Eleaml - Nuovi Eleatici


STUDI POLITICI AMMINISTRATIVI E DI ECONOMIA PUBLICA

ENRICO PANI ROSSI

Batti ma ascolta.

 VERONA - COI TIPI DI GIUSEPPE CIVELLI - 1868

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LIBRO TERZO

LA BASILICATA di Enrico Pani Rossi - Zenone di Elea
INTRODUZIONE A Gaspare Finali
LIBRO PRIMO
LIBRO SECONDO
LIBRO TERZO

LIBRO TERZO

SOMMARIO

I. Come li parteggiamenti politici e la sete di proprietà non sieno le cagioni precipue del brigantaggio. — II. Terribili e strazianti sue origini fin’oggi meno studiale e meno manifeste. — III Statistica de' briganti: loro patria; come l’uomo di città, ribellandoci ai notabili e al municipio, si lanci nei campi a vita di fiera: quali i genitori suoi: lo stato, civile: la età: l’arte: la cultura: miserevole stato e cibo di schiavitù pria di ridursi a vita di prede: moralità della vittima innanzi, alla sua volta, si muli in carnefice. — IV. Occasioni onde a tale si ridusse: ribrezzo di quel carnaio di indigenti che fu la leva: scampo a miseria strazievole, od a schiavitù da negri: sete di vendicare ingiurie atroci di padroni inumani e quelle di giustizia o cortigiana o vendereccia; persuasione di non potere sperare salute che disperando di conseguirla altrimenti che col ferro: reclutamento de’ briganti alle masnade predatrici de’ luoghi natii: quando procedano isolati e perché; come preferiscano doppi rischi nell’agro natio a impunità e salvezza fuggendolo: de’ manotengoli a sviagli dall’arrendersi, a perpetuare il brigantaggio: fine raccapriccevole dei più. — V. Come la lebbra del brigantaggio risalga nel mezzodì a età antichissima, indizio di cause non meno secolari; così il passato narra profeticamente i mali dell’oggi e il presente quei dell’avvenire: perché mai, più che altrove, la conquista ebbe ognora. qui sembianze di rapine: al gran briganteggio di imperadori, di papi, di re, di principi succeduto quel de’ feudatari; prima duci poi protettori o manotengoli de’ briganti. Nella età de’ viceré; il principe di Sanseverino manotengolo: rimostranze a Carlo l contro i baroni; di Vesticello in aiuto agli imperiali: del duca di Melfi: di re Marcone: dell’abate de' Cesare: di Benedetto Mangone: di Marco Sciarra, anch’egli re delle campagne nel volgere del secolo 16. o Il duca di Maddaloni chiama i briganti contro di Masaniello: un loro viceré; salvacondotto di Carlo Petriello al cardinale Boncompagni: del Mancino a scorta del card. Barberini: del vescovo Scaglia ospite di briganti: il viceré Castrillo li invoca a difesa contro il duca di Guisa: di Pietro d’Aragona loro nemico; sua legge a cui si modellò quella che ai d: nostri ebbe nome di Pica: del marchese del Carpio anco più infesto ai briganti correndo il secolo 17.° — VI. Dei briganti regnando i Borbonidi nel secolo 18.° — VII. E nel breve periodo dr Republica. — Vili. E di nuovo sotto i Borbonidi ristaurati sul soglio. — IX. É nel regno di Giuseppe Bonaparte. — X. E in quel di Giovacchino Murat. — XI. de’ briganti dal ritorno dei Borbonidi all’età nostra; leggi inconsulte e feroci: come fossero lasciati in disparte nel 21 e nel 48; e perché. — XII; Periodo. men noto dell’istoria del brigantaggio dal 1849 al 60: il generale Nunziante: sue potestà, sue terribili minaccie contro briganti e manotengoli; giudizi di guerra e giustizia del truglio: squadriglie e milizie mobili: violenze del Nunziante contro gli abitanti di Mongrassano: inconsulti rigori; e minaccie furibonde contro i maggiorenti. — XIII. Alle minaccie seguono le opere: concentramento di ricolti e di animali: prigionie: divieto di pecuniari riscatti dalle mani de’ briganti: carcerazione de’ loro. parenti; dell’Armando di Moliterno: impunità a’ briganti che s’arrendessero: messe a prezzo le teste di Barde, Falco, Caravetta, Gennaro, Pandurso, Pitale, de' Simone, Reda, Mazzei, de' Fazio, Armando, Perri, Bianco, Arabia, Mazza, Guzzo, Scalise, Serravalle ed altri capibanda famosi. — XIV Persecuzione armata mano de’ briganti: loro vicende ne’ territori del Materano e del Lagonegro: arresa degli uni: prigionia del Paidurso e del Vitale: il Barde muore combattendo: il de' Simone e li suoi fucilati: scontro dell’Armando colle milizie di Muntalbano, di Bernalda è di Pisticci: morte del Reda: al Caravetta che s’arrende è salva la vita: il Falco e il Mazzei seguono l’esempio: il de' Fazio onde prigione: fine del Gennaro e del Perri: tradigione del Bianco; la ruina de’ suoi gli vale la grazia: dell’Arabia fort’uomo che, pria d’arrendersi, si uccide: così nel volgere del 1850 sommarono a duecento gli arresi, cento i prigioni, altrettanti i periti d’arcobugio o di forca. — XV. Agli spenti altri succedono, durando i mali che travolgono la plebe fuori de’ luoghi domestici: contrade atterrite: le boscaglie del Lagonegro e di Policoro per molt’anni rifugio ai briganti: indomita costanza di taluno; del Mazza, del Guzzo, dello Scalise taglieggiali e taglieggiatori; finché furano uccisi: Paolo Serravalle il bandito di più età, o l’anel di congiunzione tra quante masnade apparvero nel ventennio, sopravvive alla dominazione de’ Borbonidi. — XVI. Quale lo stato del reame, per la ribalderia de' briganti, negli estremi giorni di re Ferdinand) 2. o — XVII.. Come il breve regno dì Francesco 2. ® non disdisse o interruppe la secolare tradizione del brigantaggio: del Serra valle del Crocco, di Ninco Nanco, di D'Amato, di Zariello, di Cbiofaro, di Duosso, di Trotta, di Romaniello nella sola Basilicata.: loro insperati ausilii: l'onda dei briganti via via ingrossala ne’ campi s’accosta ai casali. — XVIII. Insanie di plebe quà e la entro paesi insorta contro i notabili, innanzi i rivolgimenti politici del 1860: quel che seguisse a Macera; terribile insegnamento: ed a Calciano, ed a San Mauro. — XIX. Altri scoppi di plebe contro i maggiorenti nel mentre Francesco li, abbandonata la reggia, regnava tra il Volturno e il confine romane: orribili scempi in Carbone e in Castelsaraceno: plebaglia rumoreggiante in Favale, in Tursi, in Castronuovo, in Sanseverino, in Calvera; i notabili si sottraggono con la fuga: come in Episcopia la mite plebe sì atteggi a perdono: ma all'appressarsi delle milizie, atterrita si rovescia dai paesi allagando le campagne. XX. Le masnade de' briganti, ingrossate così d’ogni immondizia galleggiante tra que’ marosi, via via s’appressano ai centri più popolosi: quà e la subbugli a bordeggiarle: duce il Crocco, s'avventano a Ripacandida; la plebe ve le accoglie a festa: si Volgono a Venosa; caso singolare di gentaglia intesa ad agevolare loro lo ingresso, e di notabili a contrastarlo; l'onda de' nemici urbani ed estranei li soppraffà; plebe e briganti si danno al sacco contro i nemici comuni: muovono da Sanfde militi cittadini contro le masnade e giunti in Atella vi s'accapigliano con la feccia amica a quelle: subbugli in Ruoti e in Avigliano: ansia della plebee che vi giunga il Crocco: marcia sopra Lavello: quelle de’ luoghi, circostanti mandano messi a invitarlo: lo antiviene quella di Melfi sollevandosi; giunge il Crocco: all’appressarsi della milizia, da Melfi scampa nell’Avellinese: retrocede: è sconfitto in Lagopesole: invasione di Rovo: sparsi in brevi manipoli 4 banditi s’irraggiano per tutta la regione. — XXI. Come il Borjes tenti raccoglierli e per la prima volta mutarli in partigiani: ma dentro Trivigno tornano briganti; vi danno il sacco; gazzarra della plebe, uccisione dì notabili: invase Calciano e Garaguso: in Salandra i cittadini a respingere e la plebe, a. tergo, a dar mano ai briganti perché penetrino; saccheggi, incendi, strazio di vivi e di defunti: della plebe di Craco e di Aliano invocanti le masnade a darle leva a prorompere: pria i militi di Corleto e di Guardia, quinci soldati regolari vinti dalle masnade: altra plebe che da tutti i luoghi vicini si versa ne' campi a raggiungerle, guidarle e dividere i bottini: di Stigliano e di Cirigliano; feccia impaziente dell’arrivo de’ briganti, correa frotta &;«raggiungerli: muovono per Gorgoglione, per Guardia; retrocedono:: terrore di ogni luogo; le domestiche mura s’improvvisano a' fortilizi: saccheggio di Grassano: valorosa difesa de’ notabili di Vaglio; circuiti da nemici e dalle fiamme muoiono o sgozzati od arsi vivi: di Pietragalla, forti prove de’ notabili, feroci insanie della plebe e dei banditi: loro disfatta: invadono Bella e Baivano: incendio di Pescopagano: fuga, dispersione della masnada: Bories, inorridito de’ complici, muove a riafferrare il confine romano; sul limitare vi è preso o spento. — XXII. La schiuma de’ briganti, duce il Crocco, prosegue nel 1862 le sue gesta feroci, non più dentro paesi ma negli aperti campi: valore della milizia di Accettare; e de’ cavalleggieri di Saluzzo. Lo stremate bande via via s’accrescono: di Ninco Nanco; suo profferte di resa nel volgere del 1863, massacro di chi vi s’affida: sterminio di cavalleggieri e strazio de’ cadaveri: altri scontri: crudeltà raccapriccevoli: i mali o li perigli di quegli abitanti toccano ornai il loro estremo: inchiesta a studiarne le cagioni: sue conclusioni e novelli infortuni: altro massacro di cavalleggieri: insigne beffa de’ banditi nello spirare dell’anno 1863. — XXIII. Moltiplicità e forza delle masnade nell'incominciare del 1864: loro duci: quali per indole feroce fossero più famosi. — XXIV. Come s’accogliessero in più gruppi: speciale teatro di ciascuno. — XXV. L’ampia regione malagevole all’armeggio di milizia, è terreno acconcio alle correrie de’ briganti: loro rocche munitissime o nidi: loro teatro o scampo. — XXVI. I briganti sollevati a giudici ed a vendicatori tra plebe e notabili de’ rispettivi paesi: tracotanza della famiglia ch’ha un bandito nei campi; suoi vanti: trainolabili d’oggi le progenie di antichi grassatori: madri augurando alle loro creature di salire a grado di brigante: nomicini: come i più tra i censiti, tremando per gli averi, con parole e perfino con doni studiatisi mostrarsi amici a’ parenti de’ banditi; e lesti a’ balzelli che essi gli infliggano: gesta delle masnade, volta a volta, riscaldano le acceso fantasie del mezzodì: atti di beneficenza de’ briganti, olocausti di pecunia a Santi ed a Madonne: leggende: i re delle campagne: i Durval e i Nevison rivivono in Basilicata. — XXVII. de' manotengoli: tre specie di esse: e quale la più ribalda: modi con cui ausiliano i malviventi: mezzani de’ loro amori e de’ loro odi. — XXVIII. Acconciature de’ briganti: farse di riti, grotte foggiate a tempio, e tragedie per le quali viene meno lo stile e la favella: tra l’orgie, i cibi di carne umana: gemiti e torture di moribondi alternati a canti e danze infernali: nefandità senza numero: ma dubbio se maggiore di quella de’ banditi sia la colpa della società che, dalla vita di negri che nei paesi natii è retaggio degli umili, li sbalestra alle insanie. — XXIX. de’ rimedi; forme ordinarie di giustizia; condanne della plebe ch’avea dato braccio olle irruzioni ed ai saccheggi de' banditi: giudizi sommari; della Giunta consultiva pei sospetti; loro età. sesso; stato ri ile e condizione; de’ tribunali di guerra pe’ manutengoli, quali fossero, e pei briganti: esperienze ora dolorose ora liete di quelle forme di giudizi; assoluzioni e condanne. — XX. Provvedimenti della polizia; divieto dell’armi; inciampi al girovagare nei campi; accentramento dei viveri e degli animali; distruzione di pagliaio, misure nulla più che bandite: riflessi intorno di esse. de’ premi, e anch’essi di scarso pro, all’uccisione de’ briganti In che giovassero invece le industrie della polizia civile: e della militare; suoi egregi frutti; del Caruso già capobanda mutato in guida ai persecutori, e persecutore anch’egli degli antichi complici. — XXI. Milizie alla caccia de’ briganti: della cittadina; sue prove: delle squadriglie: dei carabinieri: dell’esercito: loro duci. — XXII. Mosse de’ briganti nell’albeggiare del 64: loro rinforzi dalla provincia di Bari: invasione del Melfese, duce il Crocco; singolare sua esperienza de’ luoghi: il concentramento de’ banditi periglioso a milizie sparse; finché serrandoli esse da ogni lato, e snidati dai boschi di Monticchio e di Lagopesole errano suddivisi. — XXIII. Di Ninco Nanco; curva descritta scendendo al cuore del Materano; terrore che vi sparge; muove per san Mauro; retrocede; milizie appostate nel suo cammino; le sfugge; torce improvviso verso Tricarico; abile mosa. di quella milizia cittadina; sorpresa e dispersione di Ninco Nanco; prigionia e uccisione de’ suoi; e come, da ultimo, anch'egli sia circuito, prigione e spento. — XXIV. Molteplici scontri; del Marino di Ruvo, morto e insepolto: di altri prigioni: Tortora e Totaro più forti di numero assalgono il generale Franzini; terribile cozzo; valore insigne e miserando; di sei briganti uccisi ne’ dintorni di Tricarico; le teste a trofeo recate in paese; altri qua e la o spenti o ne’ ceppi. — XXV. Il generale Pallavicino penetra nel Melfese a sprezzarne i banditi; ò ai fianchi di Crocco; sgomento ei passa l’Ofanto e scampa in Terra di Bari; ne è respinto; scivola tra i nemici e ripiomba nel Melfese; sbattuto in terreno aperto, scampa un’altra volta nel Barese, di 'dove gli è forza ritorcere il cammino; suo rifugio in Lagopesole; destreggìamenti suoi fra i perigli che l’attorniano; manipoli di soldati travestiti, duce il Caruso, a snidare l’antico suo duce il Crocco; ne rinviene il covo: scontri frequenti; teme il masnadiere 'di tradimento, e poi riconosce nel suo persecutore l’antico complice: chiama il Crocco in ausilio le minori bande che gli volteggiavano intorno; ha sete di vendicarsi del Caruso, e trarne scempio: ma circuito, scivola fra le milizie abbandonando cavalli e impedimenti; strattagemma: varca i confini di Basilicata; parlamenta co’ suoi; sua ardita marcia dal Melfese al confine romano: vi. rimane a simulacro di prigionia; qual uomo fosse il Crocco. — XXVI. Prime e nefarie gesta del Tortora — XXVII. Di altre anco più strazievoli in fino al 1863. — XXVIII. Di quelle nel volgere del 64. XXIX. Detti suoi feroci e beffardi: disperando. della fortuna fa pratiche di resa; pentito le disdice; poi le rinnova e stringe; sua condanna. a vita di ferri. — XL. Del Teodoro vie del Volonnino; odio inaudito contro i loro concittadini. — XLI. Via via cresce nel Volonnino la ebbrezza del sangue, raffinansi le atrocità sue; audacia meravigliosa. — XLII. Egli e Teodoro faccia a faccia con Caruso; inseguiti, stremati, gettano l’armi e s’arrendono al generale Pallavicino. — XLIII. Loro giudizio; pietosi lai delle vittime invocanti vendetta: la resa li. (preserva dall'estremo supplizio. XLIV. Le industrie e le armi del Pallavicino atterriscono le bando Superstiti; di quella del( )Totaro, di chi composta, come il luogo ove nacque gli sia teatro di atrocità senza fine: ne’ concittadini suoi straziati o spenti nel volgere del 62. — XLV. Seguono altre e maggiori nefandezze;. ogni zolla del contado natio sparsa di sangue, i villici a torme rinchiudonsi entro paesi. — XLVI.. Generoso ardimento di un sacerdote, il Lioy; consigli al Totaro: nega prestare fede alla mitezza della lege per chi depone l'armi; invita il Lioy di recarsi nel mezzo della masnada: esita ei dapprima e va fidando nella fede del masnadiero; incontro: di altre singolari trattative. ondeggiamenti del Totaro;. respinge le dissuasioni de' manutengoli e promette ceder l’armi: quinci nuove dubbiezze;. teme essere tradito; rompe ogni accordo, e s’inselva: di poco trascorso mula proposito, torce cammino e galoppa insino ad Atella; quinci a Venosa si prostra al Pallavicino: vive oggi tra i ferri. — XLVII. Quale iena fosse il Coppa e perché; pria fratricida, quindi carnefice a contò altrui e perfino dei suoi; me. dita spegnerne altri, quand’essi lo antivengono, ed è morto. — XLVIII. Fiera fine di altri uomini ebbri di sangue del Palmieri e del Mazzariello periti combattendo: dell’Andreotti spento dai suoi: morte del Malacarne: il Masiello rinvenuto. cadavere e insepolto: prigionia del Traverso: altri carichi di ferri., o spenti, o sperduti, finché il lezzo o il guaito de' cani quà e la non ne scuopia i cadaveri: dello Schiavone e complici, uccisi per giudizio di guerra; il Melfese torna tranquillo; voce o grida della coscienza. — IL. Venture e perigli de’ briganti in altre provincie: del Masini, fortissimo di gregari e di ardimento, terrore dell’intiera contrada; invade casali; s'azzuffa con le milizie; vincitore o vinto ognora scampa; strazio.. di concittadini; proposte di resa nel volger del 1863; trago dia — L. Come la belva risponda con maggiori nefandigie alla società che umana gli guarentisce la vita dov’ei s’arrenda: casi raccapriccevoli. — LI. Negli albori del 1864 trionfa delle insidie degli insidiatori; s’avventura fin'oltre Stigliano; batte la milizia di San Mauro; ne retrocede: immanità e martiri; riappare nell'estremo del Materano: avviluppato, scampa lestamente nei vai di Marsico. — LII. Del Percuoco, del Canosa e di Egidiona tardi allo scampo; loro indole; errando, alla ventura danno dentro ai nemici; riparano in una forca di fosso; colà i tre muoiono combattendo: strage e prigionia de' gregari. — LIII. Il Masini si raccoglie; esce a caccia di cibi; suoi scontri con la milizia; lustre di devozione e nefandità; mal domo dai perigli, armeggia ad afforzarsi di altri banditi: stretto fra spire terribili, s'aggomitola sull'erte vette e vi si cela; sperde de’ suoi; perseguito, scampa in quel di Montesano: pietosa fine di un giudice, — LIV. Dal vallo di Diana riappare in quel di Morsico; gettasi a cavalo della via che da Potenza mena a Salerno; quanto lo sovvenga la tristizia de' manotengoli e quali; loro prigionia: resa di gregari, addoppiano cento di milizie a ghermirlo; sbattuto di covo in covo rompe di nuovo i confini e scampa in Padula: tradito dall'ospite e inerme lotta corpo a corpo ed esala l'anima feroce. — LV. Segue la ruma de' suoi: errano suddivisi; taluni s'arrendono; altri prigioni o spenti; quali si accolgono intorno a un altro Masini e depongono l'armi: quali no; indomita anima del Francolino; lolla da solo; è carico ai catene. — LVI. La masnada innanzi il tribunale di guerra; trecentodiciannove insanie; il Francolino dannato a morte; come il paziente si muti in combattente, e la espiazione in una pugna: condanna de’ restanti. — LVH. Delle minori bande funeste al Potentino: il Nocera al cader vivo antepone lo uccidersi: espiazione del Grippo: del Patata spento di ferite e di fame: del Giordano e del Paradiso prigioni. La masnada dello Scoppettiello, più che altrove, sanguinaria nel contado ove nacque; martirio di uno spione; ognora incolume fra i perigli attende che la marea dei guai cittadini sbatta fuori de' paesi ernie di plebe vendicatrice. — LVIII. Del Cotogno: atrocità sue; perigli; dispersione di gregari; spregia indomito i consigli di resa: anch'egli vivaio di venture masnade. — LIX. Quale uomo Mia il Cappuccino; antiche gesta; strazi o martirii recenti di creature; come scampato e quasi solo ad ogni insidia, auspichi a un ritorno di gregari e di fortuna. — LX. Delle masnade nel Materano; di quella dell'Eufemia ucciso: un altro Cotogno prigione: scelleraggini del Gallo finché è gettato tra ceppi e spento: dell'Anlettó venuto meno di ferite e di fame, insepolto, insto ai corvi» — LXI. Del pappolone il più umano de’ masnadieri; ferito a morte, li gregari gli rendono gli uffici estremi e ne celano la fine. — LXII. Sgomento lo Scocuzza getta l’armi. — LXIII. Resa e prigionia, del Bellettieri, anch'egli dannato a vita di ferri. — LXIV. Dell'Ingiongiolo.; come se duca i villici, e scampi alle insidie; vicende sue e dei gregari.— LXV. Le bande del Lagonegro: loro rocche imprendibili: come lo Scavariello morendo scongiuri i suoi di vendicarlo: fine del Melidoro. — LXVI. Più costante la fortuna con il Franco: quale terribile uomo fosse; egli azioni audacissime e feroci; strazii i concittadini nel volgere del 1862 e 63. — LXVII. E nel 1864; la iena ebbra di sangue tripudia ai lai di creature morienti; loro raccapricevole numero. — LXVIII. Prigionia o uccisione de' banditi suoi nel 1865; come inseguito e ognora fuggente si vendichi di quelli ch’ei dice spioni in suo danno. — LXIX. Indotto dalla druda, audace penetra in Lagonegro, vi si cela, e vi è colto con tutti i suoi; è tratto innanzi i giudici; truce dramma; come s’affanni per la donna che lo tradì; e, dannato a morte la incontri. — LXX. Gruppo di briganti sulle pendici del Rapano e le rive del Sinni: in quale guisa il Florio attenga il giuramento ch'ei fece allo Scavariello moribondo; né abbiano valso pertinacia e valore di milizia a ghermirlo; né infortuni ad atterrirlo. — LXXI. Del Marino; anco le atrocità sue lumeggiano il truce quadro di plebe che, fuggendo i luoghi natii, si solleva ne' campi a giudice e vendicatrice delle ingiurie, degli odi e de' patimenti suoi ed altrui: conclusione.



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I. Nel lungo cammino sin qui percorso, incontrammo ad una ad una le cagioni ai quella sociale lebbra, da cui poco manca la comunanza civile sia tocca di disfacimento. E’ furono per cosi dire altrettanti raggi, e convergenti a un centro unico, la piaga del brigantaggio, che per ognuno di quelli riceve umori; onde confidiamo di esser giunti all’origine sua per la più diritta via che insin’oggi siasi Dat tuta. Né ci avvenne di seguire alcuno di quanti scrissero per l’innanzi intorno le cause del brigantaggio; ce ne dispensava lo averle più anni studiate nel volume della vita di que' luoghi: e men che meno facemmo nostre le conclusioni di una celebre ispezione a vol d’uccello (1). Perché a noi parve, né la recisa sentenza ci si ascriva a protervia, male s’apponesse e chi. attribuì al brigantaggio la origine delle vicende politiche, e chi ne incolpò la proprietà di soverchio accentrata, quale cagione di estreme sociali disuguaglianze, e il disperare ornai si frastagli altrimenti che con Farmi in pugno. Gli uni di questa guisa dissero del presente senz’interrogare l’istoria che, narrando il passato, dà pur ragione dell’oggi ed è lume o. pronuba del dimani: gli altri sdimenticando lo stato presente precorsero quel dell’avvenire, poggiandosi sovra di condizioni a cui, pria di dipartircene, abbiamo tuttora da giungere. Gli uni si parve obliassero che onde li parteggiamenti politici fossero qui cagione di brigantaggio, si converrebbe le genti nostre partecipassero, almeno con lo affetto o l'odio, a quel che segua al di la dei campi che le attorniano; e la temperie della coltura e della vita civile di quelle contrade, reputiamo basti a dissuaderne il più credulo. Gli altri poi ascrivendo ogni guaio alla sete del possesso, od alle disuguaglianze che sono il frutto di proprietà accentrata, presupposero quella civile maturità. a cui il proletario nostro è tuttora lungi, né vi perverrà prima d’anni molti o innanzi che egli, ch'oggi s’avventura ne’ campi per poche ore del di, vi coglie stenti e magro pane, se ne ritrae a sera abborrendo il dimorarvi, vi nasca, vi cresca, e v’abbia continua stanza. Di poi il patto colonico incominci dal creare gli agricoltori propriamente detti: la comunanza de’ ricolti li amichi al suolo da cui ora fuggono, e pregustino la dolcezza di un quasi possesso: onde cada sotto gli occhi de' più la vita operosa delle famigliuole avvinte alla terra, anzi nate, cresciute e trapassate di quarto in quarto sovra i campi; e susciti alla sua volta la sete della proprietà. Li quali stadi, pria di abitatori di campi, poi di agricoltori, quinci di mezzadri, educhino via via il proletario ad agognare o pregiare il grado di censito. Per il che, degli opposti pareri intorno le cagioni del brigantaggio l’uno rinnegava quelle ch'ha dal passato; l’altro precorse le condizioni dell’avvenire: nissuno risalì o ritrasse davvero le origini che le condizioni odierne pongono in rilievo.

 II. All’incontro, e sieno questi altrettanti corollari delle materie insin ora discorse, dove i mali della plebe sono così antichi da disperare quasi d’ogni farmaco o d’ogni meno strazievole avvenire, là c’'è il brigante: dove la falce della morte più miete di quel che le fonti della vita riproducano, tanto ella è insidiata da patimenti e da insanie, colà c è il brigante: dove la vita è si frequente una colpa per gli autori suoi, e deggiono rifuggire dalla prole; le famiglie si disciolgono per volontario ripudio e abbandono fino di figliuoli legittimi; e il frutto del coniugio è esposto a pari di quel del concubinaggio e dell’incesto, onde il tetto della famiglia ritrae della breve dimora ch’offre il nido degli augelli, là c’è il brigante: dove le città consentono ad umane creature spechi o giacigli da bruti, di la fugge chi può respirare aura pura e libertà ed agio di vendette ne’ campi, là c’'è il brigante: dove ogni bene di quaggiù è a prezzo, perfino l’acqua, onde rivivono tra noi le desolazioni di Gerusalemme, ed anco il riposo, pel rovinio frequente d’abituri, è in periglio od uno stento, là a fine di stenti c’'è il brigante. Dove la specie del cibo, pane madido, peperoni, e per poco non diciamo pan di ghiande e crescione, umilia la creatura di Dio a condizione di animale immondo, strema la vigoria dei corpi, e tal quale egli è il caro de’ prezzi pure lo assottiglia; e gravoso riesce fin lo spendio di un po’ di sale ch’è il solo condimento al cibo de’ mendici: dove; senza mai conforto, la vita raggiunge l’apogeo della disperazione, là c’'è il brigante. Dove di soventi li muoiono i figliuoli per manco di farmachi, o li cadenti genitori senza le cure dell’arte, o negl’infortuni, tra i perigli e le fatiche da soma, niun chirurgo ti riatta le membra infrante, o l’otterrai chi sa quando: dove, dopo morte, poco meno tu non hai sepoltura, o l’hai ch’è ludibrio di vivi e strazio di cadaveri; e quà e la perfino ti precipitano a sfracellarti membra e capo in un abisso; tutt’è raccapriccio e maledizione, là c’'è il brigante. Dove a nulla s’educa la plebe, né a cultura dello spirito, né a gentilezza d’animi, né agli affetti di famiglia, né alla religione degli estinti, né al culto del vero, ma a una sconcia prestidigitazione o fantasmagoria di miracoli, ond’è offesa la creatura ed il creatore, là c’'è il brigante. Dove quel che pei ricchi è la cultura, una glossa del codice penale o un ritegno a colpe, non l’è pei mendici: nemmeno il lavoro li educa con la stupenda ed efficace moralità che gli è propria: o dove ei fu reputato una pena, e l'è; la giustizia una grazia; e lo aver ragione un privilegio di notabili, là c’è il brigante. Dove non pure il mendico è per nulla guarentito dalle offese, ma niuna istituzione proficua il sovviene 0 lo incuora al lavoro, niuno glielo guarentisce 0 ve lo ausilia: rare ed esangui le industrie; li traffici spenti; la fede publica contaminata dai pegno, dalle usure ribalde; scarsi i ricolti e indivisi: e dove i beni sono privilegio di pochissimi, e i più null'hanno, né tetto, né capanna, né aratro, né indumenti, solo la groppa a fatiche da negri, là c’è il brigante. Dove il coltivatore di poche zolle non ha la sementa senza usura, furto di notabili addosso ai mendici, colà e’ si rifanno anch’essi per via di furto, hanno gratuita non meno la sementa che ogni sostanza, de' loro nemici, i notabili, là spunta il brigante. Dove la beneficenza nutre 0 sfama l’anime de’ vivi con riti e pompe di chiesa, mentr’i corpi stentano la fame, e la fame genera la disperazione, e la disperazione l’odio contro una società ove gli umili non conseguono né conforto, né sollievo a tanti mali, là c’è il brigante. Dove il municipio apparve un conveniamolo e il bene de’ governati fu l’ultima delle sue cure, o il soffrire de’ miseri l’ultimo degli affanni de' maggiorenti: dove anzi le imposte comunali sparmiano gli uni, aggravano gli altri, anteponendo i dazi a trititi; onde a consumatori, che sono i più, scenda intiero l’aggravio de' primi e poi di sbalzo quel de' secondi, anticipati dai meno ma rimborsati in ogni ordine di consumatori da quante unità annovera la unità dei viventi; sicché per raddoppiato pregio, si dimezza il cibo de’ mendici, là sorge il brigante. Dove i beni del municipio, e ve n’ha tanta copia, sono in più luoghi un' offa de’ maggiorenti, alla quale non attingono i più bisognosi, la a vendetta dell’ostracismo, il bisognoso si cangia in brigante. Dove de’ redditi comuni si fa tale uso che la plebe non ne profitta ed ornai è discesa nella persuasione, che niuno vegli o intenda al meglio suo, la il vindice moschetto, là la fede e la religione del coltello, là il brigante. Dove la milizia cittadina ti appare un obbligo inverecondo di mendici; e fino la regolare sembrò nell'addietro una cernita di pezzenti tra le risa de’ doviziosi, né per anco se n’ha il conforto dell’oblio, colà vai meglio il mendico brandisca l’armi, ma a conto suo, a vendetta contro una società di nemici; giudice ne’ campi e carnefice loro, colà s’avventa il brigante. Dove poi l’esercito non era né scuola di costume, né rialzava l’uomo pria curvo a fatiche da soma; ma vi s’educava a ogni sconcia nefandigia, o vi si correggeva invilendolo con il bastone; invano leggi militari punivano co’ tribunali di guerra i fautori di renitenti o di disertori (2): colà disertori e renitenti senza numero, e quella è la coscrizione de’ briganti (3). Dove la chiesa tra la miseria publica avea ed ha ricchezza ch'è uno sfregio: li gaudi suoi irridono le sofferenze dei più, dell’altare fa bottega, del pergamo trespolo a vaniloqui, del confessionale un agguato a tentare coscienza e costume: penetra nelle famiglie, le vitupera o discioglie: s’appressa al povero, anco a lui, e lo dissangua con la questua: ed ei neppure dal clero ha da sperare lenimento a’ mali suoi, colà non gli rimane che mutarsi in brigante. O dove l'alto clero sitibondo di imperio, dà alla sua volta esempio ai mendici di parteggiare contro la potestà civile, o li incuora a ribellarlesi; colà il tempio, l’altare, il pergamo, il confessionale allevano ed avventano i briganti. Dove il prepotere di chi sta sopra, e dagli orini molteplici del suo imperio, schiaccia chi si rimane di sotto, colà lo spasimo, il sussulto, poi il bramita dell’oppresso, colà il brigante. Dove la legge non ebbe mai pregio (4); invilita non fu freno di colpe; le minori e impunite valsero di scuola alle maggiori: e vicini sono i tempi in cui anco la giustizia era un principio di grazia; la grazia un privilegio degli ordini maggiori; e la legge e la autorità che avea da attendere all’osservanza sua veniva maculata fin dal governo, nel cui nome impartivasi giustizia; ché in publici bandi vituperati erano i giudici di oziosaggine e peggio (5), (')di mettere a prezzo la giustizia (6), e le Gran corti di commettere abusi frequenti, arrovellarsi onde le pene riuscissero illusorie, o le colpe impunite, e, fra trasmodamene del loro ministerio, parteggiare pe rei, dannare innocenti, assolvere ladri, inosservare o sconfinare la legge (7); colà tra queste memorie, la giustizia non ha fastigio di culto; non atterrisce il reo non sicura l’innocente: vive speranza di eluderla: ne' suoi brancollamenti ella fu scuola di furfanteria, e colà anch’oggi s'ha il brigante. Dove il carcere fu luogo non di correzione ma di corruzione: v’entrano inesperti per lieve fallo, n’escono maestri laureati in ogni umana ribalderia; onde fra d’essi si reclutano le masnade, la prorompono numerose e feroci, la t’avvieni ne’ briganti. O dove i carcerati civili, a corruzione più sollecita, mesconsi ai rei: que’ di colpe lievi., con i colpevoli di atroci: i condannati co’ giudicandi, onde la custodia è tutt’uno con la pena: talune volte miseri dementi furono confusi a sani: ognora poi fanciulli mischiati ad uomini, onde a quelli sieno di scuola gli altrui delitti: niun lavoro, nissuna cultura, tranne la molestia di riti chiesastici fin dentro il carcere, ove tutt’è ozio e corruttela (8): e un di usati, alla correzione delle legnate da cui avea sfregio, non meno del corpo, l’anima per tant’altre cagioni invilita e corrotta (9); colà s'ha il vivaio de’ banditi, colà c è il brigante. 0 dove hai una regione ch'è un informe ammasso di parti smisurate e senza pregio d'unità; e gli animi, vi appaiono tra loro divergenti, battaglieri perché il bene degli uni non insidii l’altrui; per modo che scorsero più anni, dal primo esperimento di libertà civile, senza frutto, il presente s’appressa alle soglie del passato senza lasciare sementa fecondatrice dell’avvenire, e nemmeno egli s’annunzia più lieto del presente; colà dall’alto scendono ai municipi le cagioni per cui la vita loro intristisce: non s’antivengono i mali che poi prorompono popolando i campi di banditi: colà infuria irrefrenato e impune il brigante. Dove perfino la oscurità notturna è complice dei perigli onde gli abitanti entro i focolari domestici, e n’addurremo gli esempi, corrono rischio di ricatto e di vita, e protegge poi i malviventi nello andare e partirsi impuni fin dentro le città popolose: dove sacerdoti, notabili e perfino sindaci, come pur diremo più innanzi, trescarono co’ banditi a fine ai lucri o di compiere vendette cittadine: dove per via di insanie e di prede, i null'abbienti salirono a condizione di notabili; e li notabili a ricchezze che furono sgabello a gradi e titoli di nobilea; dove il bandito e il manutengolo lasciarono dietro di sé la tradizione delle male arti, dell’impunità, e fino l’aureola della colpa: la è scuola fomentatrice di brigantaggio, la è Tunica via a fortuna, ad agevolezza ai vendette; la plebe alla sua volta le imprende a conto proprio contro i nemici e gli oppressori suoi: colà nasce, si recluta e più infuria il brigante. E da ultimo, dove ogni cimento i suolo è una tana a lui propizia, un agguato da cui lanciarsi; ogni selva un ricovero; ogni vetta aprica un sicuro scampo; piani inabitati, tra la solitudine del deserto, gli offrono ampio teatro a sue correrie; e temuto o favorito, e le tante volte impune vi è uomo di leggenda, è re della campagna, la c’'è il brigante.

III. Là c’è il brigante, e vi perdura, né monta lo sconfiggerlo, si rintana, se inseguito, nel più folto delle boscaglie o coglie lesto come veltro le più alpestri creste, e riappare o scende al piano quando non v’ha più rischi; muore l’uno, l’altro gli succede; è leva perenne, compiuta via via perdurano le cagioni onde l'uomo di plebe si versa armato nei campi. E basti a persuaderne, il considerare dei seicento banditi che funestarono la regione nostra quale fosse la {latria, la famiglia, lo stato loro civile, l'età, I arte, a cultura, la condizione, la moralità della anteriore vita; e le cagioni dolorose per cui s'indussero al fiero partito di impugnare il moschetto, e l'altre onde, in ispregio de’ rischi, vi perdurano infino a che sieno caricai di ferri, o la giustizia del ferro non li spenga.

Ove nacque il brigante? In grossi borghi, pingue comuni, quasi città, e non ne’ campi: là si lanciò a scampo di pena meritata co’ delitti, od a vendetta di sofferenze, la quale non isperó conseguire e impune vivendo tra suoi. Ma ai delitti lo eccitò la vita sordida, abbietta, senza speranza o uscita, ch’ei trascinò, per anni ed anni nel natio paese; non suscettiva di miglioramenti laddove i municipi, rinnegato il loro compito, indifferenti a guai della plebe, non le apprestarono sollievo di lavoro o per via di istituti che contradicessero all’abbrutimento di miseri abbandonati tutta la vita a sé: e laddove fino gli sprechi in baldorie chiesastiche non generano verun senso di religione, o costume onesto, ma pregiudizi e consuetudine di bagordi. Gli è lo scontento dell’uomo di plebe che lo spinge fuori delle città e gli mette a mano il vindice coltello, ed ei lo affila a perpetrare la giustizia della vittima che s’avventa al carnefice: non è il colono che dia la falce sul capo di proprietario straricco, dovizia che niuno gli contende, e pei più non ha pregio. Ed il lanciarsi ne’ campi a vita di nefandità e di sangue, non è ribellione all’autorità dello stato, ma a quella del natio municipio, esplosione degli odi che qui fanno rivivere servi ed ottimati meno la virtù degli Agrippa, de’ Gracchi, dei Nasica, e senza bastevole maturità che a tanta ingiuria di fortuna sia farmaco o riparo una legge agraria; odi per cui non vi fossero leggi e forze a contenere la più infelice tra le classi, la vedremmo, e già se n’ebbero angosciose prove, prorompere ribalda contro i nemici suoi, i notabili (10). Onde i plebei, nel modo diremo, pria sospirarono, poi agevolarono le invasioni de’ banditi entro i paesi, a gettarsi ne saccheggi e nelle azioni di sangue; o agognarono qua e la il trionfo di quelli, e l’esterminio de’ doviziosi; terribili rancori nutriti da tradizione di odi, sete di sangue, e fescennine insanie; ché le leggi nuove frenarono, repressero, non educarono fin qui.

Quali i genitori de' briganti? Molti fra d'essi non ne conobbero mai alcuno: gittatelli con fecondità o ribalderia meravigliosa gittati per le vie, in niun periodo dell’età loro sovvenuti, da niuna istituzione accolti o avviati al lavoro, a vita operosa. All’incontro usi in questo o quel municipio a tener mano ad abbandono di legittimi, scambio di madri in nutrici, battezzando il frutto della famiglia quale gittatello; ben quaranta migliaia di essi popolano la vasta regione, acconcio vivaio alla leva del brigantaggio.

Quale lo stato civile de’ briganti? La più parte celibi, ed a ragione; chi non ebbe famiglia nel nascimento, non l’acquisti di poi; la maledizione perseguitatrice in ogni età fino alla soglia della galera, od all’ora del patibolo: chi poi nacque legittimo, ebbe dagli stenti cne lo sospinsero alla vendetta ne’ campi. di che rinunciare a gioia di coniugio e di paternità: grave argomento per queste contrade ove il celibato o la eccezione, il coniugio la regola, e, non meno dello sviluppo precoce.

E la età? Pel più numero de’ banditi appena di venti a venticinque anni; quella in cui le forze bastano a correre le venture de’ campi, e basterebbero invece a conseguire onorato sostentamento, mercé di lavoro, se ne’ luoghi natii valesse il chiederlo a mani, giunte: età da cui prende la comune degli uomini indirizzo a vita operosa e moralizzatrice, e qui a vita di briganti (11).

Ma a quale arte o mestiere hanno eglino da volgersi? Chi loro additò la via dell’onesto vivere mercé gli incuoramenti al bene o la cultura dello spirito o gli esempi di cittadine virtù, più eloquenti d ogni monito? chi li avvia a rudimenti dell'arti, a lavoro che non paia una pena, e valga a procacciare nutrimento bastevole e dignità d’operai e di cittadini a squallidi null'abbienti? nissuno: men che meno i municipi e gli istituti pii, fidecommessi e da tempo immemorabile, di pochi notabili o della chiesa.

E quale la cultura de’ briganti? Tra centinaia di essi nemmeno diecine che sapessero leggere e scrivere; forse poche unità, laddove la creatura ha minori cure di quel che il bruto non ottenga, e n'adducemmo le prove; e tra le altre colpe dei municipi il dispregio della istruzione, ch'è il pane dell’intelletto, fu ognora impunito sotto di un governo che di quella avea paura; e della ignoranza de’ sudditi si valeva quale arte pellegrina a reggerli quieti.

E quale la condizione di que’ sgraziati innanzi ridursi a vita di prede e di sangue? La più parte senza stato veruno, o quale offeriva il municipio natio, lo incitamento all’ozio e l’abbrutimento dal nascere. Altri a servigio privato, onde ne’ campi aveano poi fatiche raccapriccievoli e niuna parte de' ricolti; dimora nelle città, in ispechi o cantine umidiccie, melmose, appena dicevoli a bruti: tutti servigiali presi ad opere e scambiati dall’uno all’altro censito, di per di, ed usi a contrasti per lo peparulo acizzo, lo pane mucato, lo vino avierso (12), cibo il quale, corrotto sia cosi, ciba sera a sera i servigiali, in premio delle sostenute fatiche ed a sollievo di povertà strazievole.

E, da ultimo, quale il costume dei più prima di gettarsi a vita di banditi? Diciamolo con un senso di profonda commozione 0 di ribrezzo; per centinaia d’essi incolpabile il costume, specchiata la onestà; niuna macchia, niuna colpa; la moralità della vittima innanzi anteponga alla sua volta di mutarsi in carnefice.

IV. E qui vuolsi dire delle occasioni onde il più d’essi si sospinse fuor de’ patri luoghi insino a perire ne’ campi 0 d’arcobugio 0 di stenti. Tra i briganti della nostra regione, gran parte furono renitenti, a fuggire quel carnaio di vittime umane che fu la leva insino a che parve onestà 0 fu costume di sottoporvi i miserabili, assolverne con ogni maniera di sotterfugi i notabili. Quanti mai appartengono a quegli sbandati i quali, richiamati di poi, preferirono i perigli e le colpe dei campi a una divisa che agli occhi loro non era onorata e n’aveano fatto sperienza di bastone, e d’ogni turpitudine; né onorata presso i concittadini loro, e bene eransene avveduti quando erano partiti fra le risa ribalde de’ manotengoli di que’ ricatti od accalappiatoi di pezzenti ch’erano gli uffici di leva, e nel ritorno (13). Né fu usata 0 valse persuasione di notabili a ricondurli alle bandiere, dacché l’esperienza di non averne mai avuto consiglio paterno, togliea all’ultimo ogni virtù od efficacia, ed ai consiglieri ogni credito; né davvero il municipio potea usare in ciò di più valevole autorità, ei che non ebbe mai prestigio.

Quanti non appaiono tra’ que' briganti li sedotti dalle agiatezze, l’allegra vita e l'umano cibo che s’aveano ne’ campi; li fuggenti la miseria raccappriccevole, l’abiezione e l’ozio corruttore che loro offeriva il luogo natio? Ed esserne scampati, volta a volta, più non reggendoli la lena di sopportare schiavitù da negri,0 nefandigia d’ingiurie e sfregi e fino percosse da padroni inumani; o sconfortati d'ogni ministerio di giustizia che non raggiunse mai i doviziosi, sospinti da feroce smania ai vendette e persuasi di non poter sperare salute che disperando conseguirla altrimenti che col ferro?: per cui le tante volte un’ingiuria di maggiorenti e di municipi o la negata giustizia trasse, come vedremo, a perdizione i più infelici, avventandoli contra i loro oppressori. In specie, laddove passioni accese, ire di plebe e di ottimati, recenti ed antiche nimistà sprizzano veleno nelle ferite, ond’hanno insolita acerbità; e gli odi hanno forma e universalità di parti cittadine, le sollevano l’una contro l'altra, la intiera società, sconvolgono. Dove la impunità, l'aureola delle colpe, la tradizione di innocenti dannati, di rei portati in trionfo, abbella le venture de' campi; e vi hanno da gustare vendette e imperio quei che ne’ luoghi natii han la ventura del sonderò; è guai a chi tra e[ altre virtù non n’abbia la pazienza. Per il che anco a rischio di pietosa fine, quale essere uccisi o perire di stenti, o cadere prigioni laddove scaltrezza non valga a sfuggire le insidie, si lanciano audaci nelle foreste; e vi perdurano, in nulla ammaestrati dagli insuccessi o dai perigli a sfuggire la pena capitale gettando l’armi; e, ciò solo valga a giudicare delle cagioni che li trassero al mal fare ed a perdizione, audacissimi istanno ognora all’intorno della comune cui appartengono. Perchè nell'uscirne ognuno va in cerca di quel capobanda il quale faccia di quel luogo il teatro delle sue rapine od uccisioni: e quando pure ragioni di sicurezza distolsero di colà le masnade, mentre più incrociavansi le forze ad ispegnerle, gran parte di que’ perduti uomini, lungi dal cercare forza nella forza de’ gregari, preferirono forsennati doppi rischi al ramingare lungi dai nemici e da quelli che, a vendette cittadine od a fine di lucri, la faceano da manutengoli. Onde, fra centinaia di briganti, buon numero procede il più di soventi in piccoli manipoli, scelti per ragione del luogo natio e ognora sulla sua soglia, a compiervi vendette feroci contro i maggiorenti, e, quando non vi fossero indotti per speciale livore, rifuggendo da ogni danno, singolare giustizia di banditi, ai piccoli censiti.

Che se la vita de’ municipi, si infeconda si pronuba a corruttela; se la sconvolta società tramezzata in oppressori ed oppressi era in colpa di quella sciagurata perturbazione, chi s’adoprò a perpetuarla? Poco o nulla valse la voce della persuasione, o la mitezza della pena a indurre i banditi alla resa o la compierono quand’ogni via di scampo era loro venuta meno; che aveano ribrezzo, più che del carcere, del ritorno ne’ municipi natii: e per molti valse invece sconsiglio di que’ che di dentro ai paesi non solo teneano il sacco a’ briganti, ma seco loro faceano la. parte del leone traendo a sé, qual prezzo di pochi cibi e d’armi e di notizie o di temporanei ricoveri, la quasi totalità del prezzo dei riscatti. Sacerdoti e donne, notabili e ufficiali di milizia cittadina, perfino sindaci vedremo tra i loro complici, pei quali la morte dei banditi era la più lieta novella, cosi abbuiandosi ogni prova di loro complicità; e lo arrendersi più grave de’ perigli per quelli che non aveano maneggiato il ferro, di finire cioè la vita tra i ferri, come per molti avvenne, nel fondo di una galera.



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V. Ora tali ragioni hanno alla loro volta da essere bene antiche se in ogni età, quasi a riprova della continuità delle cause, apparve in questa estrema parte della penisola la piaga del brigantaggio. Ed a noi qui piace intrattenerci, perché niuna prova reputiamo valga a sfrondare quella sociale perturbazione, di ogni causa accidentale, mutazioni di dominio, parteggiamenti politici ed altri, meglio della pertinace continuità per cui in ogni tempo apparve con le forme e i modi d’oggidi. E poi narrando le calamità di tre e più secoli innanzi, antiveniamo quelle del presente, e forse dell'avvenire: avvegnaché il passatoci narri ognora profeticamente il presente.

Insieme a quanti invasero il reame pria co’ longobardi, co’ greci, co’ saraceni, quinci co’ normanni, gli svevi, gli angoini, poscia con gli spagnuoli, gli albanesi, e di nuovo con gli spagnuoli, co’ francesi; e chi nò? chiede il Giannone (14); ognora apparvero banditi. Banditi alla loro volta pe’ modi e la ferocia furono gli invasori gli uni a ridosso degli altri: ché mai altrove la conquista ebbe tale sembianza di rapina, o la forza trionfò cotanto sulla ragione; e le più giuste cause invelenite, rinnegate dall’infortunio, maledette da scomuniche di papi, per via d’esempio, contro Manfredi il gran re, contro Corradino il misero fanciullo, a tacer a altre nefandigie e santità di ragioni contro cui prevalse la prepotenza della conquista; rapine od avventure che educarono que’ popoli a vita d'avventure e di rapine, e nei secoli andati non meno d’oggi, ebbero pronubo e manotengolo perfino il pontefice, il più gran manutengolo ch'offra la istoria a ogni turbazione o conquista del reame. Al gran brigantaggio di imperatori, di re, di papi, di principi assetati di imperio e intenti a dissetarsi in quelle regioni le più peste e dilaniate da ogni genia di popoli barbari che sieno mai scesi in Italia, dovea quinci, tener bordone il brigantaggio de’ feudatari e scendere giù giù fino a quel della plebe, a conto non più d’altrui ma di sé stessa educata, ch’ella fu via via a grandi esempi di re briganti, poi di feudatari, ladroni gli uni. degli altri, rapinantisi tra loro mercé di banditi ch'aveano allora nome di bravi, usi ad ogni sopruso od insania; onde il feudalismo, più che altrove, ebbe colà fama di leggendarie estorsioni ed efferatezze, sminuite poi via via il codice penale allargò l’ali e l’imperio fin sopra il capo di baroni e di principi. Cosi la ellissi che muovea da papi, imperadori e re, incontrò per via i feudatari fini coi briganti plebei.

Già fin dal MCCCLVIII avvenne che, per volere di Giovanna I, essendo stati espulsi dal reame gli estranei mercenari, si diedero a scorrerie di predoni: loro s’aggiunsero poi molti del sito e composti in bande sparsero il terrore in tutta la contrada, rubando e penetrando fino in Melfi; non altrimenti di quel che per virtù di sbandati e di peggiori uomini le seguito nella età nostra. E per gran tempo i feudatari furono,i duci, di poi i protettori de' banditi I baroni del regno, narra il Winspeare, si sono serviti del brigantaggio come della loro ordinaria milizia»; quindi ne tempi in cui la civiltà, sdentò gli uomini, l’ufficio de' baroni discese ai notabili e solo a pochi tra essi non condottieri di briganti, ma nascostamente loro manutengoli. «Tra le cause poi che diedero luogo alla proscrizione del principe di Salerno Sanseverino» ch'era un gran barone «ci fu quella di essere non solo protettore, ma anche partecipante del brigantaggio;» ed anch’oggi v’hanno del pari i protettori suoi non meno che i partecipanti de’ bottini! «e tra le prime rimostranze che fece la città, di Napoli all’imperatore Carlo V, ci fu che i nobili tenevano uomini facinorosi nei loro portici, per mezzo dei quali perseguitavano, straziavano, uccidevano gli onesti cittadini, e toglieano per forza i ribaldi dallo mani della giustizia (15)» Non altrimenti oggi quelli agevolano ricatti e uccisioni a vendetta di ingiurie cittadine, e s’adoprano a che il ferro uccida, ma la giustizia non raggiunga i banditi; de’ quali paventano le rivelazioni; usando non la forza a strapparneli come nei secoli andati, ma le astuzie di ricoverarli a tempo, ed a tempo lasciarti in balia di loro trista, stella, esposti agli scontri ed agli arcobugi della milizia.

