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Nicomede Bianchi dichiara in diversi passaggi che ha l’intendimento "di porre sottocchio al lettore il complesso dei documenti inediti" di "segretissimi accordi", ovviamente il suo obiettivo, neanche tanto recondito, è quello di mostrare la bontà della politica cavouriana nella costruzione dello stato nazionale.

Presentiamo per ora, l'ultimo volume.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea - Febbraio 2021

STORIA DOCUMENTATA DELLA DIPLOMAZIA EUROPEA IN ITALIA

DALL’ANNO 1814 ALL’ANNO 1861

PER NICOMEDE BIANCHI

VOLUME VIII - Anni 1859-18

UNIONE TIPOGRAFICO-EDITRICE TORINESE

via Carlo Alberto, N. 33, casa Pomba

1872

NAPOLI

Strada Nuova Monteoliveto, N. 6

ROMA

Via degli Uffizi del Vicario 1872

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CAPITOLO PRIMO CAPITOLO SECONDO
CAPITOLO TERZO CAPITOLO QUARTO
CAPITOLO QUINTO CAPITOLO SESTO
CAPITOLO SETTIMO CAPITOLO OTTAVO
DOCUMENTI NOTE

CAPITOLO PRIMO

SOMMARIO

Voti e speranze del conte Cavour — Intendimenti di Napoleone III — Accordi segreti per la guerra contro l'Austria — Pratiche occulte tra le corti di Parigi e di Pietroburgo — Tentativi diplomatici presso i gabinetti di Berlino e di Londra —-Condizioni della politica europea al principio del 1859 — Dichiarazioni solenni di Napoleone — Suoi suggerimenti al re di Sardegna — Avvertenza — Trattato segreto d’alleanza tra la Francia e il Piemonte — Concetti politici e procedimenti diplomatici dell'imperatore Napoleone e del conte Cavour — Segrete proposte a Napoleone relative alla Toscana — Dubbii e sospetti di Cavour — Indirizzo da lui dato alla politica piemontese — Avvertenze — Pratiche dell’Inghilterra presso le corti di Parigi, di Vienna e di Torino a prevenire la guerra — Risultati ottenuti -Pratiche diplomatiche dell’Austria in Germania — Accordi tra la Prussia e l’Inghilterra -Successive pratiche diplomatiche — Contegno del gabinetto di ViennaAvvertenze — Risposta del gabinetto di Torino all'Inghilterra — Nuove istanze di lord Malmesbury — Pratiche del gabinetto di Londra presso i minori Stati italiani — Missione affidata a lord Cowley: suo esito — Atteggiamento della RussiaVantaggi immediati che ne ricava l’imperatore dei Francesi — Proposte di un congresso europeo: come accettate dall’Inghilterra — Relativi concerti Ira la Russia, la Prussia e l'Inghilterra — Contegno di Napoleone — Nuove proposte dell’Austria: come giudicate dal gabinetto di Pietroburgo — Questione del disarmo posta in campo dal gabinetto di Vienna — Accordi e deliberazioni delle corti di Roma, Kapoli, Firenze, Modena e Parma» relative al proposto congresso — Modi di procedere del gabinetto di Torino — Cavour in Parigi — Sue impressioni — Suo colloquio con Cowley — Massimo d'Azeglio e Cavour -Risoluzioni prese dal re di Sardegna; come accolte dalle corti di Londra, di Berlino e di Pietroburgo — Contegno dell'Austria — Proposta di disarmo generale — Pericoli gravi per il» Piemonte: come causati — Tentativi dell’Austria per associarsi la Prussia in guerraDichiarazioni perentorie della corte di Vienna — Ultimo tentativo d’accomodare le cose d’Italia pacificamente — La guerra — Avvertenza.

I

lo sul finire dell’anno 1858, Camillo Benso di Cavour col pensiero fisso all’indipendenza nazionale, scriveva a Salvatore Pes di Villamarina, ambasciatore sardo in Parigi; — Caro marchese, vi auguro felice l’anno che sta per ispuntare — Possa esso coronare gli sforzi del nostro Re e del nostro paese per costituire un’Italia grande, indipendente, felice, quale la vagheggiammo nelle speranze della nostra giovinezza. Compiuta questa grande impresa, potremo riposare. Frattanto, come abbiamo fatto finora, conviene che perduriamo con instancabile operosità e coraggio indomito a sospingere al suo compimento l’impresa nazionale (1). — A ragione il conte era lieto e speranzoso. Gravi difficoltà rimanevano a superare, forti ostacoli da abbattere; ma l'assicurata alleanza poderosa della Francia avea tolto via il maggiore inciampo ad avviar la guerra contro l’Austria.

Sincere e generose erano le intenzioni di Napoleone III rispetto all’’intiera esclusione del dominio austriaco dall’Italia. In trattative sepolte nel più profondo mistero tra lui, Vittorio Emanuele e Cavour erano stati presi gli accordi seguenti:Vi sarebbe alleanza offensiva e difensiva tra la Francia e la Sardegna per cacciare l’Austria dall’Italia. L’imperatore Napoleone, a capo di duecento mila de' suoi soldati, avrebbe il comando superiore delle schiere alleate. Per operare nimichevolmente contro l’esercito austriaco, si lascierebbe trascorrere l’aprile, ma non il luglio del 1859.

Ove la guerra riuscisse felice, la Sardegna prenderebbe nome di Regno dell’Alta Italia coll'aggregazione della Lombardia, della Venezia, dei Ducati, delle Legazioni e delle Marche. Il dominio temporale dei Papi verrebbe circoscritto alla città e provincia di Roma. L’Italia centrale si ordinerebbe a regno indipendente. Il re di Sardegna cederebbe la Savoia alla Francia. Le sorti della contea di Nizza si stabilirebbero al ricomporsi della pace (2).

Nulla ancora era stabilito intorno al matrimonio della figlia di Vittorio Emanuele col principe Girolamo Napoleone. Cavour avea lascialo trapelare la poca sua voglia di negoziare questo parentado reale (3). Invece a lui era sembrato che le ragioni della politica consigliassero a spalleggiare il concetto balenalo alla mente di Napoleone, di assicurare al re di Piemonte ed a sé la neutralità benevola della Russia e della Prussia col maritare la principessa Clotilde di Savoia al principe Leopoldo Hohenzollern, nato da Stefania di Beauharnais, onde farne un re dell’Italia centrale, ove i Lorenesi si mantenessero ligii all’Austria (4).

In queste trattative era eziandio rimasto convenuto che, scopiata la guerra in Italia, si darebbe mano a commuovere l’Ungheria con isperanze di nazionalità, e si sospingerebbero i Rumeni a costituirsi in uno Stato indipendente (5). L’imperatore dei Francesi poi spingeva più oltre i suoi disegni di ricostruire nazionalità opresse o disperse. Alcuni mesi dopo il colloquio di Plombières, egli, chiamalo a Biarritz il principe Napoleone, ragguagliato che lo ebbe dei suoi segreti accordi col re di Sardegna, affidavagli il geloso carico di portarsi a Varsavia sotto colore di fare ossequio allo Czar, ma col mandato segreto di tasteggiare, se v’era modo di risolvere la Corte di Pietroburgo a far la guerra all'Austria, rimanendo libera la Russia di padroneggiare il commovimento delle genti stave, la Francia quello delle schiatte latine. Quando il principe Napoleone lasciò Varsavia le proposte sue per anco non erano state rifiutate. Ma poi gli accordi presero minori proporzioni. La Russia lasciòintendere, che ove la guerra scopiasse in Italia, conserverebbe una neutralità benevola alla Francia e al Pie monte, e si adoprerebbe onde anche la Prussia prendesse partito di neutralità. Che ove l'Austria giungesse a trar seco in guerra la Germania o l'Inghilterra, essa praticherebbe verso la Corte di Vienna la politica da questa seguita nell’ultimo periodo della guerra d’Oriente. Ma la Francia, nell'affrancare l’Italia dal dominio austriaco, non doveva nutrire ambizioni dinastiche, non turbare la tranquillità del reame delle Due Sicilie, non fare alleanza colla rivoluzione (6). Ai figli dello czar Nicolò era trafittura perpetua al cuore la convinzione d’aver perduto il diletto padre, ucciso dall’ingratitudine austriaca. Essi quindi miravano con lieto animo i segni precursori della grave tempesta che si addensava sulla Casa di Asburgo (7).

L’agente invialo da Napoleone a Berlino dovea capacitare il Principe reggente e i suoi ministri che, dall’in-tromettersi nelle cose d’Italia, la Francia non mirava a cavar materia di conquista, e neanco a danneggiare gl'interessi della Germania. Egli riportò all’imperatore: che la Prussia si mostrava vogliosa che alle cose d’Italia si provvedesse per comuni accordi pacifici; tuttavia essersi accorto, che difficilmente essa si lascierebbe trascinare a romper guerra in difesa dell’Austria (8).

Stando tuttavia al maneggio della cosa pubblica i Whigs, Napoleone avea tentato d’alleanza il Governo inglese, per cacciar l’Austria dall’Italia. Ma lord Clarendon recisamente aveva risposto al conte di Persigny, che l’Inghilterra non poteva far buon viso a proposizioni le quali accennavano a mutar l’assetto territoriale della Penisola:ma ben si presterebbe volonterosa a trovar apertura di buona occasione per introdurre larghe riforme politiche ne’ Governi retrivi italiani (9). Passato il Governo ai Tories, se si doveva prevedere che essi porrebbero ogni diligenza a impedire che la guerra scopiasse in Italia, tuttavia non giungerebbero mai a bravare l'opinione pubblica nella Gran Bretagna al segno da spalleggiare l’Austria colle armi inglesi, per conservarle il suo dispotico predominio nella Penisola.

In tal guisa, al principio del 1859, gli andamenti della politica europea inclinavano propizii agli occulti disegni di Napoleone sulle cose italiane. I vincoli della vecchia alleanza nordica erano spezzati. La Russia sentiva profonda amaritudine contro l’Austria, e aveva promessa una benevola neutralità. Eran certi gli intopi che il Gabinetto di Londra porrebbe alla guerra italiana; ma si poteva esser del pari sicuri che il Parlamento non consentirebbe che l’Inghilterra a prò dell’Austria vi dovesse porre sangue e fortune. Le scissure Ira la politica prussiana e l’austriaca s’eran fatte profonde per le cose della. Germania. La prostrata e rauiniliata Prussia del 1854 si era rialzata in piedi vigorosa, e, con guidatori più sagaci e coraggiosi, aveva ripreso la politica sua germanica. Rimanendo neutrali la Russia e la Prussia, era contrario ad ogni probabilità, che alcuno Stato di secondo ordine tedesco, od anche gli Stati minori raccolti nella Confederazione germanica si arrischiassero a soccorrere l’Austria di soldati.

Gli uomini di Stato austriaci si mostravano tutt'altro che assennati intorno ai veri interessi della monarchia ed ai prossimi pericoli che la minacciavano. Tramutata inodio l’amicizia della Russia, ritornala la Prussia emula temibile in tutte le cose della Germania, senza poter far assegnamento sull’apoggio armato dell’Inghilterra, coll’Italia divampala dalla febbre dell’indipendenza, di fronte al Piemonte in cerca di un alleato per ritentare la prova delle armi, il Gabinetto di Vienna aveva osteggiata la Francia nell’ordinamento politico dei Principati Danubiani, nella questione delle giurisdizioni consolari in Oriente, nelle trattative per la libera navigazione del Danubio, nella pacificazione del Montenegro; e nell’intromettersi negli affari della Serbia s’era persino gittata dietro le spalle una delle primarie clausole del trattato che aveva introdotto la Turchia nel diritto comune dell’Europa per le vittorie della Francia.

In queste condizioni di cose Napoleone giudicò oportuno di aprire la campagna diplomatica che doveva preceder quella delle armi. Nei primi giorni del 1859, circolò per l’Europa la grave novella, che l’imperatore dei Francesi, nel ricevere gli augurii degli ambasciatori in Parigi, con aperto favellare avea dichiarato al legato austriaco, che rincrescevagli di veder raffreddala l’amicizia tra il suo Governo e quello dell’imperatore Francesco Giusepe. Pochi giorni dopo, riaprendosi in Piemonte il Parlamento, il Re nel discorso letto in quella cerimonia, accennò al grido di dolore, che egli udiva in tante parli d’Italia e al suo fermo proposito d’aspettare fidente nel suo diritto i decreti della Provvidenza. Vittorio Emanuele e Camillo Cavour occupano degnamente nella storia italiana un posto più invidiabile di quello di ogni altro Re e di ogni altro uomo di Stato; quindi essi non hanno alcun bisogno che a merito loro si continui ad ascrivere ciò che fu opera altrui. Soggiungiamo quindi, che le ardimentose parole con cui il figlio del Re vinto a Novara gittò quel guanto di sfida all’Austria, avevale consigliateNapoleone III (10). Rendiamo a lui, ora lontano dal trono, esule dalla patria ed infelicissimo, tutta la dovute giustizia, per non cadere nello schifoso peccato d’ingratitudine, e per avere il diritto inopugnabile di censurarlo, ogni-qualvolta la esiga l’imparzialità storica.

Commosse le menti in Europa con solenni dichiarazioni di'gravilà incontestabile, continuarono gli accordi segreti. Addì 1U di gennaio, il principe Napoleone giunse in Torino, e alcuni giorni prima de| suo matrimonio colla principessa Clotilde, egli firmò il trattato d'alleanza offensiva e difensiva tra la Francia e il Piemonte, che il convegno segretissimo di Plombières aveva inizialo. Nel ratificarlo, l’imperatore mostrò di gustare un lietissimo momento di gioia (11). Quest’alleanza guerresca era un concetto essenzialmente suo. Gli uomini di Stato francesi di maggior credito l’avversavano, e i più di coloro che erano nell’intimità di Napoleone, s’adoperavano a moderare e a trattenere in lui la non dissimulata inclinazione a guerreggiare l’Austria per far libera l’Italia. Ma egli era costante nel rispondere, che per la sua mente e per i| suo cuore la magnanima impresa era una necessità, dacché gl’interessi della Francia e della sua dinastia consigliavano di raccogliere i frulli seminati nella Penisola dallo zio, senza commettere gli errori del primo Impero (12).

A determinare i modi di condurre la guerra, avea provvisto una convenzione annessa al trattato, concordata tra il generale Niel e il generale Alfonso La Marmora.

Ogni cosa consigliava l’imperatore dei Francesi di procedere con circospetto giudizio, per aprirsi la strada ad alzare lo stendardo liberatore. A lui conveniva di colorire la deliberata guerra con aparenza di necessità, per tutelare l’onore della Francia, gl’interessi minacciati di un alleato fedele, e onde impedir che, schiacciata dalle austriache prepotenze, la nobile causa d'Italia soccombesse. La strategia della campagna diplomatica doveva essere informata a concetti e andamenti pacifici, avversi alle rivoluzioni, indirizzati a proteggere l’equilibrio europeo, e a impedire qualche nuova italiana calamità per ira e disperazione di popoli opressi. Cavour aperse le prime avvisaglie, usufruttando coll’usata sua abilità l’errore commesso dall’Austria di gittarsi addirittura per la via degli armamenti straordinari, e di consigliare i Governi italiani suoi alleati di stare saldi nel proponimento di non conceder riforme.

Addì 111 febbraio, Giovanni Lanza, ministro sopra le finanze, introdusse in Parlamento la proposta di un imprestito di cinquanta milioni, in vista degli incessanti armamenti dell’Austria lungo le frontiere del Po e del Ticino. Nello stesso giorno Cavour introdusse nei Gabinetti europei le rimostranze seguenti: — Tre anni sono trascorsi da che nel Congresso di Parigi i plenipotenziari della Sardegna denunziarono le flagranti violazioni austriache ai trattati del 1845. Essi aveano preveduto che, ove i rimedi non fossero pronti ed efficaci, la pace europea pericolerebbe. Le irrequietezze d’Italia per un istante si erano attutite, dietro le benevole intenzioni manifestate dalla Francia e dall’Inghilterra. Ma poi avevano ribollilo di nuovo, vista l'Austria pur sempre altieramente despoteggiante nella Penisola, ed indefessa inculcatrice ai Principi, amici suoi, di massime contrarie al bene dei sudditi. Conseguentemente la Sardegna, in mezzo a Governi e a popoli, che vivevano in mala soddisfazione gli uni degli altri, erasi trovata esposta ai maggiori pericoli. Pure aveva proceduto con contegno am misura lo, rivolgendo il proprio credito a far argine alla piena della rivoluzione. In compenso l’Austria s’era data ad accopiare alle minaccio formidabili armamenti contro il tranquillo Piemonte, e a munire fortilizi in paesi nei quali la legge europea interdicevate ogni padronanza. Pertanto il Governo del Re si era trovato nella necessità di provvedere con sollecitudine a mettere al riparo da ogni pericolo l’onore e l’indipendenza del paese. I suoi provvedimenti finanziari straordinari, e il richiamo in Piemonte dei presidii della Savoia e della Sardegna, miravano a difesa e non ad offesa. Da essi la tranquillità dell’Europa riceverebbe poi il vantaggio di veder calmarsi l’effervescente agitazione serpeggiante per l'Italia, col rinascer della fiducia che il Piemonte, spalleggiato dagli alleati che la giustizia della sua causa avevagli assicuralo, era aparecchiato a combattere ogni opera disordinata che la rivoluzione o l’Austria facesse sorger in Italia (13). — A stuzzicar l'Austria con più aspre punture questo dispaccio fu reso di pubblica ragione.

Cavour coll’attivo e acuto suo ingegno era giunto ad allacciare gl’interessi dei Napoleonidi a quelli di Casa Savoia. Ma per ispingere avanti l’opera della redenzione italiana, senza che questa alleanza si facesse gravosa, egli era chiamalo a far prova di tutta la sua straordinaria abilità diplomatica. Il perno della sua politica era, che il Piemonte costituisse il cardine del nuovo assetto nazionale. Secondo il suo concetto, il nuovo regno italico doveva poggiare il capo alle Alpi e toccare coi piedi Ancona. — Non è tropo, scriveva, quando si tratta di spèndere l’ultimo quattrino, e di mettere in campo l’ultimo soldato (14). — L’impossibilità in cui si trovava l’esercito sardo di sostenere da solo il peso della guerra contro l'Austria, che è corto andar di tempo poteva portare quattrocento mila Soldati del Quadrilatero, aveva fresa necessaria l'alleanza Francese. Ma, riconoscendone i vantaggi, Cavour non ne nascondevaa se stesso i pericoli. — Perché là guerra, scriveva dà Parigi, abbia tiri felice risultato per il Piemonte e per l’Italia, fa d’uopo ché tutti ci prepariamo a fare sforzi supremi. I Francesi, trascinati malgrado loro a combattere per noi, giammai noti ci perdoneranno, ove il grosso dell’impresa dovesse cadere sulle loro spalle. Guai a noi se trionferemo unicamente per opera della Francia. Per salvare il nostro paese, massime se la guerra si farà europea, abbiamo Un solo mezzo, quello di combattere meglio dei Francesi, e di mettere in armi un numero maggiore di soldati (15). — Eminentemente italiano di mento è di cuore, Cavour s’avrebbe mozzate ambe le mani, anziché prestarle à continuare la sciagurata alternativa di preponderanze straniere, che dal secolo xv in poi erano state là cagione primaria delle sventure e delle vergogne della nostra nazione. Egli stava soprattutto guardingo e impensierito sulle Sorti future della Toscana per l'avuta conoscenza dei fatti seguenti.

Nel novembre del 1858, Vincenzo Salvagnoli erasi portato a Compiègne, e dopo un lungo colloquio coll’imperatore Napoleone, avevaglì consegnato il seguente memoriale:

La ricostituzione della nazionalità italiana darà la quiete all'Europa, togliendo la causa maggiore della. sua agitazione, e darà alla Francia una sicura alleata; darà il vero contrapeso all’equilibrio europeo, specialmente nella questione orientale.

Questa ricostituzione ha due parti. La prima parte consiste nell’acquisto dell'indipendenza, cacciando gli Austriaci. La Seconda parte consiste nel riordinamento degli Stati, cacciati gli Austriaci.

Ho già trattato la prima nell’ipotesi, che la Francia col Piemonte si uniscano a fare la guerra contro l’Austria. Tratterò la seconda parte. La nuova sistemazione dell’Italia deve dare vantaggi solidi e durevoli, tanto alla Dinastia napoleonica, quanto alla sabauda.

Questi vantaggi per l’una e per l’altra si otterranno facilmente, dividendo l'Italia in quattro parti.

La prima del Papa, lasciandogli Roma con i contorni, una striscia sino a Civitavecchia, con molti milioni inscritti sul gran libro degli altri Stati italiani.

La seconda parte sarà l’Italia superiore. Questa comprenderà tutto il Piemonte attuale, meno la Savoia, la contea di Nizza e la Sardegna; comprenderà inoltrò la Lombardia, la Venezia, il Friuli italiano e le costò della Dalmazia. Oltre il Po, non avrà che Piacenza. Questo sarà il nuovo regno della Dinastia sabauda.

La terza parte sarà composta del Ducato di Parma, eccettuata Piacenza, del Ducato di Modena, delle Legazioni, delle Marche, della Toscana e delle isole di Corsica è di Sardegna. Questa parte spetterà a un Principe francese, per esempio al principe Napoleone, figliò di Girolamo.

La quarta patte sarà composta Sei presente regno delle Due Sicilie, è verrà data à un Principe proposto dall’Inghilterra, purché non sia né di Casa d’Austria, né di Casa Borbone.

Questa divisione assicurerebbe la indipendenza dell’Italia, perché i suoi tre Stati avrebbero forze da difenderla tanto dalla parte di terra quanto dalla parte di mare. Assicurerebbe inoltre i più solidi e durevoli vantaggi della Francia, Che avrebbe per alleati i tre Stati.

Col Regno dell’Alta Italia la Francia guadagnerebbe un antemurale contro l’Alemagna, e una strada per entrare nel cuore e scendere ancora nella conca danubiana a osteggiare la Russia, occorrendo.

Il Regno della Media Italia in mano a un Principe francese garantirebbe alla Francia l’alleanza degli altri due Stati, apoggerebbe colle isole e colla flotta l’Algeria, terrebbe in rispetto l'Egitto, che forse verrebbe concesso all’Inghilterra, guarderebbe il Papa e darebbe alla-Francia la supremazia del Mediterraneo.

Col Regno dell’Italia Superiore, che sarebbe tenuto fedele all’alleanza francese dagli altri due Stati, la Francia avrebbe un punto d’apoggio per la sua politica nel nuovo assestamento della Turchia.

Superiore a tutti questi vantaggi per la Francia sarebbe quello di chiudere per sempre l’antro della rivoluzione e della guerra; perché, ordinata saldamente l’Italia, non si avrebbero più quelle scosse che pur tropo scuotono i vicini, e perchè nessuna Potenza potrebbe attaccare la Francia, quando per mezzo dell’Italia, sua forte alleata, potesse dominare su tutto il bacino del Mediterraneo, ché allora solamente potrebbe verificarsi la parola di Napoleone primo ed essere un lago francese.

Né a fronte di questi vantaggi la Francia dovrebbe mostrare rincrescimento della perdita della Corsica: 1° perché avrebbe un utile compenso, fortificando le sue frontiere colla Savoia e colla contea di Nizza: 2° perché nell’Italia Media creerebbe un Regno propriamente napoleonico, senza fare alcuna annessione alla Francia, come fece il primo Impero, unendo Firenze e Roma a Parigi. Sarebbe propriamente napoleonico lo Stato dell’Italia Media, perché la famiglia Bonaparte è d’origine toscana; Napoleone primo nacque in Corsica e regnò sull’Elba. Alla forza e alla preponderanza nel futuro quello Stato unirebbe le più belle memorie del passato.

Questa ricostituzione dell’Italia indipendente presenterebbe la maggiore utilità per Napoleone III, senza ferire in nulla il sentimento nazionale degli Italiani, la qual cosa sarebbe la vera base di un’alleanza indissolubile fr& la Francia e l’Italia (16).

L’imperatore avea risposto col silenzio a queste proposte; ma nella mente di Cavour non si erano dileguati tutti i motivi per dubitare che Napoleone, covando pensieri contrari alle dichiarazioni fatte al re di Sardegna, non aspettasse se non che gli avvenimenti, e il desiderio dei Toscani di serbare illesa la propria autonomia, gli spianassero la via a stabilire sul trono dell’Etruria il principe cugino. Il primario ministro del Re di Piemonte non poteva neanco dimenticare, nello spalancare le porle d'Italia a un esercito di ducento mila soldati francesi, i segreti maneggi fatti durante la guerra di Crimea, per portare i Murai sul trono di Napoli, e il consiglio dato allora da Napoleone, che, in quanto all’oportunità di tentare l'impresa, bisognava aspettare una guerra della Francia contro l’Austria (17). Questi fatti e questi sospetti non debbono essere dimenticati, se si vogliono scorgere le ragioni intime delle mosse della politica cavouriana nel suo più scabroso periodo.

Conveniva innanzi tutto assicurare al piccolo Piemonte un perno d’azione e di resistenza alle voglie per avventura eccessive del possente alleato. Statista ardimentoso, Cavour lo trovò associandosi la rivoluzione. A breve andar di tempo, i cospiratori più esperti, eccettualo Giusepe Mazzini, i guerrieri più audaci, compreso Giusepe Garibaldi, si trovarono schierati sotto lo stendardo liberatore, tenuto ritto dal re Vittorio Emanuele (18). Nel febbraio del 1859, il primario ministro di Sardegna capitaneggiava a beneplacito suo, ovunque suonava l’aureo idioma d’Italia, una sterminata moltitudine effervescente di patrizi e plebei, di conservatori e democratici, di monarchici e repubblicani, di federali e unitari, tutti anelanti in santa concordia, dalle Alpi ai tre mari, di far sonare alto il grido d’armi e di patria. In quel tempo di sobbollimenti travagliosi, d’impazienze entusiastiche, di temporeggiamenti tormentosi, di necessarie tergiversazioni, di soste, di dubbiezze, di difficilissime lotte diplomatiche, rimarrà a immortale gloria del conte Camillo Cavour d’aver saputopadroneggiare uomini e cose, vigile, infaticato, coraggioso, prudente, con sagacità di mente unica piuttosto che rara.

Guidatore di una diplomazia essenzialmente aggressiva, nulladimeno, a non suscitar l’incendio tropo presto, egli rallentò il corso delle aspre rimostranze nelle questioni aperte coi Governi italiani; e soddisfatto di veder l’Austria ingolfarsi in una politica, nella quale all’antica baldanza non andava accopiata l’antica abilità, scriveva ai legati sardi di maggior importanza: — I ministri austriaci commettono errori sopra errori, e si mostrano gli uomini di Stato più inetti di questo mondo. Badiamo a usufruttare la loro inanità e dal canto nostro procediamo prudenti, tranquilli, ammisurati (19).

Nel preparare materialmente e moralmente l’Italia alla lotta, Cavour non si lasciò prendere a nulla di vano e di ostentorio. — Per giovare alla causa nazionale ci vogliono fatti e non ciance, scriveva a un capo di una provincia, che aveagli inviato dei versi; canzoni per liberare l’Italia ve ne sono di trope. Gli uomini del partito nazionale dovrebbero pubblicamente volgere in ridicolo questi vali che, senza avere l’ingegno di Tirteo, fuggono come lui (20). — Enorme era il carico che gravitava sulle spalle del ministro piemontese. Napoleone, dando un passo addietro dai primi accordi, aveva posto per condizione indeclinabile dell'aiuto armalo francese, che il Piemonte fosse aggredito dall'Austria. Nella convenzione militare poi del gennaio 1859, dietro le insistenze del negoziatore imperiale, crasi dovuto scrivere, che il. Piemonte non porterebbe in campo schiere di volontari. Ma Cavour, il quale voleva aver sotto le bandiere del Re soldati quanti più era possibile, simulò che gli fosse forzata la mano, e armò guerriglieri in grosse schiere, dando loro a duce Garibaldi. Poi, a dispetto de' trattati, lasciò che nell’esercito regio s’inscrivessero migliaia di sudditi austriaci. Con questi provvedimenti egli aparecchiava la soluzione del problema datogli dall’imperatore. Laonde, scrivendo intorno ad essi al principe Napoleone, concludeva con dire: — L’Austria non potrà a lungo soportare questo danno e questo sfregio, e si farà assalitrice ((21). — A strascinarla fuori delle sue frontiere il conte teneva in pronto quest’altro espediente. Sino dall’ottobre del 858, egli aveva aprovato un vasto piano d’insurrezione nelle regioni settentrionale e mediana della Penisola. Giunta l’oportunità d’agire, Garibaldi coi suoi si sarebbe gittate, drapellando la bandiera della rivolta, nelle parti montuose dei Ducati di Modena e di Parma. Sorta così la necessità per l’Austria di un intervento armalo, il Piemonte, minacciato sulla sua frontiera, avrebbe militarmente occupati gli Apennini, e la guerra si sarebbe resa inevitabile.

Giudicare questo procedere dietro le norme dei tempi ordinari sarebbe ingiustizia o infantile leggerezza di mente. É fuor di dubbio che, fra i legami che vincolano l’uno all’altro i Governi delle nazioni civili, primeggia l’obbligo di comportarsi con modi amichevoli e leali verso gli Stati finitimi, coi quali si è in relazioni pacifiche. Ma essi eran tali davvero i raporti di vicinato che da dieci anni passavano tra il Piemonte, l’Austria ed i Governi italiani, alleati suoi? La Corte di Vienna non erasi contentata di aver vinto a Novara. Essa si era rivolta di nuovo a soddisfare l’antica ambizione di farsi mente e anima di tutta la politica italiana. Per effettuare ad ogni modo questo avido disegno, bisognava abbattere nella Penisola lo Stato costituzionale, solo salvatosi dall’universale naufragio. A conseguire questo fine tutto era parso buono. Le segrete insidie erano state largamente praticate. Si era cercato d’avere l’Europa compagna nel togliere al Piemonte la padronanza delle sue leggi. Si erano infocali gli sdegni sacerdotali della Corte di Roma, affinché indefessamente travagliasse a fomentare la guerra civile tra i Supalpini. Violando arrogantemente vecchi e recenti trattati, strascinando nel fango l’onore e la dignità del Governo piemontese, si era cercalo di sospingerlo a rapresaglie cheavrebbero rovinalo ove imprudentemente vi si fosse apiglialo. In fine, non potendo far di peggio, l’Austria aveva rotte col Piemonte le relazioni diplomatiche, mascheratrici di odii inconciliabili, per usare più rapidamente la prima favorevole occasione di assalirlo colle armi alla mano. Il re Vittorio Emanuele e il suo popolo, anziché lasciarsi mettere ai piedi le catene austriache, non solo aveano nobilmente salvala la propria indipendenza, ma s’erano mostrali costanti nell’onesto proposito di ricomporre la politica grandezza della nazione. Se non che l’Italia non avrebbe visto così presto spuntare i giorni della sua redenzione civile se, passando dalle difese alle offese, il re subalpino e i suoi ministri si fossero dati addirittura a concitare popolari sommovimenti, e a pretendere colla spada impugnata, che nella Penisola si rimescolassero governi, si scomponessero e riordinassero assetti territoriali. Ove si richiami innanzi alla mente lo stato dell’Europa in quel tempo, e importa di farlo, giacchécriterio storico è guasto se non riposa sopra la piena conoscenza dei fatti, aparisce manifesto: che gl’infingimenti e le sottili scaltrezze della politica cavouriana furono una necessità indeclinabile per condurre l’opera del riscatto nazionale sino al punto in cui divenne possibile d’agire allo scoperto senza certa mina: oltreché gli artifizj usati dal conte Cavour non furono giammai di natura sostanzialmente rea, ed erano diretti ai danni d’una potenza straniera la quale, per usurpare in Italia un assoluto predominio, nel corso di quarantanni aveva violata ogni più santa cosa. Essi erano indirizzati inoltre a lacerar trattati ch’erano stati un vero mercato di popoli. Essi tendevano ad abbattere troni e governi, serbatisi nemici irreconciliabili del Piemonte, che pure si era mostrato sollecito di rattenerli dal percorrere la ruinosa via in cui erano entrali. Questi governi s'erano resi fedifraghi, complici dei dominatori stranieri nel ricacciare l’Italia nel sepolcro. Essi aveano perduta ogni legittima ragione di sussistere; giacché la legittimità delle corone e dei governi non è dove la posero la spada e la volontà dei più forti, ma dove la collocò Dio ottimo massimo, che comanda ai monarchi di camminare per le vie della giustizia e del dovere, che condanna sempre le violenze inique, che non legittima mai servitù di popoli, sfrenati imperii di re, che ha creato le nazioni cristiane per amarsi ed aiutarsi a vicenda nell’incessante opera di perfettibilità.

III

Per i ministri inglesi i negozi politici correvano assai avvilupati. Essi non erano giunti a scovare gli accordi segreti tra Napoleone e Vittorio Emanuele. Tormentavali il dubbio di una alleanza segreta, stipulata tra la Francia e la Russia, ostile all'Inghilterra in determinate eventualità. Vedevano minacciala ne’ suoi possessi italiani l’Austria, unico sostegno rimasto all’Inghilterra nella sua politica orientale. La Francia grandeggiava nei consigli dell’Europa, e manifestamente accennava a snudare la ' spada per lacerare i trattati del 1815. In tal guisa, versando in grande ansietà, il Gabinetto di San Giacomo ritolse le sue cure a cercare i modi di mantenere la pace generale. Fu commesso al ministro inglese in Parigi di raffreddare l'ardore di Napoleone III per l’impresa italiana col porgli sottocchio il sanguinoso spettro della demagogia giga n legnante per effetto di una guerra tra Francia e Austria fomentata dalle ambizioni del Piemonte. Lord Cowley dovea aggiungere: che se l’Inghilterra giudicava utile la conservazione dei trattati del IBI li, tuttavia, ove vi fosse l'assenso delle maggiori potenze nordiche, a mantenere intatto il prezioso tesoro della pace europea, volentieri si presterebbe a componimenti pacifici i quali, senza indebolire l'autorità spirituale del Papa, migliorassero l'assetto dato all’Italia centrale nel 1815 (22). Walewsky gli rispose: — La Francia è aliena dalla guerra e dalla voglia pure d’incitar altri a intraprenderla. Non si farà pertanto provocatrice, ma non indietreggierà dallo snudare la spada, ove occorra difendere i trattati stipulati dall’Europa. Le difficoltà emergenti esser gravi davvero; ma verrebbero pacificamente superate, ove tutti si governassero colla prudenza e la moderazione del Gabinetto di Parigi. — Quattro giorni apresso, Napoleone III, favellando sulle cose italiane con Cowley, gli disse: — lo pure scorgo per tutto un’agitazione negli animi cupa ed inquieta; ma non so indovinarne la vera cagione. Oggi la guerra, a parer mio, non è divenuta più probabile di quello che lo fosse tre mesi sono. Vi ripeterò, milord, ciò che ho detto al conte Cavour: io sempre porto nel cuore vive simpatie per l’Italia. Duolmi che l’Austria possegga la Lombardia, ma non discuto i suoi diritti e rispetto i trattati; essa è padrona quindi di fare il piacer suo, sintanto che signoreggia entro i limiti dei suoi possedimenti. Ove la Sardegna si mettesse dal latodel torto col divenir provocatrice, non potrebbe fare assegnamento sull’aiuto armato della Francia (23). —-Il ministro inglese sugli affari esteriori prese atto di queste dichiarazioni dell’imperatore, in un colloquio coll’ambasciatore francese in Londra, e in un suo dispaccio a lord Cowley, osservando, che la Francia si farebbe dopiamente responsabile delle calamità di una lotta armata, tenendo essa strette in pugno le sorti della guerra o della pace (24).

Ad ammorzare gli spiriti guerreschi circolanti nella reggia di Vienna, il conte Buol venne avvertito: che l’Inghilterra non uscirebbe dalla più stretta neutralità, sia che si accendesse guerra tra Francia e Austria, sia che la ribellione divampasse nelle provincie italiane suddite dell’impero. Ove poi i soldati austriaci, non provocati a guerra, varcassero il Ticino, probabilmente il Governo inglese, per quanto fosse voglioso di mantenersi amico della Corte di Vienna, sarebbe sospinto dalla fiumana della pubblica opinione a combattere per l’Italia. Voleva l’Austria dare un pacifico scioglimento alle conturbate cose italiane? ascoltasse arrendevole gli amichevoli consigli della Gran Bretagna, cercasse di mettersi francamente d'accordo colla Francia. A lord Loflus, che così favellavagli, Buol rispose: — Se l’Inghilterra non vuole guerra, e desidera che la pace non sia scossa, non deve rivolgere istanze e consigli a noi, che non nutriamo il minimo pensiero di farci aggressori, e che vogliamo star tranquilli in casa nostra. È alla Francia, è al Piemonte che dovete favellar fuori d’ogni reticenza. Sapia l'imperatore Napoleone, che se il suo esercito valica le Alpi, l’Inghilterra non rimarrà spettatrice oziosa. Sapia il re di Piemonte, che essa non sanzionerà mai alcun suo atto di aggressione contro i possedimenti austriaci in Italia. Se i ministri della regina sono pronti a tenere questo linguaggio, non vi sarà guerra. In quanto alle vostre aperture di porre mano d'accordo a modificare l’assetto territoriale degli Stati dell’Italia centrale, non favelliamone. L’Austria non avvalorerà mai del suo assenso massime sovversive dei trattati del quindici. — A questo ragionare poco gradevole, l’ambasciatore inglese opose la necessità di provvedere in tempo utile alle periclitanti condizioni d’Italia. — Se voi, concluse, v’ostinate a nulla fare pacificamente per la cessazione degli interventi armati nello Stato della Chiesa, e per introdurre riforme nei Governi italiani, la guerra è inevitabile, e mente umana non può prevederne gli ultimi risultati. — La risposta di Buol si accostò ad una puerilità con questa interrogazione: — Credete voi, milord, davvero che la pace o la guerra siano nelle mani dei Governi? Esse, soggiunse, sono tenute strette in pugno dai Mazziniani, e l’Inghilterra si mostra presa nei loro lacci, e senza accorgersi giuoca il giuoco del partito rivoluzionario. — Piccolo sul vivo, Loflus soggiunse: — Badate, signor conte, a quanto sto per dirvi. È l’Austria, che coi suoi interventi armati alimenta le speranze e le cospirazioni di Mazzini, giacché gli fornisce i mezzi, coi l’intorbidare la quiete nei Ducati, di suscitar cagioni di guerra. Nello stesso modo è l’Austria che prepara al Piemonte, e probabilmente alla Francia, l’aspettata occasione di muover in armi, pretestando violazioni flagranti del diritto europeo. Se vostra eccellenza volesse prender impegno di non ricorrere più allo spediente degli interventi armati negli Stati indipendenti della Penisola, io considererei la pace immanchevolmente guarentita. — No, rispose il ministro austriaco, non posso prendere questo impegno, perché non posso volontariamente abbandonare il nostro diritto. Senza essere richiesti, non interverremo; ma ad ogni legittima domanda forniremo aiuto d’armi. Questa certezza degli interventi armati dell'Austria è una delle migliori guarentigie per la conservazione della tranquillità pubblica in Italia. Permettete ora che io vi chiegga qual sarà il linguaggio dell’Inghilterra verso il Piemonte, ove esso ci aggredisca. — Noi, notò Loftus, non possiamo giungere a immaginarci che un sorcio voglia assalire un leone. — Mase ciò avvenisse? ripigliò Buol. — Se ciò avvenisse, lo redarguiremmo come aggressore, e volgeremmo questo stesso rimprovero all’Austria, ove invadesse il Piemonte, rispose il ministro inglese. — Questo colloquio fu chiuso dal ministro austriaco così favellante:— Non comprendo a sufficienza i timori del Governo inglese sul prossimo pericolo di guerra in Italia. I Lombardi si sono rimessi intranquillo alla vista dei nuovi rinforzi mandati in Italia al nostro esercito. L’Austria non assumerà mai l’uf6zio diproporre riforme governative alla Corte di Roma, massime che su tal proposito è impossibile per essa di mettersi d’accordo colla Francia. Questa potenza s'atteggia a proteggitrice delle nazioni; noi siamo i protettori del diritto dinastico e dell’ordine stabilito dai trattati: manca conseguentemente la-base per agire d’accordo. Inoltre manca la necessità di questa azione comune. L’Italia non ha alcun bisogno di mutazioni civili. L’Inghilterra s’adoperi efficacemente a soffocare nella Penisola le agitazioni e le speranze suscitatevi da chi tien l’occhio fisso al proprio ingrandimento, e non vi saranno ribellioni di popoli, non urli di eserciti, e scomparirà ogni ragione plausibile per intraprendere i provvedimenti consigliali da lord Malmesbury (25).

Ornai l’antica benevolenza del Governo inglese verso il costituzionale Piemonte erasi dileguata dall’animo dei ministri della regina. Essi sommamente desideravano che i protocolli non le armi ponessero pronto fine alla questione italiana; onde all'aperto avversavano la politica maneggiala dal conte Cavour. Sir James Hudson, favellandogli in nome del suo Governo, dicevagli: — È ben terribile, signor conte, la responsabilità che s’attira sul capo un ministro che, senza trovarsi al duro passo di salvare l’onore del proprio paese odi difenderlo da un’aggressione armala, si maneggia a suscitare una guerra europea, consigliando il suo re a incuorare pubblicamente la ribellione dei sudditi mal soddisfatti degli Stati finitimi. Questa imprudenza l’aveva commessa la Sardegna; così s’era aggravata di una responsabilità incommensurabile verso Dio e verso i suoi alleati. Che ove per avventura l’imprudenza o l’ambizione spingessero il Governo sardo a suscitare calamità, da cui la Provvidenza aveva tenuta salva l’Europa per quarantatré anni, esso darebbe dolorosa prova, che un Governo libero può esser imprudente e sconsigliato tanto quanto un sovrano ignorante e dispotico. La Sardegna poi mostrava di non capire la gravità delle congiunture co suoi propositi guerreschi. Ove ritentasse contro l’Austria la sorte delle armi, alleata colla Francia, verrebbe collocala in un posto secondario, vedrebbe ruinate le sue finanze, sperperale le sue ricchezze territoriali, periclitanti le sue libertà politiche. Fallacissime erano le speranze del Governo piemontese d’aver compagna l’Italia nel combattere per affrancarne la parte che era in balìa dello straniero. Ben tosto le secolari gelosie ripullulerebbero, ben tosto si rinnovelerebbero le scellerate discordie che avevano chiusa la guerra del 18U8. I Lombardi non avevano essi già ripudiato il proposito di aggregarsi al Piemonte? (26).

Ascoltato in tranquillo silenzio l'aspro sermonare del ministro inglese sulle cose esteriori, Cavour rispose a Hudson — Lord Malmesbury s’inganna nel valutare gli effetti del discorso del Re nell’apertura del Parlamento. Le reali parole hanno generato in Italia i benefizi della calma, col far rinascere la speranza che il Piemonte veglia per gl’interessi della nazione. Se nella Lombardia, e nelle Legazioni, grande è l’irrequietezza civile, non bisogna chiamarne in colpa i continui maneggi del Piemonte, ma ascriverla piuttosto al pigro procedere dei maggiori potentati nel sollecitare le riforme idonee a dar fermezza e tranquillità a governi minacciali quotidianamente dalla rivoluzione. La Sardegna proverebbe la massima soddisfazione nel vedere lo Stato pontificio, per savie opere di governo, tolto allo strazio della diuturnità dello fazioni politiche; ma giudicava inutile ogni riforma sintantoché i papi avessero dominio temporale (27). — Coll’ascrivere alle macchinazioni settarie di Giusepe Mazzini, opure alle ambizioni della casa di Savoia e il moto che allora agitava l’Italia, i ministri inglesi mostravano di capire poco o nulla le ragioni intime che lo avevano generato e viepiù lo invigorivano. Essi poi erano entrati in una via di mezzani espedienti, valevoli soltanto per l'inanità loro a mettere in discredito la potenza detrazione diplomatica dell’Inghilterra.


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IV

L’Austria, mal accolti i consigli dell’Inghilterra, s’ingegnava d’ingelosire contro la Francia la Germania, e di allacciarla a sé in caso di guerra. Ma il conte Buol entrò. in questa via non abbastanza avvedutamente. Guadagnatol’assenso di alcuni minori Stati tedeschi, il gabinetto di Vienna chiese che la Confederazione Germanica, prevedendo le funeste conseguenze di una guerra in Italia contro l’Austria, s’accordasse per ispalleggiarla, sia nelle pratiche diplomatiche onde fiaccare i maneggi rivoluzionarii del Piemonte, sia nella lotta armata, ove fosse divenuto necessario di fronteggiare in Italia gli eserciti francese e sardo (28). Il gabinetto di Berlino s’accorse del laccio lesogli, ed il ministro Schleinitz dichiarò alle corti germaniche, che la Prussia era deliberata a conservare l’azione sua diplomatica libera da ogni vincolo. Essa, come potenza europea, farebbe bensì tutti gli sforzi per la pace, ma non iscorgeva peranco fondati motivi di paure e di pericoli per la Germania (29).

Vive erano divenute le pratiche tra l’Inghilterra e la Prussia per ovviare alle tempeste politiche che si addensavano, e scongiurarle prima che violentemente scopiassero. Rimase tra loro stabilito di sollecitare la corte di Vienna a rimettersi nei termini di amicizia col governo sardo per convenevoli accordi, e prendendo il formale impegno di tenersi lontana da ogni aggressione armala, e dall’altro lato di chiedere al ministero piemontese di specificare le ragioni delle sue doglianze verso l’Austria, e di promettere che s’asterrebbe dall’uso delle armi. per isciogliere la questione italiana; in ultimo d'indurre la corte di Roma a domandare spontaneamente alla Francia e all’Austria la cessazione dell'intervento armalo (30). Ottenute che si fossero queste dichiarazioni, i gabinetti di Berlino e di Londra giudicavano d’esser giunti a buon porto. Era un partito di riuscita difficilissima.

L’Austria rispose: che non aveva il minimo disegno di muover le armi contro la Sardegna, ed era quindi pronta a prenderne formale impegno scritto. Ma ove il Piemonte osasse di assalire gli Stati italiani alleati suoi, non tarderebbe un istante a guerreggiarlo. Questa recisa dichiarazione del conte Buol al ministro inglese in Vienna diede campo a quest’ultimo di entrare nell’argomento dei trattati speciali della corte di Vienna coi minori Stati italiani. — Che l’Austria, diss'egli, continui pure a riconoscere gli obblighi assunti dietro questi patti, ma faccia un sacrifizio alla pace dell'Europa col non praticarli, e col consigliare ai principi italiani, alleati suoi, di chiedere l'aiuto collettivo dei maggiori potentati, ove si trovassero pericolanti sui loro troni. — Buol rispose seccamente: che l’Austria non contraddiceva alla Sardegna e alla Francia di stringer le alleanze che meglio loro tornavano gradite, riserbando integro il diritto a sé di fare lo stesso. Ove il gabinetto di Vienna si piegasse a consigliare gli Stati italiani suoi alleati di praticare l’espediente suggerito dall’Inghilterra, si disonorerebbe. Tra un diritto e un obbligo correva la differenza, che il primo poteva esser ceduto o sospeso, il secondo dovea essere sempre onoratamente praticalo (31).

Alle accuse portate dal Piemonte a carico dell’Austria, il conte Buol rispose con un prolisso dispaccio all’ambasciatore austriaco in Londra, nel quale il ministro austriaco in sostanza ragionava così: — È una menzogna maliziosa del conte Cavour, che l’Austria eserciti in Italia una preponderanza vietatale dai trattati. È nella natura delle umane cose l'influenza esercitata dai grandi Corpi politici sugli Stati che li avvicinano. All'interesse comune deve bastare che siffatta influenzanon costituisca un’usurpazione e non allacci l’indipendenza sovrana d’un altro Stato. Tale era stato costantemente il contegno dell’Austria in Italia. I trattati speciali d’alleanza, conchiusi da essa coi minori Stati italiani, non ledevano gl'interessi altrui, miravano alla comune difesa, erano inapuntabili dal lato del giure delle genti. Fosse pur vero che l’irrequietezza degli Italiani, massime delle regioni mediana e meridionale, provenisse dai difetti de' loro governi: ma per questo si doveva egli forse trascurare di riflettere, che nel corso degli ultimi cinquant’anni gli esperimenti politici avevano sovrabbondato in Italia, tutti conducendo a concludere, che il reggimento costituzionale assolutamente non era confacevole al genio, alle tradizioni, alla, civiltà dei suoi abitatori? Vivente prova della verità di questa asserzione era il Piemonte, ove signoreggiava la licenza, non la libertà. Deliberala di rispettar sempre l’indipendenza sovrana degli Stati Italiani, l’Austria giammai non imporrebbe loro riforme; ma chiesta d’avviso, le consiglierebbe, e aplaudirebbe alle migliorie utili e savie. Le sue armi aveano sorretto il trono pontificio per conservare al Santo Padre quella spirituale indipendenza che i supremi interessi del mondo cattolico reclamavano. Accertala che fosse della cessata necessità del suo aiuto armato, richiamerebbe addirittura i suoi soldati dallo Stato pontificio. Desiderava l’Inghilterra, desideravano le altre potenze di vedere i principi italiani entrare nella via delle riforme, consigliati e sorretti dall’Austria? Innanzi tutto si incaricassero di mettere il Piemonte nell’impossibilità di continuare la guerra sleale che faceva alla corte di Vienna, lo costringessero a smettere la parte di provocatore, onde praticare con saviezza e lealtà i suoi doveri internazionali. Era tempo che il governo del re di Piemonte più non trascorresse nell’arroganza di parlare in nome dell’Italia, mentre che tutti gli altri principi della penisola gli negavano questo diritto. L’Austria frattanto pazienterebbe, senza impugnare le armi, fintantoché il governo sardo rispettasse l’invio labilità territoriale de' suoi possedimenti é quella degli Stati dei sovrani alleati suoi (32).

Questo linguaggio mancava totalmente di abilità diplomatica. Napoleone e Cavour nelle studiate manifestazioni dell’astuta loro politica designavano ai gabinetti europei i proprii pensieri sui modi di sciogliere la questione italiana a tocchi franchi e precisi. — Non vogliamo né cerchiamo la guerra, diceano essi; ma pretendiamo che l'Austria in Italia entri nella stretta osservanza dei trattati, che ai minori Stati italiani venga restituita l’indipendenza sovrana loro guarentita dall’Europa nel 1815, che con umani e civili governi si ponga fine al quotidiano pericolo di vedere la rivoluzione alzare il furibondo capo in paesi ne’ quali le sètte liberali a stento frenavano il livore e la vendetta. — Vera e proficua abilità statuale sarebbe stata quella d’adoperarsi con diligenza e artifizio ad avvilupare i due avversarii nella rete delle ingannevoli mostre, sotto cui aveano divisato di procedere, col toglier loro di mano ogni pretesto di fare ressa di reclami presso i maggiori potentati. Ma per ciò fare saggezza e moderazione di propositi bisognavano. Da che nelle persuasioni dei governi di Londra e di Berlino l’Italia doveva contentarsi di civili miglioramenti, faceva d’uopo gratificarseli colla spontanea offerta delle concessioni che si potevano fare, onde procedere con essi in intime e cordiali relazioni, aspettando e preparando il tempo, in cui le grandi potenze si trovassero ricondotte all’antica e tradizionale lor via, nel vedere Napoleone III e il re di Piemonte gettar per tutto semi di grandi sconvolgimenti. Al contrario il gabinetto di Vienna, nella sua risposta, tutto negando e a tutto rifiutandosi, avea tagliato i nervi all’intromissione amica e giovevole della Prussia e dell’Inghilterra. Al tempo dei congressi di Tropau, di Lubiana e di Verona, la diplomazia austriaca poteva a suo beneplacito trattar la propria causa nei modi usati dal conte Buol, perché allora i popoli dovevano aver sempre torto e sottostare, i governi sempre ragione e imperare. Ma il secolo aveva fatto sua via, e le condizioni della politica europea erano sostanzialmente mutale. V’erano governi che i diritti de' popoli propugnavano, che le dottrine di nazionalità sostenevano, spalleggiali dalla nuova irresistibil potenza sorta a signoreggiare nel mondo, l'opinione pubblica. Gli arzigogoli metternichiani quindi eran frutti fuor di stagione, e tornava dannoso volger la storia a favola, quando si poteva esser solennemente smentiti. Fu ciò che avvenne al conte Buol. L’abile ministro piemontese, colta la palla al balzo, fece cavar fuori dagli archivi segreti, ove stavan sepolte, le prove autentiche degli sforzi costanti dell’Austria, dal 1815 in poi, affinché il suo sistema rimanesse a norma immutata di governo per tutti gli Stati italiani, vietando loro di fare il minimo bene civile, e prestando loro mano a compiere verso i sottostanti popoli tutto il maggior male possibile. Gli sbugiardatori delle recenti austriache dichiarazioni erano d’un’autorità incontestabile; giacché primeggiavano nell’onorata schiera dei diplomatici piemontesi, che zelanti nel mantenere intatte le forme organiche della monarchia del diritto divino, dal 1814 in poi, avevano riempiuto le Corti europee dei loro lamenti contro le prepotenze e gli illegittimi ingerimenti dell’Austria nelle cose italiane. Sapevano i diplomatici di ogni colore politico e d’ogni paese, ed era stato bandito in cento istorie che, dopo la ristorazione del 1815, il solo e durevole esperimento fatto in Italia era stato quello del sistema austriaco; e il conte Buol s’immaginava di poter far credere al contrario, che nella penisola tutti i sistemi politici erano stati messi alla prova, e s’era trovato che il solo governo assoluto era confacevole all’indole e alla civiltà degli Italiani. Nemico vero e mortale della libertà e della nazionalità, il ministro austriaco sopra le cose esteriori le avvantaggiava col mostrarsi inflessibile ad ogni più modesta concessione, e conseguentemente avvalorava l’astuta politica ch’egli credeva di combattere strenuamente. La storia, per dare una chiara dimostrazione della genesi della redenzione civile dell’Italia, deve minutamente registrare i vantaggi ch’essa largamente cavò dai molli errori e dalla scarsa sagacità dei principi e degli uomini di Stato che la combatterono.

Cavour desiderava la discordia, non la concordia, con l’Austria. Le sue mosse diplomatiche essendo dirette a raggiungere questo fine che stava in cima dei suoi pensieri, egli rispose al governo inglese nei termini seguenti: — Riconosciamo legale e conforme ai trattati il dominio dell'Austria nei paesi situati tra il Ticino, il Po e l’Adriatico. Ma questo dominio è odioso intollerabilmente alla maggior parte degli Italiani che lo soportano. La cagione primaria di questa avversione incurabile è riposta nel sentimento nazionale, intollerante di dominio straniero. È uno stato di cose contrario ai grandi principii di equità e di giustizia su cui poggia l’ordine sociale. La civiltà moderna proclama legittimi i soli governi, che i popoli volontariamente accettano, o almeno pazientemente soportano. Se mi si domanda, quale sia il rimedio da aplicare, risponderò con piena franchezza, che uno solo può essere salutare, quello che l’Austria s’induca a modificare i trattati. Ove ciò non avvenga, all’Europa non rimanea far altro, che di rassegnarsi ad assistere allo spettacolo doloroso che s’andrà svolgendo nella Lombardia e nella Venezia sino all’istante in cui i loro abitatori profitteranno dell’occasione, che Dio loro manderà, di spezzare colla violenza un giogo imposto dalla guerra e dalla conquista. Se si voleva che lo spettacolo fosse meno doloroso, si potevano usare i lenitivi seguenti: l’Austria accordi ai suoi sudditi italiani esercito ed amministrazione nazionali, e istituzioni politiche fondale sul principio elettivo. I mali che affliggevano gl’italiani dei ducali, della Toscana e dello Stato pontificio erano del pari gravissimi. Per portarvi qualche refrigerio, senza uscire dalla serie dei rimedii concessi alla diplomazia dal diritto pubblico, bisognava procurare a quei paesi governi costituzionali, far rispettare dall’Austria la loro indipendenza sovrana, e indurla ad impegnarsi di astenersi in essi da ogni intervento armalo. Che ove si riconoscesse, come realmente lo era, non attuabile il concetto di mettere in sodo la tranquillità dello Stato pontificio introducendovi liberi ordini di governo, si doveva dar opera a far entrare la romana Corte nelle vie delle larghe concessioni, accordando alle provincie situate tra l’Adriatico, il Po e l’Apennino una liberale amministrazione separata da quella del resto dello Stato, che pure doveva trovare miglioramenti nell’amministrazione politica, municipale e provinciale (33). — Ogni transazione amichevole tornava impossibile di fronte alle resistenze austriache e alle esigenze piemontesi. Le une e le altre rendevano manifestamente inefficace l’opera dell’Inghilterra. Pure, per ottenere almeno in parte ciò che desiderava, Malmesbury rispose blando: che l’Inghilterra riconosceva giuste alcune delle incolpazioni fatteall’Austria nel memoriale della Sardegna; ma che bisogna adattarsi a praticare in vantaggio dell'Italia quello soltanto che si poteva conseguire senza suscitare uno scompiglio generale. Ciò che era tornato sgradevole al gabinetto di Londra, era il silenzio serbato dal conte Cavour intorno all’impegno chiesto al governo del re d'astenersi dal provocare l’Austria a guerra. Volesse almeno palesemente assumerlo, dopo che il gabinetto di Vienna si era dichiarato pronto a prendere un formale impegno diplomatico corrispondente (34). Per quanto fosse assai impensierito dal pericolo di vedere da un momento all’altro cento cinquanta mila soldati austriaci irrompere nel Piemonte, Cavour non volle prendere l’impegno chiestogli con insistenza dall’Inghilterra (35).

Anche coi governi dei minori Stati italiani il gabinetto di Londra teneva fervorose pratiche per capacitarli che, se volevano acquistare il merito grandissimo di salvare l’Europa dalle calamità della guerra, dovevano risolversi a scindere spontaneamente i trattati speciali Conclusi coll’Austria. Se ciò facessero, l’Inghilterra li tutelerebbe colla sua possanza morale, e la Corte di Vienna rimarrebbe sempre libera di salvarli colle armi dalla rivoluzione (36). I ministri toscani diedero risposte evasive (37). Il duca di Modena rispose altiero ed asciutto: che il suo stato era tropo piccolo per aver qualche peso nella bilancia in cui si libravano le sorti dell’Europa. Dapoiché i facinorosi, manifestamente protetti dal conte Cavour, travagliavano a strascinare nella ribellionei suoi sudditi di oltre apennino, egli si trovava nella necessità di fare assegnamento sulle armi austriache, per tenere in briglia i sovvertitori nelle altre parli dello Stato. — Io ringrazio, concluse il duca favellando con Scarlett, l’Inghilterra de' suoi benevoli consigli; ma non posso accettarli, né come principe italiano, né come arciduca austriaco. Se scopierà la guerra, sono deliberato a rimanere ritto, o a cadere coll’Austria (38). Il governo di Parma lasciò conoscere che, se non si prestava a svincolarsi dagli onerosi trattati speciali coll’Austria, era per non dare maggiore comodità ai maneggi del Piemonte. La duchessa reggente assentirebbe alle proposte inglesi, soltanto ove i gabinetti di Londra, di Parigi e di Vienna le guarentissero la sua indipendenza sovrana e l’integrità territoriale dello Stato (39).

Procedendo con grande caldezza in questo negozio, la protestante Inghilterra facevasi ad avvocare caldamente la causa della pace presso la cattolica Corte di Roma. Credeva di trovare nel papa e nel cardinale Anione!li zelanti cooperatori, ma s’ingannò nelle concepite speranze. Per impedire che sangue cristiano scorresse a torrenti nei campi di guerra, il gabinetto di Londra chiedeva alla Santa Sede sostanziali e pronte riforme civili. Ma il cardinale segretario di Stato, alle sollecitazioni di Russel, fece la risposta seguente: — Noi abbiamo le nostre leggi, ed è dover nostro di farle eseguire. Le promesse fatte dal Papa a Gaeta in parte vennero attuale, nel rimanente lo saranno, partiti i presidii ausiliarii, e quando le condizioni politiche del paese saranno migliorale (40).

Accortasi che Austria, Francia e Piemonte facevano segreti aprestamenti, onde mettere gli eserciti sul piede di guerra, l’Inghilterra s’accalorò maggiormente per salvare la pace. Fu ordinato pertanto a lord Cowley di esplorare i pensieri di Napoleone III, sui modi più acconci per giungere a un pronto aggiustamento tra le corti di Vienna e di Parigi, intorno alle cose italiane.

Il gabinetto di Londra proponeva che i termini della concordia si stabilissero sopra i punti seguenti: cessazione dell’intervento austriaco e francese nello Stato romano: riforme nel governo della Santa Sede: permanenti guarentigie di concordia tra le corti di Vienna e di Torino: abrogazione o modificazione dei trattati speciali dell’Austria coi ducati. Ove queste proposizioni fossero riuscite gradevoli all'imperatore, l’ambasciatore inglese dovea chiedergli l’assenso di portarle a Vienna, per cercare di renderle accette al gabinetto austriaco (41).

Napoleone III rispose: che gradiva tutte le pratiche che erano profittevoli alla pace d’Europa; lord Cowley si portasse quindi a Vienna, se così piaceva al governo della regina; ma che a voler uscire dalla perigliosa condizione di cose in cui la questione italiana aveva poste Francia e Austria, sembravagli che a preferenza si dovessero stabilire gli accordi seguenti: Gli Stati italiani verrebbero dotati di governi nei quali i pubblici aggravii sarebbero annualmente fissati da assemblee elettive; le Legazioni avrebbero un’amministrazione propria, con a capo un principe romano nominato dal Papa; tuttigli Stati cattolici concorrerebbero per un annuo sussidio di danaro alla Santa Sede, ad alleviare i gravi balzelli, cui sottostavano i sudditi pontificii (42).

Quantunque le parole dell’imperatore dei Francesi suonassero pacifiche, le sue proposte poco lasciavano sperare che le differenze si componessero tranquillamente. Peggiori notizie giunsero a Londra da Vienna. L’imperatore Francesco Giusepe aveva dichiarato a lord Loftus, che sarebbe rimasto soddisfattissimo di vedere alla sua corte lord Cowley, giacché al suo ritorno a Parigi avrebbe potuto testimoniare quanto egli bramasse che le due monarchie si trovassero nei più stretti termini di amicizia; ma che frattanto era dover suo di dichiarare, che l’Austria era deliberala ad accettar la guerra, piuttosto che deviare menomamente dalle massime tradizionali della sua politica. Il conte Buol prese a ragionare coll’ambasciatore inglese così: — L’Austria non diserterà mai la vecchia bandiera della sua politica. Se Cowley vien quindi per farci proposte contrarie alle nostre tradizioni diplomatiche, saremo costretti a negargli qualunque siasi concessione. Noi siamo pronti a negoziare colla Corte romana per il richiamo dei nostri soldati dalle Legazioni; siamo disposti a consigliare utili riforme ai minori Stati italiani; ma non consentiremo mai d’intrometterci forzatamente, o di permettere che un’altra Potenza si mischi arbitrariamente negli affari interiori di questi stessi Stati. Che se, come dobbiamo presumere, gli attuali maneggi sono diretti a far passare ad un’altra potenza il predominio che l’Austria ora gode in Italia, resisteremo con tenacità. Padroneggiante nella Penisola, la Francia ben tosto signoreggierebbe sui Reno. Davvero che gli uomini di Stato sono poco previdenti. Nel 1815 si aumentò la potenza territoriale del Piemonte a premunire l’Europa da questo dopio pericolo, ed ora è il re di Sardegna che si prepara ad aprire le porte d’Italia ai soldati francesi. A qual prò dovremo poi entrare in accordi diretti colla Francia sulle cose italiane? Non abbiamo alcun bisogno del suo assenso per isgomberare dallo Stato pontificio, ove le nostre armi entrarono chiamatevi dal sovrano territoriale. Entro i limiti che vi ho indicalo, milord, noi siamo pronti a stendere la mano amica alla Francia; più in là non possiamo andare (43).

Tuttavia lord Cowley si portò a Vienna. Colà sepe per un dispaccio telegrafico di Malmesbury, che la Corte di Roma domandava ai Gabinetti di Parigi e di Vienna il richiamo delle schiere ausiliario. Egli si servì di questa notizia per entrar in discorso con Buol sulle cose d’Italia. Il ministro austriaco gli rispose: che non ne aveva per anco comunicazione officiale; ove gli fosse fatta, prenderebbe gli ordini dell’imperatore, ma consiglierebbe che lo sgombero si operasse a determinati intervalli di tempo, onde dar modo al Governo pontificio di meglio provvedere all’ordine pubblico. Relativamente alle riforme da introdursi nello Stato pontificio, il miglior partito era di ripigliare le pratiche iniziale nel 1857 tra i Gabinetti di Vienna e di Parigi. Ma stanteché quest’ultimo doveva tuttavia rispondere ad alcune osservazioni, spettava ad esso di rannodare le trattative. Il nodo della pratica stava nel mettere d’accordo l’Austria col Piemonte. Toccato questo tasto, Cowley udì Buol rispondergli cosi: — Se l’Inghilterra vuol raggiungere questo fine si rivolga al Governo del re di Sardegna; giacché se la pace si è resa incerta, l’Europa lo deve alle ambizioni e ai maneggi del Piemonte. Che esso deponga le armi innanzi tutto, e poivedremo ciò che si potrà fare per riamicarci seco. — In quanto ai trattati speciali coi Ducati, il ministro austriaco non si tenne di tropo sul tiralo. Egli, dopo aver dichiarato che il Gabinetto di Vienna si studierebbe di aplicarli colla massima moderazione, lasciò intendere, che coll’assenso di quei Sovrani, l’Austria non sarebbe aliena dall’entrare in accordi per istabilire i modi di preservarli dai pericoli della rivoluzione. — Per esempio, osservò Cowley alla sfuggila, i maggiori potentati potrebbero guarentire la perpetua neutralità della Sardegna, e congiungere i minori Stati italiani in lega offensiva e difensiva. — Sono argomenti gravi, rispose Buol, sui quali conviene meditare assai. Rispetto alle riforme, proseguì, si calunnia l’Austria coll’accusarla di avversarle. Essa le ba sempre favoreggiale; ciò ch’essa avversa, è l’oltraggio che si vuol fare all’indipendenza sovrana degli Stati italiani, coll’imporre loro mutazioni di ordini governativi (44). —Tornato a Parigi lord Cowley, tosto vide svanire quel poco di sperabile che avea raccolto dall’accoglienza meno aspra fatta dal Gabinetto di Vienna a qualcheduna delle sue proposte. Il Governo inglese bene scorgendo di quale aiuto sarebbe stato alle pacifiche sue pratiche l'apoggio della Russia, l’aveva sollecitato. Ma Gortchakoff aveva risposto a Crampton: — Certamente la Russia desidera la pace, e ne ha bisogno per compiere le sue riforme interne: ma coll’usata mia franchezza, milord, vi debbo dichiarare, che non possiamo pesare sulla stessa bilancia gli interessi della Francia e quelli dell’Austria. Colla prima ci troviamo nei termini di una stretta cordialità, colla seconda è l’oposto. La Corte di Vienna ba indegnamente corrisposto ai nostri benefizi. In altri tempi la Russia costumava di offerire i suoi consigli ai Governi alleati suoi; ora si astiene dal consigliare chicchessia, essendosi trovata danneggiata dal fare altrimenti. Ov’essa sia richiesta dell’opinione sua, francamente si dichiarerà favorevole alla pace. Sin qui possiamo giungere; fare uri passo più oltre non vogliamo. Badate poi che, ove la pace europea dovesse andare a soqquadro, non vi dico da qual parte si schiereranno le armi russe. Su questo punto capitale siamo deliberati a mantenerci perfettamente liberi da ogni impegno (45). — Il principe tenne un identico linguaggio coll'ambasciatore di Prussia, col quale concluse così:—Il tempo dei consigli è passato; ciascheduno abbia in casa propria pieno arbitrio di operare a suo beneplacito (46). —Il lettore conosce le ragioni intime di questo reciso favellare del ministro russo. L’apoggio della Corte di Pietroburgo era assicurato alla Francia. Napoleone si valse di questa leva per iscansare un pericolo prossimo. Le pratiche officiose del l’Inghilterra potevano da un momento all'altro mutarsi in una mediazione formale, spalleggiata dalla Prussia, accettata dall'Austria, e che la Francia difficilmente poteva scansare. Per non rimanere intricato in questo nodo, l’imperatore consegui che il Gabinetto di Pietroburgo uscisse fuori a fare della questione italiana una questione europea, e a proporne lo scioglimento in un Congresso. Questo accordo trattato segretissimamente, mentre lord Cowley era a Vienna, fu conosciuto dal Governo inglese con grande disgusto, e deliberò di proceder cauto, come n’ebbe ufficiale comunicazione dagli ambasciatori russo e francese in Londra.

Primieramente lord Malmesbury dichiarò all’aperto, che l’Inghilterra non intendeva di partecipare a un Congresso ove venissero discussi i trattati del 1815, e uel quale si deliberasse per introdurre mutazioni nei governi degli Stati italiani. Si poteva cercare un rimedio alle asprezze -dei raporti tra l’Austria e il Piemonte dietro la speranza, che il buon volere dell'Austria si presterebbe a temperarle. Il Governo della regina riconosceva nella Corte di Vienna il pieno diritto di stipulare trattati offensivi e difensivi cogli Stati italiani indipendenti; ma confidava di vederla recedere dagli interventi armali, nell'interesse della pace europea. Rimarrebbe al Congresso la soluzione del difficile problema di trovare un altro valido sostegno per i minori Principali italiani contro la rivoluzione. Si darebbe alla questione romana una convenevole soluzione, consigliando alla Santa Sede le necessarie riforme, e determinando il tempo e i modi della partenza delle trupe ausiliarie. Un generale disarmamento precederebbe il Congresso, e ove la Sardegna s’impegnasse ad assottigliare l’ingrossalo suo esercito e a smettere ogni pensiero di ostilità verso l'Austria, Francia e Inghilterra le guarentirebbero per cinque anni la sua indipendenza territoriale (47).

A breve andar di tempo, Inghilterra, Prussia e Russia si trovarono d’accordo nello stabilire, che a dar materia alle deliberazioni del Congresso si fermassero i punti seguenti: 1° cercare i modi di ricomporre e di serbare la pace tra la Sardegna e l’Austria; 2° fissare le migliori norme per la partenza dei soldati francesi e austriaci dallo Stato pontificio; 3° determinare le riforme necessarie ai Governi italiani per la stabile quiete dei popoli; 4° avvisare, come ai trattati speciali dell’Austria cogli Stati italiani si potesse sostituire una federazione difensiva tra loro. Rimaneva inteso concordemente, che l’assetto dato all'Italia dai trattati del 1815 non verrebbe discusso nel Congresso.

Pur dichiarandosi pronto a recare tutte le agevolezze ad un accomodamento utile alla pace europea, Napoleone si era studiato di rendere più difficili gli accordi terminativi, consigliando a Cowley di introdurre nelle proposizioni, da servire di base al Congresso, quella di una ristretta con federazione di Stati italiani, e negando il suo assenso alla proposta di chiedere alla Sardegna di disarmare, dietro la guarentigia della propria inviolabilità territoriale fattale dalla Francia e dall’Inghilterra (48).

Primo a saggiare le intenzioni del Gabinetto di Vienna sulle proposizioni surriferite fu il barone Werther, ministro prussiano presso la Corte d’Austria. La risposta fu negativa. Il conte Buol, levale che ebbe alte doglianze, propose le correzioni seguenti: 1° intangibilità dell’assetto territoriale dell’Italia; 2° convocazione in Roma di un Congresso di Stati italiani, per accordarsi intorno a riforme amministrative; 3° disarmamento della Sardegna; 4° conservazione dei trattati speciali dell’Austria colle Corti di Napoli, di Toscana, di Modena e di Parma. Se l’Austria si mette per questa via, essa va difilato alla guerra, disse il principe Gortchakoff, e ordinò all’ambasciatore russo in Vienna di fare le oportune rimostranze, alle quali Buol rispose, che l’Austria accettava di partecipare al Congresso a ringagliardire con una nuova sanzione europea i trattati esistenti ed a sanzionare i diritti derivanti da essi. Per allontanare le aparenze della guerra, e metter l’Italiatranquillo era indispensabile l’immediato disarmamento della Sardegna; che, ove si giudicasse propriamente necessario di esaminare nel Congresso il reggime interiore degli Stati italiani, l’Austria avrebbe insistito affinché su tale materia si seguissero le norme stabilite dal protocollo d’Aquisgrana del 15 novembre 1818 (49).

Nell’animo dei ministri inglesi regnavano sempre superlative voglie pacifiche; onde spasimavano di vederebuon esito delle loro cure per condurre la Francia e l’Austria a un accordo, sulla base delle proposte fatte per il Congresso. Ma il Gabinetto di Vienna non voleva mostrarsene soddisfallo. L’Austria giudica, dicea Buol, che non sia argomento da trattarsi in un Congresso quello delle riforme del Governo pontificio. Essa vuole che il Piemonte disarmi; essa chiede un comune impegno formale di rispettare i trattati esistenti; essa domanda che i minori Stati italiani abbiano chi li rapresenti nelle conferenze. Né la Sardegna per questo poteva elevare veruna legittima pretensione d’inlervenirvi. Potrebbe essere accolla, e l’Austria sarebbe la prima a introdurla nel Congresso, qualora vi si affacciasse per chiedere d’esser liberala dalla rivoluzione che la corrode (50). Non istancheg-gialo da queste burbanzose pretensioni, il Gabinetto di Londra continuò nelle sue sollecitazioni e giunse a ottenere dall’Austria la promessa di partecipare al Congresso coll’accettazione delle quattro proposizioni. Ma il trionfo era aparente anzi che reale, badando ai commentari fatti alle medesime dal Gabinetto di Vienna, ed all’aggiunta di un quinto punto, che era lo scioglimento dei Corpi dei volontari e il preventivo disarmo del Piemonte e delle altre potenze. Le chiose e le riserve austriache toglievano poiogni efficacia alle proposizioni, sulle quali doveva aggirarsi l’opera del Congresso. Esso dovea studiare accordi di durevole pace tra l’Austria e il Piemonte. Sta bene, notava Buol, ma a conseguire questo fine converrà esaminare con quali mezzi si possa condurre il Governo del re di Sardegna a rientrare ne’ suoi doveri internazionali, e a rimanervi stabilmente fedele. Si discutesse pure il tema della cessazione degli interventi stranieri nello Stato pontificio, ma si lasciasse piena libertà di determinare il tempo e i modi di farli cessare alle Corti di Parigi, di Vienna e di Roma. Se ai plenipotenziari congregati poteva esser lecito di dar consigli di migliorìe ai Governi italiani, affatto liberi poi doveano rimanere i Principi di accettarli o rifiutarli. L’Austria non riconosceva nel Congresso l'autorità di sindacare i trattati speciali da essa stipulali cogli Stati italiani, pure s’adatterebbe d’accordo coi Governi ad esaminare, se l’utile comune esigeva di modificarli; ma chiedeva in compenso che eziandio le altre potenze producessero i trattati politici stipulati cogli Stati italiani (51).

Il Gabinetto di Londra assunse il delicatissimo incarico d’indurre all’amichevole il Piemonte a rassegnarsi all’immediato disarmamento. Ma non trovò accettevoli le ripugnanze dell’Austria di aver la Sardegna compagna nel Congresso. — Sarebbe un errore gravissimo il lasciarla in disparte; giacché Je si lascierebbe libero il varco a dichiarare, che non era legala da alcun vincolo di responsabilità o d'obbligo intorno a tutto ciò che i Potentati congregati pervenissero a statuire (52). La Russia giudicò il disarmo domandato dall’Austria un rifiuto indiretto di partecipare al Congresso (53).

Chiariti i propositi di Francia, d’Austria, di Russia, d’Inghilterra e di Prussia, ora fa d’uopo narrare gl'intendimenti dei Governi italiani rispetto ad un Congresso che doveva metter voce e mano nelle cose loro.

La Corte di Vienna cercava ogni via per gratificarsi gli alleati suoi nella Penisola; onde assentito che ebbe al partito di tener congresso, notificò al re di Napoli, che essa si era oposta alla proposta d’invitarvi i delegati tutti degli Stati italiani per mantenere incolume la legittima indipendenza loro, e per impedire alla Sardegna d’inler-venirvi. Ferdinando II rispose riconoscente, e in pari tempo fece notificare alla Corte di Pietroburgo, che egli non riconoscerebbe mai alle maggiori Potenze il diritto d’intromettersi negli affari interni del suo regno (54). Presa somigliante deliberazione, il re di Napoli si volse a mettersi d’accordo colla Corte di Roma (55). L’intendersi riuscì facilissimo. Il cardinale Antonelli dichiarò all’ambasciatore napoletano, che il Santo Padre giammai non si piegherebbe ad accettare veruna deliberazione del Congresso, la quale recasse ingiuria all’autorità sua sovrana. — Non vi sarà potenza umana, concluse il cardinale, che valga a smuovere il Santo Padre da questo saldo proposito impostogli dal più sacro de' suoi doveri. — Alcuni giorni dopo, nell’annunziare a De Martino la prossima partenza dei Francesi e degli Austriaci dalloStato pontificio, Antonelli soggiunse: — Per la pubblica tranquillità fo assegnamento sul buon senso delle popolazioni, e sopra alcuni espedienti che vo ruminando in mente, e che per ora convien tenere segreti. Ma ove le mie speranze fossero fallaci, è meglio mille volte farsi sgozzare, che tagliarsi la gola colle proprie mani. In qualunque più sinistra occorrenza non consiglierò mai il Santo Padre ad accettare l’intromessione di Governi stranieri nelle cose interiori del suo governo. I mali che ne circondano, tutti scaturirono dall'infausto intervento diplomatico del 1831. Allora fu che con proposte inattuabili si propagarono i germi del pubblico malcontento (56).

Le intelligenze fra le due Corti non potendo essere migliori, Cuna e l’altra si posero all’opera di allargarle alle Corti di Modena, di Parma e di Firenze. La qual cosa ebbe esito felicissimo. Primo fu il duca di Modena a dichiarare, che egli procederebbe d’accordo nel rifiutare l’assenso suo all'intervenzione del Congresso nelle questioni interne degli Stati indipendenti italiani. Francesco l'aggiungeva, che bisognava di continuo ripetere alla maggiori Potenze, che le irrequietezze civili della Penisola erano fomentate dalle ambizioni e dalle macchinazioni di Casa Savoia. Coll’ambasciatore toscano in Roma il cardinale segretario di Stato tenne il seguente ragionamento. —-La nostra risoluzione d’astenerci dal partecipare al Congresso è assoluta ed irrevocabile, avendola maturata con lungo e profondo esame. Siamo in ciò d’accordo coi Governi di Napoli e di Modena. La Santa Sede non poteva diportarsi diversamente, senza gittarsi dietro le spalle la propria autonomia sovrana. Questo sacro principio verrebbe offeso ove ci portassimo al Congresso, qualunque fosse il nostro plenipotenziario. Assistere alle conferenze col solo voto consultivo sarebbe un'umiliazione, e inoltre s’incorrerebbe nel pericolo di ricevere consigli e suggerimenti, impotenti a calmare le agitazioni presenti, e validissimi a trascinare i Governi per la via di concessioni inoportune, ed a far loro perdere ogni credilo. La Santa Sede non teme violenze; ché ove le dovesse affrontare non la spaventano tanto quanto la volontaria abdicazione de suoi diritti. Nelle lolle passale non ebbe mai a pentirsi della propria fermezza nel resistere. La Corte toscana rispose senza dimora: che rispetto al Congresso seguirebbe i consigli della Santa Sede (57). Pio IX volle che Napoleone conoscesse il rammarico suo all’annunzio di un Congresso, nel quale due potentati protestanti, uno scismatico, e due cattolici bensì, ma nemici tra loro, si arrogavano di chiamare al proprio tribunale il Sommo Pontefice, per dar ragione degli alti suoi di Sovrano indipendente. L’imperatore rispose a monsignor Sacconi, che queste doglianze erano eccessive; la sua devozione verso la Santa Sede esser sempre profouda, ed essere indirizzata ad assodare l’indipendenza sovrana del suo principato temporale. Il ministro Walewsky meno blandemenle dichiarò al nunzio pontificio, che più volte già la Santa Sede aveva mostrato di tenere per massima di governo l’intromessione delle maggiori Potenze nelle cose interiori dello Stato pontificio, e che quindi la Francia per salvare la pace europea proporrebbe nel Congresso i rimedi necessari a metterlo in tranquillo, qualunque fosse l’oposizione della Corte di Roma (58).

Primi ad annunziare al conte Cavour che le maggiori Potenze s’erano accordate di convocare un Congresso, per venire a qualche formale accordo sulle cose italiane, furono gli ambasciatori di Russia e d’Inghilterra presso la Corte di Torino. Essi chiedevano l’accettazione del Governo del re. II presidente del consiglio dei ministri rispose loro, che la proposta di un Congresso non poteva riuscire ingrata al Piemonte, il quale si riprometteva dalla benevolenza de' suoi potenti alleati di vedervi ammesso il proprio plenipotenziario (59).

La gravità dei casi era estrema, e quindi faceva d’uopo di. squisita sagacità e destrezza a superarla. Se la questione italiana entrava nelle lunghe e avvilupate vie delle negoziazioni diplomatiche, diveniva quotidiano e temibilissimo il pericolo, che le fomentate scontentezze dei popoli non prorompessero, per tropo compressa molla di sdegni e di sospetti, in aperta rivoluzione; onde tutti gli architettati disegni, tutte le maturate speranze irreparabilmente rumerebbero. Bisognava non raffreddare la benevolenza della Russia, la quale tuttavia voleva affidare la soluzione della questione italiana alla suprema sentenza di un Congresso, da cui essa escludeva il Piemonte. Conveniva studiarsi di somministrare all’Inghilterra e alla Prussia abbondanti prove della longanimità e della moderazione della Sardegna, e frattanto era suprema necessità oporre un fermo rifiuto alle pressanti loro istanze per il disarmo. — L’orizzonte si offusca, scriveva Cavour, la tempesta rumoreggia. Speriamo che l’influenza della Russia sulla Corte di Berlino abbia il sopravvento sugli intrighi dell’Inghilterra per guadagnare all’Austria l’alleanza della Prussia (60). — Né anche dal lato della Francia le cose procedevano facili e chiare. I migliori amici personali dell’imperatore perduravano nel giudicare l’impresa italiana ruinosa alla dinastia ed alla Francia. Il ministro sopra gli affari esteri incolpava a piena bocca il Piemonte dei pericoli che minacciavano la pace europea (61). Egli dava all’azione della diplomazia francese un indirizzo così pernicioso agli interessi italiani, da indurre il Gabinetto piemontese a ordinare al legato del re in Parigi di significare a Walewski, che, al punto in cui stava la questione italiana, la Francia non poteva abbandonare il Piemonte. Nel dargli questo incarico, Cavour scriveva a Villamarina: — Il conte Walewski ha scritto qui all’ambasciatore di Francia in guisa tale da gittarci nello scoraggiamento, o da spingerci ad un atto disperato (62). Il colloquio ch’ebbe luogo fu tempestoso. Il ministro francese sopra le faccende esteriori si accalorò oltre misura nel sostenere; che l'imperatore non doveva far la guerra per vantaggiare le ambizioni della Sardegna; che tutto si doveva comporre pacificamente in un Congresso, al quale il Piemonte non aveva alcun diritto di partecipare. A queste ultime parole il ministro sardo rupe il silenzio, e si diede a favellare così: — Signor conte, imprimetevelo bene nella memoria, noi non tollereremo mai un tale affronto ai nostri interessi e alla nostra dignità. La questione può essere considerata dal punto di vista della politica e da quello dell’onore. Il conte Cavour ha in giuoco la sua riputazione diplomatica, la sua dignità personale e l’immensa responsabilità assunta col suo ree col suo paese, e degli a qualunque costo non si adatterà mai a passare per un volgare intrigante. — Ma aqual partito in sostanza vi apiglierete, lasciati soli? gli chiese Walewski. — Faremo quello che altre volle fecero i padri nostri, e abbiamo fatto noi: da soli alzeremostendardo di guerra, e, siatene ben sicuro, combatteremo i nostri nemici con tutti i mezzi che avremo in nostra mano, e, senza riguardi per chicchessia, porremofuoco ai quattro angoli dell’Europa. Potremo cader vinti, ma in un mare di sangue. Un paese, per quanto piccolo, se soccombe virtuosamente e valorosamente, è sicuro di rialzarsi più gagliardo di prima. — Il ministro francese troùcò il colloquio coll'affermare, che Napoleone non aveva maggior desiderio che quello di vedere l’Italia tranquilla, ma che mezzo sicuro di conseguire questo fine era il Congresso: non essere però ancora deciso come esso si costituirebbe (63).

Se il Congresso s’apriva, per il Gabinetto di Torino era capitale interesse di spianare tutte le difficoltà che impedivano alla Sardegna di mandarvi un suo plenipotenziario. Conseguentemente il conte Cavour spedì un corriere con una sua lettera al principe Napoleone, onde pregarlo di persuadere il cugino, che l’esclusione del Piemonte dal Congresso produrrebbe funestissimi effetti in Italia. A rincalzare queste sollecitazioni mandò a Costantino Nigra una lettera del re per l’imperatore. Nello stesso tempo Villamarina fu incaricato di introdurre presso il Governo francese formale istanza per l’ammessione della Sardegna nel Congresso. Egli doveva far notare, che col-l’escludere il Piemonte si metteva in forse la tranquillità dell’Italia, e si spogliava il Governo del re dell’autorità morale che s’era guadagnata col patrocinare la causa italiana in un Congresso europeo (64). Napoleone rispose: — Il conte Cavour venga a Parigi e tosto. — Il ministro piemontese vi giunse il 25 marzo. Ci mancano i documenti per mettere a parte il lettore dei suoi intimi colloqui coll’imperatore. Ma è certo che, parlalo ch’egli ebbe con Napoleone, nella sua mente si formò un concetto non tropo lusinghiero delle condizioni in cui versava la questione italiana. Laonde scrisse al generale Alfonso La Marmora, ministro della guerra in questi termini: — La questione italiana è stata intavolala pessimamente in conseguenza di errori e di sciagurate circostanze. La guerra è inevitabile, non solo sul Po, ma sul Reno, e verrà ritardala di oltre a due mesi. Il Piemonte e l’Italia andranno incontro a difficoltà gravissime, e, per rimanere in piedi e salvi, bisogna prepararci a giganteschi sacrifizi (65).

Cavour non voleva arbitro delle cose italiane un Congresso, ma, stando in Parigi, gelosamente occultò questo suo concetto agli ambasciatori delle maggiori potenze, coi quali si mostrò al contrario voglioso che le nate discordanze avessero un pronto fine, in modo che l’Europa assodasse la tranquillità d’Italia con ordinamenti convenevoli alla sua civiltà. Merita d’esser riferito il colloquio, ch’egli ebbe con lord Cowley. Questi senza invilupo di parole dichiarò a Cavour, che l’opinione pubblica in Inghilterra incolpava la Sardegna di mettere in pericolo la pace europea colla sua politica italiana. — A meraviglia, rispose con vivacità il conte, davvero a meraviglia; io penso al contrario, che è sull’Inghilterra che deve pesare la maggiore responsabilità delle conturbate condizioni dell’Italia. Sono stati gli uomini di Stato dell’Inghilterra, i suoi oratori nel Parlamento, i suoi rapresentanti diplomatici, i suoi scrittori politici, che concordi hanno lavorato per anni molti a eccitare nella nostra penisola le passioni politiche. Non è stata forse la Gran Brettagna che ha incoraggiata la Sardegna a contraporre una pacifica propaganda d’influssi morali all’illegittimo predominio dell’Austria in Italia? È vero bensì che sino dal 1856 è avvenuto un profondo mutamento nella politica inglese. Essa a mano a mano si è raccostata all’Austria ed ha abbandonata la Sardegna. Ora lasciale, milord, che vi domandi, se io debbo credere che la causa della libertà e della civiltà in Italia abbia perdute le simpatie della nobile nazione inglese. — La risposta a questa domanda, signor conte, disse Cowley, si trova molto chiaramente espressa negli ultimi atti del Governo inglese. Vi è noto che il Governo della regina è pronto ad esaminare la questione italiana in un Congresso. Ma ad agevolarne la riunione, è necessario che la Sardegna accetti il disarmamento chiestole. — Mainò, rispose il conte; l’Italia considera il Piemonte come la sua sola ancora di salvezza. Ove esso volontariamente si lasciasse cascar di mano le armi, perderebbe ogni credito, e colle sue mani spegnerebbe la sua vita politica. — Dopo qualche altro discorso di minore importanza, i due diplomatici si lasciarono persuasi, che interessi contrari guidavano ciascheduno di essi per oposte vie. Ciò tornava increscioso al primario ministro del re di Piemonte. Egli scorgeva la grande utilità di raffreddare possibilmente il Governo inglese nel caldeggiare gli interessi dell’Austria, mentre si voleva far prevalere il concetto, che l’aggiustamento delle cose italiane aparteneva a tutte le potenze europee. II re addossò questo incarico a Massimo D’Azeglio, dandogli il grado di suo inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso la Corte di Londra. Vi era. sempre una squisita abnegazione civile nel fondo dell’animo di questi illustri uomini di Stato subalpini. Le loro discrepanze politiche non li trattenevano mai dai prestarsi vicendevolmente la mano, quando si trattava nelle più difficili circostanze di spalleggiare gli interessi di Casa Savoia e dell’Italia. Ben di rado eziandio essi dimenticavano i meriti civili, di cui ognuno di essi era fornito. Massimo D’Azeglio, malaticcio, si assoggettava ai disagi di un increscioso viaggio, e di un soggiorno per guardatura di cielo dannoso alla sua salute; egli si metteva a una impresa difficilissima, per rinvigorire la periclitante politica del rivale antico, che aveva usalo, per isgabellarsi di lui, modi più conformi alla destrezza del suo ingegno che alla nobiltà del suo cuore. Il conte Cavour alla sua volta, grandemente aprezzando la conseguita cooperazione, di lui scriveva: — Massimo d’Azeglio è il padre della questione italiana. Il suo nome gode un grande prestigio in Europa. Napoleone III più volle mi ha citato i suoi scritti. Non di rado Walewski ha invocala l'autorità del D’Azeglio, come quella di uno statista di me più pratico e moderato. La sua presenza a Londra potrà riuscire di grande utilità presso tutti coloro che non sono puro sangue austriaco (66).

Vittorio Emanuele II e i ministri suoi discernevano, che le sorti avvenire dell’Italia dipendevano dal partito che stavano per eleggere. Il re nel Consiglio dei ministri favellò da eroico soldato e da magnanimo principe. Non sottoscriverò mai, egli disse, alla legge che l’Austria vuol impormi, e sento che ho pieno diritto di reclamare che un mio plenipotenziario segga nel Congresso. Su questo due massime rimase incardinata la politica del gabinetto di Torino, e Cavour, a maneggiarla destramente, si rivolse alle Corti di Berlino, di Pietroburgo e di Londra, facendo risultare la contraddizione e l’ingiustizia patente di voler interdetta al Piemonte la facoltà di sedere in un Congresso, nel quale era interessata la sua vita politica, e si doveva provvedere ai danni che esso aveva denunziato, mentre che le cinque maggiori potenze lo avevano accollo in un altro Congresso per regolare seco loro le cose della Turchia, e le nuove condizioni politiche dei Principati Danubiani. Il domandato disarma mento fu recisamente negato.

La Russia si mostrò restìa a far concessioni al Piemonte in ordine al Congresso. Gorschakoff adduceva i seguenti motivi: ove avessimo riconosciuto alla Sardegna il diritto d’intervenire nel Congresso, l’Austria avrebbe rifiutalo di parteciparvi. Avess’ella pure assentito; in tal caso non vi sarebbe stato alcun argomento plausibile, ammessa la Sardegna, di escludere gli altri Stati italiani. Diplomaticamente non è possibile di considerare il Piemonte, come una sesta grande potenza, o come il rapresentante legittimo d’Italia tutta. In quanto al disarmamento, la cosa cambia d’aspetto. 11 Piemonte è il più debole, l’Austria è la più forte; fa d’uopo quindi mantenere la bilancia in bilico. Se il Gabinetto di Vienna s’ostinerà in questa sua domanda, e non vorrà partecipare al Congresso, si delibererà dall’Europa ugualmente sulla questione italiana (67).

Il principe reggente di Prussia e i ministri suoi si mostravano avversi alla supremazia dell’Austria in Italia, favellavano benevoli del Piemonte, ma vivevano in gravissimi sospetti sugli intendimenti occulti della tortuosa politica di Napoleone III. Essi temevano, che la guerra dalle sponde del Po passasse alle rive del Reno; laonde procedevano in pieno accordo coll’Inghilterra nel negare alla Sardegna la partecipazione al Congresso e nel sollecitarla a disarmare, offerendole la guarentigia collettiva della Prussia e dell’Inghilterra contro ogni aggressione armata dell’Austria (68).

Il gabinetto di Londra dava alla Sardegna queste risposte: Se nel Congresso si accettasse il Piemonte, l’Austria chiederebbe che vi fossero ammessi tutti gli Stati italiani; onde ne nascerebbe tale invilupo d’opinioni, da rendere impossibile qualsivoglia deliberazione vantaggiosa all’Italia. Dovevasi inoltre avvertire che, mentre l’Inghilterra aveva accettalo il Congresso sotto l’espressa clausola, che i trattati del 1815 sarebbero religiosamente rispettati, il gabinetto di Torino aveva solennemente dichiarato, che il dominio austriaco in Italia era condannabile, dietro le massime di quella giustizia che è la pietra angolare dell’ordine sociale. E giacché la Sardegna aveva dichiarato in seguito di voler restare fedele a questo concetto, la sua presenza nel Congresso diverrebbe un inciampo alle deliberazioni delle Potenze, da un mezzo secolo in poi investite sole del diritto di maneggiare la politica europea. Nel Congresso per soprapiù non era in giuoco alcun particolare interesse del regno sardo (69).

Agli sforzi per capacitare la Sardegna, che essa non avea diritto e interesse di partecipare al Congresso, andavano compagni per parte del Governo inglese i conati per indurre l’Austria ad abbandonare la pretesa dell’immediato disarmamento del Piemonte. Ma le resistenze non erano minori. Il conte Buol rispondeva: — Senza questo disarmo il Congresso sarà una vera commedia. Noi non temiamo il Piemonte, ma siamo senza confidenza nella politica di Napoleone ili. Egli si prepara a guerreggiar l’Austria, e l’esercito piemontese è il suo antiguardo. Se l'Inghilterra e la Prussia volessero sottoscrivere con noi un trattato d’alleanza offensiva e difensiva, lascieremmo tosto d’insistere per il disarmo della Sardegna. Ma sin-tanto che dobbiamo calcolare sulle sole nostre forze, non possiamo prestarci ad aiutare l’imperatore dei francesi a trovar pretesti per compiere i suoi aparecchi guerreschi.

Se la guerra è una ineluttabile necessità, a noi conviene che scopi presto, dacché questo stato di pace armata ci ruina (70).

Mentre l’Austria stava aspramente sul tirato, Cavour volle destramente con qualche arrendevolezza mostrare all’Inghilterra, quanto il re di Piemonte vivamente bramasse di camminar seco d’accordo, e di prestarsi a facilitare alle maggiori potenze i modi di pacificare l’Italia. Pertanto dichiarò, che la Sardegna era disposta a patteggiare, che le trupe piemontesi e austriache indietreggiassero dalle rispettive frontiere dieci leghe (71). Il gabinetto di Vienna rispose, che l’Austria non doveva esser messa a livello della Sardegna (72).

VI

I pericoli che l’Inghilterra s’era adoperata a scongiurare s’erano fatti più gravi. Deliberato tuttavia a non fermarsi nei suoi uffici di concordia, sintanto che le pratiche di pace non volgessero al disperalo, Malmesbury si apigliò alla dichiarazione del conte Buol, che non era la Sardegna, ma la Francia, la potenza che l’Austria temeva, per iscongiurare Napoleone III ad assentire, che il primo argomento da discutere nel Congresso fosse quello del disarmamento generale. L’imperatore dei francesi diede il suo assenso; ma l’Austria surrogò alla proposta inglese l’altra del disarmo comune, simultaneo, immediato. I gabinetti di Londra e di Berlino Faccettarono, e se ne fecero sollecitatori presso i governi di Parigi e di Torino (73).

Il gabinetto di Torino alle prime proposte di disarmare aveva risposto: che la guarentigia offertagli dalla Prussia e dall’Inghilterra non avrebbe restituito al Piemonte il suo onore e il suo esercito, óve l’Austria avesse slanciali i suoi battaglioni sul territorio sardo a sicura vittoria per istrabocchevole superiorità di forze (74). Ora il rispondere, e il prendere un convenevole partito tornava tanto più arduo, in quanto che colla nuova proposta questo pericolo scompariva, e un altro più certo se ne aggiungeva derivante dall’esplicita dichiarazione della Prussia e dell’Inghilterra, che ove la Sardegna non assentisse al comune e immediato disarmo, l’Austria, rotti tutti i dannosi indugi, aprirebbe le ostilità contro di essa (75).

Di fronte a questa nuova difficoltà, in sul momento inestricabile con vantaggio, il primario ministro sardo s’apigliò al partito di temporeggiare per aver comodo d’investigare, che cosa alfine Napoleone volesse. Il dispaccio telegrafico di lord Malmesbury relativo al comune disarmo era giunto in Torino il 13 aprile di buon mattino. Ma per tutto quel giorno, e per il susseguente, sino alle ore due pomeridiane, l’agente diplomatico inglese in Torino non trovò modo di giungere a parlare col presidente del Consiglio dei ministri, che da un telegramma del D’Azeglio era stato informato di ciò che si doveva trattare. Letto che Cavour ebbe il dispaccio di Malmesbury, rispose a Scakvill West così: — Lo trovo in disaccordo con un telegramma sullo stesso argomento ricevuto da Parigi; debbo quindi chiarir meglio la cosa prima di manifestare l’opinione della Sardegna in così grave negozio. Il re inoltre non è in Torino, e debbo di più conferire coi miei colleghi. — Addì 15 dello stesso mese, il. ministro di Prussia e l’incaricato d’affari dell’Inghilterra si presentarono a Cavour, e dichiarando d’essere muniti d’istruzioni precise, gli chiesero che la Sardegna volesse frattanto accettare in massima il disarmamento generale. — Non possiamo, rispose il conte, prender impegni sintanto che non ci siano ben chiarite le basi su cui il Congresso si aprirà. — A vincere questa obbiezione, il ministro di Prussia osservò, che i gabinetti di Londra e di Berlino si limitavano a chiedere alla Sardegna, se essa assentirebbe a disarmare, ove gli sforzi concordi delle maggiori potenze conducessero l’Austria a prendere l’impegno formale di entrare nel Congresso, onde cooperare sinceramente a condurre la questione italiana ad un equo scioglimento. — Entrando per questa via, la questione verrebbe semplificata, rispose Cavour, ma è una vana speranza. Del resto non mi è lecito di proseguire a discutere dopo che sono stato avvertito da Parigi che la Francia ha messa in campo una nuova proposta, dietro la quale il disarmo della Sardegna dovrebbe essere posteriore all'ammessione della Sardegna nel Congresso, con autorità uguale a quella delle maggiori potenze (76).

Le cose erano passate ne’ modi seguenti. I consigli mandati dal gabinetto di Parigi non avevano nulla di confortevole. 11 conte Walewski aveva detto a Villamarina: che in quel mezzo la Francia si asteneva dall’unirsi all’Inghilterra per sollecitare la Sardegna a disarmare. Ma se il gabinetto di Torino lardava di qualche giorno ad ottemperare a siffatta domanda, il gabinetto imperiale poteva trovarsi condono a un simile passo. — Così, aveva concluso, il Piemonte avrà perduto l’apoggio dell’Inghilterra neh Congresso, e, quel che è peggio, si porrà nel prossimo pericolo d’essere minato totalmente da un urto improvviso di guerra per parte dell’Austria (77).

A frastornare il nembo, bisognava innanzi tutto conoscere i riposti concetti dell’imperatore dei Francesi. Perciò Cavour scrisse al principe Napoleone, conchiudendo la sua lettera così: — Noi non disarmeremo. Meglio è cader vinti colla armi alla mano, anzi che perdersi miseramente nell’anarchia, o trovarsi costretti a mantenere la pubblica tranquillità coi modi violenti praticali dal re di Napoli. Attualmente possediamo una forza morale che vale un esercito; perduta che fosse, nulla varrebbe a ridarcela (78). Il principe Girolamo Napoleone era divenuto un fidato e zelante amico d’Italia. Egli vide l’imperatore, e ne riportò il consiglio per Cavour di rispondere all’Inghilterra: che ove il Piemonte fosse ammesso nel Congresso con autorità di consiglio uguale a quella delle maggiori potenze, assumerebbe i comuni impegni; ma che trovandosene escluso, intendeva di mantenersi svincolalo da ogni obbligo verso chicchessia (79).

Rinfrancato da questo Consiglio, Cavour rispose al Governo inglese, addì 18 aprile, nei termini seguenti:

Se la Sardegna fosse stata ammessa al Congresso nelle stesse condizioni delle maggiori potenze, essa potrebbe accettare, seguendo l’esempio della Francia, in massima il disarmo generale, colla speranza di non aportare alcuno svantaggio all’Italia. Ma essendone stata esclusa, essa non poteva assumere un tale impegno, e molto meno soportare il sacrifizio che da lei esigerebbe l’Inghilterra.

Nullameno, per conciliare possibilmente il desiderio di agevolare all’Inghilterra l’opera sua couciliatrice col dovere di tutelare la tranquillità pubblica in Italia, la Sardegna dichiarava al Gabinetto di Londra che, ove l’Austria cessasse addirittura dall’inviare rinforzi di soldati al suo esercito in Italia, essa s’impegnava a non chiamare sotto le armi le riserve, a non mettere sul piede di guerra l’esercito, e a tenerlo negli stanziamenti di sola difesa, ov’era da mesi (80).

Perigliose acque tuttavia navigava il primario ministro del re di Sardegna. Napoleone III, nell’alto stesso che inviava a lui il riferito consiglio, erasi pure indirizzalo al Gabinetto di Londra, onde notificargli che, se l’Inghilterra s’impegnava a mettersi d’accordo colla Francia per far accogliere nel Congresso i plenipotenziari di tutti gli Stati italiani, quest’ultima, per la rapidissima via del telegrafo, impegnerebbe la Sardegna ad assentire in massima al disarmo generale (81). Sospettando un tranello in questa proposta, i gabinetti di Londra e di Berlino si rivolsero direttamente a quello di Torino, offrendogli l’ammissione al Congresso di un suo plenipotenziario, investito unicamente della facoltà di trattare la questione del disarmo. Cavour negò di acquetarsi a una condizione che menomava i diritti del Piemonte (82). Allora l’Inghilterra accettò laproposta della Francia, e stabilì a materia delle somme risoluzioni del Congresso questi quattro punti: 1° disarmo generale, simultaneo, prima dell’apertura del Congresso; 2° sei commissari, dei quali uno sardo, all’infuori d’ogni intromessione del Congresso ne regolerebbero l’attuamento; 3° principialo il disarmo, le conferenze sulle questioni politiche comincierebbero; 4° tostamente sarebbero invitati a sedere nel Congresso riunito i plenipotenziari degli Stati italiani, nei modi adottali nel Congresso di Lubiana, vale a dire sul piede di perfetta uguaglianza di tutte le potenze congregale (83).

Questi accordi tornarono acerbissimi ai ministri del re di Sardegna. Essi cominciarono a dubitare, che Napoleone III non si sentisse più l’animo bastevole a tentare l’impresa italica, e si fosse aperto un varco a indietreggiare. Non intendevano seguirlo. al mal gioco; ma comprendevano che erano sconfinali i pericoli cui andavano incontro, ed estreme le difficoltà di mantenere a galla la nave dello Stato nella furiosa tempesta che bisognava suscitare per ineluttabile necessità di onorata esistenza. Restava ancora un apiglio, per intorbidare gli accordi ultimi per il Congresso: Cavour l’afferrò e scrisse a Massimo D’Azeglio così:

I termini della proposta alla quale abbiamo aderito sono chiari e precisi, e credo che non vi si possano fare sopra interpretazioni più o meno soddisfacenti. Tuttavia vi debbo pregare ad ogni buon fine di dichiarare ai ministri della Regina, che la condizione del nostro intervento nel Congresso, sul piede di perfetta uguaglianza colle maggiori Potenze, deve essere formalmente ammessa e riconosciuta dall’Austria. La Sardegna potrà assentire di non partecipare alla prima conferenza; ma, seduta che sia nel Congresso, non può, non deve occupare un posto secondario in tutto ciò che si discuterà e si risolverà.

Debbo inoltre chiamare l’attenzione vostra sopra un argomento delicatissimo. Verrete probabilmente interrogato sulle intenzioni nostre in ordine ai volontari italiani che sono in armi nel Piemonte. A questo riguardo astenetevi dal prendere il minimo impegno. Il Governo inglese deve comprendere facilmente, che ci è impossibile di gittare sul lastrico da oggi a domani dodici mila uomini, inaspriti dalle sofferenze, e che avrebbero motivo di tenersi per ingannati. Sarebbe lo stesso che dare in Italia il segnale della rivoluzione. In questo negozio vi è una questione di ordine pubblico, che deve interessare tutte le Potenze che hanno a cuore la tranquillità della nostra penisola. L’autorità del vostro nome, la consuetudine di trattare i grandi affari, l’alto vostro ingegno e l’esperienza acquistata nelle cose di Stato vi suggeriranno i modi più propri a convincere i ministri inglesi, coi quali conviene usare la maggiore prudenza nello sciogliere una questione cosi spinosa (84).

Massimo D’Azeglio riuscì a capacitare i ministri della regina, che nel concordato disarmamento generale non si dovevano comprendere i volontari acquartierati in Piemonte. Essi verrebbero raccolti in prossimità delle Alpi, per licenziarli poi, come le potenze si fossero accordale nei concetti fondamentali di un pacifico scioglimento della questione italiana (85). Questa notizia inacerbì maggiormente gli animi, già riboccanti d’odio e di vendetta dell’imperatore d’Austria e dei suoi ministri. Il conte Buol rispose arrogantemente all’ambasciatore inglese: che l’Austria non assentirebbe mai d’incontrare la Sardegna nel Congresso e che si andava fantasticando col pretendere di chiamarvi pure gli altri Stati italiani, mentre si aveva la sicurezza chel Papa, il re di Napoli, il duca di Modena e il granduca di Toscana erano fermi nel proposito di non inviare i loro plenipotenziari a un Congresso, che si voleva arrogare il diritto di intromettersi negli affari interni dei loro Stati (86).

A regola della sua politica l’Austria aveva posta la guerra, e confidava di farla in compagnia della Germania. Sino dal febbraio del 1859, il gabinetto di Vienna avea fatto un tentativo diretto per allacciare la Prussia alla sua politica guerresca (87). Tale proposta era stata respinta. li principe reggente avea detto nel Consiglio dei ministri: noi non dobbiamo porgere l’aiuto delle nostre armi all'Austria, per combattere in Italia quei principii di nazionalità che la Prussia è chiamata a sostenere in Germania. Se la guerra scopierà, noi dobbiamo conservare la piena padronanza d’apigliarci al partito che scorgeremo più vantaggioso agli interessi tedeschi, e frattanto diportarci come potenza europea (88).

Trovandosi allora nella maggiore distretta del pericolo, la Corte di Vienna rinnovò il tentativo. Addì 14 aprile, il principe Alberto giunse in Berlino. Il suo favellare fu esplicito. — Il nostro esercito, egli disse, non tarderà ad invadere il Piemonte, per castigarlo della sua tracotanza. Noi non annettiamo una grande importanza a questo primo passo; giacché siamo certi di schiacciare l’esercito sardo, prima che abbia l’aiuto della Francia. Le nostre preoccupazioni al contrario sono gravi rispetto alla lotta che sorgerà inevitabilmente sul Reno. Vinceremo anche da questo lato, se la Germania sin dal principio della guerra sarà con noi; altrimenti andremo tutti incontro a pericoli gravissimi. L’Austria è pronta a fornire all'esercito federale un contingente di ducento mila soldati; essa non è aliena dal lasciare il supremo comando delle confederate armi tedesche al principe reggente di Prussia e di alternare con essa la presidenza della Dieta. — Fu risposto all'arciduca, che la Prussia intendeva starsene neutrale; moverebbe in armi, quando gli interessi della Germania fossero minacciati; volesse l'Austria considerare quanto le tornerebbe pregiudiziale di procedere per la prima ostilmente contro il Piemonte, prima che fossero troncate le trattative per un accordo pacifico (89).

Ma l'inclinazione alla guerra era divenuta tropo ardente nell’animo dell’imperatore Francesco Giusepe, per essere frenata. I preparamenti guerreschi di Francia e di Piemonte aumentavano, non abbastanza coperti dalle arti politiche. Il miglior modo di resistere alla piena, prossima a venir addosso all’Austria, sembrò quindi quello di tentar la fortuna delle armi, prima che si operasse la congiunzione degli eserciti francese e piemontese. Militarmente il concetto era buono; ma a volere che i soldati vincano, imporla il preporre loro valenti capitani. Ma anche da questo lato la fortuna dell'Austria si trovò mal servita. Addì 23 aprile il barone Ernesto Kellersberg fu in Torino per consegnare al conte Cavour una lettera del conte Buol, nella quale alteramente si intimava al Piemonte di disarmare e d’inviare tosto i volontari alle case native: altrimenti l’imperatore Francesco Giusepe agirebbe come a guerra già rotta. Il termine fissato per la risposta era di cinque giorni. Il primario ministro sardo rispose: che, messo alle strette di pronunziare un sì o un no, richiamava alla memoria del conte Buol la proposta dell’Inghilterra, l’accettazione della Sardegna; e lasciava cadere tutta laresponsabilità dei soprastanti casi su coloro che primi si erano armati, e che sostituivano intimazioni minacciose ad eque proposte di pacifici accomodamenti (90).

Non si poteva destreggiare sino all’ultimo con astuzia, maggiore.

La lotta diplomatica era guadagnata. L’Austria, creando a se stessa la necessità d’irrompere armata in Piemonte, lacerava i trattati del 1815, scioglieva la parte più difficile del problema di Plombières, forniva a Vittorio Emanuele 11 un legittimo argomento per chiedere l’aiuto armato della Francia, dava plausibil modo a Napoleone d’incarnare i suoi disegni in Italia, senza disconfessare la sua politica palese, somministrava alla Russia maggiore comodità di tenere imbrigliata e pacifica la Germania,, disgustava acerbamente l’Inghilterra, lasciava più larga libertà alla Prussia di maneggiare felicemente la sua politica tedesca.

La insolenza della forza, così a lungo e spietatamente adoperala dall’Austria in Italia, questa volta tornava fruttuosa, desiderala da coloro che volevano spezzate le catene della servitù straniera; onde Cavour s’impazientiva di non vederla usata e telegrafava a Villamarina in Parigi così: — Il giorno 28 aprile gli austriaci non si sono. mossi. Temo che sia in corso qualche intrigo inglese per arrestar il corso alla guerra. Fate pubblicar tosto nelle più accreditale effemeridi l’ultimatum del conte Buol e la mia risposta (91). — Realmente negli andirivieni diplomatici qualche cosa ancora si macchinava. Gli arditi concetti che l'imperatore d’Austria avea abbracciali nella sua mente, erano stati scossi dalle protestazioni, che la Russia, la Prussia e l’Inghilterra avevangli fatte per ladeliberala guerra (92). Vedutosi nell'isolamento, al colmo dei pericoli, aveva ripiegalo verso i consigli quieti e le ambagi diplomatiche, confidando egli e i consiglieri suoi che l’estremo desiderio che l’Inghilterra nutriva per la conservazione della pace, la condurrebbe a fare uno sforzo supremo per conservarla, vedendo ornai spiegate le insegne di guerra, mettendo tutto il peso della sua influenza dal lato dell’Austria. Buol pertanto chiese, se l’Inghilterra voleva accettare l’uffizio di mediatrice sulle basi proposte da lord Cowley nella sua missione a Vienna, sotto la clausola, che la Sardegna per la prima disarmasse. La proposta venne accettala, e l’ambasciatore inglese in Parigi ebbe l’incarico di fare le prime entrature col gabinetto francese. Ma il conte Walewski rispose, che le sole condizioni che potevano rendere accettevole alla Francia la proposta mediazione erano: che l'Austria s’impegnasse a rinunciare a tutti i suoi trattati speciali cogli Stati italiani, abbandonasse il diritto di presidiare le fortezze di Comacchio, di Ferrara e di Piacenza, ritirasse il suo esercito sulla sponda sinistra del Po, e, anzi che pretendere il disarmo della. Sardegna, si aparecchiasse essa a disarmare simultaneamente alle altre potenze (93).

Il gabinetto di Pietroburgo, anzi che prestar la mano a questo nuovo tentativo pacifico, si dolse coll’Inghilterra che l’avesse assunto senza ragguagliarne primieramente la Russia, e ne cavò argomento per dichiarare di ritirarsi da qualsiasi negoziato onde conservare nell’avvenire piena libertà d’azione (94). Anche a Berlino si fece qualche tentativo pacifico. Il ministro sopra le cose estere, Schleinitz, chiamato a sé l’ambasciatore di Sardegna, gli disse: — È vero, siamo alla dodicesima ora, ma abbiamo ancora tempo di negoziare, — No, rispose il conte Edoardo De Launay, l’Austria colle sue intimazioni ha oltraggiato il mio re, il mio paese e quindi l’uno e l’altro più non possono indietreggiare dalla prova delle armi. Adesso dobbiamo soltanto prender consiglio dai nostri interessi, immedesimando Casa Savoia e l'Italia, lasciando intera la responsabilità degli avvenimenti ai nostri avversari (95).

Il rivolgimento politico, per cui l’Italia ha conseguito la sua unità e la sua indipendenza, non avrà forse il secondo che lo pareggi di calma dignitosa e di senno civile. Alla diplomazia piemontese rimane il merito del primato in questo memorabile indirizzo della politica nazionale. Il suo linguaggio non perdette di continenza, di dignità, di maschia virtù, anche quando le provocazioni dell'Austria presero le forme di abbominazioni iraconde, di insulti sanguinosi, di contumelie sfrenale. Senza smarrir mai la fede nell’avvenire, senza disperar mai della fortuna della nobil causa d’Italia, essa da sola per molli anni la difeso a viso aperto, degnamente, e fu meritevole della vittoria che coronò gli assidui suoi sforzi per ricominciare il tentativo della riscossa nazionale. Era scritto nei cieli, che le armi liberatrici riuscissero vittoriose, ma non così a pieno da togliere alla diplomazia il nuovo merito di prestare largamente l’opera sua al compimento del novissimo fatto della congiunzione delle sparse membra d’Italia. Ci rimane quindi ancora molto da narrare.


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CAPITOLO SECONDO

SOMMARIO

Cenni sulla guerra del 1859 — Il Piemonte dichiara la guerra al duca di Modena Sollecitazioni in Vienna delle corti di Modena e di Parma per aiuti armali — Pratiche diplomatiche della reggente di Parma — Dichiarazioni diplomatiche del gabinetto di Torino — Rivelazioni intorno alle relazioni tra le corti di Torino e di Firenze in prossimità della guerra del 1859 — Leopoldo II e i suoi ministri nell’aprile del 1859 — Progetto d'alleanza: come accolto — La Toscana e il Piemonte Divergenza di concetti tra Napoleone e Cavour relativamente alla Toscana — Pratiche in proposito del primario ministro del re di Sardegna — Contegno del principe Girolamo Napoleone in Toscana — Ostacoli incontrati da Cavour per l’immediata annessione della Toscana al Piemonte — Istruzioni del conte Cavour al Boncompagni — Pratiche del governo temporarìo toscano per l’immediata annessione — Ragioni per cui Cavour si trovò costretto a non accettarla — Sue destrezze diplomatiche — Avvertenze — Pericolose condizioni del governo romano al principio della guerra — Sua neutralità e permanenza nello Stato romano dei soldati austriaci e francesi — Come dalla Francia e dall’Austria fu mantenuta la neutralità promessa al governo romano — Partenza del presidio austriaco e successive rivoluzioni — Istruzioni del conte Cavour all’agente diplomatico sardo in Roma — L'annessione immediata delle provincie ribellatesi al Papa deliberala dal governo sardo Istruzioni a Massimo d’Azeglio nominalo commissario straordinario del Re nelle Romagne — Oposizione di Napoleone — Consigli della Russia — Eccidii di Perugia Espedienti del governo sardo per salvare le Romagne da identiche sventure — Avvertenza — Accordi tra Napoleone e Cavour relativi allo Stato pontificio — Nuove istruzioni di Cavour a Massimo d’Azeglio — Ferdinando lì di Napoli e i gabinetti di Londra e di Parigi — inutili pratiche di lord Malmesbury per indurre il re di Napoli a intendersi per rannodare le relazioni diplomatiche colle due potenze occidentali — Desideri! in lai proposito di Napoleone — Sforzi della Russia e della Prussia, perché Ferdinando II si riamicasse la Francia e l'Inghilterra — Pessimo stato della sua salute allo scopio della guerra — Sua gagliardia d’animo — Sue istruzioni per l’indirizzo della politica estera napoletana — La neutralità armata della corte di Napoli: come accolla dalla Francia — Condizioni dall'Austria verso i governi retrivi italiani — Rifiuto della corte di Napoli di considerare in vigore il trattato segreto colla corte di Vienna del 1815 — Avvertenze relative a Ferdinando II e a Francesco II di Napoli — Veri intendimenti del conte Cavour verso la corte napoletana in prossimità della guerra del 1859 Sue istruzioni all’agente diplomatico sardo in Napoli — Sforzi per tirare la corte napoletana all’alleanza piemontese — Missione presso il re Francesco II del conte Ruggero Gabaleone di Salmour — Istruzioni dategli dal conte Cavour — Discordanze tra Napoleone e Cavour sulla politica da praticarsi verso la corte di Napoli — Pratiche del gabinetto di Torio» presso le corti di Pietroburgo e di Madrid per tirare Francesco II nell’alleanza piemontese — Pessimi consigli dati a questo re dai suol ministri.

I

Non apartiene a questa storia il narrare fatti di guerra. Tuttavia converrà accennare gli accidenti più memorabili della lotta, onde la Lombardia rimase libera dal duro dominio dell’Austria, a meglio lumeggiare il racconto dei negoziali diplomatici che la intramezzarono e la chiusero.

Il maresciallo Giulay varcò il Ticino a capo di oltre cento mila soldati il 29 aprile 1859. Si aveva a definire a quale delle due Case d'Asburgo e di Savoia dovesse rimanere l’imperio d’Italia. Il capitano delle armi austriache avvisava di schiacciare colla superiorità del numero in una sola battaglia campale le minori schiere piemontesi, prima che fossero rafforzate dall’alleato, per correr poi sopra Torino, impiantarvi un governo soldatesco ed apostarsi apiè delle Alpi per chiuderne gli sbocchi alle trupe francesi. Se in queste prime mosse la fortuna degli Austriaci prevaleva, la somma della guerra diveniva oltremodo pericolosa e grave per il Piemonte. Le cose volsero altrimenti per le peritanze del condottiero austriaco, e l’adoperare prudente e animoso dei ministri subalpini, primeggiami nei consigli della Corona nelle faccende politiche e militari. Il generale Alfonso La Marmora impedì che la guerra cominciasse con una ritirata, e cosi salvò il cuore del Piemonte dall’invasione, e mantenne aperto il varco all’esercito francese di compiere la sua congiunzione colle schiere del re (96). Camillo Cavour, a difficoltare agli Austriaci i passi, fece allagare la Lomellina e si preparò a tener loro fronte in Torino (97).

