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Estratto da: Carboneri Giovanni, La circolazione monetaria nei diversi Stati, v. I: Monete e Biglietti in Italia dalla Rivoluzione Francese ai nostri giorni, Roma,1915 pp.66-73,135-146,158-161,210-225.

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http://biblioborbonica.altervista.org/


D.R GIOVANNI CARBONERI

SEGRETARIO NELLA R. COMMISSIONE MONETARIA

LA CIRCOLAZIONE MONETARIA NEI DIVERSI STATI

CON TAVOLE DI RAGGUAGLIO E ILLUSTRAZIONI NEL TESTO

VOL. I.

MONETE E BIGLIETTI IN ITALIA DALLA RIVOLUZIONE

FRANCESE AI NOSTRI GIORNI

ROMA  1915   TIPOGRAFIA

DELL UNIONE EDITRICE, VIA FEDERICO CESI, 45

11. — REGNO DI NAPOLI E DI SICILIA

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Agosto 2018

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Napoli ebbe l’onore di avere la prima cattedra di economia politica in Europa (), inaugurata il 15 novembre 1758 dall’illustre salernitano Antonio Genovesi () e il primo libro scientifico sulle monete di Ferdinando Galiani ().11 progresso di tali studi non era però ancora riuscito a togliere il disordine nella circolazione monetaria del Regno delle Due Sicilie e il credito, escluso quello speciale e limitato dei Monti di Pietà e dei Monti frumentari, era colà ben poca cosa. Nè l’allora regnante Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia, pareva il più adatto a porvi rimedio.

Il Re Ferdinando, ignorante e grossolano, come dice l’Orsi (), non s’incaricava punto degli affari pubblici.

L’ammiraglio Acton, di origine inglese e favorito della Regina Maria Carolina d’Austria, dirigeva le sorti del Governo e sotto alla sua influenza, più che a riforme civili ed economiche si pensava all’esercito ed alla marina ().

Così caddero in dimenticanza i saggi provvedimenti in materia monetaria, che Carlo III, su proposta del suo consigliere, il celebre Tanucci, aveva ordinato per regolare uniformemente le monete delle Due Sicilie () e il credito, elle ristretto normalmente alla custodia di monete ed a prestiti su pegno di sicura esazione, si era mantenuto vivo, nonostante le burrascose vicende dei periodi anteriori, riceveva ora grave iattura dall’intervento governativo.

Esistevano sette bandii privati o Monti pii autorizzati ad emettere titoli negoziabili come moneta: il Banco della Pietà, sorto nel 1539 per prestar denaro sopra pegno senza interesse; il Sacro Monte dei Poveri creato nel 1553 per porre un argine all’usura, che opprimeva in special modo i poveri e i detenuti per debiti; il Banco di Santa Maria del Popolo, id. nel 1587; il Banco di San Giacomo, id. nel 1589; il Banco dello Spirito Santo, id. nel 1590; il Banco di Sant’Eligio, id. nel 1592 e il Banco del SS. Salvatore, id. nel 1040. Un ottavo Banco di emissione, sorto pur esso nel secolo XVI (1587), come opera di beneficenza, al pari degli altri sette, il Banco della SS. Annunziata era già in liquidazione e questa si protrarrà tino al 1880.

Tutti i suddetti banchi compievano su per giù le stesse operazioni, meno il Banco della Pietà e quello dei Poveri, che avevano a parte anche il servizio del Monte di Pietà. L’operazione più importante consisteva nell'accettazione di depositi infruttiferi a somma fissa o in conto corrente e nell’emissione delle corrispondenti fedi di credito, dette polizze o ricevute quando i depositi erano inferiori a 10 ducati, e delle madrifede, titoli nominativi trasmissibili per girata (— servizio apodissario).

Le fedi di credito rappresentavano un deposito di somme invariabile, mentre le fedeone o madrifede si riferivano ad un conto corrente e quindi erano stese su un foglio più in grande delle fedi ordinarie per poter contenere tutte le variazioni di attivo e passivo e specialmente i pagamenti che il Banco eseguiva per conto del deponente o del giratario del titolo su ordini speciali detti mandati o Polizze notate fede (specie di chéques bancari) aventi corso ristretto alla sola città di Napoli, ove avevano sede i banchi, mentre le fedi di credito e le fedeone circolavano, si può dire, per tutto il Regno.

Tanto sulle girate, quanto sui mandati poteva specificarsi l’oggetto dell’operazione o del pagamento, del che il Banco teneva nota nei propri registri, previa legalizzazione del notaio di fiducia del Banco stesso, per evitare frodi, e tali registrazioni potevano servire di prova legale di tra]tasso della proprietà non solo del titolo, ma anche dell’oggetto del contratto rappresentato magari da un immobile. Tali operazioni erano eseguite gratuitamente.

I prestiti dei banchi erano fatti a mite interesse, pur nondimeno il margine di guadagno era discreto per l’affluenza dei capitali di deposito, sicché, sotto Carlo III e fino a questo periodo, i sette Istituti avevano goduto una certa floridezza e poterono cogli avanzi concorrere efficacemente alle elemosine segrete, a dotazioni e ad altre opere di beneficenza cittadina.

Scrive il Monzilli () che nel 1788 i sette Banchi superstiti avevano una circolazione apodissaria di 21,420,11)5 ducati (più di 1)1 milioni di lire italiane) con una riserva metallica di 12,425,820 ducati, pari al 58%; dalle somme impiegate ad interesse, esclusi quindi i pegni gratuiti, ritraevano un utile di 524,444 ducati (5.80 o0), che bastava a coprire tutte le non lievi spese, ad elargire in opere di carità 108,082 ducati e ad aumentare il patrimonio di 02,748 ducati.

Ma da questo momento comincia pare l’assalto ai banchi da parte del fisco. Dapprima si tentò di carpire l’avanzo delle rendite, come patrimonio spettante allo Stato; poi, fallito il tentativo, per la tenace opposizione degli amministratori, vennero posti a loro carico oneri fiscali diversi, che finirono per porre in imbarazzo il movimento dei banchi stessi.

Per quanto si attiene alle specie metalliche si avevano due sistemi monetari separati () per ognuna delle due parti di cui si componeva il Pegno, e questi due sistemi, se tali si potevano chiamare, composti di monete le più svariate, aventi corso indifferentemente tanto al di qua (pianto al di là del Faro.

Quasi quasi si oserebbe dire che esse erano collegate fra loro dalla sola effigie del Re, che vi figurava sopra.

A Napoli si contava in base al ducato di L. it.4,25 circa (nel Decreto 18 ottobre 1811 figura per L. it.4.40), che dividevasi in 10 carlini o in 100 grani, ciascuno dei quali comprendeva 12 cavalli; e nelle pubbliche Banche in 5 tari di 20 grani ciascuno. Il tari di Napoli corrispondeva al valore di 2 carlini di Napoli o 2 tari di Sicilia.

Altre monete di conto erano: la patacca o ½ ducato; il tari di 1/5 di ducato; il carlino di 1/10 di ducato; la cinquina di 1/40 di ducato; la pubblica di circa 1/67 ducato (66 ¾ ); il grano di 1/100 di ducato; il tornese di 7200 di ducato, il quartino di 1/30 di ducato; il picciolo di 1/600 di ducato; il cavallo o callo di 1/1200 di ducato.

Monete del Regno di Napoli aventi corso legale in forzadelle prammatiche 27 novembre 1749 e 21 maggio 1784 ().