E, come leggesi nel Segni (16), essendo Napoli nel MDXXVIII assediata dai francesi comandati dal mare' sciallo di Lautrech, «..... facevano gli imperiali ogni notte uscir fuori parte della cavalleria mescolata cogli archibusieri, per condurre vettovaglie, e tener qualche strada aperta, né di mare mancava ogni giorno qualche fregata dell’isolette vicine, che apportava agli assediati qualche rinfrescamento, benché con gran rischio si mettessono a passare quasi perii mezzo dell’armata di Francia. Infra gli altri che di terra mettessono vettovaglia in Napoli, fu un assassino famoso, de’ quali è quel paese abbondante, chiamato Vesticello, il quale riavuto il bando, sovente con grand’animo e con maggiore industria metteva nella città assediata assai carne grossa, come quegli che sapendo inestricabili sentieri, potea per tal mezzo conseguire tali cose che agli altri pareano impossibili». Narra poi il Sismondi (17) che il duca di Melfi e pochi baroni, dopo la ruina del Lautrech, continuarono per conto loro la guerra agl’imperiali o meglio «leurs ravages dans la Pouille... Mais ce brigandage doit être considéré comme le commencement de' cet état de' violence et d’anarchie qui se prolongea dans le royaume de' Naples pendant toute la durée de' la domination espagnole, plutôt que' comme une guerre réguliere. C’est au gouvernement avide, oppressif, perfide et cruel des vice-rois, qu’il faut attribuer l’impossibilité, qu’on n’a que' trop long temps eprouvée, d’établir aucune justice, aucune police, aucune sûreté durable dans des provinces si favorisée par la nature.» Ed altrove egli aggiunge (18) «Des chefs distingués par leur naissance et leurs talents, se mirent a la tète des troupes d’assassins qui se formerent a la fin du siècle XVI dans le royaume de' Naples et l’état de' l’Église; et la guerre des brigants mit plus d’une fois en danger l’autorité souveraine elle mème... Les brigants devenus fiers de' leur nombre et se glorifiant de' combattre le honteux gouvernement de' leur patrie, en étaient arrivés a regarder leur métier comme la plus honorable de' tous: le peuple mème, qu ils ranconnaient applaudissait a leur valeur, et considérait leur bandes comme des pépinières de' soldats. Les gentilshommes endettés, les fils de' famille dérangés dans leurs affaires, se faisaient un honneur d’y avoir servi quelque temps; et de' grands seigneurs se mirent quelques fois a leur tête, pour soutenir une guerre réglée contre les troupes du pape... Ils ne se contentaient pas de' devaliser les passants où de' fournir des assassins a tous ceux qui voulurent les paver pour des vengeances privées: ils surprennaient les villages et les petites villes pour les piller: et ils forçaient les plus grandes a se racheter par d’énormes rançons, si leurs habitants voulaient éviter l’incendie de' leurs maisons de' campagne et de' leurs moissons (19)».

Nel MDLIX i briganti capitanati da Marcone, il Crocco di que’ tempi, con questo di giunta ch'ei vantava il titolo di re, posero l’assedio a Cotrone; non. altrimenti nei di nostri alle città del Melfese e del Potentino. Un abate Cesare osò accostarsi fino alla capitale, novello Pilone attorno le falde del Vesuvio.

E paiono, proprio scritte pe’ casi odierni queste pagine del Giannone (20), le quali nella intierezza loro noi riportiamo a precorrere il racconto del presente od a ritrarlo nelle vicende del passato. «Ancorché nei tempi anteriori al MDLXXXVI avessero gli sbandati cominciato ad inquietare le provincie del regno nientedimeno il male ne’ suoi principi non riputandosi cotanto grave, se non fu trascurato, almeno non s’usarono que’ rimedi che si convenivano per toglierlo affatto, ed in su lo spuntar delle radici estirparlo. Questo fece che tuttavia crescendo si videro a schiera quei masnadieri rinselvarsi ne’ boschi, proprio come a nostri giorni in que’ di Lagopesole, Monticchio ecc. «assassinare i viandanti, e svaligiarci regi procacci; e sempre più avanzandosi la loro audacia e ribalderia, sino a saccheggiare le terre anche murate» ed ai nostri giorni ben lo sanno, oltre di Melfi, e Venosa, Bella ecc. ecc. che in questa regione ne fecero esperienza «e metter tutto in desolazione e ruina, tal che il traffico non era sicuro, e il commercio impedito. A tutto ciò s’aggiungeva la difficoltà di praticare il rimedio che soventi riusciva peggiore del male: poiché essendo pur troppo moltiplicati, per dissipargli si mandavano soldatesche di sovente inutilmente e senza buon successo, poiché tra monti e balze niente giova vano le milizie regolari ed erano bene spesso deluse e soventi anche malmenate. Il conte di Miranda non perciò tralasciò d’impiegarvi per estirpargli tutti i suoi talenti, e vennegli fatto d’avere in mano quel» fiimoso bandito, Benedetto Mangone, di cui rimane ancora l’infame memoria per le tante scelleratezze commesse nella campagna d’Eboli... Non guari da poi s’udirono le incursioni d'un altro famoso ladrone, detto Marco Sciarra abruzzese, che imitando il re Marcone di Calabria si facea anche chiamare il Re della Campagna» non altrimenti il Ninco Nanco dei nostri di «avea egli unita una comitiva di seicento ladroni a’ quali comandava;» a tanti giunse pure la masnada del Crocco. «E per la vicinanza d’Apruzzo collo stato della Chiesa, teneva corrispondenza con gli sbanditi di quello stato, co’ quali davansi scambievolmente la mano» e pare davvero dica dell’oggi e non di tre secoli or sono. «Il viceré non trascurò ripararvi: procurò in prima col pontefice Sisto l che in vigore dogli antichi concordati tra la salita sede ed il regno, di poter perseguitare i banditi nei loro territori, e scambievolmente aiutare in ciò l’uno! altro, se gli accordasse di poter mandare commissari nello stato ecclesiastico a questo fine, senza richiedere ad altri licenza;» quel che a noi con il Pontefice Pio IX non fu dato. «E Sisto ai XIV di maggio di quest’anno MDLXXXVIII ne gli spedi breve,» proprio il contrario di Pio IX, «nel quale si dava potestà chetante esso quanto i commissari da lui destinati per la persecuzione dei banditi e delinquenti, potessero entrare nello stato della Chiesa e quelli perseguitare e pigliare per tre mesi senza cercare ad altri licenza» ora invece in quel patrimonio di san Pietro hanno i banditi scampo e patrocinio. «Oltre a ciò mandò più commissari forniti di soldatesche per esterminargli:» oggi invece ad agevolargli il ritorno fra noi (21), «ma furono inutili tutte queste spedizioni e cautele: poiché per le carezze colle quali lo Sciarra generosamente trattava i naturali delle terre dove dimorava» cosi usarono ognora il Crocco, il Masini, l’Ingiongiolo ecc. ai di nostri «era fedelmente avvertito dell'imboscate che gli si tendevano dalle genti di Corte» non ad altro devesi anch’oggi la incolumità delle masnade fra li tanti perigli che le attorniano e la sua vigilanza era grandissima, poiché alloggiava sempre in siti inaccessibili» e quelle del Pollino, del Raparo, del Vulture ec. ec. oggidì informino «distribuiva le guardie, piantava le sentinelle» cosi tutti i capi banda della età nostra. «e ripartiva la gente in luoghi propri ed opportuni» nel che fu sovra tutti eccellente il Croceo. «Erasi perciò reso poco meno che invincibile, onde in molti cimenti si disbrigò si bene che il danno de’ suoi fa poco, e la strage degli aggressori era molta Il conte di Miranda, con animo di sterminare Sciarra, fece ammassare quattromila soldati tra fanti e cavalli e datone in quest’anno MDXC il comando a Carlo Spinelli, lo spinse contro colui per isterminarlo. Ma pure riescivano contrari gli effetti alle concepute speranze, poiché in quell'azione mancò poco che lo Spinelli stesso non vi lasciasse la vita» a’ di nostri fu a un pelo di perderla il generale Franzini «onde invece d'abbatterlo, crebbe tanto il suo ardire che senza contrasto saccheggiò la Serracapriola, il Vasto e la città stessa di Lucera» e il Crocco non penetrò fino in Melfi? «dove restò miseramente ucciso il vescovo colpito in fronte da una archibugiata... Resesi vie più baldanzosa la sua insolenza per la corrispondenza che, a dispetto del concordato di Sisto col viceré, ei coltivava co’ banditi dello stato del papa,» e par davvero vie più l’istoria d’oggi, «co’ quali davansi scambievoli aiuti. A tutto ciò s'aggiungeva la protezione che dava loro Alfonso Piccolomini ribelle del granduca di Toscana, ricoveratosi nello stato di Venezia» e non fu tale sin oggi l’ufficio di Francesco II? «Ma nuovi accidenti poco da poi seguiti tolsero allo Sciarra tutti questi sostegni.... Il Piccolomini.... fu scacciato dallo stato di Venezia.....» a noi no che non valse chiedere lo esilio di Francesco II da Roma. Finalmente morto il Pontefice Sisto, e succeduto in suo luogo Clemente VIII, questi nutrendo i medesimi sentimenti del conte nostro viceré, e tutto inteso contro i banditi dello stato della Chiesa, vi spedi Gianfrancesco Aldobrandini per estirpargli» cosi facesse almeno il successore di Pio IX. «Il viceré dall'altra parte richiamato lo Spinelli dal governo delle armi, sperimentate sotto la sua condotta poco felici» ed anche a’ di nostri quanti scambi di generali non avvennero! «diede la cura di quest’impresa con assoluta potestà ad Acquaviva conte di Conversano: il quale uscito da Napoli nel.... MDXCII con fresche milizie, ne ammassò altre paesane come più pratiche della campagna:ed astenendosi d’alloggiare in luoghi abitati per non aggravargli, si conciliò talmente gli animi de’ paesani che tutti cospirarono con esso alla sterminazione dei banditi» e’ par davvero che scalando tre secoli si discorra qui del Pallavicino nel quale rivisse il conte di Conversano. «Cosi lo Sciarra spogliato della protezione del Piccolomini, e vedendosi stretto» non altrimenti avvenne al Crocco, con questo di giunta, ch’egli a Venezia antepose Roma «non meno dalle genti del viceré che dal pontefice, deliberò finalmente di.... traghettare il mare con sessanta de’ suoi, sopra due galee ella repubblica, e portossi in Venezia. Ma non perciò coloro che rimasero s’astenevano di danneggiare la campagna, guidati da Luca fratello di Sciarra, e fomentati dallo stesso Sciarra che da Venezia di quando in quando ritornava ad animargli e quante volte non accadde ai masnadièri ricoverati in Roma? «finché una volta giunto alla Marca con parte della sua comitiva non fosse stato ucciso da un suo compagno chiamato Battistello, che in premio del tradimento ottenne.... per sé e per altri tredici. suoi compagni il perdono» e noi vedremo più innanzi come questi tradimenti seguissero frequenti anco ai di nostri. «Cessarono con la sua morte le scorrerie di banditi, sterminati poi interamente dal conte di Conversano. Ma se cessarono al presente non fu però che non pullulassero ne’ seguenti anni, travagliando il regno sotto altri capi non meno di quello che aveano fatto sotto lo Sciarra e Mangone».

E infatti, narrano gli storici come tra altri mali perdurando quel de’ banditi (22), nel MDCXLII il viceré, duca di Maddaloni, ad avventarli contro Masaniello, li facesse entrare nella città di Napoli; in altra forma re Francesco avventò contro i nemici suoi i racchiusi nelle carceri; e quelli, morto il Masaniello, e per lunga età ccorrazzarono in ogni dove; proprio a quel modo operarono i galeotti dalla caduta del borbonide.

Quinci nel MDCXLIV fu a bella posta nominato un viceré, dentr’un altro viceregno, e con il solo ufficio di distruggere i briganti.

E fu che un cardinale Boncompagni, dovendosi recare a Sora, non s'avventurò pria d'avere implorato un salvacondotto da Carlo Petriello (23) il Crocco ed il Caruso di quella età: un altro cardinale, il Barberini, secondo narra il Botta, andava sempre accompagnato, a sicurezza sua, dal Mancino, il più scellerato capo di assassini che avesse depredato l’Abruzzo e la Marca» (24). E un vescovo di Melfi, per nome Scaglia, spingevasi secóndo ne fu accusato, fino a ricettarli nell’episcòpio ed a tenere mano ai loro ricatti.

Il viceré conte di Castrillo, nel MDCLVI, avuto sentore di uno sbarco del duca di Guisa sulle coste del reame (25), chi il crederebbe?, chiama a difesa le masnade de’ briganti. Incuorate cosi alla vita di rapine distendonsi quale fitta rete, sovra le più amene regioni, impuni ed in trionfo; sinché le vite in periglio, le sostanze a ruba, persuadono il viceré Pietro dAragona a creare nel MDCLXVIII (26) una commissione la qual giudicasse i fautori ed i ricettatori de’ banditi; non altrimenti di quel che nell’età nostra dispose la legge che dall’autore ebbe nome di Pica.

Ma il più compiuto esterminio de’ briganti segui nel viceregno del marchese del Carpio «Per estirpargli» ed ancor qui a noi talenta valerci delle parole del Giannone sendo esse lo specchio di ciò che ne. riserba il presente «dopo avere, nel primo anno del suo governo, conceduto un pieno indulto a tutti gli inquisiti e forgiudicati purché attendessero alla persecuzione tanto de' loro capi e comitive, quanto dell’altre squadre che scorrevano la campagna» non altrimenti a di nostri usammo del Motta, del Tardugno, del Caruso «si pose con ogni studio a disporre i mezzi per lo total loro esterminio: gli spedi contro milizie, ordinò l’abbattimento di tutte le torri e case dove solevano annidarsi pose grosse taglie per premio di coloro che non potendo vivi gli portassero le loro teste (27)…. Questi ribaldi, disprezzando non meno gli inviti fattigli di perdono, purché si riducessero ad emendarsi (28), che li rigori praticati con gli contumaci, più pertinaci che mai non tralasciavano le rapine, gli incendi, i ricatti, i saccheggiamenti, ed altre enormi scelleratezze.... a questo fine, di estirparli, publicò a XII giugno dell’anno MDCLXXXIV una severa prammatica contenente più capi, nella quale non meno a presidi che a sindaci delle comunità di ciascuna città o terra» quasi anco allora tra d’essi vi fossero quei che li favorivano «rigorosamente s'incaricava di scoprirgli, perseguitargli, e minacciò severe pene contro coloro che vivi gli nascondessero ed anche morti gli seppellissero.

Ma quello che più d’ogni altro produsse il total loro esterminio fu l’avere questo savio ministro con rigorosi ed efficaci mezzi procurato di avvilire e recare terrore ai loro protettori, ricettatori e corrispondenti; le maggior parte erano sostenuti da diversi baroni ed altre persone potenti, li quali li procuravano ricetto e vitto. e per mezzo o di lettere o d’ambasciate avvisavangli degli agguati e insidie che gli erano tese» proprio come a di nostri. «Perciò fulminò contro costoro severa legge, per la quale oltre di rinnovare l’antiche pene, aggiunse dell’altre più terribili, nelle quali volle che si comprendessero tutti coloro che tenessero con banditi qualsiasi corrispondenza e gli assistessero con aiuto e favore e con vettovaglie, o loro scrivessero avvisi o raccomandazioni» e par di leggere l'arte della legge che a’ di nostri va nel nome di Pica «ancorché stessero fuori del regno, e sotto il dominio di altro principe. Anzi concorrendo nella protezione o ricettazione qualità tale che alterasse il delitto, come se cotali ricettatori partecipassero de’ furti e de' ricatti o fossero mediatori e li aiutassero ne’ loro delitti, ovvero provvedessero loro di armi, di polvere e di altri arnesi per armare, acciocché si potessero mantenere in campagna, o pure loro facessero commettere violenze: in tali casi rimise all’arbitrio del giudice, di stendere le pene imposte insino alla pena di morte naturale; favorendo ancora in ciò le pruove, con ammettere la testimonianza di due banditi, e le pruove di due testimoni ancorché singolari, perché s’avessero più pienamente convinti. Questi rigori fecero daddovero pensare ai loro protettori di abbandonargli affatto; li quali scorgendo che le pene erano inviolabilmente eseguite, senz’ammettere scusa alcuna, né avendo luogo la grazia o il favore, fece si che tutti si ritraessero dal proteggerli. Quando questi ribaldi si videro senza ricovero si costernarono in guisa che tutti o colla fuga cercarono scampo cosi a di nostri accadde del Crocco «o rimessi cercarono perdono» e tal fu del Totaro, del Tortora, del Volonnino ecc. ecc. «o finalmente presi portarono i condegni castighi delle loro scelleratezze» nel modo che ai di nostri toccò al Franco, al Ninco Nanco, al Gallo, ecc. Fin qui il Giannone: e sembra davvero che queste pagine narrino le vicende dell’oggi, non quelle di due secoli or sono.

VI. Angosciosa, istoria, la quale non raccoglie guaio del passato che noi trascini fino al presente, e non ne minacci l’avvenire: perciocché anco di poi, perdurando i mali da cui hanno l’origine perdurarono i briganti. A Marcone, a Pietro Mancino, a Vesticello, a Benedetto Mangone, all’abate Cesare, a Marco Sciarra, a Carlo Petriello, a Buttinello, a Carlo Rainera, ad Angiolo del Duca, agli Spicciarelli, li più famosi capibanda della età vicereale, vedremo succedere in quella dei borbonidi i Pronio, i Mammone, gli Sciarpa, i Fradiavolo, i Guariglia, i Furia, gli Stoduti, i Taccone, i Quagliarella, i Vardarelli, i Talarico e tant'altri, a non dire i Ruffo, i quali nel volgere del secolo scorso e ne’ primi del volgente furono i Caruso, i Crocco, i Masini, i Ninco Nanco, i Tortora, i Coppa, i Franco, i Florio dell’età presente. Meravigliosa catena d uomini nefandi, onde la età vicereale diè la mano alla borbonide; ed ella alla sua volta ne lasciava in retaggio una serqua d’altri famosi, da disgradare que’ dell’addietro, e insieme ai mali i più acconci ad allevarne i successori, dove la età ventura non avanzi ogni altra per la bontà de’ rimedi. Narra invero il Colletta come l’ultimo de’ viceré, Giulio. Visconti, a respingere nel MDCCXXXIV l’invasione di Carlo Borbone il quale si innoltrava alla conquista del reame, chiamasse «alla milizia perfino i prigioni e i fuggiaschi rei di delitti (29). Onde poi negli anni che ne seguirono «gli omicidi, le scorrerie, i furti violenti abbondavano nelle provincie (30)». Ed anco' re Ferdinando I, innanzi il MDCCLXXIX, lamentasse in un publico bando «continui’ i furti di strada e di campagna, i ricatti, le rapine, le scelleratezze;... perduta la sicurezza del traffico;.... impedite le raccolte (31)». «Quindi, prosegue quello storico, comandava ai magistrati ed alle milizie di arrestare o spegnere i turbatori della quiete pubblica; e consigliava ai mercatanti ed ai viaggiatori (avvisandosi che il bando non bastasse) di andare a carovana ed armati. Spedi nelle provincie un brigadiere di esercito, Selaylos, con genti d’armi ed assoluto imperio per la distruzione dei malfattori, e intanto invitandoli a tornare obbedienti, prometteva dei passati misfatti, dimenticanza e perdono; blandizie non agguerrite da pietà e non accettate per ravvedimento; ma la necessità le persuadeva al governo ed ai malfattori come tregue domestiche e passaggiere...; cosicché il popolo quasi aggiravasi in cerchio perpetuo di delitti, di barbare pene, di impunità e di delitti peggiori (32)». Volgendo poi il mdccxcviii lo stesso re avventava, contro i francesi invasori la ciurma de’ briganti, e da allora citaronsi come dice il Colletta (33) «i nomi spavento voli di Pronio e di Rodio» e si ricordarono quelli «già conti per atrocità, di Fra Diavolo e Mammone» onde «videro, i generali francesi, di stare in mezzo a guerra nuova ed orrenda». Quinci l’anno di poi re Ferdinando fuggendo la capitale, commise o lasciò la cura di difenderla, contro gli amatori di libertà e le straniere insidie, ai lazzaroni (34) prima sollevati o concitati dalla lusinga di bottino e impune; i quali non per altro differiscono,dai briganti se non da ciò che gli uni hanno a teatro le campagne, gli altri le città: per il che meglio di lazzaroni si direbbero briganti urbani.

VII. Mentre poi egli raccoglieva in Sicilia i re sti della naufragata monarchia, migliaia di banditi, negli albori della repubblica, scorrevano le campagne, a difesa, diceano essi, de’ Borboni ed offendeano sostanze e vite d’amici e di nemici. Molteplici le masnade, altrettanti erano e ferocissimi i condottieri. Negli Abruzzi, tra i più famosi; a tacere del Basso Torneo detto il re dei boschi, di Fulvio Quici, di Antonelli; era il Pronio, «nei suoi primi anni.... chierico, scrive il Colletta (35),.... quindi reo di omicidi... condannato alle galere dalle quali per forza ed industria fuggitivo, passò a correre le campagne; e il Rodio già ricordato. In Terra di Lavoro con i saccheggi e e uccisioni imperava il Pezza «omicida e ladro, cosi o dipinge quello storico (36),... da due anni... pericolava sotto taglia il suo capo; ma per continue venture o scaltrezze vincitore ad ogni cimento, scampava i pericoli; e la nostra plebe, però che die’ scaltrissimi ed invincibili il diavolo ed i frati lo chiamò fra Diavolo...; audace, valoroso, spregiatore di ogni virtù, fattosi capo di numerosa torma, tenendosi agli agguati fra le rupi e le boscaglie del suo paese e vedendo da lungi, non visto, disponea gli assalti contro i soldati francesi che andavano soli o a piccole partite, e spietatamente gli uccideva....; trucidava i corrieri e qualunque gli desse ombra di recar lettere o ambasciate; un Crocco con più di fortuna. In immanità potea però dirsi la cedesse al Mammone, altro masnadiere di Terra di Lavoro, il quale, seguirò qui il Colletta (37)( )onde meno s’inorridisca poi a’ casi degli anni nostri «ingordo di sangue umano lo beveva per diletto; beveva il proprio sangue nei salassi suoi; negli altrui lo chiedeva e tracannava; gradiva, desinando, avere su la mensa un capo umano, di fresco reciso e sanguinoso; sorbiva sangue e liquori in teschio d’uomo e gli era diletto a mutarlo...... Mammone.... spense quattrocento almeno... e tutti di sua mano....». Così anch’egli altro non era che un Caruso d’oggidì e di uguale non maggiore ferocia. Nella provincia di Salerno, invadendo volta a volta il Lagonegro, infuriavano il Laurenziello e il Curci, detto Sciarpa, sgherro che nella guisa di Ninco Nanco a Garibaldi, avea già offerto i servigi suoi alla repubblica. «Guerra più sanguinosa, segue lo storico, nostro (38) travagliava la Basilicata, combattendo quei popoli ciecamente: ché l'essere governati a repubblica o a signoria non era sentimento ma pretesto a sfogare odi più antichi; vedevi perciò, d’ambo e le parti... stragi continue...: Picerno assalita dai borboniani,» non altrimenti s’intitolavano a’ di nostri le masnade del Crocco, di Ninco Nanco, di Borjes assalitrici di Trivigno, di Pietragalla, di Vaglio ecc., come diremo poi, onde pure in que’ casi rivivono gli antichi «sbarrò le porte; e aiutandosi del luogo allontanò più volte gli assalitori. Sino a che,.... torme più numerose andarono all’assedio; e fu agli abitanti di necessità combattere dalle mura. Finita... la munizione di piombo... fu stabilito che si fondessero le canne di organo delle. chiese, poscia i piombi delle finestre, in ultimo gli utensili domestici con i quali compensi abbondò piombo....: i troppo vecchi e i troppo giovani pugnavano quanto valea debilità del proprio stato; le donne prendevano cura pietosa dei feriti; e parecchie vestite come uomini, combattevano a fianco de' mariti e dei fratelli Tanta virtù ebbe mercede, avvegnacché la città non cadde prima che non cadesse la provincia»: anco migliore ventura toccò a Picerno nelle incursioni dell’età nostra. «In Potenza.... era vescovo Francesco Serao.... tenuto settario di repubblica e dei francesi...; ai primi tumulti assalito nella casa vescovile, trovato in atto di preghiera innanzi alla croce, fu trascinato nella strada, ucciso, troncato del capo, e il capo portato in giro per la città. Furono i manigoldi pochi di numero, diciasette, nessun plebeo. Un cittadino di Potenza, Niccolò Addone, ricco, fiero per natura.... amante di republica, ma occulto.... quando vide lo spettacolo atroce, giurò vendetta e non potendo apertamente, usò d’inganni.,..; fingendosi borboniano, allegro della morte del vescovo, chiamò a convito gli uccisori, e, dopo lauta mensa e bevere trasmodato, tutti gli spense, né già di veleno ma di ferro, e più col braccio proprio che dei suoi fedeli.... che nascosti nella casa, attendevano il comando della strage. Orrida scena...» e nondimeno superata anche essa dalle scelleratezze che dell’età presente ci rimane a raccontare. Precipui condottieri delle masnade nella nostra regione erano allora il Taccone, il Quagliatila, Carmine Antonio e Masci. Infestavano poi le Puglie le masnade del de' Cesare già servo, del Boccheciampe un disertore, del Colonna e del Corbara tutti, e quattro maestri di delitti, e a scampo di pena, dalla Corsica, patria loro, approdati ai lidi nostri: a non dire del Guariglia, del Furia, dello Stoduti, del Nierello, del Giurato, del Boia, del Paonese, del Maz zi otti, del Bizzarro terrore delle Calabrie. Ed anco dalla Sicilia, come oggi da Malta e da Roma, affluivano banditi d’ogni nazione, guidati dai Borjes dai Laffrange, dai Tristany, dai Langlois di quei tempi: e duce a tutti Fabrizio Ruffo di cardinale mutato in masnadiere; il fine, il trionfo della santa fede; i mezzi, l’olocausto delle vite e delle robe de’ nemici suoi; ma le robe, più ch’altro segno o indizio, additavano quali essi fossero e, più che per odio a loro, pel fine delle robe ingrossavano le ribalde masnade, quasi a scherno, nel nome dell’indipendenza della patria, esse che non ne conobbero mai alcuna. A questo modo, nella guisa vedemmo ai nostri giorni, ingrossate ne’ campi s’appressavano alle città. Dirò qui i casi di una sola Cotrone, narra il Colletta (39) domandò patti di resa; rifiutati dal cardinale che non avendo denari per saziare le ingorde voglie, né bastando i guadagni poco grandi che facevano sul cammino, aveva promesso il sacco di quella città...... Cotrone fu debellata con strage de’ cittadini armati o inermi e tra Spogli, libidini e crudeltà cieche, infinite. Durò lo scompiglio due giorni... E quanto inumano fosse, ben potrebbe dirlo la età nostra testimonia di uguali non di minori. D’altre nefandezze io farò grazie al lettore: per le quali crescendo le masnade «di forza e di ardire, segue il Colletta (40), Pronio e Rodio avevano restituite allo imperio del re pressoché tutte le città e terre degli Abruzzi; evitando gli scontri de’ francesi, Mammone occupava Sora e Sangermano e tutto il paese che bagna il Liri. Sciarpa dominando nel Cilento, minacciava le porte di Salerno. E sopratutti il cardinale Ruffo, procedendo dall’ultima Calabria contro le città di Corigliano e di Rossano, distaccò i capibanda Licastro sopra Cosenza, Mazza su Paola....; e perciocché di crudeli, rapinatori e malvagi componevasi la sua schiera, le crudeltà, le rapine, i delitti erano mezzi al successo.... Il cardinale riduceva sotto il regio imperio quel largo paese di Basilicata, bagnato dal mare Jonio, e che abbonda di biade e greggi, di uomini e città «La fortuna contraria nella guerra dell’alta Italia obbligava Francia a richiamare a grado a grado dal reame le sue milizie; i luoghi abbandonati divenivano agevole ludibrio de' masnadieri. Narra quindi lo storico fin qui seguito (41), come gli abitanti di Altamura, presaghi de' mali che li attendevano per mano delle masnade, le ributtarono con valore insigne, finché ebbero munizioni e travi e sassi ed altri arnesi di offesa «e quando videro presa la città, quanti poterono e uomini e donne, per la uscita meno guernita fuggendo e combattendo, scamparono. Le sorti decimasti furono tristissime, ché nessuna pietà sentirono i vincitori; donne, vecchi, fanciulli uccisi, un convento' di vergini profanato; tutte le malvagità, tutte le lascivie saziate; non ad Andria e non a Trani città manomesse poco innanzi, «forse ad Alessia ed a Sagunto, se le antiche istorie sono veritiere, possono assomigliare le rovine e le stragi di Altamura. Quello inferno durò tre giorni e nel quarto il cardinale assolvendo i peccati dell’esercito lo benedisse e procedé a Gravina. che pose a sacco. Nell’età nostra il Crocco, invasa. Melfi, non benedisse i suoi, ché la coscienza gli favellava più retta che non al Ruffo, ma corse al tempio a invocarvi ei stesso le benedizioni del Signore. Ed ornai venuto meno ogni presidio di milizia a quelle sventurate contrade, via via che i francesi s'accoglievano in Terra di Lavoro a battere in ritirata, ché il resto dell’Italia era per essi perduto,abbandonandole in piena e sola balia de’ masnadieri «le città della Basilicata, Aggiunge il Colletta (42), valorosamente combattendo, si arresero a Sciarpa...; le provincie di Abruzzo fuorché Pescara e poche terre che i francesi guardavano, e di Calabria e ai Puglia erano tornato intere al dominio del re; nella sola Napoli e in poca terra intorno stringevasi la republica» Non è ufficio nostro il narrare come partiti i francesi sprovveduta essa di ogni valida milizia, assalita da napolitani, siculi, inglesi, romani, toscani, russi, portoghesi, dalmati, e perfino turchi, tutti in un tempo, rovinasse la republica partenopea. Basti, a seguire le vicende dei briganti sollevati, essi inconsci, a strumenti di ristauri dinastici, che in Napoli agitandosi la parte del re, arruolava «grossa stuolo di lazzari» o briganti urbani «che senz'amore di parte, scrive il Colletta (43), ma per guadagni e rapine si giuravano sostenitori del trono...; e qui rammento a quali uomini diffamati per delitto o per pene, Fra Diavolo, Mammone, Pronio, Sciarpa, Guariglia, ultima plebe, immondizia di plebe, i sovrani della Sicilia dichiaravano sensi di amicizia e di affetto».

VIII. Tornarono in Napoli, ed ebbero a dartene loro publici e obbrobriosi pegni: a lusinga di altri premi per quando nelle età venture, e la nostra informi, avesse la plebe da rinnovare quelle insanie. Nei giorni in cui compievasi la carnificina, che quasi a scherno ebbe forme di giudizio, degli amatori di. libertà, pria una legge assolvé i lazzaroni de’ saccheggi e di ogni altra loro colpa; poi ogni brigante delle colpe anteriori e dei delitti commessi correndo le campagne: quinci il Ruffo, ch'io non mi so se deggia dirlo masnadiere o cardinale, in lui tutt’uno, ebbe tra gli altri onori quel di luogotenente del re, e ricchezze smisurate; l'masnadieri de' Cesare e Rodio grado di generale; Pronio, Fra Diavolo, Mammone, Sciarpa e gli. altri capi delle bande quel di colonnello: cui gli uni aggiunsero titol di barone, altri di cavalieri; tutti poi doni e terre (44). Qual governo, quai governanti, quali dignitari, quale scuola, quale esempio per le insanie de’ briganti futuri! E non si fecero attendere; anzi, a dir vero, e’ non vennero mai meno. Erano da poco distribuite a’ masnadieri quelle regie grazie che «numerose bande di assassini, seguitiamo a dire col Colletta, già guerrieri della santa fede, tornati poveri e scioperati correvano in armi le provincie; ed unendosi a duecento e più fuggiti dalle carceri dell’Aquila, ponevano a ruba, publici ladri, le case di campagna, od i villaggi mal custoditi. Colonne poderose di soldati gli inseguivano alla pesta (45)». E quando poi Napoleone nel MDCCCV bandi in Vienna i Borboni di Napoli dover cessare di regnare «e del suoi precipizi esser cagione... la perfidia della regina; andasse ella in Londra, accrescesse il numero dei briganti (46)» ella quasi a dargli ragione «chiamò a sé, scrive il Colletta, gli uomini più noti di quella parte Fra Diavolo, Sciarpa,.... Rodio e con maniere allettatrici, delle. quali abbondava, dato l’ordine di attruppar genti, gli avviò nelle provincie...., ornavano.... i commissari dei tentati sollevamenti riportando che.... la plebe.... era indifferente e i possidenti armati per impedire il rinnovamento dei disordini del IC. Più largo alle promesse era stato il brigadiere Rodio e più sincero e sollecito fu il disinganno; il solo Fra Diavolo attruppò duecento tristi, ed andava con essi correndo e rapinando le sponde del Garigliano».

IX. Invaso quindi il reame dai francesi, nel MDCCCVI, guidati da Giuseppe, pria luogotenente poi re, le schiere accogliticce dello Sciarpa furono disfatte ne’ pressi di Lagonegro; il Rodio, l'antico masnadiere del IC, quinci generale e perfino commissario civile pel re Borbone, disfatto a Campotanese co’ resti delle genti sue e prigione, venne fucilato. Ma altri briganti raccoglie vansi poi nelle fortezze tuttora in fede di Ferdinando nel mentre che, antico stile non mai dismesso nemmen oggi dai principi rifugiati in Roma, «la regina di Sicilia, mandava nel regno i campioni più conti del IC (47)» intendi i masnadieri più famosi! Quinci il re Ferdinando, compose, segue il Colletta, schiera di partigiani e soldati che, disbarcando presso a Reggio, espugnarono la città, strinsero d’assedio Scilla... e proseguivano, circondati dalla foga del popolo verso Monteleone...: le immanità del brigantaggio si onoravano del nome di fedeltà per lo antico re. E cosi vizi e delitti, prendendo della virtù il linguaggio e l’aspetto, divenivano irreparabili, ed erano come che turpissimi, dalle proprie sette ammirati (48)». Ma poiché «i briganti erano molti ed audaci (49)» ogni di più stringea il bisogno di opporsi ai guasti, ed alle empietà loro (50). Ornai «tutte le Calabrie perdute...... la Basilicata, i due Principati e Molise formicolavano di bande borboniche; la Terra di Lavoro era sommossa da Fra Diavolo, gli Abruzzi dal Piccioli (51)». E convenne, a riparo di tant’alluvione, istituire (52) giudizi militari pe briganti; bandire lo stato di guerra ne’ luoghi sollevati od infesti, in specie in Calabria; e, come scrisse il Colletta «cessando in quelle provincie l’impero delle leggi, l’autorità dei magistrati, le forme, i giudizi, gli usi civili», vennero commesse al generale Massena, andatovi a reprimerli, le facoltà, la libertà, la vita de' calabresi (53)». Non preme a noi dire come egli ardesse nella regione nostra Lauria dopo che le masnade si furono, antico e odierno stile, imboscate ne’ monti che la attorniano; stringesse Amantea, l’avesse a patti; non cosi Cotrone i cui difensori «per le antiche colpe malvagi, dice il Colletta, per le presenti tristissimi non volendo arrendersi perché ricordavano le mancate fedi dei francesi a' briganti» nottetempo fuggirono in salvo, abbandonando la città. Minore ventura s’ebbe Fra Diavolo. Ultimamente inviato da Sicilia nel regno con trecento malfattori tratti dalle galere, sbarcò a Sperlonga, campeggiò quelle terre, predò, uccise, e più danno faceva, se, da maggiori forze assalito, non fosse stato costretto a riparare fra i monti e boschi di Lenola. Sempre inseguito; perditore in ogni scontro e fuggitivo, restò con pochi (gli altri uccisi o prigioni); e per due mesi di selva in selva, nella notte più che nel giorno vagando, sperò imbarcarsi per la Sicilia. Ma ogni via gli era chiusa. Nuovamente incontrato, ferito, rimasto solo, persuaso da stanchezza, povertà e forse tedio di vita, andò investito ed inerme a prender riposo e comprare ballami nel villaggio di Baronissi, dove suscitando alcun sospetto, fu arrestato e riconosciuto per Fra Diavolo» (54). Un giudizio di guerra lo spense. Vicende e fine nelle quali si compendiano la fine e le vicende de’ masnadieri d’ogni età, senza che perciò ne sia isterilito il mal seme. E proprio allora come a di nostri accadde, il brigantaggio ognora più fortemente combattuto, «mutate regole di guerre, evitava gli scontri, non entrava nelle città, correva le campagne, assaltava gll'inermi, predava, distruggeva e nascondevasi (55)». Ma non per questo, anco in ciò antivenendo i casi che della età nostra esporremo, poteano dirsi diminuiti i briganti; inefficaci i rigori a distruggerli furono tentate altre vie, quelle che con successo uguale non migliore tentammo a questi di. «Il re.... — a noi talenta far nostre le stesse parole dello storico che qui seguiamo onde il parallelo de’ casi tra le varie età riesca più spontaneo e meraviglioso, senza che possa tribuirsi in nulla all’arte dello scrittore — per editto perdonò e que' malfattori che andassero inermi alle regie autorità e giurassero obbedienza alle leggi. Molti e molti, deposte le armi, giurarono; né per ravvedimento ed amor sincero di pace, ma per godere quietamente la male acquistata ricchezza: tornarono quindi alle città turpemente ricchi e baldanzosi, facendo sfoggio infame del furto e delle atrocità sul viso ai depredati, ed ai parenti ancora vestiti a bruno degli uccisi. E di poi, consumato il bottino ritornavano al brigantaggio, indi al perdono; talché vedevi de' perdonati cinque e sei volte. I ministri regi nelle provincie, poiché videro falsa la sommissioni, imitando gli inganni facevano strage de’ perdonati Io nella valle di Morano viddi molti cadaveri, e seppi che il giorno innanzi uno stuolo di amnistiati.... vi era stato trucidato dalle guardie, e avvegnacché si finse che avessero spezzate le catene e tentata e cominciata la fuga, si andò uccidendoli in vari punti di quel terreno, a gruppi e alla spicciolata, ai ferro e ai archibugio, trafitti in vario modo, come suole in guerra; contrafacendo con istudiosa crudeltà gli accidenti de' le battaglie. Pareva quel luogo un campo dopo la guerra. (56)» E nemmeno ciò bastando, ei convenne minacciare di morte i detentori di armi vietate; bastevole il rinvenirne onde esploderle o figgerle nel pettoagli occultatoti: e per fino la coscrizione fo temuto più valesse a reclutare delle masnade di quel che a. sottrarre loro gente di male affare; o come scrive il Colletta (57) «la ripugnanza dei popoli al militare servizio, l'istesso brigantaggio, la facilità ai coscritti di fuggire in Sicilia oggi in Roma — facevano temere che uomini levati per noi servissero di aiuto e di reclutamento al nemico».



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X. Regnando poi Gioachino, i briganti ebbero frequenti ed insperati ausilii dai borbonidi, e dalle loro invasioni in terraferma. Tra le altre volte «uscirono dal porto di Messina, due loro spedizioni delle quali una disbarcò nel golfo di Gioia quattrocento briganti e soldati,1’ altra nella marina tra Reggio e Palme tre mila soldati e non pochi briganti I briganti si dispersero tra boschi e ne’ mal guardati paesi concitando i creduli e i tristi, uccidendo, rubando. distruggendo in mille modi. E nel tempo stesso tre flotte... correvano intorno alle coste... minacciando i luoghi forti, assaltando i deboli, lasciando a terra editti e briganti, e perciò inviti e mezzi alle ribellioni... (58).

E più innanzi «l'armata nemica procedeva sbarcando, nei luoghi meno guardati della marina, pochi soldati non pochi briganti: questi per correre il paese, quelli per tenersi accampati alcune re e tornare volontari o scacciati alle navi (59)». Cosi «i briganti... crebbero di numero e di ardire: formati in grosse bande sotto capi ferocissimi, una entrò in Crichis paese di Calabria, e dopo immensa rapina, fuggiti quei che per età robusta potevano dar sospetto di resistenza, vi uccise quanti vi trovò vecchi, infermi, fanciulli, trentotto di numero, tra i quali nove bambini di tenerissima età. In Basilicata altra banda assediò nel suo palazzo il barone Labriola, che alfine, vinto dalla fame, si arrese, e, dopo patto di vita e di libertà, egli e la sua famiglia, sette di ogni età, di ogni sesso furono trucidati. Sul confine tra Basilicata e Salerno, mila trecento briganti, dei quali quattrocento a cavallo, campeggiavano apertamente; e, non più fuggitivi come innanzi ma sicuri entravano nei paesi grandi e popolosi. In un'imboscata di questa banda, nelle strette del Marmo, s’imbattè il giovine generale de' Gambs, che, per velocità del suo cavallo, usci del bosco; ma viaggiando dietro a lui donna ch’egli amava al vedere sé libero e colei nel pericolo, ritornò al soccorso, e, prima di raggiungerla, fu ucciso. In Puglia altro capo di briganti... taglieggiava, rapinava (60)...». E poco appresso (61) «Fra i delitti di brigantaggio e quelli che dal brigantaggio derivavano, il censo giudiziario del regno numerò in quell’anno MDCCCIX trentatremila violazioni delle leggi». Tremenda cifra e pur superata da noi. E’ fu giuoco forza ricorrere ad insoliti rigori: a quanti fuorusciti avessero mosso o seguilo il brigantaggio o le invasioni di estranei, furono confiscati i beni, in prò dei danneggiati e della finanza (62): fatti responsabili i municipi dei danni cagionati nel loro territorio (63); e quinci astretti a sborsare due cento ducati per ognuno che dal natio comune si desse a vita di brigante, e cento per ogni soldato ucciso a perseguirli (64). Da ultimo, si doverono compilare note di banditi; concedere facoltà ad ognuno di ucciderli, anzi incuorarvelo con premi; arrestati, li giudicassero consigli di guerra; «ugual pena di morte, scrive il Colletta (65), avessero i promotori e sostenitori del brigantaggio, benché non inclusi nelle liste e questi in apparenza vivendo nelle città; s’incarcerassero le famiglie dei capi o dei più conti delle bande; ed infine, dei briganti dannati, a morte si incamerassero i beni». Modi acconci, e lo vedemmo ai di nostri, a distruggerli, più che inaridire la sorgente ch'ha da ripopolarne l’avvenire. Nondimeno «le milizie, levati i campi, spartite nelle provincie, a mala pena tenevano fronte ai briganti. Quattro compagnie... rotte in Campotenese furono sforzate a ritirarsi; altra squadra di quarantotto nomini, accerchiata tra i monti di Laurenzana, fatta prigiona e trucidata; il comune di san Gregorio guardato da quattrocento soldati.... assalito e preso. Potenza, capo ai provincia, investita e non espugnata, perché chiusa di mura e a tempo soccorsa» (66). E ci pare davvero di scrivere dell’oggi e non de’ tempi andati, tanto i casi nostri a quelli si uguagliano! Qui poi narrando di un’azione umana di un brigante, mutato a un tratto in uomo dabbene come più volte in quelle eccitabili nature segui ai giorni nostri, aggiunge il Colletta. «Un giorno, MDCCCCX, nelle pianure di Palme il re, incontrandosi ad uomo che i gendarmi menavano legato, dimandò chi fosse; e prima di ogni altro parlò il prigione e disse; Maestà sono un brigante ma degno di perdono, perché ieri, mentre V. M. saliva i monti di Scilla ed io stava nascosto dietro un macigno, potea ucciderla; n’ebbi il pensiero, preparai le armi e poi l'aspetto grande e regio mi rattenne. Ma se io ieri uccideva il re, oggi non sarei preso e vicino e morte. — Il re gli fece grazia, il brigante baciò il ginocchio del cavallo, parti libero e lieto e da quel giorno visse onestamente nella sua patria (67)». Ogni dì più il reame sendo turbato dai briganti e dove, fra altri famosi, famosissimi erano divenuti un Benincasa e un Parafante, Gioachino affidò la principal cura di distruggerli al gen. Manhes con uffici militari e civili. Il quale aspettato che ebbe «che le campagne» ancora qui le parole del Colletta (68)( )avvalorino quelle che intorno a casi uguali della età nostra ci incombe di scrivere s'impoverissero di frutta e foglie, aiuti ai briganti per alimentarsi e nascondersi; e di poi palesò i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste de’ banditi, imporre ai cittadini di ucciderli o imprigionarli, armare e muovere tutti gli uomini atti alle armi; punire di morte ogni corrispondenza co’ briganti, non perdonata tra moglie e marito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i fratelli, trasportare le greggio in certi guardati luoghi; impedire i lavori della campagna o permetterli col divieto di portar cibo; stanziare gendarmi e soldati nei paesi, non a perseguire i briganti, a vigilare severamente sopra i cittadini. Nelle vaste Calabrie, da Rotonda» ch'è in Basilicata a Reggio cominciò simultanea ed universale la caccia al brigantaggio.... Lo spavento in tutti gli ordini del popolo fu grande, e tale che sembravano sciolti i legami più teneri di natura, più stretti dr società; parenti, amici dagli amici e parenti denunziati, perseguiti, uccisi quest’ultima violenza non fu durevole; tutti i calabresi perseguitati o persecutori agirono disperatamente; e poiché i briganti erano degli altri di gran lunga minori e spicciolati, traditi.... furono oppressi, si che di tremila che al cominciare di novembre le liste del bando nominavano, né manco uno solo se ne leggeva al finire dell’anno; molti combattendo uccisi, altri morti; per tormenti ed altri di stento, alcuni rifuggiti in Sicilia e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna, rimasti ma chiusi in carcere.... I fatti della Calabria, raccontati ed esagerati dalla fama, agevolarono l’opera nello altre provincie al generai Manhes, ch'ebbe carico di esterminare il brigantaggio in tutto il regno» (69). E il Manhes, che fu il Pallavicino d’oggi, con di più la ferocia di quella età o l’animo più violento, comunque nella violenza sua rettissimo il quale «riguardava la morte dei briganti come giusta, e le crudeltà come forme al morire che poco aggiungendo al supplizio, giovano molto all’esempio (70)»; disfece ovunque le masnade, ne scovò, n'uccise o imprigionò li gregari: non risali, né era suo ufficio, alle cagioni per cui tanta plebe, minando dalle città si lanciava, ne’ campi.

