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Per questo testo ringraziamo la "BIBLIOTECA MANFREDIANA FAENZA"

UN ANNO DI GOVERNO DAL SETTEMBRE MDGCCLXIV ALL’AGOSTO MDCCCLXIV

DISCORSO AL CONSIGLIO PROVINCIALE DI BASILICATA

POTENZA - VINCENZO SANTANELLO - 1866

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Ottobre 2019
PARTE I.  MIGLIORIE DI AMMINISTRAZIONE
PARTE II.  IDEM MATERIALI
PARTE III.  IDEM DEGLI ISTITUTI ED ORDINI DELLA PROVINCIA
PARTE IV.  IDEM ECONOMICHE
PARTE V.  IDEM MORALI
CONCHIUSIONE

PARTE PRIMA

MIGLIORIE DI AMMINISTRAZIONE

SOMMARIO — I. Qual fine mi proponessi or fa un anno — II. Quale oggi mi proponga: partizione del discorso — III. Miglioramenti amministrativi: degli archi vii comunali — IV. Di quei di uffici maggiori — V. Esame dei conti o di municipi, o di opere pie: risultati — VI. Liste degli elettori amministrativi — vii Degli elettori politici — VIII. Intorno le liste de'  giurali —IX. Compilazione de’ bilanci comunali — X. Di quei delle opere pie — XI, Liquidate le contabilità carcerarie — XII, Contratti per fìtti di caserme — XIII. Lavori del censimento — XIV. Revisione delle matricole di milizia cittadina — XV De’ controlli di servigio ordinario e di riserva — XVI. Dei ruoli de'  mobilizzabili — XVII. Composizione de’ comitati di revisione e consigli di disciplina — XVIII. Armamento, divisa, ricomposizione di milizie disciolte — XIX. Cause dal contenzioso passate a giudici ordinari.


I.

Or volge un anno dacché, discorrendo innanzi a voi gli ordini e le condizioni della provincia, stimai ufficio mio lo additare taluno dei modi onde gli elementi di rigogliosa vita ch’ella racchiude vi si svolgano, e dar cenno di migliorie, cui potea intendere l’opera di ogni rappresentanza sua, vuoi elettiva vuoi di governo. D’ogni incitamento mi parve allora il più acconcio il mettere a nudo, mercé cura amorosa e diligente, quelle che si chiarivano cagioni di lentezza e vita sterile . A ciò mi incuorava il pensiero che, se il passato si era rivelato contro noi, l’avvenire certo era ed è per noi: e la più franca pubblicità, spoglia di orpello, ai guai che quello ci lasciava di retaggio, e Io istudio dei rimedi, qui proprio innanzi a voi, s’avvalorasse del giudizio vostro: il quale, a conforto ed esempio a ogni ordine di cittadini, facesse ampia fede della concordia negli intendimenti, onde procedevano e l’autorità del governo e il maggior maestrato della provincia, questo illustre consesso.

II.

E non dissimile dirci il compilo mio di oggi se., rivolgendomi all’anno percorso, non iscorgessi il cammino che ci separava da talune migliorie, di qualche poco accorcialo: tale altra ornai divenuta la mira di ogni rappresentanza; ed alcuna pur fatta di coscienza e ragione pubblica, li che, più che a conforto, io accennerò compendiosamente qui, a speranza di meglio. Ed affinché la moltiplicità di argomenti s’abbia pur la sua unità di esposizione, la partirò secondo trattisi o di migliorie puramente amministrative, o di materiali, o degli istituti ed ordini vari, o d’economiche, o di morali. Che se, di questa guisa disposto, viepiù prosegue il discorso allargherà di base e doppiando la importanza dell’argomento, confido mi sovvenga il vostro diligente e benevolo ascolto

III.

A seguire pertanto l’ordine propostomi, imporla io mi volga allo interno degli uffici, e proprio all’umile argomento degli archivi. Umile invero dove antiche e moderne cagioni non lo mutassero in grave. Perciocché, a discorrere qui dei comunali, sia duopo riconoscere nell’abbandono e disordine loro la prima causa di tradizione nulla o interrotta, non pur di negozi ma storica, onde il municipio bene spesso andò terra terra, non sollevossi a decoro di gonfalone, non accolse intorno a sé gli amministrati: né segnò mai l’indirizzo alla opinione pubblica. Nella dispersione o incuria di registri, taluna volta una lesione dei dritti che più toccano nel vivo, que’ dello stato civile: quasi dovesse di poco rallegrare lo averne tolto la custodia ai parroci. Ed alla niuna registrazione degli alti e documenti i quali, volta a volta, tornerebbero a valevolissimo appoggio di private ragioni, voglionsi infine attribuire gli impedimenti fra cui versano gli amministrati, ad esperimentarle con frullo. Avrebbono bastato invero queste antiche cagioni a confortare l'ordinamento degli archivi dove non avesse sovvenuto una più recente. E si fu la importanza che ogni legge nuova via via concede ai municipi, accentrando in essi molte delle funzioni che prima erano governative, e potestà una volta strette solo nei pugno dello stato. Onde la ragion pubblica ha oggidì più che mai duopo di guarentigie nella struttura stessa degli uffici comunali; certezza che ogni documento si registri; non si sperda; s’accolga in archivio; e là stia a prova di giustizia e di ragioni private e pubbliche. Da rallegrare perciò che, lungo l’anno, gran numero di municipi, accolte le istruzioni di quest’ufficio, abbia dato mano a costruire gli archivi, e dispostovi con ordine quel che il tempo non avesse distrutto di registri e documenti.

IV.

Senonchè parmi questo non ispregevole riflesso, che più comuni ordinarono i loro archivi, e seguirono quella registrazione di alti e carte la qual va nel nome di protocollo, appunto quando poteronsi ispirare allo esempio degli uffici maggiori. Che pur troppo, e vuoisi ascrivere alle procellose vicende degli anni andati, le quali tolsero agio e quiete a diligenza di ordini interni, nemmen negli uffici di sotto prefettura, né in questo maggiore, eravi sistema di archivio che valesse quanto dire ordine, e registrazione di atti che premunisse da dispersioni, o desse il bandolo a rinvenirli. La vertebra dell’amministrazione, ornai dislogata ed inerte, non più rispondea ai moli degli altri suoi membri. Oggi, il dico a conforto, nelle sotto prefetture e qui riordinati almeno gli archivi correnti, s’accolse uniformità di registrazione, e di questa guisa molta parte di disordine scomparve. Resta oggi, mercé il buon volere degli impiegati che già vi si accinsero, il compier l’opera, ridonando vita ed ordine a que’ monti di scomposte carte che diconsi gli antichi archivi.

V

E vie più che, a persuadere la utilità di ordinali archivi, ove da altro non apparisse, basterebbero gli impedimenti che, anche per molteplici dispersioni, avea incontrato fin oggi la liquidazione dei conti e comunali e di opere pie. Dei primi, a’ principi del LXlv, eranvene sospesi da ben trecento, all’infuori di altrettanti non mai qui giunti: una somma di circa seicento rendiconti i quali attendevano esame. E d’opere pie, da più che milledugento erano in ufficio: li consumava il tempo. Altri ottocento, le amministrazioni non aveano posto diligenza a spedirli, né loro erausi richiesti. Un totale di due mila e seicento conti in sospeso, fra opere pie e comuni: altrettanti anni di contabilità ne’ quali non era penetrato occhio di giudice o di ufficio tutorio. A me parve e ialino a contraria esperienza reputo fosse questa la precipua delle cagioni onde la vita de’ municipi e della beneficenza, tocca di isterilita, mal consonasse volta a volta a’ bisogni degli amministrali: quella per cui i comuni non aveano mezzi di sopperire a’ servigi pubblici loro affidali: le opere pie, a compiere il caritatevole ufficio loro, quel della cura e sussistenza de’ poveri: amministratori sfuggiti da anni e anni ad obbligo di rendiconti o a sindacato, ed a responsabilità veruna, ornai quà e là osservanti una sol legge, il volere proprio: porlo che si rimase a mani dei tesorieri, scaduti di ufficio lungo quindici anni, una fortuna fra municipi cd opere pie di oltre i tre milioni .

Ora valga accenni qui al cammino percorso nello esame di que’ due mila e seicento conti. Liquidaronsene de’ comunali quasi trecento e di que’ d’opere pie mille e trecento ; ne rimangono alio esame sol settecento, di cui oltre due terzi non mai dalle amministrazioni pervennero: ma di conti d’opere pie i quali attendano essere approvali non ven’ha in ufficio alcuno. Di guisa, compiuto innanzi lo spirare dell’anno lo esame di ogni contabilità vuoi di municipi vuoi di pii istituii, le somme a mano dei cassieri discoperte nei duemila e seicento conti verranno iscritte nei bilanci del MDCCCLXVI, a imprimere nuovo sangue e vita rigogliosa a corpi morali oggi smunti. Del che, per ciò che si attiene alla opere pie, sia lode alla operosità del maestrato preposto alla loro tutela, la onorevole rappresentanza vostra.

VI.

E fra i lavori di qualche mole compiuti dall’ufficio, e dalla deputazione provinciale tolti a esame e approvali, stimo lo annoverare la revisione delle liste elettorali amministrative per l’anno MDCCCLXIV

Proposte da municipi con un di più di elettori, sopra l’anno innanzi, di duecenloltantasette, la deputazione n’aggiunse venti e ne cancellò trecenquaranla; restarono dodicimilaquallrocentollanla, e sol ventitré meno che non furono nel LXIII, Di questa guisa si vegliò a che niuno, cui la legge conferisse diritto di elettore, ne fosse privo .

VII.

E pari diligenza venne usata nella revisione delle liste politiche, quantunque il decreto recente il qual prescrive aggiungervisi altri elettori pel contributo della ricchezza mobile, non mi permetta dirvene oggi, di preciso, il numero . Ma basti che, pur considerale le liste tali quali vennero compiute innanzi quel decreto, li ottomila cinquecento trentasette elettori del LXIII furono da municipi diminuiti di venticinque, da quest’ufficio pe’ rispetti della legge elettorale, ridotti a seimila cencinquantotto, il che vale tredici per ogni mille abitanti: larghezza non da meno di quella che nelle provincie finitime è quasi il doppio, come dirò più innanzi, della media di tutto il regno.

VIII.

Alle liste politiche seguirono poi quelle dei giurali: lo esame diè a risultamento la c:fra di tremilacinquecentosessantotto iscritti: or posta a confronto con quella del LXIII, s’ha una diminuzione di cennovantacinque .

IX.

A’ primi dell’anno ogni consiglio comunale avea allestito il bilancio: le sottoprefetture e questa maggiore aveanli esaminali: istanziamenti di ufficio solo in pochi: ond’è che ogni municipio ebbe infìn del marzo ultimo, a norma e legge dei redditi e dispendi, il proprio bilancio.

X.

Più che due terzi delle opere pie seguirono il lodevole esempio: le restanti mantennero a regola propria quel del LXIV e nessuna procede oggi senza bilancio.

XI.

Le contabilità carcerarie liquidaronsi poi nei dodici mesi trascorsi, a tutto il LXIV: e per un valsente di più che mezzo milione .

XII.

Altrettanto si dica del casermaggio dell’arma: li nuovi contralti, a conchiusione di trattative, pressoché tutti compiuti .

XIII.

Lo spoglio dei nati e dei morti e matrimoni, trasmesso per tempo in quest’ufficio, ora è compiuto al settimo mese .

XIV.

La revisione delle matricole per la milizia cittadina seguì ovunque, meno in cinque comunità: la cifra degli iscritti che era l'anno innanzi di trentunmila ottocento e otto, crebbe di mille censettanta.

XV

E valga il dire altrettanto dei conti olii di servigio ordinario e di quei della riserva. Gli iscritti nel primo, i quali già ascendevano a ventiseimila censettantotto, crebbero in questo anno di quattrocenquarantuno; quelli della riserva, prima cinquemila seicentrenta, oggidì seimila quattrocencinquantasette.

XV.

Ogni diligenza l’ufficio di prefettura e que’ di circondario posero nello esame dei moli di milizia mobile: la prima categoria scemò di circa mille iscritti: la seconda di cento: l’ultima di dugento: corretti di questa guisa, offrono i ruoli oggidì una somma dì tredicimila duecento trentatré militi.

XVI.

Ovunque poi vennero compiute le liste dei giudici e insediaronsi i comitali di revisione: in soli venticinque comuni i consigli di disciplina mancanti o incompleti .

XVII.

Compendierò qui le restanti disposizioni intorno alla milizia cittadina: l’armamento accresciuto di altri tremila settecentotrentanove fucili , ammontano in tutta la provincia a più di ventidue sovra di trentadue mila iscritti alla cittadina bandiera. Ovunque provveduti di munizioni, qua e là vestiti , in ottanta comuni v’ha completa l’ufficialità, negli altri solo in parte mancante. Disciolta la milizia, lungo l'anno, in sette municipi, in due soli non fu per anco ricomposta.

XIX.

La legge aboliti va del contenzioso rinvenne poche cause in sospeso innanzi il consiglio di prefettura: e non più che tre andarono alla giurisdizione dei giudici ordinari.

