanti il tempo suddetto farò come se fosse finito. 4 Gli concederò come fosse morto martire, e che avesse sparso il sangue per la Fede. 5 Dicesi aggiungesse promessa nell'ora della sua morte di ricevere l'anima sua nelle braccia, e tutti di casa sua, e suoi parenti fino al quarto grado, e se nel Purgatorio, portarli a godere la celeste Patria della vita eterna.

Questa rivelazione vuolsi trovata nel S. Sepolcro, e _aggiungesiche la personache la porterà in dosso sarà libera dal demonioeda ogni cattiva morte, e se l'avrà in dosso donna gravida, avrà ottimo parto.

Il più specioso di queste impudenze si è un divertente dialogo avvenuto tra G sù Cristo e la SS. Vergine; il quale fu udito da un santo padre in orazione. Cristo dimandò a sua madre Dimmi quali sono stati i i maggiori tuoi dolori patiti nel mondo? Cui ella rispose: Vi furono tra gli altri maggiori dolori, ch'io ebbi mentre vissi in terra, i seguenti

1. Quando Simeone mi predisse che tu dovevi essere ucciso. - 2. Quando ti tenni perso e andai cercando tre giorni. - 3 Quando intesi che tu eri preso e legato. - 4 Quando ti mirai posto in croce. - 5 Quando ti vidi nel sepolcro.

Allora Gesù Cristo soggiunse

« Or bene sappi Madre, che chi per questo primo dolore ti saluterà con dire un Pater ed Ave otterrà la remissione delle sue colpe. Chi farà l'istesso ad onor del secondo non sarà molestato dal demonio. Chi farà l'istesso nel quarto gli farò dono della mia grazia e darò il mio Corpo in cibo avanti la sua morte. Chi farà il medesimo pel quinto lo conforterò nella sua morte, e lo farò erede dell'eterna vita.»

[21] Sembra che Chiavone a rendere la sua banda sempre meglio numerosa, a forza esigesse uomini ed armi dagli altri corpi briganteschi. Aspre lagnanze muovonsi contro di lui nelle due lettere seguenti, riportate colla respettiva loro ortografia.

«Alatri 9 novembre 1861

«Signor maggiore Ieri si è presentato a me un soldato della banda di Chiavone; dicendomi che il generale Chiavone voleva le armi e la munizione che trovavasi in mio potere, colla minaccia che se tutto ciò non consegnava all'individuo suddetto, il signor Chiavone avrebbe mandato una forza per prendersela; intanto io mi ho negato col dirle che gli oggetti ch'erano presso di me non appartenevano al Sig. Chiavone. Premesso ciò verso le undici pomeridiane di questa notte si sono presentati in questo luogo quindici individui ed un capitano di Chiavone, recandosi al sito, ov'era riposta in serbo la roba, prendersela collo scassinare una cassetta ed impadronirsi di undici fucili,e duecento trentatré pacchi di cartucce a palla. Dopo di ciò andarono in traccia di me, onde legarmi e condurmi nel campo. Tanto in adempimento del 'mio dovere.

«L'ufficiale incaricato

«Adolfo Waeber 1. o Tenente.

«Signor

«Signor Maggior Castagna - Roma

«Taverna d'Alatri 14 novembre 1861

«Signor maggiore

«Sono in uno stato di violenza. Dopo due ore che le spediva l'antecedente rapporto pel soldato Francesco Presciuttn, è giunto qui un messo di Chiavone, e dopo avermi subordinato i soldati, si è poi presentato a me chiedendomi la forza a nome di Chiavone col più grande dispregio. Io non ho mai ceduto alle pretensioni di un masnadiero, cui egli mi è sembrato, e sono qui alla Taverna, mentre gli uomini sono aguati tra le prossime cispuglie ed egli è partito indegnato.

«Sono intanto esposto qui a pericoli gravi per qualche assalto che potrei avere questa notte dai chiavonisti, che vogliono in ogni costo togliermi gli uomini. Causa di questo disordine è un birbante d'un uffiziale svizzero, che trovasi qui, il quale serve di nocumento alla causa della nostra impresa.

«Nicolante Saracelli maggiore

«Signore

«Signor maggiore D. Salvatore Castagna

«Comandante la spedizione - Roma.