Monete d’oroValore In moneta napoletana = ducati
Pezzo <la sei ducati o doppia di sessanta carlini del

peso di !) trappesi e 17 ¼ acini al titolo di carati 21 ¾

6
Pezzo ila quattro ducati o doppia ili 40 carlini del

peso ili 0 trappesi e 11  ¾ acini al titolo ili carati 21  ¾

4
Pezzo ila due ducati o zecchino ili venti carlini ilei

pesi» di ‘1 trappesi e 5  ¾  acini al titolo di carati 21  ¾     

3
Monete d’argentoducati,

carlini, grana

Pezza o piastra vecchia ili centotrentadue grana ile) poso di 31 trappesi e 15 acini al titolo di onde 10 1-3-2
Pezza i» piastra vecchia di centoventi grana ilei peso di 28 trappesi e 15 acini al titolo ili oncie 1(11 -2-0
Pezza o piastra nuova anteriore al 1784 del peso di 28 trappesi e 10 acini a) titolo di oncie 10   ducati, acini, grana
Pezza o piastra del 1784 e seg del peso di 30 trappesi e 12 ¼, acini al titolo di oncie 10 1-2-0
Ducato anteriore al 1784 del peso di 24 trappesi e 12 ½ acini al titolo di oncie 101-2-0
Ducato del 1784 e seg del peso di 25 trappesi e 10 5/8 acini al titolo di oncie 101
Mezza piastra vecchia del peso di 15 trappesi e 17 ½ acini al titolo di oncie 101
Mezza piastra nuova anteriore al 1740 del peso di 15 trappesi e 17 ½ acini al titolo di once 10  0-6-6
Mezza piastra del 1749 e seg. del peso di 14 trappesi e 5 acini al peso di once 100-6
Mezzo ducato n patacca anteriore al 1784 del peso di 12 trappesi e 6 ¼ acini al titolo di oncie 10 0-6
Mezzo ducato del 1784 e seg. del peso di 12 trappesi e 15   5/16  acini al titolo di oncie 10 0-5
Quarto di ducato o due carlini e mezzo del peso di 6 trappesi e 7 acini al titolo di oncie 10    0-5
Pezzo di ventiquattro grana del peso di 5 trappesi e 15 acini al titolo di oncie 100-2-0
Pezzo da tredici grana del peso di 3 trappesi e 3  ½ acini al titolo di oncie 100-2-4
Pezzo da dodici grana del peso di 2 trappesi a 17  ½ acini al titolo di oncie 100-1-3
Tari del peso di 4 trappesi e 18   ½ acini al titolo di oncie 100-1-2
Tari del peso di 4 trappesi e 15   5/6  acini al titolo di di oncie 100-2-0
Carlino del peso di 2 trappesi e 6 acini al titolo di oncie 100-2-0
Carlino del peso di 2 trappesi e 9  ¼ acini al titolo di oncie 100-1-0
Carlino del peso di 2 trappesi e 7  ½ acini al titolo di oncie 100-1-0
Mezzo carlino del peso di 1 trappese e 2 acini al titolo di di oncie 100-1-0

Monete di rame

Del valore di
ducaticarlini grana cavalli
Pubblica0016
Mezza pubblica001--
Tornese0006
Pezzo da nove cavalli0009
da quattro cavalli0004
da tre cavalli 0003

Le monete estere vi avevano corso commerciale, ma bastavano quelle nazionali, specialmente le numerose specie d'argento e di rame, differenti fra loro in valore intrinseco per rendere complessa e confusa la circolazione.

Sopra tutto notevole è la variazione di peso nelle monete d'argento in seguito all'aumento di prezzo del metallo giallo, verificatosi dopo il 1784, perchè si venne qui a dare una soluzione opposta a quella di quasi tutti gli altri Stati, che in tale circostanza anziché accrescere il volume delle monete di argento avevano ridotto in proporzione il peso dei pezzi d’oro.

La Sicilia, governata da un viceré di Napoli e dotata fino allora di una certa autonomia (), aveva una circolazione propria, più regolare forse di quella di Napoli, sebbene anche nell'isola si fossero accumulate monete di diverse dinastie.

Come monete di conto servivano lo scudo o piastra o pezza siciliana di 12 tarì di Sicilia o 6 tarì di Napoli, pari a lire italiane 5,10 circa; il fiorino di 6 tarì o 12 carlini; il ducato di 10 tarì, pari a L. it. 4.25; l'oncia o onza di 30 tarì pari a lire ital. 12.75. Quest'ultima era la più in uso.

Il tarì si divideva in 20 granelli o grana o 2 carlini o 15 ponti o 120 piccoli o denari. Il tarì di Sicilia era equiparato ad un carlino di Napoli e il carlino di Sicilia a mezzo carlino o cinque grana di Napoli.

Le monete d'oro effettive, che si coniavano in base alle leggi per l'isola, erano: la doppia oncia, od onze due o 6 ducati di Sicilia e l'oncia semplice od onza o 30 tarì o 3 ducati di Sicilia del peso di 5 trappesi e del titolo di 21 carati ¾ ().

Come monete d’argento si avevano al titolo di oncie 10 e sterlini 3 per libbra: l’oncia di 30 tari o di 3 ducati del peso di oncie 2, trappesi 17 e coccia 8, lo scudo o piastra siciliana di 12 tari siciliani del peso di 31 trappesi, il mezzo scudo o 0 tari o fiorino, il terzo di scudo o 4 tari, il quarto di scudo o 3 tari, il pezzo da 40 grani o 2 tari, il tari, il carlino o grana 10 e il mezzo carlino o grana cinque di peso in proporzione.

Quest’ultima moneta del valore presso a poco di dieci centesimi di moneta italiana era già poco in uso per la sua estrema picciolezza, che la rendeva inadatta alla circolazione.

Giusta le istruzioni per la coniazione dell’argento, emanate con dispaccio Patrimoniale 22 luglio 1785 il quantitativo delle monete di metallo bianco doveva essere distribuito in modo che su cento oncie, venti fossero in pezzi da 12 tari, venti in fiorini, sedici in pezzi da quattro tari, sedici in pezzi da tre tari, sedici in pezzi da due tari, otto in pezzi da un tari e quattro in pezzi da un carlino.

Le monete d’argento da 30 tari non avevano limiti di coniazione.

Monete di rame: pezzi da 10,5,2 e 1 grano o grana e pezzi da 3 piccoli o mezzo grana.

Notevoli tutte queste monete pei motti che contengono e per i simboli dalle medesime rappresentati.

Vi circolavano inoltre le monete d’argento e d’oro del Napoletano e quelle dell’antico governo spagnuolo, sardo e austriaco, la maggior parte corrispondenti in valore alle monete siciliane già accennate oppure di valore diverso come i pezzi d’oro da sei once e da dodici tari di Carlo III di Spagna; i colonnati spagnuoli d’argento (dalle colonne d'Ercole che vi figuravano sopra) o pezzi da tari 1210 coi loro sottomultipli e le monete d’argento di grana 52, 48, 26, 24 di Carlo II ().

Per quanto si riferisce al credito, già erano spariti da tempo quei famosi banchi privati, dai quali, come dice il Cusumano (), l’isola trasse inestimabile profitto e vantaggio nei secoli xiv, xv e xvi, che furono i secoli del suo splendore commerciale e della sua più potente prosperità economica.

Rimanevano i banchi pubblici comunali sorti sulle rovine dei primi trasformati in mezzo a vicissitudini di ogni specie in semiigovernativi e cioè la Tavola di Palermo aperta nel 1553 per assicurare a tutti i cittadini il gratuito servizio di cassa, reso allora indispensabile per le peggiorate condizioni del sistema monetario; la Tavola di Messina fondata nel 1587 e il Banco comunale di Trapani detto di Prefetìa, perché posto alla dipendenza del Prefetto o capo dell’autorità comunale, il quale, ebbe origine verso la fine del secolo xv.

