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Guerra ad oriente dalla guerra di Crimea alla guerra d’Ucraina di Zenone di Elea

LA SPEDIZIONE SARDA IN CRIMEA

NEL 1855-56

NARRAZIONE DI CRISTOFORO MANFREDI

compilata colla scorta dei documenti

esistenti nell'Archivio del Corpo di Stato Maggiore

CON TAVOLE

VOGHERA ENRICO

TIPOGRAFO EDITORE DEL GIORNALE MILITARE

Roma, 1896

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
LA GUERRA DI CRIMEA (1853-1856) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
I - Origine della guerra di Crimea — Il Piemonte è invitato ad entrare XIII - Ricognizioni del  maggio e del  giugno XXV - La battaglia della Cernaia XXXVII - Condizioni sanitarie — Voci e desiderio di pace — Armistizio — Ritorno
II - Disposizioni preliminari riguardanti i servizi amministrativi XIV - Una bella azione della marina — Il Carlo Alberto sotto Sebastopoli XXVI - Le perdite —Il rapporto del generale Trotti —Ordini del giorno XXXVIII - Le condizioni atmosferiche e sanitarie migliorano — Si la pace — Feste
III - Ordinamento del corpo di spedizione e conseguenti misure per l’esercito XV - Il colera — Provvedimenti XXVII - Soddisfazione del paese — Felicitazioni degli alleati — Ricompense XXXIX - Preparativi della partenza — Imbarchi e viaggi del corpo di spedizione
IV - Radunata, partenza e viaggio del corpo di spedizione
XVI - Ordinamento dei servizi — Lavori campali — Preliminari per la ricognizione XXVIII - Dalla battaglia della Cernaia all'assalto di Sebastopol XL - Partenza del quartier generale principale — Arrivo Italia — Parlamento
V - Provvedimenti amministrativi — L'incendio del Croesus XVII - Ricognizione nella valle dello Sciuliù - Attacco di Sebastopoli XXIX - L'attacco e la presa di Sebastopoli — La a Brigata sarda   Allegato N 1 - CONVENTION
VI - Uno sguardo alla Crimea e a Sebastopoli - Ricordi storici XVIII - Ritorno nelle posizioni di Kamara — Ultime vittime del colera XXX - Perdite degli alleati e dei russi nell’assalto di Sebastopoli - Ordini del Allegato N 2 - CONVENTION MILITAIRE
VII - Cenno sulle operazioni precedentemente all’arrivo XIX - Fermezza di La Marmora nel mantenere diritti e il decoro del corpo XXXI - Visite a Sebastopoli — Corrispondenze ai giornali — Incertezze Allegato N 3 - CONVENTION SUPPLÉMENTAIRE
VIII - Sbarco e accampamento dei piemontesi — I primi casi di colera XX - Movimenti Lavori al campo di Kamara — La Marmora ad Eupatorio XXXII - Ricognizioni sulla linea della Cernaia tra settembre e ottobre Allegato N 4 - MANIFESTO
IX - Il piano del generale Pélissier Prime operazioni dopo l’arrivo dei piemontesi XXI - Penuria di viveri in principio di giugno — Lettere di La Marmora  XXXIII - Costruzione di ricoveri in Crimea — Costruzione di una ferrovia Allegato N 5 - CONVENTION D’ALLIANCE
X - Relazioni gerarchiche tra i vari comandanti Ricognizione nella valle del XXII - Sbarchi e trasporti ai magazzini ed agli accampamenti — Servizio postale XXXIV - Spedizione di viveri e materiale per l'inverno — Condizioni sanitarie 
Allegato N 6 - TRAITÉ D’ALLIANCE
XI - Le nuove posizioni degli alleati — Il campo sardo si trasporta a Kamara XXIII - Lavori e combattimenti — Avvenimenti sulla linea d'osservazione XXXV - Arrivo di complementi in Crimea Servizio di avamposti - Vita del campo  Allegato N 7 -  COMPOSIZIONE DEL CORPO DI SPEDIZIONE SARDO
XII - Misure di sicurezza — La vita al campo di Kamara XXIV - Complementi di truppa e di materiale — Indizi di prossima attacco XXXVI - Partenza di La Marmora dalla Crimea — Condizioni rispetto agli alleati NOTE

I

Origine della guerra di Crimea — Il Piemonte è invitato ad entrare nell'alleanza delle potenze occidentali — Trattati — Discussioni in Parlamento — Dichiarazione di guerra.

Le cause generali della guerra di Crimea risiedono nella antica ed ancora insoluta questione d’Oriente. L’occasione nacque da un conflitto religioso tra latini e greci in Palestina. La Francia intervenne a favore dei latini, indirizzandosi alla Turchia perché facesse valere i loro diritti; la Russia intervenne a favore dei greci, indirizzandosi similmente alla Turchia. Cosi la questione tra due chiese cristiane in Palestina divenne questione di prevalenza tra la Francia e la Russia nei Consigli del Sultano. Ora una questione in cui erano impegnate la Francia e la Russia a Costantinopoli, non poteva essere indifferente all’Inghilterra. Questa intervenne prima come mediatrice, poi come parte interessata. E siccome la Turchia mostrava di cedere piuttosto alla pressione della Francia e dell’Inghilterra che a quella della Russia, cosi lo Czar fece sapere al governo turco che avrebbe fatto occupare i Principati Danubiani allora dipendenti dalla Turchia; ed infatti il 3 luglio 1853 le teste delle colonne russe passarono il Pruth ed entrarono in quel paese.

Ma già, come risposta all’intimazione, le flotte francese ed inglese, dalle stazioni di Salamina e di Malta, ove stavano raccolte, fino dal 13 giugno s’erano avvicinate allo stretto dei Dardanelli, ancorandosi presso l’isola di Tenedo nella baia di Besika.

Non cessarono tra le grandi potenze europee, le trattative per accordarsi sul contegno da tenere di fronte a questi avvenimenti. Ma finalmente, non riuscendo la Turchia ad ottenere lo sgombro del suo territorio, sulla metà di ottobre 1853 cominciarono fra turchi e russi le ostilità nei Principati Danubiani, in Armenia e sul mare, e nei primi tempi le truppe turche riportarono qualche vantaggio. La Francia e l’Inghilterra rimasero alle vedette.

Se non che, il 30 novembre 1853, la flotta russa, forzato l’ingresso della rada di Sinope, vi batteva ed incendiava sette fregate turche, due corvette ed alcuni legni minori.

Dopo tal fatto, le squadre francese ed inglese, che già si erano avanzate a Beicos nel Bosforo, il 3 gennaio 1854 entrarono nel Mar Nero, per proteggere le coste ed i navigli ottomani da nuovi attacchi della squadra russa. Le operazioni continuarono in terra con lentezza russa e con pazienza turca. Ma la Russia intendeva di darvi impulso più attivo coll’aprirsi della nuova stagione, come infatti avvenne. Sul finir dell’aprile le sue truppe, passato il Danubio, posero Tassodio a Silistria, dopo di aver respinto tutte le pratiche fatte dall’Inghilterra e dalla Francia per indurla a ritirarsi dai Principati Danubiani. Questo rifiuto coinvolse le due potenze nella guerra che già combattevasi tra la Turchia e la Russia.

Il 27 marzo 1854 l’Imperatore dei francesi, Napoleone III, comunicava al Senato ed al Corpo legislativo la dichiarazione di guerra della Francia alla Russia, e lo stesso giorno, un

messaggio della Regina Vittoria al Parlamento inglese comunicava eguale dichiarazione per parte dell'Inghilterra. Il 10 aprile fu segnata tra i due Stati una convenzione, per la quale essi si univano in alleanza allo scopo di proteggere l’integrità dell’impero turco.

Gli apparecchi andarono in lungo e le operazioni ebbero per cinque mesi un indirizzo oscillante, finché fu deciso di dirigerle contro la penisola di Crimea e contro Sebastopoli. ne daremo altrove un cenno brevissimo dal loro inizio fino all’arrivo dei piemontesi in Crimea. Qui vogliamo dire come il Piemonte entrò nell’alleanza e prese parte alla guerra.

Esso non era direttamente interessato nelle questioni che si dibattevano, ma l’ardita politica nazionale iniziata dal suo governo richiedeva che si cogliesse ogni occasione per acquistare al piccolo Stato, che rappresentava l’Italia, la simpatia delle potenze occidentali e il diritto di far sentire la propria voce nei Consigli dell’Europa. L’occasione era giunta e grande; ne gli uomini che governavano il Piemonte erano tali da lasciarsela sfuggire.

Sulla fine dell’anno 1854, francesi ed inglesi sotto Sebastopoli si trovavano stremati d’animo e di forze; dopo lunghi lavori d’assedio, micidiali battaglie e inutili tentativi d’assalto, avevano dovuto convincersi che l’impresa d’impadronirsi di quella città e fortezza era molto più ardua di quanto si sarebbe potuto credere. Alla resistenza dei russi si aggiungevano la rigidezza del clima, gli scarsi approvvigionamenti di tende, di vestiario, di legna, di viveri, ecc. ecc.; che, ne gli ostacoli, ne i bisogni erano stati tutti preveduti. I comandanti degli eserciti alleati reclamavano altamente ai loro governi uomini e provvisioni d’ogni specie.

Nel mese di novembre di quell’anno un terribile uragano aveva danneggiato le flotte alleate ed affondato molte navi cariche di viveri, di foraggi, di oggetti di vestiario. Nei campi tutto fu sossopra: tende, baracche, uffizi, ospedali, magazzini. I soldati ebbero non poco a fare, i giorni appresso, per raccogliere e rimettere in piedi quegli avanzi quasi di naufragio. Poi venne il freddo che andò gradatamente crescendo. In principio di gennaio 1855 la neve copriva ogni cosa e le truppe mal riparate soffrivano molto.

«Si guardava (dice il generale Niel nella sua relazione) con viva ansietà l’abbassarsi del termometro. La rigida tramontana poteva portarci via in una notte tutta la guardia delle trincee».

Il numero degli ammalati era considerevole e gl’inglesi, poco assuefatti ai disagi, soffrivano anche più dei francesi. Spesso mancava la legna; i soldati non solo non potevano scaldarsi, ma dovevano mangiare alimenti freddi; quindi le malattie infierivano, specialmente fra gl'inglesi, in modo spaventoso, L’Inghilterra aveva spedito in Crimea 54 mila uomini; al 18 gennaio 1855 ne restavano appena 17 mila, dei quali, solo 12 mila in grado di prestare servizio alle trincee.

Sulla fine di gennaio terminò un flagello e cominciò un altro: lo sgelo. Le comunicazioni furono interrotte; i parapetti franavano; i cannoni affondavano sulle piazzuole. Per poco che le cose fossero durate in quelle condizioni e i russi avessero ricevuto qualche rinforzo, gli alleati potevano essere rigettati in mare.

Le notizie di questa situazione, date dai corrispondenti dei giornali, commossero l’opinione pubblica in Francia e in Inghilterra, e questa spinse i governi ad affrettare quei provvedimenti che fin allora avevano proceduto troppo lentamente, malgrado i rapporti dei comandanti di truppa. Con gravi sacrifici pecuniari, la Francia riuscì ad inviare, con qualche sollecitudine, in Crimea i rinforzi e le provvisioni necessarie; l’Inghilterra, spendendo anche più della Francia, riuscì ad inviarvi provvisioni esuberanti, ma non una forza numerica sufficiente per assegnare al corpo di spedizione inglese, nelle operazioni militari, una parte proporzionata alla francese. La Francia si lagnava di dover sostenere il pondo maggiore di una guerra in cui non aveva il maggiore interesse, e l’Inghilterra se ne sentiva umiliata.

In questa condizione di cose, che per l’indole sua tendeva a farsi sempre più difficile, il governo d’Inghilterra e contemporaneamente quello di Francia si decisero ad invitare il Piemonte perché entrasse nell’alleanza. Un corpo di 15 mila piemontesi, mantenuto al completo sotto le mura di Sebastopoli, era un aiuto non disprezzabile anche per potenze come la Francia e l’Inghilterra. Ma era per il Piemonte un sacrifizio enorme, e per farlo accettare non ci voleva meno che la fede istintiva del Piemonte nella propria missione e la chiaroveggenza degli uomini che stavano alla testa del governo.

Il 26 gennaio 1855 il Re di Sardegna stipulò con la Regina d’Inghilterra e coll’imperatore dei francesi una convenzione mediante la quale il Piemonte aderiva al trattato di alleanza già conchiuso tra l’Inghilterra e la Francia contro la Russia (Allegato N'. I); più una convenzione militare, per la quale il Re di Sardegna si obbligava di fornire pei bisogni della guerra un corpo d’armata di 15 mila uomini e di mantenerlo a numero mediante l’invio successivo e regolare dei rinforzi necessari. L’Imperatore dei francesi e la Regina d’Inghilterra garentivano l’integrità degli Stati Sardi e s’impegnavano a difenderli da ogni attacco per tutta la durata della guerra (Allegato N. 5).

Con una terza convenzione sotto la medesima data, la Regina d’Inghilterra s’impegnava di anticipare al Re di Sardegna, mediante imprestito, un milione di sterline, in due rate ed altra eguale somma se la guerra avesse durato più di dodici mesi dallo sborso della prima rata; s'incaricava inoltre del trasporto gratuito delle truppe sarde (Allegato N. 3).

Dicesi che le offerte pecuniarie dell’Inghilterra (vincolate a date condizioni) andassero anche più oltre e si estendessero fino al mantenimento delle truppe; ma il governo del Re non credette di doverle accettare, perché le truppe piemontesi non paressero truppe assoldate. Se le condizioni finanziarie del paese fossero state più prospere, non si sarebbe accettata neppure l’anticipazione di fondi, ne il trasporto gratuito.

Lo stesso giorno 26 gennaio queste tre convenzioni furono dal Governo del Re presentate al Parlamento. Il conte di Cavour, ministro degli esteri, le fece precedere da una relazione in cui sta il seguente brano.

«La neutralità, talvolta possibile alle Potenze di primordine, lo è rare volte a quelle di secondo, ove non sieno collocate in circostanze politiche e geografiche speciali. La storia però raramente ci mostra felice la neutralità, il cui men triste frutto è, farvi, in ultimo, bersaglio ai sospetti od agli sdegni di ambe le parti. Al Piemonte poi, cui l’alto cuore de' suoi Re impresse in ogni tempo una politica risoluta, giovarono assai più le alleanze. ,

«Il Piemonte è giunto a farsi tenere in conto dall'Europa, più che non sembrerebbe chiederlo la sua limitata estensione, perché, al giorno del comune pericolo, seppe sempre affrontare la sorte comune: come altresì perché, nei tempi tranquilli, fu ne’ Principi di Savoia la rara sapienza di venir passo passo informando le leggi politiche e civili ai nuovi desideri e ai nuovi bisogni, naturale conseguenza delle incessanti conquiste della civiltà.

«Potè, è vero, a quando a quando, venir per poco travolto dalla furia degli eventi; ma, se cadde, risorse; ma non mai fu tenuto in dispregio o posto da canto; non mai fu spezzato il vincolo che lo lega ai suoi Re, e trovò sempre la sua salute nella fiducia e nella stima che aveva saputo ispirare.

«Nuovo attestato d’ambedue fu la proposta di un’alleanza venuta al Governo del Re da parte di quelli della Regina Vittoria e dell’imperatore dei francesi.

«Gli esempi della storia, l’antiveggenza del futuro, le nobili tradizioni della Casa di Savoia, tutto si univa a scostare il Ministero da una politica timida, neghittosa, e condurlo invece per l’antica via seguita dai padri nostri, i quali conobbero la vera prudenza stare nell’onore di essere partecipe ai sacrifizi e ai pericoli incontrati per la giustizia, onde essere a parte poi della cresciuta riputazione, ovvero del beneficio dopo la vittoria.

«D’ordine del Re, che in questa occasione, come sempre, si mostrò pari alla grandezza degli eventi e alla virtù della sua Casa, venne fatta formale accessione al trattato del 10 aprile 1854, ed insieme furono strette due convenzioni dirette a regolare il modo di concorso da prestarsi dalla Sardegna in dipendenza di quell’atto.

«Veniamo ora a sottoporle alla vostra approvazione.

«Frutto di una prudenza che tende all'ardito e al generoso, confidiamo che questo trattato possa ottenere il vostro assenso, assai meglio che non l’avrebbe, se fosse invece suggerito da una prudenza timida e corta calcolatrice.

«Voi, eletti di un popolo ch’ebbe sempre un cuor solo coi suoi Principi, ove li avesse a seguire sulla via del sacrifizio e dell'onore, non potreste avere in cuore diverso sentire.

«Alla croce di Savoia, come a quella di Genova, sono note le vie dell’oriente; ambedue si spiegarono vittoriose su quei campi, che rivedono oggi rifuse in una sola sui colori della nostra bandiera. Posta ora fra gloriosi stendardi d’Inghilterra e di Francia, saprà mostrarsi degna di cosi alta compagnia. E la benedirà quel Dio che resse da otto secoli la fortezza e la fede della dinastia di Savoia».

Non diremo il fermento che ne venne in paese, ne le polemiche nella stampa, ne le dispute in pubblico e in privato. Da una parte s’intravedeva nell’ardita politica del Governo gloria e fortuna avvenire per il Piemonte e per l'Italia; dall’altra non si vedevano che pericoli e sacrifizi immediati. La discussione nelle aule parlamentari fu lunga, viva, memorabile per la nota elevata e patriottica, e per le buone ragioni che non mancavano ne da una parte, ne dall’altra.

La conclusione del lungo dibattito alle Camere, aspettata ansiosamente non solo negli Stati del Re di Sardegna, ma in tutta l’Italia, che pendeva dal Parlamento di Torino, fu quale il patriottismo, il senno, il valore del Re, del suo Governo, delle popolazioni sardo-liguri-piemontesi e gl'interessi nazionali richiedevano: le convenzioni furono approvate.

Il giorno 8 marzo 1855 veniva pubblicato il seguente articolo di legge.

«Vittorio Emanuele II, ecc. ecc.

Il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato;

«Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:

«Il Governo del Re è autorizzato a dar piena ed intera esecuzione alla Convenzione militare stipulata il 16 gennaio scorso con S. M. la Regina del Regno Unito della Gran Bretagna ed Irlanda, e S. M. l'Imperatore dei francesi, ed alla Convenzione supplementaria firmata nello stesso giorno con S. M. Britannica.

«VITTORIO EMANUELE

«C. Cavour».

Quattro giorni prima della promulgazione di questo articolo di. legge, il governo del Re aveva pubblicato un manifesto ai popoli del Regno (Allegato N. 4), nel quale erano spiegate le cause della guerra che si combatteva in Oriente e le ragioni per cui il Re di Sardegna, dietro formale invito dei sovrani d’Inghilterra e di Francia, aveva aderito ad entrare nella loro alleanza; soggiungeva il manifesto che l’imperatore di Russia, senza aspettare che quest’atto avesse il suo legale compimento mercé il cambio delle ratifiche, epperciò potesse avere un principio qualunque di esecuzione, considerando la spedizione di un corpo sardo in Crimea come cosa già fatta, aveva dichiarato guerra alla Sardegna. In conseguenza di che S. M., facendo voti perché riuscissero le trattative di pace, pur allora iniziate nella città di Vienna, ordinava al suo governo di dichiarare che le forze di terra e di mare della Sardegna erano in istato di guerra coll'impero russo. Contemporaneamente veniva rivocato l’exequatur ai consoli russi negli Stati sardi, con affidamento però che le persone e le proprietà dei sudditi russi sarebbero scrupolosamente rispettate. Alle navi russe era concesso un termine per abbandonare i porti della Sardegna.

Eguali disposizioni erano state date dal governo russo rispetto ai consoli, ai sudditi ed alle navi sarde.

Il 15 marzo finalmente veniva stipulata tra la Sardegna e la Turchia una convenzione (Allegato N. 5) per la quale il Re aderiva al trattato di alleanza conchiuso a Costantinopoli il 12 marzo 1854, tra l’impero francese, il regno della Gran Bretagna e la Sublime Porta, allo scopo di garantire l’integrità dell'impero ottomano (Allegato N. 6), e s’impegnava di concorrere all’uopo, mediante l’invio di truppe sarde sul teatro della guerra, secondo quanto era stato fissato nelle convenzioni coll'Imperatore dei francesi e la Regina d’Inghilterra; il Sultano dal canto, suo s’impegnava di accordare alle truppe sarde sul territorio ottomano un trattamento identico, sotto tutti i rapporti, a quello stipulato col trattato suddetto per le truppe di Francia e d’Inghilterra.

E già i governi di queste due potenze avevano avvertito i loro agenti dell’entrata della Sardegna nell’alleanza, ingiungendo loro, come naturale conseguenza, di estendere a tutti i sudditi sardi e specialmente alla marina sarda l’assistenza e i buoni uffizi che si usano tra alleati.

Non restava dunque più altro che apparecchiare la spedizione.


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II

Disposizioni preliminari riguardanti i servizi amministrativi.

Molto prima che venissero firmate le convenzioni tra il Piemonte e le potenze occidentali, il Governo del Re, fosse a scopo di studio o in previsione degli avvenimenti che poi si verificarono, aveva inviato in Francia diversi ufficiali, fra cui il commissario Muttoni, il medico capo Cpmisetti, il maggiore della Rovere, il capitano di fregata Bovl, coll’incarico di riconoscere e riferire quanto si faceva per l’imbarco delle truppe e dei materiali del corpo di spedizione francese, e in qual modo erano ordinati i vari servizi, specialmente quello delle sussistenze e quello sanitario. Tutti questi ufficiali fecero i loro rapporti che furono trovati pregevolissimi e servirono di norma per le disposizioni prese in seguito dal Governo.

Nel febbraio del 1855 si recò in Francia il futuro comandante del corpo di spedizione, generale Alfonso La Marmora (1) e vi si trattenne qualche tempo col maggiore della Rovere,

studiando il servizio di approvvigionamento per il corpo di spedizione francese e visitando le più rinomate fabbriche di viveri da campagna.

Appena firmato il trattato di alleanza, le Intendenze (Direzioni di Commissariato) di Torino e di Genova, in base alla forza stabilita per il corpo di spedizione e alle relazioni di quanto si faceva in Francia, procedettero all'acquisto di grandi quantità di vettovaglie, specialmente biscotto e carne salata, di foraggi, oggetti di vestiario e di equipaggiamento da inviarsi colla prima spedizione di truppe. Si voleva che questa fosse accompagnata o seguita a breve intervallo da provviste sufficienti per tre mesi. Tutte queste derrate, assieme a materiale d’artiglieria e del genio, oggetti da ospedale, forni da campagna, zappe, badili, attrezzi d’ogni specie, fabbricati in paese od acquistati all’estero, vennero a poco a poco accumulati in Genova.

Occorreva pertanto in questa città un uffizio che prendesse in caricamento tutti questi oggetti e li tenesse pronti per essere imbarcati.

Il 17 marzo 1855, veniva emanata a quest’uopo un’istruzione ministeriale dalla quale deduciamo qui appresso quanto occorre per indicare l’indole e lo scopo di questo uffizio:

«Per assicurare l’andamento del servizio relativo alla somministranza delle merci, oggetti di corredo, di accampamento, di arredamento, nonché il servizio delle sussistenze presso il corpo di spedizione, sarà stabilito in Genova un magazzino speciale che prenderà la denominazione di Magazzino militare di transito.

«Tale magazzino, posto sotto la sorveglianza e direzione dell’intendenza militare della città è chiamato a ricevere tutte le merci, oggetti di vestiario, di bardatura ecc. ecc. che devono essere spediti all’armata in Oriente, ed a procurarne lo imbarco, nonché a ricevere tutti quelli oggetti che dall’armata venissero rimandati.

«Saranno ricevuti e spediti in Oriente dal Magazzino di transito anche quegli oggetti che cittadini privati volessero inviare a militari del corpo di spedizione; il governo ne assume la spesa di trasporto, senza però rendersi garante ne delle avarie, ne del recapito».

Ma all’istituzione di un Magazzino di transito in Genova doveva fare riscontro quella di uno o più magazzini presso il teatro delle operazioni, i quali funzionassero come magazzini di ricevimento rispetto a quello di transito e come magazzini di seconda linea rispetto alle truppe. Si sperava di potere in gran parte Rifornire questi magazzini mediante acquisti sul luogo. Bisognava inoltre pensare all’impianto di qualche ospedale da campagna.

Venne pertanto inviato a Costantinopoli il generale De Cavero, (2) incaricato delle funzioni d'intendente all'armata e gli si diede in aiuto il cav. Angiono, intendente militare, il cav. Comisetti medico capo, il tenente del genio Casteliazzi e l’applicato d’intendenza militare Peyron. Essi dovevano preparare i locali per i detti magazzini ed ospedali, nonché per l’alloggiamento delle truppe (che in quel tempo non era ancor sicuro dovessero sbarcare in Crimea) e di assicurare, per mezzo di contratti, i necessari mezzi di trasporto per terra e per mare tra l’uno e l’altro di questi stabilimenti, nonché tra i medesimi e la località dove si sarebbero trovate le truppe.

Quanto ai mezzi di trasporto giova osservare che, per la convenzione militare del 26 gennaio 1855, il governo inglese s’ era bensì obbligato a trasportare in Oriente le truppe del nostro corpo di spedizione ed a tal uopo aveva messo a disposizione del governo piemontese un numero di bastimenti che,. a rigor di termini, bastava per il detto trasporto, ma era poi necessario che il Piemonte ordinasse, per conto proprio, un servizio di legni a vapore e a vela onde mettersi in grado di provvedere senza difficoltà al successivo invio di uomini e di materiale fino al termine della campagna.

Si avevano disponibili per i trasporti i seguenti legni della R. marina: Costituzione, Carlo Alberto, Authion, Tripoli e San Giovanni. Ad essi si aggiunsero due vapori presi a nolo dalla Società Rubattino e vari legni a vela presi a nolo dalla nostra marina mercantile e da quella inglese.

Trovate cosi le navi per i trasporti in partenza' da Genova, si pensò di organizzare un centro direttivo da cui emanassero tutti gli ordini relativi ad operazioni d’imbarco. Si nominò a tal uopo una Commissione degli imbarchi, residente a Genova e composta del colonnello Lupi di Moirano comandante locale d’artiglieria, del marchese Ricci capitano di fregata e di un funzionario dell’intendenza militare. Per gli imbarchi da eseguirsi a bordo dei legni inglesi, il governo britannico, ad istanza del nostro, inviò un ufficiale della marina inglese (il capitano Brock), col quale la commissione degl’imbarchi dovea agire d’accordo.

Ma se l’impianto e il funzionamento di questi istituti in Genova non aveva incontrato difficoltà, perché tutti procedevano con mirabile accordo e la popolazione volenterosamente secondava il governo, in ben altri impicci si trovava il generale De Cavero co’ suoi aiutanti sulle rive del Bosforo. ne pare che questi fossero stati abbastanza previsti, a giudicare dalle istruzioni che il De Cavero aveva ricevuto dal generale La Marmora, Ministro della guerra e già designato comandante del corpo di spedizione. Eccone il sunto:

«Sulle prime non le sarà difficile di riunire e concentrare, nei magazzini da impiantarsi, la totalità degli approvvigionamenti che il Governo è nell’intenzione d’inviarvi. Si vedrà però, mediante successive spedizioni e compere sul luogo, di raccogliervi e mantenervi sempre, integralmente, fondi d’ogni natura, bastevoli per tre mesi ai bisogni del corpo di spedizione.

«La truppa partirà con viveri a bordo solo per tutto il tempo che durerà il tragitto e per tre giorni dopo lo sbarco, affine di trovarsi al riparo d’ogni eventualità, lasciando all’amministrazione il modo di stabilire ed assicurare i vari servizi e le successive distribuzioni.

«.,... Ove poi gl’intendimenti e le previsioni per impensati casi venissero a fallire, gli amministratori dell’esercito francese, secondo i concerti presi con quel Governo, sussidieranno l’amministrazione sarda nelle domande che loro fosse per fare di quelle cose che sieno per occorrere nei primi giorni».

Il generale De Cavero, provvisto dei fondi necessari, partì da Genova co’ suoi il 26 marzo a bordo di un vapore postale e dopo breve sosta a Smirne ed a Gallipoli, dove aveva cercato di mettersi in relazione con le primarie case di commercio, giunse il 31 marzo a Costantinopoli. Quivi trovò buonissima accoglienza presso tutti i funzionari del governo turco, ma in quanto all’ottenere locali per impiantarvi magazzini ed ospedali, comprese subito che gli alleati avevano già preso possesso del buono e del meglio. Cordiali accoglienze trovò pure il De Cavero presso le autorità militari inglesi e francesi, ma qui pure dovette accorgersi immediatamente che nessuno aveva la menoma intenzione di scomodarsi per favorire gli amici.

Dopo molte tergiversazioni, il governo turco, messo alle strette, aveva indicato ed offerto al De Cavero una località con palazzo presso Jeni-Koi (3) sul Bosforo, come sito adattissimo per impiantarvi magazzini e ospedali. Il De Cavero inviò tosto a visitarla il tenente del genio Castellazzi, il quale fece sulla medesima un lungo rapporto di cui diamo il seguente estratto:

«La località non è cattiva per salubrità e non potrebbe essere migliore per comunicazioni. Esposta a levante, circondata da ogni parte da alte muraglie, si stende fino al mare, presso cui si eleva il palazzo Gesaerl, edifizio del luogo, stupendo per lusso orientale, ma non finito.

«Il perimetro esterno è un rettangolo di metri 36 per 25. Vi è una gran sala centrale, circondata da più camere collocate simmetricamente. L’elevazione è di un sol piano, oltre il terreno. Vi sono sottotetti e sotterranei. Il palazzo fu abbandonato in via di costruzione. Vi sono ancora i ponti pei muratori; il pavimento non è terminato; l’ingombro è enorme.

«Il terreno all'intorno si stende a terrazzi, coltivato a vigna e coperto di piante. Sul punto più elevato vi è una scuderia per 20 cavalli.... In vicinanza vi è un edifizio in legname ecc. eco.».

In seguito a questo rapporto, il De Cavero si affrettò di accettare la tenuta di Jeni-Koi per impiantarvi magazzini od ospedali; secondo che risultasse più conveniente ed in pari tempo (2 aprile) scrisse al governo in Torino perché gli fosse inviata una buona quantità di legname da costruzione. «Tranne gli uffizi (egli scriveva) e gli alloggi per gl’impiegati (per cui si sarebbe potuto utilizzare il palazzo sopradescritto) tutto il resto, ospedali e magazzini per viveri, foraggi, vestiario, munizioni od altro devono essere collocati in baracche. Qui legname ce n’è ordinariamente poco e caro; ma, un po’ per le ricerche, un po’ perché le intendenze di Francia e d’Inghilterra profondono il denaro senza misura, i prezzi d’ogni genere sono giunti ad un’esagerazione favolosa».

Jeni-Koi adunque era stato offerto ed accettato; ne il De Cavero, ne i suoi aiutanti, nuovi in Turchia credevano che su quest’argomento vi fosse altro a dire. Ma quando la sera del 7 aprile, il De Cavero stesso, col commissario Angiono, il dottor Comisetti e il tenente Castellazzi, accompagnati dal dragomanno dell’ambasciata sarda a Costantinopoli, si recarono a Jeni-Koi per prendere possesso della località, si videro chiudere la porta in faccia.

Credendo che il rifiuto provenisse da un malinteso, s’inviò il dragomanno a Costantinopoli per avere schiarimenti e quivi si seppe che la concessione della tenuta di Jeni-Koi e del palazzo Gesaerl era legata a tante clausole, che avrebbero resa inutile la concessione stessa rendendo impossibile il servirsi di quella località.

Dopo averci un poco pensato, i nostri ufficiali, accortamente decisero di accettare tutte le clausole, senza del che non potevano avere il possesso desiderato, salvo a ricorrere poi per far togliere gli ostacoli che si opponevano, ed accomodarsi in ogni caso il meglio possibile. E fu ben pensata, perché il governo turco, a poco a poco, fini per cedere su tutti i punti e lasciare che si facesse della tenuta di Jeni-Koi ciò che si voleva.

Si pose tosto mano ai restauri e adattamenti dell’edifizio; ma questo non bastava neppure agli uffizi e agli alloggi indispensabili. Urgeva la costruzione di baracche e non si aveva ne personale, ne materiale. Il legname richiesto a Torino tardava; i soldati del genio, richiesti anch’essi, non giungevano. U governo aveva pensato a tante cose, ma non all’eventualità di fare costruzioni sulle rive del Bosforo. Parve che il miglior consiglio fosse (e lo era realmente) dare in appalto la costruzione delle baracche più urgenti ad impresari che già avevano fatto lavori simili per francesi ed inglesi ed erano provvisti del materiale occorrente.

Cosi fu possibile d’impiantare, in breve tempo, a Jeni-Koi, un ospedale per 500 letti che venne tosto fornito di materiale venuto dal Piemonte. Quest’ospedale consisteva in dieci baracche, ben collocate e ben costrutte, lunghe m. 54, larghe m. 6,50 alte m. 3,60, con pavimento e tetto in tavole di Trieste; capaci ciascuna baracca di 50 letti e contrattate ciascuna a 10 mila lire; prezzo non esorbitante considerate le circostanze.

Così alle prime esigenze del servizio sanitario s’era provvisto, ma restava da provvedere ai magazzini e la cosa presentava gravi difficoltà. Quattro baracche simili a quelle sopradescritte si erano costrutte per magazzini a Jeni-Koi, ne vi era quivi più spazio per costrurne altre. Sulle rive del Bosforo, francesi ed inglesi occupavano tutto con ospedali, magazzini, accantonamenti. E quel che è peggio, non si sapeva ancora in quale località il corpo di spedizione sarebbe sbarcato. Poteva essere a Costantinopoli, poteva essere in Crimea, poteva essere in altro punto del Bosforo o del Mar Nero. Ciò accresceva l’incertezza degl’incaricati di stabilire i magazzini e frattanto le derrate d’ogni specie giunte da Genova restavano sulle navi con pericolo di guastarsi, per non sapere dove sbarcarle.

Altri ufficiali sardi si trovavano in quel tempo a Costantinopoli con missioni speciali. Noteremo il maggiore Morelli y di cavalleria ed il colonnello Giustiniani, già destinato a comandare un reggimento del corpo di spedizione. Il primo di questi uffiziali, accompagnato dal capitano Rizzardi e da un drappello di cavalleggeri, doveva acquistare in Costantinopoli 300 cavalli per gli ufficiali del corpo di spedizione; il secondo, accompagnato dal capitano De Sonnaz, aveva l’incarico di riconoscere le località nelle quali il corpo di spedizione avrebbe potuto accamparsi nel caso che fosse sbarcato presso Costantinopoli, e di coadiuvare il generale De Cavero nella ricerca dei locali occorrenti per i servizi amministrativi. Ecco un sunto delle istruzioni ch’egli aveva avuto dal generale La Marmora.

«La sua missione consiste nel fissare, d’intelligenza col comandante militare francese, generale Larchey e cogli altri ufficiali che sono incaricati di disporre il campo di riserva francese, la posizione del campo delle regie truppe che, secondo le intelligenze avute, dovrebbero far parte della riserva predetta, se questa si arresta nelle vicinanze di Costantinopoli.

«Un’altra parte principale della missione della S. V. sarà di esaminare e far esaminare colla massima speditezza e d’intelligenza coll’intendente generale all’armata, generale De Cavero, quei locali che, per avventura, si trovino disponibili sulla riva del Bosforo, onde servire di magazzini e di ospedali per il corpo di spedizione».

Frattanto si era giunti al 26 di aprile e dispacci dal Piemonte annunziavano imminente l'imbarco del corpo di spedizione. La preoccupazione del De Cavero, con una parte delle provviste ancora a bordo delle navi, era grande, come apparisce dal seguente brano di rapporto: «Non mai intendente militare s’è trovato in un più brutto imbarazzo. Corro, parlo, grido, domando, mi lamento; tutto è inutile».

Per maggiore sventura il colera si era sviluppato nel campo di riserva francese sulle rive del Bosforo, il che impediva al corpo sardo di andarglisi ad accampare vicino, anche se, come allora si credeva, fosse stato destinato a far parte della riserva. Questo fatto sconvolgeva quanto il De Cavero e il Giustiniani avevano preordinato. Questi cercò altre località per accampamenti più lontane dal campo francese e ne trovò di adattissime; quegli fu men fortunato nella ricerca di locali per magazzini; i quali d’altronde, una volta scelti e fatto rimpianto, non potevano facilmente cambiarsi come gli accampamenti. Sicché, stretto dall'urgenza e dall'incertezza, prese in affitto, a Costantinopoli stessa, ampi locali vicino al porto; cosa a cui non aveva saputo decidersi fino all’ultimo momento, per l’enormità delle pigioni. In questi locali potevano facilmente sbarcarsi e ordinarsi alla meglio materiali e derrate; di qui potevano facilmente rimbarcarsi ed essere trasportati dovunque occorresse e a misura del bisogno.

Per quest’uopo occorreva avere a disposizione qualche rimorchiatore; ma i francesi e gl’inglesi se li erano già accaparrati tutti. Non fu se non dopo grandi ricerche e lunghe trattative che riuscì al De Cavero di noleggiare un mediocre vaporetto di bandiera inglese, al rispettabile prezzo di 22 500 lire mensili (900 sterline) non compreso il. costo del carbone.

Frattanto il 2 maggio giunse a Costantinopoli un ufficiale di stato maggiore proveniente dal campo inglese di Balaclava in Crimea, latore di un dispaccio di lord Raglan (comandante del corpo di spedizione inglese) da consegnarsi al generale La Marmora, già imbarcatosi a Genova, appena fosse giunto a Costantinopoli. Quell’ufficiale non ebbe difficoltà d’informare il De Cavero che il dispaccio stesso conteneva un invito al La Marmora di proseguire col corpo di spedizione il suo viaggio per la Crimea, affine di unirsi agl’inglesi accampati nelle vicinanze di Balaclava.

Quest’annunzio fece un gran piacere a tutti gli ufficiali piemontesi che si trovavano a Costantinopoli, perché tutti preferivano che il nostro corpo fosse portato subito sul teatro delle operazioni dove non avrebbe mancato di farsi onore, anziché restare in riserva sulle rive del Bosforo, aspettando un’occasione che forse non si sarebbe presentata mai. Lieto sopratutti ne era il De Cavero, che quella notizia liberava da molti imbarazzi e da gravissime ansietà. Oramai sapendo la destinazione precisa delle nostre truppe si aveva una norma sicura per fare i provvedimenti necessari; senza la quale si correva pericolo di sprecare fatica e denari. Quanto si era fatto sulle sponde del Bosforo era opportunissimo e per il momento bastava come magazzini e ospedali di seconda linea. Al resto bisognava pensare in Crimea. Le navi ancora cariche potevano proseguire fino a Balaclava. Gl’inglesi che da gran tempo erano sul luogo ed a cui i nostri andavano in aiuto quasi come ausiliari, facenti parte del medesimo corpo, avrebbero pensato essi stessi a fare un poco di posto ai nuovi venuti ed alle cose loro. E vero che sul Bosforo nessuno avea voluto scomodarsi; ma altro è quando un corpo si trova in riserva tranquillamente accampato o accantonato come in casa propria, altro è quando si trova davanti al nemico e abbisogna di rinforzo. Dal comandante in capo all’ultimo gregario tutti sentono questa differenza e differente è il contegno.

Tale era la situazione dei servizi amministrativi al momento in cui il corpo di spedizione s’imbarcava a Genova.


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III

Ordinamento del corpo di spedizione e conseguenti misure per il resto dell’esercito

Contemporaneamente agli apparecchi per il funzionamento dei servizi amministrativi, le cure del governo piemontese si rivolgevano alla formazione del corpo da inviarsi in Oriente e ai provvedimenti necessari perché questo invio non indebolisse troppo le forze che restavano in paese.

Anzitutto, con note ministeriali e regi decreti del febbraio e del marzo 1855, vennero sospesi i congedi assoluti, il diritto alla giubilazione per anzianità, la concessione delle licenze ordinarie e si richiamarono di licenza coloro che vi si trovavano; si aprirono arruolamenti volontari per il tempo della guerra; si prescrissero nuove norme e cautele per la concessione dei passaporti a giovani che avessero vincoli coll’esercito; furono dichiarate applicabili le leggi per lo stato di guerra, relative alla giustizia militare, all’avanzamento, alle pensioni.

Una legge del 4 aprile istituì un consiglio di guerra permanente per tutto il corpo di spedizione; e in pari tempo furono anche stabilite le regole per la formazione dei consigli di disciplina in campagna, nonché le competenze di danaro che dovevano essere retribuite nei vari casi che sarebbero occorsi in guerra. Si pubblicò un’appendice al regolamento per le truppe in campagna; una nuova istruzione sul servizio degli ufficiali di stato maggiore; un regolamento concernente le norme pel servizio postale presso le truppe in campagna. Un regio decreto stabili come dovessero essere tenuti gli atti. relativi allo stato civile e in qual modo fossero da formulare e ricevere i testamenti pressò le truppe stesse. Fu anche semplificata l’uniforme e il corredo per coloro che dovevano far parte del corpo di spedizione, in modo che non dovessero portare con loro nulla più di quanto poteva riuscir loro necessario.

Finalmente il regio decreto del 31 marzo 1855 ordinava che il corpo di spedizione si componesse come segue:

Un quartier generale principale;

Due divisioni;

Una brigata di riserva;

Un reggimento di cavalleggeri;

Una brigata di artiglieria da piazza con una compagnia di operai di artiglieria;

Un battaglione zappatori del genio;

Depositi e parchi d’artiglieria e del genio, uffizio d’intendenza, servizio delle sussistenze, servizio sanitario, giustizia militare, servizio postale, eco., coi rispettivi impiegati militari e civili e distaccamenti di truppa.

Ogni divisione, giusta il regio decreto sopracitato, si componeva di un quartier generale di divisione e di due brigate.

Ogni brigata fu composta di uno stato maggiore di brigata, un reggimento di fanteria, un battaglione di bersaglieri, una batteria d’artiglieria da campagna (6 pezzi). Le due batterie di una stessa divisione formarono una brigata provvisoria di artiglieria. La brigata di riserva aveva due batterie invece di una.

In totale adunque, fra le divisioni e la brigata di riserva, il corpo di spedizione contava 5 reggimenti di fanteria (20 battaglioni), 5 battaglioni di bersaglieri, un reggimento di cavalleria e 3 brigate di artiglieria da campagna. Vi era inoltre un battaglione di zappatori del genio, una brigata di artiglieria da piazza, un distaccamento di carabinieri, uno del treno, uno di soldati infermieri ed uno di soldati operai delle sussistenze.

Ogni reggimento era su quattro battaglioni ed ogni battaglione su quattro compagnie; le batterie su sei pezzi. Il battaglione zappatori, ch’era su quattro compagnie al momento della partenza, fu aumentato di altre due durante la campagna, avendo l’esperienza dimostrato l’utilità di molti soldati del genio, i quali, in quelle specialissime circostanze, non mancavano mai di lavoro. Fu pure aumentato di una compagnia il distaccamento del treno.

Le compagnie, gli squadroni e le batterie, che concorsero a formare il corpo di spedizione, vennero tratte intieramente dai rispettivi reggimenti e continuarono ad appartenervi per ciò che riguardava l’amministrazione; sicché, durante la guerra, le varie unità, formate per una temporanea esistenza, non ricevettero altra designazione se non il numero d’ordine, secondo l’anzianità dei corpi da cui provenivano, coll’aggiunta di provvisorio. Le divisioni ebbero solamente il nome di l(a) e 2(a) divisione; ma le brigate quello di l(a), 2(a), 3(a), 4 e 5 brigata provvisoria. La prima era la brigata di riserva. Cosi provvisori si chiamarono i reggimenti, i battaglioni di bersaglieri, le brigate d’artiglieria.

Per la formazione dei 5 reggimenti provvisori di fanteria, ciascun reggimento di detta arma somministrò un battaglione formato con le quattro prime compagnie dei suoi quattro battaglioni; ogni reggimento diede la l(a), la 5(a) la 9(a) e la 13® compagnia; le quattro compagnie di un reggimento costituirono un battaglione e quattro di questi battaglioni formarono un reggimento provvisorio. Così ogni reggimento dell’esercito concorse alla spedizione di Crimea con un battaglione ed ogni battaglione con una compagnia.

Il 1° reggimento provvisorio fu composto dei battaglioni somministrati dai due reggimenti granatieri e dal 1° e 2° reggimento fanteria il 2° provvisorio fu composto con quelli del 3°, del 4°, del 5° e del 6°, e cosi di seguito; l’ordine numerico non fu però esattamente mantenuto. Siccome l’esercito piemontese aveva diciotto reggimenti di fanteria e due di granatieri (totale 20), cosi, dando ciascun reggimento un battaglione, si formavano appunto i cinque reggimenti di fanteria provvisori, su quattro battaglioni. In ciascuno di questi battaglioni prese il nome di prima compagnia la prima del reggimento; quello di seconda la quinta; di terza la nona; di quarta la tredicesima.

Per la formazione dei battaglioni provvisori dei bersaglieri, ciascuno dei dieci battaglioni di questo corpo somministrò le prime due compagnie, le quali conservarono la propria numerazione; cosicché le due prime del primo battaglione colle due prime del secondo (l(a), 2(a), 5(a) e 6(a formarono il primo battaglione provvisorio; le due prime del terzo colle due prime del quarto (9(a), 10(a), 13(a) e 14(a formarono il secondo e cosi di seguito.

Per la formazione del reggimento provvisorio di cavalleria, ciascuno dei cinque reggimenti di cavalleggeri diede il suo primo squadrone. Quello dei cavalleggeri di Novara fu il primo squadrone del reggimento provvisorio; quello di Aosta il secondo; di Saluzzo il terzo; di Monferrato il quarto; di Alessandria il quinto.

Le batterie destinate a far parte del corpo di spedizione furono le prime d’ogni brigata e si riunirono nel seguente modo, prendendo i seguenti numeri: la 1° e la 4 batteria formarono la prima brigata provvisoria; la 7 e la 10 formarono la seconda; la 13 e la 16 formarono la terza.

La brigata d'artiglieria da piazza si formò colle compagnie 1, 2°, 7“ e 8 del reggimento d’artiglieria da piazza e da una compagnia tolta dal reggimento operai.

Il battaglione zappatori del genio si formò colle compagnie 1°, 2, 6 e 7 del reggimento zappatori.

Così si era trovato ingegnosamente il modo di far concorrere ai pericoli e alle glorie della spedizione, non solo tutte le armi, ma tutti i corpi dell’esercito.

Il distaccamento dei carabinieri fu composto di uomini scelti sul totale dell’arma, e così pure furono scelti sul totale dei rispettivi corpi gli uomini che dovevano comporre i distaccamenti del treno, degli infermieri e delle sussistenze.

La forza numerica del corpo di spedizione, quale fu ordinato per la partenza, ascendeva in tutto a 18058 uomini (1038 tra ufficiali e impiegati e 17020 uomini di truppa) e 3496 cavalli. Si mantenevano i patti molto generosamente, inviando 3000 uomini in più del convenuto.

Questa forza fu tratta quasi per intero dagli uomini che già erano sotto le armi al momento in cui la spedizione venne ordinata. Quindi accadde che tutti i corpi si trovarono ridotti ad un effettivo inferiore alle esigenze del servizio, specialmente i reggimenti di fanteria e sopratutto il corpo degli infermieri e quello del treno, che avevano somministrato un contingente sproporzionato al loro effettivo per il tempo di pace.

Si provvide a queste deficienze con opportuni passaggi da corpo a corpo e con richiami di classi di congedo. Oltracciò i reggimenti di fanteria, già su quattro battaglioni, furono ordinati su tre; i battaglioni bersaglieri da dieci furono ridotti a cinque. Cosi si lasciò alle unità che dovevano partire il loro posto vuoto, perché potessero rientrare nell’organico quando fossero ritornate.

In ogni reggimento la 2, 3(a), 4 e 6’ compagnia formarono il primo battaglione; la 7, 8°, 10 e ll(a) il secondo; la 12(a), 14‘, 15(a) e 16 il terzo. Il primo battaglione bersaglieri fu costituito dalla 3, 4, 7 e 8“; il secondo dalla ll(a), 12, 15 e 16 e cosi di seguito.

La cavalleria e l’artiglieria da campagna non mutarono il raggruppamento delle parti costitutive. L’artiglieria da piazza continuò ad essere ordinata in due brigate, ma ciascuna brigata ebbe soltanto quattro compagnie. Il reggimento di zappatori del genio si trasformò in un battaglione di sei compagnie.

La dislocazione dell’esercito non fu variata. Soltanto si diminuirono i distaccamenti.

Stabilito, come abbiamo detto, l’ordinamento generale del corpo di spedizione, furono emanate le disposizioni per la formazione delle singole unità destinate a farne parte, e nominati gli ufficiali che dovevano comandarle, come apparisce dal quadro (Allegato N. 7) al quale rimandiamo i lettori. Qui basti accennare che:

Il 1° reggimento provvisorio (comandato dal colonnello Giustiniani) col 1° battaglione provvisorio di bersaglieri e due batterie di artiglieria, formarono la 1 brigata (brigata di riserva) comandata dal maggior generale Giorgio Ansaldi (4);

Il 2° reggimento provvisorio (comandante tenente colonnello Beretta), col 2° battaglione bersaglieri e una batteria di artiglieria formarono la 2(a) brigata, comandata dal maggior generale Manfredo Fanti (5);

Il 3° reggimento provvisorio (comandante tenente colonnello Derossi), col 3° battaglione bersaglieri e una brigata d’artiglieria, formarono la 3 brigata comandata dal colonnello Enrico Cialdini (6);

Il 4° reggimento provvisorio (comandante tenente colonnello Caminati), col 4° battaglione bersaglieri ed una batteria, formarono la 4“ brigata comandata dal colonnello Rodolfo Gabrielli di Montevecchio (7);

Il 5° reggimento provvisorio (comandante tenente colonnello Leotardi), col 5° battaglione bersaglieri ed una batteria formavano la 5‘ brigata comandata dal colonnello Filiberto Mollard (8);

La 2(a) e la 3 brigata formavano la prima divisione comandata dal tenente generale Giovanni Durando (9); la 4(a) e la 5(a) brigata formavano la seconda divisione comandata dal tenente generale Alessandro La Marmora (10).

Ai primi d’aprile 1855 il corpo di spedizione si trovava del tutto ordinato, ed altro non restava che eseguirne la radunata ed avviarlo al luogo d'imbarco.


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IV

Radunata, partenza e viaggio del corpo di spedizione.

Si scelse per la radunata la città di Alessandria, siccome quella ove le varie frazioni del corpo di spedizione (eccetto quelle stanziate sul littorale ed in Sardegna) potevano più facilmente convenire. Fra le ragioni di varia natura che consigliavano tale radunata, anziché l’invio dei corpi, alla spicciolata, al luogo d’imbarco, quelle morali erano principalissime. Si voleva mostrare alle popolazioni del regno e agli italiani d’ogni regione che si trovavano in Piemonte il corpo di spedizione riunito. Si voleva inoltre che una festa militare e religiosa servisse come di addio ai partenti e porgesse occasione di esprimere loro le speranze e gli affetti del paese.

Una circolare ministeriale dell’11 aprile annunziò che il 14 dello stesso mese avrebbe avuto luogo in Alessandria, alla presenza di S. M. il Re, la benedizione e la solenne distribuzione delle bandiere ai reggimenti provvisori di fanteria e al reggimento di cavalleria.

In seguito a ciò e alle disposizioni speciali date a ciascun corpo, si trovarono, il 13 aprile, radunati dentro e intorno Alessandria, tutti i battaglioni di fanteria di linea destinati a far parte del corpo di spedizione, eccettuati quelli dislocati sul littorale ed in Sardegna (1° e 2° granatieri, 9°, 10°, 11°, 12°, 15° e 16° fanteria); fra questi però quelli stanziati a Genova, cioè la brigata granatieri e la brigata Regina (9° e 10° fanteria) inviarono ciascuno un distaccamento composto di un capitano, due ufficiali subalterni e cento uomini di truppa.

Convennero inoltre ad Alessandria tre squadroni del reggimento provvisorio di cavalleria (Novara, Aosta ed Alessandria), la 1‘, 13° e 16 batteria d’artiglieria da campagna, il 1° e 2° battaglione provvisorio dei bersaglieri e metà del 3°, il battaglione provvisorio degli zappatori del genio e proporzionate rappresentanze di tutti i distaccamenti.

Vi si trovarono pure tutti i comandanti dei reggimenti provvisori, i comandanti di brigata, i comandanti di divisione e il comandante in capo del corpo di spedizione.

Era questi, come abbiamo già detto, il generale Alfonso La Marmora, che, per assumere tale incarico, aveva ceduto al generale Giacomo Durando il portafoglio della guerra. S’era sperato per qualche tempo che il comandante supremo delle nostre truppe in Oriente potesse essere S. A. R. il Duca di Genova, fratello del Re, il quale ardentemente lo desiderava; ma le sue condizioni di salute non glielo permisero. Appunto allora si trovava in fine di vita, e pochi giorni appresso il generale La Marmora annunziava la sua perdita alle truppe del corpo di spedizione con queste parole:

«Una morte crudele e immatura c'involò un principe che doveva esserci capo in questa gloriosa impresa. Voi lo seguiste con gioia sui campi della Lombardia e lo ammiraste nella fatale giornata di Novara. Egli spirò addolorato di non avervi potuto condurre alla vittoria. Il nome del Duca di Genova rimanga scolpito nel nostro cuore accanto a quello del nostro Re che, impedito dalle cure di governo di prender parte a questa guerra lontana, vi segue col pensiero e cogli affetti».

Le popolazioni entusiasmate e commosse salutavano le truppe che dai luoghi di guarnigione partivano pel sito di radunata. Molti, non solo dalla Liguria e dal Piemonte, ma dalla vicina Lombardia e dai Ducati si recarono ad Alessandria per assistere alla distribuzione delle bandiere e dare l’addio alle truppe che dovevano portarle a sventolare sui campi della Crimea. Molti si recarono pure a Genova per salutare le truppe stesse al momento della partenza dal suolo italiano; perocché tutti presentivano ch’esse avrebbero rialzato di fronte all’Europa il prestigio del Piemonte e dell’Italia caduto a Novara.

La truppa, eccitata da queste dimostrazioni, condivideva pienamente i sentimenti del popolo, e forse più ancora li condivideva la generalità degli ufficiali. Alcuni di essi, appartenenti a famiglie aristocratiche non favorevoli all’ardita politica seguita dal governo, poco speravano dalla spedizione di Crimea, la ritenevano uno spreco quasi inutile di denaro e di sangue; ma tanto era ardente lo spirito militare in Piemonte, specialmente nell’aristocrazia, ch’essi stessi avevano insistentemente richiesto di prender parte all’impresa, e di queste loro idee e sentimenti particolari nulla trapelava al di fuori; ne qui potremmo noi accennarvi, se non trasparissero da lettere è diari di quel tempo pubblicati molti anni dopo.

Il 13 aprile, il comandante del corpo di spedizione emanò il seguente ordine del giorno per le truppe del corpo stesso riunite in Alessandria:

«Le truppe si troveranno domattina alle 10 ½ schierate, fronte ad ovest, su due linee in piazza d’armi. La prima linea sarà composta della fanteria, spiegata per battaglioni in colonna di compagnia, a mezza distanza, colla destra in testa, ad intervalli ristretti.

«La seconda linea sarà composta del battaglione zappatori a destra, battaglioni bersaglieri, artiglieria con intervalli ristretti, cavalleria a sinistra.

«Le truppe, così disposte, assisteranno alla funzione che avrà luogo nell’ordine seguente: 1° Rivista passata da S. M. il Re; 2° Formazione del quadrato attorno alla cappella; 3° I capitani più anziani di ogni reggimento si recano alla cappella per tenere le bandiere durante la messa e la benedizione;

4° Messa e benedizione; 5° Ultimata la messa i comandanti di brigata, di reggimento ed i porta-bandiere si recano al centro; 6° Rimessione delle bandiere; 7° Le bandiere sono portate davanti la fronte dei rispettivi reggimenti; 8° Giuramento delle truppe ed entrata delle bandiere nelle righe.

«I comandanti di brigata e di reggimento, anche quelli che hanno solo una frazione del loro riparto, prenderanno posto in linea e sfileranno alla testa della loro truppa.»

All’indomani le truppe si trovarono schierate giusta il prescritto da quest’ordine. Il Re, partito da Torino la mattina stessa fra le acclamazioni di tutta la popolazione, giunse in Alessandria alle 11 e, recatosi direttamente in piazza d’armi, passò le truppe in rivista. Poi si formò il quadrato intorno alla cappella appositamente eretta ed ebbe luogo la funzione che l’ordine del giorno surriferito ci dispensa dal descrivere, essendo avvenuta in tutto secondo il prescritto.

Ultimata la messa e la benedizione delle bandiere, fattane la consegna ai comandanti di reggimento e seguito il giuramento delle truppe, il Ministro della guerra, generale Durando, lesse, a nome del Re, la seguente allocuzione:

«Ufficiali, sottufficiali e soldati,

«Una guerra fondata sulla giustizia, da cui dipendono la tranquillità dell’Europa e le sorti del nostro paese, vi chiama in Oriente.

«Vedrete lontane terre dove la croce di Savoia non è ignota; vedrete popoli ed eserciti valorosi la cui fama riempie il mondo. Vi sia di stimolo il loro esempio e mostrate come in voi non è venuto meno il valore dei nostri padri.

«Io vi condussi altre volte sul campo dell’onore, e lo rammento con orgoglio, divisi con voi pericoli e travagli; oggi, dolente di separarmi da voi per qualche tempo, il mio pensiero vi seguirà dappertutto e sarà un giorno felice per me quello in cui mi sia dato di riunirmi a voi.

«Soldati!

«Eccovi le vostre bandiere. Generosamente spiegate dal magnanimo Carlo Alberto, vi ricordino la patria lontana ed otto secoli di nobili tradizioni. Sappiate difenderle, riportatele coronate di nuova gloria ed i vostri sacrifizi saranno benedetti dalle presenti e dalle future generazioni».

Questa allocuzione fu accolta dalle truppe con entusiastiche grida di viva il Re a cui fecero eco quelle delle migliaia di spettatori raccolti intorno alla piazza d’armi. Poi le truppe sfilarono davanti al Re ed ogni corpo riprese la via dei propri alloggiamenti.

All’indomani cominciò la partenza per Genova.

Il tratto di ferrovia tra Genova ed Alessandria, messo in seconda linea ogni altro traffico, fu impiegato nel trasporto delle truppe e del materiale da guerra. Anche sulla strada carreggiabile tra queste due città, carri di viveri, di foraggi e di altre derrate si seguivano in file interminabili. Genova ripiena di forestieri convenuti da ogni parte d’Italia, di ufficiali e marinai inglesi, di ufficiali e soldati nostri di tutte le armi, percorsa in tutte le strade da veicoli che si movevano in tutte le direzioni, aveva scordato l’uggia e il malumore contro il Piemonte.

I soldati erano fatti segno a grandi cortesie, perché la spedizione di Crimea era popolare a Genova più che a Torino.

Nel porto specialmente ferveva il lavoro; casse di biscotto e di carne salata, sacchi di riso, barili di vino, mucchi di carbon fossile coprivano le calate. Le navi inglesi (21 a vapore e 24 a vela), destinate al trasporto del corpo di spedizione, erano ancorate nel porto ed attendevano ordini.

La sera stessa del giorno in cui s’erano distribuite le bandiere, il generale La Marmora, col suo quartier generale, s’era trasferito a Genova, e quivi era rimasto attendendo alle molteplici incombenze per l’ordinato arrivo e partenza delle truppe che, volta per volta, a misura che arrivavano, passava in rivista sulla spianata del Bisagno.

Visitando le navi inglesi destinate al trasporto, La Marmora si accorse ch’erano esuberanti per gli uomini e scarse pei quadrupedi. ne scrisse pertanto al colonnello Moirano, presidente della commissione degl’imbarchi, dicendogli che bisognava trovare modo di ridurre buon numero di queste navi a mezzo di trasporto pei cavalli, ed indicava in qual modo la cosa gli pareva possibile. Alcune furono trasformate come egli consigliava, ma ciò non bastando, il capitano Brock (membro inglese della commissione degl’imbarchi) ne noleggiò una decina di altre per conto del suo governo, destinate specialmente al trasporto dei quadrupedi. E siccome, unitamente alle truppe, ai cavalli e alle armi del corpo di spedizione, si voleva inviare una certa quantità di materiale da campo e di provviste, il cui trasporto non era a carico del governo inglese, cosi varie navi noleggiò pure il governo sardo e vi aggiunse tutti i legni disponibili della Regia Marina. Poi, senza badare al più e al meno di quanto toccasse fare ad un governo o all’altro, si formarono convogli misti, sia per la nazionalità e proprietà dei bastimenti, sia per la natura del carico; e, usufruendo per questo le navi secondo la loro capacità e costruzione, con molta buona volontà da parte di tutti, si riuscì a trasportare felicemente uomini e cavalli, armi ed approvvigionamenti.

Prime a partire furono le truppe della brigata di riserva, che s’imbarcarono tra il 25 aprile e il 2 maggio su due vapori della Regia Marina e su vari legni mercantili a vela rimorchiati da vapori. Seguirono, su convogli della stessa Specie, le truppe della prima divisione, che presero imbarco a diverse riprese fra il 3 e l'8 maggio; finalmente quelle della seconda divisione che cominciarono le partenze il 13 maggio e le ultimarono il 20.

Nell’imbarco sui diversi legni si ebbe per norma principale e quasi unica di accomodare uomini e materiale nella miglior maniera possibile. Dovendosi sbarcare in mezzo ad alleati, non era necessario conservare l’ordinamento tattico a scapito della comodità. Perciò s’imbarcarono sulla stessa nave distaccamenti di varie armi e materiale di varie specie. Al riordinamento si sarebbe pensato sul luogo d’arrivo.

Durante il periodo degl’imbarchi, il miglior accordo regnò sempre fra ufficiali e funzionari sardi ed inglesi; la popolazione di Genova, attissima a queste operazioni, si prestò mirabilmente, benché fosse poco soddisfatta dei marinai britannici, ubbriachi ogni sera, eterni cercatori di risse. Ma gli ufficiali inglesi, perfetti gentiluomini, facevano dimenticare col loro contegno quello poco lodevole delle ciurme.

I convogli impiegarono in media nel viaggio una dozzina di giorni. Alcuni legni si fermarono uno o due giorni a Costantinopoli; altri anche a Malta; i più tirarono dritto fino a Balaclava. Il tempo fu generalmente favorevole.

Tutto il corpo di spedizione s’imbarcò a Genova, salvo i battaglioni della brigata Casale, che salparono da Villafranca e quelli della brigata Savona, che mossero dai porti della Sardegna (Allegato N. 8).

Il 28 aprile (tre giorni dopo la partenza delle prime truppe) partiva da Genova il comandante in capo generale Alfonso La Marmora, con la massima parte del suo quartier generale a bordo del regio piroscafo Governolo, e prima di partire emanava per le. sue truppe il seguente ordine del, giorno:

«Ufficiali, sottufficiali e soldati!

«L’alleanza che il nostro Augusto Sovrano strinse colla' Francia, coll'Inghilterra e colla Turchia ci chiama a combattere una guerra grande e generosa. Avremo a fronte un nemico forte e potente, ma saremo a fianco di valorosi eserciti che già tramandarono, celebri alla storia, i nomi di Silistria, Alma, Balaclava ed Inkerman. Fra pochi giorni noi saremo con essi e gareggiando in coraggio, fermezza e disciplina, cercheremo imitarli nella costanza di cui diedero eroiche prove.

«I lidi sui quali portiamo le nostre armi risuonano ancora delle gesta e delle vittorie dei Reali Principi di Savoia e ci rammentano l’intraprendenza della marina genovese.

«La patria aspetta da voi un compenso a' suoi tanti sacrifizi; aspetta di veder ritornare gloriose quelle bandiere benedette che il Monarca vi rimise con sì commoventi parole. I vostri compagni, dolenti di non potervi accompagnare, confidano che accrescerete la rinomanza del patrio esercito, e ciascuno quella del proprio corpo.

«La nostra brava marina è lieta di esporsi pur essa a pericoli e fatiche per concorrere a questa spedizione.

Soldati! Giuriamo di non fallire a tante speranze, e di

provare che un esercito italiano è degno di combattere in questa gran lotta.

«Viva il Re! Viva la patria!

«Genova 28 aprile 1855».

In quel giorno era a Genova il conte di Cavour, che accompagnò La Marmora fino allo scalo d’imbarco, conversando con lui in modo animatissimo. La Marmora voleva istruzioni precise sul modo di regolarsi col comandante delle truppe inglesi, del quale non amava essere ne figurare dipendente. Sul punto di lasciarsi La Marmora gli domandò risolutamente: «ma insomma mi vuol dare queste benedette istruzioni?» Al che Cavour rispose: «ingegnati» (11). Indi abbracciandolo soggiunse: «Fortuna a te, ai nostri soldati, al paese».

Come La Marmora si sia ingegnato lo vedremo in appresso. Qui abbiamo voluto notare quest'aneddoto per dire che la posizione del nostro corpo e del suo comandante 'rispetto al comando inglese non era ben determinata e che si deve al tatto di La Marmora ed alla squisita gentilezza dei comandanti inglesi se, da questo peccato d’origine, forse inevitabile, non vennero spiacevoli attriti.

Dopo una traversata senza incidenti d’importanza il Governalo giungeva il 5 maggio a Costantinopoli, dove già si trovavano vari legni carichi di truppe e di materiali del corpo di spedizione. Quivi il generale La Marmora ricevette il già accennato dispaccio di lord Raglan, comandante delle truppe inglesi, che lo invitava a proseguire colle sue truppe il viaggio per la Crimea e sbarcare nel porto di Balaclava; contemporaneamente ne ricevette un altro nel medesimo senso dal governo di Torino; in conseguenza di che, spedi subito ordine ai vari legni di proseguire fino al detto porto. Il Governolo però fermossi due giorni a Costantinopoli.

Fino dal momento dell’arrivo era venuto a bordo il barone Tecco, nostro incaricato d’affari presso la Sublime Porta, il generale De Cavero, intendente generale del corpo di spedizione e il generale Paullet, comandante delle truppe inglesi a Costantinopoli e dintorni. Ciascuno di questi nella sua rispettiva qualità, aveva dato al generale La Marmora, tutte le notizie che gli occorrevano.

Il comandante del corpo di spedizione lodò il De Cavero della sua attività ed energia, e lo assicurò che a Torino si comprendevano benissimo le difficoltà che aveva dovuto e doveva ancora superare, e ciò riusci di gran conforto all’intendente generale. Il giorno 6, accompagnato dal barone Tecco, si recò a far visita al Ministro degli affari esteri del Sultano. Il mattino del 7 parti anch’esso per Balaclava. Passando davanti Jeni-Koi a un’ora di distanza da Costantinopoli, il generale fece arrestare il legno e scese a terra per visitare l’ospedale e i magazzini sardi stabiliti in detta località e ne fu contentissimo; dopo tre ore di sosta riprese il viaggio e prima del tramonto giunse in vista della Crimea. La sera del giorno seguente era dinnanzi a Balaclava, e mandava subito a telegrafare a Torino la notizia dell'arrivo, oltre 6 navi cariche di truppa erano giunte quasi contemporaneamente.

Si pernottò in rada, non potendosi entrare nel porto per il gran numero di bastimenti che l’ingombravano. All'indomani, 9 maggio 1855, usciti altri bastimenti, il Governolo entrò e il generale La Marmora scese a terra.

Fino dalle prime partenze erano stati inviati in Crimea dei commissari presso le armate alleate; cioè ufficiali che servissero di organo tra il comando del nostro corpo di spedizione e quello dei corpi francese ed inglese. Come tale, presso il quartier generale francese, venne destinato il capitano Thaon di Bevel e presso il quartier generale inglese il capitano San Marzano, entrambi d’artiglieria. I francesi dal canto loro inviarono commissario presso il comando delle truppe sarde il capitano Dino della legione straniera, che aveva combattuto con noi alla battaglia di Novara, e gl’inglesi il colonnello Cadogan delle guardie.

Più tardi vi fu pure uno scambio di commissari fra il nostro quartier generale e quello turco.


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V

Provvedimenti amministrativi. — L'incendio del Croesus

Abbiamo già visto che una parte degli approvvigionamenti era partita coi convogli di truppa; altri legni carichi di viveri e materiale li avevano preceduti, altri li seguirono. La prima intenzione del governo era stata d’inviare, contemporaneamente o quasi contemporaneamente, alle truppe viveri per tre mesi e foraggi per venti giorni; ma difficoltà impreviste, considerazioni di varie specie e un disgraziato caso fecero variare queste proporzioni. Si finì in ultimo col fare alla meglio, secondo i mezzi disponibili e i bisogni più urgenti.

Grandi quantità di viveri, foraggi e materiale da campo erano state raccolte. L’intendenza (commissariato) s’ era mostrata diligentissima; la commissione degl’imbarchi avea prestabilito tutte le misure necessarie perché queste operazioni procedessero ordinatamente; ma la difficoltà principale consisteva, come abbiamo già detto, nel trovare legni a prezzi non favolosi e adatti a questo genere di trasporti. Imperocché si voleva caricare ogni bastimento in modo che contenesse tutti i generi occorrenti per un dato numero di razioni complete, e ciò allo scopo di facilitare la distribuzione dei generi al luogo di sbarco.

Smessa l’idea dei tre mesi di viveri, si decise che almeno (oltre i viveri che la truppa avrebbe portato con se, i quali non potevano essere molti), 600 mila razioni di viveri, una certa quantità di foraggi e il materiale necessario per costruire i ricoveri assolutamente indispensabili si trovassero sul luogo prima dell’arrivo del grosso del corpo di spedizione.

A quest’uopo, con grande fatica, si era riusciti a noleggiare alcuni bastimenti a vela e due vapori, il Nubia ed il Croesus. È quasi inutile osservare che non esistevano allora nel piccolo regno grandi società di navigazione a vapore, le quali potessero dare un valido sussidio, mentre le società inglesi e francesi che facevano i viaggi d’Oriente erano già tutte a servizio dei rispettivi Governi.

Sul Croesus, legno inglese di grandi dimensioni, si faceva il maggiore assegnamento. Vi si caricarono sopra 450 mila razioni e molto altro materiale. Vi presero pure imbarco una certa quantità di ufficiali, funzionari e truppa che, per speciali incarichi, conveniva si trovassero sul luogo prima dell’arrivo dei corpi, cioè, quattro ufficiali del gènio, quattro del corpo sanitario, otto dell'intendenza, uno del treno, uno degl'infermieri, un farmacista, in totale 36 tra ufficiali e funzionari; inoltre 244 sottufficiali e soldati di varie armi, specialmente del genio, delle sussistenze, degl’infermieri e del treno; più vari cavalli e muli.

Questo vapore dovea partire il 21 aprile e rimorchiarsi appresso il Pedestrian, legno a vela carico di foraggi. Cosi sarebbero giunti sul luogo di sbarco, allora non per anco designato, avanti dei primi distaccamenti di truppa. Ma circostanze impreviste fecero procrastinare la partenza fino al giorno 24.

All’alba di questo cominciarono i preparativi; alle 6 il Croesus usci dal porto e, siccome il Pedestrian ritardava, gli fece segno che si affrettasse. Giunse il Pedestrian spinto dal vento e il Croesus gli si accostò mosso dal vapore; ma mentre i marinai di una nave e dell'altra si accingevano a legarle tra loro, fosse per falsa manovra di questa o di quella o di ambedue, le navi vennero l’una sopra l’altra, confusero pennoni e cordami, si urtarono con grande scossa.

Fu un momento di grande panico; ma presto si vide che le avarie non erano gravissime. Si limitavano ai cordami e a parti secondarie dell’alberatura; in poche ore venivano riparati e prima delle 10 antimeridiane le due navi si mettevano in rotta per la loro destinazione.

Era una bella giornata, il mare tranquillissimo; i legni costeggiavano la splendida riviera; i soldati avevano avuto allora la distribuzione dei viveri e mangiavano allegramente, quando fu avvertito a bordo del Croesus un principio d’incendio. L’urto col Pedestrian aveva sconnesso i fornelli della macchina e i tizzoni, uscendone, avevano comunicato il fuoco al deposito del carbone.

Erano le 11 antimeridiane. Si presero subito tutte le disposizioni possibili per domare l’incendio. Si lavorò di forza alle pompe, aiutandosi a vicenda marinai e soldati; e chi non avea posto al lavoro, rimase calmo e silenzioso nel sito che gli venne assegnato. Ma presto si vide che ogni fatica era inutile; il fuoco divampava sempre più; il legno e il carico erano irremissibilmente perduti; bisognava pensare a salvare gli uomini; ne vera altro mezzo che spingersi a tutta forza di macchina verso la spiaggia. Cosi si fece, dopo aver tagliato la gomena che univa il Croesus al Pedestrian, e la nave in fiamme venne ad arenarsi a un tiro di pistola dal lido, non lungi dal promontorio di Portofino.

Si misero tosto a mare le imbarcazioni e, procedendo con ordine, vi sarebbe stato mezzo di salvare tutti; ma il mantenere l’ordine in queste circostanze è quasi impossibile, massime quando equipaggio e passeggieri, parlando diversa lingua, non si capiscono. Era stato detto agli uomini di truppa che, appena arenato il legno, quanti sapevano nuotare potevano spogliarsi e gettarsi nell’acqua. S’intendeva con questo diminuire il lavoro delle imbarcazioni che avrebbero portato a terra gl'inesperti del nuoto. Ma accadde precisamente il contrario di quanto si aspettava. Quelli che sapevano nuotare, sentendosi sicuri, non si affrettarono a fare il salto; invece lo fecero, credendosi perduti, molti che non sapevano. Le imbarcazioni messe subito a mare ne salvarono parecchi, altri perirono e il lavoro ne fu tutto turbato. I periti, compresi quelli che si sommersero nel capovolgimento di una barca di cui diremo appresso, ascesero in totale a 24.

Mentre questi guai succedevano per troppa precipitazione, altri corse pericolo per troppo, diremo cosi, sangue freddo. A taluni, specialmente ufficiali e graduati, pareva che fosse vigliaccheria mostrare gran fretta; altri, non conoscendo forse tutta la gravità del pericolo, volevano salvare la robe; i commissari dicevano essere possibile salvare una parte del carico; lo scrissero anche nei loro rapporti e forse era vero; gli attendenti s’erano caricati di valigie. Tutta questa gente si guardava indietro e non si affrettava quanto l’equipaggio avrebbe desiderato. La poppa era ancora intatta e molti se ne stavano a poppa. I marinai inglesi, che avevano ordine di salvare i passeggieri prima di pensare alla propria salvezza e che fors’anche ritenevano questo un loro debito d’onore, cominciarono a menar pugni per far posare le valigie. e a battere col remo i ritardatari, come Caronte di cui dice il poeta:

Batte col remo qualunque s’adagia.