_______

Seguono altri tre documenti notabilissimi per le rivelazioni che contengono, per nitidezza di stile e di ordine, esemplari. Eccoli letteralmente riportati.

«Scifelli 12 novembre 1861

«Eccellenza

«Méntreché nel mio rapporto di ieri manifestavo a vostra eccellenza che avrei atteso gli ordini in Ferentino, consigliato dalle circostanze mi son conferito qui in Scifelli col signor Rocchetti. Ho trovato sessantacinque uomini provenienti da Velletri spediti dall'incaricato signor Carciofi... Intanto mi è debito informare V. E. che in questo luogo non sono ancora arrivati il numero di duecentoquarantaquattro fucili che si dicono spediti. Il solo Chiavone in cinque spedizioni ne ha ricevuti ottantaquattro spediti dall'eccellentissimo signor Vial, come assicura il nominato Giovacchino Pietrobuoni incaricato del trasporto.

«Chiavone con tutta la forza ha abbandonato queste montagne, e jeri si dite avere attaccato Isoletta per passare verso Fondi. Quindi qui sono senza veruna guarentigia e privo di un arma qualunque col pericolo o di cadere in mano dei piemontesi ed esser fucilato, o arrestato dai francesi che presidiano Veroli.

«Prospetto a vostra eccellenza queste circostanze ec.

«Nicolante Saracelli Maggiore

«Eccellenttssimo Signore

«Il Signor Statella. »

____________

«Signore

«Il tenente Patti pretende che il deposito degli uomini abbia luogo sopra Scifelli, ed asserisce essere ordine di S. E. Statella. A me non pare che l'eccellentissimo abbia tanto disposto dopo gli antecedenti miei rapporti. Io non saprei condiscendere alle premure di Patti, mentre prevedo che coll'impronto del nome di Statella sia egli a capo di qualche tradimento. Richiami ella costì il Patti e gli altri uffiziali esteri, se desidera che il tradimento non abbia luogo.

«Si compiaccia darne subito parte all'eccellentissimo Statella.

«L'anno 1861 il giorno 13 del mese di novembre nell'osteria di Alatri.

«Riuniti in consiglio i signori ufficiali; cioè

« Niccolante Saracelli,. Maggiore

«D. Gabriele Quintarelli, Capitano

«D. Adolfo Waeber, Primo Tenente

«D. Benedetto Cappuccio, Secondo Tenent.

«D. Antonio Monteforte, Alfiere

«D. Pietro Di Lorenzo, Regio Giudico

«D. Solimetti, Alfiere.

«La truppa deve ulteriormente rimanere nelle vicinanze di Taverna d'Alatri, per attendere i fucili, armarsi e partire: cvvero se da questi vegnente sera debba essere spedita con degli uffiziali sulla montagna, che sovrasta il convento di Scifelli, o in altro luogo per dimorarci.

«Gli nuziali medesimi hanno unanimemente deciso, ed approvano la proposta; 'solo riserbano di far rimanere le cose come sono sino alla ora quarta della vegnente notte, per attendere fucili da Roma; ed ove questi non giungessero per quell'ora, darsi mano al movimento degli uomini e condursi in un sito conveniente.

«Di siffatta risoluzione ne abbiamo compilato questo documento da noi sottoscritto, anno, mese e giorno come sopra, per valere ove convenga.

[22] Mazzini.

[23] Ciascheduno di voi ricorda, o venerabili fratelli(così il pontefice Pio Il nel concistoro segreto del 30 Settembre 1861) con quanto dolore dell'animo nostro abbiamo spessissimo in questo vostro illustre consesso, lamentato i gravissimi e non mai abbastanza deplorabili danni, alla Chiesa cattolica, a questa apostolica sede, e a noi con massimo detrimento della stessa società civile arrecati dal governo subalpino, e dagli autori e fautori di una funestissima ribellione, in ispecie in quelle misere regioni d'Italia, che quel governo ingiustamente e violentemente usurpò...