XI. E nondimeno ora poca ora, molta immondizie di plebe, fuggente ogni anno il patrio nido, corse ognora i campi finché si giunse al ristauro di re Ferdinando; il quale poi lanciò contro d’essa un bando (71); si stabilisse quali fossero briganti, e da potersi poi da chiunque uccidere, quali fiere o lupi; anzi l’omicidio meritevole di premio: un giudizio istantaneo, il quale «consisteva nel solo atto di identità, tenendo i delitti come provati (72)» e istantanea morte puniva coloro che vivi cadessero prigioni. E questi giudizi, aggiunge il Colletta (73), «furono si negligenti e precipitati che spesso vedevansi scambiati nomi e segnali dei fuorbanditi, ed iscritti nella esiziale lista uomini non rei, creduti grassatori perché indicati dal rumore pubblico o assenti, o dimenticati nelle prigioni, o soldati nell’esercito: dei quali errori molti scoperti e corretti, più molti occultati dalla morte. Non erano di tanta asprezza le pratiche del decennio; allora non si metteva a prezzo la vita dei fuorbanditi; e presi andavano al giudizio colle forme comuni; dibattimento e difesa». Né meno perciò «furti, omicidi, assassini si commettevano; le città di ribaldi, le campagne di grassatori erano ingombre....; erano minacciate le autorità, conculcate le leggi, la forza publica partecipante ai delitti o inefficace a frenarli (74)». Narreremo qui il caso ch’io non so se deggia dire pietoso o feroce, certo singolarissimo de’ Vardarelli, il quale valse poi di terribile scuola e monito ai masnadieri che gli succederono. E schivando di usare lo stile nostro laddove incontriamo quello ben più terso è tacitesco del Colletta (75), rechiamo qui intiere le sue parole «Gaetano Vardarelli, di servili natali, prima soldato, poi disertore dell’esercito di. Murat ricoverò in Sicilia; e di la per nuovi delitti fuggendo, ritornato nel regno cercò salvezza, non dal perdono o dal nascondersi ma combattendo. Brigante, felice in molti scontri, poi perseguito vivamente, volse di nuovo a quell’isola, sperando che i travagli e le fortune del brigantaggio gli impetrassero scusa degli antichi misfatti; né si ingannò: lo tornarono alla milizia, divenne sergente nelle guardie e cosi ricomparve in Napoli nell'anno XV. Ma non pago di mediocre fortuna e di posato vivere, cercando il malo ingegno opulenza e cimenti disertò.... e si diede a scorrere, publico ladro, le campagne. Benigno a poveri, avido e feroce coi ricchi ebbe compagni due suoi fratelli, tre congiunti, quaranta e più altri malvagi al pari di lui. Capo e tiranno di quella schiera, puniva i falli con pene asprissime; la codardia colla morte. Tutti montati sopra cavalli, assalire velocemente, velocemente ritrarsi, camminar giorno e notte, apparire quasi al tempo stesso in lontane contrade erano le arti che li facevano invitti; benché sempre inseguiti e spesso raggiunti da non pochi soldati... Acquistò Vardarelli tanto nome di valore o fortuna che ormai la plebe, scordando le nequizie lo ammirava Poiché non si poteva abbatterli colla forza si discese a quietarli con trattati; e da pari a pari stipulare.... perdono e oblio ai misfatti de' Vardarelli e loro seguaci; la comitiva sarà mutata in squadriglia di armigeri; giurerà fede al re...; obbedirà ai generali che comandano nelle provincie; e sarà destinata a perseguitare i publici malfattori in qualunque parte del regno. Napoli VI luglio MDCCCXVII - Vardarelli giurarono e mantenendo i patti, spensero i grassatori che scorrevano in Capitanata; ma, sospettosi del governo, chiamati a rassegna, si adunavano in aperta campagna, non venivano in città, benché comandati; prendevano alloggiamenti sempre vari, e parte dello stuolo vegliava in armi mentre l’altra stava in riposo. Ed erano giusti que’ sospetti avvegnaché continui inganni tramava loro il governo che videa purgare la ignominia di quella pace col tradimento: e diffatti, salvi per lungo tempo dalle insidie, vi caddero alfine. Andavano spesso in Ururi, piccolo villaggio delle Puglie, assicurati da numerosi amici e parenti; tra questi trovò il governo chi assumesse il carico di assassinarli. Un giorno la schiera giaceva spensierata sulla piazza, allorché partirono dai vicini edifizi molti colpi di archibugio e vi restarono morti Gaetano, i suoi due fratelli, e sei dei maggiori compagni. Fuggirono i restanti sbigottiti... Il governo promise vendetta dell’assassinio... Il generale Amato... per lettere accertò che il misfatto di Ururi sarebbe punito, che il trattato del VI luglio reggeva intatto, che altro capo eleggessero. Erano trentanove quei tristi; scompigliati, intimiditi, creduli alcuni, altri confidenti ed in molti serpeva l’ambiziosa speranza di esser e primo. Restarono cheti, ma più guardinghi. Una squadra di soldati andò in Ururi; degli omicidi altri furono imprigionati ed altri fuggiaschi; si ordinò il giudizio, si fece pompa di severità. Dopo le quali apparenze il generale chiamò a rassegna i Vardarelli nella città di Foggia..., ed eglino dopo varie sentenze si recarono al destinato loco; fuorché otto contumaci all’invito... Il generale dal balcone faceva col sorriso cenni di compiacenza; e il colonnello Sivo, disposti in fila quei trentuno li rassegnava...; nel qual tempo le squadre napolitane avevano di nascosto circondata la piazza Levossi il berretto il generale Amato, era questo il segno, e ad un tratto avanzarono le colonne colle armi in pugno e gridando arrendetevi,... i Vardarelli frettolosamente montano sopra i cavalli; ed allora le prima fila dei soldati scaricano le armi, nove dei Vardarelli cadono estinti, due s’aprono un varco e dileguansi; gli altri venti atterriti abbandonano i cavalli, fuggono confusamente in un grande e vecchio edificio ch'era alle spalle. La fama del loro coraggio e la disperazione che lo accresceva ritiene i soldati dallo inseguirli; accerchiano però l’edifizio, spiano, non veggono né uomo né segno di fuga, entrano a folla le guardie, ricercano vanamente ogni loco; stavano meravigliate ed incerte, quando dallo spiraglio di una cava usci colpo che andò a voto; un soldato che vi si affacciò per altro colpo fu spento; erano i Vardarelli in quella fossa. Vi gettano i soldati in gran copia e per lungo tempo materie accese; non esce da quell’inferno lamento o sospiro, ma più crescevano il fuoco e il fumo.... Due fratelli.. dopo gli estremi abbracciamenti, si uccisero: si arrenderono altri diciassette, un ultimo si trovò morto ed arso.... In un sol giorno.... furono dal tribunale militare giudicati, condannati, posti a morte.... Si spense affatto quella triste genia, non in buona guerra, dove tante volte fu vincitrice ma per tradimenti e inganni, cosicché nel popolo i nomi loro e le gesta sono ancora raccontate con lode e pietà!». E nondimeno, come molto acconciamente è detto in una celebre scrittura di questi tempi, in tant’altre parti meno arguta o ritraente dal volo d’uccello lungo il quale fu distesa, se il soccorso degli Austriaci fosse mancato nel XXI Ferdinando I avrebbe adoperato il brigantaggio per disfarsi della costituzione: e se il XV maggio XLVIII 1848 Ferdinando II fosse stato vinto nella città di Napoli, egli era pronto a scatenare il brigantaggio nella campagna.(76)»

XII. Ma gli è poi un grand’errore, comune a’ più, e reputiamo essere de’ primi a dissiparlo, che da allora non s’avesse nel reame il brigantaggio: e solo, scavalcando gli anni dal IL al LX, rivivesse con la ruina dei borbonidi. Onde noi diremo di quel periodo mal noto od ignorato, il quale fu l’ultimo della straniera dominazione nell’egra contrada; cosi tacendo de’ molteplici capibanda che, per cosi dire, retaggio di Ferdinando I e poi di Francesco I, infestarono il mezzodì, regnando Ferdinando II, infino al IL; e, in specie, del Talarico, tra gli altri, terrore di Calabrie e fino del governo, il quale disperando di ogni altra via a ghermirlo, gli guarenti salva la vita, la libertà, e incantevole soggiorno, Ischia: e, perché meglio vi tergessero i sudori delle sostenute fatiche, una lauta pensione. Nel chiudersi del IL, quando ogni alito di agitazione politica era scomparso dal reame, e non s’avea duopo di briganti contro i fautori di novità, il governo si volse ai modi di disperderli. Più che altrove sendo infeste le Calabrie e la regione nostra, vi fu inviato il marchese Nunziante con ampie potestà, fino quelle di disciogliere le milizie cittadine, promulgare lo stato d’assedio, imprigionare i turbatori della quiete ed i briganti: gli uni e gli altri tradurre innanzi consigli di guerra. Ed ei s(v)accinse all’opra bandendo, come «fermo nel proposito di liberare queste contrade dal brigantaggio che le infesta e bramoso di riuscirvi con pronti ed energici mezzi» e poiché «le vie ordinarie non aveano risposto al bisogno» la Calabria da quel di fosse sottoposta allo stato d’assedio: un consiglio di guerra giudicasse gli scorridori di campagna, i loro fautori, le spie, non esclusi quelli che recassero al loro indirizzo intimazioni di ricatto ed avutele non le denunciassero, o fornissero di viveri e di ricoveri i briganti. Il consiglio di guerra, nel pronunciare contro i loro protettori «assai più tristi, dice quel bando, de’ briganti stessi, come che vivono delle sventure altrui e lontani dai disagi e dai cimenti della vita (77)» tenesse pur conto dei danni di cui que’ manotengoli furono cagione (78). Quinci la frequenza dei misfatti comuni chiedendo, al dire del governo, ripari insoliti, si bandi che i colpevoli di delitti non punibili di morte o di ergastolo, fossero giudicati con rito sommario: il processo non orale ma scritto: giudizi inappellabili: cd in ricambio il reo s’avesse ognora la minorazione di un grado di pena (79). Di questa guisa, in pieno secolo decimonono, riviveano tra noi i giudizi del truglio (80). A siffatta giustizia tenea bordone la violenza che s’arrogava nomea di forza. In ogni distretto, il Nunziante dispose speciali comandi di milizie e squadriglie perlustratici laddove era più grave il periglio (81) larghi premi a quei che vi si arruolassero, onde all’avvicinarsi ella buona stagione che i briganti credono loro propizia potessero moltiplicarsi i mezzi di persecuzione (82)». A questo modo di poi compose altre squadriglie, in ausilio della milizia regolare, dalle quali fossero perlustrate le vie, guarentiti i viandanti, perseguitati e dispersi i banditi (83). Né ciò bastando volle che le guardie urbane ogni di corressero il territorio proprio (84). Sendogli parso che il municipio di Mongrassano, patria del capobanda di Gennaro Emmanuele, non desse prova di grande ardore contro di lui, ordinò a molta milizia regolare di prendere stanza colà presso i più comodi ed influenti abitanti, finché non fosse assicurata alla giustizia l’intiera comitiva» conchiudendo «che quando le guardie urbane ed i proprietari sono decisi di non aver briganti nel proprio territorio, questi non possono reggervi al di la di otto giorni; e la stessa misura sarebbe adottata per quei comun ch’offrirebbero lo stesso esempio (85)». Quinci decretò che lorquando in una comunità seguissero ricatti, si traducesse innanzi al consiglio di guerra il capitano dei militi cittadini e quelli, tra d’essi, apparsi negligenti al servigio; ei comandanti distrettuali e circondariali fossero destituiti (86). Ma, come leggesi in un altro bando, durando «le oppressioni, i ricatti, le depredazioni degli armenti, l’uccisione dei mandriani, le estorsioni» ei si volse ai proprietari, e, dettogli che la distruzione de’ banditi era di precipua loro utilità, minacciò quei che non vi concorressero di astringerli a mantenere a proprie spese un centinaio di uomini, ingiungendo di armare a difesa de’ campi i loro guardiani; e con giudizi di guerra spaventando i contravventori (87). Ma appena due giorni dopo, in publica scritta dichiarava il Nunziante «che i proprietari lungi dal concorrere alla distruzione dei malviventi aveano somministrato loro quel che chiedevano»: diceva «vile tale procedimento», augurando loro fossero davvero «oppressi da quei ladroni» e minacciando che dove mai taluno di que’ notabili giungesse a commettere l’infamia di dare loro ricovero» ei farebbe «crollare le loro case dai fondamenti (88)». A bello studio noi citiamo le tremende parole onde il dire nostro non abbia increduli.

XIII. Ai violenti propositi seguirono le opere non meno violenti. Pria volle, i viveri e li ricolti s’accogliessero entro i paesi (89), quinci vietato il recare cibi in campagna, serbarne nelle torri, nelle pagliaie, negli agghiacci; anco le mandre fossero di per di ricoverate ne’ dintorni degli abitati, onde ogni sussistenza venisse a meno a banditi (90): pena di giudizio militare ai trasgressori. Era bastevole il sospetto di favorirli per meritare l’arresto preventivo (91), vietato lo inviare loro somma alcuna a premio di riscatto, fossero pure i figliuoli od i genitori tra i loro artigli (92); fosse pure apparsa inefficace la forza o l’autorità del governo a liberarneli. Ai parenti che non s’adoprassero e con frutto a indurre i briganti a presentarsi pria minacciò rigori (93), poi li attenne carcerando genitori, mogli, fratelli e sorelle loro, infino a che o non venissero uccisi o prigioni (94). Per tal cagione, tra l’altre, la famiglia dell'Armando, uno di essi ch’era di Moliterno, durò in carcere, e senza rito di giustizia, più anni (95). Non meno si volse ai briganti offerendo loro la impunità dove s'arrendessero (96), e premi se si rivoltassero ai complici o s’uccidessero (97); e minacciando la pena del taglione contro quei che vivi cadessero in potere della giustizia (98). Tra i banditi le cui teste ei mise a prezzo furono Nicola Barde, Domenico Falco, Pietro Caravetta, Gennaro Emanuele, Pandurso, Vitale, Giuseppe de' Simone, Francesco Reda, Mazzei, Pietro de' Fazio, Francesco Armando, Perri, Gabriele Bianco, Arabia, Mazza, Guzzo, Scalise, Paolo Serravalle ed altri in quella età famosi (99), i quali diceva un editto «non solo dalla forza, ma da chiunque possono essere impunemente uccisi» (100): onde l’omicidio loro s’avea grazie e premi nel modo che in virtù di altra legge li otteneano quei ch’uccidessero lupi ed altre fiere (101). Minaccie o lenocini feroci disgradavano cosi, alla loro volta, i lenocini e le minaccie de’ medesimi briganti: ed erano battezzate poco meno che suprema arte di governo da coloro che suscitarono di poi cotale scatenio di gridori quando, nei tempi odierni, si volle imitarne in parte l’esempio.

XIV. Forte il Nunziante del terrore che tra quelle afflitte popolazioni avea ispirato con la violenza di sue minaccie e l’opere pari, contro ai fautori ed ai parenti de’ banditi, si diede a perseguirli ne' campi. Secondoché più infestavano i luoghi tra i confini della regione nostra e delle Calabrie, venne qua e là promulgata la legge di guerra: e spedite grandi forze «a distruggerli; spartendosi e moltiplicandosi in luoghi innumerevoli, a ragione dell’apparire e disparire con pari celerità delle bande, alla volta loro or sparse tra noi ne’ territori di Montalbano, di Bernalda, di Pisticci, di Rotondella, di Tursi, di Favale, di Bollita, di Colobraro, predando, uccidendo greggi ed uomini ora inselvati nel più folto della macchia di Policoro battezzata dal Nunziante «rifugio dei malviventi nella stagione invernale (102)»; ed ora scampati al di la de’ confini colla Calabria. Le minaccie e le persecuzioni recarono ne primi del l questo frutto: che, tra le tante centinaia di briganti, alcune diecine s'arresero, altri caddero prigioni; taluni poi furono uccisi (103). Primi a scomparire dal loro teatro di sangue il Pandurso e il Vitale: scontratisi essi, lungo la Sila, con la milizia di Castiglione tennero testa; ebbero morti e feriti poi soprafatti cederono l’armi quali prigioni (104). Quinci il Barde, feroce uomo, già prigione e sfuggito, poi terrore di quelle contrade finché i foresi di Corigliano gli furono sopra e l'uccisero( )(105). La intiera masnada del de' Simone, caduta viva tra le mani della milizia, prima fu ascoltata in giudizio poi spenta (106). Tra questi perigli, una buona mano di banditi si rifugia nell’agro ai Tursi, avendo a guida poi a capo l'Armando di Moliterno: ma gli sono addosso le milizie di Montalbano di Bernalda e di Pisticci; scampa lasciando nelle mani loro uno de’ suoi e ferito (107). Né migliore fine ebbe il Reda, tra i più feroci banditi di que’ tempi, che essendosi discostato dai suoi e ricoverando a guisa di belva, narra il Nunziante (108), sotta aspri macigni, venne scoperto e gravemente ferito. onde cadde in potere della vindice giustizia. Più avventuroso il Caravetta, ch'era a capo di ben venti briganti, snidato dalle balze inaccessibili del Cariglione, inseguito poi raggiunto, volge l'armi a difesa e per più ore sostiene il cozzo terribile, finché più d'uno gli cade a fianchi, ed egli con i superstiti, tra un nugolo di palle, scompare: ma di poi muta proposito, e con nove de' suoi cede l'armi ed ha salva la vita (109). Altri capibanda il Falco ed il Mazzei seguono l’avventuroso esempio (110): il de' Fazio, pria che indurvisi, diviene prigione (111): il Gennaro Emanuele, innanzi che prigione cade spento in feroce scontro con le milizie (112). Perri si arrende (113). Tra tutti poi maestro di atrocità e di ribalderie Gabriele Bianco, uomo da disgradare una iena, volle por termine alla perigliosa ventura in guisa tale che non sai dire se più fosse astuta o nefanda. Pria sconsiglia taluno de' suoi gregari dal deporre l'armi, li incuora a resistere, e quinci li trascina. entr’un agguato ove cadono prigioni: e di cotale tradigione ha in premio la impunità di ogni sua rapina ed uccisione: cosi li meno rei, perché traditi, ebbero condanna di morte o di galera, e il più terribile reo l’ebbe più lieve (114). Meno di lui scaltro il masnadiere Arabia, già soldato ed omicida, dannato a vita di ferri, sfuggitone, divenuto bandito, poi raccolta gente loro capo; quinci assalito, fuggiasco, ricovera solo in una grotta, v’è stretto di assedio, e innanzi cadere vivo si uccide. (115) A questo modo gran parte de' capi bandi e loro gregari vennero strappati alle avventure de’ campi. In un solo anno tra la regione nostra e la Calabria attigua, duecento furono gli arresi, un centinaio li prigioni: quasi altrettanti li periti o d’archibugio o sulla forca.



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XV. Trionfi istorili laddove seguivano terribili le vendette de’ superstiti briganti, e ad ognuno che disparisse altri succedevano: plebe travolta fuori de’ luoghi natii dal perdurare delle antiche cagioni, nel modo oggidì perdurano. Le minaccie, li giudizi senza rito di giustizia, la forca, la virtù dell'arcobugio, del coltello contro il coltello de’ banditi, o il lenocinio dei premi a chi caritatevolmente li scannasse ovunque fossero incontrati, tutti modi acconci a distruggerli tra grotte o forche di fosse o spiani di patibolo, non l'erano davvero a sperdere li mali per cui tanta plebe si squagliava fuori delle mura domestiche. Ond’è che li superstiti e quei che via via gli succedevano, forti anco dopo tante sconfitte, erano il terrore di quelle contrade: e quando più s’addensavano sul loro capo i perigli aveano insuperabile ricovero nelle boscaglie del Lagonegro e, tra l’altre, nella foresta di Policoro. Colà ed altrove sfidando ogni insidia, vi fu chi durò, e incolume, per tant’anni che noi il rinverremo tra i briganti dell’età nostra. Il Mazza, uno de’ più rischiosi capibanda, insieme al Guzzo allo Scalise gregari di una audacia meravigliosa, de' quali pure dicevasi in publici bandi «possono non solo dalla forza pubblica ma da chiunque altro essere impunemente uccisi», taglieggiati dal governo (116) e taglieggianti alla loro volta notabili e milizia, corsero molt’anni quelle boscaglie: onde i ricatti, le pietose ferite, lo uccisioni, e gli scontri battaglieri non ebbero numero per essi: finché, sparmiando il procedimento ch’avea da accoglierli, vennero colti in una macchia ed uccisi. Più a ogni altro pertinace ed invitto Paolo Serravalle, pria omicida, scampato alla forca ed ai ferri, correndo l'campi, in specie della regione nostra, con buona mano de’ suoi; dalla fama degli stupri, di orecchie recise, occhi divelti, membra tagliuzzate, o creature spente sul rogo sollevato ad essere il terrore di un intiera contrada, e tra insidie e scontri ognora incolume; riuscendo fino sterile la offerta di un premio a chi lo uccidesse (117) ei fu per cosi dire l’anello di congiunzione tra quante masnade di banditi apparvero nell’ultimo ventennio, essendo con i suoi sopravvivuto anco alle vicende per cui la dominazione de’ borbonidi fu capovolta.

XVI. Ora de' ricatti, degli stupri, degli incendi e ogni maniera di barbarie ond’è angosciosa l’istoria della regione nostra, non meno di altre, in quel periodo cho dicemmo mal noto od ignorato dal IL al LX, s’oda a suggello o prova questa confessione che ne fece un ministro di polizia, ritraendovi lo stato del reame negli albori di quell’ultimo anno «In ogni corsa di posta, così scrivea all’intendente di Basilicata, mi giungono molti e svariati rapporti per sequestri di persone con ricatti e per furti di vario genere, taluni coi più arditi modi consumati, e non di rado di molto valore....: la niuna vigilanza delle autorità locali, l’assoluta imprevidenza e la poca attività della forza pubblica incoraggia i tristi.... perverte i meno attendibili e fa trascinarli dai più accorti col mostrare loro la impunità.... La classe dei sospetti ladri non è vigilata affatto, corner non lo è quella degli oziosi e de’ perditempi. I detentori ed asportatori di armi non formano oggetto di veruna attenzione, e i pubblici ritrovi, dove ogni pericolosa genia si assembra, non vanno soggetti a sorveglianza di sorta, né coloro che senza mestiere, senza proprietà e senza sicuri mezzi alla vita gavazzano e si abbandonano ad ogni sorta di sregolatezza, richiamano considerazione. Le norme soventi ricordate da questo ministero formano soltanto inutili volumi negli archivi, e lo adempimento illusorio è una inutile e sterile corrispondenza. Ho ricordato a lei la sua responsabilità, ma sia certo che non oblio la mia: poiché la sicurezza publica esser dee il bene principale cui fa d’uopo essere intento, sappia che quante volte mi occorrerà d’ora innanzi leggere i particolari di tal sorta di reati, io analizzerò quali abbiano potuto essere le cause che li han prodotti, ciò che far si dovea per prevenirli e quel che si è fatto per refrenarli e non esiterò, glielo dico francamente, a tagliar corto, poiché non posso essere longanime spettatore di una sequela di fatti che contristar debbono il paterno animo del re, e dar luogo ai giusti reclami della gente dabbene. Io scrivo all’autorità militare perché ella non sia defraudata dell’ausilio che può occorrerle...... al ministero di grazia e giustizia perché la giusta severità de’ giudizi sia proficua per lo esempio che offrirà la pronta punizione dei colpevoli: ma mi è d’uopo richiamare la di lei considerazione su questo stato di cose, perché faccia che i capi urbani compiano esattamente i loro doveri di fare continue perlustrazioni nei luoghi pericolosi e sospetti; e perché invece di adoperare le semplici guardie, vadano essi stessi di sovente, sia per prevenire, sia per reprimere le criminose escogitazioni (118)». Tale lo stato della regione nostra o di tutto il idearne negli estremi del regno di Ferdinando II.

XVI. Per le quali cose è grave l’errore di quei che, dando di frego a tre secoli e più d’istoria, per poco più nelle sole vicende del LX ricercano le cagioni del brigantaggio, laddove egli è un secolare effetto di cause di non meno secolare corruttela. Per il che uno scrittore vivente, il più arguto tra quanti hanno sin’oggi, favellato di briganti, sebbene non sembri accenni all’ignoto periodo dal IL al IX, né ch'ei n’abbia contezza precisa, dice «che di tal sorta fiere non era mai mancata la razza ai lunghi anni del passato governo: quasi prodotto indigeno alle boscaglie delle Calabrie, della Basilicata, e degli Abruzzi (119)». E il regno di Francesco II, quantunque breve, non disdisse o interruppe quella secolare tradizione di briganti; moltiplicati invece dalle meravigliose vicende per cui il MDCCCLX andò famoso di virtù e colpe insigni. Quand’ei salì al soglio, duravano in gran parte del reame le masnade, già da più anni funeste; e nella regione nostra, feroci resti di quelle dal IL al LX, erano il Crocco Carmine, il Summa Nicola o Ninco Nanco, il D’Amato Vincenzo, il Zariello Giuseppe, il Serravalle, il Romaniello Luigi o Chiofaro, il Duosso Donato, il Trotta Giuseppe ed altri meno noti (120); taluni de’ quali, tra cui i primi tre, dianzi carcerati, erano evasi con le agevolezze che ai malviventi consentivano le carceri borboniche, solo chiuse come una tomba ai condannati politici. E fra le procelle cosi turbinose entro una società agitata o sconvolta, per le quali andò a picco una dinastia ed il reame si disfece nella penisola, il Crocco, il D’Amato e il Ninco Nanco, vestendo la divisa dell’insorto, parve smettessero la vita del bandito. Ma venute poi meno le agitazioni delle città; e la mano della giustizia, sebbene lacera tra tante spine e roveti, allungandosi a riafferrare li suoi, tornarono alla ventura de’ campi. Dapprima in iscarsi manipoli, entro a’ boschi del Melfese; di dove o fosse la povertà del numero, o propositi più miti di que’ ch'ebbero dipoi, faceano ricatti più di omicidi, e meglio imponeano taglie che distruggere, a vendetta, li beni altrui. E pria uscendo di colà avventuraronsi fra Ripacandida, Avigliano, Atella, Rionero, Forenza; poi tra Vaglio e Tricarico, tra Marsico e Calvello, tra Muro e Rapone: cosi via via irraggiandosi in ognuna delle provincie di cui è composta l’ampia regione, e prorompendo in delitti di sangue, a grado a grado più feroci; conati di quel che furono di poi, o prosecuzione delle insanie la cui tradizione, ornai leggenda, risale a secoli. Quindi tra i subbugli per e contro Francesco, re e poco meno di prigioniero, in un reame suo e altrui, galleggiava ogni feccia; e fiduciosa che in que’ trambusti tutto avesse da andare impune e senza graffi o schianze di coscienza, via via le bande ingrossaironsi di gregari. In specie quando re Francesco innanzi partire di Napoli, o il facesse a vendetta contro i nemici suoi o con lusinga di turbazioni a lui proficue, aperse le carceri e squinzagliò i rei: la quale fu perfidia insigne. Quinci il Garibaldi, e per ben altra ragione, quella che il perdono valesse a rigenerare galeotti, apri o lasciò aprire nel suo cammino da Reggio a Napoli quante prigioni gli si pararono dinnanzi. (121) E chi non n’usci per quel verso, tra le procelle di que’ rivolgimenti, scampò di per sé «dalle carceri mal difese, o per la incuria de’ custodi; cosi la camorra fu roditrice anco di pareti d’ergastolo. I soli fuggiti da quel di Castellamare furono da quattrocento i quali, male confidando di vivere sicuri, entro i paesi, si gettarono ai campi. Arrogi le migliaia di soldati borbonici, roba anch’essa da galera, improvvidamente rimandata ai luoghi natii, e solo la regione nostra n’ebbe quasi cinque mila, e che da quelli uscirono invece a correre, predare, insanguinare i dintorni. Onde via via ingrossata l’onda de’ briganti, salse poi dalle capanne ai casali, alle città, e dai più abbietti spechi osò penetrare ne’ maggiori palagi.

XVIII. Ma prima il brigantaggio de campi minacciasse le città, era, quasi a precorrerlo od a tenergli bordone, quà e là in sull'armi la plebe, non meno in festa di quella squagliata ne' campi: sebbene varie nel battesimo quelle due specie di briganti, per i delitti l'una fu stampo dell'altra; l'una tendeva ai ricatti, l'altra dava ne saccheggi: e, urbana o campestre poi fosse, ambedue offerirono i mali e le forme di una società che si dissolve, strazi di umane creature e barbare uccisioni. Anzi il brigantaggio a un tratto si parve esploso o tramutato in città, in forma di plebee sommosse, nutrite da banditi che si inurbavano o da gente resta a lanciarsi nel campi. Più agevoli quelle insanie addove più fermentavano odi e le plebi incitate da patimenti o da non meno feroci oppressioni, e confidavano conseguirne vendetta, e, tra barcollamenti di uno stato che volgea a ruina, averla impune: parendo anzi quella un'occasione acconcia al prorompere di guai che salgono a secoli, profittano di ogni umana procella, ma non ne sono gli effetti. Era il re Francesco tuttora nella reggia, quando in vari luoghi la plebe audace, più che gittarsi nel campi, entro le mura domestiche infuriò contro le robe e le persone de doviziosi. A non dire che della regione nostra, in Matera, innanzi lo scoppiare della rivolta contro il Borbone, volgendo il luglio del LX, s'agita ogni immondizia o gentaglia avida di saccheggi e del sangue di quel ch'ella dice nemici suoi, i notabili: e cogliendo a pretesto ch'essi non peranco sazi de beni propri usurpino gli altrui, que del demanio, s'avventa alle loro magioni vi dà il sacco, le ruina; insegue le vittime designate all'odio suo, e pria le strazia, poi le uccide, le sforma in volto, le sbrana. Di quella raccapriccevole insania ne piace riportare, anco perchè li giudizi nostri abbiano conforto da esse, le fiere parole con cui il Racioppi giudica vittime e carnefici. «Di profonda commiserazione degni quest’ultimi, più che della severa parola della storia. Imperocchè abbrutiti da secolari ingiurie e da fame insatisfatta: viventi sì, ma quali esigliati e peregrini frammezzo agli incrementi della civiltà: partecipi ma nel solo nome e nelle sole formule della comunione cristiana, mai e per colpa non propria, non ebbero avuto nel corso dei secoli chi sulla via della civiltà li avviasse: de selvaggi istinti ripiegati in dentro ma non spenti, li riforbisse; e nel grembo della cristiana comunione li ricevesse; comunicando loro lo spirito di Cristo e il verbo che li fa uomini, non unicamente la formula di un culto che li fa automati, supplichevoli in parole che non intendono, e in atti che non comprendono». (122) E più innanzi, dell'occasione e delle vittime di quel massacri avea detto «L'ager publicus era occupato senza equità dal recente patriziato borghese. E come egli accade, secondo la natura delle cose, che l'uomo corre a farsi giustizia delle sue mani quando coloro cui ne incombe il debito sieno sordi o restii...; non trovando le rappresentanze municipali elette dai borghesi o troppo disinteressate o molto curanti di queste fonde quistioni sociali, ecco a spezzare il nodo, frequenti sedizioni di plebe licenziantesi a violenze nelle proprietà e nelle persone. Di siffatta indole tumulti, ricorrono periodicamente e ad ogni mutare di ordini nello stato (123): allora l'inciprignita piaga gitta le schianze e sanguina: in Basilicata segnatamente non è terra popolata che non abbia ricordi di tai plebei sollevamenti, tal fiata lordi di sangue, come nel XLVIII a Venosa (124). In quel mentre, oltre a Matera, e per uguali pretesti o ragioni, a Calciano la commossa plebe incendia e saccheggio le case di uno de' maggiorenti, e lui miseramente uccide. San Mauro scampa da quelle carneficine mercé di una astuzia de’ notabili, i quali a’ mendici fecero beffarda rinuncia d’ogni bene loro: un notaio l’accolse e distese il rogito: il popolo n’esultò: perpetuo ed irrefrenabil fanciullo!

XIX. Le vicende dell’armi e l’infortunio aveano intanto racchiuso Re Francesco tra il Volturno ed il confine romano, e più tremendo scoppiava il brigantaggio entro le città: commovimenti ch’ebbero battesimo di reazioni e nulla più furono che insanie di indigenti ribelli ai notabili, agognanti loro vite e loro sostanze: o più che agognarle vogliosi di distruggerle. Prorompea cosi entro le pareti cittadine quella larga sementa di odi tra mendici e doviziosi, oppressori ed oppressi; bruzzaglia di popolo che da lunga età avea sul dorso lo stampo del piè di padroni, volta a volta, inumani: odi più vivaci e terribili tra parti nemiche da secpli, ed use a combattersi o ne’ campi o ne’ boschi o per le vie. publiche o nel mezzo de’ paesi quando l’una o l’altra speri andarne impune. E dove. com’ha detto il Racioppi «sono popolazioni abbrutite dalla miseria, imbarbarite dalla superstizione e dalla ignoranza: dove il paese è selvaggio e impervio: e le classi agiate sono anch’esse grossiere d’ignoranza e di superstizione, quivi la reazione al presente piglia forme, modi e colori di brigantaggio: quivi scende in campo cavaliere del passato il masnadiere: soldato del vecchio diritto il sicario: apostolo della putrida dottrina, il ladro (125)» quivi agevolmente, diremo noi, sicario e masnadiere, diviene chi, martoriato dalle sofferenze, non ha da sperare sollievo, che irrompendo al di fuori della, società, od avventandosi al collo di chi, ei stimi, lo opprima. S’affida, ne’ tempi calamitosi e di commovimentù dei quali ignora la ragione od il fine, andarne impune: e coglie la. propizia occasione di esplodere. I nemici dell’unità della patria possono pur battezzare que’ moti di plebe con il nome di reazioni, que’ malviventi irradiare con la aureola di insorti, e rallegrarsi delle insanie loro, nella guisa un tempo i liberali ne sorrideano a sfregio de' borbonici; od altrove s’àpplaudiva da’ nemici del governo papale alle gesta del Passatore, alla beffarda e leggendaria invasione di Forlimpopoli; ché il masnadiere in ogni età ed in ogni con dizione è amico dei nemici di chi governa; ma que' moti di città serbarono tutte le forme del brigantaggio decampi, furti, saccheggi, incendi, uccisioni. E quindi, proprio a compimento delle nefandezze, la plebe irruppe ne campi, da dove poi, quando la ventura il consenta, tornare cittadina e vendicatrice; fiotti di mendici i quali cosi o sbalestrati ne contadi, od armati entro paesi, né mutano faccia né indole di colpe; serbano anzi quella dei secoli che furono, nella guisa uguali sono ognora le cagioni per cui si avventano feroci. Prima a prorompere nella regione nostra, volgendo l'ottobre del lx, fu, per l’improvviso apparire ai briganti e il raccogliersi di sbandati, la plebe di Carbone: ella certo non seppe che, solo perché brandi un asta ed un cencio bianco, verrebbe disconosciuta ne suoi affetti, fino a dire ch’ella s’adoprasse a mutazioni di governo, e a combattere contro la unità della penisola!. Queste ne furono le opere: pria s'accoglie, romoreggia, lancia minaccie ai nemici suoi entro la cinta, ché altrove non sa di averne, e dà addosso ai galantuomini o notabili; più d’uno ferocemente uccide; anco mogli e madri che implorano pietà pei mariti e pei figli: né sazia ancora fa scempio de' cadaveri: quindi pone a ruba ed a sacco gli averi e le magioni: cosi in picciol comune, e per mano di poca plebe, s’èbbero quante nefandigie l’odio che la muovea potè suggerirle. £ nel medesimo di giunto sentore a Castelsaraceno essersi in Carbone fatta strage de’ notabili, i plebei s’avventano contro que’ del sito: uomini, donne, fanciulli, perfino vecchi pria straziano, spengono, di poi fanno ludibrio de' loro cadaveri; o non anco spenti precipitano, dall’alto a sfracellarsi capo e membra sulla nuda via: taluno sfuggito inseguono, li raggiungono e ne fanno pezzi orribili: le magioni quinci saccheggiano, da ultimo incendiano, Favale, Tursi, Castronuovo, Sanseverino, Castelluccio, Calvera ebbero alla loro volta la plebe romoreggiante, e. presta all’insanie: scamparono i notabili che parve miracolo. In Episcopia invece afferratili e rinchiusili, la ciurma consulta qual vendetta trarne: ma innanzi che prorompa ne scempi e nelle carneficine, il. clero trae dal tempio un’immagine sacra, si mescola con essa tra la plebe; ed ella raumiliata si prostra: «e indulge, dice il Racioppi, di perdono al ceto odiato e temuto de’ galantuomini (126)» che altrove ha detto «generazione di vampiri odiati e riveriti perché temuti dal povero popolo (127)». Nel che sta tutta la ragione e l'indole di que’ moti. Dipoi sopraggiunge milizia ne’ luoghi i più minacciati, salvatrice de’ notabili: piomba ella sulla commossa e ribalda bruzzaglia: a centinaja e più ne imprigiona; la restante fugge allagando le campagne. Tristi casi per cui il breve regno di Francesco li tramandò incolume il flagello del brigantaggio: il governo che gli succedé dovea farne anco più. feroce esperienza.



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XX. Ed oltre alla leva ordinaria di plebe che via via trabocca dai paesi e si muta in banditi, doveano quelle vicende moltiplicarli nelle campagne, insino a che numerosi ed audaci si rovesciassero di bel nuovo entro le città. Arrogi l’improvviso richiamo degli sbandati; e basti che nella regione nostra, sopra più migliaia, appena alcune centinaia fanno ritorno alle bandiere; i più antepongono lo abitare boschi e burroni e vi si versano: nel volgere de' primi mesi un terzo cade prigione: gli altri ornai mettono ogni loro lusinga a impunità nelle venture di banditi (128). Onde nulla proprio mancò all’ingrossare delle bande; né liberati, né evasi dagli ergastoli: né scampati al giudizio ed alla pena di atroci insanie: né sbandati, né renitenti: né voglia di averi altrui, né sete di vendette cittadine, né lusinga d’impunità, né incitamenti di frati sfratati o di nemici del nuovo reggimento: né lo sprone il più terribile della miseria estrema. A grado a grado, i brevi manipoli divenuti numerose masnade, minacciarono borghi e città. 'Sin dal marzo del LXI la nomada plebaglia de' campi dava indizio di insoliti armeggìi, di ricerche di cavalli e d’armi: altrove altri segni di procella; subbugli a Muro, a Rapone, a San Mauro, a Garaguso, a San Chirico nuovo, ed a pretesto di questioni demaniali, perpetua accusa di plebe contro ricchi, ih Moliterno, in Colobraro; ovunque una sola cagione, l’antiche ire, le prepotenze degli uni, gli atroci spasimi degli infimi, laddove non v'ha popolo ma feccia di plebe. Nuove bande apparivano sulle spiaggie del Ionio, nel bosco di Policoro, l’antico nido, quasi loro centro o convegno: seguivano poi conati di arruolamenti in più siti, altra plebe che, indettata dai banditi ornai fuori della cinta, iva ad un per volta a raggiungerli: il più d’essi s’inselvava ne’ boschi del Melfese e colà si pareano attendere il segnale d’uscirne. Né di molto ritardò; ché improvvisamente il Crocco penetrato in Lagopesole, vi s’ingrossa della accoglitticcia gente, e n’esce all’audace impresa di tentare nelle città i saccheggi, i ricatti, le vendette feroci. A VII di aprile LX si avvia verso Ripacandida, ove tra la plebe ha gran fama di ardimento: vi penetra, arma i suoi con le armi della milizia cittadina e ne uccide il capo, fa altri Broseliti, li inebbria di saccheggi e di nefande baldorie. Durarono due giorni, al cadere de’ quali il Crocco abbandona l’atterrito paese e volge verso Venosa. Colà meglio di altrove ferveano odi terribili: la plebe rinfocolata dalle memorie della impunità che s’ebbero nel XLVIII altre e non peggiori sue insanie, e sospirante l’arrivo della masnada, avrebbe amoreggiato col diavolo, pure di poter rompere in saccheggi e in vendette: e li notabili tremavano della plebe propria non meno che delle bande circonvicine. Onde segui questo caso che gli uni s’accinsero alla difesa, e l’altra ad agevolare l’offesa degli assedianti, apprestare loro scale al salire, per una riposta via, da cui penetrarono in città (129). In fuga allora i notabili, aperte le carceri, invase le magioni più cospicue, tutto fu a ruba, a sacco ed in fiamme: invasori, saccheggiatori e incendiatori plebei (130) e briganti: insanie fescennine, feroci, e durarono quattro di. Nel volgere de’ quali giungono messi ai circostanti luoghi e vi si commuovono con vari intendimenti la plebe ed i cittadini. Partono manipoli di milizia da Sanfele, da Muro ed altri siti, alla volta d’Atella a congiungervisi e difenderla dagli invasori: ma la plebe ch'amoreggia con essi e li attende, accoglie l’oste amica respingendola a colpi di schioppo. onde più d’uno furono i morti d’ambo i lati, soccorritori e soccorsi. Ai XV di Aprile in Ruoti e in Avigliano si commuovono gli infimi contro i maggiorenti: ma a prorompere ne’ saccheggi o nelle vendette attendono l’appressare della masnada del Crocco. Il quale a XIV con numerosa oste, e balda di saccheggi, mosso da Venosa verso Lavello vi penetra: v’accoglie i messi delle plebi di ogni luogo a invitarlo di recarvisi: le quali intanto romoreggiano, e preparano a lui accoglimento festoso ed a sé di dare nel sacco e dividere, co’ briganti il bottino. Ei risponde si recherebbe dovunque, a loro salute contro i nemici natii: ma innanzi si muova da Lavello, la plebaglia di Melfi vuole vanto d’averlo precorso; dà ne' picconi, nell’armi, ed in ogni strumento d’offesa, s’accoglie numerosa, abbrucia gli archivi del municipio, il gran nemico, dischiude le carceri, e ingrossata muove incontro a Crocco, lo mena in trionfo entro la città, dove non era più ombra di governo. Pria il masnadiere si reca nel tempio, la si prostra alla vergine; ha corona di gente festevole od incensatrice: sceglie poi stanza in un palagio: e di quivi egli e i suoi lanciano imposizioni e taglie. Taluno s’avvia poscia a Rapolla, ove la plebaglia avea già dato nell’insanie: ed a Barile ove seguono incendi ed altre maggiori nefandità. Rionero, che a quella è discosta solo un chilometro, miracolosamente per quel dì scampa dalla invasione. Il XVI vi giungono milizie regolari, 30° reg., guidate dal capitano Gennari, s’accrescono della cittadina, e muovono contro i briganti che scendevano le falde del Vulture. Li scontrano: quindici n’uccidono: molti più i prigioni, di poi fucilati: ricoverano i fuggiaschi ne boschi di Monticchio e Lagopesole, spesso loro teatro, ed ognora sicuro rifugio (131); altri scampano fino a Melfi. Da dove il Crocco, avuto notizia dell’appressarsi delle milizie, la notte del XVIII fugge, ché il la drone cerca prede non cimenti, non vittorie; trapassa; il confine del Melfese in quel d Avellino, colà e impune predando Carbonara, Monteverde, Calitri, Sant’Andrea Donde partitosi via via giungevano le squadre inseguenti, poi scontrato e battuto, riafferra con iscarso. numero le macchie di Lagopesole; ove Davide Mennuni, prode giovane a capo di un drappello di cittadini, pria lo snida, il getta all’aperto, gli uccide de’ suoi e lo sconfigge. Errarono da quel dì egli ed i complici in isparsi manipoli di lieve periglio ai paesi, ma terribili e sanguinari ne’ campi: sinché tra varia fortuna sbattute le bande s’avventano di nuovo nella provincia d’Avellino e di colà raccolte e. numerose retrocedono nel Melfese: ai X di agosto invadono Ruvo, e vi compiono danni e uccisioni di insana ferocia; quinci fuggono, prima che colte. Da allora, molteplici squadre di banditi scorrazzarono la intiera regione: ai gioghi del Marmo, nell’alto dell'Agri, sul Sauro, alle pendici del Raparo e del Pollino, nelle boscaglie di Salandra, di Magnano,di Caliuvo, oltre le antiche stanze nelle foreste di Lagopesole, di San Cataldo, della. Spineta, di Pierno, di Cucito, di Monticchio, e varie minori. Quando a un tratto, a raccoglierli ed a guidarli, penetrò nella re{pone nostra il Borjes; il quale tentò di irraggiare, con a aureola di partigiani, bruzzaglia di plebe che non divise mai altri odi od altri amori, da quelli che s’agitano entro i paesi natii: loro patria, loro universo.

XXI. Diremo celermente di lui e de’ suoi i passi nella afflitta contrada. Era sbarcato da Malta in Calabria la notte del XII settembre: corso di bosco in Bosco, tra meraviglia di stenti, agli XI di ottobre. tocca il suolo di Basilicata nell’agro di Terranuova; è in quel di San Costantino, di Casalnuovo, di Noia;, di San Giorgio; inseguito, scorre nel territorio di Favale, guada il Sinni, è ne pressi di Colobraro, prosegue per Sant’Arcangelo e di la penetra nel Materano: ne traversa parte; erra di poi tra Salandra, Grottole, Grassano, Tricarico, ornai sconfortato e inteso a raggiungere la provincia di Avellino, varcarne i confini, spingersi fino a Napoli e di la verso Roma: cosi ei lasciava scritto. Quando volle il suo fato che nel cuore del Melfese s'incontrasse nel Serravalle, il più antico de’ masnadieri, il quale gli fu guida sino a Crocco nel bosco di Lagopesole. Da quel di il Borjes può dirsi perduto. Li sovraggiunge un altro duce, un Langlois, e tutti e tre insieme a quanta bruzzaglia incontrano sul cammino, con nuovo ardimento s'avviano verso Trivigno. Vi penetrano a forza il ui di novembre, e vi irrompono contro le sostanze e le vite de’ cittadini: ne inorridisce il Borjes, ma il Crocco, il Langlois, il Serravalle incuorano la licenza: la plebe del sito s'unisce agli invasori: dà addosso a’ notabili, ne uccide: le magioni incendia; ruba gli averi e, carca di bottino, ingrossa la masnada, esce con essa. Eccola il V a Calciano umile borgo: più d'uno i morti, tra cui una donna: e tutto pone a sacco ed a ruba.

É nello stesso dì a Garaguso, e a Salandra il domani:, cittadini e guardie mobili in buon numero la difendono audacemente; molta virtù meritevole di ben altra fortuna; ché a tergo loro s’avventa la plebe smaniosa di saccheggi, e dà mano agli assedianti a penetrare nel paese: qui il sacco non ha più freno: le magioni incendiate, minanti; chi va in Salandra ne vede anch’oggi i ruderi; più d’una le vittime spente o fra strazi o tra le fiamme; barbarie da disgradare ogni leggenda di barbaresche. Di colà vanno il di VIII a Craco, IX ad Aliano, a dar leva alla plebe ovunque romoreggiante; ne fuggono più notabili, altri a quella ricorrono per mercé e salvezza ne’ loro tuguri; pregando l’oblio delle offese e pietà: non n’escono i banditi prima d’avere messo a sacco i loro palagi. Vano il valore di animosi militi di Corleto e di Guardia, accorsi il dì IX sulle rive del Sauro in quel di Stigliano, contro la feroce masnada: li sopraffa: ne fa prigioni e li trucida. Un mezzo battaglione di milizia regolare e cittadina, il di seguente, accorre ed è circuito; molte e sterili le prove di valore: più d’uno i morti tra cui il capitano, Icilio Pelizza di Parma: ebbe sepoltura a Corleto. La vittoria accresce i banditi di schiuma versatasi fuori de’ paesi, a guidarveli, a dividerne i bottini e la impune insania (132). Giungono, secondo ne hanno caloroso invito, a Stigliano da cui sendo fuggiaschi i notabili, muovono a incontrarli il clero e la feccia sicché vengono accolti a festa: e come la ricambiassero lo dice il Borjes il quale inorridito delle commesse furfanterie fece fucilare due dei suoi (133). Quinci sono a Cirigliano: ma in ogni dove li attende la plebaglia, quà e là impaziente corsa a raggiungerli. Donde muovono per Gorgoglione e Guardia, quando impauriti dallo appressare di milizie, pria che giungervi, si inselvano. Ormai ovunque, dice il Racioppi, «lo sgomento si è fatto terrore: e tornata la civil società alla barbarie dell'evo medio, all'incursioni de saraceni e degli ungheri, alle scorrerie dei condottieri e di loro compagnie di ventura, i popoli si affannano a rabberciare le feudali mura crollate o distrutte; e chi i ruinosi castelli baronali, e chi almeno la torre delle campane; improvvisati fortilizi a riparare dall'uragano la vita, le donne, alcunché di più prezioso alla famiglia. La società balzata di un tratto alle paure di quattro secoli indietro, quando sono pure mutati i costumi....; egli era per le terre una confusione, un'angoscia, un lamento della cittadinanza invocante presidio e difesa dai governanti (134)». Intanto la masnada il XIII s'avvia ad Accettura, a Garaguso e il XIV a Grassano: ove, penetrata che è, dà il sacco, insegue i fuggenti notabili: e và oltre. E a San Chirico nuovo. E il di XVI gettasi addosso a Vaglio, ch'è di faccia a Potenza. Atterriti, più d'uno tra i notabili tenta fuggire: è raggiunto e trucidato: altri con le donne i i fanciulli rinchiudonsi ad aspra difesa in un monistero: viene circuito di assalitori e di fiamme: tra le fiamme pietose ferite, arsioni di creature, ludibrio di cadaveri: i più doviziosi sgozzati od arsi vivi. Di là quella feroce plebe muove per Pietragalla: la disperazione arma i cittadini: s'accolgono nel palagio che fu ducale: un dì e una notte intiera respingono gli assalitori e scampano alla morte ed agli incendi, onde ruinarono i migliori palagi de' notabili. E tra quelle fumanti ruine la plebaglia accoglie largo bottino, e fugge all'appressarsi della milizia di Acerenza; ma n è raggiunta, sgominata e per metà dispersa.. L’altra s’avvia per Avigliano; confida le diano mano que' del luogo contro i doviziosi e indarno: scorata ricorre in Lagopesole: colà il comando dell’accogliticcia bruzzaglia dal Borjes scende, al Langlois ed al Crocco: ne muovono il XXII contro Bella; vi penetrano e, consumato il sacco, arse più magioni, u’escono accennando a Muro; ma poi scendono a Balvano di dove la plebaglia pria, poscia anco i cittadini a scampo di peggio, li invitano, li festeggiano; e sfuggono davvero ad ogni insania. Di la penetra la masnada nel Salernitano; è a Ricigliano, e vi fa empietà da rabbrividire; quinci retrocede verso Pesco pagano; vi entra. il XXVI; nove palagi e trenta case prima saccheggiate poi arse, onde il luogo tutto fu ruina e vi hanno anch’oggi i segni della barbarica invasione. La quale fu l’ultima; che appressandosi al luogo molte milizie, n’esce la masnada; inseguita lunga, pezza, molti le cadono prigioni, più i dispersi: i resti ricoverano il XXVIII in Monticchio. Colà il Crocco raccoglie i migliori, tutte schiume di furfanti che nul’l’hanno ornai a sperare dalla offesa società tranne o galera o forca: gli altri disarma e sbanda. Ed il Borjes, con tredici dei suoi spagnuoli ed otto di questa regione, abbandona Monticchio: e di la con mirabile accorgi; 'mento, di migliore ventura meritevole, attraversa il reame insino agli estremi confini; ma pria che varcarli, è raggiunto e preso, e morto, l'VIII dicembre del LXI.

XXII. La schiuma de' briganti. prosegui le sue gesta, nefande. Ma l’esperienza. avea suggerito, ed al Lamarmora vuolsene lode, di spartire le milizie per le terre e le città, custodirle, salvarle. Onde i banditi, non più conquistatori di luoghi muniti, fosse pur per pu solo giorno, si dierono alle più modeste imprese di scorrerie, di ricatti, di omicidi, di incendi non di case e palagi, ma di capanne e masserie. Nel volgere del LXII più audaci si mostravano le bande ch'aveano patria e stanza nel Melfese, ove parve essersi raccolte le maggiori: inaccessibili ed invitte nelle boscaglie e fornite di cavalli a grande loro conforto nelli scampi, erravano divise in brevi manipoli, e, per l'agevolezza delle sussistenze, nel verno da per loro, poco meno che disperse; aggruppate invece nella mite stagione. Squadre di milizia s affannavano alla caccia loro a snidarle e batterle, con varia fortuna: e le più volte pria che raggiungerle, n erano lontane. Più agevoli erano gli scontri alle milizie cittadine, esperte de’ luoghi natii e dei riposti scampi. Quella di Accettura, teso un agguato a buona mano di banditi il VII agosto li accerchia, quindici n'uccide, buon numero ne fa prigioni: li restanti fuggono a dirotta per campi e selve. E nel novembre, un centinaio di essi, ne' pressi di Rapolla si scontrano con uno squadrone di cavalleggieri di Saluzzo; terribile il cozzo di cavalli e d'armi, onde otto briganti lanciati fuor di sella divennero agevole preda: lieve e sterile premio alla abnegazione ed agli stenti delle milizie persecutrici. Ma nel volgere del LXIII o fosse la sicurezza e l'impunità di cui godevano od altre cagioni, s'accrebbero le masnade, distendendosi per tutta l'ampia regione: ogni boscaglia divenne loro nido e stanza: mal secure le vie, le campagne ne fuggivano coloni e censiti: dovunque era minaccia e periglio: onde li commerci ogni di più inani, le industrie agricole neglette, e il caro dei viveri e la miseria estrema. Più scontri tra banditi e milizie furono valevoli ad agguerrire li uni, l'altre scuorare. Nè meglio avventurosi taluni conati ad averli nelle mani. Il delegato di Avigliano, per nome Costantino Pulusella, ed il capitano del 13° regg. Luigi Capoduro, di Brescia il primo, nizzardo l'altro, entrambi anime elette, s'inducono a profferire a Ninco Nanco di arrendersi: osano recarsi fin da lui: chiede loro promessa iscritta di avere salva la vita: a XIII del gennaio hanno da recargliela: il Capoduro, mesto presagio, innanzi partire dispone le faccende sue, quasi s’accinga per l’altra vita, e s’avvia insieme al delegato, un sergente, tre militi, e un contadino (135) entro le macchie di Lagopesole, ov’era ad attenderli la iena. Niuno d’essi ritornò più: ricercati, si rinvennero tutti e sette ma freddi cadaveri, mutilati nel volto e a due recise le parti genitali: al Pulusella perforate e inchiodate le mani. Più tremendo infortunio nel volgere del marzo. Una mano di cavalleggieri, erano diciotto e un ufficiale, sorpresi nel tenimento di Venosa dalle masnade de’ più feroci, Ninco Nanco, Crocco, Caruso, un cento fra tutti; pria che si sieno posti sulle difese, la metà perisce nella prima esplosione dell’armi: vano il valore dei superstiti; l’uno dopo l’altro vengono trafitti a morte: all'ufficiale per nome Bianchi, semivivo ancora e coperto di ferite, è reciso barbaramente il capo e tratto in luogo lontano; fu di poi rinvenuto con la bocca ripiena di terra e di ghiaiottoli (136). Quinci nell’aprile, il Teodoro, tra’ più ribaldi e n udremo più innanzi le sanguinose gesta, s’abbatte in quel di Melfi con una cinquantina de’ suoi in una mano di soldati; arditi essi gli resistono: d’ambo i lati più i feriti finché scampano. Altre volte poi narrò la fama inorridita di orecchie mozzate per mano di quelle fiere, occhi divelti, lingue lacerate, creature sgozzate o. fatte a brani a colpi di scure od arse su lento fuoco; e perfino talune sepolte pria che spente.