Ne nacque una zuffa, in cui da una parte e dall’altra si sguainarono le armi, e fu necessario che si mettessero in mezza gli ufficiali e specialmente il comandante del legno (la cui condotta in questi frangenti fu irreprensibile e che scese a terra per l’ultimo), per impedire che salvatori e salvandi si sbudellassero in mezzo alle fiamme e all’acqua.

Di questo fatto, i nostri fecero un grave appunto ai marinai inglesi, ma oggi, essendo possibile di considerare freddamente la situazione, si capisce e si compatisce una parte e l’altra.

Prima di sera l’intiero equipaggio e quasi tutti i passeggieri, salvo i 24 cui abbiamo sopra accennato (tra cui 7 soldati del genio e 15 delle sussistenze) si trovavano sani e salvi a terra, sulla spiaggia tra Camogli e Santa Margherita ed il Croesus, completamente investito dalle fiamme, presentava l’aspetto di un vulcano in mezzo all’acque.

Le vittime sarebbero state certo di più, se l’autorità e l’esempio degli ufficiali non avessero imposto ordine e calma al contegno delle truppe. Vediamo per questo nominati nei rapporti a titolo d’onore Carbonazzi ufficiale del genio, Fraschini dell'intendenza, Borelli delle sussistenze, Lava del treno. Quello delle sussistenze riuscì a salvare la cassa; quello del treno rischiò la vita per salvare almeno uno de' suoi cavalli, ma non vi riuscì e pianse vedendoli bruciare. Forse in questa cura di salvare le robe si andò tropp’oltre. E nell’indole nostra e non è un difetto. Molti soldati del genio non sapevano staccarsi dal lavoro per estinguere l’incendio; pareva loro impossibile che tanta grazia di Dio dovesse andar preda alle fiamme; i soldati Triga e Rosai si gettarono in mare soltanto quando loro presero fuoco gli abiti.

Vediamo pure nominati siccome quelli che maggiormente si segnalarono per bravura e generosità nel lavoro di salvataggio i sergenti Crema e Piazza, il caporale Poggi, i soldati Primavera, Morando, Assereto, Galli, Olmo, Vercellino, Angelino, Travaglini e Coppe. Fra questi ve ne sono del genio, delle sussistenze e del treno. Sopratutti emerse in quest’opera un marinaio negro a servizio inglese, certo Taylor, di cui si narrarono meraviglie; prestarono pure efficacemente l’opera loro vari pescatori dei dintorni, fra cui vediamo nominato Minuto, Schiaffino, Ferrari, Bozzo e vari fratelli Avegno.

Ma l’onore della giornata toccò a due eroine di cui specialmente parlano con entusiasmo i rapporti ufficiali ed i giornali dell'epoca. Maria e Caterina, sorelle Avegno, donne di pescatori, accorsero colla loro barca (dopo avere la prima di esse contrastato col marito che si opponeva) e la condussero sotto la prua della nave incendiata, donde otto soldati si calarono giù con una corda. Ma, sia per troppo peso, sia per i movimenti incomposti di quegli uomini non avvezzi al mare, lo schifo si capovolse. Le imbarcazioni in quel momento non erano vicine; gli otto soldati perirono; delle due donne, l’una si salvò a nuoto, l’altra, Maria, la padrona della barca, quella a cui era venuta la prima idea di correre in aiuto ai naufraghi, peri anch’essa, Il pietoso caso commosse quanti lo videro o l’udirono narrare; una modesta lapide nel cimitero di Camogli ricorda il nome e il fatto dell’eroica donna.

La perdita del Croesus costò all’erario più di un milione e 300 mila lire. Il governo ebbe per un momento l'idea di chiedere un indennizzo all’Inghilterra, ma il generale La Marmora fece osservare che moralmente non c’era convenienza e che legalmente forse il governo piemontese avrebbe avuto torto, perché l’Inghilterra s’era obbligata al trasporto degli uomini non a quello delle vettovaglie. Eravamo noi che, per comodo nostro, avevamo destinato a un servizio legni dati per un altro e viceversa.

La notizia di quella catastrofe all'aprirsi della campagna fece, a prima giunta, in paese, quasi l’effetto di una battaglia perduta; il sinistro parve a tutti di cattivissimo augurio; i partiti estremi (repubblicano a Genova, retrogrado a Torino) non tralasciarono di profittarne; ma fu cosa di breve durata e, dopo un mese, giunto felicemente a destino il corpo di spedizione, non si parlava più della perdita del Croesus, se non per attribuire ad essa tutti gli smarrimenti, i consumi e i trafugamenti di qualunque specie. Quanto era partito da Genova e in Crimea non era arrivato, quanto s'era smarrito nei primi giorni in Crimea, si disse bruciato col Croesus (12))).

Frattanto questa perdita obbligava il governo a pensare immediatamente a nuove provviste e nuovi mezzi di trasporto per far giungere al più presto in Oriente altre vettovaglie in sostituzione di quelle perdute. Si fecero partire subito le navi già cariche, si caricò la maggior quantità possibile di viveri sui legni che trasportavano truppa ed altri legni si noleggiarono, avendo l’avvertenza di non raccogliere più tanta roba sopra un legno solo e distribuire il carico in modo che ogni legno, avendo un dato numero di razioni complete, potesse servire di magazzino galleggiante per un certo numero di giorni, poiché i baraccamenti ancora non esistevano.

Giunse invece un’inaspettata fortuna, che compensò quasi la perdita del Croesus; si erano calcolati nel fabbisogno i viveri di bordo e si erano già date le disposizioni occorrenti per la loro distribuzione; quando il governo inglese fece sapere che questo era affare suo; perché, obbligandosi al trasporto gratuito degli uomini aveva inteso anche, secondo gli usi, obbligarsi al mantenimento loro durante il viaggio. Si fu ben lieti di questa interpretazione data dal governo inglese al suo contratto. Cosi i viveri che la truppa portava con sè, gli servirono per i primi giorni successivi allo sbarco.

Quanto ai foraggi, in principio s’era creduto di poter fare qualche assegnamento sulla produzione locale; ma presto si seppe che l’acquisto di foraggi sul luogo sarebbe stato anche più difficile che l’acquisto dei viveri; sicché in tutta fretta venne comprato fieno sufficiente per 45 giorni a 3000 quadrupedi; biada ed orzo per 10 giorni; se ne caricarono vari legni e s’avviarono a déstinazione prima e contemporaneamente alla partenza delle truppe.

Circa al vestiario, le truppe erano partite col loro corredo al completo e quasi rimesso a nuovo; s’erano poi date disposizioni per rimpianto di magazzini di l(a) e di 2 linea. La cosa era meno urgente che la provvista dei viveri e del foraggio, anche tenuto conto della buona stagione e della nessuna probabilità che le truppe dovessero fare lunghe marce con relativo consumo di scarpe.

Quanto al servizio sanitario, abbiamo già parlato dell’ospedale di 500 letti stabilito in baracche a Jeni-Koi. Il materiale indispensabile era giunto a Costantinopoli fino dal 22 aprile colla nave Costituzione, sulla quale si trovava pure il personale occorrente, cioè 22 medici, 15 suore di carità, un cappellano e 63 infermieri. Col corpo di spedizione parti il materiale per l'impianto di due ospedali temporanei l’uno di 100 e l’altro di 300 letti, nonché il personale sanitario per il servizio di questi ospedali e per quello presso i corpi. Ad altri maggiori bisogni si provvide in seguito.

Al quartier generale principale fu assegnata un’ambulanza mista, composta di due carri a cassone di cui l’uno leggero e l’altro ordinario, più dodici coppie di cofani a dorso di mulo; ai quartieri generali della l(a) e 2(a) divisione venne assegnata una ambulanza cosidetta volante, composta di 12 coppie di cofani a dorso di mulo; agli ospedali venne assegnata un’ambulanza di riserva composta di cinque carri a cassone, per il caso che le truppe avessero dovuto mutare di posto.

Le ambulanze reggimentali, una per battaglione, erano formate da due cofani a dorso di mulo, e uno zaino d'ambulanza di speciale modello; le truppe a cavallo avevano saccoccie d'ambulanza. I mezzi di trasporto per ammalati e feriti consistevano in 100 cacolets (di cui 30 a lettiera) e 70 seggiole.

Cosi, nel miglior modo possibile, con ristretti mezzi, s’era provvisto ai primi bisogni del corpo di spedizione. Aggiungeremo che, durante il viaggio, perché i soldati potessero riposarsi, ogni legno carico di truppa aveva un numero di brande eguale al terzo degli uomini che trasportava, dimodoché, questi alternandosi, ogni soldato poteva dormire otto ore nella branda. Ed oltre tutti i trasporti che abbiamo accennato, appena si seppe che le truppe dovevano sbarcare in

Crimea, si avviarono a quella volta grandi quantità di legname per la costruzione dei ricoveri necessari agli Uomini, ai quadrupedi, alle provviste.

Tuttociò era una miseria in confronto dell’abbondanza, del lusso, dello spreco, che da qualche tempo regnavano nei campi francesi e specialmente negli inglesi; ma era quanto il paese poteva fare, ed i nostri ufficiali e soldati, quantunque un poco mortificati del confronto, se ne contentavano.


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VI

Uno sguardo alla Crimea e specialmente a Sebastopoli. Ricordi storici.

Diamo ora uno sguardo al teatro delle operazioni su cui i piemontesi stavano per porre il piede.

La Crimea è una penisola circondata ad ovest e a sud dal Mar Nero, ad est dal Mare d’Azof e attaccala alla terraferma per l’istmo di Perekop e la freccia d’Arabat. Cosi è detta quella lunga e sottile striscia di terra che separa il Mare di Azof dal Mare Putrido o Sivasch, stagno fangoso e infetto, non navigabile se non da piccole barche.

Questa penisola può essere divisa in due parti essenzialmente differenti l’una dall’altra: la parte montagnosa e le steppe. La prima costituisce il sud della Crimea; comincia dalle rive del mare ed occupa un terzo del territorio; gli altri due terzi formano al nord una sterile landa.

Le montagne che coprono la parte meridionale presentano quasi l’aspetto di catene parallele. La principale corre lungo le coste meridionali; ne molto se ne allontana. I suoi versanti, ripidi verso sud, s’inclinano con pendio dolce dalla parte opposta. Da questa catena partono verso mezzogiorno brevi contrafforti che racchiudono deliziose vallette; altre egualmente belle e più vaste si aprono verso nord, fra cui la grande e fertile valle del Baidar. Nudi in generale ed aridi sono i dorsi e gli alti piani. Parallellamente a questa catena principale ed a nord di essa corrono altre catene secondarie, tutte con versanti ripidi verso sud e dolci verso nord, dando luogo a successivi altipiani. La parte della penisola situata al di là delle montagne è una landa arida e sassosa. Pochi ruscelli solcano questo terreno quasi piano e si perdono prima di giungere al mare. L’aspetto uniforme della steppa muta alquanto nei dintorni di Eupatoria e presso l’istmo di Perekop, dove trovansi laghi salati.

Il clima della Crimea è molto incostante e dipende dalla direzione del vento. La tramontana porta, d’inverno, un freddo intensissimo, ma non dura a lungo. Vi è poi molta differenza di clima fra le diverse località, siccome quelle che variano molto per esposizione. Nella parte meridionale le valli e le coste a ridosso delle montagne godono di in clima temperato e salubre. Gli altipiani e le steppe aperte a tutti i venti e sferzate dal sole hanno un freddo intenso d’inverno, un caldo eccessivo d’estate.

Anche i prodotti delle due parti della penisola sono essenzialmente differenti; la meridionale dà frutti e vino, la settentrionale bestiame e sale.

I corsi d’acqua più notevoli sono: la Cernaia, ch’esce dalla valle del Baidar e, traversata la paludosa pianura d’Inkerman, si getta nella baia di Sebastopoli; il Belbek, la Katcha e l’Alma che corrono quasi parallele da est ad ovest e si gettano in mare fra Eupatoria e Sebastopoli; il Salghir che nasce nei monti e corre attraverso le steppe. Nessuno è navigabile; torrenti impetuosi dopo grandi piogge, si disseccano o quasi dopo lunghe siccità.

La Crimea in quel tempo era traversata da una grande strada, che dall’interno dell’impero russo metteva a Sinferopoli, con diramazioni su Eupatoria e Sebastopoli, e da poche strade secondarie che mettevano in comunicazione le principali città della penisola e si allacciavano alla precedente.

Tra queste città, se cosi possono chiamarsi, noteremo Sinferopoli, nodo di strade dove i russi, durante la guerra, avevano raccolto i loro principali magazzini; Eupatoria, molto decaduta dall’antica importanza, offriva ancora vari buoni edifizi che riuscirono utilissimi alle truppe alleate; Caffa (Teodosia) nulla conservava dell’antico splendore; Kertsch, prima della

guerra emporio del grano che veniva dal Mare di. Azof, era una piccola, ma ben costrutta e popolata città; Balaclava, villaggio abitato da una colonia greca presentava un porto ristretto, ma profondo e sicuro; Baktchi-Serai ed Escki-Crim, ambedue ex capitali, erano diventati poveri villaggi; Kerson ed Inkerman non presentavano che rovine.

Tutta l’importanza della Crimea si concentrava in Sebastopoli, porto principale della Russia meridionale, arsenale, deposito, stazione ordinaria ella flotta russa.

Siede questa città sulla riva meridionale di una grande baia, che, internandosi per oltre sei chilometri da ovest ad est sopra una larghezza costante di 900 a 1000 metri, e con una profondità sufficiente per le più grosse navi, forma uno dei più vasti e più belli porti d’Europa.

Da questa baia principale, che per distinguerla dalle altre chiameremo rada, molte altre minori si diramano, internandosi specialmente nella sponda meridionale, a destra e a sinistra di Sebastopoli e per mezzo alla città. Cominciando da ponente, s’incontra in primo luogo la Baia detta della Quarantena; quindi, ben pronunziata anch’essa, quella Artiglieria, piccolo porto destinato al traffico e sul quale si trovavano il mercato e la parte commerciale della città. Segue, procedendo verso levante la Baia del sud, principale fra tutte; essa formava il porto militare di Sebastopoli e divideva la città in due parti quasi eguali: ad ovest la città propriamente detta; ad est un sobborgo, coi dock, l’arsenale, i magazzini ed altri pubblici stabilimenti. Un ramo di questa baia detto Karabelnaia, si stacca dall’imboccatura della stessa, internandosi verso sud e comunica col bacino dei dock. Finalmente più a levante ancora, si incontra un’altra baia secondaria, detta del Carenaggio.

All’estremità della baia principale o rada di Sebastopoli sbocca la Cernaia.

La sponda settentrionale della rada ha qualche insenatura poco pronunziata, ma profonda e sicura.

Sebastopoli è interamente una creazione russa. La sua fondazione cominciò nel 1784; tre anni dopo Caterina II visitò la città e deliberò di farne un grande stabilimento marittimo. I lavori, cominciati subito, furono negletti dopo la morte di questa imperatrice, ma ripresi sotto Alessandro I e continuarono sotto i suoi successori.

Al principio della guerra Sebastopoli, oltre i suoi stabilimenti marittimi e gl'immensi magazzini, racchiudeva molte grandi e belle caserme, un migliaio di case ben costrutte ed oltre 42 mila abitanti, di cui 35 mila appartenevano all’esercito od alla marina. Le fortificazioni erano compite dal lato di mare, abbozzate soltanto dal lato di terra. L’eventualità di un grande sbarco non era stata prevista.

All’estremità della punta meridionale della rada sorgeva il forte della Quarantena, poco discosto la batteria Alessandro e dirimpetto, sull’opposta sponda, il forte Costantino. Queste opere, costrutte con tutte le regole dell’arte, erano armate complessivamente di oltre 250 pezzi. Esse difendevano l’ingresso della rada, e quando, ciò non ostante, una flotta nemica fosse riuscita a sforzarlo, si sarebbe trovata esposta al fuoco dei 110 cannoni del forte Nicola, degli 86 del forte Paolo, posti a guardia dell’entrata del porto militare e a quello di numerose batterie che sorgevano di fronte sull’altra sponda.

In complesso, verso il mare, Sebastopoli era difesa da 610 pezzi di vario calibro disposti su due e anche su tre piani in batterie e forti solidissimi (13). Egli è perciò che gli alleati vedendo l’immensa difficoltà di riuscire nell’impresa dal lato di mare deliberarono di eseguire uno sbarco e attaccare la città dal lato di terra.

Le fortificazioni da questo lato consistevano in una cinta ohe, partendo dalla Baia del Carenaggio, toccava l’estremità della Baia del Sud, incontrava il Forte della Quarantena e finiva sulla riva del mare a nord della Baia dell’Artiglieria. Questa cinta comprendeva sette bastioni, uniti fra loro da cortine varie per lunghezza e intramezzate da opere differenti, secondo la conformazione del terreno. Ad ogni bastione gli alleati diedero poi un nome speciale; i russi gl’indicavano con un numero.

Il bastione N. 1 (Batteria della Punta) sorgeva all’estremità della sponda orientale del Bacino del Carenaggio, indi la cinta costeggiava il ciglio del burrone di egual nome, fino al bastione N. 2 (Piccolo Redari); poi si volgeva a sudovest fino al bastione N. 3 (Gran Redan). A metà distanza tra i bastioni N. 2 e N. 3, sorgeva la torre di Malakoff, a cui durante l’assedio fu aggiunto un sistema di opere, delle quali la torre stessa formò il ridotto. Dopo il bastione N. 3, la cinta piegava ad occidente fino al bastione N. 4 (Bastione del Mài o dell'Albero) traversando il gran burrone Sarandinaki, che mette nella Baia del Sud, indi volgeva dal nordovest fino al bastione N. 5 (Bastione Centrale) e continuava nella stessa direzione fino al bastione N. 6 (Bastione della Quarantena); poi correva direttamente a nord fino al bastione N. 7 sulla spiaggia del mare. Cosi dal mare partiva e sul mare finiva, recingendo intieramente Sebastopoli dal lato di sud, mentre dal lato opposto la piazza aveva libere comunicazioni attraverso la rada, in cui le flotte nemiche non potevano entrare.

Però al tempo dello sbarco degli alleati, questa linea di fortificazione non componevasi se non di opere incomplete, anzi in certi tratti era sostituita da una semplice cinta, con caserme difensive.

La storia di Sebastopoli, come della Crimea, è la storia dei popoli che se ne disputarono il successo. Ma l’ultima guerra combattuta in questa regione, non ha, per il suo scopo, nulla di comune con le precedenti. Infatti è la prima volta che la Crimea venne attaccata, non a scopo di conquista, ma per fiaccare la potenza navale della Russia nel mar Nero; ora quantunque l’impresa sia riuscita, lo scopo non fu raggiunto; questa potenza si è riaffermata meglio che mai e tutto dimostra che per fiaccarla ci vorrebbe ben altro che attaccare e distruggere un porto della Crimea.

Al posto di Sebastopoli sorgeva anticamente la città di Chersoneso, colonia greca molto fiorente, che diede allora il nome alla penisola. Questa successivamente fece parte dell’impero romano, poi del bisantino. Nel secolo decimoterzo fu invasa dai tartari che le mutarono l’antico nome di Chersoneso in quello di Crimea, da Escki-Crim loro capitale. Poco appresso, nello stesso secolo, troviamo su tutte le coste della Crimea i genovesi, che vi fondarono case di commercio e vi fortificarono città e castella; fra cui Balaclava e Sebastopoli stessa. Il generale Todleben, nella sua relazione della difesa di Sebastopoli accennando alla storia della città, dice: «nel decimoterzo secolo venne unita agli Stati della repubblica di Genova. I dintorni di Sebastopoli conservavano ancora recentemente delle torri e dei muri in rovina che datavano da quell’epoca».

Nel 1584 la Crimea cadde in potere dei turchi e subì la sorte di tutti i paesi soggetti all’impero ottomano: la rovina. Nel 1736 vi fecero la prima apparizione i russi, ma per saccheggiarla. Nel 1788 Caterina II s’impadronì di tutta la penisola e poscia un trattato con la Turchia gliene confermò il possesso. D’allora in poi la Crimea appartenne alla Russia, dalle cui mani non sfuggirà mai più per quanto è umanamente prevedibile, e da cui attende un migliore avvenire.

Malgrado le sue coste portuose, la salubrità del suo territorio e la sua eccellente posizione geografica, la Crimea non ha potuto finora sorgere a prospera vita, perché all’interno fu sempre abitata da popolazioni barbare e le popolazioni civili, ma straniere, della costa non avevano base abbastanza solida. Ora la situazione è cambiata; una grande nazione, la Russia, che sente l’attrazione irresistibile verso mezzogiorno, sa quale vantaggio può trarre da questa penisola nel Mar Nero ed è risoluta a trarlo; il processo va lento ma sicuro; forse fra un secolo la Crimea sarà interamente abitata da russi e i 400 mila tartari, che nel 1855 formavano quasi l’intiera popolazione della Crimea, saranno confusi nella massa, ovvero atomi vaganti e trascurabili.

Questa popolazione, tartara di razza e maomettana di religione, era indifferente sull’esito della guerra; per intimo sentimento rispettava profondamente lo Czar e non meno profondamente il Sultano; rispettava per paura francesi ed inglesi; era per necessità, ed anche per natura, buona e ospitale con tutti. Vendeva ai russi od agli alleati, secondo che le tornava meglio, i suoi prodotti. I tartari delle steppe, mongoli di tipo e di lingua, portavano il loro bestiame al campo russo che avevano più vicino; quelli delle montagne e delle coste, razza mischiata e bella, parlanti un dialetto mongolo-turco, con molte parole greche e italiane, portavano al campo degli alleati le loro poche frutta ed i loro erbaggi.

Ecco la Crimea al tempo della guerra che ne prese il nome.


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VII

Cenno sulle operazioni precedentemente all’arrivo dei piemontesi

Abbiamo già detto che nel marzo 1854 la Francia e l’Inghilterra dichiaravano guerra alla Russia. Le operazioni cominciarono tosto per mare. Il 22 aprile le flotte alleate bombardarono il porto e gli stabilimenti militari di Odessa; alla fine dello stesso mese entrarono in quella città; nel mese seguente fecero sbarchi di truppa e grandi depositi di viveri e di munizioni a Gallipoli e a Varna, territorio turco..

Non si sapeva da che parte cominciare; si discutevano molti piani di guerra e nessuno piaceva. Intanto i russi assediavano Silistria ed i turchi opponevano fiera resistenza. Davanti ai preparativi degli alleati, i russi abbandonarono l’assedio (23 giugno 1855) e ripassarono il Danubio. Gli alleati fecero una escursione nella Dobrucia, ma se ne ritrassero cacciati dalle febbri e dal colera. L’Austria intervenne coi negoziati i quali non riuscirono a nulla.

Intanto nei consigli degli alleati s’era convenuto che il miglior modo di ferire la Russia fosse di portare lo sforzo della guerra in Crimea par abbattere Sebastopoli, propugnacolo della marina russa. Anzitutto stimavasi l’impresa molto più facile di quello che si mostrò realmente; credevasi poi che, distrutta la flotta russa e il suo porto di rifugio, il suo arsenale, il suo cantiere, la Turchia avrebbe potuto rialzare la testa nel Mar Nero, mantenervi i propri possedimenti e crearvi una flotta capace di tener fronte a quella che indubbiamente avrebbe cercato di ricostruirsi la Russia. Grandi illusioni, come si vide poi, come si vede specialmente adesso.

Falliti i negoziati e risoluta l’impresa contro la Crimea, si fecero immensi apparecchi, ne lo stato sanitario delle truppe, fra cui era scoppiato il colera, ne un incendio che distrusse in gran parte i vasti magazzini di Varna, scemarono punto l’operosità degli alleati. Il principio di settembre 1854, la loro flotta, con a bordo un grosso corpo di sbarco, mosse dai paraggi di Varna alla volta di Eupatoria. Lo sbarco doveva eseguirsi sul tratto di spiaggia che corre tra questa città e le foci dell’Alma.

Erano 34 vascelli (15 francesi, 10 inglesi e 9 turchi), 50 altri legni da guerra ed oltre 300 legni da trasporto. Avevano a bordo 58500 uomini (30000 francesi, 21500 inglesi, 7000 turchi), cavalli, muli, materiale da guerra e da campo, armi, munizioni, viveri ecc. ecc. I francesi erano comandati dal maresciallo Saint Arnaud, gl’inglesi da lord Raglan, i turchi da Omer Pascià.

Il 14 settembre cominciò lo sbarco senza opposizione; la sera erano già a terra tre divisioni francesi e due inglesi. L’indomani a sera lo sbarco delle truppe era ultimato, quello dei cavalli e del materiale continuò fino alla sera del 17. Il IO cominciò la marcia su Sebastopoli.

L’esercito russo comandato dal generale Menscikoff, alquanto meno forte dell’alleato, si era schierato sulla sinistra del fiume Alma per contrastarne il passaggio. Si venne a battaglia il 20; gli alleati vinsero e passarono; i russi si ritirarono dietro la Cernaia a sudest di Sebastopoli.

Il 23 gli alleati ripresero la marcia; il 24 giunsero sulla Belbek senza contrasto; e continuando nel giorno seguente la marcia, alcune truppe urtaronsi sulla loro sinistra con quelle dell’esercito russo che a sua volta si dirigeva verso Sinferopoli per la strada di Makenzi. I due eserciti marciavano così di fianco l’uno all’altro, parallelamente e in senso contrario; il russo si portò sull’altipiano della Belbek, l’alleato su quello a sud di Sebastopoli. Ambedue si diedero poi il vanto di un’abile mossa, ed invero avevano ambedue raggiunto la loro base d’operazione: i russi in Sinferopoli, a cavallo della grande strada di operazione coll’interno del paese; gli alleati nel porto di Balaclava e nelle varie baie del capo Chersoneso, donde potevano liberamente comunicare colla flotta.

La posizione che occuparono gli alleati costituisce l’estremità occidentale dell’altipiano più meridionale della Crimea, ed è essa stessa un altipiano secondario che chiameremo di Sebastopoli, circondato su tre lati (nord, ovest e sud) dal mare: e contornato ad est dalla piccola catena dei monti Sapuni che si estendono quasi ad arco di cerchio dal sudovest di Karani all’estremità orientale della rada di Sebastopoli.

Gli inglesi, che nella marcia si trovavano alla testa, giunsero il 25 settembre davanti a Balaclava e, dopo breve combattimento con distaccamenti russi, s’impossessarono del villaggio e del porto. I francesi si tennero più ad occidente e scelsero per loro porti le baie di Kamiesch e di Kasatch.

La posizione occupata dai russi costituisce il secondo altipiano della Crimea meridionale, più alto del primo e presentante verso questo una scarpa a ripidissimo pendio. In mezzo ai due corre la valle della Cernaia.

Le condizioni del terreno in complesso erano tali che se un attacco da parte degli alleati riusciva difficilissimo, lo era poco meno da parte dei russi. Per venire ad un assalto dovevano gli alleati dare la scalata alla rocciosa e scoscesa scarpa dell’altipiano, accessibile solo in pochi punti ben muniti e ben guardati; dal canto loro i russi, per scendere ad attaccare gli alleati, avevano pochi punti di sbocco, dovevano attraversare, sotto il cannone nemico, la Cernaia ed un canale stretto ma profondo, che corre quasi parallelamente ad essa; poi cominciare la salita per dolci pendenze spazzate dai tiri dell’artiglieria e della fucileria. Questo spiega perché lo operazioni di campagna, durante l’assedio, abbiano avuto cosi poco sviluppo; gli alleati non impresero mai un attacco contro le posizioni dei russi e i pochi attacchi dei russi contro le posizioni degli alleati fallirono tutti.

D’altronde, lo scopo degli alleati era ben determinato: distruggere Sebastopoli; scopo che potevano raggiungere anche senza attaccare e battere l’esercito russo nelle sue posizioni quasi inaccessibili; questo poi aveva per iscopo immediato di mantenersi aperte le comunicazioni con Sebastopoli, rifornirla continuamente di uomini di viveri e di munizioni; cosa, che gli alleati non potevano impedire, perché le condizioni del terreno e della rada rendevano impossibile l’investimento della piazza su tutti i lati. Essa aveva, attraverso la rada, ed ebbe sempre durante l’assedio, comunicazioni sicure coll’esercito russo raccolto sull’altipiano.

Il 27 settembre 1854 cominciarono le operazioni d’investimento intorno a Sebastopoli dal capo Chersoneso alla Cernaia. Le loro forze vennero divise in due parti: corpo d’assedio e corpo d’osservazione.

Il corpo d’assedio era composto di due divisioni francesi e della maggior parte delle truppe inglesi.

Due divisioni francesi (3‘ e 4(a occuparono il terreno che si stende a sudovest di Sebastopoli, dalla baia della Quarantena aj rivo Sarandinaki, che corre in un burrone e sbocca nella Baia del Sud. Le truppe inglesi presero posizione sul terreno, che si stende a sudest della piazza, fra il rivo suddetto e la estremità dei monti Sapuni. Perciò il burrone Sarandinaki era comunemente indicato col nome di Burrone degli Inglesi.

Il corpo d’osservazione si componeva di due divisioni francesi (l(a) e 2(a e di una brigata inglese. Queste truppe tenevano la linea dei monti Sapuni, facendo fronte alla Cernaia.

La cavalleria francese ed inglese e la maggior parte delle truppe turche erano in posizione intermedia fra il corpo di assedio e quello d’osservazione, potendo servire di riserva all’uno e all’altro.

Oltre questi due corpi, vi era un distaccamento, composto di una brigata inglese e di vari battaglioni turchi, destinato ad occupare, assieme a truppe della marina inglese, la posizione un po’ eccentrica di Balaclava e i relativi accessi.

I primi giorni furono dagli alleati impiegati in ricognizioni e specialmente nello sbarco e trasporto del materiale d’assedio. Contemporaneamente si lavorò a fortificare i punti più importanti della linea di circonvallazione e gli accessi di Balaclava.

Quantunque il terreno occupato dagli alleati appartenesse alla parte migliore della Crimea ed avesse, alla distanza di poche ore, vallette deliziose, era per sé stesso un altipiano arido, nudo, battuto dai venti; povera la vegetazione, scarsa l’acqua; gli orli dei burroni ond'è solcato questo terreno erano, prima della guerra, coperti di piccole boscaglie; qua e là si vedeva qualche vigneto e qualche orto. Una settimana dopo l’arrivo degli alleati non vi era più ua pianta, ne un filo d’erba e tutto all'intorno presentava l’aspetto di una campagna desolata.

Appena i russi conobbero il disegno degli alleati di assalire Sebastopoli dal lato di terra, non posero tempo in mezzo per metterne le opere in pieno assetto di difesa. Poco dopo lo sbarco, giunse nella piazza il colonnello del genio Todleben, incaricato della direzione generale dei lavori, e questi, sotto il suo impulso, progredirono talmente che, al termine di due settimane, le fortificazioni dalla parte di terra avevano cambiato aspetto e più di 200 pezzi di grosso calibro erano pronti a ricevere gli alleati.

Qui giova notare due circostanze che facilitarono l’opera di Todleben: in primo luogo i lavoratori e i difensori non mancavano, potendosi trarre dall’esercito di campagna tanti uomini quanti Sebastopoli ne poteva contenere; in secondo luogo, con una risolutezza che ricorda, in proporzioni minori, il sacrificio di Mosca, si era sacrificata completamente la flotta alla difesa terrestre.

Questa flotta, dopo di avere distrutto o quasi la flotta turca, si era ritirata nella rada di Sebastopoli sotto la protezione dei forti, stante l’entrata delle flotte inglese e francese nel Mar Nero, alle quali non avrebbe potuto tener fronte in mare aperto. Da questa sua posizione intendeva concorrere coi forti stessi a difendere l’ingresso nella rada; ma il comando supremo opinò che la miglior difesa era una diga che sbarrasse il passaggio senza bisogno di difensori, mentre i forti bastavano a tener lontane le navi nemiche, perché non concorressero in modo efficace al bombardamento della piazza.

Detto, fatto: la flotta fu in gran parte sapientemente affondata alla bocca del porto in modo che questa ne restò assolutamente sbarrata, e fu tolta alla difesa ogni preoccupazione sulla possibilità che, durante un assalto contemporaneo da terra e da mare, le flotte degli attaccanti potessero entrare nel porto. Questa saggia ed energica misura aveva poi, nella situazione del momento, un altro grande vantaggio: quello di lasciar usufruire, per la difesa della cinta non abbastanza guarnita, le artiglierie tolte alle navi da affondarsi, le loro munizioni, i loro equipaggi.

Coll’arrivo degli alleati sotto Sebastopoli il comando del corpo francese era passato al generale Canrobert. Il generale Saint Arnaud, affranto da antica malattia, diede il 26 settembre l’addio alle sue truppe e fu portato a bordo di una nave dove poco appresso mori.

Diviso l’esercito alleato in corpo d’assedio e corpo d’osservazione, stabilite le truppe nelle rispettive posizioni, restava da scegliere il fronte d’attacco. Si tenne consiglio e di comune accordo si deliberò che gli attacchi dovevano portarsi sul tratto di cinta che stava a capo del burrone Sarandinaki, tra il bastione N. 3 (Gran Redan) e il bastione N. 4 (Bastione del Màt). Si credeva allora che, quando si fosse riusciti a far tacere l’artiglieria di questa parte della cinta, sarebbe stato possibile aprirsi un passaggio per il burrone fino alla baia, senza troppi lavori d’assedio. I francesi attesero all’attacco di sinistra; gl'inglesi a quello di destra; il burrone segnava la divisione.

La notte dal 9 al 10 ottobre s’aprirono le trincee; da vari giorni e varie notti si lavorava all'impianto di grandi batterie. Il 17 parve già di poter tentare un assalto. Tutte le batterie aprirono il fuoco contro la piazza; le flotte si avvicinarono e fecero altrettanto; le truppe erano in posizione, aspettando il momento opportuno per slanciarsi all’assalto.

Ma qui ebbero gli alleati il primo disinganno. La piazza rispose con vigore inaspettato. Gli attaccanti furono costretti a cessare il fuoco e le loro flotte si ritirarono con tali danni da risentirsene per tutta la campagna, sicché più non concorsero ai susseguenti attacchi.

Si capi allora ch'era necessario un assedio in tutta regola e si tornò ai lavori; ne frattanto il cannone taceva; ma, essendo ancora i due avversari lontani, i danni erano piccoli da ambo le parti.

Il 25 ottobre, l’esercito russo che teneva la campagna tentò un colpo di mano contro Balaclava. ne risultò un combattimento sostenuto specialmente dagl'inglesi, soccorsi però in tempo da truppe francesi e turche. I russi non riuscirono nel loro intento, ma restarono padroni di alcune alture che dominavano Balaclava.

Questa del 25 ottobre era stata pei russi una ricognizione, dalla quale ritrassero l’erroneo convincimento d’aver trovato il punto debole della linea d'osservazione degli alleati, ed essere cosa non difficile cacciare in mare gl’inglesi. Il 5 novembre pertanto, in mezzo ad una densa nebbia, forti di 45 mila uomini, scendono dall’altipiano, traversano la Cernaia, arrivano non visti fino a portata di cannone dagli avamposti e mettono in posizione le loro batterie prima di essere segnalati.

Ma gl’inglesi, quantunque sorpresi, fanno valida resistenza, i francesi, non lasciandosi distrarre da fìnti attacchi e da sortite della piazza, corrono in aiuto agl'inglesi. Allora s’impegna una lotta accanita e sanguinosa che finisce colla ritirata dei russi. Questi perdettero più di 10 mila uomini fra morti e feriti e prigionieri, poco meno della metà gli alleati. La battaglia prese nome da Inkerman.

Così, se gli alleati avevano dovuto persuadersi ch’era un osso duro la presa di Sebastopoli, si anche i russi ch’era un osso duro cacciare in mare gli alleati; ma il pericolo per questi era stato grande, onde, tenuto consiglio, deliberarono di sospendere i lavori d’assedio, e attendere invece a fortificare la linea di circonvallazione e chiedere in pari tempo grandi rinforzi.

È notevole che, appunto ai primi di novembre, gli alleati mulinavano un altro assalto alla piazza; la battaglia di Inkerman fece abortire questo disegno, ed ebbe le conseguenze suindicate; perciò i russi se ne vantarono come di una vittoria, avendo (dissero essi) raggiunto lo scopo che si erano proposti.

Le piogge autunnali, che cominciarono subito dopo la battaglia di Inkerman e durarono tutto il mese di novembre contribuirono non poco a diminuire l’attività dei lavori e delle operazioni. I campi erano divenuti pantani, i trasporti riuscivano difficilissimi, i parapetti si stemperavano sotto l’azione delle pioggie incessanti, le trincee erano piene d’acqua. Poi sopraggiunse l’inverno, la neve, il gelo a cui non s’era abbastanza preparati, la scarsità delle provvisioni, le sofferenze, le malattie, la mortalità spaventosamente cresciuta, diremmo quasi scoraggiamento; cominciò insomma quello stato di cose che commosse l’opinione pubblica in Francia e in Inghilterra e durante il quale, come abbiamo detto in principio, fu chiesto al Piemonte di entrare nell’alleanza; mentre in pari tempo i governi francese ed inglese, senza badare a spesa, prendevano le misure più energiche per spedire sollecitamente in Crimea rinforzi d’uomini, supplemento di materiali, abbondanza di provvisioni di ogni specie.

Gli assediati meglio coperti e coll’artiglieria collocata in gran parte su parapetti in muratura, soffrivano meno e potevano continuare un fuoco più vivo. Oltre a ciò, il loro comandante (generale Osten-Saken) aveva inaugurato il sistema delle sortite, specialmente notturne, per disturbare gli alleati nei loro lavori, e affaticarli obbligandoli a stare sempre in guardia. Non parleremo di queste, benché ve ne sieno state delle memorabili, che diedero luogo a sanguinosi combattimenti; basti dire che, per qualche settimana, gli alleati sotto Sebastopoli, più che assedianti, furono assediati; perché ad altro non miravano che a ricacciare le sortite della piazza e a rinforzare e guardare la propria linea di circonvallazione esterna temendo, da un momento all’altro, un nuovo attacco dei russi. Il quale certo non sarebbe mancato, se la memoria ancora fresca della battaglia di Inkerman non avesse tolto loro il coraggio di ritentare la prova, se non si fossero trovati essi stessi in poco buone condizioni e avessero conosciuto esattamente quelle del nemico.

Ma siffatto periodo durò poco; grandi rinforzi d’uomini ai francesi e di materiale a tutti non tardarono ad arrivare. Sulla fine di gennaio 1855 si era di nuovo in grado di far fronte ad ogni eventualità di guerra e non si temeva più altro che il tifo e la tramontana. Poco appresso giunse, nemico terribile e inaspettato, il colera.

Frattanto un cambiamento avveniva nel piano d'attacco contro Sebastopoli. Coi rinforzi francesi era sbarcato in Crimea il generale Niel, per ispezionare e indirizzare meglio i lavori d’assedio. Egli, avendo studiata la posizione, propose risolutamente di dirigere l’attacco principale contro la torre di Malakof (detta dai russi bastione Kornilowschi), perché, padroni di questo punto, si era realmente padroni della città, mentre non lo si era anche riuscendo nei due attacchi intrapresi. Le ragioni addotte dal generale Niel, a sostegno del suo piano, fecero molta impressione sui suoi colleghi francesi ed inglesi; ma da una parte rincresceva perdere il lavoro già fatto, dall’altra non si voleva confessare d’avere sbagliato. Si adottò una mezza misura, o per meglio dire, una doppia misura: proseguire gli attacchi cominciati e intraprenderne un nuovo.

Questo venne affidato esclusivamente ai francesi che soli, pei rinforzi ricevuti, erano in grado di attendervi e vi dedicarono un intiero corpo d’armata (4 divisioni) sotto gli ordini del generale Bosquet. Un altro corpo d’armata, sotto gli ordini del generale Pélissier, doveva continuare l’attacco di sinistra; quello di mezzo veniva proseguito dagl'inglesi. Il resto delle truppe alleate, comprese le turche, formarono il corpo d'osservazione, ossia di difesa della linea esterna.

Questa risoluzione fu presa il 2 febbraio; alla metà di questo mese cominciarono il lavori per il nuovo attacco; ma appena i russi se uè accorsero, presero le più energiche misure per controbatterlo. Lavorando giorno e notte sotto il fuoco nemico, costrussero in poco tempo una ridotta avanti alla torre, poi un’altra sopra un rialto (Mamelon Malakof), ch’era la chiave della posizione. Queste ridotte che i francesi chiamarono Opere bianche, dal colore delle terre ond’erano costrutte, costarono poi loro rivi di sangue per impadronirsene. Contro quella del rialto si dovettero fare le parallele e procedere come contro una fortezza.

Né per i lavori trascuravano i russi le sortite notturne; alcune sanguinosissime per ambe le parti; tutte molestissime agli alleati.

Questi fecero un altro tentativo di finirla: avendo armato moltissime batterie, essendo giunte dalla Francia e dall'Inghilterra enormi quantità di proiettili, deliberarono di aprire un bombardamento generale contro la piazza, a cui, secondo il risultato, sarebbe seguito l’assalto delle truppe.

Cominciò il fuoco la mattina dal 9 aprile e continuò quasi senza interruzione per ben 14 giorni. Gli alleati avevano in batteria oltre 500 pezzi (14) e gettarono in Sebastopoli più di 200 mila proiettili.

La piazza rispose col massimo vigore. «Ogni ventiquattr’ore, dice il capitano Anitschkof, il nemico ci smontava in media 15 pezzi; ma i numerosi depositi dei nostri arsenali e le artiglierie tratte dalle navi ci mettevano in grado di sostituire immediatamente i pezzi guasti.» Si aggiunga che le comunicazioni libere coll’esercito raccolto sull’altipiano della Belbek davano agio di sostituire i difensori morti o feriti.

La sera del quattordicesimo giorno, gli assedianti, vedendo che non riuscivano a far tacere l’artiglieria della piazza, deliberarono di sospendere il bombardamento e continuare i lavori di approccio. La flotta alleata, memore della sorte toccatale altra volta, s’era tenuta a rispettosa distanza, senza concorrere al bombardamento. E frattanto aumentavano le stragi del colera.

Si ripresero da una parte gli approcci, dall’altra i contrapprocci e le sortite notturne; anzitutto il riparo dei guasti. Di tanto in tanto gli alleati davano l’assalto ad una di quelle opere dette imboscate, che i russi scavavano ed alzavano in una o due notti e dove poi si raccoglievano per fare le sortite; ma quando dopo una mischia sanguinosa erano riusciti a impadronirsene, non avevano ottenuto gran che, perché potevano bensì distruggerla, ma, battuti dalla piazza, non vi si potevano mantenere.

Sulla fine di aprile, l’attività degli alleati si rallentò. Le cause n’erano molte: bisogno di nuovi rinforzi, perché il colera e i combattimenti avevano fatto gran vuoti, indecisione dei capi, stanchezza di tutti. Il generale Canrobert oramai vedeva che senz’altri lunghi e penosi lavori, senza spargere un lago di sangue, non si sarebbe venuti a capo di nulla; non gli pareva che l’impresa valesse questi sacrifizi e desiderava di essere esonerato dal comando supremo, restando in Crimea come comandante in sottordine.

Ma non era rallentata l’attività dei russi. A forza di palizzate e saoohi di terra erano riusciti a costruire davanti al bastione centrale un’opera chiusa da cui prendevano a rovescio i tronchi di trincea più avanzati. Il generale Pélissier comandante l’attacco di sinistra, disturbato ne’ suoi lavori, insisteva perché gli fosse concesso dare l’assalto a quest’opera; ma al generale Canrobert ripugnava impegnare un combattimento davanti a un fronte che non era il vero d’attacco. Pure cedette all’insistenza e l’assalto fu dato il mattino del 2 maggio. I russi opposero la più viva resistenza, ma furono cacciati dall’opera; tentarono riprenderla e non vi riuscirono; però l’impresa costò ai francesi un migliaio d’uomini fra morti e feriti.

Queste vittorie sanguinose non erano fatte per incoraggiare gli alleati. Canrobert non si sentiva di più oltre affrontarne la responsabilità. Oltracciò, come sempre avviene quando le cose non vanno a seconda, vi erano discordie in campo. Canrobert | andava poco d'accordo con Pélissier per naturale ripugnanza [ a prodigare il sangue dei soldati; andava anche meno d’accordo con lord Raglan perché si prodigava specialmente sangue francese. I capi tenevano frequenti riunioni, specie di consigli di guerra, e sulle generalità facilmente si conveniva, ma venendo ' ai particolari e alla ripartizione dei compiti, sorgevano le obbiezioni e l’accordo svaniva. Il 16 maggio Canrobert chiese l'esonero dal comando in termini tali che gli fu subito concesso; il 19 questo fu assunto dal generale Pélissier. Tale era la situazione all’arrivo dei piemontesi in Crimea.


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VIII

Sbarco e accampamento dei piemontesi. — I primi casi di colera. Il quartier generale a Kadikoi.

Il generale Alfonso La Marmora, comandante del nostro corpo di spedizione, scese a Balaclava, come abbiamo detto, il 9 maggio 1855. Era ad attenderlo il generale Airey, quartier mastro del corpo di spedizione inglese, il quale lo condusse a visitare gli accampamenti inglesi e le posizioni prossime ad essi, indicandogliene due come adatte all'accampamento dei piemontesi e lasciandogliene, la scelta.

«L’una di queste (scrive il generale La Marmora nel suo rapporto dell’11 maggio al Ministro della guerra), onorevole e che io ambisco perché in condizione di porre subito in evidenza le nostre truppe, è costituita dalla linea di colline che, partendo da Balaclava, dominano la valle della Cernaia e che in parte servirono già di campo all’azione del 25 agosto; l’altra più addietro sulle alture di Karani.»

Queste ultime sono colline a dorsi appiattiti, quasi terrazzi, che sorgono ad ovest di Balaclava e ad est della piccola catena dei monti Sapuni; esse riempiono l'angolo formato da quella catena con la scogliera del lido. L’espressione più addietro, usata dal La Marmora, si riferisce alla distanza loro dalla linea di circonvallazione, ma rispetto al punto di sbarco erano molto più avanti, cioè, più vicine.

Quantunque ragioni d’ordine morale inducessero il generale in capo a dare la preferenza alla prima di queste posizioni, ragioni impellenti di necessità materiali lo determinarono a scegliere, per il momento, la seconda, siccome quella ch'era più prossima a Balaclava e quindi più acconcia a riunirvi le truppe mano mano che sbarcavano, formarle, passarle in rivista, provvederle dei viveri, ecc.

Scelta, per questo, la posizione di Karani, se ne prese subito possesso, si tracciarono gli accampamenti e si assegnarono i posti ai diversi corpi che dovevano sbarcare. Le operazioni di sbarco riuscirono difficilissime, sia per la strettezza del porto e l'insufficienza delle calate, sia per l’ingombro dei legni che entravano ogni giorno e di quelli che stavano in porto permanentemente servendo ad uso di magazzini per gl’inglesi, sia per la scarsità dei mezzi ch'erano a nostra disposizione. Si aggiunga che, per quasi tutto il mese di maggio, si ebbe in quei paraggi il mare agitato ed il tempo piovoso.

I legni entravano in porto a suono di musica, ma lo spettacolo che si presentava agli spettatori non era incoraggiante. Il porto aveva l’aspetto di una vera cloaca. L’acqua era coperta da detriti d’ogni specie e ne usciva un fetore insopportabile. In questa cloaca bisognava talvolta aspettare qualche giorno per poter sbarcare e si stava sul bastimento pigiati come acciughe nel barile.

Quanto al materiale, era uno spreco, una distruzione. I marinai inglesi, ansiosi di sbrigarsi, mettevano giù tutto alla rinfusa, senza badare alle raccomandazioni dei nostri commissari, spesso senza neanche la loro presenza. E questi commissari intelligenti e diligenti, ma lenti, metodici, avvezzi alla routine, non mai trovatisi in simili frangenti, non sapevano da che parte voltarsi. E mentre essi piangevano sullo spreco dei viveri, gli ufficiali piangevano sulla rovina dei cavalli; mentre sulle calate del porto la roba si guastava ammucchiata ed esposta alla pioggia, i soldati nel campo di Karani mancavano di viveri, perché non si avevano mezzi di trasporto. Le lettere dei commissari, in quel tempo, sono piene di lagnanze contro gl’inglesi; quelle dei comandanti di truppa sono piene di lagnanze contro i commissari. Naturalissima una cosa e l’altra.

Le truppe, appena sbarcate, si ordinavano alla meglio e partivano per il campo; traversavano dapprima un terreno sassoso e fangoso, ma che, avanzando, diventava migliore; passavano daccanto a vari accampamenti inglesi senza ricevere la menoma accoglienza; pareva che quei camerata non si accorgessero neppure di chi passava. Il che, quantunque spiegabilissimo col carattere inglese, impressionava malamente i nostri. Qui giova osservare che, quantunque tra i nostri ufficiali e quelli inglesi si stabilissero rapporti della massima cortesia, appena venivano a reciproca conoscenza o per casualità o per lettere di presentazione, tra gli uomini di truppa delle due nazioni non vi fu mai famigliarità; mentre essa invece nasceva immediatamente trovandosi a contatto piemontesi e francesi. Effetto questo di somiglianza di carattere e di lingua, istinto di parentela.

Giunti al campo di Karani, i nostri soldati, quantunque privi di tutto, sentivano slargarsi il cuore, perché il sito era bello; erano prati asciutti e coperti di fiori perché correva maggio. «Noi siamo in mezzo a bei fiori selvatici (scrive il tenente colonnello Di Saint Pierre), la cui varietà mi ricorda il prato Catinat di Fenestrelle nel mese di giugno» (15).

Scelti e tracciati gli accampamenti, era d’uopo stabilire in convenienti località il quartier generale, gli uffizi, un primo magazzino, un primo ospedale. Ma il villaggio di Balaclava e il pendio praticabile delle alture che lo circondano era talmente ingombro di baracche, di magazzini e di ospedali inglesi, che difficilmente si sarebbero potuti trovare pochi metri di terreno libero. Karani era troppo distante dal luogo di sbarco e d’imbarco. Per quanto a La Marmora ripugnasse, gli fu giocoforza ricorrere agli inglesi e non senza difficoltà riuscì ad ottenere un ristretto spazio, già munito di 30 piccole baracche, lasciate libere da un battaglione inglese, allo sbocco di' Balaclava stessa, a nordest del porto. Poco dopo e poco lungi ottenne un altro gruppo di baracche.

Erano località convenientissime perché vicine al porto, condizione essenziale nei primi giorni in cui dovevano aver luogo i più grossi sbarchi, e non era piccolo vantaggio, in quelle strettezze, il trovar le baracche fatte. Ivi si stabilirono il quartier generale principale, gli uffizi d’intendenza (commissariato), un magazzino viveri, un magazzino foraggi, il personale ed il materiale del treno e un ospedale di 300 letti.

Cominciati gli sbarchi non vennero più interrotti, finché tutto il corpo di spedizione si trovò in Crimea. Ogni giorno arrivavano nel porto navi cariche di uomini e di materiale e le operazioni di sbarco, disordinatissime in principio, presero successivamente un andamento migliore, gareggiando di zelo ufficiali e funzionari; di buona volontà, di pazienza e disciplina la truppa.

Giunte al campo di Karani, le truppe prendevano possesso del sito loro assegnato e vi piantavano le tende, poi venivano ripartite per lavori di varie specie, occorrenti in quei giorni di primo stabilimento, pei turni di fatica, pei servizi di guardia eco, ecc., qualche compagnia di fanteria era comandata al porto di Balaclava per aiutare gli sbarchi; la cavalleria forniva le guide e le scorte; tutti i soldati del genio, aiutati da molti di fanteria, lavoravano alle strade ed alle baracche; l’artiglieria aveva abbastanza da fare per collocare i suoi pezzi. Nelle poche ore di libertà, chi aveva qualche soldo correva a Karani, dove in misere baracche vi era un grande bazar, tenuto da maltesi e da greci, provvisto di quanto può occorrere ai piccoli bisogni di truppe accampate, ma tutto a prezzi favolosi. L’avidità dei venditori e la prodigalità degl’inglesi rendevano il bazar inaccessibile alle povere borse dei nostri soldati. V’era pure una trattoria francese, dove si pagava da inglesi e si mangiava da turchi (16). Cosi dicono le corrispondenze.

Due cose colpivano vivamente l’udito e l’olfato di coloro che si stabilivano nell’accampamento di Karani: un vivo cannoneggiamento, che era divenuto la sveglia mattutina e dipendeva dal fuoco con cui assedianti ed assediati cercavano di distruggersi scambievolmente i lavori fatti nella notte intorno e dentro Sebastopoli; un fetore nauseabondo, che proveniva dai miasmi esalanti dalla numerosa popolazione di migliaia e migliaia d’uomini agglomerati su una stretta zona di terreno, ove viveva e moriva da più mesi per effetto del fuoco, del tifo, dello scorbuto e del colera.

Intorno verso ovest vedevasi un fitto velo di fumo prodotto dal cannoneggiamento e tra le volute del fumo qualche punto o qualche linea biancastra che indicava Sebastopoli: a sud la lunga linea azzurra oscura formata dal Mar Nero e più vicino le vecchie torri genovesi che dominano il porto di Balaclava: verso est l’altipiano di Ialta, le cui nebbie, nel mattino, contrastavano coi fulgidi sprazzi del sol nascente: e da nord una striscia vaporosa segnava il corso della Cernaia e sovr’essa torreggiavano le basse alture di Makenzi, ove se il sole le metteva in risalto, vedevasi col cannocchiale qualche accampamento russo. (17)

Tale fu il primo accampamento dei piemontesi in Crimea.

Il 20 maggio il generale Alfonso La Marmora passò in Crimea la prima rivista. Una metà all'incirca del corpo di spedizione era già sbarcata; però, detratti gli ammalati e i comandati a vari servizi, le truppe sotto le armi non presentavano che un effettivo di 4266 uomini con 256 cavalli. Esse sfilarono davanti al generale in capo, sull’altipiano ad est di Karani; il generale Ansaldi ne aveva il comando. Alcune corrispondenze di ufficiali (a dir vero un poco brontoloni su tutto) notano essere stata una fortuna che. gli alleati non abbiano saputo di questa rivista e non sieno accorsi a vederla (come si soleva da un campo all’altro), perché i nostri soldati facevano una gran brutta figura. Certo dopo quel viaggio e quello sbarco non potevano farla bella. Il generale in capo non lodò, ma non biasimò nessuno. Forse, in cuor suo, tutto considerato, fu contento delle condizioni in cui aveva trovata la truppa.

Se dal nostro accampamento si sentiva tutto il giorno il rombo del cannone, e salendo sulle alture si vedeva il lampo delle artiglierie degli assedianti e degli assediati, i russi erano l’ultimo pensiero, benché agli avamposti si vigilasse attentamente. I disagi passati andarono presto in oblio, ai presenti si adattavano ufficiali e soldati; e, la buona stagione e il buon umore naturale della nostra truppa aiutando, pareva che il diavolo non fosse poi così brutto come l’avevano dipinto; ma l’ora delle prove e dei sacrifizi giunse terribile e inaspettata; almeno dai più. Non erano i russi; era un nemico assai peggiore: il colera.

Questo morbo che già aveva fatto strage nei corpi francese ed inglese prima dell’arrivo del nostro, e che ora fra gli alleati si trovava in decadenza, attaccò i piemontesi, rimessamente sul principio, dappoi con furore, quasi che gli ultimi venuti gli avessero portato un nuovo e preferito alimento.

Il primo caso si era verificato fino dall’11 maggio, durante la traversata, a bordo dell'Authion, nella persona del cappellano Astengo che n’era morto. Altri casi avvennero nei primi sbarchi e passarono quasi inavvertiti; ma presto la proporzione crebbe talmente da destare serie inquietudini e produrre gran vuoti nell’effettivo delle truppe.

I primi nostri ammalati di colera furono raccolti nei lazzaretti inglesi; gl’infermi di altre malattie venivano ricoverati in quell’ospedale provvisorio che dicemmo impiantato presso Balaclava in baracche cedute dagl’inglesi; a cui aggiungevansi il 24 maggio quelle già occupate dal quartier generale.

Imperocché il generale La Marmora, vedendo che gli ammalati crescevano enormemente, s’era rivolto con nuove e maggiori insistenze agl’inglesi, e aveva ottenuto da essi la cessione e lo sgombro del villaggio di Kadikoi; dove s’era trasportato col suo quartier generale, lasciando per uso dell’ospedale le baracche già occupate in vicinanza di Balaclava.

La casa o tugurio dove prese alloggio il generale La Marmora era in muratura. Un sottotenente ne lasciò scritto il seguente giudizio: «credo che sia la casa dell’antico sindaco. Ci si deve stare discretamente,» ed il Revel dice «che era tutt’altro che splendida. La casipola non era superiore all’abitazione di un nostro contadino. Mal riparata dalla pioggia. Si era in parte supplito alla deficienza dei locali con tre grandi tende per il servizio della tavola ed ufficio». Quivi La Marmora ricevette i comandanti delle armate alleate venuti a restituirgli la visita; quivi fu più volte a visitare La Marmora il generale Pélissier, col quale il nostro comandante strinse subito rapporti di cordiale amicizia.

Riportiamo a titolo di curiosità l’impressione che fece Pélissier ad un ufficiale (e forse anche agli altri) del quartier generale di La Marmora (18):

«Ieri sera (23 maggio) per caso abbiamo veduto il generale Pélissier, il quale è venuto a far visita al generale La Marmora. Egli ha una fisonomia assai volgare ma guerriera. Il suo abbigliamento, con quel bournous arabo bianco, che volava in balia del vento, lasciando vedere tutte le decorazioni, era alquanto teatrale». E altrove: «abbiamo avuto la visita del generale Pélissier al quale mi sono presentato. L’ho trovato assai urbano ed affabile. Dopo aver parlato della bella posizione che occupiamo e discusso alcuni progetti col suo capo di stato maggiore, si è occupato di botanica, raccogliendo roso selvatiche ed erbe. Egli mi ha anzi raccomandato di mandargli dei bottoni di queste rose selvatiche al suo quartier generale. Sulle prime credevo che scherzasse, ma poi ho visto che parlava sul serio, e desiderava davvero quei fiori. Eppure è lo stesso uomo che ha fatto arrostire parecchie centinaia di arabi in Algeria!»

Il quartiere generale principale restò a Kadikoi fino alla partenza delle nostre truppe dalla Crimea.


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IX

Il piano del generale Pélissier. Prime operazioni dopo l’arrivo dei piemontesi.

Il comando del corpo francese era passato dal generale Canrobert al generale Pélissier, ma il cambio del comando non aveva mutato la situazione. Si cominciava a dubitare nel campo degli alleati, e più ancora a Parigi, della possibilità di prendere Sebastopoli, campo trincerato che gli alleati non potevano pienamente investire e che, mantenendo libere le comunicazioni coll’esercito esterno e col paese, ne riceveva continuamente viveri, munizioni, rinforzi, cosicché poteva dopo un attacco, ed anche durante il medesimo, dare la muta ai reggimenti più maltrattati, trasportandoli nei forti sulla sponda nord della rada, e guernire di truppe fresche i bastioni e le opere esterne. Si era verificato che gli attacchi riuscivano sanguinosissimi e assumevano il carattere di battaglie date in condizioni sfavorevoli all’attaccante.

A Parigi si studiavano e si spedivano in Crimea nuovi progetti: lasciare un corpo d’osservazione sotto Sebastopoli e fare specialmente guerra di campagna; attaccare Sinferopoli sull’altipiano, contrastare l’approvvigionamento dei russi, e costringere questi a dare battaglia campale per difenderlo. Ma siffatti progetti, di cui forse a Parigi non si misuravano tutte le difficoltà, piacevano poco ai comandanti francesi in Crimea, pochissimo ai turchi e niente affatto agl'inglesi che non volevano staccarsi dalle navi.

Con Sebastopoli s’era cominciato e con Sebastopoli bisognava finire; questa era l’opinione di lord Raglan, comandante delle forze inglesi, ed era, in fondo, anche l’opinione del generale Pélissier.

Frattanto nuovi rinforzi francesi erano arrivati o stavano per arrivare. Pélissier poteva contare su 115 a 120 mila uomini suoi, fra cui 90 mila combattenti e aveva meno scrupoli di Canrobert nel dare impulso all’azione. Agl’inglesi, che non erano riusciti ad avere più di 20 mila combattenti, erano giunti in aiuto i piemontesi. I turchi in Crimea erano 55 mila, ma fra questi solo 12 o 13 mila sotto Sebastopoli; gli altri in vari distaccamenti lungo la costa. Il grosso della guerra pesava sui francesi, perciò al loro comandante spettava naturalmente l’iniziativa e il parere di lui aveva un peso decisivo nei consigli degli alleati.

Le forze russe in Crimea erano di circa 150 mila uomini, dei quali 90 mila nei dintorni di Sebastopoli (19).

Il 21 maggio (due giorni dopo l’assunzione del comando), il generale Pélissier scriveva al Ministro della guerra in Francia che aveva veduto lord Raglan e che sulle cose principali erano d’accordo; lo stesso giorno, scrivendo al generale Bosquet, comandante del II corpo, gli tracciava un nuovo piano di cui giova riprodurre un sunto, perché dà la chiave di tutte le operazioni che vennero appresso eseguite:

«Prendendo il comando, mi sono trovato in presenza di due sistemi possibili: l’uno di grandi manovre all’esterno, per riuscire ad un investimento completo di Sebastopoli, dopo aver battuto l’esercito russo che tiene la campagna; l’altro di grandi lavori per spingere a fondo l’assedio, arrivare alla distruzione della parte sud di Sebastopoli, e disporre quindi di tutte le forze per agire contro ' il nemico in aperta campagna.

«La mancanza di cognizioni precise sull'interno del paese, sulle posizioni e sulle forze del nemico, le difficoltà del terreno, quelle di muovere truppe sopra un campo preparato dal nemico, i pericoli di una ritirata in caso d’insuccesso e l’impossibilità di agire senza il concorso degli alleati, concorso che non è accordato, mi hanno fatto rigettare per ora il primo sistema.

«Io penso di attaccarmi corpo a corpo alla piazza e spingere verso Baidar la parte delle truppe esuberante all’assedio, tentando all’esterno operazioni secondarie e ricognizioni verso l’alto paese, come preparazione alla guerra di campagna che si farà quando si potrà.

«Di concerto con lord Raglan, ho pure deciso un nuovo, tentativo sopra Kertch, ecc., ecc.»

Da queste operazioni esterne, il generale Pélissier si riprometteva «aria, acqua, salute, foraggi in abbondanza, una situazione più libera ed anche più sicura, la possibilità di studiare il paese, di agguerrire le truppe, di obbligare i russi ad estendersi, eco., ecc.,» ma soggiungeva tosto che l’operazione principale, principalissima, era l’assedio e conchiudeva: «Presa Sebastopoli, distrutti l’arsenale ed i cantieri, affondati gli avanzi della flotta russa, noi faremo, se sarà necessario, una campagna d’autunno in tutta libertà e, se a Dio piace, non senza gloria.»

In questa lettera vi è tutto il piano del nuovo comandante; il piano ch’ebbe realmente esecuzione. Le operazioni esterne non erano per il generale Pélissier se non un mezzo di tenere in attività ed impiegare utilmente il corpo d’osservazione, quando ad esso non avessero dato lavoro i russi con i loro assalti; erano inoltre un mezzo per contentare l’Imperatore, e far chiacchierare i giornali di Parigi.

Questo piano, sostenuto dal generale Pélissier (anche prima di essere comandante supremo) nelle riunioni dai generali a cui abbiamo sopra accennato, era stato in massima accettato da tutti, e si era anche convenuto che la prima delle operazioni esterne sarebbe stata una grande ricognizione nella valle del Baidar. Di quelle riunioni e di questa decisione cosi parla il generale La Marmora in un suo rapporto del 19 maggio: «Al mio arrivo si tenevano, quasi ogni giorno, delle conferenze, alle quali assisteva anche Omer Pascià e ad una delle quali ho assistito anch’io, e dopo molti dissensi venne combinato un movimento offensivo contro il nemico che tiene la campagna; movimento a cui le mie truppe non potranno prendere parte, in qualunque direzione esso si compia, per essere incomplete finora di forze e di mezzi.»

Cosi scriveva La Marmora il 19; se non che la mutazione avvenuta appunto in quel giorno nel comando del corpo francese, le modificazioni che il nuovo comandante volle introdurre nei particolari del movimento e sopratutto due combattimenti ch’ebbero luogo sotto Sebastopoli, fecero ritardare l’operazione fino al 25, sicché le nostre truppe poterono prendervi parte, come diremo in appresso.

Or ecco che cosa era accaduto sotto Sebastopoli:

Da varie notti i russi lavoravano in silenzio attorno a parti staccate di opere davanti alla piazza, che non si capiva bene che cosa fossero; nella notte dal 21 al 22 maggio lavoravano al collegamento delle diverse parti e al mattino i francesi si accorsero che r avevano costrutto, o almeno stavano costruendo, una specie di campo trincerato, i cui fuochi avrebbero preso di rovescio una parte delle trincee francesi rendendole inabitabili. Questo tentativo dei russi era anche più ardito che la costruzione dell’opera presa dai francesi il 2 maggio. Si vedeva ch’essi avevano intenzione di portare grandi forze fuori della cinta e attaccarsi corpo a corpo alle trincee francesi, come Pélissier voleva attaccarsi corpo a corpo alla piazza. Ma questi che faceva consistere nei progressi dell’assedio lo scopo principale di tutti gli sforzi, e che più di una volta, quando era ancora comandante in sottordine, aveva dovuto insistere per ottenere il permesso di attaccare e distruggere le opere avanzate, da cui i russi potevano disturbare i suoi lavori, ora che si trovava comandante supremo, non pose tempo in mezzo, e la mattina stessa del 22 maggio, appena conobbe lo scopo e l’importanza delle nuove opere del nemico, diede le disposizioni perché al cadere della notte venissero assalite.

Le truppe a ciò destinate, poste sotto gli ordini del generale Pàté, e consistenti in otto’ battaglioni di fanteria, alcune compagnie di cacciatori, altre del genio e tutte le truppe della legione straniera, a cui facevano seguito altri riparti di riserva, mossero silenziose, alle 9 di sera verso il cimitero di Sebastopoli, presso cui sorgevano le nuove opere.

I russi si apprestavano allora a riprendere i lavori e, come erano soliti, stavano disponendo buon nerbo di truppe a difesa dei lavoratori.

S’appiccò tosto nell’oscurità una mischia terribile e nel primo impeto i francesi cacciarono i Russi; ma questi tornarono bentosto rinforzati e la lotta prosegui accanita, sanguinosa. Alla colonna francese di sinistra riusci di girare alcune imboscate, penetrarvi e mantenervisi; frattanto i soldati del genio lavoravano per voltare contro il nemico, o almeno distruggere le opere conquistate. Sulla destra la lotta fu più viva e durò tutta la notte. I trinceramenti furono cinque volte presi e. cinque volte perduti e finirono per restare, quantunque rovinati, in mano dei russi. Prima dell’alba i francesi rientrarono nelle loro trincee.

Ma il generale Pélissier non. era uomo da arrestarsi davanti a un mezzo insuccesso tre giorni dopo che aveva preso il co mando. Deliberò che l’impresa avrebbe avuto compimento la seguente notte con forze anche maggiori. ne fu incaricato il generale Levaillant, comandante di una divisione che vi concorse intiera. Le truppe mossero di notte su due colonne, come la sera antecedente, una brigata a destra, una a sinistra. Prima di notte, un gran fuoco d’artiglieria aveva preparato l’attacco. Non potendo più calcolare sulla sorpresa, fu ottima e naturale idea questa preparazione.

I russi però non accettarono una seconda battaglia in condizioni che, se non erano svantaggiose, erano pari; si difesero debolmente sui parapetti, solo quanto era necessario per incitare i francesi ad entrare nelle opere; poi sparvero e contemporaneamente aprirono contro le opere stesse un fuoco vivissimo dall’artiglieria della piazza. I francesi si ripararono alla meglio e il grosso si ritirò, ma non le abbandonarono del tutto; anzi, lavorando quella notte e nelle seguenti, in parte le distrussero e in parte le volsero contro il nemico.

Il generale Pélissier aveva raggiunto il suo scopo, ma a caro prezzo: 2300 uomini fuori combattimento. È vero che i russi aveano avute perdite anche maggiori; forse per il gran numero di lavoratori che la prima notte di combattimento servirono da bersaglio.

L’onore di questi combattimenti fu tutto francese (20). Né inglesi, ne turchi vi ebbero la menoma parte. I nostri, dal campo di Karani, sentivano il cannoneggiamento, ma non sapevano nemmeno di che si trattasse. In qualche diario particolare, la notte dal 23 al 24 maggio è segnata cosi: (21) «grande cannoneggiamento, Debbono essere i francesi che battono il forte della Quarantena.» Esattamente informato di tutto era però sempre il generale La Marmora, come apparisce da' suoi rapporti al Ministro della guerra, molto particolareggiati e concordi con quanto si riconobbe vero dagli storici che scrissero posteriormente.


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X

Relazioni gerarchiche tra i vari comandanti.
Ricognizione nella valle del Baidar.

Lo stesso giorno, 23 maggio, nella cui sera vennero occupate le opere russe delle quali abbiamo sopra parlato, si diedero le disposizioni per il movimento offensivo verso l’esterno, cui aveva accennato il generale La Marmora nel suo rapporto del 19. La natura, la direzione e lo scopo del movimento sono determinati da questo sunto di lettera diramata dal generale Martimprey, capo di stato maggiore del generale Pélissier, ai capi di stato maggiore degli eserciti alleati:

«È stato disposto che domani 24, a punta di giorno, il generale Canrobert, con due divisioni di fanteria, colle loro batterie, più cinque batterie a cavallo ed una da montagna e venti squadroni di cavalleria, discenda nel piano di Balaclava per occupare le alture della riva sinistra della Cemaia. In quest’operazione gli avamposti russi saranno ricacciati, sia che disturbino la presa delle posizioni suddette, sia che restino minacciosi contro ad esse.

«Il concorso degli alleati consisterà:

«1° Nello stabilire truppe turche (fanteria, cavalleria ed artiglieria) sulla linea delle ridotte che fiancheggiano la strada di Woronzof nel piano di Balaclava;

«2’ Nello stabilire davanti a Balaclava, verso il nemico, un. corpo di cavalleria inglese, che prolunghi la destra della truppa ottomana fino alle colline di Kamara;

«3° Nell’occupazione del versante di Kamara per parte del corpo sardo, che coprirà lo sbocco della strada di Baidar e si estenderà verso Ciorgun, al confluente dello Sciuliù colla Cernaia».

Come si vede, scopo del movimento era anzitutto quello di far retrocedere gli avamposti russi che, fino dal principio dell’assedio, occupavano, sulla sinistra della Cernaia, alcune alture che dominano Balaclava e da cui, mediante canocchiali, potevano spiare ogni movimento nell'interno di Balaclava stessa. Con ciò si otteneva di allargare la cerchia della linea d’osservazione e procurarsi quello spazio, quell’aria, che voleva il generale Pélissier; si otteneva pure libero accesso nella valle del Baidar, ricca di foraggi, d’erbaggi, di frutta d’ogni specie.

Il movimento progettato pel 24 maggio fu poi rimandato al giorno appresso.

Qui giova dire una parola sulla rispettiva posizione dei comandanti degli eserciti alleati. Il francese, l'inglese e il turco erano indipendenti l’uno dall’altro ed avevano, teoricamente parlando, diritti pari; ma effettivamente, siccome il comandante francese disponeva del grosso delle forze, il suo parere preponderava nei consigli in cui si decidevano le operazioni e

nel modo di eseguirle. I francesi si facevano sempre la parte del leone, e lo diciamo a loro onore, perché non si trattava di preda, ma di battaglia. Le loro comunicazioni (come apparisce dalla surriferita lettera del generale Martimprey, che può servire d’esempio), avevano tutte l’aria di dire: abbiamo disposto cosi; se vi piace, va bene; se non vi piace, faremo da noi. La parte degli alleati era chiamata concorso. Non sappiamo quanto la cosa andasse a versi del comandante turco, certo pesava all’inglese; ma non c’era rimedio, perché l’attitudine del comandante francese (a parte lo spirito invadente della razza) era giustificata dall’avere egli più forze che tutti gli altri insieme.

Il corpo sardo era considerato dagli alleati come un’appendice del corpo inglese, e quindi il generale La Marmora come dipendente da lord Raglan. Non abbiamo avuto sott’occhio alcun documento in cui queste relazioni di comando e di dipendenza sieno determinate; forse lo sono in qualche documento diplomatico, forse non lo sono in alcuno; ma che la cosa fosse cosi, si deduce da una circostanza caratteristica e decisiva: tutte le comunicazioni che importavano movimenti di truppe sarde per qualsiasi motivo, o partivano direttamente dal quartier generale inglese, o, se partivano dal francese, erano fatte pervenire, al generale La Marmora per mezzo del quartier generale inglese come per via gerarchica. Questo almeno avveniva in principio, poi cadde in disuso. Cosi per mezzo del quartier generale inglese, ricevette La Marmora la comunicazione del generale Martimprey (22).

Però tutte le comunicazioni che non importavano ordini erano fatte direttamente dal generale Pélissier al generale La Marmora. Cosi vediamo che gli dà comunicazione della presa delle opere russe, il 22 e il 23 maggio, con lettera del 24 che è probabilmente un secondo originale di quella inviata al quartier generale inglese. E lo fa supporre non solo il vedere che può servire per l’uno come per l’altro, ma pure il fatto che fu scritta interamente lasciando in bianco l’indirizzo; il che dimostra che ne vennero fatte parecchie copie. L’indirizzo è di carattere del generale Pélissier e dice: «A S. E. il Comandante in capo dell’armata piemontese.»

Anche le comunicazioni fatte pervenire per mezzo del comandante inglese, erano spesso direttamente e contemporaneamente inviate al La Marmora in via amichevole; nelle comunicazioni inglesi poi era evitata ogni parola che potesse menomamente urtare la suscettibilità più ombrosa. Si aggiunga che il La Marmora era ammesso a paro con gli altri capi in tutti i consigli; sicché, se dipendenza c’era, egli poco la sentiva e i suoi subordinati non avevano campo di accorgersene. Cavour, alla partenza, gli aveva detto ingegnati', la stima e la simpatia che il La Marmora seppe subito ispirare, gli facilitarono il compito più che egli non avrebbe creduto.

A ciò si aggiunga il contegno della nostra truppa in ogni circostanza e la fama di valore che l’avea preceduta. Fino dai primi giorni del suo arrivo il La Marmora ebbe ad accorgersi dell’importanza che gli stati maggiori dei corpi alleati annettevano al corpo sardo; onde in un suo rapporto al Ministro della guerra scriveva:

«Da quanto ai può giudicare fin d’ora, la nostra posizione, rispetto alle armate alleate, sembra buona, e quello che apparisce in modo evidente si è che tanto l’armata inglese, quanto la francese, vedono di buon occhio il nostro arrivo ed apprezzano in alto grado il rinforzo che loro rechiamo.»