L’imperatore dei Francesi, sollecitato a correre con prestissimi passi in aiuto, giacché un più lungo indugio poteva aprire l’occasione a danni irreparabili, sbarcò a Genova il 12 di maggio. Vittorio Emanuele attendevaloove i pericoli erano maggiori e più prossimi lasciandogli il supremo imperio della guerra (98).

Non celeri e ardili fatti d’armi, ma turpi misfatti di sangue e aspre contribuzioni avevano segnalato lo scorrazzare dei soldati austriaci per una parte delle terre piemontesi. A Montebello ebbero principio le loro sconfitte. A breve andare di tempo, sulle colline che scendono ne’ piani della Sesia, la fortuna arrise alle armi alleate. Beato giorno quel 30 maggio, in cui Vittorio Emanuele II in sanguinosa mischia, pugnando da eroico soldato, trionfò! A Magenta la vittoria fu dai Francesi valorosamente conseguita sopra un nemico che si mostrò ostinato nello strenuo combattere.

Non era più in podestà di Giulay il resistere se non sulle sponde del Mincio. Per questa ritirata gli convenne abbandonare Pavia, Milano, i Ducati, le Legazioni. Nuove allegrezze inenarrabili per le italiane terre: fa generosa Milano libera dal dominio tedesco, e in essa Napoleone condottiero di eserciti vittoriosi, favellante così agli Italiani: — La fortuna della guerra mi conduce oggi nella capitale della Lombardia; ora vengo a dirvi perché ci sono. Quando l’Austria aggredì ingiustamente il Piemonte, io mi sono deciso di sostenere il mio alleato, il re di Sardegna: l’onore e gli interessi della Francia me lo imponevano. I vostri nemici, che sono i miei, hanno tentalo di sminuire la simpatia, che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io guerreggiassi per sola ambizione personale, o per ingrandire il territorio della Francia. Se mai v’hanno uomini che non comprendanoli loro tempo, io non sono certamente nel novero di costoro. L'opinione pubblica è oggi illuminata per modo, che si diventa più grande per l’influenza morale esercitata, che per isterilì conquiste; e questa influenza morale io la cerco con orgoglio, contribuendo a far libera una delle più belle parti d’Europa, lo non vengo tra voi con un sistema preconcetto, non per ispossessare sovrani o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non si occuperà che di due cose: combattere i vostri nemici e mantenere l’ordine interno: esso non porrà ostacolo alcuno alla libera manifestazione dei vostri legittimi voli. La Provvidenza favorisce talvolta i popoli, come gli individui, dando loro occasione di farsi grandi d'un tratto, ma a questa condizione soltanto, che sapiano aprofittarne. Il vostro desiderio d’indipendenza così lungamente espresso, così sovente deluso, si effettuerà se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento, la liberazione del vostro paese, organizzatevi militarmente, volale sotto le bandiere di Vittorio Emanuele, che vi ha così nobilmente indicata la via dell’onore. Ricordatevi, che senza disciplina non vi ha esercito, e ardenti del santo fuoco della patria non siate oggi che soldati; domani sarete liberi cittadini di un grande paese (99).

Non meno degnamente favellò Vittorio Emanuele con dire ai Lombardi: che, assicurala l’indipendenza, le menti acquisterebbero la compostezza, gli animi la virtù per fondare un libero e durevole reggimento. Grandi essere i sacrifizi che i Subalpini facevano per la patria comune; gareggiassero con essi sui campi di battaglia, si mostrassero degni dei destini a cui l’Italia era chiamata dopo secoli di dolori e di sventure (100).

Queste esortazioni agli Italiani di levarsi in armi contro i dominatori stranieri erano oltremodo oportune. Gli Austriaci nel formidabile quadrilatero si aparecchiavano a ingaggiare nuove battaglie, che sole avrebbero deciso in modo inapellabile fra gli eserciti contendenti. Infatti, il 2U giugno, gli Austriaci urlarono gagliardamente i Francesi e gli Italiani, non a sufficienza aparecchiati alle difese. Con vicenda di sorti prospere ed avverse e con pari valore fu combattuta una battaglia, che va tra le più memorande, a Solferino e a San Martino. I destini' della giornata, per qualche tempo dipendenti dal valore dei Piemontesi, guidali dal re, il'quale aveva dato il comando di vincere o morire, si mantennero amici alle bandiere redentrici. Il valore dei soldati francesi, più che la perizia dei loro capitani, valse a sforzare gli Austriaci a rotta manifesta. Somma fu la gioia per tutta Italia, e ad essa rimase il debito di perenne gratitudine ai valorosi figli di Francia, che col sangue largamente versato cementarono il nascente edilizio della sua indipendenza. Come e perché Napoleone, con aura così favorevole di fortuna, si conducesse all'inaspettata risoluzione di offrire la pace all’imperatore Francesco Giusepe, lo diremo più innanzi. Ora colla narrazione ci conviene retrocedere al principio di questo grande cozzo d’armi, durato apena cinquantasette giorni, per riprendere l’argomento principale di questa storia.

II

Allacciati alle sorti dell’Austria, gli Estensi di Modena e i Borboni di Palma soltanto nelle sue vittorie potevano trovar la salvezza propria. Alla subita presa d’armi della Corte di Vienna, le provincie di Massa e Carrara, abbattuti gli stemmi ducali, proclamarono dittatore il re di Sardegna. Francesco I fece risoluzioni vigorose contro iribellati sudditi; ma gli mancarono le forze per attuarle, e dovette pensare ai casi suoi per la guerra dichiaratagli dal Piemonte. Il Governo di Torino ascriveva a colpa al duca di Modena d’essersi ostinato, a dispetto delle protestazioni e dei pericoli della Sardegna, a mantenere in vigore un trattato concluso coll’Austria, contrario ai trattati europei, e d’avere inoltre lasciata piena libertà alla Corte di Vienna di fare sul territorio estense gli aprestamenti per invadere il Piemonte (101). Il governo di Modena si restrinse a rispondere, che gli riuscirebbe facile di ribattere gli argomenti addotti dalla Sardegna per assumere un’attitudine ostile; ma che, scorgendone l’inutilità, lasciava ad essa la responsabilità delle tuttuose conseguenze che ne sarebbero derivale, apellandosi dalla fattagli violenza alle potenze segnalane dei trattati del 1815 (102).

Posto nel caso di guerra, non più lontana ma prossima, per il duca il solo mezzo di scampo era quello dell’aiuto dell’Austria. Il legato estense in Vienna chiese pertanto che si mandassero ad esecuzione i patti del trattato del 1848, rafforzando il presidio austriaco in Modena e in Reggio (103). Ma il conte di Rechberg, che aveva preso il posto del conte Buol nel maneggio degli affari esteriori, gli rispose: che l’imperatore era desolato di non aver modo d’assentire alla domanda fallagli dal duca di Modena; giacché non poteva assottigliare neanco di un solo battaglione il suo esercito fronteggiarne un nemico più numeroso. — Ma dunque il mio sovrano, osservò il conte Volo, dovrà a breve andar di tempo abbandonare il suo Stato, mancandogli le forze per resistere ai soprastanti nemici comuni? — Che cosa volete? gli rispose Rechberg,propriamente non gli resta che apigliarsi al partito di uscire dallo Stato. Ma state sicuro, più tardi lo ricondurremo sul trono.. Del resto, signor conte, portatevi dal maresciallo Hess; sono certo che vi capaciterà, che per ora siamo nell’impotenza di prestar soccorso al duca. — Una consimile risposta si ebbe il legato della duchessa di Parma; onde egli scrisse al suo Governo così:.

Ora tutta la protezione possibile dell’Austria in favore dei Ducati si riduce a queste parole: «noi riconquisteremo più tardi i ducati»; o a quelle poco differenti dettemi dal primo ministro: «più tardi tutto si accomoderà, e S. A. R. ritornerà in possesso degli Stati di suo figlio, ch’essa sarà momentaneamente forzata di abbandonare». È ben tristo, e non dava la pena di legarsi ad essa con trattati (104).

Francesco I di Modena abbandonò i suoi Stati addì il di giugno 1859. Condusse seco tre mila soldati, levò dalle pubbliche casse due milioni seicentonovanta mila lire, esportò le argenterie, le gioie preziose della Corona, le medaglie dei musei, preziosi codici e manoscritti delle biblioteche, e fece strascinare incatenati nelle galere di Mantova ottanta prigionieri politici. I suoi sudditi lo videro fuggire con grande allegrezza, e tosto rinnovarono l’unione loro al regno sardo.

La duchessa reggente di Parma si destreggiò a salvare lo Stato al figlio col dichiarare, che voleva essere amica a tutti, nemica a nessuno (105), e col chiedere all'Inghilterra, che la sovvenisse d’aiuto per conservare rispettata la neutralità. Il gabinetto di Londra pigliò volonterosamente l’uffizio, e rivolse acerbi rimproveri al Piemonte per l’occupazione fatta di una parte dello Stato parmense. Alle protestazioni di lord Malmesbury il gabinetto di Torino opose queste franche parole: Se il ministro inglese sopra le cose esteriori si fosse data la briga di portare io sguardo sulla carta del teatro della guerra, si sarebbe avveduto della inanità delle sue incolpazioni. I preparamenti d’invasione nel Piemonte, l'Austria avevali fatti in buona parte nello Stato di Parma, e la duchessa reggente aveva aspettato a favellare di neutralità, quando coi sudditi prossimi a ribellione non poteva trovar altro rimedio che sottrarsi colla fuga (106).

Avvenuta l’aggregazione al Piemonte dei ducati di Parma e di Piacenza altresì, Cavour notificò diplomaticamente, che allo scopiare della guerra il Governo del re non avrebbe potuto riconoscere la neutralità dei ducali, eziandio se fosse stata proclamata in modo formale. I sovrani di Parma e di Modena, disprezzando i trattati europei, avevano abbandonato con ispeciali convenzioni il territorio dei loro Stati all’Austria, e seco si erano mantenuti stretti con obblighi incompatibili coi doveri di una vera neutralità. La Sardegna conseguentemente in diritto e in fatto, ai primi assalti delle armi imperiali, si era trovata in stato di guerra coi Governi di due paesi divenuti parte integrante del sistema militare dell’Austria in Italia (107).

Nell’anno 1839, di tutte le provincie italiane serve, la prima a sollevarsi per l’indipendenza nazionale fu la Toscana, ove la famiglia regnante andò esule sprezzata. La storia ha il dovere di cancellare dalla memoria degli uomini le cose non vere, ma propagale come tali, in tempi di ardenti passioni politiche, sia per deliberalo proposito di calunniare, sia per difetto d’informazioni esatte.

Ci conviene pertanto lumeggiare pienamente le relazioni che corsero tra le Corti di Torino e di Firenze, nel periodo preparatorio della guerra del 1859, a chiarire la falsità di accuse abbastanza divulgate, prima di raccontare i fatti diplomatici che prepararono l’unione dell’Italia centrale al Piemonte.

Si è più volle detto e stampato, che mirando Cavour ad abbattere il trono dei Lorenesi affidò l’incarico di minarlo con sotterranei maneggi rivoluzionari a Carlo Boncompagni, facendolo deputare dal re a suo ministro presso la Corte Granducale. Vegga il lettore, se le istruzioni confidenziali consegnategli miravano a metterlo per questa via. La lunghezza del documento è compensata dalla sua importanza.

Il Governo di S. M., nell’affidare a V. S. illustrissima l’onorevole mandato di rapresentarlo presso la Corte granducale di Toscana, ebbe non solamente in pensiero di dare alla di lei persona una prova di ben meritata fiducia, ma ben anche di assicurare al Piemonte presso il Governo e presso i popoli del Granducato quella legittima influenza, che al legittimo Rapresentante di uno Stato italiano si conviene di esercitare in paese italiano e finitimo. V. S. illustrissima perverrà facilmente a questo scopo, se usando nella carica che le è affidata della moderazione che la distingue, e dell’autorità inerente all’ufficiale di lei carattere, non meno che ai di lei meriti personali, saprà stringere buone relazioni col Governo granducale ed ingenerare in esso la fiducia nelle leali intenzioni del Piemonte a suo riguardo, come nel vivo interesse nutrito dal Governo del Re per tutto ciò che può concorrere al benessere di un paese, congiunto col nostro per dopio vincolo di comune linguaggio e di vicinanza. Ella avrà cura di aprofittare d’ogni convenevole occasione, per esprimere questi sentimenti alle persone che siedono nei consigli del Principe presso cui è accreditata, come non mancherà d’incoraggiare ogni loro lodevole intento, diretto a migliorare le condizioni morali e materiali del popolo da esso governato. Malgrado la funesta influenza esercitata dall’Austria a Firenze, e forse per cagione di questa stessa influenza, pare poco probabile che il Governo toscano non senta il bisogno e nonnutra il pensiero se non di svincolarsene affatto, almeno di temperare e di diminuire l’umiliante e costoso patronato austriaco. È quindi a credersi che la presenza di un ministro sardo, naturale antagonista dell’Austria, e destinato a contrabilancjarne la influenza, non sarà discara alla Corte di Firenze, e che i di lui consigli dettati nell’interesse della dignità e della indipendenza del Governo toscano vi troveranno facile adito e benevolo accoglimento.

È antica usanza dei Governi italiani, fomentati dai maneggi dell'Austria, di lagnarsi e di diffidare di quello che essi chiamano l’ambizione indefinita della Casa di Savoia. Ingiusto ed immeritato è il rimprovero. Se in tutta Italia sono rivolti gli sguardi al Piemonte, in cui essa è assuefatta da secoli a riconoscere il più forte propugnacolo delle sue libertà, ciò non si deve attribuire a mire ambiziose dei Principi che la governano, ma bensì al suo ordinamento politico e militare, alla sua intolleranza d’ogni giogo e d’ogni ingerimento straniero, e più ancora all’uso benefico e temperato delle civili e politiche franchigie. Se gli errori degli altri Governi della Penisola han fatto al Piemonte in Italia una posizione anche migliore di quella a cui ha naturalmente diritto, non è questa una ragione per incolpare il Governo sardo, ciò che forma la sua più bella lode, d’avere cioè saputo in mezzo ad errori deplorabili ed esempi funesti mantenere inconcussi i principii di libertà e di progresso, senza diminuire il prestigio, l’autorità ed i diritti della Monarchia. Certo la Reale Casa di Savoia ha una nobile ambizione, quella di liberare la patria comune dall’opressione straniera. Il Governo del Re non ne fa mistero, l’Austria lo sa, lo sanno l’Italia e l Europa.

Noi siamo convinti, che i Governi italiani non vivranno di vita propria, né avranno nei consigli d’Europa il posto onorato che loro compete, finché questo grande scopo non sia raggiunto. Ma questa stessa ambizione, il Piemonte è pronto a dividerla, ora come sempre, cogli altri Governi dell’Italia.

Preparato a proseguire solo nella lotta, in cui da ben nove anni è assuefatto a non aver compagni, il Governo sardo non perciò vedrebbe con minore soddisfazione un altro Governo italiano entrar risoluto nella via da lui animosamente tracciata. È libero certamente ai governanti della Toscana di seguire una via diversa. Ma né i ministri toscani, né lo stesso Granduca, benché congiunto alla regnarne Famiglia austriaca, potranno accusare la generosa politica iniziata dal Governo del Re, o contestarne i vantaggiosi effetti nella Penisola.

Se l’indipendenza da ogni influsso forassero deve essere l’aspirazione costante di ogni Governo italiano, con non minore gelosia si dovrebbe vegliare, onde impedire l’ingerenza negli affari civili e politici della potestà ecclesiastica, ingerenza sempre pericolosa per la speciale sua natura, e pei mezzi con cui si esercita. La Corte di Roma, fatta audace dalla facile vittoria riportata col Concordato austriaco, dalla condiscendente riverenza della Francia, dalla reazione religiosa della stessa protestante Allemagna, e dagli inaspettati avvenimenti che testé sconvolsero la Penisola iberica, cerca colla perseveranza, che è propria di quel Governo, di ripristinare in Toscana una parte dell’autorità e dei diritti, che nel passato secolo i primi Granduchi della stirpe di Lorena rivendicarono meritamente al potere civile. Uno dei più abili agenti della Corte romana fu a quel fine spedito a Firenze, e vi sta ora tentando pratiche per condurre il Governò toscano alla conclusione di un Concordato poco diverso dall’austriaco.

Senza ingerirsi soverchiamente e fuor di luogo in questa controversia, V. S. illustrissima, quando ne scorga la convenienza, potrà aiutare di plauso e di consiglio quella parte del Gabinetto granducale che conta i più teneri difensori dei diritti dello Stato. Le di lei personali convinzioni in questa materia ed il fresco esempio dell'Austria le suggeriranno gli argomenti che ella fosse per tenere cogli uomini di Stato della Toscana intorno a questa vertenza.

Il Piemonte e il suo Governo godono in Toscana di molta popolarità e di profonda simpatia presso una gran parte della popolazione. Gli uomini più colti del mezzo ceto e buona parte dell'aristocrazia hanno propensione pel Piemonte, e non ne fanno mistero. V. S. illustrissima farà in modo di mantenere queste buone relazioni, procurandosi relazioni e amicizie colle persone più influenti per nome, per fortuna, per attinenza o per meriti personali. Ma ciò farà coi dovuti riguardi, e studiandosi di non far nascere diffidenze nel Governo. Ella tenterà di persuadere a queste persone, che il miglior modo di render più liete le sorti della Toscana è di domandare pacificamente, ma con risoluzione e senza mistero, quelle riforme politiche che furono ritolte senza necessità, e che sono richieste dallo stato di coltura e di tranquillità del paese. A domande in tal modo formulate il Piemonte darà tutto il suo apoggio, nei limiti in cui gli è concesso di farlo, ed in ogni caso il Governo toscano non potrà rispondervi colle carcerazioni e cogli esilii, senza dare luogo ad eventualità che potrebbero essergli fatali. Né si dovrà temere un secondointervento austriaco; giacché, quando anche il Governo toscano cosi presto dimenticasse quanto caro gli sia costato il primo, il Piemonte si crederebbe ora in diritto di oporsi risolutamente ad ogni nuova invasione dell’Austria.

V. S. Illustrissima avrà probabilmente occasione di trattenersi col Principe ereditario di Toscana. Abbia cura d’investigarne le opinioni ed i proponimenti. Se è vero, come si accerta, che questo Principe nutra pensieri liberali e tendenze riformatrici, tenti ella coll’autorità della sua parola di confermarlo nei lodevoli propositi, ed incoraggiarlo a perseverare nella via ben intrapresa. Gli dimostri come il più sa' do fondamento dei troni non siano gli eserciti stranieri e la repressione d’ogni politica libertà, ma bensì la fiducia e l’amore dei popoli, i quali non si acquistano, se non facendo ragione alle legittime esigenze del progresso e della civiltà e ai diritti più santi e più cari della nazione.

Ella procurerà altresì di coltivare buone relazioni coi rapresentanti esteri accreditati a Firenze. È sventura per noi, che il ministro britannico, personaggio d’altronde di molto credito e di molta autorità, nutra per il Piemonte e pel suo Governo prevenzioni altrettanto ingiuste quanto ostinate. Benché il Gabinetto di Londra, che non ignora queste prevenzioni a noi ostili del suo ministro a Firenze, sapia dare ai suoi raporti il loro y ro valore, sarebbe non meno desiderabile, che questi, convertito a più equi sentimenti, tenesse a nostro riguardo un linguaggio non benevolo, non condiscendente, ma giusto. V. S. non mancherà, sempre che le si presenti favorevole occasione, d'illuminarlo sulle cose nostre, e di raddrizzare, ove d’uopo, i suoi giudizi.

Riservandomi a darle ulteriori e speciali istruzioni, quando nuove emergenze lo esigano, mi pregio di offerirle le espressioni della mia distintissima osservanza (108).

Questi furono gl’incarichi perfidiosi e sovversivi che nel 1857 si ebbe dal suo Governo il nuovo ministro di Sardegna presso la Corte di Toscana. Il Boncompagni si pose all’opera per isdebitarsene; ma trovò chiusa la strada a intime e cordiali relazioni (109). Abbindolalo dalle suggestioni delle Corti di Vienna e di Noma, Leopoldo I si teneva fitto in capo, che la diplomazia piemontese soffiasse nell’incendio rivoluzionario per tutta Italia; onde un giorno si lasciò trascorrere la lingua, favellando col Boncompagni, da tacciare di rivoluzionaria e sleale la politica del Governo del re. — Non accetto, gli rispose il ministro sardo, quest’accusa. Gli alti del mio Governo costantemente corrisposero alle sue dichiarazioni. Si possono avversare le nostre opinioni, si possono nutrire sospetti intorno ai nostri alti; ma non vedo dove Vostra Altezza possa trovar un fatto per fondare queste accuse. Il mio Governo non è rivoluzionario, è liberale, e vuol serbarsi tale per convinzione, e per dovere, lo, che ho l’onore di parlare a Vostra Altezza, non consentirei a servire un Governo rivoluzionario. Ben mi duole, che ella nutra così sinistra opinione del Governo piemontese; giacché il buon accordo dei Governi italiani sarebbe di vantaggio comune (110).

L’ambasciatore di Sardegna parlava, come si diportava, fuori d’ogni artifizio di simulazione. Laonde, sei mesi dopo questo colloquio col granduca, egli scriveva al ministro sopra gli affari esteri in Torino:

Pochi giorni sono, un personaggio onorevolissimo mi veniva dicendo, che il Governo piemontese aveva mandato a Firenze persone incaricate di esortare i liberali e suscitarli contro il loro governo. Vostra Eccellenza può figurarsi come accogliessi questa notizia di un fatto, per cui, qualora fosse vero, farei cattiva figura io, e la farebbe con me il Governo di cui sono accreditato. Io non ommetto mai in alcuna occasione che mi si affaccia d’insistere nel senso delle mie istruzioni, e di confortare per una parte a mantenere i principii italiani e liberali, per l’altra ad astenersi da ogni esorbitanza. Noto queste cose a Vostra Eccellenza affinché il Governo sapia che da tali, i quali si annunziano amici suoi, si travisano le sue intenzioni (111).

Trascorsero due anni, nei quali l’ambasciatore sardo non pretermise occasione di tentar di smuovere il Governo toscano dalla via ruinosa per cui inconsultamente procedeva, senza poter raccogliere il minimo frutto dai suoi benevoli consigli. I tempi frattanto s’erano fatti maggiormente torbidi, e le conseguenze della rottura diplomatica tra l’Austria e la Sardegna manifestamente volgevano a guerra. Prima che i mali umori scopiassero in aperto dissidio, il Piemonte, con perfetta lealtà di procedimenti, fece larghe entrature per avere la Corte di Toscana congiunta in stretta alleanza.

Correva il 1U marzo 1859, quando il ministro di Sardegna tenne al presidente del Consiglio dei ministri granducali il ragionamento seguente, in conformità delle ricevute istruzioni. — Dietro il procedere sempre più ostile dell’Austria verso il Piemonte, crediamo ornai impossibile che la questione italiana possa avere uno scioglimento pacifico. Facciamo quindi con diligenza i nostri aprestamenti di guerra, e senza preoccuparci di tropo di alcuni recenti alti pubblici del gabinetto di Parigi, confidiamo nell’aiuto armato della Francia. Dall’anno 4818, il Piemonte non ha smesso i suoi influssi egemonici per liberare l’Italia da ogni dominazione straniera. Egli è pronto a riprender la guerra da solo per così giusta causa; ma stenderebbe volontieri la mano amica a quei governi italiani, che seco volessero alzare la bandiera liberatrice. Le nostre ambizioni sono al di là dell’Apennino, e lungo il corso del Po. Io posso assicurare Vostra Eccellenza, che noi non abbiamo punto in animo di attentare all’autonomia della Toscana. In quanto alla sua dinastia, il mio Governo ugualmente si asterrà dallo spalleggiare ai suoi danni gli sdegni dei commossi popoli, e dal promuoverne il ristauro, ove venisse balzata dal trono.. Ora spetta al granduca e ai ministri suoi di apigliarsi al partito giudicato più salutare. — Dalle avvilupale parole del Baldasseroni l’ambasciatore sardo potè cavare la persuasione, che il concetto della neutralità era irremovibilmente fisso nella mente del granduca. Il ministro toscano, che mogio avea l’animo, e già sentiva acerba ventargli in volto l’avversa aura popolare, disse al Boncompagni in sull’accomiatarlo: — Le raccomando, signor cavaliere, di adoperarsi a mantenere tranquilla la Toscana. — Intendo, gli fu risposto; ma ciascheduno di noi deve badare a far la sua parte (112). — Veramente nel fare la propria parte i ministri granducali mostravano grande debolezza di senno. Era una chimera da fanciulli cercare e sperare salute nella panacea della neutralità in una guerra d’indipendenza nazionale. Tuttavia v’era ancor tempo per levarsi la benda dagli occhi. Fattasi più prossima la guerra, Cavour tentò di nuovo la Corte di Toscana, così francamente favellando al suo agente diplomatico in Torino: — Ornai gli sforzi della diplomazia sono impotenti ad arrestare il rapido corso degli avvenimenti che portano alla guerra. Il Governo granducale, più presto o più tardi, sarà costretto dalla forza stessa delle cose a togliersi dall’inerzia della quale si mantiene. Se, la guerra scopia, i| Governo del re ha desiderio vivo di stringersi in intimi raporti con quello del granduca, nel comune interesse dei due Stati. Frattanto in via di discorso confidenziale le dico, che non solo avremo l’aiuto delle armi francesi, ma possiamo fare assegnamento sull’apoggio morale della Russia e della Prussia. Per quanto non possiamo esser tropo contenti del gabinetto di Londra, tuttavia lord Malmesbury mi ha fatto assicurare, che sino alle sponde del Po la politica inglese non contraddice alla piemontese (113). —

Per quanto queste franche proposte offerissero un’àncora di salvamento, tuttavia i ministri toscani rifiutarono di afferrarla, e risposero di voler continuare nel proposito della neutralità. Avvenne ciò che inevitabilmente doveva succedere.

In mezzo all'universale accensione degli spiriti di nazionalità, i Toscani si commossero, e il Governo altra via di scampo più non ebbe se non di cedere. Per dare pronta soddisfazione alla pubblica opinione, il presidente del Consiglio dei. ministri giudicò confacevole lo spontaneo ritorno agli ordini costituzionali. Né favellò con Neri Corsini, marchese di Laiatico; ma questi gli rispose, che non sarebbe alieno dal costituire un ministero, che prendendo in mano il reggimento, annunzierebbe ripristinato dal principe lo Statuto, ma a condizione, che si stringesse alleanza offensiva e difensiva col Piemonte. Ma prima d’impegnarsi maggiormente, il marchese di Laiatico volle assicurarsi, se il Governo di Torino porgerebbe ascolto a siffatte pratiche; onde fece muovere al Boncompagni questa interrogazione recisa: il Piemonte nutre per avventura intendimenti ostili alla dinastia di Lorena? La risposta dell’ambasciatore sardo sta nelle seguenti sue parole scritte al conte Cavour:

Io consigliai prima di tutto l’idea nazionale e aggiunsi, che per parte nostra non vi sarebbe nulla di contrario a questa Dinastia, quando essa non avversasse la causa italiana; ma che non per ciò si intendeva prendere impegno di sorta nel caso in cui la Toscana inasprita dalla sua slealtà non volesse più saperne. Dissi che a quanto mi constava, l’imperatore si mostrava alieno dalle ambizioni dinastiche. Ma credo che la cosa non vada molto innanzi, perché al tutto dubito, che questa idea del Baldasseroni penetri nella dura cervice del Principe (114).

Confortato dalle dichiarazioni del ministro di Sardegna, il marchese di Laiatico scrisse una lettera al Baldasseroni, per provargli con calorosa abbondanza e sodezza di argomenti, che la neutralità avrebbe condotto inevitabilmente il paese nell’anarchia, la dinastia all’ultima ruina. Se le spade si sfoderassero, bisognava francamente accostarsi alla alleanza piemontese, era politica necessità (115). L’alleanza col Piemonte era tanto più maneggiabile, in quanto che vi propendevano le inclinazioni del gabinetto di Parigi. Walewsky in effetto giunse a dichiarare al marchese Nerli: che, tornando impossibile alla Toscana di mantenersi nella neutralità, l'imperatore, mosso da sentimenti di stima e di riconoscenza verso la dinastia, ove essa seco lui si alleasse contro l’Austria, in ogni ventura occorrenza s’impegnerebbe a guarentirle la corona della Toscana nelle condizioni meno onerose (116). Sordi a queste lusinghiere tentazioni, i ministri granducali sonnecchiavano intanto che il terreno traballava sotto ai loro piedi. L'ambasciatore di Sardegna, stanco di scuoterli più a lungo, aveva chiesto istruzioni al suo Governo. Cavour gli rispose: tenesse in pronto una nota per chiedere formalmente l’alleanza della Toscana, tosto che gli giungesse la notizia della dichiarazione di guerra. Boncompagni rispose:

Io preparo la nota da darsi qui, tosto che verrà fuori la dichiarazione di guerra. [(117)] Ma, come dissi costì, la nostra azione diplomatica non riesce a nulla, se non è secondata da quella della Francia, e dai miei dispacci telegrafici sapete già, come la pensi su ciò il mio collega Ferrier. Per ciò sono persuasissimo di fare un buco nell'acqua (118).

Or ecco i punii sostanziali contenuti nella nota dell’ambasciatore di Sardegna: — Il Piemonte chiedeva l’alleanza offensiva e difensiva del Governo toscano nella guerra prossima contro l’Austria. Questa domanda era mossa da un sentimento di schietta amicizia verso il Governo granducale; onde nel farla era lecito un aperto favellare. Per un molo nazionale, nuovo negli annali d’Italia, da ogni parte di essa valorosi giovani erano accorsi a schierarsi sotto la bandiera nazionale, tenuta ritta in Piemonte. La Toscana avea primeggiato in questa nobil gara, mentre il suo Governo si era mantenuto acerbamente ostile alla causa italiana. Questo antagonismo non poteva durare, ed era d’uopo quindi che i reggitori toscani non tardassero a porsi anch’essi a capo del molo nazionale. Era l’unico espediente per mantenere tranquillo un paese, dopo l’anno 1848 umiliato dall’occupazione straniera, vessato da pubblici balzelli, privato dei suoi ordini liberi, offeso persino nella sacra memoria de' prodi suoi figli, morti combattendo per l'Italia. Si accennavano fatti così luttuosi, onde era andata spezzata la concordia tra il principe e i sudditi, a far meglio toccar con mano, che a scancellarli non eravi altro mezzo che l’alleanza col Piemonte. Una guerra combattuta sugli stessi campi di battaglia, e contro i comuni nemici, diverrebbe sicuro principio di universale concordia, e tostamente svanirebbero i passati dissensi. La neutralità non era atta a salvare la dinastia e il Governo della. Toscana dai pericoli inevitabili che li minacciavano. Erano due sistemi di politica, l’uno incompatibile coll’altro, che stavano per esperimentare la prova delle armi. Il Piemonte voleva l’italiana terra affatto sgombra dal dominio straniero. L’Austria voleva mantenere il suo imperio da un capo all’altro della Penisola. Si desse bando ad ogni sospetto. Ove il Piemonte nutrisse ambizioni smodate, e mirasse all’unità politica della nazione, si studierebbe a mantener viva la discordia tra il Governo e il popolo della Toscana.. Ma il Governo del re nutriva desiderii più misurati e praticabili; rispetterebbe pertanto l’autonomia degli Stati che ricavavano la ragione dell’esser proprio dalla giacitura del suolo e dalle tradizioni storiche.

L’impresa a cui il Piemonte si accingeva, ove felicemente riuscisse, sarebbe la più gloriosa di quante stavano registrate negli annali d’Italia. Esso certamente aveva l'ambizione di capitanarla, ma nutriva lo schietto desiderio di vantaggiare pure principi e popoli italiani; confidava quindi, che avrebbe l’alleanza della Toscana, sede onorala delle più gloriose memorie nazionali.

Coloro che avversavano l’impresa del riscatto nazionale facevano pronostici fallaci, sé accarezzavano la speranza di veder sopraffatta quella nuova levata d’armi contro i dominatori stranieri. Risospingere l’Italia al passato non era più possibile. Volessero i ministri toscani capacitarsi di ciò; essi più facilmente si persuaderebbero, che i loro doveri verso il principe, verso la Toscana e l’Italia, consigliavanli imperiosamente a caldeggiare presso il granduca la proposta alleanza col re di Sardegna (119). —A stento, nel pomeriggio del 24 aprile, il Boncompagni giunse ad abboccarsi col cavaliere Lenzoni. — Siamo in presenza di grandi avvenimenti, disse il legato sardo; l’ora delle forti risoluzioni è suonata; la guerra è denunziata. — Il ministro toscano mostrò meraviglia. Era presente il marchese Provenzali, giunto poco prima da Torino. Egli usci fuori ad affermare, che la legazione russa in Torino assicurava, che l’Austria si era piegata ad accettare i consigli pacifici dell’Inghilterra. — Il vero stato delle cose, riprese Boncompagni, è l’oposto. Siamo a guerra inevitabile, e nel consegnarle questa nota, signor ministro, l’assicuro da uomo onorato, qual mi pregio d’essere, che il mio Governo, nel chiedere l’alleanza offensiva e difensiva della Toscana, è animato dai sentimenti più benevoli. — 11 ministro granducale addirittura chiuse la porla alle trattative col rispondere: la nota verrà presa a esame, ma il Governo del granduca ha deliberate le ultime sue conclusioni sulla politica da seguire nel caso di guerra tra l’Austria e la Sardegna. Il legato sardo osservò, che per avventura il sobbollimento degli animi per tutta la distesa della Toscana onde partecipare alla guerra nazionale, era un argomento abbastanza valido per ritornar sopra alle deliberazioni prese. Riprese l’altro: ma il Governo si sente forte abbastanza per mantenerle così all’interno come al di fuori. — Meritata risposta a lui diede il legato sardo con questa sentenza: i Governi che osteggiano l’opinione pubblica del proprio paese non sono mai forti (120).

Serbare la neutralità era un chiodo fitto nel capo di Leopoldo II. Infermo consiglio, ma tenacemente mantenuto al segno da dichiarare alla Corte di Vienna, che la Toscana mancava di mezzi per eseguire i patti del trattato segreto del 1815 (121), e da rispondere negativamente all'offerta portala in Firenze da un invialo straordinario austriaco di un presidio di soldati imperiali a tutela dell’ordine pubblico (122).

A quei dì la Toscana vide uno strano contrasto. La dinastia e i suoi ministri, mostrando di non capire la suprema gravità delle congiunture, lasciavano che le cose volgessero al disperato, e gli uomini più segnalati della parte costituzionale facevano quelle pratiche, che erano in poter loro, per salvarli dal prossimo precipizio. Questi esortavano Leopoldo II a cedere innanzi tutto al figlio primogenito le prerogative della sovranità, e il padre e il figlio in ricambio ordinavano di sfolgorare Firenze colle artiglierie del forte di San Giorgio. Se non che le milizie negarono obbedienza allo spietato comando. Mancatagli la podestà di comprimere, Leopoldo II cascò giù nella mollezza delle concessioni. Chiamalo a sé il marchese di Laiatico, lo assicurò che accetterebbe l’alleanza piemontese, ripristinerebbe lo Statuto, e darebbegli l’incarico di costituire un ministero liberale. Neri Corsini chiamò a consiglio alcuni amici suoi, presso la legazione di Sardegna. Il Boncompagni si mostrò disposto a dar la roano a coloro che con intendimenti nazionali miravano a salvare la dinastia e la Toscana dalla rivoluzione. Cosimo Ridolfi, fiore di cittadino e di gentiluomo, favellò acerbo contro Leopoldo II. — Fa d’uopo egli conchiuse, che la sua abdicazione sia la pietra angolare della ristabilita concordia tra il popolo toscano e i Lorenesi. Accettiamo purea granduca il principe ereditario; ma prima egli impegni la sua parola d’onore, che andrà a mettersi a lato del re di Sardegna a combattere per l'indipendenza nazionale. — Rimase stabilito che si tentasse ancora quest’ultima prova di riconciliazione. Leopoldo 11 la rifiutò, adducendo al marchese di Laiatico, che non era la voglia di regnare, ma l’onor suo oltraggialo dalla fattagli proposta, che lo consigliava a negare. il suo assenso. Poco dopo, il granduca convocò il Corpo diplomatico residente in Firenze. Il discorso di Leopoldo fu il seguente:—Quantunque i trattati m’obbligassero all’alleanza austriaca, aveva scelto il partito della neutralità, giudicandolo più confacevole agli interessi della Toscana. Mancatami l’obbedienza delle milizie, e divenuto ardente il desiderio deimiei sudditi per l’alleanza piemontese, m’era rassegnato a entrare per questa via. Ma mi si è chiesto d’abdicare. Non assentirò mai, e, a non patir violenze, ho deliberalo di partire per la Germania, protestando per il mio diritto violato e sperando nel trionfo della buona causa. — Confortandosi per avventura nell'interno dell’animo di questa speranza, Leopoldo rimase silenzioso. 11 ministro Baldasseroni si dimenticò che la sventura ha il suo pudore, che deve gelosamente rispettare per rimanere rispettala. Egli disse: — Sono veramente magnifici i risultati dell’oposizione fatta al Governo. Si parla d’indipendenza del Principato, e intanto gli si usurpa il diritto di pace e di guerra, gli si vuol imporre una vergognosa abdicazione, e si sbalzano dai loro scanni ministeriali i consiglieri della corona. — Non ebbe una parola di risposta. — Raccomando, soggiunse il granduca con esile voce, raccomando la mia famiglia al Corpo diplomatico, e avrei a grado di conoscere, se la legazione di Francia ha mezzi di materiale protezione. — Vostra altezza ben sa, rispose il marchese di Ferrier, che le forze di terra e di mare della Francia sono impegnate altrove. Ma se i mezzi materiali mancano, ciascheduno di noi userà tutta la sua autorità morale, per conseguire questo intento desiderato, pel quale, massime gioveranno i buoni uffizi dell’ambasciatore di Sardegna. — Questi con favellar cortese s’impegnò. che non tralascierebbe alcuna diligenza, affinché il granduca e la sua famiglia partissero rispettali da Firenze.

Nel ragguagliare il suo Governo dei narrati casi Boncompagni scriveva:Ho sempre desiderato che questa Dinastia potesse salvarsi, per evitare alla Toscana le difficoltà di un governo affatto nuovo. Ma dopo i fatti che ho descritto, nessuno può credere possibile ed anco meno desiderare che la ci stia. Ciò non potrebbe ottenersi, se Don con una occupazione straniera e permanente. Io confesso che, prima d’averle vedute, non mi figurava possibili tanta stupidità e tanta viltà d'uomini e di principi (123).

Dieci anni prima un altro ambasciatore di Sardegna in Firenze, stando Leopoldo II in condizioni pressoché identiche, aveva scritto al suo Governo: — È impossibile di poter rapresentare l'ammasso di dopiezze, di viltà e di vigliaccheria, di cui ha fatto mostra in questa circostanza questo principe (124). — Durissime sentenze, ma veritiere. Ma se l’imparziale storia ha il debito di registrarle, essa tiene anche l’obbligo di rammentare, che il granduca Leopoldo II fu per molli anni, nell’amore dei soggetti e nel rispetto dei popoli italiani, principe mite e amico degli incrementi della civiltà. Egli sarebbe sceso nel sepolcro con questa lode intemerata, se la Toscana non avesse allargalo lo sguardo e il pensiero all’indipendenza nazionale. D’allora in poi i vincoli di una comune vita politica andarono spezzati, e principe e popolo si posero per una oposta strada. Austriaco sangue fluiva nel cuore del primo, italiano sangue scorreva nelle vene del secondo. Vero è che Leopoldo II e i suoi ministri riversarono sul Governo piemontese tutta la colpa delle proprie disgrazie. Ma questa è vecchia storia dei principi spodestali, e dei loro inetti consiglieri, d’accusar tutti fuor che se stessi, dopo essersi adoperali ostinatamente, e qualche volta furiosamente, a scavarsi la fossa della perdizione colle proprie mani.

Affrancati dall’uggioso dominio dei Lorenesi, i Toscani si rivolsero al re, fidalo amico d’Italia, f loro governanti temporali chiesero quindi che Vittorio Emanuele assumesse la dittatura del granducato, lasciandogli tuttavia la propria autonomia durante il periodo della guerra (125). Cavour era per l'immediata accettazione; ma interpellalo Napoleone, egli consigliò il re a rifiutare la dittatura per accettare il protettorato della Toscana (126). Conseguentemente Vittorio Emanuele li si limitò a delegarei necessari poteri a un suo commissario straordinario, per la tutela degli affari della Toscana rispetto alle cose di guerra, della quale assumeva anche nel granducato l’imperio supremo (127).

Il Piemonte aveva gravissimi interessi impegnati nella questione toscana; ma le difficoltà da superare eran molte e ardue. Le Corti di Pietroburgo, di Londra e di Berlino manifestarono tosto disgusto e rammarico grave per la mutazione di cose avvenute nella Toscana. Per esse, Leopoldo II era sempre il sovrano legittimo di quella regione italica, e il Governo sardo quindi né doveva né poteva prender ingerimenti nelle cose interiori del granducato (128). A queste rimostranze il gabinetto di Torino contrapose ragioni, ricavale dalla necessità di accettare il protettorato della Toscana, per il supremo interesse e l’indeclinabile dovere di stringere in un solo fascio tutte le forze nazionali nella suprema lotta impegnata contro l’Austria (129).

Difficoltà e pericoli maggiori e più prossimi prospettavano da un altro lato. Da un abboccamento con Napoleone III, il marchese di Laiatico s’era condotto a conghietturare che l’imperatore inclinava a creare un regno dell’Italia centrale a prò del principe Napoleone. Vincenzo Salvagnoli, dopo essersi trovato a segreto colloquio coll’imperatore in Alessandria, avea maggiormente avvalorata la suposizione del marchese di Laiatico, aggiungendo, che propriamente tra i segreti disegni dell’imperatore dei Francesi stava quello di un regno napoleonico nel centro della Penisola, e che non bisognava contrariarlo in ciò (130).

Richiamandosi alla memoria le antecedenti proposte segrete, fatte da Vincenzo Salvagnoli all’imperatore, Cavour da questi indizi che gli furono palesati, ricavò argomento di sospettare, che nascostamente Napoleone mirasse a tirar le cose toscane nella rete dei suoi interessi dinastici. A raffermarlo in questo sospetto, sopraggiunse il fatto seguente. Dal quartiere generale francese gli giunse un dispaccio telegrafico che annunziavagli il necessario ingresso nella Toscana del principe Napoleone a capo del quinto corpo d’esercito. Il conte corse difilato ad Alessandria per distogliere l’imperatore dal mandare ad effetto questa sua deliberazione. Lo trovò freddo nelle accoglienze e restio ad assentire. Indarno s’adoperò per condurlo nell’opinione sua col mettergli sott’occhio il vespaio di sospetti e di gelosie, che nei gabinetti dei maggiori potentati sveglierebbe la dimora in Toscana del principe Napoleone, a capo delle schiere francesi, colà non necessarie pel buon andamento della guerra. Il ministro sardo non potè cavar dalle labbra di Napoleone se non questa dichiarazione: non è nei miei disegni di porre un principe francese sul trono dell’Italia centrale, e, se sarà d’uopo, ne farò sicurtà per uffici diplomatici alle potenze. Cavour non disperò ancora di riuscire a qualche cosa. Si portò a Genova dal principe Napoleone, conferì a lungo con Vittorio Emanuele, tornò dall’imperatore dei Francesi, e ottenne che, se pure era necessario che il principe entrasse in Toscana colle sue schiere, vi prenderebbe stanza in virtù dei pieni poteri, di cui era investilo il re di Sardegna, e quindi dal supremo comando suo dipenderebbe egli e i soldati che seco conduceva (131). Ma poi Cavour ragionava così: — Dobbiamo lasciare la Toscana in balìa dei Mazziniani? È un’assurdità. Conviene ristaurarvi la Casa di Lorena? È impossibile. Torna conforme alla prudenza di lasciare radicare nella Toscana l’influenza del principe Napoleone, e di fomentarvi speranze che in un avvenire più o meno prossimo potrebbero attuarsi? Il Piemonte non può, né deve vedere di buon occhio, che nel centro d’Italia sorga un principato francese. Vi è un ultimo spediente, quello dell’annessione della Toscana al Piemonte. Esso non è scevro d’inconvenienti, ma è quello che attualmente porta seco minori pericoli. Conseguentemente ho dato a Boncompagni istruzioni segrete, non a proclamare l’unione immediata, ma a prepararla, onde compierla all’ora oportuna (132). —Il primario ministro di Sardegna, così operando, ubbidiva ai dettami della sana politica ed operava conformemente agli interessi della nazione; ma si poneva in contraddizione coi patti stipulali, pei quali la Toscana non doveva esser annessa al Piemonte. Nascevano in tale guisa i primi germi della discordanza di procedimenti, che finì in aperta discordia tra Napoleone e Cavour alla pace di Villafranca. Frattanto a mandare a vuoto i sospettati artifizi dell’imperatore dei Francesi, il maneggiatore della politica sarda si valse delle dichiarazioni raccolte dal suo labbro, per istrombazzare nei gabinetti europei; che si deponessero le diffidenze, che si attutissero le malnate gelosie, che si abbandonassero le prevenzioni di vedere nel cugino dell’imperatore dei Francesi, entrato in Toscana a capo di numerose schiere di soldati, il successore designalo al-trono dei Lorenesi. Napoleone IH non nutrire alcun segreto pensiero sulla Toscana; il cugino suo non poter esserne il venturo sovrano. A tagliar la via ad ogni intrigo, a togliere ogni sospetto, il Governo del re avere deliberalo di assumere un ingerimento più diretto nella amministrazione della cosa pubblica in Toscana. Questo spigliato modo di procedere, praticato alla presenza del principe Napoleone e dei soldati francesi, si doveva considerare una perentoria confutazione alle malevole insinuazioni dirette contro l'imperatore dei Francesi (133).

Condottiero di trentamila Francesi, nel prendere stanza nella Toscana, il principe Girolamo Napoleone favellò degnamente, dicendo per pubblico bando ai suoi abitanti:, che essi rimanevano liberi di governarsi a piacer loro; giacché l’imperatore dei Francesi una sola ambizione nutriva io petto, quella di far trionfare la santa causa dell’indipendenza nazionale, senza lasciarsi guidare da interessi dinastici. Ma poi vuoisi soggiungere, che il suo discorso cadeva nell’artifiziato, quando adduceva per cagione principale di quella comparsa d’armi francesi sulla toscana terra le sollecitazioni di coloro che la governavano (134). Al contrario essi si erano adoperati a impedirla col guarentire per iscritto il monarca francese, che il paese era capace di mantenersi ordinato e tranquillo, senza la protezione di amici soldati stranieri (135).

La storia deve attestare, che il principe Girolamo Napoleone, nel suo soggiorno in Toscana, non fece veruna pratica, che fosse men che degna. Operoso indefessamente negli aparecchi guerrieri, si astenne da ogni inframettenza civile, e con grande cura evitò le pubbliche dimostrazioni (136).. Egli non era un principe volgarmente spasimante d’avere sul capo una corona. Quando s’avvide di non isvegliare alcuna di quelle simpatie popolari, che potevano esser foriere di future speranze; quando conobbe che era profondo e universale il desiderio dei Toscani di avere a re Vittorio Emanuele, possiamo attestare con sicura coscienza, che egli, con grande dispetto del conte Walewski, si fece caldo consigliatore dell'annessione della Toscana al Piemonte (137).

Il principe Napoleone partì a capo dei suoi soldati dalla Toscana addì H di giugno. Egli innanzi avea sollecitato l'imperatore affinché lo chiamasse ove in faccia al nemico sventolava la bandiera della Francia. Ma questi aveagli risposto, che conveniva si adattasse alle esigenze dellapolitica, e rimanesse pertanto fermo in Toscana sino a nuovi ordini, a mantenere colla sua presenza l'influenza francese nel centro dell’Italia (138).

Il concetto di Cavour, di sollecitare possibilmente l’unione della Toscana al Piemonte, scontrò gravi ostacoli. I governanti provvisionali toscani giudicarono non abbastanza prudente di spinger tosto il paese al sacrifizio della propria secolare autonomia. Il gabinetto di Parigi d’altra parte si mostrava osteggiatore tenace d’ogni inserimento del Piemonte nelle cose della Toscana. Walewski, non soddisfallo delle aperte dinegazioni date alle calorose sollecitazioni del ministro sardo in Parigi, affinché la Francia volesse almeno assentire in massima all’eventuale unione della Toscana al Piemonte (139), in un suo dispaccio con rude franchezza dichiarò al conte Cavour, che colla sua politica d’aggregazioni territoriali metteva inciampo al buon andamento della guerra (140).

Posto nella necessità! di temporeggiare, il primario ministro sardo volse le sue cure a render più efficace l’azione diretta del Governo piemontese nelle cose della Toscana. Laonde scrisse a Carlo Boncompagni, che vi teneva l’uffizio di regio commissario, nei termini seguenti:

Noi partiamo per ora dall’ipotesi, che la fusione del Piemonte colla Toscana non sia voluta dall'imperatore, e che, come scrive la S. V. illustrissima, il mettere ora in campo questa idea non sia oportuno. Ella concederà tuttavia che, anche rimandando una tale discussione, è pure indispensabile il dare alle cose toscane un andamento fermo e durevole fino alla pace. Ciò posto, prego la S. V. di volermi far conoscere, quanto più presto potrà, se gli attuali Reggitori della Toscana concordano con noi nei principii seguenti:

1° Che rimanga ferma l’amministrazione interna in tutto quanto non si riferisce alle pratiche diplomatiche e alle cose di guerra.

2° Che la parte diplomatica e militare sia posta sotto la dipendenza del Governo del Re, e venga da esso e dai suoi agenti esercitata, e che per ciò il ministro degli affari esteri a Firenze limiti la sua azione agli affari che non hanno natura politica.

3° Se aprova che alle legazioni sarde in Parigi e in Londra, e possibilmente in Roma sia addetto un consigliere straordinario di legazione toscana.

4° Si metterebbero a disposizione del Governo toscano tre mila uomini francesi o sardi, e con questi il Governo toscano prenderebbe l’impegno di mantenere l’ordine pubblico.

5° Il Governo toscano prometterebbe di porre, entro il mese di giugno corrente, a disposizione del Principe comandante il quinto Corpo di esercito francese quindici mila uomini di trupe, che si assumerebbe l’obbligo di mantenere durante la campagna.

6° A fine di facilitare questa clausola, ove il Governo del Re riuscisse a fare anticipare alla Toscana i sei milioni di lire di cui bisogna, il suo Governo si obbligherebbe di rimborsare tale somma nel termine di un mese.

Tali sono i punti, su cui conviene che V. S. illustrissima mi mandi una pronta risposta. Non chiuderò il presente dispaccio senza notare, che tutte queste misure dovrebbero considerarsi come una conseguenza dello stato attuale delle cose, e che perciò non converrebbe dare ad esse alcuna solennità, essendo prudente l’evitare ogni aparenza di novazione, che avesse per effetto di eccitare suscettività o creare imbarazzi (141).

Queste proposte incontrarono il pieno aggradimento dei reggitori della Toscana; Onde Cavour si portò a Milano per sottoporle all'aprovazione di Napoleone III. Egli le trovò attuabili, ma tornò ad insistere fortemente sulla inoportunità d’occuparsi dell’assetto definitivo delle cose toscane durante la guerra (142).

Ma nella Toscana il sentimento nazionale era divenuto potentissimo; onde i suoi governanti si trovarono di fronte alla pericolosa difficoltà di vedersi forzar la mano dalla commossa popolazione, a proclamare l’unione immediata al Piemonte. Prima che le cose volgessero al tumultuario, quei governanti si raccolsero a consiglio, e, dopo un vivo cozzo d’opinioni, s’accordarono di convocare la Consulta di Stato, la quale emetterebbe il suo parere intorno al proclamar re, Vittorio Emanuele II, per volontà della nazione. Boncompagni dichiarò, che primo sottoscriverebbe il relativo decreto, sotto la clausola che non fosse pubblicato innanzi d’avere l’aprovazione del Governo del re. Nel chiederla, egli si fece ad esporre le ragioni della mutata opinione sua e degli altri governanti della Toscana. Oltre alle altre cose, egli scriveva: — All’esordire della guerra, nelle altre provincie d’Italia, la questione delle sorti definitive del paese non si affacciava nello stesso aspetto che in Toscana, ove l’autonomia ricordava le tradizioni di una amministrazione, ch’era stata assai benefica e liberale. Perciò era naturale che nei primi momenti della rivoluzione, quando tutte le altre provincie italiane erano sotto il giogo o sotto l’influenza austriaca, l’idea toscana si mostrasse a canto dell'idea nazionale, ed era prudente consiglio il rimettere ad altro tempo la soluzione della questione. Ma ben tosto l’idea italiana si era svolta con una rapidità ed una potenza ogni giorno crescente nella Toscana: che se in massima generale la dichiarazione dell’unione al Piemonte doveva procedere dal paese, pure nellè condizioni in cui erano gli animi, conveniva recedere dal rigore dei principii, onde mantener credito al Governo e non dar luogo a sospetti, che essa fosse oposto o indifferente all’idea nazionale (143).

Questa proposta giungeva al Gabinetto di Torino tropo tardi per essere accolta. Cavour s’era impegnato per! iscritto con Napoleone III di lasciare le cose della Toscana in sospeso, durante la guerra. Pertanto rispose: — L’idea dell’annessione, giudicata da me utile e praticabile tempo fa, è divenuta ora, in seguito ai concerti presi coll’imperatore Napoleone, affatto ineseguibile per parte del Governo toscano. Un tale passo farebbe cattiva impressione sull’animo dell’imperatore, il quale potrebbe giustamente lagnarsi, che i presi impegni non siano eseguiti dal Governo del re. Ma, soggiungeva il destro ministro, se la tendenza del popolo toscano all’unione è irresistibile, una manifestazione di voti, generale e spontanea, fatta in modi pacifici e non vietati dalla legge, non dovrebbe e forse non. potrebbe essere impedita dal Governo del re, né da quello della Toscana (144).

Per venire a fine dei suoi intendimenti, Cavour destreg-giavasi per dare prontamente alla sua politica il fondamento dei fatti compitili, usando astutamente le vie indirette quando trovava asserragliata la strada piana e diretta. A preparare i convenevoli addentellati per attraversare le combinazioni arbitrarie della diplomazia, egli frattanto ardimentoso dichiarò all’Europa: che se essa voleva darsi a quelle tranquille opere di pace, che sono l’onore del secolo, doveva rimanere soddisfatta che, spenta la dominazione dell’Austria e atterrati i troni dei principi italiani vassalli suoi, sorgesse in Italia un grande regno, costituito in conformità della configurazione del suolo, dell’unità di razza, di lingua, di costumi (145). L’unità politica d’Italia # balte già animosa alle porte dei gabinetti de' maggiori potentati europei. Questi primi passi, fatti quando la fortuna dell’armi non aveva per anco sentenziato, e Napoleone III sconsigliava al Piemonte l’annessione della Toscana, e il conte Walewski istizzito apellava Cavour un avventato arrogante, per averla cercata (146), meritano di essere ricordati, giacché delineano il procedere animoso e previdente del sommo statista, che giganteggia sopra tutti i suoi contemporanei nei fasti dell'italico risorgimento. Conscio che gran parte del senno politico sta nel conoscere i tempi, e nell’afferrar pronto le occasioni propizie, scorto il novissimo andamento del moto nazionale, tosto lo prese a perno della politica piemontese, per quanto gli fosse palese che, rigettando la confederazione, si poneva ad osteggiare il principale intendimento dell’imperatore dei Francesi nel ricomponimento delle cose d’Italia.


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IV

La Corte romana aveva visto gli avvenimenti procedere contrariamente alle sue previsioni. Gli imbarazzi suoi accrescevansi dal trovarsi puntellata dalle armi di due potenze, ch’erano per scender in campo nemiche. Provando urgente il bisogno di rafforzare l’esercito pontificio, il cardinale segretario di Stato si diede a provvedervi; ma i mezzi scelti non erano idonei a renderlo forte e disciplinato. I legati e le magistrature comunali ebbero incarico di far cerna di soldati, pagando il quintuplo del prezzo ordinario dell’ingaggio. Bastava che fossero per l’età dai 17 ai 37 anni, non badando tropo alla vigoria corporale, bensì rigorosamente al contegno politico: in quanto a onestà di vita, era sufficiente che il chiesto certificato non indicasse condanna di galera per titoli infamanti (147).

Questi soldati dovevano essere i difensori dell’assoluta autorità temporale dei pontefici sui proprii sudditi; giacché, in quanto alla lotta che stava per iscopiare, il Governo, che voleva esser in buone relazioni con tutti, intendeva di conservare la più stretta neutralità (148). Ma era manifesto, che questo temperamento avrebbe posto a repentaglio il trono di Pio IX, ove fosse partito il presidio dei soldati francesi e austriaci. Bisognava dunque combinare la neutralità dello Stato romano colla permanenza loro in esso. Mentre stava trattando così grave negozio, a calmare le prime effervescenze in popoli caldi di nazionale affetto, Antonelli indirizzò ai cardinali legati il seguente dispaccio:

In occasione degli attuali eventi in Italia, il Governo di Francia, al fine di calmare le aprensioni e i timori riguardo al Sommo Pontefice ed agli Stati della Chiesa, si è dato l’impegno di assicurare nei più formali termini il Governo pontificio, che nel corso della presente guerra S. M. l’imperatore ed il suo Governo non permetteranno che si tenti impunemente cosa alcuna in detrimento dei riguardi dovuti all’augusta persona del Santo Padre, e diretta a rovesciare la sua temporale dominazione. Qualunque possano essere le conseguenze dei bellicosi avvenimenti nella parte settentrionale d’Italia, l’attitudine del Governo francese, rispetto agli Stati pontifico, si manterrà, come esso dichiara, del tutto conforme allo scopo ch’ebbe la Francia nell’intervenirvi per riparare ai disordini della passata anarchia. Tali assicurazioni poi acquistano una latitudine e solidità anche maggiore dall’ufficiale risposta, che il medesimo imperiale Governo ha ora dato alla Santa Sede, di riconoscersi da lui e volersi pienamente rispettare la neutralità, che il Governo pontificio poc’anzi dichiarava di volere costantemente mantenere, siccome protestò in altre circostanze non dissimili dalle presenti.

Mi è sembrato oportuno dare di ciò comunicazione a Vostra Eminenza, ben conoscendo quanto influisca alla migliore direzione delle cure e provvidenze, ond’ella è occupata negli attuali momenti, raccertarsi dell’attitudine della Francia a nostro riguardo (149).

Queste dichiarazioni non erano esatte: il Gabinetto di Parigi non era proceduto tant’oltre. Esso aveva guarentito, che tutelerebbe la tranquillità pubblica, soltanto nei paesi presidiati dai soldati francesi. In quanto alla neutralità, nell’accettarla aveva esplicitamente dichiarato, che per parte sua la conserverebbe sin tanto che l’Austria non rafforzasse il suo presidio, e Don ponesse mano a fortificarsi sul territorio pontificio (150). Il cardinale Antonelli era rimasto scontento di queste clausole. — L’occupazione austriaca, osservò egli, torna impossibile, quando si vuol restringerla alle condizioni sue anteriori alla guerra. Nello Stato pontificio vi sono novemila soldati austriaci. Succederà che le popolazioni, sobillate dai maneggi piemontesi, si solleveranno a ribellione, e costringeranno gli Austriaci a ricever rinforzi ed a premunirsi, cioè a far ciò che la Francia sin d’ora qualifica contrario alla neutralità, e da cui essa si riserva di ricavare il diritto della propria libertà d’azione (151). — Queste misere condizioni di malferma signoria non tardarono ad aggravarsi. Il presidio di soldati stranieri era necessario, ma molto esigente e non assicuralo. La Francia aveva in animo di condurre il Papa a qualche atto politico, ostile all’Austria. ’Il suo ambasciatore in Roma non ristava dal dire che, mentre Napoleone combatteva per rivendicare l’indipendenza degli Stati italiani, la Santa Sede non comprometterebbe per nulla la sua neutralità, ove rinnovassei suoi protesti del 1815 per il diritto di guarnigione arrogatosi dall'Austria nelle fortezze di Comacchio e di Ferrara. Mordente risposta davagli Antonelli con ripetergli, che la Santa Sede non poteva disgiungere la questione di Ferrara da quella di Avignone (152).

Per soprassoma delle sue angustie, il Governo pontificio vedeva gli Austriaci fare i soperchiami nelle Legazioni e nelle Marche, e prendere atteggiamento guerresco a dispetto della patteggiata neutralità (153). Pure quei soldati stranieri, se davano crucci, tenevano ritti gli stemmi papali, che i popoli messi in padronanza di se stessi avrebbero atterrati. Ma anche quest’ultimo conforto venne a mancare. Gli Austriaci annunziarono che erano in sul partire; provvedesse il Governo romano alla tranquillità pubblica come meglio potesse e sapesse (154). Non sì tosto giunse al cardinale Antonelli quest’amara novella, egli fece uffici pressantissimi presso la Corte di Vienna, onde la ruinosa deliberazione fosse ritirata. Le prime risposte furono blande e lusinghiere. Da esse riconfortalo Antonelli scrisse al cardinale legato di Bologna, che non si lasciasse sopraffare dal timore per l’annunzio datogli dal generale austriaco; avvegnaché l’imperatore d’Austria dava assicurazioni positive, che i presidii di Ancona, di Ferrara e di Bologna non partirebbero (155). Anche monsignor Franchi scriveva da Vienna:

Sua Maestà l’imperatore d’Austria diede a me stesso personalmente l’assicurazione che il presidio austriaco non sarebberimosso da Bologna né da Ancona, in qualsivoglia evento, ed. eziandio nella suposizione che il Ducato di Modena fosse assalito da milizie ostili. Fu data la stessa assicurazione dall’augusto Monarca a un vescovo che era venuto da Roma coll’incarico dal Santo Padre di parlare di questo negozio.

Ieri finalmente ebbi l’officiale comunicazione, che ordini formali e precisi erano stati spediti da Vienna ai Generali di Bologna, di Ancona e di Ferrara, consentanei alla predetta permanenza dei relativi presidii. Questo Governo reale e imperiale richiede dal canto suo, che la Francia vieti alle sue milizie, e impedisca a quelle dei suoi alleati di violare in qualsivoglia maniera la neutralità dello Stato romano (156).

A queste dichiarazioni contraddissero i fatti. Addì il di giugno 1859, i soldati austriaci repentinamente abbandonarono lo Stato pontificio. Non si può addimandare rivoluzione il moto che tenne dietro alla loro partenza. I pubblici funzionari fuggirono o lasciarono fare, e le popolazioni con festevole sicurtà e confidenza si posero concordemente sotto la dittatura del re di Piemonte, e si dichiararono pronte ad aiutarlo nell’impresa nazionale.

Il Governo sardo avea pure accettala la neutralità della Santa Sede; ma s’era impegnato a rispettarla, soltanto fino a che le ostilità non fossero portale sulle terre venete (157).

Ricevuta la notizia che Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna, Fano, Sinigaglia, Ancona, lesi, Fossombrone, Città di Castello, Perugia, Orvieto aveano abbattuti gli stemmi papali, Cavour mandò le istruzioni seguenti all'agente diplomatico della Sardegna in Roma: — Ove gli fosse chiesto, come il Governo del re intendeva di regolarsi dietro gli avvenimenti ultimi, e i prevedibili in altre provincie pontificie, rispondesse di non. aver istruzioniin proposito; ma pensare che, non essendo ammissibile di lasciare abbandonali in balìa di se stessi paesi, nei quali le ire e le discordie civili erano vaste e profonde, il Governo del re di Sardegna verrebbe facilmente nella deliberazione di mandarvi un suo commissario e un sufficiente numero di milizie proprie ad assicurarvi la pubblica tranquillità. Esser poi probabile che, a secondare il voto legittimo degli abitanti delle Romagne di partecipare alla guerra nazionale, il Governo regio assumesse l’incarico di agguerrirli, e di metterli in condizione di entrare in campagna contro il nemico comune. Se tali dichiarazioni non fossero giudicate soddisfacenti, opure egli fosse invitato a lasciar Roma, chiedesse tosto i suoi passaporti, lasciando gli affari della legazione nelle mani dell’ambasciatore francese (158).

Animosi e nazionali propositi signoreggiavano nei consigli della corona di Vittorio Emanuele II. Come avviamento all’annessione, fu deliberata l’accettazione dell’offerta dittatura. Laonde il re investì di poteri latissimi Massimo D’Azeglio, nel nominarlo suo commissario straordinario nelle province sottrattesi all’autorità della Santa Sede. Cavour gli diede minute istruzioni che concludevano così:

Queste sono le istruzioni che mi pregio di comunicarle in nome del Governo di S. M. La perfetta notizia che ella ha degli intendimenti di coloro che presiedono alla politica del Governo, le daranno agevolezza di eseguire non solamente le letterali prescrizioni, ma lo spirito che le informa. Conservare l’ordine nelle Legazioni, dare loro una amministrazione saggia ed onesta, chiamare tutte le forze vive del paese al concorso pronto ed effettivo nella guerra dell’indipendenza, debbono essere i supremi intenti dell'alta missione che le viene affidata. Non dicano gli stranieri, non dicano i nemici della patria comune, che gli Italiani non sanno governarsi, che ricusano gli ardui sacrifizi richiesti alle nazioni che combattono pel proprio riscatto. Il Governo del Re ripone intiera fiducia in V. S. Illustrissima. Il nome suo è una bandiera, le popolazioni delle Romagne la conoscono, sanno con chi vanno e dove vanno (159).

Massimo D’Azeglio, investito persino delle facoltà straordinarie che il Parlamento aveva conferito al Governo del re, doveva tutto ordinare, tutto dirigere nelle sovramenzionate provincie per la guerra, e per la loro unione futura al Piemonte. Ma ad impedire l’esplicamento di questa forza unificatrice sorse il solito intopo. Napoleone III tenacemente sconsigliò dal procedere in tal guisa. Il re di Piemonte si doveva restringere a inviare un suo commissario nelle Romagne per mantenervi la tranquillità pubblica, e per aumentare le schiere combattenti per l’indipendenza italiana (160). La Russia del pari consigliò il Gabinetto di Torino di non proceder oltre nel concepito disegno. Essa amava meglio vedere i Francesi occupare le insorte provincie pontificie per salvarle dalla anarchia (161).

Questo pensiero era balenato alla mente del cardinale Antonelli e di monsignor Berardi al primo annunzio della rivoluzione di Bologna. Ma il papa non l’aveva accolto, dietro il contrario parere di alcuni cardinali che lo avevano persuaso a prender consiglio dagli ulteriori avvenimenti. Messo in disparte questo espediente, il cardinale segretario di Stato pose mano alle protestazioni diplomatiche, Pio IX alle armi spirituali (162). Ma le une le altre, comeché fossero violentissime, non aprodavano a riacquistare le provincie ribellatesi. Bisognava ricorrere all’azione violenta della forza brutale, e a tal fine le bandiere delle sante chiavi mossero coi mercenari svizzeri alla volta di Perugia. In quella impresa la vittoria fu facile per i soldati del papa, che si mostrarono senza pietà nell’incrudelire contro cittadini, combattenti in disugual tenzone, senza ordini e disciplina di milizia. Agli eccidii di Perugia susseguì prontamente la sottomissione di Pesaro, Fano e Sinigaglia. Le legazioni trepidavano pel fragrante pericolo ond’erano minacciate, non avendo sufficienti forze per resistere alla soldatesca papalina. Coloro che in esse reggevano la cosa pubblica si rivolsero a sollecitare gli aiuti del Governo di Torino. Cavour non poteva mandar battaglioni piemontesi a guerreggiare i soldati del papa; s'apigliò quindi allo spediente di lasciare piena facoltà al Governo provvisionale di Bologna di chiamare in aiuto la schiera dei volontari dello Stato pontificio, che s’era organizzata in Toscana, sotto gli ordini del generale Mezza capo, Egli intanto si pose a negoziare. Travaglio arduo oltremodo, e nel quale faceva mestieri adoperasse tutta quell’arte diplomatica di cui era maestro.

La soluzione del problema della signoria temporale dei papi era ben chiara nella mente del conte, e consisteva nella sua completa distruzione. Ma egli comprendeva l’impossibilità di conseguirla tosto; onde si limitava a «prepararla mediante un qualche temporario assetto che fosse acconcio a scalzarla. Ma il difficile stava nel tirare ai proprii disegni l’imperatore dei Francesi. Egli teneva impegni col papa; aveva legami intimi col clero di Francia, statogli istrumento utilissimo a salire sul trono, e che eragli validissimo ausiliario per mantenere le rozze e superstiziose popolazioni delle campagne affezionale all’impero napoleonico. Il sentimento cattolico, che alberga vivace nel cuore dei Francesi, aveva raffreddata l’opinione pubblica per la guerra italiana, dopo che si era visto la rivoluzione assalire il potere temporale dei Papi. I nemici dell’impero, camuffali da cattolici, soffiavano in questa disaffezione per togliere a Napoleone credito e possanza. Le passionate declamazioni dei prelati, le iterate minacce del nunzio pontificio in Parigi di prossime scomuniche avevano profondamente impressionato l’animo dell'imperatrice il cui cattolicismo s’informava ai tradizionali fervori della sua terra natale. I ministri imperiali opinavano che il sovrano della nazione primogenita figlia della chiesa cattolica, non dovesse più a lungo tollerare che l’ambizioso ministro del re di Piemonte continuasse a metter mano nelle romane cose, per esautorare il papa che le armi francesi avevano ricondotto sul trono. Questi umori nell’animo dei diplomatici francesi s’erano inacerbiti a segno, da indurli a disdire i suggerimenti dati, e a disconfessare i consigli porti al Gabinetto di Torino rispetto alle Legazioni (163).

Stavano dall’oposta parte le inevitabili conseguenze dell’impresa italica, le solenni promesse di Milano, l’impossibilità per Napoleone di sconfessare il diritto pubblico che lo aveva portato al trono, il proposito deliberato del re di Piemonte di non abbandonare le sorti compromesse di un popolo che in lui confidava, la disperala risoluzione degli abitanti della Romagna di rimanere affrancati dal dominio. pontificio, l’indomabile tenacità della Corte romana nel rifiutarsi ad ogni accomodamento. Napoleone si affidò di superare queste oposte difficoltà, e si tenne capace di padroneggiare gli avvenimenti, procedendo per espedienti alterni, per accostamenti a sbalzi, ora utili al papato, ora all’Italia, accarezzevoli ora ai partigiani e alle massime del vecchio diritto monarchico, ora ai partigiani e alle massime del nuovo diritto nazionale. Ma, come avviene a chi barcheggiando procede per le vie mezzane nelle grandi questioni politiche, egli finì per lasciare tutti disgustati dell’opera sua, e danneggiò i proprii interessi dinastici. Nullameno dietro l’attestazione dei fatti bisogna aggiungere che, a preferenza della causa del papato, Napoleone vantaggio quella dell’Italia, scivolando di mano in mano a concessioni ed a tolleranze verso la politica maneggiata dal conte Cavour. Questi giunse intanto a ottenere dall’imperatore, che i volontari guidali dal generale Mezzacapo procedessero sino alla Cattolica, e fossero liberi di respingere qualunque attacco per parte delle trupe pontificie, ma col divieto di farsi assalitori delle schiere acquartierale nella città di Pesaro e d’Ancona (164). In quanto alla questione territoriale, Cavour scriveva al ministro della guerra: — Credo che noi ci siamo messi d’accordo finalmente coll’imperatore sulla questione romana. Egli vuol lasciare al papa le Marche e togliergli le Legazioni. L’accordo mi pare accettevole (165). —

Dietro questi accordi nuove istruzioni furono consegnate a Massimo D’Azeglio, del tenore seguente:

Due sono gli oggetti della di lei missione, concorso alla guerra e ordinamento interno. Ogni altra questione, e specialmente quelle che si riferiscono alla futura sistemazione territoriale della Penisola, sarebbero inoportune. Ciò nondimeno autorizzo V. S. illustrissima a dichiarare all'occorrenza che il Governo del Re farà ogni suo sforzo, e speriamo non invano,perché le Romagne non abbiano a ricadere sotto il mal governo di Roma. Ma prima di procedere in queste istruzioni, è necessario di ben determinare i limiti territoriali entro cui dovrà circoscriversi la di lei azione.

Dopo la sanguinosa occupazione di Perugia, fatta a nome del Papa dai Reggimenti svizzeri al servizio di Sua Santità, e dopo il ristabilimento dell'autorità pontificia in Ancona e nelle Marche, la di lei autorità rimane necessariamente limitata alle Legazioni, escluse tutte le Provincie pontificie transapennine e le Marche. Lo stata quo attuale è preso come base delle ingerenze piemontesi. A chi per avventura le movesse rimprovero, perché le altre Provincie vengono abbandonate al malgoverno del Papa, ella risponderà che, per quanto riflette l’Umbria e le altre parti transapennine, non fu mai dissimulato a chi chiedeva consiglio, e la difficoltà che una sollevazione vi riuscisse vittoriosa, e quella ancora maggiore che vi si potesse sostenere, stante specialmente la presenza dei Francesi a Roma.

In quanto alle altre Provincie ella dirà, che quanto fu indicato ebbe sempre per base la presuntiva e totale liberazione delle Provincie stesse dal dominio pontificio per opera delle popolazioni. Non essendo il Piemonte in guerra col Papa, evidentemente non può mandare soldati a prendere Ancona e a combattere le trupe pontificie. Ma esso crede di dover impedire, che queste medesime trupe si muovano dai loro attuali quartieri, per procedere in Romagna a rinnovare gli orribili massacri di Perugia. Ella quindi impedirà che le forze collocate sotto i suoi ordini vadano ad assalire le trupe pontificie, ma respingerà colle armi ogni tentativo che queste facessero per passare in Romagna. Il Governo del Re ha ragione di credere, che tale condotta è aprovata dall’imperatore Napoleone e che per altra parte le trupe pontificie riceveranno ordine di non muoversi.

Esposte largamente le norme di governo da praticarsi nelle Romagne, e le diligenze da usare per un pronto e gagliardo armamento, Cavour concludeva: Quando le Romagne abbiano un discreto corpo d’esercito al campo e sapiano governarsi tranquillamente e ordinatamente durante la guerra, nessun Congresso europeo potrà forzarle a rimettersi sotto il giogo del Papa (166). Ma mentre Cavour fioriva di lietissime speranze i suoi disegni d’annettere possibilmente italiche provincie al Piemonte, Napoleone con inaspettato consiglio tagliavagli la strada, e sbalzavalo dai consigli della corona Sabauda colla pace di Villafranca.

V

Prima di narrare i casi che accompagnarono e susseguirono questo fatto inopinato, accade tornar indietro col pensiero alle cose napoletane, per condurle al punto toccato dalle altri parti della nostra narrazione.

Lasciammo Ferdinando II di Napoli caparbio nel rifiutare i benevoli uffizi della Prussia, per rapacificarlo colla Francia e l'Inghilterra. Al gabinetto di Londra premeva di togliere dall’arruffata matassa della questione italiana questo dissenso; laonde lord Malmesbury si aprì confidenzialissimamente col conte Berenstoff nei termini seguenti. — È necessario che il re di Napoli si risolva a fornire al governò della Regina i modi di giustificare presso la pubblica opinione il ripristinamento delle relazioni amichevoli. Chiediamo per ciò ben poco; basterà che Ferdinando li conceda la libera partenza per l'America a tutti i prigionieri politici che si risolveranno a prendere questo partito. Purché si mantenga il più profondo segreto, il governo della Regina trasporterà a sue spese nella terra americana buona parte di codesti migranti e largamente li fornirà di danaro per indurli a stabilirsi colà (167). I gabinetti di Berlino e di Pietroburgo fecero gagliardi eccitamenti al re di Napoli per indurlo ad accettare questa proposta. A rendere la trattazione di essa più facilee segreta, lord Malmesbury propose d’intavolare una corrispondenza privala tra lui e il ministro napoletano sopra gli affari esteriori, facendola passare per il canale delle rispettive legazioni di Berlino (168). Da queste offerte e insistenze non si cavò alcun frutto. Ferdinando II rispose, che non voleva lasciar liberi scellerati uomini. Bramavano Francia e Inghilterra rannodare le interrotte relazioni diplomatiche col governo di Napoli? Gli manifestassero questo suo desiderio, ed egli per il primo invierebbe a Parigi e a Londra gli ambasciatori suoi, ottenuta la promessa che le due potenze occidentali tosto seguirebbero il suo esempio (169). Malmesbury e Derby risposero a Berenstoff, che sarebbe stato per essi un suicidio morale l’assentir di rimettere il governo della Regina nei termini di perfetta amicizia con quello di Napoli, senza avere conseguite quelle arrendevolezze che Ferdinando II si era mostrato inchinevole a concedere a lord Palmerston. Essi soggiungevano: — assolutamente abbiamo bisogno di un argomento plausibile per difendere il nostro operato nel Parlamento. Per quanto, rispetto alla questione napoletana, noi disaproviamo i modi tenuti dagli antecedenti ministri, non è lecito d’infrangere ogni solidarietà (170).

Giunto il dicembre del 1838, parve che Ferdinando II volesse piegar l’animo a clemenza, col commutare la pena della galera in esilio perpetuo a novanta prigionieri politici. Ma questi non erano gli intendimenti suoi, e lord Malmesbury si trovò costretto di scrivere all’ambasciatore prussiano in Londra:

Aveva aperto l’animo alla speranza, all’annunzio datomi dell’invio in America dei novanta prigionieri politici napoletani, di trovarmi in grado di riprendere le nostre relazioni officiali col Governo di Napoli; ma sono rimasto per poco in questo sentimento. Disgraziatamente il Governo napoletano ha accompagnato quest’atto di clemenza con un decreto che toglie nell’avvenire la libertà civile a milioni di sudditi. Questa politica è tanto incomprensibile quanto disgustosa per il Governo inglese. Il decreto del 27 dicembre 1858 è una violazione permanente delle leggi civili napolitane; conseguentemente è un atto peggiore della promulgazione dello stato d’assedio temporario. Vedete pertanto, caro Conte, che il Governo della Regina, dopo aver rotte le relazioni diplomatiche col Governo napoletano nel 1858 perché il procedere suo era tirannico e pericoloso alla quiete d’Italia, non può nel 1859 riprenderle, mentre Ferdinando II maggiormente restringe le guarentigie civili e politiche del suo popolo, e affida all’arbitrio delle Corti marziali i reati politici (171).

La Francia era del pari desiderosa di venire a un accomodamento colla corte di Napoli, interessata com’essa era di assicurarsi l’apoggio della Russia nella lotta che stava aparecchiando contro l’Austria. Per parte del gabinetto di Pietroburgo, il desiderio di questo ricomponimento era divenuto così vivo che, a conseguirlo, il principe di Gorschakoff fece sapere a Ferdinando II che, ove egli non si mettesse tosto nei termini di una perfetta amicizia coll’imperatore dei Francesi, questi nell’avvenire non si oporrebbe se i Napoletani per un plebiscito proclamassero a re Luciano Murat (172). Il gabinetto di Berlino usava altri mezzi per conseguire lo stesso fine. Da che, diceva Schlenitz, Ferdinando II si è sempre mostrato strenuo campione del monarcato assoluto, dia un colpo mortale ai maneggi rivoluzionari serpeggianti per l’Italia col mettersi d’accordo colle due potenze occidentali (173).

Benché si trovasse così potentemente tentalo da ogni lato, il re di Napoli non si smosse dal suo pertinace proposito di negare qualunque soddisfazione alla Francia e all’Inghilterra. Era politica piuttosto insensata che improvvida! Intanto egli si accostava al supremo termine del viver suo. Come Ferdinando II si trovò aggravalo dal morbo rapido, che a breve andare lo spense all’età di 49 anni, tosto si manifestarono i segni del suo pessimo sistema di governo, incentrante nell’assoluta volontà di un dispotico sovrano tutto il primario andamento vitale della cosa pubblica. Invisibili e muti rimasero i ministri, i dicasteri deserti, i pubblici affari arenali, e resa ragguardevole l’agitazione popolare (174).

Ricevuto il pane eucaristico, il re era rimasto in letto attornialo dalla consorte e da tre preti, senza più nulla chiedere o sapere delle cose dello Stato. Ma giunte in Napoli le notizie della rivoluzione della Toscana e della guerra intimata dall’Austria al Piemonte, dietro un consiglio di famiglia, fu deliberato, che la regina e il duca di Calabria lo ragguagliassero di tutto (175). Il re, colle membra in disfacimento, soffriva spasimi inauditi, e tuttavia trovò sufficiente gagliardezza d’animo e lucidità di mente, per riprendere l’assoluto imperio di tutto e su tutti. — Sin che mi dura un filo di vita voglio governare a modo mio i miei popoli, disse con severo piglio al duca di Calabria, e mi darete quindi minuta informazione degli avvenimenti in corso. — Alle parole corrispondevano i fatti. A stento sedendo in letto e mandando a intervalli profondi gemiti, scrisse di propria mano le seguenti istruzioni per il suo ministro degli affari esteriori:

Scriva di proprio pugno al commendatore De Martino in Roma per invitarlo a far sentire destramente al Principe di Galles, che avendo il Re dichiarata la neutralità, desiderava che continuassero tra le due Corti le buone relazioni diplomatiche. Ringraziare anche della sorveglianza dei vapori inglesi nell’Adriatico.

Dire a Rokopkine che la Russia essendo stata la mediatrice di questo affare, sapia ciò che ha luogo per apoggiare e guarentire il Regio governo. Fare un discorso presso che simile a Caunitz.

A tutto il Corpo diplomatico a Napoli partecipare, occorrendo, a voce, il proponimento di conservare neutralità perfetta.

Combinare una conversazione da tenere col generale Martini, nel caso che questi volesse richiamarci all’osservanza del trattato del 1815.

Ringraziare Craven ed assicurarlo, che il Governo napoletano è sempre pronto a mandare il suo diplomatico a Londra, purché si abbia naturalmente certezza di vederlo bene accolto. Apena sarà dato analogo avviso, si daranno le disposizioni per l’invio del R. ministro.

Di Concessioni e di atti d’interna amministrazione non si parli, perché non vi sarà mai nulla da sperare su questo punto (176).

Miserabile umano orgoglio! Correranno pochi mesi, e i Borboni di Napoli avranno un bel largheggiare in concessioni di libertà, di nazionalità, per non perdersi nell’abisso scavatosi colle proprie mani; essi non incontreranno che rifiuti, abbandoni e vituperio. La divina giustizia, suonata l’ora prescritta, non manca mai di manifestarsi nella storia sia di re, sia di popoli.

L’ambasciatore di Prussia in Parigi ebbe l’incarico di ragguagliare il gabinetto imperiale della perfetta neutralità armata della corte di Napoli (177). Walewski si mostrò soddisfatto; se non che scrisse all’ambasciatore francese in Roma, affinché facesse pervenire al governo napoletano il suggerimento di dare testimonianza patente di vera neutralità, col porre le sue relazioni diplomatiche colla corte di Francia in condizioni identiche a quelle mantenute colla corte di Vienna. Ferdinando II ordinò si rispondesse che, essendo egli amico di tutti, invierebbe un suo ambasciatore in Parigi, purché nulla gli venisse domandalo relativamente all’amministrazione interiore del suo regno (178).

L’Austria versava in condizioni assai strane. Imprendeva una grossa guerra per. non disdire i suoi trattati particolari cogli Stati italiani, e frattanto essa si schermiva di assumerne la parte onerosa per salvare i periclitanti troni dei Principi alleati suoi. Questi sfuggivano alla loro volta, per poco che si trovassero o si credessero al sicuro, di eseguire gli impegni che erano di giovamento alla corte di Vienna. A questo partito si attenne il re di Napoli. Il gabinetto austriaco indarno gli rammentò gli aiuti armali del 4820, per avvalorare la domanda di una cooperazione armata a combattere nel 1859 la rivoluzione rapresentata dal Piemonte, in virtù dei patti segreti del 1815. Ferdinando il ordinò si rispondesse, che il trattato del 1815 era caduto in disuetudine, che, l’intervento austriaco nel reame di Napoli era stato decretato nel 1820 dall’Europa unita in congresso a Lubiana; che partecipando la corte napoletana alla guerra contro la Francia, si fornirebbe un valido argomento a Napoleone III per condurre a termine i suoi occulti disegni nel reame; che in fine bisognava conservare l’esercito napoletano per fiaccare ad ogni occorrenza la rivoluzione nell’Italia meridionale (179). L’imperatore Francesco Giusepe fece arcigno viso a questi pretesti per tirarsi indietro; ma finì per dichiarare che, considerando pur sempre in pieno vigore il trattato dell’anno 1815, da che era una delle principali cagioni per cui l’Austria avea intrapresa la guerra, tuttavia accettava la neutralità della corte di Napoli per le eccezionali condizioni del reame (180). Quando giunse in Napoli questa risposta, Ferdinando li era sceso nel sepolcro.

Se il vero criterio, per misurare i gradi di sapienza e di grandezza delle opere di un re, sta nel saggiare la solidità dell’edi6zio innalzalo dalle sue cure, indubitatamente a Ferdinando II di Napoli non ispetta il titolo di re sapiente e glorioso. Egli fu un despota volgare, imprevidente, spietato, e nulla più. Non per malvagità di consiglieri, non per tristezza di tempi, poggiò lo Stato unicamente sulla forza immane e sulla corruzione, ma sì per volontà propria del sovrano. Il vanto arrogatosi d’incrollabile fermezza nelle massime del diritto divino è bugiardo al tribunale della storia imparziale; giacché egli pure mercanteggiò suffragi e plausi di re liberale e inclinò il capo alla bandiera, alla fortuna d’Italia.

Quando egli morì, tutti i congegni del trentenne suo governo, ruota per ruota, erano corrosi; al cattivo era subentralo il pessimo, e la cosa pubblica volgeva a irreparabile ruina.

Con altri esempi paterni, con altra educazione, con una eredità di governo meno disastrosa, il primogenito suo Francesco II sarebbe stato re buono di popolo contento. Ma per colpa non sua a lui mancavano le forze, per palleggiare degnamente lo scettro napoletano in tanta solennità di cose e di tempi. Egli era cresciuto negli anni nella solitudine della reggia, straniero ai suoi futuri sudditi, inesperto delle cose di governo, ignaro degli andamenti della politica europea, persuaso che le nuove idee di libertà e d’indipendenza erano sboccate dalle bolgie infernali, attrapito negli affetti del cuore, nei pensieri della mente dai sermoni di un confessore pinzochere, dalle burbanze di una matrigna che non lo amava, dagli imperiosi comandi di un padre, che diffidava peranco dei suoi figli, e pretendeva obbedienza cieca da tutti.

Siamo ad un’altra pagina, sinora non abbastanza lumeggiata, della politica del conte Cavour. Quando l’ambasciatore napoletano in Torino aveagli annunziato che Ferdinando II voleva serbare la propria neutralità, il ministro piemontese, indicato il comune interesse delle due maggiori monarchie italiane di svincolare la nazione da ogni influsso straniero, aveva conchiuso con dire: avrei bramato qualche cosa di più (181). Questo desiderio era schietto. Il vasto orizzonte dell’unità politica della nazione, in un prossimo avvenire, non era per anche distintamente aparito agli occhi della mente di Cavour. Nello assestamento dell’indipendenza italiana, come egli allora credeva, il regno delle Due Sicilie non sarebbe scomparso, e quindi valeva molto meglio averlo unito in lega contro l’Austria, che vederlo neutrale, aperto alle ambizioni francesi. Le istruzioni date quindi all’incaricato d’affari della Sardegna in Napoli, nell’aprile del 1859, erano in questi sensi: — Il governo del re non intende di prendere il minimo ingerimento nel sistema di politica interna che si suol praticare nel regno delle Due Sicilie, benché non nasconda che le sue simpatie sono naturalmente per le istituzioni costituzionali. Noi desideriamo vivamente, che più intime e più amichevoli si facciano le relazioni fra le due corti, e crediamo che ciò ridonderebbe a benefizio di ambidue gli Stati. Ciò si otterrebbe senza difficoltà alcuno, quando a Torino e a Napoli si considerasse nello stesso modo la questione italiana. Questo è il vincolo, che meglio e più efficacemente di ogni altro, può nelle contingenze attuali unire i governi e i popoli della penisola, perché rapresenta la comunanza degli affetti e degli interessi comuni (182). —Divenuta pressoché certa la prossima morte di Ferdinando 11, gli sforzi del gabinetto di Torino, per tirare la corte di Napoli all’alleanza piemontese, raddopiarono. Il conte Gropello ricevette l’ordine di tenersi nel miglior accordo col conte di Siracusa, speranzoso d’indurre il nuovo re a ristaurare il governo costituzionale. Inoltre egli doveva con aperte pratiche adoperarsi a voltare l’opinione pubblica in favore della lega ed unione delle corti di Napoli e di Torino (183). È notevole il brano seguente in risposta a queste istruzioni:

Gli adoperamenti del partito dinastico che fa capo al Principe di Siracusa, avvalorati dalle dichiarazioni precise e schiette da me fatte per ordine di Vostra Eccellenza e dagli avvertimenti che uomini valenti qui mandati da Torino porsero nel senso della politica piemontese, incontrano nel partito anti-dinastico possentiavversari, i quali usufruttando la condotta dell’attuale Governo contraria all'idea italiana, il silenzio ed inazione del Duca di Calabria, ed il nessun risultamento delle pratiche del Conte di Siracusa, ripetono il già detto le mille volte: nulla esservi da sperare da questa Dinastia; avere l’imperatore dei Francesi dei progetti su questo paese; non doversi qui osteggiare i medesimi con imprudenti manifestazioni. Io continuo, per quanto le mie deboli forze me lo concedono, il lavoro intrapreso a seconda degli ordini di Vostra Eccellenza, e ben incarnatimi gli intendimenti di Sua Maestà e del suo Governo, li dichiaro apertamente con quanti parlano con me; faccio apello ai sentimenti di generosità, di abnegazione di ciascheduno, dicendo a tutti, che per ottenere il grande scopo dell’indipendenza nazionale è necessario che tutti facciano dei sacrifizi, e che infine quando un Sovrano, quale è Vittorio Emanuele, e quando uomini di Stato Come quelli che siedono nei Consigli della Corona sarda additano una linea di condotta, più che indifferenza è ingratitudine il respingerla e osteggiare chi la difende (184).

Gli fu risposto, che perdurasse con grande zelo nelle pratiche indicategli dalle istruzioni ricevute, badando di non tralasciare occasione alcuna per infondere la persuasione, che il Governo del re con perfetta sincerità d’intendimenti era pronto a mettersi d’accordo con tutti coloro che professassero una politica italiana e ravvisassero nella questione dell’indipendenza la sola vera e grande questione nazionale, quella che abbracciava tutte le altre e le comprendeva (185).

In ezzo a queste inclinazioni del gabinetto di Torino, il conte di Siracusa aprì l’animo alla speranza di riuscire a guadagnare Francesco II alla causa italiana. A spalleggiarlo nel tentativo, Vittorio Emanuele II deputò a suo inviato in missione straordinaria presso la Corte di Napoli il conte Roggero Gabaleone di Salmour. Egli era un fior di gentiluomo, di squisita rettitudine d’animo, espertissimo delle cose diplomatiche, e perfettamente addentro nei segreti della politica piemontese.

Affinché più sano giudizio si rechi sul contegno della Corte di Torino verso Francesco II di Napoli, fa d’uopo dare qui un largo sunto delle confidenziali istruzioni di Cavour al nuovo legato di Sardegna presso quel giovane re. Il conte Salmour doveva indirizzare tutte le sue migliori cure a condurre Francesco II a collegarsi con Vittorio Emanuele nell’impresa di scacciare l’Austria dall’Italia. — Questo concetto, scriveva il ministro sardo, ha costantemente informata la politica del. re, dalle sventure di Novara in poi, e il suo Governo non ha tralasciato mai d’ammonire gli altri Governi italiani che, ove trascurassero di soddisfare i legittimi desideri dei proprii sudditi, si sarebbero trovali impegnati in una lotta, dalla quale non uscirebbero vincitori. Se l'entrare in questa via antecedentemente era una savia previdenza per i Governi italiani, scopiata la guerra, s’era tramutata in una necessità inflessibile. La neutralità, che in certe politiche contingenze poteva esser giudicata pietoso consiglio e prudente accorgimento, nella guerra per l’indipendenza prendeva l’aspetto per un Governo italiano di diserzione o di segreta connivenza col nemico. Che ove la lotta si portasse oltre i confini d’Italia, tornava impossibile alla Corte di Napoli di serbarsi neutrale, e poco merito s’acquisterebbe uno Stato che, sotto l’imperio della necessità, si volgesse da una parte o dall’altra degli eserciti contendenti. Gli annali nazionali registravano già lamentevoli esempi di tali neutralità, che non salvano mai gli Stati, e sempre li sospingono a ruina certa e vergognosa. Disgraziatamente, più che altrove, nel reame di Napoli fervevano ardenti passioni civili, profondi rancori di parte, ire popolari lungamente compresse, che aspettavano propizia occasione d’irrompere terribili. E l’occasione agognata non polea tardare. Era un partito colmo di pericoli, quello di contare sulla forza e sulla repressione, per fiaccare gli irrompenti sdegni delle commosse moltitudini. Bisognava inoltre porre mente che fra i desideri di mutazioni civili serpeggianti nel reame uno circolava più degli altri terribile. Mentre in Italia campeggiava un esercito francese comandato da Napoleone III, poteva riuscir facile un mutamento di dinastia in un paese, ove Gioachino Murai aveva regnato ed era morto lagrimato. Voleva il nuovo re di Napoli scongiurare la rivoluzione? Chiamasse francamente in sostegno del trono l'amore del popolo suo, si,dichiarasse pronto a guerreggiare l’Austria, mandasse sul Po parte del suo esercito, si mostrasse principe italiano.

Il legato sardo veniva minutamente istrutto intorno ai vantaggi che. risulterebbero per la conservazione della dinastia napoletana dal collegarsi col Piemonte. Egli doveva tentare il cuore del giovane re cogli stimoli della gloria, capacitargli la mente della mutata condizione dei tempi, sgombrarlo da ogni sospettosa prevenzione sulle pretese ambizioni di Casa Savoia. — Queste ambizioni, notava Cavour, esistono; ma sono rivolte a fini che in nulla possono danneggiare gli interessi dei Reali di Napoli. La Casa di Savoia da più secoli ha assunto il nobile incarico di difendere la libertà d'Italia contro il predominio e le usurpazioni degli stranieri. La lotta ora aperta, ora segreta, si stava decidendo sui campi di guerra. Vittorioso il Piemonte, sorgerebbe nell'Italia settentrionale un forte regno, della potenza del quale i Borboni di Napoli non avevano alcun legittimo argomento d’ingelosire. Volesse il Governo napoletano ripensare al contegno tenuto dai plenipotenziari sardi nel Congresso diParigi nel 1856, e come il Gabinetto di Torino si fosse trattenuto, nel suo memoriale del 1859, di discorrere delle condizioni interiori del reame di Napoli. V’erano fondati argomenti per credere, che nell’intrapresa guerra Napoleone III non nutriva ambizioni dinastiche; ma se queste fossero per ispuntare, a tagliarle in sul nascere tornava utile l’alleanza delle due maggiori monarchie italiche. Che ove siffatte guarentigie non fossero giudicate sufficienti, il Governo sardo era inchinevolissimo a fornirne una massima, quella della reciproca guarentigia dell'integrità territoriale dei due regni uniti in lega offensiva e difensiva. Bisognava che il nuovo re inaugurasse il suo Governo con larghe e liberali riforme. Ove esse fosser. o precedute dall’alleanza col Piemonte, e poste sotto il presidio dell’italianità politica del nuovo Governo, darebbero tosto i migliori frutti. Il legato del re in così delicata materia facesse osservare, che il Governo piemontese aveva progredito e prosperato nella libertà. Gli ordini costituzionali, lealmente e largamente aplicati, avevano aumentalo il rispetto di tutti alla monarchia. Collocata al di sopra delle passeggiero lotte, libera da interessi partigiani, immune dai piccoli errori, compagni di piccole passioni, la podestà reale nel Piemonte aveva veglialo e vegliava per provvedere largamente ai grandi bisogni dello Stato, per accrescere il nazionale patrimonio d’onore, per custodire il sacro tesoro delle pubbliche libertà. Ma non per ciò il Gabinetto di Torino era del tutto persuaso che questo largo sistema di libertà, così utile e caro al Piemonte, si potesse addirittura aplicare al regno delle Due Sicilie. Per avventura, così praticando, si ripeterebbero gli infausti casi dell’anno 1848. Lo spingere innanzi contemporaneamente le imprese di libertà e d’indipendenza era un compito scabrosissimo, e si correvail rischio di vederle minare ambedue; giacché ciò che tornava utile all’una riusciva svantaggioso all’altra. Pertanto il Governo del re opinava, che Francesco II dovesse restringersi a dichiarare, che lo Statuto del 29 genn. 18U8 era mantenuto in diritto, ma verrebbe attuato a guerra finita. Neanco tornava necessario che il re costituisse tosto un ministero, tratto dalla schiera dei liberali provati. Essi, da buoni cittadini, dovevano pazientare ad assumere il maneggio della cosa pubblica intanto che si assodasse quella universale conciliazione degli animi, indispensabile a raffermare le pubbliche libertà. Intanto i consiglieri della corona si potevan scegliere fra gli uomini devoti alla. monarchia, e che l’avevano servila onoratamente, serbandosi immuni dagli eccessi della reazione. Ove l’amnistia per le colpe politiche non fosse stata concessa, il legato del re doveva insistere, onde fosse promulgata, a scancellare sin dove era possibile le tetre memorie del passato. La questione siciliana da lungo tempo era la piaga insanabile del Governo napoletano. Il nuovo re non poteva di un sol colpo risolvere difficoltà inerenti alle condizioni storiche della Sicilia. Ma egli poteva impedire che il male si aggravasse, e usare tutti i migliori espedienti per mettere in buona concordia i Siciliani coi Napoletani. La Corte di Torino era pronta a mettere in opera tutti i mezzi morali che possedeva per raccomandare la concordia, la moderazione, l'unione di tutte le provincie del reame. Tanto più volentieri essa eserciterebbe questo uffizio, in quanto che giudicava la disgiunzione politica della Sicilia dal reame di Napoli come una sventura nazionale irreparabile. 11 legato sardo in ultimo era posto in avvertenza, che nel dare corso alle sue istruzioni si troverebbe a fronte di un partito, poderoso per influssi di corte, per legami di sangue e autorità di consigli.

A vincere questa oposizione gli verrebbe di grande aiuto l’opera benevola del conte di Siracusa, sposo di una degna principessa di Savoia (186). —Queste istruzioni non hanno bisogno di commenti. La franchezza che spira da tutto il loro contesto deve cattivare la fede dei più ritrosi. Il Governo di Vittorio Emanuele II nulla pretermise per indurre i Borboni di Napoli a disdire la neutralità ruinosa, ed a raffermarsi sul trono brandendo le armi per l’indipendenza italiana.

Ma anche da questo lato, tra Napoleone e Cavour mancava la concordia degli intendimenti. Stando in Alessandria, l'imperatore aveva chiamato a consiglio il principe Napoleone e il duca di Grammont, per fermare i cardini della politica da praticarsi verso le Corti di Roma e di Napoli, durante la guerra. Il principe cugino si adoperò a tutta possa per condurre Napoleone nella persuasione, che conveniva o di buon grado o forzatamente tirare Napoli nell’alleanza della Francia e del Piemonte. Ma l'imperatore non si lasciò smuovere dall’opinione sua. Egli giudicava inutile al buon esito della guerra l’aiuto delle armi napoletane, e col forzar la mano al re di Napoli temeva d’inimicarsi la Russia e l’Inghilterra, e di suscitare la rivoluzione, nella parte meridionale della penisola. Pertanto ordinò al suo ministro sopra gli affari esteriori di dare per istruzione a Brenier, che si doveva portare in Napoli legato di Francia, di consigliare riforme al nuovo re, e di comportarsi in modo da non svegliare sospetti, che il Governo francese s’adoperasse a strascinare Francesco II a guerreggiare l'Austria (187).

Non potendo fare assegnamento sul valido apoggio della Francia, anzi dovendo verso di essa procedere simulata mente nel negozio dell’alleanza con Napoli, il primario ministro di Piemonte si rivolse a cercar sostegni presso le Corti di Pietroburgo e di Madrid (188). Ma all’udire favellare di governo costituzionale nel reame napoletano, il principe Gortchakoff con sinistro sorriso rispose al legato di Sardegna, che così praticando il conte Cavour mirava a soddisfare l'Inghilterra; ma era bene che gli fosse noto, che la Russia teneva gli ordini costituzionali fuor di posto nel Governo del reame delle Due Sicilie (189). Le pratiche falle presso la Corte di Madrid ebbero aparenze liete, ma sostanzialmente a nulla aprodarono. La Spagna prometteva il suo apoggio, purché non mancasse quello dell’Inghilterra (190). Ma il Gabinetto di Londra era alieno dal fomentare questa alleanza. Esso consigliava al nuovo re di Napoli perfetta neutralità e pronte riforme di Governo (191).

Sino dal primo regnare, Francesco II ebbe attorno consiglieri dissennati. Ferdinando Troja, che egli avea chiamato alla presidenza del Consiglio dei ministri, lo andava persuadendo di non prendersi alcun pensiero della guerra; giacché essa avrebbe esito non meno infelice di quella del 1848, per l’aiuto armalo che Russia, Prussia e Inghilterra certamente stavano per prestare all'Austria (192). Questo era il capitale argomento che i ministri del giovane re mettevano in campo per mantenerlo avverso all’alleanza col Piemonte. Che il consiglio fosse stollo, lo conobbe più tardi Francesco II, e lealmente lo dichiarò all’ambasciatore sardo in Napoli (193); ma il tempo utile per impadronirsi del presente e dell’avvenire con sicurezza e gloria, apigliandosi francamente al partito dell’alleanza piemontese e della guerra all'Austria, era allora inevitabilmente trascorso.


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CAPITOLO TERZO

SOMMARIO

Dichiarazione del gabinetto di Londra al principio della guerra del 1859 — Mutamento del ministero inglese — Colloquio del marchese d’Azeglio con lord Palmerston — Contegno del gabinetto Whig durante la guerra — Pratiche diplomatiche della Russia — Politica della Prussia — La Baviera — Condizioni difficili del gabinetto di Berlino — Suoi disegni e suo modo di giudicare la questione italiana durante la guerra — Proposte di mediazione — Difficoltà di stabilirne le basi — Incertezze della Prussia — Sue segrete pratiche colla corte di ViennaSforzi della Prussia per una mediazione armata, concordata colla Russia e l’Inghilterra — Tentativi per un accordo — Avvertenze — Missione del generale Fleury presso l'imperatore d’Austria — L’armistizio — Colloquio di Villafranca tra gl’imperatori d’Austria e di Francia — 1 preliminari di Villafranca, come furono proposti da Napoleone — Colloquio del principe Girolamo Buona-parte coll’imperatore d’Austria in Verona — Risultato — Napoleone accetta le proposte austriache — Avvertenze relative a Napoleone III — Sue segrete pratiche pacifiche, anteriori ai preliminari di Villafranca — Come la pace di Villafranca fu accolta dai maggiori potentati — Condizioni nuovissime dell’Italia — AvvertenzeNapoleone e Cavour dal principio alla fine della guerra — Cavour al campo, segnato l’armistizio: suoi colloquii — Sue ardimentose pratiche, tornato in TorinoContegno di Carlo Luigi Farini in Modena — Dignitoso e risoluto contegno di Vittorio Emmanuele, dei diplomatici e degli uomini di Stato piemontesi — Nuovo ministero in Piemonte — Suo programma — Giudizi di Cavour sulla pace di Villafranca.

I

Scopiata la guerra, il Gabinetto di Londra dichiarò alla Francia che, volendo rimanere con essa nei termini dell’usata amicizia, non si dipartirebbe dalla stretta neutralità. L’Inghilterra poi, come l’occasione si presentasse, spontanea con tutti i nervi si sarebbe adoperata ad offrire i buoni uffizi di potenza mediatrice, per dare all’Italia stabile quiete e sicura indipendenza, mercé un equilibramento di forze tra gli Stati che politicamente la costituivano (194). Apertasi la via a fare intervenire efficacemente la politica inglese nella pacificazione dell’Italia, i ministri britannici volsero le loro cure a impedire che la guerra uscisse dai limiti della penisola, e a far sì che nella lotta rimanessero soltanto a fronte le schiere francesi e piemontesi contro le austriache (195).

Ma a breve andare di tempo i Whigs presero il posto dei Tories nel maneggio della cosa pubblica, li Piemonte ebbe questo cambiamento ministeriale per un fortunato avvenimento per la causa italiana. Laonde il suo ambasciatore in Londra venne incaricato di tasteggiare l’animo dei nuovi governanti inglesi, per conoscere i loro intendimenti. 11 primo colloquio che il marchese Emanuele D’Azeglio tenne con lord Palmerston merita d’esser menzionato. L'ambasciatore sardo diede principio al suo favellare con dire: — Milord, piuttosto come amico vostro, anzi che come legato del re di Piemonte, io vengo a esporvi i concetti fondamentali della nostra politica, per avere da voi utili consigli. Innanzi tutto vi dirò francamente, che noi intendiamo scacciare l’Austria affatto dall'Italia, ed instituire nella parte settentrionale di essa un forte regno, capace di tutelare l’indipendenza nazionale. — Qui Palmerston lo interrupe con questa interrogazione: — Ma quali saranno i limiti di questo regno? É impossibile determinarli sintanto che la guerra continua, rispose il ministro sardo; ma giusta la mia opinione personale, mi sembra che il partito di costituire tre regni, settentrionale, centrale e meridionale, sia il partito più attuabile. — lo non iscorgo alcun pericolo per gli interessi della corona britannica, osservò Palmerston, dal sorgere di un settentrionale regno italico, padrone di Genova e di Venezia. Ma temo che per il possesso diquest’ultima città il Piemonte avrà ostile la Francia, che non vorrà costituire ai suoi fianchi una seconda Prussia. In quanto alla Toscana, mi sembra che, trovata una dinastia accettevole all’Europa, si potrà sceglierla a nucleo di un regno dell’Italia centrale. Rispetto allo Stato pontificio, non è a meravigliare, se gli statisti inglesi si mostrano inclinali a trinciare sul vivo, trattandosi di un paese pessimamente governato. Noi saremo soddisfatti di vedere atterrato il potere temporale dei papi, e andremo lieti di trovarci in ciò d’accordo coll’imperatore dei Francesi. — Palmerston entrò in apresso a dimostrare come all'Inghilterra conveniva di tenersi ferma nella neutralità. — Ma se il vostro paese, gli osservò Azeglio, rimane in questa grande lotta di nazionalità colle braccia incrocicchiate, giunta l’ora degli accordi pacifici, non potrà esercitare potenti influssi. — Lo so, rispose il ministro inglese, ma dobbiamo accettare con rispetto l’opinione manifestata dalla nazione. — Anche se la guerra diventa europea? — Ciò che allora farà l’Inghilterra, riprese Palmerston, non so indovinarlo; ma vi sono determinati casi, verbigrazia ove i Francesi invadessero il Belgio, nei quali essa sarà costretta a impugnare le armi. — Dal riassunto colloquio il ministro di Sardegna ricavò questa conclusione, da lui scritta al conte Cavour. — Il linguaggio del Governo Inglese può riassumersi così: gli interessi italiani ci stanno a cuore, e noi li avremo nel maggior conto, purché gli Italiani ci forniscano i mezzi, con procedimenti savi e temperati, di secondare le loro voglie (196). —Sin che la guerra durò, queste benevole inclinazioni dei liberali ministri inglesi, anzi che intiepidire s’accalorarono, per farsi poi bollenti quando la questione italiana si trovò inopinatamente ricondotta sul terreno diplomatico. Laonde lord Russel, che aveva assunto l’uffizio di ministro degli affari esteriori, lasciò intendere al re di Napoli che, se egli voleva togliersi dalla neutralità e partecipare alla guerra contro l’Austria, nessun’altra potenza europea potevagli muovere a buon diritto la minima oposizione (197). Palmerston, per parte sua, si mostrava increscioso, che il Piemonte non procedesse abbastanza spigliato nell’abbattere la podestà temporale della Santa Sede (198), e all’aperto dichiarava, che all’Inghilterra non sarebbe riuscito grave di vedere sorgere un regno italico per l’annessione della Lombardia, della Venezia, dei ducati di Modena e di Parma, delle Legazioni e della Toscana agli Stati di Casa Savoia (199).

Per la buona concordia sua colla Francia, la Russia al principio della guerra aprì pratiche confidenziali col Gabinetto di Berlino, per farlo apigliare al partito della neutralità, offerendosi di guarentire l’integrità territoriale della Germania, ove esso si tenesse estraneo alla lotta. Trovata la Prussia restia a questa esibizione, il principe reggente fu maggiormente tentato col, fargli balenare la speranza di qualche ingrandimento territoriale, ove la Prussia s’impegnasse a tenere imbrigliali nella neutralità gli altri Stati tedeschi (200). Queste pratiche venivano accalorate dal conte Bismark, ambasciatore prussiano in Pietroburgo. Laonde il legato sardo colà scriveva di lui: — I rapresentanti dei minori Stati tedeschi sono furiosicontro Bismark. Lo accusano di essere più francese e italiano che tedesco (201). —Ma al Gabinetto di Berlino sembrava miglior partito non affrettarsi a conchiudere con nessuno; quindi rispose che la Prussia, finché il potesse, intendeva di fermarsi nel partito di una assoluta indipendenza d’azione. Questo contegno della Corte di Berlino, e gli aprestamenti guerreschi dei minori Stati tedeschi insospettirono il Governo russo. Pertanto Gortschakoff, all’infuori d’ogni diplomatico blandimento, lasciò intendere che, ove la Confederazione germanica col dichiarare la guerra alla Francia si ponesse in aperta contraddizione coi trattati in virtù dei quali esisteva, la Russia si crederebbe autorizzata a voltarle contro le sue armi (202).

La Francia avvalorò questa dichiarazione della Russia, facendosi a dimostrare per uffizi diplomatici, che la Germania opererebbe in contraddizione alla legge europea, se si togliesse dalla neutralità (203). Anche il Piemonte si pose all’opera per mantenere l’Austria nell’isolamento; ma fu consigliato dalla Francia e dalla Russia a desistere dall’indirizzare rimostranze diplomatiche alla Dieta della Confederazione germanica onde sfuggire il pericolo d’averne un risultato oposto al cercato (204). Non pertanto Cavour tralasciò di adoperarsi per trovare a Berlino un gagliardo punto di leva, ad abbattere l’austriaca potenza in Italia. La Prussia e il Piemonte, egli scriveva, hanno interessi politici comuni. Difende la prima la nazionalità germanica, la econda la nazionalità italiana. L’Austria è nemica implacabile dell’una e dell’altra. Se. pertanto questa potenza, aiutata dalle armi federali, riuscisse vittoriosa, riprenderebbe la burbanzosa sua primazia in Germania. Se al contrario rimaneva vinta, la Prussia aveva la strada aperta ad incamminarsi al soddisfacimento delle sue legittime ambizioni tedesche (205).

La Prussia non avversava che nell’Italia settentrionale sorgesse un forte regno; ma la questione italiana, dicea più volte. il ministro Schleinitz a De Launay, è per noi complessa; giammai la Prussia non vorrà sottostare al primato europeo della Francia, e permettere che un Bonaparte abbia un trono in Italia (206). Questi timori e queste animadversioni primeggiavano pure nei consigli della Corte di Monaco. — La questione italiana, dicea il. barone di Schrenck al legato sardo, lo sapiamo, non riguarda direttamente la Germania. Se tuttavia essa è inquieta sull’andamento della presente guerra gli è per esser sospetto sugli occulti intendimenti della Francia. La Germania si sente minacciata. Napoleone III cerca innanzi tutto di debilitare l’Austria in Italia, onde portare in seguito la guerra sul Reno (207).

Nella Baviera le simpatie verso l’Austria si riscaldarono al punto, da mettere il Governo sullo sdrucciolo d’uscire dalla neutralità. Per non tirarsi addosso lo sdegno della pubblica opinione, il Gabinetto di Monaco accennò di volersi togliere dall’inerzia, e lasciò libero il passaggio per la Baviera alle schiere austriache, accorrenti a rafforzare l’esercito d’Italia. Francia e Piemonte protestarono contro questo fatto manifestamente contrario ai doveri di una potenza neutrale; ebbero in risposta, che la data concessione era stata un espediente per calmare l’effervescenza popolare (208).

II

Divenuto minaccioso il bollore dei popoli tedeschi contro la Francia, la Prussia si trovò in condizioni scabrosissime. Non poteva in guisa alcuna promuovere gl’interessi suoi germanici, col capitanare gli Stati tedeschi nel prestare aiuto armato all’Austria; giacché in ultimo costrutto avrebbe ricavato per sé danno gravissimo dalla rialzata fortuna della rivale. Il prestigio della politica della Prussia sarebbe andato irreparabilmente perduto, ove la volontà degli Stati minori fosse pervenuta a signoreggiare la Dieta al punto da strascinare la Confederazione alla guerra. Ma nello stesso tempo v’erano gravi pericoli nel frenare e nel contrastare il moto germanico,, manifestamente rivolto a vantaggio dell’Austria io guerra contro la Francia, In tali frangenti il Gabinetto di Berlino s’apigliò al partito, di far grossi aprestamenti di guerra, e di sollecitare contemporaneamente la cooperazione della Russia e dell'Inghilterra per una comune mediazione. A questo ultimo fine,, il ministro degli affari esteri ragionava cosi: — L’atteggiamento armato, assunto dalla Prassi a, non può io alcun modo pregiudicare la questione italiana, e gli interessi che in essa sono in giuoco. Ma essa nonpuò pretermettere di esercitare il proprio diritto di tutelare gli interessi della Germania col partecipare a negoziali, dai quali uscirà un nuovo assetto territoriale d’un paese che ha tanti legami colla famiglia degli Stati europei. L’unico desiderio della Corte di Berlino è quello di ricondurre la questione italiana sul terreno degli accordi pacifici. Essa pertanto confidentemente invita le Corti di Pietroburgo e di Londra a mettersi seco d’accordo per restituire all’Europa la pace desiderata. Per quanto il Governo prussiano abbia manifestata la sua piena disaprovazione sulla condotta aggressiva dell’Austria, nullameno giudica che l’Europa, ed a più forte ragione la Germania, non possano vedere con indifferenza il suo indebolimento territoriale, per essere uno dei cardini fondamentali dell’equilibrio generale. Nulladimeno la Prussia non disconosceva gli ostacoli che si oponevano a ristaurare nella sua integrità lo stato delle cose italiane, com’era prima della guerra. Lo assestamento dell’Italia; conforme giudicava la Prussia, per esser durevole, doveva esser basato sopra larghe riforme governative, e un sistema di vicendevole protezione degli Stati della penisola. Se le Corti di Pietroburgo e di Londra erano animate dagli stessi sentimenti pacifici della Corte di Berlino, potrebbero intendersi per formulare le proposte di pace da indirizzare alle potenze belligeranti (209). —

Ma era malagevole venire a un accordo intorno alle basi di una comune mediazione. Il Gabinetto di Londra rispose che, l'Austria doveva abbandonare il possesso di tutte le sue provincie italiane, e che, in quanto alla Lombardia e ai Ducati, converrebbe aggregarli al Piemonte, per costituire un regno capace di mantenere l’Italia indipendente dall’Austria e dalla Francia (210). I reggitori prussiani non erano giunti a formarsi un sistema di politica preciso e fermo. Confidavano d’avere il maggiore benefizio dal tempo, e cercavano momentanei ripieghi in deliberazioni oposte che scontentavano la Francia, non giovavano all’Austria, ferivano il concitato sentimento nazionale dei Tedeschi, e impedivano di camminare concordemente colla Russia e l’Inghilterra. Il ministro Schleinitz largheggiava in dichiarazioni pacifiche verso la Francia, e il principe reggente si mostrava abborrente dalla neutralità, e ambiva di portar guerra a Napoleone III (211). Bismark a Pietroburgo e Berenstorff a Londra caldamente insistevano per la mediazione, facendo buon viso alle proposte inglesi apoggiate dalla Russia; il principe reggente inviava il generale Wilsen a Vienna, aportatore della formale promessa di guarentire all’Austria i suoi possessi italiani, purché si volesse adattare a lasciare alla Prussia il primato germanico. Fallito questo tentativo, il Gabinetto di Berlino inviò al barone Werther, suo inviato alla Corte austriaca, il dispaccio seguente:È intenzione nostra d’impedire che la guerra scopiata in Italia, conduca a riversare l’attuale assetto politico dell’Europa. Noi rimarremo saldi nel chiedere, che la pace sia ristabilita sulla base della conservazione dei possedimenti territoriali dell’Austria in Italia, come furono fissati dai trattati del 1815. Dobbiamo poi avvertire il Gabinetto di Vienna che ove l’Austria col suo contegno intralciasse la mediazione armata, che la Prussia ha progettata, opure impedisse il ristabilimento della pace, noi serberemmo tutta la nostra libertà d’azione.

Ove, nei limiti indicati, non si giungesse a ottener la pace per l’Austria, ove essa fosse nel prossimo pericolo d’essere spogliata de' suoi possessi italiani, opure il sistema politico d’Europa si trovasse scosso, la Prussia, apoggiata la mediazione armata, si comporterà conforme ai suoi doveri di Potenza europea e di Stato tedesco.

È interesse nostro non attendere di tropo a farci innanzi come mediatori, ma intendiamo di rimanere sciolti da ogni impegno, sia per assumere questo uffizio, sia per apigliarci ad un ulteriore partito.

Il Governo di Berlino, onde praticare questi concetti, chiedeva che l’Austria e i minori Stati della Germania prendessero l’impegno di non contrarre alleanze speciali, e di lasciare alla Prussia la suprema direzione delle cose tutte della Confederazione (212).

Apena ch’ebbe ricevuto questo dispaccio, il conte di Rechberg si portò a Verona dall’imperatore Francesco Giusepe, per vedere se vi era modo di conciliare le comuni utilità delle due Corti di Vienna e di Berlino. Il ministro austriaco degli affari esteriori tentò indarno di farsi accompagnare dal barone di Werther (213). Francesco Giusepe credeva che il vincere stesse ancora in sua mano; però disponeva le offese per ricuperare la Lombardia. Fu pertanto risposto all’ufficiale comunicazione del Gabinetto dì Berlino che, giacché la Prussia non assumeva alcun obbligo per il presente, e soltanto accennava ad eventi futuri, per incaricarsi di una mediazione armala, l’Austria intendeva di rimanere affatto libera nell’esercizio dei suoi diritti, come potenza europea, e come monarchia partecipante alla Confederazione germanica (214).

Ma ben tosto le speranze si volsero in tutti di guerra.

Vinto a Solferino, l’imperatore Francesco Giusepe sentì imperioso il bisogno dell’aiuto armato della Prussia. A patteggiarlo fu inviato a Berlino il principe di Windisgratz. Egli, esposta l’impotenza in cui si trovava l’Austria di difendere le frontiere della Con federazione germanica dal lato dell’Italia, se la Prussia non prendeva sul Reno una posizione minacciosa alla Francia, chiedeva che, rotto ogni indugio, si stipulasse alleanza offensiva e difensiva tra le Corti di Vienna e di Berlino. Il principe reggente convocò tosto a consiglio i ministri. Il solo ministro della guerra diede il voto favorevole alla domanda dell’Austria. Gli altri ministri concordemente deliberarono, che si dovesse dare un più gagliardo impulso alla mediazione armata, per intraprenderla tosto che si fosse ottenuto l’apoggio o della Russia o dell'Inghilterra (215).