Fa allora che le grida disperate di quelle popolazioni commovendo l’intiera penisola, più membri del parlamento ebbero l’ufficio di studiare la origine di tanti mali, e la insufficienza dei rimedi sino allora apprestati. Ma dopo che fugacemente ebbero scorso parte del mezzodì, e vogliosi forse di provare come il brigantaggio avesse a complice la romana curia, per poco non ribadirono lo errore muovesse da accidentali cagioni od attribuirono intendimenti politici a bande di plebe ribelle si ma, come dicemmo, al solo municipio ed ai notabili suoi. E fu sancita una legge (137) la quale, quasi mezzi temporanei;e di repressione valessero a guarire un’infermità che da secoli infierisce, deferì ai tribunali di guerra i banditi e loro fautori; rinnovando profferte di mitigazione di pena a. quelli che di loro moto, pria che raggiunti dalle milizie, deponessero l’armi (138); e pei sospettati di ree intenzioni inventò il domicilio coatto: e che si fece di più? Lieve o nullo il beneficio che nel volgere del LXIII se n ebbe; anzi dapprima un maggiore inferocire di briganti, a ragione de’ rischi ch’entro i natii paesi correano i parenti loro: e novelli infortuni. A’ XXVI di luglio un drappello di cavalleggieri cade, ne’ pressi di Melfi, in un agguato tesogli dalle masnade raccolte del Teodoro, del Caruso, del Tortora, insane tigri, e v’è circuito e spento, quasi innanzi s’accinga alla difesa. L’ufficiale di quel drappello, un Borromeo, meravigliosamente scampa, tra un nugolo di palle, inseguito fino sulla soglia di Venosa (139). A isterile compenso di sì grandi infortuni, disparvero via via nel volgere di quell’anno le bande Cillis, Germano, Malacarne, Mennuti, Occhino, Rubino; venne fucilato il Logrippo; s’arresero il Tinna or consorte or gregario del Crocco, ed il Caruso del quale diremo più innanzi le oneste opere; poi fu ucciso il Serravalle lo scappato tre volte dalla galera, l’audacissimo masnadiere che per quasi un ventennio avea corso tra il Bradano e il Basento, e pur morendo esplode l’armi nel petto di una misera donna, figliuola al sindaco di Brindisi, la quale da tre di era sua prigiona (140); e il Cavalcante perito sulla forca, come il padre, come l’avolo, tutta progenie da capestro. In sei mesi poi dalla insolita legge, trentasette furono i briganti che s’arresero, otto i prigioni, e nemmeno altrettanti gli uccisi meno de’ renitenti di cui via via si reclutarono le masnade, e dell’onde nuove di plebe uscita dalla cinta natia (141). E fu più angosciosa questa parvità di successi, locché o fosse ingenuità o più, che ingenuità, buaggine, venne un giorno in cui fu creduto, quante bande correa il Melfese s’avessero a dare prigione: ché un bel di, nel settembre, il Crocco, insieme a Ninco Nanco e agli altri fidi, reggendo in pugno un vessillo a tre colori ed acclamando al re ed a Garibaldi, quasi inerme penetra in Rionero: dice volersi arrendere con tutti i suoi; essere da trecento; andrebbe a prenderli: creduto, e senza prevenire i facili pentimenti, fu lasciato partire, e non tornò: ed a chi l’attese per otto giorni mandò a dire beffardamente si recasse invece da lui: ch’ei l’attendea colà di piè fermo. E, quasi ad iscontare l’istante avuto di paura e di sconforto, più forsennato che prima dà nell’armi, e terribile alla sconvolta contrada.

XXIII. Quest’erano adunque le forze de’ briganti nell’incominciare del LXIV. Da seicento infestavano la vasta regione e spartiti in trentanove bande; taluna numerosa fin di sessanta e più, quella di Carmine Crocco: altra di cinquanta guidata da Masini Angelo: il Summa Niccola o Ninco Nanco( )(142) n’avea una trentina: circa venti ognuna delle masnade del Tortora Donato, del Di Gianni o Totaro, del Coppa, del Franco, del Melidoro: da dieci a quindici banditi contavano quelle del Valonnino, del Pugliese o Egidione del Masiello, del Gioseffi o Teodoro, del Defelice o Ingiongiolo, del Chirichigno o Coppolone, del Cotugno di Montemurro, del Canosa, del Mennuti Michele o Patata, del Pepice, del Marino di Ruvo, del Marino Nicola o Campilungo, del Bellettieri, del de' Luca o Scaliero, del D’Eufemia, del Florio, del Jannelli o Scavariello, del Mazzariello, del Paduani o Cappuccino: ed altre minori e non meno famose, e le incontreremo nel cammino nostro, della Scocuzza, dello Scurti o Percuoco, del Serravalle, del Palmieri, dell’Andreotti, del Miglionico o Scoppettiello, del Lamacchia del Zappella o Malacarne, dell’Auletta, del Paradiso, del Dimare Vito o Malarino, del Cianciarullo: nomi nell'istoria delle scelleratezze i più insigni. De’ seicento predoni, soli quarantadue erano di estranee contrade: gli altri ebbero la cuna in questa, di poi teatro di loro ribalderie (143). Ricerchiamone qui brevemente il valore e la ferocia. Tra di essi primeggiante per ardimento e sagacia il Crocco di Rionero già vaccaro, poi soldato e omicida, il quale rotti i ferri era evaso dall'ergastolo, quinci, come dicemmo, uno degli insorti contro il Borbone e dipoi, minacciato di carcere, datosi a capo di plebe; audace fino a penetrare in città munite, perfino in Melfi e incolume in ogni scontro, egli avventuroso carnefice di molta milizia divenne influentissimo tra i suoi e l'altre bande, tutta plebe che squagliata fuori de luoghi natii era intesa a ritornarvi a fine di saccheggi e di vendette. Ninco Nanco umile campagnuolo di Avigliano, già omicida e sfuggito di carcere nel LX, andato a Napoli a offerire li suoi servigi, tant'osò, al generale Garibaldi, e avutone ordine di partirsene per il paese proprio, datovisi invece alla campagna: sospettoso era, vilissimo astuto e d'una ferocia senza pari. Il Masini di Marsico Vetere, era uno degli sbandati. Così il Coppa da Sanfele, omicida poi del fratello e più fiera che uomo. Il Tortora di Ripacandida dal nascere uso ad ogni obbrobrio, e in breve maestro d'infanie. Il Serravalle più volte omicida, altrettante fuggito dal bagno, nipote di quell'altro omonimo, masnadiere di un ventennio, spento nel LXIII. Il Florio di Castelsaraceno già gregario di masnade, poi prigione e scappato anch'egli dalla galera, e di gregario salito a capobanda. Il Franco di Francavilla prima ladro, poi galeotto, quindi soldato, poscia disertore; ed eccolo condottiero una masnada. Lo Scavariello di Castelsaraceno, il Masiello di Bella, lo Scoppetiello di Viggiano, a tacere d'altri, del pari già soldati e sbandati e renitenti: quinci banditi. Renitente di leve recenti il Bellettieri di Spinazzola. Il Teodoro di Barile e il Totaro di Sanfele un dì nell'antico esercito, quinci l'uno sbandato, l'altro gendarme e disertore. Il Mazzariello di Ruvo già sergente: gli altri di più oscure geste fino a che non salirono a grado di condottieri di predoni. Obbedivano ai loro cenni da cinquecento e più briganti, o spintivi da mala indole, o da abbiettezza di vita, o da sete di vendette; vittime bene spesso fuggenti i loro carnefici, i notabili de luoghi natii, per divenirlo alla loro volta; via via che tra cimenti s'ammaestravano a delitti, e n'erano fatti segno anco nel seno delle masnade: chè il capo era tutto, fino il giudice dei suoi, quinci il boia.

XXIV. Era costume, il più di soventi, di queste bande di procedere da sole: volta aggrupparsi, e quinci disgiungersi: i siti ed i perigli valeano di norma all'operare o no simultanei. Nondimeno può dirsi s'accogliessero in sette zone o gruppi di bande, le minori attorno quella che vi primeggiava per numero o per l'ardire e la fama del condottiero. Quelle del Crocco, e del Tortora, del Totaro, del Volonnino, del Teodoro ed altre minori, tutt'insieme un cencinquanta e più, aveano a teatro l'ampia zona dagli estemi del Volture alla valle dell'alto ofanto, quasi l'intiero Melfese con le boscaglie omai famose di Monticchio, infino alla serpeggiante descritta dagli agri di Forenza, di Maschito e di Palazzo.

Ninco Nanco e le altre bande di Andretta, Coppa, d’Eufemia, tra tutte un gruppo di quasi ottanta banditi, scorrazzavano al sud tra la via che da Vietri mena a Potenza e di colà par Vaglio, Tricarico, Grassano e Grottole va a Matera: al nord i confini del Melfese al di la del monte Carmine ed il bosco di Lagopesole: all'ovest la provincia di Salerno: all’est il corso del Bradano: lunghissima ovale senza vie, molte macchie boscose, giogaie e creste che mai udirono voce d’uomo.

Masini e le bande che gli volteggiavano intorno di Cotugno, di Cappuccino, di Egidione, di Percuoco, di Scoppettiello, di Canosa, un’accolta di oltre un centinaio, scorrevano dai confini della via lucana a quei del Lagonegro, oltrepassandoli fino a sant’Arcangelo e al corso del fiume Sinni; e dalla provincia di Salerno a Miglionico, Pomarico, Pisticci, Montalbano, fino al corso della Salandra che si getta nel Ionio: tutt’il centro insomma della vasta regione, e porzione d ogni sua provincia meno quella di Melfi corsa in' fiera dai gruppi di Crocco e di Ninco Nanco.

L’Ingiongiolo, il Bellettieri ed altri meno famosi, poc’oltre una quarantina tra tutti, scorrevano da Matera al corso del Bradano fino a Forenza: di la entro la curva di Maschito, Palazzo e la via che mena a Spmazzola, scendendo, lungo i confini della regione con terra di Bari, fino alla boscaglia di Salanaritto.

Le bande del Coppolone, dello Scocuzza, del Serravalle e varie di minor conto aveano il loro teatro dalla traversa di Miglionico a Matera, al corso della Salandra fino a Montalbano; dalla serpeggiante di Pisticci, Pomarico, Miglionico ai confini di Terra d Otranto dal bosco di Salandritto alla foce del Bradano; e lungo il Ionio sino alla foce della Salandria.

Il Florio, il Melidoro e gli altri a lui obbedienti stavano a cavallo del Potentino fino a Saponara, Corleto, Guardia e Missanello; e del Lagonegro quasi infimo al capoluogo, a Castelsaraceno, ad Episcopia, a Teana, a Calvera. a Roccanuova: loro cittadella o rifugio era il monte Raparo... Nel restante del Lagonegro da Sapri a’ confini delle Calabrie e al Ionio fino alla foce del Sinni, e di la pel bosco di Policoro a Tursi a Sant’Arcangelo scorrazzava quell’ultimo gruppo del Franco con il Marino ed i satelliti: loro covo le vette del Pollino. Cosi quei ribaldi, quasi arpie strette alle creste natie, non ne uscivano: più numerose le masnade laddove eransi più reclutate di gregari, nel Potentino e nel Melfese; meno numerose nel Lagonegro e nel Materano: tutte predando ov’erano nate, ove le intratteneano e le incitavano nemici e complici: ogni gruppo avendo cosi per media a teatro di sue correrie, una estensione di oltre i mille e cinquecento chilometri quadri.



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XXV. Maravigliose disuguaglianze di suolo, in tanta superficie, sovvenivano que’ malviventi: agevoli le loro prede, loro scorrerie, loro fughe; malagevole invece il ghermirli. Complici di essi poteano dirsi le stupende macchie ond’è ricuoperta la regione: intrecciate l’una all’altra ed attornianti gli abitati esse erano agevole rifugio alla plebe ributtata da’ luoghi natii. Catene di colli a ridosso, irte giogaie sovrastanti a bassure, a precipizi divenivano poi le loro rocche imprendibili. Qui il Vulture, chiomato dal bosco di Monticchio, cittadella di Crocco. Quà il Carmine alto fin cinque mila piedi sul livello del mare, covo e scampo di Ninco Nanco; il Pollino rifugio del Franco: e il Raparo rocca munitissima del Florio; e il Foy e le creste di Pietrapertosa e tant’altre, ove trema il cuore a chi vi s'avventura; meno a chi fugge nemici a tergo, e non ha altro scampo o salvezza da palle nemiche. Terreno per irrequietezza di vulcani ed altri sovvertimenti frastagliato, impervio dove gli. aperti covi, i dirupi, le grottaglie e fenditure spaventegoli, valgono di acconci nidi a’ banditi e, nel di, loro nascondigli o teatri di orgie e voluttà feroci: raro poi il nudo piano; il più ricurvo, e non meno malagevole allo sfilare di composti squadroni, all'armeggiare. di milizia, al trasporto di impedimenti laddove la marra non lo tormentò per anco e non corrono vie ma vi hanno tratturi perigliosi sul ciglio di dirupi, e fiumane e torrenti irrefrenati senza ponti, ardui e rischiosi i guadi; e solitudine e silenzio poco meno che di suolo inospite o deserto. Onde i briganti impuni scorrono e riposano: o scorgendo il ruinare loro addosso di oste nemica, sbrigliati sui cavalli, si lanciano entro macchie foltissime e, pei sentieri tortuosi e cigli di burroni, precipitando in abissi sinché scompaiono: o pria ruina chi ve li insegue di quel che essi lesti come veltri, risalirne, cogliere le creste, rintanarvisi; di colà bociando poi contumelie e ingiurie ai loro persecutori. Cosi li siti più alpestri e boscherecci sono il loro nido più sicuro o scampo (144). Più che altrove in quel lembo della regione recinto dall’Ofanto e scende fino alle Murgie di Minnervino, e nelle ombrose macchie che racchiude ché da quella di Monticchio irrompono nel Melfese o scampano in Principato ultra e in Capitanata; dall’altra di Montemilone fuggono in Terra di Bari: ampio cerchio, il quale non più oggi che in ogni età acché v’ebbero banditi fu il loro teatro o rifugio.

XXVI. Immondizia di plebe uscita dalle città, vi serba parenti e famiglian tra la plebe, complici e protettori tra gli ordini del clero e de’ notabili, e nemici. L'amore degli uni, l’odio di altri, riescono acconci affetti perché quei che s’avventano a vita di brigante vi perdurino e nel contado ove nacquero ed hanno sostegni, e vendette a trarre per conto proprio e altrui. I quali sollevansi cosi a giudici. ed a vendicatori tra plebe e notabili, cittadini e cittadini: ond’è temuta a famiglia ch’abbia uno dei suoi tra i briganti; sue le moine de’ maggiorenti, perché egli sparmi i ricolti, il gregge loro. E quella, lungi dal vergognarne, ne mena aperto vanto. Vanta un’industria che fu scala a tanti miseri a torsi dai cenci e dal lezzo della società, salire a grado di notabili, e lasciare dopo morte ricca ed onorata figliuolanza. Non s’ignora qua e là che questa e quella famiglia oggi cospicua, ebbe l’avolo sulla forca, brigante ch’avea in salvo ornai un buon gruzzolo: o lesto a sfuggire il capestro, ebbe di poi l’impunità e per poco non mori, carico d’anni, in odore di galantuomo. Onde, tra' più rosei sogni delle mamme, tu le odi vezzeggiare il bambinello: oh lo mio brigantiello: e i più appellare i briganti con il familiare nomicino di guagnoni: colà apparvero, questo fecero o scamparono i guagnoni. Ricca ed egregia persona di Rionero, un giorno discorrendo di essi con noi che scriviamo, andava ripetendo il dolce nome di Carminuccio: onde noi a interromperla: ma qual Carminuccio?: e della stupefatta, certo senz’afferrare il senso delle dimanda, a risponderci: ma Crocco! Ignoriamo a mo’ d’esempio se quella altra iena che fu il Ninco Nanco per vezzeggiativo si dicesse Nancuccio, e il Tortora Tortorino, o il Franco, a tacer d’altri, Francuccio. Lievi tinte che pure lumeggiano tutto il quadro. Chi non ha nemici tra i briganti, o non ne patì offese nelle robe e nelle persone, raro è se gli dimostri in parole o perseguendoli nemico; teme egli per le magioni sue, pel gregge, pei ricolti, per sé medesimo: e vuolsi ben del bello e del buono a distorlo dal consentire agli ordini loro di inviare pecunia e cibi a scampo di peggiore danno; perciocché un lieve dono volta a volta è uno scotto, un premio che preserva la fortuna propria da ogni periglio (145); né può meravigliare siavi chi di gran cuore vi s’assoggetta, una volta che, tra la mano vendicatrice del bandito o l’altra punitrice della giustizia, è più lesta ed inesorabile quella di questa. Pei quali amori e vezzi o timori, scaldansi poi quelle accendibili fantasie al racconto della fede serbata da’ brigante, delle loro prodezze e audaci imprese. Lo incontrarli ed uscirne incolume; talun azione loro di aver regalato un mendico, donato a un prigione scoperto da essi in gran penuria, spedito denaro a sacerdoti onde ne dicano messe o comprino cera per la festività della Vergine o di San Potito o di San Pietro o di San Rocco, in ragione della divozione, le commuove ed esalta poco meno che ad ammirazione, da impallidirne le gran glorie di Mammone, di Marcone e di Sciarra, leggendari nomi che tu odi nella bocca de’ più infimi.

Udendoli chi scrive, da uno di Salandra, lo interruppe s’ei sapesse leggere; rispose che no: dà chi averli appresi; aggiunse conoscerli da anni molti: e chiestogli chi fossero e quando vissuti, essere stati, diss’egli con una tal quale fatuità, buoni e belli uomini e nati innanzi dei re. O noi erriamo o questi segni, più che mille parole tratteggiano quegli abitanti. Che: piu? uno di Tricarico, onesta persona, e neppur digiuno di cultura, avendo conseguito un grado accademico, tra la foga del dire scappò fuori a battezzare Ninco Nanco il re della campagna; ma quindi, e quasi a rammendare un tanto strappo, s'affrettava a soggiungere che però Vittorio era il re della città! Quel che narra il Macaulay di Claudio Durval e di Guglielmo Nevison, a noi non fu dato intendere si compiutamente come da quando fummo in Basilicata: colà udimmo le gesta dei Nevison e dei Durval natii, sollevate al fastigio di leggenda.

XXVII. Tra l'ammirazione e la paura i briganti hanno ausilio da molteplici schiere di manutengoli; direbbesi poi si spartiscano essi in tre ordini o genie: la prima di quei ch'hanno da placarne l’odio o tremano per gli averi e le persone: l’altra di coloro ch’abbiano taluna vendetta da compiere e volgonsi al braccio vindice de’ banditi: ultima quella degli amici a dividerne i lucri, e de’ parenti per legge di sangue. Usciti da ottanta comunità, e in altre venti essendosi ora prima ora poi commossa la plebe contro i ricchi, aiutatrice alle invasioni dei briganti e sua complice; non è a dire quanti vincoli di amistà abbiano essi nella più parte dell’ampia regione. Uguali poi tra i vari ordini di manutengoli i modi usati a soccorrerli, e tutti di incalcolabile loro beneficio. Noi li vedremo spiare a conto loro le mosse della milizia; provvederli di viveri e fin di delicature e di dolci (146), di vestimenta, darmi e munizioni; messi tra i ricattati e le loro sventurate famiglie, trattenere poi o tutto o parte del denaro da quelle sborsate a salvezza dei loro cari, onde l’insaziate iene, a vendetta, spegnerli; tal fiata partecipare ai rischi, dividere il bottino e tornarsene, la faccia compunta e impune, entro i paesi; ausiliarli in isconcie prede di donne e stupri, talune volte indurle a recarsi ne boschi, scegliere questa più ch’altra via, dare dentro a briganti, e saziarne le voglie; quà e la poi accoglierne, in di con essi prestabiliti, nelle masserie, quasi a sollazzo ed a veglia, sinché improvvisamente apparsi i banditi divengano o loro preda o fugace ludibrio. E pure, a tale può scendere la donna, molteplici drude desiose del brigante, andate fino nei boschi, ad avervi i baci e gli amplessi suoi, tornarsene a sera nel tetto paterno. Vedremo poi laici e sacerdoti d’agiata condizione offerire nelle magioni loro celato ricovero alle drude e custodirle nel puerperio; accogliervi ne’ rigori del verno, o quando afflitti da infermità fin’anco i briganti; averne premi di ingente pecunia, onde il più di quella che le industrie loro ottengono dalle vittime, cola poi, a ricambio di tali servigi, nelle tasche de’ manutengoli. Ma la specie di essi più terribile è di quelli, tra la plebe e i notabili, ch'abbiano nemici propri: e tant’armeggiano, per via di avvisi o spioneggio a ogni loro passo, finché sieno caduti nelle mani de’ banditi. Per il che il più dei ricatti è scaltra e meditata insidia di quelli, in specie i più umili, che entro i paesi furono più pesti, ma non spenti; e tal fiata, ghermito il nemico, gli appaiono innanzi; del terrore suo o delle preci s’irridono, e scongiurano i banditi che per niun prezzo o pianto o intercessione di congiunto esca vivo dalle loro mani. Arrogi l’ire dei briganti, a conto proprio contro i nemici ne loro paesi natii, quale un incitamento anco più feroce perché prima li colga sventura o morte di quel che irne lungi, rinunciando cpsi alla sola via di trarne aspra vendetta e impune (147).

XXVIII. De' quali aiuti non è a chiedere guanto mai profittasse, e come la longanime impunità via via incuorasse ad ogni insania gente manesca, de’ luoghi espertissima, ornai da anni avvezza a vita cosi perigliosa, rotta ai cimenti, destra alle insidie. Farse e tragedie erano le alternate gesta de’ briganti: l’arcobugio portavano a tracolla lo stocco alla cintura, fregi ed ornamenti muliebri attorno il volto, o al collo: acconciati di tutto un po’, fino di scapolari e corone. Ora biechi e feroci sguardi, ora compunzione di devoti gli avresti letto ne’ visi secondo l’ufficio cui attendevano: ché nel più fitto de' boschi attorno un’immagine sacra accendevano ceri, o le grotte s’improvvisavano a. tempio, adempiendovisi simulacri di riti chiesastici. Ed a loro riscontro, tra l’orgie di sangue inebbriati, quante umane nefandigie i codici antivennero altrettante com«mettevano, ornai più fiere che uomini: mainò: che l’abito delle perversità era ingegnoso ad inventarne di variatissime e raffinate da non si credere. Tacciansi le uccisioni proditorie, le prede ed altre offese alle robe altrui: perciocché la. vite di un colpo reciso o le proprietà poste a fiamme ed a sacco erano le minori delle insanie di que’ briachi di sangue. s’ebbero miseri d’ogni età e d’ogni sesso dagli occhi divelti, dall’orecchie recise, le lingue dimezzate, membra e genitali strappati: ora tagliuzzate le carni, rotte le tibie, ora tronche le braccio e le gambe. Taluno ucciso a innumerevoli punture di temperino: altri spaccati tra gli inguini a colpi di scure: o crocifissi ad alberi: od impalati: od arsi a lento fuoco: o trascinati a furia di cavallo: o periti di fame: o vivi sepolti. La recisione delle orecchie era immancabile, anco a’ rimandati liberi, pagato lo scotto: e li più feroci tra. capibanda si gloriavano perfino di averne arrostite e mangiate: talun’altro avea spinto l’odio verso i nemici sino a mangiargliele crude e sanguinolenti. Altrove il Cipriano ed i suoi tagliuzzate a più vittime le parti carnose, eransene cibati. Il Caruso avea un di scannate di sua mano, con un rasoio, da venticinque persone, ed ebbro ornai prorompea: che dove avesse saputo leggere e scrivere, avrebbe distrutto il genere umano: bestemmia che tu non sai se più sia pazza o stranamente profonda. Un di s’incontra in un fanciullo: che fa ludibrio: poi gli recide l’orecchie, le rostisce, lo astringe a cibarsene, e quindi l’uccide. Ad altro infelice cadutogli fra le mani dicea: «Quantunque la famiglia tua abbia mandato quel ch'io desiderava tu morirai tra le sevizie: ed a tua madre invierò le orecchie e gli occhi: le mani al giudice: la lingua, il naso e le parti genitali alla tua fidanzata (148)». Al concento de’ lai delle vittime, rispondevasi poi con balli, canti e risa feroci; volta a volta con ingiurie a creature morienti. Che più? il solo elenco delle nefandità di quelle iene le avrebbe avvoltolate dal capo alle piante. Basti che in soli due anni s'ebbero nella regione nostra da quattrocento furti, altrettante grassazioni; duecento gli incendi di beni: più che cento le gravi ferite; non dammeno gli stupri: trecencinquanta i ricatti ed oltre la metà, tra strazi raccapriccievoli, gli uccisi per mano dei soli banditi: società entro la società, ma ribelle; uscita dalle sue viscere ma matricida per abbrutimento degli uni, perfidia d’altri, colpa di tutti: solo è dubbio se maggiore sia quella della plebe che dalle città si versa ne’ campi o della società che co’ suoi pervertimenti e l’oblio d’ogni conforto, fatta complice delle sofferenze, atroci ingiurie, fiere percosse e della vita da negri che è retaggio degli infimi, li sbalestra all’insanie.

XXIX. La gravezza de’ casi, le sostanze a ruba ed a fuoco, le vite a periglio, gli abitanti costretti entro le mura de’ paesi natii, onde la contrada nostra ornai era in voce di Numidia o d’altra più barbara, quasi terra di cannibali, spremeano nel volgere del LXIV grida di ineffabile angoscia. La offesa società si rovesciò adunque addosso a que’ ribaldi, pria che risalire alle origini loro e sperderle; usando di ogni sua possa a distruggerli meglio di antivenire poi la apparizione dei successori, il lanciarsi di tanta plebe a perdizione ne’ campi. Valse a ciò la glava della giustizia, e la giustizia del ferro anco più sommaria e lesta. La prima con forme ordiriarie tornate in onore disollecitudine nel disbrigo de’ procedimenti (149), e con riti, sommari di breve ma terribile esperienza. Le assisie, vindici dell'atterrita società, sentenziarono dapprima le sanguinose sommosse della plebe entro le mura native, onde gli innocenti furono rapiti alla pena della custodia ed i rei sottratti, e per lunghi anni, all’umano consorzio. Ma più vasta e più erribile bisogna fu quella de' tribunali o arnesi d giustizia posticcia, succinta, frantoio che rompe l’ossa e non consente riparo. Tra gli ordini di quella giustizia il primo grado quello pei sospetti (150). Un’ombra, un gesto, un accento sottoponea gli incauti a un consiglio che non era de’ Dieci, ma per poco più n’ebbe i modi e i portamenti, sebbene al certo composto di egregi uomini e magistrati, ma alla loro volta complici iscienti degli odi, degli amori, e delle calunnie tanto acconcio a trascinare il carro della giustizia laddove le si ruppero le ruote o se ne inventò una sommaria, la quale suona come giustizia spiritata e in furia. Gli odi municipali n’unsero le ruote, con accuse bene spessa fallaci, ognora ribalde; tornando cosi in onore le prepotenze de' tempi andati, scambiate le parti, ché gli accusati di allora divennero questa volta accusatori: onde s’allacciò il presente col passato, rivissero e si disfogarono le più antiche ire, anzi il sopruso dell’oggi parve lenisse o ricambiasse que’ degli anni che furono (151); e ogni vincolo di società ne rimase sconvolto o tronco; S’ebbero cosi tutti i guai delle civili perturbazioni, in cui s’avvolgono le moltitudini perché a titolo di parentela o di livore aggiungonsi bene spesso ai pochi colpevoli que’ che fin’allora non lo furono; zeppe le carceri di migliaia tra rei e non rei;, agitati gli animi e vivissima entro paesi una commozione non meno funesta di quella de' campi. Tra le migliaia di rinchiusi erano d’ogni età, sesso, stato civile e condizione; un ventesimo i fanciulli; altrettanti i decrepiti; un quarto femmine; due quinti coniugi strappati cosi alle cure della prole. Tra tutti poi apparivano esercenti libere professioni, sacerdoti e notabili a bizzeffe; molti i commercianti; scarsi solo gli umili, come quelli che meno erano segno a vendette cittadine. (152) E quasi ciò non bastasse tornò in fiore la spia a tergo scrutatrice a conto proprio, tanto da comporre una denuncia; onde, pure con le più oneste voglie di questo mondo, si prodigò ogni simulacro di giustizia. Che male ti rattieni sullo sdrucciolo: e di soventi, tra quello scatenio di passioni e tale temperie di accuse e di sospetti, fu prova bastevole un testimone o meno ancora un anonimo: pel più degli imputati gli amori, gli odi o le colpe ael passato valeano di confessione degli ascritti intendimenti; solo rito di giustizia li tronchi interrogatori: soppresso l’inciampo o il superfluo della difesa; difensore era la onesta coscienza de’ giudici, e dovea. bastare; ma dove a più di un condannato tu avessi chiesto il quia della condanna, v’era da giuocare mille contr’uno ch’ei non te lo sapesse dire. Ed almeno, tra si strana forma di giudizi, i veri rei si fossero davvero potuti cogliere: che di due migliaia e più strappati ai tari loro, oltre mille si doverono inviare ad altri giudici, e per la più parte non s'ebbe mai nuova di condanna. de’ restanti oltre la metà nemmeno vi fu verso, di dannarli a nulla. I dannati ramingarono poi fino al luogo di confine, e senz’alcuno o maggior frutto: ché i briganti, a’ quali erano in voce di manotengoli, cerano, e durarono anco al di la del ritorno di que’ meschini; alla loro volta accerriti dalle ingiurie di una società che, nei trasmodamenti della paura, si parva prorompere non in giudizi ma in vendette. La quale fu colpa, più che d’uomini, dell’inefficace rito, in terra, ch’è di odi e di livori ed hai per ogni accusa branca di accusatori mendaci ad aggravare una vittima, od a sottrarre un reo agli artigli dei codici. Ventura volle che l’imperio di que’ riti fosse poco durevole: ma, quasi a nuova loro condanna, ritentati ora fa un anno (153) e sottopostivi a titolo di fazioni politiche da quasi trecenta arrestati, e forse più a mani libere, la saviezza della commissione di appello ch’era a Firenze confermò appena talune diecine di que’ procedimenti; in un solo comune, quel di Potenza, s’ebbero da quaranta arrestati; la giunta d’appello li rimandò tutti. Altro e men sillano ordine di sommaria giustizia, perché ne servò le forme e le guarentigie, fu il tribunale di guerra (154). E fece buona prova antivenendo gli indugi delle assisie nel diradare, giudicandoli, i manotengoli e i banditi che via via caddero prigioni o sfuggirono alla giustizia, del ferro. Un mille imputati, lungo due anni, andaronoinnanzi a que’ giudici; da seicento o per dubbie prove o prove di inoneste accuse o doverono assolvere; i condannati furono solo quattrocento e tra essi, perché non cadesse davvero dubbio di immeritata condanna, ben duecento erano briganti strappati a forza alle venture dei campi, o spontanei prigioni. Tra i restanti», furono ben trenta femmine, o drude o sorelle o genitrici, infelici creature ree, più che d’altro, degli affetti del sangue; e cinque sacerdoti Cirenza Antonio di Forenza, Propati Pasquale di Terranova, Broglia, Nicola di Padula, Acciari Felice di Sala, Pelavano Liborio di Latronico; e due ufficiali di milizia cittadina, Massari Prospero tenente di Guardia, e l’avvocato Francesco Bellizia di Viggiano capitano; e per ultimo due sindaci quel di Ruvo sacerdote Francesco Cudone, e Vito Masi di Castelgrande (155). Cosi tra i vari ordini di cittadini, secondo parve dalle condanne, i briganti aveano i loro complici. Le inflitte pene furono queste; la reclusione da cinque a dieci anni per quarantotto; ai lavori forzati da dieci a ventanni, ben duecensettantanove; a venticinque anni si condannarono tre; a trenta un solo; a vita di ferri settanta; a proditoria e castigatrice morte gli altri trenta.



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XXX. All’inseverire degli ordini di giustizia contro i banditi e i loro fautori, tennero dietro gli artifici della polizia. Più malagevole essa è laddove l’uomo di plebe rimane in bivio a chi valga meglio ei renda utili servigi, se alle autorità che rado compensano e di leggieri, od ai banditi che a piene mani versano la disonesta pecunia: e quale delle due giustizie sia più terribile e inesorabile se quella della società contro, a spia del brigante, o del brigante contro la spia che o insidi; e tra il coltello o il moschetto del bandito, e e pastoie di un giudizio, niun stupore s’abbia alla fin ine più terrore di quello che di questo. Alla agevolezza che aveano le masnade di procacciarsi armi e di gran bontà s’intese dapprima riparare, bandendo non poterle custodire che quelli i quali ne chiedessero e ne meritassero la fede; ma a chi fu dato rinvenirle poi o potè toglierle ai sospetti di pravi intendimenti? Volgendo i mesi del verno, ne’ primi del LXIV si vietò uscissero viveri dai paesi (156); senza il consenso de’ sindaci si accedesse a boschi, ai campi (157), circolassero cavalli (158) de’ quali traevano i banditi così salutare profitto negli scampi; quinci il gregge, i cibi ed ogni ricolto, pria raccolti nelle masserie o case coloniche. frequento albergo di briganti, si accentrassero in determinati siti (159), di poi gli animali s’appressassero, a luoghi abitati, ed i frutti del suolo si recassero entro paesi e città, meno il bisognevole, di per di, a’ radi abita(()tori de’ campi, onde i banditi fossero cosi ridotti a lasciare gli antichi ricoveri, scendere all’aperto, nutrirvisi e incappare più agevolmente nella giustizia punitrice; che più? si vietò il girondolare di luogo in. luogo senza pria dirne il perché. S’ordinò poi fossero scoperchiate o distrutte le pagliaie disabitate (160); le grotte, le masserie entro boschi o luoghi vicini e sospette di essere rifugio di banditi, si chiudessero (161), murandone la soglia e i balconi; gli abitatori trasmigrassero ne’ più attigui paesi. Ma più che esperimentati questi modi furono soltanto banditi e nulla più; malagevolezza di esecuzione intiera dovea rendere la parziale un fuor d’opera; anzi quà e la un impaccio od un’insidia a industrie anco troppo esili, a commerci inviliti, e valere di rovina a coloro che osservassero quegli ordini: cert’è che ai briganti non vennero meno né i cibi, né i ricoveri, né le munizioni, né Tarmi, né le rimonte de’ cavalli. Erano le industriò di polizia già esperimentate in altra età, e proprio nella medesima regione dal Nunziante (162), ed apparse sterili ovunque non s’ebbe forza da costringere all’osservanza dei bandi; o si avesse rimarrebbe pur dubbio se meglio non valesse rovesciarla tutta addosso le masnade da cui que' divieti di polizia deggiono premunire; onde la esuberanza del rimedio, non ispenga la intiera vitalità delle campagne. Né di maggiore beneficio tu l'incitare alla uccisione de' banditi, per via di premi (163): cosi furono {toste a prezzo prima di nove e poi di venti migliaia e teste del Crocco, del Masini, del Ninco Nanco; e di nove quelle del Cotugno, dell'Ingiongiolo, del Miglionico, del Teodoro, del Volohnino, del Totaro, del Coppolone, del Cappuccino, del Franco, del Florio, del Bellettieri, del Marino; e di poche centinaia le più spregevoli teste di ogni gregario (164), premi che nel modo apparirà dalla fine di que' capi banda, quasi nessuno buscò. Più utilmente valsero le industrie della polizia alla quale era capo un de’ più aguzzi ingegni ch’ella vanti il Bolis, ad allacciare una rete di avvisi e di notizie per cui le mosse de' briganti furono conosciute da un capo al l’altro della regione con molta prestezza (165). Ma noi vedremo recare anco più egregi frutti nel Melfese gli uffici del generale Pallavicino: il quale accogliendo in sua mano ferma e sagace una polizia tutta sua propria e, come la chiama ei stesso, polizia militare (166) confortata di pecunia a premiare i servigi delle spie, pria valse ad amicare a sé i più miseri abitatori dei campi, quinci i parenti de' briganti; per via di minaccie o lusinghe allacciando con essi trattative di resa, e intanto a conoscere di tal guisa le mosse delle masnade, i loro più abituali nascondigli, e quali i più efficaci manotengoli. Da ultimo sparse per i campi manipoli di soldati vestiti e foggiati da briganti, ad attirarli negli agguati o snidarli dai loro covi, usando a guida quella meraviglia di ardimento e di scaltrezza che fu il Caruso di Atella, già capobanda: il quale per via di questi servigi ottenne grazia de’ ferri, e chi scrive ebbe a sperimentare l’inappuntabile vita ch’ei condusse, restituito fu in libertà. E vuolsene lode al Pallavicino che sagacemente ispirato chiese averle e se ne valse come di fida e sicura scorta: onde poi il più de' masnadieri, già suoi ausiliari, creduli alla fin fine alla clemenza della legge gittarono l’armi; o consunti da stenti e vita di fiera, sgomitolati tra loro, dai covi abituali snidati, e ognora fuggenti sovra un suolo irto di perigli, avendo a’ calcagni infaticabili ed avveduti persecutori, duce bene sposso il Caruso (167), diedero ne’ ferri o perirono di ferro. Feroce istoria ch'è angoscia e pregio di raccontare, lumeggiando più di interminabili volumi lo stato dell’afflitta regione; e perché li guai del presente ritraggono que’ del passato, e predicono gli avvenire.

XXI. Ma la vindice giustizia, o le industrie della polizia civile con il Bolis, e della battagliera, a speciale ventura del Melfese, raccolta in pugno del Pallavicino, aveano efficacia o virtù dal valore delle milizie. E meno della cittadina numerossima che delle squadre mobili o della regolare, sola e vera milizia. Tra la prima qualche esempio di virtù, di ardimento, fiere anime e manesche, ma nel restante tutta plebe restia ai pericoli che non la toccano, e guidata da notabili che tremano avventurarsi ne campi ad avervi a un tratto nemici a fronte i briganti, ed a tergo altra mano di plebei che avrebbero da combattergli e bene spesso sono i loro famigliari i loro complici. Onde la somma del servizio è ognora addosso a pochi; la turba non esce mai; chiamandola si cela, o rifiuta, e impune, di muoversi; o va, ma uscita diserta per via, o ricovera nel luogo il meno insidiato da’ banditi, li s’accovaccia e non zittisce più. Cosi nel cammino più che incontrarli mira a sfuggirli: e retrocede poi a' luoghi natii senza né conforto, né prò. Chi altrimenti pensi della milizia cittadina quei beffa sé ed altrui; meno disutile appare lorché uscendo, per così dire, dagli ordini suoi, come seguì nel volgere del LXI (168), improvvisò squadre ove la legge era il volere de' capi qua e la di bella fama: altre, più che squadre, bande anch’esse procaci ed infesto ai luoghi ove giungevano, quasi quanto i nemici ch’aveano da combattere. E forse ella torna anche di alcuno ma lieve utile quando cerne sé stessa componendo compagnie di milizie mobili; e meglio ancora se a cavallo o squadriglie e egregia poi e balda milizia è solo quando, a difendere gli abitati da orde vandaliche, di moto loro s’accolgono i cittadini; tale la origine della squadra ch'ebbe nome dal capo, il Mennuni di Genzano. Correndo il LXIV, valevole o no, venne la milizia cittadina usata in un centinaio di posti fissi (169), sovraneggianti il piano, a spiare le mosse dei briganti, traversare loro la via, o cacciarseli innanzi a dare dentro gli appostamenti e le insidie: quà e la poi, volta a volta, compose distaccamenti a perlustrare il territorio proprio (170); oltre del volontario contingente a trentatré squadriglie parte a piè, parte a cavallo (171). Le guidavano i carabinieri di cui s'avea un quinci il Jacquet. Tra si rade fila s’alternavano i manipoli della milizia regolare, operanti in colonne mobili, attorno a trentanove zone; un insieme di cinque a sei migliaia tra ogni arme, capitanate nel Lagonegro, nel Materano e nel Potentino dal generai Balegno; nel Melfese prima dal Franzini, poi dal Pallavicino. Agli ordini del Balegno istavano il brigadiere Schiaffini, i colonnelli Fanti, Borghesi, Milani; dipendeano poi dall'avventuroso generale ch'avea a suo teatro il Melfese, i colonnelli Rossi, Peyssard, e quel nobile ingegno e prode uomo che fu il Gorini.

XXXII. Mentre s’accoglieano queste forze a spulezzare dall’ampia regione i banditi, quel che ogni altro avanza di ardimento e di fama, il Crocco, il quale da tre anni stanziava nel Melfese, ora fiutando i perigli o per consiglio de' fautori n’usci invadendo le Murgie di Minervino: seco lui il Sacchetiello ed il Coppa, co’ gregari. E vi penetrano quando il Pallavicino usando della fortuna e audacia sperdeva le masnade di que’ luoghi cacciandole fuggenti innanzi a sé. Li fuggenti scontratisi nel Crocco inducono a torcere cammino: e riparano tutti nel Melfese; dove allora si raccolse la somma del brigantaggio e della nostra e delle regioni contermini. Colà espertissimo de’ luoghi di scampo e degli agguati, ebbe i resti delle estranee masnade sotto gli ordini suoi; quinci a lui accorsero, a comune scampo ed a recare poi colpi tremendi alle disciolte squadre della milizia, il Ninco Nanco, il Totaro, il Teodoro e il Volonnino; volteggianti a breve distanza l’un dall’altro e in cerchio, da potersi in poche ore raccogliere ne’ boschi di Monticchio o in quel di Lagopesole centri della periferia descritta allora dalle masnade. Cosi la ventura delle regioni attigue avea riversato sovra la nostra ogni periglio; onde il Melfese corso in ogni angolo dai banditi di ogni patria e difesi da boscaglie foltissime, non ebbe più abitatore alcuno il quale s’avventurasse ne campi a spargervi sementa, mietere o guidare il gregge; rinserrati entrò le cinte natio r parea a ognuno gran ventura scampare da quel nembo senza ei si rovesciasse fin dentro i luoghi muniti, ad. esempio di quel che per mano di Crocco era seguito tre anni innanzi. Ma se il condottiero ed i luogotenenti erano pure i medesimi, non come allora i paesi viveano sguerniti dì milizia e in balia della plebe lesta a dare mano all’invasione de' briganti. Molte linee e posti militari interponeansi tra d’essi e le città; e manipoli numerosi a tentare il cerchio delle masnade o disgiungerle, sbatterle e ghermirle. Però leste anche esse e guidate da esperti ed arrischiati masnadieri, per più giorni tennero il campo insino a che, scorgendo conati di chiudere loro le vie di passaggio tra bosco e bosco, moltiplicarsi a’ loro omeri le. squadre nemiche per via d’abili marcie e contromarcie, mutano disegno; e gittandosi a capo fitto nel più folto delle boscaglie, tra sentieri dirupati, scivolano dal cerchio degli assedianti, sino al di la de’ boschi di Lagopesole e di Monticchio. Ond’ogni masnada. per diversa via errò poi in balia della fortuna.

XXXIII. Tra quelle, il Ninco Nanco con buona mano de’ suoi, ne’ primi del marzo, discende a boschi di Avigliano insino a Genzano; colà s’avviene in cinque carabinieri; gli assale; e quelli imperterriti a rispondergli; cade l’uno di un colpo di moschetto, quindi un altro, anco un terzo; e i due superstiti, proseguendo la pugna, come quelli che anteponeano morte al divenire prigioni e morire quindi tra tormenti, tre banditi alla loro volta uccidono sino a che giunge a dirotta in loro soccorso la milizia di Genzano; e scampano. Retrocedendo il Ninco Nanco gira a sinistra Potenza e si spinge lungo le serre di Tricarico. Terribile uomo onde è dubbio se più la vile astuzia o la ferocia l’avessero sollevato a capo di non meno feroci. uomini; egli che un di attese dormissero e di sua mano, a sospetto di tradimento, ne scannò otto. E noi che scriviamo, essendo allora in Tricarico, scorgemmo il terrore spinto a segno che i notabili al suo appressarsi si racchiudevano ne paesi; i coloni disertavano dall’aratro e dai campi; niuno vi s’avventurava più, anco se n’avesse carestia di cibi. Di colà scende il Ninco Nanco fino a san Mauro, e quindi accenna risalire per Tricarico, Tolve, Oppido a compiere la elissi convergendo di bel nuovo al centro del Melfese, ove per nuove gesta doveano attenderlo le complici masnade. Mal sicuri i passi per lo accorrere di milizie appostate ne’ luoghi i più sospetti, ma cauto e destro il Ninco Nanco gira bruscamente all’intorno de’ luoghi a lui più noti o che gli offerivano la difesa meglio agevole, e va innanzi avventurandosi fra gli appostamenti di Salandra e di Grassano; dai quali improvvisamente aggredito, pure scampa lasciando in mano ai nemici tre morti e un, prigione, e cavalli ed armi. Di la muove per Grottole, scivolando tra i manipoli accorsigli incontro. 0 fosse per via di spioni o della meravigliosa sua sagacia, mentr’egli torce alla volta di Tricarico fiuta come quella milizia da più giorni presidiasse taluni passi; per dove egli avea da passare retrocedendo; ed irato invia minaccia a noi cui attribuisce quelle tesegli insidie, di mangiarci il cuore se ci avesse nelle mani. Lascia quindi sulla destra di Grassano gli appostamenti e s'avventura proprio accosto, l’abitato di Tricarico ove tenea per certo che nissuno gli contendesse la via. A uno de’ suoi chiedemmo di poi da dove ei traesse cotale certezza, e ne rispose dall’audacia di giungere fino a un tiro d’arcobugio dalla città, mentre i consueti appostamenti n’erano più lontani. Ma nel mentr’ei s’accostava, altra milizia cittadina operando, un’improvvisa diversione dai luoghi prima muniti, giunse appena a un chilometro dell’abitato, e li fece alto. Cd ei ch'avea poche ore innanzi sfuggiti i luoghi stati presidiati a luce di pieno giorno, ignaro del periglio va sicuro e senz’ordine, a dar dentro nella furbesca imboscata. Fitta la notte, a lui celava gli appostati; ed essi erano posti in sull’arme dallo scalpitare de’ cavalli, pria lontano; poi come di gente ch’è a pochi passi. All'improvviso il ferale silenzio è rotto da una fucileria di trenta colpi a brucia pelo addosso a’ banditi; e la oscurità dai lampi dell'armi omicide. Cavalli e cavalieri colpiti a morte stramazzano sul suolo; molti i feriti: gli altri pesti, sgominati, dispersi, e di poi facile preda. Ninco Nanco, quasi ei solo incolume, rompe nel grido di Maria, di seguirlo, e si lancia a precipizio verso Tolve. Lo seguitano, ma dispersi, gli scampati dal fuoco e quei ch’ànno lievi ferite; solo per pochi passi li colpiti da mortale; onde ogni sterpo, ogni grotta diviene loro guanciale, loro coltre, loro ricovero. Il fratello di Ninco Nanco colpito nel petto si trascina ad un dirupo e li agonizza tre dì, quinci muore; quattr'altri vennero sorpresi nel mattino accosto a fonti o sorgenti inumidendo le ferite o sfiniti di forze scongiurando mercé. Una donna ferita anch’ella, errò più giorni ne’ boschi, sola, non scaduta. d’animo e, quando sopraggiunta, poco meno che minacciante l’ire de’ suoi, a sua vendetta. Chi scrive scortala giovinetta d’appena diciotto anni, di vaghe forme é dolce diviso, a contrasto de’ feroci detta, l’ammonì; e la mamma tua dov’è?; ed ella, è morta: e il babbo?; è morto: e non hai alcuno?; si, rispond’ella con occhio fiammeggiante, ho il fratello di Ninco Nanco; era quello il solo suo affetto in questa terra. Disgiunto il capobanda dal più de’ suoi, ornai non d’altro inteso che di nascondersi, s’avvia con due briganti ne’ pressi, di Avigliano, entro una pagliaia, finché possa uscirne senza rischi e raggrannellata gente infellonire contra gli autori di sua ruina; colà stette tre giorni; al secondo gli viene nuova della morte del fratello e dà in uno scroscio di risa feroci; il terzo s’avvede la pagliara esser circuita da milizia cittadina, duce il Corno di Basso, e da carabinieri, e ode intimarglisi la resa. Pria non risponde e quindi: entrate; angusto il passo e tremenda forca per chi avea da vedersi colà innanzi un Ninco Nanco.

E convenne appiccarvi il fuoco; ardeva ornai d’ogni intorno la pagliaia, per poco più ne rovinava il tetto, e il Ninco Nanco, la dentro con altri due, né muovea grida, né gemiti; non zittiva. Tornasegli ad offerire la resa; risponde che si: escono prima dal covo i due suoi briganti e dietro ad essi il duce con lo schioppo in resta, gli occhi stralunati girando a scoprire su chi avventarsi od uccidere primo, onde rompere il cerchio e scampare; quand’un milite, cui il Ninco Nanco avea ucciso il fratello, scòrtolo in quel terribile atteggiamento, gli appuntò lo schioppo al petto e lo freddò per sempre. Vedutala morta, la feroce iena facea ribrezzo.

XXXIV. Non più liete erano le vicende dei briganti in altri siti. Ferito il Marino di Ruvo, il IV aprile, in uno scontro con milizia regolare e cittadina, si trae ad una grotta, e di lui non s’ebbe più nuove: un mese di poi taluni pastori, accostatisi a quella, vi rinvennero il cadavere insepolto, ornai disfatto da putredine e da vermi. Altri briganti pure inseguiti dalla milizia di Ruvo, tre caddero prigioni (172) e, carichi di delitti e di ferri, vennero serbati quindi all’ergastolo ed alla fucilazione. Nel di innanzi la morte di Ninco Nanco, le masnade del. Tortora e del Totaro erravano nella boscaglia di Lagopesole; quando scorto di lontano una mano di ussari di Piacenza e di bersaglieri li raggiungono e li assalgono. Era tra d’essi il generale Franzini: terribile il cozzo con il macello di sei cavalleggieri; gli altri veggonsi contro un numero di ladroni cinque volte maggiore e il periglio di morte o di prigionia insieme al generale: quando riavutisi si rovesciano addosso a’ banditi ne rompono le fila, li pestano, li inseguono finché n’uccidono tre: le cui toste distaccate da’ tronchi, vennero portate entro il paese di Ripacandida. Altri aggirandosi ne’ pressi di ricarico, nel volgere dell’aprile, si scontrano in una squadra di cittadini e cavalieri del Alennuni, guidata da un Ferri di colà: accanita la zuffa sinché ad uno ad uno è fatto scempio di sei briganti: le teste distaccate dalle persone e sanguinanti furono recate in città (173). Altrove uno di quelli, disgiunto dai suoi, errava tra nascondigli e cimenti fino al limitare di Sanfele: quando inseguito, e d’ogni altra salvezza disperando, getta l’armi e s'arrende. Li carabinieri di Pietragalla, di Oppido e più militi di squadriglie si rovesciano anch’essi su una mano di briganti; fuggono minando tra precipizi e incolumi. Meno avventurati un nipote di Ninco Nanco, Vito Labella, insieme a un gregario di Siti oscura fama ed alla druda del Serravalle, a’ VI di aprile danno di cozzo in un manipolo di bersaglieri e cadono prigioni.