L’effettivo del nostro corpo, per i continui arrivi, andava ogni giorno aumentando; il generale La Marmora, che ancora pochi giorni prima mostravasi preoccupato e dolente di non poter prendere parte al movimento in qualunque direzione si facesse, aderì assai volentieri (sono sue parole) all'invito contenuto nella lettera del quartier generale francese e ripetutogli verbalmente dal comandante inglese.

Il 22 maggio, si trovavano già sbarcati in Crimea più di 9000 uomini, 1250 cavalli, 180 carri. (23) Il 24, il generale La Marmora emanò un ordine del giorno, nel quale era specificatamente indicato quali riparti delle nostre truppe dovessero concorrere all'operazione, come formarsi in riparti maggiori, dove radunarsi, ecc., ed erano date minute disposizioni relativamente ai viveri, ai foraggi, ai carri d’ambulanza, ai distaccamenti che dovevano occupare, nel campo di Karani e a Balaclava, i posti lasciati vuoti dai partenti.

Conforme a quest’ordine del giorno e alle disposizioni. date dagli alleati per quanto riguardava le loro truppe, la ricognizione ebbe luogo il 25.

Il corpo di ricognizione fu diviso in tre colonne: quella di sinistra, agli ordini del generale Canrobert, era composta esclusivamente di truppe francesi, cioè due divisioni (Canrobert e Brunet), appoggiate come venne sopra indicato nella lettera del capo di stato maggiore francese. Questa colonna scese dall’altipiano nella valle della Cernaia; allo spuntare del giorno si trovava al ponte di Traktir, tenuto dal nemico, e se ne impadronì. I russi non avevano sulla sinistra della Cernaia se non che due battaglioni, qualche squadrone di ulani e di cosacchi e una batteria leggera, che si ritirarono dopo breve resistenza.

I francesi si spinsero quindi, senza incontrare il nemico, su per le falde delle alture che scendono sulla riva destra ed occuparono una ridotta abbandonata. I russi si limitarono a far fuoco, quasi innocuo, da batterie lontane.

La seconda colonna, agli ordini del generale La Marmora, constava di tre brigate piemontesi, composte per l’occasione con le truppe che si avevano sotto mano, cioè: brigata Ansateli (1° reggimento provvisorio di fanteria, 1° battaglione di bersaglieri, 7(a) batteria da battaglia, un plotone di cavalleggeri d’Alessandria); brigata Fanti, (2° reggimento provvisorio di fanteria, 2° battaglione di bersaglieri, 10° batteria da battaglia, un plotone di cavalleggeri di Alessandria); brigata di riserva (5° battaglione bersaglieri, uno squadrone di cavalleria Novara e uno d’Aosta, una compagnia d’artiglieria da piazza, una di zappatori del,genio, un plotone di cavalleggeri di Alessandria). Questa brigata mista era agli ordini del tenente colonnello Savoiroux (24).

Le tre brigate piemontesi, rinforzate da due reggimenti di cavalleria inglese (uno di lancieri ed uno di usseri) e da due batterie a cavallo parimenti inglesi, tennero il centro della marcia; all’alba erano già in movimento verso le alture di Kamara, per occupare le posizioni su cui i russi spingevano gli avamposti.

La terza colonna consisteva in un corpo di fanteria inglese agli ordini del generale Campbell. Essa marciò all'estrema

Un corpo di 20 a 25 mila turchi, comandati da Omer Pascià, seguiva in riserva, tenendosi dietro il centro.

Come si vede da questo apparato di forze, gli alleati si aspettavano una resistenza da parte dei russi, e volevano essere preparati ad ogni evento; ma salvo lo scontro sovraindicato tra l’avanguardia francese e gli avamposti russi, che non avevano fatto in tempo a ritirarsi, nessun altro ne avvenne su tutta la zona percorsa dalla ricognizione. Le. truppe piemontesi ed inglesi videro gli avamposti nemici che rapidamente si ripiegavano al loro avanzarsi e scambiarono qualche colpo a distanze fuori tiro. I turchi non videro il nemico, neppure da lontano.

Il generale La Marmora con la cavalleria inglese passò la Suaja ((25)) per riconoscere le strade che conducono alla valle di Baidar e alle posizioni, dei russi (sbocchi di Baidar e di Alsù).

Verso mezzogiorno, avendo la ricognizione raggiunto il suo scopo senza combattere, venne ordine di arrestare il movimento. Il generale La Marmora ripassò la Suaja e collocò le sue truppe sulle alture che da una parte dominano Kamara, dall’altra, spingendosi nell’angolo formato dalla Suaja e dalla Cernaia al loro confluente, dominano il punto d’incontro delle due fiumane, e gran parte del loro corso.

All'indomani (26 maggio), il generale La Marmora fece rapporto al generale Pélissier del movimento eseguito dalle truppe sotto i suoi ordini. Il che dimostra che, se l’invito di prendere parte al movimento gli era pervenuto per mezzo del quartier generale inglese, quasi per via gerarchica, egli dal canto suo non riconosceva questa gerarchia e trasmetteva direttamente i suoi rapporti al comandante francese, da lui considerato come generale in capo. È probabile però (benché non ne troviamo cenno nei documenti) che simile rapporto sia stato anche trasmesso a lord Raglan.

La lettera a Pélissier diceva:

«Cosi, com’era stato convenuto, ieri avanti giorno, le truppe di cui finora dispongo, rinforzate da due reggimenti di cavalleria ed una batteria a cavallo dell’armata inglese, si sono portate sulle alture di Kamara, dove hanno preso posizione dirimpetto a Ciorgun e sulla strada di Woronzof che conduce alle valli del Baidar.

«Colla cavalleria leggera inglese, io mi sono avanzato su questa stessa strada, e feci riconoscere le posizioni al di là del corso d’acqua che scende da Demirkapù.

«Gli avamposti cosacchi che occupavano le alture di Kamara si sono ritirati senza lasciarsi raggiungere, come pure due battaglioni di fanteria nemica che occupavano il versante opposto dalla valle: Questo movimento aveva luogo quando, alla mia sinistra, le truppe francesi, sotto gli ordini del generale Canrobert, passavano la Cernaia al ponte di Traktir e occupavano una ridotta russa e le alture della riva destra.

«Ho tenuto fino alla sera le posizioni occupate, ponendo inoltre un posto staccato sulla riva destra della Cernaia per essere padrone delle due rive del fiume e guardare l’acquedotto che potrebbe servire di ponte.

«Io credo la mia posizione assai forte, quantunque estesa riguardo alle truppe di cui dispongo; però quattro battaglioni sono arrivati pur ora a Balaclava, ed io potrò aggiungere fra qualche giorno una brigata di più al mio corpo.»

Il posto staccato, di cui parla il generale La Marmora nel suo rapporto, era stato collocato su di una specie di piattaforma o terrazzo che presentava, verso la Cernaia, una scarpa ripida e rocciosa. Taluno l’aveva chiamata la Rocca di Cavour, per identica conformazione, ma le rimase il nome di Rocca dei piemontesi. Questo posto era il più avanzato che occupassero allora gli alleati. Più tardi i piemontesi ne occuparono due più avanzati ancora sul monte detto del Zig-Zag, spingendo gli avamposti fino alla Punta del Cosacco, da cui si dominano gli sbocchi di Makenzi e dello Sciuliù, uniche strade aperte ai russi per scendere sulla Cernaia.

Si narra che in questa ricognizione del 25 maggio, fatta dalle truppe inglesi in unione alle nostre, un colonnello di cavalleria inglese ebbe una grata sorpresa. Quando da lunge apparvero gli avamposti nemici, egli che marciava alla testa del suo reggimento si volse per dare un’occhiata al battaglione di bersaglieri, che doveva marciargli di fianco non molto discosto. Ma il battaglione era sparito. Il colonnello inquieto lo andava cercando col cannocchiale, quando vide sopra un rialto il maggiore (Cassinis) con un trombettiere. Staccò subito un ufficiale per chiedergli notizie del suo battaglione; ma in quel momento, ad uno squillo o fischio che fosse, vide la catena dei bersaglieri e dietro essa il grosso saltar su da un campo di biada dove stavano in ginocchio, 500 passi davanti alla cavalleria.

Vero o ben trovato l’aneddoto, è un fatto che le nostre truppe in questa ricognizione eseguirono il loro compito con precisione e destrezza, lasciando negli alleati la migliore impressione. Pochi giorni dopo nel Times si leggeva; «Le truppe sarde hanno un bellissimo aspetto; le loro uniformi sono graziose ed adatte; la cavalleria è ben montata; gli uomini hanno cura dei loro cavalli, eco., eco.» E lord Raglan in uno dei suoi rapporti diceva: «La tenuta e la disciplina delle truppe sarde sono molto soddisfacenti. Io ammiro questa brava truppa che sotto gli ordini del generale La Marmora (il cui zelo e desiderio di combattere al nostro fianco sono grandissimi) avrà presto occasione di segnalarsi.»

Coll’occupazione delle posizioni di Kamara restava adempito uno dei più vivi desideri del generale La Marmora, il quale in un suo rapporto del 25 maggio al Ministero della guerra annunziava che «finalmente le truppe piemontesi erano a portata del nemico».

Alla nostra sinistra avevano preso posto i francesi che occupa vano i monti Fiediucine ed i turchi che si spingevano su per la valle della Cernaia; alla nostra destra gli inglesi occupando le alture che sorgono ad oriente delle fortificazioni di Balaclava.


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XI

Le nuove posizioni degli alleati. — Il campo sardo si trasporta a Kamara.

Lo scopo della ricognizione era adunque stato raggiunto. La linea d’osservazione degli alleati, che prima si arrestava alla cerchia dei monti Sapuni, ora si estendeva alla linea delle alture che dominano la valle della Suaja lino al suo confluente; quindi, per i monti Hasford e Fiediucine, si annodava a quelle che dominano la valle della Cernaia.

Cosi Balaclava, che prima era una posizione piuttosto eccentrica, venne a trovarsi racchiusa nella linea d’osservazione. La cerchia dei monti Sapuni, già munita di trinceramenti, formava una seconda linea. Si avevano gli sbocchi aperti nell’ampia e fertile valle di Baidar; si era ottenuto maggiore libertà di movimento in tutti i sensi. La Cernaia e la Suaja erano diventate quasi i fossi della nuova linea di circonvallazione, o meglio d’osservazione.

Il primo di questi corsi d’acqua è formato da due rami principali: quello di sinistra, che è il più importante, viene dalla valle di Baidar, dove si forma da varie sorgenti che scendono dagli orli di un bacino quasi circolare e si riuniscono presso il villaggio di Teulè; a questo punto il corso d’acqua prende il nome di Cernaia, e si volge verso la baia di Sebastopoli con direzione generale da sudest a nordovest, entrando in una stretta vallata i cui fianchi cadono scoscesi e talvolta dirupati.

Sotto il villaggio di Ciorgun, la Cernaia sbocca all’aperto, e s’incontra coll’altro ramo che, col nome di Sciuliù, viene da nordest, dopo avere attraversato anch’esso una stretta valle. E quasi alla stessa altezza, la Cernaia riceve la Suaja, affluente minore che viene da sud.

Da questo punto, il fiume cominciava ad essere il fossato del lato nordest della linea d’osservazione, passando, sucoessivamente, davanti al monte Hasford, alle alture Fiediucine ed agli ultimi sproni settentrionali dei monti Sapuni.

La Cernaia ha il carattere dei corsi d’acqua di montagna: ingrossa improvvisamente, ma presto si sgonfia, si restringe, e presenta non pochi guadi.

Dopo aver ricevuto gli affluenti sopranominati, la Cernaia stacca sulla sua sinistra un canale, che prima dell’assedio portava l’acqua a Sebastopoli. Durante l’assedio, la comunicazione di questo canale con la città fu intercettata, anzi il canale stesso, deviato, serviva per portare l’acqua al campo francese. Alla città restarono i suoi pozzi, e il di più di acqua occorrente era trasportato, come i viveri, con barche attraverso la rada. Questo canale, nella sua parte inferiore, era abbastanza largo e profondo per non poter essere attraversato senza ponti e costituiva un ostacolo di maggiore entità che la Cernaia stessa, alla quale correva dapprincipio quasi parallelo, poi se ne staccava per seguire le falde delle colline e

s’internava nell’angolo formato dalle alture Fiediucine cogli sproni dei monti Sapuni. Al vertice di quest’angolo vi era un lago che faceva da serbatoio.

Il fossato del lato orientale della linea d’osservazione era formato, come dicemmo, dalla Suaja, che, nata presso i villaggi di Vamutka e di Miskomia, corre diritta e incassata da sud a nord, con carattere di vero torrente, non presentando altro ostacolo che l’altezza delle sue rive. Questo torrente è traversato, sovra un ponte di pietra, dalla strada Woronzof.

Il terreno compreso tra questi due corsi d’acqua e il mare era il campo d’azione degli alleati. Esso è nel suo complesso un altipiano ondulato, sormontato qua e là da piccole alture, tagliato da burroni nei dintorni di Sebastopoli e con pendio generale verso nord. Di questo terreno abbiamo già dato un cenno parlando dell’arrivo degli alleati in Crimea, limitandoci allora alla cerchia dei monti Sapuni cui si estendeva la linea di osservazione; ora si aggiunga a quel tratto la zona compresa fra la detta cerchia e i corsi d’acqua sovradescritti. I caratteri generali di questa zona non sono molto dissimili da quelli del restante altipiano.

Il complesso delle forze alleate restò diviso, come prima, in corpo d'osservazione e corpo d’assedio; continuarono a far parte interamente del corpo d’osservazione le truppe turche e le sarde; la fanteria ed artiglieria inglese fu assegnata quasi completamente al corpo d'assedio; la cavalleria inglese ebbe per incarico di appoggiare in parte le ricognizioni dei turchi e in parte quelle dei sardi, sotto gli ordini rispettivamente di Omer Pascià e del generale La Marmora; i francesi continuarono ad avere sulle spalle il grosso del fardello, tanto come corpo di osservazione, quanto come corpo d’assedio.

L’incarico speciale del corpo sardo era di guardare l’angolo formato dalla linea d’osservazione al confluente della Suaja polla Cernaia, e lo sbocco dello Sciuliù, che è quasi di fronte a quest’angolo; al qual uopo dovevano tenere posti avanzati sulla destra della Cernaia. Nelle posizioni assegnate ai sardi vi era il villaggio di Kamara, prima della ricognizione occupato dai russi. Sia per questa ragione, sia per essere un punto importante delle posizioni stesse, esso diede il nome all’accampamento.

Quanto ai russi, l’abbandono delle posizioni di Kamara, tanto minacciose per la base d’operazione degl'inglesi a Balaclava, dimostrava come la difesa locale di Sebastopoli assorbisse quasi per intiero la loro attività, ed era una prova quasi sicura che, per il momento, non nutrivano progetti offensivi contro la linea d'osservazione degli alleati; questi però non s’illudevano fino al punto di credere che convenisse attaccarli nelle loro posizioni.

Sotto Sebastopoli, si lavorava da una parte e dall’altra ogni notte, e si combatteva quasi ogni notte e ogni giorno. I russi non si stancavano di costrurre opere davanti alla piazza e i francesi non si stancavano di espugnarle. Oltracciò i russi costruivano al sicuro, sulla sponda nord della baia, un vero campo trincerato, un’altra piazza, dove accumulavano viveri e munizioni, trasportavano i feriti, tenevano le riserve e dove intendevano continuare la difesa se, caduta Sebastopoli, fosse continuata la guerra.

Occupate le posizioni di Kamara, i piemontesi posero tosto mano ai lavori per stabilirvi i loro accampamenti. Le truppe e i materiali che ogni giorno sbarcavano a Balaclava, non furono più inviati al campo di Karani, dove rimase ancora per pochi giorni la brigata Cialdini, ma a quello di Kamara.

Il 27 maggio venne emanato un ordine del giorno che cominciava: «Domani le truppe abbandoneranno il campo di Karani e si recheranno a Kamara.» Seguivano minute disposizioni riguardanti la marcia e l’accampamento dei vari riparti. Quest’ordine del giorno ebbe piena esecuzione, onde, la sera del 28 maggio, tutte le truppe sarde in Crimea si trovavano al nuovo posto loro assegnato.

Il terreno su cui accampavano le nostre truppe si estendeva a nord del villaggio di Kamara. L’asse dell’accampamento era dato dalla strada di Woronzof, che venendo dall’interno del paese, passa la Suaja sopra un ponte di pietra, sale sull’altipiano di Kamara e lo traversa con direzione da est ad ovest, mettendo infine a Sebastopoli. Da questa strada se ne staccano altre secondarie che conducono a Balaclava e in diversi villaggi, sia in riva al mare, sia nella valle di Baidar, sia in quella della Cernaia.

La maggior parte delle truppe era accampata lungo la grande strada e a nord della stessa; alcuni riparti sulle trasversali. Lungo la prima si trovavano, procedendo da ovest ad est, i battaglioni del 5° bersaglieri, del 18°, 17°, 12,° 11°, 6° e 5° fanteria, del 2° bersaglieri, del 4°, 14° e 13° fanteria; sulla stessa direzione, ma alquanto più discosti dalla strada, quelli dell'8° fanteria, del 3° bersaglieri, del 7° fanteria.

Sulle trasversali che si staccano verso nord e conducono alla Cernaia si trovavano accampati i battaglioni del 16° e 15° fanteria, 4° bersaglieri, 3°, 10° e 9° fanteria. Sulla trasversale che si stacca verso sud si trovavano i battaglioni del 2° e 1° fanteria, del 1° bersaglieri, del 2° e 1° granatieri.

Al centro dell’accampamento stavano i quartieri generali della. l(a) e della 2“ divisione, le truppe del genio e quelle del treno. Il reggimento cavalleggeri accampava alquanto spostato sulla sinistra (26) alle falde di un poggio battezzato dai francesi col nome di poggio Canrobert, e presso ai cavalleggeri a sud, sulla grande strada, stavano le ambulanze.

Le varie batterie furono disposte qua e là in siti convenienti nell’ipotesi di un attacco per parte del nemico; così tre di esse (1(a), 4(a) e 7) si trovavano quasi al centro; una (10) stava ad oriente dell’altura detta monte Hasford; un’altra (13’) a nord della strada Woronzof, dietro l’accampamento del 9° e del 10° fanteria; un’altra infine (16) era parcata presso la strada medesima, dietro l’accampamento del 17° e 12° fanteria.

I parchi, l’infermeria cavalli, i magazzini e gli ospedali restarono nelle posizioni che abbiamo precedentemente accennato, cioè sul pendio e sul dorso delle colline che sorgono ad oriente di Balaclava. Quivi alle antiche baracche se n’erano aggiunte delle nuove ed altre si costruivano, specialmente per uso di ospedale. Le ambulanze e i carri del treno facevano il servizio dei trasporti tra il campo e questi stabilimenti. I corpi mandavano a prendere i viveri con bestie da soma.

Su queste alture di Balaclava, presso agli stabilimenti, si trovavano accampate le truppe addette ai servizi speciali, cioè: parte del genio e del treno, quelle di sanità, quelle di sussistenza, la compagnia dell’artiglieria. Vi era pure, presso il parco d’artiglieria, il battaglione d’artiglieria di piazza.

Il quartier generale principale rimase a Kadikoi, piccolo villaggio, come abbiamo detto, e gruppo di casupole a nord di Balaclava.


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XII

Misure di sicurezza. — La vita al campo di Kamara.

Appena stabilito nella nuova posizione, il generale La Marmora prese le sue disposizioni per la sicurezza del campo, e le portò a conoscenza del generale Pélissier, onde non avvenisse che militari francesi, ignorando la consegna delle nostre sentinelle, tentassero di penetrare oltre la linea degli avamposti, senza essere muniti della prescritta licenza.

Ecco la lettera scritta in proposito al comandante delle truppe francesi:

Kadikoi, 27 maggio 1855.

«Signor generale in capo, (27)

«Benché la posizione occupata dalle truppe piemontesi non sia vicinissima alla linea dei russi, ho creduto nondimeno di non dovere trascurare le prescrizioni occorrenti per mettere l’accampamento al coperto da ogni sorpresa.

«Io sono stato guidato in questo principalmente dal desiderio di abituare, fino dal principio, le mie truppe a fare con tutta regolarità il servizio d’avamposti, quando si trovassero in faccia al nemico.

«Conforme alle date consegne, nessuno può avvicinarsi alla linea degli avamposti senza avere la parola d’ordine e nessuno può oltrepassarla senza essere munito di una speciale carta di passaggio.

«Io non mancherò di farvi pervenire, ogni cinque giorni, la parola d’ordine; d’altra parte, ogni ufficiale francese, che avrà bisogno di percorrere le nostre linee, potrà procurarsi questa parola presentandosi al mio quartier generale. Riguardo alle carte di passaggio, io mi affretterò di metterne a vostra ’ disposizione tutte le volte che mi farete l’onore di domandarmene per i vostri ufficiali.»

Il generale Pélissier rispose il giorno 30 cosi:

«Sebastopoli, il 30 maggio 1855.

«Signor generale in capo,

«Ho l’onore di accusarvi ricevuta del vostro dispaccio del 29 corrente, col quale portate a mia conoscenza le disposizioni che avete prese per il servizio degli avamposti del corpo sardo.

«Vi ringrazio di queste comunicazioni e divido pienamente il vostro modo di vedere riguardo alle eccellenti e sagge precauzioni, che non potrebbero essere abbastanza rispettate.

ne ho dato oggi io stesso l’esempio, voltando ieri la briglia per non oltrepassare un posto piemontese.

«Ho ricevuto la serie delle parole d’ordine dal 28 maggio al 1° giugno. Affine che voi possiate godere, nel raggio d’azione delle truppe francesi, la facilità che m’offrite, ho l’onore di mandarvi la nostra parola d'ordine dal 31 maggio al 5 giugno.

«Profitto dell’occasione per informarvi che ho dato ordine di stabilire presso Kamara un approvvigionamento per 12 giorni a 5000 uomini e 1000 cavalli. Ho prevenuto il generale Morris di questa disposizione, affinché egli possa intendersi con voi circa i particolari e la posizione di questo magazzino.»

Abbiamo riportato queste comunicazioni perché servono a dare un’idea dei rispettivi rapporti tra il comando del nostro corpo e quello del corpo francese.

Frattanto nell’accampamento sardo tutti i servizi si andavano ordinando; a Balaclava si ampliavano i nostri stabilimenti; se ne impiantavano dei nuovi; si distribuivano le truppe per i vari bisogni. Grande era il lavoro per le compagnie del genio e per quelle di sanità; le une e le altre erano state rinforzate con uomini tratti dai reggimenti di fanteria.

Agli ultimi di maggio tutte le truppe del corpo di spedizione erano sbarcate; continuava lo sbarco dei materiali. Attendevano a questo lavoro facchini greci, maltesi e turchi coadiuvati e sorvegliati da militari. A tal uopo era comandato a Balaclava un battaglione di fanteria, invece di due compagnie destinatevi fino dal principio.

La truppa al campo era ricoverata sotto le solite tende in uso presso l’esercito piemontese; gli ufficiali sotto tende di vari modelli, francese, inglese, turco, eco. Però, ad imitazione dei turchi, anzi meglio di loro, i nostri soldati, profittando della vicinanza di alcuni boschi, costrussero in breve tempo capannucce e capannoni di rami intrecciati, sotto cui, durante il giorno, si stava assai meglio che sotto le tende.

LI campo di Karani, tanto piaciuto in principio, s'era lasciato senza rincrescimento, anzi con molta soddisfazione, perché, essendosi sviluppate varie malattie (peggiore di tutte il colera di cui diremo in appresso), se ne volle dare la colpa alle condizioni igieniche del campo stesso. Piantando colà le tende era venuto fuori qualche osso di morto, onde si diceva che l’accampamento era sopra un cimitero e i fiori vi crescevano belli perché ingrassati dai morti. Forse era vero, ma pur troppo no, non era questa la causa delle malattie; le quali continuarono, anzi crebbero al campo di Kamara. Oltre le febbri e il colera si era sviluppata un’oftalmia speciale detta emeralopia da cui molti erano attaccati. Èssi cadevano in un’oscurità perfetta poco dopo il tramonto del sole e non riacquistavano la vista se non al mattino seguente. I soldati dovevansi far guidare dai loro compagni sino al fare del giorno. Fu osservato che nessun ufficiale ne soffriva (28). Quantunque la malattia non fosse grave in sé stessa, recava inconvenienti nella ripartizione dei servizi e avrebbe potuto essere causa di guai, se si fosse dovuto respingere un attacco notturno.

L’ospedale di Balaclava era pieno. Qualche ammalato più facile a trasportarsi e qualche convalescente veniva già avviato all’ospedale di Jeni-Koi sul Bosforo. Il 29 maggio si stabili nelle vicinanze di Kamara un ospedale per soli colerosi.

Malgrado le cure del Governo per la provvista e la spedizione di viveri in Crimea, malgrado lo zelo dei funzionari d’intendenza militare, il servizio dei viveri lasciava molto a desiderare. Le distribuzioni si facevano regolarmente, ma i generi erano talvolta avariati e taluni di cattiva qualità. La galletta era buona quando non era ammuffita; sulla pasta e sul riso non troviamo lamenti; il caffè piaceva ai soldati e lo bevevano volentieri anche gli ufficiali, benché sapesse di marmitta; il vino era pessimo; peggio di tutto la carne salata, buona o cattiva che ne fosse la qualità, perché a tutti, ufficiali e soldati, ripugnava (29) e non uno su cinquanta vi attaccava il dente. Tanta ripugnanza non era stata prevista, epperciò di questo genere erano stati fatti grandi acquisti. Il generalo La Marmora insisteva continuamente presso il governo e presso i funzionari d’intendenza per avere carne fresca; ma la cosa, fu difficile sempre e nei primi giorni impossibile; questa mancanza quasi assoluta di carne ha certo contribuito allo sviluppo delle malattie.

Gli ufficiali facevano mensa per battaglione. Fino dai primi giorni erano stati distribuiti gli utensili di cucina e il servizio di tavola, il tutto in latta e ferro battuto. Ogni battaglione aveva due grandi tende coniche, una per l’uffizio di maggiorità, l’altra per la mensa, ma siccome non vi erano ne sedie ne tavoli si trovò un modo ingegnoso per supplire alla mancanza. Nell’interno della tenda, a mezzo metro dall’orlo, si scavò un fosso circolare abbastanza profondo perché un uomo potesse stare comodamente seduto tenendo i piedi nel fosso e largo poco più di mezzo metro. La terra ricavata dal fosso si pose nello spazio circoscritto da esso, formando così nel mezzo una piattaforma a pareti verticali, sostenute da assicelle di casse disfatte. Intorno ad essa, come intorno a una tavola, sedevano a mensa gli ufficiali sull’orlo del fosso, e allo scrittoio gli scrivani.

Per tenere i viveri al fresco, ogni battaglione aveva scavato una gran fossa rettangolare, rivestendo le pareti con graticciate e ricoprendone il pavimento con assicelle. La terra scavata, deposta all'intorno e tenuta su con rami d’albero, formava le pareti al dissopra del suolo. Rami, graticciate, assicelle e zolle formavano il tetto. Ci si stava freschi come in cantina.

. Sotto le tende della truppa, con paglia e fieno distribuito dai magazzini e con fogliame secco raccolto nei boschi s’ era formato un discreto giaciglio. Agli ufficiali si distribuivano le cassette da galletta a misura che si vuotavano. Di due se ne faceva una. Si riempiva di paglia o di fieno e si aveva un letto abbastanza comodo.

Non troviamo lagnanze pei foraggi come pei viveri. Forse, più che le provviste inviate dal Piemonte, giovò nei primi mesi la vicinanza della valle del Baidar, dove s’era trovata una insperata abbondanza. Generali sono invece le lagnanze (non sappiamo quanto fondate) dei proprietari di cavalli e comandanti di riparti di cavalleria per la sorte toccata alle povere bestie nell’imbarco, nel viaggio e nello sbarco; non ostante ciò, sembra che le malattie abbiano risparmiato più i cavalli che gli uomini, forse appunto perché i foraggi erano buoni mentre i viveri non lo erano. Sulla fine di maggio si distribuirono agli ufficiali i cavalli di favore comprati a Costantinopoli. Pochi ufficiali furono contenti del favore a causa del prezzo.

Quanto a vestiario, bisogna credere che tutto andasse bene, perché non se ne parla; conviene però notare che si era in piena estate e, di regola, non si facevano marce ne manovre.

Abbastanza gravoso, per il numero piuttosto grande di truppe comandatevi e per la puntualità che si esigeva, era il servizio di avamposti. Ivi non si avevano ne cucine ne tende; pattuglie di giorno e di notte perlustravano il fronte; qualche volta nell’oscurità si sentiva un lontano scalpitio di cavalli; erano pattuglie di cosacchi; dapprima si sparavano in direzione dèi rumore alcune innocue fucilate, poi si trovò ch’era inutile, fors’anche dannoso, e non si sparò più.

Nello stesso tempo il generale La Marmora faceva esplorare dagli ufficiali di stato maggiore il terreno intorno alle nostre posizioni, cercare guadi nei corsi d’acqua, riconoscere le strade più o meno atte al passaggio dell’artiglieria, studiare e indicare con quali lavori e in quanto tempo sarebbero riducibili a tal uso e via dicendo. E ciò tanto a scopo d’istruzione degli ufficiali stessi, quanto in vista di possibili operazioni (30).

Salvo agli avamposti, la parola d’ordine era: non affaticare la truppa, avuto riguardo alle condizioni sanitarie. La vita era noiosa per gli ufficiali; le loro lettere private sono piene di rammarichi, però il loro servizio era inappuntabile. I soldati non si mostravano malcontenti: con un vitto migliore e senza lo spettacolo giornaliero di qualche caso di colera fulminante, sarebbero stati allegri. Alla sera, fino all'ora del silenzio, si cantava in tutti i campi a squarciagola.

Non si poteva uscire dagli accampamenti senza permesso, ma gli ufficiali l'ottenevano facilmente e ne profittavano per visitare i campi degli alleati.

Come abbiamo detto fin dal principio, la famigliarità si stabiliva presto coi francesi, più difficilmente cogli inglesi ed anche più coi turchi: questa era gente che «consolava a vederla perché stava peggio di noi.» Però, con tutte le apparenze della miseria, doveva avere qualche cosa che ispirava simpatia o almeno rispetto, perché non troviamo a loro riguardo una parola di disprezzo.

In qualche luogo è notata la bontà dei nostri soldati verso i loro camerata turchi: forse, quando potevano, trovandosi vicini in pattuglia, regalavano ad essi, anziché gettarla via, la carne salata. Gl'inglesi, invece, facevano regali a noi ed erano ben altri regali: liquori e tabacco eccellente. Se n’era riconoscenti, ma il ricevere questi favori, che rifiutare non si potevano e restituire nemmeno, urtava il sentimento degli ufficiali. Nel diario di uno di essi, sotto la data dell'11 giugno si legge: «Gli inglesi ci tengono come loro pupilli. Ogni tanto vogliono regalare qualche cosa. Oggi è una grossa partita di tabacco di Virginia che viene distribuita alla. truppa di bassa forza» (31))).

Talvolta alla domenica si riuniva tutto il corpo di spedizione per la messa, a cui teneva dietro la parata. Assistevano alla nostra funzione religiosa non solo ufficiali francesi dello stesso culto, ma inglesi, protestanti ed anche turchi. La cosa meravigliava molti e fu notata dallo stesso La Marmora. Pare che negli accampamenti lontani, in condizioni simili a quelle, il sentimento religioso si elevi al disopra della differenza di culto.

Dopo la messa, si faceva qualche movimento di truppa e poi si sfilava in parata. La musica dei granatieri (unica del corpo di spedizione) suonava marce nazionali. Si passava una mattinata allegra, perché ridestava vecchie memorie ed era differente dalle altre.

Di tanto in tanto, a rompere la monotonia, giungeva pure l’annunzio di qualche fatto d’armi con risultato favorevole agli alleati; cosi il 27 maggio, un ordine del giorno del generale in capo portava a conoscenza del corpo di spedizione «l’esito felice ottenuto dai valorosi nostri alleati colla spedizione da essi intrapresa contro Kertch.»

Era partita dall’altipiano di Sebastopoli il 21 maggio e si componeva di 7000 francesi, 3000 inglesi e 6000 turchi. Queste truppe montate su navi francesi ed inglesi, s’erano trovate, il 24, all’entrata dello stretto di Kertch, difeso da una piccola fortezza presso la quale i russi avevano grandi magazzini. Il comandante russo, non sentendosi abbastanza in forze per impedire uno sbarco, aveva inchiodato i cannoni, messo fuoco ai magazzini è s’ era ritirato. Grandi approvvigionamenti erano rimasti preda delle fiamme, ma una buona parte ne era restata pure agli alleati. Questi ora avevano inoltre aperta l’entrata nel mare di Azof, cosa che poteva riuscir utile per operazioni future.

Questi annunzi di successi, a cui non si aveva avuto parte, ottenuti in operazioni di cui non si comprendeva lo scopo, lasciavano molto freddi i nostri ufficiali e soldati.


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XIII

Ricognizioni del 31 maggio e del 3 giugno.

Gli alleati restarono fermi qualche giorno nelle posizioni prese il 25 maggio sulla nuova linea d’osservazione. Davanti a Sebastopoli continuavano i lavori d’assedio, ma senza molta alacrità. Si era incerti sul da farsi. Il generale Pélissier voleva tentare un altro colpo contro la piazza; ma i suoi colleghi non erano d'accordo sulla convenienza del tentativo; anche meno sulle particolarità dell'esecuzione. La spedizione di Kertch, quantunque pienamente riuscita, non aveva soddisfatto l’amor proprio. Si voleva una vittoria e si aveva avuto, senza colpo ferire, una fortezza abbandonata e dei magazzini in fiamme. Per non restare in ozio, per tenere in rispetto i russi e fors’anche per vedere se fosse possibile trovare una buona strada per attaccarli nelle loro posizioni sulla Belbek, ovvero indurli ad abbandonarle, si ricominciarono le ricognizioni.

Il 30 maggio, il generale Pélissier avvertiva lord Raglan, comandante in capo del corpo inglese, che il generale Morris aveva assunto il comando delle truppe francesi sulla linea della Cernaia, e nella stessa lettera soggiungeva:

« accadrà sovente che il generale Morris si trovi ingaggiato in qualche avvisaglia di avamposti. In tale ipotesi vi prego d’invitare il generale La Marmora a rispondere alle domande d'appoggio che il generale Morris potrebbe fargli. Da parte mia, prevedendo che il generale La Marmora potrebbe egli stesso avere bisogno del generale Morris, ordino a questi che si faccia premura di dare, in ogni caso, al comandante in capo del corpo sardo, l'appoggio più completo che questi possa domandare.»

Tra il generale La Marmora e il generale Morris si stabilirono subito i più cordiali rapporti; quest’ultimo, appena assunto il comando, si affrettò di darne avviso al generale La Marmora e, in pari tempo, richiederlo del suo concorso per una operazione da farsi nella stessa notte, come apparisce da questa lettera in data del 31 maggio.

«Mio caro generale,

«Ho l’onore di prevenirvi in segreto che questa notte faccio un tentativo sulla batteria russa della Bilboquet, davanti il mio fronte, e che voi potreste far partire, nello stesso tempo, tre compagnie di bersaglieri nella direzione del posto cosacco, che dalle vostre posizioni vedete sopra Ciorgun.

«Per tal modo voi favorirete singolarmente la mia operazione.

«Le tre compagnie, partendo alle 11 di sera, potrebbero rimontare in silenzio il burrone che conduce a quel posto, giungervi e sorprendere il nemico; attendere in seguito il rumore dei colpi sulla loro sinistra per ripiegarsi su Ciorgun e tornare all’accampamento.»

In seguito a questa lettera, il generale La Marmora diede tosto Je disposizioni perché una piccola colonna appoggiasse l’operazione di cui gli aveva parlato il generale Morris.

Composero questa colonna il 1“ battaglione del 4° reggimento, il 1” del 5° e 3 compagnie del 2° battaglione bersaglieri. (32)

Queste truppe si posero in marcia poco prima di mezzanotte, passarono la Cernaia, si avanzarono pei valloni che s’internano noi versante destro di questo fiume, e giunsero fino al punto indicato, senza vedere il nemico; i cosacchi tenevano qua e là piccoli posti e facevano buona guardia; all’approssimarsi dei nostri, sparavano e sparivano. Le nostre truppe si mantennero sul sito fino alle 4 del mattino, poi tornarono all’accampamento.

Dal canto loro i francesi, non avevano fatto molto di più. Senza incontrare neppure essi il nemico, avevano distrutto alcune piccole ridotte già abbandonate dai russi fino dal 25. Della batteria Bilboquet, indicata nella lettera del generale Morris come scopo della ricognizione, non si parla nei rapporti della ricognizione stessa.

Un’altra assai più vasta venne eseguita il 3 giugno, in pieno giorno, dalle nostre truppe in unione alle francesi.

La visita fatta il 25 maggio alla valle del Baidar aveva lasciato il vivo desiderio di spingersi più innanzi nella medesima e prenderne possesso, non fosse altro che per la grande quantità d’erba e frutta che quivi si trovava. Dicevasi che i russi l’avessero sgombrata, nel qual caso, il possesso valea la pena di una marcia; in caso contrario, la ricognizione avrebbe servito a tentare e provocare il nemico, perché uscisse dalle sue forti posizioni; cosa che pure era negli intenti del comandante francese.

Questa ricognizione ebbe luogo il 3 giugno e vi presero parte forze rilevanti. Essa dapprima era stata ordinata dal quartier generale francese senza il concorso dei piemontesi; ma i primi ordini vennero mutati in seguito alle giuste osservazioni di lord Raglan, il quale fece rilevare che non era conveniente dì fare una ricognizione davanti al fronte delle nostre truppe senza ch’esse fossero chiamate a prendervi parte. La cosa apparisce dal seguente brano di lettera del generale Martimprey, capo di stato maggiore del corpo francese, al generale Airey, capo di stato maggiore del corpo inglese e da questi comunicata al generale La Marmora.

«S. E. lord Raglan ha fatto esprimere verbalmente al nostro quartier generale la cattiva impressione, che farebbe alle truppe piemontesi una ricognizione eseguita davanti al loro fronte senza il loro concorso, ed ha espresso il desiderio che gli fosse fatta proposta di concertare queste operazioni su di una base soddisfacente per una parte e per l’altra. In tale situazione è stato proposto a lord Raglan di presentare un piano che concili tutti gl’interessi» (33).

La lettera continuava dicendo che, secondo il desiderio di lord Raglan, le truppe piemontesi avrebbero costituito l’avanguardia e le francesi le avrebbero appoggiate; che in quanto ai particolari il generale La Marmora s’intendesse col generale Morris.

Non si poteva essere più compiacenti.

In seguito a questi concerti cogli alleati, il generale La Marmora dispose che il 3 giugno alle 2 e mezza antim. una colonna piemontese agli ordini del generale Ansaldi, lasciasse gli accampamenti, passasse il torrente Suaja sul ponte di pietra della strada Woronzof, e quindi si arrestasse al di là aspettando ordini. Questa colonna doveva comporsi dei seguenti corpi e frazioni: 1° reggimento provvisorio di fanteria, 1° battaglione bersaglieri, 1(a) sezione della 7(a) batteria da battaglia; a queste truppe appartenenti alla brigata Ansaldi (brigata di riserva), si unirono i primi due battaglioni del 3° reggimento provvisorio (brigata Cialdini) e lo squadrone dei cavalleggeri di Novara.

L’ordine del giorno diceva: «Non trattandosi che di una ricognizione, si lasceranno intatti i campi; la truppa sarà in tenuta di marcia senza zaino; si farà una distribuzione di formaggio e sarà cura dei comandanti che i soldati portino seco il biscotto per rimanere fuori dell'accampamento fino alla sera. Ritornando al campo, dovranno trovare il rancio preparato. Si condurranno appresso i muli necessari per portare una razione di vino (per ciascun uomo di truppa) e la refezione per gli ufficiali».

Giusta il prescritto, le truppe si trovarono il mattino del 3 giugno al punto indicato; quivi il generale Ansaldi aspettò che giungesse la colonna francese e la lasciò sfilare per la prima. Probabilmente fu questo un atto di gentilezza che il generale La Marmora volle rendere alla compiacenza francese. Questa colonna constava di 4500 nomini di fanteria, dieci squadroni di cavalleria e due batterie a cavallo.

I francesi si avanzarono sulla grande strada di Woronzof che corre in mezzo alla valle di Baidar; le nostre truppe salirono sulle alture di Cirka-Kajassi (34) per marciare parallelamente alla colonna francese e fiancheggiarla dalla parte sinistra verso il nemico. Il generale La Marmora accompagnava la ricognizione.

I piemontesi si spinsero fino al villaggio di Alsu, senza vedere se non piccoli posti di cosacchi, che fecero fuoco da grande distanza e poi si ritirarono. Al di là di Alsu, la strada, cattiva in tutto il suo percorso, s’internava in un fitto bosco, dove si divideva e si perdeva in un labirinto di piccoli sentieri.

Riconosciuta l’impossibilità di procedere ancora parallelamente al corso della Cernaia, il generale La Marmora ordinò di piegare a mezzodì e fece salire le truppe per un erto sentiero fin sulle cime che segnano la linea di displuvio fra la valle del Baidar e quella della Cernaia propriamente detta, lasciando posti sul cammino percorso, a guardia dei punti da cui avrebbe potuto sboccare il nemico. Giunti in vetta, si vide la colonna francese avanzarsi nella valle e la loro cavalleria inseguire pochi cosacchi fuggenti verso il villaggio di Teulè.

Dopo poche ore di riposo, il generale Ansaldi, con le truppe di fanteria, rifece la strada del mattino, raccolse i distaccamenti lasciati addietro e ritornò, al campo di Kamara. Il generale La Marmora, con lo squadrone cavalleggeri di Novara, scese invece su Baidar, si unì alla colonna francese e ritornò alle nostre posizioni per la strada di Woronzof. Alla sera tutte le truppe si trovavano nei loro accampamenti.

Nè i francesi, ne i nostri avevano avuto la fortuna d’incontrare il nemico. Informazioni raccolte fecero conoscere che nella valle del Baidar e sulle prossime colline, vi erano, poco prima, sparsi in vari piccoli posti, un’ottantina di cosacchi, che appena avvistisi dell’avanzarsi del nemico rapidamente si erano ritirati. E queste informazioni confermavano quanto le truppe della ricognizione avevano veduto.

Il terreno percorso dai nostri è descritto nei rapporti come difficile, sparso di macchie d’alberi, irto qua e là di rupi e tagliato da burroni, ma intersecato pure da vallette deliziose e da freschi e limpidi ruscelli, che, in quei luoghi e in quella stagione ricreavano la vista e il cuore, e richiamavano alla mente care memorie.

Per dare un’idea dell’impressione, che da queste ricognizioni, rompenti la monotonia della vita del campo, ritraevano le nostre truppe, giova riferire il seguente brano di una minuta di lettera o rapporto o corrispondenza, senza indirizzo e senza firma, ma pittoresco e caratteristico:

«Vi sono rialti coperti di lussureggianti cespugli e’ di un verde tappeto di erbetta, cosa deliziosissima per chi ha ancora davanti agli occhi le aride steppe di Eupatoria e le sterili melanconiche colline del capo Chersoneso. Lo stesso alveo della Cernaia (35) sarebbe reputato bello in qualunque paese corresse. E impossibile trovare vedute più pittoresche delle prospettive che si presentano ad ogni svolto della strada. Il letto del fiume conserva in generale il carattere di gola; ma in qualche punto si allarga e lascia vedere una leggiadra valletta con qualche casuccia bianca.

«Dopo avere serpeggiato lungo la Cernaia per due miglia la strada fa d’improvviso una voltata a sinistra ed entra nella valle del torrente Upù (36). È il primo saggio di una vera vallata della Crimea meridionale. Le limpide acque dell'Upù, luccicanti attraverso il denso fogliame di una grande quantità di alberi fruttiferi, possono rivaleggiare con quelle dei nostri più belli torrenti. Le alture, che d’ambo i lati s’innalzano con molti declivi e a terrazzi, sono in armonia col resto della scena. E la natura è anche illeggiadrita dalla coltivazione. Biondi campi di spiche e praterie, verdeggianti e cosparse di alberi, conferiscono a questa valle un aspetto di felicità e di pace, che non può non riuscire gradito a quanti stanno da tanto tempo ascoltando il monotono rimbombo dei cannoni d’assedio attorno a Sebastopoli.»

Disgraziatamente, anche attraverso le valli deliziose, le nostre truppe si portavano appresso il colera, Tre caddero sulla via in questa ricognizione del 3 giugno. Furono raccolti e trasportati alFaccampamento, ma uno mori prima di giungervi. I rapporti parlano pure di un soldato che, rimasto indietro,. smarrì la via e non raggiunse più la colonna. Probabilmente è un quarto colpito da colera e morto sulla strada senza che alcuno se ne sia accorto.

La ricognizione del 3 giugno ebbe per risultato di mostrare agli alleati che i russi abbandonavano loro la valle di Baidar, le sue frutta e i suoi foraggi, non volendo per così poco uscire dalle loro posizioni e arrischiare battaglia; confermò in pari tempo l’opinione già formata che, dalle valli della Cernaia e del Baidar, non si potesse dare l’assalto alle posizioni dei russi con probabilità di successo, senza forze di gran lunga superiori e senza enormi sacrifizi. Non restava dunque che stringersi sempre più a Sebastopoli.


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XIV

Una bella azione della marina da guerra. — Il Carlo Albertosotto Sebastopoli. — Attacco  alla piazza.

Nella notte del 31 maggio gli equipaggi delle regie fregate Carlo Alberto e Costituzione si distinsero nel coadiuvare allo scarico di 960 barili di polvere da un piroscafo inglese su cui si era sviluppato un incendio. 11 salvataggio, come ben si comprende, era pericolosissimo e i nostri marinai si comportarono in modo da meritare l’ammirazione degli alleati.

Il comandante dalla divisione navale, capitano di vascello Di Negro fece al generale La Marmora la seguente relazione del fatto:

«La notte del 31 maggio, alle 1, ant., trovandosi la pirofregata Carlo Alberto alla fonda nella rada di Balaclava, ove pure stavano ancorati vari piroscafi e trasporti inglesi, l’ufficiale di guardia, luogotenente di vascello D’Arminjon, intesa colpi ripetuti e accelerati di campana, provenienti da uno dei bastimenti in rada.

«Egli spedi tosto un’imbarcazione per conoscere il motivo di quell'insolito rintocco, e gli venne riferito partire dal piroscafo inglese Manilla per càusa di un incendio manifestatosi nel magazzino di prora.

«Il piroscafo aveva in quel luogo una quantità notevole di botti d'olio ed effetti di vestiario, mentre nel magazzino, di poppa aveva 960 barili di polvere.

«A questa notizia, si spedirono subito tutte le imbarcazioni del Carlo Alberto, sotto la direzione del capitano in 2(d)° di vascello Riccardi, dei luogotenenti di vascello Martin, D’Arminjon, Arata e del guardia marina Alizeri.

«Mercé la buona direzione e l’attività dei nostri marinai, secondati dalle buone disposizioni del capitano di quel legno, per vincere l’incendio e costringere il fuoco a rimanere nel limite

nel quale s’ era sviluppato, si ottenne in breve tempo di sbarcare i 960 barili di polvere.

«La pirofregata Costituzione, che trovavasi ormeggiata dentro il porto di Balaclava, inviò pure in seguito a mio avviso, le imbarcazioni sotto gli ordini del sottotenente Albini.

«Giunsero anche soccorsi dal porto di Balaclava, avendo fatto inteso dell’accaduto il contrammiraglio direttore dei movimenti di quel porto. Il predetto ufficiale generale,apprezzò altamente il servizio reso dagli equipaggi del Carlo Alberto e della Costituzione e, nello stesso giorno, volle manifestarlo con lettera di ringraziamento. (Allegato N. 9).

«Gli encomi in essa fatti agli equipaggi della R. Marina sono meritati perché è ad essi dovuto se, nel termine di due ore, vennero sbarcati i 960 barili di polvere, che potevano essere causa di funeste conseguenze anche per gli altri bastimenti che si trovavano in rada».

Il generale La Marmora, venuto a conoscenza del fatto, lo comunicò subito alle truppe del corpo di spedizione con un ordine del giorno in cui, dopo la narrazione, soggiungeva:

«Tale condotta, per parte defila Mostra marina, fu altamente apprezzata Sai maresciallo lord Raglan, dall’ammiraglio inglese Boxer e dal comandante il piroscafo Manilla, signor Mackenzi, i quali si affrettarono a testimoniarne con lettere.

«Un fatto così glorioso per la nostra marina deve essere segnalato al corpo di spedizione di cui essa fa parte, ed io mi ascrivo a dovere di comunicarlo ai militari tutti ai miei ordini affidati, persuaso che, ammirandolo, una nobile emulazione si desterà in voi di non volere, presentandosi l’occasione, restare secondi per operosità, ne per coraggio nell’affrontare il pericolo.»

Fin allora nessuno dei bastimenti della nostra marina da guerra aveva preso parte alle operazioni della flotta alleata sotto Sebastopoli; il concorso della marina sarda non era contemplato nel trattato di alleanza; d’altronde le squadre inglese e francese, dopo l’infelice tentativo di bombardamento, fallito il 17 ottobre dell’anno precedente (1854), si erano limitate a mantenere il blocco della piazza senza venire a tiro delle sue batterie, ne per tal uopo avevano bisogno di concorso.

Ma, per la spedizione di Kertch, di cui abbiamo poc’anzi parlato, una parte di dette squadre abbandonò i paraggi di Sebastopoli, e si temette per un momento che quella parte della flotta russa che non era stata affondata, potesse cogliere l’occasione per uscire dal porto ed attaccare le navi alleate rimaste davanti alla piazza. Era un timore vano, perché le navi russe erano state affondate in 'massima parte e nel resto quasi interamente disarmate per portare i cannoni sulle mura; ma tuttociò si conosceva dagli alleati solo imperfettamente, quindi un attacco per parte della flotta russa non era per essi fuori della possibilità.

In tale situazione, il generale La Marmora ordinò che la B. fregata Carlo Alberto entrasse in linea colle navi alleate. Siccome dai documenti non apparisce che di tale concorso sia stata fatta richiesta, deve credersi che questa decisione sia stata presa d’iniziativa del generale La Marmora, o in conseguenza di desiderio espresso verbalmente. Certo che il concorso della fregata sarda fu assai gradito, e sarebbe stato altrettanto utile, se l'ipotesi di un attacco per parte dei russi si fosse verificata.

Ecco che cosa scriveva, in proposito,. il comandante della squadra, capitano di vascello Di Negro, da Kamiesch (baia d’approdo dei francesi), in data del 5 giugno, al generale La Marmora:

«La disposizione presa dalla S. V., colla quale ordinava che il Carlo Alberto lasciasse la rada di Balaclava per prendere la fonda di Kamiesch, non poteva essere più opportuna.

«Ed infatti se si riflette che in faccia di Sebastopoli non vi sono che quattro vascelli, dei quali uno solo ad elice, e non tutti armati al completo (siccome venni informato dai comandanti di quei legni), la S. V. potrà da questo argomentare che la presenza del Carlo Alberto non sia stata guardata con occhio indifferente dai legni che mantengono il blocco di questa piazza.

«Le due flotte alleate, essendosi portate su Kertch e nel Mare di Azof, i piroscafi pure abbandonarono questa fonda ed ora non se ne contano che due francesi e due inglesi.»

Ma, oltre la ragione messa innanzi del pericolo di un attacco per parte della flotta russa, ve n’era un’altra più importante che il capitano di vascello Di Negro non sapeva e che il generale La Marmora sapeva, ma non poteva ne voleva dire. Era

stato progettato un nuovo grande attacco contro la piazza e durante il medesimo, era possibile che qualche compito spettasse alle navi. Ove ciò fosse accaduto, era conveniente, per la gloria della nostra marina, che almeno uno dei nostri legni avesse preso parte all’operazione.

Le ricognizioni di cui abbiamo fatto cenno avevano dimostrato che i russi non si lasciavano tentare a scendere dalle loro posizioni sull’altipiano della Belbek; non restava dunque agli alleati che attaccarsi sempre più strettamente alla piazza. I lavori contro questa avevano progredito dopo gli ultimi combattimenti, ed i russi, continuando sempre nello stesso sistema, opponevano trincèa a trincea, parapetto a parapetto. Oramai da una parte e dall’altra s’era conosciuto che la torre di Malakof era la chiave della posizione.

Contro essa, e a difesa di essa specialmente, si lavorava. Davanti ad essa era riuscito ai russi di costrurre una lunetta sopra un rialto detto dai francesi Mamelon Veri e poco lungi alcune ridotte dette dai francesi Opere Bianche. Da qui, come al solito, disturbavano i lavori degli alleati, e se si voleva andare innanzi, bisognava assolutamente cacciameli.

Il generale Pélissier, quantunque prevedesse che l’impresa sarebbe costata molto sangue, deliberò di dare l’assalto alle opere suddette e farlo precedere da un bombardamento generale della piazza, sperando che, dopo questo, il nemico spossato si sarebbe difeso meno gagliardamente e fors’anche sarebbe stato possibile che, all’attacco e alla presa delle opere esterne, avesse tenuto dietro quello della cinta.

In seguito pertanto a concerti presi tra i comandanti francese ed inglese, tutte le batterie d’assedio apersero il fuoco contro la piazza e contro le sue opere esterne, alle ore 3 pom. del 6 giugno e lo continuarono senza interruzione fino alle 6 pom. del giorno seguente. Allora, sembrando che l’artiglieria avesse abbastanza preparato l’assalto, si fecero muovere le colonne.

Della vera battaglia che ne segui, non daremo che un cenno brevissimo per mantenere il filo nel racconto dei principali avvenimenti, stanteché nessuna frazione del corpo piemontese vi ebbe parte. Esso rimase intero nelle sue posizioni a guardia della linea di circonvallazione, pronto a respingere i russi dell’esercito esterno, se, profittando dell’occasione, fossero scesi dalle loro posizioni, per attaccare questa linea.

Poco dopo le 6 pom. del 7 giugno una brigata francese (2(a) divisione) sboccò dalle trincee e si slanciò contro l’opera del Mamelon Veri, che nel primo impeto conquistò, ma poi riperdette; si lanciò l’altra brigata della stessa divisione, che combatté con lo stesso. ardore, ma senza miglior risultato. Fu necessario che l’intiera 5(a) divisione venisse a sostegno della 2(a). Allora il trinceramento fu preso e il nemico ricacciato nella cinta. Si fecero vari assalti contro la cinta stessa, ma senza successo.

Nello stesso tempo, altre due divisioni francesi (3(a) e 4(a attaccavano le Opere Bianche. Anche qui la lotta fu vivissima; i trinceramenti furono presi, perduti, ripresi e finirono per restare in mano dei francesi, la cui vittoria fu completa.

Gl’inglesi dal canto loro avevano attaccato le trincee. costrutte dai russi davanti il Gran Redan, e se ne erano impadroniti facilmente, ma poi dovettero difenderle tutta la notte contro il ritorno offensivo dei russi.

Il nemico pertanto era stato cacciato dalle opere esterne su tutta la linea, ma la vittoria era costata cara. Le perdite dei francesi salirono a 697 morti fra cui 69 ufficiali, 4363 feriti, fra cui 203 ufficiali, e 383 spariti.

Gl'inglesi ebbero 500 uomini tra morti e feriti. Le perdite dei russi sono date complessivamente in 2600 uomini (37).

Il giorno 9 si convenne in una breve sospensione d’armi per seppellire i morti; cominciò alle ora 12 meridiane di detto giorno e durò fino alle 5 pom., in cui si riprese il fuoco.

I russi dell’esercito esterno non s’erano mossi; invece nelle truppe alleate, che guardavano la linea di circonvallazione, avvenne appunto in questo giorno un piccolo movimento. Una divisione di cavalleria francese lasciò la posizione che teneva in faccia a Ciorgun e si spinse più innanzi per la strada di Woronzof, nella valle del Baidar, fino al villaggio di Miskomia ove pose il suo campo. La ragione principale, forse l’unica, di questo cambiamento si era quella di godersi i foraggi e gli altri prodotti di cui la valle abbondava.

Il movimento della divisione francese ne portò di conseguenza un altro nelle nostre truppe, per mantenere il collegamento. La brigata Cialdini scese dalle alture di Kamara, passò la Suaja e andò ad accamparsi sulle alture di Cirka-Kajassi, lungo il versante meridionale della Cernaia superiore, per coprire appunto la strada di Woronzof, che doveva servire alle comunicazioni degli alleati con la detta divisione francese. L’occupazione della valle del Baidar e il movimento della brigata Cialdini si compirono senza disturbo per parte del nemico.

La Marina non prese parte al bombardamento del giorno 6; mancò pertanto al Carlo Alberto l’occasione di segnalarsi come La Marmora sperava, ma fu cionondimeno una buona idea mostrare agli alleati che questa occasione era desiderata, cercata.

Il generale La Marmora, col suo capo di stato maggiore colonnello Petitti e con vari altri ufficiali piemontesi, aveva assistito alla presa del (Trinceramento del Mamelon. Veri da una posizione donde si scorgeva benissimo l'azione, ma che non era scevra di pericolo; una palla da cannone spezzò la sciabola del colonnello e andò a colpire in pieno petto un soldato inglese della scorta.


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XV

Il colera. — Provvedimenti.

Abbiamo già accennato ai primi casi di colera e ai primi provvedimenti; ma questi in breve più non bastarono. Negli ultimi di maggio e nei primi di giugno il morbo aumentò rapidamente d’intensità; i lazzaretti inglesi non furono' più sufficienti a raccogliere tutti i colerosi sardi. Allora si prese la determinazione d’inviare all’ospedale di Jeni-Koi tutti gl’infermi di altre malattie, i quali fossero trasportabili, e riserbare pei colerosi le baracche e gli oggetti d’ospedale che si trovavano presso Balaclava.

Crescendo il morbo, anche quest'ospedale divenne insufficiente, ed oltracciò, trovandosi alquanto distante da Kamara,. era incomodissimo per il trasporto degli ammalati gravi. Fu giocoforza impiantare in tutta fretta, presso Kamara stessa; un ospedale sotto baracche improvvisate e sotto tende. Questo, calcolato in principio per 100 letti, giunse in breve a raccogliere fino 800 ammalati.

Contemporaneamente si pose mano e si procedette con tutta l’alacrità possibile alla costruzione di baracche per l’impianto di due altri ospedali nelle vicinanze di Balaclava; i quali, atteso la loro vista sul mare, furono poi chiamati Primo e Secondo Ospedale Marina, I lavori del primo erano diretti dal capitano Carbonazzi, quelli del secondo dal capitano Gianotti; ma il primo non potè essere aperto che il 15 luglio, il secondo il 1° agosto, quando già il morbo era in grande decrescenza. Servirono specialmente pei convalescenti.

Quanto i letti, nell'infuriare del morbo non se ne avevano in Crimea che 700 e 500 a Jeni-Koi. Più tardi ne giunsero altri quando era cessato il bisogno. Molti ammalati giacevano su stuoie. ne mancavano i letti soltanto; mancava tutto; qualche volta anche i viveri adatti per infermi. Evidentemente, malgrado la buona volontà dei funzionari, la nostra amministrazione era stata sorpresa. La necessità della parsimonia aveva poi impedito di prendere larghi provvedimenti, per eventualità che si sperava di poter evitare.

Molte volte e per diversi oggetti, con grande rincrescimento del generale La Marmora e di tutti gli ufficiali, si fu costretti di ricorrere ad imprestito dai francesi e dagli inglesi; ma bisogna dire il vero che, quanto restii si era noi nel chiedere, altrettanto prontissimi furono sempre francesi ed inglesi nel concedere, diremmo quasi nell’offrire, quanto potevano.

Il personale sanitario non mancava. Dirigeva il servizio il medico capo Comisetti, con zelo, intelligenza ed energia; era direttore degli ospedali per la parte disciplinare il maggiore Gerard, uomo energico ed intelligentissimo della partita.

Nei rapporti ufficiali e nelle lettere particolari non troviamo se non lodi per il personale sanitario. Sono segnalati a titolo d’onore i nomi di Cattaneo, Bima, Manavra, Cerale, Testa, Grabri, Arena ed altri. Sono pure lodatissime per slancio di carità, delicatezza di modi,

saviezza, ordine, previdenza le suore che in numero di 22, prestarono servizio in quegli ospedali. Furono ammirabili gl’infermieri.

Il 7 giugno gli ammalati di colera, entrati negli ospedali, erano 869 e 383 i morti. Fra questi contavansi i seguenti ufficiali: Tosetto, capitano dei bersaglieri, De Chaurand de Saint Eustache capitano nel 6° fanteria (38), San Martino di Strambino sotto tenente nel 7°, Morino e Juz commissari, Gaggi vice direttore delle sussistenze, Chiapello uditore di guerra.

Le cause del morbo è qui fuor di luogo ricercarle. Alcuni le attribuivano al vitto cattivo e specialmente alla carne salata (che si distribuiva, ma i nostri soldati non mangiavano); altri davano grande importanza al clima nuovo per noi e specialmente alla grande differenza di temperatura tra il giorno e la notte; chi diceva che il germe del morbo s’era portato dal Piemonte dove il colera aveva infierito negli anni precedenti; chi osservava non esservi bisogno di ricorrere a questo germe importato dappoiché tanti germi avevano lasciato in Crimea i francesi e gl'inglesi usciti pur allora dal morbo.

Un fatto messo fuori dubbio si è che il morbo riprendeva vigore ad ogni nuovo arrivo di truppa e si sbizzarriva subito sui nuovi arrivati.

Norme preservative raccomandate dai medici e ordinate dal comando erano: poca fatica, fasce di lana al ventre, distribuzioni di vino e di caffè. Ai colpiti dal morbo si dava anzitutto acqua di riso e gocce di laudano; si spogliavano nudi e si strofinavano con panni di lana; si somministrava loro un forte cordiale di rhum o di cognac, poi si portavano all’ospedale, dove guarivano se Dio voleva. Con tutto lo zelo, i medici avevano poco a farci. Il curioso poi si è che mentre i nostri medici curavano tutte le malattie con la dieta e diremmo quasi con la fame, gl’inglesi le curavano con le scorpacciate; o almeno facevano mangiare ai loro ammalati il più possibile. Nei loro ospedali, accanto al letto dei moribondi vi era tanto da mangiare quanto avrebbe bastato per far schiattare un sano.

Ma non tutti i colerosi morivano all’ospedale. Un testimonio oculare scrive: «Si è impiantato un ospedale di tende presso Balaclava, ma vi si difetta del necessario, e più che luogo di cura è considerato come un luogo di agonia. I soldati lo sanno e si rifiutano di andarvi. Quando son colpiti dal colera, ed il medico ne ordina l’invio all’ospedale, se ne hanno ancora la forza, fuggono dalle tende, si nascondono fra i crepacci delle rocce, nei cespugli, ove possono, ed accade qualche volta che cercando un ammalato si trova un cadavere (39)». Ed un altro: «Nel muovere per gli accampamenti non è difficile trovare, nelle strade e nei campi, soldati che si dibattono colla morte! Eppure i sani sono di buon umore, ed alla sera cantano certe canzoni! Fra le altre, L'uselin de la comare!» (40))).

Per dare un’idea del come si moriva e quale impressione dovessero risentirne i superstiti, narreremo alcuni casi. Il 3 giugno, come abbiamo detto, si era in marcia per una ricognizione nella valle del Baidar. Presso il villaggio di Alsu un soldato, un savoiardo giunto da poco in Crimea, cade a terra fulminato. Alcuni uomini della sua compagnia comandati da un sottuffiziale si fermano, lo spogliano, lo strofinano. Corre il medico: «è morto; non c’è altro che seppellirlo». Il colonnello ferma il reggimento. Un uomo per compagnia è comandato a scavare la fossa. I compagni del morto vi depongono la salma, un sottufficiale pronunzia poche parole, si spargono fiori sulla terra smossa e si ripiglia il cammino.

Naturalmente, quando non vi era tempo da perdere, non si facevano tante cerimonie. In nessun scritto, ne ufficiale ne privato, troviamo indizio della menoma repugnanza e molto meno paura ad assistere gli ammalati o a toccare i morti per( )seppellirli. È impossibile che questi sentimenti molti non li provassero, ma erano da tutti accuratamente celati come sentimenti di vigliaccheria, sicché non davano effetti visibili, e il buon esempio degli uni incoraggiava gli altri.

Ecco un caso notevole per tutte le sue particolarità, che togliamo da un diario già citato: (41) «Mentre verso le 6 ci poniamo a tavola, ecco ci giunge un rumore dalle tende della 4 compagnia comandata dal capitano Chaurand. Il disgraziato, colto dal colera agli avamposti, era stato trasportato al campo.

«Corre il medico Bigatti, il maggiore Regis e trovano il povero e buon capitano in gravissimo stato. Il caso è fulminante. Lo si adagia sopra un lettuccio di casse; lo si spoglia come si può, il caso è disperato. Rapido è il corso del morbo.

«Rinviene, si tranquillizza; si confessa dal cappellano, fa testamento al maggiore, poi dice che desidera baciare tutti gli ufficiali del battaglione. Nessuno si rifiuta, tutti lo contentiamo.

Alle. 8 è morto salutando i compagni. Una lagrima spunta sul ciglio di tutti.

«La notte rimase nella tenda, cogli stivaloni; uno zappatore lo veglia; si accese una lampaduccia ad olio; un crocefisso, fatto dallo zappatore li per li, gli fu posto sul petto e un fazzoletto di riparo sulla faccia.

«Al mattino per tempo gli rendemmo gli onori. Colle cassette delle gallette si fece una cassa e vi si depose il cadavere; lo s’inchiodò e sul pendio della collina si seppellì. Una croce ben fatta venne deposta sulla cassa. Prima di coprirla, due preghiere. Il battaglione si quotizza per una lapide».

Il morbo andò crescendo d’intensità fino al 9 o al 10 giugno, poi lentamente decrebbe. Rapi tra gli altri il maggiore Cassinis (42)( )dei bersaglieri; ma specialmente colpi i funzionari addetti alle truppe; oltre ai già nominati morirono Roveda, Fraschini, Becchio, Simonino e Berrone commissari Mottini, Balestra, Cerri, Grandis, Ritzu e Chalp medici; Castelli, uditore di guerra; Molineri, Trespidi, impiegati delle sussistenze ecc. eco. Non potremmo dare un elenco di tutti gli ufficiali e funzionari morti di colera in Crimea (43), molto meno degli uomini di truppa. Il numero complessivo sta tra il 1200 e il 1300; la mortalità fu calcolata il 45 per cento dei colpiti.

Ma non dobbiamo lasciare quest’argomento senza soffermarci un istante sulla vittima più illustre: Alessandro La Marmora tenente generale, comandante della seconda divisione. Chi fosse questo bravo ufficiale, fondatore del corpo dei bersaglieri, eroe del combattimento di Gioito nel 1848, notissimo in Piemonte, conosciuto ed amato da tutto l’esercito, non è qui il luogo di dirlo; diremo solo della sua morte.

Reduce sudato da una ricognizione, si sedette alla mensa degli ufficiali, usi a mangiare all’aria aperta. La notte stessa (dal 4 al 5 giugno) fu colto da dissenteria e si volle, per trovare una ragione a tutto, che quella cena all’aria aperta ne fosse stata la cagione. Robustissimo e coraggioso, non senti immediatamente il male e non vi bada; tutto il giorno 5 prestò servizio; alle una e mezza antimeridiane del 7 spirava.

Quando se ne sparse pel campo la notizia, fu per tutti un dolore e uno sgomento indicibile. Il comandante del corpo di spedizione, fratello all’illustre estinto, comunicò alle truppe la dolorosa perdita col seguente ordine del giorno:

«Kadikoi 7 giugno 1855.

«Il generale Alessandro La Marmora è morto la scorsa notte. Fedeltà al Sovrano, amore alla patria, interesse instancabile per l’esercito, furono le virtù che lo distinsero nella lunga carriera militare.

«Immenso è il dolore che provo per una tanta perdita. Voi tutti, ne sono certo, lo dividerete; ma scemare d'animo nelle attuali contingenze sarebbe delitto. Dal canto mio, mi sorregge la grande responsabilità che degnossi il Sovrano di affidarmi, e, raddoppiando noi tutti di coraggio, di previdenza, di perseveranza, coll’aiuto divino, supereremo la malattia che ci fa subire perdite si crudeli, e saremo pronti per concorrere coi nostri bravi alleati alle faticose operazioni che saranno per intraprendere.

«Alfonso La Marmora».

Alle 10 antimeridiane del giorno 7 furono resi al compianto generale gli onori funebri; la salma fu sepolta sul dorso di una collinetta, quasi in. faccia al villaggio di Kadikoi; fecero parte del mesto corteo lo stato maggiore del quartier generale principale, quello della seconda divisione ed i rappresentanti dei corpi di spedizione francese ed inglese.

Mirabile in mezzo a tante sventure fu Alfonso La Marmora. Non accasciamento, non. debolezza, non il minimo segno di scoraggiamento. Era in piedi o a cavallo dall’alba alla sera. Sempre in mezzo alle truppe, a Balaclava, a Kamara, negli accampamenti, agli avamposti, negli ospedali; il suo esempio sosteneva tutti; la sua presenza rincuorava il soldato. Siccome è naturale che nelle sciagure e nei pericoli comuni si stringano i vincoli di solidarietà e d’affetto tra inferiori e superiori, che sieno all’altezza del loro compito, cosi può dirsi che non mai vincoli furono più stretti di quelli tra Alfonso La Marmora e i componenti del corpo di spedizione in Crimea. Non c’è una lettera di quel tempo che non parli di La Marmora con venerazione.

Alla sera, stanco, egli si ritirava nella sua baracca, e scriveva i suoi rapporti al Ministero. Di alcuno di questi giova dare un sunto, perché, meglio di ogni nostro racconto, valgono a delineare, non solo l’animo del comandante, ma la situazione materiale e morale del corpo di spedizione. non beva lungo il giorno acqua pura, gli faccio dare una distribuzione straordinaria di acquavite da mescolarsi all’acqua.

«La prova che attraversiamo è senza dubbio forte e dolorosa, ma nessuno si perde d’animo e tutti concorrono, per quanto sanno e possono, a diminuirne i danni».

Nei giorni seguenti, sia per effetto dei provvedimenti presi, sia (forse più) perché il morbo aveva superato la sua curva e si trovava naturalmente nel periodo di decrescenza, i casi cominciarono a diminuire. Fu un gran sollievo per tutti perché si cominciò a intravedere la fine di tanti guai. La Marmora si affrettò a darne l’annunzio a Torino, dove si viveva in grande ansietà e dove la stampa d’opposizione cominciava a dire che si erano mandati ventimila uomini a morire tutti di colera in Crimea, senza neanche vedere il nemico.

Ecco alcuni brani di quest’altro rapporto:.

«Kadikoi, 16 giugno 1855.

«C’è un miglioramento ed io sono lietissimo di segnalarlo al Ministero.

«Con personale e materiale per 700 ammalati, è certo opera penosa e difficile provvedere a circa 1200 colerosi che si hanno in questo momento. Ciò nondimeno, grazie all’impegno del corpo sanitario e degli infermieri e al concorso di tutti, le cose procedono ora in modo regolare e ordinato.

«Il personale dell’intendenza militare ebbe a soffrire in proporzioni molto maggiori di tutti gli altri. Colpi si replicati e tristi non potevano a meno di agire sul personale medesimo, col diminuirne il numero in un momento in cui ne sarebbe stato maggiore il bisogno e coll’influire un poco sul morale dei rimanenti. Debbo soggiungere però che, riavutisi tosto dall’abbattimento, essi s’impegnarono e s’impegnano molto in questi giorni per alleviare i danni dell’epidemia, e mancherei a me stesso se non dicessi che non sono inferiori ad altri nel disimpegno delle loro funzioni.

«Per far fronte all’imperversare del morbo si dovettero applicare agli ospedali i medici e gl’infermieri dei quartieri generali, delle ambulanze ed anche alcuni medici di battaglione dei reggimenti. Ma tale stato di cose non poteva durare, perché in tal modo il corpo non avrebbe potuto muoversi.

«Verificandosi ora qualche diminuzione nell’infermità, ed avendo anche i vari personali preso maggior pratica nel servizio di questi ospedali temporanei, pensai a riordinare tosto le ambulanze e a rimandare i medici ai loro corpi.»

Il rapporto termina dicendo che, siccome però il numero degli ammalati era ancora molto grande, e per far fronte a tutte le eventualità, si era disposto perché partisse subito per la Crimea una parte dei medici ed infermieri dell’ospedale di Jeni-Koi sul Bosforo, dove si trovavano in esuberanza.

La decrescenza del morbo gradatamente continuò e gradatamente aumentarono i mezzi per il ricovero e la cura degli infermi; sicché quando si aprirono i due nuovi ospedali della marina, i mezzi in Crimea erano già superiori ai bisogni; invece si trovavano inferiori a Jeni-Koi sul Bosforo dove s’inviavano i numerosi convalescenti.

E qui, lasciando questo triste argomento, ripiglieremo il racconto dei servizi e delle operazioni militari,


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XVI

Ordinamento dei servizi. — Lavori campali. — Preliminari per la ricognizione del 17 giugno.

Fino dai primi di giugno, i continui arrivi avevano portata quasi al completo la forza del corpo di spedizione. Il 5 di questo mese la situazione presentava già un effettivo di 15 mila uomini, 2246 cavalli 364 bestie da soma, 323 carri.

L’11 si costituirono le divisioni come segue:

1° Divisione. — Durando.


Un plotone dello squadrone cavalleggeri di Monferrato, per le guide.

Prendeva inoltre direttamente gli ordini dal comando della 1‘ divisione, il comandante del reggimento di cavalleria, il quale aveva ancora con sé gli squadroni dei cavalleggeri di Novara, Aosta, Alessandria; più quanto sopravanzava dei cavalleggeri di Monferrato. E pure dal comando della 1(a) divisione dipendevano la 1(a) compagnia artiglieria da piazza, la 2 compagnia zappatori del genio.

2° Divisione. —…………… (44)



4° reggimento fanteria;
4(a) brigata MONTEVECCHIO
4° battaglione bersaglieri;


13(a) batteria da battaglia.


5° reggimento fanteria;
5(a) brigata MOLLARD
5° battaglione bersaglieri;


1(a) batteria da battaglia.

Un plotone cavalleggeri di Monferrato per guide.

Riserva.



1° reggimento fanteria;
1(a) brigata - ANSALDI
1° battaglione bersaglieri;


4(a) batteria da battaglia;


1(a) sezione della 16(a) batteria ((45)).

Un piccolo drappello dei cavalleggeri di Monferrato per far da guide.

Le truppe che si trovavano in Balaclava e dintorni dovevano dipendere direttamente dal quartier generale principale.