La Prussia mirava innanzi tutto a cavare dalle disgrazie dell’Austria il sommo vantaggio per sé di giungere a padroneggiare la politica della Confederazione germanica. Laonde, mentre chiedeva alla Dieta d’incorporare tutte le trupe federali nell’esercito prussiano, sotto il comando del principe reggente, ingrossava le sue schiere sul Reno a far mostra che interverrebbe colle armi, ove la sua mediazione armata fosse rifiutata [(216)].

Cinque dì prima della battaglia di Solferino, l’ambasciatore napoletano in Parigi mandava al suo Governo per mezzo del telegrafo le parole seguenti: — Si cerca di finire tutto in Verona. — Sette giorni prima dell’armistizio, e dieci dì anteriormente all’abboccamentodei due imperatori belligeranti a Villafranca, egli scriveva così:

Trattasi della lontana eventualità di una Confederazione italiana, nella quale il regio Governo sarebbe invitato a prender parte dalle grandi Potenze mediatrici riunite in Congresso. Per ora la Prussia cerca di porsi d'accordo coll’Inghilterra e colla Russia, per proporre la mediazione ed imporre la pace alle Potenze belligeranti, quando sarà giunto il momento oportuno. Questo si crede esser quello in cui l’Austria, perduta la Lombardia, sia in procinto di perdere anche la Venezia. Allora si proporrà all’imperatore dei Francesi di contentarsi della sola annessione della Lombardia e dei Ducati al Piemonte. All’Austria si chiederà d’erigere la Venezia in uno Stato indipendente per un Arciduca. La Toscana sarà restituita al Granduca; e tutti e tre questi Sovrani col Papa e col Re delle Due Sicilie formeranno una Confederazione italiana. Fin qui sta l’accordo tra le tre grandi Potenze mediatrici; gli armamenti di esse sono quasi terminati. So da buonissima sorgente, che l’imperatore Napoleone desidera in questo momento, che si attivi la mediazione, e nei termini sopra espressi. Ma l’Austria non vi acconsente. L’Imperatore Francesco si crede tuttavia in misura di sostenere la lotta sul Quadrilatero fortificato dell’Adige (217).

Nello stesso giorno, 1° luglio 1859, l’ambasciatore napoletano alla Corte di Pietroburgo scriveva:

Un dispaccio del conte Walewski annunzia, che la Prussia ha fatto al Gabinetto francese una proposizione di mediazione, per far cessare la guerra, sulle basi seguenti: lasciare la Venezia all’Austria, e rendere la Lombardia indipendente sotto un Arciduca austriaco. La Francia ha dichiarato di non poter accettare. Ora tra la Prussia, l’Inghilterra e la Russia si cerca di mettersi d’accordo, onde rinvenire le basi di una proposta, che potessero essere accettate dalle parti belligeranti, per poter discutere in seguito in un Congresso europeo la nuova organizzazione da dare all’Italia (218).

Non esatti a sufficienza nei particolari, questi due dispacci erano veridici nella sostanza dei fatti annunciati. La Prussia, procedendo sempre guardinga per la via delle sottilità e delle ambagi, aveva continuate le sue pratiche a Pietroburgo e a Londra per una comune mediazione armata; ma s’era dichiarata aliena dal prendere l'iniziativa nel proporne le basi, per i riguardi che doveva alla Germania, e per gli impegni presi coll’Austria. Proponessero Russia e Inghilterra; la Prussia non si terrebbe sul tirato, se anco le basi della mediazione non fossero conformi ai trattati del 1815. La Russia avea accettala in massima la mediazione, purché non si pensasse a ritornare all'Austria le provincia italiane perdute. Per venire a un accordo terminativo, Gortschakoff propose a Russel di portarsi a Pietroburgo. Ma il Gabinetto di Londra, accettando pure in massima la proposta di una comune mediazione, rispose che non credeva per anco giunto il momento propizio per attuarla con fondata speranza di sicuro successo. Questa renitenza dell’Inghilterra dipendeva in massima dalla dichiarazione fatta dall'ambasciatore austriaco in Londra, che l’imperatore Francesco Giusepe desiderava che il Governo della regina si astenesse con proposte di mediazione all’adoperarsi a troncare il corso agli eventi della guerra (219).

III.

Alla fine del giugno del 1859 le sorti d’Italia correvano felici, rallegrate da stupende vittorie d’eserciti, e da fortunati commovimenti di popoli, avviati all’unità nazionale. Ma di repente la scena mutò. Quando meno l’aspettava, l’Italia si trovò nella sconsolata condizione dei vinti, l’Austria nello stato lieto dei vincitori, non per battaglie guadagnate, ma per volontà del monarca che l’aveva debellala. Di soprassello, il sire di Francia, il quale aveva promesso agli Italiani di farli liberi dalle Alpi all'Adriatico, permetteva che tornassero sugli abbandonati troni i principi, ricoveratisi negli accampamenti austriaci, durante la lolla nazionale. Il Piemonte, che aveva profuso tesoro e sangue per l’italica redenzione, veniva gittato dal suo alleato nel grembo di una confederazione di principi suoi nemici mortali.

Furono perfidia e slealtà le cagioni di così strana mutazione di cose? Certo che no. La Russia s’era raffreddata nelle sue relazioni amichevoli colla Francia e con il Piemonte (220). Soddisfatta d’avere colla neutralità armata umiliata e indebolita l'Austria, questa potenza, a non trovasi travolta nella guerra, aveva dato opera a troncarne il corso, prima che gli interessi della Germania vi si trovassero impegnati. Lo czar era rimasto disgustalo assai dei moti popolari, e delle mutazioni di governo avvenute nella Toscana e nelle Legazioni (221). Gli accordi di Napoleone III e del conte Cavour con i primari fuorusciti magiari avevano svegliato nell’animo dell’imperatore Alessandro e dei suoi ministri pungente il sospetto, che il monarca francese voglioso della fama di ristauratore dei diritti delle opresse nazionalità, mirasse a suscitare uno sconvolgimento universale, nel quale la Polonia prenderebbe una larga parte (222).

Perduta la certezza che, in ogni evento, la Russiatratterrebbe la Germania dal rovesciarsi oltre il Reno, nell’animo di Napoleone e dei suoi consiglieri era entrata la persuasione che, se la guerra si spingeva a toccare il territorio italiano, giudicato dalla Germania necessario alla sicurezza delle sue frontiere, l’esacerbato sentimento nazionale tedesco inevitabilmente strascinerebbe la Prussia a partecipare alla lotta, Jn compagnia dei minori Stati tedeschi (223).

Questa preoccupazione viepiù si era aggravata, e alla vigilia della battaglia di Solferino Napoleone avea ricevuto una lettera dell’imperatrice, nella quale si ricalcava sul prossimo pericolo di guerra dal lato del Reno, aggiungendo che nel Consiglio dei ministri prevaleva l’opinione, che l’esercito comandato dal maresciallo Pelissier non bastava a reggere all’urto di tutta la Germania.

Mentre la Prussia si maneggiava affinché la questione italiana, deposte le armi, si componesse per arbitrato di un Congresso europeo, l’Inghilterra s’era mostrata svogliata di patrocinare le segrete proposte di pace comunicatele da Napoleone, e guidata nella sua politica esteriore dai Whigs favoreggiava l'unità politica e civile dell’Italia.

Svanite erano le speranze di soddisfare dinastiche ambizioni, dopo che la Toscana aveva fatto mal viso al principe Napoleone, e tutti i maggiori potentati avevano manifestala l’avversione propria all’impiantamento in Italia di una dinastia francese. Nell'assumere l’impresa italiana, Napoleone avea fisso in mente di fondare la nuova costituzione della Penisola in tre grandi Stati, fra loro stretti dai vincoli di perpetua confederazione, lasciando piccolo e indipendente principale nella loro Roma ai papi. Egli era fiducioso di riamicare Pio IX all’Italia, e giudicava che, sopraffalla dalle politiche necessità, la Corte romana avrebbe piegato a riformare il proprio Governo. Al contrario aveva visto sorgere poderoso per volontà di popoli il concetto della unificazione assoluta dell’Italia; s’era trovato a costa un alleato, cooperatore aperto di siffatta politica, che mutava obbietto alla guerra, che gli tirava addosso ire sacerdotali, scomuniche papali, che gli suscitava in Francia una agitazione religiosa e politica dannosa ai suoi interessi dinastici, che gli toglieva la facilità d’indurre i governanti romani a piegar a riforme, che mettevalo in aperta contraddizione colla secolare politica del primato della Francia in Italia, per cui avevano combattuto i migliori capitani di Luigi XIV, ed erano durate le lunghe guerre della rivoluzione e del primo impero.

Scontento degli inattesi andamenti della politica italiana, Napoleone non era soddisfatto del concorso che gli Italiani prestavano alla guerra. Secondo il suo modo di vedere, ed era erroneo, le armi italiane non erano ingrossale al segno, da legittimare innanzi all’Europa diplomatica la guerra, intrapresa per lacerare i trattati del 1815, rispetto all’assetto della Penisola (224). Neanco egli era contento dei modi con cui il suo esercito era vettovagliato (225). 11 caldo estivo divenuto eccessivo, il polverio, le dure fatiche del campo aveangli affranta la vigoria del corpo (226). A Magenta e a Solferino l’imperatore s’era accorto, che a cinquantadue anni di sbalzo non si diventa condottiero di un grosso esercito. Le discordie e le gelosie dei suoi marescialli lo avevano profondamente disgustato. Sui campi di guerra aveva riconosciuto difettoso in alcune parti sostanziali l’organamento dell’esercito francese. L’animo suo, più di filosofo che di soldato, benché intrepido nei pericoli, era rimasto profondamente commosso alla vista dell’orrenda strage di Solferino e di San Martino. In quella giornata campale, l’esercito francese s’era trovato nel prossimo pericolo di essere ricacciato a ridosso del Po, privo di ponti per valicarlo, e all’infuori delle proprie provvigioni da bocca. Aveva trovata l'Austria più agguerrita ch’egli non avesse suposto, e rimanevano in podestà dell’esercito nemico Mantova, Peschiera, Legnago, Verona, Venezia, Rocca d’Anfo. Alla notizia portatagli dal generale La Marmora, che questo propugnacolo di guerra era imprendibile per viva forza, Napoleone si mostrò infastidito e pensieroso non solo sul da fare, ma eziandio su ciò che il nemico poteva fare (227). In quel dì correva il cinque luglio. Alle sei e mezzo pomeridiane del susseguente giorno, l’imperatore dei Francesi fece chiamare il generale Fleury, e gli tenne il discorso seguente: — Generale, conserverete il più assoluto silenzio con tutti intorno la delicatissima missione che sto per affidarvi. Partite subito per Verona, onde consegnare questa 'mia lettera all’imperatore d’Austria. Gli propongo un armistizio a preparazione della pace. Siate caloroso sollecitatore di essa. Se lo trovate restio, ditegli da parte mia, che le mie navi da guerra apriranno addirittura le ostilità contro i fortilizi esteriori di Venezia. Sono sinceramente voglioso di soddisfare il desiderio di pace che circola per l’Europa. Iddio benedica la vostra missione.

Giunto in Verona a notte inoltrata, il generale Fleury potè tuttavia abboccarsi coll’imperatore d’Austria. Questi, letta la lettera di Napoleone, gli disse di non poter ri spandere su due piedi; volesse pertanto aspettare sino al mattino dei giorno venturo. — Rimarrò agli ordini di Vostra Maestà, rispose il generale; ma ella mi permetta di dirle che la risposta urge, da che la nostra flotta ha già occupata l’isola di bossini. — Pur tropa lo so, soggiunse Francesco Giusepe; è stato un grave errore di non presidiarla, Ma a domani, o generale.—

Alle otto del mattino Fleury fu introdotto nella stanza dell’imperatore, che volle leggergli la risposta. Francesco Giusepe ringraziava Napoleone pei benevoli sensi indirizzatigli, accettava l’armistizio, e lasciavalo arbitro di scegliere il giorno e il luogo del proposto abboccamento.

Napoleone ebbe la risposta di Francesco Giusepe, prima del mezzodì dello stesso giorno. Addì 8, dopo una conferenza di tre ore, il maresciallo Vaillant per l’imperatore dei Francesi, il barone Hess per l’imperatore d’Austria, e il conte Morozzo della Rocca per il re di Sardegna, conclusero i patti della tregua.

Dall’8 all’11 di luglio, i due imperatori scambiarono alcune lettere autografe, delle quali ignoriamo il contenuto. Il principe Alessandro di Assia, venne nell’aquartieramento di Valleggio, per accertare l’ora e il luogo del fissato colloquio. Alle 9 antimeridiane dell'undici, i due monarchi scesero da cavallo a Villafranca, innanzi alla casa Guadici Morelli, e là entrarono soli. Delle cose discorse nulla fu scritto.

Come Napoleone fu di ritorno in Valleggio, narrò a Vittorio Emanuele e al principe Napoleone il sostanziale dell’abboccamento suo coll’imperatore d’Austria. Questi aveagli detto: — Da che la fortuna mi è tornata avversa nei campi di guerra, io pure desidero la pace, e a dare a V. M. manifesta prova nelle mie leali intenzioni e della fiducia che in lei ripongo, francamente le indicherò i limiti dei sacrifizi che mi è lecito di fare. Cederò all’imperatore dei Francesi i miei diritti sulla Lombardia, riserbandomi il possesso di Mantova e di Peschiera. La Venezia rimarrà sotto il mio dominio. I sovrani di Modena, di Parma e di Toscana verranno ristaurati sui loro troni. — Napoleone III non era giunto a smuovere Francesco Giusepe dalla domanda del ristauro del governo degli Estensi di Modena, e dei Lorenesi di Toscana; soltanto relativamente ai ducati di Parma e Piacenza, egli aveva ceduto che fossero aggregati al Piemonte. Spontaneo l’imperatore d’Austria aveva indicato la necessità di una generale amnistia per gli ultimi avvenimenti. Egli non s’era mostrato alieno alla. Confederazione, e aveva conchiuso così: — Relativamente alla Venezia, l’Austria si troverà nelle condizioni dell'Olanda, per il Luxemburgo, colla Germania.

I preliminari di pace, scritti di mano dell’imperatore dei Francesi, che il principe Napoleone doveva rendere accettevoli al monarca austriaco, erano i seguenti:

1° I due imperatori favoriranno la formazione di una confederazione italiana;

2° Questa con federazione sarà posta sotto la presidenza onoraria del papa;

3° L’imperatore d’Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all’imperatore dei Francesi, il quale, conformandosi ai voti delle popolazioni, gli rimette al re di Sardegna;La Venezia farà parte della confederazione italiana, rimanendo tuttavia soggetta alla corona dell’imperatore d'Austria;

5° I due sovrani faranno tutti gli sforzi, salvo il ricorso 3!le armi, affinché i sovrani di Toscana e di Modena siano reintegrati nei loro Stati, mediante un’amnistia generale e una costituzione;

6° Essi chiederanno al Santo Padre d’introdurre nei suoi dominii!e necessarie riforme, e di volere inoltre separare amministrativamente le Legazioni dal rimanente dello Stato pontificio;

7° È accordata piena amnistia a chiunque si sia compromesso negli ultimi avvenimenti nei territori delle parli belligeranti.

Quando Napoleone lesse al principe questi capitoli, era presente Vittorio Emanuele. Egli nulla disse fuor che questo:— Povera Italia! Ma qualunque siano per essere le deliberazioni definitive di V. M., io le sarò sempre grato di quanto ha fatto per l’indipendenza italiana, ed ella avrà sempre in me un principe amico fedele e riconoscente. —Il principe Napoleone fu in Verona l’undici luglio alle quattro e mezzo pomeridiane. Letto il capitolato, l'imperatore Francesco Giusepe disse: — Sono lieto che si possa fare la pace; ma in quanto alle proposte, ho da muovere gravi obbiezioni. — Queste parole preludevano a una discussione grave. Chiesto licenza di favellare liberamente, il principe la intavolò col farsi a discorrere così: — L’imperatore dei Francesi nutre un vivo desiderio di concludere la pace a condizioni accettevoli ad ambedue le parli. V. M. permetta che io soggiunga, che il momento attuale è oportuno. L’onore dell’esercito austriaco è intatto. Il valore dimostrato scancella le sue disgrazie sui campi di battaglia. È stato concluso un armistizio fino addì 16 d’agosto. Se a quel tempo la pace non è conclusa, l’esercito alleato si porrà in campo con forze di gran lunga maggiori, e raccoglierà nelle sue file tutti gli alleati che vorranno associarsi seco. — Il principe s’accorse del turbamento suscitato da queste ultime parole, nell’animo dell’imperatore; quindi garbatamente si scusò del favellar suo all’infuori delle regole diplomatiche.

Io, rispose calmo l’imperatore Francesco Giusepe, ho dato l’esempio di questa franchezza di procedere col manifestare all'imperatore Napoleone, senza reticenza, tutti i sacrifizi che sono pronto a fare, salvi l’onore e gli interessi della mia corona, Credetemi, principe; se a voi conviene tenere conto dell’opinione pubblica, a me spetta di far lo stesso, e tanto più quanto che son io che fo tutti i sacrifizi. — Vorrebbe V. M., riprese il principe, che a rendere più spedita la discussione, ci ponessimo a esaminare una per una le proposte dell’imperatore Napoleone? — Così si fece. Il primo paragrafo non presentò materia di discussione. Nel secondo articolo, Francesco Giusepe manifestò il desiderio che fosse levato l’apellativo d'onoraria alla presidenza della con federazione, offerta al papa. Il principe rispose, che tale qualificazione era fondala sopra argomenti tropo gravi e tropo minutamente discussi per venir levala. L’imperatore Napoleone, nell'assegnare al papa la presidenza onoraria della confederazione, avea voluto attestargli il suo profondo rispetto; ove l’ufficio direttivo fosse di reale ingerimento, anzi che diminuire, si aumenterebbero le difficoltà che assiepano il trono pontificio., Le parole, conforme al voto delle popolazioni, poste nel paragrafo relativo alla cessione della Lombardia, parvero all'imperatore Francesco Giusepe attentatorie ai suoi diritti dinastici, e al diritto pubblico della monarchia austriaca; onde chiese al principe, qual fosse il significato che loro si voleva dare. — Si vuol lasciar intendere, gli fu risposto, che la Lombardia anela di liberarsi dal dominio austriaco. V. M. mi permetta di aggiungere, che questo è il voto dell’universale, avvalorato e quotidianamente attestalo al re di Sardegna e all’imperatore dei Francesi da indirizzi dellemagistrature comunali é provinciali. — In quanto a me, notò con vivacità di parole Francesco Giusepe, non riconosco che il diritto scritto nei trattati. È in virtù di essi che posseggo la Lombardia: che se per essere stato sfortunato nelle guerre, cedo questa mia provincia all’imperatore dei Francesi, non voglio, né posso riconoscere la volontà del popolo; giacché ai miei occhi è un alto rivoluzionario. Usale queste parole a grado vostro nel trattato di pace che firmerete col re di Sardegna, io non ho nulla a contraddire; ma in quanto a me, dovete comprendere, che essendo imperatore d’Austria non posso associarmi all’imperatore dei Francesi nell’usarle. — Lasciamo pure in disparte queste parole, continuò il principe; ma è necessario che nei preliminari di pace sia detto, che l’imperatore d’Austria fa cessione pura e semplice della Lombardia, all’imperatore dei Francesi, onde questi la retroceda al re di Sardegna. Dopo una lunga discussione, Francesco Giusepe riassunse il suo discorso così: — La Francia ha conquistala la Lombardia che mi aparteneva, lo riconosco questa conquista, e la cessione che l’imperatore Napoleone fa di essa al suo alleato. Non voglio fare un passo più in là. Non cederò neanco un pollice di terreno direttamente al Piemonte. Mi esporrò piuttosto a tutte le conseguenze del prolungamento della guerra, anziché piegare il capo a questa condizione che per me è una questione d’onore. — In quanto alle fortezze, l’imperatore addirittura pose la questione in termini al tutto chiari. — Non posso, disse, far uscire il mio esercito da fortezze inespugnate. Se l’esercito alleato si fosse impossessalo di Peschiera, comprenderei la dimanda di Napoleone di conservare questa fortezza; ma su di essa sventola la bandiera austriaca. — La discussione sulla cessione di Mantova è di Peschiera si prolungò assai. Il principe, visti Riuscir inutili i suoi sforzi, la troncò con dire: — Giacché non posso trovarmi d’accordo con V. M. in questo argomento, sottometterò al mio sovrano le sue osservazioni, lasciandogli piena libertà di agire. — Sia pure così, gli fu risposto, lascio di buon grado che l’imperatore dei Francesi decida; ma voi, principe, gli direte m nome mio che, ove anche personalmente lo volessi, non potrei cedere alcuna delle mie fortezze. Ciò non toglie al re di Sardegna di fortificare la sua frontiera dal lato del Mincio con fortilizi a Brescia, a Volta, a Goito e a Cremona. Sul suo nuovo territorio: Vittorio Emanuele faccia ciò che vuole; ma Peschiera e Mantova debbono rimanere all’Austria.

Nel paragrafo relativo al ristauro dei troni di Toscana e di Modena, l'imperatore rifiutò di accettare la frase senza ricorso all'armi — Questo, ei disse, è un apello indiretto alla resistenza armata delle popolazioni. Posso fare sacrifizi personali, posso cedere alcuni miei diritti; ma Don debbo e non voglio abbandonare parenti miei e fedeli alleati dell’Austria. — Per quanto il principe si studiasse di capacitare Francesco Giusepe della impossibilità per la Francia di permettere l’uso delle armi pel ristaurare gli antichi governi a Modena, a ‘Parma e in Toscana, non giunse a conseguire l’assenso, che nei preliminari di pace vi fosse la clausola del divieto al ricorso dell’aiuto armato. In quanto all’annessione dei ducati di Parma e di Piacenza al ‘Piemonte, il principe dimostrò che il loro possesso tornava indispensabile al nuovo regno, rammentò i diritti di riversibilità sopranna parte di essi dei Reali di Savoia, le 'promesse fatte ‘nell’abboccamento di Villafranca, il 'fatto del governo Sardo già in quei ducati impiantato; né tralasciò d’avvertire che i Borboni li possedevano soltanto in forza delle più deplorabili clausole dei trattati del 1815. — Ebbene; nei preliminari di pace non si faccia menzione dei ducati di Parma e di Piacenza, rispose l’imperatore: io non posso cedere Stati che non mi apartengono; ma non solleverò obbiezioni, se essi verranno aggregali al Piemonte negli accordi che verranno stipulati tra i governi di Torino e di Parigi. — Riassumiamo la questione, riprese il principe: le trupe alleate hanno conquistati i Ducati e la Toscana. In quanto a Parma, la duchessa si è diportata malamente con tutti, e non apartiene alla Casa d’Austria, in quanto al ducato di Modena e alla Toscana, l’imperatore dei Francesi e il re di Sardegna non porranno alcun impedimento materiale al ritorno degli Estensi e de' Lorenesi. Ma Vostra Maestà non vorrà suporre che i soldati francesi si debbano prestare a condurli sui loro troni, o lasciare che ciò venga fatto dai soldati austriaci. — Non sostengo questa lesi, rispose l’imperatore. Ma il duca di Modena ha alcuni battaglioni di soldati fedeli, e con essi confida di ripristinare il suo governo. In quanto al Granduca, credo che sia in via d’accomodarsi coi Toscani. Lasciamo che la dieta degli Stati Italiani, ove giunga a costituirsi, sciolga questa grave questione. Nei preliminari di pace limitiamoci a dichiarare, che la Francia non s’opone punto al ritorno dei duchi e del Granduca. Relativamente alla nuova forma del loro governo, non m’opongo che sia costituzionale; ma dichiararlo in un trattato sarebbe per me una anomalia. Nello Stato pontificio comprendo il bisogno delle riforme; ma non accetto che si debbano dichiarare necessarie: limitiamoci a indicarle indispensabili. L'argomento della separazione amministrativa delle Legazioni si deve lasciar trattare dai negoziatori della pace. — Erano le sei e mezzo di sera. L’imperatore, levatosi in piedi, disse al principe: — Voi non siete giunto a convincermi dell’accettabilità delle vostre proposte, e non avete fatto a me alcuna concessione. Ho bisogno pertanto di riflettere e di prender con giglio. —Sia pure, Maestà; ma ho l’ordine di trovarmi a Valeggio, al più tardi alle ore dieci di questa sera; dovrò quindi partire prima delle otto e mezzo. Il mio sovrano sarebbe dolentissimo di ricevere una risposta negativa. La guerra si riaccenderà, e la rivoluzione allagherà tutta l'Italia e forse l’Ungheria. — Principe, conchiuse Francesco Giusepe, avrete la mia risposta in tempo utile. —Alle sette e mezzo, l’imperatore entrò nella stanza del principe Napoleone. — Leggete, gli disse, la mia risposta — Vedo che sono un cattivo diplomatico, rispose il principe nel mettere sul tavolo la lettera imperiale. — No, soggiunse Francesco Giusepe; ma voi non aprezzate a sufficienza il sacrifizio che io fo colla cessione della Lombardia. — Ma sono tropo notevoli, osservò il negoziatore francese, le discordanze, perché vi sia speranza d’intenderci. Ho letto che Vostra Maestà intende che la presidenza della dieta al Papa sia reale; in verità non potrei mai consigliare al mio Sovrano di venire in questo avviso. — Rimettiamo al suo posto la parola onoraria, rispose l’imperatore, prendendo la penna in mano; ma in quanto al rimanente io considero il mio progetto come definitivo. —Vi fu un istante di silenzio; il principe lo rupe con dire: — Se è così, prego Vostra Maestà di sottoscriverlo. — Ma voi pure lo sottoscriverete? gli fu chiesto. — Non sono autorizzato a farlo. Le mutazioni fatte da Vostra Maestà sono tropo gravi; io debbo lasciare al mio Sovrano la compiuta libertà di deliberare. Ma le do la mia parola d’onore, che domattina questa stessa carta le verrà religiosamente restituita, con o senza la firma dell’imperatore dei Francesi. — L’imperatore fissò in viso il principe e, senza profferire parola, firmò. I suoi occhi si colmarono di lagrime, e nel consegnare al principe la carta gli disse con voce commossa: — Possiate, mio caro principe, non trovarvi giammai nella dura necessità di cedere una delle vostre più belle provincie. — Scoccavano le ore otto. Per alcuni minuti la conversazione prese un andamento spigliato. L’imperatore si lamentò della Prussia, e con mesto sorriso soggiunse: amo meglio di cedere a Napoleone ili, che a un Congresso. Se i nostri due governi giungono a mettersi d’accordo sulla questione italiana, sarà facile di trovarci uniti anche altrove. —Il principe chiuse la conversazione con queste parole: per raggiungere questa stabile concordia bisognerebbe regolare la questione italiana molto diversamente dalle proposte di Vostra Maestà (228).

Il principe giunse a Vaneggio alle 0 di sera. Letta la lettera del l'imperatore d’Austria, Napoleone III abbracciò il cugino, e si dichiarò soddisfatto. Al mattino susseguente Francesco Giusepe riebbe le sue proposte 'firmate dall’imperatore dei Francesi. La pace era fatta. I preliminari di essa portavano i seguenti articoli:

L'imperatore d’Austria e l'imperatore dei Francesi favoriranno la creazione di una Federazione italiana. Questa Confederazione sarà sotto la presidenza onoraria del Santo Padre.

L’imperatore d’Austria cede all’imperatore dei Francesi i suoi diritti sulla Lombardia, ad eccezione delle fortezze di Mantova e di Peschiera, di modo che la frontiera dei possedimenti austriaci, partendo dall’estremo raggio della fortezza di Peschiera, si estenda in linea diretta lungo il Mincio sino alle Grazie, e di là a Scorzarolo e Luzzara sul Po, dove le frontiere attuali continueranno a formare i limiti dell’Austria. L’imperatore dei Francesi rimetterà i territori ceduti al Re di Sardegna.

La Venezia farà parte della Confederazione italiana, restando sotto la Corona dell’imperatore d’Austria. Il Granduca di Toscana e il Duca di Modena entreranno nei loro Stati, concedendo un’amnistia generale.

I due imperatori chiederanno al Santo Padre d’introdurre nei suoi Stati riforme indispensabili.

S’accorda da qua parte e dall’altra piena ed intera amnistia alle persone compromesse in occasione degli ultimi avvenimenti, nei territori delle parti belligeranti (229).

Questi preliminari di pace svegliarono per tutta Europa stupore Universale, poi sospetti, sconforti, ire e accuse acerbe. Se i fatti da noi accennati, e altre cagioni per avventura ancora occulte, bastino a tener scevro da biasimò Napoleone III d’averli sottoscritti, meglio di noi lo giudicheranno i posteri.

Forse la storia allora dirà di lui liberamente, ch’ebbe sul trono nobili concetti di filosofo voglioso di beneficare le classi diseredale dalla fortuna, di sollevare dalla servitù le opresse nazioni, di condurre la Francia a primeggiare nel mondo, a capo delle razze latine, di mettere in concordia il papato colla civiltà; ma che ai magnanimi propositi non ebbe sufficienti la vastità dell’ingegno e la grandezza dell’animo. Se si studiano accuratamente le regole fondamentali che diressero il suo contegno in tutto il suo procedere colla Francia e coll’Europa, si scorge il massimo continuato errore di non aver innovato abbastanza per assicurarsi l’affetto della democrazia e dei popoli, e d’aver mutalo di tropo per placare l’odio dei partigiani del diritto divino, del celo aristocratico e del clero. Nell’impresa italiana, Napoleone III aveva abbandonato il suo programma di far libera la penisola dall’Alpi all’Adriatico, al primo scorgere che gagliardi ostacoli gli avrebbero barrata la via che s’era prefisso di percorrere. In effetto, poco dopo la battaglia di Magenta, egli avea incaricato il conte di Persigny di ragguagliare segretamente il Gabinetto inglese, che sarebbe disposto a troncare la guerra, ove l’Italia indipendente e federata nei vari suoi stati fosse costituita in modo, che un arciducad’Austria fosse re della Venezia e del ducato di Modena; al Piemonte fossero assegnate la Lombardia, Parma e Piacenza; i Borboni di Parma avessero regno nella Toscana, e le Legazioni rimanessero al Papa sotto la forma di un vicereame con amministrazione laica (230). A che cosa si sarebbe ridotta in costrutto l’indipendenza italiana con questo assetto federativo s’intende facilmente, e come i preliminari di Villafranca contraddicessero all’affrancamento dell’Italia da ogni influsso straniero torna non meno ovvio di comprendere.

La Francia si trovò disgustata di una pace che nel colmo della vittoria strapava di mano al suo esercito i frutti del sangue sparso e delle fatiche soportate.

L’Inghilterra vedeva di mal occhio un'italiana federazione, nella quale l’Austria avrebbe signoreggiato, e il commercio britannico sarebbe rimasto privo dei vantaggi conseguibili, ove Venezia, Ancona, Livorno fossero passale in dominio al re di Sardegna.

La Russia diffidente, incerta, intorno all’indirizzo da dare alla propria politica, sospettosa d’essere stata ingannata dalla Francia, si pose a spiare le conseguenze immediate di un atto, che aveva mutati in alleati i due monarchi nemici. E l’Italia? Essa nei primi giorni maledì una pace foriera di esose restaurazioni, e che la ripiombava sotto il predominio dell’Austria, signora assoluta della Venezia, padrona del formidabile quadrilatero, sovrana della valle inferiore del Poe delle sue sponde, dominante Parma da Borgoforte, Modena da San Benedetto, Ferrara da Sermide, libera di riversare le formidabili sue armi nel cuore della penisola, padroneggiatrice nella confederazione per numero di suffragi, per parentele, per alleanze.

Nell’accomiatarsi dal re di Sardegna, Napoleone gli disse: — Il vostro governo mi pagherà le spese di guerra, e non penseremo più a Nizza e alla Savoia. Ora vedremo, che cosa sapranno fare gli Italiani da soli. —Spero, rispose Vittorio Emanuele, che tutti faremo il dover nostro, come confido che l'Italia avrà sempre nella Maestà Vostra un amico. — La speranza del re leale e guerriero divenne una realtà, che rimarrà incisa in caratteri d’oro nelle tavole imperiture della storia.

Precipitali dal sommo delle speranze nel fondo delle vecchie miserie dalla mano vittoriosa del l'imperatore, acclamalo propugnatore della loro nazionale indipendenza,, posti nella dura condizione dei vinti in cospetto dell’Austria rimbaldanzita, insidiati con lusinghiere proposte, angustiati da sconfinate incertezze, tormentali da intrighi settarii e da maneggi principeschi, sospinti 'con consigli e con minaccie, se ne togli l’Inghilterra, da tutti i maggiori potentati europei per una via contraria a quella che intendevano di percorrere, gli Italiani, abbandonali a se stessi, di parte monarchica o repubblicana, di concetti politici unitari o federali, dalle più umili alle più elevate classi sociali, uniti in santa concordia di pensieri e di affetti, compresero che le sorti d’Italia non erano disperate, e che la comune salvezza stava riposta nel tenersi tenacemente stretti attorno alla bandiera innalzata dal re galantuomo, vincitore a Palestro e a San Martino. Vittorio Emanuele per parte sua ebbe piena fiducia nella concordia, nel senno e nel coraggio degli Italiani, e arditamente associò per la vita e per la morte le sorti della sua Casa a quelle della Nazione. Allora, lacerati i trattati, per cui era re tra i re, il generoso figlio del re iniziatore dell’italiana indipendenza divenne il condottiero di un popolo, che alla sua volta lacerava trattati antichi e recenti, conchiusi contro la sua volontà, per fare trionfareil suo imprescrittibile diritto di viver libero, e indipendente. — Era rivoluzione, ma rivoluzione legittima, e che di più, attraverso a prove durissime, rimase immune dq sanguinose turpitudini popolari, e fu intrapresa e consumala per l’unità nazionale, pella terra nutrice antica di leghe e di autonomie municipali, coll’uso assennato e vigoroso dei sentimenti più nobili e generosi dell’animo umano.


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IV

Per le cose narrate, alle intimità di Plombières erano succedute grandi freddezze tra Napoleone e Cavour. Dal principio della guerra in poi, la politica dell’uno e dell’altro aveva proceduto con artifici e avvolgimenti, che a vicenda essi ponevano studio di nascondersi. Il primario ministro del re di Piemonte aveva ignorata completamente la segreta pratica di mediazione fatta da Persigny in Londra. Qualche sospetto, che l’imperatore propendesse a una pace immatura, avevagli svegliato nell’animo una lettera scrittagli dal generale Lamarmora dal campo. A quell’annunzio il Conte si era portalo a Brescia; ma era tornato a Torino, fiducioso che la guerra continuerebbe. Selle giorni prima dell’armistizio, egli era tuttavia fermo in questa convinzione.. Laonde scriveva al generale Lamarmora:—L’imperatore ha ricevuto Kossut; questi è venuto da me con Klapka, Telleky e Pietri. Per me risulta, che l’imperatore si aspetta d’aver guerra colla Germania, ed anche lo desidera, purché non vi si mescoli l'Inghilterra. Pietri mi disse, che il proclama di Kossut era stato sottomesso all’imperatore e quindi non aveva più la facoltà di modificarlo (231). — Nella stessa ignoranzadello stato reale delle cose rimase, sino al compimento dell’armistizio, il ministro della guerra Lamarmora. — Conseguentemente, addì 8 luglio, egli scrisse da Pozzolengo a Cavour nei termini seguenti. — L’armistizio si sta concludendo io questo istante a Villafranca, ove per parte dei Francesi si sono recati Vaillant e il generale Martinguens e per parte nostra il generale Della Rocca e Robilant. Mi trovo nell’impossibilità di poter precisare come e da chi sia stato proposta. —Ondeggiando in grande tempesta di affetti e di pensieri a quella fulminea notizia, Cavour corse al campo. Indarno tentò di persuadere il Re a don accettare dalle mani della Francia la Lombardia, ed a proseguire la guerra, fidando nella costanza della nazione e nei destini d'Italia. Egli ebbe un burrascoso colloquio col principe Napoleone; ma non gli fu concesso d'abboccarsi coll’imperatore. — li parlarci nelle condizioni attuali non può esser d’alcuna utilità, ei disse. Il Conte vorrà muovermi dei rimproveri: io ne ho da fare a lui, e sarà senza prò giacché ora tutto è finito. Lo vedrò volontieri a Milano, a patto che non mi parli del passato (232). —Vittorio Emanuele, dapoiché i due imperatori erano venuti fra di loro a componimento, comprese la necessità di rassegnarsi alle condizioni fattegli, pure conservando per l’avvenire la propria libertà d’operare. Di questa delicatissima missione venne incaricato il generale Lamarmora. Napoleone gli favellò con molta benevolenza; udito che ebbe da lui, che il re intendeva di sottoscrivere i preliminari di Villafranca con la clausola seguente: — per quanto mi riguardano: — Sia pure così, egli disse. So che il conte Cavour è irritatissimo; comprendo e scuso questo stato dell’animo suo, profondamente angustiato dal vederetroncati i suoi disegni politici. Ma in questo mondo non si può sempre ottenere ciò che si desidera. Il pensiero della compiuta indipendenza dell’Italia sempre mi fu caro; ma per tentare di colorirlo, io non poteva arrischiare di compromettere interessi maggiori., lo sono convinto, che coll’attuale organamento delle sue forze militari, la Francia è nell’impossibilità di sostenere una-dopia guerra sul Reno e sull’Adige (233). —

Cavour era tornato in Torino, moralmente affranto (234). Ma gagliardo di mente e di corpo, non si lasciò cascar di mano le redini del governo con isfiduciata rilassatezza. Bisognava ad ogni costo salvare dalla minaccevole ruina il nascente edifizio dell’italiana indipendenza. Vediamolo all’opera. Il pericolo più prossimo era dal lato del ducato di Modena; giacché Francesco I stava accampato sul Po con cinque mila soldati. Albeggiava quando, dietro la chiamata di Cavour, entrava nella sua stanza Luigi Fra-polli, noto repubblicano e unitario. Datagli una cordiale stretta di mano, il conte gli disse: — Consentite di prestar l’opera vostra per salvare l’Italia? — Si, conte. — Ebbene andate subito a Modena, e mettetevi a disposizione del Farini, se ve lo trovate ancora: prendete la direzione della difesa; e se egli, obbedendo alle istruzioni che siamo forzati di trasmettergli, partisse, fate arma d’ogni palo, respingete i soldati del duca, quando egli tentasse di rientrare; sono italiani che hanno rinnegata la patria, cacciateli nel Po. — Con rapido passo, così favellando, Cavour percorreva il suo vecchio salotto. A un tratto entrò il suo fedele Vardel per annunziargli che nell'anticamera, impazientandosi d’attendere, v’era il patrizio X. — Che aspetti, gridò il conte; vi sarà sempretempo d’inaugurare la reazione in Italia. Non torniamo ancora da una seconda Novara (235). — Scambiata qualche altra parola col Frapolli, lo accomiatò ingiungendogli di partire subito. Due ore dopo gli si presentava Giusepe Malmusi, presidente dell’assemblea modenese, per chiedergli delle armi. — Ma bravi, esclamò Cavour, scoccandogli sulle labbra un sonoro bacio; non sono più ministro della guerra, ma tentiamo un colpo. In così dire, scrisse un viglietto e soggiunse: portatevi tosto all’arsenale, e se dietro quest’ordine vi danno armi, incassatele, e partite subito. — Così avvenne.

In quei supremi frangenti Luigi Carlo Farini spiegò eminenti virtù civili. Addì 5 luglio egli telegrafò ai ministri del re così. — Non mi lasciate senza istruzioni. Badate che se il duca per effetto di convenzioni a me ignote facesse qualche tentativo, io lo tratterò come nemico del re e della patria. Non mi lascierò cacciare da nessuno, a costo della vita. —-Fu necessità ordinargli di rassegnare il governo. Rispose: eseguirebbe gli ordini datigli, ma che, tornalo semplice cittadino, tosto si farebbe soldato col popolo che si era compromesso per il suo re (236). Egli fece assai più. Benché senza soldati, ad un giorno di marcia dal nemico, in un paese caduto in balìa di un profondo scoramento, dal balcone del vecchio palazzo degli Estensi proclamò la propria dittatura, alto gridando: avanti colla stella d'Italia; ché l’Italia non ha contrassegnata la pace di Villafranca. Cavour gli scrisse: — Il ministro è morto, l’amico aplaude alla risoluzione che avete presa (237). — V’era realmente materia d’aplauso. Farini, così operando, aveva tenuta aperta all’Italia la strada per uscire dalle strette ruinose in cui avevanla posta i preliminari di Villafranca.

A Massimo D’Azeglio, che stava in Bologna a capo del governo del re, Cavour telegrafò: che a dispetto dei preliminari di Villafranca tirasse innanzi per la sua via, senza badare a minaccie e a inviti; giacché non si era nel caso di perdere ogni speranza nell’avvenire (238). Azeglio disse fra se stesso: Il re non deve aver voluto disonorare sé e me, lasciando queste provincie nell’anarchia, e disobbedì all'ordine ricevuto di abbandonare Bologna in balìa della sua sorte. Egli spedì pertanto, anzi che alla volta del Piemonte, verso i luoghi occupati dagli Svizzeri del papa, i quattro mila uomini di trupa regolare datigli a comandare; investì il colonnello Faticone, suo capo di stato maggiore, dei suoi poteri, e partì lasciando in Bologna un governo ordinato e autorevole. Giunto in Torino, Massimo si presentò al re e gli disse: — Maestà ho disobbedito, ella mi ponga sotto un consiglio di guerra. — Avete fatto benissimo, gli rispose Vittorio (239). In tal modo anche la Romagna si trovò posta in condizione di costituirsi e di fare da sé.

La Casa di Savoia e il Piemonte si mantenevano sempre degni di capitanare l’italica redenzione. Gli avi dei fortunosi tempi di Emanuele Filiberto, di 'Vittorio Amedeo II, di Carlo Emanuele I e di Carlo Emanuele 111 poteano essere soddisfatti dei tardi nepoti. La vecchia terra, sotto cui riposavano le loro ossa, continuava ad essere nutrice feconda d'uomini di gagliarda tempera d’animo, pronti a guardar con fiera alterezza in viso la nemica fortuna, e a non disperare mai.

De Launay scriveva da Berlino: — Oggi pieghiamo il capo alla legge del più forte; ma dobbiamo credere che in un avvenire prossimo saremo chiamati a ripigliare l’opera dell'affrancamento d’Italia. Tutti i nostri sforzi debbono tendere a questo fine (240). — Il marchese Salvatore Pes di Villamarina, nel giorno susseguente all’armistizio, diceva al conte Walewski: — Voi credete che ci fermeremo, perché l’imperatore ci pianta in sul più bello del giuoco; v’ingannale. I principi di Savoia e i Piemontesi non hanno per costume d'indietreggiare: procederemo da soli (241). — Giovanni Lanza, collega al conte Cavour nel ministero, nel lasciare il dicastero delle finanze scriveva a Luigi Carlo Farini: — Adunate soldati e denari, e tenete fermo (242). — Carlo Boncompagni, commissario del re in Toscana, scriveva al re la lettera seguente:

Maestà, il marchese di Laiatico, il cavaliere Ubaldino Pe ruzzi ed il professore Matteucci furono incaricati dalla Consulta toscana di presentarsi a Vostra Maestà, per raccomandarle che continui la sua protezione alla Toscana. Io mi fo lecito d’indirizzarli a Lei con questo mio ufficio. Forse l’etichetta avrebbe voluto che le chiedessi il permesso prima che partissero. Ma questi non sono tempi da badare all’etichetta. Intanto il conte Cavour avendo date le sue dimissioni, e non essendo formata, che io sapia, la nuova amministrazione, mi rivolgo direttamente a Vostra Maestà, per farle conoscere le condizioni di questa parte d’Italia, e per esprimerle l’opinione mia sull’indirizzo che mi pare doversi dare alla politica.

La notizia della pace conchiusa tra l’imperatore dei Francesi e l’imperatore d’Austria mise la costernazione in tutti gli animi. Vi fu qualche trambusto d’ordine pubblico, ma non andò molto in là, e spero che le cose possano procedere quiete.

Io era incaricato di governare la Toscana in nome di Vostra Maestà durante la guerra, e col fine di raccogliere le forze di questo paese all’impresa dell’indipendenza, fine che pur tropo ora e mancato. Con ciò non ho creduto di dover abbandonare l’uffizio che Vostra Maestà aveva degnato commettermi. Non credo in facoltà mia di fare ciò senza un comando suo. Né reputerei oportuno che Vostra Maestà abbandonasse la protezione di questo paese. Esso cadrebbe facilmente nell’anarchia; si preparerebbe così la via ad una ristorazione, e la ristorazione assicurerebbe il rinnovamento dell’influenza austriaca.

La Consulta, in cui stanno raccolti gli uomini più ragguardevoli della Toscana, ha opinato che si dovessero preparare le elezioni per una Assemblea, la quale deliberi sulle sorti definitive della Toscana. In tempi ordinari io non avrei consentito a un atto che tende a costituire un nuovo Governo, senza aspettare gli ordini di Vostra Maestà. In questi momenti non mi sono fermato innanzi a così fatti riguardi, perché l’indugio avrebbe potuto riuscire pericoloso.

Io credo che la forma attuale di governo della Toscana, sotto la protezione di Vostra Maestà e con un Commissario da Lei nominato, debba durare finché l’Assemblea non sia riunita. Allora sarà, credo, conveniente che io mi ritiri, invitando l’Assemblea stessa a formare un Governo destinato a reggere la Toscana, sintanto che le sue sorti non siano definitivamente regolate dal voto dei suoi rapresentanti ed assentite nei consigli dell’Europa. Cosi facendo, si eviterà l’occasione di ogni rimprovero che Vostra Maestà ed i suoi agenti abbiano influito sul voto della Toscana. Le parole scritte dall’imperatore Napoleone nel proclama di Milano, le dichiarazioni fatte da lord Russel nel Parlamento inglese, l’esempio di quanto si è praticato nei Principati Danubiani mi inducono a credere che i voti dei popoli italiani saranno rispettati. Non dico che siano per mancare gli ostacoli e le difficoltà, ma affermo che è cosa da tentarsi, non senza fondata speranza.

La vostra Casa, Sire, e il vostro Governo, che hanno sempre promosso la causa italiana, sono naturalmente chiamati a proteggere questo tentativo, giacché non è più dato di proseguire quella guerra che è stata salutata con tanta gioia, e che fu troncata nel momento in cui si avvicinava il compimento delle più belle speranze.

Ho esposto a Vostra Maestà l’opinione mia: non occorre che io Le assicuri, che in ogni cosa mi atterrò puntualmente ai comandi suoi (243).

I reggitori provvisionali della Toscana inviarono a Torino Celestino Bianchi, segretario generale del governo, a prender lingua (244). — Veduto il re, scrisse a Firenze nei termini seguenti: — Ho veduto e parlato col re lungamente. Sua Maestà non è solo il primo soldato d’Italia, ma il più leale e costante suo cittadino. Mi ha favellato con grande affetto e con piena fiducia delle cose della Toscana. Faremo da noi, mi ha ripetuto; a primavera, l’Italia centrale potrà fornirmi cinquantamila buoni soldati, o tutti d’accordo supereremo i pericoli che ci minacciano, e compiremo i nostri destini (245).. — Le prime parole di Vittorio al messaggiero toscano erano state queste: — Ebbene che cosa si pensa di me in Toscana? — Si confida sempre nella leale protezione di Vostra Maestà, aveva risposto il Bianchi. — Né sono proprio contento, aveva soggiunto il re; non saprei darmi pace se si fosse potuto dubitare un solo istante, che io per vantaggiare i miei interessi avessi abbandonata la brava gente, che nella Toscana e nei Ducati ha posto fiducia in me.

Il conte Cavour favellò a Celestino Bianchi non meno animoso e risoluto: — Costituite subito, gli disse, un governo liberale, deliberalo di resistere, sia alle pressioni diplomatiche, sia agli assalti armali. Chiamate subito in Toscana Malenchini coi suoi volontari e Ulloa colle trupe regolari. Se la Toscana mantiene lo spirito nazionale spiegalo, essa può salvar tutto. L’Inghilterra è contenta di vederla aggregala al Piemonte; l'imperadore Napoleone, se ha assentito alla ristorazione di casa Lorena, vi ha posta la clausola, che non debba usare violenze o aiuti di armi straniere (246). —

L’incarico di ricomporre il ministero era stato affidato dal re al conte Arese; ma egli in breve rassegnò i poteri datigli, riuscendogli insoportabile il dovere richiamare dai Ducati e dalla Toscana i commissari regi. I tempi che correvano non rendevano lieto il pensiero-di prendere il maneggio della cosa pubblica; anzi consigliavano a starsene in disparte. Nulladimeno Alfonso La Marmora si sobbarcò a questo nuovo peso, volgendo tutte le sue cure all’esercito, intanto che Urbano Rattazzi, assumendo il governo delle cose interne, prese a maneggiare eziandio la parte più segreta e delicata della politica esteriore, insieme col generale Dabormida, che entrò a presiedere alle faccende esterne. Il programma del nuovo ministero, in quanto alle cose politiche del di fuori, fu annunziato alle legazioni del re nei sensi seguenti. — I preliminari di Villafranca rano un fatto compiuto, e il governo dei re necessariamente doveva prenderli come punto di partenza nei negoziati che era chiamato a intavolare per tutelare gli interessi del Piemonte e dell’Italia. Questi preliminari non avevano assicuralo l’avvenire della nazione; per essi non si era conseguito il supremo fine per cui il Re era sceso in campo contro l'Austria, e rimanevano insoddisfatti molli legittimi desiderii. L’Italia non aveva raggiunto quell’assetto indipendente che era necessario alla tranquillità sua e alla pace dell’Europa. L’Austria tuttavia preponderava nella penisola. La ristorazione dei principi, fuggiti dai loro troni, diventava un perenne fomite di guai e di disordini per il presente e per l'avvenire. Il Piemonte non tralascierebbe di far conoscere all’Europa i danni e i pericoli d’avere privata la Lombardia delle sue difese naturali, strapandole Mantova e Peschiera. Il governo del re non si presterebbe a una confederazione coll’Austria, e presieduta anche onorariamente dal papa. Per la Venezia domanderebbe governo autonomo e istituzioninazionali e liberali. Protesterebbe contro il rinnovamento dei trattati speciali dell'Austria con gli Stati minori italiani, e avrebbe per debito d’onore di propugnare i diritti e gli interessi degli Italiani che avevano chiesta e conseguita la proiezione del re di Sardegna. Le libere istituzioni, che dall’anno 1848 erano state l’àncora di salvezza per il Piemonte, gli darebbero lena e costanza per superare felicemente le nuove prove (247).

L’uomo, che sublime nell’opinione pubblica aveva signoreggialo da re i destini d’Italia, si conduceva nella solitudine di Leri e di là scriveva a Salvatore Pes di Villamarina:—Sono stato felice, dopo il triste scioglimento della guerra, di potermi ritirare dagli affari, senza cagionare perturbazioni gravi. Il nuovo ministero è costituito in modo da rassicurare l’Europa e il paese. La Marmora e Dabormida offrono le maggiori guarentigie di moderazione e di lealtà. Rattazzi significa che non si ha il minimo intendimento d’indietreggiare all’interno. Non dubito che voi presterete loro lo stesso concorso che costantemente avete prestato a me. Il mio ritiro deve rendere l’opera vostra meno scabrosa..... Fate di me una vittima espiatoria, per riguadagnare al nostro paese l'amicizia del governo francese. Essa ci è indispensabile, onde a Zurigo non si consumi il sacrifizio di Villafranca (248). —Correranno sei mesi, e Cavour, risorto a maneggiare di nuovo la politica italiana, scriverà al principe Girolamo Bonaparte riamicandosi seco e coll’imperatore:

Le conseguenze della pace di Villafranca si sono svolte mirabilmente. La campagna politica e militare, che ha tenuto dietro a questo trattato, è stata più vantaggiosa all’Italia della campagna militare che l’ha preceduta. Essa ha creato per l’Imperatore Napoleone titoli alla riconoscenza degli Italiani, più grandi di quelli delle battaglie di Magenta e di Solferino.

Quante volte nella solitudine di Leri non ho esclamato: benedetta la pace di Villafranca! (249).

Ora passiamo a narrare i fatti per cui nella mente di Cavour s’ingenerò una mutazione così profonda d’opinione, e decorse con gloria e con grande frutto dell’Italia un periodo di tempo, ch’era aparso per essa principio di grandi infortunii.


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CAPITOLO QUARTO

SOMMARIO

Condizioni difficilissime del Piemonte — Politica inaugurata dal nuovo ministero del re di Sardegna — Deliberazioni prese dagli abitanti dei ducati di Modena, Reggio, Guastalla Parma e Piacenza, e della Toscana — Memoriali dei governi provvisionali dell'Italia centrale alle Potenze europee — Concetti fondamentali della comune politica dei governi di Modena e di Firenze — Pratiche per la Lega — Accordi, e susseguenti discordie tra Farini, Fanti e Garibaldi — Gravi pericoli, come sventati —Lettera del generale Garibaldi al re Vittorio Emanuele --Concetti di Farini e di Ricasoli intorno ai modi di procedere per l'annessione dell'Italia centrale al Piemonte — Sollecitazioni del governo di Bologna per l'immediata unione della Romagna alla Toscana — Oposizione del Ricasoli — Farini dittatore nella Romagna — Com'egli procedesse nell’unificare le provincie governate — Sue dichiarazioni al ministro Rattazzi — Opere della diplomazia piemontese — Proposte di confederazione italiana per parte della Francia; come giudicate dal Gabinetto di Torino — Deliberazioni del Gabinetto di Torino relative al negozialo di pace coll'Austria — Colloqui in Parigi del primo plenipotenziario sardo a Zurigo — Dichiarazioni del Governo toscano sulle trattative per la pace — Le conferenze di Zurigo — Istruzioni relative ad esse del re Vittorio Emanuele II — Negoziazioni e risultati — La pace di Zurigo — Osservazione — Pratiche di Ubaldino Peruzzi in Parigi; come accolte dal conte Walewski — Sua politica rispetto alle cose italiane dopo i preliminari di Villafranca — Politica personale e segreta dell'imperatore Napoleone — Suoi andamenti, suol risultali — Voto d'annessione della Toscana al Piemonte; come accolto dal re Vittorio Emanuele e dal suo Governo — Andamenti della politica personale di Napoleone — Suo colloquio coi deputali toscani in Parigi e col ministro degli affari esteri di Sardegna — Sua Lettera al re Vittorio Emanuele — Risultati di essa.

Cooperare al pieno eseguimento dei preliminari di Villafranca, per il Piemonte importava abdicare l’egemonia gloriosa sulle cose italiane, ripiantare nella Penisola il predominio dell’Austria e prepararsi colle proprie mani un avvenire di vergogne e di discordie civili. D’altra parte, per qual via uscir incolume dai sovrastanti pericoli? Nella Lombardia stava accampato un esercito francese. La politica del conte Walewski avea trionfato, e il principe Della Tour d’Auvergne, che n’era zelante sostenitore, vegliava e insisteva per l’esecuzione dei preliminari, e per il pronto negozialo definitivo della pace. La Russia e la Prussia consigliavano con calore il re di Piemonte a rimettere sui loro troni i principi spodestati. L’Inghilterra era bensì benevola, ma l’esperienza aveva insegnato qual conto si dovesse fare sul suo apoggio, quando bisognassero armi e non protestazioni. S’aveva ragione di dubitare che Napoleone, postergati gli interessi del Piemonte e dell’Italia a nuovi concetti politici, s’adoperasse colle sue dimostrazioni di buon volere verso l’Austria a rendersela alleata. Il principio del non intervento armato non era assicurato. Le armi del duca Francesco I rumoreggiavano in sul confine del modenese. Le Corti di Roma e di Napoli si aparecchiavano ad aiutare la reazione di danaro e di soldati. Mancavano le forze per sostenere da soli l’urto armato dell'Austria. Ai sofferti disinganni, alle sovrastanti difficoltà politiche andavano compagni i timori di vedere le popolazioni dell’Italia centrale, pel credulo abbandono della Francia o per le minacciate restaurazioni degli scacciati principi, darsi in balìa a commozioni terribili; Sinistrando per tal modo da ogni lato le cose, per non vedere sperduto il maggior benefizio politico della guerra, ai nuovi ministri di Vittorio Emanuele li faceva d’uopo usar senno e accorgimenti non volgari.

Era necessario di richiamare dai ducati, dalle Legazioni e dalla Toscana i commissari del re. In far ciò s’ordinò loro di rassegnare la cosa pubblica ai più autorevoli del paese, e di notificare per bando, che il regio Governo non tralascierebbe di patrocinare i legittimi voti dei popoli dell’Italia centrale nei negoziali di pace (250). Queste dichiarazioni miravano a far sì, che tosto e più facilmente posassero le prime agitazioni pericolose. Esse erano l’effetto di una determinata politica, che mutava i mezzi, non il concetto e il fine. Il ministro degli affari esteri scrisse pertanto all’ambasciatore del re in Parigi: — Liberi ormai da ogni influenza, i popoli dei ducati, delle Legazioni e della Toscana avranno modo di manifestare liberamente i loro voli. Giova sperare che l'Europa e massime la Francia, che tanto ha operato a vantaggio dell’Italia, non permetteranno che la forza debba decidere dell’avvenire di questi Italiani. In quanto a noi, non solo ci crediamo in diritto, ma sentiamo il dovere di reclamare per essi il non intervento, e di raccomandarli all’Europa, onde siano rispettate le loro deliberazioni (251).

Ma questa tutela, per riuscire efficace, non poteva essere esercitata all’aperto e per le vie ordinarie. Era necessario praticare due politiche, l’una palese e non discordante affatto dai preliminari di Villafranca, l’altra occulta e diretta a distruggerne le dannose conseguenze. Sino dai primi suoi giorni, il nuovo ministero non indietreggiò dal sobbarcarsi a questa scabrosa impresa, e dai fatti che narreremo, il lettore vedrà che esso impresse e mantenne alla politica nazionale quel moto e quell’indirizzo che agevolarono al conte Cavour il finale trionfo. Nel richiamare i commissari del re, il ministero per istruzioni segrete li avvertì di lasciare possibilmente provvisti d'armi i popoli dell’Italia centrale, e di far conoscere agli ufficiali piemontesi aggregati alle schiere dei volontari che rimanendovi non verrebbero radiati dai ruoli dell’esercito piemontese (252). Ma per travalicare con buon esito le condizioni difficilissime, in cui i preliminari di Villafranca aveano lasciato il Piemonte e l’Italia centrale, era indispensabile che nei governanti provvisionali il senno e la circospezione non facessero difetto, e che il coraggio, la prudenza e la concordia primeggiassero nei pensieri e nelle opere di quelle popolazioni. Per buona fortuna i guidatori si mostrarono degni dei difficili tempi, e i popoli meritevoli d’ogni sorte migliore. Il magistrato municipale di Modena invitò i suoi concittadini a manifestare la propria volontà, e nello spazio di un mese il voto d’unione al Piemonte fu riconsacrato da novantamila suffragi. Carlo Luigi Farini svincolò i Modenesi e i Reggiani da ogni sudditanza al re di Piemonte, ed essi lo proclamarono dittatore. Ripreso il maneggio della cosa pubblica in Modena, Farini convocò i comizi popolari per una Assemblea costituente. La quale, addì 20 agosto 1859, unanime votò la decadenza a perpetuità di Francesco I d’Austria d’Este e di qualunque altro principe degli Asburgo-Lorena. Nel susseguente dì, l’Assemblea costituente dei ducati di Modena e di Reggio statuì di voler mantenuta l’unione di essi al regno di Sardegna.

I preliminari di Villafranca nulla aveano stabilito per i ducati di Parma e di Piacenza. Ma dietro l’abboccamento dei due imperatori a Villafranca, e le susseguenti dichiarazioni fatte al Governo del re, i ministri subalpini vivevano fiduciosi di conservarne il possesso. Al contrario non tardarono le istanze dell'ambasciatore di Francia in Torino, onde in quei paesi si abbattessero tosto gli stemmi reali. Su questo argomento Walewski manifestò una rigidezza estrema: si sperò di vincerla col rivolgersi all’imperatore Napoleone; ma egli si tenne silenzioso, da che aveva ceduto alle insistenze della Russia, favorevole alla reggente Maria Luisa. Posto nella necessità d’ordinare che da Parma e da Piacenza si levassero le insegne di Casa Savoia, il Piemonte volle almeno che la Francia ne facesse formale domanda (253).

Partito il commissario regio, gli abitanti di Parma e di Piacenza furono convocati nei comizi, per accettare o respingere il plebiscito d’unione al regno sardo. Raccolti i suffragi, si trovò che avevano votato per l’accettazione del plebiscito sessantatremilacentosessantasette, per il rifiuto cinquecentoquaranta. A mantenere l’unione delle provincie di Parma e di Piacenza al regno costituzionale dell’Alta Italia, fu eletto a dittatore Carlo Farini. Egli convocò Un’Assemblea costituente che, addì 10 di settembre, votò a unanimità la decadenza dei Borboni, e poco dopo proclamò l'unione al regno costituzionale della dinastia di Savoia. Per la medesima strada procedette l’Assemblea rapresentativa della Romagna.

Il barone Bettino Ricasoli era rimasto a capo del Governo provvisionale della Toscana. Convocati i rapresentanti del paese, addì 11 d’agosto, egli loro nobilmente favellò, conchiudendo così:

Non ci sgomenti la nostra piccolezza di Stato, perché vi sono momenti nei quali anche dai piccoli si possono operare cose grandi. Ricordiamoci che, mentre in quest’aula, muta da tre secoli alle voci della libertà, trattiamo di cose toscane, il nostro pensiero deve mirare all’Italia. Il Municipio senza la nazione sarebbe oggi un controsenso. Senza clamori e senza burbanza, diciamo quello che come italiani vogliamo essere, e la Toscana darà un grande esempio, e noi ci feliciteremo di esser nati in questa parte d’Italia; né, comunque volgano gli eventi, dispereremo dell’avvenire della patria nostra diletta.

Felice tempo era quello in Italia di generosa gara di forti propositi I L’Assemblea toscana, addì 16 agosto, adunanimità dichiarava decaduta la dinastia austro-lorenese, e quattro giorni dopo acclamava l’unione della Toscana al Piemonte. In tal guisa, nello spazio di sessanta giorni, i popoli della Toscana, della Romagna e dei Ducati facevano solennemente conoscere ai maggiori potentati, che per essi, i quali v’erano rimasti estranei, la pace di Villafranca era un pezzo di carta senza più. I governanti toscani dignitosamente esponendole proprie ragioni in un memoriale diplomatico, redatto con maestria squisita, concludevano con dire: — Tutti, popolo, Assemblea, Governo, abbiamo fatto il nostro dovere. La coscienza pubblica e la storia giudicheranno ove fosse il diritto, il senno civile, la temperanza; dove l’ingiustizia, l’accecamento, l’abuso della forza (254). —Nel memoriale indirizzalo dai reggitori della Romagna ai Governi d’Europa si dimostrava, che negli ultimi quarantacinque anni di Governo pontificio erano state continuate le deplorabili alternative di sollevazioni, di reazioni, di nuove ribellioni, d’interventi stranieri, di assassinamenti politici, di malvagie opere di fratellanze segrete e di pessimo reggimento clericale. Unico rimedio a tanti mali era l’annessione della Romagna al Piemonte; ogni altro espediente avrebbe lasciato vivace il germe fecondatore di nuove rivoluzioni (255).

In quanto a Modena, diceva Farini, quattro volte dai governati popoli gli Estensi sono stati cacciali, e quattro volle sono stati ricondotti dalle armi straniere. Un quinto intervento forestiero, per rimetterli di nuovo sul trono a dispetto della volontà del popolo che aveali cacciati, sarebbe un tristo risultato di una guerra fatta per abbattere il dominio austriaco in Italia. A spegnere unfocolare d’insurrezione, bisognava che l'Europa accettasse l’unione dei ducali al Piemonte (256). Se l’opera dell’annessione dell’Italia centrale al Piemonte era in parte soggetta agli influssi e al volere dei maggiori potentati -europei, nel rimanente era affidata al senno e alla volontà di coloro che governavano a Modella, a Bologna e a Firenze, mentr’erano in corso i negoziali di paco. La diplomazia senza l’uso delle armi non poteva impedire che Ricasoli in Toscana, Farini nei Ducati, Cipriani nelle Romagne, si considerassero come amministratori temporari, agenti in nome del re di Piemonte, e che, saldi nella pertinace affermazione del diritto popolare, essi considerassero gli amministrati popoli, come sudditi virtualmente di Vittorio Emanuele II, e riordinassero la cosa pubblica conforme al nuovo Stato. Realmente fu sopra questi concetti, che i reggitori modenesi, bolognesi e fiorentini incardinarono la comune politica.

A provvedere alla comune difesa, fu posto in campo il progetto di una lega militare. In quanto alle condizioni, i Governi di Modena e di Firenze presto vennero in pieno accordo; senonché Farini era d’avviso che si dovesse andare a rilento ad accoglier Bologna nella lega. Egli ragionava così: — I Governi di Toscana e di Modena hanno una base propria, se non fosse altro, nei fatti stessi della guerra. Ma questo fondamento che rafforza i due Governi manca al Governo di Bologna. Tropo chiara è la differenza che passa tra il ristauro del duca di Modena e della dinastia lorenese, e la questione degli Stati romani. Colla forza di cui disponevano la Toscana e Modena, coll’apoggio unanime delle popolazioni, colle salde condizioni dell’ordine interno, esse potevano regolarmente trattare con una parte dell’Europa, in nome del loro diritto particolare. Dovevano pertanto schivare ogni aparenza, che riunendo in una sola due situazioni differenti, potesse far sì che il loro diritto rimanesse confuso e sopra fa Ito dall’altro diritto prevalente che dominava la questione romana (257). —Al Ricasoli doleva di scindere la questione romana da quella della Toscana e dei Ducati; ma non si dissimulava che le condizioni in cui erano le provincie state soggette al dominio pontificio, aparivano di gran lunga più difficili e complicate di quelle delle provincie sorelle dell’Italia centrale, da che l’Europa cattolica ostinavasi nel credersi obbligata a conservare alla Santa Sede il principato temporale. Ove a tal fine essa avesse impugnate le armi, poteva involgere nella stessa repressione coloro che giudicava vassalli della Chiesa e i loro alleati. Il Governo toscano, d’accordo con quello di Modena, che all’uno e all’altro non conveniva di stringersi in lega colla Romagna, propose il partito di studiare i modi di difenderla, senza mettere a repentaglio per accordi tropo intimi gli interessi generali dell’Italia (258).

Questo concetto piacque al Farini, e per incarnarlo si portò in Modena plenipotenziario del Governo toscano Marco Minghetti, col quale venne stabilito, che il Governo di Bologna formulerebbe la sua domanda di accessione alla lega militare, in modo che Modena e la Toscana rimanessero svincolate da qualunque impegno col Governo di Bologna, nel caso di un intervento armato europeo nello Stato Pontificio, e di un gagliardo assalto dell’esercito papale; Opure di una pressione diplomatica fatta in nome di un allegato diritto europeo. Conseguentemente i Governi di Modena e di Firenze doveano soltanto assumere l’obbligo di concorrere alla conservazione della pubblica tranquillità nelle Legazioni, e a difenderle dai mercenari pontifici. Il fine direttivo della lega neanco implicava la questione della sovranità, riducendosi al conseguimento di un assetto definitivo, che assicurasse la libertà politica e civile, in conformità del diritto internazionale (259).

Favorevolmente accolte queste proposte dai Governi di Bologna e di Firenze, la lega fu stipulata formalmente addì 10 agosto 1859. Essa veniva conchiusa tra la Toscana e lo Stato modenese, per conservare la propria libertà e indipendenza contro le aggressioni della dinastia di Lorena e degli Estensi e loro attinenti e pretendenti affini, per mantenere l’ordine interno contro qualunque turbamento, per istabilire l’unità dei pesi, delle misure e della moneta sulla base del sistema decimale, per togliere ogni impedimento alla libera circolazione tra Stato e Stato delle merci e delle persone. Rispetto al primo e al secondo fine, gli Stati contraenti si obbligavano di fornire un contingente di trupe regolari, diecimila uomini la Toscana, quattromila Modena. I due Governi d’accordo nominerebbero il capitano supremo delle milizie della lega, e frattanto si stabilivano le spese comuni. La durata della lega era fissata per tutto il tempo in cui i due Stati non avessero ricevuto un assetto definitivo conforme al diritto nazionale, e capace di assicurare la libertà civile e politica delle popolazioni. Rimaneva aperto il protocollo della convenzione a vantaggio degli Stati i quali, trovandosi in condizioni analoghe a quelle della Toscana e dello Stato modenese, volessero accedervi (260). Sotto le indicateclausole, il Governo di Bologna vi partecipò, assumendo l’impegno di dare settemila soldati equipaggiali e man tenuti. Poco dopo, Parma divenne pure parte integrale della lega, dando quattromila soldati (261).

Bisognava al nuovo esercito della lega un abile e accreditato condottiero. I plenipotenziari che l’avevano stipulata si trovarono concordi nello scegliere il generale Manfredi Fanti, nativo di Modena, dotto e prode soldato e cittadino egregio, provalo ai dolori dell’esilio. Ma egli stava al servizio del re di Sardegna. Marco Minghetti ebbe l’incarico di ottenere l’assenso del ministero piemontese. Tosto l’ebbe, e questo fu un segnalato servizio reso ai Governi dell’Italia centrale (262). Farini scriveva in effetto al ministro Rattazzi: — Se Fanti non venisse, saremmo molto imbarazzati. Non dico che andremmo in rovina, come i più timidi pensano, dico che potremmo correre qualche rischio, principalmente se lo stato presente d’incertezza dovesse continuare (263). —Nelle Marche la ribellione sobbolliva minacciosa. È fuori di dubbio che verso la fine dell’ottobre 1859, tra Farini, Fanti, e Garibaldi, che stava a capo della milizia toscana, ebbero luogo segreti concerti per ispalleggiarla ad irrompere coll’aiuto delle armi della lega. Ma gli avvisi e i consigli venuti da Torino e da Firenze, persuasero il dittatore e il generale Fanti, che procedendo per quella strada si andava incontro inevitabilmente a complicazioni ed a pericoli, che era necessità sfuggire (264). Laonde essi indietreggiarono con grande sdegno di Giusepe Garibaldi, pronto sempre ad arrischiar tutto nella sua fiducia sconfinata nelle forze della rivoluzione. Da questa contrarietà di opinioni nacquero dissapori gravissimi. L’indomito guerrigliero intimò al Farini di cedergli la dittatura entro ventiquattro ore. Gagliarda tempra d’animo aveva Carlo Farini; onde rispose che piuttosto si lascierebbe buttar giù da un balcone del palazzo ducale anziché assentire. Il generale non si abbandonò in balìa a risoluzioni violenti; ma lasciò il dittatore incerto del partito che presceglierebbe (265). Era urgente il rimedio. I mazziniani si adoperavano a impadronirsi della somma delle cose nel l'Italia centrale, e si maneggiavano a portare Garibaldi alla dittatura, sicuri che egli tosto scatenerebbe la guerra e la rivoluzione sui territori pontificio e napoletano; dall’altro lato Napoleone aveva dichiarato che, ove ciò avvenisse, trentamila soldati Francesi occuperebbero immediatamente Piacenza. Per soprassello le corti di Roma e di Napoli, per segreti accordi, s’erano intese che, ove la rivoluzione scopiasse nelle Marche, le trupe napoletane, raccolte negli Abruzzi, si sarebbero rannodate colle schiere papaline accampate a Pesaro, per rintuzzare le milizie rivoluzionarie e per riacquistare le Legazioni al Papa (266). Interrogato sul da fare, Cavour consigliò che il re dovesse senza esitanze togliere ogni comando d’armi a Garibaldi (267). Rattazzi propose l’uso di benevoli consigli. Essi, praticati da Vittorio Emanuele, riuscirono efficaci. Addì 23 novembre 1859, Garibaldi scrisse al re questa nobile lettera:

Secondo il desiderio della Sua Maestà, io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio. La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora; prego V. M. si degni ordinare mi venga concessa.

Con affettuoso rispetto di V. M.

Devotissimo Garibaldi.

Garibaldi battezzò bensì pubblicamente di volpina la politica dei minori Governi, coi quali(-)aveva avuto che fare; ma con assennate parole esortò i soldati e i popoli dell’Italia centrale ad aspettare disciplinati e concordi l’ora oportuna d’agire (268). Lieti scorrevano i primi giorni dell’italiana redenzione. Eccettuati pochi spensierati mazziniani, i repubblicani di maggior credito, benché contraddetti nei loro divisamenti, si tenevano lontani dal suscitare vaste scontentezze; laonde soldati e popoli, per quanto grandemente amassero Garibaldi, si mostrarono concordemente pronti a impedire qualunque tumulto per la sua partenza dall’Italia centrale. Il Governo piemontese prese argomento da questi fatti per patrocinare di nuovo la causa dei popoli dell’Emilia e della Toscana presso i gabinetti di Londra e di Parigi (269).

II

Concordi con incrollabile saldezza di proponimenti nell’impedire la restaurazione degli antichi principati, e nel condurre i governati popoli all'unione col Piemonte,Ricasoli e Farini non si trovavano in pieno accordo in quanto ai modi.

Nel settembre del 1859, il dittatore delle provincie modenesi propose che si accreditassero presso il supremo comando della lega alcuni commissari, onde formare un Consiglio incaricato di condurre le pratiche necessarie per l’unificazione delle monete e delle dogane. Farini voleva in sostanza impiantare accanto alla lega militare una lega politica (270). Ricasoli negò il suo assenso, avvertendo, che una colleganza stretta e solidaria dei Governi provvisorii dell’Italia centrale poteva tropo facilmente offrire alla diplomazia gli elementi per un regno a parte, in contraddizione ai voti dei popoli e agli interessi supremi della nazione (271). Il dittatore di Modena replicava, che questo pericolo si poteva ovviare circoscrivendo il mandato dei commissari. I singoli stati dell’Italia centrale dovevano promuovere l'unificazione in tutti quei modi che erano in poter loro. Essi inoltre dovevano immedesimare possibilmente la propria azione politica. — L’ora dei negoziali, egli diceva, s’avvicina: se le nostre pratiche si manterranno slegate, e spesso inconscie le une dalle altre, una diplomazia amica dei mezzani espedienti e favorevole soltanto in parte ai nostri desideri potrebbe trovare in esse un destro per una soluzione parziale (272). —Il presidente del Governo toscano aprovava che l’opera dell'unificazione dovesse procedere sollecita nei ducati, ma in quanto al rimanente ragionava così: — Persistendo nello stato attuale, il nostro diritto meglio si afferma; giacché questo provvisorio è l’esclusione delle vecchie dinastie, e la ferma e confidente aspettativadel compimento dei legittimi voti delle popolazioni. Le provincie emancipate mossero da diversi punti; e animale dalla stessa forza d’impulsione pel mal governo dei loro principi che le avevano abbandonate, e dalla stessa forza e dagli stessi spiriti d’italianità gravitarono concordemente verso il Piemonte. L’efficacia del movimento, la sua autorità, per cosi dire, sta in questa concordia di molo operante in distinti corpi sinora disgiunti, i quali, arrestati a distanza dal loro centro d’attrazione per la volontà dell’Europa, aspettano, persistenti nelle proprie determinazioni, che si tolgano gli ostacoli e che il loro destino si compia. Uniformi nei voti e pari nei diritti, le provincie sorelle dell'Italia centrale non potrebbero andare soggette a soluzioni disgiunte e parziali. L’aver fatto corpo comune, tessersi dato alto di vita e di movimento proprio avrebbe potuto favorire l’idea di consolidarle in quelle condizioni che erano le più vagheggiate dall’Europa. Neanco si doveva dimenticare che le quattro provincie erano in differenti stadi di vita civile e politica, e che mancava conseguentemente la facilità del pari che la ragione di fare qualche cosa di somigliante a uno Stato solo, da unirsi poi col Piemonte. Data al nuovo regno la unità militare e la unità doganale, ogni Stato che concorrerebbe a formarla, non escluso il Piemonte, avrebbe a passare per una serie di. trasformazioni, prima del compimento del lavorio di unificazione. La Toscana, esposta a maggiori pericoli, chiedeva frattanto maggiore libertà d’azione, e una convenevole latitudine di giudizio intorno ai provvedimenti oportuni a cansare gli stessi pericoli che l’assiepavano (273).

Le superlative dottrine democratiche non avevano attecchito nella Romagna, ove i ciurmadori politici nonerano giunti ad acquistare credito. Ma gli uomini d'opinione temperala, che avevano seggio nel governo, comprendevano i pericoli dell'isolamento, e si adoperavano a scansarli per mezzo di una pronta unione dell’Emilia colla Toscana. A tal fine fecero calorose sollecitazioni al Governo fiorentino, e fra essi il conte Gioachino Pepoli, che teneva la direzione delle faccende esteriori, perorava così; — Se gli Italiani del centro rimangono disuniti tra loro, sembrerà ad essi tollerabile soluzione quella del regno dell’Etruria. Uniti invece sotto un reggente, non poseranno sino a che non avranno ottenuta l’unione col Piemonte. — E all’Europa diplomatica risponderanno che, se essa non vuole, essi vogliono; che se essa impedisce al re di accettare la loro corona, essi aspetteranno tranquilli e fidenti che la tempesta cessi per proseguire l’intrapresa comune. Intanto avranno un reggente, leggi, armi, bandiera piemontese; daranno così al mondo miracoloso spettacolo di concordia, di affetti e di virilità di propositi. I ministri toscani s'ingannerebbero grandemente, se dalle provincie disunite aspettassero siffatta fermezza: vinte dai dubbi, agitate da partiti, affrante dalle discordie intestine, esse correrebbero rischio di capitolare o colla anarchia o colla diplomazia. La grande impresa non si poteva compiere che coll’ordine, coll’unione, colla solidarietà. Se si voleva fare l’Italia, se si voleva mantenerla all’altezza della politica piemontese, i governanti di Modena, di Parma, di Bologna e di Firenze dovevano dare assetto in comune alle proprie cose, e ad una sola voce dire all’Europa che cosa essi volevano. Altrimenti operando, aprivano il varco agli intrighi politici e compromettevano l’avvenire d'Italia. Ci pensasse più di tutti il Governo toscano, nelle cui mani stavano le sorti comuni (274).

Ma Bettino Ricasoli stelle saldo. Per lui l’unione era un allo di separazione dal Piemonte, un avviamento ad un regno dell’Italia centrale; onde la sua incrollabile resistenza alla proposta dei Governi di Modena e di Bologna. Tuttavia s'accordò con loro nello impegnarsi tutti a non procedere ad atti politici di rilievo, senza saputa e consenso degli altri (275).

Nel novembre del 1859 Carlo Luigi Farini fu investito della dittatura della Romagna. Egli tosto con sollecitudine si pose attorno a far progredire l'opera unificatrice. — Ho fatto il colpo, scriveva a Michelangelo Castelli, ho caccialo giù i campanili e costituito un governo solo. Ad anno nuovo, da Piacenza alla Cattolica, tutte le leggi, tutti i regolamenti, i nomi ed anche gli spropositi saranno piemontesi. Farò fortificare Bologna a dovere: buoni soldati, buoni cannoni e contro tutti che vogliono combattere l’annessione; questa è la mia politica. Senza impiccare me, senza bruciare Parma, Modena e Bologna, per Dio! non tornano i duchi e i preti (276). —Egregio cittadino italiano, egli era caldo quanto altri mai di liberale e nazionale affetto; tuttavia per alcun tempo l’opera sua fu amareggiala da indegni sospetti. Si cercò d’insinuare nell’animo di Vittorio Emanuele e dei suoi ministri, che egli, sottomano, lavorava per vantaggiare il principe Napoleone. Ma Farini con franche dichiarazioni sventò il tristo intrigo (277) e trovò in Vittorio Emanuele e nei suoi consiglieri quella larga fiducia di cui era meritevolissimo. Arbitro della condizione di cose che aveva saputo creare, il dittatore di Modena compresea meraviglia le condizioni scabrosissime in cui versava il Governo sardo. Le assemblee avevano deliberato di mandare solenni deputazioni a Vittorio Emanuele, arrecatrici del voto dell'unione. Era politica necessità d'accogliere e con qualche manifestazione palese; ma Don meno imperiosa era la necessità della circospezione: poiché erano in corso i negoziali per la pace di Zurigo, e i maggiori potentati europei si mostravano concordemente avversi all’unione dell’Italia centrale al Piemonte, all’infuori dell’Inghilterra. Governandosi in conformità di questa dopia necessità, Farini scrisse al ministro degli affari interni nei sensi seguenti:

Dalla copia dell’indirizzo che vi mando, vedrete come io abbia provveduto per modo che il Governo del re non si trovi punto imbarazzato a rispondere. Si fa omaggio di sudditanza e null’altro. Il re risponderà come crede; dica qualche benigna parola, ci conforti a perseverare, a stare uniti e concordi; dica che bisogna fare sacrifizi e saremo tutti contenti. A dir breve, faccia il re, fate e dite voi altri ciò che fareste e direste, se già l’unione fosse compiuta. Andrò via via aplicando tutta la nostra legislazione: fra un mese non vi resterà più traccia del vecchio. Non sarò contento sino a che il centro non abbia cinquanta mila uomini in arme e cinquanta mila guardie nazionali ben armate e disciplinate (278).

Vittorio Emanuele favellò alla deputazione di Modena, di Parma e della Romagna degnamente. — Accolgo, disse il re soldato, i voti che mi offrile a nuova testimonianza del deliberato proposito degli Italiani del centro di rimaner liberi dal dominio straniero e dalle conseguenze dolorose delle civili discordie. Mi varrò dei diritti conferitimi dal voto delle vostre assemblee, e non fallirò al dover mio di propugnare la vostra giusta e nobile causa presso i maggiori potentati. L'Europa, che ha riconosciutoad altri popoli il diritto della libera scelta di governo, non vorrà essere meno giusta e generosa verso italiane genti, che chiedono di apartenere ad una monarchia costituzionale, alla quale già sono congiunte per giacitura geografica, per istirpe e per comunanza d’interessi. — Gittati i dadi, il re Vittorio Emanuele ed i suoi ministri giocavano ornai al l’aperto: o annessione dell’Italia centrale al Piemonte, o nuova guerra. Conforme al proprio magisterio, la diplomazia subalpina si adoperava a vincere la partita, senza nuovo spargimento di sangue. Pertanto il ministro Dabormida si studiava di capacitare i maggiori potentati, scrivendo così: — Quando l'Austria aggredì armata mano il Piemonte, e la sorte delle armi stava per decidere se la nazione rimarrebbe libera o serva, i sovrani del centro della penisola postergarono i doveri di principi italiani agli impegni assunti coll’Austria. In tal modo essi colle proprie mani scavarono un abisso tra la loro dinastia e i popoli governati. Ond’era avvenuto, che dopo la pace di Villafranca le popolazioni dei ducati, delle legazioni e della Toscana, lasciate in balìa di se stesse, concordi, tranquille, si erano spontaneamente aggregate con mirabile fermezza di propositi alla monarchia sarda. Esse perfettamente avevano compreso, che la salvezza d’Italia tutta era riposta in un forte e gagliardo regno settentrionale. L’ultima guerra, co’ suoi risultati politici, non aveva riparalo alla preponderanza dell'Austria in Italia, non aveva a sufficienza tutelata la indipendenza territoriale della Sardegna, e l’indipendenza nazionale rimaneva pur sempre un desiderio. La provvidenza aveva fatto sorgere un’occasione per rimediare a un assetto così nocivo alla quiete dell’Europa, e alle previsioni di coloro che desideravano di vedere l’Italia composta in onorata e sicura tranquillità. L’Emilia e la Toscana, riunite al regno sardo, costituirebbero uno 6talo incapace pur sempre di fronteggiare l’Austria, dominatrice della Venezia, e formidabilmente trincerata dietro i ripari del Mincio e dell’Adige; ma che nulladimeno offrirebbe i mezzi per iscansare i più prossimi pericoli per la quiete dell’Europa. Vorrebb’essa oporsi alla formazione di uno stato, che aporterebbe questo grande benefizio comune, e per lungo tempo farebbe scomparire le cagioni secolari di rivalità tra Francia ed Austria? La ristaurazione delle decadute dinastie era un’impossibilità morale. Preceduti e accompagnali da soldati stranieri, i principi di Modena, di Parma, di Firenze avrebbero costante bisogno d’armi forestiere per tenersi saldi in trono. Così sarebbe nella Romagna, in cui converrebbe tornare agli antichi interventi armali. Questa inevitabile occupazione austriaca, l’usò immoderato di una potestà sovrana, invisa ai popoli, inevitabilmente aprirebbero il varco alla fiumana della rivoluzione e della demagogia. Il Governo del re nutriva tropa fiducia negli intendimenti dei maggiori potentati europei, per credere che volessero lasciare attecchire i germi di mali così gravi, il principio di diritto pubblico, invocato dalle popolazioni dell’Italia centrale, era stato consacralo da antecedenti deliberazioni diplomatiche. Esso, in circostanze meno favorevoli, era stato riconosciuto valido per la Grecia, pel 'Belgio, per i Principati Danubiani, ed era la base fondamentale su cui riposava il diritto pubblico dell'Inghilterra e della Francia. Attuato in Italia, renderebbe il sospiralo riposo a questo nobile paese, cui l’Europa era dopiamente debitrice dei sacri doni della scienza e della civiltà. Violare per gli Italiani questo principio, entrato già nelle massime del giure internazionale, era lo stesso che commettere un attentato contro la coscienza pubblica. I governi tutti si dovevano rammentare, che era dell'interesse loro di tenere stretto conto della pubblica opinione,quando essa protestava in nome degli eterni principii della giustizia (279). —Mentre il re di Piemonte e i suoi ministri scopertamente patrocinavano gli interessi dei popoli dell'Italia centrale, doveano eziandio badare con gran cura a tutelare i propri. Era in Torino ambasciatore di Francia il principe Della Tour d’Auvergne, amico devoto del conte Walewski, e zelante sostenitore della sua politica. In sul finire del luglio del 1839, egli s’era presentato al ministro degli affari esteriori, per consegnargli uno schema di lega federale. Scorso che l’ebbe, Dabormida si accorse addirittura che era inaccettabile; onde rispose, che frattanto non giudicava oportuno d’intavolarvi sopra alcuna discussione [(280)]. Il principe, che molto presumeva di sé e cordialmente avversava la politica nazionale del Piemonte, rispose acre, che chiedeva una risposta pronta per iscritto. Ebbene la daremo, rispose calmo il Dabormida. — Essa è degna di essere riassunta in queste carte. — 11 Governo del re è convinto, scriveva il ministro piemontese, che una confederazione. italiana riuscirà dannosa all’Italia, qualora vi debba partecipare l’Austria, e gli Stati che la costituiranno non siano forniti di istituzioni politiche pressoché identiche. Se lo schema di con federazione, presentato dal ministro di Francia in Torino, deve attuarsi, l’Austria dirigerà di diritto e di fatto le due maggiori confederazioni europee, e la conseguenza più spiccante della guerra del 1839 sarà, che la corte di Vienna, col perdere la Lombardia, ha conseguito di sottomettere Italia tutta al suo dominio esclusivo e legale. Il Piemonte nella penisola rapresenta non solo l’indipendenza nazionale, ma i progressi della civiltà moderna. Al contrario gli altri governi italiani rapresentano un passato destinalo a perire. Tendenze così oposte condurranno inevitabilmente la confederazione a sciogliersi per un compromesso, opure per la guerra civile. I popoli Italiani, per parte loro, non potrebbero nutrire la minima fiducia verso la Dieta federale, interessata a spegnere le libertà politiche della nazione. Conseguentemente la rivoluzione vi alzerà minacciosa il capo, per rovesciare un’autorità screditata e nemica. La casa di Savoia, per la giacitura dei suoi domini sola in Italia in diretto contatto coi maggiori potentati, si era trovata costantemente mescolata a tutti' i grandi avvenimenti europei, e la storia dimostrava, che i vantaggi conseguiti erano proceduti dalla libertà delle alleanze. Ove attualmente entrasse nella proposta confederazione, perderebbe questo impareggiabile vantaggio. Gli immensi sacrifizi, fatti dal Piemonte nel corso di undici anni per l'indipendenza italiana, assicuravangli inoltre diritti che agli altri Stati della penisola non competevano punto. Se il concetto di una confederazione italiana era degno dell’alta mente che l’aveva concepito, non era men vero che, nelle condizioni in cui la pace di Villafranca aveva messo l’Italia, il suo attuamento presentava enormi difficoltà. — A queste considerazioni generali susseguivano speciali apunti ai sedici articoli del progetto francese, che veniva rifiutato, come contrario agli interessi permanenti della libertà e dell’indipendenza d’Italia (281).

Già sino dai primi dì in cui il ministero Lamarmora-Rattazzi erasi costituito, esso aveva deliberato, in un consiglio presieduto dal re, d’incaricare Villamarina diadoperarsi affinché ad ogni costo la progettata confederazione non riuscisse. L’ambasciatore del re a Parigi aveva risposto: — Ora che la Venezia rimane sotto il dominio dell’Austria, coll’entrare nella con federazione il Piemonte discenderebbe alla condizione di vassallo dell’impero, e diverrebbe un istrumento della politica delle corti di Vienna e di Roma. Potete quindi, signor ministro, far pieno assegnamento, che io sarò lottatore infaticabile, per mandare a monte un concetto ruinoso alle nostre libere istituzioni, e il quale spoglierebbe casa di Savoia e il Piemonte di quei legittimi influssi che debbono esercitare sulle cose italiane (282). — .


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III

Praticando questa politica, era scabroso di negoziare la pace coll’Austria. Il Governo francese, volendo vederla presto conchiusa, ordinò al principe Della Tour d’Auvergne di sollecitare il Governo sardo a inviare il suo plenipotenziario a Zurigo (283). Gli fu risposto che ciò si farebbe, a condizione però che preventivamente si manifestassero al Piemonte le deliberazioni che si volevano prendere (284).

Per evitare gli scogli, e rimanere a galla, in un consiglio di ministri fu stabilito che, giovandosi della clausola posta dal re nel segnare i preliminari di Villafranca, il plenipotenziario sardo avrebbe per istruzione di restringere a Zurigo l’opera sua alle questioni puramente amministrative e finanziarie, lasciando in disparte ognicontroversia, che fosse d’interesse europeo. I consigli dell’Inghilterra convalidarono questo procedere. — Se la Sardegna, osservavano Palmerston e Russel, s’impegna in un trattato di pace coll'Austria a partecipare alla confederazione, e ad assentire al ritorno dei principi spodestati, essa si porrà nel rischio di essere tacciata di duplicità, e susciterà gravi imbarazzi ai migliori suoi amici. —A condurre la difficile trattazione venne scelto il cavaliere Luigi Desambrois, fermo, acuto, prudente e integerrimo uomo di stato. Prima di portarsi a Zurigo, il plenipotenziario sardo andò a Parigi, onde intendersi confidenzialmente col gabinetto imperiale. Walewski si mostrò seco ottimamente inclinato, in quanto all’aiuto che i plenipotenziari francesi gli presterebbero per le questioni finanziarie, ma senza reticenza gli spiattellò, che il meglio che il Piemonte poteva fare, era di rinunziare ad ogni pretesa su Parma e Piacenza e di accomodarsi alla confederazione, nella quale parteciperebbe la Venezia, posta dall’Austria nelle condizioni, in cui il Luxemburgo era rispetto all'Olanda. Desambrois scovò che nel fondo dell'anima l’imperatore era avverso al ristauro dei principi alleati dell’Austria, ma lo trovò riscaldato nel concetto federativo (285). Il migliore risultato del viaggio a Parigi del plenipotenziario sardo alle conferenze di Zurigo fu quello relativo al non intervento adottato dalla Inghilterra e dalla Francia,' ma non peranco assentito dalla Russia e dalla Prussia.

A Zurigo il Piemonte doveva patrocinare gli interessi propri, e quelli dell’Emilia e della Toscana. Il Governo fiorentino, nell’incaricare il suo agente diplomatico in Torino di fare la necessaria entratura, affinché i ministri di Vittorio Emanuele assumessero l’impegno di noi lasciare compromettere diplomaticamente nel negoziato per la pace le sorti che la Toscana erasi fatte, avevagli recisamente scritto nella seguente sentenza:

Il giorno che un reggimento austriaco passasse il Po per oprimere colla violenza i popoli dell'Italia centrale, bisognerebbe che una divisione piemontese lo passasse del pari. Noi siamo fermamente risoluti a difenderci, e il Governo sardo non potrebbe lasciarci schiacciare senza prendere parte alla lotta. Le circostanze presenti sono talmente gravi, che è per tutti rigoroso dovere di dire, come di ascoltare intiera la verità, senza reticenze e senza ambagi. La dinastia di Savoia è salita in Italia a una poderosa altezza di popolarità, perché lealmente rapresenta ed ha rapresentato sinora il principio di nazionalità. Da qui la sua forza, da qui il suo prestigio, ma di qui pure l’imprescindibile necessità di non evitare né sacrifizi, né lotte, per mantenere una cosi grande e nobile posizione. L’affetto passionato degli Italiani verso di lei e la loro illimitata fiducia si cambierebbero in sentimenti ben contrari, il giorno che vedessero il Governo piemontese seguire una politica, che essi sospettassero debole ed egoistica. I popoli che soffrono sono diffidenti. La circostanza stessa dell’acquisto della Lombardia diventerebbe il testo di terribili accuse, delle quali i partiti estremi profitterebbero con incredibile ardore. Queste poche, fortunatamente ipotetiche, considerazioni provano manifestamente, come sia supremo interesse del Governo di S. M. il difendere energicamente a Zurigo la causa della Toscana (286).

Nel principio d’agosto del 1859, i plenipotenziari si radunarono in Zurigo per negoziare la pace. Nella prima conferenza fu stabilito, che l'armistizio si dovesse prolungare fino allo scambio delle ratifiche del trattato da concludere. I plenipotenziari francesi, Francesco Adolfo barone di Bourqueney, e Gaetano Roberto Morin marchese di Danenville, non tardarono a entrare nel midollo delle questioni politiche. Napoleone III, essi dichiararono, è deliberato di non venir meno agli impegni assunti a Villafranca sul conto dei principi spodestali. Egli veramente non ammette che si debba far uso delle armi per ristaurare nell'Emilia e nella Toscana gli scaduti governi; ma neanco intende di assentire che la Sardegna s'annetta quei due paesi. I plenipotenziari sardi risposero, che tenevano divieto dalle loro istruzioni di entrare in tali questioni. Desambrois aggiunse che, conforme pensava, il Governo del re non s'apiglierebbe a partiti decisivi sulle cose dell'Italia centrale all’insaputa della Francia; ma che non poteva capacitarsi, come Napoleone III si stimasse in obbligo di cooperare a rimettere sul trono principi che i popoli non volevano, e nello stesso tempo avversasse l’uso delle armi per giungere a questo fine. Scambiate poche altre parole su questo tema, il barone di Bourqueney fini per dire: — Realmente queste questioni debbono trovare una soluzione io un congresso europeo; la conferenza di Zurigo non è una corte suprema di cassazione. — Siamo perfettamente d’accordo, gli rispose Desambrois; col lasciare io disparte questo argomento sfuggiamo d’entrare in un laberinto senza uscita; giacché a noi è interdetto di firmare il trattato di pace, ove vi sia riprodotto l’articolo dei preliminari di Villafranca, relativo ai principi spodestati (287). — Da che i plenipotenziari sardi avevano l’incarico di cercare, se vi era modo di indurre l’Austria a cedere la Venezia per una considerevole somma di danaro, Desambrois ne tenne parola col Bourqueney; ma questi, dietro gli ordini di Napoleone, gli rispose che sarebbe stato vano (‘introdurre quella pratica nella conferenza.

Scartate le discussioni relative all'assetto territoriale, l’opera della pace tuttavia non era agevole. I preliminari di Villafranca non erano un atto perfetto e definitivo.

Essenzialmente sommarii, essi lasciavano aperto il varco a molte e gravi questioni. Non può essere d’alcun interesse la narrazione minuta delle discussioni che si sollevarono; basterà accennare i fatti seguenti. A Villafranca era stato stabilito, che la nuova frontiera tra l’Austria e la Sardegna seguirebbe il corso del Mincio. I plenipotenziari austriaci insistevano, perché il confine fosse fissato sulla diritta del fiume, e inoltre chiedevano un raggio di terreno maggiore di sette chilometri per la fortezza di Peschiera all’estremità del lago di Garda e sulla diritta del Mincio. La fermezza dei plenipotenziari sardi nel contraddire così esorbitanti domande fece sì che le conferenze illanguidissero; poi gli oratori austriaci dichiararono di non poterle continuare senza nuove istruzioni (288). In fine si venne a un equo componimento. Alla Lombardia fu assegnata la metà del letto del Mincio; laonde i due stati limitrofi si trovarono posti nelle stesse condizioni per la difesa della propria frontiera. Il raggio di terreno assegnalo alla fortezza di Peschiera fu ridotto a tremilacinquecento metri.

Mancata la possibilità di un accordo sul titolo da dare ai due nuovi stati, l'Austria e la Sardegna rimasero libere di scegliere quello che fosse di loro aggradimento. Le reiterate istanze dei plenipotenziari sardi per avere la corona di ferro, sacro simbolo di nazionali tradizioni, non valsero; l’Austria si mantenne ferma nel rifiutarla. Informato dai suoi ministri di quest’austriaca ostinazione, Vittorio Emanuele rispose testualmente in questa nobile sentenza: — Della corona di ferro punto non mi cale; preferisco quella di amore dei miei sudditi; poi vi saràsempre maniera di trovarla ancora (289). — In quanto alla federazione, il re diede di suo pugno le istruzioni seguenti: — Se ci volesse fare firmare la confederazione con l'Austria, potenza austriaca nella Venezia, bisogna rifiutare (290). — Così fu praticato. Del pari i plenipotenziari sardi si tennero completamente estranei alle stipulazioni relative all’Italia centrale. Per essa i negoziatori francesi ottennero un segnalato vantaggio. Scartale le espressioni dei preliminari di Villafranca, accennanti al ritorno dei principi spodestati, unicamente tra le parti contraenti rimasero riservati i loro diritti, stabilita la massima, che i limiti degli stati dell’Italia centrale non potevano essere mutali se non dietro l’assenso dei maggiori potentati.

Abbiamo accennato al progetto di sollevare l’Ungheria, mentre la Francia ed il Piemonte combattevano l’Austria nella Lombardia. Gli accordi segreti tra l’imperatore Napoleone, Cavour e Kossut erano progrediti di mollo alla conclusione dell’armistizio dell’8 di luglio. Pertanto i plenipotenziari francesi e piemontesi tenevano commissione di tutelare possibilmente l’avvenire dei soldati ungheresi, passati sotto le bandiere di Vittorio Emanuele, durante la guerra. Non giunsero a ottenere per essi piena amnistia, ma sì la promessa che non verrebbero puniti come ribelli e disertori (291).

A facilitare la conclusione della pace fu stabilito, che si stipulassero tre trattati separali, de' quali uno tra la Francia e l’Austria, un secondo tra la Sardegna e la Francia per la cessione della Lombardia, e un ultimo fra le tre potenze contraenti, a prender atto della pace conchiusa. Relativamente alla Venezia, i plenipotenziari francesi ed austriaci s’accordarono, che essa sarebbe uno degli stati della confederazione italiana, e parteciperebbe ai diritti e agli obblighi del patto federativo. Il quale verrebbe redatto da una assemblea di delegati di tutti gli stati italiani. Gli stessi plenipotenziari stabilirono pure di seri vere nel trattato di pace un articolo, che impegnasse i due imperatori a cooperare di comune accordo per indurre il Papa a introdurre riforme indispensabili, nel governo del 6uo Stato. Il Piemonte non rimase minimamente intricato in siffatti nodi. I suoi plenipotenziari si mantennero fermi nel dichiarare, che la Sardegna in così gravi questioni intendeva di mantenere libertà piena ed intiera d’azione (292).

L'Austria non aveva alcun motivo di mostrarsi arrendevole al Piemonte nei negoziati per la pace. Onde nelle ‘clausole relative alla cessione della Lombardia, la parte più onerosa del trattato rimase al governo del re. Le prime domande austriache, per il debito inscritto sul monte Lombardo-Veneto, erano state eccessive, e i pieni potenziar! che le sostenevano, avevano dichiarato che da esse non dipartirebbero. Non potendosi togliere questo ostacolo ad un accordo terminativo, il ministro Dabormida si portò in Parigi, a procurarsi la benevole intromissione di Napoleone. L’imperatore inclinava ad un arbitramento di qualche potenza amica; ma poi, trovate al tutto fondate le ragioni del Piemonte per non assentirvi, offerse l’anticipazione con obbligo di rimborso delle somme dovute dal nuovo Governo della Lombardia all’Austria. La Sardegna, per conto suo, pagherebbe allaFrancia per le spese di guerra sessanta milioni a tutto suo agio (293). Intorno alle altre clausole del trattato per la cessione della Lombardia, dapoiché Dabormida si era adoperalo indarno a renderle meno dure, egli si riservò di prendere gli ordini dal re e di consultare i suoi colleghi.

Portata la cosa nel consiglio dei ministri, essi vennero concordi nella conclusione che, pure riconoscendo che in quello schema di trattato vi erano non poche ommissioni e disposizioni esplicite svantaggiose agli interessi del Piemonte, tuttavia era necessario di ridurre le obbiezioni ai minimi termini, onde concludere pratiche, che incepavano l'azione della diplomazia subalpina nelle cose dell'Italia centrale. I buoni uffici del Governo francese furono quindi richiesti unicamente per assestare le controversie sul debito lombardo, sulle ferrovie e sulle corporazioni religiose. I ministri piemontesi consideravamo l’articolo relativo a queste ultime, contrario al diritto pubblico del Piemonte, e perciò domandavano che fosse annullato. Ove ciò riuscisse d’impossibile conseguimento, chiedevano che almeno il Governo del re rimanesse libero di fare le sue riserve, sia in un protocollo, sia in una nota (294).

Non v’era mollo da sperare dal conte Walewski. Effettivamente egli rispose promettendo scarso apoggio, e concludendo, che i plenipotenziari francesi erano giunti all’ultimo limite dei loro sforzi, per vantaggiare il Piemonte, nel negoziato per la pace, e che inoltre alcune delle chieste modificazioni alle clausole del trattato danneggiavano gli interessi della Francia (295).

I dettati della sana politica imperiosamente consigliavano al Governo piemontese di venire a una pronta conclusione della pace. Le quotidiane minaccie dell’Austria di richiamare da Zurigo i suoi plenipotenziari, se la Sardegna non ismetteva di spalleggiare i governi dell’Italia centrale; e le continue rimostranze del Gabinetto di Parigi su tale argomento erano tropo pericolose per non doversi togliere di mezzo. Pertanto in un consiglio dei ministri, presieduto dal re, rimase stabilito di autorizzare i plenipotenziari sardi a desistere dal chiedere riduzioni sul debito pubblico della Lombardia; a restringersi in quanto alle ferrovie a garantire il nuovo Governo, per mezzo di un protocollo, d’ogni immistione dell’Austria nell’amministrazione delle medesime, ed a lasciar correre l’articolo relativo alle corporazioni religiose, pur facendo esplicite riserve rispetto ai loro beni in un altro protocollo (296). Ridotte le cose a questi termini, addì 40 novembre 1859, tre trattati furono sottoscritti. Uno fra le tre potenze, un secondo fra l’Austria e la Francia, un terzo tra la Sardegna e la Francia (47). Il ministro delle faccende esteriori della Francia in una sua circolare dichiarò, che il Governo dell’imperatore' rimaneva nella convinzione, che le basi del novello assetto politico e territoriale annunziate nei preliminari di Villafranca, e riprodotte nei trattati di Zurigo, erano le meglio convenevoli ai vari interessi dell’Italia, massime se si conseguiva per la Venezia un’amministrazione propria e un esercito nazionale (297). Il ministro di Piemonte per gli affari esteriori manifestò un contrario avviso col dichiarare, che la pace segnata a Zurigo non aveva soddisfatte tutte le speranze nate colla guerra; ma che tuttavia la Sardegnaaveva preservati tutti quei principii, che era chiamala a tutelare dai suoi interessi e dai suoi doveri nazionali. Quanto alle popolazioni italiane, spontaneamente aggregatesi al Piemonte, il Governo del re sentiva il diritto e il dovere di assumerne, senza esitanze, le difese nei consigli dell’Europa (298).

IV

Ora ci convien fornire al lettore i modi di comprendere a sufficienza un ordine di fatti a primo aspetto inesplicabili. Dalla pace di Villafranca in poi, non solo si spiegò un manifesto raffreddamento tra i Gabinetti di Parigi e di Torino, ma non di rado l’uno agì in disaccordo e in oposizione dell’altro. Come avvenne, che la volontà e l’azione diplomatica del più forte dei due Governi costantemente rimase sopraffatta o annullata dalle deliberazioni del più debole, il quale, senza curarsi delle proteste e delle minaccie che venivangli da Parigi, procedette arditamente per la via che si era tracciata?Il conte Walewski aveva visto con animo avverso principiare la guerra, e si era grandemente rallegrato nel vederla troncata coi preliminari di Villafranca. Egli credette allora di tener strette in pugno le sorti dell’Italia centrale, e sino all’ultimo dì in cui tenne il maneggio delle faccende esteriori, si mantenne costantemente zelante per rimettere i Lorenesi sul trono toscano. I primi uffici diplomatici del Governo provvisorio fiorentino erano stati indirizzali a sfuggire questo danno supremo.

Ubaldino Peruzzi, inviato a tal fine a Parigi (299), dichiarava tosto al conte Walewski, che le inclinazioni naturali e immutabili dei Toscani erano per l’annessione al Piemonte. — Ma se la guerra fosse durata anche cinque anni, rispondevagli acremente il ministro degli affari esteri, neanco in tal caso l’aggregazione della Toscana al Piemonte avrebbe avuto luogo. Se non varranno i consigli amichevoli a persuadere i Toscani a contentarsi del figlio del granduca, si finirà per costringerli ad accettarlo coll’intervento armalo. — Ma se la Francia, rispose il legato toscano, si porrà per questa sciagurata via, Mazzini finirà per trionfare. — La risposta del ministro francese fu questa: — Noi temiamo Mazzini quando da Londra pone in molo i suoi sicari, in Italia non ci fa paura (300). —Non iscuorato a queste dimostrazioni ostili, Ubaldino Peruzzi prese occasione dall’apertura della conferenza di Zurigo, per introdurre nel Gabinetto di Parigi un memoriale, per dimostrare l’impossibilità del ristauro del principato lorenese senza un intervento austriaco, e come questo sarebbe riuscito permanentemente dannoso alla tranquillità d’Italia e alla quiete dell’Europa (301). Walewski, letto che l’ebbe, rispose al legato toscano in questi termini: — Al contrario io sono d’opinione, che la maggioranza dei Toscani desidera ardentemente il ritorno della dinastia di Lorena. So di certo che non hanno alcun valore i risultali degli aperti comizi; giacché in alcuni di essi neanco furono raccolte le schede. La rivoluzione del 27 aprile fu opera di cospiratori messi su e subornati dai maneggi e dal danaro del Piemonte. Con un po’ meno di paura, il granduca poteva dominare quel movimento e rimanere. Ora la Toscana è sotto la pressura di un partito, guidato con fermezza e ardire dal barone Ricasoli. Sono dolente che siasi lasciato conoscere che non vi sarà intervento armato, essendoché così si sono imbaldanziti gli animi dei rivoluzionari. Ma si persuadessero ben tutti, che l'Austria piuttosto brucierebbe l’ultima cartuccia de' suoi soldati, anziché tollerare lo spodestamento dei principi della sua famiglia. La Francia non potrebbe, né vorrebbe oporsi a questa resistenza. Essa sottoscriverà da sola la pace a Zurigo coll'Austria. Quest’ultima potenza si rifiuterà di firmarla col Piemonte, ove non receda dal mescolarsi nelle cose dell’Italia centrale; onde avverrà, che il possesso della Lombardia per la Sardegna rimarrà un fatto di guerra esposto ad essere distrutto dalla guerra, e l’Italia centrale cadrà in preda o dell’anarchia o della reazione. Spero che il re di Sardegna non riceverà al suo cospetto la deputazione toscana: confido del pari che, dopo questo rifiuto, i Toscani rinsaviti accetteranno le magnifiche profferte dell’arciduca, guarentite dalle potenze. Ho richiamato La Ferrière, e ho lasciato in Firenze il solo segretario della legazione, giacché voi non siete un Governo, ma una fazione. — Il ministro francese continuò così sboccatamente, da indurre il Peruzzi a scrivere al presidente del suo Governo, nel ragguagliarlo di questo colloquio, così: — Le assicuro che la più gran prova d’amor patrio che io abbia potuto dare finora, è stato il sangue freddo che ho potuto conservare col conte Walewski, tanta è stata l’insolenza del suo linguaggio (302). —Guidata dai conte Walewski, la diplomazia francese era tutta intenta ad impedire chela signoria delle cose italiane passasse nelle mani del Piemonte. Stando ai consigli e alle insistenze, non sempre ammisurate, del principe Della Tour d’Auvergne, il Governo sardo si sarebbe dovuto fare sollecitatore e aiutatore del ristauro dei troni di Modena, di Parma e di Firenze (303). Visto che parlava a un sordo, il Gabinetto di Parigi ordinò al ministro di Francia in Torino di fare la comunicazione seguente:In conformità delle notizie giunteci da Firenze, l'Assemblea toscana avrebbe votata la decadenza del granduca, e proclamata l’annessione del paese alla Sardegna. Se le cose stanno in questi termini, indubitatamente il risultato di questo dopio voto verrà portato a Torino da una Deputazione, la quale chiederà l’assenso del Governo del re all'annessione. L’imperatore nutre tropa fiducia nella saviezza del Gabinetto di Torino e negli intendimenti suoi, per non fare pieno assegnamento sul suo rifiuto a un accordo, del quale esso avrà già calcolato le gravissime conseguenze. Vi incarico quindi di conferire tosto col generale Dabormida, non tanto per metterlo in guardia sulle complicazioni e sui pericoli, ai quali il Governo del re andrebbe incontro, accettando d’entrare nella via apertagli dall’Assemblea toscana, quanto per impegnarlo a rispondere tosto negativamente. Ogni ritardo per parte del Governo del re lo porrebbe in pericolo d’essere sinistramente giudicato, e varrebbe a fomentare illusioni e speranze oltre-modo pericolose (304).

Si era giunti all’agosto del 1859. L’Austria, non potendo usare le armi all’aperto, tentò d’indurre la Francia a permettere che il granduca di Toscana e il duca di Modena reclutassero soldati mercenari, per usarli a riacquistare i troni perduti. Essa chiedeva inoltre che, ove il Piemonte armata mano si fosse oposto a questa impresa, fosse libera di dichiarargli la guerra. Walewski si mostrò arrendevole (305). Frattanto egli dava larghe speranze all’ambasciatore di Spagna per il ritorno io Parma dei Borboni, assicurandolo che la Francia non permetterebbe l’annessione dei ducati di Parma e Piacenza al Piemonte; faceva sicurtà al legato napoletano in Parigi, che Casa di Lorena farebbe ritorno in Toscana (306), e a questo fine poneva in opera calorosi uffici presso i Gabinetti di Pietroburgo e di Berlino, (307). Per Walewski non vi erano altri termini di accordo. I Toscani dovevano piegare il capo e ricevere il Governo dei-Lorenesi. — Se vi ostinerete a non volerli, ripeteva al Matteucci il ministro francese, vi forzeremo ad accettarli (308). — Come il generale Dabormida si portò a Parigi, trovò Walewski più che mai infatuato in questo concetto; onde si fece persino a tentare il ministro piemontese, affinché il Governo del re assumesse l’incarico di consigliare i Toscani ad accogliere tranquilli il granduca (309).

A smuovere d’un pelo il Walewski dai suoi propositi non valsero le solenni dimostrazioni delle assemblee dell’Emilia e della Toscana per l’annessione al Piemonte. In sui primi del novembre del 1859, chiamalo a sé l’ambasciatore di Sardegna, gli favellò in questa maniera: — Non intendo d’intavolare una discussione; bensì ho in animo di mettervi a giorno dello stato genuino delle cose, per impegnarvi a prestarmi il vostro concorso, onde condurre il vostro Governo a mettersi di pieno accordo colla Francia nella questione dell'Italia centrale, e a persuadere quelle popolazioni che è inevitabile il ritorno delle Legazioni al Papa, dei Lorenesi a Firenze e di Francesco I a Modena. Se il Piemonte, aggiunse il ministro, ci presta in ciò lealmente la mano, gli daremo in compenso Parma e Piacenza. Ove esso persista nella sua politica d’annessione, susciterà all’Europa nuovi guai, e ne porterà la meritata pena. — Villamarina gli rispose che, frammezzo alle occorrenti difficoltà, egli si limitava a eseguire gli ordini del suo Governo; ma che non potea tralasciare dall’osservare che, trattandosi d’onore e di dignità nazionale, il re e i suoi ministri non transigerebbero (310). Maggiormente indispettito il ministro francese sopra le cose esteriori; come sepe che le assemblee dell’Italia centrale avevano deliberato di offrire la reggenza al principe di Carignano, si pose a far fuoco e fiamme per mandare a monte questa proposta (311). Uguale fervidezza per impedire l'annessione dell’Italia centrale ai dominii di casa Savoia, e a patrocinare il ritorno della dinastia di Lorena nella Toscana, manifestavano gli ambasciatori francesi presso le corti di Vienna, di Berlino e di Pietroburgo (312); né essi erano soli, ché avevano a compagni in Francia molti preclari e influenti uomini di Stato (313). Ma questa politica per trionfare, e per fiaccare le audaci riluttanze del Piemonte e degli Italiani delle provincie centrali, aveva contro di sé un ostacolo insuperabile, l’imperatore Napoleone. Egli la lasciava libera d’agire, essendoché gli manteneva aperta una porta per uscire, ad ogni eventualità, dallo spinaio, in cui s’era messo, segnando i preliminari di Villafranca. È fuori d’ogni dubbio che, deliberato a conchiudere la pace ad ogni costo, dopo la battaglia di Sol ferino, l’imperatore dei Francesi ebbe per fermo, che gli Italiani si terrebbero soddisfatti di un assetto di cose, il quale, impiantando nella penisola il sistema federativo, e costituendo nella regione settentrionale un forte regno, e lasciando all’Austria la Venezia in condizioni precarie, e assegnando alla Santa Sede un piccolo principato, soddisfaceva in parte alle speranze concepite al principio della guerra. Ma ben tosto suonò l’ora del disinganno, e allora Napoleone, a togliersi dalle gravissime difficoltà in cui si era impigliato, usò una politica avvilupata e tergiversante, ma nei suoi tortuosi svolgimenti e nei suoi (effetti, sempre più vantaggiosa all’Italia di quello che lo fosse all’Austria, alla Santa Sede e ai principi spodestali.

Il principio de) non intervento armato, posto a perno della politica, che la Francia doveva sostenere in Italia, francamente annunziato al Governo Piemontese e ai reggitori provvisionali dell’Emilia e della Toscana, in mezzo alle ansietà travagliose dei primi dì della pace (314), e in seguito propugnato di fronte all’Austria rimbaldanzita, sino a dichiarare che, ove i. suoi soldati, sotto qualsiasi pretesto, varcassero il Po, la Francia tosto le intimerebbe la guerra (315), fu un benefizio incommensurabile reso all’Italia. Coloro che tenevano il maneggio della cosa pubblica in Torino, a Modena e a Firenze, tosto compresero che, per quanto la diplomazia si fosse arrabattala, non sarebbe riuscita a tirare spontanei i popoli, a rialzare gli odiati troni abbattuti, e che agli Italiani rimaneva libera la strada, procedendo con ferma e concorde apensatezza civile, a conseguire un assetto conforme ai loro diritti. Coll’impedire gl’interventi armati, che altrimenti non avrebbero mancato, Napoleone diede campo agli Italiani di riaversi, di ordinarsi, di costituirsi e rafforzarsi in guisa, che i popoli del centro, derelitti nei giorni più prossimi ai preliminari di Villafranca, erano divenuti Stati forti e armali, quando si negoziava la pace a Zurigo, pronti a difendere gagliardarnente i voti espressi nelle popolari assemblee, ed a mandare eziandio l’Europa a soqquadro, se si fosse voluto dettar loro la legge per forza d'armi. E poiché senza la violenza era impossibile troncare la rivoluzione, che sospingeva gli Italiani del centro all’unione politica capitanata dal Piemonte, così tornavano di poco peso le altre contestazioni. Né Napoleone si teneva così silenzioso da non lasciar trapelare da qual lato propendesse l’animo suo. Uno dei suoi confidenti, avendo assunto l’incarico raccomandatogli da Ubaldino Peruzzi di pregare Napoleone a mostrarsi benigno alla Toscana con qualche alto manifesto, ebbe dall’imperatore questa risposta: — Il signor Peruzzi mi sembra un uomo sagace; egli quindi deve comprendere, che quando mi si chiede le mie intenzioni riguardo alla Toscana, non gli posso rispondere che ciò che gli ho detto: che desidero cioè il compimento di ciò che è stato convenuto a Villafranca. Ma che le popolazioni votino, e quando sarà dimostralo, che tali convenzioni non possono essere eseguile, se non che calpestando sotto i piedi i principii del diritto popolare, da cui tengo il potere, potrò cambiare di parere, e sostenere i popoli ed i loro desideri, conforme i principii che sono la base del mio impero (316). —

Dobbiamo qui aggiungere un documento di capitale importanza storica. Il marchese Emanuele D’Azeglio, addì 22 d'agosto 859, inviava da Londra al suo Governo il seguente dispaccio cifrato:

Ho letto l’originale della lettera autografa dell’imperatore Napoleone, colla quale ringrazia il Governo inglese per la sua protesta contro l’intervento straniero. Egli dice, che un. tale passo gli sarà di grande aiuto per mettere in pratica le sue vere intenzioni rispetto la soluzione della questione italiana, e l’annientamento dell’influenza austriaca nella penisola. Egli dichiara, che nel segnare i preliminari di Villafranca era convinto, che l’accettazione della bandiera nazionale e delle concessioni liberali avrebbero fatto accogliere i duchi a braccia aperte. Egli confessa apertamente di essersi ingannato, e manifesta di non avere la minima intenzione di agire colla forza. Qui si. pensa che il linguaggio officiale così differente da ciò che è detto in questa lettera sia diretto a mantenere l’Austria tranquilla. L’imperatore aggiunge che non sarà punto dolente, se gli avvenimenti daranno torto alle sue prime previsioni. Tutti gli uomini di Stato qui, compreso lo stesso ambasciatore di Francia, sono d’avviso che bisogna progredire risolutamente, prontamente, ma prudentemente, dietro la massima, che in realtà a Parigi non si domanda se non che di farsi forzare la mano.

Amico intimo del l'imperatore, il conte di Persigny era in Londra maneggiatore di quel riaccostamento tra la Francia e l’Inghilterra che era divenuto uno dei cardini della politica personale di Napoleone, dopo i disinganni e le difficoltà che la pace di Villafranca aveva fatto nascere. Il terreno meglio accomodato per giungervi, era quello ove sorgeva la questione italiana. Il suo accostarsi gradatamente ai concetti d'ordinamento della penisola, professali dal Gabinetto di Londra, valeva quanto assicurarlo, che la Francia, offeritrice di pace alla Russia e all’Austria vinte, non tendeva a unire le potenze continentali in un sistema di alleanze dirette a isolare l’Inghilterra. Pertanto l'ambasciatore francese in Londra diceva, e ripeteva al legato sardo, che l’intimo pensiero dell’imperatore era favorevole agli Italiani, che essi tenevano nelle loro mani le proprie sorti, che si tirerebbero sul capo il dileggio di tutta Europa, ove si lasciassero intimorire dalle minaccio del conte Walewski e dell’Austria (317).