Essi avevano due funzioni principali:

a) il servizio di deposito e di giro di partite per conto di privati (= servizio di cassa dei privati);

b) il servizio di tesoreria per gli enti pubblici.

Anche questi banchi come quelli di Napoli avevano i mandati, le polizze e le fedi di partita di banco, che funzionavano come fedi di credito epperciò erano conosciute anche sotto questo nome.

I mandati erano emessi dalle amministrazioni depositanti e le polizze e le fedi nominative servivano in special modo ai pagamenti ed alle compensazioni e quindi, secondo il Cusumano (), erano poco adatte a servire come titolo di circolazione.

8. REGNO DI NAPOLI E DI SICILIA

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Nel Regno delle Due Sicilie si continua, dopo il 1780, l’indirizzo monetario e di credito inaugurato dai Borboni.

Aumentano, per ordine del sovrano, le varietà di specie metalliche più per bizzarria di novità o spirito d’arte che per sentito bisogno e la circolazione apodissaria va sempre più accentrandosi nelle mani dello Stato, che da essa trae motivo di mezzi per l’erario.

Molteplici sono le monete borboniche emesse sotto Ferdinando IV (), nel periodo anteriore ai Napoleonidi 1759180(5 e cioè: pezzi da sei ducati, quattro ducati e due ducati in oro; piastra, ducato, mezza piastra, mezzo ducato o patacca, quarto di ducato, doppio carlino, carlino, mezzo carlino di argento; pezzi da dieci tornesi o cinque grana, otto tornesi o quattro grana, cinque tornesi, sei tornesi o tre grana, quattro tornesi o due grana, tre tornesi o pubblica, dodici cavalli o grano, nove cavalli o mezza pubblica, sei cavalli o tornese, quattro cavalli, tre cavalli e quattrini coi loro multipli di rame ().

Questi ultimi erano stati coniati per lo stato dei Presidii in Toscana, che dipendeva allora dal Regno di Napoli.

Interessanti come documento storico sono le monete della effimera Repubblica Partenopea 23 gennaio 13 giugno 1799, che rispecchiano le idee di rinnovato entusiasmo popolare, suscitate nei patriotti napoletani dal'arrivo dei francesi di Championnet.

Questi ultimi erano stati coniati per lo stato dei Presidii in Toscana, che dipendeva allora dal Regno di Napoli.

Interessanti come documento storico sono le monete della effimera Repubblica Partenopea 23 gennaio 13 giugno 1799, che rispecchiano le idee di rinnovato entusiasmo popolare, suscitate nei patriotti napoletani dall’arrivo dei francesi di Championnet.

Peccato che l’esplosione di questo sentimento dovesse essere  scontata nel suo inizio e prima ancora dell’intervento armato delle bande reazionarie della regina Carolina, colla carta moneta, della quale del resto abusarono quasi tutti i pseudo governi democratici d’allora per procurarsi le necessarie risorse!

Della Repubblica Partenopea si Inumo monete d’argento da 12 e G carlini e di bronzo da 6 e 4 tornesi del sistema già in uso nel Napoletano con lieve variante nel titolo e nel peso. Le monete d’argento portano una figura muliebre rappresentante la dea della Libertà in piedi volta a destra, che si appoggia ad un’asta sormontata dal pileo e tiene, con la sinistra rialzata, il fascio consolare.

Attorno è la leggenda: «Repubblica Napoletana» e nel rovescio, al centro, l’indicazione del valore contornata da una corona di quercia, attorno cui gira la leggenda «Anno settimo della Libertà». Le monete di bronzo hanno da una parte il fascio consolare sormontato dal berretto frigio colla leggenda «Repubblica Napoletana» e dall’altra l’indicazione del valore entro una corona di quercia attorno alla quale è la leggenda «Anno settimo della libertà».

Le monete di Giuseppe Napoleone (30 marzo 1806 -  6 settembre 1808) corrispondono per titolo, peso e diametro a quelle borboniche e sono la doppia o pezza di fi ducati e le once o pezzi da tre ducati in oro e i pezzi d’argento da 12 e G carlini, il tari o doppio carlino e il carlino. Inoltre egli ristabiliva i pezzi d’argento da 4 e 3 carlini, che i Borboni più non coniavano dopo il 1735. Portano da un lato la testa del Re nuda colla leggenda «Joseph Napol. d. G. Utr. Sicil. Rex» e dall’altra parte uno stemma coronato fiancheggiato da due sirene e attorno la leggenda «Trine. Gallic. Magn. Elect Imp.»; sul taglio si legge «Custos Regni Deus».

Gioacchino Murat (1808-1815), come nelle sue decisioni di carattere politico, così anche nella scelta del sistema monetario fu assai incerto.

Dapprima autorizzò la coniazione di piastre d’argento e di monete di rame dell’antico sistema.

Si coniarono infatti nel 1809 e 1810 pezzi da una piastra d’argento, da tre grana e due grana di rame coll’effigie di Murat e la leggenda «Gioacchino Napoleone Re delle Due Sicilie Princ. e Grand’Ammir. di Franc.».

Poi, introdotto nello Stato il sistema decimale del tipo francese coll’unità monetaria nella lira pari al franco, fece coniare monete da

Fig.7. L.20 (fig.7) e 40 d’oro (fig.8), da 50 centesimi, da L..1,2 e 5 d’argento; e da 1,2,8,5 e 10 centesimi di rame, prescrivendo nei contratti pubblici e nelle scritture e nelle contabilità dello Stato il calcolo colla nuova moneta.

La monetazione decimale va dal 1811 al 1818. Nel 1810 si coniarono già pezzi da 40 franchi colle stesse effigie dianzi ricordate e cioè da un lato, la testa nuda del Re colla leggenda «Gioacchino Napoleone Re delle Due Sicilie» e dall’altra «trancili 40» nel campo in due linee entro ad una corona di alloro, attorno cui gira la leggenda «Princ. Grand’Ammir. di Frane.» e il millesimo. Ma queste monete non sono effettivamente decimali per il titolo.

I pezzi decimali d’oro e d’argento portano pure la testa nuda del Re, ma con leggenda più semplice «Gioacchino Napoleone» e il millesimo è nel lato destro anziché nel verso; nel rovescio, hanno al centro l’indicazione del valore entro aduna corona di alloro e di ulivo con

attorno la leggenda «Regno delle Due Sicilie»; solo il pezzo da 5 lire (fig.9) in argento ha nel verso lo stemma. Le monete di rame hanno il diritto come quelle d’oro e d’argento, però il millesimo trovasi sull’altra Fig.8.

parte della moneta, la quale non ha fregi speciali, contenendo semplicemente l’indicazione del valore e dell’anno di coniazione nel campo, con attorno la leggenda «Regno delle Due Sicilie».

Gli scudi d’argento e le monete d’oro da  20 e 40 lire di Murat hanno ancora corso attualmente in Italia, ma queste due ultime sono ormai rare e già ricercate per un valore numismatico superiore a quello reale.

Il ragguaglio fra l’antica moneta e la nuova era allora di lire 4.40 per ducato per le monete d’oro e d’argento e di centesimi quattro per ogni grano nelle altre.

Il Murat però s’era illuso di variare d’un tratto le abitudini monetarie del popolo; accortosi poi della difficoltà di riuscita, autorizzò il ritorno al sistema primitivo del ducato (), solo conservando il calcolo decimale, per cui il grano, che costituiva la centesima parte del ducato, veniva a dividersi non più in dodici parti o calli, bensì in dieci. Intanto, ad imitazione di quanto era stato praticato in Sicilia,

    

Fig. 9.


veniva ridotto anche nel napoletano il valore nominale delle monete di rame da cinque e quattro grani rispettivamente a quattro e due grani e mezzo.