Per meglio regolare le operazioni di sbarco delle truppe e del materiale e quelle d'imbarco degli ammalati e convalescenti, che si trasferivano a Jeni-Koi, come pure pel mantenimento della disciplina fra le regie truppe stanziate in Balaclava, venne istituito (13 giugno) un comando di piazza in Balaclava e si nominò a questa carica il maggiore Marabotto, comandante della brigata d’artiglieria da fortezza. Le sue attribuzioni verso le nostre truppe erano quelle ordinarie di un comandante di piazza, e doveva procedere di concerto col comandante inglese, ogni qualvolta vi fosse contrasto d’interessi, specialmente per gl’imbarchi e gli sbarchi.

Oltre il comandante di piazza, venne nominato a Balaclava per comandante di porto Vittorio La Marmora.

Le sue attribuzioni erano: sorvegliare e dirigere i capitani dei bastimenti noleggiati, mantenere l’ordine e la disciplina nei medesimi e provvedere, di concerto coll’amministrazione militare, agl’imbarchi, agli sbarchi e a tutte le esigenze di servizio relative ai porti.

Tanto il comandante di piazza quanto il comandante del porto dipendevano direttamente dal quartier generale principale.

Fino dal primo stabilirsi dei piemontesi nelle posizioni di Kamara, il generale in capo, come abbiamo detto, aveva pensato di fortificarvisi, facendo costrurre, nei siti più adatti, spalleggiamenti e batterie. Questi lavori vennero eseguiti specialmente nel mese di giugno. Vi era scarsità di utensili ed erano molti i lavori a cui urgeva provvedere nelle dure condizioni in cui il colera aveva posto le truppe, pur nondimeno l’ordine e l’alacrità supplirono a molte mancanze, ed a poco a poco si videro sorgere, all’intorno ed in mezzo agli accampamenti sardi, tante piccole opere di fortificazione passeggierà da far quasi delle posizioni di Kamara un campo trincerato.

Le opere per l’artiglieria erano cinque, armate in totale con 26 pezzi, cioè:

Batteria della punta. Sorgeva questa sul pendio di uno sprone verso la Cernaia, di contro al ponte sull’acquedotto di cui abbiamo già parlato, ed era specialmente destinata a battere questo ed un altro punto di passaggio. Il suo armamento consisteva in 8 pezzi (6 cannoni e 2 obici).

Batteria di grosso calibro. Sorgeva dietro la precedente, su di un ripiano alquanto più rilevato e batteva nella stessa direzione con un campo di tiro più vasto. Era armata di 6 pezzi di grosso calibro.

Batteria degli obici. Più addietro delle precedenti, più a destra e più elevata; batteva lo sbocco della valle dello Sciuliù in quella della Cernaia. Era armata di 8 obici avuti in prestito dagli inglesi.

Batteria della Suaja. A destra della precedente e più bassa batteva il pendio del contrafforte che sorge fra la Cernaia e la Suaja al loro confluente. Era armata di 4 cannoni e 2 obici.

Ridotto dell'osservatorio. Era un’opera chiusa, quadrata, che sorgeva sul colmo di un rialto, battezzato dagli inglesi per monte Hasford, ed aveva nel mezzo un blockhaus, dov’era piantato l’osservatorio piemontese. Questo rialto, con la quota di 222 metri, dominava tutto l’accampamento e grande spazio all’intorno e presentava in cima una piccola piattaforma, adattissima per costrurvi un’opera. La ridotta ivi eretta, costrutta specialmente per fanteria, era armata in principio di 2 cannoni — poi n’ebbe degli altri.

Le quattro batterie prima indicate erano destinate a difendere gli accessi del campo; il ridotto dell’Osservatorio difendeva un punto importante.

Oltre questi trinceramenti armati con artiglieria, altri ve n’erano per sola fanteria nei siti più adatti per la difesa del campo e de' suoi accessi. Alcuni sorgevano al di là della Cernaia sullo sprone tra questo corso d’acqua e lo Sciuliù.

Il più vicino era detto Roccia dei piemontesi, pel contorno roccioso che lo recingeva da sud; altri due più elevati erano detti Opere dello Zig Zag, forse pei risvolti del sentiero che vi conduceva. Altri minori erano al di là della Suaja, che colla Cernaia formava quasi le fossato del campo, posto sull’altipiano al loro confluente; altri sorgevano sull’altipiano stesso: fra questi il forte Canrobert, sopra un rialto battezzato dai francesi con questo nome, tra gli accampamenti nostri e il quartier generale a Kadikoi; più i trinceramenti detti di Casa Bruciata e del Colle di Kamara, quasi al centro del campo e battenti la strada di Woronzof nel tratto che dalla Suaja sale al campo stesso.

Cosi munite e ben guardate, le posizioni di Kamara, con un vasto sistema di avamposti spinti al di là della Cernaia e della Suaja, già formavano alla metà di, giugno il tratto più sicuro della linea di circonvallazione. Ai primi di questo mese era passata sulla destra della Suaja l’intiera brigata Cialdini, e il desiderio di allargare gli accampamenti, in vista del morbo si uni forse alle ragioni militari nel provocar questo movimento.

Nella dislocazione degli alleati non erano avvenuti importanti cambiamenti, ne per quanto riguarda il corpo d’osservazione, ne per quanto riguarda il corpo d’assedio; solamente i turchi s’erano ritirati dalla valle di Baidar ed erano passati dietro ai francesi, forse per lasciare ad essi (certo a malincuore) le frutta e i foraggi di quella valle.

Intorno ai russi le notizie erano incerte, ma la loro inerzia davanti al corpo di osservazione faceva credere che grandi forze, sull'altipiano della Belbek, non avessero. Dalle mura di Sebastopoli mostravano sempre la stessa energia: non avevano smesso le sortite notturne e tentavano ancora di costrurre trinceramenti davanti alla piazza; ma, dopoché i francesi si erano stabiliti sul Mamelon Veri e nelle Opere Bianche, tali imprese riuscivano loro difficilissime; oltracciò, su queste posizioni, i francesi avevano costrutto forti batterie contro la torre di Malakof.

Parve agli alleati giunto il momento di tentare un altro attacco contro la piazza, combinato con le solite dimostrazioni offensive contro l’altipiano della Belbek. Sui particolari dell’esecuzione non vi era accordo; ma, come sempre avveniva, il comandante francese fini per imporre il suo piano.

Il 15 giugno si tenne un consiglio di guerra a cui assistettero oltre vari generali francesi, lord Raglan, Omer Pascià e il generale La Marmora. In questo consiglio il generale Pélissier espose il suo piano che venne approvato. Eccone le disposizioni principali:

1° aprire il fuoco generale contro la piazza all’alba del 17 e continuarlo per 24 ore,

2° effettuare nello stesso giorno un movimento semi offensivo verso l’armata russa sul Belbek;

3° assaltare all’alba del 18 il Gran Redan e la Torre di Malakof.

Quest'assalto doveva essere dato dai francesi e dagli inglesi simultaneamente. Il movimento semioffensivo dovevano farlo i piemontesi e i turchi appoggiati da quattro divisioni francesi. Loro obbiettivo era di tenere in scacco l’armata russa, minacciandola di un movimento aggirante per Baidar.

Per concorrere a questo disegno, un corpo di truppe piemontesi doveva passare la Cernaia a Ciorgun e a Karlowka (46) e marciare per le due rive dello Sciuliù in direzione del villaggio di egual nome e di quelli di AiTodor, di Upu e di Usenbasch, per riconoscere il terreno e minacciare l’altipiano dalla strada che, per la valle dello Sciuliù, porta a Kodia Sala e sbocca a Korales sull’altipiano stesso.

Appena uscito dalla conferenza di cui abbiamo fatto cenno, il generale La Marmora diede le disposizioni opportune per l’eseguimento del compito assegnato alle nostre truppe, cioè richiamò sulla destra della Suajà la brigata Cialdini, che doveva prendere parte al movimento, e, con un particolareggiato ordine del giorno in data del 16, designò le altre truppe e materiale che dovevano concorrervi e le norme da seguirsi durante il medesimo. Anzitutto però dispose per la costruzione di un ponte militare sulla Cernaia, che facilitasse il passaggio delle truppe nella valle dello Sciuliù.

Questa costruzione fu eseguita, sotto la direzione di ufficiali d’artiglieria, da soldati d’artiglieria da piazza e dai pontieri, coadiuvati da 200 di fanteria e protetti da un battaglione di bersaglieri. A tal uopo questo battaglione (il 5°) aveva passato la Cernaia il 16, di buon mattino, e si era steso in catena davanti al villaggio di Ciorgun, protendendosi a destra verso Karlowka, in modo da coprire la zona in cui dovevansi abbattere le piante. Dietro esso era passata la colonna dei lavoratori, dei quali un centinaio s’erano sparsi per raccogliere materiale e il resto s’era fermato al sito dove doveva sorgere il ponte. Due compagnie del 4° reggimento fanteria ed una del battaglione bersaglieri, senza passare la Cernaia, erano scese a mezza costa ed avevano preso posizione in modo da poter proteggere il lavoro.

I russi, che tenevano i loro avamposti a tiro di fucile, tentarono di disturbare il lavoro stesso, ma nulla di serio fecero per impedirlo. Ecco che cosa dice in proposito il rapporto del maggiore Porrino, capo di stato. maggiore della 2 divisione.

«Il nemico, riuniti i suoi avamposti a gruppi sulle pendici che dominano i due villaggi, cominciò a far fuoco, ed indi, a poco a poco, nella piccola valle a destra di Ciorgun, si presentò in linea nella forza di circa una compagnia, avanzandosi con frequenti urrà, senza però progredire più di 15 o 20 passi per volta.

«I nostri bersaglieri risposero al fuoco e caricarono la compagnia con molto ardore quando si trovò al basso; ma questa subito si ritrasse, riducendosi a tenere 41 ciglio di alcune alture, e continuando il fuoco con poco effetto, fino a un’ora dopo mezzogiorno.»

Appunto in quell’ora era terminato il taglio degli alberi e i lavoratori più avanzati s’erano ritratti verso la Cernaia; lo stesso facevano i bersaglieri.

Le forze che i russi avevano spiegato in questa circostanza erano da 150 a 200 uomini di fanteria e 25 cosacchi a cavallo. Due bersaglieri restarono feriti di palla da fucile; da parte dei russi si videro cadere quattro uomini.

La sera del 16 il lavoro era finito.


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XVII

Ricognizione nella valle dello Sciuliù (17 giugno).
Attacco di Sebastopoli (18 giugno).

Il 17 giugno alle 3 del mattino, conforme a quanto era stato stabilito, la 1(a) divisione e la brigata di riserva, agli ordini dei rispettivi comandanti si trovarono riunite in massa, con le batterie e le ambulanze di divisione e di brigata, a settentrione della strada di Woronzof, sul pendio che scende verso la Cernaia.

La 2(a) divisione era rimasta nelle sue posizioni.

Il comando delle truppe venne assunto dal generale Durando.

Alle 4 la colonna si pose in marcia e, passata la Cernaia sul ponte costrutto il giorno precedente, sali sulle alture di Ciorgun e si avanzò verso Sciuliù. La strada era abbastanza buona, avendola i russi riattata nell’inverno, in previsione di dover essi sboccare su Ciorgun e Kamara.

Contemporaneamente alle truppe piemontesi s’erano mosse quelle di Omer Pascià, forti di 21 battaglioni, tenendo la destra della marcia, per Kàrlowka, verso Upu a Usenbasch.

Siccome poi si sperava che le mosse del corpo sardo-ottomano avrebbero provocato un concentramento dei russi verso Kodia Sala, offrendo cosi ai francesi la possibilità di attaccare l’altipiano per la strada di Makenzi, perciò tre divisioni francesi scesero sulla riva della Cernaia e si unirono, aspettando gli avvenimenti, a quella che già vi si trovava.

Gli accessi dell’altipiano per Kodia Sala sarebbero stati i migliori per dare l’assalto, ma erano benissimo guardati. Presso il villaggio di Sciuliù i russi tenevano quattro battaglioni di fanteria, un reggimento di cavalleria regolare ed uno di cosacchi; queste truppe formavano le prime guardie; più indietro vi era un corpo di 10 a 12 mila uomini. Un altro corpo di circa 20 mila guardava il passo di Makenzi e forse altri 20 mila si trovavano al centro sul Belbek.

All’avvicinarsi dei nostri, gli avamposti russi, che occupavano il villaggio di Sciuliù, fecero fuoco, indi si ritirarono su posizioni più elevate. Allo sboccare dei nostri nel villaggio, parti da batterie lontane qualche colpo di cannone senza far danno. Non si rispose, perché l’artiglieria era rimasta indietro, non essendosi reputato conveniente impegnarla in un terreno difficile senza riconoscerlo. Anche quando giunse, parve inutile rispondere perché il nemico era troppo lontano. Evidentemente i russi avevano ordine di non impegnare battaglia su quel terreno, ma di attirare gli alleati il più possibile verso Kodia Sala, terreno a questi affatto sconosciuto e preparato dai russi con opere di fortificazione.

Ma l’avanzarsi non conveniva ai nostri, tanto più che loro compito era soltanto di fare una dimostrazione per attirare le forze del nemico, dovendo l’attacco aver luogo per la strada di

Makenzi. Perciò non si procedette più oltre, e si prese posizione sulla destra dello Sciuliù a cavallo delle alture che dominano da un lato il villaggio dello stesso nome, dall’altro il villaggio di Ciorgun e sono a metà strada fra i due.

In questa posizione, le truppe della l(a) divisione e della brigata di riserva vennero raggiunte da quelle della 2 divisione. Stando all’ordine del giorno del 16, queste non avrebbero dovuto muoversi dalle posizioni di Kamara, ma in seguito ad ordini posteriori mossero anch’esse e si schierarono in seconda linea dietro alle precedenti.

Con le truppe della 2 divisione era il generale La Marmora, il quale, poiché ciascuno ebbe preso il suo posto, si spinse innanzi con un drappello di cavalleria per riconoscere il terreno, e dal sommo di un bosco vide due piccole colonne di nemici che si ritiravano.

«Verso le 11 antimeridiane (dice un ufficiale del seguito di La Marmora (47) il quartiere generale discese a Ciorgun, dove abbiamo letto, alberi ed ombra. Per chi viene da Kadikoi è un vero paradiso. Noi bersaglieri del quartier generale occupiamo un orto e una casa senza porta e senza altri abitanti che un gatto. Alle 4 il generale in capo è risalito a cavallo per rettificare la nostra linea. Le nostre antiche posizioni di Kamara sono custodite da un battaglione di ciascuna brigata. Davanti a Sebastopoli il cannone ha tuonato con violenza al sorgere del giorno; poi (forse per la lontananza) non abbiamo sentito più nulla.»

Cosi tutto il corpo piemontese era pronto e a portata del nemico, o sia che in dipendenza degli avvenimenti dell’indomani si credesse di procedere oltre offensivamente per Kodia Sala, o sia che convenisse respingere un attacco sulle posizioni occupate.

Il grosso delle nostre truppe stava sulla destra dello Sciuliù. Dal lato opposto del torrente ed alla stessa altezza avevano preso posto le truppe ottomane, che si trovavano collegate colle nostre per mezzo della brigata Fanti, anch’essa, come i turchi, sulla sinistra dello Sciuliù (48).

Il giorno seguente (18 giugno) era quello stabilito per l’attacco di Sebastopoli ed, eventualmente, dell’altipiano del Belbek. Il corpo piemontese si spinse più innanzi e, colle truppe della brigata Fanti, esegui una ricognizione nell’alta valle dello Sciuliù. Omer Pascià occupò Usenbasch e le posizioni circostanti. Ma i russi ripeterono la stessa manovra del giorno precedente: far fuoco e ritirarsi, ammassandosi più addietro. Pare che anche dall’altipiano corpi di truppa si fossero mossi, temendo un attacco per Kodia Sala e avessero preso posizione dietro le prime guardie. Il rapporto del generale Fanti dice: «.... ho notato un movimento di truppe russe sul ciglio superiore delle cave d’argilla. Una colonna discese dal sito della batteria soprastante alle dette cave, e dal tempo impiegato nella discesa, pare dover essere di quattro a cinque mila uomini. Un’altra colonna appariva marciare lungo il ciglio stesso verso est; però non ho indizi sufficienti per designarne la forza neppure approssimativamente. Nel momento in cui scrivo, le truppe suddette sono affatto fuori vista.

In questa situazione, giusta i concerti presi, le truppe sarde ed ottomane stettero aspettando l’esito dell’assalto che francesi ed inglesi davano a Sebastopoli.

Ora ecco che cosa frattanto accadeva sotto la piazza.

Le batterie d’attacco avevano cominciato fino dall’alba del 17 un fuoco tremendo contro tutte le opere e segnatamente contro la torre di Malakof, continuandolo tutto il giorno e la notte seguente.

Si doveva muovere all’attacco alle 3 ant. del 18: i francesi su tre colonne contro la torre di Malakof. La colonna di destra (divisione Mavran) doveva attaccare pel vallone del carenaggio; quella del centro (divisione Brunet) doveva sboccare dai trinceramenti del Mamelon Vert quella di sinistra (divisione d’Autemarre) doveva dar l’assalto per il burrone a ponente della torre di Malakof. La divisione della guardia seguiva in riserva.

Gl’inglesi dal canto loro dovevano muovere contro il Gran Redan su tre colonne di 2000 uomini ciascuna.

Quantunque l’ora dell’attacco fosse prestabilita, era convenuto che un razzo speciale, partente da una batteria indicata, ne avrebbe dato il segnale. Ora avvenne che il generale Mavran scambiò un razzoproiettile per il segnale convenuto ed attaccò mezz’ora prima del tempo. Proprio nel momento in cui la colonna di destra pronunciava il suo attacco, quella del centro mandava a chiedere mezz’ora di ritardo sull’ora convenuta, non trovandosi ancora pronta. Invece del ritardo, ebbe ordine fulmineo di attaccare immediatamente, e Pélissier corse in persona per affrettarla: ma non potè impedire che la colonna di destra si sia trovata esposta sola per qualche tempo a tutto il fuoco dei russi; il suo capo cadde gravemente ferito, la colonna oscillò, vacillò, si ritrasse.

La colonna del centro mosse quando già l’attacco di destra era fallito ed attirò tutto il fuoco sopra di se; perdette anche essa ai primi colpi il suo capo, e incapace di procedere innanzi si gettò verso la colonna di destra già in ritirata. I due comandanti di divisione avevano pagato di persona Terrore, l’uno della precipitazione, l’altro del ritardo, ma la loro caduta contribuì anch’essa allo scoraggiamento e all’insuccesso delle loro truppe.

La colonna di sinistra, quantunque pronta, non credette di muovere prima del centro; marciò poi coperta dal terreno, giunse fino sulle opere russe, e respinti, nel primo impeto, i nemici, stava quasi per impadronirsi della torre di Malakof, quando, assalita da tutte le riserve russe, fu costretta a ripiegare. Accorse la divisione di riserva, ma non riuscì a ristabilire le sorti della giornata.

Anche gl’inglesi si erano battuti valorosamente sul loro fronte d’attacco, ma avevano subito un completo insuccesso.

Tre ore dopo impegnata l’azione fu dato il segnale generale della ritirata, la quale venne eseguita senza molestie.

Durante l’azione, le squadre alleate si erano schierate in battaglia davanti a Sebastopoli e vi era con esse anche il Carlo Alberto; ma non vennero a tiro per rispetto ai forti avanzati che difendevano la baia. Le fortezze avevano allora sulle navi in legno il vantaggio che oggidì le corazzate hanno sulle fortezze.

I francesi attribuirono l’insuccesso del giorno 18 all’equivoco del generale Mavran, che prese per segnale ciò che non lo era. È difficile sostenere che, senza questo, l’attacco sarebbe riuscito, ma certo la sconnessione negli attacchi, a cui diede origine quell’equivoco, ebbe grande influenza sull’esito.

In quelle tre ore di combattimento i francesi avevano avuto 1370 morti e 416 scomparsi (cioè morti anch’essi, perché a pochi passi dalle proprie trincee è difficile perdersi) e 1765 feriti (49). Le perdite degl'inglesi si danno in 283 fra morti e scomparsi e 1287 feriti; quelle dei russi in 797 morti e 3179 feriti (50).

L’insuccesso che abbiamo narrato, pieno e deciso fino dalle prime ore del mattino, fece sì che le quattro divisioni francesi scese nella valle della Cernaia per muovere all’attacco dell’altipiano, stessero ferme tutto quel giorno e i due giorni successivi, temendosi forse un attacco da parte del nemico.

Anche le truppe sarde e turche stettero due giorni nelle posizioni descritte, eseguendo piccole ricognizioni, dalle quali risultò in modo evidente che i russi non avevano nessuna intenzione di muoversi.

Il 21 le truppe sarde, per concerti fra i comandanti delle armate alleate rientrarono nelle loro posizioni di Kamara, come diremo nel seguente capitolo; cosi pure ritornarono al loro posto inglesi, francesi e turchi. Per contentare questi ultimi si lasciò loro la valle di Baidar, già abbastanza foraggiata dai francesi.

Sotto Sebastopoli, dopo una breve sospensione d’armi per sotterrare i morti, si ripigliò il solito lavoro.

Il grave scacco del 18 giugno aveva prodotto nell’esercito francese un’emozione molto simile allo scoraggiamento. Anche la salute della truppa, fosse per effetto della depressione morale, o dei miasmi provenienti dalla grande quantità di cadaveri, se ne risenti. Ma in brève tempo,le solerti cure del comando e rinforzi ricevuti rimisero le cose nello stato di prima.


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XVIII

Ritorno nelle posizioni di Kamara. — Ultime vittime del colera.
Convalescenti di Jeni-Koi. — Morte di lord Raglan.

Il 21 giugno, come abbiamo detto, le truppe rimaste per due giorni sulla destra della Cernaia dovevano rientrare ai loro accampamenti, entro la cerchia della linea di osservazione. Il movimento dei nostri si fece di concerto con quello dei turchi e fu protetto da una ricognizione spinta fino sopra Ai-Todor. La eseguirono due squadroni nostri (Aosta e Alessandria), tre squadroni inglesi e tre battaglioni della brigata

Fanti. La ritirata si esegui con tutte le regole di una ritirata in faccia al nemico, ma più per istruzione degli ufficiali e della truppa, che per timore di molestie.

Tanto per la ricognizione quanto per la ritirata, il generale La Marmora aveva diramato fin dal giorno precedente ordini molto particolareggiati; in esecuzione dei quali le truppe della ricognizione si posero in marcia alle 4 aut. del 21, avendo in testa lo squadrone dei cavalleggeri d’Alessandria; l’altro squadrone (Aosta) fu destinato a guardare la gola per cui passa la strada di Upu e di Usenbasch; i bersaglieri vennero scaglionati fra la gola e la cappella del villaggio di Sciuliù.

La cavalleria inglese si spinse innanzi sul nostro fianco sinistro e, non avendo trovato il nemico, s’inoltrò con un drappello a cui poscia s’aggiunse il nostro squadrone cavalleggeri di Alessandria fino all’ultimo villaggio della valle dello Sciuliù.

Il generale La Marmora, con una scorta di cavalleria, si portò fino sulla montagna che domina Ai-Todor. A proposito di queste escursioni del generale La Marmora, un ufficiale del suo seguito osserva: «Io trovo che le perlustrazioni nei terreni boschivi sono assai pericolose, quando non si hanno per scorta che tre o quattro cavalleggeri.

«E vero, che, comprendendo nel numero gli ufficiali, eravamo circa una trentina, epperciò forti abbastanza da scambiar buone sciabolate con un drappello di cosacchi, se si fosse presentato, tuttavia non sarebbe punto divertente che tutto il quartier generale piemontese fosse fatto prigioniero; quindi ragion vuole che non si esponga troppo senza necessità» (51).

Non si scoprirono se non posti di cosacchi a cavallo e posti di fanteria, che si ritiravano al nostro avanzarsi e si fermavano al nostro fermarsi, quasi per invitare a progredire. Si scambiarono alcuni colpi di fucile fuori tiro. Due cannoni russi si avanzarono sull’orlo di un ciglione e tirarono qualche cannonata senza danno.

Frattanto il grosso delle truppe eseguiva il suo movimento di ritirata. Prima ritirossi intera la 2(a) divisione che si trovavà in seconda linea; poi le truppe della l', che non avevano preso parte alla ricognizione e la brigata di riserva; finalmente la colonna di ricognizione. Tutte

queste truppe ridiscesero la valle dello Sciuliù, ripassarono la Cernaia e tornarono nei loro accampamenti di Kamara, lasciando però sulla destra della Cernaia un battaglione su di un’altura che domina Ciorgun.

Il quartier generale, che durante il movimento nella valle dello Sciuliù si era stabilito a Ciorgun ritornò a Kadikoi.

Ricominciò la solita vita: il servizio di avamposti e di pattuglia, i lavori per magazzini ospedali, strade, baraccamenti per tuttociò che poteva servire a stare il meno male possibile. Dal 24 al 25 giugno un uragano portò via le tende e schiantò le baracche. I soldati se ne consolarono pensando che avrebbe portato via anche il colera e lavorarono alacremente i giorni appresso a ristabilire l’accampamento. Più tardi si ripresero i lavori di fortificazione, come diremo in seguito.

Il colera, quantunque in diminuzione, continuava a far strage. Vari soldati erano stati colpiti durante le ricognizioni sulla destra della Cernaia. Il passaggio delle ambulanze, piene benché non vi fosse stato combattimento, aveva impressionato sinistramente gli ufficiali e la truppa. Il 18 era morto il tenente colonnello Derossi; (52) il 20 il capitano di stato maggiore Casati. Solamente coi primi di luglio gli elenchi dei morti segnano qualche diminuzione, ma la malattia si strascicò fino al dicembre.

Il 2 luglio moriva il generale Ansaldi comandante la brigata di riserva. Ai funerali che ebbero luogo il giorno appresso intervenne il generale in capo e numerosi ufficiali di tutte le armi. Il carro funebre trasportò la salma sulla collina in faccia al villaggio di Kadikoi, ove fu sepolta in vicinanza di quella del generale Alessandro La Mar mora. Dopo le preci dette dal cappellano Peretti, il generale in capo pronunziò commosso alcune parole di elogio del defunto generale, accennando alla sua lunga ed onorata carriera, e ai servigi da lui prestati, che ne facevano rimpiangere la perdita.

Il 5 luglio moriva il capitano d’artiglieria Asinari di San Marzano, commissario presso l’armata francese, e il generale Pélissier ne dava avviso per dispaccio al generale La Marmora. Questi incaricava provvisoriamente di farne le veci il maggiore d’artiglieria di Kevel, commissario presso l’armata inglese.

La vicinanza dei due quartieri generali, francese ed inglese, permetteva che per qualche tempo almeno, un solo ufficiale disimpegnasse presso ambedue i medesimi incarichi. Pochi giorni appresso, La Marmora proponeva al Ministero d’inviare commissario, presso il quartier generale francese, il capitano Salasco dei lancieri di Novara. La lettera diceva: «suo padre fu compagno del generale Pélissier e questi si ricorda con piacere delle loro antiche relazioni.» Il Ministero accettò la proposta e il capitano Salasco andò commissario presso l’armata francese.

Il colera perdendo di forza, molti degli attaccati guarivano, ma restavano sfiniti e incapaci di riprendere per molto tempo il servizio. Oltracciò le tifoidee erano succedute al colera e molti anche di questo nuovo morbo morivano; i più ne uscivano disfatti e bisognosi di cambiamento d’aria. Cominciarono perciò grandi trasporti di convalescenti a Jeni-Koi, dove, come abbiamo detto, si trovavano due ospedali di 500 letti ciascuno. L’imbarco, lo sbarco e il tragitto non erano facili ne piacevoli per convalescenti, massime quando il mare era agitato, ma oramai si era assuefatti a molte durezze, e chi, scampato dal colera o dal tifo, poteva essere trasportato a Jeni-Koi lo considerava una fortuna.

Se non che presto i due ospedali di Jeni-Koi si trovarono pieni. Si strinsero i letti per farvene stare un maggior numero, ma non si giunse a sopperire al bisogno. Il generale La Marmora ordinò al generale De Cavero, capo dei servizii amministrativi residente a Costantinopoli, di fare il possibile per trovare un’altra località dove impiantarvi un altro ospedale di 500 letti. De Cavero cercò, girò, picchiò a tutte le porte ma non ottenne nulla; lo si mandava da Erode a Pilato, cioè dagl'inglesi ai turchi; e gli uni e gli altri gli offrivano località che non convenivano o per una ragione o per l’altra, d’inglesi, che avevano locali abbondanti e adattatissimi, avrebbero potuto cederne alcuno, e al De Cavero pareva che avrebbero dovuto farlo; ma quanto gl’inglesi erano pronti a cedere viveri e materiali di cui avevano esuberanza (s’intende che tutto veniva poi regolarmente conteggiato), altrettanto erano restii a cedere locali, perché non volevano menomamente scomodarsi.

Il materiale per il nuovo ospedale di 500 letti era a bordo dei bastimenti, ma non si sapeva dove sbarcarlo; si finì per inviarlo in Crimea dove servi per impiantare il 2° Ospedale della Marina, di cui abbiamo già fatto cenno, e si limitarono le spedizioni a Jeni-Koi a quel numero di ammalati che gli ospedali ivi esistenti potevano contenere (53).

Il 3 luglio parti da Balaclava per Jeni-Koi il R. piroscafo Governolo con una ottantina di convalescenti di truppa e dieci ufficiali. Erano fra questi l’intendente militare Angiono e tre ufficiali superiori del quartier generale principale: il colonnello Petitti capo di stato maggiore, il tenente colonnello Staglieno, comandante del genio, e il tenente colonnello Saint Pierre, comandante superiore dei bersaglieri. Queste cariche non potevano restare vacanti; perciò vennero subito coperte nel modo seguente: le funzioni d’intendente militare si affidarono al commissario Muttoni; quelle di capo di stato maggiore vennero assunte dal maggiore Della Rovere; quelle di comandante del genio dal maggiore Serra; quelle di comandante dei bersaglieri dal maggiore della Chiesa.

Dal diario di uno di questi convalescenti di Jeni-Koi (54) togliamo i seguenti particolari: «Il mio letto lascia molto a desiderare, ma che dire dei poveri soldati che stanno senza paragone peggio? Quest'ospedale, destinato per 500 letti, contiene ora 700 ammalati, senza che ne sia aumentato il materiale. Che cosa si è fatto per parare al bisogno? Si sono divise le forniture: un ammalato ha il materasso, un altro il pagliericcio e ciascuno soltanto un lenzuolo. Appena gli ufficiali hanno il letto completo… abbiamo intorno a noi le suore grige molto assidue...

« ho passeggiato in riva al mare e sono arrivato all’ospedale degl’inglesi. Dietro l’ospedale vi sono giardini, prati e boschi bellissimi. ne ho visitato questa parte esterna minutamente e con un sentimento d’invidia, facendone il paragone col nostro. Colà si che un ammalato può davvero respirare un’aria pura, godere l’ombra e passeggiare senza stancarsi. Nel vestibolo vi era un monte di cuscini elastici i quali parevano dimenticati. Tanta dev’essere colà l’abbondanza di questi oggetti che sono di lusso per noi!»

Ma, con tutte le loro comodità, gli inglesi avevano pagato e pagavano ancora il loro tributo alla morte, in proporzioni forse più grandi che i piemontesi. Non è nostro compito fermarci sopra i guai degli altri; diremo solo che il 28 giugno morì il comandante in capo delle truppe inglesi, maresciallo Raglan, e gli succedette provvisoriamente il generale Simpson per diritto d’anzianità.

Il generale La Marmora notificò al nostro corpo di spedizione la morte del comandante inglese col seguente ordine del giorno in data 29 giugno:

«Moriva ieri, dopo breve malattia, l’illustre maresciallo lord Raglan, comandante in capo dell’armata inglese.

«La lunga sua carriera, gl’importanti servigi resi alla sua patria, l’eroico coraggio e l’esemplare costanza colla quale sopportò, col suo esercito, le dure prove e gli stenti di una campagna d’inverno in Crimea, rendono la sua perdita una grande sventura.

«Egli apprezzava il nostro corpo e molto fece per sovvenire a' suoi bisogni. Uniamoci ai nostri bravi alleati per compiangerne la morte e venerarne la memoria.»

Nel suo rapporto confidenziale del 30 giugno al Ministro della guerra, il generale La Marmora annunziava la morte di lord Raglan con queste parole: «La morte di lord Raglan, il quale soccombette ad una malattia di due giorni, fu una grande perdita per le armi alleate. Io la deploro doppiamente per gli ottimi rapporti che il maresciallo intrattenne sempre con me.»

I funerali di lord Raglan ebbero luogo il 3 luglio. La bara fu posta sopra un affusto da cannone. Ai quattro angoli del carro funebre stavano il generale Pélissier, Omer Pascià, il generale Simpson e il generale La Marmora. Precedeva un drappello di cavalleria t inglese, quindi cavalleria francese e turca e due squadroni sardi (Aosta e Novara); seguiva il feretro l’ufficialità francese, sarda, turca; chiudeva la marcia la ufficialità inglese. Il convoglio sfilò fino al cimitero fra due ali non interrotte di truppe alleate, salutato in vari punti da batterie d’artiglieria, collocate appositamente, e dalle musiche militari fra cui la nostra.


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XIX

Fermezza di La Marmora nel mantenere diritti e il decoro del corpo sardo.

Abbiamo parlato più volte delle buone relazioni che correvano fra il generale La Marmora e i comandanti delle truppe alleate; possiamo aggiungere che non meno buoni erano i rapporti dei comandanti in sottordine fra loro; ma i buoni rapporti non impedivano che ciascuno mantenesse tenacemente ciò che credeva suo diritto e che il generale La Marmora spiegasse un’energia straordinaria, ogni qualvolta credeva necessario sostenere le ragioni de' suoi subordinati o il prestigio del suo corpo.

Noteremo alcuni fatti caratteristici.

Il 10 giugno il generale Durando, comandante la nostra 1(a) divisione, riceveva dal generale Morris, comandante le truppe francesi sulla Cernaia, alcune informazioni sulle supposte intenzioni dei russi e l’avviso che, per rinforzare la difesa, qualche pezzo d’artiglieria francese sarebbe stato collocato sopra un poggio ch’era nel raggio d’azione delle truppe della brigata Fanti. Rispose il generale Durando, facendo osservare che quella posizione poco si prestava all’azione dell’artiglieria ed esponendo le ragioni di questo suo apprezzamento. Replicò il generale Morris che riconosceva giuste le ragioni esposte, epperciò non insisteva nel primo progetto, ma ne faceva un altro: occupare con artiglieria francese un’altra posizione (pure nel raggio d’azione della brigata Fanti), che non aveva i difetti della prima. Siccome realmente a questa nuova posizione non si poteva fare l’appunto di essere stata mal scelta, fu giocoforza dire chiaro al generale francese che la giusta suscettibilità delle nostre truppe si sarebbe offesa, se cannoni francesi fossero stati collocati in posizione occupata a destra e a sinistra da truppe sarde; che se però si credeva necessario guarnire d’artiglieria quella posizione, le batterie sarde avrebbero fornito i pezzi e gli uomini.

Il generale Morris, cavallerescamente, riconobbe subito che si aveva ragione e si dichiarò pago che la posizione venisse guarnita d’artiglieria, fosse pure da' sardi.

Ma i francesi volevano non solo aiutarci coll’artiglieria, volevano fare altrettanto colla cavalleria. Il 30 giugno, il genenerale d’Herbillon scriveva al generale La Marmora la seguente lettera:

«Ho fatto un giro d’ispezione ai miei avamposti e mi sono avvicinato ai vostri. Mi affretto di portare a vostra conoscenza le disposizioni che ho creduto di dare, d’accordo col generale Morris, il quale mi accompagnava. Questo generale disponendo di numerosa cavalleria, è stato combinato tra noi che egli farà fare delle ricognizioni avanti il terreno che voi occupate.

«Vi prego di avvertirne i vostri avamposti e di dare loro l’ordine d'appoggiare, ove occorra, la nostra cavalleria.

«Ieri i russi hanno fatto discendere cinque squadroni di cavalleria più uno squadrone di cosacchi fino alla posizione dello Zig Zag, occupata da uno dei vostri piccoli posti. Questo punto essendo accessibilissimo alla cavalleria, noi abbiamo notato che il vostro piccolo posto è troppo debole per essere cosi avanzato. Permettetemi questa osservazione mio generale.» La posizione dello Zig Zag era occupata da un battaglione; della discesa degli squadroni russi, il generale La Marmora non aveva bisogno di esserne avvertito dal generale d'Herbillon; solamente, mentre nella lettera del generale d’Herbillon sono sei, dai nostri rapporti appariscono soltanto due. Essi erano scesi all’alba del 29 fino sopra Ciorgun, forse appunto per riconoscere il posto dei piemontesi, e poco dopo si erano ritirati senza nulla intraprendere.

Il generale La Marmora non rispose a questa lettera, o almeno nei documenti non vi è la minuta della risposta; forse ne intrattenne verbalmente il generale Pélissier, poi con un ordine del giorno in data 2 luglio, prese disposizioni per togliere alla cavalleria francese ogni pretesto di fare ricognizioni davanti al nostro fronte.

«A incominciare da domani e fino a nuovo ordine, tutti i giorni all’alba uno squadrone del reggimento di cavalleria si recherà davanti a Ciorgun nella valle dello Sciuliù e di là spingerà riconoscenze verso il nemico. Le dirigerà Un ufficiale di stato maggiore della 2(a) divisione o delle brigate che la compongono.

«Lo squadrone rientrerà, di regola generale, verso le 9. S’ invierà giornalmente al quartier generale il rapporto della ricognizione, redatto dall'ufficiale che l’avrà diretta.»

L’ordine ebbe piena esecuzione. Non ci fermeremo a parlare di queste piccole ricognizioni che non ebbero mai conseguenze. Diremo solo che il 5 luglio se ne fece una con due squadroni (Aosta e Novara) i quali si spinsero più lontani del solito, sulle alture che dividono la valle della Cernaia da quella del Baidar, fra Alsu e Varnutka, e giunsero fino al ponte di Teule (55). Il paese era sgombro; si vedevano soltanto qua e là a grande distanza dei posti russi. Le truppe partite al primo mattino rientrarono alle 3 pom. Il risultato di queste ricognizioni, come di quelle che le precedettero e che vennero poi, si riassume nelle seguenti parole che un ufficiale del quartier generale mette in bocca a La Marmora: «se i russi hanno buoni cannocchiali, si accorgeranno che noi e i nostri cavalli abbiamo buone gambe.»

Venne pure rinforzato il posto di guardia sul contrafforte del Zig Zag che i francesi avevano trovato debole. Un ordine del giorno del 7 luglio dice:

«A cominciare da domattina, la compagnia che occupa il monticello sopra il condotto d’acqua, sulla destra della Cernaia, sarà fornita dal battaglione bersaglieri più prossimo sulla sinistra del torrente, lasciando cosi intatto il battaglione della 2‘ divisione che occupa la posizione dello Zig Zag. Di più, un plotone di cavalleggeri, da rilevarsi ogni mattina sarà d’ora in poi messo a disposizione del comandante il battaglione predetto, per fornire vedette nelle gole davanti Ciorgun e piccole pattuglie nei burroni e sulle alture ecc. eco.»

Cosi, senza rispondere alla lettera del generale d’Herbillon, il generale La Marmora avea dato una certa soddisfazione alle opinioni in essa espresse, e. risparmiato alle nostre truppe l’offesa di un concorso non richiesto e non necessario.

I generali francesi non insistettero e trovarono modo d’impiegare la loro numerosa cavalleria senza fare ricognizioni davanti al nostro fronte.

D’altra natura ed assai più grave fu il contrasto ch’ebbe luogo fra il comandante sardo del porto di Balaclava e le autorità inglesi nel porto stesso. Il generale La Marmora spiegò nel difendere le ragioni de' suoi subordinati la maggiore energia. Ecco il fatto:

Il 1° luglio, due bastimenti, recanti provviste per il corpo sardo, si presentarono alla bocca del porto di Balaclava per entrare, senza aspettare il permesso del comandante inglese. Un colpo di cannone a polvere li avverti di fermarsi, ed essi si fermarono. Fin qui il comandante inglese era forse ne’ suoi diritti; ma i marinai inglesi, onde era composta la guardia del porto, tirarono sopra i bastimenti stessi alcuni colpi di fucile a palla.

Il comandante sardo del porto di Balaclava, Vittorio La Marmora, tenente di vascello, fratello dello stesso generale in capo, gliene dava subito avviso colla seguente lettera:

«Questa mattina alle ore 10, due bastimenti sardi carichi di viveri entravano nel porto di Balaclava in seguito a mio ordine; giunti alla bocca del porto, un colpo di cannone in bianco li avvertì che non potevano progredire. Mi recai a bordo di tali bastimenti, dissi loro di restare dove trovavansi e accorsi dal comandante inglese del porto. Giunto in sua presenza feci alte lagnanze di essere poco facilitato negli sbarchi che devo eseguire; dissi che avevo ordinato ai due bastimenti di entrare in porto, cosa che mi veniva impedita.

«Rispose il comandante inglese, capitano Hamilton, con molta vivacità, che i suoi subordinati avevano fatto egregiamente; che non voleva assolutamente che nessun bastimento entrasse nel porto senza il suo permesso; che ce n’erano già una ventina; che facendoli entrare avrei messo il disordine.

«Con pari vivacità e forse anche maggiore io risposi che noi avevamo diritto a far entrare in porto i bastimenti nostri, per mantenere un corpo rispettabile di 16 mila uomini; che se noi vi abbiamo circa venti bastimenti, essi gl'inglesi, ve n’hanno più di cento; che nessuno dei legni sardi entra senza mio ordine e che non lo do mai se non a quelli che ne hanno estremo bisogno; per far confusione ed ingombri non li faccio entrare. Di più dissi che non mi sembra necessario fare giornalmente la domanda di permesso che egli pretende.

«Nel mentre che io parlavo col comandante del porto, i marinai della guardia del porto stesso tiravano fucilate a palla sui bastimenti sardi che erano fermi all’imboccatura.

«Colgo questa occasione per farle sapere che, varie altre volte, cose spiacevoli ebbero luogo in porto per parte della marina inglese; certamente non cose gravi, ma che, coll’andar del tempo, possono diventarlo.»

Un fatto cosi deplorevole indusse il generale La Marmora a farne subito rapporto alle autorità inglesi in termini abbastanza risentiti; ma è notevole che di tal fatto non si parla in nessuna lettera di La Marmora al Ministero.

Il 2 luglio pertanto il nostro comandante scriveva al colonnello Cadogan, commissario inglese presso il corpo sardo, la seguente lettera;

«Ieri mattina il commissario della marina sarda nel porto di Balaclava ha creduto di poter far entrare nel medesimo due bastimenti carichi di viveri, senza averne prima domandata l’autorizzazione al comandante del porto.

«Io sono ben lungi, signor colonnello, dall’approvare questa determinazione; nessun motivo potrebbe giustificarla; tuttavia qualche cosa può renderla in parte scusabile ed è la responsabilità che pesa sul commissario, conte La Marmora, per il bisogno in cui ci troviamo di provvedere giornalmente al mantenimento delle truppe e forse ancora per le difficoltà ch’egli incontra continuamente nell’esercizio delle sue funzioni.

«Io mi rammarico vivamente che il troppo zelo, ond'egli è animato, l’abbia condotto più lunge che non voleva egli stesso; ma ciò di cui mi rammarico anche più vivamente è la maniera con cui si è agito verso i nostri due bastimenti, che, inteso il colpo di cannone, segno convenzionale, s’erano fermati per attendere ordini.

«I marinai inglesi, onde si compone la guardia del porto, hanno fatto fuoco sovr’essi con fucili carichi a palla.

«Questo modo di procedere verso gli agenti di una nazione alleata, che sacrifica per una causa comune i suoi uomini e le sue risorse, può avere conseguenze funeste: non tarderà a seminare la discordia là dove l’accordo più perfetto è assolutamente indispensabile.

«Io ignoro quali consegne siano state date dalle autorità inglesi, ma non vi nascondo, signor colonnello, che i modi con cui, di regola generale, si fanno osservare, sono tali da sollevare una profonda irritazione fra i nostri ufficiali e i nostri soldati.

«Ho creduto che nell'interesse comune fosse mio dovere di segnalarvi gl’inconvenienti, che hanno forse ancora poca importanza, ma che, col tempo, potrebbero assumerne disgraziatamente molta».

Nei documenti non si trova risposta a questa lettera; forse non ne fu fatta e vennero date soltanto spiegazioni a voce. È certo però che, dopo questa lettera, il contegno degli agenti inglesi nel porto di Balaclava si è alquanto modificato e non diede più luogo a gravi lagnanze.

Ma non bastavano i francesi e gli inglesi; ci si aggiunsero i turchi. Omer Pascià non era contento della posizione assegnata alle sue truppe, un poco avanti,. un poco indietro nella valle del Baidar, secondo che comodava ai francesi, ed ultimamente passate in seconda linea. Egli avea posto gli occhi sulle posizioni di Kamara, ch’erano un posto d’onore ed ormai un nido fatto. Non cessava pertanto di brigare presso i comandanti francese ed inglese, perché quel posto gli venisse assegnato.

Pare che le insistenze del comandante turco abbiano trovato, dopo la morte di lord Raglan, benigno orecchio al quartier generale inglese, cui sarebbe piaciuto assegnare al corpo piemontese una posizione, che ne accentuasse la dipendenza dal quartier generale stesso; dipendenza della quale il generale La Marmora, senza cercare di sottrarvisi, aveva l’aria di non accorgersi. .

Il 5 luglio si tenne una conferenza tra i comandanti delle armate alleate. Il generale La Marmora non v'intervenne per' ché non ne fu avvertito. In questa conferenza fu deciso che i piemontesi cederebbero le loro posizioni ai turchi e si porterebbero indietro verso Balaclava, per difenderne gli accessi e le fortificazioni. Pare che Omer Pascià abbia fatto la proposta; il generale Simpson l’abbia appoggiata e il generale Pélissier, senza pensarvi più che tanto, abbia dato il suo assenso. E notevole però che ne il generale Simpson a cui spettava dare comunicazione a La Marmora di questa deliberazione, ne il generale Pélissier, che, senza averne obbligo, soleva dargli comunicazione di tutto, abbiano notificato la deliberazione stessa al generale La Marmora. Essi lasciarono tal briga a Omer Pascià. Forse anche può darsi che Omer Pascià, impaziente, li abbia prevenuti senza averne l’incarico, e questa fretta gli fu dannosa.

Ad ogni modo, il giorno stesso, il comandante sardo riceveva dal comandante turco la seguente lettera:

«Suppongo che già vi sia stato notificato dai generali Pélissier e Simpson che, nella conferenza di oggi, è stato deciso che l’armata ottomana dovrà portarsi sulla destra dell’armata francese e al ponte di Traktir, per occupare le alture della Cernaia, che sono attualmente tenute dalla vostra armata.

«Essendo io pronto a mettermi in marcia, vi prego di avvertirmi quando voi sarete in grado di levare il campo, perché io possa portarmi immediatamente sulle nuove posizioni.

«Ricevete, mio generale, l’assicurazione della mia alta stima ecc. ecc.».

Appena ricevuta questa lettera, La Marmora rispondeva:

«Io non mi sono trovato alla conferenza d’oggi, perché ieri mi fu assicurato dal generale Simpson che non vi sarebbe stata conferenza.

«La posizione di Kamara non l’ho cercata: mi fu data di comune accordo. Ora che ho questa posizione, non intendo cederla senza fondati motivi ed il mio assenso in congresso.

«Domattina mi recherò ai quartieri generali inglese e francese per protestare in questo senso (56).

«Gradisca, Altezza, gli atti della mia considerazione ecc.» L’indomani il generale La Marmora si recò dal generale Simpson, il quale gli dichiarò esplicitamente che ignaro dei patti precedenti che vi potevano essere, non aveva creduto potersi opporre alla domanda di Omer Pascià, vedendo che Pélissier aderiva. Per conto suo non chiedere meglio che di rinvenire su tale decisione.

In seguito a ciò, il generale La Marmora ebbe una assai lunga conferenza anche col generale Pélissier. Questi trovò giusto che paresse uno sfregio per le truppe piemontesi cedere le posizioni di prima linea, da esse occupate e fortificate, e non oppose, nemmeno lui, difficoltà a sospendere il divisato movimento (57). Dopo ciò non restava ad Omer Pascià che piegare la testa.

Pare che il giorno 5 o il 6 sia stata tenuta un’altra conferenza fra i comandanti, o forse meglio, sieno corse comunicazioni tra loro senza riunirsi, in seguito alle quali avrebbero deciso di lasciare ai sardi le loro posizioni e contentare i turchi il meglio possibile, mandandone però una parte là dove essi volevano mandare i sardi.

Di questa deliberazione graditissima il generale Pélissier si affrettò di dare comunicazione al La Marmora con una lettera in data del 6, della quale ecco il sunto:

«Il comandante in capo dell’armata francese, informato delle intenzioni comuni dei generali in capo delle armate alleate, per l’occupazione delle posizioni sulla Cernaia, vi dà il suo pieno assentimento nelle condizioni seguenti: 1° le truppe francesi accampate sulla Cernaia conservano le loro posizioni; 2° le truppe sarde conservano pure le loro posizioni; 3° le truppe ottomane ristabiliscono la loro destra a Varnutka. e prendono posizioni intermedie fra Varnutka e Kamara. Il loro quartier generale e le riserve si stabiliscono al dissopra di Balaclava».

Non vi è fra i documenti, come pare dovrebbe esservi, eguale comunicazione da parte del generale Simpson, superiore diretto. Forse, non essendo stato scritto ne ordine ne invito di abbandonare le posizioni di Kamara, non parve necessario scrivere un contrordine, e la comunicazione venne dal generale Pélissier, perché egli era solito a dare amichevolmente comunicazione di tutto; forse anche La Marmora gliela chiese per avere un documento.

Così la fermezza di La Marmora in questa circostanza e la stima ch’egli aveva saputo acquistarsi presso i colleghi comandanti delle armate alleate, e specialmente presso il generale Pélissier, non solo valsero ad ottenere soddisfazione al nostro corpo, facendo revocare una decisione che ne offendeva la suscettibilità, ma, conservando allo stesso le posizioni di Kamara, gli conservarono la certezza di prendere parte a qualunque battaglia avesse avuto luogo in campo aperto.

Quindi si vede quanta ragione avesse La Marmora di scrivere più tardi, nel suo libro Un poco più di luce, queste parole:

«Cavour mi aveva detto: ingegnati. Non è qui il luogo di raccontare come io mi sia ingegnato, dirò solamente che se non lo avessi fatto, e se qualche volta non avessi saputo resistere a certe esigenze incompatibili colla dignità del comando statomi affidato, le nostre truppe, invece di trovarsi in prima linea il giorno dell’attacco della Cernaia, non avrebbero potuto prendere parte a quella battaglia combattuta ad alcune miglia da Balaclava, dove si pretendeva confinarci alla guardia dei depositi e dei magazzini. Al nostro arrivo in Crimea ci avevano affidato, ed io avevo accettato con molta riconoscenza, un posto d’onore colla cura di difendere l’estrema destra degli alleati; se avessi ceduto, saremmo passati in seconda linea, com’era stato deciso a mia insaputa in un consiglio di guerra. E invece di tornare dalla Tauride, come siamo tornati, stimati egualmente da amici e da nemici, tutti, mi si permetta di dirlo, ci avrebbero volto più o meno sdegnosamente le spalle.»


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XX

Situazione ai primi di luglio — Movimenti.
Lavori al campo di Kamara — La Marmora ad Eupatorio.

Dopo i fatti del 17 e del 18 giugno vi fu un poco di sosta nelle operazioni. I lavori d’assedio assorbivano quasi interamente l’attività delle armate alleate e in questi si procedeva prudentemente, metodicamente. Francesi ed inglesi attendevano rispettivamente all’attacco delle fronti della piazza che erano loro assegnate fin dal principio. I lavori progredivano specialmente contro la fortezza di Malakof e fra questi s’era cominciata nelle Opere bianche, conquistate sui russi, la costruzione di una gran batteria da armarsi con 40 grossi cannoni (58).

I russi mostravano sempre la stessa attività, sia nella vigilanza, sia nel rispondere al fuoco nemico, sia nel riparare i guasti e lavorare ai contrapprocci; ma le sortite diventavano loro ogni giorno più difficili, perché oramai tutta la parte investita della piazza era recinta da una linea di fortificazioni in mano degli alleati. Si vedeva da questi che, continuando in tal modo, la caduta di detta piazza era immancabile e dopo le lezioni avute, si era decisi di aspettare che il frutto fosse maturo.

Da Parigi, dove non si misuravano tutte le difficoltà di un attacco all’altipiano del Belbek e dove si desiderava ardentemente un successo éclatant, per far parlare i giornali, s’instava vivamente per qualche operazione in aperta campagna; ma Pélissier non voleva saperne; gli altri generali francesi erano quasi tutti del parere di Pélissier; gl’inglesi avevano dichiarato recisamente che di tali operazioni non vedevano lo scopo, epperciò non intendevano scostarsi da Sebastopoli e da Balaclava.

Ma se si respingeva l’idea di un attacco alle posizioni dei russi, si desiderava un attacco dei russi alle posizioni nostre, dove tutto era preparato a riceverli. E ai primi di luglio parve, per un momento, che questo desiderio dovesse venire soddisfatto; si diceva che i russi avessero ricevuti grandi rinforzi; si parlava di movimenti che eseguivano nelle loro posizioni; si comprendeva che, prima che la piazza fosse agli estremi, un gran colpo dovevano tentarlo. E lo tentarono infatti, ma solo il 16 agosto: quello della battaglia della Cernaia.

Frattanto in questa aspettativa, e per l’irrequietezza dei francesi che non potevano stare fermi e volevano ogni giorno disporsi meglio, avvenivano piccoli cambiamenti nella dislocazione delle truppe sulla linea d’osservazione Di tali movimenti appunto avea profittato Omer Pascià per proporre di far sloggiare i piemontesi dal loro accampamento, come abbiamo narrato. Anche dopo il rigetto di questa proposta ebbero luogo movimenti, dei quali

non ci occuperemo se non in quanto portarono di conseguenza qualche spostamento nella dislocazione dei piemontesi.

Il 6 luglio, lo stesso giorno in cui Pélissier avvertiva La Marmora che si lasciavano ai piemontesi le loro posizioni di Kamara, gli scriveva un’altra gentilissima lettera per dirgli che la divisione di cavalleria del generale Allonville, con una batteria d’artiglieria a cavallo ed un battaglione di cacciatori a piedi, si recavano nel mattino del 7 verso lo sbocco della valle del Baidar per sorvegliare Varnutka e BujukMiskomia. Quelle posizioni erano allora occupate dai turchi. Benché Pélissier non lo dicesse, si capiva che a quei turchi bisognava fare un poco di posto.

La brigata Fanti si trovava in tutto o in parte al di là della Suaja, (59) cogli avamposti fino ad Alsu. Questa posizione sulla destra del torrente era stata presa dal generale La Marmora di sua iniziativa, sia per stare più al largo, sia per guardarsi più da lontano. Egli non ebbe difficoltà di richiamar subito queste truppe nell’accampamento di Kamara e cedere quelle posizioni ai turchi; tanto più che, se la vera ragione della maggior parte dei movimenti era l’irrequietezza dei francesi, la ragione messa innanzi, e non priva di fondamento, era il bisogno di concentrarsi.

Il 7 luglio pertanto fu impartito quest’ordine: «Domattina la brigata Fanti, cedendo le sue posizioni alle truppe ottomane, ripasserà la Suaja, dopo che queste sieno collocate in posizione, e verrà a prendere il suo campo dove meglio crederà il comandante della l(a) divisione.»

Ma anche ai desideri di Pélissier sapeva La Marmora resistere quando non gli sembravano ragionevoli. Tre giorni dopo che la truppe sarde, per consiglio dei francesi, s’erano concentrate, il generale francese d'Herbillon avrebbe trovato opportuno che si estendessero. Egli occupava una posizione che volentieri avrebbe ceduto ai piemontesi: però questa volta non credette rivolgersi direttamente al generale La Marmora, ma si rivolse al generale Pélissier; il quale ne scrisse al La Marmora, lasciandogli tuttavia piena facoltà di accettare o no la proposta. Giova riportare un brano della relativa lettera in data 9 luglio, perché mostra la delicatezza militare del generale Pélissier e la sua stima per il generale La Marmora.

«Se V. E. trova che vi sia qualche inconveniente a che le la truppe piemontesi occupino il Mamelon a sinistra della strada di Traktir, le truppe francesi, che attualmente vi sono vi resteranno. Se al contrario V. E. crede di poter estendere la propria sinistra fino a quel punto, le truppe piemontesi potranno occuparlo e la nostra cavalleria sarà lieta della loro vicinanza. Ad ogni modo, ho dato ordine al generale d’Herbillon di non ritirare le sue truppe finché non abbiano il cambio dalle vostre, dato che voi vogliate mandarle.»

La Marmora rispose che non credeva opportuno di estendersi da quel lato, e ne disse le ragioni; Pélissier non insistette.

Frattanto l’aspettazione, anzi la speranza di un prossimo attacco dei russi alle nostre posizioni, faceva spingere con alacrità i lavori di strade per facilitare i movimenti dell’artiglieria da un punto all’altro delle posizioni stesse, nonché i lavori di fortificazione campale; questi ultimi specialmente. Alcune opere fin allora poco più che abbozzate si completavano; di quelle già ultimate s’ingrossavano i profili e nuove se ne tracciavano negl’intervalli, in modo da rendere il campo di Kamara un vero campo trincerato.

Il 13 luglio venne emanato il seguente ordine del giorno:

«Stante le favorevoli condizioni in cui trovasi la nostra truppa, tutta concentrata nel capo di Kam,ara con pochissimo servizio di avamposti, devesi utilizzare questo tempo prezioso:

«1° A rendere più forti le attuali nostre posizioni, munendole di opere di fortificazione; 2° ad aprire strade e migliorare le esistenti, per rendere possibile, anche nella cattiva stagione, il traino delle artiglierie e delle vetture destinate al trasporto dei viveri; 3° a preparare gabbioni e fascine per adoperarli poi quando occorrano; 4° ad accumulare provvisioni di legna, sempre necessaria e difficilissima a procacciarsi nel cattivo tempo.

«Un buon numero di truppe verrà giornalmente comandato per questi servizi; ma sarà impossibile ottenerne un risultato pronto ed efficace se gli ufficiali superiori ed inferiori, penetrati dell'importanza di questi lavori, non adopreranno una sorveglianza attiva sui loro subordinati.

«Per quanto è possibile, i comandanti delle divisioni e della brigata di riserva destineranno giornalmente a tali servizi intere frazioni, cioè battaglioni o compagnie. Quando sieno battaglioni, un capitano fra i quattro e un ufficiale subalterno per compagnia dovranno assistere a tutte le ore di lavoro, senza che pér ciò resti esonerato il maggiore dal fare frequenti visite, per accertarsi che ognuno sia presente e che si lavori. Quando sia comandata al lavoro una sola compagnia, vi assisterà un uffiziale subalterno e il capitano si recherà a farvi visite.»

L’ordine del giorno proseguiva designando, in modo molto particolareggiato, i compiti speciali delle due divisioni e della brigata di riserva ed incaricando i rispettivi capi di stato maggiore, del riparto e destinazione delle truppe ai vari lavori; a facilitare i quali, si dovevano pure impiegare quei cavalli e quei muli, sia dei battaglioni, sia dei quartieri generali, che si trovassero inoperosi.

Le operazioni di campagna, nella prima quindicina di luglio, si ridussero a semplici ricognizioni, qualche volta fatte da soli, qualche volta in compagnia di riparti francesi o turchi. Di regola generale, le nostre truppe spingevano ricognizioni giornaliere fin sopra Ciorgun; qualche volta più in là, ma senza incidenti degni di nota: o non si vedeva affatto il nemico, o si vedevano soltanto vedette in lontananza. Ogni ricognizione che uscisse alquanto dall’ordinario era fatta di concerto colle truppe alleate, che tenevano il campo alla nostra destra e alla nostra sinistra. A tal uopo un ufficiale di stato maggiore si recava ogni giorno al campo turco, ch’era alla nostra destra, per dare e ricevere informazioni; al campo francese, che si trovava dall’altro lato, non era necessario mandare messi, perché i comandanti comunicavano direttamente fra loro.

Il generale La Marmora vigilava personalmente i lavori e seguiva spesso le ricognizioni; era sempre in mezzo alle truppe, salvo quando si trovava ai quartieri generali francese od inglese, e salvo piccole escursioni in mare che talvolta faceva su legni nostri o su legni inglesi.

In una di queste, fatta il 24 giugno col R. piroscafo Authion, volendo osservare l’imboccatura della baia di Sebastopoli, si accostò talmente ai forti che fu preso a cannonate, ma potè ritirarsi senza danno. Un'altra ne fece il 7 di luglio, accompagnato da vari uffiziali del suo stato maggiore sull’yacht di un inglese (lord Ward). Usci il mattino dal porto di Balaclava, costeggiò per lungo tratto molto vicino alla riva e rientrò in porto il giorno appresso. Il 23 dello stesso mese, sul R. piroscafo Governolo. si recò ad Eupatoria, dove si trovava un accampamento turco. Accolto cortesemente dal comandante Ismail Pascià, visitò minutamente la città e l’accampamento stesso; e poi scrisse le sue impressioni in un rapporto dal quale apparisce che i turchi, visti davvicino, gli fecero un’impressione assai buona, e lodò specialmente la loro maestria nel costrurre trinceramenti da campo.


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XXI

Penuria di viveri in principio di giugno. — Lettere di La Marmora.
— Nuova grande spedizione di viveri e materiale.

Abbiamo già parlato dei primi trasporti di viveri in Crimea colle navi stesse che trasportarono le prime truppe e con altre che, a breve distanza, le seguirono. Contemporaneamente per incette fatte sui luoghi e per arrivi dal Piemonte, grandi quantità di viveri e di foraggi s’erano accumulate in Costantinopoli e nei dintorni, dove il generale De Cavero, capo dell’intendenza, aveva preso in affitto ampi magazzini. Si era sperato di poter attivare fra il Bosforo e la Crimea un servizio quasi giornaliero di barche, rimorchiate da vapori, che trasportassero al nostro corpo di spedizione quanto era necessario; ma poi si vide che la cosa era quasi impossibile. Vapori a nolo non se ne trovavano, per la solita ragione che francesi ed inglesi se li erano accaparrati tutti; quanto ai legni della R. Marina, il comando della stessa faceva sempre mille difficoltà ogni volta che se ne chiedeva uno per servigi di trasporto. Gl’inglesi si erano offerti di trasportare gratuitamente dal Bosforo in Crimea, insieme ai viveri loro anche i nostri, sui legni da essi noleggiati che facevano questo servizio e l’offerta era stata accettata. Ma con tutta la buona volontà dei capi, che certo avevano impartito gli ordini opportuni, questo favore ci si faceva dai subalterni cosi di mala grazia e con tanta trascuratezza, che si fini per dovervi rinunziare. ne c’è troppo da lagnarsene, perché è cosa naturale; ciascuno pensa anzitutto per sé. I nostri viveri si caricavano quando lo si poteva fare senza nessun disagio e non certo nel sito più adatto de) bastimento. ne risultò che giungevano in ritardo, in quantità non sufficiente e talvolta avariati.

Questo si verificava specialmente per il pane da munizione, cibo a cui i nostri soldati tenevano di più. Il generale La Marmora, vedendo ch’era impossibile dare spesso carne fresca e che alla salata i nostri soldati non sapevano adattarsi, si era. raccomandato al De Cavero perché, almeno due volte la settimana, si potesse avere pane da munizione od altro pane fresco. La galletta, che piace tanto agl’inglesi, non era neppur essa cibo per noi.

Il De Cavero aveva fatto un contratto con un fornitore a Costantinopoli, il quale si era obbligato di fornire, in Costantinopoli stessa, il pane occorrente; ma questo pane, che quivi era discreto, prima di giungere in Crimea diventava immangiabile. Si dovette rescindere il contratto, trasportare in Crimea la farina, fare il pane sul luogo e cuocerlo in forni di campagna.

Ma quando non mancava una cosa mancava l’altra. Nei primi tempi, colla scorta delle prime provviste, coi lenti arrivi da Costantinopoli, e con imprestiti dagl’inglesi e dai francesi, quando gli arrivi tardavano, si era andati avanti alla meglio; ma in principio di giugno, quantunque tutti i servizi fossero meglio ordinati, cominciò a sentirsi una vera penuria. Non sapremmo dare meglio un’idea della situazione a questo riguardo, che riportando alcuni brani e sunti di lettere di La Marmora al Ministero.

Il 12 giugno egli scriveva: «annunziai telegraficamente che mancavamo di vino, biscotti, riso e fieno e lo telegrafai al De Cavero. Chiesi agl’inglesi, ma non hanno vino; delle altre cose ce ne daranno una parte, ma non quanto basta. Ecco dimostrato coi fatti ciò che scrissi una volta: bisogna pensare da noi.

«Ricorrerei ai francesi, ma sono troppo lontani e manichiamo di mezzi di trasporto.

«Il nostro soldato non assuefatto al pane e al riso forestiero li mangia con poco gusto e spesso li lascia. La mancanza poi di vino è dannosissima. Sentita è anche la mancanza di lardo, perché, accadendo che talvolta la carne salata, senza essere guasta, abbia poco buon odore, i soldati la gettano via e si riducono al solo biscotto senza alcun condimento. L’incrudire delle malattie si deve in parte al cattivo alimento.

Vorrei poter dare carne fresca tutti i giorni, ma bisognerebbe averla. Abbiamo a Costantinopoli 1400 buoi, più di 2500 agnelli e 8000 montoni. La difficoltà è nel trasporto. A Jeni-Koi c’è riso e fieno é ce n’è sulle navi a vela che aspettano il tempo propizio per venire a Balaclava. A Costantinopoli abbiamo biscotto a bizzeffe e qui i soldati soffrono la fame.»

La lettera si chiudeva colle più vive istanze perché si provvedessero rimorchiatori a vapore e si designavano alcuni legni della R. Marina, che avrebbero potuto essere impiegati in tale servizio.

Con altra lettera del 16 giugno il La Marmora tornava alla carica. «Vista la difficoltà dei noleggi, è necessario abbandonare l’idea di avere depositi a Costantinopoli, dove si può unicamente raccogliere quanto s’incetta sul luogo. Bisogna che da Genova dirigano tutto a Balaclava. Mentre il governo, con sacrifizi immensi, giunse a raccogliere vettovaglie per il nostro corpo e ce le spedì, noi qui ci troviamo mancanti dei generi più indispensabili.»

Proseguiva la lettera col dire che ricorrendo spesso agli alleati si faceva triste figura e che una volta o l’altra c’era da aspettarsi qualche cattiva risposta… «gl’inglesi non poterono darci tutto il riso ed il sale di cui abbisognavamo; si ricorse ai francesi che aderirono di buona grazia; ma se si dovesse rinnovare la domanda forse la buona grazia se ne andrebbe.»

La Marmora conchiudeva dicendo: «Domando quattro vapori di 600 tonnellate almeno. I piroscafi della R. Marina, quantunque mettano gran zelo ed abnegazione nel servizio, non sono, adatti per trasporti. L’altra volta pregai, ora scongiuro.»

Una terza lettera dello stesso genere scrisse La Marmora da Ciorgun, il 19 giugno, mentre si trovava colle truppe in ricognizione, come abbiamo narrato.

«Siamo appena a tre ore da Balaclava, nondimeno i vari servizi si eseguiscono con qualche difficoltà, stante il difetto dei mezzi di trasporto e la mancanza di viveri nei magazzini. So che l'Euridice e molti altri bastimenti sono fermi ai Dardanelli, a Costantinopoli e nel Bosforo, aspettando venti e correnti propizie, sempre per difetto di rimorchiatori. Le nostre derrate si guastano stille navi e noi manchiamo di tutto. Insisto perché si tratta della salute e della vita del Corpo affidatomi.»

Questi rapporti non potevano a meno di produrre il loro affetto. Dal Ministero si rispose immediatamente al Là Marmora che stesse tranquillo, che si sarebbe subito fatto quanto era umanamente possibile per togliere il corpo di spedizione da queste strettezze. E si fece realmente. Si raccolsero con grande rapidità viveri e foraggi; si noleggiarono, senza badare a spesa, vari legni mercantili; si impiegarono nel servizio dei trasporti in Crimea tutti i legni della B. Marina capaci di tale servizio. Cosi, verso la metà di giugno, potè partire da Genova quasi una seconda spedizione di viveri, di foraggi, di materiale ed anche di truppe. A breve intervallo l’uno dall’altro, salparono i vapori Malfatano, Etna, Jura, Costituzione, Monzambano, non più per Costantinopoli, ma direttamente per Balaclava, rimorchiando ciascuno una o due navi a vela. Oltre tutto il necessario per il mantenimento della truppa e dei cavalli, vi era su queste navi un centinaio e più di carri di vari modelli ed i relativi quadrupedi; vi erano forni da campo, materiale d’arredamento d’ogni specie e provviste di vestiario; tutte cose che La Marmora avea già chieste. Diremo in seguito del materiale da guerra e delle truppe che pure vi erano.

L’arrivo dei primi convogli fu salutato dalle nostre truppe. in Crimea come l’arrivo della Provvidenza e più lieto di tutti ne fu il La Marmora, su cui pesava un’immensa responsabilità. Questi brani di lettera, ch’egli scriveva il 30 giugno, riproducono al vivo la mutazione avvenuta:

«La situazione è migliorata. Viveri ne abbiamo ora in porto e fuori; ma è difficile scaricarli per il molto ingombro e per il grande lavoro degl’inglesi per contò proprio. Però l’essenziale è che la roba ci sia. Spero poter preparare fra pochi giorni un posto spazioso per lo scarico delle nostre navi e per far depositi a terra.

«Foraggi ne abbiamo ora a dovizia.

«Da due giorni ho ordinato la distribuzione di carne fresca, alternata con quella salata, che i soldati quasi sempre gettano via. Il biscotto senza lievito piace poco al soldato; ma adesso è‘ piccolo inconveniente, perché i forni ci danno pane fresco. L’arrivo di un po’ di vino e qualche acquisto, che feci fare a Kamiesch, mi permetteranno di darne ai soldati per qualche giorno.»

Nell’altra, del 3 luglio, La Marmora scriveva: «Il nutrimento dei soldato è buono: ha pane fresco ogni giorno e carne fresca, quando si può. L’arrivo di molti bastimenti ci metterà finalmente in grado di bastare a noi stessi. La ristrettezza di questo scalo c’impedisce che si possano formare considerevoli depositi; si sbarca tuttavia quanto è necessario pei bisogni giornalieri.»

Era però sempre sentita la mancanza di rimorchiatori dal Bosforo in Crimea, necessari per poter avere carne fresca, ed! anche perché, variando spesso, per ordine del comando, la razione viveri, secondo che si aveva o non si aveva carne fresca, secondo che si stava fermi o si era in marcia, ed anche peraltro ragioni, avveniva talvolta che si trovasse deficiente qualche genere, benché vi fosse abbondanza di altri. «Abbiamo sempre viveri a sufficienza, scriveva La Marmora in data del 7 luglio; vi è però decenza di zucchero, caffè, sale, lardo e riso. Per misura igienica faccio dare caffè e vino tutti i giorni, mentre i calcoli furono basati per una sola di queste bevande giornalmente. Il lardo, benché debba essere distribuito tutti i. giorni, manca quasi affatto. ne abbiamo per cinque giorni.»

Fra gli oggetti di vestiario spediti dal Piemonte, ne mancava uno, che tutti gl’inglesi avevano e che La Marmora riconobbe utilissimo durante le marce sotto la sferza del sole: le copertine di tela bianca per kepy e berretti. Affine di averle più presto, La Marmora le commissionò a Costantinopoli e ne diede avviso a Torino.

I foraggi, propriamente parlando, non mancavano; ma siccome se ne consumava una grande quantità e il loro trasporto era difficile, ne gli alleati ne avevano tale abbondanza, da poterne cedere se si fossero loro richiesti, cosi La Marmora non scriveva lettera senza raccomandarne l’invio, osservando che durante la stagione buona bisognava fare le provviste di. questo genere per la cattiva. Sopratutto insisteva poi per avere i tanto desiderati rimorchiatori.

Il 14 luglio giunse un telegramma in cui il Ministero annunziava che avrebbe noleggiato dalla compagnia Rubattino, come rimorchiatori, il Lombardo e la Sardegna. Si narra ohe, letto questo telegramma, La Marmora lieto si sia rivolto agli ufficiali presenti dicendo: «Se lo esponessimo nel campo e i soldati sapessero che l’avviso vuol dire aver carne fresca tutti i giorni, farebbero baldoria intorno a questo pezzo di carta» (60). Ma poi pensieroso soggiunse: «arriveranno davvero?» E il dubbio era giustificato, perché arrivarono solo in settembre.


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XXII

Sbarchi e trasporti ai magazzini ed agli accampamenti.
— Servizi delle sussistenze. — Servizio postale ecc.

Il porto di Balaclava era sempre l’unico punto di sbarco per noi e per gl'inglesi. Le operazioni riuscivano difficilissime e bisognava usare grande prudenza per non litigare ogni giorno cogli alleati. Queste operazioni erano dirette dal comandante del porto, tenente di Vascello Vittorio La Marmora. Gli sbarchi erano eseguiti da marinai della R. Marina; il trasporto e il caricamento sui vagoni e sui carri si faceva da soldati e da facchini.

Due erano gli scali pel servizio degli sbarchi: l’uno a levante del porto, l’altro dalla parte opposta. Da ciascuno di essi partivano due comunicazioni: l’una, ferroviaria, arrivava fino a magazzini poco discosti; l’altra, carreggiabile, e quando non era guasta, arrivava fino agli accampamenti; questa si adoprava durante il giorno, quella durante la notte, perché di giorno se ne servivano gl’inglesi.

Col servizio di notte si alimentava il magazzino foraggi e legna; col servizio di giorno si alimentavano i magazzini viveri.

Oltre il treno d’armata, concorrevano a tali servizi la compagnia operai d’artiglieria ed un battaglione di fanteria comandato, come si disse, per turno settimanale a Balaclava. Dalle cinque e mezza alle undici di mattina erano comandati allo scalo di levante: un ufficiale d’artiglieria con 12 artiglieri, un sergente di fanteria con 25 soldati, 10 carri del treno coi relativi conducenti; allo scalo di ponente: un ufficiale e un sergente di fanteria con 25 soldati di quest’arma e 12 artiglieri, lo stesso numero di carri e conducenti come all’altro scalo. Alle undici si smetteva il lavoro, ripigliandolo alle due e continuandolo fino alle cinque e mezza. Si facevano tre viaggi nel mattino e tre nel pomeriggio, da ciascuno degli scali all’accampamento o ai magazzini; sicché erano 120 carrate al giorno, salvo casi imprevisti, e tuttavia non rari.