E qui stimo por fine a questa enumerazione dei più notevoli lavori compiuti lungo fanno dall’ufficio di prefettura e dai suoi dipendenti 


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PARTE SECONDA

MIGLIORIE MATERIALI

Sommario — I Dei miglioramenti materiali: avvertenza — II. Dei numeri alle case — III. Nomi alle vie e piazze — IV. Illuminazione notturna — V. Imbianchimento di città e paesi — VI. Nuove regole di polizia — VII. Istituzione di guardie municipali— VIII. Consigli sanitari ne’ comuni, nei capoluoghi di circondario, in quel della provincia — IX. Prescrizioni di igiene — X. Somme deliberate dai municipi per la polizia e l'igiene —XI, Li cadaveri riposti in casse— XII. Costruzione di cimiteri — XIII. Pubbliche fontane.


I.

Che se importava disparisse la mole dello arretrato negli uffici governativi e comunali, e dare a questi norme che fossero arra di ordine per l’innanzi, non meno a me parve doveroso ufficio il raccomandare nello interno de’ paesi materiali riforme. Le quali dove a taluno fossero sembrate da posporre ad altre cure, valga di risposta il dire come varie sieno il natural portato di ordine e polizia interna: ed altre tocchino alla igiene.

II.

A rendere agevoli i lavori del censimento, cautelar le mutazioni di proprietà e mutare un primo passo nella via dell’ornato e polizia interna, raccomandai la numerazione delle case; bene accolta la proposta da gran numero di comuni, ovunque si mise mano a lavori; e sono di già al termine .

III.

Quasi corollario di quella innovazione potea dirsi il dar nome a vie e piazze pubbliche: vi convenne la più parie delle comunità: e postesi all’opera ormai ovunque la fu compiuta. In questo sol circondario, deliberata da trentun municipi in altrettanti, fra cui il capoluogo, venne eseguita. Ovunque fu ricerca di locali memorie, nome di benefattori, glorie cittadine: e di questa guisa, su pcgli angoli delle vie e piazze, pagine del sol libro che ogni dì stia sotto gli occhi del popolo, apprenda la patria istoria e vi si ispiri  .

IV.

E parte precipua di ornato ed arra di sicurezza è la illuminazione degli abitati: vie più laddove le interne vie, mal guardate da precipizi, sono un periglio a chi s’avventura notte tempo. Sopra di centoveidiquattro municipi fu già accolto il partito da ottantotto: ornai in cinquantuno havvi modo contrastare alle tenebre con la Ilice notturna.

V.

E, d’animo ugualmente lieto, vidi il favore con cui il biancheggiamento delle case, il quale tanto si affa alla igiene pubblica, venne in ogni dove incominciato e si prosegue alacremente e fin qui sotto gli occhi vostri mula viso a paesi: e, consentile io dica, è pur scuola di costume, ed offre lusinga che le prescrizioni dell’ornato e polizia interna, primo antidoto a pestilenzie, si osservino.

VI.

Di guisa, se v era istante in cui la compilazione di nuove regole, che le arniche, oggidìa cozzo con i codici ed i principi di libertà economica, abrogassero, poleva tornare acconcia ed esser legge promettitrice che la polizia degli abitali sia nel seguito mantenuta, certo gli è in questo punto. E mi conforta perciò il dirvi come in trentotto municipi venissero ora studiate e proposte nuove regole di polizia urbana e rurale: e, deliberate da consigli, buona parte fra esse istiano ora innanzi la rappresentanza vostra.

VII.

E già in dodici comunità a nuovi regolamenti sonosi aggiunte guardie che ne veglino l’osservanza: e la istituzione loro, fautrice non men di polizia che di pubblica salute, confido la s’estenda per ogni dove.

VIII.

Vie più dacché la nuova legge di sanità, quasi contradicendo a ciò che la interna polizia deggia essere privilegio sol de’ maggiori centri, istituiva, cd assunsero l’ufficio, commissioni municipali e di circondario e di provincia che, anco a guarenzia d’igiene, emanino, conforme i casi, prescrizioni di polizia.

IX.

Stimo quindi pregio del mio dire lo annoverare qui le provvisioni che, a mente di quella legge, il consiglio preposto in primo grado alla sanità della provincia, emanava or corrono giorni : in ispecie dacché le commissioni di circondario e quelle di molti municipi le fecero proprie.

E furono queste; divieto di vender carni di animali morti per infermità : esporre a pubblici mercati pesce di più giorni, frutta immature, vini adulterati; macellare in sugli occhi del pubblico, vender le carni fuor di certi siti, recarvele discoperte: serbar letame a distanza dagli abitali minore di un quarto di chilometro, e in siti che non sieno quelli a tale uopo designati: gli animali come porci e capre e pecore si togliessero dalle abitazioni: si costruissero fumaiuoli fin’oltre il tetto e latrine in ogni casa con isbocco in pubblici condotti: si biancheggiassero esternamente gli edifici, intonaco nelle pareti interne; gli animali estinti a mezzo chilometro dall’abitato si recassero e loro si desse sepoltura ben’addentro le viscere della terra: li pubblici venditori ed esercenti e cantinieri infra giorni otto avessero intonacati i locali, pena la cessazione dell’esercizio: nuove regole per la igiene venissero compilate: Ogni fiera e mercato, quando in casi di pestilenza il richiamo può recar nocumento alla sanità pubblica, si sospendesse.

E, ad ultima prescrizione, la frequente spazzatura delle vie e piazze.

X.

Alla qua! disposizione, e mi è d’augurio Io annoverarla fra le migliorie materiali che poterousi conseguire, può in parte sopperire la somma già istanziata ne’ bilanci comunitativi, a scopo di polizia e pubblica salute. Mentre in que’ dell’anno innanzi ascendeva a sole lire cenventotto mila e vi si comprendevano, per manco di norme che regolassero la compilazione de’ preventivi, molti dispendi i quali meglio che di polizia sarebbono andati nel nome di altri servigi publici, in quest’anno i bilanci comunali offrono ben lire censettanta mila ed istanziate, niuna esclusa, per cure di polizia urbana e rurale e di igiene: un di più adunque di quarantadue mila, risecate opportunamente da altri meno opportuni dispendi.

XI.

Con le quali innovazioni armonizza poi l’altra incominciata l’anno scorso ed accolla, meno rade eccezioni, da ognun de’ cenventiquattro municipi, quella di recare gli estinti ricuoperli all’ultima dimora. La qual miglioria a ragion si annovererebbe fra le materiali cui le comuni fecero buon viso, se la non tornasse ugualmente consona ad igiene. gentilezza di animi, riverenza e religione pei defunti.

XII.

E dicasi altrettanto della costruzione di cimiteri. Or corre un anno dacché lamentava seco voi  lo iscarso lor numero, la incuria ad accrescerlo, e, si dica senz’orpello, l’irriverenza che presiedeva alle sepolture dei trapassati, qua e là fin gittati dall'alto di una roccia in precipizi nefarii. Ed oggi, a titol di encomio, dirò a voi come la provincia, ai sessantuno che annoverava di compiuti, abbia aggiunti ventitré in costruzione ed i restanti in progetto. La prosecuzione de’ lavori, guarentita da ciò che nei bilanci comunitativi istanno ora stanziate all’uopo da oltre quaranta mila lire: talune opere pie qua e là hanno contribuito al dispendio e altrettanto promettono pel seguito: e la coscienza pubblica che ne addimanda il compimento: e le disposizioni della recente legge sanitaria, diramate poi nel nome del consiglio di igiene, in questa forma : divieto di riporre i cadaveri nei sotterranei di chiese, e in qualsiasi altro loco attiguo a caseggiati: prescrizione, di costruire cimiteri provvisori, entro otto giorni, a un quarto di chilometro dalle case, in luogo riposto, cinto da tavolati, spartito in fossi, un metro e mezzo profondi.

XIII.

Altro e rilevante miglioramento materiale cui mirano più municipi e pei quale, sendo propizio alla igiene, confido s’accrescano le cagioni del publico benessere, si raddrizzi l’uomo oggi curvo a fatiche da soma, la costruzione di pubbliche fonti; le quali, senza strazio o dispendio, offrano e abbondante il più acconcio dei farmachi, l’acqua. Ed ascrivo a ventura di potervi riferire come, dal settembre scorso, quindici comuni abbiano deliberato imprendere l’opera, stanziale per quest’anno nei lor bilanci da oltre lire cento mila: in otto sia ormai compiuto il progetto dell’arte: in quatlro incominciati i lavori ed a buon punto . E basti il fin qui detto intorno a migliorie materiali o proposte o conseguite.


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PARTE TERZA

MIGLIORIE NEGLI ISTITUTI ED ORDINI DELLA PROVINCIA

Sommario— I. Miglioramenti in ogni ordine di istituti: scuole — II. Degli asili d’infanzia — III. Dei licci o convitti — IV. Sussidi all’insegnamento — V. Trasformazione di istituii in casse di risparmi e prestiti— VI. Dei mercati—VII. Delle fiere — VIII. A chi si pervenga la costruzione delle vie: avvertenza — IX. Quali siensi deliberate lungo l’anno da isolati comuni— X Quali da consorzi loro — XI, Di un canale irrigatorio — XII Della costruzione di ponti — XIII Mezzi a compiere le opere proposte — XIV. Aumento negli introiti comunali — XV. Miglior partizione delle spese — XVI. Redditi dell’opere pie. — XVII. Ragione dei dispendi — XVIII. Innovazioni nell’istituto d’Avigliano — XIX. Quel delle Gcrolimine —XX. Quel di Barile— XXI Quel di S. Chirico — XXII. Trasformazione di quel di Nelli — XXIII. Della cassa di prestiti e risparmi. — XXIV. Istituzione di una banca — XXV. Di nuovi uffici e altre linee telegrafiche — XXVI. Uffici postali — XXVII. Strade ed opere provinciali — XXVIII. Delle nazionali, quella di Matera — XXIX. La Calabra — XXX. Quella da Sapri al Jonio — XXXI, Migliorie nelle carceri — XXXII, Scioglimento dei conventi.


I.

ricerchiamo se pari istudio fosse volto a migliorie di pubblici istituii, od a creare li mancanti. E parmi voi verrete in sentenza favorevole, per quel poco si ottenne, dove io abbia di che provarvi come ogni corpo morale e comuni e governo, ciascuno nell'ambito proprio, corrispondesse al fine ultimo, di esplicare per quanto era dato la vitalità della provincia. Cura promettitrice di frutti ma sol quando perduri, gli sforzi perseverino, la sementa di quest’anno faccia luogo a più abbondante ed abbia porto le sue messi.

Pertanto, nel ricercare come le rappresentanze comunali si sdebitassero inverso gli amministrati, il pensiero corre a quel lor primo bisogno e precipuo fattore di civiltà, ch’è la istruzione. Tuttor lungi dall’offerire quei novero di scuole e d’alunni ch’è nell’aspettazione dell’avvenire  parmi nondimeno proficuo il tener conto di quegli sforzi che, a mira di progresso, abbiano li municipi compiuti. E, fra d’essi, dirò qui che buon numero introdussero migliorie ne’ locali, li provvidero del bisognevole arredo. Tali altri, e sono in numero di dieci, a sopperire al manco di idonei e riconosciuti insegnanti , ricercarono otto maestre e due maestri nell’alta Italia: ne giunsero sei e gli altri di poco ritarderanno. Gli stipendi si doverono accrescere fino a mille e cento lire: qua e là contribuirono a raggiunger tal somma e privati ed opere pie: allo spendio poi de’ viaggi provvidero i sussidi del governo e della provincia. Li frulli equipareranno nell’avvenire i sacrifici.

II.

Ma dove le elementari non fossero precedute da asili d’infanzia li quali prendano la prima cura della pianticella uomo, la dirigano nel suo crescere, gli aprano la mente a primi segni, più arduo e men proficuo sarebbe il compilo di quelle scuole. Ond’è che rincuora come in tredici comuni, fin’oggi, siensi deliberali asili d’infanzia: parecchie direttrici ricercale nell’alta Italia: Ire d’esse ornai giunte: e più, altre in cammino. Al mantenimento degli asili, de’ quali tre già aperti, soccorrono oblazioni di privati, concorso di opere pie, sussidi de’ comuni e del governo.

III.

Ora, nella guisa era acconcio lo spartire il pane dell’istruzione a’ fauciullini fin da quando saltellano alla vita, annovero qui con animo lieto la apertura in quest’anno di due convitti pe’ grandicelli e di un liceo ginnasiale pegli adulti , e, quel che più monta, di tutti e tre il celere svolgimento. A tacer del convitto di Potenza sovvenuto dal governo e dalla provincia, e nel quale hannovi da venlidue fanciulli, quel di Malera n’accoglie altrettanti: e il liceo ginnasiale che v’è attiguo, più che ottanta. Ambedue splendono per ampiezza e scelta di locali, arredi al completo, profitto e diligenza di alunni, zelo di insegnanti, compiacenza di genitori: del che gran parte di lode va al municipio e a privati, i quali pur gareggiarono nei sacrifici, e valsero a dotare la propria città di que’ due fiorenti istituti.