Per parte sua, il legato toscano presso la corte di Londra scriveva al suo Governo nei termini seguenti:

Il conte di Persigny ha detto al marchese d’Azeglio, che l’imperatore confessa essersi grandemente ingannato a Villafranca sulla possibilità della restaurazione, e parla dell’attitudine presa dagli Stati dell’Italia centrale, in modo da far capire non solo, che se essi persistono in quella con ordine e fermezza, possono sperare un esito favorevole, ma che egli desidera di più nel fondo del cuore che vi persistano, per avere in faccia all’Austria un pretesto onorevole di dichiarare, che egli ha esaurito tutti i mezzi che erano in poter suo per realizzare le sperate restaurazioni senza ricorrere a interventi che sono stati sempre esclusi, ma che i suoi sforzi sono rimasti paralizzati dall’unanime ed energica oposizione dei popoli, e che quindi, secondo i principii ornai praticamente adottati e consacrati dal diritto pubblico europeo, bisogna rispettare i voti delle popolazioni. Persigny, come sapete, è quello che gode la maggiore confidenza dell’imperatore, e di quello che gli ha scritto probabilmente nulla sa Walewski e meno ancora il La Ferrière.

Nel tempo stesso però l’imperatore, che capisce ornai la impossibilità delle restaurazioni, e che vuol dare all’Italia un assetto più tollerabile che sia possibile, ha bisogno dell’energica resistenza dei popoli italiani, e per incoraggiarla si serve del suo confidente Persigny, il quale essendo a Londra in contatto con un ministro favorevole alla causa italiana, può colla modificazione del suo linguaggio far intravedere al Gabinetto di San Giacomo la possibilità del buon esito di un Congresso europeo, e nello stesso tempo, con qualche parola detta al marchese d’Azeglio, può far giungere ai popoli d’Italia dei conforti a perseverare nella via intrapresa (318).

Il principe Napoleone, negoziatore dei preliminari di Villafranca, mandava ai governanti toscani consigli e suggerimenti, non meno contraddittorii a quanto in essi era stato patteggiato. Né fa sufficiente testimonianza la seguente sua lettera a Carlo Matteucci, legato della Toscana in Torino:

Avrò sempre caro di sapere ciò che succede nell’Italia centrale. Il momento è decisivo per questa parte d Italia. Se essa si mostra saggia e nello stesso tempo energica, non avrete interventi stranieri, e non sarete forzati a subire ristauri di principi odiati. Voi avete aperta la via per dare all’Europa un grande spettacolo, disponendo liberamente delle vostre sorti. Prima di tutto che l’ordine sia conservato. Non vi lasciate trascorrere punto ad atti esagerati. La costituente Toscana ha da compiere tre atti, che sono, dichiarare la decadenza della dinastia di Lorena per unanime acclamazione, promulgare una costituzione saviamente liberale, riservare la questione dell’annessione e della scelta del sovrano, frattanto nominare un reggente capace di ben governare il paese.

Se voi fate tutto ciò, la Toscana avrà fatto un gran passo per essa e per l’Italia e avrà una bella pagina nella storia. Oggi lo statu quo è in vostro vantaggio; non impazienza, ma fermo, energico e tranquillo contegno. I consigli che vi dò mi sono suggeriti dal mio grande affetto per l’Italia, per la causa della libertà e per la lieta fortuna della Toscana (319).

Nel midollo di questa segreta e personale politica napoleonica, contraddicente a quella professata dalla diplomazia francese, contraria ai patti di Villafranca, benevola alle aspirazioni degli Italiani, covavano per avventura le speranze ed i desideri di un regno napoleonico nel centro della penisola? Interroghiamo! documenti contemporanei. Da essi indubitatamente risulta, che i partigiani del principe Napoleone con gran fervore, eziandio dopo Villafranca, si maneggiarono per fargli assegnare il trono della Toscana (320). Che il principe si mescolasse in queste pratiche o le aprovasse, non abbiamo scontralo verun documento. Abbiamo avuto sott'occhio bensì le prove scritte di una sua proposta, dietro la quale egli sarebbe stato il reggente della Toscana per Vittorio Emanuele, dopo la provvisoria accettazione dell’annessione dell'Italia centrale a) Piemonte, lasciando a un congresso europeo l’opera di cambiare l'assetto fondamentale della penisola. Questa proposta partiva dalla suposizione che, a contrastar meglio il ritorno dei Lorenesi, sarebbe giovato che un principe della casa regnante in Francia si fosse trovato personalmente mescolato nelle faccende dell’Italia centrale. Nell’ottobre però del 1859, il principe Napoleone aveva smesso il concetto della sua reggenza in Toscana, e con calore era entrato a consigliare, che essa venisse affidata al principe di Carignano, o al conte Cavour, o a Massimo D’Azeglio (321).

L’imperatore Napoleone comprendeva al tutto chiaramente che la candidatura del principe cugino al trono della Toscana, dopo Villafranca, era una vana ombra spoglia di corpo. Ma i maneggi che si praticavano per fomentarla, riuscivano di danno al punto obbiettivo cui mirava la sua politica. I suoi agenti ebbero pertanto l’ordine, non solo di sconfessarla, ma di dichiararla contraria alle intenzioni imperiali. Egli innanzi tutto avversava il ritorno dei Lorenesi, e s’indispettiva delle manifestazioni loro favorevoli. Il Governo sardo aveva inviato a Parigi il conte Arese, per patrocinare la causa dell’Italia centrale. Un dì l’imperatore gli diede a leggere un memoriale di alquanti Toscani in favore del granduca. Ripreso che ebbe quello scritto, spiegazzatolo, egli lo buttò nella cestina della carta da mandare alle fiamme (322). I rimessi modi, usati dal figlio primogenito del granduca per accaparrarsi il patrocinio di Napoleone, non isvogliarono l’imperatore dal dichiarargli che, dietro i diportamenti della famiglia granducale i Toscani aveano buon diritto di avversarne il ritorno (323).

Alieno per indole dall’apigliarsi recisamente a un deciso partito e dal proseguirlo senza soste e senza mezzani termini, l’imperatore Napoleone era inoltre tenuto in grande ambiguità dalle condizioni che egli aveva fatto a se stesso colla pace di Villafranca, dalle concordi insistenze della Russia e della Prussia, onde in Italia rimanesse salvo il diritto di legittimità, e dalla necessità di sfuggir complicazioni che lo strascinassero a nuova guerra. Bisognavagli che le cose procedessero per tal guisa da chiarire che, senza violentare colle armi le popolazioni dell’Italia centrale, le ristorazioni erano impossibili. La Francia era impegnata a usar mezzi morali di persuasione per conseguire questo fine. Doveva mostrare di farlo largamente. Ma se questi mezzi riuscivano inefficaci, non si poteva lasciare indeterminatamente in sospeso una questione così gravida di conseguenze, che toccavano la tranquillità dell’Europa. Non si poteva attendere che il tempo o l’anarchia la sciogliessero. quindi conveniva chinar il capo e apigliarsi al partito imposto dalla necessità.

La leva più poderosa, per sospinger le cose a questo punto, stava nelle mani degli Italiani. Per adoperarlacon buon esito, guidati dalla natia scaltrezza, doveano valutare, per quanto valevano, gli uffizi diplomatici d’aparenza, anzi che di realtà, del Governo francese, tener l’orecchio teso ai detti, che tratto tratto cadevano dalle labbra misteriose del sovrano che faceva loro schermo col non intervento, e proceder oltre, buttandosi dietro alle spalle consigli, proteste e minaccie contrarie ai loro voti. Se gli Italiani furiavano discordi, o si mostravano impotenti a edificare da soli, e cadevano nell’anarchia, v’era in pronto la politica maneggiata da Walewski.

Sarebbe arcadica lode attribuire a un sentimento cavalleresco i raccontati procedimenti della politica segreta di Napoleone dopo Villafranca. Con essi, e dai frutti che calcolava ricavarne, egli mirava a conseguire un fine politico, che l’interrotta guerra aveva lasciato in sospeso. L’annessione del contado di Nizza e della Savoia non potevasi più conseguire con modi aperti e diretti. La Prussia e l’Inghilterra tosto si sarebbero intese, per intralciare e mandare a monte il negoziato. Premature e dannose irrequietezze si sarebbero svegliate nella Svizzera. Si apriva una via all’Austria per riaccostarsi alle altre maggiori potenze; e tutte potevano mettersi d’accordo nell’assentire al Piemonte gli ambiti ingrandimenti, purché s'impegnasse di non cedere alla Francia alcuna parte del suo antico territorio. Il Governo sardo, tasteggiato su tal proposito, s’era mostrato alieno dal soddisfare la Francia. In tali occorrenze, conveniva porre il Piemonte nella necessità di offrire spontaneo o di assentire rassegnato la cessione della Savoia e di Nizza, per guadagnare, se non l’aprovazione aperta, almeno il tacito assenso della Francia all’annessione della Toscana. Ma per questo occulto scopo bisognava star sul tirato, osteggiando e negando l’unione voluta dai popoli, e in pari tempo impedendo la ristorazione granducale, sino a tanto che ilfrutto desiderato fosse maturo. In allora la Francia avrebbe chiesto Nizza e la Savoia, come una necessità geografica, a guarentigia dei suoi confini, in conseguenza di un fatto politico condotto a termine dal Piemonte, in contraddizione ai consigli e agli ammonimenti del gabinetto di Parigi, e a dispetto della prolungata e manifesta sua oposizione.

Giungeva pertanto verso la fine di luglio in Italia, il conte di Reizet a persuadere i Toscani, dietro il mandato ricevuto dall'imperatore dei Francesi, che si adattassero ad accogliere tranquilli il ritorno dei Lorenesi, tale essendo la volontà dell’Europa. Ma questo messaggiero di Napoleone dovea pur toccare un’altra corda, che mandava un oposto suono. Egli doveva riconfermare, che la Francia non permetterebbe la minima violenza verso la volontà degli Italiani del centro, legalmente manifestala. Di ciò consapevoli, e abbastanza indettati sui riposti concetti della politica di Napoleone, i governanti toscani non si perturbarono all’arrivo di Reizet. Essi si fecero a dimostrargli con stringenti argomenti, che la ristaurazione del trono granducale era l’annullamento politico dell’intrapresa guerra, il predominio dell’Austria ristabilito in Italia, la guerra civile e la rivoluzione impiantate nella Toscana. Viaggiasse pure a piacer suo per terre e per castelli, si mescolasse col minuto popolo delle città, coi campagnuoli, e s’accerterebbe di qual credito godessero i Lorenesi (324).

Come il conte lasciò la Toscana, il ministro Ridolfi scrisse al legato sardo in Parigi:— Reizet è partito, dovette convincersi d’essersi ingannato, e rinunziò all’impresa da uomo onesto (325). La prova fu ritentata.

Il principe Giusepe Poniatowski si portò a Firenze, facendosi annunziare dal marchese di Ferrière le Vayer, come incaricato dall'imperatore Napoleone di una missione straordinaria. — Avete, principe, le vostre credenziali? gli chiese col suo far burbero il ministro Ridolfi. Udito che ne era sfornito, si rifiutò d’ascoltare le sue sollecitazioni (326).

Mentre il conte di Reizet percorreva l’Italia, fervido sollecitatore di ristorazioni principesche, Napoleone in Parigi confortava di larghe speranze i deputati di Modena, e al conte Linati, podestà di Parma, diceva:. — Se Reizet si è reso impopolare in Italia, la colpa è sua, da che egli ha fraintesa la missione affidatagli. Gli Italiani rimarranno liberi di costituirsi a modo loro (327). — Era un parlar chiaro; ma, a guadagnare il giuoco, non bisognava lasciar loro del tutto la briglia libera.

Deliberala l’annessione al Piemonte dalle assemblee dell’Italia centrale, Farini opinava, che una sola Deputazione dei quattro Stati si portasse a offrire al re Vittorio Emanuele il voto. Ricasoli manifestò contrario avviso, giudicando che gli accordi delle quattro provincie nell’unione tanto più efficacemente peserebbero nei consigli d’Europa, quanto più erano il risultato di alti distinti, e non il prodotto di un unico e quasi materiale impulso (328).

Ma, qualunque fosse il modo praticalo, tornava ardua la scelta della risposta che il re doveva fare. Il Consiglio dei ministri fu unanime nel deliberare, che innanzi tutto si consultasse l’imperatore Napoleone. Il conte Arese siportò quindi da lui con due schemi di risposta reale; in uno Vittorio Emanuele accettava l'unione incondizionatamente; nell’altro stavano scritte le parole con le quali il re rispose poi alla Deputazione toscana (329), così favellando: — Che egli accoglieva con grato animo quella manifestazione solenne del popolo toscano; con grato animo, giacché essa attestava che si voleva far cessare nella terra, già madre della civiltà moderna, gli ultimi vestigi della signoria straniera, e contribuire alla costituzione di un forte reame, che ponesse l’Italia in grado di bastare alla difesa delle proprie frontiere. Avvalorato dai diritti che il popolare voto conferivagli propugnerebbe la causa della Toscana presso i maggiori potentati, sperando che l’Europa non ricuserebbe di esercitare verso la Toscana quella opera riparatrice, che in circostanze meno favorevoli avea esercitato in prò della Grecia, del Belgio e dei Principati Moldovo-Valacchi (330).

Terminata la pubblica solennità, i deputati toscani ebbero avviso che il re si intratterrebbe volontieri con loro in privato abboccamento. Come li vide entrare nella sua stanza, Vittorio andò loro incontro dicendo: — Capisco; non sono stati abbastanza soddisfatti della mia risposta. Ma ho fatto tutto ciò che mi era possibile, e spero che i Toscani aprezzeranno le gravi difficoltà in cui il mio governo versa. Porterò la causa della Toscana in un Congresso europeo, e la difenderò energicamente. I Deputati toscani risposero, che veramente i Toscani udrebbero con dolore di non sapersi tosto sudditi del re Vittorio Emanuele, essendo vivo e universale il desiderio loro per l’unione immediata (331).

Tuttavia i reggitori provvisionali della Toscana si dichiararono soddisfatti della risposta reale, riconoscendo che, nelle condizioni gravissime in cui versavano le cose italiane, il favellare riguardoso era una necessità per il re e il governo sardo (332).

Cinque giorni dopo che Vittorio Emanuele aveva ricevuto in modo ufficiale la Deputazione toscana, il diario governativo francese uscì fuori a condannare le annessioni degli Stati italiani del centro al Piemonte, incolpò i loro governanti di sacrificare l’avvenire della patria comune, e gli interessi della nazione ad ambizioni meschine, ed a fallaci speranze (333). Lo stesso diario, ricalcando su questo argomento alcuni giorni dopo, sollecitava la cooperazione dell'Inghilterra, onde per una gagliarda pressione diplomatica fiaccare la pertinace ostinazione dei Toscani e degli Emiliani nell’oporsi all’attuamento dei patti di Villafranca. Queste erano sincere manifestazioni della politica officiale, guidata dal conte Walewski.

Ma v’era un’altra politica, condotta da altre mani, che rendevate inefficaci. Villamarina scriveva da Parigi:Ho avuto un lungo colloquio col visconte Della Guèrronnière, direttore capo della stampa quotidiana, intorno alla nota pubblicata nel Monitore. Mi ha detto: la politica dell’imperatore in alcune circostanze ha bisogno di essere compresa e aiutata. In questa circostanza, gli Italiani hanno fatta buona prova di squisito senso di abilità, interpretando quella dichiarazione nel modo che mi annunziate (334). Il conte di Persigny, favellando sullostesso argomento col marchese di Laiatico in Londra, gli disse: — L’imperatore Napoleone nell’intimo dell’animo sente di essersi ingannato in ordine alle ristorazioni. L’avvenire della vostra nazione è sempre nelle mani dei figli suoi, e sarebbe desiderabile che il Piemonte, adottando una politica. più spigliata, assumesse frattanto il protettorato dell’Italia centrale. — Più esplicito, il dottor Conneau gli soggiunse che per salvare la sua delicatezza, l’imperatore desiderava che gli Stati italiani spiegassero fermezza, e come suol dirsi, gli forzassero la mano (335). Questo agente fidato degli intimi pensieri di Napoleone, tornato da Londra in Parigi, si portò tosto da Ubaldino Peruzzi a ripetere presso a poco lo stesso suggerimento (336).

L’imperatore dei Francesi direttamente aveva scritto al re nei termini seguenti:

Le notizie che ricevo da Vienna sono buone; ma tutte le concessioni promesse per la Venezia hanno sempre per condizione il ristauro del granduca di Toscana. Sta dunque a Vostra Maestà di giudicare ciò che meglio ama, o la Venezia presso che indipendente, e il granduca Ferdinando a Firenze; opure la Toscana senza granduca, ma poi l’Austria armata fino ai denti sul Po. Risponda (337).

Il re avea risposto in questi termini:

Ringrazio Vostra Maestà del suo dispaccio e dell’interesse che mi porta. Ma Vostra Maestà non ignora che la restaurazione non dipende punto da me. Da altra parte, l’Austria armata sul Po non potrà far nulla' da che Vostra Maestà intende di non permettere alcuna intervenzione. Ho già ricevuto la Deputazione toscana, e le ho risposto nel senso indicato da Arese (338).

Mentre erano in corso i negoziati di Zurigo, Napoleone era rimasto nella solitudine dei Pirenei, lontano da ministri, che conducevano una politica che non era la sua, e mettendo mano alle cose italiane nei modi ora narrati. Conchiusa la pace, egli si portò a Parigi, ove l’attendevano le Deputazioni delle provincie parmigiane e toscane. Mancavano i Deputati della Romagna, essendo che l’imperatore aveva pregato il re di Piemonte a persuaderli a rimanere a casa per non metterlo in imbarazzi maggiori (339).

Breve fu il colloquio di Napoleone colla Deputazione di Parma. Ma essa ebbe pressoché la formale assicurazione, che i ducati di Parma e di Piacenza verrebbero aggregati al Piemonte (340).

Deputati toscani dovevano rapresentare all’imperatore dei Francesi quali fossero le volontà del paese, e, se occorreva, giustificarle, e procurarne con ogni mezzo l’adempimento. Qualunque altra pratica, qualunque altra proposta era loro interdetta (341).

Napoleone accolse i Deputati toscani con benevolenza squisita. Il marchese Laiatico Corsini, offerti l’indirizzo del Governo fiorentino, il memoriale da esso indirizzato all’Europa e il voto dell'assemblea, con acconcie parole raccomandò all’imperatore dei Francesi le sorti avvenire della Toscana. Al discorso scritto del Corsini tennero dietro alcune parole dello stesso tenore di Carlo Matteucci e di Ubaldino Peruzzi.

Ringraziati i Deputati delle lodi attribuitegli, Napoleone favellò in questi termini — Ogni discussione intornoalla pace di Villafranca torna inutile, lo l’ho stipulata perché gli interessi della Francia non mi permettevano di continuare la guerra. Così operando, non poteva esigere che le condizioni della pace fossero quelle che mi sarei trovato nel diritto di pretendere, ove le aquile del mio esercito si fossero spinte vittoriose sotto Verona.

Non potendo chiedere all'Austria l’abbandono della Venezia, che le mie armi non aveano conquistalo, domandai per essa un’amministrazione propria e soldati italiani. Confido che l’imperatore Francesco Giusepe voglia rinunziare, senza' segreti intendimenti, al predominio della sua Casa in Italia.

Dopo la pace di Villafranca molle concessioni sono state chieste all'Austria; altre le saranno domandate nel Congresso, onde conseguire l’indipendenza dell’Italia. Ma s’andrebbe oltre i limiti del possibile, ove si chiedesse all’Austria di spogliarsi di tutte le pretensioni sue senza ombra di compenso. Nulladimeno le sorti d’Italia riusciranno a sufficienza buone. La Venezia sarà dotata di un esercito italiano, di una assemblea provinciale e di una amministrazione propria. L’Austria rinunzierà al diritto di guarnigione nelle fortezze di Ferrara, di Comacchio e di Piacenza.

Mantova e Peschiera verranno dichiarate fortezze federali. Il Piemonte, oltre la Lombardia, avrà Parma e Piacenza. Il duca Roberto sarà promesso sposo a una ricca erede di Francesco I d’Este, e avrà il trono di Modena. La federazione ad ogni modo sarà un permanente vincolo d’unione nazionale per gli Italiani. Per soddisfare in Europa il sentimento cattolico, e onde conseguire dalla Santa Sede larghe riforme governative, il papa, a titolo d’onore, n’avrà la presidenza. Nulla si è ancora stabilito di definitivo in quanto alla Dieta federale; ma voi ben comprendete di quali vantaggi essa sarebbe diffonditrice se oltre i rapresentanti dei governi vi sedessero pure i delegati delle assemblee popolari. Se gli Italiani sapranno e vorranno, per un periodo di tempo abbastanza lungo, fruire tranquillamente degli ordini costituzionali e federali, giungeranno ad avere Stati liberi e indipendenti da ogni supremazia. In quanto alla Toscana assai mi duole di non poterla soddisfare nei suoi voli. Personalmente, piuttosto propendo dal lato vostro, anzi che da quello dei Lorenesi. Ma sono impegnato, e la Francia non può per lo stesso motivo fare la guerra due volle.. Vi ripeto, che mi sembrano assai grandi i vantaggi conseguiti per l’Italia, mentre essi progressivamente possono sviluparsi viepiù. D'altra parte gli avvenimenti sono sempre più potenti della volontà umana. L’Europa vi sarà grata dell’attitudine ferma e savia che avete saputo conservare: la forza non sarà mai usala; ma spero che gli Italiani sapranno capacitarsi dei vantaggi conseguiti. Conosco l’Italia, e duro fatica a persuadermi, che Firenze voglia divenire una provincia piemontese. In quanto alla Lombardia, ho consigliato il re a trasportare la sede del suo governo in Milano; ma non vi andrà perché i Piemontesi vogliono stare a casa loro. Le notizie che abbiamo ci informano che in Toscana, nelle campagne, vi è un forte partito per il ritorto dei Lorenesi. Il giovane granduca non è punto cattivo. Due mesi sono è venuto da me, e mi ha detto che praticherebbe tutto ciò che gli indicassi, per mettersi d’accordo coi Toscani. Quando gli ho rimproverato di essersi trovato alla battaglia di Solferino mi ba risposto, che v’era per comando di suo padre.

Egli verrà in Toscana accettando la costituzione e la bandiera nazionale. In tal guisa sarà salvo il principio di legittimità che la Russia e la Prussia sostengono d’accordo coll’Austria.

Ho lettere dello czar il quale, benché sia amico al re di Sardegna, tuttavia propugna a spada tratta i diritti dei principi spodestali. —I commissari toscani non rimasero silenziosi. Essi osservarono, che la fiducia nella buona fede dell’Austria non poteva in alcun modo esser inspirata agli Italiani, per quanto fossero larghe le concessioni fatte alla Venezia. Sempre vivrebbero sospettosi di un agguato che aspettava l'oportunità per manifestarsi. Rammentarono le corrispondenze segrete, tenute nel 1848 dal granduca Leopoldo coi suoi imperiali parenti di Vienna, mentre eccitava i suoi popoli a guerreggiare l’Austria. Ove il principe Ferdinando, aggiunsero, dovesse salire sul trono della Toscana, gli Italiani vedrebbero in lui un traditore al servizio dell’Austria, mascherato da principe italiano. Con siffatto sovrano non era attuabile un governo costituzionale, e molto meno era possibile di rimettere la Toscana in istabile tranquillità. Napoleone interrupe questo discorso così osservando: — In quanto alla ristorazione di Casa Lorena, veramente i modi per effettuarla sono due soltanto, o intervento armalo, o voto popolare. Rispetto al primo, l’imperatore d’Austria vi ha rinunziato a Villafranca. — Conseguentemente, ripresero i deputati, se l’Europa non vuol ristabilire la Santa Alleanza, deve sancire i nostri voti. — La vostra è un’osservazione logica, soggiunse Napoleone; ma non è sempre possibile di fare logicamente gli affari politici, e, in quanto a me, mi tengo sempre vincolato dai patti di Villafranca. Il discorso si volse alla missione di Reizet e di Poniatowski. — Spero, disse l’imperatore, che essi siano stati fedeli interpreti del mio pensiero. Erano esclusivamente incaricali di esporre ai Toscani le condizioni di fatto create a Villafranca, e di esercitare gli uffizi conciliativi da me promessi. Se per avventura si sono spinti più oltre, se hanno maggiormente perorato la causa dei principi spodestali, hanno oltrepassato il loro mandato. — Gli fu risposto, che il conte di Reizet si era diportato onoratamente, non così il Poniatowski, il quale si era maneggiato a rinfrancare di poderose speranze i partigiani del granduca. — Ma io non ho il minimo interesse personale per desiderare il ritorno dei Lorenesi, notò Napoleone. Bensì non posso riprendere le armi, e non ho imperio sull’Europa da far prevalere il principio della volontà nazionale su quello della legittimità. Debbo inoltre ripetere, che sono vincolalo dagli impegni presi a Villafranca. — Ma questi impegni, chiesero i commissari, avranno, maestà, un limite? —-I limiti del possibile, rispose l’imperatore. Tornato il colloquio sul tema degli interventi, Napoleone ribadì la fatta dichiarazione, che mai non si avrebbe permesso l'uso della forza, fosse anche colle armi napoletane. — Nessuna violenza, continuò egli, deve esser fatta agl’italiani. Ma l’Europa crede che le deliberazioni delle assemblee dell’Italia centrale siano soltanto l’effetto degli ambiziosi maneggi del Piemonte. Il tempo solo, e la conservazione dell’ordine potrebbero guadagnare agli Italiani del centro nuovi titoli di benemerenza verso l’Europa. — Se l’Europa, risposero gli oratori, vuol nuove prove dei fermi propositi della Toscana, le avrà largamente, e noi siamo pronti ad impegnarci su di ciò. — Sarebbe un espediente da proporre, notò l’imperatore. — Il marchese di Laiatico si fece a dimostrare, che la Toscana da sola non era a sufficienza ricca per costituire un florido regno. — Napoleone gli rispose che volentieri si sarebbe prestato ad allargarne i confini dal lato dello Stato pontificio, ma che l’accordarsi colla Corte di Roma era difficilissimo: averlo sperimentato tropo a lungo la Francia.

Durante questo colloquio, che si prolungò per un'ora e tre quarti, l’imperatore osservò, che all’Inghilterra poco costava di spingere le cose agli estremi, per lasciar poi gli altri in ballo; domandò alla sfuggita, e col sorriso sulle labbra, se era vero che Montanelli Facesse clientela in Toscana per il principe Napoleone, disaprovò la reggenza del principe di Carignano, poi soggiunse: — Vittorio Emanuele avrebbe torto di prestarvi il suo assenso; giacché si direbbe che egli vuol tutto per sè, e nel Congresso otterrebbe meno di quanto può ripromettersi, se si astiene dal fare questo passo. —In sull’accomiatarsi dall’imperatore, gli oratori toscani gli dissero, che erano dolenti di non poter aderire alla sua volontà, da che era superiore al buon volere e alla gratitudine dei Toscani il sacrifizio presente e avvenire della prosperità e della tranquillità della patria. Permettess’egli che continuassero nell’assunto contegno, onde con nuovi Fatti maggiormente avvalorare il voto dell’assemblea, come un bisogno supremo del paese, anzi che un sentimento Fattizio e passeggiero(342).

Usciti gli oratori toscani, entrò nella stanza, ove l’imperatore aveali ricevuti, il ministro sardo per le Faccende esteriori. Le prime parole che Napoleone gli disse, Furono queste: — I deputati toscani mi hanno detto, che la ristaurazione della dinastia lorenese è impossibile, lo pure vedo che è difficilissima. — Dabormida era ito a lui onde parlargli della reggenza del principe di Carignano, opure di Camillo Cavour, o di Massimo D’Azeglio. —-Ci penserò sopra, gli rispose l'imperatore. Ma in quanto a Cavour, la sua scelta spaventerebbe l’Europa. — Ciò potrebbe tornar utile, soggiunse il ministro piemontese. Napoleone rimase silenzioso (343).

In quel Frattempo, Napoleone scrisse una lettera autografa al re di Sardegna per dichiarargli che, conforme egli giudicava lo stato delle cose, tra i componimenti per assicurare all’Italia quiete e indipendenza, primeggiava la confederazione con una dieta insediata in Roma, costituita dei deputati degli Stati italiani, nominati dai sovrani sopra liste di candidali eletti dalle assemblee, e presieduta dal Papa a titolo d’onore. La Lombardia, Parma, e Piacenza uniti agli antichi dominii di Casa Savoia costituirebbero nell’Alta Italia un regno abbastanza ampio e compatto, per difendere la comune indipendenza. La duchessa di Parma avrebbe il trono di Modena. La Toscana, aumentala di territorio dal lato degli Stati della Chiesa, poteva essere assegnata al granduca Ferdinando. Si doveva sospingere l’Austria a concedere alla Venezia autonomia amministrativa ed esercito proprio, e a riconoscere fortezze federali Mantova e Peschiera. Tutti gli Stati italiani si dovevano accordare nel praticare un sistema di governo saviamente liberale. Napoleone conchiudeva questa lettera col l’avverti re Vittorio Emanuele, che il suo interesse stava riposto nell’aderire a siffatte proposte, rammentando in tempo utile, che la Francia era vincolata da un trattato, e che conseguentemente nel Congresso che stava per aprirsi, essa non poteva venir meno ai suoi impegni (344).

Questa lettera, che contraddiceva i concetti manifestati da Napoleone nei suoi conversari intimi, fu pubblicala per ordine espresso di chi l’aveva scritta, apena dieci giorni dopo d’averla spedita al re. Era un enimma aparente. Essa trovava la sua spiegazione nel proposito dell’imperatore di mandare a monte il Congresso, sul quale ben sapeva che la Francia non poteva fare il minimo assegnamento per l’acquisto di Nizza e della Savoia. Mabisognava armeggiar in modo da farne ricadere la colpa sull’Austria e sul Piemonte. L’accennata lettera, fatta di pubblica ragione, serviva a questo fine occulto, mentre giovava a diffondere l’opinione, che l’imperatore dei Francesi con savia e disinteressata prudenza, tra le ostinatezze dei popoli italiani, le condizioni pattuite per la pace, i diritti dei principi spodestati, cercava i modi migliori di pervenire all'ottenimento di uno stabile or dine di cose, senza nuove perturbazioni, nel quale possibilmente tutti gli interessi trovassero soddisfazione. In fatti il re di Piemonte rispose, che non avrebbe rinnegate giammai le aspirazioni della Nazione; onde negherebbe costantemente il suo assenso a che nel Congresso si introducessero le fattegli proposte.

Il gabinetto di Vienna, per parte sua, espresse le proprie doglianze, che l’imperatore Napoleone fosse uscito fuori con proposte che non erano apieno conformi ai palli di Villafranca. Sapess’egli che l’Austria non gli avrebbe mai assentito il diritto di disporre a piacer suo dei diritti sovrani di principi indipendenti: che ove pur essa si fosse adattata a dichiarar Mantova e Peschiera fortezze federali, sempre le avrebbe presidiate con soldati austriaci (345). Sfumavano le prossime probabilità del Congresso, dalla Francia concordato coll’Austria a Zurigo.


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CAPITOLO QUINTO

SOMMARLO

Condizioni del Governo fiorentino dopo il voto dell’annessione al Piemonte — Primi accordi per la reggenza del principe di Carignano — Consigli dell'Inghilterra — Disaprovazione dell’imperatore Napoleone a questa Reggenza — Conseguenze — Espediente proposto dal conte Cavour — Disaccordi — Contegno del ministro piemontese sopra gli affari esteriori — Osservazioni — Trattative per accordi tra 11 Governo toscano e il Ministero piemontese — Pratiche del ministro sardo presso la Corte di Berlino — Missione toscana a Berlino — Dichiarazioni del barone di Schlenitz — La Prussia e l’Italia nel 1859 — Convegno di Breslau — Accordi per il Congresso dei gabinetti di Parigi e di Vienna — Politica personale di Napoleone III — Sue segrete pratiche coi ministri inglesi — Colloquio del marchese d’Azeglio con lord Russel — Dichiarazioni dei ministri Palmerston e Russel — Loro proposta all’imperatore Napoleone — Divisamenti dei gabinetti di Londra, di Berlino, di Vienna e di Pietroburgo, in prossimità del Congresso — Perché esso non ebbe luogo — Ritorno del conte Cavour al ministero — Suo colloquio col Giorgini intorno all’annessione dell’Italia centrale al Piemonte — Proposte dell’Inghilterra relative al nuovo assetto delle cose italiane — Come accolte dalla Francia, dalla Russia, dalla Prussia e dall’Austria — Scaltrezze della diplomazia francese — Susseguiti accordi tra la Francia e l'Inghilterra, rispetto all’Italia centrale — Contegno assunto dal gabinetto piemontese nella questione dell'annessione — Colloquio dell’ambasciatore francese in Firenze col barone Ricasoli — Annessione dell’Italia centrale al reame di Sardegna — Cessione di Nizza e della Savoia — Considerazioni — Dichiarazioni di Napoleone III a Russel e a Palmerston.

I.

Per il voto dell'Assemblea toscana, e per l’assenso datovi, Vittorio Emanuele II era divenuto re di un regno costituendo; ond’egli solo poteva dare la suprema sanzione giuridica agli atti costitutivi del nuovo stato. Al governo temporario della Toscana rimaneva soltanto la facoltà d’amministrare la cosa pubblica entro i limiti delle necessità quotidiane. Era una condizione di cose che, ove si fosse prolungata di tropo, conduceva al bivio, o di una ruinosa immobilità, o di procedimenti usurpatori della podestà sovrana. Bettino Ricasoli opinava, che a dare al governo un andamento spigliato, il re confermasse, per quanto dipendeva da lui, i poteri de quali erasi trovato investito il Governo fiorentino, onde li usasse come luogotenente del re eletto. Pensavano altri che l'Assemblea dovesse eleggere un reggente il quale, assumendo il maneggio della cosa pubblica in nome del re, promulgasse lo Statuto sardo, e introducesse nella Toscana le leggi piemontesi (346).

Questo concetto della reggenza prevaleva nei consigli dei governanti provvisionali dell’Emilia. Pertanto, nella notte del 28 settembre 18'i9, Bettino Ricasoli, Leonetto Cipriani, Luigi Farini, insieme con Marco Minghetti e Rodolfo Audinot, tennero un segreto colloquio a Scanello presso Loiano, nel quale rimase stabilita la convocazione dell’Assemblea dei quattro Stati, per deliberare sulla reggenza del principe di Carignano.

I ministri piemontesi erano stati concordi nell'assentire che la Toscana frattanto si governasse in nome del re eletto; ma fra essi era insorta grave discordanza d’opinioni intorno l'intitolazione degli atti pubblici. Urbano Rattazzi si trovò daprima solo nel consiglio dei ministri a caldeggiare il concetto, che l’intitolazione si facesse in nome di Vittorio Emanuele li. Gli altri consiglieri della corona si mostravano alieni da questo partito, per tema di dover poi, sotto le pressure della diplomazia, disdire pubblicamente ciò che in segreto avevano assentito (347). Alla fine vinse il partito più animoso, e addì 29 settembre il Governo della Toscana per pubblico bando annunziò che d’allora in poi avrebbe esercitatala propria podestà in nome di Vittorio Emanuele, re eletto.

In tal modo le cose procedevano abbastanza piane, quando a intorbidarle sopraggiunsero i casi seguenti. Per quanto i whigs tornali nel giugno del 1859 al maneggio della cosa pubblica, si fossero dichiarati vogliosi di rassodare l’alleanza dell'Inghilterra colla Francia, tuttavia aplicarono l’animo alle cose d’Italia, guidali dall’intendimento di profittare della pace di Villafranca per iscavalcare simultaneamente Austria e Francia dal primeggiare in Italia.

Conseguentemente gli agenti diplomatici inglesi ebbero l’incarico di mantenere intrepide le speranze degli Italiani del centro di fare Stato nuovo col Piemonte.

Poi Russel e Palmerston si fecero aperti consiglieri di atti pronti e arditi. Bisognava, dicevano essi, batter il ferro sinché era rovente, fare e non domandare, proceder oltre senza darsi briga delle proteste della Francia e dell’Austria (348): Verso la fine dell’ottobre del 1859, sulle ali del telegrafo giungevano in Torino i seguenti consigli:

Hudson mi ha riferito il colloquio con Russel. L’imperatore chiede aiuto. L’Inghilterra è padrona a Torino della posizione; essa è disposta al Congresso, ma vuole un fatto di più, cioè la reggenza del principe di Carignano; votatela subito. Vittorio Emanuele pensò che Napoleone è austriaco in aparenza, in segreto desidera l’aiuto nostro e dell’Inghilterra. Il re agisca con prudenza e salvi l’Italia. Profittiamo del momento; se no disgusteremo l’Inghilterra. Agite come fulmine. Bisogna che Cavour sia ministro. Comunicate ogni cosa a Sua Maestà il re e a Farini (349).

Tre giorni dopo il marchese di Laiatico spedi a Londra quest'altro dispaccio telegrafico in cifra:

Palmerston dice, che in Francia vi sono due politiche, una dell’imperatore, l’altra di Walewski. Egli spera di mettersi d’accordo con Napoleone relativamente al Congresso. Ci consiglia d’amarci, di conservar l’ordine, di scoprire i maneggi dei retrivi (350).

Al soffio di così propizio vento, i guidatori della nave, che portava i destini dell’Italia, si credettero prossimi a toccare il contrastato porto; onde a vele spiegate vi si indirizzarono. Ma giunti in vista della lieta spiaggia, si trovarono retrospinti in mezzo ai commossi fluiti da una poderosa ondata. Napoleone s’era accorto del giuoco che l’Inghilterra aparecchiavagli, e destramente, prima di vedersi tolta di mano la leva con cui intendeva di far sbalzar Nizza e la Savoia nel dominio della Francia, corse al riparo.

I Governi dell’Italia centrale si erano messi d’accordo sui modi da praticare per l’immediata convocazione delle Assemblee, come giunse loro il seguente dispaccio telegrafico (351):

Un dispaccio d’Azeglio contraddice in gran parte i dispacci di Laiatico. Il generale Dabormida ha dichiarato di non potere consigliare la reggenza del principe di Carignano, almeno avanti la pace di Zurigo (352).

Abituati a reggersi secondo le occorrenze proprie, i ministri inglesi avevano mutato parere, dopo che l’imperatore dei Francesi aveva fatto sentir loro, che ovel’Inghilterra mostrasse tropa condiscendenza per l’unione della Toscana al Piemonte, la Francia doveva mantenersi in positura di prendere a tempo e a luogo quel partito che le sarebbe convenevole, e non potea quindi accostarsi all’Inghilterra quanto desiderava, per giungere al gran fine di un trattato di commercio, che aprisse all’industria britannica i mercati francesi.

Di fronte a questo incaglio,'Farini e Ricasoli si apigliarono al partito ardilo di procedere, senza far alcun conto dell’avviso ricevuto (353). Pertanto le Assemblee di Firenze, Bologna, Modena e Parma, addì 7 settembre, deliberarono di eleggere il principe di Carignano a reggente, onde governasse quelle provincie in nome del re Vittorio Emanuele. Stava al Governo sardo di compier l’opera. Ma avendo esso deliberato di soprassedere, il ministro Dabormida pregò il barone Ricasoli di sospendere l'invio della Deputazione che doveva portare al principe di Carignano l’offerta della reggenza (354). Questa sosta dipendeva dai fatti seguenti. Impensierito delle ultime notizie di Londra, e considerando che il Governo del re doveva procedere nelle cose dell’Italia centrale senza mettersi in aperta oposizione colla politica personale di Napoleone, il ministro Dabormida aveva insistito affinché Vittorio Emanuele lo consultasse. La risposta dell’imperatore era stata questa:Dopo matura riflessione, l’opinione mia è che Vostra Maestà deve rifiutare la reggenza. Il Congresso sta per essere convocato; esso solo può sciogliere le presenti difficoltà. Se Ella permette al principe Eugenio di accettare, il Congresso non avrà luogo, ed il torto essendo dalla parte di Vostra Maestà; io non potrei punto salvarla. Ella spieghi energia, e provi che la pace segnata è cosa seria. Altrimenti operando, Ella perde l’Italia (355).

Sfera commesso un errore, non valutando abbastanza le necessità fra cui Napoleone trovavasi attanagliato. Ma, dopo la sua risposta, bisognava pensare a un mezzo termine per non isdrucciolare in imprudenti atti prevedibilmente dannosi. Fu convocato il Consiglio dei ministri, chiamandovi il con te Cavour, Massimo d’Azeglio e Carlo Boncompagni. Prevalse, accettato da tutti, ad eccezione del ministro Dabormida, il seguente espediente consigliato dal conte Cavour: Il principe di Carignano riceverebbe la Deputazione toscana e risponderebbe che, stando per aprirsi un Congresso, alle ragioni di convenienza politica vietavangli di assumere la reggenza, ma che valendosi delle facoltà attribuitegli dal voto delle Assemblee, delegava il cavaliere Boncompagni a provvedere al buon andamento delle faccende politiche nell’Italia centrale. Data questa risposta, il principe doveva fornire il Boncompagni d’istruzioni ad esser pubblicate, indicatrici della politica da praticare. Il delegato del principe doveva serbare per sé l’alta sovranità, lasciando o ricostruendo due governi, l’uno nell’Emilia, l’altro in Toscana (356).

Questo espediente fu annunziato all’imperatore Napoleone come un fatto compiuto. Egli manifestò la sua disaprovazione col seguente dispaccio telegrafico al re:Deploro la sostituzione del cavaliere Boncompagni. Questa nomina ugualmente pregiudica lo stato attuale delle cose. Vostra Maestà almeno faccia in modo, che egli abbia il titolo di dittatore e non di reggente. Senza ciò, il Congresso andrà a monte, e senza di esso non è possibile lo scioglimento delle occorrenti questioni (357).

Vittorio Emanuele rispose con dignità di re: che il suo Governo non poteva rifiutarsi a uffizi di benevola amiciziaverso popoli, per recenti fatti strettisi più da vicino alla sua corona (358). Il principe di Carignano rispose a Marco Minghetti e a Ubaldino Peruzzi, che gli si presentarono onde pregarlo di accettare la reggenza, che potenti consigli e ragioni di pubblica convenienza vietavangli di assumere l’onorevole mandato offertogli; ma, che valendosi della fiducia di che si trova investito, designava il commendatore Carlo Boncompagni ad assumere la reggenza dell’Italia centrale. Il Principe scrisse nello stesso giorno questa nobile lettera al legato toscano in Torino:

Grande è il sacrifizio che fo nell’astenermi d’accorrere in persona a compiere l’onorevole mandato concessomi. Avrei desiderato di poter ciò fare di tutto cuore, per provare agli Italiani tutta la mia affezione, non che la mia viva e profonda riconoscenza. Ma ciò, a malgrado del mio desiderio, non si può effettuare; mi conforta però il pensiero che, all’avvicinarsi del Congresso europeo, questo mio sacrifizio potrà essere più utile agli Italiani che la mia presenza in Firenze, mentre per esso verrà tolto ogni sospetto. Comprendo quanto le condizioni dell’Italia centrale siano difficili; ma con tutto ciò non bisogna perdersi d’animo, anzi fa d’uopo di raddopiare d’energia. Stare uniti, armarsi, conservare quell’ordine perfettissimo, che tanto onora gli Italiani in questi momenti supremi; questi, non dubito, saranno i più potenti apoggi al Congresso europeo. La mia risposta al commendatore Minghetti e al signor Peruzzi, spero avrà rassicurato gli Italiani. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Ella sa che sono franco e leale, che altro non desidero se non di vedere l’Italia felice (359).

Le istruzioni date dal Principe al Boncompagni si compendiavano in ciò: ch'egli si adoperasse a dare maggiore unità all’indirizzo politico e militare, curando massime che l’esercito fosse uno, avesse un solo comando supremo,e una sola amministrazione (360). Era uno strano invilupo di cose! Le Assemblee dell’Italia centrale erano state chiamate a volare una Reggenza, che poi non era stata accettata. Tuttavia, chi non l’aveva assentita per sé la delegava ad altri, mentre né anco nel caso contrario ciò avrebbe dovuto farsi, essendo emanazione diretta di podestà sovrana, per sua natura inalienabile.

L’intralciamento non s’era fermato a queste contraddizioni. Il barone Ricasoli, informato che fu del fatto, lasciò intendere che Ubaldino Peruzzi nell’assentirlo avea ecceduto il suo mandato, e che conseguentemente il Governo toscano lo dichiarava nullo (361). Sollecitato da ogni parte a rammorbidare le prese deliberazioni, il Barone dichiarò, che accetterebbe bensì il Boncompagni, purché per delegazione scritta del principe di Carignano assumesse il titolo di vice reggente, e nel suo Governo serbasse disgiunte dall’esercito e dall’amministrazione dell’Emilia, l'amministrazione e l’esercito della Toscana. Questa, da che intendeva d’esser aggregata possibilmente presto al vero e proprio regno di Vittorio Emanuele, non voleva aver governo comune cogli stati di Modena, Parma e Bologna (362). Il ministro Dabormida gli rispose, che egli non aveva consigliata la reggenza, perché la considerava cosa piena di pericoli, ma che consigliava d’accomodarsi al governo del Boncompagni, essendo che l’imperatore vi aveva assentito, ma sotto la clausola, che non si annunziasse delegato del principe di Carignano; volesse riflettere che se Boncompagni agisse income del Principe, il Governo del re si sarebbe trovato nella dura necessità di sconfessarlo.

L’Austria aveva sospeso le lettere d’invito al Congresso sino alla soluzione della questione, della Reggenza, e dichiarato di considerare come caso di guerra l’ingresso, nell’Italia centrale di un solo soldato piemontese (363).

Il linguaggio diplomatico tenuto dal ministro piemontese sopra le faccende esteriori era il seguente — In prossimità di un Congresso chiamato a sciogliere le questioni sollevate dalle condizioni delle cose italiane, il re aveva compiuto un atto di deferenza verso i consigli dell’Europa, astenendosi da ogni deliberazione capace d’intralciare la libertà di giudicare e di risolvere del Congresso. Conseguentemente il principe di Carignano aveva rifiutata la offertagli reggenza dell’Italia centrale.. Ma sarebbe stato impossibile al re di Piemonte di non concorrere a guarentire dalle intestine perturbazioni paesi che s’erano posti sotto la protezione di Casa Savoia. Laonde il Principe aveva designato il cavaliere Boncompagni a prendere la reggenza delle provincie Modenesi, Parmensi, Romagnole e Toscane, sino a che l’Europa congregata non avesse stabilito il loro assetto terminativo. Siffatta reggenza era un pegno per la tranquillità dell’Italia, per la quiete dell’Europa. Raggrupata in una sola mano, l’autorità governativa nell’Italia centrale si spiegherebbe più operosa, più gagliarda per tener in freno le fazioni, le quali profittando delle politiche impazienze tentassero di sospingere l’esercito e le popolazioni ad alti sconsigliati e pericolosi (364).Cavour opinava, che il ministro che guidava la politica esteriore della Sardegna, procedesse di tropo timidoe dubbioso. — In tempi come i presenti, egli scriveva, senza ardire si perdono gli Stati e gli uomini che li governano (365).

Realmente, da questo lato il ministro Dabormida lasciava molto a desiderare. Di nuovo egli avea reso segnalati servizi alla causa nazionale; ma era passato il suo tempo di condurre la politica esteriore del Piemonte dopo che dovendo proceder tra lume e buio, egli più non iscorgeva né via né modo di uscire dalle difficoltà inerenti alla questione suprema dell’Italia centrale, senza il beneplacito dell’imperatore dei Francesi.

Carlo Boncompagni sosteneva, che di fronte alle intimazioni della Francia bisognava trovar modo ad ogni costo di mostrare all’Europa, che il Piemonte e i Governi dell’Italia centrale procedevano sempre di pieno accordo. Insistendo in questi consigli di concordia, che era supremo interesse di mantenere inalterata, egli si offrì pronto a entrare in quanti accordi segreti meglio desideravansi, onde lasciare alla Toscana la sua piena autonomia amministrativa, purché non si scompaginasse il fascio della volontà e delle forze nazionali (366). — Ebbe un abboccamento a Parma con Vincenzo Salvagnoli, ministro toscano. Questi, per le istruzioni dategli dal barone Ricasoli, non era fornito di larghe facoltà di proposte e di concessioni.

Egli non doveva riconoscere nel Boncompagni veruna altra autorità, all'infuori di quella direttamente delegatagli dal principe di Carignano; onde il suo mandato doveva essere e comparire come una emanazione immediata e palese dell’autorità del principe stesso. Maal vicereggente rimaneva interdetto di porre mano nel governo della Toscana, la quale doveva conservare la propria autonomia amministrativa e la propria diplomazia, a sfuggire il pericolo di un regno dell’Italia centrale, e onde rimanere sino all’ultimo istante, nel pieno possesso di tutti i mezzi atti ad agevolare l’annessione, o a combattere gli ostacoli frapostivi dai governi europei. Si mantenesse pure la conclusa lega, ma sotto la clausola, che nei casi di possibili scissure il dittatore Farini non reclamasse il vantaggio di tre voti contr’uno (367). —Queste proposte non essendo tornate accette al Boncompagni, Ricasoli scrisse a Salvagnoli nei termini seguenti:

Quando il re non istenda la mano ai popoli dell’Italia centrale, essi debbono presentarsi soli al Congresso, per sostenere con più efficacia il loro voto. La venuta del principe di Carignano era un atto implicito di possesso del re, era una garanzia certa per l’avvenire. Un altro reggente, il quale non deve parere di emanare dal re, né dal governo, è peggio che nulla; è il sospetto d’influenza piemontese senza compenso di guarentigie, e la perseveranza nei voti emessi parrebbe fomentata da intrighi piemontesi. Urge pertanto che i popoli si conservino indipendenti perfin nelle aparenze e sentano la dignità di loro stessi. Questo è dovere dei governi ed è nell’interesse della causa nazionale; altrimenti si direbbe che i popoli italiani erano sempre bambini, e che l’ordine così a lungo serbato era effimero ed illusorio. Che il re con manifesto degno di re italiano parli a Italia e a Europa, nei termini che predico da tanti giorni. È necessario che il re parli, per rispondere alle accuse e per assicurare i popoli. La Toscana procede in modo da vincere lo stato europeo meglio ordinato (368).

Era grande il desiderio, imperioso il bisogno di troncare questa controversia; laonde il Presidente del governo toscano fu sollecitato di portarsi in Torino, assicurandolo preventivamente che gli accordi verrebbero facili e pronti (369). —Così avvenne. I ministri del re con grande arrendevolezza autorizzarono il cavaliere Boncompagni a stipulare, annuente il dittatore dell’Emilia, col barone Ricasoli un atto, in virtù del quale il vicereggente assumeva soltanto il titolo di Governatore generale delle provincia collegate dell’Italia centrale, i cui governi esistenti rimanevano investiti di tutti i poteri loro deferiti dalle assemblee, e liberi di trattare coi Governi esteri per mezzo di agenti propri, onde conseguire l’unione al regno costituzionale del re Vittorio Emanuele.

Al Governatore generale veniva affidalo l’incarico di mantenere saldi i vincoli stabiliti fra i governi provvisionali e il governo del re, d’impartir ordini al Capitano dell'esercito della lega, di dirigere l’azione diplomatica collettiva degli Stati federati, dietro il loro assenso, per vantaggiare i comuni interessi.

Era una podestà sovrana di aparenze e nulla più. II principio tenacemente propugnato dal Presidente del Governo toscano avea pienamente trionfato. Dei ministri piemontesi, a preferenza degli altri, Urbano Rattazzi avea cooperato, affinché ad ogni modo si troncasse una controversia che alterava la comune concordia. L’abbiamo narrata poiché serve a dimostrare che, ove si vada al midollo delle cose, si scorge manifestamente fallace l'asserto, a quei dì così frequente nelle regioni diplomatiche, che il Governo piemontese comandava a libito nell’Italia centrale per mezzo di proconsoli suoi, guidatori di popoli con astute arti strascinati a sacrificare la propria autonomia alle ambizioni dinastiche di Casa Savoia.

Lasciammo la Prussia e la Russia scontente dei preliminari di Villafranca. Ma queste potenze avversavano il libero uso che gl’italiani volevano fare della propria sovranità nazionale. Il gabinetto di Berlino riconosceva che la Sardegna versava in condizioni difficilissime rispetto ai Ducati e alla Toscana, ma giudicava inevitabili le ristorazioni dei principi fuggiti. Onde il ministro Schleinitz consigliava che il Piemonte ponesse mano a rimettere sul trono i Borboni di Parma, gli Estensi di Modena e i Lorenesi di Toscana, dettando loro le condizioni di governo. — Rispondevagli il ministro Sardo in Berlino, che il re e il suo Governo giammai non si presterebbero a farsi esecutori della volontà dell'Austria ai danni d’Italia. Quando pure essi si trovassero costretti ad ammettere i diritti dei principi spodestati, quella semplice e pura ricognizione non poteva obbligarli a impugnar le armi per restituire loro le perdute corone. — Il molo di nazionalità, concludeva De Launay, che poderoso agita l’Italia, commuove pure la Germania, e se colà a noi non conviene di fermarlo, qui pure interessa alla Prussia di non avversarlo. —Ma se l’Italia centrale, osservò il ministro prussiano, rimane abbandonala a se stessa, cadrà in balìa dei maneggi dei repubblicani; onde si genererà l’anarchia, e quindi la necessità dell’intervento armato. — Noi facciamo assegnamento, gli rispose De Launay, sul senno di quelle popolazioni. Tuttavia non dissimuliamo che non siano in giro segreti intrighi per fornire un pretesto di intervento. L’Austria è vecchia ed esperta maestra nell’apiccar il fuoco alla casa del vicino, per correre a spegnerlo. Ma confidiamo in pari tempo, che l’imperatore dei Francesi non vorrà smentire la sua origine. Ciò che si dovrebbe fare per l’utilità comune dell’Europa, sarebbe di proclamare solennemente il principio del non intervento. La questione italiana non può essere sciolta a Zurigo. Soltanto un arbitramento europeo può utilmente chiuderla. Nel regolare questo nuovo assetto territoriale la Prussia ha interesse grande di adoperarsi a ringagliardire il regno sardo al punto, da renderlo svincolato dalla supremazia dell'Austria e della Francia. È tempo che la Prussia si consideri come l’alleata naturale dell’Italia. Conseguentemente l’azione sua diplomatica deve cogliere l’occasione di costituire un Regno italico, capace di aiutarla contro l’Austria. — Il barone di Schleinitz mostrò che grate suonavangli all’orecchio queste tentazioni, ammise che la Prussia veramente troverrebbe il suo conto nella costituzione di un forte Regno nella regione nordica della penisola; ma tornò a mostrarsi persuaso che le ristaurazioni doveano succedere, da che Francia e Austria erano concordi, nel volerle. Inoltre egli lasciò intendere, che al principe reggente ripugnerebbe di prestar mano a un nuovo assetto di cose, nel quale si farebbe tropo buon mercato del principio di legittimità. L’ambasciatore sardo non si tenne silenzioso: — Se l'Austria e la Francia, osservò egli, hanno stipulato degli accordi relativi all’Italia, gli altri maggiori potentati sono in diritto di esaminarli, per conoscere se per avventura siano svantaggiosi ai loro, interessi, o contrari alle condizioni generali dell’equilibrio europeo. In quanto al principio di legittimità, certamente esso è rispettabile; ma se si debbono tenere nel dovuto calcolo i diritti dei principi, fa d’uopo nello stesso tempo valutare sin dove e come abbiano adempiuto ai loro doveri. Non sono stati i popoli dell'Italia centrale che hanno screditati e cacciati i loro principi; ma sono stati questi principi, che si sono trovati costretti a fuggire, per essersi screditati e per aver voluto rimanere alleati dei nemici del loro paese. Che ove realmente Francia e Austria si trovassero d’accordo nel rimettere forzatamente sul trono i sovrani dell’Italia centrale, onde meglio padroneggiare il Piemonte, la Prussia era direttamente interessata a sventare quel calcolo, foriero inevitabile di nuova guerra: giacché il re Vittorio Emanuele saprebbe in ogni più contrario evento conservare intatto il sacro patrimonio delle glorie avite. Piuttosto che vedere sacrificata l’indipendenza dell’Italia a interessi dinastici forastieri, noi, signor ministro, riprenderemo le armi, soggiungeva De Launay, e se a combattere saremo soli, non però indietreggieremo scorati; e se in disuguale lotta rimaremo vinti, tutta la responsabilità cadrà sull’Europa, la quale colla sua colpevole indifferenza avrà abbandonata l'Italia di nuovo al predominio dell’Austria. Mentre la Germania si adopera a svincolarsi a vantaggio degli Hoenzollern dai vincoli posti alla sua unità politica dai trattati del 1815, non ispetta a un uomo di stato prussiano l’uffizio di consigliare la Sardegna di cooperare al ritorno sul trono di principi italiani, vassalli dell’Austria. 11 compito della Prussia è di aiutare il Piemonte a costituire un regno dell'Italia del nord ed al centro. Ove essa rimanga inerte spettatrice, preparerà ai suoi danni il trionfo di massime, che in un avvenire più o meno prossimo riusciranno esiziali alle sue legittime ambizioni germaniche (370). — De Launay s’accorse che, in quanto al barone di Schleinitz, predicava a un uomo a metà convertito, ma che l’oposizione ardua da superare covava nell’animo del principe reggente, che considerava le cose italiane dal punto di veduta dello stretto diritto divino delle corone. Nel settembre del 1859, il Governo fiorentino deputò il conte Luigi Moretti a patrocinare la causa della Toscana presso le corti di Berlino e di Pietroburgo (371); — La risposta data all’oratore toscano dal barone di Schleinitz, nella sostanza fu la seguente: —-La Prussia avere interessi identici a quelli dell'Italia, e quindi in un Congresso non le sarebbe avversa. Il principio della nazionalità era legittimo, e il gabinetto di Berlino vedrebbe volontieri sorger una Italia forte e indipendente; ma v’era un altro principio degno d’esser rispettalo, quello del diritto ereditario delle corone. La via pertanto migliore da battersi esser quella che conduceva a una conciliazione tra i due principii. — In quanto alle Legazioni, il ministro prussiano lasciò intendere che il gabinetto di Berlino non aveva tenerezza di sorta per il dominio temporale dei papi, ma era poco credibile che Francia e Austria volessero assentire a restringerlo (372). Discorrendo di questo abboccamento coll’ambasciatore di Sardegna, Schleinitz gli disse: — Veramente le ragioni addotte dal conte Moretti, contrarie al ristauro dei Lorenesi, son di molto peso: se dovessimo prender consiglio soltanto dalle nostre convinzioni politiche, saremmo ben lieti di dare il nostro assenso a un potente regno italico. Ma, almeno come punto di partenza delle nostre deliberazioni, non possiamo dipartirci dal principio di legittimità. Inoltre non siam giunti per anco a scovare il pensiero intimo dell’imperatore dei Francesi. Senza dubbio egli ha proclamato il principio del non intervento; ma vorrà o saprà sostenerlo 6ino alle sue ultime conseguenze? È vero che egli nel fondo dell’animo è favorevole all’Italia; ma si trova circondato da influssi così poderosi, che finiranno per trionfare. In questo stato di cose, il meglio sarebbe di rimanere ai preliminari di Villafranca, cercando di cavarne il vantaggio maggiore che sia possibile per il Piemonte. Tra il vostro paese e l’Austria vi sarà sempre apiglio per una nuova guerra (373). — Queste ultime parole erano una rivelazione. Né Schleinitz era solo in siffatto ordine di concetti. Un eminente uomo di stato prussiano, che allora caldeggiava presso il principe reggente gli interessi del Piemonte, dicea parimenti e più esplicitamente a De Launay: — Vi ripeto ciò che ho detto al conte Cavour. Dal nostro punto di veduta, la guerra d’Italia è scopiata tropo presto. Per ora assicurate il presente, fortificatevi con liberi ordinamenti, e, quando sorgerà il giorno delle nuove prove, avrete la Prussia con voi (374). — Questo dì venne, e la Prussia e l’Italia dalla conchiusa alleanza ricavarono sommi vantaggi; ma probabilmente oggi non primeggierebbe nel mondo un impero germanico, e gli Hoenzollern non avrebbero toccato il colmo dell’ambita potenza, ove nell’anno 1859 Casa di Savoia e i diplomatici piemontesi avessero dato ascolto ai consigli dei ministri prussiani.

Nel 1859 i gabinetti di Berlino e di Pietroburgo erano nei termini della più stretta unione. Fu nell’ottobre di quest’anno che lo czar e il principe reggente, accompagnati dai loro ministri per le faccende esteriori, si portarono a Breslau. In quel convegno veramente non spirò aura benevola all’Austria. Al contrario, Schleinitz Dispaccio De Launay, Berlino 14 ottobre 1859.

Dispaccio De Launay, Berlino 12 novembre 1859. e Gortchakoff largheggiarono in lodi verso Vittorio Emanuele. Egli, diceano essi, a conti fatti, ha il coraggio di mettere a repentaglio la sua vita e la sua corona, quando lo richiedono gli interessi del suo paese. Ma l’uno e l’altro co’ loro sovrani ripugnavano di far entrare nel diritto europeo, a legittimo argomento di mutazione di Stati, la ricognizione dei fatti compiuti per la volontà popolare. Far ciò, a loro avviso, era lo stesso che aprire una inesauribile sorgente di nuovi guai per l’Europa. Gortchakoff non credeva inoltre alla spontaneità del voto della Toscana per l’unione col Piemonte, e caldeggiava il ritorno dei Borboni di Parma. Gli accordi terminativi furono, che la Russia e la Prussia, svincolate da ogni impegno, entrerebbero nel Congresso, ove assentissero di parteciparvi tutte le altre maggiori potenze, e che ambedue, guidate da un sentimento benevolo all’Italia, si adopererebbero a cercare un componimento di cose, per cui possibilmente rimanessero conciliati i principii di legittimità e di nazionalità (375). —Queste massime infeconde di vera tranquillità e indipendenza per l'Italia avrebbero trovala nel Congresso facile effettuazione, se i concetti e le opere del conte Walewski fossero giunte a informar davvero la politica della Francia. I gabinetti di Vienna e di Parigi s’erano messi d’accordo per invitare le potenze firmatarie dell’atto finale del Congresso di Vienna a congregarsi, onde prender notizia del trattato di Zurigo, e per avvisare insieme i modi di sciogliere per intiero la questione italiana. Era rimasto inteso che al Congresso interverrebbero pure i plenipotenziari delle Corti di Roma, di Napoli e di Torino. L’Austria, prima di stringere questi accordi, aveva chiesto e ottenuto, che nel Congresso i plenipotenziari suoi e quelli della Francia agirebbero in perfetto accordo, per tutelare i diritti dei principi spodestali e per oporsi alle annessioni.

Ma Napoleone procedeva per una via contraria: con la mente fissa ai suoi segreti disegni, egli caldeggiava l’alleanza inglese, divenuta di più facile conseguimento, dietro i seguenti fatti. Il tentativo del gabinetto di Londra d’aver concorde la Russia a patrocinare l’unione della Toscana al Piemonte, non era riuscito. Lo czar avea fatto dichiarare da Brunoff, suo ambasciatore in Londra, ch’egli né voleva né poteva assentire, che i popoli dei Ducati, delle Legazioni e della Toscana fossero lasciati liberi di scegliersi un nuovo sovrano (376). — Lord Russel, da un’altra parie, aveva avuto dalla Prussia un rifiuto reciso di associarsi all’Inghilterra nel sostenere eziandio colle armi il principio del non intervento armato nelle cose italiane (377). — Intanto per l’Inghilterra sovrastava la possibilità di una prossima guerra coll’America. Il gabinetto di Londra sentiva potente bisogno di procedere in pieno accordo colla Francia negli affari della Cina, dopo che le navi inglesi erano state perdenti sotto i fortilizii di Pei-ho. Le inimicizie scopiate tra la Spagna e il Marocco erano un altro argomento, consigliarne ai ministri inglesi di accostarsi quanto più era possibile alla Francia.

Pertanto, nel novembre del 1859, lord Cowley ebbe l’incarico di portarsi a Compiègne dall’imperatore dei Francesi, per manifestargli gl’intendimenti dell’Inghilterra, e per trovar modo di proceder seco d’accordo nelle cose italiane. L’ambasciatore inglese trovò Napoleone sconfortato per gli ostacoli suscitatigli dall’Austria. — Desidero, diss’egli, di procurare alla povera Italia il possibile bene. E comprendo che per conseguire questo fine, il solo mezzo è quello di un pieno accordo tra la Francia e l’Inghilterra. — Il ministro inglese gli rispose, che per quanto il suo Governo fosse desideroso d’entrare in questa via, pur eragli impossibile di contraddire alle massime fondamentali della politica inglese, accettando il trattato di Zurigo a base del nuovo assetto italiano. — Se è così, riprese Napoleone, datemi per iscritto le massime che il vostro Governo preferirebbe di veder adottate. — Cowley rispose che, ringraziando l’imperatore di così benevola proposta, tuttavia non poteva aderirvi senza consultare il proprio Governo.

Lord Cowley fu tosto chiamato a Londra. Prima di rispondere alla domanda di Napoleone, si volle assaggiare l’opinione dell’ambasciatore sardo. Lord Russel chiese quindi al marchese d’Azeglio se, divenuta impossibile l’annessione della Toscana al Piemonte, il gabinetto di Torino si terrebbe soddisfatto di vedere sul trono di Firenze un principe di Casa Savoia. Il ministro sardo osservò che, ove l'Inghilterra e la Sardegna si apigliassero a questo partito, si porrebbero in contraddizione aperta colle massime di diritto pubblico sin allora professate. Esse avevano accettato la volontà dei popoli come cagione legittima di mutazione di Stato; non potevano conseguentemente contraddirsi, scegliendo esse, contro l'evidente voto dei popoli, i principi che dovevano governarli. Queste osservazioni quadravano a capello; essendo che Russel pochi giorni prima aveva indirizzato a Cowley un dispaccio, nel quale riassumendo la parte presa dall'Inghilterra, dall’anno 1821 in poi, negli affari europei, s’era studiato di mostrare, che essa era sempre rimasta fedele alla massima di non ammettere interventi armati nelle faccende interiori degli Stati, e di riconoscere legittimi i governi di fatto nati dalle rivoluzioni. Egli aveva poi concluso, che il gabinetto di Londra intendeva d’usare tutta la sua influenza morale, per consolidare i governi regolari che gli Italiani si erano dati (378). Lord Palmerston trovò giuste le osservazioni dell’ambasciatore sardo, notando, che in massima non si poteva stabilire, che un congresso di Stati europei avesse diritto di disporre a piacer suo di Stati non abbastanza forti per oporsi alle sue deliberazioni (379).

Ma l’interesse inglese era in giuoco diretto, e consigliava a preferenza d’accostarsi possibilmente, nella trattazione delle cose italiane, alla politica, le cui fila erano dirette dall'imperatore dei Francesi. A lui quindi i ministri inglesi proposero a base di un intimo' accordo che, ove l’annessione della Toscana riuscisse ineffettuabile per l'oposizione dell’Austria e della Francia, si assegnassero al Piemonte Parma, Piacenza, Massa e Carrara: la Toscana e i ducali di Modena e di Reggio fossero lasciati liberi nella scelta di un sovrano, purché non apartenesse alle famiglie regnanti a capo delle cinque maggiori potenze: possibilmente, le Romagne venissero annesse a questo nuovo Regno (380).

III

Sul finire dell’anno 1859, Austria e Francia, in conformità dell’impegno preso a Zurigo, proposero alle altre maggiori potenze di tener congresso, per consultare suimodi di dare stabile quiete all’Italia. L'imperatore Napoleone in confidenti colloquii dicea: — L’Inghilterra entrerà nel Congresso con tutte le sue idee, e ciò non è male; giacché la povera Italia e il Piemonte hanno bisogno di questo aiuto (381). — L’Inghilterra in effetto principiò per dichiarare, che considerava indispensabile, per entrare nel Congresso, l'assicurazione preventiva che non si discuterebbe la questione dell’intervento armato. La Russia e la Prussia si rifiutarono di prendere questo impegno. Esse di poi dichiararono di non riconoscere in alcuna potenza il diritto di porre restrizioni preventive alle deliberazioni del Congresso (382). Il gabinetto di Londra lasciò intendere di voler propugnare l’annessione dell’Italia centrale al Piemonte. La Russia e la Prussia si mantenevano ferme nell’avversaria (383). Queste due potenze riconoscevano nei principi spodestali il diritto di inviare legati al Congresso (384). L’Inghilterra al contrario ammetteva che i Governi di fatto dell'Italia centrale dovevano esser ricevuti nel medesimo Congresso (385). Effettivamente Massimo D’Azeglio aveva già ricevuto il mandato dai Governi di Modena e di Firenze, di patrocinare presso l’Europa congregata l’annessione al Piemonte, e di combattere la costituzione di un Regno dell’Italia centrale (386). L'Austria, nell’invitare le maggiori potenze a congregarsi, era tornata al linguaggio usalo dalla sua cancelleria al tempo dei Congressi di Lubiana e di Verona. — Voleva l’Europa, diceva essa, fondare la quiete e la prosperità dell’Italia sopra salde basi? se così intendeva di praticare, doveva in primo luogo soffocare nella penisola Io spirito rivoluzionario, che indefessamente vi scalzava l’edifizio dell’ordine religioso e sociale. Faceva d’uopo in secondo luogo di assicurare la tranquillità ventura col rialzare i troni dei principi, spodestati dai maneggi di alcuni faziosi uomini, i quali orpellavano, col fastoso titolo della volontà nazionale, fatti dovuti a perfidi intrighi e a pressure gagliarde sopra popolazioni ignoranti e deboli. Alla Santa Sede si dovevano restituire le ribellate provincie. Fatto tutto ciò, il Congresso poteva ultimare l’opera sua, coll’istituire una Con federazione italiana sul modello della Con federazione germanica (387). In quanto all’intervento armato, Rechberg affermava, che il ministro austriaco, il quale accettasse la relativa proposta inglese, si renderebbe meritevole del supremo castigo serbato ai rei di perduellione. Egli di più negava che la Venezia fosse desiderosa di riforme, e aggiungeva che l’imperatore Francesco Giusepe non avrebbe mai assentito, che in Congresso europeo si trattasse degli affari interiori di una provincia della sua monarchia, che l’indipendenza dell’Italia si dovesse ascrivere al trionfo delle massime rivoluzionarie (388).

Napoleone destramente alimentava le pullulanti discordi opinioni. La Sardegna pretendeva di entrare nel Congresso come potenza deliberante, con diritto e credilo uguali a quelli delle maggiori potenze (389). L’Austrianegava l’assenso suo; l’imperatore dei Francesi non solo diede il parer suo favorevole (390), ma consigliò Vittorio Emanuele a nominare il conte Camillo Cavour a suo primo plenipotenziario, e a indirizzare agli Italiani un proclama per assicurarli, che manterrebbe la fatta promessa d’usare i diritti conferitigli dai voti popolari, per difendere la loro causa al cospetto dell’Europa congregata (391). Il re rispose a Napoleone nei termini seguenti:Vimercati mi lascia intendere che Vostra Maestà desidererebbe Cavour al Congresso. La proposta della Russia, di cui parla il dispaccio di Vostra Maestà, renderebbe la cosa impossibile. Bisognerebbe quindi adoperarsi ad allontanare questa proposta, o che Vostra Maestà mi dicesse, se preferisce Dabormida (392).

Insistendo Napoleone nella sua proposta, fu interrogato il gabinetto di Pietroburgo. Gortchakoff rispose, che la sua proposta si riferiva unicamente ai plenipotenziari dei maggiori potentati, e che, in quanto al plenipotenziario sardo, la Russia non intendeva punto d’escludere Cavour. Soltanto il ministro russo sopra le faccende esteriori benevolmente osservò, che a Torino si badasse, che il capitano valente per vincer le grandi battaglie non era sempre il migliore condottiero delle guerre di montagna. Nel Congresso non si ultimerebbero grandi cose; ma apena si raffazzonerebbero alla meglio piccoli affari (393). Tolto questo ostacolo, il re di Piemonte telegrafò all’imperatore dei Francesi in questa sentenza:

Prevengo Vostra Maestà che ho nominato Cavour e Desambrois per rapresentarmi al Congresso. Confido gli interessi della nostra causa ai sentimenti generosi e benevoli che Vostra Maestà ha sempre mostrato per me e per l’Italia (394).

Anche il Gabinetto di Berlino manifestò il suo assenso per la scelta del conte di Cavour a primo plenipotenziario sardo; ma nel dare questo annunzio allo ambasciatore di Piemonte, il barone di Schleinitz aggiunse:— Noi non solo siamo sciolti da ogni impegno, ma non prenderemo la menoma iniziativa di proposte nel Congresso. Questo uffizio spetta alle potenze più direttamente interessate nelle quistioni che si debbono risolvere. Siamo però disposti a favorire qualunque componimento di cose, che possibilmente offra salde guantigie all’indipendenza italiana. Su questo proposito incliniamo sempre per una confederazione, sotto la clausola di escluderne la preponderanza dell'Austria, e ristretta al Piemonte e ai minori stati italiani. Il nostro buon senso ci avverte, che questa confederazione sia da anteporsi a una lega di tutti gli Stati italiani, o alla formazione di un Regno etrusco. Ma non siamo ancora seduti attorno al tapeto verde, e l’opuscolo, intitolato il Papa e il Congresso, potrebbe far perdere la voglia alla Corte di Roma d’intervenire nel Congresso, e se il Papa rifiuta di mandarvi il suo plenipotenziario, l’Austria si ritirerà (395). — Il ministro prussiano aveva colto nel segno. L’imperatore dei Francesi, che più non voleva il Congresso, destramente ne tenne chiusa la porla-ai negoziatori colla pubblicazione di questo opuscolo. Ad avvalorare la voce circolante per l’Europa, che siffatto opuscolo, in cui si disconoscevano le pretensioni della Santa Sede di rivendicare nel Congresso il possesso delle perdute provincie, era stato da lui ispirato, Napoleone lasciò nello stesso tempo rendere di pubblica ragione una sua lettera autografa al Papa, nella quale era proferita la stessa sentenza (396). L’Austria chiese tosto, se la Francia sosterrebbe nel Congresso questa opinione. Assicurata del si, dichiarò di non voler più partecipare alle adunanze del Congresso, e preventivamente protestò contro qualunque accordo, diretto a tener lontani dai loro troni i principi spodestati. La Corte romana, a quello inaspettato colpo, sentì profonda l’offesa. Il Papa alla presenza degli ufficiali del presidio francese in Roma, con durissime parole stimatizzò quel libercolo, e apuntò di bugiardo Napoleone, ove pubblicamente non lo disconfessasse. I clericali in Francia irosamente strepitarono. A rammorzare quelle ire, il ministro imperiale dei culli indirizzò all’episcopato una lettera per rammentargli che, se il Governo dell'imperatore scongiurava il Papa a fare dei materiali sacrifizi, divenuti indispensabili al riposo dell’Europa e della cristianità, si ristringeva a consigliarlo, come principe di uno Stato italiano, a valutare gli avvenimenti, secondoché la Provvidenza lasciavali svolgere nella secolare storia del genere umano (397).

Aggiornalo indeterminatamente il Congresso, la Francia, per il rifiuto altrui, si trovò svincolata dall’obbligo di regolare d’accordo coll’Europa gli affari d'Italia, e riacquistò la sua piena libertà d’azione. Conseguentemente la politica guidata dal conte Walewski era divenuta fuor di stagione. A Napoleone faceva d’uopo di un ministro degli affari esteriori, che lo seguisse francamente nella politica stata sin’allora tutta sua. Egli prescelse Thouvenel, ambasciatore di Francia in Costantinopoli.


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IV

Il ministero piemontese si reggeva sui trampoli. Il ritorno di Cavour al maneggio della cosa pubblica era suffragato da tutta Italia. Egli in effetto riprese la Presidenza del Consiglio e il ministero degli affari esteri, addì 20 gennaio 1860. È fuor di dubbio che le condizioni della politica italiana erano grandemente migliorale dal dì in cui il conte si era ritirato a Leri, in conseguenza della pace di Villafranca. Egli trovava assicurato il principio del non intervento armato, trovava l'unione dell’Italia centrale al Piemonte moralmente compiuta, poteva fare largo assegnamento sull’apoggio diplomatico dell’Inghilterra, poteva calcolare con fondamento che Napoleone finirebbe per rispettare i voti dei popoli; vedeva svanito il pericolo di travagli e disordini repubblicani; non aveva più. alternerò che le brame dell’Emilia e della Toscana rimanessero insoddisfatte per le deliberazioni di un Congresso europeo. Che ove l’Austria avesse voluto tentar un colpo di mano, Lamarmora e Fanti avevano preparato un esercito capace di salda resistenza.

Mutato così in meglio l’aspetto delle cose, per la politica piemontese la chiave della volta stava nell’annessione dell'Emilia e della Toscana agli antichi dominii di Casa Savoia. Cavour indirizzò tosto tutte le sue cure a compierla, collo stabilire fatti compiuti e aspettarne la sanzione dal tempo e dalla lassitudine della discorde diplomazia. — In quanto ai modi, diceva il conte al Giorgini, inviatogli dal Ricasoli, dobbiamo usare colla Francia e coll’Inghilterra tutti i riguardi compatibili colla nostra dignità, e col successo definitivo dei nostri voli. Lord Russell mi aveva fatto conoscere il suo desiderio di conferire meco. Tosto che ho ripreso il ministero, gli ho fatto chiedere se persisteva in questo suo desiderio, avvertendolo però, che non sarei andato a Londra, senza prima essere assicurato, che i ministri della regina assentivano all'annessione; giacché soltanto in questo caso era disposto a seguire i consigli dell’Inghilterra. In quanto allo imperatore dei Francesi, dopo il famoso opuscolo, si è rinchiuso in un silenzio impenetrabile, ed ha manifestalo il desiderio di non ricevere nuove deputazioni dell’Italia centrale. Io non m’attendo che l’imperatore Napoleone si pronunzi a favor nostro sul fatto dell’annessione; anzi credo che non vorrà farlo, e veramente gl’impegni presi a Villafranca lo mettono nell’impossibilità di farlo. Ma credo necessario di assicurarmi, che non si oporrà tropo decisamente. Ci conviene studiarlo, tentarne l’animo, e osservare l’atteggiamento che prenderà a riguardo nostro, ad ogni passo che faremo. Ciò che intendo di fare, a qualunque punto siano le trattative, è di ammettere in ogni caso i deputali dell'Italia centrale al Parlamento (398). — Frattanto il lavoro diplomatico dell’Inghilterra ferveva. Essa uscì fuori a proporre le basi seguenti per un accordo europeo sulle cose italiane: 1° la Francia e l’Austria non interverrebbero negli affari interni della penisola, eccello che ne fossero invitate dal consenso unanime delle cinque grandi potenze europee; 2° che, in conseguenza, di questo accordo, l’imperatore dei Francesi prenderebbe gli oportuni concerti col Santo Padre per il ritiro da Roma delle trupe francesi. Rispetto al tempo e al modo di questo ritiro, si procederebbe in guisa da lasciare al Governo pontificio tutta l’oportunità di provvedere al presidio di Roma, mediante trupe pontificie, e di adottare le necessarie precauzioni contro il disordine e l’anarchia:inoltre sarebbero da prendere gli oportuni concerti per lo sgombro delle trupe francesi, in un periodo di tempo conveniente, dall’Italia del nord; 3° il Governo interno della Venezia non formerebbe oggetto di negoziazione per le potenze europee; 4° la Gran Bretagna e la Francia inviterebbero il re di Sardegna ad assumere l'impegno di non mandare trupe nell’Italia centrale, prima che i diversi Stati che la compongono non avessero solennemente espressi i loro voti intorno i loro destini venturi col mezzo di una deliberazione delle loro assemblee rielette. Nel caso in cui il voto riuscisse in favore del Piemonte, la Gran Bretagna e la Francia più oltre non s’oporrebbero all'ingresso delle trupe sarde nelle provincie centrali d’Italia.

La Francia accettò in massima queste proposte, e soltanto fece le riserve seguenti. In quanto alla Venezia, l’imperatore Napoleone non intendeva menomare in alcun modo la propria libertà d’azione; avvegnaché intendeva co’ suoi buoni uffici presso la Corte di Vienna perorarne e difenderne gli interessi. Lo sgombro delle trupe francesi dalla Lombardia doveva effettuarsi soltanto, quando le cose italiane si trovassero assestale per un accordo tacito o palese delle grandi potenze. Relativamente all’Italia centrale, intendeva di dare all’Austria accomodate spiegazioni, prima di assentire definitivamente alla proposta dell’Inghilterra (399).

Senonché per venire a una risoluzione conforme al disegno dei ministri inglesi, era indispensabile il concorso delle tre potenze nordiche. Ma la Corte di Pietroburgo stette sul tirato, non volendo far buon viso al principio della volontà nazionale. Per iscartar poi l’iniziativa presa dall’Inghilterra, la Russia poneva innanzi il progetto di una conferenza ristretta delle cinque maggiori potenze, per dare stabilità all’assetto dell’Italia mediante una confederazione (400). Il gabinetto di Berlino riconobbe bensì nelle proposte inglesi un mezzo praticabile per sciogliere pacificamente la questione italiana; ma non nascondeva la sua avversione all’ammettere nei popoli il diritto d’esser ascoltali nella scelta de' loro sovrani, e dichiarò che si riservava di manifestare il suo modo di vedere, quando gli avvenimenti meglio si fossero delineati (401).

Nel chiedere all’Austria il sacrifizio. di non oporsi alla proposta dell’Inghilterra, relativa all’Italia centrale, Thouvenel aveva scritto al conte di Rechberg. — Allontaniamo dalla discussione gli incidenti, e andiamo direttamente al fatto che domina lo stato delle cose. L’Italia da secoli è stato un campo aperto alla lotta d’influenza tra Austria e Francia. Ora chiudiamo per sempre questo campo, e tramutiamolo, per mezzo dell’indipendenza della penisola, in un terreno intermediario, inaccessibile al predominio alternativo e sempre precario delle due antiche rivali (402). —Il ministro austriaco rispose acerbissimo verso il Piemonte, e conchiuse che se si voleva costituire un’Italia tramezzante fra Austria e Francia, il programma di Villafranca offeriva il modo di far ciò, senza pericoli per l’equilibrio politico dell’Europa (403).

Frammezzo a queste discordanze, il giuoco d’altalena della diplomazia francese ricominciò. Thouvenel fece sapere in modo ufficiale a Cavour, che l’annessione di tutte le provincie dell’Italia centrale altererebbe la vitalità ela forza dell’elemento piemontese, il quale conseguentemente si troverebbe trascinato a scegliere fra la guerra immediata all’Austria e la rivoluzione interna. Pertanto l’imperatore dei Francesi consigliava il re di Sardegna a contentarsi dell’annessione dei ducati, lasciare la Toscana costituita a principato indipendente, e nelle Legazioni assumere il titolo di vicario, governandole sotto l’alta sovranità della Santa Sede (404). Ma, da informazioni particolari, venutegli da Londra, Cavour sapeva che realmente Napoleone aveva cessato di oporsi alla annessione, e che di più aveva fatto conoscere all’Austria, che all’infuori del suo consenso, la Francia, rispetto all’Italia centrale, nell’avvenire s'apiglierebbe a una politica discordante da quella sancita a Villafranca e a Zurigo. Se non che, per entrare all’aperto in questa via, l’imperatore dei Francesi domandava che l’annessione fosse convalidata da un plebiscito (405).

Queste notizie si trovarono confermate da un dispaccio di Thouvenel all’ambasciatore di Francia in Londra, e che lo stesso ministro francese sopra gli affari esteriori fece consegnare a Cavour, onde volesse e sapesse leggere ciò che in sostanza gli si domandava.

Questo dispaccio conteneva il seguente brano:

Ho fatto osservare al principe di Mettermeli, che non opose argomenti in contrario alle mie ragioni, che ornai il governo dell'imperatore ha la facoltà di esaminare la quarta proposizione del Gabinetto di Londra con quella libertà che non possedeva prima delle avvenute spiegazioni. Quando noi lealmente abbiamo fatto conoscere all’Austria le difficoltà insormontabili, che ai nostri occhi incontrava l’attuamento letterale delle stipulazioni di Villafranca e di Zurigo, tenemmo a calcolo il voto delle popolazioni. Ora la proposta del Gabinetto inglese è di saggiare una nuova manifestazione di questo voto, coll’assenso della Francia e dell’Inghilterra le quali, conseguentemente, colla loro preventiva aprovazione darebbero al medesimo una forza regolare e legittima. Il governo dell’imperatore ha seriamente esaminata la condizione che gli verrebbe fatta da questa eventualità, e si è convinto ch’essa non giungerebbe a svincolarlo dalla sua responsabilità morale, se non quando il principio del voto universale, principio che costituisce la sua legittimità, divenisse pure il fondamento del nuovo ordine di cose in Italia. Sopra un diverso terreno, la partecipazione della Francia sarebbe una manifesta inconseguenza, alla quale il suo governo non poteva esporsi. Ma ciò che noi siamo condotti a valutare come una necessità assoluta, l'Inghilterra, senza oporsi a che i governi di fatto stabiliti in Italia siano del nostro avviso, nullameno si astiene dal consigliarli d’apigliarsi a questo partito. Sapiamo da altra parte, che questi stessi governi si presterebbero a malincuore a una nuova manifestazione dell'opinione pubblica, da che la giudicano inutile, e atta a svegliar sospetti sul valore e sulla legalità delle antecedenti votazioni (406).

Ciò che si voleva era dato a intendere in modo adombrato. Ma il Gabinetto inglese ripugnava all’aplicazione del suffragio universale. Tuttavia, più liberale degli altri ministri, lord Palmerston giunse a farlo assentire da' suoi colleghi (407). Così scomparve l’ultimo elemento di discordanza fra la politica inglese e la politica francese, rispetto alle cose dell’Italia centrale.

Cavour, rientrando nel ministero, non s’era rimasto dal dichiarare addirittura officialmente, che i popoli dell’Italia centrale avevano non solo il diritto, ma erano nel dovere, mancalo il Congresso, di provvedere da soli al proprio assetto politico. In quanto al Governo del re, nel-l’assumere tutta la responsabilità che incombevagli in così gravi occorrenze, procederebbe unicamente dietro l’impulso del suo dovere e in conformità degli interessi della patria comune (408).

Conseguente a queste massime, il conte, nel marzo del 1860, scriveva: — Noi siamo deliberali di procedere alle annessioni. L’imperatore Napoleone finirà per trovarsi egli pure soddisfatto di un avvenimento, che gli permetterà di uscire una volta per sempre dagli impacci dei patti di Villafranca (409). — Per giungervi, la via era stata indicata da Thouvenel. Laonde il primario ministro piemontese, vittoriosamente confutate le obbiezioni contenute nel dispaccio presentatogli da Talleyrand, accettò che i popoli dell’Italia centrale fossero riconsultati per via del suffragio universale, aggiungendo che, conforme risulterebbe il plebiscito, il re di Piemonte rinunzierebbe tosto all’annessione o immediatamente la compirebbe (410).

A tal fine il gabinetto di Torino si volse ai governanti (temporari dell’Emilia e della Toscana per dichiarare, che il Governo del re ammetteva l’oportunità di un nuovo voto; ma che, in quanto ai modi di praticarlo, lasciavali pienamente liberi nella scelta. Ma poiché essi sapevano che il Governo francese ammetteva come sola efficace e legittima la prova del suffragio universale, essi l’adottarono.

Il decreto per la convocazione de' comizii fu pubblicato addì 1° marzo 1859. I votanti dovevano dichiarare, se volevano l’unione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele, ovvero il regno separalo.

Le ambiguità e gli scaltrimenti della diplomazia francese non erano per anco cessati. Addì 3 di marzo, il conte di Mesbourg, ambasciatore di Francia in Firenze, si presentò al barone Ricasoli per dichiarargli, che il Governo dell’imperatore disaprovava il deliberalo suffragio universale, e che, ove da esso fosse uscita l’unione della Toscana al Piemonte, la Francia vi avrebbe posto il suo veto. Il presidente del Governo toscano rispose in questi termini: — L’alto che il Governo dell’imperatore condanna così severamente, altro non è se non che la conseguenza logica dei quattro punti concordati tra la Francia e l’Inghilterra. L’una e l'altra si sono intese di riconoscere per legittima l’annessione, purché fosse confermala da un nuovo voto. Conseguentemente i Governi dell’Italia centrale si sono trovati nel dovere di deliberare intorno ai modi della chiesta votazione, ed hanno scelto quello che era più accetto all’imperatore Napoleone. Se dopo ciò essi si trovavano incorsi nello sdegno del Governo francese, non mi resta, disse, che a concludere dolorosamente, che i tristi destini di servitù straniera per l’Italia non sono cessati, e che soltanto all’Austria è subentrala la Francia. Il Governo dell’imperatore tuttavia deve riflettere che l’Italia, così operando, usa sacri diritti propri, senza danneggiare gli interessi delle altre nazioni; svantaggia la tranquillità dell’Europa e rende proficuo il sangue generosamente sparso dai soldati francesi sulle pianure lombarde. —A queste parole del barone, il conte di Mesbourg si mostrò vivamente impressionalo, e domandò di rettificare il suo discorso. — La Francia, diss’cgli, non intende di avversare la libertà degli Italiani; ma 6i crede in dovere di premunirli, che essa non intende di correre i rischi di una nuova guerra che l’Austria immanchevolmente intraprenderà, ove dovesse succedere l’annessione della Toscana al Piemonte. — Per quanto, gli rispose Ricasoli, possa tornar grave agl’italiani vedersi abbandonati dalla Francia, nulladimeno non recederanno da unanuova lolla coll’Austria, onde proseguire, fidenti nel buon diritto della propria causa, l’impresa assunta (411).

L’Europa, assuefatta a incolpare gli Italiani delle proprie sciagure, a tenerli per incorreggibili nell'anteporre le gare e le gloriuzze municipali agli accordi e agli interessi nazionali, vide nel marzo del 1860 uno stupendo spettacolo. Sulla piazza, ove erano stati inaugurati i primi parlamenti dei suoi liberi governi, e ove splendevano le maggiori memorie della sua luminosa grandezza, il popolo toscano decretava la perpetua abdicazione della propria autonomia.

In sette mesi di travagliosi casi, il Governo non avea dovuto trarre a rimorchio il paese, né questo aveva trascinalo il Governo; ma ambidue concordi erano proceduti con pari risolutezza e uguali intendimenti a trasfondere il municipio nella nazione. Fu in questi alti sensi italiani, che il barone Bellino Ricasoli favellò al re prode e leale, che aveva posto all’estremo repentaglio la sua corona e il suo Piemonte, per salvare la Italia del centro dal ritornare austriaca.

La redenzione nazionale era assicurala. Tempo in perpetuo benedetto, in cui ruinava l’Italia delle conquiste e delle dominazioni straniere, e sorgeva l’Italia quale l’aveano ideata i suoi più grandi pensatori, quale, tra secolari speranze e secolari martirii, aveano cercato di costituirla i suoi più generosi figli, libera, armata, concorde, non più campo aperto a straniere ambizioni. In quei dì felici, i popoli della Romagna e dei Ducati aggiungevano lustro novello ai fasti antichi di nostra gente, insieme ai Toscani fratelli, con fatti di perseveranza e di senno civile, che non hanno riscontro nella storia d’alcun altro popolo. Mentre essi ultimavano il grande atto unificatore, Camillo Cavour scriveva: — Attendo con ansietà il risultalo dello scrutinio, al quale si procede ora nell’Italia centrale. Se, come spero, questa ultima prova è decisiva, avremo scritto una pagina meravigliosa nella storia d'Italia. La Prussia e la Russia, pure contestando il valore giuridico del suffragio universale, non potranno mettere in dubbio l’immensa importanza del fatto che in questo giorno si compie. I duchi, gli arciduchi, i gran duchi andranno sepolti in perpetuo, sotto il cumulo delle schede deposte nelle urne dei comizi nella Toscana e nell’Emilia (412). — La meravigliosa pagina fu scritta, e rimarrà incancellabile, a gloria della generazione cui apartiene, e a comune benefizio delle altre generazioni, che verranno ad abitare questa italiana terra, padrona di sé.

Protestò l’Austria, protestarono gli spodestali principi, ma essi erano in terra d’esilio, mentre gli affrancati popoli celebravano il trionfo della volontà nazionale, lietissimi del presente, fiduciosi dell’avvenire [(413)].

Il conte Cavour, nell’annunziare ai potentati europei che il Governo del re aveva sanzionata l’unione dell'Emilia e della Toscana al Regno di Sardegna, dichiarò, che era stato guidalo dal dover suo di tutelare fermamente gli interessi dell’ordine, della pace in Italia (414).

V

L’annessione della Savoia alla Francia, nel caso in cui la Sardegna divenisse una grande potenza italiana, era una delle massime di equilibrio europeo più radicate nelle tradizioni della diplomazia. Nel progetto sottoposto dalla regina Elisabetta d’Inghilterra a Enrico IV, per la formazione di un regno italico settentrionale, essa avea calcolata la cessione della Savoia alla Francia, come un compenso all’aggregazione del ducato di Milano al Piemonte. Guglielmo III d’Inghilterra, nel firmare il secondo riparto eventuale della successione di Spagna, per quanto fosse alienissimo dall’ingrandire la Francia, tuttavia aveva dato il suo assenso per l’annessione della Savoia e di Nizza ai domini della corona francese, passando al Piemonte il ducato di Milano. Il compenso dell’aiuto accordato da Luigi XV al re Carlo Emanuele III, per metterlo in grado di far valere i suoi diritti sul milanese, era Stato pattuito nella cessione delle provincie piemontesi, per le quali rimanevano chiuse le frontiere del Deificato e della Provenza. Nelle lunghe pratiche di alleanza tra la prima repubblica francese e il re di Sardegna, dal 1792 al 1796, campeggiò sempre il concetto della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, in compenso di nuovi possessi italiani per la Casa di Savoia. Ed effettivamente questo accordo rimase conchiuso nel trattato segreto del 1797. Dal desiderio di aggregare la Savoia alla Francia avevano tratto origine le velleità dei governanti repubblicani del 1848, di prestar aiuto armato a Carlo Alberto, per liberare la Lombardia e la Venezia dal dominio austriaco. Fra i patti segreti di Plombières, e le clausole del trattato segreto del gennaio del 1869, era stata posta la cessione della Savoia alla Francia. La contea di Nizza era stata eziandio promessa, benché sotto riserva. Tradizionalmente, dagli uomini di Stato francesi questa gioconda terra si era considerata, come una continuazione della Provenza, benché essa per giacitura, per lingua, per costumi, per tradizioni storiche, per inclinazioni civili e politiche, sia una nobile provincia italiana.

Il sacrifizio di essa apariva tanto più doloroso, in quanto che Nizza era rimasta fedelissima a Casa di Savoia per quattrocentosettanta due anni, e nel venire spontaneamente sotto il suo dominio, nel 388, avea posto il patto, assentito, di non poter esser alienala a nessun’altra Casa principesca; che ove ciò fosse per succedere, i suoi abitanti si trovassero liberi di resistere a mano armata senza colpa di ribellione. La Savoia era la culla della dinastia, l’antica terra delle prime ambizioni dei principi sabaudi; e di Savoia e di Piemonte erano vanto comune i nomi memorandi di Torino e di Guastalla, d’Alessandria e dell’Assietta, di Coito e di Monzambano, di Palestra e di San Martino.

Il ministero presieduto dal generale Lamarmora era stato più volle tasteggiato su questo argomento (415); ma si era schermito dal trattarlo a fondo, studiandosi con temporanei ripieghi di tenerlo in sospeso. Il conte Cavour aveva mostralo anch’egli di non inclinare più a siffatta cessione. Laonde, nel trattare la questione dell’aumento del censo, che il ministero Lamarmora-Rattazzi pensava d’introdurre nelle modificazioni alla legge elettorale, egli aveva scritto al Rattazzi: — Temo che l’aumento del censo per la Savoia dia argomento ai fautori dell’annessione alla Francia. Ella conosce meglio di me gl'intrighi del Governo francese; ella sa che l’imperatore ripete che noi non lasciamo ai Savoiardi la libera manifestazione dei loro sentimenti (416). — Ma dopo i fatti da noi narrali, relativi all’annessione dell’Emilia e della Toscana al Piemonte, apariva manifesto che Napoleonenon larderebbe a reclamare l’adempimento degli impegni anteriormente assunti dalla Sardegna riguardo Nizza e Savoia. Effettivamente, sul finire del gennaio del 1860, l’ambasciatore di Francia presso il re Vittorio Emanuele ricevette direttamente l’ordine dall’imperatore di annunziare al conte Cavour, che l’esercito francese stanzialo nella Lombardia a breve andar di tempo rientrerebbe in Francia, mentre si riprenderebbe il negoziato per la cessione di Nizza e della Savoia, il ministro sardo, velando con un sorriso l’interno disgusto, rispose: — Se gli Inglesi avessero occupata Genova in condizioni identiche a quelle, dietro cui l’esercito francese ha occupalo la Lombardia, certo che non si farebbero premura di lasciare l’Italia. Ma, giacché è cosa stabilita, sarà per il meglio; e noi accettiamo questa deliberazione dell’imperatore, con molto maggior piacere di quello che ci arrechi la seconda parte del dispaccio. — L’imperatore Napoleone, soggiunse il conte, pone dunque un grande interesse a possedere la Savoia e l'infelice città di Nizza? — Talleyrand gli rispose, che il Governo francese teneva la cosa come fatta, e che per parte sua si credeva certo d’avere a intavolare col Governo sardo le sole pratiche che si riferivano al modo più vantaggioso per i due governi di concludere il relativo trattato. Alla mente del conte Cavour questa cessione apariva una necessità fatale e perciò non discutibile. Ma dobbiamo aggiungere, dietro l’autorevolissima testimonianza del suo intimo segretario Artom, ch'essa fu il solo atto della sua vita in cui gli venne meno quella serenità eroica, che lo accompagnò costantemente nelle più difficili congiunture. Se ne addossò bensì tutta la responsabilità, ma ne sentì una grande e profonda amarezza (417).

Le trattative durarono oltre due mesi, ed è fuori di dubbio che in esse Cavour taratamente tentò di non perdere la contea di Nizza. Un raporto del maresciallo Miei all'imperatore, in cui era dimostralo che, sotto l'aspetto militare, la cessione della Savoia, scompagnata da quella della contea di Nizza, non offriva alcun reale vantaggio alla Francia, tolse ogni speranza di salvare all'Italia questa sua estrema terra. Il trattato fu segnalo addì 23 marzo, e lo sottoscrissero come plenipotenziari Benedetti, Talleyrand, Farini e Cavour. Mentre il segretario dell’ambasciata francese, Henry d’Ideville, leggeva il memorandum segreto che esponeva i motivi della cessione, Cavour a capo chino, silenzioso, preoccupalo passeggiava lunghesso la piccola stanza in cui stavan raccolti i negoziatori. Sottoscritto il trattato ed il segreto memoriale annessovi, il conte si accostò a Talleyrand, e all'orecchio gli disse: — Ora noi siamo complici, non è vero? —Se questa complicità era pagala a carissimo prezzo per il sacrifizio della contea di Nizza, essa tornava necessaria per assicurare il trionfo completo del moto nazionale italiano. L’Austria, per l’annessione dell’Emilia e della Toscana, si trovava pienamente libera di operare ostilmente contro il Piemonte, senza violare i patti giurali e senza mancare al diritto delle genti. L’alleanza dell'Inghilterra era puramente diplomatica, e la Sardegna non poteva fare il minimo assegnamento sul suo aiuto armato, mentre rimanevate a tentare inevitabile il grande cimento dell'unità nazionale. La Russia e la Prussia, ferme nel. rinnegare la sovranità dei popoli, guardavano sospettose il rivolgimento italiano, e calcolavano i pericoli che dal suo trionfo potevano derivare alla tranquillità della Polonia. Il papa aveva associato in modo assoluto la sua causa a quella dei principi spodestati, chiedeva recisamente il ristabilimento del suo dominio nelle Romagne, e a conseguire quest'intento avea fatto apello a tutti i popoli cattolici del mondo per aiuti d’armi. La sua voce non era rimasta senz’eco, e dalla Germania, dalla Spagna, dal Belgio, dall'Irlanda, dalla Francia venivangli aiuti d'uomini, d’armi e di danari. Le ostilità dei partiti in Francia contro l'Italia erano divenute focose, e le moltitudini convinte che Nizza e la Savoia apartenevano legittimamente alla nazionalità francese, con iracondia incolpavano il Piemonte d’ingratitudine, per non volere al di là delle Alpi attuare il principio del suffragio universale, per cui la Francia aveva sparso in Italia sangue e tesori. Questo boiler d’animi sdegnati era salito a così alto grado, da condurre Alessandro Bixio, pochi giorni prima del trattato, a scrivere a Cavour: — Mio caro, per amor di Dio, per l’amore d'Italia, firmate il trattato, firmatelo, se volete l’alleanza francese, perché, a torto od a ragione, se esitale, se ricusate, la vostra patria, l’Italia perderà ogni simpatia della Francia (418). — L'Inghilterra s’era operosamente adoperata ad arrestare il corso di questa cessione di territorii. Per non vedere raffreddato l’aiuto caloroso che il gabinetto di Londra prestava al Piemonte per l’aggregazione della Toscana, Cavour aver dovuto usare una profonda dissimulazione rispetto a Nizza ed alla Savoia.

Il giorno in cui egli svelò il segreto a Hudson, il negozialo era pressoché ultimato (419).

Nel rispondere officialmente alle rimostranze dell’Inghilterra, Thouvenel tenne a Cowley il ragionamento seguente: — É bensì vero che, negli accordi discussi tra i governi francese e sardo nel negoziato per l’alleanza loro contro l’Austria, era stato convenuto che, dietro alcune determinate eventualità, Nizza e la Savoia sarebbero cedute alla Francia. Alla conclusione della pace queste eventualità non si erano effettuale. Il trattato di Zurigo ha lasciato l’assetto territoriale dell’Italia, eccettuata la Lombardia, nelle condizioni anteriori alla guerra. In conformità di questo trattato gli Stati italiani dovevano costituire una federazione esclusivamente difensiva. La Francia non chiedeva nulla di meglio, e, ove questo disegno si fosse attuato, essa non avrebbe chiesto perse alcun aumento territoriale. Ma è avvenuto un profondo mutamento di cose. L’Inghilterra ha presa l’iniziativa di proposte, dietro le quali, o i popoli dell’Italia centrale voteranno per costituirsi in un regno proprio, opure persisteranno per l’unione alla Sardegna. Nel primo caso, il Governo francese, considerando tale risoluzione conforme al trattato di Zurigo, non giudicherà necessario di pensare alla sicurezza delle sue frontiere. Ma, nel secondo caso, esso non potrebbe assentire alla costituzione di un Regno maggiore di dieci milioni d’abitanti, senza prendere le necessarie precauzioni per la sicurezza territoriale della Francia. — Cowley osservò al ministro francese che, secondo l’opinione del Governo inglese, l’annessione della Savoia alla Francia era una questione europea. — Thouvenel soggiunse che, ove l’Inghilterra volesse accettare la proposta, che l’annessione della Toscana alla Sardegna non si dovesse fare senza la cooperazione e l’assenso delle maggiori potenze, la Francia era dispostissima ad accettare la stessa condizione per la Savoia. Nell’uno e nell’altro caso il principio era lo stesso, e non si poteva quindi aplicarlo alla Toscana, senza usarlo per la Savoia (420). Alcuni giorni dopo Napoleonetenne lo stesso discorso a Cowley, aggiungendo che non poteva capacitarsi come il Governo inglese, dopo avere assentito che i voti degli Italiani del centro venissero apagati per mezzo del suffragio universale, contrariasse poi che, dietro l’aplicazione dello stesso principio, si apagasse il voto dei Savoiardi di aggregarsi alla Francia (421). I ministri inglesi s’erano lasciali cogliere nel laccio loro abilmente teso dall’imperatore.

Come essi sepero che il trattato della cessione era firmalo, si mostrarono acerbamente indispettiti. Russel dichiarò in Parlamento, che dopo l’annessione di Nizza e della Savoia, era fotto ogni buon accordo colla Francia; onde l’Inghilterra doveva cercar gli alleati suoi altrove. Ma egli e Palmerston facevano udire nello stesso mentre parole pacifiche, notando che ('avvenuta cessione non feriva però cosi direttamente gli interessi inglesi, da indurre il Governo della regina a dichiarare la guerra alla Francia.

La Prussia protestò, dichiarando che quello assorbimento rendevala viepiù diffidente verso la politica di Napoleone III (422). L’Austria, irritala dal contegno dell’Inghilterra nella questione dell’Italia centrale, rispose alle sollecitazioni del Gabinetto di Londra per una dimostrazione comune diplomatica, avversa al fatto compiuto, che essa teneva l’annessione di Nizza e della Savoia alla Francia, tanto illegittima, quanto l’aggregazione dei Ducati e della Toscana al Piemonte, mentre per gl’interessi austriaci la prima era di gran lunga meno dannosa della seconda. La risposta della Russia fu, che il re di Sardegna poteva cedere liberamente una sua provincia, e che l’imperatore dei Francesi del pari poteva accettarla, senza che gli altri potentati avessero alcun diritto di oporvisi (423).

Nello stabilire l’assetto territoriale dell’Italia, nel 845, i potentati europei aveano assegnala la Toscana a Casa di Lorena, e Nizza e la Savoia a Casa di Savoia; ma non ne avevano loro guarentito il possesso. Pertanto, nel 860, essi erano liberi di scegliere il partito che giudica vano più accomodato relativamente al mutamento di sovranità avvenuto in siffatte provincie. Ma alla cessione della Savoia alla Francia s’innestava una questione, nella quale l’Europa era chiamata a intromettersi da impegni formali, assunti nel 185, nell'alto finale del trattato di Vienna. In quel Congresso, nel guarentire l’indipendenza e neutralità perpetua della Svizzera, erasi stabilito, che dovessero far parte del sistema della neutralità svizzera le provincie Savoine del Chiablese e del Faucigny, con tutto il territorio a settentrione di Ugine.

Alle prime voci della cessione della Savoia alla Francia, partendo da queste stipulazioni, il Consiglio federale avea indirizzato un memoriale alle potenze firmatarie del trattato di Vienna, per istabilire il diritto della Svizzera di partecipare a negoziati, nei quali si trovavano interessate le provincie Savoine comprese nella neutralità elvetica. Il Governo francese, a tener tranquilla e silenziosa la Svizzera, si volse a tentarla con lusinghiere speranze. Thouvenel disse al ministro elvetico in Parigi, che a breve andare di tempo le sorti della Savoia verrebbero affidate al suffragio universale; ma che, ove questo dovesse riuscire favorevole alla Francia, l’imperatore guidalo dalle sue simpatie verso la Svizzera, volontieri le avrebbe abbandonalo il possesso del Chiablese e del Faucigny.

L'incaricalo d’affari francese a Berna ripeté queste assicurazioni al Presidente della confederazione. Ma, rogato il trattato e compiuto il plebiscito, senza che l’Europa sorgesse a seria oposizione, il Gabinetto francese, deposta la maschera, negò al Governo federale ogni cessione di territorio, allegando l’unanimità del voto delle provincie, comprese nella neutralità svizzera, per l’unione alla Francia (424).

Scornato e deluso nelle. concepite speranze, il Governo elvetico si volse a sollecitare i benevoli uffizi dei potentati europei, alleggiando la Svizzera a vittima di una convenzione che metteva in pericolo la sua indipendenza territoriale, e la sua neutralità posta sotto la tutela dell’Europa (425). Non condurremo il lettore attraverso ai particolari di questa controversia diplomatica. Nelle sue pretensioni e nelle sue proteste la Svizzera era dal lato del torlo. La Convenzione del 1564 tra il duca di Savoia e Berna, onde rimaneva vietata ogni cessione di territorio confinante ai terzi, era stata perenta, dopo che Berna aveva ceduto Vaud, e la Savoia per due volte era stata annessa alla Francia, senza che l’una e l’altra delle due parli contraenti avessero invocato questo trattato antiquato. I trattati del 1815 non avevano assegnalo alla Svizzera il minimo diritto di comproprietà sulla Savoia settentrionale; onde il re di Sardegna era rimasto libero di cederne ad altri il possesso. La neutralità di questa regione neanco era stata assentita, per fornire alla Svizzera una guarentigia militare. Il re di Sardegna aveva reclamala nel 1815 questa neutralità nel proprio interesse, a preservarsi da una invasione francese dal lato della frontiera settentrionale dei suoi Stati. Nel 1860 tutto il diritto della Svizzera era circoscritto in ciò, che le condizioni fatte dal trattato di Vienna alle provincia del Chiablese e del Faucigny fossero rispettate dalla Francia e dalla Sardegna. Queste due potenze, nel segnare il trattato del 24 marzo 1860, avevano ciò largamente eseguilo, e il Gabinetto di Parigi si era impegnalo a regolare definitivamente la questione, d’accordo colla Con federazione Svizzera e le Corti segnalarle dei trattati di Vienna (426). — Thouvenel propose tre partiti, i quali consistevano nel convocare una conferenza, o nel dar luogo ad uno scambio di note, nelle quali la Francia assumerebbe verso la Svizzera e le Corti garanti della sua neutralità, gli obblighi anteriormente assegnati alla Sardegna, opure nel negoziare un accordo speciale tra la Francia e la Svizzera, che l’Europa sarebbe chiamata a sanzionare (427). — Ben tosto nacque tra le maggiori potenze il consueto disaccordo. La Svizzera e l’Inghilterra volevano che la questione avesse il suo scioglimento in una conferenza. L’Austria e la Spagna manifestarono l’avviso che, a determinare le basi di un accordo europeo, innanzi tutto si-mettessero d’accordo la Francia e la Svizzera. La Russia e la Prussia dichiararono che non esistevano imperiosi motivi per un accordo europeo immediato, dopo le stipulazioni ristrettive del trattato del 23 marzo 1860 (428). — Non si venne ad alcun accomodamento. La Svizzera tuttavia non ha mai tralasciato occasione, per sostenere che la neutralità della Savoia è una stipulazione di diritto assoluto, a vantaggio e a guarentigia necessaria dell’indipendenza territoriale elvetica (429). —Il secondo impero napoleonico avea ricavato dalla guerra italiana il vantaggio di annettere alla Francia due provincie. Sconsigliatamente i più zelanti partigiani di Napoleone III si servirono del facile acquisto di Nizza e della Savoia, per far rifulgere agli occhi dei loro compaesani l’abbagliante immagine della Francia avviala a prender possesso delle sue frontiere naturali dalle Alpi al Reno. Conseguentemente si ridestarono ardenti, contro le ambizioni francesi, gli sdegni nazionali dei popoli tedeschi. Mentre i panegiristi dell'imperatore suscitavangli sul capo questa procella, i democratici gli voltarono contro viepiù acerbi i rancori dell’Austria, più pungenti i sospetti della Russia e della Prussia, collo sbracciarsi a predicare ai quattro venti, che il suffragio universale, aplicato allo scioglimento della questione di Nizza ’e della Savoia, era la solenne consecrazione del diritto delle nazioni di costituirsi conforme la volontà propria, e che, per necessità originatasi dalla forza delle cose, Napoleone III sarebbe condotto a farlo prevalere per la Venezia, per la Polonia, per l'Ungheria, insomma per tutti i popoli opressi. Cavour aveva dichiarato in Parlamento, che l’imperatore dei 'Francesi coll’annunziare per lettera, resa di pubblica ragione, al papa, che il suo dominio sulle Romagne era finito, aveva acquistato un titolo alla riconoscenza degli Italiani, non minore di quello ottenuto sconfiggendo gli Austriaci sulle alture di Solferino (430). Ma quella stessa lettera era stata cagione di querele alte ed aspre del clero francese e della parte cattolica, che sino allora aveva dato un valido apoggio all’impero. Frattanto l'inestricabile questione d’Oriente risorgeva, e nella Siria avvenivano crudeli fatti, che reclamavano l'intervento diretto della Francia, a protezione dei cattolici sudditi ottomani. In tanto invilupo di casi e di difficoltà, al Governo francese non solo era venuta meno l’alleanza della Gran Brettagna, ma per il fatto dell’annessione di Nizza e della Savoia, nell’Inghilterra circolavano quotidiani improperi alla persona di Napoleone III, spesseggiavano le dimostrazioni più ostili alla Francia, i risentimenti nazionali si riscaldavano, e si sollecitavano aprestamenti guerreschi, come se fosse per suonar l’ora di una lolla europea o di una invasione d’armi francesi nell’isola. Ad arrestare in tempo utile questa fiumana d’opinioni ostili, e a riguadagnare l'alleanza dell’Inghilterra, Napoleone fece dichiarare a Russel e a Palmerston che, libero d’ogni impegno rispetto all’Italia meridionale, egli schiettamente desiderava di mettere la propria politica in pieno accordo con quella della Gran Bretagna, relativamente ai gran fatti che erano in corso nel reame delle Due Sicilie; avvegnaché il punto obbiettivo cui mirava, era quello di pacificare l’Italia, non importandogli il come, ma sempre senza intervento straniero, e in modo che il presidio francese potesse lasciar Roma, senza pericolo per la sicurezza del Papa (431). Sino a qual punto i fatti abbiano corrisposto a queste dichiarazioni, il lettore avrà modo di conoscerlo dalle cose narrate nel capitolo seguente.


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CAPITOLO SESTO

SOMMARIO

Nuovo tentativo del Governo piemontese per istringere alleanza colla Corte di Napoli — Consigli dati dalia Russia al Governo napoletano — Dichiarazioni del ministro degli affari esteri di Francia — Consigli dell'Inghilterra a Francesco II di Napoli — Avvisi del Gabinetto di Pietroburgo — Politica seguita dalla Corte napoletana — Conseguenze — Maneggi murattiani — Proposte di Napoleone III, come valutate dal conte Cavour — Sue istruzioni all’ambasciatore sardo in NapoliConseguenze immediate del procedere del Governo borbonica — Iniziamento della rivoluzione unitaria — Partenza del generale Garibaldi per la Sicilia — Sua eroica impresa — Osservazione — Incompatibilità di esistenza tra i Governi di Roma e di Napoli, e il nuovo Stato italiano — Considerazioni — Parte presa dai principio della spedizione di Garibaldi dal Governo sardo — Proteste e minaccio dei maggiori potentati, come accolte dal conte Cavour — Sue dichiarazioni al Governo napoletano — Pratiche del ministro Caraffa presso il Corpo diplomatico residente in Napoli — Risultalo delle medesime — Risoluzioni prese dal Governo napoletano — Colloquio dei legati napoletani De Martino e Antonini con Napoleone III — Risultati — Dubbietà d’animo del Re — Condizioni del suo GovernoNuovo Ministero napoletano — Considerazioni — Prime proposte del Gabinetto napoletano di Napoli — Come accolte dal conte Cavour — Suoi veri intendimenti intorno alla questione napoletana — De Martino e Villamarina — Istruzioni del Governo napoletano ai suoi legati per negoziare l'alleanza piemontese — Avvertenze del ministro sardo in Napoli — Pratiche della Corte di Napoli presso le. Corti di Pietroburgo, di Berlino e di Londra — Quali risultati ottennero — Domanda di formale mediazione del Governo napoletano alla Francia — Proposte della Francia all'Inghilterra, relative alle Due Sicilie — Come accolte — Contegno del Gabinetto di Torino — Modi tenuti dal conte Cavour coi plenipotenziari napoletani per la lega— Vittorio Emanuele e Giusepe Garibaldi — Sforzi dei plenipotenziari napoletani per giungere alla conclusione della lega, dietro l’intromessione della Russia — Condizioni del Governo napoletano e dell'esercito borbonico — Suo inutile destreggiarsi — Sue disperate condizioni — Suoi ultimi tentativi per salvare la corona a Francesco II — Partenza del re da Napoli.

I

Al principio dell’anno 1860 le sorti dei Borboni di Napoli non erano per anco disperale. Il concetto dell’immediata unità nazionale non era per anco il perno della politica piemontese. Il re Vittorio Emanuele e i suoi ministri giudicavano che, prima di rivolgere il pensiero acose più grandi, conveniva consolidare il nuovo Stato, e cercare nell'alleanza col regno del mezzodì i modi di strapare la Venezia dalle mani dell'Austria. Pertanto il marchese Salvatore Pes di Villamarina venne incaricato di portarsi presso la Corte di Napoli, in qualità di ministro plenipotenziario di Sardegna, fornito delle istruzioni seguenti:

Ella dovrà assicurare il governo di Napoli che, nell’assumere e continuare l’impresa dell’indipendenza nazionale, la casa di Savoia non è mossa da fini ambiziosi o da brama di signoreggiare l’Italia. Posto a contatto colle provincie già possedute o quasi periodicamente occupate dall’Austria, e perciò maggiormente minacciato da una potenza, che ornai non aveva più freno, il Piemonte era chiamato a naturale difensore delle popolazioni italiane. La liberazione della penisola dagli Austriaci, od almeno la cessazione di quell’illegittima predominio che vi esercitarono, non è opera utile al solo Piemonte; giacché l’indipendenza dello Stato di Napoli non può a meno di risentirne anch’essa benefici influssi. Lungi dal volere o dal desiderare che sia turbato alla reale casa di Napoli il pacifico possesso degli Stati che le apartengono, il governo del re sinceramente brama vederlo rassodato per la contentezza dei sudditi, e mercé l’allontanamento di quegli stranieri influssi che impediscono l’indipendenza dei patrii governi. Del resto noi ben sapiamo che questa unità, della quale sembrano tanto adombrarsi la Corte e il Gabinetto di Napoli, sarebbe opera impossibile, e che per l’oposto non vi potrebbe essere migliore salvaguardia dell’indipendenza dell’Italia, che il buon accordo fra i due maggiori potentati di essa. Queste assicurazioni e la condizione stessa delle cose dovrebbero pertanto convincere il re Francesco II, che i nemici suoi e nostri hanno soli interesse a nudrire vani sospetti e a seminare la discordia fra i due governi, che uniti potrebbero preservare i loro paesi e l’Italia da ogni intromessione straniera.

Come avviamento a un accordo intimo delle due maggiori monarchie italiane, Villamarina doveva intavolare un negoziato per un trattato di commercio. In quanto alla politica interiore, egli teneva dalle sue istruzioni l'incarico di procedere cauto e di lasciare in disparte ognisollecitazione relativa al ripristinamento degli ordini costituzionali. — Noi speriamo, concludeva il ministro Dabormida, che il Governo costituzionale sarà ristaurato nel reame di Napoli; ma bramiamo a un tempo, che questo benefizio sia recato dal progresso naturale della pubblica opinione e dalla concordia dei governanti coi governati (432). —A breve andar di tempo, avendo Cavour ripreso il ministero. delle faccende esteriori, confermò le istruzioni date a Villamarina, aggiungendogli, che badasse a non dare il minimo impulso a moli violenti, giacché qualsiasi rivoluzione nelle Due Sicilie riuscirebbe ruinosa all’Italia (433).