Dalle sei alle undici pomeridiane il servizio si faceva colla ferrovia, adoprandovi solo la fanteria e quel numero di vagoni che gl’inglesi lasciavano liberi. Un giorno per l’altro, si potevano calcolare 12 vagoni e, siccome si facevano due viaggi, ne risultava un trasporto di 24 vagoni di foraggio e legna. La capacità di ogni vagone era di 60 sacchi di biada o di 14 fastelli di fieno. Commisurando e ripartendo opportunamente questi due generi, si poteva trasportare ogni sera il necessario per l’indomani; però, quanto al fieno, una parte veniva accumulata, perché si falciava, sempreché era possibile, l’erba nei vicini campi della valle del Baidar. La legna si accumulava quasi tutta, perché La Marmora aveva ordinato che le truppe del campo di Kamara inviassero ogni giorno a far legna nei vicini boschi e quella che veniva per mare si lasciasse per l’inverno. Prevedendo di dover passare l’inverno in Crimea, egli si impensieriva molto per il foraggio e per la legna nel tempo in cui i campi non avrebbero più avuto un filo d’erba, e la neve avrebbe impedito di trasportare legna dai boschi, mentre il

termometro sarebbe disceso vari gradi sotto zero; sapeva quanto avevano sofferto l’anno precedente i francesi e gl’inglesi.

Il magazzino principale delle sussistenze era situato a nord di Balaclava, a circa mezzo chilometro, e consisteva di varie tettoie e capanne formate con tavole e col legname delle casse d’imballaggio. Da questo magazzino si faceva direttamente la distribuzione dei foraggi; quanto ai viveri, fino dal 18 giugno, si era stabilito un magazzino nella chiesa di Kamara, e le distribuzioni avevano luogo ordinariamente nel campo stesso; si ricorreva al magazzino principale soltanto quando quello succursale, per qualche accidentalità, si trovava sprovvisto.

La distribuzione della carne fresca si faceva sempre al campo. Vi erano due macelli, l’uno a Balaclava, l’altro (il principale) a Kamara stessa. I forni in attività dapprima furono due, poi quattro; sulla fine di luglio erano sette, tutti in muratura, costrutti dal genio. Quelli in lamiera, smontabili, venuti da fuori, erano tenuti in riserva, per il caso che il Corpo dovesse muoversi dalle sue posizioni.

Il servizio ai forni, ai macelli, ai magazzini, era fatto da soldati e da impiegati delle sussistenze, sotto la direzione dell’intendenza. Finalmente, dopo quasi tre mesi dalla partenza delle prime truppe da Genova, questo importantissimo servizio delle sussistenze potè essere assicurato per l’arrivo dei generi e ordinato per le distribuzioni alla truppa; ma grandi strettezze s’erano dovute soffrire e grandi provviste s’erano sprecate prima di arrivare a questo punto.

Degli ospedali abbiamo già parlato; qui diremo che s'era stabilito sulle alture di Balaclava un’infermeria cavalli, per cavalli di ufficiali e di truppa di qualsiasi corpo od arma. Era amministrata dal treno sotto la sorveglianza dell’intendenza.

Ai primi di luglio, gli uffizi dell'intendenza, già stabiliti sulle alture comprese nei trinceramenti di Balaclava, si trasportarono al di fuori di essi, ma restarono su quelle alture, oltre i magazzini ed altri stabilimenti sopraindicati, la cassa militare e l’ufficio postale.

Al principio vi fu solo una cassa militare in Crimea, presso il quartier generale principale, alla quale attingevano le amministrazioni dei vari corpi. A Costantinopoli, il generale De Cavero, fino al 15 maggio, riceveva i denari direttamente e teneva una gestione sua particolare. Ma siccome i denari venivano parte in oro e parte in tratte su Costantinopoli, così fu necessario istituire quivi una cassa che venne detta centrale; essa ebbe il servizio delle cambiali, l’incarico di tutti i pagamenti ai fornitori e quello dell’invio delle somme occorrenti in Crimea.

Cosi pure, in principio, vi fu soltanto un uffizio postale in Balaclava; poi si ravvisò necessario istituirne un altro a Costantinopoli, per Costantinopoli e Jeni-Koi. Il governo francese accordava il trasporto dei carteggi coi suoi piroscafi postali da Genova a Balaclava e viceversa, al prezzo pagato dalle corrispondenze francesi. Era press’a poco la stessa tariffa in vigore oggidì nel regno d’Italia. Ma la nostra burocrazia, che in quel tempo era anche più restrittiva d’oggi, rilevò che, siccome i francesi trasportavano le lettere soltanto da Genova a Balaclava e viceversa, bisognava applicare alle medesime una sopratassa per il percorso negli Stati Sardi. La cosa si discusse fra i vari ministeri; ma finalmente, considerando la benemerenza del Corpo di spedizione in Oriente, gli si fece la grazia di non sopratassarne le corrispondenze.

Nei primi mesi vi fu nel servizio postale una confusione enorme. Le lettere perdute si contavano a centinaia; quelle giacenti negli uffizi erano a mucchi. Fra le cause di questo inconveniente, una delle principali era la mancanza dell’indicazione del corpo od ufficio del destinatario. I portalettere rifiutavano le corrispondenze senza questa indicazione.

Ci volle un ordine del generale in capo per obbligarli a prendere queste lettere, far ricerca nel proprio corpo dei relativi destinatari, e, non trovandoli, restituire le lettere stesse all’uffizio postale colla dichiarazione: i tali e tali non si trovano nel tale corpo. Allora l’uffizio postale le rimetteva a un altro portalettere e cosi, facendo il giro, i destinatari finivano col trovarsi.

Tolta questa ed altre cause di ritardi e di sperdimenti, a poco a poco finì per funzionare bene anche il servizio postale.

Sui primi di settembre il maggior generale De Cavero prese il comando della brigata di riserva in sostituzione del generale Ansaldi morto il 2 di luglio, e fin dal 1° d’agosto era stato nominato intendente generale (su proposta del La Marmora) il maggiore d’artiglieria Della Rovere (61). ne risultarono due benefizi: la brigata di riserva ebbe il suo titolare e i servizi amministrativi andarono meglio. Giustizia vuole però che si noti che, quando il Della Rovere entrò in carica, le difficoltà erano molto minori di quando vi entrò il De Cavero.

Colla nomina del Della Rovere, fu introdotto nell’ordinamento dei servizi amministrativi una radicale modificazione: mentre fin allora l’intendente generale aveva residenza a Costantinopoli, d’allora in poi l’ebbe in Crimea; a Costantinopoli si lascio un centro amministrativo affidato a un funzionario dell'intendenza militare dipendente dall'intendente generale d’armata.

Questa disposizione (su cui il ministero aveva insistito fin dal principio) era diventata necessaria dopo la determinazione presa d’inviare direttamente le provviste da Genova a Balaclava, e di raccogliere nei magazzini di Costantinopoli soltanto le provviste fatte in Oriente.

Il generale La Marmora avrebbe voluto allora stabilire un servizio regolare di andata e ritorno da Genova a Balaclava, affinché le navi non gli arrivassero a gruppi, ciò che rendeva difficilissimo lo scaricarle, per la ristrettezza del porto e talvolta anche per l’ingombro dei magazzini; ma ciò non gli fu mai possibile; sicché le navi dovevano spesso attendere molti giorni prima di essere scaricate, od anche scaricare a Costantinopoli anziché a Balaclava. Ma regolandosi queste operazioni 'dall’intendenza in Crimea che, essendo a contatto della truppa ne conosceva meglio i bisogni e la necessità immediata di un genere piuttosto che dell'altro, avvenivano meno inconvenienti che se fossero state regolate da Costantinopoli.

Noteremo in ultimo che, se in Crimea si lagnavano della irregolarità degli arrivi, il Ministero si lagnava del modo con cui si facevano le richieste al Piemonte e gli acquisti in Costantinopoli. Infatti accadeva talvolta che le stesse cose richieste a Torino si acquistassero poco dopo, e a caro prezzo, in Costantinopoli; sicché al quartier generale giungevano contemporaneamente le robe richieste e l’annunzio di un secondo acquisto delle medesime. Questo si verificò specialmente nei primi tempi sotto l’amministrazione De Cavero, sia per le ansietà del quartier generale che si rivolgeva contemporaneamente a Torino e a Costantinopoli, sia per mancanza d’affiatamento negli uffizi amministrativi. Sotto l’amministrazione Della Rovere l’inconveniente scomparve, sia per merito suo, sia perché, cessate le ragionevoli ansietà del quartier generale, cessarono le richieste e le sollecitazioni duplicate.


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XXIII

Lavori e combattimenti davanti alla piazza nel mese di luglio.
— Avvenimenti sulla linea d'osservazione. — Vita nel campo di Kamara.

Durante tutto il mese di luglio continuarono i lavori d'assedio sotto Sebastopoli. La speranza di trovarsi oramai presso alla fine stimolava l’ardore, ma ogni giorno crescevano le difficoltà. Al fuoco nemico, diventato sempre più micidiale perché più vicino, si era aggiunto il terreno duro, quasi roccioso, che impediva il progredire della zappa. Il fuoco d’artiglieria delle due parti era in generale debole di giorno e si aumentava di notte, perché specialmente di notte si lavorava; quello di moschetteria era continuo.

Gli alleati avevano costrutte varie nuove batterie che non smascheravano ancora, intendendo farlo di sorpresa negli attacchi che si meditavano, e ne stavano costruendo delle altre. Una di queste, quasi sulla sponda della rada, era destinata a. battere alcune navi russe ancorate nel porto, che avevano concorso efficacemente contro le colonne francesi nell’attacco del 18 giugno.

I lavori d’approccio dei francesi contro la torre di Malakof vennero spinti nel mese di luglio fino a 250 metri dalla medesima; quelli davanti il Bastione del Mal ed il Bastione Centrale erano più avanzati; in qualche punto si trovavano a 50 metri dalla cinta. Quivi si era già al coperto dal fuoco dell’artiglieria. Gl'inglesi avevano i loro a 150 metri dal Gran Redan e lavoravano per unire la destra dei loro attacchi con quelli francesi. Volendo tutti i comodi possibili, gl'inglesi avevano spinto la ferrovia perfino nelle trincee. La grande prossimità alla piazza faceva si che le perdite giornaliere degli alleati erano fortissime. Si calcolavano 130 uomini al giorno messi fuori combattimento, dei quali 30 inglesi e 100 francesi.

I russi non si mostravano affatto scoraggiati; lavoravano. e combattevano come il primo giorno. Quantunque le sortite fossero loro micidiali, perché appena fuori della piazza si trovavano in mezzo a fuochi incrociati da tutte le parti, pure non tralasciavano di farne quando sembrava loro che convenisse distruggere o ritardare qualche lavoro del nemico.

Una ne fecero, nella notte dal 16 al 17 luglio, contro gli approcci francesi, che costò loro assai cara. Nella notte dal 21 al 22, senza uscire dalla piazza, aprirono dai parapetti tal fuoco di artiglieria e di moschetteria, che i lavoratori francesi ebbero 200 uomini fuori di combattimento. Poco diversamente l’andò nella notte successiva dal 22 al 23.

Sulla linea d’osservazione non avvennero, fra le truppe, alleate, ne fatti ne movimenti di rilievo.

Solo i francesi, più degli altri proclivi a muovere, modificarono più volte, ma leggermente, la loro dislocazione, ora spingendosi innanzi, ora tirandosi indietro nella valle del Baidar e disturbando nelle posizioni loro le truppe turche. Queste cambiarono di comandante. Omer

Pascià non si trovava bene in Crimea. Gli pareva, forse non a torto, ch’egli e le sue truppe non fossero trattati coi dovuti riguardi. Decise pertanto di recarsi a Costantinopoli, o fosse per farsi esonerare dal comando, o fosse per ricevere istruzioni. Parti e non ri tornò più, essendo stato inviato a comandare un corpo d’armata in Asia. Alla vigilia della partenza ne avverti il generale La Marmora e gli comunicò che il comando delle truppe turche restava affidato ad Osman Pascià. La Marmora, con lettera del 16 luglio, lo ringraziò della comunicazione e gli augurò buon viaggio.

L’armata russa di soccorso continuava a restare quasi inerte davanti al corpo d’osservazione degli alleati; rapporti confusi di emissari e più ancora notizie telegrafiche da Londra e Parigi dicevano che avesse ricevuto grandi rinforzi e s’apparecchiasse a un gran colpo; questo era anche indicato dalla situazione, come tentativo di salvare Sebastopoli dalla rovina, che se non appariva ancora imminente, si prevedeva di già inevitabile, procedendo le cose per la via su cui erano incamminate. Ma di questi disegni russi non si scorgevano ancora indizi materiali. Cionondimeno si stava all’erta, specie nel 'campo piemontese. Si facevano frequenti ricognizioni e si teneva dietro con molta attenzione a quelle del nemico.

La mattina del 15 luglio si videro truppe russe di fanteria e di cavalleria sboccare dal villaggio di Sciuliù, e muoversi sugli altipiani a destra e a sinistra del torrente di egual nome.

«Il nemico (dice il rapporto del maggiore Birago, comandante gli avamposti verso Ciorgun) avea mantenuto nella notte i soliti fuochi.

«Verso le ore 11 e mezza di notte, essendosi ricevuto l’ordine dal comando della prima divisione di raddoppiare di vigilanza, oltre le solite pattuglie, se ne spedirono delle straordinarie in tutte le direzioni. Nel mattino del 15 il battaglione di guardia montante spedì in ricognizione una compagnia, unita al plotone cavalleggeri di Novara comandato in avamposti; questo si scontrò con un plotone di cavalleria russa; una pattuglia venne assalita; i russi le spararono da lontano qualche colpo, cui i nostri risposero. In questa circostanza venne a mancare il soldato Musante Antonio, senza che il caporale comandante la pattuglia, ne i soldati che ne facevano parte abbiano saputo indicare se sia stato fatto prigioniero, ucciso o ferito.»

A questa stessa ricognizione si riferisce il seguente brano di rapporto del maggiore Casanova, capo di stato maggiore della prima divisione:… «Sui due altipiani laterali al corso del rio Sciuliù scorgonsi delle forze russe di fanteria e di cavalleria, che lentamente si avanzano con carattere di riconoscenza.

«Sopra Ciorgun scorgesi una catena di esploratori; più indietro due squadroni. Dall’altra parte del torrente havvi un battaglione di fanteria in battaglia, con una compagnia scaglionata più avanti. A maggiore distanza si vedono altre truppe.

...«La forza visibile dal nemico fu giudicata approssimativamente di 3000 uomini. Dal complesso dei movimenti pare ch’esso voglia esplorare con circospezione il terreno sul suo fronte e sui suoi fianchi. E difficile indovinare se il corpo osservante operi indipendentemente, cioè come semplice ricognizione, ovvero sia l’avanguardia di una maggior forza, la quale potrebbe benissimo rimanere invisibile dalle nostre posizioni. L’avanzarsi dei russi dovette succedere prima dell’alba.

«Spedii alla gran guardia un grosso cannocchiale e monto a cavallo per portarmi sul luogo.»

Le truppe russe non fecero alcuna dimostrazione di attacco, non si avanzarono più oltre e verso mezzogiorno si ritirarono.

Il generale La Marmora diede notizia ai comandanti delle armate alleate di questa ricognizione del nemico (62) e nello stesso tempo volle assicurarsi che forze più o meno numerose non si fossero stabilite dietro il villaggio di Sciuliù, o nelle gole sottostanti. Ordinò pertanto che il giorno seguente (16 luglio) una ricognizione di cavalleria si spingesse innanzi quanto era necessario per togliere questo dubbio.

Mossero all’alba del 16 tre squadroni (Aosta, Novara e Alessandria), sotto gli ordini del maggiore Govone ed esplorarono' i boschi degli altipiani e le gole della valle; si avanzarono fino a poca distanza dal villaggio di Sciuliù, ma contro la generale aspettativa, non videro se non piccoli e lontani posti di cosacchi, coi quali scambiarono qualche inutile fucilata. Prima di mezzogiorno la nostra cavalleria ritornò all’accampamento.

Quivi continuavano i soliti lavori, la solita vita. Non crediamo di poterne dar meglio un’idea che riportando alcuni brani del diario di un ufficiale (63).

«i soldati non stanno oziosi. Oggi la mia compagnia è comandata al taglio dei rami nei boschi oltre Karlowka per la formazione dei gabbioni pelle batterie che si stanno costruendo sul mamelon piemontese, che è pur detto Faubi od Osservatorio. Ogni soldato ritorna carico di due fascine e lì per li si fanno i gabbioni.

..... «Oramai tutto il campo è trasformato in una selva di baracche e frasche, essendo impossibile restare di giorno sotto le tende, ove il calore monta fino a 35 gradi. Anche la mensa è stabilita sotto una lunga frascata, che sembra quella delle osterie di campagna in estate. Una lunga tavola infissa al suolo e rozze panche; qui si passa mezza la giornata.

«Ogni giorno si porta qualche miglioria al mobilio delle tende a alla mensa. Ogni ufficiale si quotizza per una lira al giorno e cosi, coi somari addetti al servizio degli ufficiali, si fanno provviste ai magazzini francesi di Kamiesch e agli inglesi di Balaclava delle derrate, conserve e vini per la mensa. Oramai siamo acclimatati; siamo di casa.

«Avanti colle ricognizioni. Le due prime compagnie di ogni battaglione della seconda brigata fecero una ricognizione eccentrica, cioè in varie direzioni. Qualche casa disabitata, qualche tartaro errante, lepri che fuggivano, cani abbandonati che abbaiavano, ecco quello che si trovò.

«Questa mane (15 luglio, domenica), malgrado il caldo, messa di parata, sfilamento del corpo di spedizione per essere presentato al nuovo comandante delle truppe inglesi John Simpson. Alle 6 antim. si era tutti schierati sulla strada Woronzof, in tenuta di parata. Il generale inglese giunge alle 6 ½ con un brillante stato maggiore. È un bel vecchiotto. Sta a cavallo come può; tutto rannicchiato.

«Ci formiamo in quadrato, si sente la messa, poscia spiegamento, piegamento e sfilamento. Alle 8 le truppe rientrano nei rispettivi accampamenti.»

Coi forti calori dell’estate erano sopraggiunti altri non piccoli guai fin allora sconosciuti: le zanzare e le formiche empivano le tende; oltracciò scarseggiava l’acqua.

Le sorgenti di Kamara, abbondanti in primavera, avevano diminuito il loro getto. Si dovette stabilire presso di esse un servizio di guardia per regolare la provvista che facevano i corpi. L’acqua per uso delle cucine era attinta di notte; quella per lavarsi e lavare si andava a prendere lontano nei torrenti. Era questo un nuovo e faticoso servizio per la truppa; ma gli ufficiali in genere non sapevano che fare e si annoiavano. Alla notte, sotto le tende, non potendo dormire, giuocavano a carte, perdendo molti le poche lire sopravanzate alla loro paga e indebitandosi.

Il generale La Marmora autorizzò i comandanti di corpo a concedere che ogni giorno un certo numero di uffiziali potesse recarsi a visitare i lavori d’assedio e gli accampamenti degli alleati.

«Partii (scrive uno di essi) di buon mattino, a cavallo, dal campo. Traversai eco. eco. trovai una grande ambulanza zeppa di feriti inglesi. Mi diressi sulla destra, in terreno arido e sassoso, ove di già qualche proiettile fischiava per l’aere. Finalmente giunsi ad un ridotto, dove stava un plotone del genio francese. Ero al deposito dei lavori d’approccio; badili, zappe, gabbioni, sacchi, utensili d’ogni genere. Più lungi un parco di cannoni di grosso calibro e lì presso un deposito di munizioni sotterraneo. L’ufficiale del genio mi fece lasciare il cavallo e mi guidò alle trincee o cammino coperto d’avanzamento. Le linee percorse ci condussero ad un vasto piazzale coperto, ove stava un battaglione in armi senza zaino. Era la guardia pronta a saltar fuori per respingere eventuali sortite del nemico.

«Là si bevve del cognac e poi me ne tornai per la strada percorsa a prendere il mio cavallo e via al trotto per Kamiesch, villaggio di legno improvvisato, in un seno del Mar Nero, ove i francesi hanno i loro depositi e il loro servizio marittimo. Mi sembrava di essere in una città. Qui sonvi non solo magazzini militari, ma anche delle buvettes, delle gargottes dei restaurante, dei postriboli; si anche di quelli. Entrai a fare dèjeuner in una baracca di modesta apparenza e ammirai l'onestà del padrone, che per 7 lire mi diede una frittata, un pezzo di formaggio, mezzo litro di cosi detto Médoc e un pezzo di pane.

«Pagato il conto, girovagai, andai al mare a vedere il movimento del porto e poscia, passando per gli accampamenti francesi tornai al campo di Kamara stanco assai.»

Ecco un cenno di una visita agli accampamenti turchi.

«I soldati malamente vestiti si aggiravano nel campo; altri dormivano, la più parte riposava senza dormire. Ufficiali riuniti e isolati, sono pure poveramente vestiti, mi salutano. Un ufficiale superiore mi offre caffè che accetto. Entro nella tenda, parlo francese e sento molti lamenti sull'inazione forzata a cui si obbligano i turchi. Quell’ufficiale mi fa visitare le moschee in legno col rispettivo minareto, e mi chiede se potrà venire al nostro campo. Io non sono il padrone, ma cosi sul momento, gli rispondo che sarà il benvenuto.

«Che cosa mangino questi poveri soldati non so. Gran magazzino non ho visto. Credo che vivano di riso e noci, più il biscotto che gl’inglesi passano loro di tanto in tanto» (64).

Or ecco il brano di una relazione d’ufficio sulla visita fatta a un ospedale inglese. E del dottor Ravelli, medico addetto al quartier generale principale.

«Le baracche sono assai bene ventilate e i letti tutti in ferro, forniti di pagliericci, di una buona coperta di lana e di stupenda biancheria. Il massimo ordine e pulitezza regnano ovunque. Attorno alle baracche si lavora il terreno a piccoli. giardini, onde rallegrare la vista dei malinconici abitatori.

«Il sistema di cura inglese si accosta all'italiano; in molte malattie si prescrivono gli stessi farmaci e in egual dose che presso di noi. Non cosi per il sistema dietetico; ogni ammalato, anche gravissimo, ottiene una porzione di vitto abbondantissima, con birra e vino generoso. Non è raro negli ospedali inglesi, che si trovi presso un cadavere una quantità enorme di cibi e di bevande toniche calefacienti.

«Gli ufficiali hanno una stanza per ogni due. Ciascuno di essi ha il suo soldato di confidenza e la sua cucina speciale.»

Se c’era da ringalluzzirsi come signori, vedendo la miseria dei turchi, c’era da piangere sulla miseria nostra vedendo la ricchezza degli inglesi. Ad ogni modo, siccome le cose non potevano cambiare, tutti, ufficiali e soldati, s’ingegnavano di cacciare la malinconia e stare il meglio possibile.

«Si desidererebbe un poco di paglia (scriveva un sottotenente), ma non si può avere. Furtivamente si assottiglia la razione alle bestie e a poco a poco si forma un pagliericcio...

«Oggi, per fortuna, mi tocca andare ai viveri a Balaclava mentre l’intiero battaglione è comandato alla corvée del genio, cioè a fare gabbioni e trasportare sassi. Tutte le volte che ritorno a Balaclava vi ha sempre qualche novità. Nuove baracche, nuovi reslaurants, sempre pieni di marinai ubbriachi. Si vedono poi girare certe figure di donne... rifiuti di Marsiglia e di Tolone.»

Cosi passarono il luglio e i primi di agosto.


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XXIV

Complementi di truppa e di materiale.
— Indizi di prossima attacco per parte dei russi. — Situazione alla meta di agosto.

Fino dai primi di luglio il colera potea dirsi cessato e le febbri tifoidee diminuivano d’intensità; ma le febbri leggere aumentavano d’estensione. Gli ospedali erano pieni di ammalati non gravi e di convalescenti. Oltracciò il colera avea lasciato gran vuoti nei corpi e nel personale dei vari servizi. In un rapporto del 10 giugno al Ministero, La Marmora scriveva: «Ho bisogno di sellai e maniscalchi. Non abbiamo che quattro veterinari e due sono ammalati. ne occorrono due per l'infermeria cavalli, due per l’artiglieria, due per la cavalleria, due per il treno e uno per il quartier generale principale; senza contare uno necessario a Costantinopoli, dove si fanno sempre incette di cavalli. I battaglioni flagellati dal colera hanno perduto sarti, calzolai, trombe e tamburini. Mandatemene. La mancanza più sentita è poi quella degli ufficiali di intendenza e d’impiegati delle sussistenze.»

Quando La Marmora chiedeva a Torino queste specialità, già erano arrivati in Crimea gli uomini di truppa e gli ufficiali delle armi combattenti destinati a riempire i vuoti nei corpi, nonché quelli riconosciuti necessari per il maggior servizio degli ospedali e del treno. Il trattato obbligava il Piemonte a mantenere quindici mila uomini in Crimea, ed il Piemonte interpretandolo nel senso più largo, vi mantenne sempre quindici mila uomini in piedi, sostituendo, il più prontamente possibile, non solo i morti, ma anche i degenti all’ospedale, che l’ultimo di luglio ammontavano a 748, senza gli 864 nell’ospedale di Jeni-Koi.

La maggior parte di questi complementi d’ufficiali e di truppa era giunta nel mese di giugno colle navi che fecero il grande trasporto di viveri di cui abbiamo parlato; altri giunsero in luglio; le specialità di cui sopra, chieste in ultimo dal La Marmora, giunsero in agosto. Il 10 agosto, cinque giorni prima della battaglia della Cernaia, il Corpo contava 16,919 uomini di cui 14.098 disponibili. Se lo svolgimento della battaglia lo avesse richiesto, non ostante le grandi perdite subite per le malattie e per il colera, si sarebbe potuto far onore agl’impegni presi.

Pare che le spedizioni di personale si effettuassero più facilmente delle altre. Contemporaneamente ai complementi di personale, erano giunti a più riprese in Crimea complementi di cavalli, sia inviati dal Piemonte, sia comprati a Costantinopoli, e complementi di materiale da guerra (pezzi d’artiglieria e munizioni) ’sia per il parco di riserva, sia per armare le batterie costrutte nei campi. Di queste cose non si era mai sentitala deficenza, perché non c’ era ancora stata battaglia e non si senti neppure quando la battaglia venne. Ma non è perciò meno da lodarsi la previdenza di La Marmora e del governo, che vollero provvisto ad esuberanza il corpo di spedizione di tuttociò che era necessario per fare buona figura davanti al nemico. L’impressione complessiva che resta dalla lettura dei documenti relativi ai servizi d’amministrazione in Crimea, è che quel corpo ha sofferto, ad

intervalli, deficienza di tutto, salvo di armi e di munizioni. Forse il poco uso e consumo che se ne fece non lasciò avvertire la deficienza di questo genere, se pure ci fu.

Nei primi di agosto, per vedere se le munizioni avessero sofferto e per esercitare la truppa, si ordinarono tiri al bersaglio come nelle guarnigioni. Oramai i lavori di strade, di fortificazioni, di baraccamenti erano pressoché ultimati e restava tempo libero per quest’esercizio. Vari indizi facevano sperare che presto si sarebbe tirato contro il nemico e ciò si desiderava vivamente.

Il 12 agosto fu aperto il 3° Ospedale della Marina, che sarebbe stato tanto utile due mesi prima, nell’infierire del colera e del tifo. Adesso era esuberante ai bisogni, ma siccome si trovava in posizione migliore e meglio costrutto che quello di Kamara, cosi venne soppresso quest'ultimo e trasportati gli ammalati nel primo. Sul sito dell’ospedale di Kamara si stabili un’ambulanza.

Continuava il frequente invio di ammalati leggeri e di convalescenti all’ospedale di Jeni-Koi (il 3 agosto ne partirono a quella volta 236); una parte di questi ritornavano poi in Crimea; coloro che non riuscivano a guarire perfettamente erano rimandati in patria. Fra i tornati in Crimea vi fu il colonnello Petitti, capo di stato maggiore presso il quartier generale principale, che, appunto nei primi di agosto, riprese il suo uffizio e tornò ad essere il braccio destro di La Marmora.

In questi giorni, alle vaghe notizie di preparativi dell’esercito russo raccolto sull’altipiano del Belbek, se ne aggiunse una circostanziata e precisa: i russi preparavano materiale da ponte. Se ne arguì che doveva servire per passare il canale che costeggia la Cernaia ed anche la Cernaia stessa, se qualche, pioggia l’avesse resa temporaneamente non guadabile. Su tutta la linea d’osservazione si raddoppiò di vigilanza. Nelle posizioni di Kamara si era preparati a tutto.

Il 4 agosto veniva emanato il seguente ordine del giorno: «A cominciare da domani, restano stabilite le seguenti norme di precauzione:

«1° All’alba di ogni giorno, uno dei comandanti di brigata della 1° divisione si troverà all’Osservatorio per scoprire i preparativi e le mosse che, per avventura potesse fare il ne, mico. Dal quartier generale d’ogni divisione e dalla brigata di riserva partirà abbastanza per tempo un ufficiale di stato maggiore, onde trovarsi all’alba all’Osservatorio medesimo;

«2° Qualora il comandante di brigata sopradetto osservi qualche massa di truppe eccedenti una ricognizione ordinaria, o ne avvertirà i comandanti di divisione e il quartier generale principale per mezzo dell’ufficiale rispettivo, o, in caso d’urgenza darà il segnale d’allarme;

«3° Qualora non scorga nulla d’importante, un’ora dopa l’alba rimanderà gli ufficiali, che avvertiranno i comandanti di brigata, affinché le truppe possano attendere alle loro occupazioni ordinarie;

«4° La fanteria farà l’appello all’alba, prendendo le armi; dopo il medesimo, metterà gli zaini a terra ed i fucili al fascio senza allontanarsi dalle righe, finché non ne riceva l'avviso dal suo comandante di brigata;

«5° La cavalleria terrà i cavalli sellati, senza briglia; l’artiglieria avrà la metà dei cavalli bardati per attaccare, all’uopo, i pezzi senza alcun indugio;

«6” Le corvées ed i carri per i vari servizi non partiranno finché le truppe non abbiano rotto le righe. Le sole truppe comandate ai lavóri di trinceramento e strade vicino al campo potranno attendervi fino dall'alba avvertendo però di correre all’armi appena sentano il segnale d’allarme;

«7“ Questo segnale sarà dato con lo sparo di tre razzi dal rialto delV Osservatorio, a due minuti d’intervallo l’uno dall’altro. Esso sarà dato dal generale in capo o dal comandante di divisione o di brigata, che primo avrà giudicato della necessità di questa misura;

«8° Al segnale d’allarme, tutte le truppe al campo saranno sotto le armi; la cavalleria a cavallo; i pezzi attaccati, pronti a recarsi in posizione, secondo le circostanze, e secondo le speciali istruzioni che verranno loro date;

«9° Le truppe di fanteria distaccate a Balaclava e allo Ospedale della Marina, le compagnie del genio e di artiglieria da piazza, prenderanno pure le armi e, se sentissero impegnato il combattimento, si recheranno avanti al poggio Canrobert, attendendo ordini.»

Queste misure di precauzione furono tutt’altro che inutili, come vedremo in seguito. Altre consimili, ma eseguite meno puntualmente, venivano ordinate nel campo degli alleati. La dislocazione in generale sulla linea di osservazione restò la stessa, ma la cavalleria francese spinse più innanzi i suoi avamposti sulla destra della Cernaia. Ciò diede motivo al generale La Marmora di spingere un poco più innanzi anche i nostri.

«A cominciare da domani (scriveva in data del 7 agosto il generale in capo al comandante della 2 divisione) il plotone di cavalleria, che fornisce due vedette, l'uno nella gola di Ciorgun e l'altra appiedi del Mamelo n del Zig-Zag, conserverà di giorno, la prima all’attuale suo posto, ma non darà più l’altra, resa inutile dai posti francesi. Invece all’alba di ogni giorno stabilirà un posto di un caporale e quattro soldati sull’altura del Zig-Zag. Questo posto fornirà una vedetta a destra delle vedette francesi ed alla medesima altezza.

«Alla sera il detto posto e la vedetta saranno ritirati, quando si ritirerà la cavalleria francese».

Gli indizi di novità da parte dei russi si andavano moltiplicando. Erano tornati ad apparire sulle alture numerosi posti li cosacchi a cavallo. Il 10 agosto, nel pomeriggio, un centinaio di cosacchi a cavallo, seguiti da poca fanteria, spinsero una ricognizione sopra Ciorgun, dirimpetto alle nostre posizioni, ma si tennero cosi distanti, che non venneroscambiati neppure colpi di fucile.

Relazioni di spie facevano credere che un attacco dovesse aver luogo il giorno 13. Tutte le truppe, all’alba, presero le armi, ma non si verificò da parte del nemico alcun movimento. Allora il generale La Marmora ordinò che si facesse noi una ricognizione sulla destra della Cernaia.

La 5 brigata di fanteria fu collocata in posizione al di là del fiume presso lo spalleggiamento che copriva il nostro posto più avanzato; la cavalleria fu spinta più oltre sulle alture che dominano la valle dello Sciuliù. Ma queste truppe non videro se non i soliti posti di cosacchi. Il colonnello Savoiroux, con mezzo squadrone di cavalleggeri d’Alessandria, tentò raggiungerli con una carica in foraggeri, ma i cosacchi si ripiegarono celeramente sulla loro gran guardia; la quale venne fuori piuttosto numerosa e parve per un momento voler prender di fianco la nostra cavalleria che tosto si volse e si formò in battaglia di fronte al nemico; ma poi, vedendo che questo non si muoveva e non convenendo andarlo ad attaccare nelle sue posizioni, si ripiegò a scaglioni verso il punto da cui era partita. I russi, da batterie lontane, tentarono inquietarla con colpi di cannone che andarono perduti, benché vari proiettili cadessero. assai vicini ai nostri squadroni.

La mattina del 15 agosto, il generale La Marmora ricevette dal quartier generale francese una nota in cui gli si dava comunicazione di un particolareggiato rapporto di. un emissario sulle forze dei russi e sulle loro intenzioni. In quel rapporto era affermato quasi con sicurezza che un attacco alle posizioni degli alleati avrebbe avuto luogo prima del 17 agosto; si notavano le strade per cui il nemico si sarebbe avanzato, le forze, il numero dei pezzi ecc. eco. La sera dello stesso giorno, La Marmora ricevette un avviso che confermava le notizie del mattino e dava come probabile un attacco dei russi, per l'indomani al fronte sulla Cernaia.

Delle posizioni degli alleati sulla Cernaia abbiamo già brevemente parlato, diremo qui due parole del loro carattere complessivo. Esse formavano quasi un fronte bastionato di otto chilometri di lunghezza. Le alture di Kamara, accentuate nel rialto detto monte Hasford e occupate dai piemontesi, costituivano il bastione di destra; le colline e gli altipiani dei Sapuni occupati dal corpo d’assedio costituivano il bastione di sinistra; un contrafforte depresso, corrente dai Sapuni all’Hasford, costituiva la cortina. Davanti a questa, a guisa di rivellini, stavano le alture Fiediucine tenute pure dai francesi. La Cernaia e il canale ad essa parallelo costituivano un doppio fosso.

Il monte Hasford, sia per comando sulle circostanti alture, sia per trovarsi al confluente della Suaja colla Cernaia, dove mettono capo gli sbocchi delle due valli e s’incrociano varie strade, era la chiave della posizione, se non di tutta la linea, almeno della sua destra. I piemontesi, fra le fortificazioni costrutte con tanca cura sulle posizioni occupate, avevano eretto sul detto rialto la ridotta che prese il nome di Osservatorio Piemontese e divenne il centro del sistema di difesa delle varie batterie da posizione destinate a battere i sottoposti piani della Cernaia e le pendici accessibili per salire alle posizioni di Kamara. Per meglio armare questa ridotta erano stati chiesti al comando inglese, e da esso accordati, 8 obici di grosso calibro. Non parleremo degli altri trinceramenti; accenneremo solo a quelli costrutti al di là della Cernaia per proteggere i nostri posti avanzati, fra cui uno spalleggiamento che copriva il posto collocato sulla altura detta Zig-Zag. Intorno ad esso si svolse il primo atto o meglio il preludio della battaglia.

Similmente, se non in egual misura, avevano costrutto trinceramenti sulle loro posizioni i francesi; sicché era un vero campo trincerato questo a cui i russi avevano deciso di dare l’assalto per liberare Sebastopoli dalla catastrofe che altrimenti prevedevasi inevitabile e vicina.

Sotto la piazza avevano continuato senza interruzione i lavori e il cannoneggiamento; a quando a quando qualche zuffa notturna.

Era stato notato che dagli alberi delle navi alleate all’an coraggio davanti alla piazza si scopriva il rovescio delle opere di Malakof e di quelle vicine; s’era pertanto stabilito tra la flotta e gli osservatori dei campi un sistema di segnali, per il quale venivano indicati i punti di maggiore agglomeramene di truppe perché fossero fatti segno al tiro delle batterie.

Sotto Malakof si era alla 6 parallela e il lavoro riusciva difficilissimo per la natura del terreno e il fuoco del nemico; ma si andava sempre avanti. Lo sviluppo totale delle trincee si calcolava già un’ottantina di chilometri. «In una visita fatta ai lavori (scriveva il 7 agosto il generale La Marmora) 'fui meravigliato delle immense difficoltà che si devono superare.» Si costruivano batterie su batterie a forza di gabbioni e di sacchi di terra. Contro la sola Malakof erano già in posizione 150 pezzi. «Facendosi molto calcolo sul danno che (secondo i rapporti russi) produce il bombardamento precedente l’assalto, si pensò di aumentarlo coll’aggiunta di nuove e numerose batterie di mortai, la costruzione delle quali ritarderà l’epoca in cui si potrà tentare ìin. nuovo assalto.»

Si voleva aprire il fuoco generale contro Sebastopoli con 100 pezzi di più di quelli che si trovavano in batteria nell’ultimo attacco, quello del 18 giugno. E solo per questo si ritardava.

Tale era la situazione alla vigilia della battaglia della Cernaia.


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XXV

La battaglia della Cernaia.

Il 16 agosto fu l’aspettato giorno di battaglia. Chi vuole averne la descrizione completa ricorra alle opere francesi, inglesi e russe che furono scritte in proposito. Noi, dovendo limitarci alla parte presavi dai piemontesi, ci atterremo esclusivamente ai nostri documenti, sopratutto al rapporto del generale La Marmora e a quello del generale Trotti, comandante la 2 divisione,'che fu specialmente impegnata.

Albeggiava appena, quando da alcune alture dominanti lo spalleggiamento di cui abbiam già parlato (l’opera dello Zig-Zag, da alcuni chiamata anche opera Cadorna, perché il maggiore Raffaele Cadorna ne aveva diretto la costruzione) fu aperto un vivo fuoco d’artiglieria contro esso: e dalla ridotta dell’Osservatorio, dove già si trovava il generale La Marmora, partiva il convenuto segno d’allarme.

Trovavasi agli avamposti oltre la Cernaia il battaglione del 16’ fanteria (maggiore Corporandi), e gli si univa, non molto dopo cominciato il cannoneggiamento russo, anche il 4° battaglione bersaglieri (comandato nella prima fase dello scontro dal capitano Chiabrera) partito dal campo prima delle 4 per dargli il cambio. Il generale Trotti, comandante la 2‘ divisione, cui appartenevano le truppe degli avamposti, scese immediatamente verso il canale col rimanente della 4° brigata, e mandò l’ordine alla 5’ di avanzarsi anch’essa e di collocarsi in seconda linea.

Il nemico s’era mosso dalle sue posizioni nel cuore della notte, scendendo in varie colonne, per le strade e fuori di esse, lungo il pendio delle alture. Già prima dell’alba, una colonna era giunta sui poggi che sovrastano a Ciorgun e Karlowka, e vi si era fermata stabilendovi una batteria. Alla stessa ora due colonne di fanteria marciavano, poco distanti l’una dall’altra, lungo la cresta e il pendio del monte Zig-Zag, dirigendosi rispettivamente alle due estremità del nostro trinceramento. Poco appresso, un’altra colonna scendeva dalle alture sovraindicate verso la Cernaia, cercando di evitare i nostri trinceramenti, girandoli. Più lungi, al chiarore del crepuscolo, luccicanti fra la nebbia, si vedevano altre colonne scendere verso le posizioni occupate dai francesi.

È inutile dire che, al primo avviso di mosse per parte del nemico, furono dal generale Trotti e dal generale La Marmora spediti messi al campo francese. Quivi s’era tante volte parlato di un attacco dall’esterno senza vederlo succedere, che si era finito col non badarvi più; sicché il servizio di avamposti continuava al solito senza soverchia diligenza; e siccome il giorno innanzi, 15 agosto, festa di San Napoleone, era stato solennizzato con molta allegria, fu detto che vi avesse un po’ contato il generale Gortschakof, comandante dei russi, quando decise di attaccare il 16. Ma fu conto sbagliato; i francesi, svegliati dai nostri messi e dal cannone che tuonava contro il nostro trinceramento, corsero rapidi alle armi e al loro posto;

La resistenza opposta dai nostri alle prime truppe del nemico diede loro il tempo necessario, e la sorpresa non ebbe conseguenze sull’esito della giornata.

Erano le 4 ant. quando, come fu detto, i primi colpi dei cannoni russi cominciarono a piombare sul trinceramento dello Zig-Zag. Poco appresso giunsero a tiro le colonne di fanteria, si spiegarono ed apersero il fuoco anch'esse. Il battaglione del 16° vi rispose col suo dal parapetto, in seguito sostenuto dal 4° battaglione bersaglieri che, arrivando, spiegò due compagnie sui fianchi del trinceramento, una ne tenne in esso, ed uni l’ultima a quella del 16° che sulla Roccia dei Piemontesi stava a custodia della gola di Ciorgun.

I russi assalirono con vigore e i nostri li respinsero con fermezza; il combattimento durò circa tre quarti d’ora, malgrado le forze soverchianti del nemico e nonostante le cannonate che colpivano da rovescio il trinceramento; questo non fu abbandonato se non quando i russi stavano per superarne il ciglio e l’avevano quasi interamente girato. Vi furono da ambe le parti molti feriti di baionetta. Nella furia del combattimento, mancando il tempo di caricare le armi, si scagliarono contro il nemico i sassi che coronavano il parapetto.

La ritirata si effettuò in buon ordine; le compagnie impegnate nel combattimento discesero il pendio coprendosi con una linea di cacciatori e, giunte all'altipiano sottostante, si raccolsero nel secondo trinceramento, la Roccia dei Piemontesi, appoggiandosi alle due compagnie che vi si trovavano.

Quelle del 16° si disposero sul rovescio orientale dell’altura, e quelle dei bersaglieri fra il trinceramento ed il ponte della Cernaia che coprirono. Qui il maggiore Della Chiesa, comandante del battaglione bersaglieri lo raggiungeva; benché ammalato, erasi levato ai primi colpi per venire a prender parta al combattimento.

In tal modo si apprestava un altro centro di resistenza; ma. questo secondo trinceramento non fu assalito con la stessa, energia del primo. Già il grosso dei nemici si rovesciava sulle linee francesi, come un temporale che, dopo avere spruzzato, con pochi goccioloni una valle, si scarica sulla vicina.

Frattanto era giunta sul luogo del combattimento tutta la 4(a) brigata (maggiore generale Rodolfo di Monte vecchio), e con essa la 13’ batteria (capitano Ricotti Cesare) che, da uno sprone avanzato del monte Hasford, apri il fuoco. Ora il comandante della 2' divisione, volendo riconquistare il trinceramento perduto, fece avanzare tre battaglioni, cioè quello del 9° (maggiore Durandi Stefano), quello del 10° (maggiore Castelli Luigi) e. quello del 15° (maggiore Valacca Vittorio), precedendo gli altri il battaglione del 10° colla 4(a) compagnia del 5° battaglione bersaglieri (capitano Garrone Tommaso).

Questo movimento in avanti fu intrapreso col massimo ardore, non ostante il fuoco di una batteria che già si era stabilita sul trinceramento abbandonato e di una fitta linea di cacciatori che lo contornava; se non che, appena iniziato il movimento, giunse un’istanza premurosa del generale Morris, comandante la cavalleria francese alla nostra sinistra, il quale raccomandava di star fermi al nostro posto e di non scoprirgli il fianco destro per riconquistare trinceramenti che avevano già soddisfatto al loro compito.

Forse aveva ragione. Alle truppe suindicate si spedi l’ordine di ritirata ed esse ripresero la loro posizione tranquillamente, come in piazza d’armi, senza che il nemico troppo la disturbasse, ne accennasse ad avanzarsi.

Pure a portata di combattimento e pronta ad appoggiare la. 4(B) brigata era giunta la 5(a) (maggiore generale Mollard), e si era disposta in seconda linea col battaglione del 12’ (comandato in quel giorno dal capitano Bianchetti), quello del 17° (maggiore Ferrerò Giuseppe), e due compagnie del 5° battaglione bersaglieri (capitano Ferrari Antonio) a destra alle falde del monte Hasford; il battaglione dell'11° (maggiore Alberti Eugenio) e quello del 18° (maggiore Cadorna Raffaele) a sinistra ai piedi del poggio che scende al ponte di pietra, sul canale.

Poco più addietro vennero a collocarsi tutta la l(a) divisione e la brigata di riserva.

Si combatteva furiosamente sulle posizioni francesi. Davanti alle nostre il nemico s’era fermato ed a noi era stato raccomandato di non avanzarsi; sicché il combattimento della fanteria languiva, ed era cominciato vivissimo quello delFartiglieria venuta colle brigate cui era assegnata. La 13(a) batteria (capitano Ricotti Cesare), addetta alla 4(a) brigata, collocata sul poggio ove erano i battaglioni dell'11° e 17°, batteva di fianco gli accessi alle posizioni francesi; la 16 batteria (capitano Baudi di Vesme Emilio), addetta alla 5 brigata, aveva lasciato una sezione coi battaglioni di questa e riunito gli altri quattro pezzi a quelli della 13® batteria. Le due batterie venivano a trovarsi sull’ala sinistra delle fanterie della 4(a) brigata, ed in buone condizioni per battere di fianco, come fecero, le fanterie russe le quali movevano all’assalto delle posizioni francesi. I pezzi di grosso calibro collocati sulla ridotta dell’Osservatorio (monte Hasford) controbattevano efficacemente l’artiglieria nemica, specie quella lontana collocata come abbiamo detto sul monte dello Zig-Zag. La 7 batteria (capitano Mella Luigi) appartenente alla 2(a) brigata (1 divisione), avea preso posizione sul rialto avanti dell'Osservatorio e tirava sulle batterie che i russi avevano disposto più in basso, per sostenere le loro colonne moventi all’assalto delle posizioni francesi. Lì dappresso, concorrevano allo stesso uopo quattro pezzi inglesi serviti dai nostri soldati, e dalle alture di Alsu l’artiglieria ottomana.

Non erano ancora le 7 antimeridiane, quando, dissipatasi la nebbia, si potevano vedere le colonne russe, passato il canale e la Cernaia, sforzarsi di salire agli accampamenti francesi, bersagliate da tutte le parti e specialmente dalla fanteria e dall’artiglieria delle divisioni francesi Camou, Faucheux e d’Herbillon. Gli avamposti francesi erano stati respinti; alcune teste di colonna trafelate e decimate erano giunte fino sul ciglio delle alture a poca distanza dalle tende, ma quivi trovarono ostacoli insormontabili. Ai fuochi si aggiunsero le cariche alla baionetta.

Il nemico venne dapprima arrestato e poi respinto.

Le colonne in grande disordine, battute di fronte dai francesi e di fianco dalla nostra artiglieria ridiscesero e ripassarono in fretta la Cernaia ed il canale, lasciando in mano dei francesi molti prigionieri e il terreno coperto di morti e di feriti.

Non vi fu inseguimento II generale Pélissier, vedendo che sulle alture dall’altra parte del fiume v’erano molte truppe nemiche fresche e pronte, temette forse, e non senza ragione, che un inseguimento potesse invertire le parti.

Questo primo e principale attacco dei russi era già stato respinto, quando una loro divisione, che fino a quel momento si era tenuta sulle alture di Ciorgun, ne scese in varie colonne passando la Cernaia e il canale molto vicino alle nostre posizioni; ma poscia dirigendosi alle posizioni francesi.

«Vedendo (scrive il generale La Marmora) che il nemico dirigeva altrove i suoi sforzi, mentre si limitava ad un vivo fuoco d’artiglieria contro di noi, ordinai alla 2(a) divisione di staccare le truppe disponibili per portarle sull’estrema destra dei francesi, mentre la nostra artiglieria avrebbe colto di fianco e di rovescio le colonne russe.»

Infatti anche le batterie della 2(a) divisione (maggiore Deleuse Giuseppe), aprirono subito, con successo, il fuoco dentro le dette colonne nemiche, mentre il battaglione dell'11° fanteria (maggiore Alberti Eugenio), il più vicino alle posizioni francesi, le colpiva con fuochi di plotone, e tiravano efficacemente contro esse anche vari gruppi di bersaglieri sparsi lungo il canale.

Anche queste seconde colonne russe, arrestate di fronte dai francesi e prese cosi di fianco dall’artiglieria e dalla fanteria sarda, non tardarono ad oscillare, a confondersi e poi a volgersi disordinatamente in ritirata come quelle che le avevano precedute, e prima che gli altri battaglioni della 5(a) brigata (generale Mollard), giungessero in sostegno del battaglione dell’11°.

Allora le truppe francesi più avanzate, cui si unirono due compagnie dei bersaglieri del 5° battaglione (capitano Ferrari), il battaglione del 12° (capitano Bianchetti), quello del 17° (maggior Ferrerò) e una sezione della 16 batteria, comandati dal maggior generale Mollard, mossero contro il nemico che si ritirava. Il battaglione del 17° e la 1 compagnia dei bersaglieri passarono il canale su un ponticello di legno e prolungando la linea del battaglione dell’11° inseguirono coi tiri il nemico. Dalle alture soprastanti, coronate di truppe francesi parti un immenso grido: «vivano i piemontesi»; il sottotenente Prevignano del 5° bersaglieri, teneva la testa dei suoi gridando: «fieni, lassoumse nen passè avanti dai zuavi»; e ferito nella gota si faceva medicare li per li e rimaneva col plotone (65).

Il nemico era in ritirata su tutta la linea; conveniva inseguirlo? Per un momento era parso che il generale Pélissier fosse di questo avviso, ed erano state date disposizioni in proposito. Tutta la cavalleria francese doveva caricare nella valle della Cernaia; la cavalleria inglese doveva secondarla; le nostre truppe erano state invitate a portarsi in avanti ed occupare le alture di Ciorgun.

Il comandante della 2 divisione aveva nuovamente spinta innanzi i battaglioni del 10° e del 15°, preceduti dal 4° battaglione bersaglieri, sotto il comando del tenente colonnello Cambiati Davide (66) che sostituì il generale Montevecchio gravemente ferito fino dal principio del combattimento. L’attacca era assecondato dalla sezione obici della 13° batteria (tenente Malagoli) e sostenuto sulla sinistra dai battaglioni dell’11° e del 17°. Il 2° battaglione bersaglieri appartenente alla brigata Fanti (l(a) divisione), per ordine diretto di La Marmora, s’era mosso anch’esso portandosi sulla Cernaia. Quando, inaspettatamente, dal comandante francese giunse a tutti l’invito di fermarsi.

Il momento opportuno per l’inseguimento era rapidamente sfuggito. I russi avevano in un batter d’occhio sgombrata la valle della Cernaia e coronato di batterie e di linee di fanteria le alture soprastanti. Al Pélissier parve, e secondo noi con ragione, che una grande vittoria ottenuta, si può dire, a buon prezzo, non fosse conveniente pagarla più cara, senza speranza di renderla molto più grande, quindi la risoluzione di contromandare l’inseguimento. Era forse la meglio; ma ai nostri fece cattiva impressione; parve loro che ogni volta che si movevano venisse dai francesi l’invito di fermarsi.

Opportunissima occasione di caricare s’era presentata due volte alla cavalleria francese ed all'inglese, quando per due volte i russi, ributtati dalle alture a cui avevano dato l’assalto, traversarono in pieno disordine la valle. In un dato momento, la opportunità di caricare era cosi evidente, che La Marmora, nonostante il suo abituale riserbo, non potè trattenersi dal mandare a dire al comandante della cavalleria inglese, giunta allora da Balaclava, che era arrivato proprio in tempo per fare una carica brillante; ma essi non ne approfittarono, e forse era troppo recente il ricordo degli scarsi risultati ottenuti dalla temeraria carica della cavalleria inglese a Balaclava per decidersi all’attacco. Ciò fu occasione, tra i nostri ufficiali, di allusioni che non riportiamo, ma che si trovano in diari e corrispondenze private.

All'invito di fermarsi i nostri ubbidirono, ma vollero almeno rioccupare il trinceramento del Zig-Zag, che avevano perduto allo spuntare del giorno e che vedevano coronato di nemici. Il 4° battaglione bersaglieri e quello del 9 fanteria si spinsero contr’esso con molto ardore, seguiti dal battaglione del 10°; ma al loro avvicinarsi i russi l’abbandonarono e lasciarono che vi si stabilissero a loro piacimento. In questa occasione restarono nelle nostre mani alcuni prigionieri.

Il nemico, non disturbato, continuò tranquillamente la sua ritirata, ripiegando dalle alture, prima la fanteria, poi la cavalleria ed in ultimo l’artiglieria. «I russi (scrive il tenente colonnello Saint Pierre, comandante dei bersaglieri) eseguirono la loro ritirata secondo tutte le regole e meglio che l’assalto. Anzi hanno perfino usato precauzioni superflue, dal momento che nessuno li inseguiva. Dall’Osservatorio, sul quale si trattenne a lungo il quartier generale, ho potuto veder tutto. Lasciai quel posto due volte per ordine del generale in capo: la prima per dire a tutta la linea impegnata ch’egli era persuaso che la sera avrebbe potuto far sapere per telegrafo al Re e al paese che i piemontesi sono degni di combattere a fianco dei loro alleati; la seconda per far avanzare il battaglione bersaglieri della brigata Fanti che ho condotto sulla Cernaia, dove fu arrestato per ordine del generale supremo francese.»

Mentre si facevano gli ultimi spari, il generale La Marmora, scortato da drappello di cavalleria e preceduto da una catena di bersaglieri si spinse molto innanzi per osservare il nemico che si ritirava. Verso le 3 di sera tutto era finito. Non restavano in vista se non i soliti piccoli posti di cosacchi.

Cosi fini la battaglia della Cernaia, nella quale ufficiali e soldati piemontesi dimostrarono il massimo valore, ma nessuno ebbe campo di spiegarvi speciale abilità tattica.


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XXVI

Le perdite. —Il rapporto del generale Trotti.
— Ordini del giorno. — Una lettera del generale La Mar mora.

Le nostre perdite nella battaglia della Cernaia furono relativamente minime; ma andrebbe errato chi ne volesse dedurre la parte che abbiamo avuto nella battaglia. Per condizioni fortunate di posizione e di svolgimento dei fatti, noi abbiamo recato al nemico un danno di gran lunga superiore a quello che ne abbiamo ricevuto e, forse con un poco più d’iniziativa del comandante supremo, poiché appena i due quinti delle forze presero parte al combattimento, avremmo potuto recargliene molto di più senza quasi riceverne. Collocati all’estremità di una linea, in posizione forte, dominante, e munita di fortificazioni, noi, salvo nel primo urto al trinceramento dello Zig-Zag, abbiamo sempre tirato contro il fianco e contro le spalle del nemico, il quale erasi diretto al centro della linea o da questo era stato volto in fuga. Di qui il grande effetto ottenuto con poco danno. Il nemico, mirando ad altro, non ci ha quasi controbattuto.

I comandanti francese ed inglese, nei loro primi rapporti, ci assegnano una perdita assai maggiore di quella avuta; i russi ce l’assegnano anche in opere stampate che trattano di questi avvenimenti. Sembra che, quantunque non sieno loco sfuggite le condizioni speciali in. cui si è svolta per noi la battaglia, non sappiano persuadersi che abbiamo fatto tanto, perdendo così poco. In realtà, le nostre perdite si ridussero a queste:

morti
ufficiali
2
truppa
12
totale
14
feriti
»
13
»
157
»
170
mancanti
»

»
2
»
2










totale
186

Dei soldati feriti quattordici morirono poscia all’ospedale; 'degli ufficiali il solo generale Montevecchio, colpito al petto da una palla, mentre avanzava alla testa della sua brigata.

Gli Ufficiali morti sul campo di battaglia furono: il tenente Biggini del 15° fanteria e il sottotenente Andreis Salvatore del 9° fanteria. Quest’ultimo fu colpito due volte; la prima esclamò: «ho preso la prima medaglia» e non volle ritirarsi. Poco dopo una palla lo colpì alla testa e lo stese morto.

Ecco i nomi degli ufficiali feriti:

1° Maggior generale di Montevecchio Rodolfo, comandante la 4 brigata, ferito mortalmente;

2° Maggiore Cadorna Raffaele, comandante il battaglione del 18°;

3° Capitano Chiabrera Emanuele del 4° battaglione bersaglieri;

4° Capitano Garrone Tommaso del 5° battaglione bersaglieri;

5’ Capitano Salvagno Luigi del 5° fanteria;

6° Capitano Vivaldi Vittorio del 17° fanteria;

7° Tenente Cotti-Caccia Alessandro del 17° fanteria;

8° Tenente Frutteri Alessio del 4° battaglione bersaglieri;

9° Tenente Peano Enrico del 4° battaglione bersaglieri;

10° Sottotenente Asinari di S. Marzano Carlo Alberto, aiutante di campo del generale Trotti;

11° Sottotenente Cugia di S. Orsola Luigi del 10° fanteria;

12° Sottotenente Bazzi Giuseppe dell’11° fanteria;

13° Sottotenente Prevignano Carlo del 5° battaglione bersaglieri.

Per le perdite dei francesi e dei russi, non trovando dati sicuri nei nostri documenti, crediamo miglior partito attenerci a quanto scrivono nelle loro relazioni i generali Niel e Todlebem

«Le nostre perdite (dice il generale Niel) ascendono a 181 uccisi (fra cui 9 ufficiali) e 1224 feriti (fra cui 61 ufficiali), più 46 scomparsi. In tutto 1451 fuori combattimento.

«Le perdite dei russi furono considerevoli; esse possono calcolarsi a più di 6000 uomini. Nei tre giorni d’armistizio che seguirono la battaglia per sotterrare i morti, i francesi interrarono 2129 cadaveri di russi.»

Questo calcolo del generale Niel, che potrebbe sembrare esagerato, era invece inferiore al vero. Il generale Todlebem stima le perdite dei russi in 8370 uomini messi fuori combattimento, e fra questi 69 ufficiali e 2273 uomini di truppa, uccisi, 31 ufficiali e 1742 uomini di truppa scomparsi. Il che vuol dire in gran parte uccisi, perché i prigionieri caduti in mano degli alleati non arrivarono a 500. Il modo con cui fu dato e respinto l’assalto spiega queste grandi perdite.

Dalla narrazione che abbiamo fatto della battaglia, apparisce, fino a un certo segno, la parte che vi ebbero i singoli comandanti di riparto; ma volendo meglio porre in rilievo i: nomi di coloro che maggiormente si segnalarono e come si segnalarono, crediamo opportuno di riportare l'ultimo brano della relazione del generale Trotti, comandante la 2° divisione, al generale La Marmora.

«Il risultato di questa giornata, gloriosa per le nostre armi, stato predisposto dalla S. V. coi provvidi ordinamenti coi quali fu preparato il terreno su cui abbiamo combattuto, fu ottenuto dalla 'mirabile condotta delle truppe e degli ufficiali. Sarebbe troppo lungo l’indicare qui i nomi di tutti coloro che si distinsero e citare i singoli fatti parziali degni di lode. Vi fu in tutti una nobile gara di onorare l’esercito e la patria, in faccia agli alleati. Molti ufficiali e soldati, malati nelle infermerie dei corpi od estenuati da lunghe febbri, si rinvi— morirono alla chiamata dell’onore e vollero dividere i pericoli e le glorie dei loro compagni.

«Trasmetto qui unite le relazioni particolari dei corpi; in esse sono citati odoro che vennero messi in maggiore evidenza dagli avvenimenti accaduti sotto gli occhi e la superiore direzione della S. V.

I maggiori Oorporandi (16 fanteria) e Della Chiesa (4° battaglione bersaglieri) meritano particolare elogio per l’impiego giudizioso fatto della loro truppa e per la tenacia con cui hanno sostenuto la difesa del monte Zig-Zag.

«Il capitano Chiabrera Emanuele del 4° battaglione bersaglieri sottentrato nel comando al maggiore (Della Chiesa) caduto ammalato, si fece rimarcare per la fermezza con cui mantenne i suoi bersaglieri distesi lungo la riva destra della «Cernaia, quando già il nemico aveva occupato il versante del monte e sovrastava con grande superiorità di forze.

«Il maggiore generale Montevecchio, comandante la 4 brigata, dopo avere cambiato un cavallo ferito, cadde egli stesso d’un colpo mortale avanti al battaglione del 10° fanteria mentre lo faceva stendere in bersaglieri animando la truppa, e nel dolore della sua ferita non ebbe altro pensiero, altre parole che per la patria e per l’onore delle armi piemontesi. La sua brigata ebbe particolar modo di distinguersi per disciplina e per coraggio.

«Oltre al battaglione del 16°, già sopra accennato, si distinse quello del 10°, comandato dal maggiore Castelli, che aveva ricevuto il giorno prima la sua nomina a tal grado, nonché il capitano Garrone, colla sua compagnia del 5° bersaglieri che era. stata aggregata al battaglione stesso.

«Il battaglione del 15°, comandato dal maggiore Valacca, sostenne anche esso per lungo tempo il fuoco nemico e vi stette con rimarchevole fermezza.

«Della 5(a) brigata, guidata col noto ardore dal suo comandante maggior generale Mollard, furono spinti avanti i due battaglioni dell’11° e del 17° fanteria; i loro comandanti, maggiori Alberti e Ferrerò, impiegarono la truppa con intelligenza; ambedue i battaglioni si avanzarono nel più fitto del fuoco sul fianco del nemico con bravura.

«La 1(a) e la 4(a) compagnia del 5° battaglione bersaglieri, comandata l’una dal luogotenente Franchini e l’altra dal capitano Garrone, meritano lode speciale.

«L’artiglieria si rese particolarmente benemerita della giornata e meritano elogio particolare il maggiore Deleuse, comandante della brigata d’artiglieria della divisione, ed il capitano Ricotti, comandante la 13(a) batteria di battaglia.

Il servizio sanitario, diretto con rara sollecitudine dal medico divisionale signor Testa, procedette colla massima regolarità, sia all’ambulanza divisionale stabilita presso questo quartier generale, sia alla sezione d’ambulanza stabilita sul campo di battaglia, sotto la cura del dottor Mariano, sia presso i battaglioni per opera dei rispettivi medici, anche sotto il fuoco. Dappertutto gli ufficiali sanitari furono non meno benemeriti versa i feriti che non lo sieno stati nella dolorosa crisi che abbiamo attraversato (del colera).

Il cappellano Gorlier è particolarmente lodato per le cure del suo ministero prestate sul campo di battaglia.

Tutti i nostri feriti venivano immediatamente trasportati; coi muli a seggiole od a lettiere all’ambulanza, donde, medicati, erano poi trasportati con carri all’ospedale della marina. I morti vennero trasportati al cimitero di Kamara. Nei nostri ospedali si trasportarono inoltre 53 feriti russi circa (67).

«Infine gli ufficiali tutti componenti questo stato maggiore gareggiarono di zelo e di bravura per mostrarsi esempio di coraggio alla truppa, e per contribuire al buon andamento della battaglia.»

Oltre gli ufficiali nominati nel surriferito rapporto, troviamo in un sunto di relazione del generale La Marmora, riportato dai giornali dell’epoca, il nome del capitano Carlo Marchetti di Montestrutto, comandante di due compagnie del 10(a )fanteria sulla Cernaia, citato anch’esso a titolo d’onore. Troviamo poi in rapporti speciali di comandanti di battaglione i nomi del tenente Roasenda del 17° fanteria, del furiere maggiore De Lorenzi dell’11° e del furiere Ponza del 9°, segnalati per atti di valore straordinario.

Le truppe della 1(a) divisione e della brigata di riserva, nella loro quasi totalità, avevano assistito immobili e frementi alle gesta dei loro compagni, aspettando un ordine, che non venne, per concorrere anch’esse alla loro parte di gloria. Non sapremmo esprimere meglio i sentimenti di queste truppe che riportando l’ordine del giorno del comandante la 3“ brigata, generale Cialdini.

«Commilitoni! Fortuna ci tolse di prendere parte attiva alla gloriosa battaglia. I vostri sguardi rivolti a sinistra esprimevano con quanta invidia miravate i prodigi di valore dei francesi e della nostra 2(a) divisione. Vidi con grata sorpresa che il mattino del 16 tutti accorreste alle armi, qualunque fosse il vostro stato di salute. Quando il cannone tuona, la 3 brigata non ha più ammalati. Voi meritate un giorno di gloria e Dio lo farà sorgere anche per voi.»

A tutte le truppe del Corpo di spedizione, il generale La Marmora diresse, l’indomani della battaglia, il seguente ordine del giorno:

«Ieri, per la prima volta, v'incontraste col nemico che siamo venuti a combattere in queste lontane regioni. Il vostro contegno fu quale io lo sperava; tale da meritarsi l’approvazione dei nostri valorosi alleati.

«Il telegrafo annunziò all'Europa che voi contribuiste alla vittoria sulla Cernaia. Il Re ne sarà soddisfatto; la Nazione piena di gioia. Vi ringrazio per la vostra bella condotta nella gloriosa giornata.»

Modesto era quest’ordine del giorno e modestissimi i rapporti che La Marmora mandò in Piemonte, tanto che amici e colleghi gliene fecero dolce rimprovero. Il generale Dabormida, per esempio, gli scrisse: (68)

«Il tuo rapporto è modesto; permettimi di dirti che è anche sobrio di elogi. Non potevi tu dire in esso di Trotti, di Mollard e di Montevecchio ciò che dicesti nelle tue care lettere? Non potevi dire qualche cosa di Ricotti e della sua batteria e riferire alcuna delle parole di Montevecchio morente? Tu collochi molto alto il dovere e ciò prova l’altezza dell’animo tuo, ma gli uomini vogliono essere carezzati quando fanno il loro dovere ed incoraggiati. Forse riderai della mia suscettibilità che ascriverai a vanità, ma noi abbiamo bisogno di acquistare prestigio al nome italiano e particolarmente al piemontese, che Austria, Roma e consorti cercano diffamare.»

Le lettere particolari del La Marmora, cui si riferisce il Dabormida nel brano citato, completano il rapporto da cui abbiamo tolto il racconto della battaglia; crediamo quindi pregio dell’opera riportare un estratto della seguente al Dabormida stesso, perché in essa sono confidenzialmente accentuate alcune circostanze essenziali, che nel rapporto ufficiale vengono accennate soltanto alla sfuggita (69).

«Fu per noi una gran bella giornata, e l’occasione che i russi ci offrirono non poteva essere più favorevole. Si sapeva, è vero, che i russi preparavano un attacco; l’ordine del giorno di Gortschakof dopo la fallita impresa di Malakof, lo indicava, e le ripetute ricognizioni del nemico, alle quali io teneva sempre dietro, erano pure indizio di qualche tentativo; ma, ciò malgrado, io esitava a credere che i russi avessero l’ardire di attaccarci nelle nostre posizioni. Già molte volte si era sentito il grido d’allarme prima di giorno; per il 13 vi si prestava tal fede, che il generale Airey e molti altri inglesi si trovavano con noi nella notte e avevano messo a mia disposizione alcune batterie e buona parte della cavalleria; ma, ecco i primi raggi del sole ci facevano persuasi che il terreno fra noi e i russi era sgombro di truppe, poiché non si fa caso di qualche centinaio di cosacchi che stanno sempre davanti ai nostri avamposti. Poco mancò che tanti falsi all’armi ci riuscissero fatali, poiché molti, massime i nostri vicini, non si curavano più delle necessarie precauzioni.

«Fortunatamente, quantunque io non credessi che i russi cercassero battaglia nelle nostre posizioni, nulla omettevo per. riceverli convenientemente ed oltre ai molti e ben intesi lavori di fortificazione da noi eretti, ogni mattino io mi trovava, all’albeggiare, al nostro osservatorio e non permetteva che alcuno si allontanasse dal suo posto, prima di essere certo che il nemico non era disceso da Makenzi.

Il giorno 16 era notte ancora quando, attraversando il campo, sentii i primi colpi di cannone contro la nostra posizione avanzata. Ti puoi immaginare con quale prontezza io percorreva e faceva percorrere dai miei aiutanti di campo i vari attendamenti affinché si prendessero le armi, e davo poi quelle disposizioni necessarie che, colla buona volontà dei capi e coll’intrepidezza dei soldati, contribuirono, io mi lusingo, alla riuscita del combattimento.

«L’andamento della battaglia lo potrai vedere dal mio rapporto e da quello, probabilmente più esteso, del generale Pélissier; mi limiterò solo a dirti quelle poche cose che nel rapporto dovetti omettere o per una ragione o per l’altra. I francesi furono ammirabili per l’intrepidezza con cui respinsero due, e in alcuni punti anche tre volte, le numerose colonne russe che già erano salite sulle loro posizioni; ma si lasciarono sorprendere. E, sia detto fra noi, senza il nostro posto avanzato che tenne per circa un’ora, non erano più in tempo.

Concetti nella battaglia pochi, e quel che più mi rincrebbe ù che non si sia voluta impiegare la magnifica cavalleria che si aveva in riserva. Io feci di tutto perché s’inseguisse il nemico. Due volte (fra di noi, ti raccomando) io spingeva la divisione Trotti oltre la Cernaia ed avevo il dispiacere di venderla tornare indietro e ciò ad istanza una volta del generale Morris e l’altra dello stesso Pélissier.

«Per parte dei russi, le loro disposizioni sul terreno, quali apparivano al levarsi del sole, erano ben intese ed imponenti. Le poderose colonne d’assalto marciarono con incomparabile arditezza, ma erano troppo profonde e troppo lontane dalla riserva che le doveva sostenere. Lo scopo poi che il generale in capo si prefiggeva, quale apparisce dall’ordine trovato sul cadavere del generale Read, prova un uomo di non molto ingegno. Il risultato della battaglia fu ben più fatale ai russi) che non si poteva dapprima credere. Il campo di battaglia, alle 4 di sera, faceva orrore; accordato un armistizio per seppellire i morti, i russi con numeroso personale e molti carri impiegarono due giorni ecc., ecc.» (70)

Tornando quindi a noi, La Marmora diceva aversi a lodare di tutti e in particolare di Trotti, di Mollard «e del bravo Montevecchio che, ferito, credendosi morire, edificò gli astanti per la sua fermezza e pei nobili e generosi sentimenti spiegati.»

La lettera si chiudeva con queste parole: «Abbiamo finalmente stamane (21 agosto) ricevuto un dispaccio telegrafico da Torino che ci annunzia essere la notizia del fatto d’armi arrivata e gradita dal Re e dal Governo. Ho pensato che il più soddisfatto doveva essere Cavour, che non poteva capire come, in tre mesi, non si avesse saputo battere i russi.»


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XXVII

Soddisfazione del paese. — Felicitazioni degli alleati. — Ricompense ai calorosi.

Il dispaccio da Torino, firmato dal ministro della guerra, era. breve e modesto. — «Il Re e il Governo felicitano voi e l’armata pel combattimento del 16 agosto. S. M. l’imperatore dei Francesi si è degnato trasmettere i suoi complimenti per lo stesso motivo.» — Ma alla riservatezza delle frasi rispondeva il senso dell’avvenire ed una generale soddisfazione che dal Piemonte, si estendeva all’Italia. Il Piemonte era altero del suo esercito e l’Italia del Piemonte. Sentivasi chela Cernaia. era moralmente e poteva essere materialmente la rivincita di Novara. E meglio di tutti lo sentiva, anzi lo vedeva, Cavour, che finalmente aveva trovato la base del suo piano. Quindi ben si apponeva La Marmora, dicendo che il più contento di tutti doveva essere lui.

Più pronte e più espansive che quelle del proprio governo furono (cosa strana!) le lodi degli alleati.

L’indomani stesso della battaglia, il generale Pélissier, a cui il La Marmora aveva spedito un breve rapporto di quanto avea. fatto il corpo sardo, gli rispondeva:

«Mi affretto di accusarle ricevuta della relazione che Ella ha voluto indirizzarmi, intorno alla parte che l’armata sarda, ha sì gloriosamente sostenuta nell’azione di ieri sulla Cernaia. Mi permetta di esternarle le mie più sincere felicitazioni per la bella condotta delle sue truppe in questo primo scontro coi. russi. Esse hanno fatto al loro capo un onore ben meritato.» In simili termini rispondeva il comandante del corpo inglese, generale Simpson, a cui La Marmora aveva spedito eguale rapporto; anzi, poiché i nostri rapporti cogl’inglesi erano legalmente più stretti che coi francesi, il generale La Marmora ebbe anche le felicitazioni di Londra e più presto che quelle di Torino. Il 20 agosto gli fu comunicato dal generale Simpson quanto segue:

«Mi dò premura di portare a vostra conoscenza un telegramma che ricevo in questo momento da lord Panmure, nostro Ministro della guerra. S. E. mi scrive che l’annunzio della vittoria del 16 agosto è arrivato a Londra il 17; la Regina ne fu subito informata. Egli aggiunge che S. M. m’incarica di felicitare in suo nome i nostri bravi alleati per il risultato del combattimento, in cui hanno saputo sostenere degnamente la. alta riputazione militare delle loro rispettive nazioni.»

La Marmora rispose ringraziando e pregando il generale Simpson perché, alla prima occasione, facesse noti a S. M. la Regina i sentimenti della sua rispettosa gratitudine.

Negli ordini del giorno dei due comandanti francese ed inglese per annunziare alle proprie truppe la vittoria ottenuta, si faceva onorevole menzione delle truppe sarde «che si erano

mostrate degne di combattere accanto ai primi eserciti di Europa;» e il La Marmora ambedue li ringraziava e al comandante francese ricambiava le felicitazioni. «Dopo tre mesi di aspettativa il corpo sardo è stato felice di potere finalmente combattere a fianco di cosi nobili alleati e di prendere parte a una giornata che fu tanto gloriosa per le armi francesi. La «battaglia della Cernaia ci stringe con un nuovo legame ai valorosi eserciti, le cui imprese in queste regioni lontane hanno eccitato la nostra ammirazione e ci fanno altieri di essere venuti a dividere le stesse fatiche e gli stessi pericoli.»