IV.

Per tutti li gradi poi della istruzione, lungo i dodici mesi or trascorsi, offerse la cassa ecclesiastica da circa nove mila lire: l'opere pie quasi il doppio : la provincia quattro migliaia: il governo, all’infuori di ciò che volge al liceo e convitto di Potenza, oltre le ventimila : non ispregevole neppur la offerta de’ privati.

Li comuni poi, i quali ne’ bilanci del LXIV aveano iscritte per la istruzione pubblica lire censettanta mila, in quei di quest’anno le accrebbero tino a duecento migliaia . Delle economie che loro agevolarono tale larghezza di dispendio, dirò fra breve. Ma qui intanto s’aggiunga come l’insegnamento attenda da altrettali sacrifici la istituzione di una scuola normale pei maestri d’ambo i sessi, in specie poi per le maestre, ad averle in ogni punto non dammeno del nobile loro ufficio .

V.

E dopo la cura dell’istruzione commendevole parmi quella di ringiovanire vieti istituti, altri crearne, onde la generazione novella, uscita dalle scuole, incontri vita operosa, incuoramento a commerci, sussidi a locali industrie, usura invilita. E perciò si annoverano oggi nella provincia da ventotto comuni, i quali deliberarono la trasformazione de’ monti frumentari e di pegni in casse di risparmio, e taluno ancora propose rivolgervi pecunia di privati o redditi di luoghi pii. Confido prevalga lo esempio e non si tardi il tradurlo in alto, perciocché le istituzioni di credito a iniziativa dei municipi siano indizio di vita che si risveglia .

VI.

E tanto più che, so le fiere ed i mercati sono il riverbero della vitalità economica, si converrebbe riconoscere altro segno di accresciute contrattazioni o di prodotti in cerca di sbocchi, nel moltiplicarsi di que’ convegni. I quali se vengono ripudiati dagli economisti nel nome di industrie prosperose e commerci adulti, ben loro s’affanno quando le une e gli altri, anziché essere nell’infanzia, abbian tuttora a dar segni di vita.

E per ciò monta voi conosciate come li mercati i quali, certo seguendo allora la ragione del prodotto e del consumo, si tenevano l'anno scorso in sole venti comunità, oggi s’abbiano in venticinque. Nè è lutto: chè il novero de’ mercati in quelle comuni via via ripetuti, mentre l’anno innanzi fu di sol cinquetentrentanove, crebbe in questo di altri duecentoventisei .

VII.

E parimenti a cura de’ municipi i quali le deliberarono, e ne ottennero l’approvazione, le fiere che prima succedevano in soli ottantotto comuni, in quest’anno erano autorizzale in novantasei. E ne vedremo gli utili effetti appena siéno cessate le ragioni d’igiene che indussero a sospenderne l'esecuzione .

Di lai guisa li prodotti, messi in fuga dalla iscarsa sicurezza del passato, or tendono a far mostra di sé per ogni dove: il calcare le vie ove isforzasi attirarli il consumo, non è più un pericolo .

VIII.

Ed eccoci alla fin fine di fronte a un problema a bello studio da me non avvertilo nel discorso dell’anno innanzi. E poiché panni palpitante di attualità, ora mi vi trattengo. Se li commerci e le rurali industrie hanno oggi lena a risvegliarsi e duopo di sbocchi cioè vie pubbliche : se l’associazione, ch’oggi non è più colpa, a svolgersi incontra impedimenti nei fiumi senza ponti, nelle acque squagliate lungo i piani, nei tortuosi tratturi, nei precipizi che rendono stranieri l’uno all’altro comunelli a pochi chilometri di distanza: e s’è principio economico che la vitalità non retroceda mai e segua suo cammino trascinando gli inerti, violentando i resistenti, di guisa sia agevole il profetare che i ponti e le strade di cui s’ha duopo in questa provincia s’avranno, chi le farà? Da chi è duopo attenderle o dall’associazione di privati o da consorzi comunali o dalla provincia o dal governo? Io reputo che il giorno in cui tale risposta esca dal maggior maestrato della provincia, il problema delle vie lucane sia prossimo alla soluzione. Perché in quel giorno, tracciato il circolo dei diritti e dei doveri di ognuno, verrà certo disposto all’opera il concorso che da ciascuno le si perviene.

E quale? Gli è principio di civile economia quello che le forze degli individui si raggruppano e seguano la ragione collettiva degl’interessi. Gli è da ciò che le unità degli abitanti si risolvono nel municipio, e dove sorgono interessi municipali, non v’ha più campo ad associazioni private. Ammesso il qual principio ne scenderebbe del pari che al di sopra delle comunità, le provincie e lo stato abbiano gli oneri che nascono da interessi provinciali e statuali.

I quali sieno legge così imprescindibile che il volere dei rettori non valga a correggerla, più di quel che non valga a chiamare a mò d’es. prodotti fuor dei luoghi segnati dal consumo, ed ottenere il concorso di capitali quando Io interesse diretto del mutuatario non è latente. Epperciò a invocare proficuamente il credito per costruzione di vie provinciali sarebbe ora d’uopo richiedersi quali sieno le additate dai provinciali interessi: e questi vorrebbono essere dell’oggi e non li creati dal passato o da lusinghe dell’avvenire: che quando una provincia si accinga a nuove opere stradali, chi ne segnerebbe il corso se a priori non l’avessero tracciato interessi provinciali? Sennonché potrebbe forse dir taluno ha provincia non abbia propri interessi, sol rappresenti collettivamente gli altrui, nella guisa il governo non n’ha, sibbene rappresenti quei che vanno nel nome di statuali. Ed aggiungere, che se v’ebbero strade provinciali e vi hanno strade nazionali, le prime male offrano ragione del grave dispendio, lardo e poco frutto, privilegi di vicinanza, e d’incerta guida nel tracciarle: e le seconde non essere altro che il sussidio o concorso prestalo dal governo a più provincie insieme. Ed invero la esperienza del passato e pur le difficoltà incontrate nel venire a fine di opere grandiose, accoglierne i mozzi, ottenere concorde giudizio sugli studi, potrebbe fino a un certo punto avvalorare un tale argomento, e dimostrare una volta più come non sia dato a provincia il sostituire la propria alla iniziativa dei comuni, senz’errare seguendo interessi non suoi né sempre collettivi. E perciò, dove vogliasi ammettere debba essere lasciato ai municipi l’onere di costruire le vie di cui abbisognano, lo si dica loro. Sol che, vivendo essi nella tutela della provincia, ben le istà poi l’ufficio di coadiuvarli nelle opere cui a seconda de’ propri interessi si accingano. Ma, quando altrimenti non si giudichi, basti alla provincia, qual norma nel concedere i soccorsi, nella guisa fa il governo inverso più provincie e più comuni, il conoscere che l’opere sieno incominciate o in parie compiute: sola condizione sia questa a meritarli. Ogni altra immistione suonerebbe forse lesiva di quella comunal libertà che ha in sé lume a procedere da sé correttamente; e volendo tutelare con equa ragione la ragion d’ogni municipio, ben arduo riuscirebbe lo sfuggire il rischio di posporre quella dell’uno a quella dell’altro, e forse di contrariare gl’interessi reali che son quei del sito.

Che se l’opere ad interesse collettivo importano il doppio della spesa la quale si faccia nello interesse di un solo, in guisa disse taluno essere li governi e le provincie i peggiori costruttori e i più infelici imprenditori di pubbliche opere, affidate alle comunità, lì sopra il silo, quale minor dispendio non se ne avrà?

E il sistema di larghi premi distribuiti dalla provincia, e spartiti secondo che i lavori giungano a’ punii dolermi ria li, quanta celerità non imprimerà a’ lavori?

E incominciati in ogni punto ove svegliansi interessi da satisfare e a giudizio delle comuni, scorrerà tempo prima che li molteplici tronchi in variatissime direzioni incominciati, poi allungati si incontrino, si allaccino e compongano quella rete lucana a cui altrimenti non basterebbe la intiera vitalità della provincia?

Ed havvi di che temere li municipi non si pongano all’opera, non ricerchino i sussidi, non profittino del tempo?

IX.

Io non risolverò il quesito altrimenti che qui compendiando l’opere a cui più comuni, quasi non misurando le forze proprie, cerio non fallo allora calcolo sovra di premi provinciali, si accinsero. Che se apparirà come taluni, accolte le suggestioni degli uffici che li hanno in tutela e pur ridotti alla sola vitalità propria o congiungendo quella di più municipi, siensi lanciati ad opere commendevoli e perdurino nel partito di compierle, è conforto o no per questo illustre consesso, il potere iscrivere nel bilancio della provincia copioso fondo a sovvenire l’audace buon volere dei municipi, incuorare quelli ove la vita par si svegli?

Diciannove fra essi, lungo l’anno, statuirono la costruzione di tronchi, e senz’accordi collettivi, disposti allo agire da soli: Lauria a riunire li due rioni nei quali è divisa, Potenza ad allargare il suo cerchio, Tramutala a congiungersi con la provinciale verso Moliterno, Ferrandina accostarsi al più vicino centro di ferrovia, Castelgrande alla consolare di Valva, Albano a immettere la sua vita nell’arteria lucana, Campomaggiore appressarsi ad Albano, Maschito a Venosa, Morsico a Brienza, Laurenzana ad Anzi, Palmira a Pietragalla e Genzano, Acerenza e Genzano a Spinazzola e Pietragalla, Palazzo a Genzano o Acerenza, Cancellara a Vaglio. Tolve poi deliberava una deviazione di un tronco della rotabile, e Venosa la costruzione di quella eh’ è detta di Terranera. Imprese per un valsente di un milione; per nove delle quali già compieronsigli studi, bandironsi gli appalti, e per selle incominciaronsi i lavori: oltre le più antiche imprese da Anzi alla consolare di Potenza, e da Balvano al marmo di Picerno .

E laddove si parve audacia il lasciarsi ire ad isolali sforzi, più comuni si restrinsero fra loro in consorzio. Lauria si unì a Trecchina e Maratea a costruire una rotabile che le congiunga, Stigliano con Montalbano e Cracoa sboccare nella Stazione di Scanzano, ferrovia Vittorio Emanuele, Montescaglioso con Muterà ad accorciare la distanza che le separa. Pei quali consorzi, istanno sopra luogo quei dell’arte a redigere gli studi, e confido non ne ritardi il frullo. Ferrandina poi e Accettura e San Mauro e Salandra e altri municipi, mentre parlo, istudiano le condizioni di un quarto accordo .

XI.

E ferverà fra giorni l'opera proposta da Missanello, iniziatore di altro consorzio, il quale si prefigge costruire un canale, a salutare irrigazione dei campi, rivolgendovi l’acque del fiume Agri. Primo e nobile esempio di quei che possa l’associazione anco fra privati e la industria dell’uomo a migliorie d’agricoltura.

XII.

E, a tacere poi del ponte di Pignola sul Basento e di quel di Acerenza sul Bradano pei quali già da tempo fervono i lavori, si sforzarono di contrastare agli impedimenti delle acque non accolte in irrigui canali, ma squagliate ne’ piani, il municipio di Spinoso deliberando, per una spesa presunta di poco più di lire ottomila, un ponte di legno sul fiume Agri : un altro lo deliberò Marsico e stanno compiendosene gli studi: Salvia, qual terzo, attende a completare opera incominciata. Montepeloso statuiva poi e compievate ricostruzione del ponte a metà distanza da Gravina, il quale oggi è aperto alle comunicazioni.

XIII.

Per tanta mole di lavori o proposti o incominciati o compiuti, sovvenne il governo con taluni sussidi a’ comuni di Albano, di Forenza, di Castelgrande, di Campomaggiore, ed a quei di Balvano, Pignola, Potenza, Tramutola, Venosa e Anzi . Provvidero poi i municipi in due modi: primieramente rivolsero istanze onde la cassa di depositi e prestiti, salvadanaio de’ comuni e luoghi pii della intiera penisola, li soccorresse con mutui, e il municipio di Potenza già n’ebbe parte: gli altri l’avranno, a trattative compiute .

Maggiore aiuto poi le comuni Io richiesero a se medesime, riducendo a miglior sostanza li propri bilanci, ne’ quali furono iscritte per lavori ordinari da oltre trecentomila lire, e pegli straordinari, la più parte strade, un milione e mezzo.

Oltreché, da taluno venne statuito rivolgere a quelle opere i superi di precedenti gestioni, li quali a liquidazione compiuta sommeranno come dissi a cifra stragrande, e il di più che i redditi offrono sulle annue spese.

XIV

Il che mi mena a ricercare come nei bilanci di quest’anno crescessero gli introiti, la distribuzione loro migliorasse, i meno fecondi dispendi venissero cancellati.

Li residui di anteriori esercizi che, a liquidazione di conti incominciata,apparivano ne’ bilanci dell’anno scorso per lire dugennovantasette mila, a proseguita liquidazione giunsero in quest’anno a seicensessantunmila,e, compiuto sia innanzi il dicembre lo esame de’ conti, sommeranno forse a circa due milioni .

Gli immobili, ricchezza d’oltre sessanta milioni  la quale data in fido frullava or fan due armi lire novecentrentottomila, apparve ne’ bilanci del LXV per un milione e quarantadue mila di prodotto .