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XXXV. Il più delle milizie intese a spulezzare i banditi dal Melfitano, si rovesciavano allora a’ fianchi di Crocco, guidate dal generale Pallavicino che in quel torno da terra di Bari, d’onde avea scacciate le masnade, si accingeva a serrarle e distruggerle nell’ultimo loro covo. Grandi forze avea a sua mercè, e lo ardimento, l’instancabile operosità di uomo ch'è di ferro; ed ornai l’esperienza fatta in altre contrade, validissima a tendere agguati, inseguire, acchiappare que’ ribaldi. Dapprima avventurò ne’ campi le grosse compagnie a sostenere il cozzo delle grosse masnade. e frantumarle; quinci via via decrebbe la forza delle bande moltiplicandosi. elle di numero, moltiplicarono i men numerosi manipoli de’ persecutori «locché, come scrive egli stesso, fece si che si accrescessero le probabilità di scontro» (174). Istituiva eziandio numerosi posti militari; gli sbocchi e le vie da un bosco all'altro muniva di grossi manipoli di pedoni e di cavalli; e li spingea a di prestabiliti, per mille raggi, a penetrare nel centro delle boscaglie, sorprendervi, bloccarvi le masnade, intromettendosi fra d’esse i loro ricoveri ed ogni via di scampo. L’insolita caccia sgomina il Crocco e lo persuade abbandonare il Melfese. Agevole a lui conoscitore de’ luoghi, districarsi dai persecutori, giungere loro alle spalle, cogliere le boscaglie dell’Ofanto e traghettarlo inselvandosi. Lo inseguono le milizie a tergo: altre gli vanno di fronte; e per poco più ei cade prigione, quando, posato breve ora, scivola tra l’insidie, gittandosi a tergo de' suoi nemici; e ripiomba nel Melfese. Appare allora intento a non lasciare traccia di sé, ricoverare co’ suoi ne’ luoghi più riposti, dimorarvi finché i perigli, che gli s’addensano sul capo, fossero scongiurati. Ma vana lusinga; gli sono sopra i nemici, l’inseguono, lo sbattono in terreno il più malconcio: finge pria di tener testa; e poi tra i cespugli lanciasi a dirotta e in salvo, scampando un’altra volta in Terra di Bari. Non ha riposo: di la muovono milizie regolari e cittadine, e gli è forza ritorcersi laddove quelle del Pallavicino l’attendono. Còltolo a un varco, sconfitto, perduta parte de’ suoi, altri dispersi, s’affida pur nondimanco al partito di disgiungersi dalle minori bande, a cercare più. sicuro scampo, e con i più fidi de’ suoi, tra i più riposti macchioni di Lagopesole e di Monticchio. Colà profittando della meravigliosa faccia di quel suolo, si cela: invano le ardue fatiche, gli stenti della milizia a rinvenirne il covo: o fosse destrezza o singolare ventura del Crocco, sperdonsi le sue traccie. Contro di lui più potè allora l’astuzia della forza. Persuasone il Pallavicino, chiama a sé il Caruso, già, come dicemmo, luogotenente del Crocco, e allora nei ceppi a scontare vent’anni di ferri. Uomo d’ardimento senza pari e voglioso di meritare, per cotali servigi, grazia della pena; conoscitore poi de’ siti ove con l’antico suo capo avea diviso gesta, perigli e scampi (175), divenne dapprima guida della milizia, poi duce ei stesso di un manipolo di soldati vestiti a foggia di briganti è lanciati quali bracchi o segugi a scovare la fiera. Tardò pochi giorni a rinvenirne il covo, snidarnela; sfugge, altrove ripara, in breve è pure colà sorpreso, e poco meno che imprigionato con tutti i suoi: ma la grotta avea due uscite, all’una delle quali egli dové lo scampo. Narrasi che sbigottito di cosi frequenti e perigliosi incontri in luoghi tanto celati a ognuno, meno che a lui, si volgesse, con voce concitata a’ suoi; qui v'ha un traditore. Ne’ di seguenti errò all’aperto sulle creste de’ colli, sogguardando il piano e, più che fuggendo i nemici, aborrente dagli usati e cimentosi ricoveri. Quando avviene che s'imbatta nella squadra del Caruso, e di lungi coll'occhio, linceo ed uso a lampeggiare in quegli spazi, lo riconosce. Da allora scaduto d'animo, male si affida ai nascondigli, in ognuno teme un agguato; nel traditore Caruso il suo carnefice, e quasi predicendo a sé la fine di Ninco Nanco. Ma quinci spronato da voglia di vendetta, dà irruente in molteplici scontri con quello, quasi pari le forze; ora il Crocco vincitore or vinto e stremato di numero, pur sempre egli esce incolume e scampa. Via via poi gli s’addoppiano i perigli, tenta rafforzarsi delle bande minori che gli volteggiano intorno, alla loro volta sgominate dalla milizia che le sorprendea nei più remoti loro covi; e gli riesce congiungersi allo Schiavone, al Sacchitiello ed al Tortora, suoi antichi fidi; mirando a piombare tutti addosso il Caruso, trarne scempio, a viva forza una diritta via ad altre regioni, vole a una massa di cento e più sfuggire all'insidie: nondimeno ai fianchi ed a tergo perseguitato da molteplici squadre, ora sfugge, or fa testa: tenta invano appressarsi all’Ofanto, sperde de' suoi, ed alla perfine cade in un cerchio da cui non gli è dato uscire che abbandonando armi, cavalli ed ogni impedimento. Ed ancora qui si parve la destrezza ai quell’uomo, per la. quale ei fu tra i banditi il più famoso, nella guisa soverchiò ogni altro di valore: ed avesse vissuto nell’età di. mezzo, sarebbe forse salito a condizione di condottiero di ventura. Tra le persecuzioni ei divide la masnada in molti manipoli, avvia ciascuno in direzioni opposte, costringe i nemici a dare loro la caccia per vie e luoghi non meno molteplici: e nella varia fortuna di persecutori e di perseguiti, egli più ch'altri avventuroso; sfugge alle peste, riparando con quindici de’ suoi in luoghi ignoti ma, per quell'ora e alquanti di, sicuri. Avea egli ornai maturato un più estremo partito, disperando di ogni altra ventura. S’innoltra adunque al di la del Melfese: è nelle Murgie di Minervino: quindi eccolo nel bosco di Sassano; e colà posa, s’accerchia de’ suoi, parlamenta; scegliessero o di arrendersi o di scampare tutti insino agli stati della Chiesa. Taluno gli affaccia i perigli per cui il Borjes ebbe prigionia e morte: altri antepongono l’arrendersi al ramingare lungi dal reame: veh! tenerezze nostalgiche, cosi vive tra quelle genti! Ei s’adopera a. persuaderli lo seguano: quattro soli l’ascoltano e s’avvia. Altra volta dalla regione nostra avea pei più celati sentieri corso tutto il reame, giungendo incolume fin dentro Roma; e soleva quinci di dire, quasi presago, avrebbe deposto l’armi, ma quando gli fosse pur venuto meno quel rifugio. Ed ora poiché gli rimane, ed è il solo, vi s’affida. Lento incede ma sicuro per monti e valli e centinaia di chilometri, ora costeggiando l’Adriatico, ora più dentro terra sino al confine romano: giunto a quello il varca. Narrasi che scampato cosi sovra un suolo dove i nostri non poteano raggiungerlo, cercasse di un tempio e d’un sacerdote cui largisse egregia somma a rendere grazia alla Maria Vergine che l’avea protetto in si gravi perigli; l'obolo del brigante; né di lui si seppe altro, o solo ch’egli era in Roma a simulacro di prigionia. Tale fine ebbe un uomo che uscito dalla plebe, la signoreggiò; nemico ai notabili, li ebbe a piè; nato ne’ campi, penetrò nelle città e per brev’ora vi fu principe; le mani sordide di sangue ebbero strette e baci di riverenza dai sacerdoti fautori suoi; fu condottiero di reazioni civili ei non d’altro ingordo che d’oro; e da cinque e più anni di prede ritrasse tanto da gratificarsi porporati o, se gli dura la vita, da morire in odore d’uomo dabbene: uomo di leggenda, tra genti avvezze a giurare sulla santità x delle coltelle o irridere alla virtù del capestro.

XXXVI. Rimaneano alla ventura i suoi luogotenenti. Tra d essi il Tortora ch'avea sommossa nel LXI la plebe di Ripacandida (176) e di poi corso la campagna, a capo fino di trenta banditi. Quanti gli cadessero nelle mani, altrettanti scannava. Vantava di avere di suo pugno ucciso ben dodici soldati, fatti da lui prigioni; e bastargli il cuore di sgozzarne cento. Uno de’ suoi innanzi ad una vittima esclamava: «io ho ucciso una quarantina di cristiani: ora bisogna facciamo prendere coraggio a questi guaglioni, accennando ai meno ribaldi tra i briganti, con far loro imbrattare le mani nel sangue di costui (177). Venutigli alle mani tre notabili del natio luogo, pria volle torre loro gli occhi, poi recidere le orecchie, trascinarli cosi orbi per boschi e dirupi, negare. loro grazia di cibo; ed, a maggiore misericordia, alla fine li uccise. Pochi di dopo, fatti quattro prigioni e disperando conseguirne premio di riscatto, promette loro restituirli in libertà; e poi appressandosi all’uno, tra carezzevole e feroce: eccoti, dice, quel che uguaglia i tuoi peccati, e gli pianta un pugnale nel cuore: e dall'uno all’altro, per le preci di quegli infelici più insanendo, li fa tutti e quattro cadaveri. s’avviene in un misero a cavallo: scendi, gli grida, è superfluo per te; ed eccoti onde cammini più lesto; e gli s'avventa e lo trapassa con una lama di coltello, parte a parte, finché spira. Uccide tre di Forenza perché, ei dice, furono parte della milizia che un di lo inseguiva. d’altri quattro suoi concittadini l'uno toglie di vita, li restanti, perché d’umile condizione, rimanda salvi. Un altro minaccia di uccidere se non gridi in faccia a lui morte a’ banditi; e quello a obbedirlo più morto che vivo: ed egli: ah! cane tu morirai non io; e gli rompe il petto a sfuria di coltello. S’incontra in un povero padre di Maschito ch'avea seco il figliuolo, glielo scanna in sugli occhi, e di poi: ora a te perché non pianga: e lui pure distende morto al suolo. Di uno di Ginestra che al dire suo l’offese; e d’un altro di Ripacandida; e di un terzo di Spinazzola; e di un quarto di Montemilone trae vendetta uccidendoli. Altra volta esplode l’armi in seno a uno di Avigliano ch'avea anch'egli seco il figlio, il quale rimanda salvo. Apprende che una fanciulla quindicenne va a marito: e il di innanzi, in odio a quello, la rapisce, traendola al bosco a ludibrio della intiera masnada. Quattro altre, tutte del paese suo di Ripacandida, venutegli alle mani serba più giorni a compiere le sue ribalde voglie e quindi, a premio, di sua mano ad una ad una toglie di vita. Terribile fiera che quando non lo sovvenivano umane creature a disfogare la sua sete di sangue, scannava intieri greggi: in un solo di cento pecore distese esanimi.

XXXVII. E durarono tre anni le prede, gli incendi di ricolti e di magioni, lo uccisioni di armenti ed uomini a voluttà o a vendette di quel mostro. Lungo il LXII scontratosi in un misero padre-famiglia, uno della masnada gli chiede della forza, ed avutone risposta di non averla veduta; no tu devi certo mentire gli grida, e gli spara addosso l’arcobugio facendolo cadavere (178). Altra volta s’avviene nella milizia ed a lui, toglie sette cavalli; giura il Tortora con tutti i suoi di vendicarsi uccidendo subito altrettante umane creature (179). La prima fu una donnicciuola ita a legnare ne’ boschi; dove è, senza niun’altra cagione, afferrata e sventrata a colpi dì coltello (180). Quinci s’abbatte in. tale reo innanzi a lui di-essere milite cittadino; gli grida arrestati; e quegli si rimale; gli è addosso Tortora e gli spara il fucile nel petto (181): e due, grida la iena, vo’ sempre creditore di cinque. Più squadre inseguendolo, forte egli di ben quaranta piomba un di su di un esile drappello di Melfi; gli uni fuggono; quattro, incauti, si celano: gli sono sopra i briganti, gli invitano ad arrendersi, li disarmano, li trucidano; sul cadavere dell’uno lasciando poi un cartello: il Tortora vendica cosi la morte del fratello (182); il quale era perito combattendo undici di innanzi. Quindi si reca. a una magione colonica, ch’era di. un maggiorente di Venosa, ed al guardiano ordina recarsi da lui, richiederlo di egregia somma; e quello: eccomi, lascia, solo io mi calzi: al che il Tortora: questa è la risposta che ci hai da portare, e più d’uno de’ suoi gli sparano addosso colpi di arcobugio; boccheggiante cade al suolo, non spento; altri gli s’avventano, lo trafiggono di stile; e tra i dibattiti dell’agonia, non parendo anco morto, ahi cane grida il Tortora, vuoi dunque vivere? vivi, vivi adunque, e gli sferra il calcio dello schioppo nel capo, sino a sfracellai glielo onde ne schizzò la massa cerebrale; e quella a calpestare egli sotto i piedi; poi voltosi agli astanti ruggisce: dite che l’uccisore fu il Tortora (183): e scannerà o prima o poi cosi tutti i galantuomini. E davvero pochi giorni dopo tre n’uccide di Forenza; tutti con più palle in petto e li crani fracassati, onde furono rinvenuti o senza o le cervella discuoperte; ed alle famiglie ne dà contezza con un rigo: morirono da carogne; li ha uccisi il Tortora; cosi egli vendica la uccisione de’ suoi (184); nei di innanzi uno n’era perito scontrandosi coi militi di quella città. A tale, già suo gregario che deporto l’armi avea quinci scontata breve pena, va a bere il vino che hai comperato, o altrimenti, questa ti rimane tuttora a scontare, gli gridano i briganti e lo distendono esanime (185); onde Io esempio non prevalesse tra gli altri gregari. Fatto poi prigione un agiato di Rionero, ne chiede il prezzo del riscatto: e avutolo manda a dire alla famiglia avrebbe rinvenuto il congiunto nel tal luogo; recatavisi, piangente, gli apparve innanzi legato a un albero con il capo all'ingiù e crivellato di palle; segno o bersaglio all’ire di quelle iene (186). Tra li tanti uccisi per mano del Tortora, taluno poi abbruciava prima che estinto o già cadavere; onde quà e la si rinvennero poi scheletri spolpati o tìbie o crani o costole, resta del fuoco.

XXVIII., Nel volgere del LXIV il feroce masnadiere addoppiò sue scelleraggini: tra l’altre, in quel di Palazzo s’avviene in un veglio, l'obliga a reggergli la staffa sinché risalga sul cavallo da cui era disceso, egli volge lo schioppo, senz’altra cagione che d ucciderlo; e quinci a lui agonizzante grida beffardo: che hai? alzati e va a dire che fu il Tortora (187). Nel giugno insieme a Crocco corre nell’agro di Spinazzola, predando cavalli a rimontarne le sue genti. Vi incontra una fanciulla, la toglie in sella, la veste di un gonnellino di seta ch'egli ha in serbo, e di pantaloni, l’orna di gioielli e, com’ei dice, se n’ammoglia (188); sinché sazio se ne disfece, senza mai più fosse dato rinvenirla o viva o morta: dove cadde, certo giace anch’oggi chissà tra quali pruni e macigni, pasto ai vermini! Quinci ad una fattoria uccidono i suoi un giovinetto quattordicenne, altro inseguono, ma la velocità del cavallo lo scampa (189): scrivono poi a chi n’è proprietario inviasse loro egregia somma: ed egli invece si affanna ad avventargli addosso numerosa milizia: scampano i banditi ed essa retrocede: e quelli allora a volgere cammino, tornare dond’erano fuggiti, appiccarvi il fuoco e impuni: di guisa che dell’immane fabbricato non rimasero che ceneri e schianze( )(190). Nell’agosto, agguanta una povera madre e cui ha pochi di innanzi uccìso il figliuolo: e il tuo marito dov’è (191): noi so rispond’ella tremando: e il Tortora: ora te lo dirò ben io e in così dire le spiana l’arme addosso e la fredda! L’anima commossa rifugge da altre infamie.

XXIX. Avea il Tortora un orecchio lacerato, e il viso con larga cicatrice di sciabola. Vantava di aver commesse quasi tutte le uccisioni da sè; tale essere l’arte sua. Diceva che nello scontro col generale Franzini, l’avrebbe avuto prigione, solo che, e mordevasene le mani, l’avesse saputo tra i suoi (192). Soggiungeva che avendo colto un luogotenente del 1.° fanteria, il Italiani, l’ebbe fucilato con gli onori di guerra (193): averesi ucciso un prete, ma perché gli era tra i scomunicati (194): ed essere egli invulnerabile sendo acconciato coll’ostia consacrata (195). Dei ricatti e delle prede adducea a scarsa le necessità del vivere insieme a tatti i suoi; s'inalberava innanzi chi gli desse del ladro (196); solea dire ladri sono galantuomini delle città, e primi i concittadini miei, e uccidendoli non fo loro che la giustizia meritarono; se tutti i cafoni conoscessero il loro meglio non n‘avrebbe a restare in vita per uno. Quando seppe gettati in carcere li parenti, sospetti d’essere suoi fautori, proruppe in giuramenti di più atroci vendette. Ma poi impallidita la stella del Crocco, cui diceva generale e reputava invincibile, e l’avea bene spesso a sostegno di sue nefandità; e saputo il Caruso tra le fila delle milizie nemiche a spione de’ passi suoi negli usati ripostigli, scadde in parte d’animo; la iena divenne vile. Prima avviò pratiche di resa con il generale Pallavicino, quinci le disdisse perché ne lo dissuadevano i complici del luogo natio; ma ve l’indùceano il mancargli l’animo del Crocco di sospingersi fuori del reame, e li perigli che ogni di in più ristretto cerchio lo racchiudevano, con il Caruso ai fianchi, a tergo, a fronte ormeggiandolo qual bracco o segugio. Finché sgominato s’arrese insieme a un gregario il Manno Sciacca, anch’ei di Ripacandida; altri due in breve ora ne seguirono l’esempio (197). Gettato in carcere, coperto di ferri, il Tortora parve subito cupo, terribile, ruggì dell’essersi arreso; custodito a segno non ebbe scampo. Tradotto innanzi il consiglio di guerra, confessò la più parte de’ suoi delitti, ancora que' di sangue; sobrio nel favellare e feroce, come d’uomo per cui non era anco giunta l’ora de’ rimorsi; la spontanea dedizione gli guarentiva il capo; le nefandità una vita di ferri (198): e colà oggi ancora attende la sua fine mortale, imperterrito e non pentito; o più dell'essersi dato prigione che delle atroci insanie.



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'XL. Di poco tardarono a compiere ugual sorte. il Teodoro e il Volonnino. Pria gregari del Crocco, di Ninco Nanco, di Caruso e quinci alla loro volta capibanda; aveano recato il loro braccio alle sommosse delle plebi di Ruvo, di Vaglio, di Trivigno, di Pietragalla, di Bella, di Pescopagano, e di Barile patria; di entrambi, tra gli orrori e le nefandigie di plebe sguinzagliata ad ogni empietà. Di poi insieme respinti nei campi, ornai loro unica stanza, vi appar vero ora forti di un centinaio di banditi ora di poche diecine. Ricatti, incendi di pagliaio, di ricolti, di edifici, uccisione di buoi e di armenti, e vendette raccapriccievoli contro i notabili, fecero del Volonnino e del Teodoro i più infesti tra i masnadieri della contrada. Un giorno scrissero a dovizioso censito di Lavello, inviasse oro un cavallo e larga somma, pena la uccisione degli animali, e l’incendio de' beni. Infelloniti al rifiuto, si volgono a una sua casa colonica, vi danno fuoco, sinché ruina: ed a colpi d’arcobugio uccidono i buoi, e scannano il gregge: ad un garzonetto che li supplica di pietà per taluni animali superstiti, s’avventano con l’armi onde in un lampo rotolò cadavere (199). Narrasi che soprafatti ed uccisi i diciotto cavalleggieri, guidati dal. Bianchi, il Teodoro s’appressasse ad ognuno, i tasteggiasse spiandone i moti del cuore, figgendo.. a più riprese il pugnale nelle fauci di morienti e di cadaveri. Egli e non altri al luogotenente, Bianchi e ad un sergente avea segato il collo fino a divellerne le teste e, riempiute le bocche di sassuoli e di terra, a dileggio le avea esposte sull’alto di una tettoia (200). Uccisi altra volta, come dicemmo, li ventuno guidati dal Borromeo, e quegli datosi a briglia sciolta, il Teodoro e il Tortora, l'Inseguono e soli fino alle soglie di Venosa (201), struggendo di non raggiungerlo. Più meraviglioso lo ardimento di un luogotenente de’ carabinieri, Giuseppe Bossi, giovane, di gran cuore, il quale bandita la legge che offriva mitigazione di pena a quei che s'arrendessero, decide recarsi da solo innanzi il Teodoro nel più folto di una boscaglia a persuadetelo. E va alta a fronte, come scrive il prode giovane (202), fregiato della? sua divisa, e rinviene il feroce uomo tra diciasette de’ suoi. L'accolgono, anch’essi stupefatti di tanta sua virtù, scuoprendosi il capo, e gli favellano umani. Ed egli a persuaderli a deporre l'armi. E il Teodoro a conchiudere: grazie ‘dell’avviso: ritornasse pure' in città e salvo; lo ardimento, e il non intravvedere in lui faccia d’ingannatore lo persuadevano a non trucidarlo: al rendersi o no rifletterebbe. Pochi giorni dopo sei de’ gregari fuggirono la masnada e s’arresero; il Teodoro no. ché proseguendo le sue insanie, coglie al varco un colono di Rapolla ch'ei sospetta, lo spii, e ad uno de’ suoi dice: gli è tuo, fanne quel che vuoi. e quegli a colpi di coltello lo rende esanime (203). Scontrato un secondo, or questo io lo debbo invece donare a te, dice volgendosi a un altro de' suoi bravi: ed egli alla sua volta gli toglie l’anima. Narrasi poi del Volonnino che prima fece uccidere uno di Barile e quinci ne costrinse. il figliuolo a impalmare la sorella dell’uccisore (204). Ma più orribile caso, da disgradare ogni altra nefandigia, gli è questo. Spiano l’ora in cui un misero vecchio torna al natio tetto, in Barile, dalle cure de’ campi. Ha seco la famiglinola che è di quattro garzoncelli tra i diciannove ai dodici anni. Gli è sopra il Volonnino ed un polo gregario: ed a colpi di fucile e di revolver, innanzi che li meschini potessero chiedere pietà, stendono esanimi padre e figli; fino il fanciullo (205). E poco dopo savvengono in due giovanette: l’una rimandano, e sull'altra sfogate loro voglie, la traggono la dove giace estinta quella famiglia, e sordi a ogni prece, per sete di sangue, scannano anch’essa (206). Tra le tante loro vittime rare quelle non fossero del paese ove i due masnadieri videro la luce: cosi a larga misura espiando anch'egli la, colpa d’esserne stato la cuna o le vicende per cui uomini di plebe n’escono maceri d’ire, d’odi e sete di vendette cittadine. A due ch'erano della milizia, vani gli scongiuri, piantano il pugnale nel petto (207), e non paghi gli sfracellano il capo. Vani poi riuscendo i loro agguati a un altro de’ nemici natii il quale si vivea rannicchiato entro le domestiche mura, e per niuna cosa di questo mondo avrebbe mosso un piè al di fuori, audaci nottetempo vanno essi a lui, lo strappano dalla magione e dal paese, lo traggono seco ed incolumi (208). Vuole il Volonnino vendetta contro una misera madre, e le fa uccidere il figliuolo; poi ghermitala, la irride del suo duolo e a cento punzecchiature di coltello la rovescia cadavere (209), quinci la sforma a colpi d’arcobugio onde nulla avea più d’umano. Altra volta Teodoro coglie un padre-famiglia con il quale ha odio antico: i figliuoli non vedutolo a sera vanno pei boschi pietosamente in cerca del genitore: uno lo raggiunge, ma quando prostrato innanzi il Teodoro supplicava mercé: sordo ai lai della vittima le esplode il fucile nel seno togliendola di vita; né sazio le recide l’orecchie, quinci spogliato il cadavere, dà le vesti al figlio e lo scaccia: egli ha da rimaner qui pasto di cani; cosi disse quella fiera (210).

XLI. Nel volgere poi del LXIV, il Volonnino, più che altri, addoppia sue atrocità, via via cresceva l’ebbrezza del sangue in lui e i suoi, o s’appressava la ultima ora. Più cittadini di Rapolla, iti a Venosa a festeggiarvi il di della Trinità, volgeano a sera alla magione propria; pochi altri passi e sono giunti e salvi: quand’una voce a tergo ed improvvisa gli grida s'arrestino; era il Volonnino con tre de’ suoi: i quali vanno sopra a quei meschini, due n’uccidono; altri due lasciano esanimi con larga ferita in seno; tre poi, marito, moglie e cognato, traggono seco e s’inselvano. Giunti in sicura ed ascosa forra, il Volonnino astringe i due uomini a spogliarsi delle vestimenta, quinci ignudi di sua mano li uccide: e con quelle spoglie veste ad uomo la donna, la solleva in groppa e fugge a sfogare sovr’essa, cui ha ucciso sposo, cognato e parenti, de' brutali voglie (211). Pochi giorni dipoi s’abbatte in un campagnuolo: non sa chi sia; null’ha contro di lui; eppure lo ferisce e lo scanna (212). Un altro a furia di percosse pria viene tramortito, poi con tre colpi di moschetto spento (213). E fra queste feline scelleraggini, onde la umana creatura si pare divenuta progenie di tigri, mescesi un audacia che disfida ogni periglio. ché un giorno, innanzi l’ave maria, il Volonnino insieme a quattro de’ suoi penetra un’altra volta nel paese di Barile, di sei migliaia di abitanti; s'avvia alla casa dell’esattore de' tributi, colà gli preda ingente somma, e lo trae seco fuggendo: gli valse la libertà l’affetto dei parenti i quali, offerendo egregio scotto, placarono quel mostro (214). Audace preda che parve la più umana, perché fii l’ultima.

XLII. A tali mostri dovea giungere a tergo la giustizia, tarda si ma implacabile e vindice della straziata umanità. Ed essi che mai erano usciti dal contado ove nacquero, e ne conoscevano ogni cespuglio o covo, teatro di nefandigie la cui fama salse a leggenda, doveano assaporarvi i perigli, tra molteplici squadre a ridosso e instancabili nel perseguirli, sbatterli, disfarne le forze; ridurli fuggiaschi come veltri o fiere per boschi e pendici, disgiunti dai gregari via via spenti o prigioni. Delle tante diecine loro, non rimaneano che. gli avanzi; ed anco venne loro meno l’audacia con la fortuna, e il coraggio via via ch’altrove era ucciso il Ninco Nanco, disfatto e fuggitivo il Crocco, prigione il Tortora, onde le squadre nemiche più s'addensavano fitte sopra, i superstiti. Erravano il Volonnino, il Teodoro e pochi fidi alla ventura ma cauti in sui cigli dei colli speculando il piano. e il cammino; e dettero dentro a un drappello, da cui si parve e fu miracolo lo scamparne precipitandosi a diritta ed a rovescio nelle più perigliose bassure. Accovacciati lunga pezza entr’una grotta, ch'è ne pressi di Rapolla, n’escono un giorno in cerca di cibo, sfiniti per fame, per stenti e con soli due gregari; quando si rovescia loro addosso un nuvolo di militi, foggiati a briganti, e veggonsi faccia a faccia il Caruso; bandito contro bandito: si lancia quello sopra il Volonnino; sparano entrambi a un solo istante, e non si colgono; ma tra il fumo dell’armi e la sorpresa il Volonnino e il Teodoro. traversano volando le fila del Caruso, e via a dirotta per burroni e selve. Li segue una tempesta di palle: senza ferirli, finché son salvi. Riparano entro una fenditura di suolo trafelando ed atterriti: e là, come dissero di poi, ci vedemmo soli; soli delle tante squadre di correi. D’animo scaduto il Teodoro propone d’arrendersi; no, gli grida il Volonnino. L’altro non l’ascosta; s’avvia alla capanna di un suo fido, e il manda al generale Pallavicino annunciargli ei si recherebbe il tal di, alla tale ora, solo e inerme entro Melfi: e tiene il patto. Scorrono pochi giorni e il Volonnino, con tre de' suoi, ch'ha raccolto, segue alla fin fine l'esempio (215).

XLIII. Carichi di catene, vennero tradotti innanzi il consiglio di guerra. Aveano da rispondervi di cent’ottantacinque (216), tra incendi, stupri, ricatti ed uccisioni. Le prove de' misfatti, i testimoni e, volta a volta, li genitori, i figliuoli, le mogli od i mariti delle vittime apparivano a illuminare i giudici, invocare vendetta, riempiere di orrore, alla voce di tante nefandezze, gli astanti. Timoroso e dimesso era il Teodoro: baldo e di giovanile audacia, acconciato con cura, e prestante della persona il Volonnino: entrambi poi sicuri della vita perché, sendosi arresi pria che raggiunti, gli era salva; furono confessi di molte empietà, e solo ai poche studiosi di nasconderle ed incerti: ma le più truci, principio d’espiazione, non osarono di confessare innanzi alle vittime sopravvivute a’ loro strazi. Tra gli accusatori, un giovinetto chiedeva vendetta del padre, di tre fratelli scannatigli appresso dal Volonnino, e di sé ferito a morte e scampato per miracolo. Quello balbettando nega di conoscerlo: ah! tu non mi vedesti mai, gli grida il garzoncello; e queste ferite, cosi dicendo mostra il seno, da chi le ebbi io se non da te?: e li fratellini miei chi li trucidò se non tu?: e il padre mio.? E dà in un dirotto pianto. Viene la volta di una giovane donna, ch'è ai Rapolla, di vaghe forme, volto su cui l’infortunio stampò solebi precoci. E me neppure conosci, grida volgendosi al Volonnino: quegli balbetta poche e tronche parole: io sono quella cui uccidesti il marito, il fratello, il cognato ed hai tolta l'onestà; guardami ribaldo: e gli si appressa: ei non ardisce sollevare gli occhi. Un fremito di orrore accoglie. i lai de’ parenti, le accuse de’ testi. Ma di poco ritarda il Volonnino a tornare securo, procace, imperterrito: perfino talune volte il riso gli disfiora il labbro; la espiazione de’ rimorsi non era incominciata. Venne dannato, insieme al Teodoro ed a’ suoi, a vita di ferri (217); pepa impari ai delitti dove li rimorsi nel silenzio del carcere non la addoppiano.

XLIV. A questo modo il generale Pallavicino prima, disfacendo le masnade, di poi con lesti manipoli perseguitando i superstiti, e con il distendere dia di dedizione, li cogliea. Onde vuolsi ascrivergli a lode non meno il valore e la costanza dimostrata in quella in gloriosa guerra, che della sagacia con cui, accolte in sua mano le fila della polizia tutta sua, quasi divenuto anch’egli autorità civile, le ravviò con tal fortuna che valse a liberare la più parte della regione nostra dalle scorrerie de' briganti Correano di bocca in bocca le fughe loro, le prigionie, a terrore degli scampati, sinché venne il di in cui capibanda e gregari, ad una sola voce, gittavano l’armi e s’arrandeano. Tra le bande superstiti era allora quella del Totaro, da quatto anni infesta al Melfese, sua cuna, e alle attigue provincie di Capitanata e di Bari. Il duce ed i gregari erano pressoché tutti renitenti o sbandati o disertori fino dai tempi in cui la leva fu carnaio di pezzenti: per il che aveano poi, il più di soventi a teatro di loro insanie il contado di Sanfele ove nacquero ed eransi i più d’essi gittati per disperazione ne campi, a disfogo di vendette, a pena di fellonie altrui e impuni. Onde nel LXII scontratisi in un concittadino di e gettanvi il misero: ai conati ch'ei fa, tra grida strazianti, di sottrarsi alle fiamme rispondono in cerchio i banditi, ricacciandovelo a colpi di coltello; sinché di coltello peri sovra il rogo; e il rogo non serbò di quella creatura che talune ossa (218). Ad un altro mozzano il capo, lo conficcano su di un palo, e traggonlo seco, tra risa nefarie, a trofeo (219). Seducono o sforzano una fanciulla, loro concittadina a seguirli: due mesi dopo inviano dalla sconsolata madre avvertirla di recarsi a riprendere la sua creatura; va poveretta e se le accosta; è distesa al suolo e spenta; un colpo d'archibugio le avea fatto schizzare le cervella: l'omicida volle si rimanesse colà insepolta per molti di, sordo a prieghi della misera madre (220). Colgono un vecchio, che è pure di Sanfele, ed ha fra d’essi anco un nipote; il quale ribaldo appunta lo schioppo allo zio, lo ferisce, non l’uccide; e si volge a chi gli è accosto, gli strappa l'arme, torna a puntarla contro il vegliardo lacrimante e ginocchione innanzi al nipote, perché lo sparmi; preci di vittima mescolate agli incuoramenti de’ banditi onde al contrario lo uccida; e cosi fu morto (221). Una coppia d’amanti, sendosi avventurata fuori di paese, è tratta dalla masnada nel più folto del bosco e quivi la donna rovesciata cadavere (222). Una volta poi, a vendetta contr’un loro concittadino, ne imprigionano il figlio e vogliono, a maggiore sfregio, ei li segua mutandosi in bandito; e, a prova dell'impostagli risoluzione, compia subito un omicidio; la prima creatura incontrano ha da essere l’Ifigenia ai quel nefario olocausto; e quinci astringono quel tremante carnefice a esploerle addosso il fucile; non la coglie; fogge la vittima, ma inseguita da que’ feroci, la giungono e (riparano alla inespertezza del neofito uccidendola a colpi di arcobugio (223). Quinci danno nelle loro mani due militi di Pescopagano, e prima che straziati vengono spenti, a loro ventura, da una grandine di palle (224): un altro di Rapone traggono poi a morte (225). Ma più s'affannano, a voluttà, contro i nemici del natio Sanfele: e coltone cinque li menano seco, due scampano per via, i restanti lacerano nelle membra e lasciano sformati cadaveri (226). Altra volta ad uno ch'era ne boschi, favellano umani; lo confortano: e quando egli apre l’animo a sperare salvezza, gli scaricano addosso gli arcobugi, ond’è morto innanzi che a terra, caduto (227). Meno avventurato un altro che per poco più era loro sfuggito dalle mani, raccerchiano, e il Totaro ai suoi, con risa da rabbrividire: ognuno la colpisca a conio proprio: e tra grida e strazi raccapriccevoli di percosse, di punture, di carni attanagliate o massacrano. Orribili insanie tra gente cresciuta entro le stesse mura, ma in varia fortuna, gli uni d’oppressori, gli altri d’oppressi, sola causa di tanti odi; e per cui la vittima lanciatasi all’aperto la incontri carnefice.



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XLV. Altre vendette rimangono e non meno pietose: sicché l’anima inorridita scambia gli uomini in tigri la dove la vittima si direbbe s’avventa al carnefice, egli alla sua volta, terribile giudizio, s’inchina alla vittima, cangiata in fiera de’ boschi, e ornai al di fuori d’ogni umano consorzio; e non la placa. Cosi ogni ordine di abitanti, entro l’àmbito proprio, insanisce e scapestra; il dovere non è legge; la legge si muta in un cilicio od una croce; croce d’una fede ch'avrebbe undici Giuda sovra dodici apostoli; e dove volta a volta è inascoltata fino la voce della coscienza. Quanti mai que' briganti rinvenivano di altre comunità, a meno di rari casi, richiedevano di’ riscatto e mandavano salvi; quei, della natia dove soltanto poteano avere nemici, uccideano. L’uno poi freddano di un colpo di fuoco perché hanno sospetto ne spii il cammino (228); altro si tolgono iu mezzo, e incominciano da innumerevoli e leggiere ferite di coltello, finché orribilmente straziato rende l’anima (229). Tratto seco uno di Bella, comunità a confine di Sanfele, lo richiedono di ingente somma per riscatto: e quegli a dire di non avere ben di Dio a questo mondo; ed essi: dacchè gli è povero, succhiamogli il sangue (230): v'ha chi gli s'avventa con il pugnale; gli altri a cerchio;: per più colpi cade, boccheggia; e quegli a trafiggerlo lunga pezza caduto, pria morente e poi cadavere; quinci gli assassini con le labbra forbiscono sul pugnale il sangue; ventotto furono le ferite che il meschino s’ebbe di taglio o di punta (231). A vendetta di uno de’ briganti contro un campagnuolo, anch’egli di Bella, si recano alla umile sua capannuccia; e coltovelo danno in grida di giubilo: ora l'abbiamo con noi e prima avesse tempo agli scongiuri lo freddano (232). A un altro di Avigliano troncano, a colpi di scure, braccia e gambe; di poi l’informe ammasso di carni ed ossa sanguinose trascinano,pe capegli finché lo lasciano inerte sul nudo suolo (233). Né per alcun tempo avventurosa riuscì la milizia a raggiungerli, e a trarre vendetta di quegli; scempi. Che anzi ne’ primi del LXIV un manipolo di bersaglieri, scorrendo l’agro di Sanfele, s'avviene in una squadra del Totaro: tiene essa fronte; uno solo de’ suoi è prigione; gli altri in fuga e salvi (234). Gli atterriti coloni dell'egro tenimento s'armano a difesa; saputolo i briganti sorprendono quattro d’essi, li richiedono dell’armi; al diniego gli esplodono addosso le proprie; due n’uccidono, gli altri, miracolo di fortuna, quantunque feriti scampano fuggendo verso, l’abitato (235). Altro di quelli s'azzuffano con una mano di cittadini di Bella; due feriscono a morte, uno fan prigione e traggono seco: buona somma gli valse la libertà; e la vita il non averla sortita tra le mura natie del Totaro, implacabile solo contro i concittadini suoi. Con una squadra de’ quali un giorno s'incontra, e gli spengono un brigante; per il che giura a vendetta di torre la vita a quanti parenti prossimi o remoti abbiano gli uccisori di quello; e prima, una misera madre di più figliuoli e incinta distendono sul suolo a colpi di arcobugio; poi la coltellano e sventrano. Ferocissimi poi contro i soldati, a vendicare le onorate ed instancabili persecuzioni, gli aneliti della, paura e i fieri cimenti che a banditi infliggono. Una volta che essi in numero maggiore scorgono un breve manipolo di fanti, dell’11° regg., lo assalgono: uno che n’era disgiunto cade in loro potere, lo punzecchiano a punta di stocco, gli recidono le orecchie, strappano gli occhi, sventrano i genitali e lo tagliuzzano finché diviene sanguinoso e informe ammasso di carni (236). Più lieta sorte ebbe un massaio di Avigliano; il quale mentre attendea dai suoi il prezzo del riscatto, s'udiva minacciare ad ogni istante che dove non giungesse n’avrebbero delle orecchie e della lingua e degli occhi a fare frittelle; delle altre membra salsiccia: ed ei, più morto che vivo, volgeva, ornai il pensiero a Dio, quando volle ventura, sopraggiunti i briganti ne’ pressi di Pomarico da numerosa milizia, tra la furia de’ colpi la vittima scampò alata, alla città vicina (237). E nondimeno per quanto le grida di quelle insanie addensino sul capo del Totaro un nuvolo di armati, sieno prigioni i parenti suoi e rotte le fila de’ manutengoli, non è dato per anco di ne’ suoi ricoveri; e pur nonostante la ruina delle ausiliarie masnade e lo infiacchirsi della propria, non sembra sia vicino il di in cui, per morte o prigionia, egli scompaia dai luoghi natii dove quasi ogni zolla! in sanguinò; tant’è lesto ed errante fino al di la di estranee regioni quando abbia i nemici ai fianchi; e rattissimo a scivolare loro tra le mani, di soventi giungere a tergo de’ persecutori, ricalcarne il cammino, ripiombando apportatore di strage e di ruina nell’agro di Sanfele. Ornai per quant’é vasto tutt’era squallore e paura; a meno che tra la plebe d’onde il Totaro. ed i suoi erano usciti, auspicante la ruina o l'esterminio compiuto de’ maggiorenti. Ond’essi fuggivano ogni bene e industria agricola; e i villici dalle capanne sparsi ne dintorni dell’abitato, vi ricoveravano a frotta ed a scampo.

XLVI. Qui nacque caso nel quale è dubbio se più fosse il nobile ardimento o la annegazione di quei che v’ebbero parte. E poiché ritrae ancn’egli le condizioni de’ luoghi, a suggello de’ nostri giudizi, e colora le fosche faccie di que’ briganti, noi lo narreremo a distesa. Reggeva allora il comune di Sanfele il Lioy, sacerdote di Venosa, di largo ingegno e cuore: il quale si prefigge di liberare l’afflitto contado da quella masnada. Ma poiché ella ha nella plebe parenti e familiari, e comunione di odi verso i notabili, quegli si industria ad amicarsela, circuirsi de’ più ligi o vincolati col sangue al Totaro. Pinge loro la gravezza de’ mali dell'intera comunanza; lo ingrossare de perigli sul capo di quello, la certa e vicina sua morte; solo scampo rimanergli nell'arrendersi: meriterebbe egli mitigazione di pena, ed essi il largo premio offerto a chi agevolasse la cattura del banditi. Prima i parenti ondeggiano tra la lusinga del premio e la paura di rivelarsi, accogliendo le proposte, complici del Totaro; chiedono tempo a risolvere; ma poscia indotti dalle parole di chi, non essendo del luogo, non era segno agli odi loro, e non ne aveano fatto sperienza di prepotenze o inganni, promettono di raggiungere il bandito, persuaderlo alla resa. Era egli allora scampato sino alle Murgie di Minervino, da dove brusca mente retrocedendo nel febbraio del LXV riapparve nell’agro di Sanfele, di colà armeggiando poi sino in quel di Bella. Recansi a lui i parenti mutati in fautori di resa. Ascoltatili, niega credere avrebbe salva la vita, tant’erano le commesse empietà, e dubitando della legge che la guarentiva agli spontanei prigioni; quinci più mansueto: che il Lioy mi rechi a voce le proposte. Esita egli memorando, come disse dipoi, i tristi casi del povero Pulusella (238); in vece sua va ed inerme tra i briganti, un suo famigliare, lo Schinzarj: n’ha liete accoglienze: dipinge loro i perigli, la fine del Ninco Nanco, la dispersione del Teodoro, del Volonnino e del Tortora, la strage di altri; e la impunità, la grazia per ehi fida nella clemenza della legge. Lo interrompe il Totaro ch’era circuito da’ suoi; non ho ragioni con cui torre fede alla fede vostra; cederò tarmi, tempo otto giorni, a radunare il nostro avere ch'è sepolto qua e là; la milizia non ci sturbi, inseguendoci (239). Retrocede lo Schinzari, s’acconta insieme a’ parenti del bandito con il gen. Pallavicino, e riappare, audace uomo, tra la masnada ad offerirle o certa morte o grazia immancabile affrettando l’arrendersi: scegliesse. Prorompono in grida di gioia, conscie quelle iene di meritare non una ma cento volte lo estremo supplizio: abbracciano il massaggiero, e intanto l’hanno in ostaggio; tre dì e tre notti correndo con esso a raccogliere ne’ più ascosi covi i loro averi, pecunia, ori, argenti, gioielli: al quarto lo rimandano; dicesse che il Totaro avea fermo d’arrendersi, ma prima il Lioy si recasse da lui. Va l’intrepido uomo, fidando nella fede del sicario, né più lo rattene lo strazio del Pulusella, e di quanti si erano dati al. partito od ai rischi di convertire briganti: va menando’ seco quindici tra parenti del Totaro e dei suoi gregari; terribile scorta ma, più ch’altra, accetta a quelle iene e sicura. Giungono per riposti sentieri e precipizi insino ad esse. Pensoso il Totaro chiede al Lioy guarentigie che gli terrebbe la fede: ed egli a dipingergli, cosi scrisse, la trista fine di centinaia di briganti, colpiti dal ferro tra balze e burroni,pasto crudele di animali ed insepolti (240); o la vita salva, ed altre grazie arrendendosi. Al che l’altro: convenirgli agio di riflettere: ei jpotea ritornarsene, e lo rimanda. Il sicario avea tenuto anco questa volta la fede. Preso anime maggiore il Lioy s’acconta con il capitano Pagliano, e gli si offre guida a persuadere anch’egli la masnada: impavido, seppure mèmore alla sua volta del Capoduro, va l’egregio ufficiale: la raggiungono, se n’attorniano e sbracciansi a indurli al partito. Pria sta silenzioso il Totaro, poi appressandosi al capitano: dite al generale che fra tre dì, io andrò da lui e inerme entro Venosa; ora ritornate in paese: io ed i miei vi saremo di scorta fino alle mura natie (241). Vi si appressano, quinci la masnada retrocede. ne’ di seguenti, a mantenerlo in fede, riappare Lioy innanzi al Totaro: gli narra avere ai lui detto al Pallavicino: che lungi dall'essere la banda una accozzaglia di assassini, erano uomini da bene, gettatisi in campagna non per ragioni di lucro, ma sospintivi dagli insulti loro prodigati entro le mura (242). Commosso il brigante, gli afferra ambe le mani e con voce terribile: si gli è vero: fummo calpestati noi ci vendicammo: ecco tutto. Conchiude stabilendo il di della resa. Ma tornato solo di nuovo il masnadiere ondeggia tra umani e feroci propositi: tra la voce 0 lusinga della vita salva e i concigli che da dentro Sanfele gli mandano i manotengoli suoi, vile ribaldaglia, non gittasse l’armi. Giunge il prefisso giorno ed a chi si reca a lui onde guidarlo, lo Schinzari, grida feroce, cogli occhi infuocati e il volto livido: traditore: dietro a te sono i nemici; vuoi assassinarmi; sei morto. Ed egli prima atterrito, già scorgendo balenargli, la morte innanzi gli occhi, e di poi imperterrito: s’io sono traditore prendimi in groppa; avviamoci; se scovrirai alcuno che ti insidi, e tu m’uccidi. Al concitato accento il Totaro presta nuova fede: ed ai suoi già in sella, per fuggire que’ siti ed ogni altra proposta, fa cenno ne scendano: quindi invia taluni a spiare il terreno, ed altri a. invitare il Lioy, si rechi di bel nuovo da lui, dovergli; favellare. Giunge, lo rinviene oltre l’usato torvo, ondeggiante, minaccioso: e quegli imperturbato ed inermo tra quella schiuma di belve, pria le ammanzisce, poi le curva umili a sé. Prorompe il Totaro: bando a’ dubbi: voi appartenete a gente dabbene, non vi temo traditore; non più vendette: non più sangue; rimarrete meco; insieme' andremo domani dal Pallavicino (243). Giunto il domani, rimanda il partito all’altro di: con gli indugi nuovi foschi e dubbiosi pensieri s’affollano nel capo suo; gli è allato e inerme il Lioy: muti nella notte, o sommessi favellano il Totaro e i suoi co’ famigliari e complici, che da Sanfele sopraggiungono a recargli consigli ora d’arrendersi, or no. All’alba sembr’egli di animo più sereno: indice la partenza, sale in sella: ma ad un tratto, afferrando l’arme con piglio minaccioso, si volge al Lioy: no: non m arrendo; vi dono la vita; venga meco quest’altro (244): e trascinando prigione uno di Sanfele, con tutti i suoi, a briglia sciolta, scompare. Fuggendo, muta di animo, grida ai gregari arrendiamoci, e ritorce strada: tre d’essi risposto che no lesti gli si disgiungano: fuoco addosso, urla il Totaro a rimanenti: ma i fuggenti n’escono salvia Fermo allora nel suo estremo proposito, corre galoppando sino ad Atella; quinci a Venosa; vi penetra tra il terrore e le grida i briganti i briganti e la getta l’armi prostrandosi al generale Pallavicino. Accerchiati il Totaro ed i suoi, stretti fra catene, e gettati fra quattro mura, le feroci belve divengono Umane. Quinci vanno dinanzi a’ giudici: imperterriti narrano le loro centinaia di delitti (245), tra le maledizioni delle vittime o de' loro congiunti venne meno l’orrendo spettacolo lorché la giustizia vindice li dannò a durare tutta la vita tra i ferri.

XLVII. Più atroce fine avea compiuto quella fiera d'uomo che fu il Coppa, anch’ei di Sanfele e per di più gittatello, che avea diviso con il Totaro l'odio verso i maggiorenti natii a ricambio di sfregi (246); e quinci partecipato agli strazi ed alle uccisioni di umano creature onde quel territorio s’ingrommò di sangue. Scorrendo poi dall’una all’altra banda ed a capo di pochi ma ferocissimi gregari, avea il Coppa sulla coscienza il più delle barbarie perpetrate da quelle; ché di soventi era stato il carnefice o l’esecutore dello ree loro sentenze; ond’era il terrore dei nemici non meno che dei suoi. Il sangue inebbriava quel mostro chiazzato e rosseggiante fin nel bianco dell’occhio. arcigno, terribile al comando, e presto alle vendette fino contro i parenti. Un di che il fratello avea dato il sacco a una colonia senz’ordine suo, volle fosse fucilato innanzi a lui: per lievi altre mancanze scannò di sua. mano, in un breve periodo, fino a venti briganti; il riso in lai era certo segno di uno scoppio di ira e di ferocia. Perfino il Crocco giunse a tremare del Coppa. Una volta sorprende, nei pressi di Baragiano, un ufficiale della milizia cittadina insieme a sei: quello obbliga a torsi le vestimenta; quinci i ribaldi si danno a recidergli barba e carne sul mento, insino all’osso, punzecchiarlo, tutti all’intorno, a colpi di pugnale: ornai l’infelice da ogni lato grondava, fra gemiti strazianti; e non sazie le iene lo distendono al suolo, gli recidono i genitali, e a forza glieli cacciano in bocca; dipoi lo impalano, gli mozzano il capo a colpi di scure e lo scaraventano, ad estremo ludibrio, su d’una tettoia (247): viene meno l'animo a tante nefandità. Denudano poi un altro di que' meschini e, fosse ventura sua od orrore di più lento martirio, lo spendono a’ colpi arcobugio (248). Quindi si incontrano in più vetturali, concittadini loro, ch'erano al bosco a trarre legna: e il Coppa volgendos’egli con mite accento: uno di voi ha da perire, e a lui s’avventa gridando a suoi: ninno si muova-; lo percuote con il fucile, poi gliel’esplode nel seno (249): e volgesi agli altri: potrei uccidervi, ma non lo farò; quasi sazio per quel dì. Erano sue delizie ammannire alle vittime stenti e fame; quinci martoriarle con lento strazio; arderle non per. anco estinte: tra il ferro e il fuoco struggendo cosi la creatura di Dio. Una volta trae ludibrio di un giovincello, poi l’impala e tra i gemiti ed i sussulti di quell’agonia dà in risa sgangherate; uno de' suoi, caduto quinci nelle mani della giustizia, confessava ch'eransi impietositi di quel fanciullo; ma chi ardiva venirgli in' aiuto?: gli era come dire, vo’ esser morto per mano di Coppa. Di coraggio poi senza pari, un. giorno che un battaglione di tanti gli scorrea dinanzi, dà voce ai suoi, una ventina, di fargli fuoco addosso.