La circolazione cartacea peggiora in questo tempo () per l’intromissione del governo nell’amministrazione dei sette banchi che la emettevano.

L’autonomia di questi banchi non era più che di nome: essi erano stati dapprima obbligati a pagare stipendi e pensioni per conto dello Stato () poi a mutuare ragguardevoli. somme agli imprenditori delle imposte, indi a cedere al fisco l’importo dei depositi condizionati e vincolati e 'infine a dare in prestito al Tesoro gran parte delle somme disponibili e quando, dice il Monzilli (), furono esaurite le riserve metalliche, i ministri obbligarono i Banchi ad emettere fedi di credito per conto dello Stato senza il corrispondente introito del valsente in moneta, e ad avvalorare polizze notate, per le quali la finanza non aveva alcun credito nella madre fede.

Le così dette fedi vacue aumentarono talmente di numero che quando nel 1795 i sette banchi vennero unificati e messi sotto l’amministrazione diretta dello Stato, già sommavano a 45 milioni di ducati e fu giuocoforza sospenderne il cambio in moneta metallica, decretando il corso forzoso.

Di qui comincia una serie di sventure pei Banchi di Napoli, che nel 1798 si videro ancora una volta dilapidata la cassa dal Re profugo in Sicilia () e non poterono più rialzare il credito dei loro titoli ridotti ormai a meno di un quinto del valore di emissione ().

La Repubblica Partenopea tentò dapprima di rimborsare i titoli di credito dei Banchi, ma in quel periodo tumultuario se ne concluse nulla. Ritornati per breve tempo i Borboni, venne ammesso il cambio dei biglietti con rendita 3 °0, e ciò si sarebbe facilmente ottenuto, se non si fossero accordati limiti troppo ristretti ai possessori dei titoli per l’operazione; i rimanenti titoli vennero senz’altro dichiarati nulli coll’editto 10 ottobre 1800.

Cosicché, secondo il Monzilli (), si calcolano a 15 milioni di ducati le fedi e polizze non rimborsate e il cui ammontare andò a profitto dell’Erario, gettando sempre più la sfiducia sui titoli dei banchi.

Il Rota () spiega in altro modo questo fatto, giungendo però alle stesse conclusioni: «Il Re non pagò mai il debito suo, promesse molte e replicate egli fece di aggiustare gli affari del Rauco; ma furono promesse bugiarde.

«Nel 1800 fu promesso ai portatori delle fedi che sarebbero stati pagati colla vendita dei beni confiscati ai rei di Stato o appartenenti alle aziende della pubblica istruzione.

«Benché i beni venissero messi in vendita ad un prezzo tre volte superiore del loro valore reale, tutti corsero per convertire le fedi di credito in terre. Pochissimi però lo poterono, perché le vendite furono tenute allerte solo per pochi giorni e con tali inciampi che la gran parte dei possessori di fedi di credito per quanto si affrettassero videro scorrere il termine fatale fissato per la conversione delle fedi in beni stabili senza potersi liberare di quelle carte».

Coll’editto 18 agosto 1803 fu ripristinato l’antico regime libero dei Banchi nella speranza di poter loro ridonare la intiera fiducia, ma il provvedimento non arrecò effettivo beneficio, mancando ad essi i capitali necessari, dei quali erano stati spogliati. Questo ordinamento durò fino al 1800.

Scacciati in quell’anno i Borboni da Napoli, Giuseppe Napoleone non indugiò ad occuparsi della sorte degli Istituti di credito () separando il Banco di S. Giacomo detto poi Banco di Corte, al quale affidò il servizio di tesoreria per lo Stato, e fondendo gli altri sei Banchi detti dei privati in uno solo cioè nel Banco della Pietà, con quattro casse distinte, ma dipendenti da un’unica amministrazione.

Questo banco dei privati, formato, come dice il Bianchini, op. cit., dai miserabili avanzi di un grande naufragio e che aveva infelicemente rappresentati gli antichi bandii, fu soppresso nel 1808 e i suoi beni passarono al demanio. I suoi crediti furono riuniti alla cassa di ammortizzazione e posti a carico dello Stato.

Rimase il banco di S. Giacomo incaricato pure della cassa dei privati.

Chiamato poco appresso Giuseppe Bonaparte al trono di Spagna e passata la corona del Bearne di Napoli al cognato Gioacchino Murat questi nel dicembre dell’anno stesso (1808) autorizzava la creazione di un Banco di sconto per servizio dei privati, lasciando nuovamente al Banco di S. Giacomo il solo incarico del Tesoro (). Il costituendo Banco nazionale delle Due Sicilie doveva essere foggiato sul grande istituto di Francia con un capitale di un milione di ducati, diviso in 4000 azioni, ed essere autorizzato all'emissione di biglietti pagabili a vista. Ma l’ardito tentativo non ebbe esito fortunato perché mancarono le sottoscrizioni. Sembrava, aggiunge il Bianchini, «che non fosse cessata la sciagura che perseguitava qualsiasi nostro banco, perocché, istituito appena questo novello banco, essendosi conosciuta la sua inefficacia, ed una specie di pregiudizio che dicevasi recare a quello di Corte, né di vantaggio avendo il pubblico alcuna opinione di esso, fu abolito ai 20 novembre del 1800, e riunito allo stesso Banco di Corte in un solo edificio sotto il nome di Banco delle Due Sicilie».

Il nuovo Banco delle Due Sicilie ebbe facoltà di emettere polizze e fedi di credito, ma non più biglietti a vista.

Esso doveva fare il servizio del Tesoro e dei privati e ciò fu un male, poiché l’Erario ingordo assorbiva la maggior parte delle disponibilità del Banco, causando nuova penuria di moneta per il cambio dei titoli apodissari e per conseguenza il discredito di queste carte bancali, le uniche che circolavano nel Regno di Napoli come moneta.

10. — SICILIA

Nella Sicilia nulla venne mutato, relativamente alla circolazione, essendo continuato il Governo degli antichi monarchi borbonici, anche durante la bufera che s’era scatenata sulla penisola ().

Si continuarono a coniare le monete solite: oncie d’oro e d’argento 0 30 tari; doppie oncie d’oro e le piastre d’argento 12 tari, le mezze piastre d’argento o 6 tari e i pezzi d’argento da 40,.40, 20, 10 e 5 grana; le monete di rame da 10, 5, 2 e 1 grana e mezzo grana o tre piccoli ().

Di una sola innovazione occorre far menzione.

Con dispaccio 6 aprile 1796, per rendere più uniforme il sistema monetario delle due parti del Regno di qua e di là dal Faro, si prescrisse che lo scudo siciliano o piastra fosse equiparato al pezzo di 12 carlini di Napoli, riducendone il valore di grana tre e piccoli due e un quarto e nel 1801 venne disciplinata la coniazione delle monete di rame.

Nelle monete di Sicilia del periodo 1806-1815 Ferdinando di Borbone figura ancora Re delle Due Sicilie, quantunque con lo stesso titolo e nell’epoca stessa un altro Re facesse coniare in Napoli monete di identico valore.

Il che ha fatto dire allo storico Colletta (): «Due Re di un regno contemporanei confonderebbero la mente dei posteri, se le medaglie, non le istorie, si conservassero».