Li centesimi addizionali alla imposta prima, che or fa un anno a stento raggiungevano le lire cencinquantamila, quasi doppiarono.

Li balzelli del consumo, ch’equivalevano nel LXIV a due volte gli oneri della proprietà, progredirono per sole settantamila lire: per modo che gli aggravi delle due ricchezze, rimasero con più equa ragione spartiti.

Le straordinarie entrale, nelle quali vanno compresi sussidi governativi, oblazioni di privati e pii istituti, e mutuile prima non giungevano a mezzo milione, furono per quest’anno iscritte di quasi ottocento mila.

11 provento delle comandale, nullo nel LXIV, venne, ed a ragion veduta, proposto per lire diciottomila.

Di tal guisa la somma degli introiti presunti nel LXIII di duemilioni e duecentomila lire e nel LXIV di ceocinquanta mila in più, quest’anno raggiungeranno quasi li tremilioni e mezzo.

XV.

E ora dicendo delle spese, crebbero gli interessi di mutui, in ragion de’ nuovi, da lire cinquantacinque a novantamila.

Quelle che vanno nel nome di amministrative per lo svolgimento de’ servigi municipali, di quattro censessantatre mila ch’erano l'anno scorso, divennero pel volgente di cinquecento dodici migliaia.

Le mandamentali non mutarono. Quelle per la igiene e polizia urbana e rurale, come dissi, da cenventotto saviamente crebbero lino a censettantamila.

La milizia cittadina, il cui dispendio fu nel LXIV di lire cinquansette migliaia, ne richiese per Ialino in corso sei più, a miglioria di locali, apprestamenti di uniformi, esempligrazia in Meli!, ove da oltre cencio(pianta militi, con divisa al completo, fanno ora egregia mostra di sé.

De’ lavori ordinari dissi come le spese, che nel LXIV sommavano a duecento mila lire, ne’ bilanci del LXV siensi accresciute d’oltre un terzo.

Le opere poi straordinarie, il più numero strade e podi e cimiteri e pudiche fontane, per cui s’iscrissero nel LXIII seicentomila lire, e nel LXIV novecento mila, in quest’anno vennero presunte di circa un milione e mezzo. Commendevole larghezza di propositi non men che di sacrifici.

All'incontro le spese del cullo, le quali nel LXIV toglieano alla sostanza comunale da ottantamila lire ogni anno, vennero in questo sminuite della metà .

E di questa guisa, la somma de’ dispendi che nel LXIV non superò li duemilioni e trecentomila, pel volgente fu presunta di un milione più.

Il quale posto a confronto con il di più delle entrate, s’avrebbe un disavanzo di lire dugentomila, cui ripara la imposta alla ricchezza prima.

Compendierò qui le materie discorse intorno la vita economica de’ municipi: accresciuti di un terzo i prodotti ispendonsi in quest'anno nelle proporzioni che seguono: ad opere pubbliche, volgesi la metà: ad aggravi di amministrazione un settimo: per la polizia ispendesi un ventesimo: altrettanto per l’istruzione: gli interessi dei mutui assorbono un quarantesimo: la milizia cittadina un sessantesimo: il cullo toglie solo un ottantesimo de1 profitti. Lodevole riforma, ma non intiera.

XVI.

Pertanto se, come non è dubbio, non meno dei municipi, le opere pie vivono a Ime pubblico, quel della beneficenza, ricerchiamo per quanto lo scopo onde vivono fosse raggiunto, sia accogliendo migliorie di istituti, sia concorrendo ad opere commendevoli, e ministrando le entrale, quasi cibo, a poveri.

Ora, la liquidazione d’ogni contabilità sendosi compiuta in questi mesi e dopo eran digià compilati li bilanci nuovi, non hanno potuto islanziarvisi le poderose cifre. scaturite dallo esame dei conti, né furono esse a tempo di imprimere in quest’anno a’ luoghi pii la vita cui forse gli chiama l’avvenire. Di guisa ogni miglioria s’aggirò attorno gli ordinàri proventi dell’esercizio scorso, ma pur di alcun che accresciuti. Perciocché molte opere pie, alle cifre già iscritte al credito pubblico aggiunsero altre in questo anno, e per non ispregevol somma  ; d’onde un non lieve aumento ne’ redditi. Altro supero s’ebbero negli afflitti degl’immobili, a maggiori cautele compiuti; di modo crebbero quasi di un terzo. Più feconda e universale trasformazione di patrimonio e aumento ne’ redditi, l’ebbero poi le opere pie mercé la censuazione di beni fondi, scioglimento di canoni e censi convertiti in rendita di credito pubblico, con le norme della ultima legge. La moltiplicità delle istanze persuade non scorra il nuovo anno senza che quasi la totalità del patrimonio pio, abbia subito tal proficua mutazione: sollevinsi Ì redditi dallo invili mento in cui da anni ed anni ogni sostanza pia era caduta. La concorrenza alle aste pubbliche e la gara nelle offerte, lo assicura. Modo acconcio a che, in profitto di quella stremala fortuna di’ è avito patrimonio de’ poveri, la si tolga dalla immobilità fracida e perpetua, corra le vie del secolo, muli viso, e approdi pur allo incremento della fortuna pubblica.

XVII.

Mentre quindi le amministrazioni pie attendono iscrivere nei bilanci dell’anno venturo i residui di anteriori, rimasti a mani degli eX tesorieri, e infondere con quelli vita nuova agli istituti, guidarli nella via cui li chiama fino il nome, quel della carità, è duopo annoverare qui, a speranza di meglio, come ora qua e là siasi profittalo degli aumenti nelle entrale, e di rilevanti economie in ispese non consone al fine di carità, per allargarne il campo e il beneficio . E qua e là il dico con animo commosso, li poveri seppero solo in quest’anno che le opere pie furono istituite per essi: in profitto di essi la legge le governa: non ad altro fine la deputazione vostra le ha in tutela; e quel che possedono, ad alcuno non ispetta, meno che ad essi. Ed ogni mano s’allunghi a quelle sostanze loro, non è equa, non sacra, ma furtiva. Aveano i poveri fin dimenticalo come in altri tempi, mezzo secolo fa, avessero per più anni avuto il dominio utile di quei beni. Lo rammentano oggi dacché molti egregi amministratori cancellarono da bilanci o parte o tutte quelle spese, con cui il solo patrimonio dei poveri sovveniva il culto dei ricchi : il che conforta a sperare pei bilanci nuovi, lo esempio allarghi e penetri nella coscienza pubblica. Talune opere pie volsero quindi parte delle accresciute entrale ad asili per l'infanzia: tali altre sovvennero la costruzione di cimiteri e fin di pubbliche fontane. In più che trenta bilanci si scrissero poi per quest’anno, e per la prima volta, sussidi alla istruzione e premi e dotazioni a fanciulle e soccorsi a’ vecchi e farmachi ad infermi e letticciuoli a’ poverissimi e vestimene. Infine, varie opere pie, cancellata da lor bilanci la totalità dei dispendi che non profittassero a’ poveri, quasi in sugli occhi miei, con senso di profonda carità, tolsero a vestire fanciulli quasi ignudi nel mezzo delle vie: e dove trenta, dove quaranta, e fin sessanta. E di questa guisa quelle misere creature, cui per l’innanzi niuno volse mai una carezza, trassero numerosi alle scuole e popolaronle,

Qua e là poi, a beneficio universale, talune amministrazioni deliberarono di istituire ospedali, altrove pubblici ricoveri. Istà al tempo di compiere l'opera, moltiplicandoli: che ho fede intiera nella vittoria del futuro sul presente, e di questo sovra il passato: e fra progredimenti civili reputo vada primo il miglioramento delle classi più infelici, restituendole nel dominio utile de’ lor beni, quei de’ luoghi pii.

XVIII.

Alla opera salutare non meno, partili, concorrano i miglioramenti di cui sieno suscettive talune delle istituzioni che la provincia annovera: dei quali stimo discorrere qui quelli introdotti in quest’anno a cura della deputazione vostra e del governo; e verrò poi alle mutazioni seguite per sol volere di quest’ultimo negli ordini propri. Di questa guisa compiasi il quadro delle migliorie e riforme che opere pie e municipi e provincia e governo abbiano o attuate o proposte.

E incominciando a dire dello istituto di A vigliano, un dì popolato da ottanta alunni, scaduto di poi fino a non contarne che sedici, e più sminuiva la spesa più scadeva la finanza sua, rivelerebbe qualche lieve miglioria almen nella disciplina dei trentasette che ora vi stanno ad apprendere il leggere, lo scrivere, un po’ di musica, l'arti dei ferraio del sartore del falegname del calzolaio: cui sonosi aggiunte ora quella delle seggiole, delle funi, e l’industria dei zolfanelli. Già compiute le spese di primo impianto, e fra breve quelle per la scuola di ginnastica, proposta come l’altre nuove dalla onorevole deputazione vostra. Seguirono poi dispendi e per lindezza di locali e vestimenta ai fanciulli e taluni riatti agli strumenti della musica, a poter ricomporre, quale accessorio dell’istituto, la fanfarra nel LXIII disfatta. La ricomposta amministrazione ristaurò in alcuna parte la finanza dello stabilimento: ed ora sarebbevi progetto di accrescerne, com’essa ornai consentirebbe, il numero dei ricoverali alinea, come prima, tino a ottanta: e sceglierli mercé concorso e produzione di titoli, preferendogli orfani e quei che mancano di un genitore, e da ultimo quei che, pure avendoli entrambi, usciti dalle scuole elementari si parranno i meglio esperti nei leggere, nello scrivere e nel fare di conti. Affinché, dove l'ospizio non abbia con il tempo a cessare, o fondersi da oggi  in altro, per numero di alunni e moltiplicità d’arti e istruzione progredita e onesto costume, possa conseguire grado di utilità; e paghi il tributo che dee alla social comunanza, quel di restituirle esperti, operosi e onesti operai coloro i quali accolse fanciulli.

XIX.

E pur l’orfanotrofio delle Gerolimine segnerebbe talun progresso: alle alunne rifalle le vestimenta: provvedute di pannilini: l'arti donnesche avviate: e le industrie del tessere cotoni o lini o sete intese ad allargare. Dal loro svolgimento cerio lìa duopo riconoscere l'avvenire dell’istituto: il quale benanco migliorerebbe dove venisse trasformalo in iscuola normale .

XX.

L’arli del tessere, la istruzione del leggere e scrivere, ogni segno di vita operosa e educativa, a giustificare il partito radicale che a voi piaccia di adottare intorno ad esso , nello stabilimento di Barile quasi cessò.

XXI.

In quel poi di San Chirico niuna industria, tranne le donnesche del ricamo e dei cucire. Nè la istruzione offre metodo né se ne conoscono frutti.

XXII.

E non sarebbe più confortevole la condizione dello agrario di Melfi dove, appunto di questi giorni, un decreto reale non gli donasse altra vita e avvenire prospero. quest’erano le condizioni dell’istituto: poca la lindezza interna; locale qua e là sorretto da puntelli: mobili e letti sfasciali: biancherie e coperte in pezzi; vestimento sdrucite: scarsi gli agrari strumenti o gittali: libri, punii: istruzione profittevole, nissuna: allievi sei e indocili. Della coltura del podere, seguendo mio franco costume, dirò che esso polca dirsi modello sì ma d’incuria; e più montava infatti la spesa che non la rendita. Oggi lo istituto mutato in iscuola e convitto di agronomia e agrimensura, lo diverrà pure delle professioni e arti, dove la rappresentanza provinciale il voglia, con l’aggiungere scuole di amministrazione e commercio e meccanica. E intanto avrà sei professori, convenevolmente retribuiti e, preposti allo insegnamento dell’agronomia ed estimo, delle costruzioni e disegno, del diritto, della chimica e fisica, delle lettere e geografia e istoria: ultimo, quel di geometria e matematiche.

Agli studiosi dischiudesi fino il grado di periti misuratori e di periti agronomi. Il diploma di idoneità, litui dì preferenza a posti di capo guardia forestale, di assistente ad opere pubbliche, e d’ammissione a regie scuole di medicina e veterinaria e farmaceutica. Lasciata poi è, dal decreto, alle facoltà del ministro il dettare prescrizioni normali per il convitto e la coltura del podere, in guisa rispondano al fine che non raggiunsero fin’oggi: e lo unirvi un corso preparatorio l'ammissione degli alunni.

Al dispendio dell’istituto sovverrà lo stato, e la cassa di risparmi e prestanze, ch’è in Melfi.

XXIII.

