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Raffaele De Cesare - LA FINE DI UN REGNO

Parte I - FERDINANDO II

Parte II - FRANCESCO II

Parte III - DOCUMENTI

Avevamo cominciato a mettere le mani su questo testo agli inizi del 2010, poi ci rinunciammo non solo per mancanza di tempo ma la impostazione nella ricostruzione storica. Un testo che indubbiamente appare documentato ma i dettagli finiscono per ridursi ad una serie infinita di aneddoti.

Tanto per fare un esempio, noi non pensiamo che siano stati gli scherzetti a cui veniva sottoposto a corte un fedele funzionario come il segretario generale a determinare la linea politica delRegno.

Sono gli atti ufficiali (magari riservati o segreti) che determinano la linea politica di uno stato e quindi i rapporti con gli altri stati e con i cittadini del regno.

Altro esempio: il De Cesare insiste molto nell'elencazione delle luminarie che si andavano organizzando per l’arrivo del re Ferdinando II in viaggio in Puglia per accogliere Maria Sofia.

Quando arrivava Vittorio Emanuele II in visita a Napoli non si faceva altrettanto? Leggiamo ne IL PUNGOLO di Venerdì 25 Aprile 1862; 

“Le vie che percorrerà la Maestà Sua saranno ornate a festa ed allietate nella sera di bande musicali, luminarie e fuochi di Bengala. Ed affinché la pubblica letizia arrivi anche al tugurio del povero il Municipio ha destinato la somma di ducati tremila ad atti di pubblica beneficenza.”

Anche tra le pieghe del testo del De Cesare, denso di aneddoti, si trova qualche notizia interessante: 

“Il cortile del palazzo dell'Intendenza era illuminato a luce elettrica: portentosa novità dovuta al padre Miozzi, professore di fisica nel collegio reale dei gesuiti e al professore Giuseppe Eugenio Balsamo, che poi fu deputato di Lecce, naturalmente di sinistra.”

Per finire, un terzo dei documenti contenuti nella Parte III (DOCUMENTI) de "La fine di un Regno" e' dedicata alla vicenda di Agesilao Milano.

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea - Febbraio 2021

RAFFAELE DE CESARE

(MEMOR)

LA FINE DI UN REGNO

Parte I

REGNO DI FERDINANDO II

TERZA EDIZIONE CON AGGIUNTE, NUOVI DOCUMENTI E INDICE DEI NOMI

CITTÀ DI CASTELLO - CASA TIPOGRAFICO EDITRICE S. LAPI

1908

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CAPITOLO I CAPITOLO II CAPITOLO III CAPITOLO IV CAPITOLO V
CAPITOLO VI CAPITOLO VII CAPITOLO VIII CAPITOLO IX CAPITOLO X
CAPITOLO XI CAPITOLO XII CAPITOLO XIII CAPITOLO XIV CAPITOLO XV
CAPITOLO XVI CAPITOLO XVII CAPITOLO XVIII CAPITOLO XIX CAPITOLO XX
CAPITOLO XXI CAPITOLO XXII CAPITOLO XXIII NOTE

Della prima e della seconda edizione di questo libro nessun altro esemplare si trova in commercio, onde nell'accingermi a pubblicarne una terza, arricchita di nuovi e copiosi documenti, rivelazioni e aneddoti, ho fede che ad essa arrida una sorte non diversa. Più fugge il tempo, e più si acuisce il desiderio di conoscere quei giorni della storia nostra, nei quali era tanto fervore di idealità e di speranze; e cadendo pregiudizi e convenzionalismi, la verità apparisce nella sua piena luce.

La parte più interessante di questa terza edizione è nella maggior copia dì notizie nuove, e più ancora di documenti, i quali vedono la luce per la prima volta. Di certo non son tutti, perché nessuno ha ancora consultato quei numerosi "fasci„ della corrispondenza diplomatica esistente nell'archivio di Stato di Napoli; né, adoperandosi pretesti e sotterfugi, a me fu concesso di esaminarli. Nicomede Bianchi trasse di là, appena un anno dopo la rivoluzione, la corrispondenza che segui al Congresso di Parigi, e ne fece buono e mal governo, com’egli soleva.

Altra parte della corrispondenza diplomatica, e singolarmente quella della legazione di Napoli a Torino, andò distrutta per interessi e cause diverse, durante la triste baraonda, che imperversò nella reggia di Napoli e negli archivi segreti della polizia, dopo la partenza di Francesco II. E quei documenti, che il decaduto re portò a Gaeta, chiusi in parecchie casse, non si può affermare dove siano andati a finire. La legge, che impone non potersi pubblicare nulla che dopo più di mezzo secolo dagli avvenimenti, è certo di grave ostacolo alle oneste indagini storiche; pare che sia poi applicata con imparzialità, poiché trova modo di farvi non infrequenti strappi.

*

Ho raccolto il maggior numero dei nuovi documenti in un terzo volume, perché non mi sarebbe stato poi sibilo inserirli tutti nella narrazione, senza toglierle efficacia e turbarne l'ordine. Alcuni sono, potrei dire, mia difesa, a proposito di quanto scrissi circa la luogotenenza del principe di Satriano in Sicilia. Mi fu rimproverato di aver voluto offendere l'amor proprio dei siciliani, affermando che essi si sottomisero all'autorità del Filangieri, senza più resistenza, dopo la resa di Catania. Non mi sembra d'aver scritto nulla contro la verità, e ne fanno fede i numerosi indirizzi, mandati al re dai municipi dell'Isola, e più dalla maggioranza dei membri del Parlamento, appena compiuta la restaurazione; da quei medesimi deputati e pari, che pur avevano votata la decadenza della dinastia borbonica, e appartenevano alle classi dirigenti di Sicilia. Quegl’indirizzi, caduti in oblio, è bene conoscerli nella loro caratteristica e spesso comica integrità.

Del resto, se i siciliani fecero così, a consiglio del Filangeri, i napoletani fecero peggio, a consiglio del ministro Giustino Fortunato, sotto scrivendo la petizione al re, perché abolisse lo Statuto.

Sodo aberrazioni, è vero, ma perché nasconderle o attenuarle? Appartengono alla storia.

*

Fra le carte lasciate dal marchese Emidio Antonini, ministro di Napoli a Parigi dal 1848 al 1860, I e messe gentilmente a mia disposizione dalla nipote di lai, marchesa Antonietta Cappelli, ho rinvenuto alcune istruzioni originali, mandate dal re Ferdinando II al suo ministro, le quali rivelano il principe e l'uomo, e il suo modo di vedere rispetto alle cose di Francia, dopo l'assunzione al trono di Luigi Filippo; e alle cose di Spagna, dopo la morte di Ferdinando VII; e nuovamente a quelle di Francia, dopo che Luigi Napoleone Bonaparte fu assunto alla presidenza della repubblica. Sono interessantissime; e assai caratteristico e curioso è il diario, che l’Antonini scrisse a Napoli nel 1852, nei giorni che vi stette, quando il re lo chiamò per dargli a voce le istruzioni, circa il pronto riconoscimento del Bonaparte come imperatore.

Ferdinando II voleva esser primo a compier questo atto, vedendo nell'Impero una garanzia per l'ordine politico e sociale in Europa; e per il re di Napoli non vi era più dubbio, dopo il colpo di Stato del 2 dicembre, che la repubblica fosse finita. Altri documenti del carteggio dell'Antonini non si riferiscono al periodo da periodi me trattato; e quelli concernenti la guerra di Crimea, il Congresso di Parigi e la guerra del 1859, che sarebbero stati interessantissimi, anche per controllare i documenti pubblicati dal Bianchi, mancano; ma vi è qualche cosa, che confermerebbe quanto fa asserito circa alcuni consigli, mandati dalla legazione dì Francia al governo di Napoli, nell'estate del 1854, quando si preparava la guerra contro la Russia: ne fanno fede alcune lettere intime, che scriveva all'Antonini, allora a Vichy, l'addetto diplomatico Antonio Winspeare: lettere, delle quali pubblico la più interessante.

*

Uno dei maggiori avvenimenti dell'agitato regno di Ferdinando II fu l’attentato di Agesilao Milano.

Per i liberali il regicida fu un eroe; per la Corte e i legittimisti un fellone, e come tale, torturato e giustiziato. Si volle cercare una cospirazione che non v’era, perché il Milano agì di sua testa e oramai non se ne dubita più. Ho indagato circa le cause morali, che spinsero il soldato albanese ad uscir dalle righe, a vibrare al re due colpi di baionetta e a morire eroicamente. Ritengo che le vere cause, con la gran copia di particolari raccolti e pubblicati per la prima volta, sian quelle che narro. Ma il maggior servizio che rendo alla storia, circa quell'avvenimento, è la pubblicazione integrale del carteggio riservato del rappresentante sardo a Napoli, il giovane marchese Giulio Figarolo di Gropello, il quale, nella qualità di segretario, sostituiva l’incaricato di affari. I suoi rapporti rivelano una non comune penetrazione. Nulla gli sfugge; anche le cose minime e trascurabili hanno valore per lui; e perciò, sotto alcuni riguardi, rammentano quelli degli ambasciatori veneti. Egli pareva posto da Cavour quasi come sentinella avanzata, con la missione di far proseliti alla causa italiana, rappresentata dal Piemonte e dalla monarchia liberale, cercando di radicare nelle classi dirigenti la convinzione, che non ai doverne sperar salute per l'Italia dal mazzinianismo, o dal murattismo e assai meno dai Borboni, ma solo da una più sicura e intima intesa col Piemonte.

Non è ancora l'unità, ma è l'egemonia giobertiana, che vagheggia, il grande ministro.

A meglio riuscirvi, e a rendersi sempre più degno di tanta fiducia, il Gropello seppe penetrare, non solo sella più eletta società napoletana, ma nel circolo di quel conte di Siracusa, uno dei più irrequieti principi frondisti, che la storia ricordi, e marito di una principessa di Savoja Carignano. Il Gropello era diventato l'amico di Giuseppe Fiorelli e di Alfonso della Valle di Casanova, nel cui carteggio famigliare il nome di lui ricorre sovente, come può vedersi da una parte di esso, che pubblico o riassumo, e ch'è a me pervenuto dal mio carissimo Giovanni Beltrani. In quel carteggio si rispecchia nitida e viva gran parte dell'ambiente napoletano di allora. Il giovane diplomatico era persuaso, e i fatti gli dettero ragione, che la dinastia dei Borboni doveva mutare indirizzo o perire; ma una mutazione non sembrava verosimile finché era vivo Ferdinando II; onde il carteggio del Gropello, dorante la malattia del re, assume un’importanza singolare, anche per le circostanze veramente drammatiche di quel periodo. Moriva il maggior tiranno l'Italia, come lo chiamavano i suoi nemici, nel tempo che s'iniziava felicemente in Lombardia, col concorso delle armi francesi, la guerra dell’indipendenza; e Cavour, alleato della rivoluzione, si serviva di questa e della propria diplomazia, per minare i deboli troni dei vecchi principi assoluti della Penisola.

Altra parto nuova di questa edizione si riferisce alle burlesche concessioni ferroviarie, alla vita intima delle maggiori città di provincia, a tutta la vita sociale del Regno, economica, artistica, teatrale e politica; e infine allo sconfinamento delle truppe italiane al Tronto. Le due edizioni precedenti si chiudono con l’ingresso di Garibaldi a Napoli; ma se col 7 settembre finiva potenzialmente il regno dei Borboni, undici giorni dopo era sbaragliato l'esercito pontificio a Castelfidardo, e il 29 capitolava Ancona. Dal 7 settembre al plebiscito del 21 ottobre, corsero giorni ben tempestosi per le due Sicilie. Si fu alla vigilia della guerra civile, e sul punto di veder compromesso quanto la rivoluzione aveva compiuto. Frequenti e sanguinose le reazioni; ancor forte l'esercito regio, padrone delle fortezze di Capua, Gaeta, Messina e Civitella; lo Stato era sciolto; nasceva il brigantaggio, e le pavide popolazioni abruzzesi invocavano l'intervento delle truppe italiane, con Vittorio Emanuele alla testa. Non vi era dichiarazione di guerra; mancava ogni pretesto che giustificasse innanzi al mondo l’intervento armato; il plebiscito non era ancor fatto; ma Cavour, facendosi forte degli indirizzi delle popolazioni di Abruzzo e della città di Napoli al nuovo re d'Italia: indirizzi promossi dai suoi amici ed emissarii, ruppe gl’indugi e fece varcare la frontiera; onde gli Abruzzi divennero la regione storica per l'ingesso di Vittorio Emanuele, come erano state le Calabrie per il passaggio di Garibaldi. Di quella famosa marcia, che, iniziata a Torino, ai compi a Napoli il 7 novembre, vi sono ancora dei superstiti: vi è Emilio Visconti Venosta, che col Farina ministro dell'interno, accompagnava il re; e vive a Pescara il marchese Francesco Farina, onorato avanzo della deputazione abruzzese, che andò in Ancona per spingere Vittorio Emanuele a passare il Tronto. Ho raccolto inoltre io stesso, nei paesi di frontiera dell'Abruzzo teramano, una miniera di particolari e aneddoti, Interrogando i superstiti. Questo periodo si congiunge all'altro mio libro: Roma e lo Stato del Papa e l'uno e l'altro si completano.

*

Non dirò altro; ma non rinunziò ad esprimere il mio rammarico, che questa terza edizione venga in luce dopo la morte della duchessa Teresa Ravaschieri, alla quale dedicai la seconda (1))), e che mi fu preziosa collaboratrice nel rievocare le vicende della società napoletana e siciliana dei suoi giorni. Povera e cara duchessa, che dette a Napoli il suo cuore, le sue sostanze e le migliori energie della sua anima, e già cosi dimenticata! Se fosse concesso frugar nelle sue carte, quanta maggior luce balzerebbe fuori per una più completa intelligenza dei tempi, e specialmente dal suo ricco e interessante epistolario. Non posso, da ultimo, senza venir meno a un debito di riconoscenza, ristarmi dal ringraziare di gran cuore i tanti amici, i quali, cortesemente e pazientemente, mi soccorsero di notizie, rivelazioni e documenti intimi e forse anche indiscreti, ma la storia si fa anche con le indiscrezioni. Quasi tutti son ricordati nel corso delle presenti cronache, poiché io tengo ad affermare che queste mie sono cronache vissute; e però non montino in cattedra i nuovi pedanti della storia, per dire ch'io voglia loro rubare il mestiere: mestiere che non invidio, né tento di portar via, poiché soltanto ciò che ha un qualche valore può esser argomento di furto.

Cronache vissute, dico, e lo dimostrai nel proemio alla prima edizione, come vedrà il lettore dei brani che ne ripubblico. Di molte cose fui testimone io stesso, e altre mi furono rivelate da uomini di gran nome e rispettabilità, dei quali ho l'orgoglio di aver avuto l'amicizia e le confidenze.

Città di Castello, Capodanno del 1909.

R, DE CESARE.

PARTE I

REGNO DI FERDINANDO II


CAPITOLO I

Sommario: Luogotenente in Sicilia e ministero di Sicilia e Napoli — Carlo Filangieri Luogotenente dal re — La rivoluzione del 1848 nell'Isola, une ingenuità, errori e contraddizioni — L'opera del principe di Satriano — Cassisi ministro di Sicilia a Napoli — Primi disinganni del luogotenente sol conto di lai — n primo Consiglio di governo in Sicilia — Ferri, Antonelli e Ventimiglia — Lo stile del Giornale di Sicilia — Il biribisso — Maniscalco, direttore di polizia — Alcuni particolari su la polizia di allora — Le ritrattazioni degli ex Pari ed ex deputati, pubblicate nei loro testi — Diversità di sistema a Napoli e in Sicilia — Testo ufficiale della petizione per abolire lo Statuto nelle provincie continentali — Come si raccoglievano lo firme — La politica di Filangieri in Sicilia — Opinione posteriore di Francesco Crispi — Rimesso l'ordine, rinasce la vita sociale nell'Isola — La villa del duca di Caccamo e i versi del Meli — Il re promette di andare in Sicilia, non a Palermo.

Con decreto del 26 luglio 1849, Ferdinando II aveva ripristinato il ministero di Sicilia a Napoli, e con un altro del 27 settembre dello stesso anno ripristinò la luogotenenza. Questo decreto, riconfermando l'obbligo per la Sicilia di contribuire nella proporzione del quarto alle spese generali del Regno, cioè della Casa Beale, degli affari esteri, della guerra e marina, sanzionava una specie di autonomia per gli affari civili, ecclesiastici e di pubblica sicurezza, i quali vennero affidati al luogotenente, e ad un Consiglio di quattro direttori. Autonomia più di nome che di sostanza, perché, circa gli affari, i quali richiedevano l'approvazione sovrana, ed erano quasi tutti, il luogotenente doveva riferire, col parere del suo Consiglio, al ministro di Sicilia, in Napoli, cui toccava il diritto e l'obbligo di esaminarli e farne relazione alla presidenza dei ministri e al re.

Con simile ordinamento non era umano, tenuto conto delle facili suscettibilità dell'indole meridionale e dei precedenti dell'ultimo mezzo secolo, che fra il luogotenente e il ministro i Sicilia a Napoli non sorgessero gelosie e attriti. Filangieri, prevedendo queste difficoltà, rifiutò in sulle prime l'ardua missione e in data degli 8 ottobre 1849, scriveva al re: "l'unica mia ambizione, il solo mio desiderio, il più ardente dei miei voti, essendo quello di meritare la Sua sovrana approvazione, io La scongiuro, per quanto ha di più caro al mondo, di restituirmi al mio impiego militare, ove spenderò tutto me stesso per contentare di nuovo V. M., com'ebbi la bella sorte di farlo altra volta.

Giammai ho esercitato funzioni civili; e giunto come io sono al verno dell'età mia, un tardo noviziato potrebbe forse non tornare utile quanto durevole alla M. V. (2) Ma Ferdinando, il quale aveva fatto annunziare ai siciliani che avrebbe loro dato per viceré l'erede della corona, giovinetto a dodici anni, e poi non man tenne la promessa, scelse il principe di Satriano, reputandolo l'uomo più adatto a governare la Sicilia, da lui riconquistata alla monarchia. E questi illudendosi che, nell'interesse della dinastia, il re gli avrebbe lasciate le mani libere, non solo rispetto all'ordinario governo locale, ma rispetto a quelle riforme amministrative ed economiche, delle quali aveva riconosciuta l'urgenza durante la lunga campagna, accettò il bastone luogotenenziale e si mise all'opera.

Il principe di Satriano e duca di Taormina, era stato accolto dalle popolazioni dell'Isola, ma soprattutto dalle classi benestanti, come il restauratore dell'ordine sociale, profondamente turbato durante il governo della rivoluzione. Nei sedici mesi di quel governo la pubblica sicurezza fu un mito; la vecchia polizia venne distrutta, ma la nuova non si creò; si cambiarono sette ministri di polizia; nelle Camere si udirono frequenti proteste per la scarsa sicurezza nelle campagne e nelle città, per le prepotenze delle squadre e delle compagnie d'arme, come per l'impotenza della guardia nazionale: impotenza superata solo dall'arroganza.

Crebbero i reati, e il principio di autorità ne fu sconvolto. Si aggiunga la legislazione nuova, prima del Comitato generale, largo di leggi organiche, frutto d'ingenuità dottrinali, e poi del Parlamento, stretto dalle necessità della guerra e dal bisogno di trovar denaro. Sbolliti i primi ardori, i nobili e gli ecclesiastici cominciarono a temere per i loro privilegi; si videro minacciati negli averi, offesi nelle credenze religiose, ed esposti a violenze rivoluzionarie e reazionarie. Quei vincoli di gerarchia sociale, fortissimi nell'Isola per tradizione di secoli, si andarono via via rallentando. Il prestito forzoso, la tassa sulle nudità del clero, l'incameramento dei tesori delle chiese e dei beni dei gesuiti e dei liguorini, non potevano trovar sinceri ammiratori nella nobiltà e nel clero; e quando la fortuna delle armi, e le mutate condizioni d'Italia e di Europa non favorirono più la causa della Sicilia, i nobili, il clero e i benestanti più grossi si persuasero, via via, che solo la restaurazione borbonica poteva reintegrare nelle plebi cittadine e campagnole l'ordine e la tranquillità. Appena Catania fu occupata dalle truppe regie, la guardia nazionale e il Senato di Palermo, persuasi essere inutile ogni altro tentativo di resistenza, fecero partire per Caltanissetta una deputazione, formata da nobili e funzionari, per presentate le chiavi della città al generale Filangieri, implorando la clemenza di lui, e dichiarando che Palermo si sottometteva all'autorità del re. Pareva che fossero tornati i giorni del 1814.

La rivoluzione si era compiuta in nome dell'indipendenza e della libertà. Per sottrarsi ai Borboni, i quali avevano mancata fede all'Isola, che loro aveva date infinite prove di fedeltà negli umi burrascosi, dal 1799 al 1815, e per rompere ogni vincolo di dipendenza con Napoli, la Sicilia che nel 1848 un esempio di virtù politica, che da principio s'impose al mondo. Insorse unanime, a giorno fisso, e conquistò l'indipendenza; creò un governo di uomini virtuosi e una diplomazia, la quale non si perde d'animo nei momenti di maggiore sconforto. Il Parlamento non proclamò la repubblica; ma, volendo conciliare repubblicani e monarchici, modificò stranamente, dopo una discussione di tre mesi, la Costituzione del 1812, e creò un re da parata, con una Camera di Pari, elettivi e temporanei! Dichiarò decaduto, non il solo Ferdinando II, ma la dinastia sua, rendendo inconciliabile dissidio coi Borboni; non ottenne che il duca di Genova accettasse la corona e si ebbe una ripubblica effettiva, benché Ruggiero Settimo fosse presidente del Regno di Sicilia. Nel Parlamento avevano maggior seguito i più audaci e i maggiori idealisti: uomini coraggiosi e virtuosi di certo, ma ai quali mancava quasi completamente il senso della realtà. In un libro di piccola mole, ma denso di pensiero e di acume critico (3), sono rivelati tutti gli errori e le contraddizioni del governo della rivoluzione in Sicilia, e vi si dimostra come il solo uomo, che rivelasse criterio politico, fosse il marchese di Torrearsa, di cui esamina l'interessante libro: Ricordi sulla rivoluzione siciliana degli anni 1848 e 1849, pubblicato di poi a Palermo nel 1887.

I ministri della rivoluzione non seppero ordinare un esercito di resistenza, né pensarono nemmeno a decretare la leva, invisa alle popolazioni dell'Isola. Misero insieme un esercito più turbolento che valoroso, e del quale erano parte essenziale le compagnie d'arme e le squadre. Negli ultimi tempi la rivoluzione degenerò turbolenta anarchia, soprattutto nelle provincie, dove non erano più autorità, che si facessero obbedire, né esattori, i quali rescissero a riscuotere le imposte. Se quel periodo non ebbe consistenza politica, fu moralmente glorioso, e Ruggiero Settimo, Mariano Stabile, Vincenzo Fardella di Torrearsa, Pietro Lenza di Butera, Giuseppe La Farina, Michele ed Emerioo Amari, Casimiro Pisani, Filippo Cordova, Vincenzo Errante, Francesco Ferrara, Matteo Raeli e Pasquale Calvi — volendo ricordare tutti quelli che furono in prima linea — rivelarono un complesso d'intelligenze, di audacie e di alte idealità, ma soprattutto d'idealità. Questi uomini i quali governarono la rivoluzione, furono sulla breccia sino giorno in cui fu creduta possibile la resistenza. Ministri o diplomatici, rinunziarono ad ogni assegno; e da esuli tennero alto il decor loro e la buona fama della Sicilia. La decadenza dei Borboni fu decretata all'unanimità e fra le acclamazioni dalle di Camere; e in quella dei Pari sedevano i rappresentanti della più antica e doviziosa nobiltà, e della gerarchia ecclesiastica più alta. Vero è che si affrettarono a ritrattarsi, appena ristabilito il vecchio regime del quale non furono mai sinceri amici! Occorreva molto tatto, e il principe di Satriano l'aveva mi strato da comandante la spedizione. Bisognava rassicurare gli animi innanzi tutto, e senza sentimentalismi, come senza eccessi, rimettere l'ordine, mostrandosi inesorabile verso coloro che minacciassero di turbarlo, anzi senza pietà addirittura. La celebre ordinanza, che decretava la pena di morte ai detentori di armi, fu rimproverata al Filangieri perorò crudele, ma egli riesci ad ottenere con essa un concludente disarmo, dopo un'amnistia che comprendeva anche i reati comuni. Facendo escludere dall'amnistia soli quarantatré fra i principali compromessi, e dando a questi l'agio di abbandonare l'Isola, prima che l'esercito regio entrasse in Palermo, anzi lasciando liberamente fuggire tutti quelli che temevano dalla restaurazione, Filangieri aveva evitato il grave errore dei clamorosi processi politici e degli imprigionamenti in massa, come a Napoli. Il suo doveva essere invece un governo tutto militare, inteso a garentire in modo assoluto l'ordine e la giustizia, e del quale doveva essere maggior puntello la polizia. Durante la lunga dimora in Messina, fino alla ripresa delle ostilità, egli si era circondato di personaggi messinesi, e questi volle nel governo dell'Isola, Ricordo Giovanni Cassisi, consultore di Stato, che gli si mostrava deferentissimo; Michele Celesti, Giuseppe Castrone e Salvatore Maniscalco, giovane capitano di gendarmeria, il quale, nato a bordo di un bastimento in rotta fra Palermo e Messina, era considerato messinese anche lui, benché di famiglia palermitana. Cassisi, il quale sembrava uomo superiore per prudenza e acutezza di mente, fa dal Filangieri proposto al re, prima come commissario civile, poi come ministro di Sicilia a Napoli; Celesti fu intendente di Messina, e il capitano Maniscalco, che seguiva il corpo di spedizione col titolo di gran prevosto, fu direttore di polizia, ma conservando il grado militare. Capitano di gendarmeria il 24 novembre 1848, nel 1860 era maggiore dei carabinieri. Figurava sul ruolo militare, ma per memoria, come si diceva allora.

Scelta felice quella del Maniscalco, infelicissima la scelta del Cassisi, che fu davvero la maggiore spina del luogotenente, e l'obbligò a dimettersi. Filangieri non previde che un siciliano, ministro di Sicilia a Napoli presso il re, e uomo di legge e però formalista, non poteva non riuscire un bastone fra le ruote per il luogotenente, napoletano e soldato. Si aggiunga un'assoluta diversità d'indole tra i due: risoluto il Filangieri a superare ogni difficoltà militarmente, a tagliare, non a sciogliere i nodi; curiale il Cassisi perdeva nelle minuzie, e con sicula abilità, benissimo simulando e dissimulando, alimentava nell'animo sospettoso del sovrano le prevenzioni contro il Filangieri. Il primo Consiglio di governo fu formato dal barone Ferdinando Malvica, e poi da Pietro Scrofani per l'interno; Giuseppe Buongiardino per le finanze, Gioacchino La Lumia per la giustizia e affari ecclesiastici, e Salvatore Maniscalco per la polizia. Filangieri scelse per suo segretario particolare un giovane alunno di magistratura, vivacissimo d'indole e d'ingegno, Carlo Ferri, che mori a Napoli nel 1883, dopo avere avuto un momento di celebrità, presiedendo nel 1879 la Corte d'assise che condannò il Passannante. Prese come suo aiutante il maggiore di artiglieria Francesco Antonelli, ch'egli conosceva sin da quando era ispettore generale d'artiglieria e genio, e conobbe meglio durante la campagna di Sicilia, avendolo avuto nel suo stato maggiore, come capitano. L’Antonelli nel 1855 fu promosso tenente colonnello; nel 1860 divenne brigadiere; e capo dello stato maggiore a Gaeta, ne firmò la capitolazione. Aveva egli un raro dono naturale, quello di saper fischiare in maniera cosi perfetta, che, non vedendolo, pareva di sentire un flauto, e fischiando, accompagnato dal pianoforte, riscuoteva l'ammirazione di quanti lo udivano. Riordinando più tardi la redazione del Giornale Ufficiale dì Sicilia, Filangieri ne nominò direttore un valoroso giornalista messinese, Domenico Ventimiglia, il quale era stato nel 1848 redattore dell'Arlecchino a Napoli, e poi aveva scritto nel Tempo del D'Agiout, e pubblicate cose letterarie e archeologiche.

Il Ventimiglia, spirito scettico in politica, ebbe una vita giornalistica avventurosa, e mori a Boma, nel 1881, direttore dell'Economista d'Italia. Io gli fui amico, e posso attestare che tanto lui, quanto il Ferri, che conobbi parimente, serbarono un cosi sincero senso di devozione alla memoria del principe di Satriano, che quasi ne parlavano con le lagrime agli occhi.

Ristabilito via via l'ordine pubblico con le note ordinanze di maggio e di giugno, e tolta ogni voglia di nuove agitazioni politiche, Filangieri non permise in quell'anno la tradizionale festa di Santa Rosalia, che cade il 15 luglio. Il Giornale di Sicilia ne dava l'annunzio con queste curiose parole: “La plebe per cui tal classica festa è un elemento di gioia, attende il venturo 15 luglio 1850 per esilararsi senza usura di sfoggi”.

Non meno comico era stato, due mesi prima, il modo, col quale lo stesso giornale aveva annunziata la grazia fiuta a Giuseppe Pria, a Francesco Giacolone e a Francesino Davi, i quali, condannati a morte come detentori d'armi furono condotti fuori Porta San Giorgio per essere fucilati; ma nel momento, in cui la fucilazione doveva eseguirsi, giunse la grazia. Quel figlio, con impeto lirico, chiuse l'annunzio cosi: “Ma sappia il Mondo che dove la morte si cangia in vita; dove alla tristezza succeda l'esultanza; dove al disordine succede la calma, è Ferdinando II che regna, è Carlo Filangieri che lo rappresenta”.

Un'altra ordinanza proibì il Biribino, giuoco popolare di azzardo, che allora ai faceva in due modi: o con una specie di trottolina in un piattello con numeri, e vincitore era il piatto sul quale cadeva la trottolina; o con una tavoletta con 36 figure, aventi il numero corrispondente in 36 pallottole chiuse in una borsa. Ed uno tenendo il banco, gli altri scommettendo, vince quella figura, che porta il numero estratto da chi vince il giuoco. Nell'uno e nell'altro modo era un giuoco dì azzardo, e bene fece il luogotenente a proibirlo.

Per l'ordinamento della polizia, Filangieri lasciò le mani libere al Maniscalco, nel quale aveva una fiducia illimitata; e Maniscalco si diè a crearne una, che fosse conoscitrice profonda delle più intime magagne dei bassi fondi sociali: polizia non politica soltanto, come si disse, ma politica, secondo le occasioni, e in queste non sempre pari a se stessa. Riorganizzò i militi a cavallo, o compagnie d'arme, contro la volontà del Cassisi; li chiamò responsabili degli abigeati, frequentissimi nelle deserte campagne della Sicilia centrale, e vi pose a capo alcuni che avevano servito la rivoluzione, ma abilissimi, e che erano tornati a servire, con lo stesso ardore, il vecchio regime che risorgeva. Questi militi, par non essendo tutti cime di galantuomini, resero servigi eccezionali; e, a giudizio di amici e di nemici, giammai la Sicilia ebbe tanta sicurezza come in quel periodo.

Maniscalco rivelò un'abilità di prim'ordine. Statura media, occhi azzurri, corte basette, piccoli baffi biondi e capelli accuratamente ravviati, egli vestiva in borghese con semplicità e correttezza militare, ma, nelle grandi occasioni, indossava la sua di capitano. Giovane a 35 anni, discorreva il meno che poteva, preferendo ascoltare. Aveva penetrazione rapidissima, e sapeva nascondere ogni sentimento d’ira o di compiacenza sotto un sorriso d'incredulità e di ironia.

Padrone di sé, sapendo controllare ogni sua passione, e frenando gli scatti di una indole cruda e vivace, egli non perde veramente la calma, che una sola volta, come si dirà appresso. La leggenda sul suo nome cominciò negli ultimi tempi, quando, ripresa la cospirazione, i cospiratori si convinsero che ogni loro conato si sarebbe infranto contro l'opera del Maniscalco. Egli esercitò per undici anni il suo ufficio interruzione alcuna. Mutarono due re e tre luogotenenti; mutarono tre ministri di Sicilia a Napoli, e parecchi direttori, ma il Maniscalco restò al suo posto. Fu l'unico funzionario che fece il suo dovere sino all'ultimo, chiudendosi in palazzo reale col generale Lanza, all'ingresso di Garibaldi, solo uscendone dopo la capitolazione. Si disse che gli eccessi di lui facessero ai Borboni più male di Garibaldi. Io credo che sarebbe più giusto affermare che, senza Maniscalco, i Borboni avrebbero perduta la Sicilia, appena dopo la morte di Ferdinando IL Quel dominio si reggeva per la forza delle armi e della polizia, non altrimenti di come reggeva nel LombardoVeneto il dominio austriaco; e il nome di napoletano era aborrito in tutta risola, quanto a Milano il nome di croato. Se Maniscalco non fosse stato siciliano, e polizia tutta siciliana la sua, gli strumenti per mandarlo all'altro mondo non sarebbero mancati.

Gli odii più violenti si vennero via via accumulando sul suo capo, ma egli non era uomo da aver paura, o da mostrarsene consapevole. Zelante, ma non plebeo, come Peccheneda; non visionario, come Mazza; non ignorante, come Aiossa, nello zelo del Maniscalco c'era qualche cosa, per cui egli, distinguendo e salvando le forme, colpiva l'immaginazione e lasciava il segno.

La polizia la faceva lui, né vi era grosso comune dell'Isola, dove egli non avesse qualcuno, il quale, come amico ad amico, lo informasse direttamente di quanto avveniva. Amava rendersi conto delle cose direttamente, forse perché non aveva fiducia in nessuno dei suoi agenti, tranne che nel suo segretario Favaloro, che chiamava per celia fava d'oro.

L’intimità fra il luogotenente e Maniscalco divenne sempre maggiore. Filangieri aveva trovato il suo uomo. Prima di prender moglie, Maniscalco ebbe relazione amorosa, si disse, con una signora, che si affermava sua parente, e corse voce che questa servisse da intermediaria per spillar favori. A tagliar corto su tali dicerie, Filangieri lo consigliò di prender moglie; e Maniscalco sposò nel 1854 una figliuola del procuratore generale Nicastro, e del primo figliuolo, nato l'anno appresso, fa padrino il principe di Satriano, non più luogotenente. Viveva con semplicità, ed erano abitudini quasi austere le sue. Abitava un quartiere in via Abela, sulla cantonata dell'attuale via Mariano Stabile, e ancora quella piccola strada è chiamata dal popolo strada del direttore. Buon marito e buon padre, egli ebbe sei figliuoli, dei quali gli ultimi due nati nell'esilio. Mori nel maggio del 1864 a Marsiglia, non rivedendo più quella Sicilia, di cui per undici anni era stato il personaggio più temuto e odiato. Oggi si comincia ad essere giusti con lui, distinguendo l'uomo dal funzionario, e riconoscendo nel funzionario quello che avea di buono. Agli eccessi fu via via trascinato dagli avvenimenti, che incalzavano senza tregua. Assolutista rigoroso; devoto sinceramente ai Borboni; convinto che ogni tentativo rivoluzionario doveva essere represso senza misericordia; e convinto ancora che, meno pochi turbolenti, come diceva lui, le popolazioni della Sicilia non desideravano veramente che sicurezza pubblica, imposte minime, feste religiose e vita a buon mercato, egli compi il suo dovere sino all'ultimo. Il problema politico non vedeva.

Lo vedeva invece il luogotenente, cui non bastava ristabilir l'ordine, riorganizzare la polizia e tutte le amministrazioni pubbliche, rifare il Decurionato di Palermo, nominandone pretore il vecchio duca Dalla Verdura; dar nuovi capi alle provincie e alla magistratura, le guardie urbane ai comuni, e confermar Sopraintendente agli istituti di beneficenza il vecchio duca di Terranova, benché avesse nella camera dei Pari votata e firmata la decadenza, e ne’ rispettivi loro uffizi tanti altri, che avevano pur servita la rivoluzione.

Per rendere durevole il dominio dei Borboni nell'Isola, occorreva venir riconciliando al re e alla dinastia tutta quella parte della società siciliana, che se n'era alienata per i fatti del 1848, ed occorreva farlo con garbo e senza ombra di violenza.

Il ministro Giustino Fortunato aveva ideata a Napoli la famosa petizione al re per l'abolizione dello Statuto, ma al Filangieri non bastò che il Senato di Palermo prima, e poi tutti i manifesti dell'Isola votassero al sovrano indirizzi di fedeltà e di ringraziamento, per la ottenuta ripristinazione dell'ordine, né che il Senato di Palermo votasse a lui la cittadinanza e una spada di onore, e quattro statue ai re Borboni: egli si adoperò perché ottantuno ex Pari sopra 160, e centotré ex deputati sopra 202, quasi tutti quelli che non erano fuggiti, sottoscrivessero, senz'aver l'aria di esservi costretti, umili suppliche al Re, dichiarando "di paventare il severo giudicio della storia, l'esecrazione della posterità, e di sentire il bisogno di dover svelare che sottoscrissero l’illegale atto per violenza”.

L'illegale atto era la decadenza dei Borboni dal trono della Sicilia. Se quelle firme non furono tutte date spontaneamente come il Filangieri affermò nel suo libro, (4) — miniera di documenti interessanti — non si potrebbe affermare che esse fossero state imposte con la violenza, perché in verità non risulta da nessun documento che qualcuno fra coloro, ex Pari o ex deputato, che si rifiutò di firmare, fosse stato punito o perseguitato. Gli esuli siciliani a Parigi, a Londra e a Torino protestarono contro le ritrattazioni; ma giustizia vuole si dica, che se esse non furono tutte imposte dalla paura, tutte furono ispirate dal desiderio di quieto vivere. Ricorderò tra quelli che non firmarono, il barone Casimiro Pisani, il quale non subì molestie. Si narra che il principe di Palagonia, il quale era stato Pari, invitato a sottoscrivere, rispondesse: "Questi sono atti politici e collettivi; le dichiarazioni singole nulla aggiungono e nulla tolgono”; e firmò. Egli era andato a Caltanissetta a portare le chiavi della città di Palermo al Filangieri, col marchese di Budini, monsignor Ciluffo, giudice della Monarchia, il conte Lucchesi Palli e l'avvocato Giuseppe Napolitani. Ma le contraddizioni furono tante in quel periodo, che non è maraviglia se il Palagonia avesse in tal modo ritrattato se stesso. Quelle petizioni degli ex Pari e degli ex deputati non sono certo né un documento di umana sincerità, né di umano coraggio, anche perché alcuni, complessivamente, altri singolarmente, accompagnarono la ritrattazione con pretesti non degni del loro grado. I più dicevano di esservi stati costretti dalla forza, altri dall'ignoranza; e il principe di Giardinelli, Gaetano Starabba, dichiarava di aver sottoscritto l'esecrando decreto per le minacce di fath. a cui non poteva opporsi, però trascurò la firma qual procuratore del principe Alcontres di Messina; mentre l'ex deputato Ditiglia, barone di Grauiaao, dichiarava che firmò l'atto di decadenza per semplice errore d'intelletto, e mai per prevaricazione d'animo.

E Lionardo Vigo Faccio, che fu deputato allora, e tornò ad eenrìo dopo il 1860, per varie legislatore, aggiungeva: "Fui sempre avverso all'illegale e nefando atto del 13 aprile 1848, par lo firmai perché inevitabile in quel tempo ed in quel giorno”.

Pubblico nel terzo volume il testo delle dichiarazioni, tutte singole e collettive, degli ex Pari e degli ex deputati, togliendole dal libro riferito in nota, e divenuto oggi rarissimo, quasi come un incunabulo. E sono indotto a farlo anche da una circostanza, notata già dal mio amico Mario Mandalari, che cioè le copie delle Memorie Storiche esistenti in Sicilia, quelle da lui consultate, non hanno pia le pagine contenenti le ritrattazioni (5) divenute, ripeto come ho detto, una rarità storica, anche per la circostanze molto curiose, che vi sono rilevate. Non minor rarità è divenuta la famosa petizione a Ferdinando II, perché “riprendesse la concessione strappata dalla violenza e dalla perfidia” sottoscritta dai sudditi continentali. Nessuno, di quanti hanno scritto delle cose dei 1848, l'ha avuta veramente sott'occhio.

Le numerose copie, con le tante migliaia di firme autografe, fu fono distrutte, mi si assicura, nel 1860, perché davvero questa dimostrazione plebiscitaria, consigliata dalla paura, sarebbe stata poco conciliabile col plebiscito nazionale di undici anni dopo, come ora a freddo sono poco conciliabili le postume ire di alcuni siciliani verso il Filangieri in paragone della condotta remissiva dei loro padri. Ecco la petizione immaginata e scritta dal Fortunato, più vergognosa ancora di queste ritrattazioni.

“Sacra Real Maestà

“La città di.... in provincia di... per proprio convincimento è persuasa ed ha riconosciuto dalla esperienza dei tempi trascorsi, che il regime costituzionale non conduce in questo Regno al pubblico bene ed al vero ed onesto progresso sociale, ai vantaggi del commercio e dell'agricoltura, ad altro non avendo servito se non che ad eccitare le più abiette passioni, ed a garentire le mire anarchiche di uno sfrenato ed immorale partito distruttore di ogni pubblico bene e prosperità, nemico dalla religione e dal trono e di ogni civil reggimento; partito che si avvale di tale regime, solo per avanzarsi a minare tatto l'edificio sociale di ogni virtù, manomettendo ogni diritto ed ogni ragione. L'esperienza di si tristi frutti finora raccolti e la preveggenza delle future inevitabili sventure, che può arrecar a questo Regno, ha resa questa forma di governo antipatica e pesante alla sua maggioranza de buoni e fedell sudditi della M. V. Essi vogliono vivere sotto le paterne santa leggi della M. l’Angusto discendente di quella magnanima stirpe di Re, che ha tolto queste contrade alla condizione di provincia soggette a lontano dominio, che le ha ripristinate alla dignità di Regno indipendente, che a questo immenso dono ne ha aggiunti tanti e tanti colle sapienti leggi, di cui ha dotata la Monarchia.

"Queste leggi, o Signore, bastano alla felicità ed al beneficio dai vostri popoli. Essi con tutta l'anima, colle forze della loro coscienza, solennemente respingono la straniera rivoluzione, importazione di un regime non fatto per loro!

“Piaccia alla M. V. riprendere la concessione strappata dalla violenza e dalla perfidia colla violazione dei più sacri doveri, e preparata colle più sacrileghe ed inique mire settarie. Ritornino i popoli sotto l'unico potere del paterno Suo Scettro, e noi ed i nostri figli benediremo, colla restaurata potente forza della Monarchia assoluta, il nome sagro del nostro magnanimo buon Re Ferdinando II„.

La petizione aveva forma ufficiale, e però era difficile sottrarsi a firmarla, potendo il rifiato aver quasi l'aria di una pravooazione. La procedura era questa. Un agente di polizia la presentava al sindaco, che la sottoscriveva e faceva sottoscrivere dai decurioni, dai proprietari ed altri cittadini. Le firme erano autenticate dai pubblici notari. I sindaci, che si rifiutarono di firmare, veramente ben pochi, furono prima destituiti, e poi dichiarati attendibili e tenuti d'occhio dalla polizia, come avvenne a Giuseppe Beltrani, sindaco di Trani, al quale la petizione fu presentata dal commissario di polizia, don Tommaso Lopez. Il mio amico Giovanni Beltrani, nipote dell'animoso sindaco, e felice raccoglitore di documenti storici caratteristici, trovò copia del documento fra le carte dello zio.

Carlo Filangieri conservò i vecchi privilegi dell’Isola: il porto franco a Messina, l'esoluzione dalla leva e dalla gabella del sale e la libera coltivazione del tabacco. Furono assolati i Comuni dai debiti contratti durante la rivoluzione; reintegrati la Chiesa, lo Stato e i pubblici stabilimenti nei beni alienati, e restituiti quelli confiscati ai gesuiti e ai liguorini. Ripristinò k Consulta, istituita nel 1824; e trovando in pessime condizioni l'erario, e non credendo opportuno nei primi tempi accrescere le tasse, istituì un debito pubblico per la Sicilia, che in poco tempo sali alla pari, e poi la superò.

Il principe di Satriano era vissuto nella sua gioventù tra i maggiori splendori, benché egli fosse personalmente semplice, non senza qualche tendenza all'austerità. Luogotenente del re in Sicilia, intendeva la necessità di circondare il suo potere di prestigio, un po’ napoleonico, ma di sicuro effetto sulle popolazioni immaginose dell’Isola. Abitò al Cassero, come si chiana il palazzo reale di Palermo ed ebbe una Corte. La reggia Normanna, dov'è raccolta tanta dovizia di arte e di storia, si riaprì ai balli, ai conviti e ai grandi ricevimenti. Gli onori erano fatti dalle bellissime figliuole del luogotenente, ma soprattutto dalla duchessa Teresa Ravaschieri, nel fiore della bellezza e della gioventù, e vi andava talvolta da Napoli o da Parigi il figliuolo Gaetano, bel giovane, à bonne fortune. Il principe riceveva con magnificenza regale. Usciva ordinariamente in grande uniforme, facendo circondare la carrozza da un drappello di dragoni, e qualche volta distribuendo carlinelli (moneta d'argento di 42 centesimi) alla poveraglia, che si affollava al suo passaggio. Ristabili tutto il cerimoniale della corte di Spagna col relativo baciamano, e nel giorno della festa del re si vedevano andare in giro i caratteristici carrozzoni con le sfarzose livree. A capo delle milizie prendeva parte alle processioni celebri di Palermo, in mezzo al suo stato maggiore. In ufficio indossava la divisa, anzi ordinò che tutti gli impiegati regi dovessero portar l'uniforme. Si narra che don Antonino Scibona, a cui voleva gran bene, disapprovasse tale ordine, osservando non esser giusto obbligare gl'impiegati, quasi tutti povera gente, a questa spesa. Il principe, trovando giusta l'osservazione, non revocò l'ordine, ma dispose che le uniformi fossero messe a carico dell'erario, e indossate nelle occasioni ufficiali.

Molto era il suo prestigio. Figlio di Gaetano Filangieri; soldato di Napoleone; uccisore in duello del generale Fraucesohi, perché sparlava dei napoletani; crivellato di ferite al ponte San Giorgio nella disgraziata campagna di Murat contro gli austriaci; imparentato con quanto di più alto contava la nobiltà dell’Isola, poiché la principessa di Satriano nasceva Moncada di Paterno; dotato di una inflessibile energia, di cui aveva dato prova durante la campagna; tutto concorreva ad aumentare questo prestigio.

Egli seguiva fedelmente la massima napoleonica: messo a governare un paese ribelle, doveva innanzi tutto farsi temere; possibilmente, farsi amare; doveva togliere via via con la forza e col tatto, le cause, le occasioni e perfino i pretesti di ogni tentativo di rivolta. E vi riuscì. Quasi tutto il patriziato, almeno in apparenza, fu riconquistato alla causa dei Borboni.

Le feste al Cassero ricordarono quelle di altri tempi; ed egli fece venire da Parigi un cuoco, certo Charles, che ebbe celebrità e fu invidiato dai maggiori signori di Palermo, assai competenti in gastronomia. Si chiama Cassero il palazzo reale di Palermo.

Il Giornale di Sicilia continuò per lungo tempo a pubblicare indirizzi di fedeltà al re e di riconoscenza a] luogotenente, da parte dei munioipii, in uno stile ch'è quanto si può immaginare di più ampolloso. In breve, l'antico regime fu restaurato in tutta l'Isola; e il Crispi, testimone non sospetto, dovè confessare molti anni dopo in un suo discorso, che la restaurazione dei Borboni fu rapida e parve un mistero.

Rimesso l'ordine, rinacque la vita sociale coi suoi spettacoli e passatempi, profani e sacri. Si riaprì il teatro di Santa Cecilia con gli Esposti del maestro Ricci; una signora di Parigi, Eloisa Déhne, fondò un buon istituto di educazione per le signorine dell'aristocrazia e borghesia ricca; Gambina Fioi, specialista di ritratti al dagherrotipo, ne fece una esposizione, che richiamò tutta la città, prima all'albergo di Sicilia, al Pizzuto, e poi nella tabaccheria del Castiglia, in via Toledo; e il duca di Caccamo, suscitando le critiche di tutta la nobiltà, faceva noto che affittava il suo casino di Mostazzola, sul quale il Meli aveva scritto questi dolcissimi versi, tant'anni prima:

Alla calma, alla pace, alla quiete

Sacrato è questo abenché umil soggiorno

Qui par l'onda Oretea, l'onda di Leto,

Che dolcemente va scorrendo intorno.

Chiunque sei che in queste piagge liete,

Ten vai scorrendo or di mestizia a scorno,

Ogni acerba memoria qui deponi

Ed al vero piacer l'alma disponi.

Bisognava compiere l'opera e indurre il Re a visitare la Sicilia. Impresa non facile, dopo quanto era avvenuto, ma Filanieri conosceva i siciliani, ed era sicuro della sua polizia. Far venire il re in Sicilia, farvelo rimanere qualche tempo tra Palermo, Messina e Catania, era suggellare la pace tra l'Isola e la dinastia. Meno che odiare i Borboni, i siciliani odiavano i napoletani, non rassegnandosi alla perduta indipendenza. Certo, non era cosa agevole persuadere Ferdinando II a compiere quel viaggio, poiché nell'animo di lui eran rimasti vivi tutt’i ricordi del 1848; e coi ricordi, i rancori; e coi rancori, forse le paure.

Sicilia era stata riconquistata con le armi, dopo avere eletto on altro re, figlio dell'odiato Carlo Alberto. Ferdinando II non possedeva la virtù di obliare e neppure celare i propri rancori, luogotenente tornò ad insistere, sapendo che il re aveva risoluto, nell'ottobre del 1862, di far eseguire esercitazioni militari nelle Calabrie, ma le insistenze sue riuscirono solo in parte, perché il re si lasciò indurre a visitare fugacemente Messina e Catania non Palermo. Egli intendeva dare una lezione ai palermitani, e fu errore politico, perché Palermo, che gli avrebbe fatto clamorose accoglienze, risentì il dispetto dell'esclusione. Sarà bene ricordare quel viaggio, l'ultimo che fece Ferdinando II in Calabria e in Sicilia, e ricordarlo nei suoi particolari più caratteristici.


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CAPITOLO II

SOMMARIO: Il viaggio del re in Calabria — Prime teppe — Torraca, Lagonegro, Morano, Castrovillari e Spezzano Albanese— A Torraca visitò il famoso prete Peloso e lo confortò a ben morire. Particolari della dimora a Lagonegro — Arrivo a Cosenza — Dorme nel casale Donnici — Contegno del re e incidente col presidente Corapi — A Rogliano — Fra Ntoni — Doppia tappa a Coraci — Arrivo improvviso a Catanzaro — Incidenti esilararti. Ire e stravaganze del re — Le deputazioni di Pizzo e di Cotrone — Al collegio — Mettete 'e lattughe— Ritorno a Tiriolo — Commuta la pena la morte a Spaventa e a Barbarici nell'ergastolo, e la reclusione in esilio a Scialoja — AI ponte sull'Angitola — Passa una notte a Pizzo — Va a Mongiana — Condizioni dello stabilimento secondo un rapporto ufficiale — A Monteleone e a Bagnerà — Arrivo a Reggio — Varii incidenti — Partenza per Messina — Viva l'eroe delle Due Sicilie! — Spettacolo al teatro — Arrivo Catania — Dimostrazioni clamorose — Alloggia dai Benedettini — Il giovane Carnazza e il professore Catalano — Dimostrazione di un trasparente e un epigramma — Ricordi del precedente viaggio del Re a Catania — Un altro epigramma — Riparte per Messina — Provvedimenti di governo — Le bonifiche doganali — Gran ballo alla Borsa — Il conte di Trapanii e e il duca di Calabria — Partenza per Placo — Visita a Paola il Santuario di San Francesco — Ritorno a Napoli — La morale del viaggio e considerazioni circa i moti subitanei del re.

Sulla fine di settembre del 1852, il re volle dare agli esercizi autunnali d'istruzione per l'esercito un'importanza maggiore del consueto, e ordinò che una colonna mobile, formata da due divisioni con otto squadroni di cavalleria e venti pezzi di artiglieria, partisse alla volta delle Calabrie. Il movimento delle truppe ebbe luogo nei giorni 23, 24, 25 e 26 settembre, concentrandosi tutta la colonna nei dintorni di Lagonegro.

Il re s'imbarcò la aera del 27 settembre a Napoli sul Fulminane, insieme col principe ereditario, che contava quindici anni, e al conte di Trapani. Il suo seguito era formato dal principe D'Aci dai brigadieri Ferrari e Del Re, dai colonnelli Nunziante e De Steiger, dal tenente colonnello Letizia, dai maggiori Severìna Anzani e De Angelis, dai capitani Grenet, Schumacher e Salvatore Nunziante. Il colonnello Afan de Rivera, che era pure del seguito, comandava l'artiglieria; il brigadiere Garofalo era capo dello stato maggiore, e il maggiore La Tour seguiva, come aiutante di campo, il conte di Trapani. I direttori Scorza e Murena partirono per posta e attesero il sovrano a Lagonegro. Il aveva seco il suo cameriere particolare, Gaetano Galizia, mentre un cuoco e un sottocuoco, con servizio completo di cucina in apposito furgone, precedevano il corteo di un giorno.

Il Fulminante, seguito dal Guiscardo, dal Ruggiero, dal Sannita dal Carlo III, giunse la mattina del 28 nella rada di Sapri. La sera di quel giorno il re dormì a Torraca, facendo la prima tappa, da Sapri a Torraca, a piedi per mancanza di strade. Alloggiò nel castello del marchese di Poppano, Biagio Palamolla castello medioevale, con le torri merlate. Lo ricevette il vecchio marchese che per grave caduta da cavallo, si era ritirato vent'anni prima, dalle guardie del Corpo, col grado di brigadiere portastendardo. Il re, prima di allontanarsi, conferì all'ospite il titolo di duca di Torraca; e il marchese, a perpetuo ricordo fece cingere con una catena di ferro l'ingresso del castello murare sulla facciata esterna una lunga lapide latina, della quali ecco la chiusa:

NE AUSPICATI IN TURRIM REGIS ADVENTUS

BXCELSIQUB TAM HO8PITIS

MNEMOST ESCIDERET

HUNC LAPIDEM OBLIVIONIS VINDICEM

BLASIUS PALAMOLLA PUPPANI MARCHIO

POSUIT

AN. RECUP. SAL. MDECCLII

Fa quella la sola eccezione che Ferdinando fece al suo proposito di non accettare, a nessun patto, ospitalità da privati. Saputo che, a poca distanza di là, in una casa di campagna, era in fin di vita il vecchio prete Peluso, l'assassino di Costabile Carducci volle andare a visitarlo e vi andò a piedi, seguito dal figlio e dagli aiutanti, ed esortò quel tristo a sperare nella divina Provvidenza. Il Peloso, accasciato dagli anni e dal male, baciò ripetutamente la mano al Re, e poco dopo mori (6). Alla taverna del Fortino trovò una berlina di corte, e in essa entrò a Lagonegro alle 4 pomeridiane del 29.

A Lagonegro alloggiò nella sottointendenza; a Castelluccio, dai Minori Osservanti. Fra Castelluccio e Rotonda corre il fiume Mercuri. Il re vi giunse a cavallo e trovò sulla sponda “una mobile selva di olivi„ — leggesi nell'iperbolica cronaca ufficiale.

Erano gli abitanti di Rotonda, venutigli incontro con inverosimili rami di olivo in mano. A Morano alloggiò nel seminario, e vi fece la prima doppia tappa, perché egli, d'accordo con Io stato maggiore, aveva stabilito che per dar riposo ai soldati, poco avvezzi a lunghe marce, vi fosse una doppia tappa ogni tante miglia. Giunse a Castrovillari il 4 ottobre e andò nella Sottointendenza, rifiutando l'ospitalità del marchese Gallo, nipote del Nunziante, alle insistenze del quale rispose: "Mi son proposto non fare eccezione d'ora innanzi, neanche se incontrassi per via la casa di un mio fratello„. A Castrovillari, ricorrendo l'onomastico del principe ereditario, le accoglienze furono stranamente clamorose, e molti gli archi di trionfo, gli arazzi e le bandiere. II di seguente parti per Spezzano Albanese, dove per alloggio non trovò che la misera casa del giudice regio. La mattina del 6 parti per Cosenza fra le acclamazioni degli abitanti della valle del Crati, accorsi da ogni parte a fargli omaggio.

Benché la tappa fosse piuttosto lunga, giunse a Cosenza verso il tramonto, e le accoglienze furono anche colà entusiastiche. Ma non vi si fermò, proseguendo per il prossimo casale Donnici, dove passò la notte in una rozza casa di campagna, appartenente all'avvocato Orlandi e tenuta in fitto da un tale Parise, di San Stefano, fabbricante di cera, che poi divenne fastidioso pretendente di compensi, e al cui figlio prete il re concesse un assegno sulla badia di San Lucido. Oggi quella casa, rifatta completamente, appartiene alla famiglia Bombini.

La dimane, 7, tornò a Cosenza che percorse senza scorta, né battistrada, fra nuove e più calde acclamazioni. Salito al palazzo dell'Intendenza, fu chiamato al balcone dalle grida popolari, e vi comparve. Dette larghe udienze, fece delle grazie, largì dei sussidii e assistette la sera alla grande illuminazione, mostrando di gradir molto un enorme trasparente, che rappresentava la Calabria in atto di fargli omaggio.

Il re ebbe in questo viaggio un contegno addirittura stravagante; fu più volte scortese senza necessità; capriccioso, mordace, caparbio e diffidente sempre; trovò facili pretesti per motteggiare sulle cose del 1848 e rimproverare in pubblico le autorità ritenute da lui sospette politicamente. Ne diè una prova a Cosenza, quando i giudici della Corte criminale, in grande toga, con capo il loro presidente Luigi Corapi, si recarono ad ossequiarlo.

La Corte di Cosenza, specie il suo presidente, non erano nelle grazie del re, il quale attribuiva al Corapi la sentenza venuta fuori, proprio in quei giorni, con la quale era messo in liberti provvisoria Donato Morelli, imputato "di cospirazioni ed attentati all'oggetto di distruggere e cambiare il governo, ed eccitare gli abitanti del Regno ad armarsi contro l'autorità reale„.

Appena i magistrati s’inchinarono, il re, con piglio severo, squadrò il Corapi e gli disse bruscamente: "presidente Corapi io non sono contento di voi”. Il Corapi fece un profondo inchino e nulla rispose; ma, tornato a casa, indossò l'abito nero, e rìpresentatosi al re, gli disse: "Dopo le parole di Vostra Maestà al presidente Corapi, questi non può che rassegnare, come fa, le sue dimissioni”. Ferdinando II fu scosso da tale atto di dignità; non trovò parole da rispondergli, e solo ordinò al direttore Scorca che fossero accolte le dimissioni, ma che si corrispondesse al Corapi l'intera pensione, che allora equivaleva all'intero stipendio.

Il Corapi, che onorò la magistratura napoletana in tempi difficili, mori in tarda età, dopo il 1860. Era nonno materno del deputato Bruno Chimirri.

Nelle ore pomeridiane del giorno 8 il re lasciò Donnioi giunse verso sera a Rogliano. Le altre volte era stato ospite in casa Morelli, ma questa volta preferì l’incomodo alloggio nel convento dei Cappuccini, le cui umili celle erano state addobbate con mobili, requisiti presso la famiglia Morelli da un capo di gendarmeria. L'incidente più notevole di quella ospitalità fu la conoscenza, che il Re fece di frate Antonio "fra 'Ntoni”, laico in odore di santità, il quale dispensava ricette per guarire e si assicurava che facesse qualche miracolo. Non si lavava mai, e il sudiciume dei suoi abiti e della cella era reso maggiore dalla sua stravagante passione per un ghiro, che aveva addomesticato e gli dormiva addosso, obbedendogli come un cane. Il re andò a visitarlo nella cella, e fra ’Ntoni, mostrandogli il ghiro, gli disse che il popolo doveva essere al suo sovrano cosi affezionato, come il ghiro era affezionato a lui! Le mattina del 9 lasciò Rogliano. Si compiacque di dare udienza alla signora Morelli, madre di Donato e di Vincenzo, contro i quali era aperto il grave processo politico; ma la signora non udì rispondersi che queste secche parole: "Fate fare il giudizio,, né risposta più confortante ebbe la figlia di Saverio Altimari.

Traversò Rogliano a piedi, in mezzo al suo stato maggiore; poi montò a cavallo, e passando sotto gli archi di trionfo innalzati in suo onore nei paeselli di Carpanzano e Scigliano, giunse all'osteria di Ceraci, dove una divisione delle truppe l'aveva preceduto, e dove un'altra divisione lo raggiunse. Anche Coraci fu doppia tappa, ed egli vi fece eseguire alcune evoluzioni.

Vi ricevette l'intendente Galdi di Catanzaro, andatogli incontro ai confine della provincia, il comandante generale Salerno e le altre autorità. Con l'intendente si mostrò assai freddo. Egli conosceva la vita intima dei suoi funzionari, e contro il Galdi era mal prevenuto; raccoglieva volentieri pettegolezzi e maldicenze e, all'occorrenza, se ne serviva senza dignità di re. Licenziando quei funzionarli, disse loro che li avrebbe riveduti a Catanzaro l'indomani, e quelli partirono, dopo aver presi con lo stato maggiore gli accordi circa il ricevimento in quella città, dove si calcolò che non potesse arrivare prima delle 4 pom.

Alle 3 antimeridiane del giorno Il egli mosse a cavallo alla volta di Tiriolo, seguito dalle truppe. Era notte fitta. A Soveria udi la messa, e giunto a Tiriolo, non vi si fermò che per montare in vettura, ordinando ai postiglioni di sferzare i cavalli.

A Catanzaro si erano fatti apparecchi sontuosi per il ricevimento e il pranzo, e di questo aveva avuto incarico il giovane Leonardo Larussa, figlio dell'avvocato don Ignazio, che era stato deputato nel 1848, e morì poi consigliere di Cassazione e Senatore del regno d’Italia. Anche Leonardo Larussa fu deputato e senatore. Furono elevati per la circostanza parecchi archi trionfali con ampollose epigrafi. Eccone un saggio:

Sei Grande, sei Pio, sei Padre, sei Re

La gloria, la fama non muore con Te!

Essendo recenti i ricordi del 1848 con le relative condanne, molti speravano grazie dal re, preceduto dalla voce che compiva quel viaggio per rendersi conto dei bisogni del Regno, e per riparare con la clemenza ai rigori dei giudici. Le autorità avevano stabilito di ritrovarsi alle due all’Intendenza; i magistrati avevano mandate le toghe e i cappelli a canalone in casa de procuratore generale Altimari, per vestirsi tutti insieme. Cittadini e funzionari pregustavano la gioia di rivedere il re in ora tanto comoda, e nessuno immaginava neppure quello che avvenne.

Era mezzogiorno e mezzo quando si udi un rumore insolito 6 strepito di cavalli; e prima che ne corresse la voce, il re era entrato in città. La trovò deserta. Credette da principio ad un complotto politico; si turbò e ordinò di andare diritti al duomo, ma questo era chiuso, e il vescovo De Franco faceva la siesta, Crebbe l’irritazione, perché cadde un cavallo della sua carrozza, All'Intendenza non trovò nemmeno il picchetto di guardia, ma solo pochi militi urbani dei paesi vicini, venuti a prendere ordini, vestiti nei loro costumi caratteristici. Uno di essi, con lo schioppo a tracolla, si accostò al re per baciargli la mano, e per poco non gli ruppe la testa. Chiese dell'intendente, e gli si rispose ch'era andato al duomo, come v'era corso difatti, infilandosi l'uniforme per via e gridando come un ossesso. Non trovato però il re al duomo, tornò trafelato all’Intendenza, più morto che vivo. Catanzaro parevi una gabbia di matti. La gente si precipitava nelle vie, i magistrati correvano alla casa del Procuratore Generale a vestir le toghe a a prendere i cappelli; ma scambiando, nella confusione, toghe e cappelli, provocavano scene comiche ed episodii grotteschi.

Il re, smontando nel cortile dell'Intendenza, licenziò le due guardie d'onore che lo avevano seguito, il barone Luca Orsini di Cotrone e il marchese Domenico Gagliardi di Monteleone, il quale, appena giunto in casa Larussa dove era ospite, si pose a letto, per curarsi delle gravi fiaccature riportate dal lungo trottare.

Il Gagliardi, fratello minore del marchese Francesca, era un tipo eccentrico: portava costantemente gli speroni indossava una specie di tabarro fra il militare e il borghese. La famiglia contava fra le più facoltose di Calabria.

Salendo le scale, il re vide venirgli incontro affannosamente la signora Galdi e le disse, con marcata ironia: "Meno male che trovo alla fine una persona, che mi addita la mia stanza da letto„; e scorgendo a poca distanza da lei un giovane piuttosto elegante, con la barba a collana, chiese bruscamente: “Voi chi siete?„ E alla risposta, che era il ricevitore generale Masitano, vivacemente replicò: “Va a tagliarti subito questa barba; qui non hai nulla da fare„, lasciando capire che gli erano note le ingerenze del Masitano nelle cose intime della Intendenza. Entrato nell'appartamento destinatogli, volle che si chiudessero le porte, e per qualche tempo regnò un silenzio pauroso, che fece diffondere la voce che sarebbe partito immediatamente. Il giovane Larussa, appena vide il trattamento fatto al Musitano, si allontanò, ma più tardi fu mandato a chiamare da Alessandro Nunziante, e interrogato circa i preparativi del pranzo, Larussa rispose che si era tutto disposto, ma Nunziante gli fece intendere che il re non accettava nulla. Difatti il cuoco reale rifiutò persino delle ottime frutta e dei pesci squisiti, fatti venire da Pizzo. Anche i piatti e i bicchieri appartenevano alla cucina reale.

Ferdinando fece giustizia sommaria con le autorità. Ricevé l'intendente, solo per dirgli che fra un'ora partisse per Pizzo e vi attendesse ulteriori ordini; revocò dal comando il generale Saio e lo sostituì col colonnello Billi, che mori in Catanzaro cinque anni dopo, e che si disse aver guadagnato una forte somma, stando in rapporto coi briganti che infestavano la provincia, ma nulla fu dimostrato. La sua moglie era una Starabba, nipote del principe di Gìardinelli, vecchio intendente di Catanzaro. Ferdinando II retrocesse inoltre alla seconda classe capitano di gendarmeria De Cicco, e altro avrebbe fatto, se per l’intervento di alcuni ufficiali del seguito, e specialmente del capitano Gerolamo de Liguoro, che aveva una sorella maritata a Catanzaro, non si fosse via via rabbonito e persuaso non si era trattato di complotto, o di mancanza di rispetto. ma semplicemente di un equivoco, credendosi che S. M. sarebbe arrivata tre ore dopo. Non revocò gli ordini dati, e solo concesse all'intendente di non partire per Pizzo che l'indomani, vinto, si disse, dalle lagrime della signora Galdi, la quale ne interessò anche il conte di Trapani, ma ne ebbe questa curiosa risposta: "signora mia, son dolente del caso, ma non posso far nulla per lei, perché Sua Maestà vuole che io l'accompagni a preferenza degli altri principi, perché io solo non lo annoio con delle raccomandazioni”. E nulla fece e disse la verità.

Il segretario generale Guerrero ebbe le funzioni d'intendente, nel tempo stesso che il re nominava successore del Galdi il Morelli, procuratore generale della Corte criminale delle Puglie.

Rimandò le autorità, non escluso il vescovo De Franco, e i vescovi di Squillace di Cotrone e l'arcivescovo di Santa Severina, facendo sapere a tutti che li avrebbe ricevuti l’indomani; solo trattenne don Pasquale Barletta, presidente della Gran Corte civile e commissario straordinario per la Sila.

Prima del tramonto usci a piedi, e si recò a vedere i lavori della strada che si costruiva per Cotrone. Di ritorno vide illuminata la chiesa dell'Immacolata, dirimpetto all'Intendenza e vi entrò per ricevere la benedizione. La confraternita della chiesa volle ricordare l'augusta visita con una lapide, che tuttora si legge; e poiché l'altra confraternita, detta del Rosario, ingelosita dell'onore, che per caso il re aveva fatto alla chiesa dell'Immacolata, lo acclamò suo priore onorario, quella dell'Immacolata volle a suo priore onorario il duca di Calabria. Le due confraternite erano rivali, anche perché quella dell'Immacolata si diceva composta di liberali, e l'altra di retrivi.

Il re tornò a casa fra le acclamazioni della cittadinanza e pranzò col seguito, al quale disse che per la stagione inoltrata aveva deciso, dopo la visita alla Mongiana, imbarcarsi a Pizzo per Napoli. Ordinò infatti che l'artiglieria e la fanteria si raccogliessero fra Monteleone e Pizzo, e la cavalleria tornasse a Napoli, seguendo la via lunga delle Puglie. Fosse prevenzione, paura o abitudine di celar l'animo suo, egli cambiava improvvisamente risoluzioni e ordini; e poiché per mancanza di telegrafi — funzionava imperfettamente sulle coste quello ad asta — non vi era modo di eseguire i suoi contrordini, avvenivano confusioni e n'era vittima egli stesso.

Così quella sera disse che non avrebbe proseguito il viaggio per Reggio e Messina, e invece lo compi fino a Catania. L'uomo era fatto così, e quell'arrivo precipitoso a Catanzaro fu una vera pazzia voluta di suo capriccio. Aggiungerò un particolare. Al punto detto della "Fiumarella„ poco prima di entrare in città, il tenente Partitario della gendarmeria a cavallo, che scortava la carrozza reale, profittando che questa, per la ripidezza della salita, aveva rallentata la corsa, mise il cavallo al galoppo per passare innanzi, ma il re lo richiamò con queste parole: “Neh! Partita, tu cuorri pe’ porta 'a notizia a Catanzaro; torna al tuo posto„. "Maestà, rispose balbettando il tenente, son costretto a smontare per compiere un piccolo bisogno„; e il re: "'Va bene, ma sbrigati„. Tutti trovarono che le punizioni inflitte al Galdi e al Salerno erano ingiuste, ma il Galdi fu più tardi richiamato in servizio nell'amministrazione finanziaria. Veramente aveva fama di uomo dappoco.

L'indomani cominciarono i ricevimenti. Negò l'udienza alla baronessa Eleonora Vercillo, nata De Riso; e poiché questa, mal consigliata, si trattenne in un’anticamera per dare al re una applica a favore del fratello Eugenio, gravemente compromesso per i fatti del 1848, Ferdinando vedendosela dinanzi, e saputo chi fosse, la respinse, onde la povera signora fu colta da uno svenimento, e bisognò portarla via sopra una sedia. Fece grazia al marchese Vitaliano de Riso, il quale, condannato a venticinque anni di carcere, vagava per i boschi da quattro anni, e vestito da prete, era giunto a Catanzaro per presentarsi personalmente al re. La grazia fu concessa, soprattutto perché del marchese Vitaliano de Riso s interessò la simpatica e intelligente sorella di lui, donna Antonuzza, moglie del maggiore Lepiane.

Si disse che questa signora avesse fatta una strana dimostrazione liberale, attaccando coccarde tricolori ad alcuni suini di sua proprietà e lanciandoli per le vie di Catanzaro, mentre entravano le truppe regie, reduci dall'AngitoIa, dove avevano sbaragliate le quadre insurrezionali. Non era vero. Donna Autonuzza, fidanzata sei 1832 al capitano Lepiane dei Cacciatori, molto ben visto dal re, aveva avuto l'onore di ballare col giovane sovrano in quell'anno stesso, nel quale egli fece il suo primo viaggio in Calabria.

Il re concesse anche grazia a quarantadue condannati fra politici e comuni, i quali, usciti di carcere, improvvisarono una clamorosa dimostrazione in suo onore. Ordinò che fosse arrestato un tristo soggetto, certo Giuseppe Calvo, manesco e bestiale, che incuteva paura alle autorità, anzi ne vendeva la protezione e per malo animo maltrattava la moglie crudelmente. Tutta Catanzaro applaudi, ma il credito delle autorità locali non ne guadagnò punto, ma al re premeva dar loro questa mortificazione.

Doveva esser ricevuta prima la deputazione di Cotrone, e il maggiordomo, principe di Iaci, chiamò: “La deputazione di Cotrone” — "Nossignore gridò il re dalla sala di udienza, quella di Pizzo”. Grande sorpresa nell'anticamera. La deputazione della fedellssima città di Pizzo era formata da don Gaetano Alcalà, figliuolo di quell'ottimo agente del duca dell'Infantado, che aveva mostrata una pietosa premura per Gioacchino Murat, da don Laigi de Sanctis e dal canonico Greco, poiché un prete ci voleva. E qui lascio la parola all'Alcalà. "Mentre eravamo in attesa di essere ricevuti dal re, il maggiore Piazzini della gendarmeria, mio intimo amico, il quale comandava il plotone di scorta, mi chiamò da parte e mi disse tatto spaventato: "Sai che avvenne ieri a Masitano per l'affare della barba? Ti consiglio quindi toglierti subito la piccola mosca che hai, perché potrebbe spiacere al re, benché forse a te non direbbe nulla, essendo tu un particolare”j. Corsi nella stanza del colonnello Nunziante e dissi al suo cameriere: “Angiolo, dammi un rasoio, e tieni in mano lo specchio„. Angiolo ubbidì e io, in un attimo, mi tolsi la moschina e tornai al mio posto, nel momento che eravamo invitati ad entrare. Sua Maestà stava diritto in mezzo alla sala, e a due passi da lui il principe ereditario a destra, e il conte di Trapani a sinistra.

Offrendo a S. M. gli omaggi di Pizzo fedellssima e pregandolo di onorare la città di una sua visita, il re ci rispose cortesemente: "Mi dispiace, signor Alcalà, dell'incomodo che vi siete dato di venire fin qui, e mi dispiace pure che maggiore incomodo dovremo dare al vostro paese, avendo deciso d'imbarcarci tutti colà per Napoli”.

Fu chiamata poi la deputazione di Cotrone. Questa era formata dai barone Alfonso Barracco, da suo fratello Maurizio, dal marchese Antonio Lucifero e dal signor Bernardino Albani: quattro cugini, i quali rappresentavano la parte più eletta e facoltosa di Cotrone, Il barone Barracco diresse al sovrano un sobrio discorso di felicitazioni, invitandolo a passare per Cotrone, che sarebbe stata felicissima di una visita. Il re rispose che sarebbe lieto di compiacere la buona popolazione di Cotrone, ma gliene mancava il tempo e sperava in altra occasione far contenti, i cotronesi. E qui lascio la parola al marchese Antonio Lucifero. "Ci domandò se dimoravamo in Catanzaro, ed alla risposta che eravamo venuti da Cotrone, percorrendo quaranta miglia solo per felicitarlo, egli ripigliò che ci volevano certamente molte ore di carrozza; e noi dicendogli che la strada rotabile non era finita, e che bisognava fare tutto il cammino a cavallo, parve che se ne maravigliasse e ci ringraziò di nuovo. Baciammo la mano prima a lui e poi al principe ereditario, del quale la mano tremava in modo da impresnonarmi. Fatta la riverenza al conte di Trapani, questi, vedendo Maurizio Barraoco, che conosceva, gli disse, maravigliato: “Vai cca site?” (7) “A rendervi servigio, Altezza„, rispose Barraoco; e il principe: “Io vi credeva a Napoli„.

Ecco l'impressione che di Ferdinando II ebbe il marchese Lucifero: "... contava allora 42 anni appena, ma ne mostrava di più; aveva una persona, di quelle che si dicono scassate; l'abito militare negletto e vecchio, o almeno pareva tale; l'aspetto non antipatico, ma la voce aveva un suono poco gradevole e sottile, in proporzione alla grossezza del corpo„. (8)

Compiuti i ricevimenti, il re visitò l'ospedale e il collegio, dove fu ricevuto da tutto il corpo degli insegnanti, con a capo il rettore padre Gerolama Giovinazzi, delle scuole pie. Andò prima nella sala dei ricevimenti, dove il fanciullo Felicetto Tocco recitò una poesia d'occasione. Il Tocco, oltre ad essere il più giovane degli alunni, appariva, per la statura minuscola e la figura graziosa, addirittura un bambino. Felicetto non era convittore, ma solo alunno esterno; aveva nel convitto altri due fratelli, e qualche anno dopo vi entrò anche lui. Era allora un enfant prodige, perché dotato di forte memoria e di straordinaria vivacità. Solo Bernardino Grimaldi, anch'esso alunno del collegio, poteva rivaleggiare con lui, ma Bernardino, maggiore di età, non era bello. Dopo la poesia recitata dal piccolo Tocco, i convittori intuonarono un inno di saluto al re. Dell’inno Ettore Capialbi ricorda alcuni versi, probabilmente il ritornello della marcia, con la quale erano stati musicati:....

Voi la Borbonia Stella

Felici ognor farà.

Irraggerà del vivere

Il vostro bel sentiero,

E al volo del pensiero

Ala maggior darà.

Giovinetti, al Re vi leghi

Immutabil fedeltà!

Il re si mostrò soddisfatto di questa dimostrazione, ringraziò vivamente il rettore e i padri scolopii, si fece condurre innanzi il Tocco e lo carezzò sul viso. E poiché pioveva, protrasse la visita nel collegio e volle veder tutto. In una sala, ove erano raccolti alla meglio alcuni oggetti di storia naturale, il professore Tarantini, laico, mostrò al Re una collezione di conchiglie, ad una delle quali, che egli credeva aver per il primo scoperta, aveva dato il nome di Rotopea borbonica. Essendosi poi il re avvicinato a una finestra, il padre Giovinazzi gli mostrò un piccolo campo sottostante, dicendo che quello era l'orto botanico; e il re, sorridendo, gli rispose: "Mettetece 'e lattughe!(9)

Nelle ore pomeridiane del giorno 13 parti per Tiriolo sotto una pioggia dirotta. Vi giunse la sera e prese alloggio nel convento dei cappuccini. Tiriolo era il quartier generale, e il re vi si fermò un giorno e mezzo.

A Tiriolo passò in rassegna, la mattina del 15 onomastico della regina, le due divisioni, compresa l'artiglieria, che per isbaglio dello stato maggiore, era stata destinata a Miglierina, ignorandosi che non vi erano strade, né sentieri per andarvi. Bisognò tornare indietro, dopo non poche avarie. Il re ne tu irritatissimo. E per celebrare anche con atti di clemenza la festa di sua moglie, che aveva lasciata puerpera, udì divotamente la messa. detta da monsignor Berlingieri, vescovo di Nicastro, e fece molte grazie, anche a condannati politici. Commutò a Silvio Spaventa, a Saverio Barbarisi, a Bardano e ai fratelli Leanza e Palumbo la pena di morte nell'ergastolo, e ad Antonio Scialoja la reclusione in esilio perpetuo dal Regno. Distribuì molte elemosine, e prendendo commiato, verso mezzogiorno, dai frati cappuccini, consegnò al guardiano cento ducati per i bisogni del convento. Acclamato dalla popolazione, e seguito da un drappello di guardie d'onore e da uno squadrone di lancieri, parti col proposito di arrivare la sera a Mongiana, o almeno a Serra San Bruno. Fermandosi a Marcellinara per il cambio dei cavalli, gli si presentò il barone Saverio Sanseverino capo urbano, che portava la barba unita sotto la gola, come il Mositano, ed aveva in moglie una figliuola del marchese D'Ippolito di Nicastro, condannato per i fatti del 1848. Si era fatto credere al re che il Sanseverino fosse proclive alle prepotenze, usurpatore di demanii e liberale, E però, come se lo vide dinanzi, lo investi con queste parole: "Voi grandi proprietari calabresi spingete con gli atti e le maniere le popolazioni al comunismo il quale porterà il vostro danno, non quello della Corona. Va subito a tagliarti questa barba”. Gl'intimò l'arresto, ma poi ordinò che andasse a domicilio forzoso in Catanzaro, dove lo fece rimanere più di un anno. Furono sequestrate tutte le armi di casa Sanseverino, non esclusi i fucili da caccia. Si. scopri poi che v'era di mezzo un equivoco, perché il Sanseverino era devotissimo borbonico, e non fu poco addolorato che il re l'avesse creduto liberale. Era padre del presente deputato di Catanzaro.

Al ponte dell'Angitola, dove si arrivò poco prima del tramonto, si svolse uno degl'incidenti più caratteristici di quel viaggio. Vi erano convenute le autorità e le rappresentanze del circondario di Monteleone, col sottointendente De Nava, al quale re disse bonariamente: "Don Peppi, come stai?„ Al marchese Ferdinandino Gagliardi che, a nome del padre, andò a ripetergli l'invito di voler accettare la loro ospitalità a Monteleone, come le altre volte, rispose rifiutando. E ordinò che si proseguisse per Mongiana. Sarebbe stato un'altra pazzia, poiché era tardi e la strada carrozzabile arrivava fino a Serra San Bruno. L'Alcalà, che si trovava presente con una rappresentanza di Pizzo, lo disse al Nunziante, del quale era amicissimo, e Alessandro ne informò il re. Ma questi insistette; e insistendo alla sua volta il Nunziante, il re perdette le staffe e, presente l'Alcalà, disse, corrucciato e contristato: "Ho capito, partirò io con mio figlio, voialtri andatevene a Pizzo; sapete che io mi spezzo, ma non mi piego”. E il Nunziante: “Maestà, noi vi seguiremo dovunque, anche a costo della vita„. Il duca di Sangro, il quale, benché comandasse una brigata della colonna di spedizione, faceva parte del seguito, saputo dal Nunziante che le sue dissuasioni non eran valse a nulla, scoppiò in questa caratteristica invettiva ma sottovoce: "Vada a farsi.... benedire una volta per sempre; ci ha bastantemente rotta la divozione in questo disastroso viaggio coi suoi capricci„.

La strada, che dal ponte sull'Àngitola va a Mongiana per Serra San Bruno, valica uno dei nodi più eminenti del grande Appennino calabrese, scopre i due mari, penetra in provincia di Reggio, e per Stilo scende a Monastaraoe, sull’Ionio. Mongiana è a più di mille metri di altezza, e per arrivarci dal ponte sull'Àngitola, occorrono oggi non meno di quattr'ore con vigorosi cavalli. Allora la strada finiva, come ho detto, a Serra, ed era assai mal tenuta e poi solamente tracciata fra i vetusti boschi di Serra e Mongiana. Si andava quindi incontro a un sicuro pericolo, il re s’incocciò a non volerne sapere e ordinò la partenza. Avvenne però che la carrozza reale, nel fare la svoltata a sinistra, affondò malamente nell'arena del fiume. Ferdinando si levò in piedi, gridando ai postiglioni di sferzare i cavalli; ma questi, irritati, s'inalberarono e coi calci minacciavano di fracassar la vettura. I postiglioni protestarono che non era possibile proseguire con legni cosi pesanti. Vinto allora dall'evidenza, il re ordinò di mala voglia che si proseguisse per Pizzo, dove si arrivò a un'ora di notte, vinti tutti dalla stanchezza e dai disagi.

Anche a Pizzo si rivelò la stravaganza dì lui. Era stato disposto il suo alloggio nel padiglione dell'artiglieria alla marina, vasto edifizio, già convento degli agostiniani; ma egli, entrando in Pizzo, vista aperta e illuminata la chiesa di San Francesco di Paola, attigua ad un piccolo ospizio di Minimi, ordinò di arrestarsi, discese dalla vettura, entrò nella chiesa, fece cantare il Te Deum, e al padre correttore Tommaso Costanzo, che per cortesia g!i disse:

"Maestà, so che avete in questo viaggio onorati altri conventi; credo che non disdegnerete di onorare anche questa umile casa del nostro gran santo calabrese„, rispose: "Con tanto piacere”. Dapprincipio si credette uno scherzo. Ma il re disse al monaco: “Padre correttore, credo che avete qualche scala segreta dietro la Sagristia che mena alle vostre celle„"Vi è, rispose il padre Tommaso, ma è molto indecente per Vostra Maestà„ — "Non importa„: sali e disse di volervi passare la notte. S'immagini la sorpresa e più la confusione del seguito. I bagagli erano stati mandati al padiglione di artiglieria, lontano due chilometri.

Piccolo il convento e sfornito di tutto. Il cuoco reale, preparando un po’ di pranzo, chiese a un laico del carbone e dell'acqua, e ne ebbe in risposta che per il momento non vi erano. Il cuoco perdette la pazienza e napoletanamente scattò: "Embè, avete invitato 'o re a sta ccà, e non avite fatto trovà manco l'acqua„. (10)

Intanto i canonici con tutto il clero, le confraternite e le autorità locali attendevano nella chiesa matrice la visita di Sua Maestà, e restarono con un palmo di naso. Mancando nel convento anche un grande refettorio, s'imbandì la mensa sopra tavole rozze, in un corridoio; e dopo il pranzo, alcuni personaggi del seguito andarono a passar la notte al padiglione o in case private, e altri dormirono, con materassi per terra, nello stesso oonvento. Cose tutte da non potersi credere, poco più di cinquant'anni dopo, e la cui strana impressione raccolsi io stesso al Pizzo.

Il di seguente, essendosi il corteo reale provveduto di legni leggieri, si partì per la Mongiana, rifacendosi il cammino sino all'Angitola. Il re montò in un piccolo phaeton attaccato alla daumont con un postiglione, avendo a sinistra il principe ereditario. Fece sedere nel posto di dietro il cameriere Galizia, che, premuroso e previdente, fungeva anche da maestro di casa, preparava i letti e arredava alla meglio le camere più o meno nude, dove il re e i principi passavano la notte, coprendole, molto sporche, con mussola bianca. A San Nicola da Crissa, dove incomincia più ripida la salita, quasi a mezza via fra l'Angitola e Serra, il corteo si fermò presso la magnifica sorgente delle cento fontane. Il re scese a bere, e n'è rimasta la memoria.

La giornata era fresca, prossimo il mezzogiorno e il re sentiva appetito. Domandò al Galizia se avesse portato qualche cosa per la colazione, e il cameriere rispose mostrando due polli, ma dicendo di aver dimenticato il pane. Disse il Re "Non fa nulla — maggiore Piazzini, andate a procurarmi due pani di munizione”.

Il Piazzini spronò il cavallo e tornò portando i due pani. Il re ne ritenne uno per se e dette l'altro al figlio, il quale cominciò a mangiare il pollo, ma non toccava il pane. Il padre se ne accorse ed esclamò: "Né, Ciccì, tu magni senza pane?„ E il principe: "Papà, il pane è duro e stantìo„, E tale era infatti, perché confezionato da parecchi giorni. "Magnatello, e l'avarrissi sempre, egli rispose, 'o magnano i surdati, che so meglio 'e nui„.(11) E il principe ne mangiò di mala voglia. Si arrivò a Serra San Bruno a ventidue ore. Tutti gli abitanti di quell'alpestre paesello erano raccolti all'ingresso, dov'è la chiesa. Bruno Chimirri, allora fanciullo di dodici anni, ha conservato un ricordo esatto del passaggio del re per Serra, e rammenta che lo vide arrivare, discendere, entrare nella chiesa e uscirne fra le acclamazioni. Egli era affacciato al balcone di casa sua, annessa alla chiesa. Ricorda la maestosa figura di Ferdinando II, avvolto in un cappotto grigio, e quella, piuttosto meschina, del principe ereditario. Nel tempio fu cantato il solito Te Deum e si riparti. Ma la strada, divenuta affatto disagevole, venne tracciata dai contadini attraverso la foresta; anzi in alcuni punti dovettero i contadini sollevare di peso la carrozza reale.

A Mongiana, la grande fonderia militare e fabbrica d'armi del Regno, Ferdinando II passò due notti. Egli ne seguiva con molto interesse lo sviluppo, perché con quello stabilimento mirava a liberarsi dalla soggezione straniera e soprattutto inglese, per la fornitura del ferro e delle armi. Si diceva pure che volesse farne il primo arsenale del Mediterraneo, come il più sicuro per la sua ubicazione. Quali fossero intanto le condizioni dello stabilimento, è riferito in questo rapporto, che, in data 17 ottobre, il comandante Pacifici diresse al D'Agostino, ispettore capo a Catanzaro:

Mongiana.19 ottobre 1852, n. 855.

La sera del 16 andante questo Stabilimento riceveva l'onore di una visita quasi imprevista dell'Augusto Nostro Monarca, accompagnato dai RR. Principi, le LL. AA. BR. il Baca di Calabria, ed il Conte di Trapani. Ricevuti da me cogli Ufficiali tutti alle Pianure del Ninfo, procede pel Villaggio splendente di lumi, e si degnò prendere alloggio nell'umile mia dimora, esternando tutti i segni della bontà e della clemenza a Lui propria.

I primi pensieri della M. S. tnttocché stracca pel lungo e penoso cammino furono dedicati allo Stato attuale di questo Stabilimento, ed ai mezzi di prosperarlo non solo, ma dando sfogo agl'impulsi del suo cuore benefico, mostrava la sua volontà di dar da vivere a genti moltissime, e di annuire alle immense suppliche ricevute nel suo cammino pel bisogno del ferro nelle Calabrie per gli strumenti agricoli. La sera stessa si benignava esprimere, che il di appresso avrebbe rese liete le officine della sua Reale presenza.

Infatti questa visita desiata ebbe il suo compimento, e la M. S. tenendo presenti le posizioni, in cui è lo Stabilimento, rimase soddisfatto di tutto e di tutti: notò i progressi fatti dopo la sua prima venuta, si compiacque delle macchine e dei loro congegni. La Sovrana ispezione fu penetrante e minuta; fu notato lo stato delle fabbriche, delle cadenti coperture, dei canali, delle prese, di tutto. E quella grande intelligenza scovrì immediatamente che le condizioni attuali finanziarie, lungi dal poter fare immegliare i processi delle manifatture, non erano valevoli a riparare i tanti danni.

La Maestà del Re si compiaceva quindi esternarmi le sue intenzioni.

Esse ad riducono alle seguenti, che ho l'onore qui appresso di consegnarle, signor Ispettore:

1 Apertura di una strada per le miniere, passando per lo stabilimento di Ferdinandea, affine di diminuire il prezzo delle materie prime;

2 Traversa di congiungimento colla strada dell'Àngitola, per la facilità dei trasporti delle produzioni;

3 Attivazione della Ferdinandea, senza trascurare in nulla la Mongiana, nello scopo di dare da vivere agli abitanti di quei con vicini paesi;

4 Ritornare all'esplorazione della Grafite di Olivadi per lo stesso scopo;

5 Vendita del ferro duttile nelle tre Calabrie, onde appagare le numerose suppliche ascoltate dalla M. S. per la fabbricazione degli strumenti di Agricoltura, ed altro;

6 Riduzione della Mongiana a Colonia Militare, come S. Leucio, in vista di di rendere anche questo punto un Nucleo di difesa;

7 Apertura delle Filiazioni;

8 Essere scarso il numero degli Uffiziali qui adibiti atteso lo sperperamento delle officine.

La M. S. inoltre per le suppliche dei creditori della gestione 1848 e 1849, porzione dei quali hanno contro mandato di arresto, ed alla mia risposta. con cui le feci noto per quanto stragiudizialmente io sapeva, che ella con favorevole avviso avea inoltrato i rendiconti di questi anni, comandava che colla massima sollecitudine venissero liquidati.

Il Re N. S. esternò anche il desiderio che la Chiesa fosse convenevolmente ingrandita e decorata.

Da ultimo la prelodata M. S. nel congedarsi la mattina del 18 m'impose di manifestare all'ordine del giorno il suo pieno contento, cosi per le varie officine dello Stabilimento, come per la tenuta di questa truppa di artiglieria.

La sera del 18 si giunse a Monteleone, senza fermarsi a Pizzo. Erano colà convenuti i vescovi di Mileto, di Tropea e di Squillace. Questi vescovi, il sindaco Mannella, quasi tutta la popolazione con le confraternite, precedute dai rispettivi stendardi, uscirono fuori del paese ad incontrare il monarca, mentre le campane delle chiese sonavano a festa. All'ingresso era stato costruito un arco trionfale, e piccole bandiere bianche coi gigli d'oro erano agitate dalla folla, che ingombrava la via dei Forgiari. Attraversata questa via, il re e i principi infilarono il Corso e andarono direttamente al duomo, dove furono ricevuti dal Capitolo, che cantò il Te Deum. Il re restò seduto sul trono, coperto con gli antichi arazzi della famiglia Dominelli.

Dal duomo si andò alla Sottointendenza, addobbata con mobili mandati da casa Gagliardi, anzi il sottointendente De Nava, ignorando che il re portasse seco, in apposito furgone, tutto ciò che serviva alla sua cucina particolare, richiese il Gagliardi anche di commestibili, ma il vecchio marchese rispose che questi egli li dava in casa propria e se ne faceva responsabile, ma fuori di casa, no. Il De Nava era zio del presente deputato. Dalle finestre il re assistette allo spettacolo di fuochi pirotecnici a alla clamorose dimostrazioni dei cittadini di Monteleone. Il giorno appresso visitò il collegio Vibonese, dove fin dall'aprile di quell'anno insegnavano i padri delle scuole pie. Ferdinando II non volle sedere sul trono, e rimase familiarmente in mezzo agli alunni, i quali, sull'aria del coro dei Lombardi cantarono un inno, le cui strofe finivano col ritornello:

Di Fernando la fronte sublime

Cingi, o Nume, di bella corona.

Per ricordare l'avvenimento, vennero murate sull'ingresso del collegio due lapidi in marmo, le quali nel 1860 furono stupidamente coperte e poi smurate.

Il re ricevette alcune deputazioni e fra esse, quella del comunello di San Gregorio. E qui avvenne un altro incidente caratteristico. Avendo la deputazione chiesta la grazia di aumentare la sovrimposta fondiaria per un solo anno, al fine di riparare una strada e spendervi non più di sessanta ducati, il re si mostrò di ciò cosi irritato, che la commissione ne fu impaurita e lasciò di corsa la sala di ricevimento, suscitando le risa di lui e dei principi. Promise che avrebbe impiantato a Monteleone un orfanotrofio maschile; e l'orfanotrofio venne infatti inaugurato il 30 maggio dell'anno dopo, festa di san Ferdinando, con un discorso del sottointendente De Nava, e un'elegante poesia di Carlo Massinissa Presterà, poeta monteleonese.

Nelle prime ore pomeridiane il sovrano parti con una parte minima del suo seguito. Ordinò che gli altri tutti, militari e borghesi, lo attendessero a Pizzo, al ritorno dalla Sicilia. Pizzo divenne una caserma di generali e di ufficiali di stato maggiore, né in quell'anno era diverso di oggi: angusto e non certo più pulito, e privo di ogni conforto. Accompagnarono il re i fratelli Nunziante, De Sangro, Afan de Rivera, Schumacher e i direttori Scorza e Murena. Si sperava di arrivare la sera a Bagnara, ma la notte innanzi si scatenò una bufera che rese impraticabile la strada; tanto che in alcuni punti le popolazioni accorsero con zappe e badili a sgombrare la terra ammassata, e così le carrozze poterono passare. A Mileto si fé sosta pochi minuti, per vedere il celebre duomo, fondato da Ruggiero, e anche meno, a Rosarno, a Gioia e a Palmi. Si giunse a Bagnara nel cuore della notte e sotto un diluvio. Il re rifiutò, come al solito, qualunque ospitalità privata e preferì andare nell'unica locanda, tenuta da un tale Vincenzo Pino: locanda per modo di dire, perché era una casetta di due piani, con poche camere nude affatto, e alle quali si accedeva per un'angusta scala di legno. Alloggiò al secondo piano, e sotto i suoi passi pareva che si sfondasse il pavimento, perché la casa, mal costruita, tremava tutta. Il locandiere volle procurare della biancheria fine, ma l'ospite toccate le lenzuola, disse alla locandiera: "Questa non è la biancheria che dai a tutti i passeggieri; no, no, io voglio roba ordinaria; devi trattarmi come tutti gli altri„. E strappò le lenzuola dal letto. La locandiera rifece il letto alla presenza di lui, che le disse:

"Così mi piace; questi sono i più bei giorni della mia vita„. La stanza, dove dormì il re, fa chiusa dal Pino e mostrata, a quanti vi capitavano, con le parole: “questa è la stanza dove dormì Sua Maestà”. Dopo il 1860 non lo disse più.

Ferdinando II giunse a Reggio nelle ore pomeridiane del 20 ottobre e da Villasangiovanni egli passò sotto molti archi di frasche, disposti lungo la strada, specialmente nei villaggi di Santa Caterina e dell'Annunziata. Lo seguiva una scorta di guardie d'onore. Erano ad attenderlo all'Intendenza parecchi gentiluomini del paese, col sindaco alla testa e, tra questi, diversi che avevano avuto taccia di liberalismo. Mentre costoro stavano nella prima sala del palazzo, sopraggiunse Alessandro Nunziante, che precedeva il re di qualche ora. Entrò nella sala senza nemmeno rispondere ai saluti, cercò d'aprire una porta, e poiché questa resistette, anziché ritentare la prova, l'aprì con un calcio. Pareva un forsennato, "Ma questi è pazzo„, disse don Diego Logoteta, e si avanzò forse per fermarlo; ma il barone don Antonino Mantica afferrò l'amico per la coda della marsina e lo trattenne, dicendogli: "Ma che volete compromettervi?„.

Il sovrano si recò difilato al duomo, e tornandone, proprio di fronte all’Intendenza, successe un fatto veramente strano. Tre persone fermarono i cavalli della carrozza reale, mentre una quarta si avvicinò audacemente allo sportello, e levando in alto un pane di terza qualità, e battendo colla mano sul ginocchio del re, disse: “Maestà, ecco il pane che mangia il popolo,,. Ferdinando, riavutosi dalla prima sorpresa, lo afferrò per il collo, e dicendogli: "Né, caprè (12)alludendo alla barba che portava sotto il mento — vedi che ti faccio dà 'e legnate„ lo consegnò alle guardie. Era un tal Pellicano, soprannominato paddazza, cocchiere del consigliere d'intendenza Giacinto Sasso, devotissimo alla dinastia. Il fatto fece molto rumore. Si credette ad un attentato, e Alessandro Nunziante intimò al capitano dì guardia sul portone del palazzo: "Arrestate chiunque vi ti ordinerà di arrestare; sia pure l'arcivescovo”. Ma il sovrano, saputa la verità dell'incidente, non ne fece gran caso; però la sera non intervenne allo spettacolo di gala al teatro.

Il giorno appresso tenne udienza. Gli fa presentata dal cavaliere Cesare Monsolini, capo plotone delle guardie d'onore, la signora Marianna Platino, moglie di Agostino Fintino, profugo politico. Ella condusse i suoi figliuoli, il maggiore dei quali, Fabrizio, oggi senatore e già prefetto, era appena dodicenne. La povera signora domandò che venisse tolto il sequestro dai beni del marito, ma il re, di mala grazia, le rispose: "La vostra famiglia è pericolosa alla società; dovete avere quanto vi basta per vivere; andate. I bambini scoppiarono a piangere, ma Ferdinando non si commosse. Visitò il collegio e l'educandato femminile, e verso sera uscì in carrozza col principe ereditario, che gettava qualche tari ai monelli. La mattina del 23, presi gli accordi col generale Filangieri, che gli era venuto incontro fin dal giorno innanzi, partì sul Tancredi per Messina. Il principe di Satriano lo precedette di alcune ore.

A Messina i preparativi erano stati condotti a termine con febbrile attività. Venne costruito un ampio sbarcatoio, la città fa tutta imbandierata e la gente si riversò in folla sulla banchina. Appena fu visto il Tancredi staccarsi dal lido di Reggio, prima l'Ercole e l'Ettore Fieramosca, navi da guerra ancorate nel porto, e poi la cittadella e i forti cominciarono le salve. Il Tancredi si accostava lentamente. Il re era in piedi, a poppa, tra il figlio e il fratello. Sullo sbarcatoio lo aspettavano le autorità, col generale Filangieri alla testa, e i notabili. Le grida festose arrivavano al cielo. Il sovrano coi principi e l’intendente montò in un calesse monumentale, foderato di damasco giallo, offerto dal negoziante Mauromati. La moltitudine tentò di staccare i cavalli e trascinare il legno a braccia, ma egli lo impedì. Sul predellino della carrozza era salito un impiegato dell’Intendenza, certo don Giuseppe Grosso, che urlava a squarciagola: “Viva l'eroe delle Due Sicilie!” Il re se ne seccava. Saputo chi fosse non si poté tenere dall'esclamare: “Quanto è f....". E il Castrone, volendo fare dello spirito adulatorio e plebeo, rivolgradeei al Grosso: "Né, Grò, mo’ si.... co’ decreto reale„.

Grosso rise di compiacenza e seguitò a urlare: “Viva l'eroe delle Due Sicilie!”Il re visitò prima il duomo, dove fu ricevuto dal Cardinale arcivescovo Villadicani, il quale presentò a lui e ai principi la croce a baciare.

Sulla porta si leggeva questa sconclusionata epigrafe:

QUESTI SACRI PENETRALI

CON FRANCO PIEDE ED ANIMO RACCOLTO

PIO ED INTEGERRIMO PRINCIPE

DELLA SCHIETTA FEDE TENERISSIMO

TI PIACCIA LIETAMENTE RIVEDERE

BENIGNO IL CIELO TI PROSPERI E FORTUNI (Sic)

Fu cantato il Te Deum, e ricevuta la benedizione, il re si all'antico palazzo del Priorato, dov'è oggi la sede del prefetto e vi ricevé le deputazioni, venute da quasi tutti i comuni della provincia, ammettendole al baciamano. Si recò poi a vedere i nuovi lavori di fortificazione nella cittadella e al forte del Salvatore, e dopo pranzo andò al teatro, dove c'era spettacolo in suo onore. Nel teatro furono sparse migliaia di cartellini con questi motti: La riconoscenza dei popoli è il trionfo della sovranità — Chi più riconoscente all'augusto Ferdinando II del popolo di Messina? E udite quest'altro: Ci ridonaste l'ordine e la pace — Sire — Ora ci concedete grazia novella — La presenza vostra augusta — nostri voti son paghi — Viva il Trajano delle due Sicilie. Si rappresentò un'allegoria musicale, scritta da Felice Bisazza, messinese, cantore d'occasione e borbonico sfegatato.

L'allegoria aveva per titolo: Il voto pubblico. Erano interlocutori: Messina, il genio dell'industria, il genio dell'ilarità, con cori di donzelle e di giovani. L'argomento era la venuta del re, tanto sospirata. La mnsica fu composta dal maestro Laudano un coro cantava:

Pari ad angel, che sta nelle sfere,

Invocato da mille preghiere,

Benedetto dal labbro di Dio,

A noi vieni più padre che Re.

Te sospira con lungo desio

Quella terra, che calla Ti diè.

Di mille formasi

Un voto solo,

Tutti ti gridano

Vieni, o Signor.

Quel lungo gemito

Cangia in consuolo,

Corona i palpiti

Di un santo amor!

Il "Genio dell’ilarità„ soggiungeva:

Iddìo ci arrise — della bella Aschene

Dalle infiorate arene

Fra poco il Re verrà.

E la scena si chiudeva con la discesa dal cielo di due piccoli genii, i quali sostenevano una fascia d'oro, che portava scritto: Viva Ferdinando II, mentre tutti cantavano:

Salve, o magnanimo

Padre e Signor,

Accogli il gaudio

Del nostro cuor!

Sole vivissimo

D'alta bontà,

Splendi a’ tuoi popoli

Per lunga età!

Quando Ferdinando si levò per uscire, si rinnovarono, manco a dirlo, le acclamazioni. Scese per la magnifica scala di marmo messa a ghirlande e a festoni, e andando al porto per imbarcarsi, ammirò, a San Leone, un gran trasparente, il quale rappresentava re Ruggiero nel suo ingresso a Messina. La facciata del nuovo teatro era coperta da altro immenso trasparente, che rappresentava Ferdinando II, il quale stendeva la mano al commercio per sollevarlo. Alle 10 e mezzo s'imbarcò sul Tancredi col duca di Calabria, che diceva d'aver sonno. Il conte di Trapani accompagnato dall’intendente, parti per Catania in vettura, e Filangieri parti anche lui sul Tancredi.

Catania non si dimostrò inferiore a Messina. Non era la prima volta che il Re vi andava; vi era stato anzi varie volte, ma in nessuna ebbe, come allora, cosi entusiastiche accoglienze.

La città lo aveva invitato, durante la sua dimora in Reggio, col seguente indirizzo:

Sire!

Nella felice occasione che la Maestà Vostra trovasi in luogo cosi prossimo alla Sicilia, si avviva nel petto de’ Catanesi il desiderio di vedere onorata la loro Città dalla Augusta Vostra Persona. Il Decurionato per ciò, prostrato a piè del Real Trono, osa intercedere, che a colmo di benefici ai degni la Maestà Vostra render pago questo fervido voto della popolazione, che rappresenta, ond'essa poter più da vicino rassegnarvi l'omaggio della sua alta devozione, fedeltà e gratitudine.

Questo indirizzo portava la firma di tutti i componenti il Corpo della città. Era patrizio titolare il cavalier Gioeni, ma, per l'assenza di lai, funzionava da patrizio Tommaso Paterno Castello di Bicocca; ed erano senatori, il dottor Francesco Folci, Francesco Moucada, Francesco Zappala, Vincenzo Marletta e Carlo Zappala Bozomo. Al Fulci nacque in quei giorni un bambino, che chiamò Ferdinando.

Il re arrivò a Catania alle ore 7 antimeridiane del 24 ottobre. Era domenica. Scese prima il principe di Satriano e si pose alla testa delle autorità locali, le quali, con l’intendente Panebianco, attendevano sotto un elegante sbarcatoio. La folla gremiva il molo, e il porto era coperto di barche che circondavano il Tancredi. La gente acclamava a perdita di fiato, e il re si toglieva il berretto, ringraziando. Pareva commosso da quelle accoglienze che forse non si aspettava. Andò al duomo tra una calca di popolo plaudente. Le vie erano tappezzate di arazzi e sparse di fiori, e le finestre gremite di gente. Al duomo venne cantato l'immancabile Te Deum, e la benedizione fu data dall'arcivescovo Regano. Quando il re mosse per andare al convento dei benedettini, dove aveva il costume di prendere alloggio, le campane della città sonavano a festa e il Tancredi faceva salve dal porto. I benedettini gli erano devotissimi. La famiglia monastica, la quale possedeva una rendita di ducati 82500, pari a lire 350625, era formata da quarantadue sacerdoti, da quattordici novizii e da ventidue conversi. Il monastero, vasto quanto una città e ricco d'influenza economica e morale, era fonte di beneficenza inesauribile. L'appartamento dell'abate, che occupava il re, era ampio e signorile. Abate era don Enrico Corvaja, il quale, a capo della comunità, ricevette il sovrano ai piedi del magnifico scalone. Ferdinando fu scherzoso ed arguto con lai e coi monaci, dei quali conosceva parecchi, chiamandoli per nome, e ripetendo il solito suo ironico salato agli ecclesiastici: bacio le mani. Ricevute le autorità, ascoltò la messa. Scendendo in chiesa, volle che sonasse l'organo, affermando che, pur avendolo udito altre volte, se ne sentiva sempre commosso. Cavò di tasca un libro di preghiere, pieno di immagini sacre fra le quali fa vista quella di San Francesco di Paola.

Quando, voltando le pagine, gli veniva innanzi qualcuna di quelle effigie, egli la baciava, e un monaco mi assicurava di averlo veduto anche piangere. Dopo la messa ci fu il ricevimento delle deputazioni.

Visitati i lavori del porto e l'ospedale militare e civile, tornò ai monastero per il pranzo. Nell'attraversare un corridoio, gli à fece incontro un giovinetto, tiglio di Gabriello Carnazza, il solo della provincia di Catania, che fosse stato escluso dall'amnistia, e con commosse parole perorò la causa del padre.

Ferdinando II, impressionato dalla sveltezza del giovane, promise di provvedere, ma poi non ne fece nulla, e Gabriello Carnazza restò in esilio tino al 1860. Il giovinetto di allora, Giuseppe Carnazza Puglisi, fu poi deputato di Noto e Siracusa e sindaco di Catania, ed oggi è professore in quell'Università e senatore del Regno. Venne ricevuto anche il professore Catalano, il quale, insieme coi colleghi Marchese, Geremia e Clarenza Cordaro, era tato rimossodal suo posto d’insegnante, per i fatti del 1848. Il Catalano disse coraggiosamente al l'e che come suo sovrano poteva fargli troncare il capo, se colpevole; ma non poteva rimuoverlo da una carica, che si era acquistata con lunghi studii. Il linguaggio franco e dignitoso del professore non fu senza effetto, perorò il re ordinò che fosse il Catalano richiamato alla cattedra, ma i colleghi di lai non ottennero nulla. Il Marchese fu richiamato più tardi.

Alle nove il monarca asci in carrozza, accompagnato dal duca di Calabria, dal conte di Trapani e dal principe di Satriano, per godere lo spettacolo della città illuminata. Lampade di cristallo pendevano da tutti i balconi e le botteghe erano illuminate a sera. Sul piano di Sant'Agata sorgevano quattro trofei e altri quattro in piazza dei Quattro Cantoni; e fra i trofei, tele colorate a trasparente, la maggiore delle quali si ergeva sul palazzo di città e rappresentava, in misura quasi doppia del vero, Ferdinando II. "Quella grande effigie — leggesi nell'accurata e inedita cronaca, dell'avvocato Benedetto Cristoadoro — appariva, da lontano come quella del nume tutelare che vegliava sulla città,. Mentre si tornava al monastero, giunta la carrozza al piano di Sant'Agata, da tutti i punti della piazza s'innalzarono ft un tempo globi luminosi e si accesero fuochi.

Un altro trasparente, opera dell'artista catanese Rapisardi, era posto in piazza Stesicoro, e figurava Catania invasa dalla lava nella memorabile eruzione del 1669, ed autorità, sacerdoti e popolani che scampavano con la fuga. Fra i sacerdoti dipinti il Rapisardi aveva per bizzarria ritratta l'effigie d'un noto prete catanese in abito canonicale, don Mario Torrisi. Era noto che questi aspirava al canonicato, e ne era degno per cultura e ingegno, se non per illibatezza di costumi. L'arcivescovo Regano non volle mai dargli la dignità canonicale. Un bello spirito, mise fuori questo epigramma:

Ci volli un centenariu

Pri fari canonica don Maria,

Ma stati attenti

Ca è canonica di trasparenti.

Il centenario era quello della traslazione del corpo di Sant'Agata da Costantinopoli a Catania, che si celebrava in quei giorni: circostanza, che contribuì a dare alla venuta di Ferdinando II una solennità maggiore, La breve visita a Catania ridestò i ricordi degli altri due viaggi fatti da lui stesso nel novembre del 1838, e nel dicembre del 1841, in quella città. Nel 1838 gl'impiegati avevano deciso di staccare i cavalli dalla carrozza reale e sostituirvisi; ma il re, sceso rapidamente dalla vettura, cominciò a distribuire pugni ai più vicini. Aveva ventotto anni, ed era dotato di gran forza muscolare. Un impiegato dell'intendenza, certo Maravigna, n'ebbe gli occhiali rotti, e sino a che visse raccontava quell'incidente. Ma nei viaggio del 1841 avvenne di peggio. Il signor Anzalone, rampollo di nobilissima famiglia e senatore di Catania, scendendo le scale dei benedettini, pose il piede su uno degli speroni del sovrano e lo ruppe. Tutto mortificato, ne raccolse i pezzi rotti e gli offerse al re, balbettando scuse. Questi lo ringraziò... con uno schiaffo!

Il povero gentiluomo non si consolò mai di quell'oltraggio villano, anche perché dette occasione a questo epigramma:

Anzalon

Al re ruppe lo spron,

Il re di botte

Gli diè un cazzotto:

Pari all'angla giarrettiera

Dei cazzotti ciascun l'ordine spera.

Fino al trentesimo anno Ferdinando II non ebbe la virtù di dominare i suoi impeti meridionali, e trascendeva facilmente a di fatto, anche per la sicurezza che nessuno avrebbe osato di reagire: cosa che rivelava grande volgarità d'animo. (13)

Il re lasciò Catania a mezzanotte. Ebbe clamorose accoglienze ad Acireale, a Giarre, a Giardini, a Letoianni, a Fiume di Nisi. La strada era perlustrata dai militi a cavallo, che fecero in quell'occasione un servizio mirabile. Durante le sette ore di viaggio, il re non chiuse occhio, accolse benevolmente le numerose deputazioni che incontrò lungo la strada, e giunse a Messina alle 7 del giorno 25. Vi entrò fra i due capitandarmi Raimondo e Saverio Pettini i quali cavalcavano ai lati della carrozza. Riposò quattro ore, alle Il e mezzo senti la messa, e dopo aver ricevuto altre deputazioni, andò, per la strada del Ringo, al piccolo tempio della Madonna della grotta e assistette alla benedizione.

Un curioso aneddoto della dimora di Ferdinando II in Messina riguarda il percettore delle imposte, Francesco Marchese, un brav'uomo, popolare per la sua eloquenza enfatica. Egli si accstò al Re, gridando: "Maestà, grazia„. E il re, che lo conosceva: "Oh, Marchese, mi ricordo di tuo padre; era un galantuomo; e tu che vuoi?” “Maestà — riprese lui — dovete riparare una ingiustizia: alla tassa sulle finestre„ — "Non l'ho messa io, ve l'avete posta voi stessi”. — "Sì, Maestà, rispose il Marchese; ma tanto paga la casupola del povero, che ha una o due finestre che il palazzo di V. M.; inoltre Messina ha un forte attrasso di fondiaria, come debbo riscuoterla io? debbo vendere i pagliericci della povero gente".

Bene, bene, disse il re, fammi una domanda”. E il Marchese: "Dove potrò più vedere V. M.?" “Vieni alle 11 alla chiesa di S. Giovanni di Malta”. L'istanza fu consegnata, e con due rescritti da Napoli Ferdinando escluse dalla tassa le case, che non avessero più di tre finestre e condonò l'arretrato. (14) La sera ci fa il gran ballo alla Borsa, le cui sale erano sfarzosamente addobbate e la scala coperta con magnifici tappeti, che prestò il monastero di San Gregorio. Per rendere il ballo più grandioso, fu occupato un altro quartiere attiguo al palazzo. Dirìgeva le danze Matteo Sava, giovane elegantissiimo, già capitano della guardia nazionale nei 1848. Il re si trattenne qualche minuto con lui; e poi, a bruciapelo, gli chiese: "Ne Sava, tu eri capitano o quarantotto?” Il Sava ai strinse nelle spalle e gli passò la voglia di divertirsi.

La deputazione della Borsa, che organizzò la festa magnifica e rappresentava il Circolo, era formata dall'avvocato Santi di Cola, col quale il Sovrano si trattenne più lungamente a parlare, nella sala del bigliardo, sulle condizioni della città; dal Mauromati, che aveva offerta al Re la vettura per l'ingresso: da Antonio Flores, tuttora vivo e da Giuseppe Urso, uno dei maggiori eleganti del suo tempo. Fu quella la prima volta che il duca di Calabria assistesse ad una festa da ballo; come per la prima volta, nella stessa Messina, aveva assistito, la sera del 23, a uno spettacolo teatrale. Si mostrava più imbarazzato che compiaciuto. Ma non ballò, e la voce che egli pure avesse ballato nacque dal fatto che le danze furono aperte dal conte di Trapani, con la bella signorina Angelina Pettini, figlia del sottointendente di Acireale e che poi sposò il marchese di Condagasta, Antonio Villadicani. Il conte di Trapani si mostrò grazioso con le più belle signore e partecipò largamente alle danze mentre il principe ereditario rivelava fin troppo il suo fastidio. Poco dopo la mezzanotte, il re lasciò la festa, e passando per l'altro portone del palazzo, che dà sulla marina, andò ad imbarcarsi. Salito sul Tancredi, e prendendo commiato dalle autorità, la marchesa di Cassibile, moglie del sindaco, gli disse:

Maestà, vi raccomando Messina”; e il Re: “Messina mi starà sempre a cuore”. Ad un'ora il Tancredi fece rotta per Pizzo.

Non finirono con la partenza del Be le feste in Sicilia, mentre continuarono a pervenire istanze di città e di paesi, che sollecitavano l'onore di presentare al sovrano i loro omaggi.

Erano cosi numerose le insistenze, che il luogotenente fu costretto a diramare, il 28 ottobre, agli intendenti e sottointendenti dell'Isola una circolare così fatta:

Da tutti i Comuni di questa parte dei Reali Dominii mi giungono della suppliche per l'organo dei Decurionati, nelle quali, manifestandosi il vivo entusiasmo, desiatosi nelle popolazioni allo annunzio che S. M. il Re S. N. avea visitato Messina e Catania, si chieda la permissione di potersi spedire in questa delle Deputazioni per mettere ai reali piedi gli omaggi della loro devozione e della loro fedel sudditanza.

Non potendosi per ora esaudire questo desiderio pel ritorno di già fatto dal Re nel continente, Ella farà sapere ai suoi Amministrati, ch'io sottometterò alla Maestà Sua questa loro ardente brama, nella non lontana speranza che il Monarca, onorando di Sua Angusta presenza questa città ad altre dell'isola, potranno le Deputazioni venire a tributarle le felicitazioni e gli omaggi.

Si noti lo studio del Filangieri di far intendere che il re sarebbe tornato in Sicilia, onorando di sua presenza questa città, cioè Palermo.

Né ba;sta. Alcune concessioni relative al commercio provoca da parte della nuova camera di commercio e del Senato messinese, due indirizzi un po’ ridicoli per la loro esagerazione, e che un'apposita e numerosa commissione andò a presentare a Napoli. Ne fecero parte il marchese Cassibile, il senatore Giuseppe Cianciafara, il barone Giuseppe Calfapietra, decurione, il principe della Scaletta, il marchese Gerolamo de Gregorio 8cotti e il giudice di tribunale Tommaso Cassisi, figlio del ministro, oltre ai rappresentanti della camera di commercio: una folla addirittura. Fu chiesta al re l'autorizzazione di coniare una medaglia commemorativa per tanti beneficii! Messina veramente non ebbe misura in quella circostanza. Ci fu anche una tornata solenne dell'accademia Peloritana, per commemorare la dimora reale nella città, ed ebbe luogo il 14 novembre. Nell'atrio dell'accademia si leggeva un’ampollosa iscrizione. Presedette la tornata il cardinale arcivescovo, e il Mistretta, procuratore generale della Gran corte civile, recitò lui discorso, nel quale parlò così del periodo rivoluzionario: "Ei venne, e vide i suoi popoli riposarsi di già ricollocati e felici sotto l'antico scettro de’ Borboni, riconsecrato dall'amore più, che dalla vittoria: vide questa terra or sono cinque anni tradita, venduta, trafficata da traditori e da stranieri, dopoché giacevasi come cadavere, senza scintilla di vita propria, senza indizio visibile di futura risurrezione risorgere più. avventurosa, e innalzare l'inno della trasformazione sulla sepoltura, in che l'avevano precipitata in un periodo di crisi morale, gente che la tenne a strazio, da stancare Iddio e gli uomini; gente appestata, senza pure esagerare, d'irreligione, di egoismo, di ladronecci, di menzogne sociali e peggio”.

Al pazzo più che ridicolo discorso del procuratore generale fece riscontro un'ode saffica dell’inesauribile Felice Bisazza.

Di rado la servilità ispirò prose e versi più stravaganti. È vero che, con decreto del febbraio 1849, il generale Filangieri ripristinò il porto franco, ma le concessioni fatte, concernenti La diminuzione del dazio sui cotoni colorati, furono povera cosa.

Ma allora la gente si contentava di poco e applaudiva largamente. La proporzione del benefìcio, o, come si diceva allora, la bonifica, variava o ariosamente; e mentre il massimo era concesso alle Provincie di Messina, Catania, Caltanissetta e Noto nella misura dell'8 al 10 %, per Trapani e Girgenti la concessione fa del 6 %, e per la città di Palermo del 2 %. I rancori per Palermo erano tuttora vivi, e benché il principe di Satriano disapprovasse quella differenza, Ferdinando non dava retta che a Cassisi e a Murena. Il decreto porta la data del 2 novembre 1852, con le firme dei ministri Troja, D’Urso e Cassisi. Il re si riserbò di fare altre concessioni doganali a Messina, quando ne fosse compiuta la cinta murata, ma non ne fece più. Nondimeno, a giudicare dalla apparenze, la conciliazione tra Ferdinando II e le due città, bombardate quattro anni prima, apparve cosi piena e sincera, che Odillon Barròt, presente a tutte quelle baldorie, poté scrivere enfaticamente a un giornale francese: "Spectacle sublime! c'est la plus eclatante réconciliation du légitime souverain avec son peuple!„(15)

Quel viaggio fa il maggior trionfo di Filangieri, ma fu anche l'inizio delle sue disgrazie. Partito il sovrano, venne tolto lo stato di assedio nelle città di Catania e Messina, imposto con decreto del 28 marzo 1849, e Filangieri indirizzò un napoleonico ordine del giorno ai comandanti delle compagnie d'armi sottoscritto: duca di Taormina, al fine di manifestar loro la compiacenza del re e sua; e perché di quel viaggio rimanesse memoria, egli ne fece pubblicare dal Lao una relazione ufficiale. (16)

Ferdinando arrivò al Pizzo l'indomani, 26 ottobre, e questa volta prese alloggio nel padiglione dell'artiglieria alla marina, con tutto il seguito. Vi restò due giorni, occupandosi dei bisogni delle truppe, conversando napolitanamente con tutti, facendo qualche grazia, dando qualche sussidio; e alle 2 di notte del 28 ottobre, dopo aver assistito alla partenza delle ultime compagnie, s'imbarcò coi principi e col seguito sul Tancredi, che fece rotta per Paola. Sbarcò all'alba del 29, per visitare il tempio di San Francesco, ed alle 10 rimontò a bordo, giungendo in Napoli alle 2 e mezzo della notte del 30 ottobre.

Così ebbe termine quel viaggio, che fu l'ultimo compiuto da Ferdinando II nelle Calabrie e in Sicilia. Esso non arrecò alcun reale vantaggio alle provincie calabresi, le quali seguitarono ad essere divise dal mondo, e separate fra loro da distanze assurde. Il compassionevole abbandono, in cui il re ritrovava, dopo otto anni, quelle provincie, prive di strade provinciali, comunali e vicinali; sfornite di ponti, di telegrafi e di cimiteri, e le città e i borghi senz’alcun conforto della vita civile, non lo commosse e assai meno lo turbò. Gli stessi pericoli, ai quali egli fu esposto per il pessimo stato delle vie, e i lamenti, per quanto umili e rispettosi, delle deputazioni che corsero a ossequiarlo, gli strapparono soltanto risposte sarcastiche, o promesse burlesche, ma non gli aprirono la mente sui bisogni di quelle contrade. La malaria fu fatale alle truppe, anche perché vennero male alloggiate e mal nutrite, e non erano avvezze a marce lunghe e quasi disastrose. Morirono parecchi soldati e due ufficiali della guardia reale; furono molti gl'infermi e moltissimo il malcontento che quel viaggio lasciò nei soldati.

Il generale Garofalo diceva, con ingenua tristezza ai fratelli Alcalà, dei quali era ospite a Pizzo: "Ma non valeva la pena per una passeggiata sacrificare tanta gente; se si fosse trattato di una campagna di guerra ci saremmo rassegnati”. Ferdinando dopo qualche giorno aveva tutto dimenticato, e solo si compiaceva rammentare gli aneddoti più caratteristici di quel viaggio singolare, felicitandosi di non aver fatto spendere nulla ai comuni, alle provincie e ai privati per ricevimenti; di aver messo a posto alcune autorità inette o prepotenti; date lesioni ricordevoli a parecchi capuzzielli calavrisi (17); fatta arrabbiare parecchia gente, con ordini e contrordini; decretato il restauro di varie chiese e monasteri, e concessi sussidii per oltre dieci mila ducati, distribuiti da lui personalmente, perché egli davvero non si fidava di nessuno. Ricordava, con comico terrore, di aver ricevute ventotto mila suppliche per impieghi e soccorsi, e si compiaceva di essere stato molto parco nella concessione di onorificenze, non ostante le infinite richieste, non avendo infatti decorata) che pochi sindaci e pochissimi capi urbani. Dopo qualche anno, anche queste ultime tracce erano nel suo animo cancellate. L'uomo era fatto cosi, e per le Calabrie e la Sicilia ebbe, finché visse, un sentimento di diffidenza, che non riuscì mai a comprimere e neppure a nascondere, come non riusciva a celare il suo disprezzo per quelle dimostrazioni plebee, che si somigliavano in superlative goffaggini e gli toglievano ogni libertà di muoversi, ma che non sentiva la forza di proibire. In sostanza egli, che ben conosceva i suoi sudditi e mostrava anche troppo di non averne una stima eccessiva, si lasciava vincere dall'ira sia che non l'acclamassero nelle forme meridionalmente clamorose, sia che queste degenerassero in goffaggini e plebei servilismi, onde da giovane trascendeva a vie di fatto; da uomo maturo, a risposte indegne di persone mediocremente educate.


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CAPITOLO III

SOMMARIO: Filangieri studia un piano di riforme economiche per la Sicilia — Suoi dissensi con Cassisi — Due memorie importanti sull'autonomia dell'Isola — Sfoghi di Filangieri contro Cassisi — La questione delle nuove strade — Contratto firmato e non eseguito — Don Gasparo Giudice — Frettati del governo per non farne nulla — Il bilancio della Sicilia e particolari inediti — Altre cause di dissensi — Rinunzia di Filangieri — Nuove proteste contro Cassisi — Un vero atto di accusa — Filangieri fece in Sicilia quanto gli fu concesso — Ebbe il torto di dare qualche pretesto a Cassisi — Il caso di alcuni emigrati — Strano esempio di pietà filiale.

Il principe di Satriano studiava per la Sicilia un piano di riforme economiche, delle quali doveva essere fondamento la viabilità. Le Provincie arano separate da distanze assurde. Si viaggiava a dorso di bestie, e quando i fiumi e i torrentacci erano in piena, non si viaggiava punto. Da Catania a Palermo occorreva un cammino di quattro giorni, con tappe ad Adernò, Castrogiovanni e Roccapalumba; né la polizia garantiva la sicurezza del viaggio, se di notte. Da Catania a Messina ci volevano non meno di due giorni, e le tappe erano Giarre, Alì e l'osteria della “zia Paola”, che ancora esiste, ed era allora esercitata da un vecchio bandito, e perciò non vi si andava che in compagnia e bene armati. Ed erano questi i viaggi più solleciti più sicuri, essendovi strade regolari, costruite non molti anni prima. L'accesso a porto Empedocle, il grande caricatoio degli zolfi, ben difficile e pericoloso. Alcuni porti non avevano fari, altri avevano approdi insicuri, e non vi era un solo chilometro di strada ferrata.

La ricchezza territoriale, concentrata nella nobiltà, nel clero, nel demanio e nelle opere pie, sarebbe stata suscettibile di aumenti geometrici nell'interesse di tutte le classi sociali, solo che il governo lo avesse volato, e Filangieri lo tenta.

Bisognava colpirà l'immaginazione dei siciliani e persuaderli che il governo di Napoli, politica a parte, era civile e riparatore, e che la riconquista della Sicilia non significava imbarbarimento e miseria. Egli era convinto che, attuando nell'Isola, ma rapidamente, un programma di riforme civili, a cominciare dalle strade, si sarebbe fatta opera saggia e politicamente utile.

Filangieri aveva volato il Cassisi per ministro di Sicilia s Napoli, reputandolo nomo a lui devoto. Era persuaso che, sena un accordo sincero e durevole tra lui e quei ministro, non sarebbe stato possibile tradurre in atto od piano di riforme, con l'intenta di affezionare via via la Sicilia ai Borboni. Egli ha lasciato tra le sue carte documenti preziosi circa le sue lotte col Cassisi, e un ritratto di costui, forse un po’ appassionato, ma vero nel fondo. "In verità — lasciò scritto il Filangieri — non mancano in lui prontezza d'ingegno, laboriosità ed un corredo di conoscenze legali, soprattutto in materia penale. Di economia e di scienza amministrativa ne studiò qualche cosa, divenuto consultore in età provetta. Ma ha, e l'ebbe sempre, natura facile a passionarsi, corriva al sospetto, suscettibilissima.