Gravi erano le ragioni che consigliavano questo contegno al Gabinetto di Torino. La Russia, la Prussia e l’Inghilterra, avvocando la causa dei Borboni di Napoli, avevano fatto giungere i loro consigli al re di Sardegna, di mettersi in buoni termini d’amicizia con Francesco II. Affinché questo riaccostamento avesse luogo, il principe Gortchakof, che con grande caldezza lo desiderava, tenne all’ambasciatore napoletano in Pietroburgo il discorso seguente: — Comprendo perfettamente tutta la gravità delle attuali condizioni dell’Italia. Ma penso che, invece di gemere con voi sopra fatti che non abbiamo potuto impedire, valga meglio guardare in viso la realtà delle cose e trovar modo di accomodarvisi. Questo è il consiglio che do al vostro Governo. In quanto al pericolo che la tranquillità del regno sia turbata per l’aziono d’influssi stranieri, vi debbo richiamare alla memoria ciò che vi ho detto sugli intendimenti della Francia, dell'Inghilterra e del Piemonte. Non è punto nell’interesse di Napoleone III di allargare la rivoluzione nel mezzodì dell’Italia. Lord Russel ha assicuralo il ba rone Brunow, che il Gabinetto inglese desidera pure di circoscrivere la rivoluzione. Il Piemonte pratica il costume dell’uomo rivoluzionario che, raggiunto il potere, si tramuta in conservatore. Dal di fuori non dovete dunque temere alcun pericolo, se voi stessi non lo provocate con un intervento negli Stati del Papa. Gli agenti diplomatici di Francia e d’Inghilterra presso la Corte di Napoli alla fine si sono persuasi di tralasciare d’insistere, affinché il re dia forma costituzionale al suo Governo. Ma il contegno irrequieto e soverchiamente severo della polizia crea e fomenta nel reame una funesta agitazione, contraria agli interessi del re. Il procedere del ministro napoletano di polizia è persino biasimalo da Kakoskine, il quale è retrogrado anziché conservatore. Sarebbe su questo punto, e intorno ad altre necessarie riforme, che attualmente si dovrebbero rivolgere le cure del vostro Governo, onde procurarsi maggior agio per mantenere il paese tranquillo. Noi non ammettiamo punto, e apertamente l’abbiamo dichiarato, il principio assoluto del non intervento, e molto meno l’altro della sovranità popolare; ma per impedire l’aplicazione dell’uno e dell'altro in Italia, bisognerebbe ricorrere a una guerra generale (434). —Alquanti giorni dopo lo stesso ambasciatore napoletano scriveva al suo Governo, che Thouvenel aveva assicurato formalmente l'ambasciatore russo in Parigi, che egli confermerebbe agli agenti diplomatici francesi nel reame di Napoli le istruzioni date loro da Walewski, di tenere rivolte le proprie cure a impedire manifestazioni rivoluzionarie.

Il ministro imperiale sopra gli affari esteriori avere però aggiunto, che i veri amici del Governo napoletano dovevano interessarsi a capacitarlo di abbandonare quei procedimenti aspri, dai quali inevitabilmente proromperebbero le violenti scosse, che l’imperatore dei Francesi desiderava sinceramente di non vedere (435).

Questi salutari consigli erano stati inviati al re di Napoli anche dall’Inghilterra. Russel aveva incaricato sir Elliot di portarsi dal presidente del consiglio dei ministri, per dichiarargli in nome del Governo della regina, che, mentre esso desiderava la conservazione della dinastia napoletana e non nutriva la minima voglia d’intromettersi nelle cose interiori del regno, tuttavia non poteva tralasciare di consigliare il Governo napoletano a smettere un sistema vessatorio e ruinoso di polizia, e a dare principio a un nuovo ordine di cose col rientrare nell’imparziale aplicazione delle leggi del paese (436).

Il re di Napoli e il suo Governo non potevano fare grande assegnamento sull’alleanza della Corte di Vienna, per tener fermo nel suo proposito di non piegarsi a concessione veruna, da che la Russia avevali avvertiti, che l’Austria si trovava nell’impossibilità di fare la guerra per sostenere le stipulazioni di Zurigo, e che bisognava smettere ogni speranza di vedere ristaurati i sovrani di Modena, di Parma e della Toscana, dopo che l’imperatore Napoleone si era accostalo intimamente alla politica dell’Inghilterra (437).

Dubitiamo assai, se Francesco II ed i suoi consiglieri, qualunque fosse la via che-avessero preferito di seguire, sarebbero pur riusciti a scansare la Rivoluzione. Il corsorovinoso della monarchia borbonica s’era di tropo, con velocità infrenabile, aprossimato all'ultimo precipizio, per esser fermato.

Ma siamo sicuri che se vi era una via più delle altre cattiva, essa fu quella per la quale essi si posero, o a dir meglio proseguirono. Re e ministri, come colpiti da fatale cecità, si tuffarono nei maneggi segreti e nelle cospirazioni, per abbattere il nascente edifizio della italiana indipendenza. La reggia divenne il centro degli accordi segreti dei nemici d’Italia e del Piemonte (438). Il nunzio pontificio, monsignor Ginelli, vi si aggirava istigatore focoso di aprestamenti d’armi per aiutare. il Papa a conquistare le Legazioni. L’ambasciatore di Spagna, Bermudez di Castro, fantasticava disegni di una grande lega cattolica. La regina madre in corrispondenza quotidiana epistolare coll’arciduchessa Sofia, conduceva le trame della rete che doveva tenere allaccialo all’Austria il giovane re. Soldati austriaci si reclutavano per ingrossare l’esercito napoletano (439); altri soldati austriaci si assoldavano per il papa (440). A preparare la designata riscossa della legittimità, l’esercito napoletano si concentrava negli Abruzzi, e si facevano calorosi maneggi per indurre il generale Changarnier ad assumerne il supremo comando. Altri tentativi si spendevano, affinché un figlio del re di Wurtemberg si portasse in Roma, per esser condottiero dell’esercito delle sante chiavi (441). Si cospirava in Francia contro Napoleone III; si cospirava in Italia contro Vittorio Emanuele. Le armi napoletane congiunte alle pontificie dovevano spalleggiare e rendere vittorioso il moto che si stava aparecchiando per abbattere nell’Emilia e nella Toscana gli stemmi sabaudi. Il duca di Modena teneva in pronto i suoi soldati e le sue artiglierie; gli Absburghesi di Vienna mandavano armi e fornimenti di guerra; i Borboni di Parma davano cannoni, promettevano danari e soldati (442); i vescovi per tutto sollecitavano i cattolici ad accorrere alla difesa del principato temporale della santa Sede.

Ragguagliato intorno a queste macchinazioni, e in pari tempo avvertito da Villamarina, che la fiumana dell’agitazione civile quotidianamente ingrossava nel reame di Napoli, Cavour con singolare moderazione gli rispose nei termini seguenti:Noi siamo affatto alieni dal voler creare imbarazzi al re di Napoli. Il Gabinetto che ho l’onore di presiedere desidera che Francesco II riesca a conciliare i desideri legittimi dei suoi sudditi colle tendenze conservative del suo governo. Io proverei vivo rammarico, se l’agitazione che ora serpeggia nel regno napoletano giungesse al punto di aumentare le complicazioni, che oggi sono in corso non soltanto in Italia ma in Europa. Aprovo pertanto il contegno riserbato e prudente ch’ella tiene. Confido che le riuscirà di convincere H commendatore Carafa della sincerità del nostro desiderio di non vedere turbata la tranquillità nel regno delle Due Sicilie. Al contegno suo assennato e dignitoso aggiungerà vigoria, qualora s’accorgesse che effettivamente il governo napoletano fosse per uscire dalla neutralità, per intervenire nello Stato pontificio. Non dubito che ella renderà tosto di ciò avvertito il governo del re. Frattanto sono lieto di manifestarle la mia aprovazione per il modo aperto con cui ella indica il contegno politico che noi saremmo costretti ad assumere, qualora questa disgustosa ipotesi si avverasse (443).

Non tardò a sorgere un incidente di grave importanza. Verso la fine di marzo Villamarina informò per telegrafo Cavour, che il fratello del cardinale Antonelli segretamente era andato a Gaeta, onde concertare con Francesco Il l'intervento napolitano nelle Marche (444). Cavour gli ordinò di dichiarare tostamente al commendatore Carafa che, ove i Napoletani entrassero nel territorio pontificio senza un accordo preventivo col Piemonte, egli aveva ricevuto l’ordine di protestare e chiedere i suoi passaporti (445). Il ministro napoletano sopra le faccende esteriori non negò il fatto, ma si restrinse a chiedere il motivo per cui il Gabinetto di Torino voleva entrare in accordi preventivi [(446)]. Gli fu risposto che ciò tornava indispensabile, per togliere ogni dubbio, che l’ingresso delle trupe napoletane nello Stato pontificio si dovesse considerare come un atto ostile alla Sardegna.

In questo maneggio v’era la mano di Napoleone III. Soddisfatto della cessione di Nizza e della Savoia, stanco d’avere sulle braccia la questione romana, voglioso di spezzare la catena degli intrighi delle parti cattolica e legittimista, desideroso oltremodo di vedere le cose italiane ricomposte in calma, prima che la rivoluzione, drapellando la bandiera unitaria, entrasse nelle Marche, nell’Umbria e nelle Due Sicilie, l’imperatore era venuto nel concetto di fare occupare le Marche dalle trupe napoletane, e di lasciare la difesa del trono e della persona del Papa ai suoi soldati mercenari. Richiesto dell’assenso del Governo del re, Cavour, a impedire diplomaticamente questo disegno, pose innanzi clausole inaccettabili.

Egli chiese, o che le trupe piemontesi contemporaneamente occupassero Ancona, opure che il re di Napoli, prima d’inviare i suoi soldati a presidiare le Marche, riconoscesse formalmente l’annessione delle Romagne al Piemonte, e si dichiarasse del tutto alieno dal prestare aiuto armato al Papa per ricuperarle. Il Governo francese rispose, che siffatte proposte erano inaccettabili; giacché, se anche il re di Napoli si fosse piegato a consentirle, era cerio il rifiuto del Papa, e quindi il progettato intervento andrebbe a monte inevitabilmente. E poiché all’imperatore premeva di vederlo effettualo, il Gabinetto di Parigi pose innanzi una seconda proposta, la quale consisteva nell’impegno, che la Francia assumerebbe, di guarentire il Piemonte contro qualsiasi aggressione straniera, purché assentisse all'intervento napoletano nello Stato pontificio. Cavour non m lasciò adescare, e nel rispondere di nuovo negativamente, disse all’ambasciatore di Francia in Torino, che, ove tale intervento si effettuasse coll’intendimento d’impedire lo scopio della ribellione nelle Marche e nell’Umbria, si avrebbe non solo un risultato oposto, ma si vedrebbe ben tosto la rivoluzione irrompere nel reame delle Due Sicilie (447).

Questa continuala ambiguità di procedere di Napoleone toglieva ai Gabinetto di Torino la certezza di un’alleanza ferma e irrevocabile colla Francia, e poneva lo nella necessità di mettersi in grado di provvedere seriamente ai casi propri e dell'Italia, mentre le cose dei Borboni di Napoli aparivano ridotte a mali termini, noti solo per iscontentezze di tormentali popoli, ma per maneggi francesi. Pertanto Cavour indirizzò a Villamarina le seguenti domande confidenziali:

Nel caso di un moto insurrezionale, che forse in questo stesso momento si prepara da agenti francesi, quale sarà il partito che frvrà il sopravvento? Credete voi alla possibilità di un moto annessionista, simile a quello compiutosi nella Toscana? Il Muratismo novera esso molti partigiani nell’esercito e nella borghesia? I repubblicani sono ancora numerosi e influenti nella Calabria? Voi comprendete quanto mi debba interessare di conoscere questi diversi elementi di una soluzione alla quale non possiamo rimanere estranei. Voi sapete che io non bramo minimamente di sospingere la questione napoletana a uno scioglimento prematuro. Credo al contrario che ci converrebbe che lo stato attuale delle cose durasse ancora per qualche anno. Ma da buona sorgente so, che neanco l’Inghilterra crede possibile la conservazione della tranquillità nel reame delle Due Sicilie. Senza dubbio è in vista di un movimento insurrezionale, che la flotta inglese stanzia nelle acque di Napoli. Temo che saremo forzati a tracciare ben tosto un piano d’azione che avrei desiderato di aver tempo per maturarlo (448).

Era vero che agenti segreti si aggiravano, massime nella provincia di Salerno, per tentar gli animi affinché si dimostrassero favorevoli alla famiglia di Murat. Era del pari vero, che vi erano indizi così gravi di malcontento popolare per tutta la distesa del reame, da non lasciare nepur dubitare di una prossima inevitabile rivoluzione. Ma i governanti napoletani non la temevano, e si credevano invincibili. Indarno quindi gli ambasciatori dei maggiori potentati calorosamente sollecitavano a arrestare il fermento che di giorno in giorno ingrossava, promulgando savie e necessarie riforme (449). Indarno il principe di Siracusa rapresentava al giovane re la necessità di Fare con libero consiglio ciò che ben tosto la rivoluzione forzatamente gli straperebbe di mano (450).

I governanti napoletani, dapoiché avevano soffocato nel sangue le prime avvisaglie della ribellione, si riputavano padroni del presente e dell'avvenire, e giudicavano arte squisita di Stato, la follia ruinosa di abbindolare con lusinghiere promesse la diplomazia, e d’atterrire con opere spietate i commossi popoli. Il Governo inglese, che era sincero nel desiderio di salvare la dinastia borbonica, volle fare un tentativo supremo per toglierla dallo scavarsi forsennatamente la fossa colle proprie mani. Russel si rivolse al Gabinetto di, Vienna onde volesse assumere l’incarico di persuadere il re di Napoli a rendere sicuro il suo trono con necessarie riforme. Il linguaggio del ministro inglese, fuor d’ogni vilupo di parole, era del tenore seguente: — Se la tirannia, l’ingiustizia, l’opressione sono le qualità caratteristiche del Governo dell'Italia meridionale, quelle del Governo dell’Italia settentrionale sono la libertà e la giustizia. Stando le cose così, tosto o tardi i popoli della regione meridionale si congiungeranno politicamente con i loro fratelli del settentrione, e vorranno esser governati dallo stesso sovrano. Poco importa di sapere se il re di Sardegna proceda dietro gli impulsi del sentimento nazionale, opure sia signoreggiato da gretta ambizione dinastica. Nell'una e nell’altra suposizione gli effetti non mutano. Pertanto l’Austria deve comprendere la necessità di persuadere il Governo napoletano, che l’unico mezzo di salute sta nel praticare una politica giusta, liberale, moderata. Non era necessario che il re addirittura richiamasse in vita gli ordini costituzionali. Il popolo napoletano era tropoignorante per aprezzarne i benefizi. Ma in tutti i paesi del mondo la gente più volgare capiva la differenza esistente tra un governo giusto e umano e un governo ingiusto e spietato (451). —I tempi stringevano, e i governanti napoletani non badavano a sollecitazioni, a preghiere d’amici, a prossimi pericoli di rivoluzioni, a scaltri maneggi di nemici potentissimi, a profonde scontentezze di popoli calpestali. Vivendo in superlativa fiducia e in meritala cecità, inconsci aspettarono il giudizio di Dio che terribile sovrastava sui loro capi.

II

Giusepe Mazzini, nel corso degli ultimi trent’anni,avea propugnato con fede indomabile il concetto dell’unità politica della nazione, come fine immediato d’ogni rivoluzione italiana. Dietro i suoi consigli, poco tempo dopo la pace di Villafranca, alcuni valenti di parte repubblicana si erano rivolti ad alcuni primarii di parte monarchica per raggrupare le forze comuni, onde iniziare dalla Sicilia la rivoluzione unitaria. Questi accordi rimasero sospesi, ma non abbandonali. Essi furono riannodati nel marzo del 1860, e nell’aprovarli, Mazzini scriveva: — Non si tratta più di repubblica o di monarchia; si tratta d’unità nazionale, di essere o non essere. Se l’Italia vuol esser monarchica sotto Casa di Savoia, sia pure. Se dopo la riscossa, vuol acclamare liberatore, o non so che altro, il re e Cavour, sia pure. Ciò che ora tutti vogliamo, è che l’Italia si faccia (452). Giusepe Garibaldi era pure di questo avviso; ma a prestare l’aiuto della sua spada chiedeva, che il grido dell’insurrezione fosse; — Italia e Vittorio Emanuele. — In effetto, a questo grido, nell’aprile del 1860, insorsero Palermo e Messina; ma le armi borboniche soffocarono, non spensero, quella ribellione. Il bravo Rosalino Pilo, che si era portato in Sicilia ad annunziare gli aiuti armati, che i fuorusciti fratelli si aparecchia-vano. a portare ai fratelli insorti, venne fucilato dai soldati borbonici. .

Non meno ardimentoso, ma più fortunato, Francesco Crispi sotto mentile vesti percorse l’isola materna, riconfortando gli animi a nuova riscossa. Alle animose sollecitazioni tennero dietro eroici fatti degni di eterna memoria.

Nel corso della notte del 5 maggio 1860, Giusepe Garibaldi coi suoi guerriglieri, che non erano mille, s’avventurò all’ardua impresa. Veleggiavano' in tempestoso mare i prodi, sacrati a quasi certa morte per l’italica redenzione, come udivano il condottiero favellar costo: — Il grido dei Cacciatori delle Alpi è quello stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: Italia e Vittorio Emanuele. Questo grido, ovunque pronunciato da voi, inculerà spavento ai nemici d’Italia (453). — La libertà accolse il vaticinio del suo fedele soldato, e lo portò-sulle ali della vittoria da Marsala al Volturno. Garibaldi si mantenne fedele all’impegno spontaneamente preso. Da Marsala giunto a Selenii, assunse la dittatura dell’isola in nome di Vittorio Emanuele, e vittorioso a Calatafimi, a Palermo, a Milazzo, a Messina, a Siracusa, addì 3 d’agosto proclamò nella Sicilia lo Statuto sardo. Cinque dì dopo, nel silenzio della notte, i primi guerriglieri garibaldinivalicarono il Faro, e trascorsi altri diciotto giorni dallo sbarco del loro condottiero nelle Calabrie, avevano ridotto Francesco 1) alla miserrima condizione di possedere le sole fortezze di Capua, di Gaeta, di Messina e di Ci vitella del Tronto. E a breve andare di tempo, il regno delle Due Sicilie spariva dal novero degli Stati europei, e i plebisciti siculo e napoletano proclamavano l’Italia una e indipendente, con Vittorio Emanuele re costituzionale e suoi legittimi successori. Per quanto sieno storicamente grandi i meriti di Giusepe Garibaldi per questa eroica impresa, che altri difficilmente avrebbe tentata, per quanto i suoi prodi compagni vi spendessero attorno tesori di sangue, di coraggio, di fatiche, di patimenti e di generose abnegazioni politiche, tuttavia non è ingiustizia partigiana l’asserire che, ove essi fossero rimasti soli, militarmente avrebbero terminato per soccombere, e politicamente sarebbero con tutta facilità sdrucciolati per il pendio di un cammino esiziale alla nascente fortuna d’Italia.

Dopo l’annessione della Toscana e dell’Emilia al Piemonte, tra le Corti di Torino, di Roma e di Napoli, realmente più non v’era diritto convenuto, e vicendevolmente ammesso, che reggesse le loro attinenze internazionali. Vi erano le sole aparenze e nulla di più. Per la natura delle cose, gli interessi dei governi di Pio IX e di Francesco II, sintanto che si mantenevano nelle condizioni assunte, esizialmente erano danneggiati dagl’interessi del Governo di Vittorio Emanuele e del suo nuovo Stato. A sfuggire i sommi pericoli che loro sovrastavano, a non perire, que’ due dispotici governi erano sospinti ai cercar ogni modo di mandare prontamente io fascio il nuovo regno sorto per volontà di popolo. Come vi travagliassero attorno, l’abbiamo narrato. Per parte sua, il Governo italiano per necessità dovea instancabilmente camminare a capo della rivoluzione, e, a non operare la propria rovina, doveva conformare alla volontà nazionale la sua politica. Anche in conformità dei principii razionali del diritto delle genti, che non ammettono l’abdicazione assoluta e perpetua di una nazione a regolare i propri destini, il nuovo Stato italiano era sciolto dall’obbligo di tener fede verso le Corti di Roma e di Napoli, a palli conclusi non per gli Italiani, ma contro la sovranità loro derivante dalla natura. Il Governo di Vittorio Emanuele, basando sul diritto assoluto e imprescrittibile delle nazionalità, era obbligato dall’indeclinabile interesse della sua esistenza a condurre a termine l’opera della redenzione nazionale e ad abbattere conseguentemente troni, che si fondavano e si mantenevano nel servaggio di genti italiane. Esclusa a dirittura ogni speranza di componimento, mentre, all’ombra dei patti internazionali, le Corti-di Roma e di Napoli macchinavano la rovina del nuovo regno, e la rivoluzione procedeva vittoriosa a costituire l’Italia una e indipendente, al conte Cavour incombeva il supremo debito d’intromettersi nelle sconvolte cose del reame napoletano, per mantener all’egemone Piemonte la potenza direttrice della rivoluzione nazionale.

Taluni lo hanno accusalo di slealtà, perché a dirittura non agì alla scoperta, intimando la guerra al re di Napoli, senza sapere o voler riflettere, che, ove tosto egli fosse entralo in una palese strada, inevitabilmente avrebbe inabissati in un pelago di pericoli e di difficoltà la Casa di Savoia, il Piemonte e l’Italia. Egli animosamente e con iscaltrezza stupenda s’apigliò agli espedienti che consigliavagli la necessità, suprema legge per un uomo di stato, quando si tratta di salvare il proprio paese dalla morte politica. La storia ribocca di violazioni del diritto delle genti ben più audaci, e di provvedimenti politici di gran lunga più loschi, a carico di papi, di cardinali, di re e di ministri delle monarchie del diritto divino. Come abbiamo narrato, sin dal marzo del 1860, Cavour avea rivolte le sue cure alle cose napoletane, il ministro sardo in Napoli aveva risposto alle sue domande, che agenti francesi si aggiravano bensì per far clientela a Murat, ma che nel reame di Napoli era profonda l’avversione al dominio francese. I repubblicani trovarsi scarsi e non molto accreditali. Grande essere l’avversione del popolo napoletano al Governo borbonico; ma non doversi far calcolo su di un moto spontaneo, simile a quello succeduto in Firenze. Se la Sicilia fosse insorta alzando la bandiera dell’unità, le provincie continentali l’avrebbero seguita, e allora si poteva fare assegnamento che i napoletani darebbero l’ultimo colpo al trono degli odiati Borboni (454).

Quando queste notizie giungevano in Torino, la rivoluzione era scopiata in Palermo. Cavour non era stato colle mani alla cintola. Egli aveva fatto chiedere al bravo Ribotti, se, dando le dimissioni di generale piemontese, si sentiva pronto a portarsi in Sicilia a capitanare l’insurrezione (455). Domati quei primi moti, dagli arsenali del Governo piemontese uscirono armi per una spedizione in Sicilia, della quale non eran per anco fissati il tempo e il luogo (456). Dopo le rivelazioni fatte, sarebbe puerile iattanza partigiana, e fanciullesca riserbatezza diplomatica negare la cooperazione del Governo sardo agli aprestamenti, alla partenza, al viaggio e alle prime imprese del generale Garibaldi in Sicilia. Cavour era apieno informato di tutto, e, se egli avesse voluto, poteva colla massima facilità arrestare nelle acque di Genova il corso alla Spedizione. Ai documenti pubblicati torna a vantaggio del vero l'aggiungere la seguente lettera, scritta addì 3 maggio 1860, da Giusepe Sirtori al conte Giulini:

Partiamo per una impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la Vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal governo. I nostri mezzi sono tropo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene fa all’Italia aiutandoci.

Questa lettera non ha bisogno di lunghi commenti. Cavour era stato ragguagliato, alcuni giorni prima, della spedizione marittima di Garibaldi per la Sicilia, e benché egli fosse presidente del Consiglio dei ministri, aveva lasciato aperto il campo a sperare che l’aiuto del Governo del re non sarebbe mancato ((457). Esso fu dato occultamente sin da principio; ma nel maneggiare una faccenda così ricolma di difficoltà e di pericoli, a Cavour faceva d’uopo l’estremo degli accorgimenti e delle astuzie.

Il Governo napoletano conosceva che nel porto di Genova si preparava una spedizione marittima per portare la rivoluzione nella Sicilia. Ma non fece serie rimostranze, tenendosi sicuro che le navi napoletane in crociera sepellirebbero i portatori di ribellione nel mare. Sbalordito alla notizia del felice sbarco di Garibaldi a Marsala, esso riversò a dirittura tutta la colpa di quell’atto, dicea, di selvaggia pirateria, sul Governo sardo (458). Questa incolpazione trovò sufficiente credilo. Già sin dalla partenza di Garibaldi da Genova s’era impegnala una battaglia diplomatica, nella quale il conte Cavour si trovò bersagliato da ogni lato. L’ambasciatore di Francia aprì il fuoco con una nota nella quale, in nome del Governo dell’imperatore, lamentavasi l’avvenuta violazione flagrante del diritto delle genti, confidando che il Gabinetto di Torino non tarderebbe a chiarire, che le sue intenzioni erano sempre rette è i suoi procedimenti leali (459).

Il conte di Rechberg immediatamente spedì un corriere a Parigi e a Londra, aportatore di due note identiche, nelle quali l’Austria versava sulla Sardegna tutta la colpa della ribellione suscitala in Sicilia dallo sbarco di Garibaldi (460). Acerbe furono le rimostranze del Gabinetto di Berlino, il quale, non pago di protestare, si rivolse alle Corti di Pietroburgo e di Vienna, affinché volessero seco intendersi per tutelare la legge comune contro la politica di sfrenata ambizione, audacemente praticata dal re di Piemonte (461).

La notizia dello sbarco di Garibaldi in Sicilia fu aspramente accolta alla Corte di Pietroburgo, e Gortchakof indignato disse all'ambasciatore di Sardegna: — Se il Gabinetto di Torino è scavalcato dalla rivoluzione al punto, da essere strascinato a trascurare ogni dovere internazionale, tutti i Governi europei debbono prendere in considerazione questo stato di cose, per uniformarvi le loro relazioni col Piemonte. Ove la giacitura geografica della Russia noi vietasse, lo czar interverrebbe colle armi a difendere i Borboni di Napoli, senza curarsi del non intervento proclamalo dalle potenze occidentali (462). — Il nunzio pontificio in Napoli batteva alle porte di tutte le ambasciate, all’infuori di quella di Sardegna, per suscitar proteste contro un alto che, perpetrato dal Governo piemontese, era più scellerato delle barbare invasioni dei Saraceni nel medio evo (463).

Gli eventi incalzavano, e tutta la speranza d’uscir incolumi da questa tempesta di proteste e di minaccie stava nella destrezza d’impedire che si tramutassero in alti. A conseguire questo fine supremo, Cavour si asserragliò nell’impossibilità in cui il Governo sardo si trovava di arrestare un’impresa indirizzala ai danni di una dinastia, che si era dichiarata incompatibile colla indipendenza italiana. Con quale diritto, chiedeva agli ambasciatori e ai ministri, che pressavamo a disconfessare, a osteggiare l’impresa di Garibaldi, con qual diritto si può incolpare la Sardegna di non aver impedito lo sbarbo dell’avventuriero audace in Sicilia, se tutta la marina napoletana è stata incapace di fare ciò? Se a tutt’agio Austriaci e Irlandesi s’imbarcavano a Trieste per accorrere in aiuto del Papa, come poteva il Governo di Torino, pur sapendolo, impedire ai fuorusciti siciliani di andare ad aiutare i propri fratelli in lotta mortale cogli abborriti dominatori? Per tutta Italia il fiore della gioventù più eletta era accorsa sotto la bandiera di Garibaldi; ove il Governo sardo cercasse d’arrestare questo moto nazionale, la monarchia di Savoia distruggerebbe il proprio prestigio, il proprio avvenire, e ben tosto nella penisola primeggierebbe la repubblica, foriera d’anarchia e di nuove conturbazioni per l’Europa. Per fronteggiare ed arrestare il precipitoso torrente delle idee rivoluzionarie, la monarchia costituzionale italiana doveva conservare tutta la potenza morale, acquistata dietro il proposito suo di rendere la nazione indipendente. Ora questo benefico tesoro andrebbe inevitabilmente perduto, ove il Governo del re osteggiasse l’impresa di Garibaldi. Il Governo del re pertanto, se la deplorava, non poteva arrestarla. Esso non l’aiuterebbe, ma neanco la combatterebbe (464). — Asserragliato in quest’ordine d’idee, il primario ministro di Sardegna scaltramente giunse a ridurre a semplici clamori e a protesti diplomatici le prime e più pericolose oposizioni dei maggiori potentati del continente europeo alla spedizione di Garibaldi.

La politica seguita dal Governo piemontese verso il re di Napoli non fu del tutto volpina; ché sin da principio esso apertamente dichiarò a Francesco II, che, avendo il re di Sardegna assentito senza riserve al non intervento propostogli dall’Inghilterra e dalla Francia, preventivamente protestava contro ogni intervenzione armata nel regno delle Due Sicilie, e dichiarava che, al primo ingresso degli Austriaci sul suolo napoletano, lascierebbe libera la partenza a quanti volessero accorrere dai suoi Stati in aiuto di Garibaldi, mentre si riservava d’apigliarsi in tal caso al partito più vantaggioso ai propri interessi (465).

Intanto il mondo vedeva una cosa meravigliosa, ed avea una nuova testimonianza del come sia sempre effimera la potenza fondata sul dispotismo brutale e sull'ignoranza corruttrice. Ventiquattro mila soldati, armali di tutto punto, e forniti di poderose artiglierie, si erano mostrati inetti a fermare il corso agli scarsi guerriglieri di Garibaldi, male armati e mal nutriti. Mentre Francesco II e i suoi ministri bandivano per tutta Europa, che i filibustieri erano annientati e le armi reali per tutto vittoriose (466). I generali borbonici suplicavano Garibaldi di tregue inonorate, e i ministri di Francesco II, accasciati sotto il peso degli eventi, imploravano aiuti dai maggiori potentati.

Correva la sera del 30 maggio, quando il ministro Carafa, convocalo presso di sé il corpo diplomatico residente in Napoli, favellò in questi sensi: — Il re, mio signore, mi ha ordinato nelle gravissime occorrenze presenti di chiedere consiglio dai ministri residenti presso il suo Governo. Egli è pronto a far cessare le ostilità in Sicilia, purché i consoli delle varie potenze in Palermo siano autorizzati ad assumere l’ufficio di mediatori per un accordo militare tra Garibaldi ed il generale Lanza, diretto a ottenere per le regie trupe la partenza da quella città con tutti gli onori di guerra. Stabilito questo punto, il re inoltre chiede, che, conforme hanno praticato i ministri di Francia, di Spagna e d’Inghilterra, gli altri ambasciatori prendan impegno di fare le pratiche oportune, per esser autorizzati dai loro Governi a guarentire, ohe nel regno delle Due Sicilie non verrà assentito niun mutamento di dinastia. In ultimo, il Governo napoletano chiede una guarentigia collettiva per l'integrità del territorio, e, all’occorrenza, un intervento armato marittimo, —A questa domanda tenne dietro una discussione vivacissima che si prolungò per due ore. Solo rimasero silenziosi gli incaricati d’affari della Prussia e d’America, Brenier negò d’aver preso l’impegno accennato dal ministro napoletano. Elliot dichiarò, che aveva puramente estrinsecalo il desiderio di veder salva, se pure ancora era possibile, la dinastia; ma che non aveva inteso d'impegnare in alcun modo il proprio Governo.. — Dunque, chiese Carafa, l’Inghilterra è già disposta a riconoscere nel regno delle Due Sicilie un nuovo stato di cose, ove il presente ruinj per forza di un’invasione straniera? —-Il ministro inglese non fiatò, ma un sarcastico sorriso sfiorò le sue labbra. Il nunzio pontificio e l’ambasciatore spagnuolo con grande caldezza perorarono in favore delle domande del Governo napoletano. Bisogna, dicevan essi, mettersi tutti d’accordo per ispegnere nel sangue dei ribelli e dei filibustieri un incendio, che altrimenti divamperà per l’Europa inestinguibile.

Villamarina si adoperò a mostrare, che, se si voleva sfuggire una guerra europea, bisognava di pieno accordo tutelare il principio del non intervento. Si finì per deliberare che s’inviterebbero i consoli residenti io Palermo a prestarsi, richiesti che fossero dai generali Lanza e Garibaldi, da intermediari officiosi, per facilitare un accordo nell’interesse dei loro connazionali e dell’umanità (467).Gli eventi incalzavano. Garibaldi procedeva senza incontrar guerra; la rivoluzione si faceva vasta; i soldati, benché vogliosi di battersi, per esser pessimamente condotti deponevano le armi; Austria, Prussia e Russia dichiaravano di non poter prestare aiuti d’armi e di navi. In frangenti così gravi, il re convocò il Consiglio dei ministri, alla presenza di tutti i membri della famiglia reale. Il solo degno e salutar partito da prendere era quello della partenza immediata di Francesco II per il campo, ad affrontare l’audace guerrigliero, per cader almeno, combattendo onoratamente, da re. La sola fondata speranza di salute stava nel rapido uso di animosi ed audaci propositi di guerra a oltranza agli invasori. Al contrario si lasciò inerte l’esercito che s’aveva sottomano; e spaventati, per l’ingrossare della tempesta, il re ed i ministri suoi s’abbandonarono in balìa della fallace speranza di trovare un sicuro riparo nella benevola intromessione dell’imperatore dei Francesi: onde deliberarono di sollecitare la sua mediazione (468).

Così si entrò nella via delle inutili umiliazioni, per terminare in quella delle vergogne senza riparo.

Tosto fu telegrafato all’ambasciatore napoletano in Parigi, affinché si ponesse in grado di conoscere, se l’imperatore farebbe buon viso alla domanda di mediazione. Antonini rispose, che Napoleone era lontano da Parigi, e che Thouvenel era malissimo disposto verso la corte di Napoli. Egli aggiungeva, che la domanda di mediazione fatta sotto la pressione della rivoluzione, secondo il suo modo di vedere, importava la perdita dell’indipendenza della corona, e conseguentemente chiedeva diretti ordini dal re (469). Frattanto, avendo esplorate le intenzioni del Gabinetto di Parigi, il ministro sopra le faccende esteriori aveagli risposto per iscritto, che per accettare la mediazione, l’imperatore doveva mettersi prima d’accordo co’ suoi alleati, e conoscere le basi sulle quali il re desiderava che fosse praticata (470).

A chiarire quest’ultimo punto, Francesco II dichiarò all’ambasciatore di Francia in Napoli, ch’egli intendeva di porre a base della mediazione l’attuamento di ordini costituzionali, conformi a quelli dell’impero francese, accompagnati da larghezze di stampa confacevoli alle condizioni politiche del suo popolo, purché la Francia s’impegnasse a guarentirgli la corona, e ad assicurargli l’integrità territoriale del reame. Brenier si limitò a rispondere, che tosto riferirebbe ai suo Governo le udite cose. Ma, un’ora apresso, egli si portò dal ministro. Carafa, per consegnargli uno scritto, sul quale stavano per la proposta mediazione clausole diverse da quelle formolate dal re. Sospettando di qualche intrigo, Francesco II deliberò d’inviare con istruzioni sue autografe in missione straordinaria presso l’imperatore il commendatore De Martino (471).

L’abboccamento ebbe luogo, addì 12 di giugno. Poco prima Thouvenel, stando nell’anticamera imperiale, disse con voce da essere udita da Antonini: — Andiamo ad ascoltare le menzogne che diranno all'imperatore i due oratori napoletani (472). — Napoleone accolse i legati napoletani con cortesia squisita. Udite le gravissime ragioni che inducevano il re di Napoli a sollecitare la mediazione della Francia, egli si fece a deplorare, che il Governo napoletano non avesse ascoltato favorevolmente in tempo utile i consigli datigli. Antonini osservò che, per attuarli, al re Francesco II era mancato il tempo. Sopraffatto dalia rivoluzione, riversatasi dal di fuori sul reame, ora egli faceva apello alla generosa amicizia dell’imperatore dei Francesi, che aveva dato l’esempio di porre mano alle riforme, soltanto dopo d’avere assicurata la pubblica tranquillità.

Letto lo scritto autografo del re, Napoleone chiese a De Martino, quali fossero le condizioni della mediazione, —-Io debbo agire, soggiunse, in perfetto accordo co’ miei alleati. È già molto d’averlo conseguito. Ma innanzi tutto, il re ha egli accettate le mie proposte? Siccome esse erano giunte in Napoli dopo la partenza di De Martino, questi espose le clausole che stavano scritte nelle sue istruzioni. — È tropo tardi, gli rispose l'imperatore, è tropo tardi. Un mese fa si poteva prevenire tutto; ora il tempo utile è trascorso. La Francia si trova pure in difficilissima condizione, e la rivoluzione non si ferma colle parole. Ora essa è trionfante in Italia. Scaltri sono davvero gli Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de' miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essa. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della casa di Napoli. Per salvarla, io solo non valgo; è necessario che l’opera mia sia coadiuvala da quella dei miei alleati. Ma per avere la loro cooperazione bisogna che abbiano soddisfazione d’interessi proprii. Conseguentemente è indispensabile l'accettazione delle basi da me proposte,Queste basi erano; separazione della Sicilia dalla parte continentale del reame, per costituirne un regno retto da un principe della casa de' Borboni napoletani; regime costituzionale nei due nuovi regni; loro alleanza col Piemonte.

I legali napoletani s’accalorarono a persuadere l’imperatore, che la Sicilia abbandonata a se stessa tosto o tardi cadrebbe pelle mani dell’Inghilterra. Napoleone osservò, che a questo pericolo si poteva ovviare col la' sciare i due regni salto una sola corona, ma con governo proprio autonomo. — Questo, aggiunse, sarebbe il migliore partito; ma verrà accettalo?— Probabilmente no, rispose tosto Thouvenel, pronto sempre a interloquire, tosto che s’accorgeva che l’imperatore rimaneva im» pressi on a lo dagli argomenti dei legati napoletani. Il cari dine d’ogni accordo tentabile, secondo Napoleone, era l’alleanza di Napoli col Piemonte. Perciò, ripresa la parola, disse ai legali di Francesco II: — La Sardegna sola può arrestare il corso alla rivoluzione: pertanto, anzi che a me, dovete rivolgervi al re Vittorio Emmanuele, Se avete forze sufficienti per domare da soli la ribellione, fatelo pure, ed io sarò il primo ad aplaudire. Ma siete impotenti a resistere; non avete che up mezzo di salute, quello di soddisfare largamente il sentimento nazionale. L’incendio ha preso proporzioni spaventevoli, e vi trovale nella necessità di sacrificare nobili edilizi per salvare il rimanente. I minuti sono contati, e ogni istante che trascurate è irreparabilmente perduto. Stringetevi tosto in alleanza col Piemonte, e d’accordo seco adoperatevi ad attuare qualche cosa che sorpassi il concetto fondamentale della pace di Villafranca. — Ma allora, sire, osservarono i legati, si trattava di un patto per cui Stati indipendenti erano invitati a confederarsi per interessi comuni. Al contrario, ora dovremmo gittarci da noi stessi, con mani e piedi legati, tra le braccia di un governo soverchiatore, invaditore, il quale, per far sua tutta l’Italia, usa ogni mezzo e fomenta e capitaneggia la rivoluzione. Come mai la Francia può assentire che si compia un’impresa così contraria ai suoi interessi, così vantaggiosa all’Inghilterra, così radicalmente rivoluzionaria. Tutto ciò può esser giusto e vero; ma oggi siamo sul terreno dei fatti, rispose Napoleone; la forza dell’opinione è irresistibile, e le condizioni attuali della Francia non sono più quelle del 1859. Noi pure non vogliamo l’annessione dell’Italia meridionale al regno del re di Sardegna; giacché la consideriamo contraria ai nostri interessi, ed è per ciò apunto che vi consigliamo il solo espediente praticamente atto a impedirla, o per lo meno a ritardarla. Abbiamo di fronte una potenza sovrana contro cui non possiamo usare le armi. Il concetto nazionale io Italia deve trionfare in un modo o nell’altro. A questo trionfo fa d’uopo sacrificare tutto il rimanente. Non discuto per risolvere tutte le questioni pendenti; è tempo di fare, e di far presto nel senso indicatovi. Domani forse sarà tropo lardi. Se farete prò de' miei consigli, il mio franco e leale apoggio vi è assicurato; altrimenti mi terrò in disparte, e lascierò che l’Italia faccia da sé. Il principio del non intervento è consacrato dal sangue della Francia. — Ma almeno, ripresero i legati, che questo intervento sia equamente mantenuto per tutti, in una lotta che uno Stato indipendente sostiene contro una rivoluzione fomentata da una invasione straniera. A questo fine si faccia udirò la parola temuta che ha dato alla Francia Nizza e la Savoia, e che ha salvali i dominii del papa da un'aggressione non dissimile da quella perpetrala ai danni del re di Napoli. — Tra Io Stato romano e il vostro, si fece a dire l’imperatore, corre una differenza marcatissima. Nel primo sventola la bandiera francese, evi è annessa la questione religiosa. Gli Italiani hanno compreso che in Roma avrei dovuto agire. In quanto al regno delle Due Sicilie sono convinti del contrario, ed ecco la mia debolezza. Nulladimeno continuerò le intraprese pratiche a Torino. Temo però che il conte Cavour sia sopraffatto. Disgraziatamente egli pure non può contraporre se non che sole parole all'opinione pubblica, e alle passioni rivoluzionarie, scatenate contro il vostro governo, persino in Russia e in Germania. Fornite tosto al conte argomenti di fatto, dategli delle armi valide per sostenervi, e vedrete che lo farà. Egli è uomo di senno pratico, sente i pericoli della rivoluzione, che ingigantisce e mette in pericolo l’opera sua. Egli vorrebbe ora procedere con passo lento e sicuro, e la rivoluzione lo trascina nell’ignoto. È a Torino che bisogna agire, e tosto. — Sì a Torino, sorse a dire Antonini, ma per impedire un intervento che la Francia riprova, e per farvi rispettare sacri diritti indegnamente conculcali. La voce dell’Europa dovrebbe tuonare a Torino contro inauditi attentali alla morale pubblica, e la Francia dovrebbe prendere l’iniziativa per farvi rispettare il proclamato principio del non intervento straniero. — Ma nelle questioni italiane, osservò Thouvenel, il Piemonte non è straniero. D’altra parte, il Governo napoletano è impotente a sostenere più lunga lotta colla Sicilia, e, ove anche fosse capace, a stento l’Europa potrebbe rimanere impassibile alle crudeltà dei soldati borbonici. — Antonini si risovvenne che Napoleone, vista l’estrema sollecitudine posta da Ferdinando II nel riconoscere il ristaurato impero, avevagli detto, che i Borboni di Napoli potevano coniare al bisogno sulla sua gratitudine. Laonde l’ambasciatore napoletano [(473)] rammentò all’imperatore le sue parole, e conchiuse con dire: — Sire, questo momento è venuto, e il mio re confida nella proiezione della Francia, e noi saremo lieti di portargli la risposta di Vostra Maestà. — Da qui a due ore l’avrete, rispose Napoleone, e così ebbe termine l'abboccamento.

La risposta fu consegnata a De Martino, alla mezzanotte del 14 giugno. Nel mandarla a Napoli, Antonini scrisse al Carafa:

Osserverà che nell’indirizzo il nostro reale padrone è qualificato semplicemente re di Napoli. Non sono chiamato a dar consigli; ma, o il regio governo ha tuttora forze sufficienti per comprimere la rivoluzione, o altrimenti non ha tempo da perdere per accettare le condizioni, dietro le quali l’imperatore vuole far credere di patrocinare la mediazione presso i suoi alleati (474).

Il pericolo d’una catastrofe sovrastava. Francesco II sentivasi alieno, così dal tentare di soffocare la rivoluzione con violente opere di sangue, come dal cercar salute nell’alleanza del Piemonte. Dal primo partito mantenevalo. alieno natural mitezza d’animo. La ripugnanza di entrare in pratiche amichevoli col Governo sardo veniva massime. dall’avergli il papa scritto che, così operando, implicitamente riconoscerebbe legittima la spogliazione recente del patrimonio della Santa Sede. Indarno De Martino s'era adoperato affinché questo scrupolo fosse levalo dall’animo del suo re, col mostrare che innanzi tutto si trattava di salvare una dinastia e un regno, sui quali unicamente ornai soltanto la Santa Sede poteva contare: si persuadesse il Santo Padre, che Francesco II non si lascierebbe giammai indurre a far cosa contraria ai diritti della Chiesa (475).

Queste sollecitazioni nulla fruttarono, Coll’animo angustialo da scrupoli religiosi, e tormentalo dalle iraconde sollecitazioni della regina madre, il giovane re cercò da prima di sfuggire all’alleanza piemontese. — Perché mai, diceva egli ai suoi ministri, impormi questo accordo? Non ho rifiutato d’entrare in una confederazione di Stati italiani, purché non si trattasse di togliere la Venezia all’Austria, Con etti voglio vivere in pace. Al contrario, se stringo alleanza col Piemonte, esso mi strascinerà a guerreggiarla. La Sicilia non è perduta. Possediamo Messina, Agosta, Siracusa. Messina ci può aiutare a riprendere il perduto. Se diamo alla Sicilia una costituzione separata, in breve la perderemo e la vedremo aggregata al Piemonte (476). —

Mentre il re stava agitato in questo durissimo contrasto di concetti, intorno a lui consiglieri inetti e paurosi non sapevano rinfrancarlo a scegliere fra i partiti possibili, almeno il più dignitoso. Si cadde ben tosto in quella prostrazione d’animi, che per la natura del tempi e delle cose diveniva cagione immediata di mine e di vergogne.

Francesco II, ad acquetare le altiere rimostranze degli ambasciatori sardo e americano, discese all’indegna accondiscendenza d’invitare i suoi ministri a infliggere immeritata punizione a un capitano di una nave da guerra, che dietro il comando del suo re aveva in allo mare catturata una nave garibaldina (477).

I ministri si lasciarono cascar di mano le redini del Governo. L’ambasciatore napoletano in Parigi venne lasciato senza istruzioni (478). Petrulla da Vienna muoveva aspre querimonie per esser costretto da mancanza di fondi a sospendere l’arruolamento di soldati austriaci (479). I più sediziosi libelli Venivano stampali e di vulgati sotto gli occhi delle autorità poliziesche, senza ch’esse valessero a scoprirne gli autori e i diffonditori. La rivoluzione nelle sue innumerevoli spire già avvolgeva il re, la Corte, il Governo, l’esercito, la marina. Per tutto essa aveva i suoi partigiani, i suoi complici. I funzionari pubblici non si vergognavano di consegnare ai comitati della Società nazionale gli atti segreti del Governo, che avevano giurato di servire con fedeltà. I comandanti delle navi davano quotidiani esempi di contumacia ornai palese. Non pochi generali dell’esercito si mostravano, o codardi,-o incapaci di condurre con arte le cose di guerra. Questi erano, nel giugno del 860, i frutti maturati dalla politica di Ferdinando li. Egli aveva menalo il principato a perdita inevitabile, e preparato alla ‘sua dinastia i giorni peggiori, col giudicare di tempera adamantina quello che è fragile come vetro, il dispotismo crudele, ignorante, pinzochero.

In un consiglio di ministri sotto la presidenza del re, tenuto addì 22 giugno, vennero deliberati lo statuto costituzionale, l’alleanza col Piemonte, uno speciale parlamento per la Sicilia, l’amnistia piena, un nuovo ministero. Lo sbigottimento aveva presieduto a queste deliberazioni.

La presidenza del nuovo ministero venne assunta da Pietro Spinelli de' principi Scalea e il governo delle faccende esteriori fu affidato a Giacomo De Martino. Dei diplomatici napoletani era il più destro e il meno ligio alla. politica praticata sin allora dalla Corte borbonica. Egli avea bensì servito con grato animo Ferdinando li, ma non aveva tralasciato d’indicargli i pericoli di un tropo aspro governo; e al suo successore era stato consiglierò franco in tempo utile di salutari riforme. Realmente tutti quei nuovi ministri erano, o si mantennero leali uomini; ma non possedevano quello straordinario genio fecondo d’espedienti, che salvano dinastie e regni, anche allorquando sono prossimi alle ruine estreme. Fossero pure stati abilissimi uomini di Stato, tuttavia si può aggiungere, che quanto più si esamina attentamente lo stato in cui erano le cose napoletane nel giugno del 860, più si trova ragione di concludere, che astuzia e sapienza politica, per quanto squisite, non sarebbero valse da sole a salvare il trono al Borbone di Napoli. Per fondare un saldo Governo costituzionale, per indurre il Piemonte a stringere lega con schiettezza d’intendimenti, bisognava riacquistare l’apoggio della pubblica opinione. Ma era impossibile che il sentimento della sudditanza fedele ripullulasse quando la rivoluzione era per tutto. Del pari era insperabile che una dinastia, la quale aveva praticata per costante ragion di Stato la resistenza violenta alla pubblica opinione, trovasse amica fidente questa stessa opinione, per l'addietro iterala mente tradita e ingannala, mentre era prossima a trionfare.

Le prime proposte per l’alleanza col Piemonte furono falle dal De Martino all’ambasciatore di Sardegna in Napoli. Villamarina rispose, che a far ciò sembravagli che il tempo fosse trascorso; ma che ad ogni modo era necessario che il nuovo ministero con mano ardita togliesse dalla reggia la vedova madre, e quanti col loro contegno s’erano suscitalo contro Podio pubblico. Il ministro napoletano mostrò di fare buon viso a questi consigli, e calorosamente insisté, affinché le proposte d’alleanza fossero comunicate al Gabinetto di Torino (480).

Non è vero che il conte Cavour accogliesse queste proposte del Governo napoletano con avidità sleale, per servirsene a rovesciare con maggior sicurezza il trono di Francesco II. Al contrario, alle calorosissime sol licitazioni della Russia egli rispose colla sua logica sottile e vigorosa nei termini seguenti:

Il governo napoletano si trova in una singolare condizione; dopo aver persistito con una testardaggine, di cui si scontrano pochi esempi nella storia, in errori che gli hanno procurato Funi versale riprovazione. D jpo aver rifiutato più volte la nostra alleanza, dopo aver lasciato trascorrere il tempo utile per assodare la propria autorità su di una larga base di politica nazionale, pressato dai pericoli che ai è creato, di sbalzo muta sistema e chiede la nostra amicizia. In quali circostanze vien fatta questa domanda? Francesco II ha perduta la metà del regno. Nell'altra metà, il popolo reso sdegnato e diffidente dai procedimenti anteriori del governo rifiuta di prestar il suo apoggio a ministri onesti e liberali, e da un istante all’altro attente di sentire tuonare il cannone della reazione per le vie di Napoli. È per distruggere questo incurabile sentimento di diffidenza, è per colmare l'abisso che sta fra il re e il popolo. che si sollecita Vittorio Emanuele di farsi garante della buona fede del governo napoletano, d’invitare Francesco II a condivider seco l’aureola di popolarità, che un governo fermo e liberale e soprattutto il sangue versato gloriosamente in numerosi campi di battaglie hanno procacciato alla casa di Savoia. Frattanto l’esercito e la marina esitano tra l’obbligo di fedeltà al re e il bisogno di seguire l’opinione nazionale. La disciplina è malferma nei soldati che combattono Garibaldi, e questo generale con un drapello d’uomini si impadronisce di Palermo, fa indietreggiare numerosissime schiere napoletane e manda innanzi felicemente un’impresa, che aveva le aparenze d’impossibile riuscita.

Il vero nemico del governo napoletano è lo scredito in cui è caduto. Anche senza basarsi sopra istituzioni costituzionali, un governo può fare assegnamento sull’apoggio dell’opinione universale, sintanto che amministra con onestà, punisce con giustizia e conformemente alle leggi promulgate. A queste condizioni i re trovano soldati che si battono, massime se essi sanno bravamente guidarli al cimento; a queste condizioni è loro facile di trovar alleati premurosi ed utili. Ma quando, mentre si largheggia in concessioni, il popolo è spaventato dagli spettri usciti dagli ergastoli, quando le compagini dell’esercito sono corrose dallo spionaggio, dalla diffidenza verso i capi, dall’avvilimento per i favori accordati alle trupe mercenarie; quando soprattutto i soldati da due o tre generazioni non si sono misurati con altri nemici all’infuori dei loro concittadini, l’edifizio crolla, non per mancanza di forza materiale, ma per deficienza assoluta d’ogni sentimento generoso, d ogni forza morale.

In quanto a noi, se fosse in podestà nostra di fornire un alito di rinfrancamento morale a un corpo colpito da insanabile decrepitezza, non rifiuteremmo il nostro aiuto. Ma nelle attuali condizioni di cose, dobbiamo badare a non ferire a danno nostro, e senza speranza di vantaggiare gli altri, il sentimento nazionale. È facile e anche glorioso d’abbracciare il proprio nemico sul campo di battaglia; ma disgraziatamente l’antagonismo, sin qui esistito tra i governi di Napoli e di Piemonte, apre il campo a una di quelle lotte, ove ugualmente è glorioso vincere o perdere (481).

Ma le sollecitazioni e le pressure della diplomazia sin da principio si erano manifestate tropo concordi e formidabili, per lasciar aperta la via al Gabinetto di Torino di negare recisamente di dare ascolto alle proposte dell’alleanza napoletana. Non potendo negare, e non volendo consentire,Cavour pose innanzi esigenze superlative; egli chiese la rinunzia esplicita del re di Napoli a ogni intimità di raporti coll’Austria, un pronto accordo tra i due Governi per sospingere il Papa a praticare una politica italiana e liberale, e ad assentire una maggiore estensione territoriale al vicarialo del re di Sardegna nelle Romagne, la piena e sincera rinunzia di tentare il riacquisto, colle armi, della Sicilia. Una politica, dicea Cavour, che ammettesse la guerra civile, sarebbe incompatibile colla politica seguita dal Governo del re di Sardegna. Il quale tuttavia non s’oporrebbe, a che un principe della Casa reale di Napoli fosse eletto a re dai Siciliani (482). Le istruzioni segrete mandate a Villamarina gli prescrivevano di regolarsi in modo, che l’Italia non potesse credere, che Casa di Savoia per interesse proprio, o per debolezza di propositi, fosse pronta a entrare in intimi accordi coi Borboni di Napoli. Egli doveva però con grande caldezza patrocinare la causa dei Siciliani, e strapare al Governo napoletano l’assenso che essi liberamente disponessero dei loro destini. Ma in quanto all’alleanza, doveva stare sul tirato, far sì che i negoziatori di essa possibilmente tardassero a giungere in Torino. Concludeva così:

Fa d’uopo che assumiamo un contegno che ci ponga in grado di sfuggire ai rischi che seco porta un procedere tropo frettoloso, e in pari tempo ci fornisca i modi di schivare gl’inconvenienti di camminare tropo slombato e lento. Dobbiamo massimamente stare ben attenti di non esser colti alla pania e ingannati. L’opinione pubblica è la mia bussola; il mio programma è di non imporre nulla alla nazione, ma di adoperarmi a superare tutti i pericoli per conseguire l’unità. Se il paese lo vuole, l’Italia giammai ha avuto una più bella occasione per costituirsi realmente una e indipendente (483).

Il conte Cavour questo cercava, questo voleva, e ne faceva ragguagliare per mezzo di Persano il generale Garibaldi, prescrivendogli di assicurare il dittatore, che egli, quanto a lui, era deliberato di compiere la grande impresa; ma che per riuscire era necessario operare bensì d’accordo, ma usando espedienti diversi (484).


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III

Le liberali concessioni di Francesco II erano state accolte con isdegnosa indifferenza. Il popolo non aveva fatto il minimo passo verso la riconciliazione, il nuovo Governo non godeva fiducia nel paese; inoltre era impotente a chiudere le fogne pestilenziali della passata amministrazione. La vita della dinastia e del ministero era ornai attaccata al solo debole filo della speranza di una pronta alleanza col Piemonte. Ma al re mortalmente rincresceva di prendere impegni che tornassero a detrimento del principato temporale della Chiesa. De Martino dichiarava, che se il ministero era deliberato a far sacrifizi colossali, tuttavia non sacrificherebbe mai i legittimi diritti della Corona. Ove la Sardegna si apagasse di vedere i Siciliani gratificati di larghissime concessioni politiche, il negoziato per l’alleanza poteva avviarsi prontamente con certezza di esito felice. Ma Villamarina rispondeva seccamente e senza involtare di parole, che il Piemonte né voleva, né poteva scendere a più miti domande; giacché non intendeva di distruggere il suo passato, di compromettere il suo avvenire e di esporsi a perdere la fiducia dell’Italia, per rialzare ciò che irreparabilmente era cascato a terra (485).

Addì 23 luglio, di buon mattino, il ministro napoletano sulle faccende esteriori si portò dall’ambasciatore sardo, e tra loro ebbe luogo il seguente colloquio: — Nel consiglio dei ministri, tenuto nella trascorsa notte, cominciò De Martino, ho conseguito che il re faccia un gran passo. Egli sottoscriverà la terza proposta del conte Cavour, e conseguentemente i Siciliani rimarranno liberi di decidere delle proprie sorti. Pertanto verranno tosto dati gli ordini necessari per lo sgombro di Messina. A sacrifizi così segnalati poniamo una sola clausola, ed è, che la Sardegna formalmente s’impegni a impedire qualsiasi partenza dii volontari dai suoi porti per la Sicilia. — Rimetterò lai vostra proposta al mio Governo, rispose Villamarina, ma permettetemi di rilevare la manifesta contraddizione, cui si andrà incontro, ove la Sicilia per un plebiscito si dovesse aggregare al Piemonte. Ciò avvenendo, la Sardegna sarebbe l’alleata della Corte di Napoli, mentre s’impadronirebbe d’una parte de' suoi dominii. In tali condizioni un’alleanza è impossibile. Il Piemonte non può dichiararsi nemico del generale Garibaldi. Egli è un prode italiano, che si adopera a liberare la sua nazione dal secolare servaggio; l’azione sua si svolge quindi nell'orbita della politica piemontese. E poi, lasciatemi favellare a cuor aperto. Voi ci fate un mare di promesse, ma in realtà nulla attenete. Il re ha concessa la costituzione, e tuttavia per mezzo del suo segretario privato, all’insaputa del ministero, manda ordini alle autorità civili e militari. Il ministero aveva prescritto al colonnello Bosco di tenersi a Milazzo sulla difensiva, e il re gli ha ordinato di tentar un colpo di mano, assalendo i Garibaldini. Una parte delle regie trupe acquartierate in Napoli ha commesso nefandi atti di reazione. Il ministero avea proposto di relegare questi battaglioni contumaci in Gaeta, e il re li ha condotti a Portici e li ha lautamente rimunerati. Di continuo giungono austriaci e bavaresi a ingrossare l’esercito, di cui il re tiene sempre il comando supremo. Tuttora la regina madre e monsignor Gallo, confessore del re, sono nella reggia consiglieri assidui di reazione. In sostanza, nello stato attuale delle cose, noi dobbiamo esser più proclivi a diffidare che a creder sincere le proposte d’alleanza. — Il ministro napoletano non contestò i fatti allegati dall’ambasciatore di Sardegna, ma si restrinse a rispondere cosi: — Se il Piemonte ci sostiene, il nostro Governo si farà forte e saldo; altrimenti per ora cadremo noi, e in apresso voi pure sarete travolti dalla rivoluzione. L’interesse italiano è il nostro, e noi pure chiederemo alla Francia di aiutarci a costituire un’Italia forte e concorde. Intanto noi siamo nell’assoluto bisogno di conseguire una tregua dal generale Garibaldi per rafforzarci.

Stretti al Piemonte salveremo la patria comune da incommensurabili sventure. Il Governo del re di Sardegna non può disconfessare che Garibaldi non sia il vessillifero della rivoluzione; giacché questa è una verità entrata nella mente di tutti (486). —Deliberati di tentare ad ogni costo di stringer alleanza col Piemonte, Francesco II e i suoi ministri largheggiarono nelle proposte. I negoziatori loro ebbero le istruzioni seguenti: Vi fosse lega tra le due Corti, per mantenere l'Italia libera da qualunque influsso straniero, e per una piena uniformità di pesi, di misure, di monete e di tariffe doganali. La Sicilia avrebbe la facoltà di convocare il Parlamento, conforme alla costituzione del 1812, per darsi un Governo proprio con a viceré un principe della Casa reale di Napoli. A queste istruzioni palesi susseguivano alcune altre istruzioni segrete, che i negoziatori dovevano seguire a secondo delle esigenze del Gabinetto di Torino. Erano: l’accettazione in massima di trasformare la lega in un’alleanza offensiva e difensiva, nell’eventualità di una guerra contro l’Austria per la liberazione della Venezia, il riconoscimento per parte della Corte di Napoli dell’annessione della Toscana e dell’Emilia al Piemonte, un accordo per formare nello Stato pontificio due vicariati, l’uno costituito dalle legazioni per il re di Piemonte, l’altro composto delle Marche e dell’Umbria per il re di Napoli (487). Quanto i governanti napoletani erano solleciti d’accordi, altrettanto i diplomatici piemontesi li avversavano. Villamarina scrisse da Napoli nei sensi seguenti:

I negoziatori napoletani faranno molte promesse, ma è bene che il governo sin d’ora sapia che sono illusorie. Qui pressoché nulla è mutato. Si dirà da loro, che Garibaldi è la rivoluzione, boa credete. Garibaldi è considerato da queste popolazioni come il precursore di Vittorio Emanuele. Il re deve conoscere per esperienza la piena devozione di questo valoroso soldato. Mazzini e la rivoluzione, nel senso che si suole attribuire loro, a Napoli sono impossibili. Il governo si fa un merito di lasciar libera la Sicilia, perché sa d’averla perduta, perché spera con questa concessione di trovar aiuto nel Piemonte a salvare le provincie continentali, anch’esse moralmente perdute per i Borboni. Insisto, perché intendo di svincolare la mia responsabilità: se noi cediamo, accettando l’alleanza napoletana, avremo la rivoluzione in casa e a Napoli, e i Borboni aiuteranno a farla scopiare e da noi e nel reame. Questi ministri vogliono salvare ad ogni costo il re, e fanno il loro dovere. Il mio dovere è di mettere il mio governo nella condizione di conoscere il vero stato delle cose, onde l’adorabil casa di Savoia non perda tutto il suo prestigio e non comprometta il suo avvenire (488).

Tutta la politica del Gabinetto napoletano era diretta al supremo fine di salvare il trono a Francesco II. Ma in mezzo allo sconvolgimento di cose suscitato dalla temeraria impresa di Garibaldi, i maggiori potentati europei indietreggiavano dal mostrarsi difensori aperti ed efficaci della legge comune, violata a danno dei Borboni di Napoli.

L’imperatore delle Russie alle calorosissime sollecitazioni dell'ambasciatore napoletano affinché volesse difendere le ragioni del pubblico diritto, oltraggiate audacemente nel reame delle Due Sicilie, rispondeva: — Vi prego di scrivere al vostro re, che tutte le mie simpatie sono per lui, e che farò tutto il mio possibile per aiutarlo presso le Corti di Parigi e di Torino. Disgraziatamente la Francia non vi è favorevole, benché non per anco si sapia, qual senso abbiano fatto nell'animo di Napoleone le larghissime concessioni del vostro re. In quanto al Governo piemontese, evidentemente è sopraffatto dallarivoluzione. Le proposte del conte Cavour non conducono a un’alleanza, ma ad un vassallaggio. Attualmente il principio del non intervento è affatto falsato; giacché la Francia e il Piemonte lasciano aperta la via alla rivoluzione di fortificarsi. — Incoraggiato da queste benevole parole, Regina chiese allo czar, se per avventura non fosse giunto l'istante di richiamare da Torino l’ambasciatore di Russia. Alessandro gli rispose: — Finiremo per apigliarci a questo partito. Ma se ora richiamassimo da Torino il nostro ministro, la Prussia seguirebbe il nostro esempio, e Cavour rimarrebbe in piena balìa degli influssi della Francia e dell’Inghilterra. Il totale sconvolgimento d’ogni principio di diritto pubblico sommamente è contrario ai nostri interessi, e dovete quindi rimaner persuasi, che i nostri sforzi per salvarvi dalla rivoluzione non si rallenteranno né a Parigi, né a Torino. In quanto all'Inghilterra, sarebbe tempo perduto (489). —Agli uffizi non meno calorosi dell’ambasciatore napoletano presso la Corte di Berlino, Schleinitz si dichiarò assai imbarazzato a rispondere, e soggiunse:— nelle condizioni attuali, la Prussia non può prender impegno alcuno per guarentire al re di Napoli la corona e l’integrità territoriale del reame; giacché la sua positura geografica le interdice di usare le armi a questo fine. Che ove anche questo ostacolo non esistesse, tuttavia essa si asterrebbe dall’assentire a siffatta domanda, non potendo e non volendo fare la guerra per interdire nel regno di Napoli l’uso dei plebisciti e dei voti delle assemblee popolari, per quanto solennemente disaprovi questi modi di politici mutamenti (490). Affatto sconfortanti erano le notizie venute da Londra. A rammorbidire gli animi dei ministri inglesi, il marchese della Greca, ministro sopra gli affari della giustizia, fu invialo a Londra in missione straordinaria, con larghe facoltà di adoperarsi al desideralo fine. Ma il colloquio ch’egli ebbe io Parigi gli tolse ogni speranza di felice riuscimento. Noi, disse egli a lord Cowley, noi accettiamo il verdello del popolo; ma domandiamo che sia libero, e tale non può essere sintanto che la Sicilia giace sotto le pressure del Governo di Garibaldi, violatore audace del principio del non intervento. — Ma qui il ministro inglese gli troncò sulle labbra la parola, col rispondergli, che non era straniero intervento l’aiuto prestato da Italiani uomini ai Siciliani, per liberarli da un Governo abborrito. A ribattere questo argomento, il ministro napoletano si lasciò andare a rispondere, che le bande garibaldine erano composte di avventurieri accorsi da tutte le parti dell’Europa a combattere, non per l’unità d’Italia, ma per le ambizioni dinastiche di Casa Savoia. A questa meschina scapatoia da leguleio, Cowley acerbamente rispose: — Sia pure così, ma almeno alle ambizioni della Casa di Savoia è compagna la libertà, mentre che soldati stranieri, assoldali dai Borboni di Napoli, sono stati adoperati a mantenere un dispotismo ruinoso. — Ma almeno, chiese il ministro napoletano, possiamo noi fare assegnamento sull’apoggio dell'Inghilterra, ove il governo, diportandosi con onesta lealtà verso i Siciliani, si contenti di conservare una sovranità nominale su di quell’isola, e lasci liberi i suoi abitatori di scegliere a capo del proprio Governo un principe estraneo alla famiglia reale di Napoli? Ma questo caso non avverrà, soggiunse egli, la Sicilia non è punto vogliosa di aggregarsi alla Sardegna. La si liberi dal governo di Garibaldi, e si vedrà la sua proclività a non istaccarsi compiutamente dal regno di Napoli. Ove ciò avvenga, sarà la repubblica che trionferà in Sicilia. — Cowley non si lasciò smuovere da questiargomenti, e concluse con dire, che il solo uso della forza poteva abbattere il Governo di Garibaldi in Sicilia; ma che il Governo della regina costantemente s’oporrebbe a questo partito. Che se la repubblica uscisse dalle agita rioni siciliane, tutta la colpa ricadrebbe sul capo di coloro che, pessimamente governando, avevano spinto le cose al punto cui erano giunte (491).

L’Inghilterra si mostrava manifestamente ostile. L’Austria si dichiarava nell’impossibilità di prestare aiuti armali. I procedimenti della Russia erano benevoli, ma si limitavamo a parole. Erasi chiarita palese la ripugnanza della Prussia a mescolarsi efficacemente nelle cose napoletane. Restava a saggiare la protezione della Francia. Ad essa si rivolse il Gabinetto di Napoli, mediante una formale domanda di mediazione, diretta ad impedire a Garibaldi di passare nelle provincie continentali del reame. Per conseguirla si ponevano innanzi queste proposte: il re prenderebbe l’impegno di far sgomberare la Sicilia dai suoi soldati; i negoziati per la lega verrebbero attivati con tutta sollecitudine; si accetterebbero tutte le proposte della Corte di Torino, per dare all’Italia stabile quiete e indipendenza. L’imperatore dei Francesi in compenso, riservando ad altro negoziato la questione siciliana, doveva interporre la sua diretta mediazione, per impedire al generale Garibaldi di varcare lo stretto di Messina a capo delle sue guerriglie (492).

Le inclinazioni del Governo' francese in effetto erano contrarie a che ciò succedesse; onde se n’era occupato sin dal maggio, cercando la cooperazione dell’Inghilterra per una tregua d’armi in Sicilia. Assunta che Garibaldi ebbe le dittatura, il Gabinetto di Parigi erasi di nuovo affaccendato ad arrestare il corso della lotta, proponendo all’Inghilterra d’accordarsi seco sulle basi seguenti: Garibaldi rimarrebbe in possesso di Palermo e di Catania, mentre il centro e la parte occidentale dell’isola resterebbero sotto il dominio dei Borboni. L’Inghilterra era rimasta salda nel negare la sua cooperazione; il Piemonte le aveva tenuto dietro per questa via (493). Dopo la battaglia di Milazzo, Thouvenel aveva incaricato il conte di Persigny di chiedere a Russel, se poteva convenire alla Francia e all’Inghilterra di rimanere tranquille spettatrici di avvenimenti, che erano un attentato flagrante all’ordinamento politico dell’Europa, e di permettere che un regno amico loro fosse impunemente invaso da guerriglieri, accorsi da ogni parte del mondo a militare sotto la bandiera di un capitano di ventura, e che conseguentemente per urto di armi straniere rimanesse interrotta l’opera costituzionale intrapresa da Francesco II. L'opinione del Governo imperiale, dicea Thouvenel, è, che col rimanere inerti si fa cosa contraria alla dignità e agli interessi della Francia e dell’Inghilterra. Pertanto egli faceva le proposte seguenti: si autorizzassero i comandanti delle navi francesi ed inglesi, stanzianti nelle acque di Sicilia, a dichiarare formalmente al generale Garibaldi, che tenevano l'ordine di interdirgli il passaggio dello stretto; in pari tempo i due Governi prendessero gli oportuni concerti, onde conseguire che tutte le questioni, le quali sobbollivano nel reame delle Due Sicilie, avessero un pronto scioglimento per accordi tra re e sudditi, all'infuori d’ogni intervento straniero (494).

Anche questa speranza di componimento fu troncata sul fiore. I ministri inglesi si trovarono concordi nel rispondere, che il Governo della regina giudicava, che non fosse sorto alcun fatto che fornisse qualche fondata ragione per abbandonare il principio del non intervento. Ove la Francia volesse intervenire da sola, l’Inghilterra protesterebbe. Essa giudicava che i Napoletani dovevano esser lasciali liberi di accogliere o di respingere il generale Garibaldi. Operando in senso oposto, si effettuerebbe un reale intervento nelle cose interiori del regno delle Due Sicilie, e si assumerebbe la responsabilità dei mali che accompagnerebbero la violenta compressione del partito liberale (495).

In questo mentre s’erano fatte calorose le sollecitazioni dal Gabinetto di Parigi al Governo piemontese, per indurlo a impedire la partenza dei volontari dai porti di Livorno e di Genova, e ad accettare l’offerta dell’alleanza napoletana, cominciando dal persuadere Garibaldi a fermare in Sicilia il corso della sua impresa. Cavour assentì alla prima richiesta. In quanto alla seconda domanda egli si apigliò a un mezzano partito: rispose, che il generale Garibaldi si regolava all'infuori dei consigli del Governo del re; farne piena testimonianza la brutale cacciala di Giusepe La Farina da Palermo; ma che tuttavia, a dar segno di-arrendevolezza ai desideri dell’imperatore, il re per lettera privata si farebbe a persuadere Garibaldi di non portare la guerra nelle provincie napoletane (496). Nel prendere questo impegno, il conte aveva però aggiunta la clausola, scritta poi nell’autografo reale, che alla sua volta il re di Napoli dovesse levare dalla Sicilia sino all’ultimo de' suoi soldati, e lasciare gli abitatori liberi di disporre dei loro destini. In realtà il ministro piemontese non dava il minimo peso a questofatto; onde scrisse all’ammiraglio Persano:

Io tengoche la sorte della dinastia borbonica è dalla Provvidenza segnata, sia che Garibaldi annuisca al datogli consiglio, sia che ricusi seguirlo. La invito quindi a non cercare d’influire sulle sue deliberazioni (497).

Garibaldi rispose al re colla seguente lettera, non per anco pubblicata nel suo testo genuino:

Sire, la Maestà Vostra sa di quanto affetto e riverenza io sia penetrato per la sua persona e quanto brami d’ubbidirla. Però Vostra Maestà deve poi comprendere in qual imbarazzo mi porrebbe oggi un’attitudine passiva in faccia alla popolazione del continente napoletano, che io sono obbligato di frenare da tanto tempo, ed a cui ho promesso il mio immediato apoggio. L’Italia mi chiederebbe conto della mia passività, e ne deriverebbe immenso danno. Al termine della mia missionedeporrò ai piedi di Vostra Maestà l’autorità che le circostanze mi hanno conferito, e sarò ben fortunato d’obbedire perresto della mia vita (498).

I negoziatori napoletani in Torino non erano giunti a ottenere nulla di sodo. Maestro nel conoscere e nel trattare gli uomini, quali eglino si fossero, Cavour, pur mostrandosi inclinato alle loro aperture, avevali intrattenuti con abile intreccio di parole, senza mai piegar la mente ad accettare le loro proposte. Come giunse in Torino la riportala lettera di Garibaldi, il conte la comunicò ai legali di Francesco 11. Essi tosto chiesero, che il Governo piemontese volesse accompagnarla con una nota, nella quale dichiarasse, che svincolava la sua responsabilità dalle conseguenze degli alti di Garibaldi, contro cui officialmente essi protestavano, e nello stesso tempo assumesse l’impegno d'intavolar tosto il negoziato per l’alleanza. A queste sollecitazioni Cavour non rispose (499) bensì egli avea scritto a Persano:

Sono lieto della vittoria di Milazzo che onora le armi italiane e deve contribuire a persuadere l’Europa, che gli Italiani ornai sono decisi a sacrificare la vita, per conquistare patria e libertà. Io la prego di porgere al generale Garibaldi le mie sincere e calde congratulazioni. Dopo si splendida vittoria io non veggo come gli si potrebbe impedire di passare sul continente. Sarebbe stato meglio che i Napoletani stessi compissero, od almeno iniziassero l'opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono o non possono muoversi, si lasci fare a Garibaldi. L’impresa non può rimanere a metà. La bandiera nazionale inalberata in Sicilia deve risalire il regno, ed estendersi lungo le coste dell’Adriatico, sinché ricopra la regina di questo mare (500).

Vedendo che la pratica dell’alleanza languiva, e che non si poteva direttamente condurre Cavour a smettere la poca sua inclinazione di negoziarla, il ministro Manna, per superare quest’ostacolo, si volse alla Russia. Ma l'ambasciatore napoletano a Pietroburgo gli tolse ogni speranza, anche da questo lato; ed in prova gli addusse il seguente discorso tenutogli da Gortchakof; — La Russia non può che darvi un aiuto morale; esso vi è stato largamente concesso a Parigi, a Londra, a Torino. Ora che la lotta è impegnata sul terreno materiale, fa d’uopo che contiate sull’uso delle vostre forze. Noi abbiamo dato a Gagarine l’ordine di apoggiare le vostre trattative colla Corte di Torino, soltanto in termini generali, essendo che il Governo di Napoli ci avea pregati di non entrare nei particolari della negoziazione, onde aver modo di meglio solleticare l’amor proprio di Cavour. Inoltre bisognerebbe che il Governo russo conoscesse le vostre intenzioni, e sapesse sin dove volete giungere nel concedere (501). —Sin dove si volessero spingere le concessioni verso il Governo, che capitaneggiava la rivoluzione, era difficile di precisare, quando gli antichi amici in realtà lasciavano in abbandono, e i nuovi voltavano le spalle in sul colmo de' pericoli.

Napoleone aveva tolta ogni efficacia all’azione della diplomazia francese, a vantaggio dei Borboni di Napoli, il giorno in cui aveva dichiarato all’Inghilterra, che il desiderio suo primo era che l’Italia si pacificasse, poco importandogli il come, purché non vi fosse intervento straniero (502). Era la sentenza di morte della dinastia borbonica. De Martino lo comprese; ma nell’annunziare mestamente alle legazioni napoletane all'estero questo abbandono della Francia, egli lasciava ancora trapelare qualche raggio di speranza sui mezzi di difesa, che tuttavia il re possedeva (503). Ma da questo lato le cose s’eran fatte così vergognose, da svegliare meraviglia. Regina scriveva da Pietroburgo: — Questo sovrano e questo Gabinetto non possono persuadersi della realtà di così rapido sfacelo. Essi non sanno capacitarsi, come con un esercito di cento mila uomini, e con un naviglio da guerra così forte, si sia talmente a discrezione di Garibaldi da chinar il capo al solo suo nome (504). —La spiegazione non mancava. Se l’esercito era numeroso e fornito d’abbondanti attrezzi da guerra, se le navi erano oltre al bisogno, mancavano le condizioni necessarie per una gagliarda e onorata resistenza. Morti o tropo vecchi erano i generali napoletani, che al tempo delle guerre napoleoniche aveano onorato il nome italiano. Il comando supremo dell’esercito, tenuto per molti anni stretto in pugno da un re, che pretendeva da tutti cieca obbedienza, aveva abituati i giovani generali, tranne poche eccezioni, a esser guidali anzi che a guidare, a nulla fare senza un cenno del re. Mentre la scienza militare e il coraggio erano in altri paesi le condizioni migliori per salire agli alti gradi della milizia, nel reame si richiedevano qualità politiche piuttosto che militari. I soldati erano stati tenuti nell’ignoranza, nella rilassatezza della disciplina, nella superstizione, e questa nelle loro immaginose menti dava l’aspetto di sovrannaturali portenti alle vittorie dell’audace condottiero, che ornai colla sola possanza del nome abbatteva l’impero borbonico. Gl’interessi più forti, i sentimenti più nobili ammorzavano nell’animo degli ufficiali onorati quella gagliardia di propositi ch'è indispensabile compagna ai grandi fatti di guerra.

Le conseguenze sono tropo ben conosciute. Mentre conveniva operare con risolutezza e con ardimento contro nemici audaci sino alla temerità, i condottieri napoletani s’impaniarono in perplessità estreme, in irresolutezze interminabili; stancarono i soldati con inutili marcie, e assottigliarono le schiere con vergognose capitolazioni. A questi fatti i soldati presero in sospetto la fede dei loro capi, perdettero la fiducia nelle proprie forze, si persuasero che Garibaldi era invincibile. Spezzati i nervi alla disciplina, la paura divenne contagiosa, il tradimento facile. Questa incalzante fiumana di disfacimento dell’esercito e della marina, montò così in alto che, al chiudersi in Gaeta, Francesco II ebbe a proclamare ai fedeli soldati che l’accompagnavano, che si rinfrancassero, che i traditori erano scomparsi, e che ad essi spettava di scancellare l’onta della viltà e dell’infamia con gloriosi combattimenti e nobili imprese (505).

Fallito il tentativo d’ottenere almeno una tregua di sei mesi per la mediazione della Francia e dell’Inghilterra (506); abbandonati dai potentati maggiori in balìa del proprio infelice destino, colla flotta che apertamente mancava di fede, con generali che, integri di forze, deponevano le armi, con soldati che fuggivano, in mezzo a un bollore immenso di prossima ribellione, i ministri napoletani giuocarono l’ultima partita di destrezza. Si trattava di aprire il varco all'intervento austriaco, e di avvilupare il Piemonte in un prunaio d’inestricabili difficoltà. Il Gabinetto napolitano da prima si volse a Villamarina, per sussurrargli all’orecchio, che il Piemonte badasse bene ai casi suoi persistendo nel rifiuto di negare la lega a Napoli; giacché Garibaldi per mezzo del generale Clary aveva lasciato intendere, che egli rinunzierebbe a conquistar Napoli, se il re gli accordava cinquanta mila soldati e il passaggio attraverso il regno per togliere la Venezia all'Austria (507). Trovato che il destro ambasciatore di Sardegna non mordeva all’amo, fu tentato Garibaldi. Un agente con lettera scritta per ordine di Francesco II, sotto la data del 27 agosto, si presentò a Soverina al generale Garibaldi. Le proposte formolate in quello scritto erano larghissime, ma micidiali. Il dittatore doveva impegnarsi a sospendere qualunque ostilità contro il Governo borbonico; avrebbe in compenso l’abbandono della Sicilia, aiuto di cinquanta mila soldati e della flotta a guerreggiar l’Austria, e i mercenari pontifici nelle Marche, tre milioni di ducali, e facoltà ai sudditi del re d’ingrossare a piacimento le schiere dei suoi guerriglieri. Garibaldi disprezzo queste proposte, e si portò a Salerno. In quei supremi frangenti, il più degno e salutare consiglio lo diede al re il ministro Pianel: — che V. M., disse egli a Francesco II, si ponga a capo dei quaranta mila soldati che gli rimangono, e tenti un ultimo colpo, o almeno cada gloriosamente dopo battaglia onorata. — Ma il consiglio di famiglia deliberò, che Francesco II non doveva porre a rischio la sua vita, da che sacra è la vita dei re (508). Il principe di Siracusa al contrario consigliava il re a sciogliere i sudditi dall’obbedienza e a uscire tosto dal reame, essendoché, scrivevagli, la real Casa di Napoli è fatta segno all’universale riprovazione (509). — Il conte d’Aquila, d’accordo colla regina madre, apertamente cospirava per muovere i lazzari e i soldati a furibonda reazione (510). Questi consigli mandava pure al giovane re la Corte romana. L’Austria spingeva a una disperala resistenza (511). Il ministro Manna da Parigi, e gli ambasciatori di Francia e del Belgio in Napoli davano il parere di rompere a dirittura ogni relazione col Piemonte, onde provare all’Europa, che esso era l’artefice principale della ruina del trono napoletano (512). Il ministro Liborio Romano sollecitava Francesco II a prender la via dell’esilio, dichiarandogli senza ambagi che ogni scambio di fiducia tra principe e popolo era reso impossibile (513). Il generale Bosco, dopo avere scrittoal conte di Trani da Salerno, che l’esercito era pieno di fiducia e voglioso di battersi, a quarant’ore d’intervallo mandava un’altra lettera per dire, che l’avviso suo era che il re si portasse tosto in Ispagna; giacché soltanto con tale sacrifizio salverebbe il regno da incalcolabili disgrazie.

I cortigiani più beneficati da Ferdinando II, per paura di rimaner danneggiali sotto le ruine della traballante potenza borbonica, fuggivano da Napoli. Le domande di dimissioni, mascheratrici di vergognose diserzioni, erano a risme sul tavolo del re. Generali largamente beneficati rifiutavano di portarsi a prendere il comando delle loro schiere. Altri generali si presentavano al re per consigliarlo a lasciar subito Napoli (514). I ministri, benché consci delle macchinazioni degli agenti piemontesi che si aggiravano per Napoli, non osavano imprigionarli o cacciarli dal regno. 11 male era al disopra dell’efficacia d’ogni rimedio naturale. Rotte tutte le dighe, la marea correva rapidissima e violenta ad abbattere il trono di Francesco II. Egli in così terribili congiunture si mostrò degno di miglior fortuna.

Non si gittò in balìa della disperazione, non si mostrò colpito da volgare timore. Letta la lettera del principe di Siracusa, fu udito esclamare: — Ah! se non fossi responsabile della corona che porto verso la mia famiglia e il mio popolo, ne avrei già deposto il tristo peso. — Ai generali che lo consigliavano a lasciar Napoli, rispose altiero: — Il re son io, e sta a me di decidere ciò che debbo fare. — In sul partire, egli favellò degnamente al suo popolo, accennando che fra i doveri prescritti ai re, quelli dei giorni delle sventure erano i più solenni, ma che egli intendeva di compierli con rassegnazione, scevra di debolezza, con animo sereno e fiducioso, quale s’addiceva al discendente di tanti monarchi (515).

Il ministro De Martino fece l’ultimo tentativo per impegnare la responsabilità dell’Europa alla conservazione della dinastia borbonica, col chiedere al Corpo diplomatico, residente in Napoli, di riconoscere e proclamare la neutralità della metropoli del regno, sotto la. protezione delle navi francesi e inglesi. Gli ambasciatori furono concordi nel rispondere, che innanzi tutto conveniva rispettare il non intervento (516).

I consigli dei ministri si succedevano; infine fu deliberato, che il re si porterebbe a capo dell’esercito, per combattere lontano da Napoli, la quale rimarrebbe in custodia de' suoi cittadini e di uno scarso presidio di trupe regolari. De Martino ragguagliò di questa deliberazione il Corpo diplomatico, adducendo che il re aveva deliberato di salvar Napoli dalle calamità, onde sarebbe rimasta afflitta, pensando ch’essa era il centro della coltura, delle industrie, dei commerci di tutto il reame, e che vi abitavano cittadini di tutte le nazioni del mondo (517).

Francesco II lasciò Napoli addì 5 di settembre. Un altro amarissimo disinganno attendevalo in riva al mare. Il suo naviglio da guerra si tenne immobile, benché egli avesse comandato che salpasse per seguirlo. Ad ogni modo partì. Egli, dalla nave che portavalo a Gaeta, poteva ancora scorgere di lontano le torri di Napoli, quando l’ultimo suo ministro di polizia, Liborio Romano, scriveva a Garibaldi in nome del nuovo Governo, che Napoli lo attendeva per acclamarlo redentore d’Italia, e i governanti suoi per deporre nelle sue mani i poteri dello Stato e i propri destini (518). A lui non spettava di far ciò, e la storia non può apellar bello questo brutto fatto, benché inorpellato di patria carità e di cittadina abnegazione. Gli altri ministri serbarono intemerata lealtà di procedere, e onoratamente si ritirarono da ogni pubblico incarico. Per il giovane e inesperto re, erano incominciati i difficili giorni della sventura. Ma la partita non era peranco irreparabilmente perduta. Concentrali sul Volturno, attorno a Capua, che armava oltre a 200 bocche da fuoco in batteria, campeggiavano 45,000 soldati borbonici muniti di sessanta pezzi d’ottima artiglieria, mentre Garibaldi aveva potuto inviare non più di dodici mila de' suoi volontari, per fronteggiare il nemico fra Santa Maria e Caserta, e non aveva che 25 pezzi di mal montala artiglieria e apena cinquanta usseri ungheresi a cavallo, mentre sotto le bandiere borboniche militavano tuttavia cinquemila soldati di cavalleria. Per vincere terminativamente l’aiuto piemontese era necessario.


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CAPITOLO SETTIMO

SOMMARIO

Avvertenza — Colloquio di lord Elliot col generale Garibaldi — Intendimenti di quest’ultimo relativi alla Venezia e a Roma — Ragioni fondamentali del politico disaccordo tra Garibaldi e Cavour — Previdenza del gabinetto di Torino — Politica seguita da Cavour nelle provincie napoletane — Sue istruzioni — Difficoltà di buona riuscita — Avvertenza — Nuove istruzioni e sollecitazioni del conte Cavour, onde la rivoluzione scopiasse in Napoli prima dell'arrivo di Garibaldi — Altre istruzioni del primario ministro sardo, non ottenuto quest'intento — Quando fu stabilita l’impresa delle Marche e dell’Umbria — Comunicazioni di Cavour intorno ad essa a Villamarina, a Persano e a Garibaldi — Impressioni e osservazioni di quest’ultimo a tale notizia — Attitudine’ di Napoleone relativamente all’invasione progettata — Provvedimenti di Cavour nell’intraprenderla — Inganni e illusioni del cardinale Antonelli e del generale Lamoricière — Loro telegrammi — Spietati ordini di repressione violenta — Nuovi inganni, nuove illusioni — Sconfitta delle trupe pontificie — L’Umbria e le Marche tolte al Papa — Ragioni addotte da Cavour alla diplomazia per giustificare questo fatto — Concetti politici di GaribaldiSue pretese — Istruzioni di Cavour a Villamarina — Animoso procedere di quest’ultimo — Nuove speranze di concordia — Lettera di Garibaldi al Re — Colloquio dell’ammiraglio Persano col generale Garibaldi — Sopravvento sopra di lui ottenuto da Cavour — Nobili e onesti diportamenti di Garibaldi — AvvertenzaGravissime difficoltà diplomatiche incontrale dal Governo italiano — Rimostranze della Russia — Disaprovazione della Prussia — Modi di procedere del conte Cavour — Contegno della Spagna verso l’Italia — Prossimi pericoli di guerra — Provvedimenti del gabinetto di Torino — Benevola cooperazione chiesta da Cavour all’imperatore Napoleone ed ottenuta — Suoi effetti — Il convegno di Varsavia — Parte in esso presa dall’imperatore dei Francesi – Dichiarazioni di lord Russel — Necessità in cui si trovava la politica di Napoleone III — Suo procedere riguardo al Re di Napoli — Risposta di quest’ultimo — La flotta francese nelle acque di Gaeta — Resa di questa fortezza — Come l’Inghilterra e la Russia riconobbero il Regno d'Italia — Missione del generale Alfonso Lamarmora presso la Corte di Berlino — Istruzioni dategli da Cavour — Risultato — Dispetti dell’Austria.

I

Dopo le vittorie del generale Garibaldi in Sicilia, Cavour s’apigliò al solo partito degno d’un oculato uomo di Stato, col lasciarsi aparentemente rimorchiare dalla rivoluzione, onde giungere a padroneggiarla e a guidarla, prima che nell’esaltamento-dei suoi successi, e sotto l'imperio di tentazioni irresistibili, non si fosse gittata a dismodate imprese, capaci di generare la rovina d’Italia.

Per rendere tutta la giustizia dovuta al grande statista in questa parte importantissima della sua vita politica, bisogna uscire dai nebbiosi paduli ove hanno sede le partigiane passioni con temporanee, e con calma serena imparzialmente valutare lo stato reale delle cose di quel tempo, ricolme di fortunosi e pericolosi accidenti.

Nel settembre del 1860, lord Elliot, ambasciatore inglese in Napoli, portavasi dal generale Garibaldi per consigliarlo, in nome dell'Inghilterra, di lasciar in disparte ogni tentativo di liberare la Venezia, onde non farsi autore di danni gravissimi all’Italia. La risposta di Garibaldi fu questa: — Vi parlerò con tutta franchezza, senza nascondervi nulla intorno ai miei disegni, che sono giusti e chiari. Io intendo di spingere la mia impresa sino a Roma. Quando saremo in possesso di quella città, offrirò la corona dell’Italia unita a Vittorio Emanuele. Spetterà a lui di liberare la Venezia. In quella guerra, io sarò soltanto il suo luogotenente. Se quella nobile terra italiana potrà esser redenta per mezzo di negoziati, tanto meglio; ma se l’Austria non vorrà cederla, bisognerà straparla dalle sue mani con la sciabola alla mano. Nelle condizioni attuali -del popolo italiano, ho fiducia che il re non potrà rifiutarsi a questa impresa, senza perdere la sua popolarità e l’alto posto che occupa. Sono poi certo, permettete che lo dica, che nel consigliare che la Venezia sia lasciata in balìa del suo destino, lord Russel non rapresenta punto fedelmente l’opinione del popolo inglese verso l'Italia, per quanto io riconosca gli obblighi di gratitudine che il mio paese ha verso il Governo della Regina. — Scusate, generale, rispose Elliot; non è per difetto di benevolenza verso Italia che lord Russel sconsiglia gli Italiani dal portare le armi nella Venezia, ma al contrario perché egli giudica che quest’impresa riuscirebbe fatale ai più vitali interessi della vostra nazione. In un’altra impresa nazionale, in cui la Sardegna aveva ottenuto il possesso della Lombardia, essa, contro il consiglio dei suoi amici, volle rischiare un nuovo sforzo, e il risultato fu la perdita di tutto e di ribadire le catene della servitù all’Italia. In quanto ai sentimenti degli Inglesi, certo ora sono favorevoli agli Italiani; ma non vi fate illusioni, essi tosto muterebbero, ove le cose d’Italia fossero spinte al segno da produrre una guerra europea. — Non credo possibile questo fatto, riprese Garibaldi, in conseguenza di una mossa d’armi italiane contro il dominio dell’Austria nella Venezia. L’impero austriaco è marcio sino al midollo, e stà per andare a fascio. Ho con me molti Ungaresi, e da essi so che il loro paese è pronto a insorgere al primo segnale. Intanto la Corte di Vienna non può più fare assegnamento sulla fedeltà della Croazia. L’Austria, questa antica alleata dell’Inghilterra, è per crollare; ma dalle sue rovine sorge l’Italia, e in essa la Gran Brettagna troverà un’alleata naturale per interessi permanenti e per riconoscenza, — Elliott tornò sull’argomento di Roma: — Avete ben calcolato, generale, tutte le conseguenze di uno scontro d’armi italiane col presidio francese di Roma. Ove ciò avvenga, tostamente succederà l’intervento della Francia in Italia, che pure è nell'interesse del vostro paese d’evitare. — A queste osservazioni la molla dello sdegno scattò nel fiero animo di Garibaldi; onde con veemente parola alto gridò: — Che Francia I Roma è città italiana, e Napoleone non ha il minimo diritto d’interdircene il possesso. Cavour, colla cessione di Nizza e di Savoia, ha strascinato la Sardegna nel fango, e l’ha buttata ai piedi dell’imperatore. Io non temo la Francia, e giammai non avrei assentito ad una così profonda umiliazione. Qualunque essi siano gli ostacoli che possono barrare il mio cammino, qualunque siano i pericoli di perder tutto ciò che ho guadagnato, nulla varrà ad arrestarmi. Non mi resta aperta altra via all’infuori di quella di Roma; non credo l’impresa tropo difficile, e l’unità italiana deve compiersi (519).

Questo smisurato concetto di guerra non era nato nella mente di Garibaldi nell’ebbrezza di trionfi, che poco prima sembrava follia sperare. L’eroico soldato, nella sua imprevidenza temeraria, l’aveva nudrito con salda fede da Genova a Marsala, da Messina a Napoli. Lontano pressoché da ogni speranza di vincere, e quasi sicuro di essere sprofondato co’ suoi guerriglieri nel mare dalle navi da guerra napoletane, egli aveva chiamalo alle armi gli Italiani, per abbattere i troni di Napoli e di Roma e per istrapare la Venezia all’Austria (520).

Divenuto dittatore delle Due Sicilie, egli si teneva potente e fortunato a segno, da sospingere la tempestosa onda rivoluzionaria a travalicare le mura di Roma, ad atterrarvi il vessillo di Francia, a sfondare i munitissimi fortilizi del Quadrilatero austriaco, e a volgere in fuga i ducento mila soldati che li difendevano. Resa libera la nazione, dalle costiere meridionali della Sicilia all'Isonzo e al Brennero, egli allora avrebbe salito il Campidoglio ai fianchi di Vittorio Emanuele, per porgli sul capo la corona d’Italia. Magnifica epopea nazionale, ma che alla mente sagace e pratica del conte Cavour apariva intentabile, senza rovinar tutto il nascente edilizio del riscatto italiano. Chi nell’ardente sua fede ai portenti della rivoluzione trova così robuste convinzioni, da rimaner convinto che l’Italia di quel tempo avrebbe potuto e voluto colle sole sue forze sostenere una dopia guerra coll’Austria e colla Francia, e riuscir vittoriosa sul Tevere, sul Mincio, sull’Adige, sulle Alpi, e non rimanere mortalmente offesa sulle marine di Palermo, di Messina, di Napoli, di Livorno, di Genova e di Venezia, giudichi pure duramente, ché n’ha ragione, l’opera solerte e tenace dello statista piemontese nel troncare i disegni, e nell’abbattere le speranze di Garibaldi per le imprese di Roma e della Venezia. Quanti al contrario pensano, che il sapiente e previdente uomo di Stato non debba mai guardare le cose attraverso il prisma degli affetti e dei sentimenti, ma governarsi sempre dietro i freddi calcoli del possibile e dell’oportuno, e diligentemente badare a compiere prima quei falli, in cui i successivi 'debbono far fondamento, potrà con fruito e diletto giudicare dalle cose che siamo per narrare, intorno ai mezzi usati dal ministro italiano, per togliere di mano all’ardente rivale la podestà di spingere tropo oltre la rivoluzione e di rimanere a capo di essa. Questa non fu una lotta di personali ambizioni, giacché ne erano incapaci i due gagliardi atleti che la sostennero. Essa fu un contrasto radicale di metodo per fare l’Italia. Per Cavour il primario fattore dell’unità nazionale era 'il Piemonte, nel cui grembo i vari Stati della penisola dovevano scomparire, per moltiplicare i sudditi piemontesi, fintantoché tutti, mutato nome e Stato, alla fine divenissero cittadini italiani. Garibaldi intendeva all’oposto di conseguire lo stesso fine col dare vita a un nuovo Stato, retto bensì da Vittorio Emanuele, ma sorto sulle rovine di tutti i principali italiani, compreso il sardo; e che avrebbe avuta la sua costituzione definitiva soltanto dopo la liberazione di Venezia e di Roma. Cavour accettava francamente l’alleanza della parte democratica e della rivoluzione; ma non ne voleva la prevalenza, cercata con indefesso studio da Garibaldi. Questi non curava la diplomazia, faceva a fidanza sulle tempestose forze dell’entusiasmo, disprezzava l’amicizia della Francia, credeva l’Austria sull’orlo dello sfacelo, non bilanciava nei suoi calcoli l’importanza somma dell'assentito principio del non intervento, onde l'Europa era costretta a starsi spettatrice inoperosa del grande moto italiano. Il ministro piemontese vedeva in questo stesso principio la miglior àncora di salute per l’Italia, giudicava indispensabile l’acquiescenza della Francia, sapeva che la Germania faceva propria la causa della Venezia, teneva l’Austria forte abbastanza per ribattere gli assalti delle armi italiane, e conosceva che tutte le simpatie dell’Inghilterra svanirebbero al primo indizio, che gli Italiani si facessero fomentatori di guerra europea. Dietro questi oposti concetti, tra Cavour e Garibaldi non poteva esser concordia di procedimenti. Le cose quindi procedettero nei modi seguenti.

Le prime cure del Gabinetto piemontese furono indirizzate a toglier di mano il maneggio degli arruolamenti e dell’invio de' volontari a coloro che volevano prossimamente tentare l’impresa delle Marche e dell’Umbria (521). A impedire che la rivoluzione in Sicilia fosse trascinata a moti repubblicani, Cavour ordinò a Persano di far arrestare Mazzini, ove egli ponesse il piede nell’isola (522). Prevedendo il caso possibile, che Garibaldi si. mettesse in aperta oposizione col Governo del re, impartì ordini segreti per togliergli le navi napoletane, passale sotto il suo comando (523). Ma nello stesso tempo raccomandava agli agenti piemontesi in Sicilia di procedere pazienti a non disgustare il dittatore, e a non tralasciare di consigliarlo di governare con moderazione; giacché, ove la pubblica opinione fosse sorta a condannare la rivoluzione italiana, i maggiori potentati si farebbero premurosi di eseguire la sentenza (524). Intanto egli studiava d’aparecchiarsi la via per introdurre diplomaticamente la questione siciliana nei negoziati europei, destramente insinuando nelle sue note, che per il Piemonte era una necessità di tollerare e di proteggere l’impresa di Garibaldi (525).

Dopo le straordinarie fortune del dittatore in Sicilia, il primario ministro di Vittorio Emanuele misurò il pericolo e lo scredito in cui Casa di Savoia e la parie costituzionale potevano incorrere, se la parte democratica giungeva a rovesciare da sola il trono borbonico. La ricomposta amicizia di Garibaldi con Mazzini, la fede politica di coloro che più da vicino lo consigliavano, fornivano fondali timori, che il dittatore, entrato nelle provincie continentali del regno, terminasse per tirarsi dietro molto più la repubblica, che la monarchia costituzionale. Cavour s’apigliò quindi al partito di tentare, che la rivoluzione in Napoli succedesse all'infuori della cooperazione diretta di Garibaldi. — È grandemente desiderabile, scriveva egli pertanto a Villamarina, che la liberazione di Napoli non succeda per opera di Garibaldi; giacché, ove ciò avvenga, il sistema rivoluzionario prenderà il posto tenuto dal. partito costituzionale monarchico. Se il dittatore giunge vittorioso nella capitale del regno, v’impianterà la rivoluzione, l’anarchia, e ciò farà un pessimo senso in Europa. S’aggiunga il suo pazzo disegno d'andare a Roma, a dispetto e contro la Francia. Ciò sarebbe la completa ruina della causa italiana. É quindi necessario, che in Napoli abbia luogo un movimento nazionale, prima che Garibaldi vi giunga. Il tentativo è pericoloso; ma è necessario d’impedire che la rivoluzione non trabocchi in Napoli (526). —

Entrando in quest’ardua impresa, il ministro piemontese non vi si ingolfava però a segno, da chiudersi dietro ogni porta da uscir d’impaccio ad ogni sinistra occorrenza. — Il problema che dobbiamo sciogliere è questo, scriveva a Villamarina e a Persano. aiutare la rivoluzione, ma diportarci in modo, che al cospetto dell’Europa apaia un atto spontaneo. Se ciò succede, la Francia e l’Inghilterra sono con noi; altrimenti non so che cosa faranno (527). —Ma all'effettuazione di questo disegno mancavano i migliori elementi. In primo luogo, allora pure si manifestò nella sua lucidezza la storica verità, che le rivoluzioni non si importano, e non si fanno nascere a piacimento per maneggi occulti. Prodotto naturale dell’escandescente temperie d’animi, infiammali spontaneamente a tramutare ad ogni costo un’idea in un fatto, quando questo elemento manca, non si fanno rivoluzioni; s’accendono fuochi di paglia e nulla più. Inoltre l’arte di cospirare, di preparare ribellioni è lunga, difficile, e non si aprende in pochi giorni. Di certo, coloro che dovevano condurre innanzi il disegno di Cavour, erano vivamente affezionati all’Italia, possedevano coraggio personale e le virtù che a questo si connettono; ma si trovavano sforniti delle qualità essenziali dei valenti cospiratori. L’opera era dopiamente difficile; giacché bisognava essere abili architetti di rovina, e nello stesso tempo esperti maestri d’immediato ristauro. La conseguenza naturale fu che, per quanto calorose fossero state le sollecitazioni di Cavour, nulla si era fatto, e frattanto, superate le Calabrie, Garibaldi marciava alla volta di Napoli (528).

Quanto più i temuti pericoli si aprossimavano, tanto più Cavour s’infervorò nel partito d’impedire che in Napoli Garibaldi potesse imperiosamente fare tutto ciò che gli piacesse. Pertanto iterò istruzioni e sollecitazioni, onde la rivoluzione scopiasse prima dell’arrivo di Garibaldi. Villamarina e Persano facessero ogni loro possibile, scriveva, per evitare in Napoli la dittatura del generale, che se era invitto in guerra, ma inabile alle faccende amministrative, e si strascinava dietro l’anarchia civile. Se la dittatura veniva offerta a Villamarina, faccettasse; capiva bene che era un errore diplomatico, ma in tanta ressa di casi bisognava pensare a preferenza alla rivoluzione, anzi che alla diplomazia. Se si presentasse certo il pericolo di vedere il Governo cadere in mani perfide o inette, Persano assumesse il supremo maneggio della cosa pubblica. In caso estremo si costituisse un Governo provvisorio, con a capo il principe di Siracusa. Che ove. il reo il Corpo diplomatico desiderassero di sottrarre Napoli all’occupazione di Garibaldini accettasse di occuparci luoghi più muniti della città coi soldati che erano nelle navi ancorate nel porlo. Ma in tal frangente si procedesse colle maggiori cautele, a non provocare l’intervento della flotta francese e inglese. Se la rivoluzione non si compie, concludeva il conte, prima dell’arrivo di Garibaldi, saremo in condizioni gravissime. Ma per ciò non ci turberemo punto. L’ammiraglio Persano s’impadronirà, potendolo, dei castelli e del porto, riunirà alla sua la flotta napoletana, e farà che essa presti tosto giuramento di fedeltà al re e allo Statuto. Poi vedremo. Che ove si presentassero casi imprevisti, Villamarina e Persano agissero per il meglio, onde raggiungere il grande fine di fare l’Italia, senza lasciarsi sopraffare dalla rivoluzione (529). —

Ma questi espedienti per avventura erano più atti ad aggravare che a sfuggire il male temuto. La dittatura accennata, ove anche si fosse giunti a effettuarla, sarebbe stato un castello di carta, che il trapotente soffio della parola di Garibaldi avrebbe tostamente gitlato in balìa del vento. Gravido di più terribili pericoli era l'altro partito della reggenza del principe di Siracusa in nome di Vittorio Emanuele. Non dubitiamo d’affermare, che fu una provvidenziale fortuna per l’Italia, che non si effettuasse. Il popolo napoletano sarebbe stato invaso da quel delirio febbrile che abbatte tutto cieche gli sta attorno, ove avesse visto sul seggio del Governo un rampollo della maledetta razza de' Borboni al posto dell'eroe, cui nella sua fervida fantasia attribuiva una potenza eccedente ogni limite umano. La rivoluzione procedeva vittoriosa, irresistibile, dietro l’impulso e il nome di Garibaldi, e senza il suo concorso nulla di utile e di stabile si poteva conseguire nell’Italia meridionale. Cavour ben tosto se ne accorse, e modificò le sue istruzioni nei sensi seguenti: — Al termine, in cui sono giunte le cose, non bisogna più pensare a costituire un Governo all'infuori di Garibaldi, col quale conviene metterci francamente d'accordo. Non occorre più di rischiare in Napoli una rivoluzione, per costringere il re a partire. Egli se ne andrà all’avvicinarsi di Garibaldi. Si badi invece di non porre il minimo ostacolo al suo progredire, e di non inceparne in alcun modo la marcia. Ove ciò si facesse al presente, sarebbe un errore fatale. Tornerebbe però grandemente utile, se prima dell’ingresso di Garibaldi in Napoli, si giungesse a costituire un Governo provvisorio d’uomini rispettabili e devoti alla monarchia costituzionale. Esso dovrà eleggere il dittatore a suo presidente, e muovergli all’incontro. Questo nuovo Governo si dovrà astenere da ogni aito, che abbia le aparenze di osteggiare Garibaldi, anzi si dovrà accostare possibilmente al suo programma, adoperarsi dietro il suo aparente impulso a sfuggire l’anarchia, la guerra civile e a guadagnar tempo. Frattanto si dia una forte spinta ai voti per l’annessione al Piemonte, onde cavarne argomento d’intitolare gli atti del nuovo Governo in nome del re Vittorio Emanuele. Posta l’assoluta necessità di avere Garibaldi a capo del Governo, si doveva però con ogni diligenza persuaderlo a non ripetere gli errori commessi in Sicilia. Non si tralasciasse, polendo, d’impadronirsi dei castelli, e di affidarne il comando a Ribotti e a Mezzacapo. Non si tralasciasse d’indurre la flotta napoletana a inalberare la bandiera italiana. Se Francesco II ordinasse, che alle navi s’inalberasse la bandiera austriaca, non si tollerasse; ma Persano s’impadronisse delle navi, Villamarina protestasse (530).—

II

Il pericolo temuto s’era avverato; ma tuttavia nella mente di Cavour non era senza riparo. La sua intrepida fermezza di propositi non lo aveva abbandonato. Cinque giorni prima dell’ingresso trionfale di Garibaldi in Napoli, e mentre Francesco II tuttavia poteva disporre di un ordinato esercito di quaranta mila soldati, Vittorio Emanuele e i suoi ministri deliberarono di togliere forzatamente al papa l’Umbria e le Marche, per aver aperti i passi a portare le armi piemontesi a snidare dalle sue fortezze il Borbone di Napoli. Cavour ragguagliò Villamarina e Persano di questa audace deliberazione, scrivendo loro cosi: — Non è più a Napoli, che. possiamo acquistare la forza morale necessaria per si g pareggiare la rivoluzione. Per impedire che essa s’estenda ne! nostro regno, vi è un mezzo solo; bisogna impadronirsi senza Indugio delle Marche e dell’Umbria. Il Governo è deliberalo a tentare questa impresa ardita, qualunque possano esserne le. conseguenze. A questo fine si è stabilito, che dagli atto ai dieci di settembre in quelle provincia, debba scopiare un moto insurrezionale, Sia o no represso, i nostri soldati entreranno in quelle provincia (531). —Villamarina e Persano vennero incaricati di mettere a parte Garibaldi di questo occulto disegno.. L’ambasciatore sardo, che giù da tempo si ora fatto consigliatore di pronti accordi col dittatore, avvisando che le malcondotte macchinazioni in Napoli non riuscirebbero ad alcun che di bene (532), volentieri si portò dal generale Garibaldi, che l'accolse con isquisita cortesia, ma gli disse a dirittura, che, terminata l’impresa di Napoli, coniava di voltarsi a quella di Roma. Villamarina prese argomento da questa dichiarazione, per leggergli la lettera di Cavour. All’udire che i soldati piemontesi si aparecchiavano a. spirare nell’Umbria e nelle Marche, il dittatore manifestò gioia schiettissima. Ma poi fattosi pensieroso, dopo alcuni istanti di silenzio, disse: — Se questa spedizione è diretta a tirare un cordone di difesa attorno al papa, farà un pessimo effetto sull’animo degl’italiani. Villamarina con franca e calorosa parola si pose a dimostrare, che, se tra la politica sarda e quella seguita dal dittatore v’era qualche screzio in ordine ai mezzi, v’era perfetta concordia di fine, e che quindi bisognava che l’una aiutasse l’altra. — A me poco imporla, riprese Garibaldi, che il papa rimanga in Roma come vescovo, o come capo della Chiesa cattolica; ma bisogna togliergli il principato temporale, e costringere la Francia a richiamare i suoi soldati da Roma. Se il Governo sardo è capace di conseguire tutto ciò per negoziali diplomatici, faccia pure, ma presto; giacché se tarda, ninno mi potrà trattenere di sciogliere la questione colla sciabola alla mano (533). —ba redenzione di Homo era divenuta uno dei punti culminanti della politica palese del dittatore, Nei pubblici bandi nei suoi colloqui coi deputali delle provincie napoletane, che movevangli incontro a festeggiarlo, sempre con ardente parola egli favellava di Roma e di Venezia, che si dovevano ben tosto liberare colle armi, per compiere l’opera dell'unificazione. Erano dichiarazioni inconsulte, perché fuor di tempo, ma che mirabilmente giovarono a Cavour per iscusare presso la diplomazia l’impresa delle Marche e dell’Umbria, e per darle le aparenze di un atto di politica conservativa, diretta a salvare l’Italia dall’anarchia e dalla rivoluzione, e a proteggere gl’interessi permanenti del principio monarchico.

Cavour volle da prima saggiare le intenzioni di Napoleone. Ma l’imperatore si tenne silenzioso, quando di ciò gli favellarono i legali di Vittorio Emanuele, inviali a fargli ossequio in Ciamberì. Il principe Napoleone tornò più tardi sul delicatissimo argomento, ed ebbe questa risposta: — Se il Piemonte crede che ciò sia' assolutamente necessario per salvare sé e l’Italia dal precipitare in un pelago di guai, sia pure, ma a suo rischio e pericolo. E innanzi tutto rifletta, che, se l’Austria lo assale, la Francia non può aiutarla. — Conseguentemente Cavour scrisse al generale Lamarmora che comandava le milizie piemontesi in Lombardia:

L’invasione delle Marche è resa necessaria dalla conquista di Napoli per parte di Garibaldi. Ma essa dà all’Austria un motivo per attaccarci. La Francia lo riconosce, ma pare poco disposta ad oporsi colle armi. Dobbiamo quindi fare assegnamento sulle nostre sole armi. Io credo poco probabile un movimento aggressivo dell’Austria, che nelle attuali condizioni interne dell’impero sarebbe pericolosissimo per essa. Un benché minimo rovescio potrebbe cagionare la ruina totale della monarchia. Ma tutto è possibile (534).

Poiché per l’apunto tutto era possibile, il ministro piemontese si pose in grado di fronteggiare la bufera che stavasi per sollevare. Il disegno di portare la rivoluzione in Ungheria fu ripreso, per attuarlo, se gli austriaci si facessero assalitori. A tal fine il generale Klapka partì per Costantinopoli, e da Genova furono avviati alla volta del Danubio cinque bastimenti carichi d’armi. In quelle spinose difficoltà, Cavour gareggiava con Garibaldi nelle ardimentose imprese. Addì 7 di settembre, verso sera, il dittatore, sicuro della propria potenza, entrò in Napoli senza seguito di soldati. Il giorno susseguente, il primario ministro di Vittorio Emanuele chiese al cardinale Antonelli, sciogliesse, se non voleva guerra, le schiere mercenarie, che offendevano il sentimento nazionale degli Italiani, e toglievano alle popolazioni dell’Umbria e delle Marche la libertà politica (535). Il segretario di Stato di Pio IX dichiarò calunniose le imputazioni del gabinetto di Torino, e conchiuse, che la Santa Sede resisterebbe impavida a tutte le violenze, forte del suo diritto e protestando (536).

Ben più oltre si spinsero le cose, da che si comandò e si fece resistenza armata, lasciandosi abbindolare e abbindolando in modo strano. Le sconfitte dell’esercito borbonico, nella mente dell’eminentissimo Antonelli, s’eran mutate in vittorie: onde egli avea pennelleggiato Garibaldi fuggente, abbandonato dai suoi per discordie e sconfitte, mentre al contrario ei procedeva sulle ali della vittoria (537). Il fortunatissimo condottiero stava per entrare in Napoli, e il segretario di Stato pontificio si riprometteva facili vittorie dai soldati borbonici. Intanto le armi italiane rumoreggiavano minacciose sui confini dello Stato della Chiesa; ma il cardinale non le teneva pericolose, da che faceva pieno assegnamento, per rintuzzarle, sull’aiuto armalo della Francia. Perciò egli, addì 8 settembre 1860, telegrafò al generale Lamoricière così:

S. M. l’imperatore dei Francesi, avendo saputo che il Governo sardo era per inviare un ultimatum al Governo pontificio, affinché licenziasse le trupe estere, minacciando d’occupare in caso contrario le Marche e l’Umbria, ha scritto da Marsiglia al re di Sardegna, per dichiarargli che, ove le trupe piemontesi entrassero sul territorio pontificio, egli sarebbe obbligato ad oporsi, e conseguentemente aveva ordinato che la guarnigione di Roma fosse rafforzata.

Il condottiero supremo dell’esercito pontificio, a questa lietissima notizia, si volse a rinfrancare l’animo de' suoi soldati, e ordinò quindi al colonnello De Gade di mandare al generale De Courtin, acquartierato in Sinigaglia, quest'altro telegramma:

Il generale Lamoricière fa sapere, che la Francia interviene decisamente colle armi. Una grossa divisione francese sarà in Roma dal 15 al 17 del presente mese, per aiutarci ad arrestare la corrente (538).

Al generale Smith, che era all’antiguardo in Perugia, Lamoricière mandò direttamente la stessa notizia, ricevuta dai cardinale Antonelli (539).In tal guisa, rimanendo persuaso che I soldati piemontesi non oserebbero passare In frontiera, o che, à peggio andare, Vera certezza di Viti certi coll'apoggio dell'intervento francese, Lamoricière imbaldanzì, e procedésbrigliatamente da soldato africano, in paese soggetto a impero turchesco.

Comprendiamo il rispetto dovuto ai prodi, rimasti vinti in guerra, massime quando riposano sotterra. Ma la storia ha I suoi imprescrittibili diritti è il dovere di compiete le sue inesorabili giustizie. Laonde essa narra, che egli padroneggiando con soldatesco impero, in nome del padre comune de' cristiani, le Marche e l'Umbria, violò le massime più inconcussa della più ovvia giustizia, avvolse nella stessa condanna innocenti e rei, padri 0 figli. La vita e gli averi dei sudditi infelici di Un monarca, che sedeva sul soglio delle perdonanze, venute in balìa di questo capitano, calato di Francia in Italia a politica crociato, furono da lui lasciati a discrezione di fanatici soldati stranieri, giudicati da spietati padroni sul tamburo dei consigli di guerra. Leone di Lamoricière per gl’italiani. Sudditi del papa non ammetteva misericordia, e volendo che a' suoi contro di essi si procedesse violentemente, ordinava e favellava così:

Quando la rivoluzione lascia scorger l’orecchio o la punta del naso, bisogna tagliar giù, come se si avesse a fare con un cane Idrofobo. So voi non fate cosi, essa scambia la vostra mitezza io paura, e le sue forze si ringagliardiscono in misura che diminuisce il credito del vostro coraggio. Mutate i vostri agenti di polizia, sbarazzatevi dei pochi traditori, che incutono timore alla brava popolazione di Macerata. Indicatemi costoro; penserò io a tutto. Ponendo la legalità dal nostro lato, nonindietreggierebbe dal versar sangue. Sapete Voi come sono trattati i Siciliani che nbn Vogliono esser Piemontesi? Vengono fucilati senza giudizio. Noi faremo giudicare, prima di fucilare; ma se fa d’uopo, faremo man bassa (540).

Al ministro della guerra in Roma Lamoricière mandava quest'altro avvertimento:

Non bisogna mandar in giro le spie senta sostenerle. Quando si va alla Caccia del serpente bisogna caricare il fucile, come quando si va alla caccia del leone (541).

Il comandante d’Ancona ebbe l’ordine di stivare nei sotterranei della fortezza tutti i compromessi politici di quella città, di non permettere che la gente si affollasse nelle vie. Al primo fischio, al primo clamore, si doveva far uso delle armi, senza pietà, senza riguardo. Così scemeranno le voglie di far dimostrazioni pubbliche, concludeva Lamoricière (542).

Altiero e spietato egli procedeva, da che una densa nebbia di fallaci speranze e di vane illusioni gli impediva di scorgere il prossimo avvenire che lo attendeva. Eccone le irrefragabili prove. Egli telegrafava al delegato di Perugia, addì 8 settembre:

I Piemontesi si concentrano, non già per passare la frontiera, ma perimpedire le diserzioni del loro esercito, per oporsi alte manifestazioni dello spiritò pubblico in Toscana e nelle Romagne, e anche per cercare di farci paura (543).

Fiabe più grossolane Lamoricière mandava al generale De Courtin, stanziato a Macerata, telegrafandogli cosi:

Napoli è stata evacuata dal re, dopo una capitolazione. L’esercito, rimasto fedele, si ripiega dietro il Volturno sopra Capua. Garibaldi è stato accolto dai Napoletani con freddezza. Il re è a Gaeta, dove l’ha accompagnato la maggior parte della flotta. Avrà luogo una grande battaglia tra Capua e Gaeta. I Napoletani preferiscono Murat a Vittorio Emanuele. La Francia è di questo parere. Ieri è giunto in Roma un grosso reggimento francese; altri due reggimenti sono annunziati; stanno per giungere in Ancona seimila soldati del duca di Modena, con due batterie di cannoni e due squadroni di cavalleria (544).

Addì 9 di settembre, Lamoricière, visto che l’esercito italiano manifestamente si preparava a valicare la frontiera, telegrafò al cardinale Antonelli per chiedergli: — Se realmente doveva temere l’ingresso dei Piemontesi nello Stato pontificio; in tal caso si riflettesse, egli scriveva, che, se i soldati di Vittorio Emanuele s’incamminavano alla volta di Napoli, certo non era coll’intendimento di spalleggiare Murat. In quanto a combatterli, non esiterebbe; ma s’avvertisse che le condizioni della lotta erano affatto mutate, da che non si trattava più di bande rivoluzionarie (545). — Il cardinale segretario di Stato si tenne in un assoluto silenzio (546). La risposta gli venne data dal generale Fanti, il quale per lettera gl’intimò di sgomberare dall’Umbria e dalle Marche co’ suoi mercenari (547). Lamoricière ragguagliò tosto il cardinale Antonelli di questa intimazione, sollecitandolo a intavolare le necessarie pratiche presso l’ambasciatore di Francia, affinché il generale Mue, dipartendosi dalle sue istruzioni, occupasse Viterbo. Di nuovo niuna risposta. Soltanto il Nunzio pontificio, che pure era stato interrogato, per la via del telegrafo rispose a Lamoricière: — Chiedete comunicazione al cardinale Antonelli di ciò che gli ha detto il duca di Gramont (548). Ma il cardinale segretario di Stato non si faceva vivo, e frattanto il cannone italiano tuonava. Rapida e piena fu la sconfitta in campale battaglia delle milizie pontificie. All’esercito italiano bastarono diciotto giorni, per rendere libera l’Umbria e le Marche.