Bisogna però tener presente che le monete di Sicilia si distinguevano assai bene da quelle coniate a Napoli per i territori ali di là del Faro, poiché varia va iu esse il titolo regale e l’impronta, in tutte le monete veniate per il Napoletano, Ferdinando di Borbone appare col titolo di «Ferdinandus IV Siciliarum rex» e non porta hi corona; nelle monete siciliane invece, il titolo è «Ferdinandus ili Siciliarum rex» e in testa del Re, specialmente nel periodo di relegazione 1806-1815 si vede incoronata del diadema a punte; (radiata) dei Re Normanni.

Notevoli in questo periodo sono i due modelli delle onze d’argento, specialmente per il simbolo del verso raffigurante la Fenice, che risorge dal fuoco e guarda il sole oppure si libra solfali; accanto è il motto famoso «ex auro argentea resurgit» e nell’esergo il millesimo. Nel diritto è la figura del Re (busto o testa) con la leggenda «Ferdinandus d. G. Sicil. et Hier. Rex» T. 30.

Nelle onze e doppie d’oro che circolavano soltanto a valor commerciale figura l’emblema della Trinacria o Triquetra entro ad una corona di rami di alloro; nel diritto è l’effigie del Re (testa) incoronata e la leggenda, come sopra, e il millesimo nell’esergo.

Tre sono i modelli della piastra. In uno trovasi la figura del. Re (semibusto) colla leggenda «Ferdinandus d. G. Sicil. et Hier. Rex» e il millesimo; dall’altra parte, l’aquila siciliana incoronata con so]ira la leggenda «Hispan. Infans». Nell’altro tipo, al posto del millesimo nel diritto, trovasi l’indicazione del valore (=T.12) e nel rovescio, l’aquila porta lo stemma quadrato in petto; attorno gira la leggenda «Hispaniarum Infans» col millesimo nell’esergo. Nel terzo modello la testa del Re è attorniata da un cerchietto, entro il quale gira la leggenda «Ferdinandus III. d. G. Rex» e l’indicazione «Tari 12» e dall’altra parte trovasi l’aquila gradiente entro una semicorona (ghirlanda) di due rami di alloro, attorno ai quali gira un clarinetto racchiudente la leggenda «Utr. Sic. Hier. Infans Hisp.» e il millesimo. Sul taglio leggesi il motto: «Sub bono principe nulla dolo via».

Parimenti, esistono due tipi di mezza piastra. Ambedue hanno nel diritto l’effigie del Re (semibusto) con la leggenda «Ferdinandus d. G. Sicil. et Hier. Rex», ma nel rovescio l’uno lui la croce greca avente a tre lati piccola corona (— figura dei tre Regni) e l’altro l’aquila incoronata con stemma in petto poggiata alla croce greca, come sopra, e attorno, in entrambi, la leggenda «Hispan. Infans» e il millesimo.

Il pezzo da 40 grani o 4 tari ha da una parte l’effigio Reale con la leggenda «Ferdinandus  d. G. Sicil. et Hier. Rex» e il millesimo; e dall’altra l’aquila incoronato o senza corona con la leggenda sopra «Hispaniarum Infans». Il modello del pezzo da 50 grani è identico, salvo il valore, ai tipi della mezza piastra e i pezzi da 20,10 e 5 grana d’argento a quello di 40 grana con più abbreviazioni.

La moneta da 10 grana di rame lui da un lato l'effigie del Re incoronata e la leggenda solita col millesimo; dall’altro lato, due cornucopie intrecciate racchiudenti una spica nel mezzo, con la leggenda attorno «Felicitas Publica» e l’indicazione del valore (G.10) nell’esergo oppure l’aquila incoronata da una parte e l’indicazione «10 grani» col millesimo dall’altra. Identico è pure il diritto dei pezzi da ò grana di rame, i quali hanno dall’altro lato una lìgura di donna seduta, col motto all’intorno «Securitas Publica» e il millesimo nell’esergo, oppure hanno l’aquila coronata nel diritto e nel verso l’indicazione del valore e del millesimo.

Dei pezzi da 2 e 1 grana si hanno due modelli in questo periodo: quello più antico avente nel diritto l’aquila siciliana incoronata, con le ali spiegate e la leggenda «Ferd. d. G. Sic. Rex» con l’indicazione del valore e nel rovescio la leggenda «ut commodius» col millesimo al centro entro ad un ornato e di questo tipo era pure l’antica cinquina; e l’altro, avente nel diritto la testa incoronata del Re con la relativa leggenda e nel rovescio il pegaso alato per i pezzi da 2 grana e un grappolo d’uva per i pezzi da grana 1.

Il mezzo grana tre cavalli è simile nel diritto al primo tipo di queste due monete, e nel rovescio porta il n. . ‘5 e il millesimo entro ad un ornato.

Si può ancora accennare di sfuggita che nel 1813-1814 vennero coniate alla Zecca di Palermo monete d’oro «sterlini», per l’Inghilterra, la quale aveva stabilito nella Sicilia e a Malta la sua base d’azione navale per molestare lo coste territoriali dell’Impero francese e degli Stati alleati al medesimo e teneva, si può dire, sotto tutela il Governo di Sicilia ().

Aumenta in questo periodo l’ingerenza governativa nelle cosi dei Banchi pubblici; ciò non impedisce che nel 1799 la Tavola di Palermo, la maggiore istituzione dell’isola, debba sospendere i pagamenti a causa specialmente della moneta deprezzata () giacente nelle Casse e della falsificazione delle polizze di Banco.

Ma poiché il pubblico, dice il Cusumano (1), attribuiva il fallimento del Banco alle frodi, furti e ruberie commesse da impiegati e da cittadini si nominò, in quella occasione, una Giunta pei furti del Banco, e furono iniziati vari processi, che effettivamente portarono alla scoperta e punizione dei rei; dopodiché il Banco potè soddisfare alla meglio i suoi creditori nella somma di onze 197.177, ma venne sempre più ad aumentarsi ed a consolidarsi l’autorità del Sovrano, per mezzo del R. Delegato del Banco, sulle cose del Banco Comunale, i cui impiegati benché in via straordinaria, vennero nominati direttamente dal Re nel 1801; e in ragione dello aumento d’ingerenza dell’autorità politica e della diminuzione dei poteri del Senato, il quale restò sempre responsabile e garante degli affari dell’istituto, il Banco di Palermo, non più rispondente ormai alle esigenze ed ai bisogni commerciali del tempo, andava perdendo la fiducia dei suoi clienti, allora in gran iiarte palermitani. Purtuttavia non era del tutto scemata la sua antica importanza, perché ancora nel 1812 il suo movimento semestrale di Cassa, per introiti ed esiti effettivi, oltre le gire di posto ed i mandati, ammontava a 4 milioni di onze di L. it.12,75 (= L. it. 51.000.000).

6. — REGNO DELLE DUE SICILIE

Nel Regno delle Due Sicilie la via alla reazione monetaria era già stata agevolata dallo stesso Gioacchino Murat, clic, nel 1814, misconoscendo il sistema monetario tipo francese, da esso istituito tre anni jjrima, aveva fatto ritorno all’antico, ridotto però a base decimale, con diminuzione del valore delle monete di rame.

Ferdinando I di Borbone, deplorando le innovazioni dei predecessori, ripristinava per poco le monete nel loro valore nominale fissato dalle antiche leggi e per cancellare ogni traccia del cosiddetto governo rivoluzionario, che l’aveva privato per nove anni della parte continentale del Regno, dava opera per la reimpressione delle piastre della Repubblica napoletana e di quelle del regno di Giuseppe Napoleone e di Gioacchino Murat. Queste monete differiscono dalle altre per un R maiuscolo che vi figura inciso e che significa reimpressa, ripercossa o ribattuta.