Anima aspirante a dominar tutto e tatti, ma piena di volgari passioni, che fecero della sua ambizione uno strumento di vedute municipali, d'ingiuste predilezioni, di vecchi e nuovi rancori, di gretti e meschini interessi. Però, astuto e simulatore destrissimo, sapea infingersi meravigliosamente, e per affettar temperanza, all'opportunità lodava i suoi avversari, nel mentre ne meditava la rovina. Lusinghiero sempre e piaggiatore verso coloro di cui avesse bisogno, fossero pur delle più infime classi sociali, fa sempre invece schizzinoso con quelli che avesser bisogno di lui. Divorato da ansiosa bramosia d'innalzarsi, non si voltò mai faccia ad ogni mezzo, qualunque esso fosse, che reputasse conducente al suo scopo, e combatté incessantemente ad oltranza per sbarazzarsi di coloro, che gli faoevan ombra, fossero puro quei medesimi, che, piaggiati da lai, lo avessero aiutato ad elevarlo in dignità, e a farlo divenire un loro pari” (18)

A spiegare la severità del giudizio, bisogna ricordare che il Cassisi, obliando ogni sentimento di gratitudine, divenne, dai rimo giorno, geloso e astioso oppositore, e poi diffamatore del luogotenente. I primi attriti si manifestarono a proposito della scelta dei funzionari voluti del Filangieri per suoi collaboratori, e vennero accentuando un po’ alla volta. Il Cassisi pretendeva regolare ogni cosa da Napoli, e Filangieri non era uomo da lasciarsi regolare. Pretendeva che si dovesse cancellare in Sicilia ogni ricordo o parvenza di autonomia, mentre Filangieri riteneva esser questo un errore grave, che poteva, in momenti difficili, riuscire fatale. In una sua memoria scritta, credo nel 1850, intese a provare la necessità di far scomparire qualunque simulacro di governo locale in Palermo, fondendo le sette provincia dell'Isola con le quindici della parte continentale del Regno, e trasferendo la sede del sovrano in altra città, che non fosse Napoli, né Palermo, ma non indicando quale, per quanto chiaro apparisse che dovesse essere Messina per la Sicilia. Memoria importante per gli apprezzamenti, per le osservazioni qualche volta acute, e anche per i paradossi politici, alla quale Filangieri rispose con una lunga confutazione. Sulla memoria del Cassisi si leggono, di carattere del principe, queste parole: “A siffatta memoria, che io ritengo compilata da Cassisi, la quale, carezzando le passioni del re, non manca di erudizione, io risposi nel modo che ravviserassi dalla scritta qui unita, la quale munisco di mia firma, ad futuram rei memoriam„.(19)

Filangieri riteneva che il ministero di Sicilia in Napoli non dovesse avere iniziative proprie, e molto meno dovesse ostacolar quelle del governo locale; e che i decreti del luglio e del settembre 1849 avessero di quel ministero fatto un semplice portavoce del luogotenente. Il Cassisi riteneva precisamente il contrario, mostrando al re quanto fosse pericolosa l'accentuazione che dava il principe di Satriano all'autonomia dell'Isola, od mantener vivi i sentimenti di separazione e d'indipendenza nel popolo siciliano. Il Cassisi aveva sul Filangieri il vantaggio d'essere siciliano, di stare accanto al sovrano, di poter a costui di conoscere l'Isola meglio del luogotenente, e di godere tutta la fiducia di Ferdinando II, perché ne solleticava gli istinti di dominio, ne alimentava i sospetti verso i siciliani, e le antiche diffidenze contro Filangieri. Questi, entrando Palermo con l'aureola di conquistatore, aveva assunto, per necessità di governo, e di politica un contegno addirittura da cere. Ferdinando II, sospettosissimo, da principio celiava, chiamandolo re Carlo o Carlo IV, ma poi cominciò ad esserne stranamente seccato, e finì per dar causa vinta al Cassisi, mettendo Filangieri nella necessità di dare e ripetere la sua rinunzia. Nel 1836 aveva usata maggiore durezza con suo fratello, il conte di Siracusa. Per suggestione del Franco, allora ministro di Sicilia a Napoli, egli credette che il giovane principe cospirasse con gli autonomisti per divenire re dell'Isola, e bastò questo per richiamarlo senza complimenti. Il conte di Siracusa non glielo perdonò più, e tornando a Napoli, assunse via via quel contegno di principe frondista, che molto accentuò negli ultimi anni, come si vedrà, e procurò non poche noie al fratello, e infiniti rodimenti alla polizia.

Aspra ed astiosa fu la lotta tra Filangieri e Cassisi. “Il ministro per gli affari di Sicilia — scriveva il Filangieri nelle sue memorie — aveva un potere sì, ma sventuratamente era quello di fare opposizione alle proposizioni del luogotenente, rappresentandole al Be con osservazioni contrarie. Se Cassisi abbia fatto uso di questo potere, vai la pena di dirlo nell’interesse della storia, e perché si comprenda quanto sia costato di pena e di travaglio al governo siciliano quel poco di bene che si è fatto, e quanto maggiore se ne sarebbe conseguito senza le contraddizioni, le sofisticherie e le male arti del ministro residente in Napoli„. (20)

Primo atto del nuovo ministro di Sicilia a Napoli fu quello di consigliare il re di non permettere che si ricostituissero le compagnie d'armi, e di non approvare alcune nomine di funzionarli presentati dal luogotenente, sul quale cominciò ad esercitare — son parole del Filangieri — una "perenne, sospettosa, inquisitoria e investigazione„. L'opposizione di Cassisi agli amici e ai collaboratori del luogotenente divenne sistematica.

"Per notare alcuni nomi — scrisse il Filangieri — spietatamente perseguitati da lui, comincerò dal cav. don Gioacchino La Lumia, uno dei più eminenti giureconsulti, a cui fé accanita guerra fin che egli fa obbligato di lasciare il ministero della giustizia, che gli era stato affidato dopo la restaurazione; fece guerra al cav. Lima, dotto giurisperito ed ottimo amministratore, ch'ei volle ostinatamente tener lontano dagli uffici importanti, perché quando era stato segretario del governo col luogotenente marchese delle Favare, avea avuta la disgrazia di vedersi inginocchiato ai suoi piedi il Cassisi a chieder mercè, per esser stato deposto dall'ufficio d'intendente, che per pochi mesi avea esercitato in Messina; fece guerra al comm. Maniscalco, uomo zelante, operoso, giusto, di molto tatto ed intelligenza; fece guerra al comm. Celesti, uno degli uomini più onesti, ch'io abbia conosciuto, di carattere indipendente, il quale per la capital colpa di aver reso splendidi servigi alla Monarchia fu, dopo il mio ritiro, il capro di espiazione immolato ad un’ira tanto sconvenevole quanto ingiusta; fece guerra a diversi ufficiali laboriosi ed onesti del Ministero, ricusò sempre di farne approvare la diffinitiva organizzazione, tenendo così in sospeso con danno del servizio pubblico le sorti di tanti impiegati„. (21)

E per mantenere sottointendente a Corleone il duca del Pino, che Cassisi avena dipinto come un balordo e meschinssimo impiegato Filangieri fu costretto ad invocare l'autorità del valoroso e intelligentissimo tenente colonnello Pianell, comandante la colonna mobile nei distretti di Corleone, Mazzata e Alcamo. (((22)))

Tutto ciò, che non faoevasi di sua iniziativa, il Cassisi ostacolava in tutte le maniere. Erano obietto dei suoi sarcasmi le opere e lo istituzioni, che il Filangieri ordinava o proponeva per Palermo, come il giardino inglese, il restauro del teatro di Santa Cecilia, l'ospizio di beneficenza, la strada di mezzo Monreale e un grande teatro, tanto desiderato dai Palermitani, e di cui, senza gli ostacoli creatigli, il luogotenente avrebbe fin da allora arricchita la città. Il ministro di Sicilia a Napoli finì con inframmettersi anche negli affari di giustizia, e Filangieri confessa, nei suoi appunti, che per averlo benevolo nelle cose d'interesse generale "ne sopportava con mirabile pazienza lo strapotere, seoondandone quanto poteva le debolezze, studiandosi di prevenirne i desideri!, le tendenze e le simpatie, carezzandone i parenti e gli amici, e lasciandolo fare in Milazzo e nella provincia di Messina, ch'era il suo feudo„. (23)

Vi fu di peggio. Il principe di Satriano aveva vinta la contrarietà di Cassisi alla ricostruzione delle compagnie d'armi, ma non ne vinse un'altra, addirittura iniqua. £ qui sarà meglio la sciar la parola allo stesso Filangieri: "Fra gli errori politici della restaurazione — egli scrive — vi fu il non volersi riconoscere il mutuo forzoso, imposto dalla rivoluzione. Ora, tra i creditori per tal causa vi fu il Monte di prestanza di Palermo e per una somma di ducati 32000 all’incirca, ritratti dalla rivoluzione, mediante il pegno di certi argenti appartenenti a chiese. Restituiti per giusto consenso del Re questi argenti, io proposi di salvare da una mezza rovina uno stabilimento sì interessante ai bisognosi, mettendo a carico dello Stato la somma prestata su quel pegno. Ma un rescritto cassìsiano dispose che rimanesse a carico del Monte la perdita; e quantunque avessi rimostrato, e con gravi ragioni insistito nella mia proposizione, rimase fermo il cennato rescritto”.(24) Cassisi detestava insomma il luogotenente e non gli risparmiava sarcasmi e difficoltà, e fu a lui attribuito "l'ostinarsi del Re — sono parole del Filangieri — nonostante le mie insistenze a non venire a Palermo, allor quando nell'ottobre del 1852 erasi recato, ed accolto con feste vole entusiasmo in Messina e Catania”. Erano questi gli umori fra il ministro di Sicilia a Napoli e il luogotenente in Sicilia, ben noti al re, che li alimentava non senza qualche diletto, allorché scoppiò più clamoroso dissidio per la faccenda delle strade.

Dotare la Sicilia di ponti e di strade era, come ho detto, la parte essenziale del programma del Satriano. Allo sviluppo delle risorse naturali dell’Isola era condizione indispensabile unire i capoluoghi a Palermo, e congiungerli fra loro e coi centri più popolosi. Il luogotenente voleva compiere quest'opera al più presto, per averne tutto l'effetto, ma la spesa non era consentita dalle risorse ordinarie del bilancio siciliano.

Uno dei metodi adoperati, per rendere accetta la restaurazione, fu di tener basse le imposte, specie la fondiaria, che rappresentava l'uno e mezzo per cento sull'imponibile, allo scopo di favorire la classe dei possidenti. E poiché il Filangieri aveva imposto un piccolo aggravio di venti grana (86 centesimi) sulle aperture, cioè balconi, finestre e botteghe, e i proprietarii di stabili ne avevano mossa lagnanza al re, egli vi sostituì un lieve aumento addizionale sui fabbricati. La rivoluzione aveva abolito la tassa sul macinato, sostituendovi altri dazi, che poi non furono riscossi, e Filangieri decise di ripristinar quel balzello con un sistema di riscossione da renderlo tollerabile. Il programma economico del governo napoletano era quello di riparare con la tastiera doganale alle inclemenze delle stagioni, regolando le esportazioni e le importazioni delle derrate alimentari, a seconda che il Regno era turbato dalla carestia, o favorito dall'abbondanza. Le ordinanze Regie facevano il sereno e la pioggia, mantenendo un apparente equilibrio economico, ma le imposte basse impedivano i lavori pubblici in grande, indispensabili alla Sicilia e a tutto il Regno.

Alla perspicuità del luogotenente tutto ciò non poteva sfuggire, e perciò, sempre nel fine di consolidare la restaurazione politica con miglioramenti economici, veri e concreti, egli immaginò tutto un piano di opere pubbliche, da costruirsi in un termine relativamente breve, elevando il tributo sull’imponibile fondiario dall'ano e mezzo al tre: aumento che poteva farsi senza pregiudizio dei contribuenti.

Fin dal giugno 1851, per mezzo del colonnello Tobia de Malie, del secondo reggimento svizzero di guarnigione a Palermo, il Filangieri aveva fatto chiedere all’ingegnere Chaley le prime notizie sai ponti sospesi; e dopo alcune lettere scambiatesi, invitò lo Chaley a Palermo per studiare i progetti sul luogo. Lo Chaley e Adolfo Sala compirono gli studi in sei mesi, e frutto di essi fu una rete completa di nuove e grandi strade, della complessiva lunghezza di 625 miglia con otto ponti sospesi: le quali strade, nel numero di ventuno, erano distribuite in tutte le Provincie dell’Isola. (25) Il re ne autorizzò la costruzione con rescritto del 6 aprile 1852; ma, a suggerimento del Cassisi, non volle consentire che l'esecuzione ne fosse affidata alla stessa società francese, che aveva fatti gli studi, e della quale erano a capo i signori Taix, Sciama e Sala. Fu invitato perciò il luogotenente a cercare, fra gli appaltatori dell'Isola, persone capaci di eseguire i lavori. Questo primo ostacolo venne facilmente superato. Un mese dopo, in data 17 maggio 1852, il luogotenente inviò a Napoli un regolare contratto, convenuto con don Gaspare Giudice di Favara, "uomo notissimo per la sua opulenza, lealtà e costante devozione al Real Trono, il quale, associato ad altri capitalisti, specialmente a quelli della provincia di Girgenti, si obbliga ad intraprendere la costruzione delle strade e ponti dalla Maestà Sua autorizzati”. Insieme al contratto, firmato pagina per pagina dal concessionario e dal luogotenente, questi mandò a Napoli il direttore dei lavori pubblici Bongiardino, con una sua lettera al re, la quale si chiudeva con le seguenti parola: "Il giorno in cui questi fedellssimi sudditi vedranno messa mano ai lavori, innalzeranno certo voti sincerissimi al cielo per l'ottimo Monarca, che ci governa, e la storia segnerà ai posteri questo nuovo tratto di sovrana clemenza, che darà una spinta impossibile a calcolarsi allo interno commercio, alle industrie ed alla civilizzazione di questa parte dei Regi dominii”. (26)

Si era sul punto di concludere, quando il Cassisi il quale non voleva saperne in nessun modo, sollevò altre obiezioni e cavilli, proponendo modifiche, le quali, in fondo, non erano che pretesti per mandare all'aria ogni cosa. Egli calcolava anche sull’indole vivace e suscettibile del principe di Satriano. Sospetti ingiuriosi si diffondevano a Napoli e in Corte, dove erano più gl’invidiosi che gli ammiratori del Filangieri, sempre li a soffiare nel fuoco. Cassisi insinuava che don Gaspare Giudice era un prestanome, un coperchiello, della compagnia francese, che si era voluta escludere; di quella compagnia, la quale, col Taix alla testa, aveva procurati tanti imbarazzi, undici anni prima, al governo di Napoli nella questione degli zolfi; forte meravigliandosi col re, che avventurieri esteri avessero potuto conquistar l'animo del luogotenente, al segno da fargli chiudere gli occhi sopra un contratto disastroso por la Sicilia. (27) L'animo di Ferdinando II, aperto ad ogni genere di sospetti circa l'onestà dei suoi funzionarli, ne fu impressionato; ma parendogli audace prendere di fronte il Filangieri, dopo averlo autorizzato a firmare il contratto, ne volendo far credere ai siciliani che egli non volesse le strade, si trovò d'accordo col Cassisi nel ritenere quel nuovo contratto privo di garenzie e nel proporre un sistema opposto, per il quale, invece di un impresario unico par tutte le strade, si trovasse un impresario per ciascuna provincia.

Alle osservazioni di Cassisi, minuziose, capziose ed irritanti, osservazioni da notaio come scrisse Filangieri, questi rispose il 12 giugno con un memorandum, firmato da lui e dal Giudice, per dissipare i dubbii circa le gareusie degli assuntori, i quali, a cauzione degli obblighi, avevano depositato sessanta mila ducati sul Gran Libro di Sicilia. Si accettava nondimeno alcune modifiche al contratto; si facevano osservazioni circa l’impossibilità di accettarne altre, e si notava che se vi sarebbero stati degli utili per la società assuntrice, questa anticipava in sei anni le somme occorrenti a tutt’i lavori, per riprenderle in quattordici, alla ragione di trecentomila ducati l'anno. Alle difficoltà e ai dubbii circa la capacità delle provincie di sostenere la spesa, Filangieri rispondeva inviando un quadro dell’imposta fondiaria, ripartita per provincie, e dimostrando che con l'elevare al 3 per cento la tassa sull'imponibile fondiario, sarebbero stati in tutto ducati 2 240 027 e grana 90; per cui sopra un imponibile di ducati 14 771 800, la tassa fondiaria sarebbe stata dal 15 al 16 per cento sul reddito, e perciò tollerabilissima. Corrispondenza lunga e stranamente curiosa, ignota finora, e nella quale si rivelano tutti gl'infingimenti del governo di Napoli, cui, mancando il coraggio di respingere il contratto, era più comodo ricorrere a cavilli e a previsioni in mala fede, per conseguire il vero fine di non farne nulla. La stessa proposta di Filangieri, di cominciare i lavori contemporaneamente in ciascuna provincia, diè al Cassisi nuove armi per affermare che gli assuntori volessero costruire i tronchi stradali meno dispendiosi, e poi lasciare a mezzo l’impresa e far rimanere l’Isola disseminata di tronchi non collegati fra loro, e di ponti senza strade per arrivarci. Non è senza un profondo senso di malinconia, che si leggono i documenti, i quali si riferiscono a questo disgraziato incidente: documenti che il principe conservò nel suo archivio, annotati spesso con parole vivaci, le quali rivelano la grande amarezza di non poter riuscire all'attuazione del suo disegno. Alla fine, dopo aver inviato nel dicembre del 1862 un altro memorandum circa le condizioni economiche dell’Isola per i mancati ricolti, e la necessità urgente di opere stradali, dovè pur troppo persuadersi che non se ne voleva far nulla: e nel luglio dell'anno seguente, andò dal re a Gaeta, e gli fece le sue vive rimostranze.

Ma non ne ebbe che promesse condite delle solite espansioni, benevole nella forma, ma non sincere nella sostanza.

La lotta tra Filangieri e Cassisi, divenuta oramai palese, fa anche inasprita da ragioni personali. Il principe, dubitando di reggere a lungo nella luogotenenza di Sicilia, aveva chiesto che la rendita del suo maiorasco fosse iscritta sul Gran Libro del debito pubblico di Napoli. Il re, conoscendola a lui in premio della conquista della Sicilia, l'aveva fatta iscrivere sul debito pubblico dell’Isola. Il Filangieri chiedeva quindi una inversione, facendo invece gravare sul Gran Libro di Sicilia alcune rendite, che per l'equivalente somma erano iscritte su quello di Napoli, come provenienti da istituti ecclesiastici dell’Isola.

Cassisi si oppose, e Ferdinando fu con lui. Ma il Filangieri, non dandosi per vinto, e di certo ebbe torto, trattandosi di un interesse tatto suo, propose che il maiorasco fosse capitalizzato con alcuni fondi abbaziali e di regio patronato. Fosse dubbio circa l'avvenire del debito pubblico di Sicilia, com'è lecito supporre, o fossero altre considerazioni, a Cassisi non parve vero di poter commentare col re queste insistenze, come prova d’indiscrezione, anzi d’indellcatezza addirittura. E neppure la seconda proposta venne accolta.

E v'ha di più. Da lungo tempo si agitava una grossa lite l'antichi diritti feudali tra i benedettini di Catania e la famiglia Moncada di Paterno. Per riguardo ai suoi figli, il Filangieri aveva interesse di vederla finita. Una sentenza arbitramentale era stata pronunziata contro i monaci, i quali veramente avevano torto; ma, essendo ricchissimi, disponevano di potenti influenze, la maggior tra le quali si affermava che fosse quella del Cassisi. Certo è che questi, contrariamente al parere della consulta di Palermo e poi del Consiglio dei ministri di Napoli, concordi circa l'eseguibilità della sentenza a favore della famiglia Paterno, alla quale si sarebbe dovuta pagare la somma di oltre mezzo milione di lire (48000 once), si ostinava a dar ragione ai monaci; e vi si ostinò tanto, che solo dopo il 1860 la sentenza fu potuta eseguire. Questi due fatti misero il colmo alla misura. "Io era già stanco — scriveva Filangieri nei suoi ricordi — della lunga lotta, né più mi caleva di rimanere al potere dopo che, per esclusiva colpa di Cassisi, non ero riuscito a donare alla Sicilia un buon corredo di strade e di ponti”. E l'11 giugno 1854 si dimise con una lettera al sovrano, dove si legge: fino a che il cav. Cassisi non ha manifestamente ed in modo insultante attaccata la mia riputazione, io per obbedire ciecamente agli ordini, di che piacque alla M. V. onorarmi, il di 31 luglio dello scorso anno in Gaeta, pel solo rispettoso attaccamento, che nutro per la M. V., mio Augusto ed adorato benefattore, sono qua ritornato, ed ho con pazienza e rassegnazione sofferte tutte le contrarietà per parte di lui, che rendeva si amara la mia vita pubblica”. E concludeva: "Signore, sul settantesimo anno dell'età mia, non avendo più altro scopo, se non quello di morire in possesso della stima e della benevolenza della M. V., io non saprei esistere più oltre, se la M. V. non mi concedesse la predetta grazia”.(28) Nel mese successivo, non avendo avuto risposta, lasciò Palermo e andò in Ischia a curare le sue ferite.

E qui avvenne uno di quei fatti, i quali trovano solo riscontro nella cronaca dei peggiori governi assoluti. Stando il Filangieri in Ischia, dimissionario si, ma senza che le dimissioni fossero state accolte, seppe che il Cassisi, profittando dell'assenza di lui, aveva aperta un'inchiesta, specialmente contabile su ogni ramo della gestione luogotenenziale. Richiamò da Palermo i registri dei pagamenti della tesoreria; fece investigare circa le spese del giardino inglese; ordinò di sospendersi i lavori dell'ospizio di beneficenza, che per fortuna era compiuto, e dispose nuove verifiche sopra alcune strade finite e già consegnate. "Notisi — scrisse Filangieri — che cotali pratiche eseguivansi al ministero, nel mentre il re ricusava di concedermi il riposo e voleva che io tornassi in Sicilia, e certamente quelle pratiche non erano atte a persuadermi a ritirare la domanda del mio riposo”.(29) E difatti il principe di Satriano, benché vecchio, si senti rimescolare il sangue, e scrisse al re che in Sicilia non avrebbe più messo il piede, a nessun costo. Ferdinando II gli rispose una lettera napolitanamente bonaria, nella quale, senza far motto dell'inchiesta, accettò la rinunzia. Questo avveniva nell'ottobre del 1854, proprio due anni dopo il viaggio del re in Sicilia. "Fu allora — continua il Filangieri — che il Cassisi ridivenne propriamente procuratore generale; si ordinarono inchieste si fecero requisitorie, volevasi a tutt'uomo scoprìr fraudi, fiuti e malversazioni.

Era un fiume gonfio negli argini suoi, che straripava in tutti i sensi; egli allora mostrò tutto sé stesso!... Può ben dirsi che il ministro Cassisi sia stato il tarlo della restaurazione; e confesso di essere stato io l'autore di questo errore, ma io non lo conoscevo profondamente come ora lo conosco”.(30)

Il principe di Satriano apparve come una vittima dell'odio non spento del re per la Sicilia, e venne fatto segno di grandi simpatie. I siciliani avevano dimenticato gli atti di rigore politico da lui compiuti, per ricordare solo che il governo suo fu, in complesso, benefico all'Isola. Egli ripristinò, in maniera quasi perfetta, la sicurezza pubblica; fondò un'amministrazione civile intelligente ed onesta; rese autonomo il Banco; istituì il Gran Libro del debito pubblico; creò la Borsa, l'istituto d'incoraggiamento, commissioni permanenti per i lavori pubblici, per l'agricoltura, le foreste e le arti; accrebbe qualche insegnamento universitario; iniziò il frazionamento dei latifondi coi provvidi decreti del 16 febbraio e 29 marzo 1852, che rendevano alienabili gl'immobili appartenenti al demanio, ai pubblici stabilimenti e ai luoghi pii laicali; e non ostante che il suo progetto per le strade fosse miseramente naufragato, ne iniziò parecchie, tra le quali, la bellissima da Palermo a Messina, per Cefalù. Cercò di cancellare i ricordi dei primi tempi, adoperando tutte le risorse del suo ingegno e le seduzioni del suo spirito, per entrate nelle grazie dei siciliani, e si studiò di tener vivo in essi il sentimento di una ragionevole autonomia, solleticandone l'amor proprio nei limiti legittimi, e dissipando o attenuando le cagioni di diffidenza e di odio verso Napoli. Perdonò molto, né volle che l'azione del suo governo apparisse ispirata dal fine di comprimere duramente ogni legittima aspirazione. Non fu opera reazionaria la sua, e di tale condotta gli scrittori borbonici, specie il De Sivo, gli fecero colpa, quasi che egli mirasse a tener vivo il fermento rivoluzionario, mentre non mirava che a sopirlo. Durante il suo governo, la polizia politica non fu eccessiva, ed egli non avrebbe dubitato di accogliere tutte le domande di rimpatrio, inviategli da parecchi emigrati, anche fra i più compromessi, se il governo di Napoli non si fosse opposto.

Tornò il duca di Serradifalco, già presidente della Camera dei Pari ed uno dei quarantatré esclusi dall'amnistia e tornarono altri. Per il marchese Spedalotto di Paterno aveva presentata istanza, nel 1850 la moglie di lui, ma da Napoli venne risposto negativamente. E nel 1851, quando Filangieri assunse la presidenza del Consiglio dei ministri, le domande di rimpatrio si ripetettero, e il Maniscalco, in data 8 giugno 1859, inviò a Napoli un elenco di venticinque emigrati, che avevano ridomandato di tornare. Erano tra questi lo stesso marchese Spedalotto di Paterno, Stefano lnterdollato, i fratelli Cianciolo di Palermo e i Gravina di Brolo. E sulla lettera del Maniscalco, il Filangieri scrisse di suo pugno queste significanti parole: "Si conservi, per rammentare che il Real Governo, in opposizione del mio parere, ebbe torto di non aderire alle domande di questi venticinque emigrati e di trattarli bene, man tenendo un'invisibile vigilanza, perché cosi facendo quasi tutti gli emigrati sarebbero rientrati, e sotto gli auspici del conte di Cavour non si sarebbe formata quella consorteria, che ha tanto nociuto agli ultimi sovrani del regno delle Due Sicilie”. (31)

Ad Alfredo Sala, che con grande deferenza scrisse del principe di Satriano nei suoi Souvenirs de six mois pubblicati nell'Illustration, e nei quali narrò con pittoreschi colori la sua dimora in Sicilia, egli scrisse, il 13 febbraio 1856, una lettera, che si chiudeva con queste parole: "Lorsque le ministre des affaires de Sicile decida le Roi, mon Auguste Souverain, à ajourner indéfiniment la construction des ponte et des routes, dont cette Ile avait un aussi urgent besoin, j'aoquis la triste conviction que le désaccord complet entra la manière de penser du chevalier Cassisi et la mienne sur les questions, qui d'aprés mes opinions intéressaient plus directement le bien être de cette partie du Rovaume, m'imposait le devoir de solliciter de Sa Majesté ma retraite. L'avant obtenue, il ne me reste maintenant qu'à faire des voeux, pourquoi la marche que l'on a adoptée et l'administration de mon successeur poissent produire la prospérité des Siciliens et leur faire aimer le Roi. Dii faxint! ». (32)

Ma finché visse non dimenticò le grandi amarezze, delle quali il Cassisi gli avea data cagione, e dai suoi appunti traggo questi brani caratteristici, i quali a me pare abbiano importanza per la storia:

Io aveva conosciuto da poco il cavalier Cassisi, e lo reputava uomo laborioso ed energico. Dopo la presa di Messina, lo chiesi al Re nella qualità di commessario civile; ma egli non volle avventurarsi nell'incertezza e ricusò. Al diffinitivo organamento del governo lo proposi ministro par gli affari dì Sicilia; parendomi che la energia e la operosità fosser requisiti necessari per ohi dovea sedere nei consigli del Re, e tutto solo sostenere i rapporti della Luogotenenza. Il Re avea difficoltà, ma mi tornò facile il vincerle.

Dopo conseguita la nomina a ministro del Cassisi, mi accorsi che quell'atto sovrano fu poco applaudito, soprattutto in Palermo, per precedenti, che non erano una raccomandazione in quella città. Seppi in fatto che il Cassisi e la cittadinanza sì odiavano di cuore reciprocamente, a causa di certe vendette perpetrate a suo danno, reputandosi egli fautore e lodatore delle novità fatte nell'anno 1838, cioè, la soppressione della Segreteria di Stato in Sicilia, l’introdotta promiscuità degli ufficii, l'abolizione delle compagnie d'armi, ecc. Molto dicevasi a suo carico, ed i più indulgenti osservavano il mancare in lui le qualità di uomo di Stato.

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Egli non volendo smettere l'abito di giudice istruttore, e di Procuratore Generale criminale, si fe’ maestro di perenne, sospettosa inquisitoriale investigazione. Erasi sempre nascosto nel pericolo, ed ora dal suo gabinetto, facendo il dottrinario come uno scolaro, esercitava il facile ufficio di censore, niente curando gl'imbarazzi e le difficoltà di chi operava.

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E fini con l'immischiarsi in tutti gli affari, anche giudiziarj, facendo comprendere ai pubblici funzionari che da lui dipendeva il loro destino.

Dava premio agli adulatori, impunità ai cattivi, sostegno agl'insubordinati, persecuzione agli uomini indipendenti; ma quando i perseguitati stanchi cadevano, abbiosciavansi, e mettevansi a sua disposizione, ottenuto il suo scopo, cantava facilmente la palinodia, e dallo sdegno passava alla protezione. Egli mirava ad acquistare influenza e dominazione, non bastandogli quella che legittimamente derivava dalia natura del suo ufficio; e certamente non potrei io negare la non invidiabile sua grande abilità, con la quale è riuscito ad affievolire il potere della Luogotenenza con danno del paese e della Monarchia, ed a fondare quel dualismo, del quale indarno vuol scusarsi nel suo libro.

Questa memoria, che è un terribile atto di accusa contro il Cassisi, fu dai Filangieri scritta nel 1855, in confutazione del libro del Cassisi: Atti e progetti del ministero per gli affari di Sicilia, pubblicato in quell'anno e che è davvero povera cosa, ma oggi divenuto rarissimo. (33)

Più serio è il libro del Braooi su riferito, ispirato chiaramente dallo stesso Cassisi e da quel mondo siciliano, che era a Napoli ul ministero e in Corte e che non tollerava il Filangieri; il qual libro, ai noti, venne fuori nel 1870, tre anni dopo la morte del principe di Satriano.

In omaggio alla verità, io, non volendo che un giudizio tanto severo sul conto del Cassisi, dato da un suo avversario così autorevole passasse alla storia senza difesa, feci vive e ripetute premure presso il figlio di lui, perché volesse illuminarmi con documenti e notizie, ma non ne ebbi risposta. Solo mi fece sapere, per mezzo del barone Giuseppe Arenaprimo, al quale io devo molta riconoscenza, per essermi stato di grande aiuto nel raccogliere le memorie concernenti la città dì Messina, che egli, Tommaso Cassisi, preferiva che non si facesse polemica su quest'argomento. Strano esempio di pietà filiale!


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CAPITOLO IV

SOMMARIO: Il principe Ruffo di Castelcicala succedo a Filangieri in Sicilia — 8aoi precedenti militari e diplomatici — Suo carattere flemmatico — Un aneddoto con Luigi Filippo — Nomina Domenico Gal lotti suo segretario — Mutano i direttori, tranne Maniscalco — Il marchese di Spaccaforno — Suoi precedenti e spavalderie — Suo carattere falso — La storia di un calcio — I ministeri a Palermo — Governo di Castelcicala — Le fucilazioni di Bentivegna e di Spinuzza — Procedura infame — Discussioni alla Camera piemontese — Brofferio, Pallavicino e Mamiani — Memorabile discorso di Cavour — Rivelazioni postume di Gallotti — Due telegrammi a proposito delle istruzioni segrete del re.

Quando, nell'ottobre del 1854, Ferdinando II accettò la rinunzia di Filangieri, non aveva pronto l'uomo che dovesse succedergli, e per cinque mesi il posto di luogotenente in Sicilia restò vacante. Non era facile trovare chi l'occupasse, essendo l'alta carica piena di responsabilità e di pericoli. Il Re il Cassisi desideravano un uomo senza punte iniziative, né soverchia suscettibilità: un nomo, che mantenesse l'ordine e conducesse gli affari di ordinaria amministrazione, ma non avesse minor prestigio del principe di Satriano, per famiglia, censo e precedenti militari. Cassisi ricordò al re il principe di Castelcicala, Paolo Ruffo, il quale, richiamato da Londra dove ministro, attendeva da due anni altro ufficio. Ferdinando approvò la scelta e incaricò Cassisi di vincere le ritrosie del Castelcicala, il quale, mettendo innanzi ragioni di età e di salute e non dichiarandosi idoneo a quella carica, lui, che aveva fatto sempre il soldato e il diplomatico, rifiutava ostinatamente.

Aveva 64 anni, ma era sano e vigoroso. Si ricorse ad ogni mezzo perché accettasse, si fece appello alla sua devozione e amicizia, gli si mandò ad offrire dallo stesso Filangieri il bastone luogotenenziale con una lettera caratteristica; e cosi nel marzo del 1855 il Castelcicala di mala voglia accetta, ma non prima della fine di maggio, a causa della morte di sua moglie, potè andare a Palermo con l'unica figliuola, giovinetta.

Nato a Richmond presso Londra, nel tempo in cui suo padre era ministro di Napoli in Inghilterra, ed educato nel collegio, militare di Eton, donde usci luogotenente dei dragoni, il Castelcicala era rimasto inglese nei modi, nelle abitudini, nei gusti, ma con una flemma cosi inverosimile, onde sembrava gli mancasse il criterio del tempo. Parlava non correttamente l'italiano e la sua lingua ordinaria era l'inglese; privo di attitudine negli affari di amministrazione civile, possedeva grande lealtà e discreta conoscenza del mondo. Entrato da giovane in diplomazia, era stato ministro a Berna dal 1825 al 1830, a a Berna aveva condotto a termine le capitolazioni, per le quali quattro reggimenti svizzeri furono assoldati dal governo di Napoli e presero il posto degli austriaci, venuti dopo Antrodoco. A Berna conobbe la signorina De Zeltuer, figlia di un diplomatico svizzero e la sposò.

Della signorina De Zeltner era invaghito il giovane incaricato d'affari di Francia, Drhnvn de Lhnvs, ma ella preferì il diplomatico napoletano, il quale aveva l'aureola di Waterloo, l'albo titolo nobiliare e una grossa sostanza. Il Drhuvn de Lhnvs sposò poi una cugina di lei. Castelcicala aveva avuta la missione di pacificare il governo di Napoli con l'Inghilterra, dopo le note ostilità per la faccenda degli zolfi, e fu mandato infine ministro plenipotenziario a Londra, nel posto coperto da suo padre. E qui piacemi riferire un aneddoto curioso. Andando a Londra, condusse seco, come aggiunto di legazione, il giovane Giuseppe Canofarì, abruzzese, che fu poi ministro di Napoli a Torino e a Parigi, negli ultimi anni del Regno. Passando per Parigi, andò a visitare il re Luigi Filippo, che lo accolse cortesemente e lo invitò a pranzo, insieme al Canofari. Il principe, flemmatico in tutte le sue cose, giunse alle Tuileries con mezz'ora di ritardo. Il Canofari lo consigliò di regolare l'orologio in conformità, per avere una scusa presso il re. Il quale fu amabilissimo, facendo lui le scuse se, dopo aver atteso venti minuti, la Corte era andata a tavola.

Castelcicala attribuì allora la colpa del ritardo all'orologio che, tratto dal panciotto, aveva tra le mani, Si chiacchierò, si rise e tutto parve dimenticato. Dopo il pranzo ci fu circolo, e in un momento nel quale Luigi Filippo si avvicinò al Canofari questi, con pochissimo tatto, anzi con qualche malignità, disse al sovrano che veramente l'orologio non aveva colpa, solo imputabile il ritardo alla lentezza del principe; e dicendo questo e sorridendo, cercava di metter fuori l'orologio suo, a prova di quanto asseriva. Ma il re seccamente gli rispose: "La montre pour le prince, pour vous le prince„.

Il principe di Castelcicala era ministro a Londra, quando nel luglio del 1851 Gladstone pubblicò le famose lettere sulle prigioni e i prigionieri politici del Napoletano. E qui bisogna sapere che lord Aberdeen informò in tempo il Castelcicala delle intenzioni di Gladstone, non senza aggiungergli che le lettere, che egli aveva lette, avrebbero sollevata in tutto il mondo civile una protesta contro il governo di Napoli, ma che non pertanto egli, Aberdeen, si riprometteva di impedirne la pubblicazione, purché il governo napoletano desse qualche prova di ravvedimento. E lo pregò d’informarne il suo governo e provocarne una risposta. Il Castelcicala ne scrisse privatamente al ministro degli esteri Giustino Fortunato, e al segretario particolare del re, Leopoldo Corsi. È noto con quanta leggerezza il Fortunato e il Corsi appresero la notizia, della quale credettero non valesse la pena di infornane il re, e alle lettere di Castelcicala non fu data risposta.

Passarono due mesi, e lord Aberdeen invitò il ministro napoletano a riscrivere, assicurandolo che la pubblicazione sarebbe rimasta sospesa per un altro mese ancora. Il Castelcicala riscrisse, ma nessuno si fece vivo. Forse avrebbe fatto meglio di andare lui a Napoli per informarne di persona il re, ma non era uomo da iniziative. Trovò invece naturale il silenzio e nulla rispose a lord Aberdeen, onde la pubblicazione avvenne e lo scandalo fu enorme. Non occorre ricordare che in quelle lettere il governo borbonico era definito la “negazione di Dio eretta a sistema”. Ferdinando II andò su tutte le furie, e ritenendo che il suo ministro a Londra non avesse fatto il proprio dovere, impedendo la pubblicazione di quelle lettere o almeno prevenendolo, lo richiamò; e giunto che fu a Napoli, non volle riceverlo.

Il Castelcicala non sapeva a che attribuire la sua disgrazia, e da principio sospettò che la moglie avesse pregato il re di farlo tornare, mal patendo di non averla egli condotta seco a Londra, con la scusa che cercava un appartamento degno di lei e non l'aveva potuto ancora trovare.

L'Indipendence Belge, portatagli a leggere dal giovane avvocato Domenico Gallotti, che divenne poi il suo segretario intimo, gli apri la mente. Quel giornale annunziava che il Ruffo era stato richiamato, perché non aveva impedito che si pubblicassero le lettere gladstoniane. E fu allora che il principe, smessa la flemma abituale, indossò l'uniforme, corse alla reggia, e dichiarandosi stupito ed offeso di quel che si era di lui affermato nel foglio belga, narrò al re come veramente erano andate le cose. Ferdinando II cadde dalle nuvole, e in quel giorno stesso in un impeto di collera, destituì il Fortunato com'è noto, da presidente del Consiglio e da ministro degli esteri, e licenziò il Corsi. Ma Castelcicala non tornò a Londra; ebbe una missione temporanea a Vienna, e ne era venuto da poco quando il re gli offerse di andare in Sicilia.

Il Castelcicala condusse seco il Gallotti come segretario particolare, ottenendogli la nomina di consigliere d’intendenza a Napoli, con missione a Palermo. Egli fu davvero il segretario fido e il miglior ispiratore del principe, di cui rispettò e difese l'onorata memoria. L'accompagnò nell'esilio e non lo lasciò che dopo la morte. Divenuto più volte milionario, fu a capo di parecchie società industriali. Io devo a lui molti particolari interessanti di quel periodo, nonché le rivelazioni circa le sentenze di morte del Bentivegna e dello Spinuzza, che mi cominciò a narrare, navigando insieme fra Napoli e Palermo, e me ne continuò più tardi la narrazione con date precise, mostrando cosi una rara felicità di memoria. Il Gallotti è morto da poco.

Se il principe di Castelcicala non aveva tutto il prestigio militare di Filangieri, contava nella sua vita l'episodio di Waterloo, dove, ufficiale d'ordinanza di Wellington, si era battuto con coraggio ed era stato ferito a morte. Se Filangieri zoppicava per le ferite toccate, combattendo per l’indipendenza d’Italia, Castelcicala portava sulla testa una piastra d'argento, perché la cicatrice non si chiuse mai interamente.

E apparteneva inoltre a quell'antica stirpe dei Ruffo, calabrese di origine, che che all'antico Reame diplomatici e uomini d'arme, avventurieri e cardinali.

I direttori della luogotenenza al tempo del Filangieri vennero tutti mutati, tranne il Maniscalco, del quale il Cassisi tentò pare disfarsi, ma non vi riuscì. Furono nuovi direttori Francesco Statella, marchese di Spaccaforno, Giuseppe Castrone, prefetto di Messina, e Francesco Mistretta, procuratore generale di quella Gran Corte civile. Cassisi tentò di far piazza pulita di quanti erano funzionari devoti al principe di Satriano. Don Antonino Scibona fu chiamato a Napoli, ed in sua vece destinato a Palermo don Gaetano Coffaro, il quale, dopo il 1860, fu prefetto del regno d’Italia. Lo Scibona ebbe ordine di trasferirsi immediatamente nella nuova residenza; e giuntovi, passarono venti mesi prima di essere ricevuto da Cassisi, tanto poteva in quest'uomo l'avversione per tutti coloro che al principe di Satriano erano rimasti devoti. Carlo Ferri tornò alla magistratura, e Domenico Ventimiglia dovè lavorare di astuzie, per non perdere la direzione del Giornale di Sicilia.

Dei nuovi personaggi ufficiali, il marchese di Spaccaforno era la individualità più spiccata. Primogenito del principe di Cassaro, e per breve tempo, dopo la morte del padre, principe di Cassaro, egli mori, dopo il 1860, non ancora sessantenne. La sua signora, donna Giovanna Moncada di Paterno, è morta a Napoli nel 1903, nel sontuoso palazzo a Trinità Maggiore, e con lei fini l'ultima grande casa signorile napoletana, dove si riceveva col fasto di altri tempi. Lo Spaccaforno aveva cominciato la carriera, giovanissimo. Era stato, prima del 1848, intendente a Salerno, a Potenza e a Teramo. Mandato in questa ultima città nel 1837, quando avvennero i moti liberali di Penne, se vi lasciò triste nome politicamente, nel governo della provincia fece del bene, tanto che il dotto agronomo Nicola Ghiotti gli dedicò nel 1848 il suo aureo libro sui vivai degli ulivi, con parole non ispirate da servilismo. A Salerno perdette un occhio, perché un magistrato, nell'atto di baciargli la mano e di raccogliere per terra una supplica, lo urtò malamente nella faccia. Per la rivoluzione non si era riscaldato, perché non la credette duratura, e solo fu maggiore della guardia nazionale di Palermo e poi pretore, aiutando nei due uffici la restaurazione borbonica.

Compiuta questa, fa intendente di Palermo. La sua famiglia era la più attaccata ai Borboni, e tra le famiglie signorili dell'Isola, la più beneficata. Spaccaforno aveva spirito intollerante, scettico, ma non era privo di cultura generale; anzi, dati i tempi, poteva questa dirsi discreta. Liberale nel discorrere, ma assolutista di tendenze, presumeva molto di sé, e aveva per il genere umano un senso di noncuranza, di disprezzo o di paura, seconda il caso. Falsissimo di carattere, simulava e dissimulava perfettamente, e non erano spiegabili alcune strane contraddizioni dall'indole sua. Diceva vituperii di Maniscalco, ma consenti ad essergli collega nel governo, mostrandoglisi nelle apparenze deferitissimo, sino ad adularlo. Forte tiratore di pistola, era generalmente temuto, ma un incidente scosse il suo prestigio. Un giovane avvocato di Palermo, Andrea Guarneri, andò a domandargli che fosse revocata un'ordinanza ingiusta per la demolizione di un cavalcavia, che il Guarneri aveva costruito accanto alla sua proprietà. per naturale impazienza, o perché quel giorno avesse nervi agitati, lo Spaccaforno si ricusò con mal garbo; il Guarneri replicò con vivacità; l'altro rispose con violenza, mettendolo alla porta, anzi accompagnandovelo. Ma nel momento in cui l'uscio si chiudeva, l'avvocato gli lasciò andare un solenne calcio, che fece ruzzolare per terra il maestoso direttore.

Pareva che il Guarneri dovesse soffrire ohi sa quali pene, ma non soffri nulla, perché, avvenuto il fatto, Maniscalco, che odiava lo Spaccaforno, scrisse a Napoli come erano andate le cose e dando torto al suo collega di governo. Il quale non insistette perché l'avvocato fosse punito, e nemmeno pretese quella soddisfazione, alla quale il calcio ricevuto gli dava il diritto, o gl’imponeva l'obbligo di chiedere. Quel giovane avvocato, che divenne notissimo in tutta l’Isola, è il presente senatore Andrea Guarneri, il quale, e Io ricorda bene, seppe la sera stessa, per messo del segretario di Maniscalco, di non aver nulla a temere, perché il direttore di polizia aveva confidenzialmente riferito il fatto al re. E difatti non vi fu arresto, né processo, né duello.

Spaccaforno era in fama, come ho detto, di forte tiratore di pistola. A Teramo ancora si ricorda, con terrore, che aveva al suo servizio un giovanotto, cui infliggeva il supplizio di porre sul capo un'arancia, che portava via con un colpo di pistola.

A Palermo era rimasto vivo il ricordo del duello avuto in gioventù col barone Oddo, per quistioni di donne. Il barone Oddo apparteneva al mondo elegante, e si distingueva nelle carrozzate, o corse di vetture signorili. Prima del duello Spaccaforno dichiarò, con l'abituale sua calma lamentosa, che non avrebbe ucciso l'avversario, ma solo gli avrebbe impedito di prender parte alla carrozzata di quell'anno, piantandogli una palla nella gamba destra, e cosi fu.

Alto, vigoroso e assai corretto nel vestire, incedeva con aria quasi spavalda. Era fratello della marchesa Di Budini e della marchesa Di San Giuliano di Catania; e fu, dopo Maniscalco, il funzionario più zelante dei Borboni in Sicilia. Rimasero memorabili alcune sue annotazioni sulle pratiche amministrative. Ne ricordo una: “gl'ingegneri sono come gli orologiai; fanno spendere il danaro, senza sapere dove va”. Si serviva nei sunti, cioè nel riassumere lo stato degli affari, di un giovane intelligente e vivace come un demonio, alunno da poco tempo del ministero dell’interno, in seguito a brillante concorso. Questo giovane, il quale prendeva lo stipendio di tre oncie al mese, trentotto lire, era quello nel quale lo Spaccaforno riponesse fiducia per gli affari più difficili, e lo gratificava con somme, le quali rappresentavano qualche volta il doppio dello stipendio annuo. Si chiamava Vincenzo D'Anna; ed è morto in Roma senatore e presidente di sezione al Consiglio di stato.

Gli altri direttori, Francesco Mistretta e Giuseppe Castrone, non avevano importanza fuori la vita dei rispettivi dicasteri, né personalità spiccata. Il Castrone era un giurista non senza valore; e il Mistretta, magistrato di qualche dottrina, aveva pronunziato il tronfio discorso, tre anni prima, all'accademia Pelorìtana per commemorare il viaggio reale a Messina: l'uno e l'altro singolarmente protetti dal Cassisi, che li considerava creature sue. Il Castrone, dopo il 1860, esercitò a Napoli con largo successo l'avvocatura civile e vi mori.

I tre nuovi direttori, pienamente d'accordo fra loro, non si trovavano in pari accordo con Maniscalco. Tra Maniscalco e Spaccaforno si rivelò subito una decisa incompatibilità di carattere, che solo la ben dissimulata prudenza di entrambi non fece degenerare in conflitto; anzi il Maniscalco si studiava di usare a Spaccaforno apparenti riguardi, che lo Spaccaforno ricambiava con altrettanta affettata cortesia.

Ma i tre direttori si vendicavano del collega, dicendone un gran male al Luogotenenze o facendo risalire a lui la responsabilità di quegli atti, che più urtavano il sentimento pubblico, e insistevano perché fosse allontanato. Il Maniscalco, al contrario, certo del favore del re, non si curava di questi intrighi occulti, anzi affermava ogni giorno di più. il poter suo. Ma quella unità e risolutezza di indirizzo nel governo, vero segreto del successo di Filangieri, cessarono di esistere e cominciò invece quel fatale giuoco a scaricabarile che fu tanto utile alla rivoluzione. Maniscalco, rimasto devoto a Filangieri, lo informava delle cose del governo, non celandogli i suoi timori, e la poca fiducia nei colleghi. £ questa corrispondenza, che va dal 1855 al 1860, non è priva d'interesse. (34)

I ministeri di Sicilia non offrivano lo spettacolo babilonico dei ministeri di Napoli. Erano anch'essi raccolti in un solo palazzo, dove sono oggi gli uffici della prefettura, accanto alla casa monumentale dell'arcivescovo, ma gl'impiegati eran pochi, le competenze più distinte, la disciplina osservata e i contatti col pubblico affatto proibiti. Solo una volta la settimana, il venerdì, gli ufficiali di ripartimento (capidivisione) davano udienza pubblica, cioè ricevevano quelli i quali andavano a prender conto dei loro affari, o vi mandavano i proprii incaricati. Era riconosciuta una classe di sollecitatori, che potrei paragonare agli spedizionieri presso le congregazioni ecclesiastiche di Roma. Le sale dei ministeri erano pulite e le scale non ingombre di postulanti, perché, tranne gl'impiegati, nessuno vi saliva. Amministrazione ordinata e onesta, con orario strettamente osservato, dalle 10 alle 4, senza interruzione.

Il governo di Castelcicala non poteva avere e non ebbe unità d'indirizzo. Era, in sostanza, il governo di Cassisi, il quale però rifuggiva dalle responsabilità rischiose e odiose. Castelcicala non dava ombra, anzi cercava di limitare la propria responsabilità e di parere il meno che potesse. Carezzava Cassisi e in molte cose non muoveva foglia senza di lui; non amava Maniscalco, per il male che ne sentiva dire, ma non disse mai al re con risoluzione di mandarlo via dal governo; lasciava che v'insistesse Cassisi, ripetutamente e petulantemente, è vero, ma pur troppo senza conclusione.

Generoso e bonario, tenne aperta la reggia alle feste e ai conviti; conservò Charles, il celebre cuoco del suo predecessore, e furono i suoi pranzi ugualmente sontuosi. Non recedendo dal cerimoniale regio, usciva anche a piedi, mostrando di non aver paura, ma l’indole flemmatica lo faceva ritroso di ogni decisione, pur divenendo ad un tratto violento e persino brutale, se si persuadeva che qualcuno abusasse dell’officio suo. Essendogli riferito che un colonnello di cavalleria profittasse malamente sui foraggi, ordinò che il reggimento sfilasse un giorno alla presenza di lui. E visto lo stato dei cavalli, compiuta che fa la sfilata, avrebbe detto al colonnello, a voce alta: “signor colonnello, lei è un ladro”. Tornato al quartiere, il colonnello fu colpito d'accidente.

Non si parlò più del gran progetto del Filangieri per la costruzione delle strade, ma se ne fecero alcune con i fondi ordinarii del bilancio; s'innalzò qualche faro; si costruì un nuovo porto a Milazzo, patria di Cassisi, e furono allargati gli scali di Palermo, di Messina, di Trapani e di Girgenti; congiunta più tardi La Sicilia a Napoli col telegrafo elettrico, e iniziata una rete telegrafica per tutta l’Isola. Il bilancio fu tenuto in pareggio, e i fondi pubblici salirono a centoventi ducati. Non essendo il Ruffo uomo da iniziative, fece tutto quel bene compatibile con l’indole e la posizione sua, destreggiandosi, non senza abilità, con Cassisi, il quale voleva mostrare al mondo che il padrone della Sicilia era lui, e fino a un certo punto era vero.

Se il principe di Satriano ebbe nel suo passivo politico le tragiche esecuzioni del Garzilli e dei suoi compagni, il principe di Castelcicala ebbe quelle del Bentivegna e dello Spinuzza. Se il Filangieri giustificò le prime con la necessità, di dare degli esempii, Castelcicala giustificò le altre... lavandosene le mani.

La storia dei Bentivegna e dei suoi compagni è stata narrata, con copia di documenti e retto senso storico, da Alfonso Sansone, (35) e tutti i particolari sono contenuti in quel suo interessante volume. Ma il Sansone ignorò una circostanza, forse capitale, che potrebbe spiegare la condotta del governo di Sicilia in luogotenente, per salvar la vita a quei due.

Quindici giorni dopo la rivolta di Mezzoiuso, era avvenuto a Napoli l'attentato di Agesilao Milano, che si credette organizzato da una setta potente di rivoluzionari; e però, insensibile il re alle istanze di qualcuno che lo consigliava di salvare la vita al soldato calabrese, non volle saperne di far la grazia al Bentivegna, anche perché questi, già deputato nel 1848, era fuggito a Genova e ne era tornato a istigazione del Mazzini, per ritentare quella rivolta che non gli era riuscita nel 1853. S'imponeva l'esempio, e si passò sopra a tutte le forme, sino al punto che il Cassisi, per mezzo dei suoi fidi, ne fece cadere la responsabilità sulle autorità di Palermo, asserendo di avere lui altra volta protetto il Bentivegna e fattolo condannare al confine. Si disse pure a Napoli che, perché la regia clemenza non salvasse il Bentivegna, si era fatta conoscere al sovrano la condanna dopo che era stata eseguita. Cosi affermarono gli scrittori borbonici, e questo fu il motto d'ordine della diplomazia napoletana, perché la fucilazione del barone Bentivegna, per la posizione sociale di lui, per i suoi, legami col partito mazziniano e per l'infamia veramente unica della procedura, produsse enorme impressione in tutta Europa! Gli esuli siciliani più esaltati, che erano in Piemonte, indussero il Brofferio ad accusare, nella tornata del 15 gennaio 1857, il conte di Cavour di non aver fatto nulla per impedir quell'eccidio. "Come si è corrisposto — esclamava il Brofferio — agli italici entusiasmi? Udite! Insorgeva la Sicilia, prima sempre nel magnanimo arringo, e i ministri stettero con le mani conserte e il ciglio asciutto a vedere le palle soldatesche rompere il petto del prode Bentivegna. Se una nave del Piemonte fosse stata spedita nelle acque di Messina, almeno a tutelare i nostri concittadini là dimoranti, che ne avevano il diritto, la vista della nostra bandiera avrebbe confortato quel generoso popolo nei pericoli e nelle battaglie. La nave non comparve; e immobili e muti, abbandonammo quei generosi al cannone degli Svizzeri e alla mannaia del Borbone!... E i nostri consoli, che facevano? Non spedivano appunti al nostro governo su quanto avveniva laggiù? I nostri consoli facevano voti per la vittoria del re di Napoli; il console di Messina calava sul Miseno per bere coi soldati borbonici alla salute del tiranno, anzi, nelle sere in cui si facevano le luminarie ordinate dalla polizia, il nostro console fu il solo di tutti gli agenti diplomatici che illuminasse le finestre del tuo palazzo (Sensazione).

A Napoli non vi fu insurrezione, ma vi furono quelle catastrofi che precedono i grandi movimenti. Furono incendiati castelli, polveriere, navi, un tremendo attentato scosse Europa: noi soli non sembrammo meravigliati né commossi... E il Caligola di Napoli viene ogni di più baldanzoso... Rispondetemi, confondete la mia sfiducia, umiliate la mia incredulità, e vi benedirò di avermi umiliato e confuso”.

Dopo questa sfuriata del Brofferio, piena di inesattezze e di ampollosità, seguirono poche parole del deputato Giorgio Pallavicino, e poi rispose Cavour, il quale ebbe in quella circostanza uno degli scatti più felici della sua eloquenza. Egli notò che il console del Piemonte a Messina era un messinese, avente le sole funzioni di console locale, e che i fatti furono molto esagerati, mentre il console del Piemonte a Palermo informò sempre fedelmente il governo di quanto avveniva. E soggiunse: "Non mandammo un naviglio a Messina, e il deputato Brofferio ce accusa. Ma le nostre parole e la nostra politica non tendono a eccitare o appoggiare in Italia scomposti, o vani e insensati tentativi rivoluzionarii. Intendiamo noi diversamente la rigenerazione italiana. Noi seguimmo sempre una politica franca e leale senza linguaggio doppio, e finché saremo in pace cogli altri potentati d'Italia, non impiegheremo mezzi rivoluzionarii, né cercheremo di eccitar tumulti o ribellioni. Se avessimo voluto mandare un naviglio, per suscitare indirettamente moti rivoluzionari, avremmo, prima di farlo, rotta la guerra e dichiarate apertamente le nostre intenzioni. Quindi, e lo dichiaro altamente, io mi compiaccio del rimprovero rivoltomi dal deputato Brofferio. Rispetto a Napoli, rispondo con dolore al deputato Brofferio. Egli ha ricordato fatti dolorosissimi: scoppio di polveriere e navi con perdite di molte vite e un attentato orrendo.

Egli ha parlato in modo da lasciar credere che quei fatti sian opere del partito Italiano. Io li ripudio altamente, e ciò nell'interesse stesso d'Italia {Vice approvazioni). No! Questi non son fatti, che possano apporsi al partito nazionale Italiano: son fatti isolati di qualche illuso disgraziato, che può meritar pietà Compassione, ma che devon essere stigmatizzati da tutti gli uomini savi, e principalmente da quelli che hanno a onore l'onore e l'interesse d'Italia (Bene)”.

Parlò anche il Mamiani, il quale enfaticamente esclamò, che “re Ferdinando, per quanto ignora tutte le arti generose del regnare nel secolo XIX, altrettanto conosce a maraviglia tutte quelle del medio evo”. Il Brofferio non si mostrò soddisfatto della risposta di Cavour e replicando, concluse: "Il deputato Mamiani ha detto: questa povera Italia, flagellata e battuta non si stenderà mai nella tomba, e i tiranni quando vorran toccarne il cuore, sentiranno i palpiti e diranno: essa vive!... Sì: vivai ma non della vita che noi le abbiam data. Vive l'Italia del sangue, che le fluisce nelle vene, che la scalda dal sepolcro, e tocca a noi risuscitarla interamente, non lasciarla coperta di battiture sotto il funereo coperchio. Vive, ma di vita quasi peggiore della morte. Risusoitiamola! {Bravo, bene a sinistra)”.

In verità, ripeto, la procedura, seguita riguardo al Bentivegna, fu semplicemente infame, e il Brofferio avrebbe fatto meglio se si fosse limitato a bollarla così. E di fatti, contestata dagli avvocati Puglia, Bellia, Sangiorgi e Del Serro — a nome dei quali parlò coraggiosamente ed eloquentemente il quinto avvocato, marchese Maurigi — la competenza del Consiglio di guerra, perché il Bentivegna era stato arrestato senz'armi e non in conflitto, il giudizio venne continuato e la fucilazione eseguita, non pare credibile, un giorno prima che la Corte di cassazione pronunziasse sulla competenza del tribunale che li aveva condannati ‘Varie voci corsero in quei giorni, perché nessuno voleva la responsabilità per sé, ma la verità fu a me rivelata dal Gallotti. Allorché il Castelcicala partì la prima volta per la Sicilia, il re gli consegnò un plico sul quale era scritto "Istruzioni segrete da leggerai nel caso dì movimenti insurrezionali”. Condannati il Bentivegna e lo Spinuzza a morte, lo stesso Gallotti apri il plico e vi lesse queste parole: “Le sentenze dei Consigli di guerra saranno senz'altro eseguite”. Finse di non aver letto e consigliò il luogotenente di telegrafare al re, chiedendo come regolarsi. E la risposta immediata fu questa: “Leggete le istruzioni segrete". La sentenza venne eseguita, e il Sansone ne narra i particolari commoventi e indimenticabili. Il Galletti mi confessò pure che il luogotenente e lui bruciarono le istruzioni prima di lasciar Palermo; e che Francesco II, avanti di lasciar Napoli, ne trovò l'originale fra le carte segrete:

non escludeva che fossero state portate a Gaeta coi documenti più importanti dell'archivio di Corte, e dei ministero degli esteri. Del tentativo per salvare Bentivegna, il Castelcicala nulla disse al Maniscalco, il quale, nella sua qualità di direttore per la polizia, non ignorava la mente sovrana. Ma l'odio maggiore per quelle esecuzioni si addensò sul capo di lui, anzi fu da allora veramente che si cominciò a formare la leggenda sul nome suo: leggenda alimentata e accreditata dal ministro di Sicilia a Napoli, e dai colleghi del Maniscalco a Palermo, e soprattutto dallo Spaccaforno, che seguitava non pertanto a mostrarglisi deferente e amico. Ma il Maniscalco fingeva di non accorgersi di quanto avveniva intorno a lui, intento a dare alla Sicilia la coscienza che il governo era forte, e capace di soffocare qualunque conato di rivolta.


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CAPITOLO V

SOMMARIO: Il ministero napoletano nel 1855 e 1856 — Ministri o direttori con cartiera e senza cartiera — Luigi Carafa di Traetto direttore degli Esteri — La segreteria particolare del Re dopo il ritiro del Corsi — Ferdinando Troja e un epigramma del marchese di Caccavone — Le attribuzioni del Decurionato — Le condizioni della città — Antonio Carafa di Noja, sindaco di Napoli — Gli eletti o gli aggiunti — Alcuni eletti promossi sottointendenti — Carlo Cianciulli, intendente della provincia di Napoli — La polizia e i suoi agenti principali — La verità su di essa — Aneddoti — Quel che costava la polizia nella sola capitale — L'Università e i suoi professori — Carrillo e Testa — Gli studenti e i loro sfratti — Calabresi e Pugliesi — I po’ di confronto — I collegi e gl'insegnamenti privati dal 1848 —

Ricordi di alunni — I collegi nelle provincie — Ricordi e aneddoti — Il collegio dei teologi — L'istruzione elementare — Un detto di monsignor Apuzzo — La presidenza della pubblica istruzione — Don Emilio Capomazza — Le sue stranezze — Giannonista implacabile e nemico dei gesuiti — La formula sacramentale per stamperò un libro.

Quando con decreto del 15 febbraio 1852, Giustino Fortunato fu ritirato dalla carica di presidente del Consiglio dei ministri e di ministro degli affari esteri, gli successe nella presidenza del Consiglio don Ferdinando Troja, e negli affari esteri, non un ministro, ma un direttore con portafoglio, don Luigi Carafa di Traetto. Il Troja non aveva portafoglio e il Carafa ne aveva l'incarico provvisorio, come si diceva allora, ciò che gli dava il diritto di prender parte al Consiglio cli ministri e ai Consigli di Stato: era ministro effettivo, ma senza il titolo e senza lo stipendio. Il Carafa era stato in diplomazia nei suoi giovani anni, ma tornato a Napoli prima del 1848, entrò nel Banco, donde lo trasse il re, con maraviglia di tutti. Era uomo retto, non privo di tatto, senza l'ombra d'iniziativa: esecutore poro e semplice della volontà del sovrano.

Aveva una visione corta e tutta municipale della politica e apparteneva alla nobile stirpe dei Carafa. Il ramo suo era quello dei Traetto, per distinguerlo dai Carafa di Noja e dai Carafa d'Andria. Suo fratello Domenico era arcivescovo di Benevento e cardinale. Pietro d'Urso fu ministro delle finanze sino al 1855, nel quale anno, attaccato prima dal colera mori, poi di accidente, e gli successe Salvatore Murena, l'anno dopo. Il maresciallo principe d'Ischitella era ministro della guerra e marina; Giovanni Cassisi, degli affari di Sicilia e il brigadiere Raffaele Carrascosa era anch'egli ministro senza portafoglio.

Gli altri dicasteri non avevano ministri, ma direttori con referenda e firma, i quali, secondo il sovrano regolamento del 4 giugno 1822, facevano parte del Consiglio dei ministri e del Consiglio di Stato. Erano direttori: Scorza, degli affari ecclesiastici e dell'istruzione pubblica; Mazza, della polizia generale; Pionati, di grazia e giustizia, e Bianchini, dell'interno. I pochi ministri titolari erano distinti fra ministri con cartiera e ministri senza cartiera. Cosi il Troja e il Carrascosa, non avendo portafoglio, non avevano cartiera, e Carafa era dispensato dal dovere di riferire e conferire in Consiglio di ministri, sulla politica e sulla corrispondenza diplomatica, dovendo solo renderne conto personalmente al sovrano. Anche al ministro di polizia era concessa questa esenzione, ma per quei casi soltanto, nei quali era necessario conservarsi il segreto con gli stessi ministri segretari di Stato. Solo col presidente del consiglio il ministro di polizia non doveva aver segreti. In questo Consiglio si preparavano tutti gli affari, che avevano bisogno della sovrana risoluzione; e poiché non vi era quasi affare che di tale risoluzione non avesse bisogno, ne seguiva che si trattavano le cose più minuscole ed ii concludenti, come ad esempio, la istituzione di una fiera o promozione di classe di un pretore, che si chiamava “giudice regio” od altre simili quisquilie. La sovrana risoluzione era data dal re in consiglio di Stato, che era il consiglio dei ministri, presieduto da lui e, in sua assenza, dal principe ereditario che ne faceva parte. Ma i Consigli erano, tranne rari casi, presieduti sempre dal re, che li convocava ordinariamente a Caserta; di rado a Napoli, dove stette poco negli ultimi anni; spesso a Gaeta; e qualche volta, ad Ischia o a Portici.

Presidente dei ministri era, dunque, Ferdinando Troja; e segretario, detto "incaricato del protocollo”, il colonnello d'artiglieria Francesco d'Agostino. Dopo il congedo dato nel 1852 Leopoldo Corsi, che dal 1841 cumulava tale ufficio con quello di segretario particolare del re, ed era per ciò ritenuto il suddito di maggior potere in tutto il Regno, Ferdinando separò i due ufficii, conferendo quello d'incaricato del protocollo al colonnello Agostino e nominando capo della sua segreteria particolare maggiore d'artiglieria, Agostino Severino, tuttoché lo ritenesse incapace non solo di scrivere, ma di copiare una lettera.

Nella segreteria particolare concentrarono i maggiori poteri. Del Corsi non volle più saperne, per quante vie costui tentasse di ornare nelle grazie del sovrano, del cui cuore pareva che avesse tenuto, per undici anni, ambo le chiavi. Pareva, perché di quel Feerigo nessuno fu mai il Pier delle Vigne. Al Corsi, Ferdinando II usò lo stesso trattamento che aveva usato all'abate Giuseppe Caprioli, che fu suo segretario particolare dal giorno in cui ascese al trono. Nella questione per gli zolfi di Sicilia, caddero in disgrazia par sempre il principe di Cassare, ministro degli affari esteri, e il Caprioli. Questi fu nominato vicepresidente della Consulta e tenne l'ufficio sino al 1848, quando venne collocato a riposo. Il re non si ricordò più di lui, che si spense a Portici nella più assoluta oscurità. Al Corsi usò soltanto la misericordia di firmargli un decreto, che portava la urbana formola: promosso a consultore di Stato, mentre col Fortunato fu inesorabile, anche per la forma del decreto, più su riportata. Ricordando le origini giacobine di lui, lo sospettò persino capace di aver tenuto mano alla pubblicazione del Gladstone, tanto gli pare inverosimile, dopo le rivelazioni del principe di Castelcicala, fosse stato cosi balordo. Congedò il Corsi dopo una tremenda ammonizione che lo fece piangere a singhiozzi, e rifiutò di ricevere il Fortunato, né volle più vedere l'uno e l'altro.

Ferdinando Troja era fratello di Carlo, il celebre storico dei Longobardi, che fu presidente del ministero del 3 aprile, caduto 15 maggio. Questi fratelli avevano indole affatto diversa e tutti diversissimi. Ferdinando era ben infarinato di latino e giurisprudenza e aveva fama di buon magistrato; non credeva a libertà e a progresso; assolutista e municipale, reputava per lui un dovere servire il sovrano senza discutere, e anzi senza farsi lecito di pensare neanche. Parlava ordinariamente il dialetto, e chiacchierando, aveva per intercalare: vuie che dicite? (((36))) Per lui il mondo si era fermato al 1789, e il regno delle Due Sicilie non faceva parte dell'Italia. Scaltro e forse scettico in fondo, il Troja copriva la scaltrezza con un manto d'ipoorìsia untuosa; onde, avendo anche l'abitudine di tenere il capo sempre chino a sinistra, il re lo chiamava Sant'Alfonso alla smerza, cioè Sant'Alfonso alla rovescia, perché Sant'Alfonso de Liguori, del quale Ferdinando II era devotissimo, è dipinto con la testa inclinata sulla spalla destra. Il Troja era ritenuto uomo senza cuore. Ammalatosi di mal di pietra e curato dal chirurgo Leopoldo Chiari, ispirò al marchese di Caccavone questo spietato epigramma:

Soffre di pietra, spasima

E c'è a sperar che muoja

Don Ferdinando Troja...

Né per scoprir l'origine

Del male, il buon dottore

Chiari granché fatica:

La cosa è chiara, il core

Gli è sceso alla vescica.

Ferdinando Troja era ministro dall'agosto del 1844, cioè dall’inizio della reazione, quando Ferdinando II, licenziati il principe di Cariati, Bozzelli, Ruggiero, Gigli e Torcila, ultime larva] di ministri costituzionali, nominò, in loro vece, degli assolutisti senza paura, come il Fortunato, il Longobardi e il Peccheneda che fu promosso da prefetto a direttore dì polizia. Ritenne del ministero Cariati i due militari, Ischitella e Carrascosa, che troviamo al loro posto negli anni dei quali discorro. Allora ministri e direttori duravano quasi a vita. Senza l'incidente di Gladstone. Fortunato sarebbe rimasto, chi sa per quanti anni, presidente del Consiglio e ministro degli esteri, perché il re amava poco di vedere facce nuove. La indifferenza più apatica fu la caratteristica di quasi tutti quei ministri e direttori, che governarono Napoli e la provincia negli ultimi dieci anni. Alcuni, pur sapendo che il Re diffidava di loro, non sentivano il dovere di andarsene; anzi rimanevano, lasciando andare le cose per la loro china. Erano in maggior numero i direttori che non i ministri, perché, sia che la dignità ministeriale gli desse fastidio, sia che Io movesse spirito di economia, Ferdinando preferiva i direttori ai ministri, a lui pareva di averli più soggetti e li pagava meno. Un direttore prendeva centosessanta ducati il mese; e un ministro cinquecento. Un solo ebbe la fortuna di esser promosso ministro nel febbraio del 1856, e fu il Murena, dopo la morte del d'Urso, come si è detto. Né il Peccheneda, che molto ci teneva, ottenne mai quel posto; né il mite Bianchini, neppur dopo che successe al Mazza e cumulò, sino alla morte di Ferdinando II, le due direzioni dell'interno e della polizia.

Era sindaco di Napoli, dal primo gennaio 1848, don Antonio Carafa di Noja, che il re chiamava, per celia, Torquato Tasso perché era il solo in tutto il Regno, al quale fosse concesso portare baffi e pizzo, anzi mustacchi e mosca, come si diceva allora. Napoli aveva trenta decurioni di nomina regia, dodici eletti, quanti erano i quartieri della città, e ventisette aggiunti, dei quali ventiquattro per i quartieri e tre per i villaggi. Al Decurionato, detto anche "Corpo di città”, apparteneva di provvedere alla polizia annonaria, alla costruzione e manutenzione delle strade interne ed alla ispezione sulla vendita dei generi soggetti ai regolamenti di annona. Gli eletti esercitavano nei quartieri le incombenze di ufficiali dello stato civile. Erano chiamati comunemente "cavalieri„ e stavano alla immediata dipendenza del sindaco. Della povera vita municipale di allora ampiamente discorrerò in altro capitolo. Il vero sindaco era il re, cui importava di bonificamento e risanamento della città, e soprattutto dei bassi quartieri, oh quanto più luridi e malsani che non siano oggi! Di opere pubbliche importanti, compiute Ferdinando II nella città, non sono da ricordare che la livellazione e il nuovo lastricato di Toledo, che fu finito di costruire ti giugno del 1853, con i marciapiedi e le colonne del gaz, l'inizio del corso Maria Teresa, ora Vittorio Emanuele. Tranne Toledo, Chiaia e Foria, illuminate a gaz, tutta la città era illuminata ad olio; le lampade scarse e le strade buie, paurose e pericolose. Toledo fu per varii anni un saliscendi. Tre grandi chiaviche si aprivano, una innanzi alla Corsea, l'altra dov'è ora il Gambrinus, a due passi dalla reggia, un'altra, più grande ai Cora, al largo della Pignasecca.

Foria, per gli acquazzoni no infrequenti di primavera e di autunno, diveniva un torrente impetuoso, che travolgeva persone e bestie, ed era chiamato “lava dei Vergini„ perché l'acqua veniva giù da quelle colline.

A Ferdinando II bastò aver consigliato il sindaco a collocare sulla strada un ponte mobile di ferro e uno di legno per passare d una parte all'altra, quando infuriava la piena; e così restarono le cose sino al 1859. Né fu prima degli albori del nuovo Regno, che furono gettati due ponti nuovi in ferro, ma l'incanalamento non venne compiuto prima del 1869, sotto il sindacato di Guglielmo Capitelli. Le attribuzioni del Decurionato erano determinate dalla legge del 12 dicembre 1816 e dal decreto 22 marzo 1839. La città era un letamaio e quando fu visitato dal colera negli anni 1854 e 1855, non soltanto la popolazione, ma il re riteneva non essere il morbo alimentato dal luridume, ma da contagi misteriosi! Ferdinando II aveva comuni con la parte infima del suo popolo i pregiudizii e le paure. In tempo di epidemie, egli con la Corte si rifugiava a Caserta, o si chiudeva a Gaeta, avendo un vivace sentimento di noncuranza per Napoli, che chiamava casalone ed abbandonava a sé stessa.

Ricordo fra i decurioni di quegli anni: Francesco Spinelli, che poi fu sindaco nei nuovi tempi e mori senatore; Michele Prans, che fa deputato di sinistra; il barone Carlo Tortora Bravda, insigne magistrato; il principe di Castagneta, Nicol Caracciolo, padre di Gaetano, oggi senatore del Regno; i noti medici Rosati e Ramaglia; l'ingegnere Maiuri, uomo di molto valore tecnico; don Antonio Fabiani, avvocato, professore di procedura civile e suocero di Agostino Magliani. Era elei a San Ferdinando Michele Gaetani d'Aragona, il quale più tardi fu sottointendente, e nel 1860 si trovava a Formia. Anche Francesco Dentice d'Accadia, eletto al quartiere Stella, divenne più tardi sottointendente, e lo era divenuto qualche anno primi il principe di Acquaviva, che nel 1866 successe a Giuseppe Colucci a Cittaducale (37). Sindaco ed eletti formavano l'”Eccellentissimo Corpo della città dì Napoli” ed erano nominati dal re cittadini di molta probità e nobili parecchi; oggi, invece, sono tutti innalzati dal suffragio popolare, coadiuvato dalle trappolerie dell'urna. Allora, sia detto per la verità, in essi non c'era secondo fine, ma facevano anche meno; o meglio, non prestavano quasi altra opera, che quella di ufficiali dello stato civile. Oggi sono aboliti.

Intendente della provincia di Napoli era don Carlo Cianciulli, che il re soprannominava 'o trommone dell'acquaiuolo, (38) perché dondolava costantemente la testa. L'Intendenza, ora prefettura, aveva sede a Monteoliveto. Era segretario generale Cario Colombo, e v'erano dieci consiglieri dei quali, quattro titolari e sei soprannumeri. L’intendente non aveva che uffizio amministrativo, né si mescolava di politica, essendovi per la politica un ministero di polizia, con la prefettura di polizia, affidata quasi sempre a un alto magistrato. In quegli anni vi era preposto Pasquale Governa, col segretario generale Silvestri; poco prima l'aveva tenuta il Sarlo. Il ministero di polizia aveva quattro ripartimenti ben distinti; e la prefettura tre con uno sciame di commissarii, ispettori, ispettori aggiunti e cancellieri.

Dei birri di più sinistra fama, il Morbilli, un nipote del quale era morto il 15 maggio sulle barricate, combattendo contro gli svizzeri, era commissario a Montecalvario; De Spagnolis, all'Avvocata; Campagna, al Mercato e a Porto; Lubrano, alla Vicaria; Condò, a San Ferdinando. Il Morbilli e il Campagna, celebri entrambi ed entrambi calabresi, erano più temuti. L'uno e l'altro avevano grado di commissarii di primo rango e onnipotenti nel proprio quartiere. Rileggendo, dopo tanti anni, le attribuzioni della polizia nell'ultimo decennio borbonico, non si può non riconoscere la verità di quanto fu asserito, essere la polizia la maggiore e più potente istituzione del Regno.

Persino gli soavi di antichità, le bande musicali, il corso pubblico, le strade ferrate, il censimento, l'archivio, il telegrafo, il giornale ufficiale, il contrabbando, l'introduzione dei cavalli dall'estero, gli studenti, le scuole e la posta, per quanto concerneva vigilanza e spionaggio, il riconoscimento dei diplomatici e degli agenti consolari, le reali riserve, le guardie d'onore, le prigioni e perfino le farmacie dipendevano dalla polizia.

Essa era tutto, e però non è punto maraviglia se degenerasse malamente in una fonte di abusi e di violenze, fra popolazioni paurose e fantastiche. La polizia era la sola amministrazione dello Stato, i cui capi esercitassero l'ufficio loro con passione. Essa aveva la coscienza di essere superiore alle leggi e la sicurezza di godere la protezione del sovrano; e perciò nulla temeva, ed era stranamente temuta, anche nelle alte sfere della Corte e del governo. I commissarii, che ho nominati, contavano fra i più capaci; ma il Campagna che faceva tremare la gente, si riconosceva inferiore al Morbilli, al duca, com'egli diceva, perché il Morbilli apparteneva a famiglia ducale. Erano questi agenti cosi infatuati del loro potere, che davvero è da ringraziare Dio che non facessero di peggio. Ma bisogna pur dire, in omaggio alla verità, che sul conto del Morbilli, del Campagna e di qualche che altro, tra i più famigerati, non si disse mai che prendessero danaro per chiudere un occhio nell'esercizio del loro ufficio; più realisti del re, ignorantissimi e volgarissimi, vedevano un pericolo politico in ogni fatto insignificante, odiavano i liberali, e giustificavano ogni iniquità contro di loro, come compimento di dovere. "Quando sono entrato in carriera, diceva un giorno il Campagna a Tommaso Sorrentino, con grande schiettezza, prendevo diciassette ducati al mese, ora il re me ne dà più di cento, e lo devo ai liberali; e se non staranno tranquilli, io li perseguiterò a morte, e il re mi accrescerà la paga”.

Pensiero plebeo, ma che confermava quanto ho detto: a difesa del re tutto esser lecito, nulla trascurabile. Eppure, nonostante tanto eccesso di potere, la polizia borbonica in quegli anni che furono i maggiori della sua potenza, si rivelò, come polizia politica, inferiore alla sua fama: era in sostanza polizia più vessatrice che abile. Alcune settimane prima dello sbarco di Sapri, Pisacane potè venire a Napoli, prendere accordi coi suoi amici e ripartire per Genova; Agesilao Milano poté entrare nell'esercito in cambio di suo fratello, e frequentare le case di alcuni studenti albanesi, già alunni come lui del collegio italo-greco di san Demetrio Corone, dove spirava un'aria di elasticità e di liberalismo effervescente; né la polizia riuscì ad arrestare i due che riteneva suoi complici, e molto meno a scoprire gli audaci, che affissero alle cantonate di Toledo un preteso decreto sovrano, che concedeva la Costituzione e accordava piena amnistia ai detenuti politici.

Fa attribuito ai mazziniani Io scoppio del Carlo III e della polveriera alla darsena nel 1857, ma la polizia non raccolse alcuna prova, non ostante che ricorresse a misure odiose, né dopo il 1860 sorgesse alcuno a farsi merito di quei fatti e a chiederne compenso. Per quanto le cospirazioni politiche fossero inconcludenti e i due avvenimenti ricordati non fossero effetto di opera settaria, si cospirava; le relazioni fra i liberali e i condannati chiusi a Santo Stefano, a Procida e a Montesarchio con gli emigrati in Piemonte non furono mai interrotte; e nonostante la ridicola sorveglianza sui libri proibiti, questi, con mille astuzie, entravano nel Regno. Se alcuni capi della polizia non si vendevano, gli agenti minori erano però uno sciame di ladroni e di affamati, e perciò lo zelo dei capi perdeva efficacia, sempre che, per tradursi in atto occorresse l'opera dei subalterni.

Anche sulla polizia borbonica sì fece il romanzo. Come emanazione di governo assoluto, che aveva paura dell'ombra sua, in un paese eccitabile e ciarliero, nel quale le classi infime erano abbandonate ai loro peggiori istinti, e le classi dirigenti, poche eccezioni a parte, erano presso che prive di vero equilibrio morale; e con a capo un re, come Ferdinando II, bizzarra contraddizione di paura e di coraggio, di tristizia e di bonarietà, napoletano in tutta l'estensione della parola, la polizia concorreva a peggiorare l'ambiente, dal quale era essa medesima resa più triste e corrotta, C'era poi un commissariato di polizia addetto al ministero, avente a capo il Maddaloni, che aveva grado, soldo ed onori di giudice di Gran Corte civile. Senza tener conto dei bassi agenti, detti feroci, la città di Napoli contava essa sola, in quegli anni, più di dugento fra commissari, ispettori, viceispettori e cancellieri, non calcolando gl'impiegati del ministero e della prefettura, né gli agenti dei tre circondarli. Antonio Soialoja, confrontando i bilanci napoletani coi piemontesi, rilevò che, nonostante le cifre minori iscritte in bilancio, la polizia della sola città di Napoli e casali costava all'erario circa centomila ducati, somma ben considerevole allora; né alcuno dei tanti, che scesero in campo a confutarlo, potè mettere in dubbio l'esattezza di tale affermazione. Naturalmente, nei centomila ducati erano comprese le cosi dette spese segrete per lo spionaggio in ogni classe sociale, specie nella borghesia e fra gli studenti.

Con reale decreto del 2B dicembre 1852, la regia Università degli sbadii di Napoli fu messa sotto la speciale protezione di San Tommaso d'Aquino, e venne parimente disposto che i suoi professori titolari, non meno che il presidente e i membri del Consiglio generale di pubblica istruzione, dovessero portare so spesa al collo, a guisa di onorificenza, una medaglia dorata sormontata dalla reale corona, avente da una parte l'effigie del santo protettore con l'epigrafe: Divus Thomas Aquintis Regiae Neapolitanae Unioersitatia professor et patronus, e dall'altra l'epigrafe: Ferdinandus II Rex P. F. bonarum artium stator.

Il nastro di color celeste, simbolo dell’Immacolata, alla quale era sacra la chiesa dell’Università, aveva diverse dimensioni secondo che serviva per il presidente del Consiglio di pubblica istruzione o per i semplici consiglieri, per il rettore o per i professori.

Era rettore dell’Università don Mario Giardini, professore di fisica sperimentale. Sei le facoltà: teologia, matematica, scienze naturali, giurisprudenza, belle lettere e filosofia, e medicina. Se abbondavano gl'insegnanti mediocri ed oscuri, non mancavano scienziati di gran valore e alcuni di fama europea. Nicola Nicolini, presidente della Corte suprema, insegnava diritto e procedura criminale; Michele Tenore, botanica; Luigi Palmieri, logica e metafisica; Filippo Carrillo, leggi civili; Placido de Luca, economia pubblica (la parola politica venne mutata in pubblica); Michele Zaunotti, meccanica razionale; Niccola Trudi, calcolo sublime; Annibale de Gasperis, astronomia e geodesia; Arcangelo Scacchi, geognosia; Felice de Benzis, oftalmiatria; Gaetano Lu carelli, fisiologia, e Giuseppe Movne dirigeva la clinica oftalmica. Professori emeriti, Paolo Tacci e Vincenzo Flauti nella facoltà matematica, e don Franco Rosati in quella di medicina.

Filippo Carrillo, che era anche consultore di Stato, ebbe una moglie col nomignolo di Donna Ciomma, cioè "donna Girolama”, quale salì a grande notorietà, insieme al marito, per avere ostentata, dopo il 1849, gran devozione alla dinastia e raccolte molte firme alla supplica per l'abolizione dello Statuto. Fu in quel tempo, che avendo il Carrillo fatto apporre sull’entrata principale di una sua villa a Portici l'emblema d'una pigna, venne fuori questo epigramma, attribuito anch'esso al Caccavone:

Questa pigna sul portone

Qualche cosa dir vorrà:

È la faccia del padrone,

Che in durezza par non ba.

Filippo Carrillo morì nel 1855 d'idropisia, e l'anno dopo gli successe nell’insegnamento don Giuseppe Testa, anzi don Peppe Testa, che veniva da Chieti, nel cui liceo era professore di diritto civile. Chi della mia generazione non ha conosciuto e non ricorda questo tipo caratteristico di giurista eminente, rimasto chietino nel discorrere, negletto negli abiti e nel patriarcale costume? Chi non ricorda quell'alta, rosea e tabaccosa figura, che portava guanti neri, divenuti, per il lungo uso e per la larghezza della misura, come egli li chiamava, cauzarielli?(39) Montando sulla cattedra se li cavava; e, finita la lezione, li rimetteva, senza muover le dita, né aveva bisogno di adoperar una mano per distendere il guanto sull'altra. La cattedra del Testa fu sempre tra le più affollate. Il professore parlava con la nasale e lamentosa cadenza abruzzese, ma quanta chiarezza e dottrina in quelle lezioni! Gli successe, dopo il 1870, il suo più valoroso discepolo Diego Colamarino, altro tipo caratteristico, morto non ancora cinquantenne e già mio collega nel vice sindacato di Porto, durante il sindacato del mio carissimo e indimenticabile Guglielmo Capitelli.

L’Università era per altro deserta. Gli studii privati, tenuti da uomini di grande valore raccoglievano prima del 1848 tutta la gioventù, e primeggiavano quelli di Roberto Savarese, che insegnava diritto romano, diritto e procedura civile; di Luigi Palmieri che insegnava, ad un tempo, chimica sperimentale, filosofia e diritto di natura; di Giuseppe Pisanelli che dettava diritto penale; di don Carlo Cucca, ritenuto somma autorità in diritto canonico. Lo studio di Paolo Tucci e di Salvatore de Angelis, che insegnavano matematiche elementari e sublimi, era frequentato da centinaia di giovani; e cosi pure quelli di Francesco de Sanctis e di Leopoldo Bodiné, succeduti, nell'insegnamento delle lettere italiane, al marchese Basilio Puoti; e quello dell'abate Antonio Mirabelli, professore di lettere latine.

L'insegnamento universitario era tradizionalmente formale, e lo divenne ancora di più dopo il 1848, per gli eccessi della polizia e le re strizioni del governo.

All’Università si facevano gli esami pubblici, ma senza pubblico; e, andati in esilio Savarese, Pisanelli e De Sanctis, gli studii privati non rifiorirono che nel 1889, come sarà appresso notato, e fu l'ultima rifioritura.

Il numero degli studenti non arrivava al quinto di quello che è oggi, sebbene l'Università di Napoli fosse unica nei reali dominii di qua dal Faro. In quel tempo non vi era iscrizione, e perciò non è possibile una statistica esatta, ma solo approssimativa. Per gli anni 18525354 ho potuto raccogliere le cifre degli studenti, che presero laurea o licenza nelle varie facoltà.

Nel 1852 furono rilasciate 1022 cedole in belle lettere; nel 1853 1086, e 904 nel 1854. Negli stessi anni, nella facoltà di legge vi furono, complessivamente, 2433 fra lauree e licenze per notai; nella facoltà di medicina, 1927, fra lauree e licenze per levatrici e flebotomi; e nella facoltà di matematica 698, tra architetti e agrimensori, mentre le cedole di farmacia furono 692. Notevole è il confronto di queste cifre con quelle di oggi. Né coloro, che ottennero lauree, licenze e cedole, frequentavano l’Università, poiché, non essendovi iscrizione obbligatoria, come ho detto, la frequenza ai corsi era perfettamente libera.

L’insegnamento universitario fu negli ultimi anni, soprattutto per alcune materie, un beneficio semplice per molti professori che non facevano lezioni. Le tasse scolastiche erano minime, in confronto delle presenti, e si pagavano solo per la cedola e per la laurea; mentre se questa non era spedita, non si pagava niente.

A mantenere limitato il numero degli studenti contribuivano, oltre la difficoltà dei mezzi di comunicazione tra Napoli e le Provincie, le vessazioni della polizia, la quale, non contenta di seccarli in tutti i modi, ne ordinava, di tanto in tanto, lo sfratto per timori immaginari. Erano anzi gli studenti una miniera per la bassa polizia, e le astuzie, alle quali ricorrevano per non essere molestati, meriterebbero una vera storia umoristica.

Non esisteva alcuna garanzia per loro, quando non potevano disporre di danaro o d'influenze. Dovevano essere tutti provveduti della "carta di soggiorno” che si rinnovava ogni mese, a libito della polizia, mercé regali e mance, e dovevano essere ascritti alla congregazione di spirito e frequentarla tutte le domeniche, ascoltare la messa e la predica, cantar l'ufficio e confessarsi. Oltre alla congregazione di spirito dell'Università, di cui era prefetto il prete don Antonio d'Amelio, vi era quella di San Domenico Soriano, diretta dal prete don Gennaro Alfano, alla quale erano iscritti più di cinquecento giovani. Senza il certificato di aver assistito a quelle congregazioni, non si era ammessi agli esami, e si può bene immaginare quante mance, burle e finzioni si adoperassero per ottenere il certificato, senz'assistervi. La polizia teneva d'occhio le case e i caffè degli studenti più in vista.

Frequentissime le perquisizioni; e guai se si trovava qualche libro, sul cui frontespizio fosse stampata la parola politica. I nomi di certi autori portavano dritto dritto all'arresto: cosi Machiavelli, Botta, Giannone, Colletta, Leopardi, Gioberti, Massari, Berchet, Giusti, fra i principali. Quando fu pubblicato il Rinnovamento, parecchi studenti riuscirono ad averne una copia, e por leggerla si riunivano alla chetichella ora in una, ora in altra casa. Una sera, mentre alcuni di loro, in casa di Tommaso Arabia, leggevano questo libro, alcuni agenti e un cancelliere li sorpresero.

Fu buttato il libro nel pozzo; e preso un mazzo di carte, gli adunati si disposero in giro ad una tavola, facendo vista di giuocare. Ma non valse quest'astuzia, perché i feroci dopo averli maltrattati con villane parole, li trassero in arresto, come colpevoli di giuochi proibiti. Gli studenti ricchi, pochi; ma anche quelli, che appartenevano a famiglie facoltose, erano tenuti a stecchetta. Uno studente ben provvisto veniva segnato a dito fra i compagni. E però vivevano in tre o in quattro, conterranei, comprovinciali o parenti, occupando camere o quartierini della vecchia Napoli, o nel quartiere di Montecalvario, agli ultimi piani. Il letto, una tavola da studio, un cassettone e qualche sedia: ecco la suppellettile che lo studente portava dal paese nativo; e perciò, quando avvenivano gli sfratti, era caratteristico vedere al Molo montagne di materassi, che si caricavano sul vapore in partenza per Pizzo, perché erano i calabresi quasi sempre primi ad essere sfrattati. Altri abitavano, come si diceva, in famiglia, cioè erano dozzinanti presso famiglie d'impiegati, di pensionati, di piccoli professionisti, di commessi di negozio; e la padrona di casa, sa non proprio vecchia, finiva per essere ramante di uno dei suoi giovani inquilini; e se aveva figliuole, erano amori, promesse, giuramenti, scene clamorose di gelosia, e... frittata finale. Lo studente, tornando in provincia narrava con compiacenza i suoi amori di Napoli, e quasi sempre esagerava, lasciando credere più di quanto realmente fosse. Molte volte centravano la polizia e il curato, e allora la faccenda finiva con un matrimonio imposto, o con quattrini pagati a titolo d'indennizzo.

Anche ai miei tempi, studente era per i napoletani qualità dispregiativa e voleva dire zotico, sfrontato, spiantato, arruzzuto.

Gli studenti in genere erano detti calavrisi, perché, cosa davvero strana, i provinciali meno riducibili e più temuti dalla polizia, erano, non i pugliesi o gli abruzzesi, ma quelli di Calabria, anche perché meno atti a rifarsi nelle apparenze e nelle abitudini, al contrario dei pugliesi, per i quali, appena giunti a Napoli, il sarto e il barbiere erano la principal cura. Gli studenti più poveri, e ve n'erano di quelli che ricevevano dalle famiglie non più di sette od otto ducati al mese, pranzavano in piccole osterie della vecchia Napoli, con pochi grani al giorno.

Era celebre, e tuttora esiste, l'osteria di monzù Testa, in via dei Tribunali. E vi erano bettole ancora più economiche, dove lo studente poteva sfamarsi con pizze, castagne e olive. Oggi uno studente non costa alla sua famiglia meno di cenciquanta lire al mese; ha la sua camera mobiliata, pranza al restaurant o alla pensione, ed è generalmente un politicante fastidioso, il quale non ha paura di nessuno, essendo convinto che con la violenza e l'appoggio del deputato, riesce a bucare leggi e regolamenti scolastici. Allora, ruvidi e poveri, avevano elevate idealità, che li rendevano simpatici, né a torto la polizia li temeva; oggi, coi loro eccessi calcolati e le tendenze realistiche, delle quali menano vanto, riescono, tutto compreso, un tipo antipatico. Allora riportavano da Napoli la goffaggine del dialetto e degli scherzi; oggi vi aggiungono le perfezionate trappolerie elettorali, le ambizioncelle precoci e le amicizie coi peggiori politicanti partenopei.

L'autorità vedeva di mal occhio l'agglomerarsi degli studenti in Napoli, e perciò non erano tollerati che quelli già muniti della licenza professionale, che si otteneva nei licei di provincia. A Napoli bisognava rimanere il tempo strettamente necessario per dare gli esami di laurea; anzi non si rilasciavano passaporti negli ultimi anni a studenti privi della licenza professionale. Però si trovava modo d'aggiustar tutto con pecunia e neppur molta. Non era permesso venire dalla Sicilia a studiare in Napoli. Se di qua dal Faro non v'erano altre Università, presso i principali licei delle provincie esistevano cattedre di diritto e procedura civile, di diritto e procedura penale, di diritto romano, di anatomia e fisiologia, di chirurgia teorica e pratica, di medicina pratica, di chimica farmaceutica e di storia naturale; e in qualcuno, come in Aquila, di medicina legale e materia medica, di mineralogia e geologia. I reali licei o collegi avevano un convitto, diretto dai gesuiti o dagli scolopii, i quali insegnavano generalmente lettere, filosofia, scienze fisiche e matematiche. Gli altri professori erano laici. Cosi, a Lecce insegnava diritto e procedura civile don Vitantonio Pizzolante, che fu deputato di Manduria nel 1876; Luigi Grimaldi, padre di Bernardino, insegnava nel liceo di Catanzaro le stesse materie, nonché il diritto romano; e Francesco Fiorentino, giovane a ventiquattro anni, aveva già acquistato tal nome negli studii teologici e filosofici, che dava private lezioni di teologia ai novizii scolopii del liceo di Catanzaro, e di filosofia del diritto a una numerosa studentesca laica, e teneva aperti su di lui gli occhi della polizia, che lo vigilava senza tregua, finché un giorno lo bandi addirittura a Monteleone. I licei, con gl'insegnamenti più. completi, erano quelli di Salerno, Bari, Catanzaro e Aquila.

Xl collegio di Chieti era diretto dai padri delle scuole pie, od e|)be insegnanti valorosi, tra i quali, nelle scuole universi ii. e, il Testa, finché non fu chiamato a Napoli, e quel canonico Giacomo, professore di diritto romano che, concorrendo più tardi, alla stessa cattedra nell’Università di Napoli, maravigliò esaminatori e uditori, parlando con mirabile facondia due ore di fila in latino, e citando a memoria lunghi brani di Papiniano e Giustiniano. Era soprannominato 'o prevetariello (((40))) Liberale fino al 1860, divenne poi intransigente e mori vescovo dei Marsi nel 1884. Insegnava pure diritto penale Niccola Melchiorre, che fa poi deputato di sinistra in varie legislature, e presidente per molti anni del Consiglio provinciale. Era il solo, che facesse lezione col cappello in testa, per cavarselo rispettosamente ogni volta che doveva nominare la Sacra Real Maestà del Re. Il collegio di Chiefei aveva in quel tempo un gran buon nome; vi furono educati, fra gli altri, Giulio de Petra e Filippo Masci e vi ebbe dignità di priore Angelo Angelucci, che divenne medico valoroso e fu carissimo al De Meis. Io lo conobbi, molti anni dopo, in una condotta del comune di Umbertide, in provincia di Perugia, e poi sanitario della casa penale di Solmona uomo, per la cultura e l'animo, degno di miglior sorte e spentosi quasi in miseria, pochi anni fa, in Aversa. Anche il liceo di Catanzaro era affidato agli scolopii; quelli di Bari, di Salerno e di Reggio, ai gesuiti. Gli altri erano quasi tutti egualmente affidati a gesuiti e a scolopii, ma soltanto ai quattro su nominati venne data facoltà di conferire i primi gradi in legge, medicina, matematica e fisica, cioè la cosi detta licenza professionale, onde non v’era bisogno che gli studenti dei primi anni si recassero a Napoli. Era ciò molto economico per le famiglie. Nella smania demolitrice che seguì al 1860, quegli insegnamenti si andarono via via abolendo, mentre assai migliore partito sarebbe stato perfezionarli e renderli completi, per non agglomerare tanta moltitudine di giovani a Napoli, né creare altre Università in ambienti refrattari alla coltura.

Accanto all’Università fioriva l'Almo Real Collegio dei teologi, istituito da Ruggiero, onorato e privilegiato da Giovanna II e da Alfonso d'Aragona, ed arricchito di grazie da diversi papi.

Spettava ad esso conferire la laurea in teologia ed esaminare i libri che si davano alle stampe; ed erano i suoi membri consultati come teologi di Corte. Abolito nel 1812, rivisse nel 1821 e in parte riebbe gli antichi privilegi; ma il conferimento delle lauree, dopo che fu riordinata 1’Università e istituita la facoltà teologica, venne delegato a questa facoltà, con l’intervento di quattro maestri dell'Almo Collegio. Questo dava pure dei saggi con dissertazioni sopra i problemi religiosi, che l'eresia e l’ignoranza negavano o mettevano in dubbio. Primo maestro onorario, il papa; primo maestro partecipante, l'arcivescovo di Napoli; decano perpetuo, monsignor Coole; vicedecano, monsignor Salzano e maestri onorarli, i cardinali Macchi, D'Andrea, Cosenza, Cagiano e Antonelli.

Tutto il Collegio aveva quarantotto maestri, dei quali trentadue appartenevano al clero secolare e sedici al regolare, cioè quattro per ordine mendicante, e perciò esclusi i gesuiti.

L'insegnamento elementare limitatissimo, cosi in Napoli, come nelle provincie. Fino al 1860, Napoli non ebbe che quattro scuole municipali gratuite e che scuole! Era preposto all’insegnamento elementare di tutto il Regno, don Giuseppe Turiello un gran galantuomo, padre di Pasquale e fratello di Vincenzo, direttore dell'Omnibus. Come di questi due fratelli, uno si chiamasse Turiello e l'altro Torelli, sarà bene dirlo. Erano originarii di Basilicata e andarono a Napoli, giovanissimi. Un terzo fratello, che si chiamava Aniello, trovando insopportabile la cacofonia del suo nome col cognome Turiello, cambiò questo in Torelli: sostituzione che Vincenzo accettò di buon grado, ma Giuseppe respinse, volendo rimanere Turiello. Egli si adoperava ad aumentare il numero delle scuole nelle provincie, ma trovava ostacoli insuperabili nei vescovi e nello stesso monsignor Apuzzo, il quale, al Turiello che un giorno gli ripeteva, con maggior calore del solito, le sue proposte, battendo amichevolmente con le mani sulle ginocchia, rispose: “Non tanta istruzione, non tanta istruzione, caro don Peppino". Né di minori sospetti erano circondati i rarissimi asili d'infanzia.

Presidente del Consiglio di pubblica istruzione era don Emilio Capomazza, consultore di Stato, uno dei tipi indimenticabili di quel tempo, perché ad una vasta cultura canonica univa uno spirito volterriano, insofferente d'ogni inframmettenza del potere ecclesiastico nelle cose civili, e giannonista implacabile. Avversava i gesuiti, e non erano infrequenti i conflitti con la Compagnia e coi suoi protettori, che avevano radici in Corte, non nell'animo del re, il quale li temeva più che non li amasse e non poteva tollerarne l'invincibile tendenza all’intrigo politico.

Don Emilio, come Ferdinando lo chiamava familiarmente, ave va abitudini curiose. Innanzi tutto, pur essendo molto ricco, era altrettanto avaro, ma d'una avarizia più stravagante che sordida. Se ai figliuoli lasciava mancare qualche volta il necessario, quando mori essi trovarono infilzate ad un uncino non so quante polizze dei suoi stipendi, le quali da anni non riscoteva.

I figli e la moglie avevano per lui un sentimento di affetto misto a terrore. Abitava nel suo palazzo al vico Nilo; ma quasi ogni giorno, uscendo dall'ufficio, andava, in un carrozzone caratteristico nell'altro suo palazzo all'Arco Mirelli, dove, vestito così com’era, prendeva una zappa e per alcune ore lavorava nel giardino. In quelle ore a tutti era vietato di entrare, ma gl'inquilini si divertivano un mondo, vedendo il vecchio consultore zappare la terra. La vita di umilio Capomazza, che mori molto vecchio, dopo il 1860, meriterebbe uno stadio e sarebbe desiderabile che se ne occupasse qualcuno dei nipoti. Dì figliuoli, il maggiore fu Carlo, morto prima del padre, essendo consigliere di Corte d'appello. Se oggi fosse vivo, occuperebbe uno dei più alti poti in magistratura, tanto era egli stimato per la dottrina giuridica e l'anima di galantuomo. Carlo fu padre di Emilio, presente marchese di Campolattaro e già sindaco di Napoli, e di Guglielmo, che fu aiutante di bandiera del duca degli Abruzzi, ed oggi è capitano di vascello.

Il noma del vecchio Capomazza si legge nell'ultima pagina di tutti i libri pubblicati a Napoli nell'ultimo decennio, perché era attribuzione sua, quale presidente del Consiglio generale di pubblica istruzione, permetterne la stampa. La formula sacramentale del permesso era: Si permette che la suindicata opera si stampi; però non si pubblichi senza un secondo permesso che non si darà, se prima lo stesso regio revisore non avrà attestato di aver riconosciuto esser l'impressione uniforme all'originale ap i


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CAPITOLO VI

SOMMARIO: La diplomazia napoletana in Europa — Potrulla ministro a Vienna — Giorgio di Brocchetti aggiunto di legazione — Si fa frate — Capece Galeota e Grifeo, Carini e Antonini — Gli incaricati di affari — Muore a Roma il marchese di Sangiuliano — Gli succede Giacomo de Martino — I superstiti di quella diplomazia — Ministro degli esteri era il re — Istruzioni significanti — Antonini chiamato a Napoli per il riconoscimento di Napoleone III — Suo diario inedito — Sue rivelazioni a Bianchini — Canofari incaricato di affari a Torino — Suoi imbarazzi dopo il 1959 — Il diario della baronessa Silvio — La diplomazia napoletana paurosa del Piemonte — Brani inediti del carteggio di Antonini — Prima e dopo il Congresso di Parigi — I documenti pubblicati da Nicomede Bianchi — Necessità di collazionarli — Quanto avvenne dopo la rivoluzione — Ministri esteri a Napoli — Bermudez e le sue vanterie — Il testamento — Ruiz de Arana segretario alla legazione di Spagna — Muore di colera — Carteggio inedito di Alfonso e Cesare della Valle di Casanova — Gropello e suoi amici di Napoli — Il Marchese del Vasto, introduttore dei diplomatici — I suoi pranzi.

Sino al 21 ottobre 1866, la storica giornata in cui i ministri di Francia e d’Inghilterra, abbassati gli stemmi, lasciarono Napoli, il Regno stette in rapporti diplomatici con quasi tutti gli Stati d’Europa. A Vienna, a Parigi, a Pietroburgo, a Londra, a Berlino e a Madrid c'erano inviati straordinarii, col titolo di ministri plenipotenziari; negli Stati minori, incaricati di affari; e cosi pare negli Stati Uniti e nel Brasile, sole potenze non europee, nelle quali il Regno avesse rappresentanza diplomatica. Il ministro napolitano a Madrid era accreditato anche presso la Corte portoghese; e l'incaricato d'affari di Torino presso la repubblica Elvetica. In Baviera fu istituita la legazione nel 1856, quando s’imbastiva il matrimonio fra il duca di Calabria e l'arciduchessa Maria Sofia:

matrimonio la cui origine rimonta a quell'anno, e la cui iniziativa fu tutta della regina Maria Teresa. Decisa la cosa in massima, venne creata la legazione e affidata al conte Guglielmo Ludolf, che ebbe per aggiunto Emilio Cavacece, sostituito l'anno dopo da Domenico Bianchini. Il Ludolf è morto quasi novantenne in questo anno. Ministro plenipotenziario a Londra era il principe di Carini, succeduto al Castelcicala; il marchese Antonini era ministro a Parigi; e a Vienna, il principe di Petrulla, uno dei pochi patrizii siciliani, che nel 1848 rimanesse devoto ai Borboni, onde venne dichiarato dal parlamento dell'Isola traditore della patria. Si chiamava Giovanni Gioeni Cavaniglia ed aveva anche il titolo di duca d’Angiò. Era piccolo e brutto, e sul suo conto si narravano storie losche, non ultima quella che Giacomo Tofano, fra lo stupore generale, raccontò alla Camera dei deputati nella seduta del 16 gennaio 1862: storia, la quale venne alla luce per una querela che presentò contro di lui, per frode e falsità, donna Caterina dei Medici, figlia del principe d’Ottajano e moglie del marchese Cavalcante. Petrulla fu difeso da Roberto Bavarese e da Giuseppe Pisanelli, e nella memoria defensionale stampata a Napoli nel 1839, sono narrati i particolari di quei fatti, che procurarono all’imputato il carcere preventivo, dal quale usci in libertà provvisoria, per deliberazione del 3 novembre 1835 della Camera di consiglio. Proseguiti gli atti istruttorii nel 1839, grazie al valore dei suoi avvocati, venne assolto; ma con stupore generale, dieci anni dopo, fu nominato inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Vienna l'Uno dei capricci di Ferdinando II. Il Petrulla non aveva finite di pagare gli avvocati, e il Pisanelli, esule a Torino, dové tribolare parecchio, per ottenere il resto del compenso.

Il Petrulla sostituiva alla scarsa cultura una dissimulazione perfetta. Parlava poco e si circondava di un'aria di mistero; benché principe e ministro del re di Napoli, non in tutt’i saloni di Vienna era ricevuto. Uno dei più eleganti e ricercati era quello della principessa di Schonborn, congiunta del defunto cardinal di Praga. I diplomatici facevano a gara per eeservi ammessi, né il penetrarvi era facile, perché la principessa teneva a non ricevere persone di dubbia fama, e il Petrulla non vi ebbe mai invita. Egli viveva quasi appartato dalla vita sociale; si levava di buonissima ora, e poiché era un grande sportmann, faceva lunghe passeggiate a cavallo, o guidava al Prater

sez nous (((41))). Pochi giorni dopo si fidanzarono ufficialmente. La bellissima creatura, che doveva essere poi tanto infelice, Fa chiamata "la piccola rosa di Baviera”. Le nozze si celebrarono nell'agosto dei 1854, ed ebbero una nota romantica, che era cominciata nel parco di Possenhofen qualche mese prima, quando il giovane imperatore vi era andato per conoscere la principessa Sofia, sorella maggiore di Elisabetta, perché doveva fidanzarsi a lei, che sposò poi il principe di Thurn et Taxis, un omaccione ordinario, ma straricco. Sofia, non interessante come le sorella, rivelò per alcuni anni la sua tristezza. Domenico Bianchini ricorda di averla veduta al matrimonio di Maria Sofia a Monaco, con grande aria malinconica, che tutti attribuivano al mancato matrimonio con l’imperatore.

Il Di Brocchetti non rivide più il Petrulla; anzi, incontratisi nel 1860 a Napoli, per le scale del ministero degli esteri, essendo il Di Brocchetti già divenuto prete dell'Oratorio, non si salutarono neppure. Il Petrulla, benché vecchio, era impetuoso, superbo, odiatore del mondo, avido di danaro, ma non privo di una certa acutezza diplomatica. Se le lettere scritte da Vienna a Paolo Versace nel 1856, e pubblicate da Giuseppe Carignani, nella vita del Versace, furono scritte da lui, come tutto lascia supporre, il Petrulla non s’ingannava circa il falso indirizzo della politica del re di Napoli, e non a torto ne prevedeva tristi effetti. Restò ministro di Napoli a Vienna anche dopo i 1860, come restò il San Martino a Madrid. È noto che l'Austria e la Spagna non riconobbero la nuova Italia, che dopo la guerra del 1866. Francesco II, non più re, non poteva corrispondere alcun assegno a questi suoi ministri, e il duca di San Martino, generoso e leale uomo, vi si rassegnò; non cosi il Petrulla, il quale, dovendo inviare a Francesco II alcune migliaia di fiorini, che l'imperatore e gli arciduchi mandavano al detronizzato sovrano, ne ritenne la maggior parte, che credeva rappresentare le sue competenze, e la minor parte inviò a Roma. Il re ne fu cosi offeso, che immediatamente gli ordinò di dare la consegna della legazione al regio incaricato di affari a Dresda, Ernesto Merolla, che la resse sino all'arrivo del nuovo ministro, Antonio Winspeare.

Il Petrulla si ritirò più tardi a Trieste, dova mori, lasciando erede della sua cospicua sostanza il principe Vincenzo Pignatelli Denti, suo parente per parte di madre. E il Pignatelli, sia detto a sua lode, senti il dovere di restituire a Francesco II la somma indebitamente ritenuta.

Il Capece Galeota dei duchi della Regina era da un pezzo ministro a Pietroburgo; il conte Luigi Grifeo a Berlino; il principe di Carini a Londra; il marchese Riario Sforza a Madrid, o nominalmente, il conte Giuseppe Ludolf a Roma. Segretario di ione a Londra era nel 1856 Raffaele Ulisse, che pochi oggi ricordano con questo nome, ma molti rammentano col nome di di Barbolani, anzi, con quello più recente, di Barbolani di Cesapiana: da Londra il Barbolani fu destinato al Brasile, dove i trovava nel 1860, Tornò in Italia e fu per poco tempo al ministero degli esteri; poi, andato in America col grado di ministro, stette sino al 1867, e fu poi segretario generale del Menabrea, ministro al Giappone e in Baviera, e infine con mal garbo venne messo in riposo dal Crispi. Mori a Colle di Macine sua patria, il 13 ottobre 1900, neppur senatore, anzi indegnamente obliato dal governo. Tra i principali incaricati di affari, ricordo, oltre a Guglielmo Ludolf a Monaco di Baviera, l'aquilano Canofari, a Tono; Augusto Milano dei duchi di Santo Paolo, a Firenze, e Giaomo de Martino, destinato a Roma da Rio Janeiro, dove non era mai andato. Tranne quest'ultimo, che molta parte ebbe nel 1860 e anche dopo, tutti gli altri copre un malinconico oblio. Il principe di Carini, Antonio La Grua, e il conte Luigi Grifeo erano siciliani come Petrulla; e il Capece Galeota aveva sposata nel 1858 la bellissima vedova del principe Pignatelli Cerohiara, la quale assai brillò per lo spirito e il talento alla Corte di Pietroburgo ed era figliuola di Emilio Capomazza. A Roma fungeva da incaricato d'affari il marchese di Sangiuliano, da non confondersi con coi Sangiuliano di Sicilia, perché nasceva Severino Longo faceva le veci del conte Ludolf, che seguitò ad avere il titolo di ministro. Il Sangiuliano era segretario di legazione; e quando sua moglie nell'ottobre del 1855, trovandosi a Napoli, chiese la promozione del marito a incaricato d'affari effettivo e l'ottenne, giunse da Roma la notizia per telegrafo che il Sangiuliano vi era morto di colera.

A lui successe il De Martino, che vi restò sino a quando fu nominato ministro degli esteri nel ministero costituzionale di Francesco II. Giacomo de Martino, che i suoi amici chiamavano Giacometto, aveva fin d'allora fama di scaltro e d'irrequieto, e il re non aveva molta simpatia per lui, benché gli avesse reso buoni servizii nella quistione degli zolfi. Il De Martino era allora nella carriera consolare.

Il principe di Carini dipingeva discretamente, ma non godeva di alcun credito come diplomatico; scriveva dei rapporti in un linguaggio da caffè, come si vedrà più innanzi, ed aveva in moglie una figlia del generale Kellermann, signora di molto garbo. I diplomatici napoletani, privi di autorità e di ogni iniziativa, si sfogavano in lettere intime con persone di fiducia, o quando andavano in permesso a Napoli. "Sono anni che prego, che insisto, che prevedo, che guardo attentamente l'avvenire, scriveva il Petrulla al Versace, ma non ai è creduto danni ascolto; speriamo che mi sono ingannato e che m'inganno ancora adesso”. Paolo Versace, uffiziale di ripartimento al ministero degli esteri, e più volte adoperato in missioni diplomatiche, aveva fama di negoziatore avveduto, ma i malevoli, facendo dello spirito, lo chiamavano versatile. A lai scriveva pure il Petrulla, nell'ottobre del 1866: “ricordiamoci che noi siamo soli, e che nessuno ci aiuterà”, mentre il Milano, noto per la sua inettitudine, aveva per intercalare: Sono occupatissimo e non posso dir nulla; cosi come un altro suo collegio, assumendo un'aria comica di mistero, diceva: io saccio na eosa, ma no a pozzo di (((42))): un misto di drammatico e di faceto. A Ferdinando II bastava che i suoi diplomatici eseguissero senza discutere i suoi ordini. E poi aveva dogli apriorismi curiosi. Era persuaso che, nonostante la rottura dei rapporti con la Francia e l'Inghilterra, non potesse mancargli l'appoggio della prima, per paralizzare le influenze inglesi nel Regno, e lo fece dire a Napoleone dai due delegati che mandò a Parigi, dopo l'attentato di Orsini, e che furono il principe di Ottajano e il Versace stesso, che condussero come segretario Eugenio Bouquai, già ufficiale di cavalleria, e ufficiale nel ministero degli esteri, ritenuto il più capace fra i segretari di quel ministero. Ad essi il re diè istruzioni categoriche in questo senso, anzi le dettò egli al Versace, in Gaeta, la sera del 23 gennaio 1858.

Infatuato della sua potenzia, non temeva pericoli. Fa in quell'occasione che mise fuori il suo motto: "essere il Regno protetto per tre quarti dall'acqua salata, e per un quarto dalla scomunica". Ma più fatale apriorismo era quello di credere che dovesse vivere eternamente, e questa convinzione contribuiva a non dargli nessuna coscienza o visione dei pericoli.

Questi diplomatici provenivano da famiglie nobili e borghesi, nelle quali le tradizioni degl'impieghi politici e consolari erano piuttosto antiche, e che il re concedeva per benevolenza o di capriccio. Il ministero degli affari esteri non ebbe alcun organico fino al 1848, onde vi si entrava, vi si rimaneva, o se n'era mandati ria per volontà del sovrano. Più tardi il ministro Fortunato lo pareggiò agli altri ministeri, nel senso che furono banditi i primi concorsi e fissate alcune norme di carriera; ma nessuno dei giovani riusciti nei primi concorsi pervenne al grado di ministro, durante il regno dei Borboni; lo furono, nel regno d'Italia, Fava, Barbolani, Martusoelli, Bianchini, Curtopassi, Anfore di Licignano, De Luca, primo ministro d’Italia a Pechino, Renato de Martino, figlio di Giacomo. Il Fava, l'Anfora e il de Luca provenivano dalla carriera consolare. Dei ministri plenipotenziari degli ultimi anni, quasi tutti vecchi, nessuno fu mutato sino al 1860. E v'ha di più: il ministero degli esteri seguitò a rimanere alla immediazione del re, alla cui segreteria particolare prestavano servizio due ufficiali di quel ministero, uno dei qaali, adoperato qualche volta come corriere di gabinetto, era Gioacchino Falcon. Per effetto del nuovo ordinamento, il Versace divenne capo del ripartimento politico, ma sempre per eseguire quanto veniva ordinato dal re, o direttamente con le sue decretazioni concise e spesso capziose, o per mezzo del Carafa, per il quale il Vernice non moriva di tenerezza. Se per Ferdinando II la diplomazia era l'arte d'ingannare la gente, quando la indipendenza del suo regno era in giuoco, o egli credesse minacciata o insidiata l'autorità sua, la voce di questa diplomazia diveniva grossa e imprudente, come si rivelò in occasione del Congresso di Parigi.

Il ministro degli esteri nel regno delle Due Sicilie era dunque il re. Le istruzioni ai suoi agenti le dava lui, in quegli ampli fogli dagli orli dorati: e in cima ai fogli, seguendosi il costume spagnolo, si leggeva: Il Re, a grosse lettere; e alla fine, la firma autografa in chiara calligrafia; Ferdinando. Sono in mio potere le istruzioni originali mandate al ministro Antonini, quando l'accreditò nel 1834 a Berlino, e nel gennaio del 1849 a Parigi.

Non si leggono senza una certa ammirazione. Dalle prime n rivela che Ferdinando II aveva l'intuito che il regno di Luigi Filippo non sarebbe di lunga durata, e che, nato dalla rivoluzione, capitanata da borghesi dottrinari! e turbolenti, sarebbe stato travolto da una rivoluzione più radicale. Egli giudica quel governo dal suo punto di vista di re di diritto divino, che non riconosce alcuna dottrina che lo limiti, e quella nota sottoscritta da un principe di ventiquattro anni, imbevuto di principi così rigorosamente legittimisti, è in sostanza un trattato di governo assoluto. La stessa logica per la Spagna, dove il ramo legittimo dei Borboni, dopo la morte di Ferdinando VII, era per lui quello di don Carlos. E quando si pensi che Luigi Filippo era suo stretto congiunto, e la regina Cristina di Spagna sua sorella, e la minorenne Isabella, sostenuta dai liberali, sua nipote, si deve riconoscere che in Ferdinando II gli stessi vincoli di sangue erano men forti dei doveri a lui imposti dalla regalità di diritto divino. Il suo ministro degli affari esteri, il principe di Cassaro Antonio Statella, era assolutista rigido, il quale scriveva in usa asmatica forma di purista, e con una punteggiatura stravagante; ma dall'insieme di quelle istruzioni traspare la mente del re, con quella fatale coerenza che l'accompagnò sino alla morte.

Non meno importanti sono le istruzioni inviate allo stesso Antonini nel gennaio del 1849. Lo accreditò ministro presso la repubblica francese, dopo l'elezione a presidente del principe Luigi Napoleone Bonaparte, nel quale se non vedeva in quei giorni il futuro imperatore, riconosceva un'efficace garanzia di ordine politico e sociale; e perciò nutriva fiducia, che il governo francese avrebbe cooperato potentemente a ristabilire l'autorità del re di Napoli in Sicilia. E alla fine delle istruzioni incarica l'Antonini di far valere i diritti legittimi della Corona di Napoli sul Ducato di Parma e di Piacenza, se mai nel congresso di Bruxelles, del quale allora si parlava, si fosse proposto di concedere quel Ducato al Piemonte "in compenso delle spese della guerra sinora sostenuta". Ma quando, tre anni dopo, si trattò di riconoscere Luigi Napoleone imperatore, Ferdinando non inviò istruzioni, ma chiamò l'Antonini a Napoli, ed ebbe con lui i colloqui caratteristici, che l'Antonini registrò nel suo diario inedito, il quale insieme alle su riferite istruzioni, è da le per la prima volta pubblicato. (43)

Con un re, come Ferdinando II, la sua diplomazia non poteva vere alcuna iniziativa, ma solo limitarsi ad osservare, a riferire;, occorrendo, a prevenire. Si sapeva che nel 1861 il re non volle accettare una proposta di confederazione a comune difesa, fattagli dalla Toscana, dal Papa, da Parma e da Modena, e neppure un’alleanza con l'Austria propostagli nei primi giorni del 1859, quando la burrasca si veniva addensando. Non riteneva utile alcuna alleanza, reputandola come una limitazione di quella indipendenza, della quale si dimostrava superlativamente geloso. Diffidava per motivi diversi della Francia e dell’Inghilterra, tenendo di giuocar d'abilità fra loro due, benché fosse stato il primo a riconoscere Napoleone III imperatore, ma dopo il Congresso di Parigi ne diffidò sempre, perdendo ogni visione della politica e degli interessi veri del Regno. Nella guerra di Crimea non aveva celate le sue simpatie per la Russia, accresciute dal fatto di vedere il Piemonte alleato delle potenze occidentali; e più vivaci simpatie nutriva per la Prussia. Erano in sostanza simpatie platoniche, o meglio di tendenza, perché nulla poteva sperare da quegli Stati, e nulla poteva fare per essi. Limitandosi ad essere un principe essenzialmente municipale, credeva potersi sottrarre ad ogni dovere di comunanza civile, e quindi ad ogni responsabilità circa i suoi metodi di governo innanzi al mondo.

Per mostrando tanta amicizia alla Russia, non volle consentire che questa nel 1857 stabilisse una stazione di carboni a Brindisi.

L'Antonini era di nobile famiglia originaria di Penne; il re gli vera dato il titolo di barone di Torano e poi quello di marchese; era scapolo e sordo. Vantava una lunga carriera diplomatica, passata fra il Brasile, la Spagna, la Prussia e la Sardegna. Piccolo di statura ed assai accurato nelle forme, somigliava a Thiers. Il suo cornetto acustico diveniva all'occorrenza una risorsa diplomatica: aveva spirito ed alcuni suoi motti gli sopravvivono.

Alla vigilia della rottura delle relazioni fra Napoli e l’impero francese, prevedendo, in una pubblica cerimonia, qualche sfogo vivace da parte dell'imperatore, pose il cornetto in saccoccia. Lo sfogo ci fu, anzi credo che Napoleone III parlasse un po’ forte; ma quando fini di parlare, Antonini, senza scomporsi, rispose: "Sire, je vous demande pardon; je n'ai pas entendu un seul mot de ce que Votre Majesté m'a dit; j'ai oublié mon cornet acoustique”. Rise l'imperatore e parve rabbonito. Egli aveva simpatia personale per il ministro di Napoli, né mai dimenticò che il primo diplomati straniero, che lo riconobbe imperatore a nome del suo sovrano, fu l'Antonini, al quale in tutta confidenza, tirandolo nel vano di una finestra, dopo averlo incaricato di ringraziare il re, Napoleone III disse: "Voire roi et moi avons seuls le droit de mitrailler le peuple: lui comme principe du droit divin; mai du vote populaire..., Et savez vous pourquoi Louis Philippe est tombé comme un cochon? — Farce qu'il ne représentait ni l’un, ni l'autre de ces deux principes". Antonini riferì questo incidente il gioì stesso a Domenico Bianchini, che trovavasi a Parigi. Da principio furono piuttosto vive le simpatie fra l'imperatore Napoleone e Ferdinando II, e il diario dell'Antonini rivela la premura del re di riconoscere il principe Luigi Napoleone a imperatore, dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851: eventualità desiderata ed affrettata veramente da quasi tutta l’Europa monarchica e conservatrice. Né lo preoccupava il timore velleità murattiste, che non credeva cosa seria. Per riconoscere l'impero appena proclamato, egli dava perfino all'Antonini una nota con la data in bianco, da riempirsi da lui, tenendo conto del tempo necessario per l'invio di una lettera da Napoli a Parigi. Si leggono con grandissimo interesse i ricordi dell'Antonini circa il suo soggiorno a Napoli nel settembre del 1852, le udienze: avute dal re a Caserta e a Napoli, e i colloquii intimi, nei qual Ferdinando II rivela tutto il suo animo, e rivela altresì la piena fiducia che riponeva nel suo ministro, il quale, alla sua voli penetrando il pensiero del sovrano, confessa nel suo diario di aver aiutato, per quanto aveva potuto l'avvento dell'Impero. (44) Antonini apparteneva alla vecchia scuola diplomatica, ne possedeva le malizie e anche le risorse.

Parlava poco, ma sempre a voce alta come i sordi. Avendo poca cultura moderna, si faceva delle illusioni circa le cose d'Italia. Nei primi giorni del 1859, stando a Bruxelles e passeggiando nel Pare Roval con l'aggiunto Ernesto Martusoelli, incontrò il duca di Brabante, allora principe ereditario, oggi re del Belgio. Il duca lo fermò e salutò con molta deferenza, e caduto il discorso sulle cose d'Italia e sulla guerra che pi credeva inevitabile, dopo le parole di Napoleone all'ambasciatore d'Austria, Antonini disse a voce alta: “Elles sont des utopies de Balbo et de Cavour”.

E il duca di Brabante, a voce bassa, rivolgendosi al Martusoelli esclamò: "C'est drôle! il appelle ca des utopies”. Quando, morto Ferdinando II, Antonini tornò a Parigi, preferiva a tutt’i divertimenti il giuoco del whist in sua casa, rue d’Angouléme, Saint Honoré, col nunzio pontificio monsignor Sacconi, suo intimo, il quale andava in furore quando perdeva poche lire, essendo avaro e rozzo. Nel luglio di quello stesso anno 1859, Antonini aveva invitato a pranzo tre ufficiali superiori dell'esercito napoletano reduci da Liège, dove erano andati per acquisto di armi. Questi uffiziali giunsero con un'ora di ritardo, perché sbagliarono l’indirizzo. Stanco di attendere, il vecchio diplomatico brontolava con qualche vivacità e arguzia: "Voila ces militares, ne sont pas civiles!". La sua sordità era spesso cagione di equivoci umoristici. Tornando una volta da Napoli, Napoleone gli chiese come stesse il re; e lui, credendo che gli chiedesse come era stato il mare durante il viaggio, rispose: affreux, e l'imperatore non si poté tenere dal ridere. Mori a settantacinque anni a Parigi, il 10 settembre 1862 ed è sepolto a Roma. (45)

Dall'ottobre del 1856 al giugno del 1859, a Parigi stette un agente ufficioso, che fu il barone Zozza, cara persona a quanti l0 conobbero. La legazione ufficiale, che era a Bruxelles, come ofi detto, aveva per segretario il conte Cito di Torreouso e per aggiunto, Ernesto Martuscelli, che divenne poi ministro plenipotenziario e fu, ancora valido, messo in riposo, come il Barbolani, dallo stesso Crispi. Col Bianchini e col Fava egli è il superstite di quella diplomazia. Vi era impiegato un certo Navarro, fratello del famoso magistrato:

vecchio piacevole ed erudito che in gioventù era stato filippino e poi bibliotecario della regina Amelia di Francia. Aveva un meschino assegno, e viveva perciò con curiosa parsimonia.