Le parole contenute negli ordini del giorno dei generali alleati, relativamente al nostro corpo di spedizione, furono comunicate ad esso in un ordine dèi giorno del generale La Marmora, che si chiudeva cosi: «Queste parole non possono a meno di soddisfarvi grandemente, perché emanano da generali che sono buoni giudici in fatto di valore, siccome quelli che stanno a capo di due eserciti i quali hanno, a tale riguardo, una riputazione stabilita, ed uno di essi ebbe, nella giornata del 16, la parte principale e aggiunse questa alle antiche sue glorie.»

Per essere storici, o meglio cronisti esatti, dobbiamo dire che se i nostri del corpo di spedizione furono contenti degli ordini del giorno degli alleati, non lo furono troppo del Bollettino con cui Pélissier annunziò al mondo la vittoria francese. «Il Bollettino dei francesi, come di solito, è assai tronfio. Il buon successo ottenuto dai nostri artiglieri della batteria inglese vi è attribuito agli inglesi. Queste parole si leggono. nel diario del tenente colonnello Alessandro di Saint Pierre, comandante superiore dei bersaglieri, addetto al quartier generale principale. La stessa lagnanza si trova in varie corrispondenze private e fra le altre in una lettera del generale Dabormida, da Torino, al generale La Marmora. «Pélissier parlò del concorso potente della batteria inglese; perché non disse che era servita dai sardi?» (71)

Qui c’è un piccolo equivoco. La batteria dovette essere servita da sardi e da inglesi, cioè alcuni pezzi dagli uni e alcuni pezzi dagli altri.

Una lettera del generale La Marmora al comandante dell’ar’tiglieria inglese, toglie ogni dubbio che inglesi vi fossero intorno alla batteria. Ecco la lettera:

«Mi è grato ringraziarvi e dirvi quanto ho apprezzato la vostra cooperazione nella giornata del 16, quando avete unitoi vostri pezzi ai miei per la difesa delle nostre posizioni vivamente attaccate dal nemico.

«Felicitandovi, o signore, per l'eccellente condotta dei vostri uomini, io mi auguro che alla prima occasione noi abbiamo ancora il piacere di combattere insieme.

Dunque coi cannoni c’erano pure, o pochi o molti, gli uomini.. Può darsi però che Pélissier, volendo, per un delicato riguardo» nominare anche gl'inglesi, abbia esagerato alquanto la loro parte; e non c’è poi da aversene a male.

Non diremo quanto contente della parte avuta nella battaglia della Cernaia dell'onore acquistatosi presso gli alleati e del merito verso la patria sieno rimaste le truppe del corpo di spedizione. Finalmente si era mostrato ciò che si sapeva fare; finalmente si poteva star vicini agli alleati colla coscienza, di ciò che si era fatto.

Per una fortunata combinazione, il giorno stesso della battaglia giunse in Crimea e fu notificata all’indomani con ordinedei giorno una lista di promozioni che Sua Maestà avea fatto, con decreto del 1° agosto. Fra cui la nomina a generali dei. tre colonnelli brigadieri Montevecchio, Cialdini e Mollard.

Chiuderemo il racconto di quanto ha tratto alla battaglia della Cernaia, con un cenno sulle ricompense accordate ai valorosi che in essa si segnalarono. L’elenco di queste giunse in Crimea il 18 ottobre e fu comunicato il 19 agli ufficiali ed alla, truppa col seguente ordine del giorno del comandante in capo:

«Colla massima soddisfazione il sottoscritto annunzia al corpodi spedizione che S. M. il Re, non appena ristabilito dalla malattia cui andò soggetto, ebbe tosto a degnarsi di accordare le ricompense a quei militari, che maggiormente ebbero a distinguersi nella battaglia della Cernaia del 16 agosto ultimo scorso..

«La prefata S. M. nel mostrarsi pienamente soddisfatta del modo con cui si è comportato questo corpo nella battaglia suddetta, si degnò ancora determinare che gli ufficiali proposti per la medaglia d’argento al valore militare avessero invece ad essere insigniti della decorazione dell'Ordine militare di Savoia, or ora a nuovo lustro ricostituito.

«Siffatta dimostrazione della degnazione sovrana ci sia di nobile stimolo a sempre più mostrarcene degni ed a far si che questo corpo abbia viemaggiormente a meritare del Re e della patria, ogniqualvolta le circostanze ce ne favoriscano l’occasione.»

Le disposizioni principali contenute nell’elenco delle ricompense erano le seguenti:

Tenente generale Trotti, comandante la 2‘ divisione — croce di commendatore di 1 classe dell’Ordine militare di Savoia;

Maggior generale Gabrielli di Montevecchio, comandante la 4° brigata (allora morto) — croce di commendatore di 2 classe dell'Ordine militare di Savoia;

Maggiore Porrino, capo di stato maggiore della 2 divisione — croce di ufficiale dell’Ordine militare di Savoia;

Maggiore Corporandi, comandante il battaglione del 16° fanteria — croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia;

Maggiore Della Chiesa della Torre, comandante il 4’ battaglione bersaglieri — croce di cavaliere dell’Ordine suddetto;

Maggiore Alberti di Pessinetto, comandante il battaglione dell’ll° fanteria — croce di cavaliere dell’Ordine suddetto;

Capitano di stato maggiore PiòlaCaselli, addetto al quartier generale principale — croce di cavaliere dell’Ordine suddetto;

Capitano Chiabrera del 4° bersaglieri — promosso maggiore;

Capitano Garrone del 5 bersaglieri — croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia;

Tenente Roasenda del 17° fanteria — croce di cavaliere dell’Ordine suddetto;

Sottotenente Prevignano del 5° bersaglieri — promosso luogotenente;

Furiere maggiore De Lorenzi dell'1l'fanteria — promosso sottotenente;

Furiere Ponza del 9‘ fanteria — promosso sottotenente.

Sono inoltre state accordate venti medaglie d’argento al °valor militare a sott'ufficiali, caporali e soldati di vari corpi.

La menzione onorevole venne accordata: a tutti gli ufficiali del battaglione del 16° fanteria, a tutti quelli del 4° battaglione bersaglieri, a tutti quelli del battaglione dell'11° fanteria, più ad altri 33 ufficiali ed a 78 uomini di truppa.


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XXVIII

Dalla battaglia della Cernaia (16 agosto)
all'assalto di Sebastopoli (8 settembre).

All’indomani della battaglia della Cernaia, i russi sull’altipiano di Makenzi e gli alleati sulla linea d’osservazione avevano ripreso le loro posizioni; ma fra questi vi furono per vari giorni di seguito continui allarmi. Si diceva, non sappiamo con quanta ragione, che i russi avessero ricevuto grandi rinforzi e s’apparecchiassero alla riscossa. È curioso (o forse meglio è naturale) che gli allarmi partissero sempre dai francesi, il 16 luglio presi alquanto alla sprovvista, ed ora più attenti. Gl’inglesi poi, che alla Cernaia non avevano combattuto, si erano messi in testa che, nel prossimo assalto, il nemico dovesse mirare specialmente a loro, tentando di aprirsi il passo su Balaclava attraverso le posizioni dei sardi. Con queste dicerie si può immaginare se i sardi stessero all’erta.

La mattina del 21, alle ore 1 antimeridiane, il maggiore Porrino, capo di stato maggiore della 2 divisione, scriveva a La Marmora: «Il generale Morris mi fa avvertire che in questo momento che tutta la truppa francese ha preso le armi avanzandosi il nemico. Ho disposto perché tutta la 2 divisione prenda le armi e siano prontamente avvertite anche la 1 divisione e la brigata di riserva. In questo punto il grido d’allarme parte dal campo...». Ma non era che un falso allarme; il generale Morris era stato male informato.

La mattina del 24 si ebbe la replica. Per un allarme partito dal campo francese, tutte le nostre truppe presero le armi e la 4 brigata scese sul canale. Ma anche questa volta era nulla.

Nella notte dal 24 al 25 un dispaccio di Pélissier a La Marmora avvertiva che i russi si erano radunati presso Makenzie nei dintorni di Sciuliù, in numero di 60 mila, con numerosa artiglieria e che tutto faceva credere imminente un attacco. Nei campi francesi fu un affaccendarsi tutta la notte. Si concertò un sistema di segnali per mezzo di razzi. A punta di giorno vi fu il solito allarme. Tutte le nostre truppe corsero al posto assegnato; ma il nemico non s’era mosso ne si mosse affatto.

Il 2 settembre giunse a La Marmora una lettera premurosa del generale d’Herbillon, in cui gli si davano minute notizia sulle disposizioni dei russi per un prossimo attacco: 20 OOO uomini dovevano scendere nella valle di Baidar, altrettanti dirigersi su Alsu, 50 000 su Ciorgun ecc. ecc. La lettera conchiudeva: on croit que l'attaque aura lieu celle nuit; ma. quella notte passò tranquilla come le altre.

Per essere pronto ad ogni evenienza il generale La Marmora, fino dal 25 agosto, aveva ordinato che le truppe piemontesi prendessero le armi ogni mattina, a punta di giorno, e questo durava ancora ai primi di settembre.

I francesi, questa volta, attendevano pacificamente a fortificarsi; avevano costrutto tre nuove batterie per battere gli accessi al ponte di Traktir. E se si fortificavano i francesi, pensiamo i sardi! Quanto agli inglesi pare che si contentassero di mettere a nostra disposizione i pezzi che chiedevamo. Due loro obici da 8 pollici furono messi in batteria sul ponte dell’Osservatorio già guarnito da altri pezzi inglesi, e due cannoni da 32 furono inviati dal generale Simpson per rinforzare un’altra nostra batteria. Oltracciò sei battaglioni scozzesi, sotto gli ordini del generale Campbell, vennero a porsi in riserva dietro le nostre posizioni e vi stettero fino al giorno dell'assalto e presa di Sebastopoli.

Per questa piazza l’esito della battaglia della Cernaia fu un colpo mortale. Non diremo che la guarnigione ne sia rimasta scoraggiata; forse non conobbe neppure tutta la grandezza della sconfitta; ma entusiasmati ne restarono gli alleati e continuarono i lavori d'assedio con maggiore energia. Fallito il tentativo dell’esercito di soccorso, ove un altro non ne fosse stato fatto, la caduta di Sebastopoli era già considerata questione di settimane; l’ardore dei francesi abbreviò ancora questo termine.

La mattina del 17 agosto, all’indomani della battaglia della Cernaia, si aprì un fuoco vivissimo da quasi tutte le batterie d'assedio, e continuò non interrotto per quattro giorni. Sotto la protezione di questo fuoco si spinsero alacremente i lavori d’approccio; in questi giorni fu terminata la 6 parallela contro Malakof. Agli ultimi di agosto la testa di zappa non distava da questa opera più di una trentina di metri. Nella notte dal 1° al 2 settembre fu mandato un drappello di uomini scelti a riconoscere il fosso.

Frattanto i difensori nulla avevano smesso dell’antica energia.

Non solo rispondevano vivamente col fuoco dalle mura, ma continuavano nel sistema delle sortite notturne; una ne fecero dal 24 al 25 agosto che costò ai francesi 150 uomini messi fuori combattimento; un’altra nella notte dal 31 agosto al 1° settembre con simile risultato. È inutile dire che eguali, o poco minori, talvolta anche maggiori, erano le perdite dei russi.

Si aggiungevano per gli alleati le perdite quotidiane gravissime dei lavoratori giunti oramai proprio sotto le mura, e ciò aumentava l’urgenza di finirla.

Le munizioni non mancavano. Intere squadre di navi cariche di bombe ne avevano portato cataste, montagne. Le batterie lontane erano state sguernite per armarne altre più vicine ed erano tante che non si trovava più posto buono per erigerne delle nuove. Si deliberò di coprire letteralmente Sebastopoli di ferro.

Il 5 settembre fu aperto contro la piazza un fuoco più imponente di tutti quelli eseguiti fin allora. Tutte le batterie furono smascherate, eccetto quelle a brevissima distanza (150 e 130 metri) destinate a far crollare i parapetti quando l'artiglieria del nemico fosse quasi ridotta al silenzio.

I francesi apersero il fuoco con circa 300 pezzi, gl’inglesi con circa 200; ma gli approcci di questi erano ancora a 200 metri dal fronte d’attacco, mentre quelli dei francesi si trovavano a 30 metri dal Bastione del Mal e dal Bastione Centrale, a 25 metri dai salienti dal Piccolo Redan e di Malakof. Si era tanto vicini, che fu possibile, preparando il terreno a modo di fogata, lanciare nella piazza una botticella costrutta appositamente piena di polvere e munita di spoletta.

La piazza rispondeva con tutto il vigore possibile ed in tanta vicinanza il combattimento riusciva assai micidiale.

Il fuoco degli alleati veniva diretto ad intervalli ora tutto sopra il Bastione Centrale, ora tutto su quello del Mât, ora tutto sulla torre di Malakof. Talvolta veniva sospeso affatto su di una parte della linea, perché i russi, credendo imminente lo sboccare delle colonne d’assalto, si raccogliessero e portassero innanzi le riserve, poi si riprendeva improvvisamente e furiosamente.

Cosi durò il cannoneggiamento tutto il 5, il 6 e il 7 settembre, giorno e notte. Il 7, sembrando che il nemico avesse ridotto molto il suo fuoco (o sia che molti pezzi gli fossero stati smontati, o sia che avesse scarsità di munizioni e volesse riserbarle per le colonne d’assalto), si smascherarono anche le batterie più vicine, destinate a battere in breccia. Allora i difensori dovettero accorgersi assolutamente che là fine era arrivata, ma non smisero un istante l’energia della difesa.

La notte dal 7 all'8 una grande detonazione soverchiò il rumore del bombardamento: era scoppiata nella piazza una polveriera. Colonne di fiamme si levavano da varie parti della città; erano in fiamme le navi nel porto. Molti si aspettavano di vedere al mattino bandiera bianca sui bastioni.

All’alba dell’8 settembre, diminuito il fuoco della difesa, e perciò diradatasi alquanto la nube di fumo che avvolgeva la cinta, si videro i danni gravissimi che aveva fatto il bombardamento: pezzi smontati, cannoniere otturate, parapetti mezzo franati, fossi mezzo riempiti dalle frane dei parapetti; la ridotta di Malakof aveva cambiato forma, ma non si vedeva il menomo indizio d’intenzioni di resa. I russi s’affaccendavano a riparare i guasti, come se fosse la cosa più naturale del mondo e si dovesse continuare ancora per un pezzo.

I comandanti delle truppe alleate deliberarono di dare l’assalto. Le montagne di proiettili non erano inesauribili e per poco che si fosse stati costretti a rallentare il fuoco, il nemico avrebbe riparato i guasti, avrebbe ricevuto dall’esercito di soccorso, per i ponti di zattere che traversavano la rada, truppe fresche, nuovi pezzi, nuove munizioni e tutto sarebbe tornato press’a poco nello stato di prima; si sarebbe perduto il frutto di tre giorni e tre notti di combattimento.

Si sapeva invero che dietro le prime batterie così maltrattate, ne stavano altre quasi intatte, costrutte appositamente per ricevere le colonne d’assalto, si sapeva che queste, arrivate ad un certo punto, si sarebbero trovate anche nella zona di fuoco delle batterie di grosso calibro, costrutte dai russi a nord della rada; si sapeva che vari fossi erano muniti di capponiere con pezzi d’artiglieria per tirare a metraglia; si sapeva che cavalli di frisa, buche da lupo, ostacoli d’ogni specie erano stati accumulati sull’orlo dei fossi e dentro i medesimi, per tenere gli assalitori esposti al fuoco il più lungamente possibile; si sapeva che per tutto questo e per la sperimentata tenacia dei russi, l’assalto sarebbe stato micidialissimo; ma non c’era altra via; a questo passo bisognava venire, e difficilmente si sarebbe trovato momento migliore.

Il generale Pélissier, d’accordo co’ suoi colleghi, deliberò che d’assalto avesse luogo quel giorno stesso, ed era l'8 settembre, a mezzogiorno. E, fino a quell’ora, tutte le batterie continuarono il loro fuoco.


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XXIX

L'attacco e la presa di Sebastopoli. — La 3(a) Brigata sarda.

Il gruppo delle opere di Malakof era incontestabilmente la ‘chiave della posizione; ma volendo impedire che la guarnigione potesse concentrarsi nella difesa di esso, e d’altra parte i davori d’approccio permettendo di sboccare da punti diversi ed il bombardamento avendo fatti grandi guasti su tutto il fronte d’attacco, si deliberò che l’assalto venisse diretto su tutti i punti principali di questo fronte. Dopo ciò, si distribuirono le parti.

Al II corpo d’armata francese (quattro divisioni, generale Bosquet) fu affidato il compito di assalire il Piccolo Redan (Bastione N. 2), il ridotto di Malakof e il tratto di cortina che li univa. Come abbiamo detto fino dal principio, nella descrizione della cinta, il ridotto di Malakof sorgeva a mezza distanza fra il Piccolo Redan e il Gran Redan (Bastione N. 3).

Gl’inglesi che avevano sempre lavorato agli approcci contro il Bastione N. 3 o Gran Redan, ebbero ora l’incarico di assalirlo.

Il I corpo d’armata francese (generale De Salles) ebbe per sua parte l’assalto al Bastione del Mât (Bastione N. 4), al Bastione Centrale (Bastione n. 5) e alla cortina intermedia.

Colle truppe del I corpo francese doveva agire la 3 brigata sarda (generale Cialdini). Il generale La Marmora aveva insistito perché le truppe piemontesi non fossero escluse dalla gloria di prendere parte all’assalto di Sebastopoli, e gli si era concesso di concorrervi con una brigata, non volendosi indebolire di più il corpo d’osservazione, perché era possibile un attacco dei russi contro questo mentre gli alleati attaccavano la piazza. Per non fare parzialità si era estratto a sorte a quale brigata dovesse toccare questo onore fra le tre che non avevano preso parte alla battaglia della Cernaia e la sorte aveva favorito la brigata Cialdini.

Questa pertanto, composta del 3° reggimento provvisorio' (battaglioni del 7°, 8, 13° e 14° fanteria, tenente colonnello Regis, maggiori Longoni, Corte, Balegno e Barberis) e del 3° battaglione bersaglieri (maggiore Bertaldi) rinforzato da 100 uomini presi dagli altri quattro battaglioni bersaglieri, 25 da ciascuno, era partita dal suo accampamento di Kamara fino dal giorno precedente ed aveva passata la notte nel campo francese. Il giorno 8 alle 11 ant.? preceduta dalla l(a) compagnia zappatori del genio, s’era avviata alle trincee ed aveva preso posto in una delle così dette piazze d'armi, alla sinistra delle truppe francesi. Essa doveva formare una colonna d’assalto, concorrente con le colonne francesi contro il Bastione dei Mât, ultimo da assalirsi, dopo caduto in mano dei francesi il Bastione Centrale. Compito speciale della brigata Cialdini era poi quello di prendere parte agli assalti che si prevedeva dovessero aver luogo nell'interno della città.

Dalle 10 a mezzogiorno, continuando sempre vivissimo il bombardamento nel modo sopra indicato, tutte le truppe del corpo d’assedio inglesi e francesi, protette dal fuoco e coperte dal

fumo di tante artiglierie, attesero a disporsi nelle trincee, ciascun reparto al posto assegnato. A mezzogiorno preciso le truppe francesi del II corpo d’armata dovevano assaltare le opere di Malakof; quelle del I corpo e le inglesi doveano attendere dal generale Pélissier un segnale convenuto. Questi erasi portato nelle batterie del Mamelon Veri, dove trovavasi un osservatorio francese.

Qui dobbiamo ripetere quanto abbiamo detto rispettò alla battaglia della Cernaia: chi vuole avere la descrizione di quest’ultimo atto di una lotta da giganti, ricorra a storie più estese; noi non possiamo darne se non le linee principalissime, cioè quanto basti per tenere il filo del racconto e far comprendere la parte gloriosa, quantunque minima, ch’ebbero nell’atto stesso le truppe piemontesi.

Al momento stabilito la divisione MacMahon (1 divisione del II corpo d’armata) uscì in massa dalle sue trincee e si slanciò sui trinceramenti di Malakof, preceduta da drappelli con rampe, ponti e scale per passare i fossi e salire sui parapetti. Un reggimento di zuavi e due reggimenti di fanteria, mischiati a stormo, varcarono in un istante il primo fosso, salirono sui parapetti della ridotta, ne precipitarono i difensori, si precipitarono con essi ed impegnarono un combattimento corpo a corpo nell’interno della ridotta stessa.

Quest’attacco era stato così impetuoso e repentino che i difensori non avevano avuto tempo di_ orientarsi ed erano rimasti sopraffatti. In meno di venti minuti il terrapieno era in mano dei francesi e la bandiera del 20° fanteria sventolava sul parapetto della ridotta. Ma non era fatto tutto; la torre di Malakof propriamente detta, in muratura e con feritoie, resisteva ancora; da batterie fino allora nascoste si vomitava metraglia sugli assalitori; da vari punti movevano truppe al contrattacco.

Allora tutta la divisione Mac Mahon si portò nella ridotta, ne vi fu più mezzo di cacciamela. Non diremo le fasi del combattimento che durò più ore, micidialissimo, e richiese anche l’impiego della divisione della Guardia, tenuta in riserva;, basti sapere che, prima delle 5 di sera, queste due divisioni, malgrado perdite enormi, si erano solidamente stabilite nella, posizione conquistata. I difensori non avevano potilto far massa. contro di esse, perché l’attenzione e l’opera loro erano state attratte ed impegnate su altri punti in combattimenti non meno micidiali.

Nello stesso tempo della divisione Mac Mahon, e con pari, ardore, s’era slanciata la divisione del generale La Motterouge (2(a) del II corpo) contro la cortina tra il ridotto Malakof e il bastione del Piccolo Redan, l’aveva superata, era penetrata nell’interno della piazza e benché ristretta a piccolo spazio, era. riuscita a mantenervisi malgrado i ritorni offensivi dei russi.

La divisione Dulac (3 del II corpo) avea quasi fallito il suo attacco. Mossa contro il Piccolo Redan, era stata accolta da un fuoco vivissimo di mitraglia e di moschetteria, nondimeno parte delle sue truppe erano riuscite, sebbene con difficoltà grandissime, a traversare il fosso e salire sul bastione;. quivi aveva sostenuto un accanito combattimento corpo a corpo ma avevano finito per essere respinte; un’altra parte di questa divisione si era unita alle truppe della divisione La Motterouge che tenevano fermo sulla cortina.

Gl’inglesi (generale Codrington) erano sboccati dalle loro trincee nel momento preciso in cui veniva dato il segnale, avevano circondato il Gran Redan, erano scesi nel fosso; aveano scalati i parapetti; si erano resi padroni dell’opera. Ma quivi si erano poi trovati assaliti da riserve numerosissime e mitragliati da cannoni di piccolo calibro, smascherati o portati allora sul luogo; si erano sostenuti per un’ora contro forze soverchianti, poi avevano abbandonato l’opera con perdite gravissime.

Il comandante del I corpo francese (generale De Salles) s’era mosso tardi con le sue truppe o perché queste non fossero pronte, o perché egli non avesse visto il segnale. Ad ogni modo, la divisione Lavaillant lanciata contro il Bastione Centrale era riuscita ad impadronirsene, ma poi n’era stata cacciata; vi era tornata e n’era stata respinta per la seconda volta.

La divisione D’Autemarre (altra del I corpo) e la brigata.

Cialdini dovevano attaccare, come si è detto, il Bastione del Mât, ma solo quando fosse riuscito l’attacco contro il Bastione Centrale. L’insuccesso di questo fece sì ch’esse aspettarono invano l’ordine di muoversi. Verso le cinque pomeridiane, parve che si volesse lanciarle: almeno i nostri lo credettero; ma giunse da Pélissier l’ordine di non muoversi. Ed anche quest'ordine fece cattiva impressione, come quello del 16 agosto di fermarsi sulla Cernaia; pure era ragionevolissimo. Pélissier aveva giudicato che la piazza era presa e che perciò era inutile un nuovo assalto micidiale.

Il fatto dimostrò che non si era ingannato, e quest'ordine di sospendere l’assalto provò ancora una volta che, se era prodigo del sangue dei soldati quando lo riteneva necessario per riuscire, era il primo a pensare di risparmiarlo, quando le circostanze non lo imponevano.

Poco dopo le 5 pom., respinto l’ultimo ritorno offensivo dei russi contro le truppe stabilite nella ridotta di Malakof e nelle opere adiacenti, la situazione era la seguente. La chiave della posizione si trovava in mano ai francesi; su tutti gli altri punti gli assalti erano stati respinti, ma i difensori non potevano abbandonare le loro posizioni per far impeto sull’unico punto rimasto in mano dei nemici, perché in tal caso gli attaccanti li avrebbero assaliti e colti alle spalle.

Restava un’ora di giorno e il combattimento languiva su tutta la linea; continuava il fuoco dell'artiglieria, lento, quasi svogliato, come il tuono quando il temporale s’allontana. I francesi si affaccendavano a fortificarsi e a mettere pezzi in batteria nelle posizioni conquistate. Quando ecco, al chiarore dell'ultimo crepuscolo, la testa di colonna dei difensori oramai in ritirata apparire lontana sul ponte di zattere gettato a traverso della rada e quindi, a poco a poco, i parapetti sguarnirsi e crescere le fiamme nella città e nel porto.

Molti incendi li aveva destati il bombardamento; ora i russi, prima di partire, alcuni ne rinfocolavano per non lasciare che un mucchio di rovine dietro a loro.

Anche questa volta il generale Pélissier si attenne al proverbio: «a nemico che fugge ponte d’oro.» Non volle inseguimento nell’oscurità o in mezzo alle fiamme. D'altronde le sue truppe erano state abbastanza provate nella giornata e il risultato ottenuto era da lui considerato come immenso.

Ora veniamo un poco alla nostra 3 brigata.

Benché fosse arrivata presto ai trinceramenti, pure l’ingombro in questi di materiale e di truppe francesi era cosi grande, che non potè giungere al posto assegnatole prima delle 2 pomeridiane; ma questo ritardo, comune d’altronde a quasi tutti i re parti del I corpo d’armata, non ebbe alcuna conseguenza, perché l’ordine d’assalto non giunse ne prima, ne poi. La brigata stette in posizione davanti al Bastione del Mài fino alle 6 2 pomeridiane; poi ebbe ordine di rientrare al campo.

Ecco il rapporto del suo comandante, generale Cialdini, al generale La Marmora:

«Giunto al campo del I corpo francese, ebbi ordine ieri l'altro (7 settembre) di attendarmi fra la Casa detta degli Zuavi e la grande ambulanza del Corpo.

«Ieri, alle 11 in punto, mossi per le trincee preceduto da un distaccamento francese di 150 uomini e da 65 operai del genio, pure francesi,' recanti piccoli ponti, scale, ordigni da trincea e strumenti molti; a queste truppe associai la mia compagnia del genio.

«L'ingombro grave esistente nelle trincee non mi permise di essere a posto agli approcci l'e Fontaine, designatimi dal generale De Salles, fino alle 2 pom.

«L’insuccesso dell'attacco francese sul Bastione Centrale, attacco, dal cui sviluppo ed esito dipendeva l’assalto al rientrante occidentale del bastione dell’Albero (del Mât) affidato alla mia brigata, rese quest’assalto impossibile. Quindi è che invece dell’ordine di avanzare, ricevetti alle 6 ½ quello di rientrare al campo.

«Abborro dalla millanteria, massime dopo gli eventi. Intendo perciò restringermi nei più severi limiti della verità, assicurando la S. V. che il contegno della brigata fu ieri dignitosissimo, e tale da dare di noi un lusinghiero concetto alle truppe francesi. E, per quanto si può argomentare dall’aspetto e dalle parole, io ne colsi le garanzie più rassicuranti sulla condotta che la brigata avrebbe tenuto, se l’attacco avesse avuto luogo.

«Taccio i particolari dell’attacco che mi era affidato, la S. V. li conosce forse meglio di me; ad ogni modo potrà darglieli il capitano Lombardini (72).

«Le cortesie usateci dal I corpo francese furono infinite. Dall’alto al basso, tutti ci colmarono di offerte e di gentilezze. Il generale De Salles e l’intendente generale del corpo misero a mia disposizione ambulanze e magazzini; io però, attenendomi ai di Lei ordini, non accettai che legna.

«Sono dolente che mi sia sfuggita un’altra occasione di provare quale sia la mia riconoscenza per il grado concessomi, quanta sia la mia devozione a S. M. che me lo ha largito e quanto il mio rispetto per l’uniforme piemontese che vado superbo di vestire.

Durante l’attacco di Sebastopoli, le truppe sulla linea di osservazione stettero tutto il giorno sotto le armi, pronte a qualunque evento.

Un ufficiale scrive: «Noi sotto le armi si era senza parola; si attendeva di ora in ora le notizie, anche spicciole, di ciò che si svolgeva intorno alla città assediata. Il suolo traballava; un cannoneggiamento infernale assordava l’aere. Non si accesero i fuochi; si stette trepidanti fino alla sera.»

La flotta alleata non prese parte al bombardamento; la regia fregata Carlo Alberto aveva ordine di unirsi ad essa nel caso che avesse potuto agire; ma ciò non avvenne per l’impetuoso vento di nordest che impediva alle navi di collocarsi avanti l’entrata della rada per partecipare all’attacco.


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XXX

Perdite degli alleati e dei russi nell’assalto di Sebastopoli.
Ordini del giorno. — Felicitazioni.

Nell’andata e permanenza alle trincee la brigata Cialdini ebbe 38 uomini fuori combattimento. Restarono feriti, ma non gravemente, il sottotenente Coppier Ernesto del 7“ fanteria e il sottotenente Codebò Camillo dei zappatori del genio; caddero morti 4 uomini di truppa e feriti 32.

Oltre la 3 brigata assistettero e, in certo qual modo, concorsero alle operazioni quasi tutti gli ufficiali del quartier generale principale.

Il generale La Marmora vi assistette dall’osservatorio francese assieme al generale Pélissier. Il maggiore Govone, il capitano PiolaCaselli, i tenenti Galli e Balbo erano stati destinati presso il comando del I corpo francese. Il capitano Avet rimase sempre, durante l’attacco, presso la persona del generale Pélissier. Il capitano Lombardini era stato, come abbiamo visto, comandato presso il quartier generale della 3 brigata. Tra questi ufficiali, il maggiore Govone e il tenente Galli avevano ricevuto leggere contusioni e il capitano Piola era stato leggermente ferito ad una mano.

Volendo segnare all’ingrosso le cifre degli alleati e dei russi per dare ai lettori un’idea dell'accanimento con cui si è combattuto, dobbiamo premettere che non troviamo, due rapporti editi od inediti, nostrali o stranieri, ufficiali o privati, che concordino nelle cifre complessive e molto meno poi nel loro riparto.

Quanto ai francesi, le cifre segnate nel rapporto del generale La Marmora al Ministero concordano quasi perfettamente con quelle stampate dal generale Niel nella sua relazione sull’assedio. Il che non vuol dire che sieno precise; vuol dire soltanto che sono le cifre raccolte dal quartier generale francese fino dal principio, per soddisfare ai desideri del pubblico. Ecco quelle del generale La Marmora:

5 generali uccisi, 10 feriti fra cui 4 gravemente; 24 ufficiali superiori uccisi, 20 feriti e 2 scomparsi; 116 ufficiali subalterni uccisi, 224 ufficiali feriti e 8 scomparsi; 1489 uomini di truppa uccisi e 1400 scomparsi; 4259 uomini di truppa feriti, dei quali poi non pochi morirono. In totale sono 7557 uomini, fuori combattimento. Il generale Niel dà la cifra complessiva di 7567; il generale Todleben, nella sua storia dell’assedio di Sebastopoli, assegna ai francesi la perdita di 7576 uomini fuori combattimento e comprende gli scomparsi tra i morti. È notevole che il Rousset, il quale scrisse colla scorta dei documenti originali, dà colle stesse cifre del La Marmora le perdite subite dai francesi.

Quanto agl’inglesi le cifre nel rapporto del generale La Marmora (scritto subito dopo la presa della piazza) ascendono a 26 ufficiali morti, tra cui 4 superiori, 113 ufficiali feriti,

compresi 3 generali, 1472 uomini di truppa tra morti e feriti; perciò la perdita complessiva degli inglesi ammonta a 1611 uomini fuori di combattimento. Invece il generale Niel, che scrisse molto tempo dopo, fa ascendere questa perdita a 2447 uomini. Questa cifra è la medesima riportata dal Rousset e concorda, con quella data dal generale Todleben, che scrisse per ultimo, ed assegna agl’inglesi 2448 uomini fuori combattimento.

Quanto ai russi, è curioso il vedere che le perdite assegnate ad essi dal nemico sono inferiori a quelle ch’essi stessi dicono di avere ricevuto. Infatti, mentre il generale Niel segna loro la perdita complessiva di 11690 uomini, il generale Todleben la fa ascendere ad oltre 12 913, cioè: 2972 morti, 6762 feriti, 1304 contusionati e 1875 scomparsi o prigionieri.

Tenuto conto dello spazio ristretto sul quale si svolse l’ardente lotta con cui le truppe alleate snidarono i russi dalle posizioni, per un anno afforzate e difese, e tenuto pur conto della brevità dell’attacco durato per cinque ore, dacché gli alleati mossero all’assalto fino al punto in cui il principe di Grortschakof, recatosi sul luogo della mischia giudicò la ritirata necessaria le perdite subite nei due campi sono straordinarie. La diversità nelle cifre, che non si possano dire falsificate, dipende dal segnare o non segnare tra i feriti quelli che lo sono leggermente, dal segnare tra i feriti ovvero tra i morti quelli che morirono all’ospedale in seguito a ferite, e dal segnare tra i morti o tra gli scomparsi (che potrebbero essere prigionieri) quelli di cui non si riconobbero i cadaveri o non si trovarono perché rimasti sotto le rovine.

Giova qui riportare le impressioni di alcuni nostri ufficiali che visitarono le trincee e la piazza uno o due giorni dopo la sua caduta. Il tenente Ceresa di Bonvillaret scrive: «Le fosse di Malakof e del Gran Redan erano piene, zeppe di amici e di nemici uniti nella morte. Quelle fosse, quelle casematte, servirono loro di sepoltura. Nell’orrore della morte erano belle alcune posizioni di morti. Chi aggrappato ad un gabbione era là stecchito, trapassato da una baionettata, chi abbracciato ad un cannone era morto di un colpo di mitraglia; altri giacevano uccisi da una schioppettata alla fronte. Quasi tutti coll’arme in pugno.

«Morti a mucchi sugli spalti e sui parapetti; innumerevoli nelle vie della città. I russi non poterono esportare che pochi feriti; li abbandonarono in città. Le case, le chiese erano zeppe d’infelici mutilati durante il bombardamento. La cattedrale era un ospedale ove i medici russi rimasti davano soccorso ai poveri infermi. Pietosa cosa era il vedere i mille feriti da due o tre giorni chiedere soccorso ed un sorso di acqua ai passanti....

«Si organizzò subito un servizio d’ambulanza; si stabilirono ambulanze provvisorie con medici francesi, inglesi e piemontesi; si cercò, per quanto le circostanze, il tempo e i mezzi lo permettevano, di dare sollievo a tante eroiche vittime.

«Uscii da Sebastopoli commosso e, non esito a dirlo, con una lagrima agli occhi nel vedere tanto strazio e tante sofferenze.»

Or ecco un’altra scena:

«I sobborghi erano invasi da ogni sorta di gente: militari, borghesi, arabi, turchi, eco. eoe., intenti al saccheggio, cui fu dato tacito permesso. Colla tolleranza del comandante in capo,

tutti invadevano case, palazzi, cantine, edifizi pubblici, in cui di oggetti, effetti, arredi, si trovava una grande quantità. Vidi esportare un quadro della Madonna, vasi, pendole, letti, sedie, legnami. Gli ufficiali e i soldati francesi si servivano e tornavano al campo. Io presi... no, meglio, comperai da un zuavo un paio di scarpe...»

Con parole quasi eguali si esprime, sia per quanto riguarda i morti e i feriti, sia per quanto riguarda il saccheggio, il tenente colonnello Saint Pierre nel suo diario:

«Passammo per una breccia presso le rovine della torre di Malakof. I morti erano in gran numero ammucchiati nel fosso. La posa che molti avevano era degna del pennello di un valente pittore. Ad alcuni la morte non avea tolto l’espressione guerriera ne l’attitudine che avevano nel momento in cui furono colpiti. Non ostante il divieto di entrare in città, da tutte le parti di essa uscivano soldati con mobili, pelliccio, oggetti di vestiario, commestibili, armi, specchi, insomma con ogni sorta di cose.

«Vidi poi un zuavo che dava il braccio a un prigioniero russo, cui riparava il sole con un ombrello come se accompagnasse una signora, conservando tutta la serietà. Lo zuavo fumava la sua pipa e il russo mangiava una galletta.

«Tra i russi morti vi erano ancora alcuni feriti vivi di cui nessuno si occupava; io li indicai a un ufficiale francese.»

Nei documenti ufficiali non si parla di saccheggio ed è naturale che ne tacciano. Tra i diari dei due ufficiali sopranominati vi è, a questo proposito, una sola differenza: l’uno dice che fu dato tacito consenso; l’altro dice che la cosa avvenne malgrado il divieto. Si possono conciliare le due versioni dicendo che fu un divieto equivalente a tacito consenso, altrimenti la cosa non avrebbe potuto avvenire.

Ed ora passiamo alle congratulazioni.

All’indomani della presa di Sebastopoli, il generale Pélissier avvertiva per lettera il generai La Marmora che poteva richiamare dal campo francese la brigata Cialdini ed in pari tempo lo ringraziava d’averla messa a sua disposizione. «Io vi rivolga i miei ringraziamenti per il concorso della brigata piemontese, che avete voluto offrirmi con tanta premura per l’assalto data ieri a Sebastopoli. Credete, signor generale in capo, che le nostre truppe sono state felici di vedere la bandiera sarda unita alle Aquile francesi in una giornata cosi gloriosa per le armi comuni. Il successo ottenuto rende non più necessaria nel nostro campo la presenza di questa brigata che potrebbe esservi utile. Voi potete richiamarla quando lo giudicherete conveniente.»

In seguito a ciò la brigata Cialdini fu richiamata ed il 10 settembre riprese il suo posto all’accampamento di Kamara.

L’11 settembre il generale La Marmora pubblicò un ordine del giorno in cui comunicava alle sue truppe i due seguenti estratti degli ordini del giorno inglese e francese per la presa di Sebastopoli:

Ordine del giorno francese: .

«Sebastopoli è caduta. La presa di Malakof ne determinò la resa.

«Il nemico fece saltare di propria mano le sue formidabili difese, incendiò la sua città, i suoi magazzini, i suoi stabilimenti militari, e diede fondo al resto delle sue navi nel porto.

Il baluardo della potenza russa nel Mar Nero non è più.

«Questi risultati voi li dovete non solo al vostro impetuoso coraggio, ma ben anche alla vostra indomabile energia. ed alla perseveranza vostra durante un lungo assedio di undici mesi.

«Mai l’artiglieria di terra e di mare, mai il genio, mai la fanteria avevano avuto a trionfare di simili ostacoli; mai eziandio queste tre armi hanno spiegato maggior valore, maggiore scienza e risoluzione maggiore. La presa di Sebastopoli sarà l’eterno vostro onore.

«Questo esito immenso ingrandisce e risolve la nostra posizione in Crimea.

«Soldati! La giornata dell'8 settembre, in cui hanno sventolato insieme le Bandiere delle armate inglese, piemontese e francese, sarà un giorno per sempre memorando. Voi avete illustrato le vostre Aquile con una nuova imperitura gloria. Soldati! Voi avete ben meritato della Francia e dell’imperatore.»

Ordine del giorno inglese:

«Il generale in capo felicita l’armata per il risultato dell’attacco di ieri. Il brillante assalto e l’occupazione di Malakof per parte dei nostri prodi alleati hanno obbligato il nemico ad abbandonare le opere ch’esso difese per tanto tempo con bravura ed energia.

«Il generale in capo ringrazia gli ufficiali e soldati della 2 divisione e della divisione leggera per l’intrepidezza con cui si slanciarono sulle opere del Redan. Duole al medesimo che, attesa la formidabile natura delle difese di fianco, il loro sacrifizio non sia stato coronato di tutto il successo che meritava.

«Egli prende parte ai patimenti degli ufficiali, dei sottufficiali e soldati feriti. Deplora amaramente la morte di tanti bravi ufficiali e soldati caduti nell’ultima lotta di questo lungo e memorabile assedio. La loro perdita sarà dolorosamente sentita, il loro nome vivrà lungamente nella memoria dell’armata e del popolo inglese.»

Il generale La Marmora, comunicando i due ordini del giorno, aggiungeva, con ragione, per conto proprio: «Dal contegno con cui la brigata Cialdini si portò nelle trincee e stette in posizione per l’attacco, il sottoscritto non dubita che se questo fosse stato dato, essa si sarebbe comportata valorosamente ed Avrebbe mantenuta ed aumentata la nostra riputazione.»

Il D’Ayala, nella sua opera I Piemontesi in Crimea, parla di una relazione del generale Pélissier, in cui si fa onorevole menzione della brigata Cialdini. Quantunque di questa relazione non sia cenno nei nostri documenti, crediamo opportuno riportare dall’opera citata il relativo brano, perché certo è autentico e tolto dai giornali dell’epoca: «La brigata sarda del generale Cialdini, che il generale La Marmora ha cortesemente messa a mia disposizione per rinforzare il I corpo, ha sopportato il terribile fuoco che s’incrociava nei nostri trinceramenti con l’imperturbabilità di vecchia truppa. I piemontesi ardevano dal desiderio di venire alle mani, ma l’attacco sul Bastione del Mât non avendo avuto luogo, non fu possibile soddisfare l’ardore di queste valorose truppe.»

Non ultimi a rallegrarsi col generale La Marmora e più espansivi degli altri furono i turchi. Achmed Pascià comandante le truppe turche ad Eupatoria, gli scriveva:

«Mi affretto a felicitarmi con voi e con le vostre truppe, tanto a nome mio quanto delle mie truppe, per la parte gloriosa che avete avuto nella presa di Sebastopoli.

«L'armata ottomana ad Eupatoria ha ricevuto questa notizia col più grande entusiasmo, manifestato con evviva e colpi di cannone in onore dei francesi, degl’inglesi e delle truppe di S. M. il Re di Sardegna.

«Spero che presto ci troveremo a combattere sullo stesso campo di battaglia per dare il colpo mortale al nemico. L’armata ottomana sarebbe felice di trovarsi con voi, di mischiare il suo sangue a quello dei vostri soldati e di poter dire un giorno di aver combattuto a fianco dei bravi soldati piemontesi venuti da lontano per aiutarci.»

Lo stesso Sultano colse questa occasione per esprimere alle truppe piemontesi e al loro comandante i propri sentimenti di ammirazione e di simpatia, con la seguente lettera:

«Generale! Le valorose schiere che il Re di Sardegna, mio Augusto Alleato, ha posto sotto il vostro comando hanno avuto parte alla grande vittoria che coronò degnamente tanti sacrifizi, tanto valore.

«Mi rallegro con voi e colle vostre valorose truppe, a nome mio e del mio popolo, come ho fatto cogli altri nostri prodi alleati, gl’inglesi ed i francesi. I turchi, non meno che i vostri concittadini, riconoscono la vostra valentia, anzi il mondo intiero ammira il valore dei tìgli del Piemonte a noi stretto coi vincoli della più intima alleanza.

«Il concorso all'espugnazione di una fortezza, il cui assedio illustrerà la storia militare, è la più bella ricompensa al vostro valore; la vostra patria ne serberà sempre ricordanza.

«Generale! Il mio presidente del Consiglio di guerra Rifaat Pascià, latore della presente, vi dirà meglio a voce i miei sentimenti.

«E prego Dio di avervi nella sua santa custodia.»


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XXXI

Le truppe sulla linea d'osservazione. — Visite a Sebastopoli.
— Corrispondenze ai giornali. — Incertezze sulle ulteriori operazioni di guerra.

Caduta Sebastopoli, restavano disponibili le truppe del corpo d’assedio, ma cresceva invece il bisogno di rinforzare la linea d’osservazione, perché il numeroso presidio uscito dalla piazza e passato sulla sponda nord della rada aveva recato un notevole rinforzo all’armata russa che teneva la campagna. Quindi nei giorni successivi all'8 settembre avvennero diversi movimenti sulla detta linea, specialmente tra i francesi. Questi lasciarono sull’altipiano di Sebastopoli soltanto due divisioni (non perché fossero necessarie, ma probabilmente perché non sapevano dove tenerle), inviarono la legione straniera ad accantonarsi fra le rovine della piazza e portarono tutte le altre truppe sul fronte della Cernaia, che prolungarono, spingendosi innanzi nella valle del Baidar. Ma non ci volle poco perché tutti i reparti trovassero il loro posto e, quando l’ebbero, lo mutarono ancora. Sicché, fino quasi agli ultimi di settembre, i francesi furono in continuo movimento nelle loro posizioni. Per fortuna non disturbarono gli altri.

Le truppe inglesi del corpo d’assedio inviarono anch’esse un distaccamento nella piazza, quasi per condividerne il possesso, e il resto si portò a rinforzo della linea d’osservazione. Erano poche e non erano irrequiete, perciò non necessitarono grandi spostamenti.

Le truppe piemontesi conservarono le loro posizioni; così pure le ottomane.

Altrettanto fecero i russi sulle alture di Makenzi, sulle rive del Belbek e sulla sponda nord della rada di Sebastopoli. Erano su questa, come abbiamo detto, alcuni forti e molte batterie; gli uni e le altre vennero guarnite con maggior numero di cannoni e con truppe fresche. Era venuto per queste opere il momento di entrare in scena. Non si trattava più di mantenere aperte le comunicazioni tra la piazza e l’armata di soccorso, ma si trattava di mantenere chiusa la strada principale d’accesso alle posizioni di quest’armata. Il gran ponte di zattere che univa le due sponde e per il quale la guarnigione s’era ritirata, venne dai russi stessi tagliato e distrutto col fuoco; dicesi anzi che questa operazione, fatta prima che il ponte fosse sgombro, abbia dato luogo a molti annegamenti.

Appena entrati in Sebastopoli, gli alleati impresero la costruzione di grandi batterie sulla sponda sud della rada, e armatele di cannoni di grande portata, che oramai avevano disponibili a centinaia, aprirono un fuoco vivissimo contro i forti e le batterie della sponda opposta. Forse, per un momento, si ebbe la speranza di far tacere quelle opere, costrurre un altro ponte e passare sulla sponda nord; ma da questa si rispose in maniera da far subito comprendere ch’era speranza vana. Allora, tanto per fare qualche cosa, gli alleati rivolsero il loro fuoco contro alcune navi russe che non erano state ancora affondate, ne bruciate da amici o nemici e avevano trovato rifugio nei seni della sponda nord. Ma bentosto i russi,

quasi per risparmiare agli alleati quella bisogna, o meglio, per mostrare loro quanto disprezzassero questo danno, misero essi stessi il fuoco a tutte quelle navi.

Eguale opera di distruzione avevano fatto o apparecchiato i russi nei forti della piazza, specie in quelli quasi intatti che guardavano Sebastopoli dal lato di mare. In quasi tutti avvennero scoppi tra il 9 e il 10 settembre, benché la loro distruzione sia stata poi compita dagli alleati. Non ci voleva meno che la curiosità spinta all’eccesso e l’avidità dei saccheggiatori per avventurarsi a visitare e rovistare quelle rovine minate.

Le truppe vi si stabilirono dopo che gli scoppi furono cessati. Erano ancora in piedi (salvo i danni del bombardamento) le chiese, non poche case e qualche vasta caserma; ma anche qui si svilupparono incendi dopo che ne avevano preso possesso gli alleati. Si disse ch’erano incendi pure preparati dai russi; è possibile, ma ne dubitiamo. I russi avevano lasciato senza fuoco tutte le località dove si trovavano dei loro feriti; ora i soldati francesi della legione straniera, padroni della città che avevano saccheggiato, spingevano lo spirito di distruzione fino a bruciare ciò che loro serviva o poteva servire di ricovero.

Questa ci sembra la versione più probabile, ma non è escluso il caso che gl’incendi fossero destati dalle granate russe che piovevano dalla sponda nord. In una lettera di un nostro ufficiale vi è questa espressione caratteristica: «i russi bombardano Sebastopoli.» Dal canto loro gli alleati apparecchiavano le micce per far saltare le calate del porto e dei bacini refrattarie agl’incendi e impassibili al bombardamento. Si distinguevano in quest’opera per speciale ardore gl'inglesi, come per un’istintiva tendenza a vedere con gelosia quanto può aumentare la forza marittima di tutti gli altri popoli. Ad ogni modo oramai francesi, inglesi e russi lavoravano allo stesso scopo: non lasciare in Sebastopoli pietra sopra pietra.

I nostri, non mossi da ira contro nessuno e meno che mai contro gli edilizi, assistevano allo spettacolo con un sentimento quasi di rammarico, per spirito naturalmente contrario alle distruzioni.

La smania di visitare Sebastopoli ed esportarne qualohe memoria, fosse pure una scheggia di bomba, un frammento di arma, un bottone, crebbe talmente fra le truppe alleate di tutte le nazionalità, che furono necessari ordini severi perché nessuno si recasse a Sebastopoli senza permesso, e si stabilirono appositi corpi di guardia, per chiudere la strada a chi jion fosse munito del suo lasciapassare.

Ecco, in proposito, un ordine del giorno firmato dal capo di stato maggiore, colonnello Petitti, in nome del generai La Marmora:

« eccetto che ai corpi ed ufficiali comandati di servizio o muniti di permesso dai quartieri generali inglese o francese, è severamente proibito a qualunque altra persona la entrata nella città di Sebastopoli. Anzi nessuno, sia militare o borghese, potrà entrare nemmeno nelle trincee, senza permesso dei quartieri generali.

«Si raccomanda ai comandanti di divisione e a tutti i comandanti di corpo di non permettere (come già precedentemente era ordinato) l'allontanamento dei militari dal campo, e tanto più si raccomanda adesso, ché molti per curiosità saprebbero tratti verso Sebastopoli.

«Posti francesi ed inglesi sono stabiliti in quella direzione, chiunque dei nostri per essersi inoltrato fin là, venisse arrestato, sarà severamente punito come trasgressore degli ordini.»

Un’altra proibizione, o almeno raccomandazione, merita pure di essere notata anzi ci sembra di maggiore importanza.

La caduta di Sebastopoli aveva dato occasione a molte corrispondenze dal campo assai particolareggiate. Queste più che a militari erano dovute a giornalisti di professione, perché i principali giornali d’Europa avevano in Crimea i loro corrispondenti; ma ve n’erano anche di militari ed erano forse le più dannose, perché, sorvolando sulla parte scenica, contenevano dati sulle forze e sulle posizioni dei belligeranti. Affine di evitare tali inconvenienti, i comandanti delle armate alleate presero quelle disposizioni ch’erano possibili ed emanarono ordini del giorno. Ecco quello del generale La Marmora:

«Le corrispondenze dei militari ed impiegati del corpo di spedizione coi giornali presentano gravi inconvenienti, dacché» se narrano le operazioni o palesano le posizioni, le forze, gli apparecchi di ogni genere, recano pregiudizio col porgere al nemico il mezzo di conoscere ciò che è nell’interesse nostro di tenergli ignoto; se discutono quanto avviene e quanto si fa, cadono nella critica, la quale è assolutamente contraria alla disciplina e non può tollerarsi in un esercito bene ordinato: se discorrono delle armate delle potenze con cui siamo alleati, danno luogo a recriminazioni e sconcertano quella armonia» senza cui è impossibile che l’alleanza porti i suoi frutti; se» per evitare i precedenti inconvenienti si studiano di comporre scritti affatto innocui per difetto d’informazioni positive, danno luogo a corrispondenze incompiute, inesatte e mal concepite» le quali fanno poco onore agli ufficiali ed impiegati dell’armata, dai quali si sa che partono.

«Per questi motivi, io mi credo in dovere di porre in avvertenza gli ufficiali ed impiegati tutti del corpo di spedizione e della divisione navale sul carteggio che taluni di essi per avventura mantenessero, avvertendo che punirò severamente coloro i quali mi risulteranno autori di una corrispondenza che cada in uno degli accennati inconvenienti.»

Conquistato e distrutto il baluardo della potenza russa nel Mar Nero, l’imperatore Napoleone avrebbe voluto che l’operazione fosse continuata, respingendo l’esercito russo dalle posizioni che occupava, e ricacciandolo nella pianura stepposa della penisola. Sembravagli che non traendosi tutte le conseguenze dell’immenso scacco inflitto alla Russia, essa avrebbe potuto nel corso dell’inverno rilevarsi agli occhi dell’Europa collo spettacolo dell’esercito alleato tenuto prigione dall’esercito russo in un angolo della Crimea. Perciò l’imperatore suggeriva il progetto di una nuova campagna all’aperto; voleva almeno conquistare Sinferopoli, centro dell’approvvigionamento russo. I suoi ministri facevano piani su piani e li mandavano a Pélissier, raccomandandoglieli caldamente; ma questi era fermamente risoluto di non farne nulla, e quantunque rispondesse con molta deferenza, lo lasciava chiaramente capire.

Anzitutto il nuovo maresciallo (era stato nominato tale dopo la presa di Sebastopoli) non voleva compromettere in un impresa di cui vedeva tutti i rischi, la gloria oramai acquistata; in secondo luogo, uomo cosoenzioso, gli ripugnava condurre un’impresa il cui scopo non gli pareva proporzionato ai sacrifizi.

Fu detto che, se l’assalto all’altipiano del Belbek fosse stato (r)dato all’indomani della conquista di Sebastopoli, sarebbe riuscito. E possibile, ma si può dubitarne, perché l’armata dell’altipiano era affatto distinta dalla guarnigione di Sebastopoli, e, massime trattandosi di russi, non è a credere che i guai dell’una avessero grande influenza sul morale dell’altra.

Questo vedeva chiaramente Pélissier; questo non vedevano l’imperatore e i suoi ministri, che ritenevano nulla esser fatto finché vi fosse ancora qualche cosa da fare, e citavano al generale il noto adagio latino che contiene quel concetto: nil actum reputans, si quid superesset agendum. Il generale, da parte sua, rispondeva all’adagio latino con l’altro pure latino: est modus in rebus, e lo spiegava aggiungendo che in Crimea Fabio era più a posto di Condè. Dobbiamo aggiungere che tutti o quasi tutti gli ufficiali che si trovavano in Crimea, a qualunque nazionalità appartenessero, erano del parere di Pélissier; ma forse la nostalgia, più che la coscienza delle cose, li rendeva di questo parere.

Il governo inglese non divideva gli entusiasmi dell’imperatore dei francesi per una campagna all'aperto, sia perché non ne vedeva lo scopo, sia perché comprendeva che se le truppe inglesi sotto Sebastopoli non avevano potuto fare, rispetto alle francesi, quanto per amor proprio nazionale avrebbero desiderato, erano in condizioni di far ancor meno allontanandosi dalla spiaggia. Il soldato inglese, per tradizione, per educazione, pei suoi bisogni, è fatalmente attaccato alle navi.

Quanto a noi, il governo piemontese non aveva voce in capitolo; un poco più di gloria da mettere a profitto sarebbe stata cara a. tutti, governo, popolazioni ed esercito; ma si sarebbe anche tornati volentieri in patria con quella acquistata.

Finalmente, quanto ai russi, un attacco alle posizioni degli alleati non sarebbe stato senza scopo.

Ricacciare questi nemici in mare avrebbe quasi compensato materialmente e moralmente la caduta di Sebastopoli. Si era ricevuto in rinforzo il presidio ritiratosi dalla piazza; altri rinforzi erano giunti dall'interno dell'impero; ma si sapeva naturalmente che oramai gli alleati avevano disponibile tutto il corpo d’assedio, uomini e artiglieria; si sapeva che quelle centinaia di bocche da fuoco di tutti i calibri che avevano tonato per tanto tempo contro Sebastopoli, erano state portate o potevano agevolmente portarsi sulla linea della Cernaia; si sapeva che attaccare questa linea volea dire attaccare posizioni naturalmente fortissime, munite di opere e così armate di artiglieria, che tale e tanta non ne era mai stata schierata a difesa di nessun accampamento. Ed oltracciò, la memoria della battaglia della Cernaia sconsigliava dal ritentare la prova in condizioni peggiori.


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XXXII

Ricognizioni sulla linea della Cernaia tra gli ultimi di settembre e i primi di ottobre.
— Avvenimenti nel campo di Kamara. — Funerali del generale Montevecchio.

Stando le cose nei termini che abbiamo sopra descritti, il temporeggiare, se anche non era la parola d’ordine, era Veffetto necessario della situazione; e le ricognizioni non compromettenti, ripetute quasi ogni giorno, diventavano le operazioni più naturali. Così si teneva in moto la truppa, si teneva d’occhio il nemico e si cercava, o almeno si faceva mostra di cercare, se per miracolo vi fosse qualche strada buona per attaccare il nemico stesso nelle sue posizioni.

Non terremo dietro a queste ricognizioni, che alle volte i francesi facevano da soli, alle volte in unione colle nostre truppe. Alcune poi erano fatte dalle nostre truppe per conto proprio, senza concorso ne invito dei francesi e ciò avveniva quando costoro, nel mutare posto senza badare agli alleati, lasciavano scoperto il nostro fianco. Una di queste la vediamo segnata il 28 settembre, come fatta allo scopo di esplorare il terreno fra le nostre posizioni e l’estrema sinistra francese. Vi presero parte tre squadroni di cavalleggeri (Aosta, Novara e Monferrato) e il 5° battaglione bersaglieri. Queste truppe si spinsero su Ciorgun ed Alsu; non videro che i soliti piccoli posti dei cosacchi, scambiarono qualche colpo di fucile e ritornarono.

Guardarsi sul fianco destro era tanto più necessario, in quanto che, dopo la caduta di Sebastopoli, era cominciata la partenza delle truppe turche per l’Asia, dove andavano a raggiungere Omer Pascià; epperciò restavano sguarnite le alture di Alsu ch’esse occupavano. Che cosa andassero a fare queste truppe in Asia, non si sapeva; ma là avrebbero trovato le occasioni che in Crimea erano loro scarseggiate, non già per colpa loro, ma perché gli alleati non gliele avevano lasciate cogliere.

Altra simile ricognizione fece il generale La Marmora, in persona, l'8 di ottobre con un battaglione di bersaglieri, spingendosi molto innanzi, col pericolo (già corso altre volte) di essere fatto prigioniero, proprio senza che valesse la pena di esporsi.

Il 10 ottobre una grossa colonna francese si spinse molto. in su nella valle del Baidar, cercando se vi fosse strada per passare da questa nell'alta valle del Belbek e riuscire alle spalle dei russi. Il generale La Marmora fu invitato di agevolare il movimento, facendo una ricognizione colle sue truppe nelle solite direzioni, per attrarre l’attenzione del nemico.

Tutta la 2 divisione con due squadroni di cavalleggeri passò la Cernaia e lo Sciuliù, avanzandosi fino alle valli di Upu e di Mokradaliena e prendendo posizione sulle alture circostanti. La 4” brigata (colonnello Giustiniani) eseguì il movimento passando per Karlowka; la 5 brigata (generale Mollard) rimontò la valle dello’ Sciuliù. Alle 2 pomeridiane le

truppe erano giunte nelje posizioni che si era prefisso di occupare; si accamparono e posero gli avamposti. Non si era visto il nemico.

All’indomani (11 ottobre) il generale La Marmora coi due battaglioni della brigata Casale e un plotone di cavalleggieri, si avanzò sull’altipiano che domina Ai-Todor; il 12 coi due battaglioni della brigata Acqui, il 4“ battaglione bersaglieri e due plotoni di cavalleggeri scese fino al villaggio sunnominato. ne un giorno, ne l’altro si videro nemici, fuorché piccoli posti di cosacchi lontani che sparavano e si ritiravano. Un cavalleggero rimase ferito.

Il 13 i francesi tornarono dall’alta valle del Baidar senza avere scoperto nulla, ed il 14 la nostra 2’ divisione tornò al suo accampamento di Kamara. Rientrarono con essa al loro campo due battaglioni della 1° brigata, che durante il movimento eransi avanzati sul monte dello Zig-Zag.

Queste ricognizioni, che si succedevano frequenti e la cui scarsa utilità, come operazioni di guerra, sempre più si manifestava, dovevano, secondo l’intenzione del generale La Marmora, servire almeno all'istruzione delle truppe e specialmente degli ufficiali, cui esse porgevano mezzo di studiare il terreno e abituarsi a ben giudicarlo sotto il rapporto militare. Perciò il generale spesso ordinava che le truppe, tornando al campo, tenessero altra strada da quella seguita nell’andare, e che gli ufficiali serbassero nota di ciò che pareva loro degno di memoria (73).

Mentre sulla linea della Cernaia le operazioni si riducevano a quelle che abbiamo descritte e sulla rada di Sebastopoli si riducevano ad uno scambio di cannonate fra le due sponde, altre operazioni più importanti per se stesse, ma non più concludenti rispetto allo scopo, avevano luogo su altri punti del teatro della guerra. Per dare sfogo alle truppe francesi, oramai esuberanti sulla linea della Cernaia, per trovare un poco di lavoro alle flotte e sopratutto per compiacere l’Imperatore e il governo di Parigi, si cercava qua e là, lungo il littorale, se vi fosse mezzo d’iniziare, o almeno far credere iniziata, quella campagna all’aperto su cui da Parigi s’insisteva tanto. Perciò poco dopo la presa di Sebastopoli, la divisione di cavalleria del generale d’Allonville era partita per Eupatoria, dove già si trovava da gran tempo un grosso corpo di fanteria turca e donde si stacca una buona strada per Sinferopoli.

Se proprio si fosse dovuto procedere contro questa città, dove il comandante in capo dell’esercito russo aveva stabilito il suo quartier generale, credeva Pélissier che da Eupatoria, e non dalla valle della Cernaia, si dovessero prendere le mosse.

Il generale d’Allonville inaugurò ad Eupatoria il sistema di ricognizioni che si usava sulla Cernaia. Una ne fece il 29 settembre in cui predò un convoglio russo. Un’altra maggiore ne fece il 1° ottobre in unione a due divisioni di fanteria turca. Si avanzò sulla strada di Sinferopoli, e trovò un grosso corpo nemico che gli sbarrava la via. ne risultò un combattimento di cui gli alleati si attribuirono la vittoria, e forse con ragione, perché restarono nelle loro mani 6 pezzi d’artiglieria, 160 prigionieri e 250 cavalli; ma, avanzandosi altre forze nemiche, dovettero ritirarsi.

Frattanto si preparava una spedizione per le bocche deh Dnieper, la quale salpò da Kamiesch il 7 di ottobre su legni francesi e inglesi, con 8000 uomini di cui buona parte erano inglesi. Finché si trattava di viaggiare per mare o sbarcare su qualche spiaggia, gl'inglesi si prestavano volentieri; ma addentrarsi no.

Il 14 ottobre giunse notizia che i russi, avendo assalito Kars,. erano stati respinti con gravi perdite. Il 24 detto venne annunziato che le squadre alleate si erano impadronite di Kinburn, punto importante per operare contro Nicolajef e Kerson. Ma questi annunzi di spedizioni, di combattimenti e di vittorie lasciavano molto indifferenti gli ufficiali e la truppa del nostro corpo di spedizione.

Non era bastata la presa di Sebastopoli a finire la guerra, che cosa importavano Kars e Kinburn?

Piuttosto interessanti, nella cerchia del nostro campo, erano altri piccoli avvenimenti, che, quantunque di nessun rilievo per l’andamento della guerra, almeno lieti o tristi, riguardavano noi.

Il 3 ottobre giunse all’accampamento di Kamara il generale turco Rifaat Pascià, presidente del Consiglio di guerra di Costantinopoli, per compiere la missione affidatagli dal Sultano di presentare al generale La Marmora la decorazione del Megidié di 1(a) classe, con una lettera del Sultano stesso (74) una del ministro degli affari esteri in Turchia ed una ricca ed elegante sciabola turca coll’elsa tempestata di diamanti.

Il giorno 8 dello stesso mese, i comandanti delle armate alleate inviarono al comandante del corpo piemontese due cannoni da campagna in bronzo, fra quelli presi ai russi l'8 settembre. Il dono era accompagnato dalla seguente lettera del generai Pélissier, il quale, come avesse assolutamente assunto l’ufficio di generale in capo, da quell’epoca in poi, a quanto appare, non si valse più del quartiere generale inglese come tramite delle comunicazioni col La Marmora.

«Abbiamo l’onore di offrirvi, a ricordanza della memorabile giornata dell’8 settembre, due pezzi da campagna russi, in bronzo, presi sulle mura di Sebastopoli.

«Vogliate accettarli come pegno, della stima e della fratellanza che ci unisce a un’armata la quale ha destato la nostra ammirazione tutte le volte che si è trovata di fronte al nemico.»

Questi cannoni furono qualche tempo dopo imbarcati sub Governolo e spediti in Piemonte.

Il 5 d’ottobre il colonnello Valfré, comandante superiore dell’artiglieria, cadeva da cavallo e si fratturava una gamba. Neebbe per un pezzo, ma guari perfettamente e potè riprendere il suo comando. Il 12 ottobre mori il maggior generale Gabrielli di Montevecchio, in conseguenza della ferita riportata alla battaglia della Cernaia. La sua perdita fu annunziata alle, truppe col seguente ordine del giorno del comandante in capo.

Il sottoscritto ha il dolore di annunziare al corpo di spedizione la morte del valoroso conte Gabrielli di Montevecchio, maggior generale comandante la 4“ brigata.

«Questo prode, il quale già nelle campagne degli anni) 184849 avea fatto palesi le sue eccellenti qualità militari, contribuì grandemente in questa, coll’esempio, al successo delle armi piemontesi. Il 16 agosto alla Cernaia, dopo avere avuto sotto un cavallo ferito, ricevette egli stesso una grave ferita; per cui si dubitò subito di poterlo salvare. I sentimenti da lui espressi in quei momenti dimostrarono un tale amore pel Re e per la patria, una tale tranquillità d’animo, anzi una. soddisfazione di fare la morte dei prodi, che eccitò l’ammirazione di quanti l'avvicinavano.

«Dopo due mesi di sofferenze, passati nella massima rassegnazione, durante i quali si era concepita speranza di salvarlo, egli mancò.

«L’intiero esercito ed il paese, ma più i militari di questo corpo che ebbero maggiormente occasione di apprezzarlo, dividono col sottoscritto l’afflizione che cagionò la perdita di quest’ottimo ufficiale generale.

«Si vorrebbe rendere alla sua salma onori che dimostrassero in quel conto egli era tenuto vivente, ma la necessità di guardare le posizioni sulle quali si accampa, la lontananza di queste dal luogo ove si farà la pompa funebre e i molti lavori che rimangono ad eseguirsi dalle truppe lo vietano. Ci è forza pertanto restringere i provvedimenti alle circostanze speciali in cui ci troviamo. Questa semplicità di cerimonia sarà compensata dal sentimento di quanti vi assisteranno in perdona e degli altri che vi assisteranno col desiderio.»

I funerali ebbero luogo il 14 di ottobre. Erano presenti il generale in capo col suo stato maggiore, i commissari dei corpi francese ed inglese, i generali Trotti, Fanti, Cialdini. Mollard, tutti gli ufficiali dei corpi stabiliti in prossimità di Balaclava e non comandati di servizio. Intervenne al corteo il battaglione del 2° reggimento granatieri e la musica del 1°.

Si partì dall’ospedale della Marina, dov’era morto il generale e si salì sopra un’altura in vista al mare, dov’era preparata la fossa. Deposta la salma nella tomba, il generale La Marmora pronunziò un discorso, ricordando la carriera percorsa dal defunto, le sue virtù militari e la grandezza d’animo mostrata negli ultimi momenti. Il generala Cialdini pronunziò brevi parole, con quella eloquenza naturale e quel piglio soldatesco che erano suoi tratti caratteristici, e cominosse l’uditorio. I commissari francese ed inglese si fecero interpreti dei sentimenti di cordoglio che la perdita del nostro prode generale destava nelle armate alleate.


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XXXIII

Richiesta di tende e di baracche, — Costruzione di ricoveri in Crimea. — Costruzione di una ferrovia da Balaclava al campo.

Fino dal mese di luglio, nel pieno dell’estate, il generale La Marmora, pensando alla possibilità di dover passare l’inverno in Crimea e preoccupato delle sofferenze e dei danni toccati l’anno precedente agl’inglesi e ai francesi, per essersi lasciati cogliere alla sprovvista, studiava i mezzi di accomodarsi il meglio possibile, colla minor spesa. In un suo rapporto, del 17 luglio al Ministero della guerra, sono minutamente descritte le tende e le baracche che avevano servito l’anno precedente agl’inglesi e ai francesi, notate d’ogni specie le qualità e i difetti mostrati dall’esperienza e le modificazioni che si aveva in animo d’introdurre, indicati i modelli a cui si sarebbe dato la preferenza, la quantità che ne occorreva per il nostro corpo di spedizione, quale ne sarebbe approssimativamente l’ammontare ecc.

«Non è possibile far venire baracche per tutte le truppe; ce ne vorrebbero però 200 per gli ospedali ed uffizi.

«Per le truppe sto studiando se posso ricoverarle parte in capanne sotterranee. Occorreranno tuttavia 1800 tende per cambiare quelle guaste. Sono deboli quelle di modello turco, fatte a Torino di una sola tela di cotone; si logorano facilmente; lasciando passare le impressioni dell’atmosfera esterna e l’acqua. Si confezionino con la stessa forma (conica) e le stesse dimensioni, ma si adoperi tela forte di filo; allora potrò utilizzare, anche le attuali collocandole sotto le precedenti.»

Quanto alle baracche, La Marmora diceva che ve n’erano in Crimea di tutte le specie, ma che, tutto considerato, la scelta si riduceva fra due modelli: quelle che venivano agl’inglesi da Londra smontate ma complete; erano leggere e richiedevano poco tempo e poca fatica per essere montate, ma erano deboli; quelle che venivano ai francesi da Marsiglia più forti, ma pesanti e chiedevano maggior lavoro per essere montate. Raccomandava di studiare la questione e conchiudeva che, qualunque fosse la scelta, questi ripari per l’inverno avrebbero dovuto giungere a Balaclava nella prima metà di settembre.

Daremo in seguito un cenno degl’invii dal Piemonte; vediamo ora quali provvedimenti si prendessero in Crimea per riparare dai prossimi rigori della stagione il grosso delle truppe..

Il 1° settembre venne nominata una commissione, coll’incarico di studiare il miglior sistema di ricoveri da costruirsi col materiale che si trovava sui luoghi. Presidente della commissione fu il generale Fanti; ne fecero parte i maggiori Casanova, Cadorna, Govone, Ferrero, Incisa e il capitano Ricotti. Non diremo della medesima gli studi e le discussioni; veniamo alla conclusione. Nel diario del quartier generale principale, sotto la data del 17 settembre si legge:

«Il generale in capo, in seguito al progetto della commissione nominata appositamente, ordina la costruzione delle baracche e capanne per l’inverno da eseguirsi con materiale del paese.

«Dalle discussioni ch’ebbero luogo in seno alla commissione e dalle esperienze fatte risulta, che la principale condizione di cui devesi tener conto per determinare la forma di tali ricoveri, è quella dei materiali disponibili.

«Le baracche larghe, lunghe ed alte sono certamente più ventilate, migliori per l’igiene e per la disciplina; cosi i russi ed i turchi sul Danubio, in paesi dove abbondano legnami grossi in prossimità dei campi, costruiscono capanne capaci di 50, 100 e perfino 200 uomini. Ma esse richiedono molto e grosso legname, per sostenere il tetto che esige una forte armatura.

«Ora il legname grosso dista varie ore dal campo di Kamara e ci mancano i mezzi di trasporto per provvederne in quantità sufficiente. Quindi si riconobbe la necessità di dare alle capanne piccole dimensioni, cioè farle capaci soltanto di pochi uomini.

La commissione pertanto adottò il piano presentato dal maggiore Ferrerò, comandante il battaglione del 17° fanteria; il quale non è se non un perfezionamento del sistema di capanne, che i soldati di qualche battaglione e segnatamente quelli del 5° battaglione bersaglieri, si costrussero da per sé, guidati dall’istinto e adattandosi alla possibilità.

«Queste capanne presentano in pianta un parallelogramma che ha metri 4,30 di lunghezza e metri 2,20 di larghezza e sono capaci di 6 uomini. Esse vengono scavate fino a 0,80 sotto il livello del suolo e ricoperte da un tetto e dai pioventi formati con graticci che si sostengono per il contrasto. Il colmo del tetto è alto dal suolo m. 1,30. Sul tetto si sparge uno strato di malta, dello spessore di m. 0,05, composta di terra e concime, e si ricopre quindi con uno strato di terra di circa 10 centimetri.»

Indicato il modello, si lasciò che ogni corpo costruisse da sé le sue capanne, attenendovisi più o meno, secondo le circostanze. Il lavoro cominciò negli ultimi di settembre e fu per i nostri soldati un lavoro geniale. Ogni battaglione, ogni compagnia, ogni gruppo mise tutto l’impegno per costrursi le proprie capanne, il meglio possibile, e se n’ebbe un risultato generale soddisfacentissimo.

La difficoltà maggiore stava nella provvista del legname, ed a quest’uopo avrebbe voluto giovarci il buon cuore dei turchi, coi quali i nostri ufficiali e soldati, nelle poche, occasioni in cui s’erano trovati insieme, aveano stretto legami di simpatia. Infatti il generale Osman Pascià, avendo sentito che i piemontesi abbisognavano di legname, offriva loro quello delle baracche di Alsu, costrutte in altri tempi dai turchi stessi e recentemente da loro abbandonate. Ecco la lettera (9 ottobre 1855) di Osman Pascià al generale La Marmora:

«Eccellenza! Sapendo che le vostre truppe sono occupate a costruirsi le capanne, ho l'onore d’informarvi che tutte le case e baracche di Alsu le metto a vostra disposizione, eccetto la piccola casa in riva al ruscello dov’è un mio corpo di guardia. Ho dato ordini per iscritto, affinché sia permesso alle vostre truppe di distruggerle ed esportarne il materiale».

Il generale La Marmora si affrettò di accettare e ringraziare:

«Ho ricevuto la lettera che Vostra Eccellenza mi ha fatto l’onore d’indirizzarmi in data d’oggi, e colla quale ha la bontà di avvertirmi di aver messo a disposizione delle mie truppe il materiale del villaggio di Alsu, che può esserci di grandissima utilità per le diverse costruzioni che l’approssimarsi della stagione invernale rende necessarie.

«Io sono sensibilissimo a un’attenzione cosi delicata da parte di Vostra Eccellenza, e la prego di gradire i miei vivi ringraziamenti, congiunti all’assicurazione della mia alta stima.»

Se non che quando i piemontesi si recarono ad Alsu per disfare le baracche e ritirare il legname, eccoti i francesi che fino dal giorno avanti, subodorata la cosa, avevano occupato il villaggio e vi si erano comodamente accantonati; sicché non solo le nostre truppe non poterono ritirare il materiale delle baracche, ma un colonnello francese non voleva neppure che ne tagliassero nelle vicinanze.