Contemporaneamente si predisponeva una moneta a perenne oblìo del passato, rappresentante una figura muliebre in piedi con face accesa in atto di appiccare il fuoco a manoscritti e libri () e con la leggenda «Seni] ti terna praeteritarum rerum oblivio», la quale rimase poi allo stato di progetto.

Non si può negare ad ogni modo che il Borbone non abbia introdotte alcune innovazioni utili nei sistemi di scambio ().

Così abbandonando in parte le teorie economiche dell’antica scuola francese, sciolse da ogni vincolo la circolazione internazionale delle monete, permettendo quindi la libera esportazione nel commercio nazionale ed accettando le monete estere non più in base a tariffe fisse (meno la piastra di Spagna calcolata carlini dodici e grana quattro), ma secondo il corso dei cambi che dovevano settimanalmente pubblicarsi dalle borse di Napoli, Palermo e Messina, sebbene in effetto non sempre sia stato mantenuto il principio del libero scambio.

Sopratutto degno di menzione in questo periodo è lo statuto monetario pubblicato tanto per Napoli quanto per la Sicilia il 20 aprile 1818, che secondo il Bianchini ed il Guidi, op. cit., costituisce la prima miglior legge che un tale obbietto si facesse in Europa, talché venne ovunque lodata e in vari Stati imitata.

Tale elogio va un poco attenuato, perché se è indubbiamente merito di questa nuova legge d’aver fissato stabilmente un sistema organico ed uniforme di monete, là dove prima regnava la più grande anarchia, altrettanto non si può dire della scelta del tipo monetario, che può dare motivo ad osservazioni.

Con questo atto la circolazione monetaria si orientava su nuove basi: veniva soppresso il rapporto legale fra le varie specie di monete, riducendosi il sistema ad un monometallismo argenteo puro, quale si aveva allora in tanti Stati del vecchio e del nuovo continente. La consacrazione del regime argenteo, mentre ha impoverito la circolazione, l’ha assoggettata a tutti gli inconvenienti delle frequenti oscillazioni dei prezzi del metallo bianco e la moltiplicità delle specie monetarie ha diminuito i vantaggi, che si potevano sperare dall’uniformità di monete per tutto il regno.

Secondo la nuova legge, l’unità monetaria era il ducato di argento di gr. 22 943/1000 titolo di 833  ½ e del valore di lire it.4.25, diviso in 100 centesimi, detti grana al di qua del Faro e baiocchi al di là, suddivisi alla lor volta in 10 cavalli o calli, detti in Sicilia anche piccioli.

Le monete effettive d’argento dovevano essere: il carlino o decimo di ducato, detto tari in Sicilia, di L. it. 0.425, il doppio carlino o tari di Napoli a doppio tari di Sicilia, il li carlini o 0 tari di Sicilia, il 12 carlini o 12 tari o scudo di Sicilia. Al disotto di 10 grana il valore delle monete sarebbe stato rappresentato da monete di rame: ½ grano o tornese napoletano, detto in Sicilia grano o mezzo baiocco; grano, detto in Sicilia baiocco o 2 grana; 2 grana e mezzo o cinquina, detto in Sicilia 5 grana siciliane o 2 baiocchi e mezzo; 5 grana, dette in Sicilia 10 grana o 5 baiocchi.

Le monete d’oro potevano avere soltanto corso fiduciario ed erano: l’oncetta, del valore di 3 ducati e del peso di gr. 3.780 al titolo di 996 millesimi; la doppia di ducati sei; la quintupla di 15 ducati; la decupla, di 30 ducati.

Successivamente si aggiunsero altre monete, quali la dupla di 6 ducati d’oro; in rame: il mezzo tornese o 2 decimi e mezzo di grano corrispondente all’antica moneta di cavalli 3, il pezzo da ½ tornese o 7 decimi e mezzo di grano corrispondente all’antico pezzo da cavalli 9, il pezzo da 3 tornesi corrispondente all’antica moneta detta pubblica; in argento: il mezzo carlino.

La produzione monetaria nell’ultimo periodo della dominazione borbonica a Napoli che va dal 1815 al 1860, è stata abbondantissima specialmente di monete di argento e di appunto.

Il Bianchini dà diverse spiegazioni più o meno attendibili di questo fatto; è certo però che in gran parte esso è dovuto al difetto della legge del 1818, che autorizzava la Zecca ad accettare metallo bianco ad un prezzo fisso, dando in cambio altrettante monete correnti, che potevano subito essere ritirate dal Banco di Napoli. Quando i prezzi dell’argento diminuirono, l’affluenza alla Zecca fu enorme. In pochi mesi del 1851, dice il Bianchini, più di nove o dieci milioni di ducati in verghe e monete straniere sono stati immessi nella Zecca, i quali avrebbero dovuto rimanere giacenti per nove o dieci anni, non potendo lo stabilimento monetario provvedere a tante richieste.

Ciò naturalmente doveva avere un’influenza deleteria sul corso della moneta e dei cambi, e difatti noi assistiamo ad un costante rinvilìo della moneta napoletana ed al cambio sfavorevole con quasi tutti gli altri paesi, col quale il Regno di Napoli aveva rapporti di commercio. Né valse a rimediare al lamentato inconveniente la mutazione di prezzo e la dotazione accordata più tardi alla Zecca per il pagamento delle partite di argento.

Per fortuna i prezzi del metallo bianco migliorarono alquanto in rapporto all’oro in seguito alle scoperte aurifere della California e dell’Australia, e quindi il danno fu minore, ma esso ridondò poi a tutto svantaggio del Governo italiano successo a quello borbonico.

Per quanto riguarda i tipi monetari (), noi ne troviamo in quantità per ognuna delle diverse specie e purtroppo vi troviamo anche variazioni di titolo che si rivelarono poi all’atto del ritiro dopo il 1861.

Sotto il regno di Ferdinando IV (1813-1810) si ebbero: pezzi da 1 piastra, da ½ piastra e da 1 carlino di argento, e pezzi da 8 tornesi e 5 tornesi di rame.

Le monete di argento portano da una parte il busto del Re con testa nuda e capelli ricciuti e dall’altra lo stemma ovale dei Borboni coronato fra due steli di spighe; le monete di rame hanno da una parte la testa del Re coronata e dall’altra la semplice indicazione del valore in tre linee.

Quando Ferdinando IV, rinnegando la costituzione siciliana, divenne Re assoluto del Regno delle Due Sicilie (8 dicembre 1816) col titolo di Ferdinando I, aumentarono le specie monetarie, cambiando impronte e leggende; alla dizione «Siciliarum et Hierusalem rex» si sostituì l’altra «regni Siciliarum (o regni utriusque Siciliae) et Hierusalem rex». Si ebbero intanto monete di oro da 3,13 e 30 ducati, sulle quali la testa ricciuta del Re appare coronata; e costituisce il verso delle monete stesse un genio in piedi, che posa la destra su di un cuscino sostenente la corona Reale, sovrapposto ad una colonna, mentre con la sinistra tiene diritto uno scudo ovale coi tre gigli. Le monete di oro, oltre l’indicazione del valore hanno pure quelle del peso e del titolo.

Le monete d’argento sono: la piastra, la ½ piastra, il tari o due carlini e il carlino con testa del Re incoronata e stemma pure coronato, ovale nei pezzi minori, e, decorato cogli ordini cavallereschi, nella piastra e mezza piastra.