Tutti sanno in qual modo i satelliti di quel governo e di quella ribellione, pieni di ogni astuzia ed inganno, e fatti abominevoli nelle loro vie, rinnovando le macchinazioni e i furori degli antichi eretici, ed imperversando contro ogni sacra cosa si sforzino di abbattere dalle fondamenta, se mai fosse possibile la Chiesa di Dio, ed estirpare fin dalle radici e dagli animi di tutti la religione cattolica e la salutare dottrina di lei ed eccitare ed infiammare qualsivoglia prava cupidigia. Indi conculcati tutti i diritti divini ed umani ed intieramente sprezzate le censure ecclesiastiche, ogni giorno più audacemente espulsi dalle proprie diocesi ed eziandio posti ìn carcere i vescovi, e moltissimi popoli fedeli privati de' loro pastori, e i membri dell'uno e dell'altro clero vessati in modo miserando e perseguitati con massima ingiuria e le religiose famiglie estinte, e i membri di esse cacciate dai loro cenobi ridotti a completa inopia, e le vergini sacre a Dio costrette a mendicare il pane, ed i religiosissimi templi di Dio spogliati, contaminati e convertiti in spelonche di masnadieri (*), e i beni sacri saccheggiati, e e la potestà e la giurisdizione ecclesiastica violata ed usurpata, le leggi della Chiesa disprezzate e conculcate.

Indi istituite publiche scuole di depravate dottrine, e cacciati fuori dalle tenebre pestiferi libelli ed effemeridi, e latamente sgarri per ogni luogo con ingentissime spese da questa scellerata congiura.

Ne' quali perniciosissimi ed abominevoli scritti si combatte la santissima fede, la religlione, la pietà, l'onestà, la pudicizia, il pudore ed ogni virtù, e si sovvertono i veri ed inconcussi principi e precetti della legge, eterna e naturale, del diritto publico e privato, si contrasta la libertà e proprietà legittima di ciascuno, e si scrollano le fondamenta della società domestica di ogni famiglia e della società civile, e la fama di tutti i buoni è lacerata da false accuse e da gravissime ingiurie; è favorita, propagata e promossa, quanto più è dato, la licenza deff'effrenato vivere, e del far lecito il libico, e l'impunità di tutti i vizi e di tutti gli errori.

Ognuno vede quanta luttuosa serie di ogni calamità, scelleragine e ruina da sì grande incendio di empia ribellione sia toccata alla misera Italia. Imperocché per servirci delle parole del profeta- la bestemmia, la menzogna,l'omicidio, il furto e l'adulterio l'hanno inondata, e il sangue incalza il sangue - (Osea, cap. 4; vers. 2).

Abborre invero e rifugge l'animo dal dolore e trepida nel rammentare più castella del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti religiosi e cittadini di ogni età sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi, eziandio senza discolpa o o gettati nelle carceri, o crudelissimamente uccisi.

a E chi non sentirà acerbissimo dolore vedendo quei furenti ribelli non avere alcun rispetto per i sacri ministri, per la dignità episcopale e cardinalizia, per noi e per questa sede apostolica, per i sacri templi e le sacre cose, per la giustizia, per l'umanità, ma empir tutto di stragi e di devastazioni?

Queste cose poi si commettono da coloro che non arrossiscono punto di asserire con somma impudenza ch'essi vogliono dare la libertà alla Chiesa e restituire il senso morale all'Italia. Nè han vergogna dì chiedere al romano pontefice che voglia annuire agl'ingiusti loro desiderii, perché maggiori, danni non ne ridondino per la Chiesa.

a E quello ancora che è moltissimo da lamentare, o venerabili fratelli, si è che in Italia alcuni membri dell'uno e dell'altro clero eziandio fregiati di dignità ecclesiastica (**), miseramente trascinati da si funesto spirito di aberrazione e di ribellione, e dimentichi affatto della propria vocazione e del proprio ufficio, abbiano declinato dal sentiero della verità, ed ascoltando i pravi consigli di uomini empii, con incredibile lutto di tutti i buoni, sieno diventati lapide di offesa e pietra di scandalo.

Certamente in questa così grande e così trista perturbazione delle cose tutte divine ed umane, facilmente intendete, venerabili fratelli da quanta amarezza siamo affitti. Però nelle grandissime cure ed angustie, che senza particolare ajuto di Dio, non potremmo in verun modo sopportare, ci è certo di somma consolazione l'esimia religione virtù e fortezza dei venerabili fratelli i vescovi tanto d'Italia che di tutto l'orbe cattolico.