Sarebbe ingiustizia incolpare il cardinale Antonelli d’avere pensatamente, con bugiarde promesse di assicurati aiuti di poderose armi ausiliarie, sospinto Lamoricière a impegnarsi co’ suoi soldati in disuguale lotta coll’esercito italiano. Egli si era lasciato aggirare, sempre poco oculato, dalle superlative dichiarazioni della Legazione di Francia in Roma, la quale era trascorsa a promesse che sorpassavano di gran lunga i veri intendimenti di Napoleone III (549). Ma quando il segretario di Stato di Pio IX conobbe che l’imperatore dei Francesi tenevasi soltanto impegnato a difendere il territorio presidiato dai suoi soldati, e l’autorità e la persona del papa in Roma, perché non ragguagliò egli Lamoricière del vero stato delle cose, anzi che chiudersi in un ostinato silenzio, quando la resistenza era divenuta disperata, e inutile per lo meno l’effusione del sangue? Se la Corte romana per avventura mirò a suscitare un profondo rivolgimento di fortuna, col lasciare succedere un eccidio ed un’audace violazione del diritto europeo, errò ne' suoi calcoli. Cavour era un uomo di Stato, destro per eccellenza. La sua politica era radicalmente rivoluzionaria nelle opere, ma procedeva ammantata di dichiarazioni le più conservatrici. Se i soldati piemontesi erano entrati nell'Umbria e nelle Marche, ciò avevano fatto per salvare l'Italia dal cadere in balìa della rivoluzione repubblicana (550). A dar ragione di questa impresa, che pure era una violazione flagrante della legge comune alla famiglia degli Stati europei, il primario ministro di Vittorio Emanuele avea favellato così: Gli ultimi avvenimenti dell'Emilia e della Toscana avevano testimoniato, che gl'Italiani non erano signoreggiati da passioni anarchiche, ma sibbene dalla ferma volontà d’esser liberi e indipendenti. Ove le cose fossero siffattamente procedute per tutta la penisola, l'Italia ben tosto sarebbe divenuta un elemento di pace e di concordia per l'Europa.

Ma disgraziatamente la pace di Villafranca avea lasciata la Venezia all’Austria, e nulla del vecchio era stato mutato nello Stato pontificio e nel reame di Napoli. Per quanto la presenza dell'Austria in Italia si avesse a tenere esiziale alla permanente tranquillità della penisola, tuttavia era una questione così gravida di pericoli, che conveniva affidarne lo scioglimento alla lenta azione del tempo. Un diverso procedimento reclamavano le questioni sollevatesi nell'Italia meridionale è nello Stato pontificio.

Una rivoluzione prodigiosa, che aveva riempiuto il mondo di meraviglia, era giunta a conseguire nelle due Sicilie ciò che era stato negatoostinatamente alla giustizia e alla ragione. Da essa si conseguiranno gli stessi vantaggi che quelli ottenuti nell'Emilia e nella Toscana, a profitto dei veri interessi della pace e dell'equilibrio europeo. Quando Sicilia e Napoli faranno parte della grande famiglia italiana, retta da un solo governo, indubitatamente rimarrà chiusa la via nella penisola alle macchinazioni e alle disperate imprese dei nemici della monarchia e dei fautori delle rivoluzioni. Altre provincie italiane erano parimenti rimaste in sciagurate condizioni. Il Governo romano si era alienato affatto l’amore e la stima delle popolazioni che non erano giunte a sottrarsi dalla sua obbedienza, avversando il (noto nazionale non solo, ma combattendolo con cieco accanimento. Per soprasello queste popolazioni erano state gettato in balla di soldati mercenari stranieri, ciechi di furore e infiammati dall'esca di promesse fumose. Elleno, sotto un cumolo di tanti mali, si erano sollevate e l’Italia s'era commossa per aiutarle a liberarsi da un giogo abbordai, Se il Governo del re si tenesse inerte in mezzo a così profondo molo, si porrebbe In diretta oposizione. colla nazione; onde conseguirebbe, che l’effervescenza degli animi, lasciata sbrigliata, si convertirebbe in anarchia e facilmente la violenza rivoluzionaria potrebbe rimenar padrona della penisola. Ma se il Governo del re lasciasse l’Italia esposta al prossimo pericolo di scontrare danni così gravi, incorrerebbe nell’impèrdonabile colpa di tradire gl’interessi degli Italiani, che gli affidarono l’alto uffizio egemoniaco. Inoltre mancherebbe ai suoi doveri verso l'Europa, colla quale s’era impegnato d’impedire, che il moto italiano degenerasse in anarchia. Per adempiere pertanto questa dopio dovere, il Governo del re trovavasi costretto d'ordinare ai Suoi soldati d’entrare nelle Marche e nell’Umbria» Nullameno, Voglioso com’era di conciliare i grandi interessi dell’Italia col rispetto dovuto ài Capo augusto della religione, cui il paese era sinceramente devoto, si dichiarava sempre pronto a perseverare nelle anteriori amichevoli relazioni, e adifendere la sede del Santo Padre da ogni minaccia, da ogni assalto (551).

Maneggiando abilissimamente queste massime di politica conservativa io qualsiasi occorrenza, Cavour si era posto in grado di esercitare sulla diplomazia europea una vera e grande autorità morale, e di costringerla a stare inoperosa.


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III

Durante l’impresa dell'Umbria e delle Marche, le cose napoletane s’erano gravemente intorbidate. Garibaldi era rimasto saldo nel disegno di posporre l’annessione dell’Italia meridionale al Piemonte alla rivendicazione di Roma. E da che sapeva che Cavour avversava all’aperto questo proponimento, e con ogni studio zelava la pronta annessione, egli, con impeto di soldato piuttosto che con iscaltrezza di politico, chiese a Vittorio Emanuele, licenziasse dall'uffizio di ministri Cavour e Farini. Conosciuta questa pretensione, dopo un Consiglio di ministri presieduto dal re, il conte inviò a Villamarina le istruzioni seguenti: — Il proclama deplorabile di Garibaldi ai Salernitani mette il Governo del re nella dura necessità di separare palesemente la sua politica da quella del dittatore. Non torna possibile di camminare d’accordo con lui, dopo che egli continua a mostrarsi deliberato a portar la guerra sotto le mura di Roma, presidiata dai soldati francesi. Voi quindi assumerete un contegno pienamente guardingo, e avrete diligente cura che le trupe poste sotto i vostri ordini diretti non siano compromesse. Garibaldi ha invialo a Torino il marchese Giorgio Trivulzio Pallavicini, per chiedere al re il licenziamento del ministero. Eravamo bensì pronti ad andare sino all’ultimo limite della conciliazione, ma sempre colla clausola, che rimanesse salva la dignità della Corona, del Governo e del Parlamento. Ora ogni concordia torna impossibile. Il re con indignazione ha rifiutato di accettare il consiglio, e il marchese Pallavicini è partito alla volta di Napoli con questa risposta. Garibaldi, o tenterà un ultimo sforzo per piegare il re ad aderire al suo desiderio, o proclamerà la repubblica, o si ritirerà a Caprera. Nel primo caso, conservate un’estrema riservatezza di modi, troncate ogni relazione officiale col dittatore, impedite che le regie trupe siano compromesse, e vegliate sulla squadra napoletana. Se Garibaldi alza la bandiera della ribellione, e proclama la repubblica, Piola stia pronto a impadronirsi della flotta, e voi colle trupe ritiratevi sopra una nostra nave da guerra. Nel terzo caso, formerete tosto un governo temporario d’uomini rispettabili, devoti alla monarchia e vogliosi dell’annessione. Se questo nuovo governo vi chiederà o sarà nel bisogno dei nostri soldati, accordateli senza riserva (552). —

In mezzo a questo fiero ribollir di contrasti, ricomparve un raggio di nuova concordia. Villamarina teneva divieto dalle sue istruzioni di concedere a Garibaldi aiuti di soldati piemontesi. Ma, animoso uomo e della causa italiana svisceratissimo, egli assunse la responsabilità di mandare cannonieri e bersaglieri in aiuto di Garibaldi, impegnato in ardua battaglia sul Volturno, contro un esercito quattro volte più forte del suo. Il dittatore si mostrò riconoscente e Villamarina potè scrivere a Cavour:

La battaglia politica è guadagnata. So che ho agito contro le mie istruzioni, nel concedere due battaglioni di bersaglieri in aiuto all’esercito garibaldino; ma so pure che,, come il dittatore ebbe notizia, che i nostri soldati erano arrivati a Caserta, con gioia esclamò: questa volta veggo chiaramente, che il Piemonte è sincero, e che i Piemontesi sono veri fratelli (553).

Garibaldi s'era sempre mostrato largo d’affetto e di stima per i soldati piemontesi, e tenendoli in conto di carissimi fratelli d'armi, senza rincrescimento e senza gelosia, li aveva visti giungere ai confini del regno napoletano (554). Repubblicano sempre nel fondo dell’animo, pur egli era capitano di guerra fedele al re Vittorio Emanuele. Che lo onorasse e lo desiderasse in Napoli, ne fa ampia fede la seguente sua lettera, che consegniamo alla storia imparziale:

Sire, mi felicitocolla maestà vostra per le brillanti vittorie riportate dai nostro bravo generale Cialdini? e per le felici conseguenze di quelle vittorie.

Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento elle due Caserta pongono i soldati di Francesco II, io credo, nell'impossibilità di più resisterci, Spero dunque di poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male, che la maestà vostra ordinasse a parte delle trupe che si trovano vicine alla frontiera abruzzese, di passane quella frontiera e far abbassare le armi a certi gendarmi che parteggino ancora per il Borbone.

So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e penso che sarebbe bene mandarli.

Ricordi la M. V. le mie anteriori parole sui repubblicani, e pensi nell’intimo del suo cuore, se i risultati hanno corrisposto alle mie parole. Tutti, brava gente, hanno combattuto per l’Italia e Vittorio Emanuele, e saranno certamente i più fedeli alla sua persona. Pensi V. AL, che io le sono amico di cuore e merito un poco anch'io d’esser creduto.

È molto meglio accogliere tutti gli Italiani onesti, di cui V. M. è padre, a qualunque colore essi abbiano apartenuto per il passato, anziché di inasprire delle fazioni che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.

Scrissi in data, di ieri, che mandavo a Genova i prigionieri napoletani, e penso di mandare pure alcuni corpi che si sono dati a poi per capitolazione. La maestà vostra si compiacerà di ordinare chesiano ben trattati ed incorporati nell'esercito.

Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io congiungerei la mia destra alla divisione suddetta, e poi recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.

La M. V. promulghi un decreto che riconosca i gradi dei miei ufficiali. Io mi adopererò ad eliminare coloro che debbono essere limitati.

Ma resta ripetermi con affetto (555).

Ma l'ostinatezza di Garibaldi nell'impresa di Roma rimaneva indomabile. Verso la metà d’ottobre l'ammiraglio Pensano si portò da lui onde di nuovo tentare di dissuaderlo. Inutile fatica 1 L'indomito soldato, signoreggialo dalla convinzione, ohe i mezzi sono sempre proporzionali al fine, quando un popolo voglia usarli con inflessibile pervicacia di volontà, e che gli Italiani si trovavano in tale condizione, terminò per dirgli: — Io la penso così; le oposizioni dei diplomatici si vincono cpl fare orecchi da mercante, e col lasciare che essi strillino (556). —Il conte Cavour era d’avviso oposto, e a scioglier la contesa chiamò giudice il Parlamento. Esso diede voto favorevolissimo all'indirizzo politico ch’egli dava alla cosa pubblica. Garibaldi si trovò da quel giorno sopraffatto; ma stava in poter suo di suscitare la guerra civile. Al contrario egli degnamente si diportò da buon cittadino.

Gli ostacoli oposti al plebiscito per l'annessione immediata delle provincie napoletane erano gagliardi, e posti innanzi da mani esperte nell’intralciare i disegni degli avversari; ma vennero abbattuti dalla rettitudine d’animo del dittatore e dall’assennatezza del prodittatore Giorgio Pallavicini. Chiuso il periodo della dittatura per la proclamala annessione delle provincie meridionali al regno italico, il generale Garibaldi rassegnò nelle mani del re l’imperio sin allora tenuto. Da parte sua Vittorio Emanuele, addì U di settembre 860, da Sessa indirizzò ai popoli del reame napoletano queste memorabili parole di re cittadino: — Il suffragio universale mi dà la podestà sovrana di queste nobili provincie. Accetto l’alto decreto della volontà nazionale, non per ambizione di regno, ma per coscienza d’italiano. Crescono i miei, crescono i doveri di tutti i figli d’Italia, e sono più che mai necessarie la sincera 'concordia, l’abnegazione costante. Tutti i partiti si debbono inchinare innanzi alla maestà dell'Italia, che Dio vuol libera e indipendente. — Due giorni dopo, Garibaldi e i prodittatori Mordini e Pallavicini presentarono al re in maniera solenne i plebisciti siciliano e napoletano, e il ministro Raffaele Conforti a lui favellò così: — Il popolo napoletano raccolto nei comizi, ad immensa maggioranza, Sire, vi ha proclamato suo re. Nove milioni d’italiani si uniscono alle altre provincie, rette da V. M. con tanta sapienza; onde è avverata la vostra solenne promessa, che l’Italia deve essere degl’italiani. —In sul togliersi dal sommo posto, a cui era salito, Garibaldi manifestò bensì il suo profondo rincrescimento di non esser giunto a trarre seco gli Italiani alle imprese di Roma e di Venezia; ma colla fede invitta che signoreggiavagli l’indomito animo, nel vaticinare all’Italia il compimento del suo fato, consigliò e pregò che, dapoiché la Provvidenza aveva fatto dono all'Italia di Vittorio Emanuele, ogni italiano uomo si rannodasse, si serrasse intorno al re galantuomo, facendo scomparire ogni gara partigiana. Diceva egli nobilmente: — Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona di Castelli dardo, d'Isernia, e con noi ogni uomo di qu està terra, non codardo, non servile, tutti, tutti serrati attorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l'ultima scossa, l’ultimo crollo alla crollante tirannide. In tal guisa ebbe lieto fine un cozzo d’opinioni e di intendimenti che poteva riuscire esiziale all’Italia. Essa rimase affrancata dai pericoli e dalle disgrazie, che l’avrebbero colta, ove sconfinatamente fiduciosa di sé, fosse corsa a precipizio dietro la fortuna verso l’avvenire. Era tempo di sostare. In poco meno di due anni, gli Italiani avevano ottenuto libertà e indipendenza, dal Capo Passero alle Alpi, tranne Roma e Venezia. In questo spazio di tempo, la salute comune era stata subordinata ad un concorso tale di circostanze, da far sempre temere che non si riuscisse ad adempierle tutte. Erano sovrastati minacciosi i pericoli dell’intervento straniero, i pericoli della rivoluzione, i pericoli delle discordie civili. Giorni erano corsi, in cui sembrava ruinoso, così il fermarsi, come il procedere. Ma, quasi somministrali dall’invisibile potenza del diritto, all’ora oportuna, i buoni consigli, i savi provvedimenti non erano mancati mai. Ora i temerari si erano mostrali prudenti, ora i moderali audacissimi. La stella polare, guidatrice per tutti nell’aspro e incerto cammino, era stata l’indipendenza nazionale. Per ottenerla, i repubblicani avevano combattuto con onestà d'intendimenti sotto le regie bandiere, e gli uomini di parte monarchica non avevano dubitalo di procedere stretti d’accordo coi più risoluti democratici.

IV

Era impossibile che la diplomazia se ne rimanesse spettatrice al tutto inoperosa e indifferente al cumulo di rovino, che gli italiani avevano fatto. Erano troni secolari, costituiti dall’Europa, che crollavano. Erano principati giudicali necessari all’equilibrio europeo, che cessavano di esistere. Era la rivoluzione, che audacemente strapava la corona dal capo a monarchi, posti sotto la tutela della legge comune. Erano guerriglieri, che, senza alcun rispetto al diritto delle genti, correvano i mari, invadevano regni, spodestavano principi. Era un re soldato che, gittato il suo vecchio scettro sul campo di battaglia, lacerava colla spada i trattati, dai quali la sua casa tenea possanza e regio grado, onde dalla volontà deliberatrice del popolo riconoscere la sua nuova sovranità. Da un lato la voce di Garibaldi, non solo apellava gli Italiani al riscatto di Roma e di Venezia, ma chiamava le nazioni opresse, le genti latine, slave, celtiche, germaniche e scandinave ad alzare la bandiera della comune libertà, vessillifere Francia e Inghilterra (557). Dall’altro lato s’alzavano acerbissime le proteste degli spodestati principi.

Non meno acerbe erano le lamentazioni del Sommo Pontefice per la sua autorità temporale oltraggiata, per la Chiesa di Cristo offesa, per la religione calpestata (558). Il clero in Francia incolpava l'imperatore d’avere tradita la secolare missione protettrice della Francia, lasciando Pio IX da solo alle prese colla rivoluzione. Nell’Irlanda, nella Brettagna, nel Belgio, i vinti di Castelfidardo rinfocavano lo sdegnato sentimento delle popolazioni cattoliche. Francesco 11, da Gaeta, chiedeva ai potentati, custodi della legge comune, se era cessato per essi l’obbligo di tutelarla, e se non v’era più ragion di sorta per credere alla fede pubblica (559).

Torna indispensabile, che alla mente sia presente questo cumulo di fatti per valutare con esattezza le difficoltà diplomatiche, contro cui ebbe a lottare, durante questo periodo di tempo, il ministro che dirigeva la politica italiana. Alla Russia era riuscito oltremodo disgustoso il crollo del trono borbonico di Napoli. Ragionando intorno a questo fatto coll’ambasciatore sardo a Pietroburgo, il principe Gortchakoff aveva concluso con acerbissime parole, che a breve andare di tempo Casa di Savoia verrebbe strascinata a guerreggiare l’Austria, e finirebbe per iscomparire anch’essa dalla scena politica. Alle aspre rampogne tennero dietro ostili fatti. Nell’ottobre del 1860, lo czar richiamò da Torino il suo legato. Conforme dichiarò allora il gabinetto di Pietroburgo, il rivolgimento operato nell’Italia meridionale si fondava sopra una teoria di diritto pubblico, che, toccando direttamente i principii per comune accordo riconosciuti cardinali ne) diritto delle genti, scalzava le basi sulle quali posavano i governi legittimi. Il Governo sardo, trascurando affatto gli amichevoli consigli della Russia, con rapidi passi si era alleato alla rivoluzione, e con essa aveva raccolti i frutti ai danni di principi che tuttavia nei propri dominii si difendevano contro la ribellione. Le ragioni di necessità, addotte in sua discolpa dal gabinetto di Torino, erano insussistenti; giacché evidentemente il Piemonte si era messo nel cammino percorso dalla rivoluzione, non per arrestarlo e per riparare alle sue iniquità, ma per raccoglierne i frutti. Non si trattava soltanto d’interessi italiani, ma eziandio delle eterne leggi, all’infuori delle quali era, vano sperar pace onorata e tranquillità permanente per l'Europa (560).

Neanco la Prussia rimaneva inoperosa. Il barone di Schleinitz ragionava così: — Tutti gli argomenti del Governo sardo in difesa del suo modo di procedere mettono capo al diritto assoluto della nazionalità. La Prussia è aliena dal contestare il valore reale, dell’idea nazionale, da che è il movente principale della sua politica tedesca. Ma essa giudica, che un governo regolare, per soddisfare i legittimi voti nazionali, deve soltanto procedere per la via legale delle riforme, rispettando sempre i diritti esistenti. Il Governo sardo dà segno di credere, che tutto debba cedere di fronte alle aspirazioni nazionali, e che quindi, ogniqualvolta esse siano universali, le autorità costituite si trovino nell’obbligo di abdicare. Ma queste massime, così direttamente contrarie alle regole elementari del diritto delle genti, facevano grandemente periclitare l’ordine pubblico in Italia, l’equilibrio politico dell’Europa e la pace universale. Propugnandole, si entrava a dirittura nella via della rivoluzione. Tuttavia il Governo del re di Sardegna avevale non solo professate, ma praticate nello Stato pontificio e nel reame di Napoli. E mentre così diportavasi, aveva invocato a vantaggio proprio e della rivoluzione il principio del non intervento intanto che lo violava. La Prussia formalmente disaprovava tutto ciò, e De dava palese testimonianza col richiamare da Torino il suo ambasciatore (561).

Udita che ebbe la lettura di questo dispaccio, Cavour disse all'ambasciatore prussiano: — Epure un giorno il Governo di Berlino ci sarà grato di ciò che ora facciamo in Italia. Poi soggiunse: — Duolmi frattanto di vederci così severamente giudicali, mentre che la Prussia dovrebbe rammentarsi, che essa in Germania ha una missione storica identica a quella del Piemonte in Italia, e conseguentemente nel suo interesse dovrebbe aiutarci e spalleggiarci (562). — Sia detto qui, non a boria, ma a legittimo vanto nazionale, era la diplomazia italiana quella che allora, facendo fondamento della sua politica il principio di nazionalità, rammentava indefessamente alla Prussia, che v’era una grande patria tedesca che aspettava da essa alti magnanimi. — Sono felice, rispondeva Cavour a Schlenitz, che il Governo del principe reggente riconosca l’idea nazionale, come uno degli elementi razionali del diritto pubblico, e si onori di rapresentarla nella Germania. Se egli disaprova i modi coi quali la Sardegna l'ha aplicata in Italia, verrà giorno in cui, meglio ragguaglialo intorno ai falli, darà giudizio oposto. Ma v’è un punto sul quale il Governo del re non può trascorrere leggermente. Esso giudica che la questione delle Marche e dell’Umbria sia esclusivamente una questione italiana. In tutte le été il diritto pubblico ha riconosciuta legittima per ciaschedun popolo la facoltà di regolare i propri destini, di darsi istituzioni conformi ai proprii interessi, di costituirsi nel modo più confacevole a guarentire la propria prosperità e indipendenza. Ove questo diritto fosse disconfessato e violato, l’Europa rimarrebbe spogliata della sua libertà e della sua indipendenza. Vero era, che l’assetto territoriale dell’Italia era stato stabilito in virtù di trattati generali, dietro i quali l’Europa aveva conseguito nella penisola una giurisdizione, ch’essa non potrebbe abdicare, senza infrangere tutte le tradizioni del passato, e senza avventurarsi per l’avvenire in balìa delle rivoluzioni e della signoreggiante volontà nazionale. Ma del pari era vero, che le clausole di un trattato non potevano mai legittimamente implicare l’abdicazione assoluta e perpetua di una nazione a regolare, conforme ai suoi interessi, il suo modo di essere. La storia degl’ultimi quarant’anni apertamente dimostrava, che è destino dei trattati internazionali di subire le modificazioni richieste dai tempi. L’Europa non aveva creduto di sconfessare l’opera propria, col riconoscere mutamenti d'assetto territoriale e politico, fatti all’infuori della sua iniziativa. Essa da lungo tempo aveva riconosciuto che le condizioni politiche dell'Italia dovevano mutarsi nell’interesse della pace. Il gabinetto di Berlino aveva manifestata siffatta opinione. Avvenuto ciò che doveva avvenire, esso incolpava il Governo sardo d'avere violato il diritto internazionale e d’esser uscito dalla via dei procedimenti legali. Ma noi abbiamo il diritto alla nostra volta di chiedere, se è stata nostra la colpa dell’avere l’Italia lasciata la via delle riforme per apigliarsi a quella della rivoluzione? A giudicar con sano criterio i fatti, fa d'uopo di non trasandarne le cagioni. Furono i governi e i principi spodestali che, rifiutando di scendere ad ogni accordo, sospinsero i loro popoli alla ribellione. Chi aggredì armata mano il Piemonte, chi precipitò gli avvenimenti, chi colle opere sue persuase gli italiani, che la salute comune stava nell’aggregarsi al regno sardo, fu l’Austria. Ma l’alterazione di cose avvenuta in Italia non era nuova. Onde prestare apoggio ai ribellati Fiamminghi, Francia e Inghilterra non tennero conto alcuno delle leggi internazionali. In tal guisa avevano praticato, Luigi XIV nello spalleggiare la rivoluzione dell’Ungheria, gli Stati generali nell’aiutare Guglielmo d’Orange ad abbattere il trono di Giacomo II, Luigi XVI nel cooperare ad assodare l’indipendenza dell'America, e l’Europa cristiana onde sottrarre la Grecia al dominio dei Turchi. Dietro questi fatti, e per le massime accennate adunque la Sardegna non poteva accettare il biasimo del gabinetto di Berlino. Ben sentiamo rincrescimento, concludeva Cavour, che un governo, partigiano aperto di una politica liberale e conservativa, non s’accorga, che il Governo del re di Piemonte in Italia è la sola diga insormontabile per la rivoluzione, e quindi non ci aiuti, anzi che condannarci. Noi non abbiamo nulla a nascondere, nulla a dissimulare. Siamo l'Italia e operiamo in suo nome. Ma in pari tempo siamo i moderatori del moto nazionale; onde con assidue cure vegliamo, affinché proceda regolarmente, e per sviamenti settarici non si snaturi. In Italia il principio monarchico, prima d'essere calpestalo dalla vendetta popolare, era stato scancellato dai cuori. Noi abbiamo rilevato, ritemprato questo principio, facendolo consacrare dalla volontà nazionale. Ora fidenti nella giustizia della causa che difendiamo, e nella rettitudine delle nostre intenzioni, siamo speranzosi di superare le difficoltà che ci attorniano. Quando il regno italico sarà costituito sulle fondamenta del diritto nazionale e del diritto monarchico, fuor di dubbio l’Europa modificherà il giudizio severo che ora fa pesare su di noi (563). — Con questa stupenda aggiustatezza di concetti gagliardi e sapienti Cavour ribatteva i contrasforzi, che la diplomazia faceva per contrastargli il cammino. Egli, con linguaggio nuovissimo, non chiedeva già ai maggiori potentati di scrivere nel codice della comune legge europea il diritto dell’Italia di costituirsi una e indipendente, ma arditamente proclamava questo diritto, anteriore a qualunque stipulazione, imprescrittibile, inalienabile, e prossimo ad essere attualo per la libera volontà di un popolo risorto, senza aspettare l’assenso dell’Europa, e senza curarsi che essa l’apellasse rivoluzione e lo riprovasse.

Il Governo spagnuolo aveva proceduto con dopiezza. A parole, col Piemonte si era mostrato favorevole alle annessioni (564), ma nelle sue pratiche segrete le avea osteggiate (565).

Come le trupe sarde furono entrate nel reame di Napoli, la Corte di Madrid richiamò da Torino il suo ambasciatore. Questi nel partire lasciò scritto in una sua nota: Che l’Europa giammai non avrebbe accettato il criterio politico del suffragio universale, come ragione valida dell’esistenza di un nuovo Stato, da che esso rovesciava ogni diritto legittimo e ogni patto internazionale (566).

Dopo avere spinta la Corte romana alla resistenza armala ed d’averla sottomano aiutata, l’Austria s’era trovata nella dura necessità di negarle l’aiuto diretto delle sue armi, e di rispondere alle sollecitazioni del papa, che un intervento isolato non gli avrebbe giovato, e che, in quanto a un intervento europeo, i tempi lo contrariavano (567). Tuttavia, poco dopo, il Gabinetto di Vienna fece un tentativo per un intervento, facendo assegnamento sui malumori manifestali dalle Corti di Berlino e di Pietroburgo verso la Sardegna, e sulla profonda avversione dello czar e del principe reggente di Prussia alla rivoluzione.

L’uno e l’altro in effetto accettarono l’invito dell’imperatore Francesco Giusepe, di convenire nella città di Varsavia. In questo abboccamento Cavour scorse un nuovo e grande pericolo per l’Italia: — Il malumore dello czar, scriveva egli, e la debolezza d’animo del principe reggente rendono, se non probabile, per Io meno possibile che il congresso di Varsavia abbia per risultato un’aggressione dell’Austria contro di noi (568). — Questo dubbio s’accrebbe in lui dietro la notizia ricevuta da Parigi, che il principe di Metternich teneva l’ordine di presentare all'imperatore un ultimatum dell’Austria sulle cose italiane (569).

Il conte tenne poi la guerra presso che certa, come sepe che Francesco Giusepe avea largheggialo in concessioni cogli Ungheresi, e mandato il generale Benedek a prendere il comando dell’ingrossato esercito austriaco nella Venezia (570). Urgevano i tempi. Una battaglia perduta poteva mandare in rovina tutto l'edilizio italiano. Non si trattava più di diplomatiche disquisizioni, ma di guerra, di armi e di soldati. Cavour, infaticabile e coraggioso, si pose all'opera. All’ammiraglio Persano inviò le istruzioni seguenti: — Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia una leva forzala di marinai in codesti porti. Se il codice napoletano non punisce di morte i disertori in tempo di guerra, pubblichi un decreto a tal effetto, e ove ce ne siano, li faccia fucilare. Il tempo delle grandi misure è arrivato. Dica al generale Garibaldi da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni, per venire a combattere sul Mincio. — Ad ogni modo mi mandi Tiirr, per influire sugli Ungheresi. (571). —

In pari tempo scrisse al re per consigliarlo a lasciar tosto le provincie meridionali, onde assumere il supremo comando dell’esercito; che intanto, ove le ostilità fossero cominciale, sarebbe stato guidalo dal principe di Carignano, con a capo di stato maggiore il generale Lamarmora (572). A prepararsi forti sulle armi, ordinò s’usassero tutte le possibili diligenze. Un proclama di Vittorio Emanuele doveva chiamare al campo quanti erano gli italiani vogliosi di una libera patria. Per segrete intelligenze di fuorusciti furono tese le fila perché, a guerra incominciata, la Venezia si ribellasse e l’Ungheria insorgesse.

Provvisto come meglio si poteva alle cose di guerra, Cavour scrisse al principe Napoleone nei sensi seguenti: — Colla nomina di Benedek ai comando dell’esercito austriaco in Italia, abbiamo acquistata la certezza che l’Austria ci assalirà. Siamo pronti a sostenerne l’urto, senza bisogno d’aiuto, almeno per ora. Siamo fidenti di poter resistere energicamente, e provare in tal guisa all’Europa che siamo degni d'essere indipendenti. Solamente ci preoccupa l’incertezza del punto d’attacco; Ove fossimo assaliti dal lato dei ducati, ci troveremmo in condizioni migliori. Desideriamo quindi, che la benevolenza dell’imperatore per noi giunga al segno di far sentire a Vienna che, ove l’Austria intenda d’agire ostilmente contro il Piemonte, la Lombardia debba essere rispettala (573). — Per quanto le cose d’Italia volgessero contrarie alle sue previsioni e ai suoi desideri, tuttavia nell’animo di Napoleone stava infissa irrevocabile la risoluzione di non lasciare riprendere all’Austria la padronanza antica sugli Stati italiani. Conseguentemente egli fece assai più di quanto chiedevagli Cavour; giacché recisamente dichiaròalla Corte di Vienna, che la Francia era sempre deliberata a pretendere, che il principio del non intervento fosse rispettato in Italia da tutte le potenze. In tal guisa Cavour ebbe modo di levarsi dall’animo un enorme peso. Egli scrisse a Lamarmora, che stava aparecchiando le difese, così: — L’imperatore, alla rivista di ieri, ha ripetuto al principe Napoleone, che l’Austria si era impegnata a non attaccarci. Ciò non costituisce un obbligo formale; ma per lo meno indica una forte probabilità, che per ora ci lascieranno quieti (574). —L’imperatore Napoleone non aveva perduto tempo. Conosciute le pratiche dell’Austria per il convegno di Varsavia, a sfreddare l’animo dello czar s’era servito del contegno che la flotta francese teneva nelle acque di Gaeta. Essa colà, sola, prestava al vinto re di Napoli i possibili aiuti. Ma ove sorgesse la minaccia di una coalizione contro la Francia, l’uffizio benevolo cesserebbe, e la bandiera francese potrebbe esser rivolta a proteggere oposti interessi. Queste avvertenze avevano fruttato. Lo czar, prima. di lasciare Pietroburgo, disse al duca di Montebello. — Scrivete all’imperatore Napoleone, che egli può riporre in me tutta la sua confidenza, e che vado a Varsavia, non per fare una lega, ma per patrocinare la conciliazione (575). —Informandosi a questi sentimenti benevoli verso la Francia, il Gabinetto di Pietroburgo s’indirizzò al Governo napoleonico, per sollecitarlo a far conoscere entro quali termini sarebbe disposto a spalleggiare gli sforzi, che le tre Corti nordiche intendevano di fare, onde preparare un accordo europeo, diretto a prevenire la crisi che minacciava l’Europa. Thouvenel rispose con un memoriale, il quale in sostanza diceva:— Che, ove l'Austria fosse assalita dagli Italiani nella Venezia, la Francia era deliberata di non prestare il minimo aiuto al Piemonte. In qualunque eventualità però, non si potrebbe ristaurare lo stato di cose, onde era sorta l'ultima guerra. Conseguentemente la cessione della Lombardia al Piemonte non era più argomento di alcun negoziato, e l’Italia verrebbe costituita in Stati federali, dietro il principio di nazionalità e sotto la tutela del diritto europeo. Tutte le questioni relative all’assetto territoriale della penisola, e alla podestà sovrana nei singoli suoi Stati, verrebbero sciolte dall’Europa raunata in Congresso, tenendo conto da un lato dei diritti dei principi spodestali, dall’altro delle condizioni necessarie a stabilire un ordine di cose duraturo e tranquillo. In questo Congresso, o in qualunque altro modo, verrebbe intavolata la questione di Nizza e della Savoia, ove anche il Piemonte avesse perduto gli acquisii recenti, fatti all'infuori dei trattati di Villafranca e di Zurigo (576).

Lo czar s’apropriò i concetti di questo memoriale, e. ne fece la base della conferenza di Varsavia. Convinti che la Francia era fermamente deliberala di non lasciare all’Austria la via aperta a guerreggiare il Piemonte, l’imperatore Alessandro e il principe reggente di Prussia giunsero a dissuadere l’imperatore Francesco Giusepe dall’apigliarsi al partito delle armi.

Il Governo francese, a toglier ogni equivoco, aveva lasciato intendere, che le cose discorse nel suo memoriale erano unicamente aplicabili al caso di un irrompimenlo armalo dell’Italia contro l'Austria. Tuttavia questa potenza, nella conferenza di Varsavia, cercò di scartare siffatta clausola, coll'adoperarsi a far accettare le proposte francesi a base della deliberazione di un immediato congresso europeo (577). Lo scaltro tentativo non riusci felice (578). Fosse anche riuscito, dopo che Francia e Inghilterra eran ferme nel negare l’uso della forza nelle cose italiane, I plenipotenziari avrebbero edificato nel vuoto, e si sarebbe visto lo strano spettacolo dell’Europa deliberante sul rassetto della penisola in contraddizione alla volontà degli Italiani, e gli Italiani fare a modo loro a dispetto dell’Europa.

La fortuna sorridea amica all'ardimentosa politica del conte Cavour. Nella conferenza di Varsavia, per iniziativa della Francia, il principio del non intervento aveva ricevuta una nuova sanzione; erano svanite le speranze dell’Austria di una lega nordica ai danni dell’Italia, e frattanto, certa ornai di non esser travolta nei pericoli della guerra coll'adoperarsi scopertamente per l’unità italiana, l’Inghilterra se ne faceva calorosa sostenitrice al tribunale della diplomazia. Ad onore eterno di lord Russel rimarrà il dispaccio, con cui egli indirizzò la politica inglese per questa nuova via. Innanzi tutto il ministrò della regina pose la questione italiana nei seguenti termini: gli Italiani sono eglino giustificabili per avere invocato l’aiuto della Sardegna, onde liberarsi da governi opressori, e questa potenza avea essa legittima ragione di concederlo? Certo che si, concludeva Russel, e ne cavava aigomento per dichiarare, che il Governo inglese pertanto non sapea comprendere il biasimo versalo a piene mani dalla Francia, dall’Austria, dalla Russia e dalla Prussia sugli alti del re Vittorio Emanuele. L’Inghilterra, soggiungeva, preferisce di rivolgere lo sguardo al gradevole spettacolo offerto da un popolo, che costruiva l'edilizio della sua libertà, e consolidava l’opera della sua indipendenza, in mezzo alle simpatie e all’assenso dell’Europa (579). Ammesso che gl’italiani nel 1860 avevano compiuta una rivoluzione identica a quella condotta a termine dagli Inglesi nel 1688 per abbattere il trono degli Stuardi, il ministro inglese sopra le faccende esteriori non era meno esplicito nel condannare la podestà temporale dei papi. — Nell’ultimo secolo trascorso, dicea Russel, i pontefici romani esercitavano la propria sovranità sopra popolazioni tutelate da privilegi municipali. L’Europa viveva soddisfatta di rispettare, non la forza materiale, ma l’incontrovertibile autorità morale del papa. Ma oggidì quale è il valore di questa indipendenza, mentre precariamente è tenuta ritta da venti mila baionetta straniere? È manifesto che lo stato delle cose è mutato, e che in realtà la sovranità temporale dei papi ha cessalo di esistere (580). —Frattanto da Gaeta Francesco II indarno rammentava per lettere ai maggiori monarchi dell’Europa, che col perdurare nella difesa della sua corona, in pari tempo, difendeva la causa di tutti i re e di tutti gli Stati indipendenti. E indarno del pari il suo ministro sopra gli affari esteriori si affaticava a reclamare aiuti, in nome, dicea, dei. diritti e delle leggi fondamentali dell’ordine sociale (581). L’Austria fremeva nell’impotenza di muoversi; la Russia e la Prussia inviavano sterili parole di simpatie; l'Inghilterra stendeva la mano alla rivoluzione. Abbandonalo dalle vecchie monarchie, Francesco II si volse a tentare l’imperatore Napoleone, facendogli balenare agli occhi il corrusco spettro della repubblica, che in compagnia, dicea,del comunismo, del brigantaggio e dell’anarchia, Garibaldi, congiunto per intimi accordi d’intendimenti con Mazzini e Ledru-Rollin, conduceva in giro trionfalmente per le terre napoletane e siciliane (582). Ma questa non era pania valevole per prendere lo scaltro imperatore dei francesi. D’altra parte la politica di Napoleone si trovava condotta a governarsi dietro le leggi delle necessità, che s’erano generate dagli avvenimenti.

Senza portare un colpo mortale alla sua dinastia, e senza infliggere alla Francia la peggiore delle umiliazioni, egli non poteva lasciar libera la mano all'Austria, di sperdere al vento i frutti delle vittorie di Magenta e di Solferino. Senza spezzare i freschi nodi della rinnovata alleanza, tenuta per necessaria coll’Inghilterra, e senza venir meno a solenni promesse, onde richiamare in vita le massime e gli accordi della santa Alleanza, egli non poteva salvare il trono ai Borboni di Napoli. I patti di Villafranca e di Zurigo richiedevano da lui di mantener fede al diritto dinastico: l’acquisto di Nizza e della Savoia esigeva, che la tutela del principio del non intervento continuasse a proteggere l’Italia. Divenuto impossibile il partito d’impedire l’annessione delle meridionali provincie alle settentrionali della penisola, restava di fermare il corso della rivoluzione irrompente alla volta di Roma, col rallentare e col rendere difficili le operazioni di guerra dei Piemontesi sotto Gaeta. Inoltre, ponendo il divieto alle navi italiane d’investire quella fortezza dal lato del mare, la Francia si mostrava sola nel rispettare coi fatti le sventure di Francesco II, e quindi toglieva alle potenze nordiche il diritto d’incolparla di partecipare a fatti, ch’essa aparentemente mostrava di disaprovare. Era sempre la stessa politica d’occulti intendimenti, procedente per mezzane vie e costretta a manifestarsi per contraddizioni. Addì 30 d’ottobre del 1860, i fatti lasciavan credere che Napoleone volesse impedire l’estrema caduta di Gaeta, essendo che il viceammiraglio De Tinan in quel dì manifestò all’ammiraglio Persano il divieto, che la Francia faceva alle navi sarde d’investire quella fortezza per mare. Egli di più aggiungeva, che esse badassero a non passare oltre la foce del Garigliano, se non volevano scontrar nemica la flotta francese (583). A questo altiero divieto il generale Fanti opose, che, ove la Francia si comportasse si (fatta mente, assumerebbe un atteggiamento Ostile in contraddizione agli intimi accordi amichevoli, che la legavano alla Sardegna (584). Ma il viceammiraglio De Tinan gli rispose, che egli operava conformemente alle formali istruzioni dell'imperatore, e non era quindi in facoltà sua di modificarle minimamente (585). Ma questo fatto, aparentemente gravissimo, tosto si ridusse a un fuoco di paglia. Vittorio Emanuele telegrafò a Napoleone, e tosto l’imperatore fece ordinare al suo viceammiraglio di non intralciare per nulla le operazioni dell'esercito piemontese sui Garigliano, e di restringere l’azione sua a impedire che Gaeta fosse investita per mare (586). Dopo questo procedere, la difesa del Garigliano diventò impossibile; quindi, per non esser taglialo fuori di Gaeta, l’esercito napoletano dovette rapidamente indietreggiare. Grandi lamenti mosse il ministro che dirigeva le faccende esteriori, dichiarando, che Francesco II e il suo Governo sapevano di non aver doto il minimo legittimo motivo all’imperatore deiFrancesi di toglier loro repentinamente un aiuto che era divenuto il fondamento di un intiero piano di guerra (587).

Tuttavia le navi francesi nelle acque di Gaeta erano una speranza per l’avvenire, e un aiuto per il presente a prolungare la difesa. Se non che, in sui primi del dicembre, Napoleone scrisse a Francesco II per avvertirlo, che egli non poteva lasciarvele più a lungo; consigliavalo quindi di cessare dal resistere e di abbandonare il regno, per evitare al proprio popolo disgrazie maggiori (588). La risposta di Francesco II fu dignitosa, e la storia ha il dovere di conservarla: onde qui la riassumiamo. — Voi sapete, scriss’egli, o sire, che i re, che discendono dal trono, difficilmente lo risalgono, a meno che un raggio di gloria non abbia illuminata la loro sventura. Sono assicurato che, dopo il delirio di un trionfo, dovuto piuttosto al tradimento e alla pusillanimità de' miei generali, che alla propria potenza, gli invasori del mio regno incontrano immense difficoltà per assoggettare i miei sudditi a un ordine di cose, che ripugna ai loro interessi e alle loro tradizioni. La grande autorità di cui Vostra Maestà gode in Europa, l’accumularsi per ogni dove di maggiori difficoltà per mantenere la pace, mi fanno sperare non lontano il giorno in cui il Piemonte cesserà di calpestare impunemente i principii del dovere, del diritto e della giustizia. Ma se anche m’ingannassi, v’è un puntone! mio contegno, che non ammette discussione alcuna, ed è, che combattendo strenuamente per il mio diritto e soccombendo con coraggio e onoratamente, sarò degno del nomo che porto, e legherò ai re un nobile esempio. Se è vero che non vi sia più speranza di felice resistenza, a me rimane di provare al mondo che sono superiore ella mia trista fortuna. Principe e soldato, debbo compiere il dover mio sino agli estremi casi. Potrò morire, potrò cadere prigioniero. Ma i principi debbono saper morire a tempo. Francesco I fu prigioniero, e benché egli non difendesse, come io fo, il suo regno e il suo popolo, tuttavia la storia non gli è stata avara di lode, per essersi battuto da prode, e per avere con dignità tollerata la prigionia, Non sono esaltamenti passeggieri di fantasia che m’inspirano questo linguaggio. Esso è il risultato di mature riflessioni, e Vostra Maestà ha mente e cuore capaci di valutare questi miei sentimenti. Ella ha agito nobilmente verso di me, quando tutti gli altri potentati non osavano soccorrermi. Se ora per l’abbandono della flotta francese debbo soccombere, prego soltanto Iddio che Vostra Maestà non abbia a pentirsene, e che al posto di un alleato riconoscente e fedele, ella non trovi una rivoluzione ostile e un sovrano ingrato (589). —Ma il Gabinetto inglese, Russel e Palmerston soprattutto, stavano più che mai costanti nel favoreggiare l’unità italiana; onde non tralasciavano sollecitazioni, affinché la flotta francese abbandonasse le acque di Gaeta. Stringenti argomenti metteva innanzi Russel, ragionando così: —_Se l'imperatore dei Francesi si fosse a dirittura dichiarato l’alleato aperto del re di Napoli e l’avesse difeso armala mano, il suo modo di procedere sarebbe stato riprovevole, ma spiegabile e di reale vantaggio al sovrano soccorso. Ma dopo essersi tenuto io disparte, mentre la Sicilia e Napoli andavano perdute, per comparire sulla scena all’undecima ora, onde porgere un tardo e insufficiente aiuto a Francesco II, affinché per poche settimane, con ispreco di sangue e di vite umane, si mantenga sopra un promontorio, sul confine dei suoi perduti dominii, è un atto che difficilmente si può conciliare col contegno, che deve esser proprio di un monarca posto a capo di una grande nazione. Ove l’imperatore dei Francesi richiamasse da Gaeta la flotta, testificherebbe che, se per salvare la dignità di un re infelice aveva alquanto svisalo il concetto fondamentale della sua politica, tuttavia non aveva mai voluto contraddire nell’Italia meridionale quella sovranità nazionale, che da lui era stata poderosamente patrocinata nelle provincie settentrionali della penisola (590). —Napoleone non tardò a mostrarsi arrendevole alle istanze dell’Inghilterra. Sullo scorcio dell’anno 1860, l’ammiraglio De Tinan fu incaricato di proporre al re di Napoli un armistizio di quindici giorni, al termine dei quali Gaeta verrebbe consegnata ai Piemontesi. Francesco II negò il suo assenso (591). Il Gabinetto di Parigi tornò a premere di nuovo, dichiarando che, ove il re non assentisse a una tregua, la flotta francese entro otto giorni abbandonerebbe le acque di Gaeta; nel caso oposto, non partirebbe prima della notte del 19 di gennaio prossimo. Francesco II accettò l’armistizio (592), ma in quanto alla resa, scrisse a Napoleone nei termini seguenti:—Come posso io capitolare, quando da ogni parte i Governi mi incoraggiano a resistere? Sono vittima della mia inesperienza, dell'inganno, dell'audacia di un ambizioso potente; ma non ho smarrita la fede nella protezione di Dio e nella giustizia degli uomini. Il mio patriottismo ora è il mio diritto, e per difenderlo, se fa d’uopo, debbo sepellirmi sotto le fumanti ruine di Gaeta (593). —Più modesti fatti chiusero il dramma della totale ruina della possanza dei Borboni di Napoli. Chiesto indarno ai maggiori potentati europei di vietare almeno alla Sardegna di bloccare Gaeta per mare (594); chiesto indarno agli ambasciatori dei Governi che incuoravanlo a resistere, di portarsi presso di lui per consigliarlo (595), Francesco II deliberò di partire, lasciando Gaeta nelle mani degli assediatori, che maestrevolmente guidati dai generali Cialdini e Menabrea avevano resa prossima e certa l’espugnazione della fortezza. L’atto di resa fu sottoscritto il 13 febbraio 1861.

V

Al principio dell’anno 1861 la monarchia italiana dei plebisciti chiedeva d’esser accolta e riconosciuta nella famiglia degli Stati europei. La domanda importava l’introduzione e l’accettazione nel codice dell’Europa del principio, che la volontà dei popoli, ribellatisi ai loro vecchi 'Governi, è una ragione sufficiente e legittima per crear nuovi stati e nuove dinastie. Se erano straordinari gli accidenti della rivoluzione italiana dopo la guerra del 1859, non meno straordinario per la diplomazia era questo risultato terminativo. Esso apariva così direttamente contrario alle massime che governavano i gabinetti delle vecchie monarchie, da indurre l’Inghilterra stessa adaccettarlo riservatamente. Pertanto lord Russel, prima di riconoscere in nome del Governo della regina Vittorio Emanuele re d’Italia, volle avvertire il Gabinetto di Torino che, conforme il modo di pensare della regina, i plebisciti italiani non implicavano punto in se stessi l’esercizio indipendente della volontà della nazione, in nome della quale erano stati fatti. Il ministro inglese aggiunse l’altra avvertenza, non fatta, dicea fuor di proposito, che il rispetto e gli obblighi vicendevoli tra gli stati europei, la validità dei trattati che fissavano i confini territoriali di ciascheduno di essi, il dovere di portarsi con amichevole lealtà verso i vicini, co’ quali non s’era in guerra, erano i legami della vita comune delle nazioni europee, che impedivano i sospetti, le diffidenze, le discordie valevoli a spogliare la pace dei suoi tranquilli godimenti e a toglierle ogni sicurezza di durata (596).

Cavour aspettò a rispondere che fossero chiusi i comizii generali per i deputati al primo Parlamento italiano, poi, scartata ogni discussione sul valore teoretico del voto universale, invitò alla sua volta il Gabinetto inglese a osservare, come dietro il risultato delle avvenute elezioni rimaneva accertato, che in Italia siffatto modo di manifestazione della volontà nazionale era a valutarsi quale sincera, libera, spontanea estrinsecazione di un sentimento dominante su tutti gli altri, e che aveva raggiunta la potenza di irresistibile forza (597).

Quando la Corte di Pietroburgo riconobbe il regno di Italia, come avevalo costituito la volontà nazionale, Cavour avea cessato di vivere. Le industrie del grande ministro non eran giunte a vincere le ritrosie dello czar a concorrere tosto a infirmare i trattati, onde la Russia possedeva la Polonia e la Finlandia, e a manifestare il suo assenso per un nuovo ordine di cose generato dalla rivoluzione. E per l’apunto come nell'agosto del 1862 la Russia diede all’Italia la sua amicizia, il principe Gortchakof, dopo aver dichiarato che non intendeva di sollevare o di risolvere alcuna questione di diritto, addusse a ragione primaria dell’avvenuta ricognizione diplomatica il fatto, che la Corte di Torino si era difesa con fermezza dalle violenze dei partiti estremi, mentre dall’apoggio prestatole dai rapresentanti del paese rimaneva accertato,che in Italia era assicurato il predominio delle idee conservative contro i traviamenti rivoluzionari (598). In tal guisa derogando alle massime della santa alleanza e della monarchia legittima, la Russia s’acconciò a un’Italia libera posseditrice della sua indipendenza per opera della rivoluzione..

Mentre l’unità italiana sorgeva, il Gabinetto di Berlino si era mostrato oltre modo geloso degli interessi della Germania, sino al punto di dichiarare, che la Prussia considerava come un tradimento verso la grande patria tedesca, la dichiarazione fatta da Gioachino Valerio governatore del re nelle Marche, che Trieste era città italiana (599). Abbonaccialo questo sdegnuzzo, Cavour rivolse le sue cure ad aprofittare dell'elezione al trono di Prussia del principe reggente, per acquistare al nuovo regno l’amicizia diplomatica del Gabinetto di Berlino.

Pertanto il generale Alfonso Lamarmora ebbe l’incarico di portarsi al cospetto di Guglielmo I, per manifestargli le congratulazioni del re d’Italia. Le istruzioni confidenziali, di cui il generale era munito, prescrivevangli di farintendere, che Vittorio Emanuele non intendeva di muover guerra all’Austria per l’acquisto della Venezia, e che anzi il Governo italiano era deliberato d’impedire a Garibaldi qualunque tentativo armato per questo fine. La questione della Venezia, conforme pensava il Gabinetto di Torino, doveva esser sciolta per pacifiche pratiche. In quanto all’Ungheria, il Governo del re essere alieno dallo spalleggiarla a riacquistare i suoi diritti secolari coll’uso della forza, ma nutrire vivo desiderio che a questo risultato si giungesse per accordi pacifici. Ma il punto sul quale Lamarmora doveva insistere, era quello d'ingenerare nella Corte di Berlino e negli uomini di Stato più accreditati della Prussia la persuasione, che l’Italia costituita io unità politica aveva permanenti interessi per mantenersi in istretta alleanza colla Prussia, chiamata dal suo uffizio egemonico a ricostituire la Germania. I Governi di Berlino e di Torino, ambedue traevano la propria forza dal concetto nazionale e dal l’attua mento leale delle istituzioni costituzionali. Essi erano attorniali da difficoltà identiche onde serbare incolume la propria indipendenza da qualunque lato sorgessero i pericoli. A un accordo intimo e permanente tra Prussia e Italia non doveva fare ostacolo la questione della Venezia; giacché era un pretto artifizio dell’Austria di magnificare l’importanza di conservarla sotto il proprio dominio a vantaggio della difesa territoriale della Germania (600).

Ma i tempi non erano per anco maturi del tutto per attuare questa congiunzione di nazionali interessi, indicata primieramente utile del pari all’Italia e alla Prussia da Vincenzo Gioberti sino dal 18fs9, e non abbandonata più mai dalla diplomazia piemontese sino alla sua felice riuscita nel 1866, per opera dell’illustre uomo di Stato che ora troviamo alla Corte di Berlino incaricato dal conte Cavour di tentarla. Ma se Guglielmo 1 fu largo di personale benevolenza verso il generale Lamarmora, se a lui favellò con grandi elogi di Vittorio Emanuele e della bravura dei soldati piemontesi in Crimea, non fiatò intorno agli avvenimenti degli anni 1859 e 1860 (601). Col ministro Schleinitz Lamarmora discorse a lungo e calorosamente sulle cose nostrane, e venne a concludere, che la questione italiana non poteva tenersi per sciolta, se non allorquando Venezia fosse libera, e che la Prussia aveva interesse proprio a cooperare a toglierla all’Austria. — Veramente, gli rispose Schleinitz, tra la Prussia e il Piemonte v’è una analogia che colpisce. Ma noi non possiamo aprovare tulio ciò che avete fatto. Ben comprendo che nelle circostanze gravissime in cui vi siete trovati non potevate andare per un’altra strada, né apigliarvi a un diverso partito. Per parte nostra ci siamo studiati di suscitarvi i minori imbarazzi possibili. In quanto alla Venezia che versa in condizioni infelicissime, le quali non possono durare a lungo, rimanete certi che non porremo olio sul fuoco, ove tosto o tardi l’Austria si disponga a cederla. Soltanto farà d’uopo che all’amichevole concertiamo i modi di tutelare gli interessi della Germania dal lato dell’Adriatico. Comprendiamo il vostro desiderio di vedere la Prussia riconoscere il regno d’Italia, ma confidiamo che non vorrete porci il coltello alla gola. Noi faremo di tutto per tener vive le nostre buone relazioni internazionali col Governo di Torino e spellerà alla fine perspicacia del conte Cavour di trovar modo che possiamo fare un passo di più (602). —

Effettivamente il Gabinetto di Berlino non tardò a mostrare che le sue inclinazioni erano dal lato dell’Italia, coll’impedire che si tramutasse in un conflitto diplomatico tra il Governo italiano e la Germania, conforme l’Austria tentò, una speciale controversia insorta dietro uno scortese diportamento usato alla dignità della corona di Vittorio Emanuele, dai ministri della Baviera, del Wurtemberg e di Meclemburgo presso la dieta di Francoforte (603). Benché condizionatamente, la Prussia riconobbe il regno d’Italia nel luglio del 1862 (604).

Il contegno amichevole assunto dalla Russia e dalla Prussia verso il Governo italiano gravemente indispettì l’Austria. Sintantoché l’Italia, costituita nella sua unità, era riconosciuta soltanto dalla Francia e dall’Inghilterra, essa si trovava costretta a procedere assai rimessamente in tutte le questioni europee. Ma la cosa mutava affatto d’aspetto col trovarsi essa non più respinta dalla Russia e dalla Prussia. Questo dispetto schizzò fuori assai acre da un dispaccio del conte di Rechberg, nel quale era detto all’inviato austriaco in Berlino: — Sua Maestà m’ordina di fare in modo che il re Guglielmo sapia quanto sia sincero il suo desiderio, che la Prussia non debba mai pentirsi della deliberazione presa di riconoscere il trionfo della rivoluzione più violenta, e della più flagrante violazione dei trattati dei tempi moderni. Le pretese guarentigie che il Gabinetto di Berlino ha avuto dal Governo piemontese, neanco hanno il valore del foglio di carta sul quale stanno scritte (605). —

Quanto queste tetre previsioni fossero fallaci, l’Austria lo provò a Sadowa, dopo che i suoi uomini di Stato tropo a lungo si erano lusingati di dover avere la fortuna, quale la volevano. Ma questa non è materia per la presente storia.


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CAPITOLO OTTAVO

SOMMARIO

Proposte di Napoleone III al Papa, come accolte — Modi di procedere in Roma del duca di Gramont — Speranze e concetti politici del cardinale Antonelli — bue segretissime pratiche coll'ambasciatore francese in Roma — Sdegni di Pio 11 contro il re di Sardegna — Consigli dell'ambasciatore austriaco in Roma — Occulte pratiche delle Corti di Roma e di Napoli — Lettera di Pio IX a Napoleone IIIColloquio del nunzio pontificio in Parigi coll'imperatore— Proposta del Vicariato, come accolta dal Papa — Sue proteste e sollecitazioni all'Episcopato cattolico — A qual fine fossero dirette — Rimostrante diplomatiche della Francia — Proposte del Gabinetto di Parigi — Colloquio del duca di Gramont col cardinale AntonelliRisposta della Corte romana alla proposta del Vicariato — Pratiche segrete intavolate dal conte Cavour per mezzo dell'abate Stellardi colla Corte di Roma — Lettera del re Vittorio Emanuele a Pio IV — Istruzioni del conte Cavour all'abate Stellardi — Sua relazione al re di ritorno da Roma — Nuovi tentativi d'accordi — Contegno della Corte di Roma — Dichiarazioni diplomatiche del Governo piemontese — Nuove proposte della Francia alla Santa Sede — Nuovi rifiuti — Maneggi politici e speranze della Corte romana — Disinganni sopravvenuti — Tristissime condizioni del Governo pontificio — Nuovo tentativo d'accordi per parte del Governo italiano — Pratiche officiose segretissime in Roma condotte dal dottore Pantaleoni e dal padre Passaglia — Documenti inediti relativi — Istruzioni, lettere e dispacci del conte Cavour — Altre pratiche segrete — Osservazioni — Infruttuosi tentativi degli agenti piemontesi in Roma — Contegno a loro riguardo del cardinale Antonelli — Sue speranze — Suo colloquio col padre Passaglia — Lettera di Cavour ai medesimo — Procedimenti del cardinale Antonelli — Sue dichiarazioni in ordine al principato temporale de' papi — Pratiche segrete per una convenzione tra i governi francese e italiano relative alla questione romana — Andamento delle pratiche intavolate dalle Corti di Madrid e di Vienna per soccorrere il Papa — Concetti fondamentali del cardinale Antonelli — Considerazioni riassuntive.

I

Qui accade tornar indietro colla narrazione per esporre, senza interrompimento d’altro racconto, le pratiche palesi e occulte, che ebbero luogo tra la Francia, il Piemonte e la Corte di Roma dalla pace di Villafranca alla morie del conte Cavour.

La repentina cessazione della guerra fu festeggiata nel Valicano. Ma l’animo di Pio IX e de' suoi consiglieri s’abbuiò, come sepero ch’essi doveano smettere ogni speranza d’aver le armi della Francia aiutatrici al ricupero delle provincie insorte (606). L’unico espediente, conforme consigliava l'imperatore Napoleone, per impedire che le Romagne si staccassero dallo Stato pontificio, stava nel vantaggiarle di un proprio governo laico liberale, e nell’attuare in pari tempo larghe riforme amministrative nelle altre parli dello Stato (607). Modeste proposte per verità eran queste nelle innovale condizioni dell’Italia. Ma, come il Papa ebbe letta la lettera che contenevale, rispose al duca di Gramont: —Non intendo di far leva di soldati sudditi miei, essendo ciò contrario all’indole di un governo ecclesiastico. Sarò largo di perdono agli ignoranti o illusi che si sono lasciati strascinare sulla strada della ribellione; ma non posso lasciar vivere tranquilli ne’ miei dominii i capi dei felloni, che slealmente hanno corrisposto alla mia clemenza col mostrarsi più audaci iniziatori di sedizioni. L’imperatore dei Francesi non può trovar fuor di proposito che un altro principe nel perdonare stia nei limiti entro cui egli è rimasto nell’interesse della tranquillità comune. Non sono avverso in massima alla federazione, ma prima di darvi il mio formale assenso, debbo conoscere le basi sulle quali si pensa di costituirla. Alle riforme penserò in seguito. Ora il primo mio sacro dovere è di chiedere e di pretendere l’incondizionata restituzione delle provincie ribelli al mio Governo. Se le condizioni straordinarie in cui presentemente versa l’imperatore Napoleone, gl’impediscono di compiere questo suo dovere colle armi della Francia, nulla gli vieta d’assentire che altri potentati cattolici diano questo aiuto alla Santa Sede (608). —

Sia che Gramont facesse soverchio assegnamento sulla propria abilità diplomatica, sia che calcolasse di tropo sulle conseguenze delle vittorie francesi in Italia, fatto è che, nell’inviarla a Parigi, egli pennelleggiò con rosei colori la risposta del Papa, e fece intravedere la possibilità del ritiro del cardinale Antonelli. E perché egli teneva l’incarico di destreggiarsi a introdurre nella. Corte napoletana consigli di liberali riforme, fece leggere il suo dispaccio a De Martino nella speranza d’impressionarlo.

Ma l’ambasciatore napoletano, al contrario, rimase a quella lettura meraviglialo, avvegnaché avea udito dalla bocca del cardinale Antonelli il discorso genuino tenuto dal Papa all’ambasciatore francese (609).

Ragguagliato di ciò il segretario di stato corse al riparo, coll’inviare un dispaccio al nunzio in Parigi contenente la risposta del Papa al duca di Gramont. L’eminentissimo Antonelli nutriva grandi speranze e ragionava così: — La fiumana della rivoluzione avanza e viepiù monta. In breve essa minaccierà d’avvolgere nel suo corso le cose che maggiormente interessano le potenze cattoliche. Sarà allora che dagli eccessi del male sorgeranno le difese più salde al diritto conculcato della Santa Sede, Rinfochiamo frattanto il sentimento religioso dei cattolici. Se verremo forzati a prometter riforme, simuleremo di piegare. E così, aspettando il nostro tempo, impediremo con innocui temperamenti di venire ad accordi incompatibili alla dignità della Santa Sede. Ma avremo conseguito mollo, se giungiamo a spingere Napoleone a fare qualche passo che indichi che egli vuole ci siano restituite le provincie che dobbiamo tentare di ridurre a forzata obbedienza, ove non ci siano pacificamente restituite (610). —

Incardinata la propria politica su queste basi. Antonelli fece a Gramont le domande seguenti: — Da che l'imperatore ha imperiosi motivi per non intervenire militarmente nelle Romagne, quale contegno assumerebbe egli verso il Piemonte ove le milizie pontificie entrassero nelle legazioni? Se il Santo Padre deliberasse di fare questo passo, la Francia consentirebbe a presidiare le provincie ora mantenute tranquille dai nostri soldati? — Prima di dare una risposta, disse Gramont, debbo chiedere istruzioni al mio sovrano. Sin d’ora posso però dichiarare, che l’imperatore non è favorevole all’annessione delle Legazioni al Piemonte e che sarebbe lieto di saperle pacificale, senza vederle del tutto staccate dallo Stato pontificio (611). —Mentre l'ambasciatore francese favellava così blando e lusinghiero, nell’effemeride ufficiale del Governo imperiale aspramente si biasimavano i governi italiani, che con pretensioni superlative si adoperavano a intralciare l’opera di riordinamento iniziata a Villafranca (612). L’eminentissimo Antonelli diede gran peso a questa dichiarazione, onde l’ambasciatore napoletano in Roma scrisse al suo Governo:

Ho veduto il cardinale Antonelli. Egli mi ha dato lettura dell’articolo del Monitore di ieri. Questa dichiarazione dell’imperatore ha fatto in lui una grandissima impressione ed ha sensibilmente modificato il suo pensiero sulla pressione esercitata dalla Francia intorno alle riforme di questo Governo. L’imperatore dei Francesi, secondo lui. adotta oggi una nuova politica in Italia, ch’è nell’interesse dei troni e dell’ordine. Bisogna comprometterlo, egli dice, sempre di più, mantenervelo ad ogni costo e quindi una saggia politica consiglia di adottare quei sacrifizii innocui e possibili che possono oggi soltanto col suo deciso apoggio impedirne dei dolorosissimie per ogni modo pesanti. Sono queste le sue parole e si lusinga che il papa sarà in grado di poterai occupare con lui di cosi importante questione (613).

Dietro questi concetti si intavolarono pratiche segretissime tra il cardinale segretario di Stato e l'ambasciatore di Francia in Roma. Le proposte dell'eminentissimo Antonelli erano che il principio elettivo fosse allargato per le città di Roma e di Bologna; che a eleggere i consigli provinciali venissero chiamati i consigli comunali, i quali eleggerebbero pure la consulta di Stato per le finanze, incaricata di votare i bilanci annuali e tutte le leggi finanziarie; ove nei bilanci preventivi annuali facesse difetto il voto della consulta, provvederebbe il Papa d’accordo col sacro collegio, e a discutere tutte le altre leggi verrebbe chiamato il Consiglio di Stato. Riservata al Santo Padre e al sacro collegio la definitiva aprovazione, una commissione porrebbe mano a ordinare i codici. Il duca di Gramont fece buon viso a queste proposte e dichiarò: che esse soddisfacevano i desideri del suo governo. Dietro di che, una congregazione cardinalizia le aprovò; e il Papa ordinò a monsignor Berardi di redigere l'editto col quale si doveano pubblicare (614).

Ma intanto che Antonelli delineava i modi di governare nell'avvenire le Legazioni, l'assemblea rapresentativa delle Romagne esprimeva all'unanimità il voto della separazione di quelle provincie dal principato temporale del Papa. Mancando gl'interventi armati, per arrestare il corso all'effettuazione di questa separazione, la Corte di Roma si apigliò alle armi spirituali. Pio IX annullò in un concistoro tutti gli atti dell’assemblea bolognese e ricordò le pene pronunziate contro coloro che attentanoal patrimonio e all'autorità della Santa Sede. Il nunzio presso la Corte di Parigi si era adoperato a suscitare pungentissime aprensioni nel timorato animo dell'imperatrice col fargli credere che il Santo Padre si trovava nella prossima necessità di slanciare la scomunica maggiore sul capo di Napoleone e di Vittorio Emanuele (615). E dapoiché quest’ultimo. per assentire a reiterate sollecitazioni dell’imperatore dei Francesi, aveva deputalo l’abate Vittorio Emanuele Stellardi a presentarsi al Papa, con una regia lettera nella quale era detto, che col ricevere la deputazione delle Romagne e col promettere di sostener la causa di quelle provincie dinanzi alle grandi potenze, egli le salvava dal cadere in preda alla rivoluzione, Pio IX acerbamente rispose così:

Io compatisco molto la trista posizione nella quale V. M. si trova; ma non so comprendere com’ella, sovrano cattolico, apartenente a una reale Casa che ha sempre prodotti tanti sovrani eminentemente cattolici ed affezionati a questa Santa Sede, non abbia parlato in Monza il linguaggio che unicamente conveniva a V. M. in proposito delle Legazioni. Agevolava questo contegno il Parlamento chiuso, i poteri straordinari dei quali la M. V. è ora investita e più di tutto il vivo desiderio e l'aspettativa di molti milioni di cattolici, che pendevano dal labbro di V. M. credendo di ascoltare parole tutte conformi alla loro fede e atte a rendere ragione ai diritti della Santa Sede. Ma ahimè! V. M. ha parlato in un senso totalmente contrario e i nemici della religione cattolica e i rivoluzionari di tutto il mondo hanno riportato il trionfo che desideravano (616).

L’ambasciatore austriaco in Roma mollo lietamente afferrò l'oportunità presentatagli dal risentimento suscitato nell'animo del papa e del cardinale Antonelli dalprocedere del re di Sardegna, per intralciar il corso alle riforme promesse alla Francia. — Nelle contingenze attuali, dicea Back, si è trascorso nel promettere, e da che non si può dar addietro, bisogna almeno studiar il modo di cavarne il maggior fruito possibile. — Non costò molla fatica all’ambasciatore d’Austria di tirar dalla sua il segretario di Stato. Il quale pertanto, a introdurre direttamente Gramont nella via di una nuova pratica, gli indirizzò una nota verbale per dichiarargli che, in quanto all’attuazione delle accordale riforme, il papa si riservava di cogliere la miglior oportunità tuttavia lontana. L’ambasciatore di Francia, che si teneva in porlo, visto che lo si voleva sospingere nella sconfinata distesa del mare, cercò di gittar l’àncora a non indietreggiare col rispondere, che, ove la promulgazione delle concertate riforme non succedesse tostamente, l'allegata convenienza del ritardo verrebbe considerata come un velato rifiuto dal Governo francese, il quale in conseguenza richiamerebbe da Roma i suoi soldati e tralascierebbe di praticare ogni buon uffizio a vantaggio della Santa Sede nel nuovo ordinamento delle cose italiane (617).

La minaccia era grave e urgente il bisogno di apigliarsi a un partito. A questo fine ebbe luogo un abboccamento tra il papa, Antonelli e Back. — Se il richiamo dei soldati francesi da Roma realmente si effettuasse, osservò il cardinale, potremmo trovarci in mezzo a seri guai, da che non ci è dato di scorgere chiaramente in grembo al prossimo avvenire. È vero che sino al presente Napoleone si è mostralo destro e fortunatissimo nello schivare di compromettersi col partito cattolico. Ma se ora egli gittasse deliberatamente il papa nelle braccia della rivoluzione? — No, gli rispose l'ambasciatore d’Austria, egli non può farlo. L’imperatore dei Francesi comprende che, procedendo in tal guisa, egli si scatenerebbe contro implacabile l’odio del partito cattolico, sul quale in Francia egli fa il maggiore assegnamento per la durala sul trono della sua dinastia. Vero è ohe ora il Santo Padre è vincolato dall’impegno preso, Ma, se pur le riforme si debbono promulgare, almeno da questo sacrifizio si ritragga l'incontestabile beneficio di avere guarentita dalla Francia l’integrità territoriale degli Stati della Chiesa. Questo fu il primo pensiero di Sua Santità, manifestato per iscritto all'imperatore Napoleone. Ora bisogna riprenderlo, bisogna tornare sui primi passi, se vogliamo presentarci nel prossimo congresso in buone condizioni. — Pio IX trovò questo ragionare così aprezzevole, che volle egli stesso dettare ad Antonelli gli apunti per la risposta a Gramont. Si doveva dire, che Sua Santità dava formali assicurazioni alla Francia, che le promesse riforme indubitatamente diverrebbero legge per i sudditi pontifici tosto che alla Santa Sede fossero restituite le Legazioni, e riconosciuta e guarantita dai maggiori potentati l'integrità territoriale di tutto lo Stato della Chiesa.

Ornai il cardinale Antonelli confidava di dominare la fiera burrasca battendo l’usata via dell’inflessibile resistenza. [(618)] Incuoravanlo a far ciò le intime confidenze dell’ambasciatore di Francia che davagli a leggere i dispacci segreti del suo Governo, in cui eragli ordinato di mettere in moto gli agenti suoi segreti in Bologna, onde impedire che la somma delle cose passasse nelle mani di un governatore piemontese (619). Egli inoltre argomentava che, di fronte alla gagliardissima agitazione della parte cattolica francese, Napoleone si acqueterebbe a poche e smilze riforme per lo Stato romano (620). Il cardinale sperava inoltre di preparare un fiero colpo al Piemonte e alla rivoluzione con i suoi segreti maneggi presso la Corte napoletana, e coi prìncipi fuoruscili per mandare a soqquadro l'Italia centrale. Onde baldo ei dicea all’ambasciatore borbonico in Roma: — Se le cose colà progrediscono in bene; se da quel lato spunta qualche solido indizio di aiuto efficace, le milizie napoletane entreranno nello Stato della Chiesa; io ordinerò un pronto movimento in avanti delle nostre trupe, e dichiareremo poi alla Francia le ragioni per cui ci siamo trovati costretti a fare tutto ciò (621). —

II

Sui primi del dicembre del 1859 il papa scrisse di mano propria all’imperatore dei francesi per fargli nolo, che egli non invierebbe il suo plenipotenziario al congresso, ove antecedentemente non ricevesse l’assicurazione dell'integrità territoriale de' suoi Stati, come avevanla fissata i trattati del 1815 (622). In risposta Napoleone lo domandò del suo assenso per un vicarialo del re di Sardegna nelle Romagne, promettendogli di fargli assicurare da salde guarentigie europee il possesso delle altre provincie (623). Questa proposta riuscì ingrata alla Corte di Roma. Ad aggravarne gli sdegni e i sospetti sopravvenne l’opuscolo da noi accennato, nel quale Napoleone met

3SX —teva innanzi l’opinioge che i papi sarebbero tanto più grandi e rispettati quanto meno possedessero di dominio temporale. Il nunzio pontificio in Parigi corse da Walewski per iscongiurarlo a far disaprovare dall’effemeride ufficiale del Governo una pubblicazione così ostile ai diritti della Santa Sede. Ma il ministro gli rispose, che amaramente deplorava le cose contenute in quel l’opuscolo; ma che eragli interdetto di farle officialmente disaprovare, avvegnaché erano state inspirale tropo dall’alto (624).

All’udir ciò monsignor Sacconi chiese udienza dall’imperatore. L’ottenne tosto. Egli trovò Napoleone largo in parole nel dichiarare la sua devozione al Capo della Chiesa, ma abbastanza esplicito nel manifestargli il suo modo di pensare intorno alla questione politica. — Non posso persuadermi, gli disse, che l’indipendenza spirituale del Santo Padre dipenda da una maggiore o minore signoria territoriale. Ora è estrema la necessità di conciliare i diritti del pontificalo coi fatti compiuti e colle occorrenti esigenze della politica. Per ciò conseguire i! migliore partito è di assicurare alla Santa Sede l’alto dominio delle Legazioni e farne un vicarialo per il re di Sardegna. Certamente non si debbono mettere in dubbio i diritti della Santa Sede sulle Legazioni; ma la questione da sciogliere è questione di fatto. Io assolutamente non posso permettere verun intervento straniero nelle cose" italiane. Sono pronto a difendere i diritti della Santa Sede, ma dentro i termini del possibile. Terrò fermi i miei soldati in Roma sino a che rassetto d’Italia sia terminativamente costituito. — Il nunzio interrupe l’imperatore, per fargli osservare, che il ritorno del conte Cavour al maneggio della cosa pubblica manifestamente accennava che il Piemonte mirava ad impossessarsi dell’Italia. — No, riprese l’imperatore, non permetterò maggiori annessioni alla Sardegna. Gli interessi della Francia, come quelli delle Corti di Roma e di Napoli, richiedono che nell’Italia centrale si costituisca un regno forte con un governo professante massime conservative e desideroso di vedere attuala la confederazione. Ma perciò bisogna che il papa aiuti il mio governo e la mia politica (625).

Era ciò che la Corte romana recisamente rifiutava di fare. Letto l’opuscolo diretto ad avvalorare l’opinione che, a mettere l’Italia d’accordo col papato, necessitava impiccolire il principato della Santa Sede, il cardinale Antonelli scrisse all’ambasciatore di Francia in Roma in termini ricolmi d’amaritudine, conchiudendo con dire che, dopo un fatto di tanta enormezza, il Santo Padre giammai non assentirebbe d’inviare un suo plenipotenziario al congresso. Pio IX, stimatizzato ch’ebbe in cospetto degli ufficiali del presidio francese in Roma il famoso opuscolo, scrisse a Napoleone che i veri fomentatori della rivoluzione nelle Romagne erano il Piemonte e la Francia (626). Egli quindi solennemente favellò ai vescovi dell’orbe cattolico per invitarli ad aiutarlo a difendere i diritti della Santa Sede manomessi nelle Legazioni, che egli né voleva né poteva cedere, non essendo il principato temporale proprietà sua, ma della Chiesa (627).

La Corte di Roma mirava a suscitare una poderosa manifestazione europea d’idee e di sentimenti favorevoli alla podestà temporale dei papi, e nell’aparecchiarla il cardinale Antonelli pensava e diceva così: — nell’animodi Napoleone ludo cede a ciò che gli torna di maggiore interesse. Dal contegno quindi del grande partito cattolico io buona parte dipende che questo interesse si volga di nuovo a nostro vantaggio (628).

Grandi per verità furono i clamori e le protestazioni che da tutta Europa alzarono i vescovi. Dicevano essi: che gli Stati europei avevano una legge cotnune fondata sul cristianesimo, in conformità delle cui massime gli interessi politici stavauo tutti soggetti a una legge superiore, la giustizia. Se il trono pontificio poteva essere atterrato impunemente dalla rivoluzione, il diritto pubblico europeo rimaneva senza forza e autorità. Badassero inoltre i monarchi che le massime professate dalla rivoluzione italiana erano minacciose per tutti i troni. Se io effetto le pretese che si accampavano in nome della nazionalità valevano più della legge di Dio e dei doveri dell’obbedienza civile, i maggiori regni d'Europa erano già condannati a perire e la loro durata non basava più sul diritto, ma sulla forza.

Il Governo francese non lardò a manifestare il suo profondo rincrescimento, che la Corte romana avesse trasportato nel campo della religione una questione che aparteneva anzitutto all'ordiue temporale» È una questione, diceva Thouvenel, che unicamente si deve trattare nei modi usati dalla diplomazia, essendo che ìq essa non si trova minimamente impegnata la podestà spirituale del Santo Padre. Col fare apello alle coscienze in nome della fede religiosa per interessi mondani, la Santa Sede si era posta in contraddizione colle massime di diritto pubblico prevalenti negli Stati moderni. Per lo passalo i papi avevano sanzionato mutamenti territoriali nello Stato della Chiesa, senza credere di venir meno ailoro doveri religiosi. La Corte di Roma, sorda ai consigli datile dall’Europa sino dal 1831, aveva lascialo che le cose peggiorassero al punio da rendere difficilissimo ogni rimedio. Tuttavia la Francia era pronta a fare e a Sostenere la proposta che l’Europa collettivamente guarentisse alla Santa Sede il suo principato temporale, sotto la clausola di costituire le Legazioni in Un vicarialo politico e civile perpetuo ed ereditario nella Casa di Savoia (629). —Dietro questa proposta ebbe luogo il dialogo seguente fra il cardinale Antonelli e il duca di Gramont:

Antonelli. Dunque l’imperatore toglie al Santo Padre le Legazioni per darle al re di Sardegna?

Gramont. Questo è un giudizio che non può in tutta l'Europa trovare l’assenso di chiunque spassionatamente giudichi lo stato delle cose. Se l'imperatore realmente fosse deliberato di togliere le Romagne al papa, non avrebbe a far altro, se non che lasciare che avesse piena attuazione il voto della loro annessione al Piemonte. Al contrario egli s’intromette per impedire che in quelle provincie divenga assoluto l’annullamento della sovranità pontificia. È il solo espediente praticabile, giacché, per ricondurre le Legazioni sotto il pieno dominio pontificio, sarebbe indispensabile un intervento armato, impossibile nelle presenti condizioni delle cose italiane.

Antonelli. Agli occhi del Santo Padre non corre il minimo divario tra la totale perdila delle Legazioni, per la loro annessione al Piemonte, e la costituzione di esse in Vicariato perpetuo per Casa di Savoia. Nell’uno e nell’altro caso campeggia la spogliazione, operala per mezzo della ribellione. Le concessioni territoriali assentite col trattato di Tolentino sono un precedente allegato fuor di proposito. Allora il papa aveva fatto la guerra e ne subiva le conseguenze; onde eoo piena tranquillità di coscienza cedeva al felice nemico una parte del proprio territorio; nella stessa guisa che, per ragione di guerra infelice, l’imperatore d’Austria ha ceduto la Lombardia all’imperatore dei Francesi.

Gramont. Se dunque il re di Sardegna avesse fatto la guerra al papa e occupate le Legazioni, il Santo Padre avrebbe la coscienza libera per lasciargliene il possesso mediante un trattato?

Antonelli. Sarebbe necessario che la guerra fosse stata mossa per cagioni legittime.

Gramont. Ma l’eminenza vostra ha detto testà che l'imperatore d’Austria aveva potuto cedere la Lombardia per averla perduta in conseguenza della guerra. Voglio credere che ella non contrasterà che in questa guerra la legittimità era dal lato della Francia e del suo alleato, che aveva visto il suo territorio invaso dalle armi austriache. La Corte romana conseguentemente deve accettare gli avvenimenti compiutisi in Italia, che sono l’immediata conseguenza di questa guerra. Lo stato attuale delle provincie centrali della penisola è un fatto di guerra ed entra precisamente nella categoria di quelli indicati da vostra eminenza; onde il Santo Padre è pienamente libero di entrare in negoziali per diminuire possibilmente i danni toccatigli.

Antonelli. Noi non consideriamo e non valutiamo le cose secondo il vostro modo di vedere. Per noi esiste una questione di massima per il dovere che il Santo Padre ha di considerare come illegittimi i governi, che procedono coi modi propri della rivoluzione e fanno fondamento sulla propaganda protestante Secondo noi, la questione è politica e religiosa, e quindi ripeto, signor duca, che il Santo Padre non scenderà mai a transazioni.

Gramont. Ma la resistenza assoluta di non piegare ai consigli dell’imperatore condurrà direttamente a vedere compiuta l’annessione delle Legazioni al Piemonte. La Francia ripugna a questa soluzione di cose, ma non può contrastarla, e, ove avvenga, sarà costretta a richiamare dall’Italia i suoi soldati. A ciò apunto mira il conte di Cavour. Oggi l’Europa, per le condizioni in cui si trova, accetta i fatti compiuti. Apoggiandosi a questa rassegnazione, il conte, riflettete bene, eminenza, andrà a Parigi e offrirà la Savoia. La Francia, posta nella necessità di portare le sue frontiere sulle Alpi in grazia dei mutamenti territoriali dell’Italia superiore, accetterà e gli lascierà libero il passo per le vagheggiate annessioni. Ma, se in tempo utile si mette in pratica la proposta del vicariato, le cose cambieranno d’aspetto. E il solo mezzo per salvare le Legazioni, rimanendo chiusa la via all'intervento armato sia dell’Austria, sia della Francia.

Antonelli. Ma noi non abbiamo bisogno né dell’una, né dell’altra. Unicamente chiediamo all’imperatore che faccia sgomberare le Romagne dalle soldatesche dei governi rivoluzionari, e interdica al Piemonte di continuare a sussidiare di armi e di danaro le popolazioni ribellatesi alla Santa Sede. Noi chiediamo inoltre che il Governo francese non si oponga a che il Santo Padre invochi l’aiuto di altre potenze cattoliche, all’infuori dell'Austria. Basterà poi che l’imperatore lo voglia, perché la Francia ci possa largamente aiutare a mantenere tranquille le provincie riacquistate, usando sui suoi poderosi influssi morali.

Gramont. Voi siete, eminenza, in un errore gravissimo. Non dovete aver dimenticato come il Governo dell’imperatore abbia più volle misurata la potenza dei suoi influssi morali sulla popolazione della Romagna, e vi prego quindi a scusarmi, se non posso credere che state ben convinto della risposta datami. In quanto agli aiuti armali delle altre potenze cattoliche, all’infuori della Francia e dell’Austria, è ben manifesto che possono esser promessi ma non praticati. Perciò lo scioglimento della questione, come è da voi proposto, non è praticabile. Ed è sopra una base così fragile ohe la Corte romana fonda la sua politica di assoluta resistenza? Permettetemi di dirvi, che io non posso spiegarmi il vostro modo di procedere, o piuttosto lo comprendo dietro una suposizione che mi sento in dovere di farvi conoscere. Voi desiderate un cataclisma. Non potete chiudere gli occhi all’evidenza. Vedete il movimento rivoluzionario Che Vi circonda, conoscete prossima la ribellione nelle Marche e nell’Umbria, vi sono noti i gravissimi pericoli in cui versa la quiete pubblica nel reame di Napoli, e in vista di tutto ciò voi invocate la tempesta per pescare l’utile vostro nel gran naufragio, mentre che con una parola arrendevole sta in vostra facoltà di acquetare la tempesta, di mantenere incolumi le provincie rimaste alla Santa Sede, d’allontanare la procella che rumoreggia minacciosa sul capo dei Borboni di Napoli, di impedire infine che il moto italiano degeneri in anarchia. E voi nullameno senza pietà sacrificale tutto ciò e, ripeto, invocale la procella.

Antonelli. Siamo ben lontani da simili propositi. Noi ci difendiamo a oltranza dai nostri nemici interni ed esterni.

Gramont. Inutili sacrifizi, giacché ben sapete al pari di me che non potete fare il minimo assegnamento sulle vostre milizie. Se davvero voleste uscire da una condizione di cose che vi conduce alla ruina, vi apiglioreste ad altri espedienti, e porgereste aiuto ai nostri sforzi per rendere all’Italia la sua tranquillità. Se non potete sancire il vicarialo di Gasa Savoia nelle Legazioni, rassegnatevi almeno a tollerarlo. Intanto avrete modo di promulgare le riforme promesse, e così presterete mano agli sferri del mio Sovrano ardentemente desideroso di spegnere il fuoco della discordia, che arde tra il Santo Padre e i suoi sudditi,Antonelli. Non posso se don che ripetervi ciò che vi ho detto le cento volle. Il papa non transigerà mai. Egli è impegnalo al cospetto del mondo cattolico e non indietreggierà di un passo. In quanto alle riforme, egli manterrà le sue promesse, ed esse verranno promulgale nello stesso giorno In cui le ribelli provincie verranno rimesso sotto il dominio della Santa Sede,Gramont. Almeno spero che vostra eminenza vorrà rendere esalto conto del nostro colloquio al Santo Padre. Ov’egli non creda di sanzionare gli espedienti proposti dal mio Sovrano nell'interesse della Santa Sede, e per salvare l’Italia dal cadere in preda alla rivoluzione, vorrà almeno riconoscere la lealtà dei sentimenti che lo guidano e quindi si asterrà dal dichiararsi apertamente contrario a una politica, i cui buoni frutti egli sarà il primo a raccogliere. In quanto a me, signor cardinale, vi lascio profondamente contristato dell’inutilità de' miei sforzi e molto inquieto rispetto ai pericoli, verso cui il Santo Padre procede a occhi chiusi.

Antonelli. Noi abbiamo, signor ambasciatore, opinioni oposte sul valore relativo dei principii e dei fatti compiuti. Voi date a questi ultimi una importanza e un valore giuridico che assolutamente noi non riconosciamo in essi. Per noi l’unica cosa indispensabile è quella di salvare e di rispettare i principii. Il papa non può venir meno a questo sommò dover suo. Noi aprezziamo bensì la sincerità dei diportamenti dell’imperatore Napoleone e del suo Governo, e neanco per un istante vogliamo dubitare che loro non stiano a cuore gli interessi della Santa Sede; ma non è a fare la minima meraviglia, se non giungiamo a intenderci sui doveri e sui veri interessi d’essa Santa Sede, in tanta divergenza di concetti e di giudizi (630).

La risposta officiale della Corte di Roma alle menzionate proposte del gabinetto di Parigi fu dello stesso tenore. In essa veniva sanzionata la massima, che il Santo Padre non poteva menomamente diminuire, sotto qualsiasi forma, il principato ecclesiastico, giacché esso non era proprietà sua personale, ma sacro patrimonio della Chiesa, istituito per guarentire al vicario di Gesù Cristo in terra le necessarie guarentigie e gli oportuni mezzi per assicurare il suo apostolico ministerio (631).

III

A questi tentativi di conciliazione fatti dall'imperatore dei Francesi s’associarono le seguenti pratiche segrete del re di Sardegna che ci è dato di narrare, mettendo in luce documenti di capitale importanza. Ripreso ch’ebbe il maneggio dei pubblici affari, il conte Cavour non tardò a consigliare il re di fare al papa proposte di un pacifico accomodamento. N’ebbe il carico l’abate Vittorio Emanuele Stellardi, elemosiniere del re, sacerdote di molta dottrina e di schietta pietà. Egli anzitutto doveva consegnare al papa una lettera autografa di Vittorio Emanuele, i cui sensi erano i seguenti: — Pare che vostra Santità, nel chiedere la mia cooperazione per il ricupero delle Legazioni, voglia darmi carico di quanto in esse ultimamente è avvenuto. Prima di confermare una sentenza così severa, la suplico a voler esaminare i fatti e accompagnarli colle considerazioni seguenti. Figlio devoto della Chiesa, discendente di stirpe religiosissima, ho sempre nutrito sensi di sincera venerazione verso la santa Chiesa e l’augusto suo Capo. Non fu mai e non è mia intenzione di mancare ai miei doveri di principe cattolico e di menomare, per quanto è in me, quei diritti e quella autorità che la Santa Sede esercita sulla terra per divino mandato. Ma io pure debbo compiere doveri sacri innanzi a Dio e agli uomini, verso la mia patria e verso i popoli che la divina Provvidenza volle affidati al mio governo. Ho sempre cercato di conciliare questi doveri di principe cattolico e di sovrano indipendente di libera e civile nazione, sia nell'interno reggimento dei miei Stati, sia nel governo della politica esteriore. Il padre mio, seguendo l’impulso venuto dal Vaticano, tentò di redimere la nostra patria dalla dominazione straniera. Egli mi legò morendo la santa impresa. Accettandola credo di non allontanarmi dalla divina volontà, la quale certamente non può aprovare che i popoli siano divisi in opressi e in opressori. Principe italiano volli liberare l’Italia, e però reputai debito mio accettare per la guerra nazionale il concorso di tutti i popoli della penisola. Le Legazioni, per lunghi anni opresse dai soldati stranieri, si sollevarono apena questi si ritirarono. Esse mi offersero ad un tempo il loro concorso alla guerra e la dittatura. lo, che nulla aveva fatto per promuoverne l’insurrezione, rifiutai la dittatura per rispetto alla Santa Sede. Accettai il loro concorso alla guerra d’indipendenza, perché questo era dovere sacro d’ogni italiano. Cessata laguerra, cessò ogni ingerenza del mio Governo nelle Legazioni. Quei popoli rimasti pienamente liberi richiesero, con spontanea e mirabile unanimità, la loro annessione al mio regno. Questi voti non furono esauditi. Ma il Governo di vostra Santità non potrebbe ricuperare quelle provincie se non colla forza delle armi straniere. Ciò non può volere la Santità vostra. Il suo cuore generoso, l’evangelica sua carità rifuggiranno dallo spargere il sangue cristiano pel ricupero di provincie che, qualunque fosse il risultalo della guerra, rimarrebbero per sempre moralmente perduto pel Governo della Chiesa. L’interesse della religione non lo richiede. La Santa Sede fu per molli secoli venerala e potente prima che possedesse le Legazioni. I tempi che corrono sono fortunosi. Non tocca a me, figlio devoto di vostra Santità, d’indicarle la via più sicura per ridare la quiete alla nostra patria e per ristabilire su basi salde il prestigio e l'autorità della Santa Sede in Italia. Tuttavia mi credo in dovere di manifestare e di sottoporre a vostra Santità, prese in considerazione le necessità dei tempi, la crescente fòrza del principio di nazionalità, l'irresistibile impulso che spinge i popoli d’Italia a unirsi e ordinarsi in conformità delle norme adottate da tutti i popoli civili; che se ella credesse richiedere il mio franco e leale concorso, vi sarebbe modo di stabilire non solo nelle Romagne, ma altresì nelle Marche e nell’Umbria tale uno stato di cose che, serbando alla Chiesa l’alto suo dominio, ed assicurando al Supremo Pontefice un posto glorioso a capo della nazione italiana, farebbe partecipi i popoli di quelle provincie dei benefizi, che un regno forte e altamente nazionale assicura alla massima parte dell’Italia centrale (632). —

Le istruzioni segrete del conte Cavour all’abate Stellarci! erano testualmente le seguenti:

Quando il Santo Padre facesse benigna accoglienza all’idea accennata nella lettera, che la S. V. reverendissima è incaricata di consegnargli per parte di S. M il re, alla potrà recarsi da sua eminenza il cardinale Antonelli ed entrare geco in discorso sulle basi che ai riputeranno oportune pel riordinamento degli Stati pontifici.

A parere del re, onde dare quelle provincie uno stabile assetto e porre la Corte romana al sicuro d’ogni pericolo, saprebbe mestieri che i popoli delle Romagne, dell’Umbria e delle Marche fossero governati dalle stesse leggi civili e politiche delle altre provincia dell’Italia centrale, Il re di Sardegna eserciterebbe in quelle provincia il potere esecutivo sotto l'alto dominio del Pontefice, la cui suprema autorità sarebbe formalmente riconosciuta e rispettata,Le provincie governate dal re concorrerebbero per una larga somma alle spese delle Santa Sede, Il re assumerebbe l’obbligo di difendere Sua Santità contro ogni attacco straniero e di mantenere la sua indipendenza anche colle armi.

Ai cittadini di Roma e del territorio, che rimarrebbe sotto l’immediato dominio pontificio, verrebbero concessi i diritti civili e politici nel Regno italico.

La S. V, illustrissima e reverendissima vorrà fare quanto le sarà possibile per dimostrare che il mezzo proposto da S. M, è il solo che possa guarentire la pace d’Italia, e mettere la persona di Sua Santità e la suprema sua autorità al sicuro da qualunque pericolo (633).

Più che mai importando in questa parte della nostra narrazione, che il lettore abbia innanzi le irrefragabili testimonianze della verità dei fatti narrali, lascieremo che egli conosca il risultato della missione dello Stellanti in Roma dalla seguente sua relazione al re:

La M. V. mi ha ordinato di riferirle per iscritto le cose dette da Sua Santità il Sommo Pontefice Pio IX, nell’atto che io le presentai la lettera autografa della M. V. delli 7 del corrente mese.

Nella mia delli 14 già ebbi l’onore di scriverle da Roma, che ero stato ricevuto da Sua Santità il giorno prima, colle debite convenienze e con paterna amorevolezza, e che quel colloquio prolungatosi oltre ad un’ora non riuscì ad alcuna specifica conclusione.

Ora debbo soggiungerle, che tale colloquio avendo preso, per somma bontà del Santo Padre, l’indole e la forma di una famigliare e confidenzialissima conversazione, mi riesce assai difficile il tratteggiarne precisamente il tenore, e, dove pure mi fosse agevole il colorire con originale naturalezza e vivacità gli svariati parlari, una ben giusta delicatezza m’imporrebbe la massima sobrietà di parole nel riferirlo.

Sua Santità lesse attentamente la lettera della M. V. e vi fece sopra passo a passo, e a mo di chiosa, alcune osservazioni.

È debito mio accennare alla M. V. le tre principali. Colla prima il Santo Padre venne a dire, non altrimenti potersi assestare lo Stato delle Romagne, che colla restituzione pura e semplice, per parte di Vostra Maestà, delle Legazioni. Res egli disse con accento autorevole e solenne, res clamat ad Dominum.

Io, colla più rispettosa schiettezza e confidenza, gli risposi, che la teoria del dominio sulle cose non mi sembrava pienamente aplicabile al dominio sui popoli; la logica dei fatti avvenuti in quelle provincia essere affatto indipendente e superiore al volere di V. M.; che, ove ella loro togliesse pure la sua protezione e la sua difesa, non perciò ritornerebbero e rimarrebbero pacifiche e tranquille sotto il dominio della Santa Sede. Aggiunsi che quelle provincie, prima d’essere dalla forza ridotte all'obbedienza, si getterebbero all’anarchia, alla guerra e forse alla repubblica. Il loro esempio accenderebbe certamente il fuoco della rivoluzione nelle altre provincie dello Stato romano. Il sentimento della nazionalità essere sì pieno ed acceso in tutta la penisola da non potersi né domare, né estinguere senza spargimento inutile di molto sangue. I legittimi diritti della Santità Sua sopra quelle provincie potersi convenientemente riconoscere e tutelare, dove a lei piacesse accordarsi colla M. V., la quale nulla di meglio bramava per provarle anche a questo modo la sua figliale ed inalterabile devozione. Per questo fine essere io munito dalla M. V. e dal suo Governo di speciali poteri e istruzioni per iniziare in questo senso le oportune trattative, nel caso in cui la Santità Sua si fosse degnata di accogliere benignamente l’idea che la M. V. in detta lettera le veniva proponendo.

La seconda osservazione del Santo Padre volse sulla parte presa da V. M. e dal suo Governo nel reggimento politico ed amministrativo delle Legazioni, con gravi recriminazioni per le conseguenze prodotte in quelle provincie dall’entrata e dalla permanenza delle regie trupe.

A questo riguardo io feci umilmente notare a Sua Santità, che le trupe regie non vi erano entrate, che quando la partenza del suo eminentissimo legato le aveva ridotte a quella condizione, che i giuristi chiamano pro derelicto; che la loro presenza coli era consigliata dal diritto pubblico internazionale per tutelarvi a tempo l’ordine e la tranquillità; che a questo solo fine, dopo il voto dell’assemblea bolognese, la M. V. aveva permesso che gli atti governativi vi si facessero sotto l’egida del suo nome, senza intendere con ciò di fare la minima offesa o recare il più lieve danno ai diritti della Santa Sede, che sempre riconobbe e tuttavia riconosce sopra di quelle provincie.

La terza osservazione si raggirò sull'idea, che formava lo scopo finale della lettera della Maestà Vostra.

Il Santo Padre la lesse con molta attenzione e ne sentì profonda e visibile impressione. Dopo alcuni istanti di silenzio, uscì in queste precise parole: — Oh! prima non si era parlato che delle sole Legazioni, ora si vogliono anche le Marche e l’Umbria! Come posso io concedere simili cose? Come si vuol intendere questo alto dominio di cui mi parla il re di Sardegna? Quali guarentigie mi si vogliono dare e quale fede posso io prestarvi, se già il suo governo mi fatti per un calice d’oro? Che cosa posso io rispondere al re di Sardegna, dopo ciò che ho già risposto all’imperatore Napoleone?.

Io, dopo qualche rispettosa parola a Sua Santità, la pregai di riflettere con tutto suo agio sull’idea proposta da V. M. quale mezzo sicuro, diretto e forse unico di conservare nella Santa Sede la sovranità non solo delle Marche e dell’Umbria, ma sì pure delle Legazioni, in raporto alle mutate condizioni politiche dell’Italia. Si degnasse, aggiunsi, di osservare, che non era nuovo nella storia dei dominii della Chiesa l’esercizio della sovranità per mezzo di delegati e di vicarii pontificii. La M. V. si terrebbe onorata di ricevere tale delegazione dalla Santità Sua e di esercitarla nei limiti e sotto le condizioni da stabilirsi di mutuo accordo per la indipendenza e la difesa, ove il caso avvenisse, anche armata mano di tutte le altre provincie del suo Stato. Per questo fine la M. V. sarebbe disposta a dare le più solenni guarentigie, al cospetto dell’Europa e delle potenze segnatario dei trattati del 1815.

Con questo ragionare ebbe fine quel colloquio in cui il Santo Padre manifestò a più riprese, sensi benevoli e paterni verso la persona di V. M., ed io ne riportai fidanza di non averne incontrata la disgrazia nel compiere questa dolorosa e difficilissima missione, che accettai, senza la minima speranza di ben riuscirvi, col solo intendimento di provare alla M. V. la mia rispettosa obbedienza e di renderla meno penosa al Santo Padre per la dopia dipendenza che a lui mi lega di figlio devoto e di sacerdote umilissimo.

Sire, la lettera di risposta di Sua Santità, ch’io ebbi l’onore di consegnarle a Milano nelle ore pomeridiane del 20 corrente, le avrà certamente provato il successo non felice di questa mia missione, che io termino deponendo ai piedi di V. M. questa mia relazione.

Veramente questa risposta toglieva ogni fondata speranza di pacifici accordi. Il papa diceva al re, che la proposta del vicariato era indegna di un monarca cattolico e di un principe di Casa Savoia. Esserne afflittissimo, non per conto proprio, ma per l’infelice stato in cui si trovava l’animo del re illaqueato dalle censuro, le quali gli si aggraverebbero più terribili stil capo, ove osasse compiere la sacrilega spogliazione che meditava (634). Per cercare d’allenire l’animo del pontefice, Cavour pensò d’usare l’opera conciliatrice di qualche illustre uomo di Stato, noto per illibata ortodossia. Egli scelse ottimamente. Ma il conte Federico Sclopis, abitualo com’era a valutare le cose con quella profonda e tranquilla sicurezza di giudizio, propria di una preclara mente lungamente esercitala nei più gravi negozi pubblici, comprese che le cose eran giunte al segno da rendere presso che disperalo qualunque tentativo di pacifici accordi. Pure, insistendo Cavour affinché egli accettasse il carico, il conte Sclopis rispose: partirebbe, purché fosse preventivamente accertato che la Corte di Roma assentiva a negoziare (635). In questo proposito il re scrisse al papa, il suo primario ministro al cardinale Antonelli. Pio IX rispose a Vittorio Emanuele apuntandolo di mala fede, tacciandolo di usurpatore e di fomentatore di ruinosi scandali in danno della religione e della Chiesa. Il cardinale segretario di Stato lasciò intendere, che i suoi doveri di coscienza e di onestà vietavangli di porgere ascolto alla fattagli proposta (636).

Questa rigidezza estrema di procedere non era tenuta celata.

Il cardinale Antonelli nelle sue note diplomatiche bistrattava il Governo piemontese in cospetto dell’Europa, e il papa volgevasi all’episcopato della cattolicità affinché per tutto si alzassero preghiere a Dio affinché volesse, con un raggio della sua grazia divina, infondere nell’animo del re di Sardegna profondo pentimento per i mali e gli scandali gravissimi ch’egli procurava alla povera Italia.

Vittorio Emanuele, alla sua volta, in cospetto del Parlamento, dichiarava: che se l’autorità ecclesiastica volesse usare armi spirituali per interessi temporali, egli, nella sicura coscienza e nelle tradizioni dei suoi avi, troverebbe la vigoria per mantenere intera la libertà civile e la sua autorità, della quale doveva ragione a Dio solo e ai suoi popoli. La patria comune non dover esser più mai un campo aperto alle ambizioni straniere, ma bensì l’Italia degl’italiani (637).

Mentre il re così dignitosamente favellava, Cavourscriveva agli agenti diplomatici della Sardegna nei sensi seguenti: — Gli ultimi alti della Santa Sede possono per avventura far dubitare all’estero, che le nostre attuali relazioni con la Corte romana siano per tornar pericolose al riposo della monarchia. Spero che il discorso reale avrà dissipale tutte le suposizioni svegliatesi su tal proposito. La parola del re è la fedele manifestazione dell'opinione del Governo. Egli ed i consiglieri suoi responsabili non smentiranno giammai il profondo rispetto che nutrono verso l’autorità spirituale della Santa Sede. Noi avremo sempre a onore di dare larghe prove di sincera venerazione alla religione cattolica e alla persona del sommo Pontefice. Ma nello stesso tempo siamo fermamente deliberati a difendere i diritti acquisiti e a salvaguardare l'autorità e l’indipendenza che apartengono all’autorità civile. Il nostro modo di procedere non è soltanto aprovato, nel nostro paese, dagli uomini istrutti e devoti al trionfo della libertà civile, ma eziandio da coloro che hanno timorata coscienza e vivono nella temenza, che ogni dissenso tra Io Stato e la Chiesa sia dannoso alla fede religiosa delle popolazioni. Eziandio questi ultimi comprendono che nelle attuali vertenze, gli interessi religiosi non sono per nulla compromessi e che le armi spirituali, chiamate al servizio di una causa esclusivamente politica, non debbono sviare il Governo del re dalla via intrapresa. Misure eccezionali non saranno punto necessarie per impedire che, sotto pretesti religiosi, si agili il paese. L’aplicazione ferma e imparziale delle leggi che determinano i raporti tra la Chiesa e lo Stato, coadiuvate dal buon senso pubblico, basteranno, lo speriamo, a render vano ogni tentativo di agitazioni religiose (638). —


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IV

Non ristavano frattanto gli assidui sforzi di Napoleone perché la causa del papato temporale fosse definita in modo da evitarne la distruzione. Mal riuscito il tentativo basato sull’intervento piemontese e napoletano, il Governo francese fece alla Corte di Roma le seguenti proposte: — Il papa promulgasse tosto le promesse riforme, pur riservandosi i diritti di sovranità che competevangli sulle Legazioni; le milizie pontificie meglio ordinale manterrebbero tranquille l’Umbria e le Marche; a presidiare Roma verrebbero costituite schiere di soldati somministrali dalle nazioni cattoliche, all’infuori dell’Austria e della Francia, le quali tuttavia presterebbero gratuitamente le proprie navi da guerra a trasportarle nello Stato pontificio. Le Corti di Vienna e di Parigi, di pieno accordo con un plenipotenziario pontificio, negozierebbero una convenzione colla Santa Sede, alla quale accederebbero poi tutte le altre potenze cattoliche, diretta a far si, che ciaschedun Stato cattolico, in ragione proporzionale, inscrivesse nel proprio libro del debito pubblico un annuo sussidio di danaro al Capo della Chiesa (639).

La Corte di Vienna dimostrò di non ricusare questo negoziato (640). Il gabinetto di Madrid lasciò manifestamente intendere, che, a suo modo di vedere, le proposte della Francia sole potevano salvare il principato dei papi, e i vari interessi della Santa Sede dal rimaner preda della rivoluzione (641). Le Corti di Napoli e di Lisbona dichiarano di averle ascoltate con piacere ed esser pronte a entrare in negoziati per farle riuscire a qualche buona conclusione (642).

Ma la risposta della Corte romana fu perentoriamente negativa, Antonelli dichiarò, che il Santo Padre pop poteva far sottoscrivere alcuna convenzione, nella quale non fosse registrata la formale promessa della restituzione delle Romagne. Non potersi da lui accettare la guarentigia collettiva dell’Europa per le provincie tuttavia possedute; avvegnaché con questo fatto verrebbe debilitalo il suo diritto di possesso sulle provincie rapitegli. In quanto ad un annuo sussidio, il Santo Padre l’accetterebbe soltanto sotto la clausola che prendesse la forma di una riconsecrazione degli antichi diritti canonici percetti sui benefizi vacanti. Relativamente all’offerto aiuto armato la Santa Sede preferiva di esser libera di reclutare il proprio esercito.

In tal modo mentre il Governo francese si manteneva indefesso nel l'adoperarsi ad aprire un varco di salute al periclitante potere temporale dei papi la Corte romana rispondevagli, mettendo innanzi pretese da medio evo. Essa respingeva il vicariato sulle Romagne della Casa di Savoia, declinava la guarentigia collettiva delle potenze cattoliche per la conservazione di provincie, che essa non valeva a tener soggette da sola, si gittava dietro alle spalle tutti i consigli, ricusava di scendere ad accordi, e nulla voleva ascoltare, nulla cedere prima che le fossero restituite le Legazioni. Un nemico fiero, implacabile stava incontro al principato temporale dei papi ed era l’odio dei popoli da essi pessimamente governati; e coloro che in Roma stavano al maneggio della pubblica cosa bandivano ai quattro venti, che il moto rivoluzionario chemandava in ruina i troni italiani, altro non era se non che il malvagio effetto delle ambizioni sconfinale del fedifrago Piemonte, e che quindi, vinto che esso fosse, i popoli ridiverrebbero tranquilli e i troni sicuri.

Le speranze in questo proposito eran divenute fervide, e davano impulso a non meno fervide opere per suscitare una Aera tempesta che travolgesse ne’ suoi vortici i troni di Napoleone III e di Vittorio Emanuele II, e ricacciasse l’Italia nell’antica servitù, Il Vaticano era divenuto il centro di una vera e grande cospirazione. Numerose deputazioni di Francesi, scriveva il duca di Gramont al suo Governo, si presentano con pompa dinanzi a sua Santità, affettando tutti i caratteri dell’oposizione dinastica più scolpita, e tenendo ai piedi del trono papale un linguaggio, la cui violenza denota una estrema esaltazione. Alle porle del Valicano si fermano i visitatori interrogandoli; siete Brettoni voi altri? e loro si dice con trionfale sussiego: che le sale sono momentaneamente chiuse, da che il Santo Padre riceveva gli omaggi della Brettagna, venula per mezzo di una deputazione a protestare contro l’imperatore Napoleone, A un cittadino di Lione il quale, benché cattolico fervente, non aveva creduto di ripudiare il sentimento della sua nazionalità, venne dello vivamente: — Signore, si è sudditi del papa, prima di essere sudditi del proprio sovrano; se non professate questa dottrina a che siete venuto qui? (643). —La Corte di Roma calcolava di possedere tuttavia la possanza di far rinascere a suo vantaggio una crociata medioevale, e per tutta l’Europa gli agenti suoi facevano tentativi di commovimenti religiosi. Il cardinale Antonelli prendeva accordi colla Corte di Vienna, col duca di Modena e colla duchessa di Parma per metter in pronto armi e soldati (644). Monsignor De Merode, arrabbialo oltremontano belga, era stato assunto a ministro delle cose di guerra del papa. Il generale Lamoricière, che, per inimicizia all’impero, s’era rifiutato di servire la Francia, era divenuto il capitano supremo delle milizie pontificie. Egli altamente proclamava, che alla gran voce del papa tutto l’orbe cattolico si era commosso e che le nazioni cristiane sentivan tutte il profondo convincimento, che il papato non soltanto era la chiave della volta del cristianesimo, ma eziandio il principio della virtù e della civiltà umana. E proseguiva a dire che, come per l’addietro l’islamismo, così allora la rivoluzione minacciava l’Europa; ma non si perdessero di coraggio quanti accorrevano sotto le bandiere del papa a difendere la grande causa della libertà e della civiltà del mondo, giacché Dio li reggerebbe di sicuro nei cimenti ai quali chiamavagli (645). Anch’egli il papa dichiarava d’aver la ferma fiducia che Dio, nella esplosione della sua collera, schiaccierebbe ed esterminerebbe i nuovi Sennacheribbi (646).

Nell’effervescenza di così sconfinala fede, il presidio francese in Roma era divenuto increscioso, e De Merode e Lamoricière studiavano di persuadere, che l’esercito pontificio bastava a tutto. Laonde nel Vaticano vi fu gioia, come si sepe che l’imperatore Napoleone aveva deliberato di richiamar presto da Roma i suoi soldati (647). Il cardinale Antonelli non si curò d’adoperarsi a impedirne la partenza nepur quando vide Garibaldi trionfante nella Sicilia. Egli ragionava così: — L’imperatore, che è fermo nel volere questa partenza, si troverà forzato a costringere il Piemonte a romperla apertamente colla rivoluzione (648). — I ministri e i consiglieri di Pio IX correvano dietro a fantasie strane. Monsignor Sacconi scriveva da Parigi, che Napoleone si era finalmente persuaso, che nell’interesse proprio della sua dinastia convenivagli di abbandonare la rivoluzione e di riaccostarsi sinceramente al partito cattolico (649). L’ambasciatore di Francia in Roma diceva con mestizia all’ambasciatore di Napoli: — Che cosa debbo io far di più? La Francia si è affaticata abbastanza per fare accettare i suoi consigli, sempre pessimamente accolti. Ora la sua dignità vuole che non insista di più. Che volete? Antonelli e Berardi continuano sorridenti a ripetere che essi furono previdenti quando dicevano, che la tempesta sarebbesi scatenata nel 1860 e che nel 1861 si rivedrebbe il cielo limpido e sereno (650). —L’eminentissimo Antonelli s’era adoperato instancabilmente a suscitare questa tempesta e nel giugno del 1860 egli diceva: — Io vedo che pericoli gravissimi sovrastano alle Marche e all’Umbria. In verità che sarebbe tempo che l’Austria si togliesse la benda che l’accieca. Essa s’inganna ne’ suoi calcoli riducendosi all’inerzia. Indarno io mi adopero a spingerla a parlar forte e persino a tentare un audace colpo di mano; ma non posso riuscir a nulla. Epure tutti gl’intrighi che ora si ordiscono sono contro di essa. Napoleone si prepara all’eventualità di una grossa guerra europea. Quando essa scopierà, egli vuol portare tutte le sue forze centro la Germania; onde, a tenere in scacco l'esercito austriaco nella Venezia, vuole aver alleato un formidabile esercito italiano. Per conseguire ciò egli lasciò ora libero in Italia il corso alla rivoluzione. A che prò dunque l’Austria aspetta inerte? Ogni giorno che passa la indebolisce maggiormente. Essa dovrebbe addirittura proclamare, che pretende la piena esecuzione del trattato di Zurigo e muovere arditamente in armi a ristaurare i troni dell’Italia centrale. Per conto nostro, poiché un momentaneo trionfo della rivoluzione è prossimo e inevitabile, dobbiamo rinfocolarla viepiù, onde giunga a spandere un incendio così vasto da toccare l’Austria nella Venezia. La Germania in allora si risveglierà. Già abbiamo buoni indizi che si sono presi utili accordi nelle conferenze di Baden e di Toeplitz. Se la Francia non si arresta in tempo utile dal prestare la mano alle usurpazioni del Piemonte essa avrà contro una formidabile coalizione di potenze europee (651). —L’evocata tempesta già rumoreggiava minacciosa; essa imperversò a Castelfidardo sulle bandiere delle Sante Chiavi, sfolgorò le schiere pontificie, spezzò la spada del capitano venuto di Francia a politica crociata.

Nel settembre dell’anno 1860 le Romagne, le Marche e l'Umbria erano andate perdute e le trupe straniere al servizio del papa avevano patito una irreparabile sconfitta. Indarno Pio IX aveva chiamati tutti i principi e i popoli cristiani ad accorrere in aiuto di lui, padre e pastore di tutto il gregge cattolico, assalito dalle armi parricide di un figlio degenere (652). Indarno il Sommo Pontefice dalla cattedra dei Santi apostoli aveva annunziato, che i figli delle tenebre, nello spogliarlo del suo dominio temporale, intendevano a far crollare le fondamenta della Chiesa e a spegnere nel mondo i sentimenti della virtù, della giustizia, dell’onestà (653). I potentati, che avevano nel 1815 rialzato il trono pontificio, non movevano a prendere Tarmi a sua difesa, intanto che la rivoluzione, vittoriosa nelle regioni centrali e meridionali dell’Italia, poteva da un istante all’altro battere minacciosa alle porte di Roma.

Da che i pericoli premevano la Corte pontificia, il conte Cavour sperò che essa si piegherebbe alle leggi della necessità, dopo avere amaramente assaggiata l’inefficacia del partito della resistenza assoluta a scendere ad accordi col fortunato re di Sardegna. Viveva in Roma, stretto in amicizia col primario ministro piemontese, l’esimio medico Diomede Pantaleoni, cittadino di molle virtù e uomo di forti studi nelle cose statuali. Cavour, nell’ottobre del 1860, confidenzialmente lo invitò di saggiare il terreno per vedere se fosse accomodalo per un tentativo di conciliazione (654). Pantaleoni non solo gli rispose affermativamente; ma aggiunse, che egli già n'aveva sparsi i primi semi (655). Fra i cardinali che allora avversavano più o meno apertamente la politica maneggiala da Antonelli, eravi l’eminentissimo Santucci. Nel dicembre del 1860 a lui Pantaleoni fece giungere un memoriale, nel quale sostanzialmente stavano i sensi seguenti] — È un fatto innegabile che negli ultimi trent’anni un disaccordo perenne esiste tra i principii liberali delle nazioni latine e l’indirizzo politico del papato. Da un lato stanno la sovranità nazionale e il diritto popolare, dall’altro lato, difesi a oltranza, l’autorità assoluta di governo e il diritto divino delle corone. Questa discordanza è più grave in Italia a motivo dell’oposizione aperta che la Corte di Roma fa al principio di nazionalità, e per la sua intima alleanza coll’Austria. Epure l’Italia, il papato e la Chiesa hanno comune l’interesse di mettersi d’accordo. La base di quest’utile alleanza doveva essere il principio libera Chiesa in libero Stato; conseguentemente verrebbero abolite nel regno d’Italia tutte le leggi giusepine, tannuccine e leopoldine. Al la Chiesa verrebbe assentita piena libertà di predicare, d’insegnare. I vescovi sarebbero affatto liberi nell’esercizio del loro sacro ministerio, verrebbero eletti senza la minima intromessione del Governo. Il patrimonio ecclesiastico, fortemente tutelato dalle leggi civili, sarebbe dichiarato intangibile. Al Santo Padre verrebbe guarentita l’illimitata libertà nell’esercizio della sua autorità spirituale. I fedeli di tutto l’orbe cattolico potrebbero, senza il minimo inciampo, comunicare colla Santa Sede. I ministri o i nunzi pontifici fruirebbero ogni desiderata inviolabilità personale e libertà d’azione. La Santa Sede verrebbe fornita di un lauto patrimonio di possessi in Italia e fuori. In compenso la Chiesa rinunzierebbe al principato temporale. Questo sacrifizio, concludeva il memoriale, non doveva riuscir grave, giacché tale principato più non valeva che a toglier credito all’autorità spirituale della Santa Sede. Si riflettesse che da un lato stavano la concordia della Chiesa collo Stato, il trionfo del sacerdozio, la riconciliazione religiosa degli animi, la quiete delle coscienze, e l’indipendenza e l’unità della nazione italiana; dall’altro lato le minaccie di uno scisma, l’abbominio del sacerdozio, l’odio al papa, la propaganda dell’incredulità e forse la ruina d’Italia. E tutto ciò per salvare al vicario di Dio poche zolle di dominio terreno. Il pontefice scegliesse. Egli, nel fare proposte così larghe, non poteva assumere carattere officiale ed officioso; ma avendo intendimenti comuni, rispetto alla questione romana, con coloro che avevano in mano la somma delle cose italiane, poteva guarentire, per l’intima amicizia che a loro legavalo, che, ove si accettassero leali trattative, nel Governo italiano si scontrerebbe ogni buona volontà per un sincero e pronto accordo (656).

II cardinale Santucci, che era uomo d’una grande rettitudine d’intendimenti, e zelantissimo degli interessi spirituali della Chiesa e della Santa Sede, non fece arcigno viso a questo memoriale. Egli lasciò intendere che, se conteneva proposte superlative, altre ne indicava, sulle quali si poteva tentare l’opera della conciliazione tra la Santa Sede e il Governo italiano.

Coll’intendimento di porre sottocchio al lettore il complesso dei documenti inediti di questi segretissimi accordi, diamo nella sua integrità, per quanto lunga, la risposta del conte Cavour alle prime aperture fatte dal Pantaleoni:

Ebbi ieri la di lei lettera del 26 corrente e mi accingo a rispondere subito alle importanti comunicazioni che essa contiene e di cui la ringrazio.

Comincio dal modo di procedere per trattare, quindi del merito della questione.

Da quanto ella mi scrive, pare incontrastato che la vertenza ha fatto un notevole passo, e mi è grato il riconoscere, che ciò si deve in gran parte ai di lei sforzi ed a quelli delle persone di cui si valse, ed a cui sta veramente a cuore il bene d’Italia e della Chiesa. Ciò non di meno io credo, che non sia venuto il tempo d’intavolare una vera pratica ed aprire negoziati fra le due parti. Una proposta d’origine ufficiale correrebbe molto rischio d’essere rigettata senza esame e ciò potrebbe compromettere e ritardare l’eventualità da noi desiderata di un accordo colla Santa Sede. C’è inoltre la difficoltà del mezzo di farla giungere al Papa ed ai cardinali meno avversi al negoziato. Dei vescovi nostri sarebbe pericoloso e forse inutile il servirsi. D’altra terno che se ella si svestisse del carattere puramente privato che ebbe finora, per indossare quello di agente officioso del Governo del re, temo dico, che la di lei azione tornasse meno efficace perché più sospetta e creduta meno imparziale. Ora è importantissimo che i di lei mezzi d’azione e di persuasione rimangano intatti. Nei negoziati colla Santa Sede, per la natura speciale di quella Corte, sopra tutto nelle attuali divergenze fra i membri del Sacro Collegio, il modo di procedere ha una importanza capitale. Un passo falso, un uffizio prematuro, un segno qualunque che potesse far credere ad un soverchio desiderio di venire a patti per parte nostra, basterebbero a far nascere pretese esagerate e ritardi.