Le monete di rame sono di tre tipi, tutte però hanno nel diritto la testa del Re coronata: 10 tornesi o 5 grana e 5 tornesi, aventi la corona nel rovescio coll’indicazione del valore e del millesimo; 8 tornesi,5 tornesi e 4 tornesi con la semplice indicazione del valore e del millesimo sul verso ed il tornese, che dalla parte stessa, attorno all’indicazione del valore e del millesimo, ha una corona di alloro.

Di Francesco I (1825-1830) esistono monete da 3, 6, 15 e 30 ducati d’oro; da 1 piastra, ½ piastra, 2 carlini, 1 carlino d’argento; da 10 tornesi, 5 tornesi (cinquina), 2 tornesi e 1 tornese di rame, tutte sul tipo precedente, essendosi cambiata soltanto l’effigie di Ferdinando I con quella di Francesco I. È da tener presente soltanto che tutte le monete di rame hanno nel verso la corona oltre l’indicazione del valore e del millesimo; e le monete d’argento da dodici e sei carlini colle decuple e quintuple d’oro portano incavato nel contorno il motto «Provividentia optimi principis».

Più numerose sono le coniazioni sotto Ferdinando II (1830-1859) tanto sotto l’aspetto quantitativo quanto sotto quello qualitativo.

Le monete d’oro vi appaiono con impronte diverse per ognuno dei quattro tagli, in cui si scomponevano, cioè dei pezzi da 30, là,6 e 3 ducati. Figura in tutti il genio dei Borboni in piedi, elle si appoggia con la mano destra ad un cuscino, avente sopra la corona reale, posto su di una colonna e con la sinistra tiene uno scudo ovale con tre gigli; ma, mentre nelle monete da 3 a 6 ducati e in quelle più recenti da 15 a 30 ducati esso ha le ali, ne è sprovvisto affatto nelle coniazioni antiche di questi ultimi due tagli. Inoltre l’effigie del Ile comparisce ora imberbe, or barbuta, ora coi capelli abbassati sulla fronte ed ora ricciuti e questo si osserva anche nelle monete d’argento, che portano tutte nel verso lo stemma coronato e la leggenda, come in genere anche nelle altre monete, in latino e comprendono pezzi: da una piastra, da mezza piastra, da due carlini o un tari, da un carlino, da mezzo carlino o cinque grana.

Anche nelle monete di rame la figura del Re si cambia secondo l’acconciatura dei capelli e la comparsa o meno della barba; nel resto, v’è sempre la corona con sotto l’indicazione del valore in italiano e del millesimo.

Se ne conoscono sette specie e cioè: da 10 tornesi o 5 grana, da 5 tornesi o cinquina, da 3 tornesi o pubblica, da 2 tornesi o grana, da un tornese e mezzo o nove cavalli, da un tornese sei cavalli, da mezzo tornese o tre cavalli.

Di Francesco II (a. 1859-1861) si conoscono soltanto le seguenti monete: la piastra e il tari d’argento; il pezzo da 10 torneai e quello da due tornesi di rame. Assai interessanti per numismatici sono le monete di questo Re coniate a Roma, al tempo dell’assedio di Gaeta nel 1861 ().

Le monete d’argento hanno le impronte delle corrispondenti di Ferdinando II, salvo naturalmente il cambiamento dell'effigie e della leggenda del Re; nelle monete di rame è stato sostituito il giglio alla corona, che figurava su tutte le analoghe monete del precedente regno. Il motto «Providentia optimi principis» è in rilievo anziché in incavo come nelle precedenti.

Tutta la monetazione regolare dal 1815 in poi venne eseguita a Napoli. A Palermo si ebbe soltanto un tentativo di coniazione nel 1836; tentativo fallito, poiché da Napoli venne subito l’ordine di distruggere le monete in parola. I pochi esemplari rimasti sono quindi a considerarsi come prove di zecca, essendone stata proibita l’emissione a causa della iscrizione posta sui medesimi. Essi portano ancora l’antica leggenda «Siciliarum et Hier. rex» anziché quella di prammatica «Regni Siciliarum Utr. Sic. et Hier. Rex».

La Zecca di Napoli dipendeva dall’Amministrazione generale delle monete nella stessa città, alla cui direzione stava il reggente del Banco delle Due Sicilie; quella di Palermo, adibita in questo periodo a lavori estranei alla monetazione, si trovava alla dipendenza della Direzione generale dei rami e diritti diversi.

Con le nuove monete, che si andavano coniando, circolavano le antiche, tanto del Regno di Napoli, quanto estere già in corso; dimodoché anziché semplificare i sistemi metallici di scambio, se ne erano aumentate le specie (), e queste si accrescevano ancora pel fatto che la coniazione dell’oro e dell’argento era libera. Oltracciò seguitavano ad esistere le differenze monetarie di calcolo fra Napoli e la Sicilia, né valse a rimediare a questo inconveniente il decreto del 1820, che prescriveva la medesima nomenclatura monetaria di ducati, grana e cavalli, tanto pei domini di qua quanto per quelli al di là del Faro.

Contemporaneamente seguitavano a circolare, come moneta titoli nominativi del Banco delle Due Sicilie, che nel 1810, con la restaurazione dei Borboni, venne costituito in due distinte casse, l’una pel servizio del tesoro, detta Cassa di Corte, e l’altra per servizio dei privati, detta Cassa dei privati.

La prima, posta nel locale dell’antico Banco di S. Giacomo, era un vero istituto governativo ad uso e vantaggio esclusivamente del Tesoro e poteva emettere fedi di credito, tanto in argento quanto in rame; la seconda, posta nell'edificio dell’antico Banco del Monte di Pietà eseguiva il servizio apodissario per conto dei privati e dei corpi morali, ma riceveva depositi soltanto in argento ().

Fu questa una provvida disposizione, che doveva impedire la confusione fra il danaro dei privati e quello dello Stato, ma purtroppo, dipendendo in effetto anche la Cassa dei privati dall’Amministrazione dello Stato, le esigenze dell’Erario non di rado avevano la preponderanza su quelle del commercio, con danno effettivo dell’economia del paese.

Nell’anno 1818 fu alla Cassa di Corte aggiunta una Cassa di sconto; questa istituzione, dice il Rota (), annunciata come una prova dell’interesse che il Governo prendeva alla prosperità del commercio e dell’industria, non servì poi che quasi esclusivamente allo sconto di buoni del tesoro ed alle anticipazioni sopra rendita pubblica.

Più tardi si istituiva una seconda Cassa di Corte a Napoli, detta dello Spirito Santo ed una rispettivamente a Palermo e Messina, con facoltà di emettere proprie fedi di credito o polizze in corrispondenza ai depositi che ricevevano. Dette polizze, al pari di quelle della prima Cassa di Corte e della Cassa dei privati, avevano corso obbligatorio per le pubbliche casse ed erano liberamente accettate nelle contrattazioni private.

Nel 1857 una nuova Cassa di Corte venne istituita a Bari e nel 1860 due Casse di Corte e di sconto venivano autorizzate per Reggio Calabria e Chieti. Quest’ultimo provvedimento non potè però avere attuazione sotto i Borboni ().

Il credito del Banco delle Due Sicilie non ebbe in quest’ultimo periodo dei Borboni gravi perturbazioni, se si eccettuano le due rivoluzioni del 1820 e del 1848, che privarono il Banco di parte del capitale; ma, ritornata la quiete, le fedi e le polizze di quell’istituto, che nel 1858 ammontavano ad oltre 34 milioni Sicilie.7, di ducati con una riserva metallica di eguale entità, conservavano sempre il loro valore, salvo le variazioni notevoli di cambio dovute in gran parte al regime argenteo del Regno.