Il generale La Marmora ne scrisse immediatamente al comandante le truppe francesi sulla Cernaia, ch’era allora il generale MacMahon, gli espose la cessione fatta ai piemontesi da Osman Pascià, ma soggiunse che, appena conosciuta l’occupazione del villaggio per parte delle truppe francesi aveva contromandato l’ordine di disfare le baracche cedute; si lagnava poi vivamente che ai piemontesi fosse stato anche impedito di farete solite tagliate nelle vicinanze; «il colonnello comandante il reggimento stabilito ad Alsu ha trovato la cosa affatto straordinaria ed ha espresso all'ufficiale piemontese, che sorvegliava il lavoro, la sua meraviglia in una maniera assai poco piacevole per questi.» Si conchiudeva accennando il motivo per cui i piemontesi abbisognavano di legname e chiedendo provvedimenti perché non fosse loro impedito di tagliarne.

Il generale MacMahon rispose: «Sono dolente degl'inconvenienti a cui ha dato luogo l’equivoco segnalatomi nella vostra lettera. Ho dato gli ordini necessari perché non abbiano a rinnovarsi». Questo volea dire che non sarebbe impedito ai piemontesi di tagliare legname nelle di Alsù, ma frattanto le baracche cedute loro dai le tennero i francesi.

Ad ogni modo, anche senza il legname turco, si nostre capanne, non solo per le truppe, ma pure per i quadrupedi, modificando per quest’uopo convenientemente le forme e le dimensioni del modello. Contemporaneamente si attendeva alla restaurazione delle costruzioni per uso di ospedali, infermerie, uffizi, magazzini e si rinforzavano per metterle in grado di resistere alle bufere invernali; alcune, troppo deteriorate o mal riuscite per la fretta, si disfacevano ed altre se ne costruivano.

Non ci fermeremo su questi lavori facili ad immaginarsi, e nelle condizioni di quell’accampamento, divenuti una operazione giornaliera, tanto più ora che il nemico dava poco fastidio; ma non possiamo tralasciare di accennare ad un altro lavoro, diremmo così, straordinario.

Dal comandante dell’armata inglese venne fatta proposta al generale La Marmora di costrurre in comune una ferrovia, che da Balaclava giungesse fini? alle nostre posizioni di Kamara. La proposta fu accettata con molto piacere, tanto più che la deficienza dei mezzi di trasporto continuava ad essere uno dei nostri guai e si prevedeva che in inverno, colle strade deteriorate per le nevi e le piogge, sarebbe diventato un guaio anche maggiore. Stabilita la cosa, si riparti il lavoro. I piemontesi, che avevano solo le braccia e le carriole, furono incaricati dei movimenti di terra; gl’inglesi dovevano mettere a posto le rotale e provvedere il materiale ferroviario.

In seguito a ciò, fino dai primi di settembre, si pose mano ai lavori che, per quanto riguardava i piemontesi, furono diretti dal maggiore Cadorna. Il 19 settembre venne emanato il seguente ordine del giorno:

«Il generale in capo, nell'intendimento di accelerare la costruzione della strada ferrata, detraendo il minor numero possibile di truppa dai lavori intrapresi per la costruzione delle baracche, ha determinato quanto segue:

«1° A cominciare da domani, ogni brigata somministrerà giornalmente un ufficiale, due sergenti e cento uomini pei lavori della strada suddetta.

«2° Questi uomini saranno possibilmente comandati per turno di battaglione, fra quelli che non sono destinati ad altri lavori, ne impiegati in servizi speciali.

«3° I medesimi si troveranno prima delle 9 del mattino dove il maggiore Cadorna sarà per indicare, e si porranno a disposizione di lui.

«4° Gli uomini staranno al lavoro dalle 9 alle 4 ½ accordando loro il riposo che il maggiore, direttore, sarà per determinare.»

Nel mese di ottobre, essendosi riconosciuto che il lavoro era lungo, perché la ferrovia non poteva aver meno di dieci o dodici chilometri di sviluppo, si emanarono nuovi ordini per accelerarlo. Un capitano per brigata, comandato giornalmente, fu dato in aiuto al direttore; egli doveva condurre gli uomini sul sito e sorvegliarli nel lavoro. Il numero poi di questi fu molto aumentato quando diminuì il lavoro per la costruzione delle baracche. Nel diario del quartier generale principale, sotto la data del 20 ottobre, sono contenute le disposizioni riguardanti quei lavori.

Ogni battaglione forniva giornalmente 2 sergenti, 4 caporali ed 80 lavoratori; il tutto agli ordini di un ufficiale subalterno. I drappelli di ciascuna brigata erano dipendenti da un capitano della medesima, comandato per turno giornalmente, il quale era responsabile della loro riunione, della loro partenza ed arrivo per la strada più breve, della loro assiduità al lavoro e di tuttociò che si riferiva all’ordine e alla disciplina.

I capitani prendevano ordini dal maggiore Cadorna, relativamente alla località dove dovevano condurre gli uomini, al loro riparto in questa, al lavoro, al riposo, ecc.

Non concorrevano a questi lavori i battaglioni d’avamposti, quelli che ne discendevano, quelli di stanza a Balaclava e quelli comandati all’Ospedale della Marina.

Erano pure provvisoriamente dispensati alcuni battaglioni che, per cause indipendenti dalla loro volontà, si trovavano addietro nella costruzione delle baracche, e qualche altro, per ragioni speciali, dovea dare 60 uomini invece di 80.

Oramai si temeva più l’inverno che il nemico. Come i lavori alle strade ordinarie per agevolare i trasporti d'ogni specie e le mosse dell'artiglieria aveano costituito i servizi di fatica delle nostre truppe in primavera e in estate, cosi i lavori della ferrovia li costituirono in autunno; e come assieme ai primi avevano progredito i lavori di fortificazione, finché tutte le opere progettate furono compite fino all'eleganza (75), cosi assieme ai secondi progredirono i lavori dei ricoveri, finché una città di graziose baracche che destava l’ammirazione degli alleati, sorse sul campo di Kamara.


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XXXIV

Spedizione di viveri e materiale per l'inverno. — Condizioni sanitarie in estate e in autunno. — Le truppe sotto i ricoveri.

Abbiamo parlato della grande spedizione di viveri, foraggi, oggetti di vestiario, di equipaggiamento e di arredamento avvenuta in giugno; un’altra, anche maggiore, ebbe luogo in autunno per provvedere ai bisogni del corpo di spedizione durante la stazione invernale. Da vari mesi, tutto compreso, e tenuto calcolo delle circostanze, non c’ era da lagnarsi del modo con cui procedevano i servizi amministrativi, e il merito ne risaliva specialmente al tenente colonnello Della Rovere. Vi era sempre, un giorno si e l’altro no, nel rancio della truppa la carne salata che nessuno mangiava, ma alternandosi con carne fresca e d’altronde essendo sufficiente la razione di riso o di pasta, e distribuendosi pure formaggio, lardo, caffè alternato con vino, e pane fresco alternato con biscotto; erano cessate affatto le lagnanze.

Spesso si variava la razione, perché ora era deficiente una derrata ora un’altra; ma siccome (salvo la carne salata) erano tutti generi graditi, le variazioni erano accolte con piacere anziché con rincrescimento.

'Queste parziali é temporanee deficienze dipendevano dall’irregolarità degli arrivi da Costantinopoli per mancanza di rimorchiatori. Sul Bosforo erano stabiliti magazzini che chiameremo di seconda linea. La Marmora avrebbe voluto tutto in Crimea; e fino dalla primavera, quando realmente in Crimea si pativa penuria, aveva insistito perché le navi recanti oggetti al Corpo di spedizione passassero davanti a Costantinopoli senza neppure fermarsi. Si era aderito al suo desiderio: ma, soddisfatti ì primi urgenti bisogni, si era visto che per mancanza di magazzini in Crimea le merci finivano per accatastarsi all'aria aperta e deteriorarsi. I magazzini sul Bosforo erano dunque una necessità, ma era pure una necessità avere a proprio servizio dei rimorchiatori per poter far giungere prontamente dai magazzini di seconda linea i generi che mancavano.

Si aggiunga che pure coi magazzini sul Bosforo, l’inconveniente delle merci accatastate all’aria aperta non era interamente evitato, sia per la difficoltà al punto di partenza di caricare le navi con un dato numero di razioni complete, sia per equivoci ed irregolarità forse inevitabili nel servizio. Si mancava, per esempio, di fieno, e giungeva da Genova una barca di biada; si mancava di riso, e giungeva da Genova una barca di pasta.

La cosa non avrebbe avuto inconvenienti se vi fossero stati in Crimea magazzini sufficienti per accogliere tutte le merci e ripartirle; o se, facendo quest’operazione a Costantinopoli, si avessero avuti i rimorchiatori necessari per i trasporti da Costantinopoli a Balaclava.

Ma questa dei rimorchiatori era una questione difficilissima, sia perché, come abbiamo già detto, francesi ed inglesi se li erano accaparrati quasi tutti, sia perché il Ministero trovava esorbitanti i prezzi, e lo erano realmente; perciò si scriveva e si riscriveva senza conchiudere

nulla. Una volta che si aspettavano due navi a vela, ferme a Costantinopoli per mancanza di vento, venne nell'idea al Ministero di scrivere a La Marmora che «si concertasse cogli alleati affinché gli dessero due piroscafi coi quali rimorchiare le due navi a vela.» La Marmora rispose con questa lettera caratteristica:

«L’idea di profittare dei rimorchiatori degli alleati è cosi semplice, che era venuta anche a me. Li ho chiesti fino dal principio della campagna, ma per quanto non ci dessero risposta negativa, non avemmo mai da loro un rimorchiatore.

«Siccome poi partono spesso vapori inglesi e francesi da Balaclava per il Bosforo, chiesi di esserne avvertito per imbarcarvi ammalati, convalescenti ed ufficiali in missione. Mi si disse di si, ma non mi si avverti mai. L’esperienza mi ha. provato a sazietà che bisogna fare da noi....

«Se il farlo costa qualche cosa di più, ci dà però una posizione indipendente, che ha un valore ben più rilevante di quello che possa avere l’economia ottenuta in altro modo..

«L’armata turca, quantunque in più occasioni abbia dato prove non dubbie di valore, e meriti perciò di essere tenuta in molto conto, è in uno stato di umiliazione che accora, solo perché dipende spesso dagli alleati per il suo mantenimento.

«Quest’esempio, che ho tutti i giorni sotto gli occhi, mi allontana dall'idea di porre in una simile dipendenza le truppe del mio paese.»

Questa risposta ottenne il suo effetto. Dopo poco tempo i rimorchiatori vennero.

Non seguiremo la spedizione di viveri e di materiale per l’inverno, cui abbiamo sopra accennato, nelle sue operazioni preliminari, nel suo viaggio e nel suo sbarco a Costantinopoli e a Balaclava. Diremo solo che l’invio si fece a più riprese, perché non vi era urgenza, epperciò con ordine. Cominciò in settembre e prosegui in ottobre; ne gli arrivi cessarono del tutto nei mesi successivi, perché o qualche nuovo bisogno sorgeva, o qualche provvista doveva avere il suo complemento. E oramai questi arrivi, tanto sul Bosforo quanto in Crimea, trovavano personale pratico e locali sufficienti; perché in Crimea non si era mai cessato di lavorare più o meno attorno ai magazzini, e sul Bosforo, dopo la battaglia della Cernaia, era avvenuto un mutamento completo a nostro riguardo. Ciò che prima ci si negava risolutamente, ora ci si concedeva con facilità, anzi quasi ci si offriva. Portentosi effetti della gloria delle armi! La Marmora stesso notò questo fatto e ne scrisse al Ministero:

«La condizione nostra mutò d’assai dopo il 16 agosto; questo si deve al buon volere del governo turco, all’impegno della legazione italiana e del comandante d’armi a Costantinopoli, nonché al favorevole concorso prestatoci dalle legazioni ed amministrazioni alleate.» Questo (aggiungiamo noi) sopratutto si doveva al valore dimostrato dai nostri soldati il 16 agosto.

Si profittò delle buone disposizioni del governo turco per allargarsi, specialmente in quanto riguardava il servizio sanitario. L’ospedale di Jeni-Koi fu portato a 1600 letti, e ne fu impiantato un altro di 200 letti a Kuteli; si aveva un locale di riserva a Stenia ed edifizi e terreni su altri punti del Bosforo, da servire come magazzini, depositi d’artiglieria, ecc.

L’allargamento degli ospedali era stato necessario perché, durante l’estate, le febbri tifoidee e malariche aveano infierito talmente, che pochi furono quelli che non ne vennero colpiti.. Si distribuiva chinino in gran quantità, e molti, dopo qualche' accesso, guarivano senza nemmeno entrare all’ospedale; contuttociò gli ospedali erano pieni; rare le morti; frequenti le reci; dive che riducevauo l’ammalato in condizioni da non potersi più reggere; sicché, per quanto rincrescesse togliersi uomini già in parte acclimatati e sostituirli con nuovi, e rincrescesse pure il disturbo e la spesa dei trasporti, pure frequenti convogli di rimpatrienti partivano da Balaclava o da Jeni-Koi e, dopo 12 o 15 giorni di mal di mare aggiunto agli altri patimenti, arrivavano a Genova come convogli di gente uscita di sepoltura. JIl che produceva la più penosa impressione.

A questi convogli di rimpatrienti facevano riscontro altri convogli di partenti per la Crimea. Il 21 ottobre, sbarcarono a. Balaclava 25 ufficiali e 963 uomini di truppa; il 5 novembre, 15 ufficiali e 773 uomini di truppa, e nel giorno seguente 20 ufficiali e 662 uomini di truppa. Gli uomini giungevano dai rispettivi reggimenti già assegnati ai loro battaglioni in numero uguale per ciascun d’essi (103 a 104 per ogni battaglione provvisorio di fanteria e 63 per quelli dei bersaglieri). Coll’arrivo dei rinforzi il Corpo, che il 20 ottobre disponeva di 14.410 uomini su 16 791 effettivi, il 10 novembre aveva 15.825 disponibili con 18.796 d’effettivo.

Venuti i primi freddi, diminuirono, anzi quasi cessarono le febbri malariche; ma saltò fuori, coll’umidità, una malattia nuova: lo scorbuto.

Le baracche per uffizi ed ospedali, chieste dal La Marmora fino dal mese di luglio e le tende coniche per sostituire quelle guaste, tardarono molto ad arrivare; anzi le tende, al 1° di novembre, non erano ancora arrivate. Ma a quell'epoca le nostre truppe si erano già accomodate cosi bene sotto le loro capanne, che non sentivano più bisogno di tende. Ecco alcuni brani di un rapporto del La Marmora al Ministero, sotto la data appunto del 1° novembre:

«Sapendo che tende e coperte non sarebbero arrivate cosi presto (siamo già a novembre e ancora non le abbiamo) ne potendo lasciare più oltre i soldati sotto l’unico riparo delle tende, studiai, come già dissi, di ricoverarli in altro modo». Qui il La Marmora descrive le capanne semi-sotterranee, di cui abbiamo già parlato, aggiunge che ciascuna ha il suo caminetto, che tutte sono disposte con ordine e simmetria come le case di Torino e che il soldato vi sta sotto egregiamente. Accennando al fatto che il modello di queste capanne fu preso dai turchi, La Marmora dice: «Abbiamo copiato migliorando.»

Indi continua: «I ricoveri sono terminati per tutti i battaglioni che non furono frastornati dal lavoro, per gli altri siamo già molto avanti e all’evenienza vi sarebbe ricovero per tutti. Attualmente si lavora per mettere al coperto i cavalli e si è già a buon punto. Dunque le tende per ora non sono necessarie e siccome le capanne sono molto calde, così per ora non occorrono nemmeno le coperte. Dico per ora, perché in guerra non si può far calcolo di star sempre nello stesso posto. Le mandino dunque a Costantinopoli per averle pronte al bisogno.»

In un rapporto posteriore (14 novembre) La Marmora si mostrava anche più soddisfatto. Crediamo utile il riportare alcuni brani anche di questo, perché niente varrebbe meglio a porre sott’occhio in quali condizioni le nostre truppe si apprestavano a svernare in Crimea.

«È piovuto, ma siamo tutti al coperto in capanne ed anche in case di muratura, che si fecero fabbricare ai soldati, pagandoli. Ogni battaglione ed ogni frazione di truppa ha ricevuto una delle baracche di Marsiglia.

«Esse sono destinate ad uffìzio e sala d’istruzione pei sottufficiali, a sala di riunione e mensa per gli ufficiali.

«Abbiamo anche cucine coperte con legnami tagliati nelle vicinanze. Gli stati maggiori hanno casette in muratura e baracche di Marsiglia. Tutti i cavalli sono al coperto in scuderie, parte in muro e parte in terra, con graticci e legname tagliato, qui e con quello venuto da Genova.

(1; Qui si parla pure di coperte, ma convien ritenere che si trattasse di coperte di supplemento, perché fino dai primi di settembre troviamo che venne fatta distribuzione di una coperta per ogni uomo di truppa e due per ogni ufficiale.

«Abbiamo 84 baracche per malati, infermieri, alloggi di medici, suore di carità, farmacie, magazzini e via dicendo. In totale abbiamo disponibili, qui in Crimea, 1600 letti per ammalati.

«I magazzini delle sussistenze sono pure forniti di grandi tettoie e baracche minori, per depositare e distribuire i viveri al minuto; i depositi di biscotto, foraggi, avena sono in grandi mucchi, ma pur essi coperti. Fra i magazzini e gli ospedali circolano strade.

«Si debbono per questo i maggiori elogi al corpo del genio.

«Spero che, colle scorte di viveri e di vestiario già qui esistenti e con quelle che verranno, le nostre truppe potranno svernare senza le incredibili sofferenze che, per circostanze le quali impedirono simili precauzioni, ebbero a soffrire le truppe alleate nello scorso inverno 1854.»


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XXXV

Arrivo di complementi in Crimea. Servizio di avamposti e lavori nella fredda stagione. Vita del campo. — Piccole sorprese.

Nella seconda metà di ottobre ed in tutto novembre, non solo mancano operazioni di guerra degne di nota, ma le stesse ricognizioni divennero rade e insignificanti. Tra le due coste della rada di Sebastopoli continuava il cannoneggiamento, ma soltanto per abitudine; sulla linea di osservazione i francesi si movevano da una posizione all’altra, ma soltanto per irrequietudine.

I corpi francesi che avevano maggiormente sofferto per malattie o per combattimenti ricevevano il cambio; gli altri ricevevano i rinforzi necessari per essere portati al completo. Gli inglesi, che non avevano truppe sufficienti per dare il cambio, si contentavano d’inviare complementi come facevamo noi. I turchi continuavano a partire alla spicciolata per l’Asia. Francesi ed inglesi, per la memoria delle sofferenze del passato inverno, lavoravano anch’essi attivamente a costrursi i ricoveri, e quelli dei sardi servivano di modello.

Questi lavori, e più. ancora l’arrivo dei rinforzi e il cambio di intere divisioni francesi, avrebbero dovuto far credere alla durata della guerra. Tuttavia, da qualche tempo, vi era un presentimento generale che la pace fosse vicina, e questo presentimento influiva non poco sul languore delle operazioni. Di tanto in tanto, qualche disertore russo, qualche informazione incompleta, lasciavan credere ai preparativi del nemico per un prossimo attacco, e le truppe alleate per un momento si agitavano, poi tutto ricadeva nel languore di prima.

Il 26 d’ottobre il generale MacMahon scriveva al generale La Marmora: «Un disertore russo arrivato questa mattina mi reca la voce diffusa nell’esercito russo che un attacco contro noi debba aver luogo domani. Nello stesso tempo, il disertore mi fa sapere che i russi hanno costrutto dei ponti portatili per passare la Cernaia, come hanno fatto il 16 agosto. Queste notizie concordano colla riunione di truppe russe ad ora insolita sull’altipiano, che è stata osservata quest’oggi.»

In seguito a questo avvertimento La Marmora prese per l’indomani le opportune disposizioni, ma non vi fu nulla ne quel giorno, ne i giorni appresso. Il curioso poi si è che i francesi, in pratica, dimenticavano spesso quelle precauzioni che in guerra e davanti al nemico paiono indispensabili per la sicurezza del campo. Non di rado nei loro cambiamenti di dislocazione un reparto abbandonava il posto prima che l’altro venisse a sostituirlo; nelle partenze dei turchi per l’Asia, i comandanti francesi dei posti vicini non si curavano mai di guardare se lo sgombro di una posizione da parte dei turchi lasciasse scoperto qualche punto delle posizioni loro o delle nostre e talora avvenne che vi provvidero i piemontesi per sé e per gli alleati.

«Dopo che le truppe ottomane hanno sgombrato le posizioni di Alsu (scrive al generale La Marmora il generale Durando, comandante la 1 divisione) mi era nato il sospetto che il corso della Cernaia, dalla dritta della nostra 3(1) brigata al villaggio di Alsu, non fosse convenientemente sorvegliato. Ho inviato un ufficiale di questo stato maggiore, ed egli ha verificato che la cosa è realmente come io sospettava.» La lettera continua enumerando le posizioni e le strade che avrebbero dovuto essere sorvegliate e conchiude: «le batterie e i trinceramenti costrutti dai turchi sono ora deserti e la Cernaia, dal mulino di Alsu fino a Karlowka, non è menomamente guardata. I francesi occupano Alsu, (76) ma non danno neppure un’occhiata sulla loro sinistra.»

In seguito a questa lettera del generale Durando (a margine delia quale è scritto: «il generale in capo provvederà a voce»). si presero gli opportuni concerti con i comandanti delle truppe francesi sulla nostra sinistra e sulla nostra destra, per’ determinare esattamente i confini della zona di osservazione che spettava a noi e delle zone che spettavano alle truppe francesi; ma anche dopo questa determinazione, noi, per essere sicuri, dovemmo fare il servizio d’avamposti, non solo per noi, ma anche un poco per loro.

Non entreremo nei particolari delle misure prese per questo servizio durante la stagione invernale. Le vedette e le sentinelle più esposte ai venti furono ritirate, tanto più che il timore di attacchi improvvisi diminuiva ogni giorno. Le piogge avevano ridotto in tali condizioni le strade nel terreno interposto, che i russi non avrebbero potuto avanzarsi di notte con le artiglierie come avevano fatto il 16 agosto; i piccoli posti si collocarono in posizioni possibilmente riparate. Per le gran guardie si costrussero ricoveri. Con tuttociò la sorveglianza fu sempre attivissima. La memoria del pericolo che il 16 agosto si sarebbe corso dormendo, e della gloria acquistata vigilando, faceva il suo effetto.

Il servizio di avamposti e quelli del campo e (quando era bel tempo) i lavori alle strade e specialmente alla ferrovia, i perfezionamenti alle baracche degli ospedali, gli abbellimenti a quelle degli stati maggiori, costituivano il da fare delle nostre truppe; quando il tempo era cattivo, s’intanavano nei loro ricoveri, facendovi una vita assai monotona. Perciò mancherebbe materia al nostro racconto, se non fosse utile narrare alcuni episodi della vita campale, che in quell’accampamento specialissimo acquistavano una singolare importanza.

Il 2 novembre, il generale in capo e buon numero di ufficiali d’ogni grado si riunirono intorno alla cappella del campo per sentire la messa dei morti. «Questa messa (si legge nel diario del tenente colonnello Saint Pierre) costituiva un vero atto di devozione, giacche non era obbligatoria, ma chi non ha qualche morto per cui pregare? Per me, alla prima orazione del prete mi sentii commosso fino alle lagrime, perché mi si ripresentavano alla memoria tutti coloro che mi furono cari e che ricorderò per sempre.»

L’11 novembre, giorno di San Martino, era domenica ed era, per di più una bella giornata. Se ne colse l’occasione per passare in rivista le truppe che, da varie settimane, occupate nei lavori dei ricoveri e delle strade, non erano più state sotto le armi.

Fu una rivista bella e imponente. Le truppe erano sotto gli ordini del generale Giovanni Durando. Le passò in rivista il generale La Marmora, accompagnato dal generale Codrington (che aveva assunto il comando in capo dell’armata inglese invece del generale Simpson) e da circa 250 ufficiali, quasi tutti appartenenti alle armate alleate.

Finita la rivista, cominciò lo sfilamento, quando eccoti apparire da lunge il generale Pélissier. Non si tosto La Marmora, lo vide, fece sospendere il movimento, perché potesse assistervi anche lui. Le truppe facevano bellissima figura. Esse, dedotti i distaccamenti lasciati agli avamposti e ai vari servizi del. campo, salivano ancora a quasi dodici mila uomini. Le lodi dei generali alleati dovettero essere molte, perché La Martìaora ne“ restò assai contento e ne scrisse al Ministero: «Ho la soddisfazione di riferire che il contegno e la tenuta delle truppe meritarono gli elogi di tutti.»

Lo stesso giorno il generale Pélissier impose il nome di. batteria Montevecchio ad una batteria francese vicina alle nostre posizioni, sul pendio dell’altura al cui piede il generale Montevecchio era stato mortalmente ferito.

Il 15 novembre una terribile esplosione mise sossopra tutti gli accampamenti e recò gravissimi danni ai francesi e agl’inglesi. Era scoppiato tra il campo degli uni e quello degli altri un grande deposito di polvere e di proiettili. Centinaia di bombe, granate e scatole di metraglia furono lanciate in tutte le direzioni. I francesi ebbero circa 200 fra morti e feriti; 100 gl’inglesi. L’incendio si appiccò a varie baracche e si temette per un momento che altri depositi saltassero in aria; ma, grazie alla prontezza con cui si lavorò, questo nuovo danno fu evitato. Anche la nostra artiglieria da piazza accorse con due pompe. Inglesi e francesi si diedero reciprocamente la colpa dello scoppio, ma sembra che la causa sia dovuta alle polveri avariate dei francesi. «Giacché il disastro doveva accadere (dice il tenente colonnello Saint Pierre) è meglio che sia accaduto ai francesi; cosi se ne parlerà di meno.»

Il giorno seguente presero fuoco le baracche inglesi vicine al nostro ospedale e distanti pochi passi dal magazzino a polvere di una batteria. La nostra guardia all’ospedale, appartenente al battaglione del 17° fanteria, accorse prontamente e ad essa si deve se l’incendio fu spento senza gravi danni.

La notte del 30 novembre si scatenò un violento uragano che sconvolse nei campi tende e baracche e produsse avarie ai bastimenti nel porto di Balaclava. I ricoveri mezzo interrati resistettero. Nei giorni seguenti continuò neve e pioggia a diluvio; i trasporti divennero difficilissimi; solo il foraggio continuò ad essere trasportato coi carri; tutti gli altri trasporti si fecero per molti giorni a dorso di mulo.

Il lavoro della ferrovia, per conto nostro, era terminato, ma gl’inglesi avevano da mettere le rotaie; oltracciò, fatti i calcoli opportuni, si era conchiuso che le macchine venute appositamente dall'Inghilterra non avrebbero avuto la forza necessaria per superare certe pendenze. Perciò il progetto primitivo venne modificato nel senso che le rotale fossero collocate solo nel primo tratto, per la lunghezza di due chilometri e mezzo, e nel rimanente le traversine fossero collocate molto vicine le une alle altre, con ghiaia negl’intervalli, in modo che i vagoni potessero essere trainati dai cavalli.

Al punto dove terminava la strada ferrata, si cominciò nei primi di dicembre la costruzione di baracche per servire da stazione e da magazzini. Negli intervalli di buon tempo le nostre truppe uscivano all’aperto e attendevano a questi lavori; quando ricominciava la neve o la pioggia rientravano nelle loro tane, in ciascuna delle quali era acceso un buon fuoco.

L’8 dicembre, un reggimento russo sorprese gli avamposti francesi. Esso non aveva probabilmente altro scopo che di faro una bravata o, come dissero i nostri, di dare una lezione ai francesi per insegnar loro a fare il servizio di avamposti. La. sorpresa riuscì, ma costò un poco cara a chi la fece.

Il reggimento russo, partito il 7 dalla valle del Belbek, sera fermato la notte a metà strada e a punta di giorno aveva, circondato un posto francese di una ventina d’uomini e l’avea. fatto prigioniero; poi, incoraggiato da questo successo, avea tentato di ripetere l’operazione contro un villaggio dove i francesi si trovavano accantonati. Ma la cosa non potè farsi così rapidamente che l’allarme non corresse su tutta la linea, francese. Quei del villaggio si difesero, da ogni parte giunsero pronti soccorsi e i russi dovettero ritirarsi lasciando sul terreno forse più morti e feriti dei prigionieri che avevano fatto e già spedito innanzi come trofei.

Quest’avventura, narrata chi sa come agli avamposti russi, invogliò un distaccamento di cosacchi a ritentare la prova contro di noi. Lo si vide la mattina del 10 avanzarsi lungo il pendio del monte Zig-Zag, contro il nostro piccolo posto (un drappello di cavalleria); ma questo si avanzò rapidamente loro incontro e dietro ad esso un drappello di fanteria. Quando se ne accorsero, i cosacchi disparvero.


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XXXVI

Partenza di La Marmora dalla Crimea. — Nostre condizioni rispetto agli alleati. — Rigidità della temperatura e provvedimenti. — Apertura della ferrovia. — Encomi. — Episodi della vita campale.

Il. 18 dicembre s’ebbe una gran novità: un ordine del giorno annunziò la partenza del generale La Marmora dalla Crimea:

«Dovendo io, per ordine del Re, allontanarmi per poco tempo da questo Corpo di spedizione, ne rimetto il comando al tenente generale Giovanni Durando, già comandante la 1 divisione. Il maggior generale Fanti, continuando nel comando della 3(a) brigata, assumerà internalmente quello della 1 divisione.»

Lo stesso giorno La Marmora s’imbarcò a, Kamiesch per Genova, conducendo seco il capitano Avet e il tenente Balbo. Da Genova proseguì poi per Torino, indi per Parigi. Lo scopo del suo viaggio era ad un tempo politico e militare, essendo egli stato chiamato per conferire, sia intorno ai patti di una possibile pace, sia intorno al piano di una eventuale continuazione della guerra.

Le congetture dei nostri ufficiali su questa partenza furono infinite e non le riferiremo. I lavori, i servizi, la vita del campo continuarono alla stessa maniera.

Prima di partire, La Marmora avea avuto occasione di scrivere al Ministero una delle solite lettere per persuaderlo a non mettere il comando delle truppe in Crimea nella necessità di chiedere qualche cosa agli alleati. Zliova riportarne un brano:

«Lo ripeto ancora una volta; il domandare ed ottenere somministranze dai nostri alleati ci pone in condizione di dipendenza verso di essi, e rinforza l’idea, che pur troppo esiste in alcuno, che la posizione nostra non sia già da eguale ad eguale colla Francia e l’Inghilterra, ma bensì che il corpo si trovi agli ordini d’una di queste. E dacché il paese fa il sacrifizio in uomini e denaro che questa guerra gli costa, è duro assai che, per cose accessorie e proporzionatamente di poco rilievo, una tale opinione possa regnare.

«Fu necessaria fin qui molta prudenza, e dirò anche una linea di condotta ben ponderata e costante, per riuscire ad ottenere fra le due armate una posizione di eguale indipendenza e confesso che mi rincresce di dover far passi che possano modificare questa posizione.»

La Marmora avea ragione di dire d’essere riuscito ad ottenere fra le due armate una posizione di eguale indipendenza. Se all’arrivo del nostro Corpo di spedizione in Crimea e nei primi mesi successivi esso apparve agli occhi dei francesi quasi un ausiliario del corpo inglese, e se gl’inglesi specialmente avevano quest’opinione, a poco a poco gli uni e gli altri si avvezzarono a considerarci assolutamente da pari a pari. Segni esterni di dipendenza non ce n’erano mai stati, ma a poco a poco ne svanì anche l’idea. E questo fu merito specialmente

della condotta accorta e dignitosa serbata in ogni circostanza dal La Marmora, secondato in ciò mirabilmente da tutti gli ufficiali e diremmo anche dalla truppa, quasi per sentimento. A coronare poi l’opera si era aggiunto il valore mostrato alla Cernaia.

Abbiamo notato in principio che le partecipazioni, le quali importavano movimenti di truppa, concorso a qualche operazione e simili, pervenivano a La Marmora in via amichevole da Pélissier, e d’uffizio dal comando inglese. Dopo i primi mesi non troviamo più questi duplicati; anzi non troviamo più inviti di sorta, perché le cose, che potevano riguardare anche le nostre truppe, si decidevano in consigli a cui La Marmora assisteva da pari a pari cogli altri comandanti; uscito dal consiglio, disponeva per la sua parte come gli altri disponevano per la loro. Cosi, per esempio, non si trova ne ordine ne invito per il concorso della brigata Cialdini all’assalto di Sebastopoli. La stima e la simpatia personale che Là Marmora aveva saputo ispirare ai colleghi, entravano certo per molto in questo rialzo del nostro prestigio, in questo rispetto della nostra suscettibilità.

Quanto alla truppa, abbiamo notato la freddezza degl’inglesi verso i nostri quando arrivarono in Crimea; si passava dappresso ai loro accampamenti senza che neanche mostrassero di accorgersene. Qui dobbiamo dire che dopo la battaglia della Cernaia questa freddezza cessò; quando i nostri soldati passavano vicino agli accampamenti inglesi erano salutati da grida: viva la Sardegna. Coi francesi non erano necessari complimenti, perché la somiglianza di carattere e la facilità d’intendersi li avea fatti vecchi amici fino al primo giorno; questo spirito di cameratismo era poi cresciuto dopo essersi visti reciprocamente alle prove ed anche perché le ottime relazioni tra ufficiali influivano su quelle della truppa.

Tale era la nostra posizione morale quando La Marmora lasciò la Crimea, e tale si mantenne.

La lettera, di cui abbiamo sopra riportato un brano, La Marmora la scrisse a proposito dei legni da trasporto e dei rimorchiatori i quali, a scopo di economia, il Ministero si ostinava, a consigliare che si richiedessero agl’inglesi. Ministero e comandante di truppa, ambedue consideravano la cosa dal loro punto di vista e forse esageravano ambedue. Ad ogni modo La Marmora aveva appena lasciato la Crimea che il ministero annunzio al nuovo comandante l’intenzione di licenziare, perché costavano troppo, i due rimorchiatori Sardegna e Lombardo da qualche tempo presi a servizio, e licenziolli infatti alquanto più tardi. Bisogna però soggiungere che allora il bisogno di essi non era più tanto sentito, come quando La Marmora urgentemente li reclamava.

Frattanto il freddo era divenuto intenso; alle piogge dei primi di dicembre era susseguita una tramontana gelata. Il 19 del detto mese il termometro all’aperto nel campo di Kamara scese a 18 centigradi sotto zero; agli avamposti sul monte Zig-Zag scese fino a 21. Le truppe sotto i ricoveri, davanti a un buon fuoco, quasi non se ne accorsero; ma quelle agli avamposti soffrirono moltissimo; varie sentinelle e vedette ebbero le mani e i piedi gelati. Il rapporto del maggiore Castelli, comandante in questo giorno il battaglione del 10° reggimento fanteria agli avamposti, dice: «Nulla di rimarchevole rispetto al nemico, ma debbo fare la relazione che, per l’intensità del freddo sofferto, vari soldati ebbero dolori ai piedi ed alle mani ed alcuni di sentinella furono trasportati quasi colle gambe gelate da non potersi più reggere in piedi.»

Lo stesso accadde al battaglione dell'11°, comandato agli avamposti sul monte Zig-Zag il giorno appresso; lo stesso e peggio alle vedette e piccoli posti di cavalleria. Questi casi di congelamento non presentavano gravità; soltanto un soldato fu condotto all’ospedale; gli altri furono curati presso i corpi e tutti guarirono, ma la guarigione richiese moltissimo tempo.

Già da qualche tempo era cominciato per le truppe in avamposti la distribuzione di una razione di acquavite, si aggiunse un poco di rhum per quelli che montavano di sentinella, si tenne il caffè caldo per quelli che ne scendevano, si diminuì ancora il numero delle sentinelle, si ridusse a 18 uomini il drappello di cavalleria in avamposti. Contemporaneamente si distribuirono alle truppe farsetti a maglia e calze di lana; ma pare che una parte di questi oggetti fosse stata lasciata, con poca previdenza, nei magazzini di Costantinopoli, perché la distribuzione potè essere completata soltanto il 3 di gennaio. In questo giorno furono pure distribuiti 200 paia di guanti di feltro per ciascun battaglione di fanteria, ed un numero corrispondente per ciascun reparto delle altre armi.

«Oltre gli oggetti sovraindicati (dice il diario del quartier generale principale) l’amministrazione francese cedette alla nostra 300 paletot foderati di pelle di montone e destinati alle sentinelle.» Benché il diario non lo dica, s’intende che furono ceduti mediante pagamento.

Il 6 gennaio venne per la prima volta messa in attività la ferrovia da Balaclava alla stazione di Moncalieri. Erano stati cosi battezzati i magazzini costrutti al punto dove terminavano. le rotaie. Siccome la ferrovia non era potuta arrivare fino a Kamara, cosi, sottintendendo che l’accampamento fosse Torino, si disse ch'era arrivata soltanto fino a Moncalieri e questo nome restò alle baracche.

Però le locomotive provvisteci dagli inglesi non funzionavano e, se si volle usufruire la ferrovia, bisognò attaccare ai vagoni i nostri cavalli.

Il 14 gennaio cominciarono presso i magazzini di Moncalieri le distribuzioni dei viveri e foraggi alla truppa. Questo fece si che il trasporto dei viveri riuscisse meno faticoso, ma quel tratto di strada che non aveva rotale si ridusse cosi presto, per le piogge, in cattivo stato, che i carri potevano passarvi a stento e i trasporti dovevano farsi quasi tutti con bestie da soma.

I lavori della ferrovia e della strada in prosecuzione erano stati diretti, come abbiamo detto, dal maggiore Cadorna; ora il 22 gennaio il comandante in capo pubblicò per il medesimo, il seguente encomio:

«La ferrovia da Kadikoi ai magazzini detti di Moncalieri e la strada da questo fino alla strada Woronzof essendo terminate, il generale in capo si crede in dovere di dimostrare al maggiore Cadorna la sua soddisfazione per l’abilità e Io zelo con cui diresse siffatti lavori.»

Pochi giorni prima era stato letto un altro ordine del giorno con cui si comunicavano gli encomi del Ministero per la costruzione dei ricoveri, dei magazzini, ospedali e di quanto occorreva al Corpo di spedizione, specie nella stagione invernale; lavori eseguiti con intelligenza e relativa sollecitudine, non ostante il servizio di sicurezza ed altri imposti dalle circostanze. «Il Ministro m’incarica (diceva il generale in capo) di compartire encomi ai comandanti di corpo, agli ufficiali loro dipendenti ed alla truppa, che, con instancabile buon volere, con tanta abnegazione, abilità e intelligenza, seppero'eseguire questi giganteschi lavori, mercé i quali il Corpo di spedizione si trova ora provvisto di ripari per gli uomini contro le asprezze del clima e di buonissimi magazzini per quanto occorre al corpo stesso.»

Cosi passò Natale e il primo dell’anno, senza che le truppe, intanate quasi, se ne accorgessero. Di operazioni di guerra, da qualche tempo, non ve n’era neppure l’ombra. Si era sospeso perfino il servizio delle pattuglie. Lo stesso da parte dei russi. La condizione delle strade rendeva una sorpresa in grande assolutamente impossibile, ma non erano impossibili le piccole sorprese da una parte e dall’altra. Appunto il primo dell’anno i francesi resero ai russi quella da essi fatta a loro danno l'8 dicembre: partirono di notte, circondarono a punta di giorno un loro piccolo posto, lo fecero prigioniero e in tutta fretta si ritirarono.

Di tanto in tanto fra le due sponde della rada di Sebastopoli s’apriva un cannoneggiamento che durava qualche ora, ma era quasi innocuo, come un esercizio di tiro. I russi talvolta aprivano il fuoco anche contro la linea di osservazione, ma da distanze impossibili. Non ci si badava neppure; i nostri dicevano: i ru§si tirano, domani sarà bel tempo.

Dal canto loro gli alleati si divertivano a far saltare i docks e i forti a mare di Sebastopoli. Contro i docks specialmente si adopravano gl’inglesi. Un gran saltamento in aria dovea aver luogo l'8 gennaio. Gl’inglesi aveano fatto molti inviti per assistere allo spettacolo. Il fuoco doveva essere comunicato per mezzo di macchine elettriche. All'ora stabilita si comandò il fuoco con grande solennità, ma si aspettò invano lo scoppio. Le macchine elettriche non funzionarono, precisamente come le locomotive che gl’inglesi ci aveano dato per la nostra ferrovia. Non diremo i frizzi degli ufficiali francesi ed anche un poco dei nostri; sorridevano perfino i turchi.

Due giorni dopo le macchine fecero il loro dovere, ma senza spettatori.

Meglio riuscì, qualche tempo appresso, ai francesi il saltamento dei forti S. Alessio e S. Nicola. Anche qui numerosi invitati assistevano dall’anfiteatro delle colline soprastanti. All’immensa esplosione si riscossero i russi dall’altra sponda ed aprirono un fuoco d’inferno. Gli alleati ritirandosi, dissero che erano gli applausi.

Altro fuoco, altri spettacoli erano gl’incendi che scoppiavano nei baraccamenti di questi o di quelli, ed i nostri soldati facevano da pompiere per tutti, perché erano sempre i più pronti ad accorrere, i più zelanti ed abili a smorzare. Uno ne scoppiò la notte dal 20 al 21 gennaio nelle baracche del bazar di Kadikoi, che venne arrestato dagli zappatori del. genio, dall’artiglieria da piazza, dal battaglione di fanteria distaccato a Balaclava e da pochi carabinieri che, essendo di ronda, per i primi se ne accorsero. Queste truppe fecero prodigi per arrestare il fuoco, che, senza l’opera loro, non solo avrebbe bruciato tutto il bazar, ma si sarebbe comunicato ai magazzini della nostra intendenza.

A proposito di quest’incendio, crediamo utile riprodurre un brano del diario del tenente colonnello Saint Pierre.

«I francesi e gl’inglesi mandarono alcuni distaccamenti di soldati a mantenere l’ordine, ma essi avrebbero fatto meglio a restare dov'erano, invece di venire a dare lo spettacolo dell’ubriachezza e del furto in tale momento. Noi abbiamo l’abitudine di considerare il nostro soldato come proclive al furto, ma in paragone dei soldati alleati, egli può aspirare al premio della virtù.

«I mercanti del bazar ci dimostrarono la loro riconoscenza inviando al quartier generale una deputazione che offriva, in termini convenienti, di ricompensare i nostri servizi; all’incontro la stessa deputazione sporse querela, contro i francesi e gl’inglesi di guardia in quell’occasione, i quali hanno derubato i mercanti e particolarmente contro i policemen inglesi, che volevano sottoporre a ricatto i mercanti non danneggiati dal fuoco. L’autorità inglese procede energicamente contro costoro. Il fuoco fu in gran parte spento e soffocato con mota, liquida; ma ciò riesciva assai difficile dove scorreva il rhum, uscendo dai barili rotti o bruciati.»

Fu egualmente smorzato dai nostri soldati un incendio, noni meno pericoloso pei nostri magazzini, sviluppatosi il 18 marza nelle, baracche degli operai inglesi presso Balaclava. Accorsero immediatamente gli zappatori del genio, l’artiglieria da piazza, e gli equipaggi della Costituzione e del Des Genevs; gl’inglesi che si trovavano dentro erano tutti ubbriachi fradici e 19 morirono, malgrado gli sforzi fatti dai nostri per salvarli. L’incendio fu spento dagli zappatori del genio; le altre truppe accorse furono poste di guardia ai nostri magazzini, per difenderli non solo dal fuoco, ma dai ladri.

Un terzo incendio si sviluppò l'11 aprile nel nostro ospedale, un quarto, il 27 detto, nuovamente nel bazar di Kadikoi, per tacere di altri minori. La causa n’erano i grandi fuochi che si accendevano per il freddo e la poca prudenza con cui si governavano.


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XXXVII

Condizioni sanitarie nell’inverno. — Voci e desiderio di pace — Armistizio. — Ritorno di La Marmora in Crimea.

Nella seconda metà di gennaio la temperatura fu variabile; dopo alcuni giorni di vento da sud e di temperatura mite, ripigliò la tramontana gelata, ma le nostre truppe, ben riparate nei ricoveri, e ben coperte di panni, poco ebbero a soffrirne; non si avvertirono più casi di congelamento.

Nei primi di febbraio le condizioni atmosferiche migliorarono d’assai; si cominciò ad uscire volentieri dalle tane; ad aggirarsi negli accampamenti. La neve era scomparsa, ma v’era fango dappertutto; molte baracche danneggiate, le strade inservibili. Si ordinarono i relativi lavori di riattamento, che le truppe, oramai riposate, anzi stanche dell’ozio, impresero molto volentieri.

Esse avevano ottenuto un’altra vittoria; avevano sconfitto in altro nemico, il cui arrivo qualche mese prima era aspettato con terrore; sapevano che il freddo poteva tornare e tornò in fatti; ma il peggio era passato. E poi s’era visto che sotto i ricoveri si stava caldo e che, ben coperti, si poteva resistere anche agli avamposti. Ogni apprensione, a questo riguardo, era svanita.

Le condizioni sanitarie, migliorate in autunno, aveano peggiorato naturalmente in inverno; gli ospedali erano pieni, ma non di ammalati gravi. Le affezioni predominanti erano quelle degli organi respiratori, coll’aggiunta di 80 a 100 ammalati di scorbuto. La causa di questo morbo era probabilmente l’umidità dei ricoveri, impossibile ad evitarsi; altri vogliono aggiungervi l’uso della carne salata che i soldati cominciavano a mangiare, forse perché col freddo era meno nauseante; ma questa era alternata con carne fresca e il resto della razione era buono e abbondante, benché spesso la deficienza di un genere o dell’altro e talvolta il consiglio dei medici la facessero variare.

Come bevanda igienica contro lo scorbuto, gl’inglesi distribuivano ai loro soldati acqua mescolata con buona dose di rhum e di acido citrico; bevande simili si distribuivano ai nostri, ma. pare che quella degl’inglesi fosse migliore e più efficace; probabilmente anche più costosa.

La media dei nostri ammalati, fra gli ospedali di Crimea e quelli di Jeni-Koi fu, durante l’inverno, di 60 a 70 ufficiali e 1700 a 1800 uomini di truppa; in qualche documento è notato ch’era inferiore a quella degli alleati; la cosa è possibile, ma non da far meraviglia, perché gli alleati avevano ancora molti feriti; vi si aggiunga che gli alleati potevano essere meglio nutriti, ma nessuno aveva ricoveri migliori dei nostri.

Anche i russi erano usciti dai ricoveri e si facevano vedere sulle alture, ma non poteva dirsi per questo che fossero ricominciate le operazioni di guerra. Il 19 febbraio un drappello di 100 a 150 cosacchi si avanzò sulle alture che sovrastano a quella dello Zig-Zag, ma appena i nostri fecero atto di muoversi, tosto quei cosacchi si ritirarono. Lo stesso gioco vollero ripetere tre giorni appresso, verso KardonaBell, dove stavano i francesi; ma questi gl’inseguirono e presero loro un prigioniero, il quale raccontò che i russi avevano passato l’inverno forse peggio degli alleati, non tanto per il freddo, a cui erano assuefatti, quanto per la penuria di viveri, che non potevano giungere stante il deterioramento delle strade. La via del mare, che univa gli alleati alle madri patrie, era più facilmente percorribile e relativamente più breve che quelle di terra che univano l’accampamento russo coll’interno dell’impero.

A proposito dell’approvvigionamento dei russi noteremo una. particolarità: le derrate giungevano su rozzi carri di legname greggio, tirati da tre o quattro paia di buoi. Di questi carri nulla tornava indietro; le derrata andavano al magazzino, i buoi al macello e i carri, disfatti, al fuoco.

Nei campi degli alleati, quando il tempo era bello, si facevano delle gran riviste e sfilamenti in Sparata, invitandosi reciprocamente ad assistere allo spettacolo. Il 24 febbraio il generale Pélissier e il generale Durando, coi rispettivi stati maggiori e gran numero di altri ufficiali francesi e piemontesi, assistettero ad una rivista dell’armata inglese, passata dal generale Codrington. Le truppe marciarono bene; il loro aspetto specialmente per quello che riguarda la tenuta, era splendido; gli spettatori ne furono meravigliati. I francesi però osservarono malignamente che non erano cosi belle ne avevano marciatocosi bene il giorno dell’assalto di Sebastopoli. I nostri si contentarono di dire che quelle truppe erano in ottimo stato per l’abbondanza in cui si trovavano d’ogni cosa.

Frattanto inglesi e francesi avevano cominciato l’imbarco non solo dei cannoni presi a Sebastopoli, che inviavano in patria come trofei, ma pure dei propri cannoni d’assedio colle relative munizioni. Quantunque, per se stessa, questa operazione d’imbarco nulla significasse rispetto alle probabilità di pace o di guerra, perché i cannoni di grosso calibro, venuti per mare, non avrebbero potuto strascinarsi appresso alla truppe, se queste avessero dovuto avanzarsi nell'interno, mentre d’altra parte avrebbero potuto essere necessari altrove, pura ciò faceva l’impressione di essere la fine della guerra; almeno era certo la liquidazione degli accampamenti. 0 pace o guerra, tutti si aspettavano cose nuove, e non saremmo veraci se non dicessimo che l’immensa maggioranza dei nostri ufficiali e soldati desiderava di ritornare in patria, a cui non solo li legavano tante care memorie, ma il cui desiderio era acuito dal contrasto tra la vita in Italia e quella in Crimea. La vita in Crimea, per quanto si facesse, non era ne lieta ne bella, e la mancanza delle relazioni sociali che in patria erano abbellite dai piaceri della civiltà e dalla presenza della donna, dopo quasi un anno cominciava a pesare enormemente e rendeva più grave la nostalgia.

Da tutti si parlava di pace come di cosa sicura e imminente; nessuno diceva di desiderarla, ma la vivacità del desiderio traspariva dalla sicurezza con cui si diceva imminente. Le notizie dei giornali francesi ed inglesi, aspettati con ansia e letti avidamente erano contradditorie. Intanto, nell’ultima decade di febbraio, era ricominciato il cattivo tempo; la notte dal 22 al 23 scoppiò nel Bosforo un forte uragano; vari bastimenti andarono perduti, i nostri legni da guerra Governolo, Monzambano, Malfatano e Beroldo soffrirono avarie. Tutti pensavano: che cosa si aspetta? perché ci tengono qui?

Il 28 febbraio si sparse una grande notizia, accolta con schietta gioia dai soldati, con finta indifferenza dagli ufficiali: i comandanti delle armate alleate avevano ricevuto istruzioni per conchiudere un armistizio fino al 31 marzo. Lo stesso giorno il generale Luders, comandante dell’armata russa in Crimea, avendo ricevuto consimili istruzioni, inviava un parlamentario per convenire intorno ad un abboccamento fra i delegati delle armate alleate e un delegato russo. Si stabili l’abboccamento per il giorno appresso (29) al ponte di Traktir sulla Cernaia, e si nominarono delegati il generale Martimprey per l’armata francese, il generale Windham per l’inglese e il colonnello Petitti per la piemontese.

Dal canto suo il generale Luders nominò delegato pei russi il generale Timachef. I turchi essendo partiti quasi tutti per l’Asia o per il corpo che si trovava ad Eupatoria, non furono rappresentati.

Nella prima seduta si esposero da una parte e dall’altra le rispettive proposte, ma non si conchiuse nulla, perché ne il russo si credette autorizzato ad accettare quelle degli alleati, ne costoro quelle del russo. Tutti ne riferirono al proprio quartier generale e si trattò a lungo a voce e per iscritto, facendo in pari tempo lavorare il telegrafo per avere rimbeccata dai rispettivi governi. Le questioni controverse riguardavano la linea di delimitazione e i trasporti per mare. Erano questioni di lana caprina se la pace fosse stata sicura; erano questioni importanti in vista della continuazione della guerra.

Frattanto, il 2 marzo, un ordine del giorno di tutti i comandanti alle rispettive truppe faceva conoscere che, quantunque non fossero ancora fissate le condizioni di armistizio, pure si era convenuto di non far più fuoco fino a nuovo avviso. Nulla però veniva innovato circa le misure di guerra già stabilite.

Era ricominciato il cattivo tempo: pioggia, neve, venti, tempeste; tutti rientrarono nei loro ricoveri e furono ben contenti di potervi stare tranquilli. Il 12, essendosi il tempo ristabilito, si ordinarono passeggiate militari, per sgranchire le gambe agli ufficiali e alla truppa. Il 14, genetliaco di S. M. il Re di Sardegna, fu festeggiato dai nostri con colpi di cannone e con un supplemento al rancio.

Lo stesso giorno partì per il Piemonte un trasporto di convalescenti, e vi fu compreso il colonnello Valfrè, comandante superiore dell’artiglieria. Egli venne sostituito in quel comando dal tenente colonnello Campana.

E pure lo stesso giorno, 14 marzo, i delegati per trattare dell’armistizio vennero finalmente ad un accordo. La relativa convenzione fu firmata dai plenipotenziari e ratificata il giorno appresso dai generali in capo. Il 16 un ordine del giorno annunziava alle truppe del corpo di spedizione:

1° che un armistizio era stato conchiuso fra i comandanti delle armate alleate e il comandante dell’armata russa;

2° che l’armistizio dovea scadere il 31 marzo, ove non fosse stato prolungato;

3° che le stipulazioni dell’armistizio portavano che le relazioni fra i militari delle due parti belligeranti continuassero ad essere interrotte.

Seguivano particolari sulla linea di demarcazione, sul divieto di oltrepassarla, sui permessi che potevano concederai agli ufficiali, ecc.

Ma l’interruzione delle relazioni restò lettera morta. Appena saputo dell’armistizio, i francesi a frotte, ufficiali e soldati, e dietro i francesi gli altri, passarono la Cernaia e si mescolarono ai soldati e agli ufficiali russi, che scesero loro incontro con grande cordialità; anzi passarono anch’essi la Cernaia e vennero nei campi degli alleati. Dagli uni e dagli altri si fecero e si accettarono inviti per quando la pace fosse firmata, e questo scambio di cortesie continuò nei giorni seguenti. Ma ai russi fu proibito assolutamente di passare la Cernaia; i nostri andavano al di là ed erano bene accolti.

Egli è che la guerra di Crimea, specie per quanto riguarda francesi e piemontesi, era stata combattuta affatto senza rancore. Vero astio esisteva solo tra russi e turchi ed un poco di ruggine tra russi ed inglesi; gli altri si consideravano come colleghi che la fatalità aveva posto di fronte. Forse'anche il bisogno di vedere facce nuove, dopo tanto tempo, trovò il suo sfogo in questa violazione di consegna. I comandanti alleati lasciarono correre; da parte dei russi vi fu più rigore.

A proposito di questo armistizio notiamo due particolarità: mentre procedevano le trattative, giunse una nota di Achmed Pascià, comandante l’armata turca di Eupatoria, il quale reclamava il diritto di essere anch’egli rappresentato.

Il delegate russo si rivolse ai colleghi e domandò: che cosa dobbiamo fare? Il delegato francese rispose: andiamo pure avanti; al turco penseremo noi; gli comunicheremo le decisioni quando saranno prese. E dire che s’era fatta la guerra per aiutare i turchi! E pensare che senza l’avvedutezza e il carattere di La Marmora saremmo probabilmente stati trattati alla stessa maniera!

L’altra particolarità è questa: un invito del comandante francese, per assistere a una conferenza riguardante l’armistizio, giunse al nostro comandante per mezzo del quartier generale inglese. Era Pélissier che non voleva usare a Durando gli stessi riguardi usati a La Marmora? Era il quartier generale inglese che, nell’assenza di La Marmora, reclamava diritti lasciati cadere in disuso? Quest’ultima versione oi sembra più probabile. Il fatto sta che la cosa spiacque assai agli ufficiali del nostro quartier generale e ciò prova ch'era insolita. E spiacque pure a tutti un ordine del giorno del generale Durando in cui, dovendosi fare agli ufficiali e truppe del nostro Corpo una raccomandazione, che pure il comandante inglese aveva fatto alle sue, vi riportò un brano dell’ordine del giorno del comandante inglese Questo brano riportato fece perfino credere che il comandante inglese avesse mandato il suo ordine del giorno per essere letto anche alle nostre truppe. Ad ogni modo furono questi gli ultimi, innocui e scusabili tentativi di supremazia sopra di noi.

Appunto il 16 marzo (lo stesso giorno in cui venne annunziata la conclusione dell'armistizio), sbarcava nel porto di Balaclava il generale La Marmora, reduce dal suo viaggio in Piemonte, in Francia e in Inghilterra, e lo accompagnavano il capitano Avet e il tenente Balbo partiti con lui.

Giunto a Costantinopoli il 12, egli aveva visitato i nostri stabilimenti amministrativi e sanitari sul Bosforo e quindi era ripartito per la Crimea. Il 17 ripigliò il comando.


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XXXVIII

Le condizioni atmosferiche e sanitarie migliorano — Rinascenti campi il movimento e l'allegria.
— Si annunzia la conclusione della pace. — Feste e banchetti.

Sulla fine di marzo, al soffio della primavera, tutto si rianimava e rallegrava nei campi. Migliorate le condizioni atmosferiche, erano migliorate anche quelle sanitarie. Si sospese la distribuzione delle bevande antiscorbutiche, perché la vita.

(1) La raccomandazione riguardava le corrispondenze ai giornali, ed era una ripetizione di quella fatta altre volte, come abbiamo già notato. all’aria aperta e non più mezzo sotterra, le passeggiate e il sole agivano meglio di qualunque farmaco. Riattate alla meglio, diremmo quasi provvisoriamente, le strade (che all’avvenire più non si pensava nella certezza della pace), si lasciò che i soldati attendessero ai lavori che volevano, secondo il gusto loro e dei loro ufficiali; alcuni dipingevano le baracche, costruivano tavole, sedili ecc. ecc.; la maggior parte lavorava a far dei giardinetti nell’accampamento del proprio battaglione.

Si faceva qualche ora di manovra, come in piazza d’armi, qualche esercitazione di tiro al bersaglio; era cominciata una. vita simile a quella dei campi d’istruzione, ma meno faticosa. Il pensiero della patria, che presto si sarebbe riveduta, allietava tutti. Il 20 marzo si era dato l’ordine di cominciare rimbarco del materiale dei parchi. Il 22 si staccavano dalle rovine di un antico forte genovese, presso Balaclava, alcune lapidi per inviarle al municipio di Genova. Addirittura si sloggiava. L’annunzio della conclusione della pace non era ancor giunto, ma non poteva tardare.

Il 23 marzo, giorno di Pasqua, vi fu grande rivista passata, dal generale in capo. Dopo la rivista, La Marmora con tutto il suo stato maggiore si portò al quartier generale francese per felicitarsi col generale Pélissier di un grande avvenimento, la cui notizia era giunta allora: era nato a Napoleone un erede.

Oggi, leggendo negli ordini del giorno che quell'erede era un nuovo pegno dato dalla Provvidenza alla Francia e alla dinastia napoleonica, il pensiero corre al triste fato che smentì gli auguri, e involontariamente alle parole del Manzoni: «Oh degli intenti umani antiveder bugiardo!» Ma allora l’annunzio di un avvenimento così solenne, giunto dalla patria lontana, sollevò la gioia in tutti gli accampamenti francesi. Fu un cannoneggiare a festa durante l’intera giornata, e canti e grida, ed allegrie pasquali e patriottiche nel medesimo tempo; gli alleati vi si associarono ben volentieri, sia col cannone, sia col bicchiere. I russi, sentendo tutto questo diavoleto, e non avendo notizie tali che bastassero a spiegarlo, mandarono a vedere che cosa era successo. Quando lo seppero, vollero mostrarsi cortesi facendo altrettanto, col sentimento cavalleresco che domina sempre tra avversari, ed allora maggiormente per l’imminenza della pace. Tutto il giorno tuonò il cannone, come all’epoca

del bombardamento di Sebastopoli, e alla sera si accesero grandi fuochi che sembravano incendi.

All’indomani corse di cavalli sulla riva della Cernaia promosse dagl’inglesi, che se non eccellevano nelle marce avevano i migliori cavalli. «Nulla può rendere l’effetto (scrive il tenente colonnello Saint-Pierre) che facevano, durante lo spettacolo, la pianura che costeggia la Cernaia e i poggi circostanti. Era una riunione di centomila uomini, quasi tutti militari, appartenenti agli eserciti alleati, i quali, a piedi o a cavallo, s’incrociavano in tutti sensi sul terreno ove era stata data una grande battaglia e che, di tanto in tanto, in un batter d'occhio, si schieravano in linea per lasciar passare i corridori. Pochi russi vedevansi sulla destra della Cernaia.» Era stato vietato loro dai propri comandanti di oltrepassarla, ma la passarono gli alleati portandosi sulla sinistra.

Prima che l’armistizio scadesse (31 marzo) esso fu prolungato fino a nuovo avviso. La sera del 1° aprile il generale Pélissier ebbe, per via indiretta, l'annunzio telegrafico che la pace era stata firmata. All'indomani egli ed il comandante delle truppe inglesi ebbero questa notizia dai rispettivi governi, ed il 3 aprile l’annunziarono con ordine del giorno alle loro truppe. Il generale La Marmora ebbe la notizia soltanto il 5 a tarda sera e la comunicò ai propri dipendenti il 6. La comunicazione non era più che una formalità ma l’ordine del giorno era interessante sotto altri rapporti:

Soldati!

«La pace firmata a Parigi il 30 dello scorso marzo tronca le speranze che ognuno di noi nutriva per la gloria delle nostre armi.

«Questo sentimento è più vivo in chi conosceva la parte importante ch’era riservata al nostro Corpo di spedizione, qualora le ostilità fossero continuate. Ma, raggiunto lo scopo per cui s’impugnarono le armi, non è lecito desiderare che si prolunghino le calamità inseparabili da ogni guerra.

«Cì consoli il pensiero che quanto abbiamo fatto e quanto eravamo disposti di fare sono degnamente apprezzati dai nostri generosi alleati, e non saranno perduti per l’avvenire della patria.

«Io vi dovrei lodi e ringraziamenti per la vostra costante abnegazione, per la vostra esemplare disciplina, per la vostra ingegnosa operosità, per il vostro valore; ma voi li riceve rete assai più volentieri dalla bocca del nostro amato Re, che speriamo di rivedere fra breve.

Qualunque sia il posto al quale io venga dal volere sovrano destinato, non dimenticherò mai come, il 16 agosto, dopa avere combattuto per respingere i formidabili attacchi del nemico, volevate tutti seguire la bandiera che passò la Cernaia; avrò presente ognora come ciascuno di voi desiderava l'8 settembre prendere parte all’assalto di Sebastopoli, uno dei più micidiali che la storia ricordi.

«E qualora la sorte ci chiamasse poi su altri campi, io mi stimerei fortunato di ritrovarmi con voi, miei attuali compagni in questa memorabile guerra di Crimea.

«Il generale in capo — La Marmora.»

Se durante l’armistizio era stato difficile mantenere interrotte le comunicazioni fra i militari delle due parti che avevano finito di combattersi, dopo la conclusione della pace divenne addirittura impossibile. Per togliere almeno l’irregolarità, si concessero permessi a tutti gli ufficiali che li domandavano; poi, con ordine del giorno del 10 aprile, si diede un permesso generale a tutti gli ufficiali di passare la Cernaia e recarsi negli accampamenti russi nei giorni ed ore di libertà, avvertendoli però che non dovevano insistere per inoltrarsi dove fosse loro anche semplicemente osservato ch’era vietato inoltrarsi. Eguali permessi vennero accordati ad uomini di truppa, riuniti in drappelli e condotti da sottufficiali. Questo per i piemontesi; quanto ai francesi, andavano a frotte come loro pareva.

Dal canto loro, ufficiali e soldati russi giravano nei nostri accampamenti. Si visitarono da una parte e dall’altra tende, baracche e tane. Queste ultime, cioè i ricoveri mezzo interrati, erano nel campo russo molto simili alle nostre, ma fatte con meno maestria. Negli accampamenti russi, in generale, trapelava la scarsità di ogni cosa. Si vedeva che, per la difficoltà dei trasporti, quella truppa avea dovuto realmente soffrire penuria e si vedeva pure ch’era truppa facile a contentarsi. Mancava poi assolutamente ai russi quanto il commercio aveva saputo procurare agli alleati nei bazar, nelle osterie, nelle bottiglierie di Balaclava e di Kamiesch. Perciò i campi degli alleati avevano per i russi maggiore attrattiva che non l’avessero per gli alleati i campi russi. Se in questi non c’ era da cavarsi la sete che coll’acqua del fiume, in quelli, pagando, si trovava 'vino e liquori in abbondanza. Di qui il bisogno d’invigilare perché fosse mantenuta la calma nei convegni tra i soldati di quattro nazioni diverse.

Anche tra i comandanti delle armate alleate e il comandante delle truppe russe ebbero luogo, tra il 13 ed il 19 d’aprile, scambi di liete accoglienze, accompagnate da festività militari e da riviste. Il 19 toccò ai piemontesi di fare gli onori, ed il generai La Marmora fece l’invito al comandante russo, il quale desiderò di veder manovrare un battaglione di fanteria ed uno di bersaglieri. Infine, il 22 aprile, il domandante delle truppe inglesi volle dare un pranzo d’addio ai generali piemontesi, ed il generale La Marmora, scrivendone al Ministero, così si esprime: «Io mi ci sono recato con parte del mio stato maggiore, ed anche in questa circostanza ebbi prova della stima e della simpatia che nutrono questi nostri alleati per le truppe. di Sua Maestà.»


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XXXIX

Muro di cinta e monumento al cimitero. — Preparativi della partenza.
— Imbarchi e viaggi del corpo di spedizione.

Conchiusa la pace e terminati i banchetti d’addio, non restava che partire, e tale era il desiderio di tutti; ma la deficienza di mezzi di trasporto, il dover fare tutte le operazioni d’imbarco nel piccolo porto di Balaclava, che serviva contemporaneamente agl’inglesi, ed altre ragioni che diremo appresso, fecero andare la cosa per le lunghe. Ora vogliamo accennare ad un atto pietoso verso le spoglie dei morti che restavano in Crimea.

Fino dal primo di aprile il generale La Marmora aveva ordinato la costruzione di un muro di cinta attorno al cimitero e l’ordine era stato accolto con patriottico e religioso entusiasmo. Vi si lavorò tanto più alacremente, quando, dopo l’annunzio della pace, si fu certi che fra poco si sarebbero abbandonate quelle reliquie. La costruzione fu affidata agli zappatori del genio, coadiuvati da soldati di fanteria, sotto la direzione del maggiore Serra, comandante superiore del genio, a cui disposizione era stato messo un gran numero di carri per il trasporto del materiale. Il muro sorse in breve tempo, abbastanza solido ed elevato. Non sapremmo come meglio rendere i sentimenti dei fortunati che si apprestavano a ritornare in patria, verso i sepolti in Crimea, che riportando il seguente brano del diario del tenente colonnello Saint Pierre:

«Fui a vedere le tombe di La Marmora, Ansaldi, Montevecchio, San Marzio, che si trovano presso all’Ospedale detto della Marina, sul versante meridionale della montagna, di fronte al Mar Nero. Il luogo, visibile di lontano dal mare, è bene scelto. Vicino e dirimpetto ad esso trovansi le rovine dei forti genovesi. Tale ricordo della patria e della sua dominazione in queste lontane contrade produce quasi l’illusione che i loro resti mortali non sieno in terra straniera.

«Il monumento è assai modesto, ma ciò non sarebbe un difetto se fosse solido. Le tombe dei nostri valorosi sono collocate sopra una base in muratura larga 4 metri ed alta dal suolo 80 centimetri, al dissopra s’innalza una piramide tronca di 60 centimetri e sulle quattro facce di questa vi sono le quattro lapidi sepolcrali in granito, colle relative iscrizioni. Una povera balaustrata di legno circonda il monumento.»

Dal brano riferito sembrerebbe che il monumento descritto fosse soltanto la tomba dei generali La Marmora, Ansaldi, Montevecchio e del capitano San Marzano; ma sotto questo monumento, o li presso, doveano probabilmente giacere gli altri ufficiali morti in Crimea e il monumento, essere alzato alla memoria di tutti, perché tre delle iscrizioni riguardavano ciascuna uno dei generali sopranominati, ma la quarta riguardava tre ufficiali del genio. E forse agli ufficiali appartenenti a questo corpo, cui era stato commesso il pietoso incarico di

erigere il monumento, parve acconcio e doveroso di non tralasciare quell’occasione per commemorare in maniera speciale i colleghi e gli amici morti lontani dalla patria.

Ad ogni modo ecco le iscrizioni:

A levante:

QUI RIPOSANO LE CENERI

DI

ALESSANDRO FERRERO DELLA MARMORA

FONDATORE DELL’ARMA DEI BERSAGLIERI

LUOGOTENENTE GENERALE

COMANDANTE LA 2(a)

DIVISIONE SARDA IN CRIMEA

FEDELTÀ AL SOVRANO AMORE ALLA PATRIA

INTERESSE COSTANTE PER L’ARMATA FURONO LE SUE VIRTÙ

FORTE DUCE AMMIRATO

VENNE RAPITO A NUOVA GLORIA

all’esercito

ALLA FAMIGLIA

Il VII GIUGNO MDCCCLV

A ponente:

ARMATA SARDA

CORPO REALE DEL GENIO MILITARE

ALLA MEMORIA

DI

MAGRINI CARLO luogotenente

POLLIA BERNARDO luogotenente

ROVIGHI ANGELO sottotenente

MDCCCLV

A settentrione:

SACRO ALLA MEMORIA

DEL GENERALE GIORGIO ANSALDI

COMANDANTE LA BRIGATA DI RISERVA

dell’esercito

PIEMONTESE

MORIVA DOPO BREVE MALATTIA

NEI PRIMORDI DELL’lNTRAPRESA CAMPAGNA

l’infausto

GIORNO

Il LUGLIO MDCCCLV

A mezzodì:

QUI GIACE II. GENERALE

GABRIELLI RODOLFO DI MONTEVECCHIO

COLPITO DA MORTALE FERITA

COMBATTENDO SULLA SPONDA DELLA CERNAIA

Il XVI AGOSTO MDCCCLV

MORIVA DOPO LUNGA E PENOSA AGONIA

ESEMPIO DI RASSEGNAZIONE

COME LO ERA STATO DI VALORE

Il XII OTTOBRE MDCCCLV

Anche sul Bosforo, il luogo dove furono sepolti i morti all’ospedale di Jeni-Koi od altre vicine località fu recinto da un muricciolo e in mezzo ad esso sorse un piccolo monumento su cui si legge:

HONOR MEMORIA

EXERCITI SARDI MILITIBUS

QUI IN JENIKOl NOSOCOMIO

PERIERUNT

ANNO MDCCCLV

Tanto il generale La Marmora, quanto i comandanti degli eserciti alleati, scrissero al generale Luders, comandante dell’esercito russo, raccomandando a' suoi sentimenti di militare e di cristiano i rispettivi camposanti, ed egli tosto rispondeva dando tutte le assicurazioni possibili; un ordine del giorno del generale La Marmora ne rese partecipe il Corpo di spedizione colle seguenti parole:

«Mi è grato far conoscere al Corpo di spedizione che il generale Luders, comandante in capo l’esercito russo in Crimea, ha provvisto perché i cimiteri e i monumenti, ove furono sepolti gli alleati che soccombettero in questa guerra, sieno rispettati.

«Nel l’abbandonare su queste terre le spoglie degli antichi nostri compagni d’arme, ci consoli il pensiero ch’esse saranno lasciate riposare in pace nelle loro tombe.»

Le promesse del generale Luders vennero pienamente mantenute. Egualmente rispettati furono sul Bosforo i cimiteri posti sotto la protezione del governo turco. Geli uni e gli altri, restaurati in seguito, esistono ancora oggidì, press'a poco nelle condizioni in cui erano quando gli alleati lasciarono la Crimea.

Fino da quando la pace, senza essere ancora conchiusa, parve assicurata, il Ministero aveva avvertito La Marmora di prendere tutte le disposizioni per preparare il rimpatrio della truppa e trarre tutto l’utile possibile dal materiale. I quadrupedi erano da distinguersi in tre categorie: quelli di nessun valore, abbatterli sul sito quando non fossero accettati in dono da gente del paese; i mediocri, venderli a Costantinopoli; i buoni, ricondurli in Piemonte. Quanto al. materiale d’artiglieria, del genio, del treno, ecc., dovevasi disfare sul sito tutto quello che non fosse ottimo, toglierne le parti in metallo e trasportare solo queste colle parti in legno riconosciute ancora utilizzabili.

Tende, coperte di lana, oggetti di biancheria, oggetti di vestiario, ecc., doveano distinguersi in due categorie; vendere e magari regalare i logori; trasportare gli altri. Lo stesso dicasi dei viveri e foraggi; consumare la roba migliore e senza risparmio, per uomini e per cavalli; trasportare il resto o disfarsene come sarebbe stato più conveniente, stanteché il trasporto si prevedeva difficilissimo per mancanza di navi, dovendo aver luogo contemporaneamente a quello degli inglesi e dei francesi.

Tutte queste operazioni furono poi regolarmente eseguite sotto la direzione del tenente colonnello Della Rovere e non ci fermeremo sopra di esse.

Appena firmata la pace, il governo piemontese si adoperò presso l’inglese per avere, secondo i patti, i mezzi di trasporto occorrenti, almeno per le truppe, i quadrupedi e il materiale d’artiglieria, e il governo inglese rispose mostrandosi animato dalle migliori intenzioni. Nello stesso tempo, da Torino, si scrisse a La Marmora di accettare dagl’inglesi qualunque offerta; raccomandazione superflua, perché LaMarmora, cessate le ragioni che lo rendevano così restio a chiedere e ad accettare, e trattandosi d’altronde di cosa pattuita, non solo non pensava ad opporre alcun rifiuto, ma si rammaricava prevedendo che le offerte fossero state molto scarse. E lo furono davvero; non per cattiva volontà, ne per avarizia, ma perché troppo avevano gl'inglesi da fare per loro stessi. Una parte delle loro truppe in Crimea, col rispettivo materiale dovea tornare in Inghilterra, un’altra andare alle Indie, un’altra al Canada.

Ad ogni modo, coi legni messi a nostra disposizione dal. governo inglese, coi pochi noleggiati dal nostro governo e col concorso della marina da guerra, il trasporto ebbe luogo con molta regolarità e sufficiente comodità, se non celeremente. (D'altronde non v’era bisogno di precipitare).

Nella prima quindicina di aprile si lavorò ai preparativi: smontare le batterie, disfare i carri ed affusti, riformare cavalli, scegliere il materiale, trasportarlo a Balaclava, apparecchiarlo sulle calate, caricarlo sulle navi, di mano in mano che se ne avevano disponibili, e la ristrettezza del porto e le operazioni fatte contemporaneamente dagli inglesi lo permettevano.