Un altro diplomatico, nel quale Ferdinando II mostrava avere fiducia, era Giuseppe Canofari, che nel 1853 mandò incaricato d'affari a Torino. Era angoloso, sprezzante, di discreta penetrazione, e di molta presunzione. Spendeva molto, ed entrò nell'alta società torinese, organizzando conviti e feste, e dandosi bel tempo. Non capì nulla di quanto si maturava, né assai meno penetrò il pensiero di Cavour. Egli si limitava a fare lavoro di spionaggio, spesso vendendo fumo, e basterebbe a p; vario il doloroso incidente di Giacomo Tofano. I suoi rapporti più che politici erano polizieschi, e ne mandava in gran copia ad ogni arrivo di vapore; e, dopo letti, erano trasmessi dal ministero degli esteri all'archivio di polizia. Accadeva altrettanto per i rapporti non meno copiosi, che mandava da Genova il console Ippolito Garrou, già console generale in Algeria, dove tornò dopo il 1860, e dove morì. A Torino e a Genova dimoravano timorosi esuli napoletani e siciliani; e tranne pochi, ricchi o agiati che esercitavano professione, la povertà era patrimonio comune onde non era difficile rinvenire, nei bassi strati di quell'emigrazione, gente che si prestava a ogni ufficio, anche abietto. Emigrati, che contavano fra i maggiori, avevano fatto pratiche per tornare, vinti dalla nostalgia o da necessità di famiglia; e alcuni tornarono, come Camillo Caracciolo e Francesco Poerio fra i napoletani, e il duca di Serradifalco, già presidente d(Camera dei Pari in Sicilia ed uno dei quarantatré esclusi dall'amnistia, per altri il re oppose un divieto assoluto, come Imbriani e Tofano, e si disse anche per Crispi. Il Canofari inviso a tutta l'emigrazione per i suoi modi burbanzosi, e più volte venne fatto segno di oltraggi da parte di qualcuno, che poi ne menò vanto sguaiatamente; ma a misura che i tempi maturavano, la sua posizione si rendeva più difficile e anche pericolosa, Non era uomo da aver paura, ma dopo la guerra del 1859 fino al luglio del 1860, quando lasciò Torino, egli non dormì sonni molto tranquilli. Anche il Garrou fu trasferito a Trieste. Nell'interessantissimo diario della baronessa Olimpia Savio, ancora inedito, e che riordina con grande cura e pari intelligenza il mio valoroso amico Raffaello Ricci, si legge:

2 novembre 1859

L'altra sera, come ai solito, eravi in casa numeroso circolo dì persone, Mamiani, il colonnello Berchet, la duchessa Sforza Guarini, Poerio e il duca di Castromediano, tutti emigrati politici, quando eccoti entrare Canofari, il ministro per le due Sicilie, Puoi pensare che sdegno salì al cuore dei due ultimi, trovandosi a contatto col rappresentante di quel re, che li ha tenuti per undici anni alle galere. Anche il plenipotenziario non si sentì sulle rose, e peggio ancora stava la padrona di casa, interdetta pel come riparare senza offendere né qui, né là in quel malaugurato incontro. Ma il Canofari tagliò corto all’imbarazzo di trovarsi con gente fra cui la sua presenza era impossibile, e don un dispetto poco diplomatico, diede le spalle a quel convegno infilò l'uscio, Senza neppure il riguardo di un saluto alle signore. Soluzione indecorosa ma comica, che ci esilarò per tutta la sera...”.

Un'ultima considerazione sulla diplomazia napoletana, quale appare dai documenti che si conoscono, nonché dai ricordi dei superstiti. Appare dunque, e con bastevole evidenza, ch'essa mirava a nascondere il sentimento della propria impotenza, dibattendosi fra uno scetticismo convenzionale, ed una certa aria fra la spavalderia e la petulanza, che faceva più male che bene. Tutto lo studio suo era di penetrare l'animo del re, e andare ai suoi versi, meno per evitargli fastidii, quanto per non incorrere nelle disgrazie di lui, che sapeva impulsivo e collerico, e che non si lasciava fermare da alcun riguardo di passato o di carriera. Quei diplomatici attenuavano le difficoltà o le giudicavano con inverosimile leggerezza, adoperando un linguaggio convenzionale, che si scorge nei loro dispacci. Sapevano Ferdinando II ossessionato da una idea fissa; le insidie del Piemonte; e perciò essi non trascuravano alcuna occasione od avvenimento anche minimo, che potere riguardare il Piemonte, per gettar luce sinistra sopra la sua politica, screditandola e facendola segno di ogni volgare sospetto, Dal carteggio del marchese Antonini ancora inedito, ed esistente nel grande archivio di stato di Napoli, si rileva come in una lettera del 24 novembre 1856 quel diplomatico scriveva:

I signori del seguito del Re di Sardegna non nascondono il disappunto trovato pel freddo ricevimento avuto in Parigi.” e poi: "il governo francese, che non vuole dare ombra all'Austria, né si cura che l’Inghilterra crei nel Piemonte uno stato a lei ligio nella penisola Italiana, non ha fatto al re Vittorio Emanuele l'accoglienza politica, che pretendevano gli utopisti che voi fare l’influenza savoiarda sovrana di tutta Italia". Ciò allo scopo di distruggere l'effetto di un telegramma dell'agenzia Havas, si era affrettato a decantare quelle accoglienze, prima ancora che il re Vittorio Emanuele arrivasse a Parigi. E in altro rapporto del giugno 1856: "il Piemonte si mostra molto contento dell'attitudine della Francia e dei consigli di moderazione, che fa dare a Torino, E in una lettera nel marzo del li da Bruxelles faceva cenno del memorandum di Cavour, che qualificava il rivoluzionario ministro piemontese; e nel luglio del stesso anno accennava agli avvenimenti demagogici del Piemonte. E infine, in una nota del novembre del 1858: "l'Inghilterra per procurare di conciliare la Francia con l'Austria ha domandato in Parigi che l’Imperatore, anche con un semplice articolo del "Monitore„ smentisse i progetti, che gli si attribuiscono cambiare lo stato politico riconosciuto dai trattati in Italia, e smentire le intenzioni di appoggiare le intraprese del Piemonte". E nel dicembre dello stesso anno: "si parla di voci in una prossima lotta del Piemonte sostenuto dalla Francia". Pochi giorni dopo, in seguito alle parole rivolte da Napoleone III all'ambasciatore austriaco, le voci di guerra prendevano consistenza, quattro mesi dopo scoppiavano le ostilità. E sembra pei inverosimile, come l'Antonini, che era fra i più solleciti ne l'informare il suo governo di ogni piccola cosa, che concernesse anche lontanamente il Piemonte, mostrasse d'ignorare quanto era avvenuto nella storica seduta degli otto aprile del Congresso di Parigi. Appena nove giorni dopo, secondo risulta dai documenti pubblicati da Nicomede Bianchi (46), egli ne avrebbe informato il suo governo. Né risulta punto che egli avesse avuto alcun sentore delle inquietudini e dei maneggi di Cavour, fin troppo palesi, secondo mi diceva Costantino Nigra, e diretti a far entrare nel Congresso quella che allora dicevasi "quistione italiana”.

Non prima del 17 aprile, secondo il Bianchi, l'Antonini avrebbe scritto il primo rapporto, dal quale si rileva, come egli non avesse avuto neppure un lontano sospetto dell'azione del primo plenipotenziario di Sardegna con Clarendon, con Walewski e con Napoleone III, vecchio ribelle del 1831, non amico dei Borboni, alleato del re di Sardegna in Crimea, e che aveva rivolta a Cavour, in occasione del viaggio di Vittorio Emanuele a Parigi, la famosa domanda: "Que peut on faire pour l’Italie?„ — E quando l'Antonini andò a lamentarsi con Walewski, che ai plenipotenziari sardi fosse stato permesso di aggredire aspramente il governo di Napoli, senza che vi fosse presente un suo plenipotenziario e soggiunse: "la cosa è tanto più deplorabile, in quanto che la fonte vera dell'agitazione rivoluzionaria, onde l’Italia è di nuoto tormentata, è la politica del Piemonte”, Walewski gli rispose: “badate, marchese, che non è stato Cavour; non vi posso dire di più, perché tutti i plenipotenziari si sono impegnati a serbare il silenzio intorno alle cose dette. Ma il vostro governo ha una via aperta per trarsi d’impaccio: si ponga subito di accordo con noi sulle riforme che vuole adottare”.

L'Antonini, quel ch'è peggio, non sarebbe stato nemmeno esattamente informato di come andarono le cose. Certo in quel rapporto mostra di ignorare che contro la politica di Ferdinando II hanno parlato violentemente Clarendon, vivacemente Walewski, e moderatamente Cavour, al quale, più che le cose di Napoli, importava richiamare l'attenzione del Congresso sul prolungamento dell'occupazione austriaca in tanta parte d'Italia, e la prevalenza della sua politica in quasi tutta la Penisola, tutte cose che costituivano per la Sardegna un vero pericolo. Se queste parole di Cavour provocarono le proteste dei diplomatici austriaci e prussiani, gli attacchi contro il governo di Napoli non trovarono una sola parola di difesa da parte di quei diplomatici, e neppure dei russi. Più tardi si seppe come per Napoli il Congresso era venuto ad una conclusione meno anodina, non avendo quasi tutti i plenipotenziari contesté l'efficacité qu'auraient des mesurede Cleante prises d’une manière opportune par les gouvernement de la Péninsule italienne, et surtout par celai des Deux Siciles, secondo si legge nel protocollo. Misure di clemenza volevano dire amnistie e riforme, e queste Ferdinando non voleva e assai meno voleva che gli fossero imposte dai subdoli Piemonte, com'era sua convinzione.

Quegli attacchi gli giunsero inaspettati come le famose lettere di Gladstone; e se non avesse riposta una grande fiducia nell'Antonini, questi avrebbe avuto lo stesso trattamento del Castelcicala e del Fortunato, non potendosi concepire tanta negligenza da parte sua. Cercò di rifarsi quando andò a riferire al Walewski le risposte imprudenti e inconsiderate di Ferdinando II, aggiungendovi che "il re di Napoli aveva la coscienza di governare i suoi popoli conforme ai dettami della giustizia e del dovere; che né gli assalti sfrenati della stampa quotidiana, né le dichiarazioni del Congresso lo indurrebbero a far mutazione di governo, disposto com'era a sopportare con rassegnazione qualunque abuso di forza, anziché scendere a patii con la rivoluzione". Le risposte del re furono comunicate inoltre e con poca ponderazione a tutte le legazioni napoletane, con l'incarico di rendere palesi gli intendimenti rivoluzionari di Cavour, perché tutto si attribuiva a lai! Ferdinando non distinse, e nella furia delle sue ire non ebbe altro scopo che far intendere come, anziché riconoscere il diritto delle potenze di cacciare il naso nelle cose del suo Regno; e piuttosto che unirsi al Piemonte, del cui doppio giuoco credeva di possedere quotidiane ed evidentissime prove, egli preferiva portar le cose agli estremi. Né si afflisse quando i ministri di Francia e di Inghilterra lasciarono Napoli, festeggiati dai liberali. A quei ministri, per mezzo del Carafa, Ferdinando II aveva tenuto lo stesso linguaggio, come si rileva da un interessante articolo di Loreto Fasqualucci, che trasse le informazioni dalla corrispondenza diplomatica del governo inglese con quello di Napoli, dal 19 maggio al 16 novembre 1860. (47)

Il linguaggio del re doveva montare le teste dei suoi agenti più zelanti, onde il Carini, in data 13 maggio di quell'anno, sempre riferentesi al Congresso di Parigi, scriveva queste testuali parole: "non scuserò Walewski, ma h il men cattivo della canaglia innumerevole e imprudente (sic) che compone la corte e il governo dell’imperatore dalla cui cupa mente solo dipende la politica e ogni dettaglio della Francia". E in un altro balordo e quasi inverosimile dispaccio del 31: "Mi sono trovato a corte. Lord Palmerston domandò: e come sta Poerio? Meglio di voi e di me, risposi, perché sta sotto un bel cielo e può vivere senza pensieri». E il suo compagno di catene è sempre un galantuomo? soggiunse egli ed io replicai: non credo ne abbia alcuno collegato, ma se mai, certamente non sarebbe men pertinace e men vendicativo di quell'antico rivoluzionario». — Palmerston — Badate, questo affare non è scherzo, ma un affar serio e grave, di cui il vostro governo conoscerà fra breve l’importanza. — Carini — Ma lo scherzo l'avete cominciato voi, ed io l'ho seguito: voi ben sapete che mi piacciono gli scherzi senza temere le serie e più gravi conversazioni. Così spero che, senza andare a disturbare a Napoli il mio Governo, potete averle in Londra a vostro piacere, e ad ogni vostro comando sempre per me gratissimo”.

Con questo linguaggio garbato ed energico (!) sto dissipando le altissime dicerie fatte sul mio ritorno. Il mio linguaggio si limita a far intendere che né il mio Governo né io sappiamo capire perché il magistrato europeo è occupato delle nostre faccende, e si è dato la pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi, senza bisogno di tastare il polso, di guardare la lingua e ricercare i sintomi dell'ottima salute nostra. (!) È poi strano il pensiero di volere scrivere ad uno per uno tutti i capitoli di medicina, che si supponessero opportuni per perfezionare il regno delle Due Sicilie, la Santa Sede e quegli altri Stati, i quali, secondo le opinioni della canaglia (!), non vanno bene e fanno onta alla civilizzazione. Queste or facete or più gravi risposte mi hanno servito a schermirmi tutta la serata di ieri, nella grande unione del concerto della Regina. Nello stesso modo conto condurmi quest'oggi da lord Clarendon nel solito pranzo ufficiale, per celebrare la nascita di quest'augusta sovrana”.

Pia tardi l'Antonini scriveva al Carafa che "nel Belgio e nella Francia era universale l'ammirazione per l'eroica resistenza del re, e che negli ultimi gioiti in cui era rimasto a Parigi aveva provato un vero trionfo per le ricevute attestazioni di simpatia da tutti i ceti". E Canofari da Torino: "La nobile figura del nostro augusto padrone diviene maestosa e imponente al di sopra di quelle di tutti i monarchi suoi contemporanei”. E Carini: "tempo verrà in cui l'imperatore Napoleone ringrazierà il re di Napoli d'avere salvata l’indipendenza del monarcato”.

Quanti poveri cortigiani cooperavano, forse inconsapevolmente, a determinare la resistenza folle del sovrano, che portò ali rottura dei rapporti diplomatici, seminando i germi di quelle avversioni, che non furono più dileguate da parte delle potenze occidentali; che dette buon giuoco a Cavour e al Piemonte; che pose tutto il partito liberale di Europa contro i Borboni di Napoli; che ridestò le speranze liberali nel Regno, ed ebbe infine un effetto tragico nell'attentato di Agesilao Milano, avvenuto quarantasette giorni dopo la partenza da Napoli dei ministri di Francia e d’Inghilterra!

Cosi dai documenti pubblicati dal Bianchi appare la diplomazia napoletana in occasione del Congresso di Parigi, che segnò il principio della catastrofe finale. Ma quei documenti son tutti? E lecito dubitarne. Nicomede Bianchi, preside del liceo del Carmine di Torino, nell'autunno del 1861 ebbe dal barone Ricasoli una calda commendatizia per il generale Cialdini, luogotenente in Napoli, con l'incarico di recarsi colà, per ricavare, secondo egli confessa, "da quegli archivii diplomatici le notizie e i documenti meglio atti a ringagliardire il buon diritto d'Italia ed a meglio perdere {sic) nella reputazione dell'Europa diplomatica la scacciata dinastia borbonica".

Vi andò, è chiarissimo, con partito preso. I documenti pubblicati nel settimo volume della sua storia sono perciò quelli che più gli convenivano, e forse per questo alcuni si leggono integralmente, altri mozzati o riassunti. Ma pur non elevando dubbii sull'autenticità loro, nulla esclude che non ve ne siano altri, i quali attenuino l'impressione penosa che si prova, leggendo quei documenti, che cioè la diplomazia napoletana sia stata cosi balorda. Il Bianchi non solo scriveva la storia con partito preso, ma portava via i documenti da consultare, molti dei quali furono rinvenuti dopo la sua morte; e nominato direttore dell'archivio di Stato di Torino nel 1870, vi fece d'ogni erba fascio, a giudizio di chi lo conobbe. (48) Io ricordo che Costantino Nigra, col quale ebbi occasione di parlare più volte dei numerosi lavori del Bianchi, non ne aveva un gran concetto, anzi... Sarebbe stato mio desiderio collazionare non solo i documenti pubblicati da lui, ma indagare in quei numerosi fasci delle corrispondenze diplomatiche del 1859 e 1860 dell'archivio di Napoli, ma non mi è stato possibile, richiedendosi permessi, che a me non sarebbero stati mai accordati, tanta la miseria morale che infesta le regioni ufficiali nel presente triste periodo della vita italiana! Lascio al futuro storico questo compito, non senza però notare, che se una parte della voluminosa corrispondenza del Canofari fu malamente resa di ragion pubblica, appena dopo il 1860, a scopo di scandali politici, e andò distrutta per ragioni facili a intendere, vi è nondimeno, secondo le notizie che io ne ho, e delle quali non sarebbe permesso dubitare, molta roba assolutamente ignota, perché nessuno vi ha cacciato ancora gli occhi. E v'è di più. Quando Francesco II decise di abbandonare Napoli, ordinò che le carte dell'archivio segreto di Corte fossero chiuse in sette casse, e caricate a bordo del Messaggero, sul quale egli prese imbarco. E finito l'assedio, quelle furono tutte portate a Roma? La circostanza che il Bianchi, nel dicembre del 1861 e nel novembre 1862, pubblicò alcuni documenti sulla quistione romana, che da Francesco II erano stati dimenticati a Gaeta, lascerebbe ritenere il contrario. La circostanza che i documenti più gelosi furono chiusi in tante casse, per essere trasportati a Gaeta, fu a me riferita la prima volta da Domenico Gallotti, e poi confermata da Domenico Bianchini, il quale tornò a Napoli due giorni dopo la partenza di Francesco II.

Il Bianchini aveva accompagnato il duca di Caianiello nella sua missione a Chamberv presso Napoleone III, nella seconda metà di agosto: missione, della quale si parlerà a suo tempo.

Austria, Francia, Inghilterra, Prussia, Russia e Spagna aveano ministri plenipotenziari a Napoli; le altre potenze, incaricati d'affari. Ministro d Austria fu il cavalier De Martini, ungherese, tenente maresciallo e consigliere intimo dell'imperatore, vecchio quasi ottantenne e la cui moglie, men vecchia di lui, sposò in seconde nozze il poeta calabrese Giuseppe Campagna.

Gli successe il conte Szèchéni, ungherese egli pure. Ministro di Francia sino ai primi giorni del 1856 fu il De la Cour, cui successe il barone Brenier; Guglielmo Tempie, dell'Inghilterra, con Giorgio Fagan primo aggiunto e poi segretario di legazione.

Ministri russi, il cavalier De Karoschkine, che i napoletani pronunziavano nel modo più curioso, e poi il conte Volkonsky, i quali passarono senza infamia e senza lode. Molto noto nella società napoletana, invece, fu il primo segretario della legazione russa, il barone di Uxkull de Jylleubaud, bel giovane, elegante, che cavalcava bene e ferì molti cuori. Il barone d’Uxkull fu, dopo il 1870 ambasciatore a Berna ed è morto da pochi anni. Ministro di Prussia, il barone De Canitz; e di Spagna, don Salvatore Bermudez de Castro, che rappresentava anche il duca di Parma, ed era uno dei tipi più antipatici, più uggiosi e vanitosi, che la nazione spagnuola abbia mai prodotto. Francesco II, con decreto dell’8 ottobre 1859, gli dette il titolo di duca di Ripalta; a Gaeta, con altro decreto dell’8 settembre 1860, quello di principe di Santa Lucia; e la regina di Spagna, il titolo di marchese di Lerma. Segretario della legazione era un carissimo giovane, Domingo Buiz de Arana, amico intimo di Alfonso Casanova, che di lui parla enfaticamente nelle sue lettere a Cario Morelli a Rogliano, e a Giuseppe Antonacci a Trani, ami i quest'ultimo narra la pietosa fine in una lunga e commovente epistola. Arana morì di colera nel novembre del 1865 e fu uno degli ultimi casi il suo, per cui si dubitò che fosse morto di quel morbo. Era l'amante preferito e appassionato di un’insigne attrice drammatica. Alfonso scriveva al Morelli: "Povero Arana? già nelle poche adunanze che io pratico, non pare quasi più memoria di lui, tanto buono, d'un’altissima anima”(((49))); e all'Antonacoi più copiosamente nella lettera innanzi accennata e che pubblico nel terzo volume. L’Antonacci era prediletto di quello sfortunatissimo giovane. (((50)))

Il Bermudez segui Francesco II a Gaeta e poi a Boma, dova si fece regalare dall'ex re il famoso quadro di Raffaello: la Madonna della reggia di Napoli, e censì la Farnesina con un canone di trecento scudi romani, dei quali per trent'anni Francesco II generosamente gli rilasciò quietanza.

E quando Roma divenne capitale d'Italia, la sola espropriazione d'una parte del giardino per i nuovi e grandiosi lavori del Tevere, fruttò al Bermudez settecentomila lire. Mori a Roma nel maggio del 1883, quasi improvvisamente, e parve misteriosa la sua morte e strana l'esistenza di una figlia naturale, la quale, con testamento del 31 luglio 1864, egli aveva istituita erede del suo patrimonio. Con altro testamento del 36 agosto 1879 riconobbe e legittimò questa sua figlia, Maria Salvatore Bermudez, raccomandando all'esecutore testamentario di “procurare che la detta Signora non soffra nel suo amor proprio la preoccupazione della illegittimità della sua nascita, essendo Il madre sommamente nobile ed illustre per lignaggio, posizione, qualità e bellezza, mancando disgraziatamente solo il requisito del matrimonio". Molte furono le congetture, alle quali dettero alimento queste parole, e più ancora i sospetti, poiché il Bermudez ebbe, o meglio lasciava credere di aver avuto avventure galanti con belle e auguste dame. Egli era cosi insopportabilmente sciocco, da non essere inverosimile che quelle parole rivelassero un'ultima vanità di lui, quella di lasciar credere di essere nata la figliuola da sovrana, o da principessa di sangue nobile. I testamenti furono depositati presso il consolato di Spagna in Roma, e ne fu rilasciata dal console copia autentica alla nostra Consulta araldica, in data 8 luglio 1886, perché il Bermudez lascìò alla figliuola, che era in educazione in Inghilterra, oltre alla sostanza, il titolo di principessa di Santa Lucia, che le fu riconosciuto dal governo italiano con decreto reale del 19 dicembre 1886. Donna Maria Salvatore Bermudez, la quale sposò un cadetto di nobile famiglia spagnola, possiede oggi la Farnesina.

Rappresentava la Santa Sede il nunzio Innocenzo Ferrieri, che aveva per uditore monsignor Sanguigni, morti entrambi cardinali, il primo nel 1887, e il secondo nel 1882; e per segretario, l'abate don Gaetano Aloisi, poi eminentissimo cardinale, morto anche lui. Incaricato di affari per la Sardegna era il conte Giulio Figarolo di Gropello, poco più che trentenne. Aveva molto accorgimento, nonostante l'età giovanile. Cauto, poco espansivo, molto elegante e collezionista di quadri antichi.

Egli restò a Napoli sino al febbraio del 1860, e nel 1858 sposò Maria de Bray, figlia del ministro di Baviera alla corte di Pietroburgo e del la principessa Ippolita Dentice di Frasso. Imparentato strettamente coi Dentice, coi Bugnano e altre famiglie dell'aristocrazia, Gropello continuò ad essere l'enfant gatè del mondo elegante e l'amico dei liberali del patriziato, e dell'alta borghesia, quali Camillo Caracciolo, Giovanni e Maurizio Barracco, Cesare e Alfonso Casanova, Carlo e Luigi Giordano, Atenolfi, D'Afflitto, Galloni, Antonacci, i fratelli Pandola, Antonio Capecelatro e molti altri. Era anche suo intimo Giuseppe Fiorelli. Frequentava il circolo frondista del conte di Siracusa, anche perché la contessa era una Savoia di Carignano, ma in sostanza per non perdere i Contatti con quel gruppo rispettabile del partito liberale. Il Gropello dava le notizie della guerra di Crimea, smentendo le false voci di sconfitte degli alleati, e magnificandone le vittorie. Il tramite più operoso era Alfonso Casanova, come risulta dalle sua lettere. Il consolato sardo faceva più aperta propaganda, distribuendo manifesti e giornali, a preferenza il Corriere Mercantile, e rilasciando passaporti a quanti volevano emigrare in Piemonte.

Il console generale era il Fasciotti, morto senatore, dopo essere stato prefetto di Bari e di Napoli. La legazione e il consolato di Sardegna avevano sede alla Riviera, la prima al palazzo Ottaiano, al numero 127, e il secondo al palazzo d'Avalos. Villamarina, giunto nel febbraio del 1800, andò a stare al palasse Strongoli, e nell'estate a villa Tommasi a Capodimonte.

Il nunzio aveva sede nel suo palazzo, in piazza della Carità; il ministro d'Austria abitava il palazzo Strongoli alla Riviera; i ministri di Francia e di Russia alla Fernandina; Tempie, al palazzo Policastro, dove apriva i saloni a magnifici balli; Bermudez, al vecchio palazzo Esterhazv alla Riviera, e al palazzo Franca villa, l’incaricato interino di Svezia e Norvegia. La Turchia accreditò negli ultimi tempi come incaricato di affari il dottor Spitzer, ammogliato ad una giovane signora tedesca molto bella.

Era stato medico del Sultano, che in ricompensa lo mandò a Napoli. A Costantinopoli era incaricato di affari Edoardo Targioni già ufficiale di ripartimento al ministero, e che fu balzato in diplomazia nel 1848 dal marchese Dragonetti. Introduttore dei diplomatici era don Alfonso d'Avalos, marchese di Pescara e Vasto che aveva una specialità, quella che, pur avendo nel suo magnifico palazzo cucchi e sottocucchi, mangiala tutte le sere alla Villa di Napoli, a Santa Brigida, faoendovisi condurre nella propria carrozza chiusa, che aveva l'aspetto di un carro funebre, non spendeva più di quattro carlini (lira 1,70) essendo un misto di stravagante e di sordido.


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CAPITOLO VII

SOMMARIO: I giornali del tempo — Loro tipo e importanza relativa — Il solo Giornale Ufficiale era quotidiano — Direttore e redattori — Teatri e letteratura, niente politica — L'Omnibus, l’Epoca e il Nomade — Don Filippo Cirelli e il Poliorama Pittoresco — E' editore di altre pubblicazioni — Cesare Malpica — I maggiori caricaturisti del tempo — Melchiorre Delfico e Giuseppe Verdi — I giornali umoristici — Giuseppe Orgitano e Luigi Coppola — I maggiori scrittori in prosa e in versi — Il Diorama, L'iride e il Secolo XIX — Ricordi e aneddoti — Ortodosso parola spagnola — Epigrammi e riviste — Il marchese di Caccavone e il duca Proto — Duello per un sonetto — Vincenzo Torelli e le sue disgrazie — Esce dal carcere politicamente mutato — Le strenne e i loro scrittori — Sonetto petrarchesco di Federigo Persico — La passione per Byron — Le strenne nelle provincie — Altre amenità della revisione — Ricordi faceti di don Gaetano Boyer Domenico Anselmi primo revisore — Il teatro di Shakespeare — I teatri — I maggiori spettacoli di quegli anni al San Carlo — Cantanti, ballerine e critici — Verdi e una pagina di storia teatrale — Un aneddoto al San Carlo riferito da Alfonso Casanova — La Ristori al Fondo — Suscita un delirio — I maggiori vati che la cantarono — La Compagnia dei fiorentini — La Sadovski, Majeroni e Bosso — Adamo Alberti attore e impresario — Luigi Taddei attore e poeta — Opere applaudite e fischiate I critici — Epigrammi e polemiche — Al teatro Nuovo — La Maria de Rohan e Maria dei Geltradi — Un articolo della Moda — La Fenice e i due teatri dialettali — Circhi equestri

Il tipo del giornale napoletano in quegli anni fu quasi esclusivamente letterario, e la maggior parte l'occupavano i teatri. Il giornale era la sola palestra, che si presentasse ai giovani desidera di salire in fama. Non mancavano buoni articoli di scienza recensioni di nuovi libri, polemiche e critiche fatte con garbo, ma abbondavano le sciarade, le epigrafi, gli epigrammi, le poesie e le necrologie.

Di cronaca locale neppur l'ombra, e la politica era confinata tra fatti e cose diverse, o diluita in riviste settimanali che illustravano gli avvenimenti del Giappone e degli Stati Uniti d'America, o riferivano senza commenti, quando ne avevano il permesso, le notizie ufficiali del Regno e degli altri Stati d'Italia: questi ultimi nella rubrica "estero". Di politica interna, cioè delle notizie politiche del Regno, i giornali non potevano parlare altrimenti, che riproducendo quelle pubblicate dal giornale ufficiale, anzi, secondo il suo proprio nome, Giornale del Regno delle Due Sicilie. Gaetano Galdi e Vincenzo de Cristofaro, direttori il primo del Nomade e il secondo dell'Epoca, ed entrambi impiegati al ministero dell'interno; e Vincenzo Torelli, direttore dell'Omnibus, godendo tutta la fiducia della revisione, erano i soli autorizzati a riprodurre le notizie politiche dal foglio ufficiale. La revisione verificava sulle bozze se la riproduzione fosse letteralmente esatta. Una breve rivista commerciale registrava nei maggiori giornali il corso della rendita, la quale nel 1856 si elevò fino a 118 e mezzo, nonché i prezzi degli olii, dei cereali e delle mandorle, soli prodotti che si negoziassero in Borsa. Di valori industriali nessuno, perché non ve n'erano.

Una completa rivista commerciale era pubblicata dal Giornale del Commercio, che usciva il mercoledì e il sabato e diretta da don Benedetto Altamura, fratello di quel don Michele che collaborò, anche dopo il 1860, in giornali politici retrivi; e poverissimo, fini correttore del Piccolo e della Nuova Patria, dopo essere stato direttore del Cattolico, che si stampava sotto la protezione del commissario Maddaloni. Altro foglio industriale e commerciale veniva fuori in francese, tre volte la settimana; lo fondò e diresse Carlo Palizzi e aveva per titolo l'Indicateur.

V'erano indicati gli arrivi e le partenze dei viaggiatori, gli alberghi e gli appartamenti da appigionare, ed a queste notizie seguivano cenni molto sommarii sulle industrie e i commerci del Regno.

Solo sul finire del 1858 gli articoli di politica estera cominciarono ad essere tenuti in maggior conto, e anche meglio scritti. Delle cose italiane si occupavano con la massima prudenza si, ma con maggiore diffusione: però sulle cose di provincia s'indugiavano poco o nulla. La corrispondenza dalle provincie, come s'intende oggi, con tutte le volgarità, vanità e piccinerie inerenti, non esisteva.

Solo delle città, che avevano un teatro, si riportava qualche corrispondenza laudativa degli artisti abbonati, o recante notizie degli esami o saggi nei licei regi, i nomi dei giovanetti premiati.

Nessun giornale era quotidiano, ripeto, tranne il foglio ufficiare, che però non si pubblicava nelle feste e nelle "grandi gale„ dipendeva dal ministero di polizia. N'era direttore Filippo Scrugli, con onori di nuziale di carico nel ministero di polizia, e vi collaboravano Domenico Ànzelmi, Enrico Cardone, Emanuele Rocco, Giuseppe Portaluppi, ai quali si aggiunsero il romanziere Mastriani ed Ernesto Cordella, che morì caposezione al ministero dell'istruzione del regno d'Italia. Erano anche i revisori della polizia. L'Omnibus, che di tutti i fogli del tempo era il meglio redatto, il più ampio e il più antico, veniva fuori il mercoledì e il sabato. Stampava in prima pagina le notizie politiche e in appendice i romanzi dello stesso Mastriani, con una ricca suppellettile di varietà, di curiosità e di cronaca teatrale, italiana ed europea. Fu nel giornale di suo padre che Achille Torelli cominciò a farsi conoscere, pubblicando qualche racconto, che rivelava l'ingegno eletto del futuro commediografo. Nell'Omnibus avevano già fatto le prime armi Pier Angelo Fiorentino, Achille de Lanzières e Leopoldo Tarantini, che ne fa col Torelli il fondatore.

Ai primi di maggio del 1866 venne fuori l’Aurora che portava in fronte il verso dantesco:

Dolce color d'oriental zaffiro;

nel giugno, l'Iride col motto: mille trahens varios adverso sole colores, nel novembre uscì il Diorama, che aveva per motto aveva le parole di Seneca: turpe est aliud loqui, aliud sentire; quam turpius, aliud sentire et aliud scribere. Di tutti questi giornali, il periodico che aveva un formato giornalisticamente più regolare e un insieme più copioso e vario, era, dopo l'Omnibus il Nomade. Nel secondo sabato di aprile del 1856 si cominciò a pubblicare il Giornale dei giornali, sunto di fogli e di ri, da non confondersi col Giornale bibliografico delle Due Sicilie, che vide la luce nel febbraio dello stesso anno e si pubblicava ogni quindici giorni, con un supplemento di lettere, teatro e varietà. Questi giornali minori vivevano vita breve e ne generavano altri più o meno simili.

La Gazzetta dei Tribunali e la Gazzetta Musicale vivevano quasi clandestinamente, e la prima non si vendeva che in un solo caffè di via dei Tribunali Giornale illustrato era il Póliorama Pittoresco, che dirigeva don Filippo Girelli di Molise, e si pubblicava così: un foglio ogni sabato, ed un fascicolo di quattro fogli, ogni mese. Era stato fondato nel 1839, e le sue illustrazioni molto ingenue erano in litografìa, se ritratti o figure; e incisioni in legno dolce, se paesi o disegni. Vi si pubblicavano prose e versi, criitiche letterarie e immancabili sciarade. Nell'aprile del 1853 pubblicò una sobria necrologia di Federigo Cassitto, benemerito segretario della Società economica di Avellino, e una sdolcinata ode del Panzanese, dal titolo Addolorata. Ad opera più vasta attendeva il Cirelli, pubblicando il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, ma che non riuscì a compiere. Ne parlerò più innanzi, essendo meritevole quella pubblicazione di essere esumata.

Vecchio redattore del Poliorama Pittoresco era stato l'abruzzese Cesare Malpioa, che nel 1841 vi scrisse una vita di Napoleone Bonaparte, e poi si che a scrivere romanzi e libri di viaggio; ricco di fantasia non di coltura, percorse le provincie, raccogliendo impressioni e notizie. Esercitò grande influenza nel mondo letterario prima del 1848, guastò molte teste, ed ebbe discepoli, imitatori e contraffattori. Nel 1856 mori Giulio Genoino, e Luigi Cassitto pubblicò nel Poliorama un capitolo picciuso, indirizzato al Cirelli, che cominciava così:

Don Felì, s'è stutata la lucerna

De lu Pranasso! Genoino è mmuorto,

Sia pace all'arma soja....reqaiammaterna!

La lengua, che se parla abbascio Puorto,

Mo vide stencenata!... Addio dialetto....

Chi t'adderizza ccchiù? Mo jarrajo stuorto!

I giornali non avevano altra diffusione che fra i proprii abbonati nei caffè, dove, naturalmente, si leggevano gratis. Non vendita per le vie, e neppure chioschi nelle piazze, e non pagamento ai redattori. Ebbero vita più lunga l'Omnibus, il Nomade L'iride e il Diorama i quali morirono dopo il 1860, ammazzati dai nuovi tempi, che richiedevano altre energie giornalistiche; anzi il Diorama mori prima. Si pubblicava due volte la settimana, e cosi pure la Moda che nacque nel 1852: piccolo foglio a tre colonne, che dava ai suoi abbonati in premio un figurino colorato, o un disegno di ricamo, o un pezzo di musica, pubblicava una copiosa cronaca teatrale di tutta Italia; e pur chiamandosi la Moda, non si occupava di mode. Giornali di caricature propriamente dette non vi furono: caricaturisti due soli, ma valorosi, Delfico e Colonna, la cui opera era il riflesso della vita napoletana. Melchiorre Delfico portava il nome del suo grande congiunto, ed era uno dei cinque fratelli Delfico, della gloriosa e doviziosa famiglia abruzzese, che la tradizione affermava venuta da Delfo qualche secolo prima. Due suoi fratelli erano esuli per causa di libertà: Filippo a Marsiglia, e Troiano a Patrasso. Troiano è morto senatore del regno d'Italia in questo anno, onorato superstite della sua età ricca d'ideali. Melchiorre, che trovavasi in Napoli da alcuni anni, fu il grande caricaturista di quegli anni e l'amico intimo di Giuseppe Verdi, anzi fu il suo caricaturista, quando il Verdi nei 1857 tornò a Napoli per la terza volta. Quelle caricature di Verdi raffigurava il maestro in tutti i periodi ed episodi della sua vita napoletana. Sono gustosissime sotto l'agile matita del geniale artista, che con la sua vigoria di tocchi, addirittura stupefacente, fa sfilare in comica rassegna gli amici di Verdi e i suoi seccatori. Vedi il barone Genovesi e Fiorirne; ci sono Nicola Sole e Domenico Morelli; c'è Vincenzo Torelli, Marco Arati e Mercadante; ci sono Filippo Palizzi e Giuseppina Strepponi; c'è il fido Tenore — quadrupede affettuosissimo della razza canina, cui il Verdi affibbiò questo nome per il grato ricordo dei suoi interpreti — e poi, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le pose, da quelle tragiche dell'ira a quelle drammatiche della commozione, con una gran chioma, con un immenso testone, il Maestro;: assediato dai seccatori, importunato dal musicomani, inseguito dagli ammiratori e collezionisti di autografi, nel culmine dell'ispirazione o all'apice della noia: lui, sempre lui, perseguitato dall’inesorabile Delfico. Né il Verdi si adontò o s'infastidì mai del Delfico, il cui inesorabile e signorile spirito artistico lo divertiva e gli eccitava il rarissimo riso. Ebbe per lui una costante e affettuosa amicizia, e le ultime lettere scrittegli sono del 1891. (51)

Enrico Colonna, all'opposto del Delfico, caricaturista per genio e per diletto, era un pittore, il quale faceva delle caricature, cioè delle figure esagerate. Disegnava naturalmente meglio del primo, ma ne era lontano come "fisionomista". Delfico con due tratti riproduceva una persona: unico allora in questo; e Colonna vi riusciva poco. E se si voleva da lui una figura con caricatura, la quale significasse qualcosa, bisognava dargli e spiegargli il soggetto. Lavorava di mala voglia, senza neppure un briciolo di quella passione d'arte, che riscaldava il Delfico.

Nel 1854. alla fine di giugno, nacque Verità e Bugie, giornaletto teatrale e umoristico, che ebbe fortuna, nonostante che il suo spirito, non privo qualche volta di finezza, cadesse più sovente nelle freddure e nelle volgarità. Lo fondarono Nicola Petra, Luigi Coppola e Carlo de Ferrariis, i quali presero rispettivamente le sigle di Z, V e X. Nella terza pagina si pubblicavano alcune caricature in litografia, credo del Colonna, ma il tentativo non ebbe successo. Dopo poco tempo, Petra e De Ferrariis ne uscirono, e vi entrò Michelangelo Tancredi che si firmava K, e vi ebbe molta parte. Vi scriveva pure Giuseppe Rosati, che fu più tardi direttore della real casa di Napoli, nomo di vivace spirito, figlio di don Franco, primo medico di Corte, anzi medico di fiducia di Ferdinando II. Niccola Petra era figlio del marchese di Caccavone, ma, pur avendo ingegno svegliato, non possedeva la genialità, né la larga vena umoristica del padre, onde fu dal duca Proto bollato con questo epigramma:

Perché figliuol tu sei del Caccavone

Le tue frottole credi argute e buone;

Lo spirito non è fidecommesso:

Smetti, Nicola mio, tu ti no f,...

Scrisse versi, drammi ed epigrammi, i quali ebbero poca fortuna; studiava diritto col De Blasio, ma il maggior tempo consacrava al giuoco.

Fu, dopo il 1860, procuratore del re, questore prefetto. Visse vita turbolenta, e per mancanza di equilibrio morale, si diè la morte avvelenandosi, poco più che cinquantenne. Il giornaletto Verità e Bugie era une espèce de Figaro napolitain, quelquefois spirituel, come disse Marco Monnier. Ai vecchi collaboratori si aggiunse Enrico Coasovich, commissario di marina. Luigi Coppola ne era il proprietario e, col Tancredi, lo scrittore principale; anzi era questi che nella produzione vinceva il Coppola, in quel tempo innamorato cotto della seconda ballerina di San Carlo, la bella Marina Moro, alla quale inneggiava appassionatamente.

Il giornaletto aveva in prima pagina, per motto, questi graziosi versi:

Chi batte questa via

E spine e rose avrà;

È questa una bugia

Ed una verità.

Più che come direttore di Verità e Bugie e proprietario di un'agenzia di teatri, Luigi Coppola acquistò poi rinomanza in tutta Italia con le sue riviste teatrali, sottoscritte Il Pompiere e pubblicate nel Fanfulla. Mori caposezione al ministero dell'istruzione pubblica del regno d'Italia, e fu insuperato maestro di freddure. Uomo di una singolare bontà d'animo, aveva tendenze parsimoniose sino all'avarizia e natura cosi malinconica, che sul suo volto olivastro pareva di leggere la passione di Gesù. Egli scriveva pure dei corrieri nel Nomade, firmati Ticchio, quali non mancavano di spirito, ma questo non sempre di buona lega. Per far la réclame ai guanti del Bossi, scriveva, per dirne una:

Peli e guanti

Guanti e peli

Son riparo

Sotto i geli.

Guanti e peli

Peli e guanti

Son le glorie

Degli amanti.

Nell'ottobre del 1858 si aprirono tre nuove botteghe: a Santa, la pasticceria D'Albero; a Toledo, il magazzino di guanti del Caridei; e a Chiaia, il caffè Nocera.

Coppola ne formò questa sciarada:

Il mio primier dolcifica,

L'altro le grinfe asconde,

Il terzo in un confonde

Lo zucchero e il caffè.

E il tatto che cos'è?

Lo dimandate a me?

Non posso dir perché...

Fra i giornaletti umoristici va ricordato il Palazzo di Cristallo, fondato nel 1855 da Antonio Capecelatro e da Luigi Zunioa, che ne era il proprietario, e vi scriveva quel Giuseppe Orgitano, lo scrittore di maggior vena umoristica che abbia avuto Napoli a quei tempi, e che Marco Monnier nel suo libro: l’Italie, c'estelle la terre des morts? chiamò l'enfant le plus spirituel du Rovaume. Cesare della Valle di Casanova, fratello maggiora di Alfonso, n'era redattore, e Zunioa fu cerimoniere di corte dopa il 1860. Orgitano mori segretario al ministero della guerra (di lui, nel Fan falla, scrisse il suo costante amico e felice collega in umorismo, Vincenzo Salvatore, del quale si parlerà più innanzi. Cesare della Valle di Casanova non ebbe fortuna par all’ingegno. Era allora uno dei giovani più brillanti ed eleganti della società napoletana, critico teatrale ed epigrammista, immaginoso e iperbolico. A proposito del Palazzo di Cristallo egli scriveva a suo cognato Antonacci, nel dicembre 1856: il nostro giornaletto non può tanto piacere in provincia quanto in Napoli perché si occupa di cose affatto napoletane. Posso assicurarti che qui fa furore, e che se ne smaltiscono 1200 copie. Abbiamo per noi tutta la classe alta, lo ho particolarmente scritto l'articolo sull'incnrimento dello zucchero, sulla toletta d’inverno, e il "testamento dell'abbonato”. Il giornale andrà meglio in appresso, ma invece mori e gli successe il Diavolo Zoppo con caricature. Per due a tre numeri ne figurò direttore Achille Torelli, giovanissimo; poi la direzione passò a Francesco Mazza Duloini, ma lo scrittore principale e più fecondo n'era l'Orgitano e con lui il Rosati. Il giornale fu soppresso nel 1859 con un semplice avvertimento a tipografo, il quale era Emanuele Rocco, e con una lavata di testa all'Orgitano, salvato da male maggiore per opera di don Felice Marra, suo capo di ripartimento al ministero della guerra

Perché fu soppresso? Il caso merita di essere ricordato. Si era li primi giorni del 1859. Il Diavolo zoppo pubblicò come caricatura una figura di donna, che entrava in una tinozza, e sotto vi erano scritti i versi del Petrarca:

Chiare fresche e dolci acque,

Ove le belle membra

Pose colei, che sola a me par donna.

La donna fa creduta un'allusione all'Italia e la tinozza al Piemonte. Il revisore non vi aveva veduta questa allusione, ma ve la trovò la polizia, onde il giornale fu soppresso, e Rocco, revisore e tipografo, la passò brutta. Orgitano scriveva anche nel Nomade alcuni corrieri umoristici, firmati Nemo, i quali facevano sganasciar dalle risa i numerosi lettori. Egli era stato il grande umorista del 1848, col celebre Arlecchino.

Il 20 marzo 1858 il Nomade pubblicò una vignetta rappresentante l'attentato contro Napoleone III dinanzi al peristilio dell'Opera, la sera del 14 gennaio. Nello stesso numero annunziava che il giorno 13 marzo Orsini e Pieri avevano subita la pena capitale, e che i capelli di Orsini, rasi prima dell'attentato, cominciarono a farsi grigi quando comparve innanzi alla Corte, e divennero bianchi pochi giorni prima dell'esecuzione.

Scrivevano in questo foglio giovani di valore. Gaetano Galdi seguitò a dirigerlo fin dopo il 1860. Nel settembre del 1858 lo stesso giornale pubblicò una serie di lettere di Luigi Indelli dal titolo: Sullo stato presente delle lettere a Napoli, che meriterebbero di esser lette da quanti amino farsi un'idea del movimento intellettuale in quegli anni. Anche Enrico Pessina vi scriveva articoli ora di lettere ed ora di scienze. Fra i primi merita speciale ricordo la polemica con Vincenzo Petra, a proposito della Saff0 di Tommaso Arabia; e fra gli altri, un'interessante recensione sul bel libro di Giacomo Racioppi: Del principio e dei limiti della statistica pubblicato nel 1857. Carlo de Cesare si occupava di economia, d'industrie e di letteratura; Federico Quercia illustrava i versi di Aleardo Aleardi, che egli definiva il poeta del secolo XIX, e ne pubblicò il Monte Circello con una geniale prefazione. Saverio Baldacchini scriveva una serie di articoli sul poeta inglese Giovanni Keats, e Carlo Tito Dalbono, erudite ed enfatiche rassegne sulla pittura napoletana, dalla morte del Solimena a noi.

Non vanno dimenticati, fra i giornali d'allora, il Bazar letterario, diretto da Vincenzo Corsi e pubblicato a dispense; il Giornale delle madri e dei fanciulli, del quale era editore l'inesauribile Cirelli; la Rondinella, il Truffaldino e le Serate di Famiglia, che videro la luce nel 1855. Le Serate di famiglia, dirette da Raffaele Ghio e da Michelangelo Tancredi, pubblicavano fascicoli di educazione, di pedagogia e di amena letteratura. Vissero due anni di vita stentata e bersagliata dai revisori, i quali, tra l'altro, un giorno cancellarono la parola Italia, annotando: "Quando la finirete con questa f.,.. Italia?”; e il titolo di un articolo La costituzione di un fanciullo, mutarono in: La conformazione di un fanciullo. Il Tornese e il Menestrello, parodie di giornali, comparvero nel 1856; e un anno dopo, il Teatro, diretto da Alessandro Avitabile; e nel 1858, la Babilonia, giornaletti mezzo teatrali e scipiti, senza importanza e senza lettori. Don Lorenzo Zaccaro, prete calabrese, che aveva studio di lettere italiane e latine, e fu carcerato per supposta complicità nell'attentato di Agesilao Milano, pubblicò in quegli anni l’Ortodosso, diretto da Giosuè Tricolini, chirurgo militare all'ospedale della Trinità, padre di Tito, allora emigrato, che poi fu dei Mille, e di Giovanni allora giornalista teatrale e poi impresario. Come il Nomade e l'Epoca, mercé le aderenze dei loro direttori, avevano ottenuto raccomandazioni dal ministero di polizia agl'intendenti per avere degli associati, l'Ortodosso ne ottenne dal ministero della guerra, ed erano quasi tutti militari i suoi lettori, del resto non molti. Una sera si discuteva sul significato del suo titolo tra parecchi ufficiali nella casina militare, sulla cantonata tra la discesa del Gigante e il largo di Palazzo, e fu sentenziato che ortodosso era... una parola spagnola! Parecchi scrittori del Nomade e dell’Omnibus non negavano la loro collaborazione, gratuita s’intende, al Diorama, diretto dallo stesso Antonio Capecelatro, impiegato al ministero di marina, poi direttore generale delle poste italiane e che ora, vecchio, vive a Napoli in onorato riposo. L'ufficio del Diorama era in piazza San Ferdinando, sull'antico caffè d'Europa, in un appartamentino interno sotto l'ufficio dell'Omnibus, e lo frequentavano, dopo la morte di Ferdinando II, Camillo Caracciolo, Gaetano Trevisani, Raffaele Masi, Saverio Baldacchini, Floriano del Zio, Guglielmo Capitelli, Federico Quercia, Giovani Manna e Luigi Indalli, i quali ne erano anche gli scritta ordinarli. Il povero Capitelli pubblicò nel suo Excelsior parecchi ricordi del Diorama, che non son tutti. Il Capecelatro era forte giuocatore di scopone, il quale illustrò con un opuscolo che levò rumore e di cui mandò cinque copie al suo parente Giuseppe Antonacci a Trani, accompagnandole con un'arguta lettera, nella quale si legge:... "io non avrei ardito mandarle costà e turbare la tua pace, se non fossi stato a ciò premurato da S. E. il conte di Siracusa, il quale mi ha ingiunto di mandartene ben molte copie”. Anche don Leopoldo era appassionato dello scopone, che in Napoli contava glossatori e partigiani ferventi.

Don Michele Agresti, procuratore generale della Corte Suprema giustizia, era uno di questi ultimi, e in casa sua si giuocava lo scopone tutte le sere. Egli, grande magistrato per dottrina e probità, avviava i giovani alunni di giurisprudenza alla scienza di quel giuoco, persuaso che fosse un utile esercizio della mente per calcolare e ragionare.

Fioriva l'epigramma e non mancavano le Riviste. Si conoscevano l'un l'altro, in quel piccolo mondo che pensava, scriveva e si moveva. L'epigramma era uno sfogo della naturale arguzia, e un po’ anche di necessità sociale, non essendovi altro modo di colpire qualcuno, o di flagellare un vizio o pregiudizio che la forma epigrammatica, ispirata anche dal desiderio di far ridere alle spalle degl'imbecilli e dei vanitosi. Filippo Palizzi, aveva ritratto maravigliosamente un tal Rossetti sordo, e Michele Genova disse:

Questi è Rossetti, esclama ognun rapito;

Tal delle tinte è il sovrumano accordo,

Tatto il pittor gli die, fuorché l'udito,

Per non opporsi a Dio, che lo fé sordo.

Ma non era il Genova l'epigrammista più arguto. Tenevano in quel tempo lo scettro dell'epigramma Raffaele Petra, più noto sotto il nome di marchese di Caccavone; Michele d'Urso, Francesco Proto, duca prima dell'Albaneto, poi di Maddaloni, più conosciuto col nome di duca Proto.

Il Petra era capo del quinto ripartimento nella direzione generale del debito pubblico; D'Urso era colonnello di marina e fratello di Pietro, ministro delle finanze sino al 1855; e Proto, deputato nel 1848 e fra i più eccessivi, era tornato dall'esilio per grazia speciale di Ferdinando II. Il Caccavone li vinceva tutti. Più spontaneo, più arguto, più fresco nelle immagini, egli conosceva meglio le finezze, l'elasticità e i doppii sensi del gergo dialettale. Molti dei suoi epigrammi, raccolti da Achille Torelli in un volumetto che vide la luce in Napoli nel 1894, si leggono anche oggi con diletto. Se la forma n'è quasi sempre volgare, il pensiero molte volte elevato; e, strano a dire, certi suoi epigrammi pornografici hanno un contenuto morale, perché mettono in dileggio tipi e abitudini meritevoli di riso e di disprezzo. Il Caccavone era uno stoico, e aveva degli stoici l'atticità del pensiero e delle immagini e le abitudini della vita. I suoi versi in lingua italiana sono bellissimi. Non rideva mai, aveva colore terreo, quasi cadaverico, vestiva dimesso, ne mostrava tenerezza soverchia per l'acqua e il sapone. La sua cattedra ere il caffè d'Europa.

Mori vecchio, dopo il 1870. Gli epigrammi di D'Urso e di Proto erano più ingiuriosi che spiritosi, e quasi sempre ad hominem. Nessuno di loro creò tipi, come Taniello, don Lorenzo la madre educatrice; nessuno scrisse epigrammi italiani in bellissimi versi con immagini pure. Privi della naturale festività e obiettivi del Caccavone, colpivano determinati individui e rasentava l'insolenza; e il Proto, più stentato ancora del D'Urso, fu fatto segno lui stesso ad epigrammi atroci, ad umiliazioni non poche da parte di quelli che egli colpiva, e più tardi a clamorose bastonate. Gli epigrammi del Proto sono stati raccolti in un volumetto da Salvatore di Giacomo. Il duca non aveva ingegno, veramente; era artifizioso e scontorto in ogni sua manifestazione letteraria; retore e invido di chiunque si elevasse sulla folla; versipelle in politica e in arte. Sfucinavano epigrammi anche Cesare de Sterliok, Vincenzo Torelli, Federico Quercia, Luigi Coppo! Giuseppe Orgitano, Federico Persico, Giuseppe Rosati Felice Niocolini e Cesare Casanova. Se ne ricordava uno contro Saverio Baldacchini, attribuito a Giacomo Leopardi e che diceva:

Ei le vergini canta, l'evangelo

Ama, le vecchie.... adora, e la mercede

Di sua molla virtude attende in cielo.

Delle Riviste sono da ricordare lo Spettatore Napoletano, fondato dai fratelli Arabia nel 1855, e che visse due anni, e il Museo di scienze e letteratura diretta da Stanislao Gatti, importante effemeride, nella quale egli, il valoroso uomo, con Stefano Cusani, Giambattista Ajello, ed altri esteti diffondeva le dottrine di Hegel tra gli studiosi di filosofia. Era anche poeta e uomo di società, nel 1859 pubblicò dal sanscrito il BhagavadGita, un incomprensibile poema metafisico indiano, del quale si parlerà più innanzi. Dopo il 1860 il Gatti fu consigliere di prefettura e morì prefetto di Benevento. Spirito colto e sdegnoso, ebbe più ammiratori che amici. Più varia e completa rivista era Giambattista Vico, fondata dal conte di Siracusa, che fu variamente benemerito della cultura in quegli anni, seguendo gli impulsi del suo indimenticabile segretario Giuseppe Fiorelli. Il Giambattista Vico si occupava di storia, di filosofia, di matematica, di medicina, di archeologia ed economia politica. Usciva ogni stampata nitidamente dal libraio Dura. Vi collaboravano uomini e giovani chiarissimi nel mondo scientifico e letterario: I Curio Troja, i cassinesi Tosti e De Vera, Giuseppe Fiorelli, Giovanni Manna, Salvatore de Benzi, Carlo de Cesare, Guglielmo Guiscardi, Gaetano Trevisani, Remigio del Grosso, Costantino Baer, Federigo Quercia, Camillo Minieri Riccio, Filippo Volpicella. Antonio Tari, e Giuseppe Colucci, allora sottointendente di Cittaducale e altri minori.

Un'altra effemeride di qualche valore fu la Rivista Sebezia, scientifica, letteraria ed artistica, fondata da Bruto Fabbricatore superstite e fido discepolo di Basilio Puoti. Si pubblicava a dispense, e la prima vide la luce nel luglio del 1855. Il primo numero, oltre un discorso proemiale, conteneva una lettera di adesione di Francesco Orioli, datata da Roma il 22 luglio 1855, e poi uno scritto inedito, dettato da Cataldo lannelli nel 1816 per Vincenzo Coco, sulla Storia universale antica; un lavoro di metodologia di Michele Baldacchini; una prolusione di estetica di Paolo Emilio Tulelli, ed articoli di Degli Uberti, di Giuseppe di Cesare, di F. M. Torricelli, dì Pietro Balzano. Si chiudeva con buone bibliografie di Giovanni Manna, di Michele Melga e di Bruto Fabbricatore. Oltre i sollecitati vi scrissero in seguito Camillo MinieriRiccio, Enrico Pessina, Gaetano Trevisani, Saverio Baldacchini, Agostino Magliani, Emmanuele Rocco, Scipione Volpicella e Raffaele d'Ambra. Noto del Magliani una "Lettera critica in cui si paragonano insieme i tre episodii degli amori di Enea e Bidone di Virgilio, di Ruggiero ed Alcina dell'Ariosto, e di Rinaldo ed Armida del Tasso”. Il futuro ministro delle finanze scriveva di amori! Michele Melga, in una lettera da Boma, descrisse un quadro di Achille Vertunni, esposto in quella mostra di belle arti.

Il Morgagni era la più importante rivista di medicina, dovuta alla giovanile tenacia del valoroso medico Pietro Cavallo di Carovigno. Ne figurava come direttore il Ramaglia, che non vi scrisse mai nulla. Vi collaboravano Salvatore Tommasi e Camillo de Meis, esuli in Piemonte. Una volta il Tommasi mandò da Torino un articolo io confutazione alle dottrine materialistiche del Moleschott. Il revisore Minichini ne soppresse per intero la parte espositiva del sistema di Moleschott, premessa all'articolo, e a Pietro Cavallo che gli osservava di venir meno in tal modo ogni fondamento alla critica del Tommasi, rispose: "Eh, mio caro, l'ho tolta, perché i lettori potrebbero più volentieri invaghirsi della dottrina materialista di Moleschott anziché della critica del Tommasi”. Il Morgagni era stato fondato da Raffaele Maturi, contemporaneamente al Ricoglitore Medico-Cerusico, nei primi giorni del 1855. Poco tempo dopo, le due riviste si fusero in una sola col nome di Morgagni, e Pietro Cavallo vi portò tutto il concorso del suo talento e della sua attività, onde in breve quel giornale ebbe fortuna. Oltre ai vecchi professori Villanova, Lauro, De Martino, De Sanctis, vi scrivevano giovani medici, che più tardi salirono in fama, come Luigi Amabile, Tommaso Virnicchi, Giuseppe Buonomo, Capozzi, De Crecchio, Tanturri, Olivieri e Vizioli. Dopo il 1860 Ramaglia non volle più figurarne direttore, e la direzione fu assunta dal Tommasi, reduce dall'esilio; e con lui e col Cantani, i quali furono i due grandi medici, che abbia avuto Napoli negli ultimi anni, il Morgagni divenne una fra le più autorevoli riviste di medicina. Altra buona rivista medica era il Filiatre Sebetio,

La morte di Giulio Genoino, l'argutissimo abate, autore di tanti versi e commedie dialettali, e generalmente compianta, ispirò a Niccola Sole un bellissimo carme, pubblicato nel primo numero dell'Iride, che divenne via via un giornale simpatico, diretto da Achille de Clemente, e scritto in gran parte da Giacomo Racioppi, Ferdinando Catena, monsignor Santaniello e Niccola Sole, tutti di Basilicata, e da Gennaro Serena, mezzo basilisco, e padre di Ottavio, che in quegli anni entrava nel campo della letteratura con versi arieggianti malinconia amorosa. Già l'amore della "fanciulla„ era quasi l'unica ispirazione dei poeti novellini. Se Gennaro Serena si occupava di serii studii legislativi, stampati come articoli di fondo col relativo continua, e il Racioppi scriveva sul movimento estetico del secolo XIX, e Scipione Volpicella pubblicava studii interessanti di storia napoletana ed epigrafi rettoriche, Niccola Sole, Saverio Baldacchini, Giannina Milli e Felice Bisazza, il borbonico vate messinese, vi stampavano graziose poesie, Carlo Cammarota vi pubblicò, nel febbraio del 1858, delle ottave finemente umoristiche, in morte del celebre cantante Alamirè, pseudonimo del Lablache, che mori a Napoli in quell'anno, e fu accompagnato al cimitero da uno sterminato stuolo di marsine, mentre le salme degli uomini di valore, soprattutto se sospetti di liberalismo, vi erano menate a lume spento. Indirizzandosi a Carlo Troja, che viveva interamente ignoto al mondo ufficiale, il giovane poeta ebbe accenti sdegnosi e ispirati, tra i quali piacemi riferire questi:

O Carlo, tu che di sapienza i lumi

Porti angosciato nelle età più fosche,

E sul lezzo di rancidi volumi

Stai curvo il dorso e le pupille losche,

Che cale a noi dei gotici costumi,

Della trama, che al ragno ordir le mosche

Dell'acciuffarsi delle due befane

E dei latrati dell'ascoso cane?,..

Qui il linguaggio, sebbene figurato, era abbastanza evidente; e il mio carissimo Cammarota, divenuto poi il solerte segretario generale del municipio di Napoli, ed oggi in riposo, ebbe qualche grattacapo dalla polizia, il che non tolse però che le ottave in morte di Alamirè avessero fortuna.

Vita molto breve toccò al Secolo XIX, fondato da don Gennaro Correale. Vi collaboravano, quasi esclusivamente, Carlo Cesare che scriveva di economia, d'industrie e di finanza; Federico Quercia che si occupava di critica letteraria e di teatri; Vincenzo Padula che pubblicava interessanti articoli di varietà, e Pasquale Trisolini, il quale, dopo il 1860, divenne ufficiale di pubblica sicurezza. Questo giornale rappresentava un complesso di forze vigorose e, per quanto i tempi lo comportavano, discuteva liberamente di arte, di lettere e d'economia pubblica.

Chiedeva ferrovie, strade, ponti, bonifiche, istituti di credito fondiario ed agrario. Sugli istituti di credito fondiario scrisse pregevoli articoli quel don Gaetano Bernardi che, alcuni anni dopo, si fece monaco di Monteoassiuo, e poi fu abate e direttore del collegio benedettino di Sant'Anselmo in Roma, ed è morto da qualche anno. Allora era un giovane elegante e amabile, molto ricercato nella buona società, e dava private lezioni di letteratura. Amicissimo di Alfonso Casanova, fu da questi proposto al suo cognato Antonacci come aio dei figliuoli, e in casa Antonacci stette alcuni anni. Era uomo di squisito gusto letterario, ma ad un tratto fu soggiogato da forte vocazione per la vita del chiostro, e si disse esserne stata causa un'infelice passione amorosa. Molto vivace fu una polemica letteraria tra Federico Quercia e Francesco Saverio Arabia, nelle colonne del Secolo XIX, a proposito di alcuni versi di quest'ultimo, e per cui l'Arabia montò in bizza. Ma questa polemica, non finì in duello, come l'altra fra Luigi Indelli e Camillo Caracciolo, a proposito di un sonetto di quest'ultimo: duello ch'ebbe luogo nell'agosto del 1857 e fu argomento per qualche giorno de’ pubblici parlari. Si battettero alla sciabola, in casa di Francesco Rubino, letterato di fine gusto, che per sottrarsi alle molestie della polizia locale, si trasferì da Bari a Napoli con la famiglia, e a Napoli ebbe nome. Di lui si riparlerà ancora. In quel duello Camillo Caracciolo rimase ferito leggermente alla roano. Egli fu assistito da Federico della Valle di Casanova, terzo fratello di Alfonso e di Cesare, partito nel 1848 per la guerra di Lombardia, e che insicuro della sua dimora a Napoli, viveva fra l'alta Italia e Benevento, città del Papa. Luigi Indelli ebbe per padrino il conte Annibale Capasso di Benevento, guardia del corpo. La polizia non riuscì ad impedire lo scontro; e quando fu avvenuto, voleva per punizione esiliare i combattenti a Malta e punire il Rubino. Ma Ferdinando II, assicuratosi che i due pennaruli non si erano battuti per causa politica, li lasciò tranquilli. Il Secolo XIX dava troppo nell'occhio alla polizia, per la qual cosa fu due volte sospeso. Ma a lungo andare, il prefetto Governa fé intendere al Correale che aveva avuta abbastanza longanimità, e che perciò smettesse di pubblicare il giornale, che mori infatti alla fine di agosto del 1856.

De Cesare, Quercia, Padula e Trisolini trovarono ospitalità nel Nomade, nell'Omnibus, nell'Iride e più tardi nell'Epoca, fondata nel giugno del 1857 dal De Cristofaro. Alcuni scrittori del Nomade passarono all'Epoca, la quale, intendendo la réclame giornalistica un po’ più modernamente, pubblicò una lunga lista dì collaboratori, dei quali era primo Carlo Troja ed ultimo... Giuseppe Lazzaro. Questi iniziò una serie di articoli sull'istruzione anzi sull'”insegnamento letterario”, concludendo: bruciate le grammatiche, le rettoriche e le poetiche, e ne dava l'esempio.

Se mancavano giornali, come s'intendono oggi, mancavano anche i giornalisti. Eran tutti articolisti intermittenti e a rime obbligate. Unico giornalista, nel vero senso della parola, fu Vincenzo Torelli, la cui influenza nel mondo della letteratura e dei teatri divenne incontestata, per quanto sterile. Torelli rappresentava una potenza; e la sua casa, prima al palazzo Barbaia in via Toledo, e poi in piazza San Ferdinando, dove aveva raccolti molti quadri di autori antichi e moderni, era un magnifico convegno di letterati, di artisti e di quanti uomini di valore vivevano in Napoli, o vi capitavano. Della sua prigionia in Santa Maria Apparente, dell'attentato onde fa vittima, e della sospensione del giornale egli non disse mai verbo, neppure dopo il 1860. Per la prima volta, recentemente, ne parlò, con particolari esatti, Pasquale Turiello suo nipote:’particolari non esaurienti, perché il Turiello non volle indagare chi fosse il cortigiano che avrebbe confidato al Torelli le parole di Ferdinando II a proposito della cura idroterapica, e dal Torelli riferite in una lettera anonima stampata nell'Omnibus, forse per mettere un po’ in luce il professore Tartaglia, il quale iniziava in Napoli la cura della idroterapia.

Il re aveva detto queste innocenti parole "Acqua fresca, miracoli, miracoli!„; ma sospettosissimo s’impensierì e poi s’irritò di vederle pubblicate testualmente, perché in quella stessa conversazione, presenti la regina, Alessandro Nunziante e il maggiore Severino, egli aveva tenuti altri discorsi e fatta una volgarissima ingiuria all'indirizzo di lord Palmerston.

1 P. Turiello, Dal 1848 al 1867, nella Rivista storica del Risorgimento italiano, diretta dal prof. Manzone, volume I, fascicoli 3 e 4.

Ciò avveniva sulla fine del 1856, dopo la rottura dei rapporti diplomatici con la Francia e l'Inghilterra. Il re voleva quindi sapere dal Torelli chi gli avesse scritta quella lettera, ed avendo questi risposto di non saperlo, ordinò che fosse mandato a San Francesco. E tornando a insistere, e l'altro seguitando a negare, ordinò che fosse tradotto in Santa Maria Apparente, dove il malcapitato entrando, fu aggredito da un camorrista armato di rasoio. Don Vincenzo si difese disperatamente dai colpi che gli avventava al collo l'assassino, il quale morì di morte misteriosa, pochi giorni dopo. E poiché dei due cortigiani, alla presenza dei quali il re aveva pronunziato quelle parole e lanciata la ingiuriosa sconcezza al ministro inglese, uno era il Nunziante, i maggiori sospetti caddero su lui; ma nessuna prova si ebbe che questi avesse armata la mano dell'assassino e l'avesse fatto morire misteriosamente due giorni dopo, il fatto impressionò tutta Napoli, il Torelli s'ostinò a non parlare; il re, visto che tutto era inutile, lo restituì in libertà. L'Omnibus riprese le pubblicazioni, ma don Vincenzo usci dal carcere politicamente mutato. Il suo zelo per i Borboni intiepidì di molto. Per un assassinio tentato e un altro consumato, non vi fu processo, neppure pro forma! L'autore della lettera anonima, causa di questa tragedia, si disse essere stato involontariamente don Michele Viscusi, allora detenuto in Santa Maria Apparente, ma nessuno vi credette. I maggiori sospetti si fecero sul Nunziante.

Lo strenne in prosa e in versi, che ogni anno si pubblicano, specie da alcuni giornali, erano altro campo aperto alla attività degli scrittori. Lo studio sulle strenne e sui versi, condotti di occasione, come per nozze, per monacazioni (allora molto frequenti), per onomastici, per genetliaci, per decessi, sarebbe interessante, come pur quello sulle poetesse del tempo. Brillavauo tra queste Giannìna Milli, Giovannina Papa, Anna Pesce, Irene Capeoelatro, Adelaide Folliero, Erminia Frascani e quella Emilia de Cesare, che fece fantasticar tanti sull'esser suo, provocò dichiarazioni d'amore e lettere di laude e ispirò la musa di Felice Bisazza, di Carlo Cammarota, di Giulio Salciti, di Luigi Cassitto e di Gaetano Bernardi, finché non si venne a sapere, e ci volle qualche anno, che sotto quel nome si nascondeva Carlo de Cesare. Sembrava strano che fosse venata al mondo una poetessa d'animo e di sentimenti virili e ricca di una cultura, rara oggi e allora quasi inverosimile nelle donne.

Le strenne più accreditate, per eleganza tipografica, eran quelle di Gaetano Nobile, primo editore che abbia avuto Napoli, e forse ultimo. Nel 1856 egli ne pubblicò una di prose e versi, tutta di autrici italiane viventi, dal titolo; La primavera.

Tra le prosatrici napoletane figuravano Adelaide Amendolito Chiulli, Virginia Palli Filotioo, Enrichetta Sa va, Carolina d’Auria, CaaTolina Bonucci; e tra le nuove poetesse, Mariannina Spada, Maria Lettieri, Elvira Giampietri. Vi pubblicò inoltre una bellissima ode di Luisa Amalia Paladini ed una, inedita, di Giuseppina Guaoci, ma non delle migliori che la insigne donna scrivesse. Questa strenna, per l'originalità sua, levò rumore, quanto se ne levò la Ghirlanda, della quale furono collaboratori Saverio e Michele Baldacchini, Giuseppe di Cesare, Federico Quercia, Giulio Genoino, Gustavo Ponchain, Scipione Volpicella, Luigi Vicoli; e tre superstiti, Ottavio Serena, Federico Persico Michelangelo Tancredi. Serena cantò in versi sentimentali una Giacinta, fanciulla abruzzese morta nel fiore degli anni, e della quale si rivelava innamorato cotto; Federico Persico stampò un sonetto petrarchesco, e Michelangelo Tancredi un Orientale. Esumo il sonetto del mio vecchio professore di diritto amministrativo:

Quand'io la scorgo infra l'estrania gente,

Tutta raccolta e pensierosa in viso,

Sento in mezzo del cor nascere vin riso

Di pace e il volto scolorar repente:

Io non la guardo già, né mi si sente

Mai dirle un motto o volgerle un sorriso;

Por la stanza mi sembra un paradiso

Mentre l'anima mia vi sta presente.

Ma s'io torno colà dove ha costume

Anch'ella andar, né la ritrova il core,

Che pria dell'occhio, col tremar, m'affida;

Somiglio al pellegrin che conta l'ore

Di rivedere il tempio e l'ara fida,

E quel trova deserto e assente il Nume.

Vi era pure una squisita traduzione dell'addio di Byron, fatta da Stefano Paladini; ma la passione per Byron a Napoli era finita col 1848: mania meglio che passione.

In quel tempo Pasquale de' Virgilii tradusse le tragedie dei poeta inglese, e la traduzione fa pubblicata a Brusselle nel 1841 con nitidezza di tipi; e Pietro Paolo Parzanese, con la collaborazione di Carmine Modestino, ne traduceva le Melodie ebraiche squisitamente, e le pubblicava a Napoli nel 1837, (52) dedicandole allo stesso Modestino, il quale con la sua perizia nell'idioma del Tamigi gli era stato di aiuto nella traduzione. Il de’ Virgilii, intendente di Teramo nel 1860, dopo che venne largita la costituzione, mori conservatore delle ipoteche a Trani. Era un romantico, con tutte le qualità e le iperboli dei romantici, e la sua collaborazione nelle strenne veniva ricercata Per il capodanno del 1858 il Nomade offri ai suoi lettori una strenna speciale. Figuravano, tra i poeti, Stanislao Gatti, Carlo de Cesare, Saverio Baldacchini, Vincenzo Baffi, Luigi Indelli, Giuseppe Campagna, Ottavio Serena, il duca di Ventignano e Luigi Coppola; e tra le poetesse, Irene Capecelatro, sorella di Giuseppe Ricciardi e Ada Benini, toscana. Federico Quercia nel giornale stesso ricercò il valore dei diversi poeti.

Geniali per varietà di argomenti erano le strenne dell'Onmibus, Fu notevole quella del 1858, dal titolo La Sirena, mesa insieme da Vincenzo Torelli e dai suoi figli Cesare e Achille e illustrata dai ritratti di Filippo II, Carlo l’e Tommaso Grossi, e dalla riproduzione degli Iconoclasti del Morelli e della Morte di Abele, cartone di Michele de Napoli. Una strenna pubblicò nel capo d'anno del 1857 lo Spettatore napoletano, con versi di Baldacchini, di Baffi, di Enrico Cenni, di Sabino Loffredo, di Angelo Santangelo, del Campagna e dei due Arabia; con prose dal Manna e del duca Tomacelli, e dellcate riduzioni, una di Goethe fatta da Federico Persico, ed una di Longfellow, da Stefano Paladini. Come si vede, gli scrittori delle strenne, cosi in prosa che in versi, erano sempre gli stessi.

Oltre a quelli nominati, è giusto che ricordi Venturina Ventura di Trani, Emanuele Rocco, Domenico Bolognese, Giuseppe Sesto Giannini, Raffaele Colucci, Quintino Guanciali, Raffaele d'Ambra, Simone Capodieoi, Carlo Massinissa Presterà, Vincenzo Baffi e Leone Emanuele Bardare, i cui nomi si vedono più spesso ripetuti in quelle altre infinite raccolte, che vedevano la luce in occasione di nozze, di monacazioni o di morti, coma si è detto.

Il Bardare scrisse una specie di satira, contro gli esteti che erano divenuti una vera calamità in quegli anni: satira piuttosto insipida, che cominciava con questi versi:

Io non so che mai vogliate

Io non so che mai diciate,

Benedetti estetici!

Ma non erano minori calamità le strenne e tutte quelle pubblicazioni veramente inutili, perché vuote d'ogni contenuto poetino. Quando nell'agosto 1858 si spense a vent'anni Vincenzo Tarantini, figlio di Leopoldo, gli amici pubblicarono una raccolta di prose e versi. Leopoldo Rodino vi scrisse pagine purissime di prosa; Saverio Baldacchini, versi sciolti; Pessina e il vecchio Caccavone, dei sonetti; Niccola Sole, Amalia Francesconi, Carlo Sckibieri e Felice Bisazza, delle odi; Mirabelli, dei distici; Peppino Tarantini, che poi fu deputato di Barletta, fratello minore dl defunto, pubblicò delle ottave, e un'ottava Mariannina Spada di Spinazzola, la quale, un anno dopo, sposò il marchese Pasquale del Carretto, unico figliuolo del maresciallo.

L'esempio delle strenne era contagioso. A quelle, che si pubblicavano nella capitale, facevano riscontro le strenne delle provincie. Se ne pubblicò una a Chieti nel 1858, dal titolo Il Salice. Le mise insieme Ferdinando Santoni de Sio. Quasi tutti gli autori erano abruzzesi. Silvio Verratti, abruzzese egli pure, ne pubblicò nell'epoca una rivista apologetica, scrivendo, con poca modestia: "Qui in Abruzzo non possono fiorire poeti voluttuosi e molli, ma si vuol porre l'arte in accordo con tutte le altre idee del tempo, con quelle della beltà morale, della famiglia, dell'amore per l'uman genere, e soprattutto con la sincera religiosità e con la filosofia". E dei poeti abruzzesi, dopo aver ricordato un po’ fra le nuvole il Bossètti, accennò a Pasquale de’ Virgilii, al Madonna, al Pellicciotti, al Bruni, alla Milli e Emidio Cappelli, che l'anno prima aveva pubblicata la Bella di Camarda, novella abruzzese in terza rima, dedicata a Saverio Baldacchini e bellissima per purezza di forma, d’immagini e di reminiscenze dantesche. In questa strenna furono pubblicate lettere inedite di Pietro Giordani, del marchese di Montrone e di G. B. Niccolini a Raffaele d'Ortensio, e una della Guacci a Niccola Castagna.

Vi figuravano, inoltre, un carme di Paolo Emilio Imbriani, un inno e un sonetto di Francesco Dall’Ongaro a componimenti di tre poetesse: Eloisa Ruta, Battistina Cenasco e Giannina Milli: le tre grazie della strenna, come le chiamò il Verratti. Di più, Francesco Auriti, poi alto magistrato e senatore, consacrava lacrimose ottave alla malinconia; Tito Livio de Sanctis, il celebre chirurgo, un'ode piena di affetto a sua figlia morta, e Leopoldo Dorrucci cantava i conforti di un'altra vita.

Anche a Campobasso si pubblicò una strenna molisana, con prose del Chiavitti, del De Lisio e di don Pasquale Albino, e versi dei signori Buccione, Ferrone e Cerio. Ed un'altra ne fu pubblicata nel 1858 a Potenza, dal titolo La Ginestra a cura di Michele de Carlo di Avigliano, e conteneva poesie e scritti di Niccola Sole, di Francesco Ambrosini, del Giura, del Battista e di altri.

Neppure le strenne sfuggivano agli artigli dei revisori. Fra le tante buffonate, alle quali la regia revisione dava pretesto, ricordo quel che successe al Torelli nel 1853, quando pubblicò per gli associati dell’Omnibus e per il pubblico, una strenna intitolata La Sirena, dov’era la traduzione di una Orientale spagnola di José Zorrilla fatta dal Tancredi. La poesia conteneva il lamento di un signore arabo, che indarno impetrava amore da una crudele cristiana spagnola. Il primo esemplare fu, alla vigilia di capodanno, mandato in omaggio al prefetto di polizia. Questi la lesse, ma trovando nell'Orientale espressioni per lui ambigue, come la mia catena lo schiavo tuo, prigioniero degli occhi tuoi, angiolo della regione degli aromi, paradiso e simili, montò su tutte le furie contro il revisore e contro il Torelli e proibì la. pubblicazione della strenna. Torelli ne fu sgomento. Andavano perduti gli esemplari di lusso, rilegati in velluto e in raso, per il re, per la regina, per i ministri e gli alti funzionarli e andava perduta la vendita agli abbonati dell’Omnibus e al pubblico. Ebbe un'idea luminosa: la poesia incriminata occupava due sole pagina d'uno stesso foglio, propose il taglio di quel foglio e la polizia vi consenti, ma volle prima in mano sua tutt’i fogli strappati, e così permise la pubblicazione.

I revisori dei giornali, delle strenne e dei teatri non avevano niente da fare coi revisori dei libri, i quali formavano un corpo distinto ed erano quasi tutti ecclesiastici.

Sette i revisori di libri provenienti dall'estero, con sede presso la dogana; e ventuno, i revisori delle opere che si stampavano nel Regno. Fra questi, tre soli laici. Il rumoroso e faceto monsignor Salzano n'era il presidente, e il sacerdote don Leopoldo Ruggiero, il segretario. Il Ruggiero fu poi arcivescovo di Sorrento e mori nel 1885. Figuravano tra i componenti il canonico don. Rosario Frungillo, che resse da vicario capitolare la diocesi di Napoli alla morte del cardinale Riario Sforza. I tre laici erano Calandrelli, Delle Chiaje e Placido de Luca. Il revisore presso l'officina delle poste si chiamava don Giuseppe Salvo, sacerdote. Il celebre e balbuziente don Gaetano Rover era anche prete, ma già pensionato negli anni dei quali parlo. Però restò viva per un pezzo la memoria di lui, sul cui conto se ne narravano delle belle. Nel 1848 il Mondo vecchio e Mondo Nuovo lo chiamava don Gaetano ir e or, scomponendone il cognome; e fare l’irre orre, nel linguaggio dialettale, vuol dir essere indeciso o esitante e spesso di mala fede. Si ricordava fra gli altri il famoso aneddoto del "pernioiotto". Essendo il Rover revisore teatrale, in quel tempo, doveva vistare il cartellone del teatro dei Fiorentini. Una sera si rappresentava una vecchia farsa, nella quale il brillante, entrando in una trattoria, domandava la carta ordinava un "perniciotto arrosto". Don Gaetano vistò il cartellone senza la menoma difficoltà, trattandosi di una produzione vecchia e nota; ma la sera di quel giorno, essendoglisi preparata una cena di magro, si ricordò che era venerdì e che in quella farsa il brillante domandava un cibo di grasso! Il pover'uomo prevedeva lo scandalo del pubblico, che avrebbe visto un attore sul palcoscenico mangiar di grasso in un giorno proibito. E senza perder tempo, si cacciò in testa il tricorno, corse trafelato al teatro, e varcata la porta del palcoscenico, cominciò, appena ebbe scorto l'impresario don Adamo Alberti, a balbettare più del solito, "Don don, don Ada... do... don Adaàa...pe... pesce aa... arro... rosto, no,.. nooon pe... perni...niciotto arrosto...” L'Alberti capi subito e il temuto scandalo fu evitato. Ma negli anni, dei quali mi occupo, la revisione teatrale fu affidata ai regi revisori della polizia, redattori del "Giornale„ come si è detto, e a capo dei quali era l'Anzelmi, il meno scostante di tutti e, morto lo Scrugli, gli successe nella direzione del “Giornale Ufficiale". Era autore di un'Estetica di lettere e arti belle.

Dopo il 1860, l'Anzelmi mostrò del carattere mostrandosi borbonico.

Ma tutto ciò che non concerneva teatri od opuscoli di un foglio di stampa era competenza della revisione ordinaria, che aveva facoltà di sopprimere ogni frase che potesse contenere qualche allusione politica, o che non paresse abbastanza ortodossa. A capo di quell'ufficio era il consigliere Maddaloni il quale mostrava talvolta più pieghevole e ragionevole, mentre gli altri si divertivano spesso a mandare gli scrittori alla Curia, per una seconda revisione dell'autorità ecclesiastica, ed allora addio roba mia, perché il sentimento dominante in tutta quella scettica burocrazia, era di rompere le scatole a chiunque volesse stampare qualche cosa, o rappresentare qualche dramma o farse. I revisori non essendo moltissimi, per ottenere l'approvazione di un foglio di stampa spesso si doveva aspettare delle settimane, ed è facile immaginare le imprecazioni e le astuzie degli editori e degli autori.

Nel 1856 Tommaso Arabia aveva intrapresa la pubblicazioni del teatro di Shakespeare, tradotto da Giulio Carcano. Era stato destinato a revisore dell'opera il canonico don Gaetano Barbati un bravo uomo e dotto latinista, ma pieno di dubbii e di scrupoli. A don Gaetano venne in mente che fosse immorale la scena appassionata del primo atto della Giulietta e Romeo, e la cancellò addirittura quasi tutta. Arabia fece notare che quella soppressione, oltre che una irriverenza a cosi insigne autore, era in aperta contraddizione con quanto aveva già fatto il revisore del Rusconi. Fu tempo perduto; e poiché non si aveva a ohi ricorrere, Arabia fece di quel foglio di stampa una doppia edizione, una per il revisore, mutilata com'egli volle, e l'altra integra per gli associati, affrontando il pericolo, se la cosa fosse stata scoperta, di andare in carcere. La revisione dei giornali dei teatri aveva sede presso il ministero di polizia.

I teatri erano aperti tutto l'anno. Avevano compagnie fisse il San Carlo e il Fondo con una dotazione di settantamila ducati; e Adamo Alberti godeva il monopolio del teatro di prosa, per mezzo dei quale poté mettere insieme una discreta fortuna, alla quale purtroppo diè fondo negli ultimi anni della sua impresa, diversi dai primi.

E dalla sua rovina, irrisione della sorte! non andò neppure incolume quell'ameno villino al Petraio, lieto convegno di letterati ed artisti del tempo, e sul quale aveva fatta murare l'epigrafe L'arte mel diede, mel conservi l'arte”.

Teneva il primo posto il San Carlo, il classico e magnifico teatro, dove con tenue spesa si assisteva e rappresentazioni di prim'ordine. Una sedia numerata in platea si pagava sei carlini, cioè lire 2,50, e nelle sere di abbonamento sospeso, quattro e anche tre carlini. Non v’erano biglietti d’ingresso. Esisteva cioè una classe cosi detta di smestitori, i quali assistevano allo spettacolo gratuitamente, o girando di palco in palco, o valendosi del mezzo biglietto che, alla fine del primo atto, ricevevano fuori della sala da un amico compiacente. Quest'astuzia, che era una frode bella e buona, la chiamavano scoppola, e veniva particolarmente adoperata dagli studenti; né erano rari i casi che, scoperta la magagna, lo studente venisse messo alla Porta dal famoso don Antonio Masula, un vecchio grosso e vice, che sedeva in alto presso la entrata in platea, ed era d'un colpo d'occhio meraviglioso nel conoscere gli smestitori. Al San Carlo si rappresentò nell'autunno del 1855 la Violetta, cioè la Traviata; il Lionello, cioè il Rigoletto, e il Trovatore, sempre con la Medori, Mirate e Coletti: una triade maravigliosa; per la prima volta, negli ultimi giorni di luglio di quell'anno, Roberto di Piccardia di Meverbeer, che ebbe buona accoglienza fu eseguito dalla Frassini, dal Villani e dal Codini, Questo Roberto di Piccardia era Roberto il Diavolo, che la revisione sbattezzò, perché la parola "diavolo” non poteva comparire sul cartellone di un teatro; e poiché Roberto Normanno fu capo di una dinastia, la quale aveva regnato a Napoli e non poteva perciò figurare sulle scene, cosi gli si fece cambiar paese e divenne di Piccardia, Furoreggiava il ballo del Rota, Il trionfo dell’innocenza, che era poi il Fornaretto, e l'altro I paggi del conte di Provenza, in cui debuttò la seconda prima ballerina, signora Negri, fischiata a segno che si svenne sul palcoscenico.

E' un mostro e balla come un morsicato dalla tarantola, scriveva Cesare Casanova all'Antonacci, e così la Cerani, prima ballerina, ebbe un trionfo indiretto, non essendo simpatica al pubblico neppur lei. La cara, carissima Levasseur ballerà lunedì nella "Regina delle rose„, ballo che si riproduce con piacere universale, aggiungeva Cesare.

La Levasseur fu una dei fanatismi di quegli anni, ma era sovente inferma, e molto applaudito fu anche il primo ballerino Carus. Il Casanova scriveva pure: "Mercoledì andrà in iscena la "Lucia„ con Mirate la Beltramelli ed un nuovo basso Morelli, e sabato il "Trovatore,, con Stefani, Coletti, la Ester Paganini e la Medori. Il Rigoletto con Mirate, Coletti e la Medori fa un favore indicibile, e l’Ester Paganini vi si è aggiunta sostenendo la parte di Rita.

La Paganini aveva venti anni, gran contralto e grande attrice. Si rappresentarono pure il Don Sebastiano con la Tedesco, il Oraziani e il Coletti, e l'Anna Balena, nella quale esordi brillantemente la Sbrisci.

Nella stagione del 1857 l'Anna Balena fu fischiata e tollerata l’Adella. I Puritani vi ebbero nell'ottobre dello stesso anno esito incerto. Vi cantarono la Fioretti, il tenore Galvani, il baritono Coliva e il basso Antonucci: applauditissimo il Coliva, fischiato il Galvani. In quel mese tutti i teatri stettero chiusi per cinque giorni, essendo la Corte in tutto per la morte dell principessa Maria Amalia, sorella del re e consorte di don Sebastiano Gabriele, infante di Spagna. Morì donna Amalia il 16 ottobre a Pozzuoli di male acuto, nel palazzo del principe di Cardito, che fu acquistato poi dal conte d'Aquila suo fratello.

Era la terza sorella di Ferdinando II, sposatasi nel 1832, a quindici anni. Il matrimonio segui a Napoli per procura il 7 aprile del 1832, ed in persona di Aranjuez, il 26 maggio dello stesso anno. Era una donna molto vigorosa nelle forme e di tipo schiettamente borbonico: buona, fu largamente rimpianta. Nel novembre suscitò fanatismo il Trovatore, con la Penco, Musiani, Coletti e la Guarducci. Verdi venne in persona a mettere in iscena la sua opera che accese aspre polemiche, o meglio le accese la Penco, perseguitata dall’Omnibus e difesa dal Nomade.

Nelle stagioni seguenti cadde la Sonnambula per coattiva esecuzione, ma ebbe buon esito l'Elisa Fosco di Donizzetti con la Medori, Fraschini e Coletti. Questa Elisa Fosco era, né più e né meno, che la Lucrezia Borgia, battezzata cosi dalla revisione, perché casa Borgia aveva avuto due Papi.

E si inventò quel "Fosco„ per poter fare il mutamento oltraggioso di lettera, ch'è nel dramma di Victor Hugo: qui si cancella nella nota scena l’iniziale del casato della protagonista; a Napoli si rabberciava in T l’F, e Fosco diventava Tosco.

Sembrano cose inverosimili. Eppure fra i revisori della polizia non mancavano persone di talento, come il Rocco, l'Anzelmi, il Cordella e il Mastriani! Per l'apertura della stagione invernale del 1858, il cronista mondano del Nomade verseggiava:

Presto a San Carlo ritorneremo,

Le antiche sedie ripiglieremo,

Mentre si stona sopra le scene,

Laggiù in platea si fischierà.

E i fischi piovvero davvero e ben clamorosi. Si rivolle il Lionello, con la Fioretti, soprannominata l'usignolo, la Guarducci, Coletti e Fraschini; ma Coletti era rauco e dal primo atto si passò al quartetto dell'ultimo, e lo spettacolo fini presto tra i più alti segni d’indignazione. Fraschini furoreggiava nelle due ballate, e la Fioretti nel quartetto finale. Sorte più triste ebbe il ballo Il Ravvedimento, perché la Tedeschi, prima ballerina, debutto fra una tempesta di urli. Anche lo Stifellio del Verdi, più noto sotto il nome di Araldo, ebbe un successo men che mediocre, ma ottenne il gran favore del pubblico anche pel ricco allestimento scenico, la Jone del Petrella, rappresentata la prima volta nella sera del 9 novembre 1858. Vi cantarono divinamente la Medori, Negrini e Coletti. Riscosse grandi applausi l'a solo per clarino, eseguito dal celebre Sebastiani, che era stato l'amante invidiato della Bonzi, piacque la marcia funebre, e se non destò proprio entusiasmo tutta l'opera, il successo andò via via aumentando sino a diventare un trionfo. Esito infelice ebbe, sulle stesse scene, nel marzo del 1859 Il saltimbanco del Pacini.

Il saltimbanco fece "un salto mortale„ scriveva il Nomade e continuava:

Spargiam d'immonda cenere

E vestimenti e chiome.

Non deve lasciarsi nell'oblio un incidente avvenuto al San Carlo nell'ottobre del 1858, e riferito cosi da Alfonso Casanova al cognato "L'altra sera avvenne un chiasso al "San Carlo”. Si dava la Lucia: al momento del duetto tra soprano e tenore,

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— 149 —

"stro, datemi la parte della vostra opera, la voglio, ne ho il diritto„.

Si accordarono però sulla non rappresentazione del Re Lear, scegliendo invece altra opera adatta per la Penco, e il contratto venne sottoscritto nel febbraio del 1857. Fu scelto il Gustavo III di Scribe, del quale Verdi mandò il libretto, svolto completamente con tutte le scene, i dialoghi e le parlate, salvo le rime, perché fosse sottoposto al revisore. Il duca di Ventignano, deputato della sopraintendeuza dei teatri, respinse il libretto, perché non in versi e non in rime. L’impresa, sperando di compor tutto, e non volendo per non infastidire il maestro, non gli fece saper nulla di quest'incidente, anzi continuò a sollecitarlo, perché finisse il lavoro e venisse a Napoli a metterlo sulle scene. E Verdi, il 14 gennaio del 1858, andò a Napoli, dove seppe che i revisori avevano rifiutata l'approvazione del libretto ed erano ostinati a non voler recedere. Dopo più di un mese però la concessero, ma con tali mutazioni, che il Verdi, indignato, non ne volle più sapere e si dichiarò sciolto dal contratto. Cosi non l’intendeva l’imprese, che citò in giudizio il maestro, affermando irragionevole il rifiuto della consegna della musica e della messa in iscena, e chiedendo danni e interessi e persino l'arresto personale dì lui. Verdi non andò in prigione, ma i napoletani non udirono il Gustavo III. Più fortunati i romani, i quali udirono l'anno dopo, nella stagione teatrale del 1859, quel Gustavo III, ribattezzato Un hallo in maschera. La censura romana si dimostrò meno goffa della napoletana. Cambiò il titolo e trasportò la scena in America; Gustavo III di Svezia divenne un conte di Warwiroh, governatore di Boston; e l'Autarstoven, suo uccisore, si chiamò semplicemente un conte Renato, ma la tragedia restò tal quale. L’impresario Jacovaooi fu più avveduto dell’impresario napoletano e della sopraintendeuza dei teatri. I particolari della prima rappresentazione del Ballo in Maschera sono da me riferiti in altro libro.(53)

Gli altri teatri erano dai critici riguardati con maggior benevolenza, forse perché più del "San Carlo„ si adoperavano a soddisfare i varii gusti del pubblico. Nel 1857 andò in iscena, al Fondo, la Medea del Legouvè, con la Ristori che destò fanatismo.

Ebbe incredibili dimostrazioni di fiori, di sonetti e di epigrammi, preceduta dalla gran fama, che aveva levata di sé nel 1855 a Parigi. La Rachel, venata a Napoli due anni avanti, vi aveva essa pare rappresentata la Medea; e Giaseppe Lazziuro, critico teatrale d'occasione, paragonò la Ristori alla Rachel, giudicando la Ristori superiore alla famigerata francese. La Ristori rappresentò pure al Fondo la Pia dei Tolomei la Locandiera e la Fedra. Fu pubblicata una raccolta di versi e di prose in lode di lei, Saverio Baldacchini vi stampò una poesia, di cui ricordo quest’ottava, iperbolica e finamente adulatrice.

Oh, la superba, imperial Parigi

Non l'ha con gli splendori affascinata!

Le dense nebbie del Beai Tamigi

Non han la nobil sua fronte turbata.

Ella impresse per tempo i suoi vestigi

Nella città, dai secoli nomata:

Tutta, redi, è latina, e le non molli

Aure battonta ancor de’ sette colli.

Se l'elegante e sereno poeta pugliese cantava cosi, immaginiamo gli altri. Alfonso Casanova n'era addirittura esaltato, e scrisse un sonetto inverosimilmente seicentesco. Credo che nessuno dei maggiori artisti ricevesse a Napoli lodi e onori, pari a quelli che vi raccolse la marchesa Capranica del Grillo. L'eco della sua fama giunse nelle provincie, e in breve, il nome di Adelaide Ristori divenne popolare in tutto il Regno, e gli studenti, tornando a casa nelle vacanze, la portavano a cielo, oscurando l fama della Sadowski, la quale seguitò non per tanto ad avere sempre i suoi partigiani appassionati, e i suoi adoratori. L'anno innanzi aveva sposato il marchese Vincenzo Santorelli.

Nell'agosto dello stesso anno il Fondo tornò teatro di musica. Vi cadde la Rita del Boxas ed uguale insuccesso, forse peggiore, vi ebbe nell'aprile del 1858 la Gioventù di Shakespeare opera semiseria del maestro Lillo. Ebbe esito incerto il Pipelet, con la Zenoni e il Conti, e senza infamia e senza lode passò il Barbiere di Siviglia, con la Guarducci, proclamata la più simpatica delle Rosine, e che sposò poi Alfonso Catalano Gonzaga, dei duchi di Cirella. Al periodo musicale successe altro periodo di prosa; e nel febbraio si rappresentò allo stesso teatro Noemi la figlia di Caino, tragedia spettacolosa di Domenico Bolognese, scritta per la Ristori. Ebbe un successo trionfale.

Vincenzo Torelli scriveva: "un successo più clamoroso, un entusiasmo teatrale più deciso di quello prodotto da questa tragedia, non è a nostra notizia. Rompere a mezzo il gesto, la parola, un movimento le cento volte, sono prove di avvenimento più che straordinario, unico". La Ristori era Noemi e Achille Majeroni, Caino, 'Tutti vestiti di pelle, continuava il Torelli, la Ristori era una bellezza, una perfezione; e Majeroni un gigante di forme e di modi; quella l'angelo dell'amore e della pietà, questi il colosso del delltto e del rimorso". La figlia di Caino popolò stranamente quel teatro d'ordinario spopolatissimo e rese quasi deserto i Fiorentini, dove si dava una Bertrada, inconcludente tragedia del Proto, il quale si era dato tutto al teatro. Gli attori delle Bertrada recitavano alle sedie e ai palchi vuoti, benché vi prendessero parte la Sadowski, Bozzo e Romagnoli, e Achille Torelli cercasse difenderla con un articolo. Felice Niccolini vi fece su quest'epigramma:

Scellerato Caino! onor crudele,

Vivo, uccidesti l'innocente Abele;

Or sulla scesa apparso, appena noto,

Uccidesti Bertrada e il duca Proto.

E il duca, punto nel vivo, replicò senza sale né pepe:

A riacquistar la palma il duca Proto,

Or che il gusto del critico ha capito,

Tragedieravvi Giuda Iscarioto.

Ma il teatro veramente di moda, dopo il "San Carlo„ e che continuò ad esserlo anche dopo il 1860, fu quelle dei Fiorentini. Un teatro di prosa come quello Napoli non ha avuto più.

Vi recitavano ed erano nella freschezza dell'età, Fannv Sadowski. Achille Majeroni e Michele Bozzo, idoli tutti e tre di. un pubblico ipercritico, ma facile agli entusiasmi, e che Majeroni mandava in dellrio quando rappresentava il Saul, quel Saul che, dato l'anno innanzi con altri artisti, aveva provocato fischi e proteste. La Sadowski possedeva l'arte di far piangere; e il Bozzo, morto da poco nella miseria, era il cucco delle signore e delle signorine sentimentali, che lo chiamavano per vezzeggiativo bozzetto, secondo il dizionario speciale della marchesa Messanelli.

E v'erano Luigi Taddei e Adamo Alberti, due artistoni di prim'ordine, massime il primo che può chiamarsi senza esagerazione il principe di tutti i caratteristi passati, presenti e futuri: i coniugi Marchionni, Luigi Monti ed Angelo Vestri. Compagnia come non se n’è più viste, e affiatamento completo fra tutti. Il Taddei era un po’ poeta. In una sua lunga poesia inedita contro i fogli teatrali, scriveva:

………………………….………………...

Chi non sa il traffico

Dei giornalisti?

Danno il battesimo,

Sputan sentenza,

Si erigon giudici

Per eccellenza.

Oggi t’innalzano

Fino alle stelle,

Doman ti levano

La prima pelle.

…………………………………...

Benché Adamo Alberti avesse, come ho detto, il monopolio del teatro di prosa e una sovvenzione di quattromila ducati, un'incredibile gretteria vi fu sempre negli allestimenti scenici e tutto l'addobbo dei Fiorentini. La non ampia sala era illuminata ad olio, e vi si respirava un’aria di mistico raccoglimento. C'era un'orchestra, ma ahimè, quanto strimpellata! Però, per valore di artisti e scelta di opere, non si poteva desiderare di meglio. Una buona rappresentazione in quel teatro era considerata come un vero godimento intellettuale dalle persone colte, perché ogni produzione di qualche valore aveva il suo strascico di critiche letterarie e di polemiche, che forse non si scrivono più. Erano critici teatrali, fra i più reputati e temuti Enrico Pessina, Federico Quercia, Luigi Indelli, Vincenzo Torelli, Floriauo del Zio, Vincenzo Petra; e fra i più instancabili, Andrea Martinez e Pietro Laviano Tito. Michelangelo Tancredi era persecutore umoristico del Majeroni in versi e in prosa. Celebre la polemica per la Saffo dell'Arabia, rappresentata nel 1857 e che fu un avvenimento letterario e teatrale. Ma quella Saffo, più che una riproduzione del personaggio convenzionale, era un lavoro con allusioni politiche, che il pubblico afferrava a volo e copriva di applausi, suscitando naturalmente le ire dei retrivi e dei pedanti.

Enrico Pessina ne scrisse nell'Iride un articolo apologetico, e con lui polemizzò vivacemente nella Rondinella Vincenzo Petra, indomabile brontolone, ma il futuro illustre professore gli scaraventò in risposta un articolo di sei colonne e lo ridusse al silenzio. Gli articoli del Pessina e del Petra furono raccolti e pubblicati in opuscolo dal titolo La Guerra Saffica e ohi li legge oggi non può non riconoscere che il Petra, nonostante le sue pedanterie, giudicava più esatto del Pessina.

Adamo Alberti raccoglieva da ogni parte lodi e quattrini, gli elogi eran meritati, perché quegli anni rappresentarono una serie di successi al suo teatro. Il Proto prese la rivincita con la Gaspara Stampa, che divenne il cavallo di battaglia della Sadowski. Floriano del Zio pubblicò nella Rondinella non un articolo, ma un libro su questo lavoro del Proto, perché l'articolo occupava diciassette colonne fitte fitte, senza interlinee e prolungò per parecchi numeri del giornale. Il rumoroso duca fece anche rappresentare una sua infelice riduzione del Coriolano di Shakespeare. Fu applaudita la Cameriera astuta del Castelvecchio con la Sadowski; piacquero il Cristoforo Colombo del Giacometti, il Riccardo Savage di Antonio Capecelatro e la Scuola degl'Innamorati di Paolo Ferrari, ma nel novembre del 1855 cadde una Rita di Vitaliano Prina. Nello stesso mese ebbe discreto ma non duraturo successo, una commedia del Laviano Tito in versi martelliani. Porpora a Vienna, per cui il Caocavone disse:

Se del pubblico fa strazio infinito,

Porpora è di Nerone, e non di Tito.

E così della Maschera, altra commedia dello stesso autore, rappresentata nello stesso anno ai Fiorentini, il Caccavone, flagellatore di tutt'i seccatori e di tutti gli autori fischiati, ammonisce sarcasticamente:

Neron dannava a morte le persone,

Che alle commedie sue avean dormito:

Se questa era l'usanza di Nerone,

Fortuna che la "Maschera„ è di Tito.

Nel 1859 vi cadde la commedia di Gherardi del Testa: La pagheremo in due, e vi era caduta per non più rialzarsi Lucia la cantatrice di Avitabile, troppo palese storia della Penco, con personaggi, tipi e aneddoti ben noti e allusioni volgari.

Tra gli spettacoli di quegli anni ricorderò, fra i più fortunati, il Cavalier d'industria e la Donna a quarant'anni del Martini, la Gismumda da Mendrivio di Silvio Pellico, l’Elnava di Michele Cuoiniello, e un proverbio dello stesso Laviano Tito: Dopo la pioggia il sereno. Ebbero esito fortunato la Margherita d'Orbev, di Gustavo Pouchain e la Pia dei Tolomei di Marenco, non che Il cuore tira la mente di Saverio Mattei, che vi rappresentò Ferdinando Galiani quando era segretario dell'ambasciata napoletana a Parigi. Non ebbe sorti felici la Leggerezza di Raffaele Colucci, e suscitò vivaci discussioni la Medea del Ventignano, che la Sadowski volle esumare per far piacere alla corte napoletana. Le discussioni furono lunghe e vivaci, anche per la fama dell'autore. Pietro Laviano Tito e Stanislao Gatti dissertarono sulle fonti, dalle quali si attinsero i fatti della sventurata e colpevole regina della Colchide, e anche sulle più famose artiste, che l'avevano a volta a volta rappresentata, ricercando quale di loro avesse saputo rappresentar meglio il personaggio della protagonista, il modo come si conosceva il mondo greco donde il Ventignano traesse il suo dramma, se più da Eschilo che da Sofocle, e se quanto vi era di più greco e di tracio nella rappresentazione spettasse più all'autore, che all'arte della Ristori. Persino il duca Proto ne scrisse una noiosa epistola alla duchessa Teresa Ravasohieri.

Al Teatro Nuovo l’impresario Musella riapri la stagione del 1858 con la Maria de Rohan, che non destava alcun interesse perché quattro anni prima si era data al "San Carlo„ con la Medori, Coletti e Naudin, e non era piaciuta forse per la licenza che si presero gli artisti, eseguendo un po’ troppo liberamente l'opera non fra le migliori del Donizzetti. Allo stesso teatro il pubblico si annoiava a Cicco e Cola e a Ser Pomponio ma applaudi Paolo e Virginia del maestro Aspa, l'Elnava e i Pirati spagnuoli del Petrella, e una nuova musica del maestro Pappalardo, l’Atrabilare, la quale visse assai poco, cosi com'era vissuta poco l’Elvira dei Geltradi prima produzione del giovane maestro Giuseppe Cacace di Taranto sopra libretto di Ernesto del Priete.

Fu data solo due volte, eseguita mediocremente, e non più ripetuta per questioni insorte, come disse la "Moda”, fra il maestro e l’impresario. Il Cacace era un appassionato dell'arte, b ben conosciuto tra gli artisti, che si riunivano nel Caffè dei fiori. L'opera, che ebbe piuttosto favorevole successo, che occasione a polemiche fra i critici, e la Moda scriveva: "Se questa opera fosse stata prodotta nel teatro del Fondo o anche nel medesimo teatro Nuovo, ma con qualche artista diverso; e più, in tempi ne’ quali la tragedia lirica su questo teatro non meritava la censura del pubblico, che ora pretende opere buffe e e semiserie, avrebbe avuto esito brillantissimo, comunque il maestro non possa lamentarsi della riuscita, meritando pur egli tutta la possibile lode per aver data come prima produzione un lavoro, di cui si pregerebbe un più provetto maestro. La sovrabbondanza di musica nell'istrumentale, e che in alcuni pezzi u dato appicco alla censura di qualche aristarco, se non è lodevole, attese le attuali esigenze, mostra che il maestro ha farina nel sacco”.

Il maestro Cacace aveva non solo cultura, ma copiosa e naturale ispirazione melodica. Compose un’altra opera dal titolo Isabella, che non fu mai rappresentata. Scrisse inoltre musica sacra e un canto funebre di grande effetto, che ancora si esegue a Taranto nella settimana santa. Nel 1860 musicò un inno patriottico su poesia di Gaetano Portacci.

La Fenice inaugurò la stagione del 1858 con la Pazza del Vesuvio di Federigo Riccio, e nello stesso tempo destavano furore al San Carlino la parodia delle crinoline e quella esilarantissima del Trovatore, succeduta all'altra del Roberto di Piccardia, nonché alle Novantanove disgrazie di Pulcinella e alla commedia del Marullo: Pulcinella che fa tricchetracche tanto a parte co no finto Farfariello. San Carlino e la Fenice, posti a pochi passi di distanza, si facevano una rabbiosa concorrenza, ma la palma del primato l'ebbe sempre il San Carlino. La Fenice scritturò il De Lise, che si faceva applaudire da un pubblico eteroclitioo.

Al Sebeto si davano, annunziate da rumorosi colpi di gran cassa e dal noto grido: jamme, jamme, ca mo se principia, (54) tre rappresentazioni al giorno, senza che sì riuscisse a sfamare una numerosa compagnia. (55)

Oltre i teatri, c'erano i circhi equestri. Nel 1858 levò rumore quello diretto dai fratelli Guillaume, bruciato spattacolosamente nel 1856 e che poi si era rifatto coi danari dell'assicurazione. Eguale rumore aveva levato quello del Soullier un anno prima.


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CAPITOLO VIII

SOMMARIO: Continua la vita sociale — I filodrammatici — Rappresentazioni da ricordare — Ottavio Serena primo attore — Coraggio, Teresa, ci va della patria! — I superstiti — Un suggeritore illustre — Idea geniale del conte li Siracusa — Dal carteggio dei Casanova — Arrivo del re di Portogallo — Ballo senza cena — Una forte perdita al giuoco — Chi era Passariello — Il colera negli unni 1854 e 1855 — Vittime illustri — La morte di Gennarino Compagna e il suo testamento — Come avvenne il fidanzamento di Marcello Gallo — Nonostante il colera sono aperti i teatri — Una profezia — Muoiono Celio Sabini e Domenico Capitelli — Un altro infortunio — La mostra di belle arti — Biagio Molinaro e Bernardo Celentano — Morte del principe di Torcila — Patrimonio e testamento — Le due Consulte e i principali consultori — Monsignor Salzano e le sue facezie partenopee — Politica ecclesiastica di Ferdinando II — Col Papa patti chiari amici cari — L'episcopato di qua e di là dal Faro — Un vescovo ghibellino a Matera — Ricordi di quel seminario — I tre arcivescovi cardinali — Pastori bancari e pastori zelanti — Strani contrasti — Il giuramento dei vescovi letto dal padre Passaglia alla Camera dei deputati — Il caso di monsignor Caputo vescovo di Lecce — Una lettera inverosimile — I vescovi principali della Sicilia — Monsignor Regano padre dei poveri — Monsignor Naselli nel 1860 e nel 186 — Monsignor d'Acquisto arcivescovo di Monreale — L'episcopato e il clero di Sicilia prima e dopo il 1860.

La vita sociale è rivelata in gran parte da quella dei teatri I dei giornali, riferita nel capitolo antecedente e che sarà in altro capitolo più completamente riferita. Sino al 1859, cioè sino morte dì Ferdinando II, la vita sociale fu davvero povera cosa. Al fine di non destare i sospetti della polizia, dai quali nessuna classe andava immune, la cronaca dei grandi divertimenti offre ben poco, se se ne eccettui qualche ballo di ministro estero, perché non tutti avevano questa abitudine, qualche rara festa a Corte o all'Accademia; da Meuricoffre o da Servillo.

I divertimenti non uscivano dai confini della propria coterie e consistevano principalmente in innocenti rappresentazioni filodrammatiche secondo la vecchia tradizione della nobiltà italiana e della napoletana in ispecie, ed anche della ricca borghesia. Quasi non vi era grande palazzo, a cominciare dalle reggie di Napoli o di Caserta, dove non vi fosse il teatrino, il quale si apriva a intervalli, e dove alla presenza di amici e convitati si recitavano drammi e commedie, e all'occorrenza, delle tragedie, e la recita finiva ordinatamente in ballo e cena, e in una cronaca laudatoria dell'Omnibus o del Nomade.

La aera del 10 giugno 1857 innanzi ad un gran pubblico di invitati, si rappresentò, nel teatrino, di casa Lucchesi Palli, il noto dramma Luigi Rolla. L'interpretarono Ottavio Serena, protagonista, Ernesto Cassitto, il conte Eduardo Lucchesi, Maddalena Torelli, Massimo Consalvi, Achille Torelli, Lorenzo de Francesco e Alfonso Cassitto: "tutti egregi giovani — scriveva il Nomade — e degni veramente d'ogni lode, non solo già pel nobile fine eh. si hanno proposto, ma eziandio pei rapidi progressi, che sempre essi fanno nella bellissima arte della drammatica". Pochi mesi dopo, in casa del barone Proto Cicconi, la baronessa, la signorina Del Casale, i fratelli Bisceglie, i signori Santoro, Romeo e Peli recitarono la Pia dei Tolomei del Marenco. Il sistema di Giorgio di Del Testa, i Due sergenti e alcune farse. Ma portavano palma su tutti l'elegante teatro del conte di Siracusa e quello di casa Craven al Chiatamone. La sera del 15 marzo 1858 si presentò al teatrino di don Leopoldo di Borbone, con un allestimento scenico splendidissimo, Alda la Stella di Mantova, dramma in versi, scritto appositamente dal duca Proto e iute:so a dimostrare che la vera bellezza non solo può condurre a virtù un cuore pervertito, ma comporre vecchi odii di parte, la duchessa Ravaschieri era Alda, Marcello Gallo, Luigi II conte di Gonzaga, marchese di Mantova; Camillo Caracciolo, L'astrologa della Certosa, Giovanni Barracco, Marcantonio Soranzo, gentiluomo veneziano; Marcello Spinelli, Liborio di San Zenone, podestà; Vincenzo Santorellì, Odorisio Maltraverso, siniscalco. Questa parte era affidata a Giovanni Barracco, ma egli la rifiutò, preferendo l'altra non odiosa dell'Astrologo; e l'accettò invece il marchese Santorelli, il quale da poco era divenuto marito dal Sadowski. Quella rappresentazione fu un avvenimento.

Vi assistettero la Corte e la diplomazia. Erano in prima fila il re, la regina, il duca di Calabria, i principi, tutta l'alta nobiltà di Napoli, tutto l'olimpo delle maggiori bellezze, e anche Adolfo Rothschild. La duchessa Ravaschieri era splendida, vestita di bianco, con un diadema di brillanti sul capo. Quando, alla scena quarta, ella comparve sul palcoscenico, uscendo da una stella, fu un coro di ammirazioni e di applausi. Disse stupendamente la ballata, e queste prime strofe persero sulle sue labbra molto della loro stiracchiatura

Odo musiche e ballate,

Che dall'uno all'altro mar,

Dell’Insubria le salvate

Genti invita a giubilar.

Il lor duce è biondo e bello

Delle vergini è l'amor,

Il suo petto e il suo castello

Sfidar ponno ogni valor.

Scese in campo, e di Milano

Già la serpe ai pie’ gli sta;

E dall'Alpi al Mantovano

La tenzone è di amistà.

E più innanzi, animandosi ancora di più, ed eccitata dalla voce della sua intima amica, la bella principessa di Camporeale, che era fra le quinte e le diceva: coraggio, Teresa ci va della patria! riportò un grande successo, recitando con intelligente significato due stanze, le quali hanno bisogno di una spiegazione. Nel mondo liberale e intellettuale di allora si sognava un'unione molto intima fra Napoli e il Piemonte: i due Regni, uniti fra loro, avrebbero dovuto essere gli arbitri dell'Italia, liberata dai piccoli principi e indipendente dallo straniero. Di questa lega doveva esser pegno un matrimonio fra il duca di Calabria, che contava ventun anno e la principessa Clotilde a Savoia, che ne contava quindici. La Stella di Mantova doveva suggerire al re quest'idea e deciderlo ad attuarla! Alda, dunque, rivolta al Marchese di Mantova, declamò queste due stanze, il cui senso, benché ascoso, era chiarissimo, e per cui la principessa di Camporeale ripeteva dalle quinte: coraggio, Teresa, ci va della patria!

Ma bada: ai pargoli che vuoi felici

Madre non scegliere tra’ tuoi nemici;

Non vien di borea, sui nostri campi

Soave zefiro fecondator.

Ma il torbid'euro, fra nubi e lampi,

Che li diserta nel suo furor.

E fra il tuo popolo scegli una sposa,

Che il fior d'Italia, prence, è la rosa,

Che l'aura imbalsama fiera ed umile,

La rosa simbolo di verità.

Che il verno infuri, che brilli aprile

Giammai smentisce la sua beltà.

Un fremito scosse tutta la sala, ma il solo che sì mostrasse indifferente e quasi inconscio fa il principe ereditario, il quale durante lo spettacolo tenne quasi sempre gli occhi bassi, intento solo a stropicciarsi le ginocchia. Quei lumi, quella gente, tanta ricchezza di vita non ebbero la virtù di commuoverlo! Il re parve contento dello spettacolo, ma quando fu finito, levandosi per andar via, disse non senza sarcasmo a voce alta: “Vì che m'ha fatto 'a duchessa stasera!„ ‘E veramente Alda fu l'eroina dello spettacolo, al principio del quale avvenne un incidente imbarazzante, Dimenticando la presenza di Adolfo Rothschild il Siniscalco, nella seconda scena dell'atto primo, disse al Podestà com'era scritto nel dramma:

il suggeritore fu Giuseppe Fiorelli, segretario e intimo del conte Siracusa, e che poi, direttore del museo di Napoli, associò sempre il nome suo a Pompei, e per molti anni diresse gli scavi d'antichità del regno d'Italia. Divenuto cieco e ritiratosi pubblici uffici, mori quasi dimenticato e povero. Di lui parlo più volte nel corso di queste cronache. L'Astrologo della certosa, cioè Camillo Caracciolo, è morto da alcuni anni. Fu ministro a Pietroburgo e a Costantinopoli e prefetto di Roma: teologo di molto e simpatico ingegno, ma non mai contento di nulla. Il gentiluomo veneziano, Giovanni Barracco, è oggi senatore del Regno e fu per molti anni deputato: la politica non più lo seduce, ma l'arte non lo invecchia. La sua preziosa collezione di marmi antichi, congiunta oramai alla storia dell'arte e che egli ha donato al municipio di Roma ne eterna il nome. Oggi è nell'urbe un museo Barracco di scultura antica comparata, e dove tutte le grandi arti scultorie, l'egiziana e l'assira, la greca e la romana, la cipriota e l'etrusca, sono rappresentate da esemplari copiosi e interessanti. Giovanni Barracco scrive pure sonetti politici che recita agli intimi. Deputato per molti anni, parlò poche volte, ma ascoltatissimo, in un suo discorso sul porto di Cotrone si rivelò artista della parola. Senatore, son dovute a lui le principali innovazioni del Palazzo Madama, nonché la sala dedicata alla memoria di Umberto I, e illustrata da un interessante opuscolo. Potè compire tali opere nel lungo periodo che fu questore del Senato, insieme al marchese Luigi Gravina, suo collega. Nella seduta del Senato del 21 giugno 1896, prendendo la parola sui provvedimenti a favore della Calabria, pronunziò un discorso, che si chiuse fra la commozione sua e gli applausi vivissimi e prodigati dì una assemblea non facile ad applaudire i suoi oratori.

Marcello Spinelli succedette per breve tempo al principe Gaetano Filangieri nella presidenza del Museo artistico industriale, Marcello Gallo e Vincenzo Santorelli son morti: e Alda, santamente rassegnata ai dolori della vita, e dei quali trovò solo conforto nella carità, è morta anche lei, lasciando di sé, come benefattrice e scrittrice, un nome che non morrà. I superstiti di quel teatro, o meglio di quella famosa rappresentazione, sono Barracco, lo Spinelli e donna Laura Minghetti, allora principessa di Camporeale, che in quella sera, di dietro alle quinte, incoraggiava la sua diletta amica ad accentuare i versi allegorici. Ella se ne ricorda e graziosamente se ne compiace.

Il conte di Siracusa ebbe, a suggerimento del Fiorelli, due idee geniali: far innalzare nel più interno dei cortili del suo un teatro greco, in legno, a scaglioni, e farvi recitare l'Agamennone di Eschilo e una commedia d'Aristofane; e l'altra di far cantare nel vecchio teatrino il Matrimonio segreto, ma dalla rappresentazione greca fu distolto da Camillo Caracciolo, onde Alfonso Casanova scriveva all'Antonacci...

A Monaco di Baviera, a Dresda, a Venezia, a Firenze si è sempre usato di portar sulla scena moderna questi gran monumenti dell’ingegno umano: anzi i giornali ci hanno detto essere stata recitata a Parigi l'intera trilogia, Agamennone, Oreste, l'Eumenidi.... Perché condannare questo recitar d’Eschilo?...

Lo stesso Alfonso dava contezza al cognato di un concerto nel teatrino del conte, con le consuete enfatiche parole:... "troverai anche annesso a queste poche righe un programma della musica, che sabato avemmo in casa di S. A il conte di Siracusa. Aggiungo che monsieur Hauman, intorno al quale forse sarai curioso, è un abilissimo anzi straordinario cercatore e superatore delle difficoltà che il violino offre, ma queste parole forse

Sono miasmi e paion lodi...

Certo è che, quando dopo i suoi trilli, i suoi balzi, le sue corde acutissime, scappò fuori una volta l'orchestra intonando, nella sua divina nudezza e semplicità, il canto donizettiano:

Tu che al ciel...

mi sentii fremer l'anima dentro, e chieder conto a me st degli applausi a che l'esempio della folla mi aveva già pi adescato. Eravamo in numero di poco più di ottanta; ma ili fiore. Gelati, dolci e tutte le bravure di don Vincenzo, (56) che sai: e poi una tavola da thè abbondantissima. Io me ne andai con gli ultimi, poco dopo le due. Fra le beautés della raccolta primeggiava, non foss'altro per la novità la bella moglie dell'Hauman,

Degli attori del teatrino Lucchesi Palli, Ottavio Serena è senatore e presidente al Consiglio di stato, e ora che scrivo è grande inquisitore sulla istruzione pubblica; Achille Torelli è sempre alla ricerca di quell'ideale d'arte: tormento tenace di tonti nobili spiriti napoletani; Maddalena, sua sorella, è morta; ed Edoardo Lucchesi, che sposò una Sant'Elia, fece nel 1888 alla biblioteca nazionale di Napoli un dono veramente principesco, arricchendola della sua copiosa collezione di libri e di opere musicali con la dotazione di un'annua rendita di tremila lire. Vi si contengono più di settanta mila produzioni teatrali e una raccolta completa di giornali napoletani, dal 1848 al 1860, e preziosi autografi di Rossini, Bellini, Verdi, List, Wagner, Mercadante, non che una importante collezione di allegazioni scritte i più illustri avvocati napoletani, fra le quali tutte quelle di Domenico Capitelli, raccolte in diciotto grandi volumi in Mo. Occuperanno due sale, che il generoso e compianto donatore ha fatto decorare a sue spese da Ignazio Perricci e da Paolo Veltri. Larghezza che trova solo riscontro in quella, che Gaetano Filangieri fece del museo di sua famiglia alla città di Napoli, raccolto e ordinato nel palazzo Como.

Un occasione di divertimenti era l'arrivo di qualche sovrano straniero, che lasciava sperare balli o spettacoli di gala. Sulla fine li giugno del 1858 arrivò in forma pubblica il re di Portogallo sopra un vapore francese, la Reine Hortense, che Napoleone III aveva messo a disposizione di lui. Fu costruito un magnifico sbarcatoio all'Immacolatella, e vi andò ii re coi principi ad attendere l'ospite illustre. Tutta Napoli corse a vedere quell'arrivo. Col re di Portogallo v'era il figlio duca d'Oporto. Fu allestito un balletto al Fondo in suo onore, e poi vi fu la recita degl'Innamorati di Goldoni, che piacque ai portoghesi. La sera del 7 luglio si apri la reggia a un gran ballo con duemila invitati, ma ahimè! senza cena e con l'ordine di terminare all'una e mezza dovendo gli augusti ospiti con la famiglia reale i sul Vesuvio a godere del sorgere del sole! E a proposito quel ballo vi è una lettera di Alfonso, che riferisce un grazioso aneddoto; ma per quanto io abbia fatto, non mi è riuscito sapere chi fosse il conte dai capelli pagati. Quel mondo oggi è tutto un cimitero. Alfonso scriveva al cognato:

"Avant'ieri, S. A. il conte di Siracusa, andò a Sorrento. Pare che ci rimarrà un par di mesi. Ti dirò una storiella. Questa volta il conte dai capelli pagati, tacendosi raccomandare di S. A. è riuscito ad ottenere il suo invito per il ballo di sabato. L'indomani, al pranzo di Corte, il re domandò al fratello, (che peraltro non era stato al festino): Sapessi per caso chi era un giovine, in abito di cavalier di Malta, con dei capelli neri, ma d'un nero assai curioso, e due gambe magre e storte? La risposta sarebbe stata tanto facile, quanto era facile a capire che bisognava non rispondere. L'interrogato adunque fé’ vista di non riuscire a indovinarlo, e mostrò di credere che avesse potuto essere Ciccillo Cattaneo: Che Cattaneo! questo qui lo conosco, ed è un bel giovine; quando invece quello di cui ti parlo mi pare l'otricolo degli otricoli (allusione ad una frase di Taddei negli Innamorati). Chi toglierà più questo soprannome al povero conte? Sarebbe più agevole togliergli ad un tratto capelli del capo„!

Sfogliando quel carteggio, quanti nomi e ricordi e aneddoti vengono fuori! Sarà bene ricordarne alcuni. Alfonso riferiva all'Antonacci tutto ciò che faceva, e le sue lettere hanno sempre qualche cosa d'interessante e riboccano di lirismo.

"...Vado spesso da Giovanni Barracco, scriveva, e leggiamo Virgili Eschilo. Qualche aera la passo al palazzo Mautone, sempre ammiratore di don Antonio (Ranieri), Qualche rara volta al caffè d'Europa, dove mi è toccato di sostenere per due ore che la Divina Commedia e la Sonnanbula valgano maglio dei zolfanelli accensibili! Mi erano oppositori, fra gli altri, Colonna e Sterlick. E nota, a mio vituperio, che convinto nell'entusiasmo della mia tesi, non mi ero piegato ai zolfanelli, ma avevo parlato del vapore...„

E chiudeva la curiosa lettera:

"Oh, veramente

Il secol dei lumi i il secol nostro!...„

E in altra:

"Avrai già saputo che il cavalier Del Balzo, zio di Roberto, (conservatore delle ipoteche a Trani) lasciò suo erede il fratello don Vincenzino e soli ducati 150 per tutto alla moglie! Ordinò che, quarant'ore dalla morte, gli si tagliasse un dito! per esser ben certi di non seppellire vivo”.

E in altra, pure del 1865:

Camillo Torella ritornò sabato. Sua Maestà si compiacque fargli grazia, attéso lo stato di salute della moglie, i cuii giorni sembrano sfortunatamente contati...”

Usurpando poi la parte d’informatore teatrale al fratello Cesare, scriveva:

"Ieri sera Majeroni ha fatto fanatismo nel Saul tanto da violare le leggi teatrali. Egli forse ha talvolta caricato soverchiamente la parte, ma l'insieme è stato perfetto, ed in alcuni momenti ha veramente elettrizzato l'uditorio. Egli confessa d'aver studiato la parte sotto la direzione del sommo Gustavo Modena„.

E mutandosi in informatore politico, confidava al cognato:

"Stamane ho fatto visita, a Gropello, che ti dice molte cose affettuose. Sai che era interamente falso quanto si disse dell'assedio levato e della disfatta a Balaklava. Invece i lavori progrediscono alacramente, e dalle ultime date si ha che gli alleati aveano presi otto mortari ai nemici, i quali l'indomani usciti per impossessarsene, erano stati respinti in gran parte uccisi..............................................

Dispacci venuti oggi portano nuove vittorie degli alleati. Essi han bombardato i forti di Kirbourn e la guarnigione si è resa prigioniera di guerra„.

E infine, sempre dello stesso anno, queste significanti parole:

Cavour e tornato al ministero. Lo hanno preceduto indirizzi molti e fermi, diretti all’Emanuele". (sic)

Era un mondo caratteristicamente familiare, con una ricca dote di bonarietà, e più ancora di credulità. Si giocava forte in alcune case signorili, e una sera in casa Pignatelli di Monteleone un giovane signore vi perdette dodici mila ducati, somma che in quei tempi aveva, come perdita di giuoco, qualche cosa di fantastico, e che parve un vero scandalo". I due fratelli Giunti specialmente don Nicola, scriveva Cesare Casanova, fanno mirabilia alla gran partita di lansquenet. I vincitori di quella sera furono Guardati, Flecher, ed indovina un po’ chi vinse duecento napoleoni?... Passariello! Questa partita è uno scandalo e non si parla d'altro in tutta la città... I fratelli Giunti erano ricchi signori calabresi;

Guardati apparteneva a nobile famiglia sorrentina, Flecher commerciante e banchiere, e Passariello, piccolo passero era soprannominato il figlio del principe Prospero Cimitile.

Negli anni 1854 e 1866 Napoli, anzi tutto il Regno fu invaso dal colera, che fece alcune vittime anche nel mondo signorile. Il morbo non era davvero gravissimo, ma alcuni oasi spaventavano la gente. Nel carteggio dei fratelli Casanova si leggono notizie assai curiose. Cesare scriveva:

“Dopo L'avvenimento di d'Arpino un'altra tragedia è avvenuta, cioè la morte del povero Gennarino Compagna, il quale ieri alle tre e mezzo andava passeggiando per Napoli ed alle otto era già freddo cadavere. Il poverino aveva da tre giorni la diarrea e ieri mattina il fratello aveva volato persuaderlo a non uscire, avendo passata una notte tempestosissima. Ma il povero Gennarino sentendosi verso l'una un po’ meglio voi andare a S. Carlo, perché, come tu saprai, egli era uno de soci della nuova impresa dei rr. Teatri„.

E sette giorni dopo:

"La salute pubblica va meglio. Il colera l'ha chi vuole averlo. I modi della vita, la temperanza della qualità e quantità de’ cibi allontanano la paura dalla crudele invasione. Ma le gente del popolo non vuole persuadersene, e sino dalla prima domenica d'ottobre, con questo caldo che abbiamo, si è incominciato lo smaltimento della carne porcina! Il povero Compagna, spento assai prima del mezzo del cammin della sua vita era veramente quegli che tu conoscevi per marito alla Pandola, ed amico al nostro Federico. Egli più che coleroso è morto avvelenato, avendo subito tre bottiglie intere del liquido anticolerico del dottor Galbiati, di cui quattro o cinque sole gocce bastano ad arrestare il vomito e la diarrea colerico. Egli, padre già di tre figlie ancor vive, ha lasciato la sua moglie incinta, e però ha lasciato disposto che la sua disponibile andasse al figlio nascituro, se maschio; altrimenti a suo fratello il barone Compagna che, come sai, dopo Barracoo, è il più ricco signore del Regno. Che ne dici questa di questa maniera di amare i suoi figli?„...