Senonché mal m apposi accennando a una istituzione la quale in questo punto non ha vita, ma l’attende anche essa dalla cura provvida del governo, mercé di acconcio e cautelato riordinamento. Perciocché l’antica cassa della di prestanze, istituita con il valsente di centosettantamila lire a sovvenire le industrie dei coloni ed operai, e, dopo un anno di vita, venuta ogni pecunia alle mani dei notabili, e rimastavi nella totalità lino a mesi addietro e per due terzi fin’oggi, da allora non circolò più. E la interrotta circolazione, per manco di più esplicito argomento, segnerebbe le ragioni per cui a fretta vuoisele restituire, la sparsa pecunia raccogliere, ridonare all’istituto le funzioni del sovvenire il credito conforme le inchieste, aggiungervi quella del ricevere a mutuo li risparmi di ogni ordine di persone. A vegliarne poi la corretta gestione istarà, come in ogni altra azienda di credito che siavi in Italia, un direttore e un consiglio di amministrazione. A questo modo o vò errato o l’avvenire serba a quella di Melfi incremento di operazioni, largo giro di capitali suoi e non suoi, profitti adeguati, e il compito di moderatrice del tasso del denaro, e quel di inanimire i traffici, le industrie, ne’ lor veri bisogni sorreggerle .

XXIV.

Vie più dacché non pure in Melfi ma per quanto s’allarga la provincia, oggi, ovunque sorgono conati di vita nuovissima, riconoscesi la penuria di istituti che moltiplicano i capitali alla stregua del credito, e di questa guisa li facciano riuscir bastevoli a ogni più vasta impresa.

E appunto alla penuria loro intendesi por riparo da municipi trasformando vieti istituti in casse di risparmio, e dalla rappresentanza vostra e dal governo una sede della banca qui nel capoluogo. Elemento di credito tolto al credito della restante penisola e qui con amorosa cura trapiantato a vivificarne la vita economica, ascrivo a ventura che di poco tardi a esercitare sue funzioni . Che a conforto e premio del municipio e della provincia, ambo accorrenti nelle spese dello impianto, la esperienza, n’ho fede intiera, additerà questi risultali: il richiamo dei capitali, oggi in fuga o pigri, attorno la banca quasi ricercandovi tutela e custodia: l’ozio di quelli che non ottemperino a sue leggi, le quali stimo faccian violenza fino alla man dei privati, costringendola a moderare il premio del denaro secondo segna il termometro del pubblico credito — la banca: la offerta equiparata alla dimanda: ogni altro istituto che la provincia annoveri, regolato dall’ufficio egemonico del più importante, quel del capoluogo, a quel modo ei lo sarà dalla principal sede del regno, onde la scala del credito si mantenga inalterabile: all’azione privata sostituita la collettiva, esempio di associazione nelle industrie, nei traffici: e ogni impresa d’utilità riconosciuta, fede di solventezza, soccorsa: e il commercio oggi invilito, per manco d’ali uso andar terra terra e pauroso di sé stesso, poggialo ornai ad istituti che lo sorreggano, muoverà ardito alla ricerca di nuove vie.

XXV.

E in quelle certo lo guideranno le moltiplicate Comunicazioni, 1’ agevolezza de’ rapporti mercé di nuovi servigi postali, dello aumento di fili e uffici elettrici, delle strade accresciute, non men comunali che quelle la cui costruzione la provincia vostra ereditò dal passato e le altre che il governo sovviene. Perché non pure intese il potere dello stato a trasformare talune delle istituzioni vostre, ma a moltiplicar le proprie od allargarne la vita.

Fra le quali l’ordine del discorso vuole qui accenni gli uffici telegrafici. Che se,oltre a svolgimento di traffici e frutto di rapporti innumerevoli, valgono, ed è profitto che non ha pari, a far vivere li municipi nella famiglia della provincia e questa della vita universale del regno, quale non dà conforto che di otto ch'erano gli uffici or fa un anno e lungo selle linee, s’accrescessero oggi pel volere del governo e da propensione dei cittadini, di quei di Montescaglioso, Muntalbano, Bernalda, Latronico e Chiaromonte, lungo i nuovi fili di Lagonegro a Matera? Oltre che confido non scorreranno giorni prima che lor s’aggiunga, a disposizione del pubblico, l'ufficio di Senise. Corrono poi trattative per la istituzione di altri, innanzi lo spirar dell’anno, in Pislicci, Tursi e Ferrandina .

XXV.

Che se a conchiusione di negozi molto giovano le fuggevole comunicazioni che da’ telegrafi si ottengono, non v’ha dubbio che i conduttori precipui dei commerci non siano gli uffici postali. Che anzi la rete elettrica non può dirsi rechi il beneficio che ha da attendersene dove la postale non sia compiuta: e compia, a miglior agio, le contrattazioni iniziate da quella. Di questa guisa non s’elidono ma le due vitalità si perfezionano l’un l'altra, e procedono di conserva. A me, infine dal primo giungere in questa provincia, e non ho di che infingermene, parve di toccar con mano che una delle arti più nemiche di svolgimento economico e fin di associazione fra gli abitanti, usala dallo sgoverno che di poi la coscienza pubblica capovolse, si manifestasse nell’invilimento in cui era il servigio delle poste e nell’iscarso numero degli uffici , temuti portavoce di bisogni e speranze. E mi parve debito mio quello di promuoverne lo aumento, per quanto valesse il buon volere. Ma le cure del ministro e i sacrifici cui mostraronsi disposti i municipi, conseguirono risultati quasi maggiori dell’aspettazione. Avvegnacché se l’anno scorso non contava la provincia vostra che ventitré uffici postali, e nel resto de’ comuni a due o Ire volte per settimana recavano le lettere pedoni e non sempre fidi, lungo l’anno molti municipi ne salariarono altri ad averle senz’ intervallo di giorni : e qua e là, dove la spesa soverchiava la finanza di un sol comune, più di essi strinsero fra loro accordi; così nacquero e per la prima volta consorzi postali, segno di vita mal racchiusa infino allora entro la cinta degli abitati. E dipoi, fallane proposta a’ municipi, ben sessantadue inviarono istanza ond’avere un ufficio proprio, ne assunsero gli oneri, e di poco ne larderà l’insediamento . Alle linee postali già in corso s’aggiunse quella da Rionero a Muro e viceversa: figli uffici ornai aperti, quel di Atella. Dovunque poi fervono gli accordi a poter più comuni, future sedi di un ufficio e lungo la medesima linea, valersi degli stessi pedoni. Per questo modo forse avvicinasi il giorno in cui da reciproci e giornalieri rapporti fra tutti i punti della vasta provincia, verrà io sviluppo de’ traffici, delle industrie rurali e, per la facilità degli scambi, la ricerca dei prodotti e l'aumento dei loro prezzi: aggravio che per legge economica segna l’incremento, non di povertà, ma di pubblica fortuna.

XXVII.

E a uguale intento mirarono i sacrifici della provincia a proseguire le strade e le opere da anni molti incominciate . A cura della deputazione vostra il ragguagliarvene distesamente. Conviensi a me il dirvi solo in compendio come per manutenzione ordinaria delle vie provinciali fussero quest’anno ispese settantaquattro migliaia di lire: a completar questo palagio trenta: e pe’ rassetti al carcere di qui uno; oltre a un terzo dispendio, che va fra gli straordinari, di quattro migliaia di lire pe’ scaffali dell’archivio provinciale. A riatti di vie n’andarono poi dieci a riparar frane in quella da Potenza ad Auletta in vicinanza di Picerno, sette per un secondo tratto, uno a ristauri del ponticello presso Malamogliera, circa altrettanto per quello vicino a S. Aloia: nella via Peucezia si spesero in riparazione di danni due migliaia di lire, in quella detta di Pietragalla oltre le tre, e, da ultimo, nella via vecchia delle Calabrie da mille e settecento lire.

A prosecuzione poi delle vie incominciate, per la lucana andarono ottantacinque migliaia, per quella di Pietragalla sedici, e sei assorbì l’altra da Potenza, all’orlo agrario.

E finalmente, a costruire i ponti Tiera e Rivisco nella via di Pietragalla furono spese trentaquattro mila.

Un totale dispendio per manutenzione e costruzione di vie, ponti e altre opere provinciali, da agosto LXIV ad oggi, di lire duecentosettantaquattro migliaia.

XXVIII.

Ricerchiamo ora li sacrifici che a migliorie di comunicazioni lo stato compieva qui lungo l’anno : valevolissimo sussidio ripartito su di tre grandi arterie di cui due, fra esse, chiamano la vita della Lucania a versarsi in quella delle finitime provincie: operanda gli effetti di quei consorzi che infili oggi male attecchirono fra troppo vaste associazioni, vo’ dire di più provincie insieme.

Nella strada detta di Molerà, da Atella ai piani di Lavello, in lavori di miglioramento e ornai compiuti furono spese due mila lire: a costruzione del ponte Gogno altre nove: a compiere la traversa detta di Rionero diciotto: per la via da Ruvo del monte al torrente Tracino cencinquantadue: una somma di centottantun migliaia. Eransene spese innanzi il settembre andato ben settantanove: di guisa a compiere le opere, secondo fu presunto nell’incominciar dei lavori, mancherebbero non più che centomila.

XXIX.

E lungo la via delle Calabrie, a riparar danni, dal Calore al ponte Cornuto se n’andarono, nei dodici mesi anteriori, circa tremila lire: a prosecuzione del tronco da Pietrasasso al fiume Lao oltre quattordici: a costruire il ponte sul Pietrasasso altre otto. Or non mancheran più al compimento delle opere che diciotto migliaia di lire.

XXX.

E per la vastissima linea che da Sapri al Jonio scorrerà lungo duecenquarantacinque chilometri, per un valsente, ad opera intiera, di circa otto milioni, e dei quali se ne spesero a tutto agosto del LXIV tre e duecento migliaia, da allora ad oggi volse il governo, pel tratto dalla Croce di Petrozzi al lago Serino, lire trentotto mila: per quello dalla nazionale delle Calabrie alle vicinanze di Pecorone a Latronico, sessantotto: pei tronchi da Latronico a Fardello e di colà a Senise, altre cinquanta. Una somma di cencinquanta migliaia, che aggiunta alla cifra degli anni andati, offre un complesso di quasi tre milioni e mezzo, i quali importano oltre due quinti del dispendio' prefisso. E considerala la grandezza dell’opera, la moltiplicità de’ paesi ch’ella raccoglie lungo la via, e come taluni congiunga a stazioni di ferrovia, li restituisca al civile consorzio da cui sono oggi disgregati, e abbia a divenire un dei più agevoli transiti fra i due mari, con animo lieto rammento qui, avere il ministero, di consenso coi legislatori, disposto all’uopo e da spendere in quest’anno, trecento migliaia di lire: per LXVI altre quattrocento: pel LXVII cinquecencinquanta: e così nel seguito infino al compimento della via. La quale, provveduti i mezzi bisognevoli, potrà entro sei anni, a non confidar soverchio, aprirsi da un capo all’altro: e fra tempo brevissimo fino a Senise .

Sommano adunque le spese straordinarie dello stato per opere stradali lungo quest’anno a circa quattrocentomila: oltre a quarantadue per la loro manutenzione.

XXI.

E qui discorsi i miglioramenti vuoi amministrativi, vuoi materiali, vuoi d’ogni maniera riforme che il buon volere de privati, delle opere pie, de’ municipi, e della rappresentanza vostra e del governo valsero a introdurre qui fra voi, qual speranza di meglio, consentite io compia la notizia di quelli a iniziativa dello stato, dicendovi delle carceri e de’ conventi.

Allo appaltatore delle prime, in più di un sito fu forza provvedere il manchevole o qua e là venne fatto di ufficio, come ne aveano il debito, dalle autorità preposte. Oggidì la condizione delle carceri discreta: i rinchiusi forniti delle vestimenta, dei pannilini, e arnesi di polizia che li regolamenti prescrivono. Quasi ovunque biancheggiati nello interno i locali: in quei di Sfaterà e Melfi più riparazioni: da ultimo, in questo capoluogo riattati gli uffici della istruzione penale , qua e là provveduto alla sicurezza, o vigilmente: dappertutto poi alla salute. Lo stato quindi sanitario fin oggi più che confortevole.

A cura poi di quest’ufficio e di quel del genio civile, l’è in istudio la proposta di costrurre qui un carcere giudiziario a sistema cellulare, su di un alto, aura salubre, acqua abbondevole, a disegno di quello di Pontonville.

E per conchiudere intorno alle carceri, lungo l'anno la impresa accrebbe il numero de’ locali suoi rappresentanti: i municipi, le commissioni visitatrici: il ministero mise al completo il numero de’ custodi. E dispose che, ovunque era carcere mandamentale, i cappellani cessassero dal loro ufficio.

XXII.

Or dei conventi. Io fui lungamente in forse se, meglio che fra le riforme di istituti, avessi da annoverare l’apertura dei conventi, arditamente eseguita, fra le migliorie morali ed economiche. Che una tale riforma, da ogni lato tu la giudichi più t’appare commendevole.

Che se lo spirito intento a che vengano meno istituti i quali più non han la ragione del loro essere, dacché l’ozio non è più un culto, la dice un’utile soppressione; la morale che non fu sempre sol privilegio di quei ricoveri, la dice un atto di moralità pubblica: e la civile economia che annovera le forze produttive restituite alla società, le fanciulle alla religione delle famiglie, o al sacerdozio della maternità, la dice un miglioramento economico .