Io la impegno a portare tutta la sua attenzione intorno al modo di evitare questi inconvenienti, che ho accennato, e di arrivate nel tempo stesso ad ottenere quello che ci propiniamo, cioè, di far conoscere al Papa e alla parte buona del Sacro Collegio le nostre idee e le nostre disposizioni intorno ad Un futuro possibile accordo sopra basi ragionevoli ed equeA mio giudizio ci sarebbero due mezzi, uno palese ed uno segreto. Glieli espongo come soggetti di esame, affinché ci pensi e me ne scriva. Il primo mezzo sarebbe quello di sottomettere arditamente la questione all’esame della pubblica opinione; per esempio, se io od un altro membro del Gabinetto o anche il re dichiarasse officialmente o in un discorso d’occasione o in fine dinanzi al Parlamento, quali sono le disposizioni del Governo intorno alla vertenza ecclesiastica.

Il secondo mezzo sarebbe quello di mandare un agente segreto di cui si ignorasse la presenza in Roma da chi ci avversa e quindi dall'Antonelli, il quale agente portasse con sé tutto intiero il pensiero del Governo e tutta intiera la di lui confidenza, cosi che riuscisse a ingenerare la persuasione nella serietà delle proposte che sarebbe incaricato di fare e di ricevere.

Questi due mezzi sono possibili? Ci pensi e mi risponda. E mi dica anche se converrebbe valersi in questo affare del padre Pagani, generale dei Rosminiani, che è costi in Roma. Questo religioso abitò lungamente in Inghilterra, sente liberalmente ed è imbevuto del sentimento di libertà pratica che domina in tutto il meccanismo di quel governo e della società del Regno unito. Ammette, per esempio, la legge inglese sul matrimonio. Potendo egli viaggiare senza sospetto da Roma a Torino e viceversa, sarebbe forse Utile il mettere a profitto là sua opera in una data sfera d’azione e dentro certi limiti.

Prima di passare alla seconda parte della lei lettera, all'esame cioè delle proposte contenute nei due fogli annessi, le significo la mia intiera aprovazione intorno all’idea da lei suggerita di far pubblicare articoli sulla questione che ci occupa da ecclesiastici versati nella materia e favorevoli al nostro modo di vedere.

Veniamo ora alle proposte. Esse possono considerarsi in due modi:

1° In modo assoluto, cioè: secondo il concetto personale Ch’io me ne fo e nella suposizione che gli altri membri del Governo e il paese potessero condursi a dividere le mie convinzioni;

2° In modo relativo, cioè: limitatamente a quanto è immediamente praticabile e possibile, tenendo conto delle difficoltà che s’incontrerebbero per parte delle magistrature e dell’opinione pubblica delle Varie parti d’Italia e delle tradizioni locali, massime in Torino, Napoli e Sicilia. Giacche non bisogna dissimularsi da un lato le conseguenze immense della rivoluzione che noi vorremmo operare, e dall’altra parte i pregiudizi profondamente radicati nelle scuole, nel foro, nel Parlamento, nelle persone anche più colte e liberali intorno ai pericoli della piena libertà concessa alla Chiesa. Io non divido questi pregiudizi)’, non temo la libertà in nessuna delle sue aplicazioni. Posso premettere di promuovere, coll’energia di cui sono capace, l’attuazione di questi principii; dirò di più, spero di riuscire; ma non posso risponder fin d’ora in modo positivo dell’esito o almeno dell’esito completo.

Ciò premesso, le espongo le mie osservazioni sul primo modo. Ella potrà parlare a chi crederà meglio; ma aggiungerà che ella fa queste cose perché da lungo tempo conosce le mie idee, essendo in relazione con me, e non già perché io le abbia dato l’incarico di farle conoscere.

Condizioni da convenire per l'indipendenza spirituale del Pontefice
e nell'esercizio di sua autorità spirituale sul mondo cattolico

Proposta del Pantaleoni.

Osservazioni del conto Cavour.

1 Il Papa sarà riconosciuto come sovrano nominale, benché la sovranità non si eserciti sopra alcun territorio.

Aprovo.

2 Sarà quindi la di lui persona inviolabile né soggetta, neanco civilmente, ad altro principe.

Aprovo.

3 Per dopio titolo di dovuto compenso e di gratitudine e di venerazione nazionale, gli verrà assegnato, in compenso proprio, la massa di beni stabili che di comune arbitrio sembri bastare, non solo alle necessità, ma eziandio al decoro del Sommo Pontefice e della sua Corte.

Aprovo il principio, ma riservo la discussione intorno la natura dei beni. Non credo indispensabile che questi beni siano tutti stabili e tutti siano posti in Italia. Parmi anzi che gioverebbe alla dignità e indipendenza del Pontefice che avesse beni anche altrove e che potesse disporre a modo suo, cioè in stabili o mobili, di quanto gli verrebbe assegnato.

4 Questa massa di beni sarà dichiarata immune da ogni tassa e da ogni politica azione del Governo.

Aprovo l’esenzione delle tasse; ma occorrono spiegazioni intorno all'immunità da ogni azione politica del Governo. Che cosa significa questa clausola? Non si potrebbe in alcuna guisa permettere, che tale territorio diventasse un luogo d’asilo per delinquenti e fosse sottratto alle misure di polizia, di giustizia e d’igiene.

5 Una uguale inviolabilità è accordata al Conclave, in tempo di sede bacante, e al Camerlengo e capi d'ordine che rapresentano il Pontefice, prima che il Conclave si raduni.

Aprovo; di più, in fatto di conclave, proporrei l'abolizione del veto esercitato da certi Stati.

6 Sarà liberissimo il Pontefice di spedire canonicamente i legati, nunzi ed altri ministri, i quali saranno riconosciuti, ogni qualvolta non si dipartano notoriamente dalle loro ecclesiastiche missioni.

Aprovo, per quanto concerne io Stato nostro e nei limiti delle consuetudini diplomatiche.


7 A tutti indistintamente i cristiani sarà consentito per negozii ecclesiastici l’adito liberissimo ai Pontefice.

Aprovo, anche per i non cristiani, sotto l’osservanza delle leggi dello Stato. La residenza del Papa non potrà servire d’asilo ai delinquenti né del nostro Stato, né d’altri paesi.

8 Le superiori disposizioni faranno parte delle leggi fondamentali del Regno e saranno riguardate come risultato di un contratto bilaterale a compenso alla rinunzia dell’esercizio e possesso del dominio temporale.

Aprovo.

9 In caso di difficoltà potrebbe anche invocarsi la guarentigia delle potenze cattoliche.

Accetto buoni uffizi, mediazione; ma non posso ammettere né garanzie, né altro simile legame che possa dare pretesto a conflitti o interventi stranieri.

Condizioni da offrire,, come base di accomodamento, fra il Pontefice e il Regno d'Italia,
pel regolamento delle faccende ecclesiastiche.

Proposte del Pantaleoni.

Osservazioni del conte Cavour.

1 Si proclama il principio: Libera Chiesa in libero Stato.

Aprovo.

2 Verranno quindi abolite e cesseranno tutte le disposizioni Giusepine, Leopoldine più o meno contrarie alla libertà ecclesiastica.

Aprovo come conseguenza del principio antecedente; ma bisogna specificare e determinare ciascuna delle disposizioni legislative qui contro menzionate. Allora solamente potrò dare risposta categorica.

3 Verrà quindi abolito quanto di ristrettivo per l’azione della chiesa è stanziato nei Concordati.

Come sopra. Anche qui bisogna spelicare e determinare.

4 Cesseranno anche quindi tutti: i privilegi di uso e di abuso già spettanti al Regno delle Due Sicilie.

Spiegare e determinare l’estensione e la aplicazione pratica di detti privilegi.

5 Sarti liberissimo al Pontefice di esercitare in ogni forma canonica il suo potere ecclesiastico legislativo, tanto circa materie dogmatiche, quanto circa materie disciplinari.

Aprovo, escludendo, ben inteso, ogni sanzione civile, ogni invocazione al braccio secolare.

6 Lo Stato rinunzia quindi all’uso del placet e di ogni giure presunto inspiciendi et cavendi.

Aprovo. I documenti ecclesiastici e la loro pubblicazione non saranno soggetti alle leggi generali del Regno.

7 Sarà liberissimo al Pontefice d’esercitare in forma canonica il suo potere giudiziario, e di avvalorare i suoi giudizi colle pene ecclesiastiche.

Aprovo, colla esclusione di che al N. 5, riservando la questione dell’interdetto reale delle chiese come cosa da esaminarsi.

8 Sarà liberissimo al Pontefice il; comunicare canonicamente con tutto il clericato del Regno.

Aprovo.

9 Sarà liberissimo al Papa il convocare canonicamente ogni forma di Sinodo.

Aprovo.

10 Sarà convenuto tra il Pontefice ed il Regno d'Italia di fissare tale somma di beni temporali, che si reputi bastante al mantenimento di tutto il clero avente cura d’anime.

Aprovo.

11 Fissata una volta questa somma di beni, essa non sarà dipendente che dal solo chiericato.

Aprovo, in quanto al riparto. Riservo la discussione intorno alle altre questioni, a cui questa clausola può dar luogo.

12 Il Governo rinunzia a qualsiasi diritto alla nomina e presentazione dei vescovi.

Aprovo.

13 Questi saranno presentati alla confermazione pontificia dal clero e popolo, che li eleggerà con un sistema da convenire.

Accetto la proposizione fatta dal solo clero.

14 I vescovi nelle loro diocesi saranno indipendenti da ogni governativa ispezione nel canonico adempimento del loro diritto legislativo, giudiziario ed esecutivo in materie ecclesiastiche.

Si domanda spiegazione, sopra tutto in quanto al diritto esecutivo.

15 Sarà libero al clero l’uso canonico della predicazione, salvo il rispetto delle leggi, della morale e dell'ordine pubblico.

Aprovo.

16 Sarà ugualmente libero l’uso della stampa in materie ecclesiastiche, salva però la condizione di sottostare al potere repressivo dello Stato nei casi preveduti dalla légge.

Aprovo.

17 L’insegnamento universitario sarà libero; ma resta al vescovo il diritto di censura per ciò che riguarda l'insegnamento religioso.

Si rifiuta al vescovo ogni diritto di censura nell'insegnamento dato dall’amministrazione civile. Il clero potrà attendere all’insegnamento religioso e teologico nei seminari e nelle chiese, ove il potere civile si asterrà da ogni ingerenza; ma il vescovo si asterrà del pari da ogni ingerenza nella scuola e nell'università, anche per ciò che spetta alle cattedre di religione e di teologia.

18 Libero il clero di fondare altre scuole per materie ecclesiastiche in concorrenza a quelle del Governo. Questi non avrà su di esse alcun diritto, salvo il rispetto all'ordine pubblico.

Aprovo.

19 Le associazioni ecclesiastiche e corporazioni religiose saranno libere; ma resta allo Stato il potere di riconoscere loro o rifiutare la personalità civile pel possesso di beni e di atti civili.

Aprovo.

Falle queste osservazioni, Cavour concludeva la sua lettera così:

Eccole, carissimo signore, le mie idee, che sono sostanzialmente identiche alle sue. Si serva di questa lettera nel modo che le ho detto e continui a prestare la di lei intelligente ed efficace cooperazione all’impresa ardua, ma santa di mettere d’accordo il nuovo regno italico colla Chiesa (657).

La libertà largamente intesa, largamente esercitala, era, nella mente del conte Cavour, il mezzo poderoso per giungere alla soluzione del grande problema della Coesistenza in Roma del Capo augusto della religione cattolica col re e col Governo della nazione italiana (658). L'effettuamento di questi concetti era grandemente desiderato eziandio dall'imperatore Napoleone; ma egli non aveva per anco ben fissato nella mente i termini di un probabile accordo. Cavour, nella speranza di farlo entrare a pieno nelle sue idee, gli inviò i sovra riporta ti capitolati.

L'imperatore, alla sua volta, spedì al Conte un controprogetto, basalo sulla restituzione in massima di tutto il suo principato al Papa, susseguita dalla trasformazione della sua podestà temporale nel diritto di semplice sovranità nominale (659). Il ministro italiano non fece buon viso a questa proposta base di negoziato, e scrisse a Pantaleoni di sollecitare gl’intrapresi accordi. Questisi era scelto a compagno e a consigliere, nella trattazione di così scabroso affare, Carlo Passaglia, gesuita di molto credito nella Corte romana, caro al Papa, per avere cogli scritti propugnato il dogma dell’immacolata Concezione; uomo fornito di erudizione squisita, ed entrato a maneggiare quelle segrete pratiche guidato unicamente da zelo sincero per il bene della Chiesa e dell’Italia.

Il giorno 13 di gennaio del 1861 volgeva al suo termine, quando al conte Cavour giunse da Roma il telegramma seguente del barone Teccio colà console d’Italia:

Pantaleoni vi avvisa, signor ministro, che il cardinale Santucci ha creduto di dover dire tutto al Papa, malgrado le istanze fattegli perché indugiasse. Egli gli ha parlato della perdita inevitabile del temporale e delle proposte amichevoli ricevute. Il Santo Padre ha mostrato di rassegnarsi. Venne chiamato Antonelli. Egli daprima si è oposto, ma poi si è rassegnato ed ha chiesto al Papa di svincolare lui e Santucci dal giuramento per trattare del possibile abbandono del temporale. Essi vedranno Passaglia venerdì 18, e questi mi chiede, da parte loro, che venga nominato uno a negoziare officiosamente o di qui o da Torino. In quest’ultimo caso si desidera prima conoscere il nome della persona scelta. Essi pregano che non sia un avvocato (660).

È facile comprendere quale impressione debba aver fatto questo dispaccio nell’animo del conte Cavour. Egli tosto telegrafò al suo agente officioso in Parigi:Teccio avvisa che, avendo il Papa chiesto al cardinale un progetto di accomodamento, questi, malgrado il divieto di Pantaleoni, ha creduto dovergli comunicare le nostre idee. Sua Santità non le ha punto rigettate. Il Papa ha fatto chiamare il cardinale Antonelli, il quale, dopo essersi oposto, ha terminato per rassegnarsi ad esaminare la questione dal punto di vista della completa cessione del temporale.

Essi avranno venerdì una conferenza col padre Passaglia. Fate subito conoscere tutto ciò all’imperatore, e che noi non vogliamo impegnarci in negoziati, ove essi siano assolutamente contrarii ai suoi calcoli (661).

Napoleone rispose: che egli vedrebbe con piacere il proseguimento delle intraprese negoziazioni segrete colla Corte di Roma, che augurava loro un buon successo; ma che aveva scarsa speranza di vederle condotte a un lieto fine (662). Rifrancato dell’assenso dell’imperatore dei Francesi, Cavour scrisse a Pantaleoni per avvisarlo, che, prima di fare una proposta formale, tornava utile che la persona che doveva più direttamente sostenerla nel negoziare, si portasse segretamente in Torino onde conferir seco. Ma alcuni giorni dopo mutò pensiero, giacché, mentre dipendeva dal segreto assoluto il condurre a buon termine la pratica, gli nacque nell’animo il dubbio, che la venuta del padre Passaglia in Torino potesse esser, conosciuta e riuscire dannosa (663). Ma non era più tempo, giacché Teccio gli rispose:È tropo tardi per ritenere il padre Passaglia. Egli ha avuto una conferenza col Papa e con Antonelli, ed ha annunziato loro la sua partenza per Torino. Egli porta interessanti comunicazioni per i negoziati (664).

Il padre Passaglia ebbe lunghi colloqui col conte Cavour, nei quali essi insieme con Marco Minghetti, studiarono i modi più acconci per condurre le pratiche intraprese sul terreno di un vero negozialo; come il teologo lasciò Torino, l’uomo di Stato, che seco s’era pienamente messo d’accordo, scrisse al Pantaleoni:Il padre Passaglia se ne parte dopo aver avute parecchie conferenze con Minghetti e con me. Siamo d’accordo su tutti ipunti. Abbiamo stabilito gli articoli sui quali debbono aggirarsi le trattative. Rimane a redigere le istruzioni per i negoziatori qhe saranno lei ed il padre Passaglia. Queste chiederanno qualche tempo, a ragione dell’andata del re a Milano, che mi separa da Minghetti, l’unico consigliere che io abbia in questo negozio.

Spero però che sulla fine della settimana saranno preparate. Gliele spedirò per il mio buon amico il padre Molinari, che può andare e tornare da Roma senza destare il minimo sospetto. Le accompagnerò di una specie di credenziali pel cardinale Antonelli, da consegnarsi però solo quando sarà ben stabilito che si tratta e che si tratta seriamente.

Ho scritto ai cardinali Santucci e d’Andrea, ma tenendomi sulle generali; non ho fatto cenno dei negoziati né dei negoziatori. Dio voglia che i suoi sforzi siano coronati da esito prospero. Ella avrà associato il suo nome al più gran fatto dei tempi presenti (665).

Cavour s’era grandemente accaloralo in questo affare e, nel sollecitare il padre Passaglia a darsi d’attorno per intavolare la spinosa negoziazione, scrivevagli?Confido che, prima della ventura Pasqua, ella mi spedirà un ramo d’olivo, simbolo di eterna pace tra la Chiesa e lo Stato, tra il Papato e gl’italiani. Se ciò accade, la gioia del mondo cattolico sarà maggiore di quella che produsse, or sono quasi diciannove secoli, l’entrata del Signore in Gerusalemme (666).

Che la pazienza del lettore non si stanchi a queste continue intrecciature di documenti col racconto, e la noia non lo vinca al punto di sorvolarvi sopra colla mente. Essi per la prima volta escono in luce onde chiaramente aparisca, come sarebbe un aperto tradimento alla verità storica apuntare d'intemperanti o d’irreligiosi i concetti e i sentimenti che guidarono il fondatore della moderna politica italiana nel porre e nel tentare la soluzione di una delle più grandi questioni, che mai abbia occupata la mente di un uomo di Stato. Per continuare quindi in questo metodo eminentemente persuasivo, diamo qui apresso il testo integrale delle istruzioni del conte Cavour ai due suoi negoziatori officiosi in Roma, Pantaleoni e Passa glia:Il popolo italiano è profondamente cattolico. La storia dimostra che niun scisma potè mai metter vaste radici in Italia, e il numero degli acattolici nella penisola è così infimo, che l’art. 1° dello Statuto proclama una verità di fatto. L’affluenza, con cui il popolo continua ad accorrere ai templi e ad assistere al divino servizio, prova che gl’italiani non cessano d’essere sinceramente devoti al'culto de' loro padri, anche quando combattono per l’indipendenza del loro paese e decidono col loro voto delle sue sortì avvenire.

Questa perfetta omogeneità delle popolazioni italiane sotto il raporto religioso dimostra che, quando venisse a cessare in Italia il funesto dissidio esistente fra la Chiesa e lo Stato, il clero non avrebbe a temere che alcuna rivalità, alcuna influenza oposta alla religione cattolica combattesse o limitasse l’esercizio legittimo dell’azione, che naturalmente gli compete. L’Italia è quindi la terra in cui la libertà produrrebbe effetti più favorevoli agli interessi della Chiesa, il campo destinato dalla Provvidenza all’aplicazione del principio Libera, Chiesa in libero Stato.

Rivendicare la completa indipendenza della Chiesa dallo Stato nella sfera delle cose spirituali, è senza dubbio la più nobile ed elevata missione che papa Pio IX possa assumere. A buon diritto il sommo Pontefice cercò ed in qualche paese ottenne di far abolire le limitazioni aposte dalle leggi Giusepine, Leopoldine e Tanucciane alla liberà della Chiesa. L’esito infelice del Concordato austriaco prova non già che lo scopo fosse impossibile a raggiungersi, ma che il metodo scelto per ottenerlo non fu quello più conforme all’indole de' tempi ed alle attuali aspirazioni dei popoli cristiani. Per questo rispetto altresì è facile dimostrare, che l’Italia è il solo paese cattolico in cui lo Stato possa consentire ad agevolare al Pontefice l’adempimento di quella gloriosa sua missione, e che re Vittorio Emmanuele è il solo che possa dar l’esempio agli altri principi di rinunciare a franchigie, la cui gelosa custodia fu finora uno de' cardini della politica europea.

Il sistema delle guarenzie Giusepine, Leopoldine e Tanucciane ebbe origine da quella serie di fatti, per cui le relazioni

fra la Chiesa e lo Stato, mutando affatto carattere, assunsero l’indole di raporti internazionali. Il sommo Pontefice divenne, coll'assodarsi delle moderne monarchie, un principe temporale ed assoluto come gli altri re. Tale sua qualità accrebbe negli altri principi i sospetti e le gelosie che scemarono, invece di accrescerla, la sua autorità nelle cose spirituali: le provvisioni da esso emanate, anche in materia affatto religiosa, furono considerate come atto di un estero governo, ed assoggettate perciò al placet governativo. Quindi avvenne che, per conservare alla curia romana un angusto ed irrequieto dominio temporale, la Chiesa subisse in tutto l’orbe cattolico una vera diminuzione di sovranità spirituale, ed il potere temporale del vescovo di Roma fu cagione che i vescovi di tutte le altre diocesi cattoliche fossero nominati non dalla Santa Sede né dal clero, ma da un potere indipendente e spesso in lotta con essi.

Non v’ha dunque che un modo di fondare sopra solide basi l’indipendenza completa ed effettiva del papato e della Chiesa è il rinunciare al potere temporale e dichiarare col Vangelo, che il regno della Santa Sede non è circoscritto da condizioni di tempo né di spazio. Parimenti non v’ha che un governo, quello di re Vittorio Emanuele, il quale possa e voglia farsi strumento di questa gloriosa trasformazione del papato. Gli altri governi europei non accorderanno mai alla Chiesa quella completa libertà d’azione cui essa ha diritto: non avendo alcun compenso a chiederle, alcun vantaggio ad ottenere da questo atto di giustizia, essi non s’indurranno giammai a rinunciare a privilegi, di cui si mostrarono finora gelosissimi difensori. Re Vittorio Emanuele per contro si glorierebbe d’inaugurare per primo da Roma il sistema della completa indipendenza della Chiesa; e, solo quando egli ne avesse dato l’esempio, gli altri principi sarebbero costretti dalla pubblica opinione a smettere ogni egoistica preoccupazione, ed a lasciare alla Chiesa quell’impero dell’anima che alla Chiesa si compete.

Queste considerazioni inducono il governo di S. M. a proporre, come basi di negoziati puramente officiosi, da un lato la rinuncia al potere temporale, dall’altro l’offerta delle più ampie guarentigie di completa indipendenza nell’esercizio del potere spirituale.

A tale intento mira il progetto formolato qui apresso in articoli, che potrebbero considerarsi come un accordo preliminare. Le avvertenze aposte in nota a ciascuno di quegli articoli determinano con esattezza le facoltà concesse ai negoziatori nel discutere le proposte ed il vero senso da darsi alle medesime.

Prima però è d'uopo accennare quali modi paiono più acconci a riuscire nell’intento.

I negoziatori non dovranno mostrarsi soverchiamente solleciti di incominciare le trattative. Essi dovranno lasciare che penetri lentamente negli animi la convinzione dell’impossibilità che le cose a Roma durino a lungo nello stato attuale. La necessità di un cambiamento di sistema facendosi sentire viepiù viva coll'andar del tempo, indurrà anche i più ostinati difensori del potere temporale a dare ascolto alle proposte di cui si tratta.

I negoziatori si adopreranno però con ogni mezzo per togliere i dubbii sulle disposizioni del Governo del re e sul sincero e vivo suo desiderio di una conciliazione. Ma essi paleseranno la loro convinzione che trattative le quali non avessero probabilità di riuscita, tornerebbero pregiudizievoli tanto allo Stato che alla Chiesa. Esse non farebbero invero che accrescere l’irritazione degli animi, e renderebbero talmente contraria la pubblica opinione, che per lungo tempo non sarebbe più possibile addivenire ad alcun accordo.

I negoziatori si asterranno perciò dal rimettere per ora al cardinale Antonelli la credenziale che viene loro spedita dal ministro degli affari esteri. Questo documento non sarà consegnato se non quando i cardinali destinati a trattare siano stati formalmente designati dal Santo Padre.

Si dovrà insistere sulla necessità di mantenere il più assoluto segreto sui negoziati. È indispensabile infatti che la diplomazia estera, la quale ha grandissimo interesse ad impedire che la Chiesa acquisti in Italia le franchigie che le vengono negate altrove, ignori, ove ciò sia possibile, l'esistenza od almeno l’indole precisa di queste trattative.

Quando il Sommo Pontefice abbia designato i cardinali che avranno l’incarico di trattare, e quando i negoziati siano intavolati in guisa da non lasciar dubbio sulla loro sincerità, il modo di condursi dipende dalle disposizioni dell’animo del Santo Padre.

Il sistema migliore, quello che è più conforme alla dignità delle parti ed allo scopo sublime che esse si propongono di conseguire, sarebbe certamente di presentare direttamente al Pontefice, se non tutti gli articoli qui apresso formulati, almeno il principio da cui sono ispirati, e che si riassume nella massima: Libera, Chiesa, in libero Stato.

A tal fine i negoziatori dovranno svolgere le considerazioni accennate in principio delle presenti istruzioni, insistendo soprattutto sull’immenso avvenire che quel principio, aplicato in Italia, schiuderebbe alla Chiesa in tutto il resto del mondo civile. Riescirà loro agevole di dimostrare che non solo i governi cattolici, ma persino quelli protestanti sarebbero in breve lasso di tempo costretti a svincolare la Chiesa dalla tutela che pesa su di essa, e che le impedisce di esercitare la legittima sua influenza sulla mente e sulla coscienza de' popoli. Ove i negoziatori potessero giungere direttamente sino al Pontefice, essi potrebbero fare apello agli istinti nobilissimi e generosi dell’animo suo, dimostrandogli come l’abnegazione di cui farebbe prova rinunciando ad un potere del quale più non esistono ormai che le fallaci aparenze, e di cui serberebbe in ogni caso il lustro e la dignità, accrescerebbe infinitamente l’augusta autorità della sua parola nelle materie religiose; e che quest’esempio rianimerebbe nel clero il culto delle morali virtù, e farebbe rinascere in tutto Torbe cattolico il rispetto dovuto ai vescovi e ai sacerdoti.

Se poi i negoziatori si accorgessero che queste ed analoghe considerazioni non valessero a decidere il Santo Padre ad entrare immediatamente nella via che solo può condurre questi negoziati ad un pratico risultato, essi potranno incominciare dal far conoscere le concessioni che lo Stato sarebbe disposto a fare alla Chiesa, ponendone in piena luce l’importanza. Quando le persone incaricate dal Pontefice di trattare si fossero rese capaci di tutti i vantaggi offerti dallo Stato alla Chiesa, i negoziatori passerebbero a dimostrare che tali concessioni implicano, come condizione sine qua non, la rinuncia al potere temporale.

È a prevedersi che i negoziatori pontìficii cercheranno di attirare i negoziatori sardi sul campo delle questioni religiose, e vorranno mutare l’accordo proposto in guisa da farlo divenire uno de vieti concordati, in cui, ben lungi dallo stipularsi l’indipendenza reciproca dello Stato e della Chiesa, Chiesa e Stato usurpano reciprocamente l’uno il dominio dell’altro. I negoziatori per parte di S. M. avranno quindi presente che, qualunque sia il metodo seguito per iniziare e condurre i negoziati, il risultato cui essi debbono mirare è inscindibile, e che il Governo del re non farà mai alcuna concessione alla Chiesa nel campo spirituale, se essa non rinuncia affatto ad ogni dominio temporale. Non si tratta infatti di comporre alcune dissidenze esistenti fra i raporti attuali fra la Chiesa e lo Stato, ma di cambiare affatto la base stessa di questi raporti e di sostituire all’antagonismo ed alla lotta che da tre o quattro secoli esistono la società civile e la società religiosa, un sistema armonico d’indipendenza reciproca e di mutua libertà.

Converrà quindi che i negoziatori si astengano dal dar forma precisa di articoli alle basi contenute nel progetto, sia per tutte le concessioni di cui in esse si fa parola, sia per alcuna di esse, se non hanno acquistata la certezza (e possibilmente la prova) che è implicitamente ammessa e sarà trattata in buona fiade la proposta della rinuncia al potere temporale.

Abbiamo sinora contemplato due metodi di negoziare: il primo che consiste nel convincere direttamente il Pontefice della necessità di questa trasformazione del papato, e che è incomparabilmente il migliore: l’altro che abbiamo testé accennato presenta maggiori incertezze, ma può tuttavia condurre a buon fine le pratiche.

Però l’esperienza degli avvedimenti che la curia romana suol mettere in uso in questo genere di trattative, suggerisce l’ipotesi che i negoziatori per parte della Santa Sede vogliano limitarsi a trattare alcune delle questioni religiose pendenti fra il Governo ed il Pontefice, relativamente, alle antiche provincie della monarchia di Savoia ed alla Lombardia. Questo metodo di negoziati é sommamente pericoloso, e non può condurre ad alcun accordo definitivo.

Eperciò i negoziatori per parte del re, senza, rifiutare assolutamente la discussione, non dimenticheranno che su questo campo il Governo del re non può consentire ad alcuna concessione. Il reverenda padre Passaglia e il signor dottor Pantaleoni si proporranno in questo caso per unico scopo, di convincere i negoziatori pontificii dell’assoluta impossibilità di riuscire ad accordi che non abbiano base affatto diversa da quella degli antichi concordati. Il Governo del re è convinto che ogni parziale modificazione degli attuali raporti fra la Chiesa e lo Stato (qualunque ne fosse d’altronde l’intrinseco valore) nuocerebbe anziché giovare. Non vi può essere pace durevole fra le due società se non vi ha una mutazione radicale nei loro raporti.

Le circostanze in cui versa l’Italia sono così gravi, che il principio del potere. temporale da un lato, quello della tutela della Chiesa dall’altro, debbono entrambi scomparire per lasciar luogo all’adozione leale e compiuta della massima: Libera Chiesa in libero Stato. Niuna concessione parziale basterebbe a ricondur la pace nelle coscienze e a dare All'Italia la tranquillità di cui ha d’uopo. L'era de' concordati è finita. Sarebbe miglior partito lasciare ciò che esiste, con tutti gli abusi e gl’inconvenienti che ne sono la conseguenza, che consacrare di nuovo, e dare con un miglioramento parziale nuova sanzione al sistema d’ingerenza reciproca, che ebbe effetti cosi funesti per la Chiesa del pari che per lo Stato.

Qualunque dei tre metodi accennati sia adottato nelle trattative, lo scopo che i negoziatori dovranno proporsi rimane immutabile. Il Governo lascia loro la scelta prudente de' mezzi: esso confida nel loro patriotismo e nella loro accortezza, e spera che sapranno far persuasa la Santa Sede delle rette intenzioni del Governo di S. M., mantenendo sempre immutabile e indiscutibile la base dei negoziati.

Quando i negoziatori per parte di S. M. abbiano acquistata la convinzione che sarà ammessa in principio la rinuncia al potere temporale (qualunque sia del resto la forma che sarà scelta per tale rinuncia), essi potranno comunicare e discutere gli articoli preliminari alle presenti istruzioni annesse, seguendo le avvertenze contenute in nota a parte, e che alle presenti vanno parimenti unite.

A queste istruzioni seguiva un capitolato sul quale dovevano basare le pratiche del negoziato. Esso era il seguente:

1° Il sommo Pontefice conserva la dignità, la inviolabilità e tutte le altre prerogative personali di sovrano, e inoltre quelle preminenze rispetto al re e gli altri sovrani, che sono fissate dalle consuetudini. I cardinali di santa romana Chiesa conserveranno il titolo di principe e le onorificenze relative. Sono irresponsabili per gli atti che compiono nella qualità di consiglieri del sommo Pontefice.

2° Sarà assegnata al sommo Pontefice una quantità di beni stabili e mobili tali che forniscano una rendita di adesso, e di al sacro Collegio. Aparterranno pure alSommo Pontefice il Vaticano ed alcuni altri palazzi. Questi luoghi saranno considerati come non soggetti alla giurisdizione dello Stato.

3° È stabilito il principio della libertà e indipendenza della Chiesa e dello Stato, e conseguentemente:Il Sommo Pontefice conserva in ogni caso le sue nunziature all’estero, e manda legazioni inviolabili anche in caso di guerra;Esercita in ogni forma canonica il suo potere legislativo, giudiziario ed esecutivo;

Ha libera comunicazione con tutti i vescovi e i fedeli, e reciprocamente senza ingerenza governativa;Convoca e celebra a suo grado ogni maniera di concilii e di sinodi;I vescovi nelle loro diocesi e i parrochi nelle loro parrocchie sono parimenti indipendenti da ogni ingerenza governativa nell'esercizio del loro ministero e nell’amministrazione dei sacramenti;È libera la predicazione, la stampa, l’associazione e l’insegnamento ecclesiastico, purché non offendano l’ordine pubblico.

4° Lo Stato, rispettando la libertà della Chiesa, non porge in alcun caso ad essa il braccio secolare per l’esercizio dei suoi diritti spirituali. Nei raporti temporali il clero, come ente morale, e gl’individui che ne fanno parte, sono soggetti alle leggi generali dello Stato come ogni altro cittadino. Lo Stato non riconosce la personalità civile di veruna corporazione religiosa.

5° La nomina dei vescovi sarà fatta con un sistema elettivo nei modi da combinarsi. Lo Stato rinuncia a qualunque diritto su tale materia, tranne un veto nei casi gravi. Lo Stato rinunzia alla Chiesa la nomina dei canonici e dei parrochi, che sinora furono governative.

6° Sarà assegnata nel regno d’Italia tanta quantità di beni stabili e mobili quanto basti al mantenimento e al decoro dell’episcopato, dei capitoli, delle cattedrali, dei seminarii e del clero avente cura di anime.

Le diocesi si calcoleranno sul numero di ottanta. Questi beni una volta fissati, pagheranno le tasse pubbliche, ma saranno dipendenti unicamente dal clero senza alcuna specie di sindacato governativo.

La quantità dei beni per la parte che sono stabili non potrà venire aumentata senza l’assenso del Governo.

Inoltre il Governo pagherà una pensione vitalizia ai membri delle corporazioni disciolte.

7° Ogni legge, ogni concordato, consuetudine o privilegio sì dello Stato che della Chiesa contrario ai principii sopra fissati, s’intende abolito.

8° I presenti capitoli, firmati dal segretario di Stato di Sua Santità il Sommo Pontefice e dal ministro degli affari esteri di S. M. il Re, saranno sottoposti al Parlamento italiano: quindi dopo aver ricevuto la sanzione del Sommo Pontefice e del re, non solo formeranno legge, ma faranno parte dello Statuto fondamentale del regno, e saranno inoltre considerati come un trattato bilaterale.

Immediatamente apresso, il Governo di Sua Maestà prenderà formale possesso degli Stati Pontificii. Una Commissione di sei personaggi, scelti tre per parte, si riunirà in Roma per determinare nel più breve tempo possibile le aplicazioni, e per risolvere le vertenze che si riferiscono alla presente convenzione.

Altre minute istruzioni confidenziali accompagnavano questo capitolato. In conformità delle medesime, i negoziatori dovevano dichiarare con grande diligenza, che il Governo del Re era nel fermo proposito di serbare intatta e rispettata la sacra autorità del Santo Padre, e il lustro della Santa Sede a gloria della nazione italiana, e per riguardo all’universale società cattolica. Il Governo non intendeva di fissare il numero dei cardinali italiani che avrebbero seggio nel Senato: ma ove il determinarlo dovesse riuscire di vantaggio al negoziato, lo farebbe. Le ville, i palazzi e le residenze da lasciarsi al Papa dovevano essere determinate tassativamente; i negoziatori però tenevano l’obbligo di chiedere nuove istruzioni, ove le domande sembrassero loro tropo onerose. Essi dovevano dichiarare, che le immunità dallo Stato concesse ai palazzi e alle residenze assegnale al Santo Padre esclusivamente, miravano all’inviolabilità personale del Pontefice, e non comprendevano un diritto d’asilo assoluto.

Nel determinare la quantità dei beni mobili e stabili per costituire un’annua rendita al Pontefice e al Sacro Collegio, doveano prendere per base la somma complessiva delle spese che annualmente occorrevano alla persona del Papa e della sua corte, e per i cardinali gli emolumenti che ciascuno di essi riceveva dall’erario pontificio. I negoziatori erano incaricati di fornire al Papa le più irrefragabili prove che il regno d’Italia voleva assicurargli l’assoluta indipendenza spirituale con tutte le nazioni, ove anche qualcheduna di queste fosse in guerra coll’Italia, soltanto nei casi di straordinarie solennità religiose, come giubilei o concilii, massime se ecumenici, l'autorità ecclesiastica avvertirebbe in tempo utile l'autorità civile onde questa potesse convenevolmente provvedere all'ordine interno. Gravi considerazioni politiche esigevano l’adozione in Italia del matrimonio civile conforme era esercito in Francia e nel Belgio. Tuttavia, coerentemente alle massime che doveano informare il negoziato che si stava per imprendere, lo Stato non impedirebbe mai alla Chiesa la celebrazione del matrimonio religioso. Del resto non importerebbe che la Santa Sede esplicitamente aprovasse il principio del matrimonio civile. Basterebbe il suo tacilo assenso, provato sufficientemente per l'astensione da ogni protesta. Col dichiarare libera la predicazione, la stampa e l’insegnamento religioso, si concedevano al clero i più grandi mezzi d’influenza morale. La Santa Sede per parte sua farebbe prova di quella temperanza, di cui aveva dato splendidi esempi nella storia dei secoli scorsi, tralasciando dal Costeggiare all’aperto quei principi! di libertà di coscienza e di stampa, che sono il più manifesto bisogno dei popoli moderni.

Lo Stato non poteva ammettere in principio veruna deroga alle massime di uguaglianza civile e giuridica di tutti i cittadini. Tuttavia ove si ravvisasse indispensabile al buon esito dei negoziati, si poteva stabilire che anche i cardinali non senatori godrebbero della giurisdizione privilegiala concessa dallo Statuto del regno ai senatori. Ove questo privilegio fosse chiesto eziandio per tutti i vescovi, i negoziatori dovevano dimostrare che ciò non sarebbe conforme alle massime fondamentali del negoziato.

Tuttavia, ove la insistenza si fosse mostrata gagliarda, le accogliessero ad referendum. Col negare alle corporazioni religiose la personalità civile, il Governo non intendeva di creare un ostacolo alla loro esistenza nello Stato. Esso intendeva unicamente d’impedire che fruissero dei diritti economici attribuiti dalle leggi ai corpi morali; il che non toglieva che i membri delle varie corporazioni religiose non potessero individualmente possedere. I vescovadi e le parrocchie avrebbero facoltà di possedere beni stabili, e la Santa Sede conserverebbe i suoi diritti circa il permesso di alienare beni vescovili ed ecclesiastici. In quanto alla nomina dei vescovi, il Governo intendeva d’attuare un sistema, mercé del quale il clero di ciascheduna diocesi concorrerebbe per via d’elezione alla nomina dell'ordinario. Il Governo riserverebbe unicamente a sé in ogni caso grave un diritto di velo. Ma sintantoché la Chiesa e tutti i membri del clero non avessero sinceramente accettati e attuati i principii liberali del pattuito accordo, il Governo non poteva tutto ad un tratto spogliarsi del suo attuale diritto rispetto alla nomina dei vescovi. Il numero delle diocesi in Italia era sproporzionato; e ove si mantenesse, il Governo si sarebbe trovato nell’impossibilità d’accordare a ciaschedun vescovo una rendita proporzionata al suo alto uffizio e conveniente all’indipendenza dei suo sacro ministerio. I negoziatori pertanto dovevano proporre che le diocesi del regno fossero ridotte a ottanta, colla facoltà di portarle a cento, ove le altre proposte fossero accettate. Badassero che l'articolo relativo alla rinunzia del potere temporale non era formulalo e anco poteva essere redatto in modo meramente negativo, purché non rimanesse il minimo dubbio sulla realtà ed efficacia della rinuncia (667).

A questo negoziato, che nella mente di Cavour non era più dubbioso in quanto al suo intavolarsi, s’annodaronoaltre minori pratiche indirizzate allo stesso fine. Nel dicembre dell’anno 1860, Omero Bozino vercellese, cittadino onesto e causidico valente, e perciò entrato in domestichezza col conte Cavour, ebbe da lui l’incarico di portarsi in Roma per conoscere ben addentro le condizioni finanziarie del. Governo pontificio, e per indagare se qualche inclinazione vi fosse nel Vaticano di scendere ad accordi. A breve andare di tempo, il Bozino scontrò un zelante cooperatore nell'abate Antonino Isaia, segretario nella dateria, e molto intrinseco col cardinale d’Andrea. L’abate, nell'ultima metà del gennaio del 1861 si portò dal Bozino per avvertirlo, che l’eminentissimo Antonelli era disposto a non ricusare di negoziare in segreto col conte Cavour un accordo, e che faceva d’uopo che al Governo italiano fossero accette le proposte seguenti:

1° Che la Corte di Roma riconoscesse e consacrasse Vittorio Emanuele re d’Italia in Roma.

2° Che il Papa conservasse il diritto di alta sovranità sopra il patrimonio di San Pietro, il quale però sarebbe governato civilmente da Vittorio Emanuele e suoi successori quali vicari del Sommo Pontefice.

3° Che il Governo del re assegnasse ai cardinali italiani diecimila scudi all’anno.

4“ Che spettasse di diritto ai cardinali italiani di sedere in Senato.

5° Che si costituisse sopra il patrimonio di San Pietro una lista civile conveniente e decorosa per il Pontefice.

6° Che oltre le maggiori garanzie da darsi dal Governo italiano per la esecuzione perpetua di tutte le stipulazioni e di tutti i patti da convenirsi, la transazione e la stipulazione si facessero per contratto e per legge.

A queste proposte seguivano le seguenti clausole segrete:

1° Che venissero aprovati tutti gli apalti e i contratti stati fatti dalla famiglia Antonelli col Governo romano.

2° Che per rimunerazione delle trattative si sborsassero dal Governo sardo tre milioni di lire italiane al cardinale Antonelli.

3° Che si largheggiasse in onorificenze verso i fratelli del cardinale segretario di Stato.

In possesso di queste proposte, l’agente segreto di Cavour corse a Orvieto, onde farle giunger tosto in Torino (668). Il conte gli rispose: che l'affare era tropo delicato per esser trattato per lettere; si portasse tosto in Piemonte. Boxino ragguagliò a voce il ministro, che le proposte dategli dall’abate Isaia, erano state scritte dal cavaliere Salvatore Aguglia, avvocato dell’ordine Constantiniano, il quale viveva nelle intime confidenze del cardinale Antonelli. Prese alcune informazioni sul conto dell’autore delle accennate proposte, Cavour scrisse al causidico Boxino nei termini seguenti:

La prego a voler rivolgere al suo corrispondente di Roma una lettera del tenore seguente: avendo parlato col conte Cavour, mi sono convinto esser egli disposto ad entrare in serie trattative colla Corte di Roma collo scopo di stabilire su larghe e salde basi un durevole accordo fra la Chiesa e lo Stato. Il prefato signor conte fa caso molto dell’abilità, e dell’ingegno del cardinale Antonelli; credo quindi che egli si indurrà facilmente a fare quanto sarà oportuno sia rispetto all’anzidetta Eminenza, sia rispetto alla sua famiglia, per renderlo favorevole alla progettata opera di pacificazione. Spero che dietro questa mia comunicazione Ella potrà darmi ragguagli più precisi sulle disposizioni delle persone, dalle quali l'esito dei negozi dipende. Occorrendo di scrivermi in proposito, La prego di consegnare la sua lettera al padre Molinari, rosminiano, dal quale questa mia Le verrà consegnata (669).

Salvatore Aguglia non aveva aspettato che da Torino gli giungesse l'assenso di negoziare, che già s’era posto all'opera, prima che a lui fosse noto il pensiero del conte Cavour per la lettera qui sopra riferita (670). Ma prima di proseguire nel racconto, per quella storica onestà che ci è sovranamente cara, dobbiamo avvisare il lettore, che intorno alle cose che siamo per narrare, relative alle segrete pratiche passale tra l’Aguglia e il cardinale Antonelli, ci fanno difetto i documenti autentici. Essi per avventura esistono, ma non ci fu dato d’esaminarli. E poiché al tribunale della storia nessun uomo, per quanto onorato egli sia, ha il diritto d'esser creduto sulla nuda sua parola quando ai fatti da lui esposti manca l’impronta della facile credibilità, così ad accennare le cose seguenti ci sentiamo indotti dal solo desiderio che nulla in così ' grave questione rimanga celato al lettore.

Salvatore Aguglia adunque pubblicò per le stampe nel 1862, che le trattative, intavolate, per la sua mediazione tra il conte Cavour e il cardinale Antonelli, erano sì innanzi e così aprofondite, che non restava che sottoscriverle e presentarle al Sacro Collegio in concistoro.

L,e condizioni dei segretissimi accordi sarebbero state che fosse conservata al Pontefice l’alta sovranità sullo stato della Chiesa, e dato al re e ai suoi discendenti in perpetuo il vicariato su tutto lo Stato spettante alla Santa Sede di diritto. Questo potere civile sarebbe riversibile al Papa, e si riconsoliderebbe in lui; 1° se il re d’Italia mancasse di pagare all’alto sovrano gli apanaggi convenuti; 2° se l’unità italiana si smembrasse; 3° se l’Italia cadesse in balìa di un potentato straniero. Il Santo Padre avesse, come capo della Chiesa cattolica, onori e prerogative perpetue di alta sovranità, e assoluta indipendenza negli uffici del sublime apostolato. Era inteso inoltre; che rimanessero in piena proprietà e disposizione esclusiva del Santo Padre i sacri palazzi apostolici ovunque situali, meno quello del Quirinale in Roma, destinato a reggia al re d’Italia; che rimanessero del pari in piena proprietà ed uso della Santa Sede i palazzi e gli stabilimenti che servirono alle curie apostoliche e alle segreterie ecclesiastiche; che il Santo Padre conserverebbe al suo servizio il corpo delle Guardie nobili, alle quali si darebbe un carattere italiano, ammettendovi i figli delle famiglie più illustri italiane; il re d’Italia sarebbe comandarne in capo di questa guardia; che conserverebbe pure il Santo Padre al suo servizio gli Svizzeri muniti solo di armi bianche; che, quanto ai cardinali della santa romana Chiesa, fossero sempre riguardati nel regno d’Italia come principi della Chiesa e godessero, oltre il piatto nella cifra stabilita, gli stessi onori e prerogative dei principi della famiglia del re e avessero perciò il diritto di sedere come membri nati, sempreché italiani, in Senato; che nell’interesse di tutta la cattolicità, nell’interregno della Santa Sede vacante, il re d’Italia dovesse«allontanarsi da Roma per ritornare, falla l’elezione del nuovo Pontefice. Nell’assenza del re, in quella occasione, tutte le autorità civili pertinenti particolarmente e limitativamente alla città di Roma rimarrebbero sotto gli ordini del cardinale Camerlengo di santa romana Chiesa. Il Santo Padre si degnerebbe benedire il re d’Italia e di coronarlo in Vaticano.

Vuolsi aggiungere che l’Aguglia affermò di avere trovato l’eminentissimo Antonelli nel fondo dell’anima pieno d’amore per l’Italia, caldo per la nazionale indipendenza e fremente per l’inettezza di coloro, che in Torino avevano il maneggio delle cose d’Italia (671). Ovetutto questo racconto di segreti accordi e di patriottiche dichiarazioni del cardinale Antonelli fosse corroborato dalla testimonianza di autentici documenti, formerebbe uno dei più strani episodii della storia moderna. Per ora convien lasciarlo nel dominio della critica storica. Nulladimeno questo è indubitato per documenti autografi da noi esaminati, che realmente segretissime conferenze ebbero luogo sul tema di un accordo delle Corti di Roma e di Torino tra il cardinale Antonelli e il cavaliere Aguglia; ma ci giova ripetere, che intorno alle cose discorse e accordate in esse le prove autentiche non vedemmo. Che se non ci torna difficile d’accettare come al tutto veridiche le attestazioni del cavaliere Aguglia, rispetto alle calorose dichiarazioni d’italianità del cardinale Antonelli; ci sentiamo però condotti dallo spassionato esame dei fatti a concludere, che elleno sulle labbra del segretario di Stato erano prette astuzie diplomatiche, per giungere a conoscere a pieno e sin nel suo midollo la politica piemontese. Al qual effetto egli faceva sequestrare negli uffizi postali pontifici le lettere che a queste pratiche si riferivano (672).

Nei primi mesi del 1861, il primario ministro di Pio IX si trovava in condizioni scabrosissime. I grandi e strepitosi successi della rivoluzione italiana aveano gettato lo scompiglio e lo scoramento nel partito cattolico; e nella Corte romana alcuni cardinali inclinavano a venire ad accordi col Piemonte e apariva la possibilità che i loro consigli prevalessero nell’animo di Pio IX. — La politica francese non solo si mostrava svogliata di porgere efficaci aiuti al traballante trono pontificio, ma il cugino dell’imperatore dalla ringhiera del Senato propugnaval’unità d’Italia, chiedeva Roma a sede del Governo nazionale, e confinava il Papa nella città Leonina (673). Dalla stessa ringhiera un senatore, notoriamente intimo di Napoleone III, chiamava Roma una Coblenzà cattolica e legittimista, e domandava recisamente la distruzione del potere temporale (674). Il ministro imperiale per le cose interne faceva diffondere per tutto uno stampato, ove si accusava la Corte romana d’ingratitudine verso la Francia, per essersi gettata nelle braccia dei nemici di Napoleone è del suo Governo. La rivoluzione sobbolliva per tutto lo Stato pontificio; le armi italiane rumoreggiavano ai confini; l’esercito pontificio era sconfitto; gli Italiani gridavano a Roma, e il conte Cavour dalla ringhiera del Parlamento loro rispondeva: sì, a Roma, ché la grande città, sulla quale venticinque secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, deve divenire la nobile capitale dell'Italia rigenerala (675).

Procedendo le cose in modo così rovinoso, all’eminentissimo Antonelli faceva d’uopo di destreggiarsi infaticabilmente per dominare il presente e tutelare dai pericoli del prossimo avvenire il trono pontificio.

Perciò egli si era messo a tenere il piede in due staffe contemporaneamente, lenendo pratica dopia, col mostrarsi da un Iato pieghevole alle proposte degli agenti segreti del conte Cavour, e coll’intavolare dall’alIrò entrature del pari segreto per contraporre alle esigenze degli Italiani l’insormontabile divieto dei maggiori potentati europei. Per conseguire questo ultimo fine, che sostanzialmente era il vero punto obbiettivo della sua politica, il segretario di Stato di Pio IX si rivolse all’ambasciatore di Spagna in Roma sollecitandolo a indurre il suo Governo a farsi promotore di un pacifico intervento di tutte le potenze cattoliche per impedire che il papa rimanesse del tutto spogliato del suo principato temporale (676).

Il gabinetto di Madrid prestò benevolo ascolto a questa proposta, e tosto si pose all’opera per attuarla (677). A giudizio del ministro spagnuolo Collantes, per tirare al proprio partito l’imperatore dei Francesi conveniva uno sforzo comune delle potenze cattoliche. I nunzi pontifici e gli agenti diplomatici della regina di Spagna presso le Corti di Vienna, di Lisbona e di Baviera posero mano a queste sollecitazioni che riuscirono felici.

Il conte di Rechberg disse al ministro spagnuolo in Vienna, che i concetti della regina Isabella dovevano trovare un pieno aggradimento presso tutti i Governi che si onoravano del titolo di cattolici. Laonde, in presenza di Lopez, rispose affermativamente, e ordinò tosto al principe di Metternich d’agire di pieno accordo coll’ambasciatore spagnuolo in Parigi, onde indurre l’imperatore Napoleone a unirsi agli altri potentati europei per liberare il Santo Padre dalle affannose angustie in cui versava (678).

A misura che il cardinale Antonelli entrò nella persuasione della buona riuscita di questo disegno, avviato con si felici auspicii, egli si tolse dalla dissimulazione sin allora praticata rispetto alle offerte fatte alla Santa Sede dal Governo italiano e tutta la sua astuzia fu rivolta a impedire d’essere sopraffatto, nella confidenza del Papa, dai cardinali avversari suoi, che le vedevano progredire di buon occhio. Ciò è attestato dai fatti e dai documenti seguenti.

Le istruzioni e le credenziali del conte Cavour, che davano al Pantaleoni e al Passaglia il formale mandalo e il carattere officiale di negoziatori per il Governo italiano presso la Santa Sede, partirono da Torino addì 21 febbraio 1861 (679).

Portavate un padre rosminiano. Ma, come egli giunse in Ancona, trovò l’ordine del generale del suo sodalizio di prender tosto la via di Napoli senza toccar Roma, il cardinale Antonelli in origine aveva dato quest’ordine, e, a meglio aggirare gli agenti segreti del conte Cavour, i quali lo aspettavano ansiosamente, egli fece loro sufulare negli orecchi che il frate rosminiano era retrocesso a Torino. Laonde il console sardo in Roma mandò a Cavour il seguente telegramma cifrato:Non lettere, non istruzioni, non notizie della Corte di Napoli. X pretende che Molinari le abbia portate in Torino il 2 di marzo. Teniamo celata ogni cosa al padre Passaglia e al cardinale Santucci, che si dispera per il ritardo. Io non so più che fare e che cosa pensare (680).

Il cardinale Santucci aveva direttamente scritto a Cavour, che il solo modo di spezzare la catena degli intrighi, che i gesuiti facevano per strascinare il Papa a qualche atto solenne che togliesse ogni prossima probabilità di accordi, era quello di sollecitare il negozialo. Perciò Cavour telegrafò a Pantaleoni per dirgli:Presumo che avrete ricevute da Napoli le istruzioni e le lettere. Credo che al punto in cui sono le cose il meglio è seguire i consigli del cardinale Santucci e di sollecitare i negoziati (681).

Ma il cardinale segretario di Stato vegliava, e, da che era cessato il bisogno di procedere con arti subdole, egli agiva da nemico aperto e, a tagliar corto, indusse il Papa a sfrattare dallo Stato romano il Pantaleoni. Questi, a riparare il colpo, fece uno sforzo supremo. Egli indirizzò a Pio IX un memoriale franco e dignitoso per dimostrargli quanto fosse contrario alla più volgare giustizia colpir d’esilio lui, rimasto sempre fedele suddito, sino a mettere a repentaglio la propria vita per devozione al principato della Chiesa, e che si trovava onorato dalla fiducia del Governo del re Vittorio Emanuele per intavolare un negozialo, che in massima era stato assentito dal Santo Padre e dal suo segretario di Stato (682). In questa spinosa occorrenza il padre Passaglia si diportò da franco e onorato uomo. Non curando lo sdegno certo del cardinale Antonelli, gli mandò il memoriale del Pantaleoni affinché lo presentasse al Papa, con una lettera sua nella quale dicevagli, che, così operando, credeva d’agire giusta le regole oneste dell’utile pubblico sia religioso che civile (683). — Il cardinale rimase inesorabile. L’ultima sua risposta fu questa: Se Pantaleoni entro ventiquattro ore non è al confine, ve lo faremo condurre dai carabinieri.

I gesuiti avevano di nuovo conseguito un pieno trionfo e i timori del cardinale Santucci s’erano a pieno avverati. Il Papa, in una allocuzione concistoriale, fece una dichiarazione solenne e indeclinabile di rifiutare qualunquesiasi accordo cogli autori delle innovazioni politiche e civili che succedevano in Italia. — Da lungo tempo, diceva Pio IX, si chiede al Sommo Ponteficesi riconcilii e si accomodi col progresso, col liberalismo, e, come vieti chiamala, colla moderna civiltà. Ma corno mai potrà aver luogo un simile accordo, mentre che questa civiltà moderna è madre e propagatrice feconda d'infiniti errori, d’interminabili mali, di massimo oposte a quelle della religione, cattolica? Essa dà libero il varco alla miscredenza, accoglie nei pubblici uffizi gli infedeli, apre ai loro figli le pubbliche scuole, osteggia i sodalizi religiosi, non che la sopravveglianza del clero sull’istruzione, spoglia la Santa Sede dei suoi legittimi possedimenti, fomenta la licenza dei costumi, incepa la salutare azione del sacerdozio o tende ad abbattere la chiesa di Cristo. Coloro che, dopo avere oltraggiata la religione, ipocritamente si erano studiati di sospingere il Sommo Pontefice a patteggiare colla civiltà moderna, colla stessa ipocrisia si studiavano di esortarlo a riconciliarsi coll’Italia. Ma per far ciò egli, sommo gerarca, dovrebbe Sanzionare il principio che una Cosa ingiustamente e violentemente rubata può essere tranquillamente e onestamente posseduta e ritenuta dall’iniquo aggressore, e di più ammettere il falso principio che l’ingiustizia felice non porta alcun pregiudizio alla Santità del diritto. Ma siffatte pretensioni contraddicono alla solenne massima, che il sovrano Pontefice è soprattutto il rapresentante della forza morale nella società umana e che non può sottoscrivere a spogliazioni degne di Vandali, senza violare le basi della disciplina morale, di cui egli è nel mondo il primo simbolo e la prima immagine. Innanzi a Dio e agli uomini dichiarare quindi solennemente, che non eravi ragione di sorta perché egli dovesse scendere alla chiestagli conciliazione colla moderna civiltà e con uomini che, per esser contenti, volevano far scomparire ogni principio d’autorità, ogni freno di religione ogni regola di diritto e di giustizia (684).

Cavour aveva scritto a Pantaleoni pochi giorni prima che egli fosse esilialo:

Ho ricevuto la lettera che ella mi Scrisse il 13 corrente, ed attendo le lettere del padre Passaglia annunziatemi dal signor Teccio con telegramma d'oggi. Intanto le scrivo queste due righe per accertarla che, nella prossima settimana, dovendo rispondere alle interpellanze che mi saranno fotte sugli affari di Roma, mi asterrò dal parlare dei negoziali iniziati, ma ripeterò che il Governo crede, che 4a libertà sia la sola reciproca ed efficace garanzia di dignità e d’indipendenza. Mi pare che l’accennare in genere che lo Stato è disposto a fare larghissime concessioni nelle cose spirituali non possa recar danno, ma debba anzi agevolare a lei e al padre Passaglia la continuazione dell’opera di conciliazione intrapresa, conducendo il Papa nella fiducia, che le offerte da noi fatte saranno sinceramente mantenute. Se poi la Chiesa romana continua nell'ostinato suo rifiuto, le dichiarazioni generali di conciliazione che io forò ci renderanno viepiù favorevole la pubblica opinione. Credo quindi dover preferire ad un silenzio poco dignitoso una spiegazione franca e leale sulla linea politica che il Governo si propone di tenere (685).

La questione romana fu discussa per tre giorni nel primo Parlamento italiano. Egregi uomini di fede perfettamente ortodossa vi presero parte; ma nessuno di essi profferì una sola parola in favore del potere temporale dei papi. Neanco s’udirono sbrigliale declamazioni vituperose per il clero, per il papato, per la Chiesa. La distruzione del temporale dei papi era desiderata e domandala non per far onta alla Chiesa ed alle cose pertinenti alla fede, ma per la salda persuasione che, senza Roma, il nuovo regno non poteva essere né tranquillo, né potente, né ben assodato nell’unità nazionale. Il ministro Cavour favellò alla ringhiera della Camera dei deputati e a quelladel Senato stupendamente. Le sue dichiarazioni furono esplicite. — Noi, diss’egli, dobbiamo andare a Roma, ma a due condizioni. Dobbiamo andarvi di accordo colla Francia; dobbiamo andarvi in modo che la riunione di questa città al resto d’Italia non possa essere interpretata dall’universale dei cattolici d’Italia e di fuori come il segnale della servitù della Chiesa. Noi dobbiamo cioè andare a Roma senza che per ciò l’indipendenza vera del Pontefice venga a menomarsi. Noi dobbiamo andare a Roma senza che l'autorità civile estenda il suo potere sull’ordine spirituale. Procediamo fermi e risoluti nella nostra via, senza lasciarci trasportare da impazienze irragionevoli, né sgomentare da dubbi e da pericoli, lo spero che fra breve avremo convinta la parte dotta della società cattolica della lealtà delle nostre intenzioni; confido che l’avremo convinta, che la soluzione che noi proponiamo, è la sola che possa assicurare l'influenza legittima della Chiesa in Italia e nel mondo. Sento quindi nell’animo la dolce speranza, che, fra non mollo, da tutte le parli della società cattolica s’innaìzeranno voci che grideranno al Santo Padre: Santo Padre, accettate i patti che l’Italia, falla libera, vi offre, accettate i patti che devono assicurare la libertà della Chiesa, crescete il lustro della sede ove la provvidenza vi ha collocato, aumentate gli influssi della Chiesa e nello stesso tempo portale a compimento il grande edilizio della rigenerazione dell’Italia, assicurate la pace a questa nazione, la quale al postutto, in mezzo a tante sventure, a tante vicende, è pur quella che è rimasta più fedele e devota alla vera dottrina del cattolicismo. —

Pochi giorni dopo d’aver proclamali questi concetti in Parlamento, Cavour scrisse nei termini seguenti al padre Passaglia:

Aspettai a risponderle di potermi valere del mezzo sicuro del corriere inglese, confidando che le discussioni che hanno avutoluogo sia nella Camera dei deputati sia in quella dei senatori, gli avrebbero tolto ogni timore intorno ai pericoli di vedere compromessi con premature rivelazioni quegli egregi personaggi, che ebbero il coraggio di perorare a Roma la causa della conciliazione dello Stato colla Chiesa, sul terreno della libertà e della reciproca indipendenza.

Il Pantaleoni, in ciò meco d’accordo, aprovò che si proclamassero i principii, senza indicare i mezzi adoperati per ottenere che la Santa Sede gli prendesse in seria considerazione. Confido che la signoria vostra reverendissima aproverà questo modo di procedere.

Non so quali effetti le dichiarazioni fatte dal Ministero e da! Parlamento abbiano prodotto in Roma. Ciò che è certo si è, che in tutta Italia furono accolte favorevolmente dalla grande maggioranza dei cattolici, di buona fede. La soluzione da noi propugnata acquista ogni giorno maggior favore nell’opinione pubblica. I nostri avversari la combattono colle ingiurie, non colle ragioni.

Tornerebbe utilissimo alla riuscita del nostro progetto se si potesse ottenere l’adesione in Roma di persone autorevoli, laici o sacerdoti. Mi si assicura che il patriziato romano vada accostandosi ad idee più nazionali e più liberali. Se esso si pronunciasse, darebbe peso in Europa alle nostre parole.

Spero che il Papa, riavutosi in salute, ritornerà a più concilianti consigli e si mostrerà meno fiero contro lei e contro coloro che cooperano alla sua santa impresa. Il contegno serbato dalla Signoria Vostra in queste difficili circostanze non può a meno d’aver fatto profonda impressione sull’animo di coloro che tengono nelle mani i destini della Chiesa. Deve però aver suscitate contro di lei ire tremende; ma Ella non le cura; da quel valente e coraggioso campione della verità ch’Ella è, rimane impavido in mezzo ai pericoli e ai nemici. L’Italia e la Chiesa le saranno grate un giorno di quello che fece e fa per il loro comune bene. Fo voti perché non le si usino violenze materiali; nel caso però ch’ella fosse di ciò minacciata Elia sa che qui sarebbe accolta a braccia aperte (686).

Cavour non aveva per anco perduta ogni speranza di riuscire nel suo intento. Egli tornò quindi a insistere affinché il padre Passaglia ritentasse d’indurre il cardinale Antonelli ad accettare il negoziato propostogli (687). Ma la partita era compiutamente perduta, da che il segretario di Stato calcolava fidente sull'intervento diplomatico delle potenze cattoliche. Perciò egli rispose al Passaglia: che la Santa Sede, pronta sempre a sottomettersi alla forza delle cose, nel negoziare doveva considerare l’esistenza dello Stato pontificio come una questione internazionale, intorno alla quale da sola non poteva deliberare. Notò allora il padre Passaglia, che conveniva avvertire, come il desiderio manifestato dalle potenze cattoliche fosso che tra l’Italia e la Santa Sede si venisse a un accordo, senza il loro intervento. A troncare la discussione il cardinale soggiunse: — La Spagna s’opone alle proposte del Piemonte e la Santa Sede deve attendere gli avvenimenti (688).

La pacificazione dell'Italia colla Santa Sode era divenuto il perno della politica del conte Cavour; però costretto a sperar poco per il presente, andava speculando i modi onde l’una e l’altra potessero viver concordi nell’avvenire, e scriveva al padre Passaglia:

Un corriere inglese straordinario partendo questa mane alla volta di Roma, me ne valgo per volgerle una letterina, che lo proverà, se non altro, come il mio pensiero, anche nei giorni delle massime preoccupazioni, sia costantemente rivolto alla questione romana.

Ad onta delle poco concilianti disposizioni del Papa e del cardinale Antonelli, nutro tuttavia la fiducia di vederli piegare a più miti consigli. Abbiamo guadagnato molto nella pubblica opinione dell’Europa cattolica. In Germania in ispecie vari dotti e autorevoli teologi si sono apertamente manifestati per il sistema da me proclamato nel seno del Parlamento. Quest moto è meno aparente in Francia, stante la stretta disciplina del clero e l’imperio dispotico esercitato dai vescovi sui sacerdoti. Tuttavia so che le idee d; libertà serpeggiano e si diffondono nei ranghi del basso clero e la rabbia stessa destata dal mio discorso nel conte Montalembert mi è certa prova dell’effetto prodotto.

Ma, se non dobbiamo smettere le speranze del presente, è savio consiglio il prevedere le future eventualità. Fra queste vi è la possibilità della riunione di un conclave. Conviene concertare il da farsi sia per agire sullo stesso conclave siccome temporariamente investito della suprema autorità, sia per influire sulla nomina di un pontefice inchinevole al sistema di libertà, Prego quindi V. S, a volermi manifestare il suo modo di vedere in proposito, Rispetto al secondo dei punti indicati, desidererei conoscere la sua opinione sui tre cardinali seguenti, Santucci, D’Andrea, Baluffi (689).

Ora alle rivelazioni fatte dobbiamo aggiungerne altre di non lieve importanza. Il marchese Gustavo Cavour, cattolico fervente, fratello maggiore del conte Camillo, gli fu zelante cooperatore per far trionfare il principio della libera Chiesa in libero Stato a pietra angolare di pace tra l’Italia e la Santa Sede. Giova ascoltare come ragionava quest'uomo nelle scienze speculative dottissimo e professante l’ortodossia più rigorosa. Egli scriveva al Passaglia così:Io spero sempre che il progetto, che ci sta a cuore, dovrà riuscire tosto o tardi, perché in esso si concentra la sola soluzione possibile alle immense difficoltà di un ordinamento razionale non solo dell’Italia nostra, ma anche dell'Europa intiera. La formola che già venne proferita ed aplaudita nel nostro Parlamento, quella che invoca «libera Chiesa in libero Stato» dovrà diventare tra non molto àncora di pace e di concordia per il mondo moderno. Arriverà il tmpo, in cui il nostro venerato Pio IX, q alla peggio un suo successore, si persuaderà incorrergli rigoroso dovere d’imitare ij santo profeta Samuele, il quale, benché costituito da Dio stesso giudice d’Israele, dovette cedere a un laico, cioè a Saulle, l’esercizio dell’autorità regia, perché così assolutamente voleva il popolo anche illuso (690).

Svanite le speranze di vedere l’eminentissimo Antonelli piegare ad ogni onesta composizione coll’Italia, il marchese Cavour scrisse quest'altra lettera degna di non andar perduta:

Non tocca a me laico insegnare teologia al cardinale Antonelli; ma se mi trovassi di fronte a esso, stenterei dal trattenermi di ricordargli le santissime parole di Cristo «Reges gentium dominantur eorum; vos autem non sic». Un cardinale che parla di popoli rubati, mi pare ravvicinarsi a quei proprietari di schiavi neri, i quali praticano l’odiosa tratta degli Africani che poi come vili armenti si barattano contro ai dollari sui mercati delle Caroline. Con certi spiriti acciecati ed ostinati il raziocinio non giova, ed è forse meglio non insistere seco loro, da che gli fa spropositare sempre di più. Senza perdere veruna occasione di farsi avanti, ritengo esser miglior consiglio il non ispingere tropo vivamente le trattative, quando si ha ripulse decisive, ma confidare nella forza della verità e della giustizia che tosto o tardi deve prevalere (691).

Questa conciliazione sarà ella cosa disperala, così che neanco la vedranno le generazioni, che nel corso dei secoli verranno ad abitare questa italiana terra? Il cardinale Antonelli ha solennemente sentenziato che sì: — Noi, egli ha detto, non patteggieremo mai cogli spogliatori; qualunque transazione su questo terre no è impossibile; quali che fossero le riserve con cui si accompagnasse l’accordo, quali che fossero i temperamenti di linguaggio in cui faccettassimo, parrebbe sempre che consacrassimo la spogliazione. Il Sommo Pontefice, prima della sua esaltazione, come i cardinali alla loro nomina, si obbligano per giuramento a non cedere un solo palmo del territorio posseduto dalla Chiesa. Pio IX non farà dunque alcuna concessione di tal natura; un conclave non avrebbe diritto di farla, un nuovo pontefice non potrebbe sanzionarla e i successori di San Pietro di secolo in secolo avvenire non sarebbero liberi di farla (692).

Liberi al lettore i commenti su questo sentenziar assoluto del cardinale Antonelli; noi procediamo rapidi nel racconto che volge al fine.

Il segretario di Stato di Pio IX, secondo l’usato, aveva spinto tropo oltre le sue speranze sulla riuscita felice delle pratiche intavolate per iniziativa della Spagna.

Esse si trovarono a breve andare arenate per il contegno della Francia, da che Thouvenel avea risposto all’ambasciatore spagnuolo in Parigi, che soltanto alla Francia aparteneva il diritto di prendere un partito sulle cose romane e che non eravi a temere che il Santo Padre fosse abbandonato in balìa della rivoluzione (693). Questa risposta dipendeva da che, fra le Corti di Torino e di Parigi, si stava stipulando una segreta convenzione per dare alla questione romana un temporario componimento.

Cavour s’era rivolto al principe Napoleone onde sollecitarlo a continuare all’Italia l’operosa sua benevolenza, capacitando l’imperatore, che il solo modo efficace per piegare la Corte romana alla conciliazione era quello di toglierle il sostegno del presidio delle armi francesi. Il principe si pose all’opera, e, dopo essersi messo in pieno accordo coll’imperatore Napoleone, gli inviò le seguenti basi per una convenzione:

1° Fra la Francia e l’Italia, senza l’intervento della Corte di Roma, si verrebbe a stipulare quanto segue:

2° La Francia, avendo messo il Santo Padre al coperto d’ogni intervento straniero, ritirerebbe da Roma le sue trupe in uno spazio di tempo determinato, che sarebbe meglio limitare, verbigrazia, a quindici giorni o al più a un mese;

3° L’Italia prenderebbe l’impegno di non assalire ed eziandio d’impedire in ogni modo e da chicchessia ogni aggressione esteriore contro il territorio rimasto in possesso del Santo Padre;

4° Il Governo italiano s’interdirebbe qualunque reclamo contro l’organamento di un esercito pontificio, anche costituito di volontari cattolici stranieri, purché non oltrepassasse l’effettivo di dieci mila soldati e non degenerasse in un mezzo d'offesa a danno del regno d'Italia;

5° L’Italia si dichiarerebbe pronta a entrare in trattative dirette col Governo romano per prendere a suo carico la parte proporzionale che le spetterebbe nella passività degli antichi Stati della Chiesa (694).

Il primario ministro italiano accolse favorevolmente queste proposte; ma nel rimetterle al principe Napoleone, fece le osservazioni e le riserve seguenti:

L’attuazione del disegno, osservava Cavour, presentava qualche pericolo dal lato del mazzinianismo e qualche difficoltà da parte della pubblica opinione. Tuttavia l’interesse di mantenersi in alleanza intima colla Francia era tale da consigliare a passar sopra a questi ostacoli. Gli onorevoli Marco Minghetti e Bettino Ricasoli, che aveva consultati, s’erano piegati a questo avviso, benché con qualche perplessità. Grande era negli Italiani la suscettività del sentimento nazionale rispetto all’intervenzione armata straniera, laonde bisognava trovar modo di palliarla nella redazione dell’articolo relativo ai soldati cattolici forestieri, che si volevano provvedere al papa. Il Governo del re si riservava intiera libertà d’azione, ove loStato romano divenisse un focolare di disordini, un fomite di pericoli per la quiete del regno d’Italia, o se nelle terre papaline vi fosse un vero intervento straniero sotto le aparenze di un aiuto prestato al papa dai cattolici. Si accettava la custodia e la guarentigia dei confini fra i due Stati; ma si doveva stipulare la piena libertà delle comunicazioni per i cittadini senz’armi. Nel giorno stesso della segnatura definitiva della convenzione, la Francia doveva riconoscere il regno d’Italia. Essa inoltre doveva prendere formale impegno di usare direttamente i suoi amichevoli uffizi per indurre il papa a un accordo definitivo coll’Italia, sulle basi del progetto proposto dal cardinale Santucci e dal padre Passaglia.

In ogni caso, col segnare la proposta convenzione, il Governo italiano non intendeva di rinunziare minimamente ai suoi concetti manifestati intorno a Roma, giacché il suo possesso era da esso considerato la guarentigia più necessaria per assodare l’unità nazionale e per mantenere in credilo la monarchia. Tuttavia, nel proseguire questo supremo fine, il Governo del re possibilmente userebbe mezzi morali e sempre terrebbe in conto di dovere indeclinabile di rispettare e salvare gli interessi della religione, l’autorità spirituale del Santo Padre e la dignità della Santa Sede (695). Nel giugno del 1864, a questo segreto negozialo mancavano soltanto, per essere compiuto, le ultime formalità diplomatiche.

Intanto le pratiche intavolate in Parigi dalle Corti di Vienna e di Spagna aveano preso il seguente andamento. L’ambasciatore spagnuolo Non s’era valso delle dichiarazioni di Cavour nel Parlamento per dichiarare, in una nota indirizzata a Thouvenel, che, ove il papa fosse spogliato in Roma della sua secolare podestà, eziandio il mondocattolico rimarrebbe spossessato della città capitale, che da tanti secoli aparlenevagli, come residenza del Capo supremo della sua chiesa. Roma esser di tutte le nazioni cattoliche e verun Governo avere il diritto di impossessarsene, e neanco verun principe possedere la legittima facoltà di condividervi la sovranità col Capo augusto della chiesa. Conseguentemente, soggiungeva il ministro spagnuolo, il Governo della regina, mentre giudicava che tutte le potenze cattoliche erano in dovere di metter mano a rimediare ai mali che sovrastavano a un trono che esse da secoli avevano voluto e saputo difendere, confidava che l’imperatore dei Francesi vorrebbe sollecitare la convocazione di una conferenza di potenze cattoliche, o almeno di alcune di esse, onde concertare i migliori espedienti per premunire la cattolicità tutta dai danni inevitabili, che incontrerebbe per l’ingiusta spogliazione del principato ecclesiastico, che era sua vera e secolare proprietà (696).

Alla nota spagnuola andò compagna una nota austriaca, nella quale il principe di Metternich, dopo aver recriminalo aspramente il Piemonte, ripeteva l’argomento principale messo innanzi dall’ambasciatore di Spagna, che Roma aparteneva a tutte le potenze cattoliche (697).

Il ministro francese sopra le cose esteriori recisamente negò d’ammettere siffatta proprietà di manomorta spettante alla cattolicità, e dichiarò che se la conservazione del principato dei papi era richiesta da grandi interessi sociali, bisognava eziandio riconoscere, che per esso la sovranità doveva basare sul consenso delle popolazioni, conseguibile con un savio e utile Governo. Da che poi rimaneva interdetto l’uso della forza nellecose italiane, l’unico modo per venire ad un assestamento della questione romana esser quello di accomodarsi ad accettare i fatti che avevano mutato l’assetto politico dell’Italia. Ma per far ciò convenire innanzi tutto riconoscete il nuovo regno d’Italia. Eran vogliose Spagna e Austria di mettersi per questa via? (698).. —Il dì in cui Thouvenel scrisse questo dispaccio sarà nefasto in perpetuo negli annali di nostra gente, giacché segna quello della immatura morte del conte Camillo Benso di Cavour. A quell’inaspettato annunzio l’Europa si commosse, e l’Italia guardò con trepidante incertezza il cammino che doveva percorrere per giungere all’ultima meta del suo riscatto. Egli possedeva tutte le doti più egregie di sommo statista, e a lui spelta la gloria e il merito d’essersi mostralo, nel maneggio dei pubblici affari, l’uomo di Stato più utile all’Italia. Attraverso ad ostacoli, che sembravano insuperabili, sostenendo lotte che richiedevano una straordinaria fortezza d’animo e una stupenda destrezza di mente, con esempio unico nella storia, egli guidò una nazione, serva da secoli, all’acquisto della sua indipendenza per mezzo della libertà, e, prima di prendere un posto luminoso nel tempio dell’immortalità fra i grandi benefattori di popoli opressi, fra i grandi ristauratori della fortuna di nazioni scadute, guidato dall’ingegno suo squisitamente penetrativo, lasciò al suo paese e all’Europa l’unico consiglio addatto a sciogliere l’immenso problema dei tranquilli raporti tra la Chiesa e lo Stato, fra l’autorità religiosa e la ragione.

L’imperatore Napoleone prese argomento dalla morte del conte di Cavour per riconoscere il regno d’Italia. Ma nell’alto diplomatico che includeva questo riconoscimento, erano clausole le quali ne menomavano l’importanza. Thouvenel in effetto dichiarò: che il Governo del l’imperatore non pensava con ciò di toglier valore ai protesti della Corte romana per l'avvenuta invasione di alcune provincie suddite sue, e che neanco intendeva d’aprovare la politica unificativa sin allora praticata dal Governo italiano: la Francia esser deliberala di mantenere in Roma i suoi soldati sino all’assicurazione, che, senza il loro presidio, rimarrebbero tutelali tutti gl’interessi ch’essa avea assunto di proteggere (699). Se non che nello stesso tempo Napoleone scrisse al re Vittorio Emanuele una lettera per certificargli, ch’egli pensava bensì che l’unione avrebbe dovuto precedere e preparare l’unità d’Italia, ma che nulladimeno questo suo modo di vedere le cose non avrebbe influito minimamente sul suo contegno. Gli Italiani erano i giudici migliori di ciò che loro conveniva meglio, e non spettava a lui, monarca eletto dal popolo, di nutrire la pretenzione di premere sulle deliberazioni di una nazione libera (700).

Era sempre in giuoco la stessa politica tergiversante. Contentarsi di mezzani espedienti, che arrecavano tutti gli svantaggi del l’incertezza temporeggiante, senza portare veruno dei solidi vantaggi di uno scioglimento definitivo, nettamente fissato e inflessibilmente voluto; in ogni questione tener semiaperte due porte per uscire di traforo ora dall’una ora dall'altra; dare un impulso vigoroso alla ricostituzione di grandi nazionalità di sé conscie, e poi, quando non era più possibile o tornava dannoso, impedirne l’ultima conseguenza logica, l’unità; lasciare all’avvenire la cura di sgrupare nodi politici, che il tempo viepiù avvilupava; presumere soverchiamente di poter tener la bilancia uguale tra il papato e l’Italia; credere superlativamente d’aver forza e destrezza sufficiente a dominar la rivoluzione, a tener a segno la reazione, ad esser sempre il primo motore di tutte le grandi mutazioni, che si facessero nella politica europea: codesti apaiono all'osservatore allento e spassionato i difetti caratteristici della politica esteriore del secondo impero napoleonico. Son essi che si debbono noverare fra le cagioni precipue della sua ruina, e non la guerra per l’indipendenza d’Italia, che, a gloria eterna di Napoleone III, rimarrà uno dei trionfi più splendidi e nobili della politica nazionale della Francia.

Che se l’unità italiana, inevitabile conseguenza prossima degli avvenimenti prodotti dalla guerra del 1859, dalla pace di Villafranca e dal non intervento, saldamente voluto e mantenuto da Napoleone III, non ha dato al secondo impero e alla Francia tutti i vantaggi aspettati, ciò non è avvenuto, né per volontà deliberala, né per opera perfidiosa degli Italiani. La tentazione di togliersi dagli stretti e pesanti vincoli che, dopo le annessioni, legavano la politica italiana alla francese, non s’era fatta aspettar di molto. Sin dal 4864, la Prussia aveva offerto al Governo italiano di riconoscere la monarchia dei plebisciti, a patto che Vittorio Emanuele e i suoi consiglieri formalmente promettessero a re Guglielmo, che giammai l’Italia non rimarrebbe alleata della Francia in qualunquesiasi impresa che questa volesse tentare contro la Germania. Il re d’Italia e il suo Governo risposero, che no. Vero è, che essi del pari risposero no, quando nel 1874, la Francia, perdente io guerra contro la Prussia, chiese l’alleanza armata dell’Italia. Ma ugualmente è vero, che alcuni mesi prima, essendosi trattato d’accordi tra Austria, Francia e Italia, questa domandò, che avanti tutto le fosse assicurato il possesso della' sua Roma, e le fu risposto, che no.

Era il giammai fatale,, contro cui per il corso di dieci anni eransi spezzati tutti i conati dei governanti italiani, che le armi francesi aveano sanguinosamente ribadito a Mentana, e che il ministro di un monarca, il quale aveva promesso di rendere l’Italia libera dalle Alpi al mare, con burbanzosa padronanza aveva gittato in faccia agli sdegnati italiani. Ma questo giammai, col togliere all'Italia la piena attuazione dei suo diritto pubblico, col tenerla in angosciose incertezze, coll’infliggerle umiliazioni intollerabili al suo legittimo orgoglio di nazione libera, col fomentare i conati violenti del brigantaggio, le gare di supremazia, e le reciproche avversioni, non per anco assopite, delle sue vecchie autonomie regionali, col sospingere insomma la giovane monarchia italiana, senza di Roma, alla dissoluzione, raffreddò forzatamente in essa il sentimento della gratitudine, e in virtù del supremo dovere e del predominante istinto di cercar innanzi tutto di serbare, col compierla, la propria esistenza, le tolse non solo la volontà, ma perfino la possibilità di serbar congiunte strettamente le sue sorti politiche a quelle della Francia.

Per debito di storica imparzialità dobbiamo aggiungere, che Napoleone III era per se stesso poco curante del dominio temporale dei papi; onde che nel puntellarlo, anzi che rimorchiarla, si lasciò rimorchiare dall’opinione prevalente nel suo paese. Contraddizione strana, ma non meno vera! La nazione, propagatrice in Europa della libertà civile e politica, la generosa protettrice dei popoli opressi, la Francia, banderaia animosa di rivoluzione contro la monarchia assoluta, l’aristocrazia e la teocrazia, si è mantenuta negli ultimi quarantanni indefessa nel puntellare coi suoi influssi e colle sue armi il dominio temporale dei papi, violando per far ciò il proprio diritto pubblico, compromettendo i propri interessi e il proprio credilo presso i popoli liberi, mettendo in pericolo la propria pace interna, sconfessando quei dogmi politici, che si domandano liberali, da essa, a prezzo di sacrifizi incommensurabili, gloriosamente propagati pel mondo. E tutto ciò per mantenere sul capo la corona a monarchi sacerdoti, avversari irreconciliabili d’ogni libertà civile, politica e religiosa, confessantisi incapaci di regnare, come gli altri principi, conforme le esigenze dei progrediti tempi; costretti, per reggersi su traballante trono, di far sangue e terrore coll'aiuto d’armi straniere, intenti da secoli a tener spartita e discorde una nazione, comparsa gloriosa in più tempi, e attissima a recar molto bene, unita, indipendente e tranquilla, alla cristianità. Bella e onorata missione è stata davvero questa per la Francia!Avesse almeno la Francia trovata la Corte di Roma grata, arrendevole ai suoi consigli, proclive agli intendimenti suoi conciliativi, disposta a seguirla nella via delle moderate riforme e negli espedienti capaci ad attutire le contestazioni difficili e acerbe, sopravvenute a brevissimi intervalli per il mantenuto intervento armato. Al contrario, deliberate umiliazioni inflitte all’onore suo e alla sua protettrice bandiera, vergognose opere di repressione violenta imposte ai suoi soldati, intimi accordi coi suoi nemici occulti od aperti, guerra implacabile alle sue liberali istituzioni, ripulse acerbe e inflessibili a tutti i suoi consigli, a tutti i suoi ammonimenti, a tutte le sue preghiere, spinte al segno da costringere coloro che in nome suo favellavano e agivano, a cercare nel silenzio e nell’inerzia un rifugio alla vergogna dell’impotenza di nulla ottenere e di veder praticare l’oposto del richiesto: gli è in questi termini che sta pressoché tutta la storia genuina, ohe la Francia ha da studiare e da non dimenticare, del suo intervento armato e diplomatico nello Stato romano, dall'anno 1839 al 1874.

Non meno degni d'esser riassunti sono i vicendevoli diportamenti delle Corti di Roma e di Torino, dall’assunzione al trono di Pio IX in poi. Il piissimo re Carlo Alberto, nel 18U8, snudò la spada liberatrice, credendosi spalleggiato dal pontefice, che aveva benedetta quella serena aurora d’italiana redenzione. Ma a breve andar di tempo, egli si trovò non solo abbandonalo, ma osteggialo dal Vaticano.

Sopraggiunsero le disgrazie nazionali, massimamente cagionate dalla repentina mutazione avvenuta nella politica della Corte di Roma.

Vista la rivoluzione prevalere nello Stato pontificio, Carlo Alberto bì mostrò sollecito di ricondurvi l’ordine e la concordia tra principe e popolo. Ma mentre Vincenzo Gioberti, strenuo propugnatore della podestà temporale dei papi e ministro di un re, che teneva sacra la vecchia causa guelfa, si adoperava a ispirare al Santo Padre 6ensi di perdono e di conciliazione verso il suo popolo, il cardinale Antonelli si querelava, che il Governo piemontese, coll’interporre parole di pace e di concordia, arrecasse nocumento agli interessi del principato della Chiesa, coll’impedire che le cose precipitassero a sbrigliata intemperanza demagogica. Si voleva che il male si facesse violento ed eccessivo, per avere maggiore facilità di curarlo coll’uso delle invocate armi straniere.

Il Piemonte rimase vinto a Novara; ma in quella grande iattura di fortuna nazionale non tralasciò d’adoperarsi per salvare il papa dal gittarsi in balla di una cieca reazione, la quale, coH'aprestargli un trionfo di sangue per armi straniere, aparecchiavagli nuove sventure inevitabili. Anche il nuovo tentativo riuscì infruttuoso. L’illustre capodella scuola storica, favorevolissima al dominio temporale dei papi, Cesare Balbo, da Gaeta, ove avealo deputalo il re Vittorio Emanuele, ritornò al suo Piemonte, sfiduciato che alcun civile e liberale temperamento susseguisse il ritorno del Santo Padre in Roma. Perduto l'amore e il rispetto dei popoli, il Governo pontificio, spoglio d’ogni forza morale, si trovò necessitato ad apoggiarsi sulla forza materiale straniera, cioè a vivere all’altrui discrezione.

Pio IX nei giorni sereni del suo pontificato avea dichiarato, che intendeva che lo Statuto costituzionale venisse formulato in termini molto miti, onde I popoli dello Stato romano, dietro la rimembranza dei conseguiti benefizi, ritornassero a desiderare il Governo pontificio, qualora dovesse rimaner interrotto dalla forza di contrari avvenimenti. All’oposto, nel risalire il soglio delle perdonanze, egli lacerò le franchigie costituzionali concesse al suo popolo, non dimenticò le ingiurie della rivoluzione e rista uro tutti gli abusi, tutti i privilegi del governo clericale, che avea antecedentemente condannato.

La Gasa di Savoia non dimenticò che v’era un'Italia serva e infelice da render libera e felice, che v’era uno Statuto giurato da serbar religiosamente, che v'era una bandiera da tener ritta a segnacolo di redenzione nazionale. Da questa oposta politica nacque una lotta che, dopo aver durato oltre vent’anni, giunse al suo punto culminante con fatti di mondiale importanza.

Alleata dell’Austria, interessata a scancellare in Italia ogni traccia del moto nazionale del 18U8, la Corte di Roma mosse alle offese, ricavandone il pretesto dalla necessitò, in cui il governo di Vittorio Emanuele trova» vasi, di riformare quella parte del diritto pubblico interno, che riguardava le prerogative, i privilegi e gli ingerimenti temporali della podestà ecclesiastica. Trattandosi solo di materie giurisdizionali, soggette di loro natura alla podestà civile, al Governo subalpino sarebbe stato lecito di fare liberamente le necessarie provvisioni, senza l’intervento della curia romana.

Tuttavia i governanti piemontesi d’allora scelsero di procedere di pieno accordo colla Santa Sede. Leali uomini e sinceri cattolici eran essi notoriamente; e che gli intendimenti loro fossero schietti, vennero ad attestarlo la moderazione delle iterale domande, le diuturne insistenze, le ritentate prove, i mutati ambasciatori, le preghiere, ché anco vi furono preghiere, per giungere a pronta concordia, e affinché collo Statuto e la pubblica tranquillità rimanessero salvi, nell’opinione pubblica, l’ossequio alla religione e il rispetto alla Santa Sede.

Ma da che la teocratica Roma voleva guerra, e non pace, per i suoi fini mondani, col Piemonte, banderaio d’Italia, furono usati indarno tutti i possibili mezzi di conciliazione. La Curia romana, intrattabile perfino alla mite e onesta interposizione di vescovi, con ogni arte s’adoperò ad alimentare contestazioni e sdegni, ad accendere il fanatismo religioso, a fornire pretesti e incitamenti per suscitare la discordia civile nel Piemonte, a sospingere i maggiori potentati cattolici a rompere le relazioni diplomatiche col re Vittorio Emanuele, onde farlo piegare ad accordi, che importavano l’annullamento delle franchigie costituzionali. Durante questa lolla, in buona parte sostenuta da Massimo d’Azeglio, egli scriveva:

Tolgo l’aparato di parole col quale si maschera la vera questione che abbiamo con Roma, e trovo che si riduce a questo. L’Austria non vuole in Italia il cattivo esempio di uno Stato costituzionale ordinato e tranquillo, e noi, con tutta la nostra buona volontà, non possiamo liberarla da questo disturbo. Di qui la guerra. Per quanto sia grande e conosciuta la tenacità della Curia romana, converrebbe esser molto semplice per credere, che il ridurre l’ordinamento del nostro Stato a quelle riforme, e nepure a tutte, che in tutta l’Europa cattolica sono state accettate, come indispensabili da tanto tempo, dovesse dare materia a così gravi oposizioni, se non si volesse usarle quali strumenti atti a portare il disordine e la perturbazione nei nostri ordini politici. In due anni già si è potuto conoscere a quale esito conducano; ma ciò non è affar nostro. È bensì affare e dover nostro nei tempi gravissimi che corrono, fondare l’ordine pubblico dello Stato su quelle basi, che sole possono sostenere il Piemonte a fronte delle crisi, che minacciano i nostri vicini. Il giorno in cui gli elementi che dividono la società, verranno a cozzare insieme, non si salveranno quei governi, che abbiano meglio difeso i privilegi del Foro, le decime e simili cose, bensì quelli, che coll’amministrare imparzialmente la giustizia e il vero e onesto interesse della cosa pubblica, avranno ottenuta la fiducia dell’universale, vale a dire che l’universale sia convinto aver esso interesse a sostenere il Governo e non a combatterlo (701).

Questo giorno venne, e le previsioni di Massimo d'Azeglio s’avverarono apieno. L'eminentissimo Antonelli si trovò alla sua volta messo alla prova di difendere il trono del suo principe contro i formidabili assalii del Piemonte e della rivoluzione. La storia, pure scolpandolo dalle accuse volgari accumulate sul suo capo dall’odio partigiano, dirà di lui, ch’ebbe ingegno impari all’opera grande, cui ebbe a sobbarcarsi. Egli spesso errò nelle sue ' previsioni politiche, non di rado, sconfessando l'evidenza dei fatti, si cullò in isperanze vane e in calcoli fallaci e nella percorsa via inciampò a segno da apigliarsi presso che sempre a espedienti praticamente oposti al fine che voleva conseguire. Probabilmente l’Italia non sarebbe giunta cosi presto e così felicemente al conseguimento della sua unità nazionale, se negli ultimi ventidue anni decorsi la politica della Corte di Roma fosse stata maneggiata da più abile, previdente e scaltro uomo di Stato.

La resistenza a oltranza ad ogni transazione potea ancor riuscire vantaggiosa; ma per condurla altri mezzi erano da usare che non quelli praticati dal segretario di Stato di Pio IX. Cesare Balbo, sino dal 18lt9, aveagli detto in Gaeta: badate che, procedendo per la strada nella quale intendete di rimanere, verrà il giorno in cui vi troverete abbandonati da tutti, per fino dall’Austria.

Così è successo, e la conclusione è stata la caduta del principato dei papi. Non immedesimato colle tradizioni divine, viventi nelle perenni tradizioni della Chiesa, e surto assai più tardi del cristianesimo per opera degli uomini, esso è caduto seguendo l’inevitabile destino di tutte le umane istituzioni, che contraddicono alle successive trasformazioni, inevitabili nella vita civile dei popoli. Esso è ruinato, come è suprema sorte di tutti i governi che, spogli dell’amore e del rispetto dei sottostanti popoli, unicamente s'apoggiano sulla forza materiale. Anche in politica la logica dell’errore ha le sue ultime conseguenze inesorabilmente ruinose.

Quando nei disegni della Provvidenza è maturalo il. tempo per i grandi fatti storici, onde si compiono le trasformazioni sociali, e nascono o muoiono gli imperi, tutto concorre a facilitarli. Così è avvenuto per l’unità italiana. Eziandio i modi, co’ quali si è svolta e compiuta la grande rivoluzione che l’ha generata, stanno all'infuori del corso ordinario delle cose. È legge storica pressoché universale, come notò l’illustre Macaulay, che ogni eccesso generi l’eccesso contrario, e che quindi la violenza di una rivoluzione corrisponda al grado del malgoverno che l’ha generata, e che il tempo delle insurrezioni e delle proscrizioni preceda quello di un governo di libertà moderata. L’Italia è sfuggita con assennatezza e temperanza, piuttosto uniche che rare, a questa dura legge, benché secolarmente l’avessero flagellata, con ogni sortad’opressioni e di violenze, signorie crudeli e bestiali. Così essa ha sbugiardalo coloro che l’accusarono d'inetta a libertà se serva, di sfrenata e discorde se libera. Possa prontamente divenire davvero, e rimanere sino alla più tarda età, una grande nazione, virtuosa, felice, forte d’armi e di sapienza, ricca d’industrie, di commercio, fedele all’innovatore principio della libera Chiesa in libero Stato, e instancabile cooperatrice a meritare, che Dio mandi stabilmente sulla terra per tutte le nazioni cristiane il santo regno della pace e della giustizia.


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DOCUMENTI

I (702)

Dépêche de M. le conte de Cavour au marquis Salvator Pes de Villamarina, 

ambassadeur de S. A. le roi de Sardaigne à Paris

Monsieur le Marquis,

Turin, 24 février 1859.

Je profite du départ du chevalier Nigra pour Paris pour vous envoyer dès à présent mes instructions sur le principal objet de» nouvelles conférences, l’élection du colonnel Cousa à l’hospodarat de Moldavie et de Valachie. Ainsi que je vous l’ai mandé par mes dépêches précédentes, j’ai saisi le Comité du contentieux diplomatique de cette question importante. L’avis qu’il vient de manifester par l’organe de son président et que le Gouvernement du roi partage entièrement, me facilite la tâche que je dois remplir.

La question peut être posée dans les conférences de deux manières différentes, que je formulerais ainsi qu’il suit.

1° En vue de l’élection de la même personne à l’hospodarat de Moldavie et de Valachie, élection qui constitue une confirmation évidente, solennelle, des vœux des populations roumaines en faveur de l’union, ne serait-il pas le cas de réviser la convention de 1858 dans un sens favorable à l’union?Ou bien:

2° Aux termes du traité de Paris de 1856 et de la convention de 1858, les deux principautés unies de Moldavie et de Valachie peuvent-elles apeler la même personne aux fonctions d’hospodar? Par conséquent la doublé élection du prince Cousa est-elle-légale? est-elle valable?

Si la question était posée selon la première de ces formules, vous n’avez qu’à relire les instructions que je vous ai données à l’occasion des conférences précédentes. Mon avis n’est pas changé. Je crois encore que l’union définitive des deux principautés est le seul moyen de donner une satisfaction suffisante aux désirs légitimes de ces populations, et d’ôter par là toute cause de désordre et de troubles dans ces pays. Ce qui vient d’arriver à Jassy et à Bukarest ne peut, comme vous le pensez bien, que me confirmer dans mon ancienne manière de penser. Vous aurez donc soin d’apuyer tout projet de révision, avant pour but de donner une plus ample aplication au principe de l’union.

Mais je pense que la question, malgré, peut-être, nos efforts et ceux de la France, sera mise sur le tapis selon la dernière formule, c’est-à-dire que la Conférence sera apelée à décider si la doublé élection du prince Cousa constitue une violation des stipulations de Paris de 1856 et 1858.

La question ainsi posée, voici la réponse motivée que je vous engagé à faire insérer au protocole au nom du Gouvernement de S. M.

«Il est nécessaire que la question soit examinée sous le doublé raport de la lettre et de l’esprit de la convention du 19 août 1858.

«Toutes les conditions requises pour l’élection des hospodars de Moldavie et Valachie sont réglées par le texte de cette convention.

«En fixant les bases du Gouvernement de ces principautés, l’article 3 de la convention dit que «les pouvoirs publics seront confiés dans chaque principauté à un hospodar, etc. Il s’en suit de là que chaque principauté doit être pourvue d’un hospodar, sans qu’il soit prescrit nulle part que ces deux dignités ne peuvent être conférées à un seul individu. Les fonctions sont séparées, mais elles peuvent être exercées par la même personne.

«Il faut, pour être éligible à ces fonctions, que le père du candidat soit né Moldave ou Valacque. La conjonction alternative ou n’a ici aucun raport avec une localité spéciale: elle s’aplique indifféremment à l’hospodarat de Moldavie auquel peut être apelé un fils de Valaque, et à celui de Valachie qui peut être occupé par un file de Moldave.

«L’article 46 de la convention pose en régie générale que les Moldaves et les Valaques sont tous égaux devant la loi, devant l’impôt, et également admissibles aux emplois publics dans l’une et l’autre principauté. La conjonction et lie ici les deux localités de façon à faire disparaître toute idée d’extraterritorialité entre les individus; la différence de principauté n’est jamais prise en considération lorsqu’il s’agit d’emplois publics dans Fun ou dans l’autre territoire.

«Cette disposition est de telle importance dans la matière, qu’elle tranche absolument la question.

«L’hospodarat, en effet, n’est pas, rigoureusement parlant, une véritable souveraineté. C’est un emploi très élevé, auquel est annexé un pouvoir public, en vertu d’une délégation irrévocable, et sans que celui à qui il a été confié puisse le transmettre à autrui. Cet emploi a, comme tous les autres, sa source dans l’élection. Par conséquent, en ce qui concerne les conditions de capacité personnelle, il ne saurait être soustrait à la régie commune.

«Le même principe d’éligibilité sans distinction de lieu se remontre dans l’art. 9 de l’annexe à la convention, contenant les stipulations électorales, conçu en ces termes: «Est éligible indistinctement dans tous les collèges quiconque, etc.. Le mot indistinctement imprime à cette disposition le même caractère de généralité indiqué par les autres dispositions que nous venons de citer.

«Ainsi, rien dans la Convention et dans l’annexe n’exclut la faculté de conférer séparément à une seule et même personne la dignité et les fonctions d’hospodar de l’une et de l’autre principauté. Au contraire, tout ce qui se raporte aux conditions d’éligibilité dans ces deux pièces diplomatiques est conçu en des termes qui impliquent la permission d’opérer le cumul.

«L’examen de l’esprit des stipulations de Paris aboutit à des conclusions identiques.

«Le traité de Paris du 30 mare 1856 établit à l’art. 22 que les principautés de Moldavie et de Valachie continueront à jouir, sous la suzeraineté de la Porte, et sous la garantie des puissances contractantes, des privilèges et des immunités dont elles sont en possession. Quant à l’organisation définitive de ces principautés, le traité s’en raporte à une entente finale, qui, à la suite des vœux des populations, exprimés par les Divans des deux provinces, convoqués ad hoc, devra être consacrée par une convention conclue à Paris entre les hautes puissances contractantes, et mise en exécution par un Hattiscerif (art. 24, 25).

«Dans le traité on ne préjugeait en rien la question de l’union ou de la division des principautés. Les Divans se prononcèrent ouvertement pour la fusion des deux principautés.

«La Conférence apelée à statuer définitivement sur leur organisation discuta dans la séance du 22 mai 1858 la question de l’union. Les plénipotentiaires qui soutenaient le principe, nous par l’esprit de conciliation qui a toujours caractérisé la conduite de leurs Gouvernements dans toutes les négociations difficiles, se sont abstenus de le pousser à sa dernière et légitime conséquence. Mais on s’attacha à raprocher autant que possible les deux principautés, qu’on ne voulait pas confondre d’une manière absolue. Le travail de l’organisation a été fait dans ce sens. Ainsi la dénomination de Principautés unies fut solennellement adoptée; ainsi, après avoir arrêta les dispositions particulières à chaque principauté, toujours dans le sens de la plus parfaite assimilation, le principe de l’union a été admis sur tous les points les plus saillants du Gouvernement politique, la Commis8ion centrale, la Haute Cour de justice et l’Armée.

«La nature de toutes ces, dispositions, autant que les vues générales dans lesquelles elles ont été faites, ne laisse aucun doute qu’on n’a pas eu l’intention d’exclure l’admissibilité du cas de la doublé élection de l’hospodar, sur lequel la convention du 19 août ne s’est point prononcée.

«Le texte de la convention n’induit aucune impossibilité à cet égard; l’esprit qui a présidé à sa rédaction, loin de repousser cette interprétation, l’apuie en quelque sorte.

«Dans le silence de la convention, le cumul des deux hospodarats ne devait s’entendre tacitement exclu que pour le cas où cette réunion empercherait l’exécution de quelque partie de la Constitution organique. Or aucun empêchement de ce genre ne pourra se présenter. On peut même avancer que l’action du Gouvernement se rendra par là plus complète, plus libre et plus prompte.

«Si on objectait que l’art. 44 établit une alternative d’autorité quant au choix du commandant en chef des milices, on doit répondre que cette alternative n’est nullement établie comme un contrepoids de pouvoir, mais seulement pour maintenir une importance égale aux deux hospodars. Dès qu’une seule personne exerce la doublé fonction, le but de la loi est parfaitement atteint; il n'existe plus de concurrence.

«On doit enfin remarquer que le fait de la réunion dans la même personne de deux souverainetés d’un genre bien plus relevé encore que l’hospodarat s’est produit plusieurs fois, sans que la réunion personnelle ait portà atteinte à la séparation réelle des lieux. Il suffit de citer les exemples des royaumes de Suède et de Norvège, du royaume des Pays-Pas, et du grand-duché de Luxembourg, du royaume de la Grande Bretagne et du stathoudérat des Provinces Unies«D’après les considérations qui précèdent le Gouvernement sarde est donc d’avis que les principautés unies de Valachie et de Moldavie peuvent, aux termes du traité de Paris du 30 mars 1856, et de la convention du 19 août 1858, conférer à une seule et même personne les fonctions du doublé hospodarat.

En me réservant de vous envoyer au besoin de plus amples instructions soit sur cette question, soit sur d’autres points qui pourraient être mis sur le tapis des conférences, je vous renouvelle l’assurance de l’entière confiance que le roi et son Gouvernement placent dans votre capacité et dans votre zèle pour l’accomplissement de ces négociations importantes, et je vous prie en même temps d’agréer, monsieur le marquis, l’expression de ma considération très distinguée.

C. Cavour.

I

Deux dépêches télégraphiques du comte Cavour

au marquis de Villamarina, ambassadeur sarde à Paris

Turin, 18 mare 1859.

Je mande cette nuit au prince Napoléon que le Congrès produirait effet désastreux dans le Lombardo-Vénitien, si la Sardaigne était excluse. Je serai entraîné, ou forcé donner démission. Faites déclaration identique au comte Walewski; dites à Nigra d’introduire, s’il est possible, dans la déclaration à faire d’après conseil de l’empereur, les paroles acte agresif, qui se trouvent dans le traité.

Cavour.

Turin, 20 mare 1859.

Veuillez dire à Nigra qu’il recevra demain une lettre pour l’empereur, qu’il tâche de la présenter lui-même; qu’il parie avec énergie a S. M.; qu’il lui dise que le comte Walewski a écrit au ministre de France de manière à nous décourager, ou bien à nous pousser à un acte désespéré.

Cavour.

II

Dépêche confidentielle de M. le comte de Cavour
au marquis Pes de Villamarina, ministre sarde de Paris

Monsieur le Marquis,

Turin, le 22 mars 1859,

Le prince de La Tour d’Auvergne m'a annoncé hier, au nom du comte Walewsky, que la Franco avait donné son adhésion à la proposition que la Russie a faite d’ouvrir un Congrès pour traiter la question italienne.

Je ne dois pas vous dissimuler, monsieur le marquis, l’impression pénible que cette annonce a produit sur mon esprit. Je crains que par ce moyen on ne risque d’entrer dans un défilé dont il est peu aisé de prévoir l’issue, car ce serait une funeste illusion que de croire que l’Italie ait quelque chose à espérer d’un Congrès dans lequel l’Autriche n’aporterait pas un esprit conciliant. Or les faits les mieux constatés et toutes les notions les plus sûres ne paraissent pas de nature à justifier un tel espoir; d’autre part l’annonce d’une réunion diplomatique faite sous des auspices aussi peu favorables ne pourra à moins qu’exciter la défiance dans la péninsule et détruire, peut-être, les espérances que l’attitude généreuse et le noble langage de l’empereur ont fait naître.

L’ouverture d’un Congrès dans les circonstances actuelles ne saurait par conséquent avoir que des effets fâcheux: mais l’exclusion de la Sardaigne, si elle devait avoir lieu, serait désastreuse.

Le Piémont a été admis à plaider la cause de l’Italie au sein d’un Congrès européen; maintenant que cette cause, qui a déjà été jugée par l’opinion publique, est soumise de nouveau aux délibérations des mèmes puissances, refuser au Piémont d’y prendre part ce serait le faire déchoir du poste qu'il a conquis et lui enlever toute force morale. La Franco, dont la Sardaigne a été l’alliée la plus fidèle et la plus sincère, ne saurait le vouloir. Nous comptons en conséquence et avec une entière confiance sur le concours de l’empereur pour qu’il soit fait droit à nos justes demandes.

La justice de ces demandes ne saurait être méconnue par les Gouvernements qui témoignent un intérêt sincère pour le sortde l’Italie, et qui désirent une solution des difficultés pendantes conforme aux vœux légitimes des populations. Si cependant, malgré ces considérations et nos instances formelles, le Congrès devait avoir lieu sans l’intervention de la Sardaigne, c’est avec la plus douloureuse conviction que je dois déclarer que le Piémont, et avec lui les idées d’ordre et de modération qu’il représente, perdraient une grande partie de l'empire qu’elles exercent dans la péninsule. Les esprits surexcités, voyant s’évanouir encore une fois les dernières lueurs d’un espoir qu’ils croyaient ne devoir plus être déçu, pourront être entraînés à la violence et à des actes de désespoir. Je vous charge, monsieur le marquis, d’insister auprès du Gouvernement français sur les funestes conséquences que l’exclusion de la Sardaigne aurait, soit dans notre pays, soit dans le reste de l’Italie, afin qu’il veuille les prendre en considération. En les mettant sous ses veux, le Gouvernement du roi remplit un devoir rigoureux; il aura ainsi signalé d’avance les dangers qui lui paraissent presqu’inévitables si on ne cherche pas à les conjurer en temps utile. Dans tous les cas, il aura décliné la responsabilité de ce qui pourrait arriver. Je vous prie, monsieur le marquis, de donner lecture et laisser copie de cotte dépêche à S. E. le comte Walewsky.

Agréez, monsieur le ministre, les nouvelles assurances de ma considération très distinguée.

C. Cavour.

I

Lettre du comte Cavour au general Lamarmora

Mon cher ami,

Paris, 29 mars 1859.

La question italienne a été aussi mal engagée que possible, par suite de fautes et de circonstances malheureuses. Je t’expliquerai tout celà à Turin; en attendant voici mon impression: La guerre inévitable.

Elle sera retardée de deux mois au moins.

Elle se fera sur le Rhin ainsi que sur le Pó.

Pour que la guerre ait un résultat heureux pour le Piémont et pour l’Italie, il faut se préparer à faire les plusgrands efforts. Les Français, entraînés contrôleur gré, ne nous pardonneront jamais si la plus grande partie du poids de l’entreprise tombe sur leur dos. Malheur à nous si nous triomphons uniquement au moyen des Français. Ce n’est qu’en nous battant mieux qu’eux, qu’en mettant sous les armes des forces supérieures aux leurs, dans le cas de la guerre générale, que nous sauverons notre pays.

Cavour.

V

Lettera del segretario di Gabinetto
di S. M. il re delle Due Sicilie, al cav. Carafa

Eccellenza,Napoli,

29 marzo 1859.

Vuole S. M. il re che dall’eccellenza vostra sia immediatamente diretta la seguente segnalazione in cifra al commendatore De Martino in Roma:Portatevi il più presto possibile da Antonelli, e domandategli se positivamente i Governi italiani sono invitati ad inviare i loro rapresentanti alle conferenze che vanno ad aprirsi, per dare il loro voto consultivo. Il Santo Padre vi invierà il suo o no? E a questa Conferenza chi si arroga un diritto che non ha sugli altri governi indipendenti? Rispondetemi in cifra e per telegrafo».

Queste precise parole di S. M. da trasmettersi, mi sono recato a dovere di ripeterle, e colgo l’occasione ecc.

Gioachino Falco.

V

Due telegrammi in cifra del commendatore De Martino
al commendatore Carafa, ministro degli affari esteri
di S. M. il re di Napoli.

Roma, 30 marzo 1859.

Il cardinale non ha tuttora avuto invito d’inviare un rapresentante alla Conferenza. Lo prevede ed è fermo a non accettare in verun caso. Va oggi a prendere gli ordini di S. S. perdirigere una circolare ai nunzi, in cui sarà nettamente espressa questa determinazione.

Il Governo della Santa Sede non riconoscerà mai a questa conferenza il diritto che si arroga. Mi terrà giornalmente informato di tutto, lusingandosi di poter agire in tale questione in perfetto accordo col Governo di S. M.

De Martino.

Roma, 31 marzo 1859.

Il Congresso non sarà mai riconosciuto dal Santo Padre. Istruzioni ai nunzi già spedite. Il cardinale Antonelli è sicuro della stessa deliberazione per Modena, dubita per Toscana e Parma. Interessa influire sui loro consigli.

De Martino.

VI

Telegramma in cifra del commendatore Carata

al commendatore De Martino

Napoli, 30 marzo 1859.

L’Austria ci ha comunicato d’avere consentito al Congresso, ma a condizione dell’esclusione del Piemonte e con garanzia dei diritti degli altri Stati italiani. Ci ha inoltre l’ammissione, proposta da altre potenze, di delegati di Stati italiani col solo voto consultivo. A ciò l’Austria si opone per esser contro l’altrui indipendenza.

Chiede l’Austria il nostro parere su ciò. Noi rispondiamo che S. M. si confà pienamente alle giuste vedute dell’Austria, giacché verun diritto hanno altre potenze di chiamare alla sbarra Stati indipendenti. Dia subito questa notizia al cardinale Antonelli.

Carafa.

VII

Dispaccio dell’ambasciatore napoletano in Firenze

al commendatore Caraffa

Eccellenza,Firenze,

16 aprile 1859.

Il cavaliere Lenzoni, ripetendomi che la Toscana aveva deciso di farsi rapresentare al Congresso da un semplice delegato, e che procurerà di fare quanto è possibile di mantenere la sua neutralità, soggiungevami che il Governo granducale gradirebbe moltissimo se potesse ottenere qualche dato generale sulla politica che il R. Governo seguirebbe in caso di guerra, essendo fuor di dubbio, aggiungeva, che i nostri interessi sono comuni malgrado la diversa posizione geografica, e che un accordo, se fosse possibile, potrebbe riescir utile a tutti.

Cav. Fortunato.

IX

Cinque dispacci riservatissimi del cav. De Martino,
ambasciatore napoletano in Roma,
al cavaliere Caraffa ministro degli affari esteri in Napoli.

Eccellenza,(Riservatissimo),

Roma, 30 marzo 1859.

Nella circolare ai nunzi è espressa nettamente la determinazione del Governo della Santa Sede di non riconoscere in verun caso mai l’intervenzione di governi stranieri nei fatti d’interna amministrazione di questo stato. Secondo il cardinale Antonelli, non vi ha transazione possibile su questo principio. La Santa Sede non scenderà mai, egli dice, a portare alla sbarra d’un tribunale qualunque, il sacro principio d’autorità a canto ed a contesa con l’elemento rivoluzionario. Mille volte meglio la guerra e tutte le sue aperte conseguenze. Il cardinale ha profittato di questa occasione per assicurarmi. ancora una volta di tutta la sua confidenza. Egli mi comunicherà giorno per giorno i raporti che sarà per ricevere, e le determinazioni che prenderà in conseguenza.

La questione attuale è della più alta importanza possibile, e di un interesse comune. I due Governi debbono agire di concerto e di perfetto accordo. È questa la speranza del cardinale Antonelli, e mi ha incaricato di esprimerla a V. E.

De Martino.

Eccellenza,(Riservatissimo).

Roma, 1 aprile 1859.

Ieri sera a notte inoltrata monsignor Berardi davami lettura di un dispaccio ricevuto dal nunzio in data del 17 marzo da ParigiMonsignor Sacconi rende conto di due conversazioni avute coll’imperatore e col conte Walewsky, nelle quali ha domandato ed ottenuto da S. M. I., un’udienza per intrattenerla a fondo della questione d’Italia.

Intanto aveva avuto l’agio d’esprimere all’imperatore la dolorosa sorpresa provata all’annunzio della convocazione di un Congresso in cui S. S. nelle sua dopia qualità di principe indipendente e di sommo pontefice, parea, malgrado lui, chiamato per atti, che non rilevano che da lui, alla sbarra di un Tribunale composto di due Governi protestanti, uno scismatico, e due cattolici ma inimici tra loro. L’imperatore aveagli risposto che egli non avrebbe mai smentita la confidenza accordatagli da S. S., che la di lui causa era e sarà sempre la sua; che la di lui dignità, i di lui interessi gli erano tanto a cuore quanto i suoi; che a questi erano principalmente rivolti tutti i suoi pensieri; che a conciliarli colla difficoltà della posizione tendevano oggi apunto le cure della sua diplomazia, e che sperava potergliene dare quanto prima la prova.

Il conte Walewski in più larghe parole dava le stesse assicurazioni. Stretto dal nunzio esitava, come opinione personale, ad associarsi a tutte le sue osservazioni. Se l’Austria, egli diceva, e gli Stati italiani ricusano accettare nel Congresso la stessa ' posizione, che i Paesi Bassi ed il Belgio nel Congresso di Londra, non è difficile che la Francia proponga la loro ammissione secondo il senso dell’art. 4 del protocollo segnato nell’anno 1818 in Aix-la-Chapelle. Ricevuta questa seconda proposizione, il Congresso procederebbe senz’altro innanzi, e, soggiungeva, il Piemonte non ricuserà certamente.

Questo raporto ha fatto una immensa impressione sull’animo di monsignor Berardi, e sarà questa mattina l’oggetto, forse esclusivo, dell’udienza del Santo Padre, e del cardinale Antonelli.

Secondo lui, la posizione della Santa Sede è in questo punto difficilissima; dall’un canto le ragioni potentissime, incontestabili di mantenere le istruzioni già date ai nunzii di ricusare a qualunque condizione l’intervenzione del Congresso in fatti di interna amministrazione di questo Stato; dall’altro le seguenti osservazioni del Walewski che hanno pure il loro peso:Il Congresso, dice egli, non si arresterà certamente dal rifiuto della Santa Sede a menare a termine un'opera che può solo prevenire una guerra generale; d'altronde, in principio, il Governo della Santa Sede, ha fin dal 1831 implicitamente ammessa questa intervenzione dell’Europa; nel 1849 l’ha sollecitata; per lei è stato rimesso fin oggi il trono di S. Pietro, ed oggi stesso si può e si deve ragionevolmente prevedere che non apena cessata l’occupazione straniera, sorgeranno in questo Stato tali complicazioni da imporre al Santo Padre il dovere di ricorrervi novellamente. In quali condizioni lo farebbe dopo avere ricusata l’intervenzione delle grandi Potenze, e forse dopo che sarannosi queste in un Congresso pronunziate contro il suo Governo? Non è del suo vero interesse, se non altro, impedire o regolare una siffatta manifestazione in previdenza di un avvenire cosi probabile?».

Monsignor Berardi nel sottomettere di tutto un circostanziato e preciso raporto a S. S., si propose implorare ordini positivi sulle istruzioni da inviare ai nunzi per queste due eventualità: 1° Nel caso in cui i Governi italiani saranno invitati a far parte del Congresso con semplice voce consultiva.

2° Nel caso in cui lo fossero a condizioni uguali di tutte le altre Potenze.

Cercherò rivedere monsignor Berardi prima della partenza della posta, e mi permetterò in questo stesso raporto soggiungerle la decisione che sarà stata definitivamente adottata.

Ore 4 pom.

Sua Santità ha risoluto:Mantenere le istruzioni già date ai nunzi pel caso in cui i Governi italiani fossero invitati a far parte del Congresso con voce consultiva. È la sola proposizione che sembra adattata per ora, come lo prova il dispaccio telegrafico indirizzato da V. E.

Sulla seconda eventualità proposta da monsignor Berardi, ilS. Pontefice riserba il suo giudizio pel momento in cui potrà venire ancora adatto.

De Martino.

Eccellenza,(Riservato).

Roma, 9 aprile 1859.

Non è arrivata veruna comunicazione officiale del famoso Congresso. Se giunge coll’invito di spedirvi dei plenipotenziari con voto consultivo, la risposta sarà nettamente negativa. Se i plenipotenziari dei Governi italiani saranno ammessi alle stesse condizioni degli altri, si prenderà avviso dalle circostanze del momento.

I dispacci dei nunzi a Parigi ritornano su questa eventualità; e in certo modo inspirati da Walewski non sono che una lunga plaidoirie in favore dell’intervenzione degli Stati italiani in quelle Conferenze, perché la questione di dignità fosse favorevolmente risoluta.