E difatti quel testamento fu oggetto di generale biasimo, soprattutto quando, sgravatasi la vedova, venne al mondo un'altra bambina. Il Compagna pagò un tributo al pregiudizio tutto calabrese di perpetuare i patrimoni nelle famiglie, cercando di frodare le donne, e non dando moglie che ai primogeniti, o un solo di ogni generazione.

La vedova Compagna era Giulia Pandola, sorella di Ferdinando, il quale entrava allora nel mondo, affermandosi uno dei maggiori lions della moda. Elia si rimaritò nel 1861 al marchese Rodolfo d'Afflitto, prefetto di Genova; e delle figliuole avute dal primo letto sopravvive una sola, la duchessa di Melito.

Il colera fece parecchie vittime illustri nel 1855. Ne fu colpito il ministro D'Urso, che poi mori d'accidente; morirono fra gli altri Gaetano Serra e la contessa di Balsorano: però la popolazione non dette in iscandescenze, né si lasciò vincere dalle tradizionali paure dei veleni: solo vi erano le cosidette processioni di penitenza con le relative caratteristiche salmodie. Ma i teatri seguitarono ad essere frequentati, compreso il San Carlo; aperti al pubblico i giuochi al casino reale della Favorita, onde il giovedì e la domenica vi andava tanta gente, che i treni partivano ogni dieci minuti, oltre alle persone che vi andavano in carrozza. Erano giuochi bellissimi. Si aspettavano arciduchi austriaci e principi d'Orléans; s'imbastivano matrimoni, e levò rumore il fidanzamento di Marcello Gallo con una giovane figliuola del principe di Ruffano. Era corsa voce che Marcello avrebbe sposato una Ricci di Firenze. Egli era uno dei giovani più eleganti e galanti: filodrammatico e ballerino, artista e soprattutto bel giovane. Cesare Casanova, curioso e smanioso di sapere al cognato gli avvenimenti maggiori della società, e dava l'annunzio il 29 dicembre in forma iperbolica:

“Sai? sai? Marcello finalmente ci procura una duchessa di Gallo. Essa è forse la più bella giovanetta di Napoli, ha sessanta mila ducati per ora e quaranta mila altri assicurati, è nobilissima, e buona... ma ha diciannove anni meno di lui. Essa è la figlia di Ruffano. Il matrimonio è stato cambiato in un modo curiosissimo. Regina, nostro ambasciatore a Pietroburgo, invita Marcello ad un pranzo. V'era la famiglia Ruffano ed altri. Nel mettersi a tavola, Marcello va a dare il braccio alla principessa; Regina lo strappa di li, lo porta vicino alla giovane e dice: "il tuo posto è questo”. Marcello a tavola prese fuoco, com'era preveduto. Dopo tavola Regina gli domandò se volesse sposarla. Risposta affermativa. La giovanetta tornò a casa, duchessa di Gallo, e il matrimonio si farà subito. Si parla anche di altri matrimoni aristocratici„.

E riferiva anche, nella sua vena inesauribile di cronista, che liccio Gioia, come gli amici chiamavano Giambattista Serra, che poi fa principe di Gerace, cominciò a far la corta in quel mese di ottobre a Titina Forlì, che sposò l'anno dopo e dette un gran ballo; e che Peppino Pignatelli e la prima figlia di Cassano si erano fidanzati. Annunziava un combinato matrimonio di Gioacchino Cutinelli con la Q. senza altra indicazione, ma aggiungeva che non si sarebbe fatto. Strana cosa: Gioacchino Cutinelli sposò, molti anni dopo, Laura Antonacci, prima figliuola di Giuseppe e nipote di Cesare.

Nonostante il colera, non mancavano ricevimenti e pranzi per gli onomastici, onde Cesare poteva scrivere da vero stoico: Colera in cielo, in terra e dappertutto: eppure vi si pensa pochissimo, e molti chiedono del bollettino dei colerosi come si ricerca un bollettino di Crimea, ma tutti mangiano come prima. E pochi giorni dopo scriveva... Dimenticavo dirti che tutta Napoli è rumore per la visione che ha avuto tre giorni or sono, il p. Quaranta agostiniano, cui è comparsa di notte la beata Francesca delle cinque piaghe, che gli ha predetto che il colera finirebbe pel dì 25. È tanto bella la promessa che io credo quasi alla visione, e se si avvera la profezia sarò il più devoto di questa Beata. Non si parla d'altro„.

La verità è, che tutti avevano paura del morbo, ma vi n mostravano più rassegnati. L'anno prima la strage e la paura erano state maggiori. La mancanza di mezzi celeri di trasporto impediva che si cercasse scampo nei paesi lontani. La Corte si era ritirata a Caserta, perché i sovrani avevano più paura dei sudditi. Fra le vittime più compiante vi fu un giovane di grande avvenire, unico figliuolo di famiglia signorile e doviziosa di Puglia, Celio Sabini di Altamura. Aveva ventun anno e morì l'otto agosto 1854 nelle braccia del suo fraterno amico Ottavio Serena, il quale ne tessé l'elogio alcuni anni dopo, e lo ricorda con profondo affetto, come ricorda pure che nella notte in cui il Sabini mori, egli, Serena, tracannò una bottiglia di laudano, che non lo speli all'altro mondo, ma lo fece dormire ventiquattr'ore di seguito, e lo salvò dal morbo. La vittima più illustre del colera in quell'anno fu Domenico Capitelli, che lasciò due figli di tenera età: Guglielmo 9 Antonietta, oggi contessa Balbi Valier.

Un altro infortunio colpi Napoli in quell'anno, e sarà ben riferirlo con le parole stesse adoperate da Alfonso Casanova.

"Nel momento di chiudere questa mia, scritta ieri sera, (poiché il tristo annunzio giungerà certo da voi con questa medesima posta), ti dirò che stamane un cinque minuti prima del mezzogiorno si è intesa dai siti più estremi della città una fortissima detonazione Era lo scoppio di una caldaia nella fonderia dei cannoni al Castelnuovo. Due piani sono saltati in aria! I danni prodotti pare che siano dovuti essere assai forti. Cesare Firrao venendo di li, ha incontrato Cesare nostro, e gli ha detto che in pochi minati ha visto scavare più di dieci morti, e Dio sa quanti feriti! È veramente una gran disgrazia, e non puoi credere quanto il tempo che corre sia ferace a noi di disgrazie, grandi e piccole, pubbliche e private.

"Saprai che Rosmini è morto, a Stresa, fralle braccia del suo Manzoni, andatoci apposta da Milano. Bel concetto! La poesia cattolica che accompagna i supremi pensieri del cattolico filosofo„.

Una nota gaia fa invece rappresentata dalla mostra di belle arti, inaugurata solennemente dal re e dalla corte il 30 maggio nelle sale del Museo. Una rivelazione! Esposero Domenico Morelli e Federico Maldarelli, Dell'Abadessa, Mancini e Mancinelli, Nicola Palizzi fratello di Filippo, Alfonso Balzico e due giovani che salirono più tardi in gran fama: Bernardo Celentano e Biagio Molinaro. Celentano espose un quadro di grandi dimensioni: San Stanislao Kostka, che non incontrò le simpatie di Alfonso, il quale ne scriveva cosi all'Antonacci:

“Stamane ho percorso a volo d'uccello le tele della nostra pubblica mostra di Bette Arti. Ci sono delle cose bellissime e fralle meno che mediocri è il quadro di Celentano. Lo sosterrei contro un chiunque: come sostengo che Mancinelli e il giovine Morelli si sono resi meritevoli delle lodi maggiori. Di Molinaro poi ti dirò che anche Sua Altezza il conte di Siracusa ieri a sera me ne fece assai elogi. È un quadro il suo che per colore lascia a desiderare, ma nel resto bisogna trovargli i riscontri non fra i Celentano, ma fra gli artisti. Anche di Ruo è un bellissimo quadro: il Decamerone. Una delle ale termina ad una stanza, dove si legge a grandi caratteri: lavori di scultura di S. A. R. il conte di Siracusa,,. C'è la Saffo, l'angelo del monumento Niccolini assai lodato, i grooms al salto e alcuni bronzi”.

Al Molinaro fu concessa la piccola medaglia d'oro con gli onori della gran medaglia. Il giudizio sul Molinaro ò forse un po’ appassionato. Bisogna sapere che egli aveva avuto il soggetto del quadro dallo stesso Casanova: Schiavitù degl'israeliti in Egitto, forse allegoria alle condizioni del Regno, Molinaro, nativo di Trani, era protetto dall'Antonacoi, che ne acquistò il quadro. Aveva indiscutibilmente molto ingegno artistico, e dipinse nel 1859 con Ignazio Perricci gli affreschi di Castel Capuano e morì giovane a quarantatré anni nel maggio 1868. Di quella mostra si parlerà di proposito più innanzi.

Nei primi giorni di febbraio 1866 morì il principe di Torella, già ministro nel 1848, padre di Nicola, di Camillo e della marchesa di Rende, reputato uno dei signori più ricchi del patriziato, e tenuto in gran concetto per l'animo e la mente. Di quella morte, stranamente avvenuta, Cesare Casanova informava il cognato con questa lettera;

Non siamo sotto l'impressione funesta d'una sventura, che dovrebbe chiamarsi pubblica a vari titoli. Domenica sera abbiamo perduto l'ottimo principe il Torelli in modo veramente barbaro. Egli tornava dal pranzo il etichetta data dal principe dì Gerace (Baciccia Serra), in occasione delle sue nozze, verso le 11 p. m., ed aveva dato al cocchiere la consegna di menarlo da Bivona. Ma, giunto innanzi alla casa dì Cajaniello, abbassa il cristallo e disse di volere invece essere menato a casa. Questo avvenne; ma il cameriere con meraviglia osservò che il padrone non scendeva, mentre lo sportello era aperto da un pezzo. Sì prese un lume. Si trovò il il principe alle prese con la morte, che ebbe luogo un paio di minuti dopo, fra le braccia della duchessa di Cajaniello. Questa mattina gli si renderanno gli ultimi offici nella chiesa di s. Ferdinando, dove si è lavorato per due notti e due giorni„.

E alla distanza di una settimana.

"Attenti si parla, e si parlerà certo per un pezzo dell'ottimo principe un presidente e di sette consultori siculi, risedeva a Palermo nel palazzo Villafranca; la seconda, formata da un presidente che era il ministro o il direttore di grazia e giustizia pro tempore, di un vicepresidente e di quindici consultori, risedeva a Napoli, nel palazzo della Solitaria. Avevano uffizio semplicemente consultivo negli affari, che al re piacesse loro sommettere. Si distinguevano in quattro commissioni: per la giustizia e le cose ecclesiastiche, per le finanze e gli affari interni, per le regie prerogative di grazia, e per i conflitti di giurisdizione tra l'autorità giudiziaria e l'amministrativa. C'erano dei relatori, come si direbbe oggi referendari!, nominati mercé pubblico concorso. Ciascun relatore doveva avere di suo la rendita di duecento ducati, ma bastava una semplice dichiarazione di assegno, fatta dal padre, o da ohi per esso. Dopo cinque anni di assiduo servizio si apriva ai relatori l'alta carriera giudiziaria o amministrativa, ma soprattutto amministrativa, perché il maggior contingente alla carriera giudiziaria era dato dall'alunnato di giurisprudenza, altra istituzione che va ricordata con onore. Presedeva la Consulta napoletana il Pionati, direttore di grazia e giustizia con referenda e firma; ma di fatto, il vicepresidente Niccola Maresca, duca di Serracapriola. Avevano maggior fama tra i consultori don Francesco Gamboa, dotto e solenne; il barone Cesidio Bonanni, Emilio Capomazza, Tito Berni, Roberto Betti e anche Filippo Carrillo, benché fosse stato zelante raccoglitore di firme per l'abolizione dello Statuto, come si è detto.

A tal proposito anzi si ricordava una scena clamorosa avvenuta tra lui e l'Agresti, quando il Carrillo presentò la petizione agli Gianni di giurisprudenza, che prestavano servizio a quella Corte perché la firmassero, e gli alunni risposero che non avrebbero firmato senza un ordine del procuratore generale. L'Agresti coraggiosamente li lodò e rimproverò il Carrillo, ma perdette le (grazie del re e non fu più invitato a Corte. Neppure i consultori di Stato ed i relatori firmarono quella petizione. Il duca il Serracapriola, che aveva sottoscritto lo Statuto, ne parlò l re e questi gli che ragione! Monsignor Salzano era succeduto nella Consulta a quel bonario monsignor Giuseppe Maria Mazzetti, il quale, predecessore del Capomazza nella sovraintendenza di pubblica istruzione, aveva riordinati gli studii Superiori prima del 1848. Pochi oggi ricordano questo vecchio gioviale ed arguto, che fa in gioventù frate e amico dell'abate Galiani suo conterraneo, e morì a ottant'anni nel 1850, col titolo di monsignore. Gli era succeduto, dunque, monsignor Michele Salzano, il quale non aveva la cultura, né l'animo gentile e signorile del Mazzetti. Il Salzano era domenicano, e fu da monsignor Coole proposto al re per consultore. Predicatore più verboso che facondo, decano del collegio dei teologi, scrittore di diritto canonico e di storia ecclesiastica, panegirista e polemista, e napoletano nel più ampio e volgar senso della parole egli fu vescovo e arcivescovo titolare, prelato domestico, accademico, cavaliere di più ordini e confessore di monache. Dopo il 1860, tenne a Napoli finché visse le veci di nunzio pontificio, d'accordo fra la Santa Sede e l'ex re, per cui non si concedeva dignità episcopale nell'antico Regno, senza sua proposta u beneplacito. Non andò immune da sospetti simoniaci. Morì vecchio nel 1890, lasciando una fortuna. Era ghiotto di dolciumi, di maccheroni, di gelati, che chiamava 'o stracchino e di ogni altro cibo napoletano; delle sue ghiottonerie non faceva mistero, accettava pranzi, e nell'insieme aveva qualche cosa di pulcinellesco. Fu lui che pronunziò in Santa Chiara l'elogio di Ferdinando II, praesente cadavere. Coi nuovi tempi perde l'officio, e temendo, paurosissimo com'era, d'essere arrestato, emigrò in Francia; tornò e dal nuovo governo non ebbe molestie, né limitazioni all'esercizio dei tanti incarichi, lucrosi tutti, ottenuti dalla Santa Sede. Una parte del mondo guelfo e legittimista di Napoli lo detestava, e il padre Curci ne discorreva con profondo disprezzo. Mori a Nocera dei Pagani, e alcuni minati prima di esalare lo spirito, volgare sino all'ultimo, disse forte a coloro che lo assistevano: "Me dispiace sulo ca so venuta a muri mmiez'e pastenache„.(57) Ferdinando II ne aveva stima, ma ne era in guardia; e quando alla Consulta gli dava la parola, diceva sempre; “Munaignò, jamm'a franche”. (58)

Tra i consultori sedevano, come ho detto, il Gamboa e il Bonanni. Il primo fu per tre mesi ministro di Francesco II, il il secondo, essendo ministro di grazia e giustizia nel primo gabinetto.

Il costituzionale del 1848, tenne aperto il libro dei Vangeli, sul quale Ferdinando II posò la mano, giurando fede alla Costituzione. Quando si cominciò a parlare di abolizione dello Statuto, il consultore Bonanni al giovane relatore Giuseppe Colucci, che gli manifestava i suoi timori, rispondeva: "Hanno da tagliare queste mani, prima di abolire la Costituzione”, ricordando il fatto di aver lai tenuto il libro degli Evangeli in quel memorabile giorno. Ebbe ragione. Le sue mani non furono tagliate, perché la Costituzione non venne mai abolita: restò abolita di fatto sopra richiesta dei sudditi! Il Bonanni era abruzzese, come il Corsi e il Betti. Questi, nativo di Vasto, aveva fama di liberale, perché amicissimo di Pier Silvestro Leopardi, e perché a Reggio, dove fu intendente, lasciò buon nome e larghe simpatie tra i liberali, e amico di Casimiro de Lieto e di Agostino Platino. Il consultore Lotti era stato intendente a Foggia, e il principe Capece Zurlo a Caserta, anzi si trovava a Caserta quando fa aperta la ferrovia che uni il real sito a Napoli. Il figlio del consultore Lotti sposò una signorina Friozzi dei principi di Cariati e fu, col titolo di conte di Oppido, elegantissimo nella società napoletana.

La Consulta aveva nel campo amministrativo la stessa alta reputazione della Corte suprema nel campo giudiziario. Se in questa facevan utile tirocinio gli alunni di giurisprudenza, alla Consulta vi erano i relatori, che uscivano ordinariamente consiglieri d’intendenza o sottointendenti, e alcuni dei quali furono amministratori di prim'ordine. Basterebbe ricordare Giuseppe Colucci e Gaetano Cammarota, e singolarmente il primo, che fa, fuori di dubbio, il maggior prefetto del regno d’Italia, e ano degli uomini più colti della sua età. Nel 1886 erano relatori, tra gli altri, Gaetano Pacces e Vincenzo Calenda, poi ministro guardasigilli del regno d'Italia, e il fratello Andrea.

Colucci e Cammarota uscirono nel 1852 sottointendenti, il primo a Cittaducale, e il secondo a Gerace. Dalla Consulta uscì pure Mariano Englen, governatore di Salerno nel 1860, poi consigliere d'appello di Napoli, il quale ebbe nel 1870 un quarto d'ora di celebrità, perché, presentandosi candidato nel primo collegio di Napoli contro l'ex sindaco Guglielmo Capitelli, cambiò partito, passando da destra a sinistra, e il passaggio tentò giustificare con un opuscolo intitolato: Trasibulo in Italia.

Aggiunto alla Consulta esisteva un ufficio speciale per concessione del regio exequatur sulle bolle di Roma, anzi stilla carte di Roma, come si diceva in linguaggio ufficiale. Delegato a tale uffizio era, per le provincie napoletane, il Capomazza, e per la Sicilia, Michele Muccio, presidente della Corte suprema di Palermo. Sulle carte di Roma don Emilio portava tutta la sua tanucciana diligenza. In quegli anni non fa consumata e neppur tentata alcuna usurpazione dalla Curia romana. Il re non recedeva dai suoi diritti, sanciti dal Concordato. Rispettava il Papa; l'ospitò largamente a Gaeta, a Napoli e a Portici; fece la famosa, benché poco gloriosa spedizione, negli Stati della Chiesa; andò, nel luglio del 1856, a Porto d'Anzio, dove Pio IX era a villeggiare, conducendovi il principe ereditario, ma nulla di più. I vescovi li sceglieva lui, baciava loro la mano, ma dovevano essere ecclesiastici di sua fiducia. Il regio patronato non era per Ferdinando II una cosa da burla; e la maggior parte delle diocesi del Regno, più di cento, tenendo conto delle prelature nullius, erano di regio patronato. Parlando di Roma, egli soleva dire: “Col Papa, patti chiari e amici cari„.

Sopravvive quasi più nessuno degli arcivescovi e vescovi di quegli anni. La morte ha largamente mietuto nel campo clesiastico. Ricordo tra i morti più recenti monsignor Rossini, arcivescovo di Acerenza e Matera, e poi di Molfetta, dove la Santa Sede negli ultimi anni lo privò del governo effettivo della diocesi. Il noto monsignor Di Giacomo di Piedimonte d'Alife morì quasi novantenne, a Caserta nel 1878. Fu creato senatore nel 1863 e frequentò nei primi anni il Senato; ma incorse nelle ire di Roma, che gli dio un coadiutore da lui non chiesto.

Fra Luigi Filippi, vescovo di Aquila, era un francescano pieno di ardore serafico e di liberi sensi; e ottimi vescovi i cardinali che stavano a capo delle tre diocesi più importanti, cioè: Sisto Hiario Sforza, arcivescovo di Napoli; don Giuseppe Cosenza, arcivescovo di Capua, ricordato con onore anche dal Settembrini e don Domenico Carafa di Traetto, eurcivesoovo di Benevento. Tra i pas ri di maggiore notorietà, rammento monsignor Clarv, arcivesoo di Bari, al quale successe monsignor Pedicini; monsignor Apase20 di Sorrento, che fu successore del Capomazza come revisore e mori cardinale e arcivescovo di Capua; monsignor Zelo di Aversa, che si disse aver ottenuto il vescovato per Bimonìa.

Alla bontà ineffabile del Cosenza faceva strano contrasto nella stessa provincia, monsignor Montieri di Sora, infatuato di assolutismo, zelante persecutore di liberali, amico personale di Ferdinando II, e benché non vecchio, sempre tra la vita e la morte. Era emottoioo.

Contrastavano in Terra di Bari i vescovi di Andria e di Conversano: un fanatico rude, come monsignor Longobardi, e uno spirito veramente apostolico e signore, se non di nascita, di maniere, come monsignor Muoedola, il quale non volle firmare la petizione per l'abolizione dello Statuto. Chiamato nel giugno 1851 ad audiendum verbum in Napoli, vi andò senza paura. Vide prima il Peccheneda e poi, a Caserta, il re. All'uno e all'altro disse che non aveva firmata quella petizione perché aveva giurata la Costituzione, ma lasciava liberi i suoi preti di firmarla, essendo un affare che riguardava la loro coscienza. Il re non seppe che rispondere a un ragionamento cosi logico, e parve anzi che approvasse la condotta del vescovo; ma quando questi fu andato via, si racconta che dicesse: "Vi che mme fa 'o parrucchiano 'e san Paulo". (59) ‘Il Muoedola era parroco di San Paolo presso Sansevero, quando fu assunto al vescovado per il favore del marchese Lagreca di quella terra, lontano parente di Lagreca di Polignano a mare. Il re se la legò al dito, e monsignor Muoedola fu dei pochissimi che non ebbero mai onorificenze; anzi nel 1859, in occasione del matrimonio del principe ereditario, avendo assistito in Bari alla benedizione nuziale con gli altri vescovi della provincia, fu il solo, tra questi, non decorato della croce di Francesco I. Erano anche miti pastori il De Bianchi, arcivescovo di Trani, e il Guida, vescovo di Molfetta.

Contrastavano in Terra d'Otranto monsignor d'Avanzo a Castellaneta, prepotente, violento, quasi birre in paonazzo, morto cardinale e vescovo di Teano, e quel buon monsignor Caputo di Lecce; e contrastavano in Basilicata monsignor Di Macco, arcivescovo di Matera e Acerenza, che Ferdinando II chiamava con inarcata ironia il Ghibellino e il Protestante, e monsignor Aociardi, vescovo di Tursi e Anglona, famoso per il suo spirito reazionario e poliziesco. Monsignor Di Macco, nativo di Gaeta, molto si adoperò a beneficio dei perseguitati politici e non sottoscrisse, neppur lui, la petizione per abolire lo Statuto. Chiamò come insegnante nel seminario prima il sacerdote Felice Nisio, e poi suo fratello Girolamo, il quale ha narrato in una lettera scritta, alcune settimane prima di morire, particolari interessanti circa quell'insegnamento e l'ottimo pastore. (60) Mite, e non del tutto avverso al progresso civile, era monsignor Pieramico, vescovo di Potenza. E contrastavano in Capitanata monsignor Taglialatela, vescovo di Manfredonia, sapiente prelato, e monsignor Javarone, vescovo di Candela e Cerignola, già confessore del re, terrore dei laici, inframmettente e intransigente. Egli stesso confessava i seminaristi per sorprenderne alcuni segreti; e incuteva tanta paura, che il seminario si chiuse, perché nessuno volle più andarvi. Monsignor Javarone morì nel 1855 e gli successe monsignor Todisco Grande, non carne né pesce.

Tre prelati di Andria occupavano le diocesi di Foggia, di Lucera e di Catania: monsignor Frascolla, la prima; monsignor Jannuzzi, la seconda, e monsignor Regano, la terza: tutti e tre schietti dinastici, ma d'indole diversa, perché Jannuzzi aveva rigori più apparenti che reali; monsignor Frascolla, rigorista non d burla, aveva una vera ricchezza di fanatismo, onde ebbe condanna di carcere e multa nei primi anni del nuovo regime; e monsignor Felice Regano era un santo uomo, soprannominato a Catania il "padre dei poveri„ e morto nel 1861. Monsignor Jannuzzi succeduto in Lucera a monsignor Portauova, aveva un vicario, certo Castruoci, il quale dio motivo di pubblico scandalo per la tresca con una donna della diocesi, che il vescovo fece poi sposare al suo cameriere, allontanando, quando l'opinione pubblica glielo impose, il troppo caldo vicario, ma si disse ch'egli fosse debole coi sacerdoti audaci e prepotente coi deboli, fino al punto da far arrestare dalla gendarmeria a cavallo, appositamente chiamata da Foggia, quattro sacerdoti della collegiata di San Domenico, che si erano messi in urto con lui e col capitolo, per certi privilegi che vantavano. Li fece tradurre nelle carceri di Foggia. Ma in fondo era buono e generoso, e tutte le sue entrate impiegava a vantaggio della chiesa. Rifece il seminario, chiamandovi professori egregi, ma odiava i liberali, né volle mai interporre i suoi buoni uffici a favor loro, anzi sopravvive in Lucera una sua frase: "Li mando a Tremiti„.

Del resto, tranne pochi fanatici, i vescovi non facevano politica, benché giurassero di rivelare all'autorità tutti coloro, che erano ritenuti pericolosi alla sicurezza dello Stato. Il padre Passaglia lesse alla Camera dei deputati nel 1863 il testo di quel giuramento, che parve quasi inverosimile, tanto era stranamente poliziesco. Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli, era molto amato per il suo zelo di pastore e l'esemplare costume. Fu vero apostolo di carità nel colera del 1864 e del 1866. Cortese, generoso, uomo di governo, gioviale senza volgarità e devoto ai Borboni, ma senza fanatismo. Andò due volte in esilio dopo la rivoluzione, e tornato a Napoli, non si mostrò astioso contro il nuovo regime. Fra dotato di copiosa partenopea arguzia. Ricordo un aneddoto. Il municipio di Napoli ha il patronato della cappella di San Gennaro in duomo, e il sindaco è presidente della commissione, detta del Tesoro. In alcuni giorni di funzioni solenni, il sindaco si reca alla cappella, e prima sale dal cardinale arcivescovo, per andarvi insieme. Quando Guglielmo Capitelli fa sindaco di Napoli, la prima volta che andò dal Riario Sforza per tale cerimonia, vi giunse in ritardo e, nell’inchinare il cardinale, sdrucciolò sul pavimento e stette per cadere. Riario Sforza lo sorresse con le mani che aveva bellissime, e sorridendo gli disse: ”È un municipio vacillante”; e il Capitelli, pronto: “Forse, ma la Chiesa lo sorregge”,. Riario Sforza mori nel 1877.

Abate di Montecassino era don Michelangelo Celesia, che più tardi fu vescovo di Patti, arcivescovo di Palermo e cardinale, e gli successe don Simplicio Pappalettere; don Onofrio Granata era abate di Cava; don Gioacchino Cessari, di Montevergine; monsignor don Francesco d’Elia, gran priore di San Nicola di Bari, e monsignor Giandomenico Falconi, arciprete mitrato di Acquaviva e Altamura.

Ma tra gli alti ecclesiastici, il nome che per una serie di casi venne più ripetuto e discusso, fu veramente quello di monsignor Niccola Caputo, vescovo di Lecce, nobile napoletano di famiglia marchesale, ora estinta nei Palamolla, perché l'unica sua sorella, marchesa di Cerveto, sposò quel Biagio Palamolla, marchese di Poppano, che ospitò Ferdinando II a Torraca nel 1852. Vescovo fin dal 1818, egli era quasi decrepito. Lo amavano i suoi figliani per la inesauribile bontà.

Liberaleggiò nel 1848, come liberaleggiarono quasi tutti i vescovi del Regno, e quando infierì la reazione non imitò il D'Avanzo, né il Montieri, né il Longobardi. A Lecce era intendente un fanatico in politica, ma personalmente retto, il Sozi Carafa. per opera dell’intendente, o per denunzie pervenute in Corte, monsignor Caputo fu chiamato dal re e tradotto, si disse, tra i gendarmi, fino a Capua, dove Ferdinando lo ricevette per ammonirlo severamente, presente il cardinal Cosenza. Gli scrittori di Corte stamparono che il re avesse chiamato monsignor Caputo per accertarsi de visu delle sue condizioni di salate e giudicare se fosse il caso di dargli un coadiutore. Cosi affermò, tra gli altri, monsignor Salzano testimone assai sospetto.

Nei suoi confronti fra i bilanci sardi e napoletani, esaminando gli affari ecclesiastici di Napoli, Antonio Scialoja, dopo aver notato che l'alto clero si era mostrato poco propenso alle novità politiche, concludeva: "Scrivendo queste parole, mi corra alla mente il nome d'un personaggio ch'io non conosco, ma che fuori e dentro il Regno ho cento volte udito ricordare con riconoscenza e con affetto: il nome di monsignor Caputo, vescovo di Lecce. Questo vecchio venerando non è stato neppur lui esente da violenze politiche; e sebbene estraneo alle passioni del mondo e vero ministro del Vangelo, fu tratto come prigione tra gendarmi da Lecce sino a Napoli, e condotto al cospetto del principe, per giustificarsi non saprei di qual colpa, se non fosse quella d'essere un santo vescovo ed un nomo dabbene. La fronte serena e solcata dagli anni, il viso aperto, l'aspetto umile ad un tempo ed imponente dell'onesto uomo oltraggiate!, e quella purità di coscienza che rende sicura la voce e calmo e pacato lo stesso sdegno dell'anima, dicesi, che gli facesse cadere a’ piedi chi pretendeva di giudicarlo. Fossero meno rari i vescovi come il Caputo!„

Queste lodi irritarono in sommo grado Ferdinando II, e l'ottantenne vescovo fu obbligato scrivere o a sottoscrivere questa inverosimile lettera a monsignor Salzano: "Monsignor don Vincenzo Lotti mi onorò de’ vostri saluti, e mi disse che mendacio sol mio conto in Piemonte erasi scritto. Ne sono oltremodo addolorato: è un vilipendio per me essere sulle labbra di ohi si parla sbrigliatamente; e voglio che questa mia indignazione sia solenne. Nulla ho di comune con uomo senza verecondia, Sia pare a me da Voi compartito questo favore; la mia canizie invoca la verità che l'orni e la coroni, non il mendacio. E poteva per me darsi nel giugno e luglio 1856 un Sovrano più caro di Ferdinando II, anzi di vero amico? Si, il mio Padrone e Re in quella mia avventura fece con me quel che il vero amico sappia fare. Sono, monsignor mio, commosso a tante nequizie impudenti colà in Piemonte”. Com'era da prevedere, il Salzano si servi di questa lettera, pubblicandola trionfalmente nella confutazione ch'egli fece dello Scialoja, ma i maligni asserirono che la lettera l'avesse scritta egli stesso, e mandata a firmare al Caputo, non in grado per l'età di opporre resistenza. Il Salzano n'era capace.

Dell'episcopato siciliano si è fatto un cenno a proposito di monsignor Segano, arcivescovo di Catania, acclamato, come si è detto, padre dei poveri. Di costumi purissimi, egli imponeva col suo esempio, più che col vigore della disciplina, vita austera e fratellanza cristiana. Non fu cardinale, perché quando la chiesa catanese fu elevata metropolitana, ed egli promosso arcivescovo, non fece registrare la bolla alla Dateria per non sottrarre ai miseri la ingente tassa Camerale. Aiutava non poche famiglie liberali colpite per ragioni politiche; e quando mori nel 1861 fu pubblico tutto nella diocesi. Unico cardinale dell'episcopato ii Sicilia era l'arcivescovo di Messina, Villadioani, brav'omo, ma nullità assoluta. Il più dotto veniva ritenuto monsignor D'Acquisto, vescovo di Monreale, filosofo ed erudito; il più cospicuo per nobiltà di prosapia era monsignor Naselli, arcivescovo di Palermo, che non esercitò azione in nessun senso sino al 1860, e solo nel 1863, dopo la nota insurrezione, passò un brutto quarto d'ora col generale Cadorna, commissario civile militare con pieni poteri. Il generale voleva conto della condotta serbata da lui, durante quella triste insurrezione, e serbata dal clero. Veramente se non fu provato che questo facesse causa comune con le bande, fu provato che indirettamente le favorì. Ma il vecchio arcivescovo si scusò col rispondere ch'egli nulla fece, perché esautorato perché decrepito e perché gravemente fiaccato in salute. Monsignor D'Acquisto si trovò nell'anno istesso coinvolto nella feroce reazione di Monreale: venne arrestato e processato. Né l'uno né l'altro avrebbero preveduto nel 1860 tatto questo, perché entrambi si affrettarono a far adesione al nuovo regime, e monsignor Naselli ricevé in duomo con la consueta solennità, il dittatore Garibaldi, in occasione della festa di santa Rosalia, come il rappresentante del potere politico dell’Isola.

Garibaldi montò sul trono col capo coperto e indossava la camicia rossa: l'arcivescovo lo incensò tre volte. In sostanza, l'episcopato e il clero siciliano non morivano di tenerezza per i Borboni, né per il Papa, anzi da Roma, per effetto del tribunale della Monarchia, si mostravano quasi indipendenti. Aiutarono la rivoluzione, ma quando ne videro le conseguenze, mercé le nuove leggi ecclesiastiche, non vi si rassegnarono. Quelle leggi furono semplicemente disastrose per la Chiesa di Sicilia, così ricca di beni e di privilegi; e i due cleri, l'uno e l'altro provenienti dalla più piccola borghesia rurale, erano affezionati alle proprie famiglie, delle quali divenivano sostegno. La insurrezione del 1866 forse li illuse circa un possibile ritorno del passato, onde l'aiutarono indirettamente e anche direttamente, come fu dimostrato, ma la paura ebbe anche la sua parte.


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CAPITOLO IX

SOMMARIO: L'esercito — Suo numero e costituzione — Di quanto gravava il bilancio dello Stato — I suoi capi e spirito di corpo — Il re e le sue tendenze soldatesche — Le manovre a Sessa o a Pozzuoli — I reggimenti svizzeri — Non si aveva fiducia che in essi — Differenza di trattamento fra soldati napoletani e svizzeri — I varii reggimenti — Le guarnigioni — Bigotteria dell'esercito — Processioni e legnate — Camorra e clientela — Antrodooo e Velletri — Profezia del generale Roselli — La campagna di Russia — Esercito mal pagato — La Nunziatella — Le Guardie del corpo — Promozioni nel 1855 e mormorazioni — L'armata — Ferdinando II non aveva la passione del mare — Entità della flotta — Marina mercantile e da pesca — I marinari molfettesi tenevano l'imperio nell'Adriatico — Gerarchia nell'armata — Alcuni comandanti — I collegi di marina — La principale causa dello sbandamento nel 1860 — Guardie marino e alla Corte militare — La Magistratura — Nicolini e Agresti — Falconi, Niutta e Jannaccone — Magistratura civile dotta e indipendente — Alcuni ricordi — Alte magistratura ben retribuita — Confessioni di Carlo Bussola — I giudici regi mal pagati — I grandi mezzi di corruzione delle autorità.

Ferdinando II spese gli ultimi anni del suo regno nell'accrescere e consolidare l'esercito. Fu questa l'unica opera da lui veramente compiuta. Prima del 1848, l'esercito napoletano contava sessanta mila soldati di nome, ma in realtà esso non giungeva ai quaranta mila. Negli ultimi anni soltanto crebbero le milizie a centomila uomini ed assorbirono più che la metà delle entrate del Regno, le quali raggiungevano appena i trenta milioni di ducati. L'esercito ne costava diciotto. Cosi per il numero, come per la spesa, l'esercito delle Due Sicilie divenne affatto sproporzionato alla popolazione, alle condizioni economiche dello Stato e ai proventi del bilancio. Esercito essenzialmente dinastico, che prima del 1848 quasi non aveva spirito di corpo.

Dopo il 1848, pur continuando tra gli ufficiali superiori le reciproche iperboliche denigrazioni, onde apparivano peggiori della lor fama, un certo spirito di corpo cominciò a manifestarsi, benché vi entrassero dalle leve contadini e popolani, per i quali nulla rappresentavano i bisogni morali, tutto i materiali. Chiunque poteva sottrarsi al servizio militare con dugento ducati o scambii di persona, consentiti dalla legge, ma i più se ne sottraevano con infinite malizie.

La professione delle armi non apparteneva più alla vecchia nobiltà del sangue, secondo le tradizioni della monarchia napoletana.

Le stesse guardie del corpo a cavallo, addette alla persona del re, formate dapprima da giovani, i quali dovevano avere i quattro quarti di nobiltà, o erano composte da figli di generali e di alti impiegati, o appartenevano a discutibile nobiltà di provincia. I capi non erano più i gloriosi lesti delle guerre napoleoniche. Tranne Filangieri, Isohitella, Castelcicala e Carrascosa, gli altri capi discendevano dai compagni di Ruffo, o erano rampolli di famiglie nobili ridotte al verde, o alcuni di quei vecchi arnesi del tempo di Murat: uomini senza fede politica, servitori dei Borboni, che disprezzavano in segreto, ma temevano per necessità d’impiego.

Quest'esercito aveva acquistato un certo spirito di corpo, ed era inoltre venuto in superbia per aver soffocata la rivoluzione il 15 maggio, domata la Calabria e riconquistata la Sicilia; perché sentiva di essere il più forte sostegno della dinastia e perché vedeva tutte le cure del re ad esso rivolte. Persico l'animosità pubblica, da cui si sentiva colpito, contribuiva non poco a stringerlo più dappresso al trono. Inoltre, l'esser cresciuto di numero lo faceva credere più valoroso. Esercito dinastico, anzi personale di Ferdinando II, esso temeva il re, disprezzava il proprio paese e odiava la libertà. La rozzezza e la spavalderia prevalevano nei soldati e nei capi, ma sopratutto nei capi.

Ferdinando II più che vere virtù militari ebbe, contrariamente al padre e all'avo, pronunziate tendenze soldatesche fin dalla prima gioventù. Si racconta che l'avo, volgarissimo essere, privo di ogni senso di dignità umana, dicesse un giorno al nipote giovinetto, occupato a studiare alcune modificazioni da introdursi nelle divise dei soldati: “vestili come vuoi, fuggiranno sempre”.

Ancora si ricordano in Napoli alcuni versi in dialetto, nei quali Ferdinando I rispondeva a taluni, che gli consigliavano di affidarsi agli alleati: "Tu che malora dici? fujono cchiu de me”. (61) A Ferdinando II invece, che indossava tutti i giorni l'uniforme, piaceva assistere a riviste, andar nei quartieri e parlare con ufficiali e soldati familiarmente in dialetto, e chiamandoli per nome. Ogni anno a Sessa, prima del 1848, ei formava il campo e si eseguivano evoluzioni tattiche a tema dato, alle quali il re non mancava mai, anzi era egli che comandava uno dei partiti manovranti. Ogni giorno, a Napoli, una brigata per turno andava a far gli esercizi al campo di Marte; e una volta la settimana, tutta la guarnigione. Ferdinando II teneva a mostrare le sue milizie a quanti cospicui personaggi andavano a Napoli.

Nel 1847 venne a lui in mente di fare un simulacro di guerra per istruzione delle sue truppe, e scelse Pozzuoli per campo di battaglia. Il piano era di prendere d'assedio la città, e marciare sopra Napoli. Presero parte alla fazione campale ventimila soldati circa, di cui una metà fu disposta lungo la linea da Napoli a Pozzuoli, e l'altra metà imbarcata sovra battelli a vapore. L'armata di terra era comandata dal generale Filangieri, quella di mare dal re e dal fratello il conte di Aquila.

Cominciato l'attacco, Ferdinando II tentò di sbarcare a Bagnoli; ma accortosi delle forze nemiche colà appiattate, prese a cannoneggiarle per tutto il littorale, mentre faceva dirigere i piroscafi verso Pozzuoli. Il colpo riuscì vano, perché Filangieri, in previsione di tale movimento, avea fortificato di artiglierie le alture da Montedolce a Pozzuoli ed impedì lo sbarco.

Allora il re, fingendo di voler concentrare a Baja il suo corpo d'armata, scese a terra con le truppe, a pie di Montennovo. Però, invece di muovere por Baja, prese la via littoranea per Pozzuoli, come il conte d'Aquila prese quella della collina superiore denominata Luciano, col disegno di stringere Pozzuoli da ambo i lati. Il generale Filangieri, avvedutosi a tempo della diversione delle truppe regie e dell'imminente pericolo di un assalto alla città, con una strategia bene immaginata, comandò alle sue truppe di retrocedere davanti al nemico con finto fuoco di ritirata, e dopo di aver fatto inoltrare il re e la sua soldatesca, già sicuri della vittoria, fino all'abitato verso il palazzo Pollis, fu loro addosso con la truppa nascosta nei pressi del tempio di Serapide e sulla collina di San Francesco, li circondò d'ogni parte e li fece tutti prigionieri. La sconfitta del re formò per molti giorni oggetto di commenti. Sall'imbrunire Ferdinando II, circondato del suo Stato maggiore, fece riunire tutte le fanfare in piazza della Malva, quella stessa ora ridotta a giardino pubblico ed ivi al tocco dell'ape Maria, scovrendosi il capo, ordinò che al suono delle musiche, tutte le truppe rendessero in ginocchio ringraziamento a Dio della giornata trascorsa. In tal modo fini la così detta guerra finta, di cui rimane viva la memoria a Pozzuoli.

Il re era il capitano generale, cioè il capo supremo dell'esercito, ma più che a ravvivarne lo spirito, studiava di renderselo devoto. Compi alcune riforme più apparenti che più meccaniche che organiche. Non pochi ufficiali superiori erano vecchioni, e chi non ricorda quel tenente generale Massimo Selvaggi, che destava l’ilarità di quanti lo vedevano nelle parate, reggersi con grande fatica a cavallo? Gli ufficiali venivano in gran parte dalla bassa forza e avanzavano lentamente nella carriera, e solo in età tarda, o quando soverchiamente adiposi, guadagnavano le spalline. Le promozioni erano fatte per anzianità, e su ruolo unico nelle diverse armi. Altri ufficiali erano forniti dalle guardie reali a cavallo, senza regolari promozioni ma per semplice grazia sovrana. Buoni ufficiali, ma in troppo scarso numero uscivano dal collegio militare della Nunziatella, dove, in quel tempo, insegnavano professori come Paolo Tucci e Tommaso Mandoj, e avevano insegnato Francesco de Sanctis e Basilio Puoti. Agli ufficiali il matrimonio era permesse purché la dote della sposa non fosse minore di quattromila ducati; e quando era al di sotto di questa somma, non mancava la grazia. E come avrebbe potuto muovere in guerra un esercito, comandato da uno stato maggiore decrepito o vecchio? Ferdinando Il non si diede mai pensiero dell'eventualità di una guerra, perché si credeva sicuro in casa sua.

Egli non si preoccupava che dei moti interni, e per reprimere questi, l'esercito soverchiava; e c'erano poi gli svizzeri. Nonostante il numero esagerato dell'esercito e la devota soggezione di questo, parrà strano, ma Ferdinando II non aveva vera fiducia che nei reggimenti svizzeri.

Questi erano quattro, raccolti nei Cantoni principalmente cattolici. Entrarono nel Regno quando ne uscirono gli austriaci, cioè nel 1825, e le capitolazioni furono fatte per trent'anni col governo federale dal ministro di Napoli a Berna, il duca di Calvello, che divenne più noto col titolo di principe di Castelcicala. Gli svizzeri furono dunque destinati a sostituire gli austriaci, cioè ad essere il più sicuro puntello del trono e dell'ordine. E l'origine loro più politica che militare, faceva di essi una milizia affatto dinastica, anzi la più dinastica di tutto l'esercito e quindi più favorita. Soldato o ufficiale, lo svizzero prendeva uno stipendio maggiore di due terzi del soldato napoletano, il quale aveva cinque grani il giorno, un grosso pane di munizione, carne e maccheroni, ed il venerdì mangiava di magro. Gli svizzeri avevano il letto; i soldati napoletani il pagliericcio; gli svizzeri, ricevendo un vestito nuovo, potevano ritenere il vecchio; il napoletano era obbligato a restituirlo; e quelli, oltre la gran tenuta, portavano ogni giorno un vestito di tela bigia. Erano, insomma, reggimenti privilegiati e costavano più di seicentomila ducati all'anno; spesa la quale, messa in confronto con quella di tutto l'esercito, conduceva alla conclusione che quattro svizzeri costavano quanto sette napoletani. Ma essi rappresentavano la vera forza della dinastia, la quale cadde quando gli svizzeri non ci furono più. Si trovavano sempre in prima linea, allorché c'era di menare le mani. Cosi il 15 maggio nelle vie di Napoli; cosi in Calabria e in Sicilia. Dei quattro reggimenti svizzeri, il quarto, reclutato quasi tutto nel cantone di Berna, aveva l'orso cantonale sulla bandiera bianca. Ogni reggimento era diviso in due battaglioni, e ogni battaglione in sei compagnie. Appartenevano ai cacciatori e alla linea; e oltre ai quattro reggimenti, vi era uno speciale battaglione di artiglieria. Scadute le capitolazioni nel 1855, Ferdinando II trovando difficoltà a rinnovarle col governo federale, le aveva rinnovate il 9 marzo di quell'anno, per un altro quinquennio, coi singoli comandanti di reggimenti, per cui non si chiamarono più reggimenti svizzeri, ma battaglioni esteri, ma seguitarono a portare sulla bandiera lo stemma cantonale e ad avere la nazionalità di origine. Si tenga presente questa circostanza, che servirà a spiegare la loro insurrezione nel luglio del 1859.

Tutto ciò che era necessario all'esercito si costruiva o si provvedeva nel Regno. Alla Mongiana si fabbricava il materiale metallurgico per l'artiglieria, a Napoli ai fondevano i cannoni, a Torre Annunziata si facevano i fucili, a Pietrarsa le macchine per i legni di guerra, a Scafati le polveri, a Capua c'era un opificio pirotecnico e a Napoli un ufficio topografico, diretto dal colonnello del genio Visconti, matematico di gran valore. A Castelnuovo esisteva una sala d'armi antiche e moderne abbastanza importante.

Una ripartizione delle milizie in divisioni territoriali e corpi d'annata non esisteva. Ogni provincia aveva un così detto comandante delle armi, ma le armi mancavano. Il comandante delle armi non disponeva che di una compagnia di gendarmi e di una compagnia di soldati, detti provinciali. Grosse guarnigioni di milizie attive si trovavano in Sicilia, a Napoli e in Terra di Lavoro. Tra quei comandanti v'era ancora qualche vecchio e valoroso ufficiale, che non tollerava le esorbitanze poliziesche degli intendenti, e perciò cadeva in disgrazia, o veniva addirittura messo in riposo. Ricordo il generale Giovanni Rodriguez, comandante della provincia di Siracusa, già colonnello del valoroso decimo reggimento di linea in Lombardia, nel 1848; il generale Tommaso Romano, antico e bravo ufficiale di Murat, ferito più volte in guerra, che nel 1856 si levò animosamente in difesa di monsignor Caputo di Lecce, e il generale Antonio Veltri, comandante negli Abruzzi, che nel 1860 si affrettò a passare armi e bagaglio al nuovo regime, recandosi in Ancona a far atto di sottomissione a Vittorio Emanuele. Le truppe del continente erano concentrate fra Gaeta, Caserta, Capua e Napoli, e i comandi generali divisi in due: uno per i dominii del continente ed un altro per la Sicilia. Il posto del comandante generale per il continente era in quegli anni vacante: ne faceva le veci il brigadiere Gaetano Garofalo, capo dello stato maggiore. Le truppe in Sicilia ubbidivano al principe di Castelcicala, maresciallo di campo e luogotenente. Dei fratelli del re, il conte di Trapani, col grado di brigadiere, figurava fra gli aiutanti generali; maresciallo di campo onorario era il conte di Siracusa e marescialli di campo, effettivi il marchese Del Carretto, quasi decrepito, il conte Luigi Gaetani di Laurenzana, Pietro Vial e Francesco Pinto, marchese di San Giuliano e principe d'Ischitella, vecchi anche loro.

Francesco Casella, padre dell'illustre avvocato, era intendente generale ed Emanuele de Gaeta comandava la piazza di Napoli. Ispezionava le guardie reali il cadente Selvaggi; comandava la gendarmeria il brigadiere Francesco Antonio Winspeare; Galluzzo dirigeva il servizio dei corpi facoltativi e Gregorio Lubrano, maresciallo di campo era ispettore dei soldati provinciali o sedentanei.

Tutte le città fortificate avevano un proprio comandante e si dividevano in tre classi. Il maggior Focardi comandava Trapani; il maggiore Cappelli, Milazzo; il capitano Michele Amari Aquila e il capitano Cecere, l'isola di Capri. Ai tenenti generali si dava il titolo di Eccellenza, agli altri ufficiali il don. I reggimenti di fanteria, eccetto i primi sei, s'intitolavano da una città o da una provincia e si distinguevano per il diverso colore delle mostre. Il primo reggimento si chiamava Re, e portava mostre rosse; e cosi il secondo, che aveva nome Regina; mostre gialle portavano il terzo ed il quarto, Principe e Principessa, di colore amaranto il quinto ed il sesto, Borbone e Farnese; celesti il settimo e l'ottavo, Napoli e Calabria; Puglia e Abruzzo, di color arancio; Palermo e Messina, verdi; Lucania e Sannio di rosso cupo e Messapio di color violetto. Splendide le divise, copiate dalle francesi dei tempi di Luigi Filippo. Tornato da Parigi, Ferdinando II cangiò in bleu l'uniforme rossa della guardia reale e le che il cappellone di peli; ordinò i calzoni di color rosso cupo alla fanteria ed alla cavalleria; chiamò cacciatori i bersaglieri, ed usseri i cavalleggieri L'esercito, privo di qualunque sentimento nazionale, aveva invece esagerato spirito religioso, ma più di bigotteria. Soldati e ufficiali portavano addosso amuleti ed avevano immagini sacre nelle giberne e nei sacchi. Nella stessa misura, con la quale in lui si aumentavano gli scrupoli religiosi, Ferdinando II voleva che crescessero le pratiche di devozione nel suo esercito. Ogni arma aveva il suo santo patrono, e nelle città di presidio, per la del protettore gli ufficiali in alta tenuta e, con lunghe candele accese in mano, seguivano le processioni e, dietro loro, una due compagnie di soldati con musica. A Napoli molti ricordano la processione del Corpusdomini e quella dei Quattro Altari. Le truppa sì schieravano lungo le vie, per le quali passava la Corte a piedi, seguendo la processione.

Nel giovedì e venerdì santo, i soldati senz'armi e in drappelli si recavano a visitare i sepolcri; e innanzi alla porta maggiore delle chiese come ai lati del sepolcro, si vedevano due sentinelle con i facili capovolti, in segno di tutto. Nelle feste ciascun reggimento in armi sentiva la messa e all'elevazione la musica intonava l'inno reale. Se suonava l'avemmaria, e un reggimento era a manovrare in piazza d'armi, i soldati dovevano inginocchiarsi e rimanere a capo scoperto, mentre la musica intuonava l'inno della preghiera. Ferdinando II in simili oasi dava il segno dell'alt anche quando un reggimento di cavalleria moveva alla carica. Nel 1855, proclamato il domma dell'Immacolata, tutto l'esercito in alta tenuta assisté a una messa di ringraziamento, celebrata da monsignor Naselli, cappellano maggiore. E chi non ricorda la spettacolosa parata di Piedigrotta? (62)

La disciplina veniva mantenuta con pene severissime, persino crudell. Tutta la parte morale, che tiene oggi il maggior posto nell'educazione militare, allora non c'era; né, dato il modo con cui quell'esercito si reclutava, poteva esistere. Non il sentimento del dovere, né l'onore della divisa rattenevano il soldato dalle indisciplinatezze o dalle cattive azioni, ma la bacchetta e le legnate, pene che raggiungevano l'orrore di una flagellazione. Nell'esercito c'era la piaga della camorra, che non si riuscì a curare mai, neppure con quelle terribili pene.

Il condannato alle legnate veniva condotto nell'atrio della caserma, dove già il suo reggimento si trovava disposto in quadrato. Là era svestito, e con le sole mutande veniva steso bocconi sopra una scranna di legno. Due caporali con un sottile bastone applicavano al disgraziato cinquanta o cento battiture, secondo la condanna, numerando i colpi ad alta voce. La pena della bacchetta era anche più dolorosa. Il colpevole, nudo sino ai fianchi, doveva passare e ripassare tra due file di soldati, i quali a suon di tamburo lo percuotevano sulle spalle, con sottili verghe di salice. Alcuni colonnelli erano così spietati da ordinare simili supplizii per lievi mancanze di disciplina, o per poca correttezza nell'insieme della tenuta. I più piangevano sotto i colpi e invocavano la propria madre o la Madonna, ma i camorristi subivano la flagellazione con coraggio e spesso con aria provocante. Condannati alle legnate, tenevano stretto fra i denti un fazzoletto, per non rompere in grida strappate dal dolore. Dopo il supplizio divenivano peggiori: la pena subita era per essi nuovo titolo di bravura. Non è quindi a maravigliarsi se, deperendo con tali punizioni il sentimento morale nell'animo del soldato, il bigottismo ed il terrore tenessero il luogo di quelle energie intime e di quell'alto sentimento dell'onore, che formano il carattere dell'uomo di guerra.

Più che una raccolta di uomini d'arme, avidi di gloria e di avventure, l'esercito poteva dirsi una raccolta di frati armati desiderosi di quieto vivere. Le imprese contro il nemico interno li trovavano disposti a menar le mani. Nelle processioni del Corpusdomini, appena si determinava per qualunque inezia quel panico caratteristicamente napoletano, detto fuie, fuie, (63) bisognava vedere con che arditezza le guardie reali si stringevano attorno al re, mentre le truppe allineate sulla via impugnavano le armi; ma andando contro il nemico, di qua o di là dalla frontiera, era accaduto più volte il contrario. Non volendo ricordare Antrodoco, né la famosa ritirata da Roma al principio del secolo, ricordo, quella più recente di Velletri, per la quale il generale Roselli scrisse nelle sue Memorie queste parole profetiche: "Il re di Napoli, facendo alle sue truppe eseguire la ritirata nel Regno, suscitava in loro un'idea d'impotenza e quindi una diffidenza nella vittoria, un disgusto e avversione per la guerra, un peggioramento nello spirito insomma". Che se poi i soldati napoletani, tolti di pianta da Napoli, anzi dall'Italia, venivano condotti sott'altro cielo e comandati da capi di riconosciuto valore, ernno altra cosa. Durante l'impero napoleonico, i napoletani, che combattevano in Ispagna, vennero lodati dai marescialli Suchet e Saint Cyr; nel 1812 Murat ne condusse nella campagna di Russia diecimila, i quali fecero prodigi, e nella tremenda ritirata di Mosca, Napoleone non ebbe altra scorta che di cavalieri napoletani, comandati da Roccaromana e da Piccolellis, il quale guidava, lui proprio, i cavalli della carrozza dell'imperatore. Questi diecimila napoletani erano comandati da Florestano Pepe, da Rossaroll, da D'Ambrosio, da Cianoiulli, da Costa, da Arcovito, da Roccaromana, da Piccolellis, e da Campana, uomini di altissimo valore. Nella stessa ritirata di Mosca il freddo colpi i due colonnelli Campana e Roccaromana, e a Florestano Pepe gelarono i piedi.

Dopo Lutzen, Napoleone pubblicò quest'ordine del giorno: S. M. l’Imperatore dei francesi e Re d'Italia, volendo dare alle truppe napoletane che fanno parte del grande esercito, una pruova della sua soddisfazione, pel coraggio da esse addimostrato nelle battaglie di Lutzen, con decreto del 22 maggio, ha loro conceduto ventisei decorazioni della legion d'onore, da distribuirsi ai militari dei diversi gradi e classi, che si sono maggiormente distinti.

Murat ne fece di sua mano la distribuzione. A Danzica le truppe napoletane ebbero elogi dal maresciallo Rapp; e più tardi combattettero valorosamente, benché infelicemente, a Modena e a Macerata, condotti dallo stesso Murat. Al ponte San Giorgio il generale Carlo Filangieri, mortalmente ferito, si copri di gloria; e il decimo di linea si fece molto onore in Lombardia nel 1848. Strane contraddizioni da non maravigliare nel paese delle contraddizioni! Alla mancanza di ogni vera educazione militare si aggiungeva la meschinità del soldo. L'esercito borbonico era il peggio pagato dagli eserciti italiani. Mal retribuiti e carichi di debiti, ufficiali e sottufficiali avevano quasi tutti famiglia, che si rimorchiavano appresso nel cambio delle guarnigioni, onde, movendosi un reggimento, pareva che si movesse una tribù. Altra piaga dell'esercito era la clientela. Ufficiali superiori avevano ufficiali inferiori da proteggere; e questi, i sottufficiali; e i sottufficiali, alla loro volta, i soldati; catena di dipendenze, cause ed effetti ad un tempo d'una situazione moralmente anormale, che spegneva ogni sana energia e manteneva una specie di malessere morboso tra gli ufficiali, e nei soldati un'indomabile disgusto per il mestiere delle armi: disgusto o avversione divisa dal paese, il quale non si era potuto abituare alle leve che rappresentavano un pubblico tutto. Eppure i coscritti non partivano per la guerra, ma per andar ad oziare nelle guarnigioni di Napoli o delle vicinanze. Se se ne eccettui i soldati del genio, non vi era straordinaria occasione di pubblica disgrazia, nella quale venisse adoperato l'esercito.

La vita neghittosa contribuiva a deprimere il carattere. Certo non mancavano tra gli ufficiali, soprattutto fra i giovani usciti dal collegio della Nunziatella, con la mente nutrita di buoni studii e appartenenti alle armi dotte, sensi di onor militare, nobili aspirazioni a un avvenire migliore e desiderio di riforme radicali. Le buone tradizioni di quel collegio, dal quale erano usciti Enrico Cosenz, Giacomo Longo e i fratelli Luigi e Carlo Mezzacapo, non erano spente. Aspirazioni individuali, che si perdevano in quel generale e rozzo scetticismo, il quale inquinava l'esercito devoto al re, ma umiliato da lui, che non senza ostentazione mostrava di riporre maggior fiducia negli svizzeri. Era veramente una milizia senza ideali nazionali e meno di conquista, né scuola del dovere: ben vestita, mal pagata e votata all’immobilità. Ma per quanto il partito liberale si adoperasse a far proseliti nell'esercito e diffondervi le idee di nazionalità e di patria, non vi riuscì finché visse Ferdinando II. Fu in appresso, quando, lui morto, cominciò a sfasciarsi tutto l'edifizio suo, che la propaganda liberale vi si fece strada, ma aiutata da due circostanze capitali: l’insurrezione e poi la partenza degli svizzeri, e l'atto sovrano del 26 giugno 1860.

Una compagnia speciale era quella delle Guardie del corpo, alcune delle quali, andate da lui a reclamare perché nello scegliersi ira loro gli ufficiali, si erano usate ingiuste preferenze, Ferdinando II rispose: “Belli figliuò, io ccà aggia fa comm’u chianchiere, na chiena e na vacante,, (((64))) Le guardie del corpo furono istituite nel 1734 da Carlo III, il quale portò a Napoli gli usi e i costumi di quelle di Spagna. Primo capitano fu don Lelio Carosa, marchese di Arienzo. Ferdinando IV, tornato dalla Sicilia, ricostituì la compagnia con un decreto del 1° agosto 1815 e questa rimase cosi composta: un capitano, un tenente, un secondo tenente, due esenti primi, quattro esenti proprietari, quattro esenti soprannumeri, quattro brigadieri, otto sottobrigadieri, un sottobrigadiere portastendardo, due trombettieri, centoventi guardie.

Come si vede, ventisei tra ufficiali e sottufficiali su centoventi guardie! Erano inoltre più i caporali dei soldati.

Tutti per esservi ammessi dovevano essere nobili, ma non si andava pel sottile a ricercare la nobiltà. Metà erano guardie a cavallo e metà a piedi, ma per turno, sicché tutti dovevano essere buoni cavalieri. Non dovevano attendere al governo dei cavalli, che veniva fatto da altrettanti garzoni. Dopo questa riforma, il primo capitano fu un tenente generale, il principe di Ruoti, don Giuseppe Capece Minutolo; ed il primo tenente, un maresciallo di campo, il principe di Migliano, don Gerardo Loffredo. Ne fecero parte tutti i nobilissimi del Regno, i Tuttavilla, i Carafa di Traetto, i Caracciolo, gli Statella, i Lucchesi, i Del Pezzo, i Del Carretto, i Belgioioso, i Casapesenna, i Paterno, i Mastrilli e via dicendo.

L'appartenere alle guardie del corpo, che avevano smaglianti uniformi, era un sogno dei giovani signori napoletani. Di tutti quelli chiamati a comporre la compagnia da Ferdinando IV, nella suddetta riforma del 1815, ne vivevano nel 1882 due soltanto: Achille Paterno e Diego Candida.

Fra le guardie del corpo si mantennero costanti le tradizioni di lusso, di giuoco, di debiti e di vita dissipata. Come un giovane era ammesso nel corpo, doveva comprare il cavallo e appena lo presentava, gli veniva pagata la somma di centoventi ducati. L'assegno annuo consisteva in circa quindici ducati ai mese, oltre al doppio foraggio per il cavallo. Ma le guardie del corpo dovevano per obbligo assistere alle rappresentazioni del San Carlo e pagare l'ingresso; sicché prelevando dalla massa queste spese, alla fine dell'anno ciascuna guardia non liquidava sul suo stipendio più di un'ottantina di ducati. Questo misero assegno, del tutto insufficiente al lusso, di cui le guardie del corpo si circondavano, le poneva nella necessità di rovinarsi Guardia del corpo divenne sinonimo di scapestrato, d'indebitato di prepotente e di volgare spiritoso. Tutti parlavano il dialetto coi suoi più plebei idiotismi. Le promozioni nell'alta ufficialità erano piuttosto rare, e quando avvenivano, se ne parlava in vario senso. Le promozioni le faceva direttamente il re, che sovente ne interrogava i suoi aiutanti maggiori o gli ufficiali che gli erano più dappresso, d'Agostino, Rodrigo Afan de Rivera padre di Achille, De Angelis, Anzani e Schumacher. Nel 1856 furono dati al conte di Siracusa e al generale Caracciolo di Torchiarolo gli onori di tenente generale, e il conte disse, non senza sarcasmo, che avrebbe preferito esserlo effettivo.

Furono promossi tenenti generali Del Carretto, Lecca, Vial, Ischitella, Castelcicala e Gaetani. Sedici brigadieri furono fatti marescialli di campo; e venti colonnelli, brigadieri. Fu la maggiore sfornata di quegli anni, e non mancarono banchetti, ricevimenti e... mormoramenti. Fu notato che Del Carretto, Vial, Torchiarolo e Gaetani erano molto vecchi, e Ischitella, ministro della guerra, aveva promosso sé stesso. Il grado di tenente generale era il più alto, il più retribuito e il più ambito.

Con un Regno, le cui coste si sviluppavano largamente nel mare che Io bagnava da tre parti, Ferdinando II non dedicò alla marina le stesse cure che dedicò all'esercito, a differenza del suo avo, ai cui tempi la marina napoletana si distinse, combattendo accanto all’inglese. Se Ferdinando II non temeva un’invasione dalla parte di terra, non prevedeva gravi pericoli dal mare. Fu per questo che lasciò le coste indifese. I pochi forti di Calabria e di Sicilia non erano in grado di opporre resistenza.

Sebbene nato in Sicilia, Ferdinando II non aveva la passione del mare; dopo il 1843 non passò lo stretto che una volta sola; e dovendo recarsi nelle Puglie per il matrimonio del duca di Calabria, affrontò il viaggio di terra, nel cuore dell'inverno; e solo ripassò il Faro nel 1859, colpito dal terribile male che l'uccise tre mesi dopo.

L’organizzazione dell'armata era in apparenza superiore a quella degli altri Stati italiani, tanto che il conte di Cavour, assunto anche al ministero della marina nel gennaio del 1860, ne adottò le ordinanze, le manovre e i segnali di bandiera, che mancavano alla flotta sarda, e prescrisse per gli ufficiali la divisa napoletana. L'armata si componeva di due vascelli da 80: uno ad elica, il Monarca; l'altro a vela, il Vesuvio; di tre fregate a vela: la Partenope, l’Amalia e la Regina; di due ad elica: la Farnese e la Borbone, che poi divennero la Garibaldi e l’Italia. V'erano inoltra sei fregate a vapore a ruote: il Guiscardo, l’Ercole, il Tancredi l’Ettore Fieramosca, il Veloce e il Fulminante; quattro corvette a vapore: il Miseno, la Maria Teresa, il Palinuro e il Ferdinando II; e due a vela: la Cristina, l'Amalia; quattro brigantini a vela: il Valoroso, l’Intrepido, lo Zaffiro e il Principe Carlo e cinquanta bombarde e barche cannoniere.

La marina mercantile era formata quasi interamente di piccoli legni, buoni al cabotaggio e alla pesca e montavano più di quaranta mila marinari, numero inadeguato al tonnellaggio delle navi. La navigazione si limitava alle coste dell'Adriatico e del Mediterraneo, e il lento progresso delle forse marittime non consisteva nel diminuire il numero dei legni ed aumentarne la portata ma nel moltiplicare le piccole navi. La marina mercantile a vapore era scarsissima, non ostante che uno dei primi piroscafi, il quale solcasse le acque del Mediterraneo, fosse costruito a Napoli nel 1818. Essa apparentemente sembrava la maggiore d'Italia, mentre in realtà alla sarda era inferiore, e anche come marina da guerra, era scarsa per un Regno, di cui la terza parte era formata dalla Sicilia, e gli altri due terzi formavano a loro volta un gran molo lanciato verso il levante.

La marina e l'esercito stavano agli antipodi: l'esercito era sproporzionato al paese per esuberanza, la marina per deficienza. Più copiosa era la marina da pesca sulla spiaggia adriatica più che sulla tirrena, e sulla spiaggia pugliese a preferenza. Molfetta contava una vera flotta da pesca con statuti e consuetudini secolari; e Barletta, Trani, Bari e Mola avevano piccole flotte non meno audaci. E cosi nei golfi di Napoli e di Gaeta, e nei porti di Castellamare e di Palermo, di Catania e di Messina. I pescatori pugliesi dividevano con quelli di Chioggia e di Fano la supremazia della pesca nell'Adriatico, e i napoletani facevano la concorrenza ai pescatori della costa pontificia e toscana, da Terracina a Viareggio; più arditi e capaci di tutti, i pescatori di Molfetta, che si spingevano nell'Egeo, sulle agili "paranze„ e portavano il pesce sino a Costantinopoli.

Il più alto grado nella marina da guerra l'aveva il conte d'Aquila, viceammiraglio e presidente del Consiglio di ammiragliato, al quale appartenevano i viceammiragli, Francesco Saverio Garofalo, Lucio di Palma e i brigadieri Vincenzo Lettieri e Pier Luigi Cavalcante. Oltre a questi, erano ufficiali generali di marina Giovanni Antonio della Spina, primo istruttore del duca di Calabria, benché ignorantissimo, Luigi Jauoh, Leopoldo del Re, Antonio Bracco, il marchese Girolamo de Gregorio Antonio Palumbo. Il brigadiere Cavalcante era pure intendente generale dalla marina. Tra i capitani di vascello, ricordo Francesco e Michele Capecelatro, fratelli di Antonio e di Alfonso, e don Michele d'Urso, più noto per le sue arguzie che per l'ufficio di relatore della Corte marziale marittima. Rammento, tra gli ufficiali superiori, Scrugli, Vacca, Barone, Longo, Brocchetti, Anguisola; e tra gli ufficiali più giovani, i fratelli Acton, Civita, D'Amico, Martini, Vitagliano, Persichetti, Accinni, Turi, Libetta, Labrano, Cottran, Romano, Palumbo, Sanfelice, Corsi Serra, i quali entrarono tutti nella marina italiana.

Napoleone Scrugli, che divenne poi aiutante di campo di Vittorio Emanuele e senatore, era calabrese e comandava nel giugno del 1860 la pirofregata il Tasso, che arenò alla foce del Tronto suscitando commenti umoristici. Giovanni Vacca, che fu uno dei tre ammiragli di Lissa, e il solo che avesse avuto una felice ispirazione in quella triste giornata, comandava il Valoroso; e promosso, comandò il Monarca fino al 1860. Edoardo d'Amico, che fu prima capo dello stato maggiore della squadra di crociera, la quale non seppe impedire lo sbarco di Garibaldi a Marsala, e poi ebbe lo stesso ufficio col Persano a Lissa e passò con costui sull'Affondatore, comandava la Maria Teresa, ed era stato incaricato, l'anno prima, di gettare il cavo telegrafico fra Otranto e Vallona. Carlo Longo, che nei nuovi tempi comandò il dipartimento marittimo di Genova, era commissario del re presso il tribunale di guerra e marina. Tutti e tre capitani di fregata, E qui è bene di notare, che allo sbandamento della marina nel 1860 contribuì, più di ogni altra cosa, una singolare leggerezza di carattere, nota caratteristica di quella ufficialità, cosi intelligente immaginosa, e vivace: leggerezza, che più tardi rivelarono alcuni di loro, saliti a posti eminenti: né leggerezza di carattere soltanto, ma la coscienza della immobilità alla quale la marina era condannata, con un re che soffriva il mal di mare, e con un comandante supremo completamente disadatto al suo ufficio. Nei frequenti contatti con le marine degli altri Stati, e singolarmente della sarda, la marina napoletana aveva acquistato il sentimento della propria inferiorità e rodeva il freno, e nel 1860 lo spezzò ad un tratto, senza altre considerazioni.

Dei viceammiragli nessuno passò nella marina italiana, e il Lettieri, comandante della piccola squadra che accompagnò Francesco II a Gaeta, e il Pasca che comandava la Partenope, tornarono alla vita privata dopo il 1860, senza rimpianto.

V'era nella marina napoletana una classe, che con denominazione un po’ bizzarra, si chiamava dei “brigadieri” come se la flotta si dividesse in brigate, a somiglianza dell'esercito. Questo grado corrispondeva ai commodori di altre marine militari.

Erano allora brigadieri Ferdinando Pucci, che comandava il dipartimento marittimo di Castellammare e i cui figliuoli entrarono nella marina italiana; e Carlo Chretien, passato anche lui nella marina italiana, il quale nel 1857 era presidente della commissione per le prede. Vi erano due istituti per la marina: il real Collegio di marina e una scuola per gli alunni marinari e dei grumetti. Uscivano dal primo ufficiali e ingegneri costruttori abilissimi, ma gli alunni non potevano essere più di quaranta: quindici a piazza gratuita e venticinque a pagamento; uscivano dalla seconda piloti, sottufficiali, cannonieri e marinai e vi erano cinquanta posti, dei quali venti a retta intera. Il brigadiere Federico Roberti era ispettore di questi istituti.

L'armata, dunque sentiva troppo di non godere la predilezione del re. Non marinaro lui, né marinaro il conte di Aquila; e dei giovani principi nessuno, nessuno avviato alla marina! Non si dava quasi mai il caso di riviste, di manovre o di viaggi di istruzione e assai meno di circumnavigazione. Le guardie marine erano a preferenza addette al cantiere di Castellamare, ma non davano esempio di esattezza, né di zelo, onde si verificavano non infrequenti ruberie. Nel 1856 se ne verificò una piuttosto scandalosa, per questa il re retrocesse alla terza classe il comandante Cafaro, e decise di destituire le guardie marine Caracciolo di Torohiarolo, Petrizzi, Andrea Colonna ed Eduardo San Teodoro per "provata insufficienza e pigrizia nel disimpegno del proprio ufficio„; ma appartenendo tutti e quattro a cospicue famiglie, la grave misura fu sospesa e poi non si verificò. Altre due guardie marine furono mandate per ammonizione in castel dell'Uovo per due mesi, e il Cafaro fu definitivamente esonerato.

L'alta Corte militare, che era comune all'esercito e alla marina, risedeva a Napoli e la componevano ufficiali di terra e di mare. Era una specie di Cassazione e rivedeva le decisioni dei Consigli di guerra, solo per verificare se la legge o la procedura erano state violate. La formavano un presidente, otto giudici ordinarli, quattro dei quali dovevano essere marescialli di campo, quattro brigadieri e sei giudici straordinari!: la presedeva don Luigi Niccola de Maio, duca di San Pietro.

La Corte suprema di giustizia aveva per presidente il sommo Niccola Nicolini, avo materno dell'ex guardasigilli Francesco Santamaria, che allora s’iniziava nel foro, con suo fratello Niccola, ed era chiamato dedotto dai parenti e dagli amici. Don Pasquale Jannaccone e il marchese Francia, padre di Carlo, morto consigliere di Cassazione nel 1896, n'erano i vice presidenti i procuratore generale don Michele Agresti; e avvocato generale don Stanislao Falconi di Capracotta, zio del presente deputato di Agnone, e fratello di monsignor Falconi. Era il Falconi ritenuto giurista di gran valore, e di non minor valore erano, tra i consiglieri, Pietro Ulloa, che fu poi ministro di Francesco II a Gaeta, e Niccola Gigli, già ministro dell'ultimo gabinetto costituzionale nel 1848. Filippo Angelillo, malamente distintosi come procuratore generale della Corte speciale, la quale condannò Settembrini, Spaventa e Barbarisi a morte; Poerio, Pironti, Braico e Nisco ai ferri, e Scialoja alla reclusione, era anche lui tra i consiglieri. Sciolte che furono le corti criminali di rito speciale, i magistrati, che le componevano, ebbero destinazione diversa: e cosi troviamo tra i giudici della Gran corte criminale di Napoli, Lastaria, Giambarba, Amato, Canofari e Juliani; e procuratore generale, Francesco Nicoletti, il quale aveva occupato Io stesso posto nella Corte speciale di Cosenza, che condannò, per I fatti del 1848, quattordici liberali a morte, e centocinquanta ai ferri! Furono, tra i primi, Vincenzo Morelli, Giuseppe Pace e Stanislao Lamenza, non che il Ricciardi, il Mauro e il Musolino, contumaci. Presidente della Gran corte civile era Vincenzo Niutta che, morto il Nicolini, gli successe nella Corte Suprema.

Il posto gerarchicamente sarebbe spettato a Jannaccone; anzi vi fu pur nominato, ma poi il re lo concesse al Niutta, per confortarlo di un grave oltraggio fattogli dal principe d'Ischitella, al quale il dotto magistrato era stato contrario in una lite, e che a Jannaccone un soprassoldo di quattrocento ducati. Con lo stesso decreto del 1858, insieme ad altri movimenti, fu promosso il Falconi a procuratore generale della Corte Suprema, dopo la morte dell'Agresti. Il Niutta mori senatore del regno d'Italia, dopo aver proclamato il plebiscito delle provincie napoletane, e dopo essere stato ministro senza portafoglio con Cavour. Uomo di larga cultura giuridica, visse quasi sempre estraneo alla politica. Sedendo alla Camera sui banchi del ministero, si addormentava spesso, e piegando involontariamente il capo, pareva talora che approvasse i discorsi degli oppositori. Le sue sentenze sono monumento di dottrina, ma in politica seguì la massima di sapersi accomodare ai tempi.

Tra i consiglieri della Gran Corte civile ricorderò Achille Rosina, già intendente di Basilicata e poi direttore del ministero dell'interno, sotto Francesco II; Callisto Rossi, che divenne, col regno d'Italia, consigliere di Cassazione; il piccolo e nervoso Niccola Rocco, il quale, dopo il 1860, insegnò diritto commerciale all’Università. L'alta magistratura napoletana, anche in tempi tristi, fu modello di sapienza, di dignità e di decoro, specialmente la civile. Apparteneva anche alla Corte Suprema quell'ottimo don Niccola Spaccapietra, che fu presidente della Cassazione dopo il 1860, e che oggi è tuttora ricordato con rispetto, come si ricordano parecchi di quelli che ho nominati.

Aveva non so quale deformità alle mani, e per questo nei conviti ufficiali non si toglieva mai i guanti.

Vincenzo Lomonaco era presidente del tribunale, e Gennaro Rocco, fratello di Niccola, procuratore del re. Questi Rocco, uomini di valore, erano devotissimi ai Borboni; e Niccola che, in materia di diritto commerciale, godeva riputazione anche all'estero, fu tra ì nove che scesero in campo a confutare lo scritto di Scialoja sui bilanci napoletani. Sedeva, tra i giudici del tribunale, Bernardino Giannuzzi Savelli, il quale aveva un piede in curia ed uno nel mondo galante, e che tutti maravigliava per il suo felice talento, ma ai colleghi riusciva poco gradito, perché accentuatamente sdegnoso delle consuetudini volgari della sua classe. Tra i giudici soprannumeri di allora, alcuni occuparono più tardi posti eminenti, come il senatore Antonio Nunziante, morto primo presidente della Cassazione di Napoli; e, ae volessi portare le indagini sui giudici soprannumerarii dei tribunali di provincia, troverei Carlo Bussola, che divenne poi un atleta della parola, al tribunale di Santa Maria; Carlo Adinolfi, ad Avellino; Luciano dollaro, procuratore del re a Reggio e Carlo Capomazza al tribunale di Lucera.

Gli stipendii della magistratura collegiale non erano scarsi; anzi, dati i tempi, erano piuttosto lauti. Dopo parecchi anni di alunnato affatto gratuito, e che richiedeva una non spregevole cauzione, si aveva il primo stipendio di giudice di tribunale o di sostituto procuratore del re, di ducati sessantacinque, poco meno di trecento lire. ”La prima volta, che mi portarono lo stipendio raccontava ingenuamente Carlo Bussola, morto nell'ingiustificato, anzi vergognoso oblio del governo, mi sentii ricco. Sessantacinque ducati, e io non ne spendevo più diventi! Ero a Santamaria, e pagavo il fitto di casa per la mia famiglia ducati sei al mese; il pane costava grani tre al rotolo; con due grani si aveva una caraffa di vino; la carne costava dalle nove alle quindici grana il rotolo, e le frutta non avevano prezzo: a buonissimo mercato i maccheroni e gli ortaggi". Era vero: il buon mercato nelle provincie rasentava l’inverosimile, e a Napoli la vita non costava veramente di più; e i capi delle Corti e molti consiglieri retribuiti con stipendii, i quali andavano dai cento ai dugento ducati al mese, avevano carrozza e abitavano signorilmente. Il presidente Jannaooone acquistò un appartamento a Toledo per sedici mila ducati, dove visse e morì. Agiato di suo, aveva in moglie una delle sorelle Antonacci di Trani, le quali erano entrate nelle doviziose famiglie pugliesi dei Beltrani, dei Palumbo e dei Martinelli. Solo lo stipendio dei giudici regi (pretori) era abbastanza infelice: diciotto ducati soltanto, e perciò molte volte la giustizia risentiva gli effetti dei magri assegni, anche perché i giudici regi esercitavano le attribuzioni di ufficiali di polizia nei piccoli centri, e si può bene immaginare quanto fosse il loro potere e quanto frequenti le occasioni di peccare.

Però non era raro il caso di trovare fra essi dei galantuomini e dei giovani di singolare valore; ma non era neppur raro il caso opposto, che resistendo cioè a più forti tentazioni, si lasciassero vincere da regali di commestibili, a preferenza latticini e carni salate, che erano i grandi mezzi di corruzione delle autorità minuscole, soprattutto se avevano famiglia!


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CAPITOLO X

SOMMARIO: Agesilao Milano — L'alfa e l'omega dell'attentato — L'onda di degradazione e l'indirizzo di San Benedetto Ullano — Chi era Agesilao — Bassa albanese e calabrese — Il collegio di san Demetrio — L'ambiente e i compagni — Scrive un'ode a Marco Botsaris — Esce dal collegio — Disgraziata avventura amorosa — Decide di farsi soldato — Rivelazioni postume di Attanasio Dramia — Agesilao a Napoli — Frequenta la biblioteca — Compie l'attentato eroicamente — Non ci fu cospirazione — Il re dopo l'attentato — Il carteggio diplomatico di Gropello — Suo primo colloquio col re — Nunziante sospettato di aver ordita la cospirazione — Retate di arresti a Napoli e in Calabria — Come si salvarono Falcone e Nociti — Guglielmo Tocci e i suoi ricordi — Le false denunzie di due soldati — La liberazione degli arrestati — L'impressione a Torino — Scrivono versi Dal Be, Miraglia e Laura Mancini — Un sonetto dantesco di Alfonso Casanova — Un bisticcio — Letteratura postuma — Un altro ricordo — Scoppia la polveriera e salta in aria il Carlo III — Rivelazioni poco attendibili di un superstite — Il comandante Masseo.

Nel Giornale del Regno delle due Sicilie del 9 dicembre 1856, si leggeva: "Un individuo, da pochi mesi entrato con mala arti al real servizio militare, osò ieri uscir di riga mentre sfilavano le troppe al Campo, e spingersi avverso la Sacra Persona del Re nostro Augusto Signore, il quale, la Dio mercé, non Bolo rimase sano ed illeso, ma conservò la calma, la serenità e la imperturbabilità consueta, continuando ad assistere allo sfilar delle truppe, come se nulla fosse accaduto, sicché non se ne avvidero se non ben pochi dei presenti". E nel numero del 13 dicembre era scritto: ”Il Consiglio di guerra di corpo del 3° battaglione dei cacciatori, procedendo in conformità delle leggi a carico del soldato Agesilao Milano, reo dell'esecrando reato da lui commesso contro la persona del Re, nostro Augusto Signore, lo condannò ieri alla pena di morte col quarto grado di pubblico esempio. La qual sentenza è stata eseguita questa mattina alle dieci e mezza, dopo la degradazione militare, nel largo del Cavaloatoio, fuori Porta Capuana. Il reo, che ha ricevuto a lungo tutti i conforti della nostra sacrosanta religione, si è mostrato compunto. L'ordine pubblico è stato perfettamente osservato, e la generale esecrazione ha seguito il colpevole fino al suo estremo respiro". Ecco l'alfa e l'omega di quello strano avvenimento.

La stessa onda di degradazione, che si levò nel Regno fra il 1849 e il 1850 per chiedere al re l'abolizione dello Statuto, si levò dopo quel fatto. E carità di patria non attingere dagli archivi ricordi poco eroici, e non esumare gl'indirizzi magniloquenti, né ricordare le tante deputazioni, le quali, sfidando i disagi di un viaggio lungo e di una stagione cruda, si recarono a presentare al sovrano i rallegramenti per lo scampato pericolo. Quante giamberghe furono sbattute dalla tramontana innanzi alla reggia di Caserta, dove la Corte andò poco tempo dopo! La rettorioa dell'alto clero, ma più quella dei gesuiti, fu spesa a magnificare il miracolo fatto dalla Concezione, di cui, l'otto dicembre, ricorreva la festa. Si tennero nei seminarii e nei collegi molte accademie, con musiche e componimenti; ci furono luminarie, tridui di grazia alla Vergine e Te Deum in tutto il Regno. Primo a darne l'esempio fu l'arcivescovo di Napoli, che con pastorale apposita prescrisse un triduo in tutte le chiese della diocesi. Se Ferdinando II fosse stato il principe più amato dai suoi popoli, non avrebbe raccolto tante dimostrazioni, quante ne raccolse allora. Ma la nota grottesca venne rappresentata dal comune di San Benedetto Ullano, patria di Agesilao Milano, che spedi al re il seguente indirizzo:

Sire

Massimo fa l'orrore quando seppe la rea notizia del nefando attentato del sacrilego Agesilao Milano.

Immenso giubilo provò, ed infiniti ringraziamenti rese all'Altissimo nel Sacro Tempio, dove ai celebrò messa solenne coll'esposizione del Santissimo, col canto dell'Inno Ambrosiano e colla processione del Santissimo per l'intero abitato, per la conservata preziosa vita della Maestà Sua, ritenendosi come soprannaturale essere evidentemente protetto da Dio e dalla Beatissima Vergine.

Lontano trecento miglia da Napoli in una recondita giogaia delle Calabre montagne, il comune di San Benedetto Ullano, divenuto oggetto di trista celebrità por aver dato i natali ad un mostro di esecranda memoria, ne rinnega tale infausta relazione, e ripudia ogn'idea di comunione col medesimo. L'empio sacrilego che osa attentare ai preziosi giorni di un Sovrano cosi pietoso, delizia dei suoi sudditi, non ha patria, ed in ogni angolo della terra sarà straniero aborrito; l'umanità intera abbomina di averlo nel suo numero.

L'intera popolazione umilmente prostrata al piedi della Sacra M.8. osa implorare la Sovrana clemenza a pro di essa, assicurando la lodata IL S. dell'attaccamento e divozione verso la Sacra Real Corona.

Agesilao Milano era dunque nato a San Benedetto Ullano, in provincia di Cosenza; aveva ventisei anni ed apparteneva ad una di quelle famiglie Epirote, calate nel Regno nelle diverse trasmigrazioni, le prime delle quali, nel 1448 e nel 1461, avevano avuto per duci Demetrio Perez e Giorgio Soanderberg. Questi discese in Puglia con la sua gente, per difendere Ferdinando d'Aragona dai baroni ribelli, secondo afferma Lorenzo Giustiniani, (65) e ne avrebbe avuto in compenso il ducato della Ferrandina e il marchesato della Tripalda. Vennero dunque chiamati dai re di Napoli e dai viceré, di accordo sempre, anche quando non erano chiamati. L'ultima discesa si compì sotto Ferdinando IV nei primi anni del secolo XVIII, a Brindisi, e quel duce si chiamava Panagiota Cacclamani, soprannominato "Phantasia„ caffettiere, ma valente nel greco e nell'erudizione, secondo il Giustiniani. Quelle immigrazioni occuparono varie contrade di Calabria, di Puglia, di Abruzzo, di Basilicata e di Sicilia, ma soprattutto di Calabria, fondando comuni o frazioni di comuni nelle province di Cosenza e Catanzaro, ma più di Cosenza, dove gli albanesi trovarono condizioni morali più adatto alle loro tradizioni e tendenze. Molto di comune vi era difatti tra la razza sopravvenuta e l'indigena: l'una e l'altra tenaci negli odii, punto espansive, inclinate alle avventure, di rado mi Baranti i mezzi al fine, convinte che la vendetta non si prescrive, e che tanto è più legittima, in quanto si compie con le proprie numi; l'una e l'altra covanti nell'animo un sentimento di ribellione contro tutto ciò che avesse aria di prepotenza o d’ingiustizia.

In fatto di religione gli albanesi restarono cattolici, ma conservarono il rito greco, con un vescovo e clero numeroso, il quale si formava nel collegio di San Demetrio Corone, dedicato a Sant'Adriano, e istituito sotto il pontificato di Clemente XII: collegio che per oltre mezzo secolo ebbe sede in San Benedetto Ullano, il quale forse per questo aveva meglio conservato le tradizioni della razza anche nei nomi, onde abbondavano gli Agesilao, i Temistocle, gli Attanasio, gli Ambrogio e persino gli Oloferne e le Penelopi. Agesilao usciva dalla più piccola borghesia; non poteva dirsi nullatenente, perché la famiglia possedeva un campicello e qualche bestia, e aveva in casa uno zio prete. Suo padre era sarto, e sua madre possidente, secondo attesta l'atto di nascita, (66) e lo zio Domenico aveva una scuola pia, come allora si chiamavano le scuole elementari dirette da ecclesiastici, e fu il primo maestro del nipote, il quale a tredici anni entrò nel collegio di San Demetrio e ve ne stette cinque, avendo a compagni, fra gli altri, Antonio Nociti di Spezzano Albanese, Giambattista Falcone di Acri, Guglielmo Tocci di San Cosmo e Attanasio Dramis di San Giorgio. Per la povertà della sua famiglia, si può ritenere che egli godesse il beneficio della piazza gratuita, alla quale aveva diritto ogni comune albanese di Calabria. Vero è che la retta era bassissima, soli ventiquattro ducati (102 lire), anzi i giovani destinati al sacerdozio non pagavano retta. Il collegio ebbe da principio carattere esclusivamente ecclesiastico. E quando crebbero i mezzi per la soppressione del convento dei Basiliani, vi furono ammessi anche laici. Il presidente del collegio era il vescovo albanese, e rettore un prete, albanese egualmente.

Di quanti scrissero del Milano e cercarono indagare circa le cause dell'attentato, nessuno volle o seppe trovarle in due di esse, le più semplici e le sole vere: la razza dalla quale usciva, e il collegio dove venne educato. Questo era un vivaio di giovani esaltati da sentimenti di libertà, da reminiscenze classiche, e da un senso d'idolatria per la rivoluzione francese, sino al punto che si era costituito una specie di comitato di salute pubblica, formato da tre di loro, con l'incarico di resistere ad ogni atto di prepotenza dei superiori; né quell'incarico era accademico, perché contro il rettore Marchiano il comitato scese a vie di fatto, ed uno dei tre lo ferì di coltello.

Quel comitato fu composto fra il 1845 e il 1848 dagli alunni Dramis, Milano e Nicodemo Baffa di Santa Sofia, ma chi ferì il rettore non fu Agesilao. L’ambiente del collegio non attenuava gl'istinti impulsivi dei suoi alunni. E quando nel 1848 insorse la provincia di Cosenza, il collegio restò deserto, perché il rettore Marchiano coi giovani più atti alle armi, corse nelle file degl'insorti accampati nella valle di San Martino. Si disse che fosse tra questi Agesilao, che contava diciotto anni, ma non risulta. E i giovani Tocci, Mauro e Chiodi, i quali furono trucidati a Rotonda dai regi, per non aver voluto gridare: viva il re, erano stati alunni del Collegio italo-greco. (67)

Era questo l'ambiente del collegio di San Demetrio quando vi stette il Milano, e perciò desiderio indistinto e irrequieto di tempi nuovi, reminiscenze eroiche, disprezzo degli agi e dei conforti della vita e sacrifizio dell'individuo alla felicità comune: ecco gl'ideali che animavano quei giovani. Vi si aggiunga un sentimento entusiastico per la rivoluzione greca del 1821 e per gli eroi di essa. Nessuna maraviglia che Agesilao scrivesse a diciassette anni l'ode a Marco Botzaris, esistente tra i cimelii della biblioteca V. Emanuele di Roma e della cui autenticità non sarebbe permesso dubitare, sia per la persona che la vendé alla biblioteca, sia perché, confrontata con autografi posseduti da Guglielmo Tocci, la mano di scritto ne risulta identica. (68) Se l'ode poeticamente e anche grammaticalmente val nulla, ha curiose reminiscenze romantiche, e rivela la conoscenza che egli aveva dei versi del Berchet. Qual meraviglia che, uscito di collegio, il Milano, nel terribile contrasto fra i ricordi della scuola, le esigenze della vita reale e la povertà della famiglia, privo di ogni vocazione per il sacerdozio, si sentisse disadatto a risolvere il problema dell'esistenza, entrasse in qualche cospirazione politica e si facesse soldato? Le disgrazie amorose, che l'avrebbero costretto a lasciare il paese nativo e a non tornarvi più, e il cui ricordo era una spina per lui, non mai stanco di proclamare la propria innocenza, potrebbero aver contribuito alla risoluzione, che legò il nome suo alla storia, cosi come il piccolo impiego ottenuto a Cosenza presso il fornitore delle carceri, Carlo de Angelis. gli bastava appena per vivere, solo perché colà egli alloggiava presso una sua sorella, la quale vi teneva locanda. Agesilao era dunque in queste condizioni morali, quando decise di sostituire il fratello Ambrogio, sorteggiato nella leva di quell'anno 1856. Circa mezzo secolo dopo, Attanasio Dramis in una violenta polemica, provocata da alcune informazioni mal riferite di Guglielmo Tocci, polemica che si svolse nel Corriere di Napoli del dicembre 1897, affermò alcune circostanze da non doversi trascurare, perché egli, fuor di dubbio, fu l'amico più intimo del regicida. Affermò dunque il Dramis, che a Cosenza, prima che Agesilao e lui si facessero soldati, si era discusso dal comitato locale se non convenisse penetrare nell'esercito al fine di trovarsi a contatto col comitato centrale, e discutere se "un’iniziativa per bande nelle Calabrie potesse condurre ad un movimento generale delle provincie, che si dicevano pronte di seguire il moto". E più innanzi: "di regicidio non si fece mai cenno, neanche fra me stesso e Agesilao, che in quell'occasione mi ospitava in casa sua, dividendo meco il suo tettuccio". Ma infine il Dramis afferma che, prima di separarsi, il Milano gli propose "a bruciapelo il regicidio, qualora la nostra missione rivoluzionaria fallisse... lo mi opposi energicamente a s funeste tendenze, aggiunge il Dramis, dimostrando la inutilità delle esecuzioni personali, anzi il pericolo che simili attentati potessero riuscire a fare il giuoco del Murattismo allora prevalente nelle Provincie nostre". Pubblico nei documenti tutta le affermazioni del Dramis.(69) ‘Da esse risulterebbe che il Milano avesse l’idea del regicidio, ma solo quando tutto fosse fallito; e che il discorso col Dramis sarebbe avvenuto prima che entrambi entrassero nell'esercito. Sono circostanze di certo importantissime. Ma sottratto al piccolo ambiente della provincia, e venuto a Napoli, le idee di Agesilao si allargarono, perché a Napoli ritrovò i suoi compagni di collegio Falcone, Nooiti e Tocci, studenti; e a Napoli si diede a frequentare la biblioteca borbonica, ora nazionale, dove leggeva a preferenza libri di storia antica, le vite del Plutarco e di Cornelio, destando la curiosità di quanti vedevano questo soldato dei cacciatori immerso per ore nella lettura. Chiedeva anche qualche libro latino. Nessuno seppe da principio ohi fosse. Ottavio Serena lo ricorda; e lo ricorda anche il professore Carlo Avena, amendue superstiti. Poco tempo prima dell'attentato, scrive l'ottimo professore Avena a suo figlio Alberto, un giovane smilzo e nobilissimo della persona, con sguardo penetrante e piccoli baffi, sedette due altre volte accanto a me nella sala di lettura della biblioteca borbonica, oggi nazionale. Quel giovane leggeva anche un volume latino, e vestiva l’uniforme dei cacciatori di linea. Era Agesilao Milano„.

In Napoli si trovò, forse senza volerlo, in un ambiente potrei dire politico, per il fatto che il Nociti e il Falcone erano amici di Giuseppe Fanelli, ardente mazziniano; e in casa del Falcone, che abitava due camerette a un sesto piano di via Forno Vecchio, si riunivano parecchi giovani albanesi e calabresi, tutti smaniosi di tempi migliori, tutti sognanti la redenzione del Regno, le cui miserie erano tante e ben note a lui, Agesilao, che n'era una vittima. Tutto ciò concorse di certo a determinare la risoluzione temeraria. Visto che non vi era altro da fare, tornò verosimilmente ad accarezzare la vecchia idea che, tolto il re di mezzo, sarebbe assicurata la felicità dei popoli, e che tanta gloria fosse rinerbata a un albanese, a un discendente di Scanderberg, ad uno che portava il nome eroico di Agesilao. Gli parve supremamente glorioso votarsi alla morte; e mentre gli altri si perdevano in chiacchiere, egli solo affrontare il re alla luce del dole, sul campo di Marte, innanzi all'esercito e al popolo: il re armato e a cavallo, e mandarlo tragicamente all'altro mondo! Tanto bastò per montargli la testa e fargli perdere la visione della realtà. Non fu regicida volgare, no; e nei cinque giorni che visse dopo l'attentato, non ebbe un sol istante di smarrimento o di pentimento: punto commozioni, punto iattanze. Solo disse e confermò ch'egli aveva tentato di ammazzare il re, per fare la felicità dei popoli, né disse altro sotto i dolori della tortura, alla quale fu sottoposto per ottenere rivelazioni. È pure da notare che nei mesi, i quali corsero dalla venuta di Agesilao a Napoli, all'attentato, parve ridestarsi la coscienza dei liberali per effetto del Congresso di Parigi, delle lotte diplomatiche fra il governo borbonico, la Francia e l'Inghilterra, la partenza trionfale dei ministri di queste due potenze nel novembre dello stesso anno, e i maggiori rigori della polizia a Napoli e nelle provincie. Anche tali circostanze potrebbero avere contribuito; ma cospirazione, ripeto, mancò, perché mancavano serii elementi cospiratori!, come si vide l'anno dopo nella tragica spedizione di Sapri. Si riferì pure che Agesilao dicesse o scrivesse che un giorno o l'altro si sarebbe sentito parlare di un gran fatto, ma il Tocci, che vedeva spesso il Milano a Napoli, e nel quale il Milano aveva confidenza, afferma che a lui non disse mai nulla di simile, ch'era piuttosto sfiduciato e triste, e non di altro sollecito che di proclamare la propria innocenza nelle accuse, che gli furono fatte di aver sedotta la moglie di Oloferne Conforti, che si chiamava Penelope. Il Tocci gli aveva dato a copiare alcune lezioni di procedura penale del Pessina, che ancora conserva. Egli è fortemente convinto che Agesilao agi di sua testa, né il Dramis lo esclude.

Per il modo come si compì l'attentato, il re e la polizia furono invece convinti che si trattasse di una vera cospirazione militare e civile. Non era difatti verosimile tanta follia di eroismo; e se il re che prova di sangue freddo, seguitando la rivista e poi tornando a Napoli in vettura, l'impressione che ne riportò fa tremenda. In chi lo vide al ritorno dal campo produsse un effetto strano. Era pallido e agitato, e il sigaro spento gli pendeva dalle labbra. Parve a tutti che avesse fretta di rientrare alla reggia. L'avvocato Michele Giacchi, che lo vide da un balcone di Foria, disse alla famiglia che qualche cosa di grave doveva essere avvenuta; ed era avvenuta difatti, ma con tale rapidità che pochi se ne accorsero, Giovanni Barracco era sul campo con la famiglia, e rammenta che seppero dell'attentato quando furono a Napoli; e il conte di Gropello, che trovavasi anch'egli sul campo, cadde nel suo primo rapporto in alcune inesattezze di fatto, perché fece vibrare un sol colpo dal Milano, mentre furono due, e affermò che il re tornasse in città a cavallo, mentre tornò in carrozza con la regina e il principe ereditario.

Fu grande fortuna che il regicidio non si compisse: un tremendo eccidio avrebbe insanguinata Napoli, perché i reggimenti svizzeri, fedellssimi al re, credendo all'esistenza d'un complotto fra le truppe indigene, avrebbero tirato su di esse e sulla folla, e rinnovati gli eccidii del 16 maggio. All'eventualità della morte di Ferdinando II nessuno era preparato, e assai meno a una morte in quelle condizioni; e pareva inverosimile difatti, anzi addirittura assurdo che da quell'esercito, descritto più sopra, uscisse un regicida; e nei primi momenti credettero tutti all'esistenza di una cospirazione militare, la quale, morto il re, avrebbe mutato il governo e sconvolta ogni cosa, tanto pareva inverosimile che quello fosse il tentativo di un allucinato.

Il contegno del re salvò tatto. Egli non volle che si sospendesse la sfilata delle truppe; continuò ad assistervi, e nel pomeriggio uscì con la famiglia, percorrendo le vie più popolose della città, la quale del resto non si abbandonò a nessuna espansione di gioia. Alla reggia fece subito chiamare il dottor Rosati, il quale notò una piccola scalfittura sotto la mammella sinistra. Essendo il re eccitato, lo rassicurò che non era nulla e gli prescrisse un calmante, che il medico stesso preparò. Il giorno seguente prese dell’antacido e si mostrò calmo, quasi ilare, nel ricevimento delle autorità e del corpo diplomatico, che iniziarono i rallegramenti ufficiali.

All'incaricato di affari di Sardegna, che fu tra i primi a recarsi alla reggia, poche ore dopo l'attentato, si affermò che avesse detto ironicamente: “scrivete al nostro carissimo cugino che non è stato nulla e che sto bene". Invece parve che particolarmente gradisse l'interessamento premuroso del Gropello, al quale rispose: “che era più che persuaso della sincerità dei sentimenti che il re di Sardegna e il governo piemontese nutrivano per la sua persona". I particolari di quelle udienze sono interessantissimi, come vennero riferiti dal Gropello nel suo carteggio, con tutt’i particolari che raccolse. Il rappresentante sardo fu addirittura esauriente nelle informazioni, nelle impressioni e anche nei giudizi, punto benevoli per il governo di Napoli che afferma esoso e odioso al paese; per la truppa, che chiama corrotta e malcontenta, e principalmente per la polizia, che obbligava i cittadini a illuminare le case per alcune sere di seguito e promoveva gl'indirizzi di rallegramenti. Non manca qualche inesattezza nelle notizie circa il Milano, che nel primo rapporto chiama "Melana” circa i precedenti di lui, ma nel complesso quel carteggio è un documento storico di prim'ordine. (70)

Ferdinando II era troppo furbo per lasciarsi andare col corpo diplomatico a qualche sfogo, a qualche espressione meno che meditata e ponderata, scriveva a me lo stesso Gropello, poco tempo avanti di morire, benché la parola sincerità adoperata dal re potrebbe lasciar supporre il contrario. Si aggiunga che il rappresentante sardo fu l'ultimo dei diplomatici, che andasse da Ferdinando II ad esprimergli, d'incarico del re Vittorio Emanuele, i rallegramenti per lo scampato pericolo, e che quella nota fu provocata dallo stesso Gropello, come può vedersi, e non porta la firma di Cavour, presidente del consiglio e ministro degli esteri, ma del segretario generale conte di Salmour. (71) È notevole l'insistenza del Gropello nel consigliare l'intervento diplomatico della Francia e dell'Inghilterra per trarre il re e il governo di Napoli dalla falsa via nella quale si erano cucciati.

Agesilao Milano fa impiccato la mattina del 13 dicembre; e l'esecuzione, preceduta dalla solita questua delle sante messe, fu così lunga e lugubre, che strappò le lacrime a molti e lasciò nei soldati incancellabile impressione. Egli morì dichiarando al cappellano militare che l'assisteva, di non essere un assassino, di non aver complici, e, secondo il Gropello, baciando il crocifisso e ripetendo le parole: viva Dio, la religione, la libertà e la patria. (((72))) Si disse che il re inclinasse a far la grazia al Milano, e ne fosse distolto dal partito militare, soprattutto dal Nunziante; ma la cosa non è verosimile, perché Ferdinando II aveva natura vendicativa, non era facile alla commozione, e l'attentato sul campo di Marte lo impressionò così profondamente, che da quel giorno non stette più bene. Vero è che in Corte si diffuse la voce che il re volesse graziare il Milano; e che, nella mattina dell'esecuzione, fosse visto piangere.

Anzi fa affermato che in anticamera giungesse la voce di Raffaele Criscuolo, il quale, con la consueta familiarità, lo ammoniva così: "Ma se v'aveva da dispiacè tanto, putevate fa a grazia a 'o calavrese: site vui ca cummanate,,. (((73))) La domanda di grazia ci fu, e la presentò l'avvocato don Giocondo Barbatelli, il quale aveva ufficiosamente difeso il Milano, perché tre dei maggiori avvocati penali vi si erano rifiutati. Quella domanda molto caratteristica si trova oggi nell'archivio privato di casa Scaletta e si chiude cosi: “Giocondo Barbatelli, difensore ufficioso di Agesilao Milano, al piè della M, S. le bacia affezionato e devoto la mano”. Il re la respinse, anzi non volle neppur ricevere il Barbatelli, che più tardi, mutati i tempi, fu consigliere comunale di Napoli, grande elettore del Sandonato e grande cacciatore di quaglie. I nemici del Nunziante, che lo fecero segno ai più nefandi sospetti dopo la sua condotta nel 1860, dissero pure che egli fosse a parte della congiura del Milano e di questo volesse la morte, per paura che il regicida parlasse.

E il De Sivo lo insinua, perché per lui e per quanti rimasero fedell ai Borboni, Alessandro Nunziante fu l'uomo più abbominevole della sua età. Vero è che Nunziante e Lecca parlarono con Agesilao dopo l'attentato, ma basterà osservare che Nunziante era comandante dei cacciatori, ai quali apparteneva il regicida, e il generale Lecca era albanese di origine. Il Nunziante non aveva tanto potere, da imporre ad Agesilao il silenzio e al re il rifiuto della grazia. Io escludo in modo assoluto che Nunziante fosse a parte del segreto del Milano; o che, peggio ancora, ne armasse il braccio. Ma l'opinione opposta rimane ancora radicata nella testa dei vecchi borbonici, i quali pretendono rintracciarne la causa, che sarebbe stata questa. Nel febbraio del 1853 era morto l'imperatore Niccolò di Russia, già ospite a Napoli di Ferdinando II, cui regalò i due famosi cavalli di bronzo. Il re scelse Nunziante per rappresentarlo alla incoronazione del nuovo Czar, che ebbe luogo nell'agosto del 1856. Passaporto, credenziali, ordini cavallereschi e doni da distribuire, tutto era ordinato e disposto, e Nunziante riceveva i rallegramenti por questa nuova missione di fiducia; ma all'ultim'ora, si disse per opera della regina, l'incarico di andare in Russia gli fu tolto, e dato al colonnello svizzero Steiger. Di questo il Nunziante fu cosi offeso, che da quel giorno, mi scrive persona che conosceva lo Steiger ed era nell'esercito, appartenne alla rivoluzione anima, corpo e onore, E avvenuto l'attentato, quattro mesi dopo, i nemici di lui crearono la doppia leggenda. Certo il Nunziante non subì in pace l'oltraggio, e suscettibile com'era, dev'essersi sfogato contro il re che glie l'aveva inflitto. Fin qui è verosimile e umano; di là, no. Finché visse Ferdinando II, idee di liberalismo o di voltafaccia non passarono mai per la testa di quell'uomo, e molto meno poteva passar quella di far ammazzare il re: i cortigiani, d'altra parte, usavano la tattica di non far risalire mai al sovrano la responsabilità di tutto ciò che era odioso e commoveva il sentimento pubblico.

Pochi giorni dopo l'attentato fu destituita per telegrafo il mite intendente di Cosenza, Achille Landi, per aver permesso che Agesilao sostituisse il fratello Ambrogio nella milizia, e destituito il rettore del collegio albanese don Vincenzo Rodotà, degnissima persona, e minacciato di chiusura l'istituto, come nel 1852 (74). Si creò una commissione inquisitoria per Napoli e Cosenza, con a capo il commissario De Spagnolis, fra i più zelanti. Primo pensiero fu quello di arrestare gli amici intimi del Milano, il Falxxx, il Nexxx, il Tocci, il Dramis, ma i primi due riuscirono a mettersi in salvo, e gli episodii della loro fuga formano davvero un romanzo, del quale non va perduta la memoria.

In quei tempi si riuniva nel caffè De Angelis un gruppo di giovani liberali, quasi tutti studenti. Ricordo Cesare e Giuseppe de Marinis di Cerignola; Tommaso Arabia di Cosenza; Giovanni d'Erchia di Monopoli; Antonio de Santis, di Altamura; Francesco Napoli, di Baronissi e Vincenzo Cosentino, di Palmi. Erano tutti cavurriani e non vedevano salute per Napoli, che nel Piemonte e in Casa di Savoia. Quello stesso ca£è era frequentato dal Nociti, amico loro, però mazziniano molto caldo e in istretti rapporti col gruppo mazziniano di Napoli, onde fra lui e i suoi amici moderati non erano infrequenti le dispute, i dissensi e qualche volta corsero anche i pugni. Tranne il Nociti, nessuno di quelli conosceva il Milano. La sera dopo l'attentato, certo De Stefano, conterraneo e casigliano del Nociti, richiese per questo un asilo a Cesare de Martinis all'Arabia. Il Nociti si era per un momento rifugiato in casa di un signore inglese, in via di Chiaia. L'Arabia andò a prenderlo e col De Martinis lo condusse prima in casa di Francesco Napoli, e poi presso Io scaccino della chiesa della Concezione a Monte Calvario, albanese anche lui. La polizia ricercava pure il Falconi, ma anche questi si era unito al Nooiti. A un tratto, la casa dello scaccino fu visitata dalla polizia, ma i due ricoverati, scavalcando i tetti, potettero rifugiarsi in casa di Vincenzo Cosentino. Però a Napoli non erano sicuri; la polizia li cercava attivamente e su entrambi pose una taglia. Fu allora che, per trovare un asilo meno pericoloso, Giovanni Marini, il Da Martinis e l'Arabia si rivolsero a donna Giulia Pandola, vedova del barone Gennaro Compagna. Il Mari ci era amico dell'abate Gradilone, aio delle figlie della baronessa, albanese anche lui e liberale, ma soprattutto rispettabile persona. Donna Giulia offerse il castello di casa Pandola, a Lauro, e colà i due fuggiaschi rimasero parecchi giorni.

Ma non erano sicuri neanche in quel luogo. Occorreva farli imbarcare a qualunque costo. De Martinis si rivolse a Ferdinando Mascilli, il gran padre dei patrioti e cospiratori, ma il Mascilli, dopo pochi giorni, fu arrestato anche lui. La sua signora, donna Rosalia Cianoiulli, per mezzo del dottor Poppi e del Rea'!, corrispondente del Times, ottenne che il Nociti ed il Falcone fossero raccolti sulla Surprise, corvetta inglese, la quale portava da Malta a Napoli la corrispondenza politica. Un barcaiuolo, cui furono date cinque piastre, portò in salvamento i due fuggiaschi a bordo del legno inglese.

Il Falcone scese un anno dopo a Sapri, con Pisacane e Nicotera e cadde a Sanza, gloriosa vittima dei suoi ideali repubblicani, e il Nociti entrò nell'esercito garibaldino, poi nel regolare, ed è morto da pochi anni col grado di colonnello. V'ha chi afferma che l'uno e l'altro sapessero che la gran cosa, cui accennava qualche volta Agesilao, fosse l'uccisione del re, ma non mai come partecipi di una cospirazione, che non vi fu; ma io credo che neppure lo sapessero.

Gli arresti furono vere retate in Calabria, singolarmente nei comuni albanesi, e più ancora in San Benedetto Ullano, dove vennero tratti in carcere i cugini Temistocle ed Eugenio Conforti, nonostante fossero nemici a morte di Agesilao, sospettato amante della moglie di Oloferne, loro cugino e condannato ai ferri. Temistocle aveva assalito Agesilao col coltello in pugno, e Agesilao si era dato alla fuga, lasciando il paese, dove non fece più ritorno. Furono anche arrestati i fratelli del Milano, Camillo e Ambrogio, e poi i fratelli Gentile di Paola; Carlo de Angelis, fornitore delle carceri, che aveva avuto il Milano come scritturale; il giovinetto Domenico Marchese di Macchia: il dottor Lelio Gatti, medico di Cosenza e di nota famiglia liberale e quanti, in breve, si sapeva o si sospettava che avessero avuto rapporti col Milano. Furono tradotti a Napoli, in attesa di un giudizio, che non si fece mai. E a Napoli gli eccessi non ebbero limite. Furono carcerati quasi tutti gli studenti della provincia di Cosenza, già alunni del collegio di San Demetrio, e Guglielmo Tocci uno dei primi come si è detto, e contro il quale esisteva inoltre il glorioso, ma pericoloso precedente della morte eroica di suo fratello Francesco Saverio, del quale si à fatto cenno, e l'altro non meno compromettente di suo uomo, pur di nome Francesco Saverio, assassinato dai sanfedisti nei giorni torbidi dell'occupazione francese. Attanasio Dramis, sul quale cadevano maggiori sospetti di complicità, perché fu trovato una lettera di lui nello zaino del Milano, fu arrestato a Salerno immediatamente. Vennero espulsi dal corpo dei cacciatori cinquantasette fra sottufficiali e soldati, quasi tutti calabresi, e tratti in arresto due soldati dello stesso corpo, uno dei quali, nativo di San Giorgio e però albanese, era stato compagno di Agesilao nel collegio. Si chiamava Giuseppe Mendicini. Era soldato di leva e figlio di un noto borbonico. L'altro, nativo di Grottole di Basilicata, si chiamava Vitangelo Tangor. Erano compagni di caserma e intimi. Il Mendicini frequentava la casa del Nociti, e una volta vi condusse il Tangor, e un'altra volta vi trovò il Milano, e altri studenti e amici. Che si facessero in quelle adunanze discorsi liberali, è ben verosimile, ma non si ordivano cospirazioni, e assai meno si ordì quella di ammazzare il re. Forse quelle riunioni non sfuggirono alla polizia, anche perché il Mendicini era di una loquacità compromettente. Ricorda il Tocci che, un mese prima dell'attentato, tornando dalla villa dei baroni Campagna, s'incontrò nel Mendicini, che gli disse: abbiamo parlato tanto di te in una riunione che tenemmo in casa di Nociti, dove intervenne anche Agesilao ed abbiamo trattato di cose politiche. E il Tocci: e lo spirita della truppa qual è? E lui: ottimo. Ma il Tocci non ne riportò una seria impressione, tanto gli parvero inconsistenti quelle vanterie.

Il De Spagnolis, che dirigeva il movimento inquisitoriale e che si abbandonò ad ogni sorta di ribalderie, credette di trovare in questi due soldati, ignorantacci e privi di coscienza, degli strumenti utili per strappare rivelazioni anche immaginarie, e dopo averli arrestati e impauriti, li blandì, promettendo loro premii da parte del re, o minacciando severi castighi; e cosi ottenne denunzie, le quali provocarono altri arresti.

Vanno ricordati quelli di Giuseppe Marchiano, di Domenico Francalanza, di Orazio Rinaldi, di Domenico de Stefano, d'Igino Mirarchi, e di tre preti notissimi a Napoli, don Lorenzo Zaccaro, di cui si è parlato; don Stanislao Marchiano, che fa nei nuovi tempi bibliotecario della Branoaociana, e don Antonio Gradilone.

Questi due erano albanesi, ma di essi solo il Marchianò conosceva il Milano. Gli arrestati furono chiusi in Santa Maria Apparente, in attesa di un process0 che non venne mai; e chiuso in custodia speciale il Dramis, cui era negata ogni piccola agevolezza concessa agli altri. I preti riebbero la libertà dopo breve tempo, e per il Gradilone s'interposero personaggi della migliore società.

Vinti dai rimorsi, i due soldati si decisero a ritrattare quanto avevano asserito, sotto forma di suppliche, e il Mendicini inviò le ritrattazioni al generale Lecca, e il Tangor al procurator generale della Corte criminale di Napoli. Le ritrattazioni ed altre carte sono conservate dagli eredi di quel dottor Francalanza, carcerato anche prima delle deposizioni di quei due bricconi; leggendole, si prova un senso di disgusto per l'umana abbiezione, e per le arti, dello quali si valse il De Spagnolis per provare l'esistenza della cospirazione. Ho letto quelle carte procuratemi dal Tocci, e mi sono rimaste particolarmente impresse alcune circostanze addirittura mostruose.

Dopo aver accusato mezzo mondo, quei disgraziati finirono per accusarsi a vicenda. Il Tangor dichiarò: Mendìcini ed io, nell'affastellamento delle tante deposizioni, altro non abbian fatto che calceggiarci (sic). La cosa è stata a chi meglio sapeva combattere, e se io finalmente non gli avessi dato mortale colpo, la pugna sarebbe continuata all'infinito. Egli voleva caricare me ed io ho caricato lui. Mi dispiace solo che per causa di noi due, son venuti a perire tanti innocenti. Quelle deposizioni sono un miscuglio di bricconerie da bassa caserma. In un punto il Tangor rivela avergli detto il Mendicini, a proposito delle false deposizioni, che provocavano nuovi arresti. Che ce ne f.,. degli altri? pensiamo a salvai ci noi, che essi se stanno carcerati hanno da manciate (sic). Il Tangor, confessando che la commissione inquisitorie voleva trovare ad ogni costo la complicità del Dramis, disse: Per questo infelice mi si è fatta un'azione sfacciata... Se hanno piacere che quest'uomo sia condannato, lo condannino sì, ma non facessero che lo condanni io... Io diceva no, ed essi dicevano sì; o diceva: signori questo non me l'ha giammai detto Milano, ed essi: e via dillo. Si trattava di dover asserire che il Dramis, nutriva gli stessi sentimenti del Milano, ed era venuto da Salerno per lo stesso fine di uccidere il Re!

Glielo fecero asserire e poi sottoscrivere. Mi restava firmare la deposizione egli aggiunse, e più volte restituii senza fratto la penna, ma tante parole persuasive mi furono fatte, che finalmente firmai, E più innanzi confessa che, atterrito dai rimorsi, chiese di vedere il commissario per dirgli che quanto aveva asserito e firmato sul conto di Dramis e Francalanza, era falso, ma il De Spagnolis gli rispose: “Quello che tu ci hai detto io e la commissione abbiamo capito ciò che è vero, e ciò che è falso:... che l’importa dei guai degli altri. pensa a salvarti tu.,. noi sappiamo di certo che quelli sono gli infami... Dio sta in cielo e non in terra. Dio non vede i fatti nostri... Tu sei un giovane che hai studiato, e pure credi e tante cose che ai dicono. Quanto sei c... e f... Non ci pensare.

Mettilo a mia coscienza... Io fo tanto pel tuo bene e tu mi fai questo. Io sono stato dal Re, e ti ho rappresentato come un candellere d'oro, (sic!) ed ora mi vuoi fare scomparire. Pensa che tu sei la gemma preziosa di me, e della Commissione. Tu sei la pupilla degli occhi nostri. Pensa a portarti bene, che tutto si fa per tuo utile”. E cambiando tono “Non ti disgustare il prefetto. Fa quel che dico io, in opposto ti farò pesare ogni cosa; ti manderò nel Castello di S, Elmo o in quello dell'Uovo e ti farò fare tanto di testa„: un'alternativa insomma di seduzioni e di minacce, con tutte le volgarità caratteristiche, dialettali e grammaticali, della polizia borbonica, benché in questo genere di confidenze por eccesso di zelo, strappate a forza tra minacce e strazi morali a materiali, tutte le polizie e tutti i carcerieri più o meno si somiglino, in ogni regime di governo...

Ma furono inviate veramente quelle memorie al loro destino? E quali effetti ebbero? E che ne fu di quei due soldati? Né il Tocci, né altri sanno di più. Certo è che parecchi di quegli arrestati, benché non vi fosse processo, stettero in prigione fino al 1860, e Ferdinando Mascilli tornò da Capri, come è noto, dopo la Costituzione. Ferdinando II era morto; suo figlio rivelava tendenze miti; Garibaldi aveva strappata la Sicilia ai Borboni, e il continente minacciava di andare in fiamme.

Per effetto dell'atto sovrano del 26 giugno, si aprirono le carceri politiche e ne uscirono i prigionieri, e tornavano dall'esilio gli emigrati, ma gli arrestati per Agesilao Milano erano ancora detenuti a Santa Maria Apparente.

Occorreva una minacciosa dimostrazione popolare perché fossero messi in libertà, ma avvenne un impreveduto e disgraziato incidente. Scendendo da Santa Maria Apparente e giunti al largo Carolino in mezzo ad una gran calca di popolo, che li acclamava, un picchetto di soldati, comandato da un ufficiale chiamato Potenza, credendo che quella dimostrazione fosse diretta al palazzo reale, la caricò alla baionetta. Furono tirati colpi di fucile e caddero varii feriti, fra i quali il Marchiani), e mori un fruttivendolo, che si trovava nella folla. (75) ‘Non fu piccolo lo spavento noi quartieri di San Ferdinando e Ghiaia, perché in quello stesso giorno vi era stata la furiosa dimostrazione contro la polizia a Porto, a Vicaria e al Mercato.

L'eco dell'attentato fu profonda in Europa, e non meno profonda l'ammirazione per tanto coraggio e la compassione per tanta tragedia! Tali sentimenti rifulgono non solo nei rapporti dal Groppello, ma in vane produzioni poetiche del tempo. Alfonso Casanova, il mitissimo e sempre enfatico Alfonso, intimo del rappresentante sardo, scrisse un sonetto rimasto impresso nella memoria di Giovanni Barracco, cui andò a recitarlo: sonetto ricco di reminiscenze dantesche:

E te di panni illacrimati cinse

La sacra colpa, e nell'età fiorente

Schiantò dal corpo l'anima fremente.

Il tuo rogo di tarpi ombre recinse!

Ma la virtù, che il tao braccio sospinse

Fuor del servo costume, arcanamente

Persuase l'alta ira infra la gente,

Pochi volti viltà bassa dipinse!

O tradito dai tempi e da te stesso,

Se giustamente tua giusta vendetta

Punita fosse, i nepoti diranno;

Ma chi vide l'indegna età dappresso

Perdona ai Bruti, e si cruccio il saetta,

Che alme tali sviar debba un tiranno!

In Calabria corse per le bocche di tutti un inno agli albanesi e ad Agesilao, (76) e una terzina, la quale, letta regolarmente, ha un senso; e spezzata, ne ha uno opposto. Eccola:

Un bruto, un empio | Agesilao tu fusti

Svenar tentasti | un essere sublime,

Orrenda infamia, | il nome tuo ci esprime.

L'impressione fra gli emigrati napoletani a Torino e a Genova fu immensa, e il nome del regicida albanese venne portato alle stelle dai giornali e cantato da due esuli, che scrivevano versi: Giuseppe del Re e Biagio Miraglia da Strongoli, e da una poetessa illustre, Laura Mancini Oliva. Il Del Re compose un Carme„ pubblicato dalla tipografia Biancardi, e il Miraglia un sonetto, che vide la luce in una sua raccolta poetica e patriottica, e la Mancini un'ispiratissima canzone. (77) ‘Il "Carmen di Del Re levò rumore perché, a insistenza del Canofari, fu imbastito un processo contro di lui per apologia del suicidio; ma difeso eloquentemente da Giuseppe Pisanelli, da Giacomo Tofano e da Diomede Marvasi, andò assolto. Il "Carme„ val poco, perché il Del Re non era poeta, e a titolo di saggio ne pubblico gli ultimi versi fra i documenti. (78) ‘Meglio ispirata è la canzone della Mancini (79) che vide la luce in un fascicolo senza data, né indicazione di città per non andare incontro ad un procosbo. Ma una vera apoteosi ebbe Agesilao Milano dopo il 1860. Innanzi tutto il dittatore Garibaldi assegnò una pensione alla madre e alle sorelle di lui, suscitando una protesta di Francesco II alle potenze, datata da Gaeta. E Mariano d'Ayala, che si era fatto iniziatore d'una medaglia commemorativa di Milano e di Bentivegna, ne scrisse con sentimento e relativa misura nella sua bibliografia militare. Il barone Caprara dette alle stampe una immaginaria difesa del Milano avanti la morte; ed altri ed altri, perché l'argomento si prestava; ma degno di speciale ricordo, venne in luce nel 1863 un poema addirittura, scritto da Giovanni latta di Buvo, padre di Antonio suocero di Giovanni Beltrani. (80) Nel volume dei documenti è pubblicato un elenco di questi scritti, ma non garantisco che sia completo. L'ultima produzione è una tragedia, di cui è protagonista, naturalmente, il Milano, e sono personaggi Falcone, Fanelli, Dramis, Trioli, Isidoro Gentile, e... Ludovico Bianchini.

È una delle cose più stravaganti che siano state mai scritte: parlano questi personaggi come tanti eroi dell'antichità.

Dopo l'attentato degli otto dicembre Ferdinando II fece innalzare presso il campo di Marte, al principio della via di Secondigliano, a Capodichino, una chiesa in onore della Concezione a memoria dello scampato pericolo, nonché una piccola cappella votiva nel posto dove Agesilao gli vibrò i due colpi di baionetta. Gl'intendenti, con ripetute circolari, obbligarono i comuni a contribuire con offerte alle spese di costruzione di questa chiesa, mentre il gesuita padre Giovannetti chiese e ottenne la daga e il facile di Agesilao che fuse, e ne fece una statuetta dell'Immacolata, che donò al re, il quale non mostrò di gradire molto lo strano dono. Un altro ricordo. Tra le persone, che assistettero al consiglio di guerra, che condannò Agesilao Milano, fa Augusto Zamboni, intimo del generale Filangieri. Zamboni ritrasse furtivamente con poche linee le sembianze del regicida e nascosta la carta nel cappello, corse a mostrarla al generale, il quale guardò e riguardò quelle linee e volle sapere dallo Zamboni i particolari del dibattimento. E disse in quell'occasione che il re avrebbe commesso un grave errore, non graziando il Milano, regicida non volgare, ma che l'avrebbe commesso. Egli conosceva Ferdinando II meglio di tutti. E della famiglia del Milano credo non vi sia oggi più nessuno. Camillo è morto da poco.

Fu prima garibaldino e poi ebbe un impiego nell'amministrazione finanziaria. Vi rinunziò, ritirandosi nel paese nativo, dove si spense a settantasei anni. Mi dicono che viva ancora un'ultima sorella di Agesilao, maritata a un certo Tavolare.

Ho voluto scrivere una pagina quasi esauriente sull'attentato di Agesilao Milano, che ebbe eco in tutto il mondo, e fu uno degli avvenimenti maggiori degli ultimi anni del Regno: e ho potuto farlo col concorso prezioso del superstite amico di lui, di un uomo, che ha fatto tanto bene alla sua Calabria, rivendicando il vistoso patrimonio del lascito Pezzullo, e dando esempio di iniziative, le quali, se non fruttarono guadagni a lui, concorsero al benessere della sua provincia: Guglielmo Tocci, oramai ottantenne, già deputato per due legislature, e che vive, dopo tanti disinganni, nella maggiore modestia, ma con la fede giovanile nella risurrezione economica e morale della sua regione; convinto ed entusiasta che gli albanesi della Calabria, generosa stirpe dalla quale usci Agesilao, possano rendere grandi servigi all'Italia per una più facile e sicura penetrazione nell'Oriente europeo, oggi che la quistione delle influenze politiche nei Balcani e nell'Egèo si va accentuando, sotto forma di concessioni ferroviarie e di approdi marittimi; e lo storico collegio italoalbanese di San Demetrio Corone, trasformato in un istituto speciale diretto a tal fine, potrebbe rendere servigi assai importanti. (81)

Il 17 dicembre, a mezzodì, scoppiò la polveriera, posta al l'estrema parte del molo militar, ne distrusse la batteria, ne uccise e ferì alcuni ufficiali e soldati di guardia, e non lasciò intatto un vetro solo della reggia e delle vicine case. Lo spavento della famiglia reale e di tutta Napoli fu enorme. Si affermò che la stessa setta, che aveva indotto Agesilao al regicidio, avesse fatto appiccare il fuoco alla polveriera, il cui scoppio fa invece dovuto a combustione spontanea di alcuni razzi incendiarli, che fabbricava il tenente di artiglieria Bandini, allora direttore della polveriera di Posillipo. Crebbero i sospetti, crebbero gli arresti e crebbero le espulsioni dall'esercita; ma in quella guisa che di cospirazione non si trovò traccia nell'attentato del Milano, non se ne trovò nello scoppio della polveriera, in seguito a lunga inchiesta.

Ma due settimane dopo, ai primi del nuovo anno 1857, verso la mezzanotte, mentre terminava lo spettacolo al San Carlo saltò in aria la fregata Carlo III sul punto di salpare per la Sicilia, carica di soldati e di munizioni. Si spensero i lumi delle strade e quelli del teatro, e la paura fu generale e indescrivibile, perché nei primi momenti non si seppe con precisione che cosa fosse successo. L’indomani si conobbe che il legno era perduto, ma non tutto l'equipaggio era perito, perché la corvetta inglese Malacca assai si adoperò per il salvataggio. Nuove e incredibili paure suscitò il nuovo disastro. Anche qui si volle vedere la mano dei liberali, e anche qui fu accertato che non vi avevano avuta parte; perché, ripescandosi più tardi la carcassa del bastimento, si accertò che la porta di bronzo della Santa Barbara era aperta, e la chiave nella toppa: circostanza la quale provò che un tentativo di furto di polvere pirica, fatto da qualche inesperto ladrone con candela accesa, generò la catastrofe.

Né sembrarono persuase le autorità militari, e il re pensionò la vedova del comandante Masseo, perito nello scoppio e le due figlie di lui. La vedova si rimaritò più tardi al contrammiraglio Cacace; e delle figlie, una divenne moglie del mio amico Beniamino Spirito, deputato. Nella famiglia del Masbeo non balenò mai il sospetto che il comandante del Carlo fosse affiliato alla Giovane Italia, e, nuovo Pietro Micca, avesse mandato in aria sé e il bastimento per servire alla rivoluzione tentata in Sicilia dal mazziniano barone Bentivegna, che vi lasciò la vita. Un superstite del Carlo III, Carmine Gallo di Molfetta, afferma oggi che quell'avvenimento, l'attentato del Milano e lo scoppio della polveriera fossero eseguiti per opera della "Giovane Italia'. E narra ch'egli fu ritenuto complice; interrogato, arrestato per due mesi e poi congedato prima che scadesse la ferma. Il Gallo è vecchio, ed è verosimile che ubbidisca ad un senso di vanità postuma.