Or li conventi disciolti in questa provincia dal gennaio scorso ad oggi  col sistema del concentramento, erano di agostiniani,di cappuccini, di conventuali, di missionari, di osservanti, di riformati, fra tutti trentasei, oltre a un monastero di femmine della religione di san domenico. Kei primi, di dueccnnovantun rinchiusi, profittarono della libertà offerta, ritornando al secolo, ben duecento dodici. Nell’ultimo, di trentaquattro monache, tutte tornarono alla religione della famiglia. Epperciò li monasteri e conventi che or fa un anno, qui innanzi a voi, lamentava giungessero fino a ottantasette, sottraendo alla produzione e ai doveri della famiglia da ben mille e trentaquattro individui, oggi non sono più che quarantatré, popolati da settecentrentaquattro, fra i due sessi .


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PARTE QUARTA

MIGLIORIE ECONOMICHE

Sommario — I. Miglioramenti economici. Lo svolgersi delle imposte, criterio validissimo di prosperità — II. Ricchezza diretta: anticipo della fondiaria— III. Suo notevole sviluppo — IV. Suoi naturali effetti — IV. Aumento dei proprietari per suddivisione di demani comunali — VI. Moltiplicità di contrattazioni e loro prodotto alla finanza — VII. Vendita dei beni dello stato — VIII Mutazioni di possesso — IX. Ricchezza indiretta: gabelle — X. Proventi molteplici — XI. Imposta unica sulla ricchezza mobile — XII. Ammontare degli introiti e dei dispendi per contò dello stato nell’ultimo triennio: pareggio e civanzo — XIII. Della produzione agricola — XIV. Degli abitanti — XIV. Cause varie dello aumento: emigrazione scemata: polizia e salute pubblica guarentita — XVI. Miglioria nelle condizioni degli abitanti: loro economiche partizioni—XVII. Suddivisioni a ragion di diritti politici ed amministrativi — XVIII. Suddivisioni per ragion di cultura.


I.

Ed or solleviamoci insieme, per quanto il buon volere consente, a maggiore argomento. Se quà e là lungo l’anno furono indizi di vita che si svolge, migliorie materiali aiutatrici di lavoro, fede e sicurezza accresciuta; più opere incominciate e taluna alacremente proseguita; valevol concorso dello stato e della fortuna comunale e di opere pie in pubblici lavori; util trasformazione di parte dei beni, migliori redditi da restanti e in più larga copia i dispendi volli a fecondare lo avvenire; ricerchiamo se vi abbia segno di migliorie economiche nello svolgersi delle imposte. Che se, come non è da porre in dubbio, le dirette del pari che le indirette segnano, sebbene in guisa e per ragione diversa, lo scadere e il risorgere della ricchezza, e se per quest’anno, pur tenuto conto dei mutamenti nella percezione di taluni cespiti, offrono tutti notevole aumento, qui si abbia riprova, non dico che li conati o sforzi vostri e quei dello stato abbiano di già recato i loro benefici ma che, mercé un avvicendarsi fortunato di casi, e per quel naturale espandersi della vita economica restituita a libertà, la fortuna privata e pubblica qui fra voi accennava lungo l’anno a svolgimento: arra di quel che Io avvenire, ad opera compiuta, riserbi.

II.

Basterebbe invero a confortare lo assunto il considerare quella improvvisa circolazione di capitali, che fu detta lo anticipo della fondiaria. Del quale io non istimo ricercare ragioni di patriottismo, sibbene quelle che vanno nel nome di cause economiche e i loro effetti. Il capitale, vivuto qui per anni pauroso delle contrattazioni e dei mercati, quasi avesse da incontrarvi falcidia, all’improvviso si affaccia e in larga proporzione: senza uopo attendere i ricolti la intiera provincia affranca per un anno intiero le sue terre: la sicurezza, àuspice del riapparire dei capitali, genera la fede delle mutuazioni di luogo in luogo e il soccorso a penuriosi; la dimanda e la offerta armonizzano: li corpi morali pei privati, i municipi per le unità di cui la civil loro comunanza va composta, la provincia per tutti, ognuno compie in parte all’ufficio suo egemonico o tutorio. Ma se lo anticipo, seguito a tanta fretta che non bastava il tempo allo esigere, gli è argomento di riapparsa tranquillità e le mutuazioni a privati di scambievole fede, non meno vuoisi riconoscere da esso, infin’a un certo punto, lo scadere della usura, piaga non più vostra che d’altri siti, perché d’ogni regione ove non v’abbiano istituzioni di credito. Avvegnaché l'util dei contribuenti segnò per quell’istante il tasso legale del danaro, e se nei forzieri dello stato si impiegò col beneficio del sei per ogni cento di capitale e altrettanto di premio, ciò mostra che non gli poteva allora esser dato raggiungere, come bene spesso, miglior impiego in altre contrattazioni  .

Bello e provvido esempio di feconda associazione quello per cui li municipi assunsero l’onere de'  privati, e taluni ne rinunziarono il profitto; la provincia si interpose fra quelli e lo stato, sovvenendo col credito proprio larghissima somma; e da ultimo, il capitale ch'è di ogni luogo, non ha patria, men che meno municipio, sol cerca fede e va ovunque, dalle estreme provincie d’Italia, e fu la prima volta fosse condotto da privati, venne fin qui.

Di questa guisa, in men di quindici giorni, due milioni, oltre i quattro quinti dell’intiera imposta, sboccò nei forzieri dello stato. Li privati vi concorsero per ben due quinti, li municipi, e la provincia tolto a prestito da sovventori dell’alta Italia mezzo milione, concorsero pel restante.

III.

Ma quel che allora potea dirsi ascendere a più che quattro quinti del dovuto all’erario, scemò poi con lo aumentare della richiesta. Che la perequazione compiuta fra le varie regioni della penisola richiese a questa provincia un sopra più di tributo, il quale perciò da lire due milioni trecenquarantatre mila a sol profitto dello stato, qualora nel LXIV, si elevò a due milioni seicentrentun mila lire. Ma v’ha di più. La comunal sovrimposta che l’anno scorso fu di cenventitre migliaia, in questo, come già dissi, sommò a duecenventinove. Li centesimi della provincia da cenquarantadue crebbero a cennovantatremilalire. E più ancora, dall’agosto LXIV aumentava la imposizione diretta, per ruoli suppletori, di quasi ottantacinquemila: da elevare il tributo fondiario nella provincia a circa tre milioni e un quinto.

Ora un tale aumento, mal si sarebbe apposto chi l’avesse temuto, qual non fu, cagion di povertà pubblica. Perciocché siavi legge, io non so se dire provvidenziale o economica, la qual dispose il tributo non avesse mai fin oggi isterilita la ricchezza, masibbene colpito, per una ragion provvidissima, in fino a che le forze consentivano. Più in là, non andò mai imposta . La quale, per soprappiù, ebbe ognora il compito o il risultamento di vivificare la fortuna, non ispegnerla: accrescere la solerzia privata, le umane industrie, più che mai le rurali, non scoraggiarle. Onde la imposta, quando pure potesse proporsi la universale miseria, perverrebbe appunto a moltiplicare i fattori di ricchezza.

Meraviglióso circolo, nel quale l’ingegno dell’uomo pur seppe riguardare e leggere: sempre poi risalirne le cagioni. Che se la ragione più empirica per cui li sacrifici addimandati alla fortuna pubblica non la disfecero né l’esaurirono mai, la è quella che e comuni e provincia e stato chiedono ad essa quel tanto di cui han duopo, il quale nondimeno le ritorna mercé le opere incominciate o compiute, li traffici dischiusi, le industrie ravvivale: la ragione economica, ch e guida nello imporre, per la quale il tributo non isterilisce le fonti della ricchezza  consiste in ciò ch'esso nel modo mette a partito così sprona il commercio dei beni, lo allargare della cultura per ogni dove è spazio, lo aumento dei prodotti, le cure e ogni industria dell’uomo, a moltiplicare fino la ricchezza fondiaria, per via di costruzioni: incremento che non pure direbbesi la imposta aiuti, ma generi.

IV.

E qui, in sugli occhi vostri, valga io annoveri due esempi.

Li dissodamenti di sodaglie e sterpi, cultura intenta a uscir dai suoi confini, dal settembre a oggi sommarono a cinquantadue per oltre a settemila ettari . Approvaronsene diciotto: altri cinque lo saranno di per di: pe’ restanti ventinove dissodamenti, seguono le verifiche.

Le costruzioni di nuove fabbriche giunsero negli ultimi sei mesi del LXIV a ottocentocinquantasei: nel primo semestre dell’anno volgente a trecentoquarantatré.

Il numero poi delle case erroneamente immuni da imposta e, a giusta distribuzione di oneri, accatastate lungo il LXV sommarono a duemila settecento novantotto.

Di antiche proprietà, ugualmente sfuggite fin’oggi, rivelaronsi in un anno agli uffici dell’imposta oltre seicento.

Crebbe la rendita imponibile per più di lire centomila.

E il novero degli iscritti a ruoli, indizio di proprietà che si frastaglia, s’accrebbe, infino ai primi mesi del LXV, per quasi tre mila e cinquecento .

IV.

E forse precipuo esempio di migliorie economiche non arrestate dallo accrescere dei balzelli, anzi per esse divenuti vie meglio sopportabili, offrono i risultati della partizione de’ demani: resurrezione vera e propria di fortuna da lunga età sottratta al commercio delle fortune. Che se quest’ufficio non ommise diligenza a chela trasformazione di quei beni da una a cento mani celere progredisse, ciò fu perché gli parve valer altrettanto come aggiungere ricchezza a ricchezza, ovvero sangue nelle arterie della provincia. Vie più poi convinto che nel giorno in cui la suddivisione di quei beni sia compiuta, qui non si annoverino più poveri, divenuti allora operai ed onesti coloni: e vengano una volta meno facili accuse di usurpazioni, bene spesso malevoli, sempre causa di sospetti e discordie cittadine: ond’è che alla partizione dei' demani può attribuirsi salutare ufficio economico, non men che di morale pubblica e di equità.

Che se negli otto mesi dal gennaio al luglio del LXIV, fra trentun municipi, si disciolsero promiscuità per ettari cinquecentotrentacinque: operaronsi divisioni in massa per quattrocenventisei e reintegre di usurpazioni per cinquecentrentasette: furono soggetti alla prestazione di un canone duecencinquanta usurpatori di trecent’undici ettari: e segui la partizione, fra duemila ottocencinquantaquattro novelli possidenti, di duemila duecentundici ettari; recano maggior conforto, e sono indizio di minori impedimenti o malevoglie, li risultati che ne’ dodici trascorsi mesi si ottennero. Per disciolta promiscuità nella comune di Montescaglioso restituironsi al demanio censessanta ettari: per divisione in massa in quel di Matera cennovantuno: nelle comunità di Gorgoglione, Tito, Montescaglioso, Ferrandina, Lavello, Salandra, Francavilla, Aliano, Melfi reintegraronsi usurpazioni per settecensessantanove ettari: alla prestazione di un canone vennero sottoposti, in altre ventuna comunità, usurpatori di ben duemila censessantasei ettari. E, per ultimo, in diciasette municipi si concedé a quattro mila censettantun novelli proprietari la somma di quattromila duecentrenta ettari di suolo. Di guisa venne lungo un anno, e conforme i dettami della giustizia, migliorato il dritto di proprietà sovra un’estensione di oltre settemila e cinquecento ettari. Altrettanto suolo, restituito alle rurali industrie, a’ commerci, agli scambi .

VI.

Vie più lo addimostra lo sviluppo di quei cespiti che han la origine loro dagli scambi e dalle vicende della ricchezza diretta. Il registro che nei primi sette mesi dell’anno scorso fruttò alla finanza cenventunmila lire, offerì dal gennaio al luglio seguente, né da ascrivere solo a gravezza di legge, fino a censessantacinque migliaia. Le successioni allora produssero ventottomila lire: nei sette mesi decorsi, il doppio. Aumentarono di un decimo i proventi del bollo: di oltre un terzo quei dell’ipoteche: i depositi giudiziari triplicarono. Da ultimo, non lieve sviluppo si parve pure nelle tasse di archivio notarile, nei dritti di cancellerie, nelle oblazioni forestali. La somma perciò de’ redditi che accolgonsi negli uffici del demanio, e sommarono nel LXhi a settecento migliaia di lire e del XIV a novecento, nei primi sette mesi di questo anno superarono le seicentrentuna; da poter far calcolo innanzi il dicembre, su di un milione e un quinto .

VII.

Valevole causa poi di benessere Io incedere della ricchezza. immobile nella via delle contrattazioni e del commercio: e o’ abbiam riprova nel novero dei proprietari creati dalla suddivisione dei beni che appartengono allo stato, e nello sminuzzarsi di quei che sono de privati.

Dei beni pertinenti al pubblico demanio  venderonsene a tutto il dicembre dell’anno scorso cenquarantacinque lotti, e dal luglio ad oggi altri trentasei . Gara nelle aste pubbliche, affluenza di capitali, elevarono le stime e il profitto dello stato. Epperciò ferve anche oggi lo spirito di associazione fra i men ricchi e attorno a trecentrenta lotti di beni, siti nei territori di Moutepeloso, Tricarico, Ferrandina, Venosa e filatera, la cui vendita è in predicato dal luglio scorso, da quando cioè, compiuto fra la società anonima e il governo ogni accordo, vennero novellamente banditi gli incanti .