Grandioso era lo spettacolo che presentavano in quei giorni i porti di Balaclava e di Kamiesch, affollati di navi, d’uomini e di merci come se fossero stati i primi empori del Mediterraneo; curioso lo spettacolo che presentavano gli accampamenti degli alleati, gradatamente sgombrati dalle truppe e invasi dai tartari, che erano venuti a centinaia da tutte le parti della «Crimea, per raccogliere ciò che le truppe lasciavano. Vecchie tende, rozzo mobilio, vestimenta logore, viveri avariati, tutto pigliavano, caricavano sopra muli e cavalli di scarto, trasportavano nei propri tuguri. Frotte di queste povere bestie abbandonate giravano pei campi cercando i padroni, finché spinte dalla fame e guidate dall'istinto, si dirigevano alla valle del Baidar, dove, al soffio della primavera, cominciava a ricrescere l’erba.

Alla vigilia di partire, lasciando tante cose che non si potevano portare appresso, gli alleati erano diventati generosi come quelli che fanno testamento. Il comandante inglese ci fece consegnare sulle calate di Balaclava parecchie dozzine di cannoni russi di ogni specie e dimensione, come nostra parte del bottino di Sebastopoli. Abbiamo già narrato che, poco dopo ila presa della piazza, ci erano stati regalati due pezzi quasi a titolo di onore; ora ci si davano a dozzine per nostra parte.

Due altri pezzi ci regalarono pure in quei giorni, con gentile pensiero, gl’inglesi e furono i due obici che, fra gli altri, armavano la nostra ridotta dell'Osservatorio ed erano stati serviti da cannonieri piemontesi il giorno della battaglia della Cernaia. Tutti questi pezzi furono caricati, assieme ai nostri ed all’altro materiale, sulle navi a nostro servizio.

Alla metà di aprile cominciarono le partenze. I trasporti di truppa si facevano per unità intiere, colla loro provvista di viveri, non solo per il viaggio, ma per il tempo che dovevano passare in quarantena. Questa, per i sani, era di cinque giorni e si scontava al Varignano, nel golfo della Spezia, dove era stata apparecchiato un campo per 8000 uomini.

Gli ammalati, che in numero di 500 si trovavano in Crimea e 600 negli ospedali del Bosforo, furono trasportati in legni appositi, con ogni riguardo possibile, ripartiti per malattie accompagnati da medici e da infermieri ecc. Essi pure scontarono, nel golfo di Spezia, la loro quarantena, più o meno lunga secondo i casi.

Le partenze continuarono ad intervalli per il resto del mese di aprile e per tutto maggio. Alla fine di questo, l’intiero Corpo di spedizione era rimpatriato, salvo due battaglioni (quello del 2° reggimento granatieri e quello del 17° fanteria) ed alcuni distaccamenti di varie armi e funzionari dell’intendenza militare, che dovettero restare in Crimea o sul Bosforo fin verso la fine di giugno e taluno anche più tardi, per compiere lo sgombro o la vendita del materiale.

Il viaggio non presentò per nessuno notevoli incidenti; perciò ci limiteremo a seguire la nave che ricondusse in patria il comandante in capo e il suo quartier generale.


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XL

Partenza del quartier generale principale. — Visite sul Bosforo — Arrivo ed accoglienze in Italia
— Ordini del giorno del Parlamento. — Restituzione delle Bandiere.

. Il 19 maggio, un ordine del giorno annunziava che nel pomeriggio, il comandante in capo e il suo quartier generale si sarebbero imbarcati sulla pirofregata Governolo per ritornare in patria. Essendo a quell’epoca già partiti dalla Crimea tutti i generali, veniva disposto che il comando delle truppe rimanenti in Crimea fosse assunto dal tenente colonnello Cambiati, comandante il 4° reggimento provvisorio e che questi, alla sua partenza, lo rimettesse al tenente colonnello Della Rovere, intendente dell’armata, il quale non doveva lasciare la Crimea fino a che non fossero terminate tutte le operazioni d’imbarco.

Nel mattino s'imbarcarono i cavalli e i bagagli; a mezzodì circa 80 uomini di truppa, fra cui la musica del 1° granatieri. Alle 4 pomeridiane il generale La Marmora, cogli ufficiali componenti il quartier generale principale ed alcuni altri, s’avviò al porto di Balaclava su cavalli del treno. Strada facendo, fu raggiunto dal generale Codrington, comandante dell’armata inglese e dal rispettivo capo di stato maggiore, che lo accompagnarono fino al porto. Quivi si trovava schierata una guardia d’onore che, in seguito a ripetute istanze del generale La Marmora fu fatta ritirare, essendo il tempo piovoso. Si trovavano pure al porto l’ammiraglio Fremantle e molti ufficiali inglesi di terra e di mare.

Nulla era stato tralasciato dagl’inglesi per dimostrare la loro stima ed amicizia al generale La Marmora e ai suoi subordinati; la qual cosa, trattandosi d’inglesi, è molto notevole e, se si paragona colla freddezza incontrata all’arrivo, dimostra qual cambiamento era avvenuto a nostro riguardo nell’opinione dei nostri alleati.

Fino dal giorno 17 il comandante inglese aveva indirizzato alle sue truppe il seguente ordine del giorno:

«La più gran parte dell’armata sarda ha già lasciato la Crimea: e lo stesso generale La Marmora s’imbarcherà presto. Una guardia d’onore con artiglieria sarà in pronto per la partenza del comandante in capo sardo.

«Il comandante delle forze britanniche confida che il generale La Marmora accoglierà e vorrà trasmettere a coloro che egli ha comandato in Crimea i buoni auguri dell’armata inglese per la loro prosperità avvenire.

«L’armata sarda ha con fermezza, con disciplina e con facilità di espedienti lungamente mantenuta ed efficacemente custodita la posizione avanzata che ad essa era confidata e sostenne onorevolmente la sua parte, con le truppe francesi, nella, battaglia della Cernaia.

«In tutte le nostre relazioni non vi sono mai state ne difficoltà, ne dissidi; e l’esistenza di questi buoni sentimenti fra. tutte le armate collegato ha avuto un’influenza importantissima nel determinare la pace dell’Europa.

Quest’ordine del giorno, bello nella sua semplicità, riuscì graditissimo al generale La Marmora ed a' suoi ufficiali.

Giunti allo scalo, il generale La Marmora ed il suo stato maggiore, dopo i più cordiali commiati, salirono sulle imbarcazioni della B. Marina, che li portarono a. bordo del Governolo. I legni nostri ed inglesi ancorati nel porto salutarono con replicati evviva. A bordo della Governalo vennero il generale Codrington e l’ammiraglio Fremanole per rinnovare i loro saluti al generale La Marmora.

Alle 5 si salpò al suono di musiche nostre ed inglesi, fra evviva che si levavano dalle navi, dalle calate e dalle alture circostanti.

Il 21 si gettò l’ancora davanti a Costantinopoli. Vennero a. bordo il comandante della stazione navale, l’incaricato d’affari presso il governo turco, il comandante del porto, ecc.. All'indomani il generale La Marmora, accompagnato da una. trentina di persone tra ufficiali e personale della legazione, sprecò a fare visita al Sultano. Trascriviamo dal diario:

«Si entra in un salone al piano terreno del corpo di fabbrica anteriore al palazzo, ove siamo ricevuti dal primo interprete della Corte e quindi arriva Fuad Effendi, ministro degli esteri.

«Vengono servite pipe turche e caffè.

Alla 12 7, si sale negli appartamenti del Sultano. La guardia di palazzo è schierata lungo lo scalone e nelle sala di ricevimento.

«Il Gran Signore è in piedi, abbigliato colla tunica bleu: con paramani e colletto a disegni di diamanti, mantello imperiale: mostra aria sofferente.

«Tre dignitari sono in piedi lateralmente a sinistra, facendo fronte a Sua Maestà. Il ministro degli esteri presenta.

il. generale e ci serve d'interpetre, traducendo in francese le frasi del Gran Signore, il cui senso è presso a poco cosi:

«S. M. esprime il piacere di vedere il generale nella sua capitale. È riconoscente al Re di Sardegna per l'aiuto che, unitamente agli altri alleati, prestò al suo impero e felicita il generale e l’armata sarda per la parte gloriosa presa in questa campagna.»

Lo stesso giorno il generale La Marmora si recò a far visita ai ministri del Sultano e ad Omer Pascià. All’indomani (23) volle vedere ancora una volta gli stabilimenti piemontesi sul Bosforo, e vi si recò col suo capo di stato maggiore e vari ufficiali. La stessa sera tornò sul Governolo e riparti. All’uscire dal Bosforo, la nostra nave s’incontrò con un vapore inglese carico di truppe. Saluti colle musiche e reciproci evviva. La notte dal 24 al 26, fu investita da un vapore francese, ma senza gravi danni; poi il viaggio continuò senza incidenti e nella sera del 29 maggio, il Governolo gettò l’ancora nel golfo della Spezia.

La quarantena non esisteva più che di nome. Stabilita in principio per misura di prudenza e per tranquillizzare le popolazioni, era stata poco osservata per il desiderio che avevano le popolazioni stesse di presto rivedere e riabbracciare i reduci dalla Crimea; era poi caduta in disuso, o almeno era mantenuta in modo derisorio, quando, dopo un mese e più ch’era cominciato l’arrivo, si fu persuasi che i reduci non portavano Appresso alcuna malattia infettiva.

Appena giungeva nel golfo di Spezia una nave carica di truppe, era circondata da imbarcazioni piene di cittadini plaudenti, e i contatti, se non avevano luogo su terra, avevano luogo sui legni.

Questa scena, in proporzioni maggiori, si rinnovò all'arrivo del Governolo. Appena si seppe il 30 maggio, ch’era giunto nella sera precedente il comandante in capo, fu una gara di rendergli onore in tutte le popolazioni del golfo. Barchette d'ogni specie, piene d’uomini e donne, accostarono il Governolo e l’assediarono tutta la giornata. Alcune di queste barchette portavano le giunte municipali dei paesi vicini, oltre le deputazioni di città più distanti. La Marmora rispondeva ai saluti dalla scaletta del

Governolo; poi, siccome la popolazione, che non aveva potuto trovar posto sulle barche, si affollava sul molo e gridava che voleva vedere davvicino il comandante e imprecava alla quarantena, cosi La Marmora scese in un’imbarcazione, si recò sotto il molo alla distanza di pochi palmi e di qui arringò la folla.

All’indomani di buon mattino venne a bordo la commissione di sanità e diede libera pratica; ne vi era altro a fare. Si parti immediatamente per Genova, e poche ore dopo ufficiali e truppa sbarcarono nella patriottica città marinara degli Stati sardi. Non diremo le accoglienze; furono degne della popolazione e delle truppe che avevano riaffermata la fiducia della nazione nell'avvenire. Pari le avevano avute quelli che erano sbarcati prima, pari le ebbero quelli che vennero appresso. E non solo in Genova, ma per tutte le città e borghi per cui passarono e più specialmente in Torino, privati, municipi, Camera e Senato andarono a gara per festeggiarli.

Già il 9 maggio la Camera dei deputati avea votato all’unanimità la seguente mozione: «La Camera ringrazia l’esercito, la flotta ed il generale in capo della nobile e valorosa loro condotta nella guerra d’Oriente, e interprete e partecipe dei sensi del paese, dichiara che essi hanno bene meritato della patria.»

Il giorno appresso una mozione simile era stata votata, fra gli applausi, dal Senato: «Il Senato dichiara la sua alta soddisfazione all’esercito, al suo capo ed alla marina, che hanno bene meritato del paese e della nazione e rende altissimo omaggio alla memoria di coloro che spesero la vita a pro della patria.»

Il 26 maggio era stato letto alla Camera il seguente progetto di legge, firmato da 116 deputati e approvato poi quasi all'unanimità: «A titolo di ricompensa nazionale, sono assegnate in proprietà al generale Alfonso La Marmora cinquanta are di terreno, a sua scelta, sugli spalti della cittadella di Torino, dove deve aprirsi la via della Cernaia.»

Sciabole d’onore ricchissime vennero offerte a La Marmora da municipi e da deputazioni, doni e banchetti agli ufficiali e alla truppa nei siti ove i diversi battaglioni si recarono di guarnigione. Agli attestati di riconoscenza prodigati ai reduci della Crimea dal Parlamento e dalle popolazioni del regno di Sardegna, si aggiunsero quelli delle altre regioni d’Italia. Da tutte giunsero indirizzi e doni, perché da tutte si sentiva che erasi rialzato il prestigio non solo del Piemonte, ma dell’intiera nazione: si presentiva che un'era nuova di gloria e di fortuna s'apriva per l’Italia.

Il 15 giugno 1856 tutto il corpo di spedizione si trovò riunito in Torino per la restituzione delle bandiere e la distribuzione delle medaglie.

Raccolte le truppe in Piazza d'armi, presenti in appositi palchi, senatori, deputati, diplomatici stranieri e deputazioni nazionali, in mezzo a una folla immensa, non solo di torinesi e di gente accorsa da tutte le parti del regno, ma pure da altre province italiane, giunse acclamatissimo il Re, accompagnato dai ministri, francese, inglese ed ottomano.

Passate in rassegna le truppe, si celebrò la messa in Piazza d’armi e si cantò il Te Deum, quindi il Re Vittorio Emanuele pronunziò le seguenti parole:

«Ufficiali, sottufficiali e soldati!

«E scorso appena un anno dacché io vi salutava, dolente di non esservi compagno nella memorabile impresa. Or lieto vi riveggo e vi dico: avete ben meritato della patria.

«Voi rispondeste degnamente all’aspettazione mia, alle speranze del paese, alla fiducia dei nostri potenti alleati, che oggi ve ne danno una solenne testimonianza.

«Fermi nelle calamità che afflissero una eletta parte di voi, impavidi nei cimenti della guerra, disciplinati sempre, voi cresceste di potenza e di fama questa forte e prediletta parte d’Italia.

«Riprendo le Bandiere che io vi consegnava e che riportate vittoriose dall’Oriente. Le conserverò come ricordo delle vostre fatiche, e come un pegno sicuro, che, quando l'onore e gli interessi della nazione m’imponessero di rendervele, esse sarebbero da voi sui campi di guerra dovunque, sempre, ed in egual modo difese, e da nuove glorie illustrate.»

Dopo questo breve discorso, che destò la più grande commozione in quanti poterono udirlo, si procedette alla distribuzione della medaglia commemorativa concessa dalla Regina di Inghilterra a tutti coloro che avevano preso parte alla guerra di Crimea e delle altre decorazioni concesse dal Re a coloro che più si erano segnalati. Le truppe, sfilando davanti al Re, andarono per piazza Carlo Felice e via Nuova in piazza Castello, vi si fermarono a massa, le bandiere furono portate nella R. Galleria d’armi, ove trovavasi già il Re per riceverle (77).

II. 20 giugno il Corpo di spedizione fu sciolto ed ogni riparto tornò al reggimento o battaglione da cui era stato staccato.

ALLEGATI


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Allegato N. 1

CONVENTION

Sa Majesté le Roi de Sardaigne etc., avant été invitée amicalement par Leurs Majestés l’Empereur des Francis et la Reine du Royaume-Uni de Grande Bretagne et d’Irlande à accéder à la Convention conclue et signée à Londres le 10 avril 1854 entre Leurs dites Majestés, de laquelle Convention la teneur suit:

«Leurs Majestés l’Empereur des Francis et la Reine du Royaume-uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, décidées à prêter leur appui à Sa Majesté le Sultan Abdul Medjid, Empereur des Ottomans, dans la guerre qu’elle soutient contre les agressions de la Russie, et amenées, en outre, malgré leurs. efforts sincères et persévérants pour maintenir la paix, à devenir elles mèmes parties belligérantes dans une guerre qui, sans leur intervention active, eût menacé l’existence de l’équilibre européen et les intérêts de leurs propres États, ont, en conséquence, résolu de conclure une Convention destinée à déterminer l’objet de leur alliance, ainsi que les moyens à employer en commun pour le remplir, et nommé à cet effet. pour leurs plénipotentiaires:

«Sa Majesté l’Empereur des Francis le sieur Alexandre Colonna, comte Walewski, grand’officier de l’ordre impérial de la Légion d’Honneur, grand-croix de l’ordre de Saint-Janvier des Deux-Siciles, grand-croix de l’ordre du Danebrog du Danemark, grand-croix de l’ordre du Mérite de Saint-Joseph de Toscane, etc., etc., etc., son ambassadeur près Sa Majesté Britannique;

«Et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, le très honorable George-Guillaume-Frédéric, comte de Clarendon, baron Hyde de Hindon, pair du Royaume-Uni, conseiller de Sa Majesté Britannique en son conseil prive, chevalier du très noble ordre de la Jarretière, chevalier grand-croix du très honorable ordre du Bain, principal secrétaire d’État de Sa Majesté Britannique pour les affaires étrangères.

«Lesquels, s’étant réciproquement communiqué leurs pleins pouvoirs, trouvés en bonne et due forme, ont arrêta et signé les articles suivans:

Art. I.

«Les hautes parties contractantes s’engagent à faire ce qui dependra d’elles pour opérer le rétablissement de la paix entre la Russie et la Sublime-Porte sur des bases solides et durables, et pour garantir l’Europe contre le retour des regrettables complications qui viennent de troubler si malheureusement la paix générale.

Art. II.

«L’intégrité de l’Empire Ottoman se trouvant violée par l’occupation des provinces de Moldavie et de Valachie, et par d’autres mouvemens des troupes russes, Leurs Majestés l’Empereur des Fran?ais et la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande se sont concertées et se concerteront sur les moyens les plus propres à affranchir le territoire du Sultan de l’invasion étrangère et à atteindre le but spécifié dans l’art. l. (er) Elles s’engagent, a cet effet, à entretenir, selon les nécessités de la guerre, appréciées d’un commun accord, des forces de terre et de mer suffisantes pour y faire face, et dont des arrangemens subséquens détermineront, s’il y a lieu, la qualité, le nombre et la destination.

Art. III.

«Quelque événement qui se produise en conséquence de l’exécution de la présente Convention, les hautes parties contractantes s’obligent à n’accueillir aucune ouverture ni aucune proposition tendant à la cessation des hostilités, et à n’entrer dans aucun arrangement avec la cour impériale de Russie. sans en avoir préalablement délibéré en commun.

Art. IV.

«Animées du désir de maintenir l’équilibre européen, et ne poursuivant aucun but intéresse, les hautes parties contractantes renoncent d’avance a retirer aucun avantage particulier des événemens qui pourront se produire.

Art. V.

«Leurs Majestés l’Empereur des Français et la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d'Irlande recevront avec empressement dans leur alliance, pour coopérer au but propose, celles des autres puissances de l’Europe qui voudraient y entrer.

Art. VI.

«La présente Convention sera ratifiée, et les ratifications seront échangées à Londres dans l’espace de huit jours.

«En fois de quoi les plénipotentiaires respectifs l’on signée et y ont appose le sceau de leurs armes.

«Fait à Londres le dix avril, l’an de grâce milhuitcentcinquantequatre.

«Signé: Walewski. Signé: Clarendon.

(L. S.) (L. S.)

Sa Majesté le Roi de Sardaigne voulant donner à Leur Majestés l’Empereur des Francis et la Reine du Royaume-Uni de Grande Bretagne et d’Irlande toutes les preuves de amitié et de confiance qui sont en son pouvoir, a autorisé le soussigné pour, en son nom, donner acte de cotte accession. En conséquence le soussigné etc., Ministre des affaires Étrangères;

«Déclare que S. M. Sarde accède par le présent acte a la susdite Convention en celles de ses clauses dont l’objet n’est pas encore rempli, et s’engage notamment a se concerter, lorsque besoin sera, avec S. M. l’Empereur des «Francis et S. M. la Reine du Royaume-Uni de Grande Bretagne et d’Irlande pour procéder, conformément à l’article 2, à la conclusion des arrangemens de détail qui régleraient l’emploi de ses forces de terre et de mer, et détermineraient les conditions et le mode de leur coopération avec celles de la Franco et de la Grande Bretagne».

Le présent acte d’accession sera ratifié aussitôt après la remise de l’acte d’acceptation, et l’échange des ratification aura lieu a Turin.

Turin, le 26 janvier 1855.

Signé: C. Cavour — Guiche — James Hudson.


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Allegato N. 2

CONVENTION MILITAIRE

entre S. M. le Roi de Sardaigne, S. M. l’Empereur des François, et S. M. la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d'Irlande.

Sa Majesté le Roi de Sardaigne avant accède au Traité d’alliance conclu et signé à Londres le 10 avril 1854 entre Leurs Majestés l’Empereur des Francis et la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, et s’étant engagé à se concerter, lorsque besoin sera, avec leurs dites Majestés pour procéder, conformément à l’article 2 du Traité du 10 avril, à la conclusion des arrangemens de détail, qui régleraient l’emploi de ses forces de terre et de mer, et détermineraient les conditions et le mode de leur coopération avec celle de la Grande Bretagne et de la France; Leurs Majesté le Roi de Sardaigne, la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, et l’Empereur des Français ont en conséquence résolu de conclure une Convention militaire destinée à régler les conditions et le mode de la coopération des troupes Sardes avec celles de la France et de la Grande Bretagne, et ont nommé à cet effet pour leurs Plénipotentiaires respectifs, savoir:

Sa Majesté le Roi de Sardaigne le comte Camille de Cavour, chevalier grand-croix, décoré du grand cordon de l’Ordre des Ss. Maurice et Lazare, grand-croix de l’Ordre impérial de la Légion d’Honneur de France etc., Président du Conseil des Ministres et son Ministre des affaires étrangères;

Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande le sieur James Hudson, chevalier de l’Ordre du Bain, son Envoyé Extraordinaire et Ministre plénipotentiaire près Sa Majesté le Roi de Sardaigne; Sa Majesté l’Empereur des Francis le Due de Guicher officier de l’Ordre Impérial de la Légion d’Honneur, grand-croix de l’Ordre royal de Frédéric de Wurtemberg etc„ son Envoyé Extraordinaire et Ministre plénipotentiaire près Sa Majesté le Boi de Sardaigne;

Lesquels s’étant réciproquement communiqué leurs pleins pouvoirs, trouvés en bonne et due forme, ont arrêta et signé les articles suivans:

Art. I.

Sa Majesté le Boi de Sardaigne fournit pour les besoins de la guerre un corps d’armée de quinze mille hommes, organisé en cinq brigades, formant deux divisions et une brigade de réserve, sous le commandement d’un général sarde.

Art. II.

Aussitôt après l’échange des ratifications de la présente Convention on procédera immédiatement à la formation de ce corps et à l’organisation des services administratifs pour qu’il puisse être prêt à partir le plutôt possible.

Art. III.

En exécution de l’article premier de la présente Convention, le corps d’armée de Sa Majesté le Boi de Sardaigne sera composé d’infanterie, de cavalerie et d’artillerie proportionnellement à sa force effective.

Art. IV.

Sa Majesté le Roi de Sardaigne s’engage à maintenir le corps expéditionnaire au chiffre de quinze mille hommes par l’envoi successif et régulier des renforts nécessaires.

Art. V.

Le Gouvernement Sarde pourvoira à la solde et aux subsistances de ses troupes. Les Hautes Parties Contractantes se concerteront pour assurer et faciliter à l’armée Sarde l’approvisionnement de ses magasins.

Art. VI.

Leurs Majestés l’Empereur des Français et la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande garantissent l’intégrité des États de Sa Majesté le Boi de Sardaigne, et s’engagent à les défendre contre toute attaque pendant la durée de la présente guerre.

Art. VII.

La présente Convention sera ratifiée et les ratifications seront échangées à Turin le plutôt que faire se pourra.

En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs l’ont signée et y ont apposé le sceau de leurs armes.

Fait à Turin le 26 janvier de l’an de grâce 1855.

Signée à l’original:

C. Cavour — Guiche — J. Hudson.


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Allegato N. 3

CONVENTION SUPPLÉMENTAIRE

à la Convention milliaire entre S. M. le Roi de Sardaigne, S. M r Empereur des Francis et S. M. la Reine du Royaume Uni de la Grande Bretagne et d'Irlande.

Sa Majesté le Roi de Sardaigne et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Breigne et d’Irlande désirant faciliter l’exécution de la Convention militaire signée aujourd'hui entre Sa Majesté Britannique, Sa Majesté l’Empereur des Fran£ais et Sa Majesté le Roi de Sardaigne, ont décidé de conclure une Convention supplémentaire à la Convention ci dessus nommée, et à cet effet, Elles ont nommé pour Leurs plénipotentiaires, à savoir:

Sa Majesté le Roi de Sardaigne, le Comte Camille Benso de Cavour, Président du Conseil des Ministres, et son Ministre des Affaires Étrangères, Chevalier Grand-Croix de l’Ordre. des Ss. Maurice et Lazare, Chevalier Grand-Croix de l’Ordre Impérial de la Légion d’Honneur etc.;

Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, le Sieur James Hudson, Chevalier du très-honorable Ordre du Bain, son Envoyé Extraordinaire et Ministre Plénipotentiaire auprès de Sa Majesté le Roi de Sardaigne etc., lesquels, après s’être réciproquement communiqué leurs pleins pouvoirs, trouvés en bonne et due forme, ont arrêta et signé les articles suivants:

Art. I.

Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande s’engage à recommander à son Parlement de la mettre à. mème d’avancer à Sa Majesté le Roi de Sardaigne; au moyen d’un emprunt, la somme d’un million de livres sterlings, dont cinqcentmille livres seront pavées par Sa Majesté le plutôt possible, dès que son Parlement aura donné son consentement, et les autres cinqcentmille livres six mois après le pavement de la première somme.

Sa Majesté Britannique s’engage en outre à recommander à son Parlement de la mettre à même, si la guerre ne sera pas finie à l’expiration de douze mois après le pavement du premier terme de l’emprunt sus énoncé, d’avancer à Sa Majesté le Boi de Sardaigne dans les mèmes proportions, une somme égale d’un million de livres sterlings.

Art. II.

L’intérêt à paver sur le dit emprunt ou emprunts par le Gouvernement Sarde sera en raison du 4 p. par an, dont 3 p. a titre d’intérêts, et 1 p. % pour fond d’amortissement.

Les intérêts susdits seront comptés à partir du jour où l’on fera le pavement en acompte de l’emprunt, et seront pavés par semestres: le premier pavement devra être fait quinze jours après l’expiration des six mois, à partir du pavement du premier terme de l’emprunt, et ainsi successivement.

Art. III.

Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande se chargera du transport gratuit des troupes Sardes.

Art. IV.

La présente Convention sera ratifiée et les ratifications en seront échangées à Turin le plustòt que faire se pourra.

En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs ont signé la présente Convention, et y ont apposé le sceau de leurs armes.

Fait à Turin le 26 du mois de janvier de l’an de grâce millehuitcentcinquantecinq.

C. Cavour — Hudson.


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Allegato N 4

MANIFESTO

del Governo di S. M. il Re di Sardegna Vittorio Emanuele II.

relativo all'accessione della M. S. al Trattato 10 aprile 1854

tra la Francia e l'Inghilterra.

Da gran tempo l'Europa guarda con giusto e geloso sospetto nel continuo ingrandirsi della Russia in Oriente la progressiva applicazione di quel sistema che, inaugurato da Pietro il Grande, maturato nella nazione più forse ancora che nei Sovrani Moscoviti, tende con tutte le forze ed occulte e palesi alla conquista di Costantinopoli, non come a scopo finale ma come a principio e scala di nuove e più smisurate ambizioni.

Questi progetti della Russia sovversivi dell’equilibrio europeo, minacciosi per la libertà de' popoli e per l’indipendenza delle nazioni, non si rivelarono forse mai con tanto evidenza quanto nell’ingiusta invasione dei Principati Danubiani, e negli atti diplomatici che la precedettero e seguitarono. Ond’è che a buon dritto la Francia e l’Inghilterra, dopo un lungo ed inutile esperimento de' mezzi di conciliazione, ricorsero alle armi, e pigliarono a sostenere l’impero Ottomano contro l’aggressione del suo prepotente vicino.

Dalla risoluzione della questione d’Oriente pendono i destini, non immediati, ma prevedibili d’Europa e d’Asia, e più direttamente e prossimamente quelli degli Stati contermini al mare Mediterraneo, i quali perciò non possono rimanersi spettatori indifferenti di una lotta in cui s’agitano i loro più vitali interessi, in cui si contende per sapere se rimarranno liberi e indipendenti, oppure Vassalli, se non di nome almeno di fatto, del colossale Impero Russo.

La giustizia della causa propugnata dai generosi difensori della Sublime Porta, le considerazioni si potenti sempre sul cuore del Re, della dignità e dell’indipendenza nazionale hanno determinato S. M. il Re di Sardegna, dopo il formale invito che ne ha ricevuto dalle due Grandi Potenze occidentali, ad accedere, per atto del 26 dello scorso gennaio, al Trattato di alleanza offensiva e difensiva, stipulato il 10 d’aprile del 1854, tra le LL. MM. l’imperatore dei Francesi e la Regina del Regno Unito della Gran Bretagna ed Irlanda. Ma assai prima che tal atto ricevesse l’indispensabile suo legai compimento mercé il cambio delle ratifiche, prima perciò che potesse avere un principio qualunque d’esecuzione, l’imperatore Nicolò, lagnandosi con linguaggio non scevro d’amarezza che da noi sia stato violato il diritto delle genti, nell’essersi (come egli suppone) senza previa dichiarazione di guerra, inviata una spedizione contro la Crimea, accusando inoltre il Re d’ingratitudine per aver dimenticate antiche prove di amicizia e di simpatia date dalla Russia alla Sardegna, s’affrettava a dichiararci egli stesso la guerra.

Senza arrestarci alla supposta violazione del diritto delle genti, che non può essere che un errore di cancelleria, osserveremo che nelle antiche memorie d’amichevoli corrispondenze passate tra i predecessori di S. M. I. e quelli di S. M. Sarda, l’imperatore avrebbe potuto contrapporre altre memorie più recenti e personali sul contegno che egli tenne da otto anni in quà verso Re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele IL Ma prima di tutto avrebbe dovuto persuadersi che S. M. si è accostata a questa alleanza non per dimenticanza di antiche amicizie, ne per risentimento di recenti offese, ma per ferma convinzione di esservi spinta imperiosamente e dagli interessi generali d’Europa, e dai particolari della Nazione di cui la Divina Provvidenza le ha affidato i destini. Ed è per ciò che nel pigliar parte ad una gravissima guerra il Re punto non dubita che rispondano al suo appello coll’antica fede gli amati suoi popoli, i prodi suoi soldati, confidando, come Egli confida, nella protezione di quel Dio, che nel corso di oltre otto secoli ha tante volte sorretto fra duri cimenti, e guidato a gloriosi successi la Monarchia di Savoia.

S. M. è sicura nella coscienza d’aver adempiuto un dovere. ne per quanto lo travaglino crudeli afflizioni sarà meno risoluto e costante nel difendere con tutte le sue forze contro qualunque aggressione i sacri interessi de' popoli, i diritti imprescrittibili della Corona.

Mentre il Re fa voti perché si rendano fruttuose le trattative di pace pur testé iniziate nella città di Vienna, adempiendo intanto gli obblighi contratti verso la Francia, l’Inghilterra e la Turchia, ha ordinato al Ministro sottoscritto di dichiarare come in virtù dell’atto d’accessione prementovato le sue forze di terra e di mare sono in istato di guerra coll’impero Russo.

Il sottoscritto dichiara inoltre d’ordine di Sua Maestà che l’exequatur accordato ai Consoli russi ne’ Regi Stati è rivocato; che le proprietà e le persone dei sudditi russi saranno nondimeno scrupolosamente rispettate, e che si concederà alle navi russe un termine competente per abbandonare gli Stati Sardi.

Torino, li 4 marzo 1885.

Il Presidente del Consiglio, Ministro degli affari esteri

C. Cavour.


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Allegato N 5

CONVENTION D’ALLIANCE

entre la Sardaigne et la Sublime Porte Ottomane

Sa Majesté le Boi de Sardaigne, animée des sentiments de la plus vive et sincère amitié envers Sa Majesté Impérial le Sultan, et partageant les principes politiques qui ont déterminé Sa Majesté l’Empereur des Francis et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande à conclure avec la Sublime Porte Ottomane le traité d’alliance de Constantinople du 12 mars 1854, avant en conséquence, par l’acte d’accession au Traité conclu à Londres entre la France et l’Angleterre le 10 avril 1854, et par la Convention Militaire avec ces deux Puissances, signés à Turin le 26 janvier de cette année, voulu associer. ses efforts à ceux des Augustes alliés de Sa Majesté Impériale le Sultan dans le but de garantir l’intégrité et l’indépendance de l’empire Ottoman contre l’agression de la Russie;

Et d’un autre côté Sa Majesté l’Empereur des Ottomans, reconnaissant dans ces actes une nouvelle et éclatante preuve d’amitié et d’intérêt de la part de Sa Majesté le Boi de Sardaigne, et voulant assurer à Sa Majesté pour les forces armées, au moyen desquelles Elle s’est engagée à concourir au succès de la guerre actuelle contre la Russie, une entière participation aux stipulations convenues par le dit Traité du 12 mars en faveur des troupes envoyés par les Gouvernements de France et d’Angleterre pour combattre avec celles de Sa Majesté Impériale le Sultan, dans le but d’amener le rétablissement de la paix, et de rasseoir l’équilibre de l'Europe;

Ont résolu de conclure entr’eux une Convention spéciale à l’effet de déclarer formellement leurs intentions à cet égard, et Elles ont en conséquence nommé pour leurs Plénipotentiaires, savoir:

Sa Majesté le Roi de Sardaigne le Baron Jean Pierre Romuald Tecco, Commandeur de son Ordre Royal des Saints Maurice et Lazare, décoré de l'Ordre Imperial du Nichan Istihar de première classe, son Envové extraordinaire et Ministre plénipotentiaire.

Sa Majesté Imperiale le Sultan, son Grand Vézir actuel Moustafà Rechid Pacha, décoré de l’Ordre Impérial du Médjidié de première classe, et de six autres décorations Impériales de distinction personnelle, des grands Cordons de la Légion d’Honneur de France, de l’Aigle Rouge de Prusse, de Charles III et d’isabelle la Catholique d’Espagne, d’une grande décoration de la Cour de Rome, et des Grands Cordons de Léopold de Belgique, du Lion Néerlandais de Hollande, de l’Épée de Suède et Norvège, des Saints Maurice et Lazare de Sardaigne, de la Tour et de l’Epée du Portugal, de S. Ludovic de Parme etc. etc. etc., et le Ministre des Affaires Étrangères de la Sublime Porte, Esseid Muhammed-Emin-Aaly Pacha, décoré de l’Ordre Impérial du Médjidié de première classe, et d’une autre grande décoration Impériale, de distinction personnelle, et des Grands Cordons de la Légion d’Honneur de France, de l’Aigle Rouge de Prusse, de la Tour et de l’Épée du Portugal, d’isabelle la Catholique d’Espagne, de l’Étoile polaire de Suède et de Norvège, de Léopold de Belgique, des Saints Maurice et Lazare de Sardaigne, etc. etc.

Lesquels, après s’être réciproquement communiqués leurs pleins pouvoirs, trouvés en bonne et due forme, sont convenus des articles suivants:

Art. I.

Sa Majesté le Roi de Sardaigne déclare adhérer pour sa part au Traité d’alliance conclu à Constantinople le 12 mars 1854, entre la Sublime Porte Ottomane, l’Empire Français et le Royaume-Uni de la Grande Bretagne, destinto à garantir la intégrité ed l’indépendance de l’Empire Ottoman, et s’engage envers Sa Majesté Impériale le Sultan à concourir au but que ses Augustes Alliés se sont proposé par le dit Traité, moyennant l’envoi de troupes Sardes sur le théâtre de la guerre, suivant ce qui a été arrêta par la Convention Militaire signée à Turin le 26 janvier de le présente année entre sa dite Majesté et Leurs Majestés l’Empereur des Français et la Reine de la Grande Bretagne et dTrlande.

Art. II.

Sa Majesté Impériale le Sultan, acceptant avec empressement cette adhésion du Boi de Sardaigne à son alliance avec la France et l’Angleterre, s’engage à son tour à accorder aux troupes Sardes qui seront expédiées dans le territoire ottoman ou ailleurs sur le théâtre de la guerre, un traitement parfaitement identique, sous tous les rapport, à celui qui à été stipulé par le Traité du 12 mars 1854 en faveur des troupes auxiliaires de France et d’Angleterre; et cela à charge pour les troupes Sardes des mème obligations que le Traité impose à celles de ces deux Puissances alliées.

Art. III

Le Gouvernement de Sa Majesté Impériale le Sultan donnera en conséquence aux autorités ottomans les ordres nécessaires pour que les troupes de Sa Majesté le Boi de Sardaigne, qui iront prendre part à la guerre, soient traités dans le territoire de l’Empire Ottoman sur un pied de parfaite égalité avec les troupes auxiliaires de France et d’Angleterre pour tout ce qui concerne les besoins du service.

Art. IV.

La présente Convention sera ratifiée, et les ratifications seront échangées à Constantinople dans l’espace de six semaine à partir du jour de sa signature, ou plus tot si faire se peut.

En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs l’ont signée et y ont apposé le cachet de leurs armes.

Fait a Constantinople le 15 mars 1855. S. N 3. V. S. 26 de la lune Djemazi-Ul-Akhyr de l’an de l’Hégire 1271.

(Signé) R. Tecco.

(L. S.)

(Signé] Rechid.

(L. S.)

(Signè) Aalv.

(L. S.)


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Allegato N 6

TRAITÉ D’ALLIANCE

concine entre la France, l’Angleterre et la Turquie

Sa Majesté l’Empereur des Français et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande avant été invitées par Sa Majesté Impériale le Sultan à l’aider à repousser l’agression dirigée par S Majesté l’Empereur de toutes les Russies contre les territoires de la Sublime Porte-Ottomane, agression par la quelle l’intégrité de l’Empire Ottoman et l’indépendance du trône de Sa Majesté Impériale le Sultan se trouvent menacées; et Leurs dites Majestés étant pleinement persuadées que l’existence de l’Empire Ottoman, dans ses limites actuelles, est essentielle au maintien de la balance du pouvoir entre les États de l’Europe, et avant, en conséquence, consenti à donner à Sa-Majesté Impériale le Sultan l’assistance qu’il a demandée dans ce but, il a paru convenable à Leurs dites Majestés et à Sa Majesté Impériale le Sultan de conclure un traité afin de constater leurs intentions, conformément à ce qui précède, et de régler la manière d’après laquelle Leurs-dites Majestés prêteront assistance à Sa Majesté Impériale le Sultan.

Sa Majesté l’Empereur des François, M. le général de division comte Baraguay-d’Hilliers, vice-président du sénat, grand-croix de l’Ordre impérial de la Légion d’Honneur, etc., etc. etc., son ambassadeur extraordinaire et plénipotentiaire près la Porte-Ottomane;

Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, le très-honorable Stratford, vicomte Stratford de Redcliffe, pair du Royaume-uni, conseiller de sa Majesté Britannique en son conseil privé, chevalier grand-croix du très-honorable ordre du Bain, son ambassadeur plénipotentiaire près la Porte Ottomane;

Et Sa Majesté Impériale le Sultan, Mustapha Réchid-pacha, son Ministre des affaires étrangères;

Lesquels après s’être réciproquement communiqué leurs. pleins pouvoirs, trouvés en bonne et due forme, sont convenus des articles suivans:

Art. I.

Sa Majesté l’Empereur des Fran£ais et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, avant déjà, à la demande de Sa Majesté Impériale le Sultan, ordonné à de puissantes divisions de leurs forces navales de se rendre à Constantinople et d’étendre au territoire et au pavillon Ottoman la protection que permettraient les circonstances. Leurs-dites Majestés se chargent, par le présent Traité de coopérer encore davantage avec Sa Majesté Impériale le Sultan, pour la défense du territoire Ottoman en Europe et en Asie, contre l’agression russe, en employant à cette fin tel nombre de leurs troupes de terre qui peut paraître nécessaire pour atteindre ce but: lesquelles troupes de terre Leurs-dites Majestés expédieront aussitôt vers tels ou tels points du territoire Ottoman qu’il sera jugé à propos; et Sa Majesté Impériale le Sultan convient que les troupes de terre françaises et anglaises, ainsi expédiées pour la défense du territoire Ottoman, recevront le même accueil amical et seront traitées avec le mème considération que les forces navales françaises et britanniques employées depuis quelque temps dans les eaux de la Turquie.

Art. II.

Les Hautes Parties contractantes s’engagent, chacune de son côté, à se communiquer réciproquement, sans perte de temps, toute proposition que recevrait l’une d’elles de la part de l’Empereur de Russie, soit directement, soit indirectement, en vue de la cessation des hostilités, d’un armistice ou de la paix; et Sa Majesté impériale le Sultan s’engage, en outre, à ne conclure aucun armistice et à n’entamer aucune négociation pour la paix, ou à ne conclure aucun préliminaire, ni aucun traité de paix avec l’Empereur de Russie, sans la connaissance et le consentement des hautes parties contractantes.

Art. III.

Dès que le but du présent Traité aura été atteint par la conclusion d’un traité de paix, Sa Majesté l’Empereur des Francis et Sa Majesté la Reine du Royaume-Uni de la Grande Bretagne et d’Irlande, prendront aussitôt des arrangemens pour retirer immédiatement toutes leurs forces militaires et navales employées pour réaliser l’objet du présent Traité, et toutes les forteresses ou positions dans le territoire Ottoman qui auront été temporairement occupées par les forces militaires de la France et de l’Angleterre seront remises aux autorités de la Sublime Porte-Ottomane, dans l’espace de quarante jours, ou plus tôt, si faire se peut, à partir de l’échange des ratifications du traité par lequel la présente guerre sera terminée.

Art. IV.

Il est entendu que les armées auxiliaires conserveront la faculté de prendre telle part qui leur paraîtrait convenable aux opérations dirigées contre l’ennemi commun, sans que les autorités ottomanes, soit civiles, soit militaires, aient la prétention d'exercer le moindre contrôle sur leurs mouvemens; au contraire, toute aide et facilité leur seront prêtées par ces autorités, spécialement pour leur débarquement, leur marche, leur logement ou campement, leur subsistance et celle de leurs chevaux, et leur communications, soit qu’elles agissent ensemble, soit qu’elles agissent séparément.

Il est entendu, de l’autre coté, que les Commandans desdites armées s’engagent à maintenir la plus stricte discipline dans leurs troupes respectives, et feront respecter par elles les lois et les usages du pays.

Il va sans dire que les propriétés seront parto ut respectées.

Il est de plus entendu de part et d’autre, que le pian général de campagne sera discuté et convenu entre les Commandants en chef des trois armées, et que si une partie notable des troupes alliées se trouvait en ligne avec les troupes ottomanes, nulle opération ne pourrait être exécutée contre l’ennemi sans avoir été préalablement concerté avec les commandants des forces alliées.

Finalement, il sera fait droit à toute demande relative aux besoins du service, adressée par les commandans en chef des troupes auxiliaires, soit au Gouvernement ottoman, par le canal de leurs ambassades respectives, soit d’urgence aux autorités locales, à moins que des objections majeures, clairement énoncées, n’en empêchent la mise à exécution.

Art. V.

Le présent Traité sera ratifié, et les ratifications seront échangées à Constantinople dans l’espace de six semaines, ou plus tôt si faire se peut, à partir du jour de la signature.

En foi de quoi les Plénipotentiaires respectifs Font signé et y ont apposé le cachet de leurs armes.

Fait en triple, pour un seul et mème effet, à Constantinople le 12 mars 1854.

Signé Baraguav d’Hilliers (L. S.)

Stratford de Redcliffe (L. S.)

Reschid (L. S.).


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Allegato N 7

QUADRO DI COMPOSIZIONE
DEL CORPO DI SPEDIZIONE SARDO IN ORIENTE

[Per le tabelle inerenti i dettagli del corpo di spedizione consultare il testo originale – N d R]


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NOTE

(1) Nacque in Torino il 18 novembre 18044. Morì in Firenze il 5 gennaio 1878.

Uscì dall’Accademia militare di Torino sottotenente d’artiglieria nel 1823. Amantissimo degli studi professionali, vi diè mano con vera passione, allargandone la cerchia oltre i limiti abituali e completandoli con lunghi viaggi d’istruzione.

Allo scoppiar della guerra del 1848, ebbe il comando di due batterie di artiglieria a cavallo, specialità dell’arma ch’egli medesimo organizzò nell’esercito sardo; fu addetto alle operazioni d’assedio di Peschiera, si distinse nei combattimenti di Monzambano, Borghetto e Valeggio. Promosso colonnello di stato maggiore, meritò la medaglia d’argento al valore a Custoza e Sommacampagna.

Sullo scorcio dell’anno 1848, entrò a far parte del Ministero Pinelli, per gli affari della guerra e della marina — nel febbraio 1849 tentò un’incursione in Toscana con una divisione per instaurarvi un governo regolare, ma la disfatta di Novara troncò a mezzo quella intrapresa. Riassunse il portafoglio della guerra, con il ministero d’Azeglio, dando piena effettuazione al suo programma d’idee e di riforme organiche per l’esercito sardo che ne formò la saldezza ed il valore incomparabile, e le cui basi, pur oggidì, sono quelle del nuovo esercito italiano.

Sopravvenuta la guerra d’Oriente, ebbe il comando del corpo di spedizione piemontese — fece ritorno dalla Crimea generale d’armata, riprendendo subito il portafoglio della guerra.

Nel 1859, rese utilissimi servigi quale addetto al quartiere generale del Re — presidente del consiglio dei ministri nel 1864, contribuì a stringere fra Prussia ed Italia quei legami che doveano condurre alla campagna del 1866.

In questa disimpegnò le funzioni di capo di stato maggiore dell’esercito: e se durante il corso della campagna a lui può essere ascritta una parte della responsabilità nell'insuccesso di Custoza, nondimeno gli si debbono le sagge risoluzioni che contraddistinsero’ la seconda parte della guerra e le trattative per la pace.

Nel 1810, fu nominato luogotenente generale del Re nelle province romane; dopo di che ritiravasi a vita privata in Firenze.

(2) Nacque a Pontedecimo, presso Genova, il 4 aprile 1798, morì in Torino il 3 aprile 1883. Esordì la carriera delle armi nei cacciatori italiani nel 1816, partecipò alla battaglia di Novara nel 1849, comandante del 15° fanteria. Importante fu l’opera sua quale intendente generale per l’armata a Costantinopoli nella guerra d’Oriente — poscia comandò la brigata di riserva, alla morte del generale Ansaidi.

Nel 1859 fu chiamato a reggere il Ministero della guerra del governo provvisorio in Toscana; ebbe quindi il comando di varie divisioni attive, ed infine la carica d’ispettore dell’esercito.

(3) Generalmente fu adottata l’ortografia dei nomi geografici, quale è indicata nell’annessa tavola topografica, riprodotta, come documento, dal Ricordo pittorico: colla stessa ortografia furono scritti per analogia alcuni nomi, come questo, non compresi su quella carta. Quando fummo liberi cercammo di scrivere i nomi geografici con ortografia o dicitura italiana, tutte le volte che l’occasione lo suggeriva.

(4)Nato a Torre di Mondovì, l'8 luglio 1795; si arruolò volontario nei cacciatori Savoia, nominato sottotenente il 21 marzo 1814, fece carriera successivamente nella brigata Piemonte e nella brigata Casale. Comandò il 18 reggimento fanteria dal 20 ottobre 1846 al 12 novembre 1848, nel qual dì fu promosso maggior generale e destinato al comando della brigata Savona, e il 15 novembre 1851 a quello della brigata Aosta. Mori di cancrena nell'ospedale di Balaclava il 2 luglio 1855. Aveva fatto le campagne del 1815, 1848 e 1849.

(5) Nacque in Carpi il 23 febbraio 1806, morì a Firenze il 5 aprile 1865. Entrò nel 1826 come cadetto nella scuola modenese dei pionieri e ne uscì ufficiale del genio e laureato in matematica. Partecipò ai moti del 1831, ed anzi si trovò allato di Ciro Menotti, nella notte del 3 febbraio, quando la polizia sorprese imprevedutamente la casa in cui egli, fidando della parola del duca di Modena, preparava il cambiamento liberale del governo. Passò in Francia, ove fu addetto al comando del genio in Lione, e quindi in Spagna dove combatté nell’esercito costituzionale. Vi si distinse per valore e dottrina, ascese al grado di colonnello, e nel 1848 era capo di stato maggiore nella capitanìa di Madrid, quando scoppiò l’insurrezione in Italia. Rinunciò al servizio ed ai gradi in Spagna, e venne a prender parte alla guerra d’indipendenza. Il governo provvisorio di Milano gli affidò la difesa della città, mentre l’esercito piemontese stava ritirandosi verso di essa, e nella terribile giornata del 5 agosto il Fanti protesse la persona del re Carlo Alberto contro la plebe eccitata ed esaltata. Passato in Piemonte, ebbe il comando di una brigata nella divisione lombarda e dopo la funesta disobbidienza del Ramorino alla Cava, raccolse il comando di quella divisione. Per la stima conciliatasi ebbe il comando di una brigata nella spedizione di Crimea, e dopoché ne tornò, fu eletto deputato. Nel 1859 comandante della 2(a) divisione prese parte ai combattimenti sulla Sesia e a Confienza, alle battaglie di Magenta e di S. Martino. Nell’ottobre di quell’anno fu chiamato al comando delle truppe della lega dell’Italia centrale e della Toscana; quando quei paesi furono annessi alla monarchia avevano un bell’esercito, il cui ordinamento era dovuto alle cure infaticabili del Fanti. Chiamato il 20 gennaio 1860 al Ministero della guerra da Cavour, intraprese la difficile opera della trasformazione dell’esercito piemontese in italiano, e nel frattempo diresse le operazioni della campagna delle Marche e dell’Umbria nel 1860.

Colla morte di Cavour lasciò il Ministero della guerra il 12 giugno 1861. Coprì poi la carica di comandante del 5° dipartimento militare che aveva la sede in Firenze. Ma la sua salute era affranta dalle fatiche e dalle cure di una vita nobilmente spesa per il suo paese durante un periodo assai fortunoso. Il Carandini scrisse la vita di questo generale, che fu il primo ministro della guerra del regno d’Italia.

(6) Nato in Castelvetro, presso Modena, il 10 agosto 1813: morì in Pisa l'8 settembre 1892. Per la parte da lui presa, come volontario nell’esercito raccolto dal governo modenese nel 1831, dovette emigrare: ed essendo scoppiata nel Portogallo la guerra tra costituzionali ed assolutisti, il Cialdini nel 1833 si arruolò come semplice granatiere in un reggimento dell’esercito costituzionale: egli vi si distinse in modo che al chiudersi della breve campagna era sottotenente, dopo di essere passato per tutti i gradi inferiori. Nel 1836 andò in Spagna e col Fanti combatté le guerre contro i carlisti; poi tornò in Italia per prender parte alla guerra d’indipendenza del 1848. Fu ferito alla battaglia di Vicenza, e non ben guarito, nel marzo 1849 si trovò al combattimento della Sforzesca ed alla battaglia di Novara comandante del 23° reggimento fanteria formato di soldati regolari e di truppe parmigiane e modenesi e pel suo contegno decorato colla medaglia al valor militare alla bandiera. Ma sciolto quel reggimento in seguito alla pace, il colonnello Cialdini ebbe il comando del 14° reggimento. Nel 1859 era alla testa della 4 divisione che si distinse per i combattimenti di Palestro del 30 e 31 maggio. Nel 1860 comandava il 4° corpo d’armata, vinse la battaglia di Castelfidardo che divise l’esercito pontificio da Ancona, e s’impadronì di questa città; poi avanzatosi verso l’Italia meridionale, dopo il combattimento del Macerone, fu incaricato dell’assedio di Gaeta e di Messina. Nel turbato periodo che seguì il 1861, quando trattavasi di sistemare e consolidare il nuovo regno, il consiglio e l’opera del generale Cialdini furono di grande aiuto al governo tanto nel Parlamento quanto nell’azione, per superare le difficoltà che via via sorgevano. Per breve tempo luogotenente generale del Re a Napoli, nel 1862 comandante del corpo d’armata di Bologna: nel 1864 senatore del regno. Nel 1866 ebbe il comando del 4° corpo d’armata cui era commesso il passaggio del Po. Per le notizie nella battaglia di Custoza sospese quell’operazione, che riprese più tardi con nuovo indirizzo finché l’armistizio lo fermò sul confine orientale delle province venete. Ebbe due volte l’incarico di formare il ministero, nelle difficili contingenze di Mentana nel 1867, e nel 1869. dopo caduto il Ministero Menabrea: non trovò sufficienti collaboratori ad assecondarlo. Fu ambasciatore in Spagna nel 1871 ed in Francia dal 1876 al 1880. Scrissero di lui il Marcotti nella piccola biblioteca del popolo italiano, e il Manfredi autore del presente scritto.

(7) Nacque a Fano nel 1802, morì a Balaclava il 12 ottobre 1855. Uscì dall’accademia militare di Torino come sottotenente del reggimento Nizza cavalleria. Tenente nel 1827, capitano nel 1831, maggiore nel 1843, nel 1848 ebbe come colonnello il comando del reggimento Piemonte reale e con esso fece la guerra d’indipendenza. Partito per la spedizione di Crimea col grado di colonnello, era da pochi giorni promosso a maggior generale, quando fu ferito mortalmente nella battaglia della Cernaia del 16 agosto 1855. Aveva molta autorità per quanto riguardava la cavalleria ed il governo gli aveva affidato frequenti incarichi per il miglioramento di quell’arma nell’esercito sardo.

(8) Nacque in Albens, nella Savoia, il 13 maggio 1801. — A 18 anni entrò guardia cadetto nella guardia del corpo e vi raggiunse il grado di sottotenente nel 1822. Continuò la carriera nella brigata Acqui, nel 1832 in quella di Savoja, ove fu promosso capitano nel 1834. Nel maggio 1848 fu promosso maggiore a scelta nel 5° reggimento fanteria, per merito di guerra dopo il combattimento di Villafranca. Nel novembre dello stesso anno raggiunse il grado di colonnello comandante del 17° reggimento fanteria. Comandò la 5(a) brigata provvisoria nella spedizione d’Oriente, e ritornato in patria la brigata Cuneo dapprima, poscia quella di Piemonte. Il 9 giugno 1859, fu destinato al comando della 3(a) divisione attiva e per la sua condotta tenuta nella giornata di S. Martino nominato tenente generale. Nel giugno 1860, poiché fu annessa la Savoia all’impero di Francia, il generale Filiberto Mollard passò con il suo grado ed anzianità nell'esercito francese e nominato aiutante di campo dell’imperatore Napoleone III.

(9) Nacque in Mondovì nel 1804, morì in Firenze il 28 maggio 1869. Sottotenente dapprima nei cacciatori di Savoia, passò a militare nel Belgio e nel Portogallo, distinguendosi a Oporto, nella difesa delle linee di Lisbona (1834) — dopo un memorabile servizio in Portogallo, fece ritorno in Piemonte nel 1843. Nel 1848, comandò la divisione pontificia che operò nel Veneto. Ammesso nell’esercito sardo, combatté a Novara — poscia ebbe successivamente il comando delle divisioni di Novara, Cagliari ed Alessandria e quello della 1(B) divisione del corpo di spedizione in Oriente nel 1855. Nel 1859 guidò la 3(a) divisione alla ricognizione della Sesia ed a Vinzaglio. Quindi la l(a) a S. Martino. Nel 1860 entrò in Toscana e vi condusse le prime truppe nazionali, nel 1861 comandò il dipartimento di Napoli, dal 1862 al 1866 quello di Milano. Nella campagna del 1866 comandò il 1 corpo d’armata e fu ferito nella giornata di Custoza. Nel 1867 resse la presidenza del tribunale supremo di guerra e marina, ultimo ufficio della sua carriera.

(10) Nacque in Torino nel 1799 e morì a Kadikoi, il 7 giugno 1855. Partecipò alla campagna del 1814, agli ordini del generale Gifflenga, quale sottotenente delle guardie. Vagheggiò sino dai primi anni il disegno d’ordinar truppe leggere, intraprendendo lunghi viaggi all’estero — nel 1835, diè forma alla sua idea con la formazione di una compagnia di cacciatori che denominò bersaglieri, ed alla quale consacrò le sue fatiche ed il suo censo. La compagnia crebbe, e divenne corpo speciale degno d’ammirazione dell’esercito piemontese e dell’Europa — nel 1844 comandava i bersaglieri quale colonnello. Nella campagna del 1848 i nuovi. soldati fecero le prime prove delle armi a Goito, l'8 maggio, guidati in persona da Alessandro La Marmora che vi rimase ferito. Il 27 luglio era nominato generale ed ispettore del corpo che egli avea creato — nel febbraio 1849 capo dello stato maggiore dell’esercito, distinguendosi a Mortara. Nel 1852 prese il comando della divisione militare di Genova. Accompagnò in Crimea il fratello Alfonso, incontrando la morte per colera.

(11) Vedi La Marmora. — Un po’ più di luce.

(12) Genova di Revel. — La spedizione in Crimea, pag, 84.

(13)TodlebeN — Défense de Sebastopol, pag. 120.

(14) 501, secondo la Relazione del generale Niel; 508, secondo la Relazione russa del capitano Anitschkof.

(15) Alessandro di Saint Pierre. — La spedizione di Crimea. — Spigolature dal diario di un ufficiale piemontese. Firenze, 1892.

(16) «Rifocillatomi ad una bettola di Karani, ove pagai lire 5 una minestrina di santà e mezza tazza di birra», rammenta il Revel (Libro citato pag. 91).

(17) Ricci. — In Crimea — Rivista militare italiana, 1885.

(18) Alessandro Saint Pierre. — La spedizione di Crimea.

(19) Queste cifre sono tolte da rapporti del generale La Marmora. Per quanto riguarda gli alleati, esse concordano, salvo lievi differenze, con quelle date più tardi da scrittori francesi; per quanto riguarda i russi, la cifra di 90 mila uomini sotto Sebastopoli, concorda precisamente con quella data poi dalla Relazione del generale Todleben.

(20) Si noti però che, nella legione straniera, gl'Italiani erano numerosissimi.

(21) Ceresa di Bonvillaret. — Diario della campagna di Crimea. — Roux, Torino.

(22) Il generale Niel, nella sua opera Siège de Sébastopol (pag. 225), annunzia l’arrivo del corpo piemontese nel modo seguente:

«È giunto il generale La Marmora con un corpo d’armata sardo. Questo corpo formante un effettivo di 15 mila uomini è posto sotto gli ordini del comandante dell’armata inglese.»

(23) La situazione del 20 maggio conta uomini 8414, cavalli 939, carri 115: quella del 30 successivo conta uomini 11863, cavalli 1784, carri 235. Nel frattempo erano avvenuti gli sbarchi indicati nell’Allegato N 8 e giustificano le differenze. Le cifre dei cavalli e dei carri presenti in Crimea differiscono notevolmente da quelle dei carri e cavalli imbarcati: ciò segna le perdite dei quadrupedi che furono numerose, e bisogna rammentare che una parte del materiale rimase a Costantinopoli.

(24) Il generale La Marmora, nel suo rapporto al Ministro della guerra, in data 25 maggio, indica con qualche divario le truppe che presero parte alla ricognizione. Noi ci siamo attenuti alle indicazioni dei Diari, perché più particolareggiate, perché concordi coll’ordine del giorno e perché, a quanto ci pare, il Diario fu scritto dopo il rapporto. Ciò che poi toglie ogni dubbio, si è il vedere che il Diario, dopo avere indicato le truppe che presero parte al movimento, specifica pur quelle che non vi presero parte e restarono al campo sotto gli ordini del colonnello Cialdini, cioè: il battaglione dell’8(o) fanteria, quattro compagnie del genio, la musica dei granatieri. destra, avanzandosi per le giogaie che sorgono ad est di Balaclava. Il nostro 5° battaglione bersaglieri, marciando fra le truppe sarde e le inglesi, manteneva il collegamento tra la colonna del centro e quella di destra.

(25) Tanto il rapporto del generale La Marmora al Ministro, quanto il Diario dicono la Cernaia, ma dev'essere errore materiale; perché non dalla valle della Cernaia, sibbene da quella della Suaja suo affluente, si possono riconoscere le strade che mettono a quella di Baidar. Il Ricordo pittorico dello stato maggiore segna le truppe nella valle della Suaja.

(26) Le parole destra o sinistra quando si tratta del corpo di osservazione, si riferiscono al fronte delle truppe rivolto verso l’esterno; quando si tratta del corpo d’assedio si riferiscono al fronte rivolto verso la piazza.

(27) Forse eguale o simile comunicazione venne fatta ai comandanti inglese e turco, ma non ne troviamo traccia nei documenti; forse venne fatta soltanto al francese, perché i francesi più degli altri andavano girando per gli accampamenti e meno si arrendevano alle intimazioni.

(28) Revel. — Op. cit., pag. 92.

(29) In quel tempo non si conoscevano ancora le odierne eccellenti scatole di carne in conserva.

(30) Si trova, a questo proposito, una relazione del capo di stato maggiore A. Casanova ed altre molte di diversi ufficiali.

(31) G. F. Ceresa di Bonvillaret. — Diario della campagna di Crimea. Torino-Roma. Editore Roux.

(32) Così dice il Diario: il rapporto del generale La Marmora dice che la ricognizione fu «eseguita da due battaglioni di fanteria e da tre compagnie di bersaglieri».

(33) Dai nostri documenti non apparisce se le osservazioni di lord Raglan sieno state motivate da rimostranze del generale La Marmora, ma è probabilissimo.

(34) Le alture che da sud dominano Alsu.

(35) Si noti che spesso vediamo chiamata valle della Cernaia anche quella del Baidar, che ne è la, continuazione.

(36) Sulla carta, Opu.

(37) Il racconto, quale l’abbiamo tolto dal Diario e da un rapporto del generale La Marmora, concorda colla relazione francese del generale Niel e con quella russa del capitano Anitschkof.

(38) Onorato De Chaurand de S. Eustache del 6° reggimento fanteria, si distinse come tenente nella battaglia di Novara del 1849, e vi ebbe la medaglia al valore. Lo Zanelli ricorda l’episodio nella Storia, della Brigata Aosta, pag. 314.

(39) Ricci. — In Crimea.

(40) G. F. Ceresa di Bonvillaret. — Diario della campagna di Crimea.

(41) G. F. Ceresa di Bonvillaret. — Diario della campagna di Crimea. Ricci. — In Crimea.

(42) Francesco Cassinis. Nato a Manevano il 31 luglio 1818, morto in Crimea il 5 agosto 1855. Abbandonò lo studio della medicina per farsi soldato e nel 1836 era caporal furiere nella brigata Aosta, d’onde passò fra i primi nel corpo del bersaglieri allora formato. Nel 1841, sottotenente dell’8° fanteria, luogotenente nel marzo 1848, tornò nei bersaglieri con l’incarico d’ordinare e comandare la compagnia formata con i studenti all’università di Torino, arruolatisi per la guerra. Con essa fece la campagna del 1848, lasciando gran fama di sé ed essendone compensato col grado di capitano per merito di guerra, avuto il 5 giugno 1848, e con la medaglia, al valore pel combattimento di Sommacampagna. Promosso maggiore nel 1853 ebbe il comando del 10’ battaglione bersaglieri e passò in Crimea con quello del 5° battaglione bersaglieri provvisorio. Ivi trovò la morte per colera.

(43) Da un elenco compilato nell'ufficio del medico capo risulterebbe che fossero morti 54 tra ufficiali ed impiegati.

(44) Morto il generale Alessandro La Marmora il 7 giugno, il comando fu dato il 13 luglio al luogotenente generale Ardingo Trotti, e nel frattempo tenuto provvisoriamente dal generale Ansaldi.

(45) Dallo specchio di formazione la 1® batteria era assegnata alla 1(a) brigata (riserva) e la 16° alla 5(a) brigata. Infatti l'11 luglio queste batterie ripresero la loro normale destinazione; devesi però notare che le altre due sezioni della 16(a) giunsero in Crimea solo il 2 luglio.

(46) Oltre la Cernaia ed a breve distanza da Ciorgun: ove sulla carta dice Torre.

(47) Alessandro di Saint Pierre. —La spedizione di Crimea. Spigolature dal Diario di un ufficiale superiore. Firenze, 1892. Tip. Cellini.

(48) In un documento intitolato Corrispondenza dal campo turco vi sono tre lettere senza firma, probabilmente estratte da qualche giornale e tradotte dal francese, ma, a quanto pare, scritte da un piemontese; forse dal capitano Rizzardi commissario presso l’armata turca. Queste lettere, mal tradotte e mal copiate, contengono una viva e interessante descrizione dei luoghi percorsi dai turchi.

(49) Le perdite dei francesi furono tolte dalla relazione del generale Niel, e sono poco dissimili da quelle riportate dal Rousset. I russi dicono che sieno state anche maggiori ed è probabile perché il numero dei feriti non si trova in proporzione con quello dei morti.

(50) Le perdite dei russi e quelle degl’inglesi sono tolte dalla narrazione del capitano russo Anitschkof. Il generale La Marmora in un suo rapporto del 23 fa ascendere le perdite degl’inglesi a soli 300 uomini fuori combattimento; ma è probabile che in detto giorno non si conoscessero ancora tutte le perdite.

(51) Alessandro Di Saint Pierre. — Op. cit.

(52) Derossi Francesco del 3° reggimento provvisorio: veniva dal 13 reggimento fanteria ov’era maggiore. Nel 1848 era capitano aiutante maggiore del 14° reggimento fanteria ed ebbe la medaglia d’argento al valor militare per l’attività ed intelligenza con cui assecondò il colonnello Damiano nel portare ordini durante il combattimento sulle alture di Rivoli nel 22 luglio. Morì nell’ospedale degl’inglesi. — Il capitano conte Girolamo Casati era stato ammesso nel corpo di stato maggiore col grado di luogotenente. Era decorato di medaglia al valor militare e capitano dall’8 ottobre 1852.

(53)Quando si dice che esisteva il materiale per un nuovo ospedale di 500 letti, si deve intendere che esistevano gli oggetti più necessari; di Quelli soltanto utili vi era grande deficienza anche negli ospedali già impiantati.

(54) Alessandro di Saint Pierre. — Op. cit.

(55) Detto anche di Teilù.

(56) In un libro intitolato: Alfonso La Marmora. — Pagine nuove. — Ricordi storici della campagna di Crimea per Carlo Osvaldo Pagani. — Tipografia Voghera, Roma 1880, si legge:

«Il La Marmora era appena rientrato al suo quartier generale di Kadikoi, quando gli giunse una lettera del Pélissier, colla quale lo invitava a cedere ai turchi le posizioni di Kamara, e ritirarsi colle sue truppe a Balaclava per coprire quella posizione».

Di questa lettera del Pélissier non risulta dai documenti che si trovano nell’archivio del corpo di stato maggiore, ne crediamo probabile che sia stata scritta, almeno in termini d'invito.

L’autore prosegue poi narrando di una lettera scritta dal La Marmora al Pélissier per far revocare la decisione presa in consiglio. Questa è probabile che sia stata scritta, ma non ve n’è traccia nei documenti del suddetto archivio.

Dove poi ci pare che Fautore cada in una grave inesattezza è nel segnare la data di questi fatti tra il 26 e il 30 giugno, mentre dai documenti del suddetto archivio apparisce ch’ebbero luogo tra il 4 e il 6 luglio. Questa inesattezza, ne chiama un’altra ed è di far colpa a lord Raglan di fatti avvenuti quando egli era già morto e sotterrato. Anche stando alle date dell’autore, è impossibile che, la sera del 27 giugno, La Marmora abbia avuto, a proposito delle posizioni occupate dai piemontesi, una vivace discussione con lord Raglan, perché quella sera lord Raglan era moribondo.

È poi assolutamente inesatto quanto nella citata opera è detto dei gravi contrasti che, in precedenza, avrebbero avuto luogo, per diverse questioni, tra il comandante sardo e il comandante inglese.

(57) Revel. — Spedizione di Crimea, pag. 139-140.

(58)ti) Il diario e il rapporto La Marmora la dicono a cavallo dalla Suaja; lo schizzo unito al rapporto la mostra al di là. ne il diario, ne il rapporto dicono quando si sia recata in tale posizione. Il 22 giugno (ultima volta che se ne parla) è detto nel diario, che dalla ricognizione si ritirò nelle antiche posizioni di Kamara.

(59)Il diario e il rapporto La Marmora la dicono a cavallo dalla Suaja; lo schizzo unito al rapporto la mostra al di l. N il diario, n il rapporto dicono quando si sia recata in tale posizione. Il 22 giugno (ultima volta che se ne parla) detto nel diario, che dalla ricognizione si ritir nelle antiche posizioni di Kamara.

(60) Vedi Alfonso La Marmora. — Pagine nuove. — Ricordi storici della campagna di Crimea per Carlo Osvaldo Pagani. — Tip. Voghera, 1882

(61) Alessandro Delta Rovere nato a Casale il 20 ottobre 1815, morto a Torino il 17 novembre 1864. Uscì dall’accademia di Torino sottotenente di artiglieria il 22 novembre 1833; capitano dal 22 aprile 1845 fece con quel grado la campagna del 1848 nei pontieri, maggiore il 27 dicembre 1850 si trovò allo scoppio della polveriera di Borgo Dora in Torino del 26 aprile 1855 e colla sua efficace direzione concorse a vincere l’incendio che successe alla esplosione. Fu decorato colla medaglia al valor militare per la energia e per la tranquillità d’animo che mantenne durante l’importante e difficile operazione anche nel momento del più grande pericolo. In Crimea fu comandato al quartier generale dal 7 aprile 1855 e il 1° agosto successivo fu incaricato delle funzioni d’intendente generale dell’armata. In seguito ebbe varie missioni all’estero e cooperò al miglioramento dell’esercito colla sua collaborazione nei regolamenti di manovra e del tiro della fanteria. La guerra del 1859 lo trovò colonnello dal 28 gennaio 1859. Ebbe incarico di regolare i servizi amministrativi e le sussistenze dell’esercito in campagna. Maggior generale dal 12 luglio 1859, luogotenente generale il 3 ottobre 1860 fu il 14 aprile 1861 inviato in Sicilia come luogotenente del Re. Ministro della guerra il 5 settembre successivo tenne quel portafoglio fino al 29 settembre 1864, nell’epoca in cui maggiormente fervette l’opera di ordinamento dell’esercito italiano di recente formato. Cessò di reggere le cose della guerra colla caduta di tutto il Ministero, avvenuta per effetto della Convenzione colla Francia del settembre 1864.

(62) Comunicò direttamente la notizia al comandante inglese, al francese e al turco, inviando loro copia della stessa lettera.

(63) G. F. Ceresa di Bonvillaret. — Diario della campagna di Crimea.

(64) G. F. Ceresa di Bonvii. labet. — Diario della campagna di Crimea.

(65) Ricci. — In Crimea.. III.

(66) Davide Caminati. Nato a Savona nel 1816, morto nella battaglia di S. Martino del 24 giugno 1859. Era entrato nell’esercito piemontese come guardia del corpo e nel 1833 promosso a sottotenente. Nel 1848 fu inviato come capitano al servizio della Toscana e concorse all’ordinamento delle truppe che presero parte alla guerra. Ferito a Curtatone, fu poi segretario al ministero della guerra in Toscana. Richiamato in Piemonte, alla battaglia di Novara era maggiore del 4 fanteria. In Crimea era comandante del 4° reggimento provvisorio.

(67)

Il generale Todleben, nella sua relazione, nota con compiacenza che gli alleati non tralasciarono di far raccogliere i feriti russi e curarli nei loro ospedali.

(68)Vedi Alfonso La Marmora. Pagine nuove. Ricordi storici della campagna di Crimea per Carlo Osvaldo Pagani. Roma, 1880.

(69) Vedi Pagani. — Opera citata.

(70) «Alla sera, al chiarore delle torce resinose, e tutta la notte si seppellirono i morti e si trasportarono i feriti. Non giurerei che nell’oscurità e nella fretta non si sia seppellito qualcuno vivente ancora. Era uno spettacolo fantastico e terribile pei gemiti dei feriti che giacevano da più ore sul terreno....

«Nei campi alleati regna la massima allegria, malgrado lo spettacolo doloroso dei nostri sofferenti. Alla sera corre lo champagne ed a notte tarda ci ritiriamo agli accampamenti. Il successo d’oggi ci è arra che, presentandosi l’occasione, tutto il corpo possa concorrere ed eguagliare i più fortunati combattenti.

«Conseguenze morali per noi sono quelle dell’alto prestigio che abbiamo acquistato, per la fermezza vera dimostrata dalle truppe impegnate nel combattimento. Inglesi e francesi c’invitano a bere lo champagne e l’amicizia, e la confidenza è intima.» (Ceresa di Bonvillaret. — Opera citata).

(71)Alfonso La Marmora. Pagine nuove. Cenni storici della campagna di Crimea per Carlo Osvaldo Pagani (pag. 320).

(72) Capitano di stato maggiore addetto al quartier generale principale, comandato, per questa occasione, presso la 3(a) brigata.

(73) Di questi rapporti ne esistono molti nell’archivio del corpo di stato maggiore e la loro quantità e minuziosità potrebbe, a prima vista, far credere che si riferiscano ad operazioni importanti.

(74) Questa lettera venne riportata precedentemente.

(75) Diario del tenente colonnello Saint Pierre.

(76) Occuparono Alsu, perché, come abbiamo visto, i turchi vi avevano lasciato le baracche.

(77) Revel. — La spedizione in Crimea, pag. 189.



La guerra di Crimea (1853-1856) - Elenco dei testi pubblicati sul nostro sito

1855
Sunto di geografia della Crimea e degli stati limitrofi illustrata da quattro carte diligentemente incise
1856
Discussioni alla Camera dei Deputati  del Regno di Sardegna - Trattato di pace - Parigi 30 marzo 1856
1856
La questione italiana al Congresso di Parigi nell’anno 1856
1856
La questione d’oriente - cause - andamento diplomatico - conchiusione della pace - protocolli e trattati
1856
Il trattato di pace di Parigi 30 marzo 1856 e le convenzioni annesse - seconda edizione
1871
La Russia e il trattato di Parigi del 1856 - Pensieri del cav. Pietro Esperson
1881
Il congresso di Parigi (1856) - Conferenza dell'on. comm. Giuseppe Massari
1882
Le guerre dell’indipendenza italiana dal 1848 al 1870 di Carlo Mariani
1891
Nicolas I et Napoléon III - Les préliminaires de la guerre de Crimée (1852-1854) d’après les papiers inédits de M. Thouvenel
1896
La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56 narrazione di Cristoforo Manfredi compilata colla scorta dei documenti
2014
In Crimea nacque l’Italiella. L’inizio dei misteri d’Italia passa per l’oriente di Zenone di Elea


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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)












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