Nessuno, dopo il 1860, quando ogni supposta e minuscola persecuzione politica servi di titolo per avere impieghi e onori, si fece innanzi a magnificare quel fatto e a chiederne compenso; anzi, essendo il Masseo strettamente imparentato col D'Amico e col Vitagliano, che presero servizio nella marina nazionale, e che io conobbi abbastanza intimamente, non mai sentii da loro attribuire il disastro del Carlo III che ad una disgrazia. La "Giovane Italia,, non aveva organizzazione, né forza da tentare un'impresa di quel genere; il partito repubblicano era in piena evoluzione monarchica, e i pochi mazziniani discordi tra loro. Il Masseo aveva fama di distinto ufficiale, ma nessuno mai sospettò ch'egli fosse nelle cospirazioni. Il processo, è vero, non è stato esaminato da nessuno, neppure da Beniamino Spirito, che né fece richiesta, benché io sia convinto che non ne uscirà alcuna prova confermante le asserzioni del Gallo, ma vi sono i soliti ridicoli divieti.

I tre avvenimenti, accaduti in meno di un mese, e tutti e tre nel mondo militare, scossero la fede del re nella solidità e fedeltà dell'esercito e dell'armata, e certo gli guastarono il sangue e lo resero vecchio a quarantacinque anni. "Le LL. MM. scriveva Gropello in un suo rapporto del 18 gennaio 1857, sono Caserta, e tanta è la paura che il loro animo comprese che non vollero nemmeno che i ricevimenti ufficiali che sogliono sempre giorno natalizio del principe ereditario avessero e rinchiuso nella reggia di Caserta come in Sei tre primi giorni del suo soggiorno nemmeno, superiori dei reggimenti acquartierati colà, potevano avere accesso al palazzo. Cinque capitani di cavalleria scelti da xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx stanno alternativamente a guardia della sua persona. Senza speciale passaporto, a nessuno è permesso di andare, a Caserta, e ciascuno deve far noto il motivo del suo recarsi colà e la durata del suo soggiorno. In generale le udienze sono rifiutate a quanti le chieggono, ed i pochissimi che le ottengono, sono sottoposti a così minuziose e severe investigazioni, ch'è difficil cosa il figurarselo. S. M. condusse seco 24 guardie a piedi, e volle prima che di costoro si portasse per iscritto garante il comandante del corpo,,.

Vi è forse in questo rapporto qualche esagerazione, ma la sostanza n'è esattissima. Gropello era informato di tutto, e la fonte delle sue informa. ioni egli la trovava nel circolo del conte di Siracusa.


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CAPITOLO XI

SOMMARIO: Ferdinando II a Caserta e a Gaeta — Vita familiare — Si occupa delle cose più insignificanti dallo Stato — Le sue lettere o i suoi motti — Ricordi del 1848 — La reazione cieca — Sospetta di tutto e perde la pace dello spirito — Via senna uscita — Non era principe italiano — Distinguere l'almo dal re — Le sue abitudini intime — Ama i figli a modo suo e ne trascura l'educazione — Francesco II educato in un ambiente di sospetti e di paure — Silenzioso e cupo — I soprannomi dei principi siciliani in Corte — Gli scrupoli religiosi del re — Il suo confessore e un regalo di nozze — Il re e la jettatura — Ci credo — Un aneddoto narrato da Giuseppe Fiorelli — Il re nei monasteri e nei santuarii — A Caivano e a Pozzuoli — I prigionieri politici — Una risposta di Carlo Poerio — Il padre Cutinelli a Caserta — Pregiudizii e volgarità — Il guaglione del vecchio gesuita — Ferdinando II nella sua prima giovinezza — Il matrimonio con Mima Cristina — Non era voluto da lei — Rivelazioni postume — Infelicità della regina — Volgarità degli scherzi e aneddoti — I fratelli e le sorelle del re — La contessa di Siracusa — Un motto di don Leopoldo — Vive fra artisti e in un ambiente di cultura — Il conte d'Aquila — Bisticcio irriverente del duca Proto — Cariche e uffici in Corte — Molti ricordi — Il padre Pompeo e il padre Romelli.

Nel 1857 Ferdinando II contava quarantasette anni, ma pareva ne avesse più di sessanta. Le emozioni del 1848 e del 1849, e l'attentato di Agesilao Milano avevano lasciato in lai segni molto profondi. A Napoli andò di rado; la sua dimora favorita divenne Caserta, ma una parte dell'anno la passava a Gaeta. La vita di famiglia, che egli sempre predilesse, diventava, fuori di Napoli, casalinga addirittura. Di quella vita si legge una descrizione esatta nelle memorie dell'arciduca Massimiliano, che lo visitò a Gaeta nell'estate del 1855. Era imposta dalla regina Maria Teresa, la quale aveva poca simpatia per le pompe e le della Corte. Ferdinando II qualche volta si sdegnava di certe abitudini troppo modeste da lui introdotte; e un giorno fu udito dire: “Terè, a poco a poco finimmo cu servirci nui stessi”; (82) anzi l'espressione sarebbe stata trivialissima addirittura. La casa, dove abitava il re a Gaeta nulla aveva di regale, né all’interno, né di fuori. Il suo maggior diletto era quello di uscire con la regina in un phaeton, che guidava egli stesso, preceduto o seguito da plotoni di cavalleria. Lungo la strada, sino alle vicinanze di Formìa, erano ad ogni trenta o quaranta passi piantoni di guide a cavallo, e quando il re passava, s’ingiungeva ai viandanti di fermarsi. Stando a Gaeta, seguitava ad occuparsi delle cose dello Stato, anche delle minime. Egli era informato di tutto. Non i soli ministri lo informavano, perché i diplomatici, i vescovi e gl'intendenti delle provincie corrispondevano direttamente con la sua segreteria particolare: una specie di cancelleria aulica, come si è detto. Le cose più gravi riguardanti la politica erano riferite direttamente al re, che dava istruzioni e ordini, spesso senza saputa dei suoi ministri, con lettere autografe, familiari e precise e nella loro brevità, non prive d'idiotismi napoletani, scritte col voi, ma più ordinariamente col tu, sopra foglietti di carta comune, e che si chiudevano, quasi invariabilmente cosi: conservatevi bene in salute, e credetemi: vostro affezionato Ferdinando; ovvero ti raccomando la salute, caro generale (o duca, o principe, sempre col titolo insomma), e credi all'amicizia del tuo affezionato Ferdinando. Il governo si accentrava nella sua persona, e non è maraviglia se tutte le responsabilità si facessero risalire a lui, e di ogni birberia si volesse vedere in lui la cagione e l'origine. Dopo il regno di Luigi XIV, io non credo che il motto: "Lo Stato sono io„ trovasse applicazione più perfetta di quella che trovò in Ferdinando II negli ultimi anni del suo regno. La sua politica estera, regolata esclusivamente da lui, nella maniera, che si è detto, era quella di andar di accordo con tutte le potenze, ma sempre a patto che non s’ingerissero nelle cose del Regno. Egli sapeva di essere odiato da molta gente, e che si cospirava contro di lui nel Regno e fuori del Regno e che magne fucine di cospirazioni erano Torino, Parigi e Londra, e principalmente Torino, ma aveva una gran fede in sé stesso: la fede che, lai vivo, nessuna novità pericolosa si sarebbe tentata. Soleva ripetere alcuni motti caratteristici, come questo: “Ai confini del mio Regno finisce l'Europa e comincia l'Africa,; e l'altro: "Noi ci troviamo fra la scomunica e l’acqua salata,, perché il Regno confinava da una parte con gli Stati della Chiesa, e per il resto era circondato dal mare.

Tre circostanze lo rendevano tranquillo: avere lo Stato pontificio per antemurale; sudditi incapaci di conservare durevolmente gli ordini liberi, e truppe bastevoli per vincere qualunque moto interno, se pure qualcuno se ne osasse tentare, dopo le ultime repressioni, per le quali le carceri rigurgitavano di prigionieri, il Piemonte di esuli e il numero degli attendibili era divenuto stragraude, per non dire scandaloso addirittura.

Salito al trono a vent'anni, aveva dovuto interrompere gli scarsi studii. Egli veramente non sapeva nulla bene, ma si mostrava convinto che a tutto bastasse il senso comune e di questo era largamente dotato, insieme alla naturale perspicacia napoletana e ad una memoria, che concordi amici e nemici riconoscevano prodigiosa. Tenuto conto del mondo intellettualmente mediocre, che lo circondava, il re era, fuori di dubbio, l'intelligenza superiore e certo la più acuta, perché di rado s'ingannava nella conoscenza degli uomini. Dotato di spirito beffardo e motteggiatore, come ogni napoletano, preferiva il sarcasmo alla lode, e se questa concedeva, non la scompagnava da una leggiera tinta d'ironia, quasi per far intendere che non doveva essere accettata per moneta sonante. Leggeva poco o nulla, e ostentava una invincibile avversione per gli scrittori in genere, che chiamava, per disprezzo, pennaruli. Detestava i dottrinarii; non ammetteva che due dottrine: quella dei magistrati e quella degli ecclesiastici, le sole che reputasse utili alla stabilità sociale e politica. Il breve contatto, che ebbe con i ministri costituzionali nel 1848, bastò a fargli perdere ogni simpatia per gli ordini rappresentativi. Il linguaggio dottrinale di quei ministri gli riusciva insopportabile, e più insopportabili le continue professioni di liberalismo e di amore del bene pubblico. Non riusciva a persuadersi che quelli capissero più di lui e conoscessero più di lui il paese, e lo amassero di più. Le maggiori avversioni le ebbe per Saliceti e per Scialoja, che reputava pennaruli pericolosi, anche perché Scialoja, suo ministro, uno o due giorni prima del 16 maggio, gli aveva detto: Vostra Maestà ricordi i casi di Luigi Filippo. A Carlo Poerio, nel breve tempo che fu ministro, usò cortesie e quasi affettuosi riguardi. Lo chiamava Carlino, gli offriva sigari eccellenti e lo presentò alla regina con parole molto amabili, poiché egli sapeva all'occorrenza essere amabile e anche adulatore; ma ne diffidava grandemente, ritenendolo settario incorreggibile. E non fu giusto, ne umano con lui dopo i casi del 1848, sopratutto irritato che fosse liberale un Poerio, signore e barone. Ferdinando non ammetteva che dovessero trovarsi liberali che tra spiantati, i quali amavano pescare nel torbido, o tra avvocati senza cause, o tra medici senza clienti, o tra architetti che non avevano case da costruire. Non perdonò mai a Carlo Troja la risposta datagli, quando, osservando il re essere strano che egli, inviando la flotta a Venezia, dovesse aiutare una repubblica, il primo ministro rispose: "Sire, è una repubblica più antica di tutte le dinastie presenti„.

Quei pochi mesi di regime costituzionale furono i più tormentosi del suo Regno, dovendo egli, per necessità politica, comprimere il suo carattere. Le istituzioni liberali, degenerate subito in anarchia turbolenta, e un temperamento come quello di Ferdinando II, non erano conciliabili, anzi non erano compatibili. Il temperamento di Ferdinando II mal poteva accomodarsi a un sistema, che, limitando il suo potere, tentava ogni giorno sopraffarlo. Il suo orgoglio di re e di uomo si sentiva ferito, al solo pensiero di avere ministri non di sua fiducia, e di veder discussi i suoi atti, malignate le sue intenzioni, diffamata la sua famiglia, promossa l'insurrezione nella capitale e nelle provincie. Egli non era apatico, né fatalista, né remissivo alla volontà dei suoi ministri, né si sentiva indifferente al bene e al male, insensibile alle passioni, superiore alle antipatie; invece passioni e antipatie sentiva fortemente e non sapeva nasconderlo. Aveva volontà vigorosa e carattere estremamente vivace, e il puntiglio, come in ogni natura meridionale, poteva moltissimo in lui. Era, inoltre, impaziente, insofferente e inclinato a vedere delle cose l'aspetto men bello, e degli uomini le debolezze, più che le virtù. Nei primi tempi del 1848 credè di cavarsela con le parole e le barzellette, e alle frequenti deputazioni che andavano da lui, rispondeva spiritosamente e con relativa cortesia. A Saverio Barbarisi, che fu uno dei promotori più caldi della Costituzione, disse un giorno: "Don Savè, questa è casa tua, è aperta per te a tutte l'ore; mi dispiacerà positivamente se non vieni tutti i giorni„; e altra volta: "Don Savè, ho giurato la Costituzione e la manterrò; se io non voleva darla, non l'avrei data". Un giorno del 1848 Pisanelli, Mancini e non ricordo chi fosse il terzo, andarono dal re, quali rappresentanti di uno dei molti circoli politici di Napoli. Ferdinando li accolse con queste gentili parole: "Ne, pagliè, che bulite?” (((83))). Impacciati dalla brusca domanda, gli avvocati esitarono sulle prime, ma, più animoso il Pisanelli si fece innanzi e con accento solenne disse: "Sire, noi vogliamo il progresso". “Lo voglio anch'io”, soggiunse il re; “ma, spieghiamoci che intendete voi per progresso?” E il Pisanelli: “Sire, il progresso è un gladio, che incalza popoli e re...” Ferdinando lo interruppe, e volgendosi al duca d'Ascoli, che gli stava vicino: "né, Ascoli, stu progresso fete (puzza) nu poco de curtiello”. I tre avvocati non seppero aggiungere altro, né altro disse il re, e si separarono con diffidenze scambievoli. Per Ferdinando II l'antipatia e il disprezzo per gli avvocati, soprattutto se liberali, erano invincibili.

Il 1848 gli lasciò pauroso reminiscenze e ne peggiorò l'indole. Entrò in una via senza uscita, e la percorse non deviando un istante, con fermezza si, ma senza ombra d'illuminata preveggeuza. Quel sistema di reazione era troppo violento e cieco, per essere duraturo. Se Ferdinando mostrava del coraggio nel rispondere alla Francia e all'Inghilterra, che gli consigliavano riforme, amnistia e politica concorde allo spirito del secolo, che lui, solamente lui, era giudice dell'opportunità di tali concessioni, e se si mostrava indifferente, quando i due diplomatici partirono da Napoli, non è a dire che non intendesse la gravità del caso. La sera del 21 ottobre 1866 egli era a Caserta, e Gaetanino Zezon, ufficiale della sua segreteria particolare, gli decifrava il dispaccio di Bianchini, annunziante la partenza dei ministri di Francia e d'Inghilterra, e le dimostrazioni, alle quali erano. stati fatti segno, percorrendo Toledo e Foria. Chiese allo Zezon che cosa gliene paresse; e avendo quello risposto, che la partenza dei due diplomatici era resa grave dalla simultaneità che rivelava un partito preso, il re lo interruppe bruscamente, e per qualche tempo non gli rivolse la parola. Temeva Zezon di essere licenziato come Corsi, ma non fu cosi. Dopo qualche giorno, tornando buono con lui, gli disse: "Tieni a mente che le osservazioni, le quali dispiacciono, non si fanno". Egli aveva bisogno d'illudere sé stesso; lo seccava la pubblicità e lo irritavano le accuse della stampa liberale del Piemonte, di Franoia e d’Inghilterra. Non riconosceva in nessuno il diritto di ficcare il naso nelle faccende del suo Regno, che considerava come cosa propria. Certo avrebbe desiderato che quello stato di tensione, che originava le accuse, cessasse, ma il mezzo? Non lo vedeva; né, dato il suo temperamento e l'indole dei suoi sudditi, mezzo concludente vi era. Aprir le prigioni e riconcedere la Costituzione, voleva dire ritorno al 1848 ed anche peggiorato; aprir le prigioni e mandar tutti i prigionieri per il mondo, era accrescere i pericoli per un altro verso; impossibile abdicare, non facendo egli alcun conto del figliuolo giovanissimo, e non essendo le abdicazioni tradizionali nella sua casa. A Giovanni Cassitto appaltatore delle dogane e delle privative, direttore generale delle saline, e appaltatore inoltre delle forniture militari di terra e di mare, chiese sulla fine del 1858 un parere circa le crescenti agitazioni politiche d’Italia e sulla prevalenza delle idee liberali in Europa. Il Cassitto gli rispose che sarebbe stato forse opportuno concedere qualche libertà,; e il re: “Giovannino, i miei popoli li conosco bene, se gli dai tanto, si prendono tutto”. Il Cassitto era persona di sua fiducia, da lui favorito con lucrose concessioni, ma sull'animo del sovrano non esercitava alcuna influenza, come nessuno potò vantarsi di averne esercitata mai, tranne la sua seconda moglie! L'uomo era cosi fatto. Eccetto qualche ministro e qualche direttore, non aveva intorno a se gente che valesse moralmente più di lui. L’unico, Carlo Filangieri, era tenuto lontano. Come tutti gli uomini incolti che assai presumono di sé, mal tollerava la compagnia delle persone colte, e tutto ciò, che l'obbligava a non parlare il suo favorito dialetto, lo infastidiva potentemente perché il suo pensiero non trovava più fedele manifestazione che nel linguaggio dialettale, e il suo italiano era la traduzione di quello, e però non spontaneo, né arguto, né vivace e assai meno immaginoso.

Parlava benissimo il francese, e rifaceva i siciliani nelle movenze e nel linguaggio con grande comicità. Era un principe essenzialmente napoletano; e a giudicarlo con i criterii di oggi, re di altri tempi anzi di altro pianeta. A lui bastava che il mondo sapesse che le istituzioni amministrative di Napoli e le sue leggi fossero quanto era di più progredito in Europa; gl'importava poco che, in pratica, leggi e istitnzioni fossero a discrezione della polizia. Le sue teorie d'immobilità assumevano una strana forma di sentimentalismo verso i poveri; il suo ideale era quello di governare con un'aristocrazia relegata fra le cariche della Corte; una borghesia impaurita e una plebe soddisfatta di aver tanto per non morirsi di fame, e che lo inneggiasse, perché re assoluto e potente, ma familiare e popolano. Ferdinando II sentiva la superbia selvaggia dell’indipendenza. Non era austriaco, come dicevano i liberali, perché, com'è noto, non fece mai causa comune con l'Austria; anzi, morendo, raccomandò al figlio di essere neutrale nella lotta impegnata fra l'Austria, il Piemonte e la Francia. Non era italiano, perché non aveva il sentimento nazionale, né ambizione di conquiste o di avventure. Egli non immaginava altro Stato che il suo, e cosi fatto: il re responsabile dinanzi a Dio; i funzionari pubblici dinanzi al re, e nessuno responsabile dinanzi al paese, il quale non aveva altro rifugio che nella cospirazione e nella rivoluzione.

Bisognava distinguere in Ferdinando II l'uomo dal Re. L'uomo non era censurabile. Ottimo marito e affettuoso padre di molta prole, temperante in tutto, non si seppe mai che egli tradisse il talamo. La calunnia, che largamente si esercitò contro di lui, Io rispettò per questa parte. Amava la sua seconda moglie, che chiamava famigliarmente Teta e Tetella, e che lo rese padre di undici figliuoli. Si narrava fra gl'intimi, ma con le più paurose cautele, che il re negli ultimi anni, seccato di aver tanta prole, né volendo separarsi di talamo dalla regina, usasse dormire ad un livello più alto, servendosi di quattro materassi, mentre la regina ne adoperava due: la qual prescrizione non impedì che nei 1857 nascesse l’undecimo figliuolo, battezzato col titolo di conte di Caltagirone, ed altri sarebbero nati, se non fosse morto due anni dopo.

Da Maria Cristina nacque l'erede della corona, il 16 gennaio 1836. La regina morì quindici giorni dopo il parto, e il re non ne parve punto afflitto, tanto che non pii tardi d’un anno riprese moglie. Di Maria Cristina non era innamorato. Soleva dire: La Regina non è del nostro gusto ma è una bella donna. Dopo la morte di lei, nata gran dama ed educata in un ambiente affatto diverso, la famiglia reale presentò l’immagine di una famiglia addirittura borghese. La tavola non aveva ordinariamente nulla di sontuoso. I maccheroni erano il piatto preferito. A Ferdinando II, napoletano in tutto, piacevano quei cibi grossolani, dei quali i napoletani son ghiotti: il baccalà, il soffritto, la caponata, la mozzarella, la pizze e i vermicelli al pomodoro. Gli piaceva pure la cipolla cruda, che mangiava ogni giorno schiacciandola con la mano, poiché il coltello dava e prendeva cattivo odore, e la regina Maria Teresa ne secondava questi volgari istinti. Il re non giocava, tranne qualche partita alle carte, le sole che conoscesse, e per cui il Cassitto gliene regalava ogni capodanno un pacco di cento mazzi, ma neppure per le carte aveva pazienza. Non tollerava che a Corte si facesse alcun giuoco a danaro, e nei pubblici ritrovi erano proibiti i giuochi di azzardo, ma in alcune famiglie dell'aristocrazia si giocava forte, come si è veduto.

Come ogni buon napoletano, amava teneramente i figli ed aveva imposto a ciascuno di essi un soprannome. Il maggiore chiamava Ciccillo o Lasagna, e per vezzeggiativo Lasa, perché Francesco, appena da bimbo mangiò per la prima volta le lasagne, ne divenne ghiotto e spesso le chiedeva; da allora il padre gli aveva messo quel nome, che anche nel testamento fu ripetuto. E v’ha di più. Molti credevano che il Lasagna alludesse alla timidezza del principe ereditario, nonché alla figura sua, magra e leggermente curva. Chiamava il figliuolo Gaetano, l'avvocato, anzi diceva: mio figlio 'o paglietta, perché il ragazzo chiacchierava molto. Né risparmiava le figliuole. Chiamava la maggiore. Maria Annunziata, Ciolla; la seconda. Maria Immacolata, Petitta, e la terza. Maria delle Grazie, Nicchia. Tutti i maschi avevano per secondo nome Maria, e le donne l'avevano come primo. Dei maschi, ma soprattutto del primogenito, trascurò completamente l'educazione, ma curò invece che imparasse la lingua latina, il diritto civile e l'ecclesiastico, le leggi amministrative e la lingua francese, e le sue letture fossero, a preferenza, vite di santi; e i suoi maestri, militari ed ecclesiastici ignoranti, i quali favorivano in lui la naturale tendenza ascetica e il culto delle immagini. I pregiudizii, che tenevano avvinto lo spirito del padre, e di cui si leggeranno copiose prove nella narrazione della malattia e della morte, continuarono nel figliuolo. Non viaggi, non conoscenza del mondo, non esercizii del corpo, non amore delle armi, nessuna educazione virile.

Aveva insegnata a Francesco qualche massima di governo, come questa: constitution-révolution. Ferdinando ei distaccava dai figli il meno possibile. Un giorno ricevé a Caserta il sindaco di Napoli, don Antonio Carafa, che gli portò un pane fresco, il cosi detto "pane della giunta„ che, in occasione del colera, il Decurionato faceva distribuire ai poveri. Il re ricevé il sindaco avendo in braccio uno dei figliuoletti, che, visto quel pane, allungò le mani per prenderlo e, non riuscendogli, scoppiò a piangere. Il re, seccato, disse al sindaco: "Don Antò daccenne na fella senno’ non ce fa parlà!„ (((84))) Si usava in Corte una geografia convenzionale: gl'inglesi erano chiamati baccalaiuoli, i francesi, si parrucchieri; i russi mangiasivi (mangiasego); dei soli austriaci discorreva con rispetto, perché austriaca la regina. Parlavano tutti il più puro e accentuato dialetto, che Maria Teresa storpiava antipaticamente con l'accento viennese, e con la mancanza dell'erre.

In Corte erano parecchi i siciliani. Addetto alle udienze, il principe di Aci, Andrea Reggio, il quale, dicevano i maligni, non sapeva spiegarsi perché gli avessero dato un nome femminile, tale sembrandogli per la sua desinenza, e aggiungevano che firmasse Andrea. Il re dava le così dette udienze pubbliche a Caserta, nel salone del pianterreno, e tutti ascoltava con pazienza, prendeva appunti e suppliche, moveva qualche interrogazione, ma guardava ben bene, fissandoli con le sue lenti, i supplicanti e poi, mettendo le suppliche tra le dita della mano destra, o piegandone un angolo, li licenziava. Era miope di primo grado. Non risparmiava ramanzine, anche violente, se le suppliche si riferivano ai fatti del 1848. Nei primi anni dopo il 1849, quando era a Caserta, aveva la pazienza di ascoltare sino a cinquanta persone nei giorni di udienza; ma a Gaeta le udienze divennero rarissime.

Innanzi tutto bisognava ottenere dai prefetto di polizia e dall’intendente, il passaporto per Gaeta come per Caserta; fare un viaggio non breve; e quando si era giunti a Gaeta, bisognava attendere avanti alla prima porta della fortezza, che il passaporto fosse vidimato dall’ispettore di polizia di servizio, o dal comando della piazza. Quando era ad Ischia, dava udienza nell'androne della Casina reale, non essendovi, nell'unico piano superiore, sale per ricevere i supplicanti. Il re indossava costantemente la divisa militare, ma, par essendo attaccatissimo agli ordinamenti della milizia, fino al punto da notare a prima vista, se la divisa di un generale o di un soldato fosse d'ordinanza, dava lui qualche volta l’immagine del disordine, indossando la giubba di linea, e mettendovi sopra le spalline e portando in testa il berretto di colonnello di stato maggiore; ma ordinariamente vestiva l'uniforme di questo grado, e nelle gale, la divisa di tenente generale. Negli ultimi anni il suo vestito era addirittura negletto, e la sua giubba non sempre sine macula. Le volte, che lo si era visto in borghese, si contavano sulle dita ma sempre prima del 1848 quando si recava alla fiera di Foggia; e fu grande la maraviglia di tutti, quando in un veglione dato al San Carlo nel carnevale, del 1844, fu visto in marsina bleu scuro con bottoni d'oro, calzoni neri, panciotto bianco, cravatta bianca e cappello a cilindro non molto alto, passeggiare per la platea, rialzata al livello del proscenio, insieme ad un gentiluomo di camera.

Benché religioso, gli riusciva intollerabile la compagnia degli ecclesiastici saccenti; e quando nel 1848 monsignor Code fu licenziato per imposizione del ministero liberale, ed esiliato a Malta, egli scelse per confessore un oscuro prete, che aveva insegnato il sillabario nell'istituto Pessina, e si chiamava don Antonio de Simone, che più tardi fu prelato e vescovo in partibus. Era un brav’uomo, alto, ben portante, ma di una volgarità, di una ignoranza e di una avarizia fenomenale. Unendo in matrimonio nel 1859 il giovane Raffaele Perfetti di Barletta con una delle figliuole di Giovanni Cassitto, donò allo sposo... un paio di straccali, lavorati al croscè, e alla sposa un quadretto con immagine sacra di brutta litografia: tutta roba che non superava il valore di cinque lire! E alla sposa, giovanissima e graziosa, che portava ricche gioie, disse, per tutto complimento, che avrebbe voluto possedere quelle gioie! Morto Ferdinando II, monsignor de Simone lasciò la corte, e andò a vivere presso una sua nipote. Non segui i Borboni a Roma, e mori nel 1865, arcivescovo titolare di Eraclea.

Ferdinando II non amò nessuno, com'è regola di ogni principe regnante. Non si oppose all'esilio di monsignor Code, creduto l'arbitro del suo cuore, e per Carlo Filangieri, che gli riconquistò la Sicilia, ebbe più gelosia che riconoscenza. Quando giungevano da Palermo i dispacci del luogotenente, diceva a Corsi o a Zezon: Sentiamo che scrive re Carlo. Filangieri, dal suo canto, gli aveva posto il soprannome di muro liscio, nel senso che non era possibile attaccarvi chiodo. Tranne per la sua famiglia, egli non dimostrò veramente affetto per chicchessia. Se in varie occasioni dimostrò tolleranza per molti di coloro, che gli stavano vicino e più volte chiuse gli occhi per non vedere, non fu effetto di particolari preferenze, né di malintesa bonarietà, ma invece della convinzione che non vi era rimedio. Migliore della. sua fama e forse il migliore della sua famiglia, se non lo avesse dominato la paura, il suo programma di rigenerazione economica del Regno, di cui ebbe un lampo negli anni 1855 e 1856, avrebbe salvata la dinastia. Il programma non fruttò che l'apertura di una sede del Banco di Napoli a Bari, un allargamento della telegrafia elettrica, poche bonifiche in Terra di Lavoro e nelle Provincie di Salerno e di Paglia, e pochissime strade e ponti.

Le concessioni ferroviarie finirono in canzonatura. Sopra un bilancio complessivo di circa trentasei milioni di ducati, ne erano assegnati poco più di tre ai lavori pubblici, e non si spendevano neppure tutti! I fervori religiosi di lui crebbero in maniera inverosimile dopo l'attentato di Agesilao Milano. Non contento di largheggiare in elemosine alle chiese, né soddisfatto che un nuovo tempio venisse eretto in ringraziamento dello scampato pericolo e fossero pur costruite altre chiese nel Regno, e nuove case religiose nelle vicinanze di Napoli, Ferdinando II volle accrescere i privilegi degli ecclesiastici e dei frati ne’ suoi dominii. Nel loglio del 1858 concesse al padre Francesco Saverio da Santeramo, ex provinciale dei cappuccini, che nella regia tipografia si ristampassero gratuitamente le istituzioni teologico-polemiche del padre Alberto Knoll da Balsano, affinché, col prodotto della vendita i cappuccini di Maddaloni potessero restaurare la loro chiesa. Un anno prima, nel giugno del 1857, emanò varii decreti, diretti a favorire il clero e a liberarlo da alcune limitazioni tanucciane, che il Capomazza voleva conservare. Cedendo alle insistenze di Roma, e derogando dal Concordato, mise fuori un decreto, per il quale la Chiesa poteva fare degli acquisti nel Regno senza bisogno della preventiva autorizzazione sovrana.

Di ciò grati, l'arcivescovo di Napoli e i suoi suffraganei gli diressero una lettera untuosa sottoscritta dal cardinal Sisto Riario Sforza, arcivescovo di Napoli e dai vescovi di Aversa, di Pozzuoli, di Acerra, d'Ischia e di Nola.

Con gli scrupoli religiosi aumentarono le pratiche esterne della fede. Non v'era festa in Napoli e nei tanti paesi violai, alla quale il re non concorresse, mandando trenta rotoli di polvere per gli spari e una compagnia di soldati per la processione. Dovendosi restaurare una chiesa, rifare un campanile o rimettervi le campane, si ricorreva a lui, il quale sussidiava in discreta misura. Curiose alcune suppliche per ottenere le campane. Si ricordava a Ferdinando II che, avendo egli nel 1848, fuse le campane in cannoni per la guerra di Sicilia, doveva oggi fondere i cannoni per rifar le campane. Gli scrupoli religiosi del re divennero addirittura puerili negli ultimi tempi. Se, guidando un phaeton, s'incontrava nel viatico egli, fermata la vettura, ne discendeva e a capo scoperto, devotamente, si genufletteva con entrambi i ginocchi, sino a che il viatico non fosse passato. Questo avveniva più di frequente, traversando i sobborghi di Napoli per recarsi ai Camaldoli di Torre del Greco; accadeva a San Giovanni, a Portici, a Resina, alle due Torri, dove era seguito dai ragazzi di quei paesi, che correvano appresso alla carrozza reale, gridando Viva il re. Negli ultimi due anni si sviluppò in lui una più esagerata tendenza alle pratiche religiose, che non era tutto bigottismo, ma forse bisogno d’ingraziarsi la divinità, perché gli restituisse la perduta pace dello spirito. Ascoltava la messa ogni giorno; si confessava di frequente, tanto che monsignor De Simone non si allontanava mai da lui; diceva tutte le sere il rosario con la regina e i figliuoli, e invariabilmente, prima di andare a letto, con un seguo della mano baciava le immagini sacre, che popolavano la camera nuziale. E prima di coricarsi, inginocchiato innanzi a un piccolo crocifisso, recitava le ultime preci.

Giuseppe Fiorelli assistette ad una scena caratteristica. In una giornata di luglio del 1857, egli e Lorenzino Colonna, cavaliere di compagnia di don Leopoldo, e marito di donna Olimpia Cepagatti, andarono, come solevano, al palazzo Siracusa, dovendo col principe recarsi tutti e tre a Sorrento. Nell'anticamera non trovarono servi, né altri di casa; andarono oltre: nessuno; penetrarono nella camera da letto dei conte, e un triste spettacolo si offerse loro alla vista. Don Leopoldo, mezzo nudo giaceva a terra, non dando segni di vita.

Lo sollevarono e adagiarono sul letto. Era stato colpito d'apoplessia. Il caso era grave, onde chiamarono gente; chiamarono i medici, e il Colonna corse alla reggia a darne notizia al re, che in quel giorno era a Napoli. Il re se ne afflisse, e rispose che andrebbe subito a visitare l’infermo. E vi andò. Penetrato nella camera di don Leopoldo, lo chiamò per nome e quello non rispose, anzi non lo conobbe. Il re cavò allora dalla tasca uno scapolare e lo pose al collo dell’infermo, dicendogli: "Popò, Popò (((85))) la Madonna ti farà la grazia". Il conte guarì, e finché visse, mi diceva Fiorelli, non si tolse più dal collo il sacro amuleto, pur facendo professione di ateismo! Nonostante tanti fervori e pregiudizii, egli non tollerava le imposture di quelli che per entrargli in grazia, facevano i bigotti (bizzuochi). Un giorno riprese vivamente il Gavaudan, architetto di Corte, perché volendo ostentare dinanzi a lui zelo religioso, pensò di cacciarsi nel cappello alcune immagini sacre, per farle cadere quando si fosse scoperto alla vista del sovrano, Ferdinando II la prima volta finse di non vedere, ma la seconda perde la pazienza, e al Gavaudan, il quale mostrandosi confuso e mortificato, si chinava per raccogliere le immagini, disse: "Don Ciccì levate sti santi da dinto o cappiello e finimmo sta cummedia”. (((86)))

Il re visitava i monasteri pii celebri del Regno e le immagini più miracolose dei paesi intorno Napoli. Le conosceva tutte.

Era stato a Montecassino, a Monte vergine, alla Madonna della Civita sopra Itri, a Cava, più volte ai Camaldoli di Torre del Greco e a tutti i santuarii vicini. Conosceva i monaci di maggior fama, e a Montecassino familiarizzava col Tosti, col Pappalettere, col Celesia e col De Vera. Caivano, grosso paese a mezza via fra Napoli e Caserta, era tappa di cambii postali per il servizio del re, quando si recava da Napoli a Caserta, e l'ufficio postale era al principio delle case venendo da Caserta presso il palazzo dei signori Capeoe. Il re adoperava carrozze proprie, ma i cavalli erano della posta e il servizio veniva fatto da postiglioni speciali. Ogni volta che il re passava da Caivano era un accorrere di mendicanti, che si schieravano lungo la strada maestra, ed egli si divertiva, gettando una piastra ad una vecchietta, Maria Massaro, che abitava presso l'ufficio postale e che gli faceva trovare un mazzo di fiori, e regalando un'altra piastra ad un cieco, ed una mezza piastra agli altri. Dotato di forte memoria, aveva finito col conoscere tutti que pezzenti e li distingueva coi nomi 'o cecato, 'o stuorto, 'a zellosa ch'era la vecchietta dei fiori, e di ciascuno non gli sfuggivano le malizie.

Il più malizioso era 'o cecato, che si chiamava Giuseppiello Auriemma. Una volta, dopo aver ricevuto la solita piastra, profittando della fermata per il cambio dei cavalli, cominciò a correre come un dannato lungo la strada di Caserta, per aspettare il re al tondo di san Nicola, dove comincia il grande viale di tigli, e ridomandargli l'elemosina. Il re lo conobbe e gli disse, in tono burlesco: 'nne cecà, si arrivato prima 'e me!„. (((87))) E cosi si divertiva.

L’ultima volta andò al santuario di Campiglione a Caivano, coi figli minori, non escluso l'ultimo bambino che era a balia. Si inginocchiarono tutti e furono cantate le litanie, finite le quali, il re prese fra le braccia il bimbo e, con la regina e i principi, andò dietro l'altar maggiore a vedere il miracolo, il quale consiste nel fatto che l'intonaco, dov'è dipinta la testa della Madonna, bellissimo affresco, pare staccato dal muro e pende in avanti e pare da anni che ogni momento voglia cadere. Il bambino cominciò a piangere e il re tornò in mezzo alla chiesa e lo riconsegnò alla balia. Intanto don Arcangelo Zampella, cappellano e don Giuseppe Cafaro, fratello del rettore, uscirono dalla sagrestia e presentarono due immagini della Vergine, ricamate in seta, una al re ed una al duca di Calabria, e lo Zampella, buon prete, ma affatto incolto, volle tentare un discorso, al quale che l'aire con le parole Signor re, rimaste celebri in quei paesi, ma non potè proseguire e tutti risero. Mentre risalivano in carrozza, accadde un altro casetto. Il curato di santa Barbara, don Pasquale Ponticelli, aveva, qualche tempo prima, ottenute dal re per la sua chiesa due campane. Il sagrestano della parrocchia soprannominato Rorò, stando in mezzo alla folla, gridò al re: "Maestà, chelle campane vanno bbone". Il re gli rispose: "Me fa tanto piacere„.

Queste manifestazioni popolaresche gli riuscivano gradite più delle feste ufficiali: erano il suo maggior divertimento.

A Pozzuoli, nella chiesa di Santa Maria del Carmine, chiesa dotata dal monsignor Rosini di un'opera pia tuttora fiorente, si venera l'immagine della Madonna del parto, È una statua di pregevole fattura, tolta dall'oratorio del palazzo che fu di don Pietro di Toledo, e raffigura la Vergine in ginocchio, con le mani giunte in atto di pregare, ma le forme della statua sono nascoste da un ampio manto di seta, che dal capo, sotto la corona d'argento, scende fino ai piedi, lasciando fuori il viso e le mani. Dalla tinta bruna del volto, la Madonna è chiamata tradizionalmente la Schiavottella. A questa immagine, pel titolo che porta, andavano a raccomandarsi le partorienti, e Ferdinando II serbava egli pure questa usanza quando la regina era incinta. All'avvicinarsi del parto, il re conduceva Maria Teresa e i figliuoli a visitare la Madonna, e vi si recava sul cader del giorno, in vetture precedute da battistrada e seguite da un drappello di ussari in gran tenuta. Il re, entrando nel santuario, si faceva il segno della croce con l'acqua benedetta, offertagli dal vescovo e poi andava a porsi ginocchioni davanti l'altare maggiore, per assistere al canto delle litanie e ricevere la benedizione col Sacramento. Dopo, presa per mano la regina e poi i figliuoli ad uno ad uno, si accostava alla immagine; ed in ginocchio, tutti raccolti, recitavano le preghiere a voce alta.

Compiuta la cerimonia, sulla soglia del tempio accettava un modesto ricordo che gli offriva il canonico Ragnisco, rettore della chiesa, cioè una figura ricamata della Vergine ed una frasca di fiori artificiali; e quindi, prendendo ad alta voce commiato dal vescovo con le parole: ”Monsignor vi bacio le mani, e ve raccumanno sta peccerella„ (la peccerella, cioè piccola donna, era la regina) ripartiva. La visita si ripeteva, qualche mese dopo il parto, ed era detta di ringraziamento. Si portava il neonato, che il padre prendeva nelle sue braccia ed offriva alla Vergine, in atto supplichevole. Per accondiscendere alle premure della gente raccolta in chiesa, il re permetteva che l'infante fosse portato in giro in mezzo alle benedizioni ed ai baci, che i devoti mandavano al reale marmocchio. Sembrano cose inverosimili.

Solo i pregiudizi per la jettatura erano paragonabili ai suoi fanatismi religiosi. Perfetto napoletano anche in questo. La cronaca del tempo registra non pochi aneddoti molto salaci, e scongiuri da non potersi scrivere in un libro, per quanto caratteristici od esilaranti. Benché devotissimo, i frati in genere e i cappuccini in ispecie, i gobbi, i calvi, i guerci, gli uomini dai capelli rossi, le vecchie con la bazza, erano per lui segni di mal augurio o minacce di sventura, in quel modo stesso che di venerdì non compiva nulla, che avesse apparenza festiva o gioiosa, ne viaggiava. Riteneva il numero 13, come ogni buon napoletano, di tristo presagio. Lasciando Caserta il giorno della sua partenza per le Puglie, visto due cappuccini presso il cancello della reggia, si turbò e non nascose il suo turbamento alla regina. Nel duomo di Brindisi, nel poco tempo che vi stette, vide un calvo che lo guardava e ordinò che lo allontanassero.

Durante la malattia, i pregiudizii contro la jettatura crebbero in maniera inverosimile. Riteneva la malattia effetto di quella e nel parossismo dei dolori lo sentivano esclamare: m'anno jettato!... e passava in rassegna gl'incidenti del viaggio, l'incontro dei due cappuccini a Caserta; certe facce vedute in Ariano, a Foggia e ad Andria, il calvo di Brindisi e cosi via via.

Diffidente delle medicine, molte volte i medici andavano di persona a spedire le ricette; credeva pure ai contagi e alle infezioni; e l'orrore di lui per le malattie epidemiche, o ritenute tali, non era un mistero. Egli aveva fatto bruciare la vettura di Corte, che trasportò sua sorella donna Amalia in Pozzuoli, dove mori di tisi. Di più, ogni persona abitante negli edifici reali, che fosse attaccata da malattia infettiva, riceveva una sovvenzione ed era obbligata a sloggiare.

Nessuno ardiva parlare di morti a Corte, ed ai convogli funebri era espressamente vietato di passare innanzi alla reggia, né il re visitò mai, negli ultimi tempi, ospedali militari o civili. Dopo l'attentato e dopo il supplizio di Agesilao Milano, ebbe visioni paurose. Il cadavere del Milano fu sepolto nel cimitero di Poggioreale. Il re sognò, pochi giorni dopo, che nomini armati di bastoni di ferro invadessero di notte il camposanto; e, recatisi sul luogo dov'era sepolto Agesilao, ne involassero la cassa e la trasportassero alla darsena per imbarcarla, passando innanzi alla reggia.

E il giorno dopo rivelò il sogno, e la polizia corse al cimitero, ma naturalmente vide che nulla era avvenuto; ma si creò la leggenda circa l’iuvolamento della salma del regicida.

I pregiudizi crescevano con le paure. Egli cercava distrarsi occupandosi degli affari dello Stato e distraendosi coi figliuoli, ma non era tranquillo. Fosse pungolo di rimorso, o sintomo della malattia, che cominciava a invadere l'organismo suo, avrebbe fatta qualunque penitenza per riacquistare la tranquillità dell'anima. Cominciò a intendere che ottocento prigionieri politici erano davvero un grave argomento di querimonie e di proteste e fonte anche di pericoli, ma soltanto sulla fine del 1858, decise disfarsi dei più pericolosi di loro. Il 10 gennaio 1859 venne concluso e sottoscritto un trattato con la confederazione Argentina, per fondare nel territorio di questa una colonia di regi sudditi, condannati o detenuti politici, ai quali il re volesse commutare la pena e permettere, con le condizioni stipulate, l'emigrazione laggiù. Il governo avrebbe mandato a sue spese, in varie spedizioni, quanti prigionieri politici volesse, e la repubblica, dal canto suo, avrebbe dato a ciascuno un pezzo di terra, istrumenti da coltivare e cento patacconi in danaro. Ma il trattato, benché concluso e sottoscritto, non andò in vigore, per la ragione che interrogati i prigionieri, pochi soltanto, giovani ed animosi, risposero che per uscir di galera anderebbero dovunque, ma gli altri, i più anziani, energicamente protestarono. E rimasta celebre la risposta di Poerio: "Perché tanta spesa, egli disse, e tanto incomodo per farci morire in America o per viaggio? lasciateci morire in galera". Un'altra volta, lo stesso Poerio al Mirabelli, intendente di Avellino, che, recatosi a Montefusoo, consigliava i prigionieri politici a chieder grazia al re, rispose: “Noi attendiamo giustizia, ditelo al re„. Il Settembrini, nella sua commemorazione di Carlo Poerio, afferma che principalmente per quella prima risposta il trattato fu rotto, ma il re non depose il pensiero di allontanare dal Regno coloro che temeva anche in galera; e con decreto reale commutò a sessantasei condannati la pena dell'ergastolo e dei ferri in esilio perpetuo in America. Un rescritto ministeriale ordinò che fossero trasportati a New York. Erano, fra gli altri, Carlo Poerio, Luigi Settembrini, Silvio Spaventa, Sigismondo Castromediano, Niccola Schiavoni, Michele Pironti, Niccola Nisco, Giuseppe Pica, Achille Argentino, Domenico Da mia, Cesare Braico, Giuseppe Pace, e Agresti, Barilla, Placco, Faucitano, tutti condannati all'ergastolo, o ai ferri da venticinque ai trenta anni, e reputati i più pericolosi. Le loro vicende son note.

Tanta implacabilità verso i prigionieri politici, dopo averli fatti macerare nelle galere di Procida, di Santo Stefano, di Montefusco e di Montesarchio, e i cui tormenti sono descritti nelle Ricordanze del Settembrini e nelle Memorie del duca di Caballino, contrastava in modo inverosimile con la familiarità bonaria, con la quale accoglieva persone a lui devote, soprattutto se rivestite di carattere religioso. Pareva allora un altro uomo.

In un giorno di estate del 1856, fu visitato a Caserta dal padre Gennaro Maria Cutinelli, della compagnia di Gesù, vecchio di ottant'anni, incaricato col padre Planas della direzione spirituale delle carceri di Napoli. Il padre Cutinelli aveva porta aperta alla reggia e il re lo accoglieva sempre con festa, gli baciava la mano e non gli negava mai nulla. Era un sant'uomo, intimo degli arcivescovi di Napoli e di Capua, confessore del ministro Murena, fondatore da poco tempo dell'istituto artistico a Sant’Aniello, dove cercava redimere col lavoro i piccoli ladri (mariuncelli), e non si occupava di politica. Vecchio e sofferente, quasi cieco, con la parrucca e la dentiera, il padre Cutinelli conduceva seco per guida un giovanetto di sedici anni, aspirante alunno al ministero delle finanze, che gli scriveva le lettere a lo assisteva amorosamente, tanto che lo chiamava il mio bustone. Aveva ottenuto il permesso di andar per le vie con quel giovane, invece che con altro padre, vietando la regola ai gesuiti di andar soli in pubblico.

Arrivarono a Caserta dopo il mezzogiorno; e annunziato il padre Cutinelli, fa subito introdotto; anzi il re, che allora finiva di pranzare, gli andò incontro col tovagliolo tra le mani dicendogli: Trasite, trasite, padre Cutine' (((88))) e visto quel giovanetto, che non conosceva, chiese: Chi è stu guaglione? (((89))) Il padre Cutinelli rispose: È il mio bastone, Maestà, e ne disse il nome, il cui ricordo non parve riuscisse gradito al re, ma invitò non pertanto anche lui ad entrare. Ed entrati tutti nella sala da pranzo, il re disse ai tre primi figli: "Vasate a mano a o padre Cutinelli” (((90))); e quelli non se lo fecero ripetere. Il vecchio padre rivolgendosi alla regina, le domandò come stesse e se fosse uscita la mattina a passeggiare; e Maria Teresa, facendo mostra di baciargli la mano, rispose col suo accento tedesco, in volgare napoletano: "Stamattina non songo asciuta, so stata a coseve" (((91))). Fatti i convenevoli, il re bonario e premuroso chiese al padre Cutinelli che volesse, e quegli: 'Maestà, quod superest...„ e il re fini la frase: "Date pauperibus; ho capito„, e subito concesse che alcune economie del ministero dei lavori pubblici fossero destinate all'istituto artistico. Poi il re si mise a parlare col vecchio gesuita presso l'inferriata della finestra, che dava sul giardino. Il tempo si era turbato, e venne giù un acquazzone con lampi. Il padre Cutinelli pregò il re di ritirarsi da quel posto pericoloso, ma il re rispose: "Padre Cutine', io tengo no capillo della Madonna, e non aggio paura dei tuoni” (((92))). E restò presso l'inferriata; e quando la pioggia cessò, volle accompagnare il vecchio gesuita sino alla porta, gli ribaciò la mano e gliela ribaciarono la regina e i principi. Il guaglione, come l'aveva chiamato il re, ebbe più tardi vita avventurosa. Fece ascensioni in pallone, girò l'Europa per congressi, fa pompiere in Roma e intimo di Vittorio Emanuele, andò in Egitto nella polizia d'Ismail; e tornato di là. poverissimo sempre lavora e conserva tatto il suo spirito. E' Rinaldo de Sterlich, figlio di Alessandro, il quale nel 1848 era uffiziale di carico al ministero di agricoltura, e poi fu deputato al Parlamento ed economo generale dei benefizi vacanti.

Altra nota caratteristica di Ferdinando II, ma nella sua gioventù, furono gli scherzi, e anche qui si rivelava l'indole tutta napoletana di lui. Scherzi non degni di qualunque persona educata, ma di moda nell'alta società di allora. Una vittima di essi era stato don Raffaele Caracciolo di Castelluocio, che moti vecchio verso il 1850, e fu per tanti anni parassita e zimbello della Corte. Molte sono le baie, che si narra essere state fatte al vecchio gentiluomo, il quale portava la parrucca ed era appassionatissimo di cavalli e di equipaggi. Da una cronaca inedita di un reputato scrittore napoletano, riferentesi al matrimonio del re con Maria Cristina di Savoia, tolgo questo aneddoto:

Il Re prima che risposasse ebbe una scommessa di trecento ducati col neo cavaliere capitano Statella dicendo costai che il Re si sarebbe sposato in quest'anno, e il Re negandolo. Il Re avendo perduta la scommessa, pagò i trecento ducati. Molti rimproverarono Statella d'averli ricevuti Onde costui, per dar fine a’ rimproveri, invitò il Re con tutta la famiglia reale, e cosi dame e gentiluomini di quelli che circondano la famiglia reale, ad un pranzo a Posillipo, e propriamente nel casino di Barbaja, antico luogo di abitazione del nostro Sannazaro. Questo pranzo doveva aver luogo tre o quattro giorni fa, ma perché non era ancor giunto di Francia il ministro delle finanze principe di Cassaro, fratello del capitano Statella con un servizio di tavola per quaranta persone, di argento dorato e di quella maniera detta vermeille, che è in grandissima moda, cosi non ha avuto luogo prima di questa mattina. Il Re e i principi reali ci sono intervenuti da semplici afeiali, senz'ordini. Il pranzo è stato brillantissimo, ed il Re ha fatto mostra di una grandissima allegria: ha tolto di testa al cavalier Raffaele Caracciolo la parrucca e l'ha gettata via: ed avendo nascosto il cappello del duca di San Cesario, indispettito che l'architetto signor Bianchi (il quale vi si trovava per l'architettura del pranzo ed ogni altro necessario divertimento) trovatolo, l'aveva dato al duca, glielo ha tolto di mano e posto nel foco di un braciere; e come gli altri s’ingegnavano a salvare il cappello, egli con una paletta più l'introduceva nel foco, sicché per infine del tatto è rimasto bruciato. Dopo il pranzo, in un teatro fatto per questa occasione noi giardino del palazzo, vi è stata la recita di una commedia in dialetto napoletano rappresentata dagli attori di San Carlino, perché la regina sposa avesse cognizione delle grazie di queste nostre commedie. Ed infine due primarie ballerine del teatro di San Carlo, hanno fatto la danza nazionale detta la tarantella. Questo pranzo ha costato al signor Statella più migliaia, ed ora è sicuro che non gli si dirà che per avarizia ricevette dal Re i trecento ducati.

Né finirono qui gli scherzi. Un giorno che il Caracciolo era con altri amici invitato a pranzo presso una nobile famiglia napoletana, il re saputolo, gli mandò un suo messo, e nel punto in cui il pranzo cominciava, fece chiamare di urgenza don Raffaele. Questi immediatamente accorse alla reggia. Il re lo lasciò sino alla mezzanotte in anticamera, e quando usci fuori ridendo a crepapelle, gli disse: "Don Rafè, ai fatto 'u chiuove alla madonna” (((93))), e lo congedò. Un altro giorno seppe il re che la sua vittima andava con alcuni amici a Sorrento. Fece circondare la carrozza da guardie di polizia, che intimarono a tutti l'arresto per ragioni politiche. Ebbero a morirne. Gli altri vennero poco tempo dopo rilasciati, ma don Raffaele fu tenuto due giorni in custodia, e nel terzo giorno il Re gli fece dire: "Don Rafè, isciatienne, 'o re t'ha voluto grazià" (((94))). Don Raffaele questa volta perdette le staffe, e disse ai due ufficiali ch'erano andati a liberarlo: "Chisse ne chiama prurito re c…„ (((95))) Il re lo seppe, e il Caracciolo ne perdette la grazia.

Negli ultimi tempi gli scherzi si limitarono a risposte argute, ad osservazioni e ammonizioni vivaci e non sempre cortesi, ma il tipo del parassita zimbello era sparito per sempre. Gli anni e le preoccupazioni del governo avevano modificato l'indole del sovrano. Nel 1832, quando sposò Maria Cristina, aveva ventidue anni, ed era nella pienezza del suo spirito volgarmente bizzarro e ne faceva d'ogni specie. Andò a sposare a Veltri, e parti da Napoli il giorno 8 novembre per terra, accompagnato dal Caprioli, suo segretario particolare, e dal corriere di gabinetto Dalbono, Non volendo essere riconosciuto lungo il viaggio, si pose gli occhiali e le barbette finte, ed al confine mostrò un passaporto, nel quale era chiamato don Ferdinando Palermo, gentiluomo, che parte per un cantone della Svizzera. Giunto a Roma, non discese al suo palazzo Farnese, ma alla locanda del Serny, in piazza di Spagna. Vi ai trattenne tre giorni e visitò il Papa, e da Roma, partì il 14, per Firenze dove giunse incognito. Visitando le gallerie, v'incontrò il Granduca, che gli era cugino e l'anno dopo divenne cognato; gli si che a conoscere, ma ne ricusò l'ospitalità, scusandosi che partiva il giorno stesso per Genova.

Il matrimonio fu celebrato dal cardinale Morozzo, vescovo di Novara, nel santuario dell'Acquasanta di Voltri il giorno 20 novembre Maria Cristina aveva vent'anni ed era alta quanto lui, parlava poco, in francese quasi sempre, ed era tutta timidezza, imbarazzi e riguardi. Compiuto il matrimonio, il re non volle andare a dormire con lei nel magnifico appartamento fatto preparare da Carlo Alberto al palazzo reale, ma pretese che la regina andasse al palazzo ducale, dove egli alloggiava. E la seconda notte del matrimonio, all’improvviso, andò con un aiutante a visitare la fortezza di Alessandria, senza dire nulla alla sposa.

A Genova si fermò sei giorni. Fece partire per Napoli il Caprioli e il Dalbono, per far pubblicare il matrimonio e avvisare che i sovrani sarebbero presto arrivati. Vi giunsero tutti il giorno 30, a bordo della fregata Regina Isabella, seguita dalle fregate sarde il Carlo Felice e l'Euridice e da un avviso, il Dione. Era di venerdì e pioveva a dirotto: la pioggia e la giornata non furono ritenute di buon augurio dai napoletani. La regina non volle saggiare alcuna pietanza di carne. Il re rideva degli scrupoli di lei e napolitanamente la canzonava, dicendo che era una santa, ma molto attaccata all'etichetta insopportabile della Corte di Torino. In sostanza gli eccessivi scrupoli di lei finirono per seccarlo. Si determinò subito una marcata e profonda incompatibilità di carattere fra loro due, e Maria Cristina non fu la donna più felice nei quattro anni che sedette sul trono di Napoli. Si può immaginare quale impressione riportasse dagli scherzi in danno di quel povero Caracciolo! Lo scherzo, che si disse fatto a lei stessa, di toglierle la sedia mentre sedeva e di farla andare ruzzoloni, se non è storicamente accertato, è verosimile, data la natura e l'età di chi lo faceva. Un altro aneddoto, che tolgo pure dalla cronaca del matrimonio. Il 24 novembre partirono da Napoli due battelli a vapore all'incontro del re sui quali presero imbarco alcuni principi reali, il Caprioli, il presidente e alcuni membri della deputazione di salute, per dar subito pratica al vascello che portava i sovrani. Ma questi battelli non incontrarono la flotta, partita da Genova, perché sbagliarono direzione. La flotta giunse, il re e la regina sbarcarono, ma i battelli tornarono nel porto due giorni dopo! Si può immaginare quale miniera di motti e di caricature fu per il re questo sbaglio veramente inconcepibile.

Nella vita apologetica di Maria Cristina, scritta da monsignor Sardi (((96))) sono riferite parecchie circostanze, le quali provano che quel matrimonio non fu volato da lei, e come vi sì piegasse solamente per virtù, secondo venne deposto nel processo di canonizzazione dalla sua aia, la contessa della Volvera. Questa afferma che, sull'atto di andare all'altare, non volesse vestire l'abito di gala; e quando non poté farne di meno, prorompesse in un dirottissimo pianto. Era forse presaga della sua sorte infelice? Presaga di andare in un paese lontano e tanto diverso dal suo, e con un marito mezzo scapestrato, che ella non conosceva altrimenti che per ritratto, ritratto che aveva dato alla marchesa di Sangiorgio, rifiutandosi di tenerlo nella sua camera da letto? Moriva ventiquattr'anni, dando alla luce l'erede della corona. Era fatta tutta di devozione, di ascetismo e di bontà; le piaceva passar la giornata fra messe, rosarii e penitenze. Si può bene immaginare quanto dovesse trovarsi à son aise in una Corte come la borbonica, dove ancora esercitava tutto il suo potere la regina vedova Isabella, sempre in cerca di giovani morganatici mariti! Della morte di Maria Cristina il re non fu desolato, come si è detto; con la nuova regina Maria Teresa d'Austria, figlia dell'arciduca Carlo, poteva abbandonarsi ai suoi scherzi partenopei; chiamarla Tetella; sgridarla quando occorreva, e poi chiederle perdono; e per ottenerlo, prenderla in braccio e trastullarla come una bambola, di camera in camera, anche perché piccola di statura. Con Maria Cristina non era possibile tutto questo.

Gli scherzi del padre furono un po’ ereditati dai figli del secondo letto, ma nessuno dei figli somigliava a lui, che fu, tutto compreso, una delle più. singolari nature di uomo e principe assoluto e municipale: bizzarra contraddizione di buono e di pessimo, che regnò ventinove anni e non subì influenze di favorite o di ministri, che considerò come strumenti nelle sue mani e buttò via quando non gli servirono più; né di potenze straniere, con le quali cercò di vivere in pace, ma di nessuna subendo minacce, né ad alcuna dando molestia. Lo spettro del Piemonte lo agitò negli ultimi anni, ma pur si seppe comprimere. Le sue disgrazie non furono poche; la sua diplomazia non fu illuminata, ne lo poteva; non negoziò trattati di alleanze, né di protettorati, de avvenne che, morto lui, il Regno si trovò senza alleati, né amici, e fini in pochi mesi. La fatale illusione di Ferdinando II, che l'accompagnò per tutta la vita, fa il credere di non dover morire mai. Lo ripeto, perchè è la verità.

Tra i fratelli del re non si potrebbe affermare che regnasse la maggiore concordia. Il principe di Capua, don Carlo, viveva lontano dal Regno, in una specie di esilio, del quale non si seppero mai le ragioni intime. Don Leopoldo, conte di Siracusa, viveva appartato dalla reggia, nel suo bel palazzo alla Riviera, coi suoi amici, dei quali si è parlato, protettore di artisti ed artista egli stesso, arieggiante Lorenzo il Magnifico. Esegui pregevoli lavori di scultura, fra i quali il monumento a Vico, al quale lavorò col Liberti, col Masullo e con l'Angelini: monumento serio e decoroso, forse il migliore che abbia Napoli, e da lui donato al municipio e inaugurato nel 1860, pochi mesi prima della catastrofe borbonica. Come scultore, il conte voleva forse lasciar credere più che non fosse, ma di certo aveva talento. La sua vita era interamente mondana, forse un po’ dissoluta, come affermarono i suoi nemici. Politicamente accentuava il suo liberalismo, biasimando gli atti di governo e manifestando le sue antipatie e anche il disprezzo per gli uomini, che avevano la fiducia del re, suo fratello. Accentuava la sua amicizia con l'incaricato di affari della Sardegna, e nella guerra, di Crimea le sue simpatie e quelle dei suoi amici furono manco a dirlo, per le armi alleate. Il giorno in cui, non senza qualche ostentazione, le navi sarde che portavano le truppe in Crimea passavano a vista di Napoli, a bandiera tricolore spiegata, disse ad alcuni intimi, che erano con lui sulla loggia del palazzo: il principio scritto sa quella bandiera toccherebbe a noi di rappresentarlo. Giovanni Barracco ancora se ne ricorda. Si cercò di spiegare le sue simpatie per il Piemonte col fatto che egli aveva in moglie una principessa di Savoia Carignano. Non lo credo. Il matrimonio di don Leopoldo, sterile di figliuoli, non fu più felice di quello del fratello con Maria Cristina. La contessa di Siracusa era un misto di bigotteria, di apatia e di curiosità fantile, onde riusciva supremamente noiosa agli amici del mari In una lettera di Cesare Casanova al suo cognato Antonacci, del luglio 1855, si legge questo umoristico brano

"Sua Altezza che fui a vedere domenica, mi parlò assai assai di te, e mi domandò quante azioni di ferrovia avevi tu preso. Io dissi che lo ignoravo, ma che certo avresti dato il buon esempio. Quest'innocente bugia la scontai, perché sopravvenne la contessa a cui dovei fare la mia corte, perché tutti. gli altri giocavano. Fu affare di un'ora e mezza e mi fece duemila domande. Ed io ritto come un funzionario! Poi Fiorelli impietosito venne a rilevarmi. Figurati! Sto fuggendo ancora!„.

Il conte d'Aquila era un verace reazionario, che non trovava mai bastevoli le più gravi misure di rigore, e negli ultimi tempi ruppe ogni rapporto con suo fratello don Leopoldo. Ostentava il suo amore per la marina da guerra di cui era a capo, ma stando a terra: il suo maggiore, e credo unico viaggio, fu nel Brasile dove andò nel 1844 a sposare donna Gennara, sorella dell'imperatore don Pietro II, che alla sua volta aveva sposato, l'anno innanzi, l'ultima delle cinque sorelle di Ferdinando II. E da ricordare che la maggiore di esse andò moglie in Ispagna a Ferdinando VII; la seconda fa granduchessa di Toscana; la terza sposò don Sebastiano di Spagna; la quarta, il conte di Montemolino. La duchessa di Berrv era sorella consanguinea di Ferdinando II, essendo nata dal primo matrimonio di Francesco I con Maria Clementina d'Austria, Il conte d'Aquila aveva tendenze artistiche e dipingeva discretamente; e don Francesco Paolo, ultimo dei fratelli, che sposò nel 1850 Maria Isabella di Toscana, frequentava la società e si divertiva ballando. Era il più insulso dei fratelli del re, ma il più affezionato, e più tardi si mostrò il più coerente. Abitava al palazzo reale, ed era conosciuto col nome familiare e burlesco di don Cicco Paolo, Data una famiglia cosi fatta, nulla di più naturale che, morto il capo, ciascuno prendesse la sua strada. Il conte di Siracusa si condusse come si vedrà; e il conte d'Aquila, mandato in esilio nel 1860 per maneggi reazionari, venne poi a Roma a chiedere danari al governo italiano e al re Umberto, che non ebbe, naturalmente. Io lo conobbi a Parigi nel 1878, in occasione dell'Esposizione, e poi lo rividi a Roma. I legittimisti di Napoli non gli perdonarono che si fosse andato a umiliare al Quirinale; e il duca Proto, altro bell'esempio di coerenza, decretava romorosamente nei caffè di Roma, che don Luigi di Borbone, dopo l'andata al Quirinale, si dovesse chiamare non più conte aquila ma... conte porco!

Pietrantonio Sanseverino, principe di Bisignano, era maggiordomo maggiore; il duca di San Cesario, Gennaro Marulli, cavallerizzo maggiore; il duca d'Ascoli, Sebastiano Marulli, somigliere del corpo; monsignor don Pietro Naselli, cappellino maggiore il principe di Campofranco, Antonio Lucchesi Palli, maggiordomo maggiore onorario. Il marchese D'Avalos, stimato il più ricco signore del Regno, dopo Barracco, era anche sopraintendente generale degli Ordini mendicanti. Cavalieri di compagnia, il duca Riccardo de Sangro e il conte Giuseppe Statella, secondo figliuolo del principe di Cassare, e noto col diminutivo siculo di Pepi. Fra gentiluomini di camera, maggiordomi di settimana e gentiluomini di entrata, brillava in Corte quasi tutta l'aristocrazia del Regno.

I gentiluomini di camera di entrata, e i gentiluomini di camera con esercizio, si chiamavano anche chiavi d'oro, perché solevano portare sull'abito, come distintivo della loro carica, dentro piccolo ed elegante sacchetto, una chiave d'argento dorato, per indicare che essi potevano entrare dappertutto nella reggia.

Sulla chiave si leggevano incise le iniziali: V. R. S. che significavano Vitae Regis Securitas.

Erano quasi tutte cariche onorifiche, non così quelle degli aiutanti generali del re. Tra questi figuravano in primo luogo i fratelli di lui: il conte d'Aquila, col grado di viceammiraglio, e il conte di Trapani, col grado di brigadiere. Nelle feste e nei conviti di Corte, nei ricevimenti ufficiali e nei baciamani, i gentiluomini di Corte, i maggiordomi e i gentiluomini di camera avevano, naturalmente, il primo posto dopo i sei altissimi dignitarii. Con tutti, ma principalmente coi capi di Corte, Ferdinando II usava con napolitana familiarità, chiamandoli per nome, parlando in dialetto, motteggiandoli e riprendendoli all'occorrenza. Per ragion di grado, ed anche per maggiori simpatie, egli vedeva più di frequente il suo aiutante colonnello Forcella e gli uffiziali alla sua immediazione: Leopoldo del Re, brigadiere di marina e Alessandro Nunziante, colonnello di stato maggiore. Con quest'ultimo era addirittura intimo, lo soccorreva nei frequentissimi bisogni di danaro, e molto influì nella liquidazione del grosso patrimonio Calabritto, per cui a donna Teresa Tuttavilla, moglie del Nunziante e duchessa di Mignano, toccò una quota notevole della sostanza, il cui ricupero fu dovuto alle cure intelligenti dell'avvocato Giuseppe Bucci, che aveva sposata donna Giulia, sorella maggiore di donna Teresa.

Si trovavano in contatto quotidiano col Re gl'impiegati della sua segreteria particolare, a cominciare dal colonnello D'Agostino, sposatosi in tarda età, con una delle belle e giovani figlie dell'avvocato Alfani, e a finire a Ferdinando Stàhly, che era impiegato al ministero degli esteri. La segreteria era, come si è detto, il vero ministero, anzi una vera cancelleria. Il Be chiamava tutti per nome, anzi con diminutivi. Solo al Falcon, don Gioacchino, dava del voi. Aveva particolare fiducia in Gaetano Zezon, genero del Carrascosa e che era un bel giovane e di vivace talento. Lo chiamava Gaetanino. Ma poco mancò che toccasse allo Zezon, come si è veduto, quanto avvenne nel 1862 a Leopoldo Corsi. Cameriere personale del Re e nel quale egli riponeva una discreta fiducia, era il Galizia, che ebbe anche la sua celebrità, ma che non si valse della posizione presso il sovrano per far quattrini, né forse Ferdinando II l'avrebbe tollerato.

Galizia seguì il re, come si è veduto, in Calabria e in Sicilia, poi lo seguì nell’ultimo fatale viaggio in Puglia e lo assistette sino alla morte. Il Galizia morì in Napoli il 22 febbraio 1862 di apoplessia, a 65 anni, lasciando due figlie religiose nel conservatorio di Santa Maria di Costantinopoli, dotate da Ferdinando II; e due maschi, Ferdinando e Gennaro. Quest’ultimo fa prete e disse la prima messa nella cappella reale di Caserta, alla presenza della famiglia reale. Dopo la messa, il re baciò la mano ai figliuolo del suo cameriere e gli donò un gruzzolo di monete d'oro, che il Galizia, padre, rifiutò, pregando Sua Maestà di voler solo permettere che il nuovo sacerdote dicesse ogni giorno la messa secondo l'augusta intenzione di lui.

E il re consentì e concesse poi all'abate Galizia un pingue beneficio, il quale, mutati i tempi, non gli fu riconosciuto e per cui egli mosse lite al governo italiano. Il Galizia lasciò un patrimonio modesto. Uomo di poche parole e di molto tatto, fu veramente il solo che potesse affermare di conoscere a fondo il suo padrone, nel quale era entrato in grazia particolarmente per questo, che ben di rado gli chiedeva qualcosa, il che pareva inverosimile, perché tutti chiedevano in Corte.

Cocchiere particolare del re era Vincenzo Carotenuto, notissimo col nome dialettale di Vicienzo, e a cui successe il figlio Giovanni, morto nel marzo scorso quasi novantenne nelle vie di Napoli. L’intimità del re col suo cocchiere non era punto simile a quella che aveva per il Criscuolo suo marinaro, ma sempre improntata a borbonica cordialità. S'è esatto quanto riferirono i giornali di Napoli alla morte dell’ultimo Carotenuto, questi avrebbe detto, prima di spirare, molte sciocchezze, come quella di aver con dotto da Bari a Napoli gli sposi Francesco e Maria Sofia, confondendo nomi e creando circostanze e date.

Il marchese don Michele Imperiale era cavaliere d'onore della Regina, la quale aveva per dama d'onore la principessa di Bisignano; per cavallerizzo, don Onorato Gaetani, e per dame di compagnia, la duchessa d'Ascoli e la marchesa di Monserrato.

Figuravano, fra le dame di Corte, le principesse di Paterno, di San Nioandro, di Liuguaglossa, di Satriano, di Pandolfina, di Piedimonte, di Palazzolo, di Sant'Elia de Gregorio, di Cajanello e della Scaletta; le duchesse di Serracapriola, di Ascoli, di San Cesario, di Belviso, di Adragna; le marchese Della Guardia e Di Alfano; la contessa Statella dei marchesi di Salsa, Grifeo dei principi di Catena, e De la Tour, donna Luisa de Sangro. Queste dame, negli ultimi anni del regno di Ferdinando II, non prestarono servizio quasi mai. Maria Teresa aveva da principio cameriste e donne di camera per il suo servizio, ma cameriste non ne ebbe più, negli ultimi tempi. L'amministrazione della Casa Beale aveva tre ripartimenti, un archivio centrale, una controlleria, una vedoria e contadoria, una tesoreria, una tappezzeria e una biblioteca privata tutto ordinato a sistema spagnolo. Era direttore della biblioteca il marchese Imperiale di Francavilla; capo della tappezzeria, il barone Falco, il quale, essendo morto il 23 maggio del 1859, si disse ucciso dal dolore per la fine del re che il giorno avanti era spirato. Gli successe il signor Francesco Oli. Era tesoriere il conte Forcella; vedere, don Ferdinando Scaglione; controllore, don Antonio Fava; archivista, don Raffaele Benedetti e capi di ripartimento. Cheli e Bossi.

Sopraintendeva a tutti, nella sua qualità di maggiordomo maggiore, il principe di Bisignano. Erano medici di Corte, Rosati, Ramaglia e De Lisi; e chirurgo, don Nicola Melorio; avvocati di Casa Beale, Magliono ed Arpino; avvocato consulente, Antonio Starace; architetti, Persico, Puglia, Genovese, Zeochetelli e Giordano; direttore del museo borbonico, il principe di San Giorgio, don Domenico Spinelli; controllore dello stesso museo, Bernardo Quaranta; architetto degli scavi di Pompei, Genovese; degli soavi d'Ercolano, Bonucci; dell'anfiteatro di Pozzuoli, Michele Ruggiero; dell'anfiteatro Campano e tempio di Pesto, Rizzi. Era prefetto della real biblioteca borbonica l'abate Selvaggi, e presidente della giunta di detta biblioteca, l'abate Giustino Quadrari, valoroso grecista.

Confessava la regina il padre Giovanni Sabelli, liguorino della provincia austriaca, tedesco di nascita e di nazionalità, benché di cognome italiano e discepolo del beato Clemente Hofbauer, liguorino e propagatore del suo Ordine in Europa. Del principe ereditario era cappellano don Domenico d'Elia; confessore, monsignor Filippo Gallo; primo istruttore, il retroammiraglio Giovanni Antonio della Spina che non valeva nulla; e secondo istruttore, il brigadiere del genio Francesco Ferrari, che forse valeva un po’ di più. Non si potrebbe affermare se fossero più che educatori, vigilatori e spie del giovane principe, nelle abitudini più intime di lui, cui non fu concesso dormir solo nella propria camera quasi sino al matrimonio. Il brigadiere Nicola di artiglieria, il colonnello Cappotta, il maggiore Galasso, il capitano Francesco Giannico del genio, e il tenente colonnello Presti erano gli istruttori dei principi secondogeniti, ai quali, come al duca di Calabria, aveva insegnato il catechismo e l'abecedario lo scolopio padre Pompeo Vita, di Torre Santa Susanna, che restò in Corte per impartire lo stesso insegnamento alle principesse e ai piccoli principi, sino al novembre del 1857. In quel tempo impazzì, e fu sostituito da un altro scolopio pugliese, il padre Niccola Borrelli di Foggia, Non è immaginabile quale triste influenza esercitasse il padre Pompeo in Corte, né quella, ma assai diversa, che vi esercitò, sotto il regno di Francesco II, il padre Borrelli.

Avevano indole affatto opposta questi due figli del Calasanzio.

Il padre Pompeo, detto di San Carlo alle Mortelle, perché già rettore di quel collegio, era uomo di stupidi scrupoli, onde cadde se lui la maggior parte di responsabilità, circa la prima educazione del duca di Calabria. Si affermò che egli avesse carezzata nell'erede della corona la materna tendenza ascetica, ed esagerato in lai il senso istintivo della rassegnazione, del dispregio delle pompe e dell'avversione alle donne, per cui Francesco II fu prima un re, poi un pretendente, ma soprattutto un uomo così diverso da tutt'i principi, pretendenti e... uomini della terra.

Despicere terrena et amare coelestia, nel quale fu il precipuo insegnamento del padre Pompeo, gli scrupoli erano tanto inverosimili, che non ai credevano sinceri, ma ispirati, si diceva, dal desiderio di entrare sempre di più nelle grazie del re, sul quale esercitò, senza parere, una grande influenza, riuscendo a salvare agli soolopii i due collegi di Napoli, San Carlo alle Mortelle e San Carlo all'Arena, e i collegi di Chieti, di Catanzaro, di Monteleone, di Avellino, di Maddaloni, di Campobasso, che i gesuiti volevano a qualunque costo. Egli era una potenza in Corte, e quando impazzi, si disse che fosse causa della pazzia il rimorso di avere, per conto della regina, quasi inebetito il principe ereditario; ma se di tanto non era capace, certo i risultati della sua influenza furono nefasti. Gli scolopii, i quali ritengono il padre Pompeo Vita, morto nel 1863, per un luminare dell'Ordine loro, ne difendono la memoria, ma quando era vivo ebbero di lui pii paura che affetto.

Altro uomo, altro frate, altro educatore fu il padre Borrelli, Rettore del collegio di Maddaloni quando venne chiamato a succedere al padre Pompeo, era stato professore a San Carlo delle Mortelle, dove aveva avuto, tra i suoi primi discepoli, Ruggiero Bonghi; e poi al collegio del Nazzareno a Roma. Era piccolo e tozzo, colore bruno, occhi grandi e sporgenti, punto bello, ma piacevolissimo, allegrone e uomo di mondo. Scriveva versi e portava gli occhiali. Era stato giobertiano sino al 1848, e gli era rimasta per Gioberti una costante devozione, benché, pur seguitando ad amarlo in segreto, non lo nominasse mai in pubblico. Ebbe in Corte una posizione invidiata. Ferdinando II si fidava di lui e celiava e barzellettava con lui, ma nei dovuti limiti; il duca di Calabria gli si affezionò tanto, che non dava alcun passo senza il suo consiglio; e le principesse e i piccoli principi lo amavano e scherzavano con lui, felicissimi di essersi sottratti all'incubo del padre Pompeo. Il padre Borrelli segui i Borboni a Roma, e di lui ho molto parlato nel mio libro: Roma e lo Stato del Papa,

Questi due scolopii di Puglia ebbero dunque, successivamente, una parte importante in Corte, come l'Ordine loro l'ebbe nel Regno. Gli scolopii erano in realtà più potenti dei gesuiti; e Ferdinando II li amava e li aveva ammessi nell'intimità, affidando loro la prima educazione e istruzione dei suoi figli. La Puglia dava il maggior contingente agli soolopii napoletani. Oltre al padre Pompeo e al padre Borrelli, erano pugliesi e benemeriti dell'insegnamento, il padre Trincucci, intimo di Vito Fornari; il padre Ferretti di Oria, il padre Nisio di Molfetta, il padre Leonetti di Andria, allora giovanissimo e che mori rettore del collegio del Nazzareno a Boma, e i padri Bruno e Campanella di Gioia, Nitti di Triggiano, Cerioole di Foggia, Camerino di Bave e i fratelli Della Corte, il maggiore dei quali reggeva il collegio di Francavilla Fontana. Questo collegio contava più centinaia di alunni interni, la maggior parte di Puglia e di Basilicata, ai quali s'impartiva un insegnamento piuttosto largo, dati i tempi. Gli soolopii avevano collegi di novizii a Campi Salentino e a Galatina. Tanto il padre Pompeo che il padre Borrelli erano di umilissima origine, e il padre Borrelli, figlio di un mandriano, era stato protetto dal Santangelo, intendente che lo fece educare dagli soolopii.


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CAPITOLO XII

SOMMARIO: Una burla che fa impazzire la polizia — Il terremoto del 16 dicembre — Vittime e danni in Basilicata — Provvidenze governative rete inutili dalla mancanza di strade — Largizioni in varie forme — I poeti del terremoto e i prosatori — Giuseppe Lassare e Salvatore Fenicia — Si bamboleggia innanzi ad un immenso infortunio — Il terremoto spinge il re ad allargare la telegrafia elettrica, non a riprendere le concessioni ferroviarie — La storia di quelle concessioni — Emanuele Melisurgo e i suoi precedenti — Si fa molte illusioni — Il capitolato della ferrovia delle Puglie — Le stazioni e il tracciato — L'emissione dei titoli naufraga — Rivelazioni curiose — I pugliesi e Melisurgo — Non si pagano le azioni sottoscritte — Melisurgo lavora di audacia — Inaugurazione dei lavori a Napoli — La ferrovia degli Abruzzi ha la stessa sorte — Il barone De Riseis e i suoi socii — La rete telegrafica allaccia le provincie — Non si compie prima del 1859 — Alcuni ricordi — Istituzione dei francobolli.

Quello stesso anno 1857 fa contrassegnato da due avvenimenti assai diversi fra loro: uno, di straordinaria audacia che fece disperare la polizia e ridere tutta Napoli; e l'altro che gettò nel tutto e nello sgomento molta parte del Regno.

La mattina del 1 marzo c'era per Toledo un'animazione maggiore del consueto, e gruppi di curiosi, affollati innanzi a piccoli manifesti ufficiati, leggevano questo decreto:

FERDINANDO II.

PER LA GRAZIA DI DIO

RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

DI GERUSALEMME EC.

DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO EC. EC.

GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC. EC. EC.

Essendosi la Provvidenza benignata di accrescere di novella prole la Nostra Real Famiglia, ed annuendo ai consigli amichevoli dei Governi di Francia e Inghilterra, volendo come per lo passato secondare i moti del nostro Amore paterno, abbiamo risultato di decretare e decretiamo quanto segue:

Art. 1. Accordiamo piena amnistia per tutti i detenuti politici giugicati e giudicabili.

Art. 2. Richiamiamo in vigore la Costituzione del 10 Febbraio 1848, da noi sinceramente giurata sul Vangelo.

Art. 3. Il Nostro diletto Figliuolo il Principe ereditario, è nominato Vicario Generale del Regno.

Art. 4. Saranno immediatamente convocate le Camere chiuse.

Art. 5. Il Ministro Segretario di Stato, Presidente del Consiglio dei Ministri, è incaricato dalla esecuzione De del presente Decreto.

Caserta. 28 febbraio 1837.

Il Ministro Segretario di Stato delle finanze - firmato, S. Murena.

Il Ministro Segretario di Stato per gli affari di Sicilia - firmato, G. Caseri.

Firmato, FERDINANDO.

Il Direttore del Ministero e real Segretario di Stato dello interno - firmato, L. Bianchini.

Il Ministro Segretario di Stato Presidente del Consiglio dei Ministri - firmato, Ferdinando Troya

(Dalla Stamperia Reale)

Possono bene immaginare le varie impressioni di chi leggeva. Un ispettore di polizia, presso la cantonata dei Fiorentini, si cavò il cappello, accennando al manifesto, e invitò gli altri a far altrettanto e a gridare: viva il re. Furono due ore di confusione estrema, perché la polizia, tratta anch'essa in inganno, non osava attaccare i decreti, né li staccò se non quando ne Tenne l'ordine dal ministero, anzi addirittura da Caserta, perché il n era a Caserta. £ in quelle due ore la baldoria fu grande, e tutti gridavano: Costituzione, Costituzione e gli agenti erano paralizzati e parecchi atterriti. Il conte di Gropello ne fece argomento di un suo rapporto umoristico al governo di Torino. (97)

La burla non poteva meglio riuscire. Michelangelo Tancredi, che ne fu l'autore, si era procurato dalla stamperia reale parecchie copie di decreti in bianco e aveva fatto comporre, in caratteri e carta pressoché simili, il contenuto del decreto; tt poi, con l'aiuto di pochi e fidi amici, aveva incollati i pezzi con tanta arte che non era possibile distinguere, a primo aspetto, che quello fosse un decreto apocrifo, perché autentiche eran la testata, il bollo, le firme del re e dei ministri. La mattina alle sette alcuni facchini della dogana, reclutati dai fratelli Carlo e Nicola Capuano, lì affissero e rifiutarono i sei ducati, che il comitato liberale offri loro per compenso. La circostanza, che la regina si era sgravata in quei giorni di un altro maschio, aggiungeva verosimiglianza alla cosa, e più verosimili ancora parevano i consigli della Francia e dell'Inghilterra. Quando la polizia ebbe l'ordine di strappare quei manifesti, respirò; ma, per quanto facesse, non riuscì ad appurare l'autore della burla, né i suoi complici, i quali dettero prova davvero di grandissima audacia, li re, informato della cosa, ne rise sulle prime; ma si turbò quando, avuto tra le mani uno di quei decreti, vi lesse l'articolo secondo; "Richiamiamo in vigore la Costituzione del 10 febbraio 1848 da noi sinceramente giurata sul Vangelo.”

L'altro avvenimento, col quale si chiuse l'anno, fu eccezionalmente luttuoso. Nella notte dal 16 al 17 dicembre, alle ore 10,10, secondo venne accertato dal direttore dell’osservatorio astronomico di Capodimonte, Leopoldo del Re, si sentirono a Napoli due scosse di terremoto. La prima durò quattro secondi; e dopo due minuti, fu seguita da un'altra di maggiore intensità, che ne durò venticinque: tutt'e due ondulatorie, nella direzione dal sud al nord. Lo spavento fu grande; però non si ebbero a deplorare vittime, né danni. Ma quel che la Provvidenza risparmiò a Napoli, dove perciò si resero solenni grazie a San Gennaro e, in segno di riconoscenza, ricorrendo l'anno dopo il doloroso anniversario, una lunga processione percorse la strada che da Santa Maria in Portico mena a Piedigrotta, non fa risparmiato alle provincie. Il terremoto vi fece vittime numerose; rovinò e distrusse gran quantità di edifizii pubblici e privati; spianò al suolo alcune terre; e, non ostante i tridui e le novene di batto un popolo esterrefatto, si ripetette con scosse più o meno forti sino al marzo del 1858. Le prime notizie, che giunsero a Napoli dalla provincia di Salerno, furono spaventose; ma più gravi ne vennero, poco dopo, dalla Basilicata.

Restò celebre, e fu la nota comica in tanta tragedia, il dispaccio telegrafico da Bari che, per interrotta trasmissione, diceva: “Gli abitanti in gran parte si sono......” Il re non si mosse, come aveva fatto nel 1851, quando fu distrutta Melfi; ma ordinò che le autorità lo tenessero informato d'ogni cosa, recandosi sui luoghi dove il flagello aveva fatto più vittime; servendosi dei fondi comunali e provinciali e dei boschi per costruire baracche; soccorrendo i bisognosi e provvedendo di ricovero quanti eran rimasti senza tetto, massime se feriti.

Il 21 dicembre fece partire da Napoli per Potenza il Ciancio, ingegnere di ponti e strade e l'Argia, tenente del genio, con quarantadue artefici militari e cinquantaquattro di marina, che portarono gran materiale di tele e legname dell'arsenale per costruire le baracche. Partirono pure medici, chirurghi e infermieri con biancherie e filacce. Si cercava riparare con la maggior sollecitudine e buon volere, ma il disastro era immane, soprattutto in Basilicata, e la stagione cruda e la mancanza dì viabilità, specie in quella provincia, lo rendeva addirittura terribile.

I morti superarono i diecimila. Nel solo distretto di Potenza, che fu il più colpito, si ebbero 8909 morti e 1126 feriti; nel Principato Citeriore, 1213 morti e 347 feriti; nel distretto di Matera, 60 morti e 29 feriti; in quello di Lagonegro, 265 morti e 203 feriti. Uno dei meno disgraziati fu il distretto di Melfi, che ebbe tre morti soli. Gli edifizii rovinati o distrutti non si contavano. Picerno, Marsiconuovo, Calvello, Viggiano, Montemurro, Tramutola, Saponara, Guardia, Sarconi, Castelsaraceno, Spinosi, Anzi, Alianello furono in gran parte distrutti. Viggiano andò a fuoco, e Vignola fu molto danneggiata. I campanili delle chiese rovinarono quasi in tutta la provincia, e quelli che non caddero, rimasero assai malconci. A Brienza si apri la terra attorno la piazza e i morti superarono il centinaio. A Pietrapertosa si temé di peggio, perché enormi macigni si distaccarono dal monte con fracasso e spavento. La gente errava nell'aperta campagna, atterrita e piangente; i vescovi ricoveravano in luogo sicuro le monache, i cui monasteri eran caduti.

A Calvello, per ricordare uno dei tanti casi, rovinò il monastero delle Teresiane, le cui monache furono dall'arcivescovo d'Acerenza e Matera fatte condurre in Acerenza, dove restarono sia al marzo del 1868; e poiché il monastero di Calvello non fu potuto restaurare tanto presto, l'arcivescovo Rossini allogò sette di quelle suore a Gravina, quattro in Altamura e dodici a Matera, nei monasteri dell'Annunziata e di santa Lucia. A descrivere tanti orrori, Paolo Cortese, che poi fu deputato e ministro, e negli ultimi anni di sua vita pose in versi nientemeno che una sentenza della Cassazione, pubblicò nell'Epoca una poesia, che cominciava con questi versi rettorici:

E profonda la notte, alto il silenzio

Dalle cose create, e al mesto raggio

De la pallida luna vagolanti

Le presaghe dagli avi ombre lamentano

La prossima sventura....

Oh cieli qual rombo!

Qual tristo prolungato orrido rombo

Tutti riscuote dall'imo letargo!...

…...................................................

Niccola Sole scrisse un commovente Salmo in terza rima che, insieme ad altre sue poesie, fu compreso nella raccolta da lui posta in vendita a beneficio dei danneggiati dal terremoto; una delle migliori cose uscite dalla penna del solo vero poeta, che Napoli abbia avuto nella seconda metà del secolo XIX. Il Salmo ebbe fortuna e fu declamato nelle accademie di beneficenza e nei teatri, a beneficio di quei miseri.

La beneficenza in tutte le sue forme si esercitò largamente nella luttuosa circostanza. Si aprirono sottoscrizioni per i danneggiati, a si raccolsero più di centomila ducati. Sottoscrissero quasi tutti i vescovi, che, insieme con gli intendenti e i sottintendenti, raccoglievano le offerte dei privati. Il re dette del BUG trentaduemila ducati, da distribuirsi ai poveri che avevano più sofferto, preferendo quelli, i quali avevano perdute le piccole industrie e gli utensili dei loro mestieri. Il ministero degli affari ecclesiastici ne largì ventiquattromila per riparazioni a chiese e a conventi; altri ottomila ducati per riparazioni alle parrocchie e duemilaquattrocento per l'acquisto di arredi sacri. Si costituii un fondo di diciottomila ducati per istituire dieci Monti di pegni nella Basilicata e quattro nel Principato Citeriore Vero è che la maggior parte delle beneficenze governative figurarono solo sulla carta. Delle largizioni e dei sussidii raccolti ben pochi arrivarono a destinazione, né le autorità si mossero con zelo e sollecitudine. Nei comuni più colpiti non arrivarono, e con scandaloso ritardo, che poche sdrucite coperte di caserme e poche tavole per letti. Ma allora tutti erano rassegnati alle proprie miserie, e i ritardi potevano essere spiegati dall'assenza quasi assoluta di strade provinciali. Ma oggi?!...

Non mancarono le accademie i concerti e spettacoli, a scopo di beneficenza. Il 13 febbraio 1858, nell'istituto Batifort Wambacker di Bari, fu data un'accademia nella quale si distinsero le signorine Margherita Corsi, Annina Guarnieri, Marìannina dell'Agli, Giustina Lops, Carolina Bianchi, Marietta de Stephanis, Mar riatta Mandarini e Fulvia Miani. E nel teatrino filodrammatico di casa Craven a Napoli, ci fu una indimenticabile rappresentazione di beneficenza, che fruttò quattromila ducati e nella quale presero parte signore e signori dell'aristocrazia. I particolari di questa rappresentazione sono ricordati in altro capitolo. Nel febbraio del 1858, il totale delle offerte private arrivò alla cospicua somma di 61,889 ducati. Vi furono sottoscrizioni anche all'estero. Il conte Brignole, segretario generale della Società universale per l'incoraggiamento delle arti e dell'industrie, il quale aveva sede a Londra, scrisse, nel gennaio del 1858, al direttore del ministero di polizia, Ludovico Bianchini, chiedendogli il permesso di promuovere a Londra una sottoscrizione per soccorrere i danneggiati dal terremoto, non avendo il re di Napoli rappresentante presso la Corte inglese, per la rottura dei rapporti diplomatici tra i due Regni. Bianchini rispose ringraziando, poiché "la mancanza delle relazioni diplomatiche tra le due Corti non poteva — egli disse — far cessare i rapporti del commercio e dell'industria e, molto più, della civilizzazione e dell'umanità tra i due paesi„; ed espresse pure il desiderio che le somme fossero versate direttamente al Banco di Napoli.

Ma non mancarono neppure a proposito del terremoto, le solite esercitazioni rettoriche, nelle quali la fantasia degli scrittori ebbe largo campo di sbizzarrirsi, descrivendo lo spavento comune.

Fuori dei rapporti ufficiali, che enumerano i danni avvenuti, non conosco un solo lavoro, nel quale siano stati riferiti completa mente fatti e circostanze, per avere un'idea esatta di quanto effettivamente avvenne, tranne quello di Giacomo Racioppi, che raccolse in un opuscolo gli articoli pubblicati nell'iride. Raffaele Battista, segretario della Società Economica di Basilicata, stampò una relazione, con qualche cifra statistica; e negli atti dell'accademia Cosentina, il segretario Luigi Maria Greco pubblicò una specie di raffronto tra gli scrittori, che parlarono del terremoto del 1861 e quelli del 1857.

Il professor Roller, ginevrino, si recò sui luoghi del disastro e di là scriveva lettere ai suoi amici di Svizzera, che furono pubblicate a Ginevra e rivelavano lo stato miserando di quelle provincie, in fatto di viabilità e di civiltà. I racconti di alcuni giornali napoletani erano rettorici o addirittura grotteschi, come quello dell'Epoca, di cui ecco un saggio:

"Erano da poco suonate le dieci, quando parve che la terra ondulasse. L'attenzione sospesa un momento, non tardò a farne certi che il terreno si muovesse sotto i piedi, cosicché la sensazione prolungandosi, tutti giudicarono e videro, che un novello tremuoto veniva a scuoterci dalle fondamenta. Ne passò il tempo in che l'un all'altro dicesse il fatto, quando novellamente i campanelli suonano con più forza, i battenti delle imposte e i lucchetti delle finestre tremano, i vetri scrosciano, le mobilie rumoreggiano, il suolo, le mura, il letto, ogni cosa che ti circonda, viene in preda ad un ondulamento intenso e terribile.... Ne molto durò il fenomeno, né poco; un trenta pulsazioni. Finito, successe un silenzio di tomba, quello del terrore; indi un vociar di gente che usciva dalle case, e quali piangendo innanzi alle sacre immagini, quali narrando l'accaduto, quali incitando a fuggire, tutto costituiva un fenomeno morale degno della maggiore considerazione. In un baleno le vie più deserte della città furono popolate.... Colà vedevi disparite le gradazioni sociali; eleganti signore, gentili damerini, persone insomma che sciupano intere ore all'acconciamento della persona, accorse in sulle piazze disadorni e negligenti, di null'altro presi che della vita. Difatti quali avvolti in mantello, quali in isoialli, quali col capo coverto di berretto, qual di cuffia, quale anche nei soli lenzuoli, aspettavano e temevano, dalle membra irrigidite dal freddo della notte. Carrozze di ogni specie, alcune tirate da cavalli, alcune da uomini, servivano di ricovero a’ loro padroni, e questi, fattesene case ambulanti, rannicchiati nei mantelli, dai visi pallidi e stravolti, si guatavano meravigliati e paventavano. Cavalli, vacche, animali di casa, tuttociò che nel timor del pericolo erasi tratto fuori, vedevansi commisti agli uomini in sulle piazze". E cosi, per, molti periodi ancora, diluiva questa mirabile prosa di Giuseppe Lazzaro.

Ernesto Capocci, nella stessa Epoca, ricercava scientificamente le cause dei terremoti, e nell'Iride si studiava di consolare i napoletani, affermando che essi hanno un segno sicuro del prossimo terremoto nel Vesuvio, poiché, quando questo tace, il terremoto è vicino. Ma, nella ricerca delle cause dei fenomeni sismici, toccò il colmo della comicità il cavalier Salvatore Fenicia di Bure, più comunemente noto col nome di presidente Fenicia: singolar tipo che rammentava il don Ferrante del Manzoni. Era un letterato sui generis, perché tirava giù prose, versi, drammi e tragedie in una lingua incomprensibile; stampava volumi da riempire una biblioteca, ed era in relazione con principi regnanti e imperatori, ai quali inviava in dono le sue opere e splendidi vasi fittili italogreci, che traeva dalle sue terre di Ruvo, e ne riceveva in ricambio decorazioni e nomine accademiche. Era il suddito insignito forse di maggiori onorificenze, delle quali faceva pompa nelle occasioni solenni, quando vestiva la sua uniforme con relativo spadino e cappello piumato. Egli era il presidente Fenicia, ma nessuno sapeva davvero a che prendesse. Viveva a Ruvo, dove morì vecchio dopo il 1860. Non lasciava passare avvenimento anche mediocre, senza dedicarvi qualche suo sproloquio. Aveva molto letto e la sua testa dava l'immagine di un arsenale in disordine; la sua cultura archeologica era farraginosa; superficiale e antiquata quella nelle scienze naturali e in astronomia, pur in esse credendosi profondo. Spesso pubblicava, in appendice ai suoi libri, le lettere che uomini eminenti gli scrivevano, nelle quali con tono ironico che egli non capiva, gli facevano le lodi più strane. Udite il sonetto di due quartine e tre terzine, che pubblicò sul terremoto del 16 dicembre, da lui definito tosse della terra:

In anormal effidrosi non guarì

La terra fuor cacciò tal traspirato,

Che ne fé colmi e polle e fiumi e mari

In modo ch'esondar nell'abitato.

E perché strana causa irregolari

Effetti di produr è dimostrato,

Di morbi n'apparir aspetti rari,

E il sistema mondial fu sconcertato.

Per l'acqua imputridita agl'infusori

Vasto campo s'aperia; e quindi guerra

Esiliai menar d'invaditori.

Per l'acqua percolata in essa terra

Ostrutti ne restar meati e pori,

Ch'il tossire sgorgò di sottoterra.

Il tremuoto perciò di lei n'è tosse,

Che, qual quello che i petti affanna e scuote,

Caccia gl'intoppi con boati e scosse.

Il Nomade ironicamente osservava: "Non vogliam tacere, che la spiegazione del Fenicia è derivata dal suo nuovo sistema che facea noto, ora è qualche anno, ai dotti del Regno e stranieri un sistema per il quale il colera non sarebbe altro che la crittogama delle uve". Altri poi proponevano ingenuamente dei rimedii, e per un anonimo compilatore dell'Internazionale una misura di prevenzione contro i terremoti doveva consistere nell'aprire alle falde del Vesuvio pozzi profondi, i quali penetrando sino alle visceri del monte, servissero di succursali alla bocca, che la natura vi ha aperto su in cima... Così si bamboleggiava di fronte ad un immenso infortunio! Se il gran disastro del terremoto spinse Ferdinando II a dare una forte spinta alla telegrafia elettrica, non lo mosse a resuscitare il problema più vitale delle costruzioni ferroviarie, messo a dormire da un anno, dopo tante speranze e illusioni. E da ricordare che, con decreto reale del 16 aprile 1856, egli aveva concesso la costruzione e l'esercizio della ferrovia delle Puglie, da Napoli a Brindisi, all'ingegnere Emanuele Melisurgo di Bari, figlio di Spiridione, e uomo di geniale talento.

Si disse che dietro il Melisurgo stesse il d'Ajout, e che Rothschild fosse la parte principale dell'intrapresa: affermazioni che i fatti dimostrarono insussistenti. Da tutti i documenti da me consultati, unico concessionario appare il Melisurgo, il quale firmava in questa qualità. Il nome del d'Ajout, che in quell'anno era tornato a Napoli con un progetto di credito fondiario, non ricorre mai.

Il Melisurgo apparteneva ad una di quelle famiglie greche, che calavano assai di frequente nel Reame, proveniente non dall'Epiro, ma da Candia. A Bari i Melisurgo erano dalla fine del 1600 e qui furono tenuti in grandissimo conto. Poi si trasferirono a Napoli, dove più tardi furono iscritti nel libro d'oro del patriziato. Emanuele Melisurgo era bellissimo della persona, e aveva il fascino della parola, tanto che in uno dei colloqui con Ferdinando II, questi gli disse: va, vattenne, si no faccio comm'e femmine, te dico di si (((98))). Gli diè la concessione, ma attraverso una selva di diffidenze. Il Melisurgo aveva avuta una gioventù avventurosa, viaggiando in Francia e in Inghilterra, guadagnando molto e molto spendendo, perché viveva da gran signore. Nel 1848 fu deputato, fondò l’Arlecchino e fatto prigioniero, il 15 maggio, fa sul punto di essere fucilato. Fuggì in Inghilterra e ne tornò nel 1853, in seguito a premure del governo inglese, e si mise al lavoro por la concessione della ferrovia delle Puglie, che finalmente gli fu data.

Pubblico nel terzo volume il capitolato di concessione, che rivela tutta una miniera d’ingenuità, che allora teneva il campo in fatto di concessioni ferroviarie. Il Melisurgo era sicuro di raccogliere il capitale, preventivato in ventidue milioni di ducati, fra i proprietari delle cinque provincie, che la linea avrebbe attraversate o lambite. Ragionava cosi: le provincie interessato hanno una popolazione di circa tre milioni di abitanti: su questi ve ne sono non meno di cinquantacinquemila che “abbiano il potere di prestare ducati cento all'anno, versati in piccolissime rate, e pel solo giro di anni quattro; negare questo significa mentire a sé stessi; significa supporre che un paese eminentemente ricco di preziose produzioni, sia un deserto di steppe; significa ignorare la potenza metallica del nostro paese ch'è la prima fra le prime di Europa!”(((99))). Prendendo dunque ciascuno dei cinquantacinquemila quattro azioni di cento ducati, il capitale era bello e fatto, e di danaro forestiero nessun bisogno. A questo capitale si lasciava sperare un interesse massimo del dodici e un quarto percento, e ei garantiva l'interesse minimo del cinque.

Il Melisurgo chiudeva il suo programma con queste parole a sensazione: "Vi è da esitare? No, a meno che non vogliasi piegare la luce del giorno, e misconoscere il beneficio, che ci è dato di fruire! Vi è quindi a temer pericolo? Niuno. Io ho religiosamente adempito al dovere di onesto uomo, che ama anzitutto la gloria del sovrano, ed il bene del suo paese. Il pubblico corrisponderà a sì nobile incito. Alla prova dunque". E annunziava che la sottoscrizione si sarebbe aperta dal 30 maggio al giugno di quello stesso anno 1855. La cauzione di centomila ducati la trovò in Inghilterra.

Che delusione! Dei cinquantacinquemila cittadini, che dovevano formare il capitale, non se ne trovarono mille. Nessuno preferì investire la rendita, il cui saggio ben superava la pari, in azioni della società ferroviaria che prometteva di più. Dal carteggio dei Casanova balzan fuori rivelazioni piccanti a proposito degli azionisti. Il ricco duca di Casalaspro sottoscrisse per dieci azioni; il conte e la contessa di Conversano per quattro; per dodici Curtopassi; per venti Antonacci, che fu nominato della commissione di vigilanza, come si chiamava il consiglio di amministrazione; non sono rammentati i banchieri napoletani ed esteri. Chi si adoperò molto a raccogliere sottoscrizioni fu Francesco Paolo Martinelli di Monopoli, cognato dell’Antonacci, e gli altri due cognati residenti a Trani, Giuseppe e Vincenzo Beltrani, benché in quell'anno stesso i Beltrani avessero preso l'appalto del nuovo porto di Bari. Ci voleva ben altro! Visto l'insuccesso in Puglia, Melisurgo corse laggiù per rialzare il credito dell'impresa, ma non ebbe fortuna. Lecce promise un concorso di due milioni, per il prolungamento della linea da Brindisi al capoluogo. Melisurgo non si diè per vinto, ma tornato s Napoli, non nascose i suoi tristi presentimenti. Gli piovevano domande d'impieghi e di appalti assai più che non piovessero sottoscrizioni, onde Cesare Casanova poteva scrivere al cognato Antonacci, in data 7 luglio:... 'insomma in Napoli fino a che si è trattato di sottoscriversi, nessuno v'ha creduto, e tutti hanno gridato la croce a Melisurgo; ora che si vogliono impieghi, la strada è certa, e Melisurgo un eroe!...„ Ed in altra lettera del 27 luglio malinconicamente... 'E la strada? Ti dirò in confidenza che noi siamo sconfidati, e pare che a sconfidarsi incominci lo stesso Melisurgo. Anche voi in provincia, e siete forte più interessati, avete fatto un fiasco completo, e tu stesso lo confermi nella tua ultima a mammà. Dunque vergogniamoci tutti senza invidia l'uno dell'altro, e mettiamoci in testa che il vero ostacolo al meglio siamo noi stessi„.

Aveva ragione, ma in parte. Quelle provincie, e con esse tal il Regno, non erano economicamente in grado di realizzare il capitale necessario all'impresa. Povertà e avarizia, ma soprattutto diffidenza, giustificata un po’ dai patti del capitolato, dei quali basterà ricordare alcuni; il concorso del governo a forfait, e limitato a soli cent'ottantamila ducati per cinquant'anni, sopra una concessione che ne durava ottanta: somma data a titolo d'incoraggiamento, non come assicurazione degl'interessi del capitale, e da pagarsi per quote, a misura che procederebbe il lavoro per ogni miglio di strada; cauzione di trecentomila ducati, e trasporto gratuito delle truppe e loro bagagli. Si aggiunga, che la spesa preventivata a ventidue milioni di ducati pari a cento dieci milioni di lire per la costruzione a doppia rotaia, armamento ed esercizio di oltre quattrocento chilometri di strada, era fatto non sulla base di un piano generale e preciso dell'opera, nonché dei vari progetti d'arte, ma di uno studio di massima. Nel capitolato solo si conveniva che i capilinea sarebbero stati Napoli e Brindisi, e che la linea doveva passare per Avellino, Foggia, Barletta e Bari: e queste sei erano le stazioni di prima classe; non determinate definitivamente quelle di seconda e di terza. "Dallo stato enunciato dei lavori a cottimo„ sottoscritto dal Melisurgo, quale concessionario e intraprenditore, si rilevano alcune curiose notizie. La linea doveva distaccarsi da Sarno, e mercé una prima galleria penetrare nella valle di Monterò; e mercé una seconda sotto il monte Tappolo, toccare Avellino. E prolungandosi fra la consolare e il fiume Sabato, a destra di Pratola, pel vallone di Maretta doveva entrare nella valle del Calore, toccare Taurasi, Mirabella e Grottaminarda e sboccar, mercé un traforo, nella valle dell'Ufita; e attraversando il vallone di Stratola in vicinanza di Ariano, per un altro vallone detto di Vastavina, ed un altro non lungo traforo sbucare nella valle del Cervaro; e di là non discendere al ponte di Bovino, ma più ragionevolmente prendendo a sinistra, mediante una quinta galleria, raggiungere Troja. Da qui la linea, seguendo il suo andamento naturale, scenderebbe a Foggia, e poi via via a Cerignola, Barletta, Trani, Bisceglie, Molfetta, Giovinazzo, Bitonto, Modugno, Bari; e da Bari a Mola per Capurso e Noia; e da Mola per Conversano a Monopoli; e di qui, tenendosi sempre a destra, per Fasano, Ostuni e San Vito; e infine volgendo a sinistra, a Brindisi.

Linea nel suo complesso più razionale della presente, ma studiata sulle carte militari e con pochi rilievi di campagna, e che poteva dar luogo a molte sorprese sul passaggio dell'Appennino, tanto che rimaneva ancora da decidere, se, sboccata la linea nella valle del Cervaro, dovesse piegare per Troja, o proseguire lungo il Vallo, per il ponte di Bovino e Giardinetto.

L'impresa si obbligava a fornire le locomotive meglio conosciute e che dovranno consumare il fumo: locomotive in proporzione di una per ogni cinque miglia.

Nonostante l’impreveduto insuccesso dell'emissione, e delle pratiche che l'impresa tentava per avere il suolo gratuito. Melisurgo non si smarrì. Egli somigliava al Manzi, concessionario delle linee pontificie: lo stesso talento avventuroso e audace. Prese in fitto il palazzo Amato a porta Costantinopoli per sede della Società; e accreditò la voce che sarebbe venuto a dirigere i lavori nientemeno che l'architetto Brummel, l'audace autore del tunnel sotto il Tamigi; s'iniziarono non senza energia i lavori di dettaglio, che in provincia di Bari vennero affidati agl'ingegneri De Judioibus e Cafaro, sotto la direzione dell'architetto Sergio Pansini; cominciarono i primi piati contro i progettati esproprii, e fu fissata l'inaugurazione solenne dei lavori a Napoli, con l'intervento del re, e forse dell'imperatore d'Austria, per il giorno 12 gennaio 1856, compleanno del sovrano; e poi il 25 febbraio, e infine agli Il di marzo dello stesso anno. I Casanova sollecitavano il cognato Antonacoi a trovarsi a Napoli, per quel giorno, essendo egli membro, come si è detto, della commissione di vigilanza.

Quella di Napoli era formata, oltreché dall'Antonacoi, dal principe d'Ottajano, dal barone Stanislao Barracco, dal barone Luigi Compagna, da Carlo di Lorenzo, da Luigi Balsamo, da Gaetano Amato, da Francesco del Giudice, da Enrico Alvino e da Fausto Niccolini. Si avvicinava il gran giorno, e una deputazione andò a pregare il re di assistere alla inaugurazione, e con grande stupore il re rispose con un rifiuto, che doveva essere come il colpo di grazia dell'impresa. Nonostante, la cerimonia vi fu, ma riuscì un mezzo mortorio, a giudicarne della più che succinta, arida relazione del Giornale Ufficiale. Solo il Poliorama Pittoresco ne scrisse copiosamente; e si deve a quel giornale se si sa che la cerimonia si compi non a Samo, o a Brindisi ma sulla strada dell'Arenaccia presso la chiesa della Madonna delle Grazie, in un apposito recinto, con tutt'i particolari lirici e ingenui della cerimonia. (100) Monsignor Carbonelli, delegato dal cardinal arcivescovo, benedisse la prima pietra, che fu anche l'ultima. Incalzavano le cattive notizie. I sottoscrittori delle azioni ei rifiutavano a pagare le quote alle scadenze; e i primi a dame l'esempio furono quelli di Foggia, perché, cosa naturalissima, ma non abbastanza preveduta, essendo pugliese il Melisurgo, le maggiori avversioni contro di lui erano nelle Puglie, proprio là dov'egli contava raccogliere il maggior numero dei suoi cinquantacinquemila azionisti immagiuarii. L'invidia, piaga organica e incurabile della razza, ispirava quelle opposizioni. Come mai, si diceva, un ingegnere barese era improvvisamente salito così in alto, e divenuto uno dei maggiori personaggi del Regno? E qui dicerie calunniose da parte dei suoi conterranei, nel tempo stesso che cercavano di accapparrarsene il favore! In Corte seguitavano a chiamarlo il giacobino, insinuando sospetti e maligazioni e ricordando i fatti del 1848. Non è dunque maraviglia che, sul finire del 1856, della impresa sorta fra tante illusioni e poesie, non rimanesse più nulla, altro che una selva di piati giudiziari!, non ancora finiti, e nove fasci di scrittore relative e quell'affare nel grande archivio di Napoli Il Melisurgo era in buona fede. Egli si augurava che in ogni caso, quando tutto fosse andato a male, avrebbe aiutato il governo, ma s'ingannò. Fosse paura o pentimento, Ferdinando II fece decadere egualmente la concessione della ferrovia dell'Abruzzo, accordata al barone Panfilo de Riseis nell'anno istesso. Dietro al De Riseis si assicurava che fossero i banchieri Meuricoffre, Forquet, Giusso e Ugulden; e che Rothschild avesse accettato di entrare nella combinazione, anzi di essere il garante degli azionisti; che insomma si era assicurate tanto danaro, dicevasi, che la soscrizione si sarebbe fatta solo per formalità. Oltre alle casa bancarie su riferite, il concessionario De Riseis si aveva assicurato il concorso del principe di Torella, del barone Bonanni, del procuratore generale Falconi e anche di Alessandro Nunziante versata la cauzione in centomila ducati, e si spiegava il concorso del capitale estero col fatto, che la linea degli Abruzzi, da doversi allacciare sul Tronto alla pontificia, era considerata come complemento alla rete delle strade ferrate di Europa, mentre quella delle Puglie veniva ritenuta tutta napoletana e interna. Ebbene vi furono delusioni anche qui: i capitali esteri non si videro; Rothschild, Meuricoffre, Lafitte, Forquet, non comparvero; scomparvero il principe di Torella, Falconi e Bonanni, e si disse che fossero soli socii del De Kiseis il barone Corsi, Giovanni Cassitto, Raffaele Mezzanotte e don Antonio Monaco, i quali non avevano come il Melisurgo precedenti liberali, onde è da ritenere che Ferdinando II si spaventasse cosi dei prevedibili insuccessi fìnanziarii delle due concessioni, come delle conseguenze politiche. Non era avvenuto altrimenti per la costruzione delle strade provinciali in Sicilia, al tempo di Filangieri. E così le Paglie e gli Abruzzi seguitarono ad essere uniti a Napoli dalle sole strade consolari costruite da Giuseppe Bonaparte e da Murat, e non tutte sicure da banditi! Fu una delusione generale, ma il re non se ne afflisse, né di ferrovie si parlò più. Cadde anche in quell'anno stesso, mentre pareva assicurata, l'istituzione di una banca di assicurazione e di credito fondiario, messa avanti dal D'Ajout, sotto la direzione del signor Bidaut, che si diceva assai versato nella materia. Il credito fondiario si sarebbe fatto al sette e un quarto per cento, ammortizzando il capitale in quindici anni. Chi non vorrà migliorare i fondi con ei belle condizioni esclamava un noto giornalista. Ma il D'Ajout non ispirava più a Ferdinando II la fiducia di prima, e le parole dette dal re sul conto di lui al marchese Antonini nel 1852, e da questi riferite nel suo diario, ben lo rivelano. Si noti che tutto ciò avveniva nell'anno stesso del Congresso di Parigi e dell'attentato di Agesilao Milano. (101)

Ma per l'allargamento della "Telegrafia elettrico-magnetica„ di qua e di là dal Faro, le cose andarono altrimenti. Ferdinando II lo volle, e innanzi tutto fece redigere un regolamento per l'impianto e il servizio, nei primi mesi del 1858. Intanto è da sapere che in quel tempo le città marittime usavano il telegrafo ad asta, e i rari fili elettrici che univano la capitale a Caserta, a Capua ed a Gaeta, servivano, quasi esclusivamente, al governo ed alla Corte. Non sempre e non tutti quegli ufficii telegrafici erano aperti al servizio dei privati, anzi erano rarissimi. Ma nel 1858 le stazioni telegrafiche aumentarono rapidamente, e le limitazioni poste all'uso del pubblico non furono più rigorose. Il regolamento riparti il territorio delle provincie continentali in sette divisioni telegrafiche, suddividendo gli uffioii compresi in ciascuna di esse in tre classi. La prima divisione, da Napoli a Nola, comprendeva diciassette stazioni. Napoli ne contava tre: alla reggia, a San Giacomo ed alla ferrovia; due, Caserta, alla ferrovia e alla reggia; due, Capua: alla ferrovia e al gran quartiere. Appartenevano alla prima divisione le stazioni di Cancello, Maddaloni, Santamaria, Nola, Palma, Samo, Favorita, Castellammare, Quisisana e Ammiragliato; e vi si aggregarono, poiché la linea delle Puglie non era ancora compiuta, le stazioni di Avellino e di Ariano. La seconda divisione, da Capua a Terracina, contava gli ufficii di Terracina, Mola, Gaeta e Torre Orlando.

Cinque stazioni aveva la terza divisione, da Nocera a Potenza: Nocera, Cava, Salerno, Eboli e Cosenza; tre la quarta, da Eboli a Castrovillari: Sala, Lagonegro e Castrovillari; e tre la quinta, da Castrovillari a Paola: Spezzano Albanese, Cosenza e Paola.

La sesta divisione, da Paola a Pizzo, contava le stazioni di Nicastro, Tiriolo, Catanzaro e Pizzo; tre l'ultima, da Pizzo a Reggio: Monteleone, Palmi e Reggio. Di queste stazioni, otto appartenevano alla prima classe, dieci alla seconda e ventuno alla terza. Non era permesso ai privati di servirsi del telegrafo negli ufficii! di terza classe, effettuati quelli di Santamaria, Capua, Eboli, Ariano, Lagonegro, Rossano, Nicastro e Monteleone, La tassa minima era per venticinque parole e non progrediva parola per parola, ma da venticinque a cinquanta, e da cinquanta a cento.

Per l'indirizzo si concedevano cinque parole, che non venivano calcolate.

Il 26 gennaio 1868 venne inaugurato il telegrafo elettrico sottomarino tra Reggio e Messina, e il 27 fu messo a disposizione dei privati. Ecco in quali termini, quasi venti giorni dopo, la Verità, giornale del prete don Giuseppe Scioscia di Pescopagano, descriveva la cerimonia dell'inaugurazione: "L'elettrico libero si gittò forse nei giorni antichi su i campi or detti Reggiani e Messinesi, e li disgiunse fra loro, e fra loro sospinse le onde del Tirreno, che corsero ad abbracciarsi con quelle dell'Jonio.

Allora non era nata la scrittura, e la storia non ha potuto tramandare a noi ciò che i marmi inscritti non avevano rivelato a lei. Ora nuovo prodigio e faustissimo appare in que’ lidi.

Lo stesso elettrico, non già libero, ma schiavo della scienza, ricongiunge Reggio a Messina, Scilla a Cariddi, Cannitello ai Canzirri di Sicilia; sì che la parola va dall'una all'altra sponda più ratta del vento, anzi sulle ali del fulmine muove da ogni parte d'Europa a Napoli ed a Messina. Ciò si ottenne al grido mille volte ripetuto di Viva il Re, in sole due ore e mezzo del giorno 25 del p. p. gennaio, nel quale breve tempo felicemente fu immerso il filo elettrico nel Faro di Messina". E seguiva la gonfia prosa, che chiudeva con una più ampollosa epigrafe latina. La Verità era un foglio pugnacemente borbonico. Oltre a don Giuseppe Scioscia, vi scriveva quel canonico Caruso, odiato rettore del Collegio medico, il quale ne era pure l'amministratore.

Le inaugurazioni degli uffici telegrafici erano fatti con pompa. V'intervenivano le autorità civili, le religiose e le militari; il clero benediceva le macchine, mettendole sotto la protezione della Madonna o di un santo. Il primo telegramma era un doveroso evviva al re. Si sceglievano occasioni solenni per le inaugurazioni, come gli onomastici di principi della famiglia reale, o feste di Stato, o solennità religiose, e le cerimonie si somigliavano tutte. Il 19 agosto 1853 ebbero luogo le inaugurazioni degli ufficii telegrafici di Procida e Pozzuoli; il 10 novembre, di Otranto e di Trani; l’8 febbraio del 1859, di Molfetta e, nell'ottobre dello stesso anno, di Chieti e di Gallipoli, dove recitò un enfatico discorso il giovane sottintendente Andrea Calenda, poi prefetto del regno d'Italia e senatore. Quella di Molfetta io la ricordo. Venne fatta non nella cattedrale, ma nella parrocchia di San Gennaro, prossima all'ufficio telegrafico. Dal pergamo il giovane canonico Giovanni Panunzio, allora nei fiore di una vita che non ebbe mai posa, recitò un discorso che non ho dimenticato attraverso tanti anni: tutto fatto ad immagini e riboccante di fede nel progresso. Erano presentì il sindaco, i decurioni, il capo urbano don Giacinto Poli, il console austriaco Ignazio Fontana e il vescovo, monsignor Guida, circondato dal capitolo della cattedrale e da tutto il seminario, alunni e professori. Panunzio era uno di questi. La festa di Molfetta ebbe importanza speciale, perché il re e la Corte erano a Bari, dove, cinque giorni prima, venne celebrato il matrimonio del duca di Calabria; e Molfetta, che invano aveva atteso il re nell'andare, l'attendeva nel ritorno, per cui era stato costruito sulla spianata detta del Calvario, un arco trionfale che portava scritto sul frontone: Al Re Ferdinando II, la devota Molfetta.

I francobolli postali furono istituiti con un decreto del re, in data 9 luglio 1857, controfirmato da Troja e da Murena, decreto che imponeva l'obbligo di affrancare giornali e stampe, ma quanto alle lettere e ai plichi era in facoltà di chi li spediva piagare lui la spesa, applicandovi i francobolli, o farla pagare al destinatario, inviando la lettera o il plico senza affrancarli. (102) Il bollo si annullava con un timbro nero, che portava impressa la parola: annullato. Furono create sette specie di francobolli, da mezzo grano, da 1, da 2, da 6, da 10, da 20 e 60 grani. Nell'interno del Reame ogni lettera di un foglio era soggetta ad un bollo di due grani; ogni lettera, nella stessa città, ad un grano. Lo stesso decreto stabiliva pure le spedizioni postali per settimana nell'interno, e sei per Terracina, cioè Stato pontificio. Disponeva, infine, che oltre i procacci attuali (piéton) sarebbe stabilito un piéton en poste, che partirebbe una sola volta la settimana da Napoli a Lecce, da Napoli a Teramo, da Napoli a Campobasso e viceversa.

Prima di adottare definitivamente un tipo di francobollo, furono proposti varii disegni al Governo.. Uno dei primi disegni, che gli storici non sono riusciti a determinare se sia stato inciso a Napoli, da un tal Lefevre in Inghilterra, rappresenta la testa di Ferdinando II, che non si sa, se per caso o ad arte, l'incisore fece simigliantissima al profilo di Tiberio. Comunemente vi erano rappresentati i gigli, il cavallo e la Trinacria.

La prima emissione dei francobolli avvenne nel capodanno del 1858. Li incise Luigi Masin di Napoli, e li impresse a colore su carta filigranata Gennaro de Majo. Ma avevano una grandezza da 42 per 29 millimetri e durarono in uso sino al 1" aprile del 1861.

Per rispetto alla sacra immagine del Re, il timbro d'annullamento si metteva sulla parte del francobollo, dove si vedeva rappresentata la Sicilia. Erano di vario colore, però esclusi il verde e il rosso, perché potevano prestarsi a combinazioni e manifestazioni politiche, secondo una lettera ufficiale del ministro delle finanze al luogotenente di Sicilia in data 23 novembre 1857.

E il 28 febbraio 1868, Ferdinando II, con decreto datato da Gaeta, approvò i tipi di francobolli anche per la Sicilia, e l'effigie di lui fu incisa mirabilmente dall'Aloysio Iuvara.

Molte notizie sulla istituzione dei francobolli e più sul servizio postale nel Regno furono raccolte da Enrico Melillo in un volume, che vide la luce undici anni fa. (103) Sono molto curiose e alcune interessanti sui viaggi, gl'itinerarii e le fermate. Con l'ordinanza del 19 gennaio 1868, si stabili il nuovo orario, indicando le ore da impiegare per le sei linee principali, cioè Puglie, Calabrie, Abruzzi, Molise, Sora e Terracina. Il cammino di Puglia doveva compiersi in cinquanta ore all'andata o cinquantadue al ritorno; quello di Calabria in ottanta, di Abruzzo in ventotto, di Molise in tredici, di Sora in quindici e di Terracina in quattordici. Ed era il modo più celere e più comodo di viaggiare! La posta partiva tre volte la settimana e solo per Terracina, cioè per Roma, sei volte. Le partenze del sabato da Napoli avevano luogo alle due dopo la mezzanotte, per dare il tempo ai corrieri e ai passeggieri di assistere alla messa nella cappella del Palazzo Gravina. Vi erano anche linee minori o traverse, ma poche, le quali completavano la rete principale, che darò invariata sino a dopo il 1860.

Nell'interno delle province la posta penetrava faticosamente, e non eran pochi i comuni, che la ricevevano una volta la settimana, se pure. Non vi erano ufficii postali, e io ricordo che il cancelliere del comune distribuiva le lettere e le ritirava. Non è da paragonarsi il servizio di allora a questo di oggi, divenuto cosi vario e complesso. Oggi la posta è anche banca di circolazione, di risparmio e di riscossione, com'è ridicolo anche il ricordo di quei famosi procaccia settimanali sulle grandi linee, paragonati al presente servizio ferroviario. È quasi da non credersi poi come nel 1856, quando l'officina di Napoli, (si chiamava cosi l'ufficio centrale) passò dal piccolo palazzo di via Porto, al palazzo Gravina, molti facessero le maraviglie, e per qualche tempo fossero frequenti i disguidi delle corrispondenze, per effetto del passaggio. Altri tempi!


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CAPITOLO XIII

SOMMARIO: Lo scritto di Antonio Scialoja — Impressione profonda a Napoli e la Corte — Il re n'è particolarmente irritato — Scialoja non disse tatto circa i soprusi della polizia — Il re impotente a porvi riparo — Volle far confutare lo scritto — I sette campioni — Agostino Magliani e Nicola Rocco — come entrò l'opuscolo nel Regno — La spedizione di Sapri — Un recente libro — Pisacane e Falcone si suicidarono? — Polemiche postume e accuse atroci — Spedizione voluta da Mazzini — Un'opinione ingiustificata — Alcuni particolari del processo — I titoli cavallereschi — L'ordine del Bagno e i varii ordini equestri — Un epigramma — Gli ordini preferiti del re — I cavalieri nelle province.

A rompere il silenzio, anzi a sciogliere addirittura le lingue, venne lo scritto di Antonio Scialoja sui bilanci napoletani e sardi. Lo Scialoja non si limitò a confrontare meccanicamente le entrate e le uscite, quali apparivano dai bilanci dei due paesi, ma le sottopose ad una critica acuta e spietata, la quale, riducendo le cifre al loro giusto valore, rendeva eloquenti i confronti, mostrando la superiorità dello Stato sardo sul napoletano. Esaminate le entrate, egli le paragonava con le spese, e suddistingueudo queste, secondo i varii rami della pubblica amministrazione, ne traeva argomento a considerazioni e rivelazioni gravi, le quali, prese insieme, illustravano tutta la vita economica e politica dei due Stati.

Fu un nuovo e inaspettato fulmine per Ferdinando II, e un risveglio per i sudditi. L'opuscolo, scritto con chiarezza e vivacità, come lo Scialoja soleva, si legge anche oggi con interesse.

Non ingiurie, né tirate rettoriche, ma un sottile e fine umorismo brilla in quelle pagine. Il dispotismo cieco di Ferdinando II, nonché dai confronti e dall'eloquenza delle cifre, è flagellato dall'ironia dello stile. Non mancano gli aneddoti. Parlando dell'andata di Ferdinando IV al congresso di Laybach, Scialoja ricordava che un bello spirito presente alla cerimonia, in cui Ferdinando giurò la Costituzione in San Lorenzo, ricavò dall'iscrizione dell'altare, che diceva altare privilegiatum questo anagramma: mal giura patti re vile. Ventisette anni dopo, il 24 febbraio 1848, Ferdinando II compì la stessa funzione in San Francesco di Paola. Vi assisteva Ibrahim Pascià, il quale, uscendo di chiesa, fè dire dal suo interpetre ad una persona ragguardevole, che gli era stata presentata: "Prendete le vostre precauzioni; il re non manterrà il giuramento". Richiesto del motivo di questa sua profezia, rispose d'aver notato che il re teneva un anello in un dito della mano destra, da lui spiegata sopra il Vangelo, e gli orientali credono che chi giura, tenendo in dito un anello, diventa spergiuro.

Riconoscendo lo Scialoja che nel Napoletano i tributi, ragguagliati alla popolazione, davano una quota di ventuna lira per abitante, e nel Piemonte di lire 26,60, faceva un trionfale e quasi ispirato confronto fra l'alta posizione morale e politica del Piemonte, e il grado d'inferiorità in cui era il regno di Napoli. Scialoja dichiarava di prescindere dalle taglie arbitrarie, che gli ufficiali e gli agenti della polizia potevano, per via di fatto, imporre e riscuotere a lor talento: strani tributi, che furono la caratteristica del Reame negli ultimi anni, e che il governo consentiva o tollerava. Erano in molti casi più molesti della imposte, ma bisognava pagarli a propria difesa. Il re, ch'era onesto personalmente e parsimoniosa, come si è veduto, la famiglia sua, più che non convenisse al suo grado, avrebbe desiderato che l'amministrazione dello Stato fosse rigida, ma la corruttela regnava intorno a lui ed egli lasciava correre, vendicandosi coi motteggi, e dei proprii istinti morali facendosi un titolo di superiorità agli occhi dei sudditi e dei governi stranieri.

Egli veramente non si sentiva la forza di frenare la degenerata corruzione di alcuni pubblici uffici; né forse era possibile, con una polizia irresponsabile e agenti reclutati negli infimi fondi sociali; con le tendenze dei sudditi, educati alla massima che col danaro si riesce a tatto, e in paese dove tutto è eccessivo, dove manca la coscienza del diritto, dove si avvicendano le più nobili aspirazioni del viver libero coi raffinamenti e ie goffaggini della servitù, e dove mancavano coraggiosi cittadini, perché mancavano le condizioni adatte a formarli.

Fra le amministrazioni più corrotte e corruttibili, primeggiavano, oltre la polizia, le amministrazioni provinciali, i cui infimi impiegati requisivano nei comuni sempre a titolo gratuito ogni sorta di commestibili, fin il sale; le dogane, gli uffici delle contribuzioni dirette, dei ponti e strade, delle acque e foreste. Ai funzionari! di queste amministrazioni, quando si presentavano nei comuni per ispezioni o verifiche, si era soliti regalare collettivamente un cosi detto caffè, cioè qualche diecina di ducati, per evitare angherie e soprusi, o per ottenere che ad angherie e soprusi si mettesse fine, o per crearne altri a danno dei nemici.