VIII.

Maggior risultato offersero poi le mutazioni della privata proprietà a ispiegare lo accrescere di taluni erariali proventi: non meno a conferma dello avvenire che alla provincia è serbato dal moltiplicare la ricchezza sua prima, assai più di quel che per qualsiasi vicenda ella possa sospingersi nella via di industrie importate, o di quelle che non s’aiutino dei prodotti suoi.

E a mostrare anco la produttiva smania del possesso, agli altri argomenti addotti s’aggiunge questo. Mentre da luglio LXIII all’agosto LXIV ascesero le rivele di mutazioni private a tre migliaia e quattrocento quattro, da allora ad oggi, corso di un anno, strappata la proprietà di mano in mano, se n’ebbero novemila settantasette mutazioni e ve ne hanno in corso altre sette migliaia e mezzo: un totale di ben quindicimila cinquecento, di cui forse più di due terzi non pur mutazioni, ma deggiono dirsi sminuzzamenti di proprietà, auspici a incremento di cultura .

E questi sono i risultati economici additati dalla ricerca dei tributi diretti.

IX.

Volgiamoci ora a quelli che vanno nel nome di balzelli e, meglio ancora dei tributi, hanno in sé per legge di economia lo specchio delle migliorate o intristite condizioni.

Ma innanzi dire delle imposte molteplici s’accenni a talune di consumo, per le quali è duopo allargare il criterio fino alla lor base, la universalità degli abitanti schierata in un sol rango: ché il consumatore non ebbe giammai maggior valore di una unità.

Il provento del sale che più d’ogni altro tocca ogni vivente, e nel LXIV, a dire del solo circolo di Potenza, ascese a seicentotré migliaia di lire, nei primi cinque mesi di quest’anno ne profittò trecentrentatre,  una media di circa settecento cinquanta per anno . Nè il di più, notevol se riguardasi onde nasca, può attribuirsi intiero allo accresciuto prezzo del sale, come quel che avrebbesi potuto valutar piuttosto causa di diminuzione che d’aumento di consumo.

Il secondo de’ generi di privilegio, il tabacco che nel LXIV importò quattrocensessantunmila lire e, colpa il di più de’ prezzi, segnò poi visibilissima diminuzione di consumo, profittava nondimeno alle finanze lungo i cinque sopradetti mesi da duecento dodici migliaia .

Di guisa che, valutate pur le polveri le quali offerirono aneti’esse lo aumento di un terzo , il prodotto delle gabelle che nel LXIII giunse a poco oltre un milione in tutto il circolo di Potenza, e a un milione e un quarto nell’anno scorso, nel semestre ultimo sali a seltecencinquanta mila lire; un terzo più che non diciotto mesi or sono. E questo, o vo errato, o è pur criterio di migliorate condizioni .

X.

E venendo alle molteplici riscossioni, crebbero secondo equa ragione quelle de’ telegrafi : i proventi della posta da settantaquattro migliaia di lire che furono nel LXIII, salsero a ottantotto nel LXIV e a più di cinquanta nel sol primo semestre di quest’anno, a certissimo segno di moltiplicati rapporti, e industrie e traffici che si espandono ; le tasse sulle carte da giuoco, triplicarono, e certo nonostante il diminuito consumo: altra ragione pei’ chi intese a moderarlo con i balzelli. Le licenze di porti d’arme e di caccia , or che gli abitanti hanno agio metter il capo, senza rischio, fuor de’ lor paesi, da ventiduemila lire, che fu il profitto dell’anno scorso, negli ultimi sette mesi dierono alla finanza quasi altrettanto : il che è riprova di ossequio alla legge e da poter dire un tal cespite doppiato. Le multe e pene pecuniarie, a vigilanza di quei che sonovi preposti, crebbero di un terzo . Sminuirono solo,ed è notevole, i proventi de’ passaporti, e quasi nella totalità quei delle carte di passaggio. Così la diminuzione delle entrate nasca ognora da. sminuita emigrazione e da interna sicurezza avventurosamente restituita .

XI.

Ma la imposta che in non lontano avvenire varrà forse di lume e unica guida a miglioramenti nella finanza dello stato, si è la imposta unica, quella sulla rendita. Accatastata è per la prima volta or fan più mesi, ispetta agli anni avvenire il dircene le fluttuazioni. Che lo spirito profetico mal può fin d’ora iscorgerne lo svolgimento e farci a mò d’es. sapere quante volte ella moltiplicherà sé medesima innanzi scorrano vari anni , e quando il publico costume l’abbia resa la più accetta delle imposte, come quella che men colpisce imprendendo a colpire i soli profitti . E nonostante la malagevolezza delle indagini, la difficoltà accertarle, onde più uomini di stato l’ebbero ripudiata per secoli e da soli vent’anni è parte della economia pubblica Inglese, v'ha di che commendarci da per noi de’ risultati conseguiti nello inizio delle ricerche. Le quali per tutta la penisola rivelaron una ricchezza di migliardi, tre volte l’aspettazione, e nella provincia vostra, di quasi cinque milioni ; a cui piacesse capitalizzarla, ne avrebbe un centoventimilioni di fortuna fluttuante. E venga pure il di, né ci appauri l’avvenire, in cui la si accatasti per molta maggior somma: ché a determinarla concorrendo li criteri di ogni altra imposta e e d’ogni fonte di benessere o rivelerà ch’oggi non fu valutata nella intierezza sua, o l’ufficio del tempo e la libertà economica, che è principal sostegno degli ordini nostri, abbia saputo lungo pochi anni moltiplicarla.

Non pertanto, il limite massimo a cui non giunse oggi la mano dello stato potrà, per nuove opere e a compimento delle incominciate, a maggior sviluppo degli istituti suoi, e ad esplicazione di ogni vitalità interna, coglierlo la provincia addizionando il balzello dell’erario col proprio.

XII.

Gli accennati aumenti che ogni cespite della finanza andarono gradatamente conseguendo infln oggi, si rivelano anco per conchiusione, nel di meno di cui, fatta ragione dei dispendi e degl’introiti, la provincia ebbe duopo da quei di tutto lo stato.

I dispendi che ognuno dei pubblici servigi richiese alla finanza del regno, e nel LXIII raggiunsero la somma di cinque milioni a fronte di introiti per quattro milioni cencio quanta migliaia di lire, disavanzo di ottocencinquanta, nello esercizio che si chiuse al dicembre scorso dierono questi risultamenti. Di mandati emessi da ministeri duecentosettantun mila lire: dagli uffici della finanza per tre milioni cinquecento cinquantacinque mila: dalla agenzia del tesoro, spese fisse, per un milione e sessantotto migliaia: pel debito vitalizio altre cento e otto: perla cassa ecclesiastica, duecencinquantuna: un totale dispendio di cinque milioni duecencinquantatre mila, il che importa, più dell’anno anteriore un quarto di milione.

Gli introiti poi valutaronsi così: un milione e duccensettantasette migliaia offersero le gabelle: il tributo diretto due milioni e quattroccncinque: gli uffici del demanio ottocencinquantatre: i telegrafi, venti: e vari altri proventi, trentotto: il che offre un totale introiti di quattromilioni seicenquarantamila lire, e mezzo milione più che non nell'anno anteriore. Di guisa, il disavanzo il qual fu per quell’esercizio di ottocencinquanta migliaia, scese nel LXIV a neppure seicento, e per gli aumenti nelle entrate, accenna di scomparire in quest’anno. Perciocché la somma di quelle per un semestre siasi rivelata di ben duemilioni ed ottocenmila lire, una media per anno di cinquemilioni e mezzo, e da non poter presumere maggiore la totalità delle spese . Il qual pareggio, facendo annoverare la provincia vostra fra quelle che non danno gravezza all’erario, anzi in quest’anno accennano e per la prima volta sovvenirlo di qualche centinaio di mille lire, nella più parte originate non da aggravi di imposte ma dallo sviluppo delle indirette e da moltiplicità di scambi e di contrattazioni e permute di proprietà, dove non vada errato, gli è il più certo segno di vita economica progrediente.

XIII.

E qui, a gran rammarico, m’è giuoco forza rinunciare a una indagine la qual compierebbe lo espostovi quadro delle migliorie economiche, risalendo a quella ch'è 1 origine prima de’ balzelli o tributi accresciuti, la produzione vuoi dell’umana industria vuoi della terra. Chi potesse dirvi quanta fu negli anni scorsi, quell’aumento via via offerì, ei vi darebbe un criterio il più perfetto dello svolgimento economico: e ad uno ad uno, con precisione tolta a matematici, vi additerebbe i gradini cui nell'avvenire salirà la produzione nella composta ragione del tempo. Ma se pur troppo è legge di repulsione e d’ogni luogo quella per cui le industrie seppero isfuggire alla statistica, da poter dire essere le uniche specie di fenomeni non divenute fecondamente tributarie di quella scienza: ed essa la quale diede ampia ragione e trasse lezione di ogni caso, solo apparve incerta lorché trattossi della produzione del suolo   , forse perché alle previsioni contrastavano le vicende a cui il tempo e le mutazioni e gli sminuzzamenti assoggettano la proprietà, da non poterne mai valutar gli ordinari prodotti : gli è gran ventura inceda poi sicurissima nello annoverare il primo fra essi e il più. nobile, forza produttrice di ogni altra, frazione della vita collettiva, l’uomo.

XIV.

Discorriamo adunque le unità dei viventi. Che essi, con la legge del numero, ci dicano se la energia della assodazione prosperò, se vile s’aggiunsero alla vita universale. Perciocché la scienza giudicandone le fluttuazioni stampasse,per così dire, in fronte agii abitanti la dimostrazione del loro stato: e il suo scadere e l’invilimento quando non moltiplicano, e la vegetazione d’ogni libera forza lorché seguono la prima delle leggi provvidenziali.

Or fa un anno, istudiando la vitalità della provincia, risalimmo alla origine, la produzione degli abitanti. E lamentammo come nella indagine del LXI, mentre lo aumento annuo della intiera penisola segnava 0,51 percento e quel delle provincie meridionali 0,57, la Basilicata conseguisse una moltiplicazione di soli 0,42: segno di isterilita ancor superato dal LX: per modo che avvenisse qui fenomeno novissimo, forse unico nella civile Europa, di una mortalità, non regolata da epidemie, maggiore delle nascite. Ma la memoria ce ne adduce la causa nelle orride vicende di cui la provincia fu allora sanguinoso teatro.

Or qual conforto non ne arreca lo indizio di sicurezza oggi restituita e di vitalità accresciutaci qual riscontrasi nelle ricerche degli anni successivi in fin’oggi? Il LXIII repudiava la eredità o i risultati anteriori e scriveva fra gli aumenti della popolazione una cifra di mille cinquecentoventitre, una media di 0,32 per cento. Il LXIV offriva un’eccedenza di maschi per millequattrocentosessanta e di femmine per millesettecentosettantatre, una somma di tremiladuecentotrentatre la qual segna un aumento di 0,68 per cento abitanti. E la indagine del primo semestre LXV accertava da millesettecentotrenta femmine accresciute, e milleseicentoventi maschi; un supero di tremilatrecentocinquanta, oltre le morti. Che se la produzione prima seguisse la ragion assoluta del tempo e non delle stagioni, dovrebbesi presumere lo aumento ad anno compiuto per il doppio del conseguito nel semestre, e cioè di seimilasettecentrenta individui , una media di 1,35 percento, il triplo di quella dell’intiera penisola, due volle e mezzo più che non la media delle provinole meridionali. Arrestiamoci insieme alla eloquenza di queste cifre .

XV.

Lo aumento poi degli abitanti segnava notevol diminuzione in quei i quali, dove la forza di generazione supera la produzione del suolo o delle industrie, o le braccia soverchiano al lavoro, corrono, quale vitalità tra toccante, la ventura in lontane contrade.

E altra causa dello aumento può reputarsi lo allargare del vaccino  e lo scemar dei casi di vaiuolo: la salubrità restituita alle carceri : la polizia fautrice di igiene, qua e là conseguita : li seppellimenti nel mezzo dei paesi in più luoghi cessati, da tutti banditi : lo accresciuto novero di prostitute vigilate, e accolte nei luoghi di cura ; la scemata mortalità de’ gittatelli : e ogni altra delle provvisioni per cui la pubblica salute fu lungo Tanno prosperosa e inalterata .

XVI.

E lo aumento della popolazione andava poi di pari passo con Io accrescere di quelle categorie che la scienza dice economiche perché ammisurano ogni forza economica di uno stato. E poiché l’anno scorso, sendo a mezzo il lavoro, non mi venne dato cnumerarveli di preciso, qui stimo porre a rassegna innanzi a voi li vari ordini degli abitanti: raggrupparli per cosi dire in un quadro dove la sintesi e la oculatezza di ognuno speculi quel che ecceda e quel che scarseggi, dove ordine sia sovrapposto a ordine e dove incontrinsi lacune. Anomalie che altrimenti si direbbono eloquentissime perturbazioni della civile comunanza.