Ricusano essi il pazzo comando. Esplode allora da s& solo e scampa. Tornato poi, muto d'ira e di insani propositi, fra i gregari tremanti d'essere da lui poco meno che sgozzati nel sonno, gli volgono l’arali e lo feriscono a morte: si trascina spirante in una vicina capanna: ve lo inseguono, lo accerchiano, e da mille colpi trafitto, senza gemito, spirò.

XLVIII. Fiera fine d’uomini ebbri di sangue, da disgradare ogni fiera: onde la umana creatura giunge cosi a null'aver più d’umano. Anco il Palmieri accerchiato, non dai suoi ma dai militi, sfuggitogli ogni scampo, allo invito d’arrendersi, impugna l’arme e si getta contro i nemici sinché l’uccidono. Al Mazzariello pria vengono meno i gregari, di cui l’uno combattendo il dicembre LXIII ne' pressi di Sanfele (250), dove, l’aura perfino direbbesi ornai pregna di sangue: quinci in altro scontro (251), nel febbraio LXIV, egli alla sua volta è spento, improvvisa, proditoria giunge a tergo all’Andreotti la giustizia de’ gregari suoi ed è morto. Muore il Malacarne combattendo in quel di Avigliano. Un altro giorno sul ciglio di un fosso s’incontra un cadavere: ha tre ferite nel petto: l’arme gli è ai fianchi; dà lezzo pei vermi e la putredine onde è, roso, giacendo colà da alcun tempo insepolto e preda de’ lupi. É il Masiello. de’ suoi taluni caddero prigioni: altri s'arresero: tutti espiano oggi tra i ferri e scelleraggini. Il Traverso di Barile, de' più sciagurati tra que’ mostri, uccide uno di Melfi, poi un altro di Rapolla, a sete del loro sangue: quindi ripara sotto l’ali dell’umana giustizia ch’e lo danna a vita di ferri. Altri poi cadono prigioni o spenti, o se ne sperdono le traccio finché il lezzo od il guaito de' cani non li scuopra pei boschi, entro i fossi giù pei burroni disfatti cadaveri; e venuti meno colà per ferite o stenti e fame, senza prece di sacerdote, custodia di parenti, cura dell’arte, cibo che non sia d’erbe e crescione: e fuvvi perfino taluno ch'abbandonato dagli altri briganti ferito a morte, corroso dalla fame si trascinò carpone fin dove era ceppo d’erba, ultimo suo pasto. Orrendi casi appetto de' quali fu pietosa la fine dei condannati a perire tra i ferri o degli strappati armata mano alle insanie de' campi e di poi, pei giudizi del tribunale di guerra, spenti. Tale sorte ebbero lo Schiavone e quattro de' suoi colti dalla milizia, e fucilali in Melfi nello spirare del LXIV. Cosi disparvero i briganti da quella provincia dove, forti di ben duecento innanzi vi giungesse il generale Pallavicino, spartiti in isquadre molteplici, condotte da masnadieri rotti ad ogni periglio, induriti negli stenti e nelle azioni di sangue;. pria furono minacciosi entro le città, poi allargati nelle campagne, il terrore d ogni dove: de’ quali nel volgere di un anno, per la virtù del Pallavicino, non sr ebbe più alcuno o superstite o ramingo. Solo vestigia di essi nelle bieche e sanguinose memorie delle loro nefandità. Nondimeno tra i morti e i prigioni l’anima commossa scruta gli scellerati ed i traviati; i duci scinde dai gregari; libra le colpe coi patimenti onde i più di essi furono sospinti fuori delle domestiche mure a rompere nelle insanie, e prorompe; il ferro fu vindice dell’afflitta. società, ma le colpe della plebe furono la espiazione delle universali colpe; e gli incitamenti al male sopravvivono anch’oggi, come ne’ secoli andati, alla cura od al rimedio del ferro: non manca loro che un’occasione di prorompere.

XLIX. Ma innanzi che li briganti venissero di questa, guisa spulezzati e distrutti nel Melfese, altri lati della vasta regione erano corsi e insanguinati da bande innumerevoli. Terribile tra tutti e la più numerosa, ausiliatrice delle minori, quella del Masini; uomo del quale durerà la memoria con l’orrore degli atroci fatti ond’ebbe pari si ma dappiù nissuno. Fuggiasco dalla galera e poi gregario di masnada; alla sua volta era divenuto duce di una minacciosa alle città, superando fino li cento uomini, terrore e distruzione lungo quattr’anni della intiera contrada: ora disgiunta in manipoli innumerevoli ad armeggiare sicura, munire i varchi, vivere ad agio; ora raccolta (252). Quante nefandità più accostano l’uomo alla fiera, altrettante il Masini con speciale diletto commetteva. S’avviene nel drudo della sorella, gli è sopra percuotendolo, gli recide un orecchio e il rimanda (253); coglie due militi del natio paese, li distende al suolo, anch’essi percuote con il calcio del fucile, quindi gli strappa le orecchie e li rende in libertà perché, dice egli, ne diano nuova agli altri militi (254). Più feroci i suoi verso un tale di Corleto, ch'era di giovane età e di egregi sensi, lo stramazzano, il legano a un tronco e gli accendono all’intorno un lento fuoco; vivo abbruciandolo tra sfregi e risa nefarie (255). Li concittadini poi del Masini e que' de' paesi attigui, già consueto stile, sono più ch’altri segno alle sue ire; preda loro e uccide il gregge: incendia i ricolti, le magioni: li ricatta, li percuote, li sfregia nel volto, e il più di soventi uccide. Vanta di dovere far strage di tutti i galantuomini. In una settimana, mette a ruba e incendia da ben venti magioni campestri (256); ed ai villici atterriti minaccia: tornate a padroni e dite loro che con il ferro e il fuoco Masini ha lusinga di distruggerli fin dentro il paese. E di soventi gli s’appressa davvero, penetra nottetempo in Paterno (257), borgo popoloso, e vi preda ricchezze e fanciulle, le quali trae seco, sfregia con tutti i suoi e rimanda ai genitori. Altra volta giunge all’Arioso, villaggio nella comune di Abriola, invade ben diciotto casolari e, tra il terrore degli abitanti, pria che giunga, la milizia, s'inselva (258). Né paghi i briganti, anzi imbaldanziti, e armati sino a denti s’arrischiano di nuovo dentro Paterno, vi legano genitori, fratelli, mariti, o in sugli occhi loro straziano quante donne e fanciulle gli cadano nelle mani: di poi scampano (259). Vi riedono nel volgere di poche settimane, pongono a ruba a sacco. il villaggio, martoriano i resistenti, incendiano le case vi contaminano le donne: altre traggono barbaramente seco. Quindi si scontrano ne’ pressi di Montemurro con cinque carabinieri e un milite cittadino; forte il Masini di sessanta, s’avventa a quelli, tre scampano; due cadono uccisi e il milite prigione; pria straziano i cadaveri degli uccisi, poi voltisi al vivo, ora gli è tempo!u muoia, gli dice il Masini ed ordina il fuoco: sessanta colpi d’arcobugio lo trapannano e sformano (260). Vuole vendetta di una misera famiglinola per servigi che ella ha resi alla milizia, e s’avvia alla dimora, che è a breve distanza da Marsico; n’atterrano la soglia, uccidono prima un fanciullo quattordicenne, cui le cervella e parte del cranio volò contro le pareti quinci si volgono al padre, lo feriscono con otto colpi d’arcobugio, e precipitano, non anche cadavere, dall’alto di una scala (261). S’abbattono di poi in uno stuolo di fanti del 17(Q) regg.; soverchiati disumerò, scampano essi, meno uno ch’è prigione, e prima è percosso, mutilato poi spento (262). Un giorno, più orribile caso, ivano i briganti ad una masseria in quel di Montescaglioso, quando colti dalla milizia, fùggouo minacciando il ritorno; e, tornano: legano i mandriani, erano tre, apprestano un rogo, e vivi li abbruciano; né grida, né gemiti li commuovono; onde pria di que’ miseri non rimane membro di quel che si ritraggano i carnefici da quel luogo di orrore (263). Ad uno di Gallicchio, milite cittadino, legano braccia e piedi, e si danno a percuoterlo; né smettono insino a che non lo reputano cadavere. 0 ventura o no fosse il sopravvivere, a tanto strazio, toccò le soglie della morte e non le varcò; terribile accusatore nel di in cui dei superstiti ladroni venne compiuto il giudizio (264). Male sicure erano quante famiglie vivendo all'aperto annoverassero fanciulle; ché il Masini forte de’ suoi recavasi alle campestri magioni, ne le togliea in sugli occhi de’ parenti (265); onde l’intiero agro natio tremava al nome suo. In quel di Pietrapertosa v’era una donna ch'avea fama di beltà e d’onesto costume. S’avvia il Masini al luogo ove dimora; li parenti, a difenderla, danno mano ad ogni strumento di offesa, quando per un falso allarme, il Masini squilla a raccolta; e si ritrae: ma in breve ora l’intiera oste riede a quel luogo, e l’uno dopo l’altro de’ suoi vi contaminano la misera in sulla faccia de’ parenti; e quinci, nel partirsene, il marito uccidono (266). Né solo le vendette del capo, ma quelle de' più umili gregari s’affanna la masnada a compiere. Uno d’essi la incita recarsi alle case di due concittadini già creditori suoi; e vanno, ne li strappano e traggono entro una selva, dove a colpi di fuoco li spengono (267). Un altro induce i complici a tendere un insidia a un nemico ch’egli ha, come ragione vuole, ove nacque; ed essi a compiacerlo; e, colto il meschino, in gran mercé scongiura i suoi di non toccargli membro, ch’ei da solo ha da vendicarsene; e gli s'appressa: ora intendi che devi morire?: e quegli a gemere: eccoti quest'acconto, e gli sferra un colpo sul capo, e quest'altro, ed un altro ancora: e dura a ferire ch'è già cadavere e informe: quindi la lama del coltello forbisce con le labbra, succiandone il sangue. A uno di Padula, città prossima alla natia di que' mostri, chiedono gran somma di riscatto, e avutala non gli basta; ma nel meglio ei gli sfugge; a vendetta allora gli incendiano una masseria, v’uccidono i buoi. Triste sua ventura vuole che tre mesi dopo, di per di, cada di nuovo nelle loro mani. Il riconoscono: ahi questa volta tu hai proprio da morire: dì: vuoi colpi di schioppo o li vuoi di coltello (268) ed egli, più morto che vivo, a scongiurare quelle tigri: ora perché non decidi ne avrai dell’uno e dell altro insieme: e gli s’avventano, lo lacerano in viso, poi gli appuntano l’arme da fuoco, ed è cadavere (269). Via via scontrando la milizia persecutrice, quando numerosa la fuggono, dove la soverchiano di numero l’affrontano; lunga tenzone sostengono un giorno con un drappello dell'8° regg. fanteria, che da Tramutola muovea per Paterno; e non se ne ritraggono innanzi che un milite e l’ufficiale, Pietro Donnet, abbiano feriti quasi a morte. Un altro giorno il Masini forte di cinquanta briganti a cavallo, invade il territorio di Brienza, vi ricatta sette individui e chiede alle famiglie loro egregia somma e vestimenti; due fra esse scordano spedirli. Onde il Masini voltosi ai ricattati suoi: or come fare ed essi: te li manderemo appena giunti in città: ed egli: ah no: quest'ho pensato ch'è il migliore; taglierò io intanto a ognuno di voi le orecchie; e brandisce due sanguinose forbici, e, sordo ai gemiti, gliele recide (270). Viene alla sua volta uno di Paterno con il quale ha livore antico: gli è sopra e gli esplode l’arcobugio (271). A Un 'altro, da Laino, lega le estremità, poi lo solleva, a un faggio, gli appresta lento fuoco intorno, e tra le fiamme e sedici colpi di stocco, lo spegno; né sazio gli recide il capo; glielo appende ad un braccio, con un cartello inchiodato in fronte: ecco la morte degli spioni; e se non la finiscono avranno tutti questa sorte. A chi reca il premio d’un riscatto, sendo lieve la somma, sferra un colpo letale, e il rende cadavere; perché, dic’egli, un altra volta tu sii più prodigo (272). S’avventano poi sovra gli animali di chi è sordo all’inviare i taglioni imposti, incendiano le case coloniche, ricattano averi e persone; ma il più delle vittime è ognora del contado proprio, e tra i maggiorenti (273); plebe che vendica la umiltà o la disuguaglianza della fortuna. A frenarne queste e tante altre insanie nel volger del LXVIII giunge la lege, la quale offre mitigazione di pena ai briganti che s'arrendano. Orrendo caso; il padre Antonio da Tolve, guardiano dei cappuccini di Marsico, uomo egregio, invia messi e persuasioni al Masini perché ceda l’armi insieme a’ suoi, ch’erano allora un sessanta. Gli risponde, ei vada tra essi: il degno fraticello s’avventura solo nel bosco, innanzi la masnada, le favella amorevole, persuade il Masini e lo trae, con tutti i suoi, al convento. Colà gli appresta cibo, non gli sparmia encomi dell’umano proposito, e, lieto di tanta ventura, il vegliardo benedice i rischi suoi, valendo a ritrarre si numerosa oste dalla via delle nefandità. A un tratto, giunge al Masini un messo de' complici ch’egli ha in Marsico: s’acciglia, favella ai suoi, e tornando banditi, mettono a ruba e a sacco il convento; il padre guardiano, stretto da funi, traggono seco loro nel vicino bosco; e colà gli appuntano l'armi al petto, lo moschettano; sopravvive egli ancora e gli danno del coltello nella gola. Otto giorni dopo fa rinvenuto cadavere ed insepolto, con sopra questo scritto: il padre guardiana è 'morto perché traditore: falso il beneficio della legge' per chi s'arrenda; preferire il Masini e i suoi di morire con l’armi alla mano (274).



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L. E si lanciano a nuove efferatezze; tre giorni dopo ghermiscono due del paese natio, all'uno strappano dapprima i peli del mento; poi lo percuotono, gli sferrano sul capo il calcio dello schioppo, schizzandogli le cervella: l’altro rimandano: va dall’autorità e dille che venga a prendere il cadavere; che a noi non rimane tempo da seppellire li suoi (275). A tale poi, che era di Marsicovetere, con incredibile strazio, recidono pria il naso, poi le orecchie, quinci le labbra; e denudatolo strappangli i genitali, tagliuzzano le carni; sinché ventura volle che ebbri di sangue, mal misurando i colpi, l'uccidessero innanzi che assaporata avesse la serqua delle nefandità cui il serbavano (276). E più che mai, quasi a sfregio della società che umana andava loro offerendo mitigazione di pena dove volonterosi chiù, dessero il conto delle nefandigie, quanti incontrano uccidono; fin sulla soglia di Marsico e nel focolare domestico un massaio (277): ed altri poi meno noti, variando li supplizi a seconda degli umori o degli odi; anco di sovente vendicando con orribili strazi alle vittime, li cimenti a cui la masnada era sospinta dalle persecuzioni della milizia. Cosi allo spirare dell'ottobre uni scorazzavano negli agri di san Mauro e di Garaguso, per tutto recando strage e ruina; due notabili del primo luogo ricattano; un altro uccidono; quinci ora qua ora là danno fuoco a ricolti, a masserie, scannano animali; e s’avvengono in tre altri infelici, l’uno di Garaguso e li restanti, tra cui un sacerdote, di san Mauro; al sindaco ed al capitano di quella milizia mandano minaccio: guai ad essi se uscissero a sturbarli. Poi all’uno de’ prigioni ingiungono si raccomandi a Dio, ch’ei deve morire: si prostra; l’uno de’ sicari gli è sopra con un coltello male affilato e si dà a segargli la gola; inesperto gli succede un secondo, poi un terzo infino a che la vittima spira. Di poi al sacerdote, con le mani sanguinanti, chiedono li acconciasse con l’ostia consacrata; cosi alle più feroci insanie mescendo le giunterie della fede, onde l’anima umana null'abbia proprio da invidiare al demonio (278). Da quegli agri insanguinati ritornano all’antico ovile ove più larga è la messe degli odi cittadini: inviano un messo ad appellare un povero massaio, ch'essi hanno a rivelargli un secreto; incauto o per tema dell’umile suo gregge, ch'è alla ventura pascolando, va; e prima gli abbiano detto verbo con quattro colpi di archibugio lo freddano (279). Ad un taglialegna cn è di Calvello, dimandano il prezzo del riscatto: egli a rispondere di non avere bene alcuno a questo mondo: ed essi a percuoterlo, apprestare un rogo, gittarvelo; sendosi poi spente le fiamme innanzi che il misero perdesse conoscenza, lo sollevano, gli recidono le orecchie, e lo rimandano sazi per quel di: ond’egli potè dire di essere sopravvivuto al rogo ed all’estremo supplizio (280). Due giorni appresso invadono più colonie in quel di Viggiano, a caccia, dicono essi, di spiani: nell’una rinvengono in una mangiatoia nascosto e tutto tremante un di quelli che più sospettano; ed a colpi di revolver ve lo lasciano cadavere; altrove essi trascinano una misera creatura proprio fin dentro la mangiatoia dei buoi e brandendo l’armi sovra di essa: fatti la croce che tu hai finito di recare ambasciate in nostro danno; la distesa vittima prega e indarno; uccisa ch’è, danno fuoco alla magione, ove tra il fiioco disparve anco il cadavere (281). Altra volta audaci s’accostano al paese( )proprio, penetrano in una casipola ch'è ne’ dintorni, vi moschettano il colono che l’abita è, lieti del caso e del rischio impune, fuggono (282). Non meno di quel che nel vallo di Marsico, il Masini distendeva la distruzione e la morte in quel di Diano, che è contermine; ovunque predando, taglieggiando. Delle ingiurie poi ch'egli dicea patite dai uapponi di galantuomini, vendicavasi cogliendoli a varchi e scannandoli tra le atrocità più nefande.

LI. La fiera più s’appressa all’ultima ora, più indurita e maestra di straizi li addoppia: ché la milizia, da cui è scovata e inseguita, non la doma, solo vie più l’insanisce. ne’ primi. del LXIV parea perfino le arrivassero trionfi e fortuna. Perché scendendo dal vai di Marsico nell’agro di Tursi forte di più che sessanta armati, il Masini s’incontra in uno stuolo di diciassette soldati, li disarma, taluni rimanda, altri trattiene prigioni insino a che a liberameli non gli sieno mandati sei nuovi fucili (283). Cosi rifatte le sue armi e di buon modello, insieme alle minori bande del Canosa. del Percuoco, dell’Egidione, s’àvventura tra Stigliano e San Mauro: vi appare anco l’altra del Coppolone, del quale diremo più innanzi, e in tanto numero si accostano baldanzosi a’ luoghi abitati. Uscita a difesa la milizia di quell’ultima comunità, le si avventano, la disperdono e l’inseguono. Sei eh que’ militi e un luogotenente di nome Lauria celansi tra siepi, entro burroni e indarno: ché discoperti, a colpi di coltello e di moschetto, vani gli scongiuri, barbaramente vengono uccisi (284). Donde il Masini co’ suoi vie più imbaldanziti, procede sicuro e rotto ogni freno. Preda il tenimento di Laurenzana, centro di sue correrie tra il vai di Marsico e il vai dell’alto Agri, e sparge il terrore dovunque: taluni de’ briganti suoi, guidato dal Canosa, raggiungono un capo squadra telegrafico, lo feriscono in più guise, gli strappano la lingua, quinci occhi; e il menano seco, appaurendo altri miseri con l’uncino mercé il quale, dai cavi della fronte, schizzano meravigliosamente le pupille e il bulbo (285). Altra volta s’avvengono in più viandanti con le loro donne, le quali stuprano; gli altri predano, quinci tutti rimandano meno uno, ch’ha da morire perché milite cittadino: e gli danno colpi di coltello nelle fauci finché rotola esanime (286). A vendetta di tante ferocità, sendo piombata loro addosso una grossa colonna di soldati, varcano i briganti a salvezza i confini della provincia, irrompendo nel tenimento di San Giacomo. Ove pure colgono al varco più donne, le bruttano: accorsi i parenti in aita, due ne scannano, altri due feriscono: e buon per essi che hanno lena allo scampo (287). Ad una fanciulla di Padula ch'avea deposto contro i briganti, recidono il naso a vendetta e cosi sfregiata la rimandano (288). Quinci il Masini di la retrocede, avendo ai fianchi le bande del Percuoco, del Canosa e dell’Egidione, e scende al Materano. Descriveva egli allora una parallela della via in que’ giorni, essendo il marzo del lxiv, percorsa da Ninco Nanco, il quale, secondo noi vedemmo, era disceso da Monticchio infino a a San Mauro. La sua mossa avea aggruppato in que’ tenimenti di Stigliano, Craco, Salandra più squadre di fanti, cavalieri del Mennuni, manipoli di carabinieri, avviativi sagacemente dal generale Balegno, uomo prode e di buon ingegno, ch’avea scorto convergere colà da lati opposti il Ninco Nanco ed il Masini. Il quale ultimo, al rovesciarglisi addosso tant’oste, con rapidissima marcia, scivolando tra gli appostamenti nemici, ripara insieme allo Scavariello nel vai di Marsico, allora sguernito. Meno di lui destri gli altri ausiliari o capi banda, errano insieme entro un cerchio di squadre che loro volteggiano intorno.

LII. Erano il Canosa, l’Egidione e il Percuoco tra i più fieri ch’annoverasse ne tempi andati il Cavalcante, il gran caposcuola di que’ furfanti: e divenuti a volta loro capibanda quand’ei peri sulla forca. Ma il più di soventi la faceano da ausiliarii del Masini e de’ maggiori masnadieri; ond’ebbero parte in fazioni molteplici, a conto proprio ed altrui. Vantava il Canosa di non avere pari nel genio d'inventare patimenti ed orribili martori alle vittime. A cavallo tra il Potentino e il Materano, più che infesti alle proprietà l’erano alle persone: negli stupri mescolavano i sessi: le contaminate creature, il più di soventi, uccideano od orribilmente sfregiate rimandavano ai parenti. Uomini che, tra il sangue e la paura della vindice giustizia, aveano fatto il Gallo ad ogni obbrobrio: a che mai può giungere la creatura umana sullo sdrucciolo delle prime colpe!. Un giorno, era il III agosto LXIII, que’ tre capibanda, quasi ognora l’uno afforzando l’altro, penetrano nel bosco del Copolicchio, folta macchia ch’è nell’agro di Tricarico: e vi colgono, misero uomo, il capitano della milizia cittadina di Montescaglioso: chiedono alla famiglia ingente somma di riscatto; e avutala volgonsi a lui: ora tu devi morire: e tra sevizie orribili, cui l’anima commossa niega l’ufficio di descriverle, e lenta crocifissione lo fanno cadavere (289). Altra volta, volgendo il LXIII in quel di Croco si lanciano sopra un nugolo di fanciulle, e ne menano ludibrio (290): quinci l’Egidione e il Canosa s’avviano alla colonia cui elle appartengono, v’uccidono con venti e più colpi il padre famiglia; e ne bevono con terribil voluttà il sangue scorrente da’ pugnali, gridando agli astanti: dite al sindaco di Croco che gli uccisori furono l’Egidione e il Canosa. Tali le iene che disgiunte ornai dal Masini loro duce, loro sostegno, e avviluppate d’ogni intorno, tentano indarno aprirsi un varco tra le milizie: gli si stringono addosso: e’ non pare si rimanga per essi più scampo. Consultano ornai tra l’arrendersi o il morire combattendo: e poi tentano di nuovo uscire da quel cerchio, e sono ricacciati a dar di cozze in altre squadre: li serrano ornai a fianchi cavalieri' del Mennuni guidati dal colonnello Borghesi, una squadra di fanti del maggiore Gorini, duce il capitano de' Notter; quinci manipoli di carabinieri e di cittadini. E nondimeno, tra l’armeggiare delle milizie, nottetempo sfuggono miracolosamente tra Stigliano e Croco, cercando salvezza e nascondiglio in una forca di fosso: ma inseguiti, chiuso loro da ultimo ogni varco, coperte le ciglia dell'alto, gli s’intima il rendersi: rispondono imperterriti con l’armi: allora una grandine di palle più di uno ne uccide, altri rovescia:, incolumi li tre capibanda, s'accovacciano in una fenditura di suolo: e conviene affrontarli corpo & corpo: più soldati discesi a tentare que' ribaldi mordono la polve, insino a che ruina loro addosso un nugolo d’armati, e primo il Canosa è morto, quinci l'Egedione: indomito il Percuoco, innanzi che arrendersi un altro uccide, sinché è spento: de' gregari sei i morti, li restanti feriti, niuno in salvo; armi ed armati preda de’ vincitori.

LIII. Udita il Masini la distruzione di quegli ausiliari suoi, presago de' perigli che su di lui solo si addensano, raccoglie forze ne luoghi i più muniti, od alpestri tra il vai di Marsico, patria sua, e Quel di Diana. E di colà segue sue correrie e stragi, forte ancora di trent’armati e del terrore ch'ovunque spande il nome suo. Ora discende a una colonia, in quel di Calvello, a cerca di cibo, uccide chi vi dimora; ed ora si versa in Principato Citra, provincia contermine, predando animali, seco traendoli a provianda pe’ giorni di digiuno. Di la retrocede sino nei pressi ai Marsicovetere, e il XXII maggio LXIV v’è colto a un varco da un drappello di bersaglieri: lung’ora dura il fuoco, sinché la masnada volgesi in fuga con. più d un ferito, ch'ebbe nondimeno agio raccogliere. trascinandoli nelle più erte vette o riposti nascondigli, del vallo (291). E n’esce poi, volta a volta, tra tanti nemici onde brulicano que’ campi, ma più a preda di viveri che di averi: o dove quelli non rinviene, ne trae vendetta contro gli innocenti greggi e le persone. E. mesce alle insanie mostre di devozione inviando, o lui o un suo gregario il Francolino, a un sacerdote di Corleto di che comperare cera per la festività della. Vergine; e venne comperata ed offerta) Poco dopo i briganti assalgono quasi in sulla soglia di Marsico un infelice colono, il quale accusano d’averli (venduti alla, milizia, e gli dan della falce tra. capo e collo: accorrono i parenti e gli amici a vendetta, afferrano due banditi e, carichi di ceppi, li traggono in paese, dove la giustizia del moschetto alla sua volta li spènse (292). Onde infellonito. il Masini di tanta perdita, nel di medesimo, con venti de’ suoi ruina addosso a sei coloni, e cinque, donne: le bruttano innanzi de’ parenti» le discacciano: quelli invece traendo seco; le loro misere famiglie a liberarli inviano riscatti: e il Masini implacabile grida che il messo sia legato e diaglisi sepoltura: raccostano ad una buca: già sono presti a gittarvelo, ricuoprirlo di terra, quand’uno de’ banditi, fingendo pietà di lui, pria che vivo venga sepolto, gli figge il pugnale nella gola, e lo asterge ai poi con le labbra: sul cadavere, lasciato colà insepolto, pongono questo scritto: così perano gli spioni ed i traditori (293). Di poi, fra l’altre scorrerie a preda di cibo e di donne, od a vendette feroci, si spingono sino a Corleto: e in una colonia con scuri recidono le gambe a dodici buoi e li uccidono (294): in un’altra, a quella attigua, sorprendono un misero massaio, con quale hanno livore antico, e lo moschettano poco lungi, invitando i parenti con feroce scherno di andare a rilevarlo (295). Ricattano un altro ch’è pure di Corleto, onde muove di colà numerosa milizia, raggiunge i briganti, ma dannosi in fuga lasciando il ricattato e un prigione (296). Circondato il Masini da molteplici squadre che da ogni lato studiansi chiudergli il passo, sfugge agli agguati precipitandosi ne’ più orridi burroni del vallo, di cui egli ha meravigliosa contezza; e quand’é maggiore di numero, tiene fronte. Mal domo dai cimenti o dalle insidie, addoppia di destrezza, a scamparne, ora baldo ora guardingo; ed a reclutare gli avanzi di bande disfatte, vie più gli si stringono addosso in ispire terribili i drappelli della milizia che tra disagi infiniti lo scovano, gettanlo volta a volta nell’aperto, ve lo scontrano, gli uccidono de' suoi, ma scampa. Aggomitolato allora sull’erte vette del vallo, vi dimora per alcun tempo innocuo, sinché spiate le mosse de' nemici, precipita al piano, quando il bisogno di raccorre cibo ve lo sospinge, e torna gufo od aquila nera in quelle cime, dove forse innanzi di lui niuno mai calcò il piede. Tra queste rischiose correrie a’ fianchi di nemici alla loro volta instancabili a inseguirlo, cadono un giorno dell’agosto LXIV, nelle loro mani due de’ suoi, i Lapenta: avviati verso Potenza per alpestri sentieri, a un tratto si sbalestrano da un precipizio, ed omai sono lì li a sparire dagli occhi quando, raggiunti a colpi di moschetto, rotolano cadaveri. Più angosciosa perdita toccò al Masini in que’ giorni; uno de’ più feroci sgozzatoli che vantasse la masnada Francesco Curto, insieme ad altri due novellini, spingesi rischioso fino a Tito, vi incontra due fanciulli; gli taglia le orecchie; quando i due meno feroci consultano se deggiano o no meritare della civile comunanza, liberandola dal Curto, belva in forma umana; e si decidono pel si voltisigli a tergo, l’uno gli sferra un gran colpo sul capo onde traballa e cade; quindi glielo distaccano pervia di un rasoio, e recano, a singolare presente, al sindaco di Sasso, cedendo alla loro volta l’armi (297). Escono poi di là, mutati in guide della milizia, a rinvenire il Masini con tutti i suoi (298). Ma egli accorto, pria mostra disporsi al fuoco, scambia più colpi, e, come soleva, nel meglio dispare lasciando uno dei suoi prigione, ch'era de’ più valorosi e quello ch'avea ufficio di legare, percuotere o tagliuzzare le vittime (299). Per questi disastri stremata la sua masnada, si rovescia a scampo nell’agro di Montesano; dove a pochi passi dall'abitato (300) rapisce il supplente giudiziario: inviano i parenti egregia somma a riscatto; e pure quei mostri, nutrendolo di stenti e martori, lo tengono seco oltre un mese; quand’egli ornai disperando, di altra salvezza, profitta dell’essere un giorno incustodia di due soli, strappa dalle mani dell’uno il fucile e Tarma a sua difesa: falla il colpo; gli sono sopra i due briganti; sola salute per lui è nel secondo colpo; lo tenta; ma volle Iddio ne’ suoi decreti che nemmeno quello partisse; e inerme ornai l’infelice, è segno alla feroce vendetta de’ briganti, i quali pria lo trafiggono lievi poi lo spengono e n’abbruciano il cadavere (301); nel luogo di tanta infamia si rinvennero talune ossa, resti di una creatura che il di innanzi era piena di vita.

LIV. Per questa via di delitti il Masini correa omai a precipizio all'ultima ora. Dal val di Diama torna in quel di Marsico, e audace fino a far punta in altri siti, laddove meno gli apparivano perigli o nemiche squadre; fino a predare in aperto cammino quasi in sulla soglia di Potenza. Nel volgere del LXIV, e mentre li armeggi della milizia aveano distrutto tanta parte i briganti, e sovra i superstiti si addensava numerosa, per alcun tempo non si ebbero nuove di lui: quando il V di novembre, postosi a cavallo della via che mena a Salerno, v'attende la corriera; il conduttore udito il grido arrenditi, sferza invece i cavalli allo scampo, oltrepassa il periglio; ma più in là era appostato il resto della masnada; l'accoglie essa con una grandine di moschetteria; cavalli e conduttore rimangono uccisi. Prigioni i viandanti, li traggono ne' boschi; era tra d'essi un impiegato della sotto-prefettura di Melfi; il quale insieme ad altri sendosi scoperto di estranea regione, vennero rimandati; solo contro i loro s’invelenivano, tant'è vero che la plebe non conosce altro universo da quell'infuori dell'agro natio: li restanti poi, dopo minaccie e brutali sevizie, e sborsato ch'ebbero, le famiglie loro ingenti somme, divennero liberi; a taluno valse invece il fuggire e incolume tra un nugolo di palle a tergo (302). E compiuta quella audace ventura negli aperti campi, destreggiandosi tra i persecutori, riede il Masini al sicuro in luoghi de' quali è espertissimo il val di Marsico e quel di Diano, che erano l'abituale suo teatro. E dove non solo avea singolare agevolezza di scampi ma ricoveri volta volta celatissimi, sin dentro le città quando egli ed i suoi più stremati erano da fatiche o chiudevasi loro ogni varco. Le magioni di un Nicola Breglia sacerdote in Padula, di un Acciari anch'egli ecclesiastico in Sala Consolina (303), erano tra i più usati rifugi suoi e delle drude Maria Rosa Marinelli fior di bellezza, e Filomena Cianciarullo accolta nella casa del secondo a disgravarsi di un bambino, il quale dal sacerdote fu poi dato a balia; ministri di Dio, sciagurati complici di tale ribaldaglia. E quà e la censiti ed esercenti professioni libere, erano le sue vedette entro i paesi, onde avea, più ch’altri mai masnadieri, il più organato degli spionaggi, e cibi, farmachi, vestimento, ed armi e munizioni ch'ei ricambiava però con la quasi totalità della predata pecunia. Ma poscia la schiera de' manotengoli suoi vigili od ospiti, s’andò diradando con le prigionie e le condanne del tribunale di guerra; prigioni alla loro volta que' due singolari ministri di Dio e custodi di carnefici che furono i sovrastati di Sala e di Padula. Gli scontri poi con la milizia, pure scampandone, aveano stremato il numero de' briganti: taluni caduti prigioni, altri arresi. Tra i quali il Tardugno un gittatello, ei pure, come di più de' correi, di Marsico; inorridendo forse di seguire più oltre la via di tante nefandità, fogge e si arrende. e nella guisa fu il Caruso strumento del Pallavicino, il Tardugno lo divenne del generale Balegno, guida alla milizia pei covi e ritrovi della masnada (304). Serrato ai fianchi ed a tergo da’ nemici, scampa il Masini, come veltro, ma via via incontrando agguati la dove un di avea agevole scampo e sicuro rifugio. Incomincia la espiazione. Sbattuto per più giorni da un covo a un altro, sperdendo più gregari; quinci sorpreso da numerosa oste, tiene fronte, sinché cerca salvezza con dirotta foga; inseguito,1 uno dopo l'altro de' suoi cadono prigioni; egli e sei de’ superstiti, incolume anco una volta, scampa dal vai di Marsico in quel di Diana, fin dentro Padula. La iena era ornai entro il covo; presaga la fortuna averle volto le spalle, ma imperterrita, va maturando, più che di gettar l’armi, le vie onde ricomporre la dispersa masnada. L’ospite, a lungo suo complice, lo rassicura. Un di, era il XX dicembre LXIV, giunta l’ora del pasto, il Masini insieme alla druda e li sei gregari, si pongono al desco, di gaio umore; quando in un baleno egli si acciglia; volgendo lo sguardo s’è avveduto di non avere l’armi seco; e niun coltello addobbare il desco. Stà per proromperà qui siamo traditi, quando invece ad alta voce chiama l'ospite, e poi accenna uscire dalla stanza: ma di la il Masini ha da uscire o morto o prigione; nell’attigua era un valoroso capitano, il Fera, insieme a una scolta di soldati; si spalanca la porticciuola che li nasconde, ed appaiono con l'armi tese, al grido arrenditi o sei morto. S’avventa egli con tutti i suoi alla uscita, lottando e inerme corpo a corpo: tenta disarmare un soldato; guai a Dio gli riesca; n’è ferito al collo; altri due gli sono sopra, lo atterrano, e pure si dibatte finché, in mille lati trafitto, spira l'anima feroce de’ gregari l'uno è pure ferito a morte; gli altri cinque, venuta meno la iena cui obbedivano, s’arrendono.



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LV. Morto cosi il Masini, segue la ruina de’ suoi; il più tra selva d’essi sperduti di perigli e d’insidie, sinché a mano della giustizia vindice ed imperante li colga al varco, li traduca innanzi a sè, o cadano esangui. Taluni gittansi dapprima disgiunti ed alla ventura nel Lagonegro, ma ricacciati ed inseguiti, con preste mosse; dalla milizia regolare, per Moliterno e Saponara si riducono nell'antico loro nido il vai di Marsico in piccoli drappelli a caccia di più umili nascondigli. Due di quei gregari l’ultimo giorno del LXIV si traggono intanto al paese natio e la s’arrendono al prode ed avventuroso colonnello Borghesi (305), un altro cade prigione, e due resistenti rimangono uccisi. Delle drude ch’avea la masnada, Maria Rosa Marinelli s’arrénde, l’altra Filomena Cianciarulo è pure raggiunta. Una mano di superstiti si raccolgono intorno al fratello del Masini, ond’egli ne sia il duce. Ma scorati ornai tra due partiti o di vincere i perigli che li circondano tentando congiungersi alle masnade che nel Lagonegro perduravano minacciose, o di arrendersi, s'appigliano all’ultimo, e in numero di sette armati, il XII gennaio del LXV vanno innanzi il colonnello Borghesi e gli si danno prigioni (306). Ma più degli altri feroce il Francolino, tra la distruzione de’ suoi, serba ardimento, traversa il Potentino e si avvia in quel di Matera con pochi altri briganti, umili avanzi el centinaio ch'avea un di a capo il Masini. E sebbene presago della fine che l’attende, vuole della umanità ch'egli ha insanguinato con tante nefandità, ed avrà tra breve a terribile giudice, trarre altre e anticipate vendette. Insieme al Cappuccino giunge a una colonia ne pressi di San Mauro; ordinano ai loro di atterrare il padre famiglia, e postolo ginocchioni lieve lieve lo pugnalano. A i gridi della vittima, il Francolino pria dà in uno scroscio di risa, quindi, o commosso od oscurato da tetri pensieri, si volge a uno de’ suoi e gli ordina finisse d’ucciderlo (307). Ma il dì veniente dovea essergli davvero nefasto. Assalito dalla milizia di Calciano, fuggono i suoi atterriti; egli no: irato esplode l’armi addosso ai più vili di lui, e gettasi in un macchioso vallone riparando dietro una roccia: di colà tien testa ei solo a tutti, offende non è offeso: finché lo circondano, gli intimano d’arrendersi ed esso risponde esplodendo cinque volte l’arcobugio e urlando a’ militi: si ritraessero o gli uccideva tutti. Gli si serrano vie più addosso, gli viene meno ogni scampo: solo controventi ruggendo depone le armi (308); viene stretto tra catene, e gittate in un carcere, insino a che la umana giustizia non abbia decisa la sua sorte.

LVI. La masnada del Masini non era più; distrutta ornai negli ultimi ed umili suoi manipoli, rimanea il sentenziare de' prigioni; tra cui il fratello del feroce masnadiere e il Francolino con altri undici. Si raccolsero le loro infamie; sommavano a trecendicianove (309). Centinaia furono i testimoni a deporre contro la intiera masnada: ma il più de' rei era spento. A superstiti valse la dedizione spontanea a serbare il capo sugli Omeri, meno il Francolino non arresosi ma imprigionato. Mori da uomo che più delle colpe abborre mano della giustizia che il danna: giungendo al luogo del supplizio, mostra animo commosso alle preci e ai conforti del confessore; quinci prossimo a compiere l’ultimo istante, a un tratto dà tremendo stratto a chi gli è dintorno, si divincola e si lancia a precipizio ne campi: alla milizia ch'avea da colpirlo paziente, è giuocoforza inseguirlo a colpi d’arcobugio: e quella ch'avea ad essere una mesta espiazione si cangia in una pugna. Ma colto di lontano nella nuca rotola egli esangue; lo raggiungono ed è spento. Gli altri dannati a vent’anni di ferri (310) vi durano oggi attendendo l’ora che la benigna giustizia gli ha prefisso al ritorno ne’ luoghi che fu loro cuna, e sparsero di tanto sangue: dove anche adesso s’hanno traccio delle distruzioni e degli incendi. Terrore qual fu, per più anni, di buona parte della regione nostra, vive la masnada nella memoria delle genti atterrite, sinché nell'età venture non si mutino in leggenda gli orribili casi di umane creature impalate od arse vive, o vive sepolte, o dalle membra tronche e divelto e divenute cibo in sugli occhi delle vittime, serbate poi a morire fra di altri martirii o di fame. Orrenda istoria dove tutto è colpa: virtù nissuna.

LVII. Mentre cosi era distrutta la maggiore masnada che mai abbia funestato il Potentino, sperdevansi o si stremavano altre delle minori che, a salvezza propria od a partecipare a grossi bottini, volteggiavano soventi attorno del Masini. L’ultimo del LXIII un brigante ilNocera, rifugiatosi in una casa del luogo ove nacque, Marsiconuovo, e sorpresovi senza scampo, antepone il morire al cader vivo tra suoi, e, forse unico caso tra centinaia di briganti, volge l’arme a sé e muore. La masnada del Patata, correndo il maggio di quell’anno, è per tre giorni inseguita da un. drappello di linea, sino ne’ pressi di Pietragalla, natio. paese del capo e de’ gregari, dov’è costretta a far testa: segue un’accanita fucileria; e quinci per opposte direzioni quelli si sperdono, a trarre in agguato, dividere alla loro volta gli inseguenti: i quali uno ne colgono, il Grippo, nella boscaglia di S. Giuliano; lotta egli corpo a corpo, sinché ferito cade prigione (311): la. pena del moschetto, a cui fu dannato, lo tolse poi di vita. Corsero pochi giorni ed entr’una grotta, nel bosco Vardena, venne rinvenuto un cadavere; era il Patata: avea tronca una gamba; dubbio fu però se perito fosse di quella ferita o per fame; ché non avea cibo, né bevanda intorno a sé: le erbaccie della grotta, apparivano lacere, pascolate certo, ah! misera fine di creature, fra gli spasimi od i bramiti della fame, e senza potersi trascinare a cogliere miglior cibo. Quinci due briganti, resti di estranee masnade, più ch'altri destri, innanzi cadete vivi nelle mani della milizia le si arrendono inermi, e n’hanno salva la vita. Erano il Giordano di Montemilone (312), e il Paradiso di Saponara (313), ambedue disertori, dannati poscia a venti a venticinque anni di ferri. Meglio avventurata, e sin’oggi superstite, la masnada dello Scoppetiello, ch’è di Viggiano. Un giorno perseguito dalla milizia di Marsico, scampa con la fuga: e di poi rifà i suoi passi, s'avvia alla magione di uno dei persecutori, ch'era di Paterno, e lo uccide: quinci baldo della vendetta e minaccioso s’allontana. Altra volta tra Calvello, Laurenzana e Viggiano, scoperto dai carabinieri, si dà a dirottafuga, non si lesta però ch’ei non lasci prigione uno de’ suoi, il Nigro (314) il di vegnente, scaduto ai lena ei affamato ne invia un secondo entro Viggiano, incappucciato, nottetempo, a cogliere cibo e v’è colto egli invece (315). Infellonito più che mai contro i concittadini suoi e que’ de’ luoghi attigui, giura quanti ghermisca, di uccidere: il che senz’indugio avviene pria un Viggianese, di poi a tale ch'era di Calvello. Ma niun martirio uguagliò quello di un meschino in voce di spione: lo incontralo Scoppètiello ne’ pressi di Viggiano, lo trae seco in luogo sicuro, gli spezza un braccio, poi una gamba; e quinci l'altro braccio e l’altra gamba; e rottolo cosi nella persona, attende ei rinvenga, ch’è svenuto dallo spasimo atroce, e gli toglie un occhio, ed un altr’occhio; ed un orecchio e l’altro: né la iena per anco sazia gli strappa, la lingua e, con maggiore pietà, d’un gran colpo nel cuore lo uccide; poi contro il cadavere insanisce con ventiquattro altre ferite. Di sua mano quindi scanna buoi ed armenti, incendia i casolari e ghermiti vari concittadini suoi, tra ogni maniera di tormenti, li fredda. Ma in seguito, alla loro volta, taluni de' suoi cadono prigioni, altri gettano l’armi (316), o in più scontri sono uccisi: onde gliene rimangono tre soli, incolumi al pari di lui in ogni periglio, e non meno feroci. Con i quali ed altri pochi aggiuntigli corre anch’oggi le campagne, del natio luogo, ov’ha copia di manotengoli ed a nemici, le. sue vittime ed i parenti loro: vendicando egli, bene spesso sopra inermi, con barbarie inumane, il dovere ognora fuggire dinnanzi gli armati. E attende che la marea de' guai cittadini sbatta fuori delle mura nuove onde di plebe, ad afforzarsi d’altri banditi.

LVIII. Uguale ventura s’ebbe in sin oggi quell’altra fiera ch'è il Cotugno di Montemurro; capo di una masnada di oltre dieci, ausiliaria delle maggiori, e alla. sua volta terribile ai luoghi natii. Un di giunge a sua contezza che uno di colà fece da guida alla milizia; lo attende al varco, lo ferisce a morte e, reputando averlo ucciso, si ritrae (317). Un altro mena nel bosco, e là con armi bianche, vane le sue preci o. grida pietose, gli tagliuzza le membra finché spira (318). D’intesa poi con tale eh era di Pescopagano, ribaldo marito, il quale vuol torsi ogni fastidio di moglie, colgono la misera, nel finire del LXIII, entr’una grotta la contaminano; quinci s’uccidono: cosi oltre le proprie compiendo le nefandezze altrui. Ogni volta il Cotugno fa prigioni li concittadini suoi, li taglieggia in ragione delle loro sostanze, e contro quelli a cui lo avvince odio o malo animo insanisce a furia di coltello. Trae seco, e incolumi per tutto un di, due di Viggiano, padre e figlio, con l’uno de’ quali ha ruggine antica; finché sono giunti ad una tra le usate e più riposte sue dimore: e la pria con un sasso percuote nel capo il misero veglio, e di poi con una scure gli avventa, colpi terribili, onde rotola sanguinoso cadavere; né sazio ancora, gli spara addosso lo schioppo, e, riafferrando la scure, si dà a farlo in pezzi, in sugli occhi del figliuolo; quinci a lui volgendosi: ora che tu vedesti uccidere tuo padre, va; e lo rimanda libero (319). Di altriquattro e tutti concittadini suoi, all'uno recide un orecchio e l’invia alla consorte perché s’affretti e fargli giungere grosse riscatto; ma avutolo: ora gli è tempo ch’io mi decida ad altro; hai da morire: perché? grida tremando quel meschino: perché voglio che tu, tra breve istante, sia cadavere; e gli figge il pugnale nella gola, nel seno e non lo lascia che gelato dalla morte. Giunge poi alla colonia di un notabile di Viggiano contro cui vuole vendetta, e vi appicca il fuoco: un garzone s’affanna a salvarne gli animali, quando gli si volge il Cotugno: ma tu proprio sei stanco di questo mondo e gli esplode nel petto l’arcobugio (320). Ghermisce uno di Tursi: il fratello, non rivedendolo a sera,s’avventura; solo a ricercarlo entro i boschi; lo rinviene nelle mani del Cotugno; a lui si volge supplicando di tornarlo in libertà; ed egli: che rechi in riscatto?, e l’altro: nulla, io non sapea...: ah! cani scellerati, lo interrompe il masnadiere, ora v'apprenderò chi mi sia, ed all’uno strappa le orecchie, fende, sforma il volto; all’altro rompe l’ossa a furia di bastone; le orecchie divelto spedisce poi ai parenti (321). A tre mulattieri, ch'egli incolpa di spiarne i passi, toglie barbaramente la vita e nondimeno la giustizia di Dio la quale prorompe contro i suoi, sparmia egli solo. Una volta che ei corre da uno ad altro territorio del Materano, predando, incendiando e, con ogni maniera di strazi, martoriando le umane creature, è colto in quel di Stigliano da una mano di fanti del 31° reggim. e di militi cittadini. Fatto segno a un fuoco di moschetteria, prima risponde con l'armi, poi si dà allo scampo: quando inseguito, tre de’ suoi cadono estinti, due prigioni l'Angerame e il Saladino di poi fucilati; e un ultimo, il Di Giamma, errando alla ventura, scaduto d’animo s’arrende al sindaco di Stigliano (322). Ridotto così il Cotugno a pochi gregari, ma imperturbato, spregia i consigli ai resa e ognora incolume corre, preda ed atterrisce ora questo ora quel territorio, del giugno del LXV, spintosi fino nel mezzo del Lagonegro, vi fa prigioni il sindaco di Roccanova, il capitano della milizia di Calvera, con altri due; n’ottiene da venti e più migliaia di riscatto. E vive anche oggi, insieme a pochi fidi ma indomiti, attendendo pure egli che qualche onda di plebe, fuggente l’inumano o l’incivile consorzio del luogo natio, allaghi i campi, a ritentarvi con numerosa oste, e più terribile che mai, la fortuna.