Ferdinando II poteva decretare che si gettasse un velo sulle nudità delle statue nei musei, e che le ballerine in teatro fossero coperte di maglie lunghe e dai colori meno atti ad eccitare i sensi, ma non impedire che gli eccessi del suo governo divenissero fonte inesauribile d'illeciti guadagni, rappresentanti un sistema tributario non contemplato dalle leggi. Innumerevoli sarebbero gli aneddoti a tal riguardo. Passaporti, licenze e permessi in genere, attendibili e studenti: ecco la materia imponibile. Udite questa, ch’è caratteristica. Gli studenti di Calabria e di Basilicata prendevano la ferrovia a Nocera, nella cui stazione, andando a Napoli, i viaggiatori dovevano passare per una porta, innanzi alla quale era piantato un feroce che, sapendo appena sillabare, doveva far l'esame dei passaporti. Chi era avvezzo a simili controlli, insieme al passaporto metteva cinque grana o un carlino nelle mani del birre, il quale, senza aprire la carta, dichiarava tutto in regola. Ma chi non conosceva l'uso, andava soggetto a un comicissimo e implacabile sindacato. Il birro fingeva di leggere, ma squadrava con aria indagatrice lo studente e poi, puntando l'indice della mano destra sul passaporto, gli diceva: "questo non è il vostro naso„; e poi: "questi non sono i vostri occhi„, e cosi continuava minacciando, finché quello, comprendendo il latino, non lasciava scivolare la mancia nelle mani del feroce che, ripiegato il passaporto, lo rimetteva al titolare con la parole: "passate, tutto è in regola". I brigadieri di gendarmeria erano nei comuni veri tiranneili, e se il loro zelo non veniva temperato dalla onestà del giudice regio, ai soprusi non c'era freno, o si liquidavano a Buon di pecunia, con la nota formula di far accettare un caffè, con offerte di caciocavalli e di altri frutti di dispensa, come erano chiamati in genere i prodotti del caseificio.

Scialoja non aveva detto tutto, perché di questi e di altri aneddoti sulle industrie arcane della polizia, non vi è quasi motto nei suo scritto; ma quel che disse parve cosi grave al re e al governo paurosi di ogni pubblicità, da costringerli a far scendere in campo nove campioni a confutarlo, nonostante che il Canofari consigliasse di lasciar cadere in oblio il libello com'egli lo chiamava, e assicurando che il governo piemontese non aveva avuto mano alla pubblicazione di esso, ma pur notando che non gli era dispiaciuto. Ma Ferdinando II, natura puntigliosa, e che aveva per lo Scialoja una marcata antipatia per i fatti del 1848, volle le confutazioni, le quali vennero scritte da funzionari pubblici. Monsignor Salzano, che rispose per la parte ecclesiastica, era consultore di Stato; Federico del Re, consigliere alla Corte dei conti; Agostino Magliani era stato promosso nel maggio di quell'anno, da capo di sezione nella tesoreria a ufficiale di ripartimento nel ministero delle finanze, e promosso nello stesso mese Niccola Rocco a sostituto procuratore generale della Gran Corte civile. Il Del Re fu ministro dell'interno e polizia nel primo ministero costituzionale di Francesco II, dal 25 giugno al 15 luglio, e il Magliani ministro delle finanze per una diecina d'anni, dopo il non glorioso avvento del partito di sinistra al governo d'Italia. Questi furono i principali polemisti. Gli altri cinque avevano uffici più umili, anzi l'avvocato Francesco Durelli non ne aveva alcuno. Don Girolamo Scalamandrè era ufficiale di carico alle finanze ed aveva studio privato di giurisprudenza; Ciro Scotti e Alfonso Maria de Niquesa, piccoli impiegati, e don Pasquale Caruso era l'inviso rettore del collegio medico, la cui scolaresca gli si sollevò contro, come vedremo, nel 1859. Scesero in campo, armati di rettorios, di cavilli e di contumelie, accusando lo Scialoja di denigratore della propria patria e di malafede, e chiamandolo ignorante e ribelle, e assalendo con ingiurie il governo sardo, ritenuto complice dello scritto.

La più calma delle risposte fu quella di Del Re e la più abile la scrisse il Magliani; la più serena, ma la più comica nella forma, Niccola Rocco; le più ingiuriose furono le risposte dei due ecclesiastici; insignificanti le altre.

L'argomento principe di tutte le confutazioni consisteva in ciò] che essendo minime le imposte, la prosperità economica del Regno era grandissima, deducendola dall'alto tasso della rendita pubblica, dalle manifatture di Sarno, di Sora e di San Leucio, dai minuscoli tronchi di ferrovia, e dalla sicurezza che godeva il Regno, dopo che Ferdinando II aveva domata la rivoluzione, rimesso in onore il culto, allargati i privilegi del clero, ed associata la religione ad ogni progresso civile. Don Niccola Rocco, che più si tenne lontano dalla politica, scriveva nel suo speciale idioma: "i commerzi (sic), li intemi e l'esterni, e le arti e le manifatture, le speculazioni industriali e mercantili d'ogni guisa si posero tutte quante in movimento,,, e conchiudeva che sarebbe stata gloria incontrastabile di Ferdinando II d'aver "con fermezza d'animo equale (sic) alla civil sapienza ricongiunte queste due cose, che in tempi più oscuri si credeano dissociabili, cioè la prosperità delle finanze e il benessere del civil concetto,,. Caruso ripubblicò nella Rondinella tutte queste risposte, ma lo scritto di Scialoja lasciò un gran segno e andò a ruba, anzi se ne fece un'edizione a Napoli, in tutto simile, da non distinguersi, a quella di Torino. La polizia operò perquisizioni nelle stamperie e nelle librerie, ma non riusci a scoprir nulla. Le prime copie dello scritto entrarono a Napoli per mezzo della legazione sarda. Gropello con la consueta diplomatica abilità trovò modo di diffonderle. Egli era personalmente amico di Scialoja, e tramite fra loro era Giuseppe Fiorelli. I primi a leggere quello scritto furono gli amici del conte di Siracusa, lui compreso. Altre copie entrarono per mazzo del consolato di Francia, perché i signori Àchard, suoceri e cognati dello Scialoja, avevano conservata la cittadinanza francese, e mercé quel consolato corrispondevano con lui. Per queste circostanze affatto speciali, lo Scialoja era quello fra gli emigrati di maggior conto, che conservava i maggiori contatti con la parte più eletta dei liberali di Napoli.

La spedizione di Sapri turbò forse meno i sonni del re. Gli effetti dei due avvenimenti nello stesso anno furono ben diversi, e quelli della spedizione assai men duraturi. Il Cagliari, partito la sera del 25 giugno 1857, da Genova, giunse nella rada di Ponza il 27; la sera del 28 avvenne lo sbarco a Sapri; il 30, la banda era a Padula, e il mattino del 2 luglio succedeva l'eccidio di Sanza, nel quale cadeva il Pisacane, che si diè volontariamente la morte, secondo afferma il Bilotti, quando, ferito gravemente, vide che non vi era più scampo per lai. (104) Si sarebbe suicidato anche il povero Falcone, per non cadere nelle mani delle guardie urbane, divenute bestie inferocite. Uno dei protagonisti della sanguinosa repressione fu il maggiore di gendarmeria De Liguoro, che godeva particolare fiducia di Ferdinando II, fino a sprezzare apertamente l'autorità dell’intendente Ajossa. Nella repressione gli urbani fecero man bassa sull'oro, sulle armi e sugli oggetti che caddero sotto le loro mani, spogliandone tutti i caduti, nonché i prigionieri. Il governo, nonostante gli ordini e i richiami, non venne in possesso che di poche armi di nessun conto. In meno di una settimana la tragedia fu compiuta, e compiuto il processo in sei mesi. Questo cominciò alla fine del gennaio 1858 a Salerno, e per il numero degli imputati, le sedute si tennero nel locale di San Domenico. Presidente della Corte fu Domenico Dalia, che si mostrò mite; procuratore generale, il Pacifico, zelantissimo, anzi fanatico che, dopo l'interrogatorio dei principali arrestati, si recò a Gaeta, chiamatovi dal re. Ogni mattina gli imputati erano tradotti dalle carceri alla Corte, in mezzo a grande apparato di forza. Qualunque segno di pietà verso di loro sarebbe stato delitto. A Filippo Moscati che, giovanissimo, assisteva alle sedute, un ufficiale dei cacciatori proibì di ricomparirvi, perché fu visto dare qualche moneta ai detenuti più poveri.

AI dibattimento assistettero i consoli d'Austria, di Francia, del Piemonte e dell'Inghilterra, anzi quest'ultimo fece dichiarare fuori causa, per difetto di mente, due inglesi implicati nel processo, i quali ebbero per difensore il giovane avvocato Diego Tajani. Gli altri difensori furono Francesco La Francesca, Raffaele Carelli, Edoardo Petrelli. La difesa più coraggiosa la fece il La Francesca, il quale dicendo ad un punto, "il massacro di Sapri, che, per ischerno, dicesi conflitto„, fu interrotto dal tenente colonnello del 6° cacciatori, Ghio, il quale ad alta voce esclamò: "Mo le farria zumpà a capa pe l'aria a stu f...„ (105) — Il processo si chiuse con sette condanne a morte e nove all'ergastolo. Tra i condannati a morte fu il Nicotera.

Pochi giorni prima dello sbarco di Sapri, il comitato liberale, che poi si chiamò dell'ordine, voleva organizzare una piccola dimostrazione in piazza San Ferdinando, vicino alla reggia.

Alla riunione in casa di Gennaro de Filippo intervenne anche Giuseppe Fanelli, mazziniano e capo dei pochi mazziniani di Napoli; vi fu ammesso per insistenza di Giuseppe Lazzaro, cognato suo. Si trovò presente anche Teodoro Pateras, il quale era staio a Venezia nel 1843, e tornato a Napoli, aveva aperto un piccolo negozio di abiti manifatturati, tra il vico D'Afflitto e il vico Conte di Mola, a Toledo. Era anch'egli mazziniano. Il Fanelli pregò, scongiurò di non tentar nulla prima di altri cinque o sei giorni, perché stava per compiersi un fatto rivoluzionario dalla maggior gravità, senz'accennar quale, Egli era a conoscenza di tutto e amicissimo di Carlo Pisacane, che esponendosi a gravi pericoli, era andato, com'è noto, a Napoli, dimostrandosi deciso a compiere l'impresa a qualunque costo. Sembra che A Napoli ne il Fanelli, né il Patera, ne gli altri amici lo sconsigliassero, anzi avrebbero dichiarato di aiutarlo cosi in provincia di Salerno, come in Basilicata.

Di vivaci e violenti polemiche, e di atroci accuse di tradimento e di codardia fa cagione questo infelice tentativo di Sapri, dopo che il Nicotera e i suoi compagni di spedizione, fatti prigionieri a Sanza, e condannati a gravi pene, uscirono dalle galere. Il Fanelli e il Pateras furono fatti segno delle maggiori accuse, come quelli che, avvenuto lo sbarco, nulla fecero di quanto avrebbero promesso al Pisacane. Invece dai documenti, pubblicati dal Bilotti nel suo recente lavoro, risulta che il Fanelli fece per iscritto, dopo che il Pisacane fu partito da Napoli, quanto era in poter suo per distoglierlo; ma il Pisacane e il Mazzini non vollero sentir ragione e la spedizione fu decisa. Doveva farne parte Rosolino Pilo con altri audaci, ma, per un fatale contrattempo, il loro imbarco non poté avvenire. Le cause dell'insuccesso sono rivelate ampiamente dal Bilotti, che studiò sulle carte esistenti nell'archivio di Salerno, e ha pubblicato documenti interessanti e copiosi, onde è più manifesta l'impreparazione e tutta la serie di equivoci e di contraddizioni, di pentimenti e di rimorsi, di quella tragica impresa.

Però qualche giudizio di lui non ha base di verità, per non dirlo gratuitamente odioso. Mentre i mazziniani di Genova e di Napoli, di Basilicata e di Salerno si ballottavano a vicenda di essere stati la cagione dell'eccidio, e si coprivano di contumelie, il Bilotti trova partigiano l'onesto libro di Giacomo Racioppi sull'argomento, e attribuisce l'insuccesso del Pisacane... ai moderati, sui quali ricade, dice, la maggiore responsabilità delle vittime del 1857! Pare dimentichi quanto egli stesso ha scritto; dimentica che quella fu impresa schiettamente mazziniana, ideata e attuata contro la nuova fede di quasi tutto il partito liberale d'Italia, che raccoglieva le sue speranze nel Piemonte e nella monarchia di Savoia. Di quei casi scrisse con copia di documenti e onestà di storico, otto anni dopo, il Racioppi, e poi il Lacava, l'Albini e altri, mentre i fogli del tempo si limitarono a riprodurre le monche notizie del Giornale Ufficiale che non pubblicò neppure i nomi dei capi dell’impresa, solo constatando, con volgare soddisfazione, che 30 morti eran restati sul terreno a Sanza, fra i quali il loro capo e attribuendo il merito della repressione alle guardie urbane e ad una parte del 14° cacciatori, che avevano mandato in fumo l'abominevole tentativo, diretto a disturbare la quiete di popolazioni pacifiche, devote ed amanti del nostro adorato Sovrano. Affermava che “dappertutto et benediva la mano saggia, ferma, energica e paterna del re N. S.”

Delle condanne di morte nessuna fu eseguita e la storia, severa con Ferdinando II, deve registrarlo; ma il re fu largo di pensioni, di croci, di premi a "quella scalza e miserabile genia di Sanza, alla quale fu detto che gli sbarcati di Sapri avevano le tasche pesanti di oro, e che, nemici del re, questi avrebbe pagato ogni capo quant'oro pesasse. Prova e ricordo il teschio reciso di Costabile Carducci!„ Sono parole sdegnose del Racioppi. L'intendente Ajossa ebbe un'alta decorazione, e fai anche decorati quasi tutti gl'impiegati dell'Intendenza, quali Alfonso della Corte, che fu poi maestro di ballo nel Convitto nazionale di Salerno. Oltre che a Sanza, le elargizioni reali si estesero ad altri comuni dei circondarli di Sala, Vallo e Campagna.

Tutti ignobilmente chiedevano! Ai militari soltanto furono concesse, fra insegne cavalleresche, medaglie d'oro e d'argento, ben censessanta onorificenze; e chi volesse saperne di più e conoscere tutti i beneficii concessi dal re, comprese le piccole largizioni quasi elemosine, e i nomi dei beneficati, che mettevano innanzi una specie di diritto, legga la cronaca di monsignor Del Pozzo, la voluminosa cronistoria della rivoluzione in Basilicata di Michele Lacava. (106) Questi è severissimo col Pateras, al quale attribuisce principalmente la causa del disastro; e il Bilotti, di accordo col Lacava, afferma, che se non si hanno prove per chiamarlo traditore, egli "non può sottrarsi a quella di vigliaccheria, per lo meno all'altra di mancato sentimento di solidarietà verso gli amici p. Ritengo ben esagerato questo giudizio.

La non eseguita missione del Pateras non fu che un altro degli effetti della impreparazione dell'impresa, la quale iniziata a Genova, fra le impazienze e le imprudenze dei mazziniani, e le illusioni del Pisacane, si compi tragicamente a Padula e a Sanza, lasciando l'esempio di una delle più eroiche follie umane. Pisacane parti votato alla morte, e il Nicotera e il Falcone con lui: i tre soli della spedizione, che avessero una fede e un ideale politico.

Enrico Cosenz non volle saperne, pur essendo amicissimo del Pisacane, né altri emigrati od uomini d'arme di qualche notorietà vollero far parte della impresa. Nicotera aveva ventinove anni, e Falcone ventitré. Gli altri, che partirono sul Cagliari, erano animati da spirito di avventura, più che da un ideale politico; il grosso della banda si formò a Ponza, con la liberazione dei prigionieri politici e comuni, e questi in maggior numero A Genova era notorio che Pisacane si sarebbe impadronito del vapore lungo il tragitto, e sarebbe sbarcato a Sapri; notorie le varie fasi dell’impresa, e molte le spie, onde il console di Napoli Garron, zelantissimo, ne informava il suo governo, e il Bilotti dà il sunto di molti di quei dispacci, ma per errata trascrizione battezza il Garron per Garrone. A Genova era preveduto l'insuccesso; preveduto dallo stesso Mazzini, che li spinse al sacrificio, come aveva spinto, tredici anni prima, i Bandiera e i loro compagni! Ma Sapri e Sanza oscurarono la fama di Pizzo.

Mezzo secolo di maggior imbestiamento morale non poteva non produrre i suoi frutti gloriosi! A Padula e a Sanza il macello fu maggiore...

Il Regno contava cinque ordini cavallereschi. Avrebbe dovuto tenere il primo posto l’Ordine di San Gennaro, istituito da Carlo m nel 1738, ma, fin dall'aprile del 1800, tornato Ferdinando I dal primo esilio, fondò 1’Ordine di San Ferdinando del Merito, che divenne l'onorificenza tenuta in maggior pregio e che più raramente si concedesse. Gli altri tre Ordini erano: il Costantiniano, antichissimo e quelli di San Giorgio della Riunione e di Francesco I, istituiti dopo la seconda restaurazione, quando si volle cancellare ogni traccia di quel decennio francese, il quale, se fosse durato, avrebbe fatta la fortuna del Segno. All'unico Ordine delle Due Sicilie, istituito da Murat, se ne vollero sostituire due: uno per il merito militare e fu quello di San Giorgio, l'altro per i meriti civili e fu quello dì Francesco I. Gli ordini cavallereschi dipendevano dalla presidenza del Consiglio dei ministri, che inviava ai nuovi cavalieri i diplomi, le cedole e i rescritti, e aveva pure un deposito di decorazioni.

Il cortese don Gaetano Piccioli, ufficiale di ripartimento, un addetto a questo servizio. Per mezzo della presidenza si concedevano gli exequatur per l'uso delle decorazioni straniere, si otteneva il conferimento, l'affitto e l'amministrazione delle commenda Costantiniane e le pensioni nell'ordine di San Giorgio.

Però la nomina cavalleresca dipendeva solo dal Re; l'ufficio del presidente del Consiglio si limitava a proporre, e non in tutti i oasi, i nomi de’ meritevoli. E il re non era punto largo nelle nomine, anzi vi fu sempre da parte sua tanta parsimonia nel conferirle, quanta è ridicola, per non dir peggio, la prodigalità di oggi. Non si poteva aspirare nella gerarchia burocratica ad una croce di cavaliere, se non s'era pervenuti almeno al posto di ufficiale di ripartimento o di intendente; raro il caso che si decorasse un sottintendente. Oggi non vi è capodivisione o prefetto, che non sia due volte commendatore, e vi ha funzionarli, anche minuscoli, il cui petto sembra trasformato in una vetrina di chincagliere, nei balli di Corte e nei ricevimenti ufficiali.

Ferdinando II teneva in gran pregio i suoi Ordini, e nel conferirli badava anche a certe apparenze esteriori. Gli fu proposto di concedere la croce di San Gennaro al marchese Onorato Caracciolo di Santeramo, un nobile signore e un brav'uomo che aveva la passione dei cavalli, per i quali spendeva molto e passava buona parte del giorno nelle scuderie. Vestiva dimesso, anzi affermavano i maligni, che la nettezza della persona non fosse la cara principale di lui. Proposta la nomina al re, questi riconobbe che il marchese aveva i titoli per ottenerla, "ma sapete, aggiunse ridendo, quale sarebbe la decorazione più adatta per lui” L'ordine del Regno ma io non l’ho e non posso darglielo,,. Altro che regno occorrerebbe oggi per tanti nuovi decorati, i cui maggiori titoli sono le trappolerie elettorali. Vuolsi però che il marchese non avesse la croce, perché mancò alla consuetudine di partecipare la morte del padre suo, Carlo, al re e chiedere, come capo della famiglia, la medesima decorazione. (107)

Per il merito civile e letterario c'era l'ordine di Francesco I; quello di San Gennaro non serviva, di regola, che per riconoscere i gradi più alti della nobiltà; era quasi ereditario nelle grandi famiglie e veniva anche conferito ai presidenti del Consiglio dei ministri, solo essendosi fatta eccezione per i ministeri costituzionali. Gli altri tre Ordini erano affatto militari, ma, alle volte, in ricompensa di lunghi o di speciali servigi prestati nelle amministrazioni dello Stato, un alto funzionario poteva essere insignito anche della croce Costantiniana, ma Agostino Magliani, promosso nel 1867 ufficiale di ripartimento, o capodivisione, non ebbe la croce di Francesco I, neppure dopo la risposta fatta a Scialoja e molto se ne afflisse. Il re decorava sempre di mala voglia i suoi impiegati. alla morte di un cavaliere di San Gennaro, il figlio primogenito restituiva le insegne, e nello stesso tempo faceva chiedere al re che l'onorificenza venisse a lui concessa. Il re quasi sempre vi consentiva. Nel 1849 mori il vecchio barone Barracco, e il figlio primogenito Alfonso, uomo di spiriti liberali, come tutti di una famiglia, restituì le insegne del padre e non le chiese per sé.

Altrettanto aveva fatto, qualche anno prima, il marchese della Sambuca, quando morì il vecchio principe di Camporeale, padre e avo del presente principe.

L'origine dell'ordine Costantiniano, il più antico di tutti si faceva risalire all'imperatore Costantino. Ferdinando II, nel riordinarlo, commise un errore di araldica, poiché, invece dì porre come distintivo dei cavalieri grancroce nella placca che portavano sul petto, una croce rossa in campo bianco, vi pose una croce rossa in campo d'oro. Si disse lo facesse per distinguerli dai cavalieri semplici, che portavano, come essi, la placca, ma d'argento. La verità è che i grancroce desideravano la placca iu brillanti e furono assai dolenti della risoluzione del sovrano, sia perché esteticamente sembrava più bella la placca d'argento, sia perché credettero ferito il loro orgoglio, modificandosi quel segno, che loro ricordava la origine dalle crociate. I principali doveri dei decorati in ciascun Ordine erano la fedeltà e l'obbedienza al re e la difesa della religione cattolica. Per appartenere agli ordini di San Gennaro e di San Ferdinando si richiedevano quattro quarti di nobiltà, a meno che il favore del re non supplisse al difetto del quarto o del mezzo quarto. Per gli altri occorrevano benemerenze civili o militari, secondo i casi. L'ordine di San Gennaro era l'unico, che avesse solo il grado di cavaliere.

Erano cavalieri di San Gennaro i tre primi figli del re i suoi fratelli, e fra i grandi signori dell'aristocrazia, il principe di Bisignano, il duca d'Ascoli, il principe di Satriano, il principe di Campofranco, il duca di Bovino, il principe di Cassaro, il principe di Torella, il principe d’Ischitella, il cardinal arcivescovo Riario Sforza, il principe di Castelcicala e pochi altri: insomma il fior fiore del patriziato. I signori napoletani tenevano molto alla fascia di San Gennaro, a quest'Ordine e a quello di San Ferdinando era congiunto ordinariamente l'ufficio di maggiordomo o gentiluomo di camera. Essere maggiordomi o gentiluomini di camera con esercizio, significava stare dappresso al re e alla regina, nella reggia e dovunque. I gentiluomini servivano la persona del re, i maggiordomi la persona della regina. Ogni giorno un gentiluomo e un maggiordomo, in mezzo tenuta e per turno, erano nell'anticamera del sovrano per i ricevimenti o gli accompagnamenti; al teatro il gentiluomo portava l'occhialino del re, il maggiordomo l'occhialino e il fazzoletto della regina: l'uno e l'altro stavano nel palco reale, in piedi, dietro i sovrani. Benché negli ultimi dieci anni la famiglia reale vivesse quasi di continuo tra Caserta e Gaeta, i gentiluomini e i maggiordomi crebbero anche di numero.

Fuori del Regno erano insigniti dell'ordine di San Gennaro l'imperatore d'Austria e l'imperatore del Brasile, i re di Spagna, di Danimarca, di Prussia, del Belgio, di Baviera e il granduca di Toscana. Vittorio Emanuele non l'aveva, ma l'avevano in Piemonte il marchese Seyssel d'Aix, il conte Filiberto di Collobiano, Il conte Solaro della Margherita e il conte Ermolao Asinari di San Marzano. L'ordine di San Ferdinando e del Merito aveva il minor numero d'insigniti, sebbene si distinguesse in cavalieri grancroee, commendatori e cavalieri. Grancroci nel Regno erano pochissimi; ricordo i principi di Campofranco e di Cassaro, il marchese di Pietracatella e Carlo Filangieri, al quale il re mandò le sue stesse insegne nell'ottobre 1848, appena ricevuto il dispaccio che gli annunziava la presa di Messina, con le famose parole: Messina ai piedi del suo re. Erano commendatori il marchese Del Carretto, il principe d’Ischitella, il maresciallo Lecca e pochi altri; e figuravano tra i cavalieri, fin dal 1860, Ferdinando Bosco, allora capitano; il maggiore Ghio, che si sbandò nel 1860 in Calabria; i marescialli di campo Vial e De Sauget; i colonnelli Pìanell e Afan de Rivera, i quali ultimi anzi ebbero la croce di cavalieri nel 1848. Della grancrooe di San Ferdinando erano insigniti imperatori, re e principi di case regnanti e uomini politici celebri: ricordo Vittorio Emanuele e l'imperatore Napoleone, tra i primi; il cardinale Antonelli, Thiers, Guizot e Metternich, tra i secondi; Napoleone III l'aveva in gran pregio, e quando indossava la divisa militare, era ben difficile che fra le sue tante decorazioni estere non figurasse la fascia di San Ferdinando.

Nell'ordine Costantiniano si distinguevano i grancroci, i cavalieri di giustizia, che dovevano essere nobili per quattro quarti; i cavalieri donatori, che al momento dell'ammissione donavano all'Ordine parte dei loro beni; i cavalieri di grazia, per i quali la nobiltà era supplita dal merito; i cappellani onorarii e gli scudieri. Un gran priore e un vice gran priore presedevano alle chiese dell'Ordine e alla direzione spirituale dei cavalieri. Era gran priore monsignor Naselli; presidente della deputazione, il marchese di Pescara; notaio dell'Ordine, lo scudiero Ruo. Si contava un inquisitore Costantiniano per ogni delle Provincie. Nel Principato Ulteriore erano inquisitori Crescenzo Capozzi, padre di Michele, già deputato di Atripalda, e don Guglielmo de Cesare, abate di Montevergine; a Bari, don Giustino Assenzio; a Lecce, don Pasquale Romano; a Lucera, don Ferdinando Nocelli, e in Abruzzo, il barone Panfilo de Riseis, lo stesso che fu concessionario della ferrovia degli Abruzzi, e padre di Luigi e di Giuseppe. Erano grancroci i pii alti patrizi del Regno, e due diplomatici, il principe di Petrulla e il conte Luigi Grifeo; e destò acerbe critiche la nomina del marchese Del Carretto, la cui antica nobiltà non pareva dimostrabile. Ma l'esattezza storica vuole si dica, che questi Del Carretto provengono dalla nobile casa, che fin dal secolo decimo era feudataria di terre nel Genovesato e in Piemonte. D ramo di Napoli venne di Spagna ai tempi di Carlo III. Però il maresciallo quasi sdegnava di ricordare l'origine della sua stirpe, avendo l'ambizione di credersene lui il fondatore, onde non è maraviglia se, quando ebbe la croce costantiniana, i rigoristi, come ho detto, brontolassero non credendo abbastanza dimostrata l'antica nobiltà di lui. Il barone Ciccarelli era cavaliere di giustizia, e cavalieri di grazia, Giuseppe Sorugli, monsignor Celestino Code e quel Giulio Gondon, che aveva risposto a Gladstone.

Nell'ordine di San Giorgio della Riunione si distinguevano anche gli stessi gradi. Gran Conestabile n'era il duca di Calabria; gran maresciallo, il general Selvaggi; segretario, il brigadier Francesco Ferrari; aiutante del segretario, Giacomo Plunkett, nuziale del ministero della guerra. Le liste dei cavalieri di diritto e di grazia erano più lunghe che negli altri Ordini, non raggiungevano la lunghezza di quelle di Francesco I, ch'era l'Ordine più numeroso con tre soli gradi: grancroci, commendatori e cavalieri. Ne era presidente il retrammiraglio Sozi Carafa; segretario ed archivista, don Raffaele Mozzillo. Quest'Ordine teneva l'ultimo posto, ma tuttavia non ne erano facili le concessioni, e se qualcuna non garbava, piovevano gli epigrammi. Ancora si ricorda l'epigramma, cui che luogo l'onorificenza di cavaliere concessa a un Persico, la cui famiglia aveva il maggior negozio di biancheria che fosse allora a Napoli.

Non bottega, ma negozio a un primo piano di via Toledo; negozio, al quale il neo cavaliere era estraneo, perché conduceva vita affatto mondana. Ai suoi pranzi, rinomati per lo sfarzo e la squisitezza dei cibi, erano invitati personaggi di alto rango. Smaniava di essere cavaliere, e tanto si adoperarono i suoi amici, che gli ottennero la croce di Francesco I che che a don Michele d’Ureo l'occasione di ano dei suoi più fortunati epigrammi:

La croce han data a Persico,

Perché ciascun discopra

Che il re, nel dare i titoli,

La mezza canna adopra.

A nessuno verrebbe oggi in mente di ridere e far ridere sugli abusi degli ordini cavallereschi, divenuti spicciola moneta elettorale, tanto questo abuso è degenerato in ignobile profanazione. Vittorio Emanuele diceva che una croce di cavaliere e un sigaro non si negano mai a nessuno, ma era ben lontano dall’immaginare che in pochi anni, lui morto, si sarebbe persa ogni misura. Ferdinando II era più logico e meno scettico, però, con lui era più facile che una croce fosse data a qualunque ignoto, che non a uomini di vero merito; anzi qui si rivelava la sua indomata avversione per i pennaruli. Negli elenchi dei cavalieri di Francesco I abbondano i funzionari civili, né scarseggiano vescovi e parroci; ma è ben raro il caso di incontrarvi uomini di scienza e di lettere, o artisti di fama. Durante il breve periodo costituzionale del 1848 ebbero la croce di Francesco I Mercadante e Tito Angelini; l'ebbe nel 1853 il celebre incisore messinese Aloysio Iuvara, e se Michele Tenore, Vincenzo Flauti e pochi altri valorosi erano appena cavalieri, la loro nomina rimontava al 1829, cioè all’ultimo anno di regno di Francesco I, o a prima del 1848. Nelle ultime liste abbondano invece i nomi di ricchi proprietari di provincia, la cui devozione alla persona di Ferdinando II si credeva a tutta prova. (108) Invano si cercherebbero nelle liste dei cinque Ordini nomi di uomini illustri nelle scienze o nelle lettere. Carlo Troja non fu insignito mai di alcun Ordine, ma suo fratello Ferdinando ne aveva due. Nel 1850 il re diè la croce di Francesco I al pittore Smargiassi e al poeta Bisazza, e nel 1858 a Pietro Ramaglia e a Ferdinando Bocce.

Se i cavalieri nelle gale e nelle feste di Corte avessero continuato ad indossare anche nel secolo XIX le ricchissime divise de’ varii Ordini, la Corte napoletana sarebbe stata la più splendida del mondo. I cavalieri di San Gennaro, vestiti di drappo d'argento con bottoni d'oro, con cappello nero a piume rosse, calze bianche con fiori d'oro e scarpe nere, un manto color porpora con gigli d'oro e una collana d'oro al collo; i cavalieri di San Ferdinando, vestiti di drappo d'oro, con calze bianche e fiori d'oro, cappello orlato d'oro e manto azzurro a ricami d'oro; i cavalieri Costantiniani, in seta bianca e celeste, con calze bianche e scarpe anche bianche con lacci celesti, e cappello di velluto rosso, sul quale spiccava una croce col motto: in hoc signo vinces, e sopra l'abito un manto di raso celeste, avrebbero formato tale un insieme di pompa e di splendore attorno alla famiglia reale, da far credere ad una resurrezione della corte Spagnola ai tempi di Carlo V. Ma da molti anni la divisa era stata smessa, ed usavano solo una placca o una fascia, secondo i gradi. Ferdinando II nelle grandi occasioni portava il Toson d'oro, la fascia di San Ferdinando e al lato sinistro del petto le placche dei suoi cinque Ordini. Ordinariamente sull'uniforme portava il crachat di San Ferdinando, che visibilmente preferiva alle altre onorificenze sue. Egli stesso, a rendere ancora più rigorosa la concessione degli ordini cavallereschi di San Gennaro e San Ferdinando, aveva istituita e poi riordinata la real commissione dei titoli di nobiltà, nominandone presidente il marchese Imperiale di Francavilla; vicepresidente il principe di Luperano, che aveva per moglie la figlia del maresciallo Iourdan, donna d’ingegno e colta; e consiglieri ordinarli, fra gli altri, i principi di Sant'Antimo, di Belmonte, di Ottajano e di Scaletta, il duca di Cajanello e il conte di Montesantangelo; e fra i consiglieri supplenti, il duca della Regina e il duca di Cassano. A questa commissione erano deferiti tutti i casi, nei quali si trattasse di passaggio o di trasmissione dei titoli nobiliari; essa aveva il diritto di ricercare la legittima investitura dei titoli, di cui alcuno facesse uso, e nessuno poteva usare titolo di sorta, se prima la commissione non ne avesse dichiarata la legittimità, e il re non avesse dato il sovrano beneplacito. Questa commissione riusciva ad impedire la ciarlatanesca pompa di titoli nobiliari fittizi, che oggi fa degno riscontro col triste abuso dei titoli cavallereschi.


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CAPITOLO XIV

SOMMARIO: Il Banco di Napoli e il ano ordinamento — Le tre cause e i ire marchese che ne erano a capo — Le fedi di credito — Avere il notaro in saccoccia Il reggente Ciccarelli fanatico della nobiltà — La tribù del Banco — L'odio di Ferdinando II per le cambiali — Una succursale a Bari — Don Antonio Monaco e don Andrea de Bona — Gli stipendi a gli abusi di allora — Bovine nei nuovi tempi — Provvedimenti diversi — Fortunato provvedimento fa la scelta dell’uomo — La Zecca annessa al Banco — Distrutta senza ragione — La Borsa e i maggiori agenti di cambio — La Camera consultiva di Commercio — I deputati della Borsa e i sensali — Giuseppe Aspantini e i suoi socii d’imprese teatrali Le divise estere — Olii e grani — Case d'ordini — Bocca e Minasi-Arlotta — Perfetti e De Martino — Come si giocava alla Borsa — I sensali dei principali negozianti — Federigo Pavoncelli — Movimento al molo piccolo — I negozianti di tessuti e di coloniali — La via dei mercanti — La politica commerciale dei re — Lo concessioni industriali di quegli anni e l'Istituto d'incoraggiamento — Fiero e mercati Il re conoscitore di cavalli — Dialogo con Vincenzo Buonfiglio — Il re al ponte Farnese — Una sua esclamazione — Le Società Economiche e loro benemerenze — Non potevano fare di più — Sol Liri, sull'Irno e sul Sebeto — Povertà industriale del Regno — Un lavoro sul taglio dell'istmo di Suez — Considerazioni malinconiche.

Il Banco di Napoli dipendeva dal ministero delle finanze. Eugenio Tortora ha scritto due grossi volumi, narrandone la storia e le vicende dal 1539, in cui si apri la prima cassa pubblica in via della Selice, all'ultimo riordinamento del 1863, fatto dal Minghetti, ministro delle finanze e dal Manna, ministro del commercio. Negli anni, dei quali parlo il Banco era in Napoli diviso in tre casse: la prima cassa di corte, con sede nell'edificio di San Giacomo; la seconda cassa di corte, allo Spirito Santo, e la cassa detta dei privati, posta dove prima era il banco della Pietà.

Il direttore generale si chiamava reggente e presedeva il Consiglio della reggenza, formato da lui, dai presidenti delle tre casse, dal segretario generale e dal razionale contabile. Questo Consiglio si occupava degli affari interni del Banco; nominava e destituiva gli impiegati; provvedeva ai posti vacanti, nonché al servino delle casse e all'amministrazione del patrimonio. Il reggente aveva poteri molto estesi e corrispondeva col ministro delle finanze, con i capi delle pubbliche amministrazioni e con tutte le autorità. Ogni cassa aveva un proprio presidente, due governatori e parecchi cassieri, meno la prima cassa di corte, con un solo governatore. L'archivio generale era tenuto da un governatore e da un archivista. La cassa di sconto, istituita nel 1818 da Ferdinando I, aveva una commissione omonima, il cui ufficio era di esaminare gli effetti che si presentavano, composto da sei deputati, dal segretario generale, dal cassiere generale, da un tesoriere, da un sindaco o censore, che allora si chiamava "controllo immediato al tesoriere„; e da due agenti di cambio.

Tale fu l'organizzazione interna del Banco dal 1816, quando il Medici lo riordinò, sino al 1863.

Alla prima cassa di corte si scontavano gli effetti commercoiali e si pegnoravano gli effetti pubblici. Nel 1858 Ferdinando II autorizzò il Banco a fare ai negozianti prestiti di somme garantite dalle merci depositate nei magazzini della dogana, con cambiali a tre firme e a cinque mesi; ma l'utile riforma non fu mai tradotta in atto, e se ne attribuì il motivo allo scarso successo delle operazioni di pegno sopra alcune speciali marcanzie, che si depositavano nei locali dell'antica posta, in via di Porto, sul principio. Nella seconda cassa di corte si pegnoravano gli oggetti preziosi e alla Pietà si ricevevano i pegni dei poveri Ufficio precipuo del Banco era l'emissione delle cosi dette fedi di credito, trasferibili per girata e rimborsabili a vista, le quali facilitavano notevolmente i contratti privati. Imperooché, potendosi nella girata inserire un intero contratto, che avesse una relazione qualunque con il pagamento, per cui si cedeva la fede, ne derivava che essa era usata in tutti i contratti, specialmente come quietanza e nei casi, nei quali la legge richiedeva quale formalità. Si risparmiava tempo e denaro. A Napoli non vi era contratto di affitto, ricevuta di pagamento, compra o vendita di mobili, che non si scrivesse su fedi di credito o su polizze notate, con le quali si disponeva delle somme depositate al Banco.

Proprietari e commercianti erano provveduti di piccole polizze, sulle quali sì distendeva qualunque atto, tanto più che fedi e polizze potevano farsi anche per soli dieci grani. Con tale sistema, potendo ciascuno, come disse lo Scialoja, avere gratuitamente il notaio in saccoccia, la tassa di registro e bollo nel Regno rendeva pochissimo. Vero è, che, anche senza le fedi di credito e le polizia notate, il suo reddito sarebbe stato meschino per l'esiguità delle tariffe. La carta da bollo non costava che tre, sei o dodici grani al massimo, e l'avevano introdotta i francesi.

Reggente del Banco era il barone Francesco Ciccarelli, che occupava quel posto sin dal 1842, e vi rimase fino al 1860.

Tanti anni di reggenza lo avevano reso espertissimo nelle cose del Banco. Aveva una debolezza per i titoli nobiliari, e da Pio IX, fuggiasco a Gaeta, ottenne il titolo di marchese di Cesavolpe. Nel 1860 la segreteria della Dittatura lo destituì, nominando in sua vece Giuseppe Libertini. Al Libertini successe Michele Avitabile, il cui marchesato fu posto in dubbio dal Settembrini in una celebre polemica seguita da un processo, nel quale l'Avitabile dimostrò che il titolo di marchese era stato concesso alla sua famiglia da Carlo III. A Napoli tutti lo chiamavano marchese, ed egli se ne compiaceva. Era vivacissimo e non senza talento. Circa tre anni durò l'Avitabile in quell'ufficio, e nel 1863, per un enorme errore in cui cadde e che tutti ricordano, fu dal ministro Manna dispensato dal servizio e venne eletto deputato a Sansevero, andando naturalmente a sedere a sinistra.

Ma negli ultimi anni del Regno era reggente, ripeto, il vecchio Ciccarelli e funzionava da segretario generale don Giovannino de Marco, famoso per la sua inesauribile partenopea parlantina.

Razionale ed agente contabile era Giovanni Amatrice. Al Banco c'era una tribù di Amatrice, anzi c'erano varie tribù: gli Aulisio, i Salerno, i Gambardella, i Capasso, i Ferraiolo, i Nappa, i Marino, poiché gl'impieghi andavano di padre in figlio, e non vi erano ammessi che i figli o i nipoti degl'impiegati. Altra tribù caratteristica era quella dei D'Amore, che avevano l'ufficio di archivisti da quasi un secolo. Era forse una necessità, perché, essendo l'archivista responsabile di ciascuna carta ed immenso l'archivio, solo i figli o gli stretti parenti potevano succedere nella responsabilità di un archivista morto o collocato in riposo.

In quegli anni era archivista don Raimondo d'Amore, ricordato con simpatia per le sue facili irritazioni e i molti bernoccoli sulla testa.

A presidenti delle tre casse si sceglievano ordinariamente gentiluomini, che non avessero assoluto bisogno dello stipendio perché questo non era alto. Negli ultimi anni tre marchesi presedevano alle tre casse: il marchese Serra di Rivadebro alla prima, di marchese Sersale alla seconda e il marchese De Bisogno alla terza. Governatore della prima cassa di corte era Natale Sorvillo, reputato e ricco uomo, che teneva banco per suo conto ed era comproprietario delle cartiere meridionali ad Isola del Liri. Razionale era Bartolomeo Fiorentino. Il barone Carbonelli e Niccola Buonanno coprivano il posto di governatori alla seconda cassa di corte. A quella dei privati erano governatori il marchese Santasilia e il barone Marinelli; razionale, Francesco Soiotta. Governatore dell'archivio era don Antonio Degni, uno degli avvocati più reputati d'allora. Appartenevano alla commissione di sconto banchieri o rappresentanti di ditte di prim'ordine: Giacomo Forquet, socio dell'antica ditta Forquet e Giusso, di origine genovese; Gaetano Cavassa, Niccoli Buono, commerciante di grani all’ingrosso, e la cui ditta ancora esiste; Gioacchino Ricciardi e Francesco Stella, negoziante di telerie. Tesoriere della cassa di sconto era di nome il marchesino Pasquale del Garretto, morto quasi in miseria, perché il vecchio marchese, sia detto a suo onore, non lasciò nessun patrimonio; e venuto il nuovo ordine politico, il figlio perde l'impiego al Banco ed anche l'altro, più lucroso, di percettore del quartiere San Ferdinando, conferitogli come regalo di battesimo dal re. L'uno e l'altro impiego non esercitò mai di persona, perché non ne era capace. Aveva sposata nel 1859 l'unica figliuola di Niccola e Teresa Spada possidenti molto ricchi di Spinazzola, e la giovane marchesa del Carretto, già nota noi mondo delle strenue come Mariannina Spada, seguitò a scrivere graziosi versi.

Il banco di Napoli non aveva succursali nelle provincie. Ogni tentativo d'istituirle riuscì vano, perché il re non volle mai saperne, anzi fu detto che nell'ultimo viaggio investisse una deputazione di cittadini di Reggio, i quali andarono a domandargli una succursale del Banco, con queste parole: "andate, volete rovinarvi con le cambiali; voi non siete commercianti; coi non capite niente„. Fin dai suoi tempi, il Medici intendeva aprirle in ogni provincia, ma né egli, né i suoi successori vi riuscirono mai né miglior sorte ebbero i tentativi del D'Andrea e del Murena, quando il Banco aveva trenta milioni di ducati nel suo tesoro, e più di cinquanta milioni di titoli in circolazione. I municipii e alcuni intendenti insistevano, ma senza frutto. In quasi mezzo secolo, dal 1816 al 1860, non vennero istituite che due casse di corte a Palermo e a Messina, nel 1843, le quali, più tardi, con decreto 13 agosto 1850, quando la Sicilia acquistò l'autonomia amministrativa, furono staccate da Napoli e formarono il Banco regio de’ reali dominii al di là del Faro, e poi l'attuale Banco di Sicilia. Una sede fu aperta a Bari nel 1857. Chieti e Reggio non ebbero che una promessa nei primi mesi del 1860. Al re bastava che la circolazione delle fedi di credito fosse in tutto il Regno favorita dagli agenti finanziarii del governo, i quali, non solo le accettavano in pagamento delle imposte, ma le cambiavano con valuta metallica, e talvolta pagavano anche un aggio per averle, quando occorreva loro di far versamenti alla tesoreria centrale di Napoli. In tal modo risparmiavano le spese ed evitavano i pericoli dei trasporti di moneta. Eppure, nonostante che la tesoreria, la cassa del re, le province, i comuni, i luoghi pii ed ogni altra pubblica amministrazione, i banchieri, i commercianti e tutti usassero largamente delle fedi di credito, il servizio d'emissione e quelli più importanti di anticipazione e di sconti esistevano solo Napoli. Ferdinando II faceva mostra di provvedere di tanto in tanto con decreti da burla, ai bisogni del commercio, dell'industria e dell'agricoltura. Dico da burla, perché rimanevano ineseguiti. Dei suoi ultimi consiglieri, il Murena e il Bianchini si sarebbero spinti più innanzi, ma non osavano far cosa che il re non volesse; e il re, temendo sempre che dalle novità economiche si scivolasse nelle politiche, consentiva i decreti ma poi se ne pentiva e quelli rimanevano lettera morta. Senza avere alcuna cultura bancaria, intuiva gli effetti dell'abuso del credito. In lui la perspicuità meridionale teneva il posto della scienza, e la risposta data alla deputazione di Reggio lo rivela; ma al solito, non distinguendo perché incolto, confondeva, in un solo biasimo, uso ed abuso.

Dopo tutto però, non fu certo un gran male che mancassero banche popolari o elettorali, germinate dal Banco, imposture dei nuovi tempi e che furono cancrene dell'istituto e della pubblica economia. Anzi c'era un bene: le cambiali servivano esclusivamente al commercio, e le ammissioni allo sconto erano severissime, come si può vedere dai regolamenti.

Dal 1818 al 1861, cioè in quarantaquattro anni, sopra operazioni di sconto e di pegno, che giunsero a settecentododioi milioni di ducati, pari a tre miliardi di lire italiane, cioè in media circa sessantanove milioni all'anno, le perdite o sofferenze, come si dice oggi, per cambiali inesigibili, nonché le restituzioni di somme indebitamente riscosse e tutte le spese, delle quali non si voleva con chiarezza specificare l'indole, chiamate spese considerevoli, ascesero a 649,375 ducati, cioè, in media, a poco pia di 60000 lire all'anno. Bisognerebbe consultare il periodo dal 1861 ad oggi, per constatare la differenza spaventosa tra le perdite di allora e le presenti! Allora però contro i debitori morosi si propendeva con l'arresto personale, nel carcere della Concordia.

I beni dei debitori morosi, perché era rigorosamente proibito al Banco di possedere immobili, si vendevano all'asta pubblica, ma non si potrebbe affermare che fossero sempre aggiudicati a prezzo giusto. La piaga degl'imbrogli nelle vendite giudiziari è antica nel paese. Molte case furono acquistate a vil prezzo da don Antonio Monaco, divenuto, da scrivano pubblico, uomo denaroso e amico del reggente. Il Monaco, che fu anche impresario del San Carlo, lasciò un cospicuo patrimonio, rappresentato quasi interamente da circa cento palazze 'e case. (109)

Parecchie case le acquistò pure don Andrea de Rosa, ricco assuntore di opere pubbliche, che comprò e ricostruì il gran palazzo al Mercatello, che porta il suo nome. Sul conto del De Rosa correvano parecchie dicerie. Egli era di Afragola e da giovine aveva fatto il pettinatore di canapa.

Si disse che dovesse la rapida fortuna alla bellezza della sua persona, che lo fece entrare nelle grazie di una principessa, la quale aveva autorità in Corte, e per cui ottenne importanti appalti, che in poco tempo lo fecero arricchire. Divenne poi barone, benché fosse quasi analfabeta. Di lui si raccontava ancora che, dovendo riscuotere una forte somma dal governo, e non potendo ottenerla per l'opposizione del ministro competente, ricorse, dopo altre molte astuzie, a quella di far trovare nella scuderia del ministro una pariglia di cavalli, mentre un'altra pariglia mandò a regalare al re.

Gli stipendii degli impiegati erano modesti. I presidenti delle tre casse non avevano che 480 ducati all'anno; i governatori 240 e il reggente, mille, meno di quanto prende ora un direttore di succursale o un ispettore. Si cominciava, dopo l'alunnato gratuito, con sedici o venti carlini al mese e occorrevano vent'anni di servizio, per arrivare a venti ducati. E di qui abusi senza fine. Si tolleravano le assenze; si permetteva dì cumulare col proprio ufficio quello di un compagno e si perdonavano debiti e indellcatezze. Udite, come ne parla il Tortora: 'i più svelti esercitavano la professione di avvocato, di medico, di notaio, altri facevano i sensali; alcuni giunsero a stabilire il domicilio lontano da Napoli, conservando l'impiego, ed una parte di quelli che venivano in ufficio, o si faceva pagare dai compagni inassistenti, e raggranellava cosi il necessario per vivere, o si aiutava con le mance e con le indelicatezze. L'ordinamento difettoso degli ufficii, le strane formalità e soprattutto la conoscenza personale degl’individui, con garanzia delle firme, che richiedevasi anche quando non occorresse, facilitavano queste porcherie. Chi non sapeva perfettamente come fossero congegnate le scritture, e distribuite le funzioni fra varie centinaia d’impiegati, si trovava nella materiale impossibilità di sbrigare qualsivoglia faccenda, e non bastava tale cognizione, perché gli affari del Banco si facevano tutti con carte nominative, le quali dovevano essere firmate da persone di fiducia. La fiducia si meritava, sia con le relazioni personali, sia mediante compenso. Era naturale che l'ufficio di sensale, col suo lucro, toccasse agl'impiegati stessi, che erano pagati cosi male, ovvero ad individui che spartivano con essi il provento. Dopo tutto ciò, et operavano le promozioni col solo requisito dell'anzianità, mettendosi a capo degli uffizii persone notoriamente disadatte, per vecchiaia o insufficienza. A questo quadro è inutile aggiungere alcuna cornice.

Molti erano davvero questi inconvenienti, ma non tali, in verità, da intaccare il patrimonio dell'istituto, del quale ami l'aumento fa costante. Banco schiettamente napoletano, aveva fini più modesti di oggi, che, divenuto istituto di emissione e di credito fondiario, apri sedi non solamente in quasi tutte le provincie continentali dell'antico Regno, ma nelle principali città d'Italia. Governato da un numeroso Consiglio, o meglio da una folla di provenienza elettiva, subì per un pezzo le vicende parlamentari, onde le crisi frequenti dei suoi direttori, e le lotte palesi ed occulte fra il direttore di nomina regia e il Consiglio, le inframmettenze del governo, ora provvide e ora nefaste, e la crescente prevalenza di elementi estranei alle provincie napoletane. E da questo Consiglio venivano fuori i delegati delle sedi, i consiglieri di amministrazione, i censori o sindaci: uffici variamente retribuiti, ma retribuiti tutti. Si può immaginare quale spettacolo di avidità e di volgarità presentasse questo Consiglio nella rinnovazione delle cariche, e quali influenze esercitassero questi consiglieri sugli sconti e sulle operazioni nelle rispettive sedi, alla loro vigilanza commesse! Ne feci parte per sei mesi e posso ben provare quello che affermo. Una legge aveva escluso dal Consiglio i membri del Parlamento: si credette cosi di epurarlo, ma il livello morale del consesso discese ancora più baso. (110)

Il reggente del banco delle Due Sicilie era contemporaneamente direttore della Zecca, o amministratore delle monete, ufficio che dipendeva anche dal ministero delle finanze e aveva sede in Sant'Agostino. Oltre alle officine di monetazione, c'era la raffineria chimica dell'oro; c'erano gabinetti d’incisione e di garentia, mangani ed argani per i fili d'argento e d'argento dorato. Altri gabinetti di garentia erano nei capoluoghi di provincia. Funzionava da segretario generale di quell'amministrazione Marcello Firrao e n'era razionale il Caropreso, consigliere alla Corte dei Conti. La zecca di Napoli, che aveva pare l'ufficio di fissare il valore delle monete estere, continuò a lavorare mediocremente fino al 1870, ma con la soppressione di quelle di Firenze e di Torino, fu chiusa anch'essa. Da allora non si è mai saputo dove sia andato a finire il suo immenso materiale, e quella stupenda collezione di conii, alla quale lavorarono, negli ultimi anni, due incisori di prim'ordine: l'Arnaud e il Piranesi. Quella Zecca, cui fu annessa nel giugno del 1868 una scuola per l'incisione in acciaio, era forse la prima d'Italia, anche per valore tecnico. Bellissime davvero le monete di argento e di rame. II Regno aveva un regime monetario mono-metallico a base d'argento. Monete d'argento e fedi del Banco formavano questo regime, e le fedi del Banco anche all'estero eran tenute in conto di valuta di prim'ordine. Dopo che nel 1835 Ferdinando II fece coniare la bellissima moneta d'oro di trenta ducati, divenuta preziosa per la purezza della lega e il valore intrinseco, monete d'oro non se ne coniarono sino al 1860. E oggi non esiste più neppure la Zecca, che dava da vivere a tanta gente, e non avrebbe dovuto davvero andar travolta in quel grande vortice di distrazione, che segnalò il nuovo regime, ferì e spostò tanti interessi e creò tanto malcontento.

Nella Borsa si accentrava il movimento economico del Regno. Primeggiava tra i valori, la rendita, vera preoccupazione di Stato, e vanità della Corte e d'ogni napoletano. Le contrattazioni passavano per le mani di agenti di cambio di gran credito. Del Pozzo, Marruoco, Spasiano e Zingaropoli erano fra i più rinomati, per la lunga ed onesta carriera e per le ricchezze accumulate e il gran credito; e Diego Bonghi, zio di Ruggero Bonghi, Lorenzo Schioppo e Tommaso Giusti, anch'essi d’incontestabile rispettabilità. E v'erano anche i deputati di Borsa, incaricati ad assistere e vigilare alla fissazione del corso dei cambii, dei fondi pubblici, ed altri valori, nonché di quello del prezzo corrente dei granì, olii ed avene. Fra questi deputati di Borsa, scelti fra i negozianti di maggior reputazione, figuravano Luigi Giusso padre di Girolamo, Natale Sorvillo, Giacomo Forquet, Nicola Buonocore Costantino Volpicelli e Antonio Montuoro,

Esercitavano il servizio per turno, di mesi, di giorni, di ore. Ed erano assistiti dagli agenti sindaci, e dai sensali sindaci: affisso nei locali della Borsa vi era pure un calendario della Borsa, approvato ogni anno dal ministro delle finanze. Questa organizzazione garantiva il pubblico meglio che non lo sia ora. Non solo i deputati, ma i sensali sindaci e gli agenti sensali erano persone circondate dalla pubblica stima. I sensali avevano studio, come si diceva, al Molopiecolo, alla gran dogana, al Piliero e alla Marinella, Né bisogna dimentioare che esisteva anche "una Camera consultiva di commercio” della quale era presidente l'intendente della provincia, e componenti moltissimi commercianti. Basterà ricordare il Giusso e il Sorvillo suddetti, Gabriele Consiglio, padre del presente senatore, Francesco Forquet, Nicola Fenizio, Pietro Volpicelli e Federigo Ricciardi. Era pure riconosciuta con nomina regolare la classe degli spedizionieri detti regi, e contava tra essi quel Giuseppe Raspantini, che più tardi fu impresario del San Carlo, uomo simpatico, generoso e fertile d'iniziative; che guadagnò molto e dette fondo a tutto. Era cognato di Adamo Alberti, e nella prima impresa del San Carlo, dopo il 1880, ebbe per socii Giuseppe Pavoncelli, Federico Stolte e Giovanni Wonviller, tutti e quattro corteggiatori non sfortunati di cantanti e ballerine del gran teatro, più che non fossero impresarii fortunati. Vi rimisero l'osso del collo. Ma fu a quella impresa che Napoli dovette il Ballo in maschera con la Lotti, Aldighieri e Tiberini e la bellissima Saroltha, della quale gl'impresari erano innamorati tutti e quattro, ciascuno vantando la preferenza sul cuore della bella ungherese. Nella rendita negoziavano banchieri come Rothschild, Forquet, Meuricoffre e Sorvillo, allora uniti, Gunderschein e altri. Tutte le divise estere, delle quali il paese abbisognava, erano per questi e per altri banchieri minori, lavoro attivo proficuo, ed ogni ramo del commercio di esportazione trovi presso di loro a collocare le sue tratte, con facile metodo. Perciò la Borsa era frequentata da quanti avevano veramente interessi traffici, nella navigazione e nell'impiego di capitali. Per parecchie ore, ma più dalle 2 alle 4 pomeridiane, era affollata a febbrilmente agitata; ed era ritenuta una delle più attive ed importanti d'Europa, anche perché l'uso di vendere merce di raccolti ancora in erba aveva dato vita ad un gran giuoco; ed attorno alle compre ed alle vendite di genere elettivo, si giocava e si scommetteva a rialzo o al ribasso, dando luogo a differenze di prezzo, liquidate mese per mese da appositi agenti o sensali, come oggi si usa per i fondi pubblici ed i valori.

Due sale attigue alla Borsa, a sinistra del gran portone del palazzo di San Giacomo, dalla parte del largo dei Castello, erano riservate alla contrattazione della rendita pubblica, nelle ore in cui la Borsa stava chiusa. Le riunioni per le contrattazioni dei grani e degli olii, nelle prime ore del mattino e nella sera, si tenevano da molti anni nel primo caffè a due porte, accosto a un estaminet con sale di bigliardo, dirimpetto al Castelnuovo, All'angolo opposto del teatro "Sebeto„. Questo estaminet era condotto da uno svizzero. Sentita la necessità di un locale più adatto, Salvatore Ferrara e Michelangelo Tancredi, seniore, regio agente di cambii e trasferimenti, tolsero in fitto, verso il 1834, presso lo Spedaletto, la vastissima sala dell'antico sedile de’ nobili di Porto, detta poi Sala dì San Giuseppe, per la vicina chiesa omonima. Nell'alta volta di quella sala era dipinto ano stupendo affresco rappresentante il martirio di San Gennaro, e su una parte dell'area fu poi edificato il presente albergo di Ginevra, già palazzo di monsignor Cocle. La Sala di San Giuseppe fu decorata con busti e con ornamenti in legno, e non mancavano gabinetti per la lettura dei giornali francesi e inglesi. Dopo qualche anno, avendo il Ferrara e il Tancredi subite gravi perdite, cedettero il locale ad altri. I negozianti veri, i cosidetti speculatori, cioè scommettitori a scadenza, che giocavano sul vuoto, i sensali patentati, e i moltissimi non patentati, detti marroni, quando non intervenivano alla Borsa a San Giacomo, si riunivano in quella sala, ove trattavasi quasi esclusivamente di grani e di olii, esclusa la rendita.

Gli olii ed i grani si contrattavano alla Borsa, in un modo tale, che si adattava meravigliosamente alla condizione economica delle provincie napoletane. Case di commercio, fornite di grandi capitali, avevano vasti magazzini in alcune città della costa, dove si raccoglievano le mercanzie, e mettevano questi magazzini a disposizione di proprietarii, che avessero voluto depositarvi le loro merci, con facoltà di ottenere anticipazioni di danaro, e stabilirne a loro beneplacito lo ammontare in qualunque tempo: la qual cosa era facile, poiché ogni giorno il listino della Borsa segnava il valore delle derrate.

Grandi masse si formavano, con tal metodo, atte ad alimentare il grande commercio, e che ricevevano incremento dai quotidiani acquisti, che ogni Casa faceva, di generi provenienti dall'interno del paese, i quali trovavano in tal modo prezzo sicuro, senza correre il rischio di costoso viaggio, per raggiungere il mercato di consumo. Manfredonia e Barletta erano le maggiori piazze di deposito e dal porto di Manfredonia partivano quei grani duri da far paste, cosi rinomati, prima che le terre nere di Russia ne producessero tanti, da non farne più sentire il bisogno nel mondo.

Gioia Tauro, in Calabria, e Gallipoli, in Puglia, raccoglievano gli olii, dividendoli ne' due distinti tipi, de' quali si compone la produzione napoletana. L'uno e l'altro erano grandemente richiesti in Russia; e, mentre per ardere era preferito quello calabrese; l'Inghilterra, il Belgio e la Francia, per lubrificare macchine, o lavar lana, preferivano il pugliese, il quale, grazie ai progressi tecnici introdotti dal Ravanas, era divenuto olio commestibile di eccellente qualità, e serviva pure per la conservazione delle sardine. Gli olii minerali non si conoscevano; né le Americhe mandavano olii di lardo. Se ne estraevano dalle sementi, ma in poca quantità, da non far concorrenza agli olii di oliva. Intorno ai tipi di Gioia Tauro e di Gallipoli, s'aggrupparono gli olii comuni di Brindisi e di Taranto, di Catanzaro e Petromarina, che erano negoziati dalla ditta dei fratelli Cricelli. Nella Calabria, Cotrone e Petromarina erano scali spesso richiesti. Cosi si consumava una produzione, che dava all'esportazione da trecento a quattrocentomila quintali circa all'anno, ed allo Stato un introito cospicuo per il dazio d'esportazione.

Queste case di commercia avevano la sede principale a Napoli, e succursali più in questa, che in quella provincia, secondo l'articolo del loro commercio. Le più antiche ed importanti, meglio fomite di capitali, di provata buona fede ed onestà, prendevano facilmente il posto sulle altre; e poiché modo consueto di pagamento erano, come si è detto, le fedi di credito che circolavano in tatto il Regno, le dette case erano conosciute in breve e accreditate ovunque.

La larga considerazione all'interno le accreditava all'estero; tanto più, che tutta la merce, la quale per l'estero si caricava, usciva dai loro magazzini, ed ogni acquisto, che l'estero faceva, si compiva mediante un ordine di consegna a presentazione della mercanzia nell'ordine espressa, con forme e particolari di qualità, di peso e di misura, sagacemente e nettamente designate. Queste case emettevano numerosi ordini durante l'anno. Erano di mille tomoli ognuno, se si trattava di grano; di cento salme, se di olio di Puglia; di cinquanta botti, se di olio di Calabria: e questi ordini di consegua non tutti andavano ad estinguersi nell'anno; sia perché veniva via via a cessare la convenienza d'esportarne, sia perché chi ne possedeva, preferiva esperimentare col tempo un miglior prezzo: sicohè essi, passando di mano in mano, costituivano una circolazione fiduciaria, accetta a tutti. E quando la firma della casa traente, col passare degli anni, aveva il suo credito bene stabilito, di comune e tacito consenso veniva detta firma di piazza: espressione, che, nel linguaggio generale, sostituisce ancora in quelle provincie ciò che gl'inglesi dicono first rate.

Erano sorti due distinti gruppi di case d'ordini: l'uno per gli olii; l'altro, per i cereali. Primeggiavano i Bocca, la casa di Giacomo e quella di Andrea: amendue legate con quei Rocca di Genova, che avevano piantate le loro filiali a Marsiglia, a Londra, negli scali levantini ed in quelli dell'Adriatico. Erano i Baring italiani: mercanti, banchieri ed armatori ad un tempo. La pace, che tenne dietro la guerra di Crimea, li colpi. Grande massa di mercanzia, mandata a fornire il campo degli alleati, o tratta di Russia prima del blocco, era rimasta invenduta. Si manteneva bensì intatto il loro credito, ma già don Andrea non più comprava, e Pietro Rocca, erede principale della fortuna di Giacomo e più dell'avarizia genovese, piuttosto frenava, che allargava gli affari. Attorno a loro, per gli olii, si aggruppava una pleiade di forti case: Cardinale e Pirla erano le più accreditate, dopo che don Girolamo Maglione era uscito dal commercio, parendogli che al giocare ed allo scommettere si volgesse, più che agli affari reali, la speculazione. Piena di giovanile baldanza si affermò la casa Minasi e Arlotta, il cui centro di operazione fu specialmente Gallipoli. Questa ditta tenne testa al Rothschild, quando nel 1856 s’invogliò di essere firma di piazza per l'olio.

Giovandosi de’ suoi capitali, Rothschild aveva comprati olii ad alto prezzo; ma l'estero poco volendone, ed essendo scoppiata la crisi americana, i fallimenti si seguirono, e tutt’i prodotti ribassarono. I proprietarii intanto accorrevano da lontano a portare mercanzia ed a richieder danaro in anticipazione. Rothschild, incapace di governare simile operazione, nuova per lui, si perdette d'animo, anche perché la ditta Minasi e Arlotta non cessava di punzecchiarlo per mezzo dei suoi sensali e di alti ribassisti, con vendite al ribasso giustificate dalla splendida apparenza del raccolto futuro. E cosi Rothschild fu costretto a capitolare, vendendo tutto l'olio comprato, e quaut'altro aveva nei magazzini a Gallipoli al prezzo di 23 a 24 ducati la salma. Fuori lui, la casa Minasi e Arlotta divenne la prima casa d'ordini per gli olii, sulla piazza di Napoli.

Per i grani in quegli anni quattro furono le case d'ordini: Pietro Rocca fu Giacomo, Andrea e fratelli Rocca, Raffaele e Pasquale Perfetti, e Giuseppe de Martino. Le prime poco operavano; ma le due ultime, tenaci in un duello cominciato in lunga data, tenevano la Borsa divisa in due campi, ed inasprivano, con astii personali, quella lotta che già si combatteva per il ribasso o l'aumento. Negli annali della Borsa erano più antichi i De Martino. Venivano dal piano di Sorrento; armatori e capitani di nave, che, abbandonato il mare, avevano, per conto di case inglesi, molto comprato e molto imbarcato di granaglie.

Erano gente larga, dallo spirito elevato e tenaci nel sostenere una lotta; impressionabili, sposavano simpatia ed odio con facilità, e con pari facilità erano generosi, più che loro non coi venisse. Il Perfetti era tutt'altro uomo. Veniva da umile concezione, e se ne faceva vanto; aveva venduti arnesi da magazzini e vissuto fra sensali e piccoli speculatori, e a poco a poco intuì quanto potevasi trarre di utilità, rappresentando i proprietarii coltivatori presso i mugnai di Napoli, senza passare per la Borsa. I grani, consegnabili in forza d'ordini, si erano screditati; per darne all'estero nell'abbondanza richiesta dallo sviluppo crescente del commercio, bisognava raccoglierne di ogni qualità; per la qual cosa chi aveva produzione bella e scelta era disperato di doverne cavare prezzo pari a quello delle qualità comuni.

Raffaele Perfetti, nativo di Terra di Lavoro, cominciò a portar grano con carri, poi con barche, al mercato di Napoli: gli utili gli accrebbero ardire e lavoro, e fece la sua apparizione in Borsa, ne’ ranghi degli aumentisti. Vi portava, contingente prezioso, il sentimento dei proprietarii e quello dei mugnai, due potenti alleati. Perfetti non aveva studii, ma ingegno chiaro e acuto, e ne che prova presto, chiamando intorno a sé la gente più capace e più adatta a quel genere di commercio. Ricercò ed ottenne commissioni dall'estero, e le disimpegno con lode, consegnando qualità migliori, che altre case non facessero: avvedutezza questa, che lo fece salire in eccellente fama a Genova ed a Marsiglia. La situazione economica del Regno in tanto s'avvantaggiava. Le miti imposte permettevano il risparmio; i coloni si erano rifatti e opponevano maggior resistenza ai prezzi ribassanti della Borsa, preferendo tenere ne’ granai la merce, sì che venderla; ciò che tornava in danno di chi avesse venduto allo scoperto. Le qualità dei grani di Polonia e di Odessa erano migliorate; quelle di Barletta non guadagnavano più la gran differenza, che prima avevano goduto; bisognava quindi che esse, alla loro volta, fossero divenute migliori; e Perfetti, pagando in Puglia prezzi alti, secondo il merito della merce, E nolo a meglio produrre. Capitanando in Borsa gli aumentisti, egli attrasse a sé tutt’i produttori pugliesi; e pigliando da questi la roba migliore accrebbe all'estero, rapidamente, la sua rinomanza e i suoi guadagni. Gli ordini di sua firma, prima accettati soltanto per caricazione, furono ammessi alla liquidazione mensile; e la sua casa prese posto officiale nella Borsa, come casa d'ordine e il suo nome fu sinonimo di operosità e di onore.

Il duello divenne lotta accanita. Al caffè dei commercianti, dal mattino sino a mezzogiorno, e nelle ore pomeridiane, sotto i platani della spianata, gruppi di sensali e di speculatori si adunavano e si disfacevano a vista d'occhio: avvisaglie le quali finivano alla Borsa con lotte, onde le fortune rapidamente venivano intaccate, o rapidamente si accumulavano. La gente di Borsa andava notata come la più spendereccia della città. Era un correre di sensali, ed un agitarsi di gente a far premii o affari a fermo; lottatori esercitati a tener conto di sola variazione di mercato, d'ogni possibile circostanza, di li qualsiasi accenno a variazioni future. Le nuvole e il variare dei venti erano seguiti con maggior cura, che non a mai fatto astronomo, per cavarne prognostici circa l'approdala dei navigli, e le condizioni favorevoli o meno alle raccolte. Notizie, staffette, gherminelle, agitazioni effimere e falsi allarmi erano, con combinazioni infinite, messi in movimento. Compari numerosi e commessi seguivano i sensali più in vista, notati sospettati quale fosse sostenuto, quale combattuto da De Martino o da Perfetti. Era un tal Noviello, il primo sensale di Pier fatti; ma don Nicola Stella e Savini, detto California, Porzio, Ricciardi, Imperato, Amendola, i fratelli Di Pompeo ed altri componevano lo stato maggiore, che le operazioni del Perfetti accompagnavano con le proprie. De Martino aveva Vincenzo Mollo, quel Luigi Sgrugli, simpatico a tutti ed il romoroso Vincenzo Russo, cambiavalute a San Giacomo con molti capitali; con questi speculatori non meno potenti che arditi, combattevasi, sperando che una liquidazione o l'altra si avesse a fare a dieci carlini il tomolo, e che i pugliesi ne dovessero fallire. Ricordo anche fra le case commerciali quella dei fratelli Rogers, inglesi, i quali negoziavano molto in cambii, in rendite e anche in grani ed olii Ma l’Impero in Francia, con la sua politica doganale, favoriva lo sviluppo industriale; i traffici aumentavano, stimolando, con l'aumentato lavoro, l’incremento della popolazione e de’ consumi: i grani seguivano, come gli altri articoli, questo moto, quello non meno efficace dell'arrivo in Europa delle masse dal nuovo oro dalla California. Perciò era facile prevedere che ogni nuova lotta era una sconfitta per i ribassisti ed il loro capo: quantunque questi avesse trovato nel suo associato, Federico Pavoncelli, una nuova forza ed un uomo capace di riprendere la situazione in Puglia ed abbattere l'influenza di Perfetti, migliorare le qualità dei grani, coordinare il lavoro, e fare brillantatemente la campagna del 1856, quando fu concessa l'esportazione dei grani, non creduta possibile dal De Martino, il quale si trovò ribassista, e solo a sostenere l'impegno di seicentomila tomoli di grano, da consegnare in pochi mesi. Raffaele Perfetti mori nell'autunno del 1857, ma prima di morire manovrò con tanta abilità, da indurre il suo rivale De Martino a vendergli molti e molti grani, per consegna alla nuova raccolta, al prezzo di carlini sedici e mezzo, o dieciassette il tomolo. Quando venne l'agosto il grano valeva ventuno e ventidue, ond'egli fece un grossissimo guadagno.

Federico Pavoncelli rimase quasi arbitro del mercato dei grani dopo il 1856 e negli anni posteriori, e mori vecchio, lasciando una cospicua sostanza. Uomo di talento commerciale non comune, egli creò dal nulla il suo patrimonio, in circa mezzo secolo di lavoro perseverante e sagace, e di economia rigorosa. Era nato per eccellere dovunque rivolgesse la sua attività e il suo ingegno; e se invece di svolgere la sua azione nell'antico Regno, e più nella piccola Cerignola, centro delle sue operazioni nelle Puglie, avesse avuto per campo l'Inghilterra o l’Olanda, avrebbe accumulata una sostanza assai più cospicua. Io conobbi questo singolare vecchio un anno prima della sua morte. Giuseppe Pavoncelli, deputato al Parlamento e già ministro de’ lavori pubblici, fu il braccio destro del padre; da giovane fece il sovrastante ai magazzini di grano a Barletta, e s'arricchì da sé della geniale cultura onde è dotato. Il più grande impulso alla trasformazione agricola in Puglia è merito del padre e del figlio.

Quando videro che, per le mutate condizioni del mercato dei grani, la Russia, l’India e l'America riversavano nell’Europa torrenti di cereali, e che perciò il commercio di questi era finito, si volsero all'acquisto di terreni; e duemila ettari di terra trasformarono in un solo vigneto, con stabilimenti enologici, che sono fra i maggiori del mondo.

Nella gran dogana si accentrava tutto il movimento delle mercanzie; al "Molo piccolo„ si negoziavano le frutta; al Mercato, al Carmine, le frutta secche e i legumi; a Portanolana, la crusca e le carrubbe — sciuscelle — e si negoziavano pure i grani provenienti per via di terra, e perciò detti “della Vatica„.

Interessante era il commercio dei carboni, per massima parte provenienti dalla costa romana, insieme alle fascine, che anche oggi occorrono largamente per provvedere ai numerosi forni della città. Questo commercio era nelle mani di un tal Papaccio, nel quale si raccoglievano tutte le furberie del mestiere. Le fascine venivano con legnetti da cabotaggio, che caricavano sulla costa, da Terracina a Orbetello, ogni derrata, dal carbone all'olio. I facchini si chiamavano “scaricanti„ e tra essi la camorra reclutava i suoi migliori aggregati. Questi però costituivano la plebe, perché la classe aristocratica dei facchini era quella, che scaricava merce al Mandracchio e carbone fossile al "Molo grande”; e stimavasi buon posto e miglior fortuna il farne parte.

Il commercio del carbone s'andava sempre più sviluppando, per il lavoro più attivo di Pietrarsa, e per gli opificii che aumentavano di numero.

La casa Volpicelli teneva il primo posto in questo traffico, ed è ad essa che si ascrisse il De Sanna, la cui casa, in poco tempo, divenne importantissima. Ma era la gran dogana l'ambizione di tutti: colà si raccoglieva il commercio di minerali, manifatture, droghe, coloniali. Imbert, Aimè, e Leriche trattavano specialmente i prodotti chimici; Radice, le profumerie, e la haute du pavè era tenuto da Ceolini, da Jesu, da Caprile, da Da Angelis: tutti grossi e ricchi importatori di coloniali. Essi poi li spandevano nelle provincie ai numerosi loro clienti; e questi alla loro volta vendevano al minuto, con lucroso vantaggio, nelle piccole città, insieme alle candele votive, la cannella, il pepe, il rosolio, lo stomatico, la cera ed i confetti di Sulmona, duri come pietre.

Seguivano i mercanti di tessuti, fra i quali eccellevano Cosenza, Cilento, i fratelli Galante, Maresca, e i fratelli Palomba; e nell'articolo cotone, allora come oggi, dominava la più vecchia e rinomata casa estera forse del Regno, Wonviller, ora Asselmeyer. In lana negoziavano Porzio, Langensee, Buonanno, ed un tempo pure i fratelli Buono. Cosenza, Giovanni Porzio, ed altri parecchi tessitori del Salernitano depositavano ne’ magazzini della vecchia Napoli, dove maggiore era il concorso de’ compratori dei vicini paesi, i tessuti più adatti ai maggiori bisogni ed alle non raffinate esigenze del mercato. Flescher forniva i legnami provenienti dal Nord, usati specialmente per antenne alle navi; ed insieme a questo era reputato buon commercio quello del legno da ebanista. Tali commerci, insieme a quelli della canapa, del lino, della robbia, allora si ricercata, erano appoggiati a tradizione antica, con clientele fatte fra grossisti, gente sobria di spirito acuto che traeva gran profitto del suo capitale con la vendita al minuto.

Erano ultimi i tradizionali mercatanti, che ingombravano le straduccie della Napoli d'altro tempo e specialmente i quartieri di Porto, di Pendino e di Mercato, con le caratteristiche botteghe, povere di reclame e di luce, ma ricche di merce e di quattrini contanti. Era celebre la via dei Mercanti, fra Porlo e Pendino, ora mezzo distrutta dai lavori del Risanamento.

Così, essendo vari i canali, per i quali si dispensava il credito; e lento, ma sicuro il modo del suo sviluppo, pochi erano gli sbalzi, difficili le crisi, quando non le provocava un decreto del principe, il che non accadeva facilmente. Basta ricordare il commercia delle cuoia. Si compravano all'estero, e si rivendevano ad otto mesi di termine, né erano rari i contratti ad un anno, o a diciotto mesi. Alcuni rammentano ancora la vecchia ditta Tramontano. Sulla porta della bottega, modesto e tranquillo, il capo della ditta trattava i suoi affari. Pronto all'inchino, appena si vedeva dinanzi un negoziante straniero, acquistava tutta la sua fierezza di mercante, quando era innanzi alla sua Madonna del Carmine, tempestata di ricche gemme, protettrice del negozio e guardiana della cassa di legno, larga quanto un grosso letto di stile spagnuolo. Non firmava mai promesse di pagamento. Per quei vecchi era vergogna rilasciar cambiali; e dalla sua cassa pagava invece in oro, in argento o in fedi di credito, cento e anche dugento mila ducati all'occorrenza.

Segni di nuova vita economica e di un certo risveglio industriale apparirono in quegli anni, ma pur troppo non si moveva foglia che il re non volesse, perché lui, solamente lui, doveva misurare il grado di benessere dei suoi sudditi e lo misurava, come quello di casa sua, con parsimonia e scarsa luce d'intelletto.

Egli amava la prosperità materiale del suo Regno, ma fino a un certo punto; voleva che il suo rifiorimento non avesse nulla da fare con la politica, e non fosse incentivo di altri bisogni o desiderii.

Ogni novità, la più innocua, gli dava sospetto o paura, onde per un nuovo mercato che si aprisse, o per una nuova industria che si tentasse, o per una invenzione che si volesse applicare, occorreva un decreto di lui, preceduto da speciale deliberazione del Consiglio dei ministri. Nel 1857 si concedeva ai signor Clemente del Re il privilegio, per cinque anni, d'introdurre nei reali dominii di qua dal Faro, un nuovo metodo di applicazione delle stampe nelle maioliche sopra la vetrina, secondo la descrizione depositata presso il Real Istituto d’incoraggiamento, lasciando libero ogni altro di esercitare la stessa industria in qualunque altro modo. Vincenzo Calise otteneva il privilegio d'introdurre la manifattura dei cappelli con ossatura di tela impermeabile;

Enrico Thomas, quello di un nuovo metodo di conciar le pelli con materie minerali, e Francesco Lerario, per l'invenzione di una trivella e di un motore per il vapore d'acqua, d'aria e di gaz, prodotti da combustione. Nel 1858, il marchese Francesco e il cavalier Luigi Patrizi chiedevano il permesso di costruire due mulini sulle rive del Sebeto, in una loro tenuta presso la pianura della Bolla. Il re concedeva tale facoltà, avuto riguardo ai vantaggi spirituali degli abitanti di quella pianura, al cui beneficio i richiedenti avevano promesso di far celebrare, nei giorni festivi, una ma nella loro cappella, e avuto riguardo ai lodevoli servizii che da’ più anni il marchese Francesco prestava nell'amministrazione civile di Napoli, come Eletto della città. Ad Armando Leone fa data la concessione d'introdurre nel Regno un nuovo metodo per indorare, inargentare e platanizzare i cristalli; a Tommaso Dickens, di Middleton, fu conceduto il privilegio dei suoi perfezionamenti alle macchine da filare, raddoppiare e torcerla seta; a Desiderato Danton fu data facoltà di costruire una fornace a doppio effetto, per la fabbricazione della calce e la carbonizzazione e distillazione continua dei combustibili; a Luigi Raguseo, per la costruzione dei globi terracquei artificiali a rilievo, e a Giuseppe Carabelli, la facoltà di produrre nei fornelli maggior formazione di calorico. E per uscirne, nel 1859 Amato Berard otteneva il privilegio di estrarre olii, corpi grassi ed altre sostanze solubili col solfuro di carbonio. Fu bandito un concorso col premio di dodicimila ducati a chi impiantasse cinquanta telai per fabbricar panni; altri concorsi a premio venivano banditi dalle Società Economiche.

Le regie concessioni erano date in seguito a parere dell'Istituto d'incoraggiamento, il quale era un corpo consultivo dello Stato, specialmente per i privilegi industriali e d’invenzione.

Nel periodo, di cui ci occupiamo, se ne rilasciarono anche al Pattisou, per nuova disposizione di perni e bronzine nelle ruote idrauliche; al Guppy, per miglioramenti alle caldaie tubolari a vapore; a Francesco Vert, per i letti a molle; a Meuricoffre e Sorvillo, per miglioramenti alle balestre dei carri delle strade ferrate; a Niccola Rossi, per macchina da innalzare l'acqua dei fiumi e animare insieme i molini; a Francesco Pignataro, per una macchina trebbiatrice a cilindri; al principe don Angusto Ruspoli, per molini conici alla Westrup; ad Antonio Caracciolo, per la fabbricazione della carta con le corteccie di gelso e ad altri, i quali non ebbero ricordevoli successi nel mondo industriale dell'antico Regno.

Le memorie de socii, pubblicate negli atti dell'Istituto in quell'epoca (1855-1859) non sono notevoli per numero, né per importanza di studii. Francesco del Giudice, che fu poi, dopo il 1860, segretario perpetuo dell’Istituto stesso, scrisse su istrumenti e macchine agrarie esposte in Francia e sulla possibilità del loro uso nel Regno: vi trattava di nuovi aratri, di erpici, di seminatoi, di mietitrici, di tritapaglia e molto superficialmente, come soleva.

In agricoltura Giovanni Semmola scrisse una monografia sulla varietà dei vitigni del Vesuvio e del Somma e in fatto di scienze economiche, si ebbe una sola dissertazione di Felice Santangeli.

Vi furono inoltre quattro memorie su argomenti di matematiche pure, scritte da Capocci, Rinonapoli, Tucci e Battaglini. Tutto questo rappresentò il lavoro dell’Istituto di incoraggiamento nell'ultimo quinquennio. Fondato nel 1806, durante la dominazione francese, aveva anche per fine l'incoraggiamento di tutte le iniziative individuali e sociali, dirette all'incremento della pubblica ricchezza, ma le iniziative mancavano. Ne fu per alcuni anni presidente il generale Filangieri, quando era direttore generale dei corpi facoltativi. Dopo il 1848 visse una vita anemica.

Vi appartenevano come socii ordinarii, onorarli e corrispondenti, scienziati illustri di ogni parte d’Italia e dell'estero, ma non che che ben magri risultati, come si può vedere consultando i suoi atti. Ora si è riordinato con criterii moderni, e n'è a capo Niccola Miraglia, e sembra predestinato a nuova vita.

Erano frequenti anche le concessioni di fiere e di mercati.

Il Regno era povero di vie di comunicazione, i bisogni del commercio sempre più insistenti, e i comuni chiedevano e facilmente ottenevano la facoltà di tener fiere o mercati, almeno una volta l'anno. Non vi era comune di mediocre importanza, che non ne avesse. Godevano celebrità le fiere di Foggia, di Barletta, di Gravina, di Salerno, di Aversa, di Caserta, di Chieti e di Atripalda. Si contrattava principalmente in bestiame, e la fiera di Foggia era il gran mercato delle lane di Paglia. I liberali ne approfittavano per riunirsi senza sospetto e per manifestar voti, quasi sempre platonici.

Erano le fiere anche uno scambio di conviti e di ospitalità, pericolose occasioni a giuochi d'azzardo, ma fortunate circostanze per annodar matrimoni!. In tante famiglie di provincia si ricordava con compiacenza, che il matrimonio del nonno, o quello dei proprii genitori, era stato concluso, n'erano state iniziate le trattative in una fiera, o in una fiera i giovani si erano veduti e innamorati. E si ricordavano pure grosse perdite al giuoco, non essendo raro il caso, che ricchi possidenti, andati alle fiere di Gravina o di Foggia a vender bestiame, ne tornassero senza bestie e senza quattrini, perduti a zecchinetto. Caserta aveva due fiere; una straordinaria il giorno dell'Ascensione, sulla spianata della piazza d'armi dove erano menati gli animali rimasti invenduti alla fiera di Aversa; e una ordinaria, dal 24 al 31 agosto, oltre il mercato ogni sabato. Il re interveniva talvolta alle fiere di Caserta e si mescolava ai compratori e venditori, facendo anche degli acquisti. Era intelligente conoscitore di cavalli. Vincenzo Buonfiglio, ricco allevatore di Galvano, portò in una delle fiere di Caserta due puledri molto belli. Il re conosceva il Buonfiglio ch'era sua guardia d'onore. Osservate le bestie, disse al padrone: “Quanto ne vuò di sti pulidri?„ (((111))) Rispose il Buonfiglio, non senza imbarazzo: "Con vostra maestà non si fa prezzo”. Ma insistendo il re, il Buonfiglio ne richiese cinquecento ducati. E il re: "Ssò troppo: te ne dò quattociento, e te faccio no bello regalo„ (((112))) E acquistò i puledri per quel prezzo, e regalò al Buonfiglio un phaeton da caccia, alto e forte, che il Buonfiglio tenne nella sua scuderia per molti anni.

Nel 1857 veniva approvata l'istituzione di una Società anonima di assicurazioni marittime sotto il titolo: La stella polare, "con facoltà di stabilire succursali nel Regno e all'estero, proposta di Stanislao d'Aloe, era approvata una Compagni industriale agronomica napoletana.

Buon provvedimento economico nell'anno 1858 fu di permettere per un mese e mezzo, dal primo marzo al quindici aprile, l'esportazione delle fave, col dazio di grana quaranta il cantaio, delle minori civaie e del grano non più forte dazio. E noto che i prodotti agricoli erano soggetti a dazio di esportazione; anzi, per alcuni, l'esportazione era assolutamente vietata.

Il nuovo provvedimento liberale fu a Ferdinando II consigliato dalla commissione per la revisione delle tariffe doganali, da lui istituita nel 1856. La presedeva Murena, e n'era uno dei membri più influenti Raimondo de Liguoro, già direttore generale delle dogane e antico fautore della libertà di commercio. Il Murena era invece protezionista; e quando Francesco II ne accettò più tardi le dimissioni da ministro e da presidente della commissione, ne divenne semplice componente, succedendogli nella presidenza il De Liguoro.

Murena scrisse allora al De Liguoro una lunga lettera, scusandosi di non intervenire alle adunanze, perché vi si sarebbero discussi provvedimenti contrarli ai suoi principii protezionisti. Ed il re, cui fu mostrata questa lettera, disse, sorridendo: "Murena è persona degnissima e conservatore, ma qualche volta conservatore outré„. In quegli anni, gli olii di oliva oscillarono dai 26 ai 27 ducati; i calabresi di Rossano e di Gioia, più dei pugliesi di Bari e Gallipoli. Le mandorle si tennero tra i 25 e i 26 ducati; i grani, tra 21 e 22 carlini; per i fagioli bianchi non variò il prezzo di 17 carlini e le fave salirono da 11 a 12. Il cacio di Cotrone si quotava 20 ducati e un carlino il cantalo, e quello di Sicilia,20 ducati. La rendita 5 % oscillò da 115 a 116 3/4.

Si costruivano poche strade, pochi ponti e molte chiese; ma, tranne per queste, tutto si faceva stentatamente. Nel bilancio figuravano poco più di tre milioni per lavori pubblici, ripeto! Si spendeva anche poco per i cimiteri, essendo per la sepoltura permesse ancora le chiese. I bisogni del Regno, in fatto di lavori pubblici, erano indefiniti. Nell'ottobre del 1858 s'inaugurarono i lavori della strada della Sila, alla presenza delle autorità ecclesiastiche e civili; e pochi giorni dopo, il re con la regina, i figli maggiori e pochi ufficiali superiori, scortati da gendarmi a cavallo, si recarono a visitare il ponte Farnese sul Liri, presso il villaggio d’Isoletta, frazione del comune di Arce. Approvata l'opera, dovuta alla perizia dell'ingegnere direttore Ferdinando Rocco, il re volle proseguire per la via che mena ad Arce. Guidava egli stesso il phaeton nel quale era la famiglia. A un certo punto di quella magnifica e ferace campagna, cui fanno corona le ultime propaggini dell'appennino abruzzese, il re fermò i cavalli; e, chiamati i Sottoprefetti di Gaeta e di Sora che lo seguivano Francesco Dentice d'Accadia e Giuseppe Colucci, domandò loro come si chiamassero tutti i ridenti paesi, che sorgevano alle falde di quei monti.

Saputo che si chiamavano Fontana, Arce, Bocca d'Arce, Roccasecca, Colle San Magno, Palazzolo Castrocielo, usci in queste significanti parole: “Ecco, così dovrebb’essere tutto il Regno, la domenica, suona la campana, e si riunisce il Decurionato. Si delibera, e poi ciascuno torna alla campagna e al lavoro; mentre nelle città...” e qui s’interruppe. Proseguendo per Arce, giunse al bivio dove si stacca il tronco che conduce a Ceprano, ed arrivato in quella cittadina, desiderò di salutare il marchese Ferrari, non so se fratello o padre di monsignor Ferrari, ministro delle finanze di Pio IX. Scambiati con lui alcuni complimenti avanti al suo palazzo, tornò indietro, senza scendere dal legno, e rientrò a Gaeta a tarda sera.

Altri segni di risveglio non mancavano, e le Società Economiche vi contribuivano, come meglio potevano. Queste Società, delle quali ogni provincia ne aveva una, erano veramente più accademie che sodalizii diretti a migliorare l'economia pubblica e promuovervi l'industria, l'agricoltura e il commercio; furono istituite sotto Murat, e i Borboni non le abolirono, ma le vigilarono non senza diffidenza e non le estesero mai alla Sicilia. Ad esse non era dato fare di più, senza generar sospetti, e però tutte gareggiavano a chi contasse maggior numero di socii onorarii e corrispondenti, scelti tra i più alti funzionarli dello Stato, nonché fra i più noti cultori di studii economici e sociali. Ne erano a capo, col grado di segretarii perpetui, uomini di valore, come Giulio Petroni a Bari, Francesco della Martora a Foggia, Federigo Cassitto ad Avellino e don Raffaele Quartapelle a Teramo. Al Cassitto, che mori, come sì è veduto, quasi ottantenne nel 1853, e che fu dotto nelle scienze amministrative ed economiche, Avellino deve il presente orto botanico inaugurato nel 1851, due anni prima della sua morte, e una flora irpina, nella quale son classificate tutte la piante della provincia. Salerno ebbe un certo risveglio nell'agricoltura locale, soprattutto nella viticultura e introduzione delle piante da foraggio, e nella meccanica agraria. (113) La Società Economica di Chieti era tra le più operose, perché manteneva una scuola di disegno per la figura, dove insegnavano i pittori Marchiani, padre e figlio, che aprirono poi una litografia, la prima ad essere istituita negli Abruzzi, ed ebbero come discepolo un vispo fanciullo di Tocco Casauria, il quale, per aver eseguito un disegno a pastello alla piccola esposizione annua che apriva la stessa Società, meritò un sussidio mensile di sei ducati e fa mandato a studiare a Napoli. Quel giovane che divenne, via via, artista sommo, è il Michetti. La Società di Teramo era operosa egualmente.

Nel volume dei suoi atti per l'anno 1857 vi si leggono quattro discorsi: uno del canonico don Felice Barcaroli, non privo di genialità, e uno sulle condizioni della provincia del segretario perpetuo Quartapelle. Il terzo discorso di Gaspare Monti di Teramo è una sobria esposizione dei tentativi fatti di progressi agricoli e industriali, nonché per aprire il sottosuolo ricco di pozzolane e masse calcaree, ferro e carbon fossile; e il quarto, pronunziato il 4 ottobre di quell'anno per festeggiare l'onomastico del principe ereditario dal consigliere di intendenza Taraschi, dipinge l'Abruzzo teramano come un Eldorado, una provincia progredita economicamente più d'ogni altra, e non era tutta iperbole almeno rispetto all'olivicultura e alla diffusione dei foraggi. Nei sussidii e negl'incoraggiamenti artistici alcune Società spendevano di più, e quanti genii incompresi di pittori e scultori non furono vanamente sussidiati! Certo il risveglio sarebbe stato maggiore, se le comunicazioni interne e quelle tra il Regno e il resto d'Italia fossero state men disastrose; se l'iniziativa privata non avesse avuto l'obbligo di sottostare al beneplacito del sovrano, e se nelle mani di lui non si fosse accentrato, come si è visto, non solo il potere politico, ma il principio di ogni benessere economico e sociale.

Questo doveva aprirsi faticosamente la via tra prevenzioni, sospetti e lentezze burocratiche, e doveva superare le difficoltà del pregiudizio grossolano, dello scetticismo sfibrante dei sudditi, e delle paure immaginarie di un re senza ingegno, ma non vi è dubbio che, esaminando gli atti di quelle Società, si trovano manifestati frequenti desiderii, e proposte, ben inteso in forma strettamente ortodossa, di miglioramenti economici, e soprattutto di strade, di arginature di fiumi e di torrenti abbandonati a sé stessi, e di nuove coltivazioni e sistemi agricoli da incoraggiare. Dalle Società Economiche nacquero le presenti Camere di commercio.

Il Regno era poverissimo d'industrie: i soli veri centri industriali erano le valli del Liri, dell'Imo e del Sabato. Nel circondario di Sera fiorivano quattro cartiere: quella dei Fibreno, di proprietà del conte Lefebvre; un'altra, appartenente ad una società napoletana, diretta dal belga Stellingwerf; una terza di Boessinger e una quarta di Courier. Eravi inoltre la grande fabbrica di pannilana di Enrico Zino, che forniva Tesercito del panno color rubbio per i calzoni della fanteria. Altre fabbriche di pannilana le esercitavano Polsinelli e i fratelli Manna, in Isola del Liri; Felagalli, Ciocodioola, Sangermano e Bianchi, in Àrpino; Lanni, Ficano e Cacchione, a Sant'Elia Fiume Rapido. Bicordo inoltre la grande cartiera dei Visocchi in Atina e ricordo pure che il governo esercitava le miniere di ferro in San Donato Val di Comino, e il minerale veniva poi trattato in una magona, espressamente costruita nel territorio di Atina, fra il 1857 e il 1858. Sul Sarno, sull'Imo e sul Sabato erano le fabbriche di cotone, di lino e di lana, fondate da industriali svizzeri, francesi e anche nazionali, le quali prosperavano, per il sistema protezionista che informava la legislazione doganale del Regno. Il circondario di Sora poteva dirsi la Manchester del Napoletano. Insieme alle industrie vi fiorivano i buoni studii, pe’ benefici influssi della storica abbazia di Montecassino e del buon collegio Tulliano di Arpino, che i gesuiti non giunsero mai ad abbattere. Appartenevano a quel circondario Antonio Tari, di Terelle; Ernesto Capocci, di Picinisco; Giustiniano Nicolacci, d’Isola del Liri, professore di medicina nell'Università di Napoli, Giuseppe Polsinelli e Angelo Incagnoli, di Arpino, l'ultimo dei quali in gioventù pubblicò alcune lezioni di storia della filosofia, e fu poi deputato e mori amministratore del Fibreno, Vi appartenevano inoltre Giustino Quadrari, interprete dei papiri ercolanesi, e Giacinto Visocchi, morto innanzi tempo per un'infermità contratta in un acquedotto, dove si era dovute rifugiare, per sottrarsi alle persecuzioni della polizia, della quale era strumento in quel comune un famigerato capo urbano. Non mancavano alcune piccole industrie d'importanza locale, e vanno ricordati i lavori in acciaio di Campobasso e Frosolone; molti telai di tessuti grossolani; molte tintorie; molte miniere prive di capitali per lo sfruttamento, e pochi tentativi d'industrie boschive e altre di minuscola importanza.

Quando con un tratto di penna sotto la dittatura, il protezionismo venne abolito, queste poche fiammelle dell’industria napoletana si vennero via via spegnendo; e solo sopravvissero le poche fabbriche alle porte di Napoli, cioè le concerie di pelli e gli stabilimenti metallurgici, fondati da industriali stranieri, e la fabbrica di vetri al Granatello, fondata dal Bruno. Si difesero, anzi qualcuna rifiorì, come la fabbrica di vetri. Pietrarsa invece soggiacque a un destino avverso, e fu vergogna dei nuovi tempi, come si dirà più innanzi.

Il primo, che scrisse un serio lavoro a Napoli sul taglio dell'istmo di Suez, considerato in rapporto ai vantaggi possibili per il commercia napoletano, fa Guglielmo Ludolf. Il Lesseps avea pubblicato nel 1856 il suo famoso libro: Percement de l'istme de Suez, e nell'anno seguente il Ludolf, che certo avea tenuto presente quella pubblicazione, trattò nel Museo di scienze e letteratura lo stesso argomento, e quasi con identico titolo. Dopo avere accennato all'idea, che gli antichi avevano avuta, di congiungere il Mediterraneo al mar Rosso, e ricordato il commercio rimasto fiorente per l'Italia fino a quando il Mediterraneo fu la strada esclusiva per le Indie, lo scrittore napoletano passava a considerare sotto quali condizioni quest'antica strada, per il taglio dell'istmo, andava a riattivarsi, e come dovevano per necessità rifiorire in Italia la navigazione ed il commercio. Egli dava una statistica della marina mercantile de’ varii Stati italiani in quegli anni, notando che sopra un totale di 16391 bastimenti italiani, il regno di Napoli ne contava 9174; e su 486567 tonnellate, ne contava 213197. Deduceva da ciò che i porti di Messina, di Palermo, di Cagliari e di Napoli, come i più vicini all'Egitto, sarebbero divenuti altrettante cospicuo stazioni della strada delle Indie, mentre Genova e Venezia avrebbero raccolto il commercio della Germania e della Svizzera. Riteneva incalcolabili i fratti, che l’Italia meridionale avrebbe tratto dalla riattivazione di quell'antica strada delle genti; e notando che il regno delle Due Sicilie era ano Stato essenzialmente produttore e non consumatore, reclamava, in vista del nuovo e vastissimo orizzonte che si apriva agli scambi commerciali del mondo, la massima libertà di commercio. Bellissimo studio, che levò molto rumore. Guglielmo Ludolf fu nominato in quell'anno incaricato d'affari in Baviera.

Com'è triste il considerare oggi, dopo più di cinquant'anni dai giorni in cui si nutrivano tali speranze, che mancarono nel paese tutte le condizioni per vederle realizzate.

Se la posizione geografica del Regno lo metteva, aperto il canale di Suez, in grado di trame più di ogni altro paese il maggior vantaggio, per troppo mancava ogni preparazione per divenire più tardi centro di commerci, di scambi, di depositi, di trasporti. Dove trovare la necessaria coltura commerciale, lo sviluppo del credito, l'ordinamento bancario, i docks, i magazzini generali, l'attività dei cittadini e l'intelligenza del governo? Fin dal 1858, undici anni prima dell'apertura del canale, l'Inghilterra, l'Olanda, la Francia, la Russia, gli Stati Uniti di America avevano ottenuto le grandi agevolezze commerciali col Giappone; e il re di Napoli non pensava che a costruire chiese e a trovare una moglie al principe ereditario! Né, dopo il 1860, vi si dimostrò più preparata la nuova Italia. A nulla valsero i lieti augurii, che il buon ministro Luigi Torelli trasse nel 1865 dal fatto, che ad attraversare il canale di Suez i primi due legni furono del mezzogiorno di Italia, anzi pugliesi, due barche peschereccie di Trani, di diciotto tonnellate ciascuna!


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CAPITOLO XV

SOMMARIO: Carlo Troja — La sua istoria d'Italia nel Medioevo — Il ministero del 8 aprile, suoi errori e ingenuità — Il Troja durante la reazione — Sua deposizione nel processo del 15 maggio — I neoguelfi di Napoli — Malattia del grande storico — Don Ferdinando al lotto di suo fratello — Morte ed esequie — Quel che ne dissero i giornali — Una coraggiosa e vana proposta — Il veltro allegorico — L'epigrafe dell'abate Fornari — Il testamento — Le carte ed i libri di Carlo Troja — La biblioteca dei Girolamini — Gli Annali del Muratori e lo postille del Troja — Il padre Mandarini, il padre Spaccapietra e il padre Capecelatro — Desiderii e proposte — Articoli di Carlo Troja nel tempo sulla questione siciliana del 1848 — Il libro di Giuseppe del Giudice — Chi potrebbe scrivere un libro completo sol Troja — Un documento curioso e inedito.

Carlo Troja fu il vero grande storico napoletano del secolo scorso, e il nome suo è congiunto indissolubilmente alla storia d'Italia e a quella dell'antico Reame. Al suo senso storico si deve se il Medioevo non fu più una tenebra per gli studiosi. Frugando egli stesso negli archivii di Montecassino, di Subiaco, di Farfa, di Cava, di Ravenna, di Bologna, di Roma, di Gubbio e di Firenze, il Troja mise insieme così larga copia di notizie e documenti, da poter lui, meridionale, anzi pugliese di origine, nato nella Corte borbonica, e figliuolo del medico privato di Maria Carolina, scrivere la prima storia d'Italia del Medioevo, con spirito e sensi italiani. Viaggiava per l’Italia centrale tra il 1824 e il 1828 e gli era compagno un giovane, che poi fu illustre uomo e lo amò teneramente, Saverio Baldacchini. Ebbero in Bologna signorile ospitalità dal conte Giovanni Marchetti e in casa Marchetti convenivano i migliori spiriti di allora. Temi favoriti di quelle conversazioni erano gli studii danteschi.

In tale ambiente l'ammirazione e l'amore per Dante, già grandi nel Troja, presero forma più entusiastica e concreta insieme, e gli studii dello storico si fermarono sul grande poeta. Troja diceva in quei giorni di amare Dante più di prima, perché, lontano dai parenti e dalla patria, gli pareva d’intendere meglio l'animo del poeta e le perturbazioni e gli affetti varii, che dovevano agitarlo. E fa principalmente per le esortazioni del Marchetti, che pubblicò nel 1826 a Firenze, il Veltro allegorico di Dante Alighieri, che aprì un campo nuovo di ricerche e di polemiche, rivelò Dante uomo operativo e umano, quale fu davvero, trasportò la Divina Commedia, come notò il Trevisani, nel bel mezzo della storia italiana e la fece apparire il dramma più vivo, il riflesso più paro e spontaneo di tutt'i pensieri ed affetti, che agitavano i tempi, in mezzo ai quali proruppe quel canto. E rivissero gli uomini di Dante, furono illustrati con vera passione i luoghi da lai percorsi, e più conosciuto e amato il poeta. Gli studii sul Veltro sollevarono una vera rivoluzione nel mondo della cultura, e il nome di Carlo Troja divenne celebre in tutta Italia. Certo gli studii posteriori han tolta molta importanza a quei libro; han dimostrato al lume della critica e con l'esame di nuovi documenti, che lo storico napoletano s'ingannò, personalizzando il Veltro; che lavorò più di fantasia che di critica, ma pochi lavori suscitarono tanto interesse politico e letterario, e lasciarono più forte seguo nella storia della cultura umana, quanto ne suscitò e ne lasciò il Veltro allegorico. Riportiamoci a più di ottant'anni fa. Dagli studii sulla Divina Commedia e sui tempi à Dante, il Troja fu condotto a immaginare largamente la sua storia del Medioevo, sembrandogli opera inutile le ricerche secondo avanti di risalire alle origini. E alle origini risali, e in un tempo, in cui pochi conoscevano la storia dei barbari e tutti confondevano le varie razze barbariche, Carlo Troja ne ricercò a fondo le vicende e le distinse. Egli ritenne che i Longobardi distruggessero ogni vestigio del nome e del diritto romano dm paesi da essi conquistati, e cercò provare che i Romani furono ridotti dai Longobardi in una condizione quasi servile. Questi è anche oggi una delle tre idee fondamentali rispetto a quel periodo di storia politica e di storia del diritto. I viaggi e gli studii storici compirono e rafforzarono in Carlo Troja il sentimento dell’italianità.

Per lui le vicende medioevali non erano così disordinate e confuse, come apparivano ai più; il Medioevo per lui non fu veramente che la lotta dei romanesimo con la barbarie, la quale, prima vittoriosa, fu poi alla sua volta domata e romanizzata. Roma e il papato mantennero l'unità in quel caos di principii, di uomini e di cose, onde si venne via via formando una certa conformità di sentimenti e un po’ anche d'idee, in modo che nel secolo duodecimo, se non può riconoscersi ancora un popolo con carattere e lingua propria, non si distinguono più romani, ne longobardi; e se non usata dappertutto, è intesa quasi dappertutto la lingua volgare. La critica storica ha oggi indebolita l'opinione di Troja circa la condizione dei vinti romani, riconoscendo che, in molti oasi, la sua buona fede venne sorpresa, specialmente da ecclesiastici, con carte e diplomi falsi; la stessa critica ha trovato molto da ridire sul metodo da lui adoperato nell'esame dei documenti storici e sulle conseguenze che ne trasse, qualche volta fantastiche o arbitrarie; nuove scoperte hanno accresciuto il materiale, sul quale lavorò Carlo Troja: ma l'opera sua, per il tempo nel quale si evolse, per la singolare erudizione e la portentosa memoria dì lui, occupa ed occuperà sempre uno dei primi posti nella storia della cultura nazionale.

L'uomo, che concepiva l'Italia come un'unità nel Medioevo, che di un’Italia parlava e una storia italiana scriveva, apparve, nel 1848, il più adatto a comprendere le alte necessità del momento, e a stare a capo di un ministero italiano, che costringesse Ferdinando II ad entrare decisamente nella via delle riforme politiche ed a prender parte alla guerra dell'indipendenza. Il Troja contava allora sessantaquattro anni ed era malato di gotta. Ciononostante, mise insieme il ministero del 3 aprile, composto di bravi uomini e di giovani audaci, i cui sentimenti d'italianità erano molto caldi, ma nessuno di loro aveva esperienza di governo, perché tutti avevano fatta la loro cultura politica sui libri. "Era pur esso, il ministero, scriveva il Massari (114), disarmato in faccia all'agitazione, ed essendo sinceramente liberale, rifuggiva dall’adoperare la forza materiale per rimettere l'ordine”.

Ideologi e retori i ministri, e affatto idealista il presidente del Consiglio, ritenevano che il passaggio dal vecchio al nuovo regime si dovesse compiere con moderazione e saggezza. Rifuggivano dalle misure estreme, anzi da ogni atto di resistenza, e furono travolti dalla bufera del 16 maggio, che avrebbero dovuta prevedere ed evitare. Sarebbe bastato uno squadrone di cavalleria per spazzare Toledo nelle prime ore di quel giorno, come scrisse il Settembrini.

Ma il gran merito del ministero Troja fu quello di aver indotto Ferdinando II a mandare quindici mila uomini in Lombardia, e ad affidarne il comando a Guglielmo Pepe. I liberali avrebbero dovuto dar prova di. senno, ma, tranne ben pochi, seguitarono ad agitarsi e ad agitare malamente. Mentre i reazionarii accusavano i ministri come traditori, affermando che la guerra di Lombardia era tutta a vantaggio di Carlo Alberto, i liberali parlavano anch'essi di tradimento e insultavano goffamente il re e la dinastia. Accuse, violenze e paure da una parte e dall'altra, e assenza di ogni azione governativa, produssero il 15 maggio. In quella triste giornata Carlo Troja era a letto, tormentato dalla gotta. Abitava alla Foresteria, nel piccolo appartamento ai mezzanino sull'angolo verso il Grottone. Quasi tutt’i ministri e parecchi deputati di maggiore autorità si trovavano raccolti presso di lui e, fra questi, Domenico Capitelli, che poi fu presidente della Camera. I ministri Scialoja, Dragonetti e Conforti erano alla reggia, a supplicare il re perché facesse cessare il fuoco e ritirare le truppe, uscita di caserma senza l'ordine del ministro della guerra; e quando vennero dal re bruscamente licenziati, corsero dal presidente del consiglio a rendergli conto della fallita missione. Furono momenti di estrema angoscia per tutti, e più per quel venerando uomo, che aveva sognata un'Italia indipendente, libera e saggia il giorno innanzi, trascinandosi a stento, era andato alla reggia narrava che, sopraffatto dalla gotta, si era buttato sopra un divano, mentre Ferdinando II sfogliava nervosamente i vocabolarii per trovare il significato di quella parola svolgere, che non fu piccolo pretesto dell'eccidio del giorno dopo. La sera del 15 maggio Carlo Troja non era più ministro. Gli successe il principe di Cariati, col Bozzelli, Torella e Ruggiero: larva di ministero costituzionale che fu licenziato quattordici mesi dopo, per dare il posto a quel ministero ruvidamente reazionario, di cui fu presidente e anima Giustino Fortunato, e furono ministri Ferdinando Troja, fratello di Carlo e il cognato di lui Pietro d'Urso.

Strana vicenda questa di due fratelli, uno dei quali rappresentò, per quarantadue giorni, l'idea nazionale con un re che non l'aveva, in una Corte che l'aborriva, in un Regno che non la capiva; mentre l'altro stette al governo otto anni e rappresentò, con poco illuminata coerenza, l'idea reazionaria e l'interesse dinastico, nonché la più cieca superstizione religiosa, tanto cieca che non pareva sincera.

Meno per l'autorità del suo nome e della sua dottrina, che per gli stretti legami di cosi influente parentela, Carlo Troja non soffrì persecuzioni, né ebbe processi, come i suoi amici e i colleghi del celebre ministero. Tornato alla quiete degli studii, la folla si diradò attorno a lui, ed egli se ne doleva, perché la conversazione era il suo unico svago e la miglior medicina ai suoi mali. Si compiaceva soprattutto di conversare coi giovani, per i quali sapeva trovare le parole più. acconcie e gli argomenti più grati, rendendo il suo discorso erudito e geniale per i numerosi aneddoti, serii e faceti, che graziosamente raccontava. Una sera, tra le altre, erano in casa sua, il Manna e il Trevisani, suoi amicissimi, e il giovane Carlo Cammarota ohe il Troja amava, pregiandone la cultura e l'animo. Si parlava dei fatti del 1848 e il Manna gli chiedeva alcune notizie di politica estera, concernenti il ministero del 3 aprile, del quale egli Manna faceva parte, e il Troja interruppe: "Ma non ricordate, don Giovanni, che la politica estera la faceva il Re, e io sapeva le notizie politiche dal Lampo?„. Il Lampo era un giornaletto popolare di allora. Frequentavano la sua casa que' pochi napoletani, rimasti fedell, ma senza gli entusiasmi di prima, alla scuola neoguelfa, che aveva nei primi e più fortunati mesi del 1848 governata l'Italia, con Balbo e Gioberti in Piemonte; con Gino Capponi, a Firenze; con Mamiani e Rossi a Roma; con Casati e Borromeo a Milano; con Manin a Venezia e con lui, Carlo Troja, a Napoli. Scuola politica che non ebbe più fortuna, dopo i disastri del 1848 e il voltafaccia di Pio IX. I neoguelfi di Napoli, ohe s'ispiravano in Carlo Troja, riconoscendolo come il santo padre della scuola, erano ecclesiastici e laici, i quali credevano conciliabile la fede religiosa con una libertà illuminata e moderata.

Ricordo i tre padri cassinesi, Luigi Tosti, Carlo de Vera e Simplicio Pappalettere, il padre Alfonso Capecelatro e don Vito Fornari; e tra i laici, Domenico Capitelli, Giuseppe Ferrigni, Giovanni Manna, Saverio Baldacchini, Giuseppe Caprioli, il marchese D'Andrea, Alfonso Casanova, Niccola Gorcia, Francescantonio Casella e quel Gaetano Trevisani, che amò il Troja di amor filiale e ne fu riamato, ohe del Troja scrisse la vita e non gli sopravvisse che di un anno. Mente elettissima, Gaetano Trevisani fu quasi il San Giovanni del grande storico, il quale con parole piene di affetto lo ricordò nel suo testamento. Oltre ai neoguelfi, frequentavano la casa di Carlo Troja giovani eclettici, dalle idee manifestamente ghibelline, i quali riconoscevano in Antonio Ranieri il rappresentante del ghibellinismo di allora, un ghibellinismo più rettorico che reale, ma amavano il Troja quasi sino all'adorazione.

Ricordo tra costoro Gennaro de Filippo, Carlo de Cesare, Marino Turchi, Francesco Saverio Arabia, Federigo Quercia, Francesco Pepere, Emilio Pascale, Salvatore de Renzi, Carlo Cammarota e Giuseppe del Giudice. Furono, questi e quelli, gli amici degli ultimi anni e che più trepidarono per la sua vita e ne scrissero, dopo la morte, con ammirazione quasi idillica. Due anni prima di morire, il Troja pubblicò alcune dissertazioni dantesche sul vecchio tema del Veltro allegorico dei Ghibellini, e fu per gli amici di lui un avvenimento addirittura straordinario. Nel Museo di scienze e lettere, Giovanni Manna discorreva del Veltro e dell'interpetrazione storica della Divina Commedia, dimostrando che le ricerche del Troja diedero agli studii danteschi un più sicuro indirizzo. Carlo de Cesare ne scriveva con enfasi nell'Archivio Storico di Firenze, di cui era corrispondente; (115) Federico Quercia nel Nomade e Alfonso Casanova in una sua lettera a Carlo Morelli, in data 30 gennaio 1856, annunziava la pubblicazione del Troja con parole addirittura esaltate. (116)

Quel buon vecchio suscitava cosi vivace entusiasmo fra i giovani colti, non solo per l'importanza delle sue opere e per la sua simpatica e bonaria figura, a cui i candidi capelli aggiungevano venerazione, ma perché rappresentava tutto un passato di speranze liberali e il nome suo ridestava la fede in un avvenire migliore. Storico, letterato, giornalista, presidente del ministero del 3 aprile, gli entusiasmi per lui si confondevano con gli entusiasmi per la libertà della patria.

I dolori artritici rincrudirono ai primi del 1858, costringendo don Carlo, che li sopportava con grande rassegnazione e paragonava il suo stato alla miseria del maestro Adamo, a star sempre in letto. Nel maggio si manifestò un leggiero miglioramento, ma fu di breve durata. Il male si aggravò e rese inevitabile e prossima la catastrofe. Quattro giorni innanzi la sua morte, furono a vederlo don Luigi Tosti e don Carlo de Vera, che egli accolse con grande compiacimento, trattenendoli in discorsi di storia e letteratura. Chiese di don Vito Fornari, ma questi, gravemente infermo, non fa chiamato. Il canonico don Andrea Ferrigni lo confessò e gli somministrò il viatico. Il Ferrigni era professore di sacra scrittura all'Università e fratello di Giuseppe Ferrigni. Al presidente del Consiglio dei ministri, che andò a visitarlo il giorno prima della morte, don Carlo disse, sorridendo: "signor presidente e caro fratello, tutto è proceduto in regola„, volendo assicurarlo che si era confessato e comunicato. E assistito dalla moglie, dal Trevisani e da pochissimi intimi, Carlo Troja spirò all'alba del 28 luglio 1858.

II 29, nelle ore pomeridiane, si fecero le esequie, modestissime. Pochi frati, pochi preti. Nessun accompagnamento ufficiale com'era naturale, né di rappresentanze pubbliche; nessun discorso in casa o in chiesa. Prima che la salma fosse composta nella bara, Sabino Loffredo, giovane di ardenti spiriti, oggi consigliere della Cassazione a Napoli e scrittore della storia di Barletta, compiè un atto che parve temerità: tagliò furtivamente una ciocca dei bellissimi capelli bianchi del Troja che ancora conserva. Gli amici più giovani e più animosi ne seguirono il feretro. Erano in tutti una trentina e, tra quelli che ho ricordati dianzi, notavasi un giovane non ancora ventenne, Francesco Bruni, ora consigliere di Cassazione in Roma, cui il Troja voleva gran bene perché raccomandatogli dal Trevisani. Il presidente del Consiglio dei ministri non si fece neppure rappresentare, ma prese il lutto per la morte del fratello, perché, nonostante fossero politicamente agli antipodi, essi si amavano.

E difatti don Carlo non soffri processo per gli eventi del 1848, anzi poté continuare la pubblicazione della storia d' Italia e del Codice diplomatico longobardo alla stamperia Reale, a spese di questa. Depose come testimone a favore di Saverio Barbarisi e di Pier Silvestro Leopardi nel processo del 15 maggio, e la deposizione fu resa in sua casa come dice il verbale, al noto giudice Morelli, assistito da un cancelliere. In quel giorno trovavasi presso il Troja don Vito Fornari, e il Troja lo pregò di rimanere e di assistere all'interrogatorio. Eccolo originalmente:

Pag. 5-6. — n testimone Carlo Troya, udito sul tenore tanto di questa, che della 17* posizione a discarico, risponde uniformemente alle medesime, spiegando, ohe la riforma sulla Camera dei Pari era a quel tempo la bandiera dell'agitazione di tutto il Regno, e vi era il Zuppetta uno dei propugnatori. Che questa pretensione dell'abolizione della Camera de' Pari, e il desiderio della Costituzione del 1820, col suffragio universale, erano volute e spinte innanzi, specialmente nel Circolo installato in questa Capitale sotto il titolo del progresso, di cui ignora i componenti, nonché il luogo dove si riuniva. Che intanto tutto il Ministero di allora, nulla curando le minacce, ohe da quel Circolo e dalle provincie venivano, ad un movimento armato per deporre il Ministero, onde sostenere quelle pretese, si tenne fermo ne' suoi principii, ed il giorno 13 maggio sottoscrisse il decreto, portante la nomina de' Pari. Che in conseguenza, col ritorno di Barbarisi si trovò già compiuto quel fatto, a di cui sostegno era stato il medesimo colà inviato, e che si era determinato a spedirlo in quelle provincie, per aver saputo ohe il medesimo, come commissario di polizia in aprile 1848, avea più. volte sedato dei disordini, che venivano minacciati nel caffè cosi detto di Buono. Che la precisa missione data dal testimone a Barbarisi fu quella di vegliare sulle mosse del Zuppetta, e presentare l'argomento de' Pari, esortando di cessare dalle vie illegali e facendo delle petizioni al futuro Parlamento.

Che comunque da taluno fosse osservato non poter tal missione di Barbarisi riuscir proficua, per essere un commissario di polizia, tuttavia il ministero rimase fermo, pensando che lo stesso Barbarisi era stato eletto deputato da due provincie.

Pag. 21-22. — Troya depose avere conosciuto Leopardi, se non erra, nel marzo 1848, quando ritornò di Francia, ma non vi tenne altro discorso che in qualità di letterato. Che in seguito, dallo allora ministro degli esteri marchese Dragonetti, fa il Leopardi proposto per ministro plenipotenziario in Torino. Tutto il Ministero applaudi per la buona opinione che godea il Leopardi, e di fatti fu a tal carica nominato.

Bisogna notare che Saverio Barbarisi fu uno dei condannati a morte, e Pier Silvestro Leopardi all'esilio perpetuo.

Il Fornari ricorda pure che alla deposizione del Troja fu presente Enrico Pessina; e V illustre professore, da me interrogato, -- 243 — mi rispose: "Non rammento, con pari certezza, che io abbia assistito all'esame testimoniale del venerando Carlo Troja, ma non lo escludo, tanto più che se ne ricorda il Fornari.... La reminiscenza del Fornari coincide col tempo, in cui rammento che io strinsi amicizia col Troja, tanto più che della causa del 16 maggio io fui non piccola parte, avendovi difeso il Barbarisi, il Mollica e il mio malestro Trincherà„. Leopardi fu difeso dal Castriota.

La via, che percorse il mortorio, non fu molto lunga: dalla casa in via Toledo, alla chiesa di San Severino. Ricevé il cadavere alla porta del tempio Francescantonio Casella. I monaci celebrarono i riti religiosi, e nel giorno seguente Carlo Troja fu tumulato, secondo la sua volontà, in quella severa, solitaria e monumentale chiesa dei benedettini, dove riposavano le ceneri della madre Anna Maria Marpacher, chiesa che a lui ricordava i due amori più intensi della sua vita: la madre che vi era sepolta, e gli studi storici compiuti nelle badie di San Benedetto. I giornali consacrarono poche linee alla morte del Troja. Il Nomade, che gli rese maggiori onori, nel numero del 31 luglio 1858, ne scrisse così: "Un'altra delle sue glorie è stata dalla morte tolta all'Italia. Alle ore 3 ant. del giorno 28 del corrente luglio, moriva Carlo Troja, all'età di 73 anni, lasciando incompiuta la sua istoria del Medio Evo. La grandezza della sventura è tale che alcun pensiero di conforto non basta a mitigarla, perché i grandi partono da questa nostra terra e niuno si mostra degno di tenere il seggio rimasto vuoto. Egli visse più con le opere sue che con il mondo, ed un solo intento sostentò la sua vita travagliatissima, raccontare la storia del proprio paese, di cui un'immagine grande e pura portava nella mente. Se l'istoria del Medio Evo non fa da lui condotta a fine, i libri che ha lasciato bastano a collocarlo avanti a' più alti ingegni dell'età presente. Della morte di tanto nomo dovrà dolersi non solo l'Italia, ma quanta gente hanno in onore le lettere e la nobiltà dell'anima„. Il 2 agosto lo stesso giornale pubblicò un coraggioso articolo di Federico Quercia, e nel giorno medesimo ne pubblicò un altro il Diorama, commovente e degno, scritto da Giovanni Manna. Giovannina Papa stampò rettorici versi e Giuseppe Lazzaro, nell'Epoca, propose, non senza qualche coraggio, che il Troja fosse sepolto in Santa Croce. Altro che Santa Croce! A Napoli, ci volle quasi mezzo secolo perché gli fosse posta una lapide, sulla facciata della casa dove mori! (117)

Sulla tomba si legge questa bellissima epigrafe, scritta dal Fornari e murata dopo il 1860: A, D. O. — Carlo Troja — Riposa in questo sepolcro — Che gli fece — Giovanna D'Urso moglie amata e concorde — N. il 7 di giugno del 1784 — M. il 28 di luglio del 1868 — l’indole e l’ingegno vedi nell'effigie della nobile fronte — La fede religiosa e l’amore d’Italia — Sono effigiate nelle sue storie immortali. Epigrafe che ricorda quella di Basilio Puoti sulla tomba di Niccolò Zingarelli, nei recinto degli uomini illustri al cimitero di Napoli.

Per avere un'idea della desolazione dei suoi intimi dopo la morte del Troja, basterà leggere queste parole, che Alfonso Casanova scriveva a Carlo Morelli; "Sai del Troja morto, ma non puoi immaginare di quale e quanta amicizia mi avesse degnato quell'incomparabile e come alle pubbliche cagioni di tutto, in mi si aggiungano le proprie private. Oh che uomo! non ispero, certo no, di incontrare un altro simile nelle generazioni che si volgeranno con meco per la vita". (((118)))

Fin dal 1851 Carlo Troja scrisse il proprio testamento, e dopo la morte fu rinvenuto fra le sue carte e depositato presso il notaro Gaetano Travassi. Il testamento completa l'uomo eccolo nella sua integrità:

Col presente mio testamento scritto, datato e sottoscritto di mia propria mano, io qui sottoscritto Carlo Troja, del fa don Michele di santa benedetta memoria, istituisco mia erede universale la mia dilettissima moglie donna Giovanna d'Urso del fa don Filippo in tutti i miei beni di qualunque natura, niuno eccettuato, non avendo io eredi né fra gli ascendenti né fra lì discendenti.

E però essa donna Giovanna avrà intera la mia eredità e quanto al tempo della mia morte si troverà di mia proprietà, tanto in immobili quanto in mobili e semoventi, oro, argenti, gomme, intera libreria e collezioni di libri, biancherie d'ogni sorta e mobilia di ogni maniera, in modo che la specialità di queste indicazioni non noccia alla generalità dovendo la predetta mia moglie aver tutto e poi tutto l'asse della mia eredità, senza ninna detrazione o diminuzione, salvo i seguenti legati:

1° Al mio fratello germano don Ferdinando lascio in memoria mia il corpo intero delle opere di Bossuet, ed a sua moglie donna Giacinta Botta, mia cognata, la mia ripetizione d'oro. (119)

2° Al mio cugino don Francesco Saverio figliuolo di don Saverio Troja, mio zio trapassato, lascio sei posate di argento e tre alla sua moglie donna Amalia parimenti mia cugina, perché nata dall'altro mio zio trapassato don Ciro. Dette posate intendo che sieno date a’ detti miei cugini don Francesco Saverio e donn’Amalia coniugi Troja dal numero di quelle che mi pervennero dalla eredità mia paterna e di quella di mia madre donna Anna Maria Marpacher di santa e benedetta memoria, senza che la mia erede donna Giovanna D'Urso debba toccare le posate fatte con mio proprio e particolare danaro, mentre viveva la cara mia genitrice.

3° A don Gaetano Trevisani, avvocato e figlio dell'avvocato don Luigi, lascio, in memoria dell'amicizia nostra, il corpo de’ monumenti Ravennati del conte Fantuzzi in sei tomi in quarto, postillati da me in molti luoghi, ed il Corpus juris germanici (parimenti postillato da me) del Georgish, tomo uno in quarto. Il detto signor Trevisani mi ha sempre aiutato ne’ miei studi e m'è stato fedele amico nelle sventure. Io lo ringrazio di non avermi adulato giammai, né nascosto il suo sentimento, ancorché mi dovesse increscere. Gli lascio inoltre gli Scriptores historiae Augustae cum notis variorum: tomi due in ottavo, ed un piccolo Sallustio degli Elzevirii.

Ringrazio la mia diletta moglie donna Giovanna del lungo affetto e delle affettuose curo, che non si è mai stancata di avere per me, sempre infermo e giacente in letto per buona parte dell'anno.

Non potendo io degnamente remunerarla, prego Iddio che si degni dargliene merito e premiare l'amichevole sua e sempre ingegnosa oarità verso il suo povero marito. La prego di non tralasciare, fin che ella potrà, di fare celebrare o nella cappella o altrove, una messa nell'undici aprile, ad un'ultra noi due settembre di ogni anno, che furono i giorni, ne’ quali perdetti gli amatissimi miei genitori.

Scritto, datato e sottoscritto di mio pugno, come ho già detto, il presente mio testamento olografo, oggi che sono i 2 ottobre 1851.

firmato Carlo Troja.

Le carte dell’illustre storico, grazie al cielo, sono conservate tutte e non è piccolo beneficio. Il padre Enrico Mandarini, morto da pochi anni, me ne aveva scritto di proposito con la sua precisione abituale: e appena ne fui informato, corsi a Napoli e mi presentai al degno ecclesiastico, il quale mi accolse come un vecchio amico, mi condusse a vedere i libri e i ricordi del Troja, e me ne narrò la storia. I filippini o girolamini di Napoli, che hanno sede nel centro della città conventuale, in quel vecchio edifizio costruito su disegno di Dionigi di Bartolomeo, fondarono, fin dal 1500, la prima biblioteca pubblica in Napoli. In tempi, nei quali di biblioteche pubbliche non v'era ombra e le case religiose tenevano gelosamente chiusi i loro libri, furono soltanto i preti dell'Oratorio che misero i loro volumi a disposizione del pubblico. Fra i bibliotecarii e bibliofili dell'Ordine vanno ricordati il Valperga di Caluso, il Colangelo, napoletano e il Telesio, cosentino. La biblioteca si venne di mano in mano arricchendo, per doni o legati di opere e pe' continui acquisti. Francesco Purzio, Antonio Carafa di Traetto, Benedetto della Valle, preti dell'Oratorio e tutti napoletani, morti nella prima metà di questo secolo; e Agostino Gervasio, noto Archeologo morto nel 1862, lasciarono ai filippini le loro pregevoli raccolte. Oggi la biblioteca dei girolamini conta circa trentamila volumi, più di trecento manoscritti e contiene i libri del Troja che sono 3602 volumi. Dopo la morte di lui, i padri di san Filippo per la grande venerazione che ebbero del Troja, e perché opere da lui postillate non andassero perdute, con grave danno della cultura, acquistarono tutto mercé un contratto, col quale si obbligarono a pagare ducati dugeutooinquanta di vitalizio alla vedova. I libri, quasi tutti di storia e rilegati con cura, son chiusi in parecchi scaffali di noce.