Imperocché i medesimi venerabili fratelli, legati maravigliosamente da strettissimo vincolo di fede, di carità, e di ossequio a noi ed a questa cattedra di Pietro, non atterriti da verun pericolo, con lode immortale del loro nome e del loro ordine adempiendo al proprio ministero, non cessano colla voce e con sapientissimi scritti di difendere impavidamente la causa, i diritti, la dottrina di Dio e della sua santa chiesa, e di questa apostolica sede e le ragioni della giustizia e dell'umanità e di provvedere diligentemente all'incolumità del proprio gregge e di ribattere le false ed erronee dottrine degli uomini nemici, e di resistere virilmente e costantemente agli empi loro tentativi.

Nè da minor gioja invero siamo rallegrati quando vediamo in quanti splendidi modi gli ecclesiastici tanto di ogni cattolica regione, quanto di tutto l'orbe cristiano ed i fedeli popoli, seguitando le orme illustri del loro vescovi, si glorino di mostrare o dichiarare ogni giorno più il loro singolare amore e venerazione verso noi e quest'apostolica sede, il sommo studio che pongono nel giovare alla nostra santissima religione e nel proteggerla.

Essendoché poi i medesimi venerabili fratelli, il loro clero, e le fedeli popolazioni si dolgano che noi spogliati di di quasi tutto il principato civile nostro e di questa santa sede, versiamo in angustie; perciò nulla di più grato, né più glorioso, né più religioso per essi stimano esservi che colle loro loro pie e spontanee largizioni sollevare amorosissimamente con ogni sollecitudine le gravissime angustie nostre e di questa santa sede.

Per lo che mentre l'umiltà del nostro cuore rendimo grandissime grazie a Dio di ogni consolazione che con tanta insigne pietà e generosità dei vescovi e dei fedeli popoli si degna alleviare, consolare e sostentare le acerbissime nostre molestie e sventure, di nuovo publicamente e palesemente siamo lieti di attestare e confermare ai medesimi vescovi e popoli fedeli i sentimenti del gratissimo animo nostro, posciachè solo col soccorso e l'ajuto loro possiamo far fronte ai grandissimi ed ogni dì crescenti bisogni nostri e di questa santa sede.

E qui o venerabili fratelli non possiamo tacere le assidue dimostrazioni di grande amore, di saldissima fedeltà di devotissimo ossequio e di munificente liberalità con cui que sto POPOLO ROMANO èsollecito e lieto di mostrare e provare che nulla è per lui migliore che aderire costantissimamente a noi ed a questa apostolica sede, ed AL LEGITTIMO IMPERO CIVILE NOSTRO e della medesima sede e respingere e avversare e detestare sinceramente i moti e i conati nefandi dei perturbatori e degli insidiatori. Voi stessi, venerabili fratelli siete testimonii autorevolissimi delle sincere publiche ed eloquentissime dichiarazioni con cui lo stesso popolo romano a noi carissimo non tralascia di professare e manifestare tali egregi sentimenti della sua fede avita, degni del tutto di grandissime lodi.

Però avendo noi la divina promessa che Cristo Signore sarà colla sua Chiesa fino alla consumazione de' secoli, e che le porte dell'inferno non prevarranno mai contro lei, siamo certi che non mancherà alle sue promesse Iddio che facendo cose mirabili, mostrerà una volta che una tanta tempesta non fu eccitata per sommergere la nave della Chiesa, ma per collocarla più alta....

Ho riportato quanto nell'allocuzione pontificia riferivasi all'Italia affinché costasse, come in una diatriba stemprata e truculenta, indegna del linguaggio ufficiale,, non che del cervo de' servi di Dio, nulla mancasse alla formola completa della reazione, di cui oggi Pio IX, che leggeva in concistoro le altrui redazioni era il deplorabile mezzo. Aspre recriminazioni; incitamenti ai vescovi, ed ai popoli: vergognosa canonizzazione dell'obolo di S. Pietro; MENZOGNE (si chiamino le cose con loro nome) MENZOGNE sulla costante adesione al principato civile per parte del devotissimo popolo romano, confuso così bruttamente colle venali orde de' briganti e de' sanfedisti, schifosi e stentorei piaggiatori nelle funzioni e ne' convegni un mistico di augurio rovescio del nostro edifizio, perché più alta dopo la tempesta sorga la nave dall'onde; cioè un saluto alla vittoria della reazione sulle novelle istituzioni.