L’argomento che. avanza è sempre lo stesso, e non riguarda che Roma. Il Governo della Santa Sede ha in certo senso riconosciuto fino dal 1831 le intervenzioni straniere in fatto d'interna amministrazione, le ha provocate nel 1849, per lei è stato rimesso in potere e mantenuto fin oggi, e domani potrà essere nel dovere di ricorrervi novellamente. Il Congresso, d’altra parte, int6rvenganvi o no gli Stati italiani, compirà l’opera sua. L’opinione non è oggi favorevole a noi. Se non si rischia, l’Europa si pronunzierà contro di noi, da ciò abbandonati a noi stessi. La rivoluzione trarrà dall’un canto elemento e sfogo, dall’altro in quali condizioni ci troveremo noi nel dovere di riapellarne all’Europa?Ma il cardinale Antonelli non divide le aprensioni, oserei dire generali, per un movimento possibile in questi Stati, dopo che saranno evacuate le trupe straniere, e dopo che possibilmente una futura intervenzione verrà, come in Turchia, incepata da un cosi detto accordo comune. Egli conta sulle forze del Governo, sul vero spirito della popolazione, e su altre misure che ha in mente, e che, dice egli, non è tempo ancora di enunciare. Ma bì ingannasse pure nelle sue speranze, meglio mille volte, soggiunge, farsi sgozzare, che sgozzarsi colle proprie mani.

Egli non consiglierà in niun caso mai a S. S. di riconoscere l’intervento straniero in fatto d’interna amministrazione, ché, secondo lui, i mali che ne circondano, hanno per primacausa l’infausta intervenzione della diplomazia estera nel 1831, e l’attuazione, consigliata ad arte, di misure fatte per invalidare l’azione dell’autorità e per commuovere le popolazioni, organizzando un principio di resistenza e di oposizione alle basi fondamentali di questo Governo.

In ogni caso, egli vuole per comando espresso di S. S. agire sempre in questa questione d’accordo col Governo di S. M.; prega quindi V. E. tenerlo informato a tempo delle nostre risoluzioni.

I consigli della Francia sono, come sempre, vaghi ed indeterminati, e soggetti ad ogni sorta d’interpretazione. Quelli dell’Austria si limitano a caldeggiare la prima, intera attuazione del Motu-Proprio di Portici. Le due condizioni che mancano, come V. E. sa, sono lo invio di cardinali legati nelle Provincie e la nomina dei consiglieri provinciali, devoluta agli elettori. Il cardinale Antonelli risponde che, in quanto alla prima, il solo ostacolo era la presenza di trupa straniera incompatibile coll’alta dignità di un cardinale-legato del Sommo Pontefice; in quanto alla seconda, le ragioni che avevano motivato l’aggiornamento essere più che mai fortissime e domandare se il conferire ad elettori la nomina dei consiglieri provinciali non è, nelle circostanze attuali, il crearsi colle proprie mani tanti centri d’oposizione e di resistenza? E quali conseguenze dall’attuamento di questa istituzione debbonsi prevedere oggi che l’Europa mette in certo modo a pari il principio dell’autorità e l'elemento rivoluzionario, ed in questione le basi fondamentali di questo Governo?

De Martino.

Eccellenza,(Riservatissimo).

Roma, 23 aprile 1859.

cardinale Antonelli mi ha confidato per V. E. l’avviso telegrafico che ha questa notte ricevuto da Vienna, cui non posso aggiungete motto di schiarimento (703). S. Eminenza era tutta commossa da tanto annunzio, innanzi al quale è caduto naturalmente ogni discorso sulle eventualità di Congresso e di negoziazioni diplomatiche.

De Martino.

Eccellenza,(Riservatissimo),

Roma, 24 maggio 1859.

La Francia accetta la neutralità, e vuole ristretto il numero delle trupe austriache a soli 9[m. uomini, come i suoi occupano Civitavecchia e Roma, quelli Ferrara, Ancona e Bologna. Sono queste le conseguenze della dichiarazione di neutralità entro i limiti prescritti dalle anteriori convenzioni. Se di questo condizioni una sola sillaba sarà dimenticata, ineseguita, ritenendo che il Governo di S. S. non avrà la forza di mantenere i suoi diritti, si dichiarerà sciolta da qualunque impegno, e libera di agire secondo le esigenze della sua posizione.

Basata la questione su questi termini, la prima gravo considerazione che si presenta è questa. Nelle Romagne tutto è pronto per una sollevazione generale. In un paese apertamente ostile, l’effettivo così ristretto della occupazione austriaca basterà al suo scopo, basterà alla propria conservazione?

De Martino.

Apunti di 8. M. Ferdinando II di Napol

per il commendatore Carafa

Caserta, 23 aprile 1859.

Ringraziare Gortciakoff delle assicurazioni date, e continuare a far sentire che il Regno non sente bisogno di cambiamento. Alle confidenziali domande di Lenzoni circa le nostre intenzioni nelle eventualità di una guerra nell’alta Italia, Fortunato potrà rispondere: che il Governo di Napoli intende di continuare nella condotta neutrale dettata da' suoi principi), dalla sua posizione geografica, e dal costante desiderio di mantenere la tranquillità nell’Italia meridionale.

Ferdinando.


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XI

Dépêche de M. le conte de Cavour

au marquis de Villamarina à Paris

Monsieur le Marquis,

Turin, 12 avril 1859.

Le Cabinet de Vienne, en adhérant à la proposition faite par la Russie de réunir un Congrès pour résoudre d’une manière pacifique la question italienne, a mis pour condition le désarmement préalable du Piémont. En présence de l’initiative prise par l’Autriche d'armements extraordinaires en Italie, armements qui ont forcé la Sardaigne à rapeler ses contingents sous les drapeaux; en présence d’une armée autrichienne doublé de celle de la Sardaigne, échelonnée sur l’extrême limite de la frontière piémontaise, une telle prétention de la part du Cabinet de Vienne pouvait paraître exorbitante, et elle l'était en effet. Car pour tout esprit impartial il demeure évident que si une proposition de désarmement pouvait paraître nécessaire, c'est à l’Autriche d’abord qu’il fallait la faire; à l’Autriche qui a armé la première, à l’Autriche qui campe menaçante sur les bords mèmes du Tessin et du Po, à l’Autriche dont les armées envoyées en Italie sont deux fois plus nombreuses que celles du Piémont. Aussi le Gouvernement du roi avait tout lieu de croire que les prétentions autrichiennes n’auraient pas été prises en considération par les Cabinets des grandes puissances. Toutefois le Gouvernement de S. M. Britannique, sacrifiant au désir sincère d’éviter une conflagration, qui lui paraissait imminente, toute autre considération, fit pressentir le Gouvernement sarde sur l’accueil que recevrait la proposition de désarmement, sous la garantie de deux grandes puissances que l’Autriche n’aurait pas attaqué la Sardaigne pendant la durée des conférences.

J’ai répondu, que par les raisons mentionnées plus haut, c’était à l’Autriche qu’une semblable proposition devait être faite, du moment où les déclarations omises par les Cabinets de Turin et de Vienne étaient jugées insuffisantes au maintien de la paix; qu’en tout cas les garanties qu’on nous offrait de deux grandes puissances ne nous auraient point rendu notre honneur et notre armée si l’Autriche nous avait attaqués etécrasés sous le choc de ses nombreux bataillons, prêté à se porter par une seule marche au cœur même du Piémont; que la Sardaigne devait donc à son honneur, aussi bien qu’à sa sécurité, de rester armée et de garder tous ses soldats, d’ailleurs si peu nombreux si on les compare aux forces imposantes de l’Autriche; que cependant, pour donner une preuve de notre modération et de condescendance aux conseils de la Grande Bretagne, nous proposions que les deux armées fussent retirées à une certaine distance de la frontière des deux États. Au moment où les négociations se poursuivaient par le Gouvernement sarde et par les Cabinets des grandes puissances, le télégraphe vint aporter la nouvelle que l’Autriche envoyait en Italie un nouveau corps d’armée fort de 50,000 hommes; qu’un autre corps de 60,000 se réunit à Vienne; qu’une réserve de 70,000 hommes va se former en Bohème et en Moravie, et qu’enfin les réserves de l’armée d’Italie et des autres armées ont été apelées sous les drapeaux.

C’est par des mesures qui pourraient à elles seules justifier une déclaration de guerre que l’Autriche répond aux conseils et aux démarches de l’Angleterre et aux propositions que cette puissance et les autres Cabinets ont dû lui faire de retirer ses troupes à une distance convenable de la frontière sarde.

Le Gouvernement du roi ne manquera pas, en remplissant son strict devoir, de prendre les mesures que ce déploiement de forces de la part de l’Autriche rend nécessaires.

En attendant je désire que vous apeliez l’attention du Gouvernement auprès duquel vous êtes accrédité, sur les faits que je viens d’exposer, en les soumettant purement et simplement à l’apréciation éclairée et impartiale du ministre des affaires étrangères.

Agréez, monsieur le Marquis, les assurances de ma considération très distinguée.

C. Cavour.

XII

Lettre particulièredu marquis de Villamarina au comte Cavour

Paris, 15 avril 1859.

Mon télégramme de ce jour vous a fait connaitre la situation Critique dans laquelle nous venons d’entrer. Le comte Walewsky, avec lequel je viens de m’entretenir d’une manièretrès explicite, m’a fortement engagé à vous télégraphier dans le sens que je viens de le faire. Il m’a apris très confidentiellement que la France pour le moment s’abstiendrait d’associer ses instances à celles de l’Angleterre pour nous contraindre à en faire autant. Le comte Walewsky ne m’a pas laissé ignorer qu’en présence d’un refus de notre part, le Gouvernement français pourrait bien, après lundi, être entraîné, malgré toute sa répugnance, à entrer en ligue avec l’Angleterre sur ce point. Il m’a fait remarquer, en outre, combien notre position s’améliorerait si, mieux inspiré, le Cabinet sarde par son acceptation allait au devant des difficultés qui le menacent. Lue telle conduite, selon le ministre des affaires étrangères de France, lui captiverait la bienveillance de l’Angleterre, ce qui ne contribuerait pas peu à rendre meilleur dans les futures négociations le sort du Piémont et de l’Italie.

Au contraire, si on laisse passer le délai de lundi, ajouta le comte, il n’est pas impossible que dans huit jours la guerre n’éclate et que le premier choc ne soit funeste au Piémont, à cause des forces imposantes qui lui tomberaient dessus, bien que la France ne tarderait certainement pas à venir à son secours. À la suite de tout ceci, le comte Walewsky m’a répété ce qu’il avait déjà fait dire à vous-même, à savoir qu’une pareille guerre pouvait être fatale au Piémont et même à la France, bien que celle-ci à la fin des comptes aurait bien pu y trouver sa part. Ce langage dans les circonstances où nous nous trouvons m’a paru trop grave pour vous le laisser ignorer.,Agréez, etc.

Villamarina.

XII

Quatre dépêches télégraphiques chiffréesde l'ambassadeur sarde à Paris au comte Cavour.

Paris, 15 avril 1839.

Mon dernier télégramme et ma lettre de ce jour, que vous recevrez dimanche, ont été lues à Walewsky, qui en a constate l’exactitude, et m’a chargé de nouveau de vous dire qu’il n’y a pourtant encore rien d'officiel pour le moment.

Voici maintenant de l’autre côté ce que Nigra me prie de vous mander. S’étant rendu aux Tuileries avec le prince Napoléon, ce dernier seul a été introduit chez l’empereur. Il en a raporté ce qui suit «Interpellations Parlement anglais renvoyées à lundi. L’empereur nous conseille répondre à l’Angleterre, que si Piémont avait été admis au Congrès sur même pied que cinq grandes Puissances, il se serait soumis aux mèmes engagements, mais puisqu'il en est exclu, ildoit se garder libre de tout engagement envers qui que ce soit».

VlLLAMARINA.

Paris, 15 avril 1859.

Situation des plus graves. Je viens avoir entretien très sérieux avec Walewsky, qui m a dit particulièrement que s ii avait un conseil à nous donner, ce serait de nous engager à répondre à l’Angleterre avant lundi que Piémont accepte désarmement en principe comme la France, sauf à en régler l’exécution à l’ouverture du Congrès pour disarmer simultanément avec Autriche. Ma lettre qui partira ce soir vous fournira explications plus étendues.

Villamarina.

Paris, 28 avril 1859.

Il est positif; Angleterre fait efforts inouis pour retenir bras Autriche. Hier au soir Walewsky m’a fait les plus grands éloges de votre réponse à l'ultimatum. Il m’a dit que vous aviez suivi les conseils qu’on vous avait donnés même directement du Palaia Royal d’une manière très large et qui vous faisait beaucoup d'honneur.

VlLLAMARINA.

Paris, 30 avril 1859.

Général Klapka me charge vous dire que dans quatre ou cinq jours vous enverra proclamation aprouvée par l’empereur et signée par les noms les plus influents, entre autres Kossuth, que prince Napoléon croit nécessaire et empereur accepte. On enverra également à Turin plusieurs officiers hongrois pour former dépôt, et général partira lui-même après avoir formé un comité à Paris.

VlLLAMARINA.

XIV

Dépêche confidentielle de M. le conte Cavour 

au chevalier Maxime D'Azeglio, envoyé en mission extraordinaire à Londre

Monsieur le Chevalier,

Turin, le 20 avril 1859.

Par ma dépêche télégraphique d’hier j’ai eu l’honneur de vous prévenir que le Gouvernement du roi donnait son consentement au désarmement préalable au Congrès.

Je crois maintenant utile de consigner ici le narré exact des différentes phases que cette question a traversées, phases qui se sont succédées avec cette rapidité que le télégraphe a imprimé aux communications entre les Gouvernements, et qui quelquefois ne manque pas de produire une certaine confusion dans la marche des négociations.

Vous n’ignorez pas, monsieur le Chevalier, que lorsque la Russie a soumis aux puissances la proposition d’un Congrès pour aviser aux moyens de résoudre les difficultés de la situation, l’Autriche mit une condition à son acceptation: elle demandai le désarmement préalable de la Sardaigne seule. L’Angleterre a cru pouvoir apuyer cette demande, en nous offrant toutefois sa propre garantie et celle de la Prusse contre toute agression de la part de l’Autriche. C’était souscrire à la loi dictée par l’Autriche qui avait armé la première: la Sardaigne ne pouvait que refuser une condition si peu conforme à sa dignité.

Mais, tout en se refusant à une mesure qui aurait porte atteinte à son honneur, le Gouvernement du roi s’est montré disposé à prêter la main à des moyens propres à faciliter aux grandes puissances l’œuvre de pacification à laquelle elles s’étaient vouées avec un empressement qui les honore. C’est dans ce but que j’ai proposé, par ordre de S. M., l’éloignement des troupes à une égale distance des deux frontières. Cette proposition si équitable, qui sauvegardait la dignité des hautes parties intéressées, et faisait en même temps disparaître les inconvéniens et les dangers inséparables de la position actuelle des deux armées, a cependant été repoussée par le Cabinet de Vienne, qui de son côté a proposé le désarmement général. La France accepta cette proposition en principe, en réservant au Congrès le soin d’endéterminer l’aplication; le Gouvernement Britannique apuya auprès de nous le projet autrichien, en demandant toutefois l’aplication immédiate du désarmement.

Si la Sardaigne eut-été admise au Congrès sur le pied des grandes puissances, elle aurait pu accepter, ainsi que l'aurait fait la Franco, le principe du désarmement; mais son exclusion ne lui permettait pas de prendre un tel engagement, et encore moine celui que l’Angleterre réclamait d’elle. Néanmoins, désirant seconder autant que possible les efforts de l’Angleterre, le Gouvernement du roi a déclaré que si l’Autriche cessait d’envoyer de nouvelles troupes en Italie, il s’engagerait à ne pas apeler sous les armes les réserves, à ne pas mobiliser son armée, et à ne pas mouvoir ses troupes des positions purement défensives qu’elles occupent depuis trois mois.

Le Cabinet de Londres a insisté sur le désarmement, en ajoutant que, dans le cas contraire, l'Autriche nous aurait attaqués.

Ce n’est pas devant une menace de l'Autriche que nous pouvions modifier notre manière de voir: le Gouvernement du roi a persisté dans son refus.

Le Cabinet de St-James s’est alors réuni à la Prusse pour nous demander seulement l’admission du principe du désarmement qui serait réglé par le Congrès. On nous répétait, soit de Londres, soit de Berlin, que si nous persistions dans notre refus, l'Autriche nous attaquerait. Malgré ces nouvelles menaces, nous n’avons rien changé à nos déclarations précédentes.

Sur ces entrefaites, l’Angleterre, reconnaissant en partie la justice de nos réclamations, a proposé l’admission d’un plénipotentiaire sarde au Congrès, mais uniquement pour traiter la question du désarmement. Si par ce moyen on reconnaissait notre droit d’intervenir dans la discussion d’un point spécial, et qui touchait à notre liberté d’action comme État indépendant, on confirmait d’autre pari l’exclusion de la Sardaigne du Congrès, on marquait une inégalité injuste et humiliante entre le Piémont et les autres puissances dans l'examen des questions dans lesquelles nos intérêts les plus vitaux se trouvent engagés. Nous n’avons pu acquiescer à cette restriction de nos droits.

C'est alors que l’Angleterre s’est unie à la Franco pour proposer le désarmement simultané, à condition que la Sardaigne et les autres États italiens soient admis au Congrès sur les mèmes bases que celles adoptées au Congrès de Laybach, c’est-à-dire sur le pied d’une parfaite égalité entre toutes les puissances qui doivent faire part de la réunion. Le Gouvernement du roi a accepté cette proposition, qui est conformé à ce qu’il a demandé pour lui-même dès le commencement de la négociation.

J’ai eu l’honneur de vous faire connaître hier cette acceptation, M. le Chevalier, tout en ne dissimulant pas les conséquences fâcheuses que la mesure du désarmement préalable pourrait avoir, puisque le mauvais vouloir de l’Autriche est trop connu pour nourrir l’espoir qu’elle veuille seconder de bonne foi les efforts des puissances qui témoignent un intérêt sincère pour l’amélioration de la péninsule. Les termes de la proposition à laquelle nous avons adhéré sont clairs et précis, et je ne pense pas qu’ils puissent être sujets à des interprétations plus ou moins satisfaisantes; je dois cependant vous prier, M. le Chevalier, de déclarer à toute bonne fin que la condition de notre intervention au Congrès sur le pied d’une parfaite égalité, doit être formellement admise et reconnue par le Gouvernement impérial de Vienne.

La Sardaigne peut consentir à ne prendre part aux conférences dès le premier jour, si cela est nécessaire pour simplifier les travaux préliminaires: mais le jour où elle entrera au Congrès elle ne peut, elle ne doit pas occuper une position secondaire. Aucune différence ne devra dès lors exister entre elle et les autres puissances réunies, soit dans la discussion, soit dans la délibération des mesures qui seront soumises à l’Assemblée.

Il me reste à vous entretenir encore, M. le Chevalier, d’un point assez délicat. On ne manquera pas, probablement, d’apeler votre attention sur les volontaires italiens qui se trouvent maintenant sous les armes. Vous ne devez prendre aucun engagement définitif à cet égard: le Gouvernement britannique comprendra aisément qu’il est impossible de mettre sur le pavé du jour au lendemain un corps de 12 mille hommes, aigris par les souffrances, et qui peuvent considérer leur sort comme une cruelle déception: ce serait donner le signal de la révolution dans toute l’Italie. Il y a là une question d’ordre public, qui doit intéresser toutes les puissances qui ont à cœur le maintien de la tranquillité dans la péninsule.

L’autorité de votre nom, l’habitude du maniement des grandes affaires, la haute sagesse et le tact exquis qui vous distinguent, vous suggéreront dans cette circonstance les observations les plus propres pour convaincre les ministres anglais que la plus grande prudence doit dicter la ligne de conduite à suivre dans cette grave question.

En vous offrant tous mes remerciements pour le zèle et le dévouement au roi et au pays dont vous faites preuve dans la haute mission qui vous a été confiée par S. M., j’ai l’honneur de vous renouveler, etc.

C. Cavour.

XV

Note de M. le comte de Cavour à M. le prince de La Tour d'Auvergne, 

ministre plénipotentiaire de France à Turin

Mon Prince,Turin,

24 avril 1859.

Le Gouvernement de S. M. le roi de Sardaigne avait donné dès le matin du 19 de ce mois son assentiment aux propositions de l’Angleterre pour l’ouverture d’un Congrès et pour le désarmement général préalable, dont l’aplication devait être réglée par une Commission indépendante du Congrès, et composée de six Commissaires des puissances intéressées. Ces propositions avant été agréées par la France, la Prusse et la Russie,, nous étions en droit de croire que les questions pendantes allaient entrer définitivement dans la voie des négociations. Ce n’est donc pas sans surprise que nous avons apris, trois jours après avoir fait connaître officiellement au Cabinet de Londres notre adhésion, que le Cabinet de Vienne avait refusé les propositions anglaises, et qu’il se disposait à faire une communication directe au Gouvernement du roi.

Cette communication m a été, en effet, remise hier au soir à 5 heures et demie par un employé supérieur autrichien qui m’a été présenté par M. le ministre de Prusse à Turin.

J’ai l’honneur de vous transmettre, monsieur le prince, copie de cette pièce. Le ministre des affaires étrangères de S. M. Apostolique, dans un langage qui s éloigne des formes ed des usages diplomatiques, déclare que le Piémont avant refusé de mettre son armée sur le pied de paix, et de licencier les volontaires italiens, ainsi que l’Autriche l’avait exigé, le Gouvernement impérial veut tenter un effort suprême pour faire revenir le Gouvernement de S. M. sur la décision qu’il a prise. Il demande en con8équence si la Sardaigne consent, oui ou non, & mettre sana délai son armée sur le pied de paix, et à licencier les volontaires italiens: il nous donne trois jours de temps pour répondre. Si à l’expiration de ce terme il ne reçoit pas une réponse complètement satisfaisante, le Gouvernement impérial déclare qu’il aura recours è la force des armes pour obtenir l’objet de sa demande.

Il y a là une véritable sommation conçue dans les termes les plus menaçante et provocateurs, et faite justement cinq jours après que le Gouvernement sarde, adhérant aux vœux de l’Europe, avait remis la cause de l’Italie entre les mains des quatre grandes puissances. Les intentions de l’Autriche ne sont plus douteuses, elle a jeté le masque; le territoire sarde est menacé d’une invasion; l’époque en est fixée, les moyens ont été préparés de longue main; ils se trouvent tout prêts sur la rive gauche du Tessin.

Dans cet état de choses, et en présence d’un danger aussi grave qu’imminent, S. M. le roi, mon auguste maître, m’a ordonné d’adresser au Gouvernement de S. M. l’empereur des François la demande d’un Corpe d’armées de 50,000 hommes, qui, comme mesure préalable de sûreté, entrerait le plutôt possible sur le territoire sarde.

Les preuves d’intérêt sincère quo l’empereur a toujours témoigné au roi, me donnent l’espoir que la demande de son allié le plus fidèle sera favorablement accueillie. L’empereur, en défendant le Piémont contre l’Autriche, défend en même temps ses propres frontières menacées par le plus ancien et irréconciliable ennemi de la Franco. Le roi de Sardaigne verra ainsi se resserrer les liens qui unissent déjà sa maison à la dynastie Napoléonienne, et le Piémont tout entier lui vouera une reconnaissance impérissable.

Je vous prie, monsieur le prince, de vouloir bien porter cette communication à la connaissance de la Cour des Tuileries avec cette célérité que les circonstances exigent.

En vous offrant d’avance mes remerciements, je saisis cette occasion pour vous renouveler, monsieur le prince, les assurances de ma considération la plus distinguée.

C. Cavour.

XV

Dépêche télégraphique chiffrée du comte Cavourà l'ambassadeur sarde à Paris

Turin, 25 avril 1859.

Les Autrichiens n’ont pas bougé. Il y a là dessous quelque intrigue anglaise. Faites publier par la Patrie et par le Nord l’ultimatum Buol et ma réponse. Les troupes modenaises se sont retirées de Massa-Carrara. Les municipalités ont proclamé la dictature de Victor-Emmanuel.

Cavour.

XVII

Lettre de M. le comte de Cavourà M. le général Lamarmora, ministre de la guerre

Mon cher ami,

Turin, 8 mai 1859.

Si véritablement les Autrichiens marchent sur Turin, tu voudras bien, j’espère, me tenir au courant de ce que fera l’armée et de ce que tu pensée que nous devrons faire.

Je n’ai pas besoin de te répéter que la prise de Turin serait non seulement un désastre politique, mais aussi un désastre militaire. Je ne sais comment on pourra nourrir l’armée, si d'ici on cesse de lui expédier du pain et du foin, Je me vois tout préparé pour une défense sur la Stura. Je crois pouvoir compter

1°Sur la division Sambuy,

2° Sur une batterie d’artillerie formée par le dépôt de la Vénerie et le régiment ouvriers,

3° Sur les dépôts des quatre régiments qui se trouvent à Turin, 700,

4° Sur le dépôt des Bersaglieri à Coni, 250,

5° Sur les deux battaillons Cacciatori delle Alpi à Savigliano, 1000.

En tout, de troupes régulières, 4 régiments de cavalerie, 20 pièces d’artillerie, et 2000 hommes. À cela j’ajouterais la Garde nationale de Turin et des environs, que je calcule a 4000 hommes, en tout7 a 8000 hommes. Pour défendre la Stura ce serait assez, si d’Alexandrie vous nous envoyez soit une division française, soit la division Fanti.

Je ne suis pas un tacticien, et je compte que tu me tireras d’embarras.

Cavour.

XVII

Due dispaccidell'eminentissimo cardinale Antonelli, segretario di Stato,

al legato pontificio in Bologna

Emin. e Reverend. Signore mio Osseq.,

Roma, 13 maggio 1859.

Col mio dispaccio circolare in data di ieri l’altro, N. 3144, e col contemporaneo in cifra, io annunziava a Vostra Eminenza l’accettazione della Francia e dell’Austria al principio di neutralità proclamato dal Governo pontificio come sempre, così pure nelle attuali contingenze di guerra; quindi doversi riservare qualsivoglia fatto contro Tarmata austriaca d’occupazione qual violenza al Governo della Santa Sede.

Presso ciò Ella ben vede come il ritiro del presidio austriaco potrebbesi apoggiare sul timore di un possibile attacco de' Francesi e sulla niuna resistenza che potrebbe oporsi da sì piccolo corpo d’armata ad una invasione di maggior contingente di trupe nemiche. Né può dar luogo a timori il concentramento della milizia toscana al confine bolognese, ricevendosi oggi da questo signor incaricato di Sardegna la rassicurante certezza, già avutasi ieri dall’ambasciatore di Francia, che sarà dessa allontanata da quelle località onde togliere un pretesto ai nemici dell’ordine ed ai soldati pontifici un mezzo facile per disertare dalle proprie bandiere.

Sapendo che monsignor nunzio apostolico di Vienna ha già scritto a Vostra Eminenza pregandola di informare il conte Giulay della neutralità dello Stato pontificio riconosciuta dai belligeranti, mi astengo qui dal rinnovargliene l’invito. Solo ho voluto esporre questi fatti ulteriori, e notiziaria delle assicurazioni ricevutesi onde calmare le aprensioni di codesto Generale, ed addimostrare sempre più che da niun motivo aparente potrebbe ora essere giustificato il richiamo delle trupe austriache da Bologna, richiamo che d’altronde porrebbe il Governo della Santa Sede in gravi imbarazzi.

Aggiungerò infine a maggior quiete d’animo dell’Eminenza Vostra che un dispaccio telegrafico di monsignor nunzio, giunto stamane da Vienna, fa conoscere che presto sarà riconosciuta la neutralità del Governo pontificio, e quante volte non venga essa violata dalla Francia (su di che non può nascere il più lontano dubbio). Sua Maestà l’imperatore si è espresso che niuna innovazione sarà indotta nei presidii di Bologna, Ancona e Ferrara, dovendo tutto rimanere nello stato in cui trovavansi le cose innanzi la dichiarazione di guerra.

Con sensi di profondo ossequio le bacio umilissimamente le mani. Di Vostra Eminenza Umilissimo devotissimo servitore

G. Antonelli.

Emin. e Reverend. Signore mio Osseq.,

Roma, 21 maggio 1859.

Innanzi ancora che giungesse il pregevole foglio di Vostra Eminenza, N. 967, protocollo riservato, si erano insinuate a monsignor nunzio apostolico in Vienna oportune e calde pratiche per ottenere da quell’imperiale reale Governo che il presidio austriaco in Bologna non venisse rimosso, nel caso anche di un attacco al vicino ducato estense. E da un foglio responsivo di monsignor nunzio apostolico si ha le rassicurante certezza che a tal desiderio tanto giusto quanto ragionevole, si darà pieno e corrispondente seguito, lasciandosi nella sua totalità l’attuale guarnigione. Benché da tutto ciò si abbia motivo a dedurre che il divisamente di codesto signor Generale a lei espresso e comunicatomi col foglio suddetto, sia stato concepito innanzi che a lui giungessero ordini positivi in contrario, e si ricevesse da Vienna l assicurazione suddetta, pur tuttavia non sarà inoportuno di fargli notare che qualsivoglia partenza di trupe da Bologna per spiegarsi nel ducato Estense, come il passaggio di un corpo di trupe sul territorio pontificio, sarebbe interpretato qual violazione di quella stretta neutralità che professa il Governo della Santa Sede.

In quali e quanti imbarazzi poi ne porrebbe tal fatto io ommetto di rilevarlo lasciando alla molta avvedutezza del signor Generale il calcolarne tutte le disgustose conseguenze.

Quindi ben chiara discende la prova di non fai luogo, per qualsivoglia uso, a tale divisamento.

Con sensi di profondo ossequio le bacio umilissimamente le mani. Di Vostra EminenzaUmilissimo devotissimo servitore

G. Antonelli.

XIX

Lettera del nunzio pontificio in Vienna
a S. E. il cardinale Milesi, legato in Bologna

Eminenza Reverendissima,

Vienna, 24 maggio 1859.

Profitto della sicura oportunità che mi porge il signor barone Hubner, stato già ambasciatore imperiale e reale presso la Corte di Parigi, il quale colla medesima qualifica e in missione straordinaria si reca in Napoli, per compiere in nome di 8. M. imperiale reale apostolica l’ufficio di condoglianza e di congratulazione a uh tempo al nuovo re Francesco II.

Ho l’onore adunque di riscontrare al venerato foglio dell’Eminenza Vostra reverendissima dei 20 del corrente, e di renderle noto che Sua Maestà l’imperatore diede a me stesso personalmente l’assicurazione, che il presidio austriaco non sarebbe rimosso né da Bologna né da Ancona in qualsivoglia evento, eziandio nella suposizione che il ducato di Modena fosse assalito da milizie ostili. Fu reiterata l’istessa assicurazione dall’augusto monarca a un vescovo che veniva da Roma, e che aveva l’incarico dal Santo Padre di parlare di questo negozio.

Ieri finalmente ebbi l’officiale comunicazione che ordini precisi e formali erano stati spediti da Vienna ai generali di Bologna e Ancona, consentanei alla predetta permanenza dei relativi presidii. Questo Governo imperiale e reale richiede dal suo canto che la Francia vieti alle sue milizie e impedisca a quelle dei suoi alleati di violare in qualsivoglia maniera la neutralità dello Stato pontificio.

Né ho reso con replicati dispacci telegrafici informato l’eminentissimo segretario di Stato; mi reco a dovere di farne intesa l’Eminenza Vostra reverendissima per sua norma: qualora accadessero eventi di importanza, abbia la bontà di significarmeli immediatamente col telegrafo.

Inchinato al bacio della sacra porpora ho l’onore di confermarmi con sensi di profondissimo ossequio,Dell’Eminenza Vostra reverendissimaUmilissimo devotissimo servitore

Franchi Arciv.

XX

Due dispacci del principe di Petrulla, ambasciatore napoletano
in Vienna, al commendatore Carafa

Eccellenza,(Riservato).

Vienna, 12 maggio 1859.

Il conte Buol, a cui comunicai il di lei dispaccio circolare del 29 aprile, col quale mi fece conoscere la risoluzione sovrana di conservare una assoluta neutralità nelle attuali critiche complicazioni, si mostrò poco contento della mia riservatezza. Mi diceva di non aver mai infortunato il R. Governo per una dichiarazione sul proposito, e con mezze parole mi rammentava il trattato esistente, che credeva da noi dimenticato.

Allora risposi: — Che l'intervenzione dell’Austria per fare cessare la rivoluzione di Napoli del 1820 fu in seguito della speciale convenzione fatta in Lubiana ed aprovata dalle grandi Potenze, con che si prova che il trattato in parola non ebbe esecuzione: che nelle attuali circostanze il prendersi dal R. Governo parte alla lotta attuale sarebbe stato imprudente, pericoloso e di grave danno ai propri interessi non meno che a quelli dell’Austria e dell’Europa intiera; e che non avrebbe tardato a dare a Napoleone un pretesto fondato per eseguire i suoi antichi piani sul regno di Napoli; che la nostra armata doveva pel momento essere impegnata alla propria difesa e a mantenere l’ordine che con tutti i mezzi possibili si cerca di turbare.

Conchiusi finalmente col manifestare la mia sorpresa nel vedere che la mia opinione non era da lui aprezzata siccome io credeva, e che mi auguravo, dopo matura riflessione, veder lui giudicare diversamente la saggia e giusta risoluzione del R. Governo.

Petrulla.

Eccellenza,

Vienna, 21 maggio 1859.

In conseguenza di quanto mi trovo aver comunicato a V. Eccellenza, mi fo una doverosa premura d’informarla che il risultato di tutti i passi da me fatti su quell’importante assunto, e delle conversazioni a tal riguardo tenute tanto col conte Buol quanto col conte Rechberg, si riducono alla seguente esplicita dichiarazione, che cioè S. M. l'imperatore considera il trattato esistente tra le due Corti in pieno vigore, tanto più che forma esso uno degli oggetti dell’attuale guerra; ma ciò non ostante, tenuto conto della presente occasionale situazione del Regno, non può non aggravare le risoluzioni che il R. Governo ha creduto dover prendere per il bene comune de' due Stati.

Petrulla.


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Dispaccio del ministro degli affari esteri napoletano
al principe di Petrulla in Vienna

Eccellenza,

Napoli, 22 maggio 1859.

Essendomi fatto un dovere di umiliare il suo dispaccio a S. Maestà il nostro augusto Padrone, la M. S. ha aprovata la risposta da lei data. Intanto credo oportuno di manifestarle che questo Inviato austriaco, dopo avermi dato lettura di un dispaccio ricevuto da codesto ministero degli affari esteri, nel quale erano riportate le stesse cose dall’E. V. comunicate, nella successiva conversazione meco tenuta non ha potuto non convenire che da parte del Regno delle Duo Sicilie era saggio consiglio quello di rimanere neutrale onde non aggiungere nuove complicazioni alle esistenti.

Carafa.

XXII

Dépêche confidentielle de M. le comte de Cavour
à M. le Ministre Sarde à Paris

Monsieur le Marquis,

Turin, 21 mai 1859.

Un changement important se prépare en Toscane, je m’empresse de vous en informer d’avance pour votre instruction, et afin que vous puissiez, le cas échéant, donner les explications nécessaires au Cabinet français.

Dans la soirée du 18, S. M. l’empereur des Français m’a fait connaître que, dans l’intérêt des opérations militaires, il était urgent d’envoyer un corps d’armée dans le grand-duché, et qu’à cet effet il avait donne ordre au prince Napoléon de s’y rendre avec le cinquième corps, dont le commandement lui est confié.

En recevant communication de cette résolution, j’ai dû reconnaître qu’elle était dictée par des raisons stratégiques incontestables; mais je n’ai pu me dissimuler que, comme mesure politique, elle pourrait entraîner des conséquences fâcheuses. Dès lors je suis parti pour Alexandrie, et j’ai eu l’honneur de conférer avec l’empereur à ce sujet.

Mais après quelques minutes de conversation j’ai dû me convaincre que la détermination de S. M. Impériale était prise, et qu’il ne fallait plus se flatter de la modifier. Je me suis alors attaché à neutraliser les effets désagréables que j’apréhendais, et après avoir pris les ordres du roi notre auguste souverain, je partis pour Gènes afin de m’aboucher avec le prince Napoléon.

Vous concevez aisément, monsieur le Marquis, que la présence du prince en Toscane n’aurait pas manqué de donner l’éveil à toutes sortes de défiances sur les intentions de la France; on aurait crié tout haut que l’on commence à montrer le bout de l’oreille. D’un autre coté les brouillons se seraient empressés de se mettre en campagne dans l’intérêt d’une prétendue candidature, et la Toscane serait devenue en peu de jours un foyer d’intrigues.

J’ai parlé avec franchise à l’empereur et au prince, j’ai fait observer que la guerre générale pourrait bien sortir de cette démarche.

Je suis heureux de pouvoir vous déclarer, monsieur le Marquis, que j’ai reçu les explications les plus satisfaisantes et les plus explicites. Il n’y a aucune arrière-pensée ni dans l’empereur, ni dans son cousin; l’entrée des troupes françaises n’est qu’une mesure d’ordre public, se liant au pian général des opérations militaires. Le prince n’est et ne sera pas le successeur désigné de la Maison de Lorraine.

Ainsi, pour obvier à toute interprétation fâcheuse et couper court à des intrigues qu’on chercherait à nouer, il a été décidé que le corps du prince Napoléon serait placé sous les ordres du roi son beau-père, et qu’il entrerait en Toscane en vertu des pleins pouvoirs militaires qui ont été accordés à S. M. Un ordre du jour du roi fera connaître et expliquera cette mesure,Cependant le roi et l’empereur ont dû reconnaître que la position actuelle de la Toscane ne saurait se prolonger sans exposer le pays et la cause nationale aux difficultés les plus sérieuses. Peut-on livrer le pays à lui-même? laisser le champ libre à Mazzini et à ses acolytes? C’est absurde. Doit-on restaurer la Maison de Lorraine? C’est impossible. Est-il prudent de laisser grandir l’influence du prince dans le grand-duché, donner l’essor à des espérances qui pourraient se réaliser dans un temps plus ou moins éloigné? Il n’est pas besoin de vous dire que nous ne saurions voir de bon œil l’implantation d’une principauté française au beau milieu de l’Italie, et que l’Europe ne le voudrait pas plus que nous. Mais vous aprendrez avec plaisir, et c’est avec la plus sincère conviction que je vous donne l’assurance que l’empereur et le prince repoussent également cette combinaison.

Il reste une dernière solution, c’est l’annexion au Piémont. Elle n’est pas, à la vérité, sans inconvénients, mais elle est pour le moment la seule convenable et celle qui présente le moins de dangers. C’est aussi celle que nous avons adoptée après de mûres réflexions. En conséquence, le chevalier Buoncompagni a reçu des instructions dans ce sens, non pas dans le but de faire proclamer l’annexion immédiatement, mais afin de préparer les moyens de l’accomplir, lorsque le moment sera arrivé.

Je vous en informe confidentiellement dès-à-présent, monsieur le Marquis; vous ne devez rien laisser entrevoir pour le moment: mais lorsque le mouvement pour l’union se manifestera, vous saurez à quoi vous en tenir, et vous pourrez l’indiquer comme le seul moyen de sortir d’un provisoire dangereux.

L’annexion au Piémont, faite sous les veux des troupes françaises et en présence du prince Napoléon, sera un démenti éclatant donné aux insinuations dirigées contre les vues ambitieuses et égoïstes de la dynastie des Bonaparte.

Agréez, monsieur le Marquis, les nouvelles assurances de ma considération la plus distinguée.

Cavour.

XXIII

Dépêche circulaire de M. le comte Cavour
aux chefs des Légations de S. M. le roi de Sardaigne

Monsieur

Turin, 24 mai 1859.

Le télégraphe et les journaux vous ont déjà fait connaître que S. A. I. le prince Napoléon est entré en Toscane pour prendre le commandement du cinquième corps d’armée. S. M. notre auguste souverain a placé sous ses ordres les troupes toscanes qui se trouvent dans le grand-duché.

Cette détermination, qui a été dictée par des raisons stratégiques incontestables, peut être en même temps considérée comme mesure d’ordre public.

Cependant, comme dans l’état actuel des esprits soit en Allemagne, soit en Angleterre, elle pourrait être interprétée d’une manière fâcheuse, je crois convenable, monsieur le Marquis, de vous donner quelques explications, qui vous mettront en mesure de la présenter sous son véritable jour.

La présence du prince Napoléon en Toscane ne manquera pas de donner l’éveil à des défiances malveillantes sur les intentions de la France: on s’obstinera & voir dans le cousin de l’empereur le successeur désigné de la Maison de Lorraine; on cherchera à exciter par ce moyen les ombrages des Cabinets contre les projets ambitieux et envahissants de la dynastie des Bonaparte.

Je suis heureux de pouvoir vous assurer de la manière la plus explicite qu’il n’y a à ce sujet aucune arrière-pensée ni dans l’empereur, ni dans son cousin. Le prince Napoléon ne peut être et ne sera pas le candidat à la succession de la Maison de Lorraine.

Ainsi, pour dissiper tous les doutes, et couper court à des intrigues qu’on pourrait bien chercher à nouer malgré le prince lui-même, le Gouvernement du roi a reconnu la nécessité de prendre une part plus directe à l’administration de la Toscane, et d’exercer en fait cette dictature qui a été dès le commencement offerte à S. M. et qui est dans les vœux des populations.

Cette déclaration vous expliquera quelques actes du Commissaire extraordinaire à Florence, qui ne tarderont pas à s'effectuer, et vous mettra dans le cas d'aprécier la nature du mouvement qui pourrait se dessiner plus ouvertement dans le but d’obtenir une union plus intime avec le Piémont. Ce mouvement, fait sous les veux des troupes françaises et en présence du prince Napoléon, sera la réfutation péremptoire donnée aux insinuations malveillantes dirigées contre la France.

Agréez, monsieur le Marquis, les assurances de ma considération très distinguée.

Cavour.

XXIV

Dispaccio confidenziale del conte Cavoural cav. Buoncompagni, 

R. commissario straordinario, in Firenze

Illustrissimo Signore,

Torino, 1 giugno 1859.

Le mutazioni occorse nel corso degli avvenimenti in Italia e specialmente in Toscana, fra cui accennerò l’occupazione del territorio toscano per parte di un corpo d’esercito francese, consigliano il Governo del re a prendere in nuovo esame le condizioni generali d’Italia e quelle speciali relative alla Toscana, di cui V. S. mi rende conto con dispaccio del 28 maggio corrente, a fine di aportare alle sue risoluzioni quelle modificazioni che fossero dai nuovi eventi rese necessarie. Noi potremo cosi dopo più ponderato esame tracciarci una linea di condotta ben precisa, uniforme e possibilmente definitiva, mediante cui si possa più facilmente raggiungere lo scopo prefisso, che può formularsi nelle tre proposizioni seguenti: — 1° Mantenimento dell’ordine interno nei paesi che presero o prenderanno parte al moto nazionale; — 2° Efficace cooperazione alla guerra d’indipendenza; — 3° Preparazione del futuro assestamento della Penisola. Questo sistema avrà il vantaggio di evitare gl’inconvenienti a cui possa dar luogo il dubbio e l’incertezza, sia nei governanti che nei governati, e di rendere più efficace l’azione del Governo piemontese a cui spetta la direzione del movimento italico, sia nel preparare gli avvenimenti, sia nel guidarli entro i termini voluti. Questa cosa però non è altrimenti possibile che procedendo d’accordo, almeno nelle questioni capitali, coll’imperatore dei Francesi. Il Governo del re avrà quindi cura, prima di determinare la sua condotta, di consultare S. M. imperiale intorno al modo in cui si deve giudicare, e allo scopo finale a cui deve tendere il presente movimento italiano. Ma prima di fare queste pratiche presso l’imperatore, è conveniente che il Governo sardo e gli attuali reggitori della Toscana si mettano preventivamente d’accordo su alcuni punti principali.

Noi partiamo per ora dall’ipotesi che la fusione del Piemonte colla Toscana non sia voluta dall’imperatore, e che, come scrive la S. V. Ill. ma, il mettere ora in campo questa idea non sia oportuno. Ella converrà tuttavia che anche rimandando una tale discussione, è pure indispensabile il dare alle cose toscane un andamento, fermo e durevole fino alla pace. Ciò posto, prego la S. V. di volermi far conoscere quanto più presto potrà se gli attuali reggitori della Toscana concordano con noi nei principii seguenti:Si propone cioè:Che rimanga ferma la separazione dell’amministrazione interna in tutto quanto non si riferisce alle pratiche diplomatiche ed alle cose di guerra.

Che la parte diplomatica e militare sia posta sotto la dipendenza del Governo del re, e venga da esso e da' suoi agenti esercitata; che perciò il ministero degli affari esteri a Firenze limiti la sua azione agli affari che non hanno natura politica.

Si aprova che alle Legazioni sarde in Londra, in Parigi, e possibilmente in Roma, sia addetto un consigliere straordinario di legazione toscana. Il Governo del re concorre nel pensiero che la scelta del conte Cambray-Digny per Londra sia del tutto conveniente.

Si metterebbero a disposizione del Governo toscano tremila uomini francesi o sardi, e con questi il Governo toscano piglierebbe l’impegno di mantenere l’ordine pubblico nel suo interno.

Il Governo toscano prometterebbe di porre entro il mese digiugno corrente a disposizione del principe comandante il quinto corpo d’esercito francese, quindicimila uomini di trupa, che si assumerebbe l’obbligo di mantenere durante la guerra.

Nel caso in cui, a fine di facilitare l'adempimento della clausola precedente, il Governo del re riuscisse a fare anticipare alla Toscana i sei milioni di lire di cui bisogna, secondo che Ella mi scrive, per far fronte alle necessità del momento e per attendere il compimento delle misure finanziarie progettate, il Governo della Toscana si obbligherebbe di rimborsare tale somma nel termine di un mese.

Tali sono i punti cui conviene che V. 8. Ill. ma mi mandi una pronta risposta.

Non chiuderò il presente dispaccio senza notare che tutte queste misure dovrebbero considerarsi come una conseguenza dello stato attuale delle cose, e che perciò non converrebbe dare ad esse alcuna solennità, essendo prudente l’evitare ogni aparenza di novazione che avesse per effetto di eccitare suscettività o creare imbarazzi.

Questo dispaccio le sarà rimesso dal signor conte Cambray-Digny che ella vorrà rimandare tosto a Torino colla risposta.

Gradisca, Ill.mo signor commendatore, i sensi della distintissima mia considerazione.

C. Cavour.

XXV

Dispaccio confidenziale del conte Cavour al cav. Buoncompagni, 

R. commissario straordinario, in Firenze

Illustrissimo Signore,

Milano, 9 giugno 1859.

Conformemente a quanto scrissi a V. S. Ill.ma in data del 1 corrente, e giusta la di lei risposta del 5, ho compilato la Memoria qui unita e la presentai oggi all’imperatore Napoleone. 8. M. imperiale ne aprovò il contenuto, limitandosi solo a qualche osservazione intorno al numero dei soldati francesi che sarebbe in grado di mettere a disposizione del Governo Toscano. Tremila uomini paiono tropi all’imperatore, e desidererebbe che questa cifra fosse alquanto diminuita.

Senza voler menomare in nulla la gravità delle condizioni e dei fatti da lei esposti, io penso ciò nondimeno che il Governo toscano potrebbe guarentire l’ordine interno del paese quando potesse disporre di solo duemila od anche di millecinquecento soldati francesi che dovrebbero essere coadiuvati dalla gendarmeria, della quale potrebbe il Governo aumentare il numero.

In quanto al numero dei soldati che la Toscana dovrebbe mandare al campo, certo codesto Governo dovrà fare ogni sua possa perché raggiunga nel prossimo mese la cifra desiderata di quindicimila uomini. Ma quando la cosa fosse assolutamente impossibile, naturalmente noi ci contenteremo di una cifra minore. In ogni caso però è indispensabile che si faccia ogni diligenza per la partenza delle trupe attualmente disponibili.

L’imperatore è d’avviso che per ora sia cosa inoportuna l’occuparsi della soluzione finale della questione toscana. Partendo da questa base, le proposizioni contenute nella Memoria qui annessa sono le sole eseguibili nello stato attuale delle cose. Sono lieto che codesto Governo le abbia aprovate in massima, ed ella vedrà pure con piacere, credo, che l’imperatore le abbia sanzionate. Non resta ora che l’esecuzione, in ordine alla quale converrebbe che Ella formulasse precise proposte.

Gradisca, Ill.mo signor cavaliere, i sensi della mia ben distinta considerazione.

Cavour.

(Annesso).

En suposant que S. M. l’Empereur des Français juge convenable de réserver à la paix la solution définitive de la question toscane, le Gouvernement de 8. M. Sarde, d’accord areo le Gouvernement toscan, proposerait les points suivants:La protection de la Sardaigne accordée à la Toscane est maintenue dans les conditions actuelles.

La Toscane conservera son administration intérieure indépendante.

Les affaires diplomatiques et militaires seront exclusive-ment confiées au Gouvernement sarde. Pour satisfaire au désir témoigné par le Gouvernement toscan, un conseiller extraordinaire toscan sera attaché aux Légations de S. M. à Paris, Londres et Rome.

La Toscane mettra immédiatement en campagne dix mille hommes, plus cinq mille hommes dans le courant du mois de-juillet. — Total, 15 mille hommes.

Les troupes seront entretenues aux frais de la Toscane; pendant la guerre, elles sont placées sous le commandement de S. A. I. le prince Napoléon, qui laissera en Toscane trois mille Français.

A cette condition le Gouvernement toscan prend sur lu.: la responsabilité et assure complètement le maintien de l’ordre public.

Pour conduire à bonne fin les opérations financières qui sont en voie d’exécution, le Gouvernement toscan demande une avance de six millions de francs, qu’il s’oblige à rembourser à l’échéance d’un mois.

XX

Dispaccio del commendatore Buoncompagni, regio commissario straordinario nella Toscana, 

a S. E. il conte di Cavour, presidente del consiglio e ministro degli affari esteri

Eccellenza,

Firenze, li 14 giugno 1859.

Ieri mandai per telegrafo il progetto della deliberazione del Governo, relativa alla sovranità nazionale del re. Non mi sfugge alcuna delle obbiezioni che possono farsi contro quell’atto, ma non debbono rimanere inavvertite da V. E. le spiegazioni che non si possono aprezzare al loro giusto valore, se non tenendo conto delle condizioni della Toscana.

Noi ci eravamo messi d’accordo sulle condizioni, secondo le quali doveva esercitarsi il protettorato del Re, e le condizioni erano state aprovate dall’Imperatore. È noiosissimo che apena finita quella pratica se ne incominci un’altra in ordine alla Sovranità. Ma per verità questa noia non debbe attribuirsi al capriccio di chicchesia, bensì alla forza degli eventi, ed in quanto agli effetti le condizioni della Toscana durante la guerra potrebbero, anzi dovrebbero continuare ad essere quelle che vennero definite coll’ufficio recatomi dal conte Digny.

Perché quello che sì respingeva quando venne qui il principe Napoleone, si vuole oggi quando si disvuole a Torino? Allora non si voleva perché nelle condizioni generali d’Italia non si vedeva, né vi era nulla che richiedesse una mutazione nelle condizioni del paese, quali erano state dichiarate in seguito alla rivoluzione del 27 aprile; onde le proposizioni di annessione eccitavano dei sospetti non contro il Re, ma contro il principe Napoleone.

Oggi la serie degli avvenimenti italiani accenna all’impulso verso una maggiore unità che non siasi mai avuta in addietro. Coloro che inchinavano alle idee unitarie, e sono la parte più audace, per quanto possa esservi qui d’audacia, ne riescono più eccitati. I più saggi ed i migliori tra quelli che stettero sempre per l’autonomia toscana vogliono anche così cooperare a che l’Italia sia quanto più possa unita e forte.

Perché frammettere le quistioni politiche al pensiero della guerra che solo dovrebbe preoccupare gli spiriti? Perché in una guerra nazionale è impossibile che non si mettano innanzi i desiderii di ciò che pure si vuole ottenere mediante la guerra. Nelle altre provincie d’Italia la questione delle sorti definitive del paese non si affacciava nello stesso aspetto che in Toscana. La Lombardia non aveva autonomia, se pure autonomia si poteva chiamare quando i legami coll’Austria erano tanto stretti, non si collegava ad alcuna memoria che fosse o gloriosa, o cara alla nazione: Bologna e le legazioni che dipendevano dal Governo mostruoso di Roma erano ansiose di unirsi al Piemonte; perciò in tutte quelle provincie d’Italia, l’unione col regno di Vittorio Emanuele era la prima idea che si affacciasse, e questa idea era proclamata senza contrasto. In Toscana l’autonomia ricorda le tradizioni di una amministrazione che fu a' suoi tempi assai benefica e liberale.

Perciò era naturale che nei primi momenti della rivoluzione, quando tutte le altre provincie italiane erano sotto il giogo, o sotto l’influenza austriaca, l’idea toscana si mostrasse accanto all’idea nazionale, ed era prudente consiglio il rimettere ad altro tempo la risoluzione della questione.

Oggi, mentre l’idea italiana si svolge con una rapidità ed una potenza ogni giorno crescente, non è meraviglia che anche i Toscani intendano aderirvi, e non è da dar biasimo, ma lode a coloro che si mostrano oggi meno teneri che non fossero in addietro della autonomia di questa provincia d’Italia.

Toccava al Governo iniziare la dichiarazione della sovranità del re? No, perché la dichiarazione debbe procedere dal paese, ed il Governo rapresenta il re protettore, non il paese protetto. Tuttavia in questo caso si deve recedere dal rigore dei principii perché il Governo avrebbe scemato di autorità lasciando luogo al sospetto di essere oposto o indifferente alla idea nazionale. Credetti inoltre che importasse dare un indirizzo a questo movimento di opinione, affinché non venisse fuori nulla che turbasse il corso regolare degli avvenimenti, come sarebbe stato il proclamare Vittorio Emanuele re d’Italia.

Con la formola di sovranità nazionale del re Vittorio Emanuele si era riuscito a mettere d’accordo il barone Ricasoli che rapresenta il concetto più toscano. Perciò speravo che la riconciliazione fatta tra i ministri si allargasse anche nel paese.

Oggi né io né altri potrebbe impedire che l’idea nazionale non preoccupi le menti toscane, e non essendo secondata dal Governo le agiti o poco o assai. Porrò ogni cura affinché l’agitazione non trascenda.

Ho procurato meritare sempre la fiducia del Governo del re, e la fiducia dei Toscani.

Ad ottenere il secondo di questi intenti credo essere riuscito fino ad un certo punto.

Se l’opera mia non corrispose sempre ai desiderii del Governo, forse è colpa più delle circostanze che mia. Se poi si crede che altri sia per fare meglio di me, io Barò gratissimo a chi mi sgraverà del penoso incarico.

Prego V. E. di voler gradire gli attestati della mia più alta considerazione.

C. Boncompagni.

XXVII

Dispaccio del Conte Cavour al commendatore Buoncompagni

Illustrissimo Signor Cavaliere,

Torino, 15 giugno 1859.

Ebbi ieri il dispaccio scrittomi da V. S. Ill. in data del 13 giugno corrente, con cui Ella chiama la mia attenzione sulla mutazione avvenuta costi nella pubblica. opinione intorno alla questione della fusione, e sulla proposta d’una leva straordinaria consigliata dal principe Napoleone.

In ordine alla prima questione, devo ripeterle qui formalmente quanto già ebbi cura di mandarle per telegrafo, che cioè l’idea della fusione giudicata da me utile e praticabile tempo fa, è divenuta ora, in seguito ai concerti presi coll'imperatore Napoleone, affatto ineseguibile per parte del Governo toscano.

Io le mandai copia dei punti stabiliti d'accordo con 8. NI. I., e non le celai che l’imperatore giudicava conveniente che nelle presenti circostanze non si sollevasse la discussione della questione toscana. Naturalmente questa determinazione fu presa dopo mature considerazioni, sia sulla politica in generale, sia sullo stato della pubblica opinione in Toscana, quale mi risultava dai di lei dispacci, da lettere particolari e da relazioni verbali di cui non poteva mettere in dubbio l’esattezza.

Ma ora, comunque sia mutata la pubblica opinione in Toscana, il Governo del re non può provocare una soluzione nel senso da lei indicato senza incorrere agli occhi dell’imperatore Napoleone nella taccia d’inconseguenza.

Io credetti e credo ancora che prima d’ora il popolo toscano avrebbe potuto utilmente pronunciarsi nel senso della fusione, se tale era veramente il suo voto, ed anticipare cosi col mezzo d’un fatto compiuto i giudizi della diplomazia. Io penso egualmente che se tale è la tendenza irresistibile della popolazione, una manifestazione di voti generale e spontanea, e fatta in modi pacifici e non vietati dalle leggi, non dovrebbe, e fors'anco non potrebbe essere impedita dal Governo del re, né da quello di Toscana. Solo è da avvertire che secondo ogni probabilità non se ne farebbe l’attuazione che a guerra finita. Ma ciò che non posso poi ammettere in nessuna guisa dopo quanto fu inteso dall’imperatore, ed in seguito al concetto che il Governo del re e quello di S. M. I. ebbero a formarsi intorno alle vere intenzioni della maggioranza della popolazione toscana, si è che il suo governo od il suo commissario, od i ministri da lui nominati, prendano una iniziativa qualunque per provocare una manifestazione nel senso della fusione.

Un tal passo farebbe cattiva impressione sull’animo dell’imperatore, il quale potrebbe giustamente lagnarsi che i presi impegni non siano eseguiti dal Governo del re.

Di più, una manifestazione così provocata dal Governo mancherebbe del carattere che solo può darle forza, cioè della spontaneità. Intanto gl’inconvenienti son tali e tanti, che se per avventura si volesse, malgrado ogni nostra osservazione, dar seguito a quest’idea, io dovrei invitarla a dichiarare ufficialmente la contraria opinione del regio Governo.

Ciò non toglie però ch’io non riconosca la gravità del cambiamento avvenuto nella pubblica opinione costi, e ch’io non ne debba tenere gran conto. Come pure son d’avviso chel’imperatore Napoleone dovrebbe essere chiaramente informato di questo avvenimento.

Ma perché quest’informazione rivestisse il valuto carattere d’esattezza e d'imparzialità, non dovrebbe passare per mezzo del Governo di S. M., ma sibbene per mezzo d’agenti mandati di costi.

In quanto alla questione della leva, il Governo di S. M. non chiede che una cosa, cioè che la Toscana prenda l’impegno di mantenere costantemente, durante la guerra, un corpo di quindicimila soldati al campo. Poco monta il modo con cui questo corpo sarà formato e mantenuto.

Evidentemente ad un paese, come la Toscana, che non ha grandi tradizioni, né molte risorse militari, non si può chiedere di più.

Gradisca, ecc.

C. Cavour.

XXVIII

Lettre de M. le prince Jerome Napoléon à M, le eh. Boncornpagni, 

commissaire du roi de Bardaigne en Toscane

Monsieur le Commandeur,

Florence, 9 juin 1859.

Chargé par l’empereur de me rendre en Toscane avec mon corps d’armée, afin d'y réunir sous mon commandement les forces militaires de ce pays, et de les faire concourir à l’œuvre commune de la délivrance de l’Italie, j’ai exécuté cet ordre.

Mon premier devoir était de me rendre compte des ressources en personnel et en matériel, que je trouverais ici. J’aime à témoigner de la vive sympathie et des sentiments patriotiques du peuple, de l’empressement des autorités à accueillir les troupes françaises, de l’intelligence et de l’activité des généraux Ulloa et Mezzacapo; mais, malgré ces heureuses dispositions, je le dis à regret, les ressources militaires que la Toscane a pu mettre jusqu’à présent au service de la cause italienne sont bien au dessous de ce qu’elles pourraient et devraient être, eu égard à la gravité des circonstances, à la richesse du pays et à la nature du mouvement national qui a renversé une dynastie parce qu’elle refusait de prendre partà la guerre. Il est de mon devoir de constater officiellement ces resultate presque négatifs, afin de dégager ma responsabilité. Tel est le but de ma lettre, dont copies seront adressées à l’empereur et au roi.

Dès les première jours de la révolution, la conduite du Gouvernement et de l’administration a été, en ce qui concerne les affaires militaires, pleine d’indécision et de lenteur. On a commencé par suprimer la conscription. L’effectif de l’armée, qui devrait pouvoir s’élever à 35,000 hommes, représentant environ les deux centièmes de la population, dépasse à peine le liers de ce chiffre. Quant aux cadres, les grades et emplois supérieurs n’ont pas de titulaires, faute de ressources suffisantes dans le personnel de l’ancienne armée, et le Gouvernement fait mille difficultés pour ouvrir les rangs de l’armée nouvelle aux officiers étrangers qui viennent offrir leur épée à la Toscane. En résumé, si je pars demain, je ne pourrai guère emmener plus de 4 ou 5000 hommes, divisés en deux brigades, commandées par un colonnel et un lieutenant-colonel, deux batteries d’artillerie et l’escadron des guides, fort de 100 chevaux. Est-ce pour un pareil résultat que la Toscane s'est soulevée au cri de: Vive la guerre! et a changé la forme de son gouvernement?Le matériel n’est pas en meilleur état, et la négligence que l'on a mise à le compléter est d’autant moins excusable, que ce n’est pas l’argent qui manque. Ces 4 à 5000 hommes, qui peuvent partir d’un moment à l’autre, n’ont pas de petites tentes. Peut-on dire que la Toscane n’est pas en état de confectionner 4000 de ces abris composés d’un morceau de toile et de deux piquets? Dans tous les cas, ne sait-on pas qu’un coup de télégraphe à un entrepreneur de Paris peut amener à Livourne, en moins de dix jours, plus de petites tentes qu’il n’en faut pour toute l’armée toscane? Le régiment de dragons que l’on forme depuis six semaines, et qui, à ce qu’on m’assure, ne pourra pas mobiliser deux escadrons avant un égal délai, n’a pas pu se procurer encore les 500 sabres dont il a besoin pour son armement. Ce qui arrête, me dit-on, l’organisation des recrues c’est le manque d’habillements. Pourquoi' n’a-t-on pas fait de grands-ateliers? Quelles sont les grandes fournitures que l’on a commandées? Pourquoi, enfin, les troupes mobilisées n’ont-elles pas encore touché leur indemnité d’entrée en campagne?

Il y a dans toute cette conduite de l’administration militaire une apathie evidente, et il est même impossible de ne pas attribuer en partie ces mauvais résultats au peu de zèle decertains employés du ministère de la guerre, signalés par l’opinion publique.

J’ai parlé de l’organisation de l’armée de ligne; quant aux volontaires du général Mezzacapo, non seulement l’administration de la guerre n'a rien fait pour aider à la formation de ces bataillons, mais elle l’a entravée de telle sorte que ces corps n’ont même pas eu le bénéfice de leur indépendance.

On n’est pas encore parvenu à organiser une force de police suffisante pour maintenir l’ordre en l’absence des troupes françaises et toscanes. Depuis dix jours je demande pour le service de l’armée française, et en offrant des prix élevés, 150 chevaux de selle et de trait, à un pays aussi riche que la Toscane, fertile en pâturages, dont les routes sont sillonnées par un service de roulage considérable, et je ne puis les obtenir. Je suis obligé de parler de réquisitions, mot que nous ne devrions jamais prononcer, quoique nos réquisitions consistent à paver les objets requis au delà de leur valeur.

Telle est la situation que je vous signale, monsieur le commandeur, et dont je rende compte à l’empereur pour mettre à couvert ma responsabilité.

Il faudrait que le Gouvernement toscan se décidât:

1° A apeler sous les drapeaux un plus grand nombre de soldats, 25,000 hommes au moins. Ces 25,(100 soldats pourraient former une division mobilisée de 12,000 hommes et une réserve de 13,000 pour alimenter le corps en campagne;

2° A organiser une sorte de milice capable de maintenir l’ordre quand les troupes seront aux camps ou en campagne;

3° A entrer dans la voie des fournitures à l’étranger si les habitudes commerciales du pays s’oposent au mode d’aprovisionnement par grandes commandes, le seul qui donne des résultats importants et rapides;

4° A organiser à Florence, à Livourne et dans toutes les villes qui offrent des ressources, de grands ateliers pour la confection des habits et des effets de linge et de chaussure, harnais, coiffure, buffleterie, etc.;

5° A faire des réquisitions de chevaux et de bêtes de somme;

6° A compléter les cadres au moyen d’officiers étrangers, à organiser pour une division au moins le service de l’intendance et du trésor;

7° Enfin à réunir dans un camp tous les soldats et recrues, dispersés dans toute la Toscane, dans des localités isolées, où, loin du contrôle du commandement et des excitations de l’opinion publique, l’instruction, l’habillement, l’organisation sont, j’en suis convaincu, suivies avec lenteur et mollesse.

Lea indications que je vous donne, monsieur la commandeur, n’ont rien de précis, rien d’absolu, et ne sont pas des instructions; c’est à vous, c’est à l’administration de la guerre à trouver les moyens d’obtenir des résultats dignes de la Toscane, et de la cause que nous défendons. Je vous prie seulement, après un unir examen, de me répondre d une manière catégorique sur les questions soulevées dans cette lettre, afin que je sache la ligne de conduite que je dois tenir.

Recevez, etc. etc.

Le PrinceCommandant le 5(me)Carpe de l’armée d'Italie.

XXIX

Istruzioni del conte Cavour al conte della Minerva,
incaricato d'affari della Sardegna in Roma

Signor Conte,

Torino, 14 giugno 1859.

Il telegrafo annunzia ad un tempo il ritiro delle trupe austriache da Bologna, l’abbandono della città per parte del cardinal legato cui nessuna violenza od ostile dimostrazione venne fatta, e una dimostrazione popolare, colla quale s’invoca il Governo del re di Sardegna pel mantenimento dell’ordine e l’efficace concorso alla guerra nazionale.

Gravissimi avvenimenti sono questi, né io posso anticipare ora alcuna precisione sulle determinazioni che piacerà a S. M. di pigliare.

Però siccome è possibile che la S. V. Ill. ™ sia fin d’ora interpellata intorno a tali fatti ed alle conseguenze cui possono immediatamente dar luogo, stimo oportuno d’accennarle il linguaggio cui Ella dovrà attenersi.

A chi dunque le domandasse come il Governo del re si regolerà in presenza degli avvenimenti di Bologna e di quelli che si possono prevedere fin d’ora in altre parti dello Stato pontificio, ella risponderà di non avere istruzioni a tale riguardo, ma essere convinto che non potendosi permettere che un paese come le Legazioni, pieno d'agitazioni e d'ogni elemento di disordine, rimanga abbandonato a se stesso, è più che probabile che il Governo di S. M. aderendo al desiderio della popolazione, provveda alla pubblica tranquillità inviando nel paese una forza armata sotto gli ordini d’un commissario straordinario e secondi ad un tempo il voto legittimo del paese che intende contribuire alla liberazione della patria comune dal giogo straniero, dando ordine e direzione alle forze di cui il paese stesso può disporre contro il comune nemico.

Io spero che questo modo di procedere consigliato dalla necessità della guerra e da spirito d’ordine, verrebbe riconosciuto così anche dai membri del Governo e dagli spiriti più timorati come il solo possibile nelle presenti contingenze.

Tale è il linguaggio ch’io la invito a tenere costi. Se per avventura esso non fosse giudicato soddisfacente da codesto Governo, e se contro ogni previsione ella fosse invitata ufficialmente dal Governo di S. S. a lasciare la propria residenza in seguito agli avvenimenti che fossero per compiersi, voglia recarsi direttamente a Torino, affidando provvisoriamente la gestione degli affari della Legazione all’ambasciata imperiale di Francia.

Gradisca, ecc.

C. Cavour.

XX

Dépêche de M. le comte de Cavour au marquis d'Azeglio,ministre de Sardaigne à Londres.

Monsieur le Marquis,

Turin, 22 juin 1859.

Sir James Hudson, par ordre du comte de Malmesbury, m’a donné lecture et copie de la dépêche ci-jointe, avant trait aux affaires de Parme.

Dans cette communication le principal secrétaire d’État pour les affaires étrangères britanniques s'attache à établir, que pour le fait de la Sardaigne le gouvernement de Parme se serait trouvé dans l’impossibilité de protester contre rentrée des troupes autrichiennes dans Je duché si elles avaient tentà de le faire, ne pouvant plus fonder sa protestation sur le caractère neutre du duché,

Le comte Malmesbury ajoute que le Gouvernement de Parme ne s’est jamais départi de la ligne de la plus stricte neutralité, et que l'Autriche n’a pas donné l’exemple de n’en pas tenir compte; d’oil il conclut que l’intervention de la Sardaigne ne saurait être envisagée que comme un cruci et injustifiable emploi de la force contre un faible et petit État.

Je m’abstiendrai d’aprécier le ton peu amical de cette communication, et je me bornerai à rectifier les faits qui y sont relatés. Ces faits sont même si notoires, qu’après avoir lu la dépêche dont il s'agit, on pourrait se demander non sans raison si le ministre. qui nous accuse a jeté un coup d'oeil sur la carte des événements de la guerre.

Personne n’ignore, en effet, que c’est sur le territoire de Parme que l’attaque contre le Piémont a été préparée; c’est là’ que les troupes autrichiennes se massaient en menaçant notre frontière, c’est en empruntant le territoire du duello qu’elles ont envahi le Piémont. Plaisance était devenue la base principale des opérations offensives du comte Giulay. Voghère, Tortone ont été occupées par un corps d'armée débouché par la frontière de Plaisance; la pointe faite sur Bobbio est partie de là; si Alexandrie a été menacée, si nos communications avec Génes se trouvèrent un instant compromises, c’est à la violation du territoire du duché qu’il faut l’attribuer.

Le Gouvernement de Parme a-t-il fait des protestations contre ces actes qui s’accomplissaient sous ses veux? Il n’a pas prononcé un seul mot pour empêcher, autant qu’il était en son pouvoir, les opérations militaires de son allié contre un État voisin et avec lequel il affirme qu’il devrait entretenir des relations amicales. Lorsque les hostilités étaient imminentes, les convenances aussi bien que les devoirs internationaux auraient au moins exigé qu’une communication quelconque fùt faite à la Sardaigne, pour donner des explications sur la ligne de conduite que le Gouvernement de Parme se proposait de suivre. dans les circonstances exceptionnelles où il allait se trouver placé. Rien ne nous a été dit.

Ce n’est que lorsque les plans de l’ennemi eurent échoué, ce n’est que quand les armées alliées du Piémont et de la Franco, avant à leur tour pris l’offensive, les Autrichiens étaient à la veille d’évacuer les duchés, ce n’est qu’alors qu’on a parlé du désir de maintenir la neutralité. Il est évident qu’après tout ce qui s’était passé, cette prétention ne pouvait être accueillie.

Le comte de Malmesbury dans sa dépêche n’a voulu que constatar un fait, c’est-à-dire que le Gouvernement de Parme n’avait jamais manqué aux devoirs de la neutralité, et que l’Autriche l’avait toujours respecté. Pour détruire ces allégations je n’ai qu’à rapeler les opérations militaires qui ont eu lieu depuis le 29 avril; elles prouvent que les informations parvenues au comte de Malmesbury étaient inexactes. Si le ministre des affaires étrangères britanniques eût portà la discussion sur un autre terrain et invoqué en faveur du Gouvernement de Parme des traités antérieurs qui le plaçaient dans une situation exceptionnelle, il m’aurait été aisé d’y répondre d’une manière non moine satisfaisante. Ma dépêche circulaire du 16 courant vous met à même, M. le marquis, de traiter cette question s'il en est besoin.

Je vous prie de donner lecture et de lisser copie de cette dépêche à lord John Russell.

Agréez, etc.

Cavour.


vai su


XXXI

Dépêche confidentielle de M. le marquis Emmanuel d'Azeglio,
ministre sarde à Londres, à M. le comte de Cavour

Monsieur le président du Conseil,

Londres, le 24 juin 1859.

Mon raport du 20 juin a déjà rendu compte à Votre Excellence de l’entrevue que j’ai eu avec lord John Russell. Pensant qu’une démarche pareille auprès de lord Palmerston aurait l’aprobation de Votre Excellence, je me suis, après accord préalable, rendu chez ce ministre, et je m’empresse de rendre compte à V. E. de cet entretien.

J’ai dit en premier lieu à lord Palmerston que parmi les heureux événements qui auraient préludé à nos succès, l’un des plus importante avait été, sans aucun doute, celui qui l’avait replacé à la tète des affaires en Angleterre, seconde par les hommes d’État les plus favorables à notre cause. Mais que pour donner à une combinaison aussi inespérée toute sa portée, je devais le prier de me permettre de m’adresser eu toute occasion à lui, plus encore en ami qu’en diplomate, et en m’ouvrant à lui sans réserve, de le mettre ainsi à même, en jugeant plus à fond la situation des affaires, de lui demander les avis et les conseils qu’il jugerait les plus utiles à nos intérêts, pour lesquels je le savais si bien disposé.

Je désirais lui donner sans tarder une preuve de cette manière de procéder, et grâce aux documenta officiels et confidentiels que j’avais dernièrement reçus de Turin, j’ai cherché à lui donner quelques indications, à la vérité aussi limitées que les notions en mon pouvoir, sur la manière dont le Gouvernement du roi envisageait la question italienne. Naturellement les idées et les arguments rentrent dans le même cadre que ceux qui forment le fond de ma conversation avec lord John Russell. Expulsion complète des Autrichiens, et, comme corollaire, formation d’un État puissant pour les empêcher d’y rentrer. Lord Palmerston prit alors la carte de l’Italie et me demanda de lui indiquer sommairement ce que je pensais que serait la nouvelle division de la péninsule. Je lui fis observer qu’il n’était guère possible de décider d’avance de pareilles questions avant d’avoir obtenu un résultat par la guerre, mais que, tout bien considéré, je pensais que le but principal serait de réduire le nombre des subdivisions actuelles, qui certainement étaient la cause de notre faiblesse, et qu’à mon avis le plus simple serait de tirer trois lignée, avec une Italie du nord, un État au centro, et une Italie méridionale. Mais certainement je ne lui donnai cette idée ni Comme la meilleure, ni comme celle du Gouvernement.

Je me bornerai à tracer à grands traits les idées que ce ministre a bien voulu me communiquer, et qu’il importe seulement à V. E. de connaître sommairement, quitte è les dé-tailler quand le moment sera venu.

Lord Palmerston ne voit en aucun cas du danger pour les intérêts de l’Angleterre dans l’institution d’un royaume de la haute Italie, et même il est allé jusqu’à déclarer qu’il ne saurait objecter à ce que les limites de cet État reçoivent toute l’étendue possible. En tous cas, il ajouta qu’il nous souhaitait d’avoir Gènes d’un côté et Venise de l’autre. Il laissa entendre pour cette dernière qu’il prévoyait que nous aurions des difficultés à rencontrer non seulement de la part de l’Autriche qui craindrait pour Trieste, mais il parut même prévoir des jalousies de la part de la France, peu désireuse de constituer è ses côtés une seconde Prusse. Cette phrase me parut avoir le cachet du langage d’un de mes collègues. Naturellement l’expulsion des Autrichiens est pleinement admise comme nécessaire par lord Palmerston. Quant à l’Autriche, il trouve les craintes pour Trieste peu fondées.

Pour ce qui concerne la Toscane, on ne saurait prétendre qu’à l’étranger on tranche des questions qu’on pourrait trouver d’une solution difficile à l’intérieur. Mais je pense que si sous un prince admissible au centre de l’Italie, cet État moyen se formait ce serait la solution qui semblerait la plus naturelle. Naturellement, quant à la question papale, on ne saurait s’étonner si les hommes d’État de l’Angleterre sont disposés à trancher dans le vif du moment où il s’agit des pays les plus mal gouvernés de 4a péninsule. C’est assez dire qu’on verrait sana difficultà disparaître le Gouvernement temporel. Et on avait même cru deviner que les idées de l’empereur Napoléon étaient identiques. Mais on se bornera, comme protestants, à laisser faire.

Lord Palmerston a fait quelques réserves au sujet de Naples. Sur quai j’ai cru pouvoir lui affirmer que tout le monde était du même avis, c’est-à-dire que le roi du Naples n'aurait que lui seul à accuser de tout ce qui pourrait lui arriver de mal, aucune puissance ne désirant toucher à sa couronne pour peu qu’il consente à gouverner raisonnablement.

Lord Palmerston maintint ensuite la nécessité pour l’Angleterre de rester neutre. Je renouvelais auprès de lui le raisonne-ment que j’avais tenu déjà à lord John Russel sur le rôle assez difficile qui ne manquerait pas d’échoir à l’Angleterre lors de la paix, si elle restait les bras croisés. Lord Palmerston non seulement admit la justesse de l’observation, mais la confirma en citant un mot de l’empereur de Russie par raport à la Pologne. Pressé d’accéder à quelques demandes des puissances, l’empereur répondit à son interlocuteur tout bonnement en le faisant souvenir qu’il avait 200 mille hommes en Pologne. Mais, quelles que fussent ses idées là-dessus, lord Palmerston laissa comprendre qu’il fallait accepter le verdict de la nation. J’ai même été jusqu’à lui demander s’il pensait, en cas de guerre générale, que cette neutralité resterait toujours un principe immuable. Il répondit qu’il aurait été impossible de définir ce que le Gouvernement anglais déciderait en de certains cas extrêmes, tels qu’une attaque sur la Belgique.

Mais, en général, il parut rassuré pour le moment à l’endroit de la Prusse, qu’il ne croit nullement disposée à se laisser entraîner par l’Autriche et les petits États dans une guerre désastreuse. A son avis, il y aurait un cas où la Prusse se trouverait forcée d’intervenir: c’est celui où les alliés, victorieux en Vénétie, ne pourraient obtenir la consécration par un traité de leurs conquêtes de la part de l’Autriche, et où ils devraient aller le dicter à Vienne. Lord Palmerston pense que la Prusse prendrait part alors à la guerre.

Le premier ministre me répéta alors ce qu’il m’avait dit la veille, que le prince Esterhazy lui avait déclaré n’avoir aucune mission; que l’empereur, informé de se3 projets de voyage, lui avait recommandé, le cas échéant, de soutenir les intérêts autrichiens; et que le prince avait même demandé en grâce que le Gouvernement anglais ne vienne pas entraver sa politique par des propositions embarrassantes.

Lord Palmerston l’avait rassuré sur ce point en déclarant que pour le moment il fallait laisser à la guerre à préparer le terrain aux négociateurs.

Au reste, le prince avant rencontré, l’année dernière, à Carlsbad mon collègue de Hanovre, lui avait déjà annoncé qu’il serait venu cette année en Angleterre.

Somme toute, le langage de ce Gouvernement parait se résumer en ceci: les intérêts italiens nous tiennent à cœur, et nous les mettons en première ligne. Que l’Italie en les interprétant raisonnablement nous mette à même de seconder sa résurrection, et nous tiendrons à honneur de le faire.

Veuillez agréer, monsieur le comte, l’hommage empressé de ma plus haute considération.

E. d’Azeglio.

XXXII

Istruzioni del conte di Cavour al conte Ruggero Gabaleone di Salmour,

inviato in missione straordinaria presso la Corte di Napoli

Signor Conte,

Torino, 25 giugno 1859.

S. A. R. il Principe luogotenente di S. M. ha deliberato di mandare la S. V. Ill.ma in missione straordinaria presso la Corte di Napoli, col fine di esprimere al re Francesco II le condoglianze di S. M. per la morte dell’augusto di lui genitore e le sue congratulazioni per l’avvento al trono del nuovo re.

Ella dovrà impertanto trasferirsi immantinente in Napoli per compiere l’onorevole ufficio che S. A. si compiacque di affidarle.

Le strette relazioni di parentela che uniscono S. M. col nuovo sovrano delle due Sicilie porgono ragione di questa solenne dimostrazione, che è nello stesso tempo naturale effetto dei particolari sentimenti di S. M. verso il reale suo congiunto.

La commissione di V. S. non si restringe tuttavia a questo atto di parentevole affetto; essa ha un gravissimo e rilevantissimo intento politico, che è quello di procurare l’unione delle due Corti in una stretta comunanza di pensieri e di opere, inducendo il nuovo principe ad assumere con noi la impresa della indipendenza nazionale.

Le funzioni di segretario generale in questo ministero per gli affari esteri dalla S. V. per non breve tempo esercitate, la posero in condizione di conoscere intimamente ed intieramente la politica del Governo del re. lo non ho quindi mestieri di distendermi in molte parole per segnarle la. condotta che Ella dovrà tenere, il linguaggio che dovrà adoperare, le considerazioni che dovrà svolgere.

Le istruzioni che in nome di. S. M. mi accingo a darle, saranno perciò brevi.

Il concetto dell'indipendenza italiana fu quello che informò sempre la politica del Governo del re. Perciò mentr’esso e coll’esempio e colla voce consigliava agli altri principi d’Italia quelle interne riforme che dessero soddisfazione ai legittimi desideri dei popoli, mirava sopratutto a consociarli nello stesso intento della nazionalità. Esso faceva ragione che questo fosse l’unico mezzo di disarmare le fazioni, e ammoniva che seguendo altra via, i Governi dovrebbero combattere non più le sètte, ma il sentimento universale della nazione, e che nella funesta lotta non essi sarebbero i vincitori.

Recenti fatti già vennero confermando queste previsioni. Ma oggidì essendo rotta la guerra, ciò che prima era solamente pei Governi italiani debito di previdenza è diventato necessità inflessibile. La neutralità che in alcune politiche contingenze può giudicarsi pietoso consiglio o accorgimento prudente, sarebbe considerata come una diserzione o come un segreto patteggiare coll’inimico. Oltreché la guerra che noi studiamo di circonscrivere potrebbe, contro il voler nostro, allargarsi; ed allora divenendo impossibile la neutralità, poco grado si saprà a quello Stato che, tratto solamente dalla necessità, si volge all’una o all’altra parte. I patrii annali registrano lamentabili esempi di siffatta neutralità che non salva gli Stati, ma li precipita in ruina ingloriosa e meritala.

Il Governo del re non intende recar giudizio sul sistema politico interno seguito durante il corso dell’ultimo regno delle Due Sicilie. Non di meno egli è pur tropo noto che colà, più che altrove, fremono passioni ardenti, rancori profondi, ire lungamente compresse, che aspettano ansiosamente un’occasione di prorompere terribili ed irrefrenate. E le occasioni non tarderanno, e con esse gli incitamenti e le seduzioni dentro e fuori del regno. Confidare nella sola forza, far puntello al nuovo trono d’armi mercenarie, è partito che non solamente dee ripugnare all'animo onesto del giovine re, ma è partito mal sicuro e pieno di pericoli.

Quali siano questi pericoli la S. V. conosce, sa come il desiderio di mutare dinastia possa diffondersi nelle popolazioni, come la presenza in Italia d’un esercito francese debba commuovere il paese dove regnò Gioachino Murat e dove morì compianto.

Sta in balla del nuovo principe lo scongiurare avvenimenti tanto deplorevoli, chiamando in sostegno del trono l’amore del popolo, e la riconoscenza di tutta Italia. Cesserebbero le diffidenze e gli odii, scomparirebbero certe colpevoli speranze quand’egli in su questo esordire di regno, collegandosi sinceramente col Piemonte, dichiarasse pronta guerra all’Austria e mandasse parte dell’esercito sul Po e sull’Adige per combattere in pro’ dell’Italia a fianco del re di Sardegna e dell’imperatore dei Francesi.

La S. V. dovrà esporre i vantaggi di quest’alleanza così nell’interesse della conservazione della dinastia, come in quello di tutto il Regno. Dirà inoltre quale glorioso avvenire sia riserbato al giovane monarca che restituisse all’Italia quel florido reame che ne è oggidì moralmente staccato, e come quella meravigliosa devozione di popoli che circonda la Casa di Savoia e il re Vittorio Emanuele II, seguirebbe incontanente i passi di Francesco II di#Napoli. Ella non pretermetterà insomma alcuna di quelle considerazioni che riconoscerà più acconcio ad impressionare un animo giovane, e perciò naturalmente aperto a nobili sentimenti.

Fra i varii ostacoli che Ella incontrerà nel far prevalere questo sistema, uno ve ne ha su cui reputo conveniente di chiamare particolarmente la sua attenzione: questo è una non dissimulata preoccupazione contro la pretesa ambizione di Casa Savoia. Vieta accusa è questa, che fomentata dall’Austria per fini agevolmente comprensibili, pur trova ancora facile accoglienza presso alcuni uomini di Stato partenopei.

Chi però ben guarda si accorgerà che il rimprovero torna a lode della politica di S. M. e dei suoi predecessori. La Casa di Savoia da più secoli assume il nobile incarico di difendere la libertà d’Italia contro il predominio e le usurpazioni straniere.

Dopo il 1814, l’antagonismo fra il Piemonte e l’Austria divenne più visibile, perché i trattati di Parigi e di Vienna turbarono l’equilibrio italiano dando all’Austria in Italia una preponderanza inconciliabile colla indipendenza degli altri Stati. Da quel giorno la lotta, ora segreta ed ora palese, non fu più mai interrotta. E se l’esito di questa lotta sarà un ingrandimento degli Stati di S. M., ciò deriverà dalla necessità delle cose e del consenso dei popoli, non da preconcetti disegni. Se non che la formazione di uno Stato forte nella valle del Po non dee né può mettere in gelosia il Regno delle Due Sicilie. Con esso fu mai sempre desiderata la concordia e l’alleanza. E si fu per giusta considerazione che il Gabinetto di Torino, nel Congresso di Parigi, non ha unita la sua voce alle voci accusatrici che corsero contro il reggimento di Ferdinando II; e per la stessa ragione recentemente nel memorandum del 1° di marzo tacque intorno alle condizioni del Regno affine di evitare novelle cause di dissidii e di amarezze fra i due maggiori potentati d’Italia, e non fraporre maggiori impedimenti ad una unione, quantunque in quei momenti poco sperata, pure sommamente bramata, nel comune interesse delle due dinastie. Io non dubito che questi riflessi saranno efficaci sulla mente del re Francesco e dei suoi consiglieri, ed Ella avrà cura di porli nella miglior luce.

Argomento di sospetto darà forse anco l’intervento della Francia nelle cose nostre. Su questo punto Ella ripeterà ciò che S. M. l’imperatore Napoleone III ha solennemente dichiarato in cospetto all’Europa, vale a dire che nessuna mira di conquista o di ambizione dinastica guida le sue armi. Soggiungerà che le condizioni d’Europa non tollererebbero per avventura una diretta dominazione francese in Italia. Farà poi osservare che in ogni caso il miglior modo di parare a siffatto pericolo quando veramente esistesse, il che non è, sta per l’apunto nell’accomunare le armi e i consigli di tutta la nazione, e nella colleganza dei due regni più forti della Penisola. Ma siccome somiglianti considerazioni non potrebbero forse essere giudicate per guarentigia sufficiente, cosi Ella lascierà intendere che il Governo del re è disposto a dare dal suo canto tutte quelle malleverie che possono essere ragionevolmente desiderate. Per la qual cosa se le venisse fatta proposta di lega offensiva e difensiva colla reciproca guarentigia della integrità degli Stati delle Alte parti contraenti, Ella non si mostrerà aliena dall’acconsentirvi, riserbandosi solamente di riferirne al suo Governo per le oportune istruzioni politiche.

le diceva poc’anzi che il Governo del re non intende recare sentenza sulla politica interna fin qui seguita nel regno di Napoli, ma che pur tropo nelle popolazioni di qua e di là del Faro alberga un malcontento profondo. Il nuovo re inaugurerà, ne siam certi, il suo avvenimento al trono con riforme giuste, liberali e proprie a fare paghi i voti del paese, dove queste siano precedute dall’alleanza piemontese, e poste per cosi dire sotto il presidio della italianità politica.

E qui debbo chiaramente esprimerle i miei concetti perché la materia è sommamente delicata.

Governo di S. M. ha progredito e prosperato in mezzo alla libertà; gli ordini costituzionali lealmente e largamente aplicati, una liberalissima discussione su tutto e su tutti crebbero il rispetto e la venerazione alla monarchia, la quale collocata al di sopra delle giornaliere lotte, non tocca dai passeggieri interessi di parte, immune dai piccoli errori che sono retaggio della umana infermità, veglia e provvede ai grandi bisogni dello Stato, accresce il nazionale patrimonio d’onore, custodisce essa stessa il tesoro delle pubbliche libertà.

Noi non sapiamo, anzi dubitiamo che questo largo sistema che a noi è caro, e di cui conosciamo per fermo i pericoli, ma di cui abbiamo esperimentati i finali vantaggi, possa per ora aplicarsi nel regno napolitano. Ciò che accadde nel 1848 si rinnoverebbe forse oggidì: spingere innanzi e nello stesso tempo le due imprese di libertà e di indipendenza è compito difficilmente eseguibile: ciò che per l’una si richiede, torna all'altra funesto, e si corre il rischio di vederle ruinare ambidue. Il Piemonte, posto in ben altre e più favorevoli condizioni che non sia Napoli, pure ha riconosciuta la convenienza di restringere temporaneamente l’uso di alcune libertà, ed il Parlamento ha conferito al re straordinari poteri.

Per queste ragioni noi crediamo che Francesco II dovrebbe restringersi a dichiarare solennemente che lo Statuto fondamentale del 29 gennaio 1848, largito dall’augusto suo genitore, è mantenuto in diritto, e che se ne rimanderà l’attuazione a guerra finita. Ciò sarà tanto più agevole al principe in quanto che lo Statuto del 1848 fu bensì sospeso di fatto, ma non mai formalmente abolito da Ferdinando li.

Né sarà mestieri che il re chiami intorno a sé fin d’ora un ministero tratto dalle file dei liberali provati. Questi debbono aspettare altri tempi, cioè il giorno in cui la costituzione sarà messa in atto, e sarà compiuta quella conciliazione degli animi tanto necessaria per dare stabile assetto agli ordini liberi. Per ora i Consiglieri della Corona possono venire eletti fra uomini devoti alla monarchia e che già l'abbiano servita, ma che non siansi contaminati negli eccessi della reazione.

Intorno a questi uomini, come in generale fra tutte le persone che sono alla testa dei varii partiti in Napoli, Ella prenderà ragguaglio dal sig. Gropello attuale sostituito segretario della nostra Legazione, sapendo noi per molte e autorevoli testimonianze che egli ha contezza precisa dei loro principii, di loro costumi e di lor vita e di tutte le circostanze che possono aver efficacia nelle presenti contingenze.

Io spero che prima del suo arrivo sarà già stata dal nuovo re data piena amnistia in favore degli esuli e dei prigionieri politici, volendosi i nuovi regni inaugurare con questa dimostrazione di clemenza che dopo tanti anni è divenuto sacro debito di giustizia e di umanità. Se ciò non fosse, Ella insisterà fortemente affinché senza indugio si compia un atto che dee precedere la desiderata riconciliazione fra la monarchia ed il popolo, e cancellare per quanto è possibile le dolorose memorie del passato.

Piaga del regno finora insanabile, fu la quistione siciliana. Francesco II non può risolvere di colpo le difficoltà che nascono dalle condizioni storiche dell’isola. Egli può tuttavia impedire mali più gravi, e preparare intanto i rimedii che dovranno essere più tardi aplicati per cementare l’unione dei due popoli e rassodarvi il Governo. La Corte di Torino adopererà tutti gli influssi morali che sono in suo potere per raccomandare la concordia, la moderazione e l’unione; e lo farà con tanto maggior calore, in quanto che, a suo avviso, la separazione della Sicilia dal continente sarebbe sventura italiana irreparabile.

Queste sono, sig. Conte, le istruzioni sovra le quali Ella dovrà regolare la sua condotta, questi i fini a cui dovranno essere indirizzate tutte le sue sollecitudini. Vi aggiungo alcune avvertenze che potranno tornare di qualche utilità.

Ella si troverà a fronte di un partito avverso e forte, se non per numero, certo pel grado che occupa in Corte, per aderenze, per abitudini di comando e complicità nel passato. La regina vedova capitaneggia questa schiera. Sarebbe di molto agevolato il negoziato per l’alleanza, Be la vedova di Ferdinando li fosse allontanata dalla Corte, e se con essa perdessero autorità i suoi creati.

dispacci del conte Gropello, di cui Ella ha preso contezza, le hanno fatto noto che donna sia la matrigna di Francesco II, quali raggiri abbia ordito contro l’erede del trono, come sia e si dimostri austriaca tutta per sangue, natali e passioni. Il re la conosce, e non sembra da credere si voglia condurre a tollerare la continuazione di siffatte trame di cui potrebbe essere egli stesso la vittima.

Intorno alla giovane regina non ho informazioni particolari. È bavarese e sorella dell’imperatrice d’Austria, e la dicono potente sull’animo dello sposo. Sarà avversa a noi sempreché gli interessi veri della dinastia non la vincano sopra le inclinazioni, il che sarebbe a sperarsi qualora fosse donna penetrativa e d’ingegno.

Il conte di Siracusa zio del re rapresenta in Corte l’elemento italiano e liberale, si è espresso e si esprime con franchezza favorevole al Piemonte ed alla guerra. Non so quanta sia la sua influenza in Corte, quanta l’autorità presso l’universale. Ella studierà l’indole del personaggio, e cercherà di mantenerlo nei propositi manifestati. Il conte di Siracusa, come la S. V. ben sa, è sposo di una principessa di Casa Savoia.

Il corpo diplomatico residente a Napoli tenta in questi momenti l’estremo di sua possa per preoccupare le mosse del nuovo re, e indurlo a qualche passo decisivo che vincoli la sua politica avvenire. La 3. V. dovrà vegliare attentamente su tutto e su tutti. ,L’Austria rapresentata dal generale Martini ha riputato necessario di rafforzare la sua posizione, mandando in missione straordinaria il barone Hubner, uno dei migliori suoi agenti. A costoro fanno corona il ministro di Prussia e quelli delle altre potenze germaniche. Sono le costoro influenze che Ella dovrà combattere di conserva coll’ambasciatore di Francia.

Spero ohe i ministri di Russia e di Spagna ci saranno favorevoli. Le darò a suo tempo particolari ragguagli sulle intenzioni dei Governi da cui dipendono.

Non è ancora conosciuto il rapresentante che l’Inghilterra manderà a Napoli; ma chiunque egli sia, difficilmente ci sarà favorevole, distorrà il re dalla guerra e dall’alleanza, raccomanderà la neutralità, e consiglierà invece larghe concessioni liberali.

La S. V. mi ragguaglierà esattamente dell’andamento della pratica commessagli. Nei casi non preveduti, se urgenti, si condurrà dietro i generali principii contenuti in queste istruzioni: se lasciano tempo a risolvere, chiederà gli ordini di S. M.

Porto fiducia che in questa occasione di tanto momento per gli interessi di S. M., del Piemonte e dell’Italia, Ella farà prova di quello zelo che le è proprio, e che conquisterà nuove benemerenze presso il re ed il paese.

Colgo, ecc.

C. Cavour.

XXXIII

Dépêche de M. le chevalier Minghetti,

secrétaire-général du ministère des affaires étrangères, 

au ministre sarde à Paris

Monsieur le Marquis,

Turin, 3 juillet 1859.

En rédigeant la circulaire, dont j’ai vu avec plaisir la publication dans le Journal des Débats du 2 juillet, je ne me doutais guère que le Blue Book, que j’ai reçu il y a quelque jours seulement, contenait des documents de nature à justifier pleinement notre attitude politique vis-à-vis des duchés. Il résulte en effet d’une dépêche de lord Malmesbury à Scarlett, que vous trouverez à la page 98 du Blue Book, que le Gouvernement anglais a cherché à amener les Gouvernements de Parme et de Modène à demander eux-mêmes la rescission des traités particuliers qui les avaient si complètement inféodés à la politique autrichienne, ou tout au moins à demander l’abolition de l’art. 3 de ces conventions, donnant droit à l’Autriche d’intervenir dans les duchés pour comprimer les aspirations légitimes des populations. Lord Malmesbury n’hésitait pas à qualifier cet article avec les expressions les plus énergiques, en disant qu’il était a standing oprobrium pour les Gouvernements de Parme et de Modène. Mais bien que lord Malmesbury ait eu soin d’ajouter qu’il demandait par là une concession plus aparente que réelle, car l’Autriche, même après la rescission de ces traités, se serait toujours empressée d’intervenir dans les duchés, et bien qu’il donnât à entendre clairement, par ces mots, que le Cabinet de lord Derby aurait permis à l’Autriche d’intervenir même contre la lettre des traités, les Gouvernements de Parme et de Modène se refusèrent nettement à accueillir les conseils de l’Angleterre. Cela est prouvé par les deux dépêches de lord Scarlett à lord Malmesbury, que vous trouverez aux pages 224 et 226 du Blue Book. La réponse du marquis Pallavicino, relatée dans la seconde de ces dépêches, est sans doute plus adroite et plus modérée dans ses expressions que celle du comte Forni et de son souverain; mais elle n’en contient pas moins un refus positif. Cependant cela n’a pas empêché lord Malmesbury de qualifier de cruci and unwarranlable la conduite de la Sardaigne vis-à-vis du duché de Parme. À ces expressions d’une dépêche du précédent Ministère anglais à sir James Hudson, que vous trouverez également à la page 103 du suplément au Blue Book j’ai répondu par une dépêche au marquis d’Azeglio, dont vous trouverez ci-joint une copie et qui sera publiée sous peu dans les journaux anglais.

Toutes ces pièces mettent si pleinement en lumière la politique des gouvernements de Modène et de Parme et le peu de bonne foi du précédent Cabinet anglais à notre égard, qu’il me parait nécessaire de faire publier ces documents et d’apeler sur eux l’attention du monde politique. A cet effet vous pourrez, monsieur le marquis, communiquer aux Débats la dépêche de lord Malmesbury à Scarlett du 7 mars: celles que Scarlett lui a adressés de Modène et de Parme à la date du 11 et du 18 mars; la dépêche de lord Malmesbury à sir James Hudson du 7 juin et ma note au marquis d’Azeglio, dont je vous envoie copie. Il suffirait de rapeler en peu de mots la thèse que nous avons soutenue dans la circulaire de 16 juin, et de donner le texte de ces documents, pour rétablir exactement les faits.

Agréez, monsieur le marquis, les nouvelles assurances de ma considération très distinguée.

Minghetti.

XXXIV

Dépêche confidentielle de M. le marquis Emmanuel d'Azeglio, 

ministre sarde à Londres, à M. le comte de Cavour

Monsieur le Comte,

Londre3, 4 juillet 1859.

J’ai parlé ce matin à lord Palmerston de certaines rumeurs qui me revenaient de l’étranger, et sur lesquelles je préférais m’adresser directement et franchement à lui, afin d'éviter quede fausses nouvelles, faisant croire à de fausses apréciations, il n’en dérive nécessairement des conclusions erronées.

Il s’agit de bruits qui désigneraient le roi Léopold comme travaillant activement à sauver du moins la Vénétie, comme royaume séparé pour l’archiduc Maxi milieu.

La Cour d’Angleterre et principalement le prince consort favoriseraient ces idées, et auraient jusqu’à un certain degré l’assentiment du ministère. Je crus préférable de m’expliquer clairement avec lord Palmerston, afin de le mettre à même, le cas échéant, de contredire ces rumeurs.

En effet ce ministre, tout eu s’exprimant avec une réserve que je dois non seulement observer dans ce raport, mais peut-être maintenir plus strictement encore dans ma correspondance officielle, m’a dit que, pour ce qui concernait ses opinione et celles qu’il avait en commun avec lord John dans les entretiens récents au sujet des affaires d’Italie, ils étaient d'accord qu’en ce moment aucune proposition ne devait être formulée, étant aure d’être aussi inacceptable d’un côté que de l’autre. Mais qu’en tous cas ils étaient également convenus que ce qu’il pourrait y avoir de plus utile pour les Italiens serait de constituer un royaume de la Haute Italie, dont lord Palmerston nomma une à une, et sans que je les lui suggère, toutes les parties. Il s’agit, ainsi que j’ai eu l’honneur de le dire déjà à V. E., de joindre à nos États non seulement le Lombardo-Vénitien, mais Parme, Modène, la Toscane et les Légations. Lord Palmerston revint également sur ce qu’il m’avait déjà dit, que dans les idées des hommes principaux du ministère actuel il n’y aurait aucun danger pour les intérêts anglais, à ce qu’un fort État comme celui-là possédé Venise en même temps que Génes. À la vérité, dit-il, nous ne manquons pas de gens qui nous dissuadent de cela; mais ce sont évidemment des fauteurs des idées autrichiennes. V. E. comprendra par mes communications récentes la portée de cette phrase, et qui s’y trouve sous-entendu. Au reste, milord alla même plus loin en fait de confidence, car il laissa clairement voir qu’à son avis, plus un État pareil aurait de porte, plus il serait vulnérable du fait de l Angleterre. Après cela on ne pouvait lui demander une preuve plus convaincante de sa sincérité.

Lord Palmerston parut regretter les contradictions qui semblent exister à Paris dates les apréciations de la politique italienne dès qu’il s’agit des États romains.

Je crus pouvoir donner comme mon opinion personnelle que l’empereur avait au fond les noèmes idées qu’on avait ailleurs. Mais que seulement craignant que des embarras ne viennent siccités par le clergé, il préferait traiter les deux points séparément, et l’un après l'autre. S. S. admit cette version.

Quant à la dépêche de M. Scarlett, et à la réponse de M. Ridolfi dont je lui donnais connaissance, S. S. se borna à observer, sans l’air du plus petit reproche, qu’il paraissait que les événements auraient modifié l’opiniou du ministre toscan. En quoi je reconnus le système probable de défense adopté par M. Scarlett pour sortir d’embarras.

Je pense que V. E. lira avec intérêt ce compte rendu de ma conversation de ce matin, et que je croie utile pour bien placer les questions sur leur véritable terrain.

Lord Palmerston me dit que les raporta de M. Cadogan sur la bataille de Solferino rendaient l’hommage le plus éclatant à l’armée sarde, à sa valeur et au talent du roi et des officiers. Il écouta avec le plus grand intérêt les extraits de plusieurs lettres particulières que je lui lue à ce sujet.

Les ministres me paraissent dans les meilleures dispositions à notre égard, et me semblent mériter une entière confiance. Je suis heureux de pouvoir leur rendre un pareil témoignage.

D’Azeglio.

XXX

Istruzioni del conte Cavour al cavaliere Massimo D Azeglio  

per la sua missione nelle Legazioni

Illustrissimo signor Cavaliere,Torino, 5 luglio 1859.

A V. S. Illustrissima che conosce il pensiero del Governo del re e l'attuale condizione politica delle Romagne non occorrono lunghe istruzioni per dirigerla nell’adempimento delle funzioni che le sono affidate di R. commissario nelle Romagne per la tutela dell'ordine e pel concorso alla guerra.

I lunghi colloqui ch’io ebbi con lei intorno alle cose di Romagna e il raro suo senno la porranno in grado di completare all'occorrenza le brevi direzioni ch’io mi accingo ad indicarle.

Le Romagne offrirono al re la dittatura, esprimendo il concetto che, se s'astennero dal dichiarar subito la fusione col Piemonte, come è voto generale delle popolazioni, cosi operarono per considerazioni di prudenza, e per evitare dal loro canto ogni pretesto a maggiori complicazioni.

Una deputazione a tal fine nominata venne a presentare al Re un indirizzo in cui erano formulati questi concetti.

S. M. rispose che unicamente preoccupata dal pensiero di liberare l’Italia dal giogo straniero non poteva accettare la dittatura offertale, perché quest’atto, suscitando complicazioni diplomatiche, tenderebbe a rendere più difficile l’ottenimento dello scopo che si era prefisso.

Soggiunse però che riconoscendo quanto v’ha di nobile e generoso nel sentimento che spinse questi popoli a concorrere alla guerra sostenuta dal Piemonte e dalla Francia per l’indipendenza italiana, non poteva rifiutarsi, malgrado il suo profondo rispetto al Santo Padre, a prendere sotto la sua direzione le forze di cui questi paesi intendono disporre per la guerra nazionale, compiendo per tal modo il dopio officio di dirigere il concorso delle Romagne alla guerra, e d’impedire che il movimento nazionale operatosi, non degeneri nel disordine e nell’anarchia.

Da questa risposta di S. M., V. S. Illustrissima può formarsi un giudizio esatto intorno all'ufficio che Ella è chiamata ad esercitare nelle Romagne.

Due sono gli oggetti della di lei missione: concorso alla guerra e ordine interno. Ogni altra questione, e specialmente quelle che si riferiscono alla futura sistemazione territoriale della penisola, sarebbero ora inoportune.

Ciò nondimeno autorizzo V. S. illustrissima a dichiarare all’occorrenza che il governo del re farà ogni suo sforzo, e spera non invano, perché le Romagne non abbiano a ricadere sotto il mal governo di Roma. Prima di procedere in queste istruzioni è necessario di ben determinare i limiti territoriali entro a cui dovrà circoscriversi la di lei azione.

Dopo la sanguinosa occupazione di Perugia fatta a nome del Papa dai reggimenti svizzeri al servizio di S. S., e dopo il ristabilimento della autorità pontificia in Ancona e nelle Marche, la di lei autorità rimane necessariamente limitata alle Legazioni, escluse tutte le provincie pontificie transapennine e le Marche.

Lo statu quo attuale è preso come base della ingerenza piemontese.

A chi per avventura le movesse rimprovero perché le altre provincie vengono abbandonate al mal governo del Papa, Ella risponderà che per quanto riflette l’Umbria e le altre parti transapennine, non fu mai dissimulato a chi chiedeva consiglio, e la difficoltà che una sollevazione vi riuscisse vittoriosa, e quella ancor maggiore che vi si potesse sostenere, stante specialmente la presenza dei Francesi in Roma.

In quanto alle altre provincie, Ella dirà che quanto fu indicato ebbe sempre per base la preventiva e totale liberazione delle provincie stesse dal dominio pontificio per opera delle popolazioni.

Non essendo il Piemonte in guerra col Papa, evidentemente esso non può mandar soldati a prendere Ancona ed a combattere le trupe pontificie.

Ma esso crede di dover impedire che queste medesime trupe si muovano dai loro attuali quartieri per procedere in Romagna e rinnovarvi gli orribili massacri di Perugia.

Ella quindi impedirà che le forze collocate sotto i suoi ordini vadano ad assalire le trupe del Papa, ma respingerà colle armi ogni tentativo che queste facessero per passare in Romagna.

Il Governo del re ha ragione di credere che tale condotta è aprovata dall’imperatore Napoleone, e che d’altra parte la trupe pontificie riceveranno l’ordine di non muovere.

Il Governo provvisorio ora stabilito a Bologna continuerà a rimanere in esercizio del suo mandato, ma è ben inteso che la S. V. Illustrissima è rivestita di pieni poteri necessari pel mantenimento dell’ordine e pel concorso alla guerra. Fra questi poteri è compreso quello di dichiarare le città in istato d’assedio.

Siccome poi tutte le materie governative più o meno si attengono al mantenimento dell’ordine interno che è lo scopo precipuo della pubblica autorità, così Ella dovrà efficacemente consigliare ed interporre il suo parere su tutti gli argomenti gravi prima che il governo vi dia esecuzione.

La prima e principal cura del regio commissario sarà d'organizzare nel più breve tempo possibile il maggior numero di trupe che potrà, e di spedirle immediatamente al campo apena saranno state ordinate.

Esso potrà tuttavia ritenere presso di sé una forza discreta, sia per la tutela dell’ordine interno, sia per far fronte ad ogni tentativo d’invasione per parte dei soldati pontificii, servendosi specialmente a questo fine dei due battaglioni piemontesi eh? il Governo del re mette a sua disposizione.

In questa prima parte della missione affidata a V. S. Illustrissima si raccomanda al regio commissario la più grande energia e non minore prontezza.

Vedrà il regio commissario se si debba a tale scopo ricorrere solamente all’arruolamento volontario od alla leva, ovvero ad amendue questi mezzi. Quando gli risultasse che fosse pericoloso l’introdurre la leva nelle forme ordinarie, il regio commissario studierà se questo mezzo non potesse per avventura venir surrogato con vantaggio dall’imposizione del voluto numero d'uomini a carico dei Comuni, ai quali si lascierebbe facoltà di procurare le loro rate di soldati in quel modo che giudicheranno più conveniente.

La milizia indigena dovrebbe possibilmente essere incorporata in parte colla trupa di nuova formazione, in parte coi battaglioni piemontesi, ed in parte dovrebbe essere spedita nei depositi in Piemonte, secondo che sarà giudicato oportuno.

Finalmente è data facoltà al regio commissario di porre agli Svizzeri assoldati al servizio della S. Sede l’alternativa o di essere incorporati come sopra, o di tornarsene alle case loro, salvo il decidere in apresso sui diritti che potessero avere acquistato per la loro capitolazione, ma senza dare affidamento.

Comunque siano raccolte le trupe di nuova formazione, si dovranno in ogni caso assimilare i nuovi corpi all’armata piemontese.

Le armi saranno date a misura del bisogno.

Per gli altri oggetti, qualora non si potesse provvedere sul luogo, il Governo del re procurerà di mandarne secondo che gli verrà indicato dal regio commissario.

Rimangono intanto a sua disposizione gli ufficiali, i soldati, i cavalli e le armi che gli si diedero a questo fine.

Ordine interno. — V. S. Illustrissima porrà non minor cura nello adempiere alla seconda parte della sua missione, cioè il mantenimento dell'ordine interno nelle Romagne.

Per ottenere un tale scopo Ella dovrà valersi specialmente dei seguenti mezzi, cioè della gendarmeria, degli ufficiali di pubblica sicurezza e di polizia, e della milizia nazionale.

Gendarmeria. — Col mezzo degli uffiziali dei reali carabinieri messi a di lei disposizione, e cogli ultimi elementi che troverà sul posto, Ella non durerà fatica a instruire in breve tempo un corpo di gendarmeria se non eccellente, tale almeno da soperire ai primi e più urgenti bisogni.

Un ufficio di polizia e di pubblica sicurezza composto in massima parte di elementi indigeni, ma posto sotto la immediatadirezione del regio commissario, sarà a questo di grandissimo aiuto nel tutelare l’ordine pubblico.

Il mal governo delle autorità pontificie ed il regime militare dell’Austria favorirono in quei paesi il latrocinio, le grassazioni ed il brigandaggio. È indispensabile che la funesta piaga sia sanata. Il regio commissario porrà ogni sua cura per ottenere questo scopo, usando di ogni mezzo da lui giudicato conveniente, e d’ogni più grande severità.

Esso troverà nell’adempimento di questo suo ufficio il concorso spontaneo e generale dei cittadini. Quando la polizia invece d’indagare, come pel passato, le intenzioni dei pacifici cittadini, si vegga pronta ad impedire ed a reprimere gli attentati contro la sicurezza delle persone e delle proprietà, non mancherà d'ottenere quell’aprovazione, e quella cooperazione del pubblico, senza di cui i suoi migliori sforzi resterebbero per lo più senza effetto.

Milizia nazionale. — Un altro provvedimento efficace non solo per la tutela dell’ordine, ma per la disciplina e l’educazione militare, è l’istituzione d’una milizia nazionale in tutti i centri più importanti della popolazione.

Malgrado i molti inconvenienti che può presentare una simile istituzione nelle Romagne, è pur certo tuttavia che i vantaggi saranno di gran lunga più considerevoli.

Non bisogna certamente dare a questa milizia uno svilupo tropo grande, sia per non diminuire il numero dei soldati, sia per non disgustare con soverchio servizio la popolazione che rimane a casa. Ma adoperata colla conveniente misura e dentro certi limiti ch’ella potrà determinare sul luogo, renderà grandi servizi al Governo.

Questa istituzione, la formazione d’un corpo d’esercito nazionale, l'esistenza della giunta di Governo, la regolare amministrazione dei municipii, intorno al cui ordinamento Ella vorrà specialmente riferire, e la presenza del commissario del re assicureranno quelle popolazioni, le accostumeranno ad una forma di governo nazionale, e le solleveranno all’altezza della missione che loro è affidata, di concorrere alla liberazione della patria comune, e di rendersi degne di libero governo.

Quando le Romagne abbiano un discreto corpo d’esercito al campo, e sapiano governarsi tranquillamente e ordinatamente durante la guerra, nessun congresso europeo potrà forzarle a rimettersi sotto il giogo del Papa.

Amministrazione. — Per quanto spetta alle altre materie di pubblica amministrazione, io mi astengo di darle istruzioni speciali. Mi riferisco in queste cose a quanto Ella deciderà nel suo senno in concorso del Governo locale.

Mi limito solo a farle notare la convenienza d’uniformare, per quanto è possibile, ogni possibile servizio alle norme esistenti nei regi Stati, siccome quelle che per una già lunga esperienza fecero buona prova di sé. Tale sarebbe, per esempio, il caso delle monete, dei telegrafi, delle poste, dei pesi e misure, delle tariffe doganali, e d’altri pubblici servizi di simil natura.

Per ciò che spetta alla questione di finanza, il regio Governo aspetta d’essere informato dello stato attuale delle cose e dei provvedimenti che a giudizio della Giunta di Governo si potrebbero pigliare in proposito.

Queste sono le sommarie istruzioni che mi pregio di comunicarle in nome del Governo del re.

La perfetta notizia ch’Ella ha degli intendimenti che presiedono alla politica del Governo le dà agevolezza di eseguire non solo le letterali prescrizioni, ma lo spirito che le informa.

Conservare l'ordine nelle Legazioni, consigliar loro un’amministrazione saggia ed onesta, chiamare tutte le forze vive del paese al concorso pronto ed effettivo nella guerra dell’indipendenza, debbono essere i supremi intenti dell’alta missione che il re le ha affidato, e che V. S. Illustrissima accettò dando cosi una nuova testimonianza della di lei devozione alla patria.

Il Governo del re ripone intera la sua fiducia in V. S. Illustrissima. Il di Lei nome è una bandiera. Le popolazioni delle Romagne la conoscono. Sanno con chi vanno e dove vanno.

Cavour.

XXXVI

Lettera del generale Alfonso Lamarmora, ministro della guerra 

al Quartiere generale sardo, al conte Cavour

Carissimo,

Pozzolengo, 8 luglio 1859.

Il telegrafo ti avrà annunciato la gran notizia. L’armistizio si sta concludendo in questo istante a Villafranca, ove per parte dei Francesi si sono recati Valliante il generale Martymprey, e per parte nostra andò il generale della Rocca con Robilant.

Ignoro chi mandino gli Austriaci. Comunque sia, l’armistizio è certo, e nell’impossibilità in cui mi trovo di precisare come e da chi è stato proposto, devo però notare varie circostanze che possono per avventura portare un poco di luce su questo grande avvenimento.

Dopo la battaglia di Solferino io non aveva più veduto l’imperatore, quando il giorno 5, il Re m’incaricò di portargli il raporto di due nostri ufficiali, sulla impossibilità di impossessarsi per viva forza della Rocca d’Anfo. Mi ricevé dunque la sera del 5 a Valleggio. L’Imperatore si mostrò da prima poco soddisfatto della contrarietà a Rocca d’Anfo, e passando quindi a ragionare della posizione dell’armata alleata e delle operazioni a farsi, si mostrò ognor pensieroso e infastidito sul da fare non solo, ma eziandio su quel che il nemico poteva fare.

Lamarmora.


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XXXVII

Lettera del conte Cavour al commendatore Vigliani governatore della Lombardia

Pregiatissimo signor Governatore,

Torino, (senza data di tempo).

Nigra Le ha comunicato l'aspro rimprovero che l’imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell’imperatore.

Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi dell’Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca attiva, lunga, energica.

Bisogna promuovere senza indugio l’arruolamento de' volontari. A questo scopo ho diretto quattro depositi in Lombardia, due in Milano, uno a Pavia ed uno a Lodi. Con manifesto degli intendenti i podestà dovranno eccitare la gioventù ad andare ad ascriversi ai medesimi. Diedi alla commissione di leva l’ordine di non mostrarsi soverchiamente severa. Il decreto della leva testò pubblicato deve essere eseguito colla massima celerità.

Bisogna poi pensare alla questione finanziaria. Ella ha fatto un’ottima scelta pel posto di prefetto delle finanze. Questo distinto impiegato dovrà redigere al più presto un progetto di bilancio, e mandarmelo tosto.

Mando il signor Lemaire per ricevere camalli. Ella vorrà fare apello al patriotismo de' Lombardi, onde ci vengan somministrati in gran copia. Siamo disposti a pagarli, ma più ancora a riceverli gratis.

Sono lieto della buona accoglienza fatta ai nuovi intendenti. X non piace al re. — Cred’ella che possa rimanere a....? Capace lo è, forse gli mancherà l’esperienza.

Le manderò un redattore francese. Se ne trovasse uno a Milano, me lo dica per telegrafo. Vorrei scriverle spesso confidenzialmente, ma forse non potrò farlo. Ritenga che però ho sempre gli occhi rivolti a Lei, e che niente mi sta più a cuore della missione ch’ella ha assunto con tanto coraggio ed in cui ella ha cosi ben esordito.

Mi creda con inalterabile stima.

Dev. ServitoreC. Cavour.

XXXVIII

Lettera confidenziale del barone Bettino Ricasoli a Celestino Bianchi

Celestino carissimo,

Firenze, li 9 luglio 1859.

Abbiamo avuto due suoi dispacci in cifre, ed uno a linguaggio. Dal Monitore avrà avuto nota dell’indirizzo che noi diamo alle cose nostre. Già si vanno compilando le Liste elettorali; la guardia nazionale si organizza con eccellente spirito; e se le promesse che ci vengano fatte saranno mantenute, e per lo meno si dia permesso a noi toscani di decidere sull’ordinamento nostro, io garantisco che la Toscana si manterrà in quell’ordine di perfetta quiete che mantiene già da quasi tre mesi. Ella avrà avuto agio di far bene capire a tutti di costà in quale nobile e generoso indirizzo la Toscana fosse innanzi il doloroso armistizio; avrà fatto capire come pochi individui ciarlieri ed illusi siensi compiaciuti di mentire sulla nostra Toscana, e chiamare anarchico ciò che era moto di veraceitalianità; anarchico perché contradiceva alle loro meschine e stupide idee: avrà fatto capire che questo spirito verace di italianità è la molla essenziale per comprimere, e ordinare il dolore sdegnoso prodotto da una pace, che ci toglie la tropo spinta fiducia nel compimento dell’idea generosa che s’incarnava in codesto grande Re, che la Provvidenza pareva averci mandato per fare grande l’Italia. Se l’idea italiana nella sua grandezza non fosse stata la opinione prevalente per grande maggiorità in Toscana, oggi la Toscana sarebbe sossopra. È proprio di ogni opinione onesta, assennata e forte, di comporsi secondo le circostanze che ne permettano il più o meno di svilupo; perché quando è opinione è pensiero ragionevole, e non è partito, nel quale la passione vince la ragione. La fiducia di giovare pur sempre alla causa d'Italia ne mantiene le risoluzioni assennate e gagliarde.

Sarà però ben duro se la Toscana dovrà fare uno Stato a sè, sia perché poco ne avanza l’interesse d’Italia, sia perché nepure ne avanzerà l’interesse toscano. Se oggi si dovesse passare a voti, i 9(10 sarebbero per Vittorio Emanuele. Questo è il punto gravissimo di questo tema, e sul quale richiamo la di Lei maggiore considerazione.

Qua il commissario prosegue ne’ suoi poteri. — Io proseguo a fare il Ministro dell interno come in passato.

Che dovrà essere di Modena e delle Legazioni?Poiché non è allontanato il pensiero di non dovere ricominciare la guerra, parmi non sia bene di richiamare l’esercito; ma io vorrei che non si fosse più indifferenti per esso come in passato. Le notizie che ci pervengono, ci rapresentano questo esercito con colori poco lusinghieri; io vorrei vederlo ridotto ad un solo con quello piemontese. É un tema grave, cui si dovrebbe pensare, e vorrei che il re ci pensasse. Udito che il commissario avea richiesto l’esercito, noi si è pregato a sospendere l’ordine; non vorrei si richiamassero qui dei soldati per il disordine. — Prego anco su questo a considerare seriamente. — L’Ulloa mi viene dipinto per uomo non idoneo a comporre un esercito disciplinato.

Addio, caro Bianchi.

Obbedientissimo

Ricasoli.

XXXIX

Istruzioni del marchese Cosimo Ridolfi, ministro degli affari es