LIX. E non meno di lui, un cotale ritorno di fortuna attende il Capuccino, un altro dei luogotenenti di quella gran stella di masnadieri che fu il Cavalcante. Nel passato avea egli proceduto da solo o congiunto alle bande del Masini, di Egidione, di Percuoco, di Canosa, dello Scoppetiello e del Cotugno, predando e insanguinando da un capo all’altro ora i territori del Potentino, ora del Lagonegro; ma il più di soventi que’ di Stigliano, di Gorgoglione e di Craco suo luogo natio, nel Materano. Narrasi di lui che insieme all’Egidione nel volgere del LXIII giungesse a una colonia in contrada Mesoleove, eraglisi detto, gli si fossero apprestati cibi velenosi: ne richiede il massaio; ed egli a negarlo: al che il Cappuccino: dacché non lo confessi, muori, e gli dà un colpo d’arme tagliente, quinci un altro sinché si rovescia boccone: allora gli figge e rifigge ventiquattro volte il pugnale nel petto; né sazio quel mostro, a colpi di scure, spacca il cadavere in quattro parti, e le appender ad altrettanti alberi (323). Raggiunge poi due di Aliano; l’uno, ch'è figliuolo all’altro, rimanda perché rechi gran somma a riscatto del padre; nel mentre l’attende è sorpreso dalla milizia,e gli è duopo darsi alla fuga; ma pria, volgendosi al prigione che male può trarre seco: dacché non abbiamo i tuoi denari, gli è giusto togliamo la tua vita, e gli esplode addosso il fucile. Altrove ghermisce un agiato cittadino di Montesano, e richiede la famiglia di enorme riscatto; essendogli rifiutato, vendicasi su quel meschino a colpi di arma bianca, di poi disfacendone il cadavere con una grandine di moschetteria (324). Retrocede ai luoghi natii, colà insidia e raggiunge uno di Gorgoglione; per ben sei volte la misera famiglia invia pecunia, supplicando per la vita del padre; e lorché il brigante s'avvede di non potere più attenderne altra, prorompe in minaccio di morte, ed ordina ai suoi le eseguiscano. Ma ben maggiore e inarrivabile martirio gli è il seguente. Spirando il LXIV, il Cappuccino giunge sopra a quattro di Roccanova; tra d’essi v’hanno due ch’ei sospetta spioni in suo danno: vuole sieno legati, dorso a dorso, e poi ferocemente percossi con un palo fino a rompergli e schizzarne l’ossa; alle grida di que. meschini, il terzo de’ compagni piangendo si volge ai ribaldi e li scongiura di pietà; ed essi arcigni: ah! anche tu hai da. essere uno spione, e lo atterrano, gli strappano i panni, e lo impalano con tale furia che la punta del legno usci dal ventre; quinci a lui estinto e ai due superstiti, con un lento coltello (325), tagliano il capo. Pochi giorni di poi s'abbattono in uno di Corleto che sapeano adoperarsi a persuadere un brigante di arrendersi: lo percuotono sino a torlo di senno, e lo lanciano in un fosso; ma poi avvedutosi il Cappuccino ch’ei s’agitava naufrago, o ne parossismi della agonia, s'inginocchia sul ciglio, e si protende a figgergli e più volte il pugnale nel petto, ond’è spento, in un lago di sangue e d’acqua rosseggiante (326). A che mai la ebbrezza delle insanie può sospingere la creatura; sino a sformarne l’anima; o giunge a tale da uccidere a solo diletto, simulando li pretesti i più futili, e odi anco mendaci a scusa di sue infamie. Cosi un giorno avviatosi ne’ pressi di San Mauro, vi lega più campagnuoli. e prorompe in percosse inumane, interrogando: chi tra voi, ora fanno due anni, il tal dì avvertì la milizia ch'io era in questi dintorni; ed essi gemendo a rispondere: nissuno; non pago il Cappuccino s’avventa a quello che, tra d’essi, gli appare il capo, se lo mette sotto le ginocchia e lo punzecchia con il pugnale, sinché, trascorsa l'agonia, non vive più: ed egli allora impreca alla benigna stella che gliel’ha sottratto innanzi il tempo: dovea lo strazio durare più ore; grida l’uomo nefando. Quinci a un messo del sindaco di Muntalbano a quel di Craco, toglie il piego; sapea leggere il mostro; e conosciuto vi si discorre dell’apparizione di banditi: allora tu hai da morire dice il Cappuccino al misero, ed esegue da sé la barbara sentenza (327). Ma li gregari via via scontano il fio delle infamie loro e del duce. Mentre ne’ pressi di Pisticci, correndo il XLV, tende un agguato a più coloni con i quali ha ruggine antica, pongonsi essi sulle difese, lasciano avvenga e senza danno la prima scarica de’ moschetti, e di poi rilanciano colle scure e le falci addosso gli scellerati: uno ne uccidono e gli altri fugano (328). Pochi giorni appresso, il XXVII gennaio di quell’anno, scorrazzando la masnada nell’agro di Grassano, n’esce il presidio: e ha da quello altra rotta: più d’uno i feriti; quattro i dispersi, dei quali due, il Mormando e il Cirigliano, cadono quinci prigioni, e l’uno per sentenza del tribunale ai guerra viene morto, l’altro dannato a vita di ferri (329). Cosi con la ruina delle altre bande, anco il Cappuccino esperimenta più nemica la fortuna: stremato di gregari, non osa ornai più dilungarsi da territori natii, v'ha frequenti e nemici scontri; v’è rotto e, un di quasi prigione: costretto a precipitosa fuga e disgiunto dai suoi, non vuole però gli sfugga uno di Ferrandina, ch'egli ha tra gli artigli, per tradimento di un suo colono, e lo fredda a colpi di schioppo (330). Di la nel luglio si mostra in quel di Corleto, trae seco, quattro cittadini e retrocede nell’agro di Stigliano: ove colti al varco altri due gli chiede e no a ingente prezzo di riscatto. D’ogni intorno corrono le milizie alla singolare caccia, ora facendolo segno ai colpi loro, ora fugandolo: sinché uno dei suoi, e de' più. feroci vantasse la breve masnada, il Corleto, tardo allo scampo, si racchiude entro un esile foro, gli sono sopra i militi, per cui s’arrende (331); un altro il Manissero disperso dal Cappuccino, disperando ornai di raggiungerlo, getta l’armi e s'affida a’ carabinieri di Stigliano. Tradotti entrambi innanzi i giudici di guerra, l’uno ha da essi pena eterna di ferri, l’altra più breve di morte (332). Di questa guisa, singolare ventura, il più ribaldo tra que’ cannibali, anzi il loroduce, scampa a ogni pena; ed anch’oggi con taluno de’ suoi, erra incolume fra i cimenti e gli agguati» resistendo a malsanie, a disagi e ad ogni consiglio di resa; ora celato or scuoperto, e ognora spavento di chi ha da avventurarsi fuori degli abitati.



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LX. Ma la provincia che più soggiacque a scorrerie di masnade, la Materana; quella ove il vivere sendo più civile, le industrie meglio che altrove prospere, la plebe in condizione meno abietta; avea dato la fortuna de' campi il minore numero di capibanda e di gregari. Onde il più di que’ che la infestarono, le giunse dalle contermini. Prima tra le masnade a venire meno nel volgere del LXIV fu quella del D’Eufemia di Grassano, perito in uno scontro; sicché nei luoghi ove nacque ebbe del pari morte; de’ suoi due feriti, furono quinci agevole preda, e li restanti si volsero a ingrossare altre bande. Né migliore sorte s’ebbe quella del Cotugno, omonimo del feroce montemurrese, ma nato in Matera, gregario dell’Auletta, poi del Coppolone: quindi anch'egli capo di una mano scelta di briganti a funestare non meno dell’agro natio, que’ di Montescaglioso, di Pomarico e di Bernalda: insino a che errando un giorno, il XXII giugno, con un solo gregario ne’ pressi di Matera, sorpresi e attorniati da quella milizia, fu loro giuocoforza di arrendersi: carichi entrambi di ferri, poscia sottoposti a giudizio e rei di morte, l’ebbero gustando alla loro volta il moschetto che gli ruppe il petto (333). Tale fine incontrarono altri di que’ masnadieri. Era tra di essi il Gallo di Pomarico, per l'innanzi gregario del Coppolone, poscia duce, ferocissimo nel contado natio e in quel di Montescaglioso che gli è prossimo. Non aveano numero le rapine sue, i ricatti, le inumane crudeltà sovra le vittime: uccidendole per via di tormenti e mutilazioni, dopo morte n’abbruciava i cadaveri, quasi a sottrarre la prova che, nel di del giudizio, doveaglisi armare sul viso ed atterrirlo (334). E quello non tardò: ché innanzi lo spirare del LXIV dai bersaglieri del 33° batt., dati da un prode giovane, il capitano Desperati, venne sorpreso con quattro de’ suoi sulla sinistra sponda del Basento nell’agro di Pomarico: pria esplodono l’armi, quinci si danno a precipitosa fuga; e di bel nuovo s'arrestano, fan testa e fuoco e scampano: ma non meno baldi i bersaglieri li inseguono, li raggiungono, uno né feriscono; il quale ricovera in una grotta dove è quinci rinvenuto moribondo e spira; gli altri, insieme al Gallo, cadono prigioni. Quelli furono dannati a vita di ferri, e questi a morte per via di fucilazione (335). Anco la masnada di Nicola Auletta, ch'era di Garaguso, fu sbattuta e dispersa; quinci entro una. grotta ne’ pressi di Tricarico si rinvenne un cadavere; era il capobanda il quale giaceva insepolto da molti giorni; il guaito d’un cane, richiamando colà i viandanti, gli rese cosi gli estremi uffici o lo scampò dal disfarsi di putredine e roso da vermi.

LXI. Lieti presagi di quel che fosse serbato all’altro gruppo di briganti, ch'avea a principale duce il Coppolone, a luogotenenti il Serravalle e lo Scocuzza. Ond’essi che per l’innanzi scorreano gran parte del Materano, e di la stendevano le loro prede verso la marina del Ionio fino al bosco di Ginosa; ornai accorti de’ perigli che le strenue fatiche della milizia gli apprestano, si racchiudono prima tra il Bradano e il Basento, e poi entro l’agro di Montescaglioso, patria del Coppolone e dei più tra i suoi. Il quale a confronto li altri masnadieri si parve mite, sendoché nel volgere del LXII ghermisce, intorno di Matera, un notabile egli sfugge innanzi l’abbia ucciso o scambiato con ingente riscatto: altra volta, invia minaccio di morte a uno sgraziato colono, e quegli incauto si reca dal bandito quasi a’ scusarsi deporti che gli affibbia; il Coppolone gli esplode, poco meno che a bruciapelo. due colpi di moschetto; miracolo, noi coglie: fugge la vittima, la insegue insieme ai suoi, ma pube tra una grandine di palle, esce incolume e scampa: e non dovea proprio morire (336). Correndo l’anno di poi, il masnadiere si aggiunge al Masini, all’Egidione e s’azzuffa, nell’agra di Armento, coi carabinieri, dei quali due uccide:tende agguato a un notabile di colà, in voce di adoprarsi in danno de’ briganti, e còltolo rovescia cadavere; ha parte e molta nel bottino, poi nel feroce assassinio del capitano della milizia di Montescaglioso, e lo irride fra i tormenti cui la iene lo sottoposero (337). Un altro ch’era di Bernalda, di sua mano mutila, quindi uccide. Di là volge poi verso San Mauro, vi si congiunge con il Canosa e il Percuoco, anch’essi vicini a scontare il fio di tante infamie, e dà loro mano alla strage de’ sette militi, di cui dicemmo più innanzi. E se ne ritrae raggiungendo l’agro natio, a macchinare insidie a taluno de’ nemici suoi, quand’è sorpreso dai. carabinieri ch’hanno stanza colà, e per poco più cade prigione; ma l’amica fortuna, anco una volta. ne favorisce la. fuga e lo scampo in sugli occhi de’ persecutori; quasi ond’ei prosegua le sue grassazioni, i suoi ricatti, tormentando le vittime, ed altre a minore strazio, spegnendo al primo assalto. Di bel nuovo è raggiunto da una squadra di inseguenti: ma forte egli della posizione, donde feriva né potea esser colto, tenne testa a lungo sinché, ucciso un di quelli, si pose in salvo. Varca poi i confini della provincia; 4 sotto di Ginosa; vi preda cavalli ed agiati, n’ottiene gran prezzo, e carico del bottino riappare nell’agro domestico dove, inseguito da’ cavalieri del Mennuni e da una mano di bersaglieri, fogge a dirotta, gettandosi tra macchioni in quel di Montepeloso. Meno di lui avventurato il Serravalle, che gli era a breve distanza, è in quel mentre ucciso; né scaduto perciò d’animo il Coppolone raccoglie i gregari superstiti e s’affida a migliore fortuna. Tra gli algori del verno sparisce, ora rintanato, ora sull’erto vette di quella contrada, dalle quali scende per viveri, auspicando, come di poi rivelò udo de’ suoi, alla mite stagione che gli dia lena e forze a tentare nuove venture. Quand’un giorno, correndo il febbraio del LXV, indotto dalla necessità di cibi, s’accosta a talune capanne in quel di Montescaglioso, dove avanti se ne ritragga gli è sopra la cavalleria del Mennuni e un drappello di linea: lui feriscono; uno de’ suoi uccidono; b restanti disperdono. Due nondimeno l’ardito masnadiere ne raccoglie per via, e scampa con essi; ma la ferita sua è mortale; si trae lungi, per torti e scoscesi sentieri, insino a che reggongli le forze; quinci ricovera in una fenditura di suolo; vi spasima otto di, e, confortato da’ suoi due fidi, spira. Strano ufficio di briganti, gli’scavano a pochi passi, in luogo riposto, una fossa: ve lo recano: la ricuoprono. di terra, vi spargono erbette e fiori, estremi onori a chi in vita fa crudele con altrui, sempre umano co suoi; e, o sia doglia loro acerba o singolare scaltrezza, fanno proposito di tenerne celata la morte.

LII. Dispersi li gregari di quel masnadiere, e taluno fatto prigione, altri e pochi s’accolgono intorno lo Scocuzza, ei solo superstite tra la incerta e perigliosa fortuna.. Ma atterrito dalla morte de’ suoi ausiliari, e presago della propria, chiama a consulta i fidi suoi: l'uno propone ai arrendersi, gli altri si diniegauo: ma quello si sbranca dalla masnada e compie il mite divi«amento. Lo esempio trascina i restanti; inviano alle autorità di Montescaglioso proposte di resa; n’hanno incuoramenti; onde lo Scocuzza e due de' suoi, senza por tempo in mezzo, vi s’avviano e vi cedono l’armi al valoroso ufficiale ch'avea distrutta la banda del Gallo, il capitano Desperati (338). Venne in quel torno in luce come il Coppolone da quindici giorni non fosse più; uno de’ prigioni vale di guida al luogo ove riposa: v’accorrono familiari e parenti; è disseppellito e riconosciuto; quinci la offesa società, senza tripudio, che anco li briganti quando prigioni od estinti sono sacri, ricuopre di nuovo col funereo velo il cadavere; cosi turbato nell’estremo riposo chi in vita fu tanto fu nesto al riposo de’ viventi.

LXIII. La morte sua e la dedizione dello Scocuzza, traggono seco quella del Bellettierii Renitente di leva, insino dal LXII scorrea le campagne, dapprima gregario del Ninco Nanco, del Crocco, del Totaro, del Tortora, i feroci masnadieri del Melfese, quindi del Coppolone e dell’Ingiongolo, poi duce alla sua volta di pochi e ardimentosi uomini (339). Ebbe fama di essere de' meno feroci che mai abbiano scorrazzato il Materano. Eppure, tra l’altre nefandezze, narrasi di lui che scontrato un giovinetto, ch'era di Spinazzola, l’arrestò: dammi il cavallo; ed egli tremante a concederlo: quinci l’altro: meglio è che ti uccida, e mescolando alla crudeltà le beffe gli pianta il coltello in seno finché l’ha morto (340).Altra volta invia a uno di quel contado una lettera ch’ei rechi al padrone per averne ingente somma; essendogli rifiutata s’appressa la dove ha stanza l’umile campagnuolo e d’un colpo di arcobugio lo rovescia cadavere (341). Ricatta poi un notabile di Altamura, Iomena seco e noi lascia che quando, tra minaccio orribili, abbia estorto alla famiglia ingente somma (342). A. vendetta contro di altri uccide loro i buoi, e gli intieri greggi (343). Basti che le nefandità sue, raccolte dai giudici ch’aveano, quando che fosse, da sentenziarne la pensi, sommarono a sessantasei. (344). Nei primi del LXV ravviluppato ornai tra perigli riusciti fatali agli altri masnadieri (345), e ridotto a tre soli gregari, pende incerto tra estremi partiti, quando l’uno di quelli gli sfugge, avviandosi in Venosa ove si prostra al generale Pallavicino (346); due altri cedono l’armi nelle mani delle autorità di Spinazzola (347).Rimasto cosi solo, gli giunge nuova essere morto il Coppolone; lo rimpiange amaramente, cosi diss’egli dipoi; arreso lo Scocuzza, gli dà del vile; ma dipoi raumiliato il fiero animo. e disperando dello scampo da più triste ventura, quattro di dopo lo Scocuzza anco il Bellettieri s’avvia inerme a Montescaglioso, e vi si dà prigione al capitano Desperati (348). Condannato, insieme a’ suoi, a vita di ferri (349), vi espia la insania di avere anteposto alla onorata divisa del soldato la giornea e la tracolla del bandito.

LXIV. Meglio avventurato in sin’oggi, scampato alle insidie e pertinace nel non arrendersi l’Ingiongiolo. Nacque in Oppido nel Potentino: e fu il meno sanguinario de’ capibanda che infestarono il Materano; umano coi coloni, li ebbe ognora a spioni fedeli; ne ottenne ricovero nelle infermità, ne’ perigli; e quando non gli era dato altro scampo, ne vesti i cenci, si me scolò tra d’essi zappando il suolo, in si no a che i nemici non fossero scomparsi; quindi, gittata la. zappa, impugnava il moschetto, tornando bandito. Quand’è forte di più gregari, corre ardito da un capo all’altro del Materano, s’avviene nelle milizie, loro resiste. alcun tempo e scampa. Più usata dimora gli è l’agro di Montepeloso e lo macchie o forre che l’attorniano la dove fu Irsi la città antichissima. Nei primi del lxiv vi è sorpreso da uno stuolo di bersaglieri, del 6° battaglione: ardito gli tiene testa sinché gli è rotto e in fuga lasciando, a trofei de’ vincitori, cavalli, armi, munizioni e vesti e viveri; lo inseguono; una mano de’ suoi, per ruinosi sentieri, scampa e raccolta; egli e un bandito rovinano dal colle Verrutoli, guadano il Bradano che ne lambe i pendìi, e giunti all’opposta riva fanno fuoco nel petto de’ nostri; da quali poco meno che raggiunti, si inselvano e celansi. Dell'Ingiongiolo niun’altra traccia (350). Più notevole caso fu quello del Compagno, il Bafunti; la dove l’acque aveano scavato una tana profonda ei si rinchiude; scopertovi e intimatogli l’arrendersi, dà in fieri accenti e si diniega; avventurarsi fin la dentro a gbermirlo è certa morte, non essendo conceduto pei lo stretto pertugio di penetrare più d’uno per volta; tentasi allora dargli fuoco attorno; ma indarno; colà alla fine lo assediano. Dura tutto un dì ei solo tra un’oste nemica; quando roso da’ bramiti della fame; si raumilia, s’offre prigione: è di poi sentenziato di morte e ucciso (351). L’Ingiongiolo,intanto, raccolti i suoi fidi, s'era arrischiato fino m quel di Salvia; d onde respinto, un brigante che s’era disgiunto dai suoi è sorpreso accovacciato entro una pagliaia e vi diviene agevole prigione (352). Ma a queste perdite ripara il capobanda, raccogliendo altri sul triste calumino. Ora ricatta più campagnuoli e tenta sedurli a dividere i suoi perigli e le sue prede; si diniegano essi e senza offesa o danno liberi li rimanda: ma, altre volte però gli riesce a indurli, sfruttando le improvvise ire, le ingiurie agli umili di chi li va nutrendo d’odi, e lo sdrucciolo in cui un primo fallo lancia anche i novellini fino nel fondo di ogni umana ribalderia; cosi ne raccoglie sotto l’ali del suo comando anco dove più terribili sieno i rischi ch’ha da eludere o vincere. Un giorno si rinforza di tre nuovi gregari. L’uno dessi, il Tarantino, gli si dà a patto ch'ei lo aiuti a vendicarsi di un colono in quel di Forenza: vi si trascina la masnada, vi spia e vi ghermisce la vittima; il Tarantino, ché ella ha da essere sua, le esplode l'arme; cade e viene reputata morta; ma è solo ferita e scampa; terribile accusatrice per quando giunga il di finale di que' ribaldi (353). Correndo que’ luoghi, si scontrano di poi in uno di Palazzo; dubbiosi s’egli abbia o no fatto parte di una squadriglia che nell'innanzi era a caccia di briganti, lo richiedono del nome: atterrito lo scambia; negandogli fede lo menano seco, lo fanno riconoscere da un viandante, e quinci a gran manrovesci sul viso: eccoti la paga di aver militato contro noi; poscia gli avventano aspri colpi di sciabola sul collo e tutta la persona;. gronda ornai sangue da più ferite, finché ne soffocano i gemiti con l’ucciderlo (354). Iva poi anche l’Ingiongiolo compiendo ricatti, e mettendo a prezzo le vittime; ma dove fossero miserabili, li rimandava umanamente impuni della colpa di povertà, senza tormenti o sfregi. Un giorno poi ch’egli ha inviato una minatoria a un notabile di Forenza e non n’ha avuto i viveri e la pecunia ch’addimandava, s’avvia a una colonia sua; vi rinchiude da cento pecore, molti buoi od altri animali; e v’appicca intorno incendio terribile. ove tutto ruina e perisce (355). Di la scendendo fino a Marsico, s’abbatte in un giovinetto, lo trattiene; ed ormai s’attende le venti e più migliaia ch'ha chiesto ai suoi, quando il giovinetto avuto un lampo di ardimento, si slancia alla fuga; lo inseguono i briganti; tra fischi e palle di moschetto resta illeso; cosi volle Iddio miracolosamente (356). Ma retroceduto ne’ luoghi a lui più usati, dove ornai è solo, tra la ruina degli altri masnadieri, vede scuorati i gregari suoi; il Ninco Nanco li avrebbe uccisi nel sonno; egli no; loro favella di aiuti; mostrasi fidente; ma li trattiene a stento; taluno anzi fugge e getta l'armi. L’uno cade, quindi prigione della milizia di Grottole (357). Un altro, il Tarantino, si separa dai restanti, mulinando come scampare da galera e da morte senza arrendersi: si avvia a Ripacandida inerme e fingendosi muto; vi incontra umile servigio e vi dura alcun tempo, finché uno de’ concittadini suoi, colà recatosi, lo ravvisa, dà l’allarme onde è avvinto di ceppi; e di poi dannato a galera perpetua (358). Altri due il D'Agrosa e il Vignola abbandonano quinci l’Ingiongiolo, avventurandosi da soli nel vai di Marsico; dove colti, l’uno getta l’arme, l’altro resiste pria con Tarme poi co’ graffi e coi morsi; sinché attortigliato di funi, non ha più balia di alcun membro (359). Cosi, tra varie fortune, ridotto l’Ingiotìgiolo a tre soli, ora scorrazza il Materano più a preda di cibi che di umane vite; in voce di umano, e ospite bene spesso dei coloni, a cui il tradirlo varrebbe largo premio da mutare stato, e il serbargli fede nulla. profitta; sinché ruotando la fortuna prima che lo colga., morte, possa tornare capo di oste numerosa. Egli ed i suoi vivaio delle masnade che l'avvenire a quella contrada riserbi. (360).



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LXV. Nel mentre tracollava la fortuna de’ briganti. nelle provincie di Melfi, dì Potenza e di Matera, scadeva pur anco in quella che, o vuoi loro ventura o lo ausilio delle selve, giogaie alpestri e de’ burroni che la cospargono, fu tante volte il loro rifugio e scampo, il Lagonegro. La meno solcata da strade o da agevoli trattori, la meno lieta di piani, perfino la creazione vi apparve, con la tristizia de’ manutengoli e dei banditi, congiurata al prolungarsi delle loro ribalderie. Cosi le più irte creste, la ove non giunsero mai altri uomini, rifugio d’aquile nere, erano le rocche de’ capibanda. Sulle vette del Raparo lo Scavariello, poi il Florio e il Marino; nelle cime del Pollino il Franco e il Melidoro. Era. lo Scavariello di Castelsaraceno, duce di una diecina di sicari, tutti del natio comune, plebe fuggente o la mano della giustizia o la vita abbietta che la conduceva; o le ingiurie di chi sfavale sul collo; l'ancori d’umili verso potenti. Il duce che era uomo, più ch’altri mai fossero,.. feroce ed ebbro di sangue, uccide una volta uno di Lauria città adiacente al luogo che gli è patria: un altro ricatta, gli estorque gran somma, e poi, in lui davvero miracolo di umanità, lo rimanda: un terzo, solo perché suo concittadino, ed avuto il premio del riscatto, distende al suolo cadavere s’avviene in una fanciulla ch'è di San Martino d’Agri, la contamina, la sventra. Quindi a compiacere taluni suoi manutengoli, de’ quali è il giustiziere ne campi, scorre sino al tenimento di Gorgoglione e vi preda, era il gennaio del LXIV, due notabili e li trae con sé. Ne pressi di Castelsaraceno raggiunge un milite cittadino, a vendetta dell'avere impugnato l’armi a difesa del contado proprio, lo ferisce a morte (361). Una volta poi inseguito da numerosa squadra, mentre reputa esserne scampato, il XXII maggio di quell’anno, dà dentro un’altra che muoveva da San Chirico Raparo: quinci scambiati taluni colpi, avventuroso e incolume co' suoi si pone in salvo. Giungono in quel di Spinoso: fanno prigioni tre di colà e, dopo che lo famiglie hanno sborsato a loro salvezza buona taglia, solo perché? l’uno scordò inviare talune vestimenta, di cui lo Scavariello è allo stremo, per vendetta sfregia in volto il congiunto, e gli strappa un orecchio (362). Ma scorrono pochi di e gli è addosso un drappello di militi, guidati ov’egli era dai coloni dell’agro ove nacque; è disfatto e ferito; si trae allora a stento fuori degli occhi de' persecutori, prima a corsa poi carpone, entro un covo; lo raggiungono taluni de’ suoi; vuole giurino di vendicarlo, scannando i coloni a lui nemici, li designa: e confortato di quella speranza muore; entro un fosso, rotto l’alveo, è sepolto. Li briganti si diedero allora al Florio, mantenendo, come diremo più innanzi, il giuramento feroce. Di poco tardò l’altro capobanda il Melidoro, insieme al fratello, ad essere disfatto poi ucciso (363): uccisi o prigioni anco i più de suoi che, tra le venture decampi e la varia fortuna, erano stati il terrore di quelle afflitte ed alpestri roccie.

LXVI. Più costante fortuna, ma più lenta espiazione attende il Franco di Francavilla. Era degli sbandati e anziché far ritorno alle bandiere, aggregossi a più bande, pria a quella del Marino, poi del Masini e del Florio: quinci a capo persino di trenta briganti (364). Fu un molto terribile uomo, nutrito nell’infanzia di ingiurie e d’odi, onde proruppero poi terribili, divenuto masnadiere, contro que' del sito natio; e tra le insanie, quasi onde meglio inorridissero, taluna azione di cuore non per anco tramontato nel sangue. Nel volgere del LXII tende insidia a uno dei suoi concittadini, reo innanzi gli occhi suoi di ingiurie' e sofferenze inflittegli, e chiede alla famiglia da trenta migliaia di ducati, se il rivuole vivo; n’invia ella un decimo; l’infelice prigione s'accosta al messo: va e dì non mandi altro, ché a nulla varrebbe; ei m’ucciderà di certo. Era coscienza della ferocia del brigante o dell’odio ch’egli in sé avea nutrito quando, scambiate le parti, il carnefice d’ora nulla più era di una vittima della rea fortuna? Certo quegli fu presago, ché prima il Franco volle patisse per più giorni ogni martirio, poi l’uccise; né sazio n’abbruciò il cadavere (365). Pochi giorni innanzi colse a un varco due germani ch'erano di Colobraro, anch'essi da lui odiati, e all’uno tolse la vita, l’altro feri a morte; ma scampò che parve o fu miracolo di Dio (366). Quinci, tre volte maggiore di numero, assale una mano di carabinieri e di militi, più d’uno ferisce e va oltre (367), un altro ch’era di Cersosimo fa prigione, n’ha gran taglia e, rotta la fede, spronandolo antico livore, lo lascia morto (368). A due di Roccanova toglie ogni avere, poi recide le orecchie, e vuole si curvino, essi che vide tronfi e pettoruti nel luogo natio, a baciargli umilmente il piede; a un terzo dà un calcio di fucile e gli spezza a morte il cranio (369). Di la spingendosi, e riavea di che, fuori di provincia, ghermisce uno dei più doviziosi di Cassano: invia l’afflitta sua famiglia ingente pecunia in riscatto; al giungere essa, lieto il prigione dà in grida di gioia, parendo a lui di essere vicino a venire restituito in libertà; quando il Franco gli s’accosta: a che gioisci? ed ignori ch'hai di morire?: e l’uccide; giacque il cadavere per più mesi insepolto; il caso valse a discuoprirlo entro un cespuglio, quasi scheletro (370). Causa dell’uccisione si fu, che liberandolo avrebbero corso rischio i complici ch’entro il luogo ove nacque aveano tenuto mano all’agguato; ed a ciò invitato il Franco a recarsi in que’ dintorni. Cosi tra tante infamie sin da dentro le città si palleggiano le vittime agli abitatori de’ campi. Più orribile caso segue quando egli retrocedendo di bel nuovo nel Lagonegro, vi ha da Maratea sentore che sette tra i più ricchi notabili di Senise, fanno ritorno al loro paese: li segue buona scorta di milizia; ma giunti nei pressi di Castelluccio, vi sono accolti da una improvvisa sfuria di moschetti; è la masnada del Franco: al tuono de’ colpi più carabinieri ch’erano vicini accorrono, ma inesperti dei luoghi, due d’essi cadono prigioni; e i militi schierati a difesa, in breve ora sgomenti e rovesciati, nove uccisi, tre altri feriti ma non esangui; prigioni poi cadono tutti e sette que’ di Senise: fu grande liro ventura non fossero concittadini o in odio del Franco, ch’oltre le robe avrebbero perduto la vita; el ora sborsando cento migliaia di lire furono, salvi (371). Da un altro di Roseto, fuori provincia, ne estorce ben cinquantamila (372); e ne’ prassi di Colobraro raggiunge tre del sito, impone ad essi una taglia di dieci altre migliaia, e per giunta, carità di concittadino, strappa a ognuno le orecchie (373); a tale ch'era proprio di Francavilla, veh! potenza degli odi municipali, recide le orecchie, poi gli fende il viso, le palpebre, lo tagliuzza. in più parti carnose e lo rimanda (374); fa insidiare uno di Terranova ed ucciderlo (375); quinci quattro di Favaio, non vuole riscatti ma che sieno uccisi (376); un giovinetto di Tursi, a vendetta contro i genitori, lascia pure cadavere (377); due giorni dopo altri due di Terranova sono per lui spenti (378); e un di Viggianello, e un altro di Colobraro insidia, raggiunge e toglie di vita (379).

LXVII. La iena viepiù nel sangue inebbriata, e inferocita dalle persecuzioni de' soldati, che scorrono di selva in selva a raggiungerla; volgendo il LXIV rompe in altre nefandità; scanna i greggi (380), incendia le magioni de’ nemici (381), e più oserebbe se non gli fossero addosso manipoli di soldati, tra cui nondimeno scivola e scampa in quel di Oriolo, fuori provincia. Di colà esce la milizia cittadina a respingerlo; lo scontra, ricaccia in fuga a riparare nell'atterrito contado natio (382); quinci due concittadini sequestra (383), un altre uccide (384), intanto che i suoi, spintisi nell’agro di Senise v’uccidono un altro ancora e il figliuolo dell'uccisi feriscono (385). Richiamati dipoi i gregari a raccolta, studiai Franco di far perdere per alcun tempo le tracciò di sé e nel meglio, a XVII di maggio, piomba addosso ‘alla corriera delle Calabrie, toglie di vita il conduttore, fa prigioni i viandanti, e da un solo ottiene. cento migliaia di riscatto (386). Anco allora ei sapea da dentro il paese suo, che quel Creso era in cammino, e andava a sicuro colpo. Ritraendosi con tal bottino s'avviene in un misero pastore, gli scortica il viso e gli grida: ora falla da spione, se un’altra volta vorrai morire (387). Ed a quanti del contado proprio reputa suoi nemici; e chi dovea essere amico a una tal schiuma di furfante?; quando non gli è data altra vendetta, incendia gli averi; per cui intieri campi, cuoperti di biade adulte, furono tutt’un incendio (388). L'uno poi di quelli, più azzardoso a’ cammini, è dal Franco raggiunto: lo minaccia d'abbruciarlo vivo, e poi, simulando pietà e perdono: mi basteranno gli orecchi tuoi, e glieli taglia: e la lingua; e in cosi dire con una orrenda forbice gliela strappa, e sbatte in sul volto della vittima Tremando ornai tutto l’agro di Francavilla, esce furiosa la milizia cittadina tentando di liberarlo da un tal mostro; gli è a’ fianchi ma anziché battersi, scampa egli cacciandosi a precipizio tra macchie e burroni. Più oltre s'arresta, raccoglie i suoi, retrocede nel cammino ov'è scomparsa la milizia e, a vendetta, preda, incendia, distrugge le proprietà dell’agro ov’ebbe la cuna. Di la s’avventa in quel di Castelluccio: tiene fronte a un breve manipolo ai soldati, ch’erano del 32° regg.; dipoi lo inseguono baldi e valorosi, ma innanzi coglierlo è in salvo (389). E muove per Latronico; quivi, fra orribili martiri], vendicasi di uno cadutogli prigione con il fargli distaccare il capo dal busto. S’aggiunge al capobanda Marino, e piomba addosso a sei di Ajeta: orrenda sciagura, ché n’ottiene largo riscatto; ma non sazio, z taglia loro le dodici orecchie, né ancora li rimanda (390).

Gli sopraggiunge addosso la milizia di Latronico; difendesi, n uccide il capo (391), e fugge trascinando ancora i sei prigioni. Vana ogni loro prece, dopo alquanti giorni di barbari tormenti, risolve alla fin fine di ucciderli; prima a colpi di stile li ferisce, toglie loro gli occhi e di poi, con l’archibugio l’uno dopo altro, tutti e sei muta in cadaveri (392). E quasi a riposo da cotali scempi od a guarigione di ferite si rifugia in una casupola, ove ha complici, ne’ dintorni di Latronico. Quando nel meglio è circuita da un drappello di militi e di carabinieri; e mentre s’apprestano a penetrarvi da un balcone, il Franco, con quattro de’ suoi, dischiude improvviso la soglia, esplode l'armi, un milite uccide, altri ferisce, e tra lo sgomento e la caligine s’apre un varco e scampo meraviglioso (393).

LXVIII. Tra queste imprese la masnada, che un di era di trenta, stremavasi con la fuga degli uni, la prigionia d’altri, le ferite e le morti. Dapprima un Labanca (394) poi un Viola Domenico s'arrendono; altri vengono meno in iscontri: e fra d’essi un Maturo, al dire de’ banditi, spento e cadavere chi sa in quale grotta o roccia, disfatto dall'intemperie; eppure noi il vedemmo riapparire dopo un anno tra i vivi e ferocissimo sinché venne ferito da uno de’ suoi e ghermito dalle milizie persecutrici; oggi è stretto ne’ ferri. Distrutte quindi le masnade con cui il Franco soleva dividere rischi, prede e vendette, errava con solo dieci superstiti; ma bastevoli a spandere terrore in quell’insanguinatà contrada. L’uno è colto, volgendo l’aprile del lxv, nell’agro di Latronico, il Carrieri (395); un altro, il Sisinni detto Milidoro, in uno scontro con un manipolo del 32° fanteria. Gli restano solo otto gregari; ma infieriti, ferocissimi contro quei che accusano a essere spioni della milizia onde vengono inseguiti, e i notabili de’ loro paesi natii (396). Venutogli alle mani un colono di Francavilla, ch’era tra i più sospetti di lui non s’ha più nuova. Tre mesi dopo, entro una macchia abituale ricovero del Franco, furono rinvenute ossa umane per metà abbruciate; e poco lungi talune vestimenta: erano quelle della vittima. Seppesi dipoi avergli traforati gli occhi, strappata la lingua, recise le orecchie ed il naso; ed atteso ei riprendesse i sensi, a che più gustasse la fine del martirio, averlo abbruciato vivo (397). Resta noi raccogliamo l’ultimo e più orribile scempio di due pastori, che li briganti chiamano spioni; l'uno bastonano e flagellano a sangue, quinci le mani a colpi di scure gli distaccano, poi gli segano il capo; ed all’altro impongono di sollevare quelle sanguinose spoglie, tronco e membra recise, e recarsele addosso, oh! ferocia senza pari, sinché abbia rotolato il tronco, le mani e il capo innanzi gli occhi della povera madre (398).

LXIX. Ornai colma la tazza delle nefandità, s’appressava per quella tigre e terribile la fine. Errava da più giorni tra selve e burroni, inseguita ognora da manipoli di soldati, sinché loro sfugge; il verno co’ suoi rigori, l’astringe ad inviare a sicuro ricovero la druda cui l’inumano serba affetto. Ai manotengoli già altra volta avea confidato quella sgraziata creatura, ch'ora la più cara persona egli avesse in questo mondo. Basti che a un Palagano sacerdote di Latronico (399), per averla ospitata soli pochi giorni donava tre migliaia di lire. Ora presceglie Lagonegro quale men sospetta. sebbene più zaroso ricovero, e nella casa di chi egli reputa fido reca l’amante. Tra le doglie della lontananza sfida più volte i rischi, penetrando in città nottetempo e se ne ritrae al mattino, dopo le muliebri carezze. Un di la donna gli invia preghiera di recarsi da lei; ch’ella arde rivederlo. Quanti altri perigli non avea già corso per essa? Và fiducioso; giunto, lo trattiene tutt’un di. poi un altro: colà, entro Lagonegro, lo raggiungono audaci i suoi fidi. La notte riposano: hanno fermo di partirsene nel dimane. Franco divide l’origliere con la druda; tra le immagini di lieti sogni, e il coniugale amplesso ode rumore, balza sul letto tendendo l'orecchio, e dà in un terribile urlo di sveglia a' suoi che dormono nel piano di sotto: siamo traditi; e s’avventa allarmi; ma in un baleno lo trattengono i soldati che hanno invasa la stanza, è stramazzato al suolo, e carico di ferri con. tutti i suoi; anco la donna (400). Li attendono i giudici. Impavido il Franco, pure presago di sua fine, confessa la più parte delle nefandità; quand’egli e i suoi stanno sul niego sorgono a terribili accusatori li parenti delle vittime o le scampate ai martirii suoi. Cosi sfilano loro innanzi creature senz’orecchi, o cieche, o storpie, o mutilate nel volto, o genitori orbi di figliuoli, o figliuoli de’ genitori, o coniugi l’uno all’altro superstiti. Tra tutti commuovo a raccapriccio uno di Francavilla, quello da cui volgendo il LXII ebbe larga pecunia pel padre prigioniero, e n’avrebbe avuto altra s’ei non dissuadeva i parenti, reputando ornai contata la ultima sua ora. Apparsa poi la vedova del pastore dal 'franco abbacinato poi arso vivo, tra il duolo e il pianto, nel silenzio degli astanti, prorompe la meschina in grida di maledizione. Si pare allora commosso il masnadiere che atterrito curva il capo sul seno.

Mentre svolgesi la tela della umana giustizia, questa, iena di una sola creatura s'affanna: più che di sé studioso di testimoniare la innocenza della donna ch’ei non sa cagione della sua prigionia e dell'espiazione che l'attende. A quello de' giudici che il richiede se null'abbia più a dire in sua discolpa, risponde con voce di prò tondo affetto: nulla per me; questo solo dico che la poveretta é innocente di quel che le apponette. Un glaciale silenzio accoglie queste parole; ognuno, e noi che scriviamo testimoni del truce dramma, volge gli occhi sulla donna difesa; la quale non osa sollevare lo sguardo su chi ha tradito e, perfino prossimo a morte prega solo per essa. Gli è letta la sentenza ch'è dell'estremo supplizio per lui e cinque de' suoi. Tratti al carcere, confortati pel fatale ed ultimo cimento, v’ha un istante in cui, prolungandosi l'agonia, confidano nella grazia; vana speme per chi a volta, sua non concedé grazie a tante vittime innocenti. Condotti al luogo dei supplizio, noi li vedemmo, tra tutti impavido il Franco; cammino facendo, al pio sacerdote che l'invita al cielo risponde pregandolo di taluni uffici per la donna sua diletta; quinci sopra uno spiano, tra una grandine di palle, cadono i ribaldi; un solo non peranco è cadavere; gli è il Franco; trai brividi dell'agonia da segni di vita; onde ricevei il colpo di grazia e spira. Questa fine ebbe un uomo ch’odiò intiera umanità, all'infuori di una donna; e Iddio volle ne fosse tradito..



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LXX. Sulle pendici del Rapare e le rive del Sinni durano i masnadieri Florio e Marino; colà ove da quattr'anni hanno ricoveri, cittadelle imprendibili e singolare ventura. Il primo, forte un giorno di quindici e più gregari, e dell'ausilio dell'altre bande ch’oggi non sono più; quasi scoglio scampato alla marea, gli è ormai solo tra le sterminate solitudini di balze e dirupi che lo attorniano, ove un giorno ad un segnale od un grido accorrevano quasi branco di lupi, masnade numerose; là dove non ne sparve mai la sementa: e, da solo impavido tra il terrore che spandeva intorno, durò egli funesto agli averi e alle persone ancora dopo che il più de' briganti disparvero. Nacque il Florio in Castelsaraceno; concittadino dello Scavariello, divise seco lui il ratto e l’uccisione della fanciulla di sant’Arcangelo, l’agguato e la uccisione del milite del luogo natio, non d’altro reo che d’essere milite. E morto lo Scavariello, accoglie, i resti della masnada e il voto di vendicarne la morte; e lo adempie recandosi la dove dimorano i coloni da quello additati nei sussulti dell'agonia, quali spioni in suo danno: loro appunta l’arme addosso, uno dopo l’altro, erano due, rotolano cadaveri (401). Di colà retrocede fino ne pressi di Lauria, v’uccide altri due; quinci una terza creatura; e una quarta, ch’era donna, di Castelsaraceno; ghermisce il capitano di quella milizia con cui La ruggine antica, e dopo ha accolta la somma che la atterrita famiglia invia a placare quel mostro, di sua mano lo fredda (402); più avventurosi due giovinetti di Lauria cui recide l’orecchie, onde i genitori s’affrettino a riscattarli; ma prima giunga il riscatto o li uccida, riescono a scampare con la fuga (403). Implacabile anch’egli con quei della comunità ove vide la luce, ad altri due che gli cadono prigioni, strappa le orecchie; quinci all’uno rende la libertà; l’altro serba a conseguirne riscatto e, avutolo, a rompergli fede in viso, levandolo di vita. Né la sommi degli stupri, degli incendi, e ogni maniera di nefandigia onde funestò quei contadi, gli ha valso una espiazione condegna; incolume anzi, e quasi ei solo, tra i rischi così fatali alla più parte da’ suoi. Inseguito una volta, spirando il LXIV, da buona mano di milizia, ch'avea stanza in Castelsaraceno, le volge la fronte e strenuamente le resiste, sinché soprafatto e poco meno che prigione, ruina in precipizi e scampa (404). Vendica poi la fuga, piombando addosso a un breve manipolo di soldati e due n uccide, gli altri disarma. Lievi successi, tra le persecuzioni di molteplici Squadre, onde l’uno de' suoi, il Dimare, ferito gravemente, l’abbandona: del quale nella guisa del Matùro venne creduto spirasse e che il tempo, le intemperiee la voracità delle fiere avessero ornai distrutto il cadavere. Quando nel meglio eccolo riapparire in que' terreni ingrommati di sangue, e divenirvi capobanda, finché combattendo non fu prigione (405). Un altro di Lauria disgiunto una volta da’ suoi, nell’agosto LXV, getta Parme e s’arrende (406) il Candia, a scampo di peggio, segue di poi il laudabile esempio; l’Epifania, prima che s’arrenda, è prigione (407). Ma né valore e stenti di milizie persecutrici, bastarono fin'oggi ad uccidere o ghermire, co’ pochi gli rimangono, il feroce capobanda. Né tra la ruina di tant’altri accolse o intavolò mai proposte di arresa (408).

LXXI. Pari ventura, ha protetto sin qui il Marino Nicola, fiera ch'ha il covo sulle creste inaccessibili del Rapare: lesta poi volta a volta a scendere al piano, predarvi cibi, ghermirvi gli inermi, trarli seco a strazio inumano od a ottenerne il prezzo dei del riscatto. Tra le sue venture, sceglieremo due sole. Volgendo il LXIV giunge audace sino a Rivello, vi coglie un misero fanciullo; cui strappa le orecchie e le invia ai genitori suoi onde tremino per la loro creatura dove non ne impetrino la liberti con tre migliaia di ducati. Avviene poi che un notabile rimandi, e per giunta negandogli la mercede, un suo colono; il quale disperando di altra giustizia che non sia quella de’ briganti, giura di non lasciare all’inuinano padrone nemmeno gli occhi per piangere; e s’acconta con il Marino, l’istiga ad un agguato (409); va, coglie al varco sei doviziosi tra cui il nemico del. colono, recide loro o strappa a gran stratti le dodici orecchie, e l'invia alle famiglie a minaccia de' loro cari dove frettolose non gli mandino egregia pecunia, avutala s’accinge a rendere loro la libertà, quando il colono lo impietosisce a perigli ch'egli ornai correrebbe sendosi innanzi a quelli rivelato complice del ricatto. Onde il Marino, mulinando come torlo di guai, e non ci rimane che disfarcene. E brandito un pugnale s’avventa all’uno, poi all'altro insino a che, tra gemiti e grida raccapriccevoli, non li ha tutti e sei rovesciati cadaveri. Cosi la plebe uscita da luoghi natii vi ha i complici; e sollevata a giudice delle ingiurie o degli odi ond'è brutta la comunanza, uccida a vendetta propria ed altrui. Nello spirare del LXV, avventurandosi il Marino sino sulle soglie di Moliterno, n esce la milizia cittadina, lo assale, un gregario gli uccide, sinché atterrito egli scampa. Scampa e vive anch'oggi guardingo, sospettoso e lesto a scivolare, come da anni gli avviene, tra i cimenti: e attendendo ch'altra plebe, sospinta dal perdurare dei mali suoi si rovesci forsennata e vendicatrice nei campi, a rafforzare le masnade di lui Marino e del Cotugno e dell’Ingiongiolo e del Florio e del Dimare (410) e del Cappuccino e dello Scopettiello e del Cianciarullo e di altri minori, tutti capibanda superstiti (411).

Fine.

 INDICE

INTRODUZIONE. A Gaspare Finali pag.5
LIBRO PRIMO »19
LIBRO SECONDO »201
LIBRO TERZO »433


1 Commissione d’inchiesta sul brigantaggio: Relaz. letta alla Camera nel comitato secreto dei 3 e 4 maggio 63 dal deputato Massari.

2 Decreto 8 giugno 1859.

3 Infatti il numero di coloro che ogni anno disertavano le bandiere borboniche era senza limite i giornali delle intendenze appaiono zeppi di bandi per lo scoprimento di disertori.

4 O quando pure l’avesse s’oda da quali balzane correzioni venisse vulnerata: ché tra tutte non sappiamo, se più risibile o ingenua eia la seguente. Scrisse l'intendente di Basilicata alla autorità sue ii 28 giugno 1852 In proposito di una supplica di un condannato, il quale dopo di aver espiata la pena dei ferri, ha dimandato una carta di passaggio libero e senza altro obbligo che quello di tenersi treni miglia lontano dalla patria, ove era stato complice di un omicidio, il ministro di grazia e giustizia riportandosi al real decreto degli 11 (maggio 1838 ritenne di essere stabilito che l'omicida debba ritenersi lontano trenta miglia non già dal luogo del commesso delitto, ma dal domicilio degli offesi». E qui avvedendosi quasi del lato burlevole di tale disposizione s’affrettò a temperarla soggiungendo che per domicilio degli offesi debba intendersi non il luogo in cui taluno degli offesi passa ad abitare, il che metterebbe in certa guisa l’omicida per tutta la sua vita, a disposizione della famiglia dell’ucciso, potendo un individuo di questa a capriccio recarsi dove conosce avere stanza l’omicida per obbligarlo a sloggiarne, ma sibbene il luogo dove si tiene il principale stabilimenti secondo le norme prescritte dagli art 107 e seguenti delle leggi civili. Laonde la dimora dell’omicida dovrà determinarsi sulla certezza del domicilio legale degli offesi, sotto il quale nome s’intendono i genitori o altri ascendenti dell’ucciso, i figli o altri discendenti, i fratelli e le sorelle in secondo grado, i coniugi e gli affini, negli stessi gradi». PECCHENEDA. E così l'omicida, scontata la pena, avea da rimaner ognora trenta miglia lungi da ciascuno de' parenti che avesse avuto la vittima. Gli è certo che quando fossero, per così dire, distesi in larga anella per tutto il regnò l'omicida non avea più scampo, uscendo dal carcere che nella distesa del mare!

5 Ed ancor qui ci facciamo forti delle stesse parole che leggonsi in un rescritto del 22 maggio 1844 «Il re vede con dispiacere che la debolezza, la indeterminazione, la poca laboriosità di alcuni de’ pubblici funzionari sia la vera cagione de’ disordini che avvengono. Il re vuole che il ministro di giustizia e grazia faccia conoscere ai procuratori generali che la fermezza, lo zelo ed un deciso contegno sono il loro principale dovere e che lo tradiscono ogniqualvolta o per timori o per riguardi non prevengono i disordini o non accorrono a reprimerli. Ch’è loro obbligo severamente. vigilare che i giudici regi, magistratura più vicina al popolo, si penetrino di questi principi: ch'è dovere de’ giudici regi nell’amministrare la giustizia fare amare il. governo, e che l'arbitrario e vessazioni, il disprezzo degli in felici consono i mozzi che possono raggiungere questo santo scopo ché si frenino le esazioni non dovute nelle cancellerie de’ tribunali e de’ giudicati regi: e che i procuratori generali, ed i procuratori regi severamente, veglino su. di tali disordini.»