Né contenti di ciò, i bravi padri vollero avere un ritratto del Troja, la sua scrivania, il calamaio e la sedia a ruote che negli ultimi anni di sua vita, il gran vecchio, tormentato dalla gotta, adoperava:una sedia a bracciuoli, primitiva ma comoda, e che egli, standovi a sedere, moveva da sé, girando per le camere. Questi ricordi sono con grande amore custoditi dai girolimini, nella sala dei manoscritti, che ne ha di preziosi. Le carte poi del Troja vennero donate dalla vedova alla biblioteca nazionale di Napoli. Delle opere postillate, la più importante è quella degli Annali d'Italia del Muratori, che egli annotò sino all'anno 1300, alla quale epoca avrebbe voluto condurre la sua storia. Difatti nei volumi degli Annali, che vanno dal 1301 al 1600, non si leggono che poche note cronologiche sulla Divina Commedia, due note storiche sui Malatesta e due geografiche.

Gli Annali, che riguardano il periodo dal 1301 al 1500, non sono postillati. Le note del Troja hanno speciale importanza, perché egli non si limita a discutere gli avvenimenti della storia d'Italia narrati dal Muratori, ma ne prende occasione per rimontare ai tempi antichissimi e per esaminare la vita primitiva di ciascun popolo, i costumi e i riti religiosi, le leggi e le guerre, sempre intento al suo fine d'indagare l'origine delle razze barbariche che invasero l'Italia. È un lavoro di straordinaria erudizione, e ricco di infinite citazioni di testi di autori antichi e moderni. Alla fine di ogni nota il Troja indica il luogo, la biblioteca e l'epoca, in cui egli apprese quanto scrisse nelle note.

I filippini acquistarono gli Annali con l'obbligo di pubblicarne, dentro due anni, le postille; altrimenti sarebbero decaduti da ogni diritto. La condizione non poté essere adempiuta, perché gli anni, che seguirono, furono tempestosi e ci corse di mezzo il 1860. Scorsi i due anni, la vedova rientrò nei suoi diritti; ma più tardi, mossa dalle insistenze del Capecelatro e del Mandarini, ne permise la pubblicazione. E cosi il primo volume comparve nel 1869, per opera del Mandarini e dei padri Spaccapietra e Capecelatro il quale vi scrisse una breve avvertenza, rilevando i fatti più salienti della vita del Troja.

Egli paragonò l'amore di lui per l'Italia a quello di Dante, di Savonarola e di Michelangelo; e parlando del ministero del 3 aprile, disse che "ei fece ogni suo possibile per ispirare a tutti il vero amore della libertà sposata colla giustizia, non pertanto fu sopraffatto dall'impeto dì ree passioni, alimentate specialmente dai sospetti, perché le sette già s'eran rendute potenti e tenevano il campo tra i cittadini e forse occultamente anco nella reggia". All'avvertema del Capecelatro segue un interessante studio del Mandarini sulle opere di Troja e sulle postille al Muratori. Egli manifestò il desiderio di pubblicarne l'epistolario, ma, morto lui e morto lo Spaccapietra, prevedo che non se ne farà più nulla per un pezzo. Dal primo volume, che va sino all'anno 221 dell'era volgare, al secondo, corsero otto anni. Questo comparve nel 1877, sempre per opera del Mandarini e dello Spaccapietra; va dall'anno 221 al 400 e contiene 449 postille. Per la preparazione di esso i buoni padri non potettero servirsi dei Quaderni del Troja, i quali in tanti luoghi completano le postille, perché la vedova, che per il primo volume li aveva dati, li negò ripetutamente per il secondo. E se per pubblicare le postille agli annali di quattro secoli di storia sono corsi circa vent'anni, per mandare alla luce le postille a tutto il resto del Muratori, il tempo necessario, in proporzione, sarebbe più di un secolo! A Napoli c'è un'Accademia Reale e c'è una Società di storia patria: possibile che nessuna di queste istituzioni senta il dovere di concorrere alla pubblicazione delle opere inedite di Carlo Troja, aiutando i Filippini a proseguire la stampa delle postille, con quella diligenza ed esattezza, che meritò loro le lodi di Marco Tabarrini e di altri dotti uomini; disseppellendo tutti quei manoscritti donati alla biblioteca nazionale, e raccogliendo e pubblicando intiero l'epistolario del Troja? Ed importantissima sarebbe la pubblicazione, perché l'illustre morto sentì molto l'amicizia, fu arguto e bonario, a nessuno avaro di consigli, né mai restio ad aprire l'animo suo intorno a questioni storiche.

Questo debito intanto, da mezzo secolo rimasto insoluto, si propose di recente soddisfare un vecchio uffiziale di quell'Archivio di stato, Giuseppe del Giudice, noto soprattutto per i suoi lavori storici dei tempi angioini. Il volume, ch'egli ha io parte scritto e in parte compilato su Carlo Troja, è un primo atto di dovere, che Napoli finalmente rende al grande storico suo. Ciò che l'indivisibile e sfortunato amico di lui Gaetano Trevisani non poté scrivere del maestro venerato, perché la polizia borbonica non glielo permise nel 1858, potette liberamente manifestare il Del Giudice.

Della vita pubblica di Carlo Troja, della parte cioè da lui avuta ne’ moti del 1820, del suo esilio per l'Italia, delle vicende nel 1848, il Del Giudice ha felicemente ricostruita una più ampia e più equa narrazione; e perciò moltissimo, se non tutto, emerge da quel volume de’ prodigiosi studii del Troja, nonché della patriottica polemica da lai sollevata, e alla quale presero parte i più bei nomi d’Italia di quell'epoca: Manzoni, Mai, Capei, Mezzonico, Capponi, Balbo e Litta.

Carlo Troja fu il primo difatti ad iniziare co’ suoi studii la profonda trasformazione del patriottismo, romano, o toscano, o piemontese, o lombardo, o napoletano, ch'era stato sino allora, in patriottismo italiano. La mente investigatrice di Silvio Spaventa vide e scolpi, nel suo discorso sul Massari, questa grande base della nostra storia moderna. Il Del Giudice inoltre ha per il primo, ed è vero merito suo, fatto tesoro del ricco epistolario di Carlo Troja, che Vito Fornari assicurò agli studii nella biblioteca nazionale di Napoli. Ma, senza nulla detrarre al lavoro del Del Giudice, risultano da esso troppo evidenti i due veri ostacoli, nei quali egli si è imbattuto; la fretta, cioè, nel mettere insieme il libro, e l'avanzata età sua, che quasi tocca i novant'anni.

L'abbondanza de’ materiali inesplorati, le gravi questioni storiche, che il Troja prese a discorrere con quella sua incommensurabile vastità di mente, la polemica che dilagò fra’ più insigni scrittori italiani ed esteri, i nuovi metodi da lai introdotti negli studii danteschi, richiedevano assai più tempo che il Del Giudice non ebbe nel preparare il libro, assai più vigoria di anni, che il valentuomo oggi più non possiede. Però chiunque vorrà occuparsi del Troja non potrà prescindere certamente da questo bel lavoro. Ed è certo gran vanto del vecchio erudito aver compiuto in due anni, ciò che molti giovani neppur tentano durante una vita intera. Ma rimane sempre il bisogno di un libro organico e completo sul grande storico napoletano. I materiali abbondano. Nell'archivio di Stato a Napoli, per citare qualche esempio, si conservano le lettere e i rapporti che il Troja scrisse da Potenza, nei diciassette giorni che vi fu intendente nel 1821, e altre debbono trovarsi nell'archivio provinciale di quella città.

Nello stesso archivio napoletano il Del Giudice non si è ricordato di consultare i registri della polizia borbonica sugli individui espatriati, esiliati e relegati per carichi politici del 1820 e 1821.

Ivi si racchiudono notizie oggi preziose sulla più degna emigrazione politica napoletana, e ce né del Troja, Citerò un altro esempio. Ciò che il Troja fece nel parlamento napoletano del 1848, cioè la preparazione extra-ufficiale del suo governo, che ancora risulta dai giornali del tempo, nel libro del De Giudice è trascurato. E stato invece felice nel riprodurvi gli articoli assolutamente dimenticati, che Carlo Troja scrisse nel 1848 sulla insoluta ed ardente questione siciliana, e pubblicò ne numeri 1, 5, 20, 33, del giornale napoletano Il Tempo e importantissimi per più rispetti; innanzitutto per le notizie autobiografiche di lui, che narra i primi anni suoi nella Corte borbonica a Palermo nel 1799, l’incontro con Emma Lyona e col padre Piazzi, e il modo di vedere nella grossa questione siciliana. Com'è noto, il Troja fu il fondatore e il direttore nominale di quel foglio, che vide la luce il 21 febbraio del 1848, ed era scritto da Saverio Baldacchini, Cammillo Caracciolo, Achille Bossi e principalmente da Ruggiero Bonghi. Lo studio di lui è diviso in cinque articoli, con questo titolo: Diritto pubblico nazionale, ed ogni articolo ha un sarà continuato: tutti sono improntati ad uno spirito altissimo d’italianità, di verità e di moderazione. Il primo venne fuori nel primo numero del giornale, quando già la rivoluzione era compiuta in Sicilia, m non ancora vi si era proclamata la decadenza della dinastia, la qual decadenza significava separazione irrimediabile dell'Isola da Napoli. Riporto, fra i documenti, il primo articolo, ch'è una specie di proemio agli altri, ed è pieno di curiosità e d'interesse per la vita del Troja e la vita di Palermo nei primi anni del secolo scorso.

Furono illusioni! Negli altri articoli, se minori sono i ricordi personali, sovrabbondano le adatte citazioni e le profonda considerazioni storiche, rivolte all’intento nobilissimo di dimostrare che la Sicilia doveva rimanere unita a Napoli come la Sardegna al Piemonte. Il pensiero di una divisione eccitava stranamente Carlo Troja, perché in opposizione alla storia e all'idea italiana. Vi sono tratti di vera eloquenza, di maravigliosa bellezza e d’inverosimile ingenuità. Uditelo come chiude il penultimo articolo:

Fratelli, si; ma per Dio non ci assalite, perocché ci difenderemo; i soldati, or si degni de’ generali Pronio e Palma mal potrebbero, se disonorati, condursi a combattere contro lo straniero in sul Po. Ruggiero Settimo, che perorava per quelli del 1818, non può desiderare che gli altri del 1848, sebbene abbiano sembiante di suoi nemici, si disonorino. Questi certamente non sono e non saranno i sensi di Ruggiero Settimo e dei suoi colleghi; ma fiero dubbio invade le menti, non siano per avventura essi premuti dalle fazioni dei Bunachi; genti riottose, per quanto ai narra, le quali ora distendono in Palermo una grande ala, minacciando la libertà e la pace dell'Idola, e non consentono che il nostro Re si chiami Re del Regno della Sicilia di qua e di là del faro, come appellavasi Federico III nel Capitolo del 1296.

Altro Re fu l’Aragonese Federico III; e, secondo il Boccaccio, ebbe grande amicizia con Dante Alighieri. Ma cosi nel Purgatorio e nel Paradiso, come nel Convito e nell'Eloquio volgare, Dante non favellò se non dell'avarizia e della viltà di Federico: i quali odii, credo, generaronsi nell'animo del poeta, quando egli vide, che il Re abbandonava i Pisani alla morte di Arrigo VII, ponendo in oblio l’interesse e la causa dei Ghibellini d'Italia. Fate, o carissimi fratelli, come potete, disse loro, Federico io torno in Sicilia (agite, patres carissimi, sicut qualitas temporis innuit). E ne avea buone ragioni; ma buone soltanto per Sicilia, non pe’ confederati del 1818. Lo stesso avviene oggi, dopo 6 secoli e più; i Siciliani, col noma di nostri fratelli, pensano solo alla loro causa e non a quella d'Italia; ciò che cercherò di mettere in miglior luce, continuando la presente scrittura.

E l'ultimo articolo conclude:

A tanta gloria non mancarono so non gli amichevoli accordi con Napoli; e Ruggiero Settimo, venuto al governo dello Stato col titolo di Presidente, saprà formarli si, che i siciliani diritti siano collocati sopra saldissime basi, e que’ del Re solennemente riconosciuti secondo la Costituzione del 1812. Cara Sicilia! Su questi accordi poserà sicura l'indipendenza d'Italia.

Il lavoro non è compiuto perché il Troja fu assunto al governo il 3 aprile, e dopo il 16 maggio il Tempo passato nelle mani del D'Ajout, divenne giornale della reazione.

Una curiosità, che devo anche a Giovanni Beltrani, mio indimenticabile collaboratore per questo argomento, e il solo oggi che possa scrivere un libro veramente completo su Carlo Troja, sono le singolari note caratteristiche, che sul Troja scriveva nel 1827 la polizia di Napoli nei suoi registri. È noto che nel febbraio del 1821 egli fu nominato intendente di Basilicata, fu destituito quando segai la reazione e andò poi in esilio. Ecco dunque quanto si trova annotato sul conto di lui:

TROJA CARLO DI NAPOLI. — Uno de’ Compilatori della Minerva e dalla Voce del Secolo, i di cui fervidi articoli son troppo conosciuti. Corredato di molto fuoco, di vivace ingegno e di profondi principii antimonarchici, appartiene alla classe delle persone pericolose ed influenti in qualunque lontano evento di politiche abberrazioni. Compreso nello stato degli eliminati, fa addetto alla 2 classe, e S. M. nel Consiglio de’ 5 maggio 1826 ordinò che fosse tolto il divieto di rientrare, dopo ciò si recò in Napoli, la vigilanza istituita sul di lui conto presentò degli sfavorevoli risulta menti, specialmente per implausibili contatti; per cui d'ordine Sovrano fu proporzionata una seria avvertenza, dopo di che per alcun tempo si mostrò più circospetto ma in seguito riprese l'antico andamento.

Intanto avendo chiesto un passaporto per l'estero, ed essendo alata rassegnata a 8, M. l'indicata domanda, la M. S. nel Consiglio de’ 27 giugno 1828 si degnò non impedire che egli partisse, a condizione che volendo ritornare dovesse prima conseguire il permesso dal Ministro degli affari esteri, ai è fatto conoscere essere giunto in Roma agli 11 luglio 1828, a che disponevasi a partire per Firenze, d'onde ha chiesto passare in Venezia. ma gli fu negato l'ingresso in quello stato. Si fa rimarcare che frequenta la conversazione dei liberali. Sulle di lui istanze di ritornare, S. M. ne’ Consigli de’ 26 marzo e 21 luglio 1829 dichiarò di non annuire alla domanda su di un'altra dimanda, nel Consiglio de’ 2 novembre 1829 ordinò non annuire alla domanda. Su di un’altra dimanda nel Consiglio de’ novembre 1829 ordinò non farsi novità. È compreso nell'abilitazione dipendente dall'atto Sovrano dai 20 maggio 1831.

(Archivio di Napoli Ministero Interno Polizia, vol. 17, fasc. 40. — supplemento al Registro degli individui napoletani espatriati, esiliati, e rilegati per carichi politici, 1827, fol. 118 – 118).


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CAPITOLO XVI

SOMMARIO: Un bello in maschera alla reggia — Un costume da brigante — Severo monito del re — gl'inviti ad altri balli — Il duca di Ventignano e la jettatura — I balli dell'Accademia — Ricevimenti aristocratici — Casa Torella, casa Craven e casa De La Feld — Particolari e ricordi — Le più belle signore — I balli di Sorvillo e di Meuricoffre — Un incidente al ballo del ministro di Francia, riferito da Alfonso Casanova — Ricevimenti borghesi — Le periodiche„ — Poeti dialettali, musicisti e cantanti — Gli avvocati e loro influenza nella vita del Regno — Ferdinando II e Settembrini di accordo nel giudicarli — I maggiori avvocati del tempo — Le corse e le passeggiate a. cavallo — Un incidente occorso a Giovanni Barracco — La moda negli ultimi anni — Sarte e modiste — Bagni e villeggiature — I più eleganti del tempo — Sarti, cappellai, gioiellieri e calzolai di maggior fama — Camiciai, guantai e parrucchieri — Don Felice Tafuri, Picardi, Peiroe e i fratelli Savarese — L'Emporium di Tesorone — I collezionisti di monete antiche — Il bello Gasparre — Le Accademie — Come si diventava soci! — Una relazione postuma di P. E. Imbriani — La Pontaniana e la concessione del premio Tenore a Carlo de Cesare — Lo accademie nelle Provincie — Un inno borbonico cantato a Vasto.

L'ultimo decennio fu in verità molto diverso per Napoli, dagli anni che precedettero il 1848, quando la Corte vi dimorava stabilmente, e il re dava frequenti feste e interveniva ai balli patrizii e diplomatici. Nel 1843, in occasione della inaugurazione della ferrovia, che congiunse Napoli al Real Sito, apri la reggia di Caserta ad una festa, di cui forse in qualcuno de’ nostri vecchi dura ancora il ricordo. Apri egli stesso le danze, essendo allora ballerino agile e instancabile, e la duchessa Teresa Ravaschieri mi diceva che, giovanissima, facendo il suo primo ingresso nel mondo, aveva ballato un valizer col re, molto galante con le signorine più graziose. Vi era allora ira la Corte, l'aristocrazia e l'alta borghesia maggior affiatamento, più facili essendone i contatti.

Ma dal 1849 al 1859 le cose andarono altrimenti. Una delle ultime feste date alla reggia di Napoli la sera dei 26 febbraio 1854, fu quel magnifico ballo in costume, di cui la memoria non si è ancora cancellata. Tutto il servitorame vestiva alla Richelieu e la quadriglia reale, alla Luigi XIII. Il re indossava un costume di velluto grigio; il conte d'Aquila, di velluto nero; il conte di Trapani, di velluto bleu-celeste; il conte di Montemolino, di velluto marrone chiaro; il principe don Sebastiano, di velluto marrone scurissimo e di scurissimo azzurro era il costume di don Fernando, infante di Spagna. Vi convennero ancora alcuni principi tedeschi, coi relativi seguiti, anch'essi in costume, e grande fu la magnificenza dei merletti ed il luccichio delle gemme. A questo ballo, nel quale gl'inviti raggiunsero il migliaio, intervenne Giovannino del Balzo sotto le vesti di brigante calabrese: costume più fantastico che reale. Fu fatto ritirare per comando del re, che chiamò il maggiore Yungh degli svizzeri, in maschera da mugnaio, e gli disse: “Avvisa Giovannino, che si cada a comporre”. Il Del Balzo usci e più non comparve; e quando, due o tre giorni dopo, andò dal re a presentargli le scuse, Ferdinando II gli disse: “Ricorda che i briganti in casa mia non debbono venire, neppure in maschera”. L'ultimo ballo ebbe luogo la sera del 23 gennaio 1866, con due mila invitati. Un altro era stato fissato nel gennaio del 1857, ma non fa potato dare per una serie di disgrazie sopravvenute, a causa, si disse, dell'invito fatto al duca di Ventignano. Caratteristico il colloquio che in quella occasione avrebbe avuto il re col duca d'Ascoli. Questi gli leggeva le vecchie liste degli invitati, cancellando gli assenti, i morti e quelli di non sicura fede politica e proponendone dei nuovi. A un certo punto si fermò sul nome del Ventignano, che aveva sollecitato un invito. Ferdinando II riconobbe la convenienza di contentarlo, per le buone qualità e la provata fede del duca, consigliere della Corte dei conti, ma disse al d'Ascoli: "Tu sai i pregiudizi che corrono sul tuo conto; io non credo; invitalo ma ti annunzio che la festa non si darà,,. Il re credeva alla jettatura come si è veduto, ma in alcuni casi studiava di non mostrarlo. Il duca fu compreso nella lista degli invitati; ma, poche settimane dopo l'invito, avvenne l'attentato di Agesilao Milano e la festa andò in fumo; anzi nelle reggie di Napoli e di Caserta non vi furono più grandi feste, né conviti di nessun genere.

Due piccole veglie con danze che il re a Gaeta ad "eletta schiera d’invitati„ una la sera del 12, e l'altra del 15 febbraio 1853. L’"eletta schiera„ secondo il linguaggio officiale, era formata da militari, da sindaci e personaggi dei paesi vicini. S'immagini! Il re e i principi si divertivano a dar la baia ai "pacchiani,, imbarazzati e confusi. Altre grandi feste si preparavano per le nozze del principe ereditario, ma le sventure sopravvenute le mandarono in fumo. Durante gli agitati quindici mesi di Francesco II, vi furono ricevimenti, baciamani e circoli, ma balli punto. Tutto questo non fece che accrescere il pregiudizio sul conto del povero duca di Ventignano, il quale era uomo di spirito, zio paterno di Cesare, Federigo e Alfonso della Valle di Casanova e sopportava in pace quella specie di odiosa leggenda, che si era formata sul suo nome. S'immagini, che lo stesso suo nipote Cesare attribuiva l'insuccesso della ferrovia delle Puglie al fatto, che il duca assicurava di averne letto per primo il decreto di concessione! Ne era il solo de’ malcapitati, perché di jettatori, reputati famosi, Napoli ne contava parecchi che ancora si ricordano con comico spavento. Ogni napoletano, più o meno confessandolo, ha sempre creduto al malefico influsso.

Nonostante l'assenza della Corte, furono quelli gli ultimi anni della grande società napoletana. A Napoli erano il corpo diplomatico, i grandi dignitari e i gran signori, men di oggi vogliosi di viaggi all'estero, ixè dissestati dai crediti fondiari e dalle cambiali. Correva allora la voce in Europa che le feste da ballo di Napoli vincessero quelle delle Tuileries in eleganza, e le feste dell'Accademia, nelle sale dov'è oggi il casino dell'Unione, si segnalavano per la loro magnificenza. Il club dell’Accademia raccoglieva nobili con quattro quarti, e l'ammissione vi era difficile. Pur non essendo un club politico, nove decimi dei suoi soci erano devoti o rassegnati al regime borbonico, e temevano più che non stimassero Ferdinando II, il quale aveva ridonata la pace al Regno e garentiva l'ordine. L'Accademia aveva sede nel palazzo Berto, poi trasportò i Buoi penati in piazza San Ferdinando, sul caffè di Europa. Eran qui le sale da giuoco e di conversazioni, perché i balli venivano dati nei locali sopra il San Carlo, che furono poi concessi da Vittorio Emanuele al nuovo circolo dell'Unione, il quale sorse sul finire del 1860, raccogliendo la doviziosa borghesia e il patriziato liberale.

Carlo Poerio ne fu eletto presidente onorario, Gennaro de Filippo presidente effettivo, e segretario Guglielmo Capitelli. All'autorità del Poerio e alla tenacità del Capitelli deve l'Unione gli splendidi locali, la cui perdita fu cagione di amarezza per l'Accademia, che divenne club ancora più chiuso e seguitò ad presedata dal conte di Montesantangelo.

Se negli anni, dei quali scrivo, non vi erano altri clubs, viceversa i ricevimenti nelle case signorili si succedevano sena interruzione. In casa Torella si riceveva tutte le sere dopo la mezzanotte, e anima della società cosmopolita che vi si raccoglieva, era la vecchia principessa figliuola di Cristoforo Saliceti, il famoso convenzionale, che aveva letta la sentenza di morta Maria Antonietta, ed era stato il terribile ministro di polizia di Giuseppe Bonaparte. Società cosmopolita, perché non vi era straniero di distinzione che non fosse presentato in casa Torella, né diplomatico che non la frequentasse. Vi si faceva opposizione moderata, ma costante, al governo, e frequentavano gli eleganti saloni uomini di fede liberale, che erano gli amici di Cammillo, tornato dall'esilio nel 1855, come si è detto. In casa Torella spirò sempre un'aria di fronda e quando nel 1851 venne Gladstone a Napoli, vi fu presentato da sir William Temple, che vi era costante commensale; né quell'ambiente contribuì a sconsigliar l'onesto inglese dal pubblicare le celebri lettere. Dei due figli maschi del principe Giuseppe, Niccola, divenuto principe di Torella dopo la morte del padre, fu ministro costituzionale di Francesco II, dopo essere stato arrestato un anno prima per sospetti politici; e di Cammillo, marchese di Bella, si è molto parlato. Ai primi del 1860 egli tornò in esilio, come si vedrà. Riunioni e balli di straordinario splendore furon quelli di casa Bivona e di casa Sclafani. I due fratelli abitavano il loro romantico palazzo alla Ferrandina. Non meno splendidi i ricevimenti di casa Santa Teodora, quando Luigi, duca di Sant'Arpino, prese moglie a Londra e condusse in Napoli la magnifica signora, la cui apparizione nella società napoletana fu come un avvenimento. Si riceveva ancora e si ballava in casa Bovino, in casa Messanelli, in casa d'Angri; che anzi in casa d'Angri fu dato in quegli anni un ballo in piena estate sulla terrazza scoperta e la gente si affollava al largo dello Spirito Santo, tanto da impedire la circolazione delle vetture.

A questi balli, tranne a due in casa d'Angri, la Corte non intervenne mai e neppure i primi figliuoli del re; ma non mancarono il conte di Siracusa, il conte d’Aquila e il conte di Trapani. Ricevevano i ministri esteri e si distingueva fra tutti, il ministro d'Inghilterra, che dava magnifici balli. Nelle gale del San Carlo questo gran mondo appariva in tutto il suo splendore. Le gale cadevano ogni mese, così per il compleanno come per l'onomastico dei sovrani e dei principi del sangue; ma le più pompose eran quelle per i compleanni del re, della regina e del principe ereditario.

Un centro, dove conveniva quasi tutta l'aristocrazia più eletta e accorrevano i letterati e gli artisti di maggior grido, era casa Craven, al Chiatamone, che continuava le geniali tradizioni del vecchio Keppel Craven, figlio della margravia di Anspach, stabilitosi in Napoli parecchi anni prima e che aveva un bel palazzo al Chiatamone, una villa a Posillipo ed un castello cinto di bosco a Penta, presso Salerno. Faceva splendidamente gli onori di casa Paolina Lafferrounays, sposata ad Augusto Craven, donna di alto ingegno e di alto animo. La gran sala del palazzo Craven, decorata in istile del primo impero, raccoglieva Giuseppe Campagna, Enrico Catalano, il duca di Campomele, Stanislao Gatti, Gabriele Capuano, Giovanni Barracco, Pietro Laviano Tito, Cammillo Caracciolo, il duca Proto, Alfonso e Cesare Casanova e il padre Alfonso Capecelatro. Delle signore, ricordo la marchesa di Rende Caracciolo, la principessa di Camporeale, la contessa di Castellana, la marchesa di Bugnano, la contessa di Bray, le sorelle Paolina, Adelaide e Clotilde Capece Minutolo, e quella duchessa Ravaschieri, che amò la Craven di ardentissimo affetto ed ha consacrato alla sua memoria un libro commovente. Fu in una recita di filodrammatici al palazzo Ferrandina, che la duchessa Ravaschieri conobbe la Paolina e ne divenne l'amica intima e diletta. In casa Craven vi era pure un teatrino, costruito dall'architetto Paris, dove si davano rappresentazioni in italiano e in francese. La duchessa Ravaschieri, Augusto Craven, Marcello Mastrilli duca di Gallo, il conte Carlo Lafferrounays, fratello di Paolina ed altri vi recitavano vaudeville e commedie francesi. Il teatrino di casa Craven era una delle maggiori attrattive della più intellettuale società napoletana, e il più valoroso filodrammatico dell’alta società parigina, il visconte di Magnieux, venne a Napoli a bella posta per recitarvi.

Le rappresentazioni avevano quasi sempre uno scopo di beneficenza e i poveri ne ritraevano sollievo. Furono recitate ne] 1867 le due piccole commedie le Piane de Berthe e Michel et Christine, e ne furono protagoniste la contessa di Castellana e la vecchia madama Craven, che voleva riprodurre il figurino del tempo (1828) en robe courte, ma gli scrupoli non lo permisero. Per il terremoto di Basilicata si rappresentarono due commedie francesi, e la duchessa Ravaschieri declamò il Salmo di Niccola Sole. La commozione fu grandissima quando ella disse:

Signore! I tuoi clementi occhi declina

Su le ripe lucane, ove la, vita

Fra il terror si dibatte e la roina!

Scapigliata una gente sbigottita

Ignuda fugge il tuo divin furore,

E per gl'infermi campi erra smarrita! (120)

Quelle due rappresentazioni fruttarono la bella somma di oltre quattromila ducati; i posti nella sala non erano che dugento e alcuni furono pagati dieci napoleoni l'uno. Nel 1859 la casa Craven divenne il luogo dove più liberamente e più vibratamente si parlasse delle speranze d'Italia, sull'esempio della padrona di casa, la quale, francese e bonapartista, credeva che Napoleone III fosse il veltro di Dante. Molto frequentati anche i ricevimenti in casa De la Feld. La contessa De la Feld per un vero valore nell'arte del canto, apparteneva alla famiglia Bevere di Ariano e fu educata a Napoli, dove sposò nel 1844 il conte Giuseppe Da la Feld, ricco signore inglese, venuto a Napoli per diporto, a bordo del suo Yacht "Esmeralda". I ricevimenti di casa De la Feld ebbero importanza politica nel 1860, ma prima di quel tempo erano già celebri, perché vi si faceva della musica eccellente e ai concerti prendevano parte, oltre al migliori dilettanti del tempo, i più rinomati artisti di passaggio per Napoli.

Cera anche un teatrino e vi si rappresentò, nell'aprile del 1867, il Don Pasquale di Donizetti. Fu un avvenimento musicale per l'ottima esecuzione e per la qualità degl'invitati. Cantarono la padrona di casa, il barone Giovanni Genovesi, il barone Roberto Tortora Brayda e Melchiorre Delfico, dilettanti di prim'ordine. Anche nell'orchestra, insieme ad artisti, erano anche dei valorosi dilettanti. I De la Feld abitavano al piano nobile del palazzo Partanna, in piazza dei Martiri, che allora si chiamava ''Calata santa Caterina a Chiaia„.

Alla rappresentazione del Don Pasquale assistette il re di Baviera, padre, il quale, sotto il nome di conte di Augusta, viaggiava per diporto e si fermò a Napoli tre giorni. In quello stesso mese di aprile giunse pure a Napoli il re Massimiliano, sotto il nome di conte di Werdenfels, e fa molto festeggiato nell'alta Società, B Fra le più belle dame del tempo, brillavano le tre figlie di Carlo Filangieri, note sotto il nome delle tre duchesse, cioè la Bovino, la Cardinale e la Ravaschieri Fieschi. La duchessa di Bovino aveva richiamata in una delle feste delle Tuileries l'attenzione di Napoleone III, il quale volle conoscerla e fa con lei pieno di cortesie, ricordandole il padre e l'avo. Si distingueva anche per bellezza la contessa Latour, una delle figliuole del principe d'Angjri e che visse a Parigi vita da santa. Suo marito Leopoldo fu il fedele cavaliere di compagnia di Francesco II. Una sorella di lei divenne principessa di San Cesario, l'altra duchessa di Marigliano e una quarta fu principessa di Fondi: tutte parimente bellissime. Questa contessa di Latour non è da confondere con l'altra contessa di Latour, moglie di Francesco colonnello degli usseri, che salvò la vita a Ferdinando II nell'attentato di Agesilao Milano. Quest'ultima, morta da circa quarant'anni, fu dama della regina Maria Teresa, visse vita ritirata e devota, come tutti di casa Sangro a cui apparteneva. Il marito n'era gelosissimo. Oltre alle Filangieri e alle sorelle d'Angri, risplendevano, fiorenti di gioventù e bellezza, la marchesa di Bella, moglie di Cammino Caracciolo, che era russa e aveva splendidi capelli biondi, che in ricci le scendevano graziosamente sulla fronte; e con lei la contessa di Castellana russa anche lei, la principessa di Frasso che fu moglie di Ernesto Dentice, deputato e senatore d'Italia e madre di Luigi, senatore, oggi, anche lui.

La principessa di Frasso, nata contessa Chotek, era boema e alla elegante vaghezza univa una grande bontà. La Frasso, la Castellana, la Sant'Arpino, divorziata dopo il 1870, la marchesa di Bella e la principessa della Scaletta, nata contessa Wrbua di Vienna, dama di Corte e donna ricca di talento e di brìo, erano gli astri venuti di oltre Alpi a rifulgere nell'olimpo delle belle partenopee. E vanno pur ricordate la principessa di Camporeale; la contessa Poroinari, nata Santasilia, poi principessa di Piedimonte; la duchessa di Cirella; la Policastro, poi principessa di Qeraoe; la San Griuliauo Ischitella; le due figlie del principe Dentice: la marchesa di Bugnauo e la contessa di Bray, maritata al ministro di Baviera e Pietroburgo, e che divenne suoceri di Giulio Figarolo di Gropello, incaricato d'affari di Sardegna.

Queste belle dame formavano l'alto mondo dei balli e d»i ricevimenti, rendevano il San Carlo una festa, assistevano alla prime rappreseu. azioni dei Fiorentini e ai più celebri concerti musicali. Furono famosi in quegli anni i concerti di Bottesini e di Sivori. Le abitudini di allora erano su per giù quelle di oggi. Allora le signore dell'aristocrazia andavano in carrozza alla Riviera e villeggiavano la maggior parte a Portici, a Posillipo, a Castellamare e a Sorrento. Erano frequenti le gite in campagna, ma di rado queste varcavano Sorrento, Caserta, Cava, Lauro e San Paolo presso Nola. La cronaca cosi detta mondana non esisteva, e i nomi delle signore non apparivano mai nei giornali per nessun motivo.

L'alta borghesia della banca e del commercio aveva anche essa le sue feste e i suoi ricevimenti. Sontuose quelle di casa Meuricoffre e più di casa Sorvillo. Sorvillo era console d'Austria, e abitava con gran lusso a San Giacomo; Giorgio Meuricoffre. console generale dei Paesi Bassi ed agente della Confederazione svizzera, abitava il proprio palazzo al largo del Castello; anzi le feste di Sorvillo e i venerdì di casa Meuricoffre non avevano da invidiar nulla a quelle dell'aristocrazia; e memorabili, benché rare, furon quelle di don Girolamo Maglione, che si veniva ritirando dagli affari, dove aveva cumulata una grossa sostanza. Egli, genovese, come i Giusso, i Rocca e i Badarò, era stato l'arbitro del commercio dei grani nel Regno, prima che salissero in fama i Perfetti, i De Martino e i Pavoncelli. Suo agente fido e fortunato fa per alcuni anni quel don Giambattista Badarò, semplice, avveduto e curioso uomo, di esemplare probità, che non ebbe mai casa propria, e visse e mori all'albergo di Ginevra.

V'intervenivano i professionisti di maggior grido, alti funzionari, e diplomatici, qualche ministro, quasi tutt'i direttori, i quali, tranne il Carafa, erano borghesi, e molte famiglie dell'aristocrazia. Le feste di casa Sorvillo si compivano con cene sontuose. Ad un ballo da Meuricoffre il ministro di Spagna Bermudez fu insultato da un uffiziale svizzero.

Corse una sfida portata da Marcello Gallo, ma la cosa non ebbe seguito. Ben più grave incidente era avvenuto ad un ballo di Barrot, ministro di Francia, nel 1862, e sarà bene riferirlo con le parole stesse di Alfonso Casanova, nipote della protagonista, moglie di Filippo della Valle, marchese di Cepagatti. Scriveva Alfonso al cognato Antonacci il 28 agosto:

“Nel ballo di Barrot ebbe luogo an incidente, del quale io fo a te la confidenza, ma nessun altro lo sa. Un officiale francese invitò Caterina a ballare un valzer con lui. Gli rispose che era impegnata. Poco dopo Caballero andò ad invitarla in spagnolo, e lei accettò. L'uffiziale, dispiaciuto della preferenza, disse ad alcuni suoi compagni che se ne sarebbe vendicato. Intatti tanto si adoperò, che riuscì a mettere la sua spada tra le gambe di Caballero, il quale cadde, e trascinò con so la sua dama. La caduta non ebbe conseguenza, fa tu un miracolo: avrebbero dovuto rovinarsi, perché entrambi caduti con l'occipite a terra. Il ballo tu interrotto da mille grida, che esprimevano la paura degli astanti e il pericolo della caduta. Tutti credettero e credono che fosse stata una disgrazia, ed invece era una vendetta. E ti do questo per cosa certissima. Che dici della ipocrita galanteria di società, che contraddistingue questi buffoni di francesi? Forse lei ebbe torto di ricusarsi all'invito dell'affidale, ma la pretensione, che costoro hanno, di riuscir graditi a ohi non li conosce, nemmeno di nome, mi pare un po’ soverchia„.

Sono ugualmente da ricordare le serate non a scopo di divertimento, ma di piacevoli conversazioni, di casa Ferrigni, d casa Ulloa, di casa Baldacchini, dopo che don Saverio sposò la vedova di Luigi Bonghi, la intelligentissima madre di Ruggiero Bonghi, e quelle presso Giovanni Manna, che da poco aveva sposato una figlia del generale Sabatelli. In casa di Leopoldo Tarantini e di Vincenzo Torelli si raccoglievano avvocati, letterati e artisti. Tarantini riceveva il sabato, e Giannina Milli, Nicola Sole e lo stesso padrone di casa improvvisavano versi, ai quali don Raffaele Sacco, il grazioso poeta dialettale, aggiungeva barzellette e aneddoti esilaranti.

"Vi andavano anche i migliori artisti dei Fiorentini e del San Carlo ei più noti compositori di musica. In queste riunioni si discorreva d'arte, di storia, di letteratura; si faceva buona musica e nell'immancabile teatrino di famiglia si rappresentavano commedie del padrone di casa, o di giovani suoi amici. Tarantini aveva simpatica cultura letteraria, vivace talento e genialità poetica; scriveva versi e drammi pregevoli ed era inoltre, col Marini Serra, il maggior lume del fòro penale. L borghesia di secondo e terzo grado contava le sue tradizionali periodiche, e poiché in quegli anni il Trovatore aveva fatta girare la testa ai napoletani, non vi era periodica dove un qualunque tenore non cantasse:

Di quella pira l'orrendo fuoco;

e un baritono non urlasse:

È l'amore, l'amore ond'ardo;

e una qualunque signorina sentimentale e un tenorino senza voce non ripetessero, al piano, il duetto fra Manrico e Leonon.

Si cantava a tutto andare l'aria del Rigoletto:

La donna è mobile,

e l'altra, non senza malizioso significato:

Questa e quella per me pari sono,

Erano immancabili, nelle periodiche, le canzoni popolari, e Santa Lucia, la Palummella janca, Scetete ecc, 'U cardillo, a Fenesta ca lucive risuonavano dappertutto. Fenesta ca lucivi conta forse più di un secolo di vita ed è sempre viva, perch'è la canzone di maggiore sentimentalità che abbia avuta la poesia popolare. Te voglio bene assaje, improvvisata dal Sacchi e anteriore al 1840, era morta da un pezzo, e Santa Lucia, a torto attribuita al Gottrau, in quegli anni furoreggiava. La Borghi Marno faceva andare il pubblico in visibilio, cantandola cantandola in dialetto al San Carlo nella scena della lezione di musica del Barbiere di Siviglia i cui primi versi erano stati cosi ridotti:

Comma se fricceca

La luna chiena,

Lu mare è scuro

L'aria è serena eco.

I poeti canzonettisti dialettali più stimati e in maggior voga erano Domenico Bolognese, Michelangelo Tancredi ed Ernesto del Preite. Il maestro di musica più fecondo, più melodico e popolare eia, Pietro Labriola, già alunno del collegio di San Pietro a Majella e tenorino della cappella reale. Sposò la prima figlia del maestro Enrico Petrella e visse povero come Giobbe, k mentre altrove sarebbe divenuto milionario. Ogni canzone gli veniva dall'editore Giuseppe Fabricatore pagata appena dieci, dodici, o al più venti carlini. Raramente per qualcuna ne ebbe trenta! Nonostante la trascurata edizione del Fabricatore, quelle canzoni, quando incontravano il favore del pubblico, si vendevano a migliaia. Molte di esse, più popolari in quel tempo, resistono ancora, come I capille 'e Carolina, Tu me vuo’ bene, o no me vuo’ bene? Terè, parlate a papà e si cantano da’ suonatori ambulanti a Posillipo. Aveva fama di buon compositore popolare anche il Valenza.

Tra i cantanti di quel tempo, il Levassor di Napoli, famosissimo e ricercato, fu il tipico don Ciccillo Cammarano, della famiglia dei Cammarano, artisti in ogni genere. Don Ciccillo faceva notoriamente la professione di impegnatore di gemme, di ori, di tela, di vestiarii ed era facoltoso. Aveva scarsa voce, ma conosceva bene la musica e sottolineava il canto con gusto squisito e grande comicità. Non volea canzoni comuni, ma solo quelle che erano musicate appositamente per lai, per lo più dal Valenza o dal fratello Luigi Cammarano, eccellente compositore.

Era una ilarità generale a sentirlo cantare Lo 'mbriaco, ricavata dal bellissimo ditirambo del Piccinni, Lo cucchiere; Canta, cà; Le figliole nzocietà, e specialmente il Lazzarone, il Masto 'e scola e la Vajassa, composte appositamente per lui da Michelangelo Tancredi. Nei salotti della piccola borghesia, se mancava il lusso, abbondava la bonarietà, quella bonarietà caratteristica napoletana, che diviene in breve familiarità e poi degenera in poco misurata confidenza.

"Nuie simme gente 'e core„ dicevano i padroni di casa e soffocavano di premure e di profferta gli invitati, specialmente quelli che avevano una posizione superiore e dai quali potevano sperare qualche favore.

C'erano anche nel carnevale veglioni masqués ai San Carlo e 1 Fondo, con i consueti intrighi e scherzi salaci. Una sera, i on veglione al Fondo, Nicola Petra in maschera, accostandoci i Vito Nunziante, tenente degli Usseri, gli scaraventò sul viso queste parole: "Sette sono i peccati mortali, sette furono le piaghe d'Egitto e sette sono i fratelli Nunziante". E uditosi n spendere che egli non avrebbe osato ripetere quelle parole a viscoperto, il Petra si levò la maschera e ne seguì uno scambio di contumelie, una sfida e infine un duello, nel quale il Petra feri l'avversario. Egli ebbe per padrino Cesare di Gaeta tenente di artiglieria, che poi divenne suo cognato.

Ma il ceto, che esercitava una vera influenza sopra tutte le classi sociali del Regno, era quello degli avvocati. A Napoli si nasce avvocati. L'acuta penetrazione, il vivace talento, la mutabilità delle impressioni, la facilità della favella e la passione della lite sono requisiti intrinseci delle popolazioni meridionali, onde in nessun paese della terra fu mai cosi numerosa la classe degli avvocati, la quale perfeziona le qualità naturali con lo studio del diritto e l'arte del cavillo. E poiché Napoli è la città dei contrasti, anche il ceto degli avvocati rappresenta questi contrasti, anzi in grado superlativo. Accanto ai sommi, per i quali il diritto era religione e passione, e l'integrità norma della vita civile, pullulava una plebe di paglietti, loquaci e romorosi, difensori di ogni causa per amore del compenso, e per i quali era abilità mutare il bianco in nero e il giorno in notte. La facondia inesauribile era la grande arma; tutto si tentava con essa di sostenere, anzi più manifesto appariva il torto, e tanto maggiore doveva parere il valore oratorio dell'avvocato. Nell'ordine morale e nel politico l'influenza dei paglietti fu perniciosa a Napoli in ogni tempo, poiché non portando essi nelle cose umane un'opinione equanime, decisa e costante, né giudicandole nel loro insieme, ma solo fermandosi sui particolari, infiniti erano i cavilli, che, con la loro parlantina, si studiavano di mettere in opera, imbrogliando le teste e stancando la gente. Ferdinando II aveva un'invincibile antipatia per gli avvocati, e poiché non aveva ingegno atto a distinguere, li confondeva in un solo sentimento di disprezzo e li chiamava tutti paglietti, attribuendo alle loro ciarle e alle loro iperboli i fatti del 1848. E forse non aveva torto, e il Settembrini, che scrisse nell'ergastolo di Santo Stefano le Ricordanze della sua vita, si trovò d'accordo col re! Parlando della catastrofe del 16 maggio, Settembrini rivolse agli avvocati quella terribile apostrofe: o avvocati, anzi paglietti voi meniate la servitù! E più tardi Luigi Amabile li chiamò branco d’inetti e vera cagione dei guai politici e della infelicità del Reame.

Il ceto, scarse eccezioni a parte, non aveva coscienza politica. Molti di quelli, che avevano più urlato nei giorni della libertà, si chiusero la bocca nei giorni della servitù, anzi i più voltarono casacca. Domenico Capitelli, la cui casa era stata sino al 1848 frequentatissima da una turba, che in lui adulava e corteggiava il principe del fóro e il presidente della Camera dei deputati, non fa più ricercato che da pochi fidi e coraggiosi amici, e lo stesso incolse a Carlo Troja, come si è veduto.

L'ex presidente del Consiglio dei ministri e l'ex presidente della Camera, amicissimi fin dalla prima giovinezza, abitavano a poca distanza in via Toledo. Domenico Capitelli lasciò il suo appartamento al palazzo De Lieto e andò in quella via Quercia, che ora porta il suo nome. Lo visitavano quasi esclusivamente Gabriele Capuano, Innocenzo de Cesare, Raffaele Masi, Saverio e Michele Baldacchini, Leopoldo Tarantini e Vincenzo Sannia; e quando nella notte del 30 agosto 1864 morì di colera a Portici, nella villa Pietramelara, si trovarono intorno al suo letto, coi medici Pietro Ramaglia e Alessandro Lopiccoli, i soli amici Masi e Tarantini. I suoi a£Fari professionali dopo il 1848 erano diminuiti; la sua casa tenuta d'occhio dalla polizia, e notate le persone che la frequentavano, onde erano caratteristiche le paure del Masi, nel quale però l'affetto vinceva la trepidazione.

Con la morte di Domenico Capitelli venne a mancare il maggior astro del fòro napoletano; quello, che, al dire del Pessina, impossessandosi della dottrina storica del Vico, che nella sua mente era congiunta alle dottrine filosofiche dei contemporanei, inquadrò nella storia del diritto il concetto delle tre età, del senso, della fantasia e della ragione; quello che fu con Niccola Nicolini, a dire dei Pisanelli, l'interpetre del pensiero di Mario Pagano che entrambi intesero a fecondare.

Esempio così raro di rettitudine, di disinteresse e di dignità umana che, area do per oltre quarantanni esercitata la professione, non lasciò che una modesta sostanza. I suoi inviti non erano superiori alle venti o trenta piastre, e un giorno che il conte Coppola per un'importante causa gli offerse un invito di cinquecento ducati, egli se ne maravigliò col cliente, al quale disse che riteneva quella somma non come invito, ma come compenso. Dal 1849 al i della sua morte, non rivide il re che due volte, e fu per l'arresto di suo cognato Alessandro Lopiccoli, il quale era cognato anche di Giacomo Lacaita, sospettato non a torto di aver fornito a Gladstone le notizie per le sue lettere. Lopiccoli fa restato e confinato a Piedimonte d'Alife. Il re era in Ischia Capitelli vi andò e fu ricevuto con queste parole: "Don Domì che jate facenne? è da tanto tiempo che non ce simmo cchiù visti” (((121))) Ed espostogli dal Capitelli lo scopo della visita, gli domandò: "E a du sta?„ (((122))) "A Piedimonte„, rispose il Capitelli; il Re, cui parve di aver inteso Piemonte: "In Piemonte? Don Domi, non te pozzo servì”. Ma chiarito l'equivoco, promise che avrebbe preso conto della cosa, e lo licenziò con queste parole: "Va bene, non ce pensà". Due giorni dopo il Lopiccoli fatto tornare a Napoli. E il Capitelli col cognato tornò in Ischia per ringraziare il Re, che si dimostrò quasi affettuoso con l'ex presidente della Camera dei deputati. Naturalmente, neppure un cenno ai fatti del 1848.

Tra gli avvocati, che contavano fra i primissimi, dopo oh le vicende politiche avevano mandato in esilio Giuseppe Pi»selli, Pasquale Stanislao Mancini, Roberto Savarese, Raffaele Conforti e Antonio Scialoja, sono da ricordare, fra i civilisti: Antonio Starace, Teodorico Cacace, Vincenzo Villari, Giuseppe Ferrigni, il marchese Perez Navarrete, Giuseppe Lauria e Francesco Correrà; e fra i penalisti: Giuseppe Marini Serra, Lecj Tarantini, Federico Castriota Scandemberg, Giovanni de Fató destituito dalla carica di procuratore generale di Corte Criminale, Luigi Minervini, Francesco Bax, Luigi Ciancio, Gennaro de Filippo, e tre giovani di grandissimo valore: Enrico Pessina, Emilio Civita e Giuseppe Polignani.

Il Castriota, il Pessina, il Tarantini il De Filippo avevano difeso gl'imputati politici nei due processi del 15 maggio e dell’"Unità italiana„: difesa che non volle assumere il Marini Serra, borbonico convinto, com'era borbonico convinto un altro avvocato di minor conto, don Antonio Fanani, suocero di Agostino Magliani. E vanno pur ricordati Cesare Marini, civilista e penalista. Luigi Capuano e Luigi Landolfi, gran raccoglitore di notizie sugli avvocati napoletani, Francesco Saverio Arabia, Gherardo Pugnetti, che insegnava diritto romano all'Università e don Guido Guidi. In fatto di quistioni demaniali, avevano fama Michele Giacchi, Raffaele Gigante ed Enrico Cenni, e nelle cause commerciali primeggiavano Tito Cacace ed Enrico Castellano. Molti di questi brillarono dopo il 1860 negli uffici pubblici; altri morirono prima del 1860; altri tennero fede al vecchio regime; quasi tutti amavano il quieto vivere e avevano una paura maledetta della polizia. La loro cultura giuridica, grande davvero nei migliori, era deficiente in ogni altro ramo.

Conoscevano il latino; pochissimi, il francese; di scienze politiche e sociali quasi neppur l'abbici, e la storia era in essi o una reminiscenza della sacra o della romana, cosi come lo avevano apprese nelle scuole, o ricordo di fatti ai quali avevano assistito.

Il sentimento municipale era comune a tutti; e poiché non avevano veduto altri paesi, essendo il viaggiare allora ben difficile, credevano in buona fede che Napoli fosse l'alfa e l'omega d'ogni bellezza e d'ogni civiltà. L'Italia per essi finiva al Tronto. In casa Starace si raccoglieva il fiore della borghesia e la frequentavano non pochi aristocratici, clienti dell'insigne avvocato; una difesa del Marini Serra era un avvenimento oratorio; un'arringa o un'allegazione di Starace, di Cacace o di Villari, davano argomento de’ pubblici parlari; e quando si discutevano celebri cause Cassazione o alla Corte criminale, vi ai andava come a pubblico spettacolo. Molti ancora ricordano il Marini Serra, col suo faccione nudo di peli. Egli entrava nelle sale di Castelcapuano con le braccia infilate a quelle di due suoi giovani di studio, offrendo le guanoie per farsele baciare dagli amici e dagli ammiratori, giacché un'altra caratteristica degli avvocati di allora, e de’ napoletani in generale, era quella di dare e ricevere baci: abitudine che i nuovi tempi hanno un po’ corretta, ma non distrutta.

Un divertimento, limitato a pochi signori e a parecchi ricchi borghesi, proprietarii di cavalli, era quello delle corse, che avevano luogo al campo di Marte, e la prima si teneva generalmente il giorno di san Giuseppe,19 marzo. Non esisteva una società delle corse, come oggi, né quelle cronache offrono nulla di piccante. A capo dei promotori era il conte d'Aquila; e i cavalli più accreditati quelli della razza Barracco: primi tra tutti Rischio, del quale Filippo Palizzi ha lasciato un mirabile ritratto, un'Egeria, bellissima, che non volle mai contatti col maschio. Ginistrelli, che fu poi il più intelligente allevatore del puro sangue, cominciò a far correre i suoi cavalli, e i Farina di Baronissi e i Cassitto con lui e i Varo di Troja possedevano magnifiche razze.

Ma, come ho detto, le corse di allora non sono da paragonare alle presenti, benché richiamassero gran folla al campo. La prima corsa dei Gentlemen italiani, per esempio, ebbe luogo a Napoli nel 1863, e chi vi portò la palma fu il giovane marchesa Vittorio di Sant'Elia, forte e animoso, e allora tenente di cavalleria ed oggi in riposo col grado di colonnello. Non mancarono cavalli di altri paesi, e nel 1866 ne vennero dal Piemonte, ma furono clamorosamente battuti dai cavalli di casa Caracciolo di San Teodoro, come malinconicamente scriveva Cesare Casanova che aveva scommesso per i cavalli del Piemonte. Anima di quella società era il Sant'Arpino, ma Giovanni Barracco, Ottavio Cassitto, Onorato Gaetani, principe di Piedimonte, e Odoardo Ginistrelli non erano da meno di lui nella passione dei cavalli.

Il conte di Siracusa assegnava dei ricchi premii ai vincitori, e qualcuno ne assegnò il conte d'Aquila.

Altro divertimento, specialmente per la classe aristocratica erano le lunghe passeggiate a cavallo nei dintorni di Napoli Si mandavano i cavalli fuori della grotta di Pozzuoli, all'uscita della quale c'era allora un grande e lungo spazio sabbioso, che ora è scomparso sotto le molte e nuove costruzioni. con montava, di rimpetto alla tomba di Leopardi, recitando spesso i suoi versi: Del barbarico sangue in Maratona, Non colorò la destra ecc. ecc. ed infatti non erano passeggiate senza pericoli

"Voglio contarcene ano solo, corso da me stesso, mi scrive Giovanni Barracco, allora io montava un bellissimo cavallo della nostra razza, che si chiamava Malatesta, e dopo il fatto che sto per narrarvi fa chiamato. Sardanapalo. Molti amici, conoscendo il vizio dell'animale, mi avevano consigliato di non montarlo in compagnia degli altri. Ma che volete?

la giovinezza è ambiziosa, ed io serbava questo palafreno, ch'era tanto bello, appunto per le grandi occasioni. Partimmo dunque un giorno diretti a Baia, io insieme con la principessa di Moliterno, allora bella, giovane ed eccellente amazzone, mi trovavo in testa della comitiva. Arrivati alle stufe di Nerone presso Baia, dove la strada, a picco sul mare, serpeggia, io e lei ci arrestiamo per aspettare gli altri rimasti troppo indietro, e mentre io, distratto dalla spiritosa conversazione della mia dama, non faceva più attenzione al mio galante e bramoso destriero, questi, slanciatosi sul collo della cavalla montata dalla principessa, l'addentò al garrese, e provocò da arte di quella cavalla una vera gragnola di calci. Se la mia compagna fosse caduta a quel valzer fatto sul ciglio della strada, e che durò sei minuti, non so quale tragedia sarebbe potuta avvenire; saremmo certo caduti in mare. Io in pena della mia caparbietà ed audacia, ebbi un calcio sull'osso della gamba, per il quale fui 43 giorni impossibilitato a montare a cavallo o camminare a piedi. Anche oggi, quando c'incontriamo con quella brava signora esclamiamo ambedue: come facemmo bene poco meno di un mezzo secolo fa, a non morire!!

Nonostante gli epigrammi e le caricature, la crinolina regnò Sovrana nella moda in quegli anni. I giornalisti, i poeti dialettali, i comici Altavilla e Petite, non la l'assolavano in pace; ma essa trionfò dei suoi oppositori. Le evoluzioni della moda erano allora più lente, e solo le signore di ricco casato le seguivano nei loro capricci. Non è già che la moda fosse più costosa, ma il prezzo del danaro era più alto, le comunicazioni con Parigi più difficili, maggior equilibrio regnava in tutta la vita sociale, e meno acuto era il pungolo della vanità e delle fatuità rovinose. Parigi imperava dittatrioe della moda, e il Petit Courier pour Dame portava le ultime novità per le signore, e Leveu, il celebre Leveu, forniva pomate, acque odorose e profumerie. Sebbene fossero in Napoli sarte e modiste anche parigine Idi gran valore, le toilettes sfarzose per balli, e le acconciature più distinte per teatri e passeggi, si ordinavano a madame Musard, a Parigi. Nell'estate del 1858 fu molto accetta la stoffa popeline ed usata dal bel mondo la coteline, tessuto leggerissimo. di lana e seta. Abiti di seta, pochi; più numerosi quelli di moerre antico, a larghi quadri, lucidi e ricchi di fiori colorati in fondo nero. Ma la maggior voga l'ebbe il taffettà scozzese, vite degli abiti erano tagliate a più punte a piccole falde I rotonde, e i nastri profusi in gran copia. Le maniche, semiaperte, a grandi pieghe, si dicevano à gigot.

I cappelli usavano di velo crespo a forma d’imbuto, con fiori ricamati e con bloonde. Gli abiti da passeggio, veramente di ultima moda, erano due. Veste di taffettà gros grain, orlata d'una larga striscia, mantelletto guarnito di merletti a quattro ordini, e cappello di vela crespo con blonde. Le signore, che indossavano questo costume, dovevano portare un ombrellino di taffettà, ricoperto di merletto e stivaletti di pelle inglese a calcagni. L'altro abito di gru moda, e più ricco, fu una veste di mussola di seta, con colleretto di nastri garnitures Desterbecq, vita a quattro punte e mantellina di merletto di Alençon. A quest'abito andava unito cappello di tulle bouillouné, con penne di gallo di due colori e scarpe à bouffettes.

Teatro dell'ultima moda era, nella stagione dei bagni, l'ampia sala dello stabilimento Manetti alla Villa: addirittura tua platea di giovani signore, dai colori vivaci. Da Gigliano, in fama di liberale, accorrevano la borghesia ricca e gli studenti meglio provvisti. La rivalità fra i due stabilimenti era grandissima, e fra i bagnanti si combattevano le celebri battaglia d'acqua, alle quali spesso metteva fine la polizia. Manetti era borbonico. Avendo acquistata una casa a Mergellina, che dipinse in rosso, ispirò al D'Urso il noto epigramma:

Arrossisco fino ai tetti

D'esser casa dì Manetti.

Personaggio importante della vita balneare di quel tempo era Giuseppe de Meo, detto don Peppino lo Speziale, perché aveva una spezieria manuale (123) a Santa Maria in Portico, a Ghiaia Era il più forte nuotatore e cacciatore che si conoscesse; maestro di nuoto di tutta la gioventù aristocratica napoletana, l'anima dei bagni del Manetti, e la faceva da bravo coi deboli.

Dopo i bagni si andava in. villeggiatura, ma fuori il Regno vi andavano naturalmente i più ricchi. La moda in quegli anni fu di passare l'autunno in Brianza o sul lago di Como, e ad 1868 a Venezia. I giornali erano entusiasti di questa città, ne ricordavano le prische grandezze, lodavano la cortesia degli abitanti e la bellezza delle donne. Furono organizzato anche gite speciali, sbarcando a Genova o a Livorno. L'autunno del 1858 fu uno dei più eleganti. I vestiti di gala sparirono, perché ritenuti di cattivo gusto.

Non si vedevano che abiti, detti di confidenza, da viaggio o da campagna. Ampie casacche di piquet bianco a fiorellini, bournous alla scozzese; e vestiti di mussolo color pisello, oppure di stoffa grigia, guarniti di taffettà, di velluto. Tornò in vita per la campagna il genere rococò: gonnelle rialzate sopra sottogonne a colori; stivaletti e scarpe talloni, che molte signore non potevano tollerare, perché riuscivano loro stranamente incomode nel cammino, ma che erano in perfetta armonia con la crinolina. In campagna era molto chic per le signore portare di mattino uno scialle bianco di reticella ricamata, e di sera scialli di pizzo bianco. I cappelli erano di crèpe, di tulle, di tarlata, con pizzi e blonde fra cui s'intrecciavano fiori, specialmente viole. I cappelli di paglia per la campagna si guarnivano di fiori, di fratta, di penne di airone |0 di gallo, ma soprattutto di spighe. Si ornavano pure di velluto o di nastri di taffettà a mille righe. L'ampio cappello all’inglese, tanto di moda nel 1857 per la campagna, nel 1858 fu smesso. Nell'inverno si abbandonò la grisaille e regnò sovrano color marrone. Se le maniche furono meno larghe e le vite accollatissime, non si ebbe mai esempio di gonnelle più ampie; occorrevano non meno di otto teli, e la gonnella più distinta ma assai poco guarnita od aveva un'orlatura di velluto. Le vite esigevano bottoni larghi e schiacciati sul davanti e lungo fianchi. Questa moda era più semplice delle precedenti e perciò le sarte incontravano poche difficoltà, e le signore spese minori, potendosi accomodare i vestiti degli anni scorsi.

Usatissime furono le pelliccerie, specialmente sopra i mantelli di velluto; ed ebbe gran voga una pelliccia nera, lucida, morbidissima, a pelo lungo, di cui non ricordo il nome. Chi non voleva pelliccerie, guarniva abiti e mantelli di una frangia li ciniglia, in lustrini e seta torta. Fu negli inverni del 1857 del 1858 che madama Cardon e madama Giroux: ebbero più la fare. Esse, venate di Francia a raggiungere i loro mariti, le aveano in Napoli precedute alcuni anni prima, rappresentavano il non plus ultra dell'eleganza femminile, singolare lente in quegli anni ed accumularono una fortuna. Fa da loro le tutte le sarte e modiste presero nome di madame e madamine. La erede di Pietro Cardon sposò il signor Pilavoine, commesso del negozio, e l'unica figlia del Pilavoine sposo Giustino Fiocca.

I Giroux si ritirarono dal commercio dopo il 1860, e ai Cardon successe madama Jourdan, che tuttora ha negozio nello stesso palazzo in via di Ghiaia. Al palazzo Calabritto, prima del 1860, era un'altra casa di moda importante, quella di madame Fass. Modiste e sarte napoletane non mancavano per la ricca borghesia e ricche signore di provincia, che non osavano ricorrere a madama Giroux o a madama Cardon, per il caro dei prezzi; le men ricche signore di provincia e quelle dei paesi intorno Napoli si servivano delle sarte dei Guantai Vecchi e Nuovi. Eccelse in quegli anni, fra le sarte napoletane di primo rango, donna Margherita Cepparulo, la quale aveva il negozio a Toledo, nel palazzo dove ora ha sede la compagnia inglese Gutteridge. Fra le maggiori sarte di seconda linea ricordo madama Bellet, madama Nethery, madama Capato e, negli ultimi tempi, madama Grazini.

La moda per gli uomini non si può dire che abbia fatte radicali mutazioni, da allora. Napoli è il paese di Europa dov'egli eleganti di professione han vestito sempre bene, conciliando la grazia francese con la proprietà del gusto inglese. Erano sarti di prim'ordine e di rigoroso taglio inglese Lennon, Taylor e Mackenzie, Plassenell di taglio francese e Trifari, Casamassima, Diaco e Franzi erano sarti napoletani, che la moda inglese e francese adattavano con talento al gusto locale. Dìaco vestiva quel Poppino Femandez, che fu uno dei lions più alla moda. Luigi Caracciolo di Sant'Arpino, Moliterno, Policastro, Sansevero, Maurizio Barracco facevano testo in fatto di moda inglese. La loro eleganza era semplice e propria. Il desiderio del vestir bene ha rasentato a Napoli qualche volta la frenesia.

Anche allora un numero piuttosto considerevole di giovani oca dava alla propria esistenza, che lo scopo del vestir bene, e i sarti facevano guadagni profumati. Dopo la guerra di Crimea vennero di moda, per l'inverno, il raglan, cui che nome e celebrità lord Raglan morto in quella campagna, e il talmà, una specie di mantella abbottonata in avanti. Era chic portare il raglan, il talmà o la chemise corta, in guisa da far uscire di sotto, le punte della marsina. E questa si portava piuttosto chiusa, con duplice bottoniera e senza mostre di seta. Il gilet, non molto aperto, lasciava vedere i caratteristici chabotte o camicie a pieghe sottilissime, accuratameute amìdate. Colletti alti, molto aiti, con pizzi sporgenti in avanti, e cravatte piuttosto larghe, dette rabats, fermate da spilli di corallo o di perle o di malachita. Il corallo rosa era molto elegante.

Sarti di qualche fama, ma di secondo rango, erano Panarello, Romito e quel Russo, specialista dei pantaloni, che aveva bottega dirimpetto al teatro San Carlo e serviva gli ufficiali di marina. Per ogni taglio e cucitura di pantalone prendeva una piastra. Se i pantaloni variavano di larghezza, nell'alto o nel basso, viceversa il toit, lo storico tait napoletano, non variò di taglio: soltanto variò il modo di abbottonarlo. Era pure molto adoperato il soprabito o soprabitino a due petti, molto chiuso sai davanti, più della moderna redingote, o addirittura aperto.

L'antipatico kraus non venne di moda che dopo il 1860. Il tait era abito di rito nelle passeggiate alla Villa, nelle periodiche borghesi e nelle rappresentazioni ai Fiorentini. Non vi era esempio che nei teatri principali comparisse spettatore in giacca e senza guanti. Proibiti dalla polizia i cappelli a cencio, erano più frequenti quelli a cilindro, lunghi e dalle falde strette. Cappellai di moda De Francesco, Soalisse e Apa, ma i cappelli di fabbrica napoletana non si adoperavano molto dagli eleganti, ed erano l'Inghilterra e la Francia che fornivano a preferenza cappelli e cravatte. Calzolai di prim'ordine Finoia, Spina e De Notaris; i migliori guanti vendevano Bossi, Cremonese e Fratioo a Toledo, e Amendola a Chiaia. A Toledo e a Ghiaia erano le botteghe dei parrucchieri più celebri; Eaison, Paolucoi, Carafa e Aubry; e a Chiaja, il gioielliere più alla moda che serviva la Corte, era il Vigliarolo; e a Toledo avevano bottega i fratelli Del Prato e don Felice Tafuri, gioielliere e orologiaio famosissimo, sul cantone di vico d'Afflitto. Tafuri portava lunghi i capelli, che gli davano un aspetto di mago, era liberale e fa ufficiale della guardia nazionale a cavallo dopo il 1860, benché vecchio. Noto camiciaio, in via di Chiaja, il Della Croce, sulla stessa linea del negozio del Picardi, negozio di chincaglieria finissima e di genere francese. Picardi era un curioso tipo; quasi analfabeta, aveva modi burberi, anzi ruvidi, quando intuiva che l'avventore era provinciale e spilorcio. In origine fu legatore di libri, con meschina botteguccia al Monte di Dio, ma per l'eccellenza del lavoro, fu proclamato il primo legatore di libri di Napoli e seppe acquistar fama e guadagnare la ricca clientela di tutta l'aristocrazia, che popolava quel rione.

Aprì negozio a Chiaia, prima presso il Ponte, con la scritta: MiscellaneaPrezzi fissi, a lettere cubitali: poi passò più in su, dopo i Gradoni di Chiaja.

Ivi la legatoria divenne l'ultima parte e la più trascurata del suo negozio. La bottega formava un elegantissimo bazar, con impronta propria. Vi si trovavano le più eleganti novità di Parigi, di Londra, di Vienna, nelle quali città il Picardi reca vasi ogni anno a fare incetta dei migliori oggetti in bronzo, in porcellana, in biscuit, in legno scolpito e in bulgaro. Intimo coi principi reali, faceva venire al loro indirizzo e col loro con senso la mercanzia, la quale andava esente dal dazio! I prinoipi prendevano per loro il meglio, spesso gratuitamente e sempre a basso prezzo. Una mano lavava l'altra, e non se ne faceva caso. Il Picardi, divenuto poi ricco, si ritirò dal commercio.

Il Peirce, con bottega a Toledo, smerciava l'autentico genere inglese, in quella sua specie di bazar elegante. Altro tipo di bazar era quello di monsieur Germain in piazza San Ferdinando, famoso pei cappelli e le maschere di carnevale. Sulla medesima linea era la Boulangerie française, che rappresentava la finezza del gusto del palato rispetto al tradizionale Pintauro; come la vicina bottega, la tabaccheria di eccezione, rappresentava il loaio del filmo, rispetto alle sudice tabaccherie di quel tempo. Ma una casa importante per i generi di addobbo, e tutta napoletana, quella dei fratelli Savarese, la quale occupava gran parte dei locali dell'attuale Gambrinus. Era messa con grande sfarzo e la Corte vi faceva grosse compere, dai ricchi bronzi ai più moderni giocattoli di lusso. Il re in persona inaugurò questo negozio, ove soleva ogni anno, nella passeggiata del venerdì santo (lo struscio), fermarsi ed accettare i rinfreschi che il Savarese gli offriva. Altra ricca casa commerciale era quella di Pasquale Tesorone, una specie di emporium, ove si trovava di tutto, dagli oggetti di vestiario, ai tappeti, alle stoffe per mobili, agli scialli orientali, alte oreficerie, alla profumeria, ai bastoni, agli ombrelli. Occupava un grande appartamento al primo piano del palazzo Stigliano a Toledo, addobbato con lusso signorile, sin dal tempo in cui Toledo era tutt'altro che una via elegante. Anche questa casa, che, per i soli generi di gran lusso e di prezzo stravagante, preludiava i grandiosi emporium moderni dei Bocconi, dei Mele, dei Miccio e degli Spinelli fu inaugurata dalla Corte, la quale vi si forni sino agli ultimi tempi. Fu il primo appartamento di Napoli illuminato a gaz. Il ricco scaffale in mogano di una delle sale ora fa parte della biblioteca della regia scuola degli ingegneri.

Al Tesorone, abruzzese di origine e di carattere intraprendente, arrise la fortuna. Fu il primo negoziante napoletano, che facesse viaggi all’estero, in Francia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi ed in Germania, sin dal 1835, quando il viaggiare esponeva a mille disagi e pericoli. Col gusto della moda e col seguire tutte le esposizioni mondiali, dalla prima di Londra del 1851, egli attinse in quei paesi la passione dell'arte.

A questo devesi l'essere stato lui fra i primi raccoglitori napoletani di oggetti antichi e l'averne messa assieme una bella raccolta, di cui ha ornata la sua casa al palazzo Cariati. Altri collezionisti di quel tempo erano Antonio Franchi, anch'egli abruzzese, e Diego Bonghi, zio di Ruggiero Bonghi, la cui bellissima raccolta è ora nel museo di San Martino. Seguirono il principe Filangieri, creatore dell'altro bel museo al palazzo Como; il duca di Martina, e molti altri. Pasquale Tesorone era fratello del celebre chirurgo e padre di Giovanni, già direttore tecnico del Museo artistico industriale, uomo di rara cultura artistica, esuberante di spirito e di talento, che fu il braccio destro di Gaetano Filangieri nella fondazione di quel magnifico istituto. Il vecchio Tesorone ha superato i novant'anni e si accosta felicemente al secolo. Altra casa di prim'ordine, per addobbo di appartamenti, era quella della ditta Solei, Hebert e Inz, a Santa Brigida, dove erano depositate le ricche stoffe della manifattura Solei di Torino, casa sopra vissuta alla rivoluzione del 1860.

Fra le memorie di Napoli non bisogna lasciar perdere quella di una modesta, ma storica bottega, in via Chiaja, accosto al moderno teatro Sannazzaro. Sull'insegna era scritto: Bottega del bello Gasparre, e basta così. Parecchi anni prima del 1860 vi si vedevano ancora due vecchi cadenti, rammendatori di calze, di quelle calze, le quali decadute coi pomposi costumi del 1700, vivevano ancora nelle uniformi civili dei gentiluomini di camera, dei maggiordomi di settimana e dei valletti di Corte.

Uno dei due vecchi era il bello Gasparre, un gobbo, che fa in gioventù bellissimo di viso; audace e fortunato corteggiatore di donne e famoso spadaccino.

Il basta cosi era l'affermazione del suo valore di operaio e del suo carattere violento, che con ammetteva repliche. Intorno a lui si era creata una vera leggenda. Si diceva che un giorno, per non so quali avventure amorose, egli fa assalito sulla via, che menava a San Nicola Tolentino, ove ora è il corso Vittorio Emanuele, e allora un posto deserto, dove sorgeva una grande croce con un immenso Cristo, noto col nome di Cristo grande. Il bello Gasparre, pronto a ricevere l'assalto dei due avversarli, tirò fuori lo stocco, si pose in guardia, e, rivolto all'immagine del Cristo, esclamò: "Gran Dio ti raccomando l'anima di questi due moribondi„, I moribondi se la dettero a gambe. La bottega del bello Gasparre, esercitata da quei due vecchi, non viveva che di un resto di antica clientela, la quale serbava per le calze vistose il culto di altri tempi. (124)

Le accademie più illustri erano la Società Reale e la Pontaniana. Bozzelli presedeva la prima e il marchese di Pietracatella, la seconda. La Società Reale, fondata da Giuseppe Napoleone, si chiamò nell'ottobre del 1816 Società Beale Borbonica, e fu divisa in tre Accademie speciali: una di archeologia, l'altra di scienze, la terza di belle arti. Aveva sessanta soci: venti per la prima, trenta per la seconda, dieci per la terza.

Fino al 1848 la Società Reale dipese amministrativamente dal ministero dell'interno, e solo nel 1848 passò alla dipendenza di quello dell'istruzione, quando, su proposta del ministro Paolo Emilio Imbriani, Ferdinando II ne nominò presidente perpetuo il Bozzelli, che vi rimase sino al 1861, con un assegno personale di duemila ducati all'anno. Le rendite annuali della Società ammontavano a circa sedicimila ducati. Nonostante il gran numero de’ suoi soci ordinari, onorari e corrispondenti, nazionali e stranieri, non si può dire che la scienza e la cultura ne ricevessero un grande incremento. Vi appartenevano uomini illustri nel campo delle lettere, delle scienze e dell'arte, ma vi apparteneva pure una turba di ignoti, la cui presenza non era punto giustificata. Carlo Troja non fu mai accademico, ma lo erano monsignor Apuzzo e monsignor Cocle, i ministri, gli alti dignitari dello Stato e della Corte, quasi tutti spostati in un consesso di persone dotte. La nomina accademica alle volte era dovuta ad una lettera dedicatoria, a commendatizie di eccelsi personaggi, o a benemerenze politiche, mentre ne furono tenuti fuori scienziati di gran valore, come il Pilla, il Ferrarese, il Gasparrini e Giuseppe Fiorelli. Qual meraviglia che l'opera della Società Reale fosse così sterile? Nell'ultimo mezzo secolo l'Accademia delle scienze non aveva pubblicati che cinque volumi dei suoi atti. Tutto ciò fu messo in luce nell'aprile del 1861, da Paolo Emilio Imbriani in una violenta relazione, da lui scritta quando era ministro della luogotenenza, e che precede il decreto del 30 aprile di quell'anno, col quale il principe di Carignano, luogotenente, sciolse l'Accademia. Tal fatto suscitò un vespaio. Giuseppe Ricciardi ne mosse interpellanza alla Camera dei deputati: quello stesso Ricciardi che nel 1834 aveva tanto inveito nel giornale Il Progresso contro la Società Reale.

Ho potuto avere in mano gli appunti che servirono all'lmbriani perla sua relazione. Vi sono rivelazioni curiose, e bizzarre. Dovendosi nominare un socio, il presidente Bozzelli e i due Segretarii, il generale e il perpetuo, ponevano il posto a disposizione dei principi reali o di altri personaggi, specialmente ecclesiastici, i quali avevano trasformato l'Accademia Ercolanense quasi in un capitolo di canonici. Si mantenevano costantemente noti alcuni posti, per riparare il dissipamento dei fondi. Sarebbe di certo un'imprudenza il pubblicare le caratteristiche di alcuni accademici, le ragioni delle nomine loro e i giudizi, che su di essi, portava l'Imbriani, esagerati o pettegoli per alcuni, ma giusti per altri. Per ricordare i più lievi, al colonnello D'Agostino, segretario particolare del re, egli rimproverava di non aver mi pagato i sei carlini da lui perduti in casa di don Michele Fabiani, dove osava andare ogni sera a giocare il tressette. Di Domenico Spinelli altro accademico, rifiniva aver detto od giorno nella sala dalle adunanze, che se Ferdinando II gli avesse comandato di occupare le scale di Palazzo le regie stalle, egli avrebbe adempiuto il sovrano comando con la faccia per terra; Bernardo Quaranta era dipinto come il più untuoso adulatore del suo tempo, che ai preti baciava la mano, ai canonici faceva un profondo inchino, ai vescovi andava incontro con la testa piegata; dinanzi ai principi s'inginocchiava e dinanzi al re si prostrava lungo per terra. Si aggiungeva in lui, a dell’lmbriani, un'avidità insaziabile, per cui cumulava parecchi uffici, tanto che il Santangelo diceva, che se il boja fosse morto il Quaranta avrebbe chiesto di succedergli. La nomina di Raffaele Napoli si affermava dovuta al D'Agostino; quella di Gaetano Barbati all'aver egli compilato il processo di canonizzazione di Maria Cristina e alla benevolenza del re, e quella del canonico Scherillo all'aver educato il figlio del ministro Murena. Insomma, fu una fonte di abusi e di favoritismi, e un po’ anche di pettegolezzi, che l'Imbriani mise in luce, ma che del resto, più o meno, accadono in ogni tempo e in tutte le Accademie del mondo. La Pontaniana e l'Accademia medico chirurgica, di cui era presidente il Lucarelli e vicepresidente Felice de Renzie, lavoravano con maggior fratto. L'Accademia medica fu riformata dal re nel luglio 1858, ebbe il titolo di Beale, e buon numero di soci.

Più attiva di tutte, la Pontaniana raccoglieva quanto allora vi era di più eletto in Napoli per ingegno e cultura. Non man cavano anche in essa gl'ignoti, ma erano in minor numero, che non all'Accademia Reale. Giovanni Manna, Luigi Tosti, Vito Fornari, Paolo Tacci, Michele Zannotti, Ernesto Capocci, Annibale de Gasparis, Michele Baldauichini, Costantino Baer, Luigi Palmieri, Marino Turchi, Giuseppe Campagna, Luigi Blanc, Giuseppe Ferrigni, Achille Costa, Scipione Volpicella, Niccola Trudi erano accademici residenti. Antonio Rosmini, Carlo Troja, Niccola Nicolini, Saverio Baldacchini, e più tardi Giannina Milli e Laura Mancini, ne furono soci onorarli. Angelo Brofferio, il padre Secchi, Giuseppe Regaldi, Paolo volpdeelli, Pietro Visconti, Salvatore Betti, Caterina Ferrucci, Giuseppe Maffei, il conte di Reumout erano fra i soci corrisponde ali fìiori di Napoli. La Pontaniana, la più antica a le Accademie italiane, bandiva concorsi ed aggiudicava premii, alternando temi letterarii con temi scientifici.

Nel settembre del 1858 tenne seduta solenne per il conferimento del premio istituito da Michele Tenore, sopra un tema d'indole sociale ed economica. I concorrenti dovevano esporre le condizioni economiche e morali delle popolazioni agricole di tutta una regione del Regno, nei loro rapporti colla proprietà, coi diverti generi di coltura. Il premio consisteva in una medaglia d'oro e centocinquanta ducati. Su relazione del Manna, presidente della commissione giudicatrice, il premio ili conferito a Carlo de Cesare, che aveva compiuto uno studio accuratissimo sulle tre provincie di Puglia, indicando tutto un piano di riforme economiche e sociali. Nella stessa tornata lessero interessanti memorie i soci Costa, Minervini, Volpicella e De Gasparis. Quintino Guanciali recitò un epigramma latino cui trasporto delle ceneri di Lablache da Napoli a Parigi; Domenico Bolognese, un sonetto, e Carlo de Ferrariis, uno stornello. A questa seduta assistette il socio don Sebastiano di Spagna, il quale era un artista e viveva fra artisti, nella intimità di Filippo Palizzi, e vedovo da un anno di donna Amalia, sorella del re. Portava una lunga barba, vestiva con eleganza e poteva dirsi un bell'uomo, pur avendo l'occhio sinistro guercio. Erano pontaniani il re Oscar di Svezia e il conte di Siracusa.

Le così dette accademie poetiche e musicali erano all'ordine del giorno, e con esse, i saggi degli istituti privati con articoli nei giornali compiacenti. Rifritture rettoriche, con musica, sonetti e odi. Prosatori, poeti e dilettanti di musica, specialisti di queste accademie, erano molti. Anche dalle provincie giungevano ai fogli notizie di saggi e di accademie; e come, in un giorno del 1858, si lesse nei giornali, che nel collegio Vibonese di Monteleone vi era stato un pubblico saggio, nel quale si erano distinti i due giovanetti Bruno Chimirri e Michele Francia, cosi in un altro giorno dello stesso anno fu stampato l'inno, che la compagnia Rizzuti cantò nel regio teatro Borbone di Vasto, per il genetliaco di Ferdinando II, e che cominciava cosi:

Coro; Questo giorno andiam festando

Tatti lieti, tutti insieme;

Nacque in questo di Fernando

Il Sovran che Dio ci die.

Nostro amore, nostra speme,

L'ama ognun quel padre e Re.

Prima V0ce: Pare un di squassar funeste

Le sue insegne ad ostil gente,

Là sui campi di Preneste

Il suo brando sfolgorò:

D'anarchia l'idra furente

Ei percosse ed atterrò.

Seconda Voce: Ma la voce del perdono

Spense quella del rigore

Ei dall'alto del suo trono

Vide, vinse e perdonò;

E de’ gaudi d'ogni core

Tutta Europa rimbombi.

Poeta don Giambattista Oely Colaianni, cavaliere costantiniano, e musicista il maestro Dermino dei conti Maio. L'inno dà la misura di quella comica letteratura politica, della quale si ebbero copiosi saggi dopo il 1848 e più tardi per il matrimonio del duca di Calabria, per la morte di Ferdinando II e l'avvento al trono di Francesco.


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CAPITOLO XVII

SOMMARIO: Vita sociale di Palermo — Vincenzo Florio e le sue iniziative — È il maggior benemerito della Sicilia — Politica economica del governo — L'interno dell'isola giudicato dal Mali — Il clero e sua funzione sociale e morale — Il colera del 1854 e il cadavere di don Santi Migliore — Pregiudizi e vittime — La vita dei teatri — Principali spettacoli di quegli anni — Mirate, la Lotti e la Boschetti — Ricevimenti nelle grandi famiglie ~ Gasa Starrabba, casa Pignatelli e casa Trabia — I signori siciliani domiciliati a Napoli — Lo più belle signore dell'aristocrazia — Duelli e sale di scherma — Nascita del conte di Caltagirone e don Giacomo Crescimanno — Le follie di quel decurionato — I giornali e le Riviste — I principali scrittori — Il canonico Sanfilippo e il chierico Di Marco — Il granduca Costantino di Russia a Palermo — Suo contegno e stravaganze — Ricordi della sua prima venata a Palermo — La sua partenza è una liberazione per la politica.

Fin dai primi tempi della luogotenenza del principe di Satriano, la città di Palermo cominciò a rivelare nella vita aristocratica una gaiezza, che non ebbe forse Napoli negli ultimi dieci anni di dominazione borbonica. La grande città tornava allo splendore dei suoi balli, dei suoi conviti, dei suoi teatri e delle sue pompe religiose. Par non concentrando la vita economica e morale di tutta l'Isola, perché Catania, detta l'Atene della Sicilia, e Messina avevano vita propria con le loro Università e nobiltà e borghesia, resa ricca dai commerci, Palermo fu in ogni tempo la capitale, dove affluiva la vita amministrativa dell'Isola, che per i palermitani era semplicemente il Regno. Per essi gli abitanti delle provincie erano regnicoli, e però considerati quasi come membri di una razza inferiore e fatti oggetto di facezie, di epigrammi, di burle e anche di frodi esilaranti e imbrogli diabolici, come per i provinciali del continente si costumava dai napoletani In quegli anni si venne affermando tutta la forza delle varie iniziative di quel grande cittadino, che fu Vincenzo Florio, benemerito della Sicilia pi(i di qualunque re o dinastia. Comparando la Sicilia all'Inghilterra, vedendo da vicino ed apprezzando tutto ciò che il popolo inglese ha di buono, di forte e di grande, e tuttociò che il popolo siciliano ha di comune con esso, nonché gl'insuperabili doni naturali, Florio ebbe il proposito di dare la ricchezza alla sua patria di adozione. Egli non era siciliano. Nato a Bagnara nel 1800, andò col padre a Palermo, per aprir bottega di droghiere, che tuttora esiste, in via dei Materassai. Morto il padre, fu aiutato da uno zio. Da giovanetto viaggiò molto e molto apprese, e lavorando senza tregua, con lo spirito aperto ali più audaci iniziative, divenne il restauratore dell'economia siciliana. Istituendo fin dal 1846 la prima linea di navigazione a vapore, apri la Sicilia al mondo, ma singolarmente all'America e all'Inghilterra. Istituì una fonderia di ferro, trasformò su basi razionali l'industria della tonnara, col magnifico stabilimento della Favignana, che notorietà mondiale al vino Marsala, creandone un tipo più confacente al gusto generale, e ti prodotti principali dell'Isola fece acquistare un valore che non avevano. L'industria siciliana si affermò ad un tratto sul nome di Vincenzo Florio. Morì nel 1868, senatore del Regno d'Italia e molte volte milionario, né mai ricchezza al mondo potè dirsi di migliore acquisto della sua, come di lui scrisse lo Smiles, che gli che un posto d'onore fra gli uomini benemeriti del suo secolo.

La vita nelle città era a buon mercato inverosimile, e si dappertutto i bisogni morali, anzi limitati alle classi più ricche. Nessuna legislazione fiscale inceppava il movimento della proprietà, e le fittanze a lunga scadenza, le enfiteusi temporanee e perpetue, le vendite, le espropriazioni e le stesse donazioni erano favorite da un sistema legislativo, che non le opprimeva, benché una gran parte delle proprietà immobiliari fosse gravata di vincoli enfiteutici. In Sicilia, più della metà del territorio, forse i due terzi, sottostà anche oggi ad imbrogliate enfiteusi e sub-enfiteusi, governate dalle antiche leggi, Allora la situazione pareva peggiore della presente per l'inalienabilità dell'immenso patrimonio delle chiese, delle corporazioni religiose e di altri corpi morali: dico pareva, perché questa grande manomorta rispondeva a fini sociali e morali che la rivoluzione, quando divenne governo, distrusse senza discernimento. Garibaldi e i suoi prodittatori la rispettarono, perché, tranne che richiamare in vigore la legge del 1848 contro i gesuiti e i liguorini, non fecero di più. Bisognava distinguere molto e procedere per gradi, ma invece si confuse tutto, si soppresse tutto, ignorandosi che la manomorta in Sicilia era diversa da tutte le altre.

Il principe di Castelcicala continuò, come aveva fatto Filangieri, ad applicare il sistema economico del governo di Napoli. Cosi, se nell'ottobre del 1849 Filangieri non aveva creduto pericoloso permettere l'esportazione di granoni e legumi, e nel luglio del 1853 aveva ritenuto utile vietare l'uscita dei grani, dell'avena, degli orzi e più tardi quella delle patate, Castelcicala, finito il pericolo, permetteva l'esportazione delle patate e delle paste lavorate; e se proibiva quella dei bovini e degli ovini, permetteva la libera importazione dei cavalli e degli animali destinati al macello ed esentava dal dazio d'entrata per un anno i formaggi, e per tre mesi i carboni. La libera importazione degli animali da macello era necessaria, perché nei sedici mesi di rivoluzione e di guerra se n'era fatto grande consumo. I raccolti e i bisogni della popolazione continuavano ad essere regolati dalla bilancia doganale. Nella misura dei dazi di esportazione vi era trattamento di favore per la Sicilia. Così, quando nel 1866 venne ridotto il dazio di esportazione sugli olii di oliva, il dazio sugli olii di Sicilia fu della metà inferiore a quello, che colpiva gli olii del continente. Era favorita la marina mercantile nazionale, perché questi dazi salivano del doppio se l'esportazione si compiva con legni esteri. Grazie al Florio l'esportazione era più che triplicata. Gli zolfi, il sommacco, i vini, gli olii, le paste, gli agrumi erano i prodotti che l'Isola esportava, e il governo, come si è veduto, ne favoriva l'esportazione, prendendo alla sua volta dai contribuenti siciliani il meno possibile. Essi si lagnavano a torto per questa parte. La Sicilia, che paga oggi centoventi milioni d'imposte, ne pagava allora poco meno di ventidue; e se mancava di ferrovie e di strade, di telegrafi elettrici e di cimiteri, aveva il porto franco di Messina, l'esenzione dalla leva e dalla gabella del sale e la libera coltivazione del tabacco. Il governo si studiava di garantire ai poveri i generi di prima necessità a buon mercato, e la sicurezza alle classi benestanti. L'apparenza del benessere vi era tutta nelle grandi città marittime, le quali vivevano sfrattando le risorse della parte interna dell'Isola, la quale se non era nelle condizioni di cinquant'anni prima, descritte dal Meli, di poco ne differiva.

"Il primo aspetto della maggior parte dei paesi e dei casali del nostro Regno — scriveva il Meli — annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare ne carne, né caci, né tampoco del pane, perché tolto qualche benestante, che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani e dei bifolchi ei nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno, di alcuni frutti spesso selvatici e di fichi d'India.... Non s'incontrano che facce squallide sopra corpi macilenti, coperti di lane cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle zitelle, invece di brillarvi il naturale fuoco d'amore, vi alberga la mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita". (125)

Il quadro è triste, e se dal tempo in cui scriveva il Meli, qualche cosa si era fatta, purtroppo nel complesso le condizioni erano rimaste le medesime nelle vaste regioni del latifondo delle miniere. Lo scritto del Meli è pieno di buon senso e di verità. Egli sembra un buon socialista dei nostri tempi: sposa coraggiosamente la causa dei lavoratori della terra contro “quell’immenso stuolo di parassiti, di cui abbondano le città e specialmente la capitale e che, a guisa di mignatte, succhiano e si nutrono del sangue e dei sudori degli nomini onesti, utili e industriosi”. Spiega e deplora il crescente spopolamento delle campagne e il continuo aumento degli accattoni nella città; e perché medico e poeta, riproduce nel manoscritto un'ottava dei mai versi, bellissima d’impeto lirico e sociale:

Vui autri picurara e viddaneddi.

Chi stati notti e jornu sutta un vausu,

O zappannu, o gaardannu picureddi

Cu l'anca nuda, o cu le pedi scausu,

Siti la basi di cita e casteddi,

Siti la tuttu, ma 'un n'aviti lausu;

L'ingrata società scorcia e maltratta

Ddu pettu, chi la nutrì, od unni addatta.

Non si era divenuti più umani, con la povera gente delle campagne, che nelle apparenze. Se non si vedeva più lo spettacolo, contro il quale insorgeva lo stesso Meli, di buttare addosso ai campagnoli pietre, torsi e sporcizie e di metterli in dileggio nelle commedie dialettali, non si era più giusti con essi.

I signori vivevano lontani dai loro fondi sterminati, dei quali I forse ignoravano il confine: non vi andavano prima per difetto di strade e non vi andarono poi per difetto di sicurezza, e ignoravano veramente le condizioni dei lavoratori di campagna, affidati alla mercé dei cosi detti "gabellotti„.

Il popolo siciliano è uno dei più rassegnati della terra. La dominazione musulmana vi lasciò una larga, anzi doviziosa eredità di fede incrollabile in una forza superiore, da cui tutto dipende. È qualità di razza, che non muta, e solo lentamente potrebbe modificarsi. Cosi si spiega come nella terra più ferace del mondo, vi erano allora ed esistono anche oggi pregiudizii ed esempii di miseria materiale e morale, che non sembrano credibili, e a pochissima distanza, quasi l'una accanto all'altra, l'estrema civiltà e l'estrema barbarie; e come, infine, negli anni che son corsi dal 1860 ad oggi, la classe più pervertita è sempre quella contro la quale alzava la voce il Meli: la classe dei paglietti dei fiscali e dei parassiti, precisamente di quelli che formano oggi la cosiddetta clientela elettorale, da cui emana il potere. Allora la rassegnazione aveva due elementi maggiori a suo vantaggio: uno materiale, la Chiesa con le corporazioni religiose che esercitavano un'azione economica moderatrice; ed uno morale e politico, che vi era cioè un nemico comune, autore di tutti questi mali e di tutte queste miserie: un nemico forestiero, contro il quale, un giorno o l'altro, sarebbero tutti insorti, e il nemico era Napoli e i napoletani. Questo sentimento, diffuso nelle campagne non senza malizia dai proprietari stessi e dai loro fattori, teneva sempre vivo il malcontento contro lo autorità, non lo rivolgeva mai contro i padroni, reputati vittime anche loro; e rendeva facile la formazione del squadre, quando v'era da menar le mani contro il governo. Il latifondo, in ispecie, mutava i miseri contadini in insorti, o li raccoglieva e nascondeva, divenuti malandrini.

Ho accennato alla funzione sociale ed economica che esercitava il clero, ricchissimo. La terza parte del patrimonio dell’isola era manomorta ecclesiastica, la quale rappresentava un'altra provvidenza, che sovveniva con le sue larghe entrate tanti infelici, reintegrando cosi alcuni bisogni sociali, ed era meno esigente nei suoi feudi coi proprii salariati e dipendenti. Salii Sicilia non era passata la pialla livellatrice della rivoluzione francese. Ricchissime le diocesi di Palermo, di Catania, di Cefalù, di Mazzara, di Messina e di Girgenti. I gesuiti e i liguorini, soppressi nel 1848 dalla rivoluzione, tornarono nel 1860 riebbero patrimonio, privilegi e istituti d'insegnamento, missioni, congregazioni e noviziati: in tutto, quattordici case e, fn i collegi, quello dei nobili in Palermo, ma i gesuiti erano mal veduti dal clero indigeno e malveduti i liguorini, perché ti essi devoti. L'ordine religioso, veramente straricco, era quello dei benedettini, di cui si è parlato innanzi, con le case di Palermo, di Monreale e di Catania, lì clero secolare numeroso e ricco anch'esso; ma, in Sicilia, come nel Napoletano, il sacerdozio rappresentava uno stato di passaggio fra il ceto oampagnolo e la borghesia. Dei due sacerdozii, il regolare valeva più del secolare, per cultura e moralità, ma l'uno e l'altro valevano forse poco, pure non dimenticando che nell'uno e nell'altro erano filosofi come il D'Acquisto riformato e il Romano gesuita; letterati come il Pardi paolotto, il Previti gesuita, il Galeotti e il Villareale soolopii, il Vaglica prete; orientalisti come l’Ogdolena pre te; eruditi quali il sommo Alessio Narbone gesuita, e il Ferrara gesuita anche lui, e il Casano, il Di Chiara e il Cutrera; e poiché le leggi e la distanza li sottraevano quasi interamente da Baia4 e non avevano altra dipendenza che dai rispettivi vescovi e del tribunale della Monarchia, i vincoli della disciplina erano piuttosto fiacchi. Il clero siciliano ritraeva le qualità e possedeva i pregiudizi tutti delle classi, dalle quali emanava e alle quali rimaneva affratellato. Nutriva lo stesso senso d'orgoglio e sentiva lo stesso aborrimento per i napoletani, e l'affermazione che la Sicilia era considerata da Napoli come l'Irlanda dall'Inghilterra era comune anche agli ecclesiastici. L'alto clero non avea perdonato ai Borboni l'abolizione della Costituzione del 1812, le gli dava il diritto di sedere nella Camera dei pari, in numero di sessantacinque membri, fra arcivescovi, vescovi, archimandriti, gran priori, priori e abati. Il sentimento d'indipendenza era dunque vivacissimo nel clero, anche perché in quello regolare, sopratutto nei filippini e benedettini, le più nobili famiglie dell'Isola erano rappresentate, e ricorderò i due Lanza di Trabia, padre Ottavio e padre Salvatore, tra i primi; il padre Castelli di Torremuzza, il padre Benedetto Gravina e il padre Lancia di Brolo, oggi arcivescovo di Monreale, fra i secondi. La rivoluzione non)t6va che trovar favore in esso: favore, non aiuti compromettenti, perché il prete siciliano è un dialettico, discute e riflette molto prima di risolversi, rifugge dalle risoluzioni rischiose e parla il meno che può. Giudice della Monarchia era monsignor don Diego Pianeta, siciliano; arcivescovo di Palermo monsignor Naselli, di famiglia sicula anch'egli, benché nato a Na)oli, e siciliani quasi tutti gli altri arcivescovi e vescovi dell'Isola, come già si è detto, tranne l'arcivescovo di Catania, Lonché, monsignor Salomone, vescovo di Mazzara, nato in Avellino, e monsignor Attanasio, vescovo di Lipari, nato a Lucerà. I rimi due erano molto amati per la pietà e la dottrina. Un vescovo aveva autorità e giurisdizione vera, perché le diocesi essendo sole quattordici, in media due per provincia, erano vaste di territorio e i seminari, pochi anch'essi e nell'insieme discreti, anzi, quello di Palermo e Monreale aveva una storia illustre.

Tutto ciò contribuiva a mantenere un certo equilibrio sociale, onde ciascuno era al suo posto, e in luogo delle corrotte e piccole tirannie che pullularono nei tempi della libertà, era la grande tirannia coi suoi sfarzi e le sua apparenze non volgari, le quali nascondevano magagne d'altro genere. Chi visitava la Sicilia, limitandosi a veder Palermo, Messina e Catania, Taormina, Siracusa e l'Etna, ne riportava un'impressione indimenticabile, cosi come la riportava da Napoli, percorrendola nelle le strade principali ed osservandola dal mare, o visitandone i dintorni. I signori non erano odiati, anzi il rispetto per essi aveva qualche cosa di molto caratteristico, e il clero era davvero amato dalla povera gente; e nobili, borghesi, clero e povera gente tutti affratellati, come ho detto, contro il comune nemico, il governo dì Napoli ritenuto autore persino del colera che nel 1854 e 1S55 fece grandi vittime a Palermo e a sebbene inferiori di molto a quello del 1837, quando morirono nella sola Palermo quarantamila persone. Nel 1864 i morti furono seimila, e se non si rinnovarono le scene barbariche del 1837, fu perché le autorità fecero il loro dovere. Maniscalco si recava egli stesso a portar soccorsi, vigilando con energia e umanità il servizio sanitario. Ma non mancò qualche incidente bizzarro, che rileva come il contagio fosse ritenuto opera di umana malvagità. Fu tra i morti don Santi Migliore, che era stato direttore di polizia prima del 1848 e poi, per poco tempo, intendente di Palermo. Abitava al palazzo Orlèans, egli era nativo di Borgetto, paesello presso Partinico, e i suoi concittadini l'avei in gran conto. Come seppero ch'era morto, corsero a Palermo in gran numero, convinti che il Migliora era stato avvelenato, per rapirne il cadavere nella notte e portarlo a Borgetto, dove, secondo loro, avrebbe avuta più degna sepoltura che non nell’ospedale dei colerosi. E cosi fecero. La commissione sanitaria della sezione Oreto, composta dai dottori Lodi, Moleti, Macaluso e Lamanna, riferì la cosa al senatore della sezione don Antonina Benso, e il luogotenente ordinò che la salma fosse riportata a Palermo ad ogni costo. Maniscalco eseguì l'ordine con una re------------- i servizi pubblici; se fece sparire la chiesa delle Stimmate, ov'erano stupendi stucchi del Serpotta, la chiesetta di Santa Marta e tutto il monastero con la sua caratteristica e proverbiale cupola di San Giuliano, e la chiesa di Sant'Agata li Scorruggi, opera del Quattrocento, conta oggi fra i più ampii e belli teatri del mondo. Venne costruito per l'ostinazione di quel forte e sventurato cittadino, Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, sindaco della città.

La vita dei teatri e dei clubs era di certo la più mossa. Nella stagione di carnevale del 1854 si rappresentò al Carolino con esito brillante, la Saracena del maestro siciliano Andrea Butera, rappresentata poco tempo prima alla Cannobbiana di Mielane, con esito egualmente felice. Questo maestro, del quale si è perduta la memoria, aveva scritta un'altra opera, l’Atala. La stagione teatrale del 1865 fu magnifica. Cantarono al Carolino, con ottimo successo, Carlotta Carrozzi nei Foscari e nel Birraio di Preston, e Marcellina Lotti nel Trovatore, nel Rigoletto e nella nuova opera del giovane maestro Geraci, Vettore Fieramosca. La Lotti fece andare in visibilio il pubblico palermitano il quale nella stagione intera le prodigò fiori, applausi e inni nei giornali. La sua beneficiata ebbe luogo la sera del 14 febbraio di quell'anno e fu un avvenimento. Gli articoli dei giornali palermitani sembrerebbero iperbolici, se tutti quelli della mia generazione non ricordassero il valore di questa maravigliosa cantatrice che più tardi creò la parte di Amelia nel Ballo in Maschera, e concorse ad assicurare alle opere maggiori di Giuseppe Verdi un successo mondiale. La Zanzara, a proposito della beneficiata della Lotti, scriveva cosi: "... Per la Lotti però è stato ben altrimenti; v'erano le poesie, i fiori; vi erano i nastri, ma al di sopra degli uni e degli altri, v'era l'emozione e il fremito continuato e perenne di un pubblico intero che, magnetizzato dalla voce e dal talento della incomparabile artista, si attaccava alle sue sublimi ispirazioni e batteva le mani, e gridava e urlava, come fa chi non ha ricevuto altro mandato che quello del suo cuore e delle sue ispirazioni". L'orchestra le offri una corona d'alloro con un superbo nastro, sul quale erano impressi i nomi dei professori. Fu una serata indimenticabile. Ebbe per compagni, veramente degni di lei, il Graziani, uno dei grandi tenori dei suoi tempi, il Fiori e la signora Orlandi.

Nel gennaio del 1857 andò in iscena allo stesso teatro il Roberto di Devereux, con la Sardesi, la Briol, Mirate e Pizzigati. Tranne Mirate, il quale, a dire del cronista del tutto per tutti, strappò quegli applausi pieni e sinceri, nei quali la mano ù muove, perchè il core si è mosso, e le ha detto: muoviti e batti gli altri cantanti fecero naufragare la bella musica del Donizzetti. E cosi nel nuovo ballo. La ninfa Cloe, si salvò la sola prima ballerina Ernestina Wuthier, la quale a furia di grazia e di maestria, spiegata costantemente nei più piccoli passi e nelle più piccole movenze, ispirò al pubblico (è sempre lo stesso cronista) tale simpatia, che l'apparizione di lei e gli applausi più entusiastici divennero una cosa 6ola„. E trascinato da un'iperbole tutta meridionale, il cronista, che poi era il direttore del giornale, il galante Stefanino de Maria, scriveva: "ella è stata la colonna, che si è posata sulla acque di quel mare in tempest, l'arcobaleno, che ha rischiarato quel cielo burrascoso, colei infine che è stata e sarà sempre segno all'entusiasmo del pubblico intero, colei, che si farebbe sin anco applaudire da uno degli automi del teatro meccanico". Un vero entusiasmo aveva destato l'anno innanzi la Boschetti nel ballo Beatrice di Gand del coreografo David Costa, e nell'altro, la Silfide. Un giornale la chiamò danzatrice acrobatica; vi furono polemiche, e per poco non scesero sul terreno entusiasti e critici della signora Amina, ch'era nella più affascinante freschezza della sua età.

Le maggiori famiglie palermitane ricevevano con la tradizionale grandiosità. In casa Riso era un succedersi di pranzi e di balli, e per la novena di natale del 18B9 vi si ballò per nove sere con brio inenarrabile. In quei giorni tutte le case patrizie, per antica tradizione, si aprivano a sfarzosi ricevimenti. Dicembre era il mese più allegro dell'anno, perché cominciava con le feste H la processione dell'Immacolata, protettrice di Palermo, e dove la credenza nella verginità di Maria aveva preceduto, per sentimento di popolo, la definizione del dogma, tanto che nel M colo XVII il Senato della città aveva fatto il cosi detto giuramento del sangue, cioè di voler sostenere fino al sangue la verginità di Maria, e si compiva nella notte di Capodanno, con balli nelle case patrizie e nella Reggia, e balletti e giuochi nelle famiglie della borghesia. Si riceveva in casa Budini il lunedi, nel palazzo ai Quattro Cauti, allora di proprietà della famiglia.

Don Franco Starabba aveva sposata una delle figliuole del principe di Cassaro ed era soprainteudente dei teatri e spettacoli: semplice uomo ed alieno da politica e da studii, borbonico convinto, ma senza ardore, era andato o piuttosto l'avevano mandato a Caltanisetta i suoi congiunti Statella, a portare le chiavi della città di Palermo al generale Filangieri; ma quando Vittorio Emanuele andò a Palermo per la prima volta nel 1860, fu lui, il quale, avendo conservato l'ufficio di sopraintendente dei teatri, lo ricevette al Carolino. Era padre dell'ora defunto marchese.

In casa Monteleone si giocava molto, perché la duchessa, donna Bianca Lucchesi Palli, era giocatrice appassionata. Questa casa rappresentò la maggior fortuna dell'Isola fino al principio del secolo, quando pel matrimonio di Stefania Branciforti, principessa di Butera e ultima della sua casa, con Giuseppe Lanza principe di Trabia, i due casati divennero un solo, e i due cospicui patrimonii un solo immenso patrimonio. Casa Pignatelli aveva una rendita superiore ai duecentomila ducati, tenuto anche conio dei beni di Calabria e del Messico: e il vecchio duca, noto per la sua bontà, forse non priva di qualche stravaganza, fa pari nel 1848, votò la decadenza dei Borboni e sottoscrisse poi la revoca di quell'atto con tutto l'alto patriziato, ma senza dichiarazioni vergognose, come fecero altri. A dar brio ai ricevimenti di casa Monteleone contribuivano le cinque figliuole del duca, una delle quali, che divenne poi marchesa Airoldi, contava fra le maggiori bellezze. Dei figliuoli, il primogenito Diego viveva ordinariamente a Napoli, e Antonio a Palermo.

Erano due tipi assai diversi, anche fisicamente, ma si volevano un gran bene. Diego, il quale non ebbe figliuoli ed assunse alla morte del padre il titolo di duca di Monteleone, era uomo tutto pace e aborriva da impicci di ogni genere. Mori senatore del Regno d’Italia nel 1880. Antonio, invece, irrequieto, vivacissimo, un po’ anche prepotente e noncurante di pericoli, ebbe dei duelli e fu uno dei pochi liberali del patriziato e forse il più audace. Messo in prigione per i fatti del 4 aprile, corse rischio di essere fucilato coi compagni, come appresso si dirà; fu eletto deputato di Terranova nel 1874, ma l'elezione fu annuita. Antonio fu padre di Peppino, presente duca di Terranova, già deputato e oggi senatore del Regno.

In casa San Cataldo davano rappresentazioni i filodrammatici, e benché il principe fosse in fama di liberale, egli invitava il luogotenente, i direttori e tutto il mondo ufficiale non escluso il Maniscalco, come facevano tutti gli altri. Sontuosi i balli in casa Monte vago, Tasca, Niscemi e Manganelli. Casa Trabia fu chiusa in quegli anni ad ogni festa o conviti. Il vecchio principe era inconsolabile per la lontananza del primo figliuolo, il principe di Scordia e Butera, che era stato ministro durante la rivoluzione, e poi uno dei quarantatré esclusi dall’amnistia. Il vecchio principe morì nel 1855, senza il conforto di rivederlo, perché il governo di Napoli non permise che l’esule tonasse. Il principe di Butera sopravvisse al padre di pochi mesi soltanto, essendo morto a Parigi nel giugno dello stesso anno, come si dirà più innanzi. E della borghesia vanno ricordate le riunioni in casa Amari e Ondes, e quelle tanto interessanti io casa Bracco, dove intervenivano Corrado Lancia di Brolo e Andrea Guarnieri, superstite; Domenico Peranni che fu poi bene merito sindaco di Palermo, e quel Benedetto Travali, che divenne segretario generale della segreteria di Stato della Dittatura e poi direttore del Tesoro. Casa Bracco fu centro di cultura e di liberalismo in quegli anni. La padrona di casa e:sorella di Emerico Amari. Del circolo dei cavalieri o casino dei nobili, annesso al teatro Carolino, facevano parte nobili di antico lignaggio e perciò difficili vi erano le ammissioni. Vi si ballava più volte nell'anno, ed erano i balli più sontuosi, ma la vita del club si affermava piuttosto di giorno. Si preferiva passar la sera con le signore, reputandosi molto chic, finito il teatro, correre nelle case dove si riceveva e rimanervi fino ad ora tarda. Palermo, più di Napoli, era ed è una città dove si vive molto la notte.

Una parte del patriziato dimorava a Napoli e ricorderò, tra gli altri, il vecchio principe di Cassare, Antonio Statella, Vincenzo Ruffo, principe della Scaletta, capitano delle guardie del Corpo e brigadiere effettivo nell'esercito, il principe di Aci, maggiordomo e il giovane marchese della Sambuca, il quale seguendo a Napoli suo padre, il principe di Camporeale, cavallerizzo maggiore, vi sposò la bellissima Laura Acton nel 1S47.

Il vecchio principe di Cassaro, unico suddito del re delle Due Sicilie insignito del collare dell'Annunziata, per aver condotto a termine da ministro le trattative di matrimonio tra Ferdinando II e Maria Cristina di Savoia, era uomo di assai mediocre levatura, ma retto. Borbonico convinto, d’un pezzo e senza paura o attenuanti, fu l'ultimo primo ministro di Francesco II, re assoluto, ultimo ministro di Sicilia a Napoli e capo di quella numerosa famiglia degli Statella, la più beneficata e protetta dai Borboni. Era tanta la penuria degli uomini di Stato, che il principe di Cassaro per la Sicilia e Ferdinando Troja per Napoli passavano per tali, ma erano persone circondate dalla pubblica stima.

Le più belle ed eleganti signore dell'alto patriziato erano la marchesa Airoldi, nata Monte leone; la baronessa di Colobria, Riso, nata Du Hallay-Coetquene, figlia del conte Da Hallay famoso per i suoi duelli, ma emergeva su tutte la Stefaniua Starrabba di Rudini, che poi divenne principessa di Paterno, bellezza rara a giudizio di tutti, e con la quale rivaleggiava soltanto l'Eleonora Trigona di Sant'Elia, divenuta poi principessa di Giardinelli e detta la bellezza bionda, cosi come la Stefanina era detta la bellezza bruna. Brillavano inoltre la Mariannina Lanza Mirto, ora principessa Pape di Valdina, e la Lauretta Pignatelli di Monteleone, per breve tempo duchessa di Cumia.

Quest'ultima e la principessa di Paterno non sono più. La duchessa di Cumia morì a diciannove anni nel marzo del 1852, e la sua morte fu davvero pietosa e la principessa di Paterno, madre del mio amico e già collega alla Camera, conte di Cammarata, è morta da pochi anni. Alcune di queste signorine erano state alunne dell’istituto Scalia, dove avevano avuto per professore d'italiano il vecchio barone Pisani, il quale, dopo i oasi del 184S, si era dato all’insegnamento.

C'era la mania dei duelli, e benché il codice li punisse severamente, la pena era resa vana dal costume. Non si faceva degno ingresso nel mondo senza essersi battuti almeno una volta.

Indole ombrosa e orgogliosa il siciliano, un qualunque motivo anche frivolo, un gesto male interpretato, una parola equivoca, era motivo o pretesto per scendere sul terreno. Dopo un gran ballo dato dal principe di Sant'Antimo, nel suo palazzo in via Toledo, ci fu al guardaroba lo scambio di qualche parola fra il conte di San Marco e Francesco Fazio, direttore della Zanzara e usciere di Palazzo, regiae aulae porterius, che equivaleva a introduttore degli ambasciatori. Causa del duello fu la mantiglia della Stefanina di Budini, facendo a gara i due cavalieri a chi dove ritirarla prima! Il di seguente ebbe luogo lo scontro e il Fazio fu ferito gravemente. Il principe di Paterno contava parecchi duelli, e suo figlio, il conte di Caltanisetta, che aveva natura mite e detestava gli accattabrighe, ne ebbe uno con Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, di cui era amicissimo, per futili motivi. Si battevano nobili e borghesi, e le polemiche letterarie ne erano soventi l’occasione; ma talvolta la cagione vera era un'antipatia momentanea e allora bisognava trovare subito il pretesto per scambiarsi delle sciabolate.

Il duello era in società il tema del quale forse più si parlava, dopo i teatri. Stefano de Maria, morto prefetto di Luce, famoso per le sue avventure d'amore e i cosmetici dei quali ce va largo uso, si batté con un ufficiale dei cacciatori e poi con Aristide Caiani. Negli ultimi tempi che precorsero al 1860, Pietro Ilardi si batté col barone Gaetano Mazzeo; e il marchese di Fiume di Nisi, morto duca di Cesarò e deputato al Parlamento italiano, col principe di Giardinelli. Francesco Brancaccio di Carpino, che aveva autorità in questioni di cavalleria, fu padrino in questi scontri. Le sale di scherma non erano pubbliche, ma alcuni signori, come Antonio Pignatelli, Pietro Ugo delle Favare, Emanuele e Giuseppe Notarbartolo e i giovani Sant'Elia, dei quali era primogenito l'elegantissimo duca di Gela, che fu deputato e senatore, invitavano per turno a casa loro gli amici a esercitarsi. Non vi era giovane signore, o giovine della ricca borghesia, che non sapesse tirare di sciabola o di fioretto; la scherma compiva l'educazione, e perciò le partite di onore si succedevano con frequenza. I maestri di scherma più in voga erano Francesco Pinto, Claudio Inguaggiato, Giambattista Vella, Raffaele Basile. Un tal Neli, detto 'u quarararu, tirava benissimo con la mano sinistra e molti signori si misurarono con lui. Fu curiosa nel 1857 una polemica schermistica fra l’Inguaggiato e Blasco Florio, maestro di scherma a Catania. Si affermò che l'opuscolo dell’Inguaggiato in questa polemica fosse stato scritto da Corrado Lancia di Brolo, il quale aveva lasciato il servizio militare dopo la restaurazione e si era dato agli studii legali o meccanici, e visse a Palermo senza ricevere mai molestie. Sovente faceva un viaggio all'estero o andava a Roma dov'era suo zio, il cardinal Grassellini. Un opuscolo di notevole valore scientifico, da lui pubblicato nel 1856, a proposito di una macchina idraulica, e inventata dal sacerdote don Giuseppe Vaglica, gli procurò la nomina di socio dell’Istituto d’incoraggiamento.

Una parte notevole del giornalismo siciliano era rappresentata da riviste, dirette a promuovere lo sviluppo industriale e particolarmente agricolo dell'Isola. Ricordo gli Annali d'agricoltura siciliana redatti dal professore Giuseppe Inzenga; il Giornale della Commissione d'agricoltura e pastorizia della quale era presidente Filippo Majorana, e il Giornale del R. Istituto d'incoraggiamento di agricoltura, arti e manifatture per la Sicilia: pubblicazioni che il Governo sussidiava in vario modo. Nel 1850, Giuseppe Biundi, impiegato al ministero d'istruzione, fondò l’Empedocle, una vera rivista, di cui ogni fascicolo conteneva monografie originali, rubriche di varietà e rassegne bibliografiche fatte assai bene. I libri di Placido De Luca, di Gioacchino di Marzo, di Longo Signorelli, di Gaetano Vanneschi, del barone Anca ebbero nell’Empedocle ampie recensioni e autorevoli giudizi. Nonostante l’indirizzo piuttosto teorico per la necessità dei tempi, la rivista mirava anche ad effetti pratici e utili alla Sicilia. Trattò della coltura delle canne da zucchero, rilevando che non c'era convenienza ad estenderla in Sicilia; ammaestrò circa la coltura della vite e dell'ulivo e sul modo più adatto e sollecito di rimboschire l’isola; patrocinò l’istituzione d'una banca territoriale nell'interesse dell'agricoltura e trattò pure della pubblica beneficenza, con notevoli studi del Biundi stesso sui Monti di pietà, e sui rapporti fra la popolazione di Sicilia e le sue condizioni economiche. L'Empedocle fini nel 1860 e il Biundi passò impiegato al ministero d'istruzione del Regno d’Italia. Quella sua rivista, dati i tempi, fu un primo tentativo che gli costò dieci anni di lavoro e non pochi sacrifici!; ma nessuno ha pensato finora a fondarne una sul genere di quella, la quale, se pubblicava articoli che duravano anni, e se alcuni di questi erano scritti per non farsi leggere, rivelava nell’insieme che le condizioni della cultura nell’Isola erano assai più alte di quanto non rivelassero i giornaletti letteraria Va certamente ricordato, e con la maggior lode, il Giornale di Statistica, compilato nella direzione centrale della statistica di Sicilia, della quale era capo il barone D'Antalbo. Esso pubblicava interessantissimi studi di statistica comparata, scritti dallo stesso direttore, e principalmente dal Ferrara e dal Busacca, esuli entrambi, e più da Gaetano Vanneschi, uomo eccellente per virtù d’intelletto e di animo e autore di Alcuni elementi di statistica venuti in luce nel 1861. Io devo rendere alla memoria di lui, che fu dopo il 1860 presidente del collegio di mnsioa, un tributo di riconoscenza, perché nel Mondo Culto scrisse con grande affetto di mio padre, Antonio de Cesare, che gli era amico e mori a Napoli nel gennaio dei 1860, a 37 anni.

Altri tentativi di fondare una seconda Rassegna furono fatti, ma senza fortuna. Nacque nel 1855 una Rivista scientifica, letteraria, artistica, fondata da Domenico Ventimiglia. Visse anno e le successe il Poligrafo, rivista di scienze, lettere arti, ma durò due anni e cedette il posto nel 1857 alla Favilla.

Giova però osservare che questi periodici raccoglievano, intorno a loro gruppi di scrittori non omogenei e di tendenze politica ben diverse. Il Poligrafo, perché fondato dal Ventimiglia, non poteva partecipare ai sentimenti che più tardi trasparirono dal gruppo dei collaboratori della Favilla, che avevano tendenze liberali, spesso mal celate. Pare che al Ventimiglia fossero stati promessi aiuti dal governo e poi mancassero. Il Ventimiglia era inquieto e perciò non poteva la sua attività esaurirsi nel Giornale di Sicilia, la cui ufficialità non gli permetteva nessuna delle sue citazioni letterarie, alle quali si abbandonavano i giornaletti d'occasione, mezzo umoristici e molto rumorosi, come il Rigoletto, che nacque e morì nel 1855; la Zanzara di Francesco Fazio, il Somaro, giornale pei dotti, come s'intitolava; il Baretti di Giovanni Villanti, l’Armonia, il Vapore e il Passatempo per le dame: piccoli fogli, i quali a leggerli ora non s’intendono più, tanto è mutato l'ambiente, nel quale parvero persino spiritosi: giornaletti che resistevano qualche mese o qualche anno, e poi finivano mutavano nome, come a Napoli, tale e quale. Qualche volta le riviste dei teatri erano spiritose, ma più sovente diluite e insipide. Il Tutto per tutti, il Mondo unico, seguito dal Mondo Culto, poi la Ricerca, la Lira e la Gazzetta di Palermo avevano miglior forma di giornale; il Tutto per tutti giunse a sei numeri; il Mondo Unico ad otto; la Ricerca, che ai diceva giornale di utili scoverte e di letterarie conoscenze visse dal 1856 al 1858: due anni visse la Lira e tre la Gazzetta di Palermo, il Giornale del commercio e il Vapore. Rileggendo quei fogli, i quali erano settimanali, quindicinali o mensili, si prova un senso di curioso stupore anche per gli abbonamenti, non solo alti, ma sproporzionati al formato stranamente minuscolo. Solo la Favilla rappresentò, in fatto di giornali letterari, il tentativo meglio riuscito. Fu messo insieme da un nucleo di giovani di valore. Ricorderò Achille Basile, morto prefetto di Venezia e senatore, Carmelo Pardi, Luigi Sampolo, Giuseppe Lodi, Giuseppe Sensales, impiegato ai ministero dell'interno.

Vi collaborarono Isidoro La Lumia, Gaetano Daita, Luigi de Brun, Onofrio di Benedetto e Cammillo Randazzo. La cronaca non esisteva affatto; tutta la vita locale era muta, tranne pei B teatri. Ricorderò infine l’ultimo di questi periodici, L'Idea di F. Maggiore Perni, rivista tra statistico-economica e letteraria, nata nel 1859 e morta poco dopo il 1860.

Sulle cose della politica d’Italia tacevano, o rivelavano una mirabile ingenuità. Nel suo secondo numero, ch'è quello del 12 novembre 1856, il Tutto per tutti annunziava fra le notizie varie, che il 20 ottobre di quell'anno aveva avuto luogo l’inaugurazione della ferrovia Vittorio Emanuele, che partendo da Chambery, conduce a Venezia, per Torino e Milano! E dire che Chamberv non fu congiunta per ferrovia a Torino prima dell'apertura del Frejus, cioè quindici anni dopo, quando non apparteneva più al Piemonte! E nel sesto numero, fra le stesse notizie varie, vi erano queste, che l'archeologo Canina era morto di veleno e che “fra pochi giorni sarebbe uscito dalla tipografia Pelazza un nuovo giornale di gran formato, intitolato l’Indipendenza e ne sarebbero stati redattori La Cecilia, Angelo Brofferio e l'avvocato Villa”. Ma dove fosse morto il Canina, che poi era vivo; e dove sarebbe uscito L’Indipendenza vi è affatto taciuto. In quel numero del Tutto per tutti il barone Pisani pubblicò un geniale articolo: Un’ironia alla moda.

Tutto compreso, il Giornale di Sicilia era il più completo. Pubblicava in quarta pagina il servizio postale, con l'itinerario delle vetture per la Sicilia, lo stato civile di Palermo, una rivista della borsa e l'annunzio dei teatri, oltre alla parte ufficiale stampata in prima pagina a lettere più grosse. Era il solo foglio quotidiano, ma, ripeto, esso non assorbiva che oda piccola parte dell'attività del Ventimiglia, per il quale tatto il lavoro giornalistico si riduceva ad una visita quotidiana a Maniscalco e alla permanenza per una o due ore nell'ufficio, allogato nello stesso palazzo dei ministeri. Gli altri redattori erano impiegati sine cura. Il foglio seguiva il suo andare, e poiché non richiedeva alcuna fatica speciale, tutti vi attendevano il meno che potessero, e cosi avvenne che nella parte ufficiale, a grossi caratteri, sorvolò più tardi l'annunzio della vittoria di Solferino! A Palermo, tranne per le opere teatrali, non esisteva un vero ufficio di revisione. Era compreso nel primo carico del ripartimento di polizia, sotto il nome di stampa e revisione. Salii decenza degli spettacoli e sulla polizia interna delle sale vigilava la soprintendenza, che decideva anche su tutte le controversie fra impresarii e compagnie, fra impresarii, governo e pubblico. Ed era sopraintendente, come si è detto, il max obese di Budini, che esercitava quell'officio con apparente passione, ma chi faceva tutto era il segretario Zappulla. Per 1eproduzioni teatrali in prosa e in musica e per i balli, aveva officio di revisore il Bozzo, professore di eloquenza e letteratura italiana all'Università: mite uomo, per cui non si verificavano a Palermo le inesauribili scempiaggini di Napoli, anzi i giornalisti facevano alla revisione curiosi scherzi. Il dottor Lodi, redattore della Lira, vi pubblicava articoli letterarii sottoscritti G. M. ed erano brani cavati dalle opere di Giuseppe Mazzini; o sottoscritti G. L. F., ovvero B. C, e che appartenevano Giuseppe La Farina e a Benedetto Castiglia, e di questo il Bozzo non si accorse mai. Per i libri la revisione era dalla polizia fidata ai redattori del Giornale di Sicilia, o a persone ritenute competenti, ma un ufficio speciale come a Napoli non esisteva neppure presso la posta, né presso la dogana per i libri provenienti dall'estero; onde libri, opuscoli e giornali politici entravano nell'Isola assai più che a Napoli, e provenivano da Genova e da Malta ordinariamente, e in alcuni casi, da Livorno da Marsiglia e da Alessandria di Egitto.

Pubblicandosi qualche opera di non comune importanza, si affilavano le armi della critica. Il canonico Pietro Sanfilippo delta metropolitana di Palermo, pubblicò nel 1855 una storia della letteratura italiana, nella quale espresse l'opinione che la popolazione di Sicilia, contenendo molti elementi arabi, potè acquistare più direttamente, nella poesia Medievale, questa maniera di sentimento e quella forma di versificazione, che aveva più attrattive per le orecchie di quei re, poeti essi stessi.

Ebbe vivaci critiche, essendo l'opinione sua in opposizione con tutte le altre, che fanno derivare quella poesia dalla maniera dei trovatori provenzali, numerosi alla Corte di Palermo. Ma si fa giustamente benevoli col chierico Gioacchino Di Marzo, che traduceva dal latino il celebre Lessico topografico della Sicilia di Vito Amico, completandolo con annotazioni erudite ed opportune. Il Di Marzo aveva allora ventidue anni, e quella traduzione fu l'inizio della sua fortunata carriera scientifica, che lo rese tanto benemerito della cultura storica e archeologica della sua Isola.

Nel febbraio del 1867 la regina Maria Teresa si sgravò dell'ultimo figliuolo, al quale fu dato il nome di Gennaro e il titolo di conte di Caltagirone. Non è immaginabile la gioia ufficiale e pubblica, che invase quella caratteristica e popolosa città, per l'alto onore che volle concederle il re. Fu mandata a Na poli una deputazione per umiliare ai piedi del trono un indirizzo di ringraziamento. Era patrizio il cavaliere don Giacomo Crescimanno, il quale disse al decurionato: “Tutto quello che faremo gara poco, misurato con l'immensurabilità del nostro affetto vergo colui, che può dirsi padre piuttosto che Re”. Vi furono feste religiose e civili e atti di beneficenza che costarono al Comune tremila e cinquecento ducati, una vera follia adulatrice. La deputazione andò a Napoli, umiliò l’indirizzo ai piedi del trono e portò al marmocchio una reliquia miracolosa dell'apostolo San Giacomo maggiore, protettore della città. Ferdinando II accolse con compiacimento questo dono, che del resto non portò fortuna al principe, morto a dieci anni di colera, ad Albano Laziale. Il re non ebbe altra degnazione che di far ringraziare anche con lettera il decurionato di Caltagirone! Il Crescimanno si aspettava ohi sa che cosa, e reato comicamente deluso. Ma perché la memoria di quanto si era compiuto non andasse obliata, venne ogni cosa raccolta in un grosso volume in folio, del quale fu principal poeta e prosatore il professore Audilio, che tuttora vive. Il volume venne pubblicato dal Galatola a Catania, con rara eleganza di tipi, ma neppure per questo il re si commosse.

La venuta del granduca Costantino, fratello dello Czar e dell'arciduchessa Alessandra col figliuolo Nicola, risuscitò le simpatie del patriziato siciliano per i principi russi. Costantino prese alloggio nella stessa villa Serradifalco, all'Olivuzza, dove, meno di quattordici anni prima, aveva abitato l'imperatore Nicola con l'imperatrice Alessandra e la figlia, la bellissima arciduchessa Olga ed egli stesso, Costantino, appena diciottenne. La Corte russa andò a Palermo nell'ottobre del 1845, per curaro una malattia dell’imperatrice, vi restò quarantadue giorni e fa visitati dal re e dai principi reali, onorata e festeggiata in prosa e in versi. Giuseppina Turrisi Colonna, non ancora divenuta principessa di Galati, indirizzò alla bella e interessante Olga inspirate ottave, scrittori coraggiosi, come il giovane principe di 8cirdia, misero insieme una pubblicazione commemorativa, dal titolo l’Olivuzza, tutta piena di allusioni sullo stato della Sicilia. Si ricordava pure che in quell'occasione erano siate scelte le più belle fanciulle di Palermo, dai dieci ai dodici anni, ad eseguire dinanzi alla Corte russa il ballo nazionale, la tarantella, e la ballarono le due Starrabba di Rudinì, Caterina e Stefanina; il Mouroy, che poi fu principessa Alcoutres di Messina; l'Elisabetta Niscemi, maritata al marchese Ugo; l'Agatina Villarosa, divenuta baronessa Piccolo, e l'Eleonora Trigona di Sant'Elia, presente principessa di Giardinelli.

Questo granduca rosso mise a dura prova tutta la pazienza di Castelcicala e di Maniscalco per il suo contegno stravagante, anzi scorretto. Viaggiava con gran seguito e cinque navi di guerra, e pretendeva entrare nel porto di Palermo a capo della sua flotta. Il luogotenente non lo permise, e Costantino dové sottostare all'ordine di entrare con due navi soltanto, mandando le altre a Castellamare. Questo lo irritò, perché seppe che l'ordine era venuto da Napoli. Aveva dei cani mastini, che incutevano terrore, e chiese anche un orso, ma gli fu risposto che nelle foreste della Sicilia non vi erano orsi. Assunse un contegno addirittura irriverente verso la persona del re. Chiedeva notizie della salute di lui, ma solo per contraddirle, rispondendo: Ce n'est pas vrai, il est mort je vous l'assure: le roi est mort. Manifestò un’incredibile crudeltà, infliggendo a quattro suoi marinari pene bestiali. Ne fece legare quattro, rei di ubriachezza, e ordinò che così legati fossero per quattro volte costretti a girare sotto la carena della nave ammiraglia. Morirono tutti e quattro.