Pertanto a ragion di sesso la popolazione si spartisce cosi: duecenquarantatremila i maschi, duccencinquantamila le femmine. Un supero del sei per cento di queste su quelli.

La età ascrive alla puerizia centrentatre migliaia di abitanti: all’adolescenza cinquantasei: alla gioventù cenventiquattro: la maturità ne annovera cenventotto: la vecchiaja da sessantanni in sopra sol cinquàntanove mila: oltre i cent’anni, in tutta la provincia, due soli.

La dimora segna sopra cento abitanti, trenta nei comuni oltre i seimila, cinquanta in quelli minori, otto nei casali, dodici in case sparse: dove tuttora al disotto e d’assai alla media della penisola, pur v’ha indizio di popolazione che, ridonata al viver tranquillo, s’allarga nei campi.

La proprietà elevò in un anno da cencinquantatre a cencinquantasettemila , i possidenti: stremava il numero dei nuli’abbienti.

Alla industria dei campi, si versa il quinto dei maschi, quasi altrettanto di femmine, più di quattro decimi adunque della popolazione , Avvertiva invece l'anno scorso, e a grandissimo rammarico, come li agricoltori si valutassero nella proporzion di trenta a cento abitanti.

La tranquillità in più lati restituita, accrebbe forse di un terzo il numero dei possidenti tornati alle cure dei campi.

Il numero di operai, valutato allora di ben novanta. mila, segnava nell’anno talun aumento: quasi tremila poi le licenze concedute .

Li null’abbienti, nemmen un’arte, od abito di fatiche , allora cinquantamila per tutta la provincia, naturalmente stremarono di quel che si accrebbe il numero dei proprietari, degli agricoltori, degli operai.

Allo esercito accorsero fin’oggi quasi quindicimila e dai ventuno ai ventisei anni: iscritti poi nei ruoli per leve straordinarie dodici migliaia e seicent’individui: e in congedo illimitato altre ventidue. Fra tutti a ragion di stato civile, v’hanno cinquecencinquantacinque vedovi e ventitremila coniugati: di celibi, un terzo più.

Alle industrie urbane, le quali annoveravano or fa un anno poc’oltre i sette mila, s’ascrissero in questo, più centinaia: di altrettanti poi s’accrebbe il numero di quei che valgonsi dei pesi e delle misure . Le licenze per apertura di pubblici spacci, circa due mila .

Niuna cifra sicura di quei che attendono al tessere, a lavori di fucina, concerie, frantoi , fabbriche di paste, distillazione di liquirizia e cera, di orjficeria , e altre industrie , a mercede di una lira e una e mezzo per giorno. Il maggior novero certo attorno telai, i quali si potrebbero valutare per oltre li quattromila, dopo questi verreblonp, per importanza di prodotto e per numero, li fabbri di ottoname e zinco e ferrarecce varie e armi di cui in Rionero, fa tacer d’altri luoghi, v’ha finezza di lavoro e a vista d’occhio, sviluppo di ricerca e di prodotto .

Basti che di misure e pesi nuovi, industria qui novissima, contansene di già cinque fabbriche nel Lagonegro, sei nel Materana; nel Melfese nove, diciassette nel Potentino , e producono forse due terzi dei pesi e misure che si scambiano nella provincia: la importazione loro pressoché nulla.

Da ultimo a libere arti volgonsi un trecento abitanti: alle lettere ed allo ammaestrare poco oltre i mille: alle professioni quasi tre volte più . Il numero degli esercenti le sanitarie, appena vi appare per un terzo : e quei che non ne hanno le facoltà, periglio certo della igiene, più che trecento : i quali, e fia ventura, scompariranno con l'applicazione rigorosa della legge.

Il clero poi, d'ogni ordine militante, il quale ascese l’anno scorso a tremila duecento, unità sottratte alla produzione, scemava per le naturali morti e lo abbandono dei conventi .

XVII.

E a seguire qui le partizioni che lo esercizio dei diritti civili e politici segnano fra gli abitanti, riassumerò come la milizia cittadina in servigio ordinario e di riserva istia oggi alla massa dei viventi quale uno a quattordici; la proporzione di tutto il regno si è di uno a dodici: la milizia mobile qui come uno a trentotto abitanti; in tutta Italia nella ragion di uno a venticinque.

Gli iscritti alle liste de’ giurali, or fa un anno tremilasettecensettantatre, in questo tremilacinquecensettantotto, il che vale quanto uno per centrentotto abitanti.

Gli elettori amministrativi ascendono a nove per ogni cento maschi oltre i ventun’anni: la media del regno è di sedici per cento .

Li politici, or fa un anno ottomilacinquecentrentasette, oggi seimilacencinquantotto  istanno alla massa degli amministrativi come sessantatre a cento, e a quei che han la età di anni venticinque, nella ragion di sei a cento. La media del regno è di circa altrettanto. Invoco nondimeno l’attenzione vostra su due e gravissime contradizioni: mentre la inedia degli elettori amministrativi qui è appena la metà di quella dell’intiera penisola, l'altra dei politici l’uguaglia; anzi la supera del doppio perciocché su di cento amministrativi qui s’abbiano sessantatré come dissi di politici, e nella restante Italia non più che trentasette. Fenomeno il qual prenderebbe davvero proporzioni di inverosimiglianza, si grave egli è, dove si considerasse che tanta più avrebbe a essere qui la inferiorità del numero, dacché sulla massa di quei ch’han raggiunto gli anni venticinque appena un sesto abbiano appreso il leggere e lo scrivere, e nella intiera penisola pressoché un terzo. Donde si parrebbe poca cura in quei cui la legge lo concede, di invocare il dritto d’elettore amministrativo; e gran noverò di brighe a usurpare ciò che quella non dà, il dritto di elettore politico. Gravezza di sconcio la quale chiede correzione dal tempo.

XVIII.

E da ultimo, per ragion di coltura, ch'è la sapientissima delle disuguaglianze sociali, annoverava la provincia vostra or fan due anni sol millesettecentrentasette femmine le quali sapessero leggere e scimilatrecentonove esperte pur nello scrivere; una somma di otto migliaia ch'è neppure il due della popolazione femminea, l’uno della massa degli abitanti: la media del regno è di dodici a cento. Di talché le analfabete istanno ovunque a quelle che san di lettere come ottantotto e qui come novantanove a cento.

E fra maschi i quali conoscano le nozioni del leggere  qui nel LXII se ne contavan nove da 0 a 4 anni, milleducensessantatrè da quattro a dodici, novecensessantatré dà dodici a diciannove, duemila seicento dieci da diciannove in sopra; di quei pur esperti della scrittura, nel primo grado d’età non ve n’era alcuno, nel secondo millesettecentottantasette, nel terzo quattromila duecenventisette, nell’ultimo grado ventiquattromila trecennovantuno: una somma di quattromila ottocenquarantacinque istrutti nel leggere trentamila quattrocentocinque i quali v'aggiungono lo scrivere; fra gli uni e gli altri appena trentacinque migliaia; il che vale quattordici per cento maschi, e nemmen sette ogni centinaio di viventi. Nel regno poi ascende la proporzione fino a un terzo dei maschi e a un quinto dell’intiera popolazione. Il restò è d’analfabeti: dei quali adunque annoverava la provincia due anni orsono su di quattrocennovantotto migliaia di abitanti, ben quattrocencinquanta fra due sessi.

Che se per merce di incuoramenti alla pubblicazione, generosità di privati, ausilio di opere pie, sacrifici imposti a comuni dagli obblighi che agli amministrati li stringono, e la cura di sussidi del governo e quel senso di coscienza publica che affatica gli animi qui non men di ogni punto del regno e sospinge a'  imitar passi nelle vie che più allontanino dall'abbrutimento della plebe, avessero lungo i due anni dalla inesorabilità li quelle cifre, e come n'ho lieta lusinga, d'alcuni che accresciuto il numero delle scuole e degli alunni e degli istrutti ne’ rudimenti elementari, e circoscritta la grandissima piaga degli analfabeti, quella a me parrebbe, sebben qui per ultima annoverata, la maggiore delle migliorie economiche conseguite, la prima delle morali.


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PARTE QUINTA

MIGLIORIE MORALI

Sommario — I. Indizi di migliorie morali: diminuzione dei carcerati e fra d’essi dei giudicabili — II. Dei renitenti: loro sorte — III. Dei contravventori a leggi forestali — IV. Dei delitti — V. Dei crimini — VI. Dei briganti; quanti furono: loro picciol residuo: la provincia nel godimento di quiete e sicurtà pari a quella di ogni altra provincia del regno.


I.

Or il convincimento di ordini amministrativi corretti, di talune migliorie vuoi materiali vuoi d’istituti vuoi economiche conseguite lungo l’anno, a larga fede in quel che l’avvenire a volenterosi riserbi, e dello espandersi la istruzione: ricerchiamolo nello scemar delle colpe e in ogni altro indizio di migliorie morali: ultima parte di questo ornai troppo lungo discorso.

Le carceri popolate al primo di gennaio del LXIV da tremilanovantacinque rinchiusi, e in fin di quel semestre da millenovecentottantuno, oggi non annoverano più che un migliaio e quattrocensettantadue individui . E la più parte d’essi sconta pene, non attende sentenza. Del che stimo far qui lodevole menzione riferendolo alla operosità di ogni ordine della giustizia.

Di sole cause di reazione furono decise diciotto, e sentenziata così la sorte di ottocenquarantun’accusati      .

Il tribunal di guerra pronunciava lungo due anni quattrocento e nove giudizi: degli imputati, nel novero di mille e trentadue, assolse seicento e uno, ne condannò quattrocentotrentuno .

Eia giunta consultiva pel brigantaggio, com'ebbi l'occasione riferire a voi or fa un anno, avea sentenziata la colpa di cinquccencinquantacinque e là innocenza di settecenquarantaquattro: ad altrettanti reso la quiete e l’onore delle famiglie.

II.

Le fughe, a schivar la milizia per una vita di colpe, segnarono notevol diminuzione dall'anno innanzi. E dei fuggiaschi, un terzo o ascoltava la voce del dovere o, a prima pena del fatto, fu discoperto. Il che vuolsi ascrivere a ciò che l’onere della milizia, la coscienza popolare ornai lo battezza giustizia, perciocché escluda nessuno .

III.

Le contravvenzioni boschive, altra scuola a maggiori colpe e bene spesso locuste di irreparabili danni alle proprietà, discesero a un terzo meno dell’anno scorso . Diminuzione anco maggiore dove si consideri l'accresciuto novero de’ guardaboschi, lo aumento delle loro mercedi, presunzione di vigilanza maggiore .

IV.

Li delitti che a giudici minori importa il conoscere e il sentenziare, scemarono di un terzo da quel che furono or fa un anno.

IV.

Li crimini contro le sostanze e le vite, e pel sol primo semestre del LXIV giunsero in tutta la provincia a seicentosette, una media di mille e quattordici per anno, da allora ad oggi, non giunsero a novecensessantanovc.

V.

E quella che fu piaga insanabile per anni, e valse paralisi a ogni ordine della provincia, il brigantaggio, omai pel valore dell’esercito, la prestanza delle milizie , li costringimenti di ogni guisa che il riuscire addimandava, raggiunse l'ultima sua ora.

Di seicento circa , già sparsi per ogni dove è terra lucana, mentre parlo trenta soli rimangono ; taluno incredulo nella clemenza della legge, tale altro consunto da stenti e vita di fiera, i più ornai di non grave periglio o minaccia alla sicurezza pubblica e, per quattro quinti della provincia, come se_non fossero: tutti poi sgomitolati fra loro, da lor covi abituali snidati, mal sovvenuti da manolengoli impauriti della legge che solo a ribaldi mal suona,senza modo da ultimo raggranellare rinforzi.

Il tempo, le malsanie,1’ ordinaria vigilanza, la virtù degli animi, stremerà d’un per volta quell’esiguo nu. mero, cui si ridussero qui i malviventi .

Ond’è che oggi la Basilicata, per sicurezza pubblica nella più parte restituita mercé la dispersione delle bande, nella scala del viver quieto e sicuro e in quella dei reati, occupa ornai il posto di ogni altra provincia, pur dell’alta e centrale penisola .

E questo panni conforto che ogni altro attenua.


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CONCHIUSIONE

I.

Mi valga qui lo interrompermi. Or fa un anno, additando li guai che la provincia vostra sì crudelmente affliggevano , dissi come a tranquillità riacquistata, a questa illustre rappresentanza istesse di sollevarla per via di opere e di istituti, onde la vita in ogni ordine si ravvivi. Or concedete che, dopo li segni di vita o amministrativa o materiale, o degli istituti e ordini vari, o economica o morale, l’un dopo l’altro discorsi più che qual conforto maggiore dell’aspettazione a speranza di meglio, io invochi e pur con animo fidente, al buon volere dei municipi qua e là manifesto, a puntello dei loro sforzi, e a rinvigorire le forze certo impari a divisamenti, io invochi, diceva, lo ausilio vostro.

Forte della persuasione nella efficacia sua, sciolgo qui un voto alla futura prosperità della Lucania: e n’esprimo il più unanime degli affetti con il grido di

EVVIVA IL RE



















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