6 Il presidente del consiglio de’ ministri al ministro di grazia e giustizia il 24 luglio 1859. «Dietro quanto mi feci a proporre in ordine alla vigilanza da portarsi sui giudici regi, S. M. il re n. s. si è degnato nell’alta sua sapienza approvare quanto segue: in ciascuna provincia il sostituto procuratore generale del re, ovvero un giudice..... dando la preferenza ai più. solerti, ai più fermi, ai più probi, si rechi senza indugiodel modo come i regi giudici adempiono i do. neri, del loro ufficio, come lo adempiono i cancellieri…. avrassi forse talvolta a proporre la immediata destituzione o pure la sospensione a tempo indeterminato e senza emolumento di qualche giudice e cancelliere. La probità in tali funzionari, che sono più immediatamente in contatto coi popoli, è essenziale pel benessere di questi; il che mena alla conseguenza di dovere retribuire tali magistrati in modo da soddisfare almeno i primi bisogni della vita La M. S. nell’alto suo senno ha sentito la necessità di non mettere, i giudici circondariali giornalmente nel duro bivio di combattere con la miseria oil primo dei loro doveri, quello cioè di non mai mettere a prezzo la giustizia. Principe di Satriano..

nel capoluogo di ciascun circondario per preri, de' re esatto conto di tradire

7 Il ministro di grazia e giustizia a quel di polizia: vedi sua. nota 29 genn. 1859 agli intendenti L’art 453 LL. PP. permette la diminuzione della pena nel reato di furto, allorché il valore dell’oggetto rubato, sia inferiore a 30 carlini, e vi concorrano le circostanze attenuanti del dolo. Questo articolo ha dato luogo per parte delle Gran corti criminali a frequenti abusi, pe’ quali d’ordinario è risultata illusoria la pena sancita pe' furti,indebite larghezze da confinare colla impunità. In doppia maniera si è. trasmodato nell’applicazione dell’art. 453. In primo luogo per diminuire (il valore del furto, si, è talvolta usalo di calcolarlo sull’utile riscosso dal ladro, piuttosto che sul danno sofferto dal de' rubato, come prescrive l'art. 459 citate leggi penali. In secondo luogo le G. C. per mitigare l'applicazione della pena, non sempre attendono il concorso cumulativo delle due condizioni indispensabilmente richieste dalla legge. cioè modicità di valore e circostanze attenuanti, ma dalla sola circostanza della tenuità del valore si è fatta virtualmente derivare l’attenuazione del dolo.. Questo erroneo sistema ha molte volte meritato le censure della commissione consultiva e della corte suprema di giustizia, e sopratutto ha formato obbietto della circolare di questo r. ministero dei 19 novembre 1856. Nonpertanto a ridurre i magistrati alla stretta osservanza della legge, senza sconfinarne adunque mai, si è da. me e dal ministro per gli affari di Sicilia rassegnato lo affare alla sovrana sapienza di S. M.; e nel consiglia di stato del 2 ottobre p. p. in Gaeta si è degnata comandare, farsi nel suo r. nome, come pratico, intendere alle Gran corti che debbono esse tenersi alla stretta osservanzacalcolare il valore del furto, non già sull'utile riscosso dai ladri, ma sul danno sofferto dai derubati; ed inoltre che non si debba applicare la minorante dei pari. 453, di delle leggi, senza il concorso cumulativo e giusti Tua lo delle due condizioni, valore infra i trenta carlini, circostanze attenuanti del dolo. Nel compiere da mia parte il comando sovrano, non manco eziandio di eccitare lo zelo delle autorità giudiziarie a riguardare, estimare e punire il reato di furto, con quei principii di rigore, la di cui osservanza è ora altamente reclamala dalla soverchia frequenza di siffatto misfatto. Debbono le G. corti considerare che i piccoli reali, o non puniti o troppo leggermente puniti, sono di scala ai reali maggiori. Ciò specialmente tuttodì si avvera in materia di furti e di reati contro la proprietà in generale.»

attribuendosi spesso dell’articolo 459 leggi penali per quanto si appartiene al principio di doversi

8 Valgano a prova di tutto ciò le orribili confessioni che leggonsi in questo rapporto del ministro dei lavori pubblici a re Ferdinando IL e ch’è del 27 marzo 1849! Chiediamo venia al lettore, di rivelare tanti obbrobri. «... Un costume certamente riprovevole portava che i detenuti ristretti in prigione per gravi reati si facessero curare allorché infermavano, net carcere stesso di Castelcapuano....: tal consuetudine era dannevole non poco agl’infermi, come quella che vale solamente ad aggravare le loro malattie, dappoiché le infermità acute m quell'aria pregna di miasmitramutano in craniche. ché le guaste esalazioni che tramandono i corpi infermi, contaminano quel poco d aria che in quelle orribili e spaventevoli caverne di Castelcapuano si respira; e da ciò s’ingenerano e pullulano le febbri carcerarie Per un’altra barbaraconsuetudine si mandavano a curare nell’ospedale delle prigioni i detenuti per cause civili allorché erano infermi.... La malvagità d'indole dei detenuti li spinge procacciarsi, di per loro stessi, le infermità specialmente cerusiche, ed a straziare orribilmente il (oro corpo con piaghe ed ulceri artefatte...... A togliere tale sconcio, si pensò stabilire ospedaletti nelle prigioni che non durarono molto tempo, dappoiché le angustie di esse, e Paria malsana che vi si respira cagionavano le febbri carcerarie...; e che quelli che si procurano di per sé le malattie o sono affetti da sifìlide contratta nelle prigioni, non nelle corsee ma in istanze isolate fossero curati, né si facessero trattare con persone estranee al luogo, acciocché vedendo punita severamente la loro malizia, anzi tornata loro a maggior danno, si ristassero dallo straziare orribilmente il loro corpo, e dal commettere opere sozze e nefande, com'è il sostenere femminilmente.... Ai servigi bassi dell’ospedale delle prigioni, sono destinati gli stessi carcerati, i quali diconsi servienti e chiamatori. Non essendosi proceduto nello sceglierli con quell’accorgimento che si volea, una turba non lieve dei più malvagi e ribaldi fra i detenuti si è introdotta nell'ospedale. Enormi sconci ogni momento succedono per la loro tristizia Ma io debbo volgere la mente di S. M. ad uno sconcio notevole ch'è nelle prigioni, e che riguarda una specie di prigionieri, i quali da fanciulli si avvezzano, crescono e sono, educati al delitto; e che, giunti agli anni della giovinezza e della virilità, non possono mai deporre l'indole prava e l’animo indurito al vizio, chiuso ad ogni sentimento di virtù, ardito ad ogni misfatto. Io parlo de' detenuti imberbi. In quale stato ora sono è troppo noto, ed è inutile cosa descriverlo minutamente È mestieri che gli imberbi del carcere di s. Francesco, fossero allogati in quello di s. Agnello; che il loro direttore ed i maestrini, l'uno condannato come falsario ai ferri, gli altri appartenenti alla classe dei fuggitivi di Tremiti,un aggravare i loro strazi, è uh accrescere la loro demenza. Si aggiunga che restringere in carcere chi non è reo, ed è per giunta privo della mente, è una violenza, é una barbaria inaudita Un altro sconcio si nota nell’ospedale delle prigioni, si mandano ivi in esperimento i coscritti che allegano infermità Chi è innocente non deve stare col reo, né la civile comunanza può astringervelo, quali che potessero essere i suoi disegni. E come si può far sostenere la carcere ad un infelice che non ha delitto? come si può cacciarlo giù tra coloro che sono bruttati da misfatto, ed isforzarlo di temere ad ogni momento per sé tra tanti malvagi e rotti ad ogni nequizia? come si può sostenere che uomo scevro affatto di colpa, stretto in mezzo tra tanti ribaldi, non cada forse vittima della loro ferocia o della loro perfidia?.... R. Carrascosa.»

non si risolvono e si fossero allontanati per sempre da loro;... I folli vi si fanno dimorare per più settimane, ed alle volte fino per mesi dove non vi sono modi idonei alla loro malattia, non persone atte che li guardano ed invigilano; è

9 La usanza delle legnate ai detenuti, della quale vedi quel ch’è detto a pag. 274 n. 1. venne meno nel 1860. Scrisse il ministro dei lavori publici a quel dell’interno il 2 agosto 1860. «Con risoluzione presa nel consiglio ordinario di stato del 10 andante mese, S. M. si benignava di ordinare r abolizione della pena disciplinare delle legnate e le commissioni istituite per applicarle cosi contro i perturbatori dell’ordine pubblico, ladruncoli e lanciateri di pietre, come contro i detenuti delle prigioni, i quali si fossero renduti colpevoli delle eccedenze contemplate nel reai rescritto de’ 10 giugno 1826.»

10 «Ai tempi della feudalità corrotta, i vassalli oppressi dai baroni, i baroni dal re, surse il brigantaggio armato; specie di conforto e di libertà nella universale obbiezione di genti che sentono dei mali il peso ed il fastidio, ma, divise per vizi o per abitudini, non sanno prorompere in generose rivoluzioni. E così, ora più ora meno disordinato, secondo il variare de' tempi, restò il popolo sino all'anno 1806.» Così il Colletta VII, 2; e noi aggiungeremo, fino all'anno in cui scriviamo e chissà per quant'altri!

11 Basti, che su di quasi seicento banditi che avea la Basilicata nei primi del 64, ben quattrocento non superavano i venticinque anni; li più tra essi ‘giungevano ai venti anni: e parimenti sopra di cinquecento che erano in Capitanata, appena un terzo aveano trascorso quella giovanile età.

12 Avvenne a noi, in una comunità del Potentino, di udire un servigiale di campi, di ritorno dal lavoro, mutarsi io publico banditore e, per le vie e piazze, a squarcia gola chiamando le genti con l’udite lo bando, ad avvertirle di non andare a faticare ne’ terreni di — e qui alta voce pronunciava il nome — perch’ei dava peparulo acizzo, pane mucato e vino avierso; e non s’acchetò prima di averlo bandito ad ogn’angolo di via. E se questa, fu la più singolare forma di lamenti essa non fu la sola: e volesse Iddio non prorompessero in modi meno miti ed umani!

13 Vedi fra tant'altri le esempio del Coppa a pag. 571 nota 2.

14 Lib. IV, cap. 10.

15 Winspeare, Storia degli abuei feudali. Introduz.

16 Istorie fiorentine III.

17 Hist. rep. it. 1. VII, ch. 6.

18 Ibidem 1. VII, ch. 9.

19 Ciccarelli, Vita di Gregorio XIII, Galluzzi, Istoria del gran ducato IV, 3; Botta, Storia d'Italia XV.

20 Giannone, Storia civile del Reame, lib. XXXIV.

21 Se n'ascolti questa autorevolissima confessione: scrivea il ministro provinciale dei cappuccini di Salerno e Basilicata al P. Nicola da S. Giov., generale di tutto l’ordine cappuccino in Roma, il 30 agosto 1861, a proposito del comizio provinciale: «se molti vocali non sono intervenuti alla celebrazione del capitolo, lo è stato per rifuggire i pericoli, ai quali si va incontro per la truce vandalica infestazione dei briganti che partono da codesta città, per insanguinare orrendamente e ingiustamente.... queste provincie; come è avvenuto per i Guardiani e Discreti di Lavello, di Monticchio, di Saponara, di Castello e di Tramutola; ove vengono barbaramente mutilati, seviziati quei nostri buoni cittadini, essendosi giunto a tagliargli il naso, a cavarne gli occhi, e così lasciarli sulle publiche strade, inaudita barbarie..» Vedi la Enciclica del M, R, P. Giovanni da Pescopagano ministro provinciale dei RR. PP. Cappuccini di Basilicata e Salerno. È pochissimo nota.

22 Botta, St. d’Italia lib. XXI nel quale si discorre de’ banditi che infestarono il reame nel secolo XVII.

23 Winspeare storia degli abusi feudali.

24 Botta, Si d’Italia XXIII.

25 Ibidem XXVI.

26 Winspeare op. cit.

27 Altrettanto a dì nostri; v. a pag. 492 e 537.

28 Colpa, al pari di oggi, de' manutengoli che ne li dissuadevano: v. quel ch'è detto del Totaro § XLVI, del Masini § IL ecc.

29 Storia del reame 1, 2.

30 Colletta, Storia del reame lib. l. cap. 3.

31 Ibidem lib. II, cap., 2.

32 Ibidem II, 2

33 Ibidem III, 3.

34 Ibidem III, 3

35 Storia del reame IV, 2.

36 Ibidem IV, 2.

37 Ibidem iv

38 Colletta, Storia del reame VI 2.

39 St. del reame IV, 2.

40 Ibidem IV, 2.

41 Ibidem IV, 2g.

42 Colletta, Storia del reame IV, 2.

43 Ibidem IV, 3.

44 Colletta, Storia del reame V, 1.

45 Ibidem V, 2.

46 Colletta, Storia del reame V. 3.

47 lbidem Vl, 2.

48 Colletta, St. del reame VI

49 lbidem VI, 3.

50 ibidem VI, 3.

51 lbidem VI, 3.

52 R. Decreto del 1806.

53 Colletta VI, 3

54 Colletta, Storia del reame VI, 3.

55 lbidem VI, 3.

56 Colletta, Storia del reame VI, 3.

57 Ibidem VII, 1.

58 Colletta, Storia del reame VII, 1.

59 Ibidem VII, 1.

60 lbidem VII, 1.

61 lbidem VII, 1.

62 Colletta, Storia del reame VII, 1.

63 R. Decreto del 1809.

64 R. Decreto del 1809.

65 St. del reame VII, 1.

66 lbidem VII, 2.

67 Colletta, St. del reame VII, 2.

68 lbidem VII, 2.

69 Vedi anche il Botta St. d’Italia dal 1789 al 1814. lib. XXIV.

70 Colletta, St. del reame VII, 2.

71 Decreto 30 agosto 1821; Colletta VIII, 1.

72 Colletta, St. del reame VIII, 1.

73 lbidem VIII, 1.

74 lbidem VIII, 1.

75 lbidem VIII, 2.

76 Relazione della commissione d'inchiesta sul brigantaggio 1863.

77 Decr. 16 ottobre 1849.

78 Editto 24 gennajo 1850.

79 Decreto 15 maggio 1850.

80 Colletta, St. del Reame lib. VI, cap. 1.

81 Editto 24 gennajo 50.

82 Editto 24 gennajo 50.

83 Editto 24 febbrajo 50.

84 Editto 24 febbr. 50.

85 Editto 27 settembre 50.

86 Editto 9 Luglio 50.

87 Editto 24 ott. 50.

88 Editto 26 ott. 50.

89 Editti 24 febb. 1850, 24 ott. 1850.

90 Editti 16 marzo 1850, 24 ott. 1850.

91 Editto 24 febb. 50.

92 Editto 9 luglio 50.

93 Editto 24 gena. 50.

94 Editti 9 luglio 50,8 ott. 50.

95 Editto 9 luglio 50.

96 Editti 24 genn,24 febb.,24 ott. 1850.

97 Ibidem.

98 Editto 6 aprile 50.

99 Vedi tra gli altri editti quei del 16 marzo,6 aprile,3 ottobre,24 ott. 50,11 luglio 51,22 agosto 1857.

100 Editto 6 Aprile 50.

101 Regio decreto del 1853.

102 Editto 21 nov. 1850.

103 Editti 8 e 18 febb 1850.

104 Editto 18 febb. 1850.

105 Editto 16 marzo 1850.

106 Editto 6 aprile 50.

107 Editto 9 aprile 50.

108 Ibidem.

109 Editto 24 aprile 80.

110 Ibidem.

111 Editto 9 luglio 1850

112 Editti 24 ott. 1880 e,9 Dic. 1850.

113 Ibidem.

114 Editto 9 dicembre 1850.

115 Ibidem.

116 Editti 8 ottobre 1855, 11 agosto 1856.

117 Editto 22 agosto 1857.

118 Nota 7. maggio 1860 del ministro di polizia all'intendente di Basilicata.

119 Racioppi op. cit. XXI.

120 Editto 12 maggio 1861.

121 Anco il dischiudere a quando a quando le carceri ad ogni genìa di rei, si direbbe divenuta una tradizione per que' popoli. Fra le altre volte, l’infante Carlo Borbone muovendo nel 1734 alla conquista del Reame, giunto a Napoli, secondo narra il Colletta «passando innanzi alle carceri della vicaria e di San Giacomo, ricevute le chiavi in segno di sovranità, comandò aprir le porte per mandar liberi i prigioni; insensata grandezza!» lib. I c. 2.

122 St. dei moti di Basilicata nel 1860 cap. X.

123 E basti a riprova quel che proprio di Matera dicemmo essere seguito nel 1648, a pag. 107 nota; nella quale leggesi il severo giudizio che ne fece il Botta St. d'It. XXIV.

124 Qp. cit. cap. X.

125 Op. cit. cap. XXI.

126 Op cit. cap. XX.

127 Op cit. cap. XX.

128 Il richiamo degli sbandati fu decretato il 24 aprile 1861, per tutti quelli delle leve dal 67 in giù: doveano presentarsi il dì l'di giugno: la Basilicata n’avea 2697; in quel giorno 687 tennero Fin Vito; gli altri 2010 si dettero ai campi: dal giugno all’agosto se ne presentarono 606, i rimanenti 1404 via via distrussero o le infermità o il ferro. Pochissimi quelli che dipoi si costituirono.

129 Causa tra il municipio di Venosa e il suo tesoriere: Memoria di N. de' Rosa a difesa di quest'ultimo.

130 Ne rechiamo una curiosa prova. Partiti i briganti e sopraggiunta milizia cittadina dai luoghi vicini, avvenne che essa, a piccoli drappelli, girasse per le case della plebe a riprendere le masserizie involate e recandole nel municipio, ov’erano riconosciute dai saccheggiati notabili. Si ritrovarono, disse un testimone, u a centinaia gli utensili di rame, stoviglie, cristalli, mobiglie, armi, quadri, libri letti di ottone, salame, lardo, sugna ec. ec completamenti in tatti, se non lutti.» V. poi Memoria de' Rosa, già citata, nella causa tra il cassiere e il municipio di Venosa.

131 V. a p. 40 note 2 e 3.

132 Ciò che dee colorire tutt’il quadro e l’animo della plebe ha da esser questo. In una relazione ufficiale del giudice istruttore di Matera sui casi di Stigliano all’arrivo del Borjes e del Crocco, leggesi. «a Stigliano era così potente la idea del saccheggio, che un Paolo Curti merciaio, all’appressarsi dei briganti, spacciò in un sol momento cento e più canne di conavaccio ad'uso di sacchi: ciò che mai non avea potuto vendere in un anno.»!!

133 Tremando per sé e per le sue creature una gentildonna in voce di bellezza riparò, vo’ dirlo con le sue stesse parole, «in una fossa di ogni luce muta, ove un tempo si seppellivano i cadaveri presso alla chiesa madre. Ma poiché in pieno giorno non mancò chi ci avesse spiate, di noi... povere sepolte vive avvenne che denunziate a quei luridi mascalzoni più amanti di far bottino, venimmo dissepolte Ma per buona venturasue cose e ci condusse incolumi..... in un remoto quartiere.... senza più vedere né esser viste. E dopo due giorni di angoscie uscimmo salve a rivedere le stelle.» Le quali parole non ci fu dato leggere senza la memoria corresse alla Giulia Gonzaga nuora che fu di Pompeo Colonna e anch’ella a un pelo di divenire vittima di barbari, ma le fu scampo, non una tomba, sì la sella e velocità di un cavallo secondo narrarono gli storici: Segni Ist, fior VI; Giannone St. civ XXII; Sismondi St. delle Rep. It. VIII, 9.

era con quelli un tale M figlio naturale di un antenato di mio marito il quale.... ci dichiarò

134 Op. cit. cap. XXI.

135 Vo’ qui a compianto recare i nomi di quegli sventurati: Luigi Mengbesi sergente, Lorenzo di Biase, Giuseppe Serra, Antonio Biscanti soldati: e Leonardo Romano colono e padre di tre creature.

136 Vedi a pag. 556.

137 Legge 15 agosto 1863; decreto 20 agosto 1863; regolamento 35 agosto 1863.

138 Altre volte, ed anco nel 1861, ai banditi si erano fatte offerte di grazia dove s’arrendessero. Il gen. Della Chiesa publicava a 3 di agosto di quell’anno che «Il luogotenente generale del re volendo aderire alle molle richieste di perdono che gli vengono sporte, volle dar segno di sua bontà autorizzando questo generale comando a promettere: salva, la vita ai briganti o sbandati che volontariamente si costituiscono, e molta indulgenza a coloro che non hanno commessi delitti comuni.»

139 Vedi più Innanzi a pag. 556-7.

140 Allo scontro con la masnada del Serravalle ebbero parte più soldati del 46(9) condotti dagli ufficiali Borsari li e Bergalli, milizie mobili calabresi duce il Dramis e guardie di publica sicurezza; vi ebbe anco parte di combattente Temistocle Solerà bell’ingegno ed ardito, oggi questore di Firenze. Circondalo il masnadiere in un largo cerchio, secondo leggesi in un rapporto ufficiale dettato dal Dramis a’ 24 ag. 1863, una guardia calabrese fu prima a sbucargli addosso e vedendo che i briganti avvertiti già dal rumore de’ passi si erano messi a cavallo e fuggivano, tirava a Serravalle il quale allora scendeva di cavallo ed esplodeva anch'esso due colpi, ma colpiva il fusto dell'albero. Sbucava il caporale calabrese Macri, e vedendo una povera signora smarrita vicina a Serravalle, la confortava ad avanzarsi verso di lui che sarebbe salva. Il capo brigante guatando intorno ferocemente grida: ah compagni mi avete abbandonato! E vedendo la signora avanzarsi affannosamente verso la forza le tira un colpo di revolver Il caporale Macri scarica intanto i due colpi del suo fucile e contemporaneamente quasi rispondeva il brigante con altri due colpi ma non appena esplosi, mettevasi una mano sul cuore in sanguinato e cadeva per terra esclamando: son morto: sopraggiungono le guardie calabresi e tirano; tirano i soldati accorrenti a precipizio; il corpo di Serravalle venne crivellato....; altri quattro briganti... montati su buoni cavalli riuscirono a fuggire in mezzo ad un diluvio di palle... nonostanteché.. due feriti...» La misera signora recata bocheggiante nel paese natio, nel volgere di pochi giorni, vi morì.

141 Nondimeno negli anni dal LX al LXVII valutarono i briganti fucilali a milletrentotto; a duemila quattrocentredici quelli periti combattendo; ed a due migliaia settecensessantotto i prigioni!

142 Quelli in corsivo sono i nomignoli con i quali furono più comunemente conosciuti.

143 Li briganti appartenevano a ottanta sui cenventiquattro comuni di Basilicata: ora li 44 che non ne davano il contingente erano quelli, e può dirsi con sicuro animo, ove minori erano i mali che li procreano: meglio ordinata l'azienda comune: tepide o nulle le gare cittadine ed anco meno abietta l'esistenza.

144 Epperciò fra le tante proposte onde cogliere i briganti, cosi meravigliosamente imprendibili, una noi leggiamo in un publica scritto indirizzato alla Celebre commissione d’inchiesta; e per la stranezza vuole essere riferita come quella che pure ritrae della faccia singolarissima di quel suolo. «Ad ogni squadra di bersaglieri sarei vago di assegnare un egual numero di cani da presa, più comunemente conosciuti in Italia col nome di Corsi. È un fatto indubitato che siffatti docilissimi come feroci animali, pei comando del padrone raggiungono e s’impossessano tanto degli uomini, che degli animali. Posto che una comitiva scoprasi sulle alture di un monte, i cani da presa monterebbero all’assalto: se i briganti volessero soffermarsi a far fuoco contro gli assalitori, la sosta li farebbe accerchiare dalla truppa. Un assalto di simil genere, e che non vorrei si prendesse a scherzo prima di farsene esperimento. riesce più funesto sui briganti a cavallo, perché i cani tosto si attaccano ai cavalli e cavalieri, apportando il terrore, Io scompiglio e la rotta in qualunque cavalleria. La scorta de’ fidi compagni. dell’uomo rende sicura una squadra di penetrare in qualunque bosco, e di pernottarvi senza tema di sorpresa.».

145 Fra le tante scritture di capibanda che ci avvenne di leggere, ne riferiremo qui, restituendola nella buona ortografia, una di Ninco Nanco a suggello di quel ch'è detto nel testo: «Gentilissimo signore Don Vito Nicola Cassano. Benignatevi mandarmi la somma di trecento piastre: non fatene a meno, perché vi ho fatto il primo avviso e non ho trovato niente: fatemi trovare la suddetta somma altrimenti vi distruggo tutto: pensate di farmi avere lo bianco pane e vino e tutte altre cose. Vi saluto: Giuseppe Nicola Summa, alias Ninco Nanco.»

146 Le agiatezze e le delicature di cui si confortano ne' campi sono tali che più volte, in specie nel bosco di Monticchio entro l'abitual ricovero di Crocco, si rinvennero vivande, vini, e frutta. Tra le cavità degli alberi bene spesso cibi e vini, e pannilini usciti di bucato, o vesti invernali.

147 A noi piace di riferire qui una sola sentenza del tribunale di guerra nella quale sono per così dire riassunte molte delle industrie de’ manotengoli. Nessun’altra può meglio ritrarne i profili e la tristizia. «Nella causa contro Bellizia Francesco Antonio, di Viggiano, avvocato, capitano della guardia nazionale; ritenuto che.... gravissime e molte erano le imputazioni a suo carico; che da lunga data fosse in stretta relazione colle bande Masini e Miglionico;... si facesse intermediario dei ricatti che da dette bande consumavansi e ritenesse per se parte dei danari ed oggetti ch'era incaricato spedire ai briganti; il facesse avvisati dei movimenti della truppa; somministrasse loro munizioni della guardia nazionale, viveri ed armi.... In ordine a tali imputazioni risultò, sia da documenti letti, sia da testimoni escussi; che il capo-banda Scoppettiello si dolse più fiate sul conto del Bellizia accusandolo come autore della rovina dell’intera sua famiglia, la quale, detenuta in dipendenza della legge sui brigantaggio 15 agosto 1863, soffriva il carcere nonostante le somme di danaro che egli aveva al Bellizia replicate volte spedite; lamentava d'avere smarrite due lettere dal medesimo scrittegli, che con esse avrebbe voluto perderlo; che il fratello e sorella di esso Scoppettiello, detenuti nelle carceri, doleansi pure del Bellizia, sì perché avea sconsigliato il loro fratello Scoppettiello ad ubbidire alla chiamata sotto la armi qual soldato sbandato, per cui in seguito si fe’ capo e organizzatore di banda brigantesca, sì per non sentire vantaggio alcuno per le somme di danaro,che esso Scoppettiello avea al Bellizia reiteratamente spedite; che nel ottobre 1863, dalla banda Scoppettiello catturato certo Gargaro Giuseppe da Viggiano, la famiglia rivolgeasi al Bellizia pel riscatto, ed egli spediva il fratello allo stesso capo-banda, recando danaro ed oggetti, prezzo per cui fu liberato; ohe nel dicembre di detto anno da parte del brigante Diego de Rago porse saluti alla sua ex fidanzala di Lorenzo Mattia; che nel febbraio 1863 ricattato dalla banda del famigerato Masini tal de' Blasiis Giovanni, i parenti dello stesso passarono a mani del Bellizia somme vistose di danaro e oggetti d’oro che egli fece tenere alla banda a mezzo del suo garzone Forte Francesco, già compagno qual servo di pena del brigante Nicola Masini fratello al capo-banda; che il Forte era notoriamente ritenuto manutengolo dei briganti; che il Bellizia non ebbe giammai biglietti per estorsioni di danaro dai briganti, ed un ricattato dalla banda Masini udì che diceasi dai briganti stessi, essere essi amici del Bellizia; che allorquando nel 10 marzo 1864, dovea presentarsi il brigante Nigro Domenico da Viggiano per opera della di lui madre di concerto col giudice mandamentale, egli s’appostò a pochi passi dal paese, lo arrestò in via per costituirsi inerme già in unione della madre, e vuolsi che ciò facesse a. velare le sue opere malvagie...; non mancarono indizi presuntivi che esso Bellizia, a mezzo del suo garzone Forte tenesse avvisata la banda Masini dei movimenti della forza nelle epoche che si manteneva nei dintorni di Viggiano; che il Forte trucidato dai briganti nel settembre 1863 come lor traditore, il Bellizia ne sia stato l’instigatore, insinuando sospetti di tradimento onde togliersi un testimone troppo pernicioso per lui; infatti ei soltanto seppe particolarizzare le sevizie patite dal Forte: quattordici leggeri colpi di bajonetta, un colpo di moschetto che gli troncò il capo, e sospeso ad un albero di faggio inchiodandogli alla fronte un cartello colle parole: questa è la morte degli spioni, se non sì quietan tutti cosi la finiranno; che nel novembre del 1863 desse mandato alla banda Scoppettiello di abbruciare le masserie dell’arciprete Nigro Nicola a sfogo di basse vendette; la vicina masseria di proprietà del Bellizia rimase immune dalle fiamme; tal reato avvenne dopo due giorni che i parenti dello Scoppettiello si costituirono a lui, già da vario tempo ricercati dalla giustizia; essi avevan più volte nello stato di latitanza chiesto consiglio all’arciprete Nigro, questi era in inimicizia coll’accusato, si ritenne perciò che incolpasse il Nigro delle persecuzioni che la famiglia Scoppettiello soffriva; che avesse spedito ai briganti parte delle munizioni provviste dal municipio per la guardia nazionale; poche ne furono distribuite. la cassa si vuotò, ed egli qual capitano aveva nelle medesime ingerenza; inoltre dai rapporti ufficiali constò che, per voce generale e non di partito, ò ritenuto in Viggiano per il più scaltro camorrista e manutengolo dei briganti, che fu causa di giubilo il suo arresto, e la falsa voce della sua liberazione sparsa dai suoi parenti fu voce di terrore, tale la pressione che esercitava sui Viggianesi; ed a maggior prova al riguardo concorre la protesta, che una donna di Viggiano facea all'arciprete Nigro nella circostanza che, a patto del segreto, manifestava al medesimo fatti di complicità in brigantaggio a carico del Bellizia, dicendo: che se chiamala in giudizio avrebbe spergiurato finché esso Bellizia aveva vita; in ultimo pervenne a mani della giustizia una lettera anonima all'indirizzo del tenente Scoppettiellocapitano B. del seguente tenore: Caro lenente Poppino Finalmente tutto è conchiuso, e fra giorni sarai co' tuoi libero, a dispetto di questo» signor delegato che ti voleva far presentare per perderli. Man» doli per il solito latore gli oggetti chiestimi, per lo stesso ini» farai senza menu tenere altri ducati cinquecento per complimenti tare chi sai. Statti intanto sicuro che continuerò ad avere le so» lite precauzioni e d ogni cosa li terrò avvisato per non farli» avere cattivi e pericolosi incontri. Letta la presente lacerala e» credimi il tuo capitano B. Sulla medesima si procedette a giudiziale pei iz a prendendo a confronto caratteri certi dell'accusato e da essa riconosciuti...: tu raggiunta la piena prova, e con piena persuasione si stabilì essere stata l'anonima incriminata scritta di pugno e carattere del Bellizia. Considerato che dai fatti sia emergenti dal tenore delta lettera incriminala certa del Bellizia, sia da' documenti letti e testimoni esaminati, risulta ad evidenza che il Bellizia stornò la presentazione de' briganti, aveva con essi relazione per somministrazione d'aggetti, li teneva avvisali dei movimenti della pubblica forza, e ricevea compensi per le sue prestazioni in loro favore; considerato che mentre non si ravvisano circostanze attenuanti il reato, si hanno in aggravio la coltura di spirito, la posizione sociale, la continuazione del reato tanto lungamente protratto, e la sete di lucro causa a delinquere; per questi motivi condanna Bellizia Francesco. Antonio, alla pena dei lavori forzati per anni venti;... Oggi diciotto ottobre milleottocentosessantaquattro.capo banda, firmata. 

148 V. Processo del Caruso di Torremaggiore; Racioppi Op. cit. pag. 273.

149 La corte di assisie giudicò dal 31 dic. 63 al 31 dic. 65, per reati di brigantaggio commessi anteriormente alla legge 15 agosto 1863, da 1359 individui.

150 Legge 15 agosto 1863 art. 5 e reg. 25 ag: 1863: legge 7 febbraio 1-64 art. 10 e reg. 11 febb.

151 Un egregio magistrato, del quale è dubbio se più sia l’intelligenza splendidissima o la dottrina o la virtù, il Pascale battezzò arditamente i giudizi politici delle giunte o consultive o punitrici quale un fomite permanente di rancori e di vendette. V. Orazione innanzi la corte cappello nei dì 9 gen. 1866.

152 Di uguali modi, già usati nel volgere del 1809, scrisse il Colletta SI. del reame VII, l'«La facoltà di incarcerare, le famiglie dei fuorgiudicati (briganti) produsse miserevoli arresti di vecchi papiri, vecchie madri, innocenti sorelle, giovani figliuoli; ma si avea almeno alle crudeltà la certa guida del parentado: la facoltà d’incarcerare i promotori e gli aderenti, vaga, arbitraria, facile agli errori ed agli inganni produsse mali smisurati ed universale spavento. Tale rinacque il rigore che se la benignità del re non avesse temperata in molti casi l’asprezza delle sue leggi, o se gli afflitti non fossero stati ultima plebe, di cui sono bassi, non sentiti i lamenti, quel tempo del regno di Gioacchino avrebbe pareggiato in atrocità e mala fama, i più miseri tempi di Giuseppe!!

153 Legge 17 maggio 1866 art. 3; decr. 20 maggio 1866 e istruzioni dello stesso giorno.

154 Lo presiedé il colonnello Vivoli; v’era avvocato fiscale il Mei.

155 Li quali sacerdoti, ufficiali e sindaci vennero condannati a venti anni di lavori forzali, all'infuori del Cudone che n’ebbe quindici soltanto. Vedi Processi innanzi il tribunale di guerra; Sentenze ec.

156 Bando 20 febb. 1864 e circ. 8 apr. 84.

157 Bando e circ. 20 febb. 64; circ. 5 aprile 64, 18 dicembre 1864, 6 genn. 65.

158 Bando 8 febb. 64; circ. 20 febb. 64, 6 apr. 1864.

159 Bandi 9 genn. 1861, 8 febbraio-64; circolare 20 febbraio 64, 5 apr. 64.

160 Bando 20 febb. 64; circ. 5 apr. 64.

161 Circ. 4 nov. 64, 18 dic. 64, 9 genn. 65.

162 Vedi quel che dicemmo a pag. 489 e seg.

163 Vedi i bandi publicati ai 19 genn. 1664,18 febbraio 64,16 di cembro 1864, 6 aprile 1865.

164 Leggendo quelle grida con cui si numeravano le teste e il costo loro, e né il premio che si darebbe a chi le distaccasse dal tronco, e' ti pare di leggere i bandi o le liste di proscrizione, tanto si somigliano fino nella forma, riportate da Appiano IV,8-11 e da Vannucci Storia d Italia innanzi i Longobardi VI, di Antonio, Ottavio e Lepido. S’oda a mo’ d’esempio la conclusione di uno di que’ bandi. Di quelli di cui sono qui scritti i nomi niuno sia accolto per le case o celato in alcuna maniera. Chi salverà un proscritto sarà proscritto egli stesso. Si rechino a noi le teste degli uccisi, e in premio a ciascuna i liberi avranno 100 mila sesterzi e i servi 40 mila con la libertà e i diritti dei cittadini. Lo stesso premio si darà ai rivelatori». Così dicevano i vendicatori di Cesare: ora leggansi a confronto le parole delle liste contro i banditi: «A chiunque assicurerà in qualsiasi modo alla giustizia uno dei briganti sotto indicati s’accordano i seguenti premi Se sia capobanda... lire ventimila: se sia brigante lire quattrocenventicinque.... Entro 24 ore dopo arrestato, presentato od ucciso un brigante il premio sarà subito pagato...» Burlevole parodia di uomini famosi in guerra o in arte di stato. Gli è superfluo noi qui dichiariamo non intendere con ciò di berteggiare gli egregi cittadini che coscrissero que’ bandi: né certo temiamo che; tra i sensi che ci ispira la serietà di questo libro, alcuno possa mai attribuirci, né qui né altrove, il benché menomo intendimento di scendere a effimere individualità, argomento di ben lieve peso e quanto mai al disotto della altezza di quello che a lume de’ concittadini nostri, ed a salute della patria, per quanto era da noi, abbiamo stimato di svolgere.

165 Circ. 20 febb. 1864, B apr. 1864,6 giugno 1861, ec. ec.

166 Dobbiamo qui i più vivi ringraziamenti alla cortesia con cui quel prode e cortese gentiluomo che è il generale Pallavicino, ei somministrò preziose notizie intorno alle operazioni da lui dirette e compiute in questa regione, a esterminio delle masnade: gli splendidi suoi successi suppliscono ad ogni parola di encomio.

167 Dice il gen. Pallavicino nelle notizie ch'ei ci favori: «Giuseppe Caruso ebbe a trovarsi successivamente con varie truppe stanziate nel circondario di Melfi; con ciò in breve tempo gli ufficiali tutti furono edotti sulle consuetudini brigantesche: e le forze militari poterono rendersi padrone del terreno, percorrendo quella località boschive che loro sarebbero rimaste sempre sconosciute, qualora non guidate da un uomo esperto come Caruso. Al di più di questo vantaggio, i drappelli in perlustrazione presso i quali trovavasi Caruso, ebbero il vantaggio delle precise informazioni che al già capo-banda era facile procurarsi a mezzo dei suoi antichi manutengoli: perloché frequenti furono gli scontri e felici sempre i risultamenti.»

168 Circolare 14 luglio 1861 della luogotenenza ai governatori dell'ex reame.

169 Ciro. 5 apr. 61,4 nov. 64,12 Dic. 61,18 Dic. 64,5 gen. 65.

170 Circ. 20 feb. 64,5 apr. 61,12 Dic. 61, 5 gen. 65.

171 Legge 15. qg. 63 art. 7; reg. 30 agosto 63; legge 7 febb. 64 art. 6; reg. 11 febb. 64.

172 E furono Vito Somma, Donato Mocci, Guglielmo Bàrcozzo di Sanfele.

173 Gli uccisi furono Rocco Scerra, Giuseppe Potenza ambedue di Tricarico, Pietro d’Alessandro, Domenico Grippo di Laurenzana. Giuseppe Larocca di Abriola, e un Domenico gittatello di Castelmezzano.

174 Nelle notizie ch'ei favorì comunicarci e di cui dicemmo a pag. 538 nota 2.

175 Vedi quel che dicemmo di lui a pag. 838-9.

176 Processo del Tortora e dei suoi innanzi il consiglio di guerra;. sentenza 15 Dic. 1864.

177 Ibidem.

178 Processo del Tortora e dei suoi innanzi il consiglio di guerra; sentenza 15 dic. 1864.

179 Ibidem.

180 Ibidem.

181 Ibidem.

182 Ibidem.

183 Processo del Tortora e dei suoi innanzi il consiglio di guerra; sentenza 15 dic. 1864.

184 Ibidem.

185 Ibidem.

186 Ibidem.

187 Ibidem.

188 Processo del Tortora e dei suoi innanzi il consiglio di guerra; sentenza 15 dic. 1864.

189 Ibidem.

190 Ibidem.

191 Ibidem.

192 Ibidem.

193 Ibidem.

194 Ibidem.

195 Ibidem.

196 Processo del Tortora e dei suoi innanzi il consiglio di guerra-sentenza 15 dic. 1864.

197 Ibidem.

198 Ibidem.

199 Processo del Teodoro, del Volonnino e de’ loro gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 19 giugno 1865.

200 Ibidem.

201 Processo del Teodoro, del Volonnino o de' loro gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 19 giugno 1865.

202 Lettera inedita.

203 Processo del Teodoro ecc. Sentenza 19 giugno 1865.

204 Ibidem.

205 Processo del Teodoro ecc; sentenza 19 giugno 65.

206 Ibidem.

207 Ibidem.

208 Ibidem.

209 Ibidem.

210 Ibidem.

211 Processo del Teodoro ecc.; sentenza 19 giugno 65.

212 Ibidem.

213 Ibidem.

214 Ibidem.

215 Processo del Teodoro, del Volonnino, ec.; sentenza 19 giug. 65.

216 Processo del Teodoro; sentenza 19 giugno 63.

217 Ibidem.

218 Processo a Digianni e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 30 giugno 1865.

219 Ibidem.

220 Processo a Digianni e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 30 giugno 1865.

221 Ibidem.

222 Ibidem.

223 Ibidem.

224 Ibidem.

225 Ibidem.

226 Processo a Digianni e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 30 giugno 1865.

227 Ibidem.

228 Ibidem.

229 Ibidem.

230 Processo a Massari, Caiaccio, Di Guglielmi innanzi il trib. di li guerra; sentenza 20 marzo 1865.

231 Ibidem; e processo Digìanni e suoi gregari innanzi il trib. di guerra; sentenza 30 giugno 1868.

232 Ibidem.

233 Ibidem.

234 Processo a Ricigliano Pietro ed altri; sentenza 20 apr. 1864.

235 Processo a Digianni e suoi gregari innanzi il trib. di guerra; sentenza 80 giugno 1805.

236 Processo a Digianni e suoi gregari innanzi il trib. di guerra;: Sentenza 30 giugno 1865.

237 Ibidem.

238 Rapporto inedito del Lioy: e vedi a p. 513 - 4.

239 Ibidem.

240 Rapporto inedito del Lioy.

241 Ibidem.

242 Ibidem.

243 Rapporto inedito del Lioy.

244 Ibidem.

245 Rapporto inedito del Lioy.

246 Io vo’ dirlo con le parole scrittemi dal Lioy or fanno poche settimane Coppa era projetto: sbandato nei 1860 ritornò nel proprio paese, ove insultato replica temente e perfino battuto, giacché per la sua miseria non avea potuto svestire l'uniforme dell’armata borbonica, giurò vendicarsi.... dandosi a fare il brigante»!!

247 Processo a Digianni e suoi gregari; sentenza 30 giugno 1865.

248 Ibidem.

249 Ibidem.

250 Processo a Dovizio Vincenzo innanzi il trib. di guerra; sentenza 14 gennaio 1864.

251 Processo a Vitello Giuseppe e Marcopto Rocco; sentenza 26 aprile 1864.

252 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

253 Ibidem.

254 Ibidem.

255 Ibidem.

256 Ibidem.

257 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 165.

258 Ibidem.

259 Ibidem.

260 Ibidem.

261 Ibidem.

262 Ibidem.

263 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 165.

264 Ibidem.

265 Ibidem.

266 Ibidem.

267 Ibidem.

268 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

269 Ibidem.

270 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

271 Ibidem.

272 Ibidem.

273 Ibidem.

274 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

275 Ibidem.

276 Ibidem.

277 Ibidem: e processo di Mormando e Grigliano; sentenza 20 maggio 1865.

278 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

279 Ibidem.

280 Ibidem.

281 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

282 Ibidem.

283 Ibidem.

284 Processo a Nicola Masini ed altri gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

285 Ibidem.

286 Ibidem.

287 Ibidem.

288 Ibidem.

289 Processo a Epifania Giuseppe Candia Casimiro innanzi il tribunale di guerra; sentenza 26 ottobre 65.

291 Processo a Masini e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

292 Processo a Marsicovetere Giuseppe e Volta Domenico innanzi il tribunale di guerra; sentenza 29 settembre 1864.

293 Processo a Masini ec.: sentenza 6 Maggio 65.

294 Ibidem.

295 Ibidem.

296 Ibidem.

297 Processo a de' Luca Gius., Santangelo Raffaele di Sasso ed altri innanzi il tribunale di guerra; sentenza 31 ottobre 1864.

298 Ibidem.

299 Il Larocca Giuseppe di Abriola. Ibidem.

300 Nella sentenza 10 apr. 18ó5 del tribunale di guerra contro Pepe Francesco possidente, Florio e Pietrosino braccianti di Montesano, condannati quali complici nel ricatto, leggonsi queste parole che noi rechiamo a conforto delle nostre premesse. «La insolita località in cui apparvero i briganti a breve distanza dal paese, in punto ove mettono e s’incrocicchiano varie strade, abitato, frequentato, d’evidente pericolo perciò per quei masnadieri, fe’ sorgere il grave sospetto che persone di Montesano abbiano coi briganti concertato quel ricatto e sieno state guida per l’appostamento allo uopo: che in effetti la banda Masini, in possesso dello sventurato Greco aggirandosi nelle adiacenze di Montesano, ebbe a manifestare che quel sequestro avealo operato colla maggiore sicurezza perché fatto col concorso dei paesani cui aveva promessa la somma di mille ducati, e ch’era no bene informati del suo stato di fortuna: che per aderire alle istanze di coloro che ne aveano procurata la cattura avrebbero dovuto ucciderlo dopo estorta la maggior somma, altrimenti sarebbero stati perseguitati dal Greco a segno da non vedere piu’ mondo: che se questi pagata la somma era lasciato libero doveva promettere non far carcerare persona; che fra l’accusato Pepe ed il catturato Greco eravi antica e fiera inimicizia, che il primo vuolsi sfogasse con incendio, uccisioni d’animali, e recisioni d’alberi; ed in recente circostanza esprimeva «che s’ei non moriva il tempo era galantuomo» (a vendicarsi cioè del Greco); che lo stesso Masini costituitosi con altri briganti alla giustizia, tutti concordi e costantemente designarono l’accusato Pepe come colui col quale avevano criminosa corrispondenza in Montesano pei loro pravi disegni, come colui che loro spedì avvisi in iscritto e procurò il sequestro del Greco.»

301 Ibidem: V. pure il processo di Masini e altri gregari innanzi il tribunale di guerra; e la sentenza 6 maggio 65.

302 Processo a Masini ecc. innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 maggio 1865.

303 Vedi quel che di essi è detto a pag. 534 - 5.

304 Processo al Tardugno innanzi il tribunale di guerra; sentenza 24 dic. 1864.

305 Processo al Masini ec. ec.; sentenza 6 maggio 1865.

306 Processo al Masini ecc.; sentenza 6 maggio 65. Della dedizione sua vuolsi poi tribuire buona parte di lode al delegato Pacchiarolli ch'essendo sopra luogo abilmente ne tenne le fila.

307 Ibidem: vedi anche il processo di Mormando e di Origliano innanzi il tribunale di guerra, e la sentenza 29 maggio 1865.

308 Processo al Masini ecc.; sentenza 6 maggio 65: vedi anche processo di Mormando e Cirigliano; sentenza 29 maggio 1865.

309 Ibidem.

310 Ibidem.

311 Processo al Grippo innanzi il tribunale di guerra; sentenza 6 giugno 1864.

312 Processo Giordano innanzi al tribunale di guerra; sentenza 15 aprile 1865.

313 Processo Paradiso; sentenza 28 agosto 1865,

314 Processo a Francesco e Domenico Nigro innanzi al tribunale. di guerra; sentenza 27 aprile 1864.

315 Ibidem.

316 Processo a Di Rago; sentenza 6 maggio 1865.

317 Processo ad Angerame ecc.; sentenza 22 maggio 1865.

318 Ibidem.

319 Processo ad Angerame ecc.; sentenza 22 maggio 1865.

320 Ibidem.

321 Ibidem.

322 Processo ad Angerame ecc.; sentenza 22 maggio 1865.

323 Processo a Grigliano e Mormando innanzi il tribunale di guerra; sentenza 29 maggio 1865.

324 Processo a Epifania ecc. innanzi il tribunale di guerra; sentenza 26 ott. 1865.

325 Processo a Di Corleto e Manissero innanzi il tribunale di guerra; sentenza 19 ott. 65.

326 Processo a Di Corleto e Manissero innanzi il tribunale di guerra; sentenza 19 ott. 65.

327 lbidem.

328 Processo a Di Corleto e Manissero innanzi il tribunale di guerra; sentenza 10 ott. 65.

329 Processo loro innanzi il tribunale di guerra: sentenza 29 maggio 65.

330 Processo a Corleto e Manissero ec; sentenza 19 ottobre 65.

331 Ibidem.

332 Ibidem.

333 Processo a Cotugno Nicola e Rondinone Eustacchio innanzi it; tribunale di guerra; sentenza 1° agosto 64.

334 Processo a Gallo e Di Maso innanzi il tribunale di guerra; sentenza 30 dicembre 64.

335 Ibidem.

336 Processo a Scocuzza, Schiavone ec. innanzi il tribunale di guerra; sentenza 27 maggio 65.

337 Vedi quel che già ne dicemmo a pag. 584.

338 Processo a Scocuzza, Schiavone,ec. innanzi il tribunale di guerra; sentenza 27 maggio 65.

339 Processo a Bellettieri, Maramarco ecc. innanzi il tribunale di guerra; sentenza 18 maggio 1865.

340 Ibidem.

341 Processo a Bellettieri, Maramarco ecc. innanzi il tribunale di. guerra; sentenza 18 maggio 65.


342 Ibidem.

343 Ibidem.

344 Ibidem.

345 Era sotto-prefetto del Materano l’avv. Maini, uomo di virtù d'ingegno maggiori di quell’ufficio; ed a cui si hanno da tributare lodi per avere, in quanto all'autorità civile potea competere, agevolato cosi il compito della militare.

346 Processo a Bellettieri, Maramarco ecc. innanzi il tribunale dii guerra; sentenza 18 maggio 1865.

347 Ibidem.

348 Ibidem.

349 Ibidem..

350 Processo di Bafunti Michele innanzi il tribunale di guerra: sendenza 11 luglio 64.

351 Ibidem.

352 Processo a Feo Domenico innanzi il tribunale di guerra; sentenza 21 luglio 64.

353 Processo a Tarantino Giuseppa innanzi il tribunale di guerra; sentenza 28 sett. 66.

354 Ibidem.

355 Processo a Tarantino Giuseppe innanzi il tribunale di guerra; sentenza 28 sett. 65.

356 Ibidem.

357 Processo Tancredi innanzi il tribunale di guerra; sentenza 24 maggio 65.

358 Processo a Tarantino Giuseppe innanzi il tribunale di guerra; sentenza 28 sett. 65.

359 Processo a D’Agrosa e Vignola innanzi il tribunale di guerra; sentenza IV ott. 63.

360 Nel finire poi del 1866 l'Ingiongiolo, sendo infermo e sfinito di forze, cadde in un agguato e fu morto.

361 Processo a Candia e Epifania innanzi il tribunale di guerra; Sentenza 26 ottobre 1865.

362 Ibidem.

363 Processo a Franco ec.; sentenza 29 dicembre 1865.

364 Processo a Franco e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 29 Dic. 1865.

365 Ibidem.

366 Ibidem.

367 Ibidem.

368 Ibidem.

369 Processo a Franco e suoi gregari innanzi il tribunale di guerra; sentenza 29 Dic. 1865.

370 Ibidem.

371 Ibidem.

372 Processo a Franco ecc.; sentenza 29 dic. 65: vedi anche il processo a Gio. Labanca innanzi il tribunale di guerra; sentenza 2 dicembre 1864.

373 Ibidem.

374 Ibidem.

375 Ibidem.

376 Ibidem.

377 Ibidem.

378 Ibidem: e processo a Labanca; sentenza 2 dic. 1864.

379 Ibidem.

380 Ibidem.

381 Ibidem.

382 Ibidem.

383 Ibidem.

384 Ibidem

385 Ibidem.

386 Processo a Franco ecc.; sentenza 29 dic. 65.

387 Ibidem.

388 Ibidem.

389 Ibidem.

390 Ibidem.

391 Ibidem.

392 Processo a Franco ecc.; sentenza 29 dic. 65.

393 Ibidem.

394 Processo a Labanca Giovanni innanzi il tribunale di guerra; sentenza 2 Dic. 1864.

395 Processo a Carrieri Giuseppe, innanzi il tribunale di guerra; sentenza 18 maggio 1865.

396 Processo a Franco eco.; sentenza 29 Dic. 65

397 Ibidem.

398 Ibidem.

399 Vedi quel ch'è di lui dello § XXIX.

400 Lode alla sagacia e intelligenza di quel sotto prefetto cav. de' Lorenzo, che con molta abilità gli tese le fila dell’agguato.

404 Processo al Lauria Prospero innanzi il tribunale di guerra: sentenza 11 sett. 66.

405 Vedi più innanzi la nota 5.

406 Processo a Lauria Prospero; sentenza 11 sett. 1865.

407 Processo a Candia e Epifania innanzi il tribunale di guerra; sentenza 26 ott. 65..

408 Era scritto questo libro quando avvenne un caso singolare. Il; Florio, mutando a un tratto proposito, lascia i suoi, o s'affida alle mani della giustizia: oggi egli è tra ferri. Ma la masnada imperturbata elegge a suo duce il Dimare, e perdura nei cimenti e nelle insanie' quando ora fanno poche settimane, assalita dai carabinieri Mi Tursi, il Dimare cade ferito e prigione. Anco a lui sopravvivono i gregari ed ogni ora più funesti all'egra contrada.

409 Avvenne altrettanto per la nequizia di uno di Ripacandida, già contadino e rimandato, il quale a vendetta contro il padrone ne concertò il ricatto con il Volonnino sollevato così a giudice di entrambi!

410 Rammentasi che questo libro era scritto innanzi che l’Ingiongiolo venisse ucciso, e il Dimare e il Florio fossero prigioni, come dicemmo a pag. 612 nota 2 e 623 nota 8; ogni anno il tramonto degli uni segnando l’albeggiare di altri capibanda perché non se ne rompa la catena o se ne sperda la secolare tradizione.

411 Riferiamo qui, a rinfrescare i mali della regione, queste parole pronunciate in Parlamento da uno de’ suoi membri, il Delzio: vedi di lui a pag. 268 nota 2.

«Nell’agro di Viggiano vi sono briganti, e catturati ripullulano, non si sa come, dicono i corrispondenti ed i giornali.

«Nel territorio di Barile i trafficanti sono aggrediti da malfattori armati.

«A Montemurro, per incuria dei gendarmi, sono evasi dal carcere molti detenuti, e subito, compostisi in piccole bande, si sono dati a ladroneggiare.

«Nello sventurato circondario di Lagonegro poi i disastri di questo genere pigliano proporzioni più grandi.

«Sono avvenute uccisioni di pacifici cittadini a due chilometri di distanza da Castelsaraceno.

«Uccisioni nell’agro di Saponara di Grumento.

«Uccisioni in Castronuovo di Sant’Andrea, e propriamente nella masseria Collarino.

«Uccisioni e combattimenti fra carabinieri e malfattori nel monastero di San Francesco di Tursi, ove i briganti e le brigantesse erano armati di revolver s, di carabine e di molte munizioni.

«Non vi parlo poi delle aggressioni che periodicamente succedono ai viandanti che dal Tirreno o dall’Adriatico vanno a Potenza.»














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