Castelcicala andò in gran pompa a visitarlo, ma appena il granduca cominciò a dir male del re, si levò e con inglese cortesia gli chiese il permesso di ritirarsi. Per non mancargli di riguardo, pose il Gallotti a disposizione di lui, e Costantino fini con l'avere molta benevolenza per il cortese segretario del luogotenente, che più tardi narrava a me questi curiosi particolari.

Il gran duca ebbe anche della benevolenza per Maniscalco, ma quando seppe che lo faceva spiare, come aveva fatto spiare l'anno innanzi il duca di Aumale, andato a Palermo per visitare le sue tenute, non volle più vederlo. Parti il 21 marzo, e fu la sua partenza una liberazione per le autorità, ma non per l'alta società che perdette una desiderata occasione di svaghi. Si fermò a Napoli sino al 19 aprile e andò a Caserta a visitare l’infermo re.

Il contegno di lui rispetto a Ferdinando II, e alla famiglia dei Borboni, rivelava non solo un astioso suo sentimento personale, ma il sentimento della Corte di Pietroburgo, di cui si era avuta già una prova nel silenzio serbato dai plenipotenziari! russi al Congresso di Parigi, tre anni prima, quando il governo di Napoli fu violentemente attaccato da lord Clarendon, e con minor violenza dal conte Walewski e dal conte di Cavour.


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CAPITOLO XVIII

SOMMARIO: Le tre Università dell’Isola — I tre Cancellieri — I professori di maggior fama — Sampolo, Pantaleo e Gorgone — Quel che ei richiedeva per essere levatrice — Monsignor Crispi o l'architetto Giachery — Altri professori — Gli studii privati e gli studenti — Il decurionato di Palermo — L'ultimo bilancio dal 1856 al 1860 — Alcuni particolari caratteristici — Le spese di culto — Curiosità e aneddoti — Gli ultimi pretori — Il principe di Galati — Alcuni sindaci dei nuovi tempi — Confronti che sembrano inverosimili — La bonifica di Mondello — L'Università di Catania — Un libro apologetico — Professori, studenti od epigrammi — Zarria, Marchese e Tedeschi — Una curiosa lettera dell'intendente Panebianco — L'Università di Messina e i suoi insegnanti — Altri confronti.

La Sicilia aveva tre Università, a differenza delle provincie continentali, le quali ne avevano una sola. Le Università dì Sicilia contavano gloriose tradizioni, ed hanno avuto recentemente qualche storico di valore. Dal 1849 al 1860 ebbero insegnamenti incompleti, e soltanto quella di Palermo contava un numero discreto di studenti, perché poteva accoglierne da quattro provincie, mentre l'Università di Catania raccoglieva quelli di Catania e Siracusa, e Messina solamente quelli di Messina. Benché a Palermo convenissero gli studenti di quattro provincie, nondimeno il loro numero di rado superò i cinquecento fra tutte le cinque facoltà; anzi nell'anno scolastico 1853-54 furono quattrocentosette, nel 1864-66, forse a causa del colera, discesero a trecentosessantaquattro. Il maggior numero era di studenti di diritto; scarsissimi quelli di filosofia e lettere; irrisorio il numero degli studenti nella facoltà di teologia. Il giovane clero preferiva l'insegnamento dei seminari, benché all’Università insegnasse diritto canonico quell'abate Cri3afulli, vera autorità in questa materia e nel diritto feudale e che ebbe tante vicende dopo il 1860.

Il rettore, il maestro di spirito e il bibliotecario erano di nomina regia, su proposta della commissione di pubblica istruzione, e a Palermo si dovevano scegliere tra i padri teatini della casa di San Giuseppe, rimanendo in vigore una curiosa disposizione, contenuta in un rescritto del 1805, che concedeva tre ufficii a quei frati, in compenso di una parte del locale che essi cedettero all’Università. I tre studii siciliani avevano, nominalmente sei facoltà: teologia, giurisprudenza, medicina, fisico-matematica, filosofia, lettere e belle arti; ma, dove pia dove meno, queste facoltà erano, come già si è detto, incomplete. Sembra strano, ma nessun concorso fu mai bandito nell'ultimo decennio per provvedere alle cattedre che venivano a mancare, ad esse provvedendosi con sostituti interini o provvisori. Messina e Catania non avevano l'insegnamento della lingua ebraica, né la spiegazione della sacra scrittura, anzi Messina non aveva neppure la cattedra di teologia morale. Della facoltà di giurisprudenza, Catania e Messina non avevano la medicina legale, ed in quest’ultima Università mancava per sino l'insegnamento dell'economia, dell'etica e del diritto naturale. I tre teatini, che in quegli anni stettero a capo dell'Università palermitana, furono il padre Laviosa, rettore; il padre Giambanco, bibliotecario, e il padre Filippo Cumbo, maestro di spirito, i quali vissero senza infamia e senza lode.

La deputazione universitaria, che il Filangieri fece ottenere all'ateneo di Palermo, in luogo dell'antica commissione di pubblica istruzione, era preseduta da don Pietro Crispo Floran, col titolo di gran cancelliere. Uguale ufficio nell’Università di Messina era tenuto dall'arcivescovo, e a Catania da don Carmelo Martorana. Il Crispo Floran, presidente del tribunale civile di Palermo, dotto giurista, percorse tutti i gradi della magistratura e mori nel 1884 primo presidente della Cassazione di Palermo e senatore del regno d’Italia, benché non riuscisse a prestar giuramento. Il Martorana, consigliere della Gran Corte civile di Catania, aveva fama di buon magistrato e mori vecchio nel 1870. Ma l'arcivescovo di Messina, cardinal Villadicanzi non aveva davvero alcun titolo per cosi alta carica. Bonario e pietoso con gl'infelici e di tendenze piuttosto larghe in politica, egli non era uomo di stadii, anzi a Messina ancora si ricordano parecchi aneddoti di una poca sapienza.

A Palermo, nella facoltà giuridica, si distingueva Pietro Sampolo, che insegnava codice civile e pandette. Era stato fra i difensori delle vittime della Fieravecchia, e aveva raccolte delle somme per far celebrare un funerale in C4euova a quei disgraziati. Gli studenti accorrevano numerosi e plaudenti alle sue lezioni. Lesse parecchie prolusioni, che sono pregiate monografie giuridiche; e nel 1869 lesse l'orazione inaugurale che gli procurò non poche molestie, non avendovi egli fatta menzione del re né del suo luogotenente, che assisteva alla cerimonia. Fu ucciso da mano ignota nel 1861, mentre tornava da una sua campagna presso Palermo, né dell'assassino si seppe nulla. I nomi illustri nella facoltà di medicina erano il Gorgone e il Pantaleo, un chirurgo e un ostetrico, i quali esercitavano la professione con grandissimo successo. Il Pantaleo fu il primo ostetrico dei suoi tempi, e i suoi alunni, oggi uomini maturi, ne ricordano la memoria coi: venerazione. Creò una clinica ostetrica, di cui non vi era l'ombra. Prima di lui, come ne ha scritto il Pitrè, Palermo non aveva che un rifugio di maternità, alla cui porta le donne andavano a battere, o strette dalla durezza dulia povertà, o spinte dal pudore di colpe da nascondere; e, come ricorda il professore Chiarleoni: "poche stanze erano nell'ospedale comune, destinate al ricovero delle gravide e partorienti, sotto l'immediata direzione di una levatrice maggiore, mentre era fatto divieto al professore di penetrare nelle sale, se non chiamato dalla levatrice!„ Del resto non in Sicilia soltanto, ma in tutto l'antico Regno, l'esercizio della ostetricia era nelle mani delle levatrici, poiché nelle famiglie, senza distinzione di ceti, la levatrice godeva maggior fiducia che non ne godesse il chirurgo. Se il Pantaleo non ottenne quanto voleva, dati i tempi e i pregiudizi, ottenne però molto, perché vennero abrogati i regolamenti vecchi e il professore di ostetricia fu riconosciuto indipendente nell'ospedale, e le sale delle ricoverate messe a sua disposizione. Ma per le levatrici seguitò a bastare, secondo le prammatiche viceregali e i sinodi diocesani, che fossero sui quarant'anni, "maritate o vedove, non mute, né scilinguate, pulite, monde di morbo gallico e di malinconia, istruite della dottrina cristiana„. Di una scuola per le levatrici, le quali erano adoperate a giudicare e trattare tutto ciò che offrono di morbosa la gravidanza e il puerperio, a regolare l'allattamento e dar pareri nelle malattie dell'utero, di una scuola così necessaria insomma, il governo borbonico non volle mai sentire. Occorrevano i nuovi tempi, perché le idee del grande ostetrico divenissero un fatto compiuto.

Il Pantaleo fu il creatore della sua fama e della sua fortuna. Era di Nicosia, di famiglia poverissima. Vestito da chierico, giovanetto a diciott'anni, parti dalla sua terra di origine fra le lagrime dei parenti, a dorso di un mulo. I primi anni furono assai penosi, ma trionfò di ogni ostacolo e si affermò il maggior ostetrico dei suoi tempi, e dopo avere assistito alla propria apoteosi, colla celebrazione del cinquantesimo anniversario del suo insegnamento ufficiale, morì nel dicembre del 1896, a ottantacinque anni, lasciando un ricco patrimonio. Vincenzo Pantaleo autore di graziosi racconti per l'infanzia, è il suo unico figliuolo maschio e ne porta degnamente il nome.

Se Pantaleo fu il creatore della clinica ostetrica Giovanni Gorgone fu il creatore della clinica chirurgica, come il primo anatomista dell'Isola. Operatore di rara abilità e scienziato di molta dottrina, egli scrisse memorie e dissertazioni, nonché un trat------------------ il maggior ellenista dei suoi tempi. Vescovo titolare di Lampsaoo e zio di Francesco Crispi, si disse ch'egli aiutasse il nipote durante l'esilio, ma non è vero, anzi ne deplorava i principii liberali. Sali a meritata fama e lo attestano le sue pubblicazioni, soprattutto i tre volumi della grammatica greca. Fu anche presidente dell'Accademia reale di scienze, lettere ed arti di Palermo, Il professore di lettere italiane era Giuseppe Bozzo, brav'uomo, mite regio censore, morto una dozzina d'anni fa, nltimo degli arcadi in Palermo. I letterati del tempo gli preferivano Gaetano Daita, il quale non era professore all’Università perché, ingiustamente, nel concorso universitario per la cattedra di eloquenza, poesia e letteratura italiana era stato posposto al Bozzo; ma dirigeva un istituto privato, che ebbe vita florida. Martino Beltrami Scalia vi dava lezioni di geografia, e quello spirito eletto di Carmelo Pardi, dell’Ordine dei minimi, insegnava lettere italiane e storia. Era il Pardi uomo di varia cultura, grazioso poeta e fu uno dei fondatori della Favilla. Mori a 63 anni nel 1875, e di lai scrisse con affetto il professore Luigi Sampolo. Nella lista degli scrittori colti, che rifulsero in Palermo negli ultimi dieci anni, il Pardi conta fra i primi. Ma por tornare all'istituto Daita, dirò che esso fu davvero un vivaio di giovani, i quali fecero parte nel movimento liberale e poi nei pubblici uffici, e godeva maggior credito dello stesso real convitto San Ferdinando, tenuto dai gesuiti, e dello 'stabilimento letterario Vittorino e Ginnasio,, posto sotto gli auspicii del principe di Galati, pretore della città. Il Daita era fuggito a Malta, dopo la restaurazione: era stato deputato fra i più caldi nei 1848; tornò a Palermo nel 1861; apri il suo istituto e non ebbe molestie. Nell'elenco degli ex deputati, che sottoscrissero la nota abiura, il suo nome non figura. Il Bozzo e il Daita erano gli epigrafisti del tempo: il Daita, più spontaneo e meno retore; il Bozzo, stentato e arcadico commentatore di Dante e di Petrarca, ma quanto lontano da quel G. B. Niooolini, che gli fu amico! Nella facoltà di belle arti va ricordato Carlo Giachery, uno dei migliori architetti di allora. Il Giachery ere di Padova, andò giovinetto a Palermo con la famiglia, vi fece gli studii, si laureò nel 1833 e si perfezionò poi a Berna, I ispirandosi nelle opere dei grandi maestri. Tornato a Palermo, divenne professore di architettura civile, e via via si affermò architetto di potente ingegno. Ingrandì il palazzo dei ministeri, rifece il teatro di Santa Cecilia, la facciata e il vestibolo dell'Università, costruì i primi molini a vento e fu il braccio destro di Vincenzo Florio; innalzò l’ospizio di beneficenza e, nominato nel 1855 ispettore di ponti e strade, compi altri lavori d interesse pubblico. Era un architetto di gusto. Nella villa Florio all'Arenella costruì una sala da pranzo in istile gotico cosi ben riuscita, che l'imperatore Niccolò di Russia, vedendola, fece rilevarne i disegni e ne volle una simile a Pietroburgo, la quale, in memoria di Palermo e dell'architetto, chiamò sala Arenella. Mori a 58 anni, nel 1865.

Nella facoltà di scienze fisiche e matematiche insegnò astronomia don Domenico Ragona Scinà, nominato nel 1860 direttore della Specola, dopo che fu destituito Gaetano Cacciatore figlio del celebre Niccolò. E quando nei 1860 tornò il Cacciatore, il Ragona Scinà, dopo alcuni anni, fu mandato all'Università di Modena. Giuseppe Inzenga era sostituto alla cattedra di agricoltura. Vera competenza in fatto di scienza agraria, aveva fama di liberale e di spirito spregiudicato in fatto di religione. Scriveva versi dialettali, che rispecchiano questa sue tendenza non sempre di buona lega. Anche in tarda età, vegeto e robusto, dirigeva l'istituto agrario Castelnuovo ai Colli, che la munificenza del principe Carlo Cottone lasciò a scopo di pubblico insegnamento. Dirigeva inoltre gli Annali dell'agricoltrice siciliana, di cui si è parlato. Indomabile nella sua avversione ai Borboni, fu più tardi indomabile avversario della parte moderata, del Papa e dei preti. Era un libero pensatore, cui piaceva la vita allegra e gioconda. Insegnava botanica ed era direttore dell'orto, don Vincenzo Tineo, che di numerose scoverte arricchite le scienze naturali. Prima d’insegnar botanica, il Tineo aveva dettate lezioni di materia medica. Altro esempio d’intelletto versatile fu più tardi Agostino Todaro, che gli successe nell'inseguimento della botanica. Insigne avvocato prima, da competere coi maggiori, e poi insigne botanico, morì nel 1892, senatore del Regno.

Ricorderò fra i professori della facoltà giuridica Giuseppe Mario Puglia, sostituto alla cattedra di diritto penale, avvocato animoso che difese il Garziili e i suoi compagni della Fieravecchia, e poi Francesco Bentivegna e Mariano Siragusa, aveva assunta la difesa di Giovanni e Francesco Riso, per i fatti della Gancia. Le poche e commosse pagine, che di lui scrisse Giuseppe Falcone, rivelano l'ingegno e la mirabile attività del Paglia, che fu deputato di Palermo e mori nel 1894. Giovanni Bruno insegnava economia, non politica o sociale, ma civile, fin dal 1846; deputato e giornalista nel ]848 e amico di Ferrara e di Crispi, fu persona colta e antico apostolo del libero cambio e delle casse di risparmio. Benché avesse sottoscritto anche egli la nota ritrattazione, era tenuto d'occhio dalla polizia, anzi si asseriva che un poliziotto travestito assistesse alle lezioni di lui.

Certo è che il giorno 18 marzo del 1858 gli fu mandato da Maniscalco questo monito: "il direttore del dipartimento di Polizia avverte il sig, professore Bruno di essere pii castigato nel linguaggio quando sulla cattedra svolge alcune teorie di economia, nelle quali balenano concetti arditi, che infiammano una gioventù ardente e facile a concitarsi alle idee, che sconfinano in esagerazioni politiche". Liberista, era molto applaudito dagli studenti.

Nel 1852 sostenne una lotta per la libertà del panificio, e negli anni 1861-1863 pubblicò la sua opera maggiore: Scienza dell'ordinamento sociale. Morì regionista, anzi autonomista convinto, in Palermo, nell'aprile del 1891.

Questi professori, che ho voluto rammentare, erano i più amati dalla scolaresca, mentre il più odiato era Giuseppe Danaro, sostituto alla cattedra di codice civile, già liberale, poi ultra-borbonico e infine prefetto di polizia. Da principio credette conciliare i due uffici, ma gli studenti prima lo fischiarono, poi disertarono le sue lezioni ed egli fu costretto a lasciare la cattedra.

A Palermo fiorivano, meno che a Napoli, gli studi privati, e soli pochi professori universitarii avevano studio nelle proprie case. Tra gl'insegnanti privati mi limiterò a ricordare il professore Luigi Sampolo, che dettava dotte lezioni di diritto civile e il cui studio ora il più frequentato, nonché l'avvocato Niccola Uzzo, che insegnava procedura civile. Il Sampolo era fratello di Pietro e lo supplì per pochi mesi nel 1853. L'Uzzo, autore di opere non ispregevoli, fu nominato nel 1859 insegnante provvisorio di procedura civile all’Università.

Gli studenti non formavano a Palermo, come a Napoli, un piccolo mondo a sé, né abitavano in quartiere speciale della città. Si allogavano alla meglio in qualche locanda di più che mediocre ordine, o in qualche convento di frati, spazialmente nella cosiddetta infermeria dei cappuccini o in pensioni, ed erano da essi preferiti i paraggi più vicini all'Università e le minuscole locande di Lattarini e dell'Albergheria. Non avevano ritrovi speciali, né erano fatti segno alle continue vessazioni della polizia, come a Napoli e a Catania. Di certo la polizia li teneva d'occhio, e chi entra oggi nell'atrio dell’Università trova a man diritta una porta chiusa da quarantotto anni. Quella porta dava in una stanza, dov'erano permanentemente un ispettore di polizia e due agenti di sicurezza, messi là per accorrere, se mai nell'atrio si fosse fatto chiasso fra una lezione e l’altra, o si fosse fischiato qualche professore. Non erano però temuti, anzi spesso prendevano anche loro una parte di fischi, senza riuscire a scoprire i fischiatori. Ma quei fischi e quei tumulti erano un nonnulla rispetto ai bestiali tumulti di oggi. Gli studenti potevano prendersi giuoco della polizia, fino a un certo punto allora. Essendo pochi, era facile saperne vita e gesta. Nell’istessa Università esisteva un oratorio, con obbligo agli studenti d'intervenirvi, occorrendo un certificato del prefetto di spirito per conseguire i gradi accademici: l'oratorio non era mai aff------------ Iago nel 1850, ebbe tra i giovani larghissima diffusione e molti recitavano pagine intere di quel libro emozionante. Coloro, fra i librai, che riuscivano a far penetrare in Palermo l’Assedio di Firenze del Guerrazzi, ed altri libri proibiti, in prosa o in versi facevano lauti guadagli. Molto affiatamento era tra i giovani e i professori, e se ad ogni minaccia di dimostrazioni, l’ateneo era il primo ad essere chiuso e seguiva l'arresto di qualche studente, i compagni e i professori facevano a gara perché fosse liberato. Tra i più attivamente cercati era quel grande audace di Cocò (Niccola) Botta da Cefalù, il quale, noto come studente cospiratore, era costretto a barattare di continuo abiti coi fidi compagni ed a mutar sempre nascondigli, per sottrarsi alla vigile e sempre agitata polizia. Se l’insegnamento non era completo né libero; se molti professori erano mediocri; se mancavano i gabinetti e difettavano le cliniche, questo non impedì che venissero sa uomini di valore. Oggi le cattedre sono cresciute, abbondano i professori nominati per concorso, i gabinetti sono largamente fomiti, l’insegnamento è libero, ma l'Università siciliana ritrae tutte le magagne dell'Università italiana, in genere: è folla senza ideali, è fabbrica di diplomi, e se non li ottengono nel più breve tempo e col minor profitto possibile, gli studenti si abbandonano ad eccessi del tutto ignoti a quelli di cinquant'anni fa, ma che dico, anche a giovani mediocremente educati.

Col reale decreto del 7 maggio 1838 era stata estesa alla Sicilia la legge del 12 dicembre 1816 sull'amministrazione civile nelle Provincie napoletane, uguagliandosi l'amministrazione dei municipi di Palermo, Messina e Catania a quella stabilita per la città di Napoli, ma conservandosi al sindaco di Palermo il titolo di Pretore e di Patrizio a quelli di Messina e di Catania.

Per effetto di quel decreto, il comune di Palermo fu amministrato da un Corpo di città, composto del Pretore e di sei Eletti col titolo di Senatori, corrispondenti alle sei sezioni, in cui era divisa la città, coadiuvati da un cancelliere, da un controllo (ragioniere), un tesoriere e un archi vario. Eranvi inoltre un maestro di cerimonie con alcuni paggi, un capitano della minuscola guardia urbana ed altri impiegati subalterni, nonché una cappella senatoria, innesto Corpo di città ritenne il titolo di Senato, e il Consiglio, che poteva considerarsi come la diretta rappresentanza della città, fa composto di trenta cittadini e si chiamò, come nel continente, Decurionato.

I comuni erano distinti in tre classi, secondo che avevano seimila o più abitanti, o erano sedi di Intendenza, Corte di appello o Corte criminale, o avevano una rendita ordinaria di ducati cinquemila. Con tali norme il comune di Palermo, che allora contava poco meno di 180000 anime, (126) venne classificato a quelli di prima classe, pei quali il Sindaco, gli eletti e i decurioni erano di nomina sovrana, su proposta del ministro dell'interno. E mentre poi i sindaci, gli eletti e i decurioni, che non adempivano al loro ufficio, potevano essere ammoniti dall’intendente e provvisoriamente sospesi, per quelli di Napoli, Palermo, Messina e Catania, la sospensione non poteva essere ordinata se non dal re, ed apparteneva anche al re la facoltà di destituirli, sempre su proposta del ministro dell’interno.

Ho innanzi ai miei occhi l'ultimo stato discusso del comune di Palermo per gli esercizi dal 1856 al 1860. È da avvertire innanzitutto, che, per le difficilissime condizioni in cui era ridotta la finanza comunale dopo la rivoluzione, con rescritto del 23 ottobre 1854 il vicepresidente della Corte dei conti dei dominii oltre il Faro, barone Pietro Scrofani, venne nominato regio delegato per la compilazione dello stato discusso pel quinquennio anzidetto. Il bilancio è suo, non del Decurionato, che l'accettò tal quale, e il pretore e i senatori l'eseguirono. A tutto il 1855, dunque, l'erario comunale di Palermo presentava l'enorme deficienza di ducati 260000, pari a lire 1105000. I creditori erano molti e insistevano per essere soddisfatti. Il regio delegato riuscì a formare, dopo molto lavora, un bilancio, con un'entrata ordinaria di ducati 219 404 (lire 932 467), e straordinaria di ducati 229 727 (lire 976 339): in totale ducati 449131 (lire 190806). La maggiore entrata era costituita dai dazi di consumo, dalle tasse e dalle privative, che rendevano complessivamente la somma di ducati 382075, mentre ben poca cosa erano le entrate provenienti dalle multe per contravvenzioni di polizia o per la tassa per occupazioni di spazi ed aree pubbliche, conosciute sotto il nome di posti fissi e volanti.

Sembra incredibile, che fino all'anno 1856 non esistesse pel comune di Palermo un regolamento per la polizia urbana e rurale della città e del territorio. Invano Filangieri ne aveva latte le più vive premure all'intendente della provincia ed al pretore.

Né è meno credibile che fino al 1854 un privato, il barone Xasa, avesse riscosso la tassa dell'uno per cento sul carbone, detta diritto del tumoliere, obbligando tutti coloro che recavansi in Palermo per ismaltirvi del carbone, a servirsi di un suo tomolo, e a corrispondergli l'uno per cento sulla derrata! Morto il barone, il comune aveva avocato a sé questo diritto, ma l’intendente con sua ordinanza del 27 maggio 1854 credette di sopprimerlo.

Si verificavano cose inverosimili. Fino al 1856 un altro privato, sotto il nome di "aggiustatore pubblico dei pesi e misure„ esercitava l'ufficio di verificatore e ne riscuoteva i diritti. Ed anche più notevole abuso era quello del Monte di pietà, che esigeva, per suo conto, la tassa de’ posti fissi e volanti, secondo le antiche concessioni, e ci volle un regio delegato per proporre che, a norma di legge, la tassa venisse avocata al comune. È anche da notare, che né il comune, né il regio delegato credettero di giovarsi mai della sovrimposta addizionale alla contribuzione fondiaria, la quale era consentita dalla legge nella misura di sole grana due per ogni ducato, e che avrebbe prodotta una discreta entrata. E la conseguenza era che, mentre sulla generalità dei cittadini pesavano i dazi sui consumi e le altre tasse, i proprietari fondiari non concorrevano quasi punto all'erario comunale. Per il personale dell'amministrazione si spendeva relativamente poco, pur essendo abbastanza numeroso. Vi erano quarantasette impiegati e dieciannove alunni nella cancelleria centrale; trentadue impiegati nelle cancellerie delle sei sezioni; nove commessi presso gli eletti dei comuni riuniti e dodici uscieri. Si spendevano ducati 12 938, più ducati 2067 per cancellerie. Queste cifre rivelano un grande disquilibrio tra il numero degl’impiegati e i loro assegni; alcuni avevano assegni affatto irrisori. Con un rescritto del 20 aprile 1866 approva vasi il progetto compilato dallo Scrofani, e si disponeva che il Decurionato, nel termine improrogabile di tre mesi, proponesse un nuovo organico, limitando il numero degli impiegati al prezioso bisogno, e regolando i loro stipendi nei termini della legge amministrativa. E non meno meritevole di considerazione è il fatto che l’intendente della provincia da Francesco Benso, duca della Verdara, di fronte ad ordini sovrani cosi perentori, si limitasse filosoficamente a trascrivere al pretore il reato rescritto pel corrispondente adempimento, perché nei più breve termine possibile ne facesse, eseguire la stampa! Oltre agli stipendi per gl'impiegati degli uffici, bisogna notare quelli per altri agenti subalterni, come il massaro, i due orologiari, il setaio comunale e il ministro delle Quarantore retribuiti complessivamente con annue lire 867.

Ai pretore era concessa l'indennità annua di ducati 1440, e l'indennità di ducati trecento, per la festa da celebrarsi il 14 luglio nel palazzo di città, in onore di Santa Rosalia, mentre ai sei senatori era data una indennità di ducati 2592, poco meno di due mila lire per uno, come a Napoli. Vi era inoltre l'assegnamento al pretore e senatori di annui ducati 790 per le funzioni civili e religiose, alle quali avevano l'obbligo d'intervenire in forma pubblica. Queste funzioni non erano meno di trentotto all'anno e le indennità servivano specialmente per la manutenzione di carrozze e livree, per l'affitto dei cavalli, pei trombettieri e tamburi che precedevano il corteo, per le mercedi ai cocchieri e ad ogni altro servidorame, per la cera e per le altre spese. Così fra stipendi, indennità ed assegnamenti, si erogava la non lieve somma di lire 88982,25 sopra un bilancio che non arrivava, come si è visto, tra ordinario e straordinario, a due milioni. Eccessive ed innumerevoli le spese pel culto. Il comune pagava il predicatore quaresimalista piuttosto largamente, il mantenimento della cappella senatoria, il santuario e la collegiata del monte Pellegrino, il capitolo e il clero della cattedrale, i parroci, cappellani ed altri ministri del culto, la cappella di Santa Rosalia alla cattedrale medesima, quella dell'Immacolata nella di San Francesco, il cereo a Maria Santissima di Trapani.

Deum del 12 gennaio nella cattedrale, l'altro Te Deum per k commemorazione dei terremoti del 1783 e del 1823, la festa di Santa Rosalia in luglio, l'assegnamento alla cattedrale e alla cappella di Sant'Antonio per santo Sepolcro, le prestazioni di cera in denaro, la celebrazione di varie feste religiose, alla cattedrale, a diverse chiese e conventi, ed a compagnie; e varie sovvenzioni ed esiti diversi ai conventi de’ padri cappuccini frati di Sant'Antonino, di Santa Maria di Gesù, delle vergini cappuccinelle e alle due congregazioni sotto il titolo dell'esposizione e dell'elevazione del SS. Sacramento; e pagava infine una sovvenzione speciale ai padri cappuccini, l'illuminazione delle lampade innanzi all'immagine di Maria SS. ai Quattro Venti. È questa veramente la parte caratteristica di quel bilancio. La metà di tal somma era assorbita dal capitolo della cattedrale |e dai parroci della città, i quali erano, e sono anche oggi, di nomina municipale. All'infuori di un capo maestro comunale, al quale si dava un salario di ducati 36, nulla spendeva il municipio per l'ufficio tecnico che, nonostante il pomposo titolo di Corpo degli Ingegneri, era costituito da un direttore e da quattro ingegneri di sezione, che avevano piccole indennità dirette, ma venivano pagati da un diritto del tre per cento da riscuotersi dagli appaltatori delle opere pubbliche comunali. Se nulla si spendeva per l'ufficio tecnico, pochissimo o quasi nulla per l'istruzione elementare. Non si avevano che sei scuole lancastriane di mutuo insegnamento; due scuole serali, una nel villaggio Altarello di Balda ed una scuola per le fanciulle a Bocca di Falco, sotto la vigilanza di un direttore speciale; in tutto, gli alunni non sommavano a ottocento. I maestri prendevano complessivamente lire 765, poco più di cento lire per uno all'anno, quelli delle scuole serali ducati trentasei e il direttore ducati centoventi. Lo Scrofani aveva timidamente proposto di istituire altre due scuole serali, ma Castelcicala trovò che nelle angustie del bilancio non era ammissibile l'aumento di altri ducati cento e otto all'anno, e rimandò l'attuazione della proposta a miglior tempo, pur dichiarandola utilissima.

Ma se egli fu cosi zelante per una spesa tanto lieve, non lo fa per la Milizia Urbana, chiamata comunemente dei soldati di marina. Si componeva questa, come abbiamo detto, di un capitano, un sergente, un caporale, diciannove soldati e tre trombettieri. L'ufficio del capitano era onorifico. Parrà strano, che per diciannove soldati vi fossero tre trombettieri, ma questi erano i superstiti della banda musicale del Senato, soppressa nel 1865. I tre trombettieri furono aggregati alla milizia urbana, perché non mancasse l'uso delle trombe e dei tamburi nei solenni cortei. L'assistenza sanitaria era burlesca. Non vi era che un medico comunale, ma è da notare a titolo di lode, che i vaccinatori non potevano riscuotere il compenso, se non quando il senatore della sezione avesse personalmente verificato, in compagnia del parroco, che tutti i nati nell'ambito della propria giurisdizione erano stati vaccinati.

Si era più generosi per le istituzioni, che miravano all'istruzione superiore ed ai progressi delle lettere, delle scienze e delle arti. Ed invero il Decurionato sussidiava la biblioteca pubblici comunale, l'istituto dei sordomuti, l'istituto d'incoraggiamenti l'accademia già del Buon Gusto e divenuta poi di scienze, lettere e belle arti, e l'Università degli studi, per la quarta parte della cattedra di architettura decorativa e di disegno topografico. E se fra le istituzioni educative promotrici della cultura dell'aria musicale si può noverare il teatro, il comune forniva la dotazione di ducati diciottomila al teatro Carolino.

La città era illuminata ad olio e l’illuminazione costava lire 127600. Solo il Foro borbonico era illuminato a gaz, a i rari fanali non si accendevano che nei tre mesi estivi. Per I spazzamento della città e l'annaffiamento delle strade interna di una parte delle esterne, la cifra era irrisoria, sole lire 13 277; e però non è da meravigliare, se, nonostante la passione dei Palermitani per la nettezza, la città fosse tra le più sporche, sempre meno di Napoli, e quasi non vi fosse strada, dai cui balconi e finestre non pendessero biancherie o cenci ad asoiugare.

Il regio delegato aveva introdotto rispetto ai bilanci di anni passati, una economia di ducati 46585,66, ma quanti altri risparmi non sarebbe stato possibile ottenere! Egli ne fa impedito, sia da ostacoli incontrati da parte di altre amministrazioni nel fornirgli le debite spiegazioni, sia da inveterate tradizioni e pregiudizii popolari, che non credette opportuno di offendere. Egli avrebbe voluto far concorrere le opere di beneficenza della provincia al mantenimento degli stabilimenti pubblici della capitale; ma il Consiglio degli ospizi gli fece intendere di non potersi contare sui legati di messe, perché destinati in suffragio delle anime purganti; non potersi far uso dei legati a favore di persone determinate, perché di diritto privato, e non potersi fare assegnamento sulle opere di vera pubblica beneficenza, perchè ridotte in modo, da non potersene cavare il a nomo costrutto. Aveva ritenuta maggiore del bisogno la somma di ducati trentamila per l’illuminazione notturna della città e dintorni; e rivoltosi al pretore pei debiti chiarimenti, né ebbe tale risposta da convincerlo, che allora solamente poteva farai un'economia in questa spesa, quando sarebbe riuscito a chi toccava di superare gli ostacoli.

I due ultimi pretori di questi anni furono il principe di Manganelli, don Antonio Alvaro Paterno, brav'uomo, ma una vera nullità amministrativa, e il principe dì Galati, Giuseppe de Spuches, uomo di larga cultura specialmente classica, che ebbe molte critiche per l'offerta fatta a Ferdinando II, della sella di Ruggiero normanno, offerta, dicevano alcuni, da lui subita. Il Galati, che fa nei nuovi tempi deputato di Caccamo, di cui portava pure il titolo, sposò in prime nozze la poetessa Giuseppina Turrisi Colonna, che gli mori dopo undici mesi. Era un uomo di studii, ellenista e poeta. Tradusse Euripide e scrisse poemi non teu2a pregi ed elegie greche e latine. Morì nel 1884, presidente dell'Accademia delle scienze e lettere: mite uomo, che nei giorni più agitati del 1860 si rifugiò a bordo di un bastimento nel porto di Palermo, e invitato da Garibaldi a rimanere a capo del nuovo municipio, non volle accettare, secondo afferma Vincenzo di Giovanni, il quale nei funerali celebrati nella chiesa dei Crociferi ne disse l'elogio. Con un bilancio quale abbiamo esaminato, e con si rigorosa dipendenza da Napoli, il sindaco di Palermo era in verità il luogotenente, e neppure il principe di Galati potè fare tutto quel bene che forse voleva. Erano in verità cariche decorative per le grandi cerimonie civili e religiose, anzi più religiose che civili, e durante la luogotenenza del Castelcicala, il pretore di Palermo fa il marchese di Spaccaforno, direttole per l'interno; come, durante la luogotenenza di Filangieri, il pretore effettivo fu lui stesso, il principe di Satriano.

Nei nuovi tempi, invece, Palermo ebbe sindaci di prim'ordine. Ricorderò quelli morti, e che furono anche i maggiori.

Mariano Stabile, il quale, reduce dall'esilio, si dedicò alla prima trasformazione della sua città natale; Salesio Balsano, Domenico Peranni, Emanuele Notarbartolo e Antonio di Rudinì, che sarà lungamente rammentato. Il sindacato del Peranni si ricorda per questo, ch'egli lasciò la cassa in buone condizioni e i servizii benissimo ordinati. Amicissimo del Minghetti, morì nel 1875, senatore del Regno. Durante il sindacato del Notarbartolo, nel quale ebbe parte, come assessore, Emanuele Paterno, giovanissimo e più tardi sindaco anche lai di Palermo, fa cominciato il teatro Massimo e votate altre opere pubbliche; ebbe grande impulso l'insegnamento elementare e fa sottoposto a processo e condannato il vecchio tesoriere, sul quale le precedenti amministrazioni avevano chiuso gli occhi. Oggi Palermo, grazie al valore e alle cure di questi bravi uomini, h una delle più belle e salubri città d'Italia; è una città che non La perduto il suo aspetto caratteristico, ma il nuovo si è era armonicamente innestato sul vecchio, che non sembra quasi possibile che prima del 184S non vi fosse la via della Libertà, e la città finisse a porta Macqueda e al ferriata di Villafranca; non sembra possibile che non esistesse fino al 1870 lo splendido Politeama, e fino al 1892 non esistesse il nuovo magnifico quartiere, dove fu l'Esposizione, e la passeggiata non si estendesse oltre la Favorita, fino a Mondello e a Partanna da una part, e ai Colli dall'altra, in quell'incantevole foresta di agrumi, che sino a pochi anni fa era una palude, prosciugata da un consorzio di cittadini, a capo dei quali fu un uomo illuminato e tenace, il senatore Francesco Lanza di Scalea. Quell'opera può dirsi oggi compiuta e la malaria, che infestava quelle contrade, è scomparsa. Da pochi e incerti fanali a gaz, che illuminano nelle sere estive il Foro Borbonico, alla presente illuminazione, per cui i Quattro Canti sono trasformati in un salone, e la villa Giulia in una féerie, che non ha l'eguale nel mondo, quanto cammino! Palermo, che aveva acqua bastante sol per dissetala, ora n'è largamente fornita dalle sorgenti di Scillato, e ne va il merito in gran parte al sindaco marchese Ugo delle Favare, che ne fece il contratto. E di tutto questo progresso, compiuto in poco più di sei lustri, si vedono i segni nel bilancio comunale, aumentato ben dieci volte da allora. Se nel quinquennio 1866-1860 non era che di lire 1 908 806, nel 1897 era già salito a lire 19 332 347.

L'Università di Catania, chiamata Siculorum Gymnasium, aveva fama superiore a quella di Messina, e forse pari a quella di Palermo. Anzi in un libro pubblicato nel 1862 da Giuseppe Carnazza Amari, allora studente di legge ed oggi senatore, la prima origine di quella Università rimonterebbe ai tempi di Caronta, fondatore di una accademia detta degli Omosipii e nato quattrocentoquarantaquattro anni avanti Cristo, e sempre secondo lo stesso Carnazza (127), anteriore a Pitagora. Questo libro diretto a provare il diritto di Catania ad avere una Università di prim'ordine, è ricco di notizie interessanti, ma non tutte dimostrabili, circa la vita intellettuale di Catania e la sua storia antica, né la vita intellettuale soltanto, ma l'agricola, la manifatturiera e la commerciale, per cui, come dice il Carnazza: "la fama risuona chiarissima per tutto il mondo, perlocchè abbiamo ben ragione di esclamare con Antonio: Quis Catanam sillat! Quis quadruplices Syracusas? Monografìa interessante sì, ma esageratamente apologetica. I professori avevano preso parte alla rivoluzione del 184S, anzi l'insegnante di diritto romano, Francesco Marletta, era stato presidente del Comitato catanese e poi pari elettivo. Per ragioni politiche venne destituito nel 1852 Salvatore Marchese, giurista egregio, e uomo per carattere e per cultura veramente superiore. Non rientrò nell'Università che nel 1860, con decreto di Garibaldi; nel 1861 resse il dicastero della pubblica istruzione presso la luogotenenza di Palermo: fu deputato di Catania e mori senatore del Regno, ma non prese parte alle sedute del Senato, e credo non abbia nemmeno giurato. Nato in Misterbianco nel 1811, vi morì nel novembre del 1880. Sostituto del professore Scuderi, ancora giovanissimo, insegnò economia politica all'Università; e morto nel 1841 lo Scuderi, fu nominato per merito professore di diritto naturale. Nel 1848 fondò in Catania col detto Scuderi e Mario Rizzari il giornale l'Unità, donde la sua destituzione, restaurati i Borboni. Nei nuovi tempi fu rettore per oltre un decennio, dal 1869 al 1880, e molto concorse al progresso dell Università, creando il consorzio del comune e della provincia per assicurarne le sorti. Furono destituiti anche il canonico Geremia e Giuseppe Catalano, ma vennero poi rimessi. Più devoto al re fra i professori era l'abate Ferrara, il quale, dopo avere atteso al riordinamento della biblioteca di Casa reale, insegnò letteratura greca, prima a Palermo e poi a Catania, ma del suo borbonismo faceva mostra con prudenza, mentre il professor Ruscica, che dava lezione di diritto romano, era assolutista fanatico e imprudente, al punto da profferire dalla cattedra proposizioni come questa: I popoli si governano col cannone e la mitraglia. Era odiato dai giovani al punto che nel 1860 si nascose in cantina e si stette tre anni, anche perché era tenuto in conto di spia. Ma degl'insegnanti di allora la figura più caratteristica era quella di Vincenzo Tedeschi Paterno Castello, della famiglia dei Francica, il quale, divenuto cieco all'età di tredici anni, invece di imparare a suonare il violino come voleva il padre, con Tinto di un buon lettore, si approfondi nelle scienze morali e tenne la cattedra di logica e metafisica. Le truppe borboniche, entrando in Catania, fecero crudele scempio della famiglia di lui. Insegnava matematiche sublimi una sommità della scienza: Giuseppe Zurria, morto di recente a 86 anni, dopo quarantaquattro d'insegnamento: mirabile esempio di diligenza, di bontà e di modestia. Anche negli ultimi anni, nessuna rigidità di stagione gli impedì mai di far lezione; e pochi mesi prima di morire, a Mario Mandatari, direttore della segreteria di quell’Università, che, in una fredda giornata di gennaio, lo pregava con affetto filiale di non esporsi alle inclemenze della stagione, rispondeva: “U duviri, figghiu!„ (128) La morte dello Zurria, avvenuta nel settembre del 1896, fu pubblico tutto a Catania. Vasta, svariata, multiforme, sebbene non sempre profonda cultura aveva il professore don Agatino Longo, che insegnava fisica, ed era cattolico osservantissimo; scienziato di fama mondiale era Carlo Gemellaro di Nicolosi, celebre per i suoi studi sull'Etna. Egli insegnava geologia e mineralogia, dirigeva il gabinetto di storia naturale e fu anche rettore. Insegnavano i due fratelli Fnlei: Francesco, ritenuto il più reputato medico di Catania, e Innocenzio professore di letteratura italiana, ed erano abbastanza animosi nei loro insegnamenti. È giustizia ricordare Euplio Reina, buon chirurgo e ostetrico, e Salvatore Ursino, il quale insegnava codice civile confrontato col diritto romano: giureconsulto e magistrato di grande rettitudine, sedendo tra i giudici della Gran Corte Civile. Anche speciale menzione va fatta del professore Catalano, che amava molto i giovani, benché d'indole malinconica e schiva si mostrasse freddo, al punto che gli scolari scrissero un giorno sui banchi:

Catalano è un letterato

Ma più freddo d'un gelato.

Egli fu padre di Tommaso, morto ambasciatore del regno d'Italia. Molto affiatamento esisteva fra i professori e gli studenti, che negli ultimi tre anni superarono la cifra di seicento.

Oggi, hanno superato il migliaio; e mentre in quegli anni la facoltà di filosofia e lettere non ebbe alcun iscritto, oggi ne conta settantanove. II maggior numero degli iscritti era allora nelle facoltà di giurisprudenza e di matematica, perché in quelle facoltà erano i professori più valorosi. Nella facoltà di teologia vene furono due soli nel 1858, e cinque negli anni successivi! La polizia teneva d'occhio la studentesca, trattandola con maggior severità, che non a Palermo e a Messina, e come in quelle Università, anche a Catania gli studenti non potevano presentarsi agli esami senza il certificato della comunione di Pasqua. Erano perciò condotti in settimana santa nella chiesa dei gesuiti per farvi gli esercizi; e se si manifestava qualche scatto di ribellione, la polizia ricorreva al carcere, allo sbratto e qualche volta al bastone. La parte disciplinare dell'Università, relativamente alla religione e alla politica, era affidata specialmente ad un ecclesiastico che fu sino al 1870 un prete Zappolà, morto a 92 anni, e che essendo uomo di buone viscere si trovava come fra l'incudine ed il martello; tra la polizia, l'intendente e la scolaresca quasi tutta liberale. E assai rigido era difatti l’intendente Panebianco, il quale non risparmiava nemmeno i proprii figli, da lui, un giorno puniti, si disse, con l'arresto in casa. Si rileva dal bel libro di Emanuele de Marco (129), come l'autorità politica cercasse anche in questo l'aiuto del rettore, che doveva trasmettere alla polizia i nomi degli studenti, per il rilascio delle carte di soggiorno. Ed anche più in là si spinse il Panebianco con questa lettera, comicissima di certo, se giudicata coi criteri di oggi, e da lai diretta al rettore, in data 20 ottobre 1862, quattro giorni prima dell'arrivo del re. “Per ordine superiore essendosi considerato che le barbe non sono più di moda, e che il portarle fuori d'uso, richiama tristi rimembranze, è necessario che tutti coloro, i quali amino comparire di buona morale, levassero dai loro volti quel segno. Epperò io mi rivolgo a lei, affinché sotto la sua responsabilità, nessun professore, studente o impiegato della R. Università indagi all'osservanza dell'ordine suaccennato”.

Messina riebbe da Ferdinando II, nel 1838, la sua Università, che le era stata tolta due secoli prima dal viceré, contea San Stefano. Tranne la facoltà di matematica, pur non interamente completa, le altre facoltà, come si è detto, mancavano di insegnamenti anche principali, e il numero degli studenti era molto esiguo. Ne fu rettore fino al 1854 Luigi Bruno, ed insegnava logica e metafisica; e, morto lui, gli successe il parroco Gaetano Messina, il quale insegnava teologia dommatica ed era uomo di soda cultura. Nella facoltà di lettere ricordo Giovanni Saccano, studioso della Divina Commedia e latinista insigne. Insegnava eloquenza don Mauro Granata, cassinese purista e autore di un dizionario dantesco. Mori nei primi del 1860, non essendosi mai riavuto dallo spavento, che provò nel giugno del 1859, quando, leggendo nel duomo l'elogio funebre di Ferdinando II, vi scoppiò una bomba con grande fracasso. Insegnava letteratura italiana Felice Bisazza, e filosofia l'ontologo Catara-Lettieri. La cattedra d'ìncissione fa tenuta interrottamente da Tommaso Aloysio Iuvara, che creò allievi come il Di Bartolo, Miceli e quel Saro Cucinotta, intimo amico di Vittorio Imbriani e mio, ucciso dai Versagliesi nel 1871, a Parigi, essendo stato guardia mobile per forza, durante la Comune. L’insegnamento della pittura e del disegno fu affidato sino al 1848 a Letterio Subba, artista d’ingegno vasto e multiforme. Ma avendo preso molta parte alla rivoluzione, fa destituito e gli successe Michele Pianebianco, pittore e disegnatore distinto, il quale creò una scuola di valorosi alunni. Nel concorso fatto nel 1852 per il sipario del teatro di Santa Elisabetta, ora Vittorio Emanuele, vinse egli il premio col bozzetto, che si disse suggeritogli dal principe di Satriano, allusivo alle vicende del 1848: “Gerone, che concede la pace ai Cartaginesi, a patto di non sacrificare vittime umane”.

Negli ultimi anni occupava la cattedra di estetica Riccardo Mitchell, poeta vigoroso, galantuomo a tutta prova, cognato al Bisazza, ma da lui, che era ultra-borbonico, assai discordante; amico del principe di Galati, intimo di don Lionardo Vigo di Acireale e traduttore di Teocrito. La facoltà di medicina era, dopo quella di matematica, la meno incompleta; e tra gli insegnanti avevano maggior fama il Coco, naturalista ittiologo che insegnava materia medica; il Mina, professore di fisiologia; Pispisa, di patologia medica, e noto anche per i suoi spiriti liberali. Il padre del Pispisa, imprigionato per ragioni politiche, era morto in carcere. Ricordo inoltre il Catanoso, che insegnava istituzioni cerusiche ed era operatore arditissimo: a lui era successo il professore Garufi; e, più insigne di tutti, il Pugliatti, che insegnava clinica chirurgica. Figura simpatica, e alla quale gli studenti si mostravano molto affezionati, era quella del bidello don Spiro Cortimiglia, che li aiutava a tenersi in guardia dalla polizia. Gli spiriti liberali prevalevano fra gli studenti per vecchia tradizione. Gli studenti si erano particolarmente distinti anche nei moti del settembre 1847 e del 1848. Fra i più romorosi e irrequieti agitatori era lo studente di terzo anno di medicina Francesco Todaro di Tripi, oggi senatore del Regno, e professore di anatomia all'Università di Roma. La polizia perciò non li lasciava tranquilli, ma non erano persecuzioni feroci: si limitavano ad arresti, che duravano poche ore, ma in compenso si verificavano di frequente, e l’Università non venne chiusa che una sol volta, dopo i moti dell'aprile 1860, come 6i dirà più innanzi.

I professori universitari avevano stipendio meschino, anche quelli tra loro che godevano maggior fama, ma in generale la meschinità dello stipendio corrispondeva al poco lavoro, perché allora, anche più di oggi, l'insegnamento era limitato a sette mesi dell'anno, e le feste maggiori. Ricevevano inoltre frequenti propine, che gli scolari chiamavano rapine, e i professori erano quasi tutti professionisti esercenti; ovvero cumulavano altri uffici, perché nel regno di Napoli, come nello Stato dal Papa, i cumuli erano permessi fino allo scandalo.


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CAPITOLO XIX

SOMMARIO: Il matrimonio del duca di Calabria — Trattative condotte da Maria Teresa — La Corte del duca di Baviera — Educazione di Maria Sofia — Illusioni di Ferdinando II — L'imbarco della sposa a Trieste — Giudizi della stampa napoletana sul matrimonio — Condizioni di salate del re e partenza da Caserta — Aneddoti — Fermata a Magnano e arrivo in Avellino — Incidenti o ricordi di viaggio — Ad Avellino e ad Ariano — La favola dell'avvelenamento — Monsignor Caputo e la sua imbecillità — Nel vallo di Bovino — Il re sente il primo malessere — Ingresso a Foggia — Addobbi laminarie od epigrafi — La Madonna dei Sette Veli — Un decreto di amnistia.

Nel 1859, quando Francesco, duca di Calabria, sposò Maria Sofia Amalia di Baviera, contava ventitré anni. Ferdinando II, deciso che ebbe di dargli moglie, condusse da sé e in gran segreto le trattative, che furono parecchie in più di una Corte di Europa. Si era trattato tre anni prima con la Corte belga, per dare in moglie all'erede della corona la bellissima principessa Carlotta, figlia del re Leopoldo I, la quale sposò poi l'arciduca Massimiliano d'Austria, e perde la ragione dopo la tragedia di Queretaro; ma tanta fu la discrezione, con cui quelle pratiche si svolsero, che non se ne seppe nulla, come nulla si conobbe del fidanzamento con l'arciduchessa Maria Sofia di Baviera, prima della richiesta ufficiale. Le trattative si erano iniziate fin dal 1856 fra la regina Maria Teresa e la duchessa Ludovica Guglielmina di Baviera, e ne fu suggello l'istituzione di una rappresentanza diplomatica a Monaco, come si è detto, ma nessuno ne trapelò nulla. Considerazioni politiche di non lieve importanza dovettero indurre Ferdinando II a stringere maggiormente i legami di famiglia con l'impero austriaco, dando in moglie al figliuolo una cognata dell'imperatore. Memore forse dei versi aditi un anno prima alla rappresentazione della Stella di Mantova n disse ch'egli passasse in rassegna le principesse italiane, e si fè masse sa Maria Clotilde di Savoia, figliuola di Vittorio Emanai le II; ma non pare che vi siano state trattative neppure alla lontana: lo escluderei in modo assoluto, sia perché il ricordo del suo matrimonio con una principessa di Savoia e l’astio, che palesemente nutriva verso la Corte ed il governo sardo, non potevano favorevolmente disporlo; sia perché anche da parte della Corte di Torino non sarebbero mancate difficoltà, sapendosi bene, dai rapporti del Gropello che cosa fosse la Corte di Napoli, la condizione del paese e del governo, e quale l’educazione data al principe ereditario, e l'indole di lui, assai difficile a definire. Di tali rapporti pubblico più innanzi quello del 18 gennaio 1857, e ch'è una mirabile dipintura di Francesco e dell'ambiente nel quale viveva. A determinare invece k scolta della giovane duchessa di Baviera, concorse esclusivamente la regina Maria Teresa. Ferdinando II teneva dietro, non sena inquietudine, agli avvenimenti che si succedevano in Europa; le sue diffidenze verso Napoleone e il Piemonte aumentavano di giorno in giorno, e pur non credendo ancora o simulando di non credere, che i francesi sarebbero scesi in Italia per hr guerra all'Austria e venire in aiuto della rivoluzione, un di timore lo aveva invaso.

Le condizioni esteriori della felicità non mancavano. Gli sposi erano giovanissimi; cattolica e divota la Corte di Baviera; spregiudicata e semplice l'educazione delle figliuole di Massimiliano Giuseppe e di Luisa Guglielmina, duca e duchessa di Baviera, tra per avito costume, perché otto erano i figliuoli, e perché infine assai modesto il patrimonio, tanto che Maria Sofia ebbe in doto soli venticinquemila ducati, cioè cinquantamila fiorini bavaresi, come risulta dal contratto nuziale stipulato a Monaco il 4 novembre 18B8, e firmato dal barone De Pfordten, presidente del Consiglio dei ministri e ministro della Beai Casa, e dal conto Ludolf, incaricato d'affari di Napoli. Ferdinando II costituì alla futura nuora una controdote di ducati trentaseimila. La dote fu pagata a Napoli per mezzo del banchiere Hirsch. Ma quella semplicità era libertà nel tempo stesso, libertà comune alle grandi e alle piccole Corti tedesche. Maria Sofia e le sue sorelle giravano Monaco da sole, in carrozza e a piedi, guidavano cavalli, tiravano di scherma, si esercitavano al nuoto e al ballo, e avevan passione per le bestie, singolarmente per i cani e i pappagalli. Il padre loro, bellissimo uomo, ritenuto generalmente il più bel principe delle Corti di Europa, era in fam di stravagante e di donnaiolo, ma di cuore eccellente. Separato da sua moglie, viveva a Wiitzbourg fra amici e dissipazioni; e la moglie, zia del re di Baviera e sorella dell'arciduchessa Sofia, madre dell'imperatore Francesco Giuseppe, attendeva personalmente all'educazione delle cinque figliuole. La famiglia passava l'estate nel castello di Possenhofen e sulle rive del lago Sterbnerg, e l'inverno a Monaco, in un grandioso palazzo, nel cui ampio cortile era stato costruito un maneggio, dove le principesse si esercitavano nell'equitazione. (130) Non bella, la duchessa Luisa Guglielmina era dotata di grande energia e di vivace spirito d’intrigo. Non senza orgoglio aveva veduta la seconda delle sue figlie, la bellissima Elisabetta, divenire imperatrice d'Austria, e vedeva ora la quarta. Maria Sofia, avviarsi, non ancora compiuti i diciotto anni, al trono delle Due Sicilie. Fu lei, che condusse le trattative del matrimonio, ripeto, perché il duca se ne stava a Wiitzbourg e solo tre volte comparve a Monaco: il giorno della richiesta ufficiale,22 dicembre 1858; il giorno del matrimonio, 8 gennaio 1859, e il 13 gennaio, quando la sposa parti. Una principessa bellissima e giovanissima, ardita, fantastica e impulsiva come suo padre e sua sorella Elisabetta, e vivace come la madre, non era la più adatta a entrare nella Corte napoletana, immagine di tristezza, di vecchiezza e di pregiudizio; né a divenire moglie di un principe piuttosto insipido, soggiogato dagli scrupoli religiosi, inesperto della vita, e il quale non aveva conosciuto mai donne, anzi le fuggiva, facendosi rosso nel viso quando non ne poteva evitare gli sguardi, e con un suocero ancor giovane e vigoroso, soggiacente alla dominante volontà della moglie, matrigna del principe ereditario. A tanta disparità intrinseca Ferdinando II non badò gran fatto, persuaso che avrebbe plasmata lui l'educazione principessa ereditaria: pretensione e leggerezza tutta borbonica dalla quale non bastò a stornarlo l'esempio del suo primo matrimonio con Maria Cristina di Savoia, la cui educazione e cui tendenze erano cosi profondamente diverse dalle sue.

La richiesta ufficiale venne fatta dunque, con grande solennità il 22 dicembre a Monaco, dal conte Ludolf, incaricato d'affari di Napoli. Era aggiunto di legazione Domenico Bianchini, del quale si è parlato, e che ebbe l’incarico di presentare alla sposa sopra un cuscino di velluto il ritratto del fidanzato, dopo che ella ebbe dato pubblicamente il suo assenso. Era una miniatura ovale, molto fine. Francesco vi era raffigurato in costume di ufficiale degli usseri della guardia, e a tutti fece buona impressione. Corse la voce che fosse offeso in un occhio, tanto che una principessa di Corte richiese riservatamente al ministro e all'aggiunto, i quali si affrettarono a smentirla. Il matrimonio religioso ebbe luogo, con la stessa solennità, il giorno 8 gennaio. Procuratore dello sposo fa il principe Leopoldo, fratello del re e attuale Reggente. Il 13, la sposa lasciò Monaco, accompagnata dal fratello Luigi, dalla contessa Rechberg, dama di palazzo, dalla baronessa di Taenzl-Tratzberg, dama d'onore, dal tenente colonnello Hedsel, aiutante di campo del duca di Baviera, e da donna Nina Rizzo, mandata da Napoli come cameriera personale della giovane duchessa e che divenne via via, come si dirà, la persona con la quale Maria Sofia avesse maggiore familiarità, e a cui volesse bene. A Trieste, la duchessa di Calabria fu ricevuta a del Fulminante dalla principessa di Partanna-Statella e duchessa di San Cesario: signore piuttosto anziane e dal conte di Laurenzana, nominato cavallerizzo della principessa ereditaria e che l'accompagnarono sino a Bari, insieme col duca di Serracapriola, commissario per la consegna della sposa che tornò a Napoli ventiquattr'ore dopo il matrimonio. Ferdinando II aveva mandata a Monaco, oltre a donna Nina Rizzo, un'altra cameriera, donna Giovannina Lo Giudice ma le due donne, contendendosi l'onore di fare 'a capa (131) alla duchessa di Calabria, si bisticciarono cosi clamorosamente, che Ludolf fa costretto a rimandarne una. Restò donna Nina, di certo più intelligente e vivace; e tornata l'altra in Napoli, andò in ogni parte narrando il caso suo, contandone di tutte le tinte contro la rivale, come napoletanamente si costuma, né apparve più in Corte.

I giornali di Napoli ebbero tutti parole cortesi e auguri per il matrimonio. Il Nomade scriveva: “Ecco benedetto dal Cielo un legame che riempie di gioia due Regni e compie i voti più cari di due Reali Corti. Possa la loro gioia esser duratura, secondo gli augura reciproci degli uni e delle altre”. Auguri sinceri, perché Francesco era ben volato e poco conosciuto, ma si aveva gran fiducia in lui, come si ha generalmente nei principi ereditarii: fiducia alla quale risponde spesso, dopo che sono saliti al trono, il più malinconico disinganno. Tutti eran curiosi di vedere la sposa, che i giornali decantavano per la bellezza, per lo spirito e l'ardimento. Si diceva che, arrivando lei, la reggia si sarebbe riaperta alle feste ed ai ricevimenti; che sarebbe ritornata la Corte a Napoli, e un nuovo soffio di vita avrebbe rianimato tutto quel vecchio mondo aristocratico e brontolone, condannato all’inerzia, pur essendo cosi avido di svaghi gratuiti. Nessuno fece sinistri prognostici, anzi tutti bene augurarono da quella unione, che riscaldò la musa di tanti poeti, ispirò narrazioni iperboliche a prosatori, e procurò forse la morte di quel povero Niccola Sole, il quale, non sapendosi sottrarre agli inviti insistenti dì scrivere la celebre cantata, che Mercadante musicò e fu igt;oi eseguita al San Carlo, n'ebbe, egli già cantore dell’Arpa Lucana e autore delle stupende ottave sulla tomba di Alessandro Poerio, tale pentimento e dolore, che ne mori nel Natale del 1859.

Poi avrà luogo la gran cantata,

Da Mercadante già musicata,

E della quale fa le parole

Niccola Sole.

Cosi mordacemente verseggiava Carlo Zucchi Caserecci in una specie di satira, dopo che egli stesso aveva stampato nell’Omaggio Sebezio, volume di occasione per festeggiare il matrimonio, un'enfatica ode alla sposa. Eccone un. saggio:

Oh! bel connubio!

Qual d'avventurosi

Giorni è promessa del Sebeto ai figli

Questo bel fiore, aggiunto ai gloriosi

Borboni! Gigli!

Da qualche tempo il re non si sentiva bene. Era incanutito, divenuto pingue, in maniera da non poter più montare a cavallo agilmente, né rimanervi a lungo, e di tanto in tanto, avvertiva una grande spossatezza. Il dottor Ramaglia, qualche mese prima, aveva scoperta intorno al collo di lui un'eruzione erpetici di un rosso vivace, che lo impensierì e prescrisse una cura non fu eseguita. Dieci giorni prima di lasciare Caserta, la regina volle consultare nuovamente l'insigne clinico circa l'opportunità del viaggio, e il Ramaglia rispose: “Il re non ha florida salute, ed io sono di parere che il viaggio nelle Puglie ti dovrebbe rimandare alla prossima primavera; se irrigidiste il tempo, non to quanto ne soffrirebbe la salute del re„. Alla regina non piacque quel franco linguaggio e licenziò il Bai glia con freddezza. Fu riferito che il re dicesse al Ramaglia: “Don Pie, quant'hai avuto pe darme sto consiglio?” risolvei due cose: partire il giorno 8 gennaio per le Puglie e far celebrare per procura il matrimonio, nello stesso giorno, a Monaco di Baviera. Ordinò inoltre che la sposa, imbarcandosi a Trieste il 15 gennaio a bordo del Fulminante, sbarcasse a Manfredonia, rinnovandosi cosi, dopo 62 anni, la cerimonia che nel 1797 ebbe luogo a Foggia, nella chiesa della Madonna dei Sette Veli, quando Francesco I, allora principe ereditario, condotto da suo padre Ferdinando, sposò in prime nozze Maria Clementina, arciduchessa d'Austria, sbarcata appunto a Manfredonia. Colà cominciarono subito i preparativi per lo sbarco, venne stabilito minutamente tutto il cerimoniale, si pose mano a costruire il padiglione sullo sbarcatoio, e a ridurre in modo conveniente l'episcopio, dove la famiglia reale avrebbe alloggiato.

Preparativi per il viaggio del re nelle Puglie, e addobbi di intendenze o di palazzi di signori non vi furono, né dissipazioni di amministrazioni provinciali; che anzi, fino all'ultimo, l’itinerario fu tenuto segreto. Il re stabili di compiere il viaggio in una quindicina di giorni, tenendo conto delle indispensabili fermate e distribuendo le tappe cosi: da Caserta ad Avellino, da Avellino a Foggia, da Foggia ad Andria, da Andria ad Acquaviva, da Acquaviva a Lecce, da Lecce a Bari per l'andata; e per il ritorno: da Bari a Barletta, a Manfredonia, a Foggia, ad Avellino e a Caserta. Sarebbe stato ospite degli intendenti o dei vescovi, e mai di privati; anzi da nessuno avrebbe accettato colazioni o pranzi, cosi come fece nell'ultimo viaggio in Calabria. Aveva disposto che la cucina reale, col cuoco direttore Cammarano, facesse parte del seguito, portando tutto, anche l'acqua da bere in recipienti chiusi con lucchetto, perché il re era abituato a bere l'acqua detta del Leone di Posillipo. Gl'intendenti e i vescovi erano persone di sua assoluta fiducia, anzi dal Mirabelli, intendente di Avellino, che sapeva a lui devotissimo, accettò un'ospitalità completa. Al re erano poi ben fedeli il vescovo di Andria, Longobardi, e l'arciprete mitrato di Acquaviva, Falconi.

Le carrozze da viaggio erano sei: tre di Corte e tre postali. L'amministrazione delle poste provvide al servizio dei cavalli. Il marchese Targiani e i fratelli Maldura avevano l'appalto del relativo servizio e dei procacci; e loro ispettore, incaricato del servizio cavalli e postiglioni, era Federico Lupi, in questo genere assai capace. Egli ebbe pieni poteri per la scelta delle bestie e la loro impostazione lungo la strada. Fu uno dei pochi, che conoscesse tutto l'itinerario dal primo giorno. Portava, anche allora, trionfalmente, i suoi enormi baffi biondi, e fu perciò soprannominato dal re, durante il viaggio, Mostaccione, Il Cervati era amministratore generale delle poste; lo stesso uffizio che ebbe nel 1860 il barone Gennaro Bellelli, quando andò a ricevere Vittorio Emanuele al confine di Abruzzo. Le poste dipendevano dal ministero delle finanze. Opportune disposizioni furon date per la sicurezza delle strade. Squadroni di cavalleria e di gendarmi a cavallo perlustravano la via consolare: più frequenti alla salita di Monteforte e nel vallo di Bovino, vecchi nidi di malandrini. Furon dati ordini alle guardie d'onore delle provincie di Terra di Lavoro e di Napoli di tenersi pronte ad accompagnare il re, di tappa in tappa, e di raccogliersi a Nola, dove difatti si raccolsero, sotto il comando del duca di San Teodoro, capo-squadrone, e dì don Pasquale del Pezzo, duca di Cajanello, Capo squadrone in seconda. Il brigadiere don Riccardo di Sangro, comandante in capo di quelle guardie e cavaliere di compagnia del re, fece parte del seguito dei sovrani, nella prima tappa. Il seguito, il quale era formato dal Murena, ministro delle finanze, dal Bianchini, direttore dell’interno e della polizia generale; dal principe e dalla principessa della Scaletta; dal colonnello Severino, segretario particolare del re; dal generale Ferrari, aia tante del duca di Calabria; dal colonnello Cappetta, istruttore dei principi secondogenitì e dal conte Francesco Latour, gentiluomo di settimana. Era un seguito ristretto, addirittura intimo. Il principe della Scaletta, Vincenzo Ruffo, e la bionda principessa, nata contessa Wrbna e Trendenlhal di Vienna, dama di corte e di compagnia della regina, etano ritenute persone di famiglia, anzi la principessa era l'amica preferita di Maria Terrea, eh parlava con lei il tedesco viennese coi suoi idiotismi. La principessa, morta a Napoli nell'agosto dell'anno scorso, contava quarant'anni di età; non poteva dirsi bella, ma era assai piacente, e dotata di uno spirito arguto e festoso. Aveva un'adorazione per Ferdinando II, e finché visse fa domma per lei che il re era stato avvelenato in Ariano da monsignor Caputo, per conto dei liberali. Io devo alla memoria di questa buona signora quasi tutta la miniera di aneddoti circa il disgraziato viaggio. Maria------------- abbracciarono più volte i piccoli principi, che restavano; ma il Ire pareva preoccupato, e se ostentava un po’ di loquacità scherzosa, tutti sentivano che non era spontanea; e difatti spari appena varcata la soglia della reggia. Né la regina, né i principi davano seguo di gaiezza; anzi alcuni del seguito, napolitanamente, mormoravano, confidandosi paure e prognostici non lieti, per l'ostinazione, anzi per il capriccio del re di compiere un lungo viaggio nel cuore dell'inverno e con preparativi in verità cosi miseri e malinconici.

Nel Chiuso — cosi chiamavasi quel punto del parco ad occidente del palazzo, dove la famiglia reale era solita salire in carrozza — si trovavano raccolti ministri, generali, direttori, impiegati e personale di servizio, per baciar la mano ai sovrani e dar loro il buon viaggio. Le carrozze, dove montarono, erano naturalmente coperte. Nella prima presero posto il re, la regina, li duca di Calabria e il conte di Trani; nella seconda, il conte di Caserta, il generale Ferrari, il colonnello Cappetta e il colonnello Severino; nella terza, il principe e la principessa della Scaletta, il duca di Sangro e il conte La tour; nella quarta, Murena e Bianchini coi rispettivi segretari, Costantino Baer e Florindo de Giorgio; nella quinta carrozza, Galizia e le due donne di servizio; e infine, nell'ultima, il cuoco Cammarano e due servi di cucina. Quest'ultima carrozza portava alcune provviste e quanto occorreva per mangiare, non che due brande e alcuni piccoli materassi. Precedeva un'altra vettura, ma non di Corte e vi prese posto Federico Lupi, supremo condottiero della spedizione, il quale calzava stivaloni sino al ginocchio e si dava molto da fare. Ad ogni carrozza erano attaccati quattro cavalli a coppie, con postiglioni.

Saliti tutti ili vettura a un'ora pomeridiana, il re che ordine di aprire il cancello di fronte al quartiere della cavalleria, ed aperto che fu dal vecchio guardaportone, Giuseppe de Flora, avendo visto appoggiati due cappuccini alle mura del quartiere, i quali si sprofondavano in inchini, Ferdinando II salutò, ma voltosi alla regina, le disse: Terè, che brutto viaggio che facimmo sta vota! (132) Varcando il cancello, i sovrani si segnarono, e cominciò quella via crucis, che doveva poi avere un così triste epilogo. Verso il tramonto dello stesso giorno si scatenò un violento aeremoto su Caserta, che schiantò parecchi albori secolari del 800 e mandò in frantumi molti vetri del palazzo reale. Il mattino seguente, neppure il treno tra Caserta e Napoli potè parlare liberamente, perché la via era ingombra da un grosso pino abbattuto dalla bufera nel giardino Ciccarelli, presso la stazione.

La prima tappa fa Avellino, dopo una sosta al celebre Santuario di Santa Filomena, in Mugnano. Questo santuario sino alla metà del secolo, celebratissimo per opera di don Francesco de Lucia, sacerdote mugnanese, il quale si era assunta la missione di far conoscere al mondo i miracoli di Santa Filomena, una tanta bizzarra, come la chiamava lui. Per fortuna il santuario, Mugnano divenne per Ferdinando II un altro San Leucio. Quand'era a Caserta, vi andava per divertimento anche due volte il mese, nella buona stagione, e le sue te arenai creata molta intimità fra lui e i mugnanesi. Se uno di questi riceveva un torto, esclamava invariabilmente: “Va bene; ce la vedremo quando viene il Re„, Al De Lucia erano succedute nella direzione del santuario le suore della carità, ma i decurioni, su proposta del sindaco Giuseppe Cavaliere, si avvisarono di donare il tempio a Ferdinando II, credendo con questo eccesso di zelo recar maggior vantaggio al paese. Però il re non accettò il dono curioso, e solo per soddisfare la molta vanità del marchese Del Vasto e di Pescara, lo nominò nel 1850 sopraintendente di quel santuario. A Mugnano si era recato anche Pio IX nel 181 celebrandovi la messa e dalla foresteria benedicendo il popolo.

Il marchese d'Avalos fece gli onori del ricevimento, iiU chiesa di Santa Filomena. Le case del paese erano imbandierato; e da ogni parte si allineavano compagnie di fanteria e squadroni di cavalleria. Le musiche militari annunziarono l'arrivo dei sovrani. Alla porta del santuario, li attendeva monsignor Formisano, vescovo di Nola, che li benedisse con l'acqua santa, mentre le alunne dell'educatorio Maria Cristina cantavano l’inno. La reale famiglia si prostrò innanzi all'altare maggiore e il re vi stette sempre con gli occhi bassi. Il suo contegno fece a tutti impressione: nessuno riconosceva più in lui il sovrano che tante volte nella stessa chiesa aveva suscitate le risa di tutti, con i suoi motti napoletaneschi e salaci. Si ricordava che la penultima volta, in cui egli era tornato a Magnano, per far celebrare le solite messe pontificali, volgendosi alla regina, aveva esclamato a voce abbastanza alba, additando il capitano di gendarmeria Rega: “Guarda Terè, com'è brutto Rega!” Che era accaduto? Il calore della chiesa piena di gente aveva disciolta la mala mistura, con cui il Rega si tingeva i capelli; e la mistura, colando, gli rigava di nero la fronte ed il volto. In quel giorno invece non una parola scherzevole usci dalle labbra di lui. Dopo mezz'ora gli augusti viaggiatori, ricevuta la solenne benedizione, lasciarono Mugnano. Prima di partire, il re volle che i principi donassero al santuario i bottoni di ametista e malachite, di cui avevano ornate le camicie, per farne un ostensorio, nel quale dovesse conservarsi il sangue di Santa Filomena.

Il rettore della chiesa di Mugnano non dimenticò poi di raccontare il regalo dei bottoni, narrando le glorie del tempio ai pellegrini. A Muguano furono attaccati alle carrozze sei cavalli vigorosi, provveduti dal maestro delle poste Antonio Ippolito, che ebbe una lauta gratificazione. Tre erano i postiglioni del re.

Guidava la prima coppia di cavalli, Modestino Testa; la seconda, Giuseppe Tuccillo, tutt'e due di Avellino, giovanissimi;;e la terza, un vecchio postiglione, detto Bellavomma. Il re non parve soddisfatto di vedersi in balla di due giovanotti, ma Mostaccione, il quale nelle salite scendeva dalla sua vettura e camminava a piedi accanto a quella del Re, lo rassicurò pienamente.

Cosi mossero da Mugnano, in mezzo al popolo plaudente, scortati da un plotone di gendarmi a cavallo. Cresceva il freddo e cominciò a cadere la neve. I cavalli non potevano andare sempre di trotto; anzi, alla salita del Gaudio, il Re e alcuni del seguito dovettero fare un piccolo tratto a piedi. Fu questo l’unico momento durante il viaggio, in cui parve che al re tornasse il suo umore abituale. I postiglioni erano scesi di sella, e, camminando il re accanto alla prima coppia di cavalli, poco discosti da Modestino, questi, vedendolo fumare, gli disse: “Maestà, me voliti rà stu mozzone?” (133), Il re, credendo di fargli cosa più gradita, gli dette uno sigaro intiero, che l'altro prese di mala voglia, rigirandolo fra le dita e non decidendosi ad accenderlo, né a metterlo in tasca. Il re capi, e ridendo gli disse: “Né Modéstiniè, te vuoi sfizià 'nfaccia 'o muzzone eh? E pigliatillo” (((134))). Rimontando in vettura, ricadde nel suo mutismo. Nella scesa di Monteforte, per quella strada serpeggiante con dolce pendio, che egli aveva fatto costruire dodici anni prima che, discendendo per l'antica via, era ribaltata la sua carriera rimanendone incolume, Ferdinando II invitò la regina o i figli a recitare il rosario, in memoria dello scampato pericolo.

Era già notte, e i cavalli andavano adagio fra la neve. Alla borgata Speranza, quasi alle porte di Avellino, incontrò un plotone di guardie d'onore intirizzite e poche carrozze di autorità di notabili, e fu udita rumoreggiare, fra tutte, la voce stridente calabrese dell’intendente Mirabelli, ohe ossequiava i sovrani, principi. Le guardie d’onore, dopo aver reso il saluto tallito, presero ii posto dei gendarmi attorno alla carrozza reale. Le comandava Giuseppe de Conciliis, e ne facevano parte parecchi giovani delle primarie famiglie. E da ricordare ohe ogni guarda d’onore doveva avere almeno una rendita di trecento ducati e mantenere il cavallo a proprie spese. Si giunse in Avellino alle sei e mezzo.

La città era illuminata e, nonostante il gran freddo, il popolo si accalcava per le vie. L’accoglienza però non fu molto clamorosa. Era corsa voce che il re mal avrebbe sopportato un chiasso smodato, e si confortavano gli zelanti con la speranza di------------------- caporale di gendarmeria, Antonio Tamburino, noto al re Ferdinando II, temendo che il cucchiaino venisse rubato, gli gridò dal balcone: “Tamburrì, Tamburrì: piglia sto cucchiarino, primma che i guagliuni 'o fanno vola.” (((135))) Questa volta però i balconi erano ermeticamente chiusi per la tramontana, che soffiava gelida e tagliente; e il re, in cambio del gelato, prese una bibita calda, poi assistette alla presentazione delle autorità che gli venne fatta dall’intendente, con teatralità e lusso di aggettivi. La regina fu ricevuta dalla signora Mirabelli e dalla gentile figliuola.

Don Pasquale Mirabelli Centurione era mezzo calabrese e mezzo basilisco, e da circa dieci anni governava quella provincia. Fedelissimo al re, cui doveva l'elevato posto, per la simpatia ispiratagli dai suoi modi di attore da arena e dal suo spirito rozzo, ma non senza qualche acume, egli, nativo di Amantea, vi era stato sindaco e poi sottointendente, dalla quale ultima carica fa destituito durante il periodo costituzionale del 1848.

La gesticolazione teatrale e l'enfasi calabrese erano gran parte della sua natura; ed egli, anziché temperarle, le esagerava simulando sensi feroci, mentre in fondo aveva indole non cattiva, tranne coi liberali. Per questi perdeva addirittura la ragione.

Erano nemici del re, e tanto bastava, perché egli si potesse permettere ogni nequizia a loro danno, come fece con Poerio, Castromediano, Pironti, Schiavoni, Braico, Pica, Nisco e gli altri condannati politici, rinchiusi nelle galere di Montefusoo. Il suo governo fu demoralizzatore per necessità degli eventi e per la quasi assoluta assenza di carattere. Certo la dignità umana non deve molta riconoscenza al Mirabelli, ma egli fu personalmente onesto; e perduto l'ufficio nel 1860, visse a Napoli in miseria il resto della sua vita. Suo figlio Filippo era sottintendente di Altamura e fu destituito anche lui.

Primi ad esser presentati furono il sindaco della città, don Niccola Maria Galasso, vecchio ed onesto amministratore; il segretario generale dell'intendenza Tortora Brayda, che da poco tempo vi era stato destinato da Foggia; don Michele La Mola, presidente della Corte criminale e padre di Antonio, oggi prefetto in riposo, don Giuseppe Spennati, procuratore generale il presidente del tribunale Giuseppe Talamo e don Barbatelli, ricevitore generale della provincia, il quale, poi devoto ai Borboni, fu destituito nel 1860, e non avendo svincolata a tempo la grossa cauzione, vide andare in fumo la sostanza. La casa del vecchio colonnello De Concily era il ritrovo dei liberali. Il De Concily, tornato nel Regio in virtù della Costituzione del 1848, era stato invitato dal re a riprender servizio nell'esercito col suo grado di colonnello, ma ricusò e solo cedette alle insistenze dei suoi amici, Raffaele Carascosa e Guglielmo Pepe, i quali lo vollero colonnello della guardia nazionale di Napoli. Abolita la Costituzione, si ritirò in Avellino e visse quasi da solitario. Garibaldi, con decreto del 10 settembre 1860, lo promosse generale; e Cavour, senatore del Regno, subito dopo l'annessione delle provincie meridionali. Mori nel 1866 in Avellino, all'età di 92 anni.

In casa del De Concily convenivano in quegli anni Pirro de Lt nobile animo e mente colta e geniale, che sapeva a memoia quasi tutti i Promessi Sposi; Emidio de Feo, che ha lasciato onorata fama di sé; Gioacchino Orta, Domenico Capuano, Gioacchino Testa, Enrico Capozzi, conservatore delle ipoteche, univa alla grande fortuna spirito colto e gusto d'artista, il dottor Giuseppe Amabile, padre di Luigi, Angelo e Giuseppe Santangelo, Niccola e Vincenzo de Napoli, Tommaso Imbriani e, fra i più giovani, Raffaele Genovese, Vincenzo Salzano, Florestano Galasso e Tito Criscuolo; i quali più tardi vedremo fìgurare tra i più ardenti nel movimento rivoluzionario. Motto d'ordine dei liberali avellinesi fu l'astensione completa dalle festa. La rigidità della stagione e l'età del De Concily, che aveva superato gli ottantacinque anni, potevano rendere non sospetta l’assenza di lui; ma Ferdinando II la notò, né mancò chi a lui la commentasse malignamente. Furono poi presentati il commissario dì polizia Iannuzzi, assai malvisto per i suoi eccessi birreschi, capourbano don Domenico, o don Micariello Festa, innocua persona e il generale Michelangelo Viglia, comandante milit della provincia. Viglia era succeduto al barone Flugy, morto tre anni prima, lasciando buona fama di sé, perché non aveva mancato più volte di rilevare in Corte gli eccessi polizieschi del Mirabelli. Svizzero di origine, egli aveva natura generosa; era stato fedele soldato di Murat compagno del De Concily e intinto di carbonarismo anche lui.

Queste furono le autorità avellinesi presentate al re, insieme al mite vescovo monsignor Gallo ed ai principali cittadini: don Carlantonio Solimene, don Fiorentino Zigarelli, don Gianfrancesco Lanzilli, l'avvocato Luigi Trevisani, padre di Gaetano, ma per sentimenti politici assai diverso dal figlio, e don Crescenzo Capozzi, fratello di Enrico e padre di Michele, già depuriate di Atripalda. Don Crescenzo era inquisitore costantiniano per la provincia. Erano tutti, naturalmente, in giamberga e guanti gialli. Il ricevimento fu breve e freddo. Il re era visibilmente impaziente, parlò poco e tagliò corto sulle iperboliche adulazioni, che riuscivano insopportabili anche a lui; e alla fine, quasi seccato da tante cerimonie, chiese all'intendente: “Né, Mirabé, che ce dai da magnà stasera?” (((136))) “Pacchere, Pacchere Maestà”, rispose il Mirabelli, ridendo e saltellando. E il re: “E comme pacchere” Bella accoglienza ca ce fai coi pacchere; non è vero, principé?” (137) rivolgendosi alla principessa della Scaletta.

Alle otto si andò a pranzo, e alla mensa reale presero posto i personaggi del seguito, l'intendente e la sua famiglia. Si mangiarono i famosi paccheri fatti preparare dal cuoco del Mirabelli, felice che incontrassero il favore dei sovrani, dei principi, ma soprattutto del principe ereditario. Il re mangiò poco, seguitò a celiare con l'intendente, e levandosi di tavola, prima che il pranzo finisse, con un asciutto buona sera salutò i commensali e se ne andò a letto, seguito pochi minuti dopo dalla regina.

Il seguito alloggiò in case private, e il principe e la principessa della Scaletta furono ospiti dell'avvocato Carlantonio Solimene.

La dimane il re si levò di buon'ora. Era impaziente di partire, benché il tempo fosse orribile e seguitasse a cadere la neve, resa più molesta dal vento che soffiava forte. Non ascoltò coloro che lo consigliavano a sospendere la partenza. Volle mostrarsi anzi faceto, perché alla principessa della Scaletta disse, appena la vide: “principe, vì che bella sorpresa v'aggio cumbinata! Non ve pare de sta a Vienna, co tutta neve?”. (((138))) Il re aveva ricevute molte suppliche per grazie e sussidi, e per lasciare Avellino, dispose insieme con l’intendente alcune elargizioni di pani, doti, abiti a letti, ed offri un sigaro al Mirabelli che questi conservò, finché visse, sotto una campana di cristallo Elargizioni ne fece in tutti i luoghi dove si fermò, onde, quando giunse a Bari, si erano già distribuiti 35 000 pani, e 400 doti di sessanta e di trenta ducati, 230 abiti, 109 gonne, 540 camion 60 letti, oltre i sussidii in danaro. Atti di amministrazione, di cui si serbi memoria, non ne compì in Avellino, ma ne aveva compinti alcuni rimasti memorabili, tre anni prima, in on pomeriggio estivo, quando vi giunse all'improvviso per la via di Monteforte in un carrozzino scoperto a due posti, guidato da lai, con un altro personaggio, di cui non si ricorda il nome. Arrivò di cattivo umore, e fece subito chiamare alla sua presenza il direttore d ponti e strade, non che l'ispettore e il viceispettore forestali. Con parole brusche rimproverò a quest’ultimo la sua imprevidenza, avendo visto dissodate alcune terre a pendio di Monteforte, e senz'ascoltar ragioni lo sospese dall'ufficio. Rivoltosi poi al direttore dei ponti e strade, rampognò anche questi pubblicamente per il cattivo mantenimento delle vie, notato da lui stesso. poiché il direttore osò timidamente osservare, che dalla oarrozza Sua Maestà non poteva essere stata in grado di valutare esattamente le condizioni della strada, il re gli rispose: “bestia: lo stato delle vie si valuta col c.,, e non con gli occhi”. Da Avellino si parti alle 11, e le guardie d'onore si spinsero fino a Piano d'Ardine. Giunte qui, il re volle che tornassero indietro, a causa della bufera che imperversava. Le ringraziò, assicurandole del suo prossimo ritorno con gli sposi e promettendo una fermata più lunga. Di là le carrozze reali tirarono via di corsa. I freschi cavalli, forniti dal maestro di posta, Vincenzo Siciliani, trottarono vigorosamente fino all'altura della Serra con soddisfazione del re, cui il viaggio recava sempre maggiori disagi. Ma la soddisfazione ebbe corta durata.

Da quell'altura la strada precipita sull'opposto declivio, in hoquasi retta, sino a Dentecaue. Due miglia di fortissimo prudenza e due palmi di nere ghiacciata! I cavalli sdrucciolavano, parecchi caddero, le ruote delle carrozze non resistevano più alle martinicche. Si dovette scendere e andare a piedi per un miglio. Il re camminava a stento, appoggiandosi al braccio di don Leopoldo Zampetti, guardia d'onore di Montefusco, uomo di stambura gigantesca. I terrazzani, i sindaci e i decurioni dei vicini borghi, accorsi al passaggio con stendardi e bande musicali, si studiavano di diminuire l'asprezza del cammino, o spargendo terra sopra il ghiaccio, o battendo con grida festive i piedi sopra la neve, in modo da lasciarvi le impronte, sulle quali i sovrani potessero camminare più sicura mente. Anche le donne buttavano i caratteristici mantelli sulla via, per renderla più agevole alla regina. Cosi si continuò, per tutta la forte discesa, fra la bufera di neve. Tali dimostrazioni di affetto confortavano assai mediocremente il re, ma resero possibile la continuazione del viaggio. A Dentecane si rimontò nelle carrozze, che i contadini avevano sorrette per mezzo di funi. A memoria d'uomo non si ricordava una nevicata simile. Alle cave di Scarnecchia i cavalli si dovettero staccare e le carrozze trascinare dai contadini. Federico Lupi moltiplicava la sua attività e bestemmiava come un eretico, ma sottovoce, perché il re non lo udisse. Alcuni del seguito scesero di nuovo, e percorsero a piedi un altro buon tratto di strada; ma non avendo stivaloni ferrati scivolavano; e la regina, che aveva scarpine di seta, fu li li per cadere anch'essa.

Si sorreggevano al braccio delle guardie d'onore, imbarazzate nell'uniforme che non erano avvezze a indossare. Alle cinque, come Dio volle, si giunse sotto Ariano, dov'era il cambio dei cavalli.

Il re era assiderato, e come lui quasi tutto il seguito, di cui facevano parte uomini avanzati negli anni e non avvezzi a tali disagi. Di tratto in tratto, egli prendeva qualche sorso di rum.

La regina mostrava una certa intrepidezza, la quale non riusciva però a dissipare la nota di malinconia, che su tutti incombeva.

Non pareva gente diretta a una cerimonia di nozze, ma un corteo funebre, che la rigidità della stagione rendeva più lugubre, e un destino inesorabile spingeva su quelle vette solitarie, coperte di neve. Tutta Ariano aspettava alla stazione della posta.

I sovrani furono ricevuti dal sindaco Ottavio Cariacelo, dl sottointendente Ercole della Valle, dal vescovo monsignor Mi chele Caputo e dalle minori autorità. Era calato il sole e il freddo si sentiva più intenso. Ariano non venne compresa fra le tappe; e perciò, cambiati i cavalli, si sarebbe dovuto proseguire immediatamente per Foggia. Mostaccione affermava che nel vallo di Bovino era caduta una canna di neve e sconsigliava di andare innanzi. Il re, disceso dalla vettura, andò a chieder consiglio ai personaggi del seguito, i quali risposero che si rimettevano a lui. La autorità e la popolazione imploravano con alte grida che il re rimanesse quella notte in Ariano, e il re fini per acconsentirvi, rassegnato innanzi alla forza maggiore. Si sali in città e bisognò, in fretta e in furia, preparare gli alloggi nella casa del vescovo per il re, i principi e gli Scaletti; nel seminario e in case private per gli altri. Il re scelse per snt camera da letto il salone e vi fece rizzare la branda. Volle che nella camera accanto dormissero gli Scaletta. Le due camere, freddissime, erano in comunicazione mercé una porta, a don Vincenzo Ruffo vi addossò il letto, per rendere più libera b camera del re. Aiutato dal cuoco del vescovo, Cammarano preparò in due ore un discreto pranzo, e alle 8 si andò a tavola e si mangiò di buon appetito, facendo specialmente tutti onore al piatto dolce, formato da magnifiche “meringhe”. Si tentò di riscaldare le camere con bracieri, ma vi si riusci molto imperfettamente. Quella notte non fu comoda per nessuno. La mattina di buon'ora il re picchiò alla porta della camera dove dormivano gli Scaletta, dicendo al principe: “Paisanuzzo, stenti che friddo; che stai facenno?”.(139) E Scaletta: “Maestà, sto dormenno”. Scaletta era siciliano, e Ferdinando II lo chiamava con quel vezzeggiativo familiare, parlando con lui il natio dialetto.

Si disse che il re nella notte fosse colto da fortissima febbre e tormentato da visioni paurose. Fu anche stampato che Galizia, udito rumore nella stanza del sovrano, vi entrasse e vedean Ferdinando II in piedi, con una pistola in pugno, in atto di difendersi da un assassino immaginario. Si disse pure che il n passasse il resto della notte insieme col Galizia e coi marinai di scorta, che non c'erano: fandonie partigiane e postume, Alle nove del di seguente il re scese in Duomo, per ascoltare la messa celebrata dal vescovo; e i numerosi convenuti rimasero impressionati dal volto pallido di lui, dopo quel viaggio e quella notte così disagiata. Ma forse questa circostanza contribuì a creare la favola che monsignor Caputo avesse avvelenato Ferdinando II.

Il vescovo di Ariano apparteneva all'ordine dei predicatori, ed era nato nel 1808 a Nardo; preconizzato, nel 1852, vescovo di Oppido in Calabria, fu traslato nel 1868 ad Ariano, si disse per ragione di costumi. Non era uomo da immaginar regicidii, anzi, fino al 1860, nessuno seppe mai che avesse nutrito sentimenti liberali, e lo si aveva invece in conto di fanatico reazionario. Fa solo dopo il 1860, che venne fuori la fiaba dell'avvelenamento, avvalorata dalla circostanza, che il Caputo fu dal governo dittatoriale nominato cappellano maggiore, e dalla sua amicizia con quel padre Prota, domenicano anche lui, che svesti e rivesti la tonaca. Monsignor Caputo era un bell'uomo, cui aggiungeva dignità l'abito bianco, ornato della croce episcopale.

L'avvelenamento per cibo o per bevanda era impossibile, perché il re mangiò quello che mangiarono gli altri, e il pranzo non fu fornito dal vescovo, ma preparato dal Cammarano. Si disse che l'avvelenamento fosse stato compiuto per mezzo di un sigaro estero, regalato al re dal vescovo dopo il pranzo, mentre è noto che Ferdinando II fumava solo sigari napoletani, e per quanto il suo fervore religioso gli facesse baciare la mano ai vescovi, nessuno di questi, e meno di tutti il Caputo, era con lui in tale dimestichezza, da prendersi la libertà di offrirgli un sigaro. Però la tradizione è rimasta viva fra i vecchi legittimisti, ed a conservarla contribuirono l'inconcludente vanità, o meglio l'imbecillità del vescovo, il suo postumo liberalismo e l'affermazione di Mostaccione, che il vallo di Bovino biancheggiasse di una canna di neve, mentre non ve nera punta. Si ritenne che il vescovo Caputo e Federico Lupi ubbidissero alla “setta” che aveva giurata la morte di Ferdinando II. E vi concorse anche il bisogno di attribuire la morte del re, di soli quarantanove anni e di complessione atletica, a ragioni straordinarie: tanto parve strana nei suoi fenomeni la malattia, e più strana la circostanza, che nessuno degli altri viaggiatori, molti dei quali erano più anziani, soffri nulla di grave, oltre l'incomodo del viaggio: nulla soffri la regina e nulla i principi; i soli che si permettessero qualche volta di celiare, ma di nascosto, sull’imbarazzo dei pacchiani cerimoniosi impacciati e resi muti dal freddo. (140)

Alle 10 ½ i viaggiatori mossero da Ariano per Foggia. Era la seconda parte di quella tappa assurda, che il re voleva compiere da Avellino a Foggia: assurda, anche se le strade fossero state in buone condizioni, ma sempre però meno dell'ultima da Acquaviva a Lecce. Nell'atto della partenza non nevicava, anzi per un poco si vide il sole. Ma qualche miglio pia in là, prima di entrare nello storico vallo di Bovino, riecco la bufera e con essa le difficoltà di andare innanzi. Alla salita di Campo reale si scese di nuovo dalle vetture, e il re, che si sentiva molto stanco, si mise a sedere sopra un mucchio di sassi, che coprì col suo mantello e vi rimase alcuni minuti. Nel levarsi, sentì un acuto dolore all'inguine e stentò a rimontare in vettura. All'ingresso della Capitanata, là dove si succedono le montagne di Greci e di Savignano, si trovarono le autorità dei comuni del Vallo, con le guardie urbane e le bande musicali e una folla di popolo, che acclamò i sovrani. Al primo cambio presso Montaguto, furono incontrati da don Raffaele quale intendente della provincia, dal comandante delle armi e da al tre autorità provinciali. Tutto il Vallo era perlustrato da gen darmi a cavallo. L'intendente presentò al re gli omaggi del provincia e n'ebbe in risposta poche e fredde parole. Fu ripreso il cammino che divenne men disagevole, di mano in mano che si discendeva in Puglia. La via era popolata da deputazioni vicini comuni; e le guardie urbane, disposte in doppiatila, battevano i denti dal freddo, ma si sforzavano di simulare un aspetto marziale. Non vi era più neve. Le deputazioni e i decurionati avevano stendardi di mussolina bianca con gigli, e vi si leggeva il nome delle rispettive comunità, con la scritta Viva il Re. Al secondo cambio, al ponte di Bovino, altre autorità e nuove acclamazioni; a Pozzo d'Albero aspettavano le autorità comunali di Troja, Si giunse a Foggia alle quattro, tra una moltitudine plaudente.

Era sindaco della città Vincenzo Celentano; caposquadrone delle guardie d'onore, Gaetano della Rocca; capo delle guardie orbane, Francesco Paolo Siniscalco. Foggia aveva fatti splendidi preparativi, anzi sontuosi. Componevano la commissione dei festeggiamenti, Alessio Barone, Gaetano de Benedictis, Antonio Bianco, il marchese Saggese, Lorenzo Scillitani, che poi fu sindaco e deputato di Foggia e il notaro Andrea Modula.

Bossi e Recupito furono gli architetti degli addobbi. Un arco trionfale sorgeva in principio del corso Napoli, ora Garibaldi: arco grandioso, coronato da statue rappresentanti il genio borbonico nell'atto di coronare la giustizia e la virtù. Altro arco s'innalzava sulla via di Cerignola, e un tempio addirittura si estolleva accanto all'Intendenza, dove prese alloggio la famiglia reale. Su questo tempio erano dipinte sopra trasparenti le immagini dei sovrani, con questa epigrafe: A Sua Real Maestà — Ferdinando II — Re del regno delle Due Sicilie — monarca e padre augusto clementissimo — Foggia — glorificata da un evento sospirato memorando — colma d’ineffabile gratitudine — l’omaggio avito di sua devota sudditanza — e d’incrollabile fede — tributa reverente. Festoni di mortella, candele di bengala e lumi dappertutto. Le feste costarono, si disse, cinque mila ducati, anticipati dagli appaltatori dei diversi servizi. Si aprirono sottoscrizioni private, ma fruttarono poco e finì col pagare il Comune, stornando quasi tutta la somma dalla fabbrica del porticato della villa. L'entusiasmo dei foggiani si spiega anche con questo, che consideravano Ferdinando II quale uno de’ loro, perché era andato più volte alla famosa fiera di maggio, in borghese, con stivaloni e con grossa mazza ad uncino, a comprar cavalli e a vendere i prodotti delle sue tenute di Tressanti e di Santa Cecilia. Egli, che ci teneva ad essere un latifondista del Tavoliere, conosceva quasi tutti a Foggia, vi stava con grande fiducia e aveva preso a voler bene al brigadiere dei gendarmi, Berto Fujano, borbonico furente.

Il corteo entrò da porta Napoli. Sotto il primo arco erano accolte le altre autorità, col vescovo monsignor Berardino Frascolla, col clero e le congreghe. Il re baciò la mano ai venivo e volle che la baciassero la regina, i principi, e tutti i personaggi che l’accompagnavano. Mentre il re baciava la rota al vescovo, si narrò che la statua della giustizia, posta sopra l’arco e fatta di cartapesta, girasse sul suo perno, e che da cui poi abbia poi avuto origine il detto locale, a riguardo della giustizia: “purché non si volti come la statua”. Il reale corteo diresse alla cattedrale e il re entrò nel tempio sotto un ricco baldacchino dorato, retto da otto decurioni. All’ingresso monsignor Frascolla gli offrì l’acqua benedetta e l’ossequiarono i vescovi di Sansevero e di Lucerà. Sull’altar maggiore della chiesa riccamente addobbata con damaschi e broccati, era posto il quadro della Madonna dei Sette Veli, protettrice della città. Tira s’inginocchiarono e fu cantato il Te Deum a piena orchestra poi le litanie, alle quali segui la benedizione. Ferdinando II fissò il binoccolo sul quadro della Madonna per vederla meglio, e, riuscendovi, pregò il vescovo di fargli trovare, al ritorno, il quadro più in basso. Il quadro fu infatti abbassato, ma Ferdinando non lo rivide più. Dalla chiesa al palazzo della dogana, dové, anche oggi la prefettura, fu un cammino trionfale in mezzo a tutta la popolazione stranamente esaltata. Saliti che si fu nell’appartamento, le ovazioni non cessarono. Il re dovette ringraziare dal balcone, che guarda la piazza San Francesco Saverio, poiché a sessantasei dì loro, ritenuti i più pericolosi, Ferdinando II, tre giorni prima di partire da Caserta, aveva commutata con altro decreto, come si è detto, la pena dell'ergastolo e dei ferri, in esilio perpetuo dal Regno. Di quei sessantasei, non vi è più un superstite. Morirono ultimi Achille Argentino e Domenico Damis, che furono dei Mille e poi deputati, e Niccola Sohiavoni, già deputato di Manduria e senatore del Regno. Damis entrò nell'esercito italiano, sali al grado di maggiore generale; Argentino fu direttore di una succursale del banco di Napoli.

Il duca di Caballino, Sigismondo Castromediano, mori nel 1895; nel 1897 Gennaro Placco; e Niccola Schiavoni, la cui verde vecchiezza era argomento di letizia per quanti lo conoscevano, mori nel novembre del 1904, in seguito a vivacissime invettive scagliate, con tutto l'impeto della sua indole generosa, contro un noto "galantuomo„ della sua città. Ad iniziativa di un Comitato nazionale (141) gli sarà eretto, per pubblica sottoscrizione, un ricordo marmoreo a Manduria, pregevole opera dello scultore romano Giulio Tadolini.


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CAPITOLO XX

SOMMARIO: Partenza per Andria — Da Foggia a Cerignola — Il bandito Niccola Morra Particolari e ricordi — La colonia iii San Ferdinando — Una richiesta caratteristica — A Canosa e ad Andria — Feste e aneddoti — L'arrivo a Bitonto — La visita dei sovrani all'orfanotrofio Maria Cristina — Il sindaco Sylos perde il cappello — Disinganno del conte Gentile —Si giunge ad Acquaviva— Monsignor Falconi e il suo discorso — A Gioia e a Mottola — Il giudice regio ruzzola por terra — La grazia dei Massafresi — Particolari intimi sulla fermata a Taranto — A Leone — Una risposta curiosa — Lo stato dì salute del re — La visita al duomo e lo spettacolo al teatro — Un inno di Mastracchi — Il re infermo — Si chiama il dottor Leone — Il flebotomo Marotti cava sangue al re — Ricordi e aneddoti — È chiamato Ramaglia — Colloquio fra lui e il dottor D'Arpe — Lo passeggiate dei princìpi — Incidente al duca di Calabria — La visita al liceo — L'arrivo dogli arciduchi d'Austria — Il re migliora — Si decide la partenza per Bari — I preparativi di Gallipoli per festeggiare i sovrani — L'iscrizione secentesca di un futuro senatore.

La mattina seguente, alle undici, il re, ascoltata la messa nell'oratorio dell'Intendenza, detta da monsignor Frascolla, accompagnato dalle autorità e dalle guardie d'onore in grande uniforme, partì per Andria, quarta tappa del viaggio. A Foggia ebbe un numero infinito di suppliche. Le carrozze reali traversavano le vie in mezzo a fitta calca di popolo, che applaudiva fragorosamente. Ferdinando II, prendendo commiato, promise che sarebbe tornato con gli sposi, per rimanervi qualche giorno. Ma parve a tutti pallido e triste: nella notte aveva sentito aggravarsi il suo malessere.

Da Foggia a Cerignola, gli abitanti di Orta, di Ortona, di Stornara e di Stomarella, grosse borgate a destra e a sinistra del Cerraro e del Carapella e che si chiamavano Reali Siti, attendevano il corteo con le rappresentanze municipali e guardia urbane con bandiera. Applausi ed acclamazioni accolsero gli augusti viaggiatori, che, dopo aver fatta colazione al rilievo del passo di Orta, proseguirono al galoppo. Benché si fosse nella mite Puglia, soffiava una tramontana tagliente. A poca distanza da Cerignola s'incontrò un plotone di cavalleggieri, che circondarono le carrozze. A Cerignola, dove si dovevano cambiare i cavalli, il Decurionato aveva fatto innalzare un arco trionfale all’ingresso della città, ma il popolo si era riversato fuori dell'abitato per quasi un miglio. Il vescovo, monsignor Todisco Grande, il sindaco Raffaele Palieri, il capo urbano Giuseppe Manfredi e gli altri decurioni e notabili, aspettavano sotto quell'arco sin dallo dieci, ma le carrozze reali non furono in vista che verso le due. I postiglioni dovettero far rallentare il passo ai cavalli, tanta era la folla che premeva da ogni parte. A un certo punto, un personaggio del seguito, che non fu. distinto chi fosse, sceso di carrozza, si collocò allo sportello dalla parte del re, per allontanare i più audaci. AI capitano Stoker, che comandava i cavalleggieri e teneva indietro il popolo a colpi di piattonate, Ferdinando II intimò di rimettere la sciabola nel fodero.

Quel miglio di strada fu eterno; e giunti i sovrani all'arco di trionfo, né il sindaco, né il vescovo potettero, per la ressa, recitare le preparate concioni. Cerignola eccedeva in applausi e in acclamazioni, forse per far dimenticare al re che era la patria del famoso bandito Niccola Morra, il quale, evaso da Nisida, scorrazzava in quelle campagne. Le autorità non riuscivano a prenderlo e i suoi favoreggiatori, per paura e per guadagno, eran molti; anzi il re credeva che i proprietari lo celassero per far opposizione a lui e screditare il governo in faccia all'Europa. Attorno al nome di Niccola Morra ai era formata una leggenda di simpatia e di paura. Si raccontava che, vestito da gran signore, avesse largamente soccorsa un povera donna; in abito monacale, generosamente aiutato od vecchio infermo; e vestito da mendicante, avesse schiaffeggiato l’intendente Guerra nella villa di Foggia, senza che questi opponesse resistenza. I suoi ricatti erano celebri. Al ricco Antonio Padula di Candela aveva estorti ottomila ducati; a Leone Macrv, sopraintendente dei beni del duca di Bisaccia, e padre di Eugenio, già deputato di Foggia, duemila piastre; l'arciprete se lo era veduto innanzi in sagrestia; il tenente dei gendarmi, nella caserma; ma sopra tutti restò famoso il ricatto di Gaeta no Pavoncelli, giovane figliuolo di Federico Pavoncelli, che aveva soccorso sino all'ultimo giorno il padre di Nicola e tenuto questi al fonte battesimale. Il giovane Pavoncelli riuscì a fuggire, e il riscatto non fu pagato. Prima d'intraprendere il viaggio, il re aveva mostrato desiderio che Niccola Morra, insieme col suo compagno Buchicchio, fosse preso, o indotto a costituirsi.

Federico Lupi, il nostro Mostaccione, era stato mandato a Cerignola alcuni giorni prima, perché fossero adempiuti i desideri sovrani, ma inutilmente. Tra la folla, che circondava ed applaudiva il re, si notava un gruppo di donne, dalle quali partivano le grida più alte di “grazia”, e di “misericordia”. Una di quelle, più ardita delle altre, quasi sollevata dalla folla, s'appressò alla carrozza e, afferratasi allo sportello, dalla parte del re, si che ad urlare: “Maestà, grazia, grazia per Niccola Morra”. Era Teresa Cibelli, zia del bandito. Ferdinando, a quel nome, si scosse; ed appoggiato il braccio sulle spalle di lei, le disse a voce alta: “Digli che si presenti; si presenti; avrà la grazia.… digli che avrà la grazia”. Quanti l’intesero mandarono un grido di gioia, e le donne piansero per la commozione, poiché Niccola Morra rappresentava per il popolino la ribellione alle prepotenze dei signori. Il Morra non segui però il consiglio del re; più tardi, ferito, mentre tentava il ricatto di Giovanni Barone, ricco proprietario di Foggia, andò in prigione; ne usci e, scontata la pena, tornò in patria: e complicato in altri fasti briganteschi, subì nuove pene. È morto vecchio, dopo aver fatto pubblicare le sue memorie, non prive d'interesse. (142)

Intanto si erano attaccati i nuovi cavalli, e i sovrani partirono fra le acclamazioni stentoree del popolo cerignolano; ma anzi che andar difilato verso Canosa, il re volle divergere, per qualche miglio, dalla strada consolare e visitare la colonia agricola di San Ferdinando, fondata da lui vent'anni prima, al fin) di sottrarre alla malaria le misere famiglie, che abitavano attorno alle saline di Barletta, e alle paludi della foce dell'Ofanto. Egli aveva distribuiti gratuitamente i terreni da coltivarsi, fornito i capitali agricoli, e istituita una cassa di prestanza e un monte frumentario. La famiglia reale visitò la chiesa in mezzo agli applausi dei coloni; poi si recò al Comune, ed ivi, preso conto dello stato della colonia, ordinò la costruzione di altre centoquaranta case, e che ascolto a quanti dovevano porgergli suppliche. Fu notato che due sole suppliche furono presentate, ed una dalla figlia della levatrice, Anna Maria Forte, giovane ventenne, molto avvenente, di bella taglia e sveltissima, la quale chiese al re la grazia di una quota di terra e di un po’ di suppellettili di casa, cca so zita e m'agghia marità. (143) Il re promise, ma la promessa non fu mantenuta.

Il sole era al tramonto e il freddo intenso. Lungo la strada s'incontravano gruppi di pastori e di terrazzani plaudenti o intontiti, e gruppi più fitti al monumentale ponte sull'Ofanto.

Era già notte, e Canosa splendeva di faci e vi echeggiavano rumori allegri. Il re pel gran freddo era tutto avvolto nel suo cappotto militare, aveva scialli sulle gambe e, di tratto in tratto prendeva qualche sorso di rum.1 cittadini di Canosa erano usciti fuori dell'abitato incontro ai sovrani, con alla testa Salvatore Mandarini, intendente di Bari, il temuto sottointendente di Barletta, Niccola Santoro, ed altre autorità della provincia di Bari, nella quale si entra dal predetto ponte. Sotto l'arco trionfale, eretto all'ingresso della città, era stato innalzato un baldacchino. Il re smontò non senza stento; ricevette le autorità comunali e il clero palatino. Tutti portavano torce, le qual davano allo spettacolo un'aria piuttosto lugubre. Il Capitolo presentò al re in coppa d'argento i due pani tradizionali: cerimonia stabilita da Guglielmo Normanno, come segno di regio patronato. Poi si avanzarono de gruppi di giovanetto vestite di bianco e di ragazzi che, accompagnati dalle bande musicali, cantarono un inno. Il cocchio reale cominciò allora a muoversi, a stento, in mezzo alla folla che urlava evviva, dava suppliche e chiedeva grazie.

Il corteo mosse alla fine per Andria, dove erano preparate più clamorose accoglienze. Si correva a tutta lena e per fortuna non v'erano altre fermate. La popolazione di Andria sì riversava per laminarie, archi di trionfo e grida festose della città. I sovrani furono ricevuti dal vescovo Giovanni Longobardi, dal sindaco Giovanni Iannuzzi, da quasi tutti i decurioni notabili, e dalle guardie d'onore Riccardo Iannuzzi, caporale, Riccardo Porro e Niccola Fasoli del fu Filippo. Scesero all'episcopio, dove, oltre la famiglia reale, alloggiò una parte del seguito. Il vescovo aveva provveduto all'alloggio con mobili fatti venire da Trani. Le guardie urbane facevano ala. Le comandava Francesco Marobio, ed era sottocapo Filippo Griffi, che il re aveva conosciuto nel viaggio del 1839; anzi gli aveva dato il soprannome di mamozio. La famiglia reale si mostrò al balcone, od il pubblico, che gremiva la vasta piazza sottostante non si stancava di applaudire. Poi si pranzò, ed è superfluo aggiungere che, sebbene il vescovo avesse tutto preparato sontuosamente, i cibi per i sovrani furono serviti dalla cucina reale. Il giorno dopo, 12 gennaio, ricorrendo il suo natalizio Ferdinando II aveva prescritto che, come al solito, ci fosse gran gala in tutto il Regno, si vestisse la grande uniforme dalle milizie, ed avessero luogo le consuete salve e l’illuminazione dei pubblici edifizii e dei teatri; e cosi pure per il 16, natalizio del duca di Calabria. Egli ad Andria si sentì un po’ meglio. Occupò le prime ore del mattino a dare udienze; più tardi s'intrattenne con Murena e Bianchini, ed alle 10, ammise le autorità civili, militari ed ecclesiastiche, al baciamano.

Compiuta la cerimonia, la famiglia reale si recò al duomo, per ascoltarvi la messa, pontificata da monsignor Longobardi. Dal palazzo vescovile, per andare al duomo, si scendeva una scala segreta, angusta e buia, a capo e a pie della quale erano state collocate due sentinelle. Il re si maravigliò della presenza di esse e, rivolto ad un piantone, bruscamente gli chiese: “Né, tu che fai ccà?” “Maestà, rispose quello, sono di piantone”. E il Re: “Iatevenne, m’abbastano due canuonici 'e ccà; iatevenne”. (((144))) Dal palazzo vescovile al duomo erano schierate le guardie urbane, in uniforme, ma senza kepi, perché, ne ignoro il motivo, già da tempo era stato loro tolto. Mentre il re passava, Raffaele Giannetti, caposquadriglia, gli si accostò e lo richiese di una grazia.

Ed avendo il re dimandato qual grazia volesse, Giannetti lo pregò di ripristinare pe’ suoi militi... l'uso del kepì. Nel duomo si ascoltò la messa pontificale, ed il re pregò inginocchiato, innanzi all’immagine di San Riccardo, patrono della città.

Uscito dal duomo, il real corteo si recò al santuario della Madonna dei Miracoli, dove si leggevano queste due iscrizioni: Ai favori di Maria de’ miracoli — elettissimi — il devoto popolo andriano — riconoscente aggiunge — questo non ultimo — dell’ospitare i principi suoi; e dall'altra parte: Dio — nella giustizia e clemenza — di Ferdinando II — la gente andriese — in questo dì memorando — festeggiante adora. Queste due iscrizioni, no erano meno ampollose di quella che si leggeva all'ingresso della città: Alle Maestà — di Ferdinando II e di Maria Teresa — ottimi augusti — che di lor presenza con la real famiglia — questo popolo fedele onorano — saluto omaggio riconoscenza; e di una delle tre, poste sulla macchina in piazza del municipio e che diceva: Nel numero dei popoli soggetti — la potenza dei re — nell'amore nella festa del popolo — la gloria di Ferdinando II. Nel santuario, ventiquattro orfane vestite di bianco cantarono un inno; poi ci fu la benedizione. Risaliti nelle carrozze, i Reali presero commiato dalle autorità; e, traversando le vie della città a trotto serrato, in mezzo a fitta calca di popolo plaudente, mossero alla volta di Acquaviva.

Da Andria ad Acquaviva fu una marcia trionfale. I grossi paesi, Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto, Palo, Bitetto, San Nicandro erano in tripudio. Dappertutto baldacchini, archi, festoni di mortella e toselli di ogni gusto; le case addobbate con arazzi e coperte di seta, e l’inno borbonico risuonante a ogni passo. Lungo quei paesi a cosi poco distanza l'uno dall'altro, le carrozze reali trottarono quasi sempre fra guardie d'onore, sindaci e decurioni, magistrati e prelati, capitoli e confraternite, e tra un fitto stuolo di cittadini che, tratti dalla curiosità o dalla vanità, volevano vedere i sovrani, acclamarli, e fare augurii al principe ereditario per le sue nozze. Le pubblicazioni del tempo rivelano quanto riuscissero clamorose quelle accoglienze. Le quali, però, a Ferdinando II, che da tre giorni era tormentato da dolorosa lombaggine, arrecavano assai mediocre sollievo, e solo divertivane in qualche modo i principi, soprattutto il conte di Caserta, che si studiava di ritrarre i tipi più comici di quei tali facezie riusciva a strappare qualche Borriso al padre, La città, che più si distinse, fu Bitonto, culla di nobili e di cavalieri di Spagna. N'era sindaco il nobile Vincenzo Sylos Labini, il quale, nella confusione del ricevimento, perda il cappello. Il Sylos mori senatore del regno d'Italia. I sovrani si fermarono colà due ore. L'arco di trionfo rizzato innanzi la porta della città ricordava le gesta guerresche di Carlo III, e ampollose ne erano le iscrizioni.

La famiglia reale si recò prima nel duomo, splendido monumento dell'arte pugliese sotto i Normanni e gli Svevi, dal vescovo, monsignor Matarozzi, fa impartita la benedizione, e passò poi all’orfanotrofio Maria Cristina, affidato alle monache di San Vincenzo de’ Paoli. Vi erano raccolte più di dugento orfanelle, ed una pronunziò, dinanzi ai sovrani un discorso d'occasione, il quale fu detto essere stato scritto dal canonico Comes e che finiva con queste parole: “Sì, o Sire! Voi spargete la beneficenza in tutti gli angoli del vostro Reame, equi ne abbiamo raccolto i frutti abbondevoli ancor noi, che se tolte alla corruzione de’ trivii siano spinte sulla via della religione e della virtù, noi H lo dobbiamo a Voi, che siete il padre dell'orfano e del derelitto”.

Poi fu cantato un inno, mentre la regina ammirava i ricami eseguiti dalle orfanelle, e non fu parca di lodi, e il re riceveva le autorità ammesse al baciamano. Nella chiesa dell'orfanotrofio il vescovo dia ai sovrani e ai principi un'altra benedizione, prima della partenza. Superiora del pio ricovero era suor Teresa Cecilia Goyeneche, francese, che io conobbi: una monaca piena di talento, sana e ardita. Mi disse ch'ella “avait remarqué que le roi était malade”, perché era taciturno e triste, aveva gran fretta di partire; pareva si annoiasse di tutto e fosse molto stanco. Ricordava pure, che, quando i sovrani e i principi visitarono il refettorio, il duca di Calabria, avendo sete, tolse dalla tavola un boccale d'acqua e lo bevve d'un fiato, e tutti restarono ammirati di quest'atto de vrai soldat... Non valsero a dissuadere il re dal lasciare Bitonto le caldissime preghiere del conte Vincenzo Gentile, il quale gli offri ospitalità in casa si:a, addobbata con opulenza, e dove era preparato un sontuoso pranzo per i sovrani e il seguito. Egli giunse a pregare il re in ginocchio, perché rimanesse, ma questi voleva a tutti i costi arrivare la sera in Acquaviva; e benché fosse già notte, ordinò che si par 90 di galoppo. Il conte Gentile restò cosi mortificato della non accettata ospitalità, che per consolarsene apri per tre giorni il suo palazzo, perché ciascuno vedesse la sala da pranzo, che aveva apparecchiata, con cuochi e camerieri fatti venire da Napoli, e molti vi andarono anche da Bari e dai paesi vicini. Lungo la via da Bitonto ad Acquaviva furono fatte brevissime fermate a Palo, a Bibetto ed a San Nicandro. Si giunse in Acquaviva alle dieci di sera. I preparativi per le feste erano stati diretti da monsignor Falconi. Case riccamente addobbate, alti archi ed epigrafi riboccanti d'iperboli. Quella sulla porta della città, sotto l'immagine della Madonna di Costantinopoli, diceva: Vergine di Costantinopoli — Madre di Dio e degli uomini — di questa città dopo Dio — speranza prima — tu che ne’ nostri bisogni — la seconda prece non attendi — questa grazia — impetraci dal figlio tuo — che questi angioli di viaggiatori — che innanzi al tuo santuario — umilmente si prostrano — mai non muoiano — alla tua gloria, al nostro amore — alla felicità de’ loro popoli. Sotto l’arco, proprio all'ingresso della città, attendevano il re, il clero con monsignor Falconi alla testa, le autorità circondatali e municipali e i primarii cittadini, con ceri ascesi. Vi erano pure sessanta bambini, vestiti con pantaloni bianchi e giacchette celesti e rami d'ulivo in mano, e che tramavano dal freddo. Il re non sostò un momento e andò dritto a) palazzo dell'arciprete. I dolori gli si erano rincruditi.

Monsignor Falconi, direttore supremo delle feste e scrittoi delle epigrafi, era sontuoso in tutto: nello stile, nelle immagini, nei conviti, nelle abitudini. Alto e vigoroso della persona, egli era nativo di Capracotta; ed essendo stato, per alcuni anni, segretario dell'arcivescovo Clary a Bari, aveva rivendicata la palatinità delle chiese di Acquaviva e Altamura e ne aveva ottenuto titolo di arciprete mitrato e giurisdizione episcopale: beneficio, che gli fruttava circa seimila ducati l'anno. Era fratello del procuratore generale Falconi, e zio dell'attuale deputato. Tanta fiducia riponeva in lui Ferdinando II, che volle pernottare in Acquaviva ad ogni costo, nel palazzo dell 'arcipreti non in quello che fu di casa Mari, e passò poi in possesso a don Saute Alberotanza. Nel palazzo di don Sante alloggiarono Murena, Bianchini ed altri del seguito, e vi stettero assai a disagio. Il principe e la principessa della Scaletta furono obbligati a passare la lunga notte in veglia, tanti erano gl'insetti che popolavano la camera loro destinata. Il re apparve a tutti dimagrito e invecchiato. Al pranzo provvide la cucina reale; agli altri, molto sontuosamente, monsignor Falconi, che aveva un ottimo cuoco. Il vino fa offerto da don Girolamo Jacobellis, il quale, prima di consegnarlo, lo assaggiò alla presenza di molti, forse per eccesso di prudenza; ma il vino servì al seguito, non alla famiglia reale. Il re si ritirò quasi subito con la regina, nella sua camera da Ietto. Il solaio di questa, essendo poggiato su travi perché malsicuro, era stato fatto da monsignor Falconi puntellare. Cadde pochi giorni dopo.

La mattina del 13, Ferdinando II si levò di buon'ora, e dopo avere atteso agli affari della provincia e del circondario, accolse gli omaggi delle autorità, del clero e dei maggiorenti e diede pubblica udienza. Molte, come dappertutto, le suppliche.

Acquaviva rigurgitava di forestieri. V'erano convenute le guardie d'onore del circondario, i sindaci e i decurioni dei comuni vicini. La piazza, che separa l'episcopio della chiesa, brulicava di contadiname; e gremiti i balconi, le finestre e le terrazze.

Tutti sventolavano fazzoletti e bandiere e applaudivano al re, che, alle dieci, usci dal palazzo vescovile, insieme con la regina e principi e si recò, a piedi, alla vicina cattedrale. A una povera donna, che lo richiedeva di elemosina, fece largire trenta ducati. Alla porta della chiesa le guardie d'onore e la urbane facevano ala e, all'ingresso, aspettava monsignor Falconi, circondato dal capitolo. Prima di benedire la famiglia reale con l'acqua santa, monsignore pronunziò un discorso, che, per le strane iperboli, merita di essere esumato. Con citazioni delle sacre carte, il prelato cominciò dal delineare la figura del vero re, immagine di Dio in terra, e poiché tutte le virtù, che debbono adornare un sovrano, egli rinveniva, in grado eminente, in Ferdinando II, la cui gloria è esaltata dalle prime intelligenze europee, cosi chiudeva la sua concione: “Sì, o Sire, d'oggi innanzi pregheremo ancor più,; e pregheremo Dio che ti conservi lunga serie di anni alla sua Divina gloria, all'amore dei vostri popoli, che vi amano, e vi amano di cuore, ed alle delizie della Vostra Famiglia. Pregheremo che tenga lungi da voi ogni generazione di amarezze: che vi dia giorni sereni e tranquilli, e che compia ogni vostro desiderio, ch'essendo desiderio di padre, e di padre il più pio, il più giusto, il più tenero de’ suoi figli, no può non essere accetto e caro a lui, re dei re, Sole di giustizia Padre primo dei popoli tutti della terra. Pregheremo infine che vi colmi d'ogni maniera di grazie con cotesta fulgidissima Stelle che allato vi splende, esempio anch'Ella di virtù preclarissimo, e col principe ereditario, erede veramente dell’ingegno e della pietà, della giustizia e degli altri pregi di mente e di cuore del padre, e cogli altri Reali principi e principesse”. Chiamare la regina Maria Teresa fulgidissima stella parve audace. Il re ascoltò il sermone in piedi, dando segno di stanchezza; e poi, preceduti dall'oratore, i sovrani presero posto presso l'altar maggiore. Dopo il canto del Domine salvum fac regem, l'arciprete invitò il riprender possesso dello stato canonicale che, come prima dignità del capitolo, gli spettava nelle chiese palatine. Compiuta questa cerimonia, la famiglia reale si recò ad ascoltare la messa, detta dallo stesso prillato nella cappella delle Grazie.

I sovrani ed i principi furono ai presenti modello di divozione. Finita la messa, uscirono dalla chiesa. Alla porta si trovavano pronte le carrozze, attorno alle quali erano ì sessanta bambini, che li avevano ricevuti all'arrivo, nello stesso costume o con gli stessi rami d'ulivo. Prima di salire in vettura, il re si fermò dinanzi alla chiesa, rivolgendo al prelato varie domande sull'architettura del tempio. Si parti alle il per Gioia, in mezzo alle acclamazioni del popolo. Le autorità accompagnarono i Sovrani sino a Gioia. All'ingresso di questo grosso comune era stato innalzato un grande arco, sormontato da epigrafe esprimente che i gioiesi, con sensi di devoto e figliale attaccamento — esultanti — imploravano lunghi e sereni giorni ai Sovrani. La fermata di Gioia fu breve. Questa era l'ultima tappa di Terra di Bari, ma in Terra d'Otranto dimostrazioni ancor più goffe e superlative attendevano il re. Da Castellaneta, Laterza, Ginosa, Falagianello, Palagiano, Montemesola, Grottaglie e Mottola era no accorsi cittadini e autorità in folla, e da tre giorni bivaccavano a San Basilio, grande tenuta del duca di Sangro, dove ora sorge un bel monumento, che la pietà patema ha innalzato all'unico infelice figliuolo. Erano circa quattromila persone, comprese parecchie compagnie di guardie urbane, con bandiere e concerti. V'erano arrivati, nella mattina, l'intendente delta provincia Sozi Carafa, il sottointendente di Taranto, De Monaco e altre autorità. Sorgeva anche laggiù un arco di stile dorico con relative epigrafi. Acclamazioni e appianai, accompagnati dall'inno reale, salutarono i sovrani al loro apparire, ma questi si fermarono il tempo necessario per il cambio dei cavalli, né discesero dalla vettura. Parve che il re ricevesse freddamente il Sozi Carafa, memore, ai disse, della inchiesta, fatta fare due anni prima dal magistrato don Scipione Jocca, sui lavori stradali della provincia, e che riuscì sfavorevole all'intendente, rimasto in carica, si diceva, per protezione della regina; ma erano voci create da malignità. Sozi Carafa, che io conobbi dopo il 1860, modesto impiegato in una casa di spedizioni marittime, mori poverissimo; e, politica a parte, fu uno dei migliori funzionarii mandati a reggere la Terra d'Otranto. Da San Basilio la strada s'inerpica pittorescamente, per quattro miglia, sulla collina di Mottola. E di mano in mano che la real comitiva avanzava, seguita da tutta quella turba a piedi e a cavallo, nel maggior disordine, ma sempre plaudente ed urlante, si apriva alla vista il maraviglioso panorama del golfo di Taranto, coi monti di Basilicata e di Calabria, Essendo stati cambiati i cavalli a San Basilio, e dovendo essere ricambiati a Massafra, i Sovrani non sostarono a Mottola che qualche minuto. Nel punto, in cui s’incrociano le quattro strade, innanzi alla piccola locanda del paese, era accorsa tutta la cittadinanza, con alla testa il sindaco notar Leonardo Caramia, i decurioni, il giudice regio e le signore, le quali avevano apparecchiato il cioccolatte da offrire ai sovrani, e imparato il cerimoniale dell'offerta, ma questi non accettarono Sollevò l'ilarità generale il giudice regio Pirchio, che nella confusione, volendo passare dalla parte della strada, dov'era aperto lo sportello della carrozza reale, non vide un mucchio di sassi e vi ruzzolò sopra, rialzandosi col viso pesto e gli abiti sporchi. Il re non si potè tenere dal ridere, quando se Io vide dinanzi conciato a quel modo. Delle tre guardie d'onore di Mottola, due erano andate a San Basilio, don Giovannino Mignozzi e don Angelo Cardinali, e la terza, don Titta Sabato, eia confuso nella folla in abito borghese, perché attendibile.

Partiti da Mottola, il re e la regina passarono sotto un altro arco a Massafra, e dove, per l'ultimo cambio di cavalli prima di arrivare a Taranto, i sovrani sostarono dieci minati, ricevendo gli omaggi delle autorità. I massafresi si abbandonarono alle pii pazze esultanze e gridavano a coro: “Grazie, grazie, Maestà”.

Il re chiese: “e che grazie volete?”, e quelli, con più alte grida: “basta che t'avimmo visto, Maestà”. Il re, cui tardava dì proseguire il viaggio, di tutte quelle dimostrazioni grottesche era seccato e dava manifesti segni d’impazienza. Era il sesto giorno di viaggio; il moto della carrozza aumentava le sue sofferenze, e però aveva gran fretta di arrivare a Lecce, dove contava riposarsi a lungo.

Si giunse a Taranto alle 4 ½. Uno squadrone di dragoni precedeva le carrozze, salutate, al loro apparire, d acclamazioni ed applausi frenetici. I tarantini erano usciti fuori dalla città, incontro ai Sovrani. Attendevano alla porta di Napoli il sindaco Giacinto Mannarini, un uomo di corporatura enorme, e tutti i decurioni, fra i quali, ricordo, Tommaso Giuria, Luigi Grassi, Michele Franco, Francesco Piccione, Gaetano Latagliata, Gaetano Fortacoi e Nicola Greco, né mancavano i consueti rappresentanti delle confraternite e delle corporazioni religiose.

Il re, senza fermarsi, si diresse all'episcopio; e poiché la carrozza reale a stento poteva procedere fra le anguste vie dell città bimare, e in mezzo ad una folla acclamante e schiacciante, i gendarmi adoperavano il calcio dei fucili per far larga Ferdinando li rimproverò aspramente, e furono coperte d'applausi le sue parole: “Voi non sapete fare il vostro dovere; il gendarme non deve battere, deve occupare il posto”. E giunto all'episcopio, dove lo attendevano monsignor Rotondo, arcivescovo di Taranto, monsiignor Margarita, vescovo di Oria, e tutte le dignità capitolari, suo primo atto fu di punire con gli arresti in fortezza il comandante dello squadrone di cavalleria, perché i cavalli erano quasi sfiniti dalla stanchezza. E al figlio del comandante, che tentò intercedere per il padre, rispose parole severe. Il re mdi pessimo umore. Appena scese di carrozza, il comandante castello gliene presentò le chiavi, sopra un cuscino di veli Il re le respinse, dicendo: “Stanno bene affidate”; ed avendo il comandante chiesto