(*) Alludesi torse ai luoghi sacri di Casamari, Trisulti, Scifelli ed altri occupati dai ladri di Chiavone o dell'abate Ricci?

(**) Si fa allusione a monsignor Francesco Liberavi, al canonieo Reali, e poi al celebre Carlo Passaglia.

[24] È evidente che gli asserti ordini del re sono stati postergati dalle bande, perché malgrado ciò persistettero ostinatamente; anzi parmi doversene trarre in argomento che le bande agivano per conto proprio indipendentemente dalla pretesa subordinazione al loro re; come ladri e saccheggiatori, non già come partigiani o insorgenti politici.

[25] È un vezzo veramente irritante questo mentire cosi spudorato in faccia a fatti patentissimi, sfidando per soprappiù LA LEALTA' dell'armata francese, la quale nulla pu ò ammettere che o f rendendo se medesima, e il cui capo in Parigi ha tali documenti in proposito da accecare i più increduli. Guai se le dimostrazioni a carico delle corti borbonica e poniificia potessero tutte veder la luce senza ledere questioni più interessanti commesse a pi ù elevate soluzioni. Codeste menzogne diplomatico-leguleiche insultatrici della comune opinione la più escussa e illuminata, oltrech é non fanno menomamente prode al gratuito e sfrontato difensore della causa, ricevono una smentita continua dai fatti quotidiani. Confrontinsi questi fra loro dall'epoca della risposta a Ricasoli fino ad oggi; s'interroghi la commiss:one del parlamento che raccolse irrefragabili documenti, la ingente contribuzione di più milioni spontanea e nazionale per reprimere il brigantaggio, e per retribuire di premio il coraggio di chi aJ'ronta codeste fiere sotto umano aspetto; quali ne sarebbero i risultati? L'onorevole segretario di Francesco II oserebbe egli anch'oggi confermare le sue parole?

[26] Altre volte eziandio Francesco II ha vantato di contener la mano de' suoi generali, quando il di appresso sarebbero morti di fame, ovvero passati a fil di spada... Che amore... Che gloria... che abborrimento dal sangue!…

Francesco II ha fatto quanto ha mai potuto, con tutto il buon volere PER SE STESSO.

L'attribuire al tradimento il difetto di sua forza equivale nel caso a dar perduta la causa, perché trattasi non gi à del tradimento di un ministro o di un capo di polizia, ma di quasi tutta l'armata di terra e di mare, di tutto il popolo.

I quali fatti danno origine alla formola (come altra fiata ho riflettuto) della sua condanna - VOX POPULI, VOX DEI. -

[27] Uomini che siensi battuti o battansi per iscopo politico non ne conosciamo esempio; se pur voglia trarsene l'infelice Borjés, e qualche generale, che per altro non osa avventu rarsi in mezzo alla ciurma. Quali uomini, se ne togli l'interesse di smungere danari allo stupido pretendente, per goderseli nell'esilio, dove li dannata l'indignata opinione de' loro concittadini,null'altro rimaneva.

Supporrebbesi mai in costoro un amor platonico o;a speranza per la restaurazione di un principio, che l'Europa pressoché tutta quanta disconosceva col riconoscere il nuovo regno?

I banditi erano i moltissimi, e certamente volevano dipender da Roma, da dove l'incoraggimento, la mercede, l'impunità e le benedizioni provenivano. Lo potevano poi a loro capriccio, perché il bisogno e la voglia di cumular gente facevano accettar tutti, se e come loro paresse meglio di agire.

[28] Non si mentovano qui per ò le cause che originarono questi. avvenimenti veramente deplorevoli. Le crocifissioni, le morti apprestate a lento martirio, le sparsa membra che, sì certo, il pudore vieta ripetere, gl'insulti e lo spregio sacrilego sopra i cadaveri cc: non doveano far ragione ad esempi tremendi quanto necessari per istornare i facinorosi da eccessi maggiori?

[29] I Camorristi!... Anco questa genia di vipere dovea rivolgersi a vituperio del governo, quando sventuratamente questo n'ebbe il tristo retaggio della immoralità del regime borbonico... Il governo italiano mai patteggi ò n é con sicari, n é con camorristi, n é con briganti sopra il dimostrammo.

La lealtà pratica di questo principio spesso è servito alla reazione per vantaggiarsene.





















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