Con l’istituzione delle Casse di Palermo e di Messina per il servizio della regia Corte e dei privati, divenute autonome nel 1850 sotto il nome di Banco regio nei reali domini oltre il Faro, cessa in Sicilia la vita dei pubblici banchi locali, non tanto per disposizione legislativa, quanto perché essi ormai indeboliti e non più corrispondenti allo scopo di loro creazione, non potevano più sostenere la concorrenza dei nuovi Istituti.

La creazione del Banco di Sicilia, fu come un’aura benefica per l’isola, che risorta per virtù propria, dopo i moti infelici del 1848, trovò in esso un potente aiuto per la sua agricoltura e per il suo commercio, specialmente quando, sciolta dalla signoria borbonica, che la opprimeva, con generoso ardimento riuscì a conquistare i liberi ordinamenti del Regno d’Italia ().

La circolazione cartacea tanto sul continente quanto nella Sicilia fu sempre costituita dai titoli nominativi dei loro banchi, rappresentanti effettivo numerario depositato, e distinti, secondoché erano emessi dalla Cassa di Corte o dalla Cassa dei privati.

Le fedi e polizze della Cassa di Corte potevano essere tratte in corrispondenza di versamenti di argento o di rame e dopo il 1832 anche di oro e soddisfatte poi nella stessa qualità di moneta da esse rappresentata, essendo espressamente proibito di pagare una carta indicante rame in argento ed oro e viceversa. Invece le fedi e polizze della Cassa dei privati dovevano essere fatte esclusivamente su depositi in argento.

Siffatto ordinamento dei Banchi restringeva necessariamente la loro sfera d’azione, tanto più che essi avevano pochissime sedi o succursali ed anche queste create soltanto negli ultimi anni del dominio borbonico.

Non v’erano altri istituti dì credito nel Regno delle D Sicilie e nemmeno casse di risparmio, abbenché la popolazione avesse la passione, determinata probabilmente dalla sfiducia nel Governo, di accumulare denaro per tenerlo nascosto o per impiegarlo in acquisto di beni stabili ().

E quindi si spiega la necessità del grande quantitativo di moneta metallica, al quale abbiamo accennato, e la ripugnanza che in quelle regioni si aveva per la moneta cartacea.

Sistema monetario del Reame di Napoli e Sicilia

nel 1860 avanti la caduta dei Borboni.

Monete di conto: ducato diviso in 10 carlini di Napoli o 10 tari di Sicilia

e in 100 cavalli o piccioli. Suo valore = L. it.4.25. (*)

(In Sicilia: onza di 30 tari = L.12.75).

METÀLLO DenominazionePeso

in

grammi

TitoloValore

in

ducati

Valore

in L. it.

(**)

Ammontare J

delle coniazioni

in lire italiane

Carlini 12 di Napoli ossia 12 tari di Sicilia 1683-1700

o peza o piastra.

25.500916 2/3     1205.10 583,395,136.78

di cui 389,994,671.45

in piastre

dal 1815 al 1860;

11,153,043.90

in mezze piastre

dal 1815 al 1860

e il resto

in pezzi coniati anteriormente

al 1815 (***).

Id. id. altra specie28.290916 2/31205.10
Id. id. 1748-175425.4889081205.10
Id. id. 1751-178425.483916 2/31205.10
Id. id. 1784-179327.265833  1/31205.10
Id. id. 1794-181527.533833  1/31205.10
Id. id. 1815-186027.532833  1/31205.10
ArgentoSei carlini 1683-1700 o mezza peza siciliana.12.750916 2/30-602.55
Id. id. altra specie14.140916 2/30-602.55
Id. id. 1748-175412.741

12.741

9080-602.55

2.55

Id. id. 1754-178412.741916 2/30-602.55
Id. id. 1784-179313.632833 2/30-602.55
Id. id. 1794-181513.766833  1/30-602.55
Id. id. 1815-186013.765833  1/30-602.55
METALLO DenominazionePeso

in

grammi

TitoloValore

in

ducati

Valore

in

L. it.

Ammontare

delle coniazioni

in lire italiane

Segue:

Argento

Due carlini

1688-1700.

5.65916 2/30200.85
Id. id. altra specie5.1916 2/30-200.85
Id. id. 1766-17844.246916 2/30-200.85
Id. id. 1784-17935,.544833  1/30-200.85
Id. id. 1815-18604.588833  1/30-200.85
Carlino di Napoli

1688-1700

o tari siciliano.

2.55

2.82

2.50

9162/3

0-10

0.425

Id. id. 174817542.123908 e0-100.42515,409,450.67

di cui

7,988,383.17

in pezzi coniati anteriormente

al 1815; 5,263,888.50

in pezzi da due carlini dal 1815

in poi;

2,276,295.65

in pezzi da un carlino dal 1815

in poi; 85,888.15 in pezzi da mezzo carlino dal

1815 in poi (*).

916 2/3
Id. id. 1766-17842.123916 2/30-100.425
Id. id. 178417932.772833  1/30-100.425
Id. id. 181518602.294833  1/30-100.425
Mezzo carlino di Napoli 1766-1784

o carlino siciliano.

1. 061916 2/30-50.213
Id. id. 1784-17931.386883 1/30-50.213
Id. id. 1815-18601.147883 1/30-50.213
MetalloDenominazionePeso

In

grammi

TitoloValore

in

ducati

Valore

In

L. it.

Ammontare

delle coniazioni

in lire italiane

RameMezzo tornese o 3 cavalli dal 1798 in poi.

1.5590-0-30. 0105 20,882,887.75 di cui 9,658,003.28 dal 1798 al 1815 e 11,815,726.96 dal 1815 al 1860 (*).
Tornese o grano di Napoli o grana siciliana, id. 3.1180-0-60. 021
Tornese e mezzo o

cavalli 9, id.

4.6770-0-90. 0315
Due torneai o grana di Napoli o piccioli siciliani, idem. 6.2370-10. 042
Tre tornesi o pubblica, id. 9.3550-1 ½ 0. 068
Quattro tornesi, id. 12.4740-20. 084
Cinque tornesi o

cinquina, id.

15.5920-2 ½0.105
Sei tornesi, id.  18.7100-30.126
Otto tornesi, id. 24.9470-40.168
Dieci torneai o 5

grani, id.

31.1850-50.31
MetalloDenominazionePeso in grammiTitoloValore in ducatiValore in

L. it.

Ammontare in lire italiane
OroOncia dal 1749 al 1756. 8.798906.25627.4610,892,580 —
Oncia dal 1759 al 1785. id. id. id. 71,814,349.50
Doppia dal 1749 al 1756. 5.865906.25418.311,743,741 —
Doppia dal 1759 al 1785. id. id. id. 3,231,717 —
Zecchino dal 1749 al 1756. 2.932906.2529.15871,768.50
Zecchino dal 1759 al 1785. id. id. id. 428,068.50
Oncetta dal 1815 al 1860. 3.785996312.997,016,269.75
Dupla, id. 7.572996625.988,065,675.50
Quintupla, id. 18.9339961564.9411.878,091.25
Decupla, id. 37.86799630129.8964,815,347.50

Le monete d’oro borboniche ritirate dal Governo italiano ascendono all’incirca a 3 milioni di lire, ben poca cosa in confronto delle emissioni; e ciò per la ragione che la maggior parte venne fusa o emigrò all’estero, non reggendo alla concorrenza interna dell’argento, che nel regime monetario delle Due Sicilie aveva la protezione legale.

______________

Estratto da: Carboneri Giovanni, La circolazione monetaria nei diversi Stati, v. I: Monete e Biglietti in Italia dalla Rivoluzione Francese ai nostri giorni, Roma,1915 pp.66-73,135-146,158-161,